WEBGIORNALE 27-31 Maggio
2010
Francoforte. Non
sarà una sfilata di moda, o un concerto rock, o una partita tipo quella di
sabato scorso a Madrid, Inter-Bayern. Queste manifestazioni non hanno bisogno
di appelli per riempire sale e piazze. La gente accorre da sola, in massa, come
spinta da un istinto irrefrenabile, anche se i prezzi sono salati.
Quella di sabato
29 a Francoforte sarà una semplice assemblea pubblica della Commissione Europa
del Cgie e dei Comites della Germania, alle 14,30 all’Hotel Holiday Inn, nella
Mailänder Str. 1. Che poi si trasformerà in una breve sfilata, di
cento/duecento metri, alle 16,30, dall’Alter Oper fino al Consolato italiano,
nella strada di fronte. Niente di complicato o di difficile, di costoso, a
parte le spese e la fatica per quelli che verranno da fuori, per esempio in bus
da Svizzera e Belgio, o in macchina dalle cittè tedesche più lontane.
Perché
un’Assemblea pubblica, europea, del Cgie e dei Comites della Germania? Perchè
una sfilata tutta italiana nel cuore di Francoforte? Gli organizzatori vogliono
protestare “contro la distruzione della rete consolare, i tagli delle risorse
per l’intervento scolastico-culturale, l’azzeramento dei capitoli di spesa per
l’assistenza diretta e indiretta, la forte riduzione dei finanziamenti della
stampa italiana all’estero, la discriminatoria decisione del Governo
nell’esenzione dell’ICI (la pagano solo i residenti all’estero, ndr), il
decreto che rinvia le elezioni dei Comites e del Cgie di tre anni complessivi”.
Così recita l’invito.
Ce n’è abbastanza
per uscire anche dalle tombe. Ma, nonostante siano temi che toccano le tasche
dei connazionali, la formazione scolastica dei figli, i servizi consolari, le
situazioni d’emergenza dei più bisognosi, l’informazione, la partecipazione,
sarà già un problema riempire l’ampia
sala dell’hotel; e impresa impossibile
coprire anche solo un quarto dell’immensa Opernplatz. Anche perchè non è
ipotizzabile che la maggioranza di governo (PdL e Lega) che in Parlamento ha
votato i suddetti tagli e le leggi contestate, sfili contro sé stessa, contro i
propri provvedimenti. A meno che la “scuola Fini” non inizi a prender piede
anche nella destra dell’estero, permettendo al dissenso in casa di uscire allo
scoperto.
A parte la
difficoltà di informare nel mondo della diaspora italiana; a parte il fatto che
la stagione della protesta tra gli italiani in Europa non è mai arrivata; c’è
anche il problema che molti ritengono del tutto inutile la manifestazione di
sabato. Nel senso che non serve a niente. Con un Governo sordo e cieco,
arrogante e ottuso, cinico e vendicativo come questo - sostengono - non solo
insensibile con l’estero ma addirittura spergiuro e ingiusto (vedi la vicenda
dell’Ici), uno sa già in partenza e con sicurezza che non riuscirà a smuoverlo
di un millimetro.
Sarà anche così.
Ma il problema vero è un altro. Occorre dare finalmente, anche all’estero, un
segnale di vita. Un segno visibile di esistenza, di disagio, di protesta. Non
solo tramite il solito comunicato, che è subito fatto. Ma anche in modo
diverso, con qualcosa di pubblico, di visibile, di fotografabile, che costa
almeno il prezzo di un bus, un’ora di tempo libero. Il subire sempre e tutto, senza un minimo
gesto di reazione, di protesta, ecco, una simile passività rischia di diventare
il miglior incentivo per nuovi tagli, nuove recrudescenze legislative. Forse
non si fermeranno quelle in corso, ma si possono fermare o limitare i danni di
quelle in arrivo. E fare in modo che i sacrifici, se necessari, siano almeno
equamente distribuiti.
Per questo é
importante che siano in tanti ad accogliere l’appello dell’Intercomites della
Germania ed a partecipare alla duplice manifestazione di Francoforte di sabato
prossimo. In particolare dovrebbero essere presenti i connazionali delle sedi
consolari che fra poco chiuderanno (Saarbrücken, Mannheim, Norimberga,
Amburgo); quanti hanno dovuto riprendere a pagare l’Ici (tutti e solo i
residenti all’estero!); enti e famiglie che si sono visti dimezzare il
contributo per l’assistenza o per il sostegno scolastico.
Come sarà la
risposta? Inutile nasconderselo, Cgie e Comites rischiano grosso. Una scarsa
partecipazione ridurrebbe sicuramente il peso poltitico della protesta e delle
rivendicazioni. A parte un comunicato stampa, in giro non si vedono né
manifesti né volantini che invitano all’assemblea ed alla sfilata. Ciò
significa che, prudentemente, hanno preferito scegliere la strada del gesto
“simbolico”, che non punta sulla quantitá, la massa – che, come sopra si diceva,
è sempre importante - ma in primo luogo sul gesto, sul messaggio che manda, sui
contenuti. Cioè sulla capacitá di intervenire in modo politico e pubblico nei
problemi. Ed allora diventano particolarmente importanti tutte le solidarietà,
istituzionali, politiche e della società civile, che sabato prossimo
prenderanno la parola all’Holidy Inn e che sfileranno alla luce del sole (o
sotto la pioggia) nella Opernplatz. (tb,
de.it.press)
La Confsal-Unsa Coordinamento Esteri partecipa alla manifestazione del 29
maggio a Francoforte
Sarà presente per
protestare contro le chiusure dei Consolati Generali di Amburgo, Saarbrücken,
Nürnberg e l’Agenzia consolare di Mannheim.
Tutti in piazza,
dunque, per manifestare contro le imminenti chiusure previste in Germania e in
tutta Europa, così come dall’anno prossimo negli Stati Uniti e in Australia, e
per dare voce a tutta la rabbia contro un piano di ristrutturazione della rete
consolare che si profila sempre di più senza fondamenta concrete.
Mille sono
le buoni ragioni per il mantenimento, anche sotto forma diversa, delle nostre
Rappresentanze diplomatiche, tra cui, in primo luogo, il rispetto per le
proprie comunità all’estero, l‘importanza della rete politico-culturale e
commerciale che si è creata negli anni tra i Paesi riceventi e il Paese
d‘origine e, non per ultimo, il mantenimento dei posti di lavoro degli
impiegati della Farnesina a contratto e di ruolo. Per i primi si configurerà lo
sradicamento forzato dal contesto sociale, pena la perdita del posto di lavoro.
Al contrario, per il personale delle AAFF – sulla cui pelle graverà in termini
economici la ristrutturazione in parola, come del resto ribadito dal MAE in più
occasioni - prosegue la costante riduzione di posti funzioni all’estero.
Che senso ha
insistere che la „razionalizzazione“ serve a risparmiare? Si risparmia forse
cancellando tutta una rete di preziosi contatti politici e culturali, creando
così un vuoto istituzionale incolmabile, e sovraccaricando sedi che non hanno
la capienza e il personale per assumersi ulteriori carichi di lavoro derivanti
dalle sedi in chiusura e compromettendo persino gli ottimi rapporti con le
Autorità locali?
È questo il
grande e lungimirante piano politico del nostro Ministro degli Affari Esteri
Frattini e del Suo Sottosegretario con delega per gli italiani nel mondo, Sen.
Alfredo Mantica?
La
Confsal-Unsa Coordinamento Esteri continua a dire NO ad una ristrutturazione
della rete consolare non ragionata e che non ha alcuna logica.
Sabato, 29 maggio
2010, la Confsal-Unsa Coordinamento Esteri scenderà in piazza insieme ai membri
del CGIE, del COMITES e insieme a tanti altri attivisti dell’Associazionismo
europeo per far pesare la propria voce e quella dei propri iscritti! Confsal-Unsa Coordinamento Esteri (de.it.press)
Giugiaro-Volkswagen, un matrimonio da 150 milioni
Alla casa tedesca
finisce il 90,1% di Italdesign, l'atelier torinese sarà polo creativo del
colosso – di TEODORO CHIARELLI
TORINO - Il fatto
di essere venuto a fare shopping a Torino, in casa di uno dei suoi concorrenti
globali, non lo scompone più di tanto. Martin Winterkorn, massiccio presidente
del consiglio di amministrazione della Volkswagen, gonfia il petto e mette a
dura prova il doppiopetto chiaro indossato con baldanza. Siede accanto a
Giorgetto Giugiaro e guarda i disegni della prima Golf disegnata dal designer
piemontese appesi alla parete. «Fiat è per noi un concorrente come gli altri.
Quando incontrerò Marchionne gli dirò: “Abbiamo comprato Italdesign”. E non
credo che questo creerà qualche problema a Sergio».
Fair play il
giorno in cui si ufficializza il passaggio di un marchio principe dell’italian
style sotto le insegne di Wolfsburg? Può darsi. Ma il fatto che subito dopo non
manchi di ricordare che Volkswagen è lo sponsor di quel Bayern che, guarda
caso, ha eliminato la Juve, beh, qualche dubbio lo induce. Anche perché proprio
sulle rive del Po i tedeschi hanno già pescato due figure chiave come il
responsabile dello stile Walter de’ Silva e il responsabile marketing Luca De
Meo.
Gli uffici della
Italdesign di Giugiaro e del figlio Fabrizio a Moncalieri sono addobbati con
sobria eleganza per celebrare quello che il “sarto” delle auto definisce un
momento epocale, ma anche un nuovo inizio. «Si completa un rapporto iniziato
nel 1974 - spiega - Ora andiamo avanti con più forza». I tedeschi acquisiscono
il 90,1% di Italdesign, mentre i Giugiaro, che restano al loro posto in
azienda, conservano il restante 9,9%. Il valore della transazione? Top secret.
«Un prezzo di acquisto sostanzioso», si limita a dire sornione Winterkorn.
Oltre 150 milioni di euro, suggeriscono fonti bene informate, per un gruppo che
nel 2009 ha realizzato un fatturato di 107,6 milioni di euro e un risultato
operativo di 700 mila euro. Rilevando Italdesign la Volkswagen acquista in
realtà un marchio e un concentrato di idee, progettualità e creatività di
livello internazionale.
Per la casa
tedesca, che ha nove marchi, più Porsche («La campagna acquisti finisce qui,
siamo sazi»), è un tassello importante anche in vista del previsto lancio entro
quest’anno di 70 modelli. «L’Italia - afferma Winterkorn - è la patria di
artisti geniali e grandi designer, ma è anche una nazione che può andare fiera
di una grande tradizione nel campo automobilistico. Italdesign ha saputo
riunire entrambi questi aspetti in modo particolarmente efficace negli ultimi
40 anni. È un partner perfetto e noi ci aspettiamo molto». Il top manager
tedesco garantisce che «il futuro di Italdesign è in ottime mani» e che «i
posti di lavoro sono al sicuro». E nessun rischio di cannibalizzazione,
assicura, fra i tanti centri di design della casa di Wolfsburg che saranno fra
loro in concorrenza, ma sotto il coordinamento di Walter de’ Silva. Il nuovo
cda dell’azienda risulterà così composto: Martin Winterkorn, Ruppert Stadler,
ad di Audi, Giorgetto Giugiaro, Fabrizio Giugiaro ed Enzo Pacella come managing
director.
Il futuro della
casa torinese è tutto dedicato in esclusiva alla Volkswagen: sarà un polo
creativo che dovrà portare idee fresche e nuovi concept. Il design italiano e
l’abilità tecnica tedesca come garanzia di successo. Cosa accadrà dei clienti
esterni, tra cui la Bmw, di cui Giugiaro segue il progetto Mini in scadenza
l’anno prossimo? «Saranno loro a decidere se vogliono proseguire - dice
Giugiaro - Noi garantiamo confidenzialità e riservatezza». Ma già sembra
probabile che l’intesa da 500 milioni con i cino-americani di Hk, verrà
archiviata: «Ancora non sono partiti, devono recuperare i finanziamenti,
decideranno loro cosa fare».
La verità è che in
un settore come quello dell’auto, caratterizzato da clamorose ristrutturazioni,
non c’è più spazio per la creatività indipendente. Meglio mettersi al riparo
del colosso tedesco che ribadisce: «Vogliamo essere i primi al mondo nel 2018
con 10 milioni di vetture vendute rispetto ai 6 milioni attuali». Lui,
Giugiaro, giura di parlare con il cuore in mano. «Ho dovuto mettere da parte il
mio ego, e ho pensato al futuro dell’azienda, a ciò che dà più garanzie ai
dipendenti. Avete visto cosa accade anche a grandi gruppi come Gm, e voi pensate
che una piccola società come la nostra non possa un giorno avere tensioni? Non
voglio che il futuro possa dare la minima incertezza a un’azienda che abbiamo
costruito a fatica».
Il settantaduenne
designer racconta che nel bel mezzo delle trattative con Volkswagen stava
leggendo un libro: “Il mondo di Sofia” del norvegese Jostein Gaarder. «Mi ha
illuminato una frase: “Oceano diventa ogni goccia quando lo raggiunge”. Noi
siamo quella goccia. Entrando in Volkswagen rivalutiamo noi stessi, la nostra
forza». Italdesign è pronta a ripartire. LS 26
Fini: "Immigrati e rispetto della legge. I politici non siano esempio
di corruzione"
Il presidente
della Camera: "Un Paese in cui il senso dello Stato si indebolisce non può
essere percepito come una terra in cui dominano la legge e la legalità"
ROMA - "Ben
difficilmente un Paese in cui il senso dello Stato si indebolisce può essere
percepito dalle comunità di immigrati come una terra in cui dominano la legge e
la giustizia e dove sono garantite reali opportunità di un crescere
civile". Il monito giunge dal presidente della Camera, Gianfranco Fini,
presentando con Giuliano Amato e gli autori Alina Harja e Guido Melis, un libro
dedicato ai romeni che vivono e lavorano in Italia.
Lo stile di vita
delle classi dirigenti deve tornare a essere modello di comportamento sociale e
non può prescindere da precise responsabilità, soprattutto sui temi della
legalità e della corruzione. Perché "può anche accadere - avverte Fini -
che nelle fasce più marginali, si diffonda una rovinosa sensazione di immunità.
Se i cittadini hanno la percezione che esistono varie zone di corruzione anche
presso l'elite politica e amministrativa, non dobbiamo poi stupirci se alla
base della società si diffondono fenomeni di illegalità".
Il presidente
della Camera ha voluto ribadire il concetto dell'importanza dell'esempio
fornito dai politici, affermando che "solo se si assumono comportamenti
virtuosi, si può chiedere ai cittadini di rispettare una gerarchia di doveri e
la rinuncia a comportamenti illegali". Perché, spiega Fini riferendosi
alla politica dell'integrazione degli immigrati, "la legalità non la si
afferma gridando all'untore, creando barriere o fabbricando mostri per la
platea dei media. L'affermazione della legalità passa viceversa per vie ben
diverse, come il ristabilimento della certezza della pena, la lotta al degrado
sociale, il rilancio dell'autorità dello Stato. E passa anche per la
riaffermazione dell'etica pubblica". LR 26
Sicurezza alla frontiera. Soldati Usa al confine con il Messico contro
immigrazione e narcotraffico
La mossa di Obama
per evitare nuovi «casi Arizona». In campo 1200 militari, investimenti per 500
milioni
MILANO - Per
mettere un freno all’immigrazione illegale e al narcotraffico, Barack Obama ha
deciso di inviare 1.200 soldati della Guardia nazionale alla frontiera con il
Messico. Il piano - scrive oggi il quotidiano spagnolo El Pais- fa parte di una
strategia della Casa Bianca per impedire l’applicazione della legge contro i
clandestini in Arizona. Provvedimenti simili sono allo studio in altri Stati
della frontiera americana.
STRUMENTI NON
ADEGUATI - Rivolgendosi ai membri repubblicani del Congresso, in maggioranza
favorevoli alla proposta dell’Arizona, il presidente ha detto di condividere le
preoccupazioni dei cittadini americani per i disordini e la violenza indotti
dall’immigrazione illegale, ma ha insistito sul fatto che gli strumenti
prospettati non sono adeguati a risolvere il problema. La presenza dei militari
servirà a fornire risorse addizionali alle polizia locali in attesa che vengano
reclutati e addestrati agenti e ufficiali da dislocare lungo la frontiera.
LE PROMESSE DEL
PRESIDENTE - Durante la campagna presidenziale, Obama aveva promesso di,lavorare
a una legge per individuare un percorso di legalizzazione per circa 11 milioni
di immigrati illegali. Il tema dell’immigrazione è tornato prepotentemente alla
ribalta nell’ultimo mese, dopo che l’Arizona ha votato una legge che
criminalizza i clandestini e ne consente l’arresto. Obama ha fortemente
criticato il provvedimento e ha detto che serve al più presto una riforma. Per
il momento, La Casa Bianca ha annunciato che, oltre all’invio di militari, la
strategia del governo federale prevede una serie di altri interventi per i
quali sono stati destinati 500 milioni di dollari
IL PRECEDENTE -
Nel 2006, l'allora presidente George W. Bush, aveva mandato migliaia di truppe
al confine con il Messico per supplire a mansioni che tenevano impiegati gli
agenti dell'immigrazione. Quel programma non è più in vigore. I politici degli
stati di confine è da tempo che chiedono a Obama di garantire la sicurezza,
inviando truppe che blocchino il traffico di esseri umani e di droga e
impediscano alla violenza dei narcos messicani di attraversare la frontiera
messicana. CdS 26
L’Europa di fronte alla crisi. Lo sforzo di delineare risposte concrete
Europa 2020,
Europa 2030: in tempi di crisi economica, e di interconnesse difficoltà sul
piano politico e sociale, l'Europa comunitaria cerca di interpretare le sfide
che l'attendono e di delineare risposte concrete. In questa direzione possono
essere lette alcune iniziative in atto in questo frangente: il 21 maggio si è
riunita la "task force" speciale che si occupa della recessione e che
terminerà i lavori con una relazione al Consiglio europeo di ottobre; il summit
dei capi di Stato e di governo Ue di giugno, invece, prenderà in esame la
strategia Europa 2020 per la crescita e lo sviluppo nonché la relazione finale
del Gruppo di riflessione sul futuro dell'Unione che ha per orizzonte temporale
appunto il 2030.
Quattro obiettivi.
La prima riunione della task force istituita nel marzo scorso per occuparsi di
crisi, disciplina dei bilanci, governance, si è dunque svolta a Bruxelles. Essa
è composta da un ministro per ogni Stato membro, dal presidente della Banca
centrale Jean-Claude Trichet, dal commissario agli affari monetari Olli Rehn,
dal presidente dell'Eurogruppo Jean-Claude Juncker; è presieduta dal presidente
del Consiglio europeo Herman Van Rompuy. Il quale, al termine della seduta, ha
parlato di un "incontro molto utile", dove ha "potuto avvertire
un forte spirito di collaborazione" attorno a "preoccupazioni
comuni". Il politico belga ha posto in evidenza i "quattro principali
obiettivi sui quali ci siamo trovati d'accordo". Anzitutto "dobbiamo
raggiungere una maggiore disciplina di bilancio" e per far questo
"occorre rafforzare il Patto di stabilità e crescita e renderlo più efficace".
Il secondo obiettivo: "Abbiamo bisogno di ridurre le divergenze di
competitività tra gli Stati membri, almeno quando queste sono troppo
grandi". Van Rompuy ha quindi proseguito: "Il terzo obiettivo
riguarda la necessità di creare un meccanismo per prevenire e far fronte alle
crisi e ai problemi ad esse legati": il riferimento è andato in questo
caso alla situazione della Grecia che ha recentemente impegnato Eurolandia e
l'Ue nel suo complesso. Il quarto obiettivo "è collegato al terzo: Abbiamo
bisogno di rafforzare la governance economica".
Imparare dal
passato. La task force ha potuto lavorare su una serie di proposte già
individuate dalla Commissione, ma ora ogni Stato membro e la Bce sono invitati
a fornire altri elementi per la discussione: un primo rapporto sul lavoro
svolto sarà presentato al vertice dei Ventisette il 17 giugno, ma il documento
finale è atteso per il Consiglio europeo di ottobre. "A cosa
puntiamo?", ha affermato ancora Van Rompuy uscendo dalla sala
dell'incontro: "il nostro accordo dovrebbe portare a una più forte
coesione economica all'interno dell'Unione. Ciò è vitale per 27 Paesi che hanno
un mercato interno comune e per una zona di 16 Stati che condividono la stessa
moneta". A questo punto il presidente "stabile" dell'Ue ha collegato
l'analisi svolta e gli obiettivi individuati con la strategia Europa 2020 che
nel frattempo l'Ue sta elaborando per rafforzare la crescita e l'occupazione,
puntando sulla conoscenza, la ricerca e l'innovazione. "Tutti noi vogliamo
trarre insegnamento da questo difficile periodo - ha poi aggiunto Van Rompuy -.
In passato, le misure correttive sono state assunte troppo tardi. Ecco perché
abbiamo bisogno di agire su vari versanti": la prevenzione a livello delle
regole; il rigore di bilancio; la competitività dell'economia reale; la
stabilità dell'Eurozona e dell'Ue. Gli Stati membri e le istituzioni comuni
"devono lavorare insieme" attorno a questi punti. "Sono convinto
che saremo capaci di superare la crisi" e la reazione sul caso greco
"lo dimostra".
Una "visione
comune". Nel frattempo il gruppo di riflessione sul futuro dell'Unione ha
terminato i suoi lavori: istituito nel dicembre 2008, era composto da 12 membri
e presieduto dall'ex premier spagnolo Felipe Gonzales. Il mandato conferito dal
Consiglio europeo aveva individuato alcuni temi prioritari sui quali
concentrarsi su: modello economico e sociale, competitività, stato di diritto,
sviluppo sostenibile, stabilità globale, migrazione e problemi demografici,
energia e protezione del clima, lotta contro l'insicurezza e il terrorismo.
Un'attenzione specifica avrebbe dovuto riguardare "il modo migliore per
stabilire un contatto con i cittadini e rispondere alle loro aspettative ed
esigenze". Il documento finale (46 pagine datate marzo 2010, divise in un'ampia
introduzione e 9 capitoli) sarà presentato al summit di metà giugno. "Le
nostre conclusioni - ha spiegato Felipe Gonzales - non sono rassicuranti né per
l'Unione né per i nostri cittadini". "Eppure siamo convinti che l'Ue
sarà in grado di rispondere a tutte le sfide che ha dinanzi, purché si lavori
insieme", rafforzando la governance, la coesione sociale, le istituzioni
comunitarie e svolgendo un'azione comune sulla scena mondiale. "Valori
condivisi" e "una visione comune" saranno necessari, per Gonzales,
in "ragione degli imperativi imposti da questa nostra epoca". Sir eu
Sì della Camera al rinvio delle elezioni dei Comites e del Cgie
Garavini (PD): “Un
attacco ai diritti democratici dei nostri connazionali all’estero”
Roma - Con i voti
favorevoli di Pdl e Lega e con i voti contrari di Pd e Idv – l’Udc si è
astenuto – la Camera dei deputati ha approvato il disegno di legge di
conversione del decreto-legge 28 aprile 2010, n. 63, recante disposizioni
urgenti in tema di immunità di Stati esteri dalla giurisdizione italiana e di
elezioni degli organismi rappresentativi degli italiani all’estero.
Con il
provvedimento approvato mercoledì 25 maggio in prima lettura dalla Camera si
fissa al 2012 il termine massimo per il rinnovo di Comites e CGIE. Il provvedimento
passa ora all’esame del Senato per la seconda lettura. Gli organismi di
rappresentanza dei connazionali all’estero dovevano già essere rinnovati nel
2009. Le elezioni erano state poi rimandate al 2010. Ora, ulteriore rinvio
delle elezioni di due anni.
“È una vergogna
che attraverso un decreto il Governo abbia sancito il rinvio delle elezioni di
Comites e CGIE di ulteriori due anni. Nonostante l’opposizione del PD che nella
figura della stessa Presidente Rosy Bindi ha chiesto che l’esecutivo ritornasse
sulle sue decisioni, la maggioranza, compresi i parlamentari eletti all’estero
del PDL, ha votato affinché le elezioni slittino al 2012”. L’on. Laura
Garavini, deputata PD eletta nella circoscrizione Europa, ha così commentato il
voto in aula del decreto-legge in materia di elezioni degli organismi
rappresentativi degli italiani all’estero. Per la parlamentare democratica si
tratta di “un ulteriore sfregio ai connazionali nel mondo i quali all’unanimità
hanno chiesto l’immediato rinnovo di Comites e CGIE attraverso i loro
Intercomites e i rappresentanti CGIE”.
Nel corso della
discussione sulla conversione in legge del decreto del governo che rinvia di
ulteriori due anni le elezioni dei Comites e del CGIE è intervenuto, per
dichiarare il voto contrario del gruppo del Partito Democratico, il vice
presidente del Comitato Permanente della Camera dei Deputati sugli italiani
all’estero Fabio Porta.
“Il sistema di
rappresentanza degli italiani all’estero è l’anello fondamentale che collega
democraticamente questi territori e le loro comunità ai parlamentari eletti
all’estero – ha esordito l’onorevole eletto in Sudamerica – e dal 2009 attende
di essere rinnovato”.
“Gli attuali
Comites sono regolati da una riforma approvata nel 2003 e sono stati eletti per
la prima volta con questa normativa nel 2004: non esisteva nessuna urgenza per
una loro nuova riforma !”
“Adesso il
sottosegretario Mantica viene a spiegarci che è opportuno un ulteriore rinvio,
dopo quello di un anno dal 2009 al 2010, addirittura al 2012! Non si può
sospendere per decreto la democrazia – ha gridato in aula il parlamentare del
Pd – e non si possono considerare gli italiani all’estero italiani a
“democrazia limitata” limitando i loro diritti democratici. Dopo gli schiaffi
che i nostri connazionali nel mondo hanno preso in questi anni con i tagli
all’assistenza, alla scuola ed alla cultura, non possiamo umiliarli e
mortificarli anche nell’esercizio del loro diritto di partecipazione
democratica”.
L’on. Franco
Narducci intervenendo in Parlamento, per dichiarazioni di voto sul “Disegno di
legge di conversione del decreto-legge n. 63 del 2010: Disposizioni urgenti in
tema di immunità di Stati esteri dalla giurisdizione italiana e di elezioni
degli organismi rappresentativi degli italiani all'estero” ha affermato che
tale testo contiene due provvedimenti completamente diversi l’uno dall’altro,
come si evince dal titolo, dei quali il gruppo del PD non ravvisa l’urgenza
invocata dal Governo.
L’on. Narducci ha
espresso la motivata contrarietà del Gruppo del PD al rinvio dell’elezione dei
Comites e del CGIE e la contrarietà a tutto il provvedimento che all’articolo 1
bloccca, di fatto, le azioni giudiziarie intraprese, sul territorio italiano,
nei riguardi degli Stati per atti riguardanti la violazione dei diritti umani.
Dall’altra parte
l’on. Marco Zacchera come i suoi colleghi della PDL e della Lega, sordi ai
richiami delle nostre comunità all’estero, hanno votato il provvedimento che
ancora una volta impedisce di andare alle elezioni dei Comites e del CGIE.
“Un vero e proprio
affronto ai cittadini italiani nel mondo che ancora una volta devono sopportare
la manifesta ostilità delle politiche governative nei loro riguardi” ha
commentato Narducci.
Per quanto
concerne l’articolo 1 relativo alla “Sospensione dell’efficacia dei titoli
esecutivi in pendenza dell’accertamento dell’immunità dalla giurisdizione
italiana degli Stati esteri” Narducci ha rilevato che il provvedimento affronta
le questioni “in maniera tardiva e sbilanciata, … perché non tiene in debito
conto le ragioni delle vittime dei soprusi del razzismo che hanno pieno diritto
a veder riconosciuto e risarcito il torto subito nel rispetto della dignità
della vita umana”. De.it.press
ROMA - “Cos’è che
unisce due articoli – diversi tra loro per oggetto, natura, materia ed
obiettivi politici – come l’art. 1 sulla sospensione dell’efficacia delle
sentenze sui risarcimenti alle vittime del nazismo e l’art. 2 di proroga di
organismi di rappresentanza delle comunità italiane nel mondo – i Comitati
degli Italiani all’estero ed il Consiglio Generale degli Italiani all’estero?”
Con questa domanda ha aperto il suo
intervento in Aula Marco Fedi, deputato eletto per il Pd nella
ripartizione Africa-Asia-Oceania-Antartide, nell’ambito della discussione
generale sulla Conversione in legge del decreto-legge 28 aprile 2010, n. 63,
recante disposizioni urgenti in tema di immunità di Stati esteri dalla
giurisdizione italiana e di elezioni degli organismi rappresentativi degli
italiani all'estero (3443).
Nell’esprimere un giudizio negativo sul
provvedimento in esame alla Camera, Fedi ha affermato come questo sia
“l’ennesimo decreto deciso dal Governo per trascinare nell’emergenza due
questioni sulle quali sarebbe stato possibile avere un vero e approfondito
dibattito parlamentare. Come spesso accade, e come rilevato durante l’esame in
Commissione Esteri, si tratta di norme decise dal Governo sulla base di
necessità ed urgenza presunte – di cui non condividiamo le motivazioni –
derivanti da “esigenze giurisdizionali internazionali”, per quanto riguarda
l’art. 1 e da “riforme in cantiere” per l’art. 2. Anche sui minidecreti il
Governo sceglie un percorso confusionale.
Da un lato abbiamo un atto grave che comporta
il rischio di cancellare il diritto di chiedere un risarcimento alla Germania
per tutte le vittime italiane dei crimini nazisti e per le loro famiglie. Un
atto che si riflette in maniera paritaria su italiani in Italia e all’estero.
Dall’altro, invece, abbiamo la decisione di indebolire gli organismi di
rappresentanza politica e comunitaria dell’emigrazione italiana, il tentativo
di delegittimare i luoghi della discussione, della conoscenza e dell’incontro,
tra questi appunto i Comites e il Cgie”.
“Questo provvedimento richiede - ha
precisato Fedi – una riflessione di carattere politico sul futuro del rapporto
con le comunità italiane nel mondo. Oggi che il Governo annuncia misure
drastiche di riduzione delle spese, con altri tagli lineari, come quelli che
hanno già penalizzato le comunità italiane nel mondo”. Una riflessione
necessaria ha continuato “poiché siamo preoccupati da un Governo che non parla
di riforme ma solo di tagli. Un Governo e una maggioranza sempre più
lontani dalle esigenze vere, poste in maniera chiara e trasparente proprio
dagli organismi di rappresentanza, grazie al loro forte legame con le comunità
italiane nel mondo”.
A questo proposito Fedi ha ricordato il tema
della cittadinanza e di “come Governo e maggioranza non agiscano su questo
fronte lasciando inapplicate sentenze della Corte di Cassazione sulla facoltà
della donna di trasmettere la cittadinanza ai propri figli avendola perduta per
il matrimonio con uno straniero, superando l’odiosa discriminazione a scapito
delle donne. Oppure riaprendo i termini per il riacquisto della cittadinanza
italiana e ristabilendo la verità storica di chi non ha mai davvero rinunciato
ad essere italiano, oppure riconoscendo lo jus soli a chi nasce in questo
Paese”. Ma anche il tema delle nuove generazioni e dei legami culturali e
linguistici con l’Italia “con la riforma della 153/71 che non decolla, con la
perdita di risorse nel settore della scuola, con la chiusura dei lettorati, con
gli istituti di cultura in crescente difficoltà”.
Ci sono poi “i temi dei diritti pensionistici
e previdenziali - posti con forza anche dai sindacati dei pensionati di CGIL,
CISL e UIL - con la richiesta di una sanatoria degli indebiti INPS maturati
senza dolo per responsabilità dei ritardi dell’Istituto; del riconoscimento
dell’assegno di solidarietà per gli anziani in condizioni di indigenza nati in
Italia e residenti all’estero; dell’abrogazione del requisito di dieci anni di
soggiorno continuativo in Italia per avere diritto all’assegno sociale se
residenti in Italia; della ratifica delle convenzioni bilaterali, per esempio
con il Marocco, il Canada, il Cile. E a ciò si aggiunge l’esonero dal pagamento
ICI sulla prima casa in Italia, se non affittata, anche per gli italiani
all’estero: in sostanza equità, parità di trattamento, attenzione e sensibilità
nei confronti di tantissimi anziani italiani emigrati all’estero che ancora
oggi vivono in condizioni di povertà e disagio”.
E ancora “Il tema della rete consolare –
posto in tutta la sua gravità – come questione che attiene alla presenza dello
Stato italiano all’estero nella sua complessità: a livello economico e
commerciale, culturale, linguistico, e di servizio. Un quadro che richiede
investimenti e risorse prima di procedere alla chiusura di sedi. E resta aperto
il tema dei diritti sindacali – in termini di partecipazione e rappresentanza
del mondo del lavoro – come è ancora in attesa di soluzione definitiva il tema
delle detrazioni fiscali per carichi di famiglia”.
Sullo specifico del provvedimento riguardante
i Comites e il Cgie, Fedi ha espresso “il sospetto che la proroga al 31
dicembre 2012 sia utile ad indebolire questa rappresentanza in vista di altri
tagli e di una riforma che è tutto fuorché un rafforzamento del ruolo politico
di questi organismi. La riforma non è condivisa, i tempi non sono certi e
le perplessità sulla copertura finanziaria, già espressi dalla Commissione
bilancio del Senato, non saranno facilmente superate.
Per molti mesi il Governo ha sostenuto la
tesi che occorreva rivedere la normativa per armonizzarla con la rappresentanza
parlamentare. Oggi siamo in procinto – se dovessimo prestare ascolto alle
dichiarazioni di numerosi esponenti della maggioranza – di disegnare una
riforma Costituzionale che ridurrà il numero dei parlamentari e istituirà il
Senato federale delle Regioni e quindi metterà in discussione ruolo, numero e
collocazione dei Parlamentari, oltre a ridiscuterne le regole di elezione.
Ecco, non sarebbe stato utile rinnovare
Comites e Cgie oggi, per assicurarci anche un contributo nell’azione di
completamento delle riforme?”
A conclusione del suo intervento, il deputato
del PD ha espresso una forte preoccupazione per l’elemento che sembra unire le
due questioni prese in esame dal provvedimento: “Con l’intervento sui Comites e
sul Cgie si proroga la durata di organi elettivi in scadenza, con l’intervento
sugli indennizzi si sospende l’efficacia di decisioni assunte dai tribunali
italiani: in entrambi i casi il Governo, e la maggioranza quando deciderà di
seguire questo percorso, si porrà oltre un naturale corso di eventi –
oltre il principio di “natural justice” – determinando un pericoloso precedente
sia in termini di “funzionamento democratico” di organi elettivi che di
“efficacia delle sentenze.
Per queste ragioni avevamo presentato in
Commissione un emendamento soppressivo dell’articolo 2 che ripresenteremo in
Aula e per queste ragioni esprimiamo un giudizio negativo sul
provvedimento”. (Inform 24)
Le considerazione
della relatrice Mosca e le precisazioni del vice presidente della Commissione
Esteri Narducci. Ora il provvedimento passa all’esame del Senato
ROMA – Con un voto
quasi unanime, su 490 deputati presenti 485 hanno votato sì e 5 si sono
astenuti, la Camera dei Deputati ha approvato mercoledì la proposta di legge
sugli incentivi fiscali per il rientro dei lavoratori in Italia. Il
provvedimento si rivolge ai soggetti di età inferiore ai quaranta anni, che
abbiano risieduto continuativamente per almeno ventiquattro mesi in Italia, che
studiano, lavorano o che hanno conseguito una specializzazione post lauream
all’estero e che decidono di fare rientro nel nostro paese. Per costoro è
introdotto uno specifico beneficio fiscale che prevede una base imponibile
ridotta, pari al 30% per uomini e al 20% per le donne. Ora il disegno di
legge passerà all’esame del Senato.
“La nostra proposta - ha spiegato in Aula la
relatrice del disegno di legge Alessia Maria Mosca - cerca di dare
una prima risposta al fenomeno della fuga di cervelli, senza dimenticare la
necessità di valorizzare la mobilità”. La relatrice dopo aver ricordato che
alla stesura del testo hanno collaborato anche una serie di associazioni di
giovani residenti all’estero, ha puntualizzato come questo provvedimento in
pratica estenda gli incentivi, in parte già previsti per ricercatori e ai
professori universitari, ad una platea più ampia formata dai laureati che
esercitano all’estero altre professioni.
Durante la fase conclusiva del dibattito ha
preso la parola anche il vice presidente della Commissione Esteri Franco
Narducci che ha precisato come, alla luce delle modifiche sostanziali apportate
dall’Aula sul testo per quanto riguarda i vincoli territoriali rispetto alle
regioni del sud e le sollecitazioni imposte dal provvedimento sulla rete
diplomatico-consolare, il parere negativo espresso dalla III Commissione sul
disegno di legge risulti ora meno rilevante.
Si era conclusa
lunedì la discussione generale sulla proposta di legge nota anche come
"Progetto Controesodo", che ha tra i propri firmatari Enrico Letta,
Maurizio Lupi, Stefano Saglia, Guglielmo Vaccaro, Alessia Mosca e numerosi
altri parlamentari di maggioranza e opposizioni. La proposta bipartisan –
promossa da TrecentoSessanta con il contributo dell’intergruppo Parlamentare per
la Sussidiarietà – è stata sostenuta dai gruppi parlamentari di MPA, UDC, PDL e
PD. La settimana scorsa, però, il testo aveva incassato il "no" della
Commissione Esteri.
"Siamo
soddisfatti – ha commentato il relatore Alessia Mosca, deputato del Partito Democratico
– del lavoro che è stato fatto in questo anno e mezzo e che oggi in Aula ha
incassato un primo importante risultato. Siamo anche consapevoli, però, che
questo è solo un primo passo ma per tutti noi è fondamentale che il Parlamento
stia dimostrando concreta attenzione verso un popolo di brillanti giovani
espatriati che rappresenta per il nostro Paese un orgoglio e un valore aggiunto
che non possiamo più perdere".
“Dare spazio al
merito e al talento, promuovendo la mobilità dei nostri giovani”. Sono questi i
punti cardine, secondo l’on. Laura Garavini (PD), “per creare nuove forme di
lavoro che possano dare un valore aggiunto allo sviluppo dell’economia
italiana”. Ospite all’iniziativa Village People, promossa dal sindaco di
Vignola Daria Denti, la parlamentare eletta nella circoscrizione Europa ha
illustrato ad un vasto pubblico la suddetta proposta di legge. “Sono contenta”,
ha detto la Garavini, “del grande interesse che la nostra iniziativa ha
suscitato soprattutto tra i numerosi imprenditori presenti che hanno apprezzato
la proposta di incentivare le aziende a occupare sempre più giovani con
esperienze professionali all’estero. È un’occasione per valorizzare meglio le
capacità, la creatività e il dinamismo dei giovani italiani che rappresentano
una vera risorsa per il sistema di produzione del nostro Paese. Una grande
idea”, ha proseguito la deputata, “che ha già raccolto un largo consenso
trasversale in parlamento e che contiamo diventi presto. L’approvazione di una
proposta di legge del PD è un bel successo per il nostro gruppo in un
Parlamento troppo spesso imbrigliato da un Governo che va avanti a colpi di
decreti legge blindati con la fiducia”.
Le politiche
dell’amministrazione sia locale che regionale dell’Emilia Romagna hanno fatto
scuola nel mettere in campo misure per la valorizzazione del capitale umano. A
confermare l’impegno della regione in questo senso è intervenuto Giancarlo
Muzzarelli, Assessore alle Attività Produttive ed Economia Verde, il quale ha
raccontato come la regione abbia in programma di creare 500 possibilità
occupazionali per ricercatori entro la fine dell’attuale legislatura.
De.it.press
“Un programma
chiaro e deciso di incentivi a sostegno del rientro dei talenti italiani che ha
l’obbiettivo di tamponare nella maniera più fattiva possibile quella grave
emorragia di capitale umano che nel nostro Paese sta crescendo in maniera
esponenziale negli ultimi anni”. Lo ha dichiarato Aldo Di Biagio, Responsabile
Italiani nel Mondo del PdL commentando le disposizione del provvedimento
recante Incentivi fiscali per il rientro dei lavoratori in Italia
“Un provvedimento
– spiega - dalla lodevole natura bipartisan, condiviso e sottoscritto da molti
colleghi che hanno avuto la priorità e la coscienza di fare qualcosa per il
nostro Paese, magari ponendo da parte l’enfasi demagogica del brain drain, e
cercando di dare delle risposte vere all’emergenza professionalità del nostro
Paese”.
Di Biagio
continua: “I dati parlano chiaro: la percentuale di giovani laureati che
emigrano all’estero ad un anno dal conseguimento della laurea è pari al 3% e
prendendo in considerazione la totalità degli emigranti ci si rende conto che
sono per lo più profili con un età compresa tra i 20 ed i 40 anni. Giovani con
alto grado di scolarizzazione, con formazione accurata ed esemplare che nel
nostro Paese stentano a decollare, ma che stanno ottenendo dall’Estero un
riscontro valido e proficuo”.
“Dobbiamo partire
dal presupposto che il nostro Paese è ancora una terra di emigrazione, -
continua - una realtà dalla quale partono ogni anno migliaia di giovani e
professionisti il cui ruolo nel tessuto produttivo e sociale del Paese che li
ospita, l’expertise e la forma mentis che hanno saputo integrare con la
piattaforma economica e valoriale della terra di residenza, rappresenta un
riferimento non trascurabile. Un’esperienza che ci fa riflettere e che ci porta
ad analizzare quanto sia marcato l’impoverimento professionale che sta
condizionando il nostro Paese”.
“Sono
particolarmente lieto di assistere a questa presa di interesse e di attenzione
da parte dell'aula verso una tematica purtroppo lasciata a latere delle
agende politiche, ma troppo spesso sotto i riflettori dei media. Con questo
programma di incentivi ed agevolazioni varato oggetto del provvedimento in esame
si è in grado di lanciare un messaggio di fiducia ai nostri connazionali oltre
confine. La speranza di una rinnovata fiducia nei confronti del proprio Paese,
e la possibilità di poter fare qualcosa ancora per la sua tenuta
economica, culturale e valoriale”. De.it.press
Comites/Cgie. Di Biagio e Zacchera (PdL) difendono le ragioni del rinvio
delle elezioni
Roma – “Voglio
ricordare che il rinnovo delle cariche degli organi rappresentativi degli
italiani nel Mondo è stato previsto nel 2010 e che quella prevista dal
provvedimento in esame è un’ulteriore proroga, che estenderebbe il mandato
dell’attuale composizione a otto anni. Le nostre comunità nel mondo sono ben
consapevoli che questo ulteriore rinvio potrebbe intaccare l’operatività e le
dinamiche procedurali di questi organismi. Ma sono altrettanto consapevoli del
fatto che un rinnovo a breve delle suindicate strutture mal concilierebbe con
il progetto di riforma degli organismi di rappresentanza delle comunità
italiane”. Lo ha dichiarato Aldo Di Biagio, Responsabile Italiani nel Mondo del
PdL intervenendo in aula nell’ambito della discussione del provvedimento che ha
previsto un rinvio delle elezione per il rinnovo di Comites e Cgie.
“E’ bene ricordare
– ha evidenziato Di Biagio - che mentre le risorse destinate alla gestione
ordinaria dei COMITES e del CGIE sono già previste, quelle afferenti al
finanziamento delle procedure elettorali potranno essere quantificate una volta
individuate le dinamiche di esercizio di voto, nell’ambito proprio dei suindicati
progetti di legge”. “E’ opportuno
mantenere un approccio pragmatico alla questione in oggetto, -ha spiegato -
invocando certo il rispetto della rappresentatività e della libertà operativa
degli organismi, ma in una cornice di chiarezza normativa che soltanto il testo
unificato di riforma può dare. Alla vigilia di una già complessa manovra
finanziaria, sarebbe poco auspicabile indire elezioni magari pochi mesi prima
che entri in vigore la riforma degli stessi organismi di rappresentanza. E di
queste evidenze i nostri connazionali sono pienamente consapevoli".
"In ragione di tali aspetti - ha concluso - che ho voluto rivolgere
una richiesta di impegno al Governo, affinché vi sia la certezza che le
elezioni per il rinnovo degli organismi di rappresentanza possano tenersi non
appena verrà approvata dal Parlamento la riforma della normativa vigente sui
COMITES e sul CGIE, un impegno che è stato accolto in maniera chiara ed
esaustiva dal Governo”. De.it.press
Nel corso del
dibattito che si è svolto nell’Aula della Camera e che si è concluso con
l’approvazione del decreto legge che rinvia le elezioni dei Comites e del Cgie,
ha preso la parola anche il presidente del Comitato permanente sugli Italiani
all’estero Marco Zacchera. Il deputato, nell’annunciare il voto favorevole del
Pdl sul provvedimento, ha precisato come per le elezioni dei Comites non
si debba per forza arrivare alla data limite del 31 dicembre 2012 indicata nel
decreto legge.
A tal fine
Zacchera ha auspicato un rapido iter parlamentare delle riforme volte alla
realizzazione di un sistema elettorale che consenta un regolare svolgimento del
voto all’estero, ampliandone al contempo la base partecipativa formata dai
nostri connazionali nel mondo. Secondo Zacchera sarà inoltre opportuna
l’individuazione di nuovi sistemi semplici che permettano alla nostra rete
diplomatica di intervenire, senza spese eccessive, nello svolgimento delle
elezioni all’estero.
“L’auspicio – ha
concluso Zacchera - è che in tutte le sedi il Parlamento non perda tempo,
acquisendo dalle numerose proposte di legge già presentate elementi comuni di
raffronto e di controllo, al fine di addivenire prima del 2012, alle
elezione dei Comites e alla riforma del Cgie, nonché del sistema elettorale per
l’estero in vista delle prossime elezioni politiche. Da queste ragioni discende
il voto favorevole del nostro gruppo”. De.it.press
La discussione sul decreto che rinvia le elezioni di Comites e Cgie
ROMA - Nella
discussione generale sul decreto 63/2010 che, all’articolo 2, prevede la
proroga delle elezioni di Comites e Cgie non sono intervenuti solo gli eletti
all’estero: hanno detto la loro anche Roberto Rao (Udc), Aurelio Misiti (Mpa),
Fabio Evangelisti (Idv) e Simone Baldelli (Pdl).
Il rinvio delle
elezioni degli organismi di rappresentanza, oltre che dal Pd, per cui si sono
espressi i Aula Barbi, Narducci e Fedi, è osteggiato da Udc e Italia dei
Valori. Possibilista il Movimento per le Autonomie che, con Misiti ha
dichiarato di "non essere contrario a priori" al decreto, che
comunque si può migliorare; decreto che ha prevedibilmente l’approvazione del
deputato di maggioranza, Baldelli. Ma andiamo con ordine: Rao, dopo aver
ricordato la contestazione del Cgie e l’odg approvato all’unanimità, ha
commentato: "non ci convince il metodo utilizzato dal Governo che motiva
la proroga con il fatto che al Senato è giacente un progetto di riforma degli
organi di rappresentanza e che, quindi, sarebbe opportuno allungare la
permanenza degli organismi ormai scaduti fino all'entrata in vigore della
riforma stessa (anche se alcuni maligni pensano che sulla decisione della
proroga del Comites e del Cgie siano intervenuti anche problemi di ordine
finanziario degli stessi organismi). Riteniamo – ha proseguito – che debba
essere garantito il rinnovo degli organismi già scaduti in ossequio al
principio democratico della garanzia della rappresentatività, ed anche perché
un ulteriore proroga rappresenterebbe un vulnus alla vitalità di Comites e Cgie
i quali sono basati sulla volontarietà dell'impegno da parte degli
eletti".
Per l’Udc "la
riforma della rappresentanza non è una priorità, mentre, ben più importanti,
sono le condizioni economiche in cui versa il settore degli italiani all'estero
dopo il drammatico taglio di fondi apportato forse, vorremmo dire,
necessariamente dal Governo. Siamo convinti che questa non sia la sede dove
discutere sul tema della riforma della rappresentanza, che già ha dato segnali
di forti contrasti. Resta, invece, il fatto che nostro interesse primario debba
essere quello di assicurare, nell'interesse dei nostri connazionali all'estero,
il funzionamento e l'adeguatezza di tali organismi che con tale proroga
perderebbero di credibilità, rischiando, forse, anche la paralisi essendo
prevedibile che gli stessi interessati non vogliano apparire degli incatenati
alla poltrona, anche ai fini di una loro eventuale ripresentazione nella
prossima tornata elettorale".
Per Misiti
"la questione pone pure l'esigenza di contemperare due diversi interessi
che non sono però confliggenti: da un lato, c'è l'interesse degli italiani
all'estero a rinnovare i loro organismi per assicurarne la rappresentatività;
dall'altro, c'è l'interesse degli stessi italiani all'estero a che tali
organismi siano funzionali ed adeguati al nuovo quadro politico-costituzionale
derivante dalla presenza in Parlamento dei loro eletti, alcuni dei quali - lo
ricordiamo - hanno proposto la chiusura dei Cgie. Il Movimento per le Autonomie
non è a priori contrario al decreto-legge e, pur muovendo delle critiche
abbastanza serie al testo e anche ai tempi e alle modalità attraverso cui è
stato presentato, vuole comunque contribuire insieme a tutti gli altri gruppi
di arrivare ad un testo condiviso".
Per Evangelisti,
la proroga al 2012 "appare francamente troppo dilazionato". "La
relazione non fa sufficiente chiarezza circa la reale necessità di indicare
tale data. Il Governo si è solo giustificato ritenendo che la tempistica
necessaria per giungere all'approvazione della riforma avviata al Senato non
consentirebbe di assicurare in tempo utile l'espletamento degli adempimenti
elettorali. Il gruppo dell'Italia dei Valori – ha ricordato – aveva presentato
in Commissione un emendamento, che riproporremo anche in Aula, con lo scopo di
anticipare ragionevolmente la data entro la quale provvedere al rinnovo dei
citati organismi, entro il 30 giugno 2011. Comunque, siccome ho sentito
preannunciare un emendamento che addirittura propone la soppressione di questo
articolo 2, posso sin d'ora anticipare che noi voteremo favorevolmente anche
con riferimento a questa ipotesi soppressiva". Questo perché con la
proroga "si rischia la delegittimazione degli eletti, mentre tali
organismi contribuiscono fortemente a garantire un efficace raccordo tra il
Paese e le comunità degli italiani all'estero, atteso che sul Consiglio
generale degli italiani all'estero sono stati già da tempo depositati progetti
di legge in senso abrogativo dello stesso". Osservato che "il testo
unificato adottato dal Senato può apparire assai distante da tali proposte di
legge e questo non depone certo a favore di una sua approvazione in tempi
rapidi", Evangelisti ha citato le spese per il rinnovo di Comites e Cgie -
6 milioni di euro per i primi e a un milione di euro per il secondo – in merito
alle quali "la Commissione bilancio ha fatto presente che andrebbe
chiarito se il mancato rispetto delle scadenze temporali previste dalla
disciplina vigente per il rinnovo di questi organismi possa alterare le
previsioni già incorporate nei tendenziali di spesa "tenuto conto che per
effetto della norma in esame lo stanziamento del 2010 rimarrebbe
presumibilmente inutilizzato, mentre occorrerebbe disporre di idonee risorse
finanziarie per gli anni successivi, in ragione della possibilità di svolgere
le elezioni per il rinnovo nel 2011 o nel 2012"".
Per Baldelli (Pdl)
l’articolo 2 è "oggettivamente condivisibile e ragionevole": proprio
"un atteggiamento di ragionevolezza per un verso e di prudenza per un
altro hanno suggerito al Governo di prorogarne ulteriormente l'elezione, in
forza del fatto che ci si potrebbe trovare nella condizione di una concomitanza
tra tali elezioni e l'approvazione di progetti di riforma dei meccanismi
elettivi, progetti che sono in itinere e stanno prendendo sempre più forma,
visto il percorso ormai già avviato e in sede di maturazione nell'altro ramo
del Parlamento, cioè al Senato". È ancora la "ragionevolezza"
che, per Baldelli, "impone una conversione rapida" del decreto.
Preso atto dal
presidente Fini che il Governo, rappresentato oggi in Aula dal sottosegretario
Ravetto, ha rinunciato ad ogni replica, il dibattito è stato rinviato ad altra
seduta. (aise 24)
Il Comites di Norimberga favorevole ad una agenzia consolare
Pubblichiamo il
comunicato del presidente del Comites di Norimberga sulla chiusura del
Consolato
In seguito
all’annuncio da parte italiana della chiusura del Consolato d’Italia in
Norimberga, il Com.It.Es. ed altre associazioni italiane della Franconia hanno
preso contatto con le forze politiche e la stampa locali per sensibilizzare
l’opinione pubblica tedesca e le sfere politiche decisionali.
Sembra infatti
assurdo a questo Comitato che gli sforzi congiunti dei rappresentanti della
collettività italiana della Franconia, del Ministero degli Affari Esteri
italiano, così come dei parlamentari italiani per la circoscrizione estera e
dei politici tedeschi della Franconia, vengano resi vani da incomprensioni
superficiali tra le due controparti.
Il Com.It.Es. di
Norimberga ci tiene a sottolineare che la risposta da parte delle forze
politiche e della stampa tedesche sono state spontanee ed immediate.
Con estrema
soddisfazione si è preso atto delle lettere inviate in data 18.05.2010,
rispettivamente dal Borgomastro di Norimberga Dr. Ulrich Maly e dal Deputato
Federale Michael Frieser (CSU), al Ministro degli Affari Esteri Dr. Guido
Westerwelle per perorare la causa della trasformazione del Consolato di
Norimberga in un’Agenzia Consolare.
Il Borgomastro di
Norimberga Dr. Maly afferma, tra l’altro; che “Proprio in tempi di crisi come quelli
attuali, i paesi dell’UE devono smantellare tutti gli ostacoli burocratici che
non sono favorevoli alla stabilità dell’UE. In questo caso ci si sta
comportando nel modo opposto”.
Ed ancora, rivolto
al Ministro Westerwelle: “Spero che i mieri sforzi dello scorso anno presso i
partner italiani non siano stati inutili e che Lei acconsenta all’istituzione
di un’agenzia consolare.”
Il Deputato
Federale Michael Frieser ribadisce invece: “Continuerò ad adoperarmi per il
mantenimento di un punto di riferimento centrale per i cittadini italiani della
regione. Dopo che, evidentemente, si è riusciti a convincere le autorità
italiane della necessità di una rappresentanza, la soluzione raggiunta non deve
fallire a causa della controparte tedesca.”
Giovanni Ardizzone,
Presidente Com.It.Es. Norimberga
Almalatina conquista Stoccarda
Il settetto
incanta il pubblico italo-tedesco stoccardese. La sobrietà vocale di Maria
Ausilia D’Antona e la magistrale esecuzione di celebri brani napoletani hanno
strappato applausi a scena aperta. Il programma del concerto, promosso dal
nostro Consolato e Istituto italiano di cultura, ha abbracciato gran parte del
vasto repertorio di musica napoletana dalle villanelle seicentesche, alle
tarantelle popolari, fino ai classici del Novecento.
Come esordio in
terra tedesca, non c’è proprio male. La sala-concerto della Stadtbibliothek era
stracolma. Italiani e tedeschi sono accorsi per godersi oltre due ore di musica
napoletana. La mediterraneità è emersa dalla calda e sensuale voce di Maria
Ausilia D’Antona, accompagnata da grandi mandolinisti come Emanuele Buzi,
docente di mandolino a Palermo, e Sergio Trojse, coordinatore del gruppo.
Almalatina
annovera anche altri due valenti mandolinisti: Emanuele e Valdimiro Buzi,
nipoti d’arte perché il loro nonno materno, il Maestro Giuseppe Anedda, è stato
senza dubbio il più grande mandolinista di tutti i tempi.
Quasi tre lustri
fa, il gruppo ha curato per l’Università di Napoli gli interventi musicali di
un seminario intitolato “Napoli Nobilissima”, dedicato alla valorizzazione
della Cultura Partenopea.
Nel 1997 il
settetto, che è stato ospite anche di numerose rassegne musicali in Italia e
all’estero, è stato premiato dal “Foyer des Artistes” presso l’ateneo romano La
Sapienza.
Recentemente il
gruppo ha prodotto un cd sui cui è condensato il proprio lavoro di ricerca
storica e musicale di varie epoche: dal 1500 alla prima metà del ‘900.
Altri particolari
e alcuni esempi di grande bravura interpretativa sono contenuti nel servizio
audio. Per ascoltare, basta cliccare
su http://www.swr.de/international/it/-/id=233350/did=6429654/pv=mplayer/vv=popup/nid=233350/gc6gf6/index.html
Tony Màzzaro, SWR
International/Sezione italiana (de.it.press)
A Füssen e ad Augsburg la mostra regionale “Bayern – Italien”
L’Istituto
Italiano di Cultura di Monaco di Baviera ha il piacere di annunciare la mostra
regionale “Bayern – Italien”, che ha luogo a Füssen presso l’ex Monastero benedettino
di St. Mang e ad Augusta presso il Maximilianmuseum ed il Bayerisches Textil-
und Industriemuseum. Le esposizioni sono visitabili sino a domenica 10 ottobre
2010.
La mostra è
organizzata dalla Haus der Bayerischen Geschichte, dalla città di Augusta e dal
Bayerisches Textil- und Industriemuseum di Augusta, in collaborazione con
l’Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera, con il patrocinio del
Governatore della Baviera Horst Seehofer.
La mostra
regionale “Bayern – Italien” si delinea come un percorso nella lunga storia che
unisce la Baviera e l’Italia. Sotto il titolo Imperatori, culto e Casanova sono
esposte nell’ex Monastero di St. Mang a Füssen le testimonianze dei contatti
tra l’Italia e la Baviera dall’antichità fino ai primordi del XIX secolo. La
sezione del Maximilianmuseum, intitolata L’arte in italiano e in tedesco, mette
in luce gli influssi dell’arte italiana su quella tedesca e viceversa
attraverso opere di artisti come Tiziano, Dürer e Holbein il Vecchio. Per
finire, la storia della mostra continua sino ai giorni nostri presso il
Bayerisches Textil- und Industriemuseum: la sezione Nostalgia, spiagge e Dolce
vita mette in luce le relazioni tra Baviera e Italia a partire dal XIX secolo. Si
tratteranno anche le esperienze negative collegate ai due conflitti mondiali,
ma al centro della mostra ci saranno gli influssi italiani in Baviera, che
hanno influenzato la vita di tutti i giorni e le mentalità, nella maggioranza
dei casi assai positivamente. Il leitmotiv di questa parte della mostra è la
parola Sehnsucht, cioè la nostalgia ed il desiderio di bellezza, di sole, di
mare e di uno stile di vita mediterraneo.
Per informazioni:
Istituto Italiano di Cultura ,
Hermann-Schmid-Straße 8, 80336 München Tel.: +49-(0)89 / 74 63 21-28 Fax: +49-(0)89 / 74 63 21-30
e-mail:
culturale.iicmonaco@esteri.it, homepage: www.iicmonaco.esteri.it
(de.it.press)
Musica classica italiana a Stoccarda
A Stoccarda si
segnalano questa settimana due importanti appuntamenti con la musica classica
italiana proposti dall’Istituto Italiano di Cultura.
Lunedì 24 maggio
si è svolto nella Gnadenkirche (Chiesa della Grazia) di Stoccarda-Heumaden un
particolarissimo concerto di musica contemporanea per flauto traverso e organo
intitolato “Cultura orientale e occidentale nella musica contemporanea:
convergenze di pensiero e spiritualità tra tradizione e sperimentazione”.
Valerio Fasoli
(flauto traverso), Marco Bidin (organo) e Sayaka Toyama (organo) si sono
esibiti in un orginale programma di brani di importanti compositori italiani
quali Respighi, Berio e Stroppa, messi in relazione sia a autori asiatici che a
compositori d’avanguardia occidentali come John Cage. Accanto alla musica è
stata proposta la lettura di testi sul tema "Passione – Pasqua –
Pentecoste".
Più tradizionale,
ma ugualmente affascinante, il programma del concerto previsto per lunedì 31
maggio, nell’ambito dei festeggiamenti in occasione della Festa della
Repubblica, negli spazi storici della Biblioteca Comunale di Stoccarda. Lucia
Gaeta (soprano), Nino Mennella (tenore) e Giovanni Marro (pianoforte), artisti
del Teatro San Carlo di Napoli, eseguiranno con maestria uno straordinario
repertorio di canzoni napoletano e di duetti tratti dalle più note opere di
Giuseppe Verdi e Giacomo Puccini. De.it.press
Iniziativa a favore dell’editoria online dedicata agli italiani all’estero
Lettera aperta al
sottosegretario Paolo Bonaiuti del sen. Fantetti (Pdl) . La missiva,
sottoscritta dal sen. Giordano e dall’on. Di Biagio, è stata inviata a tutti i
parlamentari eletti all’estero, chiedendo la loro adesione
ROMA - Il sen.
Raffaele Fantetti, eletto con il Pdl dagli italiani in Europa, in una lettera
aperta al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Paolo Bonaiuti chiede
al Governo più attenzione nei confronti di chi fa informazione dedicata agli
italiani all'estero attraverso il web. La lettera aperta, sottoscritta dal sen.
Basilio Giordano e dall'on. Aldo Di Biagio, è stata inviata anche a tutti i
parlamentari eletti all'estero, chiedendo anche a loro di sottoscriverla.
Nella missiva a Bonaiuti si fa riferimento al
mancato recupero di cinque milioni di euro a favore dell'editoria italiana
all'estero e si propone al sottosegretario “qualcosa che forse potrebbe
attutire, almeno in parte, il duro colpo sferrato all'informazione italiana nel
mondo, la sola che assicuri un flusso continuo e costante di informazioni fra i
nostri connazionali all'estero, l'Italia e viceversa”.
“Gli italiani nel mondo non hanno, come in
Italia – si fa presente - un'edicola ad ogni angolo della strada; non hanno le
tantissime radio che ascoltiamo qui in Italia e non hanno le decine di canali
di news italiane a disposizione; ma hanno internet. E proprio – prosegue la
missiva - attraverso il web, che ormai è certamente il canale d'informazione
preferito dagli italiani all'estero, si informano riguardo la politica ad essi
dedicata e mantengono i rapporti con la madrepatria. Informarsi su internet è
comodo (si può leggere la propria testata online preferita direttamente sul pc
di casa o addirittura, ormai, sul telefono cellulare, ovunque; è economico (la
notizia che corre sul web è gratuita, non costa nulla a chi legge): è ecologico
(internet non sporca, non ha bisogno di consumare tonnellate di carta per fare
arrivare le news agli utenti, e quindi non contribuisce alla deforestizzazione
del pianeta); è in tempo reale (l'informazione su internet è disponibile 24 ore
su 24, 365 giorni all'anno, sempre); è multimediale. E questo ultimo aspetto,
quello della multimedialità, è particolarmente interessante: con lo stesso
strumento, il computer, e un accesso a internet, si riesce a consultare la
propria testata online preferita (anche la maggior parte di quelle cartacee
ormai è in rete), ma allo stesso tempo si può usare il pc come una televisione,
e quindi vedere i video in streaming e, per esempio, guardare in ogni momento
il proprio telegiornale preferito. Con un semplice clic”.
“Il Governo, costretto dalle congiunture
economiche finanziarie, ha dovuto ridurre i contributi all'informazione su
carta” e con questa lettera si chiede al sottosegretario Bonaiuti, di
“sensibilizzare l'Esecutivo a prevedere un sostegno concreto all'editoria online
attiva sulle tematiche relative agli Italiani nel mondo”. “Al riguardo,
guardiamo con fiducia ai prossimi Stati Generali dell'Editoria ed, in
particolare, alla regolamentazione che il Dipartimento da Lei presieduto
ufficializzerà a breve circa i migliori criteri di identificazione/valutazione
della meritorietà delle iniziative editoriali online”.
“Internet è fondamentale per gli Italiani
all'estero, ma fino ad oggi questo strumento è stato di fatto totalmente
trascurato, ignorato”. “Come rappresentanti degli Italiani nel mondo in
Parlamento, invece, saremmo lieti di sostenere con forza una decisione del
Governo che vada, appunto, verso la direzione di un contributo concreto a chi
fa informazione in rete” conclude la missiva di Fantetti sottoscritta da
Giordano e Di Biagio, che auspicano un “pronto riscontro” da parte del
sottosegretario Bonaiuti . (Inform)
Milano/Monaco di Baviera. Marinella Colombo vince la sua battaglia
La Corte di
cassazione di Milano ha pubblicato la sentenza che annulla la sentenza del
Tribunale dei Minori di Milano, secondo la quale si ordinava il rimpatrio in
Germania dei figli di Marinella Colombo. Questo dovrebbe porre fine alla
vicenda di Marinella Colombo e dei suoi figli, Nicolò e Leonardo.
Il caso Colombo,
venuto alla ribalta nazionale dopo la segnalazione uscita da questo giornale,
ha colpito molto l’opinione pubblica italiana. Come i lettori di questo
giornale ricorderanno, Marinella Colombo era scomparsa dal capoluogo
lombardo dopo che il Tribunale dei Minori di Milano aveva raccolto
l’appello dello Jugendamt tedesco ed aveva ordinato il rimpatrio dei figli in
Germania, affinché soggiornassero presso il padre tedesco: Jörg Ritter, di
Monaco di Baviera.
Oggi la nuova
sentenza che annulla la precedente apre un grande spiraglio per Marinella
Colombo e per i suoi figli, che dovrebbero riuscire a sostenere gli esami
scolastici.
Nuova nella
vicenda è, a quanto pare, il fatto che, nella prima sentenza del Tribunale dei
minori di Milano, alcuni documenti fatti pervenire dallo Jugendamt vennero
tradotti malamente. Da qui l’ordine di rimpatrio in Germania per Leonardo e
Nicolò. Ciò nonstante un accordo che si era avuto precedentemente tra i due
coniugi per permettere a madre e figli di vivere in Italia. Inoltre, a quanto
sembra, il padre dei ragazzi non aveva alcun diritto a chiedere il
rimpatrio; aveva semplicemente un diritto di visita che non gli è stato mai
negato. Infine, sempre stando alla sentenza, i figli non sono mai stati ascoltati,
e questo sarebbe contrario alle disposizioni. I due ragazzi quindi sono attesi
a Milano. Sono già stati iscritti alla vecchia scuola dove, come si diceva,
sosterranno gli esami da privatisti, preparati in questo dalla madre secondo il
programma didattico italiano.
Marinella Colombo
invece dovrà sostenere un'accusa per avere portato i bambini fuori dall’Italia.
Tuttavia, secondo il suo avvocato, Laura Cossar, dello studio milanese
Bocchino-Cossar, la Colombo avrebbe buone probabilità di vincere la sua causa,
vista che è caduta l’accusa di illegittimità del rimpatrio. Secondo l’avvocato
Cossar difficilmente un tribunale italiano potrà darle torto. Alfeo Quaranta,
CdI
Il PD si mobilita per la manifestazione di Comites e Cgie del 29 maggio a
Francoforte
"Nei giorni
scorsi la Commissione Esteri della Camera ha votato un Decreto che contiene il
rinvio delle elezioni per il rinnovo dei Comites (e dunque del CGIE) di altri
due anni. Dico di altri due perché già lo scorso anno le elezioni erano state
rinviate. Se il Decreto andrà in porto il mandato di cinque anni dato dai
cittadini ai consiglieri di Comites e CGIE durerà ben otto (quasi il
doppio)". Inizia così l’articolo che Eugenio Marino, responsabile italiani
nel mondo del Pd ha scritto per "La gente d’Italia", quotidiano delle
Americhe diretto da Mimmo Porpiglia, che lo ha pubblicato nell’edizione di
venerdì scorso.
"La cosa
sorprendente è che, nella relazione del Governo per giustificare il rinvio, si
parla della necessità di rinviare le elezioni per approvare proprio la riforma
dei Comites. La stessa motivazione data dallo stesso Governo Berlusconi nella
legislatura 2001-2005, quando anche allora rinviò di due anni (e sono già tre
volte) le elezioni, con lo stesso motivo di oggi (la riforma poi si fece –
condivisa anche dall’allora minoranza – proprio in virtù dell’introduzione del
voto e della rappresentanza dei cittadini italiani all’estero).
Delle due, quindi,
l’una: o la volta scorsa si fece una riforma che doveva tener conto di qualcosa
di cui poi non si è realmente tenuto conto (quindi l’allora Governo Berlusconi
ha fallito) oppure oggi si racconta una falsità (e non sarebbe la prima).
Inoltre nel Decreto è spiegato che "da un’accurata analisi della
successione degli atti e dei relativi termini risulta che tali elezioni
richiedono un complesso meccanismo organizzativo – da avviare entro i primi
mesi del 2010 – derivante dall’impatto della regolamentazione e dal contesto
normativo e operativo nel quale le elezioni dovrebbero avere luogo. Il termine,
pertanto, deve necessariamente essere ulteriormente prorogato".
Rileggiamo bene:
"Un complesso meccanismo", dunque, "da avviare entro i primi
mesi del 2010". Già. Andava avviato a inizio anno. Non lo si è fatto,
quindi il "termine deve necessariamente essere prorogato". Domanda:
ma chi e perché non ha avviato questo meccanismo? Gli stessi che ora propongono
il Decreto. Quindi per colpa di inettitudine del Sottosegretario Mantica oggi
pagano tutti gli altri? E poi, suvvia, indicendo le elezioni entro il mese di
giugno ci sarebbero i tempi per farle entro la fine del 2010, data stabilita
dal Decreto dello stesso Governo Berlusconi dello scorso anno. Quindi si
raccontano falsità per nascondere contraddizioni politiche e disegni
riformatori fallimentari che si vuole imporre con ricatti perché non condivisi.
Per questo, dunque, il Gruppo del PD in Commissione Esteri ha presentato degli
emendamenti soppressivi dell’articolo 2 che vuole il rinvio. Emendamenti
firmati dal Vice Presidente della Camera, Bindi – che aveva raccolto al CGIE le
preoccupazioni espresse dall’Assemblea in merito al rinvio delle elezioni – e
da tutti i parlamentari del PD eletti all’estero. Un atto di serietà politica e
di coerenza istituzionale, quello della Bindi e dei deputati del PD, non raccolto
dalla maggioranza.
Ma noi non
demorderemo. Per questo, infatti, e non solo per questo, il PD si mobiliterà e
sarà il 28 e il 29 maggio a Francoforte al fianco di Comites, CGIE e
associazioni per sostenere il loro appello per il rafforzamento degli interventi
pubblici a sostegno delle nostre comunità oltre confine, il reintegro delle
risorse per la stampa italiana all’estero, il mantenimento di adeguati e
opportuni livelli di presenza ed efficienza dei servizi consolari e il rinnovo
dei Comites entro l’anno". (aise)
Camera. In Commissione Esteri audizione del segretario generale del MAE
Giampiero Massolo
L'Italia vuole
"ottenere un ruolo nella cabina di regia" del nuovo Servizio
diplomatico della Comunità europea
ROMA - L'Italia vuole "ottenere un ruolo
nella cabina di regia" del Servizio europeo per l'azione esterna (SEAE)
quando questa sarà pienamente costituita. Lo ha affermato il segretario
generale del MAE Giampiero Massolo, nel corso di una audizione alla Commissione
Esteri della Camera. L'Italia, ha specificato, "è importante per ciò che
rappresenta e per l'impegno e la convinzione con cui appoggia l'Unione
europea". E grazie al "valore aggiunto" che porta, deve poter
dare "un contributo utile nel gruppo di testa" del SEAE.
Massolo ha parlato di una sorta di
"board" costituito da sette o otto posizioni di rilievo nel quale
l'Italia potrebbe aspirare, per esempio, al ruolo di vice segretario generale.
Il nuovo Servizio diplomatico europeo, ha poi
aggiunto, non deve nascere come "un carrozzone che rappresenti un aggravio
per il contribuente". Il rischio è che "sia l'organo che sviluppi la
funzione e non la funzione che sviluppi l'organo", e cioè che si
costituisca e diventi operativo senza che dietro ci sia una solida e incisiva
politica estera dell'Unione. "Il rimedio", ha sottolineato, "sta
nella volontà politica degli Stati".
Massolo ha quindi spiegato che il Servizio ha
due dimensioni. Quella "istituzionale" e cioè di
"contenitore", di "hardware", che si occupa di procedure,
sarà affidata alla Direzione Generale per l'Unione europea del MAE. La
dimensione relativa al "software", ai "singoli dossier",
che riguardano per esempio la sicurezza internazionale, sarà di competenza
della Direzione Generale per gli Affari politici e di sicurezza.
Per quanto riguarda le risorse finanziarie
del MAE, Massolo ha detto: "E' determinante che la manovra economica non
tolga quello che è stato faticosamente concesso", perché "oltre un
certo limite non possiamo che ricorrere a un ridimensionamento delle nostre
ambizioni". (Inform)
Italia-Usa. Napolitano alla Casa Bianca in primo piano la crisi economica
Il presidente a
colloquio per circa 50 minuti con Obama. Ribadito il "ruolo primario"
delle relazioni transatlantiche. Non si è parlato di intercettazioni. Frattini:
"In Italia altri due terroristi da Guantanamo"
WASHINGTON - Un
incontro "molto cordiale". Non sfugge al protocollo la prima nota che
arriva da Washington al termine del colloquio fra il presidente della Repubblica
Giorgio Napolitano e il presidente americano Barack Obama. I due si sono
intrattenuti alla Casa Bianca per circa cinquanta minuti e il capo dello Stato
ha invitato il leader Usa a partecipare a una delle celebrazioni per i 150 anni
dell'unità d'Italia. All'incontro hanno partecipato anche il ministro degli
Esteri Franco Frattini, l'ambasciatore d'Italia a Washington Giulio Terzi e
altri membri delle rispettive delegazioni. E proprio durante la visita a
Washington il titolare della Farnesina ha annunciato che l'Italia accoglierà
altri due terroristi già detenuti della base di Guantanamo.
L'euro e i
mercati. Un colloquio di lavoro, chiuso ai media, che ha visto al centro
dell'agenda i temi economici, a cominciare dalle fibrillazioni dei mercati e dalle
difficoltà dell'euro seguite "molto attentamente"
dall'amministrazione americana. Riferendo ai giornalisti sull'incontro,
Napolitano ha poi affermato: "L'Europa sta vivendo una crisi seria
ma l'euro non è a rischio e tantomeno lo è la costruzione europea a patto che
ci sia un balzo in avanti sull'integrazione". Quello che è fuori
discussione, ha proseguito il presidente della Repubblica, è che ora
"serve più disciplina fiscale, un più efficace coordinamento delle
politiche economiche e fiscali, più politiche comuni sull'energia e
sull'ambiente e Obama si è detto d'accordo su tutti questi punti. Da parte sua
c'è pieno sostegno alle iniziative contro la crisi economica che si stanno
portando avanti in Europa".
"Servono
sacrifici". Napolitano era già stato ospite alla Casa Bianca due anni fa,
in occasione della visita di Stato a Washington e New York. All'epoca era
stato ricevuto da George W. Bush. Quella di oggi, fuori dall'ufficialità delle
visite di Stato, ha rappresentato proprio un'opportunità per scambiarsi
opinioni a partire dalle criticità dell'economia. Gli Stati Uniti seguono non
solo con attenzione ma anche con preoccupazione le difficoltà dell'Europa e
certo è necessario "fare sacrifici", aveva già ricordato, al suo
arrivo negli Usa, Napolitano, per "risanare i bilanci pubblici". Ma
sacrifici il più possibile "equamente distribuiti tra la
popolazione".
"Ue, partner
fondamentale per gli Usa". Napolitano ha detto a Obama che l'Italia vuole
agire affinché l'Unione europea, "più unita e integrata", sia sempre
più un partner fondamentale per gli Usa. "Il presidente Obama ha
manifestato l'interesse degli Stati Uniti che ci sia un Ue sempre più unita e
assertiva", ha detto il capo dello Stato dopo l'incontro.
I rapporti
transatlantici. "Le relazioni transatlantiche - ha affermato
Napolitano nella conferenza stampa con i giornalisti italiani - sono una pietra
miliare" per l'italia come per l'Europa ma non possono essere l'unica
dimensione della politica estera. Il presidente ha sottolineato che il rapporto
privilegiato tra Italia e Stati Uniti non è in discussione, così come non è in
questione quello con l'Ue ma, avverte, "dobbiamo stare attenti noi europei
a non farci prendere da una sorta di gelosia perché questo presidente americano
sembra ed è molto più aperto allo sviluppo di rapporti con nuovi protagonisti
della scena mondiale". Non c'è, dunque, il declino dei rapporti
transatlantici temuto da qualcuno? "Non c'è nulla di tutto questo -
precisa Napolitano - come ha spiegato anche il presidente americano".
Obama ha espresso
"apprezzamento per l'impegno italiano in Afghanistan che salirà a 4.000
unità", ha sottolineato il presidente della Repubblica precisando che ha
anche "rammentato i nosti caduti" dello scorso 17 maggio. Napolitano
ha quindi ribadito che l'impegno italiano "non è in discssione".
Durante il
colloquio non è stata invece affrontata la questione del ddl sulle
intercettazioni, che nei giorni scorsi era stato criticato dal dipartimento
alla Giustizia americano 1: "No, non se ne è assolutamente parlato",
ha risposto Napolitano ai giornalisti.
Frattini: "In
Italia altri due terroristi da Guantanamo". Frattini ha annunciato che l'Italia
sta individuando altri due nomi di terroristi che, da Guantanamo, verranno
accolti nel nostro Paese. Nel corso dell'incontro con il consigliere per la
sicurezza nazionale James Jones, il titolare della Farnesina ha detto che
"abbiamo identificato altri due nomi, gli esperti del Viminale li stanno
valutando ed io mi sono espresso in termini positivi". Da Washinton, ha
aggiunto, "c'era stato chiesto alcune settimane fa e noi abbiamo dato la
disponibilità". Per quanto riguarda i tempi, Frattini ha spiegato che è
"prematuro parlarne perché bisogna sapere quando le autorità li renderanno
disponibili". LR 26
L'Ue promuove la manovra italiana. «Gli sforzi nella buona direzione»
Tremonti : «Salva
la coesione sociale». Standard & Poor's: «Ok taglio spesa, conti più
sostenibili» - Il ministro dell'economia al forum Ocse: «questa crisi tornante
della storia»
MILANO - In Italia
sarà illustrata alla stampa solo nel tardo pomeriggio, ma da Bruxelles arriva
il primo ok alla manovra italiana, varata martedì dal Consiglio dei ministri.
Gli sforzi dell'Italia «vanno della buona direzione» ha detto il presidente
della Commissione Ue Josè Manuel Barroso, posticipando comunque un«'analisi
dettaglia» degli interventi decisi. Intervenuto in mattinata al forum dell'Ocse
a Prigi, anche il ministro dell'Economia Giulio Tremonti ha inevitabilmente
commentato il via libera al provvedimento da 24 miliardi di euro. «L'Italia ha
fatto una scelta molto chiara, quella di salvaguardare i livelli di stato
sociale e di operare forti riduzioni di spesa dei governi centrale, regionale e
locale» ha detto il ministro, insistendo a più riprese sulla necessità di
«salvaguardare la coesione sociale». Positivo giudizio sulla manovra italiana
anche da parte di Standard & Poor's, che considera il provvedimento un
«sostegno» all'attuale rating del Paese. Secondo Trevor Cullinan, un analista
dell'agenzia, «le misure, che mettono le finanze pubbliche su un binario più
sostenibile e aiutano a realizzare l'atteso netto calo della spesa primaria in
percentuale del Pil, daranno sostegno ai rating della Repubblica italiana»
attualmente pari ad A+ con prospettive stabili sul lungo termine.
PD E IDV - In
attesa che Berlusconi e Tremonti illustrino il contenuto della manovra (con
ogni probabilità la conferenza stampa si terrà alle 18) il Pd è tornato a
esprimere le sue perplessità sul testo approvato dall'esecutivo. Il giudizio
rimane negativo, ha fatto sapere lo stato maggiore dei democratici. Intanto,
Enrico Letta, vicesegretario del partito, ha riunito i capigruppo del partito,
i responsabili economici in Parlamento e i responsabili del partito per un
primo esame delle misure emerse, esame che sarà approfondito dopo la conferenza
stampa del premier. Più netto e critico il giudizio dell'Italia dei Valori:
Antonio Di Pietro, che torna a chiedere le dimissioni dell'esecutivo, parla di
manovra a misura della «cricca» e che colpisce i soliti noti, i «più deboli».
«CRISI TORNANTE
DELLA STORIA» - Per Tremonti la crisi economica attuale rappresenta «un
tornante della storia» più che una «congiuntura economica». «L'intensità dei
fenomeni che vediamo è storica e sta modificando la predisposizione
dell'esistenza, dell'economia e della politica» ha aggiunto il ministro
dell'Economia. Al forum Ocse, Tremonti ha spiegato anche che il futuro dopo la
crisi deve essere costruito su due pilastri quello «tecnico» e tecnologico, ma
anche quello «giuridico». «I grandi cicli dell'economia - ha chiarito il
ministro - sono sempre stati legati alla tecnologia, dalla macchina a vapore al
motore a scoppio, dai computer all'intelligenza artificiale». Ma i passi avanti
della tecnologia, ha proseguito, non bastano se non vengono corretti gli
«squilibri» in termini di regole.
FINI - Sulla
manovra, e più in generale sulla crisi, è tornato a intervenire anche il
presidente della Camera Gianfranco Fini. «In questo difficile quadro» sostiene
il leader di Montecitorio, «continuano a pesare i nostri ritardi cronici
rappresentati soprattutto dall'incapacità di selezionare adeguatamente, nel
rigoroso rispetto dei vincoli di bilancio, quegli interventi pubblici necessari
per la soluzione dei nodi strutturali che affliggono ancora moltissime aree
territoriali del nostro Paese, e, in particolar modo, del Mezzogiorno
d'Italia». CdS 26
Intercettazioni subito in aula. Il Pd: azioni durissime
Le intercettazioni
andranno in aula in Senato il 31 maggio. Questa la decisione presa ieri dai
capigruppo della maggioranza, che hanno forzato la mano e preteso la
calendarizzazione del ddl Alfano. In aula andrà il testo partorito nella notte
tra lunedì e martedì, condito da alcuni emendamenti del centrodestra tesi a
smorzare i divieti di pubblicazione e le pene per gli editori, cercando di
nascondere quella che ormai anche nel Pdl chiamano apertamente «figuraccia» e
«suicidio politico». Il copyright è del deputato Giancarlo Lehner che spiega:
«Agli albori del famigerato ddl spiegai, invano, che nessun governo al mondo
poteva mettersi contro l’intera informazione...».
IL PD PENSA
ALL’OCCUPAZIONE - Le opposizioni hanno fatto muro davanti all’ipotesi di andare
in aula il 31 maggio e hanno votato contro. La parola definitiva sul calendario
ora passa all’aula, dove il Pd è pronto anche ad iniziative clamorose di
protesta. Ieri in una riunione del gruppo, Anna Finocchiaro ha proposto la
linea durissima («Vogliono trasformare il Senato nel luogo di ratifica di
qualunque porcata! È una follia»), e ha ottenuto il mandato per arrivare anche
ad una «occupazione», ancorché «simbolica», dell’aula di palazzo Madama.
Proposta che ha fatto rabbrividire Vannino Chiti e l’ex presidente Franco
Marini («Non sono iniziative consone a un grande partito come il nostro...») e
che ha provocato il voto in dissenso di una decina di senatori, tra cui
Morando, Ceccanti, Tonini, Magda Negri, Lusi, Baio Dossi. Bersani dalla Cina è
nettissimo: «Una legge mai vista in Occidente, una stretta inconcepibile per la
democrazia».
La battaglia era
pronta per ieri pomeriggio. Poi lo stesso Pd ha chiesto di anticipare la
discussione sul decreto salva Grecia, attendendosi una risposta negativa di
Schifani. E invece il presidente, sempre più preso dal suo ruolo di mediatore
(ieri ha anche rassicurato il segretario della Fnsi Franco Siddi, «dal Senato
non uscirà un bavaglio»), ha detto sì, ricevendo il via libera anche da
Gasparri e dai leghisti. Una mossa che ha spiazzato i democratici. Tutto
rinviato a stamattina, dunque. I senatori Pd interverranno a raffica per
contestare il calendario. Non si esclude che scatti anche l’occupazione. Di Pietro
dice no a qualsiasi modifica: «È criminogeno, non si può emendare». E lancia
minacce al Colle: «Staremo molto attenti, Napolitano tenga la schiena dritta».
IPOTESI FIDUCIA - Pd
e Idv sono convinti che la maggioranza voglia porre la fiducia, forse già lunedì.
«Il ministro Vito non lo ha escluso», spiega la Finocchiaro. «Dipende dalle
opposizioni, se ci sommergono di emendamenti sarà inevitabile», dice Filippo
Berselli (Pdl). Il relatore Centaro, scaricato da Alfano che ha preso le
distanze dal suo lavoro in Senato che ha reso il ddl sempre più bavaglio, si
irrita: «Fiducia? Dovete chiedere al governo». Per ora la maggioranza lavora a
un pacchetto di emendamenti: ieri pomeriggio mini-vertice con Alfano, Gasparri,
Il leghista Bricolo, Centaro. La strategia è questa: un pacchetto di
emendamenti da portare in aula, a partire dal ritorno alla possibilità di
pubblicare gli atti di inchiesta «per riassunto» e da una sforbiciata alle
multe per gli editori (la pena minima passerebbe dagli attuali 64mila a 13mila
euro). L’obiettivo è garantire un ritorno indolore alla Camera, dove il governo
teme le imboscate dei finiani. Andrea Carugati L’U 26
L’analisi. Se il cittadino si ribella
Quale che sia
l'esito parlamentare dell'infausto provvedimento sulle intercettazioni, un
rilevante successo la campagna di stampa contro la legge-bavaglio l'ha già
raggiunto: e cioè la mobilitazione dell'opinione pubblica, giuristi,
intellettuali, editori, giornalisti, studenti e cittadini comuni, tutti
schierati in difesa della libertà d'informazione, correttamente intesa come
libertà di essere informati e quindi come libertà di informare.
Una confortante
manifestazione di quella società civile, certamente sollecitata dall'impegno dei
giornali e in prima linea del nostro, che spesso viene evocata come in una
seduta spiritica. E che improvvisamente si materializza e si esprime come in un
prodigio. Il post-it incollato sulla bocca di tanti lettori e di tante lettrici
rappresenta ormai il simbolo di questa ribellione popolare, la bandiera di
un'opposizione diffusa che va al di là dei numeri e dei seggi in Parlamento.
Quel foglietto giallo, una delle più grandi "invenzioni minime" del
nostro tempo, diventa così il distintivo di un'opinione pubblica - di destra,
di centro o di sinistra - che si sente espropriata di un suo diritto
fondamentale e perciò reagisce per riappropriarsene. Vogliamo sapere, insomma,
per poter giudicare.
"Un individuo
libero e attento ai suoi bisogni e interessi - scrive Eugenio Scalfari nel suo
ultimo libro Per l'alto mare aperto - sente la necessità di inventarsi lo
Stato, appunto come entità astratta, e la cittadinanza come status di massa,
fondata sull'eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge". Ecco, il cittadino,
lo Stato e il governo. Qui il governo in carica non amministra lo Stato né
difende il cittadino, ma tende piuttosto a imporre una legge autoritaria e
repressiva attraverso cui conculca, viola, calpesta i diritti dei cittadini.
Nella falsa
retorica del regime mediatico, il ministro della Giustizia proclama che la
legge-bavaglio serve a difendere - nell'ordine - la privacy, il diritto di
cronaca e infine la funzione investigativa. Ma si tratta chiaramente di un
artificio, o di un'ipocrisia bella e buona, per occultare lo spirito e la
sostanza di un provvedimento liberticida. È vero infatti che occorre garantire
un equilibrio fra questi tre diritti costituzionali, ma l'ordine semmai
andrebbe invertito o comunque adattato alle circostanze, al caso specifico: la
tutela della legalità, innanzitutto, come superiore interesse collettivo, poi
l'informazione e quindi la riservatezza individuale.
Non c'è dubbio che
abbiamo assistito finora a molti abusi nella gestione delle intercettazioni,
telefoniche e ambientali, all'interno e all'esterno della sfera penale. Da
strumenti d'indagine "straordinari", spesso si sono trasformate in
strumenti "ordinari"; da mezzi di ricerca della prova sono diventate
prove in sé. Ed è fuori discussione che bisogna preservare il singolo cittadino
dalla "gogna mediatica", a maggior ragione quando è incolpevole o
addirittura estraneo alle indagini. Le intercettazioni tuttavia restano
assolutamente necessarie nella lotta al malaffare e alla criminalità
organizzata, tanto più in un Paese come il nostro contagiato da una corruzione
endemica e infiltrato dalla mafia, dalla camorra e dalla 'ndrangheta.
La controriforma
del governo Berlusconi - sulla quale perfino il presidente del Senato, Renato
Schifani, sembra nutrire ora qualche ripensamento - non mira affatto a
correggere e a sanare queste disfunzioni, bensì a colpire l'anello debole della
catena, a punire i giornalisti, a mettere il bavaglio o la museruola alla
libertà di stampa. Più che a contenere i costi per l'organizzazione della giustizia
e a evitare i danni per i terzi incolpevoli, il disegno di legge del ministro
Alfano punta in realtà a ridurre il diritto all'informazione, anzi a negarlo e
mortificarlo. Non sono insomma la tutela del segreto investigativo e la difesa
della privacy i veri obiettivi di questo provvedimento, quanto piuttosto la
protezione della "casta", il blackout sugli scandali di regime, il
controllo dei giornali e dei telegiornali o magari la loro sottomissione al
potere politico.
Nel nostro Codice,
è già scritto del resto che le intercettazioni devono essere usate con la
massima prudenza, solo quando ricorrono gravi indizi di reato e quando sono
"assolutamente indispensabili al fine della prosecuzione delle
indagini". Che cos'altro c'è bisogno di aggiungere, di precisare, di
limitare? Non abbiamo difficoltà a riconoscere, come convengono da fronti
opposti il giudice Carlo Nordio e l'avvocato Giuliano Pisapia nel loro dialogo
editoriale intitolato In attesa di giustizia, che a volte l'uso o l'abuso delle
intercettazioni configura una "incivile violenza" o addirittura
"una barbarie". Più che punire i giornalisti o sanzionare gli editori
di giornali, però, sarebbe opportuno individuare a monte le responsabilità
effettive, impedendo che chi ha l'obbligo istituzionale di tutelare il segreto
investigativo finisca poi per violarlo impunemente.
Proprio in forza
del diritto all'informazione, i giornalisti hanno invece il dovere
professionale e deontologico di divulgare tutte le notizie di cui entrano in
possesso, una volta accertata l'attendibilità della fonte da cui provengono e
verificato l'interesse generale ad apprenderle. Si può anche discutere allora
sulla necessità di un Codice di autoregolamentazione in materia, da definire
magari insieme ai magistrati, per darsi una disciplina migliore, rispettare
ancora di più l'attività giudiziaria e la riservatezza dei cittadini. Ma di
fronte a un interesse superiore della collettività la politica deve fare un
passo indietro e rimettersi eventualmente a un'iniziativa del genere, se non
vuole soffocare la libertà di stampa e quella d'opinione. GIOVANNI VALENTINI
LR 26
Intercettazioni costituzione e buon senso
L’incostituzionalità
di una legge può essere provata solo quando la Consulta ci mette sopra un
timbro.
Prima d'allora è
un semplice sospetto, o in qualche caso un dubbio. Eppure il disegno di legge
sulle intercettazioni è proprio di questo che ha bisogno: un esame urgente di
costituzionalità. Se il Parlamento vi si dedicasse, farebbe certamente meno
danni.
Nel caso di specie
vengono in gioco tre libertà fondamentali: il diritto alla giustizia; il
diritto alla riservatezza; il diritto all'informazione. Qualcuno saprebbe
rinunziare all'uno o all'altro? Nessuno, né tra gli avversari né tra i tifosi
di quest'ultimo provvedimento normativo. Difatti l'esistenza di una macchina
giudiziaria capace di reprimere i delitti garantisce la nostra sicurezza
collettiva: senza legalità saremmo come bestie nella giungla. A sua volta, il
diritto alla privacy ci tutela contro l'invadenza dei poteri pubblici e
privati: senza il dominio sulla nostra sfera intima, senza la possibilità
d'appartarci fra le mura domestiche, saremmo come gli uomini narrati da Orwell,
altrettante marionette del Grande Fratello. Quanto alla libertà d'informazione,
non a caso la Corte Costituzionale - in una celeberrima sentenza del 1969 -
l'ha definita «pietra angolare della democrazia». L'improvvisa sintonia fra
tutti i direttori di giornale contro la stretta sulle intercettazioni può aver
lasciato nei lettori un retrogusto amaro, l'idea d'una reazione difensiva, se
non corporativa. Non è così: il lavoro dei giornalisti è in funzione della
nostra libertà di cittadini. Se non avessimo più accesso alle notizie, tanto
varrebbe confiscarci pure il voto.
Com'è possibile
dunque miscelare questi tre ingredienti senza offendere la Costituzione? Tutto
sommato, basterebbe evitare d'offendere il buon senso. Non serve una laurea in
legge per capire che se in nome della privacy strangolo la legalità e
l'informazione sarò un assassino, non un gendarme dei diritti. È insomma una
questione di misura; o in termini giuridici di bilanciamento, di proporzione
tra il dare e l'avere. D'altronde se mi metto in tasca un sassolino raccolto
nella villa comunale, nessuno mi processerà per furto; ma se comincio a spalare
terra per riempirci un camion, prima o poi arriverà una volante a sirene
spiegate.
Ma non c'è misura
in questa legge, a partire dalle sue stesse dimensioni: 5654 parole nel testo
licenziato dalla Camera, prima che il Senato aggiungesse le proprie
filastrocche. Non c'è misura in questo testo che comincia dalla lettera h-bis)
ed esplode in un trionfo d'avverbi quando enumera le condizioni per rendere
valide le intercettazioni: devono essere «assolutamente» indispensabili sulla
base di esigenze «espressamente e analiticamente» indicate. Non c'è misura nel
trattare la privacy del delinquente abituale alla pari di quella del cittadino
onesto, né nel difendere la riservatezza dei politici, di cui dovremmo sapere
pur qualcosa dato che ci domandano il voto. Non c'è misura in una procedura che
si risolve nella processione del pm prima nello studio del procuratore, poi
dinanzi al tribunale in composizione collegiale, doppia autorizzazione, doppie
carte, tempi al quadrato. Infine non c'è misura - o forse ce n'è troppa - nel
termine di 75 giorni per gli ascolti, anche se il giorno prima hai catturato
per caso la voce di Bin Laden.
Basterà a sanare
queste pecche il recupero del testo approvato dalla Camera, che permetteva la
pubblicazione «per riassunto» delle intercettazioni? Come ha scritto Mario
Calabresi, se ai pm viene sostanzialmente impedito il lavoro d'investigazione,
i giornali non avranno più nulla da riassumere. Del resto non è il solo aspetto
irrazionale della legge. C'è per esempio la metamorfosi dei quotidiani in libri
di storia, giacché l'informazione dettagliata potrà venire pubblicata soltanto
dopo l'udienza preliminare, e quindi dopo vari anni dall'arresto. C'è il
divieto d'intercettare quando l'ascolto è utile, e il permesso quando è
inutile. E c'è in conclusione l'oscuramento del buon senso: vietato
intercettarlo. MICHELE AINIS LS 26
I direttori e le
redazioni dei giornali italiani, con la Federazione Nazionale della Stampa,
denunciano il pericolo del disegno di legge sulle intercettazioni telefoniche
per la libera e completa informazione. Questo testo penalizza e vanifica il
diritto di cronaca, impedendo a giornali e notiziari (new media compresi) di
dare notizie delle inchieste giudiziarie - anche quelle che riguardano la
grande criminalità - fino all'udienza preliminare, cioè per un periodo che in
Italia va dai 3 ai 6 anni e, per alcuni casi, fino a 10. Le norme proposte
violano il diritto fondamentale dei cittadini a conoscere e sapere, cioè ad
essere informati.
E' un diritto
vitale irrinunciabile, da cui dipende il corretto funzionamento del circuito
democratico e a cui corrisponde - molto semplicemente - il dovere dei giornali
di informare. La disciplina all'esame del Senato vulnera i principi
fondamentali in base ai quali la libertà di informazione è garantita e la
giustizia è amministrata in nome del popolo.
I giornalisti
esercitano una funzione, un dovere non comprimibile da atti di censura.
A questo dovere
non verremo meno, indipendentemente da multe, arresti e sanzioni. Ma intanto
fermiamo questa legge, perché la democrazia e l'informazione in Italia non
tollerano alcun bavaglio.
(L’appello
sottoscritto dai direttori delle principali testate giornalistiche italiane)
de.it.press
La doppia sfida del Paese. Il dovere del rigore, il coraggio delle riforme
OGGI, finalmente,
sapremo. Salvo colpi di scena, sempre possibili visti i tormenti della vigilia,
alle 18 è convocato il Consiglio dei ministri con all’ordine del giorno “misure
urgenti per la stabilità finanziaria e la competitività economica”. Sarà dunque
varata quella manovra, a quanto pare da 24 miliardi, correttiva di un andamento
dei conti pubblici che ci espone al rischio di un attacco speculativo ai nostri
titoli di Stato e di pesanti sanzioni da parte dell’Europa, che pare essere una
coperta corta: se accontenta i mercati penalizza gli italiani, o parte di essi,
e viceversa se sarà “buonista” non convincerà gli investitori. Con sullo sfondo
l’attacco alla Grecia già portato a termine e nuove altre incursioni che, se
hanno come vero obiettivo l’euro come è logico pensare, non potranno che
riguardare Spagna e Italia. Attacchi speculativi di cui si sono sentiti gli
echi anche ieri, per fortuna ancora timidi, quando piazza Affari ha per
l’ennesima volta vestito la maglia nera di peggior Borsa europea perdendo un
ulteriore 2,6%. A questo si aggiunga che le premesse politiche del
provvedimento non sono affatto rassicuranti, visto che le “manovre intorno alla
manovra”, consumate fino all’ultimo, hanno badato più agli equilibri interni al
governo e alla maggioranza e persino dentro il Pdl, se è vero che per temperare
il rigore di Tremonti si è persino tentato di ricostituire l’asse
Berlusconi-Fini, fino a ieri considerato definitivamente morto che al merito
delle decisioni da prendere, e le relative responsabilità da assumersi davanti
al Paese e all’Europa.
Dunque, quello che
vedremo fra poche ore sarà un pacchetto di misure frutto di un compromesso, ma
che ragionevolmente dovrà rivelarsi serio e rigoroso quanto basta per ottenere
un via libera di Bruxelles che non potrà più essere di manica larga come nel
passato, e soprattutto sufficientemente convincente da indurre i mercati ad
accoglierlo in modo positivo, o quantomeno senza una punitiva ondate di vendite
al ribasso di azioni e Btp. Ma quali saranno esattamente le voci della manovra?
Le indiscrezioni della vigilia, e di cui questo giornale offre ampia
documentazione, parlano di interventi simbolicamente equitativi, tipo l’aumento
delle aliquote fiscali sui bonus dei manager, o altrettanto simbolicamente
punitivi della “casta”, come i rimborsi elettorali, ma anche di tagli robusti e
di congelamenti degli automatismi agli stipendi dei dipendenti pubblici, di
riduzione da quattro a una delle finestre di uscita dal lavoro verso la
pensione, e di molte altre riduzioni di spesa pubblica. D’altra parte, per
arrivare a risparmi per quasi 50 mila miliardi di vecchie lire ricordiamoci che
la manovra salva-lira di Amato nel 1992 che arrivò ad un prelievo forzoso sui
conti correnti fu di 90 mila miliardi ce ne vogliono di sforbiciate. Ed è bene
che sul tavolo non ci siano né qualunque tipo di condono, né un qualche aumento
della già fin troppo alta pressione fiscale, né infine speriamolo non venga
calcolata con facile abbondanza un recupero di evasione fiscale e di altro tipo
di abusi (si parla molto dell’esplosione del costo delle pensioni di
invalidità, aumentato nell’ultimo decennio da 6 a 16 miliardi) che poi si
rivelerebbe fallace a posteriori. E questo non perché non debbano essere
intensificati i controlli, anzi, ma perché sarebbe bene che una volta per
tutte, e tutti in Europa, usassimo queste voci di bilanci solo a consuntivo.
Tuttavia,
sospendiamo il giudizio sui singoli provvedimenti fino a quando non ne
conosceremo i dettagli definitivi. Quello che qui importa è ricordare al
governo, e a noi stessi, il senso complessivo che dovrebbe avere la manovra.
Primo: dovrà contribuire a salvare l’Italia, e con essa l’euro e l’intera
Eurolandia, e su obiettivi come questi non si possono fare giochini politici da
irresponsabili né si deve temere l’impopolarità. La quale, semmai, deriva
dall’aver taciuto la verità dei fatti per troppo tempo. Secondo: per essere
efficace, la manovra deve dare risposte strutturali ai problemi dell’economia
italiana e della finanza pubblica. Quindi dovrà essere senza sconti per nessuno
ma non recessiva, perché colpire i consumi in questo momento significa tappare
una falla (il deficit corrente) e aprirne un’altra (il Pil che non cresce), e
capace di coniugare l’obiettivo momentaneo con uno più di fondo (per esempio,
intervenire sulla previdenza significa stipulare un patto tra generazioni, cosa
che dovremmo fare comunque, a prescindere dal taglio dei costi). Terzo: per
evitare un intervento che magari lì per lì è efficace ma col tempo rischia di
rivelarsi insufficiente, è bene impostare fin da ora alcuni interventi più
strutturali aggiuntivi. In particolare, sull’aumento dell’età pensionabile e su
una revisione radicale del trasferimento alle Regioni del Servizio sanitario
nazionale, è inutile aspettare che qualcuno ci chiami come ieri hanno fatto con
severità Ue e Fondo monetario con la Grecia, considerato che sulle pensioni
Atene ha preso provvedimenti non più tardi di due settimane fa per imporci ciò
che da soli non abbiamo il coraggio di fare. E così, a maggior ragione, vale
per il costo dell’impianto istituzionale, il cui smagrimento avrebbe peraltro
il plauso della grandissima parte degli italiani. Dunque, s’imponga alla Lega
di accettare l’abolizione delle Province (oltre 17 miliardi il loro costo), la
riduzione a metà del numero dei Comuni (su 8.100 ben 5.700, cioè il 70%, sono
sotto i 5 mila abitanti), l’accorpamento delle Regioni più piccole a quelle più
grandi, la cancellazione di inutili comunità montane, enti di bacino e tanti
altri livelli di terzo e quarto grado. Infine, si faccia un progetto per una
riduzione una-tantum del debito attraverso la valorizzazione del patrimonio
demaniale, immobiliare e mobiliare pubblico attraverso la creazione di una
società contenitore da quotare in Borsa. Si dirà: non c’è tempo per mettere in
campo misure così complesse. Vero. Ma, a parte il fatto che nel primo biennio
di questa legislatura il tempo ci sarebbe stato se solo ci si fosse dimenticati
un po’ delle due campagne elettorali (europee e regionali) che l’hanno
attraversato, ora comunque si potrebbe accompagnare la manovra più
congiunturale con un impegno politico solenne a mettere subito mano alle
riforme più strutturali. Non fosse altro per evitare di passare da una manovra
correttiva ad un’altra. Anche perché i mercati non ce lo concederebbero. ENRICO
CISNETTO
IM 25
La manovra da 24 miliardi e la crisi dell'europa. Risposte necessarie
Per mesi i governi
europei hanno sottovalutato la crisi greca. Impedendo al Fondo monetario di
intervenire in tempo hanno consentito che difficoltà locali coinvolgessero
l'euro e l'intera Unione monetaria. Quando finalmente si sono svegliati, gli
interventi, più maestosi nei numeri che nella sostanza, non hanno convinto i
mercati. Nel tentativo di riguadagnare la credibilità perduta ora giocano la
carta dei conti pubblici. Dovunque si varano ampie correzioni di bilancio:
sicuramente necessarie, ma con il rischio che esse abbiano i medesimi scarsi
effetti dell’intervento salva-euro da mille miliardi annunciato due settimane
fa.
Gli investitori
comprendono che un uso attivo della politica di bilancio è stato fondamentale
per fronteggiare la recessione. Se ne stiamo lentamente uscendo è soprattutto
perché alcuni Paesi, in primis USA e Gran Bretagna, hanno risposto alla crisi
aumentando la spesa pubblica e riducendo le tasse per sostenere la domanda.
Inquieta piuttosto il ricordo del 1937, quando un stop affrettato alla politica
di bilancio espansiva attuata dall'inizio degli anni Trenta riportò l'economia
americana in recessione: il Pil, che dal 1934 aveva ricominciato a crescere al
ritmo del 5% l'anno, nel 1938 cadde di oltre il 3%.
Ciò che preoccupa
i mercati non sono i deficit di questi anni, quanto le prospettive di medio
periodo. Il Fondo monetario ha calcolato i costi della crisi sui bilanci
pubblici e li ha confrontati con quelli che deriveranno dall'invecchiamento
della popolazione: pensioni, sanità, assistenza agli anziani: costi dieci volte
maggiori anche in quei Paesi che durante la recessione hanno usato più
attivamente il bilancio dello Stato. È questo il parametro che i mercati
useranno per valutare le leggi finanziare: ridurranno strutturalmente i deficit
futuri, o si limiteranno a contenere la spesa nei prossimi due-tre anni, con
provvedimenti temporanei?
Un solo leader
europeo pare averlo compreso: Nicolas Sarkozy. È l'unico che ha avuto il
coraggio di annunciare un innalzamento dell'età pensionabile. Tutto il resto,
blocchi temporanei degli stipendi pubblici, spostamento in là di alcune
«finestre pensionistiche », incassi una tantum, tagli alle dotazioni di alcuni
enti pubblici senza sopprimerli, non convincerà i mercati. Anzi, rischia di
essere controproducente perché si ammette che un problema esiste senza
affrontarlo fino in fondo. La caduta ieri delle Borse potrebbe essere il primo
segno.
Al di là dei conti
pubblici c'è una domanda che gli investitori da alcuni anni pongono ai governi:
come sarà l'Europa fra dieci anni? Un continente che cresce, produce ricerca e
innovazione, capace di giocare un ruolo di leader nella politica
internazionale, oppure un insieme di Paesi vecchi, dove i pochi che lavorano
devono sostenere un esercito di anziani e dai quali i migliori emigrano? È la
risposta a questa domanda ciò che i mercati cercheranno di capire leggendo le
manovre di queste settimane. Francesco
Gavazzi CdS 26
Ciò che Silvio non poteva dire
E’ stato Gianni
Letta ad anticipare ieri agli italiani il «succo» della manovra che questa
mattina il governo illustrerà ufficialmente. E già il fatto che Letta abbia
parlato è una notizia. In oltre quindici anni di fedele servizio, le sue
dichiarazioni pubbliche si contano sulle dita di una mano. E mai un commento, mai
un'esternazione. A memoria, lo ricordiamo prendere la parola per il terremoto
dell’Aquila: ma Letta è abruzzese, lì c'era un fatto personale e sentimentale.
Come mai dunque è
stato proprio lui ad anticipare, come dicevamo, il succo della manovra? La prima
risposta che viene istintiva è semplice: si tratta di un «succo» amarissimo per
gli italiani. Letta ha annunciato «una serie di sacrifici molto pesanti, molto
duri», che il governo è «costretto a prendere per salvare il nostro Paese dal
rischio Grecia».
E lungi
dall’annunciare una prossima e sicura uscita dal tunnel, ha definito
«disperato» il tentativo di «scongiurare una crisi epocale». Riesce difficile
pensare che, a 75 anni, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio abbia
deciso di intraprendere una nuova carriera da portavoce e di abbandonare il
proprio ruolo di importante ma riservato tessitore della politica. Molto più
facile immaginare che Silvio Berlusconi abbia deciso di affidare al suo fedele
consigliere il compito di pronunciare parole che lui non pronuncerebbe mai.
Avrebbe mai usato, Berlusconi, l'aggettivo «disperato»? Lui che ha sempre detto
di non aver mai visto un pessimista combinare qualcosa di buono nella vita?
Avrebbe mai definito «epocale» la crisi, lui che ha sempre accusato di
catastrofismo chi parlava di recessione? Avrebbe mai voluto essere il premier
che annuncia sacrifici agli italiani, lui che aveva promesso meno tasse per
tutti?
Berlusconi è un
leader di grande carisma, ma il suo è un carisma fondato sull’ottimismo, sull’iniezione
di fiducia. Capita invece che a volte i grandi condottieri debbano usare
linguaggi diversi, più sgradevoli. È celeberrimo il discorso che Winston
Churchill pronunciò alla Camera dei Comuni il 13 maggio di settant'anni fa: «Ho
ricevuto da Sua Maestà l'incarico di formare un nuovo governo... Non ho nulla
da offrire se non sangue, fatica, lacrime e sudore... Abbiamo di fronte a noi
molti, molti mesi di lotta e di sofferenza». Allora «la più terribile delle
ordalie», come la definì Churchill, era la lotta contro il nazismo. Oggi lo
spettro è «solo» un cambiamento di tenore vita per tutti noi: per molti, anche
uno sprofondare nell’indigenza. Il contrario di quella prospettiva di benessere
e successo che Berlusconi «garantiva» con l'esempio della propria vicenda
personale.
È dunque
probabilmente questo il motivo per cui il Grande Comunicatore dell'ottimismo e
del successo ha voluto far vestire a Letta quei panni da Churchill che non sono
nel suo guardaroba. Ieri sera un altro Letta, Enrico, ha detto che Berlusconi
deve assumersi le proprie responsabilità e mettere la faccia accanto alla
parola «sacrifici». Non sappiamo se lo farà. Che smentisca Letta in toto è
molto difficile, se non impossibile. Più facile che ne attenui i toni, dicendo
che sì, i «sacrifici» ci saranno, ma precisando che è l'Europa a chiederceli
anzi a imporceli, e che se fosse solo per l’Italia la situazione non sarebbe
quella che è. Facile anche prevedere che alla fine il premier aggiungerà che
tutto andrà comunque per il meglio, e che ogni stretta alla cinghia sarà
funzionale al coronamento del sogno, cioè all'abbassamento delle tasse. Se così
sarà, vorrà dire che la scelta di mandare avanti Gianni Letta ha avuto anche lo
scopo di riservarsi un’ultima parola che non lasci negli italiani la memoria di
una promessa di lacrime e sangue. MICHELE BRAMBILLA LS 25
L’eutanasia dello stato soacile
Ha cominciato il
Sole 24 ore con Alberto Orioli: il welfare è un «insostenibile, costoso,
inefficiente» retaggio del passato. Come il posto fisso. Ha proseguito Il
Corriere della Sera con Piero Ostellino (lo stato sociale «divorerà i
cittadini» che sinora ha compassionevolmente assistito) e Angelo Panebianco
(che, sotto una veste retorica meno grezza, ha sostenuto la stessa tesi: tutto
il potere al Libero Mercato).
Una volta tanto
dicono la verità, rendendo inevitabili imbarazzate smentite. Maurizio Ferrera,
sempre sul Corriere, ha dovuto sbracciarsi a dire che «standard sociali e
diritti di cittadinanza» non saranno travolti. Ma Tremonti taglierà stipendi e
pensioni pubbliche, praticherà nuove riduzioni alla spesa sociale, aumenterà la
pressione fiscale sul lavoro dipendente: siccome questo non accade dopo decenni
di politiche espansive e redistributive ma dopo trent'anni di macelleria
sociale, all'ordine del giorno è proprio l'eutanasia dello stato sociale (a
cominciare dal Mezzogiorno). Non è affatto questione di «esagerazioni».
Viene così in
chiaro il senso del processo storico svoltosi in questi tre decenni. Si è
trattato della feroce vendetta del capitale privato contro il lavoro salariato
per la sua inaudita pretesa di giocare da protagonista la partita della
riproduzione. Si tratta ancora oggi di punire le scandalose lotte operaie degli
anni Sessanta. La nuova fase che si apre con la liquidazione del welfare corona
una storia cominciata negli anni Settanta (con la fine di Bretton Woods) ed
entrata nel vivo con lo scontro di Reagan con i controllori di volo, della
Thatcher con i minatori e di Agnelli e Romiti nei 35 giorni di Mirafiori.
Trent'anni di
guerra senza quartiere contro il lavoro dipendente che aveva osato ribellarsi
al sovrano, di questo si è trattato. La delocalizzazione, la libera
circolazione dei capitali e la guerra infinita per il gas e il petrolio sono
stati i cardini dell'offensiva, ma anche Maastricht è stata una pietra miliare,
poiché ha imposto lo sfondamento su costi e diritti del lavoro e la distruzione
dei contratti collettivi. Panebianco parla oggi di «fallimento del socialismo
della spesa». Propaganda a parte, il solo socialismo che abbiamo conosciuto se
lo è goduto il capitale privato, al quale gli Stati (prima dei miliardi
pubblici gettati nei bilanci disastrati di banche e finanziarie) hanno
procurato un mercato del lavoro modellato sulle sue esigenze e concesso di
evadere il fisco, di speculare senza vincoli e di accumulare profitti con le
privatizzazioni. L'esplosione del debito pubblico (che sarebbe più serio
chiamare credito privato) è figlia della ferma volontà di tradurre in profitto
la produzione sociale della ricchezza.
È la prima volta
che il capitale si vendica brutalmente per la rivolta del lavoro? Naturalmente
no. È la storia del Termidoro e della Restaurazione (dopo il Terrore
giacobino); del colpo di Stato di Luigi Bonaparte, dell'imperialismo e della
Prima guerra mondiale (dopo il 1848, la Comune di Parigi e i primi scioperi
generali); del fascismo, del nazismo e della Seconda guerra mondiale (dopo il
1917, Weimar e il biennio rosso). È un classico, quindi si sarebbe potuto
intuire da tempo dove si andava a parare. Tanto più che qualcuno (Gramsci,
Polanyi, Keynes, lo stesso Marx) aveva chiarito come funziona il meccanismo. Ma
dov'è stata e dov'è la controparte in questa vicenda?
La Terza via di
Tony Blair (rimpianto dal Corriere) è stata la sciagurata illusione che ha dato
il «la» a tutta la sinistra «responsabile» in Europa. Ma forse adesso si
reagisce all'altezza del pericolo? Qualcuno lancia l'allarme? Non pare. Alla
«gente» si trasmette l'illusione che la «democrazia» sia una conquista
irreversibile e un valore in sé, nonostante lo svuotamento dei diritti. Il
governo può dire che taglierà, ridurrà, rimanderà senza che alcuno accenni a
una reazione: è difficile in tale situazione prevedere che si andrà a un
massacro? Sì, ce n'est qu'un début. Ma in senso opposto a quanto sperammo
quarant'anni fa. Alberto Burgio EN 24
L'azzardata scommessa di Berlusconi
I fischi dei
dipendenti di Palazzo Chigi contro Tremonti e Brunetta, il «no» di Regioni e
Comuni, il gelo della barricata della Cgil, annunciata in diretta al Tg3 da
Epifani, che non ha escluso lo sciopero generale. Man mano che il governo svela
le sue carte, Silvio Berlusconi prende atto che questo della manovra economica
è sicuramente il passaggio più difficile che gli è toccato affrontare nella sua
lunga carriera di governo. Più difficile, va detto, per le conseguenze dei
rapporti con gli elettori e per la dura resa alla realtà della crisi, che ha
cancellato tutt’insieme i messaggi rassicuranti diffusi fin qui dal premier.
In apertura del
Consiglio dei ministri, Giulio Tremonti è stato chiarissimo con i suoi
colleghi: in tutta Europa sia i governi dei Paesi più in difficoltà come
Grecia, Spagna e Portogallo, sia di quelli più preoccupati per quel che
potrebbe accadere come Germania e Inghilterra, stanno mettendo a punto
strategie di rigore, augurandosi che la stretta comune possa bastare e le mire
degli speculatori si spostino dalla zona dell’euro. Sottovoce, poi, gli alleati
europei si scambiano i timori più inconfessabili, come quello che dopo
un’intera estate di turbolenze il sistema della moneta unica possa di nuovo
trovarsi di qui a poco sotto attacco e in bilico. Questo spiega anche la
strategia di Berlusconi rispetto all’annuncio dei sacrifici e del permanere di
un «rischio Grecia»: la prima battuta affidata a Gianni Letta lunedì sera è
servita a ricentrare su Palazzo Chigi la titolarità della manovra, di cui tutti
chiedono al premier di assumersi la responsabilità in prima persona, accettando
l’implicita smentita di se stesso e del suo precedente atteggiamento ottimista
che i fatti gli impongono. La decisione di aspettare ancora a «metterci la
faccia» è legata alla necessità di valutare bene il complesso delle reazioni
prima di parlare.
Il Cavaliere è
convinto che superata la prima fase difficile dell’accoglienza della manovra,
l’opinione pubblica chieda soprattutto che la crisi venga affrontata e
governata. Ed è a questo punto - ritiene - che un messaggio chiaro, che
inquadri quel che sta accadendo nel contesto europeo e rivaluti gli aspetti
positivi della nostra realtà, che hanno consentito fin all'Italia qui di
reggere meglio di altri membri dell’Unione di fronte alla congiuntura, potrebbe
servire a riconsolidare il rapporto tra il centrodestra e la sua gente.
Berlusconi, in altre parole, anche in un momento così complicato, punta ancora
su di sé. È una scommessa molto azzardata.
MARCELLO
SORGI LS 26
La crisi della
politica nel nostro Paese si manifesta prevalentemente in due modi. Il primo,
sul fronte delle relazioni interne, appare come una preoccupante incapacità di
mettere in connessione i problemi e le soluzioni. Il bipolarismo, che in linea
teorica avrebbe dovuto conferire maggiore autorità e fluidità alle scelte
amministrative della maggioranza di turno, si è dimostrato solo un nuovo
contenitore del sistema dei partiti. Non un salto di paradigma. Nel merito
della concreta esperienza italiana non è riuscito (ancora) a innestare quella
marcia in più di cui i governi hanno bisogno per programmare i cambiamenti
strutturali e per giovarsi di una solida base di consenso nei passaggi chiave
della loro azione.
In una sequenza
che potremmo definire ottimale dovrebbe esserci all’inizio l’ascolto della
società, poi la necessaria mediazione degli interessi e infine la capacità di
decidere senza se e senza ma. Purtroppo questo itinerario da noi si ferma
sempre più sovente nella stazione intermedia e il treno non arriva a
destinazione. I dossier ministeriali nel frattempo si accumulano e la
burocrazia impera. Con la riforma de facto dei meccanismi della legge
finanziaria pensavamo di aver compiuto un significativo passo in avanti (penso
ai tempi in cui Montecitorio veniva trasformato per settimane e settimane in un
suk dell’emendamento), invece dobbiamo ammettere che ci eravamo, almeno in
parte, illusi. Lo testimoniano le cronache di queste ore con il governo diviso
al suo interno, sottoposto all’azione delle lobby pubbliche e private,
desideroso di accontentare tutti e non scontentare nessuno e, in definitiva,
incapace di dire la verità ai suoi elettori. I segnali del decadimento di un
progetto politico ci sono tutti. I troppi ministri che possono parlare a ruota
libera e affollare la scena perché chi doveva essere protagonista ha scelto di
lasciare spazio ai comprimari.
La resistenza
delle burocrazie di Stato e dei grand commis che, come raccontano Gian Antonio
Stella e Sergio Rizzo, si sentono in guerra per la difesa dei loro privilegi e
si rivelano come il vero «partito della spesa». La seconda cartina di tornasole
della crisi della politica risiede nelle relazioni esterne, nel rapporto tra
gli orientamenti di un governo e il giudizio dei mercati finanziari, decisivo -
se non altro - per il successo del collocamento dei titoli di Stato.
L’interdipendenza delle economie ha ridotto il potere assoluto dei governi
nazionali e i leader devono essere coscienti che nel loro Consiglio dei
ministri siede un convitato di pietra. È dura da accettare per la cultura
politica del centrodestra italiano ma è così. È evidente poi che il Paese che
vanta il terzo debito pubblico del mondo resta comunque un sorvegliato
speciale, nonostante che persino l’Economist abbia riconosciuto all’Italia di
aver riguadagnato qualche posizione e di aver perso l’assegnazione di quello
che nel rugby si chiama «il cucchiaio di legno», la beffa per l’ultimo posto.
Dobbiamo però
essere intellettualmente onesti e ammettere che la crisi dell’eurozona ci ha
colto impreparati: la percentuale di spesa pubblica improduttiva è ancora
troppo alta, le entrate dello Stato appaiono rigide per l’incapacità di ridurre
l’area dell’evasione fiscale, la produttività del lavoro è bassa rispetto ai
Paesi partner, non troviamo da anni la strada per crescere a ritmo sostenuto
pur avendo avuto al potere coalizioni di segno opposto. Per tutti questi motivi
è assai difficile che l’Italia possa uscire del tutto dal radar della
speculazione, almeno nel breve periodo. Roma non può ignorarlo. Anche perché
per molti provvedimenti la manovra di rientro garantisce nell’immediato il solo
effetto annuncio, per la traduzione delle misure in maggior gettito sonante
bisognerà comunque attendere che le novità siano implementate e vadano a
regime. Ci aspettano quindi giornate ancora difficili e non possiamo concedere
ai nostri avversari alcun vantaggio. Tanto meno di presentarci in ordine
sparso. Ps. Ma che fine ha fatto la riforma Brunetta? Dario Di Vico CdS 24
Da ministra del
rigore a ministra del tempo libero, da sacerdotessa dello studium a fanatica
dell'otium, da bacchetta che castiga a sbracata Lucignola che vuole mandare tutti
i bimbi italiani nel paese dei balocchi.
Insomma "per
favorire il turismo" la ministra dell'Istruzione Mariastella Gelmini vuole
ritardare di un mese l'apertura dell'anno scolastico, dai primi di settembre ai
primi di ottobre. Attenzione: non per ragioni didattiche né per qualche forma,
sia pure contorta o distorta, di saggezza pedagogica, ma soltanto per allungare
la vacanza, per aiutare l'industria del tempo libero, per fare divertire di più
i ragazzi italiani che solitamente bastona e per fare riposare di più i
professori contro i quali scaglia lampi ed emette tuoni.
Dopo avere
maltrattato gli insegnanti come fannulloni ignoranti e avere insultato gli
studenti come somari e pelandroni, dopo avere predicato il ritorno alla
disciplina e al faticoso impegno, Nostra Signora dei Grembiulini ha dunque
scoperto la virtù della pigrizia rilanciando il sogno di tutti gli asini del
mondo e persino riproponendo quel modello sessantottino contro il quale si
batte in maniera ossessiva: viva la strada che libera gli istinti e abbasso la
scuola che li reprime.
Persino la Lega
che solitamente incoraggia e istiga le numerose e creative riforme
antimeridionali, xenofobe e anti eruopee della Gelmini, ha obiettato alla
ministra che le mamme che lavorano non saprebbero letteralmente "dove
mettere i bambini" e che la legge italiana impone agli insegnanti almeno
duecento giorni di didattica l'anno, che è lo standard europeo del diritto allo
studio.
Se non
assistessimo all'agonia di un'istituzione che la ministra ha deciso di far
saltare ogni mattina nel cerchio di fuoco potremmo limitarci a ridere per
questa incoerente sparata a favore del torpore e della lentezza degli italiani
che la ministra vorrebbe stiracchiare sino all'autunno, come ai tempi del libro
Cuore, quando la scuola cominciava il 17 ottobre perché il signorino Carlo
Nobis aveva bisogno di tre mesi di villeggiatura per rilassarsi e il
muratorino, che era bravo a fare "il muso di lepre", ne aveva
necessità per lavorare, come Precossi, figlio del fabbro ferraio e come Coretti
che "si leva alle cinque per aiutare suo padre a portar legna e alle 11
nella scuola non può più tenere gli occhi aperti".
Persino la Lega ha
obiettato alla ministra che le mamme che lavorano non saprebbero letteralmente
"dove mettere i bambini"
In realtà la
Gelmini resuscita il morto per ammazzare il vivo. Non è vero che vuole tornare
alla scuola di De Amicis perché coltiva nobili rimpianti, ma solo per ridurre i
costi e malmenare ancora gli odiatissimi professori, i nuovi straccioni
d'Italia. È per soldi che la Gelmini si è subito gettata su questa proposta del
suo compagno di partito, il carneade Giorgio Rosario Costa, un commercialista
di Lecce che sinora si era fatto notare proponendo l'istituzione dell'Albo
Nazionale dei Pizzaioli, e che adesso deve averla sparata così tanto per
spararla e non gli pare vero di essere stato cooptato dalla ministra
nell'Accademia dei Saggi e degli Equilibrati.
Ormai gli italiani
- anche quelli che la votano - hanno capito che la Gelmini ha una sola
ossessione: tagliare, contabilizzare, chiudere e, insieme con l'agitatissimo
Brunetta, umiliare e cacciare via. È infatti evidente che spostando l'inizio
delle lezioni ad ottobre lo Stato risparmierebbe un mese di stipendio ai
precari che per la ministra sono come la Comune di Parigi o la Moneda di
Allende, le ultime roccaforti del potere sindacale e della sinistra miserabile.
Più in generale se davvero riuscisse ad allungare le vacanze scolari di un
altro mese la Gelmini taglierebbe le unghie a tutti gli insegnanti italiani
contro i quali sta già per avventarsi la manovra economica con il blocco degli
scatti automatici di anzianità e di qualsiasi rinnovo contrattuale. Che cosa
vogliono questi fannulloni ai quali lo Stato ha regalato un altro mese di
vacanze? Ecco un'idea di buon governo: togliere il lavoro a qualcuno per poi
punirlo come scansafatiche, perdigiorno e parassita.
In realtà con
l'ossessione che il libro e i processi formativi sono in mano alla sinistra, e
con la missione di trasformare gli insegnanti nel nuovo sottoproletariato
italiano la Gelmini aggredisce ogni volta che può il già malandato tempio
attorno al quale si organizza l'Italia come comunità, il luogo che tiene in
piedi la democrazia, lo studium appunto che - mai ci stancheremo di ripeterlo -
vuol dire amore, passione e dunque vita: "A Barbiana tutti i ragazzi
andavano a scuola dalla mattina presto sino alla sera tardi, estate e inverno,
e non c'era ricreazione e non si faceva vacanza neppure la domenica". FRANCESCO
MERLO LR 25
La strada obbligata del rigore
Non ha molto senso
misurare la manovra appena varata con la bilancia di precisione: è una forma di
miopia tutta italiana concentrarsi fino allo spasimo sui dettagli, discutendo
furiosamente su quanto pagherà questo o quello e perdere di vista il quadro
generale, ossia una crisi strutturale del capitalismo con pochi o forse nessun
precedente. Ignorare, più o meno volutamente, che una ventina di Paesi, in
grande maggioranza ricchi, stanno facendo, contemporaneamente all’Italia,
manovre di contenimento della spesa pubblica almeno pari a quella italiana e
spesso ben più severe.
Per venire a capo
di questa miopia occorre partire precisamente dalla crisi generale che stiamo
vivendo e che non è certo limitata alla finanza ma presenta contemporaneamente
aspetti politico-strategici, economici e sociali. Non possiamo ignorare che le
grandi turbolenze dei mercati stanno avvenendo in un momento in cui la capacità
degli Stati Uniti di presentarsi come potenza in grado di controllare i grandi
equilibri e i grandi sviluppi mondiali mostra segni di rapidissimo degrado,
dalle elezioni ucraine agli accordi atomici fra Turchia e Iran negoziati dal
Brasile, quasi all’insaputa degli Stati Uniti. I Paesi della Nato appaiono
incapaci di ottenere una vittoria militare in Afghanistan e la marina americana
non sembra più in grado di controllare l’Oceano Pacifico con l’efficienza di
una volta, al punto da consentire a un piccolo «Stato canaglia» come la Corea
del Nord di affondare una nave militare della Corea del Sud, strettissimo
alleato di Washington.
In questo quadro
di cambiamento rapido, talvolta drammatico, si colloca l’incapacità dei governi
dei Paesi ricchi di rimettere rapidamente le loro economie sulla strada dello
sviluppo e i propri bilanci pubblici sulla strada della sostenibilità. Il
deficit federale degli Stati Uniti si avvia a battere ogni record e, come ha
detto il premio Nobel Edmund Phelps in una recente intervista, «l’America
percorre la stessa strada di Atene». La stessa strada la stanno percorrendo
anche la Gran Bretagna, la Spagna e la Francia, tanto per citare alcuni dei
Paesi più importanti, mentre l’autogoverno del sistema finanziario mondiale si
dimostra clamorosamente inefficace a controllare un mercato ubriaco.
In questa
situazione, mettere in sicurezza - per quanto possibile - i propri bilanci
pubblici appare un imperativo comune, una misura necessaria anche se non
sufficiente, che tutti debbono adottare non foss’altro perché tutti gli altri
la stanno adottando, pena l’immediata perdita di valore dei titoli del debito
pubblico del Paese che cercasse di starne fuori e l’impossibilità di
rifinanziarsi a tassi sostenibili quando questi titoli vengono in scadenza.
Le operazioni di
questo genere devono inoltre fare i conti con i problemi sociali che
costituiscono la terza dimensione di questo pasticcio mondiale. Il malessere
che si esprime attraverso gli estesi disordini di Atene trova un’eco nello
scontento sempre più diffuso in Gran Bretagna, nella tensione crescente nelle
banlieues delle città francesi, nei risultati elettorali che danno ampio spazio
alle formazioni estreme in buona parte dell’Europa. Non è detto che i
cittadini-elettori-consumatori accettino di buon grado un taglio consistente
non tanto ai loro redditi attuali quanto alle prospettive di vita loro e dei
loro figli.
In questo quadro,
l’operazione italiana appare relativamente piccola: 12-13 miliardi l’anno, per
un biennio, rappresentano all’incirca lo 0,8 per cento del prodotto annuo lordo
italiano che è di oltre 1500 miliardi, una quota assai minore non solo di
quelle di Grecia, Spagna e Portogallo ma anche di quanto stanno preparando Gran
Bretagna e Francia. Quest’esiguità si spiega con l’eccellente capacità
dell’Italia durante un quindicennio e sotto governi di diversa bandiera di
amministrare il proprio debito, al punto di sacrificare la crescita al suo
contenimento.
E non si può
negare una certa cura del ministro dell’Economia di cercare di usare metodi
diversi dalle «normali stangate» per cui, in prima approssimazione, per la
stragrande maggioranza degli italiani gli effetti sui bilanci famigliari
saranno molto contenuti. Certo ci possono essere effetti indiretti negativi
difficili da prevedere, ma purtroppo in questa situazione non abbiamo scelta:
se è vero, come recita il proverbio inglese, che non si può fare una frittata
senza rompere le uova, è ben difficile fare una manovra economico-finanziaria
senza cavar soldi da qualcuno. Ed è comunque apprezzabile che ci sia una
continuazione della lotta all’evasione e che per la prima volta ci sia almeno
qualche puntura di spillo al carrozzone della politica, il cui livello di
spesa, in confronto ad altri Paesi avanzati, comincia ad apparire grottesco.
L’essenziale è che
non ci si fermi qui: che dopo aver messo un qualche ordine nei loro conti i
principali Paesi del mondo - o quanto meno i Paesi europei - rivolgano subito
la loro attenzione al funzionamento dei mercati, riportandoli a regole
essenziali di trasparenza e credibilità. Senza un’azione di questo genere, i
sacrifici grandi e piccoli saranno resi vani e un sistema di mercato con poche
e insufficienti regole non sarà in grado di far ripartire l’economia mondiale.
MARIO DEAGLIO
LS 26
Cgil e Regioni bocciano la manovra. Epifani: «Non è equa»
Il premier Silvio
Berlusconi - a quanto si apprende - sta incontrando a palazzo Chigi il ministro
dell'Economia Giulio Tremonti e il sottosegretario Gianni Letta. All'incontro,
che si sta svolgendo in attesa dell'inizio del Consiglio dei ministri che dovrà
esaminare la manovra, non vi sarebbero altri ministri. Il ministro
dell'Economia era ricorso a una citazione latina ("Primum vivere deinde
philosophari'') per illustrare alle parti sociali la necessità della manovra
economica 2011-2012, indicando che «l'obiettivo fondamentale è quello di
ridurre il debito pubblico».
L'incontro,
avvenuto a palazzo Chigi, serviva per concordare una "strategia
comune" tra governo e parti sociali. O megliom, questo era l'obiettivo di
tremonti che si è visto però chiudere la porta in faccia dal segretario della
Cgil Guglielmo Epifani: «E' una manovra iniqua». Ma torniamo all'incontro. Per
Tremonti ''la riduzione della spesa pubblica e' un percorso obbligato'' ma, ha
aggiunto, nela manovra c'e' ''anche un maxi contrasto all'evasone fiscale''.
Cosi' come un sostegno ''al cambiamento del modello produttivo basato sul
nuovo modello contrattuale''. La manovra 2011-2012 comporta misure ''in parte
di contenimento'' ma anche ''in parte di sviluppo'', avrebbe poi detto
Tremonti, annunciando che ci sara' il congelamento dei contratti pubblici: il
cedolino degli stipendi dei lavoratori del pubblico impiego restera' quello di
prima, non un euro in piu'.
Il ministro
dell'Economia ha anche parlato alle parti sociali di un lungo elenco di
societa' e enti che, con i tagli previsti dalla manovra 2011-2012, saranno
sciolti. Un taglio che ''non sara' simbolico'', avrebbe detto il ministro. Da
Tremonti la conferma che ci saranno ''parecchi tagli'' e ''significative riduzioni
dei trasferimenti'' agli enti locali. Inoltre, avrebbe detto ancora il
ministro, ''il federalismo fiscale fara' risparmiare''.
Immediato lo sfogo
di Vasco Errani: 'Non ci sono state fornite le cifre in modo chiaro e puntuale
e anche questo e' un problema: e' difficile partecipare ad uno sforzo di
governo della spesa pubblica senza sapere quali sono i riferimenti
complessivi'', ha dichiarato il presidente della Conferenza delle Regioni al
termine dell'incontro col governo sulla manovra a Palazzo Chigi.
''Ci sono rischi
per l'attuazione del federalismo?'', gli e' stato chiesto. ''Se per esempio il
governo si trattenesse tutte le risorse relative a quelli che erano i fondi per
l'attuazione delle Bassanini - ha risposto Errani - il federalismo fiscale non avrebbe
piu' nulla da attuare: c'e' bisogno di chiarezza per fare una manovra seria,
che non sia recessiva, vogliamo fare la nostra parte ma in modo da poter
svolgere ognuno la sua funzione''. Sul condono, infine, Errani ha detto che si
parla di regolarizzazione catastale sulle case fantasma ma ''se si regolarizza
una casa senza nessuna concessione edilizia - ha puntualizzato - si tratta di
fatto di un condono''.
''Leggendo le
prime bozze che circolano, non mi pare ci sia molto. Anzi. Questa e' una
manovra depressiva. E' solo un giro di specchi''. Cosi' Pier Luigi Bersani ha
commentato da Pechino, dove si trova per il forum politico Europa-Cina, le
linee della manovra economica che il governo varera' questa sera. ''Non si
affronta nulla di strutturale, tagli indiscriminati e nessuna crescita'', ha
aggiunto.
Il leader della
Cgil, Guglielmo Epifani, ha iniziato il suo intervento chiedendo chiarimenti
sulle misure relative a finestre per le pensioni e buonuscita per i dipendenti
pubblici. Il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, avrebbe replicato ribadendo
che sulle pensioni non sono previsti interventi strutturali. Intervenire sulle
finestre, avrebbe detto il ministro, ''e' solo uno spostamento dell'erogazione della
pensione''.
''Il grosso dei
sacrifici lo si chiede sempre ai lavoratori, pubblici e privati'' e non c'e
nessuna misura ''di sostegno a occupazione e investimenti. Quindi e' una
manovra che non mantiene un profilo di equità'', ha dichiarato a questo punto
Epifani, aggiungendo che la manovra ''va quindi cambiata in Parlamento''.Per la
Cgil, ha detto Epifani, ''non e' in discussione che ci voglia una manovra
correttiva come fanno altri Paesi. Continuo a rammaricarmi - ha quindi aggiunto
il leader della Cgil - del fatto che il governo aveva detto che eravamo in una
situazione di tranquillita' e non era vero''. ''Un giudizio definitivo lo
daremo alla lettura del testo'' ma ''non e' in discussione che vi voglia una
correzione'', ha spiegato Epifani dopo l'incontro a Palazzo Chigi tra governo e
parti sociali.
''La manovra
mantiene un profilo di iniquita' sociale: un reddito da un milione di euro non
viene toccato, ma un lavoratore pubblico che guadagna 1.500 euro si', cosi'
come un lavoratore privato che deve andare in pensione''. Per la Cgil ''resta
un giudizio di fondo: il grosso dei sacrifici e' per i lavoratori poubblici e
privati''
Critica anche la
posizione del giuslavorista e senatore del Pd Pietro Ichino sulla manovra, che
si e' dice ''sbalordito'' per ''l'azzeramento dell'Autorita' indipendente per
la valutazione e la trasparenza nelle amministrazioni pubbliche, parte della
riforma Brunetta nata da un accordo tra maggioranza e PD''. Ne ha parlato a
Genova a margine delle celebrazioni per i 60 anni della Cisl. ''Che si debba
dare il segnale del massimo rigore nei conti pubblici e' fuori discussione - ha
affermato Ichino -. Quello che e' stupefacente e' che in questo momento in cui
come forse non mai e' indispensabile saper distinguere tra sprechi e spese
utili, rami secchi e corpo vivo dell'amministrazione pubblica, le rendite e la
retribuzione del lavoro produttivo, il governo azzera cio' che e' stato fatto
in questi due anni anche con un forte, responsabile, costruttivo contributo
dell'opposizione, perche' viene azzerata l'Autorita' indipendente per la
valutazione e la trasparenza nelle amministrazioni pubbliche, strumento cardine
per quella distinzione''.
''Si torna cosi' a
porsi nelle condizioni per cui i tagli diventano indiscriminati, i cosiddetti tagli
orizzontali - ha proseguito Ichino - che non distinguono tra cio' che va
tagliato e potrebbe essere tagliato anche molto di piu' e cio' che invece
ferisce nel vivo il corpo produttivo del Paese. Questo e' un errore clamoroso
che non possiamo perdonare al governo''.
''Questo e' il
momento di andare a fondo nella liberalizzazione dei servizi alle famiglie e
alle imprese invece di tornare indietro con misure di tipo corporativo. Questo
e' il momento di fare la riforma del Welfare e del mercato del lavoro, altro
che come dice Sacconi, 'in un periodo di crisi non si fanno le riforme'. Il
periodo di crisi e' il momento in cui si devono fare le riforme. Anche per
questo aspetto c'e' un dissenso profondo rispetto alla linea del governo'', ha
detto il giuslavorista. ''Il messaggio positivo che dobbiamo lanciare ai
mercati per ridare fiducia nel sistema Italia non e' solo l'equilibrio dei
conti pubblici, ma e' anche la capacita' dell'Italia di tornare a crescere, ad
essere competitiva sul terreno internazionale. Per questo non bastano i conti
pubblici in ordine - ha proseguito Ichino - ma occorre anche guarire quel male
oscuro di cui soffre da vent'anni la nostra economia, che negli ultimi
vent'anni e' cresciuta la meta' della media del resto dell'UE ed in questo
periodo di crisi ha perso piu' di quanto abbiano perso in media gli altri Paesi
europei''. ''Questo male oscuro lo si cura incidendo nelle piaghe e nelle tare
del nostro sistema e quindi questo e' il momento di fare le riforme''. L’U 25
Quando le leggi nascono contro qualcuno raramente funzionano
Dal
contestatissimo testo di legge sulle intercettazioni (ma forse sarebbe meglio
definirlo anti-intercettazione o anti-pubblicazione) emergono una serie di
punti controversi, che sono stati messi in risalto ieri nelle lunghe assemblee
organizzate a Roma e a Milano dalla Federazione Nazionale della Stampa, e
rispetto ai quali ieri da parte del centrodestra al Senato è venuta una piccola
apertura a rimetterli in discussione. La riduzione delle pene per i giornalisti
diventa inutile, se accompagnata da multe fino a quasi mezzo milione di euro
per gli editori di giornali che pubblicano i verbali. Lo spostamento della
responsabilità di stabilire cosa va pubblicato e cosa no dal direttore
all’editore cambia completamente la governance nelle redazioni, in pratica i
giornalisti non sapranno più a chi riferirsi e gli editori dovranno fare un
lavoro che non gli compete, e per cui forse molti di loro, che fanno
valentemente altri mestieri, non sono preparati.
Sono solo alcuni
esempi. Ma al dunque, non è questo o quel punto della legge che va cambiato, ma
il modo stesso di concepirla. Come purtroppo molte altre e recenti leggi,
questo è un testo concepito contro qualcuno, vedi i magistrati politicizzati
che sono l’incubo di Berlusconi, o i giornalisti rei ai suoi occhi di non voler
riconoscere i successi del governo e pronti a far di tutto per immiserirne
l’immagine. Prima ancora di stabilire se effettivamente sia così, e se
l’impressione personale del Cavaliere possa essere motivata in qualche caso, va
detto che le leggi che nascono contro raramente funzionano.
Sarebbe bastato,
prima di mettere giù il testo, convocare qualche audizione in Parlamento delle
categorie interessate, dicendo francamente che negli ultimi tempi i casi di
abuso delle intercettazioni si sono fatti più frequenti e, quando sono stati
seguiti da pubblicazione, gli effetti negativi di questi errori sono risultati
amplificati. Anche se il sentimento corporativo è molto forte in tutte le
categorie, è possibile che sia all’interno della magistratura, sia tra i
giornalisti, qualche consiglio utile per i parlamentari che devono fare la
legge alla fine sarebbe venuto.
A cominciare dal
fatto che, insieme ad alcuni atti riservati, la maggior parte dei verbali che
si stampano o si mettono in onda sono pubblici, e prima di venire nelle mani
dei giornalisti, finiscono in quelle degli avvocati e dei loro assistiti: i
quali, in una moderna epoca di comunicazione come la nostra, sono liberi di
passarli ai giornali e di sperare che la pubblicazione contribuisca ad
alleggerire il quadro delle accuse o a creare attorno al processo un clima più
favorevole. Spesso non c’è, in questo, alcun reato. MARCELLO SORGI LS 25
Oltre due milioni di giovani italiani non lavorano e non studiano
La crisi pesa sui
ragazzi, dall'83 triplicati i "bamboccioni" - Più di un milione non legge e non usa mai
il pc
ROMA (26 maggio) -
A casa con mamma e papà ma non più per scelta né per piacere. I
"bamboccioni" lasciano il posto alla convivenza forzata con i
genitori, costretti dai problemi economici. Nonostante le aspirazioni, i
30-34enni che rimangono in famiglia sono quasi triplicati dal 1983 (dall'11,8%
al 28,9% del 2009). Rilevante è anche la crescita dei 25-29enni, dal 34,5% al
59,2%. Nel complesso, i celibi e le nubili fra i 18 e 34 anni che vivono con i
genitori sono passati dal 49% al 58,6%.
L'Istat, nel
rapporto annuale, afferma che in sei anni (dal 2003 al 2009) sono calati di ben
nove punti i giovani (18-34 anni) che per scelta vogliono vivere nella casa dei
genitori: la prolungata convivenza dei figli con genitori dipende soprattutto
da questioni economiche (40,2%) e dalla necessità di proseguire gli studi
(34%); la scelta vera e propria arriva solo come terza battuta (31,4%), era la
prima qualche anno fa.
In particolare, la
percentuale di giovani che dichiara di voler uscire dalla famiglia di origine
nei prossimi tre anni cresce dal 45,1% del 2003 al 51,9% del 2009, aumentando
di più tra i 20-29 anni che tra i 30-34 anni. Il calo è registrato soprattutto
nelle zone più ricche del Paese (-16 punti nel nord-est e -13 nel nord-ovest),
dove la propensione ad essere "bamboccioni" era maggiormente segnata
nel passato. Tra le motivazioni economiche, spiccano le difficoltà nel trovare
casa (26,5%) e quella di trovare lavoro (21%).
L'Italia, sempre
secondo l'Istat, ha poi il più alto numero di giovani che non lavorano e non
studiano. Si chiamano Neet (Non in education, employment or training) e nel
nostro paese sono oltre 2 milioni. Per questo, la Penisola ha il primato
europeo. Hanno un'età fra i 15 e 29 anni (il 21,2% di questa fascia di età),
per lo più maschi, e sono a rischio esclusione.
Il numero dei
giovani Neet è molto cresciuto nel 2009, a causa della crisi economica: 126
mila in più, concentrati al nord (+85 mila) e al centro (+27 mila). Tuttavia il
maggior numero, oltre un milione, si trova nel Mezzogiorno. Fra i Neet si
trovano anche laureati (21% della classe di età) e diplomati (20,2%). È un
fenomeno in crescita; nel 2007 (dati Ocse), l'Italia già registrava il 10,2% di
Neet contro il 5,8% dell'Ue). Chi sono i giovani Neet? Sono coloro che perdono
il lavoro e quanto più dura questo stato di inattività tanto più hanno difficoltà
a rientrare nel mondo del lavoro. Tra il primo trimestre del 2008 e lo stesso
periodo del 2009 la probabilità di rimanere nella condizione di Neet è stata
del 73,3% (l'anno precedente era il 68,6%), con valori più elevati per i maschi
residenti al nord.
Si aggrava anche
la condizione lavorativa delle donne italiane. Con la situazione economica
attuale, le lavoratrici del nostro paese peggiorano una «criticità storica»: il
loro tasso di occupazione, nella fascia 15-64 anni, è sceso nel 2009 al 46,4%, oltre
12 punti percentuale in meno della media nell'Ue (58,6%). Fra il 1996 e il
2008, l'occupazione femminile era passata dal 38,2% al 47,2%. Lo scorso anno,
questa tendenza si è interrotta registrando un meno 0,6%. Nell'Ue, l'Italia è
migliore solo a Malta (37,7%). In particolare, è il Mezzogiorno a segnare
fortemente il passo. Il sud, infatti, ha assorbito quasi la metà del calo
complessivo delle occupate (105 mila lavoratrici in meno). In quest'area, il
tasso di occupazione femminile è del 30,6% contro il 57,3% del Nord-Est.
La crisi,
comunque, pesa di più sui lavoratori stranieri che italiani. Il tasso di
occupazione dei primi è infatti calata nel 2009 a ritmi doppi rispetto ai
secondi. Per gli italiani il tasso di occupazione (56,9%) è diminuito nel 2009
di oltre un punto percentuale, mentre per gli stranieri la flessione è stata
del 2,6% (dal 67,1% del 2008 al 64,5% dell'anno scorso).
In generale, i
livelli d'istruzione degli italiani sono «critici». Nel 2009, circa il 10% ha
solo la licenza elementare o nessun titolo, il 36,6% la licenza media, il 40%
il diploma e il 12,8% la laurea. Nel 2009, oltre 1,2 milioni di giovani
dichiara di non aver letto neanche un libro e di non aver mai utilizzato il pc.
La non lettura coinvolge 4 ragazzi su 10; circa il 20% non usa il pc. La
propensione alla lettura è condizionata dalla famiglia: i lettori superano il
72% se uno dei due genitori è laureato, se entrambi leggono. Anche l'utilizzo
del pc avviene in casa, a scuola coinvolge appena 4 bambini su 10. La posizione
dell'Italia poi nell'alta formazione «è distante» da quella di altri importanti
paesi europei: nel 2007 hanno conseguito un titolo terziario circa 60 persone
ogni mille giovani (20-29 anni), a fronte dei 77 della Francia e di oltre 80
del Regno Unito e della Danimarca.
Nel 2009, il 20,2%
(4,6 milioni) degli occupati è sottoinquadrato, cioè non svolge un lavoro
adeguato al suo livello di istruzione. Rispetto al 2004, il fenomeno del
sottoinquadramento interessa oltre un milione di persone in più. Quasi la metà
sono giovani, con 15-34 anni; in termini relativi, l'incidenza che svolgono un
lavoro non adeguato al proprio livello di istruzione è del 31% (+6,8% rispetto
al 2004). Il fenomeno dei sottoinquadrati si registra nei lavori meno
tradizionali: il 46,9% degli occupati a termine, il 40,1% di quelli in part
time e il 30,5% nelle collaborazioni.
IM 26
I deputati del Pd eletti all’estero sui colleghi del Pdl e Lega: “Il solco
tra le parole e i fatti”
ROMA - La legge di
conversione del decreto legge 28 aprile 2010 n. 63 che fissa al 2012 il termine
massimo per il rinnovo elettorale di Comites e CGIE è stato approvato ieri alla
Camera con i voti favorevoli dei parlamentari del Pdl e della Lega e con i voti
contrari di quelli del Pd e dell’IdV. L’Udc si è astenuta.
Lo ricordano in
una nota i deputati eletti all’estero del Pd (Gino Bucchino, Gianni Farina,
Marco Fedi, Laura Garavini, Franco Narducci, Fabio Porta) che sottolineano
anzitutto come i deputati eletti all’estero appartenenti alla maggioranza,
“chiamati ancora una volta ad una delicata prova di coerenza rispetto alle
posizioni di contrarietà manifestate pubblicamente e durante le riunioni del
CGIE”, abbiano “votato a favore della legge di rinvio, privilegiando la logica
delle appartenenze su quella del merito e del vantaggio delle nostre comunità”.
“Più si susseguono
i provvedimenti lesivi per gli italiani all’estero, meno diventa tollerabile -
proseguono i deputati eletti all’estero del Pd - questa ormai continua
separazione tra le parole e i fatti: le parole di sostegno alle nostre
comunità, ridotte ormai allo stremo, i fatti di sistematico allineamento alle
posizioni del Governo, anche nelle occasioni di più diretto interesse per i
nostri connazionali all’estero. Non si può continuare in questo modo, parlando
due lingue diverse: quella del sostegno a parole delle posizioni che le
rappresentanze stanno sostenendo, praticamente da sole, e quella della passiva
disciplina rispetto ai diktat del Governo. Il gioco di scambio sugli ordini del
giorno intrattenuto con il Governo (tu dai il voto a me, io do una
raccomandazione a te) - ordini del giorno che lasciano il tempo che trovano -
rende la doppiezza di posizioni politiche ancor più intollerabile”.
“Urge un
chiarimento serio e definitivo, che non è più procrastinabile - concludono
Bucchino, Farina, Fedi, Garavini, Narducci e Porta .- Non lo chiediamo noi, ma
la dignità dei rapporti politici con gli italiani all’estero e l’interesse
delle nostre comunità”. (Inform)
Le nuove disposizioni sul passaporto
Dal 19 maggio
2010, data di pubblicazione nella G.U. del decreto 303/13 del 23 marzo, è in
vigore il nuovo passaporto ordinario.
Il libretto si
compone di 48 pagine; l'immagine, i dati di personalizzazione del titolare ed
il numero di passaporto sono riportati a pagina 2.
Il numero di serie
del passaporto e' riportato in chiaro a pagina 1 in basso, al centro, sotto la
parola «Passaporto», e a pagina 2 (a stampa orizzontale) in alto a destra; è
composto da una sequenza alfanumerica di due lettere indicanti tipologia e
serie del passaporto, seguite da sette numeri arabi. Lo stesso è ripetuto in
perforazione nelle pagine del libretto a partire dalla pagina 3 e fino
all'ultima di copertina.
Un film trasparente
di sicurezza e' applicato a caldo a protezione dei dati personali del titolare
del passaporto, che vengono stampati con tecnica digitale. Tale film contiene
immagini olografiche trasparenti ed e' stampato con inchiostri speciali,
riportando in perforazione il numero di serie del passaporto.
Il testo impresso
nelle pagine interne è nelle lingue ufficiali dell'Unione europea secondo
l'ordine alfabetico abitualmente impiegato nei testi comunitari o in tre lingue
laddove specificato, mentre il testo della copertina del passaporto e' in
lingua italiana.
Nella pagina 2 è
riservato uno spazio destinato alla stampa digitale dell'immagine del titolare
del passaporto.
A protezione dei
dati, dopo la personalizzazione, viene applicato un film trasparente di
sicurezza con elementi olografici (foil olografico).
La pagine 3,
invece, contiene informazioni aggiuntive dell'intestatario del passaporto nelle
tre lingue (italiano, inglese e francese).
La pagina 46
contiene il simbolo dell'Unione europea e, preceduto dal titolo «Art. 23 del
Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (ex art. 20 del Trattato CE)»,
il testo dell'art. 23 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (ex
art. 20 del Trattato CE) con l'indicazione del sito europeo relativo alla
tutela consolare.
Nella copertina
del passaporto e' inserito un microprocessore (chip) con capacita' minima di
80Kb e di durata di almeno 10 anni. Nel chip sono, memorizzate l'immagine del
volto, le impronte digitali del titolare e le informazioni, gia' presenti sul supporto
cartaceo, relative al passaporto ed al titolare, nonche' i codici informatici
per la protezione ed inalterabilita' dei dati e le informazioni necessarie per
renderne possibile la lettura agli organi di controllo.
Gli elementi
biometrici contenuti nel chip potranno essere utilizzati solo al fine di
verificare l'autenticita' del documento e l'identita' del titolare attraverso
elementi comparativi direttamente disponibili quando la legge lo prevede.
I dati biometrici
raccolti ai fini del rilascio del passaporto non saranno conservati in banche
di dati.
Per i minori
recentemente ci sono già stati dei cambiamenti. Ora infatti il minore si deve
dotare di un passaporto individuale. Pertanto non è più possibile per il
genitore iscrivere il figlio minore sul proprio passaporto.
I passaporti in
corso di validità restano utilizzabili fino alla loro data di scadenza.
Sono abrogati i
decreti del Ministro degli esteri del 4 giugno 2001 e del 23 giugno 2009, n.
303/015. Osvaldo Amari, de.it.press
Simonetti :“Come
le nostre comunità emigrate hanno conquistato all’estero i diritti di
cittadinanza, così è giusto riconoscere i diritti degli immigrati”
Folino:
“Affrontare in un’ottica nuova i problemi dell’emigrazione” . Premiati lucani
insigni
POTENZA - Nell’epoca della comunicazione e
dell’interdipendenza “occorre affrontare in un’ottica nuova anche i problemi
dell’emigrazione, che non è più soltanto figlia del sottosviluppo, ma anche di
un inevitabile processo che porta i nostri giovani a confrontarsi con altri
mondi. Creare la ‘rete’ dei lucani significa favorire il confronto fra diverse
esperienze, fra l’emigrazione di un tempo e quella di oggi, rafforzando
l’identità profonda di un popolo che porta sempre di più nel mondo capacità,
competenze, professionalità e qualità e che oggi in Basilicata deve saper
affrontare in maniera adeguata e inclusiva anche il tema dell’immigrazione”. Lo
ha detto il presidente del Consiglio regionale, Vincenzo Folino, intervenendo nel
corso della cerimonia di premiazione dei “lucani insigni” 2010, che si è svolta
a Potenza presso il Museo Archeologico Provinciale a Potenza.
Il riconoscimento è andato quest’anno
all’arpista e compositore Cesar Cataldo Carrizzo, al giudice penale Gladys
Constanza Medina Brando, al fotografo italoamericano Ron Galella, all’attore e
regista Rocco Papaleo, al senatore e già ministro degli esteri dell’Uruguay
Reinaldo Gargano, al chimico Rosanna Telesca, all’imprenditore italocanadese
Demetrio Santoro, a Padre Antonio Grillo e a Don Bonifacio Duru.
La manifestazione, svolta anche quest’anno
nella “Giornata dei lucani nel mondo”che si celebra il 22 maggio, è stata
aperta da un intervento del presidente della Commissione regionale dei lucani
all’estero, Pietro Simonetti, che ha sottolineato come “da regione di emigranti
stiamo diventando sempre di più regione di immigrati, e come le nostre comunità
emigrate hanno saputo conquistare all’estero i propri diritti di cittadinanza,
così è giusto oggi riconosce i diritti degli immigrati”. E in tema di diritti,
Simonetti ha fatto poi riferimento al diritto all’acqua pubblica, illustrando
il progetto “Un pozzo per la Guinea Bissau”, una iniziativa promossa
dall’Associazione di volontariato “Ruah” di Palazzo San Gervasio, grazie alla
quale in Guinea - Bissau verrà costruito un pozzo idrico in muratura.
Folino ha ringraziato tutti i presenti (fra i
premiati erano assenti solo Ron Galella, che ha devoluto il premio ricevuto per
rafforzare il progetto per l’acqua in Guinea Bissau e ha fatto sapere che forse
sarà in Basilicata a settembre, e Cesar Cataldo Carrizzo, il cui premio è stato
ritirato dalla figlia), assicurando l’impegno del Consiglio regionale per
“nutrire la memoria e rafforzare l’identità dei lucani”.
Le celebrazioni della giornata dei lucani nel
mondo sono proseguite con la presentazione del libro di Angela Langone “Lucani.
Guida ai migliori difetti e alle peggiori virtù”, e con l’inaugurazione delle
mostre dedicate a “L’emigrazione lucana in Uruguay”, a “Michele Giacomino: uno
scultore potentino oltreoceano” ed alle immagini di Ron Galella. (Inform)
Celebrata anche a Catania la “Giornata del Siciliano nel mondo”
“Sicilia, Regione
di Europa e del mondo” è stato il tema con il quale Sicilia Mondo e le
Associazioni dei siciliani hanno celebrato in tutti i continenti la “Giornata
del Siciliano nel mondo”, nella ricorrenza del 64° Anniversario dello Statuto
della Regione Siciliana. L’iniziativa, lanciata da Sicilia Mondo nel 1997,
ormai ovunque istituzionalizzata, è giunta alla 14° edizione.
A Catania, la
manifestazione ha avuto luogo nella sede di Via Renato Imbriani 253, presente
un folto numero di simpatizzanti e di giovani. Numerosi i giornalisti presenti,
le TV e le interviste.
Dopo l’introduzione del giornalista
Filippo Galatà, Azzia ha riferito il saluto del Presidente della Regione
Lombardo assente perché a Milano per motivi istituzionali, dell’Assessore alla
Famiglia Lino Leanza, dell’Assessore al Turismo Nino Strano ed ha letto le comunicazioni
pervenute da tutto il mondo dove era in corso o in programma la celebrazione
della Giornata.
Ha quindi ringraziato i presenti per il
significato storico ma anche sacrale che Sicilia Mondo e tutti i siciliani
debbono dare alla ricorrenza della promulgazione dello Statuto della Regione
Siciliana.
Siamo qui – ha detto Azzia, entrando
subito sul tema della “Autonomia della Regione”
- per un momento di riflessione sulle ragioni storiche e sulle concause
che hanno impedito la sua piena applicazione statutaria, ancorché di rango
Costituzionale. Ma, soprattutto, per
dare, come Associazione, il meglio possibile come contributo di indicazioni
pensando alle attese dei corregionali che vivono nelle varie parti del mondo e
che seguono gli accadimenti dell’Isola con la Sicilia nel cuore.
Diciamo subito che Sicilia Mondo guarda
le loro questioni ed il loro rapporto non in termini moralistici o retorici ma
in termini squisitamente politici, nel contesto di una questione siciliana, già
di per se stessa complessa.
Siamo qui, sognando una “grande
Sicilia” che si muova con il
coinvolgimento dei corregionali che vivono all’estero e di quanti bussano alle
sue porte, con la capacità di collegare le loro questioni e le loro realtà con
quelle territoriali dell’Isola, per diventare unica risorsa, con l’obiettivo di
realizzare un unico progetto politico che faccia le riforme, imposti un
sistema-Sicilia, proietti l’Isola in direzione dello sviluppo, nella
consapevolezza di poter contare su una rete
di 9-10 milioni di siciliani in tutte le parti del mondo con i quali
internazionalizzare la Sicilia.
Siamo convinti che la Sicilia debba
trovare la strada del suo sviluppo nella applicazione delle prerogative
assegnatale dallo Statuto, ritrovando le ragioni della sua forza nelle capacità
e nell’impegno dei suoi uomini, nella sua storia e nell’incalcolabile ricchezza
del suo patrimonio culturale, naturalistico e turistico. Questa è la sua vera
forza.
In questa direzione, La Sicilia deve
darsi una politica di sviluppo tutta propria. L’area vitale della sua
espansione è il Mediterraneo. Lo spazio segnato da Sarkozy per “L’Unione
mediterranea” è una macro Regione geo-politica e geo-economica, la quarta del
mondo.
La Sicilia è al suo centro, porta
d’Europa, piattaforma territoriale, geografica, logistica, di comunicazioni, di
scambi, di servizi e di beni, centrale di intercultura. Può essere il suo
momento magico ma deve ripartire senza
ulteriori indugi, richiedendo con forza l’entrata in vigore dell’area euro
mediterranea di libero scambio già per il 2010 ed ormai rinviata a data da
destinarsi.
Occorre una vigorosa politica
assolutamente autonoma e liberatoria con i Paesi dell’area del Mediterraneo,
dialogo fatto di accordi, relazioni, di rapporti economici, scambi culturali,
joint ventures, iniziative interculturali. Restano fuori le competenze dello
Stato in materia di politica estera.
I grandi progetti camminano sulle idee
semplici e sulla volontà di realizzarli.
La storia ci insegna che gli spazi
lasciati liberi vengono inesorabilmente occupati dagli altri.
E’ fin troppo chiaro che la Sicilia non
può sperare nell’attuale Governo a guida leghista nemico del Sud. Né su un
ministro al Bilancio che toglie le risorse destinate al Sud e le porta al Nord.
Impunemente. Senza che alcuno ne denunzi la distrazione delle destinazioni e le
responsabilità. Ancora meno può contare sui partiti politici alla deriva di
idee, di programmi e di una visione politica che guardi il bene comune.
Sicilia Mondo ha sempre proposto al
Governo la istituzione di un Assessorato
Regionale alla intercultura ed ai rapporti economici con i Paesi che si
affacciano nel Mediterraneo proponendo sempre la valorizzazione dell’anniversario
dello Statuto regionale come un grande evento mediatico da celebrare
solennemente, coinvolgendo l’area del Mediterraneo.
Siamo qui, ha ribadito Azzia, per
confermare tutta la disponibilità di Sicilia Mondo per monitorare la
rete-risorsa dei siciliani presenti nell’area del Mediterraneo. Rimasta fino ad
oggi ingessata. Una risorsa dalle potenzialità incalcolabili.
Dalla “Giornata del Siciliano nel mondo”
vogliamo dire al Governo regionale ed alle forze politiche che la Sicilia ha
tutti i numeri per diventare Regione di Europa e del mondo. Ma è
indispensabile da parte del Governo
puntare decisamente ad una forte politica autonoma della Sicilia per la sua
internazionalizzazione. Diciamo pure che occorre più partecipazione e più
affezione ai valori della identità siciliana ed al ruolo politico della
Autonomia regionale. Certamente un recupero di orgoglio. Proprio quel
sentimento che costituisce la forza dei siciliani che vivono nelle varie parti
del mondo. E’ questo il messaggio che parte da questa Assemblea.
Ritornando al tema dell’Autonomia e del
Governo regionale, Azzia ha accennato al tormentone mediatico che in questi
giorni ha coinvolto il Presidente della Regione
e della sua famiglia.
Consideriamo un atto di assoluta inciviltà
questo modo di fare politica e condanniamo duramente ogni tipo di
giornalismo-spazzatura, fondato sulle fughe di notizie senza riscontri. Le
canee mediatiche sono sempre barbarie. Non giovano a nessuno. Ricorrere a
questo tipo di lotta significa diventare nemico dei siciliani, della Sicilia
e della Sua immagine.
Con grande serenità, esprimiamo,
quindi, la nostra solidarietà al
Presidente Lombardo con l’augurio di uscire presto da questo tunnel infernale.
Siamo assolutamente certi della sua correttezza. Sentiamo l’esigenza di
essergli vicini come uomo e di esprimergli apprezzamento e condivisione per le
scelte coraggiose del suo Governo in direzione delle riforme, del risanamento
dei conti e dello sviluppo dell’Isola. E’ certamente un Governo di prospettiva
e di speranza.
Azzia ha quindi accennato alle attività
che Sicilia Mondo ha in corso, incentrate sulla realizzazione di programmi a
breve e medio termine, sulla diffusione della cultura siciliana nel mondo,
sulla ricerca dei siciliani eccellenti tramite il Social Network
www.siciliamondo.net, su una proposta presentata alla Regione per una legge
sulla integrazione delle etnie non comunitarie, sui contenuti culturali della
rivista, sul programma dei giovani.
Avviandosi alla chiusura, Azzia ha
ricordato che l’associazionismo di emigrazione, fondato sul volontariato,
rappresenta un capitolo a sé stante rispetto alle altre forme di aggregazione
sociale perché possiede una sua etica per le motivazioni umane e di solidarietà
e per la capacità di cogliere eventi e sensibilità mediatiche che attraversano
la società civile.
In questa direzione, Azzia ha proposto
alla Assemblea di inviare a Papa
Benedetto XVI un affettuoso messaggio per testimoniare, anche a nome dei
siciliani sparsi nelle varie parti del mondo, sentimenti di vicinanza filiale,
di affetto e di rinnovata solidarietà, per i momenti difficili da Lui vissuti e
per la guida illuminata nell’impegno di rinnovamento spirituale e morale per
servire meglio la Chiesa.
Interessante l’intervento del Sindaco di
Militello Val Catania Antonino Lo Presti sulle prerogative conferite dallo
Statuto speciale della Sicilia.
La serata si è conclusa con una festa di colori e di sapori. Regista
incomparabile il Vice Presidente Paolo
Russitto. Sicilia Mondo, de.it.press
Roma. Immigrazione in terre d’emigrazione: incontro l’11 giugno
ROMA – Una
dettagliata analisi dell’attualità del fenomeno immigratorio alla luce della
storia di emigrazione del territorio italiano. Ma anche un confronto sulla
realtà del pianeta immigrazione tra un contesto metropolitano, come quello
romano, e quello meno problematico di aree provinciali e rurali.
Sono due dei temi
dell’incontro sull’immigrazione che avrà luogo venerdì 11 giugno dalle ore 16
presso la Sala della Pace della Provincia di Roma.
A discuterne, tra
gli altri, Massimiliano Smeriglio, assessore al Lavoro e alla Formazione della
Provincia di Roma, la scrittrice Giuliana Bagnoli, autrice di una recente e
approfondita indagine sull’immigrazione rosa nel Molise, Norberto Lombardi,
consigliere Cgie e il giornalista Giampiero Castellotti, tra i premiati del
concorso “Multietnicità” di Comune di Roma e Caritas. Testimonianza di Youssef
Salmi, assessore ai giovani e all’associazionismo del Comune di Novellara
(Reggio Emilia). Presenza di rappresentanti delle comunità bulgare e rumene in
Italia.
L’iniziativa è
promossa dall’associazione “Forche Caudine”, storico circolo dell’emigrazione
molisana. Per informazioni: tel. 06-7029692.
Consiglio dei Molisani nel Mondo: le proposte del consigliere regionale
Michele Petraroia (Pd)
ISERNIA- “Evidenziare lo smantellamento della
rete consolare italiana all’estero, dei forti tagli agli investimenti per
l’apprendimento della lingua italiana e alle diverse attività sociali,
culturali e assistenziali delle nostre rappresentanze diplomatiche nel mondo
con richiesta di una maggiore attenzione ai bisogni delle comunità italiane
all’estero e in particolare delle fasce popolari più deboli dell’America
Latina”. E’ la prima di nove proposte operative avanzate da Michele Petraroia,
consigliere Pd nella Regione Molise, “al fine di offrire un contributo alla
stesura di un documento conclusivo” dei lavori del Consiglio dei molisani nel
mondo e dei giovani.
La seconda proposta del consigliere regionale
è quella di “sollecitare un rilancio della presenza italiana nel mondo
valorizzando il Made in Italy, promuovendo la lingua e la cultura,
intensificando scambi economici e sostenendo interventi di assistenza per le
situazioni più difficili”.
La terza: “rafforzare le strutture
regionali delegate ai Rapporti con i Molisani nel Mondo e raccordare con
un azione di coordinamento mirata i diversi interventi promossi da vari Enti,
Istituti, Università, Associazioni e Amministrazioni Molisane verso le nostre
comunità all’estero”.
La quarta proposta lanciata da Petraroia:
“potenziare la rete dei collegamenti telematici da e verso le Associazioni e le
Federazioni Molisane con la Regione Molise per disporre di un ampio archivio di
contatti propedeutici a promuovere scambi e iniziative che sappiano coinvolgere
anche le Istituzioni degli Stati di residenza dei molisani all’estero”.
Quinta proposta operativa: “incrementare le
dotazioni di bilancio per consentire partenariati universitari,
gemellaggi studenteschi e sportivi, esperienze formative e
culturali rivolti sia a giovani delle comunità molisane nel Mondo che a giovani
residenti in Molise”.
Sesta: “coinvolgere nella predisposizione del
Piano operativo annuale rappresentanze associative e istituzionali attraverso
un confronto aperto che non limiti la partecipazione degli Enti, dei Sindacati
e delle Associazioni culturali e sociali della nostra Regione”.
Settima: “modificare il Piano Annuale 2010
assunto con la Delibera di Giunta Regionale n. 331 che prevede su uno
stanziamento di 650 mila euro solo 200 mila in favore delle Federazioni e
Associazioni Molisane all’estero, e destinando i rimanenti 450 mila euro a
interventi diretti del Servizio per i Rapporti con i Molisani nel Mondo o ai
Comuni per esigenze connesse.
Ottava: “approntare una nuova legge regionale
in materia diversa dal testo adottato con Delibera di Giunta Regionale n. 68
del 2 febbraio 2009”.
La nona e ultima proposta di Petraroia: “intensificare
il lavoro per promuovere l’associazionismo dei molisani sia in Italia ex-l.r.
n. 4 del 10 febbraio 2009 e sia in quei paesi dove c’è una forte presenza e non
siamo riusciti ancora a radicarci come ad esempio la Germania e la Francia
senza fermare il potenziamento della presenza negli Stati in cui ci sono enormi
potenzialità come il Brasile, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti”. (Inform 19)
Gli Italiani nel mondo per il Premio Laurentum per la poesia
Al via la II
edizione dedicata ai nostri connazionali residenti all’estero e agli oriundi.
Termine per l’iscrizione: 31 luglio 2010
Il 31 luglio
prossimo è il termine ultimo per partecipare alla seconda edizione del Premio
Laurentum per la poesia dedicato agli Italiani nel mondo. L’iniziativa del
Centro culturale Laurentum, promossa con il patrocinio del Ministero degli
Affari Esteri, si rivolge agli Italiani residenti all’estero e agli oriundi,
che possono concorrere con poesie in lingua italiana e\o in vernacolo (con
riferimento ai dialetti italiani), e si propone, in coerenza e sinergia con le
linee guida strategiche della politica di programmazione culturale del MAE, di
diffondere e promuovere, presso i nostri connazionali nel mondo, la lingua e la
cultura italiane.
La partecipazione
è gratuita ed è possibile iscriversi online, compilando un semplice form con i
propri dati e allegando le proprie poesie (massimo tre opere per ogni autore).
In alternativa gli autori possono inviare le proprie poesie tramite posta
all’indirizzo: Centro Culturale Laurentum - Casella Postale n°189 - 00128 Roma
Spinaceto, Italia.
La poesia
vincitrice sarà selezionata da una prestigiosa giuria presieduta dal
Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta. Il vincitore
riceverà come premio un’opera d’arte, appositamente realizzata dall’artista
Angelo Bucarelli, e sarà ospite del Centro Culturale Laurentum a Roma per la
serata di premiazione, prevista per il 30 novembre 2010. Per
maggiori informazioni: www.premiolaurentum.eu . (ItalPlanet News)
Zahl der Zuwanderer nach Deutschland steigt an
Im vergangenen Jahr sind sechs Prozent
mehr Menschen nach Deutschland gezogen als 2008. Insgesamt kamen gut 720.000
Menschen aus dem Ausland hierher. Zugleich verließen 734.000 Bewohner die
Bundesrepublik. Damit setzt sich ein Trend in der Bevölkerungsentwicklung der
vergangenen Jahre fort.
Im vergangenen Jahr sind erneut mehr
Menschen aus Deutschland fort- als zugezogen. Wie das Statistische Bundesamt am
Mittwoch auf Basis vorläufiger Daten in Wiesbaden mitteilte, kehrten 734.000
Menschen der Bundesrepublik den Rücken, während 721.000 Personen aus dem
Ausland nach Deutschland zogen.
Allerdings schwächte sich das
sogenannte Wanderungsdefizit im Vergleich zum Vorjahr deutlich ab. Während es
2008 bei rund 56.000 Menschen lag, betrug das Defizit im vergangenen Jahr nur
noch etwa 13.000. Nach Angaben des Bundesamtes war dafür vor allem die um sechs
Prozent höhere Zahl von Zuwanderern ausschlaggebend. 2008 war die Zahl
gegenüber dem Vorjahr nahezu konstant geblieben.
Im Jahr 2008 hatte sich erstmals seit
der Wiedervereinigung in der Bilanz der Fort- und Zuzüge ein Defizit ergeben.
Nach Angaben des Bundesamtes lag die Zahl der Fortzüge damals wie 2009 um rund
100.000 höher als in den Vorjahren.
Dabei seien Sondereffekte zu
berücksichtigen: Wegen der bundesweiten Einführung der einheitlichen
Steuer-Identifikationsnummer würden seit 2008 die Melderegister bereinigt, was
zahlreiche Abmeldungen von Amts wegen nach sich ziehe. Diese Abmeldungen flößen
zum großen Teil in die Berechnung der Fortzüge ein. In welchem Umfang die
höheren Fortzugszahlen 2008 und 2009 auf die Bereinigungen zurückzuführen sind,
könne jedoch nicht ermittelt werden.
Wie das Bundesamt weiter mitteilte,
lassen sich aus den Abwanderungszahlen keine Gründe für die Fortzüge ableiten.
Es sei nicht bekannt, ob eine Person nur befristet ausreise oder auf Dauer
auswandere.
Den vorläufigen Angaben nach waren von
den 721.000 Zugezogenen im Jahr 2009 rund 606.000 Ausländer, über die Hälfte
davon (58 Prozent) aus der EU. Die Zuwanderer ließen sich vor allem in
Nordrhein-Westfalen (146.000), Baden-Württemberg (122.000) und Bayern (122.000)
nieder. Epd 26
Italienisches Kabinett beschließt Milliarden-Einsparungen
Rom - Italiens Kabinett hat ein
milliardenschweres Sparprogramm zur Sanierung des maroden Staatshaushalts
verabschiedet.
Bis 2012 sollten mehrere Milliarden
Euro eingespart werden, damit das Defizit bis dahin unter die Grenze von drei
Prozent des Bruttoinlandsprodukts reduziert werden könne, verlautet es am
Dienstagabend aus Kabinettskreisen. Einzelheiten wurden nicht genannt.
Einem Reuters vorliegenden
Gesetzentwurf zufolge soll aber vor allem im öffentliche Dienst gespart werden.
Dort soll demnach nur noch jede fünfte freiwerdende Stelle von 2011 bis 2013
neu besetzt werden. Zudem sollen die Gehälter von Ministern und
Spitzenverdienern gekürzt werden. Insgesamt peilt die Regierung in Rom allein
im kommenden Jahr Einsparungen im Volumen von etwa 13 Milliarden Euro an.
Das Sparpaket war innerhalb des Kabinetts
zuletzt immer noch stark umstritten. Umstritten ist die Gehaltskürzung für
Spitzenverdiener im öffentlichen Dienst mit einem Jahreseinkommen von mehr als
75.000 Euro. Sie sollen, genauso wie die Minister, 2011 zehn Prozent weniger
Gehalt bekommen.
Doch auch im Gesundheitssystem soll
gespart werden. Zudem werden die Zuwendungen an die Kommunen und
Regionalregierungen gekürzt. Zu den weiteren Opfern des Sparkurses gehört das
staatlich finanzierte Forschungsinstitut ISAE, das Umfragen zum Geschäftsklima und
zum Verbrauchervertrauen erstellt und dessen Aufgaben das
Wirtschaftsministerium übernehmen soll. Die italienische Regierung will das
Haushaltsdefizit bis 2011 auf 2,7 Prozent des Bruttoinlandsprodukts reduzieren.
2009 lag der Fehlbetrag noch bei 5,3 Prozent der Wirtschaftsleistung.
(Reuters 26)
Staatsfinanzen. Italiens Beamte sollen in der Krise verzichten
So gut, wie Italiens Premier Berlusconi
es glauben machen will, geht es dem Land nicht. Sein Finanzminister dringt auf
einen rigiden Sparkurs. Experten zweifeln, dass das reicht.
Rom - Bis vor kurzem hat Regierungschef
Silvio Berlusconi sein Land in Sicherheit gewiegt: Italien stehe in der Krise
besser da als die anderen Mittelmeerländer der EU, selbst der Internationale
Währungsfonds habe die römische Finanz- und Wirtschaftspolitik als solide
gelobt, man halte Kurs und steuere geradewegs aus dem Sturmtief hinaus.
Dann spannte Europa seinen Schutzschirm
über dem Euro auf, und in Rom verbreitete sich schlagartig Alarmstimmung. Zumal
erst jetzt bekannt wurde: 700 Städte und Gemeinden haben versucht, ihre Not
leidenden Finanzen mit Hilfe von Derivaten zu verbessern. Die insgesamt 1100
heute als riskant verurteilten Geschäfte haben einen Umfang von 35,5 Milliarden
Euro. Das zweite große Risiko für die Staatsfinanzen liegt im Gesundheitswesen.
Viele Regionen haben hier Defizite von etlichen hundert Millionen Euro
aufgehäuft. Heute versucht ein selbst erschrockener Berlusconi offenbar nur
noch die Mindeststandards zu retten: „Wir werden kein soziales Gemetzel
veranstalten.“
Finanz- und Wirtschaftsminister Giulio
Tremonti hat dem Staatshaushalt eine Verschlankung um mindestens 25 Milliarden
Euro für die nächsten beiden Jahre verordnet. Die Details werden dieser Tage
noch ausgehandelt – aber wenn die Meldungen der italienischen Medien halbwegs
zutreffen, kommt keiner ungeschoren davon. Die Ministerien sollen ihre Ausgaben
um zehn Prozent herunterfahren. Minister, Staatssekretäre und öffentliche
Spitzenfunktionäre büßen zehn bis 15 Prozent ihres Gehalts ein. Die Gehälter
der 3,5 Millionen Staatsbediensteten sollen eingefroren werden. Allein das
könnte den Haushalt um 5,3 Milliarden Euro entlasten. Das Rentenalter wird
faktisch um bis zu ein Jahr hinaufgesetzt.
Ob es zu einer rechtlichen Sanierung
der in Italien so beliebten Schwarzbauten kommt – gegen eine geringe Buße an
den Staat – oder ob mit voller Härte jene zwei Millionen Gebäude besteuert
werden, die der Fiskus erst durch landesweite Luftaufnahmen der Steuerfahnder
entdeckt hat, scheint noch nicht entschieden. Jedenfalls will der Minister die
Fahndung nach Steuerhinterziehern verstärken. Damit vergrätzt er die Klientel
der Berlusconi-Partei, deren Chef einmal die Hinterziehung „ab einem gewissen
Steuersatz“ für moralisch legitim erklärt hat.
Tremonti verspricht sich von den
Maßnahmen eine Senkung des Haushaltsdefizits von derzeit fünf auf 2,7 Prozent
des Bruttoinlandsprodukts im Jahr 2012. Derweil steigt die italienische
Staatsverschuldung weiter: bei 106 Prozent des Bruttoinlandsprodukts lag sie vor
zwei Jahren; 2009 schloss sie mit 118 Prozent, dieses Jahr werden es wohl 121
Prozent – das ist fast griechisches Niveau. Dagegen hat Tremonti keine
konkreten Maßnahmen vorgelegt. Experten vermissen strukturelle Reformen des
Staatshaushalts. „Dafür haben wir im Augenblick keine Zeit“, heißt es in Rom.
Tsp 26
Italien: Staatsverschuldung. Berlusconi verordnet drastischen Sparkurs
Dolce Vita - das war einmal: Italien
muss sparen. Nun lässt die Regierung Berlusconi den öffentlichen Dienst, die
Kommunen und selbst die Minister bluten.
Ministerpräsident Silvio Berlusconi
will die horrende Staatsverschuldung Italiens zurückschrauben.
Sein Kabinett hat am Dienstagabend zur Bekämpfung der hohen
Staatsverschuldung ein Sparpaket von 24 Milliarden Euro verabschiedet. Bis 2012
sollten mehrere Milliarden Euro eingespart werden, damit das Defizit bis dahin
unter die Grenze von drei Prozent des Bruttoinlandsprodukts reduziert werden
könne, verlautet es aus Kabinettskreisen
Einzelheiten wurden nicht genannt. Nach
der Verabschiedung im Kabinett von Ministerpräsident Berlusconi muss das Paket
noch vom Parlament gebilligt werden.
Dem Gesetzentwurf zufolge soll aber vor
allem im öffentlichen Dienst gespart werden. Dort soll demnach nur noch jede
fünfte freiwerdende Stelle von 2011 bis 2013 neu besetzt werden. Zudem sollen
die Gehälter von Ministern und Spitzenverdienern gekürzt werden. Insgesamt
peilt die Regierung in Rom allein im kommenden Jahr Einsparungen im Volumen von
etwa 13 Milliarden Euro an. Das Sparpaket war innerhalb des Kabinetts zuletzt
immer noch stark umstritten.
Weniger Geld für Minister - Im
Kreuzfeuer der Kritik ist auch die Gehaltskürzung für Spitzenverdiener im
öffentlichen Dienst mit einem Jahreseinkommen von mehr als 75.000 Euro. Sie
sollen, genauso wie die Minister, 2011 zehn Prozent weniger Gehalt bekommen.
Doch auch im Gesundheitssystem soll gespart werden. Zudem werden die
Zuwendungen an die Kommunen und Regionalregierungen gekürzt.
Der Sparkurses schlägt sich auch
beim staatlich finanzierten Forschungsinstitut ISAE nieder, das Umfragen
zum Geschäftsklima und zum Verbrauchervertrauen erstellt. Seine Aufgaben soll
das Wirtschaftsministerium übernehmen.
Die italienische Regierung will das
Haushaltsdefizit bis 2011 auf 2,7 Prozent des Bruttoinlandsprodukts reduzieren.
2009 lag der Fehlbetrag noch bei 5,3 Prozent der Wirtschaftsleistung. SZ
26
Giugiaro-Übernahme. Volkswagen wird italienischer
Der Wolfsburger VW-Konzern übernimmt
den Autodesigner Giugiaro. Die Italiener sollen nicht nur klassische Designaufgaben
übernehmen.
Berlin - Die besten Autos bauen die
Italiener nicht. Aber die schönsten. Dieses Klischee hat auch die deutsche
Autometropole am Mittellandkanal erreicht. In Wolfsburg, wo Europas größter
Autohersteller gesteuert wird, ist man schon lange begeistert von der
italienischen Designkunst und hat sich über die Jahrzehnte immer mal wieder bei
den südeuropäischen Linienkünstlern und Karosserieästheten Hilfe gesucht. Das
ist nun vorbei. Der VW-Konzern umfasst inzwischen, Porsche dazugerechnet, zehn
Marken. Kleine und große Autos, kleine und große Lastwagen. Da hat man auch
noch Geld für eine italienische Designfirma. Schließlich hat man nicht zuletzt
in Wolfsburg verstanden, wie der Autofahrer tickt: „Auto ist Heartware“, sagte
einst der Finanzvorstand und enge Vertraute Ferdinand Piëchs, Jens Neumann, und
legte dazu die rechte Hand aufs Herz. Emotionen sind ganz wichtig. Und die
gehen offenbar durchs Auge.
Also Italdesign Giugiaro S.p.A.,
abgekürzt (IDG) aus Turin. Der VW-Vorstandsvorsitzende Martin Winterkorn selbst
reiste nach Norditalien, in die Fiat-Stadt, um die jüngsten Familienfreuden zu
feiern. „Heute beginnt eine neue Ära in der strategischen Partnerschaft unserer
Unternehmen. Italdesign wird ein festes Mitglied der weltweiten Volkswagen-Familie“,
freute sich der Konzernpapa. Und tatsächlich hat das neue Mitglied das Gesicht
des Clans in den vergangenen Jahrzehnten schon sehr geprägt. Giugiaro hat den
Golf I entworfen und dazu auch wichtige Studien für den ersten Passat, den
Scirocco oder den Audi 80 geleistet. Allesamt großartige Fahrzeuge, die
Automobilgeschichte geschrieben haben. Wenn auch der Scirocco zwischenzeitlich
für einige Jahre verschwand, aber nun in einer überarbeiteten und dabei etwas
gequetschten Form wieder zu haben ist. Also gar nicht italienisch aussieht in
der dritten Generation. Aber Geschmack ist so eine Sache.
Wie viel Geld VW zahlt für Italdesign
Giugiaro, ist nicht bekannt. Dass es überhaupt zu dem Deal kam, hat der
deutsche Konzern womöglich einer anderen italienischen Tochter zu verdanken,
die nicht nur brachial hübsch ist, sondern dazu auch ganz ungewöhnliche Töne
spuckt: Lamborghini. Es ist die Rennwagenfirma, die wiederum zur VW-Tochter
Audi gehört, die gut 90 Prozent der Anteile an dem Designunternehmen übernimmt.
Was Italdesign künftig für die neuen Brüder und Schwestern tun wird, ist
Familiengeheimnis. Immerhin so viel teilten die verschlossenen Wolfsburger mit:
Bei der Modellfamilie des Miniwagens Up, der 2011 auf den Markt kommt, sind die
Italiener beteiligt. Sie können also auch kleine Karren stylen.
Die Italiener sollen aber nicht nur
klassische Designaufgaben übernehmen, sondern insbesondere bei der
Karosserieentwicklung und beim Prototypenbau Funktionen übernehmen.
IDG wurde 1968 von Giorgetto Giugiaro und
Aldo Mantovani in Turin gegründet. In klassischer italienischer Prosa würdigte
der Unternehmensgründer am Dienstag das Aufgehen in der neuen, deutschen
Familie: „Aus Tropfen werden Flüsse, aus Flüssen werden Meere. Wir sind ein
solcher Tropfen. Ein Teil des Volkswagen-Konzerns zu werden, führt zu einer
Neubewertung unseres Unternehmens und unserer Stärke“, sprach Giugiaro.
Und Winterkorn hat das große Ziel im
Auge, bis 2018 Toyota als größten und profitabelsten und überhaupt schönsten
Autokonzern der Welt abzulösen. VW setze in den kommenden Jahren seine
Modelloffensive fort und werde dabei von den Kompetenzen und Kapazitäten der
Italiener profitieren. Schließlich sei Italdesign das „Aushängeschild für
kreatives italienisches Automobildesign und hat das Gesicht der
Automobilindustrie weltweit mit geprägt“. Viel schöner kann sich ein
Familienpatriarch nicht über neuen Nachwuchs freuen.Alfons Frese Tsp 26
Illegale Einwanderung. Obama will Nationalgarde einsetzen
Washington. Im Kampf gegen
Drogenschmuggel und illegale Einwanderung an der Grenze zu Mexiko will
US-Präsident Barack Obama die Nationalgarde mobilisieren. Bis zu 1200 Soldaten
der militärischen Reservetruppe sollen entlang der etwa 3000 Kilometer langen
Grenze eingesetzt werden, wie am Dienstag (Ortszeit) aus Washingtoner
Regierungskreisen verlautete. Die mexikanische Regierung begrüßte die
Entscheidung.
Die Nationalgarde werde für
"Überwachungs- und Aufklärungsmissionen" an der Grenze zum südlichen
Nachbarland der USA eingesetzt, sagte ein ranghoher Regierungsvertreter in
Washington. Gemeinsam mit der Grenzpolizei sollen die Soldaten demnach den
Schmuggel von Waffen, Drogen und Geld unterbinden sowie gegen illegale
Einwanderung vorgehen. Außerdem will die US-Regierung den Angaben zufolge 500
Millionen Dollar (407 Millionen Euro) für den Ausbau der Sicherheitsmaßnahmen
an der Grenze bereitstellen.
Das mexikanische Außenministerium
teilte mit, es vertraue darauf, dass die Nationalgarde den Kampf gegen die
organisierte Kriminalität an der Grenze verstärken werde. Zugleich forderte
Mexiko, dass die zusätzlichen Truppen nicht direkt zur Kontrolle illegaler
Einwanderer eingesetzt würden.
Der frühere republikanische
Präsidentschaftskandidat und Senator für den US-Bundesstaat Arizona, John
McCain, kritisierte dagegen die angekündigte Truppenverlegung als nicht
ausreichend. "Das reicht einfach nicht", sagte er am Dienstag.
Angesichts des "dramatischen Anstiegs der Gewalt" in den vergangenen
Jahren seien 6000 Soldaten notwendig.
Die Nationalgarde ist eine
Reservetruppe der US-Streitkräfte und wird häufig bei Katastrophen im eigenen
Land eingesetzt. Obamas Vorgänger George W. Bush hatte die Nationalgarde
bereits 2006 vorübergehend gegen Kriminalität und illegale Einwanderung an der
Grenze zu Mexiko eingesetzt.
Bei einem Besuch in Washington in der
vergangenen Woche hatte der mexikanische Präsident Felipe Calderón mehr
Unterstützung der USA im Kampf gegen die Drogenkriminalität angemahnt. Mehrere
Kartelle liefern sich in Mexiko eine blutige Auseinandersetzung um die
lukrativen Schmuggelrouten in die USA, seit 2006 fielen dem Drogenkrieg fast
23.000 Menschen zum Opfer. Die Waffen beschaffen sich die Drogenbanden meist
illegal in den USA. Die Drogenkriminalität habe ihre Wurzeln "auf beiden
Seiten", sagte Calderón.
Der mexikanische Präsident hatte auch
die Einwanderungspolitik in den USA kritisiert. Ein vergangenen Monat in
Arizona eingeführtes Gesetz erlaubt der Polizei, mutmaßliche illegale
Einwanderern künftig auf bloßen Verdacht hin festzuhalten und ihre Papiere zu
überprüfen. In den USA halten sich zwölf Millionen illegale Einwanderern auf,
viele von ihnen sind Mexikaner.
Die Reform des Einwanderungsrechts
zählt zu den umstrittensten politischen Fragen des Landes. Obama hatte im
Wahlkampf eine Neuregelung versprochen, um den illegalen Einwanderern eine
Legalisierung ihres Aufenthalts zu ermöglichen. Bislang liegt dazu aber noch
nicht einmal ein Gesetzentwurf vor. (afp 26)
Im Gespräch: José Manuel Barroso. „Manchmal haben Krisen auch ihr Gutes“
„Deutschland war bisher ein großer
Gewinner des Euros“, sagt Kommissionspräsident Barroso im F.A.Z.-Gespräch und
empfiehlt den deutschen Politikern, dies auch deutlich zu sagen. Harte Strafen
gegen überschuldete Länder seien nicht der richtige Weg.
Der Präsident der Europäischen
Kommission, José Manuel Durão Barroso, über die immer noch starke
Gemeinschaftswährung, Politiker, die ihren Bürgern nicht sagen, wie sehr der
Euro ihnen nutzt, und Europa insgesamt, das mitnichten zu den Absteigern der
Weltpolitik gehöre. Harte Strafen gegen überschuldete Länder seien nicht der
richtige Weg.
Herr Präsident, in Deutschland fühlen
sich viele Bürger regelrecht betrogen, weil ihnen versprochen wurde, der Euro
werde eine stabile Währung sein. Können Sie das verstehen?
Die Sorgen der Bürger verstehe ich sehr
gut. Ich kenne die Stabilitätskultur Deutschlands, für die ich große Sympathie
habe. Als ich noch Ministerpräsident in Portugal war, wurde mir vorgeworfen,
ich sei geradezu besessen von der Idee, das Defizit abzubauen. Auf der anderen
Seite glauben nach einer neuen Umfrage 76 Prozent der Deutschen an den Euro.
Das zeigt, dass die Öffentlichkeit bei allem Ärger und aller Sorge über die
jüngsten Vorkommnisse manchmal klüger ist als viele Politiker. Die Mehrheit der
Deutschen zweifelt nicht an der Zukunft des Euros.
Trotzdem sind viele Deutsche empört
darüber, dass sie die Zeche für andere zahlen sollen.
Wir müssen den Leuten viel deutlicher
sagen, was der Euro ihnen gebracht hat. Nehmen Sie den deutschen
Handelsüberschuss von 134 Milliarden Euro. Weiß die deutsche Öffentlichkeit
eigentlich, dass fast 86 Prozent von diesen 134 Milliarden, nämlich 115 Milliarden,
aus dem Handel in der EU stammen? Sagen die deutschen Politiker der
Öffentlichkeit, dass die deutschen Exporte in andere EU-Länder ständig
gestiegen sind? Zwischen 1995 und 2008 betrug der Anstieg 7,4 Prozent im Jahr.
Bei den deutschen Ausfuhren nach Japan waren das nur 2,2 Prozent. Deutschland
war bisher ein großer Gewinner des Euros. Ich finde, dass mehr Politiker in
Deutschland das deutlich sagen sollten.
In Deutschland hat also nur die
Öffentlichkeitsarbeit versagt?
Gerade diese Krise ist eine Gelegenheit,
um auf diese Zusammenhänge hinzuweisen. Deshalb ist es gut, dass Finanzminister
Schäuble sich in jüngster Zeit so deutlich in diese Richtung geäußert hat. Aber
es bleibt wahr, dass es in den vergangenen Jahren in der deutschen Politik
nicht genug kraftvolle Stimmen gab, die der Öffentlichkeit erklärt hätten, wie
wichtig es für Deutschland ist, den Euro zu haben – in keiner der wichtigen
Parteien.
In Deutschland hat man sich in den
vergangenen Jahren eher für den Nettobeitrag interessiert.
Deutschland leistet den größten Beitrag
zum Haushalt der EU. Ich lasse keine Gelegenheit aus, Ihrem Land dafür zu
danken. Aber die Politiker müssen auch sagen, dass es der deutschen Wirtschaft
ohne den Euro viel schlechter ginge. Die Deutschen vergessen manchmal, dass der
Euro nicht nur aus politischen Gründen geschaffen wurde. Es sollten
insbesondere Abwertungswettläufe und spekulative Angriffe verhindert werden,
denn in einem Binnenmarkt mit verschiedenen Währungen machen sie den
Unternehmen das Leben schwer. Das gilt vor allem für kleine und mittlere
Betriebe.
Es ging schon auch um die Frage, wie
das wiedervereinte Deutschland in Europa eingebettet wird.
Ja, aber es ist nicht wahr, dass der
Euro der politische Preis für die Wiedervereinigung war. Es gab gute
ökonomische Gründe für ihn, auch wenn er natürlich darüber hinaus ein
visionäres politisches Einigungsprojekt ist. Im Übrigen war der Euro keine
Erfindung von Griechenland, Irland oder Spanien. Das war ein
deutsch-französisches Projekt.
Hat die EU-Kommission nicht auch Schuld
an der Krise, weil sie nicht energischer gegen die nationalen Defizite
vorgegangen ist?
Es gibt in Europa keine andere
Institution, die der makroökonomischen Stabilität und der Beachtung des
Stabilitätspakts so verpflichtet ist wie die Kommission. Das Problem sind doch
einige Mitgliedstaaten, auch Deutschland. In den Jahren 2003 und 2004 hat es
Deutschland zusammen mit Frankreich geschafft, eine Mehrheit unter den
Mitgliedstaaten gegen den Versuch der Kommission zu mobilisieren, schärfere
Sanktionen nach den Vorschriften des Stabilitätspakts zu verhängen. Die
Kommission war sogar gezwungen, dagegen vor dem Europäischen Gerichtshof zu
klagen. Als wir später gesehen haben, dass es ein Problem mit den Statistiken
in den Mitgliedstaaten gibt, hat meine Kommission dann vorgeschlagen, dem
europäischen Statistikamt Eurostat mehr Befugnisse zu verleihen. Da waren
einige Mitgliedstaaten dagegen, gerade auch Deutschland. Griechenland hat
gefälscht und manipuliert. Das ist inakzeptabel. Aber Deutschland hat sich auch
nicht immer so verhalten, wie es dem Geist des Stabilitätspakts entspricht.
Was ist zu tun, damit das nicht so
weitergeht?
Manchmal haben Krisen auch ihr Gutes.
Anstatt wie in der Vergangenheit über das Für und Wider von Stabilitätspolitik
dreht sich die Diskussion jetzt um eine Stärkung des Pakts. Die Franzosen reden
darüber, Obergrenzen für die öffentliche Verschuldung in die Verfassung
aufzunehmen. Das wäre noch vor ein paar Wochen unvorstellbar gewesen. Wir haben
jetzt einen Vorschlag zur Verschärfung des Stabilitätspaktes und für eine
bessere Koordinierung der Wirtschaftspolitik in der Eurozone vorgestellt, den
wir übrigens schon vor der Krise angekündigt hatten.