WEBGIORNALE  27-31  Maggio  2010

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Cgie/Comites: protesta europea. Bidonati di Germania, unitevi! E fatevi vedere sabato 29 a Francoforte  1

2.       La Confsal-Unsa Coordinamento Esteri partecipa alla manifestazione del 29 maggio a Francoforte  1

3.       Giugiaro-Volkswagen, un matrimonio da 150 milioni 2

4.       Fini: "Immigrati e rispetto della legge. I politici non siano esempio di corruzione"  2

5.       Sicurezza alla frontiera. Soldati Usa al confine con il Messico contro immigrazione e narcotraffico  2

6.       L’Europa di fronte alla crisi. Lo sforzo di delineare risposte concrete  3

7.       Sì della Camera al rinvio delle elezioni dei Comites e del Cgie  3

8.       Minidecreto omnibus per cancellare il risarcimento alle vittime del nazismo e prorogare Comites e Cgie  4

9.       Via libera della Camera al disegno di legge sugli incentivi fiscali per il rientro dei lavoratori in Italia  4

10.   Comites/Cgie. Di Biagio e Zacchera (PdL) difendono le ragioni del rinvio delle elezioni 5

11.   La discussione sul decreto che rinvia le elezioni di Comites e Cgie  5

12.   Il Comites di Norimberga favorevole ad una agenzia consolare  6

13.   Almalatina conquista Stoccarda  6

14.   A Füssen e ad Augsburg la mostra regionale “Bayern – Italien”  7

15.   Musica classica italiana a Stoccarda  7

16.   Iniziativa a favore dell’editoria online dedicata agli italiani all’estero  7

17.   Milano/Monaco di Baviera. Marinella Colombo vince la sua battaglia  8

18.   Il PD si mobilita per la manifestazione di Comites e Cgie del 29 maggio a Francoforte  8

19.   Camera. In Commissione Esteri audizione del segretario generale del MAE Giampiero Massolo  8

20.   Italia-Usa. Napolitano alla Casa Bianca in primo piano la crisi economica  8

21.   L'Ue promuove la manovra italiana. «Gli sforzi nella buona direzione»  9

22.   Intercettazioni subito in aula. Il Pd: azioni durissime  9

23.   L’analisi. Se il cittadino si ribella  10

24.   Intercettazioni costituzione e buon senso  10

25.   Il diritto dei cittadini 11

26.   La doppia sfida del Paese. Il dovere del rigore, il coraggio delle riforme  11

27.   La manovra da 24 miliardi e la crisi dell'europa. Risposte necessarie  12

28.   Ciò che Silvio non poteva dire  12

29.   L’eutanasia dello stato soacile  13

30.   L'azzardata scommessa di Berlusconi 13

31.   Sprechi e furbizie  13

32.   Il paese dei balocchi 14

33.   La strada obbligata del rigore  14

34.   Cgil e Regioni bocciano la manovra. Epifani: «Non è equa»  15

35.   Quando le leggi nascono contro qualcuno raramente funzionano  16

36.   Oltre due milioni di giovani italiani non lavorano e non studiano  16

37.   I deputati del Pd eletti all’estero sui colleghi del Pdl e Lega: “Il solco tra le parole e i fatti”  16

38.   Le nuove disposizioni sul passaporto  17

39.   Giornata dei lucani nel mondo  17

40.   Celebrata anche a Catania la “Giornata del Siciliano nel mondo”  17

41.   Roma. Immigrazione in terre d’emigrazione: incontro l’11 giugno  18

42.   Consiglio dei Molisani nel Mondo: le proposte del consigliere regionale Michele Petraroia (Pd) 18

43.   Gli Italiani nel mondo per il Premio Laurentum per la poesia  19

 

 

1.       Zahl der Zuwanderer nach Deutschland steigt an  19

2.       Italienisches Kabinett beschließt Milliarden-Einsparungen  19

3.       Staatsfinanzen. Italiens Beamte sollen in der Krise verzichten  20

4.       Italien: Staatsverschuldung. Berlusconi verordnet drastischen Sparkurs  20

5.       Giugiaro-Übernahme. Volkswagen wird italienischer 20

6.       Illegale Einwanderung. Obama will Nationalgarde einsetzen  21

7.       Im Gespräch: José Manuel Barroso. „Manchmal haben Krisen auch ihr Gutes“  21

8.       Großbritanniens neue Regierung. Ihrer Majestät Rosskur. Ein großes Programm   23

9.       Analyse. Öl haftet an Pelikan und Präsident 23

10.   EU-Klimaschutzkommissarin Hedegaard. „China und Amerika sind beim Klimaschutz auf der Überholspur“  23

11.   Somalia. Humanitäre Katastrophe mit Namen  24

12.   Euro-Krise. Jetzt ist Spanien dran  25

13.   Reise der Bundeskanzlerin an den Persischen Golf. Ohne Kopftuch in Dschiddah  25

14.   Roland Koch macht Schluss mit der Politik  25

15.   CDU: Rücktritt und Verlust. Roland Koch, der Unvollendete  26

16.   Volker Bouffier, Kochs natürlicher Nachfolger 26

17.   Jörg Schönbohm: "Aus den Ländern muss die Erneuerung kommen"  27

18.   FDP in der Krise. Regierung ist Mist 27

19.   Zwangspause im Betrieb  28

20.   Runder Tisch Kindesmissbrauch. Duschverbot für Pädagogen  29

21.   Hartz IV. Jobcenter in Gefahr 29

22.   Islamfeindlichkeit. Was die denken, die nicht denken  29

23.   Verfassungsschützer Fromm. "Größte Gefahr durch Islamisten"  30

24.   Linke gegen Rechte. Nazi-Pranger im Internet 31

25.   „Mach meinen Kumpel nicht an!“ Sieger des diesjährigen Wettbewerbs „Die gelbe Hand“ ausgezeichnet 32

26.   Das Dolomiten-Festival. Gipfelstürmer mit Kontrabass. Klänge der Dolomiten  32

27.   Begegnung mit Salvatore Bono in Bonn  33

28.   Füssen/Augsburg. Die Landesausstellung „Bayern - Italien“  33

29.   Im IIC-Köln Werke von Silvano Spessot 33

 

 

 

 

Cgie/Comites: protesta europea. Bidonati di Germania, unitevi! E fatevi vedere sabato 29 a Francoforte

 

Francoforte. Non sarà una sfilata di moda, o un concerto rock, o una partita tipo quella di sabato scorso a Madrid, Inter-Bayern. Queste manifestazioni non hanno bisogno di appelli per riempire sale e piazze. La gente accorre da sola, in massa, come spinta da un istinto irrefrenabile, anche se i prezzi sono salati.

 

Quella di sabato 29 a Francoforte sarà una semplice assemblea pubblica della Commissione Europa del Cgie e dei Comites della Germania, alle 14,30 all’Hotel Holiday Inn, nella Mailänder Str. 1. Che poi si trasformerà in una breve sfilata, di cento/duecento metri, alle 16,30, dall’Alter Oper fino al Consolato italiano, nella strada di fronte. Niente di complicato o di difficile, di costoso, a parte le spese e la fatica per quelli che verranno da fuori, per esempio in bus da Svizzera e Belgio, o in macchina dalle cittè tedesche più lontane.

 

Perché un’Assemblea pubblica, europea, del Cgie e dei Comites della Germania? Perchè una sfilata tutta italiana nel cuore di Francoforte? Gli organizzatori vogliono protestare “contro la distruzione della rete consolare, i tagli delle risorse per l’intervento scolastico-culturale, l’azzeramento dei capitoli di spesa per l’assistenza diretta e indiretta, la forte riduzione dei finanziamenti della stampa italiana all’estero, la discriminatoria decisione del Governo nell’esenzione dell’ICI (la pagano solo i residenti all’estero, ndr), il decreto che rinvia le elezioni dei Comites e del Cgie di tre anni complessivi”. Così recita l’invito.

 

Ce n’è abbastanza per uscire anche dalle tombe. Ma, nonostante siano temi che toccano le tasche dei connazionali, la formazione scolastica dei figli, i servizi consolari, le situazioni d’emergenza dei più bisognosi, l’informazione, la partecipazione, sarà già  un problema riempire l’ampia sala dell’hotel; e  impresa impossibile coprire anche solo un quarto dell’immensa Opernplatz. Anche perchè non è ipotizzabile che la maggioranza di governo (PdL e Lega) che in Parlamento ha votato i suddetti tagli e le leggi contestate, sfili contro sé stessa, contro i propri provvedimenti. A meno che la “scuola Fini” non inizi a prender piede anche nella destra dell’estero, permettendo al dissenso in casa di uscire allo scoperto.

 

A parte la difficoltà di informare nel mondo della diaspora italiana; a parte il fatto che la stagione della protesta tra gli italiani in Europa non è mai arrivata; c’è anche il problema che molti ritengono del tutto inutile la manifestazione di sabato. Nel senso che non serve a niente. Con un Governo sordo e cieco, arrogante e ottuso, cinico e vendicativo come questo - sostengono - non solo insensibile con l’estero ma addirittura spergiuro e ingiusto (vedi la vicenda dell’Ici), uno sa già in partenza e con sicurezza che non riuscirà a smuoverlo di un millimetro.

 

Sarà anche così. Ma il problema vero è un altro. Occorre dare finalmente, anche all’estero, un segnale di vita. Un segno visibile di esistenza, di disagio, di protesta. Non solo tramite il solito comunicato, che è subito fatto. Ma anche in modo diverso, con qualcosa di pubblico, di visibile, di fotografabile, che costa almeno il prezzo di un bus, un’ora di tempo libero.  Il subire sempre e tutto, senza un minimo gesto di reazione, di protesta, ecco, una simile passività rischia di diventare il miglior incentivo per nuovi tagli, nuove recrudescenze legislative. Forse non si fermeranno quelle in corso, ma si possono fermare o limitare i danni di quelle in arrivo. E fare in modo che i sacrifici, se necessari, siano almeno equamente distribuiti.

 

Per questo é importante che siano in tanti ad accogliere l’appello dell’Intercomites della Germania ed a partecipare alla duplice manifestazione di Francoforte di sabato prossimo. In particolare dovrebbero essere presenti i connazionali delle sedi consolari che fra poco chiuderanno (Saarbrücken, Mannheim, Norimberga, Amburgo); quanti hanno dovuto riprendere a pagare l’Ici (tutti e solo i residenti all’estero!); enti e famiglie che si sono visti dimezzare il contributo per l’assistenza o per il sostegno scolastico.

 

Come sarà la risposta? Inutile nasconderselo, Cgie e Comites rischiano grosso. Una scarsa partecipazione ridurrebbe sicuramente il peso poltitico della protesta e delle rivendicazioni. A parte un comunicato stampa, in giro non si vedono né manifesti né volantini che invitano all’assemblea ed alla sfilata. Ciò significa che, prudentemente, hanno preferito scegliere la strada del gesto “simbolico”, che non punta sulla quantitá, la massa – che, come sopra si diceva, è sempre importante - ma in primo luogo sul gesto, sul messaggio che manda, sui contenuti. Cioè sulla capacitá di intervenire in modo politico e pubblico nei problemi. Ed allora diventano particolarmente importanti tutte le solidarietà, istituzionali, politiche e della società civile, che sabato prossimo prenderanno la parola all’Holidy Inn e che sfileranno alla luce del sole (o sotto la pioggia) nella Opernplatz.  (tb, de.it.press)

 

 

 

 

La Confsal-Unsa Coordinamento Esteri partecipa alla manifestazione del 29 maggio a Francoforte

 

Sarà presente per protestare contro le chiusure dei Consolati Generali di Amburgo, Saarbrücken, Nürnberg e l’Agenzia consolare di Mannheim.

 

Tutti in piazza, dunque, per manifestare contro le imminenti chiusure previste in Germania e in tutta Europa, così come dall’anno prossimo negli Stati Uniti e in Australia, e per dare voce a tutta la rabbia contro un piano di ristrutturazione della rete consolare che si profila sempre di più senza fondamenta concrete.

 Mille sono le buoni ragioni per il mantenimento, anche sotto forma diversa, delle nostre Rappresentanze diplomatiche, tra cui, in primo luogo, il rispetto per le proprie comunità all’estero, l‘importanza della rete politico-culturale e commerciale che si è creata negli anni tra i Paesi riceventi e il Paese d‘origine e, non per ultimo, il mantenimento dei posti di lavoro degli impiegati della Farnesina a contratto e di ruolo. Per i primi si configurerà lo sradicamento forzato dal contesto sociale, pena la perdita del posto di lavoro. Al contrario, per il personale delle AAFF – sulla cui pelle graverà in termini economici la ristrutturazione in parola, come del resto ribadito dal MAE in più occasioni - prosegue la costante riduzione di posti funzioni all’estero.

 Che senso ha insistere che la „razionalizzazione“ serve a risparmiare? Si risparmia forse cancellando tutta una rete di preziosi contatti politici e culturali, creando così un vuoto istituzionale incolmabile, e sovraccaricando sedi che non hanno la capienza e il personale per assumersi ulteriori carichi di lavoro derivanti dalle sedi in chiusura e compromettendo persino gli ottimi rapporti con le Autorità locali?

 È questo il grande e lungimirante piano politico del nostro Ministro degli Affari Esteri Frattini e del Suo Sottosegretario con delega per gli italiani nel mondo, Sen. Alfredo Mantica?

 La Confsal-Unsa Coordinamento Esteri continua a dire NO ad una ristrutturazione della rete consolare non ragionata e che non ha alcuna logica.

Sabato, 29 maggio 2010, la Confsal-Unsa Coordinamento Esteri scenderà in piazza insieme ai membri del CGIE, del COMITES e insieme a tanti altri attivisti dell’Associazionismo europeo per far pesare la propria voce e quella dei propri iscritti!  Confsal-Unsa Coordinamento Esteri (de.it.press)    

 

 

 

 

 

 

Giugiaro-Volkswagen, un matrimonio da 150 milioni

 

Alla casa tedesca finisce il 90,1% di Italdesign, l'atelier torinese sarà polo creativo del colosso – di TEODORO CHIARELLI

 

TORINO - Il fatto di essere venuto a fare shopping a Torino, in casa di uno dei suoi concorrenti globali, non lo scompone più di tanto. Martin Winterkorn, massiccio presidente del consiglio di amministrazione della Volkswagen, gonfia il petto e mette a dura prova il doppiopetto chiaro indossato con baldanza. Siede accanto a Giorgetto Giugiaro e guarda i disegni della prima Golf disegnata dal designer piemontese appesi alla parete. «Fiat è per noi un concorrente come gli altri. Quando incontrerò Marchionne gli dirò: “Abbiamo comprato Italdesign”. E non credo che questo creerà qualche problema a Sergio».

 

Fair play il giorno in cui si ufficializza il passaggio di un marchio principe dell’italian style sotto le insegne di Wolfsburg? Può darsi. Ma il fatto che subito dopo non manchi di ricordare che Volkswagen è lo sponsor di quel Bayern che, guarda caso, ha eliminato la Juve, beh, qualche dubbio lo induce. Anche perché proprio sulle rive del Po i tedeschi hanno già pescato due figure chiave come il responsabile dello stile Walter de’ Silva e il responsabile marketing Luca De Meo.

Gli uffici della Italdesign di Giugiaro e del figlio Fabrizio a Moncalieri sono addobbati con sobria eleganza per celebrare quello che il “sarto” delle auto definisce un momento epocale, ma anche un nuovo inizio. «Si completa un rapporto iniziato nel 1974 - spiega - Ora andiamo avanti con più forza». I tedeschi acquisiscono il 90,1% di Italdesign, mentre i Giugiaro, che restano al loro posto in azienda, conservano il restante 9,9%. Il valore della transazione? Top secret. «Un prezzo di acquisto sostanzioso», si limita a dire sornione Winterkorn. Oltre 150 milioni di euro, suggeriscono fonti bene informate, per un gruppo che nel 2009 ha realizzato un fatturato di 107,6 milioni di euro e un risultato operativo di 700 mila euro. Rilevando Italdesign la Volkswagen acquista in realtà un marchio e un concentrato di idee, progettualità e creatività di livello internazionale.

 

Per la casa tedesca, che ha nove marchi, più Porsche («La campagna acquisti finisce qui, siamo sazi»), è un tassello importante anche in vista del previsto lancio entro quest’anno di 70 modelli. «L’Italia - afferma Winterkorn - è la patria di artisti geniali e grandi designer, ma è anche una nazione che può andare fiera di una grande tradizione nel campo automobilistico. Italdesign ha saputo riunire entrambi questi aspetti in modo particolarmente efficace negli ultimi 40 anni. È un partner perfetto e noi ci aspettiamo molto». Il top manager tedesco garantisce che «il futuro di Italdesign è in ottime mani» e che «i posti di lavoro sono al sicuro». E nessun rischio di cannibalizzazione, assicura, fra i tanti centri di design della casa di Wolfsburg che saranno fra loro in concorrenza, ma sotto il coordinamento di Walter de’ Silva. Il nuovo cda dell’azienda risulterà così composto: Martin Winterkorn, Ruppert Stadler, ad di Audi, Giorgetto Giugiaro, Fabrizio Giugiaro ed Enzo Pacella come managing director.

 

Il futuro della casa torinese è tutto dedicato in esclusiva alla Volkswagen: sarà un polo creativo che dovrà portare idee fresche e nuovi concept. Il design italiano e l’abilità tecnica tedesca come garanzia di successo. Cosa accadrà dei clienti esterni, tra cui la Bmw, di cui Giugiaro segue il progetto Mini in scadenza l’anno prossimo? «Saranno loro a decidere se vogliono proseguire - dice Giugiaro - Noi garantiamo confidenzialità e riservatezza». Ma già sembra probabile che l’intesa da 500 milioni con i cino-americani di Hk, verrà archiviata: «Ancora non sono partiti, devono recuperare i finanziamenti, decideranno loro cosa fare».

 

La verità è che in un settore come quello dell’auto, caratterizzato da clamorose ristrutturazioni, non c’è più spazio per la creatività indipendente. Meglio mettersi al riparo del colosso tedesco che ribadisce: «Vogliamo essere i primi al mondo nel 2018 con 10 milioni di vetture vendute rispetto ai 6 milioni attuali». Lui, Giugiaro, giura di parlare con il cuore in mano. «Ho dovuto mettere da parte il mio ego, e ho pensato al futuro dell’azienda, a ciò che dà più garanzie ai dipendenti. Avete visto cosa accade anche a grandi gruppi come Gm, e voi pensate che una piccola società come la nostra non possa un giorno avere tensioni? Non voglio che il futuro possa dare la minima incertezza a un’azienda che abbiamo costruito a fatica».

 

Il settantaduenne designer racconta che nel bel mezzo delle trattative con Volkswagen stava leggendo un libro: “Il mondo di Sofia” del norvegese Jostein Gaarder. «Mi ha illuminato una frase: “Oceano diventa ogni goccia quando lo raggiunge”. Noi siamo quella goccia. Entrando in Volkswagen rivalutiamo noi stessi, la nostra forza». Italdesign è pronta a ripartire. LS 26

 

 

 

 

Fini: "Immigrati e rispetto della legge. I politici non siano esempio di corruzione"

 

Il presidente della Camera: "Un Paese in cui il senso dello Stato si indebolisce non può essere percepito come una terra in cui dominano la legge e la legalità"

 

ROMA - "Ben difficilmente un Paese in cui il senso dello Stato si indebolisce può essere percepito dalle comunità di immigrati come una terra in cui dominano la legge e la giustizia e dove sono garantite reali opportunità di un crescere civile". Il monito giunge dal presidente della Camera, Gianfranco Fini, presentando con Giuliano Amato e gli autori Alina Harja e Guido Melis, un libro dedicato ai romeni che vivono e lavorano in Italia.

 

Lo stile di vita delle classi dirigenti deve tornare a essere modello di comportamento sociale e non può prescindere da precise responsabilità, soprattutto sui temi della legalità e della corruzione. Perché "può anche accadere - avverte Fini - che nelle fasce più marginali, si diffonda una rovinosa sensazione di immunità. Se i cittadini hanno la percezione che esistono varie zone di corruzione anche presso l'elite politica e amministrativa, non dobbiamo poi stupirci se alla base della società si diffondono fenomeni di illegalità".

 

Il presidente della Camera ha voluto ribadire il concetto dell'importanza dell'esempio fornito dai politici, affermando che "solo se si assumono comportamenti virtuosi, si può chiedere ai cittadini di rispettare una gerarchia di doveri e la rinuncia a comportamenti illegali". Perché, spiega Fini riferendosi alla politica dell'integrazione degli immigrati, "la legalità non la si afferma gridando all'untore, creando barriere o fabbricando mostri per la platea dei media. L'affermazione della legalità passa viceversa per vie ben diverse, come il ristabilimento della certezza della pena, la lotta al degrado sociale, il rilancio dell'autorità dello Stato. E passa anche per la riaffermazione dell'etica pubblica". LR 26

 

 

 

 

Sicurezza alla frontiera. Soldati Usa al confine con il Messico contro immigrazione e narcotraffico

 

La mossa di Obama per evitare nuovi «casi Arizona». In campo 1200 militari, investimenti per 500 milioni

 

MILANO - Per mettere un freno all’immigrazione illegale e al narcotraffico, Barack Obama ha deciso di inviare 1.200 soldati della Guardia nazionale alla frontiera con il Messico. Il piano - scrive oggi il quotidiano spagnolo El Pais- fa parte di una strategia della Casa Bianca per impedire l’applicazione della legge contro i clandestini in Arizona. Provvedimenti simili sono allo studio in altri Stati della frontiera americana.

STRUMENTI NON ADEGUATI - Rivolgendosi ai membri repubblicani del Congresso, in maggioranza favorevoli alla proposta dell’Arizona, il presidente ha detto di condividere le preoccupazioni dei cittadini americani per i disordini e la violenza indotti dall’immigrazione illegale, ma ha insistito sul fatto che gli strumenti prospettati non sono adeguati a risolvere il problema. La presenza dei militari servirà a fornire risorse addizionali alle polizia locali in attesa che vengano reclutati e addestrati agenti e ufficiali da dislocare lungo la frontiera.

LE PROMESSE DEL PRESIDENTE - Durante la campagna presidenziale, Obama aveva promesso di,lavorare a una legge per individuare un percorso di legalizzazione per circa 11 milioni di immigrati illegali. Il tema dell’immigrazione è tornato prepotentemente alla ribalta nell’ultimo mese, dopo che l’Arizona ha votato una legge che criminalizza i clandestini e ne consente l’arresto. Obama ha fortemente criticato il provvedimento e ha detto che serve al più presto una riforma. Per il momento, La Casa Bianca ha annunciato che, oltre all’invio di militari, la strategia del governo federale prevede una serie di altri interventi per i quali sono stati destinati 500 milioni di dollari

IL PRECEDENTE - Nel 2006, l'allora presidente George W. Bush, aveva mandato migliaia di truppe al confine con il Messico per supplire a mansioni che tenevano impiegati gli agenti dell'immigrazione. Quel programma non è più in vigore. I politici degli stati di confine è da tempo che chiedono a Obama di garantire la sicurezza, inviando truppe che blocchino il traffico di esseri umani e di droga e impediscano alla violenza dei narcos messicani di attraversare la frontiera messicana. CdS 26

 

 

 

 

L’Europa di fronte alla crisi. Lo sforzo di delineare risposte concrete

 

Europa 2020, Europa 2030: in tempi di crisi economica, e di interconnesse difficoltà sul piano politico e sociale, l'Europa comunitaria cerca di interpretare le sfide che l'attendono e di delineare risposte concrete. In questa direzione possono essere lette alcune iniziative in atto in questo frangente: il 21 maggio si è riunita la "task force" speciale che si occupa della recessione e che terminerà i lavori con una relazione al Consiglio europeo di ottobre; il summit dei capi di Stato e di governo Ue di giugno, invece, prenderà in esame la strategia Europa 2020 per la crescita e lo sviluppo nonché la relazione finale del Gruppo di riflessione sul futuro dell'Unione che ha per orizzonte temporale appunto il 2030.

 

Quattro obiettivi. La prima riunione della task force istituita nel marzo scorso per occuparsi di crisi, disciplina dei bilanci, governance, si è dunque svolta a Bruxelles. Essa è composta da un ministro per ogni Stato membro, dal presidente della Banca centrale Jean-Claude Trichet, dal commissario agli affari monetari Olli Rehn, dal presidente dell'Eurogruppo Jean-Claude Juncker; è presieduta dal presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy. Il quale, al termine della seduta, ha parlato di un "incontro molto utile", dove ha "potuto avvertire un forte spirito di collaborazione" attorno a "preoccupazioni comuni". Il politico belga ha posto in evidenza i "quattro principali obiettivi sui quali ci siamo trovati d'accordo". Anzitutto "dobbiamo raggiungere una maggiore disciplina di bilancio" e per far questo "occorre rafforzare il Patto di stabilità e crescita e renderlo più efficace". Il secondo obiettivo: "Abbiamo bisogno di ridurre le divergenze di competitività tra gli Stati membri, almeno quando queste sono troppo grandi". Van Rompuy ha quindi proseguito: "Il terzo obiettivo riguarda la necessità di creare un meccanismo per prevenire e far fronte alle crisi e ai problemi ad esse legati": il riferimento è andato in questo caso alla situazione della Grecia che ha recentemente impegnato Eurolandia e l'Ue nel suo complesso. Il quarto obiettivo "è collegato al terzo: Abbiamo bisogno di rafforzare la governance economica".

 

Imparare dal passato. La task force ha potuto lavorare su una serie di proposte già individuate dalla Commissione, ma ora ogni Stato membro e la Bce sono invitati a fornire altri elementi per la discussione: un primo rapporto sul lavoro svolto sarà presentato al vertice dei Ventisette il 17 giugno, ma il documento finale è atteso per il Consiglio europeo di ottobre. "A cosa puntiamo?", ha affermato ancora Van Rompuy uscendo dalla sala dell'incontro: "il nostro accordo dovrebbe portare a una più forte coesione economica all'interno dell'Unione. Ciò è vitale per 27 Paesi che hanno un mercato interno comune e per una zona di 16 Stati che condividono la stessa moneta". A questo punto il presidente "stabile" dell'Ue ha collegato l'analisi svolta e gli obiettivi individuati con la strategia Europa 2020 che nel frattempo l'Ue sta elaborando per rafforzare la crescita e l'occupazione, puntando sulla conoscenza, la ricerca e l'innovazione. "Tutti noi vogliamo trarre insegnamento da questo difficile periodo - ha poi aggiunto Van Rompuy -. In passato, le misure correttive sono state assunte troppo tardi. Ecco perché abbiamo bisogno di agire su vari versanti": la prevenzione a livello delle regole; il rigore di bilancio; la competitività dell'economia reale; la stabilità dell'Eurozona e dell'Ue. Gli Stati membri e le istituzioni comuni "devono lavorare insieme" attorno a questi punti. "Sono convinto che saremo capaci di superare la crisi" e la reazione sul caso greco "lo dimostra".

 

Una "visione comune". Nel frattempo il gruppo di riflessione sul futuro dell'Unione ha terminato i suoi lavori: istituito nel dicembre 2008, era composto da 12 membri e presieduto dall'ex premier spagnolo Felipe Gonzales. Il mandato conferito dal Consiglio europeo aveva individuato alcuni temi prioritari sui quali concentrarsi su: modello economico e sociale, competitività, stato di diritto, sviluppo sostenibile, stabilità globale, migrazione e problemi demografici, energia e protezione del clima, lotta contro l'insicurezza e il terrorismo. Un'attenzione specifica avrebbe dovuto riguardare "il modo migliore per stabilire un contatto con i cittadini e rispondere alle loro aspettative ed esigenze". Il documento finale (46 pagine datate marzo 2010, divise in un'ampia introduzione e 9 capitoli) sarà presentato al summit di metà giugno. "Le nostre conclusioni - ha spiegato Felipe Gonzales - non sono rassicuranti né per l'Unione né per i nostri cittadini". "Eppure siamo convinti che l'Ue sarà in grado di rispondere a tutte le sfide che ha dinanzi, purché si lavori insieme", rafforzando la governance, la coesione sociale, le istituzioni comunitarie e svolgendo un'azione comune sulla scena mondiale. "Valori condivisi" e "una visione comune" saranno necessari, per Gonzales, in "ragione degli imperativi imposti da questa nostra epoca". Sir eu

 

 

 

 

Sì della Camera al rinvio delle elezioni dei Comites e del Cgie

 

Garavini (PD): “Un attacco ai diritti democratici dei nostri connazionali all’estero”

 

Roma - Con i voti favorevoli di Pdl e Lega e con i voti contrari di Pd e Idv – l’Udc si è astenuto – la Camera dei deputati ha approvato il disegno di legge di conversione del decreto-legge 28 aprile 2010, n. 63, recante disposizioni urgenti in tema di immunità di Stati esteri dalla giurisdizione italiana e di elezioni degli organismi rappresentativi degli italiani all’estero.

Con il provvedimento approvato mercoledì 25 maggio in prima lettura dalla Camera si fissa al 2012  il termine massimo per il rinnovo di Comites e CGIE. Il provvedimento passa ora all’esame del Senato per la seconda lettura. Gli organismi di rappresentanza dei connazionali all’estero dovevano già essere rinnovati nel 2009. Le elezioni erano state poi rimandate al 2010. Ora, ulteriore rinvio delle elezioni di due anni.

 

“È una vergogna che attraverso un decreto il Governo abbia sancito il rinvio delle elezioni di Comites e CGIE di ulteriori due anni. Nonostante l’opposizione del PD che nella figura della stessa Presidente Rosy Bindi ha chiesto che l’esecutivo ritornasse sulle sue decisioni, la maggioranza, compresi i parlamentari eletti all’estero del PDL, ha votato affinché le elezioni slittino al 2012”. L’on. Laura Garavini, deputata PD eletta nella circoscrizione Europa, ha così commentato il voto in aula del decreto-legge in materia di elezioni degli organismi rappresentativi degli italiani all’estero. Per la parlamentare democratica si tratta di “un ulteriore sfregio ai connazionali nel mondo i quali all’unanimità hanno chiesto l’immediato rinnovo di Comites e CGIE attraverso i loro Intercomites e i rappresentanti CGIE”.

 

Nel corso della discussione sulla conversione in legge del decreto del governo che rinvia di ulteriori due anni le elezioni dei Comites e del CGIE è intervenuto, per dichiarare il voto contrario del gruppo del Partito Democratico, il vice presidente del Comitato Permanente della Camera dei Deputati sugli italiani all’estero Fabio Porta.

“Il sistema di rappresentanza degli italiani all’estero è l’anello fondamentale che collega democraticamente questi territori e le loro comunità ai parlamentari eletti all’estero – ha esordito l’onorevole eletto in Sudamerica – e dal 2009 attende di essere rinnovato”.

“Gli attuali Comites sono regolati da una riforma approvata nel 2003 e sono stati eletti per la prima volta con questa normativa nel 2004: non esisteva nessuna urgenza per una loro nuova riforma !”

“Adesso il sottosegretario Mantica viene a spiegarci che è opportuno un ulteriore rinvio, dopo quello di un anno dal 2009 al 2010, addirittura al 2012! Non si può sospendere per decreto la democrazia – ha gridato in aula il parlamentare del Pd – e non si possono considerare gli italiani all’estero italiani a “democrazia limitata” limitando i loro diritti democratici. Dopo gli schiaffi che i nostri connazionali nel mondo hanno preso in questi anni con i tagli all’assistenza, alla scuola ed alla cultura, non possiamo umiliarli e mortificarli anche nell’esercizio del loro diritto di partecipazione democratica”.

 

L’on. Franco Narducci intervenendo in Parlamento, per dichiarazioni di voto sul “Disegno di legge di conversione del decreto-legge n. 63 del 2010: Disposizioni urgenti in tema di immunità di Stati esteri dalla giurisdizione italiana e di elezioni degli organismi rappresentativi degli italiani all'estero” ha affermato che tale testo contiene due provvedimenti completamente diversi l’uno dall’altro, come si evince dal titolo, dei quali il gruppo del PD non ravvisa l’urgenza invocata dal Governo.

L’on. Narducci ha espresso la motivata contrarietà del Gruppo del PD al rinvio dell’elezione dei Comites e del CGIE e la contrarietà a tutto il provvedimento che all’articolo 1 bloccca, di fatto, le azioni giudiziarie intraprese, sul territorio italiano, nei riguardi degli Stati per atti riguardanti la violazione dei diritti umani.

Dall’altra parte l’on. Marco Zacchera come i suoi colleghi della PDL e della Lega, sordi ai richiami delle nostre comunità all’estero, hanno votato il provvedimento che ancora una volta impedisce di andare alle elezioni dei Comites e del CGIE.

“Un vero e proprio affronto ai cittadini italiani nel mondo che ancora una volta devono sopportare la manifesta ostilità delle politiche governative nei loro riguardi” ha commentato Narducci.

Per quanto concerne l’articolo 1 relativo alla “Sospensione dell’efficacia dei titoli esecutivi in pendenza dell’accertamento dell’immunità dalla giurisdizione italiana degli Stati esteri” Narducci ha rilevato che il provvedimento affronta le questioni “in maniera tardiva e sbilanciata, … perché non tiene in debito conto le ragioni delle vittime dei soprusi del razzismo che hanno pieno diritto a veder riconosciuto e risarcito il torto subito nel rispetto della dignità della vita umana”. De.it.press

 

 

 

 

Minidecreto omnibus per cancellare il risarcimento alle vittime del nazismo e prorogare Comites e Cgie

 

ROMA - “Cos’è che unisce due articoli – diversi tra loro per oggetto, natura, materia ed obiettivi politici – come l’art. 1 sulla sospensione dell’efficacia delle sentenze sui risarcimenti alle vittime del nazismo e l’art. 2 di proroga di organismi di rappresentanza delle comunità italiane nel mondo – i Comitati degli Italiani all’estero ed il Consiglio Generale degli Italiani all’estero?”

  Con questa domanda ha aperto il suo intervento in Aula Marco Fedi,  deputato eletto per il Pd nella ripartizione Africa-Asia-Oceania-Antartide, nell’ambito della discussione generale sulla Conversione in legge del decreto-legge 28 aprile 2010, n. 63, recante disposizioni urgenti in tema di immunità di Stati esteri dalla giurisdizione italiana e di elezioni degli organismi rappresentativi degli italiani all'estero (3443).

  Nell’esprimere un giudizio negativo sul provvedimento in esame alla Camera, Fedi ha affermato come questo sia “l’ennesimo decreto deciso dal Governo per trascinare nell’emergenza due questioni sulle quali sarebbe stato possibile avere un vero e approfondito dibattito parlamentare. Come spesso accade, e come rilevato durante l’esame in Commissione Esteri, si tratta  di norme decise dal Governo sulla base di necessità ed urgenza presunte – di cui non condividiamo le motivazioni – derivanti da “esigenze giurisdizionali internazionali”, per quanto riguarda l’art. 1 e da “riforme in cantiere” per l’art. 2. Anche sui minidecreti il Governo sceglie un percorso confusionale. 

  Da un lato abbiamo un atto grave che comporta il rischio di cancellare il diritto di chiedere un risarcimento alla Germania per tutte le vittime italiane dei crimini nazisti e per le loro famiglie. Un atto che si riflette in maniera paritaria su italiani in Italia e all’estero. Dall’altro, invece, abbiamo la decisione di indebolire gli organismi di rappresentanza politica e comunitaria dell’emigrazione italiana, il tentativo di delegittimare i luoghi della discussione, della conoscenza e dell’incontro, tra questi appunto i Comites e il Cgie”.

   “Questo provvedimento richiede - ha precisato Fedi – una riflessione di carattere politico sul futuro del rapporto con le comunità italiane nel mondo. Oggi che il Governo annuncia misure drastiche di riduzione delle spese, con altri tagli lineari, come quelli che hanno già penalizzato le comunità italiane nel mondo”.  Una riflessione necessaria ha continuato “poiché siamo preoccupati da un Governo che non parla di riforme ma solo di tagli.  Un Governo e una maggioranza sempre più lontani dalle esigenze vere, poste in maniera chiara e trasparente proprio dagli organismi di rappresentanza, grazie al loro forte legame con le comunità italiane nel mondo”.

  A questo proposito Fedi ha ricordato il tema della cittadinanza e di “come Governo e maggioranza non agiscano su questo fronte lasciando inapplicate sentenze della Corte di Cassazione sulla facoltà della donna di trasmettere la cittadinanza ai propri figli avendola perduta per il matrimonio con uno straniero, superando l’odiosa discriminazione a scapito delle donne. Oppure riaprendo i termini per il riacquisto della cittadinanza italiana e ristabilendo la verità storica di chi non ha mai davvero rinunciato ad essere italiano, oppure riconoscendo lo jus soli a chi nasce in questo Paese”. Ma anche il tema delle nuove generazioni e dei legami culturali e linguistici con l’Italia “con la riforma della 153/71 che non decolla, con la perdita di risorse nel settore della scuola, con la chiusura dei lettorati, con gli istituti di cultura in crescente difficoltà”.

  Ci sono poi “i temi dei diritti pensionistici e previdenziali - posti con forza anche dai sindacati dei pensionati di CGIL, CISL e UIL - con la richiesta di una sanatoria degli indebiti INPS maturati senza dolo per responsabilità dei ritardi dell’Istituto; del riconoscimento dell’assegno di solidarietà per gli anziani in condizioni di indigenza nati in Italia e residenti all’estero; dell’abrogazione del requisito di dieci anni di soggiorno continuativo in Italia per avere diritto all’assegno sociale se residenti in Italia; della ratifica delle convenzioni bilaterali, per esempio con il Marocco, il Canada, il Cile. E a ciò si aggiunge l’esonero dal pagamento ICI sulla prima casa in Italia, se non affittata, anche per gli italiani all’estero: in sostanza equità, parità di trattamento, attenzione e sensibilità nei confronti di tantissimi anziani italiani emigrati all’estero che ancora oggi vivono in condizioni di povertà e disagio”.

  E ancora “Il tema della rete consolare – posto in tutta la sua gravità – come questione che attiene alla presenza dello Stato italiano all’estero nella sua complessità: a livello economico e commerciale, culturale, linguistico, e di servizio. Un quadro che richiede investimenti e risorse prima di procedere alla chiusura di sedi. E resta aperto il tema dei diritti sindacali – in termini di partecipazione e rappresentanza del mondo del lavoro – come è ancora in attesa di soluzione definitiva il tema delle detrazioni fiscali per carichi di famiglia”.

  Sullo specifico del provvedimento riguardante i Comites e il Cgie, Fedi ha espresso “il sospetto che la proroga al 31 dicembre 2012 sia utile ad indebolire questa rappresentanza in vista di altri tagli e di una riforma che è tutto fuorché un rafforzamento del ruolo politico di questi organismi.  La riforma non è condivisa, i tempi non sono certi e le perplessità sulla copertura finanziaria, già espressi dalla Commissione bilancio del Senato, non saranno facilmente superate.

  Per molti mesi il Governo ha sostenuto la tesi che occorreva rivedere la normativa per armonizzarla con la rappresentanza parlamentare. Oggi siamo in procinto – se dovessimo prestare ascolto alle dichiarazioni di numerosi esponenti della maggioranza – di disegnare una riforma Costituzionale che ridurrà il numero dei parlamentari e istituirà il Senato federale delle Regioni e quindi metterà in discussione ruolo, numero e collocazione dei Parlamentari, oltre a ridiscuterne le regole di elezione.

  Ecco, non sarebbe stato utile rinnovare Comites e Cgie oggi, per assicurarci anche un contributo nell’azione di completamento delle riforme?”

  A conclusione del suo intervento, il deputato del PD ha espresso una forte preoccupazione per l’elemento che sembra unire le due questioni prese in esame dal provvedimento: “Con l’intervento sui Comites e sul Cgie si proroga la durata di organi elettivi in scadenza, con l’intervento sugli indennizzi si sospende l’efficacia di decisioni assunte dai tribunali italiani: in entrambi i casi il Governo, e la maggioranza quando deciderà di seguire questo percorso,  si porrà oltre un naturale corso di eventi – oltre il principio di “natural justice” – determinando un pericoloso precedente sia in termini di “funzionamento democratico” di organi elettivi che di “efficacia delle sentenze.

  Per queste ragioni avevamo presentato in Commissione un emendamento soppressivo dell’articolo 2 che ripresenteremo in Aula e per queste ragioni esprimiamo un giudizio negativo sul provvedimento”.  (Inform 24)

 

 

 

 

Via libera della Camera al disegno di legge sugli incentivi fiscali per il rientro dei lavoratori in Italia

 

Le considerazione della relatrice Mosca e le precisazioni del vice presidente della Commissione Esteri Narducci. Ora il provvedimento passa all’esame del Senato

 

ROMA – Con un voto quasi unanime, su 490 deputati presenti 485 hanno votato sì e 5 si sono astenuti, la Camera dei Deputati ha approvato mercoledì la proposta di legge sugli incentivi fiscali per il rientro dei lavoratori in Italia. Il provvedimento si rivolge ai soggetti di età inferiore ai quaranta anni, che abbiano risieduto continuativamente per almeno ventiquattro mesi in Italia, che studiano, lavorano o che hanno conseguito una specializzazione post lauream all’estero e che decidono di fare rientro nel nostro paese. Per costoro è introdotto uno specifico beneficio fiscale che prevede una base imponibile ridotta,  pari al 30% per uomini e al 20% per le donne. Ora il disegno di legge passerà all’esame del Senato.  

  “La nostra proposta - ha spiegato in Aula la relatrice del disegno di legge Alessia Maria Mosca  -  cerca di dare una prima risposta al fenomeno della fuga di cervelli, senza dimenticare la necessità di valorizzare la mobilità”. La relatrice dopo aver ricordato che alla stesura del testo hanno collaborato anche una serie di associazioni di giovani residenti all’estero, ha puntualizzato come questo provvedimento in pratica estenda gli incentivi, in parte già previsti per ricercatori e ai professori universitari, ad una platea più ampia formata dai laureati che esercitano all’estero altre professioni.

  Durante la fase conclusiva del dibattito ha preso la parola anche il vice presidente della Commissione Esteri Franco Narducci che ha precisato come, alla luce delle modifiche sostanziali apportate dall’Aula sul testo per quanto riguarda i vincoli territoriali rispetto alle regioni del sud e le sollecitazioni imposte dal provvedimento sulla rete diplomatico-consolare, il parere negativo espresso dalla III Commissione sul disegno di legge risulti ora meno rilevante.

 

Si era conclusa lunedì la discussione generale sulla proposta di legge nota anche come "Progetto Controesodo", che ha tra i propri firmatari Enrico Letta, Maurizio Lupi, Stefano Saglia, Guglielmo Vaccaro, Alessia Mosca e numerosi altri parlamentari di maggioranza e opposizioni. La proposta bipartisan – promossa da TrecentoSessanta con il contributo dell’intergruppo Parlamentare per la Sussidiarietà – è stata sostenuta dai gruppi parlamentari di MPA, UDC, PDL e PD. La settimana scorsa, però, il testo aveva incassato il "no" della Commissione Esteri.

"Siamo soddisfatti – ha commentato il relatore Alessia Mosca, deputato del Partito Democratico – del lavoro che è stato fatto in questo anno e mezzo e che oggi in Aula ha incassato un primo importante risultato. Siamo anche consapevoli, però, che questo è solo un primo passo ma per tutti noi è fondamentale che il Parlamento stia dimostrando concreta attenzione verso un popolo di brillanti giovani espatriati che rappresenta per il nostro Paese un orgoglio e un valore aggiunto che non possiamo più perdere".

 

“Dare spazio al merito e al talento, promuovendo la mobilità dei nostri giovani”. Sono questi i punti cardine, secondo l’on. Laura Garavini (PD), “per creare nuove forme di lavoro che possano dare un valore aggiunto allo sviluppo dell’economia italiana”. Ospite all’iniziativa Village People, promossa dal sindaco di Vignola Daria Denti, la parlamentare eletta nella circoscrizione Europa ha illustrato ad un vasto pubblico la suddetta proposta di legge. “Sono contenta”, ha detto la Garavini, “del grande interesse che la nostra iniziativa ha suscitato soprattutto tra i numerosi imprenditori presenti che hanno apprezzato la proposta di incentivare le aziende a occupare sempre più giovani con esperienze professionali all’estero. È un’occasione per valorizzare meglio le capacità, la creatività e il dinamismo dei giovani italiani che rappresentano una vera risorsa per il sistema di produzione del nostro Paese. Una grande idea”, ha proseguito la deputata, “che ha già raccolto un largo consenso trasversale in parlamento e che contiamo diventi presto. L’approvazione di una proposta di legge del PD è un bel successo per il nostro gruppo in un Parlamento troppo spesso imbrigliato da un Governo che va avanti a colpi di decreti legge blindati con la fiducia”.

 

Le politiche dell’amministrazione sia locale che regionale dell’Emilia Romagna hanno fatto scuola nel mettere in campo misure per la valorizzazione del capitale umano. A confermare l’impegno della regione in questo senso è intervenuto Giancarlo Muzzarelli, Assessore alle Attività Produttive ed Economia Verde, il quale ha raccontato come la regione abbia in programma di creare 500 possibilità occupazionali per ricercatori entro la fine dell’attuale legislatura. De.it.press

 

“Un programma chiaro e deciso di incentivi a sostegno del rientro dei talenti italiani che ha l’obbiettivo di tamponare nella maniera più fattiva possibile quella grave emorragia di capitale umano che nel nostro Paese sta crescendo in maniera esponenziale negli ultimi anni”. Lo ha dichiarato Aldo Di Biagio, Responsabile Italiani nel Mondo del PdL commentando le disposizione del provvedimento recante Incentivi fiscali per il rientro dei lavoratori in Italia

“Un provvedimento – spiega - dalla lodevole natura bipartisan, condiviso e sottoscritto da molti colleghi che hanno avuto la priorità e la coscienza di fare qualcosa per il nostro Paese, magari ponendo da parte l’enfasi demagogica del brain drain, e cercando di dare delle risposte vere all’emergenza professionalità del nostro Paese”.

Di Biagio continua: “I dati parlano chiaro: la percentuale di giovani laureati che emigrano all’estero ad un anno dal conseguimento della laurea è pari al 3% e prendendo in considerazione la totalità degli emigranti ci si rende conto che sono per lo più profili con un età compresa tra i 20 ed i 40 anni. Giovani con alto grado di scolarizzazione, con formazione accurata ed esemplare che nel nostro Paese stentano a decollare, ma che stanno ottenendo dall’Estero un riscontro valido e proficuo”.

“Dobbiamo partire dal presupposto che il nostro Paese è ancora una terra di emigrazione, - continua - una realtà dalla quale partono ogni anno migliaia di giovani e professionisti il cui ruolo nel tessuto produttivo e sociale del Paese che li ospita, l’expertise e la forma mentis che hanno saputo integrare con la piattaforma economica e valoriale della terra di residenza, rappresenta un riferimento non trascurabile. Un’esperienza che ci fa riflettere e che ci porta ad analizzare quanto sia marcato l’impoverimento professionale che sta condizionando il nostro Paese”.

“Sono particolarmente lieto di assistere a questa presa di interesse e di attenzione da parte dell'aula verso una tematica purtroppo lasciata a latere delle agende politiche, ma troppo spesso sotto i riflettori dei media. Con questo programma di incentivi ed agevolazioni varato oggetto del provvedimento in esame si è in grado di lanciare un messaggio di fiducia ai nostri connazionali oltre confine. La speranza di una rinnovata fiducia nei confronti del proprio Paese, e la possibilità di poter fare qualcosa ancora per la sua tenuta economica, culturale e valoriale”. De.it.press

 

 

 

Comites/Cgie. Di Biagio e Zacchera (PdL) difendono le ragioni del rinvio delle elezioni

 

Roma – “Voglio ricordare che il rinnovo delle cariche degli organi rappresentativi degli italiani nel Mondo è stato previsto nel 2010 e che quella prevista dal provvedimento in esame è un’ulteriore proroga, che estenderebbe il mandato dell’attuale composizione a otto anni. Le nostre comunità nel mondo sono ben consapevoli che questo ulteriore rinvio potrebbe intaccare l’operatività e le dinamiche procedurali di questi organismi. Ma sono altrettanto consapevoli del fatto che un rinnovo a breve delle suindicate strutture mal concilierebbe con il progetto di riforma degli organismi di rappresentanza delle comunità italiane”. Lo ha dichiarato Aldo Di Biagio, Responsabile Italiani nel Mondo del PdL intervenendo in aula nell’ambito della discussione del provvedimento che ha previsto un rinvio delle elezione per il rinnovo di Comites e Cgie.

“E’ bene ricordare – ha evidenziato Di Biagio - che mentre le risorse destinate alla gestione ordinaria dei COMITES e del CGIE sono già previste, quelle afferenti al finanziamento delle procedure elettorali potranno essere quantificate una volta individuate le dinamiche di esercizio di voto, nell’ambito proprio dei suindicati progetti di legge”.  “E’ opportuno mantenere un approccio pragmatico alla questione in oggetto, -ha spiegato - invocando certo il rispetto della rappresentatività e della libertà operativa degli organismi, ma in una cornice di chiarezza normativa che soltanto il testo unificato di riforma può dare. Alla vigilia di una già complessa manovra finanziaria, sarebbe poco auspicabile indire elezioni magari pochi mesi prima che entri in vigore la riforma degli stessi organismi di rappresentanza. E di queste evidenze i nostri connazionali sono pienamente consapevoli". "In ragione di tali aspetti - ha concluso - che ho voluto rivolgere una richiesta di impegno al Governo, affinché vi sia la certezza che le elezioni per il rinnovo degli organismi di rappresentanza possano tenersi non appena verrà approvata dal Parlamento la riforma della normativa vigente sui COMITES e sul CGIE, un impegno che è stato accolto in maniera chiara ed esaustiva dal Governo”. De.it.press

 

Nel corso del dibattito che si è svolto nell’Aula della Camera e che si è concluso con l’approvazione del decreto legge che rinvia le elezioni dei Comites e del Cgie, ha preso la parola anche il presidente del Comitato permanente sugli Italiani all’estero Marco Zacchera. Il deputato, nell’annunciare il voto favorevole del Pdl sul provvedimento,  ha precisato come per le elezioni dei Comites non si debba per forza arrivare alla data limite del 31 dicembre 2012 indicata nel decreto legge.

A tal fine Zacchera ha auspicato un rapido iter parlamentare delle riforme volte alla realizzazione di un sistema elettorale che consenta un regolare svolgimento del voto all’estero, ampliandone al contempo la base partecipativa formata dai nostri connazionali nel mondo. Secondo Zacchera sarà inoltre opportuna l’individuazione di nuovi sistemi semplici che permettano alla nostra rete diplomatica di intervenire, senza spese eccessive, nello svolgimento delle elezioni all’estero.

“L’auspicio – ha concluso Zacchera - è che in tutte le sedi il Parlamento non perda tempo, acquisendo dalle numerose proposte di legge già presentate elementi comuni di raffronto e di controllo, al fine di addivenire prima del 2012, alle elezione dei Comites e alla riforma del Cgie, nonché del sistema elettorale per l’estero in vista delle prossime elezioni politiche. Da queste ragioni discende il voto favorevole del nostro gruppo”. De.it.press

 

 

 

 

 

La discussione sul decreto che rinvia le elezioni di Comites e Cgie

 

ROMA - Nella discussione generale sul decreto 63/2010 che, all’articolo 2, prevede la proroga delle elezioni di Comites e Cgie non sono intervenuti solo gli eletti all’estero: hanno detto la loro anche Roberto Rao (Udc), Aurelio Misiti (Mpa), Fabio Evangelisti (Idv) e Simone Baldelli (Pdl).

Il rinvio delle elezioni degli organismi di rappresentanza, oltre che dal Pd, per cui si sono espressi i Aula Barbi, Narducci e Fedi, è osteggiato da Udc e Italia dei Valori. Possibilista il Movimento per le Autonomie che, con Misiti ha dichiarato di "non essere contrario a priori" al decreto, che comunque si può migliorare; decreto che ha prevedibilmente l’approvazione del deputato di maggioranza, Baldelli. Ma andiamo con ordine: Rao, dopo aver ricordato la contestazione del Cgie e l’odg approvato all’unanimità, ha commentato: "non ci convince il metodo utilizzato dal Governo che motiva la proroga con il fatto che al Senato è giacente un progetto di riforma degli organi di rappresentanza e che, quindi, sarebbe opportuno allungare la permanenza degli organismi ormai scaduti fino all'entrata in vigore della riforma stessa (anche se alcuni maligni pensano che sulla decisione della proroga del Comites e del Cgie siano intervenuti anche problemi di ordine finanziario degli stessi organismi). Riteniamo – ha proseguito – che debba essere garantito il rinnovo degli organismi già scaduti in ossequio al principio democratico della garanzia della rappresentatività, ed anche perché un ulteriore proroga rappresenterebbe un vulnus alla vitalità di Comites e Cgie i quali sono basati sulla volontarietà dell'impegno da parte degli eletti".

Per l’Udc "la riforma della rappresentanza non è una priorità, mentre, ben più importanti, sono le condizioni economiche in cui versa il settore degli italiani all'estero dopo il drammatico taglio di fondi apportato forse, vorremmo dire, necessariamente dal Governo. Siamo convinti che questa non sia la sede dove discutere sul tema della riforma della rappresentanza, che già ha dato segnali di forti contrasti. Resta, invece, il fatto che nostro interesse primario debba essere quello di assicurare, nell'interesse dei nostri connazionali all'estero, il funzionamento e l'adeguatezza di tali organismi che con tale proroga perderebbero di credibilità, rischiando, forse, anche la paralisi essendo prevedibile che gli stessi interessati non vogliano apparire degli incatenati alla poltrona, anche ai fini di una loro eventuale ripresentazione nella prossima tornata elettorale".

Per Misiti "la questione pone pure l'esigenza di contemperare due diversi interessi che non sono però confliggenti: da un lato, c'è l'interesse degli italiani all'estero a rinnovare i loro organismi per assicurarne la rappresentatività; dall'altro, c'è l'interesse degli stessi italiani all'estero a che tali organismi siano funzionali ed adeguati al nuovo quadro politico-costituzionale derivante dalla presenza in Parlamento dei loro eletti, alcuni dei quali - lo ricordiamo - hanno proposto la chiusura dei Cgie. Il Movimento per le Autonomie non è a priori contrario al decreto-legge e, pur muovendo delle critiche abbastanza serie al testo e anche ai tempi e alle modalità attraverso cui è stato presentato, vuole comunque contribuire insieme a tutti gli altri gruppi di arrivare ad un testo condiviso".

Per Evangelisti, la proroga al 2012 "appare francamente troppo dilazionato". "La relazione non fa sufficiente chiarezza circa la reale necessità di indicare tale data. Il Governo si è solo giustificato ritenendo che la tempistica necessaria per giungere all'approvazione della riforma avviata al Senato non consentirebbe di assicurare in tempo utile l'espletamento degli adempimenti elettorali. Il gruppo dell'Italia dei Valori – ha ricordato – aveva presentato in Commissione un emendamento, che riproporremo anche in Aula, con lo scopo di anticipare ragionevolmente la data entro la quale provvedere al rinnovo dei citati organismi, entro il 30 giugno 2011. Comunque, siccome ho sentito preannunciare un emendamento che addirittura propone la soppressione di questo articolo 2, posso sin d'ora anticipare che noi voteremo favorevolmente anche con riferimento a questa ipotesi soppressiva". Questo perché con la proroga "si rischia la delegittimazione degli eletti, mentre tali organismi contribuiscono fortemente a garantire un efficace raccordo tra il Paese e le comunità degli italiani all'estero, atteso che sul Consiglio generale degli italiani all'estero sono stati già da tempo depositati progetti di legge in senso abrogativo dello stesso". Osservato che "il testo unificato adottato dal Senato può apparire assai distante da tali proposte di legge e questo non depone certo a favore di una sua approvazione in tempi rapidi", Evangelisti ha citato le spese per il rinnovo di Comites e Cgie - 6 milioni di euro per i primi e a un milione di euro per il secondo – in merito alle quali "la Commissione bilancio ha fatto presente che andrebbe chiarito se il mancato rispetto delle scadenze temporali previste dalla disciplina vigente per il rinnovo di questi organismi possa alterare le previsioni già incorporate nei tendenziali di spesa "tenuto conto che per effetto della norma in esame lo stanziamento del 2010 rimarrebbe presumibilmente inutilizzato, mentre occorrerebbe disporre di idonee risorse finanziarie per gli anni successivi, in ragione della possibilità di svolgere le elezioni per il rinnovo nel 2011 o nel 2012"".

Per Baldelli (Pdl) l’articolo 2 è "oggettivamente condivisibile e ragionevole": proprio "un atteggiamento di ragionevolezza per un verso e di prudenza per un altro hanno suggerito al Governo di prorogarne ulteriormente l'elezione, in forza del fatto che ci si potrebbe trovare nella condizione di una concomitanza tra tali elezioni e l'approvazione di progetti di riforma dei meccanismi elettivi, progetti che sono in itinere e stanno prendendo sempre più forma, visto il percorso ormai già avviato e in sede di maturazione nell'altro ramo del Parlamento, cioè al Senato". È ancora la "ragionevolezza" che, per Baldelli, "impone una conversione rapida" del decreto.

Preso atto dal presidente Fini che il Governo, rappresentato oggi in Aula dal sottosegretario Ravetto, ha rinunciato ad ogni replica, il dibattito è stato rinviato ad altra seduta. (aise 24)

 

 

 

 

 

Il Comites di Norimberga favorevole ad una agenzia consolare

 

Pubblichiamo il comunicato del presidente del Comites di Norimberga sulla chiusura del Consolato

 

In seguito all’annuncio da parte italiana della chiusura del Consolato d’Italia in Norimberga, il Com.It.Es. ed altre associazioni italiane della Franconia hanno preso contatto con le forze politiche e la stampa locali per sensibilizzare l’opinione pubblica tedesca e le sfere politiche decisionali.

Sembra infatti assurdo a questo Comitato che gli sforzi congiunti dei rappresentanti della collettività italiana della Franconia, del Ministero degli Affari Esteri italiano, così come dei parlamentari italiani per la circoscrizione estera e dei politici tedeschi della Franconia, vengano resi vani da incomprensioni superficiali tra le due controparti.

Il Com.It.Es. di Norimberga ci tiene a sottolineare che la risposta da parte delle forze politiche e della stampa tedesche sono state spontanee ed immediate.

Con estrema soddisfazione si è preso atto delle lettere inviate in data 18.05.2010, rispettivamente dal Borgomastro di Norimberga Dr. Ulrich Maly e dal Deputato Federale Michael Frieser (CSU), al Ministro degli Affari Esteri Dr. Guido Westerwelle per perorare la causa della trasformazione del Consolato di Norimberga in un’Agenzia Consolare.

Il Borgomastro di Norimberga Dr. Maly afferma, tra l’altro; che “Proprio in tempi di crisi come quelli attuali, i paesi dell’UE devono smantellare tutti gli ostacoli burocratici che non sono favorevoli alla stabilità dell’UE. In questo caso ci si sta comportando nel modo opposto”.

Ed ancora, rivolto al Ministro Westerwelle: “Spero che i mieri sforzi dello scorso anno presso i partner italiani non siano stati inutili e che Lei acconsenta all’istituzione di un’agenzia consolare.”

Il Deputato Federale Michael Frieser ribadisce invece: “Continuerò ad adoperarmi per il mantenimento di un punto di riferimento centrale per i cittadini italiani della regione. Dopo che, evidentemente, si è riusciti a convincere le autorità italiane della necessità di una rappresentanza, la soluzione raggiunta non deve fallire a causa della controparte tedesca.”

Giovanni Ardizzone, Presidente Com.It.Es. Norimberga

 

 

 

 

Almalatina conquista Stoccarda

 

Il settetto incanta il pubblico italo-tedesco stoccardese. La sobrietà vocale di Maria Ausilia D’Antona e la magistrale esecuzione di celebri brani napoletani hanno strappato applausi a scena aperta. Il programma del concerto, promosso dal nostro Consolato e Istituto italiano di cultura, ha abbracciato gran parte del vasto repertorio di musica napoletana dalle villanelle seicentesche, alle tarantelle popolari, fino ai classici del Novecento.

Come esordio in terra tedesca, non c’è proprio male. La sala-concerto della Stadtbibliothek era stracolma. Italiani e tedeschi sono accorsi per godersi oltre due ore di musica napoletana. La mediterraneità è emersa dalla calda e sensuale voce di Maria Ausilia D’Antona, accompagnata da grandi mandolinisti come Emanuele Buzi, docente di mandolino a Palermo, e Sergio Trojse, coordinatore del gruppo.

 

Almalatina annovera anche altri due valenti mandolinisti: Emanuele e Valdimiro Buzi, nipoti d’arte perché il loro nonno materno, il Maestro Giuseppe Anedda, è stato senza dubbio il più grande mandolinista di tutti i tempi.

 

Quasi tre lustri fa, il gruppo ha curato per l’Università di Napoli gli interventi musicali di un seminario intitolato “Napoli Nobilissima”, dedicato alla valorizzazione della Cultura Partenopea.

Nel 1997 il settetto, che è stato ospite anche di numerose rassegne musicali in Italia e all’estero, è stato premiato dal “Foyer des Artistes” presso l’ateneo romano La Sapienza.

 

Recentemente il gruppo ha prodotto un cd sui cui è condensato il proprio lavoro di ricerca storica e musicale di varie epoche: dal 1500 alla prima metà del ‘900.

 

Altri particolari e alcuni esempi di grande bravura interpretativa sono contenuti nel servizio audio. Per ascoltare, basta cliccare su http://www.swr.de/international/it/-/id=233350/did=6429654/pv=mplayer/vv=popup/nid=233350/gc6gf6/index.html

Tony Màzzaro, SWR International/Sezione italiana (de.it.press)

 

 

 

 

A Füssen e ad Augsburg la mostra regionale “Bayern – Italien”

 

L’Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera ha il piacere di annunciare la mostra regionale “Bayern – Italien”, che ha luogo a Füssen presso l’ex Monastero benedettino di St. Mang e ad Augusta presso il Maximilianmuseum ed il Bayerisches Textil- und Industriemuseum. Le esposizioni sono visitabili sino a domenica 10 ottobre 2010.

La mostra è organizzata dalla Haus der Bayerischen Geschichte, dalla città di Augusta e dal Bayerisches Textil- und Industriemuseum di Augusta, in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera, con il patrocinio del Governatore della Baviera Horst Seehofer.

 

La mostra regionale “Bayern – Italien” si delinea come un percorso nella lunga storia che unisce la Baviera e l’Italia. Sotto il titolo Imperatori, culto e Casanova sono esposte nell’ex Monastero di St. Mang a Füssen le testimonianze dei contatti tra l’Italia e la Baviera dall’antichità fino ai primordi del XIX secolo. La sezione del Maximilianmuseum, intitolata L’arte in italiano e in tedesco, mette in luce gli influssi dell’arte italiana su quella tedesca e viceversa attraverso opere di artisti come Tiziano, Dürer e Holbein il Vecchio. Per finire, la storia della mostra continua sino ai giorni nostri presso il Bayerisches Textil- und Industriemuseum: la sezione Nostalgia, spiagge e Dolce vita mette in luce le relazioni tra Baviera e Italia a partire dal XIX secolo. Si tratteranno anche le esperienze negative collegate ai due conflitti mondiali, ma al centro della mostra ci saranno gli influssi italiani in Baviera, che hanno influenzato la vita di tutti i giorni e le mentalità, nella maggioranza dei casi assai positivamente. Il leitmotiv di questa parte della mostra è la parola Sehnsucht, cioè la nostalgia ed il desiderio di bellezza, di sole, di mare e di uno stile di vita mediterraneo.

Per informazioni: Istituto Italiano di Cultura         , Hermann-Schmid-Straße 8, 80336 München Tel.: +49-(0)89 / 74 63 21-28   Fax: +49-(0)89 / 74 63 21-30

e-mail: culturale.iicmonaco@esteri.it, homepage: www.iicmonaco.esteri.it

(de.it.press)

 

 

 

 

Musica classica italiana a Stoccarda

        

A Stoccarda si segnalano questa settimana due importanti appuntamenti con la musica classica italiana proposti dall’Istituto Italiano di Cultura.

 

Lunedì 24 maggio si è svolto nella Gnadenkirche (Chiesa della Grazia) di Stoccarda-Heumaden un particolarissimo concerto di musica contemporanea per flauto traverso e organo intitolato “Cultura orientale e occidentale nella musica contemporanea: convergenze di pensiero e spiritualità tra tradizione e sperimentazione”.

Valerio Fasoli (flauto traverso), Marco Bidin (organo) e Sayaka Toyama (organo) si sono esibiti in un orginale programma di brani di importanti compositori italiani quali Respighi, Berio e Stroppa, messi in relazione sia a autori asiatici che a compositori d’avanguardia occidentali come John Cage. Accanto alla musica è stata proposta la lettura di testi sul tema "Passione – Pasqua – Pentecoste".

 

Più tradizionale, ma ugualmente affascinante, il programma del concerto previsto per lunedì 31 maggio, nell’ambito dei festeggiamenti in occasione della Festa della Repubblica, negli spazi storici della Biblioteca Comunale di Stoccarda. Lucia Gaeta (soprano), Nino Mennella (tenore) e Giovanni Marro (pianoforte), artisti del Teatro San Carlo di Napoli, eseguiranno con maestria uno straordinario repertorio di canzoni napoletano e di duetti tratti dalle più note opere di Giuseppe Verdi e Giacomo Puccini. De.it.press

 

 

 

 

 

Iniziativa a favore dell’editoria online dedicata agli italiani all’estero

 

Lettera aperta al sottosegretario Paolo Bonaiuti del sen. Fantetti (Pdl) . La missiva, sottoscritta dal sen. Giordano e dall’on. Di Biagio, è stata inviata a tutti i parlamentari eletti all’estero, chiedendo la loro adesione

 

ROMA - Il sen. Raffaele Fantetti, eletto con il Pdl dagli italiani in Europa, in una lettera aperta al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Paolo Bonaiuti chiede al Governo più attenzione nei confronti di chi fa informazione dedicata agli italiani all'estero attraverso il web. La lettera aperta, sottoscritta dal sen. Basilio Giordano e dall'on. Aldo Di Biagio, è stata inviata anche a tutti i parlamentari eletti all'estero, chiedendo anche a loro di sottoscriverla.

  Nella missiva a Bonaiuti si fa riferimento al mancato recupero di cinque milioni di euro a favore dell'editoria italiana all'estero e si propone al sottosegretario “qualcosa che forse potrebbe attutire, almeno in parte, il duro colpo sferrato all'informazione italiana nel mondo, la sola che assicuri un flusso continuo e costante di informazioni fra i nostri connazionali all'estero, l'Italia e viceversa”.

  “Gli italiani nel mondo non hanno, come in Italia – si fa presente - un'edicola ad ogni angolo della strada; non hanno le tantissime radio che ascoltiamo qui in Italia e non hanno le decine di canali di news italiane a disposizione; ma hanno internet. E proprio – prosegue la missiva - attraverso il web, che ormai è certamente il canale d'informazione preferito dagli italiani all'estero, si informano riguardo la politica ad essi dedicata e mantengono i rapporti con la madrepatria. Informarsi su internet è comodo (si può leggere la propria testata online preferita direttamente sul pc di casa o addirittura, ormai, sul telefono cellulare, ovunque; è economico (la notizia che corre sul web è gratuita, non costa nulla a chi legge): è ecologico (internet non sporca, non ha bisogno di consumare tonnellate di carta per fare arrivare le news agli utenti, e quindi non contribuisce alla deforestizzazione del pianeta); è in tempo reale (l'informazione su internet è disponibile 24 ore su 24, 365 giorni all'anno, sempre); è multimediale. E questo ultimo aspetto, quello della multimedialità, è particolarmente interessante: con lo stesso strumento, il computer, e un accesso a internet, si riesce a consultare la propria testata online preferita (anche la maggior parte di quelle cartacee ormai è in rete), ma allo stesso tempo si può usare il pc come una televisione, e quindi vedere i video in streaming e, per esempio, guardare in ogni momento il proprio telegiornale preferito. Con un semplice clic”.

  “Il Governo, costretto dalle congiunture economiche finanziarie, ha dovuto ridurre i contributi all'informazione su carta” e con questa lettera si chiede al sottosegretario Bonaiuti, di “sensibilizzare l'Esecutivo a prevedere un sostegno concreto all'editoria online attiva sulle tematiche relative agli Italiani nel mondo”. “Al riguardo,  guardiamo con fiducia ai prossimi Stati Generali dell'Editoria ed, in particolare, alla regolamentazione che il Dipartimento da Lei presieduto ufficializzerà a breve circa i migliori criteri di identificazione/valutazione della meritorietà delle iniziative editoriali online”.

  “Internet è fondamentale per gli Italiani all'estero, ma fino ad oggi questo strumento è stato di fatto totalmente trascurato, ignorato”. “Come rappresentanti degli Italiani nel mondo in Parlamento, invece, saremmo lieti di sostenere con forza una decisione del Governo che vada, appunto, verso la direzione di un contributo concreto a chi fa informazione in rete” conclude la missiva di Fantetti sottoscritta da Giordano e Di Biagio, che auspicano un “pronto riscontro” da parte del sottosegretario Bonaiuti . (Inform)

 

 

 

Milano/Monaco di Baviera. Marinella Colombo vince la sua battaglia

 

La Corte di cassazione di Milano ha pubblicato la sentenza che annulla la sentenza del Tribunale dei Minori di Milano, secondo la quale si ordinava il rimpatrio in Germania dei figli di Marinella Colombo. Questo dovrebbe porre fine alla vicenda di Marinella Colombo e dei suoi figli, Nicolò e Leonardo.

Il caso Colombo, venuto alla ribalta nazionale dopo la segnalazione uscita da questo giornale, ha colpito molto l’opinione pubblica italiana. Come i lettori di questo giornale ricorderanno, Marinella Colombo era scomparsa dal capoluogo lombardo  dopo che il Tribunale dei Minori di Milano aveva raccolto l’appello dello Jugendamt tedesco ed aveva ordinato il rimpatrio dei figli in Germania, affinché soggiornassero presso il padre tedesco: Jörg Ritter, di Monaco di Baviera.

 

Oggi la nuova sentenza che annulla la precedente apre un grande spiraglio per Marinella Colombo e per i suoi figli, che dovrebbero riuscire a sostenere gli esami scolastici.

 

Nuova nella vicenda è, a quanto pare, il fatto che, nella prima sentenza del Tribunale dei minori di Milano, alcuni documenti fatti pervenire dallo Jugendamt vennero tradotti malamente. Da qui l’ordine di rimpatrio in Germania per Leonardo e Nicolò. Ciò nonstante un accordo che si era avuto precedentemente tra i due coniugi per permettere a madre e figli di vivere in Italia. Inoltre, a quanto sembra, il padre dei ragazzi non aveva alcun diritto  a chiedere il rimpatrio; aveva semplicemente un diritto di visita che non gli è stato mai negato. Infine, sempre stando alla sentenza, i figli non sono mai stati ascoltati, e questo sarebbe contrario alle disposizioni. I due ragazzi quindi sono attesi a Milano. Sono già stati iscritti alla vecchia scuola dove, come si diceva, sosterranno gli esami da privatisti, preparati in questo dalla madre secondo il programma didattico italiano.

 

Marinella Colombo invece dovrà sostenere un'accusa per avere portato i bambini fuori dall’Italia. Tuttavia, secondo il suo avvocato,  Laura Cossar, dello studio milanese Bocchino-Cossar, la Colombo avrebbe buone probabilità di vincere la sua causa, vista che è caduta l’accusa di illegittimità del rimpatrio. Secondo l’avvocato Cossar difficilmente un tribunale italiano potrà darle torto. Alfeo Quaranta, CdI

 

 

 

 

 

Il PD si mobilita per la manifestazione di Comites e Cgie del 29 maggio a Francoforte

 

"Nei giorni scorsi la Commissione Esteri della Camera ha votato un Decreto che contiene il rinvio delle elezioni per il rinnovo dei Comites (e dunque del CGIE) di altri due anni. Dico di altri due perché già lo scorso anno le elezioni erano state rinviate. Se il Decreto andrà in porto il mandato di cinque anni dato dai cittadini ai consiglieri di Comites e CGIE durerà ben otto (quasi il doppio)". Inizia così l’articolo che Eugenio Marino, responsabile italiani nel mondo del Pd ha scritto per "La gente d’Italia", quotidiano delle Americhe diretto da Mimmo Porpiglia, che lo ha pubblicato nell’edizione di venerdì scorso.

"La cosa sorprendente è che, nella relazione del Governo per giustificare il rinvio, si parla della necessità di rinviare le elezioni per approvare proprio la riforma dei Comites. La stessa motivazione data dallo stesso Governo Berlusconi nella legislatura 2001-2005, quando anche allora rinviò di due anni (e sono già tre volte) le elezioni, con lo stesso motivo di oggi (la riforma poi si fece – condivisa anche dall’allora minoranza – proprio in virtù dell’introduzione del voto e della rappresentanza dei cittadini italiani all’estero).

Delle due, quindi, l’una: o la volta scorsa si fece una riforma che doveva tener conto di qualcosa di cui poi non si è realmente tenuto conto (quindi l’allora Governo Berlusconi ha fallito) oppure oggi si racconta una falsità (e non sarebbe la prima). Inoltre nel Decreto è spiegato che "da un’accurata analisi della successione degli atti e dei relativi termini risulta che tali elezioni richiedono un complesso meccanismo organizzativo – da avviare entro i primi mesi del 2010 – derivante dall’impatto della regolamentazione e dal contesto normativo e operativo nel quale le elezioni dovrebbero avere luogo. Il termine, pertanto, deve necessariamente essere ulteriormente prorogato".

Rileggiamo bene: "Un complesso meccanismo", dunque, "da avviare entro i primi mesi del 2010". Già. Andava avviato a inizio anno. Non lo si è fatto, quindi il "termine deve necessariamente essere prorogato". Domanda: ma chi e perché non ha avviato questo meccanismo? Gli stessi che ora propongono il Decreto. Quindi per colpa di inettitudine del Sottosegretario Mantica oggi pagano tutti gli altri? E poi, suvvia, indicendo le elezioni entro il mese di giugno ci sarebbero i tempi per farle entro la fine del 2010, data stabilita dal Decreto dello stesso Governo Berlusconi dello scorso anno. Quindi si raccontano falsità per nascondere contraddizioni politiche e disegni riformatori fallimentari che si vuole imporre con ricatti perché non condivisi. Per questo, dunque, il Gruppo del PD in Commissione Esteri ha presentato degli emendamenti soppressivi dell’articolo 2 che vuole il rinvio. Emendamenti firmati dal Vice Presidente della Camera, Bindi – che aveva raccolto al CGIE le preoccupazioni espresse dall’Assemblea in merito al rinvio delle elezioni – e da tutti i parlamentari del PD eletti all’estero. Un atto di serietà politica e di coerenza istituzionale, quello della Bindi e dei deputati del PD, non raccolto dalla maggioranza.

Ma noi non demorderemo. Per questo, infatti, e non solo per questo, il PD si mobiliterà e sarà il 28 e il 29 maggio a Francoforte al fianco di Comites, CGIE e associazioni per sostenere il loro appello per il rafforzamento degli interventi pubblici a sostegno delle nostre comunità oltre confine, il reintegro delle risorse per la stampa italiana all’estero, il mantenimento di adeguati e opportuni livelli di presenza ed efficienza dei servizi consolari e il rinnovo dei Comites entro l’anno". (aise)

 

 

 

 

Camera. In Commissione Esteri audizione del segretario generale del MAE Giampiero Massolo

 

L'Italia vuole "ottenere un ruolo nella cabina di regia" del nuovo Servizio diplomatico della Comunità europea

 

  ROMA - L'Italia vuole "ottenere un ruolo nella cabina di regia" del Servizio europeo per l'azione esterna (SEAE) quando questa sarà pienamente costituita. Lo ha affermato il segretario generale del MAE Giampiero Massolo, nel corso di una audizione alla Commissione Esteri della Camera. L'Italia, ha specificato, "è importante per ciò che rappresenta e per l'impegno e la convinzione con cui appoggia l'Unione europea". E grazie al "valore aggiunto" che porta, deve poter dare "un contributo utile nel gruppo di testa" del SEAE.

  Massolo ha parlato di una sorta di "board" costituito da sette o otto posizioni di rilievo nel quale l'Italia potrebbe aspirare, per esempio, al ruolo di vice segretario generale.

  Il nuovo Servizio diplomatico europeo, ha poi aggiunto, non deve nascere come "un carrozzone che rappresenti un aggravio per il contribuente". Il rischio è che "sia l'organo che sviluppi la funzione e non la funzione che sviluppi l'organo", e cioè che si costituisca e diventi operativo senza che dietro ci sia una solida e incisiva politica estera dell'Unione. "Il rimedio", ha sottolineato, "sta nella volontà politica degli Stati".

  Massolo ha quindi spiegato che il Servizio ha due dimensioni. Quella "istituzionale" e cioè di "contenitore", di "hardware", che si occupa di procedure, sarà affidata alla Direzione Generale per l'Unione europea del MAE. La dimensione relativa al "software", ai "singoli dossier", che riguardano per esempio la sicurezza internazionale, sarà di competenza della Direzione Generale per gli Affari politici e di sicurezza.

  Per quanto riguarda le risorse finanziarie del MAE, Massolo ha detto: "E' determinante che la manovra economica non tolga quello che è stato faticosamente concesso", perché "oltre un certo limite non possiamo che ricorrere a un ridimensionamento delle nostre ambizioni". (Inform)

 

 

 

 

Italia-Usa. Napolitano alla Casa Bianca in primo piano la crisi economica

 

Il presidente a colloquio per circa 50 minuti con Obama. Ribadito il "ruolo primario" delle relazioni transatlantiche. Non si è parlato di intercettazioni. Frattini: "In Italia altri due terroristi da Guantanamo"

 

WASHINGTON - Un incontro "molto cordiale". Non sfugge al protocollo la prima nota che arriva da Washington al termine del colloquio fra il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il presidente americano Barack Obama. I due si sono intrattenuti alla Casa Bianca per circa cinquanta minuti e il capo dello Stato ha invitato il leader Usa a partecipare a una delle celebrazioni per i 150 anni dell'unità d'Italia. All'incontro hanno partecipato anche il ministro degli Esteri Franco Frattini, l'ambasciatore d'Italia a Washington Giulio Terzi e altri membri delle rispettive delegazioni. E proprio durante la visita a Washington il titolare della Farnesina ha annunciato che l'Italia accoglierà altri due terroristi già detenuti della base di Guantanamo.

 

L'euro e i mercati. Un colloquio di lavoro, chiuso ai media, che ha visto al centro dell'agenda i temi economici, a cominciare dalle fibrillazioni dei mercati e dalle difficoltà dell'euro seguite "molto attentamente" dall'amministrazione americana. Riferendo ai giornalisti sull'incontro, Napolitano ha poi affermato:  "L'Europa sta vivendo una crisi seria ma l'euro non è a rischio e tantomeno lo è la costruzione europea a patto che ci sia un balzo in avanti sull'integrazione". Quello che è fuori discussione, ha proseguito il presidente della Repubblica, è che ora "serve più disciplina fiscale, un più efficace coordinamento delle politiche economiche e fiscali, più politiche comuni sull'energia e sull'ambiente e Obama si è detto d'accordo su tutti questi punti. Da parte sua c'è pieno sostegno alle iniziative contro la crisi economica che si stanno portando avanti in Europa".

 

"Servono sacrifici". Napolitano era già stato ospite alla Casa Bianca due anni fa, in occasione della visita di Stato a  Washington e New York. All'epoca era stato ricevuto da George W. Bush. Quella di oggi, fuori dall'ufficialità delle visite di Stato, ha rappresentato proprio un'opportunità per scambiarsi opinioni a partire dalle criticità dell'economia. Gli Stati Uniti seguono non solo con attenzione ma anche con preoccupazione le difficoltà dell'Europa e certo è necessario "fare sacrifici", aveva già ricordato, al suo arrivo negli Usa, Napolitano, per "risanare i bilanci pubblici". Ma sacrifici il più possibile "equamente distribuiti tra la popolazione".

 

"Ue, partner fondamentale per gli Usa". Napolitano ha detto a Obama che l'Italia vuole agire affinché l'Unione europea, "più unita e integrata", sia sempre più un partner fondamentale per gli Usa. "Il presidente Obama ha manifestato l'interesse degli Stati Uniti che ci sia un Ue sempre più unita e assertiva", ha detto il capo dello Stato dopo l'incontro.

 

I rapporti transatlantici.  "Le relazioni transatlantiche - ha affermato Napolitano nella conferenza stampa con i giornalisti italiani - sono una pietra miliare" per l'italia come per l'Europa ma non possono essere l'unica dimensione della politica estera. Il presidente ha sottolineato che il rapporto privilegiato tra Italia e Stati Uniti non è in discussione, così come non è in questione quello con l'Ue ma, avverte, "dobbiamo stare attenti noi europei a non farci prendere da una sorta di gelosia perché questo presidente americano sembra ed è molto più aperto allo sviluppo di rapporti con nuovi protagonisti della scena mondiale". Non c'è, dunque, il declino dei rapporti transatlantici temuto da qualcuno? "Non c'è nulla di tutto questo - precisa Napolitano - come ha spiegato anche il presidente americano".

 

Obama ha espresso "apprezzamento per l'impegno italiano in Afghanistan che salirà a 4.000 unità", ha sottolineato il presidente della Repubblica precisando che ha anche "rammentato i nosti caduti" dello scorso 17 maggio. Napolitano ha quindi ribadito che l'impegno italiano "non è in discssione".

 

Durante il colloquio non è stata invece affrontata la questione del ddl sulle intercettazioni, che nei giorni scorsi era stato criticato dal dipartimento alla Giustizia americano 1: "No, non se ne è assolutamente parlato", ha risposto Napolitano ai giornalisti.

 

Frattini: "In Italia altri due terroristi da Guantanamo". Frattini ha annunciato che l'Italia sta individuando altri due nomi di terroristi che, da Guantanamo, verranno accolti nel nostro Paese. Nel corso dell'incontro con il consigliere per la sicurezza nazionale James Jones, il titolare della Farnesina ha detto che "abbiamo identificato altri due nomi, gli esperti del Viminale li stanno valutando ed io mi sono espresso in termini positivi". Da Washinton, ha aggiunto, "c'era stato chiesto alcune settimane fa e noi abbiamo dato la disponibilità". Per quanto riguarda i tempi, Frattini ha spiegato che è "prematuro parlarne perché bisogna sapere quando le autorità li renderanno disponibili". LR 26

 

 

 

 

L'Ue promuove la manovra italiana. «Gli sforzi nella buona direzione»

 

Tremonti : «Salva la coesione sociale». Standard & Poor's: «Ok taglio spesa, conti più sostenibili» - Il ministro dell'economia al forum Ocse: «questa crisi tornante della storia»

 

MILANO - In Italia sarà illustrata alla stampa solo nel tardo pomeriggio, ma da Bruxelles arriva il primo ok alla manovra italiana, varata martedì dal Consiglio dei ministri. Gli sforzi dell'Italia «vanno della buona direzione» ha detto il presidente della Commissione Ue Josè Manuel Barroso, posticipando comunque un«'analisi dettaglia» degli interventi decisi. Intervenuto in mattinata al forum dell'Ocse a Prigi, anche il ministro dell'Economia Giulio Tremonti ha inevitabilmente commentato il via libera al provvedimento da 24 miliardi di euro. «L'Italia ha fatto una scelta molto chiara, quella di salvaguardare i livelli di stato sociale e di operare forti riduzioni di spesa dei governi centrale, regionale e locale» ha detto il ministro, insistendo a più riprese sulla necessità di «salvaguardare la coesione sociale». Positivo giudizio sulla manovra italiana anche da parte di Standard & Poor's, che considera il provvedimento un «sostegno» all'attuale rating del Paese. Secondo Trevor Cullinan, un analista dell'agenzia, «le misure, che mettono le finanze pubbliche su un binario più sostenibile e aiutano a realizzare l'atteso netto calo della spesa primaria in percentuale del Pil, daranno sostegno ai rating della Repubblica italiana» attualmente pari ad A+ con prospettive stabili sul lungo termine.

PD E IDV - In attesa che Berlusconi e Tremonti illustrino il contenuto della manovra (con ogni probabilità la conferenza stampa si terrà alle 18) il Pd è tornato a esprimere le sue perplessità sul testo approvato dall'esecutivo. Il giudizio rimane negativo, ha fatto sapere lo stato maggiore dei democratici. Intanto, Enrico Letta, vicesegretario del partito, ha riunito i capigruppo del partito, i responsabili economici in Parlamento e i responsabili del partito per un primo esame delle misure emerse, esame che sarà approfondito dopo la conferenza stampa del premier. Più netto e critico il giudizio dell'Italia dei Valori: Antonio Di Pietro, che torna a chiedere le dimissioni dell'esecutivo, parla di manovra a misura della «cricca» e che colpisce i soliti noti, i «più deboli».

«CRISI TORNANTE DELLA STORIA» - Per Tremonti la crisi economica attuale rappresenta «un tornante della storia» più che una «congiuntura economica». «L'intensità dei fenomeni che vediamo è storica e sta modificando la predisposizione dell'esistenza, dell'economia e della politica» ha aggiunto il ministro dell'Economia. Al forum Ocse, Tremonti ha spiegato anche che il futuro dopo la crisi deve essere costruito su due pilastri quello «tecnico» e tecnologico, ma anche quello «giuridico». «I grandi cicli dell'economia - ha chiarito il ministro - sono sempre stati legati alla tecnologia, dalla macchina a vapore al motore a scoppio, dai computer all'intelligenza artificiale». Ma i passi avanti della tecnologia, ha proseguito, non bastano se non vengono corretti gli «squilibri» in termini di regole.

FINI - Sulla manovra, e più in generale sulla crisi, è tornato a intervenire anche il presidente della Camera Gianfranco Fini. «In questo difficile quadro» sostiene il leader di Montecitorio, «continuano a pesare i nostri ritardi cronici rappresentati soprattutto dall'incapacità di selezionare adeguatamente, nel rigoroso rispetto dei vincoli di bilancio, quegli interventi pubblici necessari per la soluzione dei nodi strutturali che affliggono ancora moltissime aree territoriali del nostro Paese, e, in particolar modo, del Mezzogiorno d'Italia».  CdS 26

 

 

 

 

Intercettazioni subito in aula. Il Pd: azioni durissime

 

Le intercettazioni andranno in aula in Senato il 31 maggio. Questa la decisione presa ieri dai capigruppo della maggioranza, che hanno forzato la mano e preteso la calendarizzazione del ddl Alfano. In aula andrà il testo partorito nella notte tra lunedì e martedì, condito da alcuni emendamenti del centrodestra tesi a smorzare i divieti di pubblicazione e le pene per gli editori, cercando di nascondere quella che ormai anche nel Pdl chiamano apertamente «figuraccia» e «suicidio politico». Il copyright è del deputato Giancarlo Lehner che spiega: «Agli albori del famigerato ddl spiegai, invano, che nessun governo al mondo poteva mettersi contro l’intera informazione...».

 

IL PD PENSA ALL’OCCUPAZIONE - Le opposizioni hanno fatto muro davanti all’ipotesi di andare in aula il 31 maggio e hanno votato contro. La parola definitiva sul calendario ora passa all’aula, dove il Pd è pronto anche ad iniziative clamorose di protesta. Ieri in una riunione del gruppo, Anna Finocchiaro ha proposto la linea durissima («Vogliono trasformare il Senato nel luogo di ratifica di qualunque porcata! È una follia»), e ha ottenuto il mandato per arrivare anche ad una «occupazione», ancorché «simbolica», dell’aula di palazzo Madama. Proposta che ha fatto rabbrividire Vannino Chiti e l’ex presidente Franco Marini («Non sono iniziative consone a un grande partito come il nostro...») e che ha provocato il voto in dissenso di una decina di senatori, tra cui Morando, Ceccanti, Tonini, Magda Negri, Lusi, Baio Dossi. Bersani dalla Cina è nettissimo: «Una legge mai vista in Occidente, una stretta inconcepibile per la democrazia».

 

La battaglia era pronta per ieri pomeriggio. Poi lo stesso Pd ha chiesto di anticipare la discussione sul decreto salva Grecia, attendendosi una risposta negativa di Schifani. E invece il presidente, sempre più preso dal suo ruolo di mediatore (ieri ha anche rassicurato il segretario della Fnsi Franco Siddi, «dal Senato non uscirà un bavaglio»), ha detto sì, ricevendo il via libera anche da Gasparri e dai leghisti. Una mossa che ha spiazzato i democratici. Tutto rinviato a stamattina, dunque. I senatori Pd interverranno a raffica per contestare il calendario. Non si esclude che scatti anche l’occupazione. Di Pietro dice no a qualsiasi modifica: «È criminogeno, non si può emendare». E lancia minacce al Colle: «Staremo molto attenti, Napolitano tenga la schiena dritta».

 

 

IPOTESI FIDUCIA - Pd e Idv sono convinti che la maggioranza voglia porre la fiducia, forse già lunedì. «Il ministro Vito non lo ha escluso», spiega la Finocchiaro. «Dipende dalle opposizioni, se ci sommergono di emendamenti sarà inevitabile», dice Filippo Berselli (Pdl). Il relatore Centaro, scaricato da Alfano che ha preso le distanze dal suo lavoro in Senato che ha reso il ddl sempre più bavaglio, si irrita: «Fiducia? Dovete chiedere al governo». Per ora la maggioranza lavora a un pacchetto di emendamenti: ieri pomeriggio mini-vertice con Alfano, Gasparri, Il leghista Bricolo, Centaro. La strategia è questa: un pacchetto di emendamenti da portare in aula, a partire dal ritorno alla possibilità di pubblicare gli atti di inchiesta «per riassunto» e da una sforbiciata alle multe per gli editori (la pena minima passerebbe dagli attuali 64mila a 13mila euro). L’obiettivo è garantire un ritorno indolore alla Camera, dove il governo teme le imboscate dei finiani. Andrea Carugati L’U 26

 

 

 

 

L’analisi. Se il cittadino si ribella

 

Quale che sia l'esito parlamentare dell'infausto provvedimento sulle intercettazioni, un rilevante successo la campagna di stampa contro la legge-bavaglio l'ha già raggiunto: e cioè la mobilitazione dell'opinione pubblica, giuristi, intellettuali, editori, giornalisti, studenti e cittadini comuni, tutti schierati in difesa della libertà d'informazione, correttamente intesa come libertà di essere informati e quindi come libertà di informare.

 

Una confortante manifestazione di quella società civile, certamente sollecitata dall'impegno dei giornali e in prima linea del nostro, che spesso viene evocata come in una seduta spiritica. E che improvvisamente si materializza e si esprime come in un prodigio. Il post-it incollato sulla bocca di tanti lettori e di tante lettrici rappresenta ormai il simbolo di questa ribellione popolare, la bandiera di un'opposizione diffusa che va al di là dei numeri e dei seggi in Parlamento. Quel foglietto giallo, una delle più grandi "invenzioni minime" del nostro tempo, diventa così il distintivo di un'opinione pubblica - di destra, di centro o di sinistra - che si sente espropriata di un suo diritto fondamentale e perciò reagisce per riappropriarsene. Vogliamo sapere, insomma, per poter giudicare.

 

"Un individuo libero e attento ai suoi bisogni e interessi - scrive Eugenio Scalfari nel suo ultimo libro Per l'alto mare aperto - sente la necessità di inventarsi lo Stato, appunto come entità astratta, e la cittadinanza come status di massa, fondata sull'eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge". Ecco, il cittadino, lo Stato e il governo. Qui il governo in carica non amministra lo Stato né difende il cittadino, ma tende piuttosto a imporre una legge autoritaria e repressiva attraverso cui conculca, viola, calpesta i diritti dei cittadini.

Nella falsa retorica del regime mediatico, il ministro della Giustizia proclama che la legge-bavaglio serve a difendere - nell'ordine - la privacy, il diritto di cronaca e infine la funzione investigativa. Ma si tratta chiaramente di un artificio, o di un'ipocrisia bella e buona, per occultare lo spirito e la sostanza di un provvedimento liberticida. È vero infatti che occorre garantire un equilibrio fra questi tre diritti costituzionali, ma l'ordine semmai andrebbe invertito o comunque adattato alle circostanze, al caso specifico: la tutela della legalità, innanzitutto, come superiore interesse collettivo, poi l'informazione e quindi la riservatezza individuale.

Non c'è dubbio che abbiamo assistito finora a molti abusi nella gestione delle intercettazioni, telefoniche e ambientali, all'interno e all'esterno della sfera penale. Da strumenti d'indagine "straordinari", spesso si sono trasformate in strumenti "ordinari"; da mezzi di ricerca della prova sono diventate prove in sé. Ed è fuori discussione che bisogna preservare il singolo cittadino dalla "gogna mediatica", a maggior ragione quando è incolpevole o addirittura estraneo alle indagini. Le intercettazioni tuttavia restano assolutamente necessarie nella lotta al malaffare e alla criminalità organizzata, tanto più in un Paese come il nostro contagiato da una corruzione endemica e infiltrato dalla mafia, dalla camorra e dalla 'ndrangheta.

 

La controriforma del governo Berlusconi - sulla quale perfino il presidente del Senato, Renato Schifani, sembra nutrire ora qualche ripensamento - non mira affatto a correggere e a sanare queste disfunzioni, bensì a colpire l'anello debole della catena, a punire i giornalisti, a mettere il bavaglio o la museruola alla libertà di stampa. Più che a contenere i costi per l'organizzazione della giustizia e a evitare i danni per i terzi incolpevoli, il disegno di legge del ministro Alfano punta in realtà a ridurre il diritto all'informazione, anzi a negarlo e mortificarlo. Non sono insomma la tutela del segreto investigativo e la difesa della privacy i veri obiettivi di questo provvedimento, quanto piuttosto la protezione della "casta", il blackout sugli scandali di regime, il controllo dei giornali e dei telegiornali o magari la loro sottomissione al potere politico.

 

Nel nostro Codice, è già scritto del resto che le intercettazioni devono essere usate con la massima prudenza, solo quando ricorrono gravi indizi di reato e quando sono "assolutamente indispensabili al fine della prosecuzione delle indagini". Che cos'altro c'è bisogno di aggiungere, di precisare, di limitare? Non abbiamo difficoltà a riconoscere, come convengono da fronti opposti il giudice Carlo Nordio e l'avvocato Giuliano Pisapia nel loro dialogo editoriale intitolato In attesa di giustizia, che a volte l'uso o l'abuso delle intercettazioni configura una "incivile violenza" o addirittura "una barbarie". Più che punire i giornalisti o sanzionare gli editori di giornali, però, sarebbe opportuno individuare a monte le responsabilità effettive, impedendo che chi ha l'obbligo istituzionale di tutelare il segreto investigativo finisca poi per violarlo impunemente.

 

Proprio in forza del diritto all'informazione, i giornalisti hanno invece il dovere professionale e deontologico di divulgare tutte le notizie di cui entrano in possesso, una volta accertata l'attendibilità della fonte da cui provengono e verificato l'interesse generale ad apprenderle. Si può anche discutere allora sulla necessità di un Codice di autoregolamentazione in materia, da definire magari insieme ai magistrati, per darsi una disciplina migliore, rispettare ancora di più l'attività giudiziaria e la riservatezza dei cittadini. Ma di fronte a un interesse superiore della collettività la politica deve fare un passo indietro e rimettersi eventualmente a un'iniziativa del genere, se non vuole soffocare la libertà di stampa e quella d'opinione. GIOVANNI VALENTINI

LR 26

 

 

 

 

Intercettazioni costituzione e buon senso

 

L’incostituzionalità di una legge può essere provata solo quando la Consulta ci mette sopra un timbro.

 

Prima d'allora è un semplice sospetto, o in qualche caso un dubbio. Eppure il disegno di legge sulle intercettazioni è proprio di questo che ha bisogno: un esame urgente di costituzionalità. Se il Parlamento vi si dedicasse, farebbe certamente meno danni.

 

Nel caso di specie vengono in gioco tre libertà fondamentali: il diritto alla giustizia; il diritto alla riservatezza; il diritto all'informazione. Qualcuno saprebbe rinunziare all'uno o all'altro? Nessuno, né tra gli avversari né tra i tifosi di quest'ultimo provvedimento normativo. Difatti l'esistenza di una macchina giudiziaria capace di reprimere i delitti garantisce la nostra sicurezza collettiva: senza legalità saremmo come bestie nella giungla. A sua volta, il diritto alla privacy ci tutela contro l'invadenza dei poteri pubblici e privati: senza il dominio sulla nostra sfera intima, senza la possibilità d'appartarci fra le mura domestiche, saremmo come gli uomini narrati da Orwell, altrettante marionette del Grande Fratello. Quanto alla libertà d'informazione, non a caso la Corte Costituzionale - in una celeberrima sentenza del 1969 - l'ha definita «pietra angolare della democrazia». L'improvvisa sintonia fra tutti i direttori di giornale contro la stretta sulle intercettazioni può aver lasciato nei lettori un retrogusto amaro, l'idea d'una reazione difensiva, se non corporativa. Non è così: il lavoro dei giornalisti è in funzione della nostra libertà di cittadini. Se non avessimo più accesso alle notizie, tanto varrebbe confiscarci pure il voto.

 

Com'è possibile dunque miscelare questi tre ingredienti senza offendere la Costituzione? Tutto sommato, basterebbe evitare d'offendere il buon senso. Non serve una laurea in legge per capire che se in nome della privacy strangolo la legalità e l'informazione sarò un assassino, non un gendarme dei diritti. È insomma una questione di misura; o in termini giuridici di bilanciamento, di proporzione tra il dare e l'avere. D'altronde se mi metto in tasca un sassolino raccolto nella villa comunale, nessuno mi processerà per furto; ma se comincio a spalare terra per riempirci un camion, prima o poi arriverà una volante a sirene spiegate.

 

Ma non c'è misura in questa legge, a partire dalle sue stesse dimensioni: 5654 parole nel testo licenziato dalla Camera, prima che il Senato aggiungesse le proprie filastrocche. Non c'è misura in questo testo che comincia dalla lettera h-bis) ed esplode in un trionfo d'avverbi quando enumera le condizioni per rendere valide le intercettazioni: devono essere «assolutamente» indispensabili sulla base di esigenze «espressamente e analiticamente» indicate. Non c'è misura nel trattare la privacy del delinquente abituale alla pari di quella del cittadino onesto, né nel difendere la riservatezza dei politici, di cui dovremmo sapere pur qualcosa dato che ci domandano il voto. Non c'è misura in una procedura che si risolve nella processione del pm prima nello studio del procuratore, poi dinanzi al tribunale in composizione collegiale, doppia autorizzazione, doppie carte, tempi al quadrato. Infine non c'è misura - o forse ce n'è troppa - nel termine di 75 giorni per gli ascolti, anche se il giorno prima hai catturato per caso la voce di Bin Laden.

 

Basterà a sanare queste pecche il recupero del testo approvato dalla Camera, che permetteva la pubblicazione «per riassunto» delle intercettazioni? Come ha scritto Mario Calabresi, se ai pm viene sostanzialmente impedito il lavoro d'investigazione, i giornali non avranno più nulla da riassumere. Del resto non è il solo aspetto irrazionale della legge. C'è per esempio la metamorfosi dei quotidiani in libri di storia, giacché l'informazione dettagliata potrà venire pubblicata soltanto dopo l'udienza preliminare, e quindi dopo vari anni dall'arresto. C'è il divieto d'intercettare quando l'ascolto è utile, e il permesso quando è inutile. E c'è in conclusione l'oscuramento del buon senso: vietato intercettarlo. MICHELE AINIS  LS 26

 

 

 

 

Il diritto dei cittadini

 

I direttori e le redazioni dei giornali italiani, con la Federazione Nazionale della Stampa, denunciano il pericolo del disegno di legge sulle intercettazioni telefoniche per la libera e completa informazione. Questo testo penalizza e vanifica il diritto di cronaca, impedendo a giornali e notiziari (new media compresi) di dare notizie delle inchieste giudiziarie - anche quelle che riguardano la grande criminalità - fino all'udienza preliminare, cioè per un periodo che in Italia va dai 3 ai 6 anni e, per alcuni casi, fino a 10. Le norme proposte violano il diritto fondamentale dei cittadini a conoscere e sapere, cioè ad essere informati.

 

E' un diritto vitale irrinunciabile, da cui dipende il corretto funzionamento del circuito democratico e a cui corrisponde - molto semplicemente - il dovere dei giornali di informare. La disciplina all'esame del Senato vulnera i principi fondamentali in base ai quali la libertà di informazione è garantita e la giustizia è amministrata in nome del popolo.

 

I giornalisti esercitano una funzione, un dovere non comprimibile da atti di censura.

 

A questo dovere non verremo meno, indipendentemente da multe, arresti e sanzioni. Ma intanto fermiamo questa legge, perché la democrazia e l'informazione in Italia non tollerano alcun bavaglio.

(L’appello sottoscritto dai direttori delle principali testate giornalistiche italiane)

de.it.press

 

 

 

 

La doppia sfida del Paese. Il dovere del rigore, il coraggio delle riforme

 

OGGI, finalmente, sapremo. Salvo colpi di scena, sempre possibili visti i tormenti della vigilia, alle 18 è convocato il Consiglio dei ministri con all’ordine del giorno “misure urgenti per la stabilità finanziaria e la competitività economica”. Sarà dunque varata quella manovra, a quanto pare da 24 miliardi, correttiva di un andamento dei conti pubblici che ci espone al rischio di un attacco speculativo ai nostri titoli di Stato e di pesanti sanzioni da parte dell’Europa, che pare essere una coperta corta: se accontenta i mercati penalizza gli italiani, o parte di essi, e viceversa se sarà “buonista” non convincerà gli investitori. Con sullo sfondo l’attacco alla Grecia già portato a termine e nuove altre incursioni che, se hanno come vero obiettivo l’euro come è logico pensare, non potranno che riguardare Spagna e Italia. Attacchi speculativi di cui si sono sentiti gli echi anche ieri, per fortuna ancora timidi, quando piazza Affari ha per l’ennesima volta vestito la maglia nera di peggior Borsa europea perdendo un ulteriore 2,6%. A questo si aggiunga che le premesse politiche del provvedimento non sono affatto rassicuranti, visto che le “manovre intorno alla manovra”, consumate fino all’ultimo, hanno badato più agli equilibri interni al governo e alla maggioranza e persino dentro il Pdl, se è vero che per temperare il rigore di Tremonti si è persino tentato di ricostituire l’asse Berlusconi-Fini, fino a ieri considerato definitivamente morto che al merito delle decisioni da prendere, e le relative responsabilità da assumersi davanti al Paese e all’Europa.

Dunque, quello che vedremo fra poche ore sarà un pacchetto di misure frutto di un compromesso, ma che ragionevolmente dovrà rivelarsi serio e rigoroso quanto basta per ottenere un via libera di Bruxelles che non potrà più essere di manica larga come nel passato, e soprattutto sufficientemente convincente da indurre i mercati ad accoglierlo in modo positivo, o quantomeno senza una punitiva ondate di vendite al ribasso di azioni e Btp. Ma quali saranno esattamente le voci della manovra? Le indiscrezioni della vigilia, e di cui questo giornale offre ampia documentazione, parlano di interventi simbolicamente equitativi, tipo l’aumento delle aliquote fiscali sui bonus dei manager, o altrettanto simbolicamente punitivi della “casta”, come i rimborsi elettorali, ma anche di tagli robusti e di congelamenti degli automatismi agli stipendi dei dipendenti pubblici, di riduzione da quattro a una delle finestre di uscita dal lavoro verso la pensione, e di molte altre riduzioni di spesa pubblica. D’altra parte, per arrivare a risparmi per quasi 50 mila miliardi di vecchie lire ricordiamoci che la manovra salva-lira di Amato nel 1992 che arrivò ad un prelievo forzoso sui conti correnti fu di 90 mila miliardi ce ne vogliono di sforbiciate. Ed è bene che sul tavolo non ci siano né qualunque tipo di condono, né un qualche aumento della già fin troppo alta pressione fiscale, né infine speriamolo non venga calcolata con facile abbondanza un recupero di evasione fiscale e di altro tipo di abusi (si parla molto dell’esplosione del costo delle pensioni di invalidità, aumentato nell’ultimo decennio da 6 a 16 miliardi) che poi si rivelerebbe fallace a posteriori. E questo non perché non debbano essere intensificati i controlli, anzi, ma perché sarebbe bene che una volta per tutte, e tutti in Europa, usassimo queste voci di bilanci solo a consuntivo.

Tuttavia, sospendiamo il giudizio sui singoli provvedimenti fino a quando non ne conosceremo i dettagli definitivi. Quello che qui importa è ricordare al governo, e a noi stessi, il senso complessivo che dovrebbe avere la manovra. Primo: dovrà contribuire a salvare l’Italia, e con essa l’euro e l’intera Eurolandia, e su obiettivi come questi non si possono fare giochini politici da irresponsabili né si deve temere l’impopolarità. La quale, semmai, deriva dall’aver taciuto la verità dei fatti per troppo tempo. Secondo: per essere efficace, la manovra deve dare risposte strutturali ai problemi dell’economia italiana e della finanza pubblica. Quindi dovrà essere senza sconti per nessuno ma non recessiva, perché colpire i consumi in questo momento significa tappare una falla (il deficit corrente) e aprirne un’altra (il Pil che non cresce), e capace di coniugare l’obiettivo momentaneo con uno più di fondo (per esempio, intervenire sulla previdenza significa stipulare un patto tra generazioni, cosa che dovremmo fare comunque, a prescindere dal taglio dei costi). Terzo: per evitare un intervento che magari lì per lì è efficace ma col tempo rischia di rivelarsi insufficiente, è bene impostare fin da ora alcuni interventi più strutturali aggiuntivi. In particolare, sull’aumento dell’età pensionabile e su una revisione radicale del trasferimento alle Regioni del Servizio sanitario nazionale, è inutile aspettare che qualcuno ci chiami come ieri hanno fatto con severità Ue e Fondo monetario con la Grecia, considerato che sulle pensioni Atene ha preso provvedimenti non più tardi di due settimane fa per imporci ciò che da soli non abbiamo il coraggio di fare. E così, a maggior ragione, vale per il costo dell’impianto istituzionale, il cui smagrimento avrebbe peraltro il plauso della grandissima parte degli italiani. Dunque, s’imponga alla Lega di accettare l’abolizione delle Province (oltre 17 miliardi il loro costo), la riduzione a metà del numero dei Comuni (su 8.100 ben 5.700, cioè il 70%, sono sotto i 5 mila abitanti), l’accorpamento delle Regioni più piccole a quelle più grandi, la cancellazione di inutili comunità montane, enti di bacino e tanti altri livelli di terzo e quarto grado. Infine, si faccia un progetto per una riduzione una-tantum del debito attraverso la valorizzazione del patrimonio demaniale, immobiliare e mobiliare pubblico attraverso la creazione di una società contenitore da quotare in Borsa. Si dirà: non c’è tempo per mettere in campo misure così complesse. Vero. Ma, a parte il fatto che nel primo biennio di questa legislatura il tempo ci sarebbe stato se solo ci si fosse dimenticati un po’ delle due campagne elettorali (europee e regionali) che l’hanno attraversato, ora comunque si potrebbe accompagnare la manovra più congiunturale con un impegno politico solenne a mettere subito mano alle riforme più strutturali. Non fosse altro per evitare di passare da una manovra correttiva ad un’altra. Anche perché i mercati non ce lo concederebbero. ENRICO CISNETTO

IM 25

 

 

 

 

 

La manovra da 24 miliardi e la crisi dell'europa. Risposte necessarie

 

Per mesi i governi europei hanno sottovalutato la crisi greca. Impedendo al Fondo monetario di intervenire in tempo hanno consentito che difficoltà locali coinvolgessero l'euro e l'intera Unione monetaria. Quando finalmente si sono svegliati, gli interventi, più maestosi nei numeri che nella sostanza, non hanno convinto i mercati. Nel tentativo di riguadagnare la credibilità perduta ora giocano la carta dei conti pubblici. Dovunque si varano ampie correzioni di bilancio: sicuramente necessarie, ma con il rischio che esse abbiano i medesimi scarsi effetti dell’intervento salva-euro da mille miliardi annunciato due settimane fa.

Gli investitori comprendono che un uso attivo della politica di bilancio è stato fondamentale per fronteggiare la recessione. Se ne stiamo lentamente uscendo è soprattutto perché alcuni Paesi, in primis USA e Gran Bretagna, hanno risposto alla crisi aumentando la spesa pubblica e riducendo le tasse per sostenere la domanda. Inquieta piuttosto il ricordo del 1937, quando un stop affrettato alla politica di bilancio espansiva attuata dall'inizio degli anni Trenta riportò l'economia americana in recessione: il Pil, che dal 1934 aveva ricominciato a crescere al ritmo del 5% l'anno, nel 1938 cadde di oltre il 3%.

Ciò che preoccupa i mercati non sono i deficit di questi anni, quanto le prospettive di medio periodo. Il Fondo monetario ha calcolato i costi della crisi sui bilanci pubblici e li ha confrontati con quelli che deriveranno dall'invecchiamento della popolazione: pensioni, sanità, assistenza agli anziani: costi dieci volte maggiori anche in quei Paesi che durante la recessione hanno usato più attivamente il bilancio dello Stato. È questo il parametro che i mercati useranno per valutare le leggi finanziare: ridurranno strutturalmente i deficit futuri, o si limiteranno a contenere la spesa nei prossimi due-tre anni, con provvedimenti temporanei?

Un solo leader europeo pare averlo compreso: Nicolas Sarkozy. È l'unico che ha avuto il coraggio di annunciare un innalzamento dell'età pensionabile. Tutto il resto, blocchi temporanei degli stipendi pubblici, spostamento in là di alcune «finestre pensionistiche », incassi una tantum, tagli alle dotazioni di alcuni enti pubblici senza sopprimerli, non convincerà i mercati. Anzi, rischia di essere controproducente perché si ammette che un problema esiste senza affrontarlo fino in fondo. La caduta ieri delle Borse potrebbe essere il primo segno.

Al di là dei conti pubblici c'è una domanda che gli investitori da alcuni anni pongono ai governi: come sarà l'Europa fra dieci anni? Un continente che cresce, produce ricerca e innovazione, capace di giocare un ruolo di leader nella politica internazionale, oppure un insieme di Paesi vecchi, dove i pochi che lavorano devono sostenere un esercito di anziani e dai quali i migliori emigrano? È la risposta a questa domanda ciò che i mercati cercheranno di capire leggendo le manovre di queste settimane.  Francesco Gavazzi CdS 26

 

 

 

 

Ciò che Silvio non poteva dire

 

E’ stato Gianni Letta ad anticipare ieri agli italiani il «succo» della manovra che questa mattina il governo illustrerà ufficialmente. E già il fatto che Letta abbia parlato è una notizia. In oltre quindici anni di fedele servizio, le sue dichiarazioni pubbliche si contano sulle dita di una mano. E mai un commento, mai un'esternazione. A memoria, lo ricordiamo prendere la parola per il terremoto dell’Aquila: ma Letta è abruzzese, lì c'era un fatto personale e sentimentale.

 

Come mai dunque è stato proprio lui ad anticipare, come dicevamo, il succo della manovra? La prima risposta che viene istintiva è semplice: si tratta di un «succo» amarissimo per gli italiani. Letta ha annunciato «una serie di sacrifici molto pesanti, molto duri», che il governo è «costretto a prendere per salvare il nostro Paese dal rischio Grecia».

 

E lungi dall’annunciare una prossima e sicura uscita dal tunnel, ha definito «disperato» il tentativo di «scongiurare una crisi epocale». Riesce difficile pensare che, a 75 anni, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio abbia deciso di intraprendere una nuova carriera da portavoce e di abbandonare il proprio ruolo di importante ma riservato tessitore della politica. Molto più facile immaginare che Silvio Berlusconi abbia deciso di affidare al suo fedele consigliere il compito di pronunciare parole che lui non pronuncerebbe mai. Avrebbe mai usato, Berlusconi, l'aggettivo «disperato»? Lui che ha sempre detto di non aver mai visto un pessimista combinare qualcosa di buono nella vita? Avrebbe mai definito «epocale» la crisi, lui che ha sempre accusato di catastrofismo chi parlava di recessione? Avrebbe mai voluto essere il premier che annuncia sacrifici agli italiani, lui che aveva promesso meno tasse per tutti?

 

Berlusconi è un leader di grande carisma, ma il suo è un carisma fondato sull’ottimismo, sull’iniezione di fiducia. Capita invece che a volte i grandi condottieri debbano usare linguaggi diversi, più sgradevoli. È celeberrimo il discorso che Winston Churchill pronunciò alla Camera dei Comuni il 13 maggio di settant'anni fa: «Ho ricevuto da Sua Maestà l'incarico di formare un nuovo governo... Non ho nulla da offrire se non sangue, fatica, lacrime e sudore... Abbiamo di fronte a noi molti, molti mesi di lotta e di sofferenza». Allora «la più terribile delle ordalie», come la definì Churchill, era la lotta contro il nazismo. Oggi lo spettro è «solo» un cambiamento di tenore vita per tutti noi: per molti, anche uno sprofondare nell’indigenza. Il contrario di quella prospettiva di benessere e successo che Berlusconi «garantiva» con l'esempio della propria vicenda personale.

 

È dunque probabilmente questo il motivo per cui il Grande Comunicatore dell'ottimismo e del successo ha voluto far vestire a Letta quei panni da Churchill che non sono nel suo guardaroba. Ieri sera un altro Letta, Enrico, ha detto che Berlusconi deve assumersi le proprie responsabilità e mettere la faccia accanto alla parola «sacrifici». Non sappiamo se lo farà. Che smentisca Letta in toto è molto difficile, se non impossibile. Più facile che ne attenui i toni, dicendo che sì, i «sacrifici» ci saranno, ma precisando che è l'Europa a chiederceli anzi a imporceli, e che se fosse solo per l’Italia la situazione non sarebbe quella che è. Facile anche prevedere che alla fine il premier aggiungerà che tutto andrà comunque per il meglio, e che ogni stretta alla cinghia sarà funzionale al coronamento del sogno, cioè all'abbassamento delle tasse. Se così sarà, vorrà dire che la scelta di mandare avanti Gianni Letta ha avuto anche lo scopo di riservarsi un’ultima parola che non lasci negli italiani la memoria di una promessa di lacrime e sangue. MICHELE BRAMBILLA  LS 25

 

 

 

L’eutanasia dello stato soacile

 

Ha cominciato il Sole 24 ore con Alberto Orioli: il welfare è un «insostenibile, costoso, inefficiente» retaggio del passato. Come il posto fisso. Ha proseguito Il Corriere della Sera con Piero Ostellino (lo stato sociale «divorerà i cittadini» che sinora ha compassionevolmente assistito) e Angelo Panebianco (che, sotto una veste retorica meno grezza, ha sostenuto la stessa tesi: tutto il potere al Libero Mercato).

Una volta tanto dicono la verità, rendendo inevitabili imbarazzate smentite. Maurizio Ferrera, sempre sul Corriere, ha dovuto sbracciarsi a dire che «standard sociali e diritti di cittadinanza» non saranno travolti. Ma Tremonti taglierà stipendi e pensioni pubbliche, praticherà nuove riduzioni alla spesa sociale, aumenterà la pressione fiscale sul lavoro dipendente: siccome questo non accade dopo decenni di politiche espansive e redistributive ma dopo trent'anni di macelleria sociale, all'ordine del giorno è proprio l'eutanasia dello stato sociale (a cominciare dal Mezzogiorno). Non è affatto questione di «esagerazioni».

Viene così in chiaro il senso del processo storico svoltosi in questi tre decenni. Si è trattato della feroce vendetta del capitale privato contro il lavoro salariato per la sua inaudita pretesa di giocare da protagonista la partita della riproduzione. Si tratta ancora oggi di punire le scandalose lotte operaie degli anni Sessanta. La nuova fase che si apre con la liquidazione del welfare corona una storia cominciata negli anni Settanta (con la fine di Bretton Woods) ed entrata nel vivo con lo scontro di Reagan con i controllori di volo, della Thatcher con i minatori e di Agnelli e Romiti nei 35 giorni di Mirafiori.

Trent'anni di guerra senza quartiere contro il lavoro dipendente che aveva osato ribellarsi al sovrano, di questo si è trattato. La delocalizzazione, la libera circolazione dei capitali e la guerra infinita per il gas e il petrolio sono stati i cardini dell'offensiva, ma anche Maastricht è stata una pietra miliare, poiché ha imposto lo sfondamento su costi e diritti del lavoro e la distruzione dei contratti collettivi. Panebianco parla oggi di «fallimento del socialismo della spesa». Propaganda a parte, il solo socialismo che abbiamo conosciuto se lo è goduto il capitale privato, al quale gli Stati (prima dei miliardi pubblici gettati nei bilanci disastrati di banche e finanziarie) hanno procurato un mercato del lavoro modellato sulle sue esigenze e concesso di evadere il fisco, di speculare senza vincoli e di accumulare profitti con le privatizzazioni. L'esplosione del debito pubblico (che sarebbe più serio chiamare credito privato) è figlia della ferma volontà di tradurre in profitto la produzione sociale della ricchezza.

È la prima volta che il capitale si vendica brutalmente per la rivolta del lavoro? Naturalmente no. È la storia del Termidoro e della Restaurazione (dopo il Terrore giacobino); del colpo di Stato di Luigi Bonaparte, dell'imperialismo e della Prima guerra mondiale (dopo il 1848, la Comune di Parigi e i primi scioperi generali); del fascismo, del nazismo e della Seconda guerra mondiale (dopo il 1917, Weimar e il biennio rosso). È un classico, quindi si sarebbe potuto intuire da tempo dove si andava a parare. Tanto più che qualcuno (Gramsci, Polanyi, Keynes, lo stesso Marx) aveva chiarito come funziona il meccanismo. Ma dov'è stata e dov'è la controparte in questa vicenda?

La Terza via di Tony Blair (rimpianto dal Corriere) è stata la sciagurata illusione che ha dato il «la» a tutta la sinistra «responsabile» in Europa. Ma forse adesso si reagisce all'altezza del pericolo? Qualcuno lancia l'allarme? Non pare. Alla «gente» si trasmette l'illusione che la «democrazia» sia una conquista irreversibile e un valore in sé, nonostante lo svuotamento dei diritti. Il governo può dire che taglierà, ridurrà, rimanderà senza che alcuno accenni a una reazione: è difficile in tale situazione prevedere che si andrà a un massacro? Sì, ce n'est qu'un début. Ma in senso opposto a quanto sperammo quarant'anni fa. Alberto Burgio EN 24

 

 

 

 

L'azzardata scommessa di Berlusconi

 

I fischi dei dipendenti di Palazzo Chigi contro Tremonti e Brunetta, il «no» di Regioni e Comuni, il gelo della barricata della Cgil, annunciata in diretta al Tg3 da Epifani, che non ha escluso lo sciopero generale. Man mano che il governo svela le sue carte, Silvio Berlusconi prende atto che questo della manovra economica è sicuramente il passaggio più difficile che gli è toccato affrontare nella sua lunga carriera di governo. Più difficile, va detto, per le conseguenze dei rapporti con gli elettori e per la dura resa alla realtà della crisi, che ha cancellato tutt’insieme i messaggi rassicuranti diffusi fin qui dal premier.

 

In apertura del Consiglio dei ministri, Giulio Tremonti è stato chiarissimo con i suoi colleghi: in tutta Europa sia i governi dei Paesi più in difficoltà come Grecia, Spagna e Portogallo, sia di quelli più preoccupati per quel che potrebbe accadere come Germania e Inghilterra, stanno mettendo a punto strategie di rigore, augurandosi che la stretta comune possa bastare e le mire degli speculatori si spostino dalla zona dell’euro. Sottovoce, poi, gli alleati europei si scambiano i timori più inconfessabili, come quello che dopo un’intera estate di turbolenze il sistema della moneta unica possa di nuovo trovarsi di qui a poco sotto attacco e in bilico. Questo spiega anche la strategia di Berlusconi rispetto all’annuncio dei sacrifici e del permanere di un «rischio Grecia»: la prima battuta affidata a Gianni Letta lunedì sera è servita a ricentrare su Palazzo Chigi la titolarità della manovra, di cui tutti chiedono al premier di assumersi la responsabilità in prima persona, accettando l’implicita smentita di se stesso e del suo precedente atteggiamento ottimista che i fatti gli impongono. La decisione di aspettare ancora a «metterci la faccia» è legata alla necessità di valutare bene il complesso delle reazioni prima di parlare.

 

Il Cavaliere è convinto che superata la prima fase difficile dell’accoglienza della manovra, l’opinione pubblica chieda soprattutto che la crisi venga affrontata e governata. Ed è a questo punto - ritiene - che un messaggio chiaro, che inquadri quel che sta accadendo nel contesto europeo e rivaluti gli aspetti positivi della nostra realtà, che hanno consentito fin all'Italia qui di reggere meglio di altri membri dell’Unione di fronte alla congiuntura, potrebbe servire a riconsolidare il rapporto tra il centrodestra e la sua gente. Berlusconi, in altre parole, anche in un momento così complicato, punta ancora su di sé. È una scommessa molto azzardata. 

MARCELLO SORGI  LS 26

 

 

 

Sprechi e furbizie

 

La crisi della politica nel nostro Paese si manifesta prevalentemente in due modi. Il primo, sul fronte delle relazioni interne, appare come una preoccupante incapacità di mettere in connessione i problemi e le soluzioni. Il bipolarismo, che in linea teorica avrebbe dovuto conferire maggiore autorità e fluidità alle scelte amministrative della maggioranza di turno, si è dimostrato solo un nuovo contenitore del sistema dei partiti. Non un salto di paradigma. Nel merito della concreta esperienza italiana non è riuscito (ancora) a innestare quella marcia in più di cui i governi hanno bisogno per programmare i cambiamenti strutturali e per giovarsi di una solida base di consenso nei passaggi chiave della loro azione.

In una sequenza che potremmo definire ottimale dovrebbe esserci all’inizio l’ascolto della società, poi la necessaria mediazione degli interessi e infine la capacità di decidere senza se e senza ma. Purtroppo questo itinerario da noi si ferma sempre più sovente nella stazione intermedia e il treno non arriva a destinazione. I dossier ministeriali nel frattempo si accumulano e la burocrazia impera. Con la riforma de facto dei meccanismi della legge finanziaria pensavamo di aver compiuto un significativo passo in avanti (penso ai tempi in cui Montecitorio veniva trasformato per settimane e settimane in un suk dell’emendamento), invece dobbiamo ammettere che ci eravamo, almeno in parte, illusi. Lo testimoniano le cronache di queste ore con il governo diviso al suo interno, sottoposto all’azione delle lobby pubbliche e private, desideroso di accontentare tutti e non scontentare nessuno e, in definitiva, incapace di dire la verità ai suoi elettori. I segnali del decadimento di un progetto politico ci sono tutti. I troppi ministri che possono parlare a ruota libera e affollare la scena perché chi doveva essere protagonista ha scelto di lasciare spazio ai comprimari.

La resistenza delle burocrazie di Stato e dei grand commis che, come raccontano Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, si sentono in guerra per la difesa dei loro privilegi e si rivelano come il vero «partito della spesa». La seconda cartina di tornasole della crisi della politica risiede nelle relazioni esterne, nel rapporto tra gli orientamenti di un governo e il giudizio dei mercati finanziari, decisivo - se non altro - per il successo del collocamento dei titoli di Stato. L’interdipendenza delle economie ha ridotto il potere assoluto dei governi nazionali e i leader devono essere coscienti che nel loro Consiglio dei ministri siede un convitato di pietra. È dura da accettare per la cultura politica del centrodestra italiano ma è così. È evidente poi che il Paese che vanta il terzo debito pubblico del mondo resta comunque un sorvegliato speciale, nonostante che persino l’Economist abbia riconosciuto all’Italia di aver riguadagnato qualche posizione e di aver perso l’assegnazione di quello che nel rugby si chiama «il cucchiaio di legno», la beffa per l’ultimo posto.

Dobbiamo però essere intellettualmente onesti e ammettere che la crisi dell’eurozona ci ha colto impreparati: la percentuale di spesa pubblica improduttiva è ancora troppo alta, le entrate dello Stato appaiono rigide per l’incapacità di ridurre l’area dell’evasione fiscale, la produttività del lavoro è bassa rispetto ai Paesi partner, non troviamo da anni la strada per crescere a ritmo sostenuto pur avendo avuto al potere coalizioni di segno opposto. Per tutti questi motivi è assai difficile che l’Italia possa uscire del tutto dal radar della speculazione, almeno nel breve periodo. Roma non può ignorarlo. Anche perché per molti provvedimenti la manovra di rientro garantisce nell’immediato il solo effetto annuncio, per la traduzione delle misure in maggior gettito sonante bisognerà comunque attendere che le novità siano implementate e vadano a regime. Ci aspettano quindi giornate ancora difficili e non possiamo concedere ai nostri avversari alcun vantaggio. Tanto meno di presentarci in ordine sparso. Ps. Ma che fine ha fatto la riforma Brunetta? Dario Di Vico CdS 24

 

 

 

 

Il paese dei balocchi

 

Da ministra del rigore a ministra del tempo libero, da sacerdotessa dello studium a fanatica dell'otium, da bacchetta che castiga a sbracata Lucignola che vuole mandare tutti i bimbi italiani nel paese dei balocchi.

Insomma "per favorire il turismo" la ministra dell'Istruzione Mariastella Gelmini vuole ritardare di un mese l'apertura dell'anno scolastico, dai primi di settembre ai primi di ottobre. Attenzione: non per ragioni didattiche né per qualche forma, sia pure contorta o distorta, di saggezza pedagogica, ma soltanto per allungare la vacanza, per aiutare l'industria del tempo libero, per fare divertire di più i ragazzi italiani che solitamente bastona e per fare riposare di più i professori contro i quali scaglia lampi ed emette tuoni.

Dopo avere maltrattato gli insegnanti come fannulloni ignoranti e avere insultato gli studenti come somari e pelandroni, dopo avere predicato il ritorno alla disciplina e al faticoso impegno, Nostra Signora dei Grembiulini ha dunque scoperto la virtù della pigrizia rilanciando il sogno di tutti gli asini del mondo e persino riproponendo quel modello sessantottino contro il quale si batte in maniera ossessiva: viva la strada che libera gli istinti e abbasso la scuola che li reprime.

 

Persino la Lega che solitamente incoraggia e istiga le numerose e creative riforme antimeridionali, xenofobe e anti eruopee della Gelmini, ha obiettato alla ministra che le mamme che lavorano non saprebbero letteralmente "dove mettere i bambini" e che la legge italiana impone agli insegnanti almeno duecento giorni di didattica l'anno, che è lo standard europeo del diritto allo studio.

 

Se non assistessimo all'agonia di un'istituzione che la ministra ha deciso di far saltare ogni mattina nel cerchio di fuoco potremmo limitarci a ridere per questa incoerente sparata a favore del torpore e della lentezza degli italiani che la ministra vorrebbe stiracchiare sino all'autunno, come ai tempi del libro Cuore, quando la scuola cominciava il 17 ottobre perché il signorino Carlo Nobis aveva bisogno di tre mesi di villeggiatura per rilassarsi e il muratorino, che era bravo a fare "il muso di lepre", ne aveva necessità per lavorare, come Precossi, figlio del fabbro ferraio e come Coretti che "si leva alle cinque per aiutare suo padre a portar legna e alle 11 nella scuola non può più tenere gli occhi aperti".

Persino la Lega ha obiettato alla ministra che le mamme che lavorano non saprebbero letteralmente "dove mettere i bambini"

In realtà la Gelmini resuscita il morto per ammazzare il vivo. Non è vero che vuole tornare alla scuola di De Amicis perché coltiva nobili rimpianti, ma solo per ridurre i costi e malmenare ancora gli odiatissimi professori, i nuovi straccioni d'Italia. È per soldi che la Gelmini si è subito gettata su questa proposta del suo compagno di partito, il carneade Giorgio Rosario Costa, un commercialista di Lecce che sinora si era fatto notare proponendo l'istituzione dell'Albo Nazionale dei Pizzaioli, e che adesso deve averla sparata così tanto per spararla e non gli pare vero di essere stato cooptato dalla ministra nell'Accademia dei Saggi e degli Equilibrati.

Ormai gli italiani - anche quelli che la votano - hanno capito che la Gelmini ha una sola ossessione: tagliare, contabilizzare, chiudere e, insieme con l'agitatissimo Brunetta, umiliare e cacciare via. È infatti evidente che spostando l'inizio delle lezioni ad ottobre lo Stato risparmierebbe un mese di stipendio ai precari che per la ministra sono come la Comune di Parigi o la Moneda di Allende, le ultime roccaforti del potere sindacale e della sinistra miserabile. Più in generale se davvero riuscisse ad allungare le vacanze scolari di un altro mese la Gelmini taglierebbe le unghie a tutti gli insegnanti italiani contro i quali sta già per avventarsi la manovra economica con il blocco degli scatti automatici di anzianità e di qualsiasi rinnovo contrattuale. Che cosa vogliono questi fannulloni ai quali lo Stato ha regalato un altro mese di vacanze? Ecco un'idea di buon governo: togliere il lavoro a qualcuno per poi punirlo come scansafatiche, perdigiorno e parassita.

 

In realtà con l'ossessione che il libro e i processi formativi sono in mano alla sinistra, e con la missione di trasformare gli insegnanti nel nuovo sottoproletariato italiano la Gelmini aggredisce ogni volta che può il già malandato tempio attorno al quale si organizza l'Italia come comunità, il luogo che tiene in piedi la democrazia, lo studium appunto che - mai ci stancheremo di ripeterlo - vuol dire amore, passione e dunque vita: "A Barbiana tutti i ragazzi andavano a scuola dalla mattina presto sino alla sera tardi, estate e inverno, e non c'era ricreazione e non si faceva vacanza neppure la domenica". FRANCESCO MERLO LR 25

 

 

 

 

La strada obbligata del rigore

 

Non ha molto senso misurare la manovra appena varata con la bilancia di precisione: è una forma di miopia tutta italiana concentrarsi fino allo spasimo sui dettagli, discutendo furiosamente su quanto pagherà questo o quello e perdere di vista il quadro generale, ossia una crisi strutturale del capitalismo con pochi o forse nessun precedente. Ignorare, più o meno volutamente, che una ventina di Paesi, in grande maggioranza ricchi, stanno facendo, contemporaneamente all’Italia, manovre di contenimento della spesa pubblica almeno pari a quella italiana e spesso ben più severe.

 

Per venire a capo di questa miopia occorre partire precisamente dalla crisi generale che stiamo vivendo e che non è certo limitata alla finanza ma presenta contemporaneamente aspetti politico-strategici, economici e sociali. Non possiamo ignorare che le grandi turbolenze dei mercati stanno avvenendo in un momento in cui la capacità degli Stati Uniti di presentarsi come potenza in grado di controllare i grandi equilibri e i grandi sviluppi mondiali mostra segni di rapidissimo degrado, dalle elezioni ucraine agli accordi atomici fra Turchia e Iran negoziati dal Brasile, quasi all’insaputa degli Stati Uniti. I Paesi della Nato appaiono incapaci di ottenere una vittoria militare in Afghanistan e la marina americana non sembra più in grado di controllare l’Oceano Pacifico con l’efficienza di una volta, al punto da consentire a un piccolo «Stato canaglia» come la Corea del Nord di affondare una nave militare della Corea del Sud, strettissimo alleato di Washington.

 

In questo quadro di cambiamento rapido, talvolta drammatico, si colloca l’incapacità dei governi dei Paesi ricchi di rimettere rapidamente le loro economie sulla strada dello sviluppo e i propri bilanci pubblici sulla strada della sostenibilità. Il deficit federale degli Stati Uniti si avvia a battere ogni record e, come ha detto il premio Nobel Edmund Phelps in una recente intervista, «l’America percorre la stessa strada di Atene». La stessa strada la stanno percorrendo anche la Gran Bretagna, la Spagna e la Francia, tanto per citare alcuni dei Paesi più importanti, mentre l’autogoverno del sistema finanziario mondiale si dimostra clamorosamente inefficace a controllare un mercato ubriaco.

 

In questa situazione, mettere in sicurezza - per quanto possibile - i propri bilanci pubblici appare un imperativo comune, una misura necessaria anche se non sufficiente, che tutti debbono adottare non foss’altro perché tutti gli altri la stanno adottando, pena l’immediata perdita di valore dei titoli del debito pubblico del Paese che cercasse di starne fuori e l’impossibilità di rifinanziarsi a tassi sostenibili quando questi titoli vengono in scadenza.

 

Le operazioni di questo genere devono inoltre fare i conti con i problemi sociali che costituiscono la terza dimensione di questo pasticcio mondiale. Il malessere che si esprime attraverso gli estesi disordini di Atene trova un’eco nello scontento sempre più diffuso in Gran Bretagna, nella tensione crescente nelle banlieues delle città francesi, nei risultati elettorali che danno ampio spazio alle formazioni estreme in buona parte dell’Europa. Non è detto che i cittadini-elettori-consumatori accettino di buon grado un taglio consistente non tanto ai loro redditi attuali quanto alle prospettive di vita loro e dei loro figli.

 

In questo quadro, l’operazione italiana appare relativamente piccola: 12-13 miliardi l’anno, per un biennio, rappresentano all’incirca lo 0,8 per cento del prodotto annuo lordo italiano che è di oltre 1500 miliardi, una quota assai minore non solo di quelle di Grecia, Spagna e Portogallo ma anche di quanto stanno preparando Gran Bretagna e Francia. Quest’esiguità si spiega con l’eccellente capacità dell’Italia durante un quindicennio e sotto governi di diversa bandiera di amministrare il proprio debito, al punto di sacrificare la crescita al suo contenimento.

 

E non si può negare una certa cura del ministro dell’Economia di cercare di usare metodi diversi dalle «normali stangate» per cui, in prima approssimazione, per la stragrande maggioranza degli italiani gli effetti sui bilanci famigliari saranno molto contenuti. Certo ci possono essere effetti indiretti negativi difficili da prevedere, ma purtroppo in questa situazione non abbiamo scelta: se è vero, come recita il proverbio inglese, che non si può fare una frittata senza rompere le uova, è ben difficile fare una manovra economico-finanziaria senza cavar soldi da qualcuno. Ed è comunque apprezzabile che ci sia una continuazione della lotta all’evasione e che per la prima volta ci sia almeno qualche puntura di spillo al carrozzone della politica, il cui livello di spesa, in confronto ad altri Paesi avanzati, comincia ad apparire grottesco.

 

L’essenziale è che non ci si fermi qui: che dopo aver messo un qualche ordine nei loro conti i principali Paesi del mondo - o quanto meno i Paesi europei - rivolgano subito la loro attenzione al funzionamento dei mercati, riportandoli a regole essenziali di trasparenza e credibilità. Senza un’azione di questo genere, i sacrifici grandi e piccoli saranno resi vani e un sistema di mercato con poche e insufficienti regole non sarà in grado di far ripartire l’economia mondiale. MARIO DEAGLIO

LS 26

 

 

 

 

Cgil e Regioni bocciano la manovra. Epifani: «Non è equa»

 

Il premier Silvio Berlusconi - a quanto si apprende - sta incontrando a palazzo Chigi il ministro dell'Economia Giulio Tremonti e il sottosegretario Gianni Letta. All'incontro, che si sta svolgendo in attesa dell'inizio del Consiglio dei ministri che dovrà esaminare la manovra, non vi sarebbero altri ministri. Il ministro dell'Economia era ricorso a una citazione latina ("Primum vivere deinde philosophari'') per illustrare alle parti sociali la necessità della manovra economica 2011-2012, indicando che «l'obiettivo fondamentale è quello di ridurre il debito pubblico».

 

L'incontro, avvenuto a palazzo Chigi, serviva per concordare una "strategia comune" tra governo e parti sociali. O megliom, questo era l'obiettivo di tremonti che si è visto però chiudere la porta in faccia dal segretario della Cgil Guglielmo Epifani: «E' una manovra iniqua». Ma torniamo all'incontro. Per Tremonti ''la riduzione della spesa pubblica e' un percorso obbligato'' ma, ha aggiunto, nela manovra c'e' ''anche un maxi contrasto all'evasone fiscale''. Cosi' come un sostegno ''al  cambiamento del modello produttivo basato sul nuovo modello contrattuale''. La manovra 2011-2012 comporta misure ''in parte di contenimento'' ma anche ''in parte di sviluppo'', avrebbe poi detto Tremonti, annunciando che ci sara' il congelamento dei contratti pubblici: il cedolino degli stipendi dei lavoratori del pubblico impiego restera' quello di prima, non un euro in piu'.

 

Il ministro dell'Economia ha anche parlato alle parti sociali di un lungo elenco di societa' e enti che, con i tagli previsti dalla manovra 2011-2012, saranno sciolti. Un taglio che ''non sara' simbolico'', avrebbe detto il ministro. Da Tremonti la conferma che ci saranno ''parecchi tagli'' e ''significative riduzioni dei trasferimenti'' agli enti locali. Inoltre, avrebbe detto ancora il ministro, ''il federalismo fiscale fara' risparmiare''.

 

Immediato lo sfogo di Vasco Errani: 'Non ci sono state fornite le cifre in modo chiaro e puntuale e anche questo e' un problema: e' difficile partecipare ad uno sforzo di governo della spesa pubblica senza sapere quali sono i riferimenti complessivi'', ha dichiarato il presidente della Conferenza delle Regioni al termine dell'incontro col governo sulla manovra a Palazzo Chigi.

''Ci sono rischi per l'attuazione del federalismo?'', gli e' stato chiesto. ''Se per esempio il governo si trattenesse tutte le risorse relative a quelli che erano i fondi per l'attuazione delle Bassanini - ha risposto Errani - il federalismo fiscale non avrebbe piu' nulla da attuare: c'e' bisogno di chiarezza per fare una manovra seria, che non sia recessiva, vogliamo fare la nostra parte ma in modo da poter svolgere ognuno la sua funzione''. Sul condono, infine, Errani ha detto che si parla di regolarizzazione catastale sulle case fantasma ma ''se si regolarizza una casa senza nessuna concessione edilizia - ha puntualizzato - si tratta di fatto di un condono''.

 

''Leggendo le prime bozze che circolano, non mi pare ci sia molto. Anzi. Questa e' una manovra depressiva. E' solo un giro di specchi''. Cosi' Pier Luigi Bersani ha commentato da Pechino, dove si trova per il forum politico Europa-Cina, le linee della manovra economica che il governo varera' questa sera. ''Non si affronta nulla di strutturale, tagli indiscriminati e nessuna crescita'', ha aggiunto.

 

Il leader della Cgil, Guglielmo Epifani, ha iniziato il suo intervento chiedendo chiarimenti sulle misure relative a finestre per le pensioni e buonuscita per i dipendenti pubblici. Il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, avrebbe replicato ribadendo che sulle pensioni non sono previsti interventi strutturali. Intervenire sulle finestre, avrebbe detto il ministro, ''e' solo uno spostamento dell'erogazione della pensione''.

 

''Il grosso dei sacrifici lo si chiede sempre ai lavoratori, pubblici e privati'' e non c'e nessuna misura ''di sostegno a occupazione e investimenti. Quindi e' una manovra che non mantiene un profilo di equità'', ha dichiarato a questo punto Epifani, aggiungendo che la manovra ''va quindi cambiata in Parlamento''.Per la Cgil, ha detto Epifani, ''non e' in discussione che ci voglia una manovra correttiva come fanno altri Paesi. Continuo a rammaricarmi - ha quindi aggiunto il leader della Cgil - del fatto che il governo aveva detto che eravamo in una situazione di tranquillita' e non era vero''. ''Un giudizio definitivo lo daremo alla lettura del testo'' ma ''non e' in discussione che vi voglia una correzione'', ha spiegato Epifani dopo l'incontro a Palazzo Chigi tra governo e parti sociali.

 

''La manovra mantiene un profilo di iniquita' sociale: un reddito da un milione di euro non viene toccato, ma un lavoratore pubblico che guadagna 1.500 euro si', cosi' come un lavoratore privato che deve andare in pensione''. Per la Cgil ''resta un giudizio di fondo: il grosso dei sacrifici e' per i lavoratori poubblici e privati''

 

Critica anche la posizione del giuslavorista e senatore del Pd Pietro Ichino sulla manovra, che si e' dice ''sbalordito'' per ''l'azzeramento dell'Autorita' indipendente per la valutazione e la trasparenza nelle amministrazioni pubbliche, parte della riforma Brunetta nata da un accordo tra maggioranza e PD''. Ne ha parlato a Genova a margine delle celebrazioni per i 60 anni della Cisl. ''Che si debba dare il segnale del massimo rigore nei conti pubblici e' fuori discussione - ha affermato Ichino -. Quello che e' stupefacente e' che in questo momento in cui come forse non mai e' indispensabile saper distinguere tra sprechi e spese utili, rami secchi e corpo vivo dell'amministrazione pubblica, le rendite e la retribuzione del lavoro produttivo, il governo azzera cio' che e' stato fatto in questi due anni anche con un forte, responsabile, costruttivo contributo dell'opposizione, perche' viene azzerata l'Autorita' indipendente per la valutazione e la trasparenza nelle amministrazioni pubbliche, strumento cardine per quella distinzione''.

 

''Si torna cosi' a porsi nelle condizioni per cui i tagli diventano indiscriminati, i cosiddetti tagli orizzontali - ha proseguito Ichino - che non distinguono tra cio' che va tagliato e potrebbe essere tagliato anche molto di piu' e cio' che invece ferisce nel vivo il corpo produttivo del Paese. Questo e' un errore clamoroso che non possiamo perdonare al governo''. 

''Questo e' il momento di andare a fondo nella liberalizzazione dei servizi alle famiglie e alle imprese invece di tornare indietro con misure di tipo corporativo. Questo e' il momento di fare la riforma del Welfare e del mercato del lavoro, altro che come dice Sacconi, 'in un periodo di crisi non si fanno le riforme'. Il periodo di crisi e' il momento in cui si devono fare le riforme. Anche per questo aspetto c'e' un dissenso profondo rispetto alla linea del governo'', ha detto il giuslavorista. ''Il messaggio positivo che dobbiamo lanciare ai mercati per ridare fiducia nel sistema Italia non e' solo l'equilibrio dei conti pubblici, ma e' anche la capacita' dell'Italia di tornare a crescere, ad essere competitiva sul terreno internazionale. Per questo non bastano i conti pubblici in ordine - ha proseguito Ichino - ma occorre anche guarire quel male oscuro di cui soffre da vent'anni la nostra economia, che negli ultimi vent'anni e' cresciuta la meta' della media del resto dell'UE ed in questo periodo di crisi ha perso piu' di quanto abbiano perso in media gli altri Paesi europei''. ''Questo male oscuro lo si cura incidendo nelle piaghe e nelle tare del nostro sistema e quindi questo e' il momento di fare le riforme''. L’U 25

 

 

 

 

 

Quando le leggi nascono contro qualcuno raramente funzionano

 

Dal contestatissimo testo di legge sulle intercettazioni (ma forse sarebbe meglio definirlo anti-intercettazione o anti-pubblicazione) emergono una serie di punti controversi, che sono stati messi in risalto ieri nelle lunghe assemblee organizzate a Roma e a Milano dalla Federazione Nazionale della Stampa, e rispetto ai quali ieri da parte del centrodestra al Senato è venuta una piccola apertura a rimetterli in discussione. La riduzione delle pene per i giornalisti diventa inutile, se accompagnata da multe fino a quasi mezzo milione di euro per gli editori di giornali che pubblicano i verbali. Lo spostamento della responsabilità di stabilire cosa va pubblicato e cosa no dal direttore all’editore cambia completamente la governance nelle redazioni, in pratica i giornalisti non sapranno più a chi riferirsi e gli editori dovranno fare un lavoro che non gli compete, e per cui forse molti di loro, che fanno valentemente altri mestieri, non sono preparati.

 

Sono solo alcuni esempi. Ma al dunque, non è questo o quel punto della legge che va cambiato, ma il modo stesso di concepirla. Come purtroppo molte altre e recenti leggi, questo è un testo concepito contro qualcuno, vedi i magistrati politicizzati che sono l’incubo di Berlusconi, o i giornalisti rei ai suoi occhi di non voler riconoscere i successi del governo e pronti a far di tutto per immiserirne l’immagine. Prima ancora di stabilire se effettivamente sia così, e se l’impressione personale del Cavaliere possa essere motivata in qualche caso, va detto che le leggi che nascono contro raramente funzionano.

 

Sarebbe bastato, prima di mettere giù il testo, convocare qualche audizione in Parlamento delle categorie interessate, dicendo francamente che negli ultimi tempi i casi di abuso delle intercettazioni si sono fatti più frequenti e, quando sono stati seguiti da pubblicazione, gli effetti negativi di questi errori sono risultati amplificati. Anche se il sentimento corporativo è molto forte in tutte le categorie, è possibile che sia all’interno della magistratura, sia tra i giornalisti, qualche consiglio utile per i parlamentari che devono fare la legge alla fine sarebbe venuto.

 

A cominciare dal fatto che, insieme ad alcuni atti riservati, la maggior parte dei verbali che si stampano o si mettono in onda sono pubblici, e prima di venire nelle mani dei giornalisti, finiscono in quelle degli avvocati e dei loro assistiti: i quali, in una moderna epoca di comunicazione come la nostra, sono liberi di passarli ai giornali e di sperare che la pubblicazione contribuisca ad alleggerire il quadro delle accuse o a creare attorno al processo un clima più favorevole. Spesso non c’è, in questo, alcun reato. MARCELLO SORGI LS 25

 

 

 

 

Oltre due milioni di giovani italiani non lavorano e non studiano

 

La crisi pesa sui ragazzi, dall'83 triplicati i "bamboccioni"  - Più di un milione non legge e non usa mai il pc

 

ROMA (26 maggio) - A casa con mamma e papà ma non più per scelta né per piacere. I "bamboccioni" lasciano il posto alla convivenza forzata con i genitori, costretti dai problemi economici. Nonostante le aspirazioni, i 30-34enni che rimangono in famiglia sono quasi triplicati dal 1983 (dall'11,8% al 28,9% del 2009). Rilevante è anche la crescita dei 25-29enni, dal 34,5% al 59,2%. Nel complesso, i celibi e le nubili fra i 18 e 34 anni che vivono con i genitori sono passati dal 49% al 58,6%.

 

L'Istat, nel rapporto annuale, afferma che in sei anni (dal 2003 al 2009) sono calati di ben nove punti i giovani (18-34 anni) che per scelta vogliono vivere nella casa dei genitori: la prolungata convivenza dei figli con genitori dipende soprattutto da questioni economiche (40,2%) e dalla necessità di proseguire gli studi (34%); la scelta vera e propria arriva solo come terza battuta (31,4%), era la prima qualche anno fa.

 

In particolare, la percentuale di giovani che dichiara di voler uscire dalla famiglia di origine nei prossimi tre anni cresce dal 45,1% del 2003 al 51,9% del 2009, aumentando di più tra i 20-29 anni che tra i 30-34 anni. Il calo è registrato soprattutto nelle zone più ricche del Paese (-16 punti nel nord-est e -13 nel nord-ovest), dove la propensione ad essere "bamboccioni" era maggiormente segnata nel passato. Tra le motivazioni economiche, spiccano le difficoltà nel trovare casa (26,5%) e quella di trovare lavoro (21%).

 

L'Italia, sempre secondo l'Istat, ha poi il più alto numero di giovani che non lavorano e non studiano. Si chiamano Neet (Non in education, employment or training) e nel nostro paese sono oltre 2 milioni. Per questo, la Penisola ha il primato europeo. Hanno un'età fra i 15 e 29 anni (il 21,2% di questa fascia di età), per lo più maschi, e sono a rischio esclusione.

 

Il numero dei giovani Neet è molto cresciuto nel 2009, a causa della crisi economica: 126 mila in più, concentrati al nord (+85 mila) e al centro (+27 mila). Tuttavia il maggior numero, oltre un milione, si trova nel Mezzogiorno. Fra i Neet si trovano anche laureati (21% della classe di età) e diplomati (20,2%). È un fenomeno in crescita; nel 2007 (dati Ocse), l'Italia già registrava il 10,2% di Neet contro il 5,8% dell'Ue). Chi sono i giovani Neet? Sono coloro che perdono il lavoro e quanto più dura questo stato di inattività tanto più hanno difficoltà a rientrare nel mondo del lavoro. Tra il primo trimestre del 2008 e lo stesso periodo del 2009 la probabilità di rimanere nella condizione di Neet è stata del 73,3% (l'anno precedente era il 68,6%), con valori più elevati per i maschi residenti al nord.

 

Si aggrava anche la condizione lavorativa delle donne italiane. Con la situazione economica attuale, le lavoratrici del nostro paese peggiorano una «criticità storica»: il loro tasso di occupazione, nella fascia 15-64 anni, è sceso nel 2009 al 46,4%, oltre 12 punti percentuale in meno della media nell'Ue (58,6%). Fra il 1996 e il 2008, l'occupazione femminile era passata dal 38,2% al 47,2%. Lo scorso anno, questa tendenza si è interrotta registrando un meno 0,6%. Nell'Ue, l'Italia è migliore solo a Malta (37,7%). In particolare, è il Mezzogiorno a segnare fortemente il passo. Il sud, infatti, ha assorbito quasi la metà del calo complessivo delle occupate (105 mila lavoratrici in meno). In quest'area, il tasso di occupazione femminile è del 30,6% contro il 57,3% del Nord-Est.

 

La crisi, comunque, pesa di più sui lavoratori stranieri che italiani. Il tasso di occupazione dei primi è infatti calata nel 2009 a ritmi doppi rispetto ai secondi. Per gli italiani il tasso di occupazione (56,9%) è diminuito nel 2009 di oltre un punto percentuale, mentre per gli stranieri la flessione è stata del 2,6% (dal 67,1% del 2008 al 64,5% dell'anno scorso).

 

In generale, i livelli d'istruzione degli italiani sono «critici». Nel 2009, circa il 10% ha solo la licenza elementare o nessun titolo, il 36,6% la licenza media, il 40% il diploma e il 12,8% la laurea. Nel 2009, oltre 1,2 milioni di giovani dichiara di non aver letto neanche un libro e di non aver mai utilizzato il pc. La non lettura coinvolge 4 ragazzi su 10; circa il 20% non usa il pc. La propensione alla lettura è condizionata dalla famiglia: i lettori superano il 72% se uno dei due genitori è laureato, se entrambi leggono. Anche l'utilizzo del pc avviene in casa, a scuola coinvolge appena 4 bambini su 10. La posizione dell'Italia poi nell'alta formazione «è distante» da quella di altri importanti paesi europei: nel 2007 hanno conseguito un titolo terziario circa 60 persone ogni mille giovani (20-29 anni), a fronte dei 77 della Francia e di oltre 80 del Regno Unito e della Danimarca.

 

Nel 2009, il 20,2% (4,6 milioni) degli occupati è sottoinquadrato, cioè non svolge un lavoro adeguato al suo livello di istruzione. Rispetto al 2004, il fenomeno del sottoinquadramento interessa oltre un milione di persone in più. Quasi la metà sono giovani, con 15-34 anni; in termini relativi, l'incidenza che svolgono un lavoro non adeguato al proprio livello di istruzione è del 31% (+6,8% rispetto al 2004). Il fenomeno dei sottoinquadrati si registra nei lavori meno tradizionali: il 46,9% degli occupati a termine, il 40,1% di quelli in part time e il 30,5% nelle collaborazioni.

IM 26

 

 

 

 

I deputati del Pd eletti all’estero sui colleghi del Pdl e Lega: “Il solco tra le parole e i fatti”

 

ROMA - La legge di conversione del decreto legge 28 aprile 2010 n. 63 che fissa al 2012 il termine massimo per il rinnovo elettorale di Comites e CGIE è stato approvato ieri alla Camera con i voti favorevoli dei parlamentari del Pdl e della Lega e con i voti contrari di quelli del Pd e dell’IdV. L’Udc si è astenuta.

Lo ricordano in una nota i deputati eletti all’estero del Pd (Gino Bucchino, Gianni Farina, Marco Fedi, Laura Garavini, Franco Narducci, Fabio Porta) che sottolineano anzitutto come i deputati eletti all’estero appartenenti alla maggioranza, “chiamati ancora una volta ad una delicata prova di coerenza rispetto alle posizioni di contrarietà manifestate pubblicamente e durante le riunioni del CGIE”, abbiano “votato a favore della legge di rinvio, privilegiando la logica delle appartenenze su quella del merito e del vantaggio delle nostre comunità”.

“Più si susseguono i provvedimenti lesivi per gli italiani all’estero, meno diventa tollerabile - proseguono i deputati eletti all’estero del Pd - questa ormai continua separazione tra le parole e i fatti: le parole di sostegno alle nostre comunità, ridotte ormai allo stremo, i fatti di sistematico allineamento alle posizioni del Governo, anche nelle occasioni di più diretto interesse per i nostri connazionali all’estero. Non si può continuare in questo modo, parlando due lingue diverse: quella del sostegno a parole delle posizioni che le rappresentanze stanno sostenendo, praticamente da sole, e quella della passiva disciplina rispetto ai diktat del Governo. Il gioco di scambio sugli ordini del giorno intrattenuto con il Governo (tu dai il voto a me, io do una raccomandazione a te) - ordini del giorno che lasciano il tempo che trovano - rende la doppiezza di posizioni politiche ancor più intollerabile”.

“Urge un chiarimento serio e definitivo, che non è più procrastinabile - concludono Bucchino, Farina, Fedi, Garavini, Narducci e Porta .- Non lo chiediamo noi, ma la dignità dei rapporti politici con gli italiani all’estero e l’interesse delle nostre comunità”. (Inform)

 

 

 

 

Le nuove disposizioni sul passaporto

 

Dal 19 maggio 2010, data di pubblicazione nella G.U. del decreto 303/13 del 23 marzo, è in vigore il nuovo passaporto ordinario.

Il libretto si compone di 48 pagine; l'immagine, i dati di personalizzazione del titolare ed il numero di passaporto sono riportati a pagina 2.

Il numero di serie del passaporto e' riportato in chiaro a pagina 1 in basso, al centro, sotto la parola «Passaporto», e a pagina 2 (a stampa orizzontale) in alto a destra; è composto da una sequenza alfanumerica di due lettere indicanti tipologia e serie del passaporto, seguite da sette numeri arabi. Lo stesso è ripetuto in perforazione nelle pagine del libretto a partire dalla pagina 3 e fino all'ultima di copertina.

Un film trasparente di sicurezza e' applicato a caldo a protezione dei dati personali del titolare del passaporto, che vengono stampati con tecnica digitale. Tale film contiene immagini olografiche trasparenti ed e' stampato con inchiostri speciali, riportando in perforazione il numero di serie del passaporto.

Il testo impresso nelle pagine interne è nelle lingue ufficiali dell'Unione europea secondo l'ordine alfabetico abitualmente impiegato nei testi comunitari o in tre lingue laddove specificato, mentre il testo della copertina del passaporto e' in lingua italiana.

Nella pagina 2 è riservato uno spazio destinato alla stampa digitale dell'immagine del titolare del passaporto.

A protezione dei dati, dopo la personalizzazione, viene applicato un film trasparente di sicurezza con elementi olografici (foil olografico).

La pagine 3, invece, contiene informazioni aggiuntive dell'intestatario del passaporto nelle tre lingue (italiano, inglese e francese).

La pagina 46 contiene il simbolo dell'Unione europea e, preceduto dal titolo «Art. 23 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (ex art. 20 del Trattato CE)», il testo dell'art. 23 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (ex art. 20 del Trattato CE) con l'indicazione del sito europeo relativo alla tutela consolare.

Nella copertina del passaporto e' inserito un microprocessore (chip) con capacita' minima di 80Kb e di durata di almeno 10 anni. Nel chip sono, memorizzate l'immagine del volto, le impronte digitali del titolare e le informazioni, gia' presenti sul supporto cartaceo, relative al passaporto ed al titolare, nonche' i codici informatici per la protezione ed inalterabilita' dei dati e le informazioni necessarie per renderne possibile la lettura agli organi di controllo.

Gli elementi biometrici contenuti nel chip potranno essere utilizzati solo al fine di verificare l'autenticita' del documento e l'identita' del titolare attraverso elementi comparativi direttamente disponibili quando la legge lo prevede.

I dati biometrici raccolti ai fini del rilascio del passaporto non saranno conservati in banche di dati.

Per i minori recentemente ci sono già stati dei cambiamenti. Ora infatti il minore si deve dotare di un passaporto individuale. Pertanto non è più possibile per il genitore iscrivere il figlio minore sul proprio passaporto.

I passaporti in corso di validità restano utilizzabili fino alla loro data di scadenza.

Sono abrogati i decreti del Ministro degli esteri del 4 giugno 2001 e del 23 giugno 2009, n. 303/015. Osvaldo Amari, de.it.press

 

 

 

 

Giornata dei lucani nel mondo

 

Simonetti :“Come le nostre comunità emigrate hanno conquistato all’estero i diritti di cittadinanza, così è giusto riconoscere i diritti degli immigrati”

Folino: “Affrontare in un’ottica nuova i problemi dell’emigrazione” . Premiati lucani insigni

   

  POTENZA - Nell’epoca della comunicazione e dell’interdipendenza “occorre affrontare in un’ottica nuova anche i problemi dell’emigrazione, che non è più soltanto figlia del sottosviluppo, ma anche di un inevitabile processo che porta i nostri giovani a confrontarsi con altri mondi. Creare la ‘rete’ dei lucani significa favorire il confronto fra diverse esperienze, fra l’emigrazione di un tempo e quella di oggi, rafforzando l’identità profonda di un popolo che porta sempre di più nel mondo capacità, competenze, professionalità e qualità e che oggi in Basilicata deve saper affrontare in maniera adeguata e inclusiva anche il tema dell’immigrazione”. Lo ha detto il presidente del Consiglio regionale, Vincenzo Folino, intervenendo nel corso della cerimonia di premiazione dei “lucani insigni” 2010, che si è svolta a Potenza presso il Museo Archeologico Provinciale a Potenza.

  Il riconoscimento è andato quest’anno all’arpista e compositore Cesar Cataldo Carrizzo, al giudice penale Gladys Constanza Medina Brando, al fotografo italoamericano Ron Galella, all’attore e regista Rocco Papaleo, al senatore e già ministro degli esteri dell’Uruguay Reinaldo Gargano, al chimico Rosanna Telesca, all’imprenditore italocanadese Demetrio Santoro, a Padre Antonio Grillo e a Don Bonifacio Duru.

  La manifestazione, svolta anche quest’anno nella “Giornata dei lucani nel mondo”che si celebra il 22 maggio, è stata aperta da un intervento del presidente della Commissione regionale dei lucani all’estero, Pietro Simonetti, che ha sottolineato come “da regione di emigranti stiamo diventando sempre di più regione di immigrati, e come le nostre comunità emigrate hanno saputo conquistare all’estero i propri diritti di cittadinanza, così è giusto oggi riconosce i diritti degli immigrati”. E in tema di diritti, Simonetti ha fatto poi riferimento al diritto all’acqua pubblica, illustrando il progetto “Un pozzo per la Guinea Bissau”, una iniziativa promossa dall’Associazione di volontariato “Ruah” di Palazzo San Gervasio, grazie alla quale in Guinea - Bissau verrà costruito un pozzo idrico in muratura.

  Folino ha ringraziato tutti i presenti (fra i premiati erano assenti solo Ron Galella, che ha devoluto il premio ricevuto per rafforzare il progetto per l’acqua in Guinea Bissau e ha fatto sapere che forse sarà in Basilicata a settembre, e Cesar Cataldo Carrizzo, il cui premio è stato ritirato dalla figlia), assicurando l’impegno del Consiglio regionale per “nutrire la memoria e rafforzare l’identità dei lucani”.

  Le celebrazioni della giornata dei lucani nel mondo sono proseguite con la presentazione del libro di Angela Langone “Lucani. Guida ai migliori difetti e alle peggiori virtù”, e con l’inaugurazione delle mostre dedicate a “L’emigrazione lucana in Uruguay”, a “Michele Giacomino: uno scultore potentino oltreoceano” ed alle immagini di Ron Galella. (Inform)

 

 

 

Celebrata anche a Catania la “Giornata del Siciliano nel mondo”

      

“Sicilia, Regione di Europa e del mondo” è stato il tema con il quale Sicilia Mondo e le Associazioni dei siciliani hanno celebrato in tutti i continenti la “Giornata del Siciliano nel mondo”, nella ricorrenza del 64° Anniversario dello Statuto della Regione Siciliana. L’iniziativa, lanciata da Sicilia Mondo nel 1997, ormai ovunque istituzionalizzata, è giunta alla 14° edizione.

A Catania, la manifestazione ha avuto luogo nella sede di Via Renato Imbriani 253, presente un folto numero di simpatizzanti e di giovani. Numerosi i giornalisti presenti, le TV e le interviste.

       Dopo l’introduzione del giornalista Filippo Galatà, Azzia ha riferito il saluto del Presidente della Regione Lombardo assente perché a Milano per motivi istituzionali, dell’Assessore alla Famiglia Lino Leanza, dell’Assessore al Turismo Nino Strano ed ha letto le comunicazioni pervenute da tutto il mondo dove era in corso o in programma la celebrazione della Giornata.

       Ha quindi ringraziato i presenti per il significato storico ma anche sacrale che Sicilia Mondo e tutti i siciliani debbono dare alla ricorrenza della promulgazione dello Statuto della Regione Siciliana.

       Siamo qui – ha detto Azzia, entrando subito sul tema della “Autonomia della Regione”  - per un momento di riflessione sulle ragioni storiche e sulle concause che hanno impedito la sua piena applicazione statutaria, ancorché di rango Costituzionale.  Ma, soprattutto, per dare, come Associazione, il meglio possibile come contributo di indicazioni pensando alle attese dei corregionali che vivono nelle varie parti del mondo e che seguono gli accadimenti dell’Isola con la Sicilia nel cuore.

       Diciamo subito che Sicilia Mondo guarda le loro questioni ed il loro rapporto non in termini moralistici o retorici ma in termini squisitamente politici, nel contesto di una questione siciliana, già di per se stessa complessa.

       Siamo qui, sognando una “grande Sicilia”  che si muova con il coinvolgimento dei corregionali che vivono all’estero e di quanti bussano alle sue porte, con la capacità di collegare le loro questioni e le loro realtà con quelle territoriali dell’Isola, per diventare unica risorsa, con l’obiettivo di realizzare un unico progetto politico che faccia le riforme, imposti un sistema-Sicilia, proietti l’Isola in direzione dello sviluppo, nella consapevolezza di poter contare su una rete  di 9-10 milioni di siciliani in tutte le parti del mondo con i quali internazionalizzare la Sicilia.

 

       Siamo convinti che la Sicilia debba trovare la strada del suo sviluppo nella applicazione delle prerogative assegnatale dallo Statuto, ritrovando le ragioni della sua forza nelle capacità e nell’impegno dei suoi uomini, nella sua storia e nell’incalcolabile ricchezza del suo patrimonio culturale, naturalistico e turistico. Questa è la sua vera forza.

       In questa direzione, La Sicilia deve darsi una politica di sviluppo tutta propria. L’area vitale della sua espansione è il Mediterraneo. Lo spazio segnato da Sarkozy per “L’Unione mediterranea” è una macro Regione geo-politica e geo-economica, la quarta del mondo.

       La Sicilia è al suo centro, porta d’Europa, piattaforma territoriale, geografica, logistica, di comunicazioni, di scambi, di servizi e di beni, centrale di intercultura. Può essere il suo momento magico  ma deve ripartire senza ulteriori indugi, richiedendo con forza l’entrata in vigore dell’area euro mediterranea di libero scambio già per il 2010 ed ormai rinviata a data da destinarsi.

       Occorre una vigorosa politica assolutamente autonoma e liberatoria con i Paesi dell’area del Mediterraneo, dialogo fatto di accordi, relazioni, di rapporti economici, scambi culturali, joint ventures, iniziative interculturali. Restano fuori le competenze dello Stato in materia di politica estera.

       I grandi progetti camminano sulle idee semplici e sulla volontà di realizzarli.

       La storia ci insegna che gli spazi lasciati liberi vengono inesorabilmente occupati dagli altri.

       E’ fin troppo chiaro che la Sicilia non può sperare nell’attuale Governo a guida leghista nemico del Sud. Né su un ministro al Bilancio che toglie le risorse destinate al Sud e le porta al Nord. Impunemente. Senza che alcuno ne denunzi la distrazione delle destinazioni e le responsabilità. Ancora meno può contare sui partiti politici alla deriva di idee, di programmi e di una visione politica che guardi il bene comune.

       Sicilia Mondo ha sempre proposto al Governo la istituzione di un  Assessorato Regionale alla intercultura ed ai rapporti economici con i Paesi che si affacciano nel Mediterraneo proponendo sempre la valorizzazione dell’anniversario dello Statuto regionale come un grande evento mediatico da celebrare solennemente, coinvolgendo l’area del Mediterraneo.

       Siamo qui, ha ribadito Azzia, per confermare tutta la disponibilità di Sicilia Mondo per monitorare la rete-risorsa dei siciliani presenti nell’area del Mediterraneo. Rimasta fino ad oggi ingessata. Una risorsa dalle potenzialità incalcolabili.

       Dalla “Giornata del Siciliano nel mondo” vogliamo dire al Governo regionale ed alle forze politiche che la Sicilia ha tutti i numeri per diventare Regione di Europa e del mondo. Ma è indispensabile  da parte del Governo puntare decisamente ad una forte politica autonoma della Sicilia per la sua internazionalizzazione. Diciamo pure che occorre più partecipazione e più affezione ai valori della identità siciliana ed al ruolo politico della Autonomia regionale. Certamente un recupero di orgoglio. Proprio quel sentimento che costituisce la forza dei siciliani che vivono nelle varie parti del mondo. E’ questo il messaggio che parte da questa Assemblea.

       Ritornando al tema dell’Autonomia e del Governo regionale, Azzia ha accennato al tormentone mediatico che in questi giorni ha coinvolto il Presidente della Regione  e della sua famiglia.

       Consideriamo un atto di assoluta inciviltà questo modo di fare politica e condanniamo duramente ogni tipo di giornalismo-spazzatura, fondato sulle fughe di notizie senza riscontri. Le canee mediatiche sono sempre barbarie. Non giovano a nessuno. Ricorrere a questo tipo di lotta significa diventare nemico dei siciliani, della Sicilia e  della Sua immagine.

       Con grande serenità, esprimiamo, quindi,  la nostra solidarietà al Presidente Lombardo con l’augurio di uscire presto da questo tunnel infernale. Siamo assolutamente certi della sua correttezza. Sentiamo l’esigenza di essergli vicini come uomo e di esprimergli apprezzamento e condivisione per le scelte coraggiose del suo Governo in direzione delle riforme, del risanamento dei conti e dello sviluppo dell’Isola. E’ certamente un Governo di prospettiva e di speranza.

       Azzia ha quindi accennato alle attività che Sicilia Mondo ha in corso, incentrate sulla realizzazione di programmi a breve e medio termine, sulla diffusione della cultura siciliana nel mondo, sulla ricerca dei siciliani eccellenti tramite il Social Network www.siciliamondo.net, su una proposta presentata alla Regione per una legge sulla integrazione delle etnie non comunitarie, sui contenuti culturali della rivista, sul programma dei giovani.

 

       Avviandosi alla chiusura, Azzia ha ricordato che l’associazionismo di emigrazione, fondato sul volontariato, rappresenta un capitolo a sé stante rispetto alle altre forme di aggregazione sociale perché possiede una sua etica per le motivazioni umane e di solidarietà e per la capacità di cogliere eventi e sensibilità mediatiche che attraversano la società civile.

       In questa direzione, Azzia ha proposto alla Assemblea di inviare  a Papa Benedetto XVI un affettuoso messaggio per testimoniare, anche a nome dei siciliani sparsi nelle varie parti del mondo, sentimenti di vicinanza filiale, di affetto e di rinnovata solidarietà, per i momenti difficili da Lui vissuti e per la guida illuminata nell’impegno di rinnovamento spirituale e morale per servire meglio la Chiesa.

       Interessante l’intervento del Sindaco di Militello Val Catania Antonino Lo Presti sulle prerogative conferite dallo Statuto speciale della Sicilia.

       La serata si è conclusa  con una festa di colori e di sapori. Regista incomparabile il Vice Presidente  Paolo Russitto. Sicilia Mondo, de.it.press

 

 

 

 

 

Roma. Immigrazione in terre d’emigrazione: incontro l’11 giugno

 

ROMA – Una dettagliata analisi dell’attualità del fenomeno immigratorio alla luce della storia di emigrazione del territorio italiano. Ma anche un confronto sulla realtà del pianeta immigrazione tra un contesto metropolitano, come quello romano, e quello meno problematico di aree provinciali e rurali.

Sono due dei temi dell’incontro sull’immigrazione che avrà luogo venerdì 11 giugno dalle ore 16 presso la Sala della Pace della Provincia di Roma.

A discuterne, tra gli altri, Massimiliano Smeriglio, assessore al Lavoro e alla Formazione della Provincia di Roma, la scrittrice Giuliana Bagnoli, autrice di una recente e approfondita indagine sull’immigrazione rosa nel Molise, Norberto Lombardi, consigliere Cgie e il giornalista Giampiero Castellotti, tra i premiati del concorso “Multietnicità” di Comune di Roma e Caritas. Testimonianza di Youssef Salmi, assessore ai giovani e all’associazionismo del Comune di Novellara (Reggio Emilia). Presenza di rappresentanti delle comunità bulgare e rumene in Italia.

L’iniziativa è promossa dall’associazione “Forche Caudine”, storico circolo dell’emigrazione molisana. Per informazioni: tel. 06-7029692.

 

 

 

 

Consiglio dei Molisani nel Mondo: le proposte del consigliere regionale Michele Petraroia (Pd)

 

  ISERNIA- “Evidenziare lo smantellamento della rete consolare italiana all’estero, dei forti tagli agli investimenti per l’apprendimento della lingua italiana e alle diverse attività sociali, culturali e assistenziali delle nostre rappresentanze diplomatiche nel mondo con richiesta di una maggiore attenzione ai bisogni delle comunità italiane all’estero e in particolare delle fasce popolari più deboli dell’America Latina”. E’ la prima di nove proposte operative avanzate da Michele Petraroia, consigliere Pd nella Regione Molise, “al fine di offrire un contributo alla stesura di un documento conclusivo” dei lavori del Consiglio dei molisani nel mondo e dei giovani.

  La seconda proposta del consigliere regionale è quella di “sollecitare un rilancio della presenza italiana nel mondo valorizzando il Made in Italy, promuovendo la lingua e la cultura, intensificando scambi economici e sostenendo interventi di assistenza per le situazioni più difficili”.

  La terza: “rafforzare le strutture regionali  delegate ai Rapporti con i Molisani nel Mondo e raccordare con un azione di coordinamento mirata i diversi interventi promossi da vari Enti, Istituti, Università, Associazioni e Amministrazioni Molisane verso le nostre comunità all’estero”.

  La quarta proposta lanciata da Petraroia: “potenziare la rete dei collegamenti telematici da e verso le Associazioni e le Federazioni Molisane con la Regione Molise per disporre di un ampio archivio di contatti propedeutici a promuovere scambi e iniziative che sappiano coinvolgere anche le Istituzioni degli Stati di residenza dei molisani all’estero”.

  Quinta proposta operativa: “incrementare le dotazioni di bilancio per consentire partenariati  universitari, gemellaggi  studenteschi e sportivi, esperienze formative e  culturali rivolti sia a giovani delle comunità molisane nel Mondo che a giovani residenti in Molise”.

  Sesta: “coinvolgere nella predisposizione del Piano operativo annuale rappresentanze associative e istituzionali attraverso un confronto aperto che non limiti la partecipazione degli Enti, dei Sindacati e delle Associazioni culturali e sociali della nostra Regione”.

  Settima: “modificare il Piano Annuale 2010 assunto con la Delibera di Giunta Regionale n. 331 che prevede su uno stanziamento di 650 mila euro solo 200 mila in favore delle Federazioni e Associazioni Molisane all’estero, e destinando i rimanenti 450 mila euro a interventi diretti del Servizio per i Rapporti con i Molisani nel Mondo o ai Comuni per esigenze connesse.

  Ottava: “approntare una nuova legge regionale in materia diversa dal testo adottato con Delibera di Giunta Regionale n. 68 del 2 febbraio 2009”.

  La nona e ultima proposta di Petraroia: “intensificare il lavoro per promuovere l’associazionismo dei molisani sia in Italia ex-l.r. n. 4 del 10 febbraio 2009 e sia in quei paesi dove c’è una forte presenza e non siamo riusciti ancora a radicarci come ad esempio la Germania e la Francia senza fermare il potenziamento della presenza negli Stati in cui ci sono enormi potenzialità come il Brasile, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti”. (Inform 19)

 

 

 

 

Gli Italiani nel mondo per il Premio Laurentum per la poesia

 

Al via la II edizione dedicata ai nostri connazionali residenti all’estero e agli oriundi. Termine per l’iscrizione: 31 luglio 2010

 

Il 31 luglio prossimo è il termine ultimo per partecipare alla seconda edizione del Premio Laurentum per la poesia dedicato agli Italiani nel mondo. L’iniziativa del Centro culturale Laurentum, promossa con il patrocinio del Ministero degli Affari Esteri, si rivolge agli Italiani residenti all’estero e agli oriundi, che possono concorrere con poesie in lingua italiana e\o in vernacolo (con riferimento ai dialetti italiani), e si propone, in coerenza e sinergia con le linee guida strategiche della politica di programmazione culturale del MAE, di diffondere e promuovere, presso i nostri connazionali nel mondo, la lingua e la cultura italiane.

 

La partecipazione è gratuita ed è possibile iscriversi online, compilando un semplice form con i propri dati e allegando le proprie poesie (massimo tre opere per ogni autore). In alternativa gli autori possono inviare le proprie poesie tramite posta all’indirizzo: Centro Culturale Laurentum - Casella Postale n°189 - 00128 Roma Spinaceto, Italia.

 

La poesia vincitrice sarà selezionata da una prestigiosa giuria presieduta dal Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta. Il vincitore riceverà come premio un’opera d’arte, appositamente realizzata dall’artista Angelo Bucarelli, e sarà ospite del Centro Culturale Laurentum a Roma per la serata di premiazione, prevista per il 30 novembre 2010. Per maggiori informazioni: www.premiolaurentum.eu . (ItalPlanet News)

 

 

 

 

Zahl der Zuwanderer nach Deutschland steigt an

 

Im vergangenen Jahr sind sechs Prozent mehr Menschen nach Deutschland gezogen als 2008. Insgesamt kamen gut 720.000 Menschen aus dem Ausland hierher. Zugleich verließen 734.000 Bewohner die Bundesrepublik. Damit setzt sich ein Trend in der Bevölkerungsentwicklung der vergangenen Jahre fort.

Im vergangenen Jahr sind erneut mehr Menschen aus Deutschland fort- als zugezogen. Wie das Statistische Bundesamt am Mittwoch auf Basis vorläufiger Daten in Wiesbaden mitteilte, kehrten 734.000 Menschen der Bundesrepublik den Rücken, während 721.000 Personen aus dem Ausland nach Deutschland zogen.

Allerdings schwächte sich das sogenannte Wanderungsdefizit im Vergleich zum Vorjahr deutlich ab. Während es 2008 bei rund 56.000 Menschen lag, betrug das Defizit im vergangenen Jahr nur noch etwa 13.000. Nach Angaben des Bundesamtes war dafür vor allem die um sechs Prozent höhere Zahl von Zuwanderern ausschlaggebend. 2008 war die Zahl gegenüber dem Vorjahr nahezu konstant geblieben.

Im Jahr 2008 hatte sich erstmals seit der Wiedervereinigung in der Bilanz der Fort- und Zuzüge ein Defizit ergeben. Nach Angaben des Bundesamtes lag die Zahl der Fortzüge damals wie 2009 um rund 100.000 höher als in den Vorjahren.

Dabei seien Sondereffekte zu berücksichtigen: Wegen der bundesweiten Einführung der einheitlichen Steuer-Identifikationsnummer würden seit 2008 die Melderegister bereinigt, was zahlreiche Abmeldungen von Amts wegen nach sich ziehe. Diese Abmeldungen flößen zum großen Teil in die Berechnung der Fortzüge ein. In welchem Umfang die höheren Fortzugszahlen 2008 und 2009 auf die Bereinigungen zurückzuführen sind, könne jedoch nicht ermittelt werden.

Wie das Bundesamt weiter mitteilte, lassen sich aus den Abwanderungszahlen keine Gründe für die Fortzüge ableiten. Es sei nicht bekannt, ob eine Person nur befristet ausreise oder auf Dauer auswandere.

Den vorläufigen Angaben nach waren von den 721.000 Zugezogenen im Jahr 2009 rund 606.000 Ausländer, über die Hälfte davon (58 Prozent) aus der EU. Die Zuwanderer ließen sich vor allem in Nordrhein-Westfalen (146.000), Baden-Württemberg (122.000) und Bayern (122.000) nieder. Epd 26

 

 

 

Italienisches Kabinett beschließt Milliarden-Einsparungen

 

Rom - Italiens Kabinett hat ein milliardenschweres Sparprogramm zur Sanierung des maroden Staatshaushalts verabschiedet.

Bis 2012 sollten mehrere Milliarden Euro eingespart werden, damit das Defizit bis dahin unter die Grenze von drei Prozent des Bruttoinlandsprodukts reduziert werden könne, verlautet es am Dienstagabend aus Kabinettskreisen. Einzelheiten wurden nicht genannt.

Einem Reuters vorliegenden Gesetzentwurf zufolge soll aber vor allem im öffentliche Dienst gespart werden. Dort soll demnach nur noch jede fünfte freiwerdende Stelle von 2011 bis 2013 neu besetzt werden. Zudem sollen die Gehälter von Ministern und Spitzenverdienern gekürzt werden. Insgesamt peilt die Regierung in Rom allein im kommenden Jahr Einsparungen im Volumen von etwa 13 Milliarden Euro an.

Das Sparpaket war innerhalb des Kabinetts zuletzt immer noch stark umstritten. Umstritten ist die Gehaltskürzung für Spitzenverdiener im öffentlichen Dienst mit einem Jahreseinkommen von mehr als 75.000 Euro. Sie sollen, genauso wie die Minister, 2011 zehn Prozent weniger Gehalt bekommen.

Doch auch im Gesundheitssystem soll gespart werden. Zudem werden die Zuwendungen an die Kommunen und Regionalregierungen gekürzt. Zu den weiteren Opfern des Sparkurses gehört das staatlich finanzierte Forschungsinstitut ISAE, das Umfragen zum Geschäftsklima und zum Verbrauchervertrauen erstellt und dessen Aufgaben das Wirtschaftsministerium übernehmen soll. Die italienische Regierung will das Haushaltsdefizit bis 2011 auf 2,7 Prozent des Bruttoinlandsprodukts reduzieren. 2009 lag der Fehlbetrag noch bei 5,3 Prozent der Wirtschaftsleistung.

(Reuters 26)

 

 

 

Staatsfinanzen. Italiens Beamte sollen in der Krise verzichten

 

So gut, wie Italiens Premier Berlusconi es glauben machen will, geht es dem Land nicht. Sein Finanzminister dringt auf einen rigiden Sparkurs. Experten zweifeln, dass das reicht.

 

Rom - Bis vor kurzem hat Regierungschef Silvio Berlusconi sein Land in Sicherheit gewiegt: Italien stehe in der Krise besser da als die anderen Mittelmeerländer der EU, selbst der Internationale Währungsfonds habe die römische Finanz- und Wirtschaftspolitik als solide gelobt, man halte Kurs und steuere geradewegs aus dem Sturmtief hinaus.

Dann spannte Europa seinen Schutzschirm über dem Euro auf, und in Rom verbreitete sich schlagartig Alarmstimmung. Zumal erst jetzt bekannt wurde: 700 Städte und Gemeinden haben versucht, ihre Not leidenden Finanzen mit Hilfe von Derivaten zu verbessern. Die insgesamt 1100 heute als riskant verurteilten Geschäfte haben einen Umfang von 35,5 Milliarden Euro. Das zweite große Risiko für die Staatsfinanzen liegt im Gesundheitswesen. Viele Regionen haben hier Defizite von etlichen hundert Millionen Euro aufgehäuft. Heute versucht ein selbst erschrockener Berlusconi offenbar nur noch die Mindeststandards zu retten: „Wir werden kein soziales Gemetzel veranstalten.“

 

Finanz- und Wirtschaftsminister Giulio Tremonti hat dem Staatshaushalt eine Verschlankung um mindestens 25 Milliarden Euro für die nächsten beiden Jahre verordnet. Die Details werden dieser Tage noch ausgehandelt – aber wenn die Meldungen der italienischen Medien halbwegs zutreffen, kommt keiner ungeschoren davon. Die Ministerien sollen ihre Ausgaben um zehn Prozent herunterfahren. Minister, Staatssekretäre und öffentliche Spitzenfunktionäre büßen zehn bis 15 Prozent ihres Gehalts ein. Die Gehälter der 3,5 Millionen Staatsbediensteten sollen eingefroren werden. Allein das könnte den Haushalt um 5,3 Milliarden Euro entlasten. Das Rentenalter wird faktisch um bis zu ein Jahr hinaufgesetzt.

Ob es zu einer rechtlichen Sanierung der in Italien so beliebten Schwarzbauten kommt – gegen eine geringe Buße an den Staat – oder ob mit voller Härte jene zwei Millionen Gebäude besteuert werden, die der Fiskus erst durch landesweite Luftaufnahmen der Steuerfahnder entdeckt hat, scheint noch nicht entschieden. Jedenfalls will der Minister die Fahndung nach Steuerhinterziehern verstärken. Damit vergrätzt er die Klientel der Berlusconi-Partei, deren Chef einmal die Hinterziehung „ab einem gewissen Steuersatz“ für moralisch legitim erklärt hat.

Tremonti verspricht sich von den Maßnahmen eine Senkung des Haushaltsdefizits von derzeit fünf auf 2,7 Prozent des Bruttoinlandsprodukts im Jahr 2012. Derweil steigt die italienische Staatsverschuldung weiter: bei 106 Prozent des Bruttoinlandsprodukts lag sie vor zwei Jahren; 2009 schloss sie mit 118 Prozent, dieses Jahr werden es wohl 121 Prozent – das ist fast griechisches Niveau. Dagegen hat Tremonti keine konkreten Maßnahmen vorgelegt. Experten vermissen strukturelle Reformen des Staatshaushalts. „Dafür haben wir im Augenblick keine Zeit“, heißt es in Rom. Tsp 26

 

 

 

Italien: Staatsverschuldung. Berlusconi verordnet drastischen Sparkurs

 

Dolce Vita - das war einmal: Italien muss sparen. Nun lässt die Regierung Berlusconi den öffentlichen Dienst, die Kommunen und selbst die Minister bluten.

Ministerpräsident Silvio Berlusconi will die horrende Staatsverschuldung Italiens zurückschrauben. Sein Kabinett hat am Dienstagabend zur Bekämpfung der hohen Staatsverschuldung ein Sparpaket von 24 Milliarden Euro verabschiedet. Bis 2012 sollten mehrere Milliarden Euro eingespart werden, damit das Defizit bis dahin unter die Grenze von drei Prozent des Bruttoinlandsprodukts reduziert werden könne, verlautet es aus Kabinettskreisen

Einzelheiten wurden nicht genannt. Nach der Verabschiedung im Kabinett von Ministerpräsident Berlusconi muss das Paket noch vom Parlament gebilligt werden.

Dem Gesetzentwurf zufolge soll aber vor allem im öffentlichen Dienst gespart werden. Dort soll demnach nur noch jede fünfte freiwerdende Stelle von 2011 bis 2013 neu besetzt werden. Zudem sollen die Gehälter von Ministern und Spitzenverdienern gekürzt werden. Insgesamt peilt die Regierung in Rom allein im kommenden Jahr Einsparungen im Volumen von etwa 13 Milliarden Euro an. Das Sparpaket war innerhalb des Kabinetts zuletzt immer noch stark umstritten.

 

Weniger Geld für Minister - Im Kreuzfeuer der Kritik ist auch die Gehaltskürzung für Spitzenverdiener im öffentlichen Dienst mit einem Jahreseinkommen von mehr als 75.000 Euro. Sie sollen, genauso wie die Minister, 2011 zehn Prozent weniger Gehalt bekommen. Doch auch im Gesundheitssystem soll gespart werden. Zudem werden die Zuwendungen an die Kommunen und Regionalregierungen gekürzt.

Der Sparkurses schlägt sich auch beim staatlich finanzierten Forschungsinstitut ISAE nieder, das Umfragen zum Geschäftsklima und zum Verbrauchervertrauen erstellt. Seine Aufgaben soll das Wirtschaftsministerium übernehmen.

Die italienische Regierung will das Haushaltsdefizit bis 2011 auf 2,7 Prozent des Bruttoinlandsprodukts reduzieren. 2009 lag der Fehlbetrag noch bei 5,3 Prozent der Wirtschaftsleistung. SZ 26

 

 

 

Giugiaro-Übernahme. Volkswagen wird italienischer

 

Der Wolfsburger VW-Konzern übernimmt den Autodesigner Giugiaro. Die Italiener sollen nicht nur klassische Designaufgaben übernehmen.

 

Berlin - Die besten Autos bauen die Italiener nicht. Aber die schönsten. Dieses Klischee hat auch die deutsche Autometropole am Mittellandkanal erreicht. In Wolfsburg, wo Europas größter Autohersteller gesteuert wird, ist man schon lange begeistert von der italienischen Designkunst und hat sich über die Jahrzehnte immer mal wieder bei den südeuropäischen Linienkünstlern und Karosserieästheten Hilfe gesucht. Das ist nun vorbei. Der VW-Konzern umfasst inzwischen, Porsche dazugerechnet, zehn Marken. Kleine und große Autos, kleine und große Lastwagen. Da hat man auch noch Geld für eine italienische Designfirma. Schließlich hat man nicht zuletzt in Wolfsburg verstanden, wie der Autofahrer tickt: „Auto ist Heartware“, sagte einst der Finanzvorstand und enge Vertraute Ferdinand Piëchs, Jens Neumann, und legte dazu die rechte Hand aufs Herz. Emotionen sind ganz wichtig. Und die gehen offenbar durchs Auge.

Also Italdesign Giugiaro S.p.A., abgekürzt (IDG) aus Turin. Der VW-Vorstandsvorsitzende Martin Winterkorn selbst reiste nach Norditalien, in die Fiat-Stadt, um die jüngsten Familienfreuden zu feiern. „Heute beginnt eine neue Ära in der strategischen Partnerschaft unserer Unternehmen. Italdesign wird ein festes Mitglied der weltweiten Volkswagen-Familie“, freute sich der Konzernpapa. Und tatsächlich hat das neue Mitglied das Gesicht des Clans in den vergangenen Jahrzehnten schon sehr geprägt. Giugiaro hat den Golf I entworfen und dazu auch wichtige Studien für den ersten Passat, den Scirocco oder den Audi 80 geleistet. Allesamt großartige Fahrzeuge, die Automobilgeschichte geschrieben haben. Wenn auch der Scirocco zwischenzeitlich für einige Jahre verschwand, aber nun in einer überarbeiteten und dabei etwas gequetschten Form wieder zu haben ist. Also gar nicht italienisch aussieht in der dritten Generation. Aber Geschmack ist so eine Sache.

Wie viel Geld VW zahlt für Italdesign Giugiaro, ist nicht bekannt. Dass es überhaupt zu dem Deal kam, hat der deutsche Konzern womöglich einer anderen italienischen Tochter zu verdanken, die nicht nur brachial hübsch ist, sondern dazu auch ganz ungewöhnliche Töne spuckt: Lamborghini. Es ist die Rennwagenfirma, die wiederum zur VW-Tochter Audi gehört, die gut 90 Prozent der Anteile an dem Designunternehmen übernimmt. Was Italdesign künftig für die neuen Brüder und Schwestern tun wird, ist Familiengeheimnis. Immerhin so viel teilten die verschlossenen Wolfsburger mit: Bei der Modellfamilie des Miniwagens Up, der 2011 auf den Markt kommt, sind die Italiener beteiligt. Sie können also auch kleine Karren stylen.

Die Italiener sollen aber nicht nur klassische Designaufgaben übernehmen, sondern insbesondere bei der Karosserieentwicklung und beim Prototypenbau Funktionen übernehmen.

IDG wurde 1968 von Giorgetto Giugiaro und Aldo Mantovani in Turin gegründet. In klassischer italienischer Prosa würdigte der Unternehmensgründer am Dienstag das Aufgehen in der neuen, deutschen Familie: „Aus Tropfen werden Flüsse, aus Flüssen werden Meere. Wir sind ein solcher Tropfen. Ein Teil des Volkswagen-Konzerns zu werden, führt zu einer Neubewertung unseres Unternehmens und unserer Stärke“, sprach Giugiaro.

Und Winterkorn hat das große Ziel im Auge, bis 2018 Toyota als größten und profitabelsten und überhaupt schönsten Autokonzern der Welt abzulösen. VW setze in den kommenden Jahren seine Modelloffensive fort und werde dabei von den Kompetenzen und Kapazitäten der Italiener profitieren. Schließlich sei Italdesign das „Aushängeschild für kreatives italienisches Automobildesign und hat das Gesicht der Automobilindustrie weltweit mit geprägt“. Viel schöner kann sich ein Familienpatriarch nicht über neuen Nachwuchs freuen.Alfons Frese Tsp 26

 

 

 

 

Illegale Einwanderung. Obama will Nationalgarde einsetzen

 

Washington. Im Kampf gegen Drogenschmuggel und illegale Einwanderung an der Grenze zu Mexiko will US-Präsident Barack Obama die Nationalgarde mobilisieren. Bis zu 1200 Soldaten der militärischen Reservetruppe sollen entlang der etwa 3000 Kilometer langen Grenze eingesetzt werden, wie am Dienstag (Ortszeit) aus Washingtoner Regierungskreisen verlautete. Die mexikanische Regierung begrüßte die Entscheidung.

 

Die Nationalgarde werde für "Überwachungs- und Aufklärungsmissionen" an der Grenze zum südlichen Nachbarland der USA eingesetzt, sagte ein ranghoher Regierungsvertreter in Washington. Gemeinsam mit der Grenzpolizei sollen die Soldaten demnach den Schmuggel von Waffen, Drogen und Geld unterbinden sowie gegen illegale Einwanderung vorgehen. Außerdem will die US-Regierung den Angaben zufolge 500 Millionen Dollar (407 Millionen Euro) für den Ausbau der Sicherheitsmaßnahmen an der Grenze bereitstellen.

 

Das mexikanische Außenministerium teilte mit, es vertraue darauf, dass die Nationalgarde den Kampf gegen die organisierte Kriminalität an der Grenze verstärken werde. Zugleich forderte Mexiko, dass die zusätzlichen Truppen nicht direkt zur Kontrolle illegaler Einwanderer eingesetzt würden.

 

Der frühere republikanische Präsidentschaftskandidat und Senator für den US-Bundesstaat Arizona, John McCain, kritisierte dagegen die angekündigte Truppenverlegung als nicht ausreichend. "Das reicht einfach nicht", sagte er am Dienstag. Angesichts des "dramatischen Anstiegs der Gewalt" in den vergangenen Jahren seien 6000 Soldaten notwendig.

 

Die Nationalgarde ist eine Reservetruppe der US-Streitkräfte und wird häufig bei Katastrophen im eigenen Land eingesetzt. Obamas Vorgänger George W. Bush hatte die Nationalgarde bereits 2006 vorübergehend gegen Kriminalität und illegale Einwanderung an der Grenze zu Mexiko eingesetzt.

 

Bei einem Besuch in Washington in der vergangenen Woche hatte der mexikanische Präsident Felipe Calderón mehr Unterstützung der USA im Kampf gegen die Drogenkriminalität angemahnt. Mehrere Kartelle liefern sich in Mexiko eine blutige Auseinandersetzung um die lukrativen Schmuggelrouten in die USA, seit 2006 fielen dem Drogenkrieg fast 23.000 Menschen zum Opfer. Die Waffen beschaffen sich die Drogenbanden meist illegal in den USA. Die Drogenkriminalität habe ihre Wurzeln "auf beiden Seiten", sagte Calderón.

 

Der mexikanische Präsident hatte auch die Einwanderungspolitik in den USA kritisiert. Ein vergangenen Monat in Arizona eingeführtes Gesetz erlaubt der Polizei, mutmaßliche illegale Einwanderern künftig auf bloßen Verdacht hin festzuhalten und ihre Papiere zu überprüfen. In den USA halten sich zwölf Millionen illegale Einwanderern auf, viele von ihnen sind Mexikaner.

 

Die Reform des Einwanderungsrechts zählt zu den umstrittensten politischen Fragen des Landes. Obama hatte im Wahlkampf eine Neuregelung versprochen, um den illegalen Einwanderern eine Legalisierung ihres Aufenthalts zu ermöglichen. Bislang liegt dazu aber noch nicht einmal ein Gesetzentwurf vor. (afp 26)

 

 

 

Im Gespräch: José Manuel Barroso. „Manchmal haben Krisen auch ihr Gutes“

 

„Deutschland war bisher ein großer Gewinner des Euros“, sagt Kommissionspräsident Barroso im F.A.Z.-Gespräch und empfiehlt den deutschen Politikern, dies auch deutlich zu sagen. Harte Strafen gegen überschuldete Länder seien nicht der richtige Weg.

 

Der Präsident der Europäischen Kommission, José Manuel Durão Barroso, über die immer noch starke Gemeinschaftswährung, Politiker, die ihren Bürgern nicht sagen, wie sehr der Euro ihnen nutzt, und Europa insgesamt, das mitnichten zu den Absteigern der Weltpolitik gehöre. Harte Strafen gegen überschuldete Länder seien nicht der richtige Weg.

Herr Präsident, in Deutschland fühlen sich viele Bürger regelrecht betrogen, weil ihnen versprochen wurde, der Euro werde eine stabile Währung sein. Können Sie das verstehen?

Die Sorgen der Bürger verstehe ich sehr gut. Ich kenne die Stabilitätskultur Deutschlands, für die ich große Sympathie habe. Als ich noch Ministerpräsident in Portugal war, wurde mir vorgeworfen, ich sei geradezu besessen von der Idee, das Defizit abzubauen. Auf der anderen Seite glauben nach einer neuen Umfrage 76 Prozent der Deutschen an den Euro. Das zeigt, dass die Öffentlichkeit bei allem Ärger und aller Sorge über die jüngsten Vorkommnisse manchmal klüger ist als viele Politiker. Die Mehrheit der Deutschen zweifelt nicht an der Zukunft des Euros.

Trotzdem sind viele Deutsche empört darüber, dass sie die Zeche für andere zahlen sollen.

Wir müssen den Leuten viel deutlicher sagen, was der Euro ihnen gebracht hat. Nehmen Sie den deutschen Handelsüberschuss von 134 Milliarden Euro. Weiß die deutsche Öffentlichkeit eigentlich, dass fast 86 Prozent von diesen 134 Milliarden, nämlich 115 Milliarden, aus dem Handel in der EU stammen? Sagen die deutschen Politiker der Öffentlichkeit, dass die deutschen Exporte in andere EU-Länder ständig gestiegen sind? Zwischen 1995 und 2008 betrug der Anstieg 7,4 Prozent im Jahr. Bei den deutschen Ausfuhren nach Japan waren das nur 2,2 Prozent. Deutschland war bisher ein großer Gewinner des Euros. Ich finde, dass mehr Politiker in Deutschland das deutlich sagen sollten.

In Deutschland hat also nur die Öffentlichkeitsarbeit versagt?

Gerade diese Krise ist eine Gelegenheit, um auf diese Zusammenhänge hinzuweisen. Deshalb ist es gut, dass Finanzminister Schäuble sich in jüngster Zeit so deutlich in diese Richtung geäußert hat. Aber es bleibt wahr, dass es in den vergangenen Jahren in der deutschen Politik nicht genug kraftvolle Stimmen gab, die der Öffentlichkeit erklärt hätten, wie wichtig es für Deutschland ist, den Euro zu haben – in keiner der wichtigen Parteien.

In Deutschland hat man sich in den vergangenen Jahren eher für den Nettobeitrag interessiert.

Deutschland leistet den größten Beitrag zum Haushalt der EU. Ich lasse keine Gelegenheit aus, Ihrem Land dafür zu danken. Aber die Politiker müssen auch sagen, dass es der deutschen Wirtschaft ohne den Euro viel schlechter ginge. Die Deutschen vergessen manchmal, dass der Euro nicht nur aus politischen Gründen geschaffen wurde. Es sollten insbesondere Abwertungswettläufe und spekulative Angriffe verhindert werden, denn in einem Binnenmarkt mit verschiedenen Währungen machen sie den Unternehmen das Leben schwer. Das gilt vor allem für kleine und mittlere Betriebe.

Es ging schon auch um die Frage, wie das wiedervereinte Deutschland in Europa eingebettet wird.

Ja, aber es ist nicht wahr, dass der Euro der politische Preis für die Wiedervereinigung war. Es gab gute ökonomische Gründe für ihn, auch wenn er natürlich darüber hinaus ein visionäres politisches Einigungsprojekt ist. Im Übrigen war der Euro keine Erfindung von Griechenland, Irland oder Spanien. Das war ein deutsch-französisches Projekt.

Hat die EU-Kommission nicht auch Schuld an der Krise, weil sie nicht energischer gegen die nationalen Defizite vorgegangen ist?

Es gibt in Europa keine andere Institution, die der makroökonomischen Stabilität und der Beachtung des Stabilitätspakts so verpflichtet ist wie die Kommission. Das Problem sind doch einige Mitgliedstaaten, auch Deutschland. In den Jahren 2003 und 2004 hat es Deutschland zusammen mit Frankreich geschafft, eine Mehrheit unter den Mitgliedstaaten gegen den Versuch der Kommission zu mobilisieren, schärfere Sanktionen nach den Vorschriften des Stabilitätspakts zu verhängen. Die Kommission war sogar gezwungen, dagegen vor dem Europäischen Gerichtshof zu klagen. Als wir später gesehen haben, dass es ein Problem mit den Statistiken in den Mitgliedstaaten gibt, hat meine Kommission dann vorgeschlagen, dem europäischen Statistikamt Eurostat mehr Befugnisse zu verleihen. Da waren einige Mitgliedstaaten dagegen, gerade auch Deutschland. Griechenland hat gefälscht und manipuliert. Das ist inakzeptabel. Aber Deutschland hat sich auch nicht immer so verhalten, wie es dem Geist des Stabilitätspakts entspricht.

Was ist zu tun, damit das nicht so weitergeht?

Manchmal haben Krisen auch ihr Gutes. Anstatt wie in der Vergangenheit über das Für und Wider von Stabilitätspolitik dreht sich die Diskussion jetzt um eine Stärkung des Pakts. Die Franzosen reden darüber, Obergrenzen für die öffentliche Verschuldung in die Verfassung aufzunehmen. Das wäre noch vor ein paar Wochen unvorstellbar gewesen. Wir haben jetzt einen Vorschlag zur Verschärfung des Stabilitätspaktes und für eine bessere Koordinierung der Wirtschaftspolitik in der Eurozone vorgestellt, den wir übrigens schon vor der Krise angekündigt hatten.