WEBGIORNALE 3-5 Maggio
2010
“L’Europa in movimento”. Riuniti a Roma i Consigli Europei dei residenti
all’estero
Incontro promosso
dal Cgie a Palazzo Madama - Il saluto del vice presidente del Senato Bonino e
del vice presidente del Parlamento europeo Pittella. Aprono gli interventi
Carozza per il Cgie, Villaescusa per l’Assemblea dei Francesi all’estero, il
sottosegretario Mantica e il presidente della Commissione Esteri del Senato
Dini
ROMA – Il vice presidente del Senato Emma
Bonino ha aperto venerdì mattina 30 aprile a Palazzo Madama il secondo incontro
dei Consigli europei dei residenti all’estero, promosso dal Consiglio Generale
degli Italiani all’Estero e intitolato “L’Europa in movimento: da migranti a
cittadini europei”.
Un incontro per dar seguito al primo
appuntamento parigino del 2008, organizzato dal Consiglio dei francesi
residenti all’estero, e finalizzato alla promozione della costruzione di
un’identità europea attraverso la valorizzazione del contributo ad essa dei
cittadini più direttamente coinvolti nel processo di integrazione, come gli
europei residenti in un Paese dell’Unione diverso dal loro Stato di origine.
“Cittadini che spesso consideriamo quasi
un’entità generica e di cui raramente ci occupiamo, anche nelle nostre
istituzioni nazionali – ha detto Emma Bonino – ma a cui invece l’Europa presta
attenzione perché traducono concretamente il significato della cittadinanza
europea, che vivono in prima persona”. Per la Bonino si tratta dunque di un
iniziativa significativa “per dare sostanza all’Europa dei cittadini”, sancita
dal Trattato di Lisbona approvato il 1 dicembre 2009. “Questo di oggi è un
evento che conferma il successo di Parigi – aggiunge la Bonino, – a cui si dà
un seguito con la discussione sulla cittadinanza europea e sul contributo che
ad essa possono e devono dare i sistemi di istruzione e formazione di tutti gli
Stati membri”.
Anche Gianni Pitella, vice presidente del
Parlamento europeo, sottolinea “l’importanza e l’efficacia di questa
iniziativa, che si staglia contro gli umori viscerali che vorrebbero
rinchiuderci dentro un recinto, contro la nostra tendenza fisiologica alla mobilità”.
Il vice presidente ha ricordato che il
Trattato di Lisbona conferisce poteri importanti ai Parlamenti nazionali e ai
cittadini, “poteri che dobbiamo saper usare – ha detto Pittella – specie in un
momento difficile come quello che sta attraversando in questi giorni l’Unione
Europea”, in cui essa “deve riuscire a trovare ritrovare lo smalto e la
capacità decisionale dei giorni migliori”. Per Pittella è importante, nella
soluzione della crisi della Grecia, che “non prevalgano egoismi nazionali” e che
si trovino percorsi di sostegno prima che le difficoltà greche “contagino tutta
l’Europa”.
Il vice presidente ha anche assicurato il suo
sostegno per fare in modo che trovino attuazione in sede europea le richieste
formulate alla vigilia e nel corso di questo incontro: la nascita di un
Consiglio Europeo dei cittadini comunitari residenti all’estero e l’impegno di
un Commissario europeo delegato alla governance istituzionale delle politiche
indirizzate ai cittadini migranti, o che incidono sulla loro condizione.
Il segretario generale del Cgie, Elio Carozza,
ha aperto il suo intervento riconoscendo “il merito al Consiglio dei francesi
all’estero di aver aperto a Parigi nel 2008 la strada per una più specifica
attenzione delle istituzione europee all’Europa in movimento e di avere
indicato le priorità per una più compiuta integrazione dei cittadini europei
residenti fuori dai propri Paesi di origine”.
Significativa la promozione dell’incontro nel
Senato italiano e l’impegno, nella prosecuzione del percorso intrapreso a
Parigi, del Cgie, “organismo del Paese che ha registrato il più alto contributo
all’esodo dei connazionali nel mondo e che ha raggiunto – ha detto Carozza – il
più esteso livello di rappresentanza democratica dei propri emigrati,
all’estero come in Italia, attraverso l’istituzione dei Comites nei Paesi dove
più è numerosa la presenza dei cittadini italiani, del Cgie e l’elezione dei
parlamentari della circoscrizione Estero, le consulte e i consigli regionali
dell’emigrazione”.
Carozza ha poi sottolineato la necessità di
prevedere, all’interno delle istituzioni europee, forme di governance delle
politiche che coinvolgo i cittadini in movimento, “per governare i processi
derivati dalle condizioni di oggettiva disomogeneità cui tali cittadini sono sottoposti
nel rispetto delle peculiarità delle legislazioni dei singoli Paesi membri”.
Un Consiglio generale degli europei residenti
all’estero, “non più rinviabile”, afferma Carozza e che costituirà “un
organismo consultivo, elemento di collegamento permanente tra le istituzioni
dell’Unione e i cittadini in movimento, per accelerare l’allargamento della
partecipazione dei cittadini comunitari”. “Impegni indifferibili” anche
delegare ad un Commissario europeo la governance istituzionale delle politiche
indirizzate ai cittadini migranti e l’istituzione di un’apposita Agenzia
europea che assicuri l’analisi, l’aggiornamento e il monitoraggio delle
politiche europee, “in un contesto storico di transizione quanto mai
problematico, caratterizzato da un aumento delle dinamiche migratorie dentro e
fuori i confini dell’Unione, cui corrispondono politiche nazionali eterogenee –
segnala Carozza - quando non contrastanti con i principi con gli stessi
principi e valori comunitari, determinando condizioni di incertezza e di
diseguaglianza tra i cittadini dell’UE”.
Un confronto più assiduo tra gli Stati membri
dell’Unione viene richiesto anche “per la razionalizzazione della rete
diplomatico-consolare che coinvolge i cittadini europei in tutte le parti del
mondo”, affinché essa venga maggiormente “raccordata secondo le direttive della
politica estera europea”.
Carozza chiede che il prossimo incontro
avvenga a Bruxelles per “un diretto confronto con gli europarlamentari, poiché
quella è la sede della legittimazione delle nostre richieste in merito
all’attuazione del principio di sussidiarietà che sta alla base del Trattato di
Lisbona”. Infine, un richiamo all’importanza dell’insegnamento di ciò che è
l’Europa in ambito scolastico “per la costruzione di un senso di appartenenza
europea nei più giovani, doveroso passo del processo di integrazione sin qui
raggiunto”.
Per l’Assemblea dei Francesi all’estero è
intervenuto Jean Pierre Villaescusa, membro dell’ufficio di presidenza, che ha
ricordato la sua personale esperienza di cittadino europeo – nato in Francia da
madre italiana e padre spagnolo –e segnalato che anche i francesi all’estero
sono rappresentati al Parlamento nazionale, con 12 senatori a cui il prossimo
anno si unirà un’ulteriore componente eletta formata da 11 deputati. Egli ha
rilevato come “la Francia non sia sempre stata un motore per l’integrazione
europea”, sottolineando l’importanza dei “piccoli passi” necessari alla
costruzione di un’Unione più forte. “Se l’Europa avesse una sola voce ed un
solo volto – aggiunge – tanti cittadini la sentirebbero meno lontana e gli
Stati Uniti cercherebbero più spesso il confronto con noi. Ma anche i cittadini
europei devono fare la loro parte nel processo di rafforzamento
dell’integrazione europea”.
Il sottosegretario del Mae con delega agli
italiani nel mondo, Alfredo Mantica, ha segnalato che “sebbene a piccoli passi,
la determinazione della volontà politica di oltrepassare gli ostacoli, sino ad
oggi, è stata il miglior modo per procedere con l’unità europea”. Tra i “pilastri
fondamentali” dell’Unione, il sottosegretario ha ricordato la libera
circolazione delle persone, il senso di appartenenza alimentato anche dalla
possibilità per i cittadini di esercitare il diritto di voto attivo e passivo
in un Paese di residenza diverso da quello del Paese di origine, la
cooperazione adottata a seguito del Trattato Schenghen, per eliminare i
controlli alle frontiere e l’estensione della protezione diplomatica europea –
laddove manchi quella dello Stato membro. “Si tratta di risultati importanti –
ha detto Mantica – che devo essere tutelati e ulteriormente sviluppati,
bilanciando le esigenze di libertà e sicurezza”. Egli ha segnalato come
l’Italia sia favorevole ad un ulteriore allargamento dello spazio Schenghen con
Bulgaria, Romania e Cipro “se disposte a rispettare le normative di sicurezza”
e alla liberalizzazione dei visti per l’area balcanico-occidentale “che
riteniamo comunque appartenente all’Europa”. Necessario anche maggior impegno
sul fronte della libera circolazione degli atti, indispensabile anche in ambito
giudiziario, a cui occorre giungere “valutando un raccordo dei sistemi di
giustizia civile e penale, con il mutuo riconoscimento delle sentenze”. Tra gli
obiettivi più ambiziosi dell’Europa, Mantica segnala l’integrazione dei sistemi
formativi e universitari e il pieno rispetto del Trattato di Lisbona “che dà
più potere ai cittadini, consentendo anche la presentazione di proposte di
legge di iniziativa di questi ultimi”. “Piccoli passi che – conclude Mantica –
possono contribuire a grandi rivoluzioni”.
Più critico sui lenti progressi dell’Unione
Europea, specie se si guardano questi ultimi anni, il presidente della
Commissione Esteri del Senato Lamberto Dini, che rileva come lo stesso Trattato
di Lisbona approvato sia in realtà un testo assai meno ambizioso di quello in
origine previsto – prima del no del referendum francese e olandese in
proposito.
Una scelta errata “proprio in un momento –
avverte Dini – in cui ci sarebbe più bisogno di Europa, specie di fronte alle
incertezze della crisi greca, la cui modalità di sostegno è stata determinata
più che dallo spirito di solidarietà e coesione, dalla dura posizione tedesca e
dalla sua rigida interperetazione dei trattati”.
Un approccio riduttivo che, secondo Dini, inciderà
anche sulla definizione del bilancio dell’Unione. “Vista la crisi sicuramente
il confronto cruciale non sarà su un possibile aumento di risorse da parte
degli Stati membri, ma sulla distribuzione di quelle disponibili – afferma
Dini. Di essa la maggior parte è destinata alla politica agricola e di
coesione, a scapito della ricerca e dell’innovazione, che però sono settori
capaci di incidere sull’efficienza del sistema europeo nel suo complesso”.
Indispensabile, infine, il rafforzamento
dell’Europa anche in vista delle sfide poste da un riassetto dei rapporti di
potere a livello mondiale. (Viviana Pansa – Inform)
“L’Europa in movimento”. Dibattito sul “ruolo dell’istruzione” e documento
per Bruxelles
Roma - Dopo il 1°
incontro di Parigi del 2008, oltre 40 delegati degli europei residenti
all’estero, provenienti da 12 Paesi UE, si sono riuniti venerdì nell’aula del
Senato per partecipare al 2° incontro, organizzato stavolta dal Consiglio
generale degli italiani all’estero (Cgie). Dopo la sessione dedicata al tema
"L’Europa in movimento e le istituzioni europee" i partecipanti, nel
pomeriggio, hanno discusso sul "ruolo dell’istruzione nella costruzione
della coscienza civile europea". Al termine del dibattito, moderato dal
senatore eletto all’estero nelle file del Pd Claudio Micheloni, i delegati
italiani e europei hanno poi approvato a larga maggioranza un documento che,
disponibile integralmente da oggi, sarà indirizzato all’Unione Europea con la
richiesta di far proprie le richieste dei Consigli Europei dei Residenti
all'Estero e di organizzare il 3° incontro a Bruxelles.
Il dibattito dei
delegati ha preso il via con l’intervento di Nicholas Newman (Gran Bretagna).
Tra i vari diritti delle persone espatriate, per il delegato britannico,
l’istruzione riveste "un ruolo di piano. È importante però", ha
sottolineato Newman, "un tipo di istruzione che possa tener viva la
cultura di appartenenza" e al tempo stesso "rinvigorire il concetto
di identità europea" garantendo, tra le altre cose, "l’inserimento
delle lingue straniere nei programmi scolastici".
Karine Henrotte
Forsberg, delegata generale degli svedesi all’estero, giudica un "diritto
fondamentale" l’istruzione nella propria lingua madre per i cittadini
emigrati anche se, ha sottolineato, "in molte parti del mondo i genitori
non riescono a garantire questo tipo di studi ai propri figli". Un altro
problema evidenziato dalla delegata svedese è l’"immagine negativa"
dell’Europa che emerge dai mezzi di informazione. "Fin dall’asilo, nei
programmi scolastici", ha commentato la delegata svedese, "bisogna
inserire dei programmi di studio sull’Europa" e, da parte europea,
"servirebbe una volontà politica forte e l’istituzione di un commissario
europeo che si assuma la responsabilità". D’accordo con la delegata
svedese Anna Pompei Ruedenberg, consigliere Cgie in svizzera, secondo cui
"l’insegnamento lingua madre è fondamentale per dare diritto a tutti i
cittadini per essere equiparati e seguire la loro vocazione".
Nel suo intervento
Fernando Marzo, consigliere Cgie in Belgio, ha denunciato invece un certo
"neoprotezionismo e provincialismo" nella formazione europea.
L'Europa, a suo avviso, dovrebbe avere "una politica di protezione e di
valorizzazione delle varie lingue".
Tra i consiglieri
del Cgie ha preso la parola anche Paolo Castellani (Cile) sottolineando in
particolare la responsabilità storica e culturale che l’Europa, ancora oggi, ha
verso l’America Latina e dunque verso gli immigrati latino americani che
risiedono in Europa. Lorenzo Losi, vice segretario del Cgie per l’Europa e
l’Africa Nord, ha poi parlato della lontananza che ancora oggi c’è tra le
istituzioni europee e i cittadini. "Se non è completo il lavoro di
avvicinamento dell'Europa", ha detto, "probabilmente è perché c’è
stata poca contaminazione tra i vari Paesi. In questo momento di stallo
dell’UE, siamo proprio noi cittadini emigrati che dobbiamo "diffondere e
contaminare" il messaggio europeo".
"L’unico modo
per garantire una formazione unitaria", ha poi commentato il consigliere
Cgie Norberto Lombardi, "è rispettare le differenze di ognuno". In
questo processo, per Lombardi, bisogna però tener conto che esiste anche un
problema relativo ai migranti "che non sono espressione dei Paesi europei".
A queste persone, spesso ragazzi, figli di profughi o comunque persone senza un
regolare permesso soggiorno, bisogna garantire il diritto alla formazione.
"Questo", ha concluso Lombardi "è l’orizzonte da
perseguire".
Il consigliere
Cgie Alberto Bertali (Gran Bretagna), dopo essersi dichiarato "europeista
convinto", ha detto con rammarico che nota oggi una certa
"stanchezza": "l’ideale di Europa", ha commentato, "si
sta un po' sfilacciando ed è necessario che i giovani inizino a portare avanti
"un discorso europeo che sia visibile all'Europa"".
Teresa Heimans del
Consiglio delle Comunità Portoghesi (CCP) ha poi fatto una breve panoramica
sull’emigrazione portoghese nel mondo. "Sono circa 5 milioni i portoghesi
che oggi vivono fuori i confini nazionali, di cui 3 milioni in Europa.
Considerando figli e nipoti arriviamo a 25 presenze all’estero", ha reso
noto la delegata sottolineando che, mentre oggi il flusso migratorio è più o
meno costante, in passato sono stati molti i giovani laureati che si sono
spostati per trovare lavoro nell'EU, alla ricerca di opportunità e di un lavoro
migliore. "È necessario", ha aggiunto la delegata portoghese,
"far sentire la propria voce e denunciare il concetto di europei "di
prima e seconda classe. Crediamo in "Europa del movimento" ma ovunque
ci devono essere gli stessi diritti!".
Il consigliere del
Cgie Andrea Amaro ha poi voluto manifestare ai presenti la sua soddisfazione
per questo 2° Consiglio dei residenti all’estero: un’occasione, ha detto,
"per recuperare uno spazio nuovo di riconoscimento e di iniziativa dei
temi dell’emigrazione. Iniziative che vanno ripetute con una cadenza regolare.
Importante", per Amaro, sarebbe anche "dotare queste assemblee di un
organismo di rappresentanza, di un portavoce. Dobbiamo tutelare diritti delle
nostre presenze nel mondo ed avere la possibilità di trasmettere i valori della
lingua e cultura italiana. Purtroppo", ha concluso il consigliere,
"oggi assistiamo in Italia ad una politica di diminuzione di questo
impegno".
"Problemi
irrisolti e peggioramenti", in particolare per i lavoratori migranti, sono
stati denunciati anche da Dino Nardi, consigliere del Cgie residente da 40 anni
in svizzera. "Necessario", per Nardi, "è uno spazio di
rappresentanza nel Parlamento Europeo per i cittadini UE che vivono in un altro
Paese".
Mario Bosio,
consigliere del Cgie in Francia, ha quindi ribadito il concetto di far nascere
la cittadinanza europea nella scuola: "bisogna creare una scuola che abbia
caratteristiche veramente europee con l'adozione di una struttura comune nella
formazione degli insegnanti e programmi comuni che non tanto cancellino il
prezioso patrimonio delle identità nazionali ma mettano in risalto gli elementi
che uniscono le nazioni". Anche per Massimo Romagnoli, consigliere del
Cgie in Grecia, le istituzioni devo offrire ai giovani "nuovi obiettivi,
strumenti e informazione oggi carenti. Tradizioni e cultura", ha spiegato,
"sono l’obiettivo principale per il futuro dei giovani europei".
Il consigliere del
Cgie in Ecuador Marina Salvarizza ha poi messo l’accento su un’altra questione:
"ai cittadini emigrati dall’America Latina non vengono garantiti gli
stessi diritti di cui stiamo parlando noi oggi. Il visto Schengen crea loro
molti disagi e penalizza in particolare le famiglie più povere. Oggi", ha
aggiunto, "l’Europa deve ascoltare le voci delle persone che non riescono
ad essere presenti in nessun contesto: né a Bruxelles ne a Roma; c’è bisogno di
Europa illuminata e unita".
Infine, Giangi
Cretti, consigliere Cgie e neo presidente della Fusie, ha fatto un riferimento
all’attualità proponendo anche una riflessione sui nuovi movimenti
antieuropeisti che si stanno affermando nei Paesi europei: "in seguito al
necessario riassesto dei conti pubblici in Grecia", ha detto, "sono
state dette frasi come: "di certo non saremo noi tedeschi a pagare i
debiti dei greci che hanno il vizio di lavorare poco e spendere poco".
"Tra queste parole", ha osservato il consigliere, "si mimetizza
un grave problema culturale più che politico: nei vari Paesi stanno crescendo
consensi per movimenti nazionalisti, antieuropei, se non addirittura xenofobi.
È necessaria un’educazione all'interculturalità: una strada lunga e irta",
ha concluso, "che va assolutamente affrontata".
(tom.samp.\aise)
“L’Europa in movimento”. Gli interventi di Franco Narducci e Claudio
Micheloni,
Narducci invita al
rafforzamento dell’UE, mentre Micheloni conclude i lavori della mattinata:
“Difficile far comprendere l’importanza dei parlamentari eletti dai
connazionali all’estero al Paese di origine, ma tutti insieme ci possiamo
riuscire, anche in Europa”
ROMA – Tra gli interventi che si sono
succeduti nel corso della mattinata di oggi nell’incontro dei Consigli dei
cittadini europei residenti all’estero anche quello di Franco Narducci e
Claudio Micheloni, rispettivamente deputato e senatore eletti nella
ripartizione Europa al Parlamento italiano.
Il vice presidente della Commissione Esteri
Franco Narducci ha sottolineato come nell’odierno villaggio globale sia
“necessario e urgente il rafforzamento della coesione e dello spirito
unitario dell’Unione Europea”. Dopo aver ricordato la difficile crisi economica
della Grecia, Narducci ha paragonato la costruzione europea ad “una casa
messa su mattone dopo mattone che ora però, una volta che il tetto è stato costruito, deve
confrontarsi con la stanchezza dei suoi cittadini”. Secondo il deputato del Pd
vi è inoltre l’esigenza di rilanciare la costruzione europea attraverso
una politica comunitaria che si sviluppi nell’ambito sociale, della
cittadinanza e della relazione fra Paesi.
“La libera circolazione delle persone
nell’Unione europea - ha spiegato Narducci - è stata una grande
conquista, soprattutto dal punto di vista del lavoro e delle condizioni
salariali. Valori importanti che dobbiamo difendere”. Il deputato ha
infine auspicato la costruzione di un Europa che guardi alla “società
cognitiva e che quindi sappia investire, rivolgendosi al futuro, sui
giovani e sulla ricerca”.
Affidate a Claudio Micheloni, vice presidente
in Senato del Comitato per le questioni degli italiani all’estero, le
conclusioni della mattinata a Palazzo Madama.
“Ciò che mi ha colpito dei vostri interventi,
specie per la situazione che riscontriamo noi eletti all’estero qui in Italia
oggi, - ha detto Micheloni – è l’emergere di un problema di fondo comune a noi
tutti e molto sentito: la necessità di far capire a coloro che condividono con
noi le aule parlamentari che la nostra presenza in esse è importante più per
l’Italia che per i connazionali che noi rappresentiamo”. “Per far comprendere
questa realtà in modo efficace credo sia importante lavorare tutti insieme – ha
detto l’esponente del Pd, segnalando quanto la questione sia essenziale anche
per l’Europa nel suo insieme.
Ricordando un suggerimento avanzato da Mirko
Tremaglia, principale sostenitore delle legge per il diritto di voto
all’estero, oggi presente al Senato, Micheloni ha segnalato l’importanza di
stabilire un dialogo con i circa 400 parlamentari di origine italiana eletti
nei rispettivi Paesi di residenza, per “poter utilizzare queste forze come
strumenti di una diversa politica estera del nostro Paese”.
Micheloni auspica che la prossima riunione
possa essere organizzata dal Parlamento europeo presso la sede di
Bruxelles e poi “girare negli Stati membri per far capire alle forze
politiche nazionali dell’Unione l’importanza della costruzione e del
mantenimento di questi raccordi, così che si possano valorizzare correttamente
le collettività che abbiamo sparse in tutto il mondo”. (Inform)
“L’Europa in movimento”. Da Parigi a Roma sulla strada per Bruxelles
Aperta venerdì
mattina nell'Aula del Senato la prima sessione dei lavori dei 27 Consigli
europei dei residenti all'estero con l'intervento della Vice Presidente del
Senato, Sen. Emma Bonino, intervenuta a nome del Presidente del Senato Renato
Schifani impossibilitato a presenziare
per imprevisti impegni istituzionali.
Dopo aver
ricordato il successo ottenuto dal I°
appuntamento dell'"Europa in Movimento", tenuto a Parigi nel
settembre del 2008, la sen. Bonino ne ha
stigmatizzato i differenti obiettivi, essendo dedicato all'accesso ai servizi
il primo, con una speciale attenzione a sanità e giustizia, mentre l'iniziativa
di Roma affronta il problema della
cittadinanza europea e dei sistemi di istruzione e formazione.
L'intervento di
un' "europeista convinta" ha affermato l'ex Commissario europeo, sottolineando il
proprio apprezzamento per un'iniziativa "importante", che entra nel
merito delle opportunità offerte
dall'Europa ai suoi cittadini e cittadine, ma anche "di questioni da
affrontare in un'integrazione che a
volte non è scevra da problematiche".
"Spesso si rischia di riferirsi ad una entità generica, perfino un
pò astratta" ha fatto presente la Vice Presidente del Senato, mentre "raramente facciamo lo sforzo di parlare con i nostri
concittadini del merito delle problematiche , delle opportunità e delle sfide, a
volte non colte, che l'Europa è in grado
di proporre nella vita di tutti noi".
"Una
bellissima iniziativa che si staglia contro gli umori viscerali che vogliono
chiudere la nostra tendenza alla mobilità in un recinto". Concorde con gli
obiettivi dei Consigli degli Europei "en mouvement" il Vice Presidente del Parlamento Europeo, On.
Gianni Pittella , che ha affermato
"Dobbiamo realizzare un’ intesa interistituzionale che, nonostante
il momento di difficoltà, permetta all’Europa di procedere.."
"Sostengo la proposta di costruire un Consiglio Generale Europeo degli
italiani e di tutti gli altri europei
che vivono fuori dai confini nazionali". Ed il Vice Presidente dell'Europarlamento si
farà latore della proposta di un’ autentica "Agorà di riflessione", e di
un Commissario specializzato sulla tematica della mobilità".
"Merito al
Consiglio dei Francesi all’Estero di aver aperto la strada per una più
specifica attenzione delle Istituzioni europee a " l''Europe en
Mouvement" da parte del Segretario
Generale del CGIE, Elio Carozza, che ha definito l'obiettivo della Conferenza
di Roma, il compito "di traghettare quell’innovativo
auspicio verso una concreta affermazione dei diritti dei migranti comunitari
nel contesto della governance istituzionale
delle politiche dell’Europa a 27.
Carozza nella sua relazione di apertura ai lavori ha
stigmatizzato la dimensione
transnazionale dello status di cittadini "en mouvement" e, dunque, il maggior valore
della cittadinanza europea con
quanto essa comporta in termini di tutela dei diritti, legislazione,
educazione, mantenimento delle identità originarie, servizi…". Diritti che
non essendo ancora realtà effettiva, sottoposti come sono a politiche nazionali eterogenee, potranno
essere raggiunti attraverso un sistema di
goverrnance europea, i cui strumenti dovranno essere definiti nell'ambito
dell'Agorà, sostenuta dal CGIE e sposata dal Vice Presidente del Parlamento
Europeo, l'On. Gianni Pittella.
Per parte loro i
Consigli avanzano la richiesta di un Consiglio Generale degli Europei residenti
in uno Stato Membro diverso da quello d'origine, di un Commissario e di
un'Agenzia europea.
Dunque, un
organismo consultivo, emanazione dei rappresentanti nazionali degli europei
residenti all’estero, di collegamento permanente con gli organismi comunitari e
fra questi ed i cittadini “en mouvement”; un "Commissario" con competenze dirette in materia di
governance dei processi, oltre che nella
gestione e l’aggiornamento dello sportello unico accessibile a tutti i
cittadini europei. Infine, un’Agenzia
europea che assicuri, l’analisi, l’aggiornamento ed il monitoraggio della
politica europea.
Il secondo punto
affrontato dal rappresentante del CGIE l'importanza della formazione e
dell'istruzione nella UE per accelerare i processi di inclusione sociale,
culturale e politica delle attuali come delle future generazioni di cittadini
europei: la formazione dei giovani, laddove oggi rimane invece ai margini
dell’insegnamento, negli istituti della scuola primaria come nelle
Università".
Sottolineata la
proficua realtà dei programmi Erasmus e di migliaia di iniziative sperimentali,
per una dimensione multiculturale e plurilinguistica dei giovani europei,
Carozza ha avanzato la proposta
dell'insegnamento della storia, dei valori e dell’architettura istituzionale europea
come materia curriculare all’interno dei sistemi scolastici e formativi dei 27
Paesi dell’Unione. Ciò per superare la
discrepanza tra il sempre maggiore impatto delle misure comunitarie sui
cittadini dell’Unione e la dimensione quasi esclusivamente nazionale delle
strutture formative.
“La nostra ambizione- ha convenuto la Vice
presidente del Parlamento Europeo, Roberta Angelilli è quello di creare uno
spazio politico, di cittadinanza e di diritti, in cui la cooperazione nel
settore dell’ istruzione e della formazione diventi uno strumento di coesione
sociale” .
“Questi obiettivi – ha proseguito l'On.
Angelilli -marciano con gli imperativi dell’agenda politica ed istituzionale europea, con particolare
riferimento alla ricerca ed allo sviluppo tecnologico. Il Trattato di Lisbona
parla di cittadinanza attiva, di diritto
all’istruzione e di formazione continua ed
i giovani sono una grande ricchezza della ’Ue, che ne ha sempre sostenuto il ruolo nella direzione
dell’integrazione.
“Un’altra sfida che dobbiamo affrontare è
quella del riconoscimento delle qualifiche:
la UE ha sistemi di istruzione nazionale non sempre armonici. Il nostro
obiettivo è definire un sistema di riconoscimento specifico di diplomi e
qualifiche, nonché l’attuazione di un programma che porti all’eguaglianza delle
stesse qualifiche.”.
“Dobbiamo rilanciare il ruolo dell’Europa
– ha concluso Angelilli - in modo che
diventi protagonista nello scenario internazionale e che faccia della
formazione una delle proprie priorità"
" Jean Pierre
Villaescusa, membro dell'Ufficio di Presidenza dell'Assemblea dei Francesi
all'estero" ha espresso il
"grande orgoglio di essere a
Roma per confermare l' impegno dei francesi
a livello europeo ed ha , quindi, fatto presente come la Francia conterà di 11
deputati eletti all’estero, in rappresentanza delle comunità diffuse in tutto il mondo. Un significativo passo
avanti, nonostante la Francia non sia sempre stata, come avrebbe dovuto, motore
all’interno del processo di integrazione europea.
"Facendo mia
un’espressione di Jacques Delhors, ha stigmatizzato l'esponente delle comunità
francesi, “l’Europa è come una bici: se non va avanti, cade”, dobbiamo renderci
conto di come l’Europa rappresenti il futuro. Una simile importanza dell’UE
avvalora maggiormente la nostra iniziativa" che "deve puntare all’integrazione quale volano
essenziale affinché l’Europa possa realmente rispondere alle esigenze dei suoi
cittadini."
L’iniziativa del
30 settembre 2008 è stato il primo passo di un cammino all’interno del quale
spetta proprio ai Paesi maggiormente europei, come la Francia e l’Italia,
guidare il processo dell’integrazione. "
"La
circolazione significa anche 350 mila matrimoni misti, 450 successioni, 80
mlioni di europei, che viaggiano fuori dall’Europa, oltre a 30- 40 milioni che vivono fuori dall’Europa.
I cittadini europei hanno diritto di voto al Parlamento Europeo ed è questa una delle conquiste più visibili di
questo principio. Ma vi è anche il diritto all'assistenza consolare.. Sono
risultati importanti, quelli ricordati dal Sottosegretario agli Affari Esteri
con delega per gli Italiani nel Mondo, Sen. Alfredo Mantica", il quale
parla anche del positivo allargamento dello "spazio Shengen" ai Paesi
balcanici.
Ed il
Sottosegretario ha ricordato anche
l'importanza del bilanciamento fra libertà e sicurezza: "tutti devono
rispettare le leggi del paese ospitante". Dunque " Si alla libera
circolazione ma occorre lottare contro gli abusi che vengono dalla criminalità
organizzata". Ed il "mutuo
riconoscimento degli atti giudiziari" diventa in questo senso un
importante "atto di vita quotidiana" per il quale occorre mettere a
punto opportune garanzie in un quadro di progressiva armonizzazione delle norme
sostanziali e processuali dei diversi Stati membri. Ed il Sen. Mantica ha
puntualizzato "I cittadini della UE devono essere protestti dovunque si
trovino nel mondo"
L'esponente del
Governo, entrando nel vivo degli argomenti al centro dell'attenzione, ha
affrontato la questione della "libera circolazione degli atti" per i quali vi è la necessità di
rimuovere le barriere amministrative e
procedurali che i cittadini continuano
ad incontrare. A superare questa fase saranno chiamati i Comuni di residenza.
“Siamo accomunati- ha osservato il
sen.Micheloni, esponente della Commissione Affari Esteri del Senato, eletto
dalla Circoscrizione Estero,
rivolgendosi a tutti i presenti, da un problema di fondo: far capire che
la nostra presenza, di noi residenti al di fuori dei confini nazionali ed
europei, è importante per l’Italia e per l'Europa più di quanto non lo sia per
noi". Questo il messaggio politico
da veicolare.
E rivolto al "padre della circoscrizione
estero", l'on Mirko Tremaglia, “noi siamo stati migranti ed abbiamo
affrontato grossi problemi in tutti i paesi d’Europa e fuori d’Europa. I nostri
genitori e i nostri nonni sono stati sottoposti a diverse difficoltà ma questo oggi significa,
anche, l'esistenza di 350 parlamentari
di origine italiana in ogni parte del mondo. Potrebbero divenire veri e propri strumenti di politica estera
per il nostro paese".
"Signore e Signori, ha concluso
il Segretario Generale del CGIE, Elio Carozza, rappresentanti dei cittadini
europei "en mouvement" siamo consapevoli che le richieste avanzate
oggi, a Roma, non costituiscano che una parte delle esigenze enunciate nel
corso della prima riunione a Parigi, ma siamo altrettanto consci che tali
proposte siano elementi essenziali per avviare un concreto dialogo dei nostri
organismi con le Istituzioni dell’Unione nel quadro di un più ampio disegno
politico di piena inclusione sociale". De.it.press
Il Cgie discute sulla chiusura dei Consolati. Saarbrucken, Norimberga, Mannheim e Amburgo...addio!
Roma - Coira,
Saarbrucken, Mulhouse, Norimberga, Bruxelles, Genk, Durban, Mannheim, Liegi,
Alessandria, Amburgo: queste le sedi consolari che verranno chiuse o declassate
a partire dal secondo semestre di quest’anno secondo quanto contenuto nella
relazione del sottosegretario Mantica al Comitato di presidenza del Cgie del 26
e 27 marzo scorsi. Si tratta dei dati più aggiornati in materia che oggi, 29
aprile, sono stati sottoposti all’attenzione dei Consiglieri del Cgie nel corso
dell’ultimo giorno di assemblea plenaria alla Farnesina. Ai lavori, cui ha
partecipato il capo della Dgiepm, ministro Carla Zuppetti, hanno assistito
anche tre deputati del Pdl eletti all’estero, Picchi, Angeli e Berardi.
"Da quando è
stato annunciato il piano di ristrutturazione – ha ricordato Andrea Amaro, che
ha presieduto i lavori in assenza del segretario generale Elio Carozza – si
sono susseguite all’estero petizioni, occupazioni, manifestazioni varie, ma la
situazione non è cambiata, come vedete dall’elenco fornito al Cdp".
Casagrande
(Australia) nel suo breve intervento ha definito la chiusura del Consolato di
Durban, in Sud Africa, come un atto di "enorme miopia" e poi ha
chiesto notizie delle due sedi australiane, Brisbane ed Adelaide, la cui
chiusura è prevista evidentemente dall’anno prossimo.
Motta (Germania)
ha prima ricordato la posizione del Ctim, "favorevole ad un declassamento
generale delle sedi per garantire servizi a tutti", e poi stigmatizzato la
scelta di chiudere consolati invece che ambasciate, "soprattutto in
Europa". Quindi ha chiesto al ministro Zuppetti chiarimenti su funzioni,
struttura e personale degli sportelli consolari che verranno attivati a
Saarbrucken ed Amburgo.
"Perplesso"
anche Di Martino (Venezuela) che ha ricordato le criticità del Paese con il
Consolato di Maracaibo "senza Console né impiegati" e, dunque, la
sede di Caracas a farsi carico di tutti i connazionali.
Pinna (Sud Africa)
ha prima ribadito la propria contrarietà alla chiusura di Durban, il
"porto più importante del Sud Africa", dove "non è previsto
neanche uno Sportello Consolare" – ci sarà infatti un console onorario,
come confermato dal ministro Zuppetti – e poi annunciato prossime
manifestazioni di protesta che "nella stessa giornata coinvolgeranno le
tre sedi consolari e l’ambasciata". "Presenteremo un memorandum
sull’importanza strategica ed economica della città – ha aggiunto – e
cercheremo visibilità per le nostre ragioni durante i prossimi Mondiali di
calcio. Questo consolato – ha argomentato – costa 50mila euro l’anno. Questo è
risparmio? E allora l’autista che dall’Italia si manda a Toronto come si
giustifica? E il 25 impiegati in Eritrea? Durban eroga 4mila visti Shengen
l’anno per un introito di 282mila euro".
In difesa di
Durban si è espresso pure Nanna (Sud Africa) che ha ricordato: "Il governo
si è impegnato ad investire milioni di euro in Africa: a Durban c’è il porto
migliore e noi chiudiamo?". Il consigliere ha ricordato che dirottare i
connazionali su Johannesburg li costringe ad "un viaggio di 650
chilometri, per un corso di 500 euro". quindi la critica ai parlamentari
d’area: "forse mi è sfuggito, ma non ho visto loro interrogazioni o
interpellanze per Durban. Noi al Cgie siamo solo due, contiamo poco e, visti gli
scarsi risultati, siamo pronti ad essere accolti a pesci in faccia".
Bertali
(Inghilterra), residente nella circoscrizione di Manchester la cui sede
consolare è "ancora sub iudice" ha lanciato un appello al Mae
affinché "ci dia più tempo per spiegare alla comunità le decisioni prese,
perché un conto è chiudere con il consenso, altro imponendolo". Per
Schiavone (Svizzera) il piano del Mae "non ha logica" e poi non è
ancora stato adeguatamente spiegato agli interessati. "A partire dal 1°
luglio chiude l’agenzia di Coira e ancora nessuno lo sa!".
Da Montanari
(Germania) giunge invece la "solidarietà ai connazionali che chiedono
servizi che troveranno strutture ora inadeguate e poi definitivamente
inesistenti. Non si tratta di risparmiare, perché sono misure punitive! S’era
anche detto di fare accordi a livello europeo, ma così non è stato. Ancora una
volta – ha concluso – i cittadini pagano i limiti della diplomazia".
Per Marzo (Belgio)
è "anacronistico parlare di consolati nell’Unione Europea: a Bruxelles ci
sono tre ambasciate italiane". Quindi, ha annunciato che il prossimo 7
maggio si protesterà a Liegi, sede che chiuderà a partire dal 1° ottobre,
"dirottata" su Charleroi.
Tabone (Francia)
ha sostenuto che la chiusura di Mulhouse (ricevente Metz) necessiterebbe di una
presenza mensile di un addetto consolare, ma poi gli è stato fatto notare che
nella città aprirà uno sportello consolare.
A chiudere gli
interventi è stato Santellocco (Algeria) che, tra tante chiusure, ha annunciato
le aperture delle sedi di Orano e Costantina.
Quindi la parola è
passata al ministro Zuppetti che per prima cosa ha chiarito cos’è e cosa fa uno
sportello consolare, ricordando che ad oggi ce ne sono 7: Digione, Bastia,
Innsbruck, Edmonton, Bedford, Grenoble e Chambery. "Lo sportello si deve
considerare come una stanza di un Consolato, che però sta in un’altra
città". Una sede distaccata, insomma, "dove però non c’è un Console
che, per alcuni atti, è il solo depositario di firma. Per il resto è un ufficio
con personale che ha un ordine di servizio e che viene assunto in loco. So che
a Digione funziona bene, anche per la capacità del solo impiegato. A Bastia,
invece, ce ne sono tre di impiegati. Lo sportello – ha aggiunto – è collegato
telematicamente con l’anagrafe consolare; può ricevere la documentazione per il
passaporto, ma non può emetterli". Ora che si sta attivando la procedura
per il rilascio del passaporto elettronico con le impronte digitali, gli
sportelli consolari "avranno l’apparecchiatura per prendere le impronte che
poi, via email, invieranno al Consolato che, infine, emetterà e spedirà il
passaporto".
Quanto al
funzionario itinerante "è una figura prevista per le sedi extraeuropee: al
momento ne hanno fatto richiesta 49, tra cui Johannesburg", che
"accoglierà" i residenti a Durban. Questo addetto "avrà con sé
una valigetta portatile per prendere le impronte per il passaporto".
Inoltre, ha informato Zuppetti, "le sedi hanno avuto un programma
informatico che le aiuta a visualizzare i passaporti in scadenza e, quindi, ad
avvisare i connazionali per il rinnovo". Questo aiuterà il funzionario
itinerante nello stabilire le tappe in giro per la circoscrizione consolare di
competenza. Quanto ai consoli onorari "non possono prendere le impronte.
Al momento solo i Paesi Bassi hanno concesso questa facoltà ai loro. Noi
abbiamo avuto un parere negativo dall’Autorità per la Privacy".
A Consiglio
(Canada) che avanzava l’ipotesi di stilare accordi con gli altri Paesi per
utilizzare le impronte da loro raccolte all’atto della registrazione della
residenza, Zuppetti ha spiegato che la cosa non è fattibile per due ragioni:
"la legge impone che le impronte vengano rilasciate
"esclusivamente" per il passaporto e che dopo 30 giorni le stesse
vengano distrutte. Comunque – ha concluso – i consolati di Montreal e Toronto
hanno fondi per sostenere il funzionario itinerante". (m.cipollone\aise)
I suggerimenti del Cgie per migliorare l’esercizio del voto all’estero.
Resta il voto per posta
La proposta verrà
inviata al Parlamento in vista di una ridefinizione normativa delle sue
modalità
ROMA – Con il dibattito sul voto all’estero e
sul piano di ristrutturazione della rete consolare italiana si sono conclusi
giovedì mattina 29 aprile alla Farnesina i lavori dell’Assemblea plenaria del
Consiglio generale degli italiani all’estero.
In apertura, l’intervento di Silvana
Mangione, componente del Comitato di presidenza che, insieme a Gian Luigi
Ferretti, è stata incaricata della redazione di una bozza di documento relativa
all’esercizio del voto all’estero che raccogliesse alcuni suggerimenti in vista
di un suo miglioramento.
La bozza, approvata dall’assemblea, verrà
inviata al Parlamento per fare in modo che l’iter legislativo relativo a
proposte di modifiche sull’esercizio di voto – 12 sarebbero ad oggi le proposte
in materia già depositate – possa trarne beneficio, così come l’indagine
conoscitiva attualmente in corso al Senato nelle Commissioni Affari Esteri e
costituzionali riunite (I e III).
“Le questioni sulle quali occorre soffermasi
per valutare modifiche al sistema del voto all’estero sono le modalità che
possano garantire il voto personale, libero, segreto ed uguale – ha affermato
Silvana Mangione, specificando che il documento sarà introdotto da una breve illustrazione
dei paesi che hanno preceduto l’introduzione di questo strumento legislativo.
Uno strumento, ha aggiunto “che è interesse della collettività residente
all’estero mantenere, vista la possibilità così ottenuta di eleggere
rappresentanti che appartengono al territorio di insediamento dei
connazionali”.
Tra le proposte che possono essere prese in
considerazione per un miglioramento del meccanismo di voto, l’invio dei plichi
elettorali attraverso posta assicurata, la stampa delle schede in Italia ed un
rigido controllo sulla loro consegna ai consolati come sulla loro restituzione,
in vista dello spoglio. Apprezzate anche alcune indicazioni presenti nella
proposta di legge recentemente presentata da Marco Zacchera (Pdl), presidente
alla Camera del Comitato permanente per gli italiani all’estero, come un
sistema misto di voto: per corrispondenza e, nello stesso tempo, anche
attraverso seggi allestiti in loco. Nel documento si suggerisce di valutare
l’ipotesi di introdurre un’opzione per l’esercizio di voto per corrispondenza,
oppure prevedere “il rovesciamento del meccanismo di opzione così come oggi è
concepito, per cui il cittadino stesso dovrà farsi parte attiva, comunicando la
propria intenzione di votare all’estero”. “Non è possibile pensare di eliminare
il voto per corrispondenza – precisa Mangione – perché ciò penalizzerebbe i
cittadini residenti nei territori di ampiezza non paragonabile a quella
dell’area europea”.
Una questione tutta da affrontare quella
dell’informazione, che consente la libertà del voto, ossia “la garanzia di
un’informazione capillare, un numero di dibattiti elettorali sufficiente per
far conoscere tutti i candidati nelle diverse ripartizioni – si legge nel
documento – e l’imposizione di pene per chi sottopone l’elettore a pressioni”.
Viene segnalata ancora una discrepanza tra
schedari consolari ed elenchi dell’AIRE gestiti dal Ministero dell’Interno, per
cui si propone di valutare l’utilizzo esclusivo dei primi oppure “una
sollecitazione ai Comuni affinché aggiornino prontamente i registri dell’AIRE
su richiesta dei Consolati”.
A questo proposito, nel corso del dibattito,
il direttore per gli italiani all’estero e le politiche migratorie del Mae,
Carla Zuppetti, che ricordato che “l’operazione di allineamento tra anagrafe
consolare e AIRE è stata ripetuta più volte nel corso di questi anni”. “I
connazionali compresi nell’elenco aggiornato ai fini del voto all’estero sono
passati dai 3.439.846 del 2004 – ha segnalato la Zuppetti – ai 3.995.732 del
2009, con una percentuale di dati sugli schedari del Mae non allineati del 15%,
che si avvicina così ad uno scarto di non allineamento considerato dagli
esperti fisiologico”.
Secondo il documento illustrato dalla
Mangione, il sistema della rappresentanza basato sulla circoscrizione Estero
non va invece toccato “perche garantisce l’assunzione di responsabilità da
parte del candidato eletto rispetto alla collettività da cui proviene e che lo
ha scelto”. Si parla poi, per quanto riguarda l’elettorato passivo – ossia la
possibilità di candidarsi – dell’introduzione di vincoli di residenza
all’estero che possono andare dai 3 ai 5 anni, - così come richiesto, nel corso
del dibattito da alcuni consiglieri - mentre per la “certezza dei risultati” il
documento propone “l’istituzione di un Comitato elettorale, simile a quello
previsto per le elezioni dei Comites, presso ogni sede diplomatico-consolare
interessata”. Altro suggerimento da valutare – su cui sono stati avanzati però
nel corso del dibattito perplessità da parte di Norberto Lombardi – “lo
scrutinio dei voti presso le sedi diplomatico consolari, alla presenza del
Comitato elettorale, che comprenda i rappresentanti di lista”.
Tra gli interventi dei consiglieri, Claudio
Lizzola (Canada), ha ripreso la questione informazione “che all’estero va
senz’ombra di dubbio incrementata”, mentre Ferretti ha ricordato che il
documento si basa sulla legge così come essa è oggi, suggerendo nel contempo
altri scenari: “se oggi discutiamo di riforma costituzionale e di sistema alla
francese – ha detto – voglio segnalare che i francesi all’estero eleggono un
rappresentate ogni 100.000 residenti fuori dal territorio nazionale. Per
contro, si deve rilevare l’esistenza di un atteggiamento di condanna del voto
all’estero all’interno dell’opinione pubblica e adottato da autorevoli
esponenti politici e istituzionali”.
Oreste Motta (Italia) insiste sull’importanza
della effettiva residenza all’estero dei candidati eletti nella circoscrizione
Estero, dell’aggiornamento dell’AIRE e di una riflessione sul meccanismo che
regola le elezioni europee, dove i seggi allestiti nei consolati non
favoriscono comunque l’affluenza alle urne, “con il dispendio in termini di
fondi e tempo che questo comporta per le strutture consolari”. Sull’importanza
del voto per corrispondenza e sulla capacità di garantire la sicurezza delle
strutture consolari – e delle schede elettorali in esse custodite nei periodi
del voto - si soffermano Dino Nardi (Svizzera) e Lombardi, mentre Michele
Schiavone (Svizzera) ritorna sulla necessità di un elenco aggiornato degli
italiani all’estero, che propone al Cgie di censire.
Franco Santellocco (Nord Africa) evidenzia la
necessità che il Cgie licenzi un documento di proposta sul voto all’estero da
consegnare ai parlamentari eletti all’estero, mentre Luciano Neri (Italia)
sottolinea che le modalità che possano garantire un corretto e trasparente
diritto di voto dovrebbero essere valutate e rese concrete nei fatti dal Mae e
del legislatore, avvertendo che “non spetta la Cgie pagare per responsabilità
che non gli competono”. Ugo Di Martino (Venezuela) lamenta l’assenza, in questo
dibattito sul voto all’estero, di un interlocutore istituzionale.
Il documento, a seguito della
puntualizzazione introdotta sull’adozione del voto attraverso seggi in loco,
suggerimento che non sostituisce comunque il voto per corrispondenza, che deve
restare un’opzione percorribile per tutti i residenti all’estero, è stato
approvato da una larga maggioranza dell’assemblea (4 astenuti). (Viviana Pansa
– Inform)
Baden-Württemberg. Conferenza sull’integrazione. L’SPD lancia la campagna
sull’integrazione
Celebrata a
Stoccarda la Prima Conferenza sull’integrazione. L’iniziativa è stata assunta
in prima persona da Nils Schmid, Landesvorsitzender/ Segretario politico dell’ SPD
del Baden-Württemberg, che si è detto per la creazione di un ministero ad hoc
per le politiche d’integrazione e per una riforma della scuola primaria
Stoccarda - La SPD
del Baden-Württemberg vuol dedicare alla questione “immigrati” maggiore
attenzione che in passato. Un primo segnale tangibile è stata la celebrazione
della Prima Conferenza su “migrazione e integrazione” tenutasi in questi giorni
a Stoccarda. Oltre 100 delegati, tedeschi e stranieri, hanno potuto affrontare
alcune questioni strettamente legate al processo d’integrazione degli immigrati
e loro congiunti.
Da quando la
Germania ha riconosciuto di essere “paese di immigrazione” è cambiato anche
l’atteggiamento politico delle istituzioni, dei partiti e delle diverse istanze
della società civile.
Con l’avvento
della Merkel è stato istituito un ministero che per l’attuazione
dell”Integrationsplan” (piano per l’integrazione) ha stanziato ben 780 milioni
di euro. Con questi fondi vengono finanziati “Integrationskurse” (corsi di
integrazione) e tante iniziative volte a favorire il processo d’inserimento nel
mercato del lavoro, nei circuiti formativi e nella vita associativa locale. La
SPD, guidata da Nils Schmid che è sposato con una turca, ha lanciato una
campagna di sensibilizzazione di giovani, figli di Gastarbeiter, che per la
loro formazione scolastica tedesca non hanno più barriere linguistiche,
ostacolo principale dell’inserimento o dell’integrazione.
E’ a loro che si
rivolge il partito socialdemocratico con l’intento di farli diventare soggetti
attivi di una politica d’integrazione che necessita di nuove forze e di nuove
proposte. Esse sono da ricercare nel mondo del lavoro, dello studio, del
sociale e del tempo libero.
L’immigrazione,
che sta sensibilmente trasformando la composizione della società in Germania,
dev’essere interpretata come risorsa economica e culturale e non come peso
sociale. Questo salto di qualità presuppone più partecipazione attiva degli
immigrati anche alla vita politica locale attraverso la candidatura per i
consigli comunali e provinciali, nonché per i parlamenti: regionale e federale.
Altri particolari
sono contenuti nel servizio audio http://www.swr.de/international/it/-/id=233350/did=6315520/pv=mplayer/vv=popup/nid=233350/1e0evm5/index.html.
Tony Màzzaro, SWR
International/Sezione italiana (de.it.press)
Wolfsburg. La statua di Provenziani "L'emigrante" ritorna davanti
alla stazione
La statua
dell'emigrante ad opera dell'artista Quinto Provenziani è stata ricollocata
davanti alla stazione di Wolfsburg, il luogo dove circa 50 anni fa migliaia di
italiani arrivarono in città.
La statua
dell'emigrante era stata inaugurata inizialmente nel 2004, in occasione del
"Landesgartenschau" di Wolfsburg. Il parco era stato scelto perché
qui sorgevano le baracche costruite negli anni ‘60 per ospitare gli emigrati in
arrivo. L'opera doveva ricordare le dure esperienze degli italiani giunti per
lavorare negli stabilimenti della Volkswagen ma, al contempo, doveva
simboleggiare anche il lungo cammino percorso dagli emigrati sulla via
dell'integrazione. Con una risoluzione, il consiglio comunale ha disposto di ricollocare
"L'emigrante" di Quinto Provenziani davanti alla stazione.
Per ulteriori
dettagli ascolta il servizio di Giuseppe Guglielmi, trasmesso da Radio Colonia
nell’edizione di venerdì 30 aprile; basta cliccare su questo link
http://www.funkhauseuropa.de/audio/radio_colonia/italgermania/2010/100430_statua_emigrante.mp3?dslSrc=/audio/radio_colonia/italgermania/2010/100430_statua_emigrante.mp3. (RC,
de.it.press)
Parte oggi da Berlino il tour europeo di “Sicilia continente del vino”
Berlino – Inizia oggi, lunedì 3 maggio, a Berlino,
presso il Kempinski Hotel Bristol, il
tour europeo dei 26 vitivinicoltori siciliani che presenteranno i loro vini
autoctoni, attraverso workshop e seminari, al pubblico professionale del
commercio e della ristorazione in alcuni capitali europee tra cui Bruxelles e
Copenaghen.
A sostegno
dell’evento di Berlino l’attribuzione
del Patrocinio da parte dell’Ambasciata d’Italia che vuole con questo
manifestare grande apprezzamento per il successo commerciale ottenuto sul
mercato tedesco da rinomati produttori del calibro del Conte Tasca d’Almerita,
Planeta, Donnafugata, Cottanera e di tutti gli altri con gli ormai famosi vini
Nero d’Avola, Insolia, Catarratto, Grillo, Etna Rosso.
L’iniziativa
organizzata dall’ICE, Istituto Nazionale per il Commercio Estero, in collaborazione con la Regione Siciliana,
intende mettere in risalto una delle principali realtà produttive italiane che
concorrono al successo dei vini italiani all’estero. I punti di forza dei vini
italiani sul mercato tedesco sono l’elevato rapporto qualità/prezzo e la
crescita di notorietà dei vini delle regioni meridionali tra cui in particolare
la Sicilia.
Il primato dei
vini italiani sul mercato tedesco si è tradotto nel 2009 con una quantità
importata che ha superato i 6,3 milioni di ettolitri (+ 5,1% rispetto al 2008),
che rappresentano ben il 43,7% delle importazioni vinicole tedesche. 756
milioni di € il valore raggiunto nelle importazioni dai vini italiani con una
quota del 37,5%.
Andamento positivo
del vino italiano anche sugli altri mercati mondiali con un’esportazione
quantitativa complessiva che ha raggiunto nei primi nove mesi del 2009 un
volume di oltre 14 milioni di ettolitri con un incremento rispetto allo stesso
periodo del precedente anno del 9,5%.
Con una quota di
oltre il 13% dell’intera produzione nazionale la Sicilia si colloca al 2° posto
tra le regioni vitivinicole italiane, corrispondente ad una produzione media annuale,
nel periodo 2004-2008, di 6,4 milioni di ettolitri. La superficie complessiva
siciliana investita a vite da vino ammonta a quasi 120.000 ettari di cui il 65%
a varietà bianche. La maggior parte di questi vigneti sono coltivati in zone
collinari (65%) e la forma di allevamento prevalente è quella più moderna a
spalliera. L’85% delle uve sono varietà indigene tra cui Nero d’Avola,
Grecanico, Frappato, Grillo, Inzolia, Catarratto, etc.. Tra i vitigni
internazionali coltivati in Sicilia vanno annoverati lo Chardonnay, il Merlot,
il Sauvignon e lo Syrah.
Nel 2008 la
Sicilia ha esportato 338.000 ettolitri di vino per un valore di quasi 82
milioni di €. Il 78,2% di questo volume è dato da vino imbottigliato. In volume
il primo mercato di esportazione per il vino siciliano è la Gran Bretagna,
mentre in valore è la Germania.
Quasi 150 i vini
siciliani che verranno presentati dai rispettivi produttori all’interno della
Schloßsaal del Kempinski Hotel Bristol a partire dalle ore 13.00. 7 i vini
selezionati dal Prof. Attilio Scienza in rappresentanza del panorama vinicolo
regionale per il seminario che si terrà al piano terra del Kempinski all’interno della Gartensaal a partire dalle
ore 15.00.
Il programma
completo sull’evento ed i dettagli sui vini presentati è reperibile sul sito www.weinlanditalien.de.
L’invito a
visitare il workshop siciliano e a partecipare al seminario condotto dal Prof.
Attilio Scienza in collaborazione con la giornalista tedesca Veronica Crecelius
agli operatori tedeschi è stato reclamizzato con un’azione pubblicitaria sulla
stampa specializzata di settore e con la produzione e la spedizione diretta di
3.000 inviti agli operatori del commercio specializzato nazionali, alla
ristorazione ed hotelleria della città di Berlino, nonché ai giornalisti
tedeschi.
Per ulteriori
informazioni: www.weinlanditalien.de. Ice, de.it.press
Palermo - La
Biblioteca dell’Assemblea regionale siciliana avvierà, in collaborazione con la
Bayerische StaatsBibliothek di Monaco di Baviera, la digitalizzazione del
proprio patrimonio per favorirne l’accesso su Internet.
Il patrimonio nel complesso comprende 120
mila documenti, di cui circa 60 mila volumi, 1.350 titoli di riviste e
periodici e 150 testate di giornali, una ventina delle quali dal 1947 e circa
25 ancora in pubblicazione, nazionali ed internazionali (The Times, Le Monde,
International Herald Tribune). E ancora, la raccolta degli atti parlamentari
sin dalla prima seduta del 1947, le Gazzette ufficiali della Repubblica, della
Regione siciliana.
Ma l’accesso ai testi sulla rete e l’uso
delle tecnologie digitali creano, a questa come a tutte le biblioteche, il
problema posto dagli editori, del pagamento dei diritti d’autore da parte di
chi consulta le opere pubblicate in anni recenti (70 anni dopo la morte
dell’autore).
E’ superabile tale confine? Ed in nome di
quali valori? E cosa ne sarebbe dell’interesse di autori ed editori a sfruttare
legittimamente il valore commerciale delle opere dell’ingegno, qualora le biblioteche
mettessero in rete il loro intero patrimonio? E’ poi possibile trovare
un’alternativa all’attuale disciplina giuridica del diritto d’autore, a fronte
d’un mondo senza più confini, iperconnesso via Internet?
La Biblioteca dell’Ars, una biblioteca non
aperta al pubblico ma in grado di mettere il proprio vasto patrimonio a
disposizione della collettività grazie soprattutto all’impiego di Internet,
intende promuovere un serrato dibattito tra studiosi, tecnici e politici,
per l’elaborazione di proposte in grado di conciliare le esigenze degli autori
e degli editori (garantita in Italia dalla Siae), con quelle del “popolo di
Internet” che aspira al libero accesso alle “biblioteche digitali”: l’obiettivo
è anche e soprattutto quello di trasformare le biblioteche in luoghi di
esercizio del diritto all’informazione tutelato dalla Dichiarazione universale
dei diritti dell’uomo e dalle Carte costituzionali occidentali, tra cui quella
italiana, contenendo l’elusione e la trasgressione della legge sul diritto
d’autore messa a dura prova dai diffusi fenomeni della pirateria e dei download
illegali.
La proposta è stata lanciata giovedì 23
aprile presso la Sala Gialla di Palazzo dei Normanni, in occasione del convegno
promosso dall’Unesco per la Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore,
dal titolo “Le biblioteche pubbliche nell’era di Internet: digitalizzazione del
patrimonio, accesso a distanza, diritto d’autore”.
Dopo i saluti di Francesco Cascio, presidente
dell’Ars, di Gaetano Armao, assessore regionale per i Beni culturali, di Pino
Apprendi, Innocenzo Leontini e Antonino Bosco, deputati componenti della
Commissione di vigilanza della biblioteca, di Maria Concetta Cassata, della
Direzione generale per le biblioteche e il diritto d’autore del Ministero dei
beni culturali, di Vincenzo Guarrasi, preside della Facoltà di Lettere
dell’Università di Palermo, di Andrea Romano, preside della Facoltà di Scienze
politiche dell’Università di Messina, e di Giampaolo Frezza, preside del Corso
di laurea in Giurisprudenza della Lumsa di Palermo, sono intervenuti fra gli
altri: Pietro Virgadamo, docente di Diritto civile presso la Lumsa; Anna Maria
Tammaro, docente di Editoria e biblioteca digitale presso l’Università di
Parma; Klaus Kempf, direttore del Dipartimento incremento raccolte e
digitalizzazione della Biblioteca di Stato BSB di Monaco di Baviera e
Commendatore della Repubblica italiana; Luigi Cecere, direttore della sezione
Olaf della Siae di Roma; Massimo Travostino del Centro Nexa, gruppo di lavoro della
Creative Commons Italia di Torino.
I lavori sono
stati coordinati da Eugenio Consoli, direttore della Biblioteca dell’Ars.
Il convegno è
stato organizzato in collaborazione con l’Assessorato regionale per i Beni
culturali, la Biblioteca centrale della Regione siciliana, l’Università di
Palermo, la Libera università Maria Ss. Assunta di Palermo,
Universitas-associazione laureati della Lumsa, l’Università di Parma, la
Bayerische StaatsBibliothek di Monaco di Baviera, la Siae, il Centro Nexa, la
Creative Commons Italia e l’Associazione italiana biblioteche. (Inform,
de.it.press)
Oggi in Campidoglio la consegna del Premio Simpatia all'Ambasciatore
tedesco Michael Steiner
Roma- Oggi lunedì
3 maggio alle ore 18 presso la Sala dell'Esedra del Marco Aurelio in
Campidoglio l'Ambasciatore tedesco Michael Steiner riceverà il Premio Simpatia.
Il premio, secondo
quanto stabilisce il suo statuto, "ha un carattere umano e popolare, vuole
essere la cronaca di un anno" con scelte che cadono su coloro che
"sappiano esprimere per nobiltà di azioni una immagine viva di simpatia e
di successo civile".
Ideato dallo
scrittore e giornalista Domenico Pertica, il Premio è giunto quest'anno alla
40. edizione. A ricevere la rosa in bronzo, simbolo del Premio, sono stati in
passato, tra gli altri, Sandro Pertini, Sofia Loren, Federico Fellini, Pier
Paolo Pasolini, Leonardo Sciascia, Rita Levi Montalcini e Alberto Sordi.
L'Ambasciatore
Steiner si è detto "molto commosso" alla notizia del Premio.
"Venire insignito dell' "Oscar Capitolino" è proprio una
splendida conclusione del mio periodo in Italia come Ambasciatore – afferma
l'Ambasciatore Steiner – un periodo in cui ho imparato ad apprezzare e amare
questo meraviglioso Paese, il calore degli italiani, la sua cultura oltremodo ricca".
(aise)
Oggi all’IIC di Berlino workshop della Basilicata in occasione del lancio
di “Parenti Lontani”
Berlino –
“Gustoso” fuori programma del progetto “Verso l’Europa-percorsi di
internazionalizzazione”, finanziato dalla Regione Basilicata e promosso dal
Distretto Agroindustriale del Vulture in collaborazione con la Camera di
Commercio di Potenza e la Camera di Commercio italiana per la Germania.
La Camera di
Commercio di Potenza informa che oggi 3 maggio, a Berlino, presso l’Istituto
Italiano di Cultura, in occasione della presentazione della traduzione tedesca
del libro di Gaetano Cappelli, “Parenti Lontani”, “il Desk Basilicata
(Sportello per le imprese del Vulture) ha organizzato un workshop con incontri
“btob” tra aziende lucane e attività commerciali, ristoranti italiani, enoteche
e gastronomie berlinesi.
“Parenti Lontani - spiega Daniela Marchese,
responsabile del Distretto del Vulture e coordinatrice del progetto “Verso
l’Europa” - parla del territorio lucano, del suo olio, dell’incantevole
abbinamento tra cultura e cibo. Abbiamo colto l’occasione per concretizzare il
contatto intercorso tra il nostro Desk e il presidente dell’Associazione
Ristoratori italiani a Berlino, Mario Ferrara, interessato ai prodotti della
Basilicata per ampliare il paniere del made in Italy di qualità a Berlino. Da
qui l’idea del workshop, a cui seguirà un aperitivo a base di prodotti lucani
da far degustare alla platea di scrittori, giornalisti ed editori tedeschi, in
una serata che vedrà anche la presenza dell’Apt Basilicata nell’ambito di una
sinergia produttiva tesa a presentare una Basilicata in perfetto equilibrio tra
tradizione e innovazione”.
“Di fronte a scenari globali sempre più
competitivi - aggiunge il presidente della Cciaa di Potenza, Pasquale Lamorte -
c’è la necessità di aprire, parallelamente alla presenza nelle più importanti
Fiere di settore, canali distributivi più diretti per i nostri produttori.
Ristoranti e gastronomie tedesche sono i luoghi ideali in cui iniziare a
veicolare le nostre tipicità in direzione di una clientela selezionata e
altamente qualificata, in grado di apprezzarne l’originalità e il giusto
rapporto qualità/prezzo, e di generare l’auspicata fidelizzazione”. (Inform)
Tour europeo di Claudio Baglioni: il 6 maggio a Monaco e il 7 a Stoccarda
Intervistare
Claudio Baglioni è come incontrare un vecchio amico di famiglia. Sembra di
conoscerlo da sempre, ti mette a tuo agio, non hai l’impressione di parlare con
una leggenda della musica italiana nel pieno dei preparativi del suo tour “Un
solo mondo” che toccherà i 5 continenti, tra cui due concerti in Germania. Lo
abbiamo intervistato per telefono.
ADESSO: Claudio il
prossimo 6 maggio sarai a Monaco di Baviera per un concerto al Circus Krone.
Qual è il tuo rapporto con il pubblico tedesco?
Claudio Baglioni:
Monaco è una tappa di questa tranche europea del tour che è iniziato il 24
aprile a Bruxelles e finirà a Londra il 29 maggio. Ci sono due concerti in
Germania: il 6 a Monaco appunto e il 7 a Stoccarda. Visto che il mio tour
toccherà i 5 continenti molto probabilmente ci saranno delle nuove tappe in
Europa e quindi anche in Germania il prossimo autunno. Tornando alla tua
domanda, negli anni ´80 sono già stato in Germania, ho partecipato a
trasmissioni televisive, ho rilasciato interviste. Poi mi sono concentrato su
altri paesi europei. Essendo venuto a mancare un rapporto continuativo con il
pubblico tedesco, questo per me è come un debutto, un inizio a cui tengo molto.
Inoltre sono molto onorato di suonare in un luogo storico come il Circus Krone.
Parlaci del tour
mondiale.
Il tour si chiama
“Un solo mondo” è iniziato nel febbraio scorso con le tappe in Nord America e
finirà nel febbraio del 2011. E’ un viaggio musicale in cui ripercorro i miei
quarant’anni di carriera. Come il nome stesso dice lo scopo è quello di unire,
di far incontrare le diverse culture del pianeta in una logica di dialogo e di
comprensione reciproca e non di scontro. Viviamo tutti nella stessa casa che è
il mondo. Durante il tour ho fatto e farò tanti incontri con i numerosissimi
italiani che vivono all’estero. Le loro storie mi interessano, mi affascinano.
Noi italiani siamo un popolo di viaggiatori.
Si possono
acquistare i biglietti per il concerto di Claudio Baglioni a Monaco di Baviera
il prossimo 6 maggio al Circus Krone nei punti vendita autorizzati o
telefonando al seguente numero 0049 (0)89-54818181. (Adesso online,
de.it.press)
Sarà esplorata dal
Cgie ogni possibilità di dialogo per eventuali emendamenti dell’ultima ora al
testo del relatore Tofani - Gli interventi del segretario generale Carozza, del
senatore Micheloni, del presidente della Consulta emiliano-romagnola Bartolini
e dei consiglieri Lizzola, Nardelli, Schiavone, Lombardi, Bertali, Inchingoli,
Pozzetti e Mangione
ROMA – La
seduta pomeridiana del secondo giorno del Cgie si è aperta con un momento di
riflessione sulla figura del consigliere di nomina governativa Archimede
Bontempi, scomparso all’inizio dell’anno. Il segretario generale del Cgie Elio
Carozza ha poi informato i consiglieri sull’esito dell’audizione svolta davanti
al Comitato per le Questioni degli Italiani all’Estero del Senato. L’incontro,
che ha avuto come protagonisti il segretario generale, quasi tutti i presidenti
delle commissioni tematiche del Cgie e una nutrita schiera di senatori, è
stato descritto da Carozza come un momento di apertura e chiarezza in cui è
stata affrontata soprattutto la questione del decreto che rinvia fino al
2012 le elezioni dei Comites e del Cgie. Anche alla luce di questo
rinnovato interesse verso le istanze del Consiglio Generale, Carozza ha
espresso soddisfazione per l’esito dell’audizione ed ha sottolineato la
necessità di tornare ad avere un rapporto normale con le istituzioni.
L’esigenza di riprendere il dialogo è stata evidenziata anche dal senatore del
Pd Claudio Micheloni, eletto nella ripartizione Europa, che ha inoltre
evidenziato come l’alto numero di senatori presenti all’audizione dei vertici
del Cgie rappresentino di per se un positivo segnale d’interesse.
Il Consiglio
Generale ha poi approvato all’unanimità un documento, che sarà inviato ai
presidenti di Camera e Senato, al governo, e ai gruppi parlamentari, in cui si
esprime preoccupazione per la decisione dell’esecutivo di rinviare per decreto
l’elezione dei Comites e del Cgie. Il testo chiede inoltre un ripensamento di
tale decisione e auspica un dialogo più continuo fra il Cgie e il ministro
degli Affari Esteri.
Elio Carozza
nell’introdurre il dibattito sulla riforma dei Comites e del Cgie ha ricordato
l’esigenza di inquadrare le modifiche delle leggi istitutive degli organi di
rappresentanza degli italiani all’estero nella più ampia stagione delle riforme
costituzionali che si sta rapidamente avvicinando. Il segretario generale ha
inoltre sottolineato la necessità di non trascurare eventuali aperture al
dialogo che possano portare all’introduzione di ulteriori emendamenti al
disegno di legge Tofani in discussione alla Commissione Esteri del
Senato.
Dopo l’intervento
del consigliere di nomina governativa Claudio Lizzola che ha auspicato il varo
di una riforma sulla rappresentanza condivisa e in
regola con il
futuro impianto federale dell’Italia, il vice segretario generale per i Paesi
dell’America Latina Francisco Nardelli ha ipotizzato un ulteriore sforzo del
Cgie volto ad elaborare un documento complessivo su tutto il sistema della
rappresentanza. “Affrontiamo questa sfida – ha esortato Nardelli – per dare un
ulteriore contributo a quanto già fatto”.
“Durante il lavoro
nel Comitato ristretto che ha elaborato la proposta di legge Tofani – ha
affernato il senatore Micheloni – abbiamo cercato di portare nel possibile una
rappresentanza organica a fronte di posizioni trasversali alle forze politiche
che apparivano perlopiù orientate a togliere questa prerogativa. Noi pensavamo
che la riforma era vitale per salvare la rappresentanza e non era immaginabile
una semplice operazione cosmetica su questi istituti… Il testo che abbiamo
elaborato non è sicuramente la migliore delle ipotesi, ma è quella che può
camminare nella realtà politica. Se un giorno verrà lo stato federale questo
nuovo consiglio generale, previsto dalla bozza Tofani, darà alle regioni, senza
che venga intaccata la loro autonomia, un luogo dove discutere politiche
comuni”. Il senatore del Pd ha auspicato un incontro fra i vertici del Cgie
e il relatore del testo di riforma degli organi di rappresentanza in
discussione al Senato, l’unico che può ancora presentare emendamenti, e ha
annunciato l’imminente avvio dell’iter, presso la prima Commissione del
Senato, della proposta di riforma della legge di attuazione del voto
all’estero.
“Sono
stupita – ha affermato il presidente della Consulta emiliano-romagnola Silvia
Bartolini - della disposizione che nella proposta di riforma della
rappresentanza prevede la presenza nel nuovo Cgie dei presidenti delle regioni
o degli assessori competenti. Vi è infatti il problema che spetta alle
regioni, sulla base della ripartizione dei poteri fra Stato e Regioni, decidere
le modalità d’attenzione alle politiche sull’emigrazione e il livello d’interazione
con il Cgie. Non risulta – ha proseguito la Bartolini- che da parte della
Conferenza dei presidenti vi sia stata una indicazione precisa sulla
questione…Ma allora a cosa serve la Conferenza Stato- Regioni - Province
autonome – Cgie?”.
Dopo l’intervento
del componente del Cdp per l’Europa Michele Schiavone che ha invitato il Cgie
ad elaborare un documento volto a suggerire obiettivi certi ed inderogabili
rispetto alla riforma degli organi di rappresentanza, anche il consigliere di
nomina governativa Norberto Lombardi (Pd) ha auspicato l’avvio di un dialogo
sulla bozza Tofani, purché però della riforma vengano garantiti alcuni punti
fermi. Secondo Lombardi infatti i Comites dovranno mantenere uno stretto
e diffuso collegamento con il territorio e avere la possibilità sia di
accogliere gli oriundi, sia di conservare poteri sostanziali, come ad esempio i
pareri sulla stampa specializzata . Per quanto riguarda invece le modifiche al
Cgie Lombardi ha evidenziato l’esigenza di salvaguardare la natura di questo organismo
di rappresentanza, che non è assimilabile nei poteri dei parlamentari eletti
all’estero, e di evitare l’elemento di rottura insito nell’introduzione dei
presidenti delle Regioni all’interno del Consiglio Generale. Una disposizione
che va contro l’autonomia delle regioni. Dal canto suo il consigliere Alberto
Bertali (Gbr.) ha sottolineato la necessità di evitate il muro contro muro e di
cercare di ottenere il possibile sulla riforma, accettando anche qualche
compromesso. Bertali ha inoltre ipotizzato l’avvio di un’operazione di immagine
che faccia conoscere e vedere gli aspetti positivi del Cgie. L’idea di far
ripartire il confronto è stata sostenuta anche dal vice presidente della VI
Commissione Antonio Inchingoli (MCL) che ha auspicato l’attivazione di un
tavolo tecnico legislativo, per la riforma di Comites e Cgie, in cui possano
confrontarsi il governo, il Consiglio generale, le regioni, i comites e le
associazioni. “Io credo che il dialogo - ha dal canto suo
affermato il consigliere di nomina governativa Claudio Pozzetti (Frontalieri-
Cgil) - sia sempre auspicabile e che tutto sia emendabile. Bisogna quindi
cogliere la possibilità di un confronto con il relatore della riforma in
discussione al Senato”. “Il Cgie – ha ricordato Silvana Mangione, vice
segretario generale per i Paesi Anglofoni - rappresenta le comunità nel mondo e
propone idee. Il Cgie non è un doppione dei parlamentari eletti all’estero che
legiferano e rappresentano tutto il popolo italiano. E’ dunque necessario che
nella riforma il Consiglio Generale, che raccorda le collettività, le
istituzioni e le regioni, continui ad essere un organo di rappresentanza. Nella
nuova legge deve anche apparire il concetto che al Cgie spetta il compito
di fare sintesi delle istanze delle comunità all’estero”.
La seduta si è
conclusa con l’intervento del segretario generale Carozza che ha evidenziato
come dal dibattito sia emersa la disponibilità del Cgie ad esplorare le
opportunità ancora sul tappeto per un possibile contributo alla stesura della
riforma. (G.M.- Inform)
Plenaria Cgie. Quale nuovo ruolo per il Condiglio Generale degli Italiani
all’estero?
Roma - Atti
concreti, mobilitazioni generali contro il rinvio delle elezioni dei Comites,
chiedere un incontro al Ministro Frattini, fare lobby, rilanciare l’immagine
degli italiani all’estero: sono solo alcune delle proposte dei consiglieri del
Cgie che, sollecitati dal segretario generale Elio Carozza, hanno dato vita al
dibattito sul ruolo della rappresentanza dopo il rinvio del rinnovo di Comites
e Cgie al 2012. La prima giornata della assemblea plenaria del Consiglio
generale è iniziata con il contestato intervento del sottosegretario Mantica:
ribadita la posizione del Governo, per Carozza era necessario dibattere sui due
organismi, anche stravolgendo l’odg dei lavori. E così è stato.
Primo ad
intervenire Carlo Consiglio (Canada): "sono un uomo di parte, come sapete,
e i miei maestri, Tremaglia e Zoratto, mi hanno insegnato che quando si tratta
di sopravvivenza si deve restare uniti. Perché è del nostro futuro che stiamo
parlando". Dunque servono "atti concreti" per "far sentire
la nostra voce" anche a dispetto di chi, come Mantica, dice che non
serviamo. Una posizione personale, per Consiglio, non di tutto il Governo
"visto che Frattini non è dello stesso avviso. Dovremmo avere un altro
sottosegretario, che almeno rispetti la forma". Comites e Cgie, per
Consiglio, devono promuovere "una mobilitazione generale" contro
"lo strano connubio Micheloni-Mantica che ha deciso di far morire i Comites".
Per alleggerire il
clima, Gian Luigi Ferretti (Italia) ha deciso di usare l’ironia: "diamo
atto al sottosegretario della puntualità nonostante i problemi al carrarmato!
Lui ci vuole bene, come Fini vuole bene a Berlusconi. Quando ha parlato dei panzer
divisionen si riferiva alle "divisioni" delle risorse e poi – ha
aggiunto – il rinvio al 2012 serve chiaramente a far avverare la profezia dei
Maya sulla fine del mondo, ma solo di quello dell’emigrazione!". Tornando
serio, Ferretti ha invitato a "fare opera capillare di lobbying e
informazione. Nessuno qui vuole conservare la poltrona: noi vogliamo lasciare
il posto al nuovo, ma per farlo servono le elezioni. Agli eletti all’estero
chiediamo aiuto per le nostre collettività, ma anche per la loro sopravvivenza
perché dopo il Cgie toccherà a loro". Concludendo, Ferretti suggerisce
pure un escamotage: "la legge prevede che quando in un Comites si
dimettono tanti consiglieri è d’obbligo tornare alle elezioni. Ci si potrebbe
pensare".
Per Michele
Consiglio (Italia) il Governo quando pensa alla rappresentanza degli italiani
all’estero sbaglia prospettiva: "la presenza degli eletti all’estero – ha
spiegato – va inquadrata nella dimensione internazionale del mondo del cambia.
Le rappresentanze territoriali sono altro. Dunque non c’è
contrapposizione". Comites e, di conseguenza, Cgie "vanno rinnovati
subito; questo allungamento di tempi li ucciderebbe, serve una rigenerazione e
non solo generazionale", conclude Consiglio d’accordo con il suo omonimo
circa l’opportunità di una "mobilitazione generale".
Molto critico con
il Governo, Michele Schiavone (Svizzera) ha stigmatizzato il fatto che
"non esiste un progetto di politica per gli italiani all’estero. Il
Governo procede arbitrariamente, usa la crisi come pretesto e tagli ovunque. Il
nostro compito è quello di trovare una via affinché l’opinione pubblica si
renda conto di cosa discutiamo". Quanto alla riforma di Comites e Cgie, ha
concluso, "sfatiamo questo mito del bipartisan: quella in Senato porta la
firma di Tofani e risponde ad una precisa parte politica".
Tra i cinque
consiglieri rimasti in Sala per ascoltare Mantica c’era anche Alberto Bertali
(Gran Bretagna): "sono rimasto, come vi avevo annunciato ieri, non per
mancanza di sostegno al Consiglio, ma perché credo che ascoltare sia una dote
necessaria a chi negozia". Detto questo, Governo e Cgie, per Bertali,
"sono su posizioni talmente diverse che se non dialoghiamo non si vede
futuro. Quali armi abbiamo? I nostri eletti all’estero. Possiamo arrivare a
lavorare assieme per avere un gruppo coeso in Parlamento che supporti le nostre
idee?", si è chiesto il Consigliere, secondo cui, poi, "il Cgie deve
ribaltare l’immagine degli italiani all’estero che oggi è decaduta e scadente;
magari potremmo fare proposte invece che vecchie richieste".
Un richiamo
all’unità è giunto anche da Norberto Lombardi (Italia) che nel suo lungo
intervento ha voluto ricordare che il Ministro Frattini è il presidente del
Cgie. di conseguenza, per Lombardi, Carozza dovrebbe chiedere un incontro al
ministro per sottoporgli tre questioni: "essere presidente del Cgie è una
rappresentanza istituzionale: credo che possa mettere in agenda due ore
all’anno da passare con noi. Secondo punto: il clima è mutato non solo al Mae
ma anche nelle sedi diplomatico-consolari all’estero, il cui personale è molto
plasmabile dagli orientamenti politici, dunque dobbiamo chiedere al ministro
che non ci sia disattenzione verso questo atteggiamento. Infine, la delega a
Mantica che ha il pregio della chiarezza, ma non certo quello di capacità
d’ascolto e mediazione". Lombardi ha quindi ribadito la "urgenza di
andare al voto" per rinnovare i Comites. "Pensare a riorganizzare la
rappresentanza intorno agli eletti all’estero sarebbe un tragico errore.
Accettiamo al sfida dell’innovazione: per i prossimo due anni saremo un
osservatorio delle politiche sugli italiani all’estero".
Per Luciano Neri
(Italia) il rinvio delle elezioni è stato "uno svilimento della
democrazia. Qui si vuole fare a meno dei corpi intermedi di rappresentanza".
Il ruolo della
rappresentanza dopo il rinvio del rinnovo di Comites e Cgie al 2012 è stato il
tema che ha animato anche gli interventi pomeridiani dei consiglieri Cgie.
Il primo ad
intervenire è stato Francisco Nardelli, consigliere e vicesegretario generale
per l’America Latina, che si è detto "perplesso" per questa nuova
linea politica del Governo che "non promuove la diffusione della lingua e
della cultura italiana nel mondo, non tutela gli anziani indigenti e ci leva il
diritto della rappresentanza". In questo contesto, per Nardelli, bisogna
agire "scendendo sul territorio e coinvolgendo i Comites", avviare
"un dibattito che porti a posizioni unitarie" e intraprendere in
Italia "un percorso di sensibilizzazione delle Regioni".
Un po’ in controtendenza
con gli altri consiglieri Cgie, Tommaso Conte, componente del CdP per l’Europa
e Nord Africa, il quale ha affermato che al Cgie "non serve il plauso di
tutti quanti" ma serve piuttosto una "riflessione critica" visto
che "quello che sta succedendo non dipende tanto dall’atteggiamento
"caratteriale" del sottosegretario Mantica" quanto da un
"sentimento che sta cambiando nei riguardi degli italiani
all'estero".
"Chi è
l'italiano al'estero?", è questa, per Conte, "la domanda che dobbiamo
farci per arrivare a soluzioni e riflessioni diverse da quelle fatte finora. È
una riflessione che il Cgie deve fare su se stesso", ha aggiunto il
consigliere concludendo: "dobbiamo mettere in campo idee e iniziative
intelligenti per far capire agli italiani in Italia che noi possiamo essere una
risorse per loro".
Anche Riccardo
Pinna (Sudafrica) ha affermato che, a suo modo vedere, "c'è una regia più
profonda" dietro questo atteggiamento del Governo. "Il
sottosegretario Mantica", ha detto, "fino ad oggi non ci ha dedicato
il tempo e il rispetto che noi tutti meritiamo. Decidiamo una giornata e un
orario per fare manifestazione davanti a Consolati e Ambasciate italiane in
tutto il mondo". Pinna ha poi detto di sentirsi "triste e
deluso" di rientrare ogni dalla sua comunità italiana in Sudafrica
"con notizie di tagli o sciagure".
Ha quindi preso la
parola Franco Santellocco, presidente della V commissione del Cgie, sostenendo
che "va bene manifestare uno stato disagio e di forte preoccupazione per
la difesa di diritti legittimi degli italiani che vivono fuori
dall'Italia" ma è meno accettabile "manifestare fastidioso astio nei
confronti dei nostri parlamentari eletti all'estero". Dobbiamo, ha
spiegato Santellocco, "riflettere un po' di più visto che non siamo il centro
del mondo ma solamente i rappresentanti di un variegato mondo, quello
dell’emigrazione, che oggi è cambiato. Di questo", ha sottolineato,
"dobbiamo tenere conto nel rapportarci con il nostro referente diretto, il
sottosegretario Mantica". Per Santellocco c’è ormai uno "scollamento
con la base" ed è dunque necessario "recuperare il dialogo vero con
l’associazionismo e con i Comites, ed esaltare l’importanza del Cgie nella
forma e nella sostanza". Santellocco ha poi osservato che "il Cgie
negli ultimi anni non ha dato che il 50% delle sue potenzialità". Non ha
prodotto, ad esempio, "un documento organico convergente e condiviso
relativamente al rinnovo della legge istitutiva, ma solo 4 fogli e mezzo di
raccomandazioni, lasciando agli altri la facoltà di recepire. Il Cgie,
inoltre", ha aggiunto Santellocco, "non ha mai coinvolto stampa
italiana all'estero nella diffusione di notizie sull’impegno del Cgie". Il
consigliere ha poi voluto evidenziare l’importanza del Cgie rendendo noto che
entro 3 mesi anche in Algeria esisterà un organismo di rappresentanza di questo
tipo, composto da 95 membri e molto simile al modello italiano. Santellocco ha
concluso il suo intervento incitando il Cgie a fare uno sforzo per coinvolgere
di più le Regioni dato che "ci stiamo avviando verso uno Stato
Federale" e che ci sarà dunque un conseguente "potenziamento"
delle stesse.
Il consigliere
Claudio Pozzetti (Italia) ha poi evidenziato la necessità di un "impegno
concreto di tutti e in particolare dei parlamentari, sia eletti all'estero che
in Italia, per cambiare questo decreto che rinvia il voto dei Comites. È sotto
tiro tutto il sistema della rappresentanza degli italiani nel mondo", ha
rilevato Pozzetti aggiungendo: "con questo rinvio questo sistema rischia
di morire per inerzia e questa forse è la speranza di coloro che non hanno
capito l'importanza di questo mondo". Secondo Pozzetti manca "una
politica complessiva del Governo verso gli italiani all'estero". Una
questione che, spiega, "non riguarda gli schieramenti politici".
Bisogna inoltre "sviluppare un offensiva politica e mediatica" visto
che finora "non siamo stati capaci di comunicare bene".
"Il
sottosegretario Mantica parla di dialogo ma non sa che il dialogo si fa in
due", ha poi commentato il consigliere Augusto Sorriso (Stati Uniti).
"Non abbiamo mai avuto dialogo, nemmeno in Comitato di Presidenza. Il
nostro interlocutore, il Governo, non credo che si sia rappresentato a dovere.
Avere un sottosegretario deciso a smantellare tutto è un assurdo
politico".
Per Sorriso
bisognerebbe dunque "avere un interlocutore diverso, "che non può più
essere Mantica. Non credo nemmeno che il governo sia sulle stesse
posizioni", ha osservato. "L'impressione che si vuole dare al'esterno
è che noi siamo concorrenti ai parlamentari eletti all'estero e non è così!
Siamo i sindacalisti degli italiani all'estero e difendiamo le istituzioni e le
comunità".
La parola è
passata a Dino Nardi, componente del CdP per l’Europa e Nord Africa. "Come
italiano all'estero e come membro di questo consiglio sono indignato perché
Mantica ha da sempre messo in discussione l'impianto degli italiani all'estero
per il quale gli emigrati hanno lottato a lungo. Sono indignato anche perché
siamo testimoni incolpevoli di questo sgretolamento dei diritti degli italiani
all'estero". Questo "smantellamento", che comprende tra le altre
cose l’impoverimento della rete consolare e la chiusura di alcuni uffici, la
lingua e la cultura e l'assistenza agli emigrati indigenti e i tagli
all'informazione degli italiani all'estero è per Nardi, "una follia e uno
scandalo". L’indignazione di Nardi è anche dovuta al fatto che "per
la prima volta abbiamo un delegato per gli italiani all'estero che non vuole
rappresentarci e che non ci rappresenta".
È intervenuta in
assemblea anche Silvana Mangione, vicesegretario generale per i Paesi
Anglofoni, sottoponendo ai presenti una domanda: "la visione del governo è
quella che c'è stata presentata da Mantica o quella presentata dal
sottosegretario Letta nella corso della Conferenza Stato- Regioni – Province
Autonome e Cgie?". In quell’occasione Letta parlò dell’importanza della
diffusione della lingua e della cultura italiana e del fatto che "l'Italia
deve molto all'Italia che vive fuori dai confini nazionali". "C'è un
grossa differenza tra queste due visioni", ha commentato Mangione.
"Qual'é la posizione al Governo?. Quello che mi spaventa", ha
continuato Mangione, "è che la miopia nei confronti degli italiani all’estero
stia diventando una miopia dell'Italia intera. È una miopia che ucciderà il
Paese" chiudendolo in se stesso, dentro ai suoi confini nazionali.
Chiedere un
incontro con il ministro Frattini e sottoporre a lui i 3 aspetti sottoposti in
mattinata dal consigliere Norberto Lombardi: questa invece la proposta di Carlo
Consiglio (Canada) che ha aggiunto: "nelle Commissioni Continentali, oltre
ai Comites, bisogna assolutamente coinvolgere i giovani e l’associazionismo per
far sentire la loro voce. Mangione", ha continuato Consiglio, "ha
sottolineato la posizione diversa del sottosegretario Letta rispetto a Mantica:
è opportuno cercare di stabilire la verità, scrivere al ministro Frattini al
presidente del Consiglio, avvisandoli che ci troviamo di fronte a due posizioni
completamente diverse".
Per Andrea Amaro
il Cgie oltre al consueto documento conclusivo dovrebbe anche "lanciare un
appello, un volantino da distribuire ricorrendo anche all'aiuto di associazioni
e patronati", un appello che spieghi le nostre posizioni e lanci una
mobilitazione, un vero e proprio movimento che sappia far capire le
rivendicazioni che intendiamo avanzare". Quanto al decreto del governo sul
rinvio delle elezione dei Comites, Amaro ha detto che provoca due effetti
"devastanti" cioè "il rischio di provocare una depressione degli
organi di rappresentanza all'estero e il rischio che si vada, consapevoli o no,
verso una logica di "partitizzazione politica" degli organismi
rappresentativi all'estero. Sulla questione degli eletti all’estero Amaro ha
poi aggiunto: "caduto il Cgie non è vero che verrebbero valorizzati gli
eletti all'estero. Mantica non negozierebbe neanche con loro".
Lorenzo Losi, vice
segretario generale per l’Europa e l’Africa Nord, è convinto che prima di
decidere la "rottamazione" della rappresentanza degli italiani
all’estero il Governo "avrebbe quantomeno dovuto chiedere il parere degli
interessati. La macchina degli italiani all'estero è stata costruita in Italia
ma anche dagli stessi emigrati italiani!. Per fortuna", ha aggiunto,
"c'è libertà fuori dall'Italia" e i nostri connazionali all’estero,
che sono "una grande risorsa per noi, continueranno ad organizzarsi"
autonomamente.
Un appello
all’unità tra Cgie, Comites e parlamentari eletti all’estero è stato lanciato
da Nestico Pasquale, componente del CdP per i paesi Anglofoni, secondo cui si
rileva oggi un "problema di immagine" di queste rappresentanze. Una
programma di unità e di rilancio che, a suo avviso, si potrebbe racchiudere
nello slogan "campagna – parla – con – comites", dove
"parla" fa riferimento anche alla figura del parlamentare. Un
problema di immagine che, anche per Walter della Nebbia (Stati Uniti),
purtroppo "giustifica questi attacchi verso la rappresentanza degli
italiani all’estero".
"È un
problema di public relations", ha spiegato Della Nebbia. "Bisogna
fare una campagna di pubblicità costante, giorno per giorno, e far sentire
questa problematica anche al di fuori del ministero per sensibilizzare
l’opinione pubblica. Ha chiuso l’assemblea Anna Ruedemberg Pompei (Svizzera)
invitando alla tutti "mobilitazione", ad un’"azione
salvavita" che attivi in tempi brevi tutti gli attori coinvolti, i
Comites, la stampa e tutta la comunità italiana in Italia e all’estero.
(tom.samp.\aise)
Plenaria Cgie. Ancora su ruolo e funzione del Cgie, il dibattito della
seconda mattinata di lavori
Oltre ai
consiglieri, intervengono i parlamentari Pedica, Pastore, Narducci, Randazzo e
Garavini. Il saluto e il sostegno del vice presidente della Camera Rosy Bindi:
“Italiani all’estero troppo penalizzati dai vincoli di bilancio” e promette un
impegno per ridiscutere il rinvio del rinnovo dei Comites
ROMA – Riprende il dibattito sul ruolo e la
funzione del Cgie nella seconda mattinata di lavori dell’assemblea plenaria del
Consiglio generale degli italiani all’estero, mercoledì 28 aprile, con
l’intervento di alcuni parlamentari, compreso quello del vice presidente della
Camera dei Deputati Rosy Bindi.
Stefano Pedica, senatore dell’Idv e autore di
una proposta di legge che prevedeva, insieme alla riorganizzazione del sistema
della rappresentanza degli italiani all’estero, l’abolizione del Cgie, segnala
all’assemblea di non essere d’accordo con la proposta di riforma attualmente in
discussione alla Commissione Esteri del Senato, “che non risolve il problema,
ma accorpa gli organismi e sostanzialmente li mantiene – dice. Pedica è
contrario anche ai rinvio al 2012 delle elezioni dei Comites e considera “un
fallimento delle istituzioni il fatto che in 12 mesi non si sia riusciti a
mettere a mano alla materia della rappresentanza degli italiani all’estero”,
indispensabile per il senatore, non solo alla luce dell’ingresso al Parlamento
degli eletti nella circoscrizione Estero, ma per “eliminare gli sprechi e i
doppioni e valorizzare concretamente i valori dell’italianità, della cultura e
della lingua tante volte discussi in questo vostro Consiglio”. Si tratta quindi
di “sopprimere un quadro obsoleto” per Pedica, che non vuole parlare di
“cancellazione del Cgie, bensì – precisa - di una doverosa riorganizzazione del
sistema della rappresentanza, ancor più urgente in tempo di crisi”. “Le
funzioni di questo vostro consiglio – segnala Pedica – sono state assorbite dai
parlamentari eletti all’estero e lo sviluppo delle potenzialità locali può
essere affrontato dagli organismi a più stretto contatto con le collettività,
ossia i Comites”. Il disegno di legge presentato dal senatore prevede inoltre
l’utilizzo del voto elettronico per l’elezione dei Comitati degli italiani
all’estero “uno strumento che potrebbe essere sperimentato in questo caso per
un suo futuro utilizzo anche nelle elezioni politiche – aggiunge.
Non si fanno attendere le risposte di alcuni
consiglieri: Andrea Amaro (Italia) ricorda al senatore come la proposta da lui
formulata non sia di certo condivisa dal Consiglio generale; Lorenzo Losi (Gran
Bretagna), domanda perché intervenire sui Comites e Cgie con proposte di
modifica “dall’alto”, piuttosto che formulate in seno alle collettività;
Riccardo Pinna (Sud Africa) evidenzia che all’abolizione del Cgie dovrebbe
conseguire un considerevole aumento del numero dei parlamentari eletti
all’estero (dovuto al numero dei connazionali nel mondo) e Claudio Pozzetti,
responsabile dei lavoratori frontalieri, evidenzia come la posizione di Pedica
non risulti condivisa da tutto l’Idv nel suo insieme.
Maria Piera Pastore, deputata della Lega Nord
ricorda che “se è indiscutibile che gli italiani all’estero debbano essere
rappresentati in Parlamento, vi sono tuttavia delle difficoltà oggettive nella
modalità in cui avviene la loro elezione. Difficoltà – dice - che debbono
essere migliorate, così come è emerso nel corso dei lavori della Giunta
parlamentare delle elezioni”.
Contesta la logica del contenimento delle
spese in riferimento ai tagli sui corsi di lingua e cultura italiana e alla
modifica della rappresentanza Franco Narducci, deputato eletto per il Pd nella
ripartizione Europa, che segnala come numerosi Paesi europei investano nella
cultura risorse notevolmente più ingenti di quanto non faccia l’Italia. “Il
costo del funzionamento dei Comites si aggira intorno ai 4 milioni di euro –
rileva Narducci – ma il beneficio che ne deriva al Paese, così come per
l’investimento in cultura, è incalcolabilmente più grande di questa cifra spesa”.
Egli condivide la necessità di stabilire nuovi compiti e ruoli per il Cgie, ma
“mantenendo i 3 livelli di rappresentanza che sono logicamente e
necessariamente legati tra di loro e interconnessi”. “La democrazia non si
rafforza cancellando i corpi intermedi – fa notare Narducci – ma ridefinendo
compiti e finalità delle parti in causa, per cui occorre ridare dignità agli
strumenti che rafforzano la rappresentanza degli italiani all’estero”.
Nino Randazzo, senatore eletto per il Pd
nella ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide, riporta la “disastrosa
situazione delle politiche destinate agli italiani all’estero” ad “una volontà
politica che è alla base dell’atteggiamento provocatorio di Mantica nei vostri
confronti e che ora impedisce il procedere della riforma dei Comites e del
Cgie”. Randazzo parla in proposito di “forze ostili o negatrici di qualsiasi
tipo di rappresentanza degli italiani all’estero”. “Affermare che i
parlamentari sostituiscono il ruolo del Cgie è una falsità – prosegue l’esponente
Pd, che teme anche le ripercussioni che una riforma costituzionale più volte
annunciata potrebbe sul numero degli eletti all’estero.
Sostiene le manifestazioni di contrarietà del
Cgie all’atteggiamento di Mantica e una mobilitazione – anche territoriale -
per far risaltare il ruolo e l’importanza del Consiglio generale, specie agli
occhi dell’opinione pubblica italiana, Laura Garavini, deputata eletta per il
Pd nella ripartizione Europa. La Garavini parla di “un crescendo di misure
attuate da questo governo contro i connazionali all’estero, secondo una logica
di disattenzione, per non dire vera e propria volontà di danneggiare questi
ultimi”. “In questo quadro non mi stupisce l’attacco alla rappresentanza –
prosegue l’esponente Pd, – ora formalizzato con il rinvio al 2012 delle
elezioni dei Comites”. “Una presa di posizione del governo contro cui noi
parlamentari del Pd ci batteremo – afferma Garavini, che mette in guardia dal
tentativo esplicito “ di metterci gli uni contro gli altri”. “Parlamentari eletti
all’estero e Cgie non sono incompatibili e se è vero che abbiamo constatato
disponibilità nel rivedere le modalità dell’esercizio di voto, nel senso di un
perfezionamento e di una maggior trasparenza di quest’ultimo, ciò non può
essere considerato un impegno dato in cambio dello smantellamento della forma
di rappresentanza”.
“E’ una responsabilità storica delle
istituzioni del nostro Paese non aver mai valorizzato sufficientemente la
vivacità della presenza italiana all’estero; vivacità a cui è in gran parte
legato il buon nome dell’Italia, e oggi, il momento particolarmente impegnativo
per la nostra finanza pubblica ha eccessivamente pesato su questa nostra
collettività – ha detto Rosy Bindi, intervenuta per un saluto all’assemblea.
“La partecipazione democratica e il rinnovo degli organismi però non può mai
essere sacrificato alle logiche di costi ed efficienza – ha proseguito il vice
presidente della Camera, assicurando ai consiglieri un impegno affinché si
possa ritornare sulla decisione del rinvio dei rinnovo dei Comites e auspicando
per essi una maggior applicazione del principio delle pari opportunità tra
uomini e donne.
“Vi invito a lavorare con noi affinché in
sede parlamentare ci possiate dare il massimo contributo per le modifiche che
si possono apportare per un voto all’estero dotato delle garanzie di
partecipazione e trasparenza necessarie, al riparo da ogni possibile dubbio –
ha concluso Rosy Bindi, sollecitando il Consiglio generale ad una
collaborazione anche alle manifestazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia.
“Aiutateci a coltivare l’idea di patria e di unità nazionale – ha detto - di
cui voi siete esempio”. (Viviana Pansa – Inform)
Immigrazione, negli Usa mobilitazione contro legge anti-clandestini
dell'Arizona
Protesta in 47
città contro il provvedimento che “trasforma in sospetti criminali tutti gli
abitanti di origine ispanica” - dal nostro corrispondente Anna Guaita
NEW YORK (1°
maggio) – Primo maggio di protesta in 47 città degli Stati Uniti. Gli immigrati
latino americani hanno deciso di scendere in strada, e gli occhi dei politici
si sono fissati su di loro. Se si constaterà che a Los Angeles, New York,
Chicago, le manifestazioni hanno attirato decine di migliaia di manifestanti,
vorrà dire che i gruppi di difesa degli immigrati sono riusciti a superare i
disaccordi che li dilaniavano e a ritrovare l’unità che aveva caratterizzato la
primavera del 2006, quando proteste e dimostrazioni si succedettero nel Paese,
con la partecipazione di centinaia di migliaia di persone.
La protesta era
allora diretta contro una proposta di legge federale che avrebbe sancito la
criminalizzazione dei clandestini. Le manifestazioni bloccarono il cammino
della legge, e coalizzarono il voto ispanico a favore del partito democratico e
ai danni di quello repubblicano. Ecco dunque spiegato il rinnovato interesse
dei politici: se il primo maggio di protesta avrà raccolto un grande seguito,
il dibattito di quest’anno elettorale non potrà più ignorare e rimandare
l’irrisolto problema degli undici milioni di clandestini che vivono e lavorano
nel Paese.
A far tornare gli
immigrati (legali e non) in strada è la legge anti-clandestini approvata una
settimana fa dallo Stato dell’Arizona. La legge, firmata dalla governatrice Jan
Brewer, repubblicana, è stata lievemente modificata in senso meno restrittivo
giovedì sera dalla legislatura statale, ma non abbastanza da sedare il
malcontento e l’allarme che essa ha generato in una larga parte del Paese. Come
ha denunciato il New York Times, la legge “trasforma in sospetti criminali
tutti gli abitanti di origine ispanica dell’Arizona, anche se sono immigrati
con regolare permesso di soggiorno, o cittadini americani”.
Nella sua versione
originale, e più severa, la legge dava alla polizia mandato di fermare e
chiedere i documenti di residenza a chiunque fosse “sospetto di essere
illegale”, di fatto concedendo agli agenti un mandato per agire secondo il
principio anticostituzionale del “racial profiling”. Nella versione “corretta”
la polizia dovrà chiedere i documenti di immigrazione solo a chi venga fermato
per altri motivi. Ma i difensori degli immigrati notano che si possono trovare
mille scuse per fermare una persona, e quindi la polizia potrà continuare a
“puntare” gli ispanici e ad applicare il racial profiling, anche se in modo
camuffato. Se la persona fermata non avrà le carte in regola, verrà messa in
prigione, anziché essere consegnata alle autorità di confine per essere
rimandata in patria. E se viaggiava nell’auto di un’altra persona, anche questa
verrà messa in prigione, per favoreggiamento.
Davanti a una
legge così severa, non solo il presidente Barack Obama si è detto preoccupato
di “potenziali abusi e violazioni”, ma anche vari esponenti del partito
repubblicano, non ultimo quel Karl Rove che era stato la “mente” delle campagne
presidenziali di George Bush. Dopotutto, Bush era riuscito a conquistare al suo
partito un buon 40 per cento del voto ispanico, proprio promettendo una riforma
dell’immigrazione che fosse severa ma anche umana e rispettosa dei diritti
civili degli individui. Quella legge però non si è mai fatta. E neanche Obama,
che si era impegnato a realizzarla subito, è ancora riuscito a stilare una
proposta, mentre i senatori del suo partito solo ieri hanno presentato 26 paginette
che descrivono le “grandi linee” di una possibile riforma.
E’ stato davanti
all’inazione del governo federale, che l’Arizona si è sentita in diritto di
muoversi di sua iniziativa, violando il principio secondo il quale in materia
di immigrazione è Washington ad agire e non le capitali statali. L’Arizona
sostiene che il problema non è più solo l’immigrazione illegale, ma il crescere
della criminalità, anche se le statistiche dell’Fbi sembrano provare il
contrario e cioè che negli ultimi anni la criminalità legata all’immigrazione
illegale è diminuita. Resta il fatto che il problema esiste, che negli Stati di
confine al sud è avvertito in modo drammatico, e che per ora non si vede una
soluzione nazionale a breve scadenza.
Se il problema
degli illegali esiste, la strada della criminalizzazione scelta dall’Arizona
non piace a tutti. Il sindaco di Los Angeles, Antonio Villaraigosa, ha invitato
i suoi concittadini a scendere per strada il primo maggio, indossando una
camicia bianca e sventolando la bandiera americana. Altre città hanno accolto
lo stesso invito. E nel frattempo c’è chi ha proposto un boicottaggio
dell’Arizona, come avvenne quando lo Stato si rifiutò di rispettare la festa
nazionale dedicata alla memoria di Martin Luther King: allora il boicottaggio
costò allo Stato molte centinaia di milioni e lo spostamento della finale del
Superbowl del 1992 a Pasadena (California). La stessa punizione potrebbe
ripetersi l’anno prossimo, quando si dovrebbe tenere a Phoenix la “All Star”,
l’amichevole di baseball fra tutti i grandi campioni. Alcuni esponenti
ispanici, notando che il 40 per cento dei giocatori di baseball sono di origini
latino-americane, pensano che lo sport dovrebbe penalizzare lo Stato che tratta
in modo così duro chi abbia origini ispaniche. E non basta: in questi giorni,
numerose associazioni che programmavano di andare Phoenix per i loro convegni
annuali hanno deciso di rivolgersi altrove, e sembra che ci siano anche state
moltissime cancellazioni di turisti negli alberghi.
Ma – a riprova che
il tema è molto caldo e divide l’opinione pubblica – è sorto anche un movimento
contrario al boicottaggio, il “buy-cot”, come dire “compraggio”, dal verbo
“buy”, “comprare”: chi ammira lo Stato del sud per la severa legge
anti-clandestini propone di sostenerlo con i propri acquisti, e arginare così i
possibili effetti devastanti del boicottaggio. Im 2
Grecia, c'è l'accordo Fmi-Ue. Scontri ad Atene
La Grecia ha
stretto un accordo con l'Ue e l'Fmi che apre le porte ad un piano di
salvataggio finanziario multi-miliardario, ma che richiederà grossi sacrifici
da parte dei greci. Il primo ministro greco George Papandreou, durante un
consiglio dei ministri, ha annunciato: «Abbiamo costruito un meccanismo di
supporto dal niente», ha detto il premier. «Pochi giorni fa abbiamo chiesto la
sua attivazione e oggi ratifichiamo l'accordo. Si tratta di un pacchetto di
aiuti senza precedenti per uno sforzo senza precedenti da parte del popolo
greco» Papandreou ha sottolineato che senza nuovi sacrifici il paese andrebbe
in bancarotta. «Questi sacrifici servono per darci respiro e il tempo
necessario per fare grandi cambiamenti».
L'accordo
rappresenta il primo salvataggio di un membro del blocco di 16 nazioni con la
stessa valuta da parte degli altri paesi -- un passo che i trattati Ue
scoraggiano esplicitamente, ma che è stato ritenuto necessario per evitare una
divisione della zona euro.
Un incontro dei
ministri delle Finanze della zona euro, previsto oggi a Bruxelles per le 16,
dovrebbe ratificare il piano di aiuti, che potrebbero raggiungere 120 miliardi
di euro in tre anni e che saranno forniti in cambio di pesanti misure di
austerity. La Grecia e i suoi sostenitori internazionali sperano che l'accordo
possa frenare una crisi che ha scosso i mercati in tutto il mondo, sollevando
timori di contagio ad altri membri Ue come Portogallo e Spagna e ha evidenziato
profonde divisioni all'interno del blocco. Ieri, in migliaia hanno marciato per
le celebrazioni del primo maggio ad Atene, urlando slogan contro le misure di
austerity, che la gente teme danneggeranno solo i poveri e trascineranno il
paese ancor più nella recessione. L’U 2
La crisi della Grecia. Chi dà i voti (e li sbaglia)
«La grande crisi
della finanza globale? Il frutto dell’esplosione di un sistema finanziario-
ombra cresciuto come un gigantesco party alcolico senza regole» pieno di
ragazzi ubriachi «fatti entrare dalle agenzie di "rating" che
all’ingresso distribuivano carte d'identità false». Così Paul McCulley di
Pimco, il più grande fondo obbligazionario del mondo, descrive le genesi di una
tempesta che, nel 2008, ha portato l’intero sistema creditizio mondiale sull’orlo
dell’autodistruzione. I colpevoli sono molti, ma un ruolo particolare l’hanno
avuto strane creature private con una funzione pubblica: le agenzie che con i
loro voti decretano l’affidabilità di un titolo obbligazionario emesso da una
società, ma anche dei titoli del debito pubblico di decine di Stati sovrani.
Dovevano essere giudici competenti e imparziali e invece hanno promosso (a
raffica) e bocciato (quasi mai) sulla base più della loro convenienza privata
che di valutazioni oggettive. Due anni fa, concedendo il massimo dei voti alle
obbligazioni-salsiccia di moda a Wall Street, hanno aperto la strada verso il
disastro. Oggi, con bocciature intempestive del debito di alcuni Paesi europei,
rischiamo di rendere ingestibile una crisi che da Atene si sta già propagando
fino alla penisola iberica. Bocciature, peraltro, dettate più da una volontà di
autoconservazione e dal timore di essere accusati di inerzia che dal
cambiamento di dati che erano e sono sotto i loro occhi.
Un downgrading ha
senso se l’agenzia, grazie alla sua professionalità, a una superiore capacità
d’analisi, capisce in anticipo che la posizione di un Paese si sta
deteriorando. Intervenire quando i numeri sono già noti in tutta la loro
gravità e il mercato ha già reagito, chiedendo maggiori interessi sui titoli di
Stato emessi da Paesi con conti pubblici in disordine, aumenta solo la
confusione e rischia di vanificare i tentativi dei governi di correre ai
ripari. Un giudizio competente e indipendente sull’affidabilità degli
investimenti sicuramente serve, ma si può continuare a lasciare una funzione
pubblica tanto delicata nelle mani di società private che le gestiscono in modo
così irresponsabile? Non è certo il caso di nazionalizzare questa funzione, ma
non conforta di certo vedere le banche centrali o agenzie federali come la Sec
(l’istituto che vigila sulla Borsa Usa)—che sicuramente dispongono di
professionalità interne e autorevolezza superiori a quelle delle agenzie di
«rating»—affidarsi a loro per i giudizi sulla base dei quali vengono selezionati
gli investimenti più rilevanti. Certo, lo fanno in base alle regole che i
governi si sono dati e che sono rispecchiate anche dagli accordi di Basilea.
Forse è ora di prendere atto che non è più possibile tenere in piedi un sistema
di «rating » diffusosi a partire dagli anni 70, limitandosi a piccoli
correttivi.
Da anni si discute
dei conflitti d’interesse che affliggono Moody’s, Standard & Poor’s e
Fitch, i tre oligopolisti del «rating». All’inizio di questo decennio la legge
americana Sarbanes-Oxley ha cercato di regolarli più strettamente dopo lo
scandalo Enron i cui titoli venivano ancora giudicati un buon investimento
quattro giorni prima della sua bancarotta. Correttivi inutili, vista la
facilità con la quale l’aurea «tripla A» è stata concessa ancora nel 2006-2007
a una marea di emissioni di titoli basati su mutui «subprime», ad alto rischio.
La Commissione del Congresso Usa che venerdì scorso ha «torchiato» in
un’audizione i capi di queste agenzie, accusati di aver anteposto il profitto e
il volume del giro d’affari delle loro società al rigore delle analisi, ha
accertato che il 93 per cento dei titoli che avevano ricevuto il massimo voto
di affidabilità, sono stati declassati a «spazzatura». La gravità della crisi
del debito sovrano di un numero crescente di Stati richiede un monitoraggio
serio e azioni di stabilizzazione, non l'agitazione di agenzie che sembrano
muoversi, ormai, come variabili impazzite. Massimo Gaggi CdS 30
La sede della Regione Calabria a Bruxelles "costa troppo e produce poco"
Catanzaro - La
sede della Regione Calabria nella capitale belga "costa troppo e produce
poco". È l’opinione dell’Assessore regionale al Bilancio ed alla
Programmazione della Calabria Giacomo Mancini, espressa nel corso di una
ricognizione fatta all’Unità Organizzativa Autonoma (UOA) "Politiche
comunitarie" di Bruxelles.
"È
inimmaginabile – ha detto Mancini - per le casse della Regione continuare a
sobbarcarsi il costo di circa trecentomila euro ogni anno solo per le spese di
affitto e di gestione di un immobile eccessivamente lussuoso, senza che - ha
continuato Mancini - venga messo in campo in maniera più determinata un intenso
lavoro che consenta di conoscere, indirizzare e veicolare l’enorme flusso di
informazioni e di finanziamenti che vengono definiti dalle istituzioni
comunitarie".
"La sfida che
ci poniamo – ha proseguito l’Assessore alla Programmazione - è quella di
proiettare l’immagine positiva e propositiva della nuova stagione della
Calabria personificata dal Governatore Scopelliti per definire una forte rete
di relazioni e di lobbing utile per far crescere il settore produttivo
calabrese, per informare e guidare le istituzioni locali e le imprese nelle
procedure progettuali comunitarie, e per indirizzare verso la nostra regione
gli investitori stranieri".
"Per
realizzare questa ambizione - ha concluso Mancini - vorremmo coinvolgere le
giovani intelligenze della nostra terra per le quali studieremo un modo per
proporre un percorso formativo presso i nostri uffici a Bruxelles sotto la
guida di dirigenti brillanti (che non siano abbandonati a loro stessi come è
avvenuto fino ad oggi) e capaci di far guadagnare credibilità e autorevolezza
alla Calabria in Europa e insieme di promuovere sviluppo per la nostra
terra". (aise)
La crisi finanziaria, il petrolio nel Golfo del Messico, il terrorismo:
tutte le spine di Obama
WASHINGTON - Un
presidente sfortunato. Da quando entrò alla Casa bianca, Obama è sotto assedio.
Combatte su più fronti, alcuni ereditati dal predecessore Bush, come la più grave
crisi finanziaria ed economica dagli Anni trenta e la guerra dell’Afganistan,
altri apertisi all’improvviso, come la catastrofe ecologica della piattaforma
petrolifera nel Golfo del Messico e una recrudescenza del terrorismo. Fronti su
cui ha sinora conseguito un’unica vittoria, la controversa riforma sanitaria,
anche se l’economia comincia a dare segni di ripresa. E che anziché unificare
dividono sempre più il paese. La catastrofe del Golfo del Messico e la
ricomparsa dei terroristi, di cui alcuni catturati l’autunno scorso mentre
programmavano un attentato alla metropolitana di New York, sono forse il
rischio maggiore per Obama. La catastrofe del Golfo del Messico perché potrebbe
metterlo nella condizione di impotenza di Bush di fronte all’uragano Katrina
del 2005. La recrudescenza del terrorismo perché potrebbe rinfocolare le accuse
rivoltegli alle elezioni del 2008 di esser troppo morbido per riuscire a
contenerlo. Sebbene, su questo fronte rimanga da accertare se l’auto bomba di
Times square sia islamica o americana, ossia se l’attentatore appartenga ad Al
Qaeda o alla destra armata Usa. A Obama restano due anni e mezzo di mandato per
spezzare l’assedio. Ma ha bisogno di vittorie nei prossimi mesi per liberarsi
della nomea di presidente sfortunato ed evitare che alle elezioni di novembre i
democratici, il suo partito, perdano il controllo del Congresso. La vittoria
più vicina e più facile, data la indignazione popolare per gli abusi di Wall
Street, sembra quella della riforma finanziaria. Il resto è un’incognita. Non a
caso Obama, in un discorso all' università del Michigan, ha invitato le forze
politiche a moderare i toni e compattarsi: questa polarizzazione, ha ammonito,
è un invito agli estremisti e alla violenza.
L’U 2
Wall Street, la regola dell'immoralità
Memorizzate questa
data: il ventidue giugno dell’anno 2007 – il giorno in cui Wall Street fece
cadere il velo e mostrò il suo aspetto più becero e meschino.
Alle 16,32 di quel
fatidico pomeriggio, Tom Montag, all’epoca uno dei dirigenti della Goldman
Sachs, mandò un’email ad un collega nella prestigiosissima banca d’affari.
Montag, come tutti
i grandi banchieri, era presissimo e la sua missiva consisteva di una sola
riga: «Ragazzi, l’Obbligazione Lupo è stata proprio merdosa». Quelle sette
parole inglesi potrebbero diventare il motto di un modo di interpretare l’alta
finanza che è stato una delle cause dell’implosione dell’economia mondiale e
dell’enorme crisi di fiducia nel settore bancario.
Vi risparmio la
descrizione della complicatissima Obbligazione Lupo: vi basti sapere che si
trattava di un titolo pieno di mutui «subprime» che crollò in valore dopo pochi
mesi quando gli indigenti debitori smisero di pagare. Il dettaglio
fondamentale, però, è che la Goldman vendette un miliardo di dollari di queste
obbligazioni a investitori - intascando milioni in commissioni - nonostante
l’opinione scatologica del Signor Montag.
Ma non è finita.
Grazie alle investigazioni di un gruppo di agguerritissimi senatori americani,
sappiamo che la Goldman non solo creò e smistò un prodotto «sospetto», ma ci
scommise pure contro, comprando dei contratti che le garantivano dei pagamenti
ogni volta che il titolo perdeva valore.
Per ricapitolare:
mentre gli investitori in Timberwolf stavano rimettendoci centinaia di milioni
di dollari (uno dei fondi d’investimento andò persino in bancarotta), la
Goldman ci guadagnava di suo. Altro che Lupo: i cervelloni della banca d’affari
quell’obbligazione l’avrebbero dovuta chiamare Squalo.
Bisogna dire che
la condotta della Goldman non è illegale – anche se la società è stata accusata
di frode dall’authority americana per un’altra obbligazione molto simile a Lupo
(Goldman nega quelle accuse). Anzi, i banchieri della Goldman non si stancano
mai di ripetere che non hanno mai avuto nessun dovere di dire ai clienti quello
che pensano dei titoli che gli vendono.
In questo hanno
ragione: nel mondo della finanza americana «caveat emptor» è una delle regole
immutabili. I fondi d’investimento che si sono fatti azzannare
dall’Obbligazione Lupo sarebbero dovuti stare più attenti a quello che
compravano. Ma alla luce degli eventi epocali del 2007-2009, una spiegazione
strettamente legale non basta più. Dopo aver partecipato a follie finanziarie
che sono costate miliardi di dollari e milioni di posti di lavoro, la domanda
da porre a Wall Street è di natura morale, non legale. È etico per una banca
mettere i propri interessi al di sopra di quelli dei suoi clienti? È giusto per
un venditore mettere in vetrina prodotti che sa che sono marci? Per Goldman - e
molte altre banche - la risposta è sì. Se i clienti vogliono un prodotto, loro
glielo vendono - per una bella commissione - senza tante remore e crisi di
coscienza, salvo riservarsi il diritto di fare dei soldi scommettendoci contro.
Per gran parte
della gente e la classe politica la risposta è no. Come ha detto il senatore
repubblicano John Ensign, che di scommesse se ne intende visto che viene dal
Nevada, durante un’udienza parlamentare con dirigenti della Goldman questa
settimana: «Las Vegas si dovrebbe offendere quando viene paragonata a Wall
Street: a Las Vegas gli scommettitori conoscono le loro probabilità di
vittoria, voi invece manipolate le probabilità a partita in corso».
Un casinò truccato
dove il banco vince sempre. Se questa è l’immagine del sistema finanziario più
grande e sofisticato del mondo, non bisogna essere uno dei geni matematici che
hanno inventato Timberwolf per capire che Wall Street ha un problema serio.
Un problema che
non scomparirà da solo e certo non viene risolto dallo spettacolo a cui ho
assistito martedì: 11 ore di colloquio tra capi della Goldman e senatori e
nemmeno una traccia di pentimento nelle facce o nelle parole dei banchieri.
Lloyd Blankfein,
l’amministratore delegato della Goldman che nel 2007, l’anno di Timber-wolf, si
portò a casa 68 milioni di dollari, l’ha detto chiaro e tondo ai senatori che
protestavano che una banca che vende prodotti con una mano e scommette con i
suoi soldi con l’altra è al centro di gravi conflitti d’interesse. «Non ci vedo
nulla di male», ha detto martedì. Ogni crisi finanziaria ha le sue vittime e i
suoi carnefici e la Grande Recessione degli anni 2007-2009 non fa eccezione. Le
vittime le conosciamo bene: gli americani medi convinti che i prezzi delle case
non sarebbero caduti mai, che avere sette carte di credito, quattro macchine e
cinque televisori fosse normale e che il «sogno americano» di prosperità
infinita non si sarebbe mai infranto.
I carnefici sono
anch’essi molti e molto noti (una classe politica, spronata dal banchiere
centrale Alan Greenspan, che s’innamorò della deregulation; agenzie di credito
che chiusero gli occhi; e investitori accecati dalla chimera dei soldi facili).
Ma se le banche continuano a negare l’evidenza saranno le uniche a pagare per
colpe non tutte loro. L’ostinazione e l’arroganza di un banchiere milionario
che dice: «Non c’è niente di male» non aiuta né la sua banca né un settore che,
al momento, è meno rispettato dei venditori di auto usate (e perfino dei
giornalisti...).
Le riforme stanno
arrivando a grande velocità con un bel carico di populismo acchiappa-voti - non
è un caso che le accuse di frode contro Goldman siano state annunciate proprio
quando l’amministrazione Obama stava avendo difficoltà a convincere i repubblicani
a passare la legge che ridisegnerà il sistema finanziario Usa.
La «regola
Volcker» - che prende il nome dal vecchio capo della Federal Reserve e
proibisce alle banche di usare fondi propri per comprare e vendere titoli e
investire in società - sarà sicuramente approvata e banche come la Goldman (ma
anche rivali come la Morgan Stanley e la JPMorgan) dovranno dire addio a
miliardi di utili. E forse è questa la soluzione più giusta ai problemi di Wall
Street: lasciare dei soldi sul tavolo - come dicono i banchieri quando non
riescono ad estrarre la commissione più alta possibile da un cliente - e in
cambio evitare misure draconiane e punitive che potrebbero mettere a rischio il
futuro di uno dei settori più importanti dell’economia statunitense.
Abbandonare i
mercati rischiosi ma redditizi di prodotti complessi ed esotici, dei titoli
tipo Timberwolf e delle scommesse con i propri soldi non sarà facile per
banchieri, banche e investitori che si sono abituati a utili altissimi e bonus
principeschi.
Il «ritorno al
futuro» - al ruolo di banche come intermediarie di flussi monetari tra
compratori e venditori piuttosto che protagoniste di azioni finanziarie con
capitale proprio - non sarà facile soprattutto perché questi tipi di servizi
non sono molto remunerativi. L’alternativa però è essere al centro del tifone
del dopo-crisi - identificati come colpevoli da una classe politica che è
praticamente obbligata ad infierire sui banchieri e le loro società per
soddisfare la sete di sangue di un pubblico arrabbiato. Dopo tanti anni di
caveat emptor, sarebbe utile per Wall Street adottare la regola del «caveat
venditor». FRANCESCO GUERRERA, caporedattore finanziario per il Financial Times
a New York. LS 2
Belgio, primo sì a divieto del burqa
La crisi di governo
non ha fermato i deputati belgi che all'unanimità, salvo solo due astensioni,
hanno votato questa sera la proposta per il divieto assoluto del burqa islamico
nei luoghi pubblici. Il Belgio diventa così il primo paese occidentale a
prendere una decisione di questo genere, che ora per diventare definitiva
attende il via libera anche da parte del Senato, sempre che le Camere non
vengano sciolte prima per indire elezioni anticipate.
Se il passaggio in
Parlamento filerà via liscio, con la nuova legge proposta da liberali, col
sostegno dei cristiano-democratici fiamminghi e francofoni e dei socialisti, il
Belgio batterà sui tempi la Francia, dove l'esame di una proposta sul velo
islamico, pur senza un divieto totale, è previsto per maggio. La proposta approvata
questa sera prevede un'ammenda da 15 a 25 euro e/o una settimana di detenzione
per chiunque si presenterà in un luogo pubblico col volto coperto o mascherato
in tutto o in parte in modo da rendere impossibile l'identificazione.
Eccezioni sono
previste per le feste di carnevale e vari esperti in Belgio hanno espresso
dubbi sulla verà utilità di una legge di questo genere dato che regolamenti di
polizia vietano di coprire il volto già in molti comuni belgi. Il testo e
soprattutto il voto così schiacciante di questa sera hanno però una valenza
simbolica. Entro l'estate burqa e niqab, peraltro non troppo diffusi in Belgio,
potrebbero sparire da strade, parchi, ristoranti, ospedali scuole e tutti gli
edifici destinati al pubblico. Per i promotori dell'iniziativa si tratta non
solo di assicurare la pubblica sicurezza ma di rispettare la dignità delle
donne, assicurando il rispetto di principi democratici fondamentali. L’U 30
Elezioni in Gran Bretagna. Il peso della crisi inglese sul voto
AI primi di aprile
il Polling Report, una pubblicazione semi-ufficiale di sondaggi, attribuiva il
38% dei consensi ai conservatori di David Cameron, il 30% ai laburisti
dell’attuale premier Gordon Brown e il 20% ai demoliberali di Nick Clegg. Dopo
quattro settimane di campagna elettorale e i tre scontri televisivi tra i tre
principali leaders, che ne sono stati momento più significativo, si registra un
ben diverso scenario. Secondo l’ultimo sondaggio ai conservatori è attribuito
il 41% ai demoliberali, la vera novità di questa campagna elettorale, il 32% e
ai laburisti il 25%. Che i conservatori fossero in testa, salvo l’oscillazione
di qualche decimale, lo si sapeva da mesi, anzi da anni. Del resto è nella
logica della politica inglese, che ci sembra di poter definire di “pendolarismo
perfetto” che dopo tredici anni di governo Laburista fosse la volta di un
governo Conservatore. Ma la vera novità, rivelata da questa campagna
elettorale, è la crescita inattesa e impetuosa dell’eterna terza forza dei
Liberal-democratici che, alle ultime elezioni, quelle del 2005, non raggiunsero
che il 22% e del loro leader, un personaggio anomalo nel panorama politico
britannico. Nick Clegg ha trascorso molto tempo all’estero, in particolare a
Bruxelles, che per l’inglese medio non è certo la mecca, parla varie lingue
straniere, mentre i politici britannici, quando va bene, non vanno al di là di
un francese stentato e pensa, un’idea realmente rivoluzionaria, che le
“relazioni speciali” con gli Stati Uniti che hanno caratterizzato la politica
britannica dalla crisi di Suez (1956) in poi non riflettano più gli interessi
del Paese.
L’ascesa dei
demoliberali, che sono sempre esistiti nella politica britannica, ma che
l’iniquo, per i proporzionalisti, sistema elettorale britannico, aveva sempre confinato
in una posizione largamente minoritaria (nel Parlamento eletto nel 2005 con più
di un quinto del suffragio popolare i demoliberali avevano ottenuto appena un
decimo dei seggi) è un segno che qualcosa sta cambiando anche nella società
britannica. La crisi economica ha inferto ferite dolorose alla classe media e
medio piccola inglese. Il Paese i cui conti erano discreti fino a due anni fa,
si è svenato per i salvataggi delle banche. I 1.630 miliardi di debito pubblico
e il deficit di bilancio pari all’11,6% del Pil, esigono una severa cura
dimagrante e nessuno dei tre leaders, pur differenziandosi nella misura dei
tagli, 57 miliardi i Tory, 49% i demoliberali e 47% i laburisti, non ne hanno
nascosto l’inevitabile necessità. Ma nessuno ha detto con precisione come e
dove tagliare e tutti hanno invocato, come soluzione, una crescita sostenuta
che per ora non si vede. Le riforme della Thatcher hanno trasformato il Paese,
da prevalentemente industriale a prevalentemente terziario, con il particolare
sviluppo del terziario finanziario, ma la crisi e la globalizzazione hanno
cambiato il quadro economico generale. Oggi i problemi della Gran Bretagna sono
un po’ quelli degli Stati Uniti e cioè di inventarsi una nuova economia. Il
Paese nella sua maggioranza è cosciente dei sacrifici che si rendono necessari
e pertanto andrà alle urne sotto la pressione della crisi e delle sue
conseguenze enfatizzate dalle notizie provenienti dalla Grecia. Come l’impatto
della crisi favorì i democratici americani e Barack Obama, nel novembre del
2008, le conseguenze della crisi presente e dei sacrifici futuri potrebbero
favorire il partito Laburista piuttosto che quello Conservatore permettendogli
di raggiungere un risultato migliore di quello che gli attribuiscono i
sondaggi. Tutti gli analisti, compreso L’Economist, che li sostiene, danno
scontata la vittoria dei conservatori, ma è altrettanto diffusa l’opinione che
essa possa ridursi alla conquista del primo posto e non del governo e della
necessaria maggioranza. Bisognerà attendere giovedì prossimo come saranno
distribuiti i 646 seggi del Parlamento per sapere chi governerà il Regno Unito
nei prossimi anni. Se come è previsto da quasi tutti gli osservatori si
approderà ad un “hung parliament” cioè ad un Parlamento bloccato, come successe
l’ultima volta nel 1974, incapace di esprimere una maggioranza, allora una
coalizione tra i demoliberali e i laburisti è quella più probabile. L’attuale
partito Demoliberale è il risultato di una fusione tra i liberali e i
socialdemocratici, dopo l’uscita di quest’ultimi dal Labour degli anni ’80. Col
tempo le tensioni create dalla scissione si sono attenuate e comunque le
posizioni dei due partiti sono molto vicine. In politica interna tutti e due
sono obbligati dalla crisi alla riduzione della spesa e al rientro dal deficit
eccessivo. Ma restano le differenze nel condurre l’operazione: l’approdo ad un
sistema fiscale più equo come chiedono i liberali e i laburisti piuttosto che
una serie di tagli più netti e generalizzati come sarebbero quelli operati dai
conservatori. Temi come quelli del sostegno agli studenti delle classi
disagiate della scuola pubblica, un’economia compatibile con l’esigenze
ecologiste e una politica estera più aperta all’Europa, nonché un eventuale
ingresso nell’euro da escludere oggi ma da riconsiderare nel caso di una
Sterlina logorata dalle difficoltà del rientro dalla crisi, sono tutte
questioni che avvicinano i demoliberali ai laburisti e li allontanano dai
conservatori. In ogni caso assisteremo ad un negoziato per l’eventuale governo
di coalizione, non facile e molto più combattuto come nella tradizione del
parlamentarismo dell’Europa continentale. Inoltre nel caso di una buona
affermazione dei demoliberali, una delle condizioni del futuro governo di
coalizione sarebbe quasi certamente la richiesta di una modifica del sistema
elettorale in senso maggiormente proporzionale, nonostante la tradizionale
riluttanza ad adottare quello che dai politologi britannici viene definito come
lo “scenario italiano”. GIUSEPPE MAMMARELLA IM 2
1° Maggio. I giovani sappiano raccogliere una tradizione nata 120 anni fa
L'intervento del
Presidente in occasione della celebrazione della Festa del Lavoro
Vorrei iniziare
rivolgendo il più caloroso augurio ai lavoratori di ogni parte d'Italia, di
ogni età, condizione e categoria. Il 1° maggio è la loro Festa, e mi chiedo se
di ciò non si rischi di perdere il senso. E' certamente anche una giornata di
riflessione e di impegno, e come tale la celebriamo qui noi che rappresentiamo
le istituzioni e rispondiamo di precise responsabilità pubbliche o associative.
Ma non è superfluo
richiamare il dato originario della Festa come espressione di una nuova
coscienza di sé, come manifestazione gioiosa - da parte del mondo del lavoro -
dello status di libertà e dignità conquistato, da affermare e consolidare, nel
processo di sviluppo della società moderna. Libertà, anche, per i lavoratori,
di riunirsi in un giorno di speciale riconoscimento del proprio contribuito al
progresso generale, di godere il diritto di presentarsi socialmente e di far
festa collettivamente, fuori dai luoghi di lavoro, con le loro famiglie, come
cittadini e come popolo.
Sappiamo che
quella del 1° maggio è una tradizione che nasce, 120 anni orsono, in modo
drammatico, che per lunghi periodi viene contrastata e repressa con metodi
autoritari e perfino nel sangue, ma che nel nostro paese esce confermata e
rafforzata dalla lotta antifascista e dal processo costituente. E mi auguro che
le giovani generazioni sappiano raccoglierla anche nei suoi tratti festosi, in
forme, s'intende, corrispondenti a nuovi costumi individuali e collettivi.
Spero che questo
1° maggio possa essere vissuto con animo meno angosciato di un anno fa anche in
Abruzzo, anche a L'Aquila, dove sono stati offerti tra l'altro magnifici esempi
come quello della Sanofi Aventis (di cui ho appena incontrato una
rappresentanza), dove con un immediato scatto di volontà dell'impresa e dei
suoi dirigenti e dipendenti si è ripreso subito dopo, o quasi subito dopo, a
lavorare e produrre.
Ora, che
l'insorgere di situazioni economiche difficili e complesse determini stati
d'animo diffusi in termini di disagio e di preoccupazione per i lavoratori e
per i giovani in cerca di lavoro, non toglie che il 1° maggio costituisca
l'occasione per esprimere la forte consapevolezza e fierezza del mondo e del
valore del lavoro, che hanno in effetti conosciuto - per effetto di
trasformazioni sociali e culturali non sempre positive - ingiuste
mortificazioni in tempi recenti.
Ho anche perciò
apprezzato il richiamo - da cui il Ministro Sacconi è partito nel suo
intervento - a quell'articolo 1 della nostra Costituzione che pone il lavoro a
fondamento della Repubblica. Non si tratta di un residuato post-bellico di
singolare marca italiana. Quel valore è la chiave dell'"economia sociale
di mercato" cui la più recente e attuale Carta di principi e di indirizzi
dell'Unione Europea - il Trattato di Lisbona - áncora il progetto dell'Europa
unita.
A valorizzare il
lavoro, a liberarne le potenzialità, a riconoscerne i diritti debbono dunque
rivolgersi le politiche economiche e sociali e le tendenze dello sviluppo nel
nostro paese. Non ci siamo nei decenni dell'Italia repubblicana mai liberati
dai limiti che hanno compresso l'effettivo godimento del diritto al lavoro da
parte di tutti i cittadini ; da tassi di disoccupazione e di inattività che
hanno attraversato molti alti e bassi ma sono rimasti spesso e a lungo elevati.
Ci tocca perciò oggi fare i conti con limiti e impedimenti ereditati dal
passato, con distorsioni e contraddizioni del passato e del presente, e anche,
in questo momento, con difficoltà nuove che emergono da nuovi contesti non solo
nazionali.
E possiamo in
sostanza dire che il tema fondamentale cui si legano le prospettive
dell'occupazione e della qualità del lavoro in Italia, è quello della crescita
e delle sue incognite. A mio avviso, il Ministro ha fatto una scelta opportuna
mettendo l'accento non tanto su andamenti positivi che pure si sono registrati
nell'ultimo anno, e che è ingiusto negare, nel confronto con altri paesi
europei, ma sul "lavoro che manca" e soprattutto sulla pesantezza dei
tassi di disoccupazione e di inattività dei giovani, specie delle giovani donne
- in termini ancora più gravi, insostenibilmente gravi, aggiungerei, nel Mezzogiorno.
Egli ha poi indicato alcuni dei nodi che si sono venuti aggrovigliando in
Italia e che occorre sciogliere con nuovi orientamenti e conseguenti
interventi, specie in materia di formazione.
C'è senza dubbio,
in tutta Europa - e qui il discorso dunque si allarga - "il rischio di una
ripresa senza occupazione", che almeno in parte fa tutt'uno col rischio di
una crescita debole, stentata, particolarmente poi in Italia nella scia
dell'ultimo quindicennio. E ulteriore luce su questi rischi viene dai fenomeni
di instabilità finanziaria che stanno scuotendo l'Euro, e investendo nel suo
insieme l'Unione Europea ; e in termini ancora più generali dalla mancata
soluzione dei problemi di assetto e regolamentazione del sistema finanziario
mondiale che hanno originato, a cominciare dagli Stati Uniti, la crisi globale
del biennio 2008-2009.
Mi si lasci quindi
collocare qui un particolare, forte richiamo alla necessità che si manifesti ai
massimi livelli dell'Unione Europea e dei suoi Stati membri, una più forte presa
di coscienza delle responsabilità comuni e una più coraggiosa volontà politica
per trarre, dai rischi che sono sotto gli occhi di tutti, decisioni coerenti di
rafforzamento dei meccanismi di integrazione e delle politiche comuni
dell'Unione. Ho accolto con grande sollievo e interesse le sollecitazioni che
in questo senso sono venute dal discorso pronunciato avantieri a Monaco dal
collega e amico Presidente della Repubblica Federale Tedesca Horst Köhler.
Infine, qualche
breve riferimento a fatti e questioni scottanti di casa nostra. E' un bel segno
quello che danno i segretari delle maggiori Confederazioni sindacali celebrando
insieme oggi il 1° maggio a Rosarno. Quale atroce bubbone sia scoppiato nel
gennaio scorso nella Piana di Gioia Tauro, ce lo dice l'operazione
"Migrantes" condotta in questi giorni dalla magistratura e dalle
forze di polizia di Gioia Tauro, cui rivolgo il più sincero, meritato
riconoscimento. Fenomeni di sfruttamento schiavistico del lavoro degli
immigrati, di ostentata e violenta illegalità a fini di manipolazione del
mercato del lavoro, sono intollerabili in un paese civile, intollerabili
nell'Italia democratica e vanno stroncati con ogni energia.
Nessuna
situazione, di difficile controllo dell'immigrazione nella sua componente irregolare
e anche in quella regolare, può giustificare violazioni evidenti delle leggi e
dei diritti dei lavoratori, perfino dei fondamentali diritti umani. Tantomeno
può giustificarle anche la più critica delle congiunture economiche.
Credo che abbiamo noi
tutti avvertito un senso di profondo sgomento e di ribellione morale ascoltando
qualche settimana fa in televisione la storia di Marta Lunghi, 22 anni, di
Ottobiano in provincia di Pavia, rimasta mortalmente infortunata nell'azienda
in cui lavorava in nero per 5 euro l'ora. Si era diplomata al liceo
linguistico, dedicava il tempo libero alla biblioteca comunale. Impossibilità
di trovare un'occupazione più qualificata, ripiegamento obbligato su un lavoro
frustrante e miseramente pagato nell'economia sommersa, privazione del diritto
alla sicurezza : quanti giovani sono vittime di questo insieme di condizioni di
minorità ?
Quindi, lo ripeto
per l'ennesima volta, nessun allentamento dell'impegno più severo per garantire
la sicurezza e la vita sul lavoro. E così, anche, un rinnovato impegno per
contrastare in tempi di crisi l'estensione dell'economia sommersa, con tutto il
suo corredo di illegalità e di effetti perversi, e per disboscarla
sistematicamente ed energicamente. Vedete, ricevo in ogni forma, e potrei dire
ogni giorno, appelli di giovani in condizioni penose di lavoro precario e di
lavoratori che rischiano di uscire del tutto dallo status di occupati.
Emblematico è
divenuto il riferimento a quel che rappresenta il call-center come unico
possibile spiraglio di occupazione e retribuzione temporanee per chi non riesca
a veder valorizzato il proprio talento e i propri titoli di studio. O mi
vengono segnalati casi di perdita brusca del lavoro anche in un call-center
come quello di una società collegata alla Fiat di Pomigliano d'Arco, grande
azienda cui peraltro si sta aprendo - e voglio darne apertamente atto al Gruppo
Fiat - una prospettiva di nuovo forte sviluppo.
Posso solo dire
che sono vicino a chi mi rivolge questi appelli, e ho in mente le loro
condizioni e le loro ansie, quando nell'ambito del mio ruolo, che non è un
ruolo di governo, mi esprimo sui temi della politica economica e sociale. Su
alcuni temi mi sono di recente espresso chiedendo alle Camere con messaggio
motivato una nuova deliberazione sulla legge in materia di rapporti di lavoro.
Voglio chiarire
che sono ora in attesa della conclusione del riesame parlamentare in corso :
apprezzerò vivamente ogni riscontro positivo alle osservazioni da me formulate,
ma astenendomi doverosamente da ogni commento e giudizio e procedendo quindi -
come la Costituzione tassativamente prescrive, anche se qualcuno mostra di
ignorarlo - alla promulgazione della legge nella nuova versione approvata dalle
Camere.
Nel concludere,
ringrazio sentitamente - insieme con il Ministro Sacconi - i Presidenti
Benedini, Diamantini e Tucci per i loro interventi e per gli impegni, loro
personali e delle rispettive meritorie organizzazioni rappresentative dei
Cavalieri del Lavoro, dei Maestri del Lavoro e dei Lavoratori Anziani d'Azienda
: impegni rivolti a rafforzare le più valide espressioni del mondo del lavoro,
e a proiettare verso le nuove generazioni la sua più preziosa eredità. GIORGIO NAPOLITANO LS 2
Si è aperta una
stagione senza feste civili. Dove i riti della memoria, che danno senso e
identità alla nostra Repubblica, vengono guardati - e
trattati - con insofferenza e indifferenza, da una parte del paese.
In particolare,
dalla maggioranza politica di governo. Anzitutto il 25 Aprile, che il premier
ha definito "Festa della Libertà". Non della "Liberazione".
Quasi fosse una celebrazione del suo partito. D'altronde, ha sostenuto un
amministratore del PdL, ci hanno liberato gli americani, non i partigiani, che
erano comunisti.
Abbiamo motivo di
credere, inoltre, che anche il prossimo 2 Giugno susciterà fastidio in alcuni
settori del centrodestra, in particolare nella Lega. Che vede nel tricolore e
nella nazione i simboli di un passato da superare. D'altronde, le celebrazioni
dei 150 anni dell'Unità d'Italia, ormai prossime, non sembrano al centro
dell'attenzione di questo governo. Anche perché parlare di Unità d'Italia, in
un paese tanto diviso, appare un ossimoro.
Il Primo Maggio
non si sottrae al clima del tempo. Al contrario. Non solo perché evoca le lotte
del movimento operaio e sindacale. Una versione in grande della "Festa
dell'Unità", dove si canta "Bella Ciao" e sventolano le bandiere
rosse. Il Primo Maggio disturba anche - e soprattutto - perché il lavoro e i
lavoratori appaiono, ormai, entità inattuali. Si dovrebbe parlare, semmai, del
"non lavoro". Della disoccupazione reale e di quella implicita.
Nascosta tra le pieghe dei lavoratori scoraggiati, che non risultano
disoccupati solo perché, per realismo, non si "offrono" sul mercato
del lavoro. E per questo non vengono calcolati nei "tassi di
disoccupazione". Ma anche dell'occupazione informale. E si dovrebbe
parlare, ancora, degli imprenditori, piccoli e piccolissimi, che stentano a
continuare la loro attività perché i clienti non li pagano, faticano ad
accedere al credito. E non riescono a mantenere l'azienda e i dipendenti.
Lavoratori e piccoli imprenditori "disperati". Per fare parlare di
sé, per essere "notiziabili", devono darsi fuoco, sequestrare i
dirigenti, appendersi alle gru. Oppure inventarsi
"l'Isola dei
cassintegrati", all'Asinara, recitando se stessi.
Lo abbiamo detto
altre volte, ma vale la pena di ripetersi. C'è uno squilibrio violento fra la
percezione sociale e la rappresentazione pubblica - mediatica - del lavoro e
dei suoi problemi. La disoccupazione è ormai in testa alle preoccupazioni degli
italiani, visto che 38% di essi la indica come l'emergenza più importante da
affrontare (Rapporto "Gli Italiani e lo Stato", Demos per Repubblica,
novembre 2009). Eppure se ne parla poco, sui media. Soprattutto in tivù. Tra le
notizie di prima serata del Tg1 monitorate dall'Osservatorio di Pavia (per la
Fondazione Unipolis) nello scorso settembre, ai problemi legati al lavoro, alla
disoccupazione, alla perdita dei risparmi era riservato il 7% sul totale delle
notizie. Per fare un confronto con le tivù pubbliche di altri paesi europei,
nello stesso periodo, Ard (Germania) dedicava ai temi del lavoro e della
disoccupazione il 21% delle notizie, Bbc One il 26%, France 2 il 41%. Eppure il
tasso di disoccupazione in Italia continua a crescere e oggi ha raggiunto
l'8,8% (dati Eurostat). Anche se il paese appare, anche in questo caso, diviso
in due. Sotto il profilo territoriale: nel Sud il tasso di disoccupazione si
avvicina al 20%. E sotto il profilo generazionale, visto che fra i giovani
(15-24 anni) il tasso di disoccupazione sale al 28%. Il più alto d'Europa.
Quasi 10 punti in più della media europea.
Ma i giovani, è
noto, non esistono. Sospesi fra precarietà e dipendenza dalla famiglia.
Protetti dai genitori, a cui affidano le chiavi del futuro (in cambio di quelle
di casa). In modo assolutamente consapevole. Come emerge da una recente ricerca
condotta da LaPolis dell'Università di Urbino per Coop Adriatica (che verrà
presentata nei prossimi giorni). Una frazione minima di giovani (15-35 anni)
pensa che, in futuro, riuscirà a raggiungere una posizione sociale migliore
rispetto a quella dei genitori. Mentre il 56% pensa il contrario. Ancora: il
23% dei giovani è convinto che, per farsi strada nella vita, la risorsa
migliore sia costituita dalla rete di relazioni e di "conoscenze
familiari". Quasi quanto l'istruzione, tradizionale fattore di mobilità
sociale. E poco meno dell'esperienza di lavoro e studio in Italia e all'estero
(26%). Inoltre, si sono abituati all'esperienza di lavoro temporaneo e
intermittente. Ma non rassegnati. Molti di loro, anzi, inseguono il "posto
fisso" (39%; ma tra i 15-17enni il 46%). Al tempo stesso si è raffreddato,
fra loro, l'entusiasmo per il lavoro in proprio e la libera professione attira,
oggi, il 25% di loro. Nell'insieme, il 49% dei giovani oggi si dice orientato
verso un'attività autonoma o professionale. Circa 10 punti in meno di 4 anni
fa. Nello stesso periodo, parallelamente, è risalito l'interesse verso la
grande impresa e il pubblico impiego. In altri termini, i giovani, sono
flessibili "per forza", non rassegnati alla precarietà. Sanno che li
attende un futuro difficile. E per questo fanno affidamento alla famiglia. La
considerano la risorsa mezzo per farsi strada nella vita. E, prima ancora, un
rifugio e una protezione. Meccanismo fondamentale del welfare all'italiana.
Pressoché ignorato dal sistema pubblico.
Così è più chiaro
perché il Primo Maggio susciti disagio. Nel centrodestra, dove è percepito, da
molti, una festa comunista. Ma, anche altrove. Perfino a sinistra, dove molti
la considerano un rito nostalgico. Dedicato a quando il lavoro era fonte di
vita, riferimento dell'identità, motivo di orgoglio. Mentre oggi l'evento
sindacale più significativo e partecipato, per celebrare il Primo Maggio, non è
una manifestazione rivolta ai lavoratori. Ma il tradizionale concertone rock
che si svolge in Piazza San Giovanni, a Roma. Affollata da una massa enorme di
giovani. Per una volta, insieme. Per una volta, visibili. Normalmente isolati,
intermittenti, frantumati, custoditi, controllati. Normalmente invisibili. Come
il lavoro. ILVO DIAMANTI LR 1
Una riflessione sulla festa della Liberazione
La ricorrenza del
25 Aprile ancora segnata da incidenti e polemiche. Eppure, come ha ricordato il Capo dello
Stato, è sinonimo di libertà e democrazia
In altra occasione, subito dopo la festa del
25 Aprile, ho fatto con i miei lettori un ripasso di storia. Quella vera, non
quella inventata e propagandata per anni. A spingermi, allora come oggi, fu “la
lettura - o l’ascolto - delle relative cronache piene di polemiche e di
contrasti che stridono con la memoria di una ricorrenza che consacra - o
dovrebbe consacrare - il concetto di unità nazionale”. Citazione che,
purtroppo, si rivela ancora valida, anche se, quest’anno, si è soprattutto
notato che l’antifascismo, più o meno di maniera, si riveste ormai di
antiberlusconismo. Sembra quasi che la guerra civile, formalmente conclusasi
nel 1945, sostanzialmente continui tuttora, sia pure in maniera meno
sanguinosa, ma pur sempre estremamente incivile.
Tanto da spingere Sergio Romano ad iniziare
il suo editoriale sul Corriere della Sera di domenica scorsa con una frase che
non lascia adito a dubbi: “Mentre onoriamo il 25 Aprile dovremmo chiederci
perché questa giornata sia stata spesso faticosamente festeggiata e abbia
diviso gli Italiani piuttosto che unirli”. Spontaneo addebitare ciò agli
eccidi, stragi, omicidi, torture, linciaggi messi in atto, nei due anni
successivi, dai partigiani comunisti; cioè alla mattanza sanguinaria, narrata
da Gianpaolo Pansa nel suo discusso ma veritiero libro “Il sangue dei vinti”,
che vide decine di migliaia di Morti, bambini compresi, molti del quali
tutt’altro che fascisti. Crimini compiuti, dissero, in nome della “libertà e
democrazia”, benché, se avessero prevalso, avrebbero instaurato in Italia una
dittatura sanguinaria come quella sovietica.
Ancora oggi gli amanti del pugno chiuso e
della bandiera rossa pensano di poter ancora contestare, per finalità politiche
attuali, con urla, offese, lanci di oggetti ed insulti, chi la pensa
diversamente da loro: all’epoca, Mussolini e i suoi seguaci, anche se è certo
che molti degli aderenti alla Repubblica Sociale Italiana fecero la loro scelta
in buona fede; adesso Berlusconi e chi lo sostiene. Uno spirito ben poco
unitario ma non imputabile, come sostiene il citato Sergio Romano nel suo
editoriale, al sentimento antirisorgimentale che impera oggi. E’ vero che, come
l’opinionista scrive, il Risorgimento ha perso, “per una parte crescente della
società nazionale, il suo valore positivo”, diventando “rivoluzione tradita per
alcuni, conquista coloniale per altri, operazione fallita per molti”. Ed è
anche vero che ufficialmente “non esiste più il Pci”. Ma i comunisti esistono
ancora, sventolano ancora le loro bandiere, si servono ancora di mezzi
violenti, come il lancio di oggetti e di uova, per impedire, agli avversari, di
esprimersi.
C’è ben poco di antirisorgimentale nell’urlo
“Fascista, vergogna, farai la fine di Mussolini” lanciato contro il sindaco di
Bergamo, Franco Tentorio, membro di una lista civica del centrodestra. O nei
fischi e fumogeni con i quali è stato accolto dai no global, a Torino,
l’intervento di Michele Coppola, assessore del Pdl della Regione oggi retta dal
leghista Cota. Neppure nel commento “è cosa buona e giusta” rilasciato in
seguito da esponenti del PdCI (Partito dei Comunisti Italiani), benché tra gli
insulti risuonasse anche un “assassini!” diretto ai militari. E neanche nelle
bandiere rosse e nei pugni chiusi a Milano ove il sindaco Moratti e il presidente
della Provincia, Podestà, sono stati zittiti; o nella Capitale ove il neo
governatore del Lazio, Renata Polverini, è stata definita “fascista ed
ipocrita”, e ferito il presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti,
del Pd. Qualcuno se l’è presa anche con il Capo dello Stato, probabilmente
perché, nel suo discorso commemorativo fatto il giorno prima, ha auspicato “un
nuovo, deciso impegno istituzionale, politico, culturale, educativo diretto a
far conoscere e meditare vicende collettive ed esempi personali, che danno
senso e dignità al nostro essere Italiani”, … senza però “chiudersi in
rappresentazioni idilliache e mitiche della Resistenza e in particolare del
movimento partigiano... e ricordando con rispetto tutti i Caduti”.
Deprimente constatare che la Liberazione sia
ancora di parte, un pretesto per dividere gli Italiani tra buoni, l’estrema
sinistra, e cattivi, i non comunisti, mentre dovrebbe finalmente diventare,
soprattutto in prossimità del centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia,
la festa della riconquistata libertà e democrazia, a dispetto di chi, come ha
ricordato Maurizio Gasparri, “nell’aprile del 1945 avrebbe preferito l’avvento
di Stalin e della dittatura comunista in Italia”. La guerra civile di quegli
anni fu anche guerra patriottica nella quale persero la vita migliaia di
connazionali ed 87.000 soldati (molti dei quali, essendosi rifiutati di aderire
alla Repubblica Sociale di Salò, furono internati ed uccisi dai nazisti) che,
rimasti all'annuncio dell'armistizio con gli Alleati senza disposizioni precise
da parte degli alti comandi militari combatterono comunque contro i tedeschi (a
Roma, Cefalonia, Corfù, Corsica, Albania, Rodi, Lero).
Berlusconi potrà piacere o non piacere. Ma
strumentalizzare la Resistenza a fini politici attuali vuol dire svilirla,
sottovalutarne il merito e l’efficacia; piegarla ad esigenze e finalità di
parte significa non capire la differenza tra fascismo e democrazia. Perché,
come ha commentato un esponente della Comunità Ebraica Romana, “pensare che chi
coltiva un’idea diversa dalla propria non abbia diritto di parola nelle piazze
è da fascisti”. Egidio Todeschini,
de.it.press
L’intervista. "Ora nel Pdl va ridiscusso tutto il programma è da
ricalibrare"
Bocchino sfida la
maggioranza del partito: "La crisi impone di rivedere
la linea
economica. E bisogna alzare l'età pensionabile" - di ALBERTO D'ARGENIO
ROMA - Non si
scoraggia Italo Bocchino, il finiano di ferro coinvolto negli scontri interni
al Pdl tanto da aver perso la poltrona di vice capogruppo alla Camera. Certo,
assicura che il governo andrà avanti per realizzare il suo programma,
"bello e possibile". Ma poi alza il tiro: tutto quello che è fuori
dal programma deve essere discusso negli organismi di partito. E non finisce
qui, perché anche il programma di governo va rivisto, almeno per ciò che
riguarda le riforme socio-economiche imposte dalla crisi, ritoccando pensioni,
lavoro e fisco. Poi si potrà fare il resto.
Onorevole, come
vede il futuro del governo?
"Non c'è nemmeno
da parlarne. I numeri sono chiari, la maggioranza è ampia e il programma
ambizioso. L'unico problema che si deve porre il governo è quello del fare. E
sul programma non si discute proprio. Su tutto il resto chiediamo di parlarne.
Diciamo: riuniamo gli organi di partito, discutiamo e votiamo. Vedrà che
facendo così andrà a finire che quasi sempre decideremo all'unanimità. Le
riunioni servono proprio a questo, a trovare le soluzioni giuste, non a mettere
la minoranza a tacere".
Da come parla
sembra che le polemiche tra finiani e berlusconiani siano alle spalle. Allora
siete pronti a ripartire con le riforme?
"Certo, anche
se quelle costituzionali per quanto utili interessano pochi cittadini. Secondo
noi dovremmo prima adattare il programma alla crisi economica. Ecco perché
dovremmo ritarare la sua parte economica e sociale inserendo le riforme rese
pressanti dalla crisi. In particolare penso a previdenza, lavoro e fisco".
Quello della
previdenza è un terreno minato. Cosa proponete?
"La
situazione della previdenza è quella che è. Noi pensiamo ad un ritorno alla
vecchia tesi di Maroni della legislatura 2001-2006 che poi venne modificata dal
centrosinistra. Serve una previdenza che responsabilizzi gli italiani la cui
aspettativa di vita è tra le prime del mondo: per la tenuta dei conti pubblici
non si può vivere 10 anni di più e lavorare come prima. Non è solidale con le
generazioni future".
Sta proponendo di
alzare l'età pensionabile?
"Non sono un
tecnico, ma dovremmo avere il coraggio di rimettere mano al sistema magari
allungandola di un paio d'anni soprattutto trovando le formule giuste per
invogliare le persone a restare al lavoro. Penso soprattutto agli
incentivi".
E sul mercato del
lavoro cosa propone?
"Serve una
riforma profonda. Oggi siamo più sul precariato che su flessibilità. Dovremmo
invertire la rotta e stimolare la flessibilità che prevede più tutele, più
guadagni nei periodi in cui l'economia va e reinserimento nel lavoro".
Parlava anche di
fisco, una riforma già annunciata dal premier Berlusconi...
"Si, ma è il
momento di passare ai fatti".
E le altre riforme
come quella istituzionale?
"Per quelle
dobbiamo trovare il clima adatto, anche se Berlusconi in ben due occasioni ha
lanciato dei messaggi importanti dicendo che devono essere condivise. Ora ci
vuole una proposta, meglio di maggioranza che del governo. Per questo sarebbe
opportuno che il Pdl riunisse i suoi organi - i gruppi parlamentari e la
direzione nazionale - per decidere la sua proposta. Quindi la dovremmo
negoziare con la Lega e renderla la proposta della maggioranza. A quel punto
andremo in Parlamento per discutere con l'opposizione".
E sui contenuti?
Prima che la crisi interna al Pdl deflagrasse non c'era accordo tra voi...
"Dubito che
la sinistra possa rifiutare semipresidenzialismo, bicameralismo e riduzione dei
parlamentari. Su questi punti potremmo arrivare ad una proposta condivisa entro
la fine dell'anno. Poi c'è la legge elettorale, che è uno strumento da fare
dopo la riforma istituzionale ma da pensare prima in modo da dare coerenza al
progetto. Fini ha rilanciato i collegi che hanno il pregio di avvicinare i
cittadini agli eletti. Ma come tutti i sistemi ha anche difetti. Quel che è
certo è che serve un sistema legato al disegno costituzionale che si ha in
mente". LR 1
Il Governo vara il regolamento per il riordino del Ministero degli Affari
Esteri
Le Direzioni
generali saranno divise per macroaree tematiche
ROMA – Un regolamento per il riordino del
Ministero degli Affari Esteri, “che ne razionalizza l’organizzazione secondo
criteri di efficienza e risparmio” è stato approvato venerdì dal Consiglio dei
ministri, su proposta del ministro Franco Frattini. Ne informa Palazzo Chigi in
una nota. Nella quale si legge che “il regolamento, che si inserisce nel quadro
di un più ampio disegno di riforma del Ministero, configura un nuovo assetto
sempre più vicino alle esigenze del cittadino e del mondo delle imprese, in
grado di rispondere in maniera compiuta alla sfide della realtà
internazionale”.
“Gli assetti individuati – prosegue la nota -
rispondono alla crescente domanda di governance e gestione integrata dei
fenomeni globali, nonché di sostegno coordinato, sinergico e strutturato alla
proiezione esterna del nostro sistema economico e culturale”. Con il nuovo regolamento
“viene abbandonata l’articolazione in Direzioni generali con competenze
geografiche e tematiche, che nell’attuale contesto internazionale si rivela
troppo settoriale, e viene adottata invece,in analogia a quanto avviene nei
Ministeri degli esteri dei principali Partners europei, un modello fondato su
un numero ridotto di Direzioni generali divise per macroaree tematiche,
coincidenti con le grandi priorità di politica estera”. Il Consiglio di Stato e
le Commissioni parlamentari hanno espresso parere favorevole sul provvedimento.
(Inform)
Epifani: «Subito un piano per il lavoro»
La richiesta dei
leader sindacali al governo. Bonanni: «Senza immigrati l'Italia si ferma» - E
Angeletti: Riforme subito, troppa evasione fiscale e politica dai costi elevati
ROSARNO (Reggio
Calabria) - All'inizio dell'anno è stata il simbolo delle contraddizioni di un
Paese alle prese con i problemi dell'occupazione, dove le tensioni sociali
fanno esplodere guerre tra poveri che vedono negli immigrati il capro
espiatorio di una situazione economia difficile. Proprio per questo la
cittadina di Rosarno è stata scelta come location principale delle
manifestazioni del Primo Maggio del 2010. Ed è lì che si sono dati appuntamento
i tre leader confederali - il segretario generale della Cgil, Guglielmo
Epifani; quello della Cisl, Raffaele Bonanni; e quello della Uil, Luigi
Angeletti -, che all'insegna di tre parole d'ordine, «lavoro, legalità e
solidarietà», hannolanciato un appello per una nuova politica economica e
industriale in grado di garantire nuove opportunità di occupazione in un
periodo in cui i numeri testimoniano invece di una difficile regressione. I
dati Istat diffusi venerdì parlano infatti di una crescita della disoccupazione
all'8,8% e di una perdita di 367mila posti di lavoro nell'ultimo anno.
«UN PIANO PER IL
LAVORO» - Per questo motivo, già all'avvio del corteo, Guglielmo Epifani ha
chiesto al governo un piano straordinario per il rilancio dell'occupazione.
Secondo il leader cigiellino, nei prossimi anni si prospetta una ripresa «senza
occupazione» e per questo c'è la necessità di «politiche che sostengano lo
sviluppo e la ripresa e soprattutto un piano per il lavoro». Epifani ha poi
spiegato che Rosarno «é diventata simbolo di tante cose, dai problemi del
lavoro a quelli dell’integrazione, dai diritti di chi lavora alla criminalità
organizzata e lo sfruttamento del lavoro». Ma ha sottolineato: «In Italia
abbiamo tante Rosarno non solo al Sud ma anche in tanti centri del Nord».
«SENZA IMMIGRATI
ITALIA FERMA» - Inevitabile un riferimento alla necessità di un'integrazione
con la forza lavoro derivante dall'immigrazione. «Se dovessimo dividerci dai
tanti amici immigrati, l’Italia si fermerebbe - ha sottolineato Raffaele Bonanni
-. L’Italia è più forte se si riesce a fare vivere l’integrazione come fatto
positivo: è energia importante per uscire dalla crisi». E ancora: «La politica
prenda esempio dal sindacato: tra di noi ci sono delle differenze, ma nei
momenti che contano ritroviamo l'unità».
«RIFORME SUL
SERIO» - Il leader della Uil, Luigi Angeletti, ha invece incalzato il governo
chiedendo di «cominciare a fare sul serio le riforme» che devono riguardare il
fisco e il costo eccessivo della politica. Il sindacalista ha sottolineato le
«due anomalie» del nostro Paese: l'elevata evasione fiscale ed il costo
eccessivo della politica. «Da lì - ha detto - bisogna cominciare a fare le
riforme. Bisogna spendere - ha insistito - per il funzionamento della
politica». CdS 1
Collegamenti ferroviari tra Svizzera e Italia
Narducci e
Micheloni incontrano delegazione di FFS e Trenitalia.
Mentre è in corso
la realizzazione delle nuove trasversali alpine - opere colossali destinate al
potenziamento dei collegamenti per il trasporto delle persone e delle merci tra
l’Italia e Svizzera - assistiamo paradossalmente allo smantellamento dei
collegamenti esistenti, con la soppressione di molte tratte ferroviarie o
dell’EuroNight Luna, soppresso dal 12 dicembre 2009. Tutto ciò ha generato
molte proteste da parte dei cittadini dei due Paesi, colpiti dall’abolizione di
un servizio importante. Dopo vari interventi a livello parlamentare volte a
riconsiderare la soppressione e a ripristinare i collegamenti, l’on. Franco
Narducci e il Sen. Claudio Micheloni hanno incontrato in Senato una delegazione
delle Ferrovie dello Stato s.p.a. e di Trenitalia s.p.a. per una valutazione
collegiale e per trovare una soluzione rispondente alle esigenze degli utenti,
che purtroppo hanno subito forti disagi in seguito alla decisione di sopprimere
vari collegamenti diurni e notturni tra Italia e Svizzera.
I rappresentanti
di FFS e Trenitalia hanno evidenziato che è cambiata la modalità di gestione
dei collegamenti con la Svizzera dopo la cessazione dell’attività della compagnia
ferroviaria Cisalpino SA. Infatti le società italiane hanno deciso di
assicurare in modo indipendente il traffico viaggiatori tra Svizzera e Italia
riprendendo l’offerta del Cisalpino che attraversava i varchi di Domodossola e
Chiasso. La soluzione adottata, che come noto ha suscitato molto malcontento
nella Confederazione, ha puntato su Milano come hub italiano di
smistamento. Secondo gli interlocutori dei parlamentari eletti all’estero i
collegamenti internazionali diretti tra Italia e Svizzera erano troppo onerosi
poiché la domanda non era sufficiente per coprire i costi, un aspetto decisivo
per ha pesato per la soppressione dei treni di lungo tragitto. Considerazioni
che non convincono l’on. Franco Narducci e il Se. Micheloni, che hanno precisato
come sia la comunità italiana in Svizzera sia gli svizzeri stessi hanno
ripetutamente e con forza manifestato il loro disagio per la decisione di
sopprimere i collegamenti internazionali diretti come le tratte Zurigo-Lecce o
Zurigo-Roma. Infatti, secondo Narducci, se si approfondise l’analisi di mercato
si può individuare una domanda sufficiente a rendere sostenibile, per la
Holding ferroviaria italiana, il costo della tratta internazionale diretta. La
delegazione italiana ha sottolineato, in ogni caso, che i treni a lunghissima
percorrenza sono destinati a scomparire per far posto a percorsi più brevi e di
qualità.
I due parlamentari
eletti all’estero hanno sottolineato che vi sono continue richieste dalle
comunità italiane all’estero per il ripristino dei collegamenti in questione e
pertanto hanno chiesto di conoscere i dati in base ai quali sono stati
effettuati i tagli e i collegamenti di lunga percorrenza Italia - Svizzera
ritenuti troppo onerosi. Inoltre, hanno evidenziato che oltre ad una valutazione
economica andrebbe anche fatta una valutazione politica. Si è parlato anche dei
collegamenti con trasporto di auto a seguito, ma tale servizio, a detta della
delegazione di FFS e Trenitalia, è eccessivamente oneroso ed è esistito fin
quando ha ricevuto sovvenzionamenti pubblici alla stessa stregua della tratta
Zurigo - Roma, soppressa nel 2007. Sia Narducci che Micheloni hanno invitato
gli interlocutori a ricalibrare l’indagine di mercato circa l’utenza della
tratta a lunga percorrenza Italia - Svizzera considerando anche il bacino di
utenza derivante dal mercato svizzero e facendo osservare che molti italiani
all’estero, a differenza di prima, non utilizzano più l’automobile come
mezzo per il rientro periodico in Patria. Hanno inoltre evidenziato che le strategie
italiane risultano poco comprensibili se si guarda a quelle degli atri Paesi,
in particolare Francia e Germania, che hanno mantenuto importanti collegamenti
a lunga percorrenza per raggiungere agevolmente le maggiori città europee da
Zurigo. Hanno inoltre fatto notare che i collegamenti ferroviari, anche in
vista del potenziamento del traffico ferroviario che risulterà con l’entrata in
funzione del corridoio nord-sud, sono estremamente preziosi per il
rilancio del turismo italiano, soprattutto quello del fine settimana diretto
alle città d’arte, ed ha chiesto di reintrodurre il treno notturno almeno nei
fine settimana. Una ipotesi che sarà valutata dopo attenti studi di mercato che
saranno effettuati da FFS e Trenitalia. I due parlamentari e gli interlocutori
hanno condiviso la necessità di proseguire il dialogo avviato. De.it.press
Senato. Delegazione del CGIE incontra il Comitato per le questioni degli
italiani all'estero
“Disponibilità ad
un dialogo costruttivo con il Governo, con il coinvolgimento del Parlamento”
ROMA - Nel quadro dell'indagine conoscitiva
sulle politiche relative ai cittadini italiani residenti all'estero, il
Comitato per le questione degli italiani all’estero del Senato ha incontrato il
28 aprile una delegazione del Consiglio Generale degli Italiani all'estero
(CGIE) guidata dal segretario generale Elio Carozza e composta dai presidenti
delle Commissioni tematiche.
Il presidente Giuseppe Firrarello,
nell’introdurre l'audizione, ricorda che essa avviene in una congiuntura
delicata, caratterizzata da una difficoltà di dialogo in concomitanza con
l'esame parlamentare dei disegni di legge di riforma della rappresentanza dei
cittadini italiani all'estero. Ed auspica che l’incontro possa fornire spunti
ed elementi che possano anche favorire un confronto costruttivo.
Carozza conferma il momento di particolare
delicatezza per il CGIE, in considerazione del provvedimento di ulteriore
rinvio delle elezioni dei Comites preannunciato dal Governo: segnale
preoccupante per i cittadini italiani all'estero che volontariamente si
dedicano al mondo dell'emigrazione. Richiama altresì le considerazioni svolte
nel corso dell'inaugurazione dell’Assemblea plenaria del CGIE i da parte del
sottosegretario Mantica ed auspica che possa svolgersi un confronto costruttivo
per ribadire l'importanza del mantenimento di un sistema di rappresentanza
delle collettività italiane nel mondo.
Prendono subito dopo la parola i presidenti
delle Commissioni tematiche del CGIE. Maria Rosa Arona, presidente della II
Commissione “Sicurezza e tutela sociale”, si sofferma sulla condizione dei
cittadini italiani all'estero anziani o indigenti e sulla possibilità di
prevedere un adeguato sistema di assegni di solidarietà, ricordando la drastica
riduzione dei fondi assegnati negli ultimi due anni per l'assistenza diretta e
indiretta e la problematica irrisolta degli indebiti previdenziali.
Il presidente della IV Commissione “Scuola e
cultura”, Graziano Tassello, richiama la progressiva riduzione dell'entità
degli stanziamenti assegnati dallo Stato italiano alla promozione linguistica e
culturale all'estero, facendo presente che l'attività svolta dagli enti gestori
riscuote l'interesse di un numero importante di studenti e costituisce pertanto
una realtà da non sottovalutare, anche in confronto ad altre istituzioni
deputate all'insegnamento della lingua italiana nel mondo. Altri punti toccati
da Tassello, la riforma della normativa italiana in materia, le competenze
assegnate alle Direzioni generali degli Italiani all’estero e della
Cooperazione culturale del Mae e l'insegnamento della storia dell'emigrazione
nelle scuole italiane.
Mario Tommasi, presidente della III
Commissione “Diritti civili, politici e partecipazione”, conferma la
preoccupazione per il rinvio delle elezioni dei Comites e fa presente che la
consultazione elettorale consentirebbe anche di dare spazio alle giovani
generazioni e potrebbe avvenire mediante il voto per corrispondenza con
adeguati sistemi di garanzia di segretezza dell'espressione dello stesso. Il
presidente della VII Commissione “Nuove migrazioni e generazioni nuove”, Carlo
Erio, afferma che il positivo riscontro costituito dagli esiti della Conferenza
mondiale dei giovani italiani nel mondo rischia di essere vanificato dal rinvio
del rinnovo degli organismi di rappresentanza, rinnovo che potrebbe consentire
un ricambio generazionale.
Pasquale Nestico, presidente dell’VIII
Commissione “Tutela sanitaria”, esprime preoccupazione per le riduzioni
apportate ai fondi per gli italiani anziani ed indigenti all'estero, che si
trovano soprattutto in America Latina e in Sud Africa. Il presidente della VI
Commissione “Stato, regioni, province autonome CGIE”, Mario Castellengo, fa
presente che si riscontra una difficoltà di coordinamento tra iniziative
regionali e CGIE e che gli sforzi in tal senso rischiano di essere vanificati
dal posticipo della scadenza elettorale. Esprime inoltre l’opinione che
l'attuale rappresentanza del mondo associativo nel CGIE dovrebbe essere
mantenuta e valorizzata.
Il presidente della V Commissione
“Formazione, impresa, lavoro e cooperazione”, Franco Santellocco osserva che
permane un forte impegno del CGIE sui temi connessi al sostegno all'espansione
delle imprese italiane all'estero, in collaborazione con gli organismi
istituzionali appositamente dedicati.
Il senatore Claudio Micheloni, vice
presidente del Comitato al quale Firrarello affida poi la presidenza,
sottolinea l'esigenza che lo stesso Comitato possa svolgere un’attività di
mediazione e fungere da raccordo tra CGIE e Governo per favorire il riavvio di
un dialogo costruttivo. Non condivide la posizione assunta dal sottosegretario
Mantica ma fa appello anche al CGIE e a tutte le parti coinvolte alla massima
disponibilità a trovare un punto di incontro, anche con riferimento al
contenuto dei disegni di legge sulla riforma dei Comites e del CGIE all'esame
del Senato e al rinvio della data del rinnovo di tali organismi.
Seguono gli interventi dei componenti del
Comitato. Il sen. Raffaele Fantetti, eletto in Europa per il Pdl, nel
condividere la delicatezza attuale dei rapporti tra Governo e CGIE, auspica che
possa trovarsi un accordo sulla normativa di riforma della rappresentanza degli
italiani all'estero, in modo tale da tenere quanto prima le consultazioni
elettorali per il rinnovo degli organismi. In generale, ritiene che le
competenze in materia di politiche per gli italiani all'estero dovrebbero
essere opportunamente affidate ad un organismo parlamentare bicamerale.
Il senatore Cesarino Monti (Lega Nord
Padania) si associa all'auspicio che possa instaurarsi un clima di dialogo e
collaborazione tra tutti gli attori coinvolti nel riassetto del meccanismo di
rappresentanza degli italiani all'estero. La senatrice Maria Teresa Bertuzzi
(Pd), alla luce dell'esperienza maturata nella partecipazione alle riunioni
delle Commissioni continentali del CGIE per l'America latina, sollecita la
disponibilità di tutti per un confronto costruttivo anche sul punto della data
in cui tenere le consultazioni elettorali per il rinnovo dei Comites. Il sen.
Nino Randazzo, eletto nella ripartizione Africa-Asia-Oceania-Antartide per il
Pd, osserva, in relazione al previsto rinvio delle elezioni per i Comites, da
tenersi entro il 2012, come il rallentamento dell'esame parlamentare dei
disegni di legge di riforma della rappresentanza degli italiani all'estero non
sia in alcun modo da attribuirsi ad atteggiamenti ostruzionistici
dell'opposizione.
In conclusione, il segretario generale del
CGIE Carozza ribadisce la distanza tra le posizioni del CGIE e quelle
recentemente espresse dal sottosegretario Mantica, facendo presente tuttavia
come in seno alla compagine governativa si riscontrino posizioni variegate, ed
assicura da parte del Consiglio Generale la disponibilità ad un dialogo
costruttivo, con il coinvolgimento del Parlamento; considerazioni queste ultime
alle quali si associa il presidente della V Commissione tematica Franco
Santellocco. (Inform)
Ahimè! Un’Italia distante dalle collettività italiane nel mondo, un Governo
anti-migranti
I lavori
congressuali della FUSIE, Federazione Unitaria della Stampa Italiana
all’Estero, ci hanno consentito di svolgere, in un difficile momento politico,
una riflessione complessiva sulle comunità italiane nel mondo. Abbiamo
ringraziato i dirigenti uscenti e formulato i nostri auguri ai nuovi, che si
accingono a caricarsi di responsabilità e lavoro. Abbiamo salutato e
ringraziato la rete all’estero di quotidiani, riviste, periodici e giornali che
ogni giorno raccontano l’Italia, nobilitandone l’immagine, dando un senso
compiuto alle cose che avvengono in questo nostro Paese, dando un filo logico a
ciò che spesso appare – ahimè con qualche ragione – illogico, irrazionale,
distante dai problemi veri della gente. Un’Italia quasi irreale, come quella
che emerge dalla diatriba interna al partito del popolo della libertà.
Un’Italia distante dalle collettività italiane nel mondo, un Governo ed una
maggioranza che si rivelano, ogni giorno, nelle azioni concrete, nelle scelte
politiche, anti-immigrati, anti-migranti, anti-italiani nel mondo.
Abbiamo ancora
tanta strada da fare sul terreno della conoscenza e della comprensione delle
realtà degli italiani nel mondo. Non si tratta solo di conoscere ma anche di
valorizzare. Le responsabilità di una classe politica e dirigente che ha dato
risposte tardive, qualche volta sbagliate, non possono essere più nascoste. Il
Prof. De Rita ricordava tre Conferenze dell’emigrazione e la delusione
rappresentata dal voto: ricordo che dalle tre conferenze, in particolare
dall’ultima, o meglio dalla prima per gli italiani nel mondo, ci sono arrivate
proposte ed indicazioni e percorsi di riforma, tutti disattesi. Sul voto –
desidero ricordarlo – nessuno, ma dico proprio nessuno, ha mai nutrito
illusioni. Non poteva rappresentare la risposta a tutto! Ed oggi viviamo una
condizione in cui non solo non riusciamo a far partire le riforme ma abbiamo
difficoltà a presentare una credibile proposta alternativa. Il Governo ci
consegna l’ennesima proroga di Comites e Cgie nel mezzo di una crisi politica,
interna alla maggioranza, dagli sbocchi incerti. Governo e maggioranza, dalle
detrazioni fiscali per carichi di famiglia all’esonero ICI, dai diritti sindacali
agli investimenti per le comunità nel mondo, disattendono impegni e non
presentano proposte.
Mai prima d’ora
abbiamo attraversato una situazione in cui l’immagine del nostro Paese
all’estero soffre contemporaneamente a causa dello scarso profilo internazionale,
delle divisioni interne alla maggioranza, delle posizioni espresse dalla Lega
Nord e in conseguenza dei tagli agli investimenti per gli italiani nel mondo. E
le opposizioni stentano – lo dico da uomo di parte, da parlamentare PD – a dare
centralità ai temi degli italiani all’estero nella loro azione di contrasto
alle scelte, a volte folli, di questa maggioranza.
In che misura è
possibile oggi recuperare terreno su questi temi, ridando centralità, nella
storia politica di questo Paese, agli italiani nel mondo?
Abbiamo oggi un
Governo ed una maggioranza che – dalla scuola all’assistenza, dai diritti di
cittadinanza ai diritti civili e politici, inclusa la rappresentanza – non
presentano un progetto di riforma, una visione nuova sulla quale confrontarsi,
ma semplicemente l’alienazione dell’esistente, l’indebolimento della rete di
collegamento creata in molti anni di lavoro e di presenza organizzata nel
mondo, la riduzione graduale ma inesorabile delle risorse, l’idea di una
cittadinanza subalterna, inferiore, di secondo grado, dei cittadini italiani
residenti all’estero.
Sono convinto che
anche la vera e propria discriminazione subita dai quotidiani e dai periodici
di lingua italiana nel mondo – ai quali sono stati dimezzati i fondi – sia
figlia di questa visione miope e irrazionale del Governo.
Credo sia giusto
far tornare ad agire, parlare e proporre soluzioni nuove le organizzazioni che
rappresentano il meglio della nostra storia. Credo sia sacrosanto lavorare
insieme per le riforme, anche nel settore dell’informazione. Credo che il
dovere dei partiti politici sia quello di ascoltare. Il Partito Democratico,
sulla base delle considerazioni e delle proposte che insieme faremo, deve
assumere l’impegno di trasformare questo ascolto in azione parlamentare e in
proposte di legge.
Marco Fedi,
Deputato Pd eletto in Australia
Adunata nazionale degli alpini a Bergamo. Arriveranno da tutto il mondo
Bergamo si prepara
all’allegra invasione degli Alpini - All’Ana la cittadinanza onoraria. Aula
della Provincia intitolata al reggimento “Bèrghem de Sass”. Frecce Tricolori
all’adunata
BERGAMO – Dal 7 al
9 maggio a Bergamo si svolgerà la 83ª Adunata nazionale degli Alpini. In campo
anche l’Ente Bergamaschi nel Mondo. Sono attesi, infatti, almeno 500 alpini,
bergamaschi e non, da Argentina, Venezuela, Uruguay, Perù, Cile, Colombia, Sud
Africa, Australia, Stati Uniti , Canada, Germania, Francia, Belgio, Gran
Bretagna, Svizzera, Romania, Bulgaria (v. Inform n.72
http://www.mclink.it/com/inform/art/10n07221.htm )
“La nostra città è onorata di poter
accogliere, dopo tanti anni, l'allegra invasione degli amici alpini. E' da
parecchi mesi che la Provincia si è messa a disposizione degli alpini per
garantire la migliore ospitalità, all'altezza della situazione”. Lo ha detto il
presidente della Provincia di Bergamo Ettore Pirovano nella conferenza stampa
di investitura ufficiale di Bergamo città alpina, che si è tenuta oggi
nella Sala Mosaico della Camera di Commercio di Bergamo.
Pirovano ha ricordato l'importanza storica
che il corpo degli alpini riveste per il territorio provinciale sotto diversi
punti di vista e, specialmente, per il mondo del volontariato e della
protezione civile. E per meglio onorare questa tradizione, Pirovano ha
annunciato che “venerdì 7 maggio, in occasione del ricevimento di una
delegazione di alpini da parte del Consiglio provinciale straordinario, l'aula
consiliare di via Tasso verrà intitolata al quinto Reggimento artiglieria da
montagna “Bèrghem de Sass”.
Per l’adunata degli alpini il 9 maggio si
esibiranno anche le Frecce Tricolori. E il Comune di Bergamo ha deciso
all’unanimità di attribuire all'Associazione Nazionale Alpini la cittadinanza
onoraria. “Quella della prossima settimana – ha detto il sindaco Franco
Tentorio – sarà la terza volta degli alpini a Bergamo ed io, sembrerà strano,
quella che ricordo meglio e che ancora mi emoziona, è quella di 48 anni fa, del
1962, quando avevo solo 17 anni. Della successiva, 24 anni più tardi, non so
bene perché, ma ho pochi ricordi. Oggi, trascorsi altri 24 anni, Bergamo è
pronta, con gioia, al nuovo appuntamento e, ne sono certo, sarà un appuntamento
che difficilmente potrò dimenticare”.
Il prossimo anno l’adunata degli alpini sarà
ospitata da Torino. (Inform)
Corso di italiano della Regione per i giovani campani all’estero. Domande
entro il 10 maggio
Napoli - Risiedere
all'estero da almeno tre anni, avere tra i 18 e i 25 anni e soprattutto
possedere origini campane. Questi alcuni requisiti per partecipare alla
selezione per il corso di italiano, di due settimane, che si svolgerà a luglio.
L'iniziativa rientra tra gli interventi individuati dalle Linee guida per i
campani all’estero della Regione per il 2010.
Obiettivo del
corso è favorire e sostenere la conoscenza della lingua e della cultura
italiana tra le nuove generazioni residenti all'estero.
Per partecipare
occorre inviare la propria richiesta entro il 10 maggio a "Regione
Campania – Assessorato alle Politiche Sociali – Servizio Emigrazione - Via
Nuova Marina 19 C – 80133 Napoli – Italia" oppure al fax 0039.081.7963902
o via e-mail all’indirizzo consulta.emigrazione@regione.campania.it.
Alla domanda di
partecipazione vanno allegati la dichiarazione di discendenza campana vidimata
dal consolato italiano di appartenenza o documento di iscrizione all’AIRE; la
copia di un documento di riconoscimento in corso di validità; il proprio
curriculum scolastico, la copia del titolo di studio posseduto e una
autodichiarazione del livello di conoscenza della lingua italiana.
Nella stesura
della graduatoria la Regione terrà conto anche del Paese di residenza, del
numero delle associazioni iscritte al registro regionale e dal numero
complessivo dei soci iscritti alle associazioni. (aise)
Einwanderung und Integration. Das neue Deutschland
Die Vereidigung der Ministerin Aygül
Özkan schlägt ein neues Kapitel in der deutschen Einwanderungsgeschichte auf.
Jetzt müssen sich alle integrieren - auch Roland Koch und Markus Söder. Von
Heribert Prantl
Es ist gut, dass Aygül Özkan Ministerin
geworden ist. Mit ihrer Ernennung beginnt der Ruck durch Deutschland, den sich
einst Roman Herzog erträumte. Dieser Ruck sieht aber nun etwas anders aus, als
sich das wohl der damalige Bundespräsident vorgestellt hat: Der Ruck ist 39
Jahre alt, er wurde 1971 als Tochter türkischer Einwanderer in Hamburg geboren.
Der Ruck ist Rechtsanwältin. Der Ruck ist deutsch-türkisch: Er nahm Anlauf in
Ankara. Von dort sind Aygül Özkans Eltern in den sechziger Jahren nach
Deutschland gekommen.
Der Ruck beginnt freilich ein wenig
irritierend - mit einem Streit über das Kreuz in Klassenzimmern. Er beginnt
damit, dass die neue CDU-Sozialministerin von Niedersachsen ihre Forderung,
religiöse Symbole aus den Schulen zu verbannen, gleich wieder zurücknehmen
muss, auf Druck ihres Ministerpräsidenten.
Es ist also, könnte man meinen, gar
nichts passiert; es hat eine kleine, heftige Auseinandersetzung gegeben; und
diese hat die Erinnerung an die große Auseinandersetzung vor fast zwanzig
Jahren geweckt, als das Bundesverfassungsgericht seinen Kruzifix-Beschluss
fällte.
Der Hinweis darauf ist schon richtig,
aber er erfasst trotzdem nicht, was jetzt passiert: Die Vereidigung der
Ministerin Özkan schlägt ein neues Kapitel in der deutschen
Einwanderungsgeschichte auf, vielleicht ist es auch ein neues Buch. Es beginnt,
hoffentlich, die dritte deutsche Einheit - so wahr uns Gott helfe.
Die Historizität der Vereidigung der
türkischstämmigen Ministerin leidet nicht daran, dass Aygül Özkan im
Kruzifix-Streit wieder eingelenkt hat. Das ist weniger bezeichnend für sie als
für ihre Partei, die CDU.
Aygül Özkan hatte mit souveräner
Naivität an ein Tabu ihrer Partei gerührt. Das lässt sich nicht einfach wieder
zurückpfeifen. Die Union wird sich an solche Irritationen so gewöhnen müssen
wie die Gesellschaft insgesamt.
Die Deutschen, die Evrim Baba, Mustafa
Kara, Eran Toprak oder Nesrin Yilmaz heißen (es handelt sich um noch nicht so
bekannte Politikerinnen und Politiker), bringen andere Traditionen, andere
Denkweisen und Erfahrungen mit als diejenigen Deutschen, die als Roland Koch,
Peter Müller, Stefan Mappus oder Markus Söder amtlich registriert sind.
Diese anderen Erfahrungen kann man
nicht sterilisieren und homogenisieren. Solche Verfahren nutzen der Milch und
verlängern deren Haltbarkeit - aber nicht die der deutschen Gesellschaft.
Die erste deutsche Einheit begann 1949
mit der Integration der Flüchtlinge und Vertriebenen nach dem Zweiten
Weltkrieg. Die zweite deutsche Einheit begann 1989 mit dem Fall der Mauer.
Die dritte deutsche Einheit begann
soeben, am 27. April 2010 in Hannover.
Die Vereidigung von Aygül Özkan bricht
einen Stein aus der Mauer, die bisher die alteingesessene von der
eingewanderten Gesellschaft trennt.
Türkischstämmige Abgeordnete wie Lale
Akgün von der SPD, Cem Özdemir und Ekin Deligöz von den Grünen haben an dieser
Mauer schon gerüttelt. Aygül Özkan zeigt nun, dass man nicht nur in die
Parlamente, sondern auch in hohe Regierungsämter kommen kann, wenn man keinen
klassisch deutschen Namen hat.
Das ist der Unterschied zwischen Aygül
Özkan und Philipp Rösler, dem Bundesgesundheitsminister vietnamesischer
Abstammung; der kam im Alter von acht Monaten als Kriegswaise nach Deutschland
und wurde von deutschen Eltern adoptiert. Er hat mit den Vorbehalten, die es
gegen die Muslime gibt, nicht kämpfen müssen. Rösler gehört nicht zur
Gastarbeitergeneration und ihren Kindern, über deren Zukunft und Schicksal in
Deutschland ein halbes Jahrhundert lang erbittert gestritten worden ist.
Die deutsche Politik hat grausam lange
die Augen davor verschlossen, dass aus Gastarbeitern Einwanderer geworden sind.
Als sie merkte, dass man - so Max Frisch - Arbeitskräfte gerufen hatte und
Menschen gekommen waren, wollte sie aus ihnen Rückkehrer machen; man wollte sie
also wieder loswerden.
Integration ist keine Einbahnstraße
Statt intensiver Integrationsmaßnahmen,
wie sie schon 1979 Heinz Kühn, der erste Ausländerbeauftragte der
Bundesregierung, gefordert hatte, flüchteten sich sowohl die Regierungspolitik
von Helmut Schmidt als auch die von Helmut Kohl in Rückkehrprogramme; man
proklamierte den Anwerbestopp, produzierte Rückkehrförderungsgesetze, zahlte
Handgelder und hielt das für ein Patentrezept.
Das ist lange her, hatte aber langen
negativen Nachhall. Aygül Özkan ist nun das schöne Symbol für ein neues
Programm, man mag es Einkehrprogramm nennen. Die Migrantengeneration kehrt ein
in die deutsche Gesellschaft.
Aygül Özkan hat mit ihrem ersten
Auftritt gelehrt, was der nordrhein-westfälische CDU-Integrationsminister Armin
Laschet seinen Parteifreunden (und nicht nur diesen) schon lange predigt:
Integration ist keine Einbahnstraße.
Integration verlangt nicht nur von den
Neubürgern viel, sondern auch einiges von den Altbürgern. Integration stellt
alte Gewissheiten in Frage. Integration bedeutet, dass auch die
Mehrheitsgesellschaft alte Fragen neu diskutieren muss; der Kruzifix-Streit,
der für das Verhältnis von Kirche und Staat in Deutschland steht, ist nur ein
Beispiel.
Der Döner und der Irrtum der
Integration
Spätestens jetzt weiß man in der CDU,
dass nicht als linker Atheist abgestempelt werden kann, wer das gegenwärtige
Verhältnis von Staat und Kirche in Frage stellt. Die neuen Diskussionen müssen
nicht unbedingt gleich zu neuen Antworten, sie können aber zur Klarheit darüber
führen, ob die alten Antworten noch gelten. Die Aygül Özkans in
Spitzenfunktionen werden die politischen Fronten aufbrechen, die Roman Herzog
einst "Verkrustungen" genannt hat.
Ein Symbol oben, an der Spitze, reicht
dafür nicht. Es braucht auch Tatkraft unten. In den Großstädten verlässt jedes
vierte türkische Kind die Schule ohne Abschluss. Die Bildungschancen der
Ausländerkinder sind nicht nur in Frankreich, sondern auch in Deutschland
minimal; manchmal wundert man sich, dass es hierzulande zu Ausschreitungen wie
in Frankreich noch nicht gekommen ist.
Die Leistung der Migrantenkinder
Doch die Kinder der
Einwanderergeneration machen nicht nur Schwierigkeiten. Viele haben
Kompetenzen, die in der Schule wenig oder gar nicht honoriert werden. Kids, die
kaum einen Satz ordentlich schreiben und keine zwei Absätze ordentlich vorlesen
können, schreiben blind unter der Bank SMS.
Die Zwölfjährige spricht akzentfrei
Deutsch und kann ebenso gut Italienisch und Türkisch, weil ihre Eltern aus
diesen Ländern kommen. Nur gut aufschreiben kann sie das nicht, was sie sagt.
Aber sie wäscht ihre Wäsche selber, weil die sich bei ihrer Mutter immer
verfärbt.
Andere Kinder bringen ihre Geschwister
am Morgen in den Kindergarten und müssen auch selber dafür sorgen, dass sie
ihre Schulsachen dabei haben - Dinge, auf die in Mittelstandsfamilien die
Eltern achten. Perspektiven bietet diesen bemerkenswert selbstständigen Kindern
die Hauptschule bisher kaum. Sie wird für die Migrantengenerationen ein Ort der
Schicksalskorrektur werden müssen. Soziologen nennen das positive
Diskriminierung. Das bedeutet Förderung: Kinder im Berliner Problemquartier
Neukölln-Nord brauchen mehr Hilfe als die im feinen Zehlendorf. Schulklassen im
Münchner Hasenbergl müssen kleiner sein als die in Grünwald. Problemschulen brauchen
bessere Ausstattung, und sie brauchen die besten Lehrer.
Die Integrationsleistung der Deutschen:
Döner essen
Einwanderung verändert die
Gesellschaft: Die meisten Deutschen haben es sich bisher nicht bewusst gemacht,
wie tief diese Änderung geht. Wir Altbürger haben, als uns klar geworden ist,
dass die meisten Einwanderer nicht mehr in ihre alte Heimat zurückkehren, mehr
oder weniger fordernd auf deren Integration gewartet und geglaubt, wir
erbrächten unsere eigene Integrationsleistung schon damit, dass wir Dönerkebab
essen.
Aber der Umsatz der ausländischen
Gaststätten in Deutschland ist kein Gradmesser für Integration. Integration ist
viel mehr als die Addition der Dönerbuden in den deutschen Fußgängerzonen.
Integration ist mehr als das In-sich-Hineinstopfen von Dingen, die einem
schmecken, und sie ist mehr als die Annahme von Leistungen, die man gerade
braucht.
Vier peinlich umstrittene Schritte
Nur im Strafrecht gilt der Satz:
"Die Insichnahme ist die intensivste Form der Ansichnahme." Der
Juraprofessor erzählt diesen schönen Satz seinen Studenten im stafrechtlichen
Seminar, wenn dort über die Probleme diskutiert wird, die sich ergeben, wenn
ein Dieb Nahrungsmittel stiehlt und sie sofort verputzt. Würde der Satz auch
für eine Einwanderungsgesellschaft gelten, wäre die schon erheblich weiter.
"Deutschland ist kein
Einwanderungsland"
Lassen wir die alte Bedriye Furtina
erzählen, die in den sechziger Jahren (wie Aygül Özkans Eltern) nach Hamburg
kam und Tellerwäscherin wurde. Sie erzählt, wie die Deutschen damals lernten,
was man mit Auberginen, Paprika und Zucchini eigentlich so anstellt. Rezepte
wurden auf dem Markt verteilt und die Gemüse vor aller Augen zubereitet:
"Aber wenn man Knoblauch gegessen hatte, mochte Gott einem beistehen, dann
spuckten die Deutschen einem fast ins Gesicht - und heute essen sie mehr
Knoblauch als wir." Der Knoblauch wurde schneller akzeptiert als die
Türken; der Knoblauch hat eben keine Religion.
Das Kreuz begann schon damit, dass sich
die deutsche Politik jahrzehntelang darüber stritt, ob Deutschland nun
Einwanderungsland ist oder nicht. Diskussionen über Ausländerpolitik liefen ab
wie ein mittelalterliches Ritterstück: Die Kontrahenten standen sich schnaubend
gegenüber, auf den Schilden der einen stand "Deutschland braucht
Einwanderer", auf den Schilden der anderen stand "Deutschland ist
kein Einwanderungsland".
Einwanderung ohne Konzept
Die Gegner legten die Lanzen ein,
sprengten aufeinander los, es war ein Getrampel und ein Geklirre - und dann
flog einer aus dem Sattel. Sodann legte sich der Staub, und die Sache ging
wieder von vorn los. Die Ausländerpolitik war der GAU der deutschen Politik.
Das lag auch daran, dass sie nicht für die Ausländer, nicht für die Zuwanderer,
nicht für die Neubürger gemacht wurde, sondern für die eingesessenen deutschen
Wähler. Sie waren die alleinigen Adressaten. Und im Umschlag mit der falschen
Adresse steckte auch noch eine falsche Politik - eine, die den Einwanderer vor
allem als Störer und Sicherheitsrisiko beschrieb.
Das bezeichnendste Dokument dieser
Verirrung war der Entwurf eines neuen Ausländerrechts vom 1. Februar 1988,
entstanden unter dem CSU-Bundesinnenminister Friedrich Zimmermann. Dieser
Gesetzentwurf ging davon aus, dass deutsche Interessen nur gegen die
Einwanderer durchgesetzt werden können. Deutschland war ein Einwanderungsland
ohne Einwanderungspolitik, aber mit viel aggressiver Gehässigkeit. Dazu
gehörten die Anschläge und Attentate auf Einwanderer und Flüchtlinge vor allem
zu Beginn der neunziger Jahre.
Eine fremdenfeindliche Grundstimmung
suchte sich immer neue Zielgruppen: Ende der sechziger Jahre waren es
Italiener, Ende der siebziger wurden es die Türken, seit Mitte der achtziger
Jahre sind es vor allem Asylbewerber, Afrikaner, Muslime. Friedrich der Große,
der einst die in Frankreich verfolgten Hugenotten in Preußen ansiedelte und
nach ihrer Fasson selig werden ließ, hatte ein Einwanderungskonzept. Die
Bundesregierungen hatten es nicht.
Vier peinlich umstrittene Schritte
Die Abkehr vom alten Denken begann ganz
langsam. Der Bielefelder Migrationsforscher Klaus J. Bade beschreibt sie in
vier Schritten; es waren ganz mühsame, parteipolitisch peinlich umstrittene
Schritte.
Ein erster Schritt war die Reform des
Ausländerrechts von 1990 unter Bundesinnenminister Wolfgang Schäuble. Diese
Reform rückte ab vom deutschtümelnden Ungeist, sie akzeptierte die Einwanderung
viertelherzig, sie schickte jedem "Ja" vier "Aber"
hinterher; diese Unentschlossenheit machte das Gesetz zu einem Irrgarten für
Einwanderer.
Der zweite Schritt war die Reform des
alten, noch aus dem Kaiserreich stammenden Staatsangehörigkeitsrechts im Jahr
2000 unter Innenminister Otto Schily. Sie ersetzte das alte Blutrecht (jus
sanguinis), also die Vererbung der Staatsangehörigkeit, durch ein bedingtes jus
soli, also den Erwerb der deutschen Staatsbürgerschaft durch Geburt in
Deutschland.
2005 kam das neue Zuwanderungsgesetz,
das nicht Einwanderungsgesetz heißen durfte. Es hatte eigentlich, nach den
Entwürfen von Expertenkommissionen aller Parteien, einen großen bunten Teppich
weben sollen, auf dem Integration stattfinden kann. Es wurde nur ein Topflappen
daraus. Mit diesem Topflappen werden seitdem, immerhin, die Probleme angepackt.
2006 beriefen die Kanzlerin und ihre
Integrationsbeauftragte Maria Böhmer den Integrationsgipfel ein,
Bundesinnenminister Wolfgang Schäuble gründete die Deutsche Islamkonferenz. Der
Tiefschlaf der Politik ist zu Ende.
1964, als der millionste Gastarbeiter,
es war der höchst verlegene Armando Rodrigues aus Portugal, auf dem Bahnsteig
in Köln-Deutz mit großen Tamtam begrüßt wurde, spielte die Musikkapelle
"Auf in den Kampf, Torero". Es war das falsche Lied, es war der
falsche Text. Der neue, der bessere Text lautet: miteinander leben lernen,
nicht nebeneinander. Das ist ebenso vernünftig wie demokratisch; das nennt man
Integration.
Es ist gut, dass Aygül Özkan Ministerin
geworden ist. SZ 30
Integration, FDP will Burka-Verbot in ganz Europa
Das belgische Burka-Verbot ruft auch
deutsche Politiker auf den Plan: Die stellvertretende EU-Parlamentspräsidentin
Koch-Mehrin (FDP) hat eine Ausweitung der Regelung auf ganz Europa gefordert.
Politiker anderer Parteien lehnen dies ab.
Als Reaktion auf das Burka-Verbot in
Belgien hat die stellvertretende EU-Parlamentspräsidentin Silvana Koch-Mehrin
(FDP) eine Ausweitung der Regelung auf ganz Europa gefordert. „Ich wünsche mir,
dass auch in Deutschland - und in ganz Europa - das Tragen aller Formen der
Burka verboten wird. Wer Frauen verhüllt, nimmt ihnen das Gesicht und damit
ihre Persönlichkeit“, schrieb die FDP-Politikerin in einem Gastbeitrag für die
„Bild am Sonntag“.
Der Vorsitzende des Innenausschusses
des Bundestages, Wolfgang Bosbach (CDU) hält Burka-Verbot in Deutschland
dagegen für unrealistisch. Am Freitag hatte Belgien als erstes europäisches
Land ein Verbot von Ganzkörperschleiern beschlossen. „Das ist in Deutschland
schon aus verfassungsrechtlichen Gründen nicht möglich, so lange keine
öffentlichen Interessen dagegen stehen“, sagte er der „Mitteldeutschen
Zeitung“. „Ich halte ein Gesetz auch nicht für nötig. Das muss der Gesetzgeber
nicht regeln.“
„Koch-Mehrin schielt auf Beifall der
Rechtspopulisten“
Die Burka sei ein massiver Angriff auf
die Rechte der Frau, „sie ist ein mobiles Gefängnis“, schrieb Koch-Mehrin. „Die
vollständige Verhüllung von Frauen ist ein aufdringliches Bekenntnis zu Werten,
die wir in Europa nicht teilen.“ Öffentliche Interessen seien etwa dann
berührt, wenn eine Schülerin vollverschleiert in die Schule gehe, eine
vollverschleierte Frau als Zeugin vor Gericht auftauche oder Auto fahre.
Ansonsten falle das Tragen der Burka unter „freie Entfaltung der
Persönlichkeit“, sagte Bosbach, fügte aber hinzu: „Ich selbst sehe das sehr
kritisch.“ Die Burka sei „ein Zeichen der Abgrenzung und des religiösen
Fundamentalismus“ - und zwar mehr eines der Männer als der betroffenen Frauen.
Reinhard Bütikofer, Europaabgeordneter
der Grünen, sagte, bei der Forderung Koch-Mehrins gehe es kaum um die Rechte
der burkatragenden Frauen. „Mein Eindruck ist, dass Frau Koch-Mehrin auf den
Beifall der Rechtspopulisten schielt, die ständig nach etwas Fremden suchen,
das man verbieten könnte.“
Zentralrat spricht von „sinnloser
Debatte“
Der Generalsekretär des Zentralrats der
Muslime, Aiman Mazyek, lehnt ein Burka-Verbot für Deutschland ab. „Das ist eine
völlig sinnlose Debatte“, sagte er dem „Kölner Stadt-Anzeiger“. Sie werde die
Kluft zwischen Muslimen und Nicht-Muslimen noch vergrößern. „Die Burka ist
unter den deutschen Muslimen verpönt. Und es gibt kein muslimisches Gebot, sie
zu tragen.“ In Deutschland gebe es „allenfalls ein Dutzend Trägerinnen“.
Deutschland brauche eine Kultur der Anerkennung, keine Kultur der Verbote:
„Hier werden Ängste instrumentalisiert“.
Der ehemalige Bundesverfassungsrichter
Hans-Joachim Jentsch hält ein Verbot gleichwohl für „denkbar“. Er sagte dem
„Kölner Stadt-Anzeiger“ : „: „Wenn Menschen sich verhängen, dann geht das an
die Grundlagen unseres Gemeinwesens.“ Zwar könnten sich Gegner des Burka-Verbots
auf das Gebot der freien Entfaltung der Persönlichkeit berufen. „Doch auch
dieses Recht ist nicht unbegrenzt. Im Übrigen haben wir Artikel 1 des
Grundgesetzes, wonach die Würde des Menschen unantastbar sei. Das rechtfertigt
es, darüber nachzudenken, ob ein solches Verbot nicht auch bei uns Sinn und
Zweck hat.“ Faz.net 2
Das Netzwerk "Integration durch Qualifizierung" auf der Zielgraden 2010
Einiges erreicht - viel bleibt zu tun.
Kommentar Sabine Schröder und Wolfgang Fehl, Leitung des Koordinierungsprojekts
„Integration durch Qualifizierung“ bei der Zentralstelle für die Weiterbildung
im Handwerk, Düsseldorf
Seit 2005 haben über 40 Projekte im
Netzwerk „Integration durch Qualifizierung“ (IQ), einer Initiative des
Bundesministeriums für Arbeit und Soziales, Strategien und Instrumente zur
Unterstützung von erwachsenen Migrantinnen und Migranten beim Zugang zum
Arbeitsmarkt entwickelt in den Handlungsfeldern Beratung, Berufsbezogenes
Deutsch, Existenzgründung, Interkulturelle Öffnung, Kompetenzfeststellung und
Qualifizierung.
Es geht nun darum, diese
Handlungsansätze „in die Fläche zu bringen“ - ein Auftrag nicht ohne Tücken.
Das Kritische am Übergang von Modellprogrammen in die anschließenden „Mühen der
Ebenen“ kennen viele, die in Arbeitsmarktprojekten tätig sind, nur zu gut.
Im Netzwerk IQ sind zahlreiche Ansätze
entwickelt und vielerorts aufgegriffen worden, z.B.:
* Verbindliche Zusammenarbeit mit den
Berliner Jobcentern mit hohen Migrantenanteilen: Tausende ARGE-Kunden werden
jedes Jahr zur Beratung, zur Kompetenzfeststellung und Qualifizierung ans
Netzwerk verwiesen.
* Der Facharbeitskreis „berufsbezogenes
Deutsch“ hat für die Vermittlung berufsbezogener Sprachförderung für
Migrant/innen klare Kriterien formuliert. Im Kern geht es dabei um die
Verzahnung von fachlich-technischem und sprachlichem Lehren und Lernen: In die
Grundkonzeption des ESF-BAMF-Programms ist von diesen Kriterien vieles
aufgenommen worden.
* Im Handlungsfeld Existenzgründung liegt
ebenfalls eine klare Konzeption vor für das, was migrantenspezifische
Unterstützung bei der Gründung bis hin zur Begleitung in der Nachgründungsphase
leisten kann. Instrumente wie ein Curriculum zu „gründungsbezogenem Deutsch“
unterfüttern diese Konzeption, die inzwischen auch Eingang in die Weiterbildung
für die Mitarbeiter/innen der Agenturen und ARGEn findet.
* In zahlreichen ARGEn und einigen
Arbeitsagenturen, aber auch bei Kammern, Kommunen und Unternehmen haben
Trainings mit dem Ziel der „interkulturellen Öffnung“ stattgefunden.
* Im Handlungsfeld
Kompetenzfeststellung liegen ebenfalls Konzepte und Praxiskooperationen mit
Jobcentern vor – mit der klaren Botschaft: Weg vom Defizitblick auf
Migrant/innen, „schaut auf ihre Potenziale!“. Es sind vor allem
Kompetenzfeststellungsverfahren, die diese Botschaft von einer rhetorischen
Formel zu einer Praxis mit greifbaren Folgen machen.
* Für das Handlungsfeld Qualifizierung
von Migrant/innen ist im thematischen Facharbeitskreis eine Konzeption von „Qualifizierung
und mehr“ erarbeitet worden. Auch sie benennt die Notwendigkeit der Verzahnung
von sprachlicher und fachlicher Qualifizierung.
Die größte Durchschlagswirkung hat IQ
beim Thema „Anerkennung ausländischer Bildungs- und Berufsabschlüsse“ erzielt.
Die 2007 vom Projekt Global Competences erarbeitete Studie „Brain Waste“ zum
verschwenderischen Umgang mit beruflichen Kompetenzen qualifizierter
Zugewanderter hat breite fachliche und politische Resonanz gefunden. So hat die
Bundesregierung detaillierte Eckpunkte für eine gesetzliche Regelung mit einem
Anspruch auf Prüfung und Bewertung mitgebrachter Qualifikationen formuliert und
durch einen Kabinettsbeschluss am 9.12.2009 verbindlich gemacht. Das Gesetz
befindet sich in der Ressortabstimmung.
Aber: Im Praxisalltag von Beratung und
Vermittlung gibt es keine ausdrückliche Verpflichtung, Migrant/innen als
Zielgruppe mit spezifischem Unterstützungsbedarf in den Blick zu nehmen. Es
wurden auch keine institutionen-übergreifenden Gremien geschaffen, die sich
„wirtschaftsnah“ mit den weiter kritischen Arbeitsmarktdaten befassen müssten.
Das Netzwerk IQ hat deshalb in einem Positionspapier die Bildung eines Pakts
für Integration und Arbeitsmarkt vorgeschlagen. Denn ohne Verbreiterung,
Vertiefung und Intensivierung der institutionell verbindlichen Anstrengungen
zur Verbesserung der Arbeitsmarktintegration der von Ausgrenzung (und
Diskriminierung) betroffenen Migrant/innen bleibt das Netzwerk ein zu klein
geratener „Ausfallbürge“. Er soll etwas schultern und vorantreiben, das sich
„ganz andere Kaliber“ auf die Fahnen schreiben müssten: Voran die
Arbeitsagenturen und die Grundsicherungsstellen, aber auch die Spitzenverbände
der Wirtschaft mit zumindest indirekter „Bindungswirkung“ für die Unternehmen –
und dann, natürlich, auch die Länder und die Kommunen, denen immer mehr die
Rolle des Gestalters „kommunaler Bildungslandschaften“ zuwächst. Deren Teil ist
auch das System Weiterbildung, zu dem Migrant/innen deutlich schwerer Zugang
finden als es ihrem Anteil an der Bevölkerung und an den Beschäftigten
entspricht. Bei den Ursachen der Ausgrenzung vieler Migrant/innen vom
Arbeitsmarkt muss auch über Diskriminierung offen gesprochen, in der Forschung
mehr gearbeitet und in der Praxis entschlossener gehandelt werden. Für die
Verbesserung des Zugangs zum Arbeitsmarkt von Menschen mit
Migrationshintergrund braucht es weiter das Engagement vieler Projekte und
Institutionen, der Migrant/innen und ihrer Organisationen und einer hoffentlich
aufmerksamen politischen Öffentlichkeit. Arbeitsmarktthemen spielten in den
Integrationsdebatten kaum eine Rolle. Im Windschatten der Debatten um das
Anerkennungsgesetz kann sich das ändern – und es muss sich ändern! Forum Migration, Mai
Burka-Verbot in Europa. Umstrittener Schleier
Belgien untersagt als erster
europäischer Staat die Vollverschleierung von Frauen. In Frankreich und
mehreren anderen EU-Ländern wird über ein Verbot von Burka und Niqab
diskutiert. Ein Überblick.
Soll man die Burka, den muslimischen
Ganzkörperschleier, verbieten oder nicht? Gewöhnlich spaltet diese Frage, in
Belgien versöhnt sie. Die belgische Regierung, die sich wegen des
Sprachenstreits zwischen Flamen und Wallonen seit Tagen in einer schweren Krise
befindet, verabschiedete an diesem Donnerstag ein Verbot des
Ganzkörperschleiers - einstimmig.
Das Gesetz sieht vor, das Verhüllen des
Gesichts in der Öffentlichkeit mit einer Geldbuße von 15 bis 25 Euro oder einer
Gefängnisstrafe von sieben Tagen zu ahnden. Ob und wann es in Kraft tritt, ist
wegen der notwendig gewordenen vorgezogenen Parlamentswahlen noch ungewiss.
Belgien wäre der erste Staat in Europa, der das muslimische Kleidungsstück
verbietet. Bisher haben etwa 20 Städte und Gemeinden in Belgien
Vermummungsverbote auf kommunaler Ebene erlassen.
Auch in anderen europäischen Ländern
werden Verschleierungsverbote diskutiert. Dabei geht es vor allem um den
Ganzkörperschleier Burka und den Niqab, eine Kopfbedeckung, die nur einen
schmalen Sehschlitz freilässt.
In Frankreich, wo mit mehr als fünf
Millionen Menschen die größte muslimische Gemeinde in der Europäischen Union
lebt, wird die Diskussion derzeit am hitzigsten geführt. Noch im Juli soll ein
Gesetz vom Parlament verabschiedet werden, das die Vollverschleierung im
gesamten öffentlichen Raum verbieten soll. Verstöße dagegen sollen mit 150 bis
15.000 Euro bestraft werden. Aufsehen erregt aktuell der Fall einer mit Niqab
Auto fahrenden Frau, die sich über die "Diskriminierung" durch
Polizeibeamte beschwerte und damit den Zorn des Innenministers auf sich zog.
In den Niederlanden werden derzeit
mehrere Gesetzentwürfe für ein Verbot der Vollverschleierung vorbereitet. Hier
sollen die geplanten Verbote unter anderem Schulen und den öffentlichen Dienst
betreffen.
Auch in Österreich erklärte der
sozialdemokratische Bundeskanzler Werner Faymann vor kurzem, er könne sich ein
Burka-Verbot vorstellen, die mitregierende konservative ÖVP plädiert aber
zunächst für eine breite Debatte. Die rechtspopulistische Partei BZÖ will
demnächst einen Gesetzentwurf für ein Burka-Verbot in den Nationalrat bringen.
Obwohl die rechtsliberale Regierung in
Dänemark angekündigt hat, die Verschleierung zu "bekämpfen", will man
hier auf eine gesetzliche Regelung verzichten. Schulen, Behörden und Firmen
sollen eigenständig - und so scharf wie möglich - gegen die Vollverschleierung
vorgehen.
Keinen Handlungsbedarf in Sachen Burka
gibt es in Italien: Seit 1975 verbieten die Regelungen zum "Schutz der öffentlichen
Ordnung", sich in öffentlichen Einrichtungen zu vermummen - egal, ob es
sich um einen Schleier oder einen Motorradhelm handelt. Die mitregierende
rechtspopulistische Lega Nord schlug jedoch im vergangenen Jahr vor, Menschen,
die ihr Gesicht verhüllen, mit maximal 2000 Euro Buße zu bestrafen - wenn sie
es denn aus religiösen Gründen tun.
In Großbritannien und der Schweiz ist
derzeit kein Burka-Verbot geplant. Die Regierung in London hat jüngst
bekräftigt, dass Religionsfreiheit auch die Freiheit der Kleidungswahl
einschließe. In der Schweiz gibt es zwar Forderungen nach einem
Schleier-Verbot, die Regierung lehnt dies aber bislang ab. In einem Referendum
hatten die Schweizer Ende November für ein Bauverbot von Minaretten gestimmt.
Auch wenn sich die
SPD-Bundestagsabgeordnete Lale Akgün kürzlich für ein Verbot von
Ganzkörperschleiern in Deutschland ausgesprochen hat - ein solches Gesetz hätte
wohl derzeit keine Chance. Union und FDP sind für eine Ächtung der Burka ohne
gesetzliche Regelung, SPD und Grüne argumentieren, dass man mit Zwang in dieser
Sache nichts erreichen könne. Grünen-Parteichef Cem Özdemir sprach Anfang des
Jahres in der Frankfurter Rundschau von einer "Symboldebatte, die an den
wahren Konflikten vorbeigeht".
(sueddeutsche.de 30)
EU: Krise der Währungsunion. Den Euro retten, um Europa zu retten
Der Kontinent braucht ein Bekenntnis zu
seiner Währung, wenn er nicht zerfallen soll. Gefordert sind vor allem
Deutschland und Frankreich. Ein Kommentar von Stefan Kornelius
Die Europäische Union hat kein
besonderes Aufhebens gemacht, als Griechenland der Euro-Zone beitrat. Jetzt, da
Griechenland im Schuldenloch sitzt und den Euro mit in den Abgrund reißen
könnte, scheint es wieder so zu sein: Die übrigen Europäer, und vor allem der
EU-Apparat, reagieren gleichgültig.
Europa ist müde. Müde nach zermürbenden
Verhandlungen über einen Vertrag, der nach der Hauptstadt eines anderen,
hochverschuldeten Landes benannt ist. Müde nach den Rangeleien um mehr oder
weniger taugliches Führungspersonal, das vor allem nach Kriterien des Proporzes
ausgesucht wurde. Müde von der Last, wie sie nun mal eine Gemeinschaft von 27
Staaten mit einer zähen Bürokratie darstellt. Wer allein die Besetzungs-Regeln
für die neuen EU-Botschafterposten studiert, der verliert die Lust an Europa.
Das ist ein dramatisches Urteil für
eine Gemeinschaft, die ihre Existenz viel zu oft als schicksalhaft bezeichnet
hat. Jetzt, da es tatsächlich um den Bestand, um das politische Überleben geht,
reagiert Europa apathisch. Denn nichts Geringeres als der Kern des
vielbeschworenen politischen Experiments Europa steht nun auf dem Spiel: der
Euro.
Der Euro ist eine Währung, die die
Länder des Kontinents politisch zusammenschweißen sollte, auf dass sie stark
genug werden für die kräftigen Marktwinde, die rund um den Globus pfeifen. Der
Euro sollte sie zwingen, ihren politischen Zwist beizulegen und ein für allemal
auszuschließen, was über die Jahrhunderte zum Kalender gehörte wie Aussaat und
Ernte: Krieg. Der Euro sollte zur politischen und sozialen Harmonie zwingen,
weil 27 Staaten auf so kleinem Raum zu viel Energie vergeuden, wenn jeder seine
eigenen Vorstellungen von Souveränität und Selbstbestimmung pflegt.
Der Euro aber ist ein dürrer Zweig, wie
die Griechen-Krise nun lehrt. Die globalen Finanzstürme können den Zweig
schnell knicken. Ein Investor in Bahrain oder in Shanghai wird Italien oder
Spanien kein Geld mehr leihen wollen, wenn er nicht sicher sein kann, dass dort
ordentlich gewirtschaftet und notfalls von den Verbündeten ordentlich gebürgt
wird.
Bitte klicken Sie auf das Bild, um die
Zeitleiste zu starten:
Der Euro, dieses Rückgrat der EU, kann
ganz schnell gebrochen werden, wenn der politische Wille zum aufrechten Gang
fehlt. Jetzt, da die Marktkräfte stärker sind als der politische Wille, zeigt
sich das Defizit Europas: Der Gemeinschaft fehlt die Idee zur politischen
Festigung des Euro. Es fehlen die Muskeln am Rückgrat. Dabei wird es nicht
reichen, wenn die Euro-Regeln besser überwacht und die Haushalte strenger
kontrolliert werden. Die gemeinsame Währung zwingt zu viel mehr gemeinsamer
Politik: bei Wirtschaft und Investitionen, bei der Besteuerung, bei der
Haushaltsplanung.
Die Staaten Europas, vor allem
Deutschland und Frankreich, werden sich politisch viel stärker verzahnen müssen,
wenn sie ihre Währung und damit ihre Gemeinschaft nicht verlieren wollen. SZ 30
Griechenland und EU. Einigung über Hilfspaket
Die griechische Regierung hat sich mit
dem Internationalen Währungsfonds und der EU auf ein Abkommen über
milliardenschwere Finanzhilfen geeinigt. Deutschland wird sich zunächst mit
einem Kredit von 8,4 Milliarden Euro beteiligen. In Athen gab es heftige
Proteste.
Das harte Sparpaket zur Rettung
Griechenlands vor einem Staatsbankrott steht. Dies gab der griechische
Ministerpräsident Giorgos Papandreou am Sonntagmorgen bei einer Sondersitzung
des Ministerrates in Athen bekannt. Es gehe dabei auch um das Wiedergewinnen
der Glaubwürdigkeit Griechenlands, sagte er.
Inzwischen hat sich die griechische
Regierung auch mit dem Internationalen Währungsfonds (IWF) und der EU auf ein
Abkommen über milliardenschwere Finanzhilfen geeinigt. Einzelheiten zu der
Einigung wurden zunächst nicht mitgeteilt.
Griechenland müsse „große Opfer“
bringen, um eine Katastrophe abzuwenden, sagte Papandreou in einer dramatischen
Rede. Er werde alles tun um zu vermeiden, dass Griechenland bankrott gehe,
erklärte er weiter. Ausgabenkürzungen beträfen die Gehälter von Beschäftigten
im öffentlichen Dienst sowie die Renten, kündigte er an.
„Oberstes Gebot ist die Rettung des
Vaterlandes. Ich werde alles tun, damit das Land nicht Pleite geht,“ sagte
Papandreou weiter. „Es stehen uns schwierige Jahre bevor.“ Er versprach, er
werde „alles tun, um die Schwächeren“ schützen. „Ich verspreche mit ihnen allen
zusammen zu kämpfen, damit Griechenland sich ändert“, sagte Papandreou. „Wir
werden es schaffen.“
Unterdessen gab es am Samstag in Athen
und anderen griechischen Städten wegen der Sparauflagen, die EU und
Internationaler Währungsfonds (IWF) verordnet hatten, Demonstrationen und
Krawalle. Im Athener Zentrum randalierten Autonome und griffen Polizisten,
Politiker und Journalisten an. Auf Bannern und in Sprechchören protestierten
die Demonstranten gegen die zeitgleich im Finanzministerium tagenden Experten
von IWF, EU-Kommission und Europäischer Zentralbank. In Anspielung auf die
Militärdiktatur in Griechenland von 1967 bis 1974 skandierten viele die Parole:
„Nein zur IWF-Junta“. Die Bahn und die Fähren wurden am Samstag bestreikt. In
staatlichen Krankenhäusern behandelten die Ärzte nur Notfälle. Das griechische
Kabinett soll an diesem Sonntag über die Hilfsmaßnahmen beraten.
Finanzsektor besitzt griechische
Anleihen oder Wertpapiere für 31 Milliarden Euro
Parallel zu den staatlichen Hilfen
plant die deutsche Wirtschaft einen Solidaritätsbeitrag. Banken, Versicherungen
und einzelne Unternehmen wollen bis zu zwei Milliarden Euro aufwenden, um
griechische Staatsanleihen zu kaufen und so die Finanzmärkte zu beruhigen. Weil
der Finanzsektor griechische Anleihen oder Wertpapiere für 31 Milliarden Euro
besitzt, hat er großes Interesse an der Abwendung eines Staatsbankrotts. Falls
die Krise auf andere südeuropäische Länder übergreifen würde, wären
Kapitalanlagen deutscher Lebensversicherer gefährdet.
Die Bundeskanzlerin lobte die
Wirtschaft für ihre Geste. Sie kündigte an, dass Deutschland nun auf eine
Verschärfung der Euro-Stabilitätskriterien dringen werde. „Es muss künftig
möglich sein, einem Land, das seine Verpflichtungen nicht einhält, zumindest
vorübergehend das Stimmrecht zu nehmen“, sagte sie der „Bild am Sonntag“.
Für das erste Jahr 45 Milliarden Euro
Deutschland wird sich zunächst mit
einem Kredit von 8,4 Milliarden Euro am Hilfspaket beteiligen. Es umfasst für
das erste Jahr 45 Milliarden Euro, von denen die 16 Euro-Staaten 30 Milliarden
übernehmen. Nach Schätzungen des Währungsfonds wird das mit 300 Milliarden Euro
im Ausland verschuldete Griechenland für das dreijährige Hilfsprogramm bis zu
120 Milliarden Euro benötigen. Deutschland dürfte dann weitere Kredite von 17
Milliarden Euro zu schultern haben. Bundestag und Bundesrat sollen das Gesetz
über die Kreditbürgschaft in der nächsten Woche verabschieden.
Führende Politiker aus Union und FDP
sprachen sich gegenüber dieser Zeitung für die Milliardenkredite unter strengen
Auflagen aus. Der baden-württembergische Ministerpräsident Stefan Mappus (CDU)
sagte: „Ich habe großes Verständnis für diejenigen, die emotional betrachtet
finanzielle Hilfen ablehnen, aber ökonomisch betrachtet sind sie alternativlos.“
Von einem Staatsbankrott Griechenlands wären vor allem die Länder betroffen,
bei denen Griechenland hoch verschuldet sei.
Der CSU-Landesgruppenvorsitzende
Hans-Peter Friedrich sagte, ein ungeordneter Staatsbankrott Griechenlands hätte
unabsehbare Folgen: „Die finanziellen Verflechtungen Europas sind viel zu eng,
als dass wir so etwas zulassen könnten, ohne weitreichende Schäden für andere
Länder, auch für Deutschland und seine Bürger, zu riskieren.“ Auch der
nordrhein-westfälische FDP-Chef Andreas Pinkwart lehnt die Hilfen nicht ab,
forderte aber eine Beteiligung der Banken: „Garantien für Griechenland sind als
Ultima Ratio nur möglich, wenn sich das Land einer soliden Sanierung stellt und
die Banken einen angemessenen Beitrag leisten.“ Faz.net 2
Fremde Freunde? Politische Kultur in Deutschland und Italien im Dialog
Egregio Sig. Bassanelli, Sicher haben
auch Sie schon von Gian Enrico Rusconis These gehört, nach der die Beziehungen
zwischen Deutschland und Italien sich in einem Zustand der „schleichenden Entfremdung”
befinden: Zwar bewundern die Italiener die Deutschen in ihrer politischen
Haltung und Pragmatik, lassen ihren Bekundungen jedoch keine Taten folgen. Die
Deutschen hingegen finden ihr südliches Nachbarland in größtem Maße sympathisch
und studieren dessen Kultur und Geschichte mit Vorliebe, betrachten es aber als
politisch nicht Ernst zu nehmend.
Entspricht es wirklich der Realität,
dass die deutsch-italienischen Beziehungen an einem Tiefpunkt angekommen sind?
Beide Länder haben in Wirklichkeit viel
mehr gemeinsam, als es auf den ersten Blick scheint: Eine ähnliche historische
Vergangenheit, das Schaffen gemeinsamer Institutionen im Rahmen des
europäischen Zusammenwachsens, zwei junge Generationen, die erwartungsvoll auf
ihre Zukunft schauen – all das sind Grundlagen für ein funktionierendes
Vertrauensverhältnis.
Vor allem aber, wenn Deutsche und
Italiener ihre Potentiale zusammenführen, kann Großartiges daraus entstehen,
wie zum Beispiel schon bei den Römischen Verträgen, aber auch für die Zukunft
Europas.
Dies aktiv zu fördern hat sich die
Konrad-Adenauer-Stiftung in Rom zum Ziel gesetzt und ein Online-Forum zur
Förderung des deutsch-italienischen Dialogs initiiert.
30 Experten haben sich Gedanken zu
Themen aus Staat und Politik, Bildung und Wissenschaft, Wirtschaft und Soziales
sowie Kultur und Gesellschaft gemacht – jeweils aus der Perspektive beider
Länder.
Die Bedeutung des Projekts spiegelt
sich auch in seiner tatkräftigen Unterstützung von Seiten des deutschen
Botschafters in Italien, Michael Steiner, und seines italienischen Amtskollegen
in Berlin, Michele Valensise, wider. Wir freuen uns, dass sie die
Schirmherrschaft zu diesem Projekt übernommen haben.