WEBGIORNALE  3-5  Maggio  2010

 

Inhaltsverzeichnis

1.       “L’Europa in movimento”. Riuniti a Roma i Consigli Europei dei residenti all’estero  1

2.       “L’Europa in movimento”. Dibattito sul “ruolo dell’istruzione” e documento per Bruxelles  2

3.       “L’Europa in movimento”. Gli interventi di Franco Narducci e Claudio Micheloni, 2

4.       “L’Europa in movimento”. Da Parigi a Roma sulla strada per Bruxelles  3

5.       Il Cgie discute sulla chiusura dei Consolati. Saarbrucken, Norimberga, Mannheim e Amburgo...addio! 4

6.       I suggerimenti del Cgie per migliorare l’esercizio del voto all’estero. Resta il voto per posta  5

7.       Baden-Württemberg. Conferenza sull’integrazione. L’SPD lancia la campagna sull’integrazione  5

8.       Wolfsburg. La statua di Provenziani "L'emigrante" ritorna davanti alla stazione  6

9.       Parte oggi da Berlino il tour europeo di “Sicilia continente del vino”  6

10.   La Biblioteca della Sicilia avvia collaborazione con la Bayerische StaatsBibliothek di Monaco di Baviera  6

11.   Oggi in Campidoglio la consegna del Premio Simpatia all'Ambasciatore tedesco Michael Steiner 7

12.   Oggi all’IIC di Berlino workshop della Basilicata in occasione del lancio di “Parenti Lontani”  7

13.   Tour europeo di Claudio Baglioni: il 6 maggio a Monaco e il 7 a Stoccarda  7

14.   Plenaria Cgie. Il dibattito sulla riforma di Comites e Cgie in discussione alla Commissione Esteri del Senato  7

15.   Plenaria Cgie. Quale nuovo ruolo per il Condiglio Generale degli Italiani all’estero?  8

16.   Plenaria Cgie. Ancora su ruolo e funzione del Cgie, il dibattito della seconda mattinata di lavori 10

17.   Immigrazione, negli Usa mobilitazione contro legge anti-clandestini dell'Arizona  10

18.   Grecia, c'è l'accordo Fmi-Ue. Scontri ad Atene  11

19.   La crisi della Grecia. Chi dà i voti (e li sbaglia) 11

20.   La sede della Regione Calabria a Bruxelles "costa troppo e produce poco"  12

21.   La crisi finanziaria, il petrolio nel Golfo del Messico, il terrorismo: tutte le spine di Obama  12

22.   Wall Street, la regola dell'immoralità  12

23.   Belgio, primo sì a divieto del burqa  13

24.   Elezioni in Gran Bretagna. Il peso della crisi inglese sul voto  13

25.   1° Maggio. I giovani sappiano raccogliere una tradizione nata 120 anni fa  14

26.   Primo maggio, dov'è la festa?  15

27.   Una riflessione sulla festa della Liberazione  15

28.   L’intervista. "Ora nel Pdl va ridiscusso tutto il programma è da ricalibrare"  16

29.   Il Governo vara il regolamento per il riordino del Ministero degli Affari Esteri 16

30.   Epifani: «Subito un piano per il lavoro»  17

31.   Collegamenti ferroviari tra Svizzera e Italia  17

32.   Senato. Delegazione del CGIE incontra il Comitato per le questioni degli italiani all'estero  17

33.   Ahimè! Un’Italia distante dalle collettività italiane nel mondo, un Governo anti-migranti 18

34.   Adunata nazionale degli alpini a Bergamo. Arriveranno da tutto il mondo  18

35.   Corso di italiano della Regione per i giovani campani all’estero. Domande entro il 10 maggio  19

 

 

1.       Einwanderung und Integration. Das neue Deutschland  19

2.       Integration, FDP will Burka-Verbot in ganz Europa  20

3.       Das Netzwerk "Integration durch Qualifizierung" auf der Zielgraden 2010  21

4.       Burka-Verbot in Europa. Umstrittener Schleier 21

5.       EU: Krise der Währungsunion. Den Euro retten, um Europa zu retten  22

6.       Griechenland und EU. Einigung über Hilfspaket 22

7.       Fremde Freunde? Politische Kultur in Deutschland und Italien im Dialog  23

8.       Portrait CDU-Reformer Laschet, NRW-Integrationsminister. Der Freundliche  23

9.       Kinofilm über Sizilien. In "Baarìa" wüten Mafia und Kommunismus  24

10.   Golf von Mexiko. Verzweifelter Kampf gegen die Ölpest 24

11.   Ökonom Heiner Flassbeck. "Griechenland ist nicht pleite"  25

12.   Klimawandel. Die Wahrheit über Fehler des Klimarats  25

13.   Britischer Wahlkampf im Fernsehen. Brown verschenkt letzte Chance  26

14.   Expo in Schanghai. Staunen soll die Welt 27

15.   Die Kanzlerin, der Wahlkampf und die Euro-Krise  27

16.   Krawalle. 1. Mai – Der langweilige Karneval der Unkultur 28

17.   Gewerkschaften. Der Vorrang des Menschen  29

18.   1. MAI. Tag der Arbeit, Tag des Staates  30

19.   Vor der NRW-Landtagswahl. Rüttgers und Kraft gleichauf 30

20.   Machtkampf bei der SPD. Jäger und Fänger 31

21.   NRW-Wahl. Migranten und Muslime treten mit Protestpartei an  31

22.   Erste Landragsrede. Aygül Özkan: Show und Sühne  32

23.   Burka-Verbot in Belgien. "Gefährlicher Präzedenzfall"  32

24.   Nach Votum in Belgien Koch-Mehrin will Burkas aus Europa verbannen  32

25.   Verbot der Ganzkörperverschleierung. Burka wird europäisches Streitobjekt 33

 

 

 

 

“L’Europa in movimento”. Riuniti a Roma i Consigli Europei dei residenti all’estero

 

Incontro promosso dal Cgie a Palazzo Madama - Il saluto del vice presidente del Senato Bonino e del vice presidente del Parlamento europeo Pittella. Aprono gli interventi Carozza per il Cgie, Villaescusa per l’Assemblea dei Francesi all’estero, il sottosegretario Mantica e il presidente della Commissione Esteri del Senato Dini

 

 ROMA – Il vice presidente del Senato Emma Bonino ha aperto venerdì mattina 30 aprile a Palazzo Madama il secondo incontro dei Consigli europei dei residenti all’estero, promosso dal Consiglio Generale degli Italiani all’Estero e intitolato “L’Europa in movimento: da migranti a cittadini europei”.

 Un incontro per dar seguito al primo appuntamento parigino del 2008, organizzato dal Consiglio dei francesi residenti all’estero, e finalizzato alla promozione della costruzione di un’identità europea attraverso la valorizzazione del contributo ad essa dei cittadini più direttamente coinvolti nel processo di integrazione, come gli europei residenti in un Paese dell’Unione diverso dal loro Stato di origine.

 “Cittadini che spesso consideriamo quasi un’entità generica e di cui raramente ci occupiamo, anche nelle nostre istituzioni nazionali – ha detto Emma Bonino – ma a cui invece l’Europa presta attenzione perché traducono concretamente il significato della cittadinanza europea, che vivono in prima persona”. Per la Bonino si tratta dunque di un iniziativa significativa “per dare sostanza all’Europa dei cittadini”, sancita dal Trattato di Lisbona approvato il 1 dicembre 2009. “Questo di oggi è un evento che conferma il successo di Parigi – aggiunge la Bonino, – a cui si dà un seguito con la discussione sulla cittadinanza europea e sul contributo che ad essa possono e devono dare i sistemi di istruzione e formazione di tutti gli Stati membri”.

 Anche Gianni Pitella, vice presidente del Parlamento europeo, sottolinea “l’importanza e l’efficacia di questa iniziativa, che si staglia contro gli umori viscerali che vorrebbero rinchiuderci dentro un recinto, contro la nostra tendenza fisiologica alla mobilità”.

 Il vice presidente ha ricordato che il Trattato di Lisbona conferisce poteri importanti ai Parlamenti nazionali e ai cittadini, “poteri che dobbiamo saper usare – ha detto Pittella – specie in un momento difficile come quello che sta attraversando in questi giorni l’Unione Europea”, in cui essa “deve riuscire a trovare ritrovare lo smalto e la capacità decisionale dei giorni migliori”. Per Pittella è importante, nella soluzione della crisi della Grecia, che “non prevalgano egoismi nazionali” e che si trovino percorsi di sostegno prima che le difficoltà greche “contagino tutta l’Europa”.

 Il vice presidente ha anche assicurato il suo sostegno per fare in modo che trovino attuazione in sede europea le richieste formulate alla vigilia e nel corso di questo incontro: la nascita di un Consiglio Europeo dei cittadini comunitari residenti all’estero e l’impegno di un Commissario europeo delegato alla governance istituzionale delle politiche indirizzate ai cittadini migranti, o che incidono sulla loro condizione.

 Il segretario generale del Cgie, Elio Carozza, ha aperto il suo intervento riconoscendo “il merito al Consiglio dei francesi all’estero di aver aperto a Parigi nel 2008 la strada per una più specifica attenzione delle istituzione europee all’Europa in movimento e di avere indicato le priorità per una più compiuta integrazione dei cittadini europei residenti fuori dai propri Paesi di origine”.

 Significativa la promozione dell’incontro nel Senato italiano e l’impegno, nella prosecuzione del percorso intrapreso a Parigi, del Cgie, “organismo del Paese che ha registrato il più alto contributo all’esodo dei connazionali nel mondo e che ha raggiunto – ha detto Carozza – il più esteso livello di rappresentanza democratica dei propri emigrati, all’estero come in Italia, attraverso l’istituzione dei Comites nei Paesi dove più è numerosa la presenza dei cittadini italiani, del Cgie e l’elezione dei parlamentari della circoscrizione Estero, le consulte e i consigli regionali dell’emigrazione”.

 Carozza ha poi sottolineato la necessità di prevedere, all’interno delle istituzioni europee, forme di governance delle politiche che coinvolgo i cittadini in movimento, “per governare i processi derivati dalle condizioni di oggettiva disomogeneità cui tali cittadini sono sottoposti nel rispetto delle peculiarità delle legislazioni dei singoli Paesi membri”.

 Un Consiglio generale degli europei residenti all’estero, “non più rinviabile”, afferma Carozza e che costituirà “un organismo consultivo, elemento di collegamento permanente tra le istituzioni dell’Unione e i cittadini in movimento, per accelerare l’allargamento della partecipazione dei cittadini comunitari”. “Impegni indifferibili” anche delegare ad un Commissario europeo la governance istituzionale delle politiche indirizzate ai cittadini migranti e l’istituzione di un’apposita Agenzia europea che assicuri l’analisi, l’aggiornamento e il monitoraggio delle politiche europee, “in un contesto storico di transizione quanto mai problematico, caratterizzato da un aumento delle dinamiche migratorie dentro e fuori i confini dell’Unione, cui corrispondono politiche nazionali eterogenee – segnala Carozza - quando non contrastanti con i principi con gli stessi principi e valori comunitari, determinando condizioni di incertezza e di diseguaglianza tra i cittadini dell’UE”.

 Un confronto più assiduo tra gli Stati membri dell’Unione viene richiesto anche “per la razionalizzazione della rete diplomatico-consolare che coinvolge i cittadini europei in tutte le parti del mondo”, affinché essa venga maggiormente “raccordata secondo le direttive della politica estera europea”. 

 Carozza chiede che il prossimo incontro avvenga a Bruxelles per “un diretto confronto con gli europarlamentari, poiché quella è la sede della legittimazione delle nostre richieste in merito all’attuazione del principio di sussidiarietà che sta alla base del Trattato di Lisbona”. Infine, un richiamo all’importanza dell’insegnamento di ciò che è l’Europa in ambito scolastico “per la costruzione di un senso di appartenenza europea nei più giovani, doveroso passo del processo di integrazione sin qui raggiunto”.

 Per l’Assemblea dei Francesi all’estero è intervenuto Jean Pierre Villaescusa, membro dell’ufficio di presidenza, che ha ricordato la sua personale esperienza di cittadino europeo – nato in Francia da madre italiana e padre spagnolo –e segnalato che anche i francesi all’estero sono rappresentati al Parlamento nazionale, con 12 senatori a cui il prossimo anno si unirà un’ulteriore componente eletta formata da 11 deputati. Egli ha rilevato come “la Francia non sia sempre stata un motore per l’integrazione europea”, sottolineando l’importanza dei “piccoli passi” necessari alla costruzione di un’Unione più forte. “Se l’Europa avesse una sola voce ed un solo volto – aggiunge – tanti cittadini la sentirebbero meno lontana e gli Stati Uniti cercherebbero più spesso il confronto con noi. Ma anche i cittadini europei devono fare la loro parte nel processo di rafforzamento dell’integrazione europea”.

 Il sottosegretario del Mae con delega agli italiani nel mondo, Alfredo Mantica, ha segnalato che “sebbene a piccoli passi, la determinazione della volontà politica di oltrepassare gli ostacoli, sino ad oggi, è stata il miglior modo per procedere con l’unità europea”. Tra i “pilastri fondamentali” dell’Unione, il sottosegretario ha ricordato la libera circolazione delle persone, il senso di appartenenza alimentato anche dalla possibilità per i cittadini di esercitare il diritto di voto attivo e passivo in un Paese di residenza diverso da quello del Paese di origine, la cooperazione adottata a seguito del Trattato Schenghen, per eliminare i controlli alle frontiere e l’estensione della protezione diplomatica europea – laddove manchi quella dello Stato membro. “Si tratta di risultati importanti – ha detto Mantica – che devo essere tutelati e ulteriormente sviluppati, bilanciando le esigenze di libertà e sicurezza”. Egli ha segnalato come l’Italia sia favorevole ad un ulteriore allargamento dello spazio Schenghen con Bulgaria, Romania e Cipro “se disposte a rispettare le normative di sicurezza” e alla liberalizzazione dei visti per l’area balcanico-occidentale “che riteniamo comunque appartenente all’Europa”. Necessario anche maggior impegno sul fronte della libera circolazione degli atti, indispensabile anche in ambito giudiziario, a cui occorre giungere “valutando un raccordo dei sistemi di giustizia civile e penale, con il mutuo riconoscimento delle sentenze”. Tra gli obiettivi più ambiziosi dell’Europa, Mantica segnala l’integrazione dei sistemi formativi e universitari e il pieno rispetto del Trattato di Lisbona “che dà più potere ai cittadini, consentendo anche la presentazione di proposte di legge di iniziativa di questi ultimi”. “Piccoli passi che – conclude Mantica – possono contribuire a grandi rivoluzioni”.

 Più critico sui lenti progressi dell’Unione Europea, specie se si guardano questi ultimi anni,  il presidente della Commissione Esteri del Senato Lamberto Dini, che rileva come lo stesso Trattato di Lisbona approvato sia in realtà un testo assai meno ambizioso di quello in origine previsto – prima del no del referendum francese e olandese in proposito.

 Una scelta errata “proprio in un momento – avverte Dini – in cui ci sarebbe più bisogno di Europa, specie di fronte alle incertezze della crisi greca, la cui modalità di sostegno è stata determinata più che dallo spirito di solidarietà e coesione, dalla dura posizione tedesca e dalla sua rigida interperetazione dei trattati”.

 Un approccio riduttivo che, secondo Dini, inciderà anche sulla definizione del bilancio dell’Unione. “Vista la crisi sicuramente il confronto cruciale non sarà su un possibile aumento di risorse da parte degli Stati membri, ma sulla distribuzione di quelle disponibili – afferma Dini. Di essa la maggior parte è destinata alla politica agricola e di coesione, a scapito della ricerca e dell’innovazione, che però sono settori capaci di incidere sull’efficienza del sistema europeo nel suo complesso”.

 Indispensabile, infine, il rafforzamento dell’Europa anche in vista delle sfide poste da un riassetto dei rapporti di potere a livello mondiale. (Viviana Pansa – Inform)

 

 

 

 

“L’Europa in movimento”. Dibattito sul “ruolo dell’istruzione” e documento per Bruxelles

 

Roma - Dopo il 1° incontro di Parigi del 2008, oltre 40 delegati degli europei residenti all’estero, provenienti da 12 Paesi UE, si sono riuniti venerdì nell’aula del Senato per partecipare al 2° incontro, organizzato stavolta dal Consiglio generale degli italiani all’estero (Cgie). Dopo la sessione dedicata al tema "L’Europa in movimento e le istituzioni europee" i partecipanti, nel pomeriggio, hanno discusso sul "ruolo dell’istruzione nella costruzione della coscienza civile europea". Al termine del dibattito, moderato dal senatore eletto all’estero nelle file del Pd Claudio Micheloni, i delegati italiani e europei hanno poi approvato a larga maggioranza un documento che, disponibile integralmente da oggi, sarà indirizzato all’Unione Europea con la richiesta di far proprie le richieste dei Consigli Europei dei Residenti all'Estero e di organizzare il 3° incontro a Bruxelles.

Il dibattito dei delegati ha preso il via con l’intervento di Nicholas Newman (Gran Bretagna). Tra i vari diritti delle persone espatriate, per il delegato britannico, l’istruzione riveste "un ruolo di piano. È importante però", ha sottolineato Newman, "un tipo di istruzione che possa tener viva la cultura di appartenenza" e al tempo stesso "rinvigorire il concetto di identità europea" garantendo, tra le altre cose, "l’inserimento delle lingue straniere nei programmi scolastici".

Karine Henrotte Forsberg, delegata generale degli svedesi all’estero, giudica un "diritto fondamentale" l’istruzione nella propria lingua madre per i cittadini emigrati anche se, ha sottolineato, "in molte parti del mondo i genitori non riescono a garantire questo tipo di studi ai propri figli". Un altro problema evidenziato dalla delegata svedese è l’"immagine negativa" dell’Europa che emerge dai mezzi di informazione. "Fin dall’asilo, nei programmi scolastici", ha commentato la delegata svedese, "bisogna inserire dei programmi di studio sull’Europa" e, da parte europea, "servirebbe una volontà politica forte e l’istituzione di un commissario europeo che si assuma la responsabilità". D’accordo con la delegata svedese Anna Pompei Ruedenberg, consigliere Cgie in svizzera, secondo cui "l’insegnamento lingua madre è fondamentale per dare diritto a tutti i cittadini per essere equiparati e seguire la loro vocazione".

Nel suo intervento Fernando Marzo, consigliere Cgie in Belgio, ha denunciato invece un certo "neoprotezionismo e provincialismo" nella formazione europea. L'Europa, a suo avviso, dovrebbe avere "una politica di protezione e di valorizzazione delle varie lingue".

Tra i consiglieri del Cgie ha preso la parola anche Paolo Castellani (Cile) sottolineando in particolare la responsabilità storica e culturale che l’Europa, ancora oggi, ha verso l’America Latina e dunque verso gli immigrati latino americani che risiedono in Europa. Lorenzo Losi, vice segretario del Cgie per l’Europa e l’Africa Nord, ha poi parlato della lontananza che ancora oggi c’è tra le istituzioni europee e i cittadini. "Se non è completo il lavoro di avvicinamento dell'Europa", ha detto, "probabilmente è perché c’è stata poca contaminazione tra i vari Paesi. In questo momento di stallo dell’UE, siamo proprio noi cittadini emigrati che dobbiamo "diffondere e contaminare" il messaggio europeo".

"L’unico modo per garantire una formazione unitaria", ha poi commentato il consigliere Cgie Norberto Lombardi, "è rispettare le differenze di ognuno". In questo processo, per Lombardi, bisogna però tener conto che esiste anche un problema relativo ai migranti "che non sono espressione dei Paesi europei". A queste persone, spesso ragazzi, figli di profughi o comunque persone senza un regolare permesso soggiorno, bisogna garantire il diritto alla formazione. "Questo", ha concluso Lombardi "è l’orizzonte da perseguire".

Il consigliere Cgie Alberto Bertali (Gran Bretagna), dopo essersi dichiarato "europeista convinto", ha detto con rammarico che nota oggi una certa "stanchezza": "l’ideale di Europa", ha commentato, "si sta un po' sfilacciando ed è necessario che i giovani inizino a portare avanti "un discorso europeo che sia visibile all'Europa"".

Teresa Heimans del Consiglio delle Comunità Portoghesi (CCP) ha poi fatto una breve panoramica sull’emigrazione portoghese nel mondo. "Sono circa 5 milioni i portoghesi che oggi vivono fuori i confini nazionali, di cui 3 milioni in Europa. Considerando figli e nipoti arriviamo a 25 presenze all’estero", ha reso noto la delegata sottolineando che, mentre oggi il flusso migratorio è più o meno costante, in passato sono stati molti i giovani laureati che si sono spostati per trovare lavoro nell'EU, alla ricerca di opportunità e di un lavoro migliore. "È necessario", ha aggiunto la delegata portoghese, "far sentire la propria voce e denunciare il concetto di europei "di prima e seconda classe. Crediamo in "Europa del movimento" ma ovunque ci devono essere gli stessi diritti!".

Il consigliere del Cgie Andrea Amaro ha poi voluto manifestare ai presenti la sua soddisfazione per questo 2° Consiglio dei residenti all’estero: un’occasione, ha detto, "per recuperare uno spazio nuovo di riconoscimento e di iniziativa dei temi dell’emigrazione. Iniziative che vanno ripetute con una cadenza regolare. Importante", per Amaro, sarebbe anche "dotare queste assemblee di un organismo di rappresentanza, di un portavoce. Dobbiamo tutelare diritti delle nostre presenze nel mondo ed avere la possibilità di trasmettere i valori della lingua e cultura italiana. Purtroppo", ha concluso il consigliere, "oggi assistiamo in Italia ad una politica di diminuzione di questo impegno".

"Problemi irrisolti e peggioramenti", in particolare per i lavoratori migranti, sono stati denunciati anche da Dino Nardi, consigliere del Cgie residente da 40 anni in svizzera. "Necessario", per Nardi, "è uno spazio di rappresentanza nel Parlamento Europeo per i cittadini UE che vivono in un altro Paese".

Mario Bosio, consigliere del Cgie in Francia, ha quindi ribadito il concetto di far nascere la cittadinanza europea nella scuola: "bisogna creare una scuola che abbia caratteristiche veramente europee con l'adozione di una struttura comune nella formazione degli insegnanti e programmi comuni che non tanto cancellino il prezioso patrimonio delle identità nazionali ma mettano in risalto gli elementi che uniscono le nazioni". Anche per Massimo Romagnoli, consigliere del Cgie in Grecia, le istituzioni devo offrire ai giovani "nuovi obiettivi, strumenti e informazione oggi carenti. Tradizioni e cultura", ha spiegato, "sono l’obiettivo principale per il futuro dei giovani europei".

Il consigliere del Cgie in Ecuador Marina Salvarizza ha poi messo l’accento su un’altra questione: "ai cittadini emigrati dall’America Latina non vengono garantiti gli stessi diritti di cui stiamo parlando noi oggi. Il visto Schengen crea loro molti disagi e penalizza in particolare le famiglie più povere. Oggi", ha aggiunto, "l’Europa deve ascoltare le voci delle persone che non riescono ad essere presenti in nessun contesto: né a Bruxelles ne a Roma; c’è bisogno di Europa illuminata e unita".

Infine, Giangi Cretti, consigliere Cgie e neo presidente della Fusie, ha fatto un riferimento all’attualità proponendo anche una riflessione sui nuovi movimenti antieuropeisti che si stanno affermando nei Paesi europei: "in seguito al necessario riassesto dei conti pubblici in Grecia", ha detto, "sono state dette frasi come: "di certo non saremo noi tedeschi a pagare i debiti dei greci che hanno il vizio di lavorare poco e spendere poco". "Tra queste parole", ha osservato il consigliere, "si mimetizza un grave problema culturale più che politico: nei vari Paesi stanno crescendo consensi per movimenti nazionalisti, antieuropei, se non addirittura xenofobi. È necessaria un’educazione all'interculturalità: una strada lunga e irta", ha concluso, "che va assolutamente affrontata". (tom.samp.\aise) 

 

 

 

 

“L’Europa in movimento”. Gli interventi di Franco Narducci e Claudio Micheloni,

 

Narducci invita al rafforzamento dell’UE, mentre Micheloni conclude i lavori della mattinata: “Difficile far comprendere l’importanza dei parlamentari eletti dai connazionali all’estero al Paese di origine, ma tutti insieme ci possiamo riuscire, anche in Europa”

 

 ROMA – Tra gli interventi che si sono succeduti nel corso della mattinata di oggi nell’incontro dei Consigli dei cittadini europei residenti all’estero anche quello di Franco Narducci e Claudio Micheloni, rispettivamente deputato e senatore eletti nella ripartizione Europa al Parlamento italiano.

 Il vice presidente della Commissione Esteri Franco Narducci ha sottolineato come nell’odierno villaggio globale sia “necessario e urgente il rafforzamento della coesione e dello spirito unitario dell’Unione Europea”. Dopo aver ricordato la difficile crisi economica della Grecia, Narducci ha paragonato la costruzione europea ad “una casa messa su mattone dopo mattone che ora però, una volta che il tetto è stato costruito, deve confrontarsi con la stanchezza dei suoi cittadini”. Secondo il deputato del Pd vi è inoltre l’esigenza di rilanciare la costruzione europea attraverso una politica comunitaria che si sviluppi nell’ambito sociale, della cittadinanza e della relazione fra Paesi. 

 “La libera circolazione delle persone nell’Unione europea - ha spiegato Narducci - è stata una grande conquista, soprattutto dal punto di vista del lavoro e delle condizioni salariali. Valori importanti che dobbiamo difendere”. Il deputato ha infine auspicato la costruzione di un Europa che guardi alla “società cognitiva e che quindi sappia investire, rivolgendosi al futuro, sui giovani e sulla ricerca”.  

 Affidate a Claudio Micheloni, vice presidente in Senato del Comitato per le questioni degli italiani all’estero, le conclusioni della mattinata a Palazzo Madama.

 “Ciò che mi ha colpito dei vostri interventi, specie per la situazione che riscontriamo noi eletti all’estero qui in Italia oggi, - ha detto Micheloni – è l’emergere di un problema di fondo comune a noi tutti e molto sentito: la necessità di far capire a coloro che condividono con noi le aule parlamentari che la nostra presenza in esse è importante più per l’Italia che per i connazionali che noi rappresentiamo”. “Per far comprendere questa realtà in modo efficace credo sia importante lavorare tutti insieme – ha detto l’esponente del Pd, segnalando quanto la questione sia essenziale anche per l’Europa nel suo insieme.

 Ricordando un suggerimento avanzato da Mirko Tremaglia, principale sostenitore delle legge per il diritto di voto all’estero, oggi presente al Senato, Micheloni ha segnalato l’importanza di stabilire un dialogo con i circa 400 parlamentari di origine italiana eletti nei rispettivi Paesi di residenza, per “poter utilizzare queste forze come strumenti di una diversa politica estera del nostro Paese”.

 

 Micheloni auspica che la prossima riunione possa essere organizzata dal Parlamento europeo presso la sede di Bruxelles  e poi “girare negli Stati membri per far capire alle forze politiche nazionali dell’Unione l’importanza della costruzione e del mantenimento di questi raccordi, così che si possano valorizzare correttamente le collettività che abbiamo sparse in tutto il mondo”. (Inform)

 

 

 

 

 

“L’Europa in movimento”. Da Parigi a Roma sulla strada per Bruxelles

 

Aperta venerdì mattina nell'Aula del Senato la prima sessione dei lavori dei 27 Consigli europei dei residenti all'estero con l'intervento della Vice Presidente del Senato, Sen. Emma Bonino, intervenuta a nome del Presidente del Senato Renato Schifani  impossibilitato a presenziare per imprevisti impegni istituzionali.

 

Dopo aver ricordato il successo  ottenuto dal I° appuntamento dell'"Europa in Movimento", tenuto a Parigi nel settembre del 2008, la sen. Bonino  ne ha stigmatizzato i differenti obiettivi, essendo dedicato all'accesso ai servizi il primo, con una speciale attenzione a sanità e giustizia, mentre l'iniziativa di Roma affronta  il problema della cittadinanza europea e dei sistemi di istruzione e formazione.

 

L'intervento di un' "europeista convinta" ha affermato  l'ex Commissario europeo, sottolineando il proprio apprezzamento per un'iniziativa "importante", che entra nel merito  delle opportunità offerte dall'Europa ai suoi cittadini e cittadine, ma anche "di questioni da affrontare  in un'integrazione che a volte non è scevra da problematiche".  "Spesso si rischia di riferirsi ad una entità generica, perfino un pò astratta" ha fatto presente la Vice Presidente del Senato, mentre  "raramente  facciamo lo sforzo di parlare con i nostri concittadini del merito delle problematiche , delle opportunità e delle sfide, a volte non colte,  che l'Europa è in grado di proporre nella vita di tutti noi".

 

"Una bellissima iniziativa che si staglia contro gli umori viscerali che vogliono chiudere la nostra tendenza alla mobilità in un recinto". Concorde con gli obiettivi dei  Consigli degli Europei  "en mouvement"  il Vice Presidente del Parlamento Europeo, On. Gianni Pittella , che ha affermato  "Dobbiamo realizzare un’ intesa interistituzionale che, nonostante il momento di difficoltà, permetta all’Europa di procedere.." "Sostengo la proposta di costruire un Consiglio Generale Europeo degli italiani e di tutti gli altri europei  che vivono fuori dai confini nazionali".  Ed il Vice Presidente dell'Europarlamento si farà latore della proposta di un’ autentica "Agorà di riflessione",  e  di un Commissario specializzato sulla tematica della mobilità".

 

"Merito al Consiglio dei Francesi all’Estero di aver aperto la strada per una più specifica attenzione delle Istituzioni europee a " l''Europe en Mouvement"   da parte del Segretario Generale del CGIE, Elio Carozza, che ha definito l'obiettivo della Conferenza di Roma,  il  compito "di traghettare quell’innovativo auspicio verso una concreta affermazione dei diritti dei migranti comunitari nel contesto della governance istituzionale  delle politiche dell’Europa a 27. 

 

Carozza   nella sua relazione di apertura ai lavori ha stigmatizzato  la dimensione transnazionale dello status di cittadini "en mouvement"  e, dunque, il maggior  valore  della  cittadinanza europea con quanto essa comporta in termini di tutela dei diritti, legislazione, educazione, mantenimento delle identità originarie, servizi…". Diritti che non essendo ancora realtà effettiva, sottoposti come sono  a politiche nazionali eterogenee, potranno essere raggiunti attraverso un sistema di  goverrnance europea, i cui strumenti dovranno essere definiti nell'ambito dell'Agorà, sostenuta dal CGIE e sposata dal Vice Presidente del Parlamento Europeo, l'On. Gianni Pittella.

 

Per parte loro i Consigli avanzano la richiesta di un Consiglio Generale degli Europei residenti in uno Stato Membro diverso da quello d'origine, di un Commissario e di un'Agenzia europea.

Dunque, un organismo consultivo, emanazione dei rappresentanti nazionali degli europei residenti all’estero, di collegamento permanente con gli organismi comunitari e fra questi ed i cittadini “en mouvement”; un "Commissario"  con competenze dirette in materia di governance dei processi, oltre che  nella gestione e l’aggiornamento dello sportello unico accessibile a tutti i cittadini europei. Infine,  un’Agenzia europea che assicuri, l’analisi, l’aggiornamento ed il monitoraggio della politica europea.

 

Il secondo punto affrontato dal rappresentante del CGIE l'importanza della formazione e dell'istruzione nella UE per accelerare i processi di inclusione sociale, culturale e politica delle attuali come delle future generazioni di cittadini europei: la formazione dei giovani, laddove oggi rimane invece ai margini dell’insegnamento, negli istituti della scuola primaria come nelle Università".

 

Sottolineata la proficua realtà dei programmi Erasmus e di migliaia di iniziative sperimentali, per una dimensione multiculturale e plurilinguistica dei giovani europei, Carozza ha avanzato  la proposta dell'insegnamento della storia, dei valori e dell’architettura istituzionale europea come materia curriculare all’interno dei sistemi scolastici e formativi dei 27 Paesi dell’Unione. Ciò  per superare la discrepanza tra il sempre maggiore impatto delle misure comunitarie sui cittadini dell’Unione e la dimensione quasi esclusivamente nazionale delle strutture formative.

 

     “La nostra ambizione- ha convenuto la Vice presidente del Parlamento Europeo, Roberta Angelilli è quello di creare uno spazio politico, di cittadinanza e di diritti, in cui la cooperazione nel settore dell’ istruzione e della formazione diventi uno strumento di coesione sociale” .

 

     “Questi obiettivi – ha proseguito l'On. Angelilli -marciano con gli imperativi dell’agenda politica ed  istituzionale europea, con particolare riferimento alla ricerca ed allo sviluppo tecnologico. Il Trattato di Lisbona parla di cittadinanza attiva, di  diritto all’istruzione e di formazione continua ed  i giovani sono una grande ricchezza della ’Ue, che ne ha sempre  sostenuto il ruolo nella direzione dell’integrazione.

 

    “Un’altra sfida che dobbiamo affrontare è quella del riconoscimento delle qualifiche:  la UE ha sistemi di istruzione nazionale non sempre armonici. Il nostro obiettivo è definire un sistema di riconoscimento specifico di diplomi e qualifiche, nonché l’attuazione di un programma che porti all’eguaglianza delle stesse qualifiche.”.

 

     “Dobbiamo rilanciare il ruolo dell’Europa – ha concluso Angelilli - in modo  che diventi protagonista nello scenario internazionale e che faccia della formazione una delle proprie priorità"

                                                                                                

" Jean Pierre Villaescusa, membro dell'Ufficio di Presidenza dell'Assemblea dei Francesi all'estero" ha espresso il  "grande orgoglio  di essere a Roma  per confermare l' impegno dei francesi a livello europeo ed ha , quindi, fatto presente come la Francia conterà di 11 deputati eletti all’estero, in rappresentanza delle comunità diffuse in  tutto il mondo. Un significativo passo avanti, nonostante la Francia non sia sempre stata, come avrebbe dovuto, motore all’interno del processo di integrazione europea.

 

"Facendo mia un’espressione di Jacques Delhors, ha stigmatizzato l'esponente delle comunità francesi, “l’Europa è come una bici: se non va avanti, cade”, dobbiamo renderci conto di come l’Europa rappresenti il futuro. Una simile importanza dell’UE avvalora maggiormente la nostra iniziativa" che "deve  puntare all’integrazione quale volano essenziale affinché l’Europa possa realmente rispondere alle esigenze dei suoi cittadini."

 

L’iniziativa del 30 settembre 2008 è stato il primo passo di un cammino all’interno del quale spetta proprio ai Paesi maggiormente europei, come la Francia e l’Italia, guidare il processo dell’integrazione. "

 

"La circolazione significa anche 350 mila matrimoni misti, 450 successioni, 80 mlioni di europei, che viaggiano fuori dall’Europa, oltre a  30- 40 milioni che vivono fuori dall’Europa. I cittadini europei hanno diritto di voto al Parlamento Europeo ed  è questa una delle conquiste più visibili di questo principio. Ma vi è anche il diritto all'assistenza consolare.. Sono risultati importanti, quelli ricordati dal Sottosegretario agli Affari Esteri con delega per gli Italiani nel Mondo, Sen. Alfredo Mantica", il quale parla anche del positivo allargamento dello "spazio Shengen" ai Paesi balcanici.

 

Ed il Sottosegretario ha  ricordato anche l'importanza del bilanciamento fra libertà e sicurezza: "tutti devono rispettare le leggi del paese ospitante". Dunque " Si alla libera circolazione ma occorre lottare contro gli abusi che vengono dalla criminalità organizzata". Ed il  "mutuo riconoscimento degli atti giudiziari" diventa in questo senso un importante "atto di vita quotidiana" per il quale occorre mettere a punto opportune garanzie in un quadro di progressiva armonizzazione delle norme sostanziali e processuali dei diversi Stati membri. Ed il Sen. Mantica ha puntualizzato "I cittadini della UE devono essere protestti dovunque si trovino nel mondo"

 

L'esponente del Governo, entrando nel vivo degli argomenti al centro dell'attenzione, ha affrontato la questione della "libera circolazione degli atti"  per i quali vi è la necessità di rimuovere  le barriere amministrative e procedurali  che i cittadini continuano ad incontrare. A superare questa fase saranno chiamati i Comuni di residenza.

 

 “Siamo accomunati- ha osservato il sen.Micheloni, esponente della Commissione Affari Esteri del Senato, eletto dalla Circoscrizione Estero,  rivolgendosi a tutti i presenti, da un problema di fondo: far capire che la nostra presenza, di noi residenti al di fuori dei confini nazionali ed europei, è importante per l’Italia e per l'Europa più di quanto non lo sia per noi". Questo  il messaggio politico da veicolare.

E rivolto al  "padre della circoscrizione estero", l'on Mirko Tremaglia, “noi siamo stati migranti ed abbiamo affrontato grossi problemi in tutti i paesi d’Europa e fuori d’Europa. I nostri genitori e i nostri nonni sono stati sottoposti a  diverse difficoltà ma questo oggi significa, anche, l'esistenza di  350 parlamentari di origine italiana in ogni parte del mondo. Potrebbero divenire  veri e propri strumenti di politica estera per il nostro paese".

 

           "Signore e Signori, ha concluso il Segretario Generale del CGIE, Elio Carozza, rappresentanti dei cittadini europei "en mouvement" siamo consapevoli che le richieste avanzate oggi, a Roma, non costituiscano che una parte delle esigenze enunciate nel corso della prima riunione a Parigi, ma siamo altrettanto consci che tali proposte siano elementi essenziali per avviare un concreto dialogo dei nostri organismi con le Istituzioni dell’Unione nel quadro di un più ampio disegno politico di piena inclusione sociale". De.it.press

 

 

 

 

 

Il Cgie discute sulla chiusura dei Consolati. Saarbrucken, Norimberga, Mannheim e Amburgo...addio!

 

Roma - Coira, Saarbrucken, Mulhouse, Norimberga, Bruxelles, Genk, Durban, Mannheim, Liegi, Alessandria, Amburgo: queste le sedi consolari che verranno chiuse o declassate a partire dal secondo semestre di quest’anno secondo quanto contenuto nella relazione del sottosegretario Mantica al Comitato di presidenza del Cgie del 26 e 27 marzo scorsi. Si tratta dei dati più aggiornati in materia che oggi, 29 aprile, sono stati sottoposti all’attenzione dei Consiglieri del Cgie nel corso dell’ultimo giorno di assemblea plenaria alla Farnesina. Ai lavori, cui ha partecipato il capo della Dgiepm, ministro Carla Zuppetti, hanno assistito anche tre deputati del Pdl eletti all’estero, Picchi, Angeli e Berardi.

"Da quando è stato annunciato il piano di ristrutturazione – ha ricordato Andrea Amaro, che ha presieduto i lavori in assenza del segretario generale Elio Carozza – si sono susseguite all’estero petizioni, occupazioni, manifestazioni varie, ma la situazione non è cambiata, come vedete dall’elenco fornito al Cdp".

Casagrande (Australia) nel suo breve intervento ha definito la chiusura del Consolato di Durban, in Sud Africa, come un atto di "enorme miopia" e poi ha chiesto notizie delle due sedi australiane, Brisbane ed Adelaide, la cui chiusura è prevista evidentemente dall’anno prossimo.

Motta (Germania) ha prima ricordato la posizione del Ctim, "favorevole ad un declassamento generale delle sedi per garantire servizi a tutti", e poi stigmatizzato la scelta di chiudere consolati invece che ambasciate, "soprattutto in Europa". Quindi ha chiesto al ministro Zuppetti chiarimenti su funzioni, struttura e personale degli sportelli consolari che verranno attivati a Saarbrucken ed Amburgo.

"Perplesso" anche Di Martino (Venezuela) che ha ricordato le criticità del Paese con il Consolato di Maracaibo "senza Console né impiegati" e, dunque, la sede di Caracas a farsi carico di tutti i connazionali.

Pinna (Sud Africa) ha prima ribadito la propria contrarietà alla chiusura di Durban, il "porto più importante del Sud Africa", dove "non è previsto neanche uno Sportello Consolare" – ci sarà infatti un console onorario, come confermato dal ministro Zuppetti – e poi annunciato prossime manifestazioni di protesta che "nella stessa giornata coinvolgeranno le tre sedi consolari e l’ambasciata". "Presenteremo un memorandum sull’importanza strategica ed economica della città – ha aggiunto – e cercheremo visibilità per le nostre ragioni durante i prossimi Mondiali di calcio. Questo consolato – ha argomentato – costa 50mila euro l’anno. Questo è risparmio? E allora l’autista che dall’Italia si manda a Toronto come si giustifica? E il 25 impiegati in Eritrea? Durban eroga 4mila visti Shengen l’anno per un introito di 282mila euro".

In difesa di Durban si è espresso pure Nanna (Sud Africa) che ha ricordato: "Il governo si è impegnato ad investire milioni di euro in Africa: a Durban c’è il porto migliore e noi chiudiamo?". Il consigliere ha ricordato che dirottare i connazionali su Johannesburg li costringe ad "un viaggio di 650 chilometri, per un corso di 500 euro". quindi la critica ai parlamentari d’area: "forse mi è sfuggito, ma non ho visto loro interrogazioni o interpellanze per Durban. Noi al Cgie siamo solo due, contiamo poco e, visti gli scarsi risultati, siamo pronti ad essere accolti a pesci in faccia".

Bertali (Inghilterra), residente nella circoscrizione di Manchester la cui sede consolare è "ancora sub iudice" ha lanciato un appello al Mae affinché "ci dia più tempo per spiegare alla comunità le decisioni prese, perché un conto è chiudere con il consenso, altro imponendolo". Per Schiavone (Svizzera) il piano del Mae "non ha logica" e poi non è ancora stato adeguatamente spiegato agli interessati. "A partire dal 1° luglio chiude l’agenzia di Coira e ancora nessuno lo sa!".

Da Montanari (Germania) giunge invece la "solidarietà ai connazionali che chiedono servizi che troveranno strutture ora inadeguate e poi definitivamente inesistenti. Non si tratta di risparmiare, perché sono misure punitive! S’era anche detto di fare accordi a livello europeo, ma così non è stato. Ancora una volta – ha concluso – i cittadini pagano i limiti della diplomazia".

Per Marzo (Belgio) è "anacronistico parlare di consolati nell’Unione Europea: a Bruxelles ci sono tre ambasciate italiane". Quindi, ha annunciato che il prossimo 7 maggio si protesterà a Liegi, sede che chiuderà a partire dal 1° ottobre, "dirottata" su Charleroi.

Tabone (Francia) ha sostenuto che la chiusura di Mulhouse (ricevente Metz) necessiterebbe di una presenza mensile di un addetto consolare, ma poi gli è stato fatto notare che nella città aprirà uno sportello consolare.

A chiudere gli interventi è stato Santellocco (Algeria) che, tra tante chiusure, ha annunciato le aperture delle sedi di Orano e Costantina.

Quindi la parola è passata al ministro Zuppetti che per prima cosa ha chiarito cos’è e cosa fa uno sportello consolare, ricordando che ad oggi ce ne sono 7: Digione, Bastia, Innsbruck, Edmonton, Bedford, Grenoble e Chambery. "Lo sportello si deve considerare come una stanza di un Consolato, che però sta in un’altra città". Una sede distaccata, insomma, "dove però non c’è un Console che, per alcuni atti, è il solo depositario di firma. Per il resto è un ufficio con personale che ha un ordine di servizio e che viene assunto in loco. So che a Digione funziona bene, anche per la capacità del solo impiegato. A Bastia, invece, ce ne sono tre di impiegati. Lo sportello – ha aggiunto – è collegato telematicamente con l’anagrafe consolare; può ricevere la documentazione per il passaporto, ma non può emetterli". Ora che si sta attivando la procedura per il rilascio del passaporto elettronico con le impronte digitali, gli sportelli consolari "avranno l’apparecchiatura per prendere le impronte che poi, via email, invieranno al Consolato che, infine, emetterà e spedirà il passaporto".

Quanto al funzionario itinerante "è una figura prevista per le sedi extraeuropee: al momento ne hanno fatto richiesta 49, tra cui Johannesburg", che "accoglierà" i residenti a Durban. Questo addetto "avrà con sé una valigetta portatile per prendere le impronte per il passaporto". Inoltre, ha informato Zuppetti, "le sedi hanno avuto un programma informatico che le aiuta a visualizzare i passaporti in scadenza e, quindi, ad avvisare i connazionali per il rinnovo". Questo aiuterà il funzionario itinerante nello stabilire le tappe in giro per la circoscrizione consolare di competenza. Quanto ai consoli onorari "non possono prendere le impronte. Al momento solo i Paesi Bassi hanno concesso questa facoltà ai loro. Noi abbiamo avuto un parere negativo dall’Autorità per la Privacy".

A Consiglio (Canada) che avanzava l’ipotesi di stilare accordi con gli altri Paesi per utilizzare le impronte da loro raccolte all’atto della registrazione della residenza, Zuppetti ha spiegato che la cosa non è fattibile per due ragioni: "la legge impone che le impronte vengano rilasciate "esclusivamente" per il passaporto e che dopo 30 giorni le stesse vengano distrutte. Comunque – ha concluso – i consolati di Montreal e Toronto hanno fondi per sostenere il funzionario itinerante". (m.cipollone\aise)

 

 

 

 

 

I suggerimenti del Cgie per migliorare l’esercizio del voto all’estero. Resta il voto per posta

 

La proposta verrà inviata al Parlamento in vista di una ridefinizione normativa delle sue modalità

 

  ROMA – Con il dibattito sul voto all’estero e sul piano di ristrutturazione della rete consolare italiana si sono conclusi giovedì mattina 29 aprile alla Farnesina i lavori dell’Assemblea plenaria del Consiglio generale degli italiani all’estero.

  In apertura, l’intervento di Silvana Mangione, componente del Comitato di presidenza che, insieme a Gian Luigi Ferretti, è stata incaricata della redazione di una bozza di documento relativa all’esercizio del voto all’estero che raccogliesse alcuni suggerimenti in vista di un suo miglioramento.

  La bozza, approvata dall’assemblea, verrà inviata al Parlamento per fare in modo che l’iter legislativo relativo a proposte di modifiche sull’esercizio di voto – 12 sarebbero ad oggi le proposte in materia già depositate – possa trarne beneficio, così come l’indagine conoscitiva attualmente in corso al Senato nelle Commissioni Affari Esteri e costituzionali riunite (I e III).

  “Le questioni sulle quali occorre soffermasi per valutare modifiche al sistema del voto all’estero sono le modalità che possano garantire il voto personale, libero, segreto ed uguale – ha affermato Silvana Mangione, specificando che il documento sarà introdotto da una breve illustrazione dei paesi che hanno preceduto l’introduzione di questo strumento legislativo. Uno strumento, ha aggiunto “che è interesse della collettività residente all’estero mantenere, vista la possibilità così ottenuta di eleggere rappresentanti che appartengono al territorio di insediamento dei connazionali”.

  Tra le proposte che possono essere prese in considerazione per un miglioramento del meccanismo di voto, l’invio dei plichi elettorali attraverso posta assicurata, la stampa delle schede in Italia ed un rigido controllo sulla loro consegna ai consolati come sulla loro restituzione, in vista dello spoglio. Apprezzate anche alcune indicazioni presenti nella proposta di legge recentemente presentata da Marco Zacchera (Pdl), presidente alla Camera del Comitato permanente per gli italiani all’estero, come un sistema misto di voto: per corrispondenza e, nello stesso tempo, anche attraverso seggi allestiti in loco. Nel documento si suggerisce di valutare l’ipotesi di introdurre un’opzione per l’esercizio di voto per corrispondenza, oppure prevedere “il rovesciamento del meccanismo di opzione così come oggi è concepito, per cui il cittadino stesso dovrà farsi parte attiva, comunicando la propria intenzione di votare all’estero”. “Non è possibile pensare di eliminare il voto per corrispondenza – precisa Mangione – perché ciò penalizzerebbe i cittadini residenti nei territori di ampiezza non paragonabile a quella dell’area europea”.

  Una questione tutta da affrontare quella dell’informazione, che consente la libertà del voto, ossia “la garanzia di un’informazione capillare, un numero di dibattiti elettorali sufficiente per far conoscere tutti i candidati nelle diverse ripartizioni – si legge nel documento – e l’imposizione di pene per chi sottopone l’elettore a pressioni”.

  Viene segnalata ancora una discrepanza tra schedari consolari ed elenchi dell’AIRE gestiti dal Ministero dell’Interno, per cui si propone di valutare l’utilizzo esclusivo dei primi oppure “una sollecitazione ai Comuni affinché aggiornino prontamente i registri dell’AIRE su richiesta dei Consolati”.

  A questo proposito, nel corso del dibattito, il direttore per gli italiani all’estero e le politiche migratorie del Mae, Carla Zuppetti, che ricordato che “l’operazione di allineamento tra anagrafe consolare e AIRE è stata ripetuta più volte nel corso di questi anni”. “I connazionali compresi nell’elenco aggiornato ai fini del voto all’estero sono passati dai 3.439.846 del 2004 – ha segnalato la Zuppetti – ai 3.995.732 del 2009, con una percentuale di dati sugli schedari del Mae non allineati del 15%, che si avvicina così ad uno scarto di non allineamento considerato dagli esperti fisiologico”.

  Secondo il documento illustrato dalla Mangione, il sistema della rappresentanza basato sulla circoscrizione Estero non va invece toccato “perche garantisce l’assunzione di responsabilità da parte del candidato eletto rispetto alla collettività da cui proviene e che lo ha scelto”. Si parla poi, per quanto riguarda l’elettorato passivo – ossia la possibilità di candidarsi – dell’introduzione di vincoli di residenza all’estero che possono andare dai 3 ai 5 anni, - così come richiesto, nel corso del dibattito da alcuni consiglieri - mentre per la “certezza dei risultati” il documento propone “l’istituzione di un Comitato elettorale, simile a quello previsto per le elezioni dei Comites, presso ogni sede diplomatico-consolare interessata”. Altro suggerimento da valutare – su cui sono stati avanzati però nel corso del dibattito perplessità da parte di Norberto Lombardi – “lo scrutinio dei voti presso le sedi diplomatico consolari, alla presenza del Comitato elettorale, che comprenda i rappresentanti di lista”.

  Tra gli interventi dei consiglieri, Claudio Lizzola (Canada), ha ripreso la questione informazione “che all’estero va senz’ombra di dubbio incrementata”, mentre Ferretti ha ricordato che il documento si basa sulla legge così come essa è oggi, suggerendo nel contempo altri scenari: “se oggi discutiamo di riforma costituzionale e di sistema alla francese – ha detto – voglio segnalare che i francesi all’estero eleggono un rappresentate ogni 100.000 residenti fuori dal territorio nazionale. Per contro, si deve rilevare l’esistenza di un atteggiamento di condanna del voto all’estero all’interno dell’opinione pubblica e adottato da autorevoli esponenti politici e istituzionali”.

  Oreste Motta (Italia) insiste sull’importanza della effettiva residenza all’estero dei candidati eletti nella circoscrizione Estero, dell’aggiornamento dell’AIRE e di una riflessione sul meccanismo che regola le elezioni europee, dove i seggi allestiti nei consolati non favoriscono comunque l’affluenza alle urne, “con il dispendio in termini di fondi e tempo che questo comporta per le strutture consolari”. Sull’importanza del voto per corrispondenza e sulla capacità di garantire la sicurezza delle strutture consolari – e delle schede elettorali in esse custodite nei periodi del voto  - si soffermano Dino Nardi (Svizzera) e Lombardi, mentre Michele Schiavone (Svizzera) ritorna sulla necessità di un elenco aggiornato degli italiani all’estero, che propone al Cgie di censire.

  Franco Santellocco (Nord Africa) evidenzia la necessità che il Cgie licenzi un documento di proposta sul voto all’estero da consegnare ai parlamentari eletti all’estero, mentre Luciano Neri (Italia) sottolinea che le modalità che possano garantire un corretto e trasparente diritto di voto dovrebbero essere valutate e rese concrete nei fatti dal Mae e del legislatore, avvertendo che “non spetta la Cgie pagare per responsabilità che non gli competono”. Ugo Di Martino (Venezuela) lamenta l’assenza, in questo dibattito sul voto all’estero, di un interlocutore istituzionale.

  Il documento, a seguito della puntualizzazione introdotta sull’adozione del voto attraverso seggi in loco, suggerimento che non sostituisce comunque il voto per corrispondenza, che deve restare un’opzione percorribile per tutti i residenti all’estero, è stato approvato da una larga maggioranza dell’assemblea (4 astenuti). (Viviana Pansa – Inform)

 

 

 

 

Baden-Württemberg. Conferenza sull’integrazione. L’SPD lancia la campagna sull’integrazione

 

Celebrata a Stoccarda la Prima Conferenza sull’integrazione. L’iniziativa è stata assunta in prima persona da Nils Schmid, Landesvorsitzender/ Segretario politico dell’ SPD del Baden-Württemberg, che si è detto per la creazione di un ministero ad hoc per le politiche d’integrazione e per una riforma della scuola primaria

 

Stoccarda - La SPD del Baden-Württemberg vuol dedicare alla questione “immigrati” maggiore attenzione che in passato. Un primo segnale tangibile è stata la celebrazione della Prima Conferenza su “migrazione e integrazione” tenutasi in questi giorni a Stoccarda. Oltre 100 delegati, tedeschi e stranieri, hanno potuto affrontare alcune questioni strettamente legate al processo d’integrazione degli immigrati e loro congiunti.

Da quando la Germania ha riconosciuto di essere “paese di immigrazione” è cambiato anche l’atteggiamento politico delle istituzioni, dei partiti e delle diverse istanze della società civile.

Con l’avvento della Merkel è stato istituito un ministero che per l’attuazione dell”Integrationsplan” (piano per l’integrazione) ha stanziato ben 780 milioni di euro. Con questi fondi vengono finanziati “Integrationskurse” (corsi di integrazione) e tante iniziative volte a favorire il processo d’inserimento nel mercato del lavoro, nei circuiti formativi e nella vita associativa locale. La SPD, guidata da Nils Schmid che è sposato con una turca, ha lanciato una campagna di sensibilizzazione di giovani, figli di Gastarbeiter, che per la loro formazione scolastica tedesca non hanno più barriere linguistiche, ostacolo principale dell’inserimento o dell’integrazione.

E’ a loro che si rivolge il partito socialdemocratico con l’intento di farli diventare soggetti attivi di una politica d’integrazione che necessita di nuove forze e di nuove proposte. Esse sono da ricercare nel mondo del lavoro, dello studio, del sociale e del tempo libero.

L’immigrazione, che sta sensibilmente trasformando la composizione della società in Germania, dev’essere interpretata come risorsa economica e culturale e non come peso sociale. Questo salto di qualità presuppone più partecipazione attiva degli immigrati anche alla vita politica locale attraverso la candidatura per i consigli comunali e provinciali, nonché per i parlamenti: regionale e federale.

Altri particolari sono contenuti nel servizio audio http://www.swr.de/international/it/-/id=233350/did=6315520/pv=mplayer/vv=popup/nid=233350/1e0evm5/index.html.

Tony Màzzaro, SWR International/Sezione italiana (de.it.press)

 

 

 

 

Wolfsburg. La statua di Provenziani "L'emigrante" ritorna davanti alla stazione

 

La statua dell'emigrante ad opera dell'artista Quinto Provenziani è stata ricollocata davanti alla stazione di Wolfsburg, il luogo dove circa 50 anni fa migliaia di italiani arrivarono in città.

La statua dell'emigrante era stata inaugurata inizialmente nel 2004, in occasione del "Landesgartenschau" di Wolfsburg. Il parco era stato scelto perché qui sorgevano le baracche costruite negli anni ‘60 per ospitare gli emigrati in arrivo. L'opera doveva ricordare le dure esperienze degli italiani giunti per lavorare negli stabilimenti della Volkswagen ma, al contempo, doveva simboleggiare anche il lungo cammino percorso dagli emigrati sulla via dell'integrazione. Con una risoluzione, il consiglio comunale ha disposto di ricollocare "L'emigrante" di Quinto Provenziani davanti alla stazione.

Per ulteriori dettagli ascolta il servizio di Giuseppe Guglielmi, trasmesso da Radio Colonia nell’edizione di venerdì 30 aprile; basta cliccare su questo link

http://www.funkhauseuropa.de/audio/radio_colonia/italgermania/2010/100430_statua_emigrante.mp3?dslSrc=/audio/radio_colonia/italgermania/2010/100430_statua_emigrante.mp3.  (RC, de.it.press)

 

 

 

Parte oggi da Berlino il tour europeo di “Sicilia continente del vino”

 

Berlino –  Inizia oggi, lunedì 3 maggio, a Berlino, presso il Kempinski  Hotel Bristol, il tour europeo dei 26 vitivinicoltori siciliani che presenteranno i loro vini autoctoni, attraverso workshop e seminari, al pubblico professionale del commercio e della ristorazione in alcuni capitali europee tra cui Bruxelles e Copenaghen.

 

A sostegno dell’evento di  Berlino l’attribuzione del Patrocinio da parte dell’Ambasciata d’Italia che vuole con questo manifestare grande apprezzamento per il successo commerciale ottenuto sul mercato tedesco da rinomati produttori del calibro del Conte Tasca d’Almerita, Planeta, Donnafugata, Cottanera e di tutti gli altri con gli ormai famosi vini Nero d’Avola, Insolia, Catarratto, Grillo, Etna Rosso.

 

L’iniziativa organizzata dall’ICE, Istituto Nazionale per il Commercio Estero,  in collaborazione con la Regione Siciliana, intende mettere in risalto una delle principali realtà produttive italiane che concorrono al successo dei vini italiani all’estero. I punti di forza dei vini italiani sul mercato tedesco sono l’elevato rapporto qualità/prezzo e la crescita di notorietà dei vini delle regioni meridionali tra cui in particolare la Sicilia.

 

Il primato dei vini italiani sul mercato tedesco si è tradotto nel 2009 con una quantità importata che ha superato i 6,3 milioni di ettolitri (+ 5,1% rispetto al 2008), che rappresentano ben il 43,7% delle importazioni vinicole tedesche. 756 milioni di € il valore raggiunto nelle importazioni dai vini italiani con una quota del 37,5%.

 

Andamento positivo del vino italiano anche sugli altri mercati mondiali con un’esportazione quantitativa complessiva che ha raggiunto nei primi nove mesi del 2009 un volume di oltre 14 milioni di ettolitri con un incremento rispetto allo stesso periodo del precedente anno del 9,5%.

 

Con una quota di oltre il 13% dell’intera produzione nazionale la Sicilia si colloca al 2° posto tra le regioni vitivinicole italiane, corrispondente ad una produzione media annuale, nel periodo 2004-2008, di 6,4 milioni di ettolitri. La superficie complessiva siciliana investita a vite da vino ammonta a quasi 120.000 ettari di cui il 65% a varietà bianche. La maggior parte di questi vigneti sono coltivati in zone collinari (65%) e la forma di allevamento prevalente è quella più moderna a spalliera. L’85% delle uve sono varietà indigene tra cui Nero d’Avola, Grecanico, Frappato, Grillo, Inzolia, Catarratto, etc.. Tra i vitigni internazionali coltivati in Sicilia vanno annoverati lo Chardonnay, il Merlot, il Sauvignon e lo Syrah.

 

Nel 2008 la Sicilia ha esportato 338.000 ettolitri di vino per un valore di quasi 82 milioni di €. Il 78,2% di questo volume è dato da vino imbottigliato. In volume il primo mercato di esportazione per il vino siciliano è la Gran Bretagna, mentre in valore è la Germania.

 

Quasi 150 i vini siciliani che verranno presentati dai rispettivi produttori all’interno della Schloßsaal del Kempinski Hotel Bristol a partire dalle ore 13.00. 7 i vini selezionati dal Prof. Attilio Scienza in rappresentanza del panorama vinicolo regionale per il seminario che si terrà al piano terra del Kempinski  all’interno della Gartensaal a partire dalle ore 15.00.

 

Il programma completo sull’evento ed i dettagli sui vini presentati è reperibile sul  sito www.weinlanditalien.de.

 

L’invito a visitare il workshop siciliano e a partecipare al seminario condotto dal Prof. Attilio Scienza in collaborazione con la giornalista tedesca Veronica Crecelius agli operatori tedeschi è stato reclamizzato con un’azione pubblicitaria sulla stampa specializzata di settore e con la produzione e la spedizione diretta di 3.000 inviti agli operatori del commercio specializzato nazionali, alla ristorazione ed hotelleria della città di Berlino, nonché ai giornalisti tedeschi.

Per ulteriori informazioni: www.weinlanditalien.de. Ice, de.it.press

 

 

 

La Biblioteca della Sicilia avvia collaborazione con la Bayerische StaatsBibliothek di Monaco di Baviera

 

Palermo -  La Biblioteca dell’Assemblea regionale siciliana avvierà, in collaborazione con la Bayerische StaatsBibliothek di Monaco di Baviera, la digitalizzazione del proprio patrimonio per favorirne l’accesso su Internet.

  Il patrimonio nel complesso comprende 120 mila documenti, di cui circa 60 mila volumi, 1.350 titoli di riviste e periodici e 150 testate di giornali, una ventina delle quali dal 1947 e circa 25 ancora in pubblicazione, nazionali ed internazionali (The Times, Le Monde, International Herald Tribune). E ancora, la raccolta degli atti parlamentari sin dalla prima seduta del 1947, le Gazzette ufficiali della Repubblica, della Regione siciliana.

  Ma l’accesso ai testi sulla rete e l’uso delle tecnologie digitali creano, a questa come a tutte le biblioteche, il problema posto dagli editori, del pagamento dei diritti d’autore da parte di chi consulta le opere pubblicate in anni recenti (70 anni dopo la morte dell’autore).

  E’ superabile tale confine? Ed in nome di quali valori? E cosa ne sarebbe dell’interesse di autori ed editori a sfruttare legittimamente il valore commerciale delle opere dell’ingegno, qualora le biblioteche mettessero in rete il loro intero patrimonio? E’ poi possibile trovare un’alternativa all’attuale disciplina giuridica del diritto d’autore, a fronte d’un mondo senza più confini, iperconnesso via Internet?

  La Biblioteca dell’Ars, una biblioteca non aperta al pubblico ma in grado di mettere il proprio vasto patrimonio a disposizione della collettività grazie soprattutto all’impiego di Internet, intende  promuovere un serrato dibattito tra studiosi, tecnici e politici, per l’elaborazione di proposte in grado di conciliare le esigenze degli autori e degli editori (garantita in Italia dalla Siae), con quelle del “popolo di Internet” che aspira al libero accesso alle “biblioteche digitali”: l’obiettivo è anche e soprattutto quello di trasformare le biblioteche in luoghi di esercizio del diritto all’informazione tutelato dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e dalle Carte costituzionali occidentali, tra cui quella italiana, contenendo l’elusione e la trasgressione della legge sul diritto d’autore messa a dura prova dai diffusi fenomeni della pirateria e dei download illegali.

  La proposta è stata lanciata giovedì 23 aprile presso la Sala Gialla di Palazzo dei Normanni, in occasione del convegno promosso dall’Unesco per la Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore, dal titolo “Le biblioteche pubbliche nell’era di Internet: digitalizzazione del patrimonio, accesso a distanza, diritto d’autore”.

  Dopo i saluti di Francesco Cascio, presidente dell’Ars, di Gaetano Armao, assessore regionale per i Beni culturali, di Pino Apprendi, Innocenzo Leontini e Antonino Bosco, deputati componenti della Commissione di vigilanza della biblioteca, di Maria Concetta Cassata, della Direzione generale per le biblioteche e il diritto d’autore del Ministero dei beni culturali, di Vincenzo Guarrasi, preside della Facoltà di Lettere dell’Università di Palermo, di Andrea Romano, preside della Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Messina, e di Giampaolo Frezza, preside del Corso di laurea in Giurisprudenza della Lumsa di Palermo, sono intervenuti fra gli altri: Pietro Virgadamo, docente di Diritto civile presso la Lumsa; Anna Maria Tammaro, docente di Editoria e biblioteca digitale presso l’Università di Parma; Klaus Kempf, direttore del Dipartimento incremento raccolte e digitalizzazione della Biblioteca di Stato BSB di Monaco di Baviera e Commendatore della Repubblica italiana; Luigi Cecere, direttore della sezione Olaf della Siae di Roma; Massimo Travostino del Centro Nexa, gruppo di lavoro della Creative Commons Italia di Torino.

I lavori sono stati coordinati da Eugenio Consoli, direttore della Biblioteca dell’Ars.

Il convegno è stato organizzato in collaborazione con l’Assessorato regionale per i Beni culturali, la Biblioteca centrale della Regione siciliana, l’Università di Palermo, la Libera università Maria Ss. Assunta di Palermo, Universitas-associazione laureati della Lumsa, l’Università di Parma, la Bayerische StaatsBibliothek di Monaco di Baviera, la Siae, il Centro Nexa, la Creative Commons Italia e l’Associazione italiana biblioteche. (Inform, de.it.press)

 

 

 

 

Oggi in Campidoglio la consegna del Premio Simpatia all'Ambasciatore tedesco Michael Steiner

 

Roma- Oggi lunedì 3 maggio alle ore 18 presso la Sala dell'Esedra del Marco Aurelio in Campidoglio l'Ambasciatore tedesco Michael Steiner riceverà il Premio Simpatia.

Il premio, secondo quanto stabilisce il suo statuto, "ha un carattere umano e popolare, vuole essere la cronaca di un anno" con scelte che cadono su coloro che "sappiano esprimere per nobiltà di azioni una immagine viva di simpatia e di successo civile".

Ideato dallo scrittore e giornalista Domenico Pertica, il Premio è giunto quest'anno alla 40. edizione. A ricevere la rosa in bronzo, simbolo del Premio, sono stati in passato, tra gli altri, Sandro Pertini, Sofia Loren, Federico Fellini, Pier Paolo Pasolini, Leonardo Sciascia, Rita Levi Montalcini e Alberto Sordi.

L'Ambasciatore Steiner si è detto "molto commosso" alla notizia del Premio. "Venire insignito dell' "Oscar Capitolino" è proprio una splendida conclusione del mio periodo in Italia come Ambasciatore – afferma l'Ambasciatore Steiner – un periodo in cui ho imparato ad apprezzare e amare questo meraviglioso Paese, il calore degli italiani, la sua cultura oltremodo ricca". (aise) 

 

 

 

 

Oggi all’IIC di Berlino workshop della Basilicata in occasione del lancio di “Parenti Lontani”

 

Berlino – “Gustoso” fuori programma del progetto “Verso l’Europa-percorsi di internazionalizzazione”, finanziato dalla Regione Basilicata e promosso dal Distretto Agroindustriale del Vulture in collaborazione con la Camera di Commercio di Potenza e la Camera di Commercio italiana per la Germania.

La Camera di Commercio di Potenza informa che oggi 3 maggio, a Berlino, presso l’Istituto Italiano di Cultura, in occasione della presentazione della traduzione tedesca del libro di Gaetano Cappelli, “Parenti Lontani”, “il Desk Basilicata (Sportello per le imprese del Vulture) ha organizzato un workshop con incontri “btob” tra aziende lucane e attività commerciali, ristoranti italiani, enoteche e gastronomie berlinesi.

  “Parenti Lontani - spiega Daniela Marchese, responsabile del Distretto del Vulture e coordinatrice del progetto “Verso l’Europa” - parla del territorio lucano, del suo olio, dell’incantevole abbinamento tra cultura e cibo. Abbiamo colto l’occasione per concretizzare il contatto intercorso tra il nostro Desk e il presidente dell’Associazione Ristoratori italiani a Berlino, Mario Ferrara, interessato ai prodotti della Basilicata per ampliare il paniere del made in Italy di qualità a Berlino. Da qui l’idea del workshop, a cui seguirà un aperitivo a base di prodotti lucani da far degustare alla platea di scrittori, giornalisti ed editori tedeschi, in una serata che vedrà anche la presenza dell’Apt Basilicata nell’ambito di una sinergia produttiva tesa a presentare una Basilicata in perfetto equilibrio tra tradizione e innovazione”.

  “Di fronte a scenari globali sempre più competitivi - aggiunge il presidente della Cciaa di Potenza, Pasquale Lamorte - c’è la necessità di aprire, parallelamente alla presenza nelle più importanti Fiere di settore, canali distributivi più diretti per i nostri produttori. Ristoranti e gastronomie tedesche sono i luoghi ideali in cui iniziare a veicolare le nostre tipicità in direzione di una clientela selezionata e altamente qualificata, in grado di apprezzarne l’originalità e il giusto rapporto qualità/prezzo, e di generare l’auspicata fidelizzazione”. (Inform)

 

 

 

Tour europeo di Claudio Baglioni: il 6 maggio a Monaco e il 7 a Stoccarda

 

Intervistare Claudio Baglioni è come incontrare un vecchio amico di famiglia. Sembra di conoscerlo da sempre, ti mette a tuo agio, non hai l’impressione di parlare con una leggenda della musica italiana nel pieno dei preparativi del suo tour “Un solo mondo” che toccherà i 5 continenti, tra cui due concerti in Germania. Lo abbiamo intervistato per telefono.

 

ADESSO: Claudio il prossimo 6 maggio sarai a Monaco di Baviera per un concerto al Circus Krone. Qual è il tuo rapporto con il pubblico tedesco?

Claudio Baglioni: Monaco è una tappa di questa tranche europea del tour che è iniziato il 24 aprile a Bruxelles e finirà a Londra il 29 maggio. Ci sono due concerti in Germania: il 6 a Monaco appunto e il 7 a Stoccarda. Visto che il mio tour toccherà i 5 continenti molto probabilmente ci saranno delle nuove tappe in Europa e quindi anche in Germania il prossimo autunno. Tornando alla tua domanda, negli anni ´80 sono già stato in Germania, ho partecipato a trasmissioni televisive, ho rilasciato interviste. Poi mi sono concentrato su altri paesi europei. Essendo venuto a mancare un rapporto continuativo con il pubblico tedesco, questo per me è come un debutto, un inizio a cui tengo molto. Inoltre sono molto onorato di suonare in un luogo storico come il Circus Krone.

 

Parlaci del tour mondiale.

Il tour si chiama “Un solo mondo” è iniziato nel febbraio scorso con le tappe in Nord America e finirà nel febbraio del 2011. E’ un viaggio musicale in cui ripercorro i miei quarant’anni di carriera. Come il nome stesso dice lo scopo è quello di unire, di far incontrare le diverse culture del pianeta in una logica di dialogo e di comprensione reciproca e non di scontro. Viviamo tutti nella stessa casa che è il mondo. Durante il tour ho fatto e farò tanti incontri con i numerosissimi italiani che vivono all’estero. Le loro storie mi interessano, mi affascinano. Noi italiani siamo un popolo di viaggiatori.

Si possono acquistare i biglietti per il concerto di Claudio Baglioni a Monaco di Baviera il prossimo 6 maggio al Circus Krone nei punti vendita autorizzati o telefonando al seguente numero 0049 (0)89-54818181. (Adesso online, de.it.press)

 

 

 

 

Plenaria Cgie. Il dibattito sulla riforma di Comites e Cgie in discussione alla Commissione Esteri del Senato

 

Sarà esplorata dal Cgie ogni possibilità di dialogo per eventuali emendamenti dell’ultima ora al testo del relatore Tofani - Gli interventi del segretario generale Carozza, del senatore Micheloni, del presidente della Consulta emiliano-romagnola Bartolini e dei consiglieri Lizzola, Nardelli, Schiavone, Lombardi, Bertali, Inchingoli, Pozzetti e Mangione

 

ROMA –  La seduta pomeridiana del secondo giorno del Cgie si è aperta con un momento di riflessione sulla figura del consigliere di nomina governativa Archimede Bontempi, scomparso all’inizio dell’anno. Il segretario generale del Cgie Elio Carozza ha poi informato i consiglieri sull’esito dell’audizione svolta davanti al Comitato per le Questioni degli Italiani all’Estero del Senato. L’incontro, che ha avuto come protagonisti il segretario generale, quasi tutti i presidenti delle commissioni tematiche del  Cgie e una nutrita schiera di senatori, è stato descritto da Carozza come un momento di apertura e chiarezza in cui è stata affrontata soprattutto la  questione del decreto che rinvia fino al 2012 le elezioni dei Comites e del Cgie.  Anche alla luce di questo rinnovato interesse verso le istanze del Consiglio Generale, Carozza ha espresso soddisfazione per l’esito dell’audizione ed ha sottolineato la necessità di tornare ad avere un rapporto normale con le istituzioni. L’esigenza di riprendere il dialogo è stata evidenziata anche dal senatore del Pd Claudio Micheloni, eletto nella ripartizione Europa, che ha inoltre evidenziato come l’alto numero di senatori presenti all’audizione dei vertici del Cgie rappresentino di per se un positivo segnale d’interesse.

Il Consiglio Generale ha poi approvato all’unanimità un documento, che sarà inviato ai presidenti di Camera e Senato, al governo, e ai gruppi parlamentari, in cui si esprime preoccupazione per la decisione dell’esecutivo di rinviare per decreto l’elezione dei Comites e del Cgie. Il testo chiede inoltre un ripensamento di tale decisione e auspica un dialogo più continuo fra il Cgie e il ministro degli Affari Esteri.   

Elio Carozza nell’introdurre il dibattito sulla riforma dei Comites e del Cgie ha ricordato l’esigenza di inquadrare le modifiche delle leggi istitutive degli organi di rappresentanza degli italiani all’estero nella più ampia stagione delle riforme costituzionali che si sta rapidamente avvicinando. Il segretario generale ha inoltre sottolineato la necessità di non trascurare eventuali aperture al dialogo che possano portare all’introduzione di ulteriori emendamenti al disegno di legge Tofani in discussione alla Commissione Esteri del Senato.     

Dopo l’intervento del consigliere di nomina governativa Claudio Lizzola che ha auspicato il varo di una riforma sulla rappresentanza condivisa e in   

regola con il futuro impianto federale dell’Italia, il vice segretario generale per i Paesi dell’America Latina Francisco Nardelli ha ipotizzato un ulteriore sforzo del Cgie volto ad elaborare un documento complessivo su tutto il sistema della rappresentanza. “Affrontiamo questa sfida – ha esortato Nardelli – per dare un ulteriore contributo a quanto già fatto”.

“Durante il lavoro nel  Comitato ristretto che ha elaborato la proposta di legge Tofani – ha affernato il senatore Micheloni – abbiamo cercato di portare nel possibile una rappresentanza organica a fronte di posizioni trasversali alle forze politiche che apparivano perlopiù orientate a togliere questa prerogativa. Noi pensavamo che la riforma era vitale per salvare la rappresentanza e non era immaginabile una semplice operazione cosmetica su questi istituti… Il testo che abbiamo elaborato non è sicuramente la migliore delle ipotesi, ma è quella che può camminare nella realtà politica. Se un giorno verrà lo stato federale questo nuovo consiglio generale, previsto dalla bozza Tofani, darà alle regioni, senza che venga intaccata la loro autonomia, un luogo dove discutere politiche comuni”. Il senatore del Pd  ha auspicato un incontro fra i vertici del Cgie e il relatore del testo  di riforma degli organi di rappresentanza in discussione al Senato, l’unico che può ancora presentare emendamenti, e ha annunciato l’imminente avvio dell’iter, presso la prima Commissione del Senato,  della proposta di riforma della legge di attuazione del voto all’estero.

 “Sono stupita – ha affermato il presidente della Consulta emiliano-romagnola Silvia Bartolini - della disposizione che nella proposta di riforma della rappresentanza prevede la presenza nel nuovo Cgie dei presidenti delle regioni o degli assessori competenti. Vi è infatti il  problema che spetta alle regioni, sulla base della ripartizione dei poteri fra Stato e Regioni, decidere le modalità d’attenzione alle politiche sull’emigrazione e il livello d’interazione  con il Cgie. Non risulta – ha proseguito la Bartolini- che da parte della Conferenza dei presidenti vi sia stata una indicazione precisa sulla questione…Ma allora a cosa serve la Conferenza Stato- Regioni - Province autonome – Cgie?”.

Dopo l’intervento del componente del Cdp per l’Europa Michele Schiavone che ha invitato il Cgie ad elaborare un documento volto a suggerire obiettivi certi ed inderogabili rispetto alla riforma degli organi di rappresentanza, anche il consigliere di nomina governativa Norberto Lombardi (Pd) ha auspicato l’avvio di un dialogo sulla bozza Tofani, purché però della riforma vengano garantiti alcuni punti fermi. Secondo  Lombardi infatti i Comites dovranno mantenere uno stretto e diffuso collegamento con il territorio e avere la possibilità sia di accogliere gli oriundi, sia di conservare poteri sostanziali, come ad esempio i pareri sulla stampa specializzata . Per quanto riguarda invece le modifiche al Cgie Lombardi ha evidenziato l’esigenza di salvaguardare la natura di questo organismo di rappresentanza, che non è assimilabile nei poteri dei parlamentari eletti all’estero, e di evitare l’elemento di rottura insito nell’introduzione dei presidenti delle Regioni all’interno del Consiglio Generale. Una disposizione che va contro l’autonomia delle regioni. Dal canto suo il consigliere Alberto Bertali (Gbr.) ha sottolineato la necessità di evitate il muro contro muro e di cercare di ottenere il possibile sulla riforma, accettando anche qualche compromesso. Bertali ha inoltre ipotizzato l’avvio di un’operazione di immagine che faccia conoscere e vedere gli aspetti positivi del Cgie. L’idea di far ripartire il confronto è stata sostenuta anche dal vice presidente della VI Commissione Antonio Inchingoli (MCL) che ha auspicato l’attivazione di un tavolo tecnico legislativo, per la riforma di Comites e Cgie, in cui possano confrontarsi il governo, il Consiglio generale, le regioni, i comites e le associazioni. “Io credo che il dialogo   -  ha dal canto suo affermato il consigliere di nomina governativa Claudio Pozzetti (Frontalieri- Cgil) - sia sempre auspicabile e che tutto sia emendabile. Bisogna quindi cogliere la possibilità di un confronto con il relatore della riforma in discussione al Senato”.  “Il Cgie – ha ricordato Silvana Mangione, vice segretario generale per i Paesi Anglofoni - rappresenta le comunità nel mondo e propone idee. Il Cgie non è un doppione dei parlamentari eletti all’estero che legiferano e rappresentano tutto il popolo italiano. E’ dunque necessario che nella riforma il Consiglio Generale, che raccorda le collettività, le istituzioni e le regioni, continui ad essere un organo di rappresentanza. Nella nuova legge deve anche apparire il concetto che al Cgie  spetta il compito di fare sintesi delle istanze delle comunità all’estero”.

La seduta si è conclusa con l’intervento del segretario generale Carozza che ha evidenziato come dal dibattito sia emersa la disponibilità del Cgie ad esplorare le opportunità ancora sul tappeto per un possibile contributo alla stesura della riforma. (G.M.- Inform) 

 

 

 

 

Plenaria Cgie. Quale nuovo ruolo per il Condiglio Generale degli Italiani all’estero?

 

Roma - Atti concreti, mobilitazioni generali contro il rinvio delle elezioni dei Comites, chiedere un incontro al Ministro Frattini, fare lobby, rilanciare l’immagine degli italiani all’estero: sono solo alcune delle proposte dei consiglieri del Cgie che, sollecitati dal segretario generale Elio Carozza, hanno dato vita al dibattito sul ruolo della rappresentanza dopo il rinvio del rinnovo di Comites e Cgie al 2012. La prima giornata della assemblea plenaria del Consiglio generale è iniziata con il contestato intervento del sottosegretario Mantica: ribadita la posizione del Governo, per Carozza era necessario dibattere sui due organismi, anche stravolgendo l’odg dei lavori. E così è stato.

Primo ad intervenire Carlo Consiglio (Canada): "sono un uomo di parte, come sapete, e i miei maestri, Tremaglia e Zoratto, mi hanno insegnato che quando si tratta di sopravvivenza si deve restare uniti. Perché è del nostro futuro che stiamo parlando". Dunque servono "atti concreti" per "far sentire la nostra voce" anche a dispetto di chi, come Mantica, dice che non serviamo. Una posizione personale, per Consiglio, non di tutto il Governo "visto che Frattini non è dello stesso avviso. Dovremmo avere un altro sottosegretario, che almeno rispetti la forma". Comites e Cgie, per Consiglio, devono promuovere "una mobilitazione generale" contro "lo strano connubio Micheloni-Mantica che ha deciso di far morire i Comites".

Per alleggerire il clima, Gian Luigi Ferretti (Italia) ha deciso di usare l’ironia: "diamo atto al sottosegretario della puntualità nonostante i problemi al carrarmato! Lui ci vuole bene, come Fini vuole bene a Berlusconi. Quando ha parlato dei panzer divisionen si riferiva alle "divisioni" delle risorse e poi – ha aggiunto – il rinvio al 2012 serve chiaramente a far avverare la profezia dei Maya sulla fine del mondo, ma solo di quello dell’emigrazione!". Tornando serio, Ferretti ha invitato a "fare opera capillare di lobbying e informazione. Nessuno qui vuole conservare la poltrona: noi vogliamo lasciare il posto al nuovo, ma per farlo servono le elezioni. Agli eletti all’estero chiediamo aiuto per le nostre collettività, ma anche per la loro sopravvivenza perché dopo il Cgie toccherà a loro". Concludendo, Ferretti suggerisce pure un escamotage: "la legge prevede che quando in un Comites si dimettono tanti consiglieri è d’obbligo tornare alle elezioni. Ci si potrebbe pensare".

Per Michele Consiglio (Italia) il Governo quando pensa alla rappresentanza degli italiani all’estero sbaglia prospettiva: "la presenza degli eletti all’estero – ha spiegato – va inquadrata nella dimensione internazionale del mondo del cambia. Le rappresentanze territoriali sono altro. Dunque non c’è contrapposizione". Comites e, di conseguenza, Cgie "vanno rinnovati subito; questo allungamento di tempi li ucciderebbe, serve una rigenerazione e non solo generazionale", conclude Consiglio d’accordo con il suo omonimo circa l’opportunità di una "mobilitazione generale".

Molto critico con il Governo, Michele Schiavone (Svizzera) ha stigmatizzato il fatto che "non esiste un progetto di politica per gli italiani all’estero. Il Governo procede arbitrariamente, usa la crisi come pretesto e tagli ovunque. Il nostro compito è quello di trovare una via affinché l’opinione pubblica si renda conto di cosa discutiamo". Quanto alla riforma di Comites e Cgie, ha concluso, "sfatiamo questo mito del bipartisan: quella in Senato porta la firma di Tofani e risponde ad una precisa parte politica".

Tra i cinque consiglieri rimasti in Sala per ascoltare Mantica c’era anche Alberto Bertali (Gran Bretagna): "sono rimasto, come vi avevo annunciato ieri, non per mancanza di sostegno al Consiglio, ma perché credo che ascoltare sia una dote necessaria a chi negozia". Detto questo, Governo e Cgie, per Bertali, "sono su posizioni talmente diverse che se non dialoghiamo non si vede futuro. Quali armi abbiamo? I nostri eletti all’estero. Possiamo arrivare a lavorare assieme per avere un gruppo coeso in Parlamento che supporti le nostre idee?", si è chiesto il Consigliere, secondo cui, poi, "il Cgie deve ribaltare l’immagine degli italiani all’estero che oggi è decaduta e scadente; magari potremmo fare proposte invece che vecchie richieste".

Un richiamo all’unità è giunto anche da Norberto Lombardi (Italia) che nel suo lungo intervento ha voluto ricordare che il Ministro Frattini è il presidente del Cgie. di conseguenza, per Lombardi, Carozza dovrebbe chiedere un incontro al ministro per sottoporgli tre questioni: "essere presidente del Cgie è una rappresentanza istituzionale: credo che possa mettere in agenda due ore all’anno da passare con noi. Secondo punto: il clima è mutato non solo al Mae ma anche nelle sedi diplomatico-consolari all’estero, il cui personale è molto plasmabile dagli orientamenti politici, dunque dobbiamo chiedere al ministro che non ci sia disattenzione verso questo atteggiamento. Infine, la delega a Mantica che ha il pregio della chiarezza, ma non certo quello di capacità d’ascolto e mediazione". Lombardi ha quindi ribadito la "urgenza di andare al voto" per rinnovare i Comites. "Pensare a riorganizzare la rappresentanza intorno agli eletti all’estero sarebbe un tragico errore. Accettiamo al sfida dell’innovazione: per i prossimo due anni saremo un osservatorio delle politiche sugli italiani all’estero".

Per Luciano Neri (Italia) il rinvio delle elezioni è stato "uno svilimento della democrazia. Qui si vuole fare a meno dei corpi intermedi di rappresentanza".

 

Il ruolo della rappresentanza dopo il rinvio del rinnovo di Comites e Cgie al 2012 è stato il tema che ha animato anche gli interventi pomeridiani dei consiglieri Cgie.

Il primo ad intervenire è stato Francisco Nardelli, consigliere e vicesegretario generale per l’America Latina, che si è detto "perplesso" per questa nuova linea politica del Governo che "non promuove la diffusione della lingua e della cultura italiana nel mondo, non tutela gli anziani indigenti e ci leva il diritto della rappresentanza". In questo contesto, per Nardelli, bisogna agire "scendendo sul territorio e coinvolgendo i Comites", avviare "un dibattito che porti a posizioni unitarie" e intraprendere in Italia "un percorso di sensibilizzazione delle Regioni".

Un po’ in controtendenza con gli altri consiglieri Cgie, Tommaso Conte, componente del CdP per l’Europa e Nord Africa, il quale ha affermato che al Cgie "non serve il plauso di tutti quanti" ma serve piuttosto una "riflessione critica" visto che "quello che sta succedendo non dipende tanto dall’atteggiamento "caratteriale" del sottosegretario Mantica" quanto da un "sentimento che sta cambiando nei riguardi degli italiani all'estero".

"Chi è l'italiano al'estero?", è questa, per Conte, "la domanda che dobbiamo farci per arrivare a soluzioni e riflessioni diverse da quelle fatte finora. È una riflessione che il Cgie deve fare su se stesso", ha aggiunto il consigliere concludendo: "dobbiamo mettere in campo idee e iniziative intelligenti per far capire agli italiani in Italia che noi possiamo essere una risorse per loro".

Anche Riccardo Pinna (Sudafrica) ha affermato che, a suo modo vedere, "c'è una regia più profonda" dietro questo atteggiamento del Governo. "Il sottosegretario Mantica", ha detto, "fino ad oggi non ci ha dedicato il tempo e il rispetto che noi tutti meritiamo. Decidiamo una giornata e un orario per fare manifestazione davanti a Consolati e Ambasciate italiane in tutto il mondo". Pinna ha poi detto di sentirsi "triste e deluso" di rientrare ogni dalla sua comunità italiana in Sudafrica "con notizie di tagli o sciagure".

Ha quindi preso la parola Franco Santellocco, presidente della V commissione del Cgie, sostenendo che "va bene manifestare uno stato disagio e di forte preoccupazione per la difesa di diritti legittimi degli italiani che vivono fuori dall'Italia" ma è meno accettabile "manifestare fastidioso astio nei confronti dei nostri parlamentari eletti all'estero". Dobbiamo, ha spiegato Santellocco, "riflettere un po' di più visto che non siamo il centro del mondo ma solamente i rappresentanti di un variegato mondo, quello dell’emigrazione, che oggi è cambiato. Di questo", ha sottolineato, "dobbiamo tenere conto nel rapportarci con il nostro referente diretto, il sottosegretario Mantica". Per Santellocco c’è ormai uno "scollamento con la base" ed è dunque necessario "recuperare il dialogo vero con l’associazionismo e con i Comites, ed esaltare l’importanza del Cgie nella forma e nella sostanza". Santellocco ha poi osservato che "il Cgie negli ultimi anni non ha dato che il 50% delle sue potenzialità". Non ha prodotto, ad esempio, "un documento organico convergente e condiviso relativamente al rinnovo della legge istitutiva, ma solo 4 fogli e mezzo di raccomandazioni, lasciando agli altri la facoltà di recepire. Il Cgie, inoltre", ha aggiunto Santellocco, "non ha mai coinvolto stampa italiana all'estero nella diffusione di notizie sull’impegno del Cgie". Il consigliere ha poi voluto evidenziare l’importanza del Cgie rendendo noto che entro 3 mesi anche in Algeria esisterà un organismo di rappresentanza di questo tipo, composto da 95 membri e molto simile al modello italiano. Santellocco ha concluso il suo intervento incitando il Cgie a fare uno sforzo per coinvolgere di più le Regioni dato che "ci stiamo avviando verso uno Stato Federale" e che ci sarà dunque un conseguente "potenziamento" delle stesse.

Il consigliere Claudio Pozzetti (Italia) ha poi evidenziato la necessità di un "impegno concreto di tutti e in particolare dei parlamentari, sia eletti all'estero che in Italia, per cambiare questo decreto che rinvia il voto dei Comites. È sotto tiro tutto il sistema della rappresentanza degli italiani nel mondo", ha rilevato Pozzetti aggiungendo: "con questo rinvio questo sistema rischia di morire per inerzia e questa forse è la speranza di coloro che non hanno capito l'importanza di questo mondo". Secondo Pozzetti manca "una politica complessiva del Governo verso gli italiani all'estero". Una questione che, spiega, "non riguarda gli schieramenti politici". Bisogna inoltre "sviluppare un offensiva politica e mediatica" visto che finora "non siamo stati capaci di comunicare bene".

"Il sottosegretario Mantica parla di dialogo ma non sa che il dialogo si fa in due", ha poi commentato il consigliere Augusto Sorriso (Stati Uniti). "Non abbiamo mai avuto dialogo, nemmeno in Comitato di Presidenza. Il nostro interlocutore, il Governo, non credo che si sia rappresentato a dovere. Avere un sottosegretario deciso a smantellare tutto è un assurdo politico".

Per Sorriso bisognerebbe dunque "avere un interlocutore diverso, "che non può più essere Mantica. Non credo nemmeno che il governo sia sulle stesse posizioni", ha osservato. "L'impressione che si vuole dare al'esterno è che noi siamo concorrenti ai parlamentari eletti all'estero e non è così! Siamo i sindacalisti degli italiani all'estero e difendiamo le istituzioni e le comunità".

La parola è passata a Dino Nardi, componente del CdP per l’Europa e Nord Africa. "Come italiano all'estero e come membro di questo consiglio sono indignato perché Mantica ha da sempre messo in discussione l'impianto degli italiani all'estero per il quale gli emigrati hanno lottato a lungo. Sono indignato anche perché siamo testimoni incolpevoli di questo sgretolamento dei diritti degli italiani all'estero". Questo "smantellamento", che comprende tra le altre cose l’impoverimento della rete consolare e la chiusura di alcuni uffici, la lingua e la cultura e l'assistenza agli emigrati indigenti e i tagli all'informazione degli italiani all'estero è per Nardi, "una follia e uno scandalo". L’indignazione di Nardi è anche dovuta al fatto che "per la prima volta abbiamo un delegato per gli italiani all'estero che non vuole rappresentarci e che non ci rappresenta".

È intervenuta in assemblea anche Silvana Mangione, vicesegretario generale per i Paesi Anglofoni, sottoponendo ai presenti una domanda: "la visione del governo è quella che c'è stata presentata da Mantica o quella presentata dal sottosegretario Letta nella corso della Conferenza Stato- Regioni – Province Autonome e Cgie?". In quell’occasione Letta parlò dell’importanza della diffusione della lingua e della cultura italiana e del fatto che "l'Italia deve molto all'Italia che vive fuori dai confini nazionali". "C'è un grossa differenza tra queste due visioni", ha commentato Mangione. "Qual'é la posizione al Governo?. Quello che mi spaventa", ha continuato Mangione, "è che la miopia nei confronti degli italiani all’estero stia diventando una miopia dell'Italia intera. È una miopia che ucciderà il Paese" chiudendolo in se stesso, dentro ai suoi confini nazionali.

Chiedere un incontro con il ministro Frattini e sottoporre a lui i 3 aspetti sottoposti in mattinata dal consigliere Norberto Lombardi: questa invece la proposta di Carlo Consiglio (Canada) che ha aggiunto: "nelle Commissioni Continentali, oltre ai Comites, bisogna assolutamente coinvolgere i giovani e l’associazionismo per far sentire la loro voce. Mangione", ha continuato Consiglio, "ha sottolineato la posizione diversa del sottosegretario Letta rispetto a Mantica: è opportuno cercare di stabilire la verità, scrivere al ministro Frattini al presidente del Consiglio, avvisandoli che ci troviamo di fronte a due posizioni completamente diverse".

Per Andrea Amaro il Cgie oltre al consueto documento conclusivo dovrebbe anche "lanciare un appello, un volantino da distribuire ricorrendo anche all'aiuto di associazioni e patronati", un appello che spieghi le nostre posizioni e lanci una mobilitazione, un vero e proprio movimento che sappia far capire le rivendicazioni che intendiamo avanzare". Quanto al decreto del governo sul rinvio delle elezione dei Comites, Amaro ha detto che provoca due effetti "devastanti" cioè "il rischio di provocare una depressione degli organi di rappresentanza all'estero e il rischio che si vada, consapevoli o no, verso una logica di "partitizzazione politica" degli organismi rappresentativi all'estero. Sulla questione degli eletti all’estero Amaro ha poi aggiunto: "caduto il Cgie non è vero che verrebbero valorizzati gli eletti all'estero. Mantica non negozierebbe neanche con loro".

Lorenzo Losi, vice segretario generale per l’Europa e l’Africa Nord, è convinto che prima di decidere la "rottamazione" della rappresentanza degli italiani all’estero il Governo "avrebbe quantomeno dovuto chiedere il parere degli interessati. La macchina degli italiani all'estero è stata costruita in Italia ma anche dagli stessi emigrati italiani!. Per fortuna", ha aggiunto, "c'è libertà fuori dall'Italia" e i nostri connazionali all’estero, che sono "una grande risorsa per noi, continueranno ad organizzarsi" autonomamente.

Un appello all’unità tra Cgie, Comites e parlamentari eletti all’estero è stato lanciato da Nestico Pasquale, componente del CdP per i paesi Anglofoni, secondo cui si rileva oggi un "problema di immagine" di queste rappresentanze. Una programma di unità e di rilancio che, a suo avviso, si potrebbe racchiudere nello slogan "campagna – parla – con – comites", dove "parla" fa riferimento anche alla figura del parlamentare. Un problema di immagine che, anche per Walter della Nebbia (Stati Uniti), purtroppo "giustifica questi attacchi verso la rappresentanza degli italiani all’estero".

"È un problema di public relations", ha spiegato Della Nebbia. "Bisogna fare una campagna di pubblicità costante, giorno per giorno, e far sentire questa problematica anche al di fuori del ministero per sensibilizzare l’opinione pubblica. Ha chiuso l’assemblea Anna Ruedemberg Pompei (Svizzera) invitando alla tutti "mobilitazione", ad un’"azione salvavita" che attivi in tempi brevi tutti gli attori coinvolti, i Comites, la stampa e tutta la comunità italiana in Italia e all’estero. (tom.samp.\aise) 

 

 

 

Plenaria Cgie. Ancora su ruolo e funzione del Cgie, il dibattito della seconda mattinata di lavori

 

Oltre ai consiglieri, intervengono i parlamentari Pedica, Pastore, Narducci, Randazzo e Garavini. Il saluto e il sostegno del vice presidente della Camera Rosy Bindi: “Italiani all’estero troppo penalizzati dai vincoli di bilancio” e promette un impegno per ridiscutere il rinvio del rinnovo dei Comites

 

  ROMA – Riprende il dibattito sul ruolo e la funzione del Cgie nella seconda mattinata di lavori dell’assemblea plenaria del Consiglio generale degli italiani all’estero, mercoledì 28 aprile, con l’intervento di alcuni parlamentari, compreso quello del vice presidente della Camera dei Deputati Rosy Bindi.

  Stefano Pedica, senatore dell’Idv e autore di una proposta di legge che prevedeva, insieme alla riorganizzazione del sistema della rappresentanza degli italiani all’estero, l’abolizione del Cgie, segnala all’assemblea di non essere d’accordo con la proposta di riforma attualmente in discussione alla Commissione Esteri del Senato, “che non risolve il problema, ma accorpa gli organismi e sostanzialmente li mantiene – dice. Pedica è contrario anche ai rinvio al 2012 delle elezioni dei Comites e considera “un fallimento delle istituzioni il fatto che in 12 mesi non si sia riusciti a mettere a mano alla materia della rappresentanza degli italiani all’estero”, indispensabile per il senatore, non solo alla luce dell’ingresso al Parlamento degli eletti nella circoscrizione Estero, ma per “eliminare gli sprechi e i doppioni e valorizzare concretamente i valori dell’italianità, della cultura e della lingua tante volte discussi in questo vostro Consiglio”. Si tratta quindi di “sopprimere un quadro obsoleto” per Pedica, che non vuole parlare di “cancellazione del Cgie, bensì – precisa - di una doverosa riorganizzazione del sistema della rappresentanza, ancor più urgente in tempo di crisi”. “Le funzioni di questo vostro consiglio – segnala Pedica – sono state assorbite dai parlamentari eletti all’estero e lo sviluppo delle potenzialità locali può essere affrontato dagli organismi a più stretto contatto con le collettività, ossia i Comites”. Il disegno di legge presentato dal senatore prevede inoltre l’utilizzo del voto elettronico per l’elezione dei Comitati degli italiani all’estero “uno strumento che potrebbe essere sperimentato in questo caso per un suo futuro utilizzo anche nelle elezioni politiche – aggiunge.

  Non si fanno attendere le risposte di alcuni consiglieri: Andrea Amaro (Italia) ricorda al senatore come la proposta da lui formulata non sia di certo condivisa dal Consiglio generale; Lorenzo Losi (Gran Bretagna), domanda perché intervenire sui Comites e Cgie con proposte di modifica “dall’alto”, piuttosto che formulate in seno alle collettività; Riccardo Pinna (Sud Africa) evidenzia che all’abolizione del Cgie dovrebbe conseguire un considerevole aumento del numero dei parlamentari eletti all’estero (dovuto al numero dei connazionali nel mondo) e Claudio Pozzetti, responsabile dei lavoratori frontalieri, evidenzia come la posizione di Pedica non risulti condivisa da tutto l’Idv nel suo insieme.

  Maria Piera Pastore, deputata della Lega Nord ricorda che “se è indiscutibile che gli italiani all’estero debbano essere rappresentati in Parlamento, vi sono tuttavia delle difficoltà oggettive nella modalità in cui avviene la loro elezione. Difficoltà – dice - che debbono essere migliorate, così come è emerso nel corso dei lavori della Giunta parlamentare delle elezioni”.

  Contesta la logica del contenimento delle spese in riferimento ai tagli sui corsi di lingua e cultura italiana e alla modifica della rappresentanza Franco Narducci, deputato eletto per il Pd nella ripartizione Europa, che segnala come numerosi Paesi europei investano nella cultura risorse notevolmente più ingenti di quanto non faccia l’Italia. “Il costo del funzionamento dei Comites si aggira intorno ai 4 milioni di euro – rileva Narducci – ma il beneficio che ne deriva al Paese, così come per l’investimento in cultura, è incalcolabilmente più grande di questa cifra spesa”. Egli condivide la necessità di stabilire nuovi compiti e ruoli per il Cgie, ma “mantenendo i 3 livelli di rappresentanza che sono logicamente e necessariamente legati tra di loro e interconnessi”. “La democrazia non si rafforza cancellando i corpi intermedi – fa notare Narducci – ma ridefinendo compiti e finalità delle parti in causa, per cui occorre ridare dignità agli strumenti che rafforzano la rappresentanza degli italiani all’estero”.

  Nino Randazzo, senatore eletto per il Pd nella ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide, riporta la “disastrosa situazione delle politiche destinate agli italiani all’estero” ad “una volontà politica che è alla base dell’atteggiamento provocatorio di Mantica nei vostri confronti e che ora impedisce il procedere della riforma dei Comites e del Cgie”. Randazzo parla in proposito di “forze ostili o negatrici di qualsiasi tipo di rappresentanza degli italiani all’estero”. “Affermare che i parlamentari sostituiscono il ruolo del Cgie è una falsità – prosegue l’esponente Pd, che teme anche le ripercussioni che una riforma costituzionale più volte annunciata potrebbe sul numero degli eletti all’estero.

  Sostiene le manifestazioni di contrarietà del Cgie all’atteggiamento di Mantica e una mobilitazione – anche territoriale - per far risaltare il ruolo e l’importanza del Consiglio generale, specie agli occhi dell’opinione pubblica italiana, Laura Garavini, deputata eletta per il Pd nella ripartizione Europa. La Garavini parla di “un crescendo di misure attuate da questo governo contro i connazionali all’estero, secondo una logica di disattenzione, per non dire vera e propria volontà di danneggiare questi ultimi”. “In questo quadro non mi stupisce l’attacco alla rappresentanza – prosegue l’esponente Pd, – ora formalizzato con il rinvio al 2012 delle elezioni dei Comites”. “Una presa di posizione del governo contro cui noi parlamentari del Pd ci batteremo – afferma Garavini, che mette in guardia dal tentativo esplicito “ di metterci gli uni contro gli altri”. “Parlamentari eletti all’estero e Cgie non sono incompatibili e se è vero che abbiamo constatato disponibilità nel rivedere le modalità dell’esercizio di voto, nel senso di un perfezionamento e di una maggior trasparenza di quest’ultimo, ciò non può essere considerato un impegno dato in cambio dello smantellamento della forma di rappresentanza”.

  “E’ una responsabilità storica delle istituzioni del nostro Paese non aver mai valorizzato sufficientemente la vivacità della presenza italiana all’estero; vivacità a cui è in gran parte legato il buon nome dell’Italia, e oggi, il momento particolarmente impegnativo per la nostra finanza pubblica ha eccessivamente pesato su questa nostra collettività – ha detto Rosy Bindi, intervenuta per un saluto all’assemblea. “La partecipazione democratica e il rinnovo degli organismi però non può mai essere sacrificato alle logiche di costi ed efficienza – ha proseguito il vice presidente della Camera, assicurando ai consiglieri un impegno affinché si possa ritornare sulla decisione del rinvio dei rinnovo dei Comites e auspicando per essi una maggior applicazione del principio delle pari opportunità tra uomini e donne.

  “Vi invito a lavorare con noi affinché in sede parlamentare ci possiate dare il massimo contributo per le modifiche che si possono apportare per un voto all’estero dotato delle garanzie di partecipazione e trasparenza necessarie, al riparo da ogni possibile dubbio – ha concluso Rosy Bindi, sollecitando il Consiglio generale ad una collaborazione anche alle manifestazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia. “Aiutateci a coltivare l’idea di patria e di unità nazionale – ha detto - di cui voi siete esempio”. (Viviana Pansa – Inform)

 

 

 

 

Immigrazione, negli Usa mobilitazione contro legge anti-clandestini dell'Arizona

 

Protesta in 47 città contro il provvedimento che “trasforma in sospetti criminali tutti gli abitanti di origine ispanica” - dal nostro corrispondente Anna Guaita

 

NEW YORK (1° maggio) – Primo maggio di protesta in 47 città degli Stati Uniti. Gli immigrati latino americani hanno deciso di scendere in strada, e gli occhi dei politici si sono fissati su di loro. Se si constaterà che a Los Angeles, New York, Chicago, le manifestazioni hanno attirato decine di migliaia di manifestanti, vorrà dire che i gruppi di difesa degli immigrati sono riusciti a superare i disaccordi che li dilaniavano e a ritrovare l’unità che aveva caratterizzato la primavera del 2006, quando proteste e dimostrazioni si succedettero nel Paese, con la partecipazione di centinaia di migliaia di persone.

 

La protesta era allora diretta contro una proposta di legge federale che avrebbe sancito la criminalizzazione dei clandestini. Le manifestazioni bloccarono il cammino della legge, e coalizzarono il voto ispanico a favore del partito democratico e ai danni di quello repubblicano. Ecco dunque spiegato il rinnovato interesse dei politici: se il primo maggio di protesta avrà raccolto un grande seguito, il dibattito di quest’anno elettorale non potrà più ignorare e rimandare l’irrisolto problema degli undici milioni di clandestini che vivono e lavorano nel Paese.

 

A far tornare gli immigrati (legali e non) in strada è la legge anti-clandestini approvata una settimana fa dallo Stato dell’Arizona. La legge, firmata dalla governatrice Jan Brewer, repubblicana, è stata lievemente modificata in senso meno restrittivo giovedì sera dalla legislatura statale, ma non abbastanza da sedare il malcontento e l’allarme che essa ha generato in una larga parte del Paese. Come ha denunciato il New York Times, la legge “trasforma in sospetti criminali tutti gli abitanti di origine ispanica dell’Arizona, anche se sono immigrati con regolare permesso di soggiorno, o cittadini americani”.

 

Nella sua versione originale, e più severa, la legge dava alla polizia mandato di fermare e chiedere i documenti di residenza a chiunque fosse “sospetto di essere illegale”, di fatto concedendo agli agenti un mandato per agire secondo il principio anticostituzionale del “racial profiling”. Nella versione “corretta” la polizia dovrà chiedere i documenti di immigrazione solo a chi venga fermato per altri motivi. Ma i difensori degli immigrati notano che si possono trovare mille scuse per fermare una persona, e quindi la polizia potrà continuare a “puntare” gli ispanici e ad applicare il racial profiling, anche se in modo camuffato. Se la persona fermata non avrà le carte in regola, verrà messa in prigione, anziché essere consegnata alle autorità di confine per essere rimandata in patria. E se viaggiava nell’auto di un’altra persona, anche questa verrà messa in prigione, per favoreggiamento.

 

Davanti a una legge così severa, non solo il presidente Barack Obama si è detto preoccupato di “potenziali abusi e violazioni”, ma anche vari esponenti del partito repubblicano, non ultimo quel Karl Rove che era stato la “mente” delle campagne presidenziali di George Bush. Dopotutto, Bush era riuscito a conquistare al suo partito un buon 40 per cento del voto ispanico, proprio promettendo una riforma dell’immigrazione che fosse severa ma anche umana e rispettosa dei diritti civili degli individui. Quella legge però non si è mai fatta. E neanche Obama, che si era impegnato a realizzarla subito, è ancora riuscito a stilare una proposta, mentre i senatori del suo partito solo ieri hanno presentato 26 paginette che descrivono le “grandi linee” di una possibile riforma.

 

E’ stato davanti all’inazione del governo federale, che l’Arizona si è sentita in diritto di muoversi di sua iniziativa, violando il principio secondo il quale in materia di immigrazione è Washington ad agire e non le capitali statali. L’Arizona sostiene che il problema non è più solo l’immigrazione illegale, ma il crescere della criminalità, anche se le statistiche dell’Fbi sembrano provare il contrario e cioè che negli ultimi anni la criminalità legata all’immigrazione illegale è diminuita. Resta il fatto che il problema esiste, che negli Stati di confine al sud è avvertito in modo drammatico, e che per ora non si vede una soluzione nazionale a breve scadenza.

 

Se il problema degli illegali esiste, la strada della criminalizzazione scelta dall’Arizona non piace a tutti. Il sindaco di Los Angeles, Antonio Villaraigosa, ha invitato i suoi concittadini a scendere per strada il primo maggio, indossando una camicia bianca e sventolando la bandiera americana. Altre città hanno accolto lo stesso invito. E nel frattempo c’è chi ha proposto un boicottaggio dell’Arizona, come avvenne quando lo Stato si rifiutò di rispettare la festa nazionale dedicata alla memoria di Martin Luther King: allora il boicottaggio costò allo Stato molte centinaia di milioni e lo spostamento della finale del Superbowl del 1992 a Pasadena (California). La stessa punizione potrebbe ripetersi l’anno prossimo, quando si dovrebbe tenere a Phoenix la “All Star”, l’amichevole di baseball fra tutti i grandi campioni. Alcuni esponenti ispanici, notando che il 40 per cento dei giocatori di baseball sono di origini latino-americane, pensano che lo sport dovrebbe penalizzare lo Stato che tratta in modo così duro chi abbia origini ispaniche. E non basta: in questi giorni, numerose associazioni che programmavano di andare Phoenix per i loro convegni annuali hanno deciso di rivolgersi altrove, e sembra che ci siano anche state moltissime cancellazioni di turisti negli alberghi.

 

Ma – a riprova che il tema è molto caldo e divide l’opinione pubblica – è sorto anche un movimento contrario al boicottaggio, il “buy-cot”, come dire “compraggio”, dal verbo “buy”, “comprare”: chi ammira lo Stato del sud per la severa legge anti-clandestini propone di sostenerlo con i propri acquisti, e arginare così i possibili effetti devastanti del boicottaggio. Im 2

 

 

 

 

Grecia, c'è l'accordo Fmi-Ue. Scontri ad Atene

 

La Grecia ha stretto un accordo con l'Ue e l'Fmi che apre le porte ad un piano di salvataggio finanziario multi-miliardario, ma che richiederà grossi sacrifici da parte dei greci. Il primo ministro greco George Papandreou, durante un consiglio dei ministri, ha annunciato: «Abbiamo costruito un meccanismo di supporto dal niente», ha detto il premier. «Pochi giorni fa abbiamo chiesto la sua attivazione e oggi ratifichiamo l'accordo. Si tratta di un pacchetto di aiuti senza precedenti per uno sforzo senza precedenti da parte del popolo greco» Papandreou ha sottolineato che senza nuovi sacrifici il paese andrebbe in bancarotta. «Questi sacrifici servono per darci respiro e il tempo necessario per fare grandi cambiamenti».

 

L'accordo rappresenta il primo salvataggio di un membro del blocco di 16 nazioni con la stessa valuta da parte degli altri paesi -- un passo che i trattati Ue scoraggiano esplicitamente, ma che è stato ritenuto necessario per evitare una divisione della zona euro.

 

Un incontro dei ministri delle Finanze della zona euro, previsto oggi a Bruxelles per le 16, dovrebbe ratificare il piano di aiuti, che potrebbero raggiungere 120 miliardi di euro in tre anni e che saranno forniti in cambio di pesanti misure di austerity. La Grecia e i suoi sostenitori internazionali sperano che l'accordo possa frenare una crisi che ha scosso i mercati in tutto il mondo, sollevando timori di contagio ad altri membri Ue come Portogallo e Spagna e ha evidenziato profonde divisioni all'interno del blocco. Ieri, in migliaia hanno marciato per le celebrazioni del primo maggio ad Atene, urlando slogan contro le misure di austerity, che la gente teme danneggeranno solo i poveri e trascineranno il paese ancor più nella recessione. L’U 2

 

 

 

 

 

La crisi della Grecia. Chi dà i voti (e li sbaglia)

 

«La grande crisi della finanza globale? Il frutto dell’esplosione di un sistema finanziario- ombra cresciuto come un gigantesco party alcolico senza regole» pieno di ragazzi ubriachi «fatti entrare dalle agenzie di "rating" che all’ingresso distribuivano carte d'identità false». Così Paul McCulley di Pimco, il più grande fondo obbligazionario del mondo, descrive le genesi di una tempesta che, nel 2008, ha portato l’intero sistema creditizio mondiale sull’orlo dell’autodistruzione. I colpevoli sono molti, ma un ruolo particolare l’hanno avuto strane creature private con una funzione pubblica: le agenzie che con i loro voti decretano l’affidabilità di un titolo obbligazionario emesso da una società, ma anche dei titoli del debito pubblico di decine di Stati sovrani. Dovevano essere giudici competenti e imparziali e invece hanno promosso (a raffica) e bocciato (quasi mai) sulla base più della loro convenienza privata che di valutazioni oggettive. Due anni fa, concedendo il massimo dei voti alle obbligazioni-salsiccia di moda a Wall Street, hanno aperto la strada verso il disastro. Oggi, con bocciature intempestive del debito di alcuni Paesi europei, rischiamo di rendere ingestibile una crisi che da Atene si sta già propagando fino alla penisola iberica. Bocciature, peraltro, dettate più da una volontà di autoconservazione e dal timore di essere accusati di inerzia che dal cambiamento di dati che erano e sono sotto i loro occhi.

Un downgrading ha senso se l’agenzia, grazie alla sua professionalità, a una superiore capacità d’analisi, capisce in anticipo che la posizione di un Paese si sta deteriorando. Intervenire quando i numeri sono già noti in tutta la loro gravità e il mercato ha già reagito, chiedendo maggiori interessi sui titoli di Stato emessi da Paesi con conti pubblici in disordine, aumenta solo la confusione e rischia di vanificare i tentativi dei governi di correre ai ripari. Un giudizio competente e indipendente sull’affidabilità degli investimenti sicuramente serve, ma si può continuare a lasciare una funzione pubblica tanto delicata nelle mani di società private che le gestiscono in modo così irresponsabile? Non è certo il caso di nazionalizzare questa funzione, ma non conforta di certo vedere le banche centrali o agenzie federali come la Sec (l’istituto che vigila sulla Borsa Usa)—che sicuramente dispongono di professionalità interne e autorevolezza superiori a quelle delle agenzie di «rating»—affidarsi a loro per i giudizi sulla base dei quali vengono selezionati gli investimenti più rilevanti. Certo, lo fanno in base alle regole che i governi si sono dati e che sono rispecchiate anche dagli accordi di Basilea. Forse è ora di prendere atto che non è più possibile tenere in piedi un sistema di «rating » diffusosi a partire dagli anni 70, limitandosi a piccoli correttivi.

Da anni si discute dei conflitti d’interesse che affliggono Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch, i tre oligopolisti del «rating». All’inizio di questo decennio la legge americana Sarbanes-Oxley ha cercato di regolarli più strettamente dopo lo scandalo Enron i cui titoli venivano ancora giudicati un buon investimento quattro giorni prima della sua bancarotta. Correttivi inutili, vista la facilità con la quale l’aurea «tripla A» è stata concessa ancora nel 2006-2007 a una marea di emissioni di titoli basati su mutui «subprime», ad alto rischio. La Commissione del Congresso Usa che venerdì scorso ha «torchiato» in un’audizione i capi di queste agenzie, accusati di aver anteposto il profitto e il volume del giro d’affari delle loro società al rigore delle analisi, ha accertato che il 93 per cento dei titoli che avevano ricevuto il massimo voto di affidabilità, sono stati declassati a «spazzatura». La gravità della crisi del debito sovrano di un numero crescente di Stati richiede un monitoraggio serio e azioni di stabilizzazione, non l'agitazione di agenzie che sembrano muoversi, ormai, come variabili impazzite. Massimo Gaggi CdS 30

 

 

 

La sede della Regione Calabria a Bruxelles "costa troppo e produce poco"

 

Catanzaro - La sede della Regione Calabria nella capitale belga "costa troppo e produce poco". È l’opinione dell’Assessore regionale al Bilancio ed alla Programmazione della Calabria Giacomo Mancini, espressa nel corso di una ricognizione fatta all’Unità Organizzativa Autonoma (UOA) "Politiche comunitarie" di Bruxelles.

"È inimmaginabile – ha detto Mancini - per le casse della Regione continuare a sobbarcarsi il costo di circa trecentomila euro ogni anno solo per le spese di affitto e di gestione di un immobile eccessivamente lussuoso, senza che - ha continuato Mancini - venga messo in campo in maniera più determinata un intenso lavoro che consenta di conoscere, indirizzare e veicolare l’enorme flusso di informazioni e di finanziamenti che vengono definiti dalle istituzioni comunitarie".

"La sfida che ci poniamo – ha proseguito l’Assessore alla Programmazione - è quella di proiettare l’immagine positiva e propositiva della nuova stagione della Calabria personificata dal Governatore Scopelliti per definire una forte rete di relazioni e di lobbing utile per far crescere il settore produttivo calabrese, per informare e guidare le istituzioni locali e le imprese nelle procedure progettuali comunitarie, e per indirizzare verso la nostra regione gli investitori stranieri".

"Per realizzare questa ambizione - ha concluso Mancini - vorremmo coinvolgere le giovani intelligenze della nostra terra per le quali studieremo un modo per proporre un percorso formativo presso i nostri uffici a Bruxelles sotto la guida di dirigenti brillanti (che non siano abbandonati a loro stessi come è avvenuto fino ad oggi) e capaci di far guadagnare credibilità e autorevolezza alla Calabria in Europa e insieme di promuovere sviluppo per la nostra terra". (aise) 

 

 

 

 

La crisi finanziaria, il petrolio nel Golfo del Messico, il terrorismo: tutte le spine di Obama

 

WASHINGTON - Un presidente sfortunato. Da quando entrò alla Casa bianca, Obama è sotto assedio. Combatte su più fronti, alcuni ereditati dal predecessore Bush, come la più grave crisi finanziaria ed economica dagli Anni trenta e la guerra dell’Afganistan, altri apertisi all’improvviso, come la catastrofe ecologica della piattaforma petrolifera nel Golfo del Messico e una recrudescenza del terrorismo. Fronti su cui ha sinora conseguito un’unica vittoria, la controversa riforma sanitaria, anche se l’economia comincia a dare segni di ripresa. E che anziché unificare dividono sempre più il paese. La catastrofe del Golfo del Messico e la ricomparsa dei terroristi, di cui alcuni catturati l’autunno scorso mentre programmavano un attentato alla metropolitana di New York, sono forse il rischio maggiore per Obama. La catastrofe del Golfo del Messico perché potrebbe metterlo nella condizione di impotenza di Bush di fronte all’uragano Katrina del 2005. La recrudescenza del terrorismo perché potrebbe rinfocolare le accuse rivoltegli alle elezioni del 2008 di esser troppo morbido per riuscire a contenerlo. Sebbene, su questo fronte rimanga da accertare se l’auto bomba di Times square sia islamica o americana, ossia se l’attentatore appartenga ad Al Qaeda o alla destra armata Usa. A Obama restano due anni e mezzo di mandato per spezzare l’assedio. Ma ha bisogno di vittorie nei prossimi mesi per liberarsi della nomea di presidente sfortunato ed evitare che alle elezioni di novembre i democratici, il suo partito, perdano il controllo del Congresso. La vittoria più vicina e più facile, data la indignazione popolare per gli abusi di Wall Street, sembra quella della riforma finanziaria. Il resto è un’incognita. Non a caso Obama, in un discorso all' università del Michigan, ha invitato le forze politiche a moderare i toni e compattarsi: questa polarizzazione, ha ammonito, è un invito agli estremisti e alla violenza.  L’U 2

 

 

 

Wall Street, la regola dell'immoralità

 

Memorizzate questa data: il ventidue giugno dell’anno 2007 – il giorno in cui Wall Street fece cadere il velo e mostrò il suo aspetto più becero e meschino.

Alle 16,32 di quel fatidico pomeriggio, Tom Montag, all’epoca uno dei dirigenti della Goldman Sachs, mandò un’email ad un collega nella prestigiosissima banca d’affari.

Montag, come tutti i grandi banchieri, era presissimo e la sua missiva consisteva di una sola riga: «Ragazzi, l’Obbligazione Lupo è stata proprio merdosa». Quelle sette parole inglesi potrebbero diventare il motto di un modo di interpretare l’alta finanza che è stato una delle cause dell’implosione dell’economia mondiale e dell’enorme crisi di fiducia nel settore bancario.

 

Vi risparmio la descrizione della complicatissima Obbligazione Lupo: vi basti sapere che si trattava di un titolo pieno di mutui «subprime» che crollò in valore dopo pochi mesi quando gli indigenti debitori smisero di pagare. Il dettaglio fondamentale, però, è che la Goldman vendette un miliardo di dollari di queste obbligazioni a investitori - intascando milioni in commissioni - nonostante l’opinione scatologica del Signor Montag.

 

Ma non è finita. Grazie alle investigazioni di un gruppo di agguerritissimi senatori americani, sappiamo che la Goldman non solo creò e smistò un prodotto «sospetto», ma ci scommise pure contro, comprando dei contratti che le garantivano dei pagamenti ogni volta che il titolo perdeva valore.

 

Per ricapitolare: mentre gli investitori in Timberwolf stavano rimettendoci centinaia di milioni di dollari (uno dei fondi d’investimento andò persino in bancarotta), la Goldman ci guadagnava di suo. Altro che Lupo: i cervelloni della banca d’affari quell’obbligazione l’avrebbero dovuta chiamare Squalo.

 

Bisogna dire che la condotta della Goldman non è illegale – anche se la società è stata accusata di frode dall’authority americana per un’altra obbligazione molto simile a Lupo (Goldman nega quelle accuse). Anzi, i banchieri della Goldman non si stancano mai di ripetere che non hanno mai avuto nessun dovere di dire ai clienti quello che pensano dei titoli che gli vendono.

 

In questo hanno ragione: nel mondo della finanza americana «caveat emptor» è una delle regole immutabili. I fondi d’investimento che si sono fatti azzannare dall’Obbligazione Lupo sarebbero dovuti stare più attenti a quello che compravano. Ma alla luce degli eventi epocali del 2007-2009, una spiegazione strettamente legale non basta più. Dopo aver partecipato a follie finanziarie che sono costate miliardi di dollari e milioni di posti di lavoro, la domanda da porre a Wall Street è di natura morale, non legale. È etico per una banca mettere i propri interessi al di sopra di quelli dei suoi clienti? È giusto per un venditore mettere in vetrina prodotti che sa che sono marci? Per Goldman - e molte altre banche - la risposta è sì. Se i clienti vogliono un prodotto, loro glielo vendono - per una bella commissione - senza tante remore e crisi di coscienza, salvo riservarsi il diritto di fare dei soldi scommettendoci contro.

 

Per gran parte della gente e la classe politica la risposta è no. Come ha detto il senatore repubblicano John Ensign, che di scommesse se ne intende visto che viene dal Nevada, durante un’udienza parlamentare con dirigenti della Goldman questa settimana: «Las Vegas si dovrebbe offendere quando viene paragonata a Wall Street: a Las Vegas gli scommettitori conoscono le loro probabilità di vittoria, voi invece manipolate le probabilità a partita in corso».

 

Un casinò truccato dove il banco vince sempre. Se questa è l’immagine del sistema finanziario più grande e sofisticato del mondo, non bisogna essere uno dei geni matematici che hanno inventato Timberwolf per capire che Wall Street ha un problema serio.

Un problema che non scomparirà da solo e certo non viene risolto dallo spettacolo a cui ho assistito martedì: 11 ore di colloquio tra capi della Goldman e senatori e nemmeno una traccia di pentimento nelle facce o nelle parole dei banchieri.

 

Lloyd Blankfein, l’amministratore delegato della Goldman che nel 2007, l’anno di Timber-wolf, si portò a casa 68 milioni di dollari, l’ha detto chiaro e tondo ai senatori che protestavano che una banca che vende prodotti con una mano e scommette con i suoi soldi con l’altra è al centro di gravi conflitti d’interesse. «Non ci vedo nulla di male», ha detto martedì. Ogni crisi finanziaria ha le sue vittime e i suoi carnefici e la Grande Recessione degli anni 2007-2009 non fa eccezione. Le vittime le conosciamo bene: gli americani medi convinti che i prezzi delle case non sarebbero caduti mai, che avere sette carte di credito, quattro macchine e cinque televisori fosse normale e che il «sogno americano» di prosperità infinita non si sarebbe mai infranto.

 

I carnefici sono anch’essi molti e molto noti (una classe politica, spronata dal banchiere centrale Alan Greenspan, che s’innamorò della deregulation; agenzie di credito che chiusero gli occhi; e investitori accecati dalla chimera dei soldi facili). Ma se le banche continuano a negare l’evidenza saranno le uniche a pagare per colpe non tutte loro. L’ostinazione e l’arroganza di un banchiere milionario che dice: «Non c’è niente di male» non aiuta né la sua banca né un settore che, al momento, è meno rispettato dei venditori di auto usate (e perfino dei giornalisti...).

 

Le riforme stanno arrivando a grande velocità con un bel carico di populismo acchiappa-voti - non è un caso che le accuse di frode contro Goldman siano state annunciate proprio quando l’amministrazione Obama stava avendo difficoltà a convincere i repubblicani a passare la legge che ridisegnerà il sistema finanziario Usa.

 

La «regola Volcker» - che prende il nome dal vecchio capo della Federal Reserve e proibisce alle banche di usare fondi propri per comprare e vendere titoli e investire in società - sarà sicuramente approvata e banche come la Goldman (ma anche rivali come la Morgan Stanley e la JPMorgan) dovranno dire addio a miliardi di utili. E forse è questa la soluzione più giusta ai problemi di Wall Street: lasciare dei soldi sul tavolo - come dicono i banchieri quando non riescono ad estrarre la commissione più alta possibile da un cliente - e in cambio evitare misure draconiane e punitive che potrebbero mettere a rischio il futuro di uno dei settori più importanti dell’economia statunitense.

 

Abbandonare i mercati rischiosi ma redditizi di prodotti complessi ed esotici, dei titoli tipo Timberwolf e delle scommesse con i propri soldi non sarà facile per banchieri, banche e investitori che si sono abituati a utili altissimi e bonus principeschi.

 

Il «ritorno al futuro» - al ruolo di banche come intermediarie di flussi monetari tra compratori e venditori piuttosto che protagoniste di azioni finanziarie con capitale proprio - non sarà facile soprattutto perché questi tipi di servizi non sono molto remunerativi. L’alternativa però è essere al centro del tifone del dopo-crisi - identificati come colpevoli da una classe politica che è praticamente obbligata ad infierire sui banchieri e le loro società per soddisfare la sete di sangue di un pubblico arrabbiato. Dopo tanti anni di caveat emptor, sarebbe utile per Wall Street adottare la regola del «caveat venditor». FRANCESCO GUERRERA, caporedattore finanziario per il Financial Times a New York. LS 2

 

 

 

 

Belgio, primo sì a divieto del burqa

 

La crisi di governo non ha fermato i deputati belgi che all'unanimità, salvo solo due astensioni, hanno votato questa sera la proposta per il divieto assoluto del burqa islamico nei luoghi pubblici. Il Belgio diventa così il primo paese occidentale a prendere una decisione di questo genere, che ora per diventare definitiva attende il via libera anche da parte del Senato, sempre che le Camere non vengano sciolte prima per indire elezioni anticipate.

Se il passaggio in Parlamento filerà via liscio, con la nuova legge proposta da liberali, col sostegno dei cristiano-democratici fiamminghi e francofoni e dei socialisti, il Belgio batterà sui tempi la Francia, dove l'esame di una proposta sul velo islamico, pur senza un divieto totale, è previsto per maggio. La proposta approvata questa sera prevede un'ammenda da 15 a 25 euro e/o una settimana di detenzione per chiunque si presenterà in un luogo pubblico col volto coperto o mascherato in tutto o in parte in modo da rendere impossibile l'identificazione.

Eccezioni sono previste per le feste di carnevale e vari esperti in Belgio hanno espresso dubbi sulla verà utilità di una legge di questo genere dato che regolamenti di polizia vietano di coprire il volto già in molti comuni belgi. Il testo e soprattutto il voto così schiacciante di questa sera hanno però una valenza simbolica. Entro l'estate burqa e niqab, peraltro non troppo diffusi in Belgio, potrebbero sparire da strade, parchi, ristoranti, ospedali scuole e tutti gli edifici destinati al pubblico. Per i promotori dell'iniziativa si tratta non solo di assicurare la pubblica sicurezza ma di rispettare la dignità delle donne, assicurando il rispetto di principi democratici fondamentali. L’U 30

 

 

  

Elezioni in Gran Bretagna. Il peso della crisi inglese sul voto

 

AI primi di aprile il Polling Report, una pubblicazione semi-ufficiale di sondaggi, attribuiva il 38% dei consensi ai conservatori di David Cameron, il 30% ai laburisti dell’attuale premier Gordon Brown e il 20% ai demoliberali di Nick Clegg. Dopo quattro settimane di campagna elettorale e i tre scontri televisivi tra i tre principali leaders, che ne sono stati momento più significativo, si registra un ben diverso scenario. Secondo l’ultimo sondaggio ai conservatori è attribuito il 41% ai demoliberali, la vera novità di questa campagna elettorale, il 32% e ai laburisti il 25%. Che i conservatori fossero in testa, salvo l’oscillazione di qualche decimale, lo si sapeva da mesi, anzi da anni. Del resto è nella logica della politica inglese, che ci sembra di poter definire di “pendolarismo perfetto” che dopo tredici anni di governo Laburista fosse la volta di un governo Conservatore. Ma la vera novità, rivelata da questa campagna elettorale, è la crescita inattesa e impetuosa dell’eterna terza forza dei Liberal-democratici che, alle ultime elezioni, quelle del 2005, non raggiunsero che il 22% e del loro leader, un personaggio anomalo nel panorama politico britannico. Nick Clegg ha trascorso molto tempo all’estero, in particolare a Bruxelles, che per l’inglese medio non è certo la mecca, parla varie lingue straniere, mentre i politici britannici, quando va bene, non vanno al di là di un francese stentato e pensa, un’idea realmente rivoluzionaria, che le “relazioni speciali” con gli Stati Uniti che hanno caratterizzato la politica britannica dalla crisi di Suez (1956) in poi non riflettano più gli interessi del Paese.

L’ascesa dei demoliberali, che sono sempre esistiti nella politica britannica, ma che l’iniquo, per i proporzionalisti, sistema elettorale britannico, aveva sempre confinato in una posizione largamente minoritaria (nel Parlamento eletto nel 2005 con più di un quinto del suffragio popolare i demoliberali avevano ottenuto appena un decimo dei seggi) è un segno che qualcosa sta cambiando anche nella società britannica. La crisi economica ha inferto ferite dolorose alla classe media e medio piccola inglese. Il Paese i cui conti erano discreti fino a due anni fa, si è svenato per i salvataggi delle banche. I 1.630 miliardi di debito pubblico e il deficit di bilancio pari all’11,6% del Pil, esigono una severa cura dimagrante e nessuno dei tre leaders, pur differenziandosi nella misura dei tagli, 57 miliardi i Tory, 49% i demoliberali e 47% i laburisti, non ne hanno nascosto l’inevitabile necessità. Ma nessuno ha detto con precisione come e dove tagliare e tutti hanno invocato, come soluzione, una crescita sostenuta che per ora non si vede. Le riforme della Thatcher hanno trasformato il Paese, da prevalentemente industriale a prevalentemente terziario, con il particolare sviluppo del terziario finanziario, ma la crisi e la globalizzazione hanno cambiato il quadro economico generale. Oggi i problemi della Gran Bretagna sono un po’ quelli degli Stati Uniti e cioè di inventarsi una nuova economia. Il Paese nella sua maggioranza è cosciente dei sacrifici che si rendono necessari e pertanto andrà alle urne sotto la pressione della crisi e delle sue conseguenze enfatizzate dalle notizie provenienti dalla Grecia. Come l’impatto della crisi favorì i democratici americani e Barack Obama, nel novembre del 2008, le conseguenze della crisi presente e dei sacrifici futuri potrebbero favorire il partito Laburista piuttosto che quello Conservatore permettendogli di raggiungere un risultato migliore di quello che gli attribuiscono i sondaggi. Tutti gli analisti, compreso L’Economist, che li sostiene, danno scontata la vittoria dei conservatori, ma è altrettanto diffusa l’opinione che essa possa ridursi alla conquista del primo posto e non del governo e della necessaria maggioranza. Bisognerà attendere giovedì prossimo come saranno distribuiti i 646 seggi del Parlamento per sapere chi governerà il Regno Unito nei prossimi anni. Se come è previsto da quasi tutti gli osservatori si approderà ad un “hung parliament” cioè ad un Parlamento bloccato, come successe l’ultima volta nel 1974, incapace di esprimere una maggioranza, allora una coalizione tra i demoliberali e i laburisti è quella più probabile. L’attuale partito Demoliberale è il risultato di una fusione tra i liberali e i socialdemocratici, dopo l’uscita di quest’ultimi dal Labour degli anni ’80. Col tempo le tensioni create dalla scissione si sono attenuate e comunque le posizioni dei due partiti sono molto vicine. In politica interna tutti e due sono obbligati dalla crisi alla riduzione della spesa e al rientro dal deficit eccessivo. Ma restano le differenze nel condurre l’operazione: l’approdo ad un sistema fiscale più equo come chiedono i liberali e i laburisti piuttosto che una serie di tagli più netti e generalizzati come sarebbero quelli operati dai conservatori. Temi come quelli del sostegno agli studenti delle classi disagiate della scuola pubblica, un’economia compatibile con l’esigenze ecologiste e una politica estera più aperta all’Europa, nonché un eventuale ingresso nell’euro da escludere oggi ma da riconsiderare nel caso di una Sterlina logorata dalle difficoltà del rientro dalla crisi, sono tutte questioni che avvicinano i demoliberali ai laburisti e li allontanano dai conservatori. In ogni caso assisteremo ad un negoziato per l’eventuale governo di coalizione, non facile e molto più combattuto come nella tradizione del parlamentarismo dell’Europa continentale. Inoltre nel caso di una buona affermazione dei demoliberali, una delle condizioni del futuro governo di coalizione sarebbe quasi certamente la richiesta di una modifica del sistema elettorale in senso maggiormente proporzionale, nonostante la tradizionale riluttanza ad adottare quello che dai politologi britannici viene definito come lo “scenario italiano”. GIUSEPPE MAMMARELLA IM 2

 

 

 

1° Maggio. I giovani sappiano raccogliere una tradizione nata 120 anni fa

 

L'intervento del Presidente in occasione della celebrazione della Festa del Lavoro

 

Vorrei iniziare rivolgendo il più caloroso augurio ai lavoratori di ogni parte d'Italia, di ogni età, condizione e categoria. Il 1° maggio è la loro Festa, e mi chiedo se di ciò non si rischi di perdere il senso. E' certamente anche una giornata di riflessione e di impegno, e come tale la celebriamo qui noi che rappresentiamo le istituzioni e rispondiamo di precise responsabilità pubbliche o associative.

 

Ma non è superfluo richiamare il dato originario della Festa come espressione di una nuova coscienza di sé, come manifestazione gioiosa - da parte del mondo del lavoro - dello status di libertà e dignità conquistato, da affermare e consolidare, nel processo di sviluppo della società moderna. Libertà, anche, per i lavoratori, di riunirsi in un giorno di speciale riconoscimento del proprio contribuito al progresso generale, di godere il diritto di presentarsi socialmente e di far festa collettivamente, fuori dai luoghi di lavoro, con le loro famiglie, come cittadini e come popolo.

 

Sappiamo che quella del 1° maggio è una tradizione che nasce, 120 anni orsono, in modo drammatico, che per lunghi periodi viene contrastata e repressa con metodi autoritari e perfino nel sangue, ma che nel nostro paese esce confermata e rafforzata dalla lotta antifascista e dal processo costituente. E mi auguro che le giovani generazioni sappiano raccoglierla anche nei suoi tratti festosi, in forme, s'intende, corrispondenti a nuovi costumi individuali e collettivi.

 

Spero che questo 1° maggio possa essere vissuto con animo meno angosciato di un anno fa anche in Abruzzo, anche a L'Aquila, dove sono stati offerti tra l'altro magnifici esempi come quello della Sanofi Aventis (di cui ho appena incontrato una rappresentanza), dove con un immediato scatto di volontà dell'impresa e dei suoi dirigenti e dipendenti si è ripreso subito dopo, o quasi subito dopo, a lavorare e produrre.

 

Ora, che l'insorgere di situazioni economiche difficili e complesse determini stati d'animo diffusi in termini di disagio e di preoccupazione per i lavoratori e per i giovani in cerca di lavoro, non toglie che il 1° maggio costituisca l'occasione per esprimere la forte consapevolezza e fierezza del mondo e del valore del lavoro, che hanno in effetti conosciuto - per effetto di trasformazioni sociali e culturali non sempre positive - ingiuste mortificazioni in tempi recenti.

 

Ho anche perciò apprezzato il richiamo - da cui il Ministro Sacconi è partito nel suo intervento - a quell'articolo 1 della nostra Costituzione che pone il lavoro a fondamento della Repubblica. Non si tratta di un residuato post-bellico di singolare marca italiana. Quel valore è la chiave dell'"economia sociale di mercato" cui la più recente e attuale Carta di principi e di indirizzi dell'Unione Europea - il Trattato di Lisbona - áncora il progetto dell'Europa unita.

 

A valorizzare il lavoro, a liberarne le potenzialità, a riconoscerne i diritti debbono dunque rivolgersi le politiche economiche e sociali e le tendenze dello sviluppo nel nostro paese. Non ci siamo nei decenni dell'Italia repubblicana mai liberati dai limiti che hanno compresso l'effettivo godimento del diritto al lavoro da parte di tutti i cittadini ; da tassi di disoccupazione e di inattività che hanno attraversato molti alti e bassi ma sono rimasti spesso e a lungo elevati. Ci tocca perciò oggi fare i conti con limiti e impedimenti ereditati dal passato, con distorsioni e contraddizioni del passato e del presente, e anche, in questo momento, con difficoltà nuove che emergono da nuovi contesti non solo nazionali.

 

E possiamo in sostanza dire che il tema fondamentale cui si legano le prospettive dell'occupazione e della qualità del lavoro in Italia, è quello della crescita e delle sue incognite. A mio avviso, il Ministro ha fatto una scelta opportuna mettendo l'accento non tanto su andamenti positivi che pure si sono registrati nell'ultimo anno, e che è ingiusto negare, nel confronto con altri paesi europei, ma sul "lavoro che manca" e soprattutto sulla pesantezza dei tassi di disoccupazione e di inattività dei giovani, specie delle giovani donne - in termini ancora più gravi, insostenibilmente gravi, aggiungerei, nel Mezzogiorno. Egli ha poi indicato alcuni dei nodi che si sono venuti aggrovigliando in Italia e che occorre sciogliere con nuovi orientamenti e conseguenti interventi, specie in materia di formazione.

 

C'è senza dubbio, in tutta Europa - e qui il discorso dunque si allarga - "il rischio di una ripresa senza occupazione", che almeno in parte fa tutt'uno col rischio di una crescita debole, stentata, particolarmente poi in Italia nella scia dell'ultimo quindicennio. E ulteriore luce su questi rischi viene dai fenomeni di instabilità finanziaria che stanno scuotendo l'Euro, e investendo nel suo insieme l'Unione Europea ; e in termini ancora più generali dalla mancata soluzione dei problemi di assetto e regolamentazione del sistema finanziario mondiale che hanno originato, a cominciare dagli Stati Uniti, la crisi globale del biennio 2008-2009.

 

Mi si lasci quindi collocare qui un particolare, forte richiamo alla necessità che si manifesti ai massimi livelli dell'Unione Europea e dei suoi Stati membri, una più forte presa di coscienza delle responsabilità comuni e una più coraggiosa volontà politica per trarre, dai rischi che sono sotto gli occhi di tutti, decisioni coerenti di rafforzamento dei meccanismi di integrazione e delle politiche comuni dell'Unione. Ho accolto con grande sollievo e interesse le sollecitazioni che in questo senso sono venute dal discorso pronunciato avantieri a Monaco dal collega e amico Presidente della Repubblica Federale Tedesca Horst Köhler.

 

Infine, qualche breve riferimento a fatti e questioni scottanti di casa nostra. E' un bel segno quello che danno i segretari delle maggiori Confederazioni sindacali celebrando insieme oggi il 1° maggio a Rosarno. Quale atroce bubbone sia scoppiato nel gennaio scorso nella Piana di Gioia Tauro, ce lo dice l'operazione "Migrantes" condotta in questi giorni dalla magistratura e dalle forze di polizia di Gioia Tauro, cui rivolgo il più sincero, meritato riconoscimento. Fenomeni di sfruttamento schiavistico del lavoro degli immigrati, di ostentata e violenta illegalità a fini di manipolazione del mercato del lavoro, sono intollerabili in un paese civile, intollerabili nell'Italia democratica e vanno stroncati con ogni energia.

 

Nessuna situazione, di difficile controllo dell'immigrazione nella sua componente irregolare e anche in quella regolare, può giustificare violazioni evidenti delle leggi e dei diritti dei lavoratori, perfino dei fondamentali diritti umani. Tantomeno può giustificarle anche la più critica delle congiunture economiche.

 

Credo che abbiamo noi tutti avvertito un senso di profondo sgomento e di ribellione morale ascoltando qualche settimana fa in televisione la storia di Marta Lunghi, 22 anni, di Ottobiano in provincia di Pavia, rimasta mortalmente infortunata nell'azienda in cui lavorava in nero per 5 euro l'ora. Si era diplomata al liceo linguistico, dedicava il tempo libero alla biblioteca comunale. Impossibilità di trovare un'occupazione più qualificata, ripiegamento obbligato su un lavoro frustrante e miseramente pagato nell'economia sommersa, privazione del diritto alla sicurezza : quanti giovani sono vittime di questo insieme di condizioni di minorità ?

 

Quindi, lo ripeto per l'ennesima volta, nessun allentamento dell'impegno più severo per garantire la sicurezza e la vita sul lavoro. E così, anche, un rinnovato impegno per contrastare in tempi di crisi l'estensione dell'economia sommersa, con tutto il suo corredo di illegalità e di effetti perversi, e per disboscarla sistematicamente ed energicamente. Vedete, ricevo in ogni forma, e potrei dire ogni giorno, appelli di giovani in condizioni penose di lavoro precario e di lavoratori che rischiano di uscire del tutto dallo status di occupati.

 

Emblematico è divenuto il riferimento a quel che rappresenta il call-center come unico possibile spiraglio di occupazione e retribuzione temporanee per chi non riesca a veder valorizzato il proprio talento e i propri titoli di studio. O mi vengono segnalati casi di perdita brusca del lavoro anche in un call-center come quello di una società collegata alla Fiat di Pomigliano d'Arco, grande azienda cui peraltro si sta aprendo - e voglio darne apertamente atto al Gruppo Fiat - una prospettiva di nuovo forte sviluppo.

 

Posso solo dire che sono vicino a chi mi rivolge questi appelli, e ho in mente le loro condizioni e le loro ansie, quando nell'ambito del mio ruolo, che non è un ruolo di governo, mi esprimo sui temi della politica economica e sociale. Su alcuni temi mi sono di recente espresso chiedendo alle Camere con messaggio motivato una nuova deliberazione sulla legge in materia di rapporti di lavoro.

 

Voglio chiarire che sono ora in attesa della conclusione del riesame parlamentare in corso : apprezzerò vivamente ogni riscontro positivo alle osservazioni da me formulate, ma astenendomi doverosamente da ogni commento e giudizio e procedendo quindi - come la Costituzione tassativamente prescrive, anche se qualcuno mostra di ignorarlo - alla promulgazione della legge nella nuova versione approvata dalle Camere.

 

Nel concludere, ringrazio sentitamente - insieme con il Ministro Sacconi - i Presidenti Benedini, Diamantini e Tucci per i loro interventi e per gli impegni, loro personali e delle rispettive meritorie organizzazioni rappresentative dei Cavalieri del Lavoro, dei Maestri del Lavoro e dei Lavoratori Anziani d'Azienda : impegni rivolti a rafforzare le più valide espressioni del mondo del lavoro, e a proiettare verso le nuove generazioni la sua più preziosa eredità.  GIORGIO NAPOLITANO LS 2

 

 

 

 

Primo maggio, dov'è la festa?

 

Si è aperta una stagione senza feste civili. Dove i riti della memoria, che danno senso e identità alla nostra Repubblica, vengono guardati  -  e trattati  -  con insofferenza e indifferenza, da una parte del paese.

In particolare, dalla maggioranza politica di governo. Anzitutto il 25 Aprile, che il premier ha definito "Festa della Libertà". Non della "Liberazione". Quasi fosse una celebrazione del suo partito. D'altronde, ha sostenuto un amministratore del PdL, ci hanno liberato gli americani, non i partigiani, che erano comunisti.

Abbiamo motivo di credere, inoltre, che anche il prossimo 2 Giugno susciterà fastidio in alcuni settori del centrodestra, in particolare nella Lega. Che vede nel tricolore e nella nazione i simboli di un passato da superare. D'altronde, le celebrazioni dei 150 anni dell'Unità d'Italia, ormai prossime, non sembrano al centro dell'attenzione di questo governo. Anche perché parlare di Unità d'Italia, in un paese tanto diviso, appare un ossimoro.

 

Il Primo Maggio non si sottrae al clima del tempo. Al contrario. Non solo perché evoca le lotte del movimento operaio e sindacale. Una versione in grande della "Festa dell'Unità", dove si canta "Bella Ciao" e sventolano le bandiere rosse. Il Primo Maggio disturba anche - e soprattutto - perché il lavoro e i lavoratori appaiono, ormai, entità inattuali. Si dovrebbe parlare, semmai, del "non lavoro". Della disoccupazione reale e di quella implicita. Nascosta tra le pieghe dei lavoratori scoraggiati, che non risultano disoccupati solo perché, per realismo, non si "offrono" sul mercato del lavoro. E per questo non vengono calcolati nei "tassi di disoccupazione". Ma anche dell'occupazione informale. E si dovrebbe parlare, ancora, degli imprenditori, piccoli e piccolissimi, che stentano a continuare la loro attività perché i clienti non li pagano, faticano ad accedere al credito. E non riescono a mantenere l'azienda e i dipendenti. Lavoratori e piccoli imprenditori "disperati". Per fare parlare di sé, per essere "notiziabili", devono darsi fuoco, sequestrare i dirigenti, appendersi alle gru. Oppure inventarsi

"l'Isola dei cassintegrati", all'Asinara, recitando se stessi.

 

Lo abbiamo detto altre volte, ma vale la pena di ripetersi. C'è uno squilibrio violento fra la percezione sociale e la rappresentazione pubblica - mediatica - del lavoro e dei suoi problemi. La disoccupazione è ormai in testa alle preoccupazioni degli italiani, visto che 38% di essi la indica come l'emergenza più importante da affrontare (Rapporto "Gli Italiani e lo Stato", Demos per Repubblica, novembre 2009). Eppure se ne parla poco, sui media. Soprattutto in tivù. Tra le notizie di prima serata del Tg1 monitorate dall'Osservatorio di Pavia (per la Fondazione Unipolis) nello scorso settembre, ai problemi legati al lavoro, alla disoccupazione, alla perdita dei risparmi era riservato il 7% sul totale delle notizie. Per fare un confronto con le tivù pubbliche di altri paesi europei, nello stesso periodo, Ard (Germania) dedicava ai temi del lavoro e della disoccupazione il 21% delle notizie, Bbc One il 26%, France 2 il 41%. Eppure il tasso di disoccupazione in Italia continua a crescere e oggi ha raggiunto l'8,8% (dati Eurostat). Anche se il paese appare, anche in questo caso, diviso in due. Sotto il profilo territoriale: nel Sud il tasso di disoccupazione si avvicina al 20%. E sotto il profilo generazionale, visto che fra i giovani (15-24 anni) il tasso di disoccupazione sale al 28%. Il più alto d'Europa. Quasi 10 punti in più della media europea.

 

Ma i giovani, è noto, non esistono. Sospesi fra precarietà e dipendenza dalla famiglia. Protetti dai genitori, a cui affidano le chiavi del futuro (in cambio di quelle di casa). In modo assolutamente consapevole. Come emerge da una recente ricerca condotta da LaPolis dell'Università di Urbino per Coop Adriatica (che verrà presentata nei prossimi giorni). Una frazione minima di giovani (15-35 anni) pensa che, in futuro, riuscirà a raggiungere una posizione sociale migliore rispetto a quella dei genitori. Mentre il 56% pensa il contrario. Ancora: il 23% dei giovani è convinto che, per farsi strada nella vita, la risorsa migliore sia costituita dalla rete di relazioni e di "conoscenze familiari". Quasi quanto l'istruzione, tradizionale fattore di mobilità sociale. E poco meno dell'esperienza di lavoro e studio in Italia e all'estero (26%). Inoltre, si sono abituati all'esperienza di lavoro temporaneo e intermittente. Ma non rassegnati. Molti di loro, anzi, inseguono il "posto fisso" (39%; ma tra i 15-17enni il 46%). Al tempo stesso si è raffreddato, fra loro, l'entusiasmo per il lavoro in proprio e la libera professione attira, oggi, il 25% di loro. Nell'insieme, il 49% dei giovani oggi si dice orientato verso un'attività autonoma o professionale. Circa 10 punti in meno di 4 anni fa. Nello stesso periodo, parallelamente, è risalito l'interesse verso la grande impresa e il pubblico impiego. In altri termini, i giovani, sono flessibili "per forza", non rassegnati alla precarietà. Sanno che li attende un futuro difficile. E per questo fanno affidamento alla famiglia. La considerano la risorsa mezzo per farsi strada nella vita. E, prima ancora, un rifugio e una protezione. Meccanismo fondamentale del welfare all'italiana. Pressoché ignorato dal sistema pubblico.

Così è più chiaro perché il Primo Maggio susciti disagio. Nel centrodestra, dove è percepito, da molti, una festa comunista. Ma, anche altrove. Perfino a sinistra, dove molti la considerano un rito nostalgico. Dedicato a quando il lavoro era fonte di vita, riferimento dell'identità, motivo di orgoglio. Mentre oggi l'evento sindacale più significativo e partecipato, per celebrare il Primo Maggio, non è una manifestazione rivolta ai lavoratori. Ma il tradizionale concertone rock che si svolge in Piazza San Giovanni, a Roma. Affollata da una massa enorme di giovani. Per una volta, insieme. Per una volta, visibili. Normalmente isolati, intermittenti, frantumati, custoditi, controllati. Normalmente invisibili. Come il lavoro. ILVO DIAMANTI  LR 1

 

 

 

 

Una riflessione sulla festa della Liberazione

 

La ricorrenza del 25 Aprile ancora segnata da incidenti e polemiche.  Eppure, come ha ricordato il Capo dello Stato, è sinonimo di libertà e democrazia

 

   In altra occasione, subito dopo la festa del 25 Aprile, ho fatto con i miei lettori un ripasso di storia. Quella vera, non quella inventata e propagandata per anni. A spingermi, allora come oggi, fu “la lettura - o l’ascolto - delle relative cronache piene di polemiche e di contrasti che stridono con la memoria di una ricorrenza che consacra - o dovrebbe consacrare - il concetto di unità nazionale”. Citazione che, purtroppo, si rivela ancora valida, anche se, quest’anno, si è soprattutto notato che l’antifascismo, più o meno di maniera, si riveste ormai di antiberlusconismo. Sembra quasi che la guerra civile, formalmente conclusasi nel 1945, sostanzialmente continui tuttora, sia pure in maniera meno sanguinosa, ma pur sempre estremamente incivile.

   Tanto da spingere Sergio Romano ad iniziare il suo editoriale sul Corriere della Sera di domenica scorsa con una frase che non lascia adito a dubbi: “Mentre onoriamo il 25 Aprile dovremmo chiederci perché questa giornata sia stata spesso faticosamente festeggiata e abbia diviso gli Italiani piuttosto che unirli”. Spontaneo addebitare ciò agli eccidi, stragi, omicidi, torture, linciaggi messi in atto, nei due anni successivi, dai partigiani comunisti; cioè alla mattanza sanguinaria, narrata da Gianpaolo Pansa nel suo discusso ma veritiero libro “Il sangue dei vinti”, che vide decine di migliaia di Morti, bambini compresi, molti del quali tutt’altro che fascisti. Crimini compiuti, dissero, in nome della “libertà e democrazia”, benché, se avessero prevalso, avrebbero instaurato in Italia una dittatura sanguinaria come quella sovietica.

   Ancora oggi gli amanti del pugno chiuso e della bandiera rossa pensano di poter ancora contestare, per finalità politiche attuali, con urla, offese, lanci di oggetti ed insulti, chi la pensa diversamente da loro: all’epoca, Mussolini e i suoi seguaci, anche se è certo che molti degli aderenti alla Repubblica Sociale Italiana fecero la loro scelta in buona fede; adesso Berlusconi e chi lo sostiene. Uno spirito ben poco unitario ma non imputabile, come sostiene il citato Sergio Romano nel suo editoriale, al sentimento antirisorgimentale che impera oggi. E’ vero che, come l’opinionista scrive, il Risorgimento ha perso, “per una parte crescente della società nazionale, il suo valore positivo”, diventando “rivoluzione tradita per alcuni, conquista coloniale per altri, operazione fallita per molti”. Ed è anche vero che ufficialmente “non esiste più il Pci”. Ma i comunisti esistono ancora, sventolano ancora le loro bandiere, si servono ancora di mezzi violenti, come il lancio di oggetti e di uova, per impedire, agli avversari, di esprimersi.

   C’è ben poco di antirisorgimentale nell’urlo “Fascista, vergogna, farai la fine di Mussolini” lanciato contro il sindaco di Bergamo, Franco Tentorio, membro di una lista civica del centrodestra. O nei fischi e fumogeni con i quali è stato accolto dai no global, a Torino, l’intervento di Michele Coppola, assessore del Pdl della Regione oggi retta dal leghista Cota. Neppure nel commento “è cosa buona e giusta” rilasciato in seguito da esponenti del PdCI (Partito dei Comunisti Italiani), benché tra gli insulti risuonasse anche un “assassini!” diretto ai militari. E neanche nelle bandiere rosse e nei pugni chiusi a Milano ove il sindaco Moratti e il presidente della Provincia, Podestà, sono stati zittiti; o nella Capitale ove il neo governatore del Lazio, Renata Polverini, è stata definita “fascista ed ipocrita”, e ferito il presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti, del Pd. Qualcuno se l’è presa anche con il Capo dello Stato, probabilmente perché, nel suo discorso commemorativo fatto il giorno prima, ha auspicato “un nuovo, deciso impegno istituzionale, politico, culturale, educativo diretto a far conoscere e meditare vicende collettive ed esempi personali, che danno senso e dignità al nostro essere Italiani”, … senza però “chiudersi in rappresentazioni idilliache e mitiche della Resistenza e in particolare del movimento partigiano... e ricordando con rispetto tutti i Caduti”.

   Deprimente constatare che la Liberazione sia ancora di parte, un pretesto per dividere gli Italiani tra buoni, l’estrema sinistra, e cattivi, i non comunisti, mentre dovrebbe finalmente diventare, soprattutto in prossimità del centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia, la festa della riconquistata libertà e democrazia, a dispetto di chi, come ha ricordato Maurizio Gasparri, “nell’aprile del 1945 avrebbe preferito l’avvento di Stalin e della dittatura comunista in Italia”. La guerra civile di quegli anni fu anche guerra patriottica nella quale persero la vita migliaia di connazionali ed 87.000 soldati (molti dei quali, essendosi rifiutati di aderire alla Repubblica Sociale di Salò, furono internati ed uccisi dai nazisti) che, rimasti all'annuncio dell'armistizio con gli Alleati senza disposizioni precise da parte degli alti comandi militari combatterono comunque contro i tedeschi (a Roma, Cefalonia, Corfù, Corsica, Albania, Rodi, Lero).

   Berlusconi potrà piacere o non piacere. Ma strumentalizzare la Resistenza a fini politici attuali vuol dire svilirla, sottovalutarne il merito e l’efficacia; piegarla ad esigenze e finalità di parte significa non capire la differenza tra fascismo e democrazia. Perché, come ha commentato un esponente della Comunità Ebraica Romana, “pensare che chi coltiva un’idea diversa dalla propria non abbia diritto di parola nelle piazze è da fascisti”.   Egidio Todeschini, de.it.press   

  

 

 

 

L’intervista. "Ora nel Pdl va ridiscusso tutto il programma è da ricalibrare"

 

Bocchino sfida la maggioranza del partito: "La crisi impone di rivedere

la linea economica. E bisogna alzare l'età pensionabile" - di ALBERTO D'ARGENIO

 

ROMA - Non si scoraggia Italo Bocchino, il finiano di ferro coinvolto negli scontri interni al Pdl tanto da aver perso la poltrona di vice capogruppo alla Camera. Certo, assicura che il governo andrà avanti per realizzare il suo programma, "bello e possibile". Ma poi alza il tiro: tutto quello che è fuori dal programma deve essere discusso negli organismi di partito. E non finisce qui, perché anche il programma di governo va rivisto, almeno per ciò che riguarda le riforme socio-economiche imposte dalla crisi, ritoccando pensioni, lavoro e fisco. Poi si potrà fare il resto.

 

Onorevole, come vede il futuro del governo?

"Non c'è nemmeno da parlarne. I numeri sono chiari, la maggioranza è ampia e il programma ambizioso. L'unico problema che si deve porre il governo è quello del fare. E sul programma non si discute proprio. Su tutto il resto chiediamo di parlarne. Diciamo: riuniamo gli organi di partito, discutiamo e votiamo. Vedrà che facendo così andrà a finire che quasi sempre decideremo all'unanimità. Le riunioni servono proprio a questo, a trovare le soluzioni giuste, non a mettere la minoranza a tacere".

 

Da come parla sembra che le polemiche tra finiani e berlusconiani siano alle spalle. Allora siete pronti a ripartire con le riforme?

"Certo, anche se quelle costituzionali per quanto utili interessano pochi cittadini. Secondo noi dovremmo prima adattare il programma alla crisi economica. Ecco perché dovremmo ritarare la sua parte economica e sociale inserendo le riforme rese pressanti dalla crisi. In particolare penso a previdenza, lavoro e fisco".

 

Quello della previdenza è un terreno minato. Cosa proponete?

"La situazione della previdenza è quella che è. Noi pensiamo ad un ritorno alla vecchia tesi di Maroni della legislatura 2001-2006 che poi venne modificata dal centrosinistra. Serve una previdenza che responsabilizzi gli italiani la cui aspettativa di vita è tra le prime del mondo: per la tenuta dei conti pubblici non si può vivere 10 anni di più e lavorare come prima. Non è solidale con le generazioni future".

 

Sta proponendo di alzare l'età pensionabile?

"Non sono un tecnico, ma dovremmo avere il coraggio di rimettere mano al sistema magari allungandola di un paio d'anni soprattutto trovando le formule giuste per invogliare le persone a restare al lavoro. Penso soprattutto agli incentivi".

 

E sul mercato del lavoro cosa propone?

"Serve una riforma profonda. Oggi siamo più sul precariato che su flessibilità. Dovremmo invertire la rotta e stimolare la flessibilità che prevede più tutele, più guadagni nei periodi in cui l'economia va e reinserimento nel lavoro".

 

Parlava anche di fisco, una riforma già annunciata dal premier Berlusconi...

"Si, ma è il momento di passare ai fatti".

 

E le altre riforme come quella istituzionale?

"Per quelle dobbiamo trovare il clima adatto, anche se Berlusconi in ben due occasioni ha lanciato dei messaggi importanti dicendo che devono essere condivise. Ora ci vuole una proposta, meglio di maggioranza che del governo. Per questo sarebbe opportuno che il Pdl riunisse i suoi organi - i gruppi parlamentari e la direzione nazionale - per decidere la sua proposta. Quindi la dovremmo negoziare con la Lega e renderla la proposta della maggioranza. A quel punto andremo in Parlamento per discutere con l'opposizione".

 

E sui contenuti? Prima che la crisi interna al Pdl deflagrasse non c'era accordo tra voi...

"Dubito che la sinistra possa rifiutare semipresidenzialismo, bicameralismo e riduzione dei parlamentari. Su questi punti potremmo arrivare ad una proposta condivisa entro la fine dell'anno. Poi c'è la legge elettorale, che è uno strumento da fare dopo la riforma istituzionale ma da pensare prima in modo da dare coerenza al progetto. Fini ha rilanciato i collegi che hanno il pregio di avvicinare i cittadini agli eletti. Ma come tutti i sistemi ha anche difetti. Quel che è certo è che serve un sistema legato al disegno costituzionale che si ha in mente".  LR 1

 

 

 

 

Il Governo vara il regolamento per il riordino del Ministero degli Affari Esteri

 

Le Direzioni generali saranno divise per macroaree tematiche

 

 ROMA – Un regolamento per il riordino del Ministero degli Affari Esteri, “che ne razionalizza l’organizzazione secondo criteri di efficienza e risparmio” è stato approvato venerdì dal Consiglio dei ministri, su proposta del ministro Franco Frattini. Ne informa Palazzo Chigi in una nota. Nella quale si legge che “il regolamento, che si inserisce nel quadro di un più ampio disegno di riforma del Ministero, configura un nuovo assetto sempre più vicino alle esigenze del cittadino e del mondo delle imprese, in grado di rispondere in maniera compiuta alla sfide della realtà internazionale”.

 “Gli assetti individuati – prosegue la nota - rispondono alla crescente domanda di governance e gestione integrata dei fenomeni globali, nonché di sostegno coordinato, sinergico e strutturato alla proiezione esterna del nostro sistema economico e culturale”. Con il nuovo regolamento “viene abbandonata l’articolazione in Direzioni generali con competenze geografiche e tematiche, che nell’attuale contesto internazionale si rivela troppo settoriale, e viene adottata invece,in analogia a quanto avviene nei Ministeri degli esteri dei principali Partners europei, un modello fondato su un numero ridotto di Direzioni generali divise per macroaree tematiche, coincidenti con le grandi priorità di politica estera”. Il Consiglio di Stato e le Commissioni parlamentari hanno espresso parere favorevole sul provvedimento. (Inform)

 

 

 

 

Epifani: «Subito un piano per il lavoro»

 

La richiesta dei leader sindacali al governo. Bonanni: «Senza immigrati l'Italia si ferma» - E Angeletti: Riforme subito, troppa evasione fiscale e politica dai costi elevati

 

ROSARNO (Reggio Calabria) - All'inizio dell'anno è stata il simbolo delle contraddizioni di un Paese alle prese con i problemi dell'occupazione, dove le tensioni sociali fanno esplodere guerre tra poveri che vedono negli immigrati il capro espiatorio di una situazione economia difficile. Proprio per questo la cittadina di Rosarno è stata scelta come location principale delle manifestazioni del Primo Maggio del 2010. Ed è lì che si sono dati appuntamento i tre leader confederali - il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani; quello della Cisl, Raffaele Bonanni; e quello della Uil, Luigi Angeletti -, che all'insegna di tre parole d'ordine, «lavoro, legalità e solidarietà», hannolanciato un appello per una nuova politica economica e industriale in grado di garantire nuove opportunità di occupazione in un periodo in cui i numeri testimoniano invece di una difficile regressione. I dati Istat diffusi venerdì parlano infatti di una crescita della disoccupazione all'8,8% e di una perdita di 367mila posti di lavoro nell'ultimo anno.

«UN PIANO PER IL LAVORO» - Per questo motivo, già all'avvio del corteo, Guglielmo Epifani ha chiesto al governo un piano straordinario per il rilancio dell'occupazione. Secondo il leader cigiellino, nei prossimi anni si prospetta una ripresa «senza occupazione» e per questo c'è la necessità di «politiche che sostengano lo sviluppo e la ripresa e soprattutto un piano per il lavoro». Epifani ha poi spiegato che Rosarno «é diventata simbolo di tante cose, dai problemi del lavoro a quelli dell’integrazione, dai diritti di chi lavora alla criminalità organizzata e lo sfruttamento del lavoro». Ma ha sottolineato: «In Italia abbiamo tante Rosarno non solo al Sud ma anche in tanti centri del Nord».

«SENZA IMMIGRATI ITALIA FERMA» - Inevitabile un riferimento alla necessità di un'integrazione con la forza lavoro derivante dall'immigrazione. «Se dovessimo dividerci dai tanti amici immigrati, l’Italia si fermerebbe - ha sottolineato Raffaele Bonanni -. L’Italia è più forte se si riesce a fare vivere l’integrazione come fatto positivo: è energia importante per uscire dalla crisi». E ancora: «La politica prenda esempio dal sindacato: tra di noi ci sono delle differenze, ma nei momenti che contano ritroviamo l'unità».

«RIFORME SUL SERIO» - Il leader della Uil, Luigi Angeletti, ha invece incalzato il governo chiedendo di «cominciare a fare sul serio le riforme» che devono riguardare il fisco e il costo eccessivo della politica. Il sindacalista ha sottolineato le «due anomalie» del nostro Paese: l'elevata evasione fiscale ed il costo eccessivo della politica. «Da lì - ha detto - bisogna cominciare a fare le riforme. Bisogna spendere - ha insistito - per il funzionamento della politica».  CdS 1

 

 

 

Collegamenti ferroviari tra Svizzera e Italia

 

Narducci e Micheloni incontrano delegazione di FFS e Trenitalia.

 

Mentre è in corso la realizzazione delle nuove trasversali alpine - opere colossali destinate al potenziamento dei collegamenti per il trasporto delle persone e delle merci tra l’Italia e Svizzera - assistiamo  paradossalmente allo smantellamento dei collegamenti esistenti, con la soppressione di molte tratte ferroviarie o dell’EuroNight Luna, soppresso dal 12 dicembre 2009. Tutto ciò ha generato molte proteste da parte dei cittadini dei due Paesi, colpiti dall’abolizione di un servizio importante. Dopo vari interventi a livello parlamentare volte a riconsiderare la soppressione e a ripristinare i collegamenti, l’on. Franco Narducci e il Sen. Claudio Micheloni hanno incontrato in Senato una delegazione delle Ferrovie dello Stato s.p.a. e di Trenitalia s.p.a. per una valutazione collegiale e per trovare una soluzione rispondente alle esigenze degli utenti, che purtroppo hanno subito forti disagi in seguito alla decisione di sopprimere vari collegamenti diurni e notturni tra Italia e Svizzera.

I rappresentanti di FFS e Trenitalia hanno evidenziato che è cambiata la modalità di gestione dei collegamenti con la Svizzera dopo la cessazione dell’attività della compagnia ferroviaria Cisalpino SA. Infatti le società italiane hanno deciso di assicurare in modo indipendente il traffico viaggiatori tra Svizzera e Italia riprendendo l’offerta del Cisalpino che attraversava i varchi di Domodossola e Chiasso. La soluzione adottata, che come noto ha suscitato molto malcontento nella Confederazione,  ha puntato su Milano come hub italiano di smistamento. Secondo gli interlocutori dei parlamentari eletti all’estero i collegamenti internazionali diretti tra Italia e Svizzera erano troppo onerosi poiché la domanda non era sufficiente per coprire i costi, un aspetto decisivo per ha pesato per la soppressione dei treni di lungo tragitto. Considerazioni che non convincono l’on. Franco Narducci e il Se. Micheloni, che hanno precisato come sia la comunità italiana in Svizzera sia gli svizzeri stessi hanno ripetutamente e con forza manifestato il loro disagio per la decisione di sopprimere i collegamenti internazionali diretti come le tratte Zurigo-Lecce o Zurigo-Roma. Infatti, secondo Narducci, se si approfondise l’analisi di mercato si può individuare una domanda sufficiente a rendere sostenibile, per la Holding ferroviaria italiana, il costo della tratta internazionale diretta. La delegazione italiana ha sottolineato, in ogni caso, che i treni a lunghissima percorrenza sono destinati a scomparire per far posto a percorsi più brevi e di qualità.

I due parlamentari eletti all’estero hanno sottolineato che vi sono continue richieste dalle comunità italiane all’estero per il ripristino dei collegamenti in questione e pertanto hanno chiesto di conoscere i dati in base ai quali sono stati effettuati i tagli e i collegamenti di lunga percorrenza Italia - Svizzera ritenuti troppo onerosi. Inoltre, hanno evidenziato che oltre ad una valutazione economica andrebbe anche fatta una valutazione politica. Si è parlato anche dei collegamenti con trasporto di auto a seguito, ma tale servizio, a detta della delegazione di FFS e Trenitalia, è eccessivamente oneroso ed è esistito fin quando ha ricevuto sovvenzionamenti pubblici alla stessa stregua della tratta Zurigo - Roma, soppressa nel 2007. Sia Narducci che Micheloni hanno invitato gli interlocutori a ricalibrare l’indagine di mercato circa l’utenza della tratta a lunga percorrenza Italia - Svizzera considerando anche il bacino di utenza derivante dal mercato svizzero e facendo osservare che molti italiani all’estero, a differenza di prima,  non utilizzano più l’automobile come mezzo per il rientro periodico in Patria. Hanno inoltre evidenziato che le strategie italiane risultano poco comprensibili se si guarda a quelle degli atri Paesi, in particolare Francia e Germania, che hanno mantenuto importanti collegamenti a lunga percorrenza per raggiungere agevolmente le maggiori città europee da Zurigo. Hanno inoltre fatto notare che i collegamenti ferroviari, anche in vista del potenziamento del traffico ferroviario che risulterà con l’entrata in funzione del corridoio nord-sud,  sono estremamente preziosi per il rilancio del turismo italiano, soprattutto quello del fine settimana diretto alle città d’arte, ed ha chiesto di reintrodurre il treno notturno almeno nei fine settimana. Una ipotesi che sarà valutata dopo attenti studi di mercato che saranno effettuati da FFS e Trenitalia. I due parlamentari e gli interlocutori hanno condiviso la necessità di proseguire il dialogo avviato. De.it.press

 

 

 

 

Senato. Delegazione del CGIE incontra il Comitato per le questioni degli italiani all'estero

 

“Disponibilità ad un dialogo costruttivo con il Governo, con il coinvolgimento del Parlamento”

 

  ROMA - Nel quadro dell'indagine conoscitiva sulle politiche relative ai cittadini italiani residenti all'estero, il Comitato per le questione degli italiani all’estero del Senato ha incontrato il 28 aprile una delegazione del Consiglio Generale degli Italiani all'estero (CGIE) guidata dal segretario generale Elio Carozza e composta dai presidenti delle Commissioni tematiche.

  Il presidente Giuseppe Firrarello, nell’introdurre l'audizione, ricorda che essa avviene in una congiuntura delicata, caratterizzata da una difficoltà di dialogo in concomitanza con l'esame parlamentare dei disegni di legge di riforma della rappresentanza dei cittadini italiani all'estero. Ed auspica che l’incontro possa fornire spunti ed elementi che possano anche favorire un confronto costruttivo.

  Carozza conferma il momento di particolare delicatezza per il CGIE, in considerazione del provvedimento di ulteriore rinvio delle elezioni dei Comites preannunciato dal Governo: segnale preoccupante per i cittadini italiani all'estero che volontariamente si dedicano al mondo dell'emigrazione. Richiama altresì le considerazioni svolte nel corso dell'inaugurazione dell’Assemblea plenaria del CGIE i da parte del sottosegretario Mantica ed auspica che possa svolgersi un confronto costruttivo per ribadire l'importanza del mantenimento di un sistema di rappresentanza delle collettività italiane nel mondo.

  Prendono subito dopo la parola i presidenti delle Commissioni tematiche del CGIE. Maria Rosa Arona, presidente della II Commissione “Sicurezza e tutela sociale”, si sofferma sulla condizione dei cittadini italiani all'estero anziani o indigenti e sulla possibilità di prevedere un adeguato sistema di assegni di solidarietà, ricordando la drastica riduzione dei fondi assegnati negli ultimi due anni per l'assistenza diretta e indiretta e la problematica irrisolta degli indebiti previdenziali.

  Il presidente della IV Commissione “Scuola e cultura”, Graziano Tassello, richiama la progressiva riduzione dell'entità degli stanziamenti assegnati dallo Stato italiano alla promozione linguistica e culturale all'estero, facendo presente che l'attività svolta dagli enti gestori riscuote l'interesse di un numero importante di studenti e costituisce pertanto una realtà da non sottovalutare, anche in confronto ad altre istituzioni deputate all'insegnamento della lingua italiana nel mondo. Altri punti toccati da Tassello, la riforma della normativa italiana in materia, le competenze assegnate alle Direzioni generali degli Italiani all’estero e della Cooperazione culturale del Mae e l'insegnamento della storia dell'emigrazione nelle scuole italiane.

  Mario Tommasi, presidente della III Commissione “Diritti civili, politici e partecipazione”, conferma la preoccupazione per il rinvio delle elezioni dei Comites e fa presente che la consultazione elettorale consentirebbe anche di dare spazio alle giovani generazioni e potrebbe avvenire mediante il voto per corrispondenza con adeguati sistemi di garanzia di segretezza dell'espressione dello stesso. Il presidente della VII Commissione “Nuove migrazioni e generazioni nuove”, Carlo Erio, afferma che il positivo riscontro costituito dagli esiti della Conferenza mondiale dei giovani italiani nel mondo rischia di essere vanificato dal rinvio del rinnovo degli organismi di rappresentanza, rinnovo che potrebbe consentire un ricambio generazionale.

  Pasquale Nestico, presidente dell’VIII Commissione “Tutela sanitaria”, esprime preoccupazione per le riduzioni apportate ai fondi per gli italiani anziani ed indigenti all'estero, che si trovano soprattutto in America Latina e in Sud Africa. Il presidente della VI Commissione “Stato, regioni, province autonome CGIE”, Mario Castellengo, fa presente che si riscontra una difficoltà di coordinamento tra iniziative regionali e CGIE e che gli sforzi in tal senso rischiano di essere vanificati dal posticipo della scadenza elettorale. Esprime inoltre l’opinione che l'attuale rappresentanza del mondo associativo nel CGIE dovrebbe essere mantenuta e valorizzata.

  Il presidente della V Commissione “Formazione, impresa, lavoro e cooperazione”, Franco Santellocco osserva che permane un forte impegno del CGIE sui temi connessi al sostegno all'espansione delle imprese italiane all'estero, in collaborazione con gli organismi istituzionali appositamente dedicati.

  Il senatore Claudio Micheloni, vice presidente del Comitato al quale Firrarello affida poi la presidenza, sottolinea l'esigenza che lo stesso Comitato possa svolgere un’attività di mediazione e fungere da raccordo tra CGIE e Governo per favorire il riavvio di un dialogo costruttivo. Non condivide la posizione assunta dal sottosegretario Mantica ma fa appello anche al CGIE e a tutte le parti coinvolte alla massima disponibilità a trovare un punto di incontro, anche con riferimento al contenuto dei disegni di legge sulla riforma dei Comites e del CGIE all'esame del Senato e al rinvio della data del rinnovo di tali organismi.

  Seguono gli interventi dei componenti del Comitato. Il sen. Raffaele Fantetti, eletto in Europa per il Pdl, nel condividere la delicatezza attuale dei rapporti tra Governo e CGIE, auspica che possa trovarsi un accordo sulla normativa di riforma della rappresentanza degli italiani all'estero, in modo tale da tenere quanto prima le consultazioni elettorali per il rinnovo degli organismi. In generale, ritiene che le competenze in materia di politiche per gli italiani all'estero dovrebbero essere opportunamente affidate ad un organismo parlamentare bicamerale.

  Il senatore Cesarino Monti (Lega Nord Padania) si associa all'auspicio che possa instaurarsi un clima di dialogo e collaborazione tra tutti gli attori coinvolti nel riassetto del meccanismo di rappresentanza degli italiani all'estero. La senatrice Maria Teresa Bertuzzi (Pd), alla luce dell'esperienza maturata nella partecipazione alle riunioni delle Commissioni continentali del CGIE per l'America latina, sollecita la disponibilità di tutti per un confronto costruttivo anche sul punto della data in cui tenere le consultazioni elettorali per il rinnovo dei Comites. Il sen. Nino Randazzo, eletto nella ripartizione Africa-Asia-Oceania-Antartide per il Pd, osserva, in relazione al previsto rinvio delle elezioni per i Comites, da tenersi entro il 2012, come il rallentamento dell'esame parlamentare dei disegni di legge di riforma della rappresentanza degli italiani all'estero non sia in alcun modo da attribuirsi ad atteggiamenti ostruzionistici dell'opposizione.

  In conclusione, il segretario generale del CGIE Carozza ribadisce la distanza tra le posizioni del CGIE e quelle recentemente espresse dal sottosegretario Mantica, facendo presente tuttavia come in seno alla compagine governativa si riscontrino posizioni variegate, ed assicura da parte del Consiglio Generale la disponibilità ad un dialogo costruttivo, con il coinvolgimento del Parlamento; considerazioni queste ultime alle quali  si associa il presidente della V Commissione tematica Franco Santellocco. (Inform)

 

 

 

 

Ahimè! Un’Italia distante dalle collettività italiane nel mondo, un Governo anti-migranti

 

I lavori congressuali della FUSIE, Federazione Unitaria della Stampa Italiana all’Estero, ci hanno consentito di svolgere, in un difficile momento politico, una riflessione complessiva sulle comunità italiane nel mondo. Abbiamo ringraziato i dirigenti uscenti e formulato i nostri auguri ai nuovi, che si accingono a caricarsi di responsabilità e lavoro. Abbiamo salutato e ringraziato la rete all’estero di quotidiani, riviste, periodici e giornali che ogni giorno raccontano l’Italia, nobilitandone l’immagine, dando un senso compiuto alle cose che avvengono in questo nostro Paese, dando un filo logico a ciò che spesso appare – ahimè con qualche ragione – illogico, irrazionale, distante dai problemi veri della gente. Un’Italia quasi irreale, come quella che emerge dalla diatriba interna al partito del popolo della libertà. Un’Italia distante dalle collettività italiane nel mondo, un Governo ed una maggioranza che si rivelano, ogni giorno, nelle azioni concrete, nelle scelte politiche, anti-immigrati, anti-migranti, anti-italiani nel mondo.

Abbiamo ancora tanta strada da fare sul terreno della conoscenza e della comprensione delle realtà degli italiani nel mondo. Non si tratta solo di conoscere ma anche di valorizzare. Le responsabilità di una classe politica e dirigente che ha dato risposte tardive, qualche volta sbagliate, non possono essere più nascoste. Il Prof. De Rita ricordava tre Conferenze dell’emigrazione e la delusione rappresentata dal voto: ricordo che dalle tre conferenze, in particolare dall’ultima, o meglio dalla prima per gli italiani nel mondo, ci sono arrivate proposte ed indicazioni e percorsi di riforma, tutti disattesi. Sul voto – desidero ricordarlo – nessuno, ma dico proprio nessuno, ha mai nutrito illusioni. Non poteva rappresentare la risposta a tutto! Ed oggi viviamo una condizione in cui non solo non riusciamo a far partire le riforme ma abbiamo difficoltà a presentare una credibile proposta alternativa. Il Governo ci consegna l’ennesima proroga di Comites e Cgie nel mezzo di una crisi politica, interna alla maggioranza, dagli sbocchi incerti. Governo e maggioranza, dalle detrazioni fiscali per carichi di famiglia all’esonero ICI, dai diritti sindacali agli investimenti per le comunità nel mondo, disattendono impegni e non presentano proposte.

Mai prima d’ora abbiamo attraversato una situazione in cui l’immagine del nostro Paese all’estero soffre contemporaneamente a causa dello scarso profilo internazionale, delle divisioni interne alla maggioranza, delle posizioni espresse dalla Lega Nord e in conseguenza dei tagli agli investimenti per gli italiani nel mondo. E le opposizioni stentano – lo dico da uomo di parte, da parlamentare PD – a dare centralità ai temi degli italiani all’estero nella loro azione di contrasto alle scelte, a volte folli, di questa maggioranza.

In che misura è possibile oggi recuperare terreno su questi temi, ridando centralità, nella storia politica di questo Paese, agli italiani nel mondo?

Abbiamo oggi un Governo ed una maggioranza che – dalla scuola all’assistenza, dai diritti di cittadinanza ai diritti civili e politici, inclusa la rappresentanza – non presentano un progetto di riforma, una visione nuova sulla quale confrontarsi, ma semplicemente l’alienazione dell’esistente, l’indebolimento della rete di collegamento creata in molti anni di lavoro e di presenza organizzata nel mondo, la riduzione graduale ma inesorabile delle risorse, l’idea di una cittadinanza subalterna, inferiore, di secondo grado, dei cittadini italiani residenti all’estero.

Sono convinto che anche la vera e propria discriminazione subita dai quotidiani e dai periodici di lingua italiana nel mondo – ai quali sono stati dimezzati i fondi – sia figlia di questa visione miope e irrazionale del Governo.

Credo sia giusto far tornare ad agire, parlare e proporre soluzioni nuove le organizzazioni che rappresentano il meglio della nostra storia. Credo sia sacrosanto lavorare insieme per le riforme, anche nel settore dell’informazione. Credo che il dovere dei partiti politici sia quello di ascoltare. Il Partito Democratico, sulla base delle considerazioni e delle proposte che insieme faremo, deve assumere l’impegno di trasformare questo ascolto in azione parlamentare e in proposte di legge.

Marco Fedi, Deputato Pd eletto in Australia

 

 

 

 

Adunata nazionale degli alpini a Bergamo. Arriveranno da tutto il mondo

 

Bergamo si prepara all’allegra invasione degli Alpini - All’Ana la cittadinanza onoraria. Aula della Provincia intitolata al reggimento “Bèrghem de Sass”. Frecce Tricolori all’adunata

 

BERGAMO – Dal 7 al 9 maggio a Bergamo si svolgerà la 83ª Adunata nazionale degli Alpini. In campo anche l’Ente Bergamaschi nel Mondo. Sono attesi, infatti, almeno 500 alpini, bergamaschi e non, da Argentina, Venezuela, Uruguay, Perù, Cile, Colombia, Sud Africa, Australia, Stati Uniti , Canada, Germania, Francia, Belgio, Gran Bretagna, Svizzera, Romania, Bulgaria (v. Inform n.72 http://www.mclink.it/com/inform/art/10n07221.htm )

  “La nostra città è onorata di poter accogliere, dopo tanti anni, l'allegra invasione degli amici alpini. E' da parecchi mesi che la Provincia si è messa a disposizione degli alpini per garantire la migliore ospitalità, all'altezza della situazione”. Lo ha detto il presidente della Provincia di Bergamo Ettore Pirovano nella conferenza stampa di investitura ufficiale di Bergamo città alpina, che si è tenuta oggi  nella Sala Mosaico della Camera di Commercio di Bergamo.

  Pirovano ha ricordato l'importanza storica che il corpo degli alpini riveste per il territorio provinciale sotto diversi punti di vista e, specialmente, per il mondo del volontariato e della protezione civile. E per meglio onorare questa tradizione, Pirovano  ha annunciato che “venerdì 7 maggio, in occasione del ricevimento di una delegazione di alpini da parte del Consiglio provinciale straordinario, l'aula consiliare di via Tasso verrà intitolata al quinto Reggimento artiglieria da montagna “Bèrghem de Sass”.

  Per l’adunata degli alpini il 9 maggio si esibiranno anche le Frecce Tricolori. E il Comune di Bergamo ha deciso all’unanimità di attribuire all'Associazione Nazionale Alpini la cittadinanza onoraria. “Quella della prossima settimana – ha detto il sindaco Franco Tentorio – sarà la terza volta degli alpini a Bergamo ed io, sembrerà strano, quella che ricordo meglio e che ancora mi emoziona, è quella di 48 anni fa, del 1962, quando avevo solo 17 anni. Della successiva, 24 anni più tardi, non so bene perché, ma ho pochi ricordi. Oggi, trascorsi altri 24 anni, Bergamo è pronta, con gioia, al nuovo appuntamento e, ne sono certo, sarà un appuntamento che difficilmente potrò dimenticare”.

  Il prossimo anno l’adunata degli alpini sarà ospitata da Torino. (Inform)

 

 

 

Corso di italiano della Regione per i giovani campani all’estero. Domande entro il 10 maggio

 

Napoli - Risiedere all'estero da almeno tre anni, avere tra i 18 e i 25 anni e soprattutto possedere origini campane. Questi alcuni requisiti per partecipare alla selezione per il corso di italiano, di due settimane, che si svolgerà a luglio. L'iniziativa rientra tra gli interventi individuati dalle Linee guida per i campani all’estero della Regione per il 2010.

Obiettivo del corso è favorire e sostenere la conoscenza della lingua e della cultura italiana tra le nuove generazioni residenti all'estero.

Per partecipare occorre inviare la propria richiesta entro il 10 maggio a "Regione Campania – Assessorato alle Politiche Sociali – Servizio Emigrazione - Via Nuova Marina 19 C – 80133 Napoli – Italia" oppure al fax 0039.081.7963902 o via e-mail all’indirizzo consulta.emigrazione@regione.campania.it.

Alla domanda di partecipazione vanno allegati la dichiarazione di discendenza campana vidimata dal consolato italiano di appartenenza o documento di iscrizione all’AIRE; la copia di un documento di riconoscimento in corso di validità; il proprio curriculum scolastico, la copia del titolo di studio posseduto e una autodichiarazione del livello di conoscenza della lingua italiana.

Nella stesura della graduatoria la Regione terrà conto anche del Paese di residenza, del numero delle associazioni iscritte al registro regionale e dal numero complessivo dei soci iscritti alle associazioni. (aise)

 

 

 

Einwanderung und Integration. Das neue Deutschland

 

Die Vereidigung der Ministerin Aygül Özkan schlägt ein neues Kapitel in der deutschen Einwanderungsgeschichte auf. Jetzt müssen sich alle integrieren - auch Roland Koch und Markus Söder. Von Heribert Prantl

 

Es ist gut, dass Aygül Özkan Ministerin geworden ist. Mit ihrer Ernennung beginnt der Ruck durch Deutschland, den sich einst Roman Herzog erträumte. Dieser Ruck sieht aber nun etwas anders aus, als sich das wohl der damalige Bundespräsident vorgestellt hat: Der Ruck ist 39 Jahre alt, er wurde 1971 als Tochter türkischer Einwanderer in Hamburg geboren. Der Ruck ist Rechtsanwältin. Der Ruck ist deutsch-türkisch: Er nahm Anlauf in Ankara. Von dort sind Aygül Özkans Eltern in den sechziger Jahren nach Deutschland gekommen.

 

Der Ruck beginnt freilich ein wenig irritierend - mit einem Streit über das Kreuz in Klassenzimmern. Er beginnt damit, dass die neue CDU-Sozialministerin von Niedersachsen ihre Forderung, religiöse Symbole aus den Schulen zu verbannen, gleich wieder zurücknehmen muss, auf Druck ihres Ministerpräsidenten.

Es ist also, könnte man meinen, gar nichts passiert; es hat eine kleine, heftige Auseinandersetzung gegeben; und diese hat die Erinnerung an die große Auseinandersetzung vor fast zwanzig Jahren geweckt, als das Bundesverfassungsgericht seinen Kruzifix-Beschluss fällte.

 

Der Hinweis darauf ist schon richtig, aber er erfasst trotzdem nicht, was jetzt passiert: Die Vereidigung der Ministerin Özkan schlägt ein neues Kapitel in der deutschen Einwanderungsgeschichte auf, vielleicht ist es auch ein neues Buch. Es beginnt, hoffentlich, die dritte deutsche Einheit - so wahr uns Gott helfe.

Die Historizität der Vereidigung der türkischstämmigen Ministerin leidet nicht daran, dass Aygül Özkan im Kruzifix-Streit wieder eingelenkt hat. Das ist weniger bezeichnend für sie als für ihre Partei, die CDU.

Aygül Özkan hatte mit souveräner Naivität an ein Tabu ihrer Partei gerührt. Das lässt sich nicht einfach wieder zurückpfeifen. Die Union wird sich an solche Irritationen so gewöhnen müssen wie die Gesellschaft insgesamt.

Die Deutschen, die Evrim Baba, Mustafa Kara, Eran Toprak oder Nesrin Yilmaz heißen (es handelt sich um noch nicht so bekannte Politikerinnen und Politiker), bringen andere Traditionen, andere Denkweisen und Erfahrungen mit als diejenigen Deutschen, die als Roland Koch, Peter Müller, Stefan Mappus oder Markus Söder amtlich registriert sind.

Diese anderen Erfahrungen kann man nicht sterilisieren und homogenisieren. Solche Verfahren nutzen der Milch und verlängern deren Haltbarkeit - aber nicht die der deutschen Gesellschaft.

Die erste deutsche Einheit begann 1949 mit der Integration der Flüchtlinge und Vertriebenen nach dem Zweiten Weltkrieg. Die zweite deutsche Einheit begann 1989 mit dem Fall der Mauer.

Die dritte deutsche Einheit begann soeben, am 27. April 2010 in Hannover.

Die Vereidigung von Aygül Özkan bricht einen Stein aus der Mauer, die bisher die alteingesessene von der eingewanderten Gesellschaft trennt.

Türkischstämmige Abgeordnete wie Lale Akgün von der SPD, Cem Özdemir und Ekin Deligöz von den Grünen haben an dieser Mauer schon gerüttelt. Aygül Özkan zeigt nun, dass man nicht nur in die Parlamente, sondern auch in hohe Regierungsämter kommen kann, wenn man keinen klassisch deutschen Namen hat.

Das ist der Unterschied zwischen Aygül Özkan und Philipp Rösler, dem Bundesgesundheitsminister vietnamesischer Abstammung; der kam im Alter von acht Monaten als Kriegswaise nach Deutschland und wurde von deutschen Eltern adoptiert. Er hat mit den Vorbehalten, die es gegen die Muslime gibt, nicht kämpfen müssen. Rösler gehört nicht zur Gastarbeitergeneration und ihren Kindern, über deren Zukunft und Schicksal in Deutschland ein halbes Jahrhundert lang erbittert gestritten worden ist.

Die deutsche Politik hat grausam lange die Augen davor verschlossen, dass aus Gastarbeitern Einwanderer geworden sind. Als sie merkte, dass man - so Max Frisch - Arbeitskräfte gerufen hatte und Menschen gekommen waren, wollte sie aus ihnen Rückkehrer machen; man wollte sie also wieder loswerden.

Integration ist keine Einbahnstraße

Statt intensiver Integrationsmaßnahmen, wie sie schon 1979 Heinz Kühn, der erste Ausländerbeauftragte der Bundesregierung, gefordert hatte, flüchteten sich sowohl die Regierungspolitik von Helmut Schmidt als auch die von Helmut Kohl in Rückkehrprogramme; man proklamierte den Anwerbestopp, produzierte Rückkehrförderungsgesetze, zahlte Handgelder und hielt das für ein Patentrezept.

Das ist lange her, hatte aber langen negativen Nachhall. Aygül Özkan ist nun das schöne Symbol für ein neues Programm, man mag es Einkehrprogramm nennen. Die Migrantengeneration kehrt ein in die deutsche Gesellschaft.

Aygül Özkan hat mit ihrem ersten Auftritt gelehrt, was der nordrhein-westfälische CDU-Integrationsminister Armin Laschet seinen Parteifreunden (und nicht nur diesen) schon lange predigt: Integration ist keine Einbahnstraße.

Integration verlangt nicht nur von den Neubürgern viel, sondern auch einiges von den Altbürgern. Integration stellt alte Gewissheiten in Frage. Integration bedeutet, dass auch die Mehrheitsgesellschaft alte Fragen neu diskutieren muss; der Kruzifix-Streit, der für das Verhältnis von Kirche und Staat in Deutschland steht, ist nur ein Beispiel.

Der Döner und der Irrtum der Integration

Spätestens jetzt weiß man in der CDU, dass nicht als linker Atheist abgestempelt werden kann, wer das gegenwärtige Verhältnis von Staat und Kirche in Frage stellt. Die neuen Diskussionen müssen nicht unbedingt gleich zu neuen Antworten, sie können aber zur Klarheit darüber führen, ob die alten Antworten noch gelten. Die Aygül Özkans in Spitzenfunktionen werden die politischen Fronten aufbrechen, die Roman Herzog einst "Verkrustungen" genannt hat.

Ein Symbol oben, an der Spitze, reicht dafür nicht. Es braucht auch Tatkraft unten. In den Großstädten verlässt jedes vierte türkische Kind die Schule ohne Abschluss. Die Bildungschancen der Ausländerkinder sind nicht nur in Frankreich, sondern auch in Deutschland minimal; manchmal wundert man sich, dass es hierzulande zu Ausschreitungen wie in Frankreich noch nicht gekommen ist.

Die Leistung der Migrantenkinder

Doch die Kinder der Einwanderergeneration machen nicht nur Schwierigkeiten. Viele haben Kompetenzen, die in der Schule wenig oder gar nicht honoriert werden. Kids, die kaum einen Satz ordentlich schreiben und keine zwei Absätze ordentlich vorlesen können, schreiben blind unter der Bank SMS.

 

Die Zwölfjährige spricht akzentfrei Deutsch und kann ebenso gut Italienisch und Türkisch, weil ihre Eltern aus diesen Ländern kommen. Nur gut aufschreiben kann sie das nicht, was sie sagt. Aber sie wäscht ihre Wäsche selber, weil die sich bei ihrer Mutter immer verfärbt.

Andere Kinder bringen ihre Geschwister am Morgen in den Kindergarten und müssen auch selber dafür sorgen, dass sie ihre Schulsachen dabei haben - Dinge, auf die in Mittelstandsfamilien die Eltern achten. Perspektiven bietet diesen bemerkenswert selbstständigen Kindern die Hauptschule bisher kaum. Sie wird für die Migrantengenerationen ein Ort der Schicksalskorrektur werden müssen. Soziologen nennen das positive Diskriminierung. Das bedeutet Förderung: Kinder im Berliner Problemquartier Neukölln-Nord brauchen mehr Hilfe als die im feinen Zehlendorf. Schulklassen im Münchner Hasenbergl müssen kleiner sein als die in Grünwald. Problemschulen brauchen bessere Ausstattung, und sie brauchen die besten Lehrer.

Die Integrationsleistung der Deutschen: Döner essen

Einwanderung verändert die Gesellschaft: Die meisten Deutschen haben es sich bisher nicht bewusst gemacht, wie tief diese Änderung geht. Wir Altbürger haben, als uns klar geworden ist, dass die meisten Einwanderer nicht mehr in ihre alte Heimat zurückkehren, mehr oder weniger fordernd auf deren Integration gewartet und geglaubt, wir erbrächten unsere eigene Integrationsleistung schon damit, dass wir Dönerkebab essen.

Aber der Umsatz der ausländischen Gaststätten in Deutschland ist kein Gradmesser für Integration. Integration ist viel mehr als die Addition der Dönerbuden in den deutschen Fußgängerzonen. Integration ist mehr als das In-sich-Hineinstopfen von Dingen, die einem schmecken, und sie ist mehr als die Annahme von Leistungen, die man gerade braucht.

Vier peinlich umstrittene Schritte

Nur im Strafrecht gilt der Satz: "Die Insichnahme ist die intensivste Form der Ansichnahme." Der Juraprofessor erzählt diesen schönen Satz seinen Studenten im stafrechtlichen Seminar, wenn dort über die Probleme diskutiert wird, die sich ergeben, wenn ein Dieb Nahrungsmittel stiehlt und sie sofort verputzt. Würde der Satz auch für eine Einwanderungsgesellschaft gelten, wäre die schon erheblich weiter.

"Deutschland ist kein Einwanderungsland"

Lassen wir die alte Bedriye Furtina erzählen, die in den sechziger Jahren (wie Aygül Özkans Eltern) nach Hamburg kam und Tellerwäscherin wurde. Sie erzählt, wie die Deutschen damals lernten, was man mit Auberginen, Paprika und Zucchini eigentlich so anstellt. Rezepte wurden auf dem Markt verteilt und die Gemüse vor aller Augen zubereitet: "Aber wenn man Knoblauch gegessen hatte, mochte Gott einem beistehen, dann spuckten die Deutschen einem fast ins Gesicht - und heute essen sie mehr Knoblauch als wir." Der Knoblauch wurde schneller akzeptiert als die Türken; der Knoblauch hat eben keine Religion.

Das Kreuz begann schon damit, dass sich die deutsche Politik jahrzehntelang darüber stritt, ob Deutschland nun Einwanderungsland ist oder nicht. Diskussionen über Ausländerpolitik liefen ab wie ein mittelalterliches Ritterstück: Die Kontrahenten standen sich schnaubend gegenüber, auf den Schilden der einen stand "Deutschland braucht Einwanderer", auf den Schilden der anderen stand "Deutschland ist kein Einwanderungsland".

Einwanderung ohne Konzept

Die Gegner legten die Lanzen ein, sprengten aufeinander los, es war ein Getrampel und ein Geklirre - und dann flog einer aus dem Sattel. Sodann legte sich der Staub, und die Sache ging wieder von vorn los. Die Ausländerpolitik war der GAU der deutschen Politik. Das lag auch daran, dass sie nicht für die Ausländer, nicht für die Zuwanderer, nicht für die Neubürger gemacht wurde, sondern für die eingesessenen deutschen Wähler. Sie waren die alleinigen Adressaten. Und im Umschlag mit der falschen Adresse steckte auch noch eine falsche Politik - eine, die den Einwanderer vor allem als Störer und Sicherheitsrisiko beschrieb.

Das bezeichnendste Dokument dieser Verirrung war der Entwurf eines neuen Ausländerrechts vom 1. Februar 1988, entstanden unter dem CSU-Bundesinnenminister Friedrich Zimmermann. Dieser Gesetzentwurf ging davon aus, dass deutsche Interessen nur gegen die Einwanderer durchgesetzt werden können. Deutschland war ein Einwanderungsland ohne Einwanderungspolitik, aber mit viel aggressiver Gehässigkeit. Dazu gehörten die Anschläge und Attentate auf Einwanderer und Flüchtlinge vor allem zu Beginn der neunziger Jahre.

Eine fremdenfeindliche Grundstimmung suchte sich immer neue Zielgruppen: Ende der sechziger Jahre waren es Italiener, Ende der siebziger wurden es die Türken, seit Mitte der achtziger Jahre sind es vor allem Asylbewerber, Afrikaner, Muslime. Friedrich der Große, der einst die in Frankreich verfolgten Hugenotten in Preußen ansiedelte und nach ihrer Fasson selig werden ließ, hatte ein Einwanderungskonzept. Die Bundesregierungen hatten es nicht.

Vier peinlich umstrittene Schritte

Die Abkehr vom alten Denken begann ganz langsam. Der Bielefelder Migrationsforscher Klaus J. Bade beschreibt sie in vier Schritten; es waren ganz mühsame, parteipolitisch peinlich umstrittene Schritte.

Ein erster Schritt war die Reform des Ausländerrechts von 1990 unter Bundesinnenminister Wolfgang Schäuble. Diese Reform rückte ab vom deutschtümelnden Ungeist, sie akzeptierte die Einwanderung viertelherzig, sie schickte jedem "Ja" vier "Aber" hinterher; diese Unentschlossenheit machte das Gesetz zu einem Irrgarten für Einwanderer.

Der zweite Schritt war die Reform des alten, noch aus dem Kaiserreich stammenden Staatsangehörigkeitsrechts im Jahr 2000 unter Innenminister Otto Schily. Sie ersetzte das alte Blutrecht (jus sanguinis), also die Vererbung der Staatsangehörigkeit, durch ein bedingtes jus soli, also den Erwerb der deutschen Staatsbürgerschaft durch Geburt in Deutschland.

2005 kam das neue Zuwanderungsgesetz, das nicht Einwanderungsgesetz heißen durfte. Es hatte eigentlich, nach den Entwürfen von Expertenkommissionen aller Parteien, einen großen bunten Teppich weben sollen, auf dem Integration stattfinden kann. Es wurde nur ein Topflappen daraus. Mit diesem Topflappen werden seitdem, immerhin, die Probleme angepackt.

2006 beriefen die Kanzlerin und ihre Integrationsbeauftragte Maria Böhmer den Integrationsgipfel ein, Bundesinnenminister Wolfgang Schäuble gründete die Deutsche Islamkonferenz. Der Tiefschlaf der Politik ist zu Ende.

1964, als der millionste Gastarbeiter, es war der höchst verlegene Armando Rodrigues aus Portugal, auf dem Bahnsteig in Köln-Deutz mit großen Tamtam begrüßt wurde, spielte die Musikkapelle "Auf in den Kampf, Torero". Es war das falsche Lied, es war der falsche Text. Der neue, der bessere Text lautet: miteinander leben lernen, nicht nebeneinander. Das ist ebenso vernünftig wie demokratisch; das nennt man Integration.

Es ist gut, dass Aygül Özkan Ministerin geworden ist. SZ 30

 

 

 

 

Integration, FDP will Burka-Verbot in ganz Europa

 

Das belgische Burka-Verbot ruft auch deutsche Politiker auf den Plan: Die stellvertretende EU-Parlamentspräsidentin Koch-Mehrin (FDP) hat eine Ausweitung der Regelung auf ganz Europa gefordert. Politiker anderer Parteien lehnen dies ab.

 

Als Reaktion auf das Burka-Verbot in Belgien hat die stellvertretende EU-Parlamentspräsidentin Silvana Koch-Mehrin (FDP) eine Ausweitung der Regelung auf ganz Europa gefordert. „Ich wünsche mir, dass auch in Deutschland - und in ganz Europa - das Tragen aller Formen der Burka verboten wird. Wer Frauen verhüllt, nimmt ihnen das Gesicht und damit ihre Persönlichkeit“, schrieb die FDP-Politikerin in einem Gastbeitrag für die „Bild am Sonntag“.

Der Vorsitzende des Innenausschusses des Bundestages, Wolfgang Bosbach (CDU) hält Burka-Verbot in Deutschland dagegen für unrealistisch. Am Freitag hatte Belgien als erstes europäisches Land ein Verbot von Ganzkörperschleiern beschlossen. „Das ist in Deutschland schon aus verfassungsrechtlichen Gründen nicht möglich, so lange keine öffentlichen Interessen dagegen stehen“, sagte er der „Mitteldeutschen Zeitung“. „Ich halte ein Gesetz auch nicht für nötig. Das muss der Gesetzgeber nicht regeln.“

 „Koch-Mehrin schielt auf Beifall der Rechtspopulisten“

Die Burka sei ein massiver Angriff auf die Rechte der Frau, „sie ist ein mobiles Gefängnis“, schrieb Koch-Mehrin. „Die vollständige Verhüllung von Frauen ist ein aufdringliches Bekenntnis zu Werten, die wir in Europa nicht teilen.“ Öffentliche Interessen seien etwa dann berührt, wenn eine Schülerin vollverschleiert in die Schule gehe, eine vollverschleierte Frau als Zeugin vor Gericht auftauche oder Auto fahre. Ansonsten falle das Tragen der Burka unter „freie Entfaltung der Persönlichkeit“, sagte Bosbach, fügte aber hinzu: „Ich selbst sehe das sehr kritisch.“ Die Burka sei „ein Zeichen der Abgrenzung und des religiösen Fundamentalismus“ - und zwar mehr eines der Männer als der betroffenen Frauen.

Reinhard Bütikofer, Europaabgeordneter der Grünen, sagte, bei der Forderung Koch-Mehrins gehe es kaum um die Rechte der burkatragenden Frauen. „Mein Eindruck ist, dass Frau Koch-Mehrin auf den Beifall der Rechtspopulisten schielt, die ständig nach etwas Fremden suchen, das man verbieten könnte.“

Zentralrat spricht von „sinnloser Debatte“

Der Generalsekretär des Zentralrats der Muslime, Aiman Mazyek, lehnt ein Burka-Verbot für Deutschland ab. „Das ist eine völlig sinnlose Debatte“, sagte er dem „Kölner Stadt-Anzeiger“. Sie werde die Kluft zwischen Muslimen und Nicht-Muslimen noch vergrößern. „Die Burka ist unter den deutschen Muslimen verpönt. Und es gibt kein muslimisches Gebot, sie zu tragen.“ In Deutschland gebe es „allenfalls ein Dutzend Trägerinnen“. Deutschland brauche eine Kultur der Anerkennung, keine Kultur der Verbote: „Hier werden Ängste instrumentalisiert“.

Der ehemalige Bundesverfassungsrichter Hans-Joachim Jentsch hält ein Verbot gleichwohl für „denkbar“. Er sagte dem „Kölner Stadt-Anzeiger“ : „: „Wenn Menschen sich verhängen, dann geht das an die Grundlagen unseres Gemeinwesens.“ Zwar könnten sich Gegner des Burka-Verbots auf das Gebot der freien Entfaltung der Persönlichkeit berufen. „Doch auch dieses Recht ist nicht unbegrenzt. Im Übrigen haben wir Artikel 1 des Grundgesetzes, wonach die Würde des Menschen unantastbar sei. Das rechtfertigt es, darüber nachzudenken, ob ein solches Verbot nicht auch bei uns Sinn und Zweck hat.“ Faz.net 2

 

 

 

 

Das Netzwerk "Integration durch Qualifizierung" auf der Zielgraden 2010

 

Einiges erreicht - viel bleibt zu tun. Kommentar Sabine Schröder und Wolfgang Fehl, Leitung des Koordinierungsprojekts „Integration durch Qualifizierung“ bei der Zentralstelle für die Weiterbildung im Handwerk, Düsseldorf

 

Seit 2005 haben über 40 Projekte im Netzwerk „Integration durch Qualifizierung“ (IQ), einer Initiative des Bundesministeriums für Arbeit und Soziales, Strategien und Instrumente zur Unterstützung von erwachsenen Migrantinnen und Migranten beim Zugang zum Arbeitsmarkt entwickelt in den Handlungsfeldern Beratung, Berufsbezogenes Deutsch, Existenzgründung, Interkulturelle Öffnung, Kompetenzfeststellung und Qualifizierung.

Es geht nun darum, diese Handlungsansätze „in die Fläche zu bringen“ - ein Auftrag nicht ohne Tücken. Das Kritische am Übergang von Modellprogrammen in die anschließenden „Mühen der Ebenen“ kennen viele, die in Arbeitsmarktprojekten tätig sind, nur zu gut.

Im Netzwerk IQ sind zahlreiche Ansätze entwickelt und vielerorts aufgegriffen worden, z.B.:

* Verbindliche Zusammenarbeit mit den Berliner Jobcentern mit hohen Migrantenanteilen: Tausende ARGE-Kunden werden jedes Jahr zur Beratung, zur Kompetenzfeststellung und Qualifizierung ans Netzwerk verwiesen. 

* Der Facharbeitskreis „berufsbezogenes Deutsch“ hat für die Vermittlung berufsbezogener Sprachförderung für Migrant/innen klare Kriterien formuliert. Im Kern geht es dabei um die Verzahnung von fachlich-technischem und sprachlichem Lehren und Lernen: In die Grundkonzeption des ESF-BAMF-Programms ist von diesen Kriterien vieles aufgenommen worden.

* Im Handlungsfeld Existenzgründung liegt ebenfalls eine klare Konzeption vor für das, was migrantenspezifische Unterstützung bei der Gründung bis hin zur Begleitung in der Nachgründungsphase leisten kann. Instrumente wie ein Curriculum zu „gründungsbezogenem Deutsch“ unterfüttern diese Konzeption, die inzwischen auch Eingang in die Weiterbildung für die Mitarbeiter/innen der Agenturen und ARGEn findet. 

 

* In zahlreichen ARGEn und einigen Arbeitsagenturen, aber auch bei Kammern, Kommunen und Unternehmen haben Trainings mit dem Ziel der „interkulturellen Öffnung“ stattgefunden. 

* Im Handlungsfeld Kompetenzfeststellung liegen ebenfalls Konzepte und Praxiskooperationen mit Jobcentern vor – mit der klaren Botschaft: Weg vom Defizitblick auf Migrant/innen, „schaut auf ihre Potenziale!“. Es sind vor allem Kompetenzfeststellungsverfahren, die diese Botschaft von einer rhetorischen Formel zu einer Praxis mit greifbaren Folgen machen. 

* Für das Handlungsfeld Qualifizierung von Migrant/innen ist im thematischen Facharbeitskreis eine Konzeption von „Qualifizierung und mehr“ erarbeitet worden. Auch sie benennt die Notwendigkeit der Verzahnung von sprachlicher und fachlicher Qualifizierung.

Die größte Durchschlagswirkung hat IQ beim Thema „Anerkennung ausländischer Bildungs- und Berufsabschlüsse“ erzielt. Die 2007 vom Projekt Global Competences erarbeitete Studie „Brain Waste“ zum verschwenderischen Umgang mit beruflichen Kompetenzen qualifizierter Zugewanderter hat breite fachliche und politische Resonanz gefunden. So hat die Bundesregierung detaillierte Eckpunkte für eine gesetzliche Regelung mit einem Anspruch auf Prüfung und Bewertung mitgebrachter Qualifikationen formuliert und durch einen Kabinettsbeschluss am 9.12.2009 verbindlich gemacht. Das Gesetz befindet sich in der Ressortabstimmung.

Aber: Im Praxisalltag von Beratung und Vermittlung gibt es keine ausdrückliche Verpflichtung, Migrant/innen als Zielgruppe mit spezifischem Unterstützungsbedarf in den Blick zu nehmen. Es wurden auch keine institutionen-übergreifenden Gremien geschaffen, die sich „wirtschaftsnah“ mit den weiter kritischen Arbeitsmarktdaten befassen müssten. Das Netzwerk IQ hat deshalb in einem Positionspapier die Bildung eines Pakts für Integration und Arbeitsmarkt vorgeschlagen. Denn ohne Verbreiterung, Vertiefung und Intensivierung der institutionell verbindlichen Anstrengungen zur Verbesserung der Arbeitsmarktintegration der von Ausgrenzung (und Diskriminierung) betroffenen Migrant/innen bleibt das Netzwerk ein zu klein geratener „Ausfallbürge“. Er soll etwas schultern und vorantreiben, das sich „ganz andere Kaliber“ auf die Fahnen schreiben müssten: Voran die Arbeitsagenturen und die Grundsicherungsstellen, aber auch die Spitzenverbände der Wirtschaft mit zumindest indirekter „Bindungswirkung“ für die Unternehmen – und dann, natürlich, auch die Länder und die Kommunen, denen immer mehr die Rolle des Gestalters „kommunaler Bildungslandschaften“ zuwächst. Deren Teil ist auch das System Weiterbildung, zu dem Migrant/innen deutlich schwerer Zugang finden als es ihrem Anteil an der Bevölkerung und an den Beschäftigten entspricht. Bei den Ursachen der Ausgrenzung vieler Migrant/innen vom Arbeitsmarkt muss auch über Diskriminierung offen gesprochen, in der Forschung mehr gearbeitet und in der Praxis entschlossener gehandelt werden. Für die Verbesserung des Zugangs zum Arbeitsmarkt von Menschen mit Migrationshintergrund braucht es weiter das Engagement vieler Projekte und Institutionen, der Migrant/innen und ihrer Organisationen und einer hoffentlich aufmerksamen politischen Öffentlichkeit. Arbeitsmarktthemen spielten in den Integrationsdebatten kaum eine Rolle. Im Windschatten der Debatten um das Anerkennungsgesetz kann sich das ändern – und es muss sich ändern!  Forum Migration, Mai

 

 

 

 

Burka-Verbot in Europa. Umstrittener Schleier

 

Belgien untersagt als erster europäischer Staat die Vollverschleierung von Frauen. In Frankreich und mehreren anderen EU-Ländern wird über ein Verbot von Burka und Niqab diskutiert. Ein Überblick.

 

Soll man die Burka, den muslimischen Ganzkörperschleier, verbieten oder nicht? Gewöhnlich spaltet diese Frage, in Belgien versöhnt sie. Die belgische Regierung, die sich wegen des Sprachenstreits zwischen Flamen und Wallonen seit Tagen in einer schweren Krise befindet, verabschiedete an diesem Donnerstag ein Verbot des Ganzkörperschleiers - einstimmig.

Das Gesetz sieht vor, das Verhüllen des Gesichts in der Öffentlichkeit mit einer Geldbuße von 15 bis 25 Euro oder einer Gefängnisstrafe von sieben Tagen zu ahnden. Ob und wann es in Kraft tritt, ist wegen der notwendig gewordenen vorgezogenen Parlamentswahlen noch ungewiss. Belgien wäre der erste Staat in Europa, der das muslimische Kleidungsstück verbietet. Bisher haben etwa 20 Städte und Gemeinden in Belgien Vermummungsverbote auf kommunaler Ebene erlassen.

Auch in anderen europäischen Ländern werden Verschleierungsverbote diskutiert. Dabei geht es vor allem um den Ganzkörperschleier Burka und den Niqab, eine Kopfbedeckung, die nur einen schmalen Sehschlitz freilässt.

 

In Frankreich, wo mit mehr als fünf Millionen Menschen die größte muslimische Gemeinde in der Europäischen Union lebt, wird die Diskussion derzeit am hitzigsten geführt. Noch im Juli soll ein Gesetz vom Parlament verabschiedet werden, das die Vollverschleierung im gesamten öffentlichen Raum verbieten soll. Verstöße dagegen sollen mit 150 bis 15.000 Euro bestraft werden. Aufsehen erregt aktuell der Fall einer mit Niqab Auto fahrenden Frau, die sich über die "Diskriminierung" durch Polizeibeamte beschwerte und damit den Zorn des Innenministers auf sich zog.

In den Niederlanden werden derzeit mehrere Gesetzentwürfe für ein Verbot der Vollverschleierung vorbereitet. Hier sollen die geplanten Verbote unter anderem Schulen und den öffentlichen Dienst betreffen.

Auch in Österreich erklärte der sozialdemokratische Bundeskanzler Werner Faymann vor kurzem, er könne sich ein Burka-Verbot vorstellen, die mitregierende konservative ÖVP plädiert aber zunächst für eine breite Debatte. Die rechtspopulistische Partei BZÖ will demnächst einen Gesetzentwurf für ein Burka-Verbot in den Nationalrat bringen.

Obwohl die rechtsliberale Regierung in Dänemark angekündigt hat, die Verschleierung zu "bekämpfen", will man hier auf eine gesetzliche Regelung verzichten. Schulen, Behörden und Firmen sollen eigenständig - und so scharf wie möglich - gegen die Vollverschleierung vorgehen.

Keinen Handlungsbedarf in Sachen Burka gibt es in Italien: Seit 1975 verbieten die Regelungen zum "Schutz der öffentlichen Ordnung", sich in öffentlichen Einrichtungen zu vermummen - egal, ob es sich um einen Schleier oder einen Motorradhelm handelt. Die mitregierende rechtspopulistische Lega Nord schlug jedoch im vergangenen Jahr vor, Menschen, die ihr Gesicht verhüllen, mit maximal 2000 Euro Buße zu bestrafen - wenn sie es denn aus religiösen Gründen tun.

In Großbritannien und der Schweiz ist derzeit kein Burka-Verbot geplant. Die Regierung in London hat jüngst bekräftigt, dass Religionsfreiheit auch die Freiheit der Kleidungswahl einschließe. In der Schweiz gibt es zwar Forderungen nach einem Schleier-Verbot, die Regierung lehnt dies aber bislang ab. In einem Referendum hatten die Schweizer Ende November für ein Bauverbot von Minaretten gestimmt.

Auch wenn sich die SPD-Bundestagsabgeordnete Lale Akgün kürzlich für ein Verbot von Ganzkörperschleiern in Deutschland ausgesprochen hat - ein solches Gesetz hätte wohl derzeit keine Chance. Union und FDP sind für eine Ächtung der Burka ohne gesetzliche Regelung, SPD und Grüne argumentieren, dass man mit Zwang in dieser Sache nichts erreichen könne. Grünen-Parteichef Cem Özdemir sprach Anfang des Jahres in der Frankfurter Rundschau von einer "Symboldebatte, die an den wahren Konflikten vorbeigeht".  (sueddeutsche.de 30)

 

 

 

EU: Krise der Währungsunion. Den Euro retten, um Europa zu retten

 

Der Kontinent braucht ein Bekenntnis zu seiner Währung, wenn er nicht zerfallen soll. Gefordert sind vor allem Deutschland und Frankreich. Ein Kommentar von Stefan Kornelius

 

Die Europäische Union hat kein besonderes Aufhebens gemacht, als Griechenland der Euro-Zone beitrat. Jetzt, da Griechenland im Schuldenloch sitzt und den Euro mit in den Abgrund reißen könnte, scheint es wieder so zu sein: Die übrigen Europäer, und vor allem der EU-Apparat, reagieren gleichgültig.

Europa ist müde. Müde nach zermürbenden Verhandlungen über einen Vertrag, der nach der Hauptstadt eines anderen, hochverschuldeten Landes benannt ist. Müde nach den Rangeleien um mehr oder weniger taugliches Führungspersonal, das vor allem nach Kriterien des Proporzes ausgesucht wurde. Müde von der Last, wie sie nun mal eine Gemeinschaft von 27 Staaten mit einer zähen Bürokratie darstellt. Wer allein die Besetzungs-Regeln für die neuen EU-Botschafterposten studiert, der verliert die Lust an Europa.

Das ist ein dramatisches Urteil für eine Gemeinschaft, die ihre Existenz viel zu oft als schicksalhaft bezeichnet hat. Jetzt, da es tatsächlich um den Bestand, um das politische Überleben geht, reagiert Europa apathisch. Denn nichts Geringeres als der Kern des vielbeschworenen politischen Experiments Europa steht nun auf dem Spiel: der Euro.

 

Der Euro ist eine Währung, die die Länder des Kontinents politisch zusammenschweißen sollte, auf dass sie stark genug werden für die kräftigen Marktwinde, die rund um den Globus pfeifen. Der Euro sollte sie zwingen, ihren politischen Zwist beizulegen und ein für allemal auszuschließen, was über die Jahrhunderte zum Kalender gehörte wie Aussaat und Ernte: Krieg. Der Euro sollte zur politischen und sozialen Harmonie zwingen, weil 27 Staaten auf so kleinem Raum zu viel Energie vergeuden, wenn jeder seine eigenen Vorstellungen von Souveränität und Selbstbestimmung pflegt.

Der Euro aber ist ein dürrer Zweig, wie die Griechen-Krise nun lehrt. Die globalen Finanzstürme können den Zweig schnell knicken. Ein Investor in Bahrain oder in Shanghai wird Italien oder Spanien kein Geld mehr leihen wollen, wenn er nicht sicher sein kann, dass dort ordentlich gewirtschaftet und notfalls von den Verbündeten ordentlich gebürgt wird.

Bitte klicken Sie auf das Bild, um die Zeitleiste zu starten:

Der Euro, dieses Rückgrat der EU, kann ganz schnell gebrochen werden, wenn der politische Wille zum aufrechten Gang fehlt. Jetzt, da die Marktkräfte stärker sind als der politische Wille, zeigt sich das Defizit Europas: Der Gemeinschaft fehlt die Idee zur politischen Festigung des Euro. Es fehlen die Muskeln am Rückgrat. Dabei wird es nicht reichen, wenn die Euro-Regeln besser überwacht und die Haushalte strenger kontrolliert werden. Die gemeinsame Währung zwingt zu viel mehr gemeinsamer Politik: bei Wirtschaft und Investitionen, bei der Besteuerung, bei der Haushaltsplanung.

Die Staaten Europas, vor allem Deutschland und Frankreich, werden sich politisch viel stärker verzahnen müssen, wenn sie ihre Währung und damit ihre Gemeinschaft nicht verlieren wollen. SZ 30

 

 

 

Griechenland und EU. Einigung über Hilfspaket

 

Die griechische Regierung hat sich mit dem Internationalen Währungsfonds und der EU auf ein Abkommen über milliardenschwere Finanzhilfen geeinigt. Deutschland wird sich zunächst mit einem Kredit von 8,4 Milliarden Euro beteiligen. In Athen gab es heftige Proteste.

 

Das harte Sparpaket zur Rettung Griechenlands vor einem Staatsbankrott steht. Dies gab der griechische Ministerpräsident Giorgos Papandreou am Sonntagmorgen bei einer Sondersitzung des Ministerrates in Athen bekannt. Es gehe dabei auch um das Wiedergewinnen der Glaubwürdigkeit Griechenlands, sagte er.

Inzwischen hat sich die griechische Regierung auch mit dem Internationalen Währungsfonds (IWF) und der EU auf ein Abkommen über milliardenschwere Finanzhilfen geeinigt. Einzelheiten zu der Einigung wurden zunächst nicht mitgeteilt.

Griechenland müsse „große Opfer“ bringen, um eine Katastrophe abzuwenden, sagte Papandreou in einer dramatischen Rede. Er werde alles tun um zu vermeiden, dass Griechenland bankrott gehe, erklärte er weiter. Ausgabenkürzungen beträfen die Gehälter von Beschäftigten im öffentlichen Dienst sowie die Renten, kündigte er an.

„Oberstes Gebot ist die Rettung des Vaterlandes. Ich werde alles tun, damit das Land nicht Pleite geht,“ sagte Papandreou weiter. „Es stehen uns schwierige Jahre bevor.“ Er versprach, er werde „alles tun, um die Schwächeren“ schützen. „Ich verspreche mit ihnen allen zusammen zu kämpfen, damit Griechenland sich ändert“, sagte Papandreou. „Wir werden es schaffen.“

Unterdessen gab es am Samstag in Athen und anderen griechischen Städten wegen der Sparauflagen, die EU und Internationaler Währungsfonds (IWF) verordnet hatten, Demonstrationen und Krawalle. Im Athener Zentrum randalierten Autonome und griffen Polizisten, Politiker und Journalisten an. Auf Bannern und in Sprechchören protestierten die Demonstranten gegen die zeitgleich im Finanzministerium tagenden Experten von IWF, EU-Kommission und Europäischer Zentralbank. In Anspielung auf die Militärdiktatur in Griechenland von 1967 bis 1974 skandierten viele die Parole: „Nein zur IWF-Junta“. Die Bahn und die Fähren wurden am Samstag bestreikt. In staatlichen Krankenhäusern behandelten die Ärzte nur Notfälle. Das griechische Kabinett soll an diesem Sonntag über die Hilfsmaßnahmen beraten.

Finanzsektor besitzt griechische Anleihen oder Wertpapiere für 31 Milliarden Euro

Parallel zu den staatlichen Hilfen plant die deutsche Wirtschaft einen Solidaritätsbeitrag. Banken, Versicherungen und einzelne Unternehmen wollen bis zu zwei Milliarden Euro aufwenden, um griechische Staatsanleihen zu kaufen und so die Finanzmärkte zu beruhigen. Weil der Finanzsektor griechische Anleihen oder Wertpapiere für 31 Milliarden Euro besitzt, hat er großes Interesse an der Abwendung eines Staatsbankrotts. Falls die Krise auf andere südeuropäische Länder übergreifen würde, wären Kapitalanlagen deutscher Lebensversicherer gefährdet.

Die Bundeskanzlerin lobte die Wirtschaft für ihre Geste. Sie kündigte an, dass Deutschland nun auf eine Verschärfung der Euro-Stabilitätskriterien dringen werde. „Es muss künftig möglich sein, einem Land, das seine Verpflichtungen nicht einhält, zumindest vorübergehend das Stimmrecht zu nehmen“, sagte sie der „Bild am Sonntag“.

Für das erste Jahr 45 Milliarden Euro

Deutschland wird sich zunächst mit einem Kredit von 8,4 Milliarden Euro am Hilfspaket beteiligen. Es umfasst für das erste Jahr 45 Milliarden Euro, von denen die 16 Euro-Staaten 30 Milliarden übernehmen. Nach Schätzungen des Währungsfonds wird das mit 300 Milliarden Euro im Ausland verschuldete Griechenland für das dreijährige Hilfsprogramm bis zu 120 Milliarden Euro benötigen. Deutschland dürfte dann weitere Kredite von 17 Milliarden Euro zu schultern haben. Bundestag und Bundesrat sollen das Gesetz über die Kreditbürgschaft in der nächsten Woche verabschieden.

Führende Politiker aus Union und FDP sprachen sich gegenüber dieser Zeitung für die Milliardenkredite unter strengen Auflagen aus. Der baden-württembergische Ministerpräsident Stefan Mappus (CDU) sagte: „Ich habe großes Verständnis für diejenigen, die emotional betrachtet finanzielle Hilfen ablehnen, aber ökonomisch betrachtet sind sie alternativlos.“ Von einem Staatsbankrott Griechenlands wären vor allem die Länder betroffen, bei denen Griechenland hoch verschuldet sei.

Der CSU-Landesgruppenvorsitzende Hans-Peter Friedrich sagte, ein ungeordneter Staatsbankrott Griechenlands hätte unabsehbare Folgen: „Die finanziellen Verflechtungen Europas sind viel zu eng, als dass wir so etwas zulassen könnten, ohne weitreichende Schäden für andere Länder, auch für Deutschland und seine Bürger, zu riskieren.“ Auch der nordrhein-westfälische FDP-Chef Andreas Pinkwart lehnt die Hilfen nicht ab, forderte aber eine Beteiligung der Banken: „Garantien für Griechenland sind als Ultima Ratio nur möglich, wenn sich das Land einer soliden Sanierung stellt und die Banken einen angemessenen Beitrag leisten.“ Faz.net 2

 

 

 

Fremde Freunde? Politische Kultur in Deutschland und Italien im Dialog

 

Egregio Sig. Bassanelli, Sicher haben auch Sie schon von Gian Enrico Rusconis These gehört, nach der die Beziehungen zwischen Deutschland und Italien sich in einem Zustand der „schleichenden Entfremdung” befinden: Zwar bewundern die Italiener die Deutschen in ihrer politischen Haltung und Pragmatik, lassen ihren Bekundungen jedoch keine Taten folgen. Die Deutschen hingegen finden ihr südliches Nachbarland in größtem Maße sympathisch und studieren dessen Kultur und Geschichte mit Vorliebe, betrachten es aber als politisch nicht Ernst zu nehmend.

 

Entspricht es wirklich der Realität, dass die deutsch-italienischen Beziehungen an einem Tiefpunkt angekommen sind?

 

Beide Länder haben in Wirklichkeit viel mehr gemeinsam, als es auf den ersten Blick scheint: Eine ähnliche historische Vergangenheit, das Schaffen gemeinsamer Institutionen im Rahmen des europäischen Zusammenwachsens, zwei junge Generationen, die erwartungsvoll auf ihre Zukunft schauen – all das sind Grundlagen für ein funktionierendes Vertrauensverhältnis.

Vor allem aber, wenn Deutsche und Italiener ihre Potentiale zusammenführen, kann Großartiges daraus entstehen, wie zum Beispiel schon bei den Römischen Verträgen, aber auch für die Zukunft Europas.

 

Dies aktiv zu fördern hat sich die Konrad-Adenauer-Stiftung in Rom zum Ziel gesetzt und ein Online-Forum zur Förderung des deutsch-italienischen Dialogs initiiert.

30 Experten haben sich Gedanken zu Themen aus Staat und Politik, Bildung und Wissenschaft, Wirtschaft und Soziales sowie Kultur und Gesellschaft gemacht – jeweils aus der Perspektive beider Länder.

 

Die Bedeutung des Projekts spiegelt sich auch in seiner tatkräftigen Unterstützung von Seiten des deutschen Botschafters in Italien, Michael Steiner, und seines italienischen Amtskollegen in Berlin, Michele Valensise, wider. Wir freuen uns, dass sie die Schirmherrschaft zu diesem Projekt übernommen haben.