WEBGIORNALE  6-9  Maggio  2010

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Grecia. Un segnale a tutti. Il tentennamento dei tedeschi 1

2.       Merkel: «Sulla Grecia si gioca il futuro dell'Ue, il Patto di stabilità va cambiato»  1

3.       Si è dimesso il ministro Scajola. Lo scudo sbrecciato  1

4.       Rinvio delle elezioni Comites. Le Commissioni del Cgie anticipate per protesta a maggio e aperte alle associazioni 2

5.       “L’Europa in movimento e le istituzioni europee”  2

6.       Media italiani all’estero. Cretti (Fusie): E' ora di pensare alle testate online  3

7.       Il dibattito al Senato sul “Il ruolo dell’istruzione nella costruzione della coscienza civile europea”  4

8.       PostaCertificat@ al Ministero degli Esteri. Bene i Consolati, ancora indietro dli IIC  5

9.       Il Cgie chiede “funzionari itineranti” per le comunità della diaspora  5

10.   “L'Europa in movimento”. Il documento finale  5

11.   65. Anniversario della Liberazione del Campo di concentramento di Dachau  6

12.   Dortmund. Il Comites a Frattini: No alla chiusura dell’Ufficio Scuola del Consolato  6

13.   "Italiens", il progetto dell’Ambasciata per promuovere i giovani artisti italiani di Berlino  7

14.   Pubblicazione del MediaClub Germania. La presentazione il 12 giugno a Colonia  7

15.   Alcune delle iniziative dei prossimi giorni a Monaco di Baviera e dintorni 7

16.   La battaglia dell’associazione “Mafia? No grazie!” di Berlino in un’inchiesta di Rai News 24  9

17.   Berlino. L’11 maggio il presidente dell’Ansa Giulio Anselmi alla Freie Universität 9

18.   A Basilea in corso una mostra di Mosaici del Friuli per ricordare i 50 anni del Fogolâr Furlan  9

19.   Micheloni (Pd): "Dopo Di Girolamo si è rafforzata l’area che vuole affossarci"  9

20.   Interrogazione di Aldo Di Biagio sui problemi dell’editoria italiana all’estero  10

21.   La stampa italiana all’estero. Non solo informazione  10

22.   Grecia paralizzata, tafferugli in piazza, paese allo sbando  10

23.   Grecia. Odissea 2010. Una drastica cura per rimanere nell'Unione europea  11

24.   Malinconie tedesche  11

25.   Gli errori dell'Europa  12

26.   Alle urne per cercare la rinascita, l'Inghilterra volta pagina in tv  12

27.   Frattini: “La nuova Farnesina a fianco di chi vuole competere all'estero”  13

28.   Festa della Liberazione? Né festa né liberazione! 14

29.   Il rebus della successione di Scajola  14

30.   Fini: «Non c'è congiura dei giudici contro il governo»  15

31.   Il futuro è sotto una sola bandiera. Chi offende l’unità d’Italia affossa il federalismo  15

32.   Berlusconi teme l'effetto domino sulle inchieste. Possibili nuovi sviluppi 16

33.   Pdl, Verdini indagato per corruzione. Lui replica: «Non mi dimetto»  16

34.   Bersani: verminaio da far paura  17

35.   Fuori la verità  17

36.   Lingue, la nostra università fanalino d'Europa  17

37.   Ministri tra case e Casalesi... 18

38.   150 anni dell'Unità d'Italia, nuovo duello Bossi-Fini 18

39.   Il doposisma: le domande degli aquilani 19

40.   Novara, la Lega multa la signora in burqa  19

41.   Riunito il Consiglio direttivo dell’Associazione Bellunesi nel Mondo. Uscito il numero di maggio  20

42.   Il Governo dell’Abruzzo ha azzerato già da due anni (2009-2010) il bilancio Emigrazione  20

43.   Tenuto il 12° Congresso dell’Usef. Lauricella ed Augello confermati alla guida dell’associazione  20

44.   Convegno dei Parlamentari eletti all’estero e della Dante su promozione e tutela della lingua italiana nel mondo  21

45.   Dal 7 al 9 maggio alpini da tutto il mondo a Bergamo per la 83ª Adunata nazionale  21

 

 

1.       Italien. Berlusconis Vertrauter tritt zurück  21

2.       Berlusconi-Vertrauter tritt von Ministeramt zurück  22

3.       Kommentar zu Scajola-Fall. Ein Hang zur Korruption  22

4.       Ein starkes Stück Ressource. Gründungen von Migranten  22

5.       Integration. Berlin will Migranten per Gesetz bevorzugen  23

6.       Zuwanderung. Australien entwickelt neue Hürden für Ausländer 24

7.       Migranten in Mexiko. Vergewaltigt und ausgeraubt 25

8.       Null Toleranz in Triest: Der Letzte macht das Licht aus  25

9.       Neuer Bildungsbericht. Dem Fachkräftemangel vorbeugen  26

10.   Schulsysteme in Einwanderungsgesellschaften. Vom Grünbuch bis zu den Empfehlungen des Ministerrats  26

11.   Parlamentswahlen. Cool Britannia war gestern  27

12.   Neun Antworten zur Krise. Griechen, was nun?  27

13.   Staatsdefizite. EU-Schuldenkrise weitet sich aus  28

14.   Merkels Regierungserklärung. Kanzlerin verteidigt Griechenland-Hilfe  28

15.   Tote bei Generalstreik in Athen. So weit der Zorn sie trägt. "Wie eine ausgebombte Stadt"  29

16.   Griechenland-Hilfe. Wahltrend – Deutsche bestrafen Union und Merkel 30

17.   NRW-Wahlkampf. Auf die Last-Minute-Wähler kommt es an  30

18.   80. Geburtstag von Helmut Kohl. ''Mein Leben hat einen Sinn gehabt'' 30

19.   Gericht stoppt Kirchensteuertrick  31

20.   Euro stürzt ab Rettung? Welche Rettung?  32

21.   Thierse verteidigt Sitzblockade bei Neonazi-Demo  32

22.   Koch-Mehrin und das Burka-Verbot. "Eine völlig sinnlose Debatte"  33

23.   Innenminister de Maizière. Verbot der Burka "nicht erforderlich"  33

24.   10.000 Roma droht die Ausweisung. Integriert und doch nicht sicher 34

25.   Islamischer Film. Das Kino ist zu schnell fürs Bilderverbot 34

26.   Langen italienischen "Kinosonntagen" in Köln  35

27.   München. Preview der BR-Dokumentarfilme »Bayern und Italien  35

 

 

 

 

Grecia. Un segnale a tutti. Il tentennamento dei tedeschi

 

Negli sforzi per salvare la Grecia dalla bancarotta, Angela Merkel non ha reso facili le cose ai suoi partner. Si è ostinatamente richiamata al rispetto delle regole previste nei trattati per questi casi, premendo affinché la Grecia cambiasse radicalmente l'orientamento della propria politica finanziaria e di bilancio con un rigoroso programma economico di risparmio. Tra le altre cose è stato necessario attivare il Fondo monetario internazionale, un provvedimento che non è stato gradito da molti europeisti convinti, che in ciò hanno ravvisato un'ammissione del fallimento europeo.

 

Per meglio interpretare il comportamento della cancelliera, dobbiamo ricordare che nelle trattative sull'introduzione dell'euro, il governo tedesco ha imposto la regola secondo cui i debiti di uno Stato membro non possano essere assunti dall'Unione monetaria. Ciò dovrebbe impedire situazioni come quelle in cui si è trovata l'Unione monetaria a causa della cattiva gestione finanziaria della Grecia. Ogni Stato membro deve essere corresponsabile e dare il proprio contributo alla stabilità dell'euro.

 

La regola del "no bail out" (secondo la quale gli Stati Ue non possono farsi garanti del debito di un altro Paese membro, ndr) adottata nel Trattato di Maastricht (1992) sulla base di questa considerazione, appariva necessaria per via dell'esperienza in base alla quale alcuni governi (soprattutto negli Stati meridionali) tendono tutt'ora a risolvere i propri problemi con l'indebitamento, ben sapendo che si tratta di una strada sbagliata, ma nella speranza di riuscire ad avere in qualche modo la situazione sotto controllo in tempo. Ciò ha avuto conseguenze terribili per l'andamento economico di questi Paesi. Al deprezzamento delle loro valute è sempre seguito un incremento del tasso di disoccupazione e una perdita di benessere. Con le norme sul bilancio prescritte dal Trattato di Maastricht e dal Patto di stabilità (1997) si dovrebbe porre un freno a tali pratiche nell'Unione monetaria.

 

Come si è tuttavia visto, l'accordo contrattuale non esclude il comportamento erroneo di alcuni membri. Ciò manifesta un problema fondamentale per l'Unione monetaria: fintantoché essa comprende Stati sovrani, ossia non dispone di proprio spazio statale, in cui tutti i membri siano sottoposti ad una disciplina comune basata su una Costituzione, la costruzione resta precaria nonostante tutte le promesse reciproche. Pertanto, l'Unione monetaria richiede soprattutto di essere integrata da un'Unione monetaria in cui anche la politica finanziaria e di bilancio venga concepita e controllata a livello comunitario. Inoltre, il completamento dell'Unione politica resta obiettivo irrinunciabile, senza il quale, nel lungo periodo, l'euro perde senso e consistenza.

 

Sarebbe assolutamente erroneo ricondurre l'esitazione della cancelliera ad una mancanza di solidarietà con un partner nell'emergenza. Il suo atteggiamento deriva piuttosto dalla preoccupazione per la stabilità a lungo termine dell'euro e per la sussistenza e il futuro dell'Unione europea. Quando insiste per ottenere che il governo greco crei con i propri sforzi le premesse per un pacchetto di aiuti da parte dei partner, Merkel non solo vuole far sì che il risanamento della Grecia venga introdotto in modo definitivo, ma intende anche dare un incontrovertibile segnale di avvertimento agli altri partner che hanno imboccato la via dell'indebitamento. Questo intento pedagogico non viene compreso ovunque e viene criticato in particolare da coloro che non riescono ad assumere un atteggiamento di questo genere, così scomodo e rigoroso ma oggettivamente necessario.

 

Ogni crisi nasconde un'opportunità. Il movimento di unificazione europea ha sempre avuto una spinta in avanti nei momenti in cui era importante superare una crisi. I responsabili di governo e i parlamenti degli Stati membri difficilmente potranno ignorare la forza di persuasione degli insegnamenti tratti dall'attuale crisi. Si tratta di una gestione responsabile e sostenibile nell'interesse sia proprio che comunitario; e si tratta dello sviluppo politico e istituzionale dell'Unione in una federazione che disponga di un governo con capacità di agire nella propria area di responsabilità.

Thomas Jansen (Germania), già presidente del Comitato centrale dei cattolici tedeschi (sir)

 

 

 

 

Merkel: «Sulla Grecia si gioca il futuro dell'Ue, il Patto di stabilità va cambiato»

 

Storico discorso al Bundestag: «Europa a un bivio, la Germania ora ha una particolare responsabilità» - Cancelliera favorevole a ritiro diritto di voto dei paesi che non rispettano i trattati

 

MILANO - La crisi greca e le sue conseguenze per l'Europa sono state al centro del discorso tenuto dalla cancelliera tedesca Angela Merkel davanti al Bundestag, il Parlamento tedesco. Un discorso definito «storico» dalla maggior parte dei commentatori.

CRISI GRECA E LEADERSHIP TEDESCA - Gli aiuti alla Grecia sono necessari perchè «ne va del futuro dell'Europa e del futuro della Grecia in Europa» ha esordito la Merkel che ha difeso il piano di sostegno ad Atene, assicurando che nessuna decisione sugli aiuti alla Grecia sarà presa senza la Germania o contro la Germania. «La chiave per superare la crisi è con la Grecia», ha aggiunto Merkel, per la quale l'Europa «si trova a un bivio». La cancelliera tedesca ha sottolineato che dalla crisi finanziaria greca arriva una lezione, ovvero la necessità di cambiare il Patto di Stabilità dell'Unione Europea. «Il compito del mio governo, e di tutti i membri di questa assemblea oggi, è assicurarsi che si aderisca al patto di stabilità, di difenderlo e continuare a modificarlo, (traendo una) lezione da questa crisi», ha dichiarato la Merkel. «Deve essere riformato in modo tale che non possa essere più violato», ha aggiunto, sottolineando «la particolare responsabilità della Germania in questo processo di riforma. La cancelliera si è detto favorevole al ritiro del diritto di voto - in seno alle istanze europee - ai Paesi che non rispetterebbero i criteri di «ortodossia di bilancio» europei, come «ultima istanza». Inoltre, «una procedura di mancato pagamento organizzato deve essere elaborata» per gli stati della zona euro, ha aggiunto, riprendendo un’idea avanzata dal suo ministro delle Finanze, Wolfgang Schaeuble. «Mi impegno personalmente e con forza per questo» e questo stesso processo legislativo di modifica dei trattati si annuncia «lungo e laborioso».

JUNCKER: «NON C'E' RISCHIO CONTAGIO PER SPAGNA E PORTOGALLO» - Una nuova rassicurazione è arrivata dal presidente dell'Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, che ha ribadito che non ci sono rischi di contagio della crisi greca ad altri Paesi europei come Spagna e Portogallo. Secondo il presidente dell'Eurogruppo la situazione dei due Paesi «non è assolutamente paragonabile a quella della Grecia». Pertanto, per Juncker, «non esiste il rischio di un contagio oggettivo». Il primo ministro lussemburghese ha anche escluso la possibilità che la crisi conduca a una «disintegrazione dell'euro». CdS 5

 

 

 

 

Si è dimesso il ministro Scajola. Lo scudo sbrecciato

 

C'è del metodo nella follia che si abbatte sul governo con lo scandalo Scajola, costringe il ministro alle dimissioni, e colpisce con uno sfregio il tabernacolo del potere berlusconiano, di cui l'ex titolare delle Attività Produttive fa parte fin dall'inizio, sedici anni fa.

 

Dopo che Repubblica aveva dato la notizia dell'inchiesta sulla casa del ministro pagata da un costruttore, il mondo berlusconiano ha tentato di far valere per alcuni giorni anche per Scajola lo specialissimo scudo di dissimulazione, banalizzazione, vittimizzazione che il Premier impiega abitualmente per difendere se stesso, quando spunta un'ipotesi di reato. Ma questa volta si è capito che lo scudo del potere è sbrecciato: di fronte all'evidenza dei fatti, alle testimonianze convergenti, all'incapacità di mettere in campo obiezioni concrete e fondate, la strategia del vittimismo, della "campagna mediatica", del "fango" non ha retto. Il ministro ha dovuto dimettersi davanti alla pubblica opinione prima ancora che davanti ai rilievi dei magistrati e alle domande del Parlamento, dimostrando che Berlusconi alla fine sa proteggere soltanto se stesso, e che i cittadini attraverso i giornali possono far valere le buone ragioni di chi chiede conto al potere dei suoi comportamenti.

 

Si capisce perfettamente che il presidente del Consiglio, con l'immagine del governo deturpata dalle dimissioni obbligate del ministro, si lamenti dei giornali e del loro ruolo, come fa ogni volta che uno scandalo lo sovrasta. "C'è fin troppa libertà di stampa", ha detto ieri, e non si capisce se è una denuncia o un programma. Effettivamente, la libertà di stampa che il Premier vorrebbe ridurre con la legge sulle intercettazioni ha portato alla luce lo scandalo, ha costretto il ministro a infilare una serie di contraddizioni e di spiegazioni impossibili, ha prodotto documenti e testimonianze di altri attori di questa vicenda, e infine ha indotto Scajola a firmare le sue dimissioni, per la seconda volta in pochi anni: a conferma, almeno statisticamente, dell'imperizia del Cavaliere nella scelta dei suoi collaboratori.

 

Ma il metodo è altrove, oltre la coazione a ripetere di Scajola, oltre la tentazione a coprire gli scandali del Cavaliere. Questa storia, infatti, promette di essere soltanto all'inizio, pronta ad allargarsi pericolosamente. Vediamo. Il ministro è accusato di essersi fatto comprare (per due terzi) una casa da un costruttore che è nel giro degli appalti di Stato, è al centro del turbine vorticoso della Protezione Civile, è pronto a trasformarsi - dicono le carte dei magistrati - in sbrigafaccende per i potenti che ruotano intorno a Palazzo Chigi. Scajola nega di aver avuto soldi da questo Anemone, ammette che qualcuno a sua insaputa potrebbe aver pagato in parte quell'appartamento a suo nome, parla di intimidazioni nei suoi confronti, fa intendere manovre politiche ai suoi danni, per farlo fuori. Ma non rivela nessun elemento che possa dar corpo ad una operazione orchestrata ai suoi danni, né fa i nomi dei manovratori che - forse nel suo partito - agirebbero contro di lui.

 

Resta in campo dunque soltanto l'ipotesi di una casa pagata coi soldi di un costruttore: tanto che sotto il peso di questa unica ipotesi, il ministro si deve dimettere. Ma un minuto dopo l'evidenza di questo peso giudiziario e politico, nasce una domanda obbligatoria, a cui Scajola - e non solo lui - deve rispondere anche dopo le dimissioni: perché un costruttore sborsa 900 mila euro per comperare la casa a un ministro? Qual è la ragione, quale la logica, quale il tornaconto? In sostanza: cosa ha fatto quel ministro, cosa ha fatto il governo di cui fa parte, per ottenere quella ricompensa? A quale obbligo di riconoscenza rispondeva il costruttore, per sdebitarsi così generosamente (e imprudentemente) con uno degli uomini più in vista, oggi come ieri, del governo Berlusconi?

 

Questa è una domanda che non può restare senza risposta. Le dimissioni risolvono un imbarazzo istituzionale ma non sciolgono il nodo di quel favore, la ragione politica, governativa, quindi pubblica, che sta dietro quell'operazione di mutuo soccorso di cui la pubblica opinione conosce soltanto un elemento, i 900 mila euro del costruttore per la casa del ministro. Ma in cambio di che cosa? Di quale favore evidentemente non confessabile, se ha un prezzo così alto e così intimo? Di quale promessa economicamente rilevante, se l'anticipo è di queste dimensioni? Di quale meccanismo di scambio collaudato e sicuro, se lo si olia con 900 mila euro?

 

Il punto politico è proprio qui, dove comincia il metodo. Scajola sembra essere soltanto uno degli attori di questa vicenda in cui si incontrano il governo, gli appalti, la Protezione Civile, la propaganda, l'emergenza, i grand commis profittatori, i magistrati compiacenti, i costruttori beneficati e benefattori. Un insieme che è stato chiamato la "cricca" impropriamente, perché non è il cast di un film dei Vanzina: è un vero e proprio "sistema" politico-affaristico, con gli appalti di Stato che in nome dell'emergenza sfuggono a ogni regola e a tutti i controlli, movimentano miliardi e producono un ritorno in favori d'ogni genere, dai massaggi alle ristrutturazioni delle case, dagli appartamenti pagati ai conti degli alberghi, alle prostitute, alle assunzioni dei parenti.

 

Nelle carte dell'inchiesta sulla Protezione Civile, questo sistema è descritto nei dettagli, disegnato con ritratti precisi ed espliciti. Anche se oggi si prova a dimenticarlo, quel "sistema" è venuto in parte alla luce, è sotto gli occhi di chi vuol vederlo, e qualcuno dovrà renderne conto. Proviamo a inserire Scajola e gli ottanta assegni dentro il perimetro di quel sistema e tutto diventa coerente, e comprensibile. Il ministro, probabilmente, non si riteneva immune personalmente, come il suo Capo: ma pensava e sapeva di far parte del "sistema", perché conosceva i meccanismi di funzionamento, il nome e il cognome dei beneficati, le garanzie reciproche di sicurezza che legano gli appalti e i favori, all'ombra del governo.

 

Che ha da dire il governo, su questo? L'onorevole presidente del Consiglio? Chi spiega ai cittadini perché, e in cambio di che cosa, quel costruttore doveva comprare una casa al ministro? La domanda resta in campo, senza risposta fino ad oggi. La responsabilità penale è certamente personale: ma quella politica è più ampia, e il governo Berlusconi deve risponderne insieme con Scajola. EZIO MAURO LR 5

 

 

 

 

Rinvio delle elezioni Comites. Le Commissioni del Cgie anticipate per protesta a maggio e aperte alle associazioni

 

Roma - Per protestare contro il rinvio delle elezioni del Comites, il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero ha deciso di anticipare al maggio le commissioni continentale ed aprirle ai rappresentati dei Comites, delle associazioni, dei giovani. L’intenzione è quella di dare massima visibilità alla contrarietà dei nostri connazionali a quanto stabilito dal decreto del Cdm di venerdì scorso. Le continentali dovrebbero tenersi dal 21 al 23 maggio. Una iniziativa messa in discussione da Cretti e Nardi, entrambi consiglieri della Svizzera, per la concomitanza della festa di Pentecoste, "sacra" in Svizzera e Germania, come pure da Marzo (Belgio).

 

A rendere perplesso Cretti, in realtà, è anche un’altra considerazione: "posto che queste continentali saranno una protesta efficace se sono partecipate e seguite dai media, rischiamo che prima del 20 maggio il decreto vada in Aula e renda vana tutta l’operazione". Il consigliere, in alternativa, ha proposto di sostituire l’iniziativa con una "giornata di mobilitazione che coinvolga contemporaneamente tutti gli Intercomites".

Ma il Consiglio è di altro avviso. Dunque, sì alle continentali in vista delle quali è stato approntato un "volantino" informativo che spiega le ragioni della protesta. Ne riportiamo di seguito il testo.

 

"Si chiudono numerose sedi consolari, attraverso il taglio dei finanziamenti si limita lo svolgimento dei corsi di lingua e cultura italiana; non si tutelano i cittadini disagiati, in particolare in America Latina; si dimezzano i fondi destinati alla stampa italiana all’estero; si rinvia per la seconda volta, con un decreto, l’elezione dei Comites e del Cgie, spostando complessivamente di tre anni la scadenza elettorale naturale.

Tutto il sistema di rappresentanza degli italiani che vivono e lavorano nel mondo è messo in discussione, la libertà di informazione viene limitata, l’assistenza ai connazionali bisognosi e il sostegno alle imprese italiane sono destinati a peggiorare, la stessa cultura del nostro paese è minacciata.

Il consiglio generale degli italiani all’estero insieme ai Comites

Vuole invece che vengano rafforzati gli interventi pubblici a sostegno delle nostre comunità, con particolare impegno a promuovere forme reali di innovazione; chiede il reintegro entro l’anno dei finanziamenti per i giovani italiani all’estero; che siano assicurati almeno i livelli fisiologici della rete dei servizi consolari, che sia impedita la discriminazione nell’esenzione dell’Ici, che siano ripristinati i fondi per l’assistenza, nonché quelli a favore dei corsi di lingua e cultura italiana;

fa appello ai Presidenti di Camera e Senato, ai presidenti dei Gruppi parlamentari, in particolare agli eletti della Circoscrizione Estero, affinché si adoperino per annullare il rinvio delle elezioni dei Comites in sede di conversione in legge del decreto del Governo;

si impegna a coinvolgere le regioni, le associazioni degli italiani nel mondo, i giovani per raccogliere e far sentire con forza la voce degli italiani nel mondo e contrastare concretamente la deriva di sfiducia e lo spirito di rinuncia che si stanno diffondendo a causa dei colpi assestati alle politiche in favore degli italiani nel mondo". (aise)

 

 

 

 

“L’Europa in movimento e le istituzioni europee”

 

Fra gli interventi alla Conferenza dei Consigli Europei dei residente all’Estero (a Roma il 30 aprile) quelli del senatore Randazzo (Pd), della presidente Commissione per le Politiche dell’Unione Europea Rossana Boldi e dei componenti dei Consigli

 

  ROMA –La Conferenza dei Consigli Europei Residenti all’Estero, svoltasi al Senato della Repubblica, è stata caratterizzata, dopo i saluti e le relazioni istituzionali, dagli interventi dei rappresentanti delle comunità migranti dei vari paesi. Vladimir Skalsky, presidente dell’Associazione Mondiale degli Slovacchi all’Estero si è detto d’accordo con la proposta, avanzata dal segretario generale del Cgie Elio Carozza, di attivare un’istituzione comunitaria che tuteli i cittadini europei all’estero. Un’agenzia che si occupi di cittadinanza e delle questioni connesse al diritto di voto. Skalsky  ha annunciato che il 13 giugno si terrà a Bratislava l’assemblea generale degli Europei nel Mondo. Simon–Pierre Nothomb (Belgio) ha evidenziato come gli europei residenti fuori dai confini dell’U.E., in tutto circa 80 milioni di persone, sentano più intensamente i valori dell’Europa, rispetto a quelli che risiedono nella casa comune europea. Nothomb ha anche auspicato una presa di coscienza della valenza della diaspora europea.

  Silvana Mangione, vice segretario generale per i Paesi Anglofoni  del Cgie, si è detta favorevole ad un allargamento sia delle opportunità di partecipazione dei cittadini europei che vivono fuori dall’Europa, sia di tutti i programmi per i giovani già previsti dagli statuti dell’Unione, ai ragazzi residenti in Stati non europei. Un’iniziativa, quest’ultima,  che consentirà di salvaguardare nelle nuove generazioni, attraverso un’operazione di cultura ritorno, la coscienza dell’appartenenza europea.

  Per Robert Gillespie, Blackhall (British Community Commitee) si deve avere una voce sola per far valere i diritti degli europei residenti fuori dai confini dell’U.E. Il rappresentante del Regno Unito ha condiviso l’idea di creare una specifica agenzia europea ed un apposito Commissario comunitario nonché una federazione di associazioni nazionali. Sheila Telford, British Community Commitee, ha invece sollevato il problema dei circa 45 mila pensionati britannici in Canada che, a causa di alcune decisioni del governo inglese, si sono visti bloccare i loro proventi pensionistici. Uno stop previdenziale che è applicato solo per alcuni dei paesi di residenza.    

  "Christopher Chantrey, presidente della Comunità britannica in Francia, si è detto contrario alla decisione dell’Inghilterra di far perdere il diritto di voto ai cittadini britannici che risiedano nel mondo da più di 15 anni. Una decurtazione dei diritti del migrante che, secondo Chantrey, non è accettabile da parte dell’Unione Europea.

  Il senatore del Pd Nino Randazzo, eletto nella Ripartizione Asia – Africa – Oceania – Antartide, ha ricordato come “questo ambizioso progetto di costruzione di un sistema di rappresentanza democratica nell’ambito dell’Ue di cittadini europei residenti in un paese diverso da quello d’origine, muova i primi passi proprio dalla città in cui furono firmati i trattati di Roma” . Randazzo ha inoltre auspicato l’inserimento fra le varie rivendicazioni dell’incontro anche del diritto di voto passivo per il migrante Ue, con relativa introduzione di una rappresentanza diretta nel Parlamento europeo di cittadini dell’Unione residenti in paesi extraeuropei. Il senatore ha sottolineato l’esigenza di dare un forte segnale contro il nazionalismo e il regionalismo esasperato presente all’interno dell’U.E.

  Il consigliere del Cgie Claudio Pozzetti (Cgil – Frontalieri) ha ricordato come a tutt’oggi siano presenti in Europa circa un milione di frontalieri, fra cui 75.000 italiani. “In questo momento – ha spiegato Pozzetti - è importante mantenere l’indennità speciale di disoccupazione per i frontalieri italiani in Svizzera. Con l’entrata in vigore degli accordi bilaterali di libera circolazione tra Ue e Svizzera è infatti venuta meno la retrocessione verso l’Inps dei contributi versati dai frontalieri direttamente in Svizzera. Ad oggi la somma raccolta da questo fondo per le indennità di disoccupazione è di circa 380 milioni di euro. Noi crediamo - ha aggiunto - che tutto questo vada mantenuto”.

  Sylvia Moore del British Community Commitee ha criticato le burocrazie che ostacolano i diritti dei migranti ed ha segnalato come ancora oggi gli olandesi all’estero paghino l’assicurazione sanitaria in Olanda, non avendo però diritto al rimborso per le cure sostenute nei Paesi di residenza. Moore si è inoltre detto favorevole alla costruzione di un organo di rappresentanza collegiale per le comunità europee fuori dai paesi d’origine. Il vicepresidente dell’Assemblée des Francais de l’étranger (Afe) Jean Yves Leconte, ha auspicato la creazione di un’Europa che parta dal basso, e l’attivazione del Servizio Europeo Affari Esterni che dovrebbe progressivamente sostituire i tradizionali servizi consolari dei vari paesi. Anche Leconte ha sostenuto l’esigenza di far votare gli europei residenti fuori dall’Ue per il Parlamento di Strasburgo.

  Secondo Francisco Nardelli, vice segretario generale del Cgie per i Paesi dell’America Latina, l’elezione di una rappresentanza dei deputati europei oltreoceano favorirebbe l’avvio di un dialogo costruttivo fra l’Europa e le altre realtà continentali che si stanno consolidando come il Mercosur o il patto dei Paesi Andini.

  Noreen Bowden (Europei nel Mondo) ha segnalato come in Irlanda si stia lavorando dal punto di vista culturale per cercare di creare una rete degli irlandesi all’estero che sicuramente, con le loro professionalità, aiuteranno la ripresa economica del paese d’origine. Bowden ha inoltre auspicato un intervento dell’Unione Europea che conceda agli irlandesi all’estero quel diritto di voto all’estero negato.

  Michele Schiavone, componente del Comitato di Presidenza del Cgie per Europa, ha sostenuto l’esigenza che nell’Unione Europea i migranti debbano essere cittadini a pieno titolo ovunque risiedano. Per Schiavone appare inoltre indispensabile un aumento di conoscenza della storia europea in modo da far sentire una persona al contempo cittadino europeo e del paese da cui proviene.

  Dopo l’intervento del componente del CdP del Cgie per l’Europa e Nord Africa Tommaso Conte, che ha ricordato il problema del mancato riconoscimento dei titoli di studio e delle qualifiche professionali da parte di diversi Paesi dell’U.E. la senatrice francese eletta all’estero Joelle Garriaud Maylam ha insistito sulla necessità di battersi per garantire il diritto di voto a tutti i cittadini dell’Unione residenti in un paese diverso da quello d’origine, Una discriminazione che - ha detto - va contrastata anche attraverso la creazione di organo di coordinamento delle comunità migranti dell’U.E. 

  Franco Santellocco, presidente della V Commissione del Cgie,  ha ricordato  la recente istituzione del Comitato degli Algerini nel Mondo che, insieme al Cgie e all’Assemblea dei Francesi nel Mondo definisce l’area Mediterranea. Uno spazio in cui l’Italia rappresenta un balcone per l’Europa e può nascere un’aria di libero scambio che interessa più di 550 milioni di abitanti. Una grande occasione di pace e di positiva concorrenza nei confronti delle nuove potenze commerciali emergenti.  

  “ I nostri connazionali all’estero - ha affermato il presidente della Commissione per le Politiche dell’Unione Europea del Senato Rossana Boldi - sono un ponte prezioso verso altre culture e mantengono intatti i valori e i tratti distintivi della proprie comunità. Penso agli affetti della famiglia, alla dedizione al lavoro, alla serietà, alla tenacia e all’ingegnosità. I connazionali nel mondo – ha aggiunto - devono essere coinvolti nel rinnovamento dell’Italia ed essere protagonisti del cammino d’integrazione europea”. La Boldi ha poi parlato dell’importanza di garantire l’accesso ai servizi a livello europeo di sanità e giustizia per i cittadini residenti fuori dall’Unione. In tal senso il Consiglio Europeo sta lavorando ad una proposta di direttiva sull’assistenza sanitaria transfrontaliera che avrà l’obiettivo di adottare principi comuni e omogenei per l’accesso a tutti i sistemi sanitari dell’U.E.  La Boldi ha inoltre ricordato come,  dopo l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, sia prevista la creazione del Sevizio Europeo per l’Azione Eterna (SEAE) , il primo passo per una presenza diplomatica e consolare europea. (Goffredo MorgiaInform)

 

 

 

 

 

Media italiani all’estero. Cretti (Fusie): E' ora di pensare alle testate online

 

A pochi giorni dalla nomina, il presidente Fusie spiega i primi due obiettivi del suo incarico - di Barbara Laurenzi 

 

Roma - Si dice “stanco di sentir dire in giro che la stampa italiana all’estero è costituita da persone truffaldine” e pronto a controllare realmente le testate che si aggiudicano i finanziamenti pubblici Giangi Cretti, nuovo presidente Fusie, incontrato da ItaliachiamaItalia.net a margine della plenaria Cgie presso la Farnesina, a Roma.

 

Intervenendo nel corso della sua nomina, il senatore Pidiellino Basilio Giordano ha dichiarato che non si è opposto al decreto ‘milleproproghe’ perché sarebbe stato inutile e sarebbe servito solo a far propaganda. Lei crede a questa buona fede degli eletti all’estero nella maggioranza?

"Credo che, in questo momento, sia necessario avere comprensione nei confronti degli esponenti della maggioranza. Con i decreti i due rami del Parlamento non hanno l’occasione di discutere ma devono solo eseguire gli ordini di scuderia. Ricordo un solo caso di un eletto all’estero che ha votato contro un decreto. Se non c’è discussione è impossibile opporsi".

 

Con la sua nomina cambierà qualcosa nel campo dei finanziamenti alla stampa per gli italiani all’estero?

"Io sono uno dei tre che ha votato contro il parere, non vincolante, dei Comites sui finanziamenti alla stampa".

 

Per quale motivo?

"Il Comites non ha né gli strumenti né la competenza per esprimere un parere sui finanziamenti. Anche se dicesse che ha denunciato un caso di finanziamenti irregolari, in realtà la denuncia riguarderebbe le autorità preposte che non hanno vigilato".

 

Si spieghi meglio…

"È il consolato che deve fare le verifiche, non il Comites. I finanziamenti devono andare solo a quelle testate che producono realmente e che siano in grado di certificarlo attraverso la relativa documentazione. I Comites, in concreto, non avrebbe i mezzi né la possibilità di eseguire questi controlli".

 

A pochi giorni dal suo nuovo incarico, sa anticiparci le linee guida che seguirà? Ci sono degli obiettivi già fissati?

"Mi sono ripromesso due obiettivi, con verifica a 12 mesi. Il primo è rendere la Fusie in grado di tutelare realmente gli editori che rappresenta. Sono stanco di sentir dire in giro che la stampa italiana all’estero è costituita da persone truffaldine". E per questo "proporrò un codice etico. Il secondo obiettivo, invece, mira ad allargare il concetto di stampa all’estero, penso ad esempio a tutto il mondo delle testate on line".

 

Vuole aprire all’on line la possibilità di accedere ai finanziamenti? Quali saranno i parametri, basterà la registrazione in Tribunale?

"Vorrei che venissero finalmente definiti i criteri affinché le testate on line possano essere considerate ‘stampa’ nel valore informativo del termine, mi riferisco ai criteri di autorevolezza, alla certificazione del numero di lettori realmente raggiunti e così via. Per stabilire tutto questo non basta solo la registrazione in Tribunale".

 

Il quadro andrà ridisegnato anche in seguito al taglio del 50 per cento dei finanziamenti. Pensa che l’approccio del governo cambierà in positivo?

"Non vorrei sembrare pessimista ma a me sembra che il ragionamento del governo sia il seguente: “oggi vi leviamo il 50 per cento, così iniziate ad abituarvi a farne a meno e domani vi leviamo un altro 50 per cento”. Se si vuole ottenere un cambiamento reale è inutile opporsi alle istituzioni, bisogna creare con esse un dialogo aprendo nuovi canali comunicativi, innanzitutto con le Regioni".

Italia chiama Italia

 

 

 

 

Il dibattito al Senato sul “Il ruolo dell’istruzione nella costruzione della coscienza civile europea”

 

ROMA – La sessione pomeridiana della Conferenza dei Consigli europei dei residenti all’estero (venerdì 30 aprile) è stata dedicata al tema “Il ruolo dell’istruzione nella costruzione della coscienza civile europea”. Il dibattito, moderato dal senatore del Pd Claudio Micheloni, è stato introdotto da Roberto Ricci, docente dell’Università Gabriele D’Annunzio di Chieti - Pescara che ha parlato su “L’Europa dei giovani tra nuova cittadinanza e uso pubblico della storia”. Ricci ha sottolineato come attraverso le nuove generazioni, non toccate dalle antiche divisioni, sia possibile sviluppare una nuova coscienza europeista e multiculturale. “Occorre restituire autonomia ai giovani - ha spiegato - con un nuovo welfare attivo di sviluppo e non di semplice protezione. La nuova cittadinanza europea si sedimenta anche grazie alla mobilità dei giovani europei, una  coesione generazionale che si sviluppa attraverso le tecnologie, la musica, gli scambi scolastici e universitari, e può ancora affinarsi con il travaglio delle migrazioni, un fenomeno che va governato in Europa attraverso l’inclusione e l’integrazione”. Secondo Ricci l’insegnamento della storia come elemento di lettura del presente europeo, purtroppo non ancora previsto nelle scuole, potrebbe alimentare la nuova cittadinanza europea. “Attraverso il vissuto dei giovani europei che vivono in paesi diversi da quello d’origine – ha infine precisato Ricci - si può sviluppare una cultura della cittadinanza europea, capace di far vivere nel concreto la Carta dei diritti e l’Europa dei cittadini”.

  “In Europa – ha ricordato la vice presidente del Palamento Europeo Roberta Angelilli (Pdl) – vivono più di 500 milioni di persone con diverse tradizioni e lingue. Il nostro obiettivo non è solo quello di creare una forte area economica, ma uno spazio sempre più politico, fatto di cittadinanza e diritti, in cui la cooperazione tra il settore dell’istruzione e della formazione diano vita a momenti di aggregazione culturale e di coesione sociale”. Dopo aver auspicato un impegno straordinario dell’Ue per la ricerca e l’erogazione di maggiori risorse in favore dei programmi comunitari di alta formazione (Leonardo Da Vinci e Erasmus), la Angelilli ha sottolineato come una delle sfide più grandi sia la creazione di un sistema di riconoscimento reciproco delle qualifiche di studio. Ha poi illustrato i vantaggi derivanti sia dall’Istituto europeo di innovazione e tecnologia, un modello di collaborazione nel campo della ricerca che coinvolge imprese, università e fondazioni e che si occupa di cambiamenti climatici e fonti energetiche rinnovabili, sia dal Servizio volontario europeo 2007- 2013 per cui sono stati stanziati 900 milioni di euro. Si è inoltre soffermata sugli obiettivi della “strategia 2020” dell’U.E; un’iniziativa  formativa  che cerca di rilanciare l’economia europea con una crescita “intelligente, sostenibile e solidale”, di combattere la dispersione scolastica e di aumentare il numero di coloro che raggiungono un diploma universitario, portandolo dal 30% al 40%. “I giovani – ha concluso l’Angelillo - dovranno essere protagonisti , ma le istituzioni europee devono fare la loro parte con uno sforzo finanziario adeguato per la valorizzazione della cultura, intesa come diversità e pluralismo e sfida dell’integrazione. L’obiettivo è quello di creare un Europa che non  sia solo la somma delle diversità ma qualcosa di unico che possa determinare una comune identità europea dalle radici profonde”.

  Ha poi preso la parola il segretario generale di Europa nel Mondo  Nicholas Newman (Gran Bretagna) che ha sottolineato l’esigenza di mantenere in vita, tramite l’istruzione, il legame culturale e l’idea di cittadinanza dei migranti europei. Anche Karine Henrotte Forsberg, degli Svedesi all’Estero (SVIV), ha evidenziato l’importanza dell’istruzione che deve essere impartita ai ragazzi attraverso la propria lingua d’origine. La Henrotte Forsberg ha inoltre segnalato la mancanza di una corretta informazione, da parte dei mass media, sulle attività e dell’Unione Europea. L’importanza dell’insegnamento della lingua d’origine è stata inoltre segnalata dal consigliere del Cgie Anna Pompei Ruedenberg (Svizzera) che ha precisato come tale opportunità sia fondamentale per garantire alle nuove generazioni la possibilità di scegliere le informazioni e quindi avere maggiore cognizione circa la strada da intraprendere.

  Il consigliere del Cgie Fernando Marzo (Belgio) ha ricordato come le minoranze siano le prime vittime del modo, provinciale e  protezionistico, con cui viene gestita l’istruzione nell’U.E.  Secondo Marzo l’Europa deve ricominciare a parlare di multilinguismo e superare il problema del riconoscimento dei titoli di studio. Riccardo Pinna (Cgie - Sud Africa) ha sottolineato la necessità di non dimenticare il fatto che gli italiani nel mondo , anche se residenti in paesi molto lontani, sono cittadini europei. Paolo Castellani (Cgie - Cile) ha invece evidenziato come anche i numerosi latino-americani che vivono in Europa debbano essere tutelali nei loro diritti. Un’attenzione che per il consigliere del Cgie, alla luce della responsabilità storica e culturale che l’Europa ha sempre avuto verso il Sud America,  appare come un atto dovuto.  

  “E’stata fatta l’Europa dei mercati – ha affermato Lorenzo Losi, vice segretario del Cgie per l’Europa e l’Africa del Nord,- adesso facciamo la casa comune della cittadinanza e dei popoli” . Losi ha poi ricordato la distanza che separa ancora oggi le istituzioni europee dalla popolazione  ed ha evidenziato come, in questo momento di difficoltà dell’U.E., i cittadini emigrati possano essere i portatori e i diffusori privilegiati dei valori europei. Per Norberto Lombardi, consigliere del Cgie di nomina governativa, si devono garantire i diritti fondamentali, come ad esempio la formazione, anche ai migranti che non provengono da paesi europei Ha inoltre osservato come il profilo della rappresentanza degli europei all’estero sia di carattere prevalentemente associativo. Alberto Bertali (Cgie – Gran Bretagna) si è soffermato sull’esigenza di porre in essere un discorso europeo che sia visibile e percepito dai cittadini. Un’iniziativa che dia nuovo smalto all’ideale dell’Europa che sta rallentando.

  Teresa Heimans del Consiglio delle Comunità Portoghesi (CCP) ha precisato come a tutt’oggi siano circa 3 milioni i portoghesi residenti in Europa. Ha poi segnalato il rischio della possibile creazione di europei di prima e seconda classe che non abbiano, come dovrebbe essere, i medesimi diritti e doveri degli altri. Dare continuità a questi incontri internazionali dei Consigli e creare un organismo di rappresentanza che lavori con continuità alla preparazione delle riunioni: è l’esigenza posta dal vice segretario generale del Cgie di nomina governativa Andrea Amaro. Sarà inoltre opportuno un forte impegno delle comunità che aiuti gli esecutivi dei vari paesi a predisporre il governo dei fenomeni migratori. Da Amaro sono state infine ricordate le difficoltà anche economiche del nostro paese per quanto riguarda la diffusione della lingua e cultura italiana nel mondo.

  Dino Nardi, componente del CdP del Consiglio Generale per l’Europa e il Nord Africa, si è invece soffermato sulle problematiche connesse alla tutela previdenziale di chi lavora in un paese europeo che non è quello d’origine: migranti che dovrebbero avere anche un idoneo spazio di rappresentanza nel Parlamento europeo. Mario Bosio (Cgie – Francia) ha auspicato la creazione di una scuola che, attraverso programmi comuni, favorisca la diffusione fra gli studenti del concetto di cittadinanza europea. L’importanza della didattica per il futuro dei giovani europei è stata sottolineata anche da Massimo Romagnoli (Cgie – Grecia) che, dopo aver ricordato le radici cristiane dell’Europa, ha auspicato la creazione di adeguati strumenti informativi per le nuove generazioni.

  Dopo l’intervento di Valter Della Nebbia (Cgie- Usa), che ha ipotizzato una graduale estensione della rappresentanza dagli emigrati dell’Ue residenti in Europa ai cittadini europei che vivono e lavorano nei paesi extraeuropei, il consigliere del Cgie Marina Salvarezza (Ecuador) ha affermato che oggi in Europa ai cittadini emigrati dall’America Latina non vengono riconosciuti gli stessi diritti dei migranti provenienti da paesi europei. La Salvarezza ha infatti spiegato come ai migranti provenienti  dal Perù, dall’Ecuador, dalla Colombia e dalla Bolivia venga richiesto, per il loro ingresso in Europa, un ulteriore visto Schengen che prevede disagi burocratici ed alcuni vincoli che finiscono per penalizzare le famiglie più povere.

  Da segnalare infine l’intervento del presidente della Fusie e consigliere del Cgie Giangi Cretti che ha evidenziato come la difficile situazione economica della Grecia, che necessità di aiuti urgenti  da parte dell’U.E., faccia emergere in alcuni paesi dell’Unione sentimenti antieuropei, se non apertamente nazionalisti e xenofobi. Situazione difficile che va affrontata anche attraverso una iniziativa  educativa all’interculturalità, da portare avanti in maniera costante e per lungo tempo.

  Al termine del dibattito l’assemblea ha approvato un documento, che riportiamo in versione integrale in questo numero dell’agenzia, in cui i delegati chiedono, fra le altre cose, la vigilanza da parte delle istituzioni europee sui diritti e le politiche e i servizi consolari riguardanti i cittadini comunitari residenti fuori dalle frontiere dell’Unione Europea, l’espletamento del diritto di voto effettivo per il Parlamento europeo ovunque gli emigrati risiedano, la possibilità per le comunità di eleggere una propria rappresentanza nel Parlamento e l’istituzione di un Consiglio Generale degli Europei residenti all’estero o che lavorano all’estero. (Goffredo Morgia - Inform)

 

 

 

 

 

PostaCertificat@ al Ministero degli Esteri. Bene i Consolati, ancora indietro dli IIC

 

ROMA - A una settimana esatta dal Pec-Day di lunedì scorso, continua ad aumentare il numero delle Pubbliche Amministrazioni in regola con quanto disposto cinque anni or sono dal Codice dell'Amministrazione Digitale (decreto legislativo n. 82 del 7 marzo 2005). La legge prevede infatti che tutte le Pubbliche amministrazioni istituiscano una casella di PostaCertificat@ per ogni registro di protocollo, pubblicando i relativi indirizzi sia sul proprio sito istituzionale sia nell'Indice delle Pubbliche Amministrazioni (www.indicepa.gov.it). Stanno quindi ottenendo significativi risultati le continue sollecitazioni di DigitPA e di Formez così come i ripetuti interventi dell'Ispettorato della Funzione Pubblica, attivati dallo stesso Ministro Brunetta.

In questo contesto il Ministero per la pubblica amministrazione segnala oggi il caso di eccellenza rappresentato dal Ministero degli Esteri, che a oggi ha attivato indirizzi di PostaCertificat@ per tutte le 34 strutture di livello dirigenziale nonché per 206 indirizzi uffici diplomatico-consolari all'estero su 235. Resta invece molto basso il dato relativo agli Istituti di Cultura Italiana all'estero: soltanto 3 indirizzi di Pec sui 92 uffici totali.

Sin dalla metà del 2009, ricordano dal Ministero, il MAE ha sensibilizzato l'intera rete diplomatico-consolare affinché la trasmissione di documentazione verso la sede centrale avvenisse su supporto digitale. Il tradizionale invio per "corriere diplomatico" ha così da tempo assunto un carattere sempre più residuale, essendosi infatti potenziata sempre di più l'opera di digitalizzazione con conseguente fortissima riduzione del consumo di carta. Basti pensare che dal biennio 2008/2009 al biennio 2009/2010 le spese per il "corriere diplomatico" sono diminuite di oltre 400.000 euro (45% del totale). Nello stesso periodo, le spese di posta ordinaria si sono ridotte a circa 465.000 euro (40% in meno rispetto al 2008) e il trend sinora accertato lascia prevedere per il 2010 una spesa complessiva vicina a 100.000 euro, con un'ulteriore riduzione di circa l'80%.

Più in generale, il processo di dematerializzazione al MAE ha consentito di risparmiare nel 2009 il consumo di circa 1,6 milioni di fogli di carta (l'equivalente di 21 alberi di pino alti 15 metri).

Aldilà di questi risparmi, la PEC assume adesso un ruolo centrale nel quadro del processo di realizzazione dei servizi consolari a distanza: grazie a essa i cittadini italiani all'estero potranno infatti richiedere e ottenere in tempi rapidi agli uffici consolari tutti gli atti e i documenti di cui hanno bisogno. (aise)

 

 

 

 

 

Il Cgie chiede “funzionari itineranti” per le comunità della diaspora

 

Gli odg e un volantino in vista delle prossime Commissioni continentali approvati al termine dei lavori del Cgie - L’invio dei funzionari itineranti per i passaporti elettronici, i requisiti per la cittadinanza acquisita a seguito di matrimonio in America latina e il reintegro dei fondi i temi contenuti nei documenti

 

  ROMA – Sono tre gli ordini del giorno che sono stati approvati dal Consiglio Generale degli Italiani all’Estero al termine dell’assemblea plenaria svoltasi la scorsa settimana presso la sede del Ministero degli Affari esteri a Roma.

  Il primo, presentato da Francisco Nardelli per la Commissione continentale America latina, approvato all’unanimità, chiede di fare chiarezza sui requisiti richiesti in alcuni Paesi dell’aera per la notifica della cittadinanza per matrimonio. Per procedere al giuramento dei nuovi cittadini verrebbero richiesti infatti ulteriori atti, quali “un nuovo certificato di matrimonio con la postilla di dichiarazione di entrambi i coniugi resa di fronte a notaio pubblico, che verifichi la sussistenza del vincolo matrimoniale, la presenza del coniuge italiano che testimoni all’atto del giuramento, il certificato del casellario giudiziario del Paese di residenza, etc.”

  Al Cdp si richiede di sollecitare gli uffici competenti a rendere note le circolari emesse in materia “per definire la correttezza delle procedure” e verificare “eventuali indicazioni sulla loro retroattività”.

  Presentanti da Carlo Consiglio (Canada), gli altri due odg approvati. Il primo – che sostituisce un odg analogo proposto da Nardelli – chiede al Mae un impegno concreto sul fronte dei funzionari itineranti da inviarsi presso le collettività residenti lontano dalla sedi consolari per l’acquisizione delle impronte del nuovo passaporto elettronico. Al Mae una sollecitazione affinché si favoriscano “soluzioni operative per ridurre i disagi valutando la possibilità di consentire ai funzionari di visitare ciclicamente le comunità lontane dalla sede”. L’odg è stato approvato all’unanimità.

  L’ultimo odg – approvato a maggioranza con tre astenuti – chiede, nel caso di integrazioni di fondi da destinare agli enti italiani all’estero con l’assestamento di bilancio, “di privilegiare quelli fuori dalla zona Euro, che in questi mesi hanno pagato il prezzo del cambio valutario”.

  Fermo restando – ha puntualizzato il segretario generale Elio Carozza in proposito – la consapevolezza delle situazione di emergenza che coinvolge tutti gli enti italiani all’estero e l’intenzione di non escludere nessuno di essi nel caso di un reintegro, il Cgie si impegna formalmente a indirizzare in particolare eventuali fondi recuperati all’America latina.

  Infine, l’assemblea ha approvato un volantino in vista della anticipata convocazione – probabilmente intorno al 20 maggio prossimo - delle Commissioni continentali, allargate a membri del Comites e a rappresentanti delle associazioni (decisa a seguito del provvedimento del governo per il rinvio del rinnovo dei Comites nella prima giornata di lavori di questa plenaria; vedi Inform n°81 del 27 aprile: http://www.mclink.it/com/inform/art/10n08115.htm). In esso il Cgie chiede che “vengano rinforzati gli interventi pubblici a sostegno delle nostre comunità”, “il reintegro entro l’anno dei finanziamenti per i giornali italiani all’estero”, “l’assicurazione almeno a livello fisiologico della rete dei servizi consolari”, “la cancellazione della discriminazione relativa all’esenzione dell’ICI”, “il ripristino dei fondi per l’assistenza, i corsi di lingua e di cultura italiana”.

  “Il Cgie – prosegue il volantino – fa appello ai presidenti di Camera e Senato, ai presidenti dei gruppi parlamentari e agli eletti nella circoscrizione Estero affinché si adoperino per annullare il rinvio delle elezioni dei Comites in sede di conversione in legge del decreto di governo”.

  Infine, il Consiglio “si impegna a coinvolgere i rappresentanti dei Comites, la Regioni, l’associazionismo degli italiani nel mondo, i giovani, per raccogliere e far sentire con forza la voce dei connazionali all’estero e contrastare concretamente la deriva di sfiducia e lo spirito di rinuncia che si stanno diffondendo a causa dei colpi assestati alle politiche in favore degli italiani nel mondo”.

  Carozza ha anche informato i presenti dei colloqui avuti, giovedì scorso, con capigruppo e deputati di Idv, Udc, Lega Nord e Pdl in merito al decreto che rinvia il rinnovo dei Comites. “Alcuni parlamentari sono pronti a presentare alcune interrogazioni in proposito, - ha segnalato il segretario generale - altri ci hanno assicurato impegno per la modifica in senso positivo del decreto quando si discuterà in aula della sua conversione in legge”. (V.P.Inform)

 

 

 

 

 

“L'Europa in movimento”. Il documento finale

 

ROMA  - Dodici punti programmatici per sostenere in ambito europeo la necessità di dare voce e rappresentanza ai cittadini europei che risiedono in un Paese diverso da quello di origine, ma anche per impegnare l’Ue nella difesa dei diritti fondamentali, come quello del voto, che da più parti subiscono attacchi se non totale negazione. Questo, in sintesi, il senso del documento finale che i delegati dei Consigli generali degli europei all’estero hanno approvato venerdì scorso a margine della giornata di confronto e riflessione promossa dal Cgie, in collaborazione con il Senato, per dare un seguito all’incontro di Parigi del 30 settembre 2008. Di seguito la versione integrale del documento finale.

 

Le Delegazioni partecipanti al Secondo Incontro dei cittadini europei "en mouvement", promosso a Roma il 30 aprile su iniziativa del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero ed organizzato dal Senato della Repubblica italiana:

alla luce delle priorità indicate dall’incontro di Parigi del 30 settembre 2008 per una più compiuta integrazione dei cittadini europei residenti fuori dai confini dei Paesi di origine;

alla luce della necessità di assicurare ai cittadini migranti gli stessi diritti, senza nessuna forma di restrizione, dei connazionali che vivono nel paese di origine;

alla luce dell’incremento della mobilità interna e dei flussi migratori provenienti dai Paesi extracomunitari e d’oltreoceano, derivanti dal contesto storico di transizione socio-economica, culminati nei mesi successivi all’incontro di Parigi;

alla luce delle condizioni di incertezza e situazioni di diseguaglianza determinatesi fra i cittadini dell’Unione Europea a motivo di politiche nazionali eterogenee, quando non contrastanti con gli stessi principi e valori comunitari;

alla luce dell’evidente ritardo delle politiche nazionali nel superamento dei differenziali di sviluppo nel processo di acquisizione dei principi e valori dell’Unione;

alla luce dell'esigenza di costruire una "coscienza europea" nei giovani delle nuove generazioni residenti fuori dall'Unione Europea e di promuovere la circolarità della cultura;

alla luce della improrogabile necessità del rafforzamento dei processi di partecipazione democratica dei cittadini "en mouvement", come sancito dal Trattato di Lisbona, sia a livello comunitario che nazionale nei Paesi dove tale rappresentanza non è presente;

ritenendo improrogabile la messa a punto di processi di "inprinting", ovvero di sviluppo di una coscienza europea, nelle generazioni più giovani dei cittadini dell’Unione, che non hanno vissuto il processo di maturazione e di sviluppo della Comunità Europea, ed a cui gli organismi di rappresentanza degli europei "en mouvement" possono dare un sostanziale apporto;

ritenendo indispensabile il formale riconoscimento da parte della UE degli organismi rappresentativi degli europei "en mouvement" sia all’interno dell’Unione che nei Paesi Terzi e d’Oltreoceano per la tutela dei diritti dei cittadini europei nel mondo;

sostengono l’urgenza di un’accelerazione dei processi di sviluppo della politica europea dei cittadini europei residenti all’estero o che lavorano all’estero, afferente agli "Obiettivi 2009-2014";

chiedono;

1 - l’impegno diretto delle Istituzioni dell’Unione – Commissione, Parlamento europeo e Consiglio – sulle politiche afferenti ai cittadini comunitari all’interno della UE;

2 – un contestuale impegno delle Istituzioni dell’Unione, in particolare del Ministro degli Esteri e della Sicurezza insieme agli altri Commissari, ed attraverso il Servizio Diplomatico Estero nei 125 Paesi in cui è presente, circa la vigilanza sui diritti e le politiche e i servizi consolari riguardanti i cittadini comunitari residenti fuori dalle frontiere della UE. Ad essi va altresì assicurato il diritto di voto effettivo al Parlamento europeo ovunque risiedano, nonché la possibilità di eleggere una propria rappresentanza al suo interno;

3 – l’attenzione delle Istituzioni dell’Unione sulla tutela sovranazionale dei Diritti Fondamentali della generalità dei cittadini migranti nei Paesi UE, ed il loro coinvolgimento nel processo democratico e di inclusione sociale, lotta contro il razzismo e la xenofobia, promozione del dialogo interreligioso.

3 bis - assicurare la possibilità di compiere l'intero corso di studi, fino ai livelli superiori di formazione, ai figli di stranieri non comunitari che non abbiano o abbiano perduto il permesso di soggiorno soprattutto per motivi di disoccupazione.

4 – l’attenzione delle Istituzioni dell’Unione nei confronti delle politiche di Welfare e di inclusione nei Paesi di residenza dei cittadini comunitari fuori dalla UE;

5 – la nascita di un Consiglio Generale degli Europei residenti all’estero o che lavorano all’estero, elemento di collegamento permanente con gli organismi comunitari e fra questi ed i cittadini "en mouvement".

6 - la promozione di occasioni di diretto confronto fra l’Europarlamento e gli organismi di rappresentanza dei cittadini comunitari "en mouvement" per un’accelerazione del processo di integrazione. In particolare, siamo convinti che l’indizione di un’Agorà permetterà di avanzare concretamente sulla strada delle riforme in materia di politiche migratorie;

7 – un referente istituzionale al vertice dell’architettura costituzionale europea, nello specifico un Commissario competente per la governance delle politiche relative ai cittadini "en mouvement" ed ai loro familiari comunitari od extracomunitari, perché dia un’accelerazione alle politiche di integrazione e sia garante dei diritti democratici e delle libertà civili dei cittadini "en mouvement", che assicuri i diritti sociali e previdenziali e sia, inoltre, dotato di uno sportello unico accessibile a tutti i cittadini europei.

8 - l’istituzione di un organismo di riferimento. Nello specifico un’Agenzia Europea, che assicuri l’analisi, l’aggiornamento ed il monitoraggio della politica europea indirizzata ai cittadini europei residenti fuori dai loro paesi d’origine;

9 – l’adozione di misure e programmi di sviluppo dell’insegnamento curriculare della storia delle Istituzioni europee nelle scuole dell’Unione Europea;

10 – l’adozione di misure che sostengano una più ampia mobilità degli studenti ma anche dei docenti nell’ambito dei sistemi universitari dei 27 Stati membri dell’Unione;

11 – l’adozione di programmi che sostengano il proliferare della comunicazione e dell’informazione sulla storia, i valori e l’architettura istituzionale in collaborazione con le Regioni e gli Enti locali.

12 – di mantenere per i cittadini europei, ovunque risiedano, il diritto di voto nel Paese di origine;

È parte integrante di questo documento la relazione del Segretario Generale del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero". (aise)

 

 

 

 

 

65. Anniversario della Liberazione del Campo di concentramento di Dachau

 

Dachau - Lo scorso 2 Maggio 2010, nel 65. anniversario della liberazione dei prigionieri del campo di concentramento di Dachau da parte delle truppe americane (29 aprile 1945), numerosi connazionali, seguendo l’invito del Consolato Generale d’Italia e del Comites di Monaco di Baviera, per onorare la memoria delle vittime del nazionalsocialismo,  si sono recati nel campo di concentramento di Dachau,  dove in quei 12 anni di terrore persero la vita tante vite innocenti.

Nel corso della mattinata la delegazione italiana, con a capo il Console Generale, Ministro Plenipotenziario, Dr. A. Chiodi Cianfarani, il Console. Dr. Cavagnoli e il Presidente del Comites, Dr. C. Cumani, dopo aver preso visione delle numerosissime corone, tra cui quelle del Consolato Generale e del Comites, hanno preso posto sotto un tendone in attesa dell’arrivo del Presidente Federale H. Köhler e degli altri illustri ospiti che già nella prima mattinata avevano partecipato alle cerimonie religiose e commemorative in altre parti del Lager.

Forti e convincenti le parole degli oratori subito dopo la presentazione della Direttrice Dr. G. Hammermann. A cominciare da quelle del Presidente Federale Köhler in risposta al discorso del Dr. Mannheimer Vicepresidente del Comitato Internazionale di Dachau, in cui, dopo aver annunciato: “Noi tedeschi interpretiamo la nostra storia come un ammonimento!",  ha concluso: "Da esseri umani saremo  in grado di riconciliarci".  E altrettanto pregnanti e significative le parole degli altri interventi come quelle del Ministro Bavarese  M. Zeil, del Direttore della Fondazione dei Luoghi della Memoria Bavaresi, K. Freller e dell'Ambasciatore Statunitense A Lukens,  in rappresentaza delle truppe di liberazione e latore  di un  messaggio del Presidente B.  H. Obama e infine  di  P. D. de Loos, Presidente del Comitato Internazionale di Dachau. Indovinati i brani musicali che hanno inframmezzato gli interventi.  Fernando Grasso, de.it.press

 

 

 

 

 

Dortmund. Il Comites a Frattini: No alla chiusura dell’Ufficio Scuola del Consolato

 

Lettera aperta del Comites di Dortmund al Ministro per gli Affari Esteri On.le Franco Frattini e per conoscenza al Direttore Generale Italiani all’Estero Carla Zuppetti, all’Ambasciatore d’Italia in Germania Michele Valensise, al Console di Dortmund Paola M.C. Russo e al Sottosegretario agli Esteri Sen. Alfredo Mantica

 

Dortmund. On.le Ministro Frattini, il Comites e la comunità italiana di Dortmund in Germania esprimono la loro massima contrarietà alla chiusura dell’Ufficio Scuola del Consolato di Dortmund che evidentemente rientra nell'ambito della razionalizzazione della rete consolare messa in atto dal Governo.

 

La chiusura dell’Ufficio Scuola non comporta solo la scomparsa di servizi per gli oltre 8.000 alunni italiani e le loro famiglie, ma anche la rinuncia ad interagire con le istituzioni tedesche. La figura istituzionale del referente per la scuola è importante e non può essere sostituita, come nel caso di altri servizi consolari, dal Sistema Integrato di Funzioni Consolari (SIFC).

 

L’Ufficio Scuola è indispensabile per:

 

- concertare azioni con il governo del Land Nordreno-Vestfalia, che nonostante sia il Land più sensibile alle problematiche riguardanti l’integrazione scolastica e professionale con l’applicazione della direttiva CEE n.77/486 sta però lanciando dei segnali di disimpegno rendendo quindi necessario il riavvio dei tavoli di intesa bilaterale affinché venga garantita l’offerta dei corsi di lingua e cultura;

 

- promuovere, in collaborazione con le istituzioni locali, nuovi progetti per l’integrazione scolastica, consolidare e diffondere scuole e sezioni bilingui italo-tedesche ed esperienze di alfabetizzazione coordinata bilingue a livello prescolare;

 

- coordinare e integrare tra le iniziative di sostegno per gli alunni con difficoltà di apprendimento promosse dalle scuole e quelle che potranno essere offerte dagli enti gestori attingendo a risorse locali;

 

- promuovere la diffusione della lingua e cultura italiana nelle scuole e nelle università, cioè fare cultura italiana all’estero per garantire la tutela di una lingua che è quarta per diffusione nel mondo, in un contesto interculturale. Ciò richiede impegno e dovrebbe essere l’Ufficio Scuola a promuovere le necessarie sinergie con le scuole.

 

La presenza di un Ufficio Scuola funzionante, capace di dare un vero e continuo contributo organizzativo e didattico pedagogico è indispensabile per la crescita socio-culturale e scolastica dei bambini italiani residenti nella nostra Circoscrizione Consolare.

 

Sicuri che Lei farà di tutto affinché non vengano vanificati, con un colpo di spugna, gli sforzi degli ultimi anni, porgiamo i più cordiali saluti.

Marilena Rossi, Presidente Comites Dortmund (de.it.press)

 

 

 

 

 

"Italiens", il progetto dell’Ambasciata per promuovere i giovani artisti italiani di Berlino

 

Berlino - Il 22 aprile scorso l’Ambasciata d’Italia in Germania e l’Istituto Italiano di Cultura a Berlino hanno lanciato un innovativo progetto, con l’obiettivo di promuovere i giovani artisti italiani che hanno scelto Berlino come loro sede creativa e di lavoro. Con "Italiens" l’Ambasciata si è trasformata in un’esposizione permanente di arte contemporanea, dando spazio alle produzioni degli artisti italiani di Berlino. Gli allestimenti varieranno a cicli semestrali e per una durata complessiva di due anni. Le opere sono installate negli spazi dove si svolge la normale attività di rappresentanza dell’Ambasciata, convivendo con l’imponenza del palazzo e con il mobilio e le opere antiche al suo interno.

"Negli ultimi anni – osservano i promotori – Berlino è entrata a fare parte del curriculum vitae di un grande numero di artisti e creativi italiani alla ricerca di nuove modalità espressive e progettuali, di nuovi linguaggi e registri, riferimenti, influenze, interessi e input culturali e artistici".

Per la realizzazione del progetto l’Ambasciata e l’Istituto si sono avvalsi della consulenza delle curatrici italiane Alessandra Pace e Marina Sorbello, impegnate da anni sulla scena artistica berlinese e internazionale. Le curatrici seguiranno l’articolazione delle quattro mostre semestrali previste, occupandosi della selezione degli artisti e delle opere per il palazzo dell’Ambasciata.

Per il primo appuntamento del progetto ITaliens sono stati selezionati lavori di nove artisti italiani, di età diversa e diversa provenienza geografica, arrivati a Berlino seguendo percorsi individuali dalla fine degli anni ottanta a oggi. La prima artista arrivata a Berlino del gruppo è Daniela Comani, che ha studiato in Germania e vive da circa venti anni nella capitale tedesca, mentre l’ultima in ordine di arrivo è Carola Spadoni, artista e regista, trasferitasi da Roma a Berlino nel 2009. (aise)

 

 

 

 

Pubblicazione del MediaClub Germania. La presentazione il 12 giugno a Colonia

 

Colonia - Perchè non esiste un giornale come la Bild in Italia?  Quali sono i programmi televisivi più seguiti in Italia e Germania? Internet farà sparire giornali e radiotelevisione? Sono alcuni degli interrogativi a cui risponde la pubblicazione del MediaClub Germania: “Media e società in Italia e Germania”, stampa, radiotelevisione e nuovi media in un confronto fra due paesi europei.

La presentazione avrà luogo a Colonia sabato 12 giugno, alle ore 18.30 presso l’Associazione Mondo Aperto-Offene Welt e.V. (Zugweg 22, 50677 Köln

Tel. 0221-29996093), con gli autori della pubblicazione: Renzo Brizzi, Davide Brocchi, Luciana Mella, Daniela Nosari, Tommaso Pedicini e Mauro Venier.

(de.it.press)

 

 

 

Alcune delle iniziative dei prossimi giorni a Monaco di Baviera e dintorni

 

- fino a sabato 30 maggio, c/o Pinakothek der Moderne

   (Barerstr. 40, München))

   "Gianpaolo Babetto. L'italianità dei gioielli"

   Informazioni presso: www.die-neue-sammlung.de

   Ingresso (per l'intero museo): € 10,-/7,- (domenica: € 1,00)

   Organizza: Die Neue Sammlung - The International Design Museum Munich

   in cooperazione con l'Istituto Italiano di Cultura

 

- fino a domenica 6 giugno, 10:00-22:00, c/o Aspekte Galerie im

   Gasteig, 2. OG (Rosenheimerstr. 5, München)

   "Letizia Battaglia - Sizilianische Fotografien von 1976 bis 2009"

   Ingresso libero

   Organizza: Aspekte Galerie der Münchner Volkshochschule, Münchner

   Stadtbibliothek, KOMM-Bildungsbereich Istituto Italiano di Cultura,

   Circolo Cento Fiori

 

- giovedì 6 maggio - sabato 8 maggio, ore 19:30, c/o Zentralinstitut für

   Kunstgeschichte (Meiserstraße 10, München)

   "Internationale Tagung: Deutscher militärischer Kunstschutz in

   Italien, 1943-1945"

   Il programma è disponibile all'indirizzo: www.zikg.eu/kunstschutz

   Organizza: Zentralinstitut für Kunstgeschichte col sostegno del

   Beauftragter der Bundesregierung für Kultur und Medien (BKM).

 

- sabato 8 maggio, ore 15:30, c/o Filmmuseum in Münchner Stadtmuseum

   (St.-Jakobs-Platz 1, München)    nell'ambito del "DOK.fest München"

   Film: "La bocca del lupo" (Regia: Pietro Marcello, Italia 2009, 75')

   "La bocca del Lupo" è un film italiano a metà tra un documentario e un

   poema visivo. Il titolo del film è preso da un romanzo ottocentesco di

   Remigio Zena che narra dei diseredati di Genova. Anche nel film si

   racconta una storia di amore e miseria di reietti della città ligure

   attraverso rari filmati d'archivio, interviste, riprese di luoghi di

   Genova, immagini di repertorio.

   Il film è stato diretto dal regista Pietro Marcello, giovane autore di

   cortometraggi e documentari, con la collaborazione della Fondazione

   gesuita San Marcellino di Genova ed è stato vincitore della 27esima

   edizione del Torino Film Festival.

   Programma ed informazioni sul Dok: www.dokfest-muenchen.de

   Organizza: DOK.fest München

 

- sabato 8 maggio, ore 18:00, c/o sala parrocchiale di St. Josef

   (Schulstr. 4, Karlsfeld) "Festa della mamma"

   Canti, balli , giochi ... e tanta musica. Ingresso gratuito

   Prenotazione tavoli presso Salvatore Cascetta (Tel.: 08131/ 9 62 77 -

   0171 / 6755255) oppure Mauro Sansone (Tel.: 08131/66 50 99 -

   0179 / 2072349). Organizza: Circolo ACLI Karlsfeld

  

- lunedì 10 maggio, ore 18:00, c/o City 2 (Sonnenstr. 12, München)

   nell'ambito del "DOK.fest München"

   Film: "La bocca del lupo" (Regia: Pietro Marcello, Italia 2009, 75')

   Programma ed informazioni sul Dok: www.dokfest-muenchen.de

   Organizza: DOK.fest München

 

- giovedì 13 maggio, ore 15:00, c/o Forum, Stadthalle

   (Landsberger Str. 39, Germering)

   in occasione dei 10 anni della DIG (Deutsche-Italienische

   Gesellschaft) Germering

   Vernissage della mostra "IT ART 2010"

   Espongono gli artisti: Adria Demarini, Alessandra Motta-Rees,

   Annamaria Coda, Giovanna Valli, Iara Simonetti, Luciano Florio,

   Michele Golia, Nazzarena Barni-Fritsch, Renee Fabbiocchi, Sante Recca,

   Serio Digitalino, Simona Staglini, Simone La Biunda

   Organizza: DIG - Deutsche-Italienische Gesellschaft Germering

 

- giovedì 13 maggio, ore 17:00, c/o Orlando-Saal, Stadthalle

   (Landsberger Str. 39, Germering)

   in occasione dei 10 anni della DIG (Deutsche-Italienische

   Gesellschaft) Germering

 

   Concerto "10 Jahren DIG"

   Con: Maria Grazia Patella (Soprano), Michele Manfrè (Tenore) ed il

   gruppo folkloristico "Trevigiano". Ingresso libero.

   Organizza: DIG - Deutsche-Italienische Gesellschaft Germering

 

- venerdì 14 maggio, ore 18:00, c/o Istituto Italiano di Cultura

   (Hermann-Schmid-Str. 8, München) "Incontri di letteratura spontanea"

   Chiunque può leggere una piccola poesia, un racconto, una storia

   o anche solo parlare di qualcosa o domandare o ascoltare gli altri.

   Ingresso gratuito.

   Per informazioni: Giulio Bailetti, Tel/Fax 089-988491

   Organizza: www.letteratura-spontanea.de

 

- sabato 15 maggio, dalle ore 12:00, c/o Bauernhof Fa. Sepp

   (Hoflacherstr.8, Germering)

   in occasione dei 10 anni della DIG (Deutsche-Italienische

   Gesellschaft) Germering "A tavola con l'Emilia-Romagna"

   La "comunità di Camurana" da Modena cucina pasta e "gnocchi fritti"

   con salame, prosciutto e parmigiano.

   Organizza: DIG - Deutsche-Italienische Gesellschaft Germering

 

- domenica 16 maggio, ore 12:00, c/o Bauernhof Fa. Sepp (Hoflacherstr.8,

   Germering) in occasione dei 10 anni della DIG (Deutsche-Italienische

   Gesellschaft) Germering "A tavola con l'Emilia-Romagna"

   La "comunità di Camurana" da Modena cucina pasta e "gnocchi fritti"

   con salame, prosciutto e parmigiano.

   Organizza: DIG - Deutsche-Italienische Gesellschaft Germering

 

- domenica 16 maggio, ore 10:30-11:15 (per i piccolini, fino a 5 anni e

   mezzo), ore 11:15-12:30 (per i grandicelli, dai 5 anni e mezzo a 10

   anni), c/o    Haus-Olymp (Elisabeth-Kohn-Str. 29, München - tram 27 e 12,

   bus 53 e 154). "Il laboratorio dell'italiano"

   Lo scopo delle attività è migliorare le competenze linguistiche,

   sociali e culturali dei bambini di bilinguismo (o plurilinguismo)

   italiano. Ballando, giocando, cantando e disegnando impareremo

   divertendoci.

   Per maggiori informazioni rivolgersi a Marinella Vicinanza-Ott

   (tel. 089/30 70 76 35 - maviott@arcor.de)

   Organizza: Rinascita e.V. de.it.press

 

 

 

 

La battaglia dell’associazione “Mafia? No grazie!” di Berlino in un’inchiesta di Rai News 24

 

Berlino - “Per opporsi alla criminalità organizzata è importante non sentirsi soli”, dice l’on. Laura Garavini, deputata PD eletta in Germania, riassumendo il parere unanime dei ristoratori italiani intervistati per il servizio della Rai “Berlino fa muro contro la mafia” che è ora consultabile online sul sito http://www.rainews24.rai.it/it/canale-tv.php?id=19186. L’inchiesta di Mario Sanna racconta come la comunità dei ristoratori italiani di Berlino sia riuscita a contrastare il pizzo denunciando e facendo arrestare i mafiosi responsabili. Dopo la strage di Duisburg del 2007, che ha portato la società tedesca a scoprire il fenomeno criminale sul proprio territorio, Laura Garavini insieme ad alcuni famosi ristoratori italiani che vivono da anni in Germania ha reagito fondando un’iniziativa contro le organizzazioni criminali: da quasi tre anni “Mafia? Nein Danke!” fornisce strumenti di comprensione e contrasto dei fenomeni criminali alla collettività italiana e agli stessi tedeschi.

 

“Grazie al deciso impegno della nostra comunità per la legalità siamo riusciti a dimostrare come l’antimafia sia ben più forte della mafia là dove ci si unisce per contrastare e denunciare fenomeni criminali”, sottolinea la Garavini. “Un bel risultato è stato inoltre avere contribuito al recepimento in Germania di una decisione quadro in materia di confisca internazionale dei beni. Ma bisogna continuare a sensibilizzare la società e la politica tedesche, cercando di fare capire quanto siano importanti strumenti come la confisca e le intercettazioni nel contrasto della malavita. La lotta contro le mafie, che sono diventate delle holding criminali attive in tutto il mondo, può avere successo solo se viene fatta seriamente anche a livello internazionale”. De.it.press

 

 

 

 

Berlino. L’11 maggio il presidente dell’Ansa Giulio Anselmi alla Freie Universität

 

Il presidente dell’Ansa invitato nell’ambito del ciclo di incontri promossi dal Centro italiano dell’ateneo e dall’IIC

 

Berlino – Il presidente dell’agenzia Ansa, Giulio Anselmi, sarà ospite presso la Freie Universität a Berlino l’11 maggio alle ore 18 per discutere sul tema “Informazione e potere”.

  L’incontro si svolge nell’ambito degli appuntamenti con i principali rappresentanti della stampa italiana promossi dall’Istituto Italiano di Cultura e dal Centro italiano dell’ateneo berlinese.

  Ad introdurre l’incontro – in lingua italiana - il direttore dell’IIC Angelo Bolaffi e il saluto di Klaus W. Hempfer, del Centro italiano.

  Anselmi ha cominciato al sua carriera giornalistica a La Stampa e collaborando per il settimanale Panorama. Dopo la direzione de L’Espresso, dirige dal 2005 anche il quotidiano torinese. Dal 2009 è presidente dall’Ansa, la principale agenzia di stampa italiana.

  Nell’ambito degli incontri sono già stati ospitati a Berlino il direttore della Repubblica Ezio Mauro, il direttore de Il foglio Giuliano Ferrara e il nuovo direttore de La Stampa Mario Calabresi. (Inform)

 

 

 

A Basilea in corso una mostra di Mosaici del Friuli per ricordare i 50 anni del Fogolâr Furlan

 

Basilea - "È significativo che i 50 anni del Fogolâr Furlan di Basilea vengano ricordati con questa mostra della Scuola Mosaicisti del Friuli di Spilimbergo. Infatti, da quella Scuola, nata nel 1922 dall'esperienza dei terrazzieri friulani, sono uscite generazioni di lavoratori che hanno lasciato opere in tutto il mondo; inoltre oggi l'istituto di Spilimbergo rappresenta una delle eccellenze del Friuli Venezia Giulia". Così l'assessore regionale alle Cultura, Roberto Molinaro, ha esordito intervenendo all'inaugurazione, avvenuta lunedì 26 aprile all'Università di Basilea, della mostra di mosaici realizzati dalla Scuola Mosaicisti del Friuli (rappresentata dal direttore, Gian Piero Brovedani) in occasione del 50° del locale Fogolâr Furlan e del 550° dell'Università elvetica.

Molinaro, che ha portato il saluto della Regione e del suo presidente Renzo Tondo alle autorità elvetiche e cantonali, ai rappresentanti del Consolato italiano e alle personalità accademiche presenti alla cerimonia, ai dirigenti del Fogolâr Furlan di Basilea e a tutti i emigranti in Svizzera, ha sottolineato la felice coincidenza dei due anniversari e il fatto che la mostra sia ospitata dall'Università.

"I 550 anni dell'Università di Basilea e i 50 anni del Fogolâr Furlan - ha affermato - testimoniano, pur nella distinzione di ruoli e finalità, del lungo cammino percorso: l'Università nel solco degli studi, della ricerca e della preparazione dei giovani; il Fogolâr per mantenere uniti i nostri migranti. Quello tra i mosaici di Spilimbergo e l'Università svizzera è l'incontro tra due eccellenze: tra la Scuola Mosaicisti (oggi un istituto d'arte frequentato da giovani provenienti da tutto il mondo) e l'Università, due tradizioni che guardano ai giovani e per i giovani operano".

Sono anche altri motivi di vicinanza tra l'Italia e il Friuli Venezia Giulia e il Cantone di Basilea. Come ha ricordato Molinaro "questa Università venne fondata nel 1460 da Papa Pio II Enea Silvio Piccolomini, molto attento agli studi e alla cultura. Inoltre a pochi chilometri da Basilea troviamo i resti di Augusta Raurica, città romana di grande importanza, contraltare nordico della nostra Aquileia".

 

Il Fogolâr Furlan di Basilea, fondato nel 1960 è la prima associazione regionale italiana fondata in Svizzera, la seconda in Europa "Tal forêst", che ha per scopo la promozione di attività socio-culturali per far conoscere la storia, la cultura e le caratteristiche della lingua del popolo e del Friuli Venezia Giulia.

Il Fogolâr è molto impegnato a proporre la conoscenza della regione alle giovani generazioni di origine friulana, affinché possano sentirsi orgogliose delle loro radici e partecipino alla vita dell'associazione, incrementando lo scambio di rapporti culturali, sociali ed economici tra la Svizzera e il Friuli Venezia Giulia.

In occasione del 50° anniversario, che coincide anche con il centenario dell'emigrazione friulana a Basilea, sono state programmate diverse manifestazioni lungo tutto il 2010. Oltre a incontri conviviali, a cerimonie ufficiali, manifestazioni sportive (incontri di calcio tra le rappresentative dei Fogolârs Furlans d'Europa), c'è ora questa mostra di mosaici, che si protrarrà per tre settimane fino a metà maggio. Si tratta di una trentina di opere musive tratte da mosaici romani, bizantini e moderni, rappresentative del percorso didattico-formativo della Scuola Mosaicisti del Friuli. (aise) 

 

 

 

 

Micheloni (Pd): "Dopo Di Girolamo si è rafforzata l’area che vuole affossarci"

 

Per il senatore Pd 'la situazione in Parlamento non è tranquilla. Proprio per questo Micheloni auspica un acceleramento del processo di riforma intrapreso al Senato. Intervistato da ItaliachiamaItalia, il senatore eletto all’estero risponde a chi, nel corso degli interventi, lo ha accusato di aver 'offerto del miele lasciando la bocca amara' - di Barbara Laurenzi

 

Roma - “La situazione in Parlamento non è così tranquilla per gli italiani all’estero”. A dirlo è il senatore Pd Claudio Micheloni, nel corso del suo intervento alla plenaria del Cgie, tenutasi questa settimana presso la Farnesina. A margine dell’incontro, ItaliachiamaItalia ha approfondito la questione con il rappresentante del centrosinistra che, insieme al plauso per le sue iniziative, si è visto anche accusare da alcuni relatori di aver “offerto del miele lasciando la bocca amara”.

Senatore, in che senso la situazione non è tranquilla? Dopo il caso Di Girolamo, che cosa è cambiato da parte dei vostri colleghi parlamentari nei confronti del voto estero?

"Si è decisamente rafforzata quell’area trasversale, da sempre presente nelle due Camere, che è avversa alla rappresentanza degli italiani nel mondo".

Lei stesso, nel suo intervento, ha dichiarato “siamo in un vicolo cieco, ma lo siamo tutti” e che “dopo il caso Di Girolamo si è bloccato tutto”. Si spieghi meglio: lei teme che il ddl Tofani o altre proposte rimarranno bloccate in seguito alla ultime vicende?

 

"Il problema reale, a mio avviso, si presenterà se si aprirà quello che io definisco 'il cantiere di riforma costituzionale'. In quel caso i tentativi di affossarci saranno molteplici e diretti".

Quando il sottosegretario Mantica ha iniziato il suo discorso i rappresentanti Cgie, a destra come a sinistra, sono usciti dalla sala. Oltre a compiere gli stessi atti di protesta del Pdl, il Pd non riesce a imporre una propria visione alternativa?

"Il problema della riforma Comites e Cgie va al di là di destra e sinistra. Le considerazioni di Mantica, tra l’altro, esprimono la visione del governo. In Senato stiamo tentando di avviare un lavoro di riforme".

E quali sono i fattori che lo frenano?

"Il vero problema è che, in questo Paese, gli italiani sono sempre favorevoli alle riforme. A patto, però, che 'si inizi con l’erba del vicino'". Italia chiama Italia

 

 

 

Interrogazione di Aldo Di Biagio sui problemi dell’editoria italiana all’estero

 

Roma – E’ stata presentata il 3 maggio un’interrogazione al ministro Sacconi, a prima firma di Aldo Di Biagio, responsabile Italiani nel Mondo del PdL, e sottoscritta dai deputati Nino Foti, Angeli e Berardi, per richiamare l’attenzione sulla questione in cui versa sotto il profilo occupazionale l’intero comparto dell’editoria italiana operante all’estero, a seguito dell’entrata in vigore della legge 26 febbraio 2010, n. 25 di conversione del decreto legge 30.12.2009, n. 196 - c.d. mille proroghe – che ha disposto una riduzione del contributo relativo all’anno 2009 del 50% - per un ammontare di 5 milioni di euro – per la stampa italiana oltre confine.

Si legge nell’interrogazione: “la disposizione incide sulle risorse destinate alle circa 150 testate italiane edite all’estero o edite in Italia per essere distribuite oltre confine applicando una riduzione del contributo relativo all’anno 2009 del 50% - per un ammontare di 5 milioni di euro - mettendo in discussione la sopravvivenza stessa delle realtà editoriali, considerando anche che i costi del 2009 sono già stati sostenuti dalle imprese ed un riassorbimento retroattivo delle risorse risulterebbe difficilmente gestibile, mettendo a rischio la sopravvivenza stessa di queste realtà”.

“Presso le realtà editoriali operanti oltre confine, - continua la nota -  direttamente coinvolte dalle suindicate disposizioni sono impiegati centinaia di lavoratori, tra giornalisti specializzati e bilingui, amministrativi e distributori i cui profili occupazionali verrebbero inevitabilmente messi a repentaglio dalla riduzione dei contributi, tenendo conto che molte di queste realtà hanno già avviato una procedura di licenziamento”.

“Sono molte – spiega Di Biagio - le famiglie che rischiano di trovarsi in condizioni disperate a seguito dell’avvio delle procedure di licenziamento da parte delle citate realtà editoriali: i lavoratori sono per lo più cittadini italiani residenti all’estero molti dei quali da diversi anni e che andrebbero incontro a serie difficoltà, capaci di compromettere la sopravvivenza stessa sul territorio straniero, soprattutto in quei Paesi in cui esistono situazioni critiche sotto il profilo occupazionale ed economico”.

“Per cui ho chiesto al Ministro – conclude - se è conoscenza della situazione in cui versa l’editoria oltre confine, se intende avviare un monitoraggio della realtà occupazionale afferente a questo mondo e quali misure intende predisporre al fine di favorire un sostegno all’occupazione dei lavoratori impiegati in questo settore o la definizione di strumenti a tutela del reddito in caso di disoccupazione degli stessi”.

De.it.press

 

 

 

 

La stampa italiana all’estero. Non solo informazione

 

Roma - La stampa italiana all’estero non ha mai avuto solo il compito di informare: negli anni ha stabilito legami, supportato rivendicazioni, accompagnato i nostri emigrati nel difficile processo di integrazione nei Paesi d’accoglienza. Di questo ha parlato venerdì 23 aprile Lorenzo Prencipe, direttore del Centro Studi Emigrazione di Roma (Cser), nella prima sessione dei lavori del V Congresso della Fusie iniziato nella sede romana del Cnel, cui hanno partecipato addetti ai lavori, parlamentari e rappresentanti delle organizzazioni di categoria. Convocato dal Presidente Domenico De Sossi, il convegno ha proseguito sabato proprio nella sede del Cser.

"Ruolo e contenuti della stampa "di" e "per" gli italiani all’estero" il tema sviluppato da Prencipe che ha parlato della "stampa migrante" come strumento di collegamento tra i connazionali emigrati e il Paese d’origine. Italiani che "mantengono un legame" con il Paese da cui sono partiti, e non solo affettivo, ma che al tempo stesso devono integrarsi in quello che li ha accolti: "un procedimento non facile – ha ricordato Prencipe – al contrario di quanto alcuni dichiarano mitizzando il passato e facendo dei distinguo con quanto accade oggi in Italia, paese di immigrazione". È ancora la stampa "ad aiutare i connazionali ad inserirsi nel nuovo Paese", così come "a farsi promotrice delle loro battaglie e delle loro rivendicazioni".

Negli anni, i giornali italiani all’estero hanno "operato per formare le coscienze e per convincere i connazionali emigrati a vedere se stessi come appartenenti ad una collettività di cui la stampa stessa si faceva portavoce". Insomma, la stampa italiana all’estero "non è mai stata un’operazione commerciale", al contrario, soprattutto nelle sue declinazioni associative, "si è fatta portavoce di un mondo che voleva vivere e capire l’emigrazione".

Oggi, ha proseguito Prencipe, la stampa italiana all’estero "non è più la cassa di risonanza di un’immagine stereotipata dell’Italia, non aspira ad essere momento di nostalgia, che è poi l’ambito cui la si relega per giustificare i tagli che l’hanno colpita; non chiede compassione: la stampa migrante parla ad attori positivi, a lettori non omogenei, non fosse altro perché vivono in continenti diversi, tocca tutte le età, le classi sociali e le posizioni politiche".

Detto questo, i compiti che la attendono, al di là della sopravvivenza nonostante i tagli, sono per Prencipe essenzialmente tre: "relativizzare il mito della facile integrazione degli italiani all’estero; contribuire affinché si riconosca agli altri popoli che oggi vengono in Italia quanto si è rivendicato un tempo per gli italiani all’estero; dare indicazioni su come mettere in relazioni le diverse identità che oggi si incontrano e si scontrano nel mondo". (m.c.\aise)

 

 

 

 

 

Grecia paralizzata, tafferugli in piazza, paese allo sbando

 

Tre persone sono morte oggi ad Atene, dentro una banca bruciata dai manifestanti che da stamattina stanno protestando contro il governo, e altri edifici sono in fiamme: è questo il primo, tragico bilancio degli scontri che stanno mettendo a ferro e fuoco la Grecia, travolta dallo sciopero generale contro il piano di austerità firmato dal governo. Il portavoce del gruppo parlamentare del Pasok in parlamento, Petros Efthimoiou, ha detto oggi che ''non erano necessari i morti per capire in quale situazione si trovi la grecia''. ''Ne va del futuro del paese'' ha detto Efthimiou parlando durante il dibattito parlamentare sul piano di austerita'.

 

Il Paese è paralizzato. Le manifestazioni odierne ad Atene e in altre citta' della Grecia cui hanno preso parte decine di migliaia di persone contro il piano di austerita' sono ''le piu' grandi mai tenutesi'' nel paese, ha annunciato la confederazione del settore privato Gsee. In un comunicato il sindacato afferma che la partecipazione allo sciopero generale e' stata del 100%. Gli scontri in piazza sono stati violenti, a partire dai tafferugli davanti al parlamento ad Atene. La polizia ha risposto con gas lacrimogeni all'attacco di gruppi di giovani ai margini della manifestazione contro il piano di austerita'. Secondo fonti giornalistiche incidenti sono avvenuti anche a Patrasso e Salonicco. Giovani a faccia scoperta continuano ad attaccare davanti al parlamento ateniese la polizia con lanci di pietre e di bombe molotov. Gli agenti rispondono con brevi cariche. Non ci sono notizie di feriti o fermi. Gli incidenti piu' gravi sono segnalati a Patrasso dove la polizia ha fatto uso piu' volte di bombe lacrimogene contro gruppi di dimostranti violenti ai margini delle manifestazioni ufficiali che hanno anche dato fuoco a cassonetti dell'immondizia. Incidenti non gravi a Salonicco, a Ioannina e a Corfu

 

Decine di migliaia di persone sono scese oggi in piazza ad Atene in occasione di uno sciopero generale contro il piano di  austerita' deciso dal governo. Dopo le manifestazioni e l'astensione dal lavoro proclamate ieri dal sindacato dei dipendenti pubblici Adedy e da quello comunista Pame, la protesta oggi si e' estesa e trasformata in sciopero generale con la discesa in campo della confederazione del settore privato, Gsee. Lo sciopero generale, il terzo dall'inizio della crisi e il primo dopo l'annuncio delle nuove misure di austerita', sta fermando il paese oscurato da un black out informativo, a causa dello sciopero dei giornalisti, e bloccato dallo stop al traffico aereo, ferroviario, marittimo e urbano (questo parziale per consentire l'arrivo dei manifestanti). Sono chiusi inoltre ospedali, scuole, banche, uffici pubblici e negozi (questi ultimi con l'eccezione di Atene).

Il piano di austerita', che deve essere votato in parlamento domani, e' criticato, oltre che dai sindacati, da tutta l'opposizione politica che, a cominciare da Nuova Democrazia (ND, centrodestra), votera' contro. Unica eccezione, forse, il piccolo partito di estrema destra Laos. La legislazione ha tuttavia sulla carta l'approvazione garantita grazie alla maggioranza di 160 seggi su 300 di cui gode il partito di governo Pasok.

 

Il piano concordato con Ue-Fmi in cambio di 110 miliardi di euro in tre anni, prevede nello stesso periodo una riduzione della spesa per 30 miliardi grazie al congelamento dell'impiego e a tagli su salari e pensioni per i dipendenti pubblici, riforma fiscale con aumento dell'Iva e delle imposte su carburanti, alcolici, sigarette e beni di lusso. Nonche', in virtu' della riduzione delle indennita' di licenziamento e degli straordinari, l'estensione della possibilita' di licenziare nel settore privato.

Contro il piano sono scesi oggi in piazza, con slogan contro il governo l'Ue e il Fmi, operai, impiegati, agricoltori, studenti, professori e pensionati, insieme all'intera sinistra parlamentare ed extraparlamentare e al movimento anarchico, con marce e concentrazioni in tutto il paese. L’U 5

 

 

 

Grecia. Odissea 2010. Una drastica cura per rimanere nell'Unione europea

 

Rifacendosi alla cultura classica, il premier George Papandreou aveva parlato di "nuova Odissea" per il suo paese. Molto più prosaicamente, il ministro delle finanze George Papacostantinou afferma: "Dovevamo evitare il collasso, ma da questo elettrochoc emergerà una Grecia più credibile". Rotti gli indugi, i ministri economici dell'Eurozona hanno dato il via libera, il 2 maggio, al super prestito da 110 miliardi in tre anni che dovrà salvare Atene dalla bancarotta, per poi consentire una graduale sistemazione dei conti pubblici. Un incontro straordinario dei capi di Stato e di governo è fissato per il 7 maggio: l'Europa non lascia sola la Grecia, ma pretende profonde riforme che costeranno care ai cittadini ellenici.

 

Le decisioni assunte. L'operazione finanziaria comporterà prestiti bilaterali fra i paesi dell'area euro e la Grecia per complessivi 80 miliardi in tre anni, cui si aggiungeranno altri 30 miliardi provenienti dal Fondo monetario internazionale. Per il 2010 la cifra totale si assesterà a 45 miliardi (30 dai paesi della moneta unica, 15 dal Fmi), come indicato già in aprile. I primi stanziamenti arriveranno in tempo per rimborsare titoli pubblici in scadenza il 19 maggio (9 miliardi circa). Ogni Stato verserà ad Atene una cifra proporzionale al capitale sottoscritto nella Banca centrale europea: dunque Germania, Francia, Italia saranno i paesi "più solidali"… Anche se il tasso del 5% per il rimborso del prestito non si può certo considerare una condizione di favore. Lo ha ammesso il commissario Ue Olli Rehn: "La Grecia pagherà interessi superiori a quelli di mercato". Quindi, almeno in teoria e salvo imprevisti, i contribuenti tedeschi, francesi e degli altri paesi non dovrebbero rimetterci nemmeno un euro. La Commissione è stata invece incaricata di vigilare sull'intera operazione e ogni tre mesi verranno effettuate precise verifiche. Il governo greco si è impegnato dal canto suo a ridurre il rapporto deficit/Pil dall'attuale 13,9% al 3%, come prevede il Patto di stabilità, entro il 2014.

 

"Lacrime e sangue". Per tornare ad avere conti pubblici sostenibili, la Grecia dovrà ora passare a una drastica cura, che è quantificabile in tagli e risparmi a breve termine per una trentina di miliardi. A questo proposito Papandreou è stato chiaro: "Le misure economiche che dovremo adottare sono necessarie per la protezione del nostro paese e del nostro futuro". Una "medicina" amara, ma comunque necessaria. Per convincere l'Europa e il Fmi a intervenire, il governo ellenico ha presentato un piano piuttosto articolato, che il presidente della Bce Jean-Claude Trichet ha definito "credibile ed equilibrato". Il paese mediterraneo taglierà una serie di investimenti per alcuni anni e procederà alla liberalizzazione dei mercati dell'energia e dei servizi di trasporto. Gli stipendi dei dipendenti pubblici verranno limitati, così come le tredicesime e quattordicesime, mentre nel settore privato sarà più facile licenziare i lavoratori. Il governo si è poi impegnato a contrastare l'elevata evasione fiscale e l'abusivismo edilizio. L'età pensionabile sarà subito elevata e non verranno risparmiate neanche le famiglie, procedendo con un aggravio delle imposte sui consumi. In diverse città si sono subito svolte manifestazioni improvvisate mentre sono in corso anche scioperi nazionali. I sindacati hanno espresso tutte le loro contrarietà. Eppure Papacostantinou ha affermato: "Ci attendono momenti difficili, ma sono certo che la maggioranza del paese comprenderà la situazione e starà dalla nostra parte".

 

I problemi aperti. A Bruxelles, Francoforte (sede della Bce) e in diverse capitali il dibattito prosegue: se ne è parlato a Londra in vista delle elezioni generali del 6 maggio e a Berlino, soprattutto in considerazione del test elettorale del 9 maggio in Renania-Westfalia. Gli economisti si sono divisi, mentre ora lo sguardo è puntato su altre realtà "a rischio", a partire da Portogallo e Spagna. Il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, ha spiegato che Esecutivo Ue, Fmi e Bce hanno delineato con il governo di Atene "un programma pluriennale di consolidamento budgetario e riforme strutturali" per "rimettere l'economia greca su un percorso di sostenibilità e per ridare fiducia ai mercati". Barroso ritiene che le misure proposte "rappresentano un pacchetto solido e credibile". Restano però sul tavolo diversi interrogativi. Il primo riguarda il fatto che la crisi partita nel 2008 ha colpito tutti gli Stati Ue: deficit e debito pubblico sono lievitati ovunque e la disoccupazione sta crescendo ancora, quindi si tratta di problemi non limitati al caso-greco. La seconda questione è legata alla necessità di una reale e rafforzata governance economica europea, che ora praticamente tutti i politici sembrano invocare. Infine Angela Merkel, cancelliera tedesca, ha riproposto il problema delle "regole", invocando "una riforma del Patto di stabilità e crescita" definito a Maastricht per conferire stabilità all'area della moneta unica. Sir 3

 

 

 

 

Malinconie tedesche

 

Con il passare delle settimane, si è diffusa un’opinione malevola sulla Germania di Angela Merkel e sul suo modo di affrontare la crisi greca. Se ci sono state tante esitanti lentezze nel decidere, se l’aiuto di cui Atene ha bisogno è passato in due settimane da 45 miliardi di euro a oltre 100, se altri Paesi barcollano (Portogallo, Spagna) è perché il governo tedesco non sarebbe capace né di sguardo lungo, né di mosse rapide. Perché dipenderebbe dai sondaggi d’opinione, e si sentirebbe molto più minacciato dall’imminente voto in Renania-Westphalia che dal crollo di Atene e perfino d’Europa. Angela Merkel non avrebbe la stoffa di un grande leader che trascina, convince i connazionali, pensa in grande come seppero farlo Adenauer, Brandt, Kohl.

 

Impaurita dalla crisi, e dalla prospettiva di finire nel gorgo assieme ai più deboli dell’Unione, il Cancelliere ha infine preso la decisione di soccorrere Atene e di prendere in mano il destino dell’euro. Ma lo ha fatto con fatica, quasi a malincuore, pensando e dicendo che in fondo fu sbagliato imbarcare nell’euro Paesi poco affidabili. Una sorta di malinconia minaccia di sommergere i governanti tedeschi, fatta di paura dell’impopolarità, di diffidenza istintiva verso il mondo esterno, e di quella singolare forma d’orgoglio che li spinge a rifiutare, in Europa, l’esercizio di una guida politica decisa. Il cancelliere Schmidt lo ripeteva spesso, con l’altezzosa modestia che lo caratterizzava: «Geopoliticamente pesiamo e vogliamo pesare quanto la Svizzera». La storia della doppia crisi greca ed europea è, al contempo, la storia della difficile uscita della Germania dalla malinconia. Della lenta, insicura gestazione di un Paese che accetta di guidare l’uscita dalla crisi ricominciando a credere nell’Europa.

Non è un’impresa semplice, perché la malinconia ha radici possenti e antiche. In parte è un’accidia comune a molti europei: di continuo, l’Unione li costringe a toccare con mano il doppio limite che essa fissa alla sovranità degli Stati e alla sovranità del voto popolare, quindi alle democrazie nazionali. In parte è un’accidia specifica che suscita nei tedeschi il desiderio di ritrarsi, di occuparsi prioritariamente dell’ordine in casa propria. Non tutte le critiche mosse alla Merkel sono errate, in questo quadro. Spesse volte il breve termine e i sondaggi sono per lei più importanti della visione lunga: due terzi dei tedeschi osteggiano i salvataggi di Paesi in difficoltà, e questo conta nel suo giudizio. A ciò si aggiunga un senso di superiorità morale mal dissimulato: nei giornali come nei discorsi politici, i Paesi deficitari sono chiamati peccatori, e peccato è il nome dato all’indisciplina di bilancio. Intanto cresce in Germania la stanchezza d’Europa: non è irrilevante che il Cancelliere, provenendo dall’Est tedesco, sogni come altri europei orientali (come il ceco Vaclav Klaus ad esempio) una sovranità nazionale che si condivide avaramente. Alcuni difetti tedeschi sono difetti di molti politici europei: la fiducia nei mercati e nelle agenzie di rating non pare diminuita, malgrado la crisi del 2007-2009. Altri difetti sono tedeschi: fra questi la nostalgia del marco, non estinta.

Ma la Germania è anche un Paese che ha appreso l’arte di uscire dai malesseri scommettendo prima di altri sull’Europa e sulla limitazione delle sovranità. I suoi politici più sapienti hanno sempre saputo che nessuno spleen nazionale è superabile, se non si va alle sue radici e non lo si combatte con la costruzione europea. Non stupisce che chi in questi giorni ha più lavorato in questa direzione sia un uomo politico che contribuì alla nascita dell’euro, dopo la caduta del Muro: Wolfgang Schäuble, per anni considerato il delfino di Kohl, oggi ministro delle Finanze, medita da decenni sulle paure tedesche e su come queste paure possono, attraverso l’Unione, equilibrarsi e calmarsi.

Vale dunque la pena risalire indietro nel tempo, se si vuol capire la Germania, e rievocare il cammino della moneta unica. Un cammino iniziato prima della riunificazione. L’appello del partito democristiano all’unione monetaria risale al 1984. Nel 1988, il deputato Cdu Gero Pfennig annuncia: «I francesi hanno cominciato una trattativa con noi: la sicurezza militare contro la sicurezza monetaria». Dopo l’89 il progetto si affina, e se l’euro vede la luce lo si deve a Kohl e al francese Mitterrand: alla loro tenacia, alla resistenza che ambedue oppongono a tutti coloro che temono il sacrificio delle monete nazionali.

Il sacrificio era duro soprattutto per la Germania, uscita dall’ultima guerra con una sovranità dimezzata, con un Paese diviso, con lo sguardo del mondo puntato non sempre benevolmente sulla sua nascente democrazia. Il marco era divenuto lungo gli anni l’equivalente della bandiera classica, che i tedeschi non potevano e non volevano più sventolare con la baldanza di prima. Il patriottismo si condensò nell’icona del marco. Un patriottismo non autarchico, ma assai fiero della propria forza.

Si può dunque immaginare cosa rappresentò, per la nazione tedesca, rinunciare nel 1999 alla sovranità monetaria. La riunificazione divenne legittima grazie a questa rinuncia, e Mitterrand non esitò a presentarla come laccio che imbrigliava il nuovo colosso tedesco. Una visione che la classe dirigente tedesca accettò, ma a denti stretti. Una parte della socialdemocrazia scalpitava. La Banca centrale tedesca resistette fino all’ultimo.

È il motivo per cui i più europeisti in Germania, da Kohl a Schäuble, puntarono sulla moneta unica ma vollero completarla con un potere politico europeo. L’euro non doveva essere che un inizio: proprio perché la rinuncia al marco era stata una tribolazione, e perché in caso di crisi future avrebbe potuto suscitare nei tedeschi risentimenti e disillusioni, i governanti tedeschi si aspettavano dall’amicizia con Mitterrand qualcosa di più fortemente europeo: una democratizzazione delle sue istituzioni, un potere più vasto dell’Unione. Il massaggio era chiaro: una moneta senza Stato poteva affermarsi, ma alla lunga non avrebbe dato né pace ai tedeschi, né stabilità all’Europa. L’euro aveva un difetto grave: era visto come un armonioso approdo finale. Quello che allora pareva impensabile - la bancarotta di uno Stato - non era contemplato, così come non era contemplato l’esplodere nei tedeschi del risentimento. La moneta senza politica fa oggi fallimento.

Fu in quell’epoca, nel 1994, che Schäuble elaborò un piano assieme a Karl Lamers, consigliere di politica estera. In esso si preconizzava l’istituzione, accanto all’euro, di un’unione politica ristretta e potente. In particolare, Berlino proponeva a Parigi la messa in comune delle forze militari, in modo che anche la spada, oltre che la moneta, divenisse sovrannazionale. «In nessun caso siamo disposti ad accettare che la nave più lenta arresti lo sviluppo dell’Unione», disse Kohl in difesa del piano. Nel testo Schäuble scriveva: «Difendere se stessi è il nocciolo duro di qualsiasi sovranità. Questo deve valere per gli Stati dell’Unione europea: solo in comunità essi possono mantenere la propria sovranità».

Il piano Schäuble-Lamers fallì per colpa della Francia. La risposta di Balladur, premier conservatore di Mitterrand, fu negativa. Sarkozy, allora portavoce del governo, accusò i tedeschi di «inaudita brutalità» verso i Paesi non invitati nel «nucleo stretto». Non era la prima volta che Parigi bloccava sul nascere un progresso decisivo dell’Unione. Era già accaduto quando venne affossata, nel 1954, la Comunità europea di difesa.

Qui hanno la loro radice le nuove ansie della Germania, le sue nuove diffidenze verso l’Europa. Qui la forza frenante che s’impersona nella sua Corte Costituzionale. Qui la scarsa leadership europea che esercita Angela Merkel. Perché la vecchia scommessa di Schäuble riprenda il suo cammino occorre non solo che la Germania ricominci a pensare l’Unione, ma che tutta l’Europa - Parigi in testa - ripensi se stessa e le difficoltà tedesche. Le grandi crisi sono l’occasione perché questo possa accadere. Barbara Spinelli, LS 3

 

 

 

 

Gli errori dell'Europa

 

Ci sono voluti circa tre mesi all' Unione Europea per decidere di aiutare la Grecia. Molti - incluso chi scrive - avrebbero preferito una procedura più rapida ed efficiente. Una procedura che avrebbe evitato di scatenare i mercati finanziari e di minare la fiducia nell' euro. All' origine di questi ritardi ci sono stati - non c' è dubbio - incertezze, mancanza di leadership, rigurgiti nazionalistici, procedure inefficaci. Sembra facile, a prima vista, individuare i colpevoli. Se si vuole tuttavia che questa crisi rappresenti l'occasione per rafforzare il processo di integrazione europeo bisogna spingere oltre la riflessione su ciò che è avvenuto, partendo da due spunti. Il primo è che l' euro non è solo la moneta comune di una unione tra 16 Paesi e oltre 300 milioni di cittadini, ma comporta legami politici ben più stretti di quanto pensassimo. Le difficoltà di un Paese si riflettono direttamente sugli altri, con conseguenze non economiche e finanziarie. Come dimostrano i casi recenti della Lettonia e dell' Ungheria, se la crisi fosse avvenuta in uno degli altri Paesi europei fuori dall' area dell' euro, l' Unione avrebbe partecipato al salvataggio, insieme al Fondo Monetario Internazionale, senza particolari difficoltà. Una crisi all' interno dell' area dell' euro comporta invece dimensioni politiche di ben ampia portata. In secondo luogo, all' origine della crisi greca non c' è stato solo un problema di bilancio, ma una questione politica fondamentale, che molti hanno sottostimato. Se le difficoltà di bilancio della Grecia fossero state prodotte da un evento esogeno, come un terremoto, la crisi si sarebbe risolta rapidamente. La Commissione europea dispone peraltro di risorse finanziarie ingenti per far fronte ad eventi «fuori dal controllo degli Stati Membri». Gli altri Paesi membri non avrebbero fatto mancare la loro solidarietà. La crisi greca è nata invece da una grave violazione dei principi sottostanti alla costruzione politica europea. Il precedente governo greco aveva infatti più che raddoppiato il deficit pubblico, dal 6% del Prodotto lordo a oltre il 13%, senza dichiararlo, nel 2009 - un anno elettorale. In altre parole, la - seppur debole - sorveglianza europea sui bilanci pubblici dei Paesi membri è stata elusa dalla Grecia a fini elettorali interni. Ci si può chiedere in quale Paese un tale evento non avrebbe innescato una crisi politica di dimensioni paragonabili a quella che è stata vissuta nell' Unione. Non ci si può meravigliare se molti cittadini dell' area dell' euro - una stragrande maggioranza in alcuni Paesi - si siano dichiarati contrari a ripianare i debiti della Grecia. Non ci si può meravigliare se alcuni governi dei Paesi membri, riflettendo il disagio dei propri cittadini, abbiano esitato a lungo prima di dare il loro accordo al sostegno finanziario alla Grecia, e abbiano dato il loro accordo solo in ultima istanza, di fronte alla crisi che si stava generalizzando e condizionato a forti tutele nei confronti di quel Paese. In gioco non era solo la coesione economica e finanziaria dell' Unione, ma soprattutto quella politica. Quando, alla metà degli anni 70, lo Stato di New York chiese aiuto al governo centrale degli Stati Uniti per far fronte alla montagna di debito accumulato, quest' ultimo si rifiutò fino a quando non fu varato un programma credibile di risanamento. Fu un negoziato lungo e politicamente difficile, che servì però da esempio per gli altri Stati. Anche la lunga crisi europea di queste settimane può servire da esempio per indurre gli altri Stati europei a risanare per tempo i propri bilanci pubblici e all' Europa per dotarsi di procedure e istituzioni più efficienti. Questa crisi può servire anche agli Stati che si vogliono dotare di strutture federali, affinché definiscano meccanismi rigorosi che evitino che lo Stato centrale (cioè le altre regioni) si trovi a dover ripianare i debiti creati a livello regionale. Lorenzo Bini Smaghi, CdS 3

 

 

 

 

Alle urne per cercare la rinascita, l'Inghilterra volta pagina in tv

 

Al voto il 6 maggio dopo 13 anni di governo laburista. Due giovani sfidano Brown: entrambi promettono il nuovo. L'incursione della televisione, mai così invadente, ha rivoluzionato la campagna elettorale - di BERNARDO VALLI

 

LONDRA - Gli inglesi votano giovedì sei maggio dopo 13 anni di governo laburista ininterrotto, ma guidato successivamente da due primi ministri: all'inizio Tony Blair, poi sostituito dal compagno-rivale Gordon Brown al nº 10 di Downing Street. Fino al 15 aprile, data del primo dibattito televisivo nella storia elettorale britannica, tutti o quasi tutti si aspettavano con alterna intensità, influenzati dagli oscillanti sondaggi, un cambio della guardia. L'idea prevalente era che i conservatori sarebbero ritornati al potere con alla testa David Cameron, il loro capo new look. A Gordon Brown non restava, in sostanza, che aspettare la sconfitta. Non che fosse rassegnato. Il primo ministro scozzese non ha le doti indispensabili nella politica spettacolo (quando non è burbero pare sia collerico), ma ha conservato la testardaggine e la grinta del giocatore di rugby che è stato da giovane.

 

Comunque il potere logora. Logora chi lo esercita e chi lo vuole conquistare o conservare. Insomma, logora sempre, anche se appaga ambizione e vanità. Capita come al fondo dei pantaloni che col tempo irrimediabilmente si usa. Una saggezza, molto poco teorizzata, una saggezza istintiva, non obbligatoriamente associata a un'intelligenza politica, spinge questo Paese a fare quel pensa occorra fare nel momento che ritiene giusto, senza badare agli intralci sentimentali, ideologici o storici. È quel che chiamiamo pragmatismo, con ammirazione quando si tratta della versione inglese. Si è soliti ricordare il caso di Winston Churchill che fu sconfitto dagli elettori britannici quando aveva appena compiuto la storica impresa di sconfiggere Hitler. La gloria bellica fu dirottata nei testi di storia e la gestione della pace fu affidata ad altri.

 

Brown non è Churchill, qualche impresa l'ha tuttavia compiuta anche lui. Come Cancelliere dello scacchiere ha animato gli anni del miracolo economico inglese e come primo ministro ha avuto un ruolo di rilievo nel gestire la crisi finanziaria. Adesso che la crisi finanziaria non è più nella fase acuta, molti inglesi pensano che sia giunto il momento di cambiare la guardia a Downing Street. Altra situazione, altri uomini. I tredici anni di governo, prima insieme a Tony Blair (con il quale non andava d'accordo ma con il quale condivise il fatale errore di partecipare alla guerra in Iraq), e poi da solo, pesano sulle sue spalle come una croce. Senza contare il suo caratteraccio e la sua incapacità di comunicare, che ricorda a tratti quella di Romano Prodi. Con la differenza che lo scozzese è uomo di mischia e di palla ovale e l'emiliano va in bicicletta.

 

Ha suscitato scalpore la gaffe di Brown con la pensionata di Rochdale, la signora Gillian Duffy, vecchia elettrice del Labour, che l'aveva interrogato su due problemi spinosi, l'economia e gli immigrati, e che lui ha poi definito "bigotta" parlando con i suoi collaboratori, non sapendo di essere ancora in diretta con la BBC radio2. La gaffe rischierebbe addirittura di fargli perdere voti preziosi. Potrebbe essergli fatale. Quando, conversando con degli amici, ho sostenuto che per un italiano l'incidente si riduce a "poca cosa", pensavo alle gaffe, agli insulti, alle menzogne del presidente del consiglio italiano. Gaffe, insulti, menzogne che non gli fanno perdere consensi. I miei interlocutori sono rimasti silenziosi, giudicando probabilmente che si tratta di due diverse democrazie.

 

Il 15 aprile ha segnato una svolta. Non solo nella campagna elettorale, ma nella recente storia politica britannica. Dopo lunghe trattative sono stati varati quel giorno i dibattiti televisivi, tre in tutto, tra i principali candidati. Non dei confronti faccia a faccia come in Francia ma dibattiti "all'americana", dove i partecipanti stanno di fronte alla telecamera e rispondono a delle domande. E a questo punto è emersa anche in politica l'importanza nel Paese del teatro (non nella versione commedia dell'arte), come luogo in cui gli inglesi, vedendosi rappresentati, riflettono ai casi propri. Londra in particolare è di per sé un meraviglioso teatro. Non sto ad enumerare gli spettacoli che ci ha offerto nel passato recente, anche per le strade. Gli inglesi sono grandi attori. Capita a volte di pensare all'amore settecentesco dei veneziani per le maschere. Niente maschere beninteso sull'odierna ribalta politica, dove è di rigore la serietà che impone il momento culminante della vita democratica, nel Paese che l'ha inventata e l'ha praticata e la pratica nel modo migliore. Ma lo spettacolo c'è stato. E ha sconvolto i programmi.

 

Come esige il teatro c'è stata la sorpresa. Anzitutto i protagonisti non erano più soltanto due, il detentore del titolo e lo sfidante, il laburista Gordon Brown e il conservatore David Cameron. Ma tre. E il terzo, il liberal-democratico Nick Clegg, non certo sconosciuto ma neppure popolare come gli avversari, ha mandato all'aria il copione. Brown, il vecchio (si fa per dire, non ha ancora sessant'anni), non era un Cristo in croce tra due ladroni, perché Cameron e Clegg pur non essendo dei pischelli (hanno entrambi 43 anni) risaltavano per la sana giovinezza e l'immacolatezza di chi non ha mai governato. E tuttavia la loro candida, dinamica immagine, che ben mascherava l'astuta inesperienza, metteva in risalto la figura del primo ministro, appesantita non tanto dagli anni anagrafici quanto da quelli trascorsi al governo del Paese.

Lui incarnava inevitabilmente il passato, con i suoi scandali e scandaletti, le sue crisi e le sue delusioni, e i suoi frequenti momenti di mediocrità; mentre i due giovani sollecitavano l'istinto che spinge a ripudiare un potere logorato dal tempo e dai vizi annessi. È insignificante, lo so, ma non pochi outsiders, cioè stranieri, spettatori senza voto, hanno espresso un giudizio favorevole a Gordon Brown. E dello stesso parere sono stati non pochi economisti inglesi, soprattutto quando al terzo dibattito televisivo, quello svoltosi a Birmingham, l'argomento era appunto l'economia. Ma i sondaggi d'opinione sono stati tutti sfavorevoli a Brown. E i principali quotidiani, anche di sinistra, lo hanno in sostanza bocciato. Ed è quel che conta, nell'attesa del risultato di giovedì sera.

 

Dopo i dibattiti televisivi i pronostici sono radicalmente cambiati. In sostanza i principali candidati si suddividono i voti virtuali: un terzo ciascuno. David Cameron resta il favorito perché gli viene attribuito un terzo più vistoso degli altri, ma può difficilmente sperare in una maggioranza assoluta, come gli veniva pronosticata. Gli scontenti del Labour disposti a votare conservatore hanno trovato forse un rifugio nei liberal-democratici, idealmente più affini. Per reazione i laburisti scandiscono con insistenza che votare per i lib-dem è come votare per i conservatori, perché soltanto il Labour può impedire il loro ritorno al governo.

 

Gordon Brown e Nick Clegg sono quasi alla pari. Con Brown che slitta spesso al terzo posto. Se questo dovesse accadere anche nei voti reali, si avrebbe un declassamento storico dei laburisti. I liberal-democratici di Clegg non possono essere considerati i discendenti dei liberali che governarono l'Inghilterra a più riprese all'inizio del secolo scorso. David Lloyd George fu l'ultimo primo ministro liberale (1916-1922). Poi il Partito laburista prese il sopravvento e diventò l'antagonista del Partito conservatore. L'attuale Partito liberal-democratico è nato dalla fusione, nel 1988, tra quel che restava del vecchio Partito liberale e il Partito social-democratico, composto dai delusi del Labour.

Nonostante il percorso zigzagante, nel caso i liberal-democratici dovessero ottenere più voti dei laburisti si potrebbe parlare di una rivincita liberale un secolo dopo. La seduzione esercitata dal giovane Clegg ha avuto un effetto straordinario. Con ascendenze olandesi e russe, poliglotta, con una lunga esperienza universitaria sul Continente, egli non corrisponde affatto al caricaturale ritratto del liberal-democratico fricchettone e snob. È un giovane leader centrista, sveglio e abile nel pescare un po' a sinistra e un po' a destra, con un'impronta ecologica. Ha un'aria nuova ma non troppo. Condivide il liberismo conservatore, almeno in parte; ed è per la protezione sociale e il servizio pubblico. Ed è europeista.

 

Qualunque sia il risultato numerico dei suffragi, i liberal-democratici non potranno tuttavia avere più seggi dei laburisti. Ed è quel che conta nell'immediato. Il sistema elettorale inglese (maggioritario uninominale secco) non è simmetrico per quel che riguarda il rapporto tra voti e numero dei deputati. Con un elettorato ben distribuito si possono avere più rappresentanti in Parlamento di chi ha avuto più suffragi, ma dispersi nei vari collegi. Con un elettorato diviso sostanzialmente in tre parti si avrà con tutta probabilità un Parlamento senza una maggioranza assoluta. Per trovare a Londra coalizioni di governo (come a Berlino e a Roma) bisogna risalire a più di 30 anni fa, e quella del 1974 non durò a lungo.

 

Laburisti e liberal-democratici sembrano gli alleati più probabili. Più logici. Ma con Brown o senza Brown? Con chi primo ministro? David Cameron, l'aristocratico conservatore che auspica un "cambiamento radicale" e vuole "restituire il potere al popolo", resta comunque il favorito. Se sfiora la maggioranza assoluta può ricorrere ai piccoli partiti. Ma la gara a tre è complessa e resta aperta. LR 4

 

 

 

 

Frattini: “La nuova Farnesina a fianco di chi vuole competere all'estero

 

  ROMA - Mai come in questi giorni abbiamo potuto constatare, nel bene e nel male, come la stabilità economico-finanziaria, la proliferazione nucleare, il terrorismo, la criminalità transnazionale, la povertà, il clima, l'energia, abbiano portata davvero globale e richiedano risposte collettive e tempestive.

  In un'epoca di incessanti e profondi mutamenti, anche sul piano internazionale, la trasversalità e l'ampiezza di questi fenomeni costituiscono il dato di fondo. Così come lo sono le dimensioni dei mercati, davvero globali anch'esse, che richiedono, per vincere la sfida cruciale della competitività, che la proiezione all'estero delle nostre imprese avvenga non isolatamente, ma nel pi ampio quadro del posizionamento complessivo del sistema paese, nelle sue dimensioni politica, culturale, economico-finanziaria, scienti fica e tecnologica.

  I cambiamenti appena descritti non possono non avere significative ripercussioni sul ruolo che i ministeri degli Esteri sono chiamati a svolgere all'interno di ciascuna struttura statale.

  E’ quindi importante saper adeguare il nostro strumento diplomatico alla complessità del mondo contemporaneo, come hanno fatto i nostri principali partner europei. Il nuovo assetto del ministero degli affari esteri, che è stato varato dal consiglio dei ministri dopo aver ottenuto l'unanime parere favorevole delle commissioni parlamentari, trae origine da questa analisi.

  Con meno direzioni generali (da 13 a 8) basate non più su un criterio geografico ma dotate di capacità di visione globale, ciascuna nel proprio ambito (affari politici e sicurezza, mondializzazione e sfide globali, Unione europea, oltre che cooperazione allo sviluppo e italiani all'estero e politiche migratone) e un consiglio di amministrazione chiamato a esprimere valutazioni sugli indirizzi strategici e sull'azione complessiva del ministero, la Farnesina si pone come obiettivo quello di operare con accresciuta efficacia dinanzi alle nuove realtà.

  Per meglio rispondere alle esigenze dei cittadini e delle imprese, la creazione di una Direzione generale per la promozione del sistema paese risponde poi alla crescente domanda di un sostegno coordinato, sinergico e strutturato alla proiezione esterna del nostro sistema economico-finanziario e culturale.

  Ma non è tutto. Questa riorganizzazione è parte di una riforma più ampia che attribuisce autonomia gestionale e finanziaria agli ambasciatori e ai consoli e accresce le loro possibilità di acquisire fondi anche da sponsorizzazioni e partenariati pubblico/privato, che investe fortemente nella formazione e nelle nuove tecnologie, semplifica nelle procedure e innova nei metodi di lavoro, recependo con convinta partecipazione le riforme che il governo ha introdotto nel pubblico impiego, fra cui soprattutto il “ciclo della performance” e l'enfasi sulla premialità del merito.

  Gestore responsabile di una rete diffusa e ramificata di ambasciate, rappresentanze permanenti, consolati, istituti di cultura, unità tecniche di cooperazione, che rappresenta il suo vero asset per veicolare contenuti propri e prodotti da altri soggetti, istituzionali e privati, la nuova Farnesina si presenta come prodotto non di una riforma statica, ma di un cambiamento governato, una dinamica di adattamento ad una realtà nella quale sono i processi di interazione e la capacità di iniziativa e di innovazione a rendere significative anche le funzioni. Perché in ultima analisi, non lo dimentichiamo, la cultura di un'organizzazione, il suo grado di apertura e di flessibilità contano forse più delle strutture.  Franco Frattini, “Il Sole-24 Ore” 4

 

 

 

 

Festa della Liberazione? Né festa né liberazione!

 

Commento all'articolo di Todeschini del 5.5.2010

 

Condivido pienamente le affermazioni di Todeschini sulle indecenti gazarre 

che hanno accompagnato le commemorazioni del 25 aprile in molte città 

italiane. E concordo con lui che sarebbe ora di trasformare questa 

ricorrenza in un'occasione di unità e non di divisione fra gli italiani.

Ma fatte tutte le doverose critiche agli estremisti di sinistra, resta il 

fatto incontestabile che furono proprio i comunisti a pagare il più alto 

tributo di vittime nella lotta contro i nazifascisti. Non furono i soli, 

ma indiscutibilmente la componente predominante, anche perché erano gli 

unici a non essersi compromessi col fascismo.

Che dall'altra parte, fra i fascisti, ci fossero persone in buona fede che 

ancora credevano nel Duce nonostante tutto è forse possibile, poveretti 

loro, ma non è una ragione per denigrare coloro che li combatterono per 

liberare l'Italia dalla dittatura.

Che non tutti i partigiani fossero esempi di cristalline intenzioni cambia 

ben poco, in tutte le armate e soprattutto quelle irregolari è difficile 

selezionare. Succede anche negli eserciti regolari (vedi i crimini USA in 

Vietnam ed Irak, come pure quelli sovietici in Cecenia).

Sull'opinione dell'attuale Capo dello Stato su questa ricorrenza 

preferisco non spendere neppure una parola, lo giudicherà la Storia, per 

questo come per tutto il resto.

Ciò che Todeschini nel suo intervento (che pure a grandi linee condivido) 

dimentica è un fatto purtroppo innegabile e sotto gli occhi di tutti: i 

partiti attualmente al potere ed i loro fiancheggiatori cercano da lunga 

data di svilire la Resistenza equiparando caduti fascisti ed antifascisti. 

E ciò, come ha spiegato magistralmente G. Orwell nel romanzo "1984" è il 

tentativo perenne di tutte le dittature di riscrivere la Storia per i 

propri interessi.

Aborro anch'io lo scadimento di questa nobile Ricorrenza del 25 aprile in 

un'occasione per attaccare Berlusconi, è come usare un prezioso 

manoscritto per scacciare una mosca. Finché la "sinistra" ( o meglio 

coloro che ora in Italia si attribuiscono indegnamente questo orientamento 

politico) resterà a questo livello, non avrà la minima probabilità di 

cambiare il sistema.

 

Io ho trascorso la maggior parte della vita all'estero, constato con 

amarezza che in tutti i Paesi liberi del mondo l'attuale regime che si è 

impadronito dell'Italia è considerato di fatto antidemocratico, anche se 

formalmente sembra ancora apparentemente rispettare le regole, pur con 

tutte le eccezioni.

Nella mia parentele ho avuto zii partigiani, che se ancora vivessero 

rimpiangerebbero di aver rischiato la vita per ritrovarsi in un Paese come 

è diventata attualmente l'Italia: e la colpa di questo non ricade certo su 

chi ha combattuto da antifascista contro la dittatura, ma semmai su tutti 

coloro che da voltagabbana hanno cercato fin dall'immediato dopoguerra di 

cancellare le responsabilità fasciste accomunando partigiani a 

repubblichini.

 

In conclusione sarei però molto più radicale di Todeschini: l'Italia 

attuale non merita più di ricordare questa festa, visto che l'ha svilita a 

tal punto.

Sospendiamola allora, in attesa di poter celebrare la prossima Liberazione 

dall'attuale regime, che ovviamente tutti speriamo avvenga senza alcuno 

spargimento di sangue ma invece riaprendo i processi contro tutti coloro 

che se li meritano, indipendentemente dalle cariche istituzionali che 

indegnamente rivestono.

 

Sarebbe un bel sogno e la vera Liberazione: non più dover assistere a 

sciocche violenze ed insulti contro i politici attorniati da poliziotti, 

ma vedere questi ultimi fare il loro dovere portando in carcere -dopo 

giuste condanne - tutti i responsabili politici che si sottraggono ora 

impunemente alle leggi (0 se le fanno su misura) e che coi loro 

comportamenti corrotti e criminali hanno ridotto l'Italia nel deplorevole 

stato in cui si trova e sta sprofondando.

Graziano Priotto – Praga, gianavello@atlas.cz  (de.it.press)

 

 

 

Il rebus della successione di Scajola

 

La successione di Scajola si presenta più complicata del previsto. Per una serie di ragioni: intanto il ministro, come accade a chi si trova al centro di una vicenda difficile, fino all’ultimo non credeva di doversi dimettere. Il comunicato di lunedì sera, che ha preceduto la telefonata in cui Berlusconi gli ha consigliato di rientrare a Roma dalla Tunisia, fissava tempi più lunghi: almeno una decina di giorni, nella speranza di far decantare la situazione. Quando invece ha capito che la sua sorte era segnata, ha chiesto almeno un’ipotetica promessa di recupero nel caso (improbabile) in cui riesca a far chiarezza e a discolparsi.

 

Berlusconi fin da domenica si era preparato all’eventualità di dover sostituire il responsabile dello sviluppo economico mettendo in fila, nella sua testa, tre nomi: uno, quello di Luca di Montezemolo, gettato lì sul tavolo perché è da sempre una sua idea, anche se il presidente della Ferrari non è disponibile. Gli altri due, Romani e Galan, il primo vice di Scajola e il secondo neo nominato all’Agricoltura, perché sono uomini di sua assoluta fiducia.

 

Ma è bastato che questa «rosa» cominciasse a circolare, per sollevare una serie di reazioni. A cominciare dalla Lega, che contesta una sostituzione automatica di un ministro ex-Forza Italia con un altro della stessa provenienza. In realtà la mossa, apparentemente mirata a rendere più difficile la nuova nomina, assegna a Berlusconi un margine di manovra nel suo partito, che ribolle in questi giorni di polemiche e di nascite di nuove correnti. Il premier ha buon gioco a spiegare ai suoi che è meglio ricoprire subito la casella, prima che si apra una nuova trattativa.

 

C’è tuttavia un altro aspetto che non è emerso pubblicamente finora, ma che non tarderebbe a generare conseguenze, nel caso di una scelta affrettata. Scajola infatti era, oltre che un esponente del Pdl proveniente dall’ex partito del premier, un democristiano e dunque uno dei pochi credenti in un governo che, formato per la prima volta senza l’appoggio dell’Udc, è stato considerato fin dalla nascita privo della componente cattolica «riconosciuta» dal Vaticano. Anche se nessuno si alzerà platealmente a rivendicare che il successore del ministro dimissionario provenga dalla stessa area, il problema è ben presente a chi deve decidere. Ecco perché, dopo l’accelerata delle dimissioni, ora dopo ora la successione si complica.  MARCELLO SORGI LS 5

 

 

 

 

Fini: «Non c'è congiura dei giudici contro il governo»

 

MILANO - «Non c'è nessuna congiura o accanimento dei giudici contro l'esecutivo» ha detto il presidente della Camera Gianfranco Fini nel corso di un'intervista a ruota libera e in diretta su SkyTg24. Il presidente della Camera, il giorno dopo le dimissioni del ministro Scajola e nel giorno dell'avviso di garanzia che ha raggiunto il coordinatore del Pdl Denis Verdini, stavolta si trova d'accordo con il leader della Lega Bossi («Mi sembra che i magistrati facciano solo il loro lavoro») ma coglie anche l'occasione per rilanciare il ddl anti-corruzione. «È stato un disegno di legge voluto dal governo, quindi sarebbe bene che avesse una corsia preferenziale. Il direttivo del gruppo del Pdl non ha accolto la richiesta fatta dall'onorevole Bocchino, ma - aggiunge Fini - spero che ci sia un ripensamento».

VERDINI- Poi alla giornalista che gli chiedeva se a suo avviso Verdini dovrebbe fare un passo indietro da coordinatore del Pdl il presidente della Camera ha risposto: «No. La storia recente è zeppa di episodi in cui dopo l'avviso di garanzia le accuse si sono dimostrate non sussistenti».

LIBERTÀ DI STAMPA- Parlando del ddl intercettazioni e del fatto che con questo provvedimento non si potrà pubblicare più nulla a cominciare dagli atti delle indagini, Fini ha aggiunto: «Non credo che in una democrazia ci sia mai troppa libertà di stampa. Il problema comunque non è quello della quantità della stampa, ma della sua qualità». Anche se questa, spesso è «connessa alla qualità della politica». Ed è anche vero, ha sottolineato, che vista la qualità della politica questa « farebbe bene a guardare se stessa prima di fare le pulci agli operatori dell'informazione».

IL GIORNALE - Il passo per parlare de Il Giornale è breve: «Il problema per Il Giornale è l'evidente conflitto in cui si trova l'editore» ha detto Fini tornando sulle polemiche sollevate da alcuni articoli del quotidiano molto critici nei confronti suoi e dei finiani. «Berlusconi ha detto in modo pubblico - ha proseguito Fini - che è consapevole dei seri problemi politici che quel giornale ha determinato, basti pensare alla vicenda Boffo. Da un lato c'è l'interesse dell'editore, dall'altro c'è l'interesse del presidente del Consiglio, che sono nella stessa famiglia. Anche questo è un caso di conflitto di interessi. Ci sono momenti in cui bisogna privilegiare l'interesse generale sul piano politico o quello editoriale». Per il presidente della Camera «nel momento in cui si è chiamati a occuparsi dell'interesse generale va messo da parte l'interesse particolare». Fini ricorda dunque che il giornale appartiene alla famiglia del presidente del Consiglio e che questa non ha voluto mettere in discussione l'attuale direzione. «L'editore - afferma il presidente della Camera - ha ritenuto che fosse molto, molto importante avvalersi di uno staff che fa vendere migliaia di copie...». Poi, a proposito del direttore de Il Giornale, Fini ribadisce che questo usa la «penna come se fosse una clava». Il presidente del Consiglio, aggiunge il numero uno della Camera, «ha ammesso pubblicamente di essere consapevole dei problemi politici che quel giornale ha determinato, basti pensare alla vicenda Boffo». Ma, sottolinea Fini, «da un lato c'è l'interesse dell'editore, dall'altro c'è l'interesse del presidente del Consiglio, che sono nella stessa famiglia». E anche questo, sostiene, «è un caso di conflitto di interessi». E invece, conclude, «nel momento in cui si è chiamati a occuparsi dell'interesse generale va messo da parte l'interesse particolare».

FISCO - Un argomento per sottolineare la distanza da Berlusconi è quello relativo al fisco: «Se si dice che le tasse sono troppo alte e quindi è naturale evadere io rovescio il ragionamento, cominciamo a colpire chi evade così ci sono le risorse per abbassare le tasse. Le tasse sono troppo alte per tutti perché è troppo alta l'evasione. È vero - ha aggiunto - che è anche perché le tasse sono molto alte, ma se vogliamo ridurre le tasse avviamo una durissima fase di lotta all'evasione. È essenziale una sorta di etica repubblicana in questo senso, anche questo è un modo per ricordare l'unità d'Italia». «Io - ha concluso - ho detto più volte che dovremmo citare come esempio meritorio i tantissimi italiani che ogni giorno fanno il loro dovere. Qualche volta si privilegia finendo per dare ragione a Prezzolini che diceva: meglio furbi che fessi...».

LEGA - E infatti sulla necessità di impegnarsi per le celebrazioni avviate mercoledì per il 150° anniversario dell'Unità d'Italia Fini ha detto che le posizioni della Lega Nord all'interno della maggioranza sono minoritarie ed isolate. «Le posizioni leghiste sono minoritarie, isolate», ha detto Fini. «Lasciamo da parte le polemiche. «La Lega è un alleato importante, con il quale il Pdl ha presentato un programma, ma è essenziale nel momento in cui si sta insieme non andare a rimorchio di un movimento rispettabilissimo ma che è presente in alcune zone del Paese». Poi sui 150 anni d'Italia: «Le celebrazioni per 150 anni dell'Unità d'Italia sono iniziate nel modo migliore, il Capo dello Stato ha fatto un discorso alto sottolineando che non c'è nulla di retorico, non è tempo sprecato ma un doveroso ricordo delle nostre radici». Fini ha osservato che mercoledì il premier Berlusconi non era presente a Quarto ma ha lodato i discorsi dei ministri Bondi e La Russa, sottolineando che a questo punto le polemiche «vanno lasciate da parte», ma in ogni caso si è detto «lieto di aver posto quel problema» a suo tempo.

IL RUOLO - Infine a difesa delle sue esternazioni ha precisato: «Io ho il preciso dovere di essere imparziale nella conduzione dei lavori dell'Aula ma proprio perché non ho vinto un concorso, ho anche il diritto come i miei predecessori di avere delle opinioni politiche e porle all'attenzione nel mio partito».  CdS 5

 

 

 

 

Il futuro è sotto una sola bandiera. Chi offende l’unità d’Italia affossa il federalismo

 

Qualche giorno fa il presidente Azeglio Ciampi ci ha ricordato, con semplici e brevi parole, come il rafforzamento dell’unità nazionale sia la premessa di ogni riforma. E ha insistito sul fatto che questo rafforzamento sia una condizione essenziale perché si possano togliere i molti ostacoli che bloccano lo sviluppo del Paese. In poche parole ci ha detto che non si può passare all’attuazione del federalismo se non si parte dalla constatazione che viviamo in un’unica comunità e camminiamo dietro una sola bandiera. Quando ho letto queste parole speravo che fossero superflue, quasi un richiamo di rito da parte di chi aveva ed ha sempre fatto dell’unità nazionale un punto fondamentale della propria vita personale e politica.

Ho dovuto non solo constatare che di queste parole vi era assolutamente bisogno ma anche vedere con personale sofferenza che sono ricominciate le fronde nei riguardi delle celebrazioni del centocinquantesimo anniversario dell’Unità Italiana e gli ormai abituali insulti nei confronti della bandiera nazionale. Voglio subito dire che questa mi sembra la peggiore premessa all’introduzione del federalismo. Federalismo non vuole dire anarchia, non vuole dire scioglimento dei legami che ci tengono insieme, non vuole dire adozione di regole vaghe e flessibili. Dove il federalismo esiste vi è certamente maggiore capacità decisionale da parte degli enti periferici (a cominciare dalle Regioni) ma vi è un profondo senso di appartenere ad una comunità guidata da regole inflessibili e da una riconosciuta autorità in grado di garantire la compatibilità e l’armonia dei diritti e dei doveri delle diverse componenti della comunità nazionale. Se si parte mettendo in dubbio quest’appartenenza non si va da nessuna parte. Per essere ancora più preciso, mi chiedo come si possa arrivare ad un qualsiasi accordo sui temi oggi sul tavolo, come le definizioni dei costi standard e il concreto significato di perequazione, concetti sui quali si dibatte tra sottintesi, cose non dette e obiettivi divergenti. E ancora più come si possa parlare di sanzioni quando l’obiettivo primario diviene quello dell’indebolimento dell’unità nazionale e quindi della cancellazione di ogni autorità sanzionatoria.

Non ci dobbiamo perciò stupire del fatto che si discute accanitamente sui costi standard senza nessun accordo sulla qualità e la quantità dei servizi da prestare. Se non c’è un accordo politico (perché deve essere eminentemente politico) sugli standard come vi può essere un accordo sui costi?

E potremmo procedere con l’elenco di tanti altri problemi che debbono assolutamente essere affrontati prima di attuare una riforma così radicale e importante, ma voglio limitarmi a due osservazioni di preliminare buon senso. La prima è che, nel dibattito sul federalismo fiscale ognuno assicura ai propri elettori (siano essi del sud che del nord, siano essi professionisti che lavoratori dipendenti) grandi vantaggi dall’attuazione del federalismo stesso. Anche tenendo conto delle sue potenziali conseguenze virtuose, questa mi sembra un’affermazione priva del necessario supporto numerico. Partendo inoltre dal vecchio concetto che chi ben comincia è a metà dell’opera vorrei notare l’incongruenza di chi vuole il federalismo fiscale e nello stesso tempo ha voluto la cancellazione dell’imposta sugli immobili (la ben nota Ici ) che, in tutti i Paesi del mondo, è il fondamento di ogni imposizione locale. Capisco, e me ne sono reso conto di persona, che parlare di Ici è assolutamente impopolare ma so anche che, come si dice dalle mie parti, non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca. E che perciò, pur salvaguardando le classi più deboli, bisognerà pur arrivare a qualche diffusa applicazione di imposta sugli immobili o perlomeno a dichiarare con che cosa la si sostituisce, in modo da impedire il definitivo crollo delle autonomie locali. A questo punto mi resta che concludere ritornando alle parole di Ciampi, che ci ricorda che per costruire l’autostrada delle riforme occorre “una tensione morale e una politica lungimirante che sappia assumere le sue responsabilità”. ROMANO PRODI IM 5

 

 

 

 

Berlusconi teme l'effetto domino sulle inchieste. Possibili nuovi sviluppi

 

ROMA - Berlusconi non ha la minima urgenza di rimpiazzare Scajola. La parola d’ordine è: guadagnare tempo. Così si fermeranno (spera il premier) le bocce impazzite delle inchieste.

 

Circola voce di nuovi blitz giudiziari, addirittura «retate» tra i deputati Pdl. Nel mirino altri ministri, uno o forse due. Cosicché dentro il governo le dimissioni di ieri provocano sgomento: una crepa, anzi una breccia nella diga, anticamera della resa ai pm, come quando l’«effetto domino» travolse la Prima Repubblica. Rotondi, democristiano non pentito, boccia il gesto di Scajola, è «concessione alla demagogia» poiché fissa un precedente, pure il prossimo ministro sotto accusa dovrà gettare la spugna (Matteoli non è d’accordo, quello di Scajola è stato «un caso particolare», al suo posto lui farebbe diversamente). «Velina Rossa», che ha ottime fonti nel giro ex-Pci, anticipa colpi di maglio da Firenze. Qualcuno se li attende dalla Sardegna, altri indicano Milano...

 

Mettiamoci dunque nei panni di Berlusconi. Se sostituisce Scajola oggi stesso, magari poi gli tocca rimetter mano al governo tra qualche giorno, per colpa di altri ministri. Meglio aspettare, vedere che succede, e a quel punto risolvere tutto insieme. Fini permettendo. E poi, sul nome del sostituto Berlusconi vorrebbe guardarsi intorno, quello è un ministero troppo strategico per metterci uno dei tanti che sgomitano: e si moltiplicano con il passare delle ore, vero carosello di avvoltoi sopra il palazzo littorio di Via Veneto. Dove transita tutto ciò che al Cavaliere maggiormente preme. Le grandi commesse petrolifere? Esatto. I rapporti di affari con gente suscettibile tipo Putin o Gheddafi? Proprio così. E il programma nucleare? Anche, si capisce. La produzione degli armamenti? Come no. Gli incentivi alle imprese? Pane quotidiano. Senza dimenticare che il ministero dello Sviluppo ha nella pancia la competenza sul mercato delle tivù, non c’è bisogno di aggiungere altro.

 

Avvertono a Palazzo Chigi che i nomi del toto-ministro sono tutti sbagliati, Berlusconi non ne ha preso in considerazione nessuno di quelli in «pole position». Dalla lista si depenni perciò Romani, che già regge le Telecomunicazioni: lo fa bene, assicurano, e lì resta. Come restano al loro posto Galan e Cicchitto, i quali non si litigano affatto le spoglie di Scajola ma c’è chi vorrebbe promuoverli per rimuoverli, onde accaparrarsi l’Agricoltura (vecchio pallino della Lega) o la poltrona di capogruppo alla Camera (dicono vi ambisca il rampante Lupi). Altro nome che circola è Possa, un vecchio amico del premier. Pure Cantoni ne avrebbe i titoli professionali. Però in prima battuta Silvio cerca un tecnico esterno, magari un protagonista dell’impresa. Non osa dire Montezemolo ma insomma, l’identikit su cui ragionano nell’entourage è lontano mille miglia dalle mezze figure del teatrino romano. Anche perché il danno alla reputazione è stato tremendo, come se un meteorite avesse centrato il governo.

 

La gente comincia a chiedersi (dicono i sondaggi segreti) chi si è scelto il Cavaliere come ministri, specie quelli del tanto decantato «fare». L’Italia domanda allarmata se è chiara ai berlusconiani la differenza tra l’amministrazione statale e quella di una ditta privata. Servirebbe un nome rassicurante, un colpo d’immagine sul grande pubblico, e al tempo stesso un uomo di totale fiducia. Il premier non ce l’ha sotto mano. Gli serve tempo. Prenderà, anticipano i suoi, qualche attimo di riflessione, forse addirittura il dicastero a interim (lo fece già con gli Esteri quando se ne andò Ruggiero). Meglio se Scajola avesse resistito sulla graticola e non fosse crollato di schianto. Ma ormai è fatta. Segnalano con quale garbo Berlusconi congeda il ministro, tra apprezzamenti «per come ha interpretato il ruolo» e lodi all’«alto senso dello Stato». Un altro avrebbe messo Scajola alla porta. Invece il Cavaliere no, mostrare fretta sarebbe ammettere una colpa, la prova che nel governo c’è chi va licenziato. UGO MAGRI  LS 5

 

 

 

Pdl, Verdini indagato per corruzione. Lui replica: «Non mi dimetto»

 

Il coordinatore coinvolto nell'inchiesta su illeciti negli appalti pubblici, tra cui progetti sull'eolico in Sardegna

 

ROMA - Denis Verdini, uno dei coordinatori nazionali del Pdl, è indagato dalla procura di Roma per corruzione nell'ambito dell'inchiesta riguardante un presunto comitato d'affari che si sarebbe occupato, in maniera illecita, di appalti pubblici, in particolare dei progetti sull'eolico in Sardegna. Secca la replica del coordinatore: «Totale estraneità, mi batterò fino in fondo in tutte le sedi». Verdini non ha alcuna intenzione di dimettersi da coordinatore del Pdl, parlando con i giornalisti alla Camera, a chi gli chiede se lui farebbe come Claudio Scajola, il coordinatore del Pdl risponde: «Non ho questa abitudine, e neppure questa mentalità. E poi dimettersi dal lavoro è difficile. E le mie responsabilità politiche sono di lavoro».

L'INDAGINE - L’iscrizione di Verdini sul registro degli indagati è stata decisa dai responsabili degli accertamenti, i pm Ilaria Calò, Rodolfo Sabelli ed il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo. Nei giorni scorsi è stata anche perquisita la sede del Credito cooperativo fiorentino, di cui Verdini è presidente. Oltre a Carboni, nelle scorse settimane hanno ricevuto l’avviso proroga dell’inchiesta altre quattro persone: il costruttore Arcangelo Martino; Pinello Cossu, consigliere provinciale di Iglesias; Ignazio Farris, consigliere dell’Arpa della Sardegna; e un giudice tributario, Pasquale Lombardo. Molte delle ipotesi accusatorie sarebbero basate su intercettazioni, ma anche su un giro di assegni. Per questo si è proceduto al controllo dell’istituto di credito e di conti lì intestati. Le verifiche dei magistrati e dei carabinieri, sarebbero concentrate su diversi appalti pubblici, tra cui alcuni in Sardegna, connessi allo sviluppo di energie alternative. A questo filone è legato un blitz compiuto due settimane fa dai Carabinieri del Nucleo operativo di Roma nel palazzo di viale Trento della Regione Autonoma della Sardegna.

IL MISTERO DEGLI ASSEGNI - Gli investigatori erano alla ricerca del passaggio di un certo numero di assegni dei quali gli inquirenti intendono accertare la provenienza e la destinazione. In procura c'è un grande riserbo sulla natura delle indagini in corso. Gli accertamenti su quello che si ritiene essere stato un giro di appoggi e di promesse per favorire alcuni imprenditori sono stati avviati nel 2008 nel quadro di un'altra indagine avviata dalla Direzione distrettuale antimafia. Verdini è già indagato a Firenze in un'indagine per l'assegnazione degli appalti nelle Grandi Opere.

«TOTALE ESTRANEITA'» - Denis Verdini affida inizialmente il suo commento a una nota: «Di fronte a una serie di notizie interessate che cercano di infangare la sua reputazione, ribadisce la sua totale estraneità a ogni ipotesi di comportamenti penalmente o anche moralmente rilevanti e continua a essere disponibile, com'è suo costume, a favorire nelle sedi opportune il pronto accertamento della verità da parte della giustizia, che metta nel nulla tutta una serie di illazioni, falsità e costruzioni giornalistiche». Secondo Verdini «l'abitudine, ormai invalsa, di sistematiche violazioni del segreto istruttorio per colpire determinati soggetti politici attraverso pirotecnici, fantasiosi e incontrollati - e per questo parziali e pilotati - processi mediatici che, prescindendo da ogni serio accertamento, cercano di emettere sentenze precostituite, non è più sopportabile». Contro di esse, il coordinatore dichiara di «volersi battere fino in fondo in tutte le sedi, convinto della propria totale trasparenza».

«DESCRITTO COME UN BOSS MAFIOSO» - Ma poi, alla Camera Verdini si sfoga con i giornalisti è molto più loquace: «Vengo descritto come un boss mafioso o un burattinaio che mette tutti insieme. Magari. Ma i fatti sono fatti». Il coordinatore del Pdl è un fiume in piena: «Questo lo voglio dire: io sarei diventato una specie di crogiuolo che mette insieme cose che insieme non stanno. Ma io voglio rispondere dei fatti e non di questo sputtanamento generale. I fatti sono fatti e ci si difende da questi, non dallo sputtanamento». L'esponente del Pdl contesta duramente la violazione del segreto istruttorio: «È una violazione continua. Non è colpa dei magistrati, non è colpa dei giornalisti e non è colpa della forze dell'ordine. Ma allora di chi è la colpa? In questi giorni sono costretto a rispondere di cose di cui non so niente. Io sono abituato a rispondere ai magistrati quando vengo chiamato. Non mi piace invece il circo mediatico e ora dico 'bastà». Verdini dice di non credere a un complotto, ma solleva perplessità sui tempi dell'inchiesta e della fuga di notizie. «C'è una serie di concomitanze abbastanza palesi e osservabili- dice Verdini- così ripetibili che Galileo direbbe che costituiscono un fatto scientifico. È un fenomeno che si ripete costantemente e quindi è scientifico», dice a proposito della violazione del segreto istruttorio. «E pensare che c'è chi vuole ridurre le tutele per gli indagati. Io dico che è il partito dei matti». CdS 5

 

 

 

 

Bersani: verminaio da far paura

 

Una «scelta giusta», le dimissioni di Claudio Scajola erano «inevitabili». Ma a questo punto, a preoccupare Pier Luigi Bersani non c’è solo il «verminaio da far paura» su cui ora si deve scavare «fino in fondo», o che del disegno di legge anticorruzione «annunciato in pompa magna non se n’è fatto niente» e intanto si fa sempre più chiaro che questi «meccanismi oscuri sul sistema degli appalti possono essere un’autostrada aperta verso la corruzione». Il fatto è, dice il segretario del Pd quando viene a sapere delle dimissioni di Scajola, che la maggioranza ha ricevuto un altro brutto «scossone» e che ora a guidare il Paese c’è un governo non più soltanto percorso da «divisioni», ma anche «azzoppato». E a questo punto lo scenario è preoccupante, per Bersani, comunque lo si guardi: «L’alternativa è tra la palude, il blocco delle decisioni, e il rischio di una precipitazione della situazione politica. Dopo la vicende di Fini e quella sulla corruzione la situazione è intricata, paludosa, confusa». Una situazione soggetta ai peggiori rischi, dice il segretario del Pd lasciando la sede del partito al termine di una giornata convulsa, con un governo «in stallo a fronte di problemi crescenti»: «Non vedo una possibilità seria che questo governo riprenda il filo dei problemi e vedo invece una lunga e litigiosa stagione o qualche strappo, perché le fughe in avanti sono sempre possibili quando c’è uno stallo».

 

Bersani non vuole precisare quale tipo di «strappi» tema. Ma già l’attualità è allarmante, perché non solo «sostituire un ministro è insufficiente». Nota Bersani - che ha occupato fino al 2008 con il governo Prodi il posto lasciato ieri da Scajola - che il fronte rimasto scoperto è tra i più delicati, in un momento di crisi come questo. «Quello dello Sviluppo economico è un ministero che ha in mano l’economia reale, percorsa da un numero enorme di problemi. Conosco il rilievo di quel ministero». Dice in collegamento telefonico con Repubblica tv: «Mi viene in mente che domani c’è una riunione al ministero per gli operai della chimica, si troveranno davanti un funzionario, speriamo bene». Figurarsi, aggiunge qualche ora più tardi lasciando il Nazareno, un «bravissimo funzionario», ma che starà lì per il governo avendo di fronte «lo sceicco del Qatar e l’Eni»: «Una scenetta per uno dei passaggi più delicati dell’Industria chimica italiana», scuote la testa Bersani, che domani parte per la Sardegna, dove incontrerà gli operai della Vinyls di Porto Torres.

 

Sulle dimissioni di Scajola interviene anche Massimo D’Alema che da Ballarò dice: «Questa vicenda richiama la preoccupazione che nella vita pubblica italiana una questione morale continua ad esserci, la politica deve agire». Durante la trasmissione, il presidente del Copasir è stato protagonista anche di un duro botta e risposta con il vicedirettore del Giornale, Alessandro Sallusti, il quale ha accusato D'Alema di «moralismo» facendo un paragone tra la vicenda di Scajola e la cosiddetta «affittopoli» dei primi anni '90, quando alcuni politici, tra cui lo stesso D'Alema, furono criticati perché abitavano in affitto in case di enti previdenziali pagando l'equo canone. «L'accostamento è del tutto improprio - ha detto D'Alema - io come migliaia di persone pagavo ciò che era previsto dalla legge, e non troppo poco». Sallusti ha replicato ricordando che però D'Alema lasciò la casa dell'ente che aveva in affitto. «Vada a farsi fottere - ha gridato il presidente del Copasir - lei è un bugiardo e un mascalzone». E al giornalista che insisteva D'Alema ha replicato: «è stato fatto un accostamento che non c'entra nulla. Ero in affitto, non ero né ministro né capo di governo, ero in un ente previdenziale pubblico e pagavo l'equo canone previsto dalla legge». Simone Collini  L’U 5

 

 

 

Fuori la verità

 

Dimettendosi da ministro, Claudio Scajola ha dimostrato di avere sensibilità istituzionale. Di non voler coinvolgere il governo in una vicenda personale i cui contorni restano ancora enigmatici. E di aver capito che un ulteriore ritardo di questa scelta avrebbe sfidato lo sconcerto dell’opinione pubblica, stordita dalle rivelazioni sulle modalità molto, troppo particolari che hanno segnato la compravendita di una sua casa.

L’ex ministro Scajola avrà così modo di difendersi, come è suo inalienabile diritto, se e quando l’autorità giudiziaria dovesse metterlo formalmente sotto accusa. Ma dovrà anche fornire una versione univoca e convincente di quanto è realmente accaduto nel 2004. Univoca: perché dopo i primi giorni in cui Scajola ha perentoriamente negato alla radice di aver acquistato un appartamento avvalendosi dei 900 mila euro suddivisi in 80 assegni circolari forniti dal gruppo Anemone, adesso ammette che quel cospicuo versamento di denari ci può essere stato,ma a totale insaputa di chi ne avrebbe beneficiato. Convincente: perché gli italiani, popolo di proprietari di case acquistate con i sacrifici, le ansie e i sudori che tutti coloro che accendono un mutuo conoscono, comprendono perfettamente l’assoluta singolarità e anomalia di una compravendita finanziata con somme tanto considerevoli senza che l’acquirente neppure ne fosse a conoscenza.

I reati, in questo caso, c’entrano poco. Conta il fatto che in tutti i casi, che Scajola abbia torto o ragione, ci troveremmo di fronte a una vicenda grave e preoccupante. In un caso sarebbe davvero sorprendente scoprire che un politico di lungo corso, e avvezzo a ricoprire importanti incarichi istituzionali, sia così smemorato da dimenticare di aver ricevuto una somma tanto ragguardevole. O così sprovveduto da ignorarne addirittura l’esistenza, ritenendo in buona fede di aver pagato una cifra molto inferiore a quella effettivamente sborsata per acquistare una casa. O, ma speriamo davvero che le cose non stiano in questo modo, così bugiardo da negare reiteratamente persino l’evidenza delle testimonianze circostanziate e dei riscontri bancari che attestano l'uso di quei 900 mila euro. Nel caso opposto, e cioè nel caso in cui Claudio Scajola fosse stato vittima di un «trappolone» per incastrarlo, ci troveremmo di fronte (altro che «processo mediatico») a una così colossale e capillare macchinazione ai danni di un politico, da far dubitare davvero della tenuta della nostra salute democratica.

Questo groviglio intricatissimo deve essere sciolto al più presto. Dal ministro Scajola. Dalla magistratura che deve indagare con serenità ed equilibrio. Dalla classe politica che deve finalmente capire quanto sia importante non solo, come è ovvio, tenersi lontani dai reati ma anche attenersi a standard etici di comportamento che si tende con troppa faciloneria ad ignorare. Mettendo fine a quel senso di spensierata impunità che si tende ad esibire con troppa disinvoltura. E i sacri princìpi del garantismo, stavolta, davvero non c’entrano. Pierluigi Battista CdS 5

 

 

 

Lingue, la nostra università fanalino d'Europa

 

Le autorità italiane, è notizia recente, pretendono giustamente che nei documenti dell’Unione europea l’italiano non venga discriminato. Resta però il fatto che, comunque, negli importanti incontri informali e in molte discussioni ufficiali, si parla inglese, o francese, o magari tedesco, le lingue della comunicazione internazionale e/o del potere economico. Lingue che molti dei nostri rappresentanti conoscono poco e male.

 

Non è colpa loro. Non del tutto. La cultura italiana a lungo ha ignorato la necessità di conoscere le altre lingue moderne. Si faceva un po’ d’eccezione per il francese - con la paradossale conseguenza che un tempo i romanzi russi venivano tradotti non dall’originale, ma dalla loro versione francese (lo stesso, più di recente, accadde per un dramma di Tennessee Williams). Un pochino si faceva eccezione anche per il tedesco, perché serviva a filosofi e filologi. Ma si trattava di conoscenze per pochi.

 

L’Università non pensava affatto che valesse la pena dare spazio e rilievo allo studio delle lingue e delle culture straniere moderne. Furono le facoltà di Economia, per ovvi motivi pratici, a dare vita ai primi corsi di laurea in lingue, da cui qualche decennio fa si svilupparono le Facoltà. Adesso le facoltà di Lingue sono una ventina, con migliaia di studenti che ricevono una formazione in cui lo studio linguistico è centrale, per importanza e per numero di esami e di docenti - a differenza di quanto avviene dove esso è solo uno dei diversi percorsi formativi proposti.

 

Eppure questo tardivo riconoscimento della sua necessità e dignità culturale è costantemente svuotato dall’indifferenza (se non insofferenza) del mondo universitario, aggrappato allo statu quo ante. E anche opinionisti e ministri sembrano credere che, comunque, basti studiare qualche oretta (magari ascoltando un cd) per imparare una lingua straniera. Con i risultati che vediamo a Bruxelles. Permane l’idea che, se proprio le lingue bisogna saperle, questo non significa che sia necessario investire nelle facoltà di Lingue come luogo dove si preparano, con un lavoro di anni - e non di qualche mesetto - dei cittadini italiani in grado di essere linguisticamente cittadini del mondo.

 

I laureati in Lingue, dice un recente rilevamento statistico, sono quelli, dopo i laureati in Economia, che tra i laureati delle facoltà umanistiche più rapidamente trovano un posto di lavoro. Perché ce n’è bisogno. Come c’è bisogno che i migliori di loro possano proseguire gli studi di specializzazione per diventare bravi insegnanti nelle scuole e attenuare (nonostante le poche ore di lezione) l’ignoranza linguistica che caratterizza il nostro Paese.

 

La riforma dell’Università attualmente in discussione offre tuttavia nuovi strumenti ai fautori dell’indifferenza. I corsi di laurea si sposterebbero sui Dipartimenti; ma le facoltà resterebbero comunque, come organismo di indispensabile coordinamento. E come punto di riferimento decisivo per gli studenti. Il fatto è che le facoltà non potrebbero essere più di dodici per ogni Ateneo. I presidi di Lingue, già un anno fa, mandarono un documento al ministero in cui, proprio pensando al contesto europeo, denunciavano il rischio di perdere «l’esperienza internazionale fondante acquisita nelle facoltà di Lingue» qualora esse scomparissero dentro altre facoltà.

 

C’è da temere che gli Atenei con più di 12 facoltà (se il Parlamento non eliminerà tale limite) per l’indifferenza dei più e il tornaconto di qualcuno decideranno di abolirle. A quel punto gli studenti che davvero vorranno «studiare Lingue» dovranno orientarsi verso le sedi dove il loro studio sarà programmaticamente centrale (da Torino, ad esempio, potranno rivolgersi a Milano, dove rimarranno ben due facoltà di Lingue). Ma a fronte di un impoverimento complessivo dell’offerta linguistica che, come insegna Bruxelles, questo Paese non può più permettersi.

PAOLO BERTINETTI, Preside della facoltà di Lingue all’Università di Torino LS 4

 

 

 

 

Ministri tra case e Casalesi...