WEBGIORNALE 6-9 Maggio 2010
Grecia. Un segnale a tutti. Il tentennamento dei tedeschi
Negli sforzi per
salvare la Grecia dalla bancarotta, Angela Merkel non
ha reso facili le cose ai suoi partner. Si è ostinatamente richiamata al
rispetto delle regole previste nei trattati per questi casi, premendo affinché
la Grecia cambiasse radicalmente l'orientamento della propria politica
finanziaria e di bilancio con un rigoroso programma economico di risparmio. Tra
le altre cose è stato necessario attivare il Fondo monetario internazionale, un
provvedimento che non è stato gradito da molti europeisti convinti, che in ciò
hanno ravvisato un'ammissione del fallimento europeo.
Per meglio
interpretare il comportamento della cancelliera, dobbiamo ricordare che nelle trattative sull'introduzione
dell'euro, il governo tedesco ha imposto la regola secondo cui i debiti di uno
Stato membro non possano essere assunti dall'Unione monetaria. Ciò dovrebbe
impedire situazioni come quelle in cui si è trovata l'Unione monetaria a causa
della cattiva gestione finanziaria della Grecia. Ogni Stato membro deve essere
corresponsabile e dare il proprio contributo alla stabilità dell'euro.
La regola del
"no bail out" (secondo la quale gli Stati
Ue non possono farsi garanti del debito di un altro Paese membro, ndr) adottata
nel Trattato di Maastricht (1992) sulla base di questa
considerazione, appariva necessaria per via dell'esperienza in base alla quale
alcuni governi (soprattutto negli Stati meridionali) tendono tutt'ora a
risolvere i propri problemi con l'indebitamento, ben sapendo che si tratta di
una strada sbagliata, ma nella speranza di riuscire ad avere in qualche modo la
situazione sotto controllo in tempo. Ciò ha avuto conseguenze terribili per
l'andamento economico di questi Paesi. Al deprezzamento delle loro valute è sempre seguito un incremento del tasso di disoccupazione e
una perdita di benessere. Con le norme sul bilancio prescritte dal Trattato di
Maastricht e dal Patto di stabilità (1997) si dovrebbe
porre un freno a tali pratiche nell'Unione monetaria.
Come si è tuttavia
visto, l'accordo contrattuale non esclude il
comportamento erroneo di alcuni membri. Ciò manifesta un problema fondamentale
per l'Unione monetaria: fintantoché essa comprende Stati sovrani, ossia non dispone di proprio spazio statale, in cui tutti i membri
siano sottoposti ad una disciplina comune basata su una Costituzione, la
costruzione resta precaria nonostante tutte le promesse reciproche. Pertanto,
l'Unione monetaria richiede soprattutto di essere integrata da un'Unione
monetaria in cui anche la politica finanziaria e di bilancio venga
concepita e controllata a livello comunitario. Inoltre, il completamento
dell'Unione politica resta obiettivo irrinunciabile, senza il quale, nel lungo
periodo, l'euro perde senso e consistenza.
Sarebbe
assolutamente erroneo ricondurre l'esitazione della cancelliera
ad una mancanza di solidarietà con un partner
nell'emergenza. Il suo atteggiamento deriva piuttosto dalla preoccupazione per
la stabilità a lungo termine dell'euro e per la sussistenza e il futuro
dell'Unione europea. Quando insiste per ottenere che il governo greco crei con
i propri sforzi le premesse per un pacchetto di aiuti da parte dei partner, Merkel non solo vuole far sì che il risanamento della
Grecia venga introdotto in modo definitivo, ma intende
anche dare un incontrovertibile segnale di avvertimento agli altri partner che
hanno imboccato la via dell'indebitamento. Questo intento pedagogico non viene compreso ovunque e viene criticato in particolare da
coloro che non riescono ad assumere un atteggiamento di questo genere, così
scomodo e rigoroso ma oggettivamente necessario.
Ogni crisi
nasconde un'opportunità. Il movimento di unificazione europea ha sempre avuto
una spinta in avanti nei momenti in cui era importante
superare una crisi. I responsabili di governo e i parlamenti degli Stati membri
difficilmente potranno ignorare la forza di persuasione degli insegnamenti
tratti dall'attuale crisi. Si tratta di una gestione responsabile e sostenibile
nell'interesse sia proprio che comunitario; e si tratta dello sviluppo politico
e istituzionale dell'Unione in una federazione che disponga
di un governo con capacità di agire nella propria area di
responsabilità.
Thomas Jansen (Germania), già presidente del Comitato centrale dei
cattolici tedeschi (sir)
Merkel:
«Sulla Grecia si gioca il futuro dell'Ue, il Patto di stabilità va cambiato»
Storico discorso
al Bundestag: «Europa a un bivio, la Germania ora ha
una particolare responsabilità» - Cancelliera
favorevole a ritiro diritto di voto dei paesi che non rispettano i trattati
MILANO - La crisi
greca e le sue conseguenze per l'Europa sono state al centro del discorso
tenuto dalla cancelliera tedesca Angela Merkel davanti al Bundestag, il
Parlamento tedesco. Un discorso definito «storico» dalla
maggior parte dei commentatori.
CRISI GRECA E
LEADERSHIP TEDESCA - Gli aiuti alla Grecia sono necessari perchè
«ne va del futuro dell'Europa e del futuro della
Grecia in Europa» ha esordito la Merkel che ha difeso
il piano di sostegno ad Atene, assicurando che nessuna decisione sugli aiuti
alla Grecia sarà presa senza la Germania o contro la Germania. «La chiave per
superare la crisi è con la Grecia», ha aggiunto Merkel,
per la quale l'Europa «si trova a un bivio». La cancelliera
tedesca ha sottolineato che dalla crisi finanziaria
greca arriva una lezione, ovvero la necessità di cambiare il Patto di Stabilità
dell'Unione Europea. «Il compito del mio governo, e di tutti i membri di questa assemblea oggi, è assicurarsi che si aderisca al
patto di stabilità, di difenderlo e continuare a modificarlo, (traendo una)
lezione da questa crisi», ha dichiarato la Merkel.
«Deve essere riformato in modo tale che non possa essere più violato», ha
aggiunto, sottolineando «la particolare responsabilità
della Germania in questo processo di riforma. La cancelliera
si è detto favorevole al ritiro del diritto di voto -
in seno alle istanze europee - ai Paesi che non rispetterebbero i criteri di
«ortodossia di bilancio» europei, come «ultima istanza». Inoltre, «una
procedura di mancato pagamento organizzato deve essere elaborata» per gli stati
della zona euro, ha aggiunto, riprendendo un’idea avanzata dal suo ministro
delle Finanze, Wolfgang Schaeuble. «Mi impegno personalmente e con forza per questo» e questo
stesso processo legislativo di modifica dei trattati si annuncia «lungo e
laborioso».
JUNCKER: «NON C'E'
RISCHIO CONTAGIO PER SPAGNA E PORTOGALLO» - Una nuova rassicurazione è arrivata
dal presidente dell'Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, che ha ribadito che non
ci sono rischi di contagio della crisi greca ad altri Paesi europei come Spagna
e Portogallo. Secondo il presidente dell'Eurogruppo la situazione dei due Paesi
«non è assolutamente paragonabile a quella della Grecia». Pertanto, per Juncker, «non esiste il rischio di un contagio oggettivo».
Il primo ministro lussemburghese ha anche escluso la possibilità che la crisi
conduca a una «disintegrazione dell'euro». CdS 5
Si è dimesso il ministro Scajola. Lo scudo sbrecciato
C'è del metodo
nella follia che si abbatte sul governo con lo scandalo Scajola, costringe il
ministro alle dimissioni, e colpisce con uno sfregio il tabernacolo del potere
berlusconiano, di cui l'ex titolare delle Attività Produttive fa parte fin
dall'inizio, sedici anni fa.
Dopo che
Repubblica aveva dato la notizia dell'inchiesta sulla
casa del ministro pagata da un costruttore, il mondo berlusconiano ha tentato
di far valere per alcuni giorni anche per Scajola lo specialissimo scudo di
dissimulazione, banalizzazione, vittimizzazione che il Premier impiega
abitualmente per difendere se stesso, quando spunta un'ipotesi di reato. Ma questa volta si è capito che lo scudo del potere è
sbrecciato: di fronte all'evidenza dei fatti, alle testimonianze convergenti,
all'incapacità di mettere in campo obiezioni concrete e fondate, la strategia del
vittimismo, della "campagna mediatica", del "fango" non ha
retto. Il ministro ha dovuto dimettersi davanti alla pubblica opinione prima
ancora che davanti ai rilievi dei magistrati e alle domande del Parlamento,
dimostrando che Berlusconi alla fine sa proteggere soltanto se stesso, e che i
cittadini attraverso i giornali possono far valere le buone ragioni di chi
chiede conto al potere dei suoi comportamenti.
Si capisce
perfettamente che il presidente del Consiglio, con l'immagine del governo
deturpata dalle dimissioni obbligate del ministro, si lamenti dei giornali e
del loro ruolo, come fa ogni volta che uno scandalo lo sovrasta. "C'è fin
troppa libertà di stampa", ha detto ieri, e non si capisce se è una
denuncia o un programma. Effettivamente, la libertà di stampa che il Premier
vorrebbe ridurre con la legge sulle intercettazioni ha portato alla luce lo
scandalo, ha costretto il ministro a infilare una serie di contraddizioni e di
spiegazioni impossibili, ha prodotto documenti e testimonianze di altri attori
di questa vicenda, e infine ha indotto Scajola a firmare le sue dimissioni, per
la seconda volta in pochi anni: a conferma, almeno statisticamente,
dell'imperizia del Cavaliere nella scelta dei suoi
collaboratori.
Ma il metodo è altrove, oltre la coazione a ripetere di
Scajola, oltre la tentazione a coprire gli scandali del Cavaliere. Questa
storia, infatti, promette di essere soltanto all'inizio, pronta ad allargarsi
pericolosamente. Vediamo. Il ministro è accusato di essersi fatto comprare (per
due terzi) una casa da un costruttore che è nel giro degli appalti di Stato, è
al centro del turbine vorticoso della Protezione Civile, è pronto a
trasformarsi - dicono le carte dei magistrati - in sbrigafaccende
per i potenti che ruotano intorno a Palazzo Chigi. Scajola nega di aver avuto
soldi da questo Anemone, ammette che qualcuno a sua
insaputa potrebbe aver pagato in parte quell'appartamento a suo nome, parla di
intimidazioni nei suoi confronti, fa intendere manovre politiche ai suoi danni,
per farlo fuori. Ma non rivela nessun elemento che possa dar corpo ad una operazione orchestrata ai suoi danni, né fa i nomi
dei manovratori che - forse nel suo partito - agirebbero contro di lui.
Resta in campo
dunque soltanto l'ipotesi di una casa pagata coi soldi
di un costruttore: tanto che sotto il peso di questa unica ipotesi, il ministro
si deve dimettere. Ma un minuto dopo l'evidenza di questo peso giudiziario e
politico, nasce una domanda obbligatoria, a cui
Scajola - e non solo lui - deve rispondere anche dopo le dimissioni: perché un
costruttore sborsa 900 mila euro per comperare la casa a un ministro? Qual è la
ragione, quale la logica, quale il tornaconto? In sostanza: cosa ha fatto quel
ministro, cosa ha fatto il governo di cui fa parte,
per ottenere quella ricompensa? A quale obbligo di riconoscenza rispondeva il
costruttore, per sdebitarsi così generosamente (e imprudentemente) con uno
degli uomini più in vista, oggi come ieri, del governo Berlusconi?
Questa è una
domanda che non può restare senza risposta. Le dimissioni risolvono un
imbarazzo istituzionale ma non sciolgono il nodo di quel favore, la ragione
politica, governativa, quindi pubblica, che sta dietro quell'operazione di
mutuo soccorso di cui la pubblica opinione conosce soltanto un elemento, i 900
mila euro del costruttore per la casa del ministro. Ma
in cambio di che cosa? Di quale favore evidentemente non confessabile, se ha un
prezzo così alto e così intimo? Di quale promessa economicamente rilevante, se
l'anticipo è di queste dimensioni? Di quale meccanismo di scambio collaudato e
sicuro, se lo si olia con 900 mila euro?
Il punto politico
è proprio qui, dove comincia il metodo. Scajola sembra essere soltanto uno
degli attori di questa vicenda in cui si incontrano il
governo, gli appalti, la Protezione Civile, la propaganda, l'emergenza, i grand commis profittatori, i
magistrati compiacenti, i costruttori beneficati e benefattori. Un insieme che
è stato chiamato la "cricca" impropriamente, perché non è il cast di
un film dei Vanzina: è un vero e proprio "sistema"
politico-affaristico, con gli appalti di Stato che in nome dell'emergenza
sfuggono a ogni regola e a tutti i controlli, movimentano miliardi e producono
un ritorno in favori d'ogni genere, dai massaggi alle ristrutturazioni delle case,
dagli appartamenti pagati ai conti degli alberghi, alle prostitute, alle
assunzioni dei parenti.
Nelle carte
dell'inchiesta sulla Protezione Civile, questo sistema è descritto nei
dettagli, disegnato con ritratti precisi ed espliciti. Anche se oggi si prova a
dimenticarlo, quel "sistema" è venuto in parte alla luce, è sotto gli
occhi di chi vuol vederlo, e qualcuno dovrà renderne conto. Proviamo a inserire
Scajola e gli ottanta assegni dentro il perimetro di quel sistema e tutto diventa coerente, e comprensibile. Il ministro,
probabilmente, non si riteneva immune personalmente, come il suo Capo: ma
pensava e sapeva di far parte del "sistema", perché conosceva i meccanismi di funzionamento, il nome e il
cognome dei beneficati, le garanzie reciproche di sicurezza che legano gli
appalti e i favori, all'ombra del governo.
Che ha da dire il
governo, su questo? L'onorevole presidente del Consiglio? Chi spiega ai
cittadini perché, e in cambio di che cosa, quel costruttore doveva comprare una
casa al ministro? La domanda resta in campo, senza risposta fino ad oggi. La
responsabilità penale è certamente personale: ma quella politica è più ampia, e
il governo Berlusconi deve risponderne insieme con
Scajola. EZIO MAURO LR 5
Rinvio delle elezioni Comites.
Le Commissioni del Cgie anticipate per protesta a
maggio e aperte alle associazioni
Roma - Per
protestare contro il rinvio delle elezioni del Comites,
il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero ha deciso di anticipare al
maggio le commissioni continentale ed aprirle ai
rappresentati dei Comites, delle associazioni, dei
giovani. L’intenzione è quella di dare massima
visibilità alla contrarietà dei nostri connazionali a quanto stabilito dal
decreto del Cdm di venerdì scorso. Le continentali
dovrebbero tenersi dal 21 al 23 maggio. Una iniziativa
messa in discussione da Cretti e Nardi, entrambi consiglieri della Svizzera,
per la concomitanza della festa di Pentecoste, "sacra" in Svizzera e
Germania, come pure da Marzo (Belgio).
A rendere
perplesso Cretti, in realtà, è anche un’altra considerazione: "posto che queste continentali saranno una protesta efficace
se sono partecipate e seguite dai media, rischiamo che prima del 20 maggio il
decreto vada in Aula e renda vana tutta l’operazione". Il consigliere, in
alternativa, ha proposto di sostituire l’iniziativa con una "giornata di
mobilitazione che coinvolga contemporaneamente tutti gli Intercomites".
Ma il Consiglio è di altro avviso. Dunque,
sì alle continentali in vista delle quali è stato approntato un
"volantino" informativo che spiega le ragioni della protesta. Ne
riportiamo di seguito il testo.
"Si chiudono
numerose sedi consolari, attraverso il taglio dei finanziamenti si limita lo
svolgimento dei corsi di lingua e cultura italiana; non si tutelano i cittadini
disagiati, in particolare in America Latina; si dimezzano i fondi destinati
alla stampa italiana all’estero; si rinvia per la seconda volta, con un
decreto, l’elezione dei Comites e del Cgie, spostando complessivamente di tre anni la scadenza
elettorale naturale.
Tutto il sistema
di rappresentanza degli italiani che vivono e lavorano nel mondo è messo in
discussione, la libertà di informazione viene
limitata, l’assistenza ai connazionali bisognosi e il sostegno alle imprese italiane
sono destinati a peggiorare, la stessa cultura del nostro paese è minacciata.
Il consiglio
generale degli italiani all’estero insieme ai Comites
Vuole invece che vengano rafforzati gli interventi pubblici a sostegno delle
nostre comunità, con particolare impegno a promuovere forme reali di
innovazione; chiede il reintegro entro l’anno dei finanziamenti per i giovani
italiani all’estero; che siano assicurati almeno i livelli fisiologici della
rete dei servizi consolari, che sia impedita la discriminazione nell’esenzione
dell’Ici, che siano ripristinati i fondi per l’assistenza, nonché quelli a
favore dei corsi di lingua e cultura italiana;
fa appello ai Presidenti di Camera e Senato, ai presidenti
dei Gruppi parlamentari, in particolare agli eletti della Circoscrizione
Estero, affinché si adoperino per annullare il rinvio delle elezioni dei Comites in sede di conversione in legge del decreto del
Governo;
si impegna a coinvolgere le regioni, le associazioni degli
italiani nel mondo, i giovani per raccogliere e far sentire con forza la voce
degli italiani nel mondo e contrastare concretamente la deriva di sfiducia e lo
spirito di rinuncia che si stanno diffondendo a causa dei colpi assestati alle
politiche in favore degli italiani nel mondo". (aise)
“L’Europa in movimento e le istituzioni europee”
Fra gli interventi
alla Conferenza dei Consigli Europei dei residente
all’Estero (a Roma il 30 aprile) quelli del senatore Randazzo
(Pd), della presidente Commissione per le Politiche dell’Unione Europea Rossana
Boldi e dei componenti dei Consigli
ROMA –La Conferenza dei Consigli Europei
Residenti all’Estero, svoltasi al Senato della Repubblica, è stata
caratterizzata, dopo i saluti e le relazioni istituzionali, dagli interventi
dei rappresentanti delle comunità migranti dei vari
paesi. Vladimir Skalsky, presidente dell’Associazione
Mondiale degli Slovacchi all’Estero si è detto d’accordo con la proposta,
avanzata dal segretario generale del Cgie Elio Carozza, di attivare un’istituzione comunitaria che tuteli
i cittadini europei all’estero. Un’agenzia che si occupi di cittadinanza e
delle questioni connesse al diritto di voto. Skalsky ha annunciato che il 13 giugno si terrà a Bratislava
l’assemblea generale degli Europei nel Mondo. Simon–Pierre
Nothomb (Belgio) ha evidenziato come gli europei
residenti fuori dai confini dell’U.E., in tutto circa 80
milioni di persone, sentano più intensamente i valori dell’Europa, rispetto a
quelli che risiedono nella casa comune europea. Nothomb
ha anche auspicato una presa di coscienza della
valenza della diaspora europea.
Silvana Mangione, vice segretario generale
per i Paesi Anglofoni del Cgie,
si è detta favorevole ad un allargamento sia delle opportunità di
partecipazione dei cittadini europei che vivono fuori dall’Europa, sia di tutti
i programmi per i giovani già previsti dagli statuti dell’Unione, ai ragazzi
residenti in Stati non europei. Un’iniziativa, quest’ultima,
che consentirà di salvaguardare nelle nuove generazioni,
attraverso un’operazione di cultura ritorno, la coscienza dell’appartenenza
europea.
Per Robert Gillespie,
Blackhall (British Community Commitee) si deve avere
una voce sola per far valere i diritti degli europei residenti fuori dai
confini dell’U.E. Il rappresentante del Regno Unito ha condiviso l’idea di
creare una specifica agenzia europea ed un apposito Commissario comunitario
nonché una federazione di associazioni nazionali. Sheila Telford,
British Community Commitee, ha invece sollevato il problema dei circa 45 mila
pensionati britannici in Canada che, a causa di alcune decisioni del governo
inglese, si sono visti bloccare i loro proventi pensionistici. Uno stop
previdenziale che è applicato solo per alcuni dei paesi di residenza.
"Christopher Chantrey,
presidente della Comunità britannica in Francia, si è detto contrario alla
decisione dell’Inghilterra di far perdere il diritto di voto ai cittadini
britannici che risiedano nel mondo da più di 15 anni.
Una decurtazione dei diritti del migrante che, secondo Chantrey,
non è accettabile da parte dell’Unione Europea.
Il senatore del Pd Nino Randazzo,
eletto nella Ripartizione Asia – Africa – Oceania –
Antartide, ha ricordato come “questo ambizioso
progetto di costruzione di un sistema di rappresentanza democratica nell’ambito
dell’Ue di cittadini europei residenti in un paese diverso da quello d’origine,
muova i primi passi proprio dalla città in cui furono firmati i trattati di
Roma” . Randazzo ha inoltre auspicato l’inserimento
fra le varie rivendicazioni dell’incontro anche del diritto di voto passivo per
il migrante Ue, con relativa introduzione di una rappresentanza diretta nel
Parlamento europeo di cittadini dell’Unione residenti in paesi extraeuropei. Il
senatore ha sottolineato l’esigenza di dare un forte
segnale contro il nazionalismo e il regionalismo esasperato presente
all’interno dell’U.E.
Il consigliere del Cgie
Claudio Pozzetti (Cgil – Frontalieri) ha ricordato come a tutt’oggi siano
presenti in Europa circa un milione di frontalieri, fra cui 75.000 italiani. “In questo momento – ha spiegato Pozzetti - è importante mantenere
l’indennità speciale di disoccupazione per i frontalieri italiani in Svizzera.
Con l’entrata in vigore degli accordi bilaterali di libera circolazione tra Ue
e Svizzera è infatti venuta meno la retrocessione
verso l’Inps dei contributi versati dai frontalieri direttamente in Svizzera. Ad oggi la somma raccolta da questo fondo per le indennità
di disoccupazione è di circa 380 milioni di euro. Noi
crediamo - ha aggiunto - che tutto questo vada mantenuto”.
Sylvia Moore del British
Community Commitee ha
criticato le burocrazie che ostacolano i diritti dei migranti ed ha segnalato
come ancora oggi gli olandesi all’estero paghino l’assicurazione sanitaria in
Olanda, non avendo però diritto al rimborso per le cure sostenute nei Paesi di
residenza. Moore si è inoltre detto favorevole alla costruzione di un organo di
rappresentanza collegiale per le comunità europee
fuori dai paesi d’origine. Il vicepresidente dell’Assemblée des
Francais de l’étranger
(Afe) Jean Yves Leconte, ha
auspicato la creazione di un’Europa che parta dal basso, e l’attivazione del
Servizio Europeo Affari Esterni che dovrebbe progressivamente sostituire i
tradizionali servizi consolari dei vari paesi. Anche Leconte
ha sostenuto l’esigenza di far votare gli europei residenti fuori dall’Ue per
il Parlamento di Strasburgo.
Secondo Francisco Nardelli,
vice segretario generale del Cgie per i Paesi
dell’America Latina, l’elezione di una rappresentanza dei deputati europei
oltreoceano favorirebbe l’avvio di un dialogo costruttivo
fra l’Europa e le altre realtà continentali che si stanno consolidando come il Mercosur o il patto dei Paesi Andini.
Noreen Bowden (Europei nel Mondo) ha segnalato come in Irlanda si
stia lavorando dal punto di vista culturale per cercare di creare una rete
degli irlandesi all’estero che sicuramente, con le loro professionalità,
aiuteranno la ripresa economica del paese d’origine. Bowden
ha inoltre auspicato un intervento dell’Unione Europea che conceda agli
irlandesi all’estero quel diritto di voto all’estero
negato.
Michele Schiavone, componente
del Comitato di Presidenza del Cgie per Europa, ha
sostenuto l’esigenza che nell’Unione Europea i migranti debbano essere
cittadini a pieno titolo ovunque risiedano. Per Schiavone appare inoltre
indispensabile un aumento di conoscenza della storia europea in modo da far
sentire una persona al contempo cittadino europeo e del paese da cui proviene.
Dopo l’intervento del componente
del CdP del Cgie per
l’Europa e Nord Africa Tommaso Conte, che ha ricordato il problema del mancato
riconoscimento dei titoli di studio e delle qualifiche professionali da parte
di diversi Paesi dell’U.E. la senatrice francese eletta all’estero Joelle Garriaud Maylam ha insistito sulla necessità di battersi per
garantire il diritto di voto a tutti i cittadini dell’Unione residenti in un
paese diverso da quello d’origine, Una discriminazione che - ha detto - va
contrastata anche attraverso la creazione di organo di coordinamento delle
comunità migranti dell’U.E.
Franco Santellocco,
presidente della V Commissione del Cgie, ha ricordato la recente istituzione del
Comitato degli Algerini nel Mondo che, insieme al Cgie
e all’Assemblea dei Francesi nel Mondo definisce l’area Mediterranea. Uno
spazio in cui l’Italia rappresenta un balcone per l’Europa e può nascere
un’aria di libero scambio che interessa più di 550 milioni di abitanti. Una grande occasione di pace e di positiva concorrenza nei
confronti delle nuove potenze commerciali emergenti.
“ I nostri connazionali all’estero - ha
affermato il presidente della Commissione per le Politiche dell’Unione Europea
del Senato Rossana Boldi - sono un ponte prezioso verso altre culture e
mantengono intatti i valori e i tratti distintivi della
proprie comunità. Penso agli affetti della famiglia, alla dedizione al lavoro,
alla serietà, alla tenacia e all’ingegnosità. I connazionali
nel mondo – ha aggiunto - devono essere coinvolti nel rinnovamento dell’Italia
ed essere protagonisti del cammino d’integrazione europea”. La Boldi ha
poi parlato dell’importanza di garantire l’accesso ai servizi a livello europeo
di sanità e giustizia per i cittadini residenti fuori dall’Unione. In tal senso
il Consiglio Europeo sta lavorando ad una proposta di
direttiva sull’assistenza sanitaria transfrontaliera che avrà l’obiettivo di
adottare principi comuni e omogenei per l’accesso a tutti i sistemi sanitari
dell’U.E. La Boldi ha inoltre ricordato come, dopo l’entrata in
vigore del Trattato di Lisbona, sia prevista la creazione del Sevizio Europeo
per l’Azione Eterna (SEAE) , il primo passo per una presenza diplomatica e
consolare europea. (Goffredo Morgia – Inform)
Media italiani all’estero. Cretti (Fusie):
E' ora di pensare alle testate online
A pochi giorni
dalla nomina, il presidente Fusie spiega i primi due
obiettivi del suo incarico - di Barbara Laurenzi
Roma - Si dice
“stanco di sentir dire in giro che la stampa italiana
all’estero è costituita da persone truffaldine” e pronto a controllare
realmente le testate che si aggiudicano i finanziamenti pubblici Giangi Cretti, nuovo presidente Fusie,
incontrato da ItaliachiamaItalia.net a margine della plenaria Cgie presso la Farnesina, a Roma.
Intervenendo nel
corso della sua nomina, il senatore Pidiellino
Basilio Giordano ha dichiarato che non si è opposto al decreto ‘milleproproghe’ perché sarebbe stato inutile e sarebbe
servito solo a far propaganda. Lei crede a questa buona fede degli eletti
all’estero nella maggioranza?
"Credo che,
in questo momento, sia necessario avere comprensione nei confronti degli
esponenti della maggioranza. Con i decreti i
due rami del Parlamento non hanno l’occasione di discutere ma devono solo
eseguire gli ordini di scuderia. Ricordo un solo caso di un eletto all’estero
che ha votato contro un decreto. Se non c’è discussione è
impossibile opporsi".
Con la sua nomina
cambierà qualcosa nel campo dei finanziamenti alla stampa per gli italiani
all’estero?
"Io sono uno
dei tre che ha votato contro il parere, non vincolante, dei Comites
sui finanziamenti alla stampa".
Per quale motivo?
"Il Comites non ha né gli strumenti né la competenza per
esprimere un parere sui finanziamenti. Anche se dicesse che
ha denunciato un caso di finanziamenti irregolari, in realtà la denuncia
riguarderebbe le autorità preposte che non hanno vigilato".
Si spieghi meglio…
"È il
consolato che deve fare le verifiche, non il Comites.
I finanziamenti devono andare solo a quelle testate che producono realmente e
che siano in grado di certificarlo attraverso la relativa documentazione. I Comites, in concreto, non avrebbe
i mezzi né la possibilità di eseguire questi controlli".
A pochi giorni dal
suo nuovo incarico, sa anticiparci le linee guida che seguirà? Ci sono degli
obiettivi già fissati?
"Mi sono
ripromesso due obiettivi, con verifica a 12 mesi. Il
primo è rendere la Fusie in grado di tutelare
realmente gli editori che rappresenta. Sono stanco di sentir dire in giro che la stampa italiana
all’estero è costituita da persone truffaldine". E
per questo "proporrò un codice etico. Il secondo obiettivo, invece,
mira ad allargare il concetto di stampa all’estero, penso
ad esempio a tutto il mondo delle testate on line".
Vuole aprire
all’on line la possibilità di accedere ai
finanziamenti? Quali saranno i parametri, basterà la registrazione in
Tribunale?
"Vorrei che venissero finalmente definiti i criteri affinché le testate
on line possano essere considerate ‘stampa’ nel
valore informativo del termine, mi riferisco ai criteri di autorevolezza, alla
certificazione del numero di lettori realmente raggiunti e così via. Per stabilire tutto questo non basta solo la registrazione in
Tribunale".
Il quadro andrà
ridisegnato anche in seguito al taglio del 50 per cento dei finanziamenti.
Pensa che l’approccio del governo cambierà in positivo?
"Non vorrei
sembrare pessimista ma a me sembra che il ragionamento del governo sia il
seguente: “oggi vi leviamo il 50 per cento, così
iniziate ad abituarvi a farne a meno e domani vi leviamo un altro 50 per
cento”. Se si vuole ottenere un cambiamento reale è
inutile opporsi alle istituzioni, bisogna creare con esse un dialogo aprendo
nuovi canali comunicativi, innanzitutto con le Regioni".
Italia chiama
Italia
Il
dibattito al Senato sul “Il ruolo dell’istruzione nella costruzione della
coscienza civile europea”
ROMA – La sessione
pomeridiana della Conferenza dei Consigli europei dei residenti all’estero
(venerdì 30 aprile) è stata dedicata al tema “Il ruolo
dell’istruzione nella costruzione della coscienza civile europea”. Il
dibattito, moderato dal senatore del Pd Claudio Micheloni,
è stato introdotto da Roberto Ricci, docente dell’Università Gabriele
D’Annunzio di Chieti - Pescara che ha parlato su “L’Europa dei giovani tra
nuova cittadinanza e uso pubblico della storia”. Ricci ha
sottolineato come attraverso le nuove generazioni, non toccate dalle antiche
divisioni, sia possibile sviluppare una nuova coscienza europeista e
multiculturale. “Occorre restituire autonomia ai giovani - ha spiegato - con un
nuovo welfare attivo di sviluppo e non di semplice protezione. La nuova cittadinanza
europea si sedimenta anche grazie alla mobilità dei giovani europei, una coesione generazionale che si sviluppa attraverso le
tecnologie, la musica, gli scambi scolastici e universitari, e può ancora
affinarsi con il travaglio delle migrazioni, un fenomeno che va governato in
Europa attraverso l’inclusione e l’integrazione”. Secondo Ricci l’insegnamento
della storia come elemento di lettura del presente
europeo, purtroppo non ancora previsto nelle scuole, potrebbe alimentare la
nuova cittadinanza europea. “Attraverso il vissuto dei giovani europei che
vivono in paesi diversi da quello d’origine – ha infine precisato Ricci - si
può sviluppare una cultura della cittadinanza europea, capace di far vivere nel
concreto la Carta dei diritti e l’Europa dei cittadini”.
“In Europa – ha ricordato la vice presidente
del Palamento Europeo Roberta Angelilli (Pdl) – vivono più di 500 milioni di persone con diverse
tradizioni e lingue. Il nostro obiettivo non è solo quello di creare una forte
area economica, ma uno spazio sempre più politico, fatto di cittadinanza e
diritti, in cui la cooperazione tra il settore dell’istruzione e della
formazione diano vita a momenti di aggregazione
culturale e di coesione sociale”. Dopo aver auspicato un impegno straordinario
dell’Ue per la ricerca e l’erogazione di maggiori risorse in favore dei
programmi comunitari di alta formazione (Leonardo Da Vinci e
Erasmus), la Angelilli ha
sottolineato come una delle sfide più grandi sia la creazione di un sistema di
riconoscimento reciproco delle qualifiche di studio. Ha poi illustrato i
vantaggi derivanti sia dall’Istituto europeo di innovazione
e tecnologia, un modello di collaborazione nel campo della ricerca che
coinvolge imprese, università e fondazioni e che si occupa di cambiamenti climatici
e fonti energetiche rinnovabili, sia dal Servizio volontario europeo 2007- 2013
per cui sono stati stanziati 900 milioni di euro. Si è inoltre soffermata sugli
obiettivi della “strategia 2020” dell’U.E;
un’iniziativa formativa che cerca di rilanciare l’economia europea
con una crescita “intelligente, sostenibile e solidale”, di combattere la
dispersione scolastica e di aumentare il numero di coloro che raggiungono un
diploma universitario, portandolo dal 30% al 40%. “I giovani – ha concluso l’Angelillo - dovranno essere protagonisti , ma le
istituzioni europee devono fare la loro parte con uno sforzo finanziario
adeguato per la valorizzazione della cultura, intesa come diversità e
pluralismo e sfida dell’integrazione. L’obiettivo è quello di
creare un Europa che non sia solo la somma delle diversità ma qualcosa di
unico che possa determinare una comune identità europea dalle radici profonde”.
Ha poi preso la parola il
segretario generale di Europa nel Mondo Nicholas Newman (Gran Bretagna)
che ha sottolineato l’esigenza di mantenere in vita, tramite l’istruzione, il
legame culturale e l’idea di cittadinanza dei migranti europei. Anche Karine Henrotte Forsberg,
degli Svedesi all’Estero (SVIV), ha evidenziato l’importanza dell’istruzione
che deve essere impartita ai ragazzi attraverso la propria lingua d’origine. La Henrotte Forsberg
ha inoltre segnalato la mancanza di una corretta informazione, da parte dei
mass media, sulle attività e dell’Unione Europea. L’importanza
dell’insegnamento della lingua d’origine è stata inoltre segnalata dal
consigliere del Cgie Anna Pompei Ruedenberg
(Svizzera) che ha precisato come tale opportunità sia fondamentale per
garantire alle nuove generazioni la possibilità di scegliere le informazioni e
quindi avere maggiore cognizione circa la strada da intraprendere.
Il consigliere del Cgie
Fernando Marzo (Belgio) ha ricordato come le minoranze siano le prime vittime
del modo, provinciale e protezionistico, con cui
viene gestita l’istruzione nell’U.E. Secondo Marzo l’Europa deve
ricominciare a parlare di multilinguismo e superare il problema del
riconoscimento dei titoli di studio. Riccardo Pinna (Cgie
- Sud Africa) ha sottolineato la necessità di non
dimenticare il fatto che gli italiani nel mondo , anche se residenti in paesi
molto lontani, sono cittadini europei. Paolo Castellani (Cgie
- Cile) ha invece evidenziato come anche i numerosi latino-americani che vivono
in Europa debbano essere tutelali nei loro diritti. Un’attenzione che per il
consigliere del Cgie, alla luce della responsabilità
storica e culturale che l’Europa ha sempre avuto verso il Sud
America, appare come un atto dovuto.
“E’stata fatta l’Europa dei mercati – ha
affermato Lorenzo Losi, vice segretario del Cgie per l’Europa e l’Africa del Nord,-
adesso facciamo la casa comune della cittadinanza e dei popoli” . Losi ha poi ricordato la distanza che separa ancora oggi le
istituzioni europee dalla popolazione ed ha
evidenziato come, in questo momento di difficoltà dell’U.E., i cittadini
emigrati possano essere i portatori e i diffusori privilegiati dei valori
europei. Per Norberto Lombardi, consigliere del Cgie
di nomina governativa, si devono garantire i diritti fondamentali, come ad
esempio la formazione, anche ai migranti che non provengono da paesi europei Ha
inoltre osservato come il profilo della rappresentanza degli europei all’estero
sia di carattere prevalentemente associativo. Alberto Bertali (Cgie – Gran Bretagna) si
è soffermato sull’esigenza di porre in essere un discorso europeo che sia visibile
e percepito dai cittadini. Un’iniziativa che dia nuovo smalto all’ideale
dell’Europa che sta rallentando.
Teresa Heimans del
Consiglio delle Comunità Portoghesi (CCP) ha precisato come a tutt’oggi siano
circa 3 milioni i portoghesi residenti in Europa. Ha
poi segnalato il rischio della possibile creazione di europei di prima e seconda classe che non abbiano, come dovrebbe
essere, i medesimi diritti e doveri degli altri. Dare continuità a questi
incontri internazionali dei Consigli e creare un organismo di rappresentanza
che lavori con continuità alla preparazione delle riunioni: è l’esigenza posta
dal vice segretario generale del Cgie di nomina
governativa Andrea Amaro. Sarà inoltre opportuno un forte impegno delle
comunità che aiuti gli esecutivi dei vari paesi a predisporre il governo dei
fenomeni migratori. Da Amaro sono state infine ricordate le difficoltà anche
economiche del nostro paese per quanto riguarda la diffusione della lingua e
cultura italiana nel mondo.
Dino Nardi, componente
del CdP del Consiglio Generale per l’Europa e il Nord
Africa, si è invece soffermato sulle problematiche connesse alla tutela
previdenziale di chi lavora in un paese europeo che non è quello d’origine:
migranti che dovrebbero avere anche un idoneo spazio di rappresentanza nel
Parlamento europeo. Mario Bosio (Cgie
– Francia) ha auspicato la creazione di una scuola che, attraverso programmi
comuni, favorisca la diffusione fra gli studenti del concetto di cittadinanza
europea. L’importanza della didattica per il futuro dei giovani europei è stata
sottolineata anche da Massimo Romagnoli (Cgie – Grecia) che, dopo aver ricordato le radici cristiane
dell’Europa, ha auspicato la creazione di adeguati strumenti informativi per le
nuove generazioni.
Dopo l’intervento di Valter Della Nebbia (Cgie- Usa), che ha ipotizzato una graduale estensione della
rappresentanza dagli emigrati dell’Ue residenti in Europa ai cittadini europei
che vivono e lavorano nei paesi extraeuropei, il consigliere del Cgie Marina Salvarezza (Ecuador)
ha affermato che oggi in Europa ai cittadini emigrati dall’America Latina non vengono riconosciuti gli stessi diritti dei migranti
provenienti da paesi europei. La Salvarezza ha infatti spiegato come ai migranti provenienti dal
Perù, dall’Ecuador, dalla Colombia e dalla Bolivia venga richiesto, per il loro
ingresso in Europa, un ulteriore visto Schengen che prevede disagi burocratici
ed alcuni vincoli che finiscono per penalizzare le famiglie più povere.
Da segnalare infine l’intervento del presidente
della Fusie e consigliere del Cgie
Giangi Cretti che ha evidenziato come la difficile
situazione economica della Grecia, che necessità di aiuti urgenti da parte dell’U.E., faccia emergere in alcuni paesi
dell’Unione sentimenti antieuropei, se non apertamente nazionalisti e xenofobi.
Situazione difficile che va affrontata anche attraverso una iniziativa
educativa all’interculturalità, da portare avanti in maniera costante e
per lungo tempo.
Al termine del dibattito
l’assemblea ha approvato un documento, che riportiamo in versione integrale in
questo numero dell’agenzia, in cui i delegati chiedono, fra le altre cose, la
vigilanza da parte delle istituzioni europee sui diritti e le politiche e i
servizi consolari riguardanti i cittadini comunitari residenti fuori dalle
frontiere dell’Unione Europea, l’espletamento del diritto di voto effettivo per
il Parlamento europeo ovunque gli emigrati risiedano, la possibilità per le
comunità di eleggere una propria rappresentanza nel Parlamento e l’istituzione
di un Consiglio Generale degli Europei residenti all’estero o che lavorano
all’estero. (Goffredo Morgia - Inform)
PostaCertificat@
al Ministero degli Esteri. Bene i Consolati, ancora indietro dli IIC
ROMA - A una
settimana esatta dal Pec-Day di lunedì scorso,
continua ad aumentare il numero delle Pubbliche Amministrazioni in regola con
quanto disposto cinque anni or sono dal Codice dell'Amministrazione Digitale
(decreto legislativo n. 82 del 7 marzo 2005). La legge prevede infatti che tutte le Pubbliche amministrazioni istituiscano
una casella di PostaCertificat@ per ogni registro di
protocollo, pubblicando i relativi indirizzi sia sul proprio sito istituzionale
sia nell'Indice delle Pubbliche Amministrazioni (www.indicepa.gov.it). Stanno
quindi ottenendo significativi risultati le continue
sollecitazioni di DigitPA e di Formez
così come i ripetuti interventi dell'Ispettorato della Funzione Pubblica,
attivati dallo stesso Ministro Brunetta.
In questo contesto il Ministero per la pubblica amministrazione segnala
oggi il caso di eccellenza rappresentato dal Ministero degli Esteri, che a oggi
ha attivato indirizzi di PostaCertificat@ per tutte
le 34 strutture di livello dirigenziale nonché per 206 indirizzi uffici
diplomatico-consolari all'estero su 235. Resta invece molto basso il dato relativo agli Istituti di Cultura Italiana all'estero:
soltanto 3 indirizzi di Pec sui 92 uffici totali.
Sin dalla metà del
2009, ricordano dal Ministero, il MAE ha sensibilizzato l'intera rete
diplomatico-consolare affinché la trasmissione di documentazione verso la sede
centrale avvenisse su supporto digitale. Il tradizionale invio per
"corriere diplomatico" ha così da tempo
assunto un carattere sempre più residuale, essendosi infatti potenziata sempre
di più l'opera di digitalizzazione con conseguente fortissima riduzione del
consumo di carta. Basti pensare che dal biennio 2008/2009 al biennio 2009/2010 le spese per il "corriere diplomatico" sono
diminuite di oltre 400.000 euro (45% del totale). Nello stesso periodo, le
spese di posta ordinaria si sono ridotte a circa 465.000 euro (40% in meno
rispetto al 2008) e il trend sinora accertato lascia prevedere per il 2010 una
spesa complessiva vicina a 100.000 euro, con un'ulteriore
riduzione di circa l'80%.
Più in generale,
il processo di dematerializzazione al MAE ha
consentito di risparmiare nel 2009 il consumo di circa 1,6 milioni di fogli di
carta (l'equivalente di 21 alberi di pino alti 15
metri).
Aldilà di questi
risparmi, la PEC assume adesso un ruolo centrale nel quadro
del processo di realizzazione dei servizi consolari a distanza: grazie a
essa i cittadini italiani all'estero potranno infatti richiedere e ottenere in
tempi rapidi agli uffici consolari tutti gli atti e i documenti di cui hanno
bisogno. (aise)
Il Cgie chiede
“funzionari itineranti” per le comunità della diaspora
Gli odg e un volantino in vista delle
prossime Commissioni continentali approvati al termine dei lavori del Cgie - L’invio dei funzionari itineranti per i passaporti
elettronici, i requisiti per la cittadinanza acquisita a seguito di matrimonio
in America latina e il reintegro dei fondi i temi contenuti nei documenti
ROMA – Sono tre gli ordini del giorno che
sono stati approvati dal Consiglio Generale degli Italiani all’Estero al
termine dell’assemblea plenaria svoltasi la scorsa
settimana presso la sede del Ministero degli Affari esteri a Roma.
Il primo, presentato da Francisco Nardelli per la Commissione continentale America latina,
approvato all’unanimità, chiede di fare chiarezza sui requisiti
richiesti in alcuni Paesi dell’aera per la notifica della cittadinanza
per matrimonio. Per procedere al giuramento dei nuovi cittadini verrebbero richiesti infatti ulteriori atti, quali “un nuovo
certificato di matrimonio con la postilla di dichiarazione di entrambi i
coniugi resa di fronte a notaio pubblico, che verifichi la sussistenza del
vincolo matrimoniale, la presenza del coniuge italiano che testimoni all’atto
del giuramento, il certificato del casellario giudiziario del Paese di
residenza, etc.”
Al Cdp si richiede
di sollecitare gli uffici competenti a rendere note le circolari emesse in
materia “per definire la correttezza delle procedure” e verificare “eventuali
indicazioni sulla loro retroattività”.
Presentanti da Carlo Consiglio (Canada), gli
altri due odg approvati. Il primo – che sostituisce
un odg analogo proposto da Nardelli
– chiede al Mae un impegno concreto sul fronte dei
funzionari itineranti da inviarsi presso le collettività
residenti lontano dalla sedi consolari per l’acquisizione delle impronte
del nuovo passaporto elettronico. Al Mae una
sollecitazione affinché si favoriscano “soluzioni operative per ridurre i
disagi valutando la possibilità di consentire ai funzionari di visitare
ciclicamente le comunità lontane dalla sede”. L’odg è
stato approvato all’unanimità.
L’ultimo odg –
approvato a maggioranza con tre astenuti – chiede, nel caso di
integrazioni di fondi da destinare agli enti italiani all’estero con
l’assestamento di bilancio, “di privilegiare quelli fuori dalla zona Euro, che
in questi mesi hanno pagato il prezzo del cambio valutario”.
Fermo restando – ha puntualizzato il
segretario generale Elio Carozza in proposito – la
consapevolezza delle situazione di emergenza che
coinvolge tutti gli enti italiani all’estero e l’intenzione di non escludere
nessuno di essi nel caso di un reintegro, il Cgie si
impegna formalmente a indirizzare in particolare eventuali fondi recuperati
all’America latina.
Infine, l’assemblea ha approvato un volantino
in vista della anticipata convocazione – probabilmente
intorno al 20 maggio prossimo - delle Commissioni continentali, allargate a
membri del Comites e a rappresentanti delle
associazioni (decisa a seguito del provvedimento del governo per il rinvio del
rinnovo dei Comites nella prima giornata di lavori di
questa plenaria; vedi Inform n°81 del 27 aprile:
http://www.mclink.it/com/inform/art/10n08115.htm). In esso il Cgie chiede che “vengano
rinforzati gli interventi pubblici a sostegno delle nostre comunità”, “il
reintegro entro l’anno dei finanziamenti per i giornali italiani all’estero”,
“l’assicurazione almeno a livello fisiologico della rete dei servizi
consolari”, “la cancellazione della discriminazione relativa all’esenzione
dell’ICI”, “il ripristino dei fondi per l’assistenza, i corsi di lingua e di
cultura italiana”.
“Il Cgie – prosegue
il volantino – fa appello ai presidenti di Camera e Senato, ai presidenti dei gruppi parlamentari e agli eletti nella
circoscrizione Estero affinché si adoperino per annullare il rinvio delle
elezioni dei Comites in sede di conversione in legge
del decreto di governo”.
Infine, il Consiglio “si impegna
a coinvolgere i rappresentanti dei Comites, la
Regioni, l’associazionismo degli italiani nel mondo, i giovani, per raccogliere
e far sentire con forza la voce dei connazionali all’estero e contrastare
concretamente la deriva di sfiducia e lo spirito di rinuncia che si stanno
diffondendo a causa dei colpi assestati alle politiche in favore degli italiani
nel mondo”.
Carozza ha anche
informato i presenti dei colloqui avuti, giovedì scorso, con capigruppo e
deputati di Idv, Udc, Lega Nord e Pdl
in merito al decreto che rinvia il rinnovo dei Comites.
“Alcuni parlamentari sono pronti a presentare alcune interrogazioni in
proposito, - ha segnalato il segretario generale - altri ci hanno assicurato
impegno per la modifica in senso positivo del decreto quando si discuterà in
aula della sua conversione in legge”. (V.P. – Inform)
“L'Europa in movimento”. Il documento finale
ROMA - Dodici punti
programmatici per sostenere in ambito europeo la necessità di dare voce e
rappresentanza ai cittadini europei che risiedono in un Paese diverso da quello
di origine, ma anche per impegnare l’Ue nella difesa dei diritti fondamentali,
come quello del voto, che da più parti subiscono attacchi se non totale
negazione. Questo, in sintesi, il senso del documento finale che i delegati dei
Consigli generali degli europei all’estero hanno approvato venerdì scorso a
margine della giornata di confronto e riflessione promossa dal Cgie, in collaborazione con il Senato, per dare un seguito
all’incontro di Parigi del 30 settembre 2008. Di seguito la
versione integrale del documento finale.
Le Delegazioni
partecipanti al Secondo Incontro dei cittadini europei "en mouvement", promosso a Roma
il 30 aprile su iniziativa del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero ed
organizzato dal Senato della Repubblica italiana:
alla luce delle
priorità indicate dall’incontro di Parigi del 30 settembre 2008 per una più
compiuta integrazione dei cittadini europei residenti fuori dai confini dei Paesi di origine;
alla luce della
necessità di assicurare ai cittadini migranti gli stessi diritti, senza nessuna
forma di restrizione, dei connazionali che vivono nel paese di origine;
alla luce
dell’incremento della mobilità interna e dei flussi migratori provenienti dai
Paesi extracomunitari e d’oltreoceano, derivanti dal contesto
storico di transizione socio-economica, culminati nei mesi successivi
all’incontro di Parigi;
alla luce delle
condizioni di incertezza e situazioni di
diseguaglianza determinatesi fra i cittadini dell’Unione Europea a motivo di
politiche nazionali eterogenee, quando non contrastanti con gli stessi principi
e valori comunitari;
alla luce
dell’evidente ritardo delle politiche nazionali nel superamento dei
differenziali di sviluppo nel processo di acquisizione dei principi e valori dell’Unione;
alla luce
dell'esigenza di costruire una "coscienza europea" nei giovani delle
nuove generazioni residenti fuori dall'Unione Europea e di promuovere la circolarità della cultura;
alla luce della improrogabile necessità del rafforzamento dei processi
di partecipazione democratica dei cittadini "en mouvement",
come sancito dal Trattato di Lisbona, sia a livello comunitario che nazionale
nei Paesi dove tale rappresentanza non è presente;
ritenendo improrogabile la messa a punto di processi di "inprinting", ovvero di sviluppo di una coscienza
europea, nelle generazioni più giovani dei cittadini dell’Unione, che non hanno
vissuto il processo di maturazione e di sviluppo della Comunità Europea, ed a
cui gli organismi di rappresentanza degli europei "en mouvement"
possono dare un sostanziale apporto;
ritenendo indispensabile il formale riconoscimento da parte della
UE degli organismi rappresentativi degli europei "en mouvement"
sia all’interno dell’Unione che nei Paesi Terzi e d’Oltreoceano per la tutela
dei diritti dei cittadini europei nel mondo;
sostengono l’urgenza di un’accelerazione dei processi di sviluppo
della politica europea dei cittadini europei residenti all’estero o che
lavorano all’estero, afferente agli "Obiettivi 2009-2014";
chiedono;
1 - l’impegno
diretto delle Istituzioni dell’Unione – Commissione, Parlamento europeo e
Consiglio – sulle politiche afferenti ai cittadini
comunitari all’interno della UE;
2 – un contestuale
impegno delle Istituzioni dell’Unione, in particolare del Ministro degli Esteri
e della Sicurezza insieme agli altri Commissari, ed
attraverso il Servizio Diplomatico Estero nei 125 Paesi in cui è presente,
circa la vigilanza sui diritti e le politiche e i servizi consolari riguardanti
i cittadini comunitari residenti fuori dalle frontiere della UE. Ad essi va altresì assicurato il diritto di voto effettivo
al Parlamento europeo ovunque risiedano, nonché la possibilità di eleggere una
propria rappresentanza al suo interno;
3 – l’attenzione
delle Istituzioni dell’Unione sulla tutela sovranazionale dei Diritti
Fondamentali della generalità dei cittadini migranti nei Paesi UE, ed il loro coinvolgimento nel processo democratico e di
inclusione sociale, lotta contro il razzismo e la xenofobia, promozione del
dialogo interreligioso.
3 bis - assicurare
la possibilità di compiere l'intero corso di studi, fino ai livelli superiori
di formazione, ai figli di stranieri non comunitari che non abbiano o abbiano
perduto il permesso di soggiorno soprattutto per motivi di disoccupazione.
4 – l’attenzione
delle Istituzioni dell’Unione nei confronti delle politiche di Welfare e di inclusione nei Paesi di residenza dei cittadini
comunitari fuori dalla UE;
5 – la nascita di
un Consiglio Generale degli Europei residenti all’estero o che lavorano all’estero, elemento di collegamento permanente con gli
organismi comunitari e fra questi ed i cittadini "en mouvement".
6 - la promozione di occasioni di diretto confronto fra
l’Europarlamento e gli organismi di rappresentanza dei cittadini comunitari
"en mouvement" per un’accelerazione del
processo di integrazione. In particolare, siamo convinti che l’indizione di
un’Agorà permetterà di avanzare concretamente sulla strada delle riforme in
materia di politiche migratorie;
7 – un referente
istituzionale al vertice dell’architettura costituzionale europea, nello
specifico un Commissario competente per la governance
delle politiche relative ai cittadini "en mouvement" ed ai loro familiari comunitari od
extracomunitari, perché dia un’accelerazione alle politiche di integrazione e
sia garante dei diritti democratici e delle libertà civili dei cittadini
"en mouvement", che assicuri i diritti
sociali e previdenziali e sia, inoltre, dotato di uno sportello unico
accessibile a tutti i cittadini europei.
8 - l’istituzione
di un organismo di riferimento. Nello specifico un’Agenzia Europea, che
assicuri l’analisi, l’aggiornamento ed il monitoraggio
della politica europea indirizzata ai cittadini europei residenti fuori dai
loro paesi d’origine;
9 – l’adozione di
misure e programmi di sviluppo dell’insegnamento curriculare della storia delle
Istituzioni europee nelle scuole dell’Unione Europea;
10 – l’adozione di
misure che sostengano una più ampia mobilità degli studenti ma anche dei
docenti nell’ambito dei sistemi universitari dei 27
Stati membri dell’Unione;
11 – l’adozione di
programmi che sostengano il proliferare della comunicazione e dell’informazione
sulla storia, i valori e l’architettura istituzionale in collaborazione con le
Regioni e gli Enti locali.
12 – di mantenere
per i cittadini europei, ovunque risiedano, il diritto
di voto nel Paese di origine;
È parte integrante
di questo documento la relazione del Segretario Generale del Consiglio Generale
degli Italiani all’Estero". (aise)
65. Anniversario della Liberazione del Campo di
concentramento di Dachau
Dachau - Lo scorso 2 Maggio 2010, nel
65. anniversario della liberazione dei prigionieri del campo di concentramento
di Dachau da parte delle truppe americane (29 aprile
1945), numerosi connazionali, seguendo l’invito del Consolato Generale d’Italia
e del Comites di Monaco di Baviera, per onorare la
memoria delle vittime del nazionalsocialismo,
si sono recati nel campo di concentramento di Dachau, dove in quei 12 anni di terrore persero la
vita tante vite innocenti.
Nel corso della
mattinata la delegazione
italiana, con a capo il Console Generale, Ministro Plenipotenziario, Dr. A.
Chiodi Cianfarani, il Console. Dr.
Cavagnoli e il Presidente del Comites,
Dr. C. Cumani, dopo aver preso visione delle numerosissime corone, tra cui
quelle del Consolato Generale e del Comites, hanno
preso posto sotto un tendone in attesa dell’arrivo del Presidente Federale
H. Köhler e degli altri illustri ospiti che già nella
prima mattinata avevano partecipato alle cerimonie religiose e commemorative in
altre parti del Lager.
Forti e
convincenti le parole degli oratori subito dopo la presentazione della
Direttrice Dr. G. Hammermann.
A cominciare da quelle del Presidente Federale Köhler
in risposta al discorso del Dr. Mannheimer
Vicepresidente del Comitato Internazionale di Dachau,
in cui, dopo aver annunciato: “Noi tedeschi interpretiamo la nostra storia come
un ammonimento!", ha concluso: "Da esseri umani saremo in
grado di riconciliarci". E altrettanto pregnanti e significative le parole degli altri interventi come quelle
del Ministro Bavarese M. Zeil, del Direttore
della Fondazione dei Luoghi della Memoria Bavaresi, K. Freller
e dell'Ambasciatore Statunitense A Lukens, in rappresentaza delle truppe di liberazione e latore di
un messaggio del Presidente B. H. Obama e infine di P.
D. de Loos, Presidente del Comitato Internazionale di
Dachau. Indovinati i brani musicali che hanno
inframmezzato gli interventi. Fernando
Grasso, de.it.press
Dortmund. Il Comites a
Frattini: No alla chiusura dell’Ufficio Scuola del Consolato
Lettera aperta del
Comites di Dortmund al Ministro per gli Affari Esteri
On.le Franco Frattini e per conoscenza al Direttore
Generale Italiani all’Estero
Carla Zuppetti, all’Ambasciatore d’Italia in Germania
Michele Valensise, al Console di Dortmund Paola M.C.
Russo e al Sottosegretario agli Esteri Sen. Alfredo Mantica
Dortmund. On.le Ministro Frattini, il Comites e la comunità italiana di Dortmund in Germania
esprimono la loro massima contrarietà alla chiusura dell’Ufficio Scuola del
Consolato di Dortmund che evidentemente rientra nell'ambito della
razionalizzazione della rete consolare messa in atto dal Governo.
La chiusura
dell’Ufficio Scuola non comporta solo la scomparsa di servizi per gli oltre
8.000 alunni italiani e le loro famiglie, ma anche la rinuncia ad interagire con le istituzioni tedesche. La figura
istituzionale del referente per la scuola è importante e non può essere
sostituita, come nel caso di altri servizi consolari, dal Sistema Integrato di
Funzioni Consolari (SIFC).
L’Ufficio Scuola è
indispensabile per:
- concertare
azioni con il governo del Land Nordreno-Vestfalia,
che nonostante sia il Land più sensibile alle
problematiche riguardanti l’integrazione scolastica e professionale con
l’applicazione della direttiva CEE n.77/486 sta però lanciando dei segnali di
disimpegno rendendo quindi necessario il riavvio dei tavoli di
intesa bilaterale affinché venga garantita l’offerta dei corsi di lingua
e cultura;
- promuovere, in
collaborazione con le istituzioni locali, nuovi progetti per l’integrazione
scolastica, consolidare e diffondere scuole e sezioni
bilingui italo-tedesche ed esperienze di
alfabetizzazione coordinata bilingue a livello prescolare;
- coordinare e
integrare tra le iniziative di sostegno per gli alunni con difficoltà di
apprendimento promosse dalle scuole e quelle che potranno essere offerte dagli
enti gestori attingendo a risorse locali;
- promuovere la
diffusione della lingua e cultura italiana nelle scuole e nelle università,
cioè fare cultura italiana all’estero per garantire la tutela di una lingua che
è quarta per diffusione nel mondo, in un contesto
interculturale. Ciò richiede impegno e dovrebbe essere l’Ufficio Scuola a
promuovere le necessarie sinergie con le scuole.
La presenza di un
Ufficio Scuola funzionante, capace di dare un vero e continuo contributo
organizzativo e didattico pedagogico è indispensabile
per la crescita socio-culturale e scolastica dei bambini italiani residenti
nella nostra Circoscrizione Consolare.
Sicuri che Lei
farà di tutto affinché non vengano vanificati, con un
colpo di spugna, gli sforzi degli ultimi anni, porgiamo i più cordiali saluti.
Marilena Rossi,
Presidente Comites Dortmund (de.it.press)
"Italiens",
il progetto dell’Ambasciata per promuovere i giovani artisti italiani di Berlino
Berlino - Il 22
aprile scorso l’Ambasciata d’Italia in Germania e l’Istituto Italiano di
Cultura a Berlino hanno lanciato un innovativo progetto, con l’obiettivo di promuovere
i giovani artisti italiani che hanno scelto Berlino come loro sede creativa e
di lavoro. Con "Italiens" l’Ambasciata si è
trasformata in un’esposizione permanente di arte contemporanea, dando spazio
alle produzioni degli artisti italiani di Berlino. Gli allestimenti varieranno
a cicli semestrali e per una durata complessiva di due anni. Le opere sono
installate negli spazi dove si svolge la normale
attività di rappresentanza dell’Ambasciata, convivendo con l’imponenza del
palazzo e con il mobilio e le opere antiche al suo interno.
"Negli ultimi
anni – osservano i promotori – Berlino è entrata a fare parte del curriculum
vitae di un grande numero di artisti e creativi italiani alla ricerca di nuove modalità espressive e progettuali, di nuovi linguaggi e
registri, riferimenti, influenze, interessi e input culturali e
artistici".
Per la
realizzazione del progetto l’Ambasciata e l’Istituto si sono avvalsi della
consulenza delle curatrici italiane Alessandra Pace e Marina Sorbello, impegnate da anni sulla scena artistica
berlinese e internazionale. Le curatrici seguiranno l’articolazione delle
quattro mostre semestrali previste, occupandosi della selezione degli artisti e
delle opere per il palazzo dell’Ambasciata.
Per il primo
appuntamento del progetto ITaliens
sono stati selezionati lavori di nove artisti italiani, di età diversa e
diversa provenienza geografica, arrivati a Berlino seguendo percorsi
individuali dalla fine degli anni ottanta a oggi. La prima artista arrivata a
Berlino del gruppo è Daniela Comani, che ha studiato
in Germania e vive da circa venti anni nella capitale tedesca, mentre l’ultima
in ordine di arrivo è Carola Spadoni, artista e regista, trasferitasi da Roma a
Berlino nel 2009. (aise)
Pubblicazione del MediaClub
Germania. La presentazione il 12 giugno a Colonia
Colonia - Perchè non esiste un giornale come la Bild
in Italia? Quali sono i programmi
televisivi più seguiti in Italia e Germania? Internet farà sparire giornali e
radiotelevisione? Sono alcuni degli interrogativi a cui
risponde la pubblicazione del MediaClub Germania:
“Media e società in Italia e Germania”, stampa, radiotelevisione e nuovi media
in un confronto fra due paesi europei.
La presentazione
avrà luogo a Colonia sabato 12 giugno, alle ore 18.30 presso l’Associazione
Mondo Aperto-Offene Welt e.V. (Zugweg
22, 50677 Köln
Tel.
0221-29996093), con gli autori della pubblicazione: Renzo Brizzi, Davide
Brocchi, Luciana Mella, Daniela Nosari,
Tommaso Pedicini e Mauro Venier.
(de.it.press)
Alcune
delle iniziative dei prossimi giorni a Monaco di Baviera e dintorni
- fino a sabato 30 maggio, c/o Pinakothek
der Moderne
(Barerstr. 40, München))
"Gianpaolo Babetto. L'italianità
dei gioielli"
Informazioni
presso: www.die-neue-sammlung.de
Ingresso (per l'intero museo): € 10,-/7,- (domenica: €
1,00)
Organizza: Die Neue Sammlung - The International
Design Museum Munich
in cooperazione con
l'Istituto Italiano di Cultura
- fino a domenica 6 giugno, 10:00-22:00, c/o Aspekte
Galerie im
Gasteig,
2. OG (Rosenheimerstr. 5, München)
"Letizia Battaglia -
Sizilianische Fotografien von 1976 bis 2009"
Ingresso
libero
Organizza:
Aspekte Galerie der Münchner Volkshochschule, Münchner
Stadtbibliothek, KOMM-Bildungsbereich Istituto
Italiano di Cultura,
Circolo
Cento Fiori
- giovedì 6 maggio
- sabato 8 maggio, ore 19:30, c/o Zentralinstitut für
Kunstgeschichte
(Meiserstraße 10, München)
"Internationale
Tagung: Deutscher militärischer Kunstschutz in
Italien, 1943-1945"
Il
programma è disponibile all'indirizzo: www.zikg.eu/kunstschutz
Organizza: Zentralinstitut für Kunstgeschichte col sostegno del
Beauftragter der
Bundesregierung für Kultur und Medien (BKM).
- sabato 8 maggio,
ore 15:30, c/o Filmmuseum in Münchner
Stadtmuseum
(St.-Jakobs-Platz
1, München) nell'ambito del "DOK.fest München"
Film: "La bocca del lupo" (Regia: Pietro
Marcello, Italia 2009, 75')
"La bocca del Lupo" è un film italiano a metà tra un documentario e un
poema visivo. Il titolo del film è preso da un romanzo
ottocentesco di
Remigio Zena che narra dei
diseredati di Genova. Anche nel film si
racconta una storia di amore e miseria di reietti
della città ligure
attraverso rari filmati d'archivio, interviste, riprese di
luoghi di
Genova, immagini di repertorio.
Il
film è stato diretto dal regista Pietro Marcello, giovane autore di
cortometraggi e documentari, con la collaborazione della
Fondazione
gesuita San Marcellino di Genova ed è stato vincitore della
27esima
edizione del Torino Film Festival.
Programma
ed informazioni sul Dok:
www.dokfest-muenchen.de
Organizza: DOK.fest München
- sabato 8 maggio,
ore 18:00, c/o sala parrocchiale di St. Josef
(Schulstr. 4, Karlsfeld) "Festa della mamma"
Canti,
balli , giochi ... e tanta musica. Ingresso gratuito
Prenotazione tavoli presso Salvatore Cascetta (Tel.:
08131/ 9 62 77 -
0171
/ 6755255) oppure Mauro Sansone (Tel.: 08131/66 50 99 -
0179
/ 2072349). Organizza: Circolo ACLI Karlsfeld
- lunedì 10
maggio, ore 18:00, c/o City 2 (Sonnenstr.
12, München)
nell'ambito del "DOK.fest München"
Film: "La bocca del lupo" (Regia: Pietro Marcello, Italia
2009, 75')
Programma
ed informazioni sul Dok:
www.dokfest-muenchen.de
Organizza: DOK.fest München
- giovedì 13
maggio, ore 15:00, c/o Forum, Stadthalle
(Landsberger
Str. 39, Germering)
in occasione
dei 10 anni della DIG
(Deutsche-Italienische
Gesellschaft) Germering
Vernissage della mostra "IT ART 2010"
Espongono gli artisti: Adria Demarini,
Alessandra Motta-Rees,
Annamaria Coda, Giovanna Valli, Iara Simonetti, Luciano Florio,
Michele
Golia, Nazzarena Barni-Fritsch, Renee
Fabbiocchi, Sante Recca,
Serio
Digitalino, Simona Staglini,
Simone La Biunda
Organizza: DIG - Deutsche-Italienische
Gesellschaft Germering
- giovedì 13
maggio, ore 17:00, c/o Orlando-Saal, Stadthalle
(Landsberger
Str. 39, Germering)
in occasione
dei 10 anni della DIG
(Deutsche-Italienische
Gesellschaft) Germering
Concerto "10 Jahren
DIG"
Con: Maria
Grazia Patella (Soprano), Michele Manfrè (Tenore) ed il
gruppo folkloristico "Trevigiano". Ingresso
libero.
Organizza: DIG - Deutsche-Italienische
Gesellschaft Germering
- venerdì 14
maggio, ore 18:00, c/o Istituto Italiano di Cultura
(Hermann-Schmid-Str. 8, München) "Incontri di
letteratura spontanea"
Chiunque
può leggere una piccola poesia, un racconto, una storia
o anche solo parlare di qualcosa o domandare o ascoltare gli
altri.
Ingresso gratuito.
Per
informazioni: Giulio Bailetti, Tel/Fax 089-988491
Organizza: www.letteratura-spontanea.de
- sabato 15
maggio, dalle ore 12:00, c/o Bauernhof Fa. Sepp
(Hoflacherstr.8, Germering)
in
occasione dei 10 anni della DIG (Deutsche-Italienische
Gesellschaft) Germering
"A tavola con l'Emilia-Romagna"
La
"comunità di Camurana" da Modena cucina
pasta e "gnocchi fritti"
con salame, prosciutto e parmigiano.
Organizza: DIG - Deutsche-Italienische
Gesellschaft Germering
- domenica 16
maggio, ore 12:00, c/o Bauernhof Fa. Sepp (Hoflacherstr.8,
Germering) in occasione dei 10
anni della DIG (Deutsche-Italienische
Gesellschaft) Germering
"A tavola con l'Emilia-Romagna"
La
"comunità di Camurana" da Modena cucina
pasta e "gnocchi fritti"
con salame, prosciutto e parmigiano.
Organizza: DIG - Deutsche-Italienische
Gesellschaft Germering
- domenica 16
maggio, ore 10:30-11:15 (per i piccolini, fino a 5
anni e
mezzo), ore 11:15-12:30 (per i grandicelli, dai 5 anni e
mezzo a 10
anni), c/o Haus-Olymp (Elisabeth-Kohn-Str. 29, München
- tram 27 e 12,
bus 53 e 154). "Il
laboratorio dell'italiano"
Lo
scopo delle attività è migliorare le competenze linguistiche,
sociali e culturali dei bambini di bilinguismo (o
plurilinguismo)
italiano. Ballando, giocando, cantando e disegnando impareremo
divertendoci.
Per
maggiori informazioni rivolgersi a Marinella Vicinanza-Ott
(tel.
089/30 70 76 35 - maviott@arcor.de)
Organizza: Rinascita e.V. de.it.press
La
battaglia dell’associazione “Mafia? No grazie!” di
Berlino in un’inchiesta di Rai News 24
Berlino - “Per
opporsi alla criminalità organizzata è importante non sentirsi soli”, dice
l’on. Laura Garavini, deputata PD eletta in Germania,
riassumendo il parere unanime dei ristoratori italiani intervistati per il
servizio della Rai “Berlino fa muro contro la mafia” che è ora consultabile
online sul sito http://www.rainews24.rai.it/it/canale-tv.php?id=19186.
L’inchiesta di Mario Sanna racconta come la comunità
dei ristoratori italiani di Berlino sia riuscita a contrastare il pizzo
denunciando e facendo arrestare i mafiosi responsabili. Dopo la strage di Duisburg del 2007, che ha portato la società tedesca a
scoprire il fenomeno criminale sul proprio territorio, Laura Garavini insieme ad alcuni famosi
ristoratori italiani che vivono da anni in Germania ha reagito fondando
un’iniziativa contro le organizzazioni criminali: da quasi tre anni “Mafia? Nein Danke!” fornisce strumenti di comprensione e contrasto dei
fenomeni criminali alla collettività italiana e agli stessi tedeschi.
“Grazie al deciso
impegno della nostra comunità per la legalità siamo riusciti a dimostrare come
l’antimafia sia ben più forte della mafia là dove ci si unisce per contrastare
e denunciare fenomeni criminali”, sottolinea la Garavini. “Un bel risultato è stato inoltre avere
contribuito al recepimento in Germania di una decisione
quadro in materia di confisca internazionale dei beni. Ma bisogna continuare a sensibilizzare la società e la
politica tedesche, cercando di fare capire quanto siano importanti strumenti
come la confisca e le intercettazioni nel contrasto della malavita. La lotta
contro le mafie, che sono diventate delle holding criminali attive in tutto il
mondo, può avere successo solo se viene fatta
seriamente anche a livello internazionale”. De.it.press
Berlino. L’11 maggio il presidente dell’Ansa Giulio
Anselmi alla Freie Universität
Il presidente
dell’Ansa invitato nell’ambito del ciclo di incontri
promossi dal Centro italiano dell’ateneo e dall’IIC
Berlino – Il
presidente dell’agenzia Ansa, Giulio Anselmi, sarà ospite presso la Freie Universität a Berlino l’11
maggio alle ore 18 per discutere sul tema “Informazione e potere”.
L’incontro si svolge nell’ambito degli
appuntamenti con i principali rappresentanti della stampa italiana promossi
dall’Istituto Italiano di Cultura e dal Centro italiano dell’ateneo berlinese.
Ad introdurre
l’incontro – in lingua italiana - il direttore dell’IIC Angelo Bolaffi e il saluto di Klaus W. Hempfer,
del Centro italiano.
Anselmi ha cominciato al
sua carriera giornalistica a La Stampa e collaborando per il settimanale
Panorama. Dopo la direzione de L’Espresso, dirige dal 2005 anche il quotidiano
torinese. Dal 2009 è presidente dall’Ansa, la principale agenzia di stampa
italiana.
Nell’ambito degli incontri sono già stati
ospitati a Berlino il direttore della Repubblica Ezio Mauro, il direttore de Il foglio Giuliano Ferrara e il nuovo direttore
de La Stampa Mario Calabresi. (Inform)
A Basilea in corso una mostra di Mosaici del Friuli per ricordare i 50 anni del Fogolâr Furlan
Basilea - "È significativo che i 50 anni del Fogolâr
Furlan di Basilea vengano ricordati con questa mostra
della Scuola Mosaicisti del Friuli di Spilimbergo. Infatti, da quella Scuola,
nata nel 1922 dall'esperienza dei terrazzieri friulani, sono uscite generazioni
di lavoratori che hanno lasciato opere in tutto il
mondo; inoltre oggi l'istituto di Spilimbergo rappresenta una delle eccellenze
del Friuli Venezia Giulia". Così l'assessore regionale alle Cultura,
Roberto Molinaro, ha esordito intervenendo
all'inaugurazione, avvenuta lunedì 26 aprile all'Università di Basilea, della
mostra di mosaici realizzati dalla Scuola Mosaicisti del Friuli (rappresentata
dal direttore, Gian Piero Brovedani) in occasione del
50° del locale Fogolâr Furlan
e del 550° dell'Università elvetica.
Molinaro, che ha portato il saluto della Regione e del suo
presidente Renzo Tondo alle autorità elvetiche e cantonali, ai rappresentanti
del Consolato italiano e alle personalità accademiche presenti alla cerimonia,
ai dirigenti del Fogolâr Furlan
di Basilea e a tutti i emigranti in Svizzera, ha
sottolineato la felice coincidenza dei due anniversari e il fatto che la mostra
sia ospitata dall'Università.
"I 550 anni
dell'Università di Basilea e i 50 anni del Fogolâr Furlan - ha affermato -
testimoniano, pur nella distinzione di ruoli e finalità, del lungo cammino
percorso: l'Università nel solco degli studi, della ricerca e della
preparazione dei giovani; il Fogolâr per mantenere
uniti i nostri migranti. Quello tra i mosaici di Spilimbergo
e l'Università svizzera è l'incontro tra due eccellenze: tra la Scuola
Mosaicisti (oggi un istituto d'arte frequentato da giovani provenienti da tutto
il mondo) e l'Università, due tradizioni che guardano ai giovani e per i
giovani operano".
Sono anche altri
motivi di vicinanza tra l'Italia e il Friuli Venezia Giulia e il Cantone di Basilea. Come ha ricordato Molinaro
"questa Università venne fondata nel 1460 da Papa
Pio II Enea Silvio Piccolomini, molto attento agli
studi e alla cultura. Inoltre a pochi chilometri da Basilea
troviamo i resti di Augusta Raurica, città romana di
grande importanza, contraltare nordico della nostra Aquileia".
Il Fogolâr Furlan di Basilea, fondato
nel 1960 è la prima associazione regionale italiana
fondata in Svizzera, la seconda in Europa "Tal forêst",
che ha per scopo la promozione di attività socio-culturali per far conoscere la
storia, la cultura e le caratteristiche della lingua del popolo e del Friuli
Venezia Giulia.
Il Fogolâr è molto impegnato a proporre la conoscenza della
regione alle giovani generazioni di origine friulana, affinché possano sentirsi
orgogliose delle loro radici e partecipino alla vita dell'associazione,
incrementando lo scambio di rapporti culturali, sociali ed economici tra la
Svizzera e il Friuli Venezia Giulia.
In occasione del
50° anniversario, che coincide anche con il centenario dell'emigrazione
friulana a Basilea, sono state programmate diverse manifestazioni lungo tutto
il 2010. Oltre a incontri conviviali, a cerimonie ufficiali, manifestazioni
sportive (incontri di calcio tra le rappresentative dei Fogolârs
Furlans d'Europa), c'è ora questa mostra di mosaici,
che si protrarrà per tre settimane fino a metà maggio. Si tratta di una
trentina di opere musive tratte da mosaici romani, bizantini e moderni,
rappresentative del percorso didattico-formativo
della Scuola Mosaicisti del Friuli. (aise)
Micheloni
(Pd): "Dopo Di Girolamo si è rafforzata l’area che vuole affossarci"
Per il senatore Pd 'la situazione in Parlamento non è tranquilla. Proprio per
questo Micheloni auspica un acceleramento del
processo di riforma intrapreso al Senato. Intervistato da ItaliachiamaItalia,
il senatore eletto all’estero risponde a chi, nel corso degli interventi, lo ha accusato di aver 'offerto del miele lasciando la bocca
amara' - di Barbara Laurenzi
Roma - “La
situazione in Parlamento non è così tranquilla per gli italiani all’estero”. A
dirlo è il senatore Pd Claudio Micheloni, nel corso
del suo intervento alla plenaria del Cgie, tenutasi
questa settimana presso la Farnesina. A margine dell’incontro, ItaliachiamaItalia ha approfondito la questione con il
rappresentante del centrosinistra che, insieme al plauso per le sue iniziative,
si è visto anche accusare da alcuni relatori di aver “offerto del miele
lasciando la bocca amara”.
Senatore, in che
senso la situazione non è tranquilla? Dopo il caso Di Girolamo, che cosa è
cambiato da parte dei vostri colleghi parlamentari nei confronti del voto
estero?
"Si è decisamente rafforzata quell’area trasversale, da sempre
presente nelle due Camere, che è avversa alla rappresentanza degli italiani nel
mondo".
Lei stesso, nel
suo intervento, ha dichiarato “siamo in un vicolo cieco, ma lo siamo tutti” e
che “dopo il caso Di Girolamo si è bloccato tutto”. Si spieghi meglio: lei teme
che il ddl Tofani o altre proposte rimarranno
bloccate in seguito alla ultime vicende?
"Il problema
reale, a mio avviso, si presenterà se si aprirà quello che io definisco 'il cantiere di riforma costituzionale'. In
quel caso i tentativi di affossarci saranno molteplici e diretti".
Quando il
sottosegretario Mantica ha iniziato il suo discorso i
rappresentanti Cgie, a destra come a sinistra, sono
usciti dalla sala. Oltre a compiere gli stessi atti di protesta del Pdl, il Pd non riesce a imporre una propria visione
alternativa?
"Il problema
della riforma Comites e Cgie
va al di là di destra e sinistra. Le considerazioni di
Mantica, tra l’altro, esprimono la visione del governo. In
Senato stiamo tentando di avviare un lavoro di riforme".
E quali sono i
fattori che lo frenano?
"Il vero
problema è che, in questo Paese, gli italiani sono sempre favorevoli alle
riforme. A patto, però,
che 'si inizi con l’erba del vicino'". Italia
chiama Italia
Interrogazione
di Aldo Di Biagio sui problemi dell’editoria italiana all’estero
Roma – E’ stata
presentata il 3 maggio un’interrogazione al ministro Sacconi, a prima firma di
Aldo Di Biagio, responsabile Italiani nel Mondo del PdL,
e sottoscritta dai deputati Nino Foti,
Angeli e Berardi, per richiamare l’attenzione
sulla questione in cui versa sotto il profilo occupazionale l’intero comparto
dell’editoria italiana operante all’estero, a seguito dell’entrata in vigore
della legge 26 febbraio 2010, n. 25 di conversione del decreto legge
30.12.2009, n. 196 - c.d. mille proroghe – che ha disposto una riduzione del
contributo relativo all’anno 2009 del 50% - per un ammontare di 5 milioni di
euro – per la stampa italiana oltre confine.
Si legge
nell’interrogazione: “la disposizione incide sulle
risorse destinate alle circa 150 testate italiane edite all’estero o edite in
Italia per essere distribuite oltre confine applicando una riduzione del
contributo relativo all’anno 2009 del 50% - per un ammontare di 5 milioni di
euro - mettendo in discussione la sopravvivenza stessa delle realtà editoriali,
considerando anche che i costi del 2009 sono già stati sostenuti dalle imprese
ed un riassorbimento retroattivo delle risorse risulterebbe difficilmente
gestibile, mettendo a rischio la sopravvivenza stessa di queste realtà”.
“Presso le realtà
editoriali operanti oltre confine, - continua la nota - direttamente coinvolte dalle
suindicate disposizioni sono impiegati centinaia di lavoratori, tra giornalisti
specializzati e bilingui, amministrativi e distributori i cui profili
occupazionali verrebbero inevitabilmente messi a repentaglio dalla riduzione
dei contributi, tenendo conto che molte di queste realtà hanno già avviato una
procedura di licenziamento”.
“Sono molte –
spiega Di Biagio - le famiglie che rischiano di trovarsi in condizioni
disperate a seguito dell’avvio delle procedure di
licenziamento da parte delle citate realtà editoriali: i lavoratori sono per lo
più cittadini italiani residenti all’estero molti dei quali da diversi anni e
che andrebbero incontro a serie difficoltà, capaci di compromettere la
sopravvivenza stessa sul territorio straniero, soprattutto in quei Paesi in cui
esistono situazioni critiche sotto il profilo occupazionale ed economico”.
“Per cui ho
chiesto al Ministro – conclude - se è conoscenza della
situazione in cui versa l’editoria oltre confine, se intende avviare un
monitoraggio della realtà occupazionale afferente a questo mondo e quali misure
intende predisporre al fine di favorire un sostegno all’occupazione dei
lavoratori impiegati in questo settore o la definizione di strumenti a tutela
del reddito in caso di disoccupazione degli stessi”.
De.it.press
La stampa italiana all’estero. Non solo
informazione
Roma - La stampa
italiana all’estero non ha mai avuto solo il compito di informare: negli anni
ha stabilito legami, supportato rivendicazioni, accompagnato i nostri emigrati
nel difficile processo di integrazione nei Paesi
d’accoglienza. Di questo ha parlato venerdì 23 aprile Lorenzo Prencipe, direttore del Centro Studi Emigrazione di Roma (Cser), nella prima sessione dei lavori del V Congresso della Fusie iniziato nella sede
romana del Cnel, cui hanno partecipato addetti ai
lavori, parlamentari e rappresentanti delle organizzazioni di categoria.
Convocato dal Presidente Domenico De Sossi, il
convegno ha proseguito sabato proprio nella sede del Cser.
"Ruolo e
contenuti della stampa "di" e "per" gli italiani
all’estero" il tema sviluppato da Prencipe che
ha parlato della "stampa migrante" come strumento di collegamento tra
i connazionali emigrati e il Paese d’origine. Italiani che "mantengono un
legame" con il Paese da cui sono partiti, e non solo affettivo, ma che al
tempo stesso devono integrarsi in quello che li ha accolti: "un procedimento non facile – ha ricordato Prencipe – al contrario di quanto alcuni dichiarano
mitizzando il passato e facendo dei distinguo con quanto accade oggi in Italia,
paese di immigrazione". È ancora la stampa "ad aiutare i connazionali
ad inserirsi nel nuovo Paese", così come "a
farsi promotrice delle loro battaglie e delle loro rivendicazioni".
Negli anni, i
giornali italiani all’estero hanno "operato per
formare le coscienze e per convincere i connazionali emigrati a vedere se
stessi come appartenenti ad una collettività di cui la stampa stessa si faceva
portavoce". Insomma, la stampa italiana all’estero "non è mai stata
un’operazione commerciale", al contrario, soprattutto nelle sue
declinazioni associative, "si è fatta portavoce di un mondo che voleva
vivere e capire l’emigrazione".
Oggi, ha
proseguito Prencipe, la stampa italiana all’estero
"non è più la cassa di risonanza di un’immagine stereotipata dell’Italia,
non aspira ad essere momento di nostalgia, che è poi
l’ambito cui la si relega per giustificare i tagli che l’hanno colpita; non
chiede compassione: la stampa migrante parla ad attori positivi, a lettori non
omogenei, non fosse altro perché vivono in continenti diversi, tocca tutte le
età, le classi sociali e le posizioni politiche".
Detto questo, i
compiti che la attendono, al di là della sopravvivenza
nonostante i tagli, sono per Prencipe essenzialmente
tre: "relativizzare il mito della facile integrazione degli italiani
all’estero; contribuire affinché si riconosca agli altri popoli che oggi
vengono in Italia quanto si è rivendicato un tempo per gli italiani all’estero;
dare indicazioni su come mettere in relazioni le diverse identità che oggi si
incontrano e si scontrano nel mondo". (m.c.\aise)
Grecia paralizzata, tafferugli in piazza, paese allo sbando
Tre persone sono
morte oggi ad Atene, dentro una banca bruciata dai manifestanti che da
stamattina stanno protestando contro il governo, e altri edifici sono in
fiamme: è questo il primo, tragico bilancio degli scontri che stanno mettendo a
ferro e fuoco la Grecia, travolta dallo sciopero generale contro il piano di
austerità firmato dal governo. Il portavoce del gruppo parlamentare del Pasok in parlamento, Petros Efthimoiou, ha detto oggi che ''non erano necessari i morti
per capire in quale situazione si trovi la grecia''. ''Ne va del futuro del paese'' ha detto Efthimiou
parlando durante il dibattito parlamentare sul piano di austerita'.
Il Paese è
paralizzato. Le manifestazioni odierne ad Atene e in altre citta'
della Grecia cui hanno preso parte decine di migliaia di persone contro il
piano di austerita' sono ''le
piu' grandi mai tenutesi''
nel paese, ha annunciato la confederazione del settore privato Gsee. In un comunicato il sindacato afferma che la
partecipazione allo sciopero generale e' stata del
100%. Gli scontri in piazza sono stati violenti, a partire
dai tafferugli davanti al parlamento ad Atene. La polizia ha risposto
con gas lacrimogeni all'attacco di gruppi di giovani ai margini della manifestazione contro il piano di austerita'.
Secondo fonti giornalistiche incidenti sono avvenuti
anche a Patrasso e Salonicco. Giovani a faccia scoperta continuano ad attaccare
davanti al parlamento ateniese la polizia con lanci di pietre e di bombe
molotov. Gli agenti rispondono con brevi cariche. Non ci sono notizie di feriti
o fermi. Gli incidenti piu' gravi sono segnalati a Patrasso dove la polizia ha fatto uso piu'
volte di bombe lacrimogene contro gruppi di dimostranti violenti ai margini
delle manifestazioni ufficiali che hanno anche dato fuoco a cassonetti
dell'immondizia. Incidenti non gravi a Salonicco, a Ioannina
e a Corfu.
Decine di migliaia
di persone sono scese oggi in piazza ad Atene in occasione di uno sciopero
generale contro il piano di austerita'
deciso dal governo. Dopo le manifestazioni e l'astensione dal lavoro proclamate
ieri dal sindacato dei dipendenti pubblici Adedy e da
quello comunista Pame, la protesta oggi si e' estesa e trasformata in sciopero generale con la discesa
in campo della confederazione del settore privato, Gsee.
Lo sciopero generale, il terzo dall'inizio della crisi e il primo dopo
l'annuncio delle nuove misure di austerita', sta
fermando il paese oscurato da un black out
informativo, a causa dello sciopero dei giornalisti, e bloccato dallo stop al
traffico aereo, ferroviario, marittimo e urbano (questo parziale per consentire
l'arrivo dei manifestanti). Sono chiusi inoltre ospedali, scuole, banche,
uffici pubblici e negozi (questi ultimi con l'eccezione di Atene).
Il piano di austerita', che deve essere votato in parlamento domani, e' criticato, oltre che dai sindacati, da tutta
l'opposizione politica che, a cominciare da Nuova Democrazia (ND,
centrodestra), votera' contro. Unica eccezione,
forse, il piccolo partito di estrema destra Laos. La legislazione ha tuttavia
sulla carta l'approvazione garantita grazie alla maggioranza di 160 seggi su
300 di cui gode il partito di governo Pasok.
Il piano
concordato con Ue-Fmi in cambio di 110 miliardi di
euro in tre anni, prevede nello stesso periodo una riduzione della spesa per 30 miliardi grazie al congelamento dell'impiego e a tagli su
salari e pensioni per i dipendenti pubblici, riforma fiscale con aumento
dell'Iva e delle imposte su carburanti, alcolici, sigarette e beni di lusso. Nonche', in virtu' della riduzione delle indennita'
di licenziamento e degli straordinari, l'estensione della possibilita'
di licenziare nel settore privato.
Contro il piano
sono scesi oggi in piazza, con slogan contro il governo l'Ue
e il Fmi, operai, impiegati, agricoltori, studenti, professori e pensionati,
insieme all'intera sinistra parlamentare ed extraparlamentare e al movimento
anarchico, con marce e concentrazioni in tutto il paese. L’U 5
Grecia. Odissea 2010. Una drastica
cura per rimanere nell'Unione europea
Rifacendosi alla
cultura classica, il premier George Papandreou aveva
parlato di "nuova Odissea" per il suo paese. Molto più prosaicamente,
il ministro delle finanze George Papacostantinou
afferma: "Dovevamo evitare il collasso, ma da questo elettrochoc emergerà
una Grecia più credibile". Rotti gli indugi, i ministri economici
dell'Eurozona hanno dato il via libera, il 2 maggio, al super prestito da 110
miliardi in tre anni che dovrà salvare Atene dalla bancarotta, per poi consentire
una graduale sistemazione dei conti pubblici. Un incontro straordinario dei
capi di Stato e di governo è fissato per il 7 maggio: l'Europa non lascia sola
la Grecia, ma pretende profonde riforme che costeranno care ai cittadini
ellenici.
Le decisioni assunte.
L'operazione finanziaria comporterà prestiti bilaterali fra i paesi dell'area
euro e la Grecia per complessivi 80 miliardi in tre
anni, cui si aggiungeranno altri 30 miliardi provenienti dal Fondo monetario
internazionale. Per il 2010 la cifra totale si assesterà a 45
miliardi (30 dai paesi della moneta unica, 15 dal Fmi), come indicato già in
aprile. I primi stanziamenti arriveranno in tempo per rimborsare titoli
pubblici in scadenza il 19 maggio (9 miliardi circa). Ogni Stato verserà ad
Atene una cifra proporzionale al capitale sottoscritto nella Banca centrale
europea: dunque Germania, Francia, Italia saranno i paesi "più
solidali"… Anche se il tasso del 5% per il rimborso del prestito non si
può certo considerare una condizione di favore. Lo ha
ammesso il commissario Ue Olli Rehn:
"La Grecia pagherà interessi superiori a quelli di mercato". Quindi, almeno in teoria e salvo imprevisti, i contribuenti
tedeschi, francesi e degli altri paesi non dovrebbero rimetterci nemmeno un
euro. La Commissione è stata invece incaricata di vigilare sull'intera
operazione e ogni tre mesi verranno effettuate precise
verifiche. Il governo greco si è impegnato dal canto suo a ridurre il rapporto
deficit/Pil dall'attuale 13,9% al 3%, come prevede il Patto di stabilità, entro
il 2014.
"Lacrime e
sangue". Per tornare ad avere conti pubblici sostenibili, la Grecia dovrà
ora passare a una drastica cura, che è quantificabile
in tagli e risparmi a breve termine per una trentina di miliardi. A questo
proposito Papandreou è stato chiaro: "Le misure
economiche che dovremo adottare sono necessarie per la protezione del nostro
paese e del nostro futuro". Una "medicina" amara, ma comunque
necessaria. Per convincere l'Europa e il Fmi a intervenire, il governo ellenico
ha presentato un piano piuttosto articolato, che il presidente della Bce Jean-Claude Trichet ha definito
"credibile ed equilibrato". Il paese mediterraneo taglierà una serie di investimenti per alcuni anni e procederà alla
liberalizzazione dei mercati dell'energia e dei servizi di trasporto. Gli
stipendi dei dipendenti pubblici verranno limitati,
così come le tredicesime e quattordicesime, mentre nel settore privato sarà più
facile licenziare i lavoratori. Il governo si è poi impegnato a contrastare
l'elevata evasione fiscale e l'abusivismo edilizio. L'età pensionabile sarà
subito elevata e non verranno risparmiate neanche le
famiglie, procedendo con un aggravio delle imposte sui consumi. In diverse
città si sono subito svolte manifestazioni improvvisate mentre sono in corso anche
scioperi nazionali. I sindacati hanno espresso tutte le loro contrarietà.
Eppure Papacostantinou ha affermato: "Ci
attendono momenti difficili, ma sono certo che la maggioranza del paese
comprenderà la situazione e starà dalla nostra parte".
I problemi aperti.
A Bruxelles, Francoforte (sede della Bce) e in diverse capitali il dibattito
prosegue: se ne è parlato a Londra in vista delle elezioni generali del 6
maggio e a Berlino, soprattutto in considerazione del test elettorale del 9
maggio in Renania-Westfalia. Gli economisti si sono
divisi, mentre ora lo sguardo è puntato su altre realtà "a rischio", a partire da Portogallo e Spagna. Il presidente della
Commissione europea, José Manuel Barroso, ha spiegato che Esecutivo Ue, Fmi e
Bce hanno delineato con il governo di Atene "un
programma pluriennale di consolidamento budgetario e riforme strutturali"
per "rimettere l'economia greca su un percorso di sostenibilità e per
ridare fiducia ai mercati". Barroso ritiene che le misure proposte "rappresentano un pacchetto solido e credibile".
Restano però sul tavolo diversi interrogativi. Il primo riguarda
il fatto che la crisi partita nel 2008 ha colpito tutti gli Stati Ue:
deficit e debito pubblico sono lievitati ovunque e la disoccupazione sta
crescendo ancora, quindi si tratta di problemi non limitati al caso-greco. La
seconda questione è legata alla necessità di una reale e rafforzata governance economica europea, che ora
praticamente tutti i politici sembrano invocare. Infine Angela Merkel, cancelliera tedesca, ha riproposto il problema delle "regole", invocando
"una riforma del Patto di stabilità e crescita" definito a Maastricht
per conferire stabilità all'area della moneta unica. Sir 3
Con il passare
delle settimane, si è diffusa un’opinione malevola sulla Germania di Angela Merkel e sul suo modo di affrontare la crisi greca. Se ci
sono state tante esitanti lentezze nel decidere, se l’aiuto di cui Atene ha
bisogno è passato in due settimane da 45 miliardi di euro a oltre 100, se altri
Paesi barcollano (Portogallo, Spagna) è perché il governo tedesco non sarebbe
capace né di sguardo lungo, né di mosse rapide. Perché dipenderebbe dai
sondaggi d’opinione, e si sentirebbe molto più minacciato dall’imminente voto
in Renania-Westphalia che dal crollo di Atene e
perfino d’Europa. Angela Merkel non avrebbe la stoffa
di un grande leader che trascina, convince i connazionali, pensa in grande come
seppero farlo Adenauer, Brandt, Kohl.
Impaurita dalla
crisi, e dalla prospettiva di finire nel gorgo assieme ai più deboli
dell’Unione, il Cancelliere ha infine preso la decisione di soccorrere Atene e
di prendere in mano il destino dell’euro. Ma lo ha
fatto con fatica, quasi a malincuore, pensando e dicendo che in fondo fu
sbagliato imbarcare nell’euro Paesi poco affidabili. Una sorta di malinconia
minaccia di sommergere i governanti tedeschi, fatta di
paura dell’impopolarità, di diffidenza istintiva verso il mondo esterno, e di
quella singolare forma d’orgoglio che li spinge a rifiutare, in Europa, l’esercizio
di una guida politica decisa. Il cancelliere Schmidt lo ripeteva spesso, con
l’altezzosa modestia che lo caratterizzava: «Geopoliticamente
pesiamo e vogliamo pesare quanto la Svizzera». La
storia della doppia crisi greca ed europea è, al contempo, la storia della
difficile uscita della Germania dalla malinconia. Della lenta, insicura
gestazione di un Paese che accetta di guidare l’uscita dalla crisi
ricominciando a credere nell’Europa.
Non è un’impresa
semplice, perché la malinconia ha radici possenti e antiche. In parte è
un’accidia comune a molti europei: di continuo, l’Unione li costringe a toccare
con mano il doppio limite che essa fissa alla sovranità degli Stati e alla sovranità del voto popolare, quindi alle democrazie
nazionali. In parte è un’accidia specifica che suscita nei tedeschi il
desiderio di ritrarsi, di occuparsi prioritariamente dell’ordine in casa
propria. Non tutte le critiche mosse alla Merkel sono
errate, in questo quadro. Spesse volte il breve termine e i sondaggi sono per lei
più importanti della visione lunga: due terzi dei tedeschi osteggiano i
salvataggi di Paesi in difficoltà, e questo conta nel suo giudizio. A ciò si
aggiunga un senso di superiorità morale mal dissimulato: nei giornali come nei
discorsi politici, i Paesi deficitari sono chiamati
peccatori, e peccato è il nome dato all’indisciplina di bilancio. Intanto
cresce in Germania la stanchezza d’Europa: non è irrilevante che il
Cancelliere, provenendo dall’Est tedesco, sogni come altri europei orientali
(come il ceco Vaclav Klaus ad esempio) una sovranità
nazionale che si condivide avaramente. Alcuni difetti tedeschi sono difetti di
molti politici europei: la fiducia nei mercati e nelle agenzie di rating non
pare diminuita, malgrado la crisi del 2007-2009. Altri
difetti sono tedeschi: fra questi la nostalgia del marco, non estinta.
Ma la Germania è anche un Paese che ha appreso l’arte di
uscire dai malesseri scommettendo prima di altri sull’Europa e sulla
limitazione delle sovranità. I suoi politici più sapienti hanno sempre saputo
che nessuno spleen nazionale è superabile, se non si va alle sue radici e non lo si combatte con la costruzione europea. Non stupisce che
chi in questi giorni ha più lavorato in questa direzione sia un uomo politico che contribuì alla nascita dell’euro, dopo la caduta del
Muro: Wolfgang Schäuble, per anni considerato il
delfino di Kohl, oggi ministro delle Finanze, medita da decenni sulle paure
tedesche e su come queste paure possono, attraverso l’Unione, equilibrarsi e
calmarsi.
Vale dunque la
pena risalire indietro nel tempo, se si vuol capire la Germania, e rievocare il
cammino della moneta unica. Un cammino iniziato prima della riunificazione.
L’appello del partito democristiano all’unione monetaria risale al 1984. Nel 1988, il deputato Cdu Gero Pfennig annuncia: «I francesi hanno cominciato una
trattativa con noi: la sicurezza militare contro la sicurezza monetaria».
Dopo l’89 il progetto si affina, e se l’euro vede la
luce lo si deve a Kohl e al francese Mitterrand: alla loro tenacia, alla
resistenza che ambedue oppongono a tutti coloro che temono il sacrificio delle
monete nazionali.
Il sacrificio era
duro soprattutto per la Germania, uscita dall’ultima guerra con una sovranità
dimezzata, con un Paese diviso, con lo sguardo del mondo puntato non sempre
benevolmente sulla sua nascente democrazia. Il marco era divenuto lungo gli
anni l’equivalente della bandiera classica, che i tedeschi non potevano e non
volevano più sventolare con la baldanza di prima. Il patriottismo si condensò
nell’icona del marco. Un patriottismo non autarchico, ma
assai fiero della propria forza.
Si può dunque
immaginare cosa rappresentò, per la nazione tedesca, rinunciare nel 1999 alla
sovranità monetaria. La riunificazione divenne legittima grazie a questa
rinuncia, e Mitterrand non esitò a presentarla come laccio che imbrigliava il
nuovo colosso tedesco. Una visione che la classe dirigente tedesca accettò, ma
a denti stretti. Una parte della socialdemocrazia scalpitava. La Banca centrale
tedesca resistette fino all’ultimo.
È il motivo per
cui i più europeisti in Germania, da Kohl a Schäuble,
puntarono sulla moneta unica ma vollero completarla
con un potere politico europeo. L’euro non doveva essere che un inizio: proprio
perché la rinuncia al marco era stata una tribolazione, e perché in caso di
crisi future avrebbe potuto suscitare nei tedeschi risentimenti e disillusioni,
i governanti tedeschi si aspettavano dall’amicizia con Mitterrand qualcosa di
più fortemente europeo: una democratizzazione delle
sue istituzioni, un potere più vasto dell’Unione. Il massaggio era chiaro: una
moneta senza Stato poteva affermarsi, ma alla lunga non avrebbe dato né pace ai
tedeschi, né stabilità all’Europa. L’euro aveva un difetto grave: era visto
come un armonioso approdo finale. Quello che allora pareva impensabile - la
bancarotta di uno Stato - non era contemplato, così come non era contemplato
l’esplodere nei tedeschi del risentimento. La moneta senza politica fa oggi
fallimento.
Fu in quell’epoca,
nel 1994, che Schäuble elaborò un piano assieme a
Karl Lamers, consigliere di politica estera. In esso
si preconizzava l’istituzione, accanto all’euro, di un’unione politica
ristretta e potente. In particolare, Berlino proponeva a Parigi la messa in
comune delle forze militari, in modo che anche la spada, oltre che la moneta,
divenisse sovrannazionale. «In nessun caso siamo disposti ad accettare che la
nave più lenta arresti lo sviluppo dell’Unione», disse Kohl in difesa del
piano. Nel testo Schäuble scriveva: «Difendere se stessi è il nocciolo duro di qualsiasi sovranità. Questo
deve valere per gli Stati dell’Unione europea: solo in comunità essi possono
mantenere la propria sovranità».
Il piano Schäuble-Lamers fallì per colpa della Francia. La risposta
di Balladur, premier conservatore di Mitterrand, fu negativa. Sarkozy, allora portavoce del governo, accusò i tedeschi di
«inaudita brutalità» verso i Paesi non invitati nel «nucleo stretto». Non era
la prima volta che Parigi bloccava sul nascere un progresso decisivo
dell’Unione. Era già accaduto quando venne affossata,
nel 1954, la Comunità europea di difesa.
Qui hanno la loro radice le nuove ansie della Germania, le sue nuove
diffidenze verso l’Europa. Qui la forza frenante che s’impersona nella sua
Corte Costituzionale. Qui la scarsa leadership europea che esercita Angela Merkel. Perché la vecchia scommessa di Schäuble
riprenda il suo cammino occorre non solo che la
Germania ricominci a pensare l’Unione, ma che tutta l’Europa - Parigi in testa
- ripensi se stessa e le difficoltà tedesche. Le grandi crisi sono l’occasione
perché questo possa accadere. Barbara Spinelli, LS 3
Ci sono voluti
circa tre mesi all' Unione Europea per decidere di aiutare
la Grecia. Molti - incluso chi scrive - avrebbero preferito una procedura più
rapida ed efficiente. Una procedura che avrebbe evitato di scatenare i mercati
finanziari e di minare la fiducia nell' euro. All' origine di questi ritardi ci sono stati - non c' è
dubbio - incertezze, mancanza di leadership, rigurgiti nazionalistici,
procedure inefficaci. Sembra facile, a prima vista, individuare i colpevoli. Se
si vuole tuttavia che questa crisi rappresenti l'occasione per rafforzare il
processo di integrazione europeo bisogna spingere
oltre la riflessione su ciò che è avvenuto, partendo da due spunti. Il primo è
che l' euro non è solo la moneta comune di una unione
tra 16 Paesi e oltre 300 milioni di cittadini, ma comporta legami politici ben
più stretti di quanto pensassimo. Le difficoltà di un Paese si riflettono
direttamente sugli altri, con conseguenze non economiche e finanziarie. Come
dimostrano i casi recenti della Lettonia e dell' Ungheria,
se la crisi fosse avvenuta in uno degli altri Paesi europei fuori dall' area
dell' euro, l' Unione avrebbe partecipato al salvataggio, insieme al Fondo
Monetario Internazionale, senza particolari difficoltà. Una crisi all' interno dell' area dell' euro comporta invece
dimensioni politiche di ben ampia portata. In secondo luogo, all'
origine della crisi greca non c' è stato solo un problema di bilancio,
ma una questione politica fondamentale, che molti hanno sottostimato. Se le
difficoltà di bilancio della Grecia fossero state prodotte da un evento
esogeno, come un terremoto, la crisi si sarebbe risolta rapidamente. La
Commissione europea dispone peraltro di risorse finanziarie ingenti per far
fronte ad eventi «fuori dal controllo degli Stati
Membri». Gli altri Paesi membri non avrebbero fatto mancare la loro solidarietà.
La crisi greca è nata invece da una grave violazione dei principi sottostanti
alla costruzione politica europea. Il precedente governo greco aveva infatti più che raddoppiato il deficit pubblico, dal 6% del
Prodotto lordo a oltre il 13%, senza dichiararlo, nel 2009 - un anno
elettorale. In altre parole, la - seppur debole - sorveglianza europea sui
bilanci pubblici dei Paesi membri è stata elusa dalla Grecia a fini elettorali
interni. Ci si può chiedere in quale Paese un tale
evento non avrebbe innescato una crisi politica di dimensioni paragonabili a
quella che è stata vissuta nell' Unione. Non ci si può meravigliare se molti
cittadini dell' area dell' euro - una stragrande
maggioranza in alcuni Paesi - si siano dichiarati contrari a ripianare i debiti
della Grecia. Non ci si può meravigliare se alcuni governi dei Paesi membri,
riflettendo il disagio dei propri cittadini, abbiano esitato a lungo prima di
dare il loro accordo al sostegno finanziario alla Grecia, e abbiano dato il
loro accordo solo in ultima istanza, di fronte alla
crisi che si stava generalizzando e condizionato a forti tutele nei confronti
di quel Paese. In gioco non era solo la coesione economica e finanziaria dell' Unione, ma soprattutto quella politica. Quando, alla
metà degli anni 70, lo Stato di New York chiese aiuto al governo centrale degli
Stati Uniti per far fronte alla montagna di debito accumulato, quest' ultimo si rifiutò fino a quando non fu varato un
programma credibile di risanamento. Fu un negoziato lungo e politicamente difficile,
che servì però da esempio per gli altri Stati. Anche la lunga crisi europea di
queste settimane può servire da esempio per indurre gli altri Stati europei a
risanare per tempo i propri bilanci pubblici e all' Europa
per dotarsi di procedure e istituzioni più efficienti. Questa crisi può servire
anche agli Stati che si vogliono dotare di strutture federali, affinché
definiscano meccanismi rigorosi che evitino che lo Stato centrale (cioè le
altre regioni) si trovi a dover ripianare i debiti creati a livello regionale.
Lorenzo Bini Smaghi, CdS 3
Alle urne per cercare la rinascita, l'Inghilterra volta pagina in tv
Al voto il 6
maggio dopo 13 anni di governo laburista. Due giovani
sfidano Brown: entrambi promettono il nuovo.
L'incursione della televisione, mai così invadente, ha rivoluzionato la
campagna elettorale - di BERNARDO VALLI
LONDRA - Gli
inglesi votano giovedì sei maggio dopo 13 anni di
governo laburista ininterrotto, ma guidato successivamente da due primi
ministri: all'inizio Tony Blair, poi sostituito dal compagno-rivale Gordon Brown al nº 10 di Downing Street. Fino al 15 aprile, data
del primo dibattito televisivo nella storia elettorale britannica, tutti o
quasi tutti si aspettavano con alterna intensità, influenzati dagli oscillanti
sondaggi, un cambio della guardia. L'idea prevalente era che i conservatori
sarebbero ritornati al potere con alla testa David
Cameron, il loro capo new look. A Gordon Brown non restava, in sostanza, che aspettare la sconfitta.
Non che fosse rassegnato. Il primo ministro scozzese non ha le doti
indispensabili nella politica spettacolo (quando non è
burbero pare sia collerico), ma ha conservato la testardaggine e la grinta del
giocatore di rugby che è stato da giovane.
Comunque il potere
logora. Logora chi lo esercita e chi lo vuole conquistare o conservare.
Insomma, logora sempre, anche se appaga ambizione e vanità. Capita come al
fondo dei pantaloni che col tempo irrimediabilmente si usa. Una saggezza, molto poco teorizzata, una saggezza istintiva, non obbligatoriamente
associata a un'intelligenza politica, spinge questo Paese a fare quel pensa
occorra fare nel momento che ritiene giusto, senza badare agli intralci
sentimentali, ideologici o storici. È quel che chiamiamo pragmatismo, con
ammirazione quando si tratta della versione inglese. Si è soliti ricordare il
caso di Winston Churchill che fu sconfitto dagli elettori britannici quando
aveva appena compiuto la storica impresa di sconfiggere Hitler. La gloria
bellica fu dirottata nei testi di storia e la gestione della pace fu affidata
ad altri.
Brown non è Churchill, qualche impresa l'ha tuttavia compiuta
anche lui. Come Cancelliere dello scacchiere ha animato gli anni del miracolo
economico inglese e come primo ministro ha avuto un ruolo di rilievo nel gestire
la crisi finanziaria. Adesso che la crisi finanziaria non è più nella fase
acuta, molti inglesi pensano che sia giunto il momento di cambiare la guardia a
Downing Street. Altra situazione, altri uomini. I
tredici anni di governo, prima insieme a Tony Blair
(con il quale non andava d'accordo ma con il quale condivise il fatale errore
di partecipare alla guerra in Iraq), e poi da solo, pesano sulle sue spalle
come una croce. Senza contare il suo caratteraccio e la sua incapacità di
comunicare, che ricorda a tratti quella di Romano Prodi. Con la differenza che
lo scozzese è uomo di mischia e di palla ovale e l'emiliano va in bicicletta.
Ha suscitato
scalpore la gaffe di Brown con la pensionata di Rochdale, la signora Gillian Duffy, vecchia elettrice del Labour,
che l'aveva interrogato su due problemi spinosi, l'economia e gli immigrati, e
che lui ha poi definito "bigotta" parlando con i suoi collaboratori,
non sapendo di essere ancora in diretta con la BBC radio2. La gaffe
rischierebbe addirittura di fargli perdere voti preziosi. Potrebbe essergli
fatale. Quando, conversando con degli amici, ho sostenuto che per un italiano
l'incidente si riduce a "poca cosa", pensavo alle gaffe, agli
insulti, alle menzogne del presidente del consiglio italiano. Gaffe, insulti,
menzogne che non gli fanno perdere consensi. I miei interlocutori sono rimasti
silenziosi, giudicando probabilmente che si tratta di due diverse democrazie.
Il 15 aprile ha
segnato una svolta. Non solo nella campagna elettorale, ma
nella recente storia politica britannica. Dopo lunghe trattative sono
stati varati quel giorno i dibattiti televisivi, tre in tutto, tra i principali
candidati. Non dei confronti faccia a faccia come in Francia ma dibattiti
"all'americana", dove i partecipanti stanno di fronte alla telecamera
e rispondono a delle domande. E a questo punto è emersa anche in politica
l'importanza nel Paese del teatro (non nella versione commedia dell'arte), come
luogo in cui gli inglesi, vedendosi rappresentati, riflettono ai casi propri. Londra
in particolare è di per sé un meraviglioso teatro. Non sto ad
enumerare gli spettacoli che ci ha offerto nel passato recente, anche per le
strade. Gli inglesi sono grandi attori. Capita a volte di pensare all'amore
settecentesco dei veneziani per le maschere. Niente maschere beninteso
sull'odierna ribalta politica, dove è di rigore la serietà che impone il
momento culminante della vita democratica, nel Paese che l'ha inventata e l'ha
praticata e la pratica nel modo migliore. Ma lo
spettacolo c'è stato. E ha sconvolto i programmi.
Come esige il
teatro c'è stata la sorpresa. Anzitutto i protagonisti non erano più soltanto
due, il detentore del titolo e lo sfidante, il laburista Gordon Brown e il conservatore David Cameron. Ma
tre. E il terzo, il liberal-democratico Nick Clegg,
non certo sconosciuto ma neppure popolare come gli avversari, ha mandato
all'aria il copione. Brown, il vecchio (si fa per
dire, non ha ancora sessant'anni), non era un Cristo in croce tra due ladroni,
perché Cameron e Clegg pur non essendo dei pischelli
(hanno entrambi 43 anni) risaltavano per la sana
giovinezza e l'immacolatezza di chi non ha mai
governato. E tuttavia la loro candida, dinamica immagine, che ben mascherava
l'astuta inesperienza, metteva in risalto la figura del primo ministro,
appesantita non tanto dagli anni anagrafici quanto da quelli
trascorsi al governo del Paese.
Lui incarnava
inevitabilmente il passato, con i suoi scandali e scandaletti,
le sue crisi e le sue delusioni, e i suoi frequenti momenti di mediocrità;
mentre i due giovani sollecitavano l'istinto che spinge
a ripudiare un potere logorato dal tempo e dai vizi annessi. È insignificante,
lo so, ma non pochi outsiders, cioè stranieri, spettatori
senza voto, hanno espresso un giudizio favorevole a Gordon Brown.
E dello stesso parere sono stati non pochi economisti inglesi, soprattutto
quando al terzo dibattito televisivo, quello svoltosi a Birmingham, l'argomento
era appunto l'economia. Ma i sondaggi d'opinione sono
stati tutti sfavorevoli a Brown. E i principali
quotidiani, anche di sinistra, lo hanno in sostanza
bocciato. Ed è quel che conta, nell'attesa del risultato di giovedì sera.
Dopo i dibattiti televisivi i pronostici sono radicalmente cambiati. In
sostanza i principali candidati si suddividono i voti virtuali: un terzo
ciascuno. David Cameron resta il favorito perché gli viene
attribuito un terzo più vistoso degli altri, ma può difficilmente sperare in
una maggioranza assoluta, come gli veniva pronosticata. Gli scontenti del Labour disposti a votare conservatore hanno trovato forse
un rifugio nei liberal-democratici, idealmente più affini. Per reazione i
laburisti scandiscono con insistenza che votare per i lib-dem
è come votare per i conservatori, perché soltanto il Labour può impedire il loro ritorno al governo.
Gordon Brown e Nick Clegg sono quasi
alla pari. Con Brown che slitta spesso al terzo
posto. Se questo dovesse accadere anche nei voti reali, si avrebbe un
declassamento storico dei laburisti. I liberal-democratici di Clegg non possono essere considerati i discendenti dei
liberali che governarono l'Inghilterra a più riprese all'inizio del secolo
scorso. David Lloyd George fu l'ultimo primo ministro liberale (1916-1922). Poi
il Partito laburista prese il sopravvento e diventò l'antagonista del Partito
conservatore. L'attuale Partito liberal-democratico è nato dalla fusione, nel
1988, tra quel che restava del vecchio Partito liberale e il Partito
social-democratico, composto dai delusi del Labour.
Nonostante il
percorso zigzagante, nel caso i liberal-democratici dovessero ottenere più voti
dei laburisti si potrebbe parlare di una rivincita liberale un secolo dopo. La
seduzione esercitata dal giovane Clegg ha avuto un
effetto straordinario. Con ascendenze olandesi e russe, poliglotta, con una
lunga esperienza universitaria sul Continente, egli non
corrisponde affatto al caricaturale ritratto del liberal-democratico
fricchettone e snob. È un giovane leader centrista, sveglio e abile nel pescare
un po' a sinistra e un po' a destra, con un'impronta ecologica. Ha un'aria
nuova ma non troppo. Condivide il liberismo conservatore, almeno in parte; ed è
per la protezione sociale e il servizio pubblico. Ed è europeista.
Qualunque sia il
risultato numerico dei suffragi, i liberal-democratici non potranno tuttavia
avere più seggi dei laburisti. Ed è quel che conta nell'immediato. Il sistema
elettorale inglese (maggioritario uninominale secco) non è simmetrico per quel
che riguarda il rapporto tra voti e numero dei deputati. Con un elettorato ben
distribuito si possono avere più rappresentanti in Parlamento di chi ha avuto
più suffragi, ma dispersi nei vari collegi. Con un
elettorato diviso sostanzialmente in tre parti si avrà
con tutta probabilità un Parlamento senza una maggioranza assoluta. Per trovare
a Londra coalizioni di governo (come a Berlino e a
Roma) bisogna risalire a più di 30 anni fa, e quella del 1974 non durò a lungo.
Laburisti e
liberal-democratici sembrano gli alleati più probabili. Più logici. Ma con Brown o senza Brown? Con chi primo ministro?
David Cameron, l'aristocratico conservatore che auspica un "cambiamento
radicale" e vuole "restituire il potere al popolo", resta
comunque il favorito. Se sfiora la maggioranza assoluta
può ricorrere ai piccoli partiti. Ma la gara a tre è
complessa e resta aperta. LR 4
Frattini: “La nuova Farnesina a fianco di chi vuole competere all'estero”
ROMA - Mai come in questi giorni abbiamo
potuto constatare, nel bene e nel male, come la stabilità
economico-finanziaria, la proliferazione nucleare, il terrorismo, la
criminalità transnazionale, la povertà, il clima, l'energia, abbiano portata
davvero globale e richiedano risposte collettive e tempestive.
In un'epoca di incessanti
e profondi mutamenti, anche sul piano internazionale, la trasversalità e
l'ampiezza di questi fenomeni costituiscono il dato di fondo. Così come lo sono
le dimensioni dei mercati, davvero globali anch'esse, che richiedono, per
vincere la sfida cruciale della competitività, che la proiezione all'estero
delle nostre imprese avvenga non isolatamente, ma nel pi ampio quadro del posizionamento complessivo del sistema paese, nelle sue
dimensioni politica, culturale, economico-finanziaria, scienti fica e
tecnologica.
I cambiamenti appena descritti non possono
non avere significative ripercussioni sul ruolo che i
ministeri degli Esteri sono chiamati a svolgere all'interno di ciascuna
struttura statale.
E’ quindi importante saper adeguare il nostro
strumento diplomatico alla complessità del mondo contemporaneo, come hanno
fatto i nostri principali partner europei. Il nuovo assetto del ministero degli
affari esteri, che è stato varato dal consiglio dei ministri
dopo aver ottenuto l'unanime parere favorevole delle commissioni parlamentari,
trae origine da questa analisi.
Con meno direzioni generali (da 13 a 8) basate non più su un criterio geografico ma dotate
di capacità di visione globale, ciascuna nel proprio ambito (affari politici e
sicurezza, mondializzazione e sfide globali, Unione europea, oltre che
cooperazione allo sviluppo e italiani all'estero e politiche migratone) e un
consiglio di amministrazione chiamato a esprimere valutazioni sugli indirizzi
strategici e sull'azione complessiva del ministero, la Farnesina si pone come
obiettivo quello di operare con accresciuta efficacia dinanzi alle nuove
realtà.
Per meglio rispondere alle esigenze dei
cittadini e delle imprese, la creazione di una Direzione generale per la promozione del sistema paese risponde poi alla crescente
domanda di un sostegno coordinato, sinergico e strutturato alla proiezione
esterna del nostro sistema economico-finanziario e culturale.
Ma non è tutto.
Questa riorganizzazione è parte di una riforma più ampia che attribuisce
autonomia gestionale e finanziaria agli ambasciatori e
ai consoli e accresce le loro possibilità di acquisire fondi anche da
sponsorizzazioni e partenariati pubblico/privato, che investe fortemente nella
formazione e nelle nuove tecnologie, semplifica nelle procedure e innova nei
metodi di lavoro, recependo con convinta partecipazione le riforme che il
governo ha introdotto nel pubblico impiego, fra cui soprattutto il “ciclo della
performance” e l'enfasi sulla premialità del merito.
Gestore responsabile di una rete diffusa e
ramificata di ambasciate, rappresentanze permanenti, consolati, istituti di
cultura, unità tecniche di cooperazione, che rappresenta il suo vero asset per veicolare contenuti
propri e prodotti da altri soggetti, istituzionali e privati, la nuova Farnesina
si presenta come prodotto non di una riforma statica, ma di un cambiamento
governato, una dinamica di adattamento ad una realtà nella quale sono i
processi di interazione e la capacità di iniziativa e di innovazione a rendere
significative anche le funzioni. Perché in ultima analisi, non lo dimentichiamo, la cultura di un'organizzazione, il suo grado
di apertura e di flessibilità contano forse più delle strutture. Franco
Frattini, “Il Sole-24 Ore” 4
Festa della Liberazione? Né festa né liberazione!
Commento
all'articolo di Todeschini del 5.5.2010
Condivido
pienamente le affermazioni di Todeschini sulle
indecenti gazarre
che hanno accompagnato le commemorazioni del 25 aprile in
molte città
italiane. E concordo con lui che sarebbe ora di trasformare questa
ricorrenza in un'occasione di unità e non di divisione fra gli
italiani.
Ma fatte tutte le
doverose critiche agli estremisti di sinistra, resta il
fatto incontestabile che furono proprio i comunisti a pagare
il più alto
tributo di vittime nella lotta contro i nazifascisti. Non furono
i soli,
ma indiscutibilmente la componente predominante, anche
perché erano gli
unici a non essersi compromessi col fascismo.
Che dall'altra
parte, fra i fascisti, ci fossero persone in buona fede che
ancora credevano nel Duce nonostante tutto è forse possibile,
poveretti
loro, ma non è una ragione per denigrare coloro che li
combatterono per
liberare l'Italia dalla dittatura.
Che non tutti i
partigiani fossero esempi di cristalline intenzioni cambia
ben poco, in tutte le armate e soprattutto quelle irregolari
è difficile
selezionare. Succede anche negli eserciti regolari (vedi i crimini
USA in
Vietnam ed Irak, come pure quelli
sovietici in Cecenia).
Sull'opinione
dell'attuale Capo dello Stato su questa ricorrenza
preferisco non spendere neppure una parola, lo giudicherà la
Storia, per
questo come per tutto il resto.
Ciò che Todeschini nel suo intervento (che pure a grandi linee
condivido)
dimentica è un fatto purtroppo innegabile e sotto gli occhi di
tutti: i
partiti attualmente al potere ed i loro fiancheggiatori cercano
da lunga
data di svilire la Resistenza equiparando caduti fascisti ed
antifascisti.
E ciò, come ha
spiegato magistralmente G. Orwell nel romanzo
"1984" è il
tentativo perenne di tutte le dittature di riscrivere la Storia
per i
propri interessi.
Aborro anch'io lo
scadimento di questa nobile Ricorrenza del 25 aprile in
un'occasione per attaccare Berlusconi, è come usare un
prezioso
manoscritto per scacciare una mosca. Finché la "sinistra" ( o meglio
coloro che ora in Italia si attribuiscono indegnamente questo
orientamento
politico) resterà a questo livello, non avrà la minima probabilità
di
cambiare il sistema.
Io ho trascorso la
maggior parte della vita all'estero, constato
con
amarezza che in tutti i Paesi liberi del mondo l'attuale regime
che si è
impadronito dell'Italia è considerato di fatto antidemocratico,
anche se
formalmente sembra ancora apparentemente rispettare le regole, pur
con
tutte le eccezioni.
Nella mia
parentele ho avuto zii
partigiani, che se ancora vivessero
rimpiangerebbero di aver rischiato la vita per ritrovarsi in un Paese
come
è diventata attualmente l'Italia: e la colpa di questo non
ricade certo su
chi ha combattuto da antifascista contro la dittatura, ma
semmai su tutti
coloro che da voltagabbana hanno cercato fin dall'immediato
dopoguerra di
cancellare le responsabilità fasciste accomunando partigiani
a
repubblichini.
In conclusione
sarei però molto più radicale di Todeschini: l'Italia
attuale non merita più di ricordare questa festa, visto che l'ha
svilita a
tal punto.
Sospendiamola
allora, in attesa di poter celebrare la prossima Liberazione
dall'attuale regime, che ovviamente tutti speriamo avvenga
senza alcuno
spargimento di
sangue ma invece riaprendo i processi contro tutti
coloro
che se li meritano, indipendentemente dalle cariche
istituzionali che
indegnamente rivestono.
Sarebbe un bel
sogno e la vera Liberazione: non più dover assistere a
sciocche violenze ed insulti contro i politici attorniati da
poliziotti,
ma vedere questi ultimi fare il loro dovere portando in
carcere -dopo
giuste condanne - tutti i responsabili politici che si
sottraggono ora
impunemente alle leggi (0 se le fanno su misura) e che coi
loro
comportamenti corrotti e criminali hanno ridotto l'Italia nel
deplorevole
stato in cui si trova e sta sprofondando.
Graziano Priotto – Praga, gianavello@atlas.cz (de.it.press)
Il rebus della successione di Scajola
La successione di
Scajola si presenta più complicata del previsto. Per una serie di ragioni:
intanto il ministro, come accade a chi si trova al centro di una vicenda
difficile, fino all’ultimo non credeva di doversi dimettere. Il comunicato di
lunedì sera, che ha preceduto la telefonata in cui Berlusconi gli ha
consigliato di rientrare a Roma dalla Tunisia, fissava tempi più lunghi: almeno
una decina di giorni, nella speranza di far decantare la situazione. Quando
invece ha capito che la sua sorte era segnata, ha chiesto almeno un’ipotetica
promessa di recupero nel caso (improbabile) in cui riesca a far chiarezza e a
discolparsi.
Berlusconi fin da
domenica si era preparato all’eventualità di dover sostituire il responsabile
dello sviluppo economico mettendo in fila, nella sua testa, tre nomi: uno, quello di Luca di Montezemolo, gettato lì sul tavolo
perché è da sempre una sua idea, anche se il presidente della Ferrari non è
disponibile. Gli altri due, Romani e Galan, il primo
vice di Scajola e il secondo neo nominato all’Agricoltura, perché sono uomini
di sua assoluta fiducia.
Ma è bastato che questa «rosa» cominciasse a circolare, per
sollevare una serie di reazioni. A cominciare dalla Lega, che contesta una
sostituzione automatica di un ministro ex-Forza Italia con un altro della
stessa provenienza. In realtà la mossa, apparentemente mirata a rendere più
difficile la nuova nomina, assegna a Berlusconi un margine di manovra nel suo
partito, che ribolle in questi giorni di polemiche e
di nascite di nuove correnti. Il premier ha buon gioco a spiegare ai suoi che è
meglio ricoprire subito la casella, prima che si apra una nuova trattativa.
C’è tuttavia un
altro aspetto che non è emerso pubblicamente finora, ma che non tarderebbe a
generare conseguenze, nel caso di una scelta affrettata. Scajola infatti era, oltre che un esponente del Pdl
proveniente dall’ex partito del premier, un democristiano e dunque uno dei
pochi credenti in un governo che, formato per la prima volta senza l’appoggio
dell’Udc, è stato considerato fin dalla nascita privo della componente
cattolica «riconosciuta» dal Vaticano. Anche se nessuno si alzerà platealmente
a rivendicare che il successore del ministro dimissionario provenga dalla
stessa area, il problema è ben presente a chi deve decidere. Ecco perché, dopo
l’accelerata delle dimissioni, ora dopo ora la successione si complica. MARCELLO SORGI LS 5
Fini: «Non c'è congiura dei giudici contro il governo»
MILANO - «Non c'è
nessuna congiura o accanimento dei giudici contro l'esecutivo» ha detto il
presidente della Camera Gianfranco Fini nel corso di un'intervista a ruota
libera e in diretta su SkyTg24. Il presidente della Camera, il giorno dopo le
dimissioni del ministro Scajola e nel giorno dell'avviso di garanzia che ha
raggiunto il coordinatore del Pdl Denis Verdini,
stavolta si trova d'accordo con il leader della Lega Bossi («Mi sembra che i
magistrati facciano solo il loro lavoro») ma coglie anche l'occasione per
rilanciare il ddl anti-corruzione. «È stato un disegno
di legge voluto dal governo, quindi sarebbe bene che avesse una corsia preferenziale. Il direttivo del gruppo del Pdl non ha accolto la richiesta fatta dall'onorevole
Bocchino, ma - aggiunge Fini - spero che ci sia un ripensamento».
VERDINI- Poi alla
giornalista che gli chiedeva se a suo avviso Verdini dovrebbe fare un passo
indietro da coordinatore del Pdl il presidente della
Camera ha risposto: «No. La storia recente è zeppa di
episodi in cui dopo l'avviso di garanzia le accuse si sono dimostrate non
sussistenti».
LIBERTÀ DI STAMPA- Parlando del ddl intercettazioni e del fatto che
con questo provvedimento non si potrà pubblicare più nulla a cominciare dagli
atti delle indagini, Fini ha aggiunto: «Non credo che
in una democrazia ci sia mai troppa libertà di stampa. Il problema comunque non
è quello della quantità della stampa, ma della sua qualità».
Anche se questa, spesso è «connessa alla qualità della politica». Ed è anche
vero, ha sottolineato, che vista la qualità della
politica questa « farebbe bene a guardare se stessa prima di fare le pulci agli
operatori dell'informazione».
IL GIORNALE - Il
passo per parlare de Il Giornale è breve: «Il problema per Il Giornale è
l'evidente conflitto in cui si trova l'editore» ha detto Fini tornando sulle
polemiche sollevate da alcuni articoli del quotidiano molto critici nei
confronti suoi e dei finiani. «Berlusconi ha detto in
modo pubblico - ha proseguito Fini - che è consapevole
dei seri problemi politici che quel giornale ha determinato, basti pensare alla
vicenda Boffo. Da un lato c'è l'interesse
dell'editore, dall'altro c'è l'interesse del presidente del Consiglio, che sono
nella stessa famiglia. Anche questo è un caso di conflitto di
interessi. Ci sono momenti in cui bisogna privilegiare
l'interesse generale sul piano politico o quello editoriale». Per il presidente
della Camera «nel momento in cui si è chiamati a occuparsi dell'interesse
generale va messo da parte l'interesse particolare». Fini ricorda
dunque che il giornale appartiene alla famiglia del presidente del
Consiglio e che questa non ha voluto mettere in discussione l'attuale
direzione. «L'editore - afferma il presidente della Camera - ha ritenuto che
fosse molto, molto importante avvalersi di uno staff che fa vendere migliaia di
copie...». Poi, a proposito del direttore de Il
Giornale, Fini ribadisce che questo usa la «penna come
se fosse una clava». Il presidente del Consiglio, aggiunge il numero uno della
Camera, «ha ammesso pubblicamente di essere consapevole dei problemi politici
che quel giornale ha determinato, basti pensare alla vicenda Boffo». Ma, sottolinea Fini, «da
un lato c'è l'interesse dell'editore, dall'altro c'è l'interesse del presidente
del Consiglio, che sono nella stessa famiglia». E anche questo, sostiene, «è un
caso di conflitto di interessi». E invece, conclude, «nel momento in cui si è chiamati a occuparsi
dell'interesse generale va messo da parte l'interesse particolare».
FISCO - Un
argomento per sottolineare la distanza da Berlusconi è
quello relativo al fisco: «Se si dice che le tasse sono troppo alte e quindi è
naturale evadere io rovescio il ragionamento, cominciamo a colpire chi evade
così ci sono le risorse per abbassare le tasse. Le tasse sono troppo alte per
tutti perché è troppo alta l'evasione. È vero - ha
aggiunto - che è anche perché le tasse sono molto alte, ma se vogliamo ridurre
le tasse avviamo una durissima fase di lotta
all'evasione. È essenziale una sorta di etica repubblicana in questo senso,
anche questo è un modo per ricordare l'unità d'Italia».
«Io - ha concluso - ho detto più volte che dovremmo
citare come esempio meritorio i tantissimi italiani che ogni giorno fanno il
loro dovere. Qualche volta si privilegia finendo per
dare ragione a Prezzolini che diceva: meglio furbi che fessi...».
LEGA - E infatti sulla necessità di impegnarsi per le celebrazioni
avviate mercoledì per il 150° anniversario dell'Unità d'Italia Fini ha detto
che le posizioni della Lega Nord all'interno della maggioranza sono minoritarie
ed isolate. «Le posizioni leghiste sono minoritarie, isolate», ha detto Fini. «Lasciamo da parte le polemiche. «La Lega è un alleato
importante, con il quale il Pdl ha presentato un
programma, ma è essenziale nel momento in cui si sta insieme non andare a
rimorchio di un movimento rispettabilissimo ma che è presente in alcune zone
del Paese». Poi sui 150 anni d'Italia: «Le celebrazioni per 150 anni dell'Unità
d'Italia sono iniziate nel modo migliore, il Capo dello Stato ha fatto un
discorso alto sottolineando che non c'è nulla di
retorico, non è tempo sprecato ma un doveroso ricordo delle nostre radici».
Fini ha osservato che mercoledì il premier Berlusconi non era presente a Quarto
ma ha lodato i discorsi dei ministri Bondi e La Russa, sottolineando
che a questo punto le polemiche «vanno lasciate da parte», ma in ogni caso si è
detto «lieto di aver posto quel problema» a suo tempo.
IL RUOLO - Infine
a difesa delle sue esternazioni ha precisato: «Io ho il preciso dovere di
essere imparziale nella conduzione dei lavori dell'Aula
ma proprio perché non ho vinto un concorso, ho anche il diritto come i miei
predecessori di avere delle opinioni politiche e porle all'attenzione nel mio
partito». CdS
5
Il futuro è sotto una sola bandiera. Chi offende l’unità d’Italia affossa
il federalismo
Qualche giorno fa
il presidente Azeglio Ciampi ci ha ricordato, con semplici e brevi parole, come
il rafforzamento dell’unità nazionale sia la premessa di ogni riforma. E ha
insistito sul fatto che questo rafforzamento sia una condizione essenziale
perché si possano togliere i molti ostacoli che bloccano lo sviluppo del Paese.
In poche parole ci ha detto che non si può passare all’attuazione del
federalismo se non si parte dalla constatazione che viviamo in un’unica
comunità e camminiamo dietro una sola bandiera. Quando ho letto queste parole speravo che fossero superflue, quasi un richiamo di
rito da parte di chi aveva ed ha sempre fatto dell’unità nazionale un punto
fondamentale della propria vita personale e politica.
Ho dovuto non solo
constatare che di queste parole vi era assolutamente
bisogno ma anche vedere con personale sofferenza che sono ricominciate le
fronde nei riguardi delle celebrazioni del centocinquantesimo anniversario
dell’Unità Italiana e gli ormai abituali insulti nei confronti della bandiera
nazionale. Voglio subito dire che questa mi sembra la peggiore premessa
all’introduzione del federalismo. Federalismo non vuole dire anarchia, non vuole dire scioglimento dei legami che ci tengono insieme,
non vuole dire adozione di regole vaghe e flessibili. Dove il federalismo esiste vi è certamente maggiore capacità decisionale da
parte degli enti periferici (a cominciare dalle Regioni) ma vi è un profondo
senso di appartenere ad una comunità guidata da regole inflessibili e da una
riconosciuta autorità in grado di garantire la compatibilità e l’armonia dei
diritti e dei doveri delle diverse componenti della comunità nazionale. Se si
parte mettendo in dubbio quest’appartenenza non si va da nessuna parte. Per
essere ancora più preciso, mi chiedo come si possa arrivare ad
un qualsiasi accordo sui temi oggi sul tavolo, come le definizioni dei costi
standard e il concreto significato di perequazione, concetti sui quali si
dibatte tra sottintesi, cose non dette e obiettivi divergenti. E ancora più
come si possa parlare di sanzioni quando l’obiettivo primario diviene quello
dell’indebolimento dell’unità nazionale e quindi della cancellazione di ogni
autorità sanzionatoria.
Non ci dobbiamo
perciò stupire del fatto che si discute accanitamente sui costi standard senza
nessun accordo sulla qualità e la quantità dei servizi da prestare. Se non c’è
un accordo politico (perché deve essere eminentemente politico)
sugli standard come vi può essere un accordo sui costi?
E potremmo
procedere con l’elenco di tanti altri problemi che debbono
assolutamente essere affrontati prima di attuare una riforma così radicale e
importante, ma voglio limitarmi a due osservazioni di preliminare buon senso.
La prima è che, nel dibattito sul federalismo fiscale ognuno assicura ai propri
elettori (siano essi del sud che del nord, siano essi professionisti che
lavoratori dipendenti) grandi vantaggi dall’attuazione del federalismo stesso.
Anche tenendo conto delle sue potenziali conseguenze virtuose, questa mi sembra
un’affermazione priva del necessario supporto numerico. Partendo inoltre dal
vecchio concetto che chi ben comincia è a metà dell’opera vorrei notare
l’incongruenza di chi vuole il federalismo fiscale e nello stesso tempo ha
voluto la cancellazione dell’imposta sugli immobili (la ben nota Ici ) che, in tutti i Paesi del mondo, è il fondamento di ogni
imposizione locale. Capisco, e me ne sono reso conto di persona, che parlare di
Ici è assolutamente impopolare ma so anche che, come si dice dalle mie parti,
non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca. E che perciò, pur
salvaguardando le classi più deboli, bisognerà pur arrivare a qualche diffusa
applicazione di imposta sugli immobili o perlomeno a
dichiarare con che cosa la si sostituisce, in modo da impedire il definitivo
crollo delle autonomie locali. A questo punto mi resta che concludere
ritornando alle parole di Ciampi, che ci ricorda che per costruire l’autostrada
delle riforme occorre “una tensione morale e una politica lungimirante che
sappia assumere le sue responsabilità”. ROMANO PRODI IM 5
Berlusconi teme l'effetto domino sulle inchieste. Possibili nuovi sviluppi
ROMA - Berlusconi
non ha la minima urgenza di rimpiazzare Scajola. La parola d’ordine è:
guadagnare tempo. Così si fermeranno (spera il premier) le bocce impazzite
delle inchieste.
Circola voce di nuovi blitz giudiziari, addirittura «retate» tra
i deputati Pdl. Nel mirino altri ministri, uno o
forse due. Cosicché dentro il governo le dimissioni di
ieri provocano sgomento: una crepa, anzi una breccia nella diga, anticamera
della resa ai pm, come quando l’«effetto domino» travolse la Prima Repubblica.
Rotondi, democristiano non pentito, boccia il gesto di Scajola, è «concessione
alla demagogia» poiché fissa un precedente, pure il prossimo ministro sotto
accusa dovrà gettare la spugna (Matteoli non è d’accordo, quello di Scajola è
stato «un caso particolare», al suo posto lui farebbe diversamente). «Velina
Rossa», che ha ottime fonti nel giro ex-Pci, anticipa
colpi di maglio da Firenze. Qualcuno se li attende dalla Sardegna, altri
indicano Milano...
Mettiamoci dunque
nei panni di Berlusconi. Se sostituisce Scajola oggi stesso, magari poi gli
tocca rimetter mano al governo tra qualche giorno, per colpa di altri ministri.
Meglio aspettare, vedere che succede, e a quel punto risolvere tutto insieme.
Fini permettendo. E poi, sul nome del sostituto Berlusconi vorrebbe guardarsi
intorno, quello è un ministero troppo strategico per metterci
uno dei tanti che sgomitano: e si moltiplicano con il passare delle ore, vero
carosello di avvoltoi sopra il palazzo littorio di Via Veneto. Dove transita
tutto ciò che al Cavaliere maggiormente preme. Le grandi commesse petrolifere?
Esatto. I rapporti di affari con gente suscettibile tipo Putin o Gheddafi?
Proprio così. E il programma nucleare? Anche, si capisce. La produzione degli
armamenti? Come no. Gli incentivi alle imprese? Pane quotidiano. Senza
dimenticare che il ministero dello Sviluppo ha nella pancia la competenza sul
mercato delle tivù, non c’è bisogno di aggiungere altro.
Avvertono a
Palazzo Chigi che i nomi del toto-ministro sono tutti sbagliati, Berlusconi non
ne ha preso in considerazione nessuno di quelli in «pole position». Dalla lista
si depenni perciò Romani, che già regge le Telecomunicazioni: lo fa bene, assicurano, e lì resta. Come restano al loro posto Galan e Cicchitto, i quali non si litigano affatto le spoglie di Scajola ma c’è chi
vorrebbe promuoverli per rimuoverli, onde accaparrarsi l’Agricoltura (vecchio
pallino della Lega) o la poltrona di capogruppo alla Camera (dicono vi ambisca
il rampante Lupi). Altro nome che circola è Possa, un vecchio amico del
premier. Pure Cantoni ne avrebbe i titoli professionali. Però
in prima battuta Silvio cerca un tecnico esterno, magari un protagonista
dell’impresa. Non osa dire Montezemolo ma insomma, l’identikit su cui ragionano
nell’entourage è lontano mille miglia dalle mezze
figure del teatrino romano. Anche perché il danno alla reputazione è stato
tremendo, come se un meteorite avesse centrato il governo.
La gente comincia
a chiedersi (dicono i sondaggi segreti) chi si è
scelto il Cavaliere come ministri, specie quelli del tanto decantato «fare».
L’Italia domanda allarmata se è chiara ai berlusconiani la differenza tra
l’amministrazione statale e quella di una ditta privata. Servirebbe un nome
rassicurante, un colpo d’immagine sul grande pubblico, e al tempo stesso un
uomo di totale fiducia. Il premier non ce l’ha sotto
mano. Gli serve tempo. Prenderà, anticipano i suoi, qualche attimo di
riflessione, forse addirittura il dicastero a interim (lo fece già con gli
Esteri quando se ne andò Ruggiero). Meglio se Scajola avesse resistito sulla
graticola e non fosse crollato di schianto. Ma ormai è
fatta. Segnalano con quale garbo Berlusconi congeda il ministro, tra
apprezzamenti «per come ha interpretato il ruolo» e lodi all’«alto senso dello
Stato». Un altro avrebbe messo Scajola alla porta. Invece il Cavaliere no,
mostrare fretta sarebbe ammettere una colpa, la prova che nel governo c’è chi
va licenziato. UGO MAGRI LS 5
Pdl,
Verdini indagato per corruzione. Lui replica: «Non mi dimetto»
Il coordinatore
coinvolto nell'inchiesta su illeciti negli appalti pubblici, tra cui progetti
sull'eolico in Sardegna
ROMA - Denis
Verdini, uno dei coordinatori nazionali del Pdl, è
indagato dalla procura di Roma per corruzione nell'ambito dell'inchiesta
riguardante un presunto comitato d'affari che si sarebbe occupato, in maniera
illecita, di appalti pubblici, in particolare dei progetti sull'eolico in
Sardegna. Secca la replica del coordinatore: «Totale estraneità, mi batterò
fino in fondo in tutte le sedi». Verdini non ha alcuna intenzione di dimettersi
da coordinatore del Pdl, parlando con i giornalisti
alla Camera, a chi gli chiede se lui farebbe come Claudio Scajola, il
coordinatore del Pdl risponde: «Non ho questa abitudine, e neppure questa mentalità. E poi
dimettersi dal lavoro è difficile. E le mie responsabilità politiche sono di
lavoro».
L'INDAGINE -
L’iscrizione di Verdini sul registro degli indagati è stata decisa dai
responsabili degli accertamenti, i pm Ilaria Calò,
Rodolfo Sabelli ed il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo.
Nei giorni scorsi è stata anche perquisita la sede del Credito cooperativo
fiorentino, di cui Verdini è presidente. Oltre a Carboni, nelle scorse settimane
hanno ricevuto l’avviso proroga dell’inchiesta altre quattro persone: il
costruttore Arcangelo Martino; Pinello Cossu, consigliere provinciale di Iglesias; Ignazio Farris, consigliere dell’Arpa
della Sardegna; e un giudice tributario, Pasquale Lombardo. Molte delle ipotesi
accusatorie sarebbero basate su intercettazioni, ma anche su un giro di
assegni. Per questo si è proceduto al controllo dell’istituto di credito e di
conti lì intestati. Le verifiche dei magistrati e dei carabinieri,
sarebbero concentrate su diversi appalti pubblici, tra cui alcuni in Sardegna,
connessi allo sviluppo di energie alternative. A questo filone è legato un
blitz compiuto due settimane fa dai Carabinieri del Nucleo operativo di Roma
nel palazzo di viale Trento della Regione Autonoma
della Sardegna.
IL MISTERO DEGLI
ASSEGNI - Gli investigatori erano alla ricerca del passaggio di un certo numero
di assegni dei quali gli inquirenti intendono
accertare la provenienza e la destinazione. In procura c'è un grande riserbo
sulla natura delle indagini in corso. Gli accertamenti su quello che si ritiene
essere stato un giro di appoggi e di promesse per
favorire alcuni imprenditori sono stati avviati nel 2008 nel quadro di un'altra
indagine avviata dalla Direzione distrettuale antimafia. Verdini è già indagato
a Firenze in un'indagine per l'assegnazione degli appalti nelle Grandi Opere.
«TOTALE
ESTRANEITA'» - Denis Verdini affida inizialmente il suo commento a una nota:
«Di fronte a una serie di notizie interessate che cercano di infangare la sua
reputazione, ribadisce la sua totale estraneità a ogni
ipotesi di comportamenti penalmente o anche moralmente rilevanti e continua a
essere disponibile, com'è suo costume, a favorire nelle sedi opportune il
pronto accertamento della verità da parte della giustizia, che metta nel nulla
tutta una serie di illazioni, falsità e costruzioni giornalistiche». Secondo
Verdini «l'abitudine, ormai invalsa, di sistematiche violazioni del segreto
istruttorio per colpire determinati soggetti politici attraverso pirotecnici,
fantasiosi e incontrollati - e per questo parziali e pilotati - processi
mediatici che, prescindendo da ogni serio accertamento, cercano di emettere
sentenze precostituite, non è più sopportabile». Contro di esse, il
coordinatore dichiara di «volersi battere fino in fondo in tutte le sedi,
convinto della propria totale trasparenza».
«DESCRITTO COME UN
BOSS MAFIOSO» - Ma poi, alla Camera Verdini si sfoga con i giornalisti è molto
più loquace: «Vengo descritto come un boss mafioso o
un burattinaio che mette tutti insieme. Magari. Ma i
fatti sono fatti». Il coordinatore del Pdl
è un fiume in piena: «Questo lo voglio dire: io sarei diventato una specie di
crogiuolo che mette insieme cose che insieme non stanno. Ma io voglio rispondere dei fatti e non di questo
sputtanamento generale. I fatti sono fatti e ci si difende da questi, non dallo
sputtanamento». L'esponente del Pdl
contesta duramente la violazione del segreto istruttorio: «È
una violazione continua. Non è colpa dei magistrati, non è colpa dei
giornalisti e non è colpa della forze dell'ordine. Ma allora di chi è la colpa? In questi giorni sono costretto
a rispondere di cose di cui non so niente. Io sono abituato a rispondere ai
magistrati quando vengo chiamato. Non mi piace invece
il circo mediatico e ora dico 'bastà». Verdini dice di non credere a un complotto, ma solleva
perplessità sui tempi dell'inchiesta e della fuga di notizie.
«C'è una serie di concomitanze abbastanza palesi e
osservabili- dice Verdini- così ripetibili che Galileo direbbe che
costituiscono un fatto scientifico. È un fenomeno che si ripete costantemente e
quindi è scientifico», dice a proposito della
violazione del segreto istruttorio. «E pensare che c'è
chi vuole ridurre le tutele per gli indagati. Io dico che è il partito dei
matti». CdS 5
Bersani: verminaio da far paura
Una «scelta
giusta», le dimissioni di Claudio Scajola erano «inevitabili». Ma a questo
punto, a preoccupare Pier Luigi Bersani non c’è solo il «verminaio da far
paura» su cui ora si deve scavare «fino in fondo», o che del disegno di legge
anticorruzione «annunciato in pompa magna non se n’è fatto niente» e intanto si
fa sempre più chiaro che questi «meccanismi oscuri sul
sistema degli appalti possono essere un’autostrada aperta verso la corruzione».
Il fatto è, dice il segretario del Pd quando viene a sapere delle dimissioni di
Scajola, che la maggioranza ha ricevuto un altro brutto «scossone» e che ora a
guidare il Paese c’è un governo non più soltanto percorso da «divisioni», ma
anche «azzoppato». E a questo punto lo scenario è preoccupante, per Bersani,
comunque lo si guardi: «L’alternativa è tra la palude,
il blocco delle decisioni, e il rischio di una precipitazione della situazione
politica. Dopo la vicende di Fini e quella sulla
corruzione la situazione è intricata, paludosa, confusa». Una situazione
soggetta ai peggiori rischi, dice il segretario del Pd lasciando la sede del
partito al termine di una giornata convulsa, con un governo «in stallo a fronte
di problemi crescenti»: «Non vedo una possibilità seria che questo governo
riprenda il filo dei problemi e vedo invece una lunga e litigiosa stagione o
qualche strappo, perché le fughe in avanti sono sempre possibili quando c’è uno
stallo».
Bersani non vuole
precisare quale tipo di «strappi» tema. Ma già l’attualità è allarmante,
perché non solo «sostituire un ministro è insufficiente». Nota Bersani - che ha
occupato fino al 2008 con il governo Prodi il posto lasciato ieri da Scajola -
che il fronte rimasto scoperto è tra i più delicati, in un momento di crisi
come questo. «Quello dello Sviluppo economico è un
ministero che ha in mano l’economia reale, percorsa da un numero enorme di
problemi. Conosco il rilievo di quel ministero». Dice
in collegamento telefonico con Repubblica tv: «Mi viene in mente che domani c’è
una riunione al ministero per gli operai della chimica, si troveranno davanti un funzionario, speriamo bene». Figurarsi, aggiunge qualche
ora più tardi lasciando il Nazareno, un «bravissimo funzionario», ma che starà
lì per il governo avendo di fronte «lo sceicco del Qatar e l’Eni»: «Una
scenetta per uno dei passaggi più delicati dell’Industria chimica italiana»,
scuote la testa Bersani, che domani parte per la
Sardegna, dove incontrerà gli operai della Vinyls di
Porto Torres.
Sulle dimissioni
di Scajola interviene anche Massimo D’Alema che da Ballarò
dice: «Questa vicenda richiama la preoccupazione che nella vita pubblica
italiana una questione morale continua ad esserci, la
politica deve agire». Durante la trasmissione, il presidente del Copasir è stato protagonista anche di un duro botta e
risposta con il vicedirettore del Giornale, Alessandro Sallusti,
il quale ha accusato D'Alema di «moralismo» facendo un
paragone tra la vicenda di Scajola e la cosiddetta «affittopoli»
dei primi anni '90, quando alcuni politici, tra cui lo stesso D'Alema, furono
criticati perché abitavano in affitto in case di enti previdenziali pagando
l'equo canone. «L'accostamento è del tutto improprio - ha detto D'Alema - io
come migliaia di persone pagavo ciò che era previsto dalla legge, e non troppo
poco». Sallusti ha replicato ricordando che però
D'Alema lasciò la casa dell'ente che aveva in affitto. «Vada a farsi fottere - ha gridato il presidente del Copasir
- lei è un bugiardo e un mascalzone». E al giornalista che insisteva D'Alema ha replicato: «è stato fatto un accostamento che non
c'entra nulla. Ero in affitto, non ero né ministro né capo di governo, ero in
un ente previdenziale pubblico e pagavo l'equo canone previsto dalla legge». Simone Collini L’U 5
Dimettendosi da
ministro, Claudio Scajola ha dimostrato di avere sensibilità istituzionale. Di
non voler coinvolgere il governo in una vicenda personale i cui contorni
restano ancora enigmatici. E di aver capito che un ulteriore
ritardo di questa scelta avrebbe sfidato lo sconcerto dell’opinione pubblica,
stordita dalle rivelazioni sulle modalità molto, troppo particolari che hanno
segnato la compravendita di una sua casa.
L’ex ministro
Scajola avrà così modo di difendersi, come è suo inalienabile
diritto, se e quando l’autorità giudiziaria dovesse metterlo formalmente sotto
accusa. Ma dovrà anche fornire una versione univoca e
convincente di quanto è realmente accaduto nel 2004. Univoca: perché dopo i
primi giorni in cui Scajola ha perentoriamente negato alla radice di aver
acquistato un appartamento avvalendosi dei 900 mila euro suddivisi in 80 assegni circolari forniti dal gruppo Anemone, adesso
ammette che quel cospicuo versamento di denari ci può essere stato,ma a totale
insaputa di chi ne avrebbe beneficiato. Convincente: perché gli italiani,
popolo di proprietari di case acquistate con i sacrifici, le ansie e i sudori
che tutti coloro che accendono un mutuo conoscono,
comprendono perfettamente l’assoluta singolarità e anomalia di una compravendita
finanziata con somme tanto considerevoli senza che l’acquirente neppure ne
fosse a conoscenza.
I reati, in questo
caso, c’entrano poco. Conta il fatto che in tutti i
casi, che Scajola abbia torto o ragione, ci troveremmo di fronte a una vicenda
grave e preoccupante. In un caso sarebbe davvero sorprendente scoprire che un
politico di lungo corso, e avvezzo a ricoprire importanti incarichi
istituzionali, sia così smemorato da dimenticare di aver ricevuto una somma
tanto ragguardevole. O così sprovveduto da ignorarne
addirittura l’esistenza, ritenendo in buona fede di aver pagato una cifra molto
inferiore a quella effettivamente sborsata per acquistare una casa. O,
ma speriamo davvero che le cose non stiano in questo modo, così bugiardo da
negare reiteratamente persino l’evidenza delle testimonianze circostanziate e
dei riscontri bancari che attestano l'uso di quei 900 mila euro. Nel caso
opposto, e cioè nel caso in cui Claudio Scajola fosse
stato vittima di un «trappolone» per incastrarlo, ci troveremmo di fronte
(altro che «processo mediatico») a una così colossale e capillare macchinazione
ai danni di un politico, da far dubitare davvero della tenuta della nostra
salute democratica.
Questo groviglio
intricatissimo deve essere sciolto al più presto. Dal ministro Scajola. Dalla
magistratura che deve indagare con serenità ed equilibrio. Dalla classe
politica che deve finalmente capire quanto sia importante non solo, come è ovvio, tenersi lontani dai reati ma anche attenersi a
standard etici di comportamento che si tende con troppa faciloneria ad
ignorare. Mettendo fine a quel senso di spensierata impunità che si tende ad esibire con troppa disinvoltura. E i sacri princìpi del garantismo, stavolta, davvero non c’entrano. Pierluigi
Battista CdS 5
Lingue, la nostra università fanalino d'Europa
Le autorità
italiane, è notizia recente, pretendono giustamente che nei documenti
dell’Unione europea l’italiano non venga discriminato.
Resta però il fatto che, comunque, negli importanti incontri informali e in molte
discussioni ufficiali, si parla inglese, o francese, o magari tedesco, le
lingue della comunicazione internazionale e/o del potere economico. Lingue che
molti dei nostri rappresentanti conoscono poco e male.
Non è colpa loro.
Non del tutto. La cultura italiana a lungo ha ignorato la necessità di
conoscere le altre lingue moderne. Si faceva un po’ d’eccezione per il francese
- con la paradossale conseguenza che un tempo i
romanzi russi venivano tradotti non dall’originale, ma dalla loro versione francese
(lo stesso, più di recente, accadde per un dramma di Tennessee Williams). Un
pochino si faceva eccezione anche per il tedesco, perché serviva a filosofi e
filologi. Ma si trattava di conoscenze per pochi.
L’Università non pensava affatto che valesse la pena dare spazio e
rilievo allo studio delle lingue e delle culture straniere moderne. Furono le
facoltà di Economia, per ovvi motivi pratici, a dare vita
ai primi corsi di laurea in lingue, da cui qualche decennio fa si svilupparono
le Facoltà. Adesso le facoltà di Lingue sono una ventina, con migliaia di
studenti che ricevono una formazione in cui lo studio linguistico è centrale,
per importanza e per numero di esami e di docenti - a differenza di quanto avviene dove esso è solo uno dei diversi percorsi formativi
proposti.
Eppure questo
tardivo riconoscimento della sua necessità e dignità culturale è costantemente
svuotato dall’indifferenza (se non insofferenza) del mondo universitario,
aggrappato allo statu quo ante. E anche opinionisti e ministri sembrano credere
che, comunque, basti studiare qualche oretta (magari ascoltando un cd) per
imparare una lingua straniera. Con i risultati che vediamo a Bruxelles. Permane
l’idea che, se proprio le lingue bisogna saperle, questo non significa che sia
necessario investire nelle facoltà di Lingue come luogo dove si preparano, con
un lavoro di anni - e non di qualche mesetto - dei cittadini italiani in grado
di essere linguisticamente cittadini del mondo.
I laureati in
Lingue, dice un recente rilevamento statistico, sono quelli, dopo i laureati in
Economia, che tra i laureati delle facoltà umanistiche
più rapidamente trovano un posto di lavoro. Perché ce n’è bisogno. Come c’è
bisogno che i migliori di loro possano proseguire gli
studi di specializzazione per diventare bravi insegnanti nelle scuole e
attenuare (nonostante le poche ore di lezione) l’ignoranza linguistica che
caratterizza il nostro Paese.
La riforma
dell’Università attualmente in discussione offre
tuttavia nuovi strumenti ai fautori dell’indifferenza. I corsi di laurea si
sposterebbero sui Dipartimenti; ma le facoltà resterebbero comunque, come
organismo di indispensabile coordinamento. E come
punto di riferimento decisivo per gli studenti. Il fatto è che le facoltà non
potrebbero essere più di dodici per ogni Ateneo. I presidi di Lingue, già un
anno fa, mandarono un documento al ministero in cui, proprio pensando al contesto europeo, denunciavano il rischio di perdere
«l’esperienza internazionale fondante acquisita nelle facoltà di Lingue»
qualora esse scomparissero dentro altre facoltà.
C’è da temere che
gli Atenei con più di 12 facoltà (se il Parlamento non
eliminerà tale limite) per l’indifferenza dei più e il tornaconto di qualcuno
decideranno di abolirle. A quel punto gli studenti che davvero vorranno
«studiare Lingue» dovranno orientarsi verso le sedi dove
il loro studio sarà programmaticamente centrale (da Torino, ad esempio,
potranno rivolgersi a Milano, dove rimarranno ben due facoltà di Lingue). Ma a fronte di un impoverimento complessivo dell’offerta
linguistica che, come insegna Bruxelles, questo Paese non può più permettersi.
PAOLO BERTINETTI,
Preside della facoltà di Lingue all’Università di Torino LS 4
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