WEBGIORNALE  1-2  Marzo  2010

 

Inhaltsverzeichnis

1.       L'elezione truffa di Di Girolamo ha «complici» alla Farnesina. I “consigli” dell’Ambasciatore Siggia  1

2.       Arriva il primo "sciopero" degli immigrati. "Un giorno senza di noi e l'Italia si ferma"  1

3.       Voto all'estero, divampa la polemica. Schifani: cambiare subito la legge  2

4.       Voto all'estero, tutti contro la legge. Berlusconi scarica il senatore: Di Girolamo portato da An  2

5.       Polemica sul voto degli italiani all'estero. Berlusconi: "Cambiare subito la legge"  3

6.       Caso Di Girolamo. Lacrime di coccodrillo  3

7.       Le Confederazioni Internazionali ed europee dei sindacati scrivono a Berlusconi per i fatti di Rosarno  4

8.       Schifani: "Annullare elezione Di Girolamo". Fini: "Con lui mai avuto alcun contatto"  4

9.       Di Girolamo pensa alla resa. «È pronto a dimettersi e a parlare»  4

10.   Polemica sul voto estero, stop della Lega: ''No a parlamentari eletti fuori dall'Italia'' 5

11.   Caso Di Girolamo. La posizione del PD  6

12.   Il 18-20 marzo riunione della Commissione Europa del Cgie. Intervenire sul voto all’estero  6

13.   Voto all’estero. Procedure di voto da rivedere, non da cancellare  6

14.   Definitivo il “milleproproghe”. De Sossi (Fusie) indignato per i tagli (del 50%) all’editoria all’estero  7

15.   Nuovi corsi speciali su temi di interesse culturale all’IIC di Monaco di Baviera  7

16.   Francoforte. Festa della donna sabato 13 marzo presso la Casa di Cultura  8

17.   Saarbrücken. La Confsal Unsa invita a non accantonare il progetto dell’Agenzia consolare  8

18.   Stoccarda. Caruso e Pignataro, i più chiacchierati “papabili” alla direzione del PdL-Germania  8

19.   PD-Wolfsburg: Silvestro Gurrieri  riconfermato Coordinatore e Rocco Artale eletto Presidente  9

20.   Monaco di Baviera. Folta delegazione dei comuni gardesani alla fiera del tempo libero  9

21.   Stoccarda. Dal 5 marzo la rassegna cinematografica “Generazione mille Euro”, sul disagio giovanile  9

22.   Cgie/Comites. Garavini (PD): “La riforma del Governo penalizza l’associazionismo”  9

23.   In arrivo circoscrizione unica e niente più voto per posta  9

24.   Caso Di Girolamo. Intervista di Micheloni al “Riformista”  10

25.   Dopo lo scandalo Di Girolamo. Legge Tremaglia e italiani all’estero capro espiatorio  10

26.   Contingente scolastico all’estero per il 2010/11: conclusa la concertazione tra MAE e sindacati 11

27.   Cile sconvolto dal terremoto, centinaia di morti, incubo tsunami 11

28.   La morte dell’agente Colazzo. Sacrificato dai servizi pachistani 11

29.   La sfida dell’abolizione. Pena di morte. Il coraggio di dire no  12

30.   La voce del pianeta  12

31.   Gheddafi: «Guerra santa contro la Svizzera per il no alle moschee»  13

32.   La rivoluzione tedesca. "Tuteliamo gli uomini, il nuovo sesso debole"  13

33.   La crisi greca, che piace a troppo. Due partiti contro l'euro  14

34.   Sentenza Mills: prescrizione. La prova delle menzogne  14

35.   La corruzione e i partiti 15

36.   Giustizia, Napolitano al premier: "Basta polemiche e accuse pesanti"  15

37.   “L’impero di Berlusconi scricchiola”. Intervista a Barbara Spinelli 16

38.   Prescrizione. Il Cavaliere soddisfatto ma solo a metà  16

39.   Destra e 'ndrangheta per far eleggere Di Girolamo  17

40.   «Aiutò il senatore», Andrini si dimette  17

41.   Mokbel e Andrini. Ombre nere su Roma  18

42.   Caso Di Girolamo, interviene Schifani: dubbia elezione, ne discuteremo in Aula  18

43.   Alfano (IdV): il Parlamento si prenda le sue responsabilità su Di Girolamo  18

44.   Caso Di Girolamo. L’amico Luigi Ferretti: sono frastornato  19

45.   Il paradosso dell'anti corruzione  19

46.   Condanna Google. L'equilibrio dei diritti 19

47.   Il vecchio che torna  20

48.   Saviano: “Ribellarsi allo scandalo”  20

49.   "Legge uguale per tutti, anche Silvio". Il Pd va in piazza con il «popolo viola»  21

50.   Sanremo e oltre, strettamente personale  21

51.   Interventi. Il caso Di Girolamo. Prima di tutto l’indagine, i processi e l’informazione ai cittadini 21

52.   Una Gioconda di colore per protestare contro il razzismo in Italia  22

53.   Occorre maggior coordinamento fra Regioni, Consulte ed Associazioni, per le attività in emigrazione  22

54.   IV Congresso UIM: il Documento finale  22

 

 

1.       Straftat des Anwalts verjährt, Berlusconi ist fein raus  23

2.       Senator Di Girolamo. Organisierte Kriminalität. Gefälschte Wahlzettel 23

3.       Umweltkatastrophe in Italien. Eine Million Liter Öl eingesammelt 24

4.       Ölpest in Italien: Im Wettlauf mit der Zeit 24

5.       Fiktive Netzgebühren. Geldwäsche bei Telecom Italia?  25

6.       Niedersachsen. Linke-Politikerin darf keine Deutsche werden  25

7.       Schweres Erdbeben erschüttert Chile - Tsunami-Alarm   26

8.       Jahr der deutschen Sprache Mann spricht deutsch  26

9.       Aussenamt. EU-Parlamentarier wollen Deutsch als Amtssprache  27

10.   Auslandsführerschein. Ohne Wohnsitz, keine Fahrerlaubnis  27

11.   Brasilien. Rassismus. Schmutzigweiß, sonnenverbrannt und nussbraun  27

12.   Porträt. Ein Lotse für Flüchtlinge  28

13.   Verärgert über "Focus"-Titel. Griechen für Boykott deutscher Waren  29

14.   "Moratorium" gegen die Todesstrafe. China und Iran töten auch politische Gegner 29

15.   Gaddafis Aufruf an Muslime. Dschihad gegen Schweiz  29

16.   Libyen droht der Schweiz. Gadaffis Dschihad  30

17.   Afghanistan. Pakistans Preis  30

18.   Schulterschluss zwischen SPD und Koalition. Große Mehrheit für neues Afghanistan-Mandat 30

19.   Schwarz-Gelb. Koalition der Provokation  30

20.   Umfrage zu Schwarz-Gelb. Deutsche enttäuscht vom Koalitionsklima  31

21.   IQ und politische Einstellung. Konservative sind weniger intelligent 31

22.   Unser Duktus. Das Auswärtige Amt und seine „Sprache der Ideen“. 32

23.   Staatsanwälte haben neue Fälle. Nazi-Jäger wieder fündig  32

24.   Dänische Dummheiten  32

25.   Islam-Debatte Wie es euch gefällt. Anlass für Konflikte  33

26.   Zwischen den Religionen. Islamisierung – das Ringen um die türkische Seele  33

27.   Caravaggio in Rom. Der Mensch ist eine Frucht, die blutet und singt 34

28.   Italien Google-Mitarbeiter wegen Gewaltvideo verurteilt 35

29.   Italien. Reise ins "Chinatown von Rom"  35

30.   München. Zwei spannende Veranstaltungen: mit Nanni Balestrini und Sergio Bologna  36

 

 

 

 

L'elezione truffa di Di Girolamo ha «complici» alla Farnesina. I “consigli” dell’Ambasciatore Siggia

 

C’è un nome che balla nelle 2600 pagine dell’ordinanza sulla maxifrode alle casse dello Stato, non è indagato e porta dritto al cuore della Farnesina e al Consiglio generale degli italiani all’estero, struttura chiave per il voto all’estero. Un nome che apre scenari nuovi sugli appoggi politici, in ambienti della destra, al gruppo di malavitosi,dranghetisti, prestanome e colletti bianchi dell’operazione Broker. Mostra quanto sia “facile”, a tratti quasi grottesco, falsificare le liste per l’elezione degli italiani all’estero. «In realtà - scrive il gip Morgigni - tutta la vicenda relativa all’elezione di Di Girolamo è frutto di attività criminosa». Dai rapporti «con istituzioni transnazionali (ad esempio ambasciatore e impiegato della sede di Bruxelles, ndr) finalizzate al rilascio di false attestazioni di residenza necessarie per candidatura e eleggibilità». Fino ai galoppini del clan Arena, Giovanni Gabriele e Roberto Macori, che vanno in Germania, si fanno consegnare le schede bianche dai calabresi residenti a Stoccarda e le compilano con il nome “Di Girolamo”.

 

E’ febbraio 2008 quando Gennaro Mokbel, «promotore e capo dell’organizzazione» decide che deve essere l’avvocato Di Girolamo il volto pulito da infiltrare nelle istituzioni della Repubblica (al Senato) «con ciò che ne sarebbe conseguito per gli affari dell’intera associazione delinquenziale». Per la costruzione della falsa candidatura si mettono in moto due personaggi: Gennaro Mokbel, cinquantenne amico di Mambro e Fioravanti e sostenitore della Banda della Magliana; Gianluigi Ferretti, «ex segretario dell’onorevole Tremaglia». Tremaglia è il papà del voto per gli italiani all’estero e nel 2006 istituisce presso la Farnesina Il Consiglio generale, organo supervisore della formazione delle liste e dei necessari requisiti. Ferretti, 65 anni, imprenditore, iscritto al Msi dal 1960, collaboratore del mensile Area, residenze in mezza Europa, viene nominato nel 2006 nel Comitato di presidenza del Cgie dal governo Berlusconi e in quota An. Si dimette un anno dopo pur restando membro del Consiglio.

 

Il colloquio con l’ambasciatore. Appena eletto, il 18 aprile 2008, Di Girolamo viene chiamato alle 16.15 dall’ambasciatore Siggia che lo informa, allarmato, che «i giornalisti cominciano a chiedere informazioni, vogliono contattarlo, un giornalista belga vuole sapere il suo indirizzo a Bruxelles. Io prendo tempo, la privacy, ma bisogna che troviamo un modo...». Il modo è suggerito dallo stesso ambasciatore: «Se posso consigliarla..., è evidente chi chi uno studio legale importante e ramificato...è evidente che ha interessi in Belgio, in Svizzera, in Germania e passa il tempo girando da una sedia all’altra delle sue strutture e quindi è evidente che può passare molto tempo fuori dal Belgio... Insomma, lei ha affari ovunque e il Belgio è solo la residenza. Come tutti i grandi manager delle multinazionali... Detto questo però senatore, un indirizzo a Bruxelles lo deve avere». L’intercettazione tra i due, ben tre pagine, illumina bene la frode. Il primo ad essere informato del “guaio” è Mokbel (16.27), il secondo è Ferretti (16.32) che poi gli comunica di «aver sistemato la sua posizione al Senato e di aver organizzato un incontro con il senatore Scarabosio che essendo amico di Scajola, probabile futuro presidente del Senato, gli potrebbe essere molto utile per i futuri rapporti parlamentari».

 

Gennaro Mokbel, Gianluigi Ferretti, Stefano Andrini, la terna che organizza, pianifica e firma l’elezione di Di Girolamo con momenti scrive il gip «di impressionante dilettantismo». La residenza di Di Girolamo a Bruxelles, ad esempio, è uno studentato per giovani borsisti pugliesi presso il Parlamento europeo. «Un appartamento chiaramente inidoneo - scrive il gip - dove lo stimato professionista romano avrebbe dovuto risiedere dormando su un divano letto della sala visto che le due stanze sono occupate dai borsisti». Per tacere poi del fatto che Di Girolamo, in consolato, riesce anche a dare l’indirizzo sbagliato e confonde l’abitato di Etterbeek con quello di Woluwe Saint Pierre. In effetti lui ha sempre vissuto a Roma, quartiere Prati. Claudia Fusani L’U 26

 

 

 

 

Arriva il primo "sciopero" degli immigrati. "Un giorno senza di noi e l'Italia si ferma"

 

Il primo marzo la mobilitazione che apre la Primavera antirazzista. Cortei in molte città - Per la "rivoluzione in giallo" 50mila adesioni su Facebook e 60 comitati sul territorio - Dalle fabbriche alle famiglie, così il Paese non può fare a meno dei lavoratori stranieridi VLADIMIRO POLCHI

 

ROMA  -  Astensione dal lavoro, sciopero degli acquisti, cortei, sit-in, presidi permanenti. Il black out è fissato per lunedì "Primo marzo 2010 - Una giornata senza di noi": e "noi" sono i quasi 5 milioni di immigrati che vivono in Italia. La "rivoluzione in giallo" (dal colore ufficiale della giornata) è arrivata dalla Francia e rimbalzata in Italia: 50mila le adesioni su Facebook, 60 comitati locali, tante le organizzazioni coinvolte: Amnesty, Arci, Acli, Legambiente, Emergency, Amref, Cobas, Fiom. Allo "sciopero degli immigrati" aderisce anche il Partito democratico, il Prc, Sinistra, ecologia e libertà e i Socialisti.

 

L'appuntamento è per il primo marzo, in contemporanea con Francia, Spagna e Grecia. Non si tratterà di uno sciopero in senso tecnico, in verità. "Ci sarà uno sciopero solo in alcune città come Trento, Trieste e Modena, dove le sigle sindacali hanno accolto questa richiesta che arrivava dal basso  -  spiega Stefania Ragusa, presidente del Comitato "Primo marzo 2010"  -  per il resto i grandi sindacati a livello nazionale non ci hanno supportato, eppure nessuno ha mai pensato di indire uno sciopero etnico. Sarebbe bello che in Italia si tornasse a fare scioperi per tutti i diritti, non solo per quelli contrattuali. Vogliamo dare alla gente la possibilità di riflettere sull'importanza degli immigrati per la tenuta della società italiana. Quando saltano i diritti per qualcuno, è tutta la società che diventa più debole".

 

Il logo della giornata (otto volti umani inseriti in quadrati sovrapposti) è opera dell'artista siciliano Giuseppe Cassibba, mentre per testimonial è stata scelta Mafalda, la bambina creata dalla matita di Quino. E il giallo sarà il colore dominante dei drappi che le colf appenderanno ai balconi e alle finestre, dei palloncini, dei braccialetti e dei foulard che in tutta Italia saranno indossati dai sostenitori dell'iniziativa. Il calendario con tutti gli appuntamenti città per città è sul sito del movimento (www.primomarzo2010.it).

 

E il primo marzo è solo l'inizio. Una campagna unitaria sotto il nome di "Primavera antirazzista" che andrà dal 1° al 21 marzo è stata infatti lanciata da un coordinamento costituito da diverse organizzazioni e comitati (tra queste Acli, Arci, Blacks out, Cgil, daSud, Nessun luogo e lontano, Sei-Ugl, Sos Razzismo, Uil, Antigone e Cnca). "Non c'è solo il primo marzo. Anche lo sciopero generale della Cgil del 12 marzo  -  spiega Pietro Soldini, responsabile immigrazione del sindacato  -  avrà tra i suoi punti la difesa dei diritti dei lavoratori immigrati. Sarà insomma un grande sciopero multietnico, perché i problemi dei lavoratori stranieri sono i problemi di tutti i lavoratori. Poi si proseguirà con le iniziative antirazziste fino al 21".

 

"E' indubbio  -  prosegue Soldini  -  che senza immigrati ci sarebbe un black out. Il primo settore ad arrestarsi sarebbe quello delle costruzioni. Soprattutto nelle grandi città, dove la manodopera straniera raggiunge punte del 50%. I cantieri si fermerebbero di colpo. Poi toccherebbe all'industria manifatturiera: tessile, metalmeccanica, alimentare. Nelle fabbriche, infatti, i migranti svolgono ruoli chiave e sono difficilmente sostituibili. Un esempio? Gli addetti ai forni a ciclo continuo delle aziende di ceramica. Dopo l'industria entrerebbe in crisi l'agricoltura: la raccolta è in mano a immigrati stagionali e irregolari. Resterebbero vuoti i mercati ortofrutticoli. Poi sarebbe la volta delle aziende zootecniche: nella macellazione degli animali gli stranieri superano il 50% della forza lavoro. E ancora: nelle grandi città dovrebbero chiudere molti ristoranti, alberghi e pizzerie. Tra le famiglie si scatenerebbe il panico e un crollo della qualità della vita, per la scomparsa di badanti, colf e babysitter. Infine, ne risentirebbe la sanità: quella privata, dove lavorano quasi centomila infermieri stranieri e quella pubblica, che si avvale del loro lavoro tramite cooperative e piccole società di servizi".

 

 

 

 

In queste ore è stato pubblicato il Manifesto contro il razzismo in Italia ("Non toccare il mio amico!") dell'associazione Sos Razzismo, per denunciare le leggi italiane sull'immigrazione e chiedere un risveglio della società civile contro la "deriva xenofoba" del Paese. Per sottoscrivere l'appello, simboleggiato dalla Gioconda in black di Oliviero e Lola Toscani, basta andare sul sito: http://www.nontoccareilmioamico.net. Tra i primi firmatari Roberto Saviano, Dario Fo, Beppe Grillo.

 

Sul web circola anche un prontuario curato, tra gli altri, da Andrea Civati e Ernesto Ruffini, che smonta punto per punto tutti i luoghi comuni più negativi sugli immigrati. Rubano il lavoro? Commettono più crimini degli italiani? Si prendono tutte le case popolari? Voterebbero a sinistra? Tutto falso, come dimostrano i numeri citati su http://www.civati.it/mandiamoliacasa.pdf. LR 26

 

 

 

 

Voto all'estero, divampa la polemica. Schifani: cambiare subito la legge

 

Follini: su decadenza Di Girolamo decide l'aula. Di Pietro: tutti i partiti hanno negato l'arresto

 

ROMA - «È una legge che va immediatamente cambiata perché il voto per corrispondenza è uno scandalo e consente tipologie di attività illecite come l'acquisizione del voto addirittura pagandolo: dobbiamo immediatamente procedere a una rivisitazione». Lo ha detto il presidente del Senato, Renato Schifani replicando a chi gli chiedeva se secondo lui la legge elettorale per gli italiani all'estero vada rivista dopo l'inchiesta che ha coinvolto il senatore Nicola Di Girolamo.

 

Schifani: stop alle intercettazioni. «Ormai la vicenda della pubblicazione senza limiti di intercettazioni che toccano la vita privata anche di persone non coinvolte è sotto gli occhi di tutti. Credo che siano maturi i tempi perchè ad aprile il Senato si occupi definitivamente di questo argomento», ha aggiunto il presidente del Senato, evidenziando la necessità di riflettere «sul porre un limite o addirittura un divieto a questo scriteriato regime di pubblicazione di intercettazioni che violano la privacy e toccano persone che non c'entrano nulla e a volte costituiscono una violazione del segreto istruttorio».

 

Il Pdl intanto ha già scaricato Di Girolamo e il Senato ragiona se autorizzare l'arresto o aprire la strada alla decadenza del suo mandato. L'ipotesi della decadenza è stata avanzata dal presidente del Senato, che ha scritto una lettera alla Giunta delle immunità preannunciando che l'aula se ne occuperà mercoledì prossimo. Il presidente della giunta per le elezioni e l'immunità, Marco Follini, ha affermato che tocca all'Aula decidere e non più alla Giunta.

 

«Ho avvertito fortemente l'esigenza che il Senato desse al paese una risposta immediata sui forti dubbi che sono emersi dalle indagini sull'elezione e sull'eleggibilità del senatore Di Girolamo. Il Parlamento deve essere reattivo, non può essere fermo dinanzi ad eventi come questo», ha affermato il presidente del Senato riferendosi alla richiesta di far adecadere il mandato di Di Girolamo.

 

«Alla buon'ora! noi avevamo già a suo tempo lavorato per la decadenza di quel senatore. Allora la maggioranza non fu convinta». È la valutazione che il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, dà dopo la richiesta di Schifani, che decada il mandato del senatore Pdl. In vista della riunione della Giunta delle autorizzazioni, Bersani ricorda che il Pd «aveva già chiesto» che la commissione si pronunciasse. «Alla buon'ora - ripete il leader Pd - si proceda su questa direzione».

 

Eugenio Marino, responsabile nazionale del Pd all'estero, pensa che non sia meglio agire ull'onda emotiva di un evento, ma «occorrerebbe prendere la palla al balzo per ragionare con lucidità su come garantire un diritto costituzionalmente riconosciuto già dal 1948, ma nella pratica negato per mezzo secolo».

 

Giovanardi: basta eletti all'estero. L'esordio del 2006 «fu disastroso», poi «brogli» e «dubbi sui finanziamenti» a ogni elezione. Ma il caso Di Girolamo dimostra che «il sogno s'è trasformato in incubo e l'esperimento è fallito». Lo dice in una intervista al Giornale il sottosegretario Carlo Giovanardi, convinto che «gli italiani all'estero devono poter votare, qui o per corrispondenza, ma per deputati e senatori che stanno in Italia». Bisogna insomma, «tornare indietro», anche perché «essere eletti in circoscrizioni così ampie» richiede finanziamenti difficili «da controllare». Quanto a al senatore Di Girolamo, per Giovanardi «la legge è chiara: i candidati all'estero devono essere residenti in quelle circoscrizioni. Di Girolamo deve decadere da senatore».

 

Il Pdl: serve riflessione. «La giusta esigenza di dare voce e rappresentanza alle comunità italiane all'estero non deve sottrarci alla responsabilità di valutare gli esiti della normativa elettorale che ne regola l'espressione». Lo dice Gaetano Quagliariello, vicepresidente vicario dei senatori Pdl, che invita ad «avviare una seria riflessione».

 

Casini: rivedere voto italiani all'estero. Il voto degli italiani all'estero è «ancora opportuno», perché dopo il caso Di Girolamo «non dobbiamo buttare il bambino con l'acqua sporca». Ma «la normativa va rivista», ha detto, ospite di Radio anch'io su Radio uno, Pier Ferdinando Casini. «Gli italiani all'estero sono una grande risorsa, ci sono personalità importanti in Parlamento», ha spiegato il leader Udc, ma per la loro elezione ci vogliono «più garanzie, occorre eliminare i rischi di brogli».

 

«Sul caso Di Girolamo, prima di tutto, ci deve essere un'assunzione di responsabilità da parte di alcuni esponenti del centrodestra, in particolare di quelli appartenenti all'area ex An, che hanno permesso quel che successo. Ora c'è bisogno di un'assunzione di responsabilità di tutto il Parlamento». Così Antonio Di Pietro, leader di Idv. «Ricordo - spiega - che, ad eccezione dell'Italia dei Valori, tutti i partiti e tutti i parlamentari hanno negato l'arresto di Di Girolamo. Noi l'avevamo chiesto già due anni fa e, se fossimo stati ascoltati, oggi non saremmo in queste condizioni e il Parlamento avrebbe più dignità».  IM 26

 

 

 

 

Voto all'estero, tutti contro la legge. Berlusconi scarica il senatore: Di Girolamo portato da An

 

Polemiche politiche sul sistema elettorale all'estero. Schifani: «Scandalo da eliminare»

 

MILANO - Il caso Di Girolamo, il senatore pdl coinvolto nell'inchiesta su corruzione e riciclaggio che ha travolto Fastweb e Telecom Sparkle, ha scatenato un acceso dibattito politico. Il parlamentare è accusato dai magistrati di essere stato eletto tra gli italiani all'estero con i voti della 'ndrangheta. La questione imbarazza la maggioranza. La decisione del presidente del Senato Renato Schifani di accelerare sulla questione della decadenza di Di Girolamo, convocando l'Aula ancora prima che la Giunta per le autorizzazioni decida sull'arresto o meno del senatore pdl, sembrerebbe dimostrare l'intenzione del Pdl di scaricare il parlamentare coinvolto nell'inchiesta.

BERLUSCONI: «PORTATO DA AN» - Lo stesso Silvio Berlusconi, come molti altri esponenti della maggioranza, ha detto che «la legge sui deputati all’estero ha dato risultati negativi in molte direzioni, va assolutamente cambiata». Il premier ha poi aggiunto che il senatore Di Girolamo «non è stato portato da gente di Forza Italia: è stato portato da un responsabile di Alleanza Nazionale che non ho il piacere di conoscere e quindi non posso dare una risposta» sull'inchiesta in corso. In ogni caso, «la mia opinione è che è grave che esistano queste situazioni».

VOTO ALL'ESTERO - Alla luce delle accuse mosse al senatore pdl, inoltre, maggioranza e opposizione si interrogano proprio sulla questione più ampia del voto all'estero. Lo stesso Schifani è tornato sull'argomento con parole dure, dicendo che «il voto per corrispondenza è uno scandalo da eliminare. Va cambiata la legge». Sulle intercettazioni Schifani ha poi aggiunto: «Servono nuove regole: urge limite o divieto di pubblicazione». Da parte sua, il presidente della giunta delle elezioni e immunità di Palazzo Madama, Marco Follini (Pd) ci ha tenuto a precisare che «la soluzione da parte della giunta sulla decadenza di Di Girolamo era già stata presa nel gennaio 2009». Secondo Follini tocca ora all'Aula scegliere e non più alla Giunta, che in giornata ha comunque proseguito l'esame della vicenda del senatore inquisito. «Riteniamo che la decisione sul procedimento autorizzativo debba essere celere e debba costituire l'occupazione prioritaria della Giunta. Il possibile revirement sul procedimento che porterebbe alla decadenza del senatore Di Girolamo, che il Presidente del Senato suggerisce di realizzare in tempi egualmente stretti, è in realtà una responsabilità dell'Assemblea, più che della Giunta» ha detto il senatore Francesco Sanna, capogruppo del Pd nella Giunta sulle immunità.

PD - A proposito del voto all'estero, i democratici aprono a Schifani. «È positivo che ci sia accordo nel modificare la legge elettorale per gli italiani all'estero. Il Partito Democratico sostiene da tempo che la modifica è assolutamente improcrastinabile. Noi proporremo un testo in Parlamento e siamo disponibili a confrontarci per arrivare a un ampio consenso» ha dichiarato Francesco Tempestini, capogruppo Pd in commissione Affari Esteri.

LA MAGGIORANZA - La maggioranza è pressoché compatta, con l'eccezione di Mirko Tremaglia. «Noi abbiamo detto per primi - ha ricordato il sottosegretario Paolo Bonaiuti -, dopo le politiche del 2006, che nelle elezioni degli italiani all'estero è avvenuto di tutto e di più: le schede, per esempio». Per il presidente dei senatori di maggioranza, Maurizio Gasparri, la revisione del sistema elettorale all'estero «si rende indispensabile perché evidentemente quella legge non ha funzionato e va quindi corretta» ma «senza negare la rappresentanza degli italiani all'estero in Parlamento». Va rivista la legge sul sistema elettorale all'estero anche secondo Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati del Pdl, e secondo il sottosegretario Carlo Giovanardi, che in una intervista parla di «esperimento fallito» e si dice convinto che «gli italiani all'estero devono poter votare, qui o per corrispondenza, ma per deputati e senatori che stanno in Italia». Anche il leghista Roberto Calderoli, ministro per la Semplificazione, dice: «Basta ipocrisie, non è il sistema elettorale degli eletti all'estero a non funzionare. L'assurdità è che ci siano dei parlamentari eletti all'estero». Per il segretario del Pri Francesco Nucara «il voto degli italiani all'estero andrebbe abolito, perché non controllabile. Se non lo si vuole abolire per lo meno si impedisca il voto per corrispondenza». Di diverso avviso, invece, Mirko Tremaglia, ex ministro per gli Italiani nel mondo e "padre" della legge. «Cancellarla sarebbe una vergogna, un vero harakiri - insiste Tremaglia - un modo per rendere l'Italia meno forte nel mondo dal punto di vista politico ed economico. I cittadini di origine italiana nei cinque continenti sono 60 milioni e 395 i parlamentari di origine italiana eletti in vari paesi, una ricchezza incommensurabile, che il caso Di Girolamo non può cancellare». L'anziano leader di Comitati tricolore precisa: «Certo possono essere adottati accorgimenti per rendere effettivamente segreto il voto e la strada giusta è quella di istituire dei seggi

«IL VOTO ALL'ESTERO È UN DIRITTTO» - Nella maggioranza però c'è anche chi dissente da Gasparri e Giovanardi. «Il voto all'estero è un diritto, certamente non è un problema nè un cancro da estirpare» ha dichiarato Aldo Di Biagio, responsabile di Italiani nel mondo del Pdl. «Da come si sta parlando in queste ore, - ha aggiunto - tutti sapevano e tutti preannunciano il marcio nelle elezioni degli italiani nel mondo, un eccesso di saccenza che delude e sposta l'epicentro del problema attuale. Siamo dinanzi ad un presunto reato grave e deplorevole compiuto da un signore, e di conseguenza è necessario ed opportuno che la giustizia faccia il suo corso, ma da qui a condannare tutto il comparto degli italiani nel Mondo e le loro modalità di esercizio di voto mi sembra qualcosa detto giusto per aprire bocca».

OPPOSIZIONI - Il tema non interessa solo la maggioranza. Secondo Anna Finocchiaro, presidente dei senatori del Pd, «il sistema elettorale per il voto degli italiani all'estero è inadeguato». Secondo il leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini «bisogna mantenere le circoscrizioni elettorali fuori dall'Italia perché gli italiani all'estero sono una grande risorsa, tuttavia bisogna rivedere la normativa in senso garantista per evitare rischi di manipolazione dei voti». «Da tempo Italia dei valori insiste sulla necessità di cambiare la legge elettorale per l'elezione dei parlamentari italiani all'estero», ha ricordato Antonio Razzi, deputato Idv eletto nella circoscrizione Europa. «È stata depositata una mia proposta di legge per introdurre il voto elettronico e abolire quello per corrispondenza». Redazione online CdS 26

 

 

 

 

Polemica sul voto degli italiani all'estero. Berlusconi: "Cambiare subito la legge"

 

Il premier e il presidente del Senato chiedono una modifica delle norme attuali

Ma Enrico Letta accusa Schifani: "Oggi si straccia le vesti, allora lo salvò"

Il premier: "Di Girolamo? Non lo conosco, ci sarà voto sul suo decadimento"

Il Pd attacca: "Faccia mea culpa su Di Girolamo ed elimini la consultazione per corrispondenza"

 

ROMA - Il presidente del Consiglio interviene sulla bufera giudiziaria che ha coinvolto il senatore del Pdl Nicola Di Girolamo. "Non lo conosco - ha detto Berlusconi a Torino - immagino che sul suo decadimento o meno ci sarà un voto".  "C'era già una pratica attivata al Senato che, non so per quale motivo, ha subito un rallentamento, circa la regolarità della sua elezione". Quel che è certo, afferma il premier, è che "occorre cambiare la legge" sul voto degli italiani all'estero. Punto sollevato con forza oggi anche dal presidente del Senato. "Va immediatamente cambiata - ha detto Schifani - perché il voto per corrispondenza è uno scandalo e consente tipologie di attività illecite come l'acquisizione del voto addirittura pagandolo: dobbiamo immediatamente procedere a una rivisitazione". Per questo, prosegue il numero uno di Palazzo Madama, bisogna procedere immediatamente "a una rivisitazione del voto per corrispondenza e affermare delle regole, anche attraverso le stesse autorità di polizia estere, che garantiscano la residenza del candidato".

 

Quanto alla lettera da lui inviata al presidente della giunta delle Elezioni e delle Immunità, Marco Follini, sempre sul caso Di Girolamo, Schifani ha spiegato di aver "avvertito fortemente l'esigenza che il Senato desse al Paese una risposta immediata ai forti dubbi che sono emersi dalle indagini sulla elezione e sulla eleggibilità del senatore. Il Parlamento deve essere reattivo, non può essere fermo davanti a eventi" come questi.

 

Ma secondo Enrico Letta le parole di oggi non bastano. "Schifani faccia un pubblico mea culpa sulla vicenda Di Girolamo - ha dichiarato - il presidente del Senato oggi si straccia le vesti, ma non mi risulta che abbia biasimato la maggioranza di centrodestra quando lo salvò". Lo ha detto il vicesegretario del Pd Enrico Letta, ricordando che l'anno scorso la maggioranza Pdl-Lega "respinse in modo compatto, con Schifani a presiedere l'aula, la posizione della giunta per le autorizzazioni e le immunità". "Il centrodestra scopre adesso chi è Di Girolamo - ha proseguito - quando la frode documentata della sua elezione e la richiesta di arresto furono respinte con sdegno. La maggioranza fa finta di non conoscerlo, dimenticando che l'anno scorso ne operò il salvataggio".

 

E, sempre sul fronte democratico, oggi il partito ha fatto sapere che proporrà un proprio testo in Parlamento per la riforma del voto all'estero. "Sosteniamo da tempo - ha detto Francesco Tempestini, capogruppo Pd in commissione Esteri - che la modifica è assolutamente improcrastinabile" e che "è necessario innanzitutto eliminare il voto per corrispondenza che è fonte di vero scandalo". 

 

"Dalla vicenda Di Girolamo emerge con evidenza che il sistema elettorale per il voto degli italiani all'estero è inadeguato", ha aggiunto la presidente dei senatori del Pd, Anna Finocchiaro. "E' necessario intervenire su diversi aspetti, penso alla configurazione delle circoscrizioni elettorali o all'anagrafe degli aventi diritto, ma in primo luogo serve cambiare il meccanismo elettorale che così come è non garantisce il rispetto dei principi costituzionali. In Senato, alla Commissione Esteri, si discuterà nelle prossime settimane della riforma della rappresentanza degli italiani all'estero. Sarebbe giusto - ha sottolineato Anna Finocchiaro - che si affrontasse anche la questione della legge elettorale".

 

Ancora più radicale la soluzione proposta dal ministro per la Semplificazione Normativa e Coordinatore delle Segreterie Nazionali della Lega Nord: "Basta ipocrisie, non è il sistema elettorale degli eletti all'estero, che è una barzelletta, a non funzionare. L'assurdità è che ci siano dei parlamentari eletti all'estero!". "E dopo le negative esperienze accumulate in due legislature - prosegue Calderoli - spero che tutti, come il sottoscritto, siano giunti alla conclusione che non c'è alcuna necessità di avere deputati e senatori eletti all'estero. I nostri cittadini che vivono all'estero hanno il diritto di votare, con modalità serie e non con le attuali, ma per i parlamentari di casa nostra. Prendiamo spunto dal motto dei rivoluzionari americani, 'no taxation without representation', trasformandolo in 'no representation without taxation', perché nel nostro Parlamento deve sedere chi vive, lavora e paga le tasse, a casa nostra".

LR 26

 

 

 

 

 

Caso Di Girolamo. Lacrime di coccodrillo

 

Passeranno alla storia come le più classiche lacrime di coccodrillo, le dichiarazioni indignate con cui ieri il presidente del Senato Schifani si è impegnato ad espellere al più presto da Palazzo Madama, facendolo decadere dalla carica, il senatore Nicola Di Girolamo.

 

Parlava, appunto, come se il caso che riguarda il parlamentare truffatore - che, fingendo di aver residenza in Belgio, era riuscito ad essere inserito in lista con una raccomandazione del suo amico nazista Gennaro Mokbel, già in rapporti con la Banda della Magliana e con il potente clan calabrese Arena, e si era poi fatto eleggere come rappresentante degli italiani all’estero grazie a un’attiva collaborazione del ramo tedesco della ’ndrangheta -, non fosse già noto, nelle sue grandi linee, e rubricato dagli uffici del Senato da un anno e mezzo. Come se un altro esponente del Pdl, il senatore Augello, non avesse cercato, fin da agosto 2008, di convincere i suoi colleghi a intervenire. E come se la questione non fosse tornata all’ordine del giorno una seconda volta, quando appunto fu reiterata dal Senato la decisione di proteggere dalle sue ignominiose responsabilità il suddetto Di Girolamo.

 

Ora è tutto uno scaricabarile. Il presidente della Camera Fini, in aperta polemica con i senatori della sua stessa parte, dice che voterebbe per l’arresto di Di Girolamo. Il capogruppo Gasparri, che si è battuto per evitarlo, sostiene che la responsabilità è di chi accettò che un simile campione fosse messo in lista. E fa il nome di Marco Zacchera, pure lui ex An, che ha riconosciuto che la scelta fu sua.

 

Zacchera non è certo uno sconosciuto per Fini. E poi, andiamo, è possibile che il partito che più s’era battuto per concedere il diritto di voto agli emigrati italiani - una storica battaglia condotta per decenni, fin dall'epoca del Msi, da Mirko Tremaglia -, alla seconda occasione in cui questo genere di elezione veniva messa in pratica, non avesse un candidato migliore da proporre? Ed è credibile che un qualsiasi candidato, non solo quello da presentare all’estero, sia entrato in lista, con buone probabilità di essere eletto, senza che i leader del partito lo conoscessero e sapessero qualcosa delle ombre che si portava dietro?

 

Diciamo la verità, è impossibile crederlo. Ma anche ammesso che Di Girolamo, in buona o cattiva fede, fosse stato garantito al limone ai vertici del Pdl - o più precisamente dai vertici dell’ex An a Berlusconi -, con le carte che sono arrivate al Senato dopo la sua elezione, ce n’era abbastanza per capire che aveva voluto farsi eleggere per ragioni inconfessabili, forse proprio per evitare di finire in carcere. E di conseguenza, per sbatterlo fuori prima ancora che la sua vita da parlamentare cominciasse.

 

Invece, è andata come è andata, e adesso c'è la rincorsa a metterci una pezza. Sono tempi difficili per la Seconda Repubblica, non passa giorno che non salti fuori una storia di corruzione o di rapporti obliqui tra politici e criminalità organizzata. Combinazione, alla fine di questa settimana, dovranno anche essere presentate le liste per le regionali. Vediamo cosa s’inventano, stavolta, per convincerci che è impossibile che salti fuori un altro Di Girolamo.  MARCELLO SORGI LS 26

 

 

 

 

Le Confederazioni Internazionali ed europee dei sindacati scrivono a Berlusconi per i fatti di Rosarno

 

Roma - "Colpiti dagli incidenti e dall’estrema violenza patite dai lavoratori migranti a Rosarno e gravemente preoccupati della situazione dei lavoratori extracomunitari in Italia, il segretario gdella Confederazione Internazionale dei sindacati (CSI), Guy Ryder, e il segretario generale della Confederazione Europea dei Sindacati (CES), John Monks, hanno preso carta e penna e scritto a Silvio Berlusconi". A renderlo noto è il notiziario Spi-Internazionale, in una nota nella quale ricorda che il contatto con il premier italiano è avvenuto dopo la lettera di "denuncia delle politiche cieche e crudeli contro i lavoratori immigrati" del segretario della Cgil, Guglielmo Epifani.

La lettera di Ryder e Monks "evidenzia con forza l’inaccettabile situazione dei lavoratori migranti nel nostro Paese, l’abuso, la discriminazione e lo sfruttamento a cui sono sottoposti, conseguenze dirette dell’inadeguata legislazione nazionale e dell’insufficiente impegno del governo italiano".

Sottolineando come "la politica dei precedenti governi sia stata ben diversa dall’attuale e gli obblighi legali con i quali l’Unione Europea impegna a combattere la discriminazione e l’esclusione in tutte le sue forme", i segretari generali di CSI e CES sollecitano infine Berlusconi ed il suo governo ad "affrontare con urgenza ed efficacia il clima di intolleranza, violenza e discriminazione verso i lavoratori migranti in Italia e ad assicurare la loro protezione per legge e l’affermazione dei loro diritti". (aise) 

 

 

 

 

 

Schifani: "Annullare elezione Di Girolamo". Fini: "Con lui mai avuto alcun contatto"

 

Il nome del presidente della Camera presente in una delle intercettazioni

"Non l'ho  mai convocato o incontrato per incontri e riunioni". Scajola: "Non destabilizzare il sistema" - Il presidente del Senato: "C'è la possibilità di rivedere il caso dell'elezione del senatore". Il dibattito il 3 marzo

 

ROMA - Nega, con decisione, di aver alcun legame il senatore Di Girolamo. Esclude di averlo 'convocato' nei propri uffici o altrove per incontri o riunioni". Gianfranco Fini non ci sta ad essere trascinato nello scandalo della telefonia. Quel sul presunto maxi riciclaggio da circa due miliardi di euro che vede coinvolti alcuni dirigenti della società telefonica Fastweb e Telecom Italia Sparkle. Tirato in ballo in una intercettazione, il presidente della Camera taglia corto: "Non ricordo di aver conosciuto Di Girolamo e oggi voterei per il suo arresto".

 

Sul fronte dell'inchiesta, è rinetrato in Italia in nottata l'ex numero uno di Fastweb Silvio Scaglia che chiede di parlare "al più presto con i magistrati". Ad attenderlo, all'aeroporto di Ciampino, oltre a numerosi giornalisti, i militari della Guardia di finanza e i carabinieri. Sulle ricadute economiche, invece, il ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola chiede "una moralità più forte" e non una "destabilizzazione del sistema". Intanto il presidente del Senato, Renato Schifani, ritiene che ci sia la possibilità di rivedere il caso dell'elezione del senatore. Ne parla in una lettera inviata al presidente per la giunta delle immunità, Marco Follini. Schifani ha inoltre annunciato che chiederà alla Conferenza dei Capigruppo che l'aula del Senato discuta mercoledì 3 marzo sull'eleggibilità di Di Girolamo.

 

L'inchiesta. Sono complessivamente 80 gli indagati, compresi i 56 raggiunti da provvedimenti di custodia cautelare, nell'ambito dell'inchiesta. Intanto il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo oggi è in missione all'estero per visionare il materiale sequestrato e per avviare le procedure di estradizioni di alcuni degli arrestati. L'inchiesta giudiziaria prese l'avvio in base ad alcune denunce relative a truffe legate agli sms con i quali gli operatori di telefonia mobile attivavano all'insaputa dei clienti servizi a pagamento.

 

La reazione di Confindustria. "Abbiamo riconfermato che c'e' la totale fiducia nei confronti della magistratura, altrettanta fiducia che le persone coinvolte possano dimostrare la loro estraneita' ai fatti, ma vogliamo riconfermare anche che la stragrande maggioranza degli imprenditori italiani lavora nel rispetto delle regole con serieta' ed etica'' dice la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia.

 

Schifani: "Possibile rivedere l'elezione". Il presidente del Senato, Renato Schifani, ritiene che ci sia la possibilità di rivedere il caso dell'elezione del senatore Nicola Di Girolamo. Ne parla in una lettera inviata al presidente per la giunta delle immunità, Marco Follini. "E' possibile - scrive Schifani - che la richiesta di autorizzazione contenga nuovi e rilevanti elementi tali da inquadrare in una prospettiva diversa l'intera vicenda dell'elezione del senatore Di Girolamo. La invito quindi a sottoporre all'ufficio di presidenza della giunta l'eventualità di riprendere sollecitamente l'esame della questione relativa alla contestazione e alla proposta di annullamento di tale elezione affinchè della questione stessa possa essere investita l'assemblea già nel corso della prossima settimana". LR 25

 

 

 

Di Girolamo pensa alla resa. «È pronto a dimettersi e a parlare»

 

Il colloquio con l’amico senatore De Gregorio. «Mi hanno fatto simbolo di ciò che c'è da buttare in questo Paese»

 

ROMA — La voce è tesa, la faccia pallida, scavata da giorni di paura e di vergogna. «Sergio, io non ce la faccio più, mi dimetto». «Fai bene, Nicola, fai bene». «Mi dimetto e parlo: collaboro». «Sì, vai dai magistrati e affronta il processo: evitati il calvario del voto in aula». Metà pomeriggio, ufficio a Palazzo Madama del senatore De Gregorio. Il giorno più lungo per Nicola Di Girolamo si consuma qui, in una trentina di minuti che pesano quanto trent'anni di vita. Lo «schiavo» di Gennaro Mokbel nelle intercettazioni telefoniche, il parafulmini della gigantesca inchiesta antiriciclaggio che fa ballare da giorni la politica italiana, l’uomo per il quale i picciotti della 'ndrangheta erano andati a raccogliere voti porta a porta fino in Germania, è pronto a gettare la spugna: «Lunedì voglio presentare le dimissioni al Senato», dice a De Gregorio, che gli è stato consigliere e amico in questi due anni. Ma già oggi la decisione potrebbe essere formalizzata, dopo una serata e una nottata a studiare le carte, mordersi le mani, imprecare, guardare la tv e le agenzie mentre il martellamento continua, mentre gli piove in casa un decreto di sequestro su tutti i beni, appartamenti, barca, automobili, conti correnti. Mentre la moglie Antonella e i ragazzi, Francesco e Alessandro, gli dicono: «Siamo con te, resisti». Almeno quello, almeno loro.

Come sta, senatore? Alle sette di sera scorrono i titoli del tg. Lui alza la testa dal tavolo dove sta leggendo la monumentale ordinanza con 56 richieste d'arresto, fa un risolino nervoso e risponde: «Non ha un'altra domanda?». Pare che non la conosca più nessuno, in Italia... Pare che lei sia sceso improvvisamente dalla luna e si sia messo in lista da solo. «Sì, sono diventato il simbolo di tutto ciò che si deve buttare via in questo Paese». Il suo avvocato, Paolo Dell'Anno, mente per difenderlo, per tenerlo lontano dall'assalto dei giornalisti: «Oggi non l'ho visto», dice al telefono, mentre il senatore gli sta davanti.

Il Pd parla di pericolo di fuga, il capogruppo democratico nella giunta per le immunità, Francesco Sanna, si rivolge al presidente della giunta, Marco Follini, perché gli venga imposto di rimanere a Roma. E' quest'idea della fuga, probabilmente, che colma la misura. «Di scappare non mi passa neanche per la testa». Dice Di Girolamo: «Adesso basta». Già da ore ha in mente un gesto che metta fine a tutta la storia. Prima di decidere, tuttavia, non può che andare da «Sergio», dal senatore De Gregorio che, in fondo, s'è assunto anche il ruolo di portavoce informale per i colleghi come lui, per la pattuglia della «legione straniera», gli eletti all'estero che ha fatto entrare nella sua fondazione, «Italiani nel Mondo».

Il caso vuole che proprio nelle stesse ore il tribunale del Riesame di Napoli respinga per la seconda volta una richiesta di arresto in una vecchia storia di riciclaggio su cui la procura napoletana continua a stare appresso a De Gregorio. Sicché sulla scrivania del senatore del Pdl arrivano i rallegramenti dei colleghi. In quei pochi metri quadrati di ufficio a Palazzo Madama lo stato d'animo dei due amici non potrebbe essere più diverso. De Gregorio è combattivo: «Hanno trasformato Nicola nel mostro nazionale. Non scapperebbe mai, ma, persino se volesse scappare, non ha più nemmeno i soldi per prendere l'autobus, gli è stato sequestrato tutto».

«Nicola» fa fatica a parlare anche con la propria immagine allo specchio. Però la decisione sembra, a questo punto, presa e condivisa. «Rincuoro la mia famiglia, leggo le carte e mi consegno alla giustizia», annuncia. «Secondo me, devi evitare la discussione in aula», gli suggerisce l'amico. Il tempo di lasciare il Senato e di spostarsi nello studio del suo legale e comincia la seconda parte di questa giornata interminabile. «Tutti hanno letto le mille e ottocento pagine dell'ordinanza tranne lui», sbuffa De Gregorio. Passano le dichiarazioni in agenzia, Berlusconi che spiega di non avere «mai conosciuto il senatore indagato»; D'Alema, dal Copasir, che chiede il rispetto per quelle leggi che «Di Girolamo ha violato». E poi Schifani e poi i colleghi, e poi gli (ex) amici di partito: se ha un merito, questo senatore compromesso e impresentabile, è avere dimostrato quanto compromessa e impresentabile sia la legge che ne ha regolato l’elezione.

Dalla prossima settimana Di Girolamo avrà da spiegare molte cose ai magistrati. C’è quella frase di Mokbel, «tu sei lo schiavo mio, ricordatelo», che è la sintesi dei suoi errori, pesa e peserà come un macigno sul resto dei suoi giorni. De Gregorio in qualche misura l’accompagna a distanza in questa terribile serata, adesso parla per lui. Dice: «A uno come Mokbel staccherei la testa a ceffoni se si permettesse di darmi dello "schiavo". Ma bisogna partire dal presupposto che Nicola è un ragazzo cresciuto nella bambagia, negli agi, e vive la politica come una fissazione. Gli si avvicina questa banda di "fetienti" e lui sta al gioco, lascia fare. Alla fine quelli gli presentano il conto». Forse l’analisi è un po’ benevola ... «D’accordo, è vero che Mokbel gli ha messo a disposizione la struttura e i mezzi, ma appena lui è stato eletto, gli ha presentato il conto. Lui ha tentato di affrancarsi ma aveva fatto un miliardo di cavolate, non c’era più verso di uscirne». Ora hanno ragione di tremare altri politici del Pdl? In fondo, in una intervista piuttosto allusiva al Sole 24 Ore lei lo ha fatto capire. «No, no. Io dico solo: attenti a consegnare durante la campagna elettorale un senatore al suo destino». Goffredo Buccini CdS 27

 

 

 

 

Polemica sul voto estero, stop della Lega: ''No a parlamentari eletti fuori dall'Italia''

 

Calderoli: ''In Parlamento solo chi vive, lavora e paga le tasse, a casa nostra''. Schifani: ''Uno scandalo voto per corrispondenza''. Tremaglia: ''Non si tocca, va solo migliorata''. Follini: ''Su Di Girolamo parola spetta a Aula''

 

Roma  - Scoppia la polemica sul voto degli italiani all'estero dopo la vicenda che ha coinvolto il senatore del Pdl Nicola Di Girolamo. "Basta ipocrisie, non è il sistema elettorale degli eletti all'estero, che è una barzelletta, a non funzionare. L'assurdità è che ci siano dei parlamentari eletti all'estero!", tuona Roberto Calderoli, ministro per la Semplificazione Normativa e Coordinatore delle Segreterie Nazionali della Lega Nord.

 

"E dopo le negative esperienze accumulate in due legislature spero che tutti, come il sottoscritto, siano giunti alla conclusione che non c'è alcuna necessità di avere deputati e senatori eletti all'estero - insiste -. I nostri cittadini che vivono all'estero hanno il diritto di votare, con modalità serie e non con le attuali, ma per i parlamentari di casa nostra. Prendiamo spunto dal motto dei rivoluzionari americani, 'no taxation without representation', trasformandolo in 'no representation without taxation', perché - conclude - nel nostro Parlamento deve sedere chi vive, lavora e paga le tasse, a casa nostra''.

Perplessità sulle modalità del voto all'estero sono state espresse dal premier Silvio Berlusconi , che da Torino è tornato a ribadire che la legge ''va cambiata'', e dal presidente del Senato Renato Schifani . ''Il voto per corrispondenza è uno scandalo - ha sottolineato Schifani -, consente queste tipologie di attività illecite e l'acquisizione del voto a volte addirittura pagandolo". "Dobbiamo immediatamente procedere - aggiunge - ad una rivisitazione del voto per corrispondenza ed affermare delle regole attraverso le quali le stesse polizie estere garantiscano l'effettività della residenza all'estero del candidato".

Dubbi sul sistema anche dall'opposizione. La presidente dei senatori del Pd, Anna Finocchiaro nota come dalla vicenda Di Girolamo emerga con evidenza che ''il sistema elettorale per il voto degli italiani all'estero è inadeguato". "E' necessario intervenire su diversi aspetti, penso alla configurazione delle circoscrizioni elettorali o all'anagrafe degli aventi diritto, ma in primo luogo serve cambiare il meccanismo elettorale".

A difendere la legge è invece Mirko Tremaglia, già ministro per gli Italiani nel mondo e 'padre' del provvedimento, che tuttavia ammette la necessità di qualche modifica. "Cambiarla, semmai, per migliorarla, ma la legge sul voto degli italiani all'estero, 4 milioni di nostri connazionali, non si tocca", dice all'ADNKRONOS.

Tremaglia se la prende con il senatore Nicola Di Girolamo e con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Carlo Giovanardi: il primo "non doveva essere senatore", mentre alle affermazioni dell'esponente di governo, secondo il quale l'esperimento del voto degli italiani all'estero sarebbe fallito, Tremaglia dice che reagirà "come una belva: io - aggiunge - mantengo gli attributi e voglio difendere a tutti i costi la forza dei Comitati tricolore all'estero". ''Proseguirò la mia battaglia per i nostri connazionali all'estero - insiste -, ai quali il Cavalier Berlusconi non ha mai tenuto perché secondo lui non pagano le tasse".

"E' da tempo - prosegue Tremaglia - che dico che la legge va migliorata. Ho fatto anche diverse denunce per i 'furti' di voti commessi. Ma questi signori se ne sono altamente fregati. I problemi nascono tutti dalle garanzie di segretezza del voto, e per risolverli occorre organizzare i seggi elettorali nelle circoscrizioni estere, nelle scuole, nei consolati. Da lì, poi, le buste con le schede elettorali partirebbero per l'Italia".

"Se invece, come accade ora, la busta con la scheda viene spedita al consolato, allora possono nascere i problemi. Quanto al voto per corrispondenza - sottolinea Tremaglia - posso solo dire che è un sistema collaudato ed in uso anche in Francia e negli Stati Uniti, non vedo perché debba essere messo in discussione".

"Non possiamo negare il diritto di voto ai nostri connazionali all'estero: con la mia legge abbiamo garantito questo diritto a 4 milioni di nostri connazionali all'estero, che hanno potuto rafforzare il legame con il loro Paese e sono stati felici di farlo. Se ora tornassimo indietro - conclude Tremaglia - li abbandoneremmo e spezzeremmo questo legame, che è forte, come ha potuto constatare anche il presidente Fini nel suo recente viaggio negli Usa".

Intanto, l'ufficio di presidenza della Giunta delle elezioni e delle immunità di Palazzo Madama si è riunito oggi per discutere del caso Di Girolamo. Il presidente dell'organismo Marco Follini ha ricevuto all'unanimità un mandato a rispondere alla lettera di Schifani che aveva esortato la Giunta a riaprire la pratica relativa all'ineleggibilità.

''Ho avuto il mandato - ha detto Follini - di scrivere al presidente del Senato. Camminiamo speditamente verso una soluzione - ha proseguito - anche se per me era tutto chiaro già nel gennaio 2009''. E alla domanda se ritenesse che la competenza a pronunciarsi sull'ineleggibilità di Di Girolamo fosse dell'Aula Follini ha replicato: ''Sì''.  Adnkronos 26

 

 

 

Caso Di Girolamo. La posizione del PD

 

La posizione del Pd in una lettera del sen. Sanna al presidente della Giunta per le elezioni e immunità parlamentari Follini - “La Giunta vada avanti con il procedimento di arresto. La decadenza del senatore spetta all’Assemblea

 

  ROMA  La posizione dei senatori Pd sulle decisioni da assumere a seguito della lettera che il presidente del Senato Schifani ha inviato ieri al sen. Follini, presidente della Giunta per le elezioni e immunità parlamentari, è stata espressa in una lettera allo stesso Follini del capogruppo Pd nella Giunta, Francesco Sanna.  Schifani ha proposto di riaprire, sulla base di fatti nuovi che emergerebbero dai documenti di indagine trasmessi dal Tribunale di Roma a corredo della richiesta di autorizzazione all’arresto del senatore Nicola Di Girolamo, il procedimento sulla sua elezione. La Giunta aveva rimesso le sue conclusioni all’assemblea del Senato, ma l’aula le aveva respinte, in adesione ad un ordine del giorno presentato dal sen. De Gregorio, sostenuto nel dibattito da numerosi interventi di senatori del Popolo delle Libertà. In una sua successiva dichiarazione il presidente Schifani pone ora al Senato l’obiettivo di effettuare questa “rilettura” del procedimento elettorale entro la seduta di aula già fissata per domani.

  Secondo il Pd la decisione sul procedimento di autorizzazione all’arresto dovrebbe comunque essere celere, e costituire l’occupazione prioritaria della Giunta nelle prossime ore. Il possibile revirement sul procedimento che porterebbe alla decadenza del senatore Di Girolamo, e che il presidente del Senato suggerisce di realizzare in tempi egualmente stretti, è in realtà - spiega Sanna -una responsabilità dell’Assemblea, più che della Giunta. Se così non fosse, saremmo esposti ad un gravissimo rischio di dilazionare i tempi delle decisioni del Parlamento.

 

  Difatti, se decidessimo di contestare al senatore Di Girolamo eventuali fatti nuovi, si dovrebbe riattivare prioritariamente il procedimento elettorale in Giunta, con udienza pubblica e relativi termini dilatori (non meno di 10 giorni dalla delibera della Giunta). Se non lo si facesse, la successiva decisione dell’Assemblea del Senato sarebbe esposta all’ annullamento da parte della Corte costituzionale per violazione del diritto di difesa del parlamentare.

  A noi bastavano e bastano fatti e ragioni scrupolosamente esaminati e riscontrati dalla Giunta oltre un anno fa - afferma Sanna - per ritenere che il senatore Nicola Di Girolamo sieda illegittimamente in Senato. Rimaniamo di quella opinione. Non occorrono fatti nuovi, la cui valutazione avrebbe il solo effetto di ritardare l’esame da parte della Giunta della richiesta di autorizzazione all’arresto. (Inform) 26

 

 

 

 

Il 18-20 marzo riunione della Commissione Europa del Cgie. Intervenire sul voto all’estero

 

Il vice segretario generale del Cgie Lorenzo Losi ha formalmente convocato la prima riunione per l'anno 2010 della Commissione Continentale Europa e Africa del Nord. I lavori si terranno a Nizza da giovedì 18 a sabato 20 marzo.

Questo l’ordine del giorno: Comunicazione del vice segretario generale; Italiani in Francia: situazione dei connazionali e grado di integrazione; Corsi di lingua e cultura italiana; Servizi consolari: chiusure in atto e ipotesi di chiusura dei consolati in oggetto: quali ricadute negative sui connazionali; Rinnovo degli organismi di rappresentanza Comites e CGIE: a quando le elezioni e con quale normativa. Analisi comparata tra la situazione attuale e quella prevista dalla normativa in discussione in Commissione; Celebrazioni 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia; Varie ed eventuali.

Non vi figura lo scandalo Di Girolamo ed i conseguenti attacchi di politici e di media al voto all’estero. Sicuramente la Commissione Europa del Cgie non potrà ignorare questa tematica, al momento di massima attualità. Sarà anzi bene affrontarla di petto, e con decisione, in modo da elaborare risposte o posizioni comuni. Non ci possiamo permettere di buttare a mare, forse per sempre, la conquista dell’esercizio del voto all’estero per un abuso limitato, come nel caso di Di Girolamo. Anzi, proprio queste negative esperienze devono suggerire quei ritocchi procedurali alla legge che permettano di salvarne i contenuti reali e contemporneamente di eliminare ogni rischio ed ogni possibilità di abuso. (de.it.press)

 

 

 

 

Voto all’estero. Procedure di voto da rivedere, non da cancellare

 

Roma - "Tutti i paesi occidentali permettono ai propri cittadini all'estero di esercitare il diritto di voto, lo fanno gli Stati Uniti, la Francia, la Germania, l'Austria tra gli altri. L'Italia ha permesso questo solo dal 2006. Le frodi che ci sono state sono da condannare duramente. Ma non è il voto estero che va abolito, no questo è sacrosanto sono le procedure farraginose che lo regolano". Come Aldo Di Biagio, anche Guglielmo Picchi reagisce alle parole del sottosegretario Giovanardi che, interrogato sul caso Di Girolamo, ha sostenuto la necessità di eliminare il voto all’estero abrogando la Legge Tremaglia.

Come regolare il voto all’estero? "Siamo nel 2010, possibile che non si possa ancora avere il voto elettronico? Ogni cittadino può usare internet per fare home banking, per dialogare con la pubblica amministrazione, perché non si può fare home voting? Un sistema misto di voto elettronico e seggi nei consolati permetterebbe di garantire la partecipazione al voto, la segretezza e la correttezza. Questa - secondo Picchi - è la linea da seguire, non l'abolizione del diritto di voto a 4 milioni di connazionali per sue terzi nati in Italia e collegatissimi e informatissimi al nostro paese".

Gli Italiani all'estero “tra rimesse e tasse locali, o export di prodotti italiani, portano molta ricchezza al paese, hanno diritto ad essere rappresentati come gli altri. Mi chiedo dov'era il Sen. Giovanardi quando si votava la decadenza di Di Girolamo in Senato? E se c'era come ha votato?", si chiede concludendo

 

"Vale la pena ribadire, a difesa del principio costituzionale del diritto di voto per gli italiani residenti all'estero, che un Rischio infiltrazioni della malavita nelle votazioni esiste sempre e ovunque", dichiara Aldo Di Biagio, Responsabile Italiani nel Mondo del PdL, in replica alle dichiarazioni del presidente della Commissione Antimafia, Giuseppe Pisanu, che, interpellato da Velina Rossa, ha detto che è "necessario rivedere la questione del voto all'estero che rischia fortemente di essere controllato dalla criminalità".

Nella sua replica, Di Biagio ribadisce che "la democrazia, nella sua imperfezione, resta sempre il migliore dei sistemi di organizzazione politica mai sperimentati dalla umanità ed immagino che il senatore Pisanu, persona che stimo e rispetto, ne conosca bene le regole. Piuttosto si potrebbe, più seriamente, mettere mano alle modalità di voto previste dalla legge ordinaria, così come da noi già proposto in tempi non sospetti ovvero prima delle elezioni 2008".

 

"Il Governo sta facendo continui di tentativi di smantellamento di quelle che sono le politiche degli italiani all’estero; c’è una volontà mirata che sicuramente nei prossimi giorni si estenderà anche ai parlamentari eletti all’estero". È l’allarme lanciato dalla deputata del Pd eletta in Europa Laura Garavini durante le fasi finali del 4° Congresso dell’Unione Italiani nel Mondo (Uim), tenuto nei giorni scorsi a Roma.

Tutti questi attacchi e le varie proposte di riforma della rappresentanza all’estero, secondo Garavini "ci devono convincere ancora di più quanto invece siano importanti e determinanti, per gli italiani all’estero, l’associazionismo e i patronati”.

 

Dura presa di posizione dell'on. Mario Borghezio, europarlamentare della Lega Nord, sugli ultimi sviluppi del caso Di Girolamo. “Fin dall'inizio dell'iter della legge per il voto degli italiani all'estero – sostiene - la Lega Nord aveva chiaramente indicato quale ne sarebbe stato il risultato, dati gli evidenti pericoli di voto mafioso, ricevendo solo accuse di antimeridionalismo. I fatti, purtroppo, ci stanno dando piena ragione.

Personalmente più volte ho denunciato aspetti delle modalità di distribuzione, via posta non raccomandata, di certificati elettorali”.

 

“Il voto all’estero è un diritto, certamente non è un problema né un cancro da estirpare”, dichiara ancora Aldo Di Biagio rispondendo alle molteplici dichiarazioni secondo cui verrebbe messa in discussione l’utilità del voto all’estero. “Da come si sta parlando in queste ore, - evidenzia - tutti sapevano e tutti preannunciano il marcio nelle elezioni degli italiani nel mondo, un eccesso di saccenza che delude e – a mio avviso – sposta l’epicentro  del problema attuale.  Siamo dinanzi ad un presunto reato grave e deplorevole compiuto da un signore, e di conseguenza è necessario ed opportuno che la giustizia faccia il suo corso, ma da qui a condannare tutto il comparto degli italiani nel Mondo e le loro modalità di esercizio di voto mi sembra qualcosa detto giusto per aprire bocca”.

“Sono d’accordo a rivedere insieme gli elementi di ciriticità della legge Tremaglia – conclude – se ne stava già parlando, ma condannare le nostre comunità, etichettarle come qualcosa di lontano dal nostro Paese e dare per scontato che per raccogliere voti è necessario pagare o agire illecitamente rappresenta un’offesa per gli oltre 4 milioni di italiani nel mondo oltre che per coloro che davvero lavorano per loro”.

De.it.press

 

 

 

 

 

 

Definitivo il “milleproproghe”. De Sossi (Fusie) indignato per i tagli (del 50%) all’editoria all’estero 

 

ROMA - Con l’approvazione da parte del Senato del decreto cosiddetto “milleproproghe” si è chiusa definitivamente, almeno per ora, la non edificante vicenda dei contributi pubblici all’editoria: si è ripristinato il diritto dei giornali no-profit, di cooperative e di partito; contemporaneamente, si è ridotto drasticamente il finanziamento per le radio tv locali (per gli abbonamenti alle agenzie) e per i giornali delle associazioni dei consumatori; e, soprattutto, per i quotidiani italiani editi all’estero e per le testate periodiche da e per gli italiani nel mondo. Siamo soddisfatti per la parte positiva: assicurare più occupazione e maggiore informazione, è opera meritoria e condivisibile. Siamo naturalmente sorpresi e indignati per l’operazione , un po’ vigliacchetta, che ha ridotto del 50% i contributi alla stampa italiana da e per l’estero: tagliare ai più deboli, politicamente, per darlo ad altri, politicamente più forti, è un esempio eticamente non apprezzabile e dimostra insensibilità morale e politica, disinvoltura giuridica, disconoscimento grave delle difficoltà enormi che si stanno creando alle aziende editoriali, molte delle quali a rischio di sopravvivenza. Abbiamo seguito con contatti costanti e continui l’impegno di molti parlamentari eletti all’estero, che hanno tentato invano di far capire la inaudita gravità di un intervento non meditato che può avere conseguenze negative serie sulla vita delle comunità italiane all’estero, nel momento in cui , per ragioni altre, si sta sviluppando in Italia un dibattito sul voto all’estero che può andare oltre le tecniche e le procedure elettorali.

Diamo atto del loro onesto e generoso impegno; prendiamo atto, però, senza nulla togliere alla convinta stima personale, della loro quasi irrilevanza politica nel momento in cui decidono governo, segreterie politiche e presidenze dei gruppi. Un possibile, e da noi pressantemente richiesto, ripensamento – ripristino delle somme “scippate” - sembrerebbe garantito sia dall’accoglimento dell’ordine d del giorno formalmente presentato al Senato sia da un concordante impegno alla Camera. Noi aspettiamo fiduciosamente; ma siamo pronti a cercare con la Federazione nazionale della Stampa – che già autorevolmente si è molto impegnata -, le altre associazioni di categoria e tutte le rappresentanze dell’editoria minore, forme di protesta ed iniziative politiche a sostegno di un’informazione libera, garantita, non discriminata, senza privilegi.

La Fusie, consapevolmente, porrà al prossimo congresso, prevedibile per fine aprile a Roma, tutta la problematica dell’informazione italiana all’estero: con il rinnovo della dirigenza, difesa delle testate, rispetto delle regole, criteri chiari, trasparenza e rapidità delle procedure, riconoscimento di ruolo, apertura alle nuove forme di comunicazione, solidarietà e collegamento con le altre rappresentanze nazionali dell’editoria. Sarà un’occasione importante per un dibattito aperto, con la partecipazione di tutte le componenti politiche, professionali e del mondo dell’emigrazione.

Domenico de Sossi, Presidente della FUSIE Federazione Unitaria della Stampa Italiana all’Estero

 

 

 

 

Nuovi corsi speciali su temi di interesse culturale all’IIC di Monaco di Baviera

 

Monaco di Baviera - Nel semestre estivo 2010 presso l’Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera verranno attivati nuovi corsi speciali che tratteranno temi di interesse culturale.

I corsi non sono rivolti esclusivamente ad un pubblico tedesco con buone conoscenze della lingua italiana, ma anche ad italiani che desiderano approfondire le proprie conoscenze nei diversi settori quali la letteratura, l'arte, il cinema, il diritto, la canzone d’autore, l’opera, il design e la traduzione.

Il primo corso, in ordine di tempo, ad essere attivato sarà dedicato a "L’italiano nella canzone d’autore" e si svolgerà dal 9 marzo al 27 aprile a cura di Alfredo di Cesare. Da Domenico Modugno a Lucio Dalla; il linguaggio musicale come mezzo didattico per insegnare la lingua, far conoscere la cultura italiana e avvicinare gli studenti all’analisi del testo.

Seguirà, dall'11 marzo al 20 maggio, "La letteratura italiana al femminile" a cura di Miranda Alberti. Un percorso nelle biografie di sei scrittrici italiane contemporanee tra le più significative, che permetteranno di cogliere aspetti socioculturali della società italiana. Dalle opere di queste scrittrici saranno scelti alcuni testi di invito alla lettura che saranno interpretati e commentati in attività di gruppo.

In programma dal 19 marzo al 23 luglio a cura di Maria Pompermaier, "Il club del libro" è una forma d’intrattenimento che consente agli appassionati della lettura di incontrare altri estimatori di romanzi per scambiare opinioni e commenti su un libro letto in precedenza. Durante il primo appuntamento si parlerà de "Il peso della farfalla" di Erri De Luca.

"La traduzione letteraria dall’italiano al tedesco" è il tema del corso che Barbara Kleiner terrà dal 18 marzo al 6 maggio e che si propone di offrire un primo approccio al fenomeno della traduzione letteraria dall’italiano al tedesco. A tal fine si prenderanno in considerazione vari generi di testi; dopo un’attenta analisi di stile e registro linguistico, si procederà a primi tentativi di traduzione. Informazioni sul mondo della traduzione letteraria e dell’editoria faranno da corollario al lavoro sui testi.

Sarà invece Enrica Puggioni a tenere il corso "Percorsi di letteratura comparata tra Italia e Germania", dal 13 aprile al 18 maggio. Partendo dalla definizione di letteratura comparata, si affronteranno temi quali "Monaco e Firenze agli inizi del ’900: due capitali culturali?", "Riflessione, impegno e denuncia nel teatro tedesco e in quello italiano" ed "Identità e alterità in alcuni grandi voci femminili del ’900".

Dal 14 aprile al 19 maggio, attenzione dedicata al corso di Carla Babini "Con gli occhi di lei. Il cinema italiano al femminile". Un omaggio ad attrici e registe, che grazie alla loro forte personalità, al talento e alla passione, hanno indagato l’anima femminile nelle sue infinite sfaccettature. Fra loro Anna Magnani, Monica Vitti, Cristina Comencini, Francesca Archibugi, Giovanna Mezzogiorno e Margherita Buy. Proponendo brani di film, il seminario svilupperà un percorso di riflessione su temi ed argomenti legati alla condizione della donna nella società italiana.

Sei appuntamenti, dal 12 aprile al 17 maggio, per conoscere La Traviata di Giuseppe Verdi in compagnia di Annunziata De Paola e del suo corso "La gioia di Violetta, ovvero la parola mendace", che approfondirà il contesto storico, la struttura e le scene dell'opera, leggendone il libretto e ne analizzerà gli aspetti linguistici e le potenzialità melodiche ed espressive. Attraverso la musica e le parole si cercherà di dare corpo ai personaggi, di delinearli e di interpretarli.

Seguirà un corso dedicato ancora a La Traviata, ma rivolto in particolare ai cantanti con altri sei appuntamenti, dal 7 giugno al 12 luglio, per il perfezionamento dei ruoli principali e comprimari. Con particolare attenzione allo studio della pronuncia del testo italiano, nell’ambito del contesto melodico e alla correttezza dell'interpretazione dell’opera verdiana.

Se cambia argomento, dal 14 aprile al 19 maggio, con il corso "Tra cultura e politica. Avanguardie del Novecento a confronto", curato da Anna Zanco Prestel, che condurrà all'interno del movimento futurista e del suo influsso sulle correnti artistiche e letterarie del Novecento, nonché su altre forme espressive quali l’architettura, la fotografia, il design e la moda.

"Il Design firmato e il Design popolare, l’Architettura colta e l’Architettura tradizionale, International Style e Genius Loci" è il corso, a cura di Giancarlo Trevisiol, che si svolgerà dall'11 marzo al 29 aprile. Osservazioni e proposte di lettura di un’apparente contraddizione di contenuti e significati nella cultura del vivere e dell’abitare negli anni del Novecento, con particolare riferimento all’Italia.

In programma anche "In viaggio attraverso l’Italia", dall'8 marzo al 5 luglio, con Maria Frison-Valle: itinerario alla scoperta di luoghi poco noti delle regioni italiane, della storia, della cultura e dell’arte, con uno sguardo alla vita quotidiana, alla gastronomia e alle tradizioni.

Ed "Italiano per affari" dal 9 marzo al 27 aprile in compagnia di Paola Bergamaschi, per chi volesse conoscere ed approfondire le forme correntemente usate nei rapporti di lavoro. Sulla base della comparazione tra lo stile di lavoro italiano e tedesco, il seminario propone elementi della lingua commerciale nei seguenti argomenti: corrispondenza commerciale per e-mail e per lettera, come scrivere un’offerta o un preventivo, come fissare appuntamenti e mantenere i contatti.

Infine Mauro Ricci condurrà, dal 18 marzo al 6 maggio, il corso dedicato a "La terminologia giuridica nel diritto civile" per un raffronto tra i termini più correnti nel diritto civile italiano e tedesco con eventuali spiegazioni dei vari istituti giuridici. (aise

 

 

 

 

 

Francoforte. Festa della donna sabato 13 marzo presso la Casa di Cultura

 

Francoforte - Per la ricorrenza della giornata della donna, il Circolo G. Di Vittorio organizza sabato 13 marzo 2010, in collaborazione con il “Coordinamento Donne” di Francoforte e l'associazione "Donne e Poesia - Isabella Morra" un incontro-festa per le donne associate e/o simpatizzanti delle nostre associazioni.

La serata, che si terrà presso la Casa di Cultura di Francoforte (Adalbert Str. 36a Bockenheim, II piano), avrà inizio alle ore 18:30 con la lettura di brevi brani letterari o testi poetici proposti e letti dalle partecipanti stesse che abbiano come tema l'universo femminile. La serata sarà inoltre allietata da musica. Parallelamente il Coordinamento Donne proporrà un piccolo mercatino dell’usato. È previsto un piccolo buffet offerto dal Circolo ma donazioni gastronomiche saranno senz’altro ben accette. L’organizzazione prega di confermare la partecipazione con una breve e-mail o telefonando allo 069 / 736736. I.M. de.it.press 

 

 

 

 

Saarbrücken. La Confsal Unsa invita a non accantonare il progetto dell’Agenzia consolare

 

Il Coordinamento Esteri della Confsal Unsa esorta il Sottosegretario Alfredo Mantica a rivedere le proprie posizioni sul futuro destino del Consolato d'Italia a Saarbrücken, soprattutto per quanto attiene  alla presunta "offesa" del Governatore del Saarland Peter Müller.

 

Questo Sindacato crede di poter asserire che le posizioni annunciate dal Senatore Mantica siano solo il frutto di un equivoco che nasce da un documento, peraltro già in possesso della stampa tedesca, con il quale il Capo Missione della struttura consolare di Saarbrücken suggerirebbe ai dirigenti del MAE di non "offendere" il Governo locale con  decisioni di declassamento della sede consolare ad agenzia non gradite al Premier Müller.

La Confsal Unsa Cordinamento Esteri ritiene che il Console di Saarbrücken, nell'ipotizzare eventuali possibili reazioni da parte dei responsabili del Land di cui è ospite, abbia  esternato una  valutazione del tutto personale, che di fatto non è corroborata da alcuna dichiarazione del Governatore Müller, il quale, di contro, auspica ancor oggi  l'istituzione di un'Agenzia consolare italiana nella sua provincia.

 

Il Coordinamento Esteri della Confsal Unsa spera pertanto caldamente che il progetto di  apertura di un'Agenzia consolare a Saarbrücken non venga accantonato per via di dichiarazioni mai rese dai politici del Saarland - i timori o le valutazioni di un singolo non possono assurgere a dichiarazioni ufficiali dirette all'Amministrazione italiana -, i quali sino ad ora hanno solo dimostrato nei confronti degli italiani  amicizia e fattiva collaborazione. Confsal Unsa Coordinamento Esteri  (de.it.press)

 

 

 

 

 

Stoccarda. Caruso e Pignataro, i più chiacchierati “papabili” alla direzione del PdL-Germania

 

Intervista a Mario Caruso, dell’Enas Ugl e membro del Comites Stoccarda, che  parla di sé e del suo collega Carmelo Pignataro, ex forzista e fondatore, nel 2003, degli Azzurri nel mondo a Stoccarda, rispondendo alle voci su una sua possibile nomina nel Pdl tedesco.

 

Roma - Il Popolo della libertà in Germania continua a far parlare di sè. Dopo mesi di indiscrezioni e voci di corridoio su chi guiderà il Pdl tedesco, di nomine ufficiali non se ne vede nemmeno l’ombra. Nel frattempo, però, continuano gli incontri tra il responsabile del Pdl nel mondo, Aldo Di Biagio, e i ‘candidati’ al coordinamento in Germania. Tra questi Mario Caruso, dell’Enas Ugl e membro del Comites Stoccarda, che, in visita a Roma e dopo un incontro serale con Di Biagio e l’ex forzista Carmelo Pignataro, sceglie ItaliachiamaItalia per rispondere alle ultime voci su una sua prossima eventuale nomina.

 

Caruso, facciamo il punto della situazione sulle nomine in Germania. La sua visita a Roma ha a che vedere con questo tema?

"In questi giorni sono a Roma, principalmente, per un impegno con l’Enas. Sapendo che ero qui, Aldo Di Biagio ha ritenuto opportuno che ci incontrassimo e che all’incontro partecipasse anche Carmelo Pignataro".

 

Per quale motivo?

"Perché sia io che Pignataro rappresentiamo l’ala del Pdl tedesco che, finora, ha prodotto di più. Non è un caso se abbiamo una nutrita comunità di connazionali che ci segue, sia all’interno della circoscrizione che su tutto il territorio".

 

Quindi, per quanto riguarda il Pdl in Germania, pensa che Di Biagio guardi favorevolmente lei e Pignataro?

"Me e Pignataro, ma non solo. Nutriamo un forte interesse verso l’idea di allargare questo progetto anche alle altre persone sul territorio che si impegnano, si sono impegnate e continueranno a impegnarsi.

 

Nell’incontro è emersa anche la volontà di dare spazio ai giovani e alle donne".

Avete già individuato qualcuno in particolare? Avete dei nomi?

"Abbiamo delle idee. Io conosco la comunità, ci vivo da molti anni e so quali sono le realtà più belle che vanno valorizzate in maniera costruttiva. Stiamo organizzando due incontri per parlare democraticamente della questione e proporla, senza le solite spartizioni di poltrone ma in un percorso che valorizzi chi si è distinto sul territorio. Questi incontri avverranno tra poco e si determinerà tutto in breve termine".

 

Sta parlando della solita, e chiacchierata, nomina del coordinatore Pdl in Germania?

"Ho letto proprio di recente sulle agenzie che ancora si chiacchiera di noi, di me e Pignataro. Siamo in democrazia ed è giusto che ci sia curiosità, ma prima di fare chiacchiere infondate e campate in aria, è meglio appurarsi della realtà. Questa è una precisazione che faccio anche a nome di Pignataro, oltre che mio".

 

E qual è questa realtà?

"Allo stato attuale ancora non c’è nulla di ufficiale. Sappiamo solo quanto detto finora e siamo sicuri di voler dare spazio a giovani e donne".

 

Secondo lei perché il suo nome, insieme a quello di Pignataro, è tra i più chiacchierati per la nomina del Pdl Germania?

"Perché abbiamo dimostrato di essere presenti sul territorio, di avere idee innovative che si sposano con la linea del partito. Abbiamo meritato la fiducia del partito sul campo, lavorando giornalmente ci siamo conquistati questo spazio senza usare le classiche logiche di partito. I risultati delle ultime elezioni politiche del 2008 hanno dimostrato che siamo persone che lavorano sui fatti, siamo presenti nella comunità rispondendo alle esigenze dei nostri connazionali, non solo durante i periodi di campagne elettorali. Ogni giorno noi lavoriamo per valorizzare la fiducia che il Pdl ripone in noi".

 

Concludendo, se questa famosa nomina dovesse arrivare, o a lei o a Pignataro, quale sarà la vostra reazione?

"Come è emerso negli ultimi incontri, sia io che Pignataro ci metteremmo a disposizione del bene del partito, cercando di far crescere e consolidare quanto fatto finora, con equilibrio e senza alterare realtà già esistenti sul territorio, anzi cercando di costruire proprio con loro un percorso che sia ancora più ramificato nella realtà dei nostri connazionali. Non voglio stravolgere quello che già c’è, ma pormi con quanto fatto finora, cercando di individuare nuove realtà meritevoli senza basarsi su logiche partitiche ormai superate e senza dimenticare il ruolo di futuro interlocutore valido presso le istituzioni sia italiane che tedesche".

Barbara Laurenzi, Italia chiama Italia 23

 

 

 

 

PD-Wolfsburg: Silvestro Gurrieri  riconfermato Coordinatore e Rocco Artale eletto Presidente

 

Wolfsburg. Domenica 21 febbraio 2010 si è svolta presso il Centro italiano della città di Wolfsburg l’assemblea degli iscritti del circolo PD. Dopo un’accurata relazione del coordinatore uscente sulle attività e le molteplici iniziative svolte in questi ultimi due anni dal circolo del PD locale, tra cui il sostegno alla raccolta fondi per il terremoto in Abruzzo, la scuola bilingue di Wolfsburg, e da ultimo  la visita e l’incontro con la comunitá italiana e la SPD locale del capogruppo al Senato del PD, Anna Finocchiaro e del Sen. Claudio Micheloni, si è svolta un’ampia discussione sulle questioni nazionali, degli italiani all’estero e sulle prossime iniziative.

L’assemblea degli iscritti infine ha riconfermato in modo unanime come segretario  Silvestro Gurrieri ed ha eletto come presidente dell’assemblea il consigliere comunale della SPD Rocco Artale. Agatino Pesce è stato riconfermato come tesoriere.

I restanti incarichi di segreteria verranno assegnati nella prossima assemblea.

La segreteria PD-Wolfsburg (de.it.press)

 

 

 

 

Monaco di Baviera. Folta delegazione dei comuni gardesani alla fiera del tempo libero

 

Monaco di Baviera - Tutte le ricchezze del Lago di Garda per la prima volta si sono presentate insieme in una delle più grandi rassegne fieristiche della Germania dedicata al turismo e al tempo libero.

Nel fine settimana, "Free" è stata visitata da una delegazione composta dall'assessore provinciale all’agricoltura, foreste, turismo e promozione Tiziano Mellarini e dagli amministratori dei Comuni interessati.

In questo prestigioso appuntamento, chiusosi sabato a Monaco di Baviera dopo cinque giorni di apertura, in prima fila c'è stato il progetto "Garda Unico", che raccoglie tutti i territori affacciati sul lago.

Un'occasione importante nella quale è stata presentata tutta l'offerta turistica della zona, un importante esordio per il più grande lago italiano, che per la prima volta si è presentato unito in un mercato strategico come quello tedesco. Grazie all'impegno di tutti, la ricca offerta enogastronomica, sportiva e culturale del Lago di Garda, presentata nello stand dedicato, ha riscontrato un grande apprezzamento da parte del pubblico tedesco che ha affollato la fiera.

Una delegazione composta da una cinquantina fra sindaci ed amministratori dei comuni gardesani si è recata per tre giorni a Monaco di Baviera in visita alla fiera e non solo. L'occasione, infatti, è stata ideale per alcuni incontri istituzionali, come quello con i dirigenti dell'ADAC, l'automobil club tedesco che vanta 16 milioni di soci e con il quale il Trentino ha una partnership da diversi anni.

Nella serata di venerdì l'assessore provinciale all'agricoltura, foreste, turismo e promozione Tiziano Mellarini si è unito alla delegazione che sabato ha visitato "Free" e lo stand del Garda; in seguito, il gruppo di amministratori ha incontrato Leonardo Campanelli direttore dell'Enit tedesco, l'Agenzia nazionale del turismo, per un costruttivo confronto sulla promozione delle ricchezze del lago. (aise)

 

 

 

 

Stoccarda. Dal 5 marzo la rassegna cinematografica “Generazione mille Euro”, sul disagio giovanile

 

In Germania le nevi si sono rmai scilte e l’Istituto Italiano di Cultura di Stoccarda ne approfitta per intensificare le sue attività in vista di una primavera ricca di appuntamenti. In primo luogo l’attenzione è stata rivolta alla musica, a comiciare dal concerto jazz dell’affermata cantante messinese Anita Vitale accompagnata dal quartetto del chitarrista Lorenzo Petrocca, tenuto venerdì 19 febbraio al Jazz Club BIX di Stoccarda. La stessa formazione si esibirà nell’ambito della tradizionale Festa della Donna che l’Istituto Italiano di Cultura proporrà anche quest’anno nella prestigiosa cornice del Wilhelmspalais, sede della biblioteca comunale di Stoccarda. In collaborazione con il festival itinerante di musica classica Neckar Musikfestival, ha proposto nei giorni 19-21 febbraio, rispettivamente a Gundelsheim, Hirschhorn e Möckmühl, la serata “Una notte all’opera” con Claudio Ferrarini (flauto) e Floraleda Sacchi (arpa). Il 6 marzo sarà invece la volta di una serata pianistica a Weinsberg con il giovane talento Raffaele Moretti.

Si inaugura il prossimo 5 marzo all’Istituto Italiano di Cultura la breve rassegna cinematografica “Generazione mille Euro”, dedicata agli aspetti tragicomici del più recente disagio giovanile. Sono previste proiezioni di film di Alessandro D’Alatri, Massimo Venier e Eugenio Cappuccio. Alla fotografia è dedicato l’incontro dell’11 marzo con il fotografo Marco Scataglini che presenterà il suo libro di scatti della campagna romana “Tutt’intorno Roma”. Infine due importanti appuntamenti con l’arte figurativa contemporanea italiana organizzati in proprio dall’Istituto Italiano di Cultura di Stoccarda: la mostra del pittore e sculture friulano Silvano Spessot nel Municipio di Stoccarda, che verrà inaugurata venerdì 12 marzo, e la personale del pittore Ugo Mainetti negli ambienti dell’Istituto Italiano di Cultura, che verrà inaugurata il 20 marzo nell’ambito della Lunga Notte dei Musei 2010, kermesse che coinvolge tutte le istituzioni culturali della capitale del Baden-Württemberg.

Sempre nel mese di marzo l’Istituto Italiano di Cultura di Stoccarda presenta due interessanti appuntamenti in collaborazione con l’associazione  Centro culturale italiano di Friburgo: il concerto del musicista Diego Cofone del 18 marzo e la conferenza del giornalista Carl-Wilhelm Macke sull’antologia di testi riguardanti l’Emilia-Romagna da lui pubblicata per la casa editrice Wagenbach, in programma il 25 marzo presso la libreria Schwarz di Friburgo. M.G. De.it.press

 

 

 

 

 

Cgie/Comites. Garavini (PD): “La riforma del Governo penalizza l’associazionismo

 

“E’ inaccettabile.  La riforma della rappresentanza degli italiani all’estero in discussione al Senato e sostenuta dal Governo indebolisce il ruolo dell’associazionismo ”. E’ quanto ha affermato l’on. Laura Garavini al Congresso della UIM (Unione italiani nel mondo). “La riforma, racchiusa nella bozza Tofani, contrasta con gli interessi dell’associazionismo dal momento che prevede di eliminare la presenza associativa nelle assemblee di base che eleggono i rappresentanti del Consiglio generale degli italiani all’estero e dei rappresentanti delle associazioni dell’assemblea generale del Cgie. Tutto questo“, ha detto l’on. Garavini „indebolisce le funzioni ed il ruolo delle associazioni. Ed è inaccettabile perché fino ad oggi sono state fondamentali nel sostenere culturalmente e socialmente le nostre comunità all’estero”. De.it.press

 

 

 

 

In arrivo circoscrizione unica e niente più voto per posta

 

Le regole attuali non hanno retto alla prova. Chi ha vinto le elezioni se ne è subito pentito - di NINO BERTOLONI MELI

 

ROMA - I corridoi di Montecitorio risuonano ancora delle urla che Mirko Tremaglia scagliò addosso a Silvio Berlusconi, «te la farò pagare», «mi dovrai rendere conto», «io non mi faccio prendere in giro da te», quando in aula mancò il numero giusto per far passare la legge sul voto degli italiani all’estero, e Paolo Bonaiuti coadiuvato da Ignazio La Russa si affannava a proteggere Silvio dall’ira tremagliesca e il Cavaliere dovette affrettare il passo. La legge poi passò, essendo costituzionale ci vollero numerose e alterne votazioni, Tremaglia si acquetò, tutti plaudirono (solo Rifondazione, Pdci e il verde Boato si opposero, la Lega si astenne), ma a distanza di un lustro appena la legge che consente ai concittadini residenti in ogni parte del mondo di eleggersi dei propri rappresentanti (12 alla Camera, 6 al Senato) fa acqua da ogni parte e già si discute come cambiarla se non addirittura di abolirla. Il caso Di Girolamo è solo la classica goccia che fa tracimare una discussione già avviata da tempo.

Tutti e tre i pilastri della legge sono messi in discussione. Non va bene l’anagrafe degli iscritti (Aire), visto che non è totalmente verificabile; non vanno bene quelle quattro mostruose circoscrizioni che sfuggono a ogni logica geo-politica, visto che l’Europa è connessa alla federazione Russa e alla Turchia, l’America meridionale sta per conto suo, l’America centrale sta con la settentrionale, mentre Asia, Africa e Oceania si ritrovano tutte insieme con l’Antartide. Ma non va soprattutto la modalità, quel voto per corrispondenza ormai ritenuto fonte di ogni broglio scorrettezza abuso irregolarità. «Tutti sapevano e sanno che nelle pampas argentine o nei bar tedeschi si fa incetta di schede elettorali», punta il dito Fulco Lanchester, ordinario di Diritto alla Sapienza, il maggior esperto di voto all’estero, autore di un apposito studio già nel 1988.

Due volte si è votato per il Parlamento con queste nuove disposizioni, e due volte proprio chi ha vinto le elezioni se n’è dovuto pentire. Gioì Romano Prodi nel 2006 quando, si disse, riuscì ad avere la maggioranza proprio con il voto estero, ma il giorno dopo erano già dolori, con De Gregorio che faceva fagotto e passava di là e con quel Pallaro che per ogni votazione esigeva “impegni” per la sua Argentina. Non gioisce adesso neanche Berlusconi, visto che il caso Di Girolamo gli è scoppiato tra i piedi e probabilmente il premier neanche sa chi sia questo senatore “schiavo” di quel galantuomo di Mokbel. «Il voto all’estero così com’è non è affatto segreto, la norma è incostituzionale», rincara Lanchester, secondo il quale la prima cosa da fare è garantire la segretezza e l’individualità del voto abolendo quello per corrispondenza o almeno rendendolo sicuro attraverso i consolati, le ambasciate, «luoghi controllabili, verificabili, dove la segretezza è garantita».

E se invece si abolisse del tutto il voto all’estero, come propongono i leghisti? Nella maggioranza prevale la tesi della modificabilità non della pietra tombale, e anche nel centrosinistra si oppongono alla messa in soffitta della legge. «Sarebbe uno schiaffo alle comunità all’estero che sono una risorsa, una rete di relazioni», dice Pietro Marcenaro del Pd e membro della commissione Esteri del Senato che dovrà affrontare la patata bollente. Un’altra proposta è che dalle quattro mega-circoscrizioni si passi a una soltanto, salvaguardando il punto chiave che i concittadini all’estero eleggano propri rappresentanti.

E poi, abolire il provvedimento sarebbe doppiamente faticoso, visto che si tratta di legge costituzionale, alla fatica spesa per approvarla si dovrebbe adesso usare la stessa per cancellarla. E chi glielo va a raccontare, a Tremaglia. IM 27

 

 

 

 

Caso Di Girolamo. Intervista di Micheloni al “Riformista”

 

Roma- "È più di un anno che dico pubblicamente che non considero Nicola Di Girolamo un senatore della Repubblica italiana, è assolutamente indegno, la sua presenza in parlamento ad usurpare un seggio degli italiani all’estero è responsabilità unica della maggioranza di centrodestra". È quanto dichiarato da Claudio Micheloni, senatore del Pd eletto in Europa, intervistato da Serenella Mattera per il quotidiano "Il riformista" sul caso Di Girolamo. Nell’articolo, pubblicato nell’edizione di venerdì, il senatore difende il voto all’estero e ricorda che "la comunità degli italiani all’estero è una importante risorsa. La questione è che si ritrovano a essere vittime di chi, e sono sempre italiani che vivono in Italia, considera quei collegi una terra di nessuno, dove fare intrallazzi". Di seguito il testo integrale dell’intervista.

 

"Il senatore del Pd Claudio Micheloni, eletto nel collegio Europa e vicepresidente del Comitato per le questioni degli italiani all’estero, il 29 gennaio 2009, nell’aula di Palazzo Madama definì "uno stupro" la richiesta del Pdl di non far decadere il collega Di Girolamo dalla carica.

D. Allora si parlava di una falsa residenza in Belgio. Adesso anche di voti truccati.

R. Purtroppo il sistema del voto postale all’estero è tecnicamente imperfetto si presta a intrallazzi, ma finora non si sono mai accolti i nostri suggerimenti a correggerlo. Mi auguro che lo si farà a conclusione della indagine conoscitiva in corso in Senato sullo svolgimento del voto all’estero nel 2006 e nel 2008.

D. C’è sentore di altre irregolarità?

R. Sarei curioso di sapere a che punto è l’inchiesta che emerse alla vigilia del voto, nel 2008, su un presunto tentativo di brogli in Sud America in cui sarebbe stata anche coinvolta la ndrangheta, attraverso al cosca Piromalli.

D. Il voto all’estero costituisce dunque un problema?

R. Al contrario. La comunità degli italiani all’estero è una importante risorsa. La questione è che si ritrovano a essere vittime di chi, e sono sempre italiani che vivono in Italia, considera quei collegi una terra di nessuno, dove fare intrallazzi.

D. Di Girolamo è anche vicepresidente di "Italiani nel mondo", la fondazione di Sergio De Gregorio. Che ne pensa di iniziative del genere?

R. Ho detto nell’aula del Senato che quella Fondazione non ha niente a che vedere con gli italiani all’estero. L’unica cosa che accomuna De Gregorio con gli emigranti sono le sue migrazioni nei partiti della politica italiana. Questi signori sfruttano soltanto il nome degli italiani nel mondo. Ma proprio De Gregorio e Di Girolamo furono invitati a comparire il 29 dicembre 2009 in seconda serata su Rai Uno al Gran Galà del Made in Italy presentato da Pippo Baudo. E questa cosa la voglio rilevare perché la Rai (me ne accorsi anche in relazione a una mozione che presentai nell’aprile 2009) non parla mai degli italiani all’estero. Mai". (aise)

 

 

 

 

Dopo lo scandalo Di Girolamo. Legge Tremaglia e italiani all’estero capro espiatorio

 

Roma  – “Posso pur accogliere uno sguardo critico da parte dei media sulla legge Tremaglia, ma invito a non cadere nella trappola di criminalizzare gli italiani all’estero che già vessati da problemi atavici e da scarse considerazioni da parte del Paese si ritrovano ancora una volta sotto i riflettori di un “caso mediatico””. Lo ha dichiarato Aldo Di Biagio Responsabile Italiani nel Mondo del PdL replicando ad una dichiarazione del Sottosegretario Giovanardi nella quale auspicava una rapida abrogazione della legge Tremaglia.

“Scrutando le pagine dei giornali e le dichiarazione più o meno estemporanee di colleghi o commentatori – evidenzia - sembrerebbe che la causa di tutti i mali stia proprio nel diritto al voto riconosciuto ai nostri connazionali. Niente di più assurdo. Non riesco ad accettare che si faccia degli italiani all’estero tutta erba un fascio. Stanno gettando le nostre comunità all’estero ancora una volta nel tritacarne mediatico, come capro espiatorio di una criticità vasta, tentacolare e terribile come gli scandali che stanno emergendo in queste ore, e trovo questo poco rispettoso e quasi infamante”. “Non dimentichiamo che gli italiani all’estero pagano anche le tasse nel nostro Paese e molti di loro lavorano per l’Italia, pagano le tasse in Italia pur essendo pienamente integrati nel territorio che li accolti – rilancia Di Biagio – ragion per cui ricorrere ad eccessive generalizzazioni volte a snaturare la ratio del voto all’estero sarebbe fuori luogo”.

“Il voto all’estero è stata una conquista valoriale e democratica che ha visto uniti referenti politici di ogni schieramento in un unico grande progetto  - conclude – un progetto che non si può pensare di estirpare per la colpa di qualcuno o per la superficialità di qualcun altro. La legge Tremaglia ha consentito un rinnovamento del legame tra italiani oltre confine, lo strumento con cui il nostro Paese ha fatto i conti con la sua storia, quella della grande emigrazione italiana”.

 

“Vale la pena ribadire, a difesa del principio costituzionale del diritto di voto per gli italiani residenti all'estero, che un Rischio infiltrazioni della malavita nelle votazioni esiste sempre e ovunque”. Lo dichiara Aldo Di Biagio, Responsabile Italiani nel Mondo del PdL, rispondendo alle dichiarazioni di Pisanu secondo cui sarebbe necessario rivedere la questione del voto perché  rischia fortemente di essere controllato dalla criminalità. “D'altronde, la democrazia -nella sua imperfezione- resta sempre il migliore dei sistemi di organizzazione politica mai sperimentati dalla umanità ed immagino che il senatore Pisanu, persona che stimo e rispetto, ne conosca bene le regole. Piuttosto si potrebbe -più seriamente- mettere mano alle modalità di voto previste dalla legge ordinaria, così come da noi già proposto in tempi non sospetti ovvero prima delle elezioni 2008”. De.it.press

 

 

 

 

Contingente scolastico all’estero per il 2010/11: conclusa la concertazione tra MAE e sindacati

 

Uil scuola:  “Netto e totale dissenso per tagli a scuole, a corsi di italiano e lettorati”

 

ROMA - Nell’incontro del 22 febbraio – riferisce la Uil scuola - si è conclusa la procedura di concertazione tra la delegazione di parte pubblica Ministero Affari Esteri/Ministero Istruzione, Università, Ricerca e  le Organizzazioni Sindacali, sulla proposta di contingente scolastico all’estero per il prossimo anno scolastico che , sulla base della riduzione di circa 3 milioni di euro, prevista dalla Finanziaria sul cap. 2503, relativo agli assegni di sede del personale di ruolo, contiene tagli agli organici per circa il 10% del personale scolastico all’estero per il prossimo anno scolastico per anno scolastico 2010/2011.

  La UIL scuola ha espresso “netto e totale dissenso nel metodo e nel merito sulle riduzioni di personale che colpiscono le scuole statali italiane all’estero, senza prevedere nessun serio e organico intervento di razionalizzazione delle scuole private all’estero”. “In attesa – prosegue la nota - del testo definitivo della proposta di contingente e di una approfondita valutazione con le altre OO.SS. delle gravi decisioni assunte dal MAE , che sarà oggetto di un comunicato unitario nei prossimi giorni , vengono confermate tutte le cifre sulla reale entità dei tagli, che la Uil scuola ha denunciato già dallo scorso mese di ottobre. (http://www.uilscuolaesteri.it/esteri/?p=98 . I tagli proposti, tra soppressioni , non attivazioni e possibili congelamenti arrivano quasi al 10% del personale dirigente , docente e ATA in servizio all’estero, e in particolare riguardano 54 posti, come la UIL scuola ha denunciato dall’ottobre scorso nei precedenti comunicati (http://www.uilscuolaesteri.it/esteri/?p=159 ) i 16 posti di dirigenti scolastici in emisfero boreale e 7 in emisfero australe, 13 posti di docenti e lettori già non attivi, 18 posti di docenti ,12 posti di lettorati, 12 incarichi extra accademici, ai quali si aggiungono circa 20 ulteriori posti di docenti da sopprimere ulteriormente, nel caso le richieste di integrazione dei capitoli di spesa relativi non siano accolte nei prossimi mesi dal MEF”.

  Nella nota Uil scuola si legge anche che “nel corso della riunione sono stati affrontati anche ulteriori punti all’odg e in particolare: sui contenuti del Telespresso circolare sulle modalità per la scelta della sede metropolitana per il personale restituito ai ruoli metropolitani per fine mandato oppure a domanda, la UIL scuola ha sollecitato l’invio di tali disposizioni alle sedi estere, tenuto conto dell’emanazione dell’OM relativa alla mobilità in territorio metropolitano;  per quanto la proposta di Contratto sulla mobilità estero per estero, che è stata consegnata alle OO.SS., la UIL scuola , che fornirà le proprie valutazioni nella prossima riunione, prevista per il 17 marzo p.v. , ha chiesto all’Amministrazione di garantire con norme adeguate il ricollocamento del personale in servizio all’estero, perdente posto a causa dei tagli proposti per il prossimo anno scolastico”. (Inform) 24

 

 

 

 

 

Cile sconvolto dal terremoto, centinaia di morti, incubo tsunami

 

Il sisma dell'8,8 Richter è avvenuto alle 7,34 ora italiana (le 3,34 locali)

Almeno 180 i morti. Epicentro a 90 chilometri da Concepcion

In undici ore 46 scosse, allarme onde anomale fino al Canada. Quartieri storici

di Santiago distrutti, danni in tutto il paese. La Farnesina: "Nessuna vittima italiana"

 

SANTIAGO - Una mostruoso terremoto di magnitudo 8.8 della scala Richter ha seminato morte terrore in Cile alle 3.34 ora locale (secondo l'istituto geologico americano Usgs, le 7.34 in Italia), provocando tra 150 e 180 vittime. Dieci ore prima era stato preceduto da una scossa 6.9 sull'isola giapponese di Okinawa. La scossa, molto più potente di quella che il 12 gennaio scorso ha devastato Haiti, ha avuto l'epicentro in mare a 115 chilometri a nord-nord-est della città di Concepcion. Blackout di luce e telefono sono stati segnalati in molte città, tra cui Santiago e Valparaiso. Isolate due regioni nel sud del Paese, Biobio e Talca. Uno sciame sismico "gigantesco": 46 scosse in undici ore, nessuna inferiore a 5.2 gradi Richter.

 

E' scattato così l'allarme tsunami nell'intero Oceano Pacifico, dal Centroamerica fino alla Polinesia. Dopo che una prima gigantesca ondata si è abbattuta provocando danni sull'isola di Juan Fernandez, al largo di Valparaiso, sulla costa si è scatenato il terrore. L'allarme si è poi esteso dal Sudamerica fino all'Alaska, al Canada e al Giappone. Paura per l'isola di Pasqua, raggiunta poi - fortunatamente - da un'onda di trenta centimetri. Altre onde hanno colpito l'isola Robinson Crusoe, l'unica abitata dell'arcipelago. Un gruppo di archeologi francesi al lavoro sull'isola risulta al momento disperso. Sulla costa si è abbattuta un'onda tsunami alta oltre due metri.

 

A Concepcion, 513 km da Santiago,  una decina di persone sono state estratte dalle macerie di un edificio di 14 piani. Ma ce ne sarebbero tra le 130  -  150 ancora intrappolate. In città, testimonianze parlano di palazzi di  15-18 piani sbriciolati al suolo, comunicazioni interrotte e incendi. L'ospedale è stato evacuato e risultano gravi problemi anche per la sicurezza pubblica, con più di duecento evasi dalle carceri dopo le scosse a Chillan, località nell'entroterra a sud di Talca.

 

Da Santiago, arrivano notizie di completa distruzione degli edifici storici e paura per l'impianto chimico di Colina, un comune a nord della città che ha subito gravi danni. Si teme la fuorisciuta di una nube tossica. L'aeroporto di Santiago del Cile è stato chiuso e tutti i voli sono stati cancellati. Nell'intero Cile vivono 50.000 italiani, a Concepcion ne sono registrati 500.  La Farnesina ha finora escluso vittime italiane, malo stesso Ministero dichiara che si tratta di un dato provvisorio che richiede verifiche continue, come dichiarato da Fabrizio Romano, responsabile dell'Unità di Crisi della Farnesina a Sky Tg24.

Il Cile ha il triste primato del terremoto più forte mai registrato, quello di magnitudo 9,5 del maggio 1960 che fece 1.655 morti.  LR 27

 

 

 

 

 

La morte dell’agente Colazzo. Sacrificato dai servizi pachistani

 

E’ possibile che Pietro Antonio Colazzo, l’agente dell’Aise, l’agenzia per le informazioni e la sicurezza esterna, cioè i servizi di sicurezza italiani destinati a operare all’estero, non sia stato sacrificato dai taleban, ma da suoi «colleghi» (e mi scuso per accomunarlo anche solo nel termine) pachistani. L’attentato a Kabul, contro un centro commerciale, col passare delle ore sembra assumere infatti un profilo molto più complicato di quello che si è dato per scontato all’inizio.

 

Secondo fonti dell’intelligence afghana, raccolte da vari giornalisti stranieri, l’attacco sarebbe stato ideato e portato a termine non dai taleban, ma dai servizi segreti del Pakistan, con lo scopo di inviare un pesante avvertimento all’India. Questa versione, in maniera più edulcorata, l’ha fornita del resto in una nota ufficiale lo stesso Karzai, che ha indicato nell’India - e non negli stranieri in generale - l’obiettivo della strage.

 

Non che tutto questo faccia alcuna differenza per i familiari del nostro agente caduto, né per tutte le altre vittime; ma potrebbe farlo per il nostro dibattito politico interno che, ancora una volta, accenna a riprendere fiato, come sempre ogni volta che un italiano resta sul terreno nella missione afghana.

 

I pachistani, arcinemici dell’India, e con l’India impegnati da molti anni in una guerra di frizione in zone della loro frontiera, temono oggi la crescente influenza indiana nel Paese di Karzai. Secondo una versione più o meno oggi accertata, sono stati loro a progettare e portare a termine, insieme ai taleban, i vari attacchi all’ambasciata indiana a Kabul: quello nel luglio 2008, costato più di 60 morti, e l’altro, nell’ottobre scorso, con 17 morti.

 

Cosa significhi questa aggressiva presenza a Kabul dei servizi pachistani, ai fini del nostro dibattito sulla missione in Afghanistan, è presto detto: la guerra in quel Paese è ormai ben oltre il punto di non ritorno di una possibile negoziazione. Per la semplice ragione che, negli ultimi anni, la situazione interna del Paese si è frammentata e frantumata in molte schegge di conflittualità ed interessi: si è divisa in zone rurali e non, fra aree controllate o no dai taleban, in aree di influenza in cui i giochi sono molti. E’ il profilo di un conflitto che continua a muoversi sotto i piedi della missione Onu, e quella americana. Troppo in movimento perché si possa fare - almeno finora - un punto fermo da cui ricominciare un processo politico.

 

In termini di decisioni nazionali dei Paesi che hanno lì delle truppe questo significa una sola cosa: che il ritiro delle truppe - che deve essere giustificato da una qualche stabilizzazione interna - è ben lontano dall’essere possibile. L’offensiva lanciata dagli americani nelle ultime settimane, seguita al rinnovato impegno militare del presidente Obama, è in fondo la presa d’atto proprio che le forze occidentali, a quasi un decennio dal loro primo impiego nel Paese, non hanno mai davvero raggiunto il controllo del territorio. Tanto per capire la dimensione dell’impegno che gli Usa hanno ancora davanti, basta leggere le dichiarazioni dell’Amministrazione americana, che proprio ieri ha detto che la grande operazione appena finita, che ha portato alla conquista della roccaforte talebana di Marjah nell’Helmand, è solo «un preludio tattico» a una più ampia operazione nella provincia di Kandahar.

 

Questo in fondo è tutto quello che c’è da dire sull’ennesimo attacco dentro la capitale afghana. Una sintesi che, nella sua scarsità di parole, riflette quanto scarna sia diventata la verità di quel che succede in quel Paese.

 

Eppure, per quanto ridotta all’osso sia ormai la situazione afghana, non è detto che non peggiori.

 

Nell’agenda mediorientale c’è un nuovo appuntamento che contiene ulteriori incognite. Il 7 marzo, fra due domeniche, si va al voto in Iraq. Sono le seconde elezioni (le altre nel 2005) dopo l’invasione del 2003 da parte degli americani, e hanno la potenzialità di farci capire se la pax americana lascia dietro di sé, dopo sette anni, un Paese in grado di reggersi da solo, o se ancora una volta prevarrà la strada della lotta intra-etnica, del frazionamento religioso e politico. Gli iracheni vanno alle urne sullo sfondo del ritiro delle truppe Usa, che dovrebbero essere ridotte a 50 mila uomini in settembre, e poi azzerate nel 2011.

 

Per capire la frammentazione del Paese basterà sapere che alle urne si presentano 306 organizzazioni, di cui 251 in liste coalizionali e 55 da sole, per eleggere 325 membri del Consiglio dei Rappresentanti dell’Iraq, che a loro volta eleggeranno il primo ministro e il Presidente del Paese.

 

Ha scritto di recente Thomas Freedman sul New York Times: «Le elezioni ci faranno capire se l’Iraq è quel che è a causa di Saddam, o se è quel che è a causa di se stesso». Una bellissima affermazione su guerra e cultura o, se preferite, su politica e storia.

 

Ma al di là della letteratura, il rischio che giace al fondo delle urne irachene vale non solo per l’Iraq, ma, come si diceva, per tutta la zona di instabilità del Medio Oriente.

 

Negli ultimi dieci anni la guerra è stata come un pendolo che alternativamente ha oscillato fra Iraq e Afghanistan, passando per l’Iran. Nelle elezioni irachene, che saranno guardate anche per misurare il peso che l’Iran ha guadagnato in Iraq, si capirà soprattutto se questo pendolo può fermarsi.

 

La stabilizzazione dell’ex Paese di Saddam darebbe infatti agli americani sia la forza politica di aver stabilito un punto fermo, sia la forza militare di potersi concentrare sull’Afghanistan. Altrimenti il pendolo riprenderà a muoversi, con gli effetti distruttivi di sempre. LUCIA ANNUNZIATA LS 27

 

 

 

 

La sfida dell’abolizione. Pena di morte. Il coraggio di dire no

 

LA conversione degli Stati nel mondo per l’abolizione della pena di morte continua lenta, ma ormai irreversibile. Per chi volesse misurarne l’andatura, ricorderemo che quaranta anni fa solo ventitré erano i Paesi abolizionisti, oggi sono centoquarantuno. E nel dicembre 2007 l’Assemblea generale dell’Onu approvava una risoluzione per una moratoria universale dell’applicazione della pena di morte, che avrà una replica alla fine di quest’anno.

Le aspettative sono per una astensione degli Stati Uniti, del Giappone e dell’India. Per ciascuno di questi tre Stati le ragioni che lasciano sperare in una loro posizione meno rigida sono diverse. Per gli Stati Uniti l’attenzione di Obama ai processi di evoluzione della civiltà giuridica del mondo, per il Giappone l’astensione di un intero anno da esecuzioni capitali, per l’India l’esistenza di un dibattito in materia presso la Corte Suprema.

Tuttavia gli schieramenti nell’Assemblea dell’Onu sono risultati di azioni diplomatiche e di calcoli politici. Su questioni che toccano la persona umana e il suo diritto alla vita, le cause attive sono culturali. E qui si tocca il paradosso della difficoltà che un valore universale incontra quando lo si voglia liberare dagli ostacoli oppostigli da tradizioni sociali e religiose, da arcaiche eredità di sistemi giuridici, da mentalità collettive, che uniscono alla resistenza al cambiamento il timore della perdita di una identità storica particolare.

L’uomo per la dotazione che gli è riconosciuta di diritti universali dovrebbe avere come suo contesto di vita l’intera famiglia umana, o come con generosa profezia si esprimeva Giovanni XXIII la cittadinanza di una comunità politica mondiale. Nelle pesantezze della storia, gli uomini vivono in popoli e Stati assai diversi e talora discordi proprio nel riconoscere la natura universale della persona umana.

L’Italia ha un primato nel mondo, non solo per il pensiero illuministico di Cesare Beccaria, avverso alla pena di morte, ma per l’abolizione di questa sanzione nel Granducato di Toscana e con il Codice Zanardelli nell’Italia unita e poi soprattutto nei nostri giorni per l’interpretazione degli articoli 2 e 27 della Costituzione della Repubblica da parte della Corte Costituzionale.

Quando la commissione dell’Assemblea costituente, che preparò il Progetto di costituzione, volle illustrare il comma 4 dell’articolo 27, abolitivo della pena di morte, si richiamò ad un principio “che in molti sensi può dirsi italiano”. Principio che già può dirsi ricognitivo di un più generale diritto alla vita, primo tra i diritti umani riconosciuti nell’articolo 2. La Corte Costituzionale, con sentenza n. 223 del 1996, impedì l’estradizione negli Stati Uniti di un cittadino italiano, non ricorrendo la garanzia assoluta richiesta dalla nostra Costituzione per la inviolabilità della vita in uno Stato estero non abolizionista. Se gli Stati si conoscessero meglio, al di sopra degli interessi politici, economici, militari, sul piano dei diritti umani e con una informazione storico-comparativa sul divenire dei propri ordinamenti, probabilmente le infinite risorse della cultura riuscirebbero ad abbattere tante frontiere, che, prima di delimitare gli spazi della sovranità degli Stati, offendono e frantumano l’unità della ragione umana. FRANCESCO PAOLO CASAVOLA Im 25

 

 

 

 

La voce del pianeta

Le civiltà esistono solo grazie a un temporaneo consenso geologico, suscettibile di essere ritirato senza preavviso. Sarebbe bene non dimenticare mai questa massima, che deriva dall’esperienza millenaria degli uomini che popolano le regioni sismiche del pianeta Terra, almeno se si vuole continuare a vivere lì. Un terremoto di magnitudo 8,8 Richter è già un evento di rara potenza, ma per dare un’idea di cosa significhi una sequenza sismica come quella sopportata dai cileni la notte scorsa, basterà dire che la scossa di replica principale è stata più potente della scossa principale dell’Aquila, e la seconda forte come il terremoto dell’Umbria-Marche del 1997. Repliche che dureranno settimane.

 

Mentre ancora non sappiamo quante saranno, e quanto alte, le onde del maremoto per cui tutto il Pacifico è in allarme e per sfuggire a cui le popolazioni di Hawaii e dell’Isola di Pasqua si ritirano in collina.

 

Nel Cile si vive pericolosamente da secoli, Concepcion fu già distrutta nel XVIII secolo e nel suo viaggio attorno al mondo con il Beagle, Charles Darwin annotava di terremoti a Valparaiso e si domandava se quel paesaggio non recasse per caso traccia di antiche scosse. Aveva ragione: la catena delle Ande, le pianure costiere, i bacini lacustri e i grandi salares appena dietro le montagne sono tutti eredi degli antichi sismi che hanno disegnato quelle terre da prima della comparsa degli uomini.

 

Ma questo terremoto non è una sorpresa, perché il margine andino centrale è la regione dove avvengono i più violenti terremoti del mondo: nel 1960 il più forte sisma che gli strumenti dell’uomo abbiano mai registrato colpì il Cile centrale con magnitudo 9,5 Richter, qualcosa che nemmeno lo scoppio contemporaneo di tutto l’arsenale nucleare del pianeta potrebbe simulare con una qualche approssimazione. La placca geologica che contiene l’America latina si scontra con quella dell’Oceano Pacifico, e mentre quest’ultima si infila sotto la prima, la Terra si comprime fino a rompersi e a generare terremoti, oltre che a scatenare eruzioni vulcaniche esplosive. Questa è peraltro la situazione generale di tutto il Pacifico, dal Giappone alle Tonga, dal Perù all’Alaska: la cosiddetta cintura di fuoco, dove comunque gli uomini si ostinano a vivere da generazioni e dove si scatena la gran parte dei sismi della Terra. Non c’è nessuna relazione fra questo terremoto e quello di Haiti e l’unica considerazione da fare è che, se gli haitiani avessero costruito bene come i cileni, non avremmo contato centinaia di migliaia di morti. E non c’è nessuna recrudescenza del fenomeno sismico in questo periodo di tempo: i terremoti avvengono indifferentemente di notte come di giorno, d’estate come d’inverno e senza alcuna relazione con fenomeni meteorologici o anticipo di fine del mondo. È solo la normale attività di un pianeta dinamico, che per questo si distingue da tutti gli altri del sistema solare, tanto da far credere che, se non ci fosse stata attività sismica e vulcanica, non ci sarebbe stata nemmeno la vita: siamo tutti figli di una Terra inquieta. Quando si ha a che fare con i terremoti si può solo vivere pericolosamente, basta non avere la memoria corta e portare grande rispetto alla madre Terra. MARIO TOZZI LS 28

 

 

 

Gheddafi: «Guerra santa contro la Svizzera per il no alle moschee»

 

MILANO - Il colonnello libico Muammar Gheddafi ha invitato alla Jihad (la guerra santa, ndr) contro la Svizzera, da lui definita «miscredente» e «apostata», dopo l’approvazione del divieto di costruire minareti nel paese elvetico.

IL DISCORSO - «È contro la Svizzera miscredente e apostata che distrugge le case di Allah che la jihad deve essere proclamata con ogni mezzo», ha dichiarato il colonnello Gheddafi in un discorso a Bengasi, nell’est della Libia, in occasione della Festa del «Mouloud», che commemora la nascita del profeta Maometto. Per il numero uno libico, «la jihad contro la Svizzera, contro il sionismo, contro l’aggressione estera (...), non è terrorismo». «Qualunque musulmano nel mondo che tratta con la Svizzera è un infedele ed è contro l’islam, contro Maometto, contro Dio, contro il Corano», ha aggiunto il leader di Tripoli davanti a migliaia di persone. Boicottate la Svizzera: boicottate i suoi prodotti, boicottate i loro aerei, le loro navi, le loro ambasciate, boicottate questa razza miscredente, apostata, che aggredisce la case di Allah», ha insistito Gheddafi, parlando in veste di capo del Commando popolare islamico internazionale, ente da lui creato nel 1991.

LA CRISI - Sulle dichiarazioni del leader libico, un portavoce del ministero svizzero degli Affari esteri non ha voluto rilasciare commenti. Le relazioni tra Tripoli e Berna sono tesissime dopo l’arresto a luglio 2008 a Ginevra del figlio di Gheddafi, Hannibal, arrestato a Ginevra con l’accusa di aver maltrattato i suoi domestici. L'episodio ha scatenato una serie di ritorsioni a catena. La Svizzera lo scorso autunno ha inserito nella lista nera di Schengen i nomi di 188 alti dirigenti libici, tra cui anche quello del colonnello Muammar Gheddafi, inasprendo la crisi. Poco dopo le autorità libiche hanno arrestato due imprenditori svizzeri, di cui uno, Max Goeldi, è ancora detenuto in Libia. L’intervento «delirante» di Gheddafi avviene mentre proseguono le trattative tra i due paesi per la sua liberazione. Il 29 novembre scorso gli svizzeri hanno votato a larga maggioranza (57,5%) per vietare la costruzione di nuovi minareti, in un referendum promosso dalla destra populista.

DIRITTO DI USARE SCHENGEN - Intanto la Svizzera si è difesa giovedì dall’accusa di aver usato l’accordo di Schengen a fini politici, per risolvere la sua controversia con la Libia. «Noi siamo membri dello spazio Schengen e come ogni altro membro noi abbiamo il diritto di applicare queste disposizioni», ha detto il ministro della Giustizia svizzero Eveline Widmer-Schlumpf al termine di una riunione a Bruxelles con il ministri degli Interni dei Ventisette membri dell’Unione Europea. Widemer-Schlumpf si è in particolare difesa dalle accuse lanciate dal ministro dell’Interno italiano Roberto Maroni, il quale poco prima aveva detto ai giornalisti che non si può usare questo strumento di cooperazione internazionale «per risolvere controversie bilaterali come quella tra Berna e Tripoli».

Redazione online cds 26

 

 

 

 

La rivoluzione tedesca. "Tuteliamo gli uomini, il nuovo sesso debole"

 

La società sta diventando più femminile: e in molti fanno fatica ad adattarsi

E arrivano le richieste per creare una nuova figura un incaricato per le pari opportunità maschili - dal nostro corrispondente ANDREA TARQUINI

 

BERLINO - Povero maschio, stai messo male. Hai perso la guerra dei sessi, almeno nelle società più avanzate. Le donne, in realtà moderne come quella tedesca ma non solo, ti hanno sorpassato o ti stanno detronizzando in ogni campo. Hanno imparato a conciliare carriera e figli, studiano di più e meglio, hanno un approccio più flessibile con le nuove tecnologie. Fumano e bevono meno, sono più sane, hanno una vita più lunga, è più raro che scelgano il crimine. La situazione degli uomini oggi, in Germania e nelle altre società postindustriali, è talmente drammatica e desolata che rende necessaria una nuova istituzione, una nuova figura: un incaricato governativo o un ombusdman, che si prenda cura delle pari opportunità per gli uomini. I quali ormai, non c'è nulla da fare, sono divenuti il nuovo sesso debole.

 

La proposta dell'ombudsman per le pari opportunità maschili sembra provocatoria, e vuole esserlo. Viene dal congresso sulla condizione maschile "Nuovi uomini. Ma è davvero necessario? Dibattito sull'approccio degli uomini a sentimenti ed emozioni" che si è tenuto all'università Heinrich Heine di Duesseldorf, per ironia della sorte anch'essa ormai un bastione del potere femminile: 60 studenti su cento sono ragazze. Come il 57 per cento dei maturandi nei ginnasi, le scuole superiori di qualità. Insomma, bisogna inventare un nuovo uomo, adattarlo al mondo nuovo, ma senza strappargli la sua virilità. Non è uno scherzo, hanno ammonito sociologi e psicologi nella conferenza al capezzale del maschio.

 

"La promozione delle pari opportunità negli anni Sessanta e Settanta è stata un successo", dice il sociologo Klaus Hurrelmann, ma inevitabilmente le donne hanno vinto a spese degli uomini. "Ci siamo dimenticati di loro, associandoci alla lotta del femminismo e delle donne". Con il risultato, tra l'altro, per le nuove donne vincenti di sempre maggiori difficoltà per trovare il "signor giusto". Donne vincenti ma a corto di uomini.

 

È colpa anche dei maschi, ovviamente. Attraverso le tempeste della rivoluzione femminista, della caduta dei Muri, di Internet, hanno continuato ad aggrapparsi al loro ruolo tradizionale di capofamiglia che lavora, ammonisce Hurrelmann. Non hanno capito appieno che le donne, specie le giovani d'oggi, vogliono e sanno far coesistere carriera e successo con famiglia e ruolo di genitrice. Il quadro generale descritto dal professor Matthias Franz lascia poche speranze. Vediamolo: ben più ragazzi che non ragazze (60 su cento) interrompono gli studi. Le donne in media vivono 5 anni più a lungo. Sanno condurre una vita più sana, indulgono meno dei maschi ai malsani piaceri di fumo, alcol e droghe, sono colpite più raramente da infarto o altre malattie cardiovascolari. A scuola e nelle università sono più brave, si applicano con più concentrazione, e con idee più chiare su cosa vogliono fare da grande. "Insomma, nell'istruzione, nella salute ma anche quanto a conoscenza della propria identità, i maschi offrono un quadro desolato". E senza un aiuto, istituzionale e politico, rischiano di non farcela.

 

Persino sul futuro della coppia non sono più loro, i tradizionali 'capofamiglià da secoli, a decidere. Il più delle volte è la donna a scegliere il divorzio o la fine della relazione, nota il sociologo Gerhard Amendt. E aggiunge: l'uomo che deve accettare divorzio o fine di un amore, il più delle volte non reagisce con un feeling di nuovo inizio della vita, ma ripiegandosi su se stesso. Per anni o per sempre. Così come a scuola e nelle università, i maschietti che si vedono e si sentono sorpassati dalle ragazze reagiscono chiudendosi su se stessi, lasciandosi andare nella quasi tossicodipendenza dai videogiochi, esplodendo in disperati accessi di aggressività. O cercando rifugio in famiglia, nel nido di mamma e papà, comodo ma senza domani.

 

L'uomo forte insomma è leggenda macho di ieri, passé, nota lo svizzero Walter Hollstein, studioso della psicologia maschile. Il maschio di oggi non ha saputo adattarsi a un mondo divenuto più femminile, nel potere ma anche nella cultura e nei costumi. "Agli uomini si chiedono sempre più spesso qualità femminili: più comunicazione, più capacità di mostrare sentimenti ed emozioni". Meno decisionismo, meno potere. E il maschio va in tilt. "Deve imparare più empatia, capire meglio se stesso". Di questo passo, forse sembrerà necessaria persino una politica delle quote. Non più quote rosa, ma quote per i maschi. Con le quote, con l'ombudsman, con nuovi sforzi per capire se stessi, urge inventare l'uomo nuovo. Capace di adattarsi al nuovo potere delle donne. Magari anche pronto a cercare carriera o vocazione della vita in campi tradizionalmente femminili, dall'insegnamento agli asili. Povero maschio, dicono i congressisti di Duesseldorf, ha perso la guerra tra i sessi e va aiutato. Se non nascerà pian piano l'uomo nuovo, anzi il maschio nuovo, ci perderanno anche le nuove donne: mancheranno loro partner affidabili. LR 25

 

 

 

 

La crisi greca, che piace a troppo. Due partiti contro l'euro

 

Sull’onda della crisi greca si è all’improvviso diffusa un’isteria collettiva: non solo sulle sorti dell’euro, ma dell’intera costruzione europea. La alimentano due partiti contrapposti, entrambi interessati ad accentuare la gravità di questa crisi.

Da un lato i federalisti sperano che la crisi ci obblighi a fare un passo avanti nell’integrazione politica dell’Europa. Non si può aiutare la Grecia senza mettere in piedi un meccanismo che consenta trasferimenti di bilancio all’interno dell’Europa, e questo è impensabile senza un passo avanti nell’unione politica. Non farlo significherebbe rischiare che Atene abbandoni l’euro, eventualità che essi ritengono inconcepibile. D’altronde i federalisti hanno sempre pensato che l’unione monetaria avrebbe prima o poi reso inevitabile qualche forma di unione politica. È la volta buona: la crisi in fondo è benvenuta.

Dalla parte opposta ci sono gli scettici, coloro che non hanno mai creduto nel progetto europeo. Essi pensano che la crisi vendicherà il loro scetticismo. Determinerà la fine dell’euro e darà un colpo irreparabile alle istituzioni europee. Dietro questa opinione c’è molta politica. Non a caso gli scettici sono soprattutto negli Stati Uniti e in quei Paesi europei che non hanno aderito all’unione monetaria (Gran Bretagna, Svezia, Danimarca ma anche la Repubblica Ceca), cioè là dove un fallimento dell’euro potrebbe portare qualche vantaggio. I commenti del Financial Times e soprattutto del Wall Street Journal danno per scontato il fallimento dell’euro. E già assaporano la rivincita sulle decisioni dell’antitrust europeo guidato da Mario Monti, che anni fa obbligò Microsoft e General Electric a cedere un po’ del loro potere di mercato.

Scettici e federalisti hanno ideali e intenti contrapposti, ma oggi, paradossalmente, condividono un interesse comune: accentuare la crisi. Per motivi diversi montano una bolla che, una volta gonfiata, non può che produrre un guaio serio. Perché l’illusione dei federalisti si rivelerebbe per quello che è, cioè solo un’illusione, mentre la profezia degli scettici rischierebbe di avverarsi (anche se il fallimento dell’euro rafforzerebbe il dollaro, come già sta accadendo, e non è evidente che ciò aiuti l’economia americana).

Occorre tenere i piedi per terra. La Grecia ha problemi seri, come tanti Paesi. Il debito è elevato, ma per ora inferiore a quello dell’Italia; il deficit è enorme, ma non maggiore che in Gran Bretagna, o negli Usa; l’economia ha perduto competitività, ma meno della Spagna. C’è, è vero, un imminente problema di liquidità: nei prossimi due mesi Atene deve rifinanziare 22 miliardi di euro di titoli pubblici in scadenza, e rischia di non riuscirci. È per affrontare questi problemi che esiste il Fondo monetario internazionale. Vogliamo, per incomprensibile ostinazione e stupida vanità, tener lontano il Fondo, nonostante sia un’istituzione nella quale gli europei detengono la maggioranza del capitale? Basta un consorzio di banche: 22 miliardi di euro sono una cifra relativamente piccola che molte banche sono pronte a garantire. Scettici e federalisti dicono che queste mezze misure non bastano: serve un big bang. Stiamo attenti a non cadere nella loro trappola. Francesco Gavazzi CdS 27

 

 

 

Sentenza Mills: prescrizione. La prova delle menzogne

 

DAVID MILLS è stato corrotto. È quel che conta anche se la manipolazione delle norme sulla prescrizione, che Berlusconi si è affatturato a partita in corso, lo salva dalla condanna e lo obbliga soltanto a risarcire il danno per il pregiudizio arrecato all'immagine dello Stato. Questa è la sentenza delle Sezioni unite della Cassazione. Per comprenderla bisogna sapere che la corruzione è un reato "a concorso necessario": se Mills è corrotto, il presidente del Consiglio è il corruttore.

 

Per apprezzare la decisione, si deve ricordare che cosa ha detto, nel corso del tempo, Silvio Berlusconi di David Mills e di All Iberian, l'arcipelago di società off-shore creato dall'avvocato inglese. "Ho dichiarato pubblicamente, nella mia qualità di leader politico responsabile quindi di fronte agli elettori, che di questa All Iberian non conosco neppure l'esistenza. Sfido chiunque a dimostrare il contrario" (Ansa, 23 novembre 1999). "Non conosco David Mills, lo giuro sui miei cinque figli. Se fosse vero, mi ritirerei dalla vita politica, lascerei l'Italia" (Ansa, 20 giugno 2008). Bisogna cominciare dalle parole  -  e dagli impegni pubblici  -  del capo del governo per intendere il significato della sentenza della Cassazione.

 

Perché l'interesse pubblico della decisione non è soltanto nella forma giuridica che qualifica gli atti, ma nei fatti che convalida; nella responsabilità che svela; nell'obbligo che oggi incombe sul presidente del Consiglio, se fosse un uomo che tiene fede alle sue promesse.

 

Dunque, Berlusconi ha conosciuto Mills e, come il processo ha dimostrato e la Cassazione ha confermato (il fatto sussiste e il reato c'è stato), All Iberian è stata sempre nella sua disponibilità. Sono i due punti fermi e fattuali della sentenza (altro è l'aspetto formale, come si è detto). Da oggi, quindi, il capitolo più importante della storia del presidente del consiglio lo si può raccontare così. Con il coinvolgimento "diretto e personale" del Cavaliere, David Mills dà vita alle "64 società estere offshore del group B very discreet della Fininvest". Le gestisce per conto e nell'interesse di Berlusconi e, in due occasioni (processi a Craxi e alle "fiamme gialle" corrotte), Mills mente in aula per tener lontano il Cavaliere da quella galassia di cui l'avvocato inglese si attribuisce la paternità ricevendone in cambio "somme di denaro, estranee alle sue parcelle professionali" che lo ricompensano della testimonianza truccata.

 

Questa conclusione rivela fatti decisivi: chi è Berlusconi; quali sono i suoi metodi; che cosa è stato nascosto dalla testimonianza alterata dell'avvocato inglese. Si comprende definitivamente come è nato, e con quali pratiche, l'impero del Biscione; con quali menzogne Berlusconi ha avvelenato il Paese.

 

Torniamo agli eventi che oggi la Cassazione autentica. Le società offshore che per brevità chiamiamo All Iberian sono state uno strumento voluto e adoperato dal Cavaliere, il canale oscuro del suo successo e della sua avventura imprenditoriale. Anche qui bisogna rianimare qualche ricordo. Lungo i sentieri del "group B very discreet della Fininvest" transitano quasi mille miliardi di lire di fondi neri; i 21 miliardi che ricompensano Bettino Craxi per l'approvazione della legge Mammì; i 91 miliardi (trasformati in Cct) destinati non si sa a chi mentre, in parlamento, è in discussione la legge Mammì. In quelle società è occultata la proprietà abusiva di Tele+ (viola le norme antitrust italiane, per nasconderla furono corrotte le "fiamme gialle"); il controllo illegale dell'86 per cento di Telecinco (in disprezzo delle leggi spagnole); l'acquisto fittizio di azioni per conto del tycoon Leo Kirch contrario alle leggi antitrust tedesche. Da quelle società si muovono le risorse destinate poi da Cesare Previti alla corruzione dei giudici di Roma (assicurano al Cavaliere il controllo della Mondadori); gli acquisti di pacchetti azionari che, in violazione delle regole di mercato, favoriscono le scalate a Standa e Rinascente. Dunque, l'atto conclusivo del processo Mills documenta che, al fondo della fortuna del premier, ci sono evasione fiscale e bilanci taroccati, c'è la corruzione della politica, delle burocrazie della sicurezza, di giudici e testimoni; la manipolazione delle leggi che regolano il mercato e il risparmio in Italia e in Europa.

 

La sentenza conferma non solo che Berlusconi è stato il corruttore di Mills, ma che la sua imprenditorialità, l'efficienza, la mitologia dell'homo faber, l'intero corpo mistico dell'ideologia berlusconiana ha il suo fondamento nel malaffare, nell'illegalità, nel pozzo nero della corruzione della Prima Repubblica, di cui egli è il figlio più longevo.

 

E' la connessione con il peggiore passato della nostra storia recente che, durante gli interminabili dibattimenti del processo Mills, il capo del governo deve recidere. La radice del suo magnificato talento non può allungarsi in quel fondo fangoso perché, nell'ideologia del premier, è il suo trionfo personale che gli assegna il diritto di governare il Paese. Le sue ricchezze sono la garanzia del patto con gli elettori e dell'infallibilità della sua politica; il canone ineliminabile della "società dell'incanto" che lo beatifica. Per scavare un solco tra sé e il suo passato e farsi alfiere credibile e antipolitico del nuovo, deve allontanare da sé l'ombra di quell'avvocato inglese, il peso di All Iberian. È la scommessa che Berlusconi decide di giocare in pubblico. Così intreccia in un unico nodo il suo futuro di leader politico, responsabile di fronte agli elettori, e il suo passato di imprenditore di successo. Se quel passato risulta opaco perché legato a All Iberian, di cui non conosce l'esistenza, o di David Mills, che non ha mai incontrato, egli è disposto a lasciare la politica e addirittura il Paese. Oggi dovrebbe farlo davvero perché la decisione della Cassazione conferma che ha corrotto Mills (lo conosceva) per nascondere il dominio diretto su quella macchina d'illegalità e abusi che è stata All Iberian (la governava). Il capo del governo non lo farà, naturalmente, aggrappandosi come un naufrago al legno della prescrizione che egli stesso si è approvato. Non lascerà l'Italia, ma l'affliggerà con nuove leggi ad personam (processo breve, legittimo impedimento), utili forse a metterlo al sicuro da una sentenza, ma non dal giudizio degli italiani che da oggi potranno giudicarlo corruttore, bugiardo, spergiuro anche quando fa voto della "testa dei suoi figli". 

GIUSEPPE D'AVANZO LR 26

 

 

 

 

La corruzione e i partiti

 

Il caso del senatore Di Girolamo ma anche quanto documentano tante inchieste della magistratura sulla politica locale chiamano direttamente in causa le modalità di reclutamento della classe politica, al centro e alla periferia (le vicende giudiziarie che coinvolgono, rispettivamente, la Protezione civile ma anche Telecom e Fastweb toccano invece aspetti diversi). Come sempre, quando scoppia una emergenza giudiziaria, e tanto più se ci si trova alla vigilia di qualche importante scadenza elettorale, si invocano e si propongono nuove regole, soprattutto per quanto riguarda la composizione delle liste elettorali. È giusto che i partiti, in questa situazione, si diano delle norme stringenti nella selezione dei candidati. Proporre nuove regole, più o meno moralizzatrici, ha lo scopo di tranquillizzare un’opinione pubblica allarmata e sconcertata. Ma che servano davvero a risolvere, alla radice, il problema della qualità dei reclutamenti dei politici è un altro discorso. Ci sono due aspetti da considerare. Il primo riguarda la natura dei partiti: la loro plasticità e permeabilità. I partiti sono strutture camaleontiche, che si adattano all’ambiente in cui operano, e sono anche, inevitabilmente, condizionati, sia per il reclutamento del personale politico sia per quanto riguarda le influenze che su quel personale sono esercitate dall’esterno, da gruppi, aziende, notabili (ma anche, in certe zone, organizzazioni criminali), che nei diversi territori sono dotati delle maggiori risorse. Ne discende che le battaglie moralizzatrici (anche ammesso, e non concesso, che vengano intraprese con reale convinzione e con reale volontà) tese a bonificare i partiti sono destinate a sicuro fallimento se non si procede prima, o almeno contestualmente, a bonificare l’ambiente.

È inutile, ad esempio, stupirsi delle «infiltrazioni mafiose » nei partiti se parti ampie delle economie dei territori in cui le infiltrazioni avvengono sono in mano alla criminalità. Per bonificare con speranze di successo i partiti bisogna intervenire sull’economia di quei territori. Tramontata l’epoca che alcuni (ma non chi scrive) ritengono gloriosa dei partiti di massa ideologici, i partiti sono ormai quasi esclusivamente comitati elettorali e rimarranno tali. La loro permeabilità all’ambiente resterà, pertanto, elevatissima. E il reclutamento del personale politico continuerà a esserne condizionato. Il secondo aspetto importante riguarda l’opacità delle relazioni fra gruppi di affari e il personale politico. Qui bisogna davvero intendersi. Non si riuscirà mai a dare la trasparenza necessaria alla attività delle lobbies che operano sul piano locale e sul piano nazionale se continueremo a demonizzarle (come la nostra cultura politica ha sempre fatto) anche a prescindere dalla individuazione di specifici e circostanziati reati penali. Le lobbies, in tutte le democrazie, sono una costante. Imporre la trasparenza necessaria per contrastare le attività illecite richiede, come contropartita, la piena accettazione pubblica delle attività lobbistiche. I vescovi hanno levato giustamente la loro voce contro i perversi rapporti fra politica e affari nel Mezzogiorno. Ma è un problema che non si risolve se non ci si fa venire nuove idee su come combattere l’economia parassitaria (l’economia che vive di distribuzione di risorse pubbliche) nel Sud del Paese.

C’è poi il fatto che non bisognerebbe avanzare richieste contraddittorie. È più che lecito, ad esempio, criticare l’attuale legge elettorale perché, fra le altre cose, spezza il rapporto fra l’eletto e il territorio. Ma come si concilia questa critica con la richiesta di usare la ramazza contro i comitati d’affari locali? Se, cambiando legge elettorale, si rinforzano i legami fra eletti e territorio (per esempio, reintroducendo le preferenze) anche i rapporti fra i candidati, gli eletti e gli interessi dei gruppi locali che fanno affari con la politica non possono che rafforzarsi. Chi scrive è sempre stato un fautore del sistema maggioritario con collegi uninominali. Perché mi sembra il sistema elettorale che meglio favorisce la competizione fra opposti schieramenti politici. Ma mentirei se sostenessi che con il collegio uninominale si allenterebbe la dipendenza degli eletti dai gruppi di interesse locali. Probabilmente, quella dipendenza potrebbe solo accrescersi. Il fervore con cui, improvvisamente, si cerca di trovare «nuove regole» è comprensibile. Ma non porterà da nessuna parte senza interventi ben più incisivi e importanti sugli ambienti sociali ed economici in cui i partiti operano. Ad esempio, scordatevi la possibilità di avere nel Sud partiti puliti e lustri se la realtà meridionale, per tante parti, resta quella che è. Anche se una certa, diffusa mentalità legalistico-formalistica porta tanti a non comprenderlo, una nuova «regola», quale che essa sia, per esempio in materia di composizione delle liste, se cade in un ambiente con essa incompatibile, verrà necessariamente aggirata o stravolta. Passata l’emergenza, tutto ricomincerà più o meno come prima.

Angelo Panebianco CdS 26

 

 

 

 

 

Giustizia, Napolitano al premier: "Basta polemiche e accuse pesanti"

 

Dopo la frase sui pm "talebani", lettera del presidente della Repubblica a Mancino

Il vicepresidente del Csm: "E' necessario impegnarsi in un confronto civile e rispettoso"

 - Fini elogia il Capo dello Stato: "Ha grande senso di responsabilità istituzionale" - Bersani contro Berlusconi: "Sui giudici ormai sragiona"

 

ROMA - Dopo l'attacco di Berlusconi ai giudici che il premier ha definito "talebani", il presidente della Repubblica con una lettera inviata al vicepresidente del Csm Mancino interviene perché vengano evitate "in tema di giustizia esasperazioni polemiche e accuse pesanti tra parti politiche, istituzioni, poteri e organi dello Stato". Invito che Mancino accoglie con sollievo, sottolineando come "il forte ed autorevole messaggio del presidente della Repubblica esorta tutte le istituzioni a guardare oltre i confini delle rispettive competenze e a impegnarsi in un confronto civile e rispettoso rivolto a realizzare il bene comune in un momento tanto difficile per il nostro Paese". Protesta anche l'opposizione: il segretario del Pd Pierluigi Bersani definisce quelle del premier "frasi inaccettabili". E il presidente della Camera Gianfranco Fini si dice completamente d'accordo con Napolitano: "Ha un senso di grande responsabilità istituzionale. E' indispensabile che tutti facciano quanto è in loro potere e dovere per garantire reciproco rispetto e un clima costruttivo".

 

La lettera di Napolitano. Nella lettera inviata a Mancino Napolitano esprime il "vivissimo auspicio che prevalga in tutti il senso della responsabilità e della misura, e che in particolare nelle prossime occasioni di dibattito, sotto la sua guida, nel Consiglio Superiore della Magistratura l'attenzione si concentri su segni positivi che pure si sono registrati, anche in Parlamento, di maggiore ascolto fra esigenze e posizioni diverse".

 

"Anche la causa delle riforme necessarie per rendere più efficiente, al servizio dei cittadini, l'amministrazione della giustizia in un quadro di corretti rapporti istituzionali, non può trarre alcun giovamento - sottolinea napolitano - da esasperazioni polemiche, da accuse quanto mai pesanti che feriscono molti e che possono innescare un clima di repliche fuorvianti: clima nel quale la magistratura associata apprezzabilmente dichiara di non voler farsi trascinare".

 

"Sarà questo il modo migliore di essere vicini a tutti i magistrati - conclude il Capo dello Stato - che sono impegnati con scrupolo e imparzialità nell'accertamento e nella sanzione di violazioni di legge da cui traggono forza la criminalità organizzata e la corruzione".

 

La risposta di Mancino. Il vicepresidente del Csm Mancino sottolinea "la piena condivisione delle preoccupazioni espresse dal Capo dello Stato". "Non nasconde il Capo dello Stato - sottolinea Mancino nella lettera di risposta a Napolitano - il rischio di drastiche contrapposizioni tra le forze politiche e di ritorsioni esasperate. Anche un linguaggio più sobrio e austero può, infatti, aiutare a far prevalere un clima di dialogo costruttivo rispetto a tentazioni o a repliche giustamente definite fuorvianti".

 

L'apprezzamento di Palamara. "Apprezziamo e troviamo conforto nelle parole del presidente Napolitano - replica il presidente dell'Anm Luca Palamara - nelle quali ci riconosciamo sia per la vicinanza al lavoro dei magistrati impegnati nello svolgimento di delicate inchieste oggi al centro dell'attenzione dell'opinione pubblica che per il riconoscimento del ruolo e dell'attività svolta dall'Associazione nazionale magistrati".

 

 

 

L'elogio di Fini. "Il presidente Napolitano - ha affermato Fini in un incontro a Vicenza - ha un senso di grande responsabilità istituzionale. E' indispensabile che tutti facciano quanto è in loro potere e dovere per garantire reciproco rispetto e un clima costruttivo". Anche per favorire il varo delle riforme istituzionali, proprio come chiede il Capo dello Stato: "Dopo le elezioni regionali, le ultime importanti della legislatura - ha detto ancora Fini - ci sono tre anni di tempo perché il Pdl possa mettere in campo le sue proposte assumendosi la responsabilità di fare le riforme. Altrimenti sarà difficile spiegare che con una maggioranza così ampia siamo ancora alle prese con la stessa agenda di problemi che ci sono da dieci, quindici anni".

 

Le proteste dell'opposizione. Contro le parole di Berlusconi insorge anche l'opposizione. Duro il segretario del Pd Pierluigi Bersani. "Penso - ha detto -  quello che pensa una persona normale. Ormai siamo alle sparate, si sragiona. E' preoccupante, sono frasi inaccettabili". "Dire che ormai ci siamo abituati, no - ha aggiunto Bersani - perché restano inaccettabili. Credo che veramente gli italiani debbano cominciare a pensare come andare oltre questa fase. Noi non possiamo essere tutti i giorni dentro a questa vicenda. Abbiamo un sacco di problemi, siamo davanti a fabbriche che chiudono. Non possiamo parlare sempre di Berlusconi e delle sue beghe coi magistrati". "E questa - ha ripetuto il segretario Pd - è una responsabilità che lui porta: mettere sempre al centro se stesso e le sue questioni". Bersani ha ricordato che "c'è un appuntamento elettorale. Non chiedo che il governo venga mandato a casa, ma chiedo che i cittadini mandino una letterina al governo per dire basta, cerchiamo di occuparci dei problemi nostri".

 

Ancor più allarmato l'Idv che parla per bocca del suo portavoce Leoluca Orlando. "Non possiamo accettare - dice - che i magistrati che amministrano la giustizia in nome del popolo italiano siano offesi solo perché svolgono con onestà il proprio dovere. Ci rivolgiamo al presidente della Repubblica, nella sua veste di garante della costituzione e dell'equilibrio dei poteri, nonché di presidente del consiglio superiore della magistratura, affinché difenda l'onorabilità delle toghe". "Siamo al golpe - avverte il portavoce di Idv - ad opera di un politico corruttore a capo di una banda di lestofanti e di rappresentanti nelle istituzioni di mafia, camorra e 'ndrangheta. Della banda di talebani fanno parte i corrotti, i corruttori, coloro che ridevano nel letto durante il terremoto dell'aquila e tutti coloro che, sentendosi al di sopra della legge, usano le istituzioni per far soldi a sfregio della costituzione e umiliando tutti i cittadini onesti".  LR 27

 

 

 

 

“L’impero di Berlusconi scricchiola”. Intervista a Barbara Spinelli

 

“Qualcosa si sta muovendo. Ci sono degli scricchiolii nell’impero berlusconiano. E la cosa che mi impressiona di più è che questo avvenga proprio nel mondo creato da Berlusconi, nel mondo dell’immagine. E quindi a Sanremo e nello “show” dell’Aquila. Siamo vicini al “tipping point”, un concetto usato da un filosofo americano, dal filosofo Malcolm Gladwell, che fa riferimento al punto di non ritorno: le cose vengono spostate sempre di più vicino all’orlo del tavolo, e a un certo punto cadono”. Barbara Spinelli, giornalista, tra le massime opinioniste italiane, afferma che sì, è possibile che in questo momento gli stessi elementi che hanno contribuito a costruire il potere di Berlusconi, si rivolgano contro di lui. E che da questo punto di vista è significativa l’aggressione all’inviata all’Aquila del Tg1, Maria Luisa Busi, come la rivolta degli orchestrali a Sanremo contro il televoto.

 

Quali sono gli elementi che potrebbero minare di più l’impero di Berlusconi?

La vicenda di Bertolaso è stata molto importante, perché riguarda la protezione dei cittadini. La stessa parola “protezione” è alle origini del potere di Berlusconi: lui era l’antipolitica che proprio aggirando le regole prometteva protezione ai cittadini. Il fatto stesso che questa non funzioni, non faccia quello che dovrebbe fare, risveglia i cittadini dal sogno. Senza contare che parlare di “tipping point” significa che prima c’erano state già una serie di vicende che avevano minato il potere del premier.

 

Quali?

I processi di mafia, le rivelazioni di Ciancimino, le escort. E alla fine, gli italiani non possono tollerare le risate degli imprenditori durante il terremoto dell’Aquila. La protesta contro il Tg1 nasce proprio contro la telenovela del telegiornale, che racconta una realtà che all’Aquila è diversa. Importante anche il fatto che l’invasione del centro della città da parte degli sfollati domenica non ha riguardato solo pochi. Come è significativa la rivolta degli orchestrali contro il televoto. Siamo nell’ultima o penultima scena del Truman Show, quando il protagonista si accorge di non essere nella vita reale, ma in un set, dove è tutto finto, è tutta una bolla. L’antipolitica di Berlusconi è una bolla. E sta scoppiando come è scoppiata la bolla finanziaria.

 

Lo scandalo Bertolaso può incidere più di altri, visto che il Capo della Protezione civile era in qualche modo un’emanazione di Berlusconi?

Bertolaso era una specie di controfigura di Berlusconi, l’uomo del fare che agli italiani piaceva. La sua caduta (perché anche se si rivelerà innocente, di caduta si tratta) è fondamentale.

 

Ma se dovesse pensare a una goccia che fa traboccare il vaso?

Mi viene in mente un esempio. Quando fu rieletto Bush in America per il secondo mandato, tutti si meravigliarono perché gli elementi del fallimento esistevano già. C’era già stata la questione delle fantomatiche armi di distruzione di massa in Iraq. Per gli americani il “tipping point” è stato l’uragano Katrina, la distruzione di New Orleans e la fallimentare risposta della Fema, l’Agenzia federale per il management dell’emergenza, istituzione che si è poi rivelata piena di raccomandati . Tutte cose che la stampa indipendente denunciò. Così potrebbe accadere anche in Italia per gli scandali legati al terremoto. E spero che la stampa faccia la sua parte.

 

A proposito di stampa. Ieri è apparso in prima pagina su Il Giornale un articolo di Marcello Veneziani, che parla di questione morale, degrado dei poteri e dei partiti, pazienza finita da parte degli italiani. Non le sembra un po’ singolare?

Penso che faccia parte di una strategia di fumo negli occhi, come l’annuncio di misure anticorruzione, che faticano però a realizzarsi. Il ladro di polli difficilmente fa regole funzionanti. Si tratta sempre del tentativo di sbandierare uno lo show, mentre in realtà si fa tutt’altro: Berlusconi ha respinto le dimissioni di Bertolaso e quelle di Cosentino. Detto questo, non dimentichiamo che nell’arte dello show resta un maestro: eventuali misure anti-corruzione disorienteranno non pochi elettori.

 

Fini in questi giorni continua a ribadire che il Pdl è un partito senz’anima e che va costruito. Potrebbe dare la spallata al premier?

Non lo ammetterebbe mai al momento, ma in fondo non aspetta altro. Sono mesi che si prepara al dopo Berlusconi, e quel che è certo è che la battaglia per la successione si è aperta. Anche perché i due politici usciti dalle intercettazioni, Verdini e Letta, sono rispettivamente l’uomo macchina del Pdl e il candidato alla Presidenza della Repubblica, che è chiaramente ora agli occhi di tutti un politico che sulla Protezione Civile ha detto non poche contro-verità.

 

Secondo lei gli effetti di questi scricchiolii si vedranno sulle Regionali?

Istintivamente direi di sì. Le elezioni potrebbero non andar bene per Berlusconi. Ma bisogna vedere quanto gli italiani saranno disorientati e quanto astensionismo ci sarà.

 

L’opposizione avrebbe dovuto fare di più?

Si sarebbe certamente dovuta battere di più contro la corruzione. Ma io penso che la spallata a Berlusconi potrà venire solo da destra.

Wanda Marra, Il Fatto Quotidiano 23 febbraio

 

 

 

 

Prescrizione. Il Cavaliere soddisfatto ma solo a metà

 

La ciambella del Cavaliere non riesce mai con il buco perfettamente al centro. C’è sempre qualcosa che va storto, perfino nelle giornate da segnare sul calendario. Quella di ieri è da manuale. Berlusconi avrebbe ottime ragioni per rallegrarsi della sentenza di Cassazione.

 

Schiverà molto probabilmente una condanna che, se si dà retta alle sue menti giuridiche, il tribunale milanese gli aveva già cucito addosso. Al premier rimane una fedina penale immacolata, con la speranza di accedere in futuro ai più alti scranni della Repubblica. Nell’immediato, continuerà a frequentare i summit internazionali senza il terrore che qualche leader gli neghi la «photo opportunity». E soprattutto, con il voto tra un mese, Berlusconi non dovrà nascondersi agli occhi degli italiani. In Consiglio dei ministri di lunedì potrà alzare la voce contro la corruzione poiché, gli ruba il pensiero Quagliariello, «solo se si mettono da parte i teoremi allora finalmente riusciremo a combattere il malcostume diffuso».

 

Peccato però che nello stesso giorno, tanto atteso dal premier, altri segnali inducano alla cautela. Alta risuona la rivolta della Consulta, lo squillo di tromba del suo presidente Francesco Amirante, con quel richiamo risoluto alle regole che nessuna volontà popolare potrebbe mai travolgere, unito all’affermazione che in via del Plebiscito viene vissuta come una minaccia neppure troppo velata: «E’ bizzarro meravigliarsi», ha detto Amirante, «quando la Consulta dichiara illegittima una legge...». Già è successo col Lodo Alfano, che doveva far scudo al premier contro i processi; la bocciatura potrebbe ripetersi sul «legittimo impedimento», pilastro della strategia difensiva berlusconiana, polizza d’assicurazione del premier fintanto che resterà al potere.

 

C’è dell’altro. Come riconoscono nell’antica dimora dei Chigi, meglio sarebbe stata un’assoluzione di Mills dall’accusa di essersi fatto comprare. Quella condanna al risarcimento è una macchia indelebile, per la giustizia i soldi l’avvocato li prese, da chi non è difficile immaginare. Inoltre non è chiaro quando scatterà la prescrizione per il premier: c’è chi dice tra 11 mesi, sufficienti a una condanna di primo grado, altri esortano ad attendere il dispositivo della sentenza. Nubi in un cielo altrimenti radioso, con Berlusconi che evita il ko. Anzi, per la prima volta dopo mesi intravvede la possibilità di scendere in piedi dal ring. Al tappeto, sostiene il super-fedele Cicchitto, c’è finita la procura milanese: «Stavolta hanno preso una bella tranvata». Esito che personaggi autorevoli della sinistra pronosticavano alla vigilia, e di cui Berlusconi stesso aveva avuto sentore, dal momento che ne andava parlando da mesi nei vari conciliaboli: «Aspettate il 25 febbraio, e vedrete...». Infatti, si è visto.

 

La notizia ha raggiunto il premier mentre passeggiava per antiquari. Gli avevano promesso dal Palazzaccio «saprete alle 19», verso le otto di sera lui s’è stufato di attendere in ufficio. Risulta «soddisfatto a metà, dimostrato l’accanimento ma il reato non c’era». Si può intuire quale reazione avrebbe avuto Silvio (che parlerà oggi pomeriggio al Lingotto per dare una mano a Cota in Piemonte e far felice Bossi) se la Suprema Corte gli avesse dato addosso. Fulmini e saette. Vendetta tremenda contro la magistratura. Subito la separazione delle carriere. Più il blocco alle intercettazioni. Più il processo breve e tutto l’armamentario di tortura che la fantasia dell’avvocato Ghedini avrebbe sfornato.

 

Niente di tutto ciò. Sospirano di sollievo le colombe berlusconiane, quei personaggi dell’entourage che non hanno perso fiducia nel dialogo dopo le Regionali, da Gianni Letta a Paolino Bonaiuti. Magari s’illudono. Ma intanto la rappresaglia contro le toghe perde di urgenza. Dal processo breve verranno espunte le norme «ad personam». La riforma della giustizia prenderà il suo tempo. E in campagna elettorale si parlerà, forse, dei mali veri che affliggono l’Italia. UGO MAGRI

LS 26

 

 

 

Destra e 'ndrangheta per far eleggere Di Girolamo

 

Quattro anni di indagini bancarie in tutto il mondo. Duemila e seicento pagine di ordinanza di custodia cautelare piena di schemi e di elenchi di fatture passive (158 pagine) da far perdere la testa. E tra le fonti di prova, oltre ai bonifici, agli assegni, ai pagamenti estero su estero e alle intercettazioni telefoniche, ci sono anche le mail, intere, testi di posta elettronica tra i vertici di Fastweb e Telecom Italia Sparkle che dimostrano, secondo l’accusa, questa lunga storia di patti fraudolenti che hanno succhiato alle casse dello stato 370 milioni di euro gestendo un flusso di denaro di oltre due miliardi di euro. Il gip della capitale Aldo Morgigni scrive che «non sussistono dubbi sul coinvolgimento dei vertici di Fastweb e Telecom Italia Sparkle in entrambe le operazioni illecite ideate da Carlo Focarelli (il dominus della frode fiscale, il gestore delle società fittizie, le cosiddette cartiere, ndr) e dell’organizzazione».

 

È tutto complesso in questa inchiesta, dal numero dei partecipanti - 56 ordinanze di custodia - all’ingegneria della frode che ha, a sua volta, numeri da capogiro. Basti dire che sarebbe in piedi dal 2003 e che gli investigatori, il Ros dei carabinieri e la Guardia di finanza, la monitorano dal 2006. «Gli elementi di prova - continua il gip - rendono del tutto evidente come, per entrambe le società in questione, l’effettuazione delle operazioni fiscalmente illecite era assolutamente strumentale al raggiungimento di obiettivi di bilancio e di fatturato, obiettivi che rendono di conseguenza palese la complicità dei massimi livelli direttivi e gestionali e di conseguenza la responsabilità degli enti per gli illeciti in questione». Silvio Scaglia, patron di Fastweb, rifiuta tutte le accuse («é una cosa folle, casco dalle nuvole») ma ha promesso detto che tornerà in Italia già oggi, al massimo domani, per farsi interrogare dai magistrati.

 

Oltre i vertici delle aziende, entrambe quotate in borsa, sono due i personaggi che più di tutti emergono in questa ragnatela di conti e fatture false e evasioni di Iva. Per il gip è Gennaro Mokbel, oltre Focarelli, il «leader indiscusso del sodalizio». Se per tutti i 56 indagati il reato contestato è di associazione a delinquere transnazionale pluriaggravata, Mokbel ( e non solo lui) risponde anche di riciclaggio, intestazione fittizia di beni, corruzione aggravata (del capitano della GdF Luca Berriola), attentato ai diritti politici del cittadino, falso, abuso d’ufficio e reati elettorali con l’aggravante della finalità mafiosa (art.7) «in relazione all’elezione del senatore Nicola Paolo Di Girolamo (eletto a Stoccarda, collegio Europa, con i voti del clan Arena, uno dei spietati della ’ndrangheta). Mokbel è uno che al telefono con una signora si definisce così: «Tranquilla che gli faccio cagare sangue quanto è vero che mi chiamo Gennaro Mokbel». Le sue «direttive criminali - scrive il gip - venivano perentoriamente eseguite da tutti gli associati pur senza avere cariche nelle varie società del circuito illecito». Mokbel è noto agli archivi di polizia come «persona eversiva di destra». Arrestato nel 1994 con Antonio D’Inzillo, ex della banda della Magliana e tuttora ricercato.

 

Un sms del 14 maggio 2005 inviato da una cabina telefonica pubblica alla moglie G.R, dice: «Mokbel finanzia in Africa la latitanza di A. D’inzillo». Ha contatti con la criminalità organizzata romana (Carmine Fasciani e Giampietro Agus). È in contatto, «sia per telefono che di persona» con Francesca Mambro («indicata come la Dark») e Giusva Fioravanti «anche con rilevanti sostegni economici». E negli ultimi anni, dal 2007, Mokbel s’è buttato soprattutto in politica, prima fondando due movimenti Alleanza federalista e Partito federalista con sede in viale dei Parioli a Roma di cui si sono perse le tracce. Poi facendo eleggere al Senato, con i voti di mafia, Nicola Di Girolamo. «Unitamente al Mokbel e al Colosimo (penalista romano, ndr) - scrive il gip - si è recato in Calabria presso Franco Pugliese, legata alla cosca degli Arena, allo scopo di ottenere un appoggio politico presso gli emigrati calabresi in Germania (...) candidatura assolutamente strumentale agli interessi del sodalizio».

 

Molte intercettazioni raccontano, scrive il gip che dedica un’intero paragrafo al tema dell’«Infiltrazione nel sistema politico italiano», come Di Girolamo sia «manovrato da Mokbel del quale eseguiva in maniera incondizionata gli ordini relativi al suo nuovo incarico». Un senatore al servizio della ’ndrangheta. Si indaga su presunte coperture in ambienti di An che avrebbero favorito l’elezione di Di Girolamo. Il 7 febbraio 2008 Mokbel dice al neo candidato Di Girolamo: «Dobbiamo trovare un altro partito dove infilarti perché ieri sera qui è venuto il senatore De Gregorio e l’onorevole Bezzi tutti quanti si sò messi a tarantellà però siccome De Gregorio è l’unico che c’ha l’accordo blindato con Berlusconi, cioè si presenta in una della liste, allora io adesso preferisco vedere se te trovo la strada sempre pe’ Forza Italia, t’ho detto non te ce fà la bocca». Ci sono molti politici della destra in queste intercettazioni. Parlano del senatore Romagnoli. E di Gianfranco Fini. Il 16 aprile, all’indomani della vittoria, alle 18 e 38 Mokbel si vanta con Pugliese, l’uomo del clan Arena, di una chiamata di Fini. M: «T’ha chiamato Paolo?». P: «Ma non basta solo Paolo». M: «No, ma io non ci sto, io sto a fa un cul... poi te spiego. Ma ha chiamato Fini, stamattina, Fini, Gianfranco Fini». P: «T’ha chiamato Fini, Gianfranco Fini?». M:«Ha chiamato Nicola, e l’ha convocato...». 

Claudia Fusani L’U 25

 

 

 

 

«Aiutò il senatore», Andrini si dimette

 

L’amministratore delegato di Ama Servizi avrebbe ideato la residenza fantasma a Bruxelles - di NINO CIRILLO

 

ROMA - La carriera di supermanager di Stefano Andrini si è prematuramente interrotta ai piedi di un divano letto, in un anonimo appartamento per studenti alla periferia di Bruxelles. Beffardo epilogo di parabola professionale per quest’uomo di 41 anni che pure era venuto fuori solo con qualche graffio da una giovinezza per lo meno violenta, la giovinezza che tutti in qualche modo datano con la sera del 10 giugno 1989, quando a colpi di spranga, davanti al cinema Capranica, ridusse in fin di vita due ragazzi come lui.

E’ caduto sul divano letto, Andrini, perché a un certo punto, diciamo agli inizi del 2008, decise di dare una mano, con i suoi mezzi e i suoi metodi, all’avvocato Nicola Paolo Di Girolamo, che aveva tanta voglia di diventare senatore, che poteva candidarsi solo in una lista per italiani all’estero e che -lo avrebbe sancito annullando la sua elezione la Giunta del Senato- non ne aveva nessun titolo semplicemente perché all’estero residente non era.

E’ tutto scritto nelle carte di questa inchiesta. «Viene individuata Bruxelles come città dove organizzare la “finta” residenza all’estero del Di Girolamo in quanto Andrini Stefano, motore della candidatura in questione, conosce bene l’ambasciatore italiano in Belgio». Ma Andrini non trova di meglio, per risolvere questo problemino della finta residenza, che l’appartamento «in uso a un giovane pugliese borsista presso il Parlamento europeo», un appartamento che il borsista «divide con altri ragazzi».

Scrive il giudice per le indagini preliminari Aldo Morgigni: «Si tratta di un appartamento evidentemente non idoneo, costituito da un salone, due stanze e servizi, in cui il professionista romano avvocato Di Girolamo Nicola Paolo avrebbe dovuto risiedere dormendo sul divano letto della sala, poiché le altre due camere erano occupate dagli altri ragazzi effettivamente dimoranti e residenti nell’abitazione». Un futuro senatore della Repubblica accampato su un divano letto, questa era stata la trovata di Andrini.

Ma il pasticcio della falsa residenza di Di Girolamo è infarcito anche di un’altra clamorosa incongruenza, inspiegabile se consideriamo che Andrini si era presentato come profondo conoscitore delle cose belghe. Fatto sta che quando il candidato senatore Di Girolamo si presenta al Consolato fornisce l’indirizzo esatto di quel modesto appartamento per studenti, ma il comune sbagliato: Avenue de Tervueren n.143 di Etterbeek e non -come avrebbe dovuto- del paese vicino, Woluwe Saint Pierre. Se non è Toto e Peppino poco ci manca.

Nell’ordinanza che ha portato ieri all’arresto di «Gennaro Mokbel ed altre 55 persone», il giudice scrive che Andrini, «quale istigatore e Di Girolamo quale esecutore materiale, hanno determinato un numero rilevante di elettori ad esprimere la propria preferenza per un candidato che, non avendone i requisiti, non poteva essere validamente proclamato eletto e conseguentemente non può esercitare il mandato elettorale conferitogli con il voto».

Andrini si è dimesso alle cinque del pomeriggio e il sindaco Alemanno lo ha ringraziato «per il senso di responsabilità istituzionale» dimostrato. Me neppure una decisione così tempestiva ha evitato che tornasse a galla il suo passato, che si riparlasse non solo di quel tentato omicidio -che gli costò una condanna a quattro anni e otto mesi- ma anche delle sassaiole all’università, della pistola che gli trovarono in casa, del giornaletto di Delle Chiaie e delle furiose polemiche che si scatenarono attorno alla sua nomina ad amministratore delegato della Servizi ambientali srl dell’Ama Servizi, il 31 agosto scorso.

Tutto per un divano letto e un indirizzo sbagliato. Ma questa è la vita. Im 25

 

 

 

 

Mokbel e Andrini. Ombre nere su Roma

 

Nella mente criminale tutto si rimescola, le vecchie amicizie con i Nar e con il «pischello» della Banda della Magliana, quelle nella destra eversiva, meglio se passate nel frattempo nelle stanze del potere, i rapporti con la ‘ndrangheta, le conoscenze che contano. L’importante è sapere a chi chiedere cosa. E Gennaro Mokbel, il regista della mega-frode e del percorso fraudolento che porterà l’avvocato Nicola Di Girolamo in senato, sa sempre a chi può rivolgersi.

 

Nei mesi in cui decide di portare Di Girolamo in parlamento si vanta tra l’altro di contattare Romagnoli, Fiamma Tricolore, il sindaco di Marino («c’abbiamo una serie di incontri... col sindaco de Marino», dice in una intercettazione del 2008 quando sindaco era l’attuale candidato del Pdl alle regionali del Lazio Adriano Palozzi), il senatore Scarbosio «che amico di Scajola potrebbe essergli molto utile», annota il gip Aldo Morgini.

 

Alla fine per costruire la candidatura di Nicola Di Girolamo però sono due i suoi contatti decisivi. Gianluigi Ferretti, che Alemanno chiamò a collaborare con il ministero dell’Agricoltura. E Stefano Andrini, che il sindaco di Roma, dopo avergli consegnato un ramo della società capitolina per i rifiuti (Ama), ha difeso contro tutto e tutti. E che ieri però è stato costretto a dimettersi. Più che il suo passato remoto di picchiatore d’estrema destra - condannato per il pestaggi