WEBGIORNALE 1-2 Marzo 2010
L'elezione truffa di Di Girolamo ha «complici» alla Farnesina. I “consigli”
dell’Ambasciatore Siggia
C’è un nome che
balla nelle 2600 pagine dell’ordinanza sulla maxifrode alle casse dello Stato,
non è indagato e porta dritto al cuore della Farnesina e al Consiglio generale
degli italiani all’estero, struttura chiave per il voto all’estero. Un nome che
apre scenari nuovi sugli appoggi politici, in ambienti della destra, al gruppo
di malavitosi, ’dranghetisti, prestanome e colletti
bianchi dell’operazione Broker. Mostra quanto sia “facile”, a tratti quasi grottesco, falsificare le liste per l’elezione
degli italiani all’estero. «In realtà - scrive il gip Morgigni - tutta la
vicenda relativa all’elezione di Di Girolamo è frutto
di attività criminosa». Dai rapporti «con istituzioni transnazionali (ad
esempio ambasciatore e impiegato della sede di Bruxelles, ndr) finalizzate al
rilascio di false attestazioni di residenza necessarie per candidatura e eleggibilità». Fino ai galoppini del clan Arena, Giovanni
Gabriele e Roberto Macori, che vanno in Germania, si fanno consegnare le schede
bianche dai calabresi residenti a Stoccarda e le compilano con il nome “Di
Girolamo”.
E’ febbraio 2008
quando Gennaro Mokbel, «promotore e capo dell’organizzazione» decide che deve
essere l’avvocato Di Girolamo il volto pulito da
infiltrare nelle istituzioni della Repubblica (al Senato) «con ciò che ne
sarebbe conseguito per gli affari dell’intera associazione delinquenziale». Per
la costruzione della falsa candidatura si mettono in moto due personaggi:
Gennaro Mokbel, cinquantenne amico di Mambro e Fioravanti e sostenitore della
Banda della Magliana; Gianluigi Ferretti, «ex segretario dell’onorevole
Tremaglia». Tremaglia è il papà del voto per gli italiani all’estero e nel 2006
istituisce presso la Farnesina Il Consiglio generale,
organo supervisore della formazione delle liste e dei necessari requisiti.
Ferretti, 65 anni, imprenditore, iscritto al Msi dal
1960, collaboratore del mensile Area, residenze in mezza Europa, viene nominato
nel 2006 nel Comitato di presidenza del Cgie dal governo Berlusconi e in quota
An. Si dimette un anno dopo pur restando membro del Consiglio.
Il colloquio con
l’ambasciatore. Appena eletto, il 18 aprile 2008, Di Girolamo viene chiamato alle 16.15 dall’ambasciatore Siggia che lo
informa, allarmato, che «i giornalisti cominciano a
chiedere informazioni, vogliono contattarlo, un giornalista belga vuole sapere
il suo indirizzo a Bruxelles. Io prendo tempo, la privacy, ma bisogna che
troviamo un modo...». Il modo è suggerito dallo stesso
ambasciatore: «Se posso consigliarla..., è evidente
chi chi uno studio legale importante e ramificato...è evidente che ha interessi
in Belgio, in Svizzera, in Germania e passa il tempo girando da una sedia
all’altra delle sue strutture e quindi è evidente che può passare molto tempo
fuori dal Belgio... Insomma, lei ha affari ovunque e il Belgio è solo la
residenza. Come tutti i grandi manager delle multinazionali... Detto questo però senatore, un indirizzo a Bruxelles lo deve
avere». L’intercettazione tra i due, ben tre pagine, illumina bene la frode. Il
primo ad essere informato del “guaio” è Mokbel
(16.27), il secondo è Ferretti (16.32) che poi gli comunica di «aver sistemato
la sua posizione al Senato e di aver organizzato un incontro con il senatore
Scarabosio che essendo amico di Scajola, probabile futuro presidente del Senato,
gli potrebbe essere molto utile per i futuri rapporti parlamentari».
Gennaro Mokbel,
Gianluigi Ferretti, Stefano Andrini, la terna che organizza, pianifica e firma
l’elezione di Di Girolamo con momenti scrive il gip «di impressionante
dilettantismo». La residenza di Di Girolamo a Bruxelles, ad esempio, è uno
studentato per giovani borsisti pugliesi presso il Parlamento europeo. «Un
appartamento chiaramente inidoneo - scrive il gip - dove lo stimato
professionista romano avrebbe dovuto risiedere dormando su un divano letto
della sala visto che le due stanze sono occupate dai
borsisti». Per tacere poi del fatto che Di Girolamo, in consolato, riesce anche
a dare l’indirizzo sbagliato e confonde l’abitato di Etterbeek con quello di
Woluwe Saint Pierre. In effetti lui ha sempre vissuto
a Roma, quartiere Prati. Claudia Fusani L’U 26
Arriva il primo "sciopero" degli immigrati. "Un giorno senza
di noi e l'Italia si ferma"
Il primo marzo la
mobilitazione che apre la Primavera antirazzista. Cortei in molte città - Per
la "rivoluzione in giallo" 50mila adesioni
su Facebook e 60 comitati sul territorio - Dalle fabbriche alle famiglie, così
il Paese non può fare a meno dei lavoratori stranieridi VLADIMIRO POLCHI
ROMA - Astensione dal lavoro, sciopero degli acquisti,
cortei, sit-in, presidi permanenti. Il black out è fissato per lunedì
"Primo marzo 2010 - Una giornata senza di noi": e "noi"
sono i quasi 5 milioni di immigrati che vivono in
Italia. La "rivoluzione in giallo" (dal colore ufficiale della
giornata) è arrivata dalla Francia e rimbalzata in Italia: 50mila le adesioni
su Facebook, 60 comitati locali, tante le
organizzazioni coinvolte: Amnesty, Arci, Acli, Legambiente, Emergency, Amref,
Cobas, Fiom. Allo "sciopero degli immigrati" aderisce anche il
Partito democratico, il Prc, Sinistra, ecologia e libertà e i Socialisti.
L'appuntamento è
per il primo marzo, in contemporanea con Francia, Spagna e Grecia. Non si
tratterà di uno sciopero in senso tecnico, in verità. "Ci sarà uno
sciopero solo in alcune città come Trento, Trieste e Modena, dove le sigle
sindacali hanno accolto questa richiesta che arrivava dal basso - spiega Stefania Ragusa, presidente del
Comitato "Primo marzo 2010" - per il resto i grandi
sindacati a livello nazionale non ci hanno supportato, eppure nessuno ha mai
pensato di indire uno sciopero etnico. Sarebbe bello che in Italia si tornasse
a fare scioperi per tutti i diritti, non solo per quelli contrattuali. Vogliamo
dare alla gente la possibilità di riflettere sull'importanza degli immigrati
per la tenuta della società italiana. Quando saltano i
diritti per qualcuno, è tutta la società che diventa più debole".
Il logo della
giornata (otto volti umani inseriti in quadrati sovrapposti) è opera
dell'artista siciliano Giuseppe Cassibba, mentre per testimonial è stata scelta
Mafalda, la bambina creata dalla matita di Quino. E il giallo sarà il colore
dominante dei drappi che le colf appenderanno ai balconi e alle finestre, dei
palloncini, dei braccialetti e dei foulard che in tutta Italia saranno
indossati dai sostenitori dell'iniziativa. Il calendario con tutti gli
appuntamenti città per città è sul sito del movimento
(www.primomarzo2010.it).
E il primo marzo è
solo l'inizio. Una campagna unitaria sotto il nome di "Primavera
antirazzista" che andrà dal 1° al 21 marzo è stata
infatti lanciata da un coordinamento costituito da diverse
organizzazioni e comitati (tra queste Acli, Arci, Blacks out, Cgil, daSud,
Nessun luogo e lontano, Sei-Ugl, Sos Razzismo, Uil, Antigone e Cnca). "Non
c'è solo il primo marzo. Anche lo sciopero generale della Cgil del 12 marzo - spiega Pietro Soldini, responsabile
immigrazione del sindacato - avrà tra i suoi punti la difesa dei
diritti dei lavoratori immigrati. Sarà insomma un grande sciopero multietnico,
perché i problemi dei lavoratori stranieri sono i problemi
di tutti i lavoratori. Poi si proseguirà con le iniziative
antirazziste fino al 21".
"E' indubbio - prosegue Soldini - che senza
immigrati ci sarebbe un black out. Il primo settore ad arrestarsi sarebbe
quello delle costruzioni. Soprattutto nelle grandi città, dove la manodopera
straniera raggiunge punte del 50%. I cantieri si fermerebbero di colpo. Poi
toccherebbe all'industria manifatturiera: tessile, metalmeccanica, alimentare.
Nelle fabbriche, infatti, i migranti svolgono ruoli chiave e sono difficilmente
sostituibili. Un esempio? Gli addetti ai forni a ciclo
continuo delle aziende di ceramica. Dopo l'industria entrerebbe in crisi
l'agricoltura: la raccolta è in mano a immigrati stagionali e irregolari.
Resterebbero vuoti i mercati ortofrutticoli. Poi sarebbe la volta delle aziende
zootecniche: nella macellazione degli animali gli stranieri superano il 50%
della forza lavoro. E ancora: nelle grandi città dovrebbero chiudere molti
ristoranti, alberghi e pizzerie. Tra le famiglie si scatenerebbe
il panico e un crollo della qualità della vita, per la scomparsa di badanti,
colf e babysitter. Infine, ne risentirebbe la sanità: quella
privata, dove lavorano quasi centomila infermieri stranieri e quella pubblica,
che si avvale del loro lavoro tramite cooperative e piccole società di
servizi".
In queste ore è
stato pubblicato il Manifesto contro il razzismo in Italia ("Non toccare
il mio amico!") dell'associazione Sos Razzismo, per denunciare le leggi
italiane sull'immigrazione e chiedere un risveglio della società civile contro
la "deriva xenofoba" del Paese. Per sottoscrivere l'appello,
simboleggiato dalla Gioconda in black di Oliviero e Lola Toscani, basta andare
sul sito: http://www.nontoccareilmioamico.net. Tra i primi
firmatari Roberto Saviano, Dario Fo, Beppe Grillo.
Sul web circola
anche un prontuario curato, tra gli altri, da Andrea Civati e
Ernesto Ruffini, che smonta punto per punto tutti i luoghi comuni più negativi
sugli immigrati. Rubano il lavoro? Commettono più crimini degli italiani? Si prendono tutte le case popolari? Voterebbero a sinistra?
Tutto falso, come dimostrano i numeri citati su http://www.civati.it/mandiamoliacasa.pdf.
LR 26
Voto all'estero,
divampa la polemica. Schifani: cambiare subito la legge
Follini: su decadenza Di Girolamo decide l'aula. Di Pietro: tutti i
partiti hanno negato l'arresto
ROMA - «È una
legge che va immediatamente cambiata perché il voto
per corrispondenza è uno scandalo e consente tipologie di attività illecite
come l'acquisizione del voto addirittura pagandolo: dobbiamo immediatamente
procedere a una rivisitazione». Lo ha detto il
presidente del Senato, Renato Schifani replicando a chi gli chiedeva se secondo
lui la legge elettorale per gli italiani all'estero vada rivista dopo
l'inchiesta che ha coinvolto il senatore Nicola Di Girolamo.
Schifani: stop
alle intercettazioni. «Ormai la vicenda della pubblicazione senza limiti di intercettazioni che toccano la vita privata anche di
persone non coinvolte è sotto gli occhi di tutti. Credo che siano maturi i
tempi perchè ad aprile il Senato si occupi definitivamente di questo argomento», ha aggiunto il presidente del Senato, evidenziando
la necessità di riflettere «sul porre un limite o addirittura un divieto a
questo scriteriato regime di pubblicazione di intercettazioni che violano la
privacy e toccano persone che non c'entrano nulla e a volte costituiscono una
violazione del segreto istruttorio».
Il Pdl intanto ha
già scaricato Di Girolamo e il Senato ragiona se autorizzare l'arresto o aprire
la strada alla decadenza del suo mandato. L'ipotesi della decadenza è stata
avanzata dal presidente del Senato, che ha scritto una lettera alla Giunta
delle immunità preannunciando che l'aula se ne
occuperà mercoledì prossimo. Il presidente della giunta per le elezioni e
l'immunità, Marco Follini, ha affermato che tocca
all'Aula decidere e non più alla Giunta.
«Ho avvertito fortemente l'esigenza che il Senato desse al
paese una risposta immediata sui forti dubbi che sono emersi dalle indagini
sull'elezione e sull'eleggibilità del senatore Di Girolamo. Il Parlamento deve
essere reattivo, non può essere fermo dinanzi ad eventi come questo», ha affermato il presidente del Senato riferendosi alla
richiesta di far adecadere il mandato di Di Girolamo.
«Alla buon'ora! noi avevamo già a
suo tempo lavorato per la decadenza di quel senatore. Allora la maggioranza non
fu convinta». È la valutazione che il segretario del
Pd, Pier Luigi Bersani, dà dopo la richiesta di Schifani, che decada il mandato
del senatore Pdl. In vista della riunione della Giunta delle
autorizzazioni, Bersani ricorda che il Pd «aveva già chiesto» che la
commissione si pronunciasse. «Alla buon'ora - ripete
il leader Pd - si proceda su questa direzione».
Eugenio Marino,
responsabile nazionale del Pd all'estero, pensa che non sia meglio agire
ull'onda emotiva di un evento, ma «occorrerebbe prendere la palla al balzo per
ragionare con lucidità su come garantire un diritto costituzionalmente
riconosciuto già dal 1948, ma nella pratica negato per mezzo secolo».
Giovanardi: basta
eletti all'estero. L'esordio del 2006 «fu disastroso», poi «brogli» e «dubbi
sui finanziamenti» a ogni elezione. Ma il caso Di
Girolamo dimostra che «il sogno s'è trasformato in incubo e l'esperimento è
fallito». Lo dice in una intervista al Giornale il
sottosegretario Carlo Giovanardi, convinto che «gli italiani all'estero devono
poter votare, qui o per corrispondenza, ma per deputati e senatori che stanno
in Italia». Bisogna insomma, «tornare indietro», anche perché «essere eletti in
circoscrizioni così ampie» richiede finanziamenti difficili «da controllare».
Quanto a al senatore Di Girolamo, per Giovanardi «la
legge è chiara: i candidati all'estero devono essere residenti in quelle
circoscrizioni. Di Girolamo deve decadere da senatore».
Il Pdl: serve
riflessione. «La giusta esigenza di dare voce e rappresentanza alle comunità
italiane all'estero non deve sottrarci alla responsabilità di valutare gli
esiti della normativa elettorale che ne regola l'espressione». Lo dice Gaetano
Quagliariello, vicepresidente vicario dei senatori Pdl, che invita ad «avviare una seria riflessione».
Casini: rivedere voto italiani all'estero. Il voto degli italiani all'estero
è «ancora opportuno», perché dopo il caso Di Girolamo «non dobbiamo buttare il
bambino con l'acqua sporca». Ma «la normativa va rivista», ha detto, ospite di Radio anch'io su Radio uno, Pier Ferdinando
Casini. «Gli italiani all'estero sono una grande risorsa, ci sono personalità
importanti in Parlamento», ha spiegato il leader Udc, ma per la loro elezione
ci vogliono «più garanzie, occorre eliminare i rischi di brogli».
«Sul caso Di Girolamo, prima di tutto, ci deve essere
un'assunzione di responsabilità da parte di alcuni esponenti del centrodestra,
in particolare di quelli appartenenti all'area ex An, che hanno permesso quel
che successo. Ora c'è bisogno di un'assunzione di responsabilità di tutto il Parlamento». Così Antonio Di Pietro, leader di Idv. «Ricordo - spiega - che, ad eccezione dell'Italia dei
Valori, tutti i partiti e tutti i parlamentari hanno negato l'arresto di Di
Girolamo. Noi l'avevamo chiesto già due anni fa e, se fossimo stati ascoltati,
oggi non saremmo in queste condizioni e il Parlamento avrebbe più dignità». IM 26
Voto all'estero, tutti contro la legge. Berlusconi scarica il senatore: Di
Girolamo portato da An
Polemiche
politiche sul sistema elettorale all'estero. Schifani: «Scandalo da eliminare»
MILANO - Il caso
Di Girolamo, il senatore pdl coinvolto nell'inchiesta su corruzione e
riciclaggio che ha travolto Fastweb e Telecom Sparkle, ha scatenato un acceso
dibattito politico. Il parlamentare è accusato dai magistrati di essere stato
eletto tra gli italiani all'estero con i voti della 'ndrangheta. La questione
imbarazza la maggioranza. La decisione del presidente del Senato Renato
Schifani di accelerare sulla questione della decadenza
di Di Girolamo, convocando l'Aula ancora prima che la Giunta per le
autorizzazioni decida sull'arresto o meno del senatore pdl, sembrerebbe
dimostrare l'intenzione del Pdl di scaricare il parlamentare coinvolto
nell'inchiesta.
BERLUSCONI:
«PORTATO DA AN» - Lo stesso Silvio Berlusconi, come molti altri esponenti della
maggioranza, ha detto che «la legge sui deputati all’estero ha dato risultati
negativi in molte direzioni, va assolutamente cambiata». Il premier ha poi
aggiunto che il senatore Di Girolamo «non è stato portato da gente di Forza
Italia: è stato portato da un responsabile di Alleanza Nazionale che non ho il
piacere di conoscere e quindi non posso dare una risposta» sull'inchiesta in
corso. In ogni caso, «la mia opinione è che è grave che esistano queste
situazioni».
VOTO ALL'ESTERO -
Alla luce delle accuse mosse al senatore pdl, inoltre, maggioranza e opposizione si interrogano proprio sulla questione più ampia
del voto all'estero. Lo stesso Schifani è tornato sull'argomento con parole
dure, dicendo che «il voto per corrispondenza è uno
scandalo da eliminare. Va cambiata la legge». Sulle intercettazioni Schifani ha poi aggiunto: «Servono nuove
regole: urge limite o divieto di pubblicazione». Da parte sua, il
presidente della giunta delle elezioni e immunità di Palazzo Madama, Marco
Follini (Pd) ci ha tenuto a precisare che «la soluzione da parte della giunta
sulla decadenza di Di Girolamo era già stata presa nel gennaio 2009». Secondo
Follini tocca ora all'Aula scegliere e non più alla Giunta, che in giornata ha comunque proseguito l'esame della vicenda del
senatore inquisito. «Riteniamo che la decisione sul
procedimento autorizzativo debba essere celere e debba costituire l'occupazione
prioritaria della Giunta. Il possibile revirement sul procedimento che
porterebbe alla decadenza del senatore Di Girolamo, che il Presidente del
Senato suggerisce di realizzare in tempi egualmente stretti, è in realtà una
responsabilità dell'Assemblea, più che della Giunta»
ha detto il senatore Francesco Sanna, capogruppo del Pd nella Giunta sulle immunità.
PD - A proposito
del voto all'estero, i democratici aprono a Schifani. «È
positivo che ci sia accordo nel modificare la legge elettorale per gli italiani
all'estero. Il Partito Democratico sostiene da tempo
che la modifica è assolutamente improcrastinabile. Noi proporremo un testo in
Parlamento e siamo disponibili a confrontarci per arrivare a un ampio consenso» ha dichiarato Francesco Tempestini, capogruppo Pd in
commissione Affari Esteri.
LA MAGGIORANZA -
La maggioranza è pressoché compatta, con l'eccezione di Mirko Tremaglia. «Noi
abbiamo detto per primi - ha ricordato il sottosegretario Paolo Bonaiuti -,
dopo le politiche del 2006, che nelle elezioni degli italiani all'estero è
avvenuto di tutto e di più: le schede, per esempio». Per il presidente dei
senatori di maggioranza, Maurizio Gasparri, la revisione
del sistema elettorale all'estero «si rende indispensabile perché evidentemente
quella legge non ha funzionato e va quindi corretta» ma «senza negare la
rappresentanza degli italiani all'estero in Parlamento». Va rivista la legge
sul sistema elettorale all'estero anche secondo Fabrizio Cicchitto, presidente
dei deputati del Pdl, e secondo il sottosegretario Carlo Giovanardi, che in una intervista parla di «esperimento fallito» e si dice
convinto che «gli italiani all'estero devono poter votare, qui o per
corrispondenza, ma per deputati e senatori che stanno in Italia». Anche il
leghista Roberto Calderoli, ministro per la Semplificazione, dice: «Basta ipocrisie, non è il sistema elettorale degli eletti
all'estero a non funzionare. L'assurdità è che ci siano dei parlamentari eletti
all'estero». Per il segretario del Pri Francesco
Nucara «il voto degli italiani all'estero andrebbe
abolito, perché non controllabile. Se non lo si vuole
abolire per lo meno si impedisca il voto per corrispondenza». Di diverso
avviso, invece, Mirko Tremaglia, ex ministro per gli Italiani nel mondo e
"padre" della legge. «Cancellarla sarebbe
una vergogna, un vero harakiri - insiste Tremaglia - un modo per rendere
l'Italia meno forte nel mondo dal punto di vista politico ed economico. I
cittadini di origine italiana nei cinque continenti sono 60
milioni e 395 i parlamentari di origine italiana eletti in vari paesi, una
ricchezza incommensurabile, che il caso Di Girolamo non può cancellare».
L'anziano leader di Comitati tricolore precisa: «Certo possono essere adottati
accorgimenti per rendere effettivamente segreto il voto e la strada giusta è quella di istituire dei seggi
«IL VOTO
ALL'ESTERO È UN DIRITTTO» - Nella maggioranza però c'è
anche chi dissente da Gasparri e Giovanardi. «Il voto all'estero è un diritto,
certamente non è un problema nè un cancro da
estirpare» ha dichiarato Aldo Di Biagio, responsabile di Italiani nel mondo del
Pdl. «Da come si sta parlando in queste ore, - ha aggiunto - tutti sapevano e
tutti preannunciano il marcio nelle elezioni degli italiani nel mondo, un
eccesso di saccenza che delude e sposta l'epicentro del problema attuale. Siamo
dinanzi ad un presunto reato grave e deplorevole compiuto da un signore, e di
conseguenza è necessario ed opportuno che la giustizia
faccia il suo corso, ma da qui a condannare tutto il comparto degli italiani
nel Mondo e le loro modalità di esercizio di voto mi sembra qualcosa detto
giusto per aprire bocca».
OPPOSIZIONI - Il
tema non interessa solo la maggioranza. Secondo Anna Finocchiaro, presidente
dei senatori del Pd, «il sistema elettorale per il voto degli italiani
all'estero è inadeguato». Secondo il leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini
«bisogna mantenere le circoscrizioni elettorali fuori dall'Italia perché gli
italiani all'estero sono una grande risorsa, tuttavia bisogna rivedere la
normativa in senso garantista per evitare rischi di manipolazione dei voti». «Da tempo Italia dei valori insiste sulla necessità di
cambiare la legge elettorale per l'elezione dei parlamentari italiani
all'estero», ha ricordato Antonio Razzi, deputato Idv eletto nella
circoscrizione Europa. «È stata depositata una mia proposta di legge per
introdurre il voto elettronico e abolire quello per corrispondenza». Redazione
online CdS 26
Polemica sul voto degli italiani all'estero. Berlusconi: "Cambiare
subito la legge"
Il premier e il
presidente del Senato chiedono una modifica delle norme attuali
Ma Enrico Letta
accusa Schifani: "Oggi si straccia le vesti, allora lo salvò"
Il premier:
"Di Girolamo? Non lo conosco,
ci sarà voto sul suo decadimento"
Il Pd attacca:
"Faccia mea culpa su Di Girolamo ed elimini la consultazione per
corrispondenza"
ROMA - Il
presidente del Consiglio interviene sulla bufera giudiziaria che ha coinvolto
il senatore del Pdl Nicola Di Girolamo. "Non lo conosco - ha detto
Berlusconi a Torino - immagino che sul suo decadimento o meno ci sarà un
voto". "C'era già una pratica attivata
al Senato che, non so per quale motivo, ha subito un rallentamento, circa la
regolarità della sua elezione". Quel che è certo, afferma il premier, è
che "occorre cambiare la legge" sul voto degli italiani all'estero. Punto sollevato con forza oggi anche dal presidente del Senato.
"Va immediatamente cambiata - ha detto Schifani - perché il voto per
corrispondenza è uno scandalo e consente tipologie di attività illecite come
l'acquisizione del voto addirittura pagandolo: dobbiamo immediatamente procedere
a una rivisitazione". Per questo, prosegue il numero uno di Palazzo
Madama, bisogna procedere immediatamente "a una rivisitazione del voto per
corrispondenza e affermare delle regole, anche attraverso le stesse autorità di
polizia estere, che garantiscano la residenza del candidato".
Quanto alla
lettera da lui inviata al presidente della giunta delle Elezioni e delle
Immunità, Marco Follini, sempre sul caso Di Girolamo, Schifani ha spiegato di
aver "avvertito fortemente l'esigenza che il Senato desse al Paese una
risposta immediata ai forti dubbi che sono emersi dalle indagini sulla elezione e sulla eleggibilità del senatore. Il Parlamento deve essere reattivo, non può essere fermo davanti a
eventi" come questi.
Ma secondo Enrico Letta le parole di oggi non bastano.
"Schifani faccia un pubblico mea culpa sulla vicenda Di
Girolamo - ha dichiarato - il presidente del Senato oggi si straccia le
vesti, ma non mi risulta che abbia biasimato la maggioranza di centrodestra
quando lo salvò". Lo ha detto il vicesegretario
del Pd Enrico Letta, ricordando che l'anno scorso la maggioranza Pdl-Lega
"respinse in modo compatto, con Schifani a presiedere l'aula, la posizione
della giunta per le autorizzazioni e le immunità". "Il centrodestra
scopre adesso chi è Di Girolamo - ha proseguito - quando la frode documentata
della sua elezione e la richiesta di arresto furono respinte con sdegno. La maggioranza fa finta di non conoscerlo, dimenticando che l'anno
scorso ne operò il salvataggio".
E, sempre sul
fronte democratico, oggi il partito ha fatto sapere che proporrà un proprio
testo in Parlamento per la riforma del voto all'estero. "Sosteniamo da tempo - ha detto Francesco Tempestini, capogruppo Pd in
commissione Esteri - che la modifica è assolutamente improcrastinabile" e
che "è necessario innanzitutto eliminare il voto per corrispondenza che è
fonte di vero scandalo".
"Dalla vicenda Di Girolamo emerge con evidenza che il sistema
elettorale per il voto degli italiani all'estero è inadeguato", ha
aggiunto la presidente dei senatori del Pd, Anna Finocchiaro. "E'
necessario intervenire su diversi aspetti, penso alla configurazione delle
circoscrizioni elettorali o all'anagrafe degli aventi diritto, ma in primo
luogo serve cambiare il meccanismo elettorale che così come è
non garantisce il rispetto dei principi costituzionali. In Senato, alla
Commissione Esteri, si discuterà nelle prossime settimane della riforma della
rappresentanza degli italiani all'estero. Sarebbe
giusto - ha sottolineato Anna Finocchiaro - che si
affrontasse anche la questione della legge elettorale".
Ancora più
radicale la soluzione proposta dal ministro per la Semplificazione Normativa e
Coordinatore delle Segreterie Nazionali della Lega Nord: "Basta ipocrisie,
non è il sistema elettorale degli eletti all'estero, che è una barzelletta, a
non funzionare. L'assurdità è che ci siano dei parlamentari eletti
all'estero!". "E dopo le negative esperienze accumulate in due
legislature - prosegue Calderoli - spero che tutti, come il sottoscritto, siano
giunti alla conclusione che non c'è alcuna necessità
di avere deputati e senatori eletti all'estero. I nostri cittadini che vivono
all'estero hanno il diritto di votare, con modalità
serie e non con le attuali, ma per i parlamentari di casa nostra. Prendiamo
spunto dal motto dei rivoluzionari americani, 'no
taxation without representation', trasformandolo in 'no representation without
taxation', perché nel nostro Parlamento deve sedere chi vive, lavora e paga le
tasse, a casa nostra".
LR 26
Caso Di Girolamo. Lacrime di coccodrillo
Passeranno alla
storia come le più classiche lacrime di coccodrillo, le dichiarazioni indignate
con cui ieri il presidente del Senato Schifani si è
impegnato ad espellere al più presto da Palazzo Madama, facendolo decadere
dalla carica, il senatore Nicola Di Girolamo.
Parlava, appunto,
come se il caso che riguarda il parlamentare truffatore - che, fingendo di aver
residenza in Belgio, era riuscito ad essere inserito
in lista con una raccomandazione del suo amico nazista Gennaro Mokbel, già in
rapporti con la Banda della Magliana e con il potente clan calabrese Arena, e
si era poi fatto eleggere come rappresentante degli italiani all’estero grazie
a un’attiva collaborazione del ramo tedesco della ’ndrangheta -, non fosse già
noto, nelle sue grandi linee, e rubricato dagli uffici del Senato da un anno e
mezzo. Come se un altro esponente del Pdl, il senatore Augello, non avesse
cercato, fin da agosto 2008, di convincere i suoi colleghi a intervenire. E
come se la questione non fosse tornata all’ordine del giorno una seconda volta,
quando appunto fu reiterata dal Senato la decisione di proteggere dalle sue
ignominiose responsabilità il suddetto Di Girolamo.
Ora è tutto uno
scaricabarile. Il presidente della Camera Fini, in aperta polemica con i
senatori della sua stessa parte, dice che voterebbe per l’arresto di Di
Girolamo. Il capogruppo Gasparri, che si è battuto per evitarlo, sostiene che
la responsabilità è di chi accettò che un simile campione fosse messo in lista.
E fa il nome di Marco Zacchera, pure lui ex An, che ha riconosciuto che la
scelta fu sua.
Zacchera non è
certo uno sconosciuto per Fini. E poi, andiamo, è possibile che il partito che
più s’era battuto per concedere il diritto di voto
agli emigrati italiani - una storica battaglia condotta per decenni, fin
dall'epoca del Msi, da Mirko Tremaglia -, alla seconda occasione in cui questo
genere di elezione veniva messa in pratica, non avesse un candidato migliore da
proporre? Ed è credibile che un qualsiasi candidato, non solo quello da
presentare all’estero, sia entrato in lista, con buone probabilità di essere
eletto, senza che i leader del partito lo conoscessero e sapessero qualcosa
delle ombre che si portava dietro?
Diciamo la verità, è impossibile crederlo. Ma anche ammesso che
Di Girolamo, in buona o cattiva fede, fosse stato garantito al limone ai
vertici del Pdl - o più precisamente dai vertici dell’ex An a Berlusconi -, con
le carte che sono arrivate al Senato dopo la sua elezione, ce n’era abbastanza per capire che aveva voluto farsi eleggere per ragioni
inconfessabili, forse proprio per evitare di finire in carcere. E di
conseguenza, per sbatterlo fuori prima ancora che la sua vita da parlamentare
cominciasse.
Invece, è andata come è andata, e adesso c'è la rincorsa a metterci una
pezza. Sono tempi difficili per la Seconda Repubblica, non passa
giorno che non salti fuori una storia di corruzione o di rapporti
obliqui tra politici e criminalità organizzata. Combinazione, alla fine di
questa settimana, dovranno anche essere presentate le
liste per le regionali. Vediamo cosa s’inventano, stavolta, per convincerci che
è impossibile che salti fuori un altro Di Girolamo. MARCELLO SORGI LS 26
Le Confederazioni Internazionali ed europee dei sindacati scrivono a
Berlusconi per i fatti di Rosarno
Roma -
"Colpiti dagli incidenti e dall’estrema violenza
patite dai lavoratori migranti a Rosarno e gravemente preoccupati della
situazione dei lavoratori extracomunitari in Italia, il segretario gdella
Confederazione Internazionale dei sindacati (CSI), Guy Ryder, e il segretario
generale della Confederazione Europea dei Sindacati (CES), John Monks, hanno
preso carta e penna e scritto a Silvio Berlusconi". A renderlo
noto è il notiziario Spi-Internazionale, in una nota nella quale ricorda
che il contatto con il premier italiano è avvenuto dopo la lettera di
"denuncia delle politiche cieche e crudeli contro i lavoratori
immigrati" del segretario della Cgil, Guglielmo Epifani.
La lettera di
Ryder e Monks "evidenzia con forza l’inaccettabile situazione dei
lavoratori migranti nel nostro Paese, l’abuso, la
discriminazione e lo sfruttamento a cui sono sottoposti, conseguenze dirette
dell’inadeguata legislazione nazionale e dell’insufficiente impegno del governo
italiano".
Sottolineando come "la politica dei precedenti governi sia stata
ben diversa dall’attuale e gli obblighi legali con i quali l’Unione Europea
impegna a combattere la discriminazione e l’esclusione in tutte le sue
forme", i segretari generali di CSI e CES sollecitano infine Berlusconi ed
il suo governo ad "affrontare con urgenza ed efficacia il clima di
intolleranza, violenza e discriminazione verso i lavoratori migranti in Italia e
ad assicurare la loro protezione per legge e l’affermazione dei loro
diritti". (aise)
Schifani: "Annullare elezione
Di Girolamo". Fini: "Con lui mai avuto
alcun contatto"
Il nome del
presidente della Camera presente in una delle
intercettazioni
"Non l'ho mai convocato o incontrato per incontri e
riunioni". Scajola: "Non destabilizzare il
sistema" - Il presidente del Senato: "C'è la possibilità di rivedere
il caso dell'elezione del senatore". Il dibattito il 3 marzo
ROMA - Nega, con
decisione, di aver alcun legame il senatore Di Girolamo. Esclude
di averlo 'convocato' nei propri uffici o altrove per incontri o riunioni".
Gianfranco Fini non ci sta ad essere trascinato nello
scandalo della telefonia. Quel sul presunto maxi riciclaggio da circa due
miliardi di euro che vede coinvolti alcuni dirigenti della società telefonica
Fastweb e Telecom Italia Sparkle. Tirato in ballo in una intercettazione,
il presidente della Camera taglia corto: "Non ricordo di aver conosciuto
Di Girolamo e oggi voterei per il suo arresto".
Sul fronte
dell'inchiesta, è rinetrato in Italia in nottata l'ex
numero uno di Fastweb Silvio Scaglia che chiede di parlare "al più presto
con i magistrati". Ad attenderlo, all'aeroporto di
Ciampino, oltre a numerosi giornalisti, i militari della Guardia di finanza e i
carabinieri. Sulle ricadute economiche, invece, il ministro dello
Sviluppo economico Claudio Scajola chiede "una
moralità più forte" e non una "destabilizzazione del sistema".
Intanto il presidente del Senato, Renato Schifani, ritiene che ci sia la
possibilità di rivedere il caso dell'elezione del
senatore. Ne parla in una lettera inviata al presidente per la giunta delle
immunità, Marco Follini. Schifani ha inoltre annunciato che chiederà alla
Conferenza dei Capigruppo che l'aula del Senato discuta mercoledì 3 marzo
sull'eleggibilità di Di Girolamo.
L'inchiesta. Sono
complessivamente 80 gli indagati, compresi i 56
raggiunti da provvedimenti di custodia cautelare, nell'ambito dell'inchiesta.
Intanto il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo oggi è in missione all'estero
per visionare il materiale sequestrato e per avviare le procedure di
estradizioni di alcuni degli arrestati. L'inchiesta
giudiziaria prese l'avvio in base ad alcune denunce relative
a truffe legate agli sms con i quali gli operatori di telefonia mobile
attivavano all'insaputa dei clienti servizi a pagamento.
La reazione di
Confindustria. "Abbiamo riconfermato che c'e' la totale
fiducia nei confronti della magistratura, altrettanta fiducia che le persone
coinvolte possano dimostrare la loro estraneita' ai fatti, ma vogliamo
riconfermare anche che la stragrande maggioranza degli imprenditori italiani
lavora nel rispetto delle regole con serieta' ed etica'' dice la presidente di
Confindustria, Emma Marcegaglia.
Schifani:
"Possibile rivedere l'elezione". Il presidente del Senato, Renato
Schifani, ritiene che ci sia la possibilità di rivedere il caso dell'elezione del senatore Nicola Di Girolamo. Ne parla in una lettera
inviata al presidente per la giunta delle immunità, Marco Follini. "E' possibile - scrive Schifani - che la richiesta di
autorizzazione contenga nuovi e rilevanti elementi tali da inquadrare in una
prospettiva diversa l'intera vicenda dell'elezione del senatore Di Girolamo.
La invito quindi a sottoporre all'ufficio di presidenza della giunta
l'eventualità di riprendere sollecitamente l'esame della questione relativa alla contestazione e alla proposta di annullamento
di tale elezione affinchè della questione stessa possa essere investita
l'assemblea già nel corso della prossima settimana". LR 25
Di Girolamo pensa alla resa. «È pronto a dimettersi e a parlare»
Il colloquio con
l’amico senatore De Gregorio. «Mi hanno fatto simbolo di ciò che c'è da buttare
in questo Paese»
ROMA — La voce è tesa, la faccia pallida, scavata da giorni di paura e di
vergogna. «Sergio, io non ce la faccio più, mi dimetto». «Fai bene, Nicola, fai bene». «Mi dimetto e parlo: collaboro».
«Sì, vai dai magistrati e affronta il processo: evitati il calvario del voto in
aula». Metà pomeriggio, ufficio a Palazzo Madama del senatore
De Gregorio. Il giorno più lungo per Nicola Di Girolamo si consuma qui,
in una trentina di minuti che pesano quanto trent'anni di vita. Lo «schiavo» di
Gennaro Mokbel nelle intercettazioni telefoniche, il
parafulmini della gigantesca inchiesta antiriciclaggio che fa ballare da giorni
la politica italiana, l’uomo per il quale i picciotti della 'ndrangheta erano
andati a raccogliere voti porta a porta fino in Germania, è pronto a gettare la
spugna: «Lunedì voglio presentare le dimissioni al Senato», dice a De Gregorio,
che gli è stato consigliere e amico in questi due anni. Ma
già oggi la decisione potrebbe essere formalizzata, dopo una serata e una
nottata a studiare le carte, mordersi le mani, imprecare, guardare la tv e le
agenzie mentre il martellamento continua, mentre gli piove in casa un decreto
di sequestro su tutti i beni, appartamenti, barca, automobili, conti correnti.
Mentre la moglie Antonella e i ragazzi, Francesco e Alessandro, gli dicono:
«Siamo con te, resisti». Almeno quello, almeno loro.
Come sta,
senatore? Alle sette di sera scorrono i titoli del tg. Lui alza la testa dal tavolo dove sta leggendo la monumentale ordinanza con 56
richieste d'arresto, fa un risolino nervoso e risponde: «Non ha un'altra
domanda?». Pare che non la conosca più nessuno, in Italia... Pare che lei sia sceso improvvisamente dalla luna e si sia messo in lista da
solo. «Sì, sono diventato il simbolo di tutto ciò che si deve buttare via in
questo Paese». Il suo avvocato, Paolo Dell'Anno, mente per difenderlo, per
tenerlo lontano dall'assalto dei giornalisti: «Oggi non l'ho visto», dice al
telefono, mentre il senatore gli sta davanti.
Il Pd parla di
pericolo di fuga, il capogruppo democratico nella giunta per le immunità,
Francesco Sanna, si rivolge al presidente della giunta, Marco Follini, perché
gli venga imposto di rimanere a Roma. E' quest'idea
della fuga, probabilmente, che colma la misura. «Di scappare non mi passa
neanche per la testa». Dice Di Girolamo: «Adesso basta». Già da ore ha in mente
un gesto che metta fine a tutta la storia. Prima di decidere, tuttavia, non può
che andare da «Sergio», dal senatore De Gregorio che, in fondo, s'è assunto
anche il ruolo di portavoce informale per i colleghi come lui, per la pattuglia
della «legione straniera», gli eletti all'estero che ha
fatto entrare nella sua fondazione, «Italiani nel Mondo».
Il caso vuole che
proprio nelle stesse ore il tribunale del Riesame di Napoli respinga per la
seconda volta una richiesta di arresto in una vecchia storia di riciclaggio su
cui la procura napoletana continua a stare appresso a De Gregorio. Sicché sulla
scrivania del senatore del Pdl arrivano i rallegramenti dei colleghi. In quei
pochi metri quadrati di ufficio a Palazzo Madama lo stato d'animo dei due amici
non potrebbe essere più diverso. De Gregorio è combattivo: «Hanno
trasformato Nicola nel mostro nazionale. Non scapperebbe mai, ma, persino se
volesse scappare, non ha più nemmeno i soldi per
prendere l'autobus, gli è stato sequestrato tutto».
«Nicola» fa fatica
a parlare anche con la propria immagine allo specchio. Però
la decisione sembra, a questo punto, presa e condivisa. «Rincuoro la mia
famiglia, leggo le carte e mi consegno alla giustizia», annuncia. «Secondo me,
devi evitare la discussione in aula», gli suggerisce l'amico. Il tempo di
lasciare il Senato e di spostarsi nello studio del suo legale e comincia la
seconda parte di questa giornata interminabile. «Tutti hanno letto le mille e
ottocento pagine dell'ordinanza tranne lui», sbuffa De Gregorio. Passano le
dichiarazioni in agenzia, Berlusconi che spiega di non avere «mai conosciuto il
senatore indagato»; D'Alema, dal Copasir, che chiede il rispetto per quelle
leggi che «Di Girolamo ha violato». E poi Schifani e poi i colleghi, e poi gli
(ex) amici di partito: se ha un merito, questo senatore compromesso e
impresentabile, è avere dimostrato quanto compromessa
e impresentabile sia la legge che ne ha regolato l’elezione.
Dalla prossima
settimana Di Girolamo avrà da spiegare molte cose ai magistrati. C’è quella
frase di Mokbel, «tu sei lo schiavo mio, ricordatelo», che è la sintesi dei
suoi errori, pesa e peserà come un macigno sul resto dei suoi giorni. De
Gregorio in qualche misura l’accompagna a distanza in
questa terribile serata, adesso parla per lui. Dice: «A
uno come Mokbel staccherei la testa a ceffoni se si permettesse di darmi dello
"schiavo". Ma bisogna partire dal
presupposto che Nicola è un ragazzo cresciuto nella bambagia, negli agi, e vive
la politica come una fissazione. Gli si avvicina questa banda di
"fetienti" e lui sta al gioco, lascia fare. Alla fine quelli gli
presentano il conto». Forse l’analisi è un po’
benevola ... «D’accordo, è vero che Mokbel gli ha
messo a disposizione la struttura e i mezzi, ma appena lui è stato eletto, gli
ha presentato il conto. Lui ha tentato di affrancarsi ma aveva fatto un
miliardo di cavolate, non c’era più verso di uscirne».
Ora hanno ragione di tremare altri politici del Pdl? In fondo, in una intervista piuttosto allusiva al Sole 24 Ore lei lo ha
fatto capire. «No, no. Io dico solo: attenti a
consegnare durante la campagna elettorale un senatore al suo destino». Goffredo Buccini CdS 27
Polemica sul voto estero, stop della Lega:
''No a parlamentari eletti fuori dall'Italia''
Calderoli: ''In Parlamento solo chi vive, lavora e paga le tasse, a
casa nostra''. Schifani: ''Uno scandalo voto per
corrispondenza''. Tremaglia: ''Non si tocca, va solo
migliorata''. Follini: ''Su Di Girolamo parola spetta
a Aula''
Roma - Scoppia la
polemica sul voto degli italiani all'estero dopo la vicenda che ha coinvolto il
senatore del Pdl Nicola Di Girolamo. "Basta ipocrisie, non è il sistema
elettorale degli eletti all'estero, che è una
barzelletta, a non funzionare. L'assurdità è che ci siano dei
parlamentari eletti all'estero!", tuona Roberto Calderoli, ministro per la
Semplificazione Normativa e Coordinatore delle Segreterie Nazionali della Lega
Nord.
"E dopo le
negative esperienze accumulate in due legislature spero
che tutti, come il sottoscritto, siano giunti alla conclusione che non c'è
alcuna necessità di avere deputati e senatori eletti all'estero - insiste -. I
nostri cittadini che vivono all'estero hanno il diritto di votare, con modalità serie e non con le attuali, ma per i parlamentari
di casa nostra. Prendiamo spunto dal motto dei rivoluzionari americani, 'no taxation without representation', trasformandolo in 'no
representation without taxation', perché - conclude - nel nostro Parlamento
deve sedere chi vive, lavora e paga le tasse, a casa nostra''.
Perplessità sulle modalità del voto all'estero sono state espresse dal premier
Silvio Berlusconi , che da Torino è tornato a ribadire che la legge ''va
cambiata'', e dal presidente del Senato Renato Schifani . ''Il voto per
corrispondenza è uno scandalo - ha sottolineato Schifani -, consente queste
tipologie di attività illecite e l'acquisizione del voto a volte addirittura
pagandolo". "Dobbiamo immediatamente procedere - aggiunge - ad una rivisitazione del voto per corrispondenza ed
affermare delle regole attraverso le quali le stesse polizie estere
garantiscano l'effettività della residenza all'estero del candidato".
Dubbi sul sistema
anche dall'opposizione. La presidente dei senatori del Pd,
Anna Finocchiaro nota come dalla vicenda Di Girolamo emerga con evidenza che
''il sistema elettorale per il voto degli italiani all'estero è
inadeguato". "E' necessario intervenire su diversi aspetti,
penso alla configurazione delle circoscrizioni elettorali o all'anagrafe degli
aventi diritto, ma in primo luogo serve cambiare il meccanismo
elettorale".
A difendere la
legge è invece Mirko Tremaglia, già ministro per gli Italiani nel mondo e
'padre' del provvedimento, che tuttavia ammette la necessità di qualche
modifica. "Cambiarla, semmai, per migliorarla, ma la legge sul voto degli
italiani all'estero, 4 milioni di nostri connazionali,
non si tocca", dice all'ADNKRONOS.
Tremaglia se la
prende con il senatore Nicola Di Girolamo e con il sottosegretario alla
presidenza del Consiglio Carlo Giovanardi: il primo "non doveva essere
senatore", mentre alle affermazioni dell'esponente di governo, secondo il
quale l'esperimento del voto degli italiani all'estero sarebbe fallito,
Tremaglia dice che reagirà "come una belva: io - aggiunge - mantengo gli
attributi e voglio difendere a tutti i costi la forza
dei Comitati tricolore all'estero". ''Proseguirò la mia battaglia per i
nostri connazionali all'estero - insiste -, ai quali il
Cavalier Berlusconi non ha mai tenuto perché secondo lui non pagano le
tasse".
"E' da tempo - prosegue Tremaglia - che dico che la legge va
migliorata. Ho fatto anche diverse denunce per i 'furti' di voti commessi. Ma
questi signori se ne sono altamente fregati. I
problemi nascono tutti dalle garanzie di segretezza del voto, e per risolverli
occorre organizzare i seggi elettorali nelle circoscrizioni estere, nelle
scuole, nei consolati. Da lì, poi, le buste con le schede
elettorali partirebbero per l'Italia".
"Se invece,
come accade ora, la busta con la scheda viene spedita
al consolato, allora possono nascere i problemi. Quanto al voto per
corrispondenza - sottolinea Tremaglia - posso solo
dire che è un sistema collaudato ed in uso anche in Francia e negli Stati
Uniti, non vedo perché debba essere messo in discussione".
"Non possiamo
negare il diritto di voto ai nostri connazionali all'estero: con la mia legge
abbiamo garantito questo diritto a 4 milioni di nostri
connazionali all'estero, che hanno potuto rafforzare il legame con il loro
Paese e sono stati felici di farlo. Se ora tornassimo indietro - conclude Tremaglia - li abbandoneremmo e spezzeremmo questo
legame, che è forte, come ha potuto constatare anche il presidente Fini nel suo
recente viaggio negli Usa".
Intanto, l'ufficio
di presidenza della Giunta delle elezioni e delle
immunità di Palazzo Madama si è riunito oggi per discutere del caso Di
Girolamo. Il presidente dell'organismo Marco Follini ha ricevuto all'unanimità
un mandato a rispondere alla lettera di Schifani che aveva esortato la Giunta a
riaprire la pratica relativa all'ineleggibilità.
''Ho avuto il
mandato - ha detto Follini - di scrivere al presidente
del Senato. Camminiamo speditamente verso una soluzione - ha proseguito - anche
se per me era tutto chiaro già nel gennaio 2009''. E alla domanda se ritenesse
che la competenza a pronunciarsi sull'ineleggibilità di Di Girolamo fosse
dell'Aula Follini ha replicato: ''Sì''. Adnkronos 26
Caso Di Girolamo. La posizione del PD
La posizione del
Pd in una lettera del sen. Sanna al presidente della Giunta per le elezioni e
immunità parlamentari Follini - “La Giunta vada avanti con il procedimento di
arresto. La decadenza del
senatore spetta all’Assemblea”
ROMA La
posizione dei senatori Pd sulle decisioni da assumere a seguito della lettera
che il presidente del Senato Schifani ha inviato ieri al sen. Follini,
presidente della Giunta per le elezioni e immunità parlamentari, è stata
espressa in una lettera allo stesso Follini del capogruppo Pd nella Giunta,
Francesco Sanna. Schifani ha proposto di riaprire, sulla
base di fatti nuovi che emergerebbero dai documenti di indagine
trasmessi dal Tribunale di Roma a corredo della richiesta di autorizzazione
all’arresto del senatore Nicola Di Girolamo, il procedimento sulla sua
elezione. La Giunta aveva rimesso le sue conclusioni all’assemblea del Senato,
ma l’aula le aveva respinte, in adesione ad un ordine
del giorno presentato dal sen. De Gregorio, sostenuto nel dibattito da numerosi
interventi di senatori del Popolo delle Libertà. In una sua successiva
dichiarazione il presidente Schifani pone ora al Senato l’obiettivo di effettuare questa “rilettura” del procedimento elettorale
entro la seduta di aula già fissata per domani.
Secondo il Pd la decisione sul procedimento
di autorizzazione all’arresto dovrebbe comunque essere celere, e costituire
l’occupazione prioritaria della Giunta nelle prossime ore. Il possibile
revirement sul procedimento che porterebbe alla decadenza del senatore Di
Girolamo, e che il presidente del Senato suggerisce di realizzare in tempi
egualmente stretti, è in realtà - spiega Sanna -una
responsabilità dell’Assemblea, più che della Giunta. Se così non fosse, saremmo
esposti ad un gravissimo rischio di dilazionare i
tempi delle decisioni del Parlamento.
Difatti, se decidessimo di contestare al senatore Di Girolamo eventuali fatti nuovi, si dovrebbe
riattivare prioritariamente il procedimento elettorale in Giunta, con udienza
pubblica e relativi termini dilatori (non meno di 10 giorni dalla delibera
della Giunta). Se non lo si facesse, la successiva
decisione dell’Assemblea del Senato sarebbe esposta all’ annullamento da parte
della Corte costituzionale per violazione del diritto di difesa del
parlamentare.
A noi bastavano e bastano
fatti e ragioni scrupolosamente esaminati e riscontrati dalla Giunta oltre un
anno fa - afferma Sanna - per ritenere che il senatore Nicola Di Girolamo sieda
illegittimamente in Senato. Rimaniamo di quella opinione.
Non occorrono fatti nuovi, la cui valutazione avrebbe il solo effetto di
ritardare l’esame da parte della Giunta della richiesta di
autorizzazione all’arresto. (Inform) 26
Il 18-20 marzo riunione della Commissione Europa del Cgie. Intervenire sul
voto all’estero
Il vice segretario
generale del Cgie Lorenzo Losi ha formalmente convocato la prima riunione per
l'anno 2010 della Commissione Continentale Europa e Africa del Nord. I lavori
si terranno a Nizza da giovedì 18 a sabato 20 marzo.
Questo l’ordine
del giorno: Comunicazione del vice segretario generale; Italiani in Francia:
situazione dei connazionali e grado di integrazione;
Corsi di lingua e cultura italiana; Servizi consolari: chiusure in atto e
ipotesi di chiusura dei consolati in oggetto: quali ricadute negative sui
connazionali; Rinnovo degli organismi di rappresentanza Comites e CGIE: a
quando le elezioni e con quale normativa. Analisi comparata
tra la situazione attuale e quella prevista dalla normativa in discussione in
Commissione; Celebrazioni 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia;
Varie ed eventuali.
Non vi figura lo
scandalo Di Girolamo ed i conseguenti attacchi di
politici e di media al voto all’estero. Sicuramente la Commissione Europa del
Cgie non potrà ignorare questa tematica, al momento di
massima attualità. Sarà anzi bene affrontarla di petto, e con decisione, in
modo da elaborare risposte o posizioni comuni. Non ci possiamo permettere di
buttare a mare, forse per sempre, la conquista dell’esercizio del voto all’estero
per un abuso limitato, come nel caso di Di Girolamo. Anzi, proprio queste
negative esperienze devono suggerire quei ritocchi procedurali alla legge che
permettano di salvarne i contenuti reali e contemporneamente di eliminare ogni
rischio ed ogni possibilità di abuso. (de.it.press)
Voto all’estero. Procedure di voto da rivedere, non da cancellare
Roma - "Tutti
i paesi occidentali permettono ai propri cittadini all'estero di esercitare il
diritto di voto, lo fanno gli Stati Uniti, la Francia, la Germania, l'Austria
tra gli altri. L'Italia ha
permesso questo solo dal 2006. Le frodi che ci sono state sono da condannare
duramente. Ma non è il voto estero che va abolito, no
questo è sacrosanto sono le procedure farraginose che lo regolano". Come
Aldo Di Biagio, anche Guglielmo Picchi reagisce alle parole del sottosegretario
Giovanardi che, interrogato sul caso Di Girolamo, ha sostenuto la necessità di
eliminare il voto all’estero abrogando la Legge Tremaglia.
Come regolare il
voto all’estero? "Siamo nel 2010, possibile che non si
possa ancora avere il voto elettronico? Ogni cittadino può usare
internet per fare home banking, per dialogare con la pubblica amministrazione,
perché non si può fare home voting? Un sistema misto di voto elettronico e
seggi nei consolati permetterebbe di garantire la partecipazione al voto, la
segretezza e la correttezza. Questa - secondo Picchi - è la linea da seguire, non l'abolizione del diritto di voto a 4 milioni di
connazionali per sue terzi nati in Italia e collegatissimi e informatissimi al
nostro paese".
Gli Italiani
all'estero “tra rimesse e tasse locali, o export di prodotti italiani, portano
molta ricchezza al paese, hanno diritto ad essere
rappresentati come gli altri. Mi chiedo dov'era il Sen. Giovanardi quando si
votava la decadenza di Di Girolamo in Senato? E se c'era come ha votato?",
si chiede concludendo
"Vale la pena
ribadire, a difesa del principio costituzionale del
diritto di voto per gli italiani residenti all'estero, che un Rischio
infiltrazioni della malavita nelle votazioni esiste sempre e ovunque",
dichiara Aldo Di Biagio, Responsabile Italiani nel Mondo del PdL, in replica
alle dichiarazioni del presidente della Commissione Antimafia, Giuseppe Pisanu,
che, interpellato da Velina Rossa, ha detto che è "necessario rivedere la
questione del voto all'estero che rischia fortemente di essere controllato dalla
criminalità".
Nella sua replica,
Di Biagio ribadisce che "la democrazia, nella sua
imperfezione, resta sempre il migliore dei sistemi di organizzazione politica
mai sperimentati dalla umanità ed immagino che il senatore Pisanu, persona che
stimo e rispetto, ne conosca bene le regole. Piuttosto si potrebbe, più
seriamente, mettere mano alle modalità di voto
previste dalla legge ordinaria, così come da noi già proposto in tempi non
sospetti ovvero prima delle elezioni 2008".
"Il Governo
sta facendo continui di tentativi di smantellamento di
quelle che sono le politiche degli italiani all’estero; c’è una volontà mirata
che sicuramente nei prossimi giorni si estenderà anche ai parlamentari eletti
all’estero". È l’allarme lanciato dalla deputata del Pd eletta in Europa
Laura Garavini durante le fasi finali del 4° Congresso dell’Unione Italiani nel
Mondo (Uim), tenuto nei giorni scorsi a Roma.
Tutti questi
attacchi e le varie proposte di riforma della rappresentanza all’estero,
secondo Garavini "ci devono convincere ancora di più quanto invece siano
importanti e determinanti, per gli italiani
all’estero, l’associazionismo e i patronati”.
Dura presa di
posizione dell'on. Mario Borghezio, europarlamentare della Lega Nord, sugli
ultimi sviluppi del caso Di Girolamo. “Fin dall'inizio dell'iter della
legge per il voto degli italiani all'estero – sostiene - la Lega Nord aveva
chiaramente indicato quale ne sarebbe stato il risultato, dati gli evidenti
pericoli di voto mafioso, ricevendo solo accuse di antimeridionalismo. I
fatti, purtroppo, ci stanno dando piena ragione.
Personalmente più
volte ho denunciato aspetti delle modalità di
distribuzione, via posta non raccomandata, di certificati elettorali”.
“Il voto
all’estero è un diritto, certamente non è un problema né un cancro da
estirpare”, dichiara ancora Aldo Di Biagio rispondendo alle molteplici
dichiarazioni secondo cui verrebbe messa in
discussione l’utilità del voto all’estero. “Da come si sta parlando in queste
ore, - evidenzia - tutti sapevano e tutti preannunciano
il marcio nelle elezioni degli italiani nel mondo, un eccesso di saccenza che
delude e – a mio avviso – sposta l’epicentro
del problema attuale. Siamo
dinanzi ad un presunto reato grave e deplorevole compiuto da un signore, e di
conseguenza è necessario ed opportuno che la giustizia
faccia il suo corso, ma da qui a condannare tutto il comparto degli italiani
nel Mondo e le loro modalità di esercizio di voto mi sembra qualcosa detto
giusto per aprire bocca”.
“Sono d’accordo a
rivedere insieme gli elementi di ciriticità della legge Tremaglia – conclude – se ne stava già parlando, ma condannare le nostre
comunità, etichettarle come qualcosa di lontano dal nostro Paese e dare per
scontato che per raccogliere voti è necessario pagare o agire illecitamente
rappresenta un’offesa per gli oltre 4 milioni di italiani nel mondo oltre che
per coloro che davvero lavorano per loro”.
De.it.press
Definitivo il “milleproproghe”. De Sossi (Fusie) indignato per i tagli (del
50%) all’editoria all’estero
ROMA - Con
l’approvazione da parte del Senato del decreto cosiddetto “milleproproghe” si è
chiusa definitivamente, almeno per ora, la non edificante vicenda dei
contributi pubblici all’editoria: si è ripristinato il diritto dei giornali
no-profit, di cooperative e di partito; contemporaneamente, si è ridotto
drasticamente il finanziamento per le radio tv locali (per gli abbonamenti alle
agenzie) e per i giornali delle associazioni dei consumatori; e, soprattutto,
per i quotidiani italiani editi all’estero e per le testate periodiche da e per
gli italiani nel mondo. Siamo
soddisfatti per la parte positiva: assicurare più occupazione e maggiore
informazione, è opera meritoria e condivisibile. Siamo naturalmente sorpresi e
indignati per l’operazione , un po’ vigliacchetta, che
ha ridotto del 50% i contributi alla stampa italiana da e per l’estero:
tagliare ai più deboli, politicamente, per darlo ad altri, politicamente più
forti, è un esempio eticamente non apprezzabile e dimostra insensibilità morale
e politica, disinvoltura giuridica, disconoscimento grave delle difficoltà
enormi che si stanno creando alle aziende editoriali, molte delle quali a
rischio di sopravvivenza. Abbiamo seguito con contatti costanti e continui
l’impegno di molti parlamentari eletti all’estero, che hanno tentato invano di
far capire la inaudita gravità di un intervento non
meditato che può avere conseguenze negative serie sulla vita delle comunità
italiane all’estero, nel momento in cui , per ragioni altre, si sta sviluppando
in Italia un dibattito sul voto all’estero che può andare oltre le tecniche e
le procedure elettorali.
Diamo atto del
loro onesto e generoso impegno; prendiamo atto, però, senza nulla togliere alla
convinta stima personale, della loro quasi irrilevanza politica nel momento in
cui decidono governo, segreterie politiche e presidenze dei gruppi. Un
possibile, e da noi pressantemente richiesto, ripensamento – ripristino delle
somme “scippate” - sembrerebbe garantito sia dall’accoglimento dell’ordine d
del giorno formalmente presentato al Senato sia da un concordante impegno alla
Camera. Noi aspettiamo fiduciosamente; ma siamo pronti a cercare con la
Federazione nazionale della Stampa – che già autorevolmente si è molto
impegnata -, le altre associazioni di categoria e tutte le rappresentanze
dell’editoria minore, forme di protesta ed iniziative
politiche a sostegno di un’informazione libera, garantita, non discriminata,
senza privilegi.
La Fusie,
consapevolmente, porrà al prossimo congresso, prevedibile per fine aprile a Roma,
tutta la problematica dell’informazione italiana all’estero: con il rinnovo
della dirigenza, difesa delle testate, rispetto delle regole, criteri chiari,
trasparenza e rapidità delle procedure, riconoscimento di ruolo, apertura alle
nuove forme di comunicazione, solidarietà e collegamento con le altre
rappresentanze nazionali dell’editoria. Sarà un’occasione importante per un
dibattito aperto, con la partecipazione di tutte le componenti
politiche, professionali e del mondo dell’emigrazione.
Domenico de Sossi,
Presidente della FUSIE Federazione Unitaria della Stampa Italiana all’Estero
Nuovi corsi speciali su temi di
interesse culturale all’IIC di Monaco di Baviera
Monaco di Baviera
- Nel semestre estivo 2010 presso l’Istituto Italiano di Cultura di Monaco di
Baviera verranno attivati nuovi corsi speciali che
tratteranno temi di interesse culturale.
I corsi non sono
rivolti esclusivamente ad un pubblico tedesco con
buone conoscenze della lingua italiana, ma anche ad italiani che desiderano
approfondire le proprie conoscenze nei diversi settori quali la letteratura,
l'arte, il cinema, il diritto, la canzone d’autore, l’opera, il design e la
traduzione.
Il primo corso, in
ordine di tempo, ad essere attivato sarà dedicato a
"L’italiano nella canzone d’autore" e si svolgerà dal 9 marzo al 27
aprile a cura di Alfredo di Cesare. Da Domenico Modugno a
Lucio Dalla; il linguaggio musicale come mezzo didattico per insegnare la
lingua, far conoscere la cultura italiana e avvicinare gli studenti
all’analisi del testo.
Seguirà, dall'11 marzo al 20 maggio, "La letteratura italiana al
femminile" a cura di Miranda Alberti. Un percorso nelle biografie di sei
scrittrici italiane contemporanee tra le più significative,
che permetteranno di cogliere aspetti socioculturali della società italiana.
Dalle opere di queste scrittrici saranno scelti alcuni testi di
invito alla lettura che saranno interpretati e commentati in attività di
gruppo.
In programma dal
19 marzo al 23 luglio a cura di Maria Pompermaier, "Il club del libro"
è una forma d’intrattenimento che consente agli appassionati della lettura di
incontrare altri estimatori di romanzi per scambiare
opinioni e commenti su un libro letto in precedenza. Durante il primo
appuntamento si parlerà de "Il peso della farfalla" di Erri De Luca.
"La
traduzione letteraria dall’italiano al tedesco" è il tema del corso che
Barbara Kleiner terrà dal 18 marzo al 6 maggio e che si propone di offrire un
primo approccio al fenomeno della traduzione letteraria dall’italiano al
tedesco. A tal fine si prenderanno in considerazione vari generi di testi; dopo
un’attenta analisi di stile e registro linguistico, si procederà a primi
tentativi di traduzione. Informazioni sul mondo della traduzione letteraria e
dell’editoria faranno da corollario al lavoro sui testi.
Sarà invece Enrica
Puggioni a tenere il corso "Percorsi di letteratura comparata tra Italia e
Germania", dal 13 aprile al 18 maggio. Partendo dalla definizione di
letteratura comparata, si affronteranno temi quali "Monaco e Firenze agli
inizi del ’900: due capitali culturali?", "Riflessione, impegno e
denuncia nel teatro tedesco e in quello italiano" ed
"Identità e alterità in alcuni grandi voci femminili del ’900".
Dal 14 aprile al
19 maggio, attenzione dedicata al corso di Carla Babini "Con gli occhi di lei. Il cinema italiano al
femminile". Un omaggio ad attrici e registe, che grazie alla loro
forte personalità, al talento e alla passione, hanno indagato l’anima femminile
nelle sue infinite sfaccettature. Fra loro Anna Magnani, Monica Vitti, Cristina
Comencini, Francesca Archibugi, Giovanna Mezzogiorno e Margherita Buy.
Proponendo brani di film, il seminario svilupperà un percorso di riflessione su
temi ed argomenti legati alla condizione della donna
nella società italiana.
Sei appuntamenti,
dal 12 aprile al 17 maggio, per conoscere La Traviata di Giuseppe Verdi in
compagnia di Annunziata De Paola e del suo corso "La gioia di Violetta, ovvero la parola mendace", che approfondirà il contesto
storico, la struttura e le scene dell'opera, leggendone il libretto e ne
analizzerà gli aspetti linguistici e le potenzialità melodiche ed espressive.
Attraverso la musica e le parole si cercherà di dare corpo ai personaggi, di delinearli e di interpretarli.
Seguirà un corso
dedicato ancora a La Traviata, ma rivolto in
particolare ai cantanti con altri sei appuntamenti, dal 7 giugno al 12 luglio,
per il perfezionamento dei ruoli principali e comprimari. Con particolare
attenzione allo studio della pronuncia del testo italiano, nell’ambito del contesto melodico e alla correttezza dell'interpretazione
dell’opera verdiana.
Se cambia
argomento, dal 14 aprile al 19 maggio, con il corso "Tra cultura e
politica. Avanguardie del
Novecento a confronto", curato da Anna Zanco Prestel, che condurrà
all'interno del movimento futurista e del suo influsso sulle correnti
artistiche e letterarie del Novecento, nonché su altre
forme espressive quali l’architettura, la fotografia, il design e la moda.
"Il Design
firmato e il Design popolare, l’Architettura colta e l’Architettura
tradizionale, International Style e Genius Loci" è il corso, a cura di
Giancarlo Trevisiol, che si svolgerà dall'11 marzo al
29 aprile. Osservazioni e proposte di lettura di un’apparente
contraddizione di contenuti e significati nella cultura del vivere e
dell’abitare negli anni del Novecento, con particolare riferimento
all’Italia.
In programma anche
"In viaggio attraverso l’Italia", dall'8 marzo al 5 luglio, con Maria
Frison-Valle: itinerario alla scoperta di luoghi poco noti delle regioni italiane, della storia, della
cultura e dell’arte, con uno sguardo alla vita quotidiana, alla gastronomia e
alle tradizioni.
Ed "Italiano per affari" dal 9 marzo al 27 aprile
in compagnia di Paola Bergamaschi, per chi volesse conoscere ed approfondire le
forme correntemente usate nei rapporti di lavoro. Sulla base della comparazione
tra lo stile di lavoro italiano e tedesco, il seminario propone elementi della
lingua commerciale nei seguenti argomenti: corrispondenza commerciale
per e-mail e per lettera, come scrivere un’offerta o un preventivo, come
fissare appuntamenti e mantenere i contatti.
Infine Mauro Ricci
condurrà, dal 18 marzo al 6 maggio, il corso dedicato a "La terminologia
giuridica nel diritto civile" per un raffronto tra i termini più correnti
nel diritto civile italiano e tedesco con eventuali spiegazioni dei vari
istituti giuridici. (aise)
Francoforte. Festa della donna sabato 13 marzo presso
la Casa di Cultura
Francoforte - Per
la ricorrenza della giornata della donna, il Circolo G. Di Vittorio organizza
sabato 13 marzo 2010, in collaborazione con il “Coordinamento Donne” di
Francoforte e l'associazione "Donne e Poesia - Isabella
Morra" un incontro-festa per le donne associate e/o simpatizzanti
delle nostre associazioni.
La serata, che si
terrà presso la Casa di Cultura di Francoforte (Adalbert
Str. 36a Bockenheim, II piano), avrà inizio alle ore
18:30 con la lettura di brevi brani letterari o testi poetici proposti e letti
dalle partecipanti stesse che abbiano come tema l'universo femminile. La
serata sarà inoltre allietata da musica. Parallelamente il Coordinamento
Donne proporrà un piccolo mercatino dell’usato. È previsto un piccolo buffet
offerto dal Circolo ma donazioni gastronomiche saranno
senz’altro ben accette. L’organizzazione prega di confermare la partecipazione
con una breve e-mail o telefonando allo 069 / 736736. I.M.
de.it.press
Saarbrücken. La Confsal Unsa invita a non accantonare il progetto dell’Agenzia
consolare
Il Coordinamento
Esteri della Confsal Unsa esorta il Sottosegretario Alfredo Mantica a rivedere
le proprie posizioni sul futuro destino del Consolato d'Italia a Saarbrücken,
soprattutto per quanto attiene alla
presunta "offesa" del Governatore del Saarland Peter Müller.
Questo Sindacato
crede di poter asserire che le posizioni annunciate dal Senatore
Mantica siano solo il frutto di un equivoco che nasce da un
documento, peraltro già in possesso della stampa tedesca, con il quale il
Capo Missione della struttura consolare di Saarbrücken suggerirebbe ai
dirigenti del MAE di non "offendere" il Governo locale con decisioni di declassamento della sede consolare ad
agenzia non gradite al Premier Müller.
La Confsal Unsa
Cordinamento Esteri ritiene che il Console di Saarbrücken, nell'ipotizzare
eventuali possibili reazioni da parte dei responsabili del Land di cui è
ospite, abbia esternato una
valutazione del tutto personale, che di fatto non è
corroborata da alcuna dichiarazione del Governatore Müller, il quale, di
contro, auspica ancor oggi l'istituzione di un'Agenzia
consolare italiana nella sua provincia.
Il Coordinamento
Esteri della Confsal Unsa spera pertanto caldamente che il progetto
di apertura di un'Agenzia consolare a Saarbrücken
non venga accantonato per via di dichiarazioni mai rese dai
politici del Saarland - i timori o le valutazioni di un singolo non possono
assurgere a dichiarazioni ufficiali dirette all'Amministrazione italiana -, i
quali sino ad ora hanno solo dimostrato nei confronti degli italiani
amicizia e fattiva collaborazione. Confsal Unsa Coordinamento Esteri (de.it.press)
Stoccarda. Caruso e Pignataro, i più chiacchierati
“papabili” alla direzione del PdL-Germania
Intervista a Mario
Caruso, dell’Enas Ugl e membro del Comites Stoccarda, che parla di sé e del suo collega Carmelo
Pignataro, ex forzista e fondatore, nel 2003, degli Azzurri nel mondo a
Stoccarda, rispondendo alle voci su una sua possibile nomina nel Pdl tedesco.
Roma - Il Popolo
della libertà in Germania continua a far parlare di sè. Dopo mesi di indiscrezioni e
voci di corridoio su chi guiderà il Pdl tedesco, di nomine ufficiali non se ne
vede nemmeno l’ombra. Nel frattempo, però, continuano gli incontri tra il
responsabile del Pdl nel mondo, Aldo Di Biagio, e i ‘candidati’ al
coordinamento in Germania. Tra questi Mario Caruso,
dell’Enas Ugl e membro del Comites Stoccarda, che, in visita a Roma e dopo un
incontro serale con Di Biagio e l’ex forzista Carmelo Pignataro, sceglie
ItaliachiamaItalia per rispondere alle ultime voci su una sua prossima
eventuale nomina.
Caruso, facciamo
il punto della situazione sulle nomine in Germania. La sua visita a Roma ha a
che vedere con questo tema?
"In questi
giorni sono a Roma, principalmente, per un impegno con l’Enas. Sapendo che ero qui, Aldo Di Biagio
ha ritenuto opportuno che ci incontrassimo e che all’incontro partecipasse
anche Carmelo Pignataro".
Per quale motivo?
"Perché sia
io che Pignataro rappresentiamo l’ala del Pdl tedesco
che, finora, ha prodotto di più. Non è un caso se abbiamo una nutrita comunità
di connazionali che ci segue, sia all’interno della circoscrizione che su tutto il territorio".
Quindi, per quanto riguarda il Pdl in Germania, pensa che Di
Biagio guardi favorevolmente lei e Pignataro?
"Me e Pignataro, ma non solo. Nutriamo un forte interesse
verso l’idea di allargare questo progetto anche alle altre persone sul
territorio che si impegnano, si sono impegnate e
continueranno a impegnarsi.
Nell’incontro è
emersa anche la volontà di dare spazio ai giovani e alle donne".
Avete già
individuato qualcuno in particolare? Avete dei nomi?
"Abbiamo
delle idee. Io conosco la
comunità, ci vivo da molti anni e so quali sono le realtà più belle che vanno valorizzate in maniera costruttiva. Stiamo
organizzando due incontri per parlare democraticamente della questione e
proporla, senza le solite spartizioni di poltrone ma in un percorso che
valorizzi chi si è distinto sul territorio. Questi incontri
avverranno tra poco e si determinerà tutto in breve termine".
Sta parlando della
solita, e chiacchierata, nomina del coordinatore Pdl in Germania?
"Ho letto
proprio di recente sulle agenzie che ancora si chiacchiera di noi, di me e
Pignataro. Siamo in democrazia ed è giusto che ci sia curiosità, ma prima di
fare chiacchiere infondate e campate in aria, è meglio appurarsi della realtà.
Questa è una precisazione che faccio anche a nome di
Pignataro, oltre che mio".
E qual è questa
realtà?
"Allo stato
attuale ancora non c’è nulla di ufficiale. Sappiamo solo quanto detto finora e
siamo sicuri di voler dare spazio a giovani e donne".
Secondo lei perché
il suo nome, insieme a quello di Pignataro, è tra i
più chiacchierati per la nomina del Pdl Germania?
"Perché
abbiamo dimostrato di essere presenti sul territorio, di avere idee innovative
che si sposano con la linea del partito. Abbiamo meritato la fiducia del
partito sul campo, lavorando giornalmente ci siamo conquistati questo spazio
senza usare le classiche logiche di partito. I risultati delle ultime elezioni
politiche del 2008 hanno dimostrato che siamo persone che lavorano sui fatti,
siamo presenti nella comunità rispondendo alle esigenze dei nostri
connazionali, non solo durante i periodi di campagne elettorali. Ogni giorno
noi lavoriamo per valorizzare la fiducia che il Pdl ripone in noi".
Concludendo, se questa famosa nomina dovesse arrivare, o a lei o a
Pignataro, quale sarà la vostra reazione?
"Come è emerso negli ultimi incontri, sia io che Pignataro ci
metteremmo a disposizione del bene del partito, cercando di far crescere e
consolidare quanto fatto finora, con equilibrio e senza alterare realtà già
esistenti sul territorio, anzi cercando di costruire proprio con loro un
percorso che sia ancora più ramificato nella realtà dei nostri connazionali.
Non voglio stravolgere quello che già c’è, ma pormi con quanto fatto finora,
cercando di individuare nuove realtà meritevoli senza basarsi su logiche partitiche ormai superate e senza dimenticare il ruolo di
futuro interlocutore valido presso le istituzioni sia italiane che
tedesche".
Barbara Laurenzi,
Italia chiama Italia 23
PD-Wolfsburg: Silvestro Gurrieri riconfermato
Coordinatore e Rocco Artale eletto Presidente
Wolfsburg.
Domenica 21 febbraio 2010 si è svolta presso il Centro italiano della città di
Wolfsburg l’assemblea degli iscritti del circolo PD.
Dopo un’accurata relazione del coordinatore uscente sulle attività e le
molteplici iniziative svolte in questi ultimi due anni dal circolo del PD
locale, tra cui il sostegno alla raccolta fondi per il terremoto in Abruzzo, la
scuola bilingue di Wolfsburg, e da ultimo la visita e l’incontro con la comunitá
italiana e la SPD locale del capogruppo al Senato del PD, Anna Finocchiaro e
del Sen. Claudio Micheloni, si è svolta un’ampia discussione sulle
questioni nazionali, degli italiani all’estero e sulle prossime iniziative.
L’assemblea degli
iscritti infine ha riconfermato in modo unanime come segretario Silvestro Gurrieri
ed ha eletto come presidente dell’assemblea il consigliere comunale della SPD
Rocco Artale. Agatino Pesce è stato riconfermato come tesoriere.
I restanti
incarichi di segreteria verranno assegnati nella
prossima assemblea.
La segreteria
PD-Wolfsburg (de.it.press)
Monaco di Baviera. Folta delegazione dei
comuni gardesani alla fiera del tempo libero
Monaco di Baviera
- Tutte le ricchezze del Lago di Garda per la prima volta si sono presentate
insieme in una delle più grandi rassegne fieristiche della Germania dedicata al
turismo e al tempo libero.
Nel fine settimana, "Free" è stata visitata da una delegazione
composta dall'assessore provinciale all’agricoltura, foreste, turismo e
promozione Tiziano Mellarini e dagli amministratori dei Comuni interessati.
In questo prestigioso appuntamento, chiusosi sabato a Monaco di
Baviera dopo cinque giorni di apertura, in prima fila c'è stato il progetto
"Garda Unico", che raccoglie tutti i territori affacciati sul lago.
Un'occasione
importante nella quale è stata presentata tutta l'offerta turistica della zona,
un importante esordio per il più grande lago italiano, che per la prima volta
si è presentato unito in un mercato strategico come
quello tedesco. Grazie all'impegno di tutti, la ricca offerta enogastronomica,
sportiva e culturale del Lago di Garda, presentata nello stand dedicato, ha
riscontrato un grande apprezzamento da parte del pubblico tedesco che ha
affollato la fiera.
Una delegazione
composta da una cinquantina fra sindaci ed
amministratori dei comuni gardesani si è recata per tre giorni a Monaco di
Baviera in visita alla fiera e non solo. L'occasione, infatti, è stata ideale
per alcuni incontri istituzionali, come quello con i dirigenti dell'ADAC,
l'automobil club tedesco che vanta 16 milioni di soci
e con il quale il Trentino ha una partnership da diversi anni.
Nella serata di
venerdì l'assessore provinciale all'agricoltura, foreste, turismo e promozione
Tiziano Mellarini si è unito alla delegazione che sabato ha visitato "Free" e lo stand del Garda; in seguito, il gruppo di
amministratori ha incontrato Leonardo Campanelli direttore dell'Enit tedesco,
l'Agenzia nazionale del turismo, per un costruttivo confronto sulla promozione
delle ricchezze del lago. (aise)
Stoccarda. Dal 5 marzo la rassegna cinematografica
“Generazione mille Euro”, sul disagio giovanile
In Germania le
nevi si sono rmai scilte e l’Istituto Italiano di Cultura di Stoccarda ne
approfitta per intensificare le sue attività in vista di una primavera ricca di
appuntamenti. In primo luogo l’attenzione è stata rivolta alla musica, a
comiciare dal concerto jazz dell’affermata cantante messinese Anita Vitale
accompagnata dal quartetto del chitarrista Lorenzo Petrocca, tenuto venerdì 19
febbraio al Jazz Club BIX di Stoccarda. La stessa formazione si esibirà
nell’ambito della tradizionale Festa della Donna che l’Istituto Italiano di
Cultura proporrà anche quest’anno nella prestigiosa
cornice del Wilhelmspalais, sede della biblioteca comunale di Stoccarda. In
collaborazione con il festival itinerante di musica classica Neckar
Musikfestival, ha proposto nei giorni 19-21 febbraio, rispettivamente a
Gundelsheim, Hirschhorn e Möckmühl, la serata “Una notte all’opera” con Claudio
Ferrarini (flauto) e Floraleda Sacchi (arpa). Il 6 marzo sarà invece la volta
di una serata pianistica a Weinsberg con il giovane talento Raffaele Moretti.
Si inaugura il
prossimo 5 marzo all’Istituto Italiano di Cultura la breve rassegna
cinematografica “Generazione mille Euro”, dedicata agli aspetti tragicomici del
più recente disagio giovanile. Sono previste proiezioni di film di Alessandro
D’Alatri, Massimo Venier e Eugenio Cappuccio. Alla
fotografia è dedicato l’incontro dell’11 marzo con il fotografo Marco
Scataglini che presenterà il suo libro di scatti della campagna romana “Tutt’intorno Roma”. Infine due importanti appuntamenti con l’arte
figurativa contemporanea italiana organizzati in proprio dall’Istituto Italiano
di Cultura di Stoccarda: la mostra del pittore e sculture friulano Silvano
Spessot nel Municipio di Stoccarda, che verrà
inaugurata venerdì 12 marzo, e la personale del pittore Ugo Mainetti negli
ambienti dell’Istituto Italiano di Cultura, che verrà inaugurata il 20 marzo
nell’ambito della Lunga Notte dei Musei 2010, kermesse che coinvolge tutte le
istituzioni culturali della capitale del Baden-Württemberg.
Sempre nel mese di
marzo l’Istituto Italiano di Cultura di Stoccarda presenta due interessanti
appuntamenti in collaborazione con l’associazione Centro culturale italiano di Friburgo:
il concerto del musicista Diego Cofone del 18 marzo e la conferenza del
giornalista Carl-Wilhelm Macke sull’antologia di testi riguardanti
l’Emilia-Romagna da lui pubblicata per la casa editrice Wagenbach, in programma
il 25 marzo presso la libreria Schwarz di Friburgo. M.G.
De.it.press
Cgie/Comites. Garavini (PD): “La riforma del Governo penalizza
l’associazionismo”
“E’ inaccettabile. La riforma della rappresentanza degli italiani all’estero in
discussione al Senato e sostenuta dal Governo indebolisce il ruolo
dell’associazionismo ”. E’ quanto ha affermato l’on. Laura Garavini al
Congresso della UIM (Unione italiani nel mondo). “La
riforma, racchiusa nella bozza Tofani, contrasta con gli interessi
dell’associazionismo dal momento che prevede di
eliminare la presenza associativa nelle assemblee di base che eleggono i
rappresentanti del Consiglio generale degli italiani all’estero e dei
rappresentanti delle associazioni dell’assemblea generale del Cgie. Tutto
questo“, ha detto l’on. Garavini „indebolisce le
funzioni ed il ruolo delle associazioni. Ed è inaccettabile
perché fino ad oggi sono state fondamentali nel sostenere culturalmente e
socialmente le nostre comunità all’estero”. De.it.press
In arrivo circoscrizione unica e niente più voto per posta
Le regole attuali
non hanno retto alla prova. Chi ha vinto le elezioni se ne è
subito pentito - di NINO BERTOLONI MELI
ROMA - I corridoi
di Montecitorio risuonano ancora delle urla che Mirko Tremaglia scagliò addosso
a Silvio Berlusconi, «te la farò pagare», «mi dovrai rendere conto», «io non mi
faccio prendere in giro da te», quando in aula mancò il numero giusto per far
passare la legge sul voto degli italiani all’estero, e Paolo Bonaiuti
coadiuvato da Ignazio La Russa si affannava a proteggere Silvio dall’ira
tremagliesca e il Cavaliere dovette affrettare il passo. La legge poi passò,
essendo costituzionale ci vollero numerose e alterne votazioni, Tremaglia si
acquetò, tutti plaudirono (solo Rifondazione, Pdci e il verde Boato si
opposero, la Lega si astenne), ma a distanza di un lustro appena la legge che consente ai concittadini residenti in ogni parte
del mondo di eleggersi dei propri rappresentanti (12 alla Camera, 6 al Senato)
fa acqua da ogni parte e già si discute come cambiarla se non addirittura di
abolirla. Il caso Di Girolamo è solo la classica goccia che fa tracimare una
discussione già avviata da tempo.
Tutti e tre i
pilastri della legge sono messi in discussione. Non va bene l’anagrafe degli
iscritti (Aire), visto che non è totalmente
verificabile; non vanno bene quelle quattro mostruose circoscrizioni che
sfuggono a ogni logica geo-politica, visto che l’Europa è connessa alla
federazione Russa e alla Turchia, l’America meridionale sta per conto suo,
l’America centrale sta con la settentrionale, mentre Asia, Africa e Oceania si
ritrovano tutte insieme con l’Antartide. Ma non va soprattutto la modalità, quel voto per corrispondenza ormai ritenuto fonte
di ogni broglio scorrettezza abuso irregolarità. «Tutti sapevano e sanno che
nelle pampas argentine o nei bar tedeschi si fa incetta di schede elettorali»,
punta il dito Fulco Lanchester, ordinario di Diritto alla Sapienza, il maggior
esperto di voto all’estero, autore di un apposito
studio già nel 1988.
Due volte si è votato per il Parlamento con queste nuove disposizioni, e
due volte proprio chi ha vinto le elezioni se n’è dovuto pentire. Gioì Romano
Prodi nel 2006 quando, si disse, riuscì ad avere la maggioranza proprio con il
voto estero, ma il giorno dopo erano già dolori, con De Gregorio che faceva
fagotto e passava di là e con quel Pallaro che per ogni votazione esigeva
“impegni” per la sua Argentina. Non gioisce adesso neanche Berlusconi, visto che il caso Di Girolamo gli è scoppiato tra i piedi e
probabilmente il premier neanche sa chi sia questo senatore “schiavo” di quel
galantuomo di Mokbel. «Il voto all’estero così com’è non è
affatto segreto, la norma è incostituzionale», rincara Lanchester,
secondo il quale la prima cosa da fare è garantire la segretezza e
l’individualità del voto abolendo quello per corrispondenza o almeno rendendolo
sicuro attraverso i consolati, le ambasciate, «luoghi controllabili,
verificabili, dove la segretezza è garantita».
E se invece si
abolisse del tutto il voto all’estero, come propongono i leghisti? Nella
maggioranza prevale la tesi della modificabilità non della pietra tombale, e
anche nel centrosinistra si oppongono alla messa in soffitta della legge.
«Sarebbe uno schiaffo alle comunità all’estero che sono una risorsa, una rete
di relazioni», dice Pietro Marcenaro del Pd e membro della commissione Esteri
del Senato che dovrà affrontare la patata bollente. Un’altra proposta è che
dalle quattro mega-circoscrizioni si passi a una soltanto, salvaguardando il
punto chiave che i concittadini all’estero eleggano propri rappresentanti.
E poi, abolire il
provvedimento sarebbe doppiamente faticoso, visto che
si tratta di legge costituzionale, alla fatica spesa per approvarla si dovrebbe
adesso usare la stessa per cancellarla. E chi glielo va a raccontare, a
Tremaglia. IM 27
Caso Di Girolamo. Intervista di Micheloni al “Riformista”
Roma- "È più
di un anno che dico pubblicamente che non considero Nicola Di Girolamo un
senatore della Repubblica italiana, è assolutamente
indegno, la sua presenza in parlamento ad usurpare un seggio degli italiani
all’estero è responsabilità unica della maggioranza di centrodestra". È
quanto dichiarato da Claudio Micheloni, senatore del Pd eletto in Europa,
intervistato da Serenella Mattera per il quotidiano "Il riformista"
sul caso Di Girolamo. Nell’articolo, pubblicato nell’edizione di venerdì, il
senatore difende il voto all’estero e ricorda che "la comunità degli
italiani all’estero è una importante risorsa. La
questione è che si ritrovano a essere vittime di chi, e sono sempre italiani
che vivono in Italia, considera quei collegi una terra di nessuno, dove fare intrallazzi". Di seguito il testo integrale
dell’intervista.
"Il senatore
del Pd Claudio Micheloni, eletto nel collegio Europa e vicepresidente del
Comitato per le questioni degli italiani all’estero, il 29 gennaio 2009,
nell’aula di Palazzo Madama definì "uno stupro" la richiesta del Pdl
di non far decadere il collega Di Girolamo dalla carica.
D. Allora si parlava
di una falsa residenza in Belgio. Adesso anche di voti truccati.
R. Purtroppo il
sistema del voto postale all’estero è tecnicamente imperfetto si presta a intrallazzi, ma finora non si sono mai accolti i nostri
suggerimenti a correggerlo. Mi auguro che lo si farà a
conclusione della indagine conoscitiva in corso in Senato sullo svolgimento del
voto all’estero nel 2006 e nel 2008.
D. C’è sentore di
altre irregolarità?
R. Sarei curioso
di sapere a che punto è l’inchiesta che emerse alla vigilia del voto, nel 2008,
su un presunto tentativo di brogli in Sud America in
cui sarebbe stata anche coinvolta la ndrangheta, attraverso al cosca Piromalli.
D. Il voto
all’estero costituisce dunque un problema?
R. Al contrario.
La comunità degli italiani all’estero è una importante
risorsa. La questione è che si ritrovano a essere vittime di chi, e sono sempre
italiani che vivono in Italia, considera quei collegi una terra di nessuno,
dove fare intrallazzi.
D. Di Girolamo è
anche vicepresidente di "Italiani nel mondo", la fondazione di Sergio
De Gregorio. Che ne pensa di iniziative del genere?
R. Ho detto
nell’aula del Senato che quella Fondazione non ha niente a che vedere con gli
italiani all’estero. L’unica cosa che accomuna De Gregorio con gli emigranti
sono le sue migrazioni nei partiti della politica italiana. Questi signori
sfruttano soltanto il nome degli italiani nel mondo. Ma
proprio De Gregorio e Di Girolamo furono invitati a comparire il 29 dicembre
2009 in seconda serata su Rai Uno al Gran Galà del Made in Italy presentato da
Pippo Baudo. E questa cosa la voglio rilevare perché la Rai (me ne accorsi
anche in relazione a una mozione che presentai
nell’aprile 2009) non parla mai degli italiani all’estero. Mai".
(aise)
Dopo lo scandalo Di Girolamo. Legge Tremaglia e italiani all’estero capro espiatorio
Roma – “Posso pur
accogliere uno sguardo critico da parte dei media sulla legge Tremaglia, ma
invito a non cadere nella trappola di criminalizzare gli italiani all’estero
che già vessati da problemi atavici e da scarse considerazioni da parte del
Paese si ritrovano ancora una volta sotto i riflettori di un “caso mediatico””.
Lo ha dichiarato Aldo Di Biagio Responsabile Italiani
nel Mondo del PdL replicando ad una dichiarazione del Sottosegretario
Giovanardi nella quale auspicava una rapida abrogazione della legge Tremaglia.
“Scrutando le
pagine dei giornali e le dichiarazione più o meno
estemporanee di colleghi o commentatori – evidenzia - sembrerebbe che la causa
di tutti i mali stia proprio nel diritto al voto riconosciuto ai nostri
connazionali. Niente di più assurdo. Non riesco ad accettare che si faccia
degli italiani all’estero tutta erba un fascio. Stanno
gettando le nostre comunità all’estero ancora una volta nel tritacarne
mediatico, come capro espiatorio di una criticità vasta, tentacolare e
terribile come gli scandali che stanno emergendo in queste ore, e trovo questo
poco rispettoso e quasi infamante”. “Non dimentichiamo che gli italiani
all’estero pagano anche le tasse nel nostro Paese e molti di loro lavorano per
l’Italia, pagano le tasse in Italia pur essendo pienamente integrati nel
territorio che li accolti – rilancia Di Biagio –
ragion per cui ricorrere ad eccessive generalizzazioni volte a snaturare la
ratio del voto all’estero sarebbe fuori luogo”.
“Il voto
all’estero è stata una conquista valoriale e
democratica che ha visto uniti referenti politici di ogni schieramento in un
unico grande progetto - conclude – un
progetto che non si può pensare di estirpare per la colpa di qualcuno o per la
superficialità di qualcun altro. La legge Tremaglia ha
consentito un rinnovamento del legame tra italiani oltre confine, lo strumento
con cui il nostro Paese ha fatto i conti con la sua storia, quella della grande
emigrazione italiana”.
“Vale la pena ribadire, a difesa del principio costituzionale del diritto
di voto per gli italiani residenti all'estero, che un Rischio infiltrazioni
della malavita nelle votazioni esiste sempre e ovunque”. Lo dichiara Aldo Di
Biagio, Responsabile Italiani nel Mondo del PdL, rispondendo alle dichiarazioni
di Pisanu secondo cui sarebbe necessario rivedere la questione del voto perché rischia fortemente
di essere controllato dalla criminalità. “D'altronde, la democrazia -nella sua
imperfezione- resta sempre il migliore dei sistemi di organizzazione politica
mai sperimentati dalla umanità ed immagino che il
senatore Pisanu, persona che stimo e rispetto, ne conosca bene le regole.
Piuttosto si potrebbe -più seriamente- mettere mano alle modalità
di voto previste dalla legge ordinaria, così come da noi già proposto in tempi
non sospetti ovvero prima delle elezioni 2008”. De.it.press
Contingente
scolastico all’estero per il 2010/11: conclusa la concertazione tra MAE e
sindacati
Uil scuola: “Netto e totale dissenso per tagli a scuole, a corsi
di italiano e lettorati”
ROMA -
Nell’incontro del 22 febbraio – riferisce la Uil
scuola - si è conclusa la procedura di concertazione tra la delegazione di
parte pubblica Ministero Affari Esteri/Ministero Istruzione, Università,
Ricerca e le Organizzazioni Sindacali, sulla proposta di contingente
scolastico all’estero per il prossimo anno scolastico che , sulla base della
riduzione di circa 3 milioni di euro, prevista dalla Finanziaria sul cap. 2503,
relativo agli assegni di sede del personale di ruolo, contiene tagli agli
organici per circa il 10% del personale scolastico all’estero per il prossimo
anno scolastico per anno scolastico 2010/2011.
La UIL scuola ha
espresso “netto e totale dissenso nel metodo e nel merito sulle riduzioni di
personale che colpiscono le scuole statali italiane all’estero, senza prevedere
nessun serio e organico intervento di razionalizzazione delle scuole private
all’estero”. “In attesa – prosegue la nota - del testo definitivo della
proposta di contingente e di una approfondita
valutazione con le altre OO.SS. delle gravi decisioni assunte dal MAE , che
sarà oggetto di un comunicato unitario nei prossimi giorni , vengono confermate
tutte le cifre sulla reale entità dei tagli, che la Uil scuola ha denunciato
già dallo scorso mese di ottobre. (http://www.uilscuolaesteri.it/esteri/?p=98
. I tagli proposti, tra soppressioni , non attivazioni
e possibili congelamenti arrivano quasi al 10% del personale dirigente ,
docente e ATA in servizio all’estero, e in particolare riguardano 54 posti,
come la UIL scuola ha denunciato dall’ottobre scorso nei precedenti comunicati
(http://www.uilscuolaesteri.it/esteri/?p=159 ) i 16 posti di dirigenti
scolastici in emisfero boreale e 7 in emisfero australe, 13 posti di docenti e
lettori già non attivi, 18 posti di docenti ,12 posti di lettorati, 12
incarichi extra accademici, ai quali si aggiungono circa 20 ulteriori posti di
docenti da sopprimere ulteriormente, nel caso le richieste di integrazione dei
capitoli di spesa relativi non siano accolte nei prossimi mesi dal MEF”.
Nella nota Uil scuola si legge anche che “nel
corso della riunione sono stati affrontati anche ulteriori
punti all’odg e in particolare: sui contenuti del Telespresso circolare sulle
modalità per la scelta della sede metropolitana per il personale restituito ai
ruoli metropolitani per fine mandato oppure a domanda, la UIL scuola ha
sollecitato l’invio di tali disposizioni alle sedi estere, tenuto conto
dell’emanazione dell’OM relativa alla mobilità in territorio
metropolitano; per quanto la proposta di Contratto sulla mobilità estero
per estero, che è stata consegnata alle OO.SS., la UIL scuola , che fornirà le
proprie valutazioni nella prossima riunione, prevista per il 17 marzo p.v. , ha
chiesto all’Amministrazione di garantire con norme adeguate il ricollocamento
del personale in servizio all’estero, perdente posto a causa dei tagli proposti
per il prossimo anno scolastico”. (Inform) 24
Cile sconvolto dal terremoto, centinaia di morti, incubo tsunami
Il sisma dell'8,8
Richter è avvenuto alle 7,34 ora italiana (le 3,34
locali)
Almeno 180 i
morti. Epicentro a 90 chilometri da Concepcion
In undici ore 46
scosse, allarme onde anomale fino al Canada. Quartieri storici
di Santiago distrutti, danni in tutto il paese. La
Farnesina: "Nessuna vittima italiana"
SANTIAGO - Una mostruoso terremoto di magnitudo 8.8 della scala Richter
ha seminato morte terrore in Cile alle 3.34 ora locale (secondo l'istituto
geologico americano Usgs, le 7.34 in Italia), provocando tra 150 e 180 vittime.
Dieci ore prima era stato preceduto da una scossa 6.9 sull'isola giapponese di
Okinawa. La scossa, molto più potente di quella che il 12 gennaio scorso ha
devastato Haiti, ha avuto l'epicentro in mare a 115 chilometri a nord-nord-est
della città di Concepcion. Blackout di luce e telefono sono stati segnalati in
molte città, tra cui Santiago e Valparaiso. Isolate due
regioni nel sud del Paese, Biobio e Talca. Uno sciame
sismico "gigantesco": 46 scosse in undici ore, nessuna inferiore a
5.2 gradi Richter.
E' scattato così
l'allarme tsunami nell'intero Oceano Pacifico, dal
Centroamerica fino alla Polinesia. Dopo che una prima gigantesca ondata si è
abbattuta provocando danni sull'isola di Juan Fernandez, al largo di
Valparaiso, sulla costa si è scatenato il terrore. L'allarme si è poi esteso
dal Sudamerica fino all'Alaska, al Canada e al Giappone. Paura
per l'isola di Pasqua, raggiunta poi - fortunatamente - da un'onda di trenta
centimetri. Altre onde hanno colpito l'isola Robinson Crusoe, l'unica
abitata dell'arcipelago. Un gruppo di archeologi francesi al lavoro sull'isola risulta al momento disperso. Sulla costa si è abbattuta
un'onda tsunami alta oltre due metri.
A Concepcion, 513
km da Santiago, una decina di persone sono state
estratte dalle macerie di un edificio di 14 piani. Ma ce ne sarebbero
tra le 130 - 150 ancora intrappolate. In città, testimonianze
parlano di palazzi di 15-18 piani sbriciolati al
suolo, comunicazioni interrotte e incendi. L'ospedale è stato evacuato e risultano gravi problemi anche per la sicurezza pubblica,
con più di duecento evasi dalle carceri dopo le scosse a Chillan, località
nell'entroterra a sud di Talca.
Da Santiago,
arrivano notizie di completa distruzione degli edifici storici e paura per
l'impianto chimico di Colina, un comune a nord della città che ha subito gravi
danni. Si teme la fuorisciuta di una nube tossica. L'aeroporto di Santiago del
Cile è stato chiuso e tutti i voli sono stati cancellati. Nell'intero Cile
vivono 50.000 italiani, a Concepcion ne sono registrati 500. La Farnesina
ha finora escluso vittime italiane, malo stesso
Ministero dichiara che si tratta di un dato provvisorio che richiede verifiche
continue, come dichiarato da Fabrizio Romano, responsabile dell'Unità di Crisi
della Farnesina a Sky Tg24.
Il Cile ha il
triste primato del terremoto più forte mai registrato, quello di magnitudo 9,5
del maggio 1960 che fece 1.655 morti. LR
27
La morte dell’agente Colazzo. Sacrificato dai servizi pachistani
E’ possibile che
Pietro Antonio Colazzo, l’agente dell’Aise, l’agenzia per le informazioni e la
sicurezza esterna, cioè i servizi di sicurezza
italiani destinati a operare all’estero, non sia stato sacrificato dai taleban,
ma da suoi «colleghi» (e mi scuso per accomunarlo anche solo nel termine)
pachistani. L’attentato a Kabul, contro un centro commerciale, col passare
delle ore sembra assumere infatti un profilo molto più
complicato di quello che si è dato per scontato all’inizio.
Secondo fonti
dell’intelligence afghana, raccolte da vari giornalisti stranieri, l’attacco
sarebbe stato ideato e portato a termine non dai taleban, ma dai servizi
segreti del Pakistan, con lo scopo di inviare un pesante avvertimento
all’India. Questa versione, in maniera più edulcorata, l’ha fornita del resto
in una nota ufficiale lo stesso Karzai, che ha indicato nell’India - e non
negli stranieri in generale - l’obiettivo della strage.
Non che tutto
questo faccia alcuna differenza per i familiari del nostro agente caduto, né
per tutte le altre vittime; ma potrebbe farlo per il nostro dibattito politico
interno che, ancora una volta, accenna a riprendere fiato, come sempre ogni
volta che un italiano resta sul terreno nella missione afghana.
I pachistani,
arcinemici dell’India, e con l’India impegnati da molti anni in una guerra di
frizione in zone della loro frontiera, temono oggi la crescente influenza
indiana nel Paese di Karzai. Secondo una versione più o meno
oggi accertata, sono stati loro a progettare e portare a termine, insieme ai
taleban, i vari attacchi all’ambasciata indiana a Kabul: quello nel luglio
2008, costato più di 60 morti, e l’altro, nell’ottobre scorso, con 17 morti.
Cosa significhi questa aggressiva presenza a Kabul dei servizi
pachistani, ai fini del nostro dibattito sulla missione in Afghanistan, è
presto detto: la guerra in quel Paese è ormai ben oltre il punto di non ritorno
di una possibile negoziazione. Per la semplice ragione che, negli ultimi anni,
la situazione interna del Paese si è frammentata e frantumata in molte schegge
di conflittualità ed interessi: si è divisa in zone
rurali e non, fra aree controllate o no dai taleban, in aree di influenza in
cui i giochi sono molti. E’ il profilo di un conflitto che continua a muoversi
sotto i piedi della missione Onu, e quella americana. Troppo in movimento perché
si possa fare - almeno finora - un punto fermo da cui ricominciare un processo
politico.
In termini di
decisioni nazionali dei Paesi che hanno lì delle truppe
questo significa una sola cosa: che il ritiro delle truppe - che deve essere
giustificato da una qualche stabilizzazione interna - è ben lontano dall’essere
possibile. L’offensiva lanciata dagli americani nelle ultime settimane, seguita
al rinnovato impegno militare del presidente Obama, è in fondo la presa d’atto
proprio che le forze occidentali, a quasi un decennio dal loro primo impiego
nel Paese, non hanno mai davvero raggiunto il controllo del territorio. Tanto
per capire la dimensione dell’impegno che gli Usa hanno ancora davanti, basta
leggere le dichiarazioni dell’Amministrazione americana, che proprio ieri ha
detto che la grande operazione appena finita, che ha portato alla conquista
della roccaforte talebana di Marjah nell’Helmand, è solo
«un preludio tattico» a una più ampia operazione nella provincia di Kandahar.
Questo in fondo è
tutto quello che c’è da dire sull’ennesimo attacco dentro la capitale afghana.
Una sintesi che, nella sua scarsità di parole, riflette quanto scarna sia diventata la verità di quel che succede in quel
Paese.
Eppure, per quanto
ridotta all’osso sia ormai la situazione afghana, non è detto che non peggiori.
Nell’agenda
mediorientale c’è un nuovo appuntamento che contiene ulteriori
incognite. Il 7 marzo, fra due domeniche, si va al voto in Iraq. Sono le
seconde elezioni (le altre nel 2005) dopo l’invasione del 2003 da parte degli
americani, e hanno la potenzialità di farci capire se la pax americana lascia
dietro di sé, dopo sette anni, un Paese in grado di reggersi da solo, o se
ancora una volta prevarrà la strada della lotta intra-etnica, del frazionamento
religioso e politico. Gli iracheni vanno alle urne sullo sfondo del ritiro
delle truppe Usa, che dovrebbero essere ridotte a 50
mila uomini in settembre, e poi azzerate nel 2011.
Per capire la
frammentazione del Paese basterà sapere che alle urne si presentano 306
organizzazioni, di cui 251 in liste coalizionali e 55
da sole, per eleggere 325 membri del Consiglio dei Rappresentanti dell’Iraq,
che a loro volta eleggeranno il primo ministro e il Presidente del Paese.
Ha scritto di
recente Thomas Freedman sul New York Times: «Le elezioni ci faranno capire se
l’Iraq è quel che è a causa di Saddam, o se è quel che è a causa di se stesso».
Una bellissima affermazione su guerra e cultura o, se
preferite, su politica e storia.
Ma al di là della letteratura, il rischio che giace al fondo
delle urne irachene vale non solo per l’Iraq, ma, come si diceva, per tutta la
zona di instabilità del Medio Oriente.
Negli ultimi dieci
anni la guerra è stata come un pendolo che alternativamente ha oscillato fra
Iraq e Afghanistan, passando per l’Iran. Nelle elezioni irachene, che saranno
guardate anche per misurare il peso che l’Iran ha guadagnato in Iraq, si capirà
soprattutto se questo pendolo può fermarsi.
La stabilizzazione
dell’ex Paese di Saddam darebbe infatti agli americani
sia la forza politica di aver stabilito un punto fermo, sia la forza militare
di potersi concentrare sull’Afghanistan. Altrimenti il pendolo riprenderà a
muoversi, con gli effetti distruttivi di sempre. LUCIA ANNUNZIATA LS 27
La sfida dell’abolizione. Pena di morte. Il coraggio di dire no
LA conversione
degli Stati nel mondo per l’abolizione della pena di morte continua lenta, ma
ormai irreversibile. Per chi volesse
misurarne l’andatura, ricorderemo che quaranta anni fa solo ventitré erano i
Paesi abolizionisti, oggi sono centoquarantuno. E nel dicembre 2007 l’Assemblea
generale dell’Onu approvava una risoluzione per una moratoria universale
dell’applicazione della pena di morte, che avrà una
replica alla fine di quest’anno.
Le aspettative sono per una astensione degli Stati Uniti, del
Giappone e dell’India. Per ciascuno di questi tre Stati le ragioni che lasciano
sperare in una loro posizione meno rigida sono diverse. Per
gli Stati Uniti l’attenzione di Obama ai processi di evoluzione della civiltà
giuridica del mondo, per il Giappone l’astensione di un intero anno da
esecuzioni capitali, per l’India l’esistenza di un dibattito in materia presso
la Corte Suprema.
Tuttavia gli
schieramenti nell’Assemblea dell’Onu sono risultati di
azioni diplomatiche e di calcoli politici. Su questioni che toccano la persona
umana e il suo diritto alla vita, le cause attive sono culturali. E qui si
tocca il paradosso della difficoltà che un valore universale incontra quando lo si voglia liberare dagli ostacoli oppostigli da
tradizioni sociali e religiose, da arcaiche eredità di sistemi giuridici, da
mentalità collettive, che uniscono alla resistenza al cambiamento il timore
della perdita di una identità storica particolare.
L’uomo per la
dotazione che gli è riconosciuta di diritti universali dovrebbe avere come suo contesto di vita l’intera famiglia umana, o come con
generosa profezia si esprimeva Giovanni XXIII la cittadinanza di una comunità
politica mondiale. Nelle pesantezze della storia, gli uomini vivono in popoli e
Stati assai diversi e talora discordi proprio nel riconoscere la natura
universale della persona umana.
L’Italia ha un
primato nel mondo, non solo per il pensiero illuministico di Cesare Beccaria,
avverso alla pena di morte, ma per l’abolizione di questa sanzione nel
Granducato di Toscana e con il Codice Zanardelli nell’Italia unita e poi
soprattutto nei nostri giorni per l’interpretazione degli articoli 2 e 27 della Costituzione della Repubblica da parte della
Corte Costituzionale.
Quando la commissione
dell’Assemblea costituente, che preparò il Progetto di costituzione, volle
illustrare il comma 4 dell’articolo 27, abolitivo
della pena di morte, si richiamò ad un principio “che in molti sensi può dirsi
italiano”. Principio che già può dirsi ricognitivo di un più generale diritto
alla vita, primo tra i diritti umani riconosciuti nell’articolo 2. La Corte Costituzionale, con sentenza n. 223 del 1996,
impedì l’estradizione negli Stati Uniti di un cittadino italiano, non
ricorrendo la garanzia assoluta richiesta dalla nostra Costituzione per la inviolabilità della vita in uno Stato estero non
abolizionista. Se gli Stati si conoscessero meglio, al di
sopra degli interessi politici, economici, militari, sul piano dei
diritti umani e con una informazione storico-comparativa sul divenire dei
propri ordinamenti, probabilmente le infinite risorse della cultura
riuscirebbero ad abbattere tante frontiere, che, prima di delimitare gli spazi
della sovranità degli Stati, offendono e frantumano l’unità della ragione
umana. FRANCESCO PAOLO CASAVOLA Im 25
Le civiltà
esistono solo grazie a un temporaneo consenso geologico, suscettibile di essere
ritirato senza preavviso. Sarebbe bene non dimenticare mai questa massima, che
deriva dall’esperienza millenaria degli uomini che popolano le regioni sismiche
del pianeta Terra, almeno se si vuole continuare a vivere lì. Un terremoto di
magnitudo 8,8 Richter è già un evento di rara potenza, ma per dare un’idea di
cosa significhi una sequenza sismica come quella sopportata dai cileni la notte
scorsa, basterà dire che la scossa di replica principale è stata più potente
della scossa principale dell’Aquila, e la seconda forte
come il terremoto dell’Umbria-Marche del 1997. Repliche che dureranno
settimane.
Mentre ancora non
sappiamo quante saranno, e quanto alte, le onde del maremoto per cui tutto il
Pacifico è in allarme e per sfuggire a cui le
popolazioni di Hawaii e dell’Isola di Pasqua si ritirano in collina.
Nel Cile si vive
pericolosamente da secoli, Concepcion fu già distrutta nel XVIII secolo e nel
suo viaggio attorno al mondo con il Beagle, Charles
Darwin annotava di terremoti a Valparaiso e si domandava se quel paesaggio non
recasse per caso traccia di antiche scosse. Aveva ragione: la catena delle Ande,
le pianure costiere, i bacini lacustri e i grandi salares appena dietro le
montagne sono tutti eredi degli antichi sismi che hanno disegnato quelle terre
da prima della comparsa degli uomini.
Ma questo
terremoto non è una sorpresa, perché il margine andino centrale è la regione
dove avvengono i più violenti terremoti del mondo: nel 1960 il più forte sisma che gli strumenti dell’uomo abbiano mai registrato colpì il
Cile centrale con magnitudo 9,5 Richter, qualcosa che nemmeno lo scoppio
contemporaneo di tutto l’arsenale nucleare del pianeta potrebbe simulare con
una qualche approssimazione. La placca geologica che contiene l’America latina
si scontra con quella dell’Oceano Pacifico, e mentre
quest’ultima si infila sotto la prima, la Terra si comprime fino a rompersi e a
generare terremoti, oltre che a scatenare eruzioni vulcaniche esplosive. Questa
è peraltro la situazione generale di tutto il Pacifico, dal Giappone alle
Tonga, dal Perù all’Alaska: la cosiddetta cintura di fuoco, dove comunque gli
uomini si ostinano a vivere da generazioni e dove si scatena la gran parte dei
sismi della Terra. Non c’è nessuna relazione fra questo terremoto e quello di
Haiti e l’unica considerazione da fare è che, se gli
haitiani avessero costruito bene come i cileni, non avremmo contato centinaia
di migliaia di morti. E non c’è nessuna recrudescenza del fenomeno sismico in
questo periodo di tempo: i terremoti avvengono
indifferentemente di notte come di giorno, d’estate come d’inverno e senza
alcuna relazione con fenomeni meteorologici o anticipo di fine del mondo. È
solo la normale attività di un pianeta dinamico, che per questo si distingue da
tutti gli altri del sistema solare, tanto da far credere che, se non ci fosse stata attività sismica e vulcanica, non ci sarebbe
stata nemmeno la vita: siamo tutti figli di una Terra inquieta. Quando si ha a
che fare con i terremoti si può solo vivere
pericolosamente, basta non avere la memoria corta e portare grande rispetto
alla madre Terra. MARIO TOZZI LS 28
Gheddafi: «Guerra santa contro la Svizzera per il no alle moschee»
MILANO - Il
colonnello libico Muammar Gheddafi ha invitato alla Jihad
(la guerra santa, ndr) contro la Svizzera, da lui definita «miscredente» e
«apostata», dopo l’approvazione del divieto di costruire minareti nel paese
elvetico.
IL DISCORSO - «È
contro la Svizzera miscredente e apostata che distrugge le case di Allah che la
jihad deve essere proclamata con ogni mezzo», ha
dichiarato il colonnello Gheddafi in un discorso a Bengasi, nell’est della
Libia, in occasione della Festa del «Mouloud», che commemora la nascita del
profeta Maometto. Per il numero uno libico, «la jihad
contro la Svizzera, contro il sionismo, contro l’aggressione estera (...), non
è terrorismo». «Qualunque musulmano nel mondo che tratta con la Svizzera è un
infedele ed è contro l’islam, contro Maometto, contro
Dio, contro il Corano», ha aggiunto il leader di Tripoli davanti a migliaia di
persone. Boicottate la Svizzera: boicottate i suoi prodotti, boicottate i loro
aerei, le loro navi, le loro ambasciate, boicottate questa razza miscredente,
apostata, che aggredisce la case di Allah», ha
insistito Gheddafi, parlando in veste di capo del Commando popolare islamico
internazionale, ente da lui creato nel 1991.
LA CRISI - Sulle
dichiarazioni del leader libico, un portavoce del ministero svizzero degli
Affari esteri non ha voluto rilasciare commenti. Le relazioni tra Tripoli e Berna sono tesissime dopo l’arresto a luglio
2008 a Ginevra del figlio di Gheddafi, Hannibal, arrestato a Ginevra con
l’accusa di aver maltrattato i suoi domestici. L'episodio ha scatenato una
serie di ritorsioni a catena. La Svizzera lo scorso autunno ha inserito nella
lista nera di Schengen i nomi di 188 alti dirigenti libici, tra cui anche
quello del colonnello Muammar Gheddafi, inasprendo la crisi. Poco dopo le
autorità libiche hanno arrestato due imprenditori svizzeri, di cui uno, Max Goeldi, è ancora detenuto in Libia. L’intervento
«delirante» di Gheddafi avviene mentre proseguono le trattative tra i due paesi
per la sua liberazione. Il 29 novembre scorso gli svizzeri hanno votato a larga
maggioranza (57,5%) per vietare la costruzione di nuovi minareti, in un
referendum promosso dalla destra populista.
DIRITTO DI USARE
SCHENGEN - Intanto la Svizzera si è difesa giovedì dall’accusa di aver usato
l’accordo di Schengen a fini politici, per risolvere la sua controversia con la
Libia. «Noi siamo membri dello spazio Schengen e come ogni altro membro noi
abbiamo il diritto di applicare queste disposizioni», ha detto il ministro
della Giustizia svizzero Eveline Widmer-Schlumpf al termine di una riunione a
Bruxelles con il ministri degli Interni dei Ventisette
membri dell’Unione Europea. Widemer-Schlumpf si è in particolare difesa dalle
accuse lanciate dal ministro dell’Interno italiano Roberto Maroni, il quale
poco prima aveva detto ai giornalisti che non si può usare questo strumento di
cooperazione internazionale «per risolvere controversie bilaterali come quella
tra Berna e Tripoli».
Redazione online
cds 26
La rivoluzione tedesca. "Tuteliamo gli uomini, il nuovo sesso debole"
La società sta
diventando più femminile: e in molti fanno fatica ad adattarsi
E arrivano le
richieste per creare una nuova figura un incaricato
per le pari opportunità maschili - dal nostro corrispondente ANDREA TARQUINI
BERLINO - Povero
maschio, stai messo male. Hai perso la guerra dei sessi, almeno nelle società
più avanzate. Le donne, in realtà moderne come quella tedesca ma non solo, ti
hanno sorpassato o ti stanno detronizzando in ogni
campo. Hanno imparato a conciliare carriera e figli, studiano di più e meglio,
hanno un approccio più flessibile con le nuove tecnologie. Fumano e bevono
meno, sono più sane, hanno una vita più lunga, è più raro che scelgano il
crimine. La situazione degli uomini oggi, in Germania e nelle altre società
postindustriali, è talmente drammatica e desolata che rende
necessaria una nuova istituzione, una nuova figura: un incaricato
governativo o un ombusdman, che si prenda cura delle pari opportunità per gli
uomini. I quali ormai, non c'è nulla da fare, sono divenuti il nuovo sesso
debole.
La proposta dell'ombudsman per le pari opportunità maschili sembra
provocatoria, e vuole esserlo. Viene dal congresso
sulla condizione maschile "Nuovi uomini. Ma è
davvero necessario? Dibattito sull'approccio degli uomini a sentimenti ed
emozioni" che si è tenuto all'università Heinrich Heine di Duesseldorf,
per ironia della sorte anch'essa ormai un bastione del potere femminile: 60 studenti su cento sono ragazze. Come il
57 per cento dei maturandi nei ginnasi, le scuole superiori di qualità.
Insomma, bisogna inventare un nuovo uomo, adattarlo al mondo nuovo,
ma senza strappargli la sua virilità. Non è uno scherzo, hanno ammonito
sociologi e psicologi nella conferenza al capezzale del maschio.
"La promozione delle pari opportunità negli anni Sessanta e
Settanta è stata un successo", dice il sociologo Klaus Hurrelmann, ma
inevitabilmente le donne hanno vinto a spese degli uomini. "Ci siamo
dimenticati di loro, associandoci alla lotta del femminismo e delle
donne". Con il risultato, tra l'altro, per le nuove donne vincenti di
sempre maggiori difficoltà per trovare il "signor
giusto". Donne vincenti ma a corto di uomini.
È colpa anche dei
maschi, ovviamente. Attraverso le tempeste della rivoluzione femminista, della
caduta dei Muri, di Internet, hanno continuato ad aggrapparsi al loro ruolo
tradizionale di capofamiglia che lavora, ammonisce Hurrelmann. Non hanno capito
appieno che le donne, specie le giovani d'oggi, vogliono e sanno far coesistere
carriera e successo con famiglia e ruolo di genitrice. Il quadro generale
descritto dal professor Matthias Franz lascia poche speranze. Vediamolo: ben
più ragazzi che non ragazze (60 su cento) interrompono gli studi. Le donne in
media vivono 5 anni più a lungo. Sanno condurre una
vita più sana, indulgono meno dei maschi ai malsani
piaceri di fumo, alcol e droghe, sono colpite più raramente da infarto o altre
malattie cardiovascolari. A scuola e nelle università sono più brave, si applicano
con più concentrazione, e con idee più chiare su cosa vogliono fare da grande.
"Insomma, nell'istruzione, nella salute ma anche quanto a conoscenza della
propria identità, i maschi offrono un quadro desolato". E senza un aiuto,
istituzionale e politico, rischiano di non farcela.
Persino sul futuro
della coppia non sono più loro, i tradizionali 'capofamiglià da secoli, a
decidere. Il più delle volte è la donna a scegliere il divorzio o la fine della
relazione, nota il sociologo Gerhard Amendt. E aggiunge: l'uomo che deve
accettare divorzio o fine di un amore, il più delle volte non reagisce con un
feeling di nuovo inizio della vita, ma ripiegandosi su
se stesso. Per anni o per sempre. Così come a scuola e nelle università, i
maschietti che si vedono e si sentono sorpassati dalle ragazze reagiscono
chiudendosi su se stessi, lasciandosi andare nella quasi tossicodipendenza dai
videogiochi, esplodendo in disperati accessi di aggressività. O cercando rifugio in famiglia, nel nido di mamma e papà, comodo ma
senza domani.
L'uomo forte
insomma è leggenda macho di ieri, passé, nota lo svizzero Walter Hollstein,
studioso della psicologia maschile. Il maschio di oggi non ha saputo adattarsi
a un mondo divenuto più femminile, nel potere ma anche nella cultura e nei
costumi. "Agli uomini si chiedono sempre più
spesso qualità femminili: più comunicazione, più capacità di mostrare
sentimenti ed emozioni". Meno decisionismo, meno potere. E il maschio va
in tilt. "Deve imparare più empatia, capire meglio se stesso". Di questo
passo, forse sembrerà necessaria persino una politica delle quote. Non più
quote rosa, ma quote per i maschi. Con le quote, con
l'ombudsman, con nuovi sforzi per capire se stessi,
urge inventare l'uomo nuovo. Capace di adattarsi al nuovo potere delle donne. Magari anche pronto a cercare carriera o vocazione della vita in
campi tradizionalmente femminili, dall'insegnamento agli asili. Povero
maschio, dicono i congressisti di Duesseldorf, ha perso la guerra tra i sessi e
va aiutato. Se non nascerà pian piano l'uomo nuovo, anzi il maschio nuovo, ci perderanno anche le nuove donne: mancheranno loro
partner affidabili. LR 25
La crisi greca, che piace a troppo. Due partiti contro l'euro
Sull’onda della
crisi greca si è all’improvviso diffusa un’isteria
collettiva: non solo sulle sorti dell’euro, ma dell’intera costruzione europea.
La alimentano due partiti contrapposti, entrambi interessati ad accentuare la
gravità di questa crisi.
Da un lato i
federalisti sperano che la crisi ci obblighi a fare un passo avanti
nell’integrazione politica dell’Europa. Non si può aiutare la Grecia senza
mettere in piedi un meccanismo che consenta trasferimenti di bilancio
all’interno dell’Europa, e questo è impensabile senza un passo avanti
nell’unione politica. Non farlo significherebbe rischiare che Atene abbandoni
l’euro, eventualità che essi ritengono inconcepibile. D’altronde i federalisti
hanno sempre pensato che l’unione monetaria avrebbe prima o
poi reso inevitabile qualche forma di unione politica. È la volta buona:
la crisi in fondo è benvenuta.
Dalla parte
opposta ci sono gli scettici, coloro che non hanno mai
creduto nel progetto europeo. Essi pensano che la crisi vendicherà il loro
scetticismo. Determinerà la fine dell’euro e darà un colpo
irreparabile alle istituzioni europee. Dietro questa
opinione c’è molta politica. Non a caso gli scettici sono soprattutto negli
Stati Uniti e in quei Paesi europei che non hanno aderito all’unione monetaria
(Gran Bretagna, Svezia, Danimarca ma anche la Repubblica Ceca), cioè là dove un
fallimento dell’euro potrebbe portare qualche vantaggio. I commenti del
Financial Times e soprattutto del Wall Street Journal danno per scontato il
fallimento dell’euro. E già assaporano la rivincita sulle decisioni
dell’antitrust europeo guidato da Mario Monti, che anni fa obbligò Microsoft e
General Electric a cedere un po’ del loro potere di mercato.
Scettici e
federalisti hanno ideali e intenti contrapposti, ma oggi, paradossalmente, condividono un interesse comune: accentuare la crisi. Per
motivi diversi montano una bolla che, una volta gonfiata, non può che produrre
un guaio serio. Perché l’illusione dei federalisti si rivelerebbe per quello
che è, cioè solo un’illusione, mentre la profezia degli scettici rischierebbe
di avverarsi (anche se il fallimento dell’euro rafforzerebbe il dollaro, come
già sta accadendo, e non è evidente che ciò aiuti l’economia americana).
Occorre tenere i
piedi per terra. La Grecia ha problemi seri, come tanti Paesi. Il debito è elevato,
ma per ora inferiore a quello dell’Italia; il deficit è enorme, ma non maggiore
che in Gran Bretagna, o negli Usa; l’economia ha perduto competitività, ma meno
della Spagna. C’è, è vero, un imminente problema di liquidità: nei prossimi due
mesi Atene deve rifinanziare 22 miliardi di euro di
titoli pubblici in scadenza, e rischia di non riuscirci. È per affrontare
questi problemi che esiste il Fondo monetario internazionale. Vogliamo, per
incomprensibile ostinazione e stupida vanità, tener lontano il Fondo,
nonostante sia un’istituzione nella quale gli europei detengono la maggioranza
del capitale? Basta un consorzio di banche: 22 miliardi di euro sono una cifra
relativamente piccola che molte banche sono pronte a garantire. Scettici e
federalisti dicono che queste mezze misure non bastano: serve un big bang.
Stiamo attenti a non cadere nella loro trappola. Francesco Gavazzi CdS 27
Sentenza Mills: prescrizione. La prova delle menzogne
DAVID MILLS è
stato corrotto. È quel che conta anche se la manipolazione
delle norme sulla prescrizione, che Berlusconi si è affatturato a partita in
corso, lo salva dalla condanna e lo obbliga soltanto a risarcire il danno per
il pregiudizio arrecato all'immagine dello Stato. Questa è la sentenza delle
Sezioni unite della Cassazione. Per comprenderla bisogna sapere che la
corruzione è un reato "a concorso necessario": se Mills è corrotto,
il presidente del Consiglio è il corruttore.
Per apprezzare la
decisione, si deve ricordare che cosa ha detto, nel corso del tempo, Silvio
Berlusconi di David Mills e di All Iberian, l'arcipelago di società off-shore
creato dall'avvocato inglese. "Ho dichiarato pubblicamente, nella mia
qualità di leader politico responsabile quindi di fronte agli elettori, che di questa All Iberian non conosco neppure l'esistenza. Sfido chiunque a dimostrare il contrario" (Ansa, 23 novembre
1999). "Non conosco David Mills, lo giuro sui
miei cinque figli. Se fosse vero, mi ritirerei dalla
vita politica, lascerei l'Italia" (Ansa, 20 giugno 2008). Bisogna cominciare
dalle parole - e dagli impegni
pubblici - del capo del governo per intendere il significato della
sentenza della Cassazione.
Perché l'interesse
pubblico della decisione non è soltanto nella forma giuridica che qualifica gli
atti, ma nei fatti che convalida; nella responsabilità che svela; nell'obbligo
che oggi incombe sul presidente del Consiglio, se fosse un uomo che tiene fede alle sue promesse.
Dunque, Berlusconi ha conosciuto Mills e, come il processo ha
dimostrato e la Cassazione ha confermato (il fatto sussiste e il reato c'è
stato), All Iberian è stata sempre nella sua disponibilità. Sono i due punti
fermi e fattuali della sentenza (altro è l'aspetto formale, come si è detto).
Da oggi, quindi, il capitolo più importante della storia del presidente del
consiglio lo si può raccontare così. Con il
coinvolgimento "diretto e personale" del Cavaliere, David Mills dà vita alle "64 società estere offshore del group B
very discreet della Fininvest". Le gestisce per conto e nell'interesse di
Berlusconi e, in due occasioni (processi a Craxi e alle "fiamme
gialle" corrotte), Mills mente in aula per tener lontano il Cavaliere da
quella galassia di cui l'avvocato inglese si attribuisce la paternità
ricevendone in cambio "somme di denaro, estranee alle sue parcelle
professionali" che lo ricompensano della testimonianza truccata.
Questa conclusione
rivela fatti decisivi: chi è Berlusconi; quali sono i suoi metodi; che cosa è
stato nascosto dalla testimonianza alterata dell'avvocato inglese. Si comprende
definitivamente come è nato, e con quali pratiche,
l'impero del Biscione; con quali menzogne Berlusconi ha avvelenato il Paese.
Torniamo agli
eventi che oggi la Cassazione autentica. Le società offshore che per brevità chiamiamo All Iberian sono state uno strumento voluto e
adoperato dal Cavaliere, il canale oscuro del suo successo e della sua
avventura imprenditoriale. Anche qui bisogna rianimare qualche ricordo. Lungo i
sentieri del "group B very discreet della Fininvest" transitano quasi
mille miliardi di lire di fondi neri; i 21 miliardi
che ricompensano Bettino Craxi per l'approvazione della legge Mammì; i 91
miliardi (trasformati in Cct) destinati non si sa a chi mentre, in parlamento,
è in discussione la legge Mammì. In quelle società è occultata la proprietà
abusiva di Tele+ (viola le norme antitrust italiane, per nasconderla furono
corrotte le "fiamme gialle"); il controllo illegale dell'86 per cento di Telecinco (in disprezzo delle leggi
spagnole); l'acquisto fittizio di azioni per conto del tycoon Leo Kirch
contrario alle leggi antitrust tedesche. Da quelle società si muovono le
risorse destinate poi da Cesare Previti alla corruzione dei giudici di Roma
(assicurano al Cavaliere il controllo della Mondadori); gli acquisti di
pacchetti azionari che, in violazione delle regole di mercato, favoriscono le
scalate a Standa e Rinascente. Dunque, l'atto
conclusivo del processo Mills documenta che, al fondo della fortuna del
premier, ci sono evasione fiscale e bilanci taroccati, c'è la corruzione della
politica, delle burocrazie della sicurezza, di giudici e testimoni; la
manipolazione delle leggi che regolano il mercato e il risparmio in Italia e in
Europa.
La sentenza
conferma non solo che Berlusconi è stato il corruttore
di Mills, ma che la sua imprenditorialità, l'efficienza, la mitologia dell'homo
faber, l'intero corpo mistico dell'ideologia berlusconiana ha il suo fondamento
nel malaffare, nell'illegalità, nel pozzo nero della corruzione della Prima
Repubblica, di cui egli è il figlio più longevo.
E' la connessione
con il peggiore passato della nostra storia recente che, durante gli
interminabili dibattimenti del processo Mills, il capo del governo deve
recidere. La radice del suo magnificato talento non può allungarsi in quel
fondo fangoso perché, nell'ideologia del premier, è il suo trionfo personale
che gli assegna il diritto di governare il Paese. Le sue ricchezze sono la
garanzia del patto con gli elettori e dell'infallibilità della sua politica; il
canone ineliminabile della "società dell'incanto" che lo beatifica.
Per scavare un solco tra sé e il suo passato e farsi alfiere credibile e
antipolitico del nuovo, deve allontanare da sé l'ombra di quell'avvocato
inglese, il peso di All Iberian. È la scommessa che Berlusconi decide di giocare
in pubblico. Così intreccia in un unico nodo il suo futuro di leader politico,
responsabile di fronte agli elettori, e il suo passato di imprenditore
di successo. Se quel passato risulta opaco perché
legato a All Iberian, di cui non conosce l'esistenza, o di David Mills, che non
ha mai incontrato, egli è disposto a lasciare la politica e addirittura il
Paese. Oggi dovrebbe farlo davvero perché la decisione della Cassazione
conferma che ha corrotto Mills (lo conosceva) per nascondere il dominio diretto
su quella macchina d'illegalità e abusi che è stata
All Iberian (la governava). Il capo del governo non lo farà, naturalmente,
aggrappandosi come un naufrago al legno della prescrizione che egli stesso si è
approvato. Non lascerà l'Italia, ma l'affliggerà con
nuove leggi ad personam (processo breve, legittimo impedimento), utili forse a
metterlo al sicuro da una sentenza, ma non dal giudizio degli italiani che da
oggi potranno giudicarlo corruttore, bugiardo, spergiuro anche quando fa voto
della "testa dei suoi figli".
GIUSEPPE D'AVANZO
LR 26
Il caso del
senatore Di Girolamo ma anche quanto documentano tante inchieste della
magistratura sulla politica locale chiamano
direttamente in causa le modalità di reclutamento della classe politica, al
centro e alla periferia (le vicende giudiziarie che coinvolgono,
rispettivamente, la Protezione civile ma anche Telecom e Fastweb toccano invece
aspetti diversi). Come sempre, quando scoppia una emergenza
giudiziaria, e tanto più se ci si trova alla vigilia di qualche importante
scadenza elettorale, si invocano e si propongono nuove regole, soprattutto per
quanto riguarda la composizione delle liste elettorali. È giusto che i partiti,
in questa situazione, si diano delle norme stringenti nella selezione dei
candidati. Proporre nuove regole, più o meno
moralizzatrici, ha lo scopo di tranquillizzare un’opinione pubblica allarmata e
sconcertata. Ma che servano davvero a risolvere, alla
radice, il problema della qualità dei reclutamenti dei politici è un altro
discorso. Ci sono due aspetti da considerare. Il primo riguarda la natura dei
partiti: la loro plasticità e permeabilità. I partiti sono strutture
camaleontiche, che si adattano all’ambiente in cui operano, e sono anche,
inevitabilmente, condizionati, sia per il reclutamento
del personale politico sia per quanto riguarda le influenze che su quel
personale sono esercitate dall’esterno, da gruppi, aziende, notabili (ma anche,
in certe zone, organizzazioni criminali), che nei diversi territori sono dotati
delle maggiori risorse. Ne discende che le battaglie moralizzatrici (anche
ammesso, e non concesso, che vengano intraprese con
reale convinzione e con reale volontà) tese a bonificare i partiti sono
destinate a sicuro fallimento se non si procede prima, o almeno
contestualmente, a bonificare l’ambiente.
È inutile, ad
esempio, stupirsi delle «infiltrazioni mafiose » nei
partiti se parti ampie delle economie dei territori in cui le infiltrazioni
avvengono sono in mano alla criminalità. Per bonificare con speranze di
successo i partiti bisogna intervenire sull’economia di quei territori.
Tramontata l’epoca che alcuni (ma non chi scrive) ritengono gloriosa dei
partiti di massa ideologici, i partiti sono ormai
quasi esclusivamente comitati elettorali e rimarranno tali. La loro
permeabilità all’ambiente resterà, pertanto, elevatissima. E il reclutamento
del personale politico continuerà a esserne condizionato. Il secondo aspetto
importante riguarda l’opacità delle relazioni fra gruppi di affari e il
personale politico. Qui bisogna davvero intendersi. Non si riuscirà mai a dare
la trasparenza necessaria alla attività delle lobbies
che operano sul piano locale e sul piano nazionale se continueremo a
demonizzarle (come la nostra cultura politica ha sempre fatto) anche a
prescindere dalla individuazione di specifici e circostanziati reati penali. Le
lobbies, in tutte le democrazie, sono una costante. Imporre la trasparenza
necessaria per contrastare le attività illecite richiede,
come contropartita, la piena accettazione pubblica delle attività lobbistiche.
I vescovi hanno levato giustamente la loro voce contro i perversi rapporti fra
politica e affari nel Mezzogiorno. Ma è un problema che non si risolve se non
ci si fa venire nuove idee su come combattere
l’economia parassitaria (l’economia che vive di distribuzione di risorse
pubbliche) nel Sud del Paese.
C’è poi il fatto
che non bisognerebbe avanzare richieste contraddittorie. È più che lecito, ad
esempio, criticare l’attuale legge elettorale perché, fra le altre cose, spezza
il rapporto fra l’eletto e il territorio. Ma come si concilia questa critica
con la richiesta di usare la ramazza contro i comitati
d’affari locali? Se, cambiando legge elettorale, si rinforzano i legami fra eletti
e territorio (per esempio, reintroducendo le preferenze) anche i rapporti fra i
candidati, gli eletti e gli interessi dei gruppi locali che fanno affari con la
politica non possono che rafforzarsi. Chi scrive è sempre stato un fautore del
sistema maggioritario con collegi uninominali. Perché mi sembra il sistema
elettorale che meglio favorisce la competizione fra opposti schieramenti
politici. Ma mentirei se sostenessi che con il collegio uninominale si
allenterebbe la dipendenza degli eletti dai gruppi di interesse
locali. Probabilmente, quella dipendenza potrebbe solo accrescersi. Il fervore
con cui, improvvisamente, si cerca di trovare «nuove
regole» è comprensibile. Ma non porterà da nessuna
parte senza interventi ben più incisivi e importanti sugli ambienti sociali ed
economici in cui i partiti operano. Ad esempio, scordatevi la possibilità di
avere nel Sud partiti puliti e lustri se la realtà meridionale, per tante
parti, resta quella che è. Anche se una certa, diffusa mentalità
legalistico-formalistica porta tanti a non comprenderlo, una nuova «regola»,
quale che essa sia, per esempio in materia di composizione delle liste, se cade
in un ambiente con essa incompatibile, verrà
necessariamente aggirata o stravolta. Passata l’emergenza, tutto ricomincerà più o meno come prima.
Angelo Panebianco
CdS 26
Giustizia, Napolitano al premier: "Basta polemiche e accuse
pesanti"
Dopo la frase sui
pm "talebani", lettera del presidente della Repubblica a Mancino
Il vicepresidente
del Csm: "E' necessario impegnarsi in un confronto civile e rispettoso"
- Fini elogia il Capo dello
Stato: "Ha grande senso di responsabilità istituzionale" - Bersani
contro Berlusconi: "Sui giudici ormai sragiona"
ROMA - Dopo
l'attacco di Berlusconi ai giudici che il premier ha definito
"talebani", il presidente della Repubblica con una lettera inviata al
vicepresidente del Csm Mancino interviene perché vengano
evitate "in tema di giustizia esasperazioni polemiche e accuse pesanti tra
parti politiche, istituzioni, poteri e organi dello Stato". Invito che
Mancino accoglie con sollievo, sottolineando come
"il forte ed autorevole messaggio del presidente della Repubblica esorta
tutte le istituzioni a guardare oltre i confini delle rispettive competenze e a
impegnarsi in un confronto civile e rispettoso rivolto a realizzare il bene
comune in un momento tanto difficile per il nostro Paese". Protesta anche
l'opposizione: il segretario del Pd Pierluigi Bersani definisce quelle del premier "frasi inaccettabili". E il presidente della Camera Gianfranco Fini si dice completamente
d'accordo con Napolitano: "Ha un senso di grande responsabilità
istituzionale. E' indispensabile che tutti facciano
quanto è in loro potere e dovere per garantire reciproco rispetto e un clima
costruttivo".
La lettera di
Napolitano. Nella lettera inviata a Mancino Napolitano
esprime il "vivissimo auspicio che prevalga in tutti il senso della
responsabilità e della misura, e che in particolare nelle prossime occasioni di
dibattito, sotto la sua guida, nel Consiglio Superiore della Magistratura
l'attenzione si concentri su segni positivi che pure si sono registrati, anche
in Parlamento, di maggiore ascolto fra esigenze e posizioni diverse".
"Anche la
causa delle riforme necessarie per rendere più efficiente, al servizio dei
cittadini, l'amministrazione della giustizia in un quadro di corretti rapporti
istituzionali, non può trarre alcun giovamento - sottolinea
napolitano - da esasperazioni polemiche, da accuse quanto mai pesanti che
feriscono molti e che possono innescare un clima di repliche fuorvianti: clima
nel quale la magistratura associata apprezzabilmente dichiara di non voler
farsi trascinare".
"Sarà questo
il modo migliore di essere vicini a tutti i magistrati - conclude
il Capo dello Stato - che sono impegnati con scrupolo e imparzialità
nell'accertamento e nella sanzione di violazioni di legge da cui traggono forza
la criminalità organizzata e la corruzione".
La risposta di
Mancino. Il vicepresidente del Csm Mancino sottolinea
"la piena condivisione delle preoccupazioni espresse dal Capo dello
Stato". "Non nasconde il Capo dello Stato - sottolinea
Mancino nella lettera di risposta a Napolitano - il rischio di drastiche
contrapposizioni tra le forze politiche e di ritorsioni esasperate. Anche un linguaggio più sobrio e austero può, infatti, aiutare a
far prevalere un clima di dialogo costruttivo rispetto a tentazioni o a
repliche giustamente definite fuorvianti".
L'apprezzamento di
Palamara. "Apprezziamo e troviamo conforto nelle parole del presidente
Napolitano - replica il presidente dell'Anm Luca Palamara - nelle
quali ci riconosciamo sia per la vicinanza al lavoro dei magistrati
impegnati nello svolgimento di delicate inchieste oggi al centro
dell'attenzione dell'opinione pubblica che per il riconoscimento del ruolo e
dell'attività svolta dall'Associazione nazionale magistrati".
L'elogio di Fini. "Il presidente Napolitano - ha affermato Fini in un incontro a
Vicenza - ha un senso di grande responsabilità istituzionale. E' indispensabile che tutti facciano quanto è in loro potere e
dovere per garantire reciproco rispetto e un clima costruttivo". Anche per favorire il varo delle riforme istituzionali, proprio
come chiede il Capo dello Stato: "Dopo le elezioni regionali, le ultime
importanti della legislatura - ha detto ancora Fini - ci sono tre anni di tempo
perché il Pdl possa mettere in campo le sue proposte assumendosi la
responsabilità di fare le riforme. Altrimenti sarà difficile spiegare
che con una maggioranza così ampia siamo ancora alle
prese con la stessa agenda di problemi che ci sono da dieci, quindici
anni".
Le proteste
dell'opposizione. Contro le parole di Berlusconi insorge anche l'opposizione.
Duro il segretario del Pd Pierluigi Bersani. "Penso - ha detto - quello che pensa una persona normale. Ormai siamo
alle sparate, si sragiona. E' preoccupante, sono frasi
inaccettabili". "Dire che ormai ci siamo abituati, no - ha
aggiunto Bersani - perché restano inaccettabili. Credo che veramente gli italiani
debbano cominciare a pensare come andare oltre questa fase. Noi non possiamo
essere tutti i giorni dentro a questa vicenda. Abbiamo
un sacco di problemi, siamo davanti a fabbriche che chiudono. Non possiamo
parlare sempre di Berlusconi e delle sue beghe coi
magistrati". "E questa - ha ripetuto il segretario Pd - è una
responsabilità che lui porta: mettere sempre al centro se stesso e le sue
questioni". Bersani ha ricordato che "c'è un appuntamento elettorale.
Non chiedo che il governo venga mandato a casa, ma
chiedo che i cittadini mandino una letterina al governo per dire basta,
cerchiamo di occuparci dei problemi nostri".
Ancor più allarmato l'Idv che parla per bocca del suo portavoce
Leoluca Orlando. "Non possiamo accettare - dice - che i
magistrati che amministrano la giustizia in nome del popolo italiano siano
offesi solo perché svolgono con onestà il proprio dovere. Ci rivolgiamo
al presidente della Repubblica, nella sua veste di garante della costituzione e
dell'equilibrio dei poteri, nonché di presidente del
consiglio superiore della magistratura, affinché difenda l'onorabilità delle
toghe". "Siamo al golpe - avverte il portavoce di Idv - ad opera di un politico corruttore a capo di una banda di
lestofanti e di rappresentanti nelle istituzioni di mafia, camorra e
'ndrangheta. Della banda di talebani fanno parte i corrotti, i corruttori, coloro che ridevano nel letto durante il terremoto
dell'aquila e tutti coloro che, sentendosi al di sopra della legge, usano le
istituzioni per far soldi a sfregio della costituzione e umiliando tutti i
cittadini onesti". LR 27
“L’impero di Berlusconi scricchiola”. Intervista a Barbara Spinelli
“Qualcosa si sta
muovendo. Ci sono degli
scricchiolii nell’impero berlusconiano. E la cosa che mi impressiona
di più è che questo avvenga proprio nel mondo creato da Berlusconi, nel mondo
dell’immagine. E quindi a Sanremo e nello “show” dell’Aquila. Siamo vicini al
“tipping point”, un concetto usato da un filosofo americano, dal filosofo
Malcolm Gladwell, che fa riferimento al punto di non ritorno: le cose vengono spostate sempre di più vicino all’orlo del tavolo, e
a un certo punto cadono”. Barbara Spinelli, giornalista, tra le massime
opinioniste italiane, afferma che sì, è possibile che in questo momento gli
stessi elementi che hanno contribuito a costruire il potere di Berlusconi, si
rivolgano contro di lui. E che da questo punto di vista è significativa
l’aggressione all’inviata all’Aquila del Tg1, Maria Luisa Busi, come la rivolta
degli orchestrali a Sanremo contro il televoto.
Quali sono gli
elementi che potrebbero minare di più l’impero di Berlusconi?
La vicenda di
Bertolaso è stata molto importante, perché riguarda la protezione dei
cittadini. La stessa parola “protezione” è alle origini del potere di Berlusconi:
lui era l’antipolitica che proprio aggirando le regole prometteva protezione ai
cittadini. Il fatto stesso che questa non funzioni, non faccia quello che
dovrebbe fare, risveglia i cittadini dal sogno. Senza
contare che parlare di “tipping point” significa che prima c’erano
state già una serie di vicende che avevano minato il potere del premier.
Quali?
I processi di
mafia, le rivelazioni di Ciancimino, le escort. E alla
fine, gli italiani non possono tollerare le risate degli imprenditori durante
il terremoto dell’Aquila. La protesta contro il Tg1 nasce proprio contro la
telenovela del telegiornale, che racconta una realtà che all’Aquila è diversa.
Importante anche il fatto che l’invasione del centro della città da parte degli sfollati domenica non ha riguardato solo
pochi. Come è significativa la rivolta degli
orchestrali contro il televoto. Siamo nell’ultima o penultima scena del Truman
Show, quando il protagonista si accorge di non essere nella vita reale, ma in
un set, dove è tutto finto, è tutta una bolla. L’antipolitica di Berlusconi è
una bolla. E sta scoppiando come è scoppiata la bolla
finanziaria.
Lo scandalo
Bertolaso può incidere più di altri, visto che il Capo della Protezione civile
era in qualche modo un’emanazione di Berlusconi?
Bertolaso era una
specie di controfigura di Berlusconi, l’uomo del fare che agli italiani
piaceva. La sua caduta (perché anche se si rivelerà innocente, di caduta si
tratta) è fondamentale.
Ma se dovesse pensare a una goccia che fa traboccare il
vaso?
Mi viene in mente
un esempio. Quando fu rieletto Bush in America per il secondo mandato, tutti si
meravigliarono perché gli elementi del fallimento esistevano già. C’era già
stata la questione delle fantomatiche armi di distruzione di
massa in Iraq. Per gli americani il “tipping point” è stato l’uragano Katrina,
la distruzione di New Orleans e la fallimentare risposta della Fema, l’Agenzia
federale per il management dell’emergenza, istituzione che si è poi rivelata
piena di raccomandati . Tutte cose che la stampa
indipendente denunciò. Così potrebbe accadere anche in Italia per gli scandali
legati al terremoto. E spero che la stampa faccia la sua parte.
A proposito di
stampa. Ieri è apparso in prima pagina su Il Giornale un articolo di Marcello
Veneziani, che parla di questione morale, degrado dei poteri e dei partiti,
pazienza finita da parte degli italiani. Non le sembra un po’ singolare?
Penso che faccia
parte di una strategia di fumo negli occhi, come l’annuncio di misure anticorruzione, che faticano però a realizzarsi. Il
ladro di polli difficilmente fa regole funzionanti. Si tratta sempre del
tentativo di sbandierare uno lo show, mentre in realtà si fa tutt’altro:
Berlusconi ha respinto le dimissioni di Bertolaso e quelle di Cosentino. Detto
questo, non dimentichiamo che nell’arte dello show resta un maestro: eventuali misure anti-corruzione disorienteranno non pochi
elettori.
Fini in questi
giorni continua a ribadire che il Pdl è un partito
senz’anima e che va costruito. Potrebbe dare la spallata al premier?
Non lo
ammetterebbe mai al momento, ma in fondo non aspetta altro. Sono mesi che si
prepara al dopo Berlusconi, e quel che è certo è che la battaglia per la
successione si è aperta. Anche perché i due politici usciti dalle
intercettazioni, Verdini e Letta, sono rispettivamente l’uomo macchina del Pdl
e il candidato alla Presidenza della Repubblica, che è chiaramente ora agli
occhi di tutti un politico che sulla Protezione Civile ha detto non poche
contro-verità.
Secondo lei gli
effetti di questi scricchiolii si vedranno sulle Regionali?
Istintivamente
direi di sì. Le elezioni potrebbero non andar bene per Berlusconi. Ma bisogna
vedere quanto gli italiani saranno disorientati e
quanto astensionismo ci sarà.
L’opposizione
avrebbe dovuto fare di più?
Si sarebbe certamente dovuta battere di più contro la
corruzione. Ma io penso che la spallata a Berlusconi
potrà venire solo da destra.
Wanda Marra, Il
Fatto Quotidiano 23 febbraio
Prescrizione. Il Cavaliere soddisfatto ma solo a metà
La ciambella del
Cavaliere non riesce mai con il buco perfettamente al centro. C’è sempre
qualcosa che va storto, perfino nelle giornate da segnare sul calendario.
Quella di ieri è da manuale. Berlusconi avrebbe ottime ragioni per rallegrarsi
della sentenza di Cassazione.
Schiverà molto
probabilmente una condanna che, se si dà retta alle sue menti giuridiche, il
tribunale milanese gli aveva già cucito addosso. Al premier rimane una fedina
penale immacolata, con la speranza di accedere in futuro ai più alti scranni
della Repubblica. Nell’immediato, continuerà a frequentare i summit
internazionali senza il terrore che qualche leader gli neghi
la «photo opportunity». E soprattutto, con il voto tra un mese, Berlusconi non
dovrà nascondersi agli occhi degli italiani. In Consiglio dei
ministri di lunedì potrà alzare la voce contro la corruzione poiché, gli
ruba il pensiero Quagliariello, «solo se si mettono da parte i teoremi allora
finalmente riusciremo a combattere il malcostume diffuso».
Peccato però che
nello stesso giorno, tanto atteso dal premier, altri segnali inducano alla
cautela. Alta risuona la rivolta della Consulta, lo
squillo di tromba del suo presidente Francesco Amirante, con quel richiamo
risoluto alle regole che nessuna volontà popolare potrebbe mai travolgere,
unito all’affermazione che in via del Plebiscito viene vissuta come una
minaccia neppure troppo velata: «E’ bizzarro meravigliarsi», ha detto Amirante,
«quando la Consulta dichiara illegittima una legge...». Già è successo col Lodo
Alfano, che doveva far scudo al premier contro i processi; la bocciatura
potrebbe ripetersi sul «legittimo impedimento», pilastro della strategia
difensiva berlusconiana, polizza d’assicurazione del premier fintanto che
resterà al potere.
C’è dell’altro.
Come riconoscono nell’antica dimora dei Chigi, meglio sarebbe stata
un’assoluzione di Mills dall’accusa di essersi fatto comprare. Quella condanna
al risarcimento è una macchia indelebile, per la giustizia i soldi
l’avvocato li prese, da chi non è difficile immaginare. Inoltre non è chiaro
quando scatterà la prescrizione per il premier: c’è chi dice tra 11 mesi, sufficienti a una condanna di primo grado, altri
esortano ad attendere il dispositivo della sentenza. Nubi in un cielo
altrimenti radioso, con Berlusconi che evita il ko. Anzi, per la prima volta
dopo mesi intravvede la possibilità di scendere in piedi dal ring. Al tappeto,
sostiene il super-fedele Cicchitto, c’è finita la procura milanese: «Stavolta
hanno preso una bella tranvata». Esito che personaggi autorevoli della sinistra
pronosticavano alla vigilia, e di cui Berlusconi stesso aveva avuto sentore, dal momento che ne andava parlando da mesi nei vari
conciliaboli: «Aspettate il 25 febbraio, e vedrete...». Infatti, si è visto.
La notizia ha
raggiunto il premier mentre passeggiava per antiquari. Gli avevano promesso dal
Palazzaccio «saprete alle 19», verso le otto di sera lui s’è stufato di
attendere in ufficio. Risulta «soddisfatto a metà,
dimostrato l’accanimento ma il reato non c’era». Si può intuire quale reazione
avrebbe avuto Silvio (che parlerà oggi pomeriggio al Lingotto per dare una mano
a Cota in Piemonte e far felice Bossi) se la Suprema Corte gli avesse dato
addosso. Fulmini e saette. Vendetta tremenda contro la magistratura. Subito la
separazione delle carriere. Più il blocco alle intercettazioni. Più il processo
breve e tutto l’armamentario di tortura che la fantasia dell’avvocato Ghedini
avrebbe sfornato.
Niente di tutto
ciò. Sospirano di sollievo le colombe berlusconiane, quei personaggi
dell’entourage che non hanno perso fiducia nel dialogo dopo le Regionali, da
Gianni Letta a Paolino Bonaiuti. Magari s’illudono. Ma
intanto la rappresaglia contro le toghe perde di urgenza. Dal processo breve verranno espunte le norme «ad personam». La riforma della
giustizia prenderà il suo tempo. E in campagna elettorale si parlerà,
forse, dei mali veri che affliggono l’Italia. UGO MAGRI
LS 26
Destra e 'ndrangheta per far eleggere Di Girolamo
Quattro anni di indagini bancarie in tutto il mondo. Duemila
e seicento pagine di ordinanza di custodia cautelare piena di schemi e di
elenchi di fatture passive (158 pagine) da far perdere la testa. E tra
le fonti di prova, oltre ai bonifici, agli assegni, ai
pagamenti estero su estero e alle intercettazioni telefoniche, ci sono
anche le mail, intere, testi di posta elettronica tra i vertici di Fastweb e
Telecom Italia Sparkle che dimostrano, secondo l’accusa, questa lunga storia di
patti fraudolenti che hanno succhiato alle casse dello stato 370 milioni di
euro gestendo un flusso di denaro di oltre due miliardi di euro. Il gip della
capitale Aldo Morgigni scrive che «non sussistono dubbi sul coinvolgimento dei
vertici di Fastweb e Telecom Italia Sparkle in entrambe le operazioni illecite
ideate da Carlo Focarelli (il dominus della frode fiscale, il gestore delle
società fittizie, le cosiddette cartiere, ndr) e dell’organizzazione».
È tutto complesso
in questa inchiesta, dal numero dei partecipanti - 56 ordinanze di custodia -
all’ingegneria della frode che ha, a sua volta, numeri da capogiro. Basti dire
che sarebbe in piedi dal 2003 e che gli investigatori, il Ros dei carabinieri e
la Guardia di finanza, la monitorano dal 2006. «Gli elementi di prova -
continua il gip - rendono del tutto evidente come, per entrambe le società in
questione, l’effettuazione delle operazioni fiscalmente illecite era
assolutamente strumentale al raggiungimento di obiettivi di bilancio e di
fatturato, obiettivi che rendono di conseguenza palese la complicità dei massimi
livelli direttivi e gestionali e di conseguenza la
responsabilità degli enti per gli illeciti in questione». Silvio Scaglia,
patron di Fastweb, rifiuta tutte le accuse («é una cosa folle, casco dalle
nuvole») ma ha promesso detto che tornerà in Italia già oggi, al massimo
domani, per farsi interrogare dai magistrati.
Oltre i vertici
delle aziende, entrambe quotate in borsa, sono due i personaggi che più di
tutti emergono in questa ragnatela di conti e fatture false e
evasioni di Iva. Per il gip è Gennaro Mokbel, oltre Focarelli, il «leader
indiscusso del sodalizio». Se per tutti i 56 indagati
il reato contestato è di associazione a delinquere transnazionale
pluriaggravata, Mokbel ( e non solo lui) risponde anche di riciclaggio,
intestazione fittizia di beni, corruzione aggravata (del capitano della GdF
Luca Berriola), attentato ai diritti politici del cittadino, falso, abuso
d’ufficio e reati elettorali con l’aggravante della finalità mafiosa (art.7)
«in relazione all’elezione del senatore Nicola Paolo Di Girolamo (eletto a
Stoccarda, collegio Europa, con i voti del clan Arena, uno dei spietati della
’ndrangheta). Mokbel è uno che al telefono con una signora si definisce così:
«Tranquilla che gli faccio cagare sangue quanto è vero che mi chiamo Gennaro Mokbel».
Le sue «direttive criminali - scrive il gip - venivano
perentoriamente eseguite da tutti gli associati pur senza avere cariche nelle
varie società del circuito illecito». Mokbel è noto agli archivi di polizia
come «persona eversiva di destra». Arrestato nel 1994 con
Antonio D’Inzillo, ex della banda della Magliana e tuttora ricercato.
Un sms del 14
maggio 2005 inviato da una cabina telefonica pubblica alla moglie G.R, dice: «Mokbel finanzia in Africa la latitanza di A.
D’inzillo». Ha contatti con la criminalità organizzata romana (Carmine Fasciani
e Giampietro Agus). È in contatto, «sia per telefono che
di persona» con Francesca Mambro («indicata come la Dark») e Giusva Fioravanti
«anche con rilevanti sostegni economici». E negli ultimi anni, dal 2007, Mokbel
s’è buttato soprattutto in politica, prima fondando due movimenti Alleanza
federalista e Partito federalista con sede in viale
dei Parioli a Roma di cui si sono perse le tracce. Poi
facendo eleggere al Senato, con i voti di mafia, Nicola Di Girolamo.
«Unitamente al Mokbel e al Colosimo (penalista romano, ndr) - scrive il gip -
si è recato in Calabria presso Franco Pugliese, legata alla cosca degli Arena, allo scopo di ottenere un appoggio politico
presso gli emigrati calabresi in Germania (...) candidatura assolutamente
strumentale agli interessi del sodalizio».
Molte
intercettazioni raccontano, scrive il gip che dedica un’intero
paragrafo al tema dell’«Infiltrazione nel sistema politico italiano», come Di
Girolamo sia «manovrato da Mokbel del quale eseguiva in maniera incondizionata
gli ordini relativi al suo nuovo incarico». Un senatore al servizio della
’ndrangheta. Si indaga su presunte coperture in
ambienti di An che avrebbero favorito l’elezione di Di Girolamo. Il 7 febbraio
2008 Mokbel dice al neo candidato Di Girolamo: «Dobbiamo trovare un altro partito dove infilarti perché ieri sera qui è venuto il
senatore De Gregorio e l’onorevole Bezzi tutti quanti si sò messi a tarantellà
però siccome De Gregorio è l’unico che c’ha l’accordo blindato con Berlusconi,
cioè si presenta in una della liste, allora io adesso preferisco vedere se te
trovo la strada sempre pe’ Forza Italia, t’ho detto non te ce fà la bocca». Ci
sono molti politici della destra in queste intercettazioni. Parlano del
senatore Romagnoli. E di Gianfranco Fini. Il 16 aprile, all’indomani della
vittoria, alle 18 e 38 Mokbel si vanta con Pugliese,
l’uomo del clan Arena, di una chiamata di Fini. M: «T’ha
chiamato Paolo?». P: «Ma non basta solo Paolo». M: «No, ma io non ci sto, io
sto a fa un cul... poi te spiego. Ma
ha chiamato Fini, stamattina, Fini, Gianfranco Fini». P: «T’ha
chiamato Fini, Gianfranco Fini?». M:«Ha chiamato
Nicola, e l’ha convocato...».
Claudia Fusani L’U
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«Aiutò il senatore», Andrini si dimette
L’amministratore
delegato di Ama Servizi avrebbe ideato la residenza fantasma a Bruxelles - di
NINO CIRILLO
ROMA - La carriera
di supermanager di Stefano Andrini si è prematuramente interrotta ai piedi di
un divano letto, in un anonimo appartamento per studenti alla periferia di
Bruxelles. Beffardo epilogo di parabola professionale per quest’uomo di 41 anni che pure era venuto fuori solo con qualche graffio
da una giovinezza per lo meno violenta, la giovinezza che tutti in qualche modo
datano con la sera del 10 giugno 1989, quando a colpi di spranga, davanti al
cinema Capranica, ridusse in fin di vita due ragazzi come lui.
E’ caduto sul
divano letto, Andrini, perché a un certo punto, diciamo agli inizi del 2008,
decise di dare una mano, con i suoi mezzi e i suoi metodi, all’avvocato Nicola
Paolo Di Girolamo, che aveva tanta voglia di diventare senatore, che poteva
candidarsi solo in una lista per italiani all’estero e che -lo avrebbe sancito
annullando la sua elezione la Giunta del Senato- non
ne aveva nessun titolo semplicemente perché all’estero residente non era.
E’ tutto scritto
nelle carte di questa inchiesta. «Viene individuata
Bruxelles come città dove organizzare la “finta” residenza all’estero del Di
Girolamo in quanto Andrini Stefano, motore della candidatura in questione,
conosce bene l’ambasciatore italiano in Belgio». Ma
Andrini non trova di meglio, per risolvere questo problemino della finta
residenza, che l’appartamento «in uso a un giovane pugliese borsista presso il
Parlamento europeo», un appartamento che il borsista «divide con altri
ragazzi».
Scrive il giudice
per le indagini preliminari Aldo Morgigni: «Si tratta di un appartamento
evidentemente non idoneo, costituito da un salone, due stanze e servizi, in cui
il professionista romano avvocato Di Girolamo Nicola Paolo avrebbe dovuto
risiedere dormendo sul divano letto della sala, poiché le altre due camere
erano occupate dagli altri ragazzi effettivamente dimoranti e residenti
nell’abitazione». Un futuro senatore della Repubblica accampato su un divano letto,
questa era stata la trovata di Andrini.
Ma il pasticcio
della falsa residenza di Di Girolamo è infarcito anche di un’altra clamorosa
incongruenza, inspiegabile se consideriamo che Andrini si era
presentato come profondo conoscitore delle cose belghe. Fatto sta che
quando il candidato senatore Di Girolamo si presenta al Consolato fornisce
l’indirizzo esatto di quel modesto appartamento per studenti, ma il comune
sbagliato: Avenue de Tervueren n.143 di Etterbeek e non -come avrebbe dovuto- del paese vicino, Woluwe Saint Pierre. Se non è Toto e Peppino poco ci manca.
Nell’ordinanza che
ha portato ieri all’arresto di «Gennaro Mokbel ed
altre 55 persone», il giudice scrive che Andrini, «quale istigatore e Di
Girolamo quale esecutore materiale, hanno determinato un numero rilevante di
elettori ad esprimere la propria preferenza per un candidato che, non avendone
i requisiti, non poteva essere validamente proclamato eletto e conseguentemente
non può esercitare il mandato elettorale conferitogli con il voto».
Andrini si è
dimesso alle cinque del pomeriggio e il sindaco Alemanno lo ha
ringraziato «per il senso di responsabilità istituzionale» dimostrato. Me
neppure una decisione così tempestiva ha evitato che tornasse a galla il suo
passato, che si riparlasse non solo di quel tentato omicidio -che gli costò una
condanna a quattro anni e otto mesi- ma anche delle sassaiole all’università,
della pistola che gli trovarono in casa, del giornaletto di Delle Chiaie e
delle furiose polemiche che si scatenarono attorno alla sua nomina ad
amministratore delegato della Servizi ambientali srl dell’Ama Servizi, il 31
agosto scorso.
Tutto per un
divano letto e un indirizzo sbagliato. Ma questa è la
vita. Im 25
Mokbel e Andrini. Ombre nere su Roma
Nella mente
criminale tutto si
rimescola, le vecchie amicizie con i Nar e con il «pischello» della Banda della
Magliana, quelle nella destra eversiva, meglio se passate nel frattempo nelle
stanze del potere, i rapporti con la ‘ndrangheta, le conoscenze che contano.
L’importante è sapere a chi chiedere cosa. E Gennaro Mokbel, il regista della
mega-frode e del percorso fraudolento che porterà l’avvocato Nicola Di Girolamo
in senato, sa sempre a chi può rivolgersi.
Nei mesi in cui
decide di portare Di Girolamo in parlamento si vanta tra l’altro di contattare Romagnoli, Fiamma Tricolore, il sindaco di Marino
(«c’abbiamo una serie di incontri... col sindaco de Marino», dice in una
intercettazione del 2008 quando sindaco era l’attuale candidato del Pdl alle
regionali del Lazio Adriano Palozzi), il senatore Scarbosio «che amico di
Scajola potrebbe essergli molto utile», annota il gip Aldo Morgini.
Alla fine per costruire la candidatura di Nicola Di Girolamo però sono due i suoi contatti decisivi. Gianluigi Ferretti, che Alemanno chiamò a collaborare con il ministero dell’Agricoltura. E Stefano Andrini, che il sindaco di Roma, dopo avergli consegnato un ramo della società capitolina per i rifiuti (Ama), ha difeso contro tutto e tutti. E che ieri però è stato costretto a dimettersi. Più che il suo passato remoto di picchiatore d’estrema destra - condannato per il pestaggi