WEBGIORNALE 19-21 Marzo
2010
Elezioni regionali ed amministrative: agevolazioni per andare in Italia a
votare
Roma –In vista
delle elezioni regionali ed amministrative di domenica 28 marzo e lunedì 29
marzo, con eventuale turno di ballottaggio per le elezioni amministrative nei
giorni di domenica 11 aprile e lunedì 12 aprile, la Direzione centrale dei
servizi elettorali del Dipartimento per gli affari interni e territoriali ha
diramato una circolare sulle agevolazioni per i viaggi ferroviari, via mare e
autostradali.
Il testo integrale
della circolare è consultabile alla pagina http://www.interno.it/mininterno/export/sites/default/it/assets/files/19/0985_circolare_n._22.pdf
Di seguito
pubblichiamo stralci della circolare, riguardanti gli italiani all’estero,
ricordando che: per le elezioni regionali e amministrative gli elettori
all’estero non possono votare per corrispondenza nel paese di residenza (come
avviene per le elezioni politiche e i referendum), ma devono recarsi nel
proprio Comune di iscrizione AIRE; per votare gli elettori devono essere in
possesso della cartolina elettorale che viene inoltrata per posta dal Comune di
iscrizione AIRE; nel caso non l’abbiano ricevuta devono recarsi, prima del
voto, presso l'Ufficio elettorale del proprio Comune AIRE muniti di un
documento di identità.
Agevolazioni per
viaggi ferroviari. Per i viaggi degli elettori provenienti dall’estero
l’agevolazione è concessa su presentazione della tessera elettorale o della
cartolina-avviso o della dichiarazione dell’Autorità Consolare italiana
attestante che il connazionale, titolare della dichiarazione stessa, si reca in
Italia per esercitare il diritto di voto, con l’indicazione dell’agevolazione
di viaggio spettante.
Per quanto riguarda il periodo di utilizzazione
del biglietto, il viaggio di andata può essere effettuato al massimo un mese
prima del giorno di apertura del seggio elettorale e quello di ritorno al
massimo un mese dopo il giorno di chiusura del seggio stesso.
In occasione del viaggio di ritorno
l’elettore proveniente dall’estero deve sempre esibire, oltre al documento di
riconoscimento personale, la tessera elettorale regolarmente vidimata col bollo
della sezione e la data di votazione o, in mancanza di essa, un’apposita
dichiarazione rilasciata dal presidente del seggio che attesti l’avvenuta
votazione.
Agevolazioni per i
viaggi via mare. A favore degli elettori residenti in Italia e di quelli
provenienti
dall’estero che dovranno raggiungere il
comune nelle cui liste elettorali sono iscritti, per poter esercitare il
diritto di voto. In particolare: a tali elettori verrà applicata di norma la
tariffa con riduzione del 60% sulla “tariffa ordinaria”; nel caso in cui gli
elettori abbiano diritto alla tariffa in qualità di residenti, le biglietterie
autorizzate applicheranno sempre la “tariffa residenti” ad eccezione dei casi
in cui la “tariffa elettori” risulti più vantaggiosa di quella residenti.
L’agevolazione, che si applica in prima e
seconda classe (poltrone, cabine, passaggio ponte), ha un periodo complessivo
di validità di venti giorni e viene accordata dietro presentazione della
documentazione elettorale e di un documento di riconoscimento. Nel viaggio di
ritorno dovrà essere esibita la tessera elettorale, recante il timbro
dell’ufficio elettorale di sezione.
Agevolazioni
autostradali. Gratuità del pedaggio, sia all’andata che al ritorno, per gli
elettori residenti all’estero. Pertanto, gli elettori residenti all’estero che
intendano rientrare in Italia per esercitare il diritto di voto ed usufruire
delle agevolazioni di che trattasi, dovranno esibire, in occasione del viaggio
di andata, direttamente presso il casello autostradale, idonea documentazione
elettorale e un documento di riconoscimento, e, al ritorno, la tessera
elettorale personale munita del bollo della sezione presso la quale hanno
votato. (Inform)
Lavorare nelle istituzioni europee: nuove regole per i concorsi
Dal 2010 l'Ufficio
europeo di selezione del personale (EPSO) ha introdotto una nuova procedura di
selezione del personale permanente delle istituzioni europee.
Le nuove regole
saranno applicate nei bandi di prossima pubblicazione, previsti per il mese di
marzo, mentre i concorsi già avviati nel 2008-09 continueranno a svolgersi
secondo la procedura precedente.
Tre le novità più
importanti:
* maggiore
rapidità della procedura concorsuale, che comporterà meno fasi
* concorsi a
cadenza annuale per i profili professionali più comuni
* valutazione
delle competenze, oltre che delle conoscenze e capacità professionali.
I candidati che
desiderano partecipare ad una procedura di selezione devono compilare un atto
di candidatura on-line e inviarlo all'EPSO prima della scadenza prevista per
l'iscrizione.
Successivamente, e
con scadenze diverse a seconda del concorso, dovranno anche stampare e inviare
l’atto insieme ai documenti giustificativi, relativi ai requisiti richiesti.
La nuova procedura
di selezione comporterà due fasi: una preselezione mediante prove al computer
che si svolgerà nei paesi membri e una valutazione mediante prove pratiche che
avrà luogo a Bruxelles. Informazioni particolareggiate su ciascun concorso
saranno pubblicate sul sito dell’EPSO e nella Gazzetta ufficiale dell'Unione
europea.
Requisiti generali
sono la cittadinanza in uno stato membro dell’Unione Europea, essere in regola
con il servizio militare e avere una buona conoscenza di almeno due lingue
comunitarie.
Quando viene
richiesta la laurea, è possibile iscriversi ad alcuni concorsi anche prima di
conseguire il titolo, purché il corso di studi si concluda prima della fine
della procedura concorsuale. In caso contrario l’assunzione non avrà
luogo.
Il concorso può
essere svolto in inglese, francese o tedesco (in funzione della “seconda
lingua” scelta dal candidato). Maddalena Baldi, dpc (de.it.press)
Progetto educativo “150 anni Grande Italia”. Concorso fotografico per gli
alunni italiani nel mondo
Un concorso
rivolto agli alunni delle scuole nei Paesi in cui la presenza italiana è più
significativa nell’ambito delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità
d’Italia
ROMA – I giovani
discendenti di emigrati o figli di cittadini italiani residenti all’estero o
testimoni di una delle espressioni della cultura italiana all’estero sono
invitati, attraverso le scuole nei Paesi dove la presenza italiana è più
significativa, a partecipare al concorso di fotografia dedicato alle
testimonianze di italianità nel mondo, nell’ambito del progetto educativo “150
anni Grande Italia”.
Prima fase dell’iniziativa promossa in vista
delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia è infatti la
raccolta di fotografie scattate da studenti dagli 8 ai 19 anni e inviate
attraverso le scuole da essi frequentate all’estero entro il 31 maggio 2010.
Una parte del materiale raccolto, oltre a
partecipare al concorso, andrà a comporre una grande mostra che sarà allestita
a settembre, in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno scolastico
2010-2011 a Torino. Un comitato scientifico selezionerà le foto
vincitrici del concorso, premiate con prodotti made in Italy.
Il progetto “150 anni Grande Italia” prevede
altri eventi associati al concorso. Esso è promosso dal Ministero
dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e dall’Ufficio scolastico
regionale per il Piemonte, con il supporto de La Fabbrica e il patrocinio della
CNI UNESCO, dell’Istituto Italiano di Cultura a San Paolo, del Comitato 150
anni e della Provincia di Torino.
Il comitato organizzatore di “150 anni Grande
Italia” sta provvedendo ad informare anche i consiglieri del Cgie, invitandoli
a segnalare eventualmente nominativi di docenti da coinvolgere all’estero e
diffondere l’iniziativa. Il regolamento è disponibile sul sito ufficiale: www.scuola.net/150anni. (Inform)
Merkel: "Escludere dall'euro Paesi inadempienti". E ora la Grecia
potrebbe rivolgersi all'Fmi
La cancelliera
tedesca ribadisce il no a eventuali aiuti economici per Atene
Mentre
Strauss-Kahn si mostra scettico anche sull'ipotesi di un Fondo monetario
Europeo - Per il ministro dell'Economia
ellenico si tratta di un'ipotesi probabile al 70% - Il premier Papandreu
incontra a Bruxelles il presidente della Commissione europea Barroso
BERLINO -
Escludere dall'area euro i Paesi che non rispettano ripetutamente i vincoli di
bilancio, nessun aiuto economico alla Grecia. In un intervento pronunciato
davanti al Parlamento tedesco, la cancelliera Angela Merkel ribadisce la
posizione 'dura' nei confronti di Atene, che ha impedito che nell'ultima
riunione dell'Eurogruppo e dell'Ecofin, il 15 e 16 marzo, si concretizzasse un
piano di aiuti economici per il risanamento della Grecia. Che adesso potrebbe
rivolgersi al Fondo Monetario Internazionale, sempre che all'ultimo momento non
si trovi una soluzione europea, magari attraverso la Bce.
L'esclusione
dall'eurozona dei Paesi inadempienti certo costituisce "l'estrema misura,
quando un paese continua a non rispettare i parametri, ancora e ancora",
ha precisato Merkel. Una possibilità, quella di escludere un paese, magari
estromettendone i diritti di voto nelle istituzioni comunitarie, che era stata
precedentemente perorata dal ministro delle Finanze della Germania Wolfgang
Schaeuble. Al momento i trattati europei si limitano a prevedere sanzioni
pecuniarie a carico dei Paesi che violano le norme sui conti pubblici.
Angela Merkel non
ha chiesto formalmente l'esclusione della Grecia dall'eurozona, però il
riferimento è evidente dato che è il dissesto dei conti di Atene in questo
momento ad essere al centro del dibattito a Bruxelles. Mentre invece la
cancelliera è stata più diretta sull'eventuale concessione di aiuti economici:
"Non è la risposta giusta - ha detto - il problema va risolto alla
radice".
E se quindi
formalmente Atene non chiede aiuti diretti all'Ue e ai Paesi partner, ma una
manifestazione di "solidarietà" al duro percorso di risanamento dei
conti approntato, la Merkel non lascia spazi di 'interpretazione': "Una
rapida manifestazione di solidarietà non può essere la risposta". L'unica
soluzione, ha proseguito la cancelliera, spetta ad Atene che deve rimettere
ordine nel suo bilancio, "qualunque altra cosa sarebbe fatale". Una
posizione che nei giorni precedenti è stata sostenuta anche dalla Francia.
Ben diversa da
quella invece espressa dal governatore di Bankitalia e presidente del Financial
Stability Board, Mario Draghi, in un intervento al Parlamento europeo:
"Quella della Grecia è una crisi di bilancio e su una crisi di bilancio si
interviene con un impegno diretto e immediato. Solo così i mercati ridurranno
immediatamente gli spread. In questa fase questo è il piano da attuare".
Per Draghi gli interventi a favore della Grecia devono essere
"strutturati, altrimenti i mercati li ignoreranno". Il governatore si
è mostrato favorevole anche all'ipotesi di un Fondo monetario europeo: andrebbe
considerata una "linea di credito d'emergenza", da utilizzare se c'è
"un'emergenza di liquidità".
Un'idea su cui il
direttore generale del Fondo monetario internazionale, in un intervento
pronunciato nella stessa sede, si è invece mostrato scettico: "L'idea del
Fme non si adatta al problema della Grecia che è un problema di bilancio,
immediato, che non va perso di vista", ha detto Strauss-Khan. Per il
direttore del Fmi, il fondo monetario europeo, "qualunque cosa esso
sia", ci metterebbe troppo tempo a nascere, perché bisogna addirittura
capire se vanno cambiati i trattati. Bene, ha spiegato, soluzioni
"creative" per creare strumenti che aiutino i Paesi in difficoltà, ma
per metterlo a punto "servirebbe troppo tempo e farebbe perdere di vista
il problema immediato del bilancio della Grecia".
A questo punto è
lo stesso governo greco a ipotizzare un ricorso al Fondo Monetario
Internazionale: dopo gli "avvertimenti" lanciati a più riprese dal
premier Giorgio Papandreou, è intervenuta oggi anche la ministra dell'Economia
Louka Katselim secondo la quale le probabilità di un ricorso al Fmi "sono
il 70%". Parlando ai giornalisti, Katseli ha indicato che l'opzione Fmi
"è quasi l'unica strada nelle attuali circostanze". Ma non ha
escluso, pensando al prossimo vertice europeo, che attraverso la Bce si attivi un
meccanismo che funzioni parallelamente al Fondo. Secondo il quotidiano
finanziario Capital, "la Germania, sostenuta da Italia, Olanda e
Finlandia" sarebbe favorevole a un programma di assistenza che comprenda
anche il Fmi.
Ieri il portavoce
del governo, Giorgio Petalotis, aveva evocato chiaramente l'ipotesi di un
ricorso al Fmi affermando che Atene, il cui fabbisogno è di 20 miliardi prima
dell'estate, "è decisa a non accettare di indebitarsi ancora alle
condizioni attuali". E il premier Giorgio Papandreou, che questo pomeriggio
si incontra a Bruxelles con il presidente della Commissione europea José Manuel
Barroso, ha chiesto "una immediata risposta" da Bruxelles sul
meccanismo di assistenza, indicando che l'alternativa è il Fmi. LR 17
Squilibri europei. Le lezioni sbagliate della formica tedesca
La settimana
scorsa la "Cirmania" ha parlato e il mondo l'ha ascoltata. Diceva
qualcosa di coerente? No. Di moralistico? Sì, molto. Di pericoloso? Sì.
Potranno prevalere opinioni più sagge? Ne dubito.
Avrete sentito
parlare della Cimerica, un neologismo coniato dallo storico di Harvard Niall
Ferguson e da Moritz Schularick della Libera Università di Berlino, per
descrivere una presunta fusione tra l'economia americana e cinese. E della
Cindia, inventata dal politico indiano Jairam Ramesh per descrivere il nuovo,
composito gigante asiatico. Lasciate che vi presenti la Cirmania, la somma dei
due maggiori esportatori netti al mondo: la Cina che quest'anno dovrebbe avere
un surplus di 291 miliardi di dollari della bilancia commerciale e la Germania
che arriverà a 187 miliardi.
I due paesi sono
molto diversi, ovviamente, eppure nonostante le differenze condividono alcune
caratteristiche. Entrambi ritengono che i loro clienti devono continuare ad
acquistarne le merci, ma che si indebitino in modo irresponsabile. Siccome il
loro surplus implica il deficit di altri, è una posizione contraddittoria. I
paesi con un surplus devono finanziare quelli in deficit; se il debito cresce
troppo però, il debitore è a forte rischio di default. Quando succede, i
vantati risparmi dei paesi con un surplus si rivelano un'illusione.
Comincio a
chiedermi se l'economia globale e aperta riuscirà a sopravvivere alla crisi.
Anche la zona euro corre pericoli che la settimana scorsa sono stati illustrati
alla perfezione dagli interventi del primo ministro cinese Wen Jiabao e del
ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble.
L'argomento di
Schäuble non riguardava il discusso Fondo monetario europeo, che nemmeno se
fosse accettato e creato sarebbe in grado di allentare le pressioni esercitate
dai grandi squilibri macroeconomici all'interno della zona euro. Le idee
centrali del ministro tedesco erano che gli aiuti di emergenza per i paesi con
un deficit fiscale eccessivo devono accompagnarsi a penalità severe; che i diritti
di voto dei membri dell'Unione che si comportano male vanno sospesi, e che un
paese può uscire dall'Unione monetaria restando lo stesso nell'Unione europea.
All'improvviso, la
zona euro non è più così irrevocabile: lo dice la Germania. Dell'atteggiamento
del più potente paese europeo, vorrei sottolineare tre aspetti: avrebbe un
impatto prevalentemente deflazionistico; sarebbe inapplicabile, e potrebbe
spianare la strada a un'uscita della Germania stessa dalla zona euro.
Del primo aspetto,
ho scritto la settimana scorsa: se la Germania ottiene ciò che vuole, la
seconda economia del mondo intralcerebbe la ricerca di un rimedio al calo
globale della domanda aggregata. Invece di soddisfare la domanda mondiale con
le sue esportazioni, la zona euro produrrebbe un eccesso di offerta.
Immaginiamo che i
paesi più deboli della zona euro siano costretti a contrarre in modo deciso il
proprio deficit fiscale. Tutta l'economia della zona euro ne risentirebbe. Ma
anche la situazione fiscale della Germania e della Francia si deteriorerebbe.
Immaginiamo ora che la Germania stringa la cinghia. Ingiungerebbe alla Francia
di fare altrettanto? Dopotutto, stando alle previsioni dell'Ocse, quest'anno il
deficit generale del governo francese si aggirerà attorno al 9% del prodotto
interno lordo. Il ministro Schäuble crede che la Francia possa essere multata?
No, di certo. Eppure non sono le finanze pubbliche della Grecia (di peso
marginale), a minacciare la stabilità della zona euro, ma la finanza pubblica
dei grandi paesi. E siccome la Germania non può costringerli a rigare dritto e
non ha alcuna possibilità di espellere un paese che non le garba dalla zona
euro, sarebbe costretta ad abbandonarla. Questa è la logica delle idee del
ministro Schäuble, e sarà ovvia anche a lui.
La Germania si
trova in un'Unione monetaria presunta irrevocabile con alcuni dei suoi
principali clienti. Ora Berlino vuole che usino la deflazione per tornare a
prosperare in un mondo in cui la domanda aggregata soffre di debolezza cronica.
Anche il primo ministro Wen la pensa così, ma l'economia che a suo avviso
dovrebbe perseguire quello scopo è quella americana. Auguri!
Nel suo discorso
in chiusura del Congresso nazionale del popolo, Wen ha dichiarato: «Non capisco
che si svaluti la propria moneta e si faccia pressioni su altri perché la
rivalutino, con l'obbiettivo di aumentare le proprie esportazioni. A mio
parere, si tratta di protezionismo». Ha anche sottolineato che era preoccupato
per la sicurezza degli investimenti in dollari della Cina.
Con questo, mi
domando cosa intende dire il primo ministro Wen, se non che gli Stati Uniti non
si devono intromettere nelle decisioni cinesi in materia di tassi di scambio?
Se il desiderio degli Stati Uniti di avere un dollaro più debole è
«protezionista», come definire la determinazione della Cina a tenere basso il
valore della sua moneta, qualunque cosa accada? Non c'è nulla di
particolarmente protezionista nel chiedere a un paese con un enorme surplus
commerciale di ridurlo in un periodo di domanda globale debole. Se capisco bene
la posizione conclamata della Cina, vuole invece che per tornare competitivi
gli Stati Uniti creino deflazione attraverso una contrazione fiscale e
monetaria e, si presume, un calo dei prezzi interni. Per gli Stati Uniti
sarebbe tremendo. Ma lo sarebbe anche per la Cina e il resto del mondo.
Oltretutto non succederà e la Pechino lo sa di sicuro.
Dietro a tutto
ciò, c'è una divisione fondamentale. Quei due paesi vogliono procedere come
prima, ma non accettano di subire il contraccolpo della propria dipendenza dal
surplus commerciale quando i loro clienti fanno bancarotta. Come sta succedendo
ora. Nel frattempo, i paesi che in passato avevano grossi deficit commerciali
possono tagliare i deficit fiscali massicci causati dal deleveraging del
rispettivo settore privato, una volta scoppiata la bolla finanziaria, soltanto
con un'impennata delle esportazioni nette. Se i paesi con un surplus non
riescono assorbire il cambiamento grazie a un'espansione della domanda
aggregata, il mondo intero si ritrova a giocare a rubamazzetto, tutti cercando
disperatamente di scaricare l'offerta in eccesso sui propri partner
commerciali. Anche questo ha avuto un ruolo nella catastrofe degli anni Trenta.
È un gioco che i paesi
con un surplus hanno scarse probabilità di vincere. Uno sconvolgimento della
zona euro danneggerebbe l'industria tedesca. Un ricorso al protezionismo da
parte degli Stati Uniti danneggerebbe la Cina. Come scriveva Euripide, «gli dèi
fanno prima impazzire coloro che vogliono distruggere». Non è troppo tardi per
cercare soluzioni cooperative, arrivare ad aggiustamenti da entrambi i lati.
Conviene dimenticare il moralismo autocompiaciuto, e provare invece a usare il
buon senso. Martin Wolf, Il Sole 24 Ore 17
In Italia nascono più bambini: grazie agli stranieri
Non si arresta il
trend positivo di natalità per l'Italia. Un dato che si ottiene soprattutto
grazie agli stranieri e che si accompagna alla crescita dell'età media delle
donne che hanno un figlio e delle coppie che diventano genitori senza essere
coniugati. È l'istantanea scattata dall'Istat nel Rapporto 'Natalità e
fecondità della popolazione residente: caratteristiche e tendenze recenti'
diffuso oggi.
Entrando nel
dettaglio, si scopre che nel 2008 sono stati registrati 576.659 bambini, circa
13 mila in più rispetto all'anno precedente (563.933) con una media di 1,42
figlio per donna. I bimbi nascono soprattutto da mamme 40enni, aumenta il
numero di quelli avuti da genitori non sposati, le donne straniere hanno in
genere due figli ciascuna. Ed è proprio grazie a questa dinamica fra gli
immigrati che il saldo è lievemente positivo.
Dati in linea con
la ripresa avviatasi a partire dalla seconda metà degli anni '90 - si legge nel
rapporto - dopo 30 anni di calo e il minimo storico delle nascite (526.064
nati) e della fecondità (1,19 figli per donna) registrato nel 1995. L'ammontare
dei nati del 2008, sottolinea l'Istat, potrebbe rappresentare un massimo
relativo, cioè un picco difficilmente superabile nei prossimi anni, date le
attuali caratteristiche e i comportamenti riproduttivi della popolazione
femminile in età feconda (le stime per il 2009, ad esempio, sono inferiori di
circa 7 mila nati ).
Continua dunque
'l'invecchiamento' delle mamme: il 5,7% dei nati ha una madre con almeno 40
anni (si è passati dai 12.383 nati nel 1995 ai 32.578 nel 2008), mentre
prosegue la diminuzione dei nati da madri di età inferiore a 25 anni (poco più
di 64 mila nel 2008, l'11,1% del totale). Le mamme più giovani sono al Sud,
dove la proporzione di nascite da madri italiane al di sotto dei 25 anni è in
media del 12,4% (il 16,5% in Sicilia), mentre quelle con più di 40 anni sono
mediamente il 4,6%. Le donne della Sardegna e della Liguria sono quelle che
hanno figli in età più avanzata: la percentuale dei nati da madri
ultraquarantenni raggiunge infatti rispettivamente l'8,6% e l'8,1%.
Diminuiscono le
nascite da madri minorenni, pari a 2.514 nel 2008, un valore inferiore di circa
un quarto rispetto a quello registrato nel 1995 (3.142 unità). Il fenomeno è
trascurabile al Nord mentre presenta percenutali maggiori al Sud. A questo proposito,
considerando solo le madri italiane il valore scende a 2.074 nati (0,43% del
totale). Prosegue poi la crescita dei nati da genitori non coniugati: dall'8,1%
del 1995 al 19,6% del 2008 (oltre 102 mila nati). L’U 18
Camera. La III Commissione sullo schema di regolamento organizzativo del
ministero degli Esteri
Fra le soluzioni
auspicate l’istituzione di una direzione per la Promozione del “Sistema Paese”,
la creazione di un centro di coordinamento per la diffusione della lingua
italiana e la valorizzazione delle strutture rivolte agli italiani nel mondo
ROMA – Nella riunione di ieri la Commissione
Esteri della Camera ha deliberato alcuni rilievi per la I Commissione, relativi
allo schema del regolamento organizzativo del ministero degli Affari Esteri.
Nel documento, elaborato dalla Commissione, si chiede di garantire il
necessario e puntuale confronto con le commissioni parlamentari nella fase di
attuazione, messa a punto e verifica della nuova struttura organizzata del Mae
su basi tematiche e della sottostante articolazione geografica. Anche in
riferimento ai criteri che presiederanno nella pratica l’attribuzione delle
nuove funzioni, sottoponendo al preventivo esame parlamentare lo schema di
decreto ministeriale relativo ai novantasei uffici di livello dirigenziale non
generale. Dalla Commissione viene inoltre sollecitata una maggiore messa a
fuoco del raccordo con la politica estera dell’Unione europea, sotto il profilo
delle strutture amministrative chiamate a collaborare con l’istituendo servizio
europeo per l’azione esterna, assicurando l’unitarietà dell’indirizzo politico.
In questo ambito viene altresì auspicato un superamento della configurata
compartimentazione dei Paesi dell’area Osce, al fine di accorparli in un’unica
direzione generale che ne valorizzi la comune appartenenza all’architettura di
sicurezza europea. La Commissione chiede inoltre sia di menzionare la dicitura
“diritti umani” nella denominazione e articolazione della nuova direzione
generale per gli Affari Politici e la Sicurezza, sia di puntare all’istituzione
di una direzione per la Promozione del “Sistema Paese”. La creazione di una
struttura che dovrà essere accompagnata da un’incisiva riforma del sistema
degli istituti di cultura italiana operanti all’estero, volta a preservare la
specificità della valorizzazione della nostra lingua, e dall’assorbimento della
rete dell’Istituto per il commercio con l’estero. In questa nuova
direzione , finalizzata alla promozione del sistema paese, dovrà essere
garantita la riconoscibilità e la proiezione internazionale della nostra
cultura, prevedendo la creazione di un centro di coordinamento per la
diffusione e la valorizzazione della lingua italiana. Dalla Commissione è anche
auspicata la realizzazione, presso la Farnesina, di una specifica struttura di
coordinamento, ispirata al modello francese, volta a sviluppare le necessarie
sinergie con gli altri ministeri e le autonomie regionali e locali.
Nel documento, che esprime apprezzamento per
la portata complessiva del provvedimento in esame , viene inoltre sottolineato
come il disegno di riorganizzazione delle strutture centrali del Mae debba
coordinarsi con gli interventi sulla rete e diplomatica e consolare e della
cooperazione allo sviluppo. In questo ambito la Commissione prende inoltre atto
del fatto che la proposta di riforma dovrà avere necessariamente una fase di
attuazione e messa a punto dei criteri che consentiranno l’attribuzione dei
singoli Paesi ad una direzione piuttosto che ad un’altra, nonché del necessario
coordinamento tra le diverse direzioni generali onde evitare inefficienze, sovrapposizioni
o contrasti. Fra le altre indicazioni contenute nel testo ricordiamo la
richiesta che all’azione esterna dell’Italia sia assicurato un adeguato livello
di risorse umane e finanziarie, l’esigenza di un maggiore raccordo fra
Farnesina, Presidenza del Consiglio, ministero dell’Economia e dicastero per lo
Sviluppo Economico e la necessità di valorizzare ulteriormente le strutture
rivolte agli italiani nel mondo, al fine di accentuarne lo sviluppo delle
potenzialità che rivestono per rafforzare l’azione e l’immagine dell’Italia
all’estero. (Inform)
Il futuro di Cgie e Comites, e i bilanci all’osso. “No ai colpi di
spugna!”
Allarme per i
tagli ai corsi di lingua e cultura italiana che si traducono in una diminuzione
di corsi, di insegnanti, e nella progressiva eliminazione della qualificazione
dei docenti
ROMA - Riflettendo
sulla comunità italiana nel mondo, con le sue caratteristiche ma con lo sguardo
rivolto alle sue prospettive, c’è la sensazione di trovarsi di fronte a istanze
che attendono maggiori e più sicure garanzie. Da alcuni mesi, l’attenzione è
rivolta al primo testo di legge sulla riforma dei Comites e del Cgie, elaborato
dal Comitato ristretto istituito nella Commissione Affari Esteri del Senato. Il
testo prevede un mutamento di questi organi di rappresentanza degli italiani
nel mondo, ed è stato oggetto di analisi da parte dell’ultima assemblea
plenaria del Cgie, oggi Consiglio degli Italiani all’Estero. La critica da
parte del suo segretario generale, Elio Carozza, riguarda innanzitutto il
taglio alla rappresentanza di base nei circuiti dei Comites e nell’elezione dei
membri del Cgie. Associazioni, sindacati e patronati non troveranno spazio,
sostituiti dai rappresentanti delle Regioni. Tra le scelte negative della
Finanziaria 2010, emerge la riorganizzazione della rete consolare e i
forti tagli di risorse per gli italiani all’estero. Come segno di speranza è
stata la presenza dei rappresentanti delle nuove generazioni italiane
all’estero, in risposta alla loro istanza di essere in contatto con gli
organismi di rappresentanza di cui, però, è in discussione una radicale
riforma.
Tra le riflessioni
dei presidenti delle Commissioni tematiche, di grande attualità sono stati i
rilievi di Alberto Di Giovanni, vicepresidente della Commissione Scuola e
Cultura italiana. Di Giovanni ha ricordato come «la promozione della lingua e
della cultura italiana nel mondo sia un passaggio obbligato per fare in modo
che il coinvolgimento delle giovani generazioni non sia solo evocato in modo
convenzionale e retorico: tutto ciò che si fa, si fa per il futuro».
Interessante
l’apporto dei giovani delegati provenienti dall’estero. Carlo Erio, presidente
della Commissione tematica del Cgie Nuove generazioni e Migrazioni nuove, ha
auspicato la creazione di una commissione di giovani che possa affiancare i
lavori del Cgie, come segno di partecipare e di coinvolgimento. Sabastian
Nielsen, rappresentante dei giovani connazionali in Svezia e Danimarca, per
incentivare l’avvicinamento dei giovani alle associazioni, ha suggerito
seminari di formazione di dirigenti e investimenti sulla lingua e sulla cultura
italiana. Una proposta, quest’ultima, sostenuta anche dalla rappresentante
dell’Australia, Isabella Restifa; del Sud Africa, Giuseppina Gaglio; del Cile,
Maria Paz Paladino; dell’Uruguay, Maria Lorena Inverso. Il delegato della
Francia, Luigi Delia, ha accolto con soddisfazione l’iniziativa dei Comites di
coinvolgere anche i giovani italiani nella circoscrizione di riferimento,
mentre Maria Lorena Inverso e Isabella Restifa hanno ribadito l’importanza
delle sedi consolari italiane all’estero, alcune delle quali non hanno un
futuro.
Massimo Candusso
ed Eleonora Medda, provenienti dal Perù e dal Belgio, hanno espresso
soddisfazione per i loro rapporti con i Comites e per la formazione della
«Commissione giovani» nel Cgie. Propositivi anche gli interventi
dell’italocanadese Cosmo Femia sulle realtà giovanili operanti in Canada, e di
Giuseppina Gaglio, sulla promozione di scambi culturali a livello
universitario, che hanno perorato il sostegno degli enti economici nei
confronti dei giovani imprenditori italiani all’estero. Mario Borghese e Silvia
Alciati, a nome dei giovani italiani di Argentina e Brasile, hanno espresso
l’interesse per i progetti Ites-Italia Lavoro. La Alciati, oltre a sottolineare
la mancata prosecuzione dei contatti con il Ministero della Gioventù, ha
richiamato l’attenzione sull’importanza dell’insegnamento della lingua e della
cultura italiana ai minori: «Non si può amare un Paese che non si conosce, e la
conoscenza va trasmessa a cominciare dai più piccoli!».
Oggi la rete dei
giovani connazionali nel mondo ha un suo sito: www.giovanitaliani.it.
Interessante è stata la testimonianza di Francesco Dominoni sui servizi offerti
ai giovani italiani in Irlanda, col sito web, su scambi con le università e
sulle possibilità di trovare alloggio, lavoro e occasioni di aggregazione tra
connazionali.
Luciano
Segafreddo, Messaggero di sant’Antonio, marzo
Rapporto della Fondazione Migrantes. "La Sicilia è la prima regione
per numero di emigrati"
La Fondazione
Migrantes, titolare del progetto Rapporto Italiani nel Mondo, è da sempre
impegnata sul fronte della mobilità umana, fondando il suo operato sul
riconoscimento dell’emigrazione quale fenomeno intrinseco nella società
italiana.
L’invito diffuso
alla presentazione del quarto Rapporto Italiani nel Mondo, tenutasi il novembre
scorso a Roma, è stato di non considerare l’emigrazione come un fenomeno
ancorato al passato sul quale lasciar depositare la polvere, bensì, attraverso
la presentazione dei dati emersi dalle rilevazioni territoriali, si è
sottolineato come il fenomeno non solo sia fortemente radicato nel presente ma
al contempo proteso verso il futuro.
Mons. Piergiorgio
Saviola, ex-direttore della Fondazione Migrantes, dichiara infatti che bisogna
superare il disinteresse nei confronti degli italiani all’estero e che “un
impegno conoscitivo ben concepito altro non deve fare se non recuperare il
passato e servirsene per meglio comprendere il futuro, senza con questo lasciar
intendere che, essendo ormai l’Italia un paese di immigrazione, sia finito il
tempo di occuparsi degli italiani nel mondo”.
I dati raccolti
nel 2009 indicano che i cittadini italiani residenti all’estero sono 3.915.767
quasi quanti sono i cittadini stranieri residenti in Italia, ovvero 3.891.295:
un equilibrio non destinato a mantenersi perché gli immigrati in Italia
crescono a un ritmo più veloce. La prima regione per numero di emigrati è la
Sicilia (646.993) da seguita da Campania (411.512), Lazio (346.067), Calabria
(343.010), Puglia (309.964) e Lombardia (291.476). Si conferma una tendenza
tuttora ancorata al territorio: il 54,8% degli italiani all’estero viene dal
meridione. La rilevazione continua fornendo dati per singole province e
addirittura per comuni: Licata, in provincia di Agrigento, con 13.049 iscritti
all’Aire, Anagrafe degli Italiani all’Estero, è l’unico comune non capoluogo
tra le prime 10 posizioni.
Il fenomeno
dell’emigrazione negli anni ha modificato le sue caratteristiche principali:
oggi si sceglie di andare all’estero da giovani, per formazione e ricerca, per
stabilire imprese e con la volontà di integrarsi nella nuova comunità di
appartenenza senza rimanere all’interno di un circolo chiuso di connazionali. A
cambiare è stata anche la considerazione degli italiani e la valutazione del
prodotto made in italy all’estero: cominciando dalla moda, passando per le auto
e il cibo, il design e la progettazione, oggi il know how italiano è
particolarmente richiesto. Ad esempio sono in attività nel mondo 109 cantieri.
Secondo
un’indagine dell’Associazione Nazionale Costruttori Edili, le imprese di
costruzione nel 2007 hanno fatturato all’estero quasi quanto in Italia (5,5
miliardi di euro rispetto a 6,3 miliardi). Un altro aspetto del fenomeno
riguarda le seconde e le terze generazioni nate e cresciute all’estero. Figli e
nipoti con doppia cittadinanza, divisi tra presente e memoria, con uno sguardo
rivolto alle origini e alla cultura di appartenenza: il 7 marzo scorso sono
stati premiati alla notte degli Oscar due esponenti del cinema americano che
non hanno dimenticato le proprie radici italiane, Mauro Fiore, calabrese, e
Michael Giacchino, cresciuto in New Jersey con nonni abruzzesi e siciliani, i
quali hanno ringraziato l’Italia e si sono dimostrati orgogliosi delle loro
origini.
Ma il problema di
fondo rimane sempre lo stesso: quanto è difficile decidere di rientrare nel
nostro Paese? Molto spesso quando si è in grado di operare un confronto tra la
nostra realtà e quella europea l’attitudine è di rimanere all’estero anche se
molti decidono di condividere le competenze acquisite e la formazione appresa
con chi è rimasto, puntando all’innovazione e alla crescita di alcuni settori
della nostra economia.
Ricky Filosa
direttore del sito www.italiachiamaitalia.com, un portale di informazione con
una sezione interamente dedicata agli italiani residenti all’estero, a tal
proposito crede che “se davvero è questo che si vuole, le strade si trovano.
Ma, come in ogni cosa, bisogna volerlo con forza, e bisogna armarsi di tanta
pazienza: se una persona vale, se ha qualcosa da offrire, saprà trovare il
proprio cammino in Italia anche dopo avere vissuto all'estero. Avrà, anzi, più
esperienza sulle spalle: esperienza che potrà servirgli molto in Italia, e
potrà servire alle persone con le quali collaborerà. Mi sento di consigliare a
tutti, in particolare ai giovani, un’esperienza all’estero di almeno un paio
d’anni, per capire cosa c’è oltre i confini nazionali, e anche per rendersi
conto di quanto sia apprezzata nel mondo la qualità dell’eccellenza italiana”.
Il rapporto della
Fondazione Migrantes si conclude con una riflessione particolarmente
significativa: “L’atteggiamento negativo che tanto afflisse gli italiani
all’estero specialmente quando venivano considerati un popolo di criminali,
trova un riflesso in quei processi che tendono a fare degli stranieri in Italia
un capro espiatorio. L’emigrazione merita di essere studiata con attenzione,
non solo per ricordare la storia degli italiani all’estero ed entrare con loro
in maggiore sintonia, ma anche per abituarci a convivere fruttuosamente con gli
stranieri insediatisi in Italia”. SicInf 14
UCEMI: mantenere il voto all’estero. Riformandolo e rendendolo utile agli
emigranti
ROMA -
Nell’autunno 2005 e primavera 2006 l’UCEMI (Unione Cristiana Enti Migranti) e
la Fondazione Migrantes hanno intrapreso una serie di viaggi tra i nostri
emigranti nel mondo per sollecitare la loro partecipazione al voto degli
italiani all’estero. Dopo tutto, si trattava dell’esercizio di un diritto
lungamente reclamato dagli italiani all’estero, tramite le loro Associazioni e
da sempre sostenuto dai Missionari Cattolici Italiani che vivono assieme agli
emigranti stessi. La prima esperienza di voto all’estero era stata fatta nel
corso del referendum sulla legge 40, tenutosi nel giugno 2005, anche se allora
vi era stato un invito all’astensione per non raggiungere il quorum,
confermando così la legge sulla procreazione assistita. Nel 2006 veniva invece
richiesta una buona partecipazione al voto, per confermare così il gradimento
degli emigranti nei confronti di una legge attesa per oltre mezzo secolo. Nei
colloqui successivamente avuti con gli emigranti, incontrati sia qui in Italia
sia nel corso di altri viaggi all’estero, abbiamo registrato non pochi malumori
sulle modalità di svolgimento delle elezioni e sul ruolo esercitato dagli
eletti nelle circoscrizioni estere. Queste lamentele riguardavano l’Australia
ed erano le stesse che ora sono tornate alla ribalta; il Sud Africa per
l’ampiezza della circoscrizione di riferimento; il Sud America per la
supremazia numerica esercitata dall’Argentina rispetto alle altre aree della
circoscrizione; il Canada per il ruolo predominante dei patronati e dei
sindacati nelle vicende elettorali; l’Europa che per l’ampiezza della circoscrizione finiva per
dare poco spazio a singole realtà
migratorie di grande densità. Un coro di lamentele, con l’invito ad apportare
correttivi, riecheggiate anche successivamente quando Canada, Australia e Sud
Africa non intendevano rinnovare la
convenzione di tipo diplomatico e postale con lo Stato italiano per consentire
l’esercizio di questo importante diritto. Lamentele che abbiamo girato ai
parlamentari eletti all’estero, divenuti nel frattempo determinanti per le
sorti del Governo Prodi e perciò poco interessati a creare un vero intergruppo
svincolato dai partiti che tutelasse i nostri connazionali all’estero. Ora
questo ruolo essenziale, nell’attuale legislatura, non ha trovato alcun
riscontro e di loro si è finito con il parlarne poco, tranne che in questi
giorni, con il caso increscioso di cui tutti parlano. Va detto però che questa
importante conquista civile e morale va salvaguardata, perché l’esercizio di
voto per tutti i cittadini di un Paese, ovunque essi si trovino, è pur sempre
un fatto di civiltà, di democrazia compiuta, e perciò non è pensabile un
ritorno al passato. Anche l’idea di far votare i nostri emigranti per i
candidati delle circoscrizioni di ultima residenza in Italia non risponde
esattamente alle attese degli emigranti stessi. A parte che le migrazioni hanno
percorsi veramente eccezionali, che hanno visto tanti italiani girare vari
paesi del mondo, mantenendo o riacquistando la cittadinanza italiana nel corso
degli anni, va detto che c’è prima di tutto un alto valore simbolico nel
conservare la specificità dei rappresentanti degli emigranti eletti da loro
stessi. Certo, la partitocrazia finisce con lo svilire questo ruolo, ma se gli
eletti creassero veramente un intergruppo che si occupasse dei problemi degli
emigranti, una ragione nobile della loro esistenza ci sarebbe stata e vi
potrebbe essere anche in futuro. Tra l’altro, quale conoscenza diretta hanno i
nostri connazionali all’estero delle vicende del nostro Paese, se queste
vengono affrontate a livello di circoscrizioni di partenza e non invece
analizzando gli argomenti complessivi che riguardano il loro legame con
l’Italia intera? Non dimentichiamo che l’Unità d’Italia, della quale si stanno
per celebrare i 150 anni, è stata dapprima vissuta dal mondo dell’emigrazione
nei nuovi paesi di arrivo e non
nell’Italia dalla quale sono partiti in certi casi prima che l’Italia si
unificasse. Molti emigranti (Trento, Bolzano, Gorizia e Trieste per esempio)
hanno vissuto il loro attaccamento alla Patria e al Tricolore stando all’estero
ancora prima che l’Italia si formasse. La segretezza del voto: esso deve essere
certamente segreto ed inviolabile. É vero, lo vuole la nostra Costituzione e
male hanno fatto coloro che hanno violato o invitato a violare questo
sacrosanto principio basilare. Forse, al di la dei comportamenti disonesti di
alcuni o delle leggerezze di tal altri, c’è stata una impreparazione al voto,
accompagnata da talune esasperazioni personali, che hanno finito anche per
lacerare il mondo associativo dell’emigrazione. Dopo tutto si votava da pochi
anni e questa novità non è stata ancora metabolizzata, visto che nella stessa
Italia si sbaglia tuttora la formazione delle liste! Le Associazioni, dopo le
ultime due elezioni politiche, più volte
si sono interrogate sul grado di
legittimazione attuale del loro ruolo e di quello del CGIE in presenza dei
parlamentari eletti all’estero. Ma non sono state le Associazioni a reclamare
lungamente questo diritto? E poi, data la vastità delle circoscrizioni, chi può
mantenere il collegamento diretto e costante con gli emigranti se non le
Associazioni medesime? Due ruoli, quello delle Associazioni e quello dei
parlamentari, certamente complementari e non contrastanti, a condizione che
quest’ultimi sappiano sottrarsi dalle polemiche correntizie ed esercitino un
mandato pieno sì nell’interesse generale del Paese, ma partendo da quello
particolare di coloro che li hanno votati. Come fare però per garantire un
corretto esercizio del voto evitando brogli, imbrogli e manipolazioni del voto?
Qualcuno dice di appoggiarsi ai consolati, cosa che parrebbe più che ovvia. Ma
abbiamo presenti le distanze che esistono all’estero e la scarsa e sempre meno
numerosa presenza di rappresentanze diplomatiche in tante parti del mondo, a
partire dall’Europa, dove molti consolati chiudono continuamente i battenti? Un
rebus di non facile soluzione, ma che dovrà trovare idee precise e puntuali,
per salvaguardare il principio del diritto di voto per tutti i connazionali
all’estero e per garantire una effettiva rappresentanza degli emigranti, in un Parlamento sordo e disinformato
riguardo ai loro effettivi problemi. A meno che non si voglia trascurare il
valore aggiunto che gli emigranti e i loro discendenti rappresentano per il
nostro Paese: una ricchezza valoriale di non poco conto per un’Italia che non
ha una memoria storica dell’emigrazione quando affronta i temi della propria
immigrazione. Discutendo sulle modifiche della
legge riguardante il voto all’estero, bisognerà affrontare la dimensione
delle circoscrizioni estere, rendendole più realistiche, anche se ciò
comportasse l’aumento di qualche
parlamentare estero a spese della già ampia e ridondante rappresentanza
di cui godono gli elettori che vivono entro i confini del Paese. Vi è poi la
possibilità che attraverso le convenzioni che l’Italia stipula con tutti i
Paesi dove la nostra emigrazione è piuttosto consistente per garantire
l’esercizio del diritto dall’estero, si possa esercitare un voto certificato
attraverso il servizio postale di ciascun paese. Chiedere che ogni elettore si
rechi di persona in determinati uffici postali appositamente convenzionati,
ritirando la busta da rispedire subito in maniera segreta e sigillata, dopo
aver esibito un documento di riconoscimento che ne attesti l’identità, potrebbe
rappresentare un primo passo di tipo moralizzante, che impedisca ai soliti di
fare i furbi (anche se non sempre è il caso di generalizzare!). Una sfida,
questa, che chiama ancora una volta in causa l’associazionismo
dell’emigrazione, che deve dimostrare di saper far crescere nei connazionali
all’estero il senso civico (e l’individuazione di candidati validi, con le loro
idee personali ma non succubi dei partiti) coniugato con il rispetto della
legalità, senza i quali ogni sistema di voto che si vada ad escogitare
lascerebbe certamente margini di imbroglio.
Le Associazioni
aprano subito un dibattito tra di loro e con i tecnici dei ministeri competenti
prima che sia troppo tardi, perché le voci di soppressione di questo sacrosanto
diritto degli emigranti sono fin troppo ricorrenti. (L. Papais -
Vice-Presidente UCEMI, Migranti-press)
Voto all’estero. E se invece di voto si parlasse di seggio elettronico?
Roma - Si fa
strada a fatica, tra diffidenze e perplessità, l’idea di un voto elettronico
per gli italiani all’estero. Un sistema che “affascina” e che potrebbe,
nell’immaginario popolare, contemperare le esigenze di fondo del voto degli
italiani all’estero e al quale il governo, per bocca del sottosegretario agli
Esteri Mantica, non si dice aprioristicamente contrario.
Il voto
elettronico, in modalità che per il momento devono ancora essere individuate,
potrebbe essere, si ipotizza, l’alternativa al voto in loco nei consolati, su
cui pesano numerosi aspetti negativi. Il primo di questi, le grandi distanze
che tantissimi elettori sarebbero costretti a coprire per raggiungere i seggi
consolari, distanze che in molti casi sono di centinaia di chilometri; il
secondo, il grande dispendio di risorse umane e finanziarie per organizzare
seggi nei consolati; il terzo, la prevedibile minore affluenza al voto. A
favore del voto in consolato, d’altra parte, va ascritto il completo rispetto
dei requisiti costituzionali del voto: personale, libero e segreto.
Ora, se un voto
elettronico potrebbe certamente ovviare a questi tre aspetti negativi, ancora
non è dato sapere, almeno non con precisione, in che modo potrebbe invece
garantire la personalità, la libertà e la segretezza del voto.
Durante
l’audizione del sottosegretario Mantica, che, ripetiamo, si è detto “non
contrario” alla ricerca di un sistema elettronico di voto, sono stati in molti
ad evocare questa possibilità; quello che nessuno, tuttavia, ha potuto indicare
è stato il modo in cui potrebbe essere utilizzato. Esistono alcuni problemi
organizzativi, che sono evidentemente di possibile risoluzione, ma sullo sfondo
ce n’è uno sostanziale la cui soluzione appare problematica.
Ammesso che al
cittadino italiano all’estero si consenta di votare con la posta elettronica, e
quindi da una località qualsiasi se non addirittura essendo in auto, in treno,
in nave e utilizzando un portatile, ammesso, quindi, che tale possibilità venga
data, come si assicura che alla tastiera del computer che sta trasmettendo il
voto ci sia l’elettore giusto, che il suo voto sia segreto e libero? A questi
interrogativi occorre trovare una risposta, magari “telematica”, ma che
soddisfi il dettato costituzionale.
Certo, si potrebbe
pensare, come tappa intermedia, più che ad un “voto elettronico” ad un “seggio
elettronico”, in cui l’elettore vota con un computer ma viene identificato e
vota liberamente e in segretezza.
Cosa ci sarebbe di
diverso dal seggio in consolato? È presto detto: un seggio elettronico
potrebbe, qualora se ne creassero i presupposti giuridici, essere allestito
ovunque: in una scuola, in un istituto culturale, in una associazione, perfino
in un locale pubblico o in una struttura mobile; a presidiarlo basterebbero una
o due persone investite, per l’occasione, della funzione di pubblico ufficiale.
Inoltre, il voto, partendo da un computer, potrebbe essere fatto confluire
anche direttamente a Roma e, quindi, per conteggiarlo non servirebbe un
dispendioso manipolo di centinaia di scrutatori, segretari e presidenti di
seggio, ma basterebbe un sistema software, gestito da pochi addetti; infine, i
risultati, in questo modo, sarebbero disponibili dopo pochi minuti dalla
chiusura del seggio.
Quindi niente
schede (nell’ultima consultazione solo per stampa e spedizione ci son voluti
circa 16 milioni di euro), nessuna possibilità di brogli, grande risparmio di
danaro pubblico e pochi disagi per l’elettore: sembra poco? (giuseppe della
noce\aise)
Il negozio ‘Coppola Storta’ apre a Berlino. AddioPizzo si internazionalizza
Berlino - “È un
risultato molto concreto della collaborazione fra ‘AddioPizzo’ a Palermo e
‘Mafia? Nein danke!’ a Berlino: per la prima volta un marchio che ha aderito
all’iniziativa siciliana apre una filiale all’estero portando con se un forte
messaggio antimafia. Il negozio ‘La Coppola storta’, uno dei membri storici di
AddioPizzo, adesso sta raccontando l’esperienza della ribellione
anti-estorsione a Palermo nel centro di Berlino. È un altro segnale che di
fronte alle mafie internazionali anche l’antimafia si sta
internazionalizzando”. Sono le parole dell’on. Laura Garavini (PD) che ha
partecipato all’inaugurazione della boutique insieme a Johann Jörg, titolare
della ‘Coppola Storta’ a Berlino, e ai rappresentanti di AddioPizzo Edoardo
Zaffuto e Dario Riccobono.
Nei giorni
precedenti l’iniziativa AddioPizzo ha distribuito alla fiera turistica ITB la
mappa turistica ‘antipizzo’ di Palermo prodotta insieme all’Ambasciata tedesca
a Roma. La mappa indica ai turisti tutti i negozi di Palermo che si sono
impegnati a dire No alle mafie, rifiutando di piegarsi alle estorsioni. La
mappa può essere richiesta anche negli uffici dell’on. Garavini a Berlino e a
Roma. Informazioni sulla prima filiale di un negozio AddioPizzo in Germania si
trovano sul sito www.lacoppolastorta.de. De.it.press
Trucidato gastronomo italiano a Stoccarda, proprietario dei ristoranti
Mezzogiorno e Salvini
Su Vincenzo
Stamati, 52 anni, proprietario dei ristoranti Mezzogiorno e Salvini sono stati
sparati 9 colpi di pistola. Non si tratta di regolamento di conti mafiosi.
L’omicidio è
avvenuto per mano di un suo ex dipendente kosovaro.
Pare che il
movente sia una storia di rapporto omosessuale. La vittima lascia la moglie e
due figli.
Il mondo gastronomico
italiano di Stoccarda è ammutolito. Ad Enzo Stamati sono stati freddamente
sparati 9 colpi di pistola calibro 9.
La vittima godeva
di molta notorietà nel mondo della gastronomia italiana nella multietnica
Stoccarda.
Stamati era
proprietario di due ristoranti: del Mezzogiorno, situato nello Stadtpark
dell’Università e di fronte al Katharinenhospital, e del Salvini, nella
Bolzstrasse, vicino alla Schloßplatz, la piazza centrale della città.
A compiere
l’immane atto è stato il 45enne Maxhun Z., figlio di immigrati kosovari, che
subito dopo l’efferato omicidio si è costituito dalla polizia. Secondo una
prima confessione pare che alla base non vi fossero motivi di soldi. L’omicida,
che aveva lavorato per 7 anni, prima come cameriere al Mezzogiorno e poi come
direttore del Salvini, era stato licenziato in tronco nello scorso mese di
novembre per motivi privati. Pare che fosse stato liquidato fino all’ultimo
centesimo. Tuttavia, si ipotizza che fra i due vi fosse un rapporto affettivo
omosessuale e che Stamati avrebbe voluto chiudere definitivamente. Lunedì
mattina si erano incontrati nei pressi dell’abitazione dell’omicida, forse per
chiarirsi. L’incontro è sfociato in lite. Il kosovaro ha estratto la pistola e
da distanza ravvicinata ha scaricato sul corpo della vittima 9 colpi. Poi è
salito sulla sua Mini e si è presentato al vicino Polizeipräsidium della
Hauptstätterstrasse per costituirsi.
Tony Màzzaro, SWR International/Sezione italiana
(de.it.press)
Friburgo - A
seguito di una missione tecnica che ha proceduto ad installare gli appositi
programmi informatici, il consolato d’Italia a Friburgo in Brisgovia ha
iniziato, a partire da giovedì 18 marzo, a rilasciare i passaporti
biometrici con rilevazione delle impronte digitali. Tale caratteristica del
documento implicherà che ogni richiedente un nuovo passaporto dovrà venire di
persona presso il consolato per procedere all’operazione di raccolta e
memorizzazione delle impronte digitali. Saranno esenti dalla procedure solo i
minori di 12 anni e gli invalidi privi degli arti. Durante la prima fase di
rodaggio, che durerà diverse settimane onde consentire il pieno avvio del
sistema, il rilascio del documento non potrà avvenire con una tempistica
particolarmente rapida, ma il consolato assicura che si adopererà affinché
comunque avvenga nel minor tempo possibile. (Inform)
Düsseldorf – Sempre di più l’Italia si presenta da
protagonista alla fiera internazionale del vino e dei liquori di Düsseldorf:
con 730 espositori su un totale di 3.300 provenienti da 50 paesi, i produttori
italiani rappresentano numericamente il 22% del totale, al primo posto tra gli
espositori esteri.
L’ICE, Istituto
Nazionale per il Commercio Estero, organizza anche quest’anno per l’8° volta
consecutiva uno stand istituzionale collettivo al centro del padiglione
italiano (Pad. 3 – Stand E-60) per supportare il sistema produttivo
vitivinicolo nazionale nello sviluppo di contatti commerciali con gli operatori
esteri e nel marketing territoriale di alcune regioni partecipanti alla
collettiva, Campania, Marche e Puglia ed altre con cui vengono condivise
campagne di comunicazione territoriale quale l’Alto Adige e la Sicilia.
L’azione
dell’Istituto a favore dell’internazionalizzazione e della valorizzazione della
produzione vitivinicola italiana ed in particolare di quella dei 70 produttori
che espongono sull’area ICE di 720 m², poggia tra l’altro sulla piattaforma
online “Catalogo Italia Vitivinicola” sito web www.prowein.italtrade.com,
quest’anno rinnovato nella grafica istituzionale con la nuova brand identity
ICE – ITALIA.
Alla fiera
internazionale dei vini e dei liquori di Düsseldorf l’italianità si declinerà
con regionalità. Un concetto di tendenza nel commercio alimentare e del vino in
Germania che ha accolto la nuova domanda del consumatore tedesco e che in fiera, presso la Sala degustazione dell’ICE
Pad. 3 – Stand D-74, si esprimerà con le presentazioni regionali di Campania,
Puglia e Marche e con le degustazioni di una selezione dei rispettivi vini
autoctoni, tutte le mattine a partire dalle ore 11.30, condotte dal giornalista
e scrittore tedesco Dr. Jens Priewe.
150 i vini
autoctoni regionali e per fasce di prezzo che verranno presentati da esperti
sommelier nel corso dei tre giorni di fiera. Il programma completo e le schede
dei singoli vini sono scaricabili dalla home page del sito ICE della
manifestazione.
Il primato dei
vini italiani sul mercato tedesco si è tradotto nel 2009 con una quantità
importata che ha superato i 6,3 milioni di ettolitri (+ 5,1% rispetto al 2008),
che rappresentano ben il 43,7% delle importazioni vinicole tedesche. 756
milioni di € il valore raggiunto nelle importazioni dai vini italiani con una
quota del 37,5%.
Andamento positivo
del vino italiano anche sugli altri mercati mondiali con un’esportazione
quantitativa complessiva che ha raggiunto nei primi nove mesi del 2009 un
volume di oltre 14 milioni di ettolitri con un incremento rispetto allo stesso
periodo del precedente anno del 9,5%.
I punti di forza
dei vini italiani sul mercato tedesco sono l’elevato rapporto qualità/prezzo e
la crescita di notorietà dei vini delle regioni meridionali.
L’azione dell’ICE
alla Prowein di Düsseldorf si esprime anche a favore di tutti i produttori
italiani partecipanti alla fiera mettendo a disposizione le proprie
informazioni di mercato ed affrontando i principali temi di attualità. Allo
scopo si terranno, il mattino dei giorni 22 e 23 marzo ’10, presso la Sala
degustazioni Stand D-74, due incontri tecnici su alcune problematiche relative
alla commercializzazione del vino in Germania e su aspetti strategici per una
stabile presenza sul mercato. Il dettaglio sui seminari organizzati in forma
gratuita per i produttori italiani sono desumibili dal sito ICE della
manifestazione.
Oltre alla
collettiva ICE vanno citate le altre istituzioni territoriali che organizzano
gruppi collettivi di produttori associati, la cui visibilità è peraltro
rafforzata da azioni di comunicazione specifiche realizzate durante la fiera a
Düsseldorf. Tra le collettive territoriali più significative con le quali l’ICE
realizza specifici piani di comunicazione va citato l’Alto Adige; nel Pad. 3 –
Stand A-30 27 produttori alto atesini presenteranno la nuova produzione della
vendemmia 2009 e quelle di eccellenza dei rossi delle annate 2007 e 2008.
Va inoltre citata
la presenza di altre fondamentali Regioni per la produzione e la
commercializzazione di vini italiani quali il Piemonte, il Trentino, l’Abruzzo,
la Basilicata, il Veneto, la Toscana, la Sicilia ed il Friuli.
Il programma
completo sull’attività dell’ICE è reperibile sul sito www.prowein.italtrade.com. L’invito a visitare il padiglione italiano e la
collettiva ICE agli operatori tedeschi è stato reclamizzato con un’azione
pubblicitaria e pubbliredazionale sulla stampa specializzata di settore e con
la produzione e l’invio diretto di 4.000 newsletter agli operatori commerciali
ed ai giornalisti tedeschi.
L’azione dell’ICE
per i vini autoctoni regionali non si concluderà con la Prowein ma avrà uno
stimolante prologo con il Continente Sicilia che presenterà le sue eccellenze a
Berlino , il prossimo 3 maggio ‘10 presso una prestigiosa location in Potsdamer
Platz. (Ice, de.it.press)
65 gli espositori piemontesi alla fiera del vino di Düsseldorf
Düsseldorf. Sono
65 gli espositori piemontesi presenti al Prowein, la più qualificata
manifestazione vinicola della Germania, che Düsseldorf ospita dal 21 al 23
marzo. Un appuntamento impedibile per il Piemonte che vi torna con una
delegazione sempre più numerosa (55 gli espositori presenti nel 2009),
coordinata dal Centro Estero per l’Internazionalizzazione su incarico dell’Assessorato
all’Agricoltura della Regione Piemonte e in collaborazione con il Centro Estero
Alpi del Mare.
In particolare, 8
le aziende della provincia di Alessandria, 7 di Asti, 44 di Cuneo (di cui 31
associate al Consorzio di Tutela del Barolo, Barbaresco, Alba, Langhe e Roero),
una di Novara e una del Verbano Cusio Ossola, più la Provincia di Alessandria,
il Consorzio Tutela Dolcetto di Ovada, il Consorzio Tutela del Gavi, l’Enoteca
Regionale Acqui “Terme e Vino”.
Sette, invece, i
seminari-degustazione organizzati dal Piemonte durante la manifestazione, con
vini selezionati dal critico e giornalista tedesco Steffen Maus: Nebbiolo,
Gavi, Roero Arneis, Barbera, Dolcetto, vini del Monferrato e qualche varietà
autoctona come il Grignolino, la Malvasia di Casorzo, il Ruché e la Favorita.
Lo stand Piemonte
prevede inoltre un'area istituzionale con banco bar per degustazione di vini e
prodotti tipici e ampio spazio per la distribuzione di informazioni turistiche
ed enogastronomiche.
Il vino piemontese
è dunque protagonista a Prowein, evento di riferimento per il settore in
Germania, mercato tradizionalmente più importante per i produttori italiani,
che da sempre apprezza i vini del Bel Paese, in particolare piemontesi. I dati
dell’edizione 2009 sono stati lusinghieri e testimoniano la valenza
internazionale dell’evento: 3.177 espositori da 45 Paesi, 35.170 visitatori
professionali per il 73% tedeschi e il restante 27% stranieri e oltre 1.000
giornalisti accreditati provenienti da 38 Paesi.
Si tratta dunque di
un’importante occasione per la produzione enologica del Piemonte,
caratterizzata da oltre l’80% di vini a denominazione d’origine (DOC e DOCG) e
da una vasta gamma di vitigni autoctoni, conosciuta per la qualità e la ricerca
di eccellenza in ogni campo.
Il Piemonte
rappresenta da solo il 6% della produzione vinicola nazionale, il 14% degli
occupati e il 12% del valore degli investimenti in vigneti e tecnologie
vinicole. Significativa anche la capacità di presidio dei mercati esteri, con
un export che rappresenta oltre il 22% del vino esportato dall’Italia.
La vitivinicoltura
in Piemonte si contraddistingue anche per la sua capacità di innescare sinergie
e di favorire lo sviluppo di altri comparti, come meccanica agroalimentare,
enogastronomia, turismo, beni culturali, comunicazione ed editoria, logistica
ed eventi.
In tema di
enogastronomia e turismo la Germania rappresenta un bacino particolarmente
interessante per il Piemonte, dove arrivano migliaia di visitatori tedeschi
ogni anno, specialmente nell’area delle Langhe e del Monferrato.
A differenza di
altri mercati più remunerativi come gli USA o il Giappone, quello tedesco è
essenzialmente guidato dai volumi (il vino piemontese vi è venduto al prezzo
medio di meno di 3 Euro al litro contro i 5 Euro/litro della media del vino
esportato); ma di vino piemontese se ne vende davvero tanto: la percentuale di
bevande esportate in Germania è il 20% del totale delle nostre esportazioni;
solo nel 2008 il Piemonte ha esportato in Germania oltre 211 milioni di Euro di
bevande e anche nel primo semestre 2009, pur con un calo del 5% rispetto
all’analogo periodo 2008, quello tedesco si è confermato come secondo mercato,
dietro soltanto al Regno Unito. (ItalPlanet News)
Apprezzata la presenza trentina alla fiera del turismo di Berlino
Berlino - Si è
chiusa con soddisfazione la presenza del Trentino a Berlino alla fiera del
turismo "Itb", uno degli appuntamenti più importanti a livello
mondiale.
Gli oltre 100
metri quadrati dello stand allestito dalla Trentino SpA hanno attirato
l'attenzione di visitatori e addetti ai lavori, grazie alla propria vasta
offerta turistica. Uno spazio espositivo che ha presentato tutte le qualità
della vacanza sul nostro territorio. Dalla vacanza attiva al benessere, dai
club di prodotto fino ai percorsi per escursioni in mountain bike. Una ricca
varietà di proposte che hanno colpito sia gli esperti del settore sia il grande
pubblico tedesco, facendo risaltare le particolari potenzialità del territorio
trentino. Caratteristiche proprie di una palestra a cielo aperto, nella quale
gli sport outdoor hanno trovato il proprio palcoscenico ideale grazie agli
itinerari del Trekking delle Dolomiti e delle Leggende, ai percorsi Mountain e
Garda Bike, Lagorai e Dolomiti. Spazio anche alla Trentino Outdoor ed al Club
Mototurismo, per mostrare le opportunità offerte dalle montagne della nostra
provincia.
Lo stand del
Trentino è stato anche il luogo ideale ove degustare alcuni prodotti di
eccellenza dell'enogastronomia locale, dai vini sino a formaggi e salumi. A
fare compagnia al territorio, un gruppo di giocatori del Bayern Monaco,
raffigurati in una serie di rappresentazioni a grandezza naturale per
presentare a giornalisti e pubblico il rapporto di partnership fra il Trentino
e la squadra di calcio bavarese.
Proprio un ex
campione della storia biancorossa, Andreas Brehme, nel pomeriggio di mercoledì
aveva tagliato l'ideale nastro di questa presenza trentina a Berlino insieme
all'assessore provinciale all’agricoltura, foreste, turismo e promozione
Tiziano Mellarini.
A questa edizione
2010 della fiera, conclusasi nella giornata di domenica, hanno partecipato
11.098 diverse realtà provenienti da 187 Paesi e nei cinque giorni di apertura
i visitatori hanno toccato la cifra record di 178 mila e 971 ingressi. (aise)
Parte da Darmstadt il progetto di „Ciao Italia“ di promozione in Germania
delle eccellenze italiane
Presentata a
Darmstadt l’azienda Feudi di San Gregorio
Darmstadt. Grande
successo della prima manifestazione organizzata
il 1 di marzo 2010 a Darmstadt, da “Ciao
Italia“ Germania, presieduta da Pasquale
Carroccia, e grazie soprattutto
all`impegno di Vincenzo D' Orta
Exportmanager del gruppo Feudi
di San Gregorio e alla
collaborazione di Sandro
Perri responsabile area vendite Abayan.
“Ciao
Italia”, con questa iniziativa, ha
inteso avviare un programma di promozione della eccellenze italiane. In
calendario, in un prossimo futuro ci sono una serie di convegni , mostre
mercato, e soprattutto, tante degustazioni
di vini e prodotti tipici della migliore tradizione Italiana; tutti eventi,
mirati a rilanciare e far conoscere da vicino l`intera filiera del vino e non
solo. Partendo dai produttori si giunge alle metodologie di preparazione dei
prodotti tipici, che caratterizzano la grande cultura enogastronomica italiana.
Il progetto, nasce
quindi dall´esigenza, sempre piu` avvertita, di divulgare e rilanciare
proprio gli aspetti culturali, legati alla tradizione della cucina e
della agricoltura italiana che puo` vantare una varieta` ricchissima, oltre
ovviamente ad una qualita´ che non ha paragoni
nel mondo.
A questo fine,
sono state programmate delle le serate a tema, organizzate
presso il noto ristorante
“Orangerie” di Darmstadt, sempre con la sapiente regia dello Chef e patron,
Orlando Carroccia, al quale vanno i ringraziamenti per l`ospitalità e la
preziosa consulenza fornita.
Un progetto che
propone un confronto dove gli attori protagonisti cuoche e chef e sommelier,
operatori che quotidianamente sono impegnati nella ricerca e nella
sperimentazione di abbinamenti, accostamenti di saperi e sapori, tradizione e
nuove tendenze essere quindi primi
testimonial del rilancio della enogastronomia,e proporre menu e ricette che
spaziano in maniera spontanea dalla
tradizione piú autentica, sino a toccare
i momenti creativi e maggiormente innovativi, frutto della fantasia e
della esperienza propositiva dei suoi
interpreti.
L`Italia delle
eccellenze torna ad essere protagonista attraverso la cultura enogastronomica.
La prima di queste serate di gala ha visto la partecipazione
della prestigiosa Azienda Feudi di San
Gregorio nota in ogni parte del mondo per I suoi vini. Falanghina, Greco di
Tufo, Fiano, Aglianico, sono tutti nomi che
immediatamente ,richiamano alla mente la grande casa di vini, e questa,
forse, e´ la migliore presentazione per una cantina, o meglio una azienda, che
da sempre, propone un sapiente connubio
tra la forza di un territorio e la sincera passione di chi ha scelto di impegnarsi per realizzare, attraverso il vino, un modo di essere tutto
italiano.
La stessa filosofia che ha ispirato
il ristorante Marenná che ha
avuto un successo forse al di là delle aspettative, ma che in realtá e` frutto
di una costante ricerca di aderire alle esigenze di qualità e impegno, tipica dell` azienda Feudi di San
Gregorio. L`ascesa che ha portato il locale alla stella Michelin in soli tre
anni ne è probabilmente lo specchio piú indicativo. Nelle “biografie” si narra
che tutto era partito come un “salottino” per i clienti della cantina, sino
all`arrivo dello chef Paolo Barrale.
Oggi il ristorante
Marennà, che si trova proprio sul tetto della cantina Feudi di San Gregorio, a
Sorbo Serpico, offre un mirato e affascinante contrasto fra la ricerca gastronomica
e la forza della tradizione della terra d’Irpinia (cosi si legge nelle cronache
piú informate e propone una linea di piatti che sono il prototipo di un`alta
cucina campana, fatta di ricette e abbinamenti storici, confronti di materie
prime popolari e nobili, tecniche nuove).
Roberto
Allocca classe 1980, Il sous chef di
Paolo Barrale, e Vincenzo Portanova
classe 1987, sono stati invece gli
interpreti straordinari della serata “ Ciao Italia del 1 marzo all´Orangerie di Darmstadt. La vocazione
dell'azienda legata anche alla
valorizzazione dei vini come la
Falanghina, il Fiano, il Greco e l'Aglianico", etc. e` stato un
primario obiettivo anche della manifestazione in Germania.
Sono stati
presentati,e molto apprezzati dai tanti ospiti presenti, una selezione di
piatti del menú del Marenná, come il Soffiato alle nocciole “avellane” ricotta
e pere pralinate, gelato di ricotta, baccalà ceci e scamorze ,risotto come uno
spaghetto a vongole , e ovviamente la guancia
di manzo brasato all`Aglianico, purea di zucca e liquirizia.
Ciao Italia
Germania intende proseguire l`esperienza iniziata all`Orangerie di
Darmstadt il 1 di marzo, proprio perché la tradizione enogastronomica
italiana e le espressioni regionali sono
un patrimonio da tutelare e da diffondere per accrescere le potenzialità di
sviluppo delle imprese del settore.
Il lavoro di una azienda come Feudi di San
Gregorio, che anche attraverso i
suoi giovani chef ha
saputo valorizzare in maniera encomiabile tutti questi aspetti,
rappresenta veramente un bellissimo esempio da seguire e da imitare. P.C.,
de.it.press
Il 29 marzo a Berlino: Azzia parlerà dei „Siciliani in Germania“, Zappulla
di Pirandello
Berlino.
Nell’ambito della “Settimana della Cultura Siciliana nel mondo”, Sicilia Mondo
e l’Associazione dei Gastronomi Italiani
“Amici del Ciao Italia” di Berlino organizzano una Conferenza-dibattito
su “Il carteggio fra Luigi e Stefano Pirandello”. L’incontro culturale avrà
luogo a Berlino lunedì 29 marzo, alle ore 18.00, presso la “Trattoria Toscana”
(Tempelhoferdamm 104, Tel. 030 77001840 oppure 01716265112, posta@amicidelciaoitalia.de).
Il programma die
lavori prevede in apertura il saluto da parte delle Istituzioni presenti, per
proseguire con le relazioni di Domenico Azzia Presidente di Sicilia Mondo su “I
siciliani in Germania”, di Sarah Muscarà Zappulla Ordinaria di Letteratura
Italiana all’Università di Catania e Enzo Zappulla Presidente dell’Istituto di
Storia dello Spettacolo Siciliano su “Luigi e Stefano Pirandello. Nel tempo
della lontananza (1916-1936)”, e del Prof. Pino Tizza su “Confronto della novella
di Pirandello”. Alle ore 20.30 si chiude con rinfresco e buffet.
Lo straordinario
carteggio fra Luigi Pirandello e il figlio primogenito Stefano, prezioso suo
collaboratore, segretario, amministratore, copre un arco di tempo che va dal
1919 al 1936, alla sogl ia del la s comparsa dell’agrigentino. Sono anni
cruciali per entrambi i corrispondenti. Luigi in giro per l’Italia e il mondo
(fondamentale il suo lungo, fruttuoso soggiorno in Germania, quasi in
volontario esilio), intrecciandosi senza posa l’avventura narrativa, teatrale,
capocomicale, cinematografica, l’Accademia d’Italia, il premio Nobel. Stefano,
vocato anch’egli alla scrittura, destinato a divenire un drammaturgo di
rilievo, seppure schivo e appartato, interlocutore privilegiato del padre, rivestendo
un ruolo di primo piano nel turbinio di relazioni con giornalisti, critici,
editori, impresari. E si anima, attraverso il tracciato della dialettica
epistolare, un’affascinante storia in cui sfilano, con i componenti della
difficile e tormentata famiglia Pirandello, personaggi tra i più autorevoli
dell’Europa dei primi decenni del Novecento. (de.it.press)
In aumento il numero di detenuti drogati nelle carceri tedesche
Nonostante i
controlli, continua ad entrare droga nelle carceri tedesche. Nel 2008 sono
stati fatti 17.257 test a 6.519 detenuti. Positivi ne sono risultati 1.217.
Secondo il ministero di Giustizia del Baden-Württemberg penetrano in carceri in
molti modi.
Per il comune
mortale il carcere dovrebbe essere il luogo della massima legalità e del piú
attento controllo. Purtroppo non è così. È ormai risaputo che anche i
penitenziari tedeschi non riescono ad arrestare il traffico di stupefacenti. Ad
introdurre soprattutto eroina e cocaina sono parenti che utilizzano ogni
escamotage in occasione delle visite. Addirittura le nonne con i nipotini in
carrozzella si prestano al commercio. Poi vi sono amici e conoscenti che
scrivono lettere e/o mandano pacchetti. Vi è però anche il lancio di palline da
tennis o pacchetti di sigarette. Tutto questo avviene perché la normativa
prevede la perquisizione del corpo del visitatore solo se vi sono sospetti
motivati.
Tuttavia questi
fatti si verificano anche perché vi è il tacito consenso o addirittura la
complicità di qualche guardia carceraria compiacente.
Sono stati
installati macchinari a raggi infrarossi per il controllo di pacchetti e
lettere e videocamere per il controllo del lancio di oggetti oltre il muro, ma
i risultati finora conseguiti non sono ancora soddisfacenti.
Per l’assistenza
sanitaria dentro il carcere il ministero di Stoccarda ha speso nel 2009 22
milioni di euro, pari ad 8 euro al giorno per detenuto.
Purtroppo in
carcere non vi è solo il problema droga, ma anche quello delle infezioni. Al 31
marzo del 2008 sono stati riscontrati 544 casi di epatite B e 964 di epatite C.
Secondo i medici
l’epatite B è stata trasmessa da escrementi e sangue, mentre la C da aghi. Il
numero dei sieropositivi registrato in quella data era di 93 casi in tutti i 18
penitenziari del Baden-Württemberg.
Altri particolari
sono nel servizio audio: http://www.swr.de/international/it/-/id=233350/did=6138762/pv=mplayer/vv=popup/nid=233350/1f6hq9v/index.html.
Tony Màzzaro, SWR
International/Sezione italiana (de.it.press)
La carta turistica 'Addiopizzo' all'Itb di Berlino
Marzotto: “Un’iniziativa
da condividere, che riscuote tutto il mio appoggio ed entusiasmo”
Berlino -
"Naturalmente i programmi dell' ENIT considerano la partnership con la
Germania fondamentale, anche perché siamo il paese preferito dai tedeschi, fin
dai tempi di Goethe. Ad essi ci lega una profonda amicizia che ha alimentato un
grande rapporto turistico mai interrotto. Per questo la prima edizione della
piantina turistica di Palermo ‘Addiopizzo’, in versione tedesca, patrocinata e
finanziata dall'Ambasciata tedesca in Italia, riscuote tutto il mio appoggio ed
entusiasmo". Così si è espresso il Presidente dell'ENIT-Agenzia, Matteo
Marzotto, parlando dell’importante iniziativa di trasparenza voluta fortemente
dall'Ambasciatore, Michael Steiner, per contrastare l'illegalità e le mafie, e
aiutare i viaggiatori che arrivano a Palermo per evitare di appoggiare anche
involontariamente il sistema del pizzo.
La carta turistica
- che segnala tutti gli esercizi commerciali palermitani che hanno aderito
all'iniziativa - è stata presentata alla stampa tedesca in occasione dell' ITB
di Berlino, il 12 marzo scorso, presso lo stand dell'Enit.
"Per noi sarà
sempre più stimolante - ha affermato ancora il Presidente Marzotto - operare
per rafforzare i nostri vincoli, sia con i cittadini tedeschi che con il mondo
dei viaggi che, attraverso operatori di grande livello, hanno saputo creare
volumi significativi dalla programmazione dei prodotti turistici in Sicilia ed
in Italia in generale. Ritengo inoltre eccezionale il valore di un'iniziativa
di grande coscienza civile che viene dalla Società e che trova nello Stato
Tedesco, attraverso il Suo Ambasciatore, un Partner di assoluto valore e
prestigio". (ItalPlanet News)
Alcune delle iniziative dei prossimi giorni a Monaco di baviera e dintorni
- fino a sabato 30
maggio, c/o Pinakothek der Moderne
(Barerstr. 40, München) "Gianpaolo
Babetto. L'italianità dei gioielli"
Informazioni presso: www.die-neue-sammlung.de
Ingresso (per l'intero museo): € 10,-/7,-
(domenica: € 1,00)
Organizza:
Die Neue Sammlung - The International Design Museum Munich
in cooperazione con l'Istituto Italiano di Cultura
- mercoledì 17
marzo, ore 20:00, c/o Gasteig, Vortragssaal der
Bibliothek
(Rosenheimerstr. 5, München)
per la rassegna
"Italien neu verstehen"
"Die Zerstörung der
italienischen Mittelschicht und der Aufstieg
Silvio Berlusconis" con Sergio Bologna, insegnante e
scrittore
Ingresso: € 6,- Organizza: Münchner Volkshochschule
- giovedì 18
marzo, ore 19:00, c/o Black Box, Gasteig
(Rosenheimerstr.
5, München) "Der Richter Giovanni Falcone"
con Maria Falcone ed il magistrato Fernanda Contri
In
lingua italiana e traduzione consecutiva. Ingresso libero
Organizza: Istituto Italiano di Cultura, Münchner Volkshochschule,
Fondazione
"Giovanni e Francesca Falcone" Palermo
- venerdì 19
marzo, ore 19:00, c/o EineWeltHaus, sala 211
(Schwanthalerstr. 80, München)
"Da mito comunista a incubo capitalista? La Cina oggi"
con
la partecipazione di Norma Mattarei
Ingresso gratuito. Organizza: Rinascita e.V.
- martedì 23 marzo, ore 18:30, c/o
Aspekte Galerie im Gasteig, 2. OG
(Rosenheimerstr. 5,
München)
Inaugurazione della mostra fotografica "Letizia
Battaglia -
Sizilianische Fotografien von 1976 bis 2009"
alla
presenza dell'artista. Ingresso libero
Durata della mostra: mercoledì 24 marzo - domenica 6 giugno,
ore
10:00-22:00
Organizza: Aspekte Galerie
der Münchner Volkshochschule, Münchner
Stadtbibliothek, KOMM-Bildungsbereich Istituto Italiano
di Cultura,
Circolo
Cento Fiori
- martedì 23
marzo, ore 20:00, c/o Gasteig, BlackBox (Rosenheimerstr. 5,
München) per la rassegna
"Italien neu verstehen"
"Italiens Weg in die
Gegenwart" con Dr. Friederike Hausmann, scrittore,
e Hans Woller,
dell'Institut für Zeitgeschichte
Ingresso: € 6,- Organizza:
Münchner Volkshochschule
- martedì 23 marzo, ore
21:00, c/o Filmmuseum in Münchner Stadtmuseum
(St.-Jakobs-Platz 1, München)
nell'ambito della rassegna "Retrospektive Lina Wertmüller"
Film:
"Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare d'agosto"
(Italia,
1974, 116', OmeU). Ingresso: 8,–/4,- €
Organizza: Filmmuseum München, in collaborazione con l’IIC.
- giovedì 25
marzo, ore 19:00, c/o Istituto Italiano di Cultura
(Hermann-Schmid-Str.
8, München)
per
la rassegna "Con gli occhi di lei - Mit den Augen einer Frau"
Film:
"Angela" (Roberta Torre, Italia 2001, 99', OF)
Organizza: Istituto Italiano di Cultura
- venerdì 26
marzo, ore 19:30, c/o Istituto Italiano di Cultura
(Hermann-Schmid-Str.
8, München)
"Eleonora Duse -
Tragödin im Beruf, Tragödin im Leben"
Relatrice: Heidi Weidner
Organizza: Società Dante Alighieri Monaco di Baviera e.V.
- domenica 28
marzo, ore 17:00 (ingresso dalle ore 16:30), c/o
Gemeindehaus
der Simeonskirche (Violenstr. 6 96, München | U-6
"Haderner
Stern", Tram 18 "Gondrellplatz")
Neapolitanischer Abend
"Charisma, Chaos und Canzoni"
Passeggiata attraverso Napoli. Col tenore Giuseppe Del
Duca.
Conduce: Antonio Macrì
All'inizio e nella pausa saranno offerti bevande ed antipasti
Ingresso:
12,- €
Informazioni e prenotazioni: Tel: 089-54637435 - 089-7002260
- martedì 30 marzo, ore 21:00, c/o
Filmmuseum in Münchner Stadtmuseum
(St.-Jakobs-Platz 1, München)
nell'ambito della rassegna "Retrospektive Lina Wertmüller"
Film:
"Tutto a posto e niente in ordine" (Italia, 1974, 105', OmeU)
Ingresso: 8,–/4,- €. Organizza: Filmmuseum München, con l’IIC.
Monaco di Baviera. Sul sito del Consolato: borsa di studio per corsi al
collegio di Duino/Trieste
La Direzione
Generale per gli Italiani all'Estero del Ministero degli
Affari Esteri
bandisce per il biennio 2010-2012 una borsa di studio per
la frequenza ai
corsi biennali in lingua inglese del "Collegio del Mondo
Unito per
l'Adriatico" a Duino, in provincia di Trieste.
Alla borsa di
studio possono concorrere studenti italiani residenti in
Germania, con
passaporto italiano o che abbiano diritto all'ottenimento
del passaporto
italiano, particolarmente meritevoli nel profitto
scolastico e che
siano iscritti ad un corso di studi che equivalga
almeno al secondo
anno della scuola superiore di secondo grado italiana.
Gli interessati
possono scaricare il bando ed una informativa sui costi
coperti dalla
borsa dal sito del Consolato Generale di Monaco di Baviera:
http://www.consmonacodibaviera.esteri.it/Consolato_MonacoDiBaviera/Archivio_News/20100223+Borsa+Duino.htm. (de.it.press)
Redditi dei pensionati all’estero al setaccio. Verifiche Inps sui redditi
percepiti
È partita il primo
marzo e continuerà fino al 30 giugno la campagna con la quale l'Inps sta
chiedendo ai pensionati che risiedono all'estero il rendiconto dei loro
redditi. Qual è l'obiettivo di questo accertamento e cosa bisogna fare?
Fino a qualche
tempo fa i redditi dei pensionati residenti all'estero erano esclusi dai
controlli Inps. Solo recentemente, proprio in seguito ad alcuni accertamenti,
l'Inps aveva riscontrato degli errori di calcolo e in diversi casi era poi
passata a chiedere la restituzione dei cosiddetti indebiti, ovvero di quegli
importi versati in eccedenza. Per limitare le irregolarità, così come avviene
per i pensionati residenti in Italia, l'Inps ha ora attivato accertamenti
annuali dei redditi anche per le pensioni versate all'estero. La campagna Inps
partita il primo di marzo invita i pensionati all'estero alla comunicazione dei
redditi percepiti (comprese le pensioni e qualsiasi altra entrata). In caso di
mancata comunicazione entro il termine massimo (30 giugno), così come ricorda
Bruno Santini del patronato Epasa di Colonia, si rischia la sospensione della
pensione. Per ulteriori informazioni e per comunicare all'Inps i dati richiesti
vi consigliamo di recarvi al patronato più vicino.
Ascolta
l'intervista a Bruno Santini, trasmessa da Radio Colonia mercoledì:
http://www.funkhauseuropa.de/audio/radio_colonia/italgermania/2010/100317_epasa.mp3?dslSrc=/audio/radio_colonia/italgermania/2010/100317_epasa.mp3
(RC, de.it.press)
Voto all’estero: indifendibile?
ZURIGO - A leggere e sentire le dichiarazioni
e le opinioni sul voto all’estero, che stanno circolando di questi tempi,
soprattutto a seguito del “Caso Di Girolamo”, è obiettivamente un esercizio
difficile ergersi a difensori della legge 459/2001, la così detta Legge
Tremaglia, anche per uno come il sottoscritto da sempre strenuo difensore del
voto all’estero.
Infatti, dopo quanto è accaduto nelle
votazioni del 2006 e 2008 nella Circoscrizione Estero e l’incredibile scandalo
dell’ex senatore Di Girolamo, come si potrebbe non essere d’accordo con il Sottosegretario
Giovanardi quando afferma “Esperimento fallito, votare in Italia e per
corrispondenza ma per deputati e senatori che stanno in Italia”? come si
potrebbe non essere d’accordo con l’on.le Ugo Intini che da sempre è stato
contrario alla legge sul voto all’estero da lui definita balorda e che oggi la
ritiene perfino pericolosa? come si potrebbe non essere d’accordo con il
Presidente del Senato Schifani quando dice che “il voto per corrispondenza è
uno scandalo da eliminare”? come si potrebbe non essere d’accordo con quegli
italiani residenti in Italia che mai hanno compreso i motivi e la necessità che
gli emigrati debbano eleggere dei loro parlamentari? come si potrebbe non
essere d’accordo con tutti quegli emigrati che, sempre più, criticano gli
eletti all’estero per la loro inefficacia a difendere i loro interessi? come si
potrebbe, visto i risultati, non essere d’accordo sull’inutilità degli eletti
all’estero anche da parte di chi da anni è attivo nel mondo associativo
dell’emigrazione? come si potrebbe non convenire sull’inutilità degli eletti
all’estero quando anche noi, membri dei Comites e del Cgie, abbiamo addirittura
perso le tracce di molti di loro e di altri abbiamo deboli segnali della loro
esistenza solo perché attraverso dei comunicati stampa veniamo a conoscenza
della loro presenza a qualche manifestazione, oppure del loro girovagare per il
mondo a rappresentare qualcuno o qualcosa; mentre, in altri casi, fanno parlare
di sé tornando periodicamente a chiedere, paradossalmente, la soppressione del
Cgie (parricidio?) e cioè dell’organismo che più di ogni altro si è battuto per
la legge sul voto all’estero grazie alla quale anche loro, oggi, siedono in
parlamento a Roma, lautamente retribuiti, invece di ritrovarsi ancora a fare
l’emigrato in qualche fabbrica o ufficio!
E si potrebbe continuare ancora con questa
litania.
Tuttavia non credo proprio che non sia
servito a niente avere in parlamento i “nostri” deputati e senatori eletti
all’estero ed a molte critiche, peraltro non nuove, non vale neppure più la
pena di rispondere. Se mai la critica più forte e giustificata, per
l’inefficacia degli eletti all’estero a rappresentare gli interessi degli
emigrati, va rivolta a quelli di loro che sostengono il governo e non
certamente a quelli dell’opposizione che sono, purtroppo, inascoltati nelle
loro richieste in difesa delle politiche a favore degli italiani all’estero.
Come pure non credo proprio che si possa
essere d’accordo con quanti vogliono buttare a mare il voto all’estero:
vuoi per partito preso; vuoi per alcuni aspetti negativi che sono emersi nelle
due esperienze elettorali del 2006 e 2008.
Certo il sistema elettorale del voto
all’estero, alla prova dei fatti, ha mostrato delle crepe e quindi va
sicuramente corretto. Su questo non ci piove! Per esempio l’elettorato passivo
deve essere residente all’estero da un minimo di anni (cinque?) per evitare il
ripetersi di truffe alla Di Girolamo. Un’altra modifica da apportare alla legge
attuale è sicuramente quella di invertire l’attuale opzione (tutti elettori
nella Circoscrizione Estero, salvo poter optare per il voto nel collegio
italiano rientrando in Italia) e far si che il voto per corrispondenza sia,
invece, consentito unicamente su esplicita richiesta dell’elettore al Consolato
di riferimento ad ogni appuntamento elettorale oppure ad ogni inizio anno. Solo
questa modifica potrebbe ricondurre il voto per corrispondenza ad una maggiore
affidabilità e determinerebbe anche un notevole risparmio per l’erario: infatti
l’invio del plico elettorale sarebbe limitato a chi è veramente interessato a
votare e non all’intero universo del corpo elettorale residente all’estero e in
secondo luogo impedirebbe, o ridurrebbe all’osso, il mercato dei plichi
destinati ad elettori disinteressati al voto o di quelli che ritornano indietro
(circa il 20%) ai consolati a causa di indirizzi errati. L’occasione per
sperimentare l’efficacia di questa nuova eventuale opzione invertita, rispetto
all’attuale normativa, potrebbe avvenire già con le prossime elezioni dei
Comites, tempi permettendo.
Ma un conto è voler correggere il sistema di
voto e tutt’altra cosa è voler mettere in discussione la legge 459/2001 che,
non dimentichiamolo, è stata il riconoscimento, sia pure molto tardivo, di un
diritto democratico di rappresentanza degli italiani all’estero. Un diritto
che, vista la collocazione geografica di milioni di elettori residenti
all’estero, non può che essere espletato attraverso il voto per corrispondenza.
Inutile cercare altre soluzioni che risulterebbero impraticabili come quella,
ventilata da molti, di costituire dei seggi presso la rete
diplomatico-consolare (quanti seggi e sezioni occorrerebbero? quanto personale
necessiterebbe, compreso la vigilanza, e ce lo consentirebbero le
autorità locali?)
D’altra parte, se si vuole mettere in
discussione l’affidabilità del voto per corrispondenza, utilizzato peraltro
anche da molte altre nazioni, stiamo attenti che pure il voto nei seggi non è
una garanzia assoluta e immune da pecche. Basti pensare, per esempio, a quanto
accadde alcuni anni or sono in Sicilia dove Forza Italia vinse facendo cappotto
con sessantuno eletti in parlamento a Roma su sessantuno che spettavano a
quella Regione. Fu un risultato proprio così democratico? Boh!
Dino Nardi,
Coordinatore UIM Europa e membro Comitato di Presidenza CGIE
Narducci: si arrivi presto ad una normalizzazione dei rapporti
Svizzera-Libia
L’on. Franco
Narducci, partecipando ai lavori della delegazione della Commissione Esteri
della Camera dei Deputati che si è recata a Berna per incontrare l’omologa
Commissione elvetica per la politica estera, ha sottolineato che “la crisi con
la Libia ha messo in evidenza quanto sia importante la cooperazione
internazionale”.
Inoltre
specificando che “Gheddafi non ha l’autorità né religiosa, né politica per
dichiarare una guerra santa” ha messo in evidenza il fatto che il “colonnello
gioca una partita ben più ampia dell’onore del clan ferito; infatti, con il
blocco dei visti vuole tenere sotto scacco l’Europa intera, il che assume la
sua particolare rilevanza se consideriamo che la Libia intercetta i flussi
migratori ed è ricca di riserve petrolifere, le più consistenti dell’Africa
valutabili in 41 miliardi di barili”. In questo contesto Narducci ha affermato
che “non vi è un interesse dell’Italia né dell’UE a creare condizioni che
inaspriscono i toni e la situazione e l’Unione sta negoziando con la Libia un
accordo globale per la sicurezza”. “Certamente è fondamentale – ha proseguito
il Vicepresidente della Commissione esteri Narducci – che vi sia una
normalizzazione dei rapporti tra la Libia e la Svizzera come tutti auspichiamo
dall’Italia all’UE fino, ormai, agli USA, considerando il dialogo diretto uno
strumento importante per appianare le divergenze; ogni soluzione diplomatica
della vicenda comunque non deve prescindere dal rispetto dei trattati
comunitari, nonché del diritto e della legalità internazionali”.
Il parlamentare
ha, inoltre, rilevato che nel quadro politico internazionale attuale vi è sempre
meno spazio per accordi bilaterali poiché le decisioni sono “affidate sempre
più ad organismi ampi come il G20, in un quadro di politiche multilaterali”.
Poi Narducci ha
precisato che vi è la convinzione da parte italiana che “accanto alla
cooperazione internazionale occorra incrementare le politiche di buoni rapporti
tra gli stati confinanti, nella fattispecie tra la Svizzera e l’Italia, ma
anche la Francia e la Germania”. “Ed in questo percorso di cooperazione - ha
precisato Narducci - assume una importanza particolare il Ticino,
visto il naturale ruolo ponte che esercita tra l’Italia e la Svizzera, grazie
ai buoni rapporti con la Lombardia”.
L’on. Franco
Narducci ha poi fatto alcune riflessioni sul ruolo della lingua italiana in
Svizzera sollecitando “un maggiore impegno delle istituzioni ticinesi affinché
sia posta in essere una adeguata politica culturale che sappia riconoscere
all’italiano il ruolo che gli spetta e che nel panorama scolastico va perdendo
a scapito dello spagnolo”, inoltre il Deputato del PD ha parlato della
questione del lavoro transfrontaliero che “rappresenta una ricchezza sia per la
Svizzera che per i comuni di frontiera” auspicando “un nuovo accordo di
indennità di disoccupazione e di retrocessione fiscale”.
Sul piano della
cooperazione fiscale c’è da rilevare che il Consiglio federale svizzero il 13
marzo 2009 ha deciso di allentare le maglie del segreto bancario e si è
ribadito l'auspicio per una “rapida conclusione del negoziato sulla nuova
convenzione in tema di doppie imposizioni tra Italia e Svizzera, nel rispetto
della reciproca sovranità fiscale e nel comune interesse alla trasparenza”.
De.it.press
Giovani siciliani bloccati all'Europarlamento. "Con la maglietta
no-mafia non possono entrare"
Dopo ore di attesa
gli ottanta studenti hanno trovato un escamotage. Aiutati da alcuni deputati, si
sono levati la t-shirt e hanno passato i controlli. Poi, dopo essere entrati
tutti, se la sono rimessa
BRUXELLES -
Ottanta studenti dell'università degli studi di Palermo sono stati bloccati
all'ingresso dell'Europarlamento. I giovani erano stati chiamati a partecipare
a un confronto sulle mafie e la criminalità transnazionale ma non sono stati
fatti entrare perché indossavano una maglietta con una scritta: "No mafia:
siciliani contro tutte le mafie".
Ma alla fine, dopo
ore di attesa, i giovani hanno trovato un escamotage per aggirare il divieto.
Dopo essere entrati nel Parlamento, senza t-shirt, gli studenti hanno superato
i controlli di sicurezza e appena arrivati alla sala dell'incontro su
"mafia e criminalita" se la sono rimessa. "Bisogna riconoscere
il coraggio di questi 80 ragazzi che dalla Sicilia sono arrivati fino a
Bruxelles per portare un messaggio forte contro la mafia", ha dichiarato
David Sassoli, capo delegazione del Pd al Parlamento Europeo, dopo avere
inviato la presidenza a fare entrare i ragazzi nel palazzo.
Tutto è bene quel
che finisce bene. Il divieto di entrare di indossare la maglietta è stato però
accolto da Rosario Crocetta, eurodeputato del Partito democratico, e
partecipante all'incontro insieme a Giuseppe Lumia, della commissione antimafia
italiana con delusione. "Per la sicurezza del Parlamento il fatto che i
ragazzi indossino una maglietta con la scritta 'no mafia' è una manifestazione
non autorizzata", ha spiegato Crocetta. In questo caso però - conclude -
"non c'è alcun riferimento a uno slogan politico. Questi ragazzi stanno
manifestando il loro pensiero".
Della stessa
opinione anche Lumia che racconta di essere arrivato a Bruxelles "per
spiegare come le mafie si sono diffuse in tutto il territorio europeo e come
riescono a condizionare la vita economica e sociale dei Paesi. Invece - ha
aggiunto - ho trovato un clima di chiusura e ottusita. Mi aspettavo - ha
concluso Lumia - tutt'altra accoglienza al Parlamento europeo. Sembra che
l'antimafia crei imbarazzo". LR 18
Mosca, serve una nuova perestrojka
La perestrojka,
lanciata in Unione Sovietica 25 anni fa, è da allora oggetto di acceso
dibattito. Che ora riprende quota, non solo per via dell’anniversario ma anche
perché la Russia si trova di nuovo a fronteggiare la sfida del cambiamento. In
momenti come questi è appropriato e necessario guardare indietro.
Abbiamo introdotto
la perestrojka perché sia i nostri cittadini sia i nostri amministratori
capivano che continuare così non era più possibile. Il sistema sovietico,
creato nell’Urss con lo slogan del socialismo e a prezzo di enormi sforzi,
perdite e sacrifici ha reso il nostro Paese una superpotenza con una forte base
industriale. In condizioni estreme funzionava; in circostanze più normali ha
condannato la nostra patria all’inferiorità. Questo era chiaro a me e agli
altri dirigenti della nuova generazione, così come ai membri della vecchia
guardia che tenevano al futuro del Paese. Mi ricordo la conversazione con
Andrei Gromyko poche ore prima che il Comitato Centrale riunito in assemblea
plenaria eleggesse il nuovo segretario generale nel marzo 1985. L’ex ministro
degli Esteri conveniva sulla necessità di un cambio epocale e sul fatto che, per
quanto i rischi fossero alti, era di vitale importanza procedere.
Chiedono spesso a
me e ad altri leader della perestrojka se fossimo consapevoli del tipo di
cambiamento a cui saremmo andati incontro. La risposta è sì e no: non del tutto
e non immediatamente.
Era chiarissimo
cosa dovessimo abbandonare: il rigido ed ideologico sistema politico ed
economico; il confronto frontale con la maggior parte degli altri Stati del
mondo; la corsa senza regole al riarmo. Rifiutando tutto questo ottenemmo il
pieno consenso popolare mentre i funzionari che si rivelarono stalinisti duri a
morire dovettero tacere e adeguarsi. Ben più difficile trovare una risposta
alla domanda successiva: Quali erano i nostri obiettivi, cosa volevamo
ottenere? Noi avevamo percorso un lungo cammino in tempi brevi: eravamo partiti
dal tentativo di emendare il sistema esistente ed eravamo arrivati alla
conclusione di doverlo cambiare. E tuttavia, sono sempre rimasto fedele alla
scelta fatta in favore di un’evoluzione: un cambiamento che non avrebbe
distrutto il popolo e il Paese e avrebbe evitato spargimenti di sangue.
Era una bella
sfida attenersi a questo programma mentre affioravano conflitti vecchi e nuovi.
Da un lato i radicali spingevano sull’acceleratore, dall’altro i conservatori
ci mettevano i bastoni tra le ruote. Entrambi i gruppi hanno la maggior colpa
per quanto è accaduto in seguito. Ma accetto la mia parte di responsabilità.
Noi, i riformatori commettemmo errori che sono costati cari, a noi e al Paese.
Il nostro più grave errore è stato intraprendere con troppo ritardo la riforma
del Partito comunista. Era stato il partito a dare inizio alla perestrojka, ma
presto divenne un ostacolo al suo progresso. I burocrati che ne erano a capo
organizzarono il tentato colpo di stato dell’agosto 1991, che tagliò le gambe
alla perestrojka. Agimmo con troppo ritardo anche nel riformare l’unione delle
repubbliche che avevano fatto già molta strada nel corso della loro esistenza
comunitaria. Erano diventati degli Stati a tutti gli effetti, con le loro
economie e le loro élite. Dovevamo trovare un modo per garantire la loro
sovranità nazionale all’interno di una unione democratica decentrata. Al
referendum del marzo 1991 oltre il 70% della popolazione era a favore di una
nuova unione di repubbliche sovrane. Ma il colpo di stato, che mi indebolì come
Presidente, segnò il loro destino. Abbiamo commesso anche altri sbagli: presi
nel vortice delle battaglie politiche perdemmo di vista l’economia e il popolo
non ci ha mai perdonato la scarsità dei beni di prima necessità e dei minimi
comfort di quei tempi.
Ma detto tutto
questo e qualsiasi cosa ne pensi chi mi critica, quello che è stato ottenuto
dalla perestrojka è innegabile. Da lì è passata la via per la libertà e la
democrazia. I sondaggi confermano che anche i più critici verso la perestrojka
e i suoi fautori - e in particolare verso di me - apprezzano le sue conquiste:
l’abbattimento del sistema totalitario, la libertà di parola, riunione e fede;
la libertà di movimento e il pluralismo economico e politico.
Dopo la fine della
perestrojka e lo smantellamento dell’Unione Sovietica, i leader russi hanno
optato per una versione «radicale» delle riforme. La loro terapia «shock» si è
rivelata peggio della malattia che voleva curare. Molta gente è precipitata
nella miseria; il divario nei redditi è fra i più ampi al mondo. Sanità,
educazione e cultura subirono enormi decurtazioni. La Russia cominciò a perdere
la sua base industriale diventando completamente dipendente dall’esportazione
di petrolio e gas naturali. All'inizio del nuovo secolo il Paese si trovava in
uno stato di collasso, a un passo dal caos. I processi democratici hanno
sofferto di questo degrado nazionale. Le elezioni del 1996 e il trasferimento
del potere a un «erede» designato nel 2000 sono stati atti democratici nella
forma ma non nella sostanza. Da allora ho iniziato a preoccuparmi per il futuro
della democrazia in Russia. Capimmo che in una situazione che metteva in forse
la stessa esistenza dello Stato russo non era sempre possibile rispettare in
modo formale le leggi: in alcuni casi un certo autoritarismo è necessario.
Ecco perché ho
appoggiato Vladimir Putin durante il suo primo mandato presidenziale. E non ero
il solo: era con lui dal 70 all’80% della popolazione e credo avessero ragione.
Nondimeno, stabilizzare il Paese non può essere l’unico fine. La Russia ha
bisogno di sviluppo e di riforme per diventare leader nel mondo globalizzato e
interconnesso. Il nostro Paese non ha fatto un passo avanti in questa direzione
negli ultimi anni, malgrado per un decennio abbiamo beneficiato degli alti
prezzi delle nostre principali esportazioni, petrolio e gas. La crisi globale
ha colpito la Russia più duramente di molti altri Paesi e la colpa è solo
nostra. La Russia potrà progredire senza problemi solo seguendo un percorso
democratico. E recentemente ci sono stati da questo punto di vista diversi
passi indietro.
Il processo
democratico ha perso mordente. In molti casi ha subito una involuzione. Tutte
le decisioni di rilievo sono prese dall’esecutivo, il Parlamento si limita a
un’approvazione formale. L’indipendenza dei giudici è stata messa in
discussione. Non abbiamo un sistema partitico che dia la possibilità alla
maggioranza di vincere lasciando alla minoranza la possibilità di esercitare un
ruolo attivo e far valere la propria opinione. C’è la crescente sensazione che
il governo sia spaventato dalla società civile e voglia controllare tutto.
Sono cose che
conosciamo bene, le abbiamo già passate. Vogliamo tornare indietro? Credo che
nessuno, compresi i nostri leader, lo desideri. L’insoddisfazione per questo
stato di cose è diffuso a tutti i livelli. Percepisco allarme nelle parole del
presidente Dmitry Medvedev quando si chiede, come ha fatto in alcune recenti
dichiarazioni pubbliche: «Come può una economia primitiva basata sulle materie
prime e su una corruzione endemica portarci verso il futuro?». Possiamo stare
tranquilli se «l’apparato di governo nel nostro Paese è il più grande datore di
lavoro, il maggior editore, il miglior produttore, giudice di se stesso, e, di
per se stesso un partito e persino una nazione?».
Non si potrebbe
dirlo meglio. Sono d’accordo con il Presidente e con il suo obiettivo, la
modernizzazione. Ma non funzionerà se il popolo è tagliato fuori, se è
considerato solo una pedina. Per avere persone che si sentono e agiscono da
cittadini c’è una sola ricetta: democrazia, legalità e dialogo aperto tra il
popolo e il governo. Quello che ci frena è la paura. Tra la gente come fra chi
governa serpeggia il timore che la modernizzazione potrebbe portare
all’instabilità e persino al caos. In politica la paura è una cattiva
consigliera, dobbiamo superarla. Oggi la Russia ha molti cittadini liberi e
indipendenti pronti ad assumersi responsabilità e a sostenere la democrazia. Ma
molto dipende dai comportamenti del governo.
Mikhail Gorbaciov TNYTS LS 18
Napolitano in Siria: «Preoccupazione per gli insediamenti a Gerusalemme
Est»
DAMASCO - Il
presidente Napolitano è preoccupato per «i nuovi insediamenti a Gerusalemme Est
e per le conseguenze che ne possono scaturire». Il capo dello Stato, in visita
in Siria, non nasconde i propri timore per la crisi innescata da Israele con
l'annuncio di una prossima espansione nell'area contesa con i palestinesi. Dopo
il colloquio con il suo omologo Bashar Al Assad, Napolitano ha poi invitato
Israele a restituire le alture del Golan alla Siria, come «parte del processo
di pace».
DUE POPOLI, DUE
STATI - «Sono persuaso che la sola soluzione possibile al conflitto
arabo-israeliano sia basato sulla formula due popoli e due Stati - ha spiegato
Napolitano - e cioè il diritto dei palestinesi ad avere uno Stato indipendente
e vitale e quello di Israele a vedere la propria esistenza riconosciuta e a
vivere in sicurezza. Di questo quadro fa parte la restituzione del Golan così
come affrontare la gravissima situazione umanitaria a Gaza». Colloqui calorosi
quelli con Assad, con la promessa di una politica volta alla stabilizzazione
della regione libanese, «nel pieno reciproco rispetto dell'indipendenza di
Siria e Libano». Il presidente siriano parla di «punti di vista convergenti»
per quanto riguarda il processo di pace e ringrazia «l'Italia per la sua
posizione sul Golan». «Vogliamo una pace giusta e globale - prosegue Assad - ma
questo è difficile per la mancanza di iniziative e per un governo come quello
israeliano che non può essere preso come partner per colpa della sua politica
di insediamenti e di violazione dei luoghi sacri».
RAZZO, UN MORTO -
Intanto a Gaza sale la tensione. Un razzo Qassam è esploso in territorio
israeliano nel kibbutz di Nativ Hasara, vicino al confine, uccidendo un
immigrato thailandese. L'uomo, ferito in modo grave, è morto durante il
trasporto in ospedale per le lesioni causate dalle schegge. L'attacco è stato
rivendicato da Ansar al Sunna, la brigata miliziana salafita avversaria di
Hamas (e con posizione ultra fondamentaliste), che ha inviato un sms ad alcuni
media. È il terzo razzo lanciato da mercoledì sera sul sud d'Israele, ma è il primo
da tempo a provocare vittime.
LA ASHTON A GAZA -
Proprio oggi è in visita nella Striscia di Gaza la rappresentante della
politica Estera dell'Ue Catherine Ashton: il territorio, controllato da Hamas,
è scelto raramente come meta dagli esponenti della comunità internazionale. La
Ashton, che ha condannato il lancio del razzo odierno e «ogni forma di
violenza», incontrerà rappresentanti dell'Onu impegnati in attività umanitarie
a favore della popolazione palestinese; non sono previsti incontri con esponenti
di Hamas. Shimon Peres, durante il colloquio con la rappresentante della Ue, ha
difeso la politica degli insediamenti: «Per più di 40 anni si è seguito un
certo modello: Israele costruisce nei rioni periferici ebraici e non in quelli
che sono principalmente arabi - ha detto Peres -. Questa linea è stata seguita
da tutti i governi ed è stato accettato da tutti; in effetti anche dai
palestinesi».
BAN KI-MOON E
MITCHELL - Per la settimana prossima è atteso il segretario generale dell'Onu
Ban Ki-moon e domenica prossima tornerà nella regione l'inviato Usa George
Mitchell. La sua visita era stata rinviata dopo la crisi nella relazioni tra
Israele e Stati Uniti. Negli ultimi giorni Hamas è tornato ad alzare i toni:
aderendo alla "giornata della collera" palestinese - promossa due
giorni fa in risposta alla ricostruzione di una sinagoga nella città vecchia di
Gerusalemme e ai progetti di espansione degli insediamenti ebraici e sfociata
in violenti tafferugli tanto a Gerusalemme est quanto in Cisgiordania -, ma anche
invocando ripetutamente una terza Intifada.
OBAMA: NESSUNA
CRISI - Mercoledì dal presidente Obama è arrivata una rassicurazione a Israele,
dopo le tensioni degli ultimi tempi: in un'intervista alla Fox ha detto che i
rapporti tra Usa e Israele «non sono in crisi» ma ha sottolineato che
l'annuncio da parte di Tel Aviv di nuove abitazioni a Gerusalemme Est «non è di
aiuto» al processo di pace, tanto più perché arrivato durante la visita del
vicepresidente Joe Biden che mirava a facilitare la ripresa dei colloqui di
pace. «Israele è uno dei nostri alleati più stretti - ha detto Obama -, abbiamo
col popolo di Israele un rapporto speciale che non può mutare. Ma anche tra
amici è possibile non essere d'accordo, a volte». CdS 18
Obama-Israele molte ripicche scarsa visione
Una spirale di
ripicche e offese ha portato le relazioni fra Usa e Israele, nel giro di un
fine settimana, al livello di bandierina rossa. Uno stato di eccezionale
emotività, che si può misurare con efficacia dal riverbero che ha avuto nelle
parole di un grande giornalista, nonché difensore (finora) inflessibile di
Israele. Thomas Friedman, pluripremio Pulitzer, sul «New York Times» domenica
ha marchiato il comportamento di Gerusalemme con parole di fuoco: «Il
vicepresidente Biden avrebbe dovuto tornare immediatamente a bordo dell’Air
Force Two e lasciare il seguente messaggio dall’America al governo di Israele:
gli amici non permettono agli amici di guidare ubriachi. E in questo momento voi
state guidando ubriachi. Pensate davvero di poter mettere in imbarazzo il
vostro unico alleato al mondo, per rispondere alle vostre beghe interne, senza
pagarne le conseguenze? Avete perso totalmente contatto con la realtà.
Chiamateci quando sarete seri».
Non a caso,
Friedman parla di telefono. Riprende infatti quasi letteralmente un’altra
citazione telefonica usata per mandare a quel paese Israele. Nel 1992, dopo la
prima guerra del Golfo, l’allora segretario di Stato James Baker,
dell’amministrazione di Bush padre, stanco di dover convincere Israele a
sedersi al tavolo delle trattative di Oslo, sbottò: «Conoscono il mio numero,
possono chiamarmi». Aggiungendo: «F... the Jews. Comunque non ci votano».
Finora era stato
quello il punto più basso nella storia delle relazioni fra i due Paesi, ma la
crisi attuale sembra averlo però ampiamente superato. Umori come quelli di
queste ore non si coglievano effettivamente da anni. Che non ci sia grande
amore fra Barack Obama e Bibi Netanyahu, fra l’attuale amministrazione
democratica e il governo di Gerusalemme, è ormai un dato (tristemente)
acquisito. Ma che il governo israeliano si lanciasse in una pubblica campagna
di deterioramento delle iniziative americane in Medio Oriente non lo avrebbe
previsto nessuno. Meno di tutti l’uomo cui è stato fatto lo sgarro, l’elegante
vicepresidente Joe Biden, recatosi la scorsa settimana in Israele nell’ennesima
visita per il processo di pace, e trovatosi spiaccicato in faccia l’annuncio
del governo di Israele di aver avviato la costruzione di 1600 nuove case a
Gerusalemme Nord-Est, confine zona araba.
Viceversa, si può
dire che nemmeno Israele aveva anticipato le conseguenze di questo suo gesto di
pubblica umiliazione. Washington ha risposto con indignazione, denunciando lo «schiaffo»,
ventilando conseguenze, arrivando a parlare del primo ministro israeliano senza
mai citarne il titolo ma chiamandolo solo con il nomignolo, Bibi. Bibi come il
bullo del quartiere, la testa calda del cortile di casa. Questa reazione
emotiva da parte di Washington sta scuotendo il mondo diplomatico. Può piacere
o no, è però di sicuro una diversità rispetto al passato, una forma di
trasparenza rispetto al manierismo che spesso soffoca il dibattito pubblico fra
nazioni.
In questo senso,
la franca incavolatura della Casa Bianca va presa come una indicazione in sé:
il segnale di quanto preoccupati siano gli americani per la situazione
mediorientale. Secondo quanto è stato fatto circolare nella capitale, Obama
pensa che Israele non abbia sufficiente cognizione della delicatezza della sua
posizione, e della politica americana. Forse il maggior impegno preso in
politica estera dal Presidente è stato proprio quello di affrontare di petto la
riappacificazione con il mondo arabo. Nella convinzione - da Obama più volte
sottolineata - che la tensione fra Est e Ovest non sia uno scontro di culture,
ma uno scontro politico.
Naturalmente già
in questa distinzione fra scontro di culture e tensione politica si può leggere
un mare di distanza fra Israele, che legge la sua missione come quella di
«faro» dell’Occidente, e il pragmatismo a-ideologico di Obama.
Ma fin qui le
posizioni fra i due alleati potrebbero anche convivere. Se non fosse che la
politica Usa ha dovuto fare in questi mesi un bagno di realtà. Il Presidente
democratico, che pure si è preso la responsabilità di parlare al mondo arabo
recandosi di persona in una delle sue capitali, Il Cairo, oggi, poco più di un
anno dopo, si ritrova con in mano due guerre con gli arabi - una in Afghanistan
e l’altra non del tutto conclusa in Iraq - e una potenziale deflagrazione
mondiale con l’Iran. L’avvio di un qualunque colloquio fra palestinesi e
israeliani, fosse anche solo formale, darebbe al presidente Obama una boccata
di ossigeno, una carta da giocare, una prova che il meccanismo può essere da
qualche parte disinnescato.
La teatralità, le
ripicche di Gerusalemme sono in questo senso avvertite a Washington come un
personale affronto, ma, ancora di più, un irresponsabile calcio negli stinchi
all’unico alleato, come dice appunto il giornalista Friedman. Dunque una
immaturità totale di Israele. Che è poi la conclusione cui porta la tensione di
queste ore. Fra Israele e Stati Uniti ogni rottura è impensabile. Eppure, il
rapporto automatico, senza ombre, paritario fra loro sembra decisamente in
declino. Per colpa di Obama, amano dire molti in Israele. Per colpa di Israele,
rispondono molti a Washington, convinti che mettere in imbarazzo un Presidente
americano per dare soddisfazione ai propri elettori è segno di una grave
perdita di visione e di grandezza da parte del governo di Gerusalemme. Sono due
linee non di collisione, ma certo non più di reciproca e indiscussa
appartenenza. LUCIA ANNUNZIATA LS 18
Draghi: "In Europa ripresa fragile ovunque". Berlino: fuori
dall'euro chi non rispetta regole
Il governatore di
Bankitalia lancia allarme al Parlamento europeo: «Crescita disomogenea, le
nuove regole non diventino un freno». La Merkel gela la Grecia: gli aiuti sono
un errore.
BRUXELLES - «La
ripresa è disomogenea, debole in Europa, ancora fragile ovunque»: il
governatore di Bankitalia, Mario Draghi - intervenuto al Parlamento europeo
nelle vesti di presidente del Financial Stability Board (Fsb) - mette in
guardia da una situazione che vede i Paesi europei uscire molto lentamente
dalla crisi, in un anno, il 2010, che considera «cruciale» per le riforme del
sistema finanziario. E col settore del credito che si sta riprendendo, ma che è
ancora esposto a «rischi significativi», che impediscono alle banche di tornare
a finanziare in maniera adeguata l’economia reale.
Al suo fianco -
nell’aula dell’Europarlamento - il direttore dell’Fmi, Dominique Strauss-Kahn,
condivide l’analisi: «Siamo a un punto di svolta, ma la ripresa è diseguale, a
più velocità e, in certe zone, è tiepida». Per esempio in Europa le previsioni
di crescita per il 2010 sono dell’1%: «E non è molto», ha sottolineato
Strauss-Kahn, ribadendo comunque la necessità di cominciare a ritirare
gradualmente le misure anti-crisi messe in campo dai vari governi.
Ma per Draghi il
2010, dopo tanto parlare, sarà «un anno cruciale» anche per stringere sulle
nuove regole economiche e finanziarie. Quelle che dovrebbero permettere di
evitare, o almeno gestire al meglio, nuove future crisi. Il rischio - sottolinea
insieme a Strauss-Kahn - è che prevalgano le resistenze, e che col migliorare
della situazione si esaurisca lo slancio riformatore. «Serve un più forte
governo economico della Ue che si estenda dalle politiche di bilancio alle
riforme strutturali dei vari Paesi», ribadisce il governatore di Bankitalia.
E nel giorno in
cui la cancelliera tedesca, Angela Merkel, rilancia la proposta di espellere da
Eurolandia gli Stati che non rispettano i patti, Draghi sembra aprire sulla
necessità di prevedere un sistema di sanzioni: «Bisognerebbe aumentare i costi
economici e politici per i Paesi che hanno comportamenti devianti», spiega.
L’ipotesi di un Fondo monetario europeo (Fme), invece, lascia perplessi tanto
Draghi quanto Strauss-Kahn.
Per quest’ultimo si
tratta di una discussione che «rischia di distrarre» dall’emergenza Grecia. Per
Draghi l’Fme può essere concepito solo come strumento tecnico e temporaneo per
assicurare «una linea di credito di emergenzaMa non risolverebbe il problema di
Paesi con alto debito e bassa crescita, che non possono ripagare i debiti».
Quella della
Grecia, comunque, per il presidente dell’Fsb «è una crisi di bilancio» che va
affrontata innanzitutto attuando in maniera efficace e immediata il piano di
risanamento.
«Nel ’91 - ricorda
- l’Italia affrontò una crisi economica e sociale più grave, con un deficit
sopra il 10%, il debito sopra il 100% e un’inflazione al 19%. E ne uscì con un
aggiustamento fiscale drammatico, ma che alla fine è stato premiato con
l’ingresso nell’euro».
Sul fronte
finanziario Draghi invita i governi ad affrontare in maniera decisa il problema
delle grandi banche sistemiche, quelle “too big to fail”, che sanno di essere
troppo grandi per essere lasciate fallire e non esitano ad assumere rischi
smisurati.
Ma per il
governatore, nel mettere mano a nuovi requisiti di capitale e nuovi standard di
liquidità bancari, «bisogna prevedere una transizione adeguata, per non
danneggiare la ripresa». Infine la stretta sui derivati, che vanno riformati
evitando che diventino «canali di contagio».
La via giusta per
Draghi è quella di «centralizzare gli scambi» dei credit default swap (Cds) e
di altri prodotti finanziari attualmente negoziati nei cosiddetti mercati Otc
(“over the counter”), fuori dai circuiti borsistici ufficiali e in maniera del
tutto non regolamentata.
Il governatore
propone una «clearing house basata nella zona euro». «Così - spiega - sapremo
quant’è la parte dei cosiddetti “Cds nudi” (quelli acquistati per scopi
speculativi, ndr) e sapremo come i Cds vengono gestiti e dove sono». LS 17
Il capo dello
Stato: "Evitare contrapposizioni istituzionali ed evitare
drammatizzazioni" - Mancino, vicepresidente Csm: "Il ministro ascolti
il presidente della Repubblica" - I legali del Cavaliere: "Gli atti
spettano al Tribunale dei ministri a Roma" - Il procuratore Carlo Maria
Capristo: "Nessun contrasto ma leale collaborazione"
ROMA - "E'
auspicabile che in un periodo di particolari tensioni politiche qual è quello
della campagna per le elezioni regionali, si evitino drammatizzazioni e
contrapposizioni, come sempre fuorvianti, sul piano istituzionale". E'
questo il monito lanciato dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano,
in una dichiarazione sull'inchiesta di Trani e sull'ispezione disposta dal
ministro della Giustizia Angelino Alfano. Uno scontro che oggi si arricchisce
di un nuovo capitolo con Alfano che si scaglia, così come ieri, contro il Csm.
Napolitano.
L'intervento di Napolitano era atteso. E le sue sono parole che invitano al
rispetto dei ruoli istituzionali. "Vanno rispettate in tutti i casi,
compreso quello oggi all'attenzione dell'opinione pubblica - avverte il capo
dello Stato - l'autonomia delle indagini e l'autonomia degli interventi
ispettivi disposti dal ministro della Giustizia nei limiti dei suoi
poteri". Il presidente ricorda come il Csm può esaminare le relazioni
conclusive delle inchieste degli ispettori "ma non non pronunciarsi
preventivamente sullo svolgimento di dette inchieste". Allo stesso tempo
le ispezioni del ministero "non possono interferire nell'attività di
indagine di qualsiasi Procura, esistendo nell'ordinamento i rimedi opportuni
nei confronti di eventuali violazioni compiute dai magistrati titolari dei
procedimenti".
Mancino: "No
alle interferenze". Alfano: "Poca lealtà". Resta alta la
tensione tra il Csm e il ministro Alfano."Nessuna ispezione può
interferire nelle indagini giudiziarie" dice il vicepresidente del Csm,
Nicola Mancino, dopo che ieri il ministro della Giustizia aveva accusato il Csm
di violare la Costituzione per aver aperto una pratica
sull'ispezione a
Trani. Pur non negando "la legittima facoltà del ministro di inviare
ispettori" alla procura di Trani, Mancino difende la facoltà dei giudici
di indagare senza condizionamenti. Mancino spiega inoltre che il comitato di
presidenza ha scelto la sesta commissione consiliare e non la prima proprio
"per evitare di dare l'impressione di prendere posizione a tutela dei
magistrati d Trani e contro gli ispettori ministeriali". Allo stato,
dunque, conclude il vicepresidente del Csm, "non siamo di fronte ad una
pratica a tutela aperta in seguito ad una presunta ma inesistente lite contro
gli ispettori". Alfano, però, rincara la dose. "Il loro è uno
scivolone e non accetterrò mai più pareri non richiesti sulle azioni del
governo. Meno male che c'è Napolitano, il più alto presidio di equilibrio e di
buon senso, perché c'è stata una violazione della lealtà". Controreplica
di Mancino: "Chi ha responsabilita' istituzionali e di governo, se davvero
vuole accogliere l'auspicio del Capo dello Stato di evitare 'drammatizzazioni e
contrapposizioni, come sempre fuorvianti', si comporti di conseguenza".
Poi tocca all'Anm che giudica "gravi" le parole di Alfano e "gli
insulti che, anche in questa occasione, il presidente del Consiglio ha rivolto
alla magistratura".
La procura di
Trani. Nel frattempo, a Trani, il procuratore della Repubblica Carlo Maria
Capristo nega contrasti con gli ispettori: "Con loro leale
collaborazione". Mentre Michele Ruggiero, titolare dell'inchiesta sulle
presunte pressioni per fermare la trasmissione Anno Zero, avverte: "Tutto
quello che gli indagati non possono conoscere, non lo possono conoscere nemmeno
gli ispettori, questo è il segreto investigativo che vale sia per gli indagati
che per gli ispettori".
In serata, da
fonti della procura, si apprende che il nome del premier è iscritto dall'8
marzo scorso nel registro degli indagati per concussione e minacce all'ufficio
dell'Agcom. La data di iscrizione non è irrilevante, perchè da allora decorrono
i 15 giorni previsti dalla legge entro cui la stessa procura deve inviare gli
atti che riguardano il premier al giudice competente. La questione è stata di
fatto sollevata dall'istanza che i legali del premier, Niccolò Ghedini,
Filiberto Palumbo e Piero Longo, hanno depositato stamattina alla procura di
Trani chiedendo ai pm di inviare gli atti a Roma.
Anm all'attacco. E
sull'ispezione ministeriale interviene, criticamente, anche l'Anm che esprime
"preoccupazione" per "le modalità e i tempi in cui è stata
avviata e per l'oggetto che rischia di alterare il corretto rapporto tra le
attività di indagine degli uffici di procura e i poteri ispettivi del ministro".
Replica di Alfano: "L'Anm nega ciò che il procuratore e il sostituto di
Trani affermano: entrambi hanno dato atto della grande correttezza e lealtà con
cui l'ispezione si è svolta, nel pieno rispetto dei ruoli. Il cosiddetto
sindacato delle toghe difende soggetti e protagonisti, il procuratore capo e il
pm di Trani, che non hanno bisogno di essere difesi".
I legali del
premier: "Indagini a Roma". Gli avvocati di Berlusconi, Nicolò
Ghedini e Filiberto Palumbo hanno formalmente chiesto alla Procura di Trani di
inviare gli atti relativi alla posizione del capo del governo al Tribunale dei
Ministri. I due penalisti si sono incontrati con l' intero pool che coordina
l'indagine, compreso il procuratore Carlo Maria Capristo. Replica la Procura:
"Stiamo valutando le carte".
Le reazioni.
"Napolitano ha dato un colpo al cerchio e una alla botte cercando di
salvaguardare sia le funzioni del ministro, sia quelle del Csm" commenta
Antonio Di Pietro intervistato su Repubblica Tv. "La parole di Napolitano
sono sagge - dice il segretario del Pd, Pierluigi Bersani - Il problema è che
siamo sempre ai problemi di Berlusconi, alle sue ossessioni, i giudici e le Tv.
Questo è il problema del Paese".
Rai,"Masi si
dimetta". "Masi si dimetta subito". Lo chiedono i consiglieri
d'amministrazione Rai Nino Rizzo Nervo e Giorgio Van Straten secondo i quali,
"la gravità del contenuto delle intercettazioni telefoniche pubblicate
oggi da alcuni quotidiani rendono inevitabile a tutela dell'immagine e della
credibilità del servizio pubblico una forte e chiara assunzione di
responsabilità. L'autonomia e l'indipendenza degli amministratori sono elementi
costitutivi di un servizio pubblico radiotelevisivo. I consiglieri di
maggioranza, invece, esprimono piena fiducia al dg definendo la richiesta di
dimissioni "immotivata e del tutto inaccettabile". Il Cda Rai, la cui
riunione era prevista per oggi è stata invece rinviata al 24 marzo. LR 17
Un richiamo all'Italia impazzita
Ci vuole una pazienza
infinita, come quella, appunto, del Presidente Napolitano, per mettersi in
mezzo - letteralmente - alla rissa interminabile tra poteri che dovrebbero
essere indipendenti, senza necessariamente diventare avversari. In discussione,
come ha spiegato il Capo dello Stato, non è il diritto dei magistrati
inquirenti a condurre le loro indagini in piena autonomia. Così come non è
quello del governo di disporre un'ispezione in una sede giudiziaria, sia pure
quella in cui s'è aperta l'ennesima inchiesta contro il presidente del
Consiglio. E neppure, va da sé, la possibilità per il Consiglio superiore della
magistratura di prendere in esame le risultanze dell'ispezione, non di doverla
giudicare in anticipo. Basta solo - ed è quello che Napolitano ha voluto ricordare
a tutti - che ognuna delle parti in causa lavori nel pieno rispetto delle
prerogative delle altre.
Ciò che invece
avviene sotto gli occhi di tutti - anche del Presidente della Repubblica, che
ovviamente non può spingersi a censurarlo esplicitamente - è esattamente il
contrario: inchieste, come quella di Trani, condotte ai limiti delle procedure
previste e in un periodo, come la campagna elettorale, in cui determinano
effetti politici. Ispezioni, come quella annunciata dal ministro di giustizia
Angelino Alfano, presentate dichiaratamente come reazioni del governo alle
inchieste, e non come controlli di tipo amministrativo, che devono
necessariamente soggiacere alla riservatezza e all'autonomia della magistratura
inquirente. E poi controreazioni, in genere molto dure, dei giudici sottoposti
a ispezioni. E interventi, al minimo intempestivi, del Csm, come se i giudici
che hanno già reagito malamente alle ispezioni avessero bisogno di essere
spalleggiati, e come se appunto l'organo di autogoverno dei magistrati non
dovesse limitarsi ad aspettare di poter leggere le carte prima di dire la sua.
A tutto questo,
che si verifica purtroppo ormai immancabilmente ogni qualvolta un'inchiesta
mira sui politici, e in particolare su Berlusconi, deve porre rimedio il Capo
dello Stato: chiamato in campo non nel suo classico ruolo arbitrale, ma proprio
per separare contendenti che sembrano aver voglia di menare le mani. Napolitano
provvede alla necessità, ribadendo un principio che dovrebbe essere ovvio -
ognuno al suo posto e nell'ambito dei propri poteri -, ma evidentemente non lo
è più, nell'Italia impazzita di questo inizio 2010. MARCELLO SORGI LS 18
Agcom, antitrust e la mano della politica. Quelle authority sotto tutela
Le intenzioni di
partenza erano ottime. Le authority dovevano essere gli anticorpi della società
moderna contro i soprusi dei monopoli, l’avidità degli speculatori e le
intrusioni improprie della politica. Compiti da far tremare i polsi a chiunque,
in un Paese con una lunga tradizione statalista dove il mercato ha sempre
faticato ad affermarsi. Il requisito fondamentale per assolverli con efficacia
era l’indipendenza. Una indipendenza non soltanto formale: nomine non
influenzate dalla politica, autonomia finanziaria e possibilità di mostrare i muscoli.
Così doveva
essere. Ma così non è stato esattamente. Le nostre authority hanno poteri
limitati e spesso li esercitano timidamente. Anche perché le loro decisioni
sono perennemente sotto il tiro dei ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato. Per
giunta, sono state anche ingolfate di competenze insensate, totalmente prive di
alcun potere sanzionatorio, come quelle sul conflitto d’interessi appioppate
all’Antitrust e al Garante per le comunicazioni. L’autonomia finanziaria è
quella che è, se si pensa che alla fine dello scorso anno era stato proposto un
fondo unico (non a tutti gradito) con l’idea di risolvere il problema e alla
fine si è resa necessaria una colletta fra le autorità per soccorrere qualcuna
di esse in difficoltà economica. Per non parlare poi dell’influenza della
politica. I meccanismi di nomina, tutti diversi l’uno dall’altro, offrono ai
partiti spazi di penetrazione enorme. Dei 58 commissari che governano le dieci
autorità considerate «indipendenti», ben 17 sono di emanazione diretta della politica:
ex parlamentari o ex esponenti dei governi di vario colore. Quasi uno su tre.
Di questi, ben cinque su otto componenti sono nel solo Garante per le
comunicazioni: dove il presidente è indicato dal governo e gli otto componenti
sono nominati per metà dalla maggioranza e per metà dall’opposizione.
Alla luce di ciò,
ben si comprende perché non sia mai andata in porto la riforma, annunciata dal
centrodestra e dal centrosinistra, che avrebbe dovuto rendere omogenei i
criteri di nomina sottraendoli alle logiche spartitorie. E anche perché
un’authority come quella dell’Energia, i cui componenti sono designati con un
sistema bipartisan, cioè a maggioranza qualificata dalle commissioni
parlamentari, sia monca di tre commissari su cinque da addirittura un quinquennio.
Mentre negli ultimi due anni si sono registrati in Parlamento almeno quattro
tentativi di limitarne i margini di manovra su suggerimento del governo.
La verità è che
una riforma del genere nessuno la vuole. Meglio avere a che fare con autorità «formalmente»
indipendenti ma che nella sostanza sono permeabili dalla politica. O che almeno
la politica può trattare come una comoda foglia di fico da mettere o togliere a
piacimento. Con risvolti talvolta assurdi. Un caso? L’Autorità delle
comunicazioni può sanzionare i programmi Rai che non rispettano in campagna
elettorale le parità di condizioni fra i vari partiti, non può mettere bocca
sulle regole della par condicio se queste riguardano la tivù di Stato. Di
quelle si occupa la commissione parlamentare di vigilanza. Con il risultato che
i talk show «privati» sono di competenza dell’authority e quelli «pubblici» del
Parlamento. Con tutta la buona volontà, ma che senso ha? Sergio Rizzo CdS 17
La questione
politica, e ormai anche strutturale e storica del rapporto fra Silvio
Berlusconi e la giustizia, è diventata una questione di sistema, perché fra il
premier e le articolazioni della magistratura è scattata la guerra totale.
Ormai Berlusconi
sta accentuando il suo ruolo proprietario, in quanto il premier tratta da
padrone le istituzioni giudiziarie e le autorità neutrali. Lo si vede con
l'atteggiamento assunto verso la procura di Trani, trattata come un tassello
del complotto che si starebbe sviluppando contro la presidenza del Consiglio,
con una funzione schiettamente politica, e con le parole rivolte verso l'AgCom,
considerata semplicemente come un pezzo dell'immensa manomorta berlusconiana.
Sotto questa luce,
è l'intera Italia a essere di proprietà del capo del governo. Nel silenzio
dell'opinione pubblica, e nella sostanziale acquiescenza delle opposizioni,
Berlusconi ha aumentato a dismisura il suo potere, anzi, le sue proprietà. Si è
sentito autorizzato a intervenire sull'Agenzia per le comunicazioni con
l'atteggiamento e con le parole del padrone, insofferente di norme e
convenzioni, e incapace di trattenersi: "Ma non riuscite neppure a
chiudere Annozero?". "È una questione di dignità", dice al
commissario Giancarlo Innocenzi, "Ti ho messo io in quel posto".
Quindi regolati di conseguenza. Il che dimostra la sua intuizione di essere,
più che un politico, un imprenditore senza limiti etici, cioè con la
possibilità di conquistare tutto, con la violenza di una funzione
anti-istituzionale che si esercita giorno per giorno.
Si instaura così
un nuovo triangolo delle mille sfortune, tra la presidenza del Consiglio, la
magistratura e l'Agenzia per le comunicazioni. Al centro del triangolo si è
collocato, con la sua consueta forza strategica, il premier Berlusconi. Ormai
da anni sta insistendo che in Italia c'è un problema da risolvere, ed è quello
del rapporto fra la politica e la magistratura. "Alcune procure",
secondo il premier, che non ne ha mai citata una, composte da "toghe rosse",
da "giudici comunisti", stanno conducendo una battaglia "contro
la democrazia", nel tentativo di liquidare per via giudiziaria il capo del
governo.
In queste
condizioni, il "padrone" Berlusconi tenta di frenare il funzionamento
dei processi che lo riguardano, come quello contro l'avvocato inglese Mills e i
processi All Iberian e i diritti televisivi. Ma dal sistema penale spuntano
casi giudiziari a iosa, in modo anche casuale come quello di Trani, per cui a
suo modo, nella sua logica proprietaria, Berlusconi ha ragione: come è
possibile che, possedendo tutto, gli sia impossibile controllare tutto ciò che
possiede o crede di possedere in virtù del voto popolare, compresi i processi e
le inchieste giudiziarie? E come mai non è possibile, da parte sua, padrone
assoluto dei media, controllare il sistema televisivo e i programmi politici di
approfondimento e di dibattito? Che ci sta a fare l'Agenzia per le
comunicazioni, se non esegue i comandi che vengono dall'alto? Naturalmente
Berlusconi ignora, volutamente, la complessità del sistema della comunicazione
pubblica. Ai suoi occhi basterebbe una telefonata all'Innocenzi di turno per
stroncare un programma come quello di Michele Santoro (o come il salotto di
Floris o della Dandini), considerato da mesi una delle "fabbriche di
odio" nei confronti del premier e del Popolo della libertà.
È una situazione
disperata, quella di Berlusconi, che lo induce a gesti disperati, o almeno
terribilmente disinibiti, nel senso che fanno a pezzi il tessuto generale delle
istituzioni del nostro Paese. Il "padrone" non riesce più a
comandare, il suo partito si sta sfaldando, e i vari cacicchi cercano un'area
di autonomia personale e politica. Berlusconi teme una "sindrome
francese" e una sostanziale non vittoria alle elezioni regionali. Paradossale
situazione del padrone che non riesce a spadroneggiare fino in fondo, pur
cercando di farlo in tutti i modi. C'è una contraddizione intrinseca
nell'azione di Berlusconi, e la formula proprietaria o "padronale" la
riassume tutta, senza risolverla. Ma la questione è: in una democrazia può il
capo del governo rivolgersi come un padrone alle autorità di garanzia? EDMONDO
BERSELLI
LR 17
L'Agcom avvia un'istruttoria su Innocenzi
Il Csm frena
sull'ispezione: solo risoluzione. Atti relativi al premier, venerdì la
decisione sul trasferimento a Roma inchiesta di trani / il presidente del
senato Schifani: «fare luce sulla fuga di notizie»
MILANO -
L'inchiesta di Trani sulle presunte pressioni per far chiudere Annozero
potrebbe arrivare già venerdì al tribunale dei ministri. O meglio: nella
Capitale ci si occuperà probabilmente degli atti relativi al premier Silvio
Berlusconi, cui i pm contestano la concussione e le minacce. La procura di
Trani conferma: venerdì si deciderà sul trasferimento degli atti a Roma. In Puglia
resteranno invece le posizioni riguardanti il direttore del Tg1 Augusto
Minzolini e il commissario dell'Agcom Giancarlo Innocenzi. Proprio su
Innocenzi, l'Agcom ha deciso di avviare un'istruttoria. L'Autorità ha chiesto
infatti al Comitato etico di esprimere il suo parere sul commissario, «in
relazione alle notizie su alcune intercettazioni telefoniche che riporterebbero
brani di conversazioni tenute, tra gli altri, da un componente dell'Autorità».
Il Comitato etico si pronuncerà dopo aver ascoltato l'interessato.
BERSANI: «È IL
MINIMO» - «Mi pare il minimo - ha commentato il leader del Pd Pierluigi Bersani
-. Mi pare che andare a dare un'occhiata su come si siano sviluppate queste
vicende, da parte dell'autorità sia giusto e doveroso. Abbiamo assolutamente
bisogno che autorità indipendenti siano davvero tali». L'eurodeputato dell'Idv
Luigi De Magistris ha depositato un'interrogazione alla Commissione europea in
merito alle presunte ingerenze del premier Berlusconi nell'autonomia
dell'Agcom, chiedendo se non ritenga «che la gravissima ingerenza del premier
italiano abbia minato l'indipendenza e l'autonomia dell'Agcom, violando i
principi sanciti dalla nuova direttiva sui servizi audiovisivi senza frontiere
(2007/65/CE) e più specificatamente dall'art. 30».
L'INCHIESTA E
L'ISPEZIONE - Resta alta intanto la tensione tra il ministero della Giustizia e
il Csm sull'ispezione a Trani. Sulla pratica, Palazzo dei Marescialli ha
corretto il tiro, decidendo che non ci sarà nessuna istruttoria della sesta
commissione: i consiglieri si limiteranno a una risoluzione di carattere
generale, che ribadirà i principi del rapporto tra poteri degli 007 di Alfano e
segreto investigativo. «Alfano può mandare gli ispettori ma non interferiscano»
ha rilanciato da parte sua il vice presidente del Csm Nicola Mancino. Poi,
commemorando a Milano Guido Galli, il numero due del Csm ha dichiarato: «Anche
lo scontro verbale può creare fenomeni di terrorismo». «È opportuno che si
faccia luce al più presto su questa preoccupante fuga di notizie - è la
posizione espressa dal presidente del Senato Renato Schifani -. Non è la prima
volta che avviene nel nostro Paese. Ormai il segreto istruttorio con la
pubblicazione delle intercettazioni credo che non esista più». Per Bersani «è
giusto che sull'inchiesta di Trani si pronuncino solo le autorità preposte». È
intervenuto anche Michele Santoro: «Se i fatti messi in risalto dall'inchiesta
di Trani sulla Rai e l'Agcom fossero successi negli Stati Uniti sarebbe
scoppiato un watergate, che avrebbe portato alle dimissioni automatiche di
tutti i protagonisti della vicenda».
SCONTRO SUGLI 007
DI VIA ARENULA - Nei giorni scorsi, la decisione del ministro della Giustizia
Alfano di inviare gli 007 di Via Arenula in Puglia è stata causa di uno scontro
a distanza tra il Guardasigilli e il Csm, che, nel frattempo, aveva dato l'ok a
una pratica sull'ispezione. Sulla vicenda è intervenuto mercoledì il capo dello
Stato Giorgio Napolitano, invitando le istituzioni a mettere da parte le
contrapposizioni. E l'appello del Colle ha spinto il premier Silvio Berlusconi
a sottolineare che «l'iniziativa del Csm è stata sconfessata dall'intervento
del presidente Napolitano». Optando per una risoluzione, il Csm ha deciso in
sostanza che non saranno sentiti a Palazzo dei Marescialli gli ispettori
inviati a Trani, né tantomeno i magistrati di quella procura. E non sarà
acquisito il mandato che il ministro Alfano ha affidato ai suoi incaricati e
che tante polemiche aveva suscitato tra i consiglieri, i quali avevano
ipotizzato un intervento su materie al di fuori delle competenze degli
ispettori. Duro il commento di Mancino sulle parole di Berlusconi: «Sono
valutazioni del presidente del Consiglio che io non condivido» ha detto.
IL DOCUMENTO - La
sesta commissione si è riunita giovedì mattina e, a maggioranza (con il voto
contrario del laico del Pdl Gianfranco Anedda), ha deciso di non avviare
un'istruttoria, ma di mettere a punto una delibera con cui fare una
ricognizione dei principi espressi dal Csm sui rapporti tra poteri ispettivi e
indagini giudiziarie. La decisione è in linea con le indicazioni che aveva dato
il Comitato di presidenza di Palazzo dei Marescialli, attribuendo la competenza
delle pratica alla sesta commissione, che non ha il compito di tutelare i
magistrati da eventuali invasioni di campo, ma di affrontare problemi
ordinamentali. Una nuova riunione è in programma per mercoledì 24 marzo e la
sesta commissione conta di approvare il documento finale nella stessa
settimana. Resta il dissenso di Anedda, secondo cui il Csm non dovrebbe
intervenire sul potere del ministro di inviare gli ispettori negli uffici
giudiziari. L'esponente di maggioranza si è detto comunque «soddisfatto» perché
«la commissione ha riconosciuto che si era ecceduto nella richiesta». In ogni
caso l’apertura di una pratica, sostiene Anedda, «può rappresentare una forma
indiretta per intimidire gli ispettori». CdS 18
Il commento. Il cinismo assoluto
CON un incredibile
"blitzkrieg" di prima serata, effettuato come sempre in un format
televisivo sicuro perché posto al riparo dalle domande vere e dunque
pericolose, il presidente del Consiglio ha varcato l'ennesimo confine. La sua
"intervista" al Tg2 è in realtà il livoroso comizio di un capo-popolo
che, in nome del plebiscito tributatogli dagli italiani e in forza del suo
potere assoluto sacro e inviolabile, è ormai pronto a tutto. Anche a
stravolgere quel che resta di un equilibrio istituzionale che lui stesso ha
sistematicamente "picconato" nel corso del suo avventuroso Ventennio.
Perché questo ha
fatto, ieri sera, Silvio Berlusconi. Per spacciarsi ancora una volta come una
"vittima innocente" di fronte all'opinione pubblica, e per rilanciare
le sue farneticanti accuse alle procure "scese in campo" contro di
lui "dettando i modi e i tempi della campagna elettorale", il premier
non ha esitato a piegare a suo uso e consumo le parole misurate del Capo dello
Stato. Altro che "tirare la giacchetta" al presidente della
Repubblica: Berlusconi gli ha letteralmente strappato di dosso l'abito di
"garante sopra le parti" che la Costituzione gli assegna.
Quell'"abito"
riluceva sufficientemente chiaro, nel comunicato che Giorgio Napolitano aveva
diffuso ieri mattina, per arginare le polemiche sempre più tossiche intorno
all'inchiesta della Procura di Trani. Al Csm, di cui è presidente, il Capo
dello Stato ricorda che non si deve mai "pronunciare preventivamente sullo
svolgimento delle inchieste" perché, "come recita lo stesso
regolamento del Csm, quest'ultimo può prendere in esame "le relazioni
conclusive delle inchieste amministrative eseguite dall'Ispettorato generale
presso il ministero della Giustizia". Ma al governo ricorda come le
ispezioni del ministero non possono "interferire nell'attività di indagine
di qualsiasi Procura, esistendo nell'ordinamento i rimedi opportuni nei
confronti di eventuali violazioni compiute dai magistrati titolari dei
procedimenti". Ma fa di più, il Quirinale: precisa che è stata
"corretta" la decisione presa dal Comitato di presidenza del Csm di
affidare alla VI Commissione la richiesta "sottoscritta da gran parte dei
membri del Consiglio per l'apertura di una pratica inerente l'ispezione"
disposta dal ministro della Giustizia presso la Procura di Trani. La
conclusione del presidente è inequivoca: "È altamente auspicabile che in
un periodo di particolari tensioni politiche qual è quello della campagna per
le elezioni regionali, si evitino drammatizzazioni e contrapposizioni, come
sempre fuorvianti sul piano istituzionale".
Invece di dar
prova di quell'equilibrio istituzionale e di quel senso di responsabilità
politica invocati proprio da Napolitano, Berlusconi fa l'esatto opposto. Invece
di rispettare finalmente le regole del gioco democratico, fa saltare per
l'ennesima volta il tavolo. Invece di prendere atto della netta presa di
posizione della più alta carica dello Stato, ne strumentalizza e ne distorce
radicalmente il messaggio. Il comunicato di Napolitano, declinato secondo il
verbo palesemente capzioso e tecnicamente sedizioso del Cavaliere, diventa una
pubblica "sconfessione" dell'iniziativa del Csm. E dunque
"l'ennesima dimostrazione di un uso intollerabile della giustizia per fini
di lotta politica contro di noi".
In questi anni
Berlusconi ci ha abituato a tutto. Nella discesa agli inferi della
"Repubblica del Male Minore" ce ne ha fatte vedere di tutti i colori.
Ma ad un simile abisso di irresponsabilità e di cinismo, probabilmente, non ci
aveva ancora precipitato. E invece a questo, ormai, siamo arrivati. All'abuso
di potere elevato a metodo di governo. Non c'è altro modo, per definire
un'"esegesi" così clamorosamente falsa, e dunque costituzionalmente
eversiva, delle dichiarazioni e delle funzioni del presidente della Repubblica.
E non è tutto. In questa disperata escalation autoritaria del premier l'abuso
si somma ad abuso.
Non c'è solo
l'inaccettabile "abuso politico" su Napolitano, nella performance
mediatica di ieri sera. C'è anche altro. Molto altro. Il presidente del
Consiglio parlava in playback. L'audio ufficiale riproponeva la narrazione
artificiale di sempre, che amplifica l'irrealtà dei "fattoidi": il
solito "partito dell'amore" che sconfiggerà "il partito
dell'odio", i soliti "miracoli fatti all'Aquila e in Abruzzo", i
soliti "successi ottenuti in questi due anni di lavoro straordinario"
rispetto ai "disastrosi fallimenti" della solita sinistra sovietica e
sanguinaria e ai pericolosi intendimenti delle solite toghe politicizzate e
assatanate. In realtà, la vera voce che ci sembrava di ascoltare, e che
riflette la realtà dei fatti, è quella delle intercettazioni telefoniche agli
atti della procura di Trani. Quella che grida "io ho parlato con il
direttore Masi" intimandogli la chiusura dei talk show politici
"perché non c'è nessuna televisione europea in cui ci sono questi pollai e
allora perché noi dobbiamo avere queste fabbriche di fango e di odio".
Quella che urla all'orecchio di Giancarlo Innocenzi "quello che adesso
bisogna concertare è che l'azione vostra sia da stimolo alla Rai per dire
"chiudiamo tutto".
Cos'altro è tutto
questo, prima e al di là di ogni implicazione di carattere penale, se non un
manifesto abuso di potere? In quale altra democrazia liberale del mondo il
presidente del Consiglio (leader di un partito che si definisce prima Casa, poi
Popolo "della libertà") può permettersi di trattare come un suo
maggiordomo il commissario di un'Autorità amministrativa che per legge dovrebbe
essere "indipendente"? In quale altro Zimbabwe del mondo il capo di
un governo (già proprietario di un impero mediatico privato) può permettersi di
trattare come un suo dipendente il direttore generale del servizio pubblico
radiotelevisivo? I tanti, pensosi liberali alle vongole dell'Italia terzista si
ostinano a dire che queste sono domande risibili. Ripetono che l'Italia è una
magnifica democrazia, perché "è bastato un Tar a fermare il presunto golpe
sulle liste" e perché in fondo, di tutti gli "strappi" tentati
da Berlusconi, quasi nessuno gli riesce.
Questa sì, è una
favola. Le regole sono ormai carta straccia. A pochi giorni dal voto per le
regionali, i talk show politici sono stati silenziati, e sugli schermi va in
onda, gigantesca e solitaria, l'effigie e la parola del Capo. Qualcuno si è
accorto che ieri sera, mentre il premier ammoniva le masse dagli schermi del
Tg2, vicino al tricolore e alla bandiera dell'Unione Europea campeggiava il
simbolo elettorale del Pdl con lo slogan "Berlusconi presidente"?
L'ultimo abuso, dopo quello commesso contro Napolitano. E altri ne verranno.
Per nostra sventura, e con buona pace dei teorici del "Male Minore". MASSIMO
GIANNINI LR 18
Oltre la pedofilia. Quegli uomini ridotti a oggetto
QUANDO gli
chiesero chi fosse il più grande nel Regno dei cieli, Gesù, preso presso di sé
un fanciullo, rispose che chiunque si farà umile come quel fanciullo, sarà il
più grande nel Regno dei cieli, e chiunque accoglierà in nome suo un fanciullo
accoglierà lui. Ma se taluno scandalizzerà uno di quei piccoli meglio per lui
mettersi al collo una macina d’asino e farsi affogare nel fondo del mare. Con
questo passo del Vangelo di Matteo, il Cristianesimo si accredita come il più
alto tutore della fanciullezza dell’uomo. Il bambino come alter Christus quando
lo si accoglie, il violatore del bambino che sparisca annegato.
Gli episodi di
pedofilia portati alla pubblica notizia in questi giorni, ma disseminati in una
lunga serie di anni, di cui si sono resi responsabili membri del clero
cattolico in Europa e in America, se letti sotto il cielo di quelle parole di
Gesù hanno per i credenti una portata ben più terribile dei giudizi di
riprovazione e di condanna che hanno esercitato. Essi sono una sconfessione
della fede in Cristo. Chi li ha commessi, non si è macchiato di un qualunque
peccato. Non ha creduto nella realtà del Gesù storico, né nella verità del
Figlio di Dio nella fede.
Quali mai sacerdoti
sono questi? Sono i professionisti del sacerdozio. Non si sono interrogati
sulla autenticità della vocazione, sulla severità della missione, sulla durezza
e sulla durata del distacco dall’umano ch’essa comporta per una vita intera.
Nel giorno dell’ordinazione, chi si fa prete dovrebbe potersi vedere non da
giovane qual è, ma già vecchio, e chiedersi se sarà riuscito a conservarsi
fedele alla chiamata fino alla conclusione delle esistenze. Oltre ogni
sanzione, canonica o civile, un sacerdote che smentisce direttamente Cristo, si
è dannato da sé definitivamente. Ma sia nel Vangelo di Matteo che in quello di
Luca, nei due passi che si corrispondono in argomento, ricorre la frase che “è
inevitabile che avvengano scandali”.
La tradizione
europea ne fa il proverbio che è opportuno che gli scandali si denuncino. La
cancelliera Merkel, nel Parlamento tedesco, ha denunciato l’abominio della
pedofilia che funesta non solo la Chiesa, ma tutta la società.
Ora comincerà la
ridda delle diagnosi delle cause e delle proposte dei rimedi sul tanto diffuso
abuso dei minori, di entrambi i sessi, sia nelle famiglie, sia al loro esterno,
magari in luoghi che dovrebbero essere di educazione, ma sempre col
denominatore comune del disprezzo della dignità del corpo, della sua riduzione
a strumento di piacere, con il costo della mercificazione o della violenza. Se
c’è una razionalità nella saggezza vulgata dei proverbi proviamo a scoprirla.
Lo scandalo della pedofilia deve indurci a riflettere sul significato della
sessualità umana, che deve distinguerci dalla istintualità animale. I cristiani
le dettero il fine di provvedere ad una artificiale immortalità del genere
umano mediante la procreazione. E questa la si ritenne giusta e ordinata in
seno alla famiglia, rinviando agli albori dei processi di incivilimento di ogni
tribù o popolo. La sessualità dispersa fu intesa come causa di disordine
sociale e morale. Le moderne rivendicazioni individualistiche di libertà hanno
mirato a legittimare la sessualità fuori dal paradigma della famiglia, della
sua coniugazione con il mondo dell’amore e degli affetti, correndo il rischio,
talora inevitabile, di ridurre il partner, anche quando non vittima, ad un
oggetto privo di ogni dignità di persona. Fare oscillare il sesso tra
l’insignificanza della banalità istintuale e la tragicità dell’atto di abuso o
di violenza, ci renderebbe tutti corresponsabili di una degradazione in massa
della civiltà umana. FRANCESCO PAOLO CASAVOLA
IM 18
Camera, duello Bersani-Tremonti sulla crisi. La Lega contro Fini: «Non
difendi Silvio»
«Ecco qua, dopo 22
mesi in cui ci siamo districati tra processi brevi, medi e lunghi, siamo
riusciti a farvi parlare per tre ore di crisi economica. Ma il governo è venuto
in Aula a mani vuote. Questa era l'occasione non per la difesa di ufficio ma
per dire qualcosa di nuovo». Così il segretario del Pd Pier Luigi Bersani
attacca in Aula il governo nella politica economica annunciando il voto
favorevole del Pd a tutte le mozioni dell'opposizione e contrario a quelle di
maggioranza (sei in tutto), nel dibattito sulla crisi economica che si è tenuto
oggi pomeriggio alla Camera e a cui è intervenuto anche il ministro Tremonti.
«Noi siamo
ottimisti - ha detto Bersani - ma non del vostro ottimismo che è fatto di
parole di piccolo cabotaggio. La realtà è che bisogna fare qualcosa di più
forte e sostanziale ed invece la vostra logica è di promettere il ble tempo a
chi è nei guai e garantire il bel tempo a chi non è nei guai». «Ci vuole
un piano anticrisi fatto di due cose: interventi immediati e un cantiere di
riforme. siamo disponibili a discutere di entrambe queste cose a patto che si
facciano davvero», ha aggiunto Bersani. «Visto che ce l'hai lì accanto,
diglielo prima di sabato che non si può fare niente perchè sento già dire che a
parole si possono fare cose enormi», ha aggiunto Bersani rivolto a Tremonti,
alludendo a riduzioni fiscali che il premier Silvio Berlusconi vorrebbe
annunciare in campagna elettorale.
«Metteteci più
coraggio e responsabilità per affrontare la crisi economica. Presidente
Berlusconi, non si faccia ossessionare dalle televisioni: cambi canale. Faccia
una telefonata ai problemi che aspettano da tempo», ha detto ancora Bersani.
«Discutiamo subito di fisco più equo, non tra tre anni», spiega il leader Pd,
invitando la maggioranza ad aprire «subito il cantiere delle riforme, tra cui
quella degli ammortizzatori sociali». «Stiamo andando più piano degli altri,
andiamo più forte solo nei prezzi e nelle tariffe. Ci vuole più energia, un
piano anticrisi fatto di due cose: un pò di interventi immediati e un piano di
riforme. Noi ci siamo. Alla Lega dico: facciamo aprire ai comuni i cantieri,
con il federalismo delle chiacchiere i comuni non sono mai stati peggio. Dovete
mettere un pò di spinta ai consumi e fare politiche industriali. Poi aprire il
cantiere delle riforme. Darete 300 milioni di incentivi: in attesa di ciò sono
tre mesi che dalle auto ai tricicli il mercato è fermo. E ancora riforme del
fisco, lotta all'evasione fiscale. Il problema non è poi la rigidità del
lavoro: venite da Marte? Ci dite che il problema è il bilancio: ma lo dite a
noi? Se vogliamo guardare l'Italia oltre la crisi, bisogna guardarla con gli
occhi di chi è sul fronte, non di chi è al riparo»
«Si può dire che
non abbiamo fatto abbastanza ma non certo che non abbiamo fatto nulla», ha
detto Tremonti nel suo intervento. «Dire che abbiamo fatto tutto male è
oggettivamente eccessivo, politicamente massimalista e statisticamente fallace:
almeno una cosa buona l'avremo pur fatta».... «Non siamo stati immobili sulle
cose da fare, ma siamo stati irremovibili sulle cose che non si dovevano fare».
«Contro il movimentismo ricordo che il dovere del governo non è l'avventura, ma
il rigore e la responsabilità e nello scenario internazionale l'operato del
governo è stato giudicato saggio e prudente». «A me non risulta che altri paesi
abbiano fatto riforme, mentre l'italia ha fatto le riforme». Il ministro
dell'economia ricorda di avere «avviato e impostato» le riforme della pubblica
amministrazione, della scuola, dell'università, del lavoro e della previdenza«
costruendo così »la base su cui si può riflettere per il futuro. Certo non lo è
aver eliminato lo scalone del sistema previdenziale« conclude sul punto.«Stiamo
lavorando a una riforma fiscale», aggiunge, sulla quale è stato avviato uno
«studio tecnico». «Non possiamo continuare con una macchina fiscale
"rattoppata", non metteremo imposte patrimoniali o tasse sulla casa.
Non segheremo i rami sui quali è seduta la nostra economia e le nostre
famiglie». Parlando del federalismo, il ministro ha ribadito che
«batterà
l'evasione e renderà più trasparente il sistema». Infine una stoccata al leader
Pd: «Onorevole bersani, sui vostri manifesti è annunciato "in poche
parole, un'altra Italia" non so se è possibile la vostra Italia. So che
non è preferibile».
«Signor ministro
Tremonti, che lei fosse anche un pittore astrattista non lo sapevo... leì ha
dipinto un 'italia che non c'è. Se l'è inventata lei», ha detto Di Pietro. così
antonio di pietro replica al ministro dell'economia giulio tremonti. Il leader
idv cita la frase di Tremonti a Bersani: «Lei dice che l'Italia di Bersani non
è preferibile. Ma per chi non è preferibile? Per i suoi amici evasori fiscali
ai quali avete regalato il condono fiscale, per la cricca delle imprese che si
assicurano gli appalti con la scusa dell'emergenza, per tutti quelli che stiamo
scoprendo con le intercettazioni telefoniche?». Quindi Di Pietro si rivolge
ancora a Tremonti «e al presidente del Consiglio, quello che non c'è mai, che
fa sempre il latitante sia nelle aule di giustizia che in parlamento. La vostra
"balla spaziale" provate a raccontarla alle migliaia di aziende che
stanno chiudendo e ai lavoratori che perdono il lavoro. Vedrete cosa vi
rispondono».
Fini difende Di
Pietro e la Lega lo attacca: «Presidente, Berlusconi viene offeso e lei non
interviene». Andrea Gibelli, intervenendo per il Carroccio sulla crisi
economica, "riprende" con queste parole il presidente della Camera:
«Presidente, nella sua distrazione Di Pietro ha chiamato latitante il
presidente del Consiglio e lei non l'ha richiamato». Dai banchi della Lega e
del Pdl si levano applausi di approvazione nei confronti di Gibelli. In
precedenza fini lo aveva invitato a tenere «parole consone all'aula in cui si
trova» dopo che il leghista si era rivolto a Di Pietro dicendo che «è una
persona che prima di fare il magistrato non lavorava».«E' triste, triste,
triste vedere il Carroccio che va con l'imperatore e gli tiene la sedia»,
commenta Bersani rivolto a Gibelli.
«Vogliamo la
verità sulla condizione economica generale del nostro Paese e non favole: noi
vi presentiamo numeri ufficiali, proposte chiare e pretendiamo risposte. Vi
sfidiamo con questa mozione a votare 10 proposte, 5 immediate, che il governo
può attivare domattina e 5 riforme sulle quali avreste il nostro sostegno se ci
fosse un pò di coraggio», ha detto il deputato Pd Francesco Boccia, illustrando
la mozione del partito. «Nell'immediato vi chiediamo di adottare un'indennità
universale di disoccupazione pari al 60 per cento dell'ultima retribuzione, di
allentare il patto di stabilità interno per i comuni, di rafforzare il fondo di
garanzia per i crediti alle piccole imprese, di garantire anche con sanzioni, i
pagamenti entro 120 giorni di tutte le amministrazioni pubbliche verso i
privati, di varare un piano straordinario di intervento per le imprese
agricole». Tra le riforme - ha aggiunto - «vi sfidiamo a presentare al
Parlamento una vera riforma fiscale in grado di riallocare il carico fiscale
tra soggetti e tra fonti di entrata, in particolare tra i redditi da capitale,
i patrimoni mobiliari e immobiliari e le imposte indirette da un lato e i
redditi da lavoro, impresa e attività professionali dall'altro. La politica
economica sostenuta da questa maggioranza è stata molto vicina ai desideri del
Governo e molto lontana dalle esigenze dei cittadini: date un segnale diverso,
nell'interesse di tutto il Paese».
«Il dibattito
surreale sulle due aliquote, quello sull'abolizione dell'Irap, il piano casa,
il piano opere: sono solo fuochi d'artificio, spot e propaganda che hanno
riempito settimane di giornalate», dice il leader dell'Udc Casini, nella sua
dichiarazione di voto. Casini dà atto al «ministro dell'economia» che «nel
frattempo ha tentato di tenere i conti pubblici sotto controllo, ma la sua
politica di tagli lineari non ha prodotto granchè». E conclude: «Le riforme
strutturali sono essenziali». L’U 17
Trani, nei verbali gli ordini del premier: "Avanti così, la Rai deve
chiudere tutto"
Innocenzi (Agcom)
al Cavaliere: "L'idea nostra è che da martedì apriamo il fuoco..."
Il presidente del
Consiglio gli dice: "Contro di me è pronta una autobomba"
di FRANCESCO
VIVIANO
TRANI - Annozero e
Michele Santoro per mesi non fanno dormire sonni tranquilli al presidente del
Consiglio, Silvio Berlusconi che schiera tutte le sue truppe, dentro e fuori
l'Agcom (l'Autorità Garante per le comunicazioni) per bloccare quelle
trasmissioni.
E la violenza
verbale con i suoi uomini all'Agcom e con il direttore generale della Rai,
Mauro Masi, aumenta ogni giorno di più perché ci sono difficoltà a bloccare
Santoro, Floris e le altre trasmissioni non gradite al premier. E, come emerge
dalle numerose intercettazioni tra Berlusconi e Giancarlo Innocenzi (entrambi
indagati insieme al direttore del tg1 Augusto Minzolini), il presidente del
Consiglio comincia a delineare gradualmente la necessità di far tacere non solo
Annozero, ma di "chiudere tutto", tutti i talk show sull'informazione
politica. Cosa che poi avverrà grazie al regolamento sulla par condicio
approvato dalla Vigilanza e alla sua applicazione da parte del Cda Rai.
"Aprire il
fuoco". In una conversazione con Innocenzi Berlusconi ordina di
"aprire il fuoco" "non solo su Santoro, apritelo su tutte le
trasmissioni di questo tipo". Innocenzi risponde: "Santoro continua a
sbattersene, allora l'idea nostra è che da martedì, noi, cominciamo ad aprire
il fuoco a tutto spiano". Innocenzi continua a rappresentare al premier
tutto quello che stanno facendo insieme al direttore della Rai, Mauro Masi, per
bloccare Santoro. Berlusconi lo interrompe bruscamente e gli ripete: "Ecco,
fammi finire, quello che adesso bisogna concertare è che l'azione vostra (di
Innocenzi e di Masi ndr) sia un'azione che consenta alla Rai per dire
"chiudiamo tutto"". Innocenzi continua a dire che Berlusconi ha
ragione e gli spiega: "In più c'è un codice che abbiamo varato noi, che
impedisce la rappresentazione di processi in tv, per altro avallato dal Csm e
anche da Napolitano, con il plauso di Napolitano, oltre che del Csm e lui
(Miche-le Santoro ndr) in spregio totale continua a sbattersene i co- glioni".
"Grave il
processo a Cosentino". Innocenzi aggiorna Berlusconi su quello che ha
fatto e su quello che farà: "Guarda io ti dicevo che avevo fatto già una
riunione con Gorla (cda della Rai), con Cosimo Ferri (magistrato del Csm) con
Romani... Cosimo ha messo in piedi questo tipo di giuristi e lunedì io ho già
detto al segretario generale, a Calabrò (presidente dell'Agcom) che i quattro
nostri fanno subito una denuncia all'autorità e noi chiediamo l'apertura
dell'istruttoria, non solo per l'aspetto specifico di Cosentino
(sottosegretario del Pdl per il quale la magistratura aveva chiesto l'arresto
per camorra, richiesta respinta dal Parlamento ndr) ma per tutto il seguito
delle trasmissioni che abbiamo analizzato, quindi ormai è un crescendo continuo
da parte sua (di Santoro ndr)". E Berlusconi punta a difendere Cosentino e
dice ad Innocenzi: "Ecco è grave anche il fatto che facciano (ad Annozero
ndr) un processo ad uno (Cosentino ndr), è gravissimo che qua non ci sia
nessuno che lo difenda che quindi non ci possa essere nessun contraddittorio, è
grave che facciano interpretare a degli attori delle cose che risalivano
l'altro a dieci anni fa".
"Bisogna che
tu chiami Casini". Innocenzi spiega al premier che si sta adoperando anche
per il sottosegretario informandolo che sta tentando di convincere anche
Gianluigi Magri (componente dell'Agcom vicino all'Udc ndr) anche se "è
titubante, gli ho già parlato ma è molto titubante". Ed il voto di Magri,
dice Innocenzi, potrebbe essere utile per bloccare Santoro: "Bisogna che
tu chiami il Pier, perché mi ha detto Magri...". Berlusconi dice ad
Innocenzi che vedrà Casini e che aspettava di incontrarlo. Ed Innocenzi:
"Ecco però fai una cosa con lui, fagli capire che ci tieni molto al suo
giudizio in genere". E Berlusconi: "Io volevo fare l'indignato e
mandarlo a fare in culo (a Casini ndr)", ma Innocenzi gli dice che sarebbe
meglio non farlo. "Va bene ciao" conclude Berlusconi. E dalle carte
dell'inchiesta non emerge se poi abbia incontrato Casini per il "caso
Santoro".
"Volevano
farmi un attentato". Berlusconi non ha un attimo di tregua, informa
Innocenzi di avere parlato con il direttore generale della Rai Masi "e con
tutti i nostri uomini perché ho fatto uno studio sulle televisioni europee, non
c'è nessuna televisione europea in cui ci sono questi pollai e allora perché
noi dobbiamo avere queste fabbriche di fango e di odio. Sono dovuto stare un
giorno chiuso a Palazzo Chigi, dormirci la sera prima e la sera dopo perché -
rivela il premier ad Innocenzi - è venuto fuori che volevano farmi un attentato
accostando una macchina alla mia nel percorso da casa mia a Palazzo Chigi... e
oggi Ghedini ha ricevuto una cosa con cinque pallottole in cui gli dicono che
lo aspetta un caricatore intero, che sarà per lui, per sua moglie, per sua
sorella, per suo figlio, che sanno dove va a scuola suo figlio che sanno dove
va a giocare e gli hanno praticamente rovinato la vita...". E allora,
conclude Berlusconi "non si può piu vedere Di Pietro che fa quella faccia
in televisione, alla Rai, perché queste trasmissioni fanno sì che la gente dica
"io non pago più il canone perché non voglio che i miei soldi vadano a
Santoro e Floris"".
"Il pm e i
danni alla Rai". E con tutte queste attività, tutte queste
"pressioni" nei confronti dei suoi uomini alla Rai ed alla Agcom, per
il pm che l'ha indagato, Berlusconi ha provocato "danni" alla
televisione di Stato. "Pressioni" che Innocenzi, pluri-intercettato,
quando viene interrogato dal pm di Trani, nega di aver ricevuto: "Assolutamente
no". E quando il magistrato fa una domanda specifica, se avesse ricevuto
pressioni per i "processi in televisione" Innocenzi risponde ancora:
"Assolutamente no". "Ne è sicuro?". "Assolutamente
si.. ". LR 18
L’Aquila: le macerie del cuore
Il 20 aprile 2009
scrivevo qualcosa sulle macerie della città, di primo impulso, quando ancora
sperdimento e dolore per le ferite inferteci dalla natura nel cuore e nel corpo
erano laceranti, brucianti: “…ma che fine faranno le macerie della città? Ho
visto un camion carico di macerie partire veloce per una destinazione ignota,
ho pensato che quella non è roba da discarica, è materiale pregiato da usare
per costruire la memoria di chi verrà dopo di noi. Materiale di ieri, una mistura di frammenti di mattoni, calce,
sabbia, ferro, cemento, vetri, cristalli, carta, mobili, fotografie,
suppellettili, plastica e legno, puzzle di ricordi e vissuto di una città
intera che non sarà mai più la stessa, materiale unico e speciale per segnare la storia di domani. A
completamento di questa riflessione di allora, cito un pensiero di oggi di Vincenzo Vittorini: “… le nostre macerie materiali non sono inanimate perché ogni pietra, ogni pezzo di
legno, ogni granello di polvere racconta una storia, una vita ed un futuro
spezzato, speranze, sogni…”
Propongo un uso
delle macerie: costruire con esse un parco/monumento a memoria
dell'avvenimento, su cui conservare, incisi nella pietra, i nomi dei deceduti
del terremoto del 6 aprile 2009, ore 3.32.” La proposta non era originale, era
il risultato di letture, il parco della memoria è già stato fatto altrove, in
casi simili, con le macerie dei crolli.
A distanza di quasi un anno dal sisma,
finalmente si parla di macerie. E così
dopo i trionfalismi televisivi del G8, discutibili in una città distrutta, e
dopo la consegna della C.A.S.E.,
necessarie ed anche belle, ma non sufficienti a coprire il fabbisogno
enorme di abitazioni, a tutt’oggi 7.000 aquilani ancora stanno sparsi sulla
costa, si comincia a discutere finalmente di rimozione di macerie e loro destinazione.
Si tratta di sistemare 5 milioni di tonnellate di materiali provenienti da
tutto il cratere del sisma, non solo, più tutti quelli che si produrranno dallo
sgombero dell’interno di edifici semidistrutti e dall’abbattimento di quelli
irrecuperabili. A questo scopo, una recente ordinanza stabilisce che il
commissario delegato alla ricostruzione Gianni Chiodi provveda alla loro
rimozione entro un tempo massimo di 24 mesi.
Con un forte atto
di fede, crediamo pure a questa scadenza e poi vediamo, in breve, di che cosa
si tratta. Le macerie de L’Aquila e dintorni non sono “monnezza”, da incanalare
ciecamente in un impianto di trasformazione, sarà necessario procedere alla
loro selezione, trattamento, recupero e smaltimento. Quest’ultima operazione richiede
la individuazione di siti specifici. Operazioni complesse dal punto di vista
tecnologico data la varietà della natura dei detriti, quante pietre e
reperti vanno catalogati e salvati! questo bel lavoro per tanti
giovani specializzati in lavori di restauro può essere uno dei motori della
ripresa economica della città.
La complessità del lavoro ha anche notevoli
aspetti umani, diciamo così, visto che
la posta in gioco è alta ed attrae appetiti non sempre puliti. Il rischio di
infiltrazioni criminali e criminogene è
altissimo, mafia, n’drangheta, camorra e
simili non stanno certamente a guardare lo spettacolo, vogliono partecipare.
Il recupero di ciò che può essere salvato e lo smaltimento di tutto in siti appositi hanno un’importanza strategica per la ricostruzione, salvare il salvabile del nostro passato e della nostra storia è la premessa indispensabile per la costruzione del futuro, non vogliamo una città che non abbia la sua storia scritta nelle mura, nelle vie e nei vicoli. Si tratta di uno snodo da affrontare