WEBGIORNALE  19-21  Marzo  2010

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Elezioni regionali ed amministrative: agevolazioni per andare in Italia a votare  1

2.       Lavorare nelle istituzioni europee: nuove regole per i concorsi 1

3.       Progetto educativo “150 anni Grande Italia”. Concorso fotografico per gli alunni italiani nel mondo  1

4.       Merkel: "Escludere dall'euro Paesi inadempienti". E ora la Grecia potrebbe rivolgersi all'Fmi 2

5.       Squilibri europei. Le lezioni sbagliate della formica tedesca  2

6.       In Italia nascono più bambini: grazie agli stranieri 3

7.       Camera. La III Commissione sullo schema di regolamento organizzativo del ministero degli Esteri 3

8.       Il futuro di Cgie e Comites, e i bilanci all’osso. “No ai colpi di spugna!”  4

9.       Rapporto della Fondazione Migrantes. "La Sicilia è la prima regione per numero di emigrati"  4

10.   UCEMI: mantenere il voto all’estero. Riformandolo e rendendolo utile agli emigranti 5

11.   Voto all’estero. E se invece di voto si parlasse di seggio elettronico?  5

12.   Il negozio ‘Coppola Storta’ apre a Berlino. AddioPizzo si internazionalizza  6

13.   Trucidato gastronomo italiano a Stoccarda, proprietario dei ristoranti Mezzogiorno e Salvini 6

14.   Avviato dal Consolato di Friburgo in Brisgovia il rilascio del passaporto biometrico con  impronte digitali 6

15.   Düsseldorf. L’Italia alla ProWein (21-23 marzo): prima tra gli espositori esteri e nelle importazioni tedesche  6

16.   65 gli espositori piemontesi alla fiera del vino di Düsseldorf 7

17.   Apprezzata la presenza trentina alla fiera del turismo di Berlino  7

18.   Parte da Darmstadt il progetto di „Ciao Italia“ di promozione in Germania delle eccellenze italiane  8

19.   Il 29 marzo a Berlino: Azzia parlerà dei „Siciliani in Germania“, Zappulla di Pirandello  8

20.   In aumento il numero di detenuti drogati nelle carceri tedesche  8

21.   La carta turistica 'Addiopizzo' all'Itb di Berlino  9

22.   Alcune delle iniziative dei prossimi giorni a Monaco di baviera e dintorni 9

23.   Monaco di Baviera. Sul sito del Consolato: borsa di studio per corsi al collegio di Duino/Trieste  10

24.   Redditi dei pensionati all’estero al setaccio. Verifiche Inps sui redditi percepiti 10

25.   Voto all’estero: indifendibile?  10

26.   Narducci: si arrivi presto ad una normalizzazione dei rapporti Svizzera-Libia  11

27.   Giovani siciliani bloccati all'Europarlamento. "Con la maglietta no-mafia non possono entrare"  11

28.   Mosca, serve una nuova perestrojka  12

29.   Napolitano in Siria: «Preoccupazione per gli insediamenti a Gerusalemme Est»  12

30.   Obama-Israele molte ripicche scarsa visione  13

31.   Draghi: "In Europa ripresa fragile ovunque". Berlino: fuori dall'euro chi non rispetta regole  13

32.   Trani, Napolitano: "Rispettare indagini e ispettori". L'Anm attacca: "Così il ministero interferisce"  14

33.   Un richiamo all'Italia impazzita  15

34.   Agcom, antitrust e la mano della politica. Quelle authority sotto tutela  15

35.   La sindrome del padrone  15

36.   L'Agcom avvia un'istruttoria su Innocenzi 16

37.   Il commento. Il cinismo assoluto  16

38.   Oltre la pedofilia. Quegli uomini ridotti a oggetto  17

39.   Camera, duello Bersani-Tremonti sulla crisi. La Lega contro Fini: «Non difendi Silvio»  17

40.   Trani, nei verbali gli ordini del premier: "Avanti così, la Rai deve chiudere tutto"  18

41.   L’Aquila: le macerie del cuore  19

42.   Rai, un po' di coraggio  19

43.   Inchiesta Bari, arrestato l'ex vicepresidente alla Regione Puglia Frisullo  20

44.   Mamma Roma, bulli, raid e fettuccine  20

45.   Minzo «epurator» chi non s’inchina viene silurato  21

46.   Garavini (PD): “Scelta infelice inaugurare Agenzia beni in campagna elettorale”  21

47.   Inchiesta Trani. Alfano (IdV): Ministro Alfano vuole bloccare magistrati 21

48.   Gli studenti stranieri nati in Italia più bravi dei loro compagni 21

49.   Gina Fasan è presidente Efasce. Prima decisione: festa annuale a Maniago  22

50.   Il decreto flussi 2010 sta per essere emanato  22

51.   Cittadino turco rischia l'estradizione. "Nel suo paese l'aspetta la tortura"  22

 

 

1.       Kulturstaatsminister: Deutsch-Italienischer Übersetzerpreis fördert gegenseitigen Kulturaustausch  23

2.       Inter-ethnische Partnerschaften. Gemischte Ehe, erfolgreiche Integration  23

3.       Islamkonferenz. "Das ist ein Diktat, kein Dialog"  24

4.       Wegen Sarrazin. Türken über SPD enttäuscht 24

5.       Erfolgreiche Migranten. Die Unbequeme  25

6.       Ausweisung von Einwanderern. Bedrohte Armenier 25

7.       Chef des UN_Hilfswerks Jaohn Ging: "Sehen ist Verstehen"  26

8.       Nahost-Politik. Obama: Keine Krise in Beziehungen mit Israel 27

9.       US-Gesundheitsreform. Mit harten Bandagen  27

10.   EU-Frühjahrsgipfel: „Ziele offensiv vertreten“  27

11.   Air Berlin bietet neue Strecken nach Italien  28

12.   Zum 1. Oktober 2010. Wehrdienst wird verkürzt 28

13.   Neue Pläne der Bundesregierung Berliner Steuer-Express für Düsseldorf 29

14.   Generaldebatte. Nicht Merkels Tag  29

15.   Steuerreform Das Ende der ruhigen Hand  29

16.   Erziehungskongress. Missbrauch ist Thema – auf den Gängen  30

17.   Entschädigung im Missbrauchsskandal. Eine Stiftung für die Opfer 30

18.   Missbrauchsfälle. Kein Ende in Sicht 30

19.   Die Linke. Wider den Kapitalismus  31

20.   Deutschland: Gesundheitspolitik. Die Monster-Pauschale. Wer soll den Sozialausgleich auszahlen?  31

21.   Bildungsrendite. Warten auf das große Geld  32

22.   Streit um Hartz-IV-Vermögensprüfung. SPD-Rechte stänkert gegen Gabriel 33

23.   Markus Löning: „Antisemitismus dürfen wir nicht tolerieren“  33

24.   Einbürgerung Jannine Menger-Hamilton. Schünemanns Sinn für Anstand  33

25.   Kommentar zur Lebensmittel-Ampel. Ein Sieg der Lobbyisten  34

26.   Neuigkeiten von der Alitalia Group  34

27.   Ohne Deutsch aufs Gymnasium   34

28.   Lesung bei der Buchmesse in Leipzig  34

29.   Die Koffer sind ausgepackt. Jüdisches Museum zeigt Menschen im Transit zwischen der SU und Deutschland  35

30.   Aglianico del Vulture auf der ProWein 2010 (Düsseldorf, 21.-23.3.) 35

31.   Weine aus Kampanien auf der ProWein 2010 (Düsseldorf, 21.-23. März) 36

 

 

 

Elezioni regionali ed amministrative: agevolazioni per andare in Italia a votare

 

Roma –In vista delle elezioni regionali ed amministrative di domenica 28 marzo e lunedì 29 marzo, con eventuale turno di ballottaggio per le elezioni amministrative nei giorni di domenica 11 aprile e lunedì 12 aprile, la Direzione centrale dei servizi elettorali del Dipartimento per gli affari interni e territoriali ha diramato una circolare sulle agevolazioni per i viaggi ferroviari, via mare e autostradali.

Il testo integrale della circolare è consultabile alla pagina http://www.interno.it/mininterno/export/sites/default/it/assets/files/19/0985_circolare_n._22.pdf   

 

Di seguito pubblichiamo stralci della circolare, riguardanti gli italiani all’estero, ricordando che: per le elezioni regionali e amministrative gli elettori all’estero non possono votare per corrispondenza nel paese di residenza (come avviene per le elezioni politiche e i referendum), ma devono recarsi nel proprio Comune di iscrizione AIRE; per votare gli elettori devono essere in possesso della cartolina elettorale che viene inoltrata per posta dal Comune di iscrizione AIRE; nel caso non l’abbiano ricevuta devono recarsi, prima del voto, presso l'Ufficio elettorale del proprio Comune AIRE muniti di un documento di identità.

 

Agevolazioni per viaggi ferroviari. Per i viaggi degli elettori provenienti dall’estero l’agevolazione è concessa su presentazione della tessera elettorale o della cartolina-avviso o della dichiarazione dell’Autorità Consolare italiana attestante che il connazionale, titolare della dichiarazione stessa, si reca in Italia per esercitare il diritto di voto, con l’indicazione dell’agevolazione di viaggio spettante.

  Per quanto riguarda il periodo di utilizzazione del biglietto, il viaggio di andata può essere effettuato al massimo un mese prima del giorno di apertura del seggio elettorale e quello di ritorno al massimo un mese dopo il giorno di chiusura del seggio stesso.

  In occasione del viaggio di ritorno l’elettore proveniente dall’estero deve sempre esibire, oltre al documento di riconoscimento personale, la tessera elettorale regolarmente vidimata col bollo della sezione e la data di votazione o, in mancanza di essa, un’apposita dichiarazione rilasciata dal presidente del seggio che attesti l’avvenuta votazione.

 

Agevolazioni per i viaggi via mare. A favore degli elettori residenti in Italia e di quelli provenienti

  dall’estero che dovranno raggiungere il comune nelle cui liste elettorali sono iscritti, per poter esercitare il diritto di voto. In particolare: a tali elettori verrà applicata di norma la tariffa con riduzione del 60% sulla “tariffa ordinaria”; nel caso in cui gli elettori abbiano diritto alla tariffa in qualità di residenti, le biglietterie autorizzate applicheranno sempre la “tariffa residenti” ad eccezione dei casi in cui la “tariffa elettori” risulti più vantaggiosa di quella residenti.

  L’agevolazione, che si applica in prima e seconda classe (poltrone, cabine, passaggio ponte), ha un periodo complessivo di validità di venti giorni e viene accordata dietro presentazione della documentazione elettorale e di un documento di riconoscimento. Nel viaggio di ritorno dovrà essere esibita la tessera elettorale, recante il timbro dell’ufficio elettorale di sezione.

 

Agevolazioni autostradali. Gratuità del pedaggio, sia all’andata che al ritorno, per gli elettori residenti all’estero. Pertanto, gli elettori residenti all’estero che intendano rientrare in Italia per esercitare il diritto di voto ed usufruire delle agevolazioni di che trattasi, dovranno esibire, in occasione del viaggio di andata, direttamente presso il casello autostradale, idonea documentazione elettorale e un documento di riconoscimento, e, al ritorno, la tessera elettorale personale munita del bollo della sezione presso la quale hanno votato. (Inform)

 

 

 

 

Lavorare nelle istituzioni europee: nuove regole per i concorsi

 

Dal 2010 l'Ufficio europeo di selezione del personale (EPSO) ha introdotto una nuova procedura di selezione del personale permanente delle istituzioni europee.

Le nuove regole saranno applicate nei bandi di prossima pubblicazione, previsti per il mese di marzo, mentre i concorsi già avviati nel 2008-09 continueranno a svolgersi secondo la procedura precedente.

Tre le novità più importanti:

* maggiore rapidità della procedura concorsuale, che comporterà meno fasi

* concorsi a cadenza annuale per i profili professionali più comuni

* valutazione delle competenze, oltre che delle conoscenze e capacità professionali.

I candidati che desiderano partecipare ad una procedura di selezione devono compilare un atto di candidatura on-line e inviarlo all'EPSO prima della scadenza prevista per l'iscrizione.

Successivamente, e con scadenze diverse a seconda del concorso, dovranno anche stampare e inviare l’atto insieme ai documenti giustificativi, relativi ai requisiti richiesti.

 

La nuova procedura di selezione comporterà due fasi: una preselezione mediante prove al computer che si svolgerà nei paesi membri e una valutazione mediante prove pratiche che avrà luogo a Bruxelles. Informazioni particolareggiate su ciascun concorso saranno pubblicate sul sito dell’EPSO e nella Gazzetta ufficiale dell'Unione europea.

Requisiti generali sono la cittadinanza in uno stato membro dell’Unione Europea, essere in regola con il servizio militare e avere una buona conoscenza di almeno due lingue comunitarie.

Quando viene richiesta la laurea, è possibile iscriversi ad alcuni concorsi anche prima di conseguire il titolo, purché il corso di studi si concluda prima della fine della procedura concorsuale. In caso contrario l’assunzione non avrà luogo. 

Il concorso può essere svolto in inglese, francese o tedesco (in funzione della “seconda lingua” scelta dal candidato). Maddalena Baldi, dpc (de.it.press)

 

 

 

 

Progetto educativo “150 anni Grande Italia”. Concorso fotografico per gli alunni italiani nel mondo

 

Un concorso rivolto agli alunni delle scuole nei Paesi in cui la presenza italiana è più significativa nell’ambito delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia

 

ROMA – I giovani discendenti di emigrati o figli di cittadini italiani residenti all’estero o testimoni di una delle espressioni della cultura italiana all’estero sono invitati, attraverso le scuole nei Paesi dove la presenza italiana è più significativa, a partecipare al concorso di fotografia dedicato alle testimonianze di italianità nel mondo, nell’ambito del progetto educativo “150 anni Grande Italia”.

  Prima fase dell’iniziativa promossa in vista delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia è infatti la raccolta di fotografie scattate da studenti dagli 8 ai 19 anni e inviate attraverso le scuole da essi frequentate all’estero entro il 31 maggio 2010.

  Una parte del materiale raccolto, oltre a partecipare al concorso, andrà a comporre una grande mostra che sarà allestita a settembre, in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno scolastico 2010-2011 a Torino.  Un comitato scientifico selezionerà le foto vincitrici del concorso, premiate con prodotti made in Italy.

  Il progetto “150 anni Grande Italia” prevede altri eventi associati al concorso. Esso è promosso dal  Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e dall’Ufficio scolastico regionale per il Piemonte, con il supporto de La Fabbrica e il patrocinio della CNI UNESCO, dell’Istituto Italiano di Cultura a San Paolo, del Comitato 150 anni e della Provincia di Torino.

  Il comitato organizzatore di “150 anni Grande Italia” sta provvedendo ad informare anche i consiglieri del Cgie, invitandoli a segnalare eventualmente nominativi di docenti da coinvolgere all’estero e diffondere l’iniziativa. Il regolamento è disponibile sul sito ufficiale: www.scuola.net/150anni.  (Inform)

 

 

 

 

Merkel: "Escludere dall'euro Paesi inadempienti". E ora la Grecia potrebbe rivolgersi all'Fmi

 

La cancelliera tedesca ribadisce il no a eventuali aiuti economici per Atene

Mentre Strauss-Kahn si mostra scettico anche sull'ipotesi di un Fondo monetario Europeo  - Per il ministro dell'Economia ellenico si tratta di un'ipotesi probabile al 70% - Il premier Papandreu incontra a Bruxelles il presidente della Commissione europea Barroso

 

BERLINO - Escludere dall'area euro i Paesi che non rispettano ripetutamente i vincoli di bilancio, nessun aiuto economico alla Grecia. In un intervento pronunciato davanti al Parlamento tedesco, la cancelliera Angela Merkel ribadisce la posizione 'dura' nei confronti di Atene, che ha impedito che nell'ultima riunione dell'Eurogruppo e dell'Ecofin, il 15 e 16 marzo, si concretizzasse un piano di aiuti economici per il risanamento della Grecia. Che adesso potrebbe rivolgersi al Fondo Monetario Internazionale, sempre che all'ultimo momento non si trovi una soluzione europea, magari attraverso la Bce.

 

L'esclusione dall'eurozona dei Paesi inadempienti certo costituisce "l'estrema misura, quando un paese continua a non rispettare i parametri, ancora e ancora", ha precisato Merkel. Una possibilità, quella di escludere un paese, magari estromettendone i diritti di voto nelle istituzioni comunitarie, che era stata precedentemente perorata dal ministro delle Finanze della Germania Wolfgang Schaeuble. Al momento i trattati europei si limitano a prevedere sanzioni pecuniarie a carico dei Paesi che violano le norme sui conti pubblici.

 

Angela Merkel non ha chiesto formalmente l'esclusione della Grecia dall'eurozona, però il riferimento è evidente dato che è il dissesto dei conti di Atene in questo momento ad essere al centro del dibattito a Bruxelles. Mentre invece la cancelliera è stata più diretta sull'eventuale concessione di aiuti economici: "Non è la risposta giusta - ha detto - il problema va risolto alla radice".

 

E se quindi formalmente Atene non chiede aiuti diretti all'Ue e ai Paesi partner, ma una manifestazione di "solidarietà" al duro percorso di risanamento dei conti approntato, la Merkel non lascia spazi di 'interpretazione': "Una rapida manifestazione di solidarietà non può essere la risposta". L'unica soluzione, ha proseguito la cancelliera, spetta ad Atene che deve rimettere ordine nel suo bilancio, "qualunque altra cosa sarebbe fatale". Una posizione che nei giorni precedenti è stata sostenuta anche dalla Francia.

 

Ben diversa da quella invece espressa dal governatore di Bankitalia e presidente del Financial Stability Board, Mario Draghi, in un intervento al Parlamento europeo:  "Quella della Grecia è una crisi di bilancio e su una crisi di bilancio si interviene con un impegno diretto e immediato. Solo così i mercati ridurranno immediatamente gli spread. In questa fase questo è il piano da attuare". Per Draghi gli interventi a favore della Grecia devono essere "strutturati, altrimenti i mercati li ignoreranno". Il governatore si è mostrato favorevole anche all'ipotesi di un Fondo monetario europeo: andrebbe considerata una "linea di credito d'emergenza", da utilizzare se c'è "un'emergenza di liquidità".

 

Un'idea su cui il direttore generale del Fondo monetario internazionale, in un intervento pronunciato nella stessa sede, si è invece mostrato scettico: "L'idea del Fme non si adatta al problema della Grecia che è un problema di bilancio, immediato, che non va perso di vista", ha detto Strauss-Khan. Per il direttore del Fmi, il fondo monetario europeo, "qualunque cosa esso sia", ci metterebbe troppo tempo a nascere, perché bisogna addirittura capire se vanno cambiati i trattati. Bene, ha spiegato, soluzioni "creative" per creare strumenti che aiutino i Paesi in difficoltà, ma per metterlo a punto "servirebbe troppo tempo e farebbe perdere di vista il problema immediato del bilancio della Grecia".

 

A questo punto è lo stesso governo greco a ipotizzare un ricorso al Fondo Monetario Internazionale: dopo gli "avvertimenti" lanciati a più riprese dal premier Giorgio Papandreou, è intervenuta oggi anche la ministra dell'Economia Louka Katselim secondo la quale le probabilità di un ricorso al Fmi "sono il 70%". Parlando ai giornalisti, Katseli ha indicato che l'opzione Fmi "è quasi l'unica strada nelle attuali circostanze". Ma non ha escluso, pensando al prossimo vertice europeo, che attraverso la Bce si attivi un meccanismo che funzioni parallelamente al Fondo. Secondo il quotidiano finanziario Capital, "la Germania, sostenuta da Italia, Olanda e Finlandia" sarebbe favorevole a un programma di assistenza che comprenda anche il Fmi.

 

Ieri il portavoce del governo, Giorgio Petalotis, aveva evocato chiaramente l'ipotesi di un ricorso al Fmi affermando che Atene, il cui fabbisogno è di 20 miliardi prima dell'estate, "è decisa a non accettare di indebitarsi ancora alle condizioni attuali". E il premier Giorgio Papandreou, che questo pomeriggio si incontra a Bruxelles con il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso, ha chiesto "una immediata risposta" da Bruxelles sul meccanismo di assistenza, indicando che l'alternativa è il Fmi. LR 17

 

 

 

 

Squilibri europei. Le lezioni sbagliate della formica tedesca

 

La settimana scorsa la "Cirmania" ha parlato e il mondo l'ha ascoltata. Diceva qualcosa di coerente? No. Di moralistico? Sì, molto. Di pericoloso? Sì. Potranno prevalere opinioni più sagge? Ne dubito.

Avrete sentito parlare della Cimerica, un neologismo coniato dallo storico di Harvard Niall Ferguson e da Moritz Schularick della Libera Università di Berlino, per descrivere una presunta fusione tra l'economia americana e cinese. E della Cindia, inventata dal politico indiano Jairam Ramesh per descrivere il nuovo, composito gigante asiatico. Lasciate che vi presenti la Cirmania, la somma dei due maggiori esportatori netti al mondo: la Cina che quest'anno dovrebbe avere un surplus di 291 miliardi di dollari della bilancia commerciale e la Germania che arriverà a 187 miliardi.

I due paesi sono molto diversi, ovviamente, eppure nonostante le differenze condividono alcune caratteristiche. Entrambi ritengono che i loro clienti devono continuare ad acquistarne le merci, ma che si indebitino in modo irresponsabile. Siccome il loro surplus implica il deficit di altri, è una posizione contraddittoria. I paesi con un surplus devono finanziare quelli in deficit; se il debito cresce troppo però, il debitore è a forte rischio di default. Quando succede, i vantati risparmi dei paesi con un surplus si rivelano un'illusione.

Comincio a chiedermi se l'economia globale e aperta riuscirà a sopravvivere alla crisi. Anche la zona euro corre pericoli che la settimana scorsa sono stati illustrati alla perfezione dagli interventi del primo ministro cinese Wen Jiabao e del ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble.

L'argomento di Schäuble non riguardava il discusso Fondo monetario europeo, che nemmeno se fosse accettato e creato sarebbe in grado di allentare le pressioni esercitate dai grandi squilibri macroeconomici all'interno della zona euro. Le idee centrali del ministro tedesco erano che gli aiuti di emergenza per i paesi con un deficit fiscale eccessivo devono accompagnarsi a penalità severe; che i diritti di voto dei membri dell'Unione che si comportano male vanno sospesi, e che un paese può uscire dall'Unione monetaria restando lo stesso nell'Unione europea.

All'improvviso, la zona euro non è più così irrevocabile: lo dice la Germania. Dell'atteggiamento del più potente paese europeo, vorrei sottolineare tre aspetti: avrebbe un impatto prevalentemente deflazionistico; sarebbe inapplicabile, e potrebbe spianare la strada a un'uscita della Germania stessa dalla zona euro.

Del primo aspetto, ho scritto la settimana scorsa: se la Germania ottiene ciò che vuole, la seconda economia del mondo intralcerebbe la ricerca di un rimedio al calo globale della domanda aggregata. Invece di soddisfare la domanda mondiale con le sue esportazioni, la zona euro produrrebbe un eccesso di offerta.

Immaginiamo che i paesi più deboli della zona euro siano costretti a contrarre in modo deciso il proprio deficit fiscale. Tutta l'economia della zona euro ne risentirebbe. Ma anche la situazione fiscale della Germania e della Francia si deteriorerebbe. Immaginiamo ora che la Germania stringa la cinghia. Ingiungerebbe alla Francia di fare altrettanto? Dopotutto, stando alle previsioni dell'Ocse, quest'anno il deficit generale del governo francese si aggirerà attorno al 9% del prodotto interno lordo. Il ministro Schäuble crede che la Francia possa essere multata? No, di certo. Eppure non sono le finanze pubbliche della Grecia (di peso marginale), a minacciare la stabilità della zona euro, ma la finanza pubblica dei grandi paesi. E siccome la Germania non può costringerli a rigare dritto e non ha alcuna possibilità di espellere un paese che non le garba dalla zona euro, sarebbe costretta ad abbandonarla. Questa è la logica delle idee del ministro Schäuble, e sarà ovvia anche a lui.

La Germania si trova in un'Unione monetaria presunta irrevocabile con alcuni dei suoi principali clienti. Ora Berlino vuole che usino la deflazione per tornare a prosperare in un mondo in cui la domanda aggregata soffre di debolezza cronica. Anche il primo ministro Wen la pensa così, ma l'economia che a suo avviso dovrebbe perseguire quello scopo è quella americana. Auguri!

Nel suo discorso in chiusura del Congresso nazionale del popolo, Wen ha dichiarato: «Non capisco che si svaluti la propria moneta e si faccia pressioni su altri perché la rivalutino, con l'obbiettivo di aumentare le proprie esportazioni. A mio parere, si tratta di protezionismo». Ha anche sottolineato che era preoccupato per la sicurezza degli investimenti in dollari della Cina.

Con questo, mi domando cosa intende dire il primo ministro Wen, se non che gli Stati Uniti non si devono intromettere nelle decisioni cinesi in materia di tassi di scambio? Se il desiderio degli Stati Uniti di avere un dollaro più debole è «protezionista», come definire la determinazione della Cina a tenere basso il valore della sua moneta, qualunque cosa accada? Non c'è nulla di particolarmente protezionista nel chiedere a un paese con un enorme surplus commerciale di ridurlo in un periodo di domanda globale debole. Se capisco bene la posizione conclamata della Cina, vuole invece che per tornare competitivi gli Stati Uniti creino deflazione attraverso una contrazione fiscale e monetaria e, si presume, un calo dei prezzi interni. Per gli Stati Uniti sarebbe tremendo. Ma lo sarebbe anche per la Cina e il resto del mondo. Oltretutto non succederà e la Pechino lo sa di sicuro.

Dietro a tutto ciò, c'è una divisione fondamentale. Quei due paesi vogliono procedere come prima, ma non accettano di subire il contraccolpo della propria dipendenza dal surplus commerciale quando i loro clienti fanno bancarotta. Come sta succedendo ora. Nel frattempo, i paesi che in passato avevano grossi deficit commerciali possono tagliare i deficit fiscali massicci causati dal deleveraging del rispettivo settore privato, una volta scoppiata la bolla finanziaria, soltanto con un'impennata delle esportazioni nette. Se i paesi con un surplus non riescono assorbire il cambiamento grazie a un'espansione della domanda aggregata, il mondo intero si ritrova a giocare a rubamazzetto, tutti cercando disperatamente di scaricare l'offerta in eccesso sui propri partner commerciali. Anche questo ha avuto un ruolo nella catastrofe degli anni Trenta.

È un gioco che i paesi con un surplus hanno scarse probabilità di vincere. Uno sconvolgimento della zona euro danneggerebbe l'industria tedesca. Un ricorso al protezionismo da parte degli Stati Uniti danneggerebbe la Cina. Come scriveva Euripide, «gli dèi fanno prima impazzire coloro che vogliono distruggere». Non è troppo tardi per cercare soluzioni cooperative, arrivare ad aggiustamenti da entrambi i lati. Conviene dimenticare il moralismo autocompiaciuto, e provare invece a usare il buon senso. Martin Wolf, Il Sole 24 Ore 17

 

 

 

In Italia nascono più bambini: grazie agli stranieri

 

Non si arresta il trend positivo di natalità per l'Italia. Un dato che si ottiene soprattutto grazie agli stranieri e che si accompagna alla crescita dell'età media delle donne che hanno un figlio e delle coppie che diventano genitori senza essere coniugati. È l'istantanea scattata dall'Istat nel Rapporto 'Natalità e fecondità della popolazione residente: caratteristiche e tendenze recenti' diffuso oggi.

 

Entrando nel dettaglio, si scopre che nel 2008 sono stati registrati 576.659 bambini, circa 13 mila in più rispetto all'anno precedente (563.933) con una media di 1,42 figlio per donna. I bimbi nascono soprattutto da mamme 40enni, aumenta il numero di quelli avuti da genitori non sposati, le donne straniere hanno in genere due figli ciascuna. Ed è proprio grazie a questa dinamica fra gli immigrati che il saldo è lievemente positivo.

 

Dati in linea con la ripresa avviatasi a partire dalla seconda metà degli anni '90 - si legge nel rapporto - dopo 30 anni di calo e il minimo storico delle nascite (526.064 nati) e della fecondità (1,19 figli per donna) registrato nel 1995. L'ammontare dei nati del 2008, sottolinea l'Istat, potrebbe rappresentare un massimo relativo, cioè un picco difficilmente superabile nei prossimi anni, date le attuali caratteristiche e i comportamenti riproduttivi della popolazione femminile in età feconda (le stime per il 2009, ad esempio, sono inferiori di circa 7 mila nati ).

 

Continua dunque 'l'invecchiamento' delle mamme: il 5,7% dei nati ha una madre con almeno 40 anni (si è passati dai 12.383 nati nel 1995 ai 32.578 nel 2008), mentre prosegue la diminuzione dei nati da madri di età inferiore a 25 anni (poco più di 64 mila nel 2008, l'11,1% del totale). Le mamme più giovani sono al Sud, dove la proporzione di nascite da madri italiane al di sotto dei 25 anni è in media del 12,4% (il 16,5% in Sicilia), mentre quelle con più di 40 anni sono mediamente il 4,6%. Le donne della Sardegna e della Liguria sono quelle che hanno figli in età più avanzata: la percentuale dei nati da madri ultraquarantenni raggiunge infatti rispettivamente  l'8,6% e l'8,1%.

 

Diminuiscono le nascite da madri minorenni, pari a 2.514 nel 2008, un valore inferiore di circa un quarto rispetto a quello registrato nel 1995 (3.142 unità). Il fenomeno è trascurabile al Nord mentre presenta percenutali maggiori al Sud. A questo proposito, considerando solo le madri italiane il valore scende a 2.074 nati (0,43% del totale). Prosegue poi la crescita dei nati da genitori non coniugati: dall'8,1% del 1995 al 19,6% del 2008 (oltre 102 mila nati). L’U 18

 

 

 

 

Camera. La III Commissione sullo schema di regolamento organizzativo del ministero degli Esteri

 

Fra le soluzioni auspicate l’istituzione di una direzione per la Promozione del “Sistema Paese”, la creazione di un centro di coordinamento per la diffusione della lingua italiana e la valorizzazione delle strutture rivolte agli italiani nel mondo

 

  ROMA – Nella riunione di ieri la Commissione Esteri della Camera ha deliberato alcuni rilievi per la I Commissione, relativi allo schema del regolamento organizzativo del ministero degli Affari Esteri. Nel documento, elaborato dalla Commissione, si chiede di garantire il necessario e puntuale confronto con le commissioni parlamentari nella fase di attuazione, messa a punto e verifica della nuova struttura organizzata del Mae su basi tematiche e della sottostante articolazione geografica. Anche in riferimento ai criteri che presiederanno nella pratica l’attribuzione delle nuove funzioni, sottoponendo al preventivo esame parlamentare lo schema di decreto ministeriale relativo ai novantasei uffici di livello dirigenziale non generale. Dalla Commissione viene inoltre sollecitata una maggiore messa a fuoco del raccordo con la politica estera dell’Unione europea, sotto il profilo delle strutture amministrative chiamate a collaborare con l’istituendo servizio europeo per l’azione esterna, assicurando l’unitarietà dell’indirizzo politico. In questo ambito viene altresì auspicato un superamento della configurata compartimentazione dei Paesi dell’area Osce, al fine di accorparli in un’unica direzione generale che ne valorizzi la comune appartenenza all’architettura di sicurezza europea. La Commissione chiede inoltre sia di menzionare la dicitura “diritti umani” nella denominazione e articolazione della nuova direzione generale per gli Affari Politici e la Sicurezza, sia di puntare all’istituzione di una direzione per la Promozione del “Sistema Paese”. La creazione di una struttura che dovrà essere accompagnata da un’incisiva riforma del sistema degli istituti di cultura italiana operanti all’estero, volta a preservare la specificità della valorizzazione della nostra lingua, e dall’assorbimento della rete dell’Istituto per il commercio con l’estero.  In questa nuova direzione , finalizzata alla promozione del sistema paese, dovrà essere garantita la riconoscibilità e la proiezione internazionale della nostra cultura, prevedendo la creazione di un centro di coordinamento per la diffusione e la valorizzazione della lingua italiana. Dalla Commissione è anche auspicata la realizzazione, presso la Farnesina, di una specifica struttura di coordinamento, ispirata al modello francese, volta a sviluppare le necessarie sinergie con gli altri ministeri e le autonomie regionali e locali.

  Nel documento, che esprime apprezzamento per la portata complessiva del provvedimento in esame , viene inoltre sottolineato come il disegno di riorganizzazione delle strutture centrali del Mae debba coordinarsi con gli interventi sulla rete e diplomatica e consolare e della cooperazione allo sviluppo. In questo ambito la Commissione prende inoltre atto del fatto che la proposta di riforma dovrà avere necessariamente una fase di attuazione e messa a punto dei criteri che consentiranno l’attribuzione dei singoli Paesi ad una direzione piuttosto che ad un’altra, nonché del necessario coordinamento tra le diverse direzioni generali onde evitare inefficienze, sovrapposizioni o contrasti. Fra le altre indicazioni contenute nel testo ricordiamo la richiesta che all’azione esterna dell’Italia sia assicurato un adeguato livello di risorse umane e finanziarie, l’esigenza di un maggiore raccordo fra Farnesina, Presidenza del Consiglio, ministero dell’Economia e dicastero per lo Sviluppo Economico e la necessità di valorizzare ulteriormente le strutture rivolte agli italiani nel mondo, al fine di accentuarne lo sviluppo delle potenzialità che rivestono per rafforzare l’azione e l’immagine dell’Italia all’estero. (Inform)

 

 

 

 

Il futuro di Cgie e Comites, e i bilanci all’osso. “No ai colpi di spugna!”

 

Allarme per i tagli ai corsi di lingua e cultura italiana che si traducono in una diminuzione di corsi, di insegnanti, e nella progressiva eliminazione della qualificazione dei docenti

 

ROMA - Riflettendo sulla comunità italiana nel mondo, con le sue caratteristiche ma con lo sguardo rivolto alle sue prospettive, c’è la sensazione di trovarsi di fronte a istanze che attendono maggiori e più sicure garanzie. Da alcuni mesi, l’attenzione è rivolta al primo testo di legge sulla riforma dei Comites e del Cgie, elaborato dal Comitato ristretto istituito nella Commissione Affari Esteri del Senato. Il testo prevede un mutamento di questi organi di rappresentanza degli italiani nel mondo, ed è stato oggetto di analisi da parte dell’ultima assemblea plenaria del Cgie, oggi Consiglio degli Italiani all’Estero. La critica da parte del suo segretario generale, Elio Carozza, riguarda innanzitutto il taglio alla rappresentanza di base nei circuiti dei Comites e nell’elezione dei membri del Cgie. Associazioni, sindacati e patronati non troveranno spazio, sostituiti dai rappresentanti delle Regioni. Tra le scelte negative della Finanziaria 2010, emerge la  riorganizzazione della rete consolare e i forti tagli di risorse per gli italiani all’estero. Come segno di speranza è stata la presenza dei rappresentanti delle nuove generazioni italiane all’estero, in risposta alla loro istanza di essere in contatto con gli organismi di rappresentanza di cui, però, è in discussione una radicale riforma.

Tra le riflessioni dei presidenti delle Commissioni tematiche, di grande attualità sono stati i rilievi di Alberto Di Giovanni, vicepresidente della Commissione Scuola e Cultura italiana. Di Giovanni ha ricordato come «la promozione della lingua e della cultura italiana nel mondo sia un passaggio obbligato per fare in modo che il coinvolgimento delle giovani generazioni non sia solo evocato in modo convenzionale e retorico: tutto ciò che si fa, si fa per il futuro».

Interessante l’apporto dei giovani delegati provenienti dall’estero. Carlo Erio, presidente della Commissione tematica del Cgie Nuove generazioni e Migrazioni nuove, ha auspicato la creazione di una commissione di giovani che possa affiancare i lavori del Cgie, come segno di partecipare e di coinvolgimento. Sabastian Nielsen, rappresentante dei giovani connazionali in Svezia e Danimarca, per incentivare l’avvicinamento dei giovani alle associazioni, ha suggerito seminari di formazione di dirigenti e investimenti sulla lingua e sulla cultura italiana. Una proposta, quest’ultima, sostenuta anche dalla rappresentante dell’Australia, Isabella Restifa; del Sud Africa, Giuseppina Gaglio; del Cile, Maria Paz Paladino; dell’Uruguay, Maria Lorena Inverso. Il delegato della Francia, Luigi Delia, ha accolto con soddisfazione l’iniziativa dei Comites di coinvolgere anche i giovani italiani nella circoscrizione di riferimento, mentre Maria Lorena Inverso e Isabella Restifa hanno ribadito l’importanza delle sedi consolari italiane all’estero, alcune delle quali non hanno un futuro.

Massimo Candusso ed Eleonora Medda, provenienti dal Perù e dal Belgio, hanno espresso soddisfazione per i loro rapporti con i Comites e per la formazione della «Commissione giovani» nel Cgie. Propositivi anche gli interventi dell’italocanadese Cosmo Femia sulle realtà giovanili operanti in Canada, e di Giuseppina Gaglio, sulla promozione di scambi culturali a livello universitario, che hanno perorato il sostegno degli enti economici nei confronti dei giovani imprenditori italiani all’estero. Mario Borghese e Silvia Alciati, a nome dei giovani italiani di Argentina e Brasile, hanno espresso l’interesse per i progetti Ites-Italia Lavoro. La Alciati, oltre a sottolineare la mancata prosecuzione dei contatti con il Ministero della Gioventù, ha richiamato l’attenzione sull’importanza dell’insegnamento della lingua e della cultura italiana ai minori: «Non si può amare un Paese che non si conosce, e la conoscenza va trasmessa a cominciare dai più piccoli!».

Oggi la rete dei giovani connazionali nel mondo ha un suo sito: www.giovanitaliani.it. Interessante è stata la testimonianza di Francesco Dominoni sui servizi offerti ai giovani italiani in Irlanda, col sito web, su scambi con le università e sulle possibilità di trovare alloggio, lavoro e occasioni di aggregazione tra connazionali.

Luciano Segafreddo, Messaggero di sant’Antonio, marzo

 

 

 

 

Rapporto della Fondazione Migrantes. "La Sicilia è la prima regione per numero di emigrati"

 

La Fondazione Migrantes, titolare del progetto Rapporto Italiani nel Mondo, è da sempre impegnata sul fronte della mobilità umana, fondando il suo operato sul riconoscimento dell’emigrazione quale fenomeno intrinseco nella società italiana.

 

L’invito diffuso alla presentazione del quarto Rapporto Italiani nel Mondo, tenutasi il novembre scorso a Roma, è stato di non considerare l’emigrazione come un fenomeno ancorato al passato sul quale lasciar depositare la polvere, bensì, attraverso la presentazione dei dati emersi dalle rilevazioni territoriali, si è sottolineato come il fenomeno non solo sia fortemente radicato nel presente ma al contempo proteso verso il futuro.

 

Mons. Piergiorgio Saviola, ex-direttore della Fondazione Migrantes, dichiara infatti che bisogna superare il disinteresse nei confronti degli italiani all’estero e che “un impegno conoscitivo ben concepito altro non deve fare se non recuperare il passato e servirsene per meglio comprendere il futuro, senza con questo lasciar intendere che, essendo ormai l’Italia un paese di immigrazione, sia finito il tempo di occuparsi degli italiani nel mondo”.

 

I dati raccolti nel 2009 indicano che i cittadini italiani residenti all’estero sono 3.915.767 quasi quanti sono i cittadini stranieri residenti in Italia, ovvero 3.891.295: un equilibrio non destinato a mantenersi perché gli immigrati in Italia crescono a un ritmo più veloce. La prima regione per numero di emigrati è la Sicilia (646.993) da seguita da Campania (411.512), Lazio (346.067), Calabria (343.010), Puglia (309.964) e Lombardia (291.476). Si conferma una tendenza tuttora ancorata al territorio: il 54,8% degli italiani all’estero viene dal meridione. La rilevazione continua fornendo dati per singole province e addirittura per comuni: Licata, in provincia di Agrigento, con 13.049 iscritti all’Aire, Anagrafe degli Italiani all’Estero, è l’unico comune non capoluogo tra le prime 10 posizioni.

 

Il fenomeno dell’emigrazione negli anni ha modificato le sue caratteristiche principali: oggi si sceglie di andare all’estero da giovani, per formazione e ricerca, per stabilire imprese e con la volontà di integrarsi nella nuova comunità di appartenenza senza rimanere all’interno di un circolo chiuso di connazionali. A cambiare è stata anche la considerazione degli italiani e la valutazione del prodotto made in italy all’estero: cominciando dalla moda, passando per le auto e il cibo, il design e la progettazione, oggi il know how italiano è particolarmente richiesto. Ad esempio sono in attività nel mondo 109 cantieri.

 

Secondo un’indagine dell’Associazione Nazionale Costruttori Edili, le imprese di costruzione nel 2007 hanno fatturato all’estero quasi quanto in Italia (5,5 miliardi di euro rispetto a 6,3 miliardi). Un altro aspetto del fenomeno riguarda le seconde e le terze generazioni nate e cresciute all’estero. Figli e nipoti con doppia cittadinanza, divisi tra presente e memoria, con uno sguardo rivolto alle origini e alla cultura di appartenenza: il 7 marzo scorso sono stati premiati alla notte degli Oscar due esponenti del cinema americano che non hanno dimenticato le proprie radici italiane, Mauro Fiore, calabrese, e Michael Giacchino, cresciuto in New Jersey con nonni abruzzesi e siciliani, i quali hanno ringraziato l’Italia e si sono dimostrati orgogliosi delle loro origini.

 

Ma il problema di fondo rimane sempre lo stesso: quanto è difficile decidere di rientrare nel nostro Paese? Molto spesso quando si è in grado di operare un confronto tra la nostra realtà e quella europea l’attitudine è di rimanere all’estero anche se molti decidono di condividere le competenze acquisite e la formazione appresa con chi è rimasto, puntando all’innovazione e alla crescita di alcuni settori della nostra economia.

 

Ricky Filosa direttore del sito www.italiachiamaitalia.com, un portale di informazione con una sezione interamente dedicata agli italiani residenti all’estero, a tal proposito crede che “se davvero è questo che si vuole, le strade si trovano. Ma, come in ogni cosa, bisogna volerlo con forza, e bisogna armarsi di tanta pazienza: se una persona vale, se ha qualcosa da offrire, saprà trovare il proprio cammino in Italia anche dopo avere vissuto all'estero. Avrà, anzi, più esperienza sulle spalle: esperienza che potrà servirgli molto in Italia, e potrà servire alle persone con le quali collaborerà. Mi sento di consigliare a tutti, in particolare ai giovani, un’esperienza all’estero di almeno un paio d’anni, per capire cosa c’è oltre i confini nazionali, e anche per rendersi conto di quanto sia apprezzata nel mondo la qualità dell’eccellenza italiana”.

 

Il rapporto della Fondazione Migrantes si conclude con una riflessione particolarmente significativa: “L’atteggiamento negativo che tanto afflisse gli italiani all’estero specialmente quando venivano considerati un popolo di criminali, trova un riflesso in quei processi che tendono a fare degli stranieri in Italia un capro espiatorio. L’emigrazione merita di essere studiata con attenzione, non solo per ricordare la storia degli italiani all’estero ed entrare con loro in maggiore sintonia, ma anche per abituarci a convivere fruttuosamente con gli stranieri insediatisi in Italia”. SicInf 14

 

 

 

 

UCEMI: mantenere il voto all’estero. Riformandolo e rendendolo utile agli emigranti

 

ROMA - Nell’autunno 2005 e primavera 2006 l’UCEMI (Unione Cristiana Enti Migranti) e la Fondazione Migrantes hanno intrapreso una serie di viaggi tra i nostri emigranti nel mondo per sollecitare la loro partecipazione al voto degli italiani all’estero. Dopo tutto, si trattava dell’esercizio di un diritto lungamente reclamato dagli italiani all’estero, tramite le loro Associazioni e da sempre sostenuto dai Missionari Cattolici Italiani che vivono assieme agli emigranti stessi. La prima esperienza di voto all’estero era stata fatta nel corso del referendum sulla legge 40, tenutosi nel giugno 2005, anche se allora vi era stato un invito all’astensione per non raggiungere il quorum, confermando così la legge sulla procreazione assistita. Nel 2006 veniva invece richiesta una buona partecipazione al voto, per confermare così il gradimento degli emigranti nei confronti di una legge attesa per oltre mezzo secolo. Nei colloqui successivamente avuti con gli emigranti, incontrati sia qui in Italia sia nel corso di altri viaggi all’estero, abbiamo registrato non pochi malumori sulle modalità di svolgimento delle elezioni e sul ruolo esercitato dagli eletti nelle circoscrizioni estere. Queste lamentele riguardavano l’Australia ed erano le stesse che ora sono tornate alla ribalta; il Sud Africa per l’ampiezza della circoscrizione di riferimento; il Sud America per la supremazia numerica esercitata dall’Argentina rispetto alle altre aree della circoscrizione; il Canada per il ruolo predominante dei patronati e dei sindacati nelle vicende elettorali; l’Europa che per  l’ampiezza della circoscrizione finiva per dare poco spazio a  singole realtà migratorie di grande densità. Un coro di lamentele, con l’invito ad apportare correttivi, riecheggiate anche successivamente quando Canada, Australia e Sud Africa non intendevano  rinnovare la convenzione di tipo diplomatico e postale con lo Stato italiano per consentire l’esercizio di questo importante diritto. Lamentele che abbiamo girato ai parlamentari eletti all’estero, divenuti nel frattempo determinanti per le sorti del Governo Prodi e perciò poco interessati a creare un vero intergruppo svincolato dai partiti che tutelasse i nostri connazionali all’estero. Ora questo ruolo essenziale, nell’attuale legislatura, non ha trovato alcun riscontro e di loro si è finito con il parlarne poco, tranne che in questi giorni, con il caso increscioso di cui tutti parlano. Va detto però che questa importante conquista civile e morale va salvaguardata, perché l’esercizio di voto per tutti i cittadini di un Paese, ovunque essi si trovino, è pur sempre un fatto di civiltà, di democrazia compiuta, e perciò non è pensabile un ritorno al passato. Anche l’idea di far votare i nostri emigranti per i candidati delle circoscrizioni di ultima residenza in Italia non risponde esattamente alle attese degli emigranti stessi. A parte che le migrazioni hanno percorsi veramente eccezionali, che hanno visto tanti italiani girare vari paesi del mondo, mantenendo o riacquistando la cittadinanza italiana nel corso degli anni, va detto che c’è prima di tutto un alto valore simbolico nel conservare la specificità dei rappresentanti degli emigranti eletti da loro stessi. Certo, la partitocrazia finisce con lo svilire questo ruolo, ma se gli eletti creassero veramente un intergruppo che si occupasse dei problemi degli emigranti, una ragione nobile della loro esistenza ci sarebbe stata e vi potrebbe essere anche in futuro. Tra l’altro, quale conoscenza diretta hanno i nostri connazionali all’estero delle vicende del nostro Paese, se queste vengono affrontate a livello di circoscrizioni di partenza e non invece analizzando gli argomenti complessivi che riguardano il loro legame con l’Italia intera? Non dimentichiamo che l’Unità d’Italia, della quale si stanno per celebrare i 150 anni, è stata dapprima vissuta dal mondo dell’emigrazione nei nuovi  paesi di arrivo e non nell’Italia dalla quale sono partiti in certi casi prima che l’Italia si unificasse. Molti emigranti (Trento, Bolzano, Gorizia e Trieste per esempio) hanno vissuto il loro attaccamento alla Patria e al Tricolore stando all’estero ancora prima che l’Italia si formasse. La segretezza del voto: esso deve essere certamente segreto ed inviolabile. É vero, lo vuole la nostra Costituzione e male hanno fatto coloro che hanno violato o invitato a violare questo sacrosanto principio basilare. Forse, al di la dei comportamenti disonesti di alcuni o delle leggerezze di tal altri, c’è stata una impreparazione al voto, accompagnata da talune esasperazioni personali, che hanno finito anche per lacerare il mondo associativo dell’emigrazione. Dopo tutto si votava da pochi anni e questa novità non è stata ancora metabolizzata, visto che nella stessa Italia si sbaglia tuttora la formazione delle liste! Le Associazioni, dopo le ultime due elezioni politiche,  più volte si  sono interrogate sul grado di legittimazione attuale del loro ruolo e di quello del CGIE in presenza dei parlamentari eletti all’estero. Ma non sono state le Associazioni a reclamare lungamente questo diritto? E poi, data la vastità delle circoscrizioni, chi può mantenere il collegamento diretto e costante con gli emigranti se non le Associazioni medesime? Due ruoli, quello delle Associazioni e quello dei parlamentari, certamente complementari e non contrastanti, a condizione che quest’ultimi sappiano sottrarsi dalle polemiche correntizie ed esercitino un mandato pieno sì nell’interesse generale del Paese, ma partendo da quello particolare di coloro che li hanno votati. Come fare però per garantire un corretto esercizio del voto evitando brogli, imbrogli e manipolazioni del voto? Qualcuno dice di appoggiarsi ai consolati, cosa che parrebbe più che ovvia. Ma abbiamo presenti le distanze che esistono all’estero e la scarsa e sempre meno numerosa presenza di rappresentanze diplomatiche in tante parti del mondo, a partire dall’Europa, dove molti consolati chiudono continuamente i battenti? Un rebus di non facile soluzione, ma che dovrà trovare idee precise e puntuali, per salvaguardare il principio del diritto di voto per tutti i connazionali all’estero e per garantire una effettiva rappresentanza degli emigranti,  in un Parlamento sordo e disinformato riguardo ai loro effettivi problemi. A meno che non si voglia trascurare il valore aggiunto che gli emigranti e i loro discendenti rappresentano per il nostro Paese: una ricchezza valoriale di non poco conto per un’Italia che non ha una memoria storica dell’emigrazione quando affronta i temi della propria immigrazione. Discutendo sulle modifiche della  legge riguardante il voto all’estero, bisognerà affrontare la dimensione delle circoscrizioni estere, rendendole più realistiche, anche se ciò comportasse l’aumento di qualche  parlamentare estero a spese della già ampia e ridondante rappresentanza di cui godono gli elettori che vivono entro i confini del Paese. Vi è poi la possibilità che attraverso le convenzioni che l’Italia stipula con tutti i Paesi dove la nostra emigrazione è piuttosto consistente per garantire l’esercizio del diritto dall’estero, si possa esercitare un voto certificato attraverso il servizio postale di ciascun paese. Chiedere che ogni elettore si rechi di persona in determinati uffici postali appositamente convenzionati, ritirando la busta da rispedire subito in maniera segreta e sigillata, dopo aver esibito un documento di riconoscimento che ne attesti l’identità, potrebbe rappresentare un primo passo di tipo moralizzante, che impedisca ai soliti di fare i furbi (anche se non sempre è il caso di generalizzare!). Una sfida, questa, che chiama ancora una volta in causa l’associazionismo dell’emigrazione, che deve dimostrare di saper far crescere nei connazionali all’estero il senso civico (e l’individuazione di candidati validi, con le loro idee personali ma non succubi dei partiti) coniugato con il rispetto della legalità, senza i quali ogni sistema di voto che si vada ad escogitare lascerebbe certamente margini di imbroglio.

Le Associazioni aprano subito un dibattito tra di loro e con i tecnici dei ministeri competenti prima che sia troppo tardi, perché le voci di soppressione di questo sacrosanto diritto degli emigranti sono fin troppo ricorrenti. (L. Papais - Vice-Presidente UCEMI, Migranti-press)

 

 

 

 

Voto all’estero. E se invece di voto si parlasse di seggio elettronico?

 

Roma - Si fa strada a fatica, tra diffidenze e perplessità, l’idea di un voto elettronico per gli italiani all’estero. Un sistema che “affascina” e che potrebbe, nell’immaginario popolare, contemperare le esigenze di fondo del voto degli italiani all’estero e al quale il governo, per bocca del sottosegretario agli Esteri Mantica, non si dice aprioristicamente contrario.

Il voto elettronico, in modalità che per il momento devono ancora essere individuate, potrebbe essere, si ipotizza, l’alternativa al voto in loco nei consolati, su cui pesano numerosi aspetti negativi. Il primo di questi, le grandi distanze che tantissimi elettori sarebbero costretti a coprire per raggiungere i seggi consolari, distanze che in molti casi sono di centinaia di chilometri; il secondo, il grande dispendio di risorse umane e finanziarie per organizzare seggi nei consolati; il terzo, la prevedibile minore affluenza al voto. A favore del voto in consolato, d’altra parte, va ascritto il completo rispetto dei requisiti costituzionali del voto: personale, libero e segreto.

Ora, se un voto elettronico potrebbe certamente ovviare a questi tre aspetti negativi, ancora non è dato sapere, almeno non con precisione, in che modo potrebbe invece garantire la personalità, la libertà e la segretezza del voto.

Durante l’audizione del sottosegretario Mantica, che, ripetiamo, si è detto “non contrario” alla ricerca di un sistema elettronico di voto, sono stati in molti ad evocare questa possibilità; quello che nessuno, tuttavia, ha potuto indicare è stato il modo in cui potrebbe essere utilizzato. Esistono alcuni problemi organizzativi, che sono evidentemente di possibile risoluzione, ma sullo sfondo ce n’è uno sostanziale la cui soluzione appare problematica.

Ammesso che al cittadino italiano all’estero si consenta di votare con la posta elettronica, e quindi da una località qualsiasi se non addirittura essendo in auto, in treno, in nave e utilizzando un portatile, ammesso, quindi, che tale possibilità venga data, come si assicura che alla tastiera del computer che sta trasmettendo il voto ci sia l’elettore giusto, che il suo voto sia segreto e libero? A questi interrogativi occorre trovare una risposta, magari “telematica”, ma che soddisfi il dettato costituzionale.

Certo, si potrebbe pensare, come tappa intermedia, più che ad un “voto elettronico” ad un “seggio elettronico”, in cui l’elettore vota con un computer ma viene identificato e vota liberamente e in segretezza.

Cosa ci sarebbe di diverso dal seggio in consolato? È presto detto: un seggio elettronico potrebbe, qualora se ne creassero i presupposti giuridici, essere allestito ovunque: in una scuola, in un istituto culturale, in una associazione, perfino in un locale pubblico o in una struttura mobile; a presidiarlo basterebbero una o due persone investite, per l’occasione, della funzione di pubblico ufficiale. Inoltre, il voto, partendo da un computer, potrebbe essere fatto confluire anche direttamente a Roma e, quindi, per conteggiarlo non servirebbe un dispendioso manipolo di centinaia di scrutatori, segretari e presidenti di seggio, ma basterebbe un sistema software, gestito da pochi addetti; infine, i risultati, in questo modo, sarebbero disponibili dopo pochi minuti dalla chiusura del seggio.

Quindi niente schede (nell’ultima consultazione solo per stampa e spedizione ci son voluti circa 16 milioni di euro), nessuna possibilità di brogli, grande risparmio di danaro pubblico e pochi disagi per l’elettore: sembra poco? (giuseppe della noce\aise)

 

 

 

 

Il negozio ‘Coppola Storta’ apre a Berlino. AddioPizzo si internazionalizza

 

Berlino - “È un risultato molto concreto della collaborazione fra ‘AddioPizzo’ a Palermo e ‘Mafia? Nein danke!’ a Berlino: per la prima volta un marchio che ha aderito all’iniziativa siciliana apre una filiale all’estero portando con se un forte messaggio antimafia. Il negozio ‘La Coppola storta’, uno dei membri storici di AddioPizzo, adesso sta raccontando l’esperienza della ribellione anti-estorsione a Palermo nel centro di Berlino. È un altro segnale che di fronte alle mafie internazionali anche l’antimafia si sta internazionalizzando”. Sono le parole dell’on. Laura Garavini (PD) che ha partecipato all’inaugurazione della boutique insieme a Johann Jörg, titolare della ‘Coppola Storta’ a Berlino, e ai rappresentanti di AddioPizzo Edoardo Zaffuto e Dario Riccobono.

 

Nei giorni precedenti l’iniziativa AddioPizzo ha distribuito alla fiera turistica ITB la mappa turistica ‘antipizzo’ di Palermo prodotta insieme all’Ambasciata tedesca a Roma. La mappa indica ai turisti tutti i negozi di Palermo che si sono impegnati a dire No alle mafie, rifiutando di piegarsi alle estorsioni. La mappa può essere richiesta anche negli uffici dell’on. Garavini a Berlino e a Roma. Informazioni sulla prima filiale di un negozio AddioPizzo in Germania si trovano sul sito www.lacoppolastorta.de. De.it.press

 

 

 

 

Trucidato gastronomo italiano a Stoccarda, proprietario dei ristoranti Mezzogiorno e Salvini

 

Su Vincenzo Stamati, 52 anni, proprietario dei ristoranti Mezzogiorno e Salvini sono stati sparati 9 colpi di pistola. Non si tratta di regolamento di conti mafiosi.

L’omicidio è avvenuto per mano di un suo ex dipendente kosovaro.

Pare che il movente sia una storia di rapporto omosessuale. La vittima lascia la moglie e due figli.

Il mondo gastronomico italiano di Stoccarda è ammutolito. Ad Enzo Stamati sono stati freddamente sparati 9 colpi di pistola calibro 9.

La vittima godeva di molta notorietà nel mondo della gastronomia italiana nella multietnica Stoccarda.

Stamati era proprietario di due ristoranti: del Mezzogiorno, situato nello Stadtpark dell’Università e di fronte al Katharinenhospital, e del Salvini, nella Bolzstrasse, vicino alla Schloßplatz, la piazza centrale della città.

A compiere l’immane atto è stato il 45enne Maxhun Z., figlio di immigrati kosovari, che subito dopo l’efferato omicidio si è costituito dalla polizia. Secondo una prima confessione pare che alla base non vi fossero motivi di soldi. L’omicida, che aveva lavorato per 7 anni, prima come cameriere al Mezzogiorno e poi come direttore del Salvini, era stato licenziato in tronco nello scorso mese di novembre per motivi privati. Pare che fosse stato liquidato fino all’ultimo centesimo. Tuttavia, si ipotizza che fra i due vi fosse un rapporto affettivo omosessuale e che Stamati avrebbe voluto chiudere definitivamente. Lunedì mattina si erano incontrati nei pressi dell’abitazione dell’omicida, forse per chiarirsi. L’incontro è sfociato in lite. Il kosovaro ha estratto la pistola e da distanza ravvicinata ha scaricato sul corpo della vittima 9 colpi. Poi è salito sulla sua Mini e si è presentato al vicino Polizeipräsidium della Hauptstätterstrasse per costituirsi.

Tony Màzzaro,  SWR International/Sezione italiana (de.it.press)

 

 

 

 

Avviato dal Consolato di Friburgo in Brisgovia il rilascio del passaporto biometrico con  impronte digitali

 

Friburgo - A seguito di una missione tecnica che ha proceduto ad installare gli appositi programmi informatici, il consolato d’Italia a Friburgo in Brisgovia ha iniziato, a partire da giovedì 18 marzo,  a rilasciare i passaporti biometrici con rilevazione delle impronte digitali. Tale caratteristica del documento implicherà che ogni richiedente un nuovo passaporto dovrà venire di persona presso il consolato per procedere all’operazione di raccolta e memorizzazione delle impronte digitali. Saranno esenti dalla procedure solo i minori di 12 anni e gli invalidi privi degli arti. Durante la prima fase di rodaggio, che durerà diverse settimane onde consentire il pieno avvio del sistema, il rilascio del documento non potrà avvenire con una tempistica particolarmente rapida, ma il consolato assicura che si adopererà affinché comunque avvenga nel minor tempo possibile. (Inform)    

 

 

 

Düsseldorf. L’Italia alla ProWein (21-23 marzo): prima tra gli espositori esteri e nelle importazioni tedesche

 

Düsseldorf –  Sempre di più l’Italia si presenta da protagonista alla fiera internazionale del vino e dei liquori di Düsseldorf: con 730 espositori su un totale di 3.300 provenienti da 50 paesi, i produttori italiani rappresentano numericamente il 22% del totale, al primo posto tra gli espositori esteri.

 

L’ICE, Istituto Nazionale per il Commercio Estero, organizza anche quest’anno per l’8° volta consecutiva uno stand istituzionale collettivo al centro del padiglione italiano (Pad. 3 – Stand E-60) per supportare il sistema produttivo vitivinicolo nazionale nello sviluppo di contatti commerciali con gli operatori esteri e nel marketing territoriale di alcune regioni partecipanti alla collettiva, Campania, Marche e Puglia ed altre con cui vengono condivise campagne di comunicazione territoriale quale l’Alto Adige e la Sicilia.

 

L’azione dell’Istituto a favore dell’internazionalizzazione e della valorizzazione della produzione vitivinicola italiana ed in particolare di quella dei 70 produttori che espongono sull’area ICE di 720 m², poggia tra l’altro sulla piattaforma online “Catalogo Italia Vitivinicola” sito web www.prowein.italtrade.com, quest’anno rinnovato nella grafica istituzionale con la nuova brand identity ICE – ITALIA.

 

Alla fiera internazionale dei vini e dei liquori di Düsseldorf l’italianità si declinerà con regionalità. Un concetto di tendenza nel commercio alimentare e del vino in Germania che ha accolto la nuova domanda del consumatore tedesco e che in  fiera, presso la Sala degustazione dell’ICE Pad. 3 – Stand D-74, si esprimerà con le presentazioni regionali di Campania, Puglia e Marche e con le degustazioni di una selezione dei rispettivi vini autoctoni, tutte le mattine a partire dalle ore 11.30, condotte dal giornalista e scrittore tedesco Dr. Jens Priewe.

 

150 i vini autoctoni regionali e per fasce di prezzo che verranno presentati da esperti sommelier nel corso dei tre giorni di fiera. Il programma completo e le schede dei singoli vini sono scaricabili dalla home page del sito ICE della manifestazione.

 

Il primato dei vini italiani sul mercato tedesco si è tradotto nel 2009 con una quantità importata che ha superato i 6,3 milioni di ettolitri (+ 5,1% rispetto al 2008), che rappresentano ben il 43,7% delle importazioni vinicole tedesche. 756 milioni di € il valore raggiunto nelle importazioni dai vini italiani con una quota del 37,5%.

 

Andamento positivo del vino italiano anche sugli altri mercati mondiali con un’esportazione quantitativa complessiva che ha raggiunto nei primi nove mesi del 2009 un volume di oltre 14 milioni di ettolitri con un incremento rispetto allo stesso periodo del precedente anno del 9,5%.

 

I punti di forza dei vini italiani sul mercato tedesco sono l’elevato rapporto qualità/prezzo e la crescita di notorietà dei vini delle regioni meridionali.

 

L’azione dell’ICE alla Prowein di Düsseldorf si esprime anche a favore di tutti i produttori italiani partecipanti alla fiera mettendo a disposizione le proprie informazioni di mercato ed affrontando i principali temi di attualità. Allo scopo si terranno, il mattino dei giorni 22 e 23 marzo ’10, presso la Sala degustazioni Stand D-74, due incontri tecnici su alcune problematiche relative alla commercializzazione del vino in Germania e su aspetti strategici per una stabile presenza sul mercato. Il dettaglio sui seminari organizzati in forma gratuita per i produttori italiani sono desumibili dal sito ICE della manifestazione.

 

Oltre alla collettiva ICE vanno citate le altre istituzioni territoriali che organizzano gruppi collettivi di produttori associati, la cui visibilità è peraltro rafforzata da azioni di comunicazione specifiche realizzate durante la fiera a Düsseldorf. Tra le collettive territoriali più significative con le quali l’ICE realizza specifici piani di comunicazione va citato l’Alto Adige; nel Pad. 3 – Stand A-30 27 produttori alto atesini presenteranno la nuova produzione della vendemmia 2009 e quelle di eccellenza dei rossi delle annate 2007 e 2008.

 

Va inoltre citata la presenza di altre fondamentali Regioni per la produzione e la commercializzazione di vini italiani quali il Piemonte, il Trentino, l’Abruzzo, la Basilicata, il Veneto, la Toscana, la Sicilia ed il Friuli.

 

Il programma completo sull’attività dell’ICE è reperibile sul sito www.prowein.italtrade.com. L’invito a visitare il padiglione italiano e la collettiva ICE agli operatori tedeschi è stato reclamizzato con un’azione pubblicitaria e pubbliredazionale sulla stampa specializzata di settore e con la produzione e l’invio diretto di 4.000 newsletter agli operatori commerciali ed ai giornalisti tedeschi.

 

L’azione dell’ICE per i vini autoctoni regionali non si concluderà con la Prowein ma avrà uno stimolante prologo con il Continente Sicilia che presenterà le sue eccellenze a Berlino , il prossimo 3 maggio ‘10 presso una prestigiosa location in Potsdamer Platz. (Ice, de.it.press)

 

 

 

 

65 gli espositori piemontesi alla fiera del vino di Düsseldorf

 

Düsseldorf. Sono 65 gli espositori piemontesi presenti al Prowein, la più qualificata manifestazione vinicola della Germania, che Düsseldorf ospita dal 21 al 23 marzo. Un appuntamento impedibile per il Piemonte che vi torna con una delegazione sempre più numerosa (55 gli espositori presenti nel 2009), coordinata dal Centro Estero per l’Internazionalizzazione su incarico dell’Assessorato all’Agricoltura della Regione Piemonte e in collaborazione con il Centro Estero Alpi del Mare.

 

In particolare, 8 le aziende della provincia di Alessandria, 7 di Asti, 44 di Cuneo (di cui 31 associate al Consorzio di Tutela del Barolo, Barbaresco, Alba, Langhe e Roero), una di Novara e una del Verbano Cusio Ossola, più la Provincia di Alessandria, il Consorzio Tutela Dolcetto di Ovada, il Consorzio Tutela del Gavi, l’Enoteca Regionale Acqui “Terme e Vino”.

Sette, invece, i seminari-degustazione organizzati dal Piemonte durante la manifestazione, con vini selezionati dal critico e giornalista tedesco Steffen Maus: Nebbiolo, Gavi, Roero Arneis, Barbera, Dolcetto, vini del Monferrato e qualche varietà autoctona come il Grignolino, la Malvasia di Casorzo, il Ruché e la Favorita.

Lo stand Piemonte prevede inoltre un'area istituzionale con banco bar per degustazione di vini e prodotti tipici e ampio spazio per la distribuzione di informazioni turistiche ed enogastronomiche.

 

Il vino piemontese è dunque protagonista a Prowein, evento di riferimento per il settore in Germania, mercato tradizionalmente più importante per i produttori italiani, che da sempre apprezza i vini del Bel Paese, in particolare piemontesi. I dati dell’edizione 2009 sono stati lusinghieri e testimoniano la valenza internazionale dell’evento: 3.177 espositori da 45 Paesi, 35.170 visitatori professionali per il 73% tedeschi e il restante 27% stranieri e oltre 1.000 giornalisti accreditati provenienti da 38 Paesi.

Si tratta dunque di un’importante occasione per la produzione enologica del Piemonte, caratterizzata da oltre l’80% di vini a denominazione d’origine (DOC e DOCG) e da una vasta gamma di vitigni autoctoni, conosciuta per la qualità e la ricerca di eccellenza in ogni campo.

 

Il Piemonte rappresenta da solo il 6% della produzione vinicola nazionale, il 14% degli occupati e il 12% del valore degli investimenti in vigneti e tecnologie vinicole. Significativa anche la capacità di presidio dei mercati esteri, con un export che rappresenta oltre il 22% del vino esportato dall’Italia.

La vitivinicoltura in Piemonte si contraddistingue anche per la sua capacità di innescare sinergie e di favorire lo sviluppo di altri comparti, come meccanica agroalimentare, enogastronomia, turismo, beni culturali, comunicazione ed editoria, logistica ed eventi.

In tema di enogastronomia e turismo la Germania rappresenta un bacino particolarmente interessante per il Piemonte, dove arrivano migliaia di visitatori tedeschi ogni anno, specialmente nell’area delle Langhe e del Monferrato.

 

A differenza di altri mercati più remunerativi come gli USA o il Giappone, quello tedesco è essenzialmente guidato dai volumi (il vino piemontese vi è venduto al prezzo medio di meno di 3 Euro al litro contro i 5 Euro/litro della media del vino esportato); ma di vino piemontese se ne vende davvero tanto: la percentuale di bevande esportate in Germania è il 20% del totale delle nostre esportazioni; solo nel 2008 il Piemonte ha esportato in Germania oltre 211 milioni di Euro di bevande e anche nel primo semestre 2009, pur con un calo del 5% rispetto all’analogo periodo 2008, quello tedesco si è confermato come secondo mercato, dietro soltanto al Regno Unito. (ItalPlanet News)

 

 

 

 

Apprezzata la presenza trentina alla fiera del turismo di Berlino

 

Berlino - Si è chiusa con soddisfazione la presenza del Trentino a Berlino alla fiera del turismo "Itb", uno degli appuntamenti più importanti a livello mondiale.

Gli oltre 100 metri quadrati dello stand allestito dalla Trentino SpA hanno attirato l'attenzione di visitatori e addetti ai lavori, grazie alla propria vasta offerta turistica. Uno spazio espositivo che ha presentato tutte le qualità della vacanza sul nostro territorio. Dalla vacanza attiva al benessere, dai club di prodotto fino ai percorsi per escursioni in mountain bike. Una ricca varietà di proposte che hanno colpito sia gli esperti del settore sia il grande pubblico tedesco, facendo risaltare le particolari potenzialità del territorio trentino. Caratteristiche proprie di una palestra a cielo aperto, nella quale gli sport outdoor hanno trovato il proprio palcoscenico ideale grazie agli itinerari del Trekking delle Dolomiti e delle Leggende, ai percorsi Mountain e Garda Bike, Lagorai e Dolomiti. Spazio anche alla Trentino Outdoor ed al Club Mototurismo, per mostrare le opportunità offerte dalle montagne della nostra provincia.

Lo stand del Trentino è stato anche il luogo ideale ove degustare alcuni prodotti di eccellenza dell'enogastronomia locale, dai vini sino a formaggi e salumi. A fare compagnia al territorio, un gruppo di giocatori del Bayern Monaco, raffigurati in una serie di rappresentazioni a grandezza naturale per presentare a giornalisti e pubblico il rapporto di partnership fra il Trentino e la squadra di calcio bavarese.

Proprio un ex campione della storia biancorossa, Andreas Brehme, nel pomeriggio di mercoledì aveva tagliato l'ideale nastro di questa presenza trentina a Berlino insieme all'assessore provinciale all’agricoltura, foreste, turismo e promozione Tiziano Mellarini.

A questa edizione 2010 della fiera, conclusasi nella giornata di domenica, hanno partecipato 11.098 diverse realtà provenienti da 187 Paesi e nei cinque giorni di apertura i visitatori hanno toccato la cifra record di 178 mila e 971 ingressi. (aise)

 

 

 

 

 

Parte da Darmstadt il progetto di „Ciao Italia“ di promozione in Germania delle eccellenze italiane

 

Presentata a Darmstadt l’azienda Feudi di San Gregorio

 

Darmstadt. Grande successo  della prima manifestazione organizzata il 1 di marzo 2010 a Darmstadt, da  “Ciao Italia“  Germania, presieduta  da Pasquale  Carroccia, e grazie soprattutto  all`impegno di  Vincenzo D' Orta Exportmanager  del gruppo  Feudi  di San Gregorio  e alla collaborazione  di  Sandro  Perri  responsabile area  vendite Abayan.

“Ciao Italia”,  con questa iniziativa, ha inteso avviare un programma di promozione della eccellenze italiane. In calendario, in un prossimo futuro ci sono una serie di convegni , mostre mercato, e soprattutto,  tante degustazioni di vini e prodotti tipici della migliore tradizione Italiana; tutti eventi, mirati a rilanciare e far conoscere da vicino l`intera filiera del vino e non solo. Partendo dai produttori si giunge alle metodologie di preparazione dei prodotti tipici, che caratterizzano la grande cultura enogastronomica italiana.

Il progetto, nasce quindi dall´esigenza, sempre piu` avvertita, di divulgare  e rilanciare  proprio gli aspetti culturali, legati alla tradizione della cucina e della agricoltura italiana che puo` vantare una varieta` ricchissima, oltre ovviamente ad una qualita´ che non ha paragoni  nel mondo.

A questo fine, sono state programmate  delle  le serate a tema,  organizzate  presso il  noto ristorante “Orangerie” di Darmstadt, sempre con la sapiente regia dello Chef e patron, Orlando Carroccia, al quale vanno i ringraziamenti per l`ospitalità e la preziosa consulenza fornita. 

Un progetto che propone un confronto dove gli attori protagonisti cuoche e chef e sommelier, operatori che quotidianamente sono impegnati nella ricerca e nella sperimentazione di abbinamenti, accostamenti di saperi e sapori, tradizione e nuove tendenze essere  quindi primi testimonial del rilancio della enogastronomia,e proporre menu e ricette che spaziano in maniera spontanea  dalla tradizione piú autentica, sino a toccare  i momenti creativi e maggiormente innovativi, frutto della fantasia e della esperienza propositiva  dei suoi interpreti.

L`Italia delle eccellenze torna ad essere protagonista attraverso la cultura enogastronomica. La  prima di queste  serate di gala ha visto la partecipazione della prestigiosa  Azienda Feudi di San Gregorio nota in ogni parte del mondo per I suoi vini. Falanghina, Greco di Tufo, Fiano, Aglianico, sono tutti nomi che  immediatamente ,richiamano alla mente la grande casa di vini, e questa, forse, e´ la migliore presentazione per una cantina, o meglio una azienda, che da sempre,  propone un sapiente connubio tra la forza di un territorio e la sincera passione di  chi ha scelto di impegnarsi  per realizzare,  attraverso il vino, un modo di essere tutto italiano.

La stessa  filosofia che ha  ispirato  il ristorante Marenná  che ha avuto un successo forse al di là delle aspettative, ma che in realtá e` frutto di una costante ricerca di aderire alle esigenze di qualità  e impegno, tipica dell` azienda Feudi di San Gregorio. L`ascesa che ha portato il locale alla stella Michelin in soli tre anni ne è probabilmente lo specchio piú indicativo. Nelle “biografie” si narra che tutto era partito come un “salottino” per i clienti della cantina, sino all`arrivo dello chef Paolo Barrale.

Oggi il ristorante Marennà, che si trova proprio sul tetto della cantina Feudi di San Gregorio, a Sorbo Serpico, offre un mirato e affascinante contrasto fra la ricerca gastronomica e la forza della tradizione della terra d’Irpinia (cosi si legge nelle cronache piú informate e propone una linea di piatti che sono il prototipo di un`alta cucina campana, fatta di ricette e abbinamenti storici, confronti di materie prime popolari e nobili, tecniche nuove).

 

Roberto Allocca  classe 1980, Il sous chef di Paolo Barrale, e  Vincenzo Portanova classe 1987,  sono stati invece gli interpreti straordinari della serata “ Ciao Italia del 1 marzo  all´Orangerie di Darmstadt. La vocazione dell'azienda legata anche alla  valorizzazione  dei vini come la Falanghina, il Fiano, il Greco e l'Aglianico", etc.  e` stato un  primario obiettivo anche della manifestazione in Germania. 

Sono stati presentati,e molto apprezzati dai tanti ospiti presenti, una selezione di piatti del menú del Marenná, come il Soffiato alle nocciole “avellane” ricotta e pere pralinate, gelato di ricotta, baccalà ceci e scamorze ,risotto come uno spaghetto a vongole , e ovviamente  la guancia di manzo brasato all`Aglianico, purea di zucca e liquirizia. 

Ciao Italia Germania intende proseguire l`esperienza iniziata all`Orangerie di Darmstadt  il 1 di marzo,  proprio perché la tradizione enogastronomica italiana e le espressioni regionali  sono un patrimonio da tutelare e da diffondere per accrescere le potenzialità di sviluppo delle imprese del settore.

Il lavoro  di una azienda come Feudi di San Gregorio,  che anche attraverso i suoi  giovani chef  ha  saputo valorizzare in maniera encomiabile tutti questi aspetti, rappresenta veramente un bellissimo esempio da seguire e da imitare. P.C., de.it.press

 

 

 

 

 

Il 29 marzo a Berlino: Azzia parlerà dei „Siciliani in Germania“, Zappulla di Pirandello

 

Berlino. Nell’ambito della “Settimana della Cultura Siciliana nel mondo”, Sicilia Mondo e l’Associazione dei Gastronomi Italiani  “Amici del Ciao Italia” di Berlino organizzano una Conferenza-dibattito su “Il carteggio fra Luigi e Stefano Pirandello”. L’incontro culturale avrà luogo a Berlino lunedì 29 marzo, alle ore 18.00, presso la “Trattoria Toscana” (Tempelhoferdamm 104, Tel. 030 77001840 oppure 01716265112, posta@amicidelciaoitalia.de).

 

Il programma die lavori prevede in apertura il saluto da parte delle Istituzioni presenti, per proseguire con le relazioni di Domenico Azzia Presidente di Sicilia Mondo su “I siciliani in Germania”, di Sarah Muscarà Zappulla Ordinaria di Letteratura Italiana all’Università di Catania e Enzo Zappulla Presidente dell’Istituto di Storia dello Spettacolo Siciliano su “Luigi e Stefano Pirandello. Nel tempo della lontananza (1916-1936)”, e del Prof. Pino Tizza su “Confronto della novella di Pirandello”. Alle ore 20.30 si chiude con rinfresco e buffet.

 

Lo straordinario carteggio fra Luigi Pirandello e il figlio primogenito Stefano, prezioso suo collaboratore, segretario, amministratore, copre un arco di tempo che va dal 1919 al 1936, alla sogl ia del la s comparsa dell’agrigentino. Sono anni cruciali per entrambi i corrispondenti. Luigi in giro per l’Italia e il mondo (fondamentale il suo lungo, fruttuoso soggiorno in Germania, quasi in volontario esilio), intrecciandosi senza posa l’avventura narrativa, teatrale, capocomicale, cinematografica, l’Accademia d’Italia, il premio Nobel. Stefano, vocato anch’egli alla scrittura, destinato a divenire un drammaturgo di rilievo, seppure schivo e appartato, interlocutore privilegiato del padre, rivestendo un ruolo di primo piano nel turbinio di relazioni con giornalisti, critici, editori, impresari. E si anima, attraverso il tracciato della dialettica epistolare, un’affascinante storia in cui sfilano, con i componenti della difficile e tormentata famiglia Pirandello, personaggi tra i più autorevoli dell’Europa dei primi decenni del Novecento. (de.it.press)

 

 

 

 

In aumento il numero di detenuti drogati nelle carceri tedesche

 

Nonostante i controlli, continua ad entrare droga nelle carceri tedesche. Nel 2008 sono stati fatti 17.257 test a 6.519 detenuti. Positivi ne sono risultati 1.217. Secondo il ministero di Giustizia del Baden-Württemberg penetrano in carceri in molti modi.

 

Per il comune mortale il carcere dovrebbe essere il luogo della massima legalità e del piú attento controllo. Purtroppo non è così. È ormai risaputo che anche i penitenziari tedeschi non riescono ad arrestare il traffico di stupefacenti. Ad introdurre soprattutto eroina e cocaina sono parenti che utilizzano ogni escamotage in occasione delle visite. Addirittura le nonne con i nipotini in carrozzella si prestano al commercio. Poi vi sono amici e conoscenti che scrivono lettere e/o mandano pacchetti. Vi è però anche il lancio di palline da tennis o pacchetti di sigarette. Tutto questo avviene perché la normativa prevede la perquisizione del corpo del visitatore solo se vi sono sospetti motivati.

Tuttavia questi fatti si verificano anche perché vi è il tacito consenso o addirittura la complicità di qualche guardia carceraria compiacente.

Sono stati installati macchinari a raggi infrarossi per il controllo di pacchetti e lettere e videocamere per il controllo del lancio di oggetti oltre il muro, ma i risultati finora conseguiti non sono ancora soddisfacenti.

Per l’assistenza sanitaria dentro il carcere il ministero di Stoccarda ha speso nel 2009 22 milioni di euro, pari ad 8 euro al giorno per detenuto.

Purtroppo in carcere non vi è solo il problema droga, ma anche quello delle infezioni. Al 31 marzo del 2008 sono stati riscontrati 544 casi di epatite B e 964 di epatite C.

Secondo i medici l’epatite B è stata trasmessa da escrementi e sangue, mentre la C da aghi. Il numero dei sieropositivi registrato in quella data era di 93 casi in tutti i 18 penitenziari del Baden-Württemberg.

Altri particolari sono nel servizio audio: http://www.swr.de/international/it/-/id=233350/did=6138762/pv=mplayer/vv=popup/nid=233350/1f6hq9v/index.html.

Tony Màzzaro, SWR International/Sezione italiana (de.it.press)

 

 

 

La carta turistica 'Addiopizzo' all'Itb di Berlino

 

Marzotto: “Un’iniziativa da condividere, che riscuote tutto il mio appoggio ed entusiasmo”

 

Berlino - "Naturalmente i programmi dell' ENIT considerano la partnership con la Germania fondamentale, anche perché siamo il paese preferito dai tedeschi, fin dai tempi di Goethe. Ad essi ci lega una profonda amicizia che ha alimentato un grande rapporto turistico mai interrotto. Per questo la prima edizione della piantina turistica di Palermo ‘Addiopizzo’, in versione tedesca, patrocinata e finanziata dall'Ambasciata tedesca in Italia, riscuote tutto il mio appoggio ed entusiasmo". Così si è espresso il Presidente dell'ENIT-Agenzia, Matteo Marzotto, parlando dell’importante iniziativa di trasparenza voluta fortemente dall'Ambasciatore, Michael Steiner, per contrastare l'illegalità e le mafie, e aiutare i viaggiatori che arrivano a Palermo per evitare di appoggiare anche involontariamente il sistema del pizzo.

 

La carta turistica - che segnala tutti gli esercizi commerciali palermitani che hanno aderito all'iniziativa - è stata presentata alla stampa tedesca in occasione dell' ITB di Berlino, il 12 marzo scorso, presso lo stand dell'Enit.

 

"Per noi sarà sempre più stimolante - ha affermato ancora il Presidente Marzotto - operare per rafforzare i nostri vincoli, sia con i cittadini tedeschi che con il mondo dei viaggi che, attraverso operatori di grande livello, hanno saputo creare volumi significativi dalla programmazione dei prodotti turistici in Sicilia ed in Italia in generale. Ritengo inoltre eccezionale il valore di un'iniziativa di grande coscienza civile che viene dalla Società e che trova nello Stato Tedesco, attraverso il Suo Ambasciatore, un Partner di assoluto valore e prestigio". (ItalPlanet News)

 

 

 

 

 

Alcune delle iniziative dei prossimi giorni a Monaco di baviera e dintorni

 

- fino a sabato 30 maggio, c/o Pinakothek der Moderne

 (Barerstr. 40, München) "Gianpaolo Babetto. L'italianità dei gioielli"

 Informazioni presso: www.die-neue-sammlung.de

 Ingresso (per l'intero museo): € 10,-/7,- (domenica: € 1,00)

   Organizza: Die Neue Sammlung - The International Design Museum Munich

   in cooperazione con l'Istituto Italiano di Cultura

 

- mercoledì 17 marzo, ore 20:00, c/o Gasteig, Vortragssaal der

   Bibliothek (Rosenheimerstr. 5, München)

   per la rassegna "Italien neu verstehen"

   "Die Zerstörung der italienischen Mittelschicht und der Aufstieg

   Silvio Berlusconis" con Sergio Bologna, insegnante e scrittore

   Ingresso: € 6,- Organizza: Münchner Volkshochschule

  

- giovedì 18 marzo, ore 19:00, c/o Black Box, Gasteig

   (Rosenheimerstr. 5, München) "Der Richter Giovanni Falcone"

   con Maria Falcone ed il magistrato Fernanda Contri

   In lingua italiana e traduzione consecutiva. Ingresso libero

   Organizza: Istituto Italiano di Cultura, Münchner Volkshochschule,

   Fondazione "Giovanni e Francesca Falcone" Palermo

 

- venerdì 19 marzo, ore 19:00, c/o EineWeltHaus, sala 211

   (Schwanthalerstr. 80, München)

   "Da mito comunista a incubo capitalista? La Cina oggi"

   con la partecipazione di Norma Mattarei

   Ingresso gratuito. Organizza: Rinascita e.V.

  

- martedì 23 marzo, ore 18:30, c/o Aspekte Galerie im Gasteig, 2. OG

   (Rosenheimerstr. 5, München)

   Inaugurazione della mostra fotografica "Letizia Battaglia -

   Sizilianische Fotografien von 1976 bis 2009"

   alla presenza dell'artista. Ingresso libero

   Durata della mostra: mercoledì 24 marzo - domenica 6 giugno,

   ore 10:00-22:00

   Organizza: Aspekte Galerie der Münchner Volkshochschule, Münchner

   Stadtbibliothek, KOMM-Bildungsbereich Istituto Italiano di Cultura,

   Circolo Cento Fiori

 

- martedì 23 marzo, ore 20:00, c/o Gasteig, BlackBox (Rosenheimerstr. 5,

   München) per la rassegna "Italien neu verstehen"

   "Italiens Weg in die Gegenwart" con Dr. Friederike Hausmann, scrittore,

   e Hans Woller, dell'Institut für Zeitgeschichte

   Ingresso: € 6,- Organizza: Münchner Volkshochschule

  

  - martedì 23 marzo, ore 21:00, c/o Filmmuseum in Münchner Stadtmuseum

   (St.-Jakobs-Platz 1, München)

   nell'ambito della rassegna "Retrospektive Lina Wertmüller"

   Film: "Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare d'agosto"

   (Italia, 1974, 116', OmeU). Ingresso: 8,–/4,- €

   Organizza: Filmmuseum München, in collaborazione con l’IIC.

 

- giovedì 25 marzo, ore 19:00, c/o Istituto Italiano di Cultura

   (Hermann-Schmid-Str. 8, München)

   per la rassegna "Con gli occhi di lei - Mit den Augen einer Frau"

   Film: "Angela" (Roberta Torre, Italia 2001, 99', OF)

   Organizza: Istituto Italiano di Cultura

 

- venerdì 26 marzo, ore 19:30, c/o Istituto Italiano di Cultura

   (Hermann-Schmid-Str. 8, München)

   "Eleonora Duse - Tragödin im Beruf, Tragödin im Leben"

   Relatrice: Heidi Weidner

   Organizza: Società Dante Alighieri Monaco di Baviera e.V.

 

- domenica 28 marzo, ore 17:00 (ingresso dalle ore 16:30), c/o

   Gemeindehaus der Simeonskirche (Violenstr. 6 96, München | U-6

 

   "Haderner Stern", Tram 18 "Gondrellplatz")

   Neapolitanischer Abend "Charisma, Chaos und Canzoni"

   Passeggiata attraverso Napoli. Col tenore Giuseppe Del Duca.

   Conduce: Antonio Macrì

   All'inizio e nella pausa saranno offerti bevande ed antipasti

   Ingresso: 12,- €

   Informazioni e prenotazioni: Tel: 089-54637435 - 089-7002260

 

- martedì 30 marzo, ore 21:00, c/o Filmmuseum in Münchner Stadtmuseum

   (St.-Jakobs-Platz 1, München)

   nell'ambito della rassegna "Retrospektive Lina Wertmüller"

   Film: "Tutto a posto e niente in ordine" (Italia, 1974, 105', OmeU)

   Ingresso: 8,–/4,- €. Organizza: Filmmuseum München, con l’IIC.

 

 

 

Monaco di Baviera. Sul sito del Consolato: borsa di studio per corsi al collegio di Duino/Trieste

 

La Direzione Generale per gli Italiani all'Estero del Ministero degli

Affari Esteri bandisce per il biennio 2010-2012 una borsa di studio per

la frequenza ai corsi biennali in lingua inglese del "Collegio del Mondo

Unito per l'Adriatico" a Duino, in provincia di Trieste.

 

Alla borsa di studio possono concorrere studenti italiani residenti in

Germania, con passaporto italiano o che abbiano diritto all'ottenimento

del passaporto italiano, particolarmente meritevoli nel profitto

scolastico e che siano iscritti ad un corso di studi che equivalga

almeno al secondo anno della scuola superiore di secondo grado italiana.

 

Gli interessati possono scaricare il bando ed una informativa sui costi

coperti dalla borsa dal sito del Consolato Generale di Monaco di Baviera:

http://www.consmonacodibaviera.esteri.it/Consolato_MonacoDiBaviera/Archivio_News/20100223+Borsa+Duino.htm. (de.it.press)

 

 

 

 

 

Redditi dei pensionati all’estero al setaccio. Verifiche Inps sui redditi percepiti

 

È partita il primo marzo e continuerà fino al 30 giugno la campagna con la quale l'Inps sta chiedendo ai pensionati che risiedono all'estero il rendiconto dei loro redditi. Qual è l'obiettivo di questo accertamento e cosa bisogna fare?

Fino a qualche tempo fa i redditi dei pensionati residenti all'estero erano esclusi dai controlli Inps. Solo recentemente, proprio in seguito ad alcuni accertamenti, l'Inps aveva riscontrato degli errori di calcolo e in diversi casi era poi passata a chiedere la restituzione dei cosiddetti indebiti, ovvero di quegli importi versati in eccedenza. Per limitare le irregolarità, così come avviene per i pensionati residenti in Italia, l'Inps ha ora attivato accertamenti annuali dei redditi anche per le pensioni versate all'estero. La campagna Inps partita il primo di marzo invita i pensionati all'estero alla comunicazione dei redditi percepiti (comprese le pensioni e qualsiasi altra entrata). In caso di mancata comunicazione entro il termine massimo (30 giugno), così come ricorda Bruno Santini del patronato Epasa di Colonia, si rischia la sospensione della pensione. Per ulteriori informazioni e per comunicare all'Inps i dati richiesti vi consigliamo di recarvi al patronato più vicino.

Ascolta l'intervista a Bruno Santini, trasmessa da Radio Colonia mercoledì:

http://www.funkhauseuropa.de/audio/radio_colonia/italgermania/2010/100317_epasa.mp3?dslSrc=/audio/radio_colonia/italgermania/2010/100317_epasa.mp3  (RC, de.it.press)

 

 

 

 

 

Voto all’estero: indifendibile?

 

 ZURIGO - A leggere e sentire le dichiarazioni e le opinioni sul voto all’estero, che stanno circolando di questi tempi, soprattutto a seguito del “Caso Di Girolamo”, è obiettivamente un esercizio difficile ergersi a difensori della legge 459/2001, la così detta Legge Tremaglia, anche per uno come il sottoscritto da sempre strenuo difensore del voto all’estero.

  Infatti, dopo quanto è accaduto nelle votazioni del 2006 e 2008 nella Circoscrizione Estero e l’incredibile scandalo dell’ex senatore Di Girolamo, come si potrebbe non essere d’accordo con il Sottosegretario Giovanardi quando afferma “Esperimento fallito, votare in Italia e per corrispondenza ma per deputati e senatori che stanno in Italia”? come  si potrebbe non essere d’accordo con l’on.le Ugo Intini che da sempre è stato contrario alla legge sul voto all’estero da lui definita balorda e che oggi la ritiene perfino pericolosa? come si potrebbe non essere d’accordo con il Presidente del Senato Schifani quando dice che “il voto per corrispondenza è uno scandalo da eliminare”? come si potrebbe non essere d’accordo con quegli italiani residenti in Italia che mai hanno compreso i motivi e la necessità che gli emigrati debbano eleggere dei loro parlamentari? come si potrebbe non essere d’accordo con tutti quegli emigrati che, sempre più, criticano gli eletti all’estero per la loro inefficacia a difendere i loro interessi? come si potrebbe, visto i risultati, non essere d’accordo sull’inutilità degli eletti all’estero anche da parte di chi da anni è attivo nel mondo associativo dell’emigrazione? come si potrebbe non convenire sull’inutilità degli eletti all’estero quando anche noi, membri dei Comites e del Cgie, abbiamo addirittura perso le tracce di molti di loro e di altri abbiamo deboli segnali della loro esistenza solo perché attraverso dei comunicati stampa veniamo a conoscenza della loro presenza a qualche manifestazione, oppure del loro girovagare per il mondo a rappresentare qualcuno o qualcosa; mentre, in altri casi, fanno parlare di sé tornando periodicamente a chiedere, paradossalmente, la soppressione del Cgie (parricidio?) e cioè dell’organismo che più di ogni altro si è battuto per la legge sul voto all’estero grazie alla quale anche loro, oggi, siedono in parlamento a Roma, lautamente retribuiti, invece di ritrovarsi ancora a fare l’emigrato in qualche fabbrica o ufficio!

  E si potrebbe continuare ancora con questa litania.

  Tuttavia non credo proprio che non sia servito a niente avere in parlamento i “nostri” deputati e senatori eletti all’estero ed a molte critiche, peraltro non nuove, non vale neppure più la pena di rispondere. Se mai la critica più forte e giustificata, per l’inefficacia degli eletti all’estero a rappresentare gli interessi degli emigrati, va rivolta a quelli di loro che sostengono il governo e non certamente a quelli dell’opposizione che sono, purtroppo, inascoltati nelle loro richieste in difesa delle politiche a favore degli italiani all’estero.

  Come pure non credo proprio che si possa essere d’accordo  con quanti vogliono buttare a mare il voto all’estero: vuoi per partito preso; vuoi per alcuni aspetti negativi che sono emersi nelle due esperienze elettorali del 2006 e 2008.

  Certo il sistema elettorale del voto all’estero, alla prova dei fatti, ha mostrato delle crepe e quindi va sicuramente corretto. Su questo non ci piove! Per esempio l’elettorato passivo deve essere residente all’estero da un minimo di anni (cinque?) per evitare il ripetersi di truffe alla Di Girolamo. Un’altra modifica da apportare alla legge attuale è sicuramente quella di invertire l’attuale opzione (tutti elettori nella Circoscrizione Estero, salvo poter optare per il voto nel collegio italiano rientrando in Italia) e far si che il voto per corrispondenza sia, invece, consentito unicamente su esplicita richiesta dell’elettore al Consolato di riferimento ad ogni appuntamento elettorale oppure ad ogni inizio anno. Solo questa modifica potrebbe ricondurre il voto per corrispondenza ad una maggiore affidabilità e determinerebbe anche un notevole risparmio per l’erario: infatti l’invio del plico elettorale sarebbe limitato a chi è veramente interessato a votare e non all’intero universo del corpo elettorale residente all’estero e in secondo luogo impedirebbe, o ridurrebbe all’osso, il mercato dei plichi destinati ad elettori disinteressati al voto o di quelli che ritornano indietro (circa il 20%) ai consolati a causa di indirizzi errati. L’occasione per sperimentare l’efficacia di questa nuova eventuale opzione invertita, rispetto all’attuale normativa, potrebbe avvenire già con le prossime elezioni dei Comites, tempi permettendo.

  Ma un conto è voler correggere il sistema di voto e tutt’altra cosa è voler mettere in discussione la legge 459/2001 che, non dimentichiamolo, è stata il riconoscimento, sia pure molto tardivo, di un diritto democratico di rappresentanza degli italiani all’estero. Un diritto che, vista la collocazione geografica di milioni di elettori residenti all’estero, non può che essere espletato attraverso il voto per corrispondenza. Inutile cercare altre soluzioni che risulterebbero impraticabili come quella, ventilata da molti, di costituire dei seggi presso la rete diplomatico-consolare (quanti seggi e sezioni occorrerebbero? quanto personale necessiterebbe, compreso la vigilanza,  e ce lo consentirebbero le autorità locali?)

  D’altra parte, se si vuole mettere in discussione l’affidabilità del voto per corrispondenza, utilizzato peraltro anche da molte altre nazioni, stiamo attenti che pure il voto nei seggi non è una garanzia assoluta e immune da pecche. Basti pensare, per esempio, a quanto accadde alcuni anni or sono in Sicilia dove Forza Italia vinse facendo cappotto con sessantuno eletti in parlamento a Roma su sessantuno che spettavano a quella Regione. Fu un risultato proprio così democratico? Boh!

Dino Nardi, Coordinatore UIM Europa e membro Comitato di Presidenza CGIE

 

 

 

 

Narducci: si arrivi presto ad una normalizzazione dei rapporti Svizzera-Libia

 

L’on. Franco Narducci, partecipando ai lavori della delegazione della Commissione Esteri della Camera dei Deputati che si è recata a Berna per incontrare l’omologa Commissione elvetica per la politica estera, ha sottolineato che “la crisi con la Libia ha messo in evidenza quanto sia importante la cooperazione internazionale”.

Inoltre specificando che “Gheddafi non ha l’autorità né religiosa, né politica per dichiarare una guerra santa” ha messo in evidenza il fatto che il “colonnello gioca una partita ben più ampia dell’onore del clan ferito; infatti, con il blocco dei visti vuole tenere sotto scacco l’Europa intera, il che assume la sua particolare rilevanza se consideriamo che la Libia intercetta i flussi migratori ed è ricca di riserve petrolifere, le più consistenti dell’Africa valutabili in 41 miliardi di barili”. In questo contesto Narducci ha affermato che “non vi è un interesse dell’Italia né dell’UE a creare condizioni che inaspriscono i toni e la situazione e l’Unione sta negoziando con la Libia un accordo globale per la sicurezza”. “Certamente è fondamentale – ha proseguito il Vicepresidente della Commissione esteri Narducci – che vi sia una normalizzazione dei rapporti tra la Libia e la Svizzera come tutti auspichiamo dall’Italia all’UE fino, ormai, agli USA, considerando il dialogo diretto uno strumento importante per appianare le divergenze; ogni soluzione diplomatica della vicenda comunque non deve prescindere dal rispetto dei trattati comunitari, nonché del diritto e della legalità internazionali”.

Il parlamentare ha, inoltre, rilevato che nel quadro politico internazionale attuale vi è sempre meno spazio per accordi bilaterali poiché le decisioni sono “affidate sempre più ad organismi ampi come il G20, in un quadro di politiche multilaterali”.

 

Poi Narducci ha precisato che vi è la convinzione da parte italiana che “accanto alla cooperazione internazionale occorra incrementare le politiche di buoni rapporti tra gli stati confinanti, nella fattispecie tra la Svizzera e l’Italia, ma anche la Francia e la Germania”. “Ed in questo percorso di cooperazione - ha precisato Narducci -  assume una importanza  particolare il Ticino, visto il naturale ruolo ponte che esercita tra l’Italia e la Svizzera, grazie ai buoni rapporti con la Lombardia”.

L’on. Franco Narducci ha poi fatto alcune riflessioni sul ruolo della lingua italiana in Svizzera sollecitando “un maggiore impegno delle istituzioni ticinesi affinché sia posta in essere una adeguata politica culturale che sappia riconoscere all’italiano il ruolo che gli spetta e che nel panorama scolastico va perdendo a scapito dello spagnolo”, inoltre il Deputato del PD ha parlato della questione del lavoro transfrontaliero che “rappresenta una ricchezza sia per la Svizzera che per i comuni di frontiera” auspicando “un nuovo accordo di indennità di disoccupazione e di retrocessione fiscale”.

Sul piano della cooperazione fiscale c’è da rilevare che il Consiglio federale svizzero il 13 marzo 2009 ha deciso di allentare le maglie del segreto bancario e si è ribadito l'auspicio per una “rapida conclusione del negoziato sulla nuova convenzione in tema di doppie imposizioni tra Italia e Svizzera, nel rispetto della reciproca sovranità fiscale e nel comune interesse alla trasparenza”. De.it.press

 

 

 

 

Giovani siciliani bloccati all'Europarlamento. "Con la maglietta no-mafia non possono entrare"

 

Dopo ore di attesa gli ottanta studenti hanno trovato un escamotage. Aiutati da alcuni deputati, si sono levati la t-shirt e hanno passato i controlli. Poi, dopo essere entrati tutti, se la sono rimessa

 

BRUXELLES - Ottanta studenti dell'università degli studi di Palermo sono stati bloccati all'ingresso dell'Europarlamento. I giovani erano stati chiamati a partecipare a un confronto sulle mafie e la criminalità transnazionale ma non sono stati fatti entrare perché indossavano una maglietta con una scritta: "No mafia: siciliani contro tutte le mafie".

 

Ma alla fine, dopo ore di attesa, i giovani hanno trovato un escamotage per aggirare il divieto. Dopo essere entrati nel Parlamento, senza t-shirt, gli studenti hanno superato i controlli di sicurezza e appena arrivati alla sala dell'incontro su "mafia e criminalita" se la sono rimessa. "Bisogna riconoscere il coraggio di questi 80 ragazzi che dalla Sicilia sono arrivati fino a Bruxelles per portare un messaggio forte contro la mafia", ha dichiarato David Sassoli, capo delegazione del Pd al Parlamento Europeo, dopo avere inviato la presidenza a fare entrare i ragazzi nel palazzo.

 

Tutto è bene quel che finisce bene. Il divieto di entrare di indossare la maglietta è stato però accolto da Rosario Crocetta, eurodeputato del Partito democratico, e partecipante all'incontro insieme a Giuseppe Lumia, della commissione antimafia italiana con delusione. "Per la sicurezza del Parlamento il fatto che i ragazzi indossino una maglietta con la scritta 'no mafia' è una manifestazione non autorizzata", ha spiegato Crocetta. In questo caso però - conclude - "non c'è alcun riferimento a uno slogan politico. Questi ragazzi stanno manifestando il loro pensiero".

 

Della stessa opinione anche Lumia che racconta di essere arrivato a Bruxelles "per spiegare come le mafie si sono diffuse in tutto il territorio europeo e come riescono a condizionare la vita economica e sociale dei Paesi. Invece - ha aggiunto - ho trovato un clima di chiusura e ottusita. Mi aspettavo - ha concluso Lumia - tutt'altra accoglienza al Parlamento europeo. Sembra che l'antimafia crei imbarazzo". LR 18

 

 

 

Mosca, serve una nuova perestrojka

 

La perestrojka, lanciata in Unione Sovietica 25 anni fa, è da allora oggetto di acceso dibattito. Che ora riprende quota, non solo per via dell’anniversario ma anche perché la Russia si trova di nuovo a fronteggiare la sfida del cambiamento. In momenti come questi è appropriato e necessario guardare indietro.

 

Abbiamo introdotto la perestrojka perché sia i nostri cittadini sia i nostri amministratori capivano che continuare così non era più possibile. Il sistema sovietico, creato nell’Urss con lo slogan del socialismo e a prezzo di enormi sforzi, perdite e sacrifici ha reso il nostro Paese una superpotenza con una forte base industriale. In condizioni estreme funzionava; in circostanze più normali ha condannato la nostra patria all’inferiorità. Questo era chiaro a me e agli altri dirigenti della nuova generazione, così come ai membri della vecchia guardia che tenevano al futuro del Paese. Mi ricordo la conversazione con Andrei Gromyko poche ore prima che il Comitato Centrale riunito in assemblea plenaria eleggesse il nuovo segretario generale nel marzo 1985. L’ex ministro degli Esteri conveniva sulla necessità di un cambio epocale e sul fatto che, per quanto i rischi fossero alti, era di vitale importanza procedere.

 

Chiedono spesso a me e ad altri leader della perestrojka se fossimo consapevoli del tipo di cambiamento a cui saremmo andati incontro. La risposta è sì e no: non del tutto e non immediatamente.

 

Era chiarissimo cosa dovessimo abbandonare: il rigido ed ideologico sistema politico ed economico; il confronto frontale con la maggior parte degli altri Stati del mondo; la corsa senza regole al riarmo. Rifiutando tutto questo ottenemmo il pieno consenso popolare mentre i funzionari che si rivelarono stalinisti duri a morire dovettero tacere e adeguarsi. Ben più difficile trovare una risposta alla domanda successiva: Quali erano i nostri obiettivi, cosa volevamo ottenere? Noi avevamo percorso un lungo cammino in tempi brevi: eravamo partiti dal tentativo di emendare il sistema esistente ed eravamo arrivati alla conclusione di doverlo cambiare. E tuttavia, sono sempre rimasto fedele alla scelta fatta in favore di un’evoluzione: un cambiamento che non avrebbe distrutto il popolo e il Paese e avrebbe evitato spargimenti di sangue.

 

Era una bella sfida attenersi a questo programma mentre affioravano conflitti vecchi e nuovi. Da un lato i radicali spingevano sull’acceleratore, dall’altro i conservatori ci mettevano i bastoni tra le ruote. Entrambi i gruppi hanno la maggior colpa per quanto è accaduto in seguito. Ma accetto la mia parte di responsabilità. Noi, i riformatori commettemmo errori che sono costati cari, a noi e al Paese. Il nostro più grave errore è stato intraprendere con troppo ritardo la riforma del Partito comunista. Era stato il partito a dare inizio alla perestrojka, ma presto divenne un ostacolo al suo progresso. I burocrati che ne erano a capo organizzarono il tentato colpo di stato dell’agosto 1991, che tagliò le gambe alla perestrojka. Agimmo con troppo ritardo anche nel riformare l’unione delle repubbliche che avevano fatto già molta strada nel corso della loro esistenza comunitaria. Erano diventati degli Stati a tutti gli effetti, con le loro economie e le loro élite. Dovevamo trovare un modo per garantire la loro sovranità nazionale all’interno di una unione democratica decentrata. Al referendum del marzo 1991 oltre il 70% della popolazione era a favore di una nuova unione di repubbliche sovrane. Ma il colpo di stato, che mi indebolì come Presidente, segnò il loro destino. Abbiamo commesso anche altri sbagli: presi nel vortice delle battaglie politiche perdemmo di vista l’economia e il popolo non ci ha mai perdonato la scarsità dei beni di prima necessità e dei minimi comfort di quei tempi.

 

Ma detto tutto questo e qualsiasi cosa ne pensi chi mi critica, quello che è stato ottenuto dalla perestrojka è innegabile. Da lì è passata la via per la libertà e la democrazia. I sondaggi confermano che anche i più critici verso la perestrojka e i suoi fautori - e in particolare verso di me - apprezzano le sue conquiste: l’abbattimento del sistema totalitario, la libertà di parola, riunione e fede; la libertà di movimento e il pluralismo economico e politico.

 

Dopo la fine della perestrojka e lo smantellamento dell’Unione Sovietica, i leader russi hanno optato per una versione «radicale» delle riforme. La loro terapia «shock» si è rivelata peggio della malattia che voleva curare. Molta gente è precipitata nella miseria; il divario nei redditi è fra i più ampi al mondo. Sanità, educazione e cultura subirono enormi decurtazioni. La Russia cominciò a perdere la sua base industriale diventando completamente dipendente dall’esportazione di petrolio e gas naturali. All'inizio del nuovo secolo il Paese si trovava in uno stato di collasso, a un passo dal caos. I processi democratici hanno sofferto di questo degrado nazionale. Le elezioni del 1996 e il trasferimento del potere a un «erede» designato nel 2000 sono stati atti democratici nella forma ma non nella sostanza. Da allora ho iniziato a preoccuparmi per il futuro della democrazia in Russia. Capimmo che in una situazione che metteva in forse la stessa esistenza dello Stato russo non era sempre possibile rispettare in modo formale le leggi: in alcuni casi un certo autoritarismo è necessario.

 

Ecco perché ho appoggiato Vladimir Putin durante il suo primo mandato presidenziale. E non ero il solo: era con lui dal 70 all’80% della popolazione e credo avessero ragione. Nondimeno, stabilizzare il Paese non può essere l’unico fine. La Russia ha bisogno di sviluppo e di riforme per diventare leader nel mondo globalizzato e interconnesso. Il nostro Paese non ha fatto un passo avanti in questa direzione negli ultimi anni, malgrado per un decennio abbiamo beneficiato degli alti prezzi delle nostre principali esportazioni, petrolio e gas. La crisi globale ha colpito la Russia più duramente di molti altri Paesi e la colpa è solo nostra. La Russia potrà progredire senza problemi solo seguendo un percorso democratico. E recentemente ci sono stati da questo punto di vista diversi passi indietro.

 

Il processo democratico ha perso mordente. In molti casi ha subito una involuzione. Tutte le decisioni di rilievo sono prese dall’esecutivo, il Parlamento si limita a un’approvazione formale. L’indipendenza dei giudici è stata messa in discussione. Non abbiamo un sistema partitico che dia la possibilità alla maggioranza di vincere lasciando alla minoranza la possibilità di esercitare un ruolo attivo e far valere la propria opinione. C’è la crescente sensazione che il governo sia spaventato dalla società civile e voglia controllare tutto.

 

Sono cose che conosciamo bene, le abbiamo già passate. Vogliamo tornare indietro? Credo che nessuno, compresi i nostri leader, lo desideri. L’insoddisfazione per questo stato di cose è diffuso a tutti i livelli. Percepisco allarme nelle parole del presidente Dmitry Medvedev quando si chiede, come ha fatto in alcune recenti dichiarazioni pubbliche: «Come può una economia primitiva basata sulle materie prime e su una corruzione endemica portarci verso il futuro?». Possiamo stare tranquilli se «l’apparato di governo nel nostro Paese è il più grande datore di lavoro, il maggior editore, il miglior produttore, giudice di se stesso, e, di per se stesso un partito e persino una nazione?».

 

Non si potrebbe dirlo meglio. Sono d’accordo con il Presidente e con il suo obiettivo, la modernizzazione. Ma non funzionerà se il popolo è tagliato fuori, se è considerato solo una pedina. Per avere persone che si sentono e agiscono da cittadini c’è una sola ricetta: democrazia, legalità e dialogo aperto tra il popolo e il governo. Quello che ci frena è la paura. Tra la gente come fra chi governa serpeggia il timore che la modernizzazione potrebbe portare all’instabilità e persino al caos. In politica la paura è una cattiva consigliera, dobbiamo superarla. Oggi la Russia ha molti cittadini liberi e indipendenti pronti ad assumersi responsabilità e a sostenere la democrazia. Ma molto dipende dai comportamenti del governo.  Mikhail Gorbaciov TNYTS LS 18

 

 

 

 

Napolitano in Siria: «Preoccupazione per gli insediamenti a Gerusalemme Est»

 

DAMASCO - Il presidente Napolitano è preoccupato per «i nuovi insediamenti a Gerusalemme Est e per le conseguenze che ne possono scaturire». Il capo dello Stato, in visita in Siria, non nasconde i propri timore per la crisi innescata da Israele con l'annuncio di una prossima espansione nell'area contesa con i palestinesi. Dopo il colloquio con il suo omologo Bashar Al Assad, Napolitano ha poi invitato Israele a restituire le alture del Golan alla Siria, come «parte del processo di pace».

DUE POPOLI, DUE STATI - «Sono persuaso che la sola soluzione possibile al conflitto arabo-israeliano sia basato sulla formula due popoli e due Stati - ha spiegato Napolitano - e cioè il diritto dei palestinesi ad avere uno Stato indipendente e vitale e quello di Israele a vedere la propria esistenza riconosciuta e a vivere in sicurezza. Di questo quadro fa parte la restituzione del Golan così come affrontare la gravissima situazione umanitaria a Gaza». Colloqui calorosi quelli con Assad, con la promessa di una politica volta alla stabilizzazione della regione libanese, «nel pieno reciproco rispetto dell'indipendenza di Siria e Libano». Il presidente siriano parla di «punti di vista convergenti» per quanto riguarda il processo di pace e ringrazia «l'Italia per la sua posizione sul Golan». «Vogliamo una pace giusta e globale - prosegue Assad - ma questo è difficile per la mancanza di iniziative e per un governo come quello israeliano che non può essere preso come partner per colpa della sua politica di insediamenti e di violazione dei luoghi sacri».

RAZZO, UN MORTO - Intanto a Gaza sale la tensione. Un razzo Qassam è esploso in territorio israeliano nel kibbutz di Nativ Hasara, vicino al confine, uccidendo un immigrato thailandese. L'uomo, ferito in modo grave, è morto durante il trasporto in ospedale per le lesioni causate dalle schegge. L'attacco è stato rivendicato da Ansar al Sunna, la brigata miliziana salafita avversaria di Hamas (e con posizione ultra fondamentaliste), che ha inviato un sms ad alcuni media. È il terzo razzo lanciato da mercoledì sera sul sud d'Israele, ma è il primo da tempo a provocare vittime.

LA ASHTON A GAZA - Proprio oggi è in visita nella Striscia di Gaza la rappresentante della politica Estera dell'Ue Catherine Ashton: il territorio, controllato da Hamas, è scelto raramente come meta dagli esponenti della comunità internazionale. La Ashton, che ha condannato il lancio del razzo odierno e «ogni forma di violenza», incontrerà rappresentanti dell'Onu impegnati in attività umanitarie a favore della popolazione palestinese; non sono previsti incontri con esponenti di Hamas. Shimon Peres, durante il colloquio con la rappresentante della Ue, ha difeso la politica degli insediamenti: «Per più di 40 anni si è seguito un certo modello: Israele costruisce nei rioni periferici ebraici e non in quelli che sono principalmente arabi - ha detto Peres -. Questa linea è stata seguita da tutti i governi ed è stato accettato da tutti; in effetti anche dai palestinesi».

BAN KI-MOON E MITCHELL - Per la settimana prossima è atteso il segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon e domenica prossima tornerà nella regione l'inviato Usa George Mitchell. La sua visita era stata rinviata dopo la crisi nella relazioni tra Israele e Stati Uniti. Negli ultimi giorni Hamas è tornato ad alzare i toni: aderendo alla "giornata della collera" palestinese - promossa due giorni fa in risposta alla ricostruzione di una sinagoga nella città vecchia di Gerusalemme e ai progetti di espansione degli insediamenti ebraici e sfociata in violenti tafferugli tanto a Gerusalemme est quanto in Cisgiordania -, ma anche invocando ripetutamente una terza Intifada.

OBAMA: NESSUNA CRISI - Mercoledì dal presidente Obama è arrivata una rassicurazione a Israele, dopo le tensioni degli ultimi tempi: in un'intervista alla Fox ha detto che i rapporti tra Usa e Israele «non sono in crisi» ma ha sottolineato che l'annuncio da parte di Tel Aviv di nuove abitazioni a Gerusalemme Est «non è di aiuto» al processo di pace, tanto più perché arrivato durante la visita del vicepresidente Joe Biden che mirava a facilitare la ripresa dei colloqui di pace. «Israele è uno dei nostri alleati più stretti - ha detto Obama -, abbiamo col popolo di Israele un rapporto speciale che non può mutare. Ma anche tra amici è possibile non essere d'accordo, a volte». CdS 18

 

 

 

 

Obama-Israele molte ripicche scarsa visione

 

Una spirale di ripicche e offese ha portato le relazioni fra Usa e Israele, nel giro di un fine settimana, al livello di bandierina rossa. Uno stato di eccezionale emotività, che si può misurare con efficacia dal riverbero che ha avuto nelle parole di un grande giornalista, nonché difensore (finora) inflessibile di Israele. Thomas Friedman, pluripremio Pulitzer, sul «New York Times» domenica ha marchiato il comportamento di Gerusalemme con parole di fuoco: «Il vicepresidente Biden avrebbe dovuto tornare immediatamente a bordo dell’Air Force Two e lasciare il seguente messaggio dall’America al governo di Israele: gli amici non permettono agli amici di guidare ubriachi. E in questo momento voi state guidando ubriachi. Pensate davvero di poter mettere in imbarazzo il vostro unico alleato al mondo, per rispondere alle vostre beghe interne, senza pagarne le conseguenze? Avete perso totalmente contatto con la realtà. Chiamateci quando sarete seri».

 

Non a caso, Friedman parla di telefono. Riprende infatti quasi letteralmente un’altra citazione telefonica usata per mandare a quel paese Israele. Nel 1992, dopo la prima guerra del Golfo, l’allora segretario di Stato James Baker, dell’amministrazione di Bush padre, stanco di dover convincere Israele a sedersi al tavolo delle trattative di Oslo, sbottò: «Conoscono il mio numero, possono chiamarmi». Aggiungendo: «F... the Jews. Comunque non ci votano».

 

Finora era stato quello il punto più basso nella storia delle relazioni fra i due Paesi, ma la crisi attuale sembra averlo però ampiamente superato. Umori come quelli di queste ore non si coglievano effettivamente da anni. Che non ci sia grande amore fra Barack Obama e Bibi Netanyahu, fra l’attuale amministrazione democratica e il governo di Gerusalemme, è ormai un dato (tristemente) acquisito. Ma che il governo israeliano si lanciasse in una pubblica campagna di deterioramento delle iniziative americane in Medio Oriente non lo avrebbe previsto nessuno. Meno di tutti l’uomo cui è stato fatto lo sgarro, l’elegante vicepresidente Joe Biden, recatosi la scorsa settimana in Israele nell’ennesima visita per il processo di pace, e trovatosi spiaccicato in faccia l’annuncio del governo di Israele di aver avviato la costruzione di 1600 nuove case a Gerusalemme Nord-Est, confine zona araba.

 

Viceversa, si può dire che nemmeno Israele aveva anticipato le conseguenze di questo suo gesto di pubblica umiliazione. Washington ha risposto con indignazione, denunciando lo «schiaffo», ventilando conseguenze, arrivando a parlare del primo ministro israeliano senza mai citarne il titolo ma chiamandolo solo con il nomignolo, Bibi. Bibi come il bullo del quartiere, la testa calda del cortile di casa. Questa reazione emotiva da parte di Washington sta scuotendo il mondo diplomatico. Può piacere o no, è però di sicuro una diversità rispetto al passato, una forma di trasparenza rispetto al manierismo che spesso soffoca il dibattito pubblico fra nazioni.

 

In questo senso, la franca incavolatura della Casa Bianca va presa come una indicazione in sé: il segnale di quanto preoccupati siano gli americani per la situazione mediorientale. Secondo quanto è stato fatto circolare nella capitale, Obama pensa che Israele non abbia sufficiente cognizione della delicatezza della sua posizione, e della politica americana. Forse il maggior impegno preso in politica estera dal Presidente è stato proprio quello di affrontare di petto la riappacificazione con il mondo arabo. Nella convinzione - da Obama più volte sottolineata - che la tensione fra Est e Ovest non sia uno scontro di culture, ma uno scontro politico.

 

Naturalmente già in questa distinzione fra scontro di culture e tensione politica si può leggere un mare di distanza fra Israele, che legge la sua missione come quella di «faro» dell’Occidente, e il pragmatismo a-ideologico di Obama.

 

Ma fin qui le posizioni fra i due alleati potrebbero anche convivere. Se non fosse che la politica Usa ha dovuto fare in questi mesi un bagno di realtà. Il Presidente democratico, che pure si è preso la responsabilità di parlare al mondo arabo recandosi di persona in una delle sue capitali, Il Cairo, oggi, poco più di un anno dopo, si ritrova con in mano due guerre con gli arabi - una in Afghanistan e l’altra non del tutto conclusa in Iraq - e una potenziale deflagrazione mondiale con l’Iran. L’avvio di un qualunque colloquio fra palestinesi e israeliani, fosse anche solo formale, darebbe al presidente Obama una boccata di ossigeno, una carta da giocare, una prova che il meccanismo può essere da qualche parte disinnescato.

 

La teatralità, le ripicche di Gerusalemme sono in questo senso avvertite a Washington come un personale affronto, ma, ancora di più, un irresponsabile calcio negli stinchi all’unico alleato, come dice appunto il giornalista Friedman. Dunque una immaturità totale di Israele. Che è poi la conclusione cui porta la tensione di queste ore. Fra Israele e Stati Uniti ogni rottura è impensabile. Eppure, il rapporto automatico, senza ombre, paritario fra loro sembra decisamente in declino. Per colpa di Obama, amano dire molti in Israele. Per colpa di Israele, rispondono molti a Washington, convinti che mettere in imbarazzo un Presidente americano per dare soddisfazione ai propri elettori è segno di una grave perdita di visione e di grandezza da parte del governo di Gerusalemme. Sono due linee non di collisione, ma certo non più di reciproca e indiscussa appartenenza.  LUCIA ANNUNZIATA LS 18

 

 

 

 

Draghi: "In Europa ripresa fragile ovunque". Berlino: fuori dall'euro chi non rispetta regole

 

Il governatore di Bankitalia lancia allarme al Parlamento europeo: «Crescita disomogenea, le nuove regole non diventino un freno». La Merkel gela la Grecia: gli aiuti sono un errore.

 

BRUXELLES - «La ripresa è disomogenea, debole in Europa, ancora fragile ovunque»: il governatore di Bankitalia, Mario Draghi - intervenuto al Parlamento europeo nelle vesti di presidente del Financial Stability Board (Fsb) - mette in guardia da una situazione che vede i Paesi europei uscire molto lentamente dalla crisi, in un anno, il 2010, che considera «cruciale» per le riforme del sistema finanziario. E col settore del credito che si sta riprendendo, ma che è ancora esposto a «rischi significativi», che impediscono alle banche di tornare a finanziare in maniera adeguata l’economia reale.

 

Al suo fianco - nell’aula dell’Europarlamento - il direttore dell’Fmi, Dominique Strauss-Kahn, condivide l’analisi: «Siamo a un punto di svolta, ma la ripresa è diseguale, a più velocità e, in certe zone, è tiepida». Per esempio in Europa le previsioni di crescita per il 2010 sono dell’1%: «E non è molto», ha sottolineato Strauss-Kahn, ribadendo comunque la necessità di cominciare a ritirare gradualmente le misure anti-crisi messe in campo dai vari governi.

 

Ma per Draghi il 2010, dopo tanto parlare, sarà «un anno cruciale» anche per stringere sulle nuove regole economiche e finanziarie. Quelle che dovrebbero permettere di evitare, o almeno gestire al meglio, nuove future crisi. Il rischio - sottolinea insieme a Strauss-Kahn - è che prevalgano le resistenze, e che col migliorare della situazione si esaurisca lo slancio riformatore. «Serve un più forte governo economico della Ue che si estenda dalle politiche di bilancio alle riforme strutturali dei vari Paesi», ribadisce il governatore di Bankitalia.

 

E nel giorno in cui la cancelliera tedesca, Angela Merkel, rilancia la proposta di espellere da Eurolandia gli Stati che non rispettano i patti, Draghi sembra aprire sulla necessità di prevedere un sistema di sanzioni: «Bisognerebbe aumentare i costi economici e politici per i Paesi che hanno comportamenti devianti», spiega. L’ipotesi di un Fondo monetario europeo (Fme), invece, lascia perplessi tanto Draghi quanto Strauss-Kahn.

 

Per quest’ultimo si tratta di una discussione che «rischia di distrarre» dall’emergenza Grecia. Per Draghi l’Fme può essere concepito solo come strumento tecnico e temporaneo per assicurare «una linea di credito di emergenzaMa non risolverebbe il problema di Paesi con alto debito e bassa crescita, che non possono ripagare i debiti».

 

Quella della Grecia, comunque, per il presidente dell’Fsb «è una crisi di bilancio» che va affrontata innanzitutto attuando in maniera efficace e immediata il piano di risanamento.

 

«Nel ’91 - ricorda - l’Italia affrontò una crisi economica e sociale più grave, con un deficit sopra il 10%, il debito sopra il 100% e un’inflazione al 19%. E ne uscì con un aggiustamento fiscale drammatico, ma che alla fine è stato premiato con l’ingresso nell’euro».

 

Sul fronte finanziario Draghi invita i governi ad affrontare in maniera decisa il problema delle grandi banche sistemiche, quelle “too big to fail”, che sanno di essere troppo grandi per essere lasciate fallire e non esitano ad assumere rischi smisurati.

 

Ma per il governatore, nel mettere mano a nuovi requisiti di capitale e nuovi standard di liquidità bancari, «bisogna prevedere una transizione adeguata, per non danneggiare la ripresa». Infine la stretta sui derivati, che vanno riformati evitando che diventino «canali di contagio».

 

La via giusta per Draghi è quella di «centralizzare gli scambi» dei credit default swap (Cds) e di altri prodotti finanziari attualmente negoziati nei cosiddetti mercati Otc (“over the counter”), fuori dai circuiti borsistici ufficiali e in maniera del tutto non regolamentata.

 

Il governatore propone una «clearing house basata nella zona euro». «Così - spiega - sapremo quant’è la parte dei cosiddetti “Cds nudi” (quelli acquistati per scopi speculativi, ndr) e sapremo come i Cds vengono gestiti e dove sono». LS 17

 

 

 

 

Trani, Napolitano: "Rispettare indagini e ispettori". L'Anm attacca: "Così il ministero interferisce"

 

Il capo dello Stato: "Evitare contrapposizioni istituzionali ed evitare drammatizzazioni" - Mancino, vicepresidente Csm: "Il ministro ascolti il presidente della Repubblica" - I legali del Cavaliere: "Gli atti spettano al Tribunale dei ministri a Roma" - Il procuratore Carlo Maria Capristo: "Nessun contrasto ma leale collaborazione"

 

ROMA - "E' auspicabile che in un periodo di particolari tensioni politiche qual è quello della campagna per le elezioni regionali, si evitino drammatizzazioni e contrapposizioni, come sempre fuorvianti, sul piano istituzionale". E' questo il monito lanciato dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in una dichiarazione sull'inchiesta di Trani e sull'ispezione disposta dal ministro della Giustizia Angelino Alfano. Uno scontro che oggi si arricchisce di un nuovo capitolo con Alfano che si scaglia, così come ieri, contro il Csm.

 

Napolitano. L'intervento di Napolitano era atteso. E le sue sono parole che invitano al rispetto dei ruoli istituzionali. "Vanno rispettate in tutti i casi, compreso quello oggi all'attenzione dell'opinione pubblica - avverte il capo dello Stato - l'autonomia delle indagini e l'autonomia degli interventi ispettivi disposti dal ministro della Giustizia nei limiti dei suoi poteri". Il presidente ricorda come il Csm può esaminare le relazioni conclusive delle inchieste degli ispettori "ma non non pronunciarsi preventivamente sullo svolgimento di dette inchieste". Allo stesso tempo le ispezioni del ministero "non possono interferire nell'attività di indagine di qualsiasi Procura, esistendo nell'ordinamento i rimedi opportuni nei confronti di eventuali violazioni compiute dai magistrati titolari dei procedimenti".

 

Mancino: "No alle interferenze". Alfano: "Poca lealtà". Resta alta la tensione tra il Csm e il ministro Alfano."Nessuna ispezione può interferire nelle indagini giudiziarie" dice il vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, dopo che ieri il ministro della Giustizia aveva accusato il Csm di violare la Costituzione per aver aperto una pratica

sull'ispezione a Trani. Pur non negando "la legittima facoltà del ministro di inviare ispettori" alla procura di Trani, Mancino difende la facoltà dei giudici di indagare senza condizionamenti. Mancino spiega inoltre che il comitato di presidenza ha scelto la sesta commissione consiliare e non la prima proprio "per evitare di dare l'impressione di prendere posizione a tutela dei magistrati d Trani e contro gli ispettori ministeriali". Allo stato, dunque, conclude il vicepresidente del Csm, "non siamo di fronte ad una pratica a tutela aperta in seguito ad una presunta ma inesistente lite contro gli ispettori". Alfano, però, rincara la dose. "Il loro è uno scivolone e non accetterrò mai più pareri non richiesti sulle azioni del governo. Meno male che c'è Napolitano, il più alto presidio di equilibrio e di buon senso, perché c'è stata una violazione della lealtà". Controreplica di Mancino: "Chi ha responsabilita' istituzionali e di governo, se davvero vuole accogliere l'auspicio del Capo dello Stato di evitare 'drammatizzazioni e contrapposizioni, come sempre fuorvianti', si comporti di conseguenza". Poi tocca all'Anm che giudica "gravi" le parole di Alfano e "gli insulti che, anche in questa occasione, il presidente del Consiglio ha rivolto alla magistratura".

 

La procura di Trani. Nel frattempo, a Trani, il procuratore della Repubblica Carlo Maria Capristo nega contrasti con gli ispettori: "Con loro leale collaborazione". Mentre Michele Ruggiero, titolare dell'inchiesta sulle presunte pressioni per fermare la trasmissione Anno Zero, avverte: "Tutto quello che gli indagati non possono conoscere, non lo possono conoscere nemmeno gli ispettori, questo è il segreto investigativo che vale sia per gli indagati che per gli ispettori".

 

In serata, da fonti della procura, si apprende che il nome del premier è iscritto dall'8 marzo scorso nel registro degli indagati per concussione e minacce all'ufficio dell'Agcom. La data di iscrizione non è irrilevante, perchè da allora decorrono i 15 giorni previsti dalla legge entro cui la stessa procura deve inviare gli atti che riguardano il premier al giudice competente. La questione è stata di fatto sollevata dall'istanza che i legali del premier, Niccolò Ghedini, Filiberto Palumbo e Piero Longo, hanno depositato stamattina alla procura di Trani chiedendo ai pm di inviare gli atti a Roma.

 

Anm all'attacco. E sull'ispezione ministeriale interviene, criticamente, anche l'Anm che esprime "preoccupazione" per "le modalità e i tempi in cui è stata avviata e per l'oggetto che rischia di alterare il corretto rapporto tra le attività di indagine degli uffici di procura e i poteri ispettivi del ministro". Replica di Alfano: "L'Anm nega ciò che il procuratore e il sostituto di Trani affermano: entrambi hanno dato atto della grande correttezza e lealtà con cui l'ispezione si è svolta, nel pieno rispetto dei ruoli. Il cosiddetto sindacato delle toghe difende soggetti e protagonisti, il procuratore capo e il pm di Trani, che non hanno bisogno di essere difesi".

 

I legali del premier: "Indagini a Roma". Gli avvocati di Berlusconi, Nicolò Ghedini e Filiberto Palumbo hanno formalmente chiesto alla Procura di Trani di inviare gli atti relativi alla posizione del capo del governo al Tribunale dei Ministri. I due penalisti si sono incontrati con l' intero pool che coordina l'indagine, compreso il procuratore Carlo Maria Capristo. Replica la Procura: "Stiamo valutando le carte".

 

Le reazioni. "Napolitano ha dato un colpo al cerchio e una alla botte cercando di salvaguardare sia le funzioni del ministro, sia quelle del Csm" commenta Antonio Di Pietro intervistato su Repubblica Tv. "La parole di Napolitano sono sagge - dice il segretario del Pd, Pierluigi Bersani - Il problema è che siamo sempre ai problemi di Berlusconi, alle sue ossessioni, i giudici e le Tv. Questo è il problema del Paese".

 

Rai,"Masi si dimetta". "Masi si dimetta subito". Lo chiedono i consiglieri d'amministrazione Rai Nino Rizzo Nervo e Giorgio Van Straten secondo i quali, "la gravità del contenuto delle intercettazioni telefoniche pubblicate oggi da alcuni quotidiani rendono inevitabile a tutela dell'immagine e della credibilità del servizio pubblico una forte e chiara assunzione di responsabilità. L'autonomia e l'indipendenza degli amministratori sono elementi costitutivi di un servizio pubblico radiotelevisivo. I consiglieri di maggioranza, invece, esprimono piena fiducia al dg definendo la richiesta di dimissioni "immotivata e del tutto inaccettabile". Il Cda Rai, la cui riunione era prevista per oggi è stata invece rinviata al 24 marzo. LR 17

 

 

 

 

Un richiamo all'Italia impazzita

 

Ci vuole una pazienza infinita, come quella, appunto, del Presidente Napolitano, per mettersi in mezzo - letteralmente - alla rissa interminabile tra poteri che dovrebbero essere indipendenti, senza necessariamente diventare avversari. In discussione, come ha spiegato il Capo dello Stato, non è il diritto dei magistrati inquirenti a condurre le loro indagini in piena autonomia. Così come non è quello del governo di disporre un'ispezione in una sede giudiziaria, sia pure quella in cui s'è aperta l'ennesima inchiesta contro il presidente del Consiglio. E neppure, va da sé, la possibilità per il Consiglio superiore della magistratura di prendere in esame le risultanze dell'ispezione, non di doverla giudicare in anticipo. Basta solo - ed è quello che Napolitano ha voluto ricordare a tutti - che ognuna delle parti in causa lavori nel pieno rispetto delle prerogative delle altre.

 

Ciò che invece avviene sotto gli occhi di tutti - anche del Presidente della Repubblica, che ovviamente non può spingersi a censurarlo esplicitamente - è esattamente il contrario: inchieste, come quella di Trani, condotte ai limiti delle procedure previste e in un periodo, come la campagna elettorale, in cui determinano effetti politici. Ispezioni, come quella annunciata dal ministro di giustizia Angelino Alfano, presentate dichiaratamente come reazioni del governo alle inchieste, e non come controlli di tipo amministrativo, che devono necessariamente soggiacere alla riservatezza e all'autonomia della magistratura inquirente. E poi controreazioni, in genere molto dure, dei giudici sottoposti a ispezioni. E interventi, al minimo intempestivi, del Csm, come se i giudici che hanno già reagito malamente alle ispezioni avessero bisogno di essere spalleggiati, e come se appunto l'organo di autogoverno dei magistrati non dovesse limitarsi ad aspettare di poter leggere le carte prima di dire la sua.

 

A tutto questo, che si verifica purtroppo ormai immancabilmente ogni qualvolta un'inchiesta mira sui politici, e in particolare su Berlusconi, deve porre rimedio il Capo dello Stato: chiamato in campo non nel suo classico ruolo arbitrale, ma proprio per separare contendenti che sembrano aver voglia di menare le mani. Napolitano provvede alla necessità, ribadendo un principio che dovrebbe essere ovvio - ognuno al suo posto e nell'ambito dei propri poteri -, ma evidentemente non lo è più, nell'Italia impazzita di questo inizio 2010.  MARCELLO SORGI LS 18

 

 

 

 

Agcom, antitrust e la mano della politica. Quelle authority sotto tutela

 

Le intenzioni di partenza erano ottime. Le authority dovevano essere gli anticorpi della società moderna contro i soprusi dei monopoli, l’avidità degli speculatori e le intrusioni improprie della politica. Compiti da far tremare i polsi a chiunque, in un Paese con una lunga tradizione statalista dove il mercato ha sempre faticato ad affermarsi. Il requisito fondamentale per assolverli con efficacia era l’indipendenza. Una indipendenza non soltanto formale: nomine non influenzate dalla politica, autonomia finanziaria e possibilità di mostrare i muscoli.

Così doveva essere. Ma così non è stato esattamente. Le nostre authority hanno poteri limitati e spesso li esercitano timidamente. Anche perché le loro decisioni sono perennemente sotto il tiro dei ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato. Per giunta, sono state anche ingolfate di competenze insensate, totalmente prive di alcun potere sanzionatorio, come quelle sul conflitto d’interessi appioppate all’Antitrust e al Garante per le comunicazioni. L’autonomia finanziaria è quella che è, se si pensa che alla fine dello scorso anno era stato proposto un fondo unico (non a tutti gradito) con l’idea di risolvere il problema e alla fine si è resa necessaria una colletta fra le autorità per soccorrere qualcuna di esse in difficoltà economica. Per non parlare poi dell’influenza della politica. I meccanismi di nomina, tutti diversi l’uno dall’altro, offrono ai partiti spazi di penetrazione enorme. Dei 58 commissari che governano le dieci autorità considerate «indipendenti», ben 17 sono di emanazione diretta della politica: ex parlamentari o ex esponenti dei governi di vario colore. Quasi uno su tre. Di questi, ben cinque su otto componenti sono nel solo Garante per le comunicazioni: dove il presidente è indicato dal governo e gli otto componenti sono nominati per metà dalla maggioranza e per metà dall’opposizione.

Alla luce di ciò, ben si comprende perché non sia mai andata in porto la riforma, annunciata dal centrodestra e dal centrosinistra, che avrebbe dovuto rendere omogenei i criteri di nomina sottraendoli alle logiche spartitorie. E anche perché un’authority come quella dell’Energia, i cui componenti sono designati con un sistema bipartisan, cioè a maggioranza qualificata dalle commissioni parlamentari, sia monca di tre commissari su cinque da addirittura un quinquennio. Mentre negli ultimi due anni si sono registrati in Parlamento almeno quattro tentativi di limitarne i margini di manovra su suggerimento del governo.

La verità è che una riforma del genere nessuno la vuole. Meglio avere a che fare con autorità «formalmente» indipendenti ma che nella sostanza sono permeabili dalla politica. O che almeno la politica può trattare come una comoda foglia di fico da mettere o togliere a piacimento. Con risvolti talvolta assurdi. Un caso? L’Autorità delle comunicazioni può sanzionare i programmi Rai che non rispettano in campagna elettorale le parità di condizioni fra i vari partiti, non può mettere bocca sulle regole della par condicio se queste riguardano la tivù di Stato. Di quelle si occupa la commissione parlamentare di vigilanza. Con il risultato che i talk show «privati» sono di competenza dell’authority e quelli «pubblici» del Parlamento. Con tutta la buona volontà, ma che senso ha? Sergio Rizzo CdS 17

 

 

 

 

La sindrome del padrone

 

La questione politica, e ormai anche strutturale e storica del rapporto fra Silvio Berlusconi e la giustizia, è diventata una questione di sistema, perché fra il premier e le articolazioni della magistratura è scattata la guerra totale.

 

Ormai Berlusconi sta accentuando il suo ruolo proprietario, in quanto il premier tratta da padrone le istituzioni giudiziarie e le autorità neutrali. Lo si vede con l'atteggiamento assunto verso la procura di Trani, trattata come un tassello del complotto che si starebbe sviluppando contro la presidenza del Consiglio, con una funzione schiettamente politica, e con le parole rivolte verso l'AgCom, considerata semplicemente come un pezzo dell'immensa manomorta berlusconiana.

 

Sotto questa luce, è l'intera Italia a essere di proprietà del capo del governo. Nel silenzio dell'opinione pubblica, e nella sostanziale acquiescenza delle opposizioni, Berlusconi ha aumentato a dismisura il suo potere, anzi, le sue proprietà. Si è sentito autorizzato a intervenire sull'Agenzia per le comunicazioni con l'atteggiamento e con le parole del padrone, insofferente di norme e convenzioni, e incapace di trattenersi: "Ma non riuscite neppure a chiudere Annozero?". "È una questione di dignità", dice al commissario Giancarlo Innocenzi, "Ti ho messo io in quel posto". Quindi regolati di conseguenza. Il che dimostra la sua intuizione di essere, più che un politico, un imprenditore senza limiti etici, cioè con la possibilità di conquistare tutto, con la violenza di una funzione anti-istituzionale che si esercita giorno per giorno.

 

Si instaura così un nuovo triangolo delle mille sfortune, tra la presidenza del Consiglio, la magistratura e l'Agenzia per le comunicazioni. Al centro del triangolo si è collocato, con la sua consueta forza strategica, il premier Berlusconi. Ormai da anni sta insistendo che in Italia c'è un problema da risolvere, ed è quello del rapporto fra la politica e la magistratura. "Alcune procure", secondo il premier, che non ne ha mai citata una, composte da "toghe rosse", da "giudici comunisti", stanno conducendo una battaglia "contro la democrazia", nel tentativo di liquidare per via giudiziaria il capo del governo.

 

In queste condizioni, il "padrone" Berlusconi tenta di frenare il funzionamento dei processi che lo riguardano, come quello contro l'avvocato inglese Mills e i processi All Iberian e i diritti televisivi. Ma dal sistema penale spuntano casi giudiziari a iosa, in modo anche casuale come quello di Trani, per cui a suo modo, nella sua logica proprietaria, Berlusconi ha ragione: come è possibile che, possedendo tutto, gli sia impossibile controllare tutto ciò che possiede o crede di possedere in virtù del voto popolare, compresi i processi e le inchieste giudiziarie? E come mai non è possibile, da parte sua, padrone assoluto dei media, controllare il sistema televisivo e i programmi politici di approfondimento e di dibattito? Che ci sta a fare l'Agenzia per le comunicazioni, se non esegue i comandi che vengono dall'alto? Naturalmente Berlusconi ignora, volutamente, la complessità del sistema della comunicazione pubblica. Ai suoi occhi basterebbe una telefonata all'Innocenzi di turno per stroncare un programma come quello di Michele Santoro (o come il salotto di Floris o della Dandini), considerato da mesi una delle "fabbriche di odio" nei confronti del premier e del Popolo della libertà.

 

È una situazione disperata, quella di Berlusconi, che lo induce a gesti disperati, o almeno terribilmente disinibiti, nel senso che fanno a pezzi il tessuto generale delle istituzioni del nostro Paese. Il "padrone" non riesce più a comandare, il suo partito si sta sfaldando, e i vari cacicchi cercano un'area di autonomia personale e politica. Berlusconi teme una "sindrome francese" e una sostanziale non vittoria alle elezioni regionali. Paradossale situazione del padrone che non riesce a spadroneggiare fino in fondo, pur cercando di farlo in tutti i modi. C'è una contraddizione intrinseca nell'azione di Berlusconi, e la formula proprietaria o "padronale" la riassume tutta, senza risolverla. Ma la questione è: in una democrazia può il capo del governo rivolgersi come un padrone alle autorità di garanzia? EDMONDO BERSELLI

LR 17

 

 

 

 

L'Agcom avvia un'istruttoria su Innocenzi

 

Il Csm frena sull'ispezione: solo risoluzione. Atti relativi al premier, venerdì la decisione sul trasferimento a Roma inchiesta di trani / il presidente del senato Schifani: «fare luce sulla fuga di notizie»

 

MILANO - L'inchiesta di Trani sulle presunte pressioni per far chiudere Annozero potrebbe arrivare già venerdì al tribunale dei ministri. O meglio: nella Capitale ci si occuperà probabilmente degli atti relativi al premier Silvio Berlusconi, cui i pm contestano la concussione e le minacce. La procura di Trani conferma: venerdì si deciderà sul trasferimento degli atti a Roma. In Puglia resteranno invece le posizioni riguardanti il direttore del Tg1 Augusto Minzolini e il commissario dell'Agcom Giancarlo Innocenzi. Proprio su Innocenzi, l'Agcom ha deciso di avviare un'istruttoria. L'Autorità ha chiesto infatti al Comitato etico di esprimere il suo parere sul commissario, «in relazione alle notizie su alcune intercettazioni telefoniche che riporterebbero brani di conversazioni tenute, tra gli altri, da un componente dell'Autorità». Il Comitato etico si pronuncerà dopo aver ascoltato l'interessato.

BERSANI: «È IL MINIMO» - «Mi pare il minimo - ha commentato il leader del Pd Pierluigi Bersani -. Mi pare che andare a dare un'occhiata su come si siano sviluppate queste vicende, da parte dell'autorità sia giusto e doveroso. Abbiamo assolutamente bisogno che autorità indipendenti siano davvero tali». L'eurodeputato dell'Idv Luigi De Magistris ha depositato un'interrogazione alla Commissione europea in merito alle presunte ingerenze del premier Berlusconi nell'autonomia dell'Agcom, chiedendo se non ritenga «che la gravissima ingerenza del premier italiano abbia minato l'indipendenza e l'autonomia dell'Agcom, violando i principi sanciti dalla nuova direttiva sui servizi audiovisivi senza frontiere (2007/65/CE) e più specificatamente dall'art. 30».

L'INCHIESTA E L'ISPEZIONE - Resta alta intanto la tensione tra il ministero della Giustizia e il Csm sull'ispezione a Trani. Sulla pratica, Palazzo dei Marescialli ha corretto il tiro, decidendo che non ci sarà nessuna istruttoria della sesta commissione: i consiglieri si limiteranno a una risoluzione di carattere generale, che ribadirà i principi del rapporto tra poteri degli 007 di Alfano e segreto investigativo. «Alfano può mandare gli ispettori ma non interferiscano» ha rilanciato da parte sua il vice presidente del Csm Nicola Mancino. Poi, commemorando a Milano Guido Galli, il numero due del Csm ha dichiarato: «Anche lo scontro verbale può creare fenomeni di terrorismo». «È opportuno che si faccia luce al più presto su questa preoccupante fuga di notizie - è la posizione espressa dal presidente del Senato Renato Schifani -. Non è la prima volta che avviene nel nostro Paese. Ormai il segreto istruttorio con la pubblicazione delle intercettazioni credo che non esista più». Per Bersani «è giusto che sull'inchiesta di Trani si pronuncino solo le autorità preposte». È intervenuto anche Michele Santoro: «Se i fatti messi in risalto dall'inchiesta di Trani sulla Rai e l'Agcom fossero successi negli Stati Uniti sarebbe scoppiato un watergate, che avrebbe portato alle dimissioni automatiche di tutti i protagonisti della vicenda».

SCONTRO SUGLI 007 DI VIA ARENULA - Nei giorni scorsi, la decisione del ministro della Giustizia Alfano di inviare gli 007 di Via Arenula in Puglia è stata causa di uno scontro a distanza tra il Guardasigilli e il Csm, che, nel frattempo, aveva dato l'ok a una pratica sull'ispezione. Sulla vicenda è intervenuto mercoledì il capo dello Stato Giorgio Napolitano, invitando le istituzioni a mettere da parte le contrapposizioni. E l'appello del Colle ha spinto il premier Silvio Berlusconi a sottolineare che «l'iniziativa del Csm è stata sconfessata dall'intervento del presidente Napolitano». Optando per una risoluzione, il Csm ha deciso in sostanza che non saranno sentiti a Palazzo dei Marescialli gli ispettori inviati a Trani, né tantomeno i magistrati di quella procura. E non sarà acquisito il mandato che il ministro Alfano ha affidato ai suoi incaricati e che tante polemiche aveva suscitato tra i consiglieri, i quali avevano ipotizzato un intervento su materie al di fuori delle competenze degli ispettori. Duro il commento di Mancino sulle parole di Berlusconi: «Sono valutazioni del presidente del Consiglio che io non condivido» ha detto.

IL DOCUMENTO - La sesta commissione si è riunita giovedì mattina e, a maggioranza (con il voto contrario del laico del Pdl Gianfranco Anedda), ha deciso di non avviare un'istruttoria, ma di mettere a punto una delibera con cui fare una ricognizione dei principi espressi dal Csm sui rapporti tra poteri ispettivi e indagini giudiziarie. La decisione è in linea con le indicazioni che aveva dato il Comitato di presidenza di Palazzo dei Marescialli, attribuendo la competenza delle pratica alla sesta commissione, che non ha il compito di tutelare i magistrati da eventuali invasioni di campo, ma di affrontare problemi ordinamentali. Una nuova riunione è in programma per mercoledì 24 marzo e la sesta commissione conta di approvare il documento finale nella stessa settimana. Resta il dissenso di Anedda, secondo cui il Csm non dovrebbe intervenire sul potere del ministro di inviare gli ispettori negli uffici giudiziari. L'esponente di maggioranza si è detto comunque «soddisfatto» perché «la commissione ha riconosciuto che si era ecceduto nella richiesta». In ogni caso l’apertura di una pratica, sostiene Anedda, «può rappresentare una forma indiretta per intimidire gli ispettori». CdS 18

 

 

 

 

Il commento. Il cinismo assoluto

 

CON un incredibile "blitzkrieg" di prima serata, effettuato come sempre in un format televisivo sicuro perché posto al riparo dalle domande vere e dunque pericolose, il presidente del Consiglio ha varcato l'ennesimo confine. La sua "intervista" al Tg2 è in realtà il livoroso comizio di un capo-popolo che, in nome del plebiscito tributatogli dagli italiani e in forza del suo potere assoluto sacro e inviolabile, è ormai pronto a tutto. Anche a stravolgere quel che resta di un equilibrio istituzionale che lui stesso ha sistematicamente "picconato" nel corso del suo avventuroso Ventennio.

 

Perché questo ha fatto, ieri sera, Silvio Berlusconi. Per spacciarsi ancora una volta come una "vittima innocente" di fronte all'opinione pubblica, e per rilanciare le sue farneticanti accuse alle procure "scese in campo" contro di lui "dettando i modi e i tempi della campagna elettorale", il premier non ha esitato a piegare a suo uso e consumo le parole misurate del Capo dello Stato. Altro che "tirare la giacchetta" al presidente della Repubblica: Berlusconi gli ha letteralmente strappato di dosso l'abito di "garante sopra le parti" che la Costituzione gli assegna.

 

Quell'"abito" riluceva sufficientemente chiaro, nel comunicato che Giorgio Napolitano aveva diffuso ieri mattina, per arginare le polemiche sempre più tossiche intorno all'inchiesta della Procura di Trani. Al Csm, di cui è presidente, il Capo dello Stato ricorda che non si deve mai "pronunciare preventivamente sullo svolgimento delle inchieste" perché, "come recita lo stesso regolamento del Csm, quest'ultimo può prendere in esame "le relazioni conclusive delle inchieste amministrative eseguite dall'Ispettorato generale presso il ministero della Giustizia". Ma al governo ricorda come le ispezioni del ministero non possono "interferire nell'attività di indagine di qualsiasi Procura, esistendo nell'ordinamento i rimedi opportuni nei confronti di eventuali violazioni compiute dai magistrati titolari dei procedimenti". Ma fa di più, il Quirinale: precisa che è stata "corretta" la decisione presa dal Comitato di presidenza del Csm di affidare alla VI Commissione la richiesta "sottoscritta da gran parte dei membri del Consiglio per l'apertura di una pratica inerente l'ispezione" disposta dal ministro della Giustizia presso la Procura di Trani. La conclusione del presidente è inequivoca: "È altamente auspicabile che in un periodo di particolari tensioni politiche qual è quello della campagna per le elezioni regionali, si evitino drammatizzazioni e contrapposizioni, come sempre fuorvianti sul piano istituzionale".

 

Invece di dar prova di quell'equilibrio istituzionale e di quel senso di responsabilità politica invocati proprio da Napolitano, Berlusconi fa l'esatto opposto. Invece di rispettare finalmente le regole del gioco democratico, fa saltare per l'ennesima volta il tavolo. Invece di prendere atto della netta presa di posizione della più alta carica dello Stato, ne strumentalizza e ne distorce radicalmente il messaggio. Il comunicato di Napolitano, declinato secondo il verbo palesemente capzioso e tecnicamente sedizioso del Cavaliere, diventa una pubblica "sconfessione" dell'iniziativa del Csm. E dunque "l'ennesima dimostrazione di un uso intollerabile della giustizia per fini di lotta politica contro di noi".

 

In questi anni Berlusconi ci ha abituato a tutto. Nella discesa agli inferi della "Repubblica del Male Minore" ce ne ha fatte vedere di tutti i colori. Ma ad un simile abisso di irresponsabilità e di cinismo, probabilmente, non ci aveva ancora precipitato. E invece a questo, ormai, siamo arrivati. All'abuso di potere elevato a metodo di governo. Non c'è altro modo, per definire un'"esegesi" così clamorosamente falsa, e dunque costituzionalmente eversiva, delle dichiarazioni e delle funzioni del presidente della Repubblica. E non è tutto. In questa disperata escalation autoritaria del premier l'abuso si somma ad abuso.

 

Non c'è solo l'inaccettabile "abuso politico" su Napolitano, nella performance mediatica di ieri sera. C'è anche altro. Molto altro. Il presidente del Consiglio parlava in playback. L'audio ufficiale riproponeva la narrazione artificiale di sempre, che amplifica l'irrealtà dei "fattoidi": il solito "partito dell'amore" che sconfiggerà "il partito dell'odio", i soliti "miracoli fatti all'Aquila e in Abruzzo", i soliti "successi ottenuti in questi due anni di lavoro straordinario" rispetto ai "disastrosi fallimenti" della solita sinistra sovietica e sanguinaria e ai pericolosi intendimenti delle solite toghe politicizzate e assatanate. In realtà, la vera voce che ci sembrava di ascoltare, e che riflette la realtà dei fatti, è quella delle intercettazioni telefoniche agli atti della procura di Trani. Quella che grida "io ho parlato con il direttore Masi" intimandogli la chiusura dei talk show politici "perché non c'è nessuna televisione europea in cui ci sono questi pollai e allora perché noi dobbiamo avere queste fabbriche di fango e di odio". Quella che urla all'orecchio di Giancarlo Innocenzi "quello che adesso bisogna concertare è che l'azione vostra sia da stimolo alla Rai per dire "chiudiamo tutto".

 

Cos'altro è tutto questo, prima e al di là di ogni implicazione di carattere penale, se non un manifesto abuso di potere? In quale altra democrazia liberale del mondo il presidente del Consiglio (leader di un partito che si definisce prima Casa, poi Popolo "della libertà") può permettersi di trattare come un suo maggiordomo il commissario di un'Autorità amministrativa che per legge dovrebbe essere "indipendente"? In quale altro Zimbabwe del mondo il capo di un governo (già proprietario di un impero mediatico privato) può permettersi di trattare come un suo dipendente il direttore generale del servizio pubblico radiotelevisivo? I tanti, pensosi liberali alle vongole dell'Italia terzista si ostinano a dire che queste sono domande risibili. Ripetono che l'Italia è una magnifica democrazia, perché "è bastato un Tar a fermare il presunto golpe sulle liste" e perché in fondo, di tutti gli "strappi" tentati da Berlusconi, quasi nessuno gli riesce.

 

Questa sì, è una favola. Le regole sono ormai carta straccia. A pochi giorni dal voto per le regionali, i talk show politici sono stati silenziati, e sugli schermi va in onda, gigantesca e solitaria, l'effigie e la parola del Capo. Qualcuno si è accorto che ieri sera, mentre il premier ammoniva le masse dagli schermi del Tg2, vicino al tricolore e alla bandiera dell'Unione Europea campeggiava il simbolo elettorale del Pdl con lo slogan "Berlusconi presidente"? L'ultimo abuso, dopo quello commesso contro Napolitano. E altri ne verranno. Per nostra sventura, e con buona pace dei teorici del "Male Minore". MASSIMO GIANNINI LR 18

 

 

 

Oltre la pedofilia. Quegli uomini ridotti a oggetto

 

QUANDO gli chiesero chi fosse il più grande nel Regno dei cieli, Gesù, preso presso di sé un fanciullo, rispose che chiunque si farà umile come quel fanciullo, sarà il più grande nel Regno dei cieli, e chiunque accoglierà in nome suo un fanciullo accoglierà lui. Ma se taluno scandalizzerà uno di quei piccoli meglio per lui mettersi al collo una macina d’asino e farsi affogare nel fondo del mare. Con questo passo del Vangelo di Matteo, il Cristianesimo si accredita come il più alto tutore della fanciullezza dell’uomo. Il bambino come alter Christus quando lo si accoglie, il violatore del bambino che sparisca annegato.

Gli episodi di pedofilia portati alla pubblica notizia in questi giorni, ma disseminati in una lunga serie di anni, di cui si sono resi responsabili membri del clero cattolico in Europa e in America, se letti sotto il cielo di quelle parole di Gesù hanno per i credenti una portata ben più terribile dei giudizi di riprovazione e di condanna che hanno esercitato. Essi sono una sconfessione della fede in Cristo. Chi li ha commessi, non si è macchiato di un qualunque peccato. Non ha creduto nella realtà del Gesù storico, né nella verità del Figlio di Dio nella fede.

Quali mai sacerdoti sono questi? Sono i professionisti del sacerdozio. Non si sono interrogati sulla autenticità della vocazione, sulla severità della missione, sulla durezza e sulla durata del distacco dall’umano ch’essa comporta per una vita intera. Nel giorno dell’ordinazione, chi si fa prete dovrebbe potersi vedere non da giovane qual è, ma già vecchio, e chiedersi se sarà riuscito a conservarsi fedele alla chiamata fino alla conclusione delle esistenze. Oltre ogni sanzione, canonica o civile, un sacerdote che smentisce direttamente Cristo, si è dannato da sé definitivamente. Ma sia nel Vangelo di Matteo che in quello di Luca, nei due passi che si corrispondono in argomento, ricorre la frase che “è inevitabile che avvengano scandali”.

La tradizione europea ne fa il proverbio che è opportuno che gli scandali si denuncino. La cancelliera Merkel, nel Parlamento tedesco, ha denunciato l’abominio della pedofilia che funesta non solo la Chiesa, ma tutta la società.

Ora comincerà la ridda delle diagnosi delle cause e delle proposte dei rimedi sul tanto diffuso abuso dei minori, di entrambi i sessi, sia nelle famiglie, sia al loro esterno, magari in luoghi che dovrebbero essere di educazione, ma sempre col denominatore comune del disprezzo della dignità del corpo, della sua riduzione a strumento di piacere, con il costo della mercificazione o della violenza. Se c’è una razionalità nella saggezza vulgata dei proverbi proviamo a scoprirla. Lo scandalo della pedofilia deve indurci a riflettere sul significato della sessualità umana, che deve distinguerci dalla istintualità animale. I cristiani le dettero il fine di provvedere ad una artificiale immortalità del genere umano mediante la procreazione. E questa la si ritenne giusta e ordinata in seno alla famiglia, rinviando agli albori dei processi di incivilimento di ogni tribù o popolo. La sessualità dispersa fu intesa come causa di disordine sociale e morale. Le moderne rivendicazioni individualistiche di libertà hanno mirato a legittimare la sessualità fuori dal paradigma della famiglia, della sua coniugazione con il mondo dell’amore e degli affetti, correndo il rischio, talora inevitabile, di ridurre il partner, anche quando non vittima, ad un oggetto privo di ogni dignità di persona. Fare oscillare il sesso tra l’insignificanza della banalità istintuale e la tragicità dell’atto di abuso o di violenza, ci renderebbe tutti corresponsabili di una degradazione in massa della civiltà umana. FRANCESCO PAOLO CASAVOLA

 IM 18

 

 

 

Camera, duello Bersani-Tremonti sulla crisi. La Lega contro Fini: «Non difendi Silvio»

 

«Ecco qua, dopo 22 mesi in cui ci siamo districati tra processi brevi, medi e lunghi, siamo riusciti a farvi parlare per tre ore di crisi economica. Ma il governo è venuto in Aula a mani vuote. Questa era l'occasione non per la difesa di ufficio ma per dire qualcosa di nuovo». Così il segretario del Pd Pier Luigi Bersani attacca in Aula il governo nella politica economica annunciando il voto favorevole del Pd a tutte le mozioni dell'opposizione e contrario a quelle di maggioranza (sei in tutto), nel dibattito sulla crisi economica che si è tenuto oggi pomeriggio alla Camera e a cui è intervenuto anche il ministro Tremonti.

 

«Noi siamo ottimisti - ha detto Bersani - ma non del vostro ottimismo che è fatto di parole di piccolo cabotaggio. La realtà è che bisogna fare qualcosa di più forte e sostanziale ed invece la vostra logica è di promettere il ble tempo a chi è nei guai e garantire il bel tempo a chi non è nei guai».  «Ci vuole un piano anticrisi fatto di due cose: interventi immediati e un cantiere di riforme. siamo disponibili a discutere di entrambe queste cose a patto che si facciano davvero», ha aggiunto Bersani. «Visto che ce l'hai lì accanto, diglielo prima di sabato che non si può fare niente perchè sento già dire che a parole si possono fare cose enormi», ha aggiunto Bersani rivolto a Tremonti, alludendo a riduzioni fiscali che il premier Silvio Berlusconi vorrebbe annunciare in campagna elettorale.

 

«Metteteci più coraggio e responsabilità per affrontare la crisi economica. Presidente Berlusconi, non si faccia ossessionare dalle televisioni: cambi canale. Faccia una telefonata ai problemi che aspettano da tempo», ha detto ancora Bersani. «Discutiamo subito di fisco più equo, non tra tre anni», spiega il leader Pd, invitando la maggioranza ad aprire «subito il cantiere delle riforme, tra cui quella degli ammortizzatori sociali». «Stiamo andando più piano degli altri, andiamo più forte solo nei prezzi e nelle tariffe. Ci vuole più energia, un piano anticrisi fatto di due cose: un pò di interventi immediati e un piano di riforme. Noi ci siamo. Alla Lega dico: facciamo aprire ai comuni i cantieri, con il federalismo delle chiacchiere i comuni non sono mai stati peggio. Dovete mettere un pò di spinta ai consumi e fare politiche industriali. Poi aprire il cantiere delle riforme. Darete 300 milioni di incentivi: in attesa di ciò sono tre mesi che dalle auto ai tricicli il mercato è fermo. E ancora riforme del fisco, lotta all'evasione fiscale. Il problema non è poi la rigidità del lavoro: venite da Marte? Ci dite che il problema è il bilancio: ma lo dite a noi? Se vogliamo guardare l'Italia oltre la crisi, bisogna guardarla con gli occhi di chi è sul fronte, non di chi è al riparo»

 

«Si può dire che non abbiamo fatto abbastanza ma non certo che non abbiamo fatto nulla», ha detto Tremonti nel suo intervento. «Dire che abbiamo fatto tutto male è oggettivamente eccessivo, politicamente massimalista e statisticamente fallace: almeno una cosa buona l'avremo pur fatta».... «Non siamo stati immobili sulle cose da fare, ma siamo stati irremovibili sulle cose che non si dovevano fare». «Contro il movimentismo ricordo che il dovere del governo non è l'avventura, ma il rigore e la responsabilità e nello scenario internazionale l'operato del governo è stato giudicato saggio e prudente». «A me non risulta che altri paesi abbiano fatto riforme, mentre l'italia ha fatto le riforme». Il ministro dell'economia ricorda di avere «avviato e impostato» le riforme della pubblica amministrazione, della scuola, dell'università, del lavoro e della previdenza« costruendo così »la base su cui si può riflettere per il futuro. Certo non lo è aver eliminato lo scalone del sistema previdenziale« conclude sul punto.«Stiamo lavorando a una riforma fiscale», aggiunge, sulla quale è stato avviato uno «studio tecnico».  «Non possiamo continuare con una macchina fiscale "rattoppata", non metteremo imposte patrimoniali o tasse sulla casa. Non segheremo i rami sui quali è seduta la nostra economia e le nostre famiglie». Parlando del federalismo, il ministro ha ribadito che

«batterà l'evasione e renderà più trasparente il sistema». Infine una stoccata al leader Pd: «Onorevole bersani, sui vostri manifesti è annunciato "in poche parole, un'altra Italia" non so se è possibile la vostra Italia. So che non è preferibile».

 

«Signor ministro Tremonti, che lei fosse anche un pittore astrattista non lo sapevo... leì ha dipinto un 'italia che non c'è. Se l'è inventata lei», ha detto Di Pietro. così antonio di pietro replica al ministro dell'economia giulio tremonti. Il leader idv cita la frase di Tremonti a Bersani: «Lei dice che l'Italia di Bersani non è preferibile. Ma per chi non è preferibile? Per i suoi amici evasori fiscali ai quali avete regalato il condono fiscale, per la cricca delle imprese che si assicurano gli appalti con la scusa dell'emergenza, per tutti quelli che stiamo scoprendo con le intercettazioni telefoniche?». Quindi Di Pietro si rivolge ancora a Tremonti «e al presidente del Consiglio, quello che non c'è mai, che fa sempre il latitante sia nelle aule di giustizia che in parlamento. La vostra "balla spaziale" provate a raccontarla alle migliaia di aziende che stanno chiudendo e ai lavoratori che perdono il lavoro. Vedrete cosa vi rispondono».

 

Fini difende Di Pietro e la Lega lo attacca: «Presidente, Berlusconi viene offeso e lei non interviene». Andrea Gibelli, intervenendo per il Carroccio sulla crisi economica, "riprende" con queste parole il presidente della Camera: «Presidente, nella sua distrazione Di Pietro ha chiamato latitante il presidente del Consiglio e lei non l'ha richiamato». Dai banchi della Lega e del Pdl si levano applausi di approvazione nei confronti di Gibelli. In precedenza fini lo aveva invitato a tenere «parole consone all'aula in cui si trova» dopo che il leghista si era rivolto a Di Pietro dicendo che «è una persona che prima di fare il magistrato non lavorava».«E' triste, triste, triste vedere il Carroccio che va con l'imperatore e gli tiene la sedia», commenta Bersani rivolto a Gibelli.

 

«Vogliamo la verità sulla condizione economica generale del nostro Paese e non favole: noi vi presentiamo numeri ufficiali, proposte chiare e pretendiamo risposte. Vi sfidiamo con questa mozione a votare 10 proposte, 5 immediate, che il governo può attivare domattina e 5 riforme sulle quali avreste il nostro sostegno se ci fosse un pò di coraggio», ha detto il deputato Pd Francesco Boccia, illustrando la mozione del partito. «Nell'immediato vi chiediamo di adottare un'indennità universale di disoccupazione pari al 60 per cento dell'ultima retribuzione, di allentare il patto di stabilità interno per i comuni, di rafforzare il fondo di garanzia per i crediti alle piccole imprese, di garantire anche con sanzioni, i pagamenti entro 120 giorni di tutte le amministrazioni pubbliche verso i privati, di varare un piano straordinario di intervento per le imprese agricole». Tra le riforme - ha aggiunto - «vi sfidiamo a presentare al Parlamento una vera riforma fiscale in grado di riallocare il carico fiscale tra soggetti e tra fonti di entrata, in particolare tra i redditi da capitale, i patrimoni mobiliari e immobiliari e le imposte indirette da un lato e i redditi da lavoro, impresa e attività professionali dall'altro. La politica economica sostenuta da questa maggioranza è stata molto vicina ai desideri del Governo e molto lontana dalle esigenze dei cittadini: date un segnale diverso, nell'interesse di tutto il Paese».

 

«Il dibattito surreale sulle due aliquote, quello sull'abolizione dell'Irap, il piano casa, il piano opere: sono solo fuochi d'artificio, spot e propaganda che hanno riempito settimane di giornalate», dice il leader dell'Udc Casini, nella sua dichiarazione di voto. Casini dà atto al «ministro dell'economia» che «nel frattempo ha tentato di tenere i conti pubblici sotto controllo, ma la sua politica di tagli lineari non ha prodotto granchè». E conclude: «Le riforme strutturali sono essenziali». L’U 17

 

 

 

 

Trani, nei verbali gli ordini del premier: "Avanti così, la Rai deve chiudere tutto"

 

Innocenzi (Agcom) al Cavaliere: "L'idea nostra è che da martedì apriamo il fuoco..."

Il presidente del Consiglio gli dice: "Contro di me è pronta una autobomba"

di FRANCESCO VIVIANO

 

TRANI - Annozero e Michele Santoro per mesi non fanno dormire sonni tranquilli al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi che schiera tutte le sue truppe, dentro e fuori l'Agcom (l'Autorità Garante per le comunicazioni) per bloccare quelle trasmissioni.

 

E la violenza verbale con i suoi uomini all'Agcom e con il direttore generale della Rai, Mauro Masi, aumenta ogni giorno di più perché ci sono difficoltà a bloccare Santoro, Floris e le altre trasmissioni non gradite al premier. E, come emerge dalle numerose intercettazioni tra Berlusconi e Giancarlo Innocenzi (entrambi indagati insieme al direttore del tg1 Augusto Minzolini), il presidente del Consiglio comincia a delineare gradualmente la necessità di far tacere non solo Annozero, ma di "chiudere tutto", tutti i talk show sull'informazione politica. Cosa che poi avverrà grazie al regolamento sulla par condicio approvato dalla Vigilanza e alla sua applicazione da parte del Cda Rai.

 

"Aprire il fuoco". In una conversazione con Innocenzi Berlusconi ordina di "aprire il fuoco" "non solo su Santoro, apritelo su tutte le trasmissioni di questo tipo". Innocenzi risponde: "Santoro continua a sbattersene, allora l'idea nostra è che da martedì, noi, cominciamo ad aprire il fuoco a tutto spiano". Innocenzi continua a rappresentare al premier tutto quello che stanno facendo insieme al direttore della Rai, Mauro Masi, per bloccare Santoro. Berlusconi lo interrompe bruscamente e gli ripete: "Ecco, fammi finire, quello che adesso bisogna concertare è che l'azione vostra (di Innocenzi e di Masi ndr) sia un'azione che consenta alla Rai per dire "chiudiamo tutto"". Innocenzi continua a dire che Berlusconi ha ragione e gli spiega: "In più c'è un codice che abbiamo varato noi, che impedisce la rappresentazione di processi in tv, per altro avallato dal Csm e anche da Napolitano, con il plauso di Napolitano, oltre che del Csm e lui (Miche-le Santoro ndr) in spregio totale continua a sbattersene i co- glioni".

 

"Grave il processo a Cosentino". Innocenzi aggiorna Berlusconi su quello che ha fatto e su quello che farà: "Guarda io ti dicevo che avevo fatto già una riunione con Gorla (cda della Rai), con Cosimo Ferri (magistrato del Csm) con Romani... Cosimo ha messo in piedi questo tipo di giuristi e lunedì io ho già detto al segretario generale, a Calabrò (presidente dell'Agcom) che i quattro nostri fanno subito una denuncia all'autorità e noi chiediamo l'apertura dell'istruttoria, non solo per l'aspetto specifico di Cosentino (sottosegretario del Pdl per il quale la magistratura aveva chiesto l'arresto per camorra, richiesta respinta dal Parlamento ndr) ma per tutto il seguito delle trasmissioni che abbiamo analizzato, quindi ormai è un crescendo continuo da parte sua (di Santoro ndr)". E Berlusconi punta a difendere Cosentino e dice ad Innocenzi: "Ecco è grave anche il fatto che facciano (ad Annozero ndr) un processo ad uno (Cosentino ndr), è gravissimo che qua non ci sia nessuno che lo difenda che quindi non ci possa essere nessun contraddittorio, è grave che facciano interpretare a degli attori delle cose che risalivano l'altro a dieci anni fa".

 

"Bisogna che tu chiami Casini". Innocenzi spiega al premier che si sta adoperando anche per il sottosegretario informandolo che sta tentando di convincere anche Gianluigi Magri (componente dell'Agcom vicino all'Udc ndr) anche se "è titubante, gli ho già parlato ma è molto titubante". Ed il voto di Magri, dice Innocenzi, potrebbe essere utile per bloccare Santoro: "Bisogna che tu chiami il Pier, perché mi ha detto Magri...". Berlusconi dice ad Innocenzi che vedrà Casini e che aspettava di incontrarlo. Ed Innocenzi: "Ecco però fai una cosa con lui, fagli capire che ci tieni molto al suo giudizio in genere". E Berlusconi: "Io volevo fare l'indignato e mandarlo a fare in culo (a Casini ndr)", ma Innocenzi gli dice che sarebbe meglio non farlo. "Va bene ciao" conclude Berlusconi. E dalle carte dell'inchiesta non emerge se poi abbia incontrato Casini per il "caso Santoro".

 

"Volevano farmi un attentato". Berlusconi non ha un attimo di tregua, informa Innocenzi di avere parlato con il direttore generale della Rai Masi "e con tutti i nostri uomini perché ho fatto uno studio sulle televisioni europee, non c'è nessuna televisione europea in cui ci sono questi pollai e allora perché noi dobbiamo avere queste fabbriche di fango e di odio. Sono dovuto stare un giorno chiuso a Palazzo Chigi, dormirci la sera prima e la sera dopo perché - rivela il premier ad Innocenzi - è venuto fuori che volevano farmi un attentato accostando una macchina alla mia nel percorso da casa mia a Palazzo Chigi... e oggi Ghedini ha ricevuto una cosa con cinque pallottole in cui gli dicono che lo aspetta un caricatore intero, che sarà per lui, per sua moglie, per sua sorella, per suo figlio, che sanno dove va a scuola suo figlio che sanno dove va a giocare e gli hanno praticamente rovinato la vita...". E allora, conclude Berlusconi "non si può piu vedere Di Pietro che fa quella faccia in televisione, alla Rai, perché queste trasmissioni fanno sì che la gente dica "io non pago più il canone perché non voglio che i miei soldi vadano a Santoro e Floris"".

 

"Il pm e i danni alla Rai". E con tutte queste attività, tutte queste "pressioni" nei confronti dei suoi uomini alla Rai ed alla Agcom, per il pm che l'ha indagato, Berlusconi ha provocato "danni" alla televisione di Stato. "Pressioni" che Innocenzi, pluri-intercettato, quando viene interrogato dal pm di Trani, nega di aver ricevuto: "Assolutamente no". E quando il magistrato fa una domanda specifica, se avesse ricevuto pressioni per i "processi in televisione" Innocenzi risponde ancora: "Assolutamente no". "Ne è sicuro?". "Assolutamente si.. ".   LR 18

 

 

 

 

L’Aquila: le macerie del cuore

 

Il 20 aprile 2009 scrivevo qualcosa sulle macerie della città, di primo impulso, quando ancora sperdimento e dolore per le ferite inferteci dalla natura nel cuore e nel corpo erano laceranti, brucianti: “…ma che fine faranno le macerie della città? Ho visto un camion carico di macerie partire veloce per una destinazione ignota, ho pensato che quella non è roba da discarica, è materiale pregiato da usare per costruire la memoria di chi verrà dopo di noi. Materiale di ieri,  una mistura di frammenti di mattoni, calce, sabbia, ferro, cemento, vetri, cristalli, carta, mobili, fotografie, suppellettili, plastica e legno, puzzle di ricordi e vissuto di una città intera che non sarà mai più la stessa, materiale unico e speciale  per segnare la storia di domani. A completamento di questa riflessione di allora, cito  un pensiero di oggi  di Vincenzo Vittorini:  “… le nostre macerie materiali non sono  inanimate perché ogni pietra, ogni pezzo di legno, ogni granello di polvere racconta una storia, una vita ed un futuro spezzato, speranze, sogni…”

Propongo un uso delle macerie: costruire con esse un parco/monumento a memoria dell'avvenimento, su cui conservare, incisi nella pietra, i nomi dei deceduti del terremoto del 6 aprile 2009, ore 3.32.” La proposta non era originale, era il risultato di letture, il parco della memoria è già stato fatto altrove, in casi simili, con le macerie dei crolli.

 A distanza di quasi un anno dal sisma, finalmente  si parla di macerie. E così dopo i trionfalismi televisivi del G8, discutibili in una città distrutta, e dopo la consegna della C.A.S.E.,  necessarie ed anche belle, ma non sufficienti a coprire il fabbisogno enorme di abitazioni, a tutt’oggi 7.000 aquilani ancora stanno sparsi sulla costa, si comincia a discutere finalmente di rimozione di macerie e loro destinazione. Si tratta di sistemare 5 milioni di tonnellate di materiali provenienti da tutto il cratere del sisma, non solo, più tutti quelli che si produrranno dallo sgombero dell’interno di edifici semidistrutti e dall’abbattimento di quelli irrecuperabili. A questo scopo, una recente ordinanza stabilisce che il commissario delegato alla ricostruzione Gianni Chiodi provveda alla loro rimozione entro un tempo massimo di 24 mesi.

Con un forte atto di fede, crediamo pure a questa scadenza e poi vediamo, in breve, di che cosa si tratta. Le macerie de L’Aquila e dintorni non sono “monnezza”, da incanalare ciecamente in un impianto di trasformazione, sarà necessario procedere alla loro selezione, trattamento, recupero e smaltimento. Quest’ultima operazione richiede la individuazione di siti specifici. Operazioni complesse dal punto di vista tecnologico data la varietà della natura dei detriti, quante pietre e reperti  vanno catalogati  e salvati! questo bel lavoro per tanti giovani specializzati in lavori di restauro può essere uno dei motori della ripresa economica della città.

 La complessità del lavoro ha anche notevoli aspetti  umani, diciamo così, visto che la posta in gioco è alta ed attrae appetiti non sempre puliti. Il rischio di infiltrazioni criminali  e criminogene è altissimo, mafia, n’drangheta, camorra  e simili non stanno certamente a guardare lo spettacolo, vogliono partecipare.

 Il recupero di ciò che può essere salvato e lo smaltimento di tutto in siti appositi hanno un’importanza strategica per la ricostruzione, salvare il salvabile del nostro passato e della nostra storia è la premessa indispensabile per la costruzione del futuro, non vogliamo una città che non abbia la sua storia  scritta nelle mura, nelle vie e nei vicoli.  Si tratta di uno snodo  da affrontare