WEBGIORNALE 22-23 Marzo
2010
L’Ucemi e la Migrantes per gli italiani nel mondo
ROMA - Gli oltre 4
milioni di nostri connazionali residenti all’estero sempre di più cercano
riferimenti e attenzioni dagli italiani in Patria. E sempre più promuovono
iniziative che li vedono coinvolti in feste, incontri, ecc… di vario genere.
“Si sente il
bisogno dell’incontro. Un incontro finalizzato non solo al parlare delle
proprie tradizioni ma soprattutto a confermare quei valori di amicizia,
solidarietà che hanno contraddistinto e contraddistinguono il nostro Paese”,
ribadiscono l’Ucemi (Unione Cristiana Enti tra e per i Migranti Italiani) e la
Fondazione Migrantes al termine di un incontro svoltosi a Roma venerdì scorso,
tra il Direttore generale della Migrantes, mons. Giancarlo Perego e i vertici
dell’Ucemi – il Presidente Adriano Degano e il Vice Presidente, Luigi Papais.
Le associazioni
presenti nel mondo rappresentano - è stato sottolineato - una risorsa da
valorizzare e l’Ucemi e la Fondazione Migrantes possono essere quel “raccordo e
quella valvola propulsiva per aiutare - soprattutto le associazioni di
ispirazione cristiana - a coordinarsi nella promozione di iniziative che
aiutano all’integrazione senza dimenticare la propria italianità. Il tutto con
particolare riguardo alla dignità della persona umana, alla fratellanza, alla
giustizia e alla solidarietà sociale”.
E l’incontro della
scorsa settimana è stata l’occasione per ribadire questi concetti e
sottolineare che l’Ucemi, insieme alla Migrantes hanno l’obiettivo di
“interessarsi degli emigrati italiani e della loro promozione culturale,
sociale e religiosa ricercando nuove modalità operative al passo con i tempi”. Un
interesse da stendere alle delegazioni regionali della Migrantes, alla luce
anche delle modifiche costituzionali che attribuiscono alle Regioni competenze
in tema di emigrazione.
L'Ucemi è
un'associazione regolata da uno statuto adottato il 23 febbraio 1977, anche se
di fatto operava già da molti anni. Gli enti dei migranti italiani, infatti,
sono sorti a margine dell'attività delle Missioni Cattoliche Italiane, operanti
in varie parti del mondo interessate dal fenomeno dell'emigrazione. La Chiesa
italiana ha da sempre inviato sacerdoti a seguito degli emigranti italiani, per
dare loro assistenza spirituale e morale. Per i battezzati in Italia, costretti
ad emigrare, il problema della lingua è stato sempre un grosso ostacolo alla
piena partecipazione della vita delle chiese dei Paesi di accoglienza. Per
questo motivo, la Chiesa italiana ha sempre assicurato un'adeguata pastorale di
lingua italiana agli emigranti. Tuttora operano nel mondo oltre 500 sacerdoti e
numerose religiose, che continuano ad interessarsi delle tematiche relative
all' emigrazione, in stretta collaborazione con le Chiese dei Paesi ospitanti.
Gli stessi missionari italiani hanno sempre favorito iniziative culturali e il
mantenimento dell'italianità nel mondo. Per coordinare l’attività dei laici, è
nata l’Ucemi che si ispira ai principi umani e cristiani con particolare
riguardo a quelli della dignità della persona umana, della fratellanza, della
giustizia e della solidarietà sociale.
L’Ucemi è stata
promossa in modo particolare dalla Fondazione Migrantes. Tra i fondatori si
annoverano diverse associazioni italiane, argentine, australiane, della
Germania, del Nord America. Successivamente si sono unite diverse associazioni
funzionanti in Europa e in altre zone di nuova emigrazione. (R.I.)
Di seguito
un’intervista al sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica realizzata
dall’Ispi, Istituto per gli Studi di Politica Internazionale.
Quali sono le
maggiori continuità/discontinuità che hanno caratterizzato la politica
dell’attuale governo dal precedente? Si è visto, ad esempio, un atteggiamento
differente verso Israele. Ciò è dovuto solamente a una diversa sensibilità
dell’attuale esecutivo o è frutto anche di un mutato atteggiamento dei paesi
arabi che non pongono più la questione palestinese come pregiudiziale per buoni
rapporti con i paesi occidentali?
Il processo di pace in Medio Oriente e la
questione del nucleare iraniano costituiscono senza dubbio uno dei punti
cardine della politica estera avviata dal nostro Governo. Nel 2008, in seguito
ad una attenta valutazione del problema della sicurezza d’Israele e del mutato
scenario iraniano, decidemmo di mettere fine alla politica dell’equidistanza
impostata dal Ministro degli Esteri D’Alema, nell’ambito del Governo Prodi. I
passaggi che analizzammo ci confermarono che la situazione stava prendendo una
direzione sbagliata. Dal 2006 in poi abbiamo assistito ad una repentina
sostituzione di tutti gli interlocutori politici a Teheran. I personaggi più
moderati, quelli più disponibili al dialogo, legati agli ex-Presidenti
Rafsanjani e Khatami, cioè alle fazioni, rispettivamente, dei conservatori e
dei riformisti pragmatici, erano stati letteralmente spazzati via. I nuovi
interlocutori, per contro, provenivano dalle fila dei Guardiani della
Rivoluzione e degli Ayatollah più rigorosamente vicini alle posizioni della
Guida Suprema Khamenei. Il mutamento dell’anima, per così dire, di un’intera classe
dirigente è stato perciò molto condizionante. I rapporti si sono fatti più
complessi e qualitativamente meno fluidi. In buona sostanza si può affermare
che tutte le questioni di una certa importanza sono finite nelle mani dei
falchi. Se i primi segnali di questo trend risalgono agli anni del primo
Governo Berlusconi, già prima delle elezioni iraniane del giugno 2009 ci arrivò
la conferma che un certo clima in Iran andava facendosi via via sempre più
pericoloso e che le percezioni provenienti da Israele e Washington circa
l’avanzamento del programma di armamento nucleare iraniano andavano prese in
seria considerazione. L’ultimo rapporto AIEA, che risale alla seconda metà del
gennaio scorso, denuncia senza mezzi termini le pesanti violazioni dell’Iran degli
obblighi internazionali in materia atomica. Il rapporto contiene le prime
anticipazioni su di un impianto segreto nell’area di Qom per l’arricchimento
dell’uranio, un dato su cui l’Ambasciatrice USA alle Nazioni Unite, Susan Rice,
si è espressa con grave preoccupazione. L’esito controverso delle votazioni del
giugno 2009, con la violenta repressione delle proteste dei manifestanti
dell’opposizione, fino all’arresto di centinaia di giovani, con esiti ancora
incerti per molti di loro, sono azioni sulle quali dalle Autorità di Teheran
non sono ancora giunte rassicurazioni circa il ripristino dello stato di
diritto per il popolo iraniano. Sono questi i fatti che spiegano in maniera
inequivocabile le profonde ragioni per cui il nostro Governo ha deciso di prendere
politicamente le distanze dal comportamento del regime di Teheran, apprezzando,
fra le altre cose, il lavoro di Paolo Scaroni, l’Amministratore Delegato
dell’ENI che, congelato il capitolo iraniano, ha messo a segno importanti
accordi in Africa, nel Kazakhstan ed in Iraq. In gennaio, infine, in occasione
della Conferenza internazionale di Londra sull’Afghanistan, è stata espressa da
Stati Uniti, Francia e Regno Unito l’intenzione di discutere in seno al
Consiglio di Sicurezza dell’ONU di nuove sanzioni contro gli esponenti del
regime dei pasdaran. Queste misure, come ribadito dal Presidente del Consiglio
Berlusconi durante la sua visita in Israele, ai primi di febbraio, non sono
mirate a colpire la popolazione iraniana, verso cui ci sentiamo solidali, ma
devono avere un effetto “paralizzante” sul regime di Teheran.
Il nuovo contesto internazionale, lo
spostamento degli U.S. dall’Atlantico al Pacifico, la crescita di potenze
emergenti (G8-G20), i timori di direttori europei, le possibili riforme ONU che
“escluderebbero” l’Italia: si può parlare di pericolo di marginalizzazione per
il nostro paese?
I 15 miliardi di euro di appalti vinti dalle
imprese italiane nelle gare internazionali dovrebbero essere un dato che, già
da solo, basterebbe a fugare qualsiasi dubbio di rischio-marginalizzazione per
il nostro Paese. Se l’Italia ha ritrovato prestigio ed autorevolezza in campo
mondiale lo deve proprio alla dedizione del Governo Berlusconi alla politica
estera ed all’indiscussa abilità della diplomazia italiana, che lavora senza
sosta su questioni di importanza strategica, anche quando le antenne pubbliche
o mediatiche sembrano spente. Noi stiamo facendo la nostra parte in tutti gli
organismi multilaterali da lei citati, avanzando contestualmente nelle nostre
tradizionali e storiche relazioni bilaterali con le grandi potenze, senza per
questo escludere o sminuire il ruolo e la dignità delle nazioni emergenti con
le quali trattiamo. La nostra è una politica estera che definirei di amicizia
vera. Il Presidente Obama ha ripetutamente elogiato l’Italia, come “Paese
alleato, sicuro e forte” e si è anche espresso nei nostri confronti definendo
quella di Berlusconi una “strong leadership”. Ricordiamoci, inoltre, di come
siano altrettanto eccellenti i rapporti con la Federazione Russa e con il
Premier Putin. Potremmo continuare con un lungo elenco di situazioni in cui la
nostra nazione si trova in una posizione di prestigio di primo piano, ma
possiamo concludere dicendo soltanto che l’Italia non sta correndo alcun rischio-marginalizzazione,
bensì l’esatto contrario: con gli stimoli “a fare” che ci arrivano
continuamente dal Presidente Berlusconi siano semmai di fronte a una overdose
di dinamismo diplomatico per l’Italia. Altro che.
In quale area l’Italia è ancora in grado di
sviluppare una politica estera capace d’incidere realmente? Le storiche aree
d’influenza come Mediterraneo e Balcani?
Sono diverse le aree regionali che vedono un
forte impegno italiano, storiche e non. Ne possiamo citare solo alcune per
evidenti motivi di spazio. Nell’ambito dell’Unione per il Mediterraneo (UpM),
ad esempio, abbiamo individuato anche comuni interessi di sicurezza energetica.
Abbiamo avviato l’impegno per una concertazione rafforzata fra i Paesi della
sponda sud del Mediterraneo. Una delle grandi questioni è l’ITGI
(l’interconnessione per il trasporto del gas dal Caspio a noi, via Turchia -
Grecia) oltre, naturalmente, al dossier cipriota. Con i Paesi mediterranei
(inclusi quelli dell’Adriatico ed il Portogallo), inoltre, vogliamo lavorare in
stretto contatto per sensibilizzare l’Unione Europea su tutti quei temi che non
sempre compaiono nell’agenda di Bruxelles. Confidiamo in una oggettivamente
necessaria azione equilibratrice dell’attuale Presidenza spagnola. Siamo anche
impegnati con Grecia e Slovenia, in quanto Paesi UE, per dare una dimensione ed
un respiro europeo all’Iniziativa Adriatico-Ionica (IAI), di cui l’Italia ha la
presidenza di turno, nell’ambito di una più ampia politica di stabilizzazione
dei Balcani, e con un importante coinvolgimento delle Regioni italiane del
bacino adriatico-ionico. Inoltre, proseguono i lavori dell’Iniziativa Centro
Europea (InCE), nella prospettiva di una sua attualizzazione e rilancio
(l’Italia presiede l’apposito gruppo di lavoro, formalizzato la settimana
scorsa a Podgorica). Come sapete, l’Italia è il primo partner commerciale verso
l’area mediterranea, con un interscambio che nel 2008 ha superato i 62 miliardi
di euro. Con il recente strumento Inframed, il fondo nato da un accordo fra l’italiana
Cassa depositi e prestiti e la francese Caisse des dépôts et consignations, cui
si aggiungeranno diversi altri Paesi investitori (fra cui Spagna e Germania),
si potranno finanziare investimenti infrastrutturali per i settori energetico e
dei trasporti in particolare. Al Milano Med Forum 2009, ove si è voluto
rilanciare l’UpM, che aveva subito una battuta di arresto ad un anno dalla sua
nascita (13 luglio 2008) a causa della crisi israelo-palestinese a Gaza,
abbiamo diffusamente presentato queste nuove iniziative. Tornando ai Balcani, a
poco più di due anni dalla dichiarazione di indipendenza del Kosovo (17
febbraio 2008), sono oggi 65 i Paesi che ne hanno riconosciuto il nuovo status.
Tuttavia, pesa l’incertezza del parere non vincolante, di conformità al Diritto
Internazionale della dichiarazione di indipendenza, da parte della Corte
Internazionale di Giustizia entro il primo semestre di quest’anno. L’obiettivo
prioritario dell’Italia per il Kosovo è la ripresa di intese fra Belgrado e
Pristina, in modo da consentire ad Eulex di svolgere il suo pieno mandato anche
a nord dell’Ibar. A tal fine, proprio l’Ambasciatore italiano a Pristina è
stato nominato Facilitatore dell’Ue per il Nord. Un momento molto atteso sarà
l’incoronazione a Pec/Peja, il prossimo 25 aprile, del nuovo Patriarca
ortodosso di Serbia Irinej. Questi mesi saranno peraltro cruciali per
rilanciare la prospettiva europea dei Balcani Occidentali, questione su cui il
nostro Governo è impegnato incisivamente a sostegno del processo di integrazione
europea della regione. Congiuntamente a questo, l’Italia, ed il Ministro degli
Esteri Frattini in prima persona, sostengono con convinzione l’importanza del
dossier visti, concreto strumento, innanzitutto politico, per dare sostanza
alla prospettiva europea dei Paesi coinvolti. Entro la metà del 2010 vorremmo
adottare una nuova proposta per l’abolizione dell’obbligo di visto anche per
Albania e Bosnia-Erzegovina. In Bosnia-Erzegovina, come sappiamo, l’Italia è il
secondo Paese contributore alla missione Eufor Althea, nonchè partecipante alla
missione civile Eupm in Bosnia-Erzegovina per la formazione della polizia
locale. Quanto alla politica di sicurezza e difesa comune, l’Italia è presente
in modo rilevante in tutte le missioni dell’UE nei Balcani occidentali e
possiamo affermare, quindi, che la nostra azione, nel suo complesso, mira al
rafforzamento della cooperazione a tutto campo attraverso intese di
partenariato strategico e di diplomazia rafforzata. In campo economico,
l’interscambio nella regione si attesta sui 10 miliardi di euro, posizionando
l’Italia tra il primo ed il quarto posto fra i partner commerciali.
Naturalmente su Mediterraneo e Balcani vi sarebbe ancora moltissimo altro da
aggiungere, ed un discorso a parte meriterebbe l’Africa, ove l’Italia è
fortemente impegnata, dal fronte umanitario a quello delle mediazioni
internazionali, delle missioni di pace e dell’energia. Sul dossier Afghanistan,
Paese nei confronti del quale l’Italia è coinvolta con uomini e mezzi
nell’ambito della missione Isaf-Nato, possiamo dire che la novità è ora
rappresentata dalla scelta obbligata, per così dire, di trattare con i Taliban.
La strada del dialogo è inevitabile e, del resto, questo tipo di atteggiamento
fa parte del dna di un peacekeeping italiano ammirato nel contesto
internazionale. Noi siamo da sempre quelli che sono in grado di parlare con
tutti e con tutti cercare di trovare un consenso intorno ad obiettivi precisi.
Quando diciamo Taliban, però, dovremmo specificare meglio, perchè in
Afghanistan vi sono le tribù, vi sono i capi-villaggio, vi sono le scorte
armate dei corrieri della droga, vi sono gli oppositori di Karzai. Dialogare
con queste forze, come noi italiani suggeriamo da tempo, è diventata una
necessità, ma al contempo anche gli afghani si pongano come obiettivo di avere
un ruolo nella gestione della sicurezza e nella lotta contro la corruzione. Il
tutto senza dimenticare l’Iraq, i rapporti transatlantici ed il mondo arabo.
Arturo Varvelli,
Ispi, 18 marzo
Scuola, "espulsioni" da tremila classi per il tetto del 30% agli
alunni stranieri
Il ministero
studia lo scenario problematico aperto dalla "riforma" Gelmini. Il
caso Lombardia - Molte famiglie migranti potrebbero dover iscrivere i figli in
paesi diversi da quello dove vivono - di SALVO INTRAVAIA
ROMA - Migliaia di
alunni stranieri, per effetto del tetto massimo per classe fissato dal ministro
Gelmini, rischiano a settembre di essere "deportati" in altre scuole.
A regime, cioè quando il provvedimento sarà esteso a tutte le classi
dell'ordinamento scolastico italiano, sono oltre 100mila gli studenti di
nazionalità non italiana che rischiano di non potere scegliere liberamente la
scuola dove iscriversi. E' lo stesso ministero dell'Istruzione, attraverso il
"Focus sulla presenza degli alunni stranieri nelle scuole statali"
pubblicato pochi minuti fa, a fornire i numeri del fenomeno.
Una circolare
dello scorso mese di gennaio, spiegano da viale Trastevere "fornisce le
linee guida sulle modalità di composizione delle classi in presenza di alunni
stranieri, ponendo un tetto del 30 per cento di alunni con cittadinanza non
italiana per singola classe". Così, in vista della prima applicazione
"graduale di tale provvedimento dal prossimo anno" scolastico, al
ministero hanno deciso di valutarne sulla carta l'impatto.
Le classi che
quest'anno fanno registrare una presenza di alunni di origine straniera
superiore al 30 per cento sono oltre 10mila: 7.279 nella primaria e 3.122 nella
scuola media. Il record assoluto tra le regioni è della Lombardia dove il
limite del 30% è superato in 2.955 classi. Il ministro ha precisato, in un
secondo tempo, che nel calcolo della percentuale devono essere inclusi solo i
ragazzi di cittadinanza straniera non nati in Italia. Di conseguenza, il numero
delle classi interessate dal "taglio" si riduce a poco meno di 3.000:
2.893 per la precisione, 641 delle quali in Lombardia.
Ma già dal
prossimo anno, con le prime classi della scuola primaria e secondaria di primo
grado arriveranno i problemi per gli alunni nati oltre confine e per le loro
famiglie. Cosa dovranno fare i genitori di uno di questi bambini se la scuola
più vicina a casa comunicherà loro che la quota massima di alunni non italiani
per classe è già stata raggiunta? E, soprattutto, quando la scuola comunicherà
a mamma e papà che in quell'istituto non c'è posto per il loro bambino?
Con tutta
probabilità, se non interverranno deroghe da parte degli uffici scolastici
regionali, i genitori dovranno cercarsi un'altra scuola pubblica con un tasso
di alunni stranieri inferiore. E il problema diventerà enorme per le famiglie
che vivono in centri medio-piccoli (come Porto Recanati in provincia di
Macerata o Calcinato, in provincia di Brescia) o con un'unica scuola, perché
sarebbero costrette a cercare l'alternativa in altri comuni, magari a distanza
di chilometri.
Gli studenti di
cittadinanza straniera iscritti alla scuola pubblica nel nostro Paese, nel
2008/2009, erano 630mila (il 7 per cento del totale) e quest'anno potrebbero
raggiungere quota 700mila. Considerato il tasso di natalità e la crescita delle
famiglie immigrate in Italia, in futuro gli allievi stranieri in classe saranno
sempre di più e di più saranno i bambini nati all'estero costretti a
"emigrare" verso scuole meno affollate di ragazzi come loro. LR 19
Quando una società
è in vitale cambiamento, come lo è stata l’Italia negli ultimi decenni, è
naturale e giusto governarla accompagnandone i processi, senza illusioni
volontaristiche di un «nuovo» spesso solo immaginato. Certo, seguendo questa
propensione chi fa politica rischia di limitarsi al lasciar fare o a
galleggiare nell’esistente; ma se è attento a quel che avviene può dare
significativo orientamento e sostegno allo spontaneismo del sistema. Per questo
negli ultimi sessanta anni non abbiamo conseguito innovativi assetti di
sistema, ma abbiamo silenziosamente costruito un modello di sviluppo solido che
ci ha fra l'altro permesso di resistere all’uragano che solo dodici mesi fa
rischiava di abbattersi su di noi.
Ma cosa succede
invece quando una società non è in cambiamento ma è un po’ statica e
replicante, come l’Italia che ha resistito al citato uragano? Accompagnarne i
processi non basta più, anzi rischia di aggravarne gli avvitamenti, allontanandoci
dalla sospirata ripresa. E per evitare il pericolo sono in campo due diverse
propensioni. La prima è di aspettare e sperare in qualche benefico influsso
esterno; aspettare e sperare cioè che si rimetta in moto la locomotiva tedesca;
che ripartano i consumi di lusso coltivati dalle fasce ricche del pianeta; che
l’effervescenza dei mercati finanziari mondiali si traduca non in ennesima
bolla speculativa ma in nuovi impulsi all’economia reale. È un atteggiamento
non indebito, ma certo non induce all’attivismo e all’iniziativa.
Cresce così una
seconda propensione, centrata sulla convinzione che dalla crisi si esca (e
nella ripresa si entri) solo se facciamo le riforme di sistema (della scuola
come della ricerca, della pubblica amministrazione come della sanità o della
previdenza, tanto per restare a quelle più quotate nell’opinione collettiva).
Nobili intenti, invero; ma forse bisognerà cominciare a capire che sotto la
nobiltà degli intenti non c’è un reale spazio d’azione. La retorica delle
riforme vive su istanze culturali e politiche non sempre o non più in
consonanza con i bisogni dei tempi e finiscono per essere poco credibili per la
cultura collettiva (non c’è anziano che pensi che il suo futuro sia garantito
dalla riforma delle pensioni, non c’è giovane che pensi che la sua
competitività professionale sia garantita dalla riforma della scuola). Tanto
che non è un caso che ormai la istanza riformista si è incrostata su temi,
quelli relativi al potere politico- istituzionale, che riempiono le cronache
mediatiche ma non interessano più di tanto la gente comune. Se aspettiamo che
siano le riforme a dar nuova dinamica al sistema, coltiviamo solo un altro
«aspettare e sperare».
Ed allora torniamo
a capire e accompagnare i processi di spontanea dinamica, ormai base
tradizionale del nostro «empirismo di governo». C’è anzitutto da capire ed
accompagnare la tendenza degli attuali cassintegrati a cercare anche una
riconversione individuale magari stabilendo una subordinazione della concreta
erogazione dell’assegno alla partecipazione a iniziative formative svolte in
azienda (gli interessati o partecipano e crescono di livello, o non si fanno
vedere perché hanno già maturato un altro percorso di lavoro; comunque entrano
in movimento).
C’è in secondo
luogo da capire ed accompagnare il formicolio post-letargo che sembra ridare
voglia di riprendere l’iniziativa a molte delle medie e delle piccole imprese
manifatturiere: la conferma in dati l’avremo verosimilmente in autunno, ma chi
gira l’Italia avverte che la ruota gira lentamente verso un rinnovato impegno
di sopravvivenza e sfida. E c’è infine, ma non per ultimo, da capire ed
accompagnare il profondo e quasi improvvisato processo di ristrutturazione del
terziario. Processo quasi invisibile perché si attua in molecolari
microdecisioni e microcomportamenti (in singoli piccoli esercizi commerciali,
in singoli piccoli studi professionali, in singole e piccole aziende di
trasporto, ecc.); ma che porta in lento progresso ad una maggiore efficienza e
competitività del settore e del sistema. Se tale evoluzione si combinerà con il
citato formicolio dell’industria, allora la ripresa potrebbe avere una dinamica
finora quasi insperata. Anche restasse fermo quell’invasivo comparto terziario
che è l’amministrazione pubblica, la cui ristrutturazione risulta più faticosa
del previsto. Ma questo è altro e più antico discorso. Giuseppe De Rita CdS 20
Per un voto onesto servirebbe l'Onu
"La
disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che
vivere onestamente sia inutile. E questa disperazione avvolge il mio paese da
molto tempo". È una riflessione che Corrado Alvaro, scrittore calabrese di
San Luca, scrisse alla fine della sua vita. E io non ho paura a dirlo: è
necessario che il nostro Paese chieda un aiuto. Lo dico e non temo che mi si
punti il dito contro, per un'affermazione del genere. Chi pensa che questa sia
un'esagerazione, sappia che l'Italia è un paese sotto assedio. In Calabria su
50 consiglieri regionali 35 sono stati inquisiti o condannati. E tutto accade
nella più totale accondiscendenza. Nel silenzio. Quale altro paese lo
ammetterebbe?
Quello che in
altri Stati sarebbe considerato veleno, in Italia è pasto quotidiano: dai più
piccoli Comuni sino alla gestione delle province e delle regioni, non c'è luogo
in cui la corruzione non sia ritenuta cosa ovvia. L'ingiustizia ha ormai un
sapore che non ci disgusta, non ci schifa, non ci stravolge lo stomaco, né
l'orgoglio. Ma come è potuto accadere?
Il solo dubbio che
ogni sforzo sia inutile, che esprimere il proprio voto e quindi la propria
opinione sia vano, toglie forza agli onesti. Annega, strozza e seppellisce il
diritto. Il diritto che fonda le regole del vivere civile, ma anche il diritto
che lo trascende: il diritto alla felicità.
Il senso del
"è tutto inutile" toglie speranza nel futuro, e ormai sono sempre di
più coloro che abbandonano la propria terra per andare a vivere al Nord o in un
altro paese. Lontano da questa vergogna.
Io non voglio
arrendermi a un'Italia così, a un'Italia che costringe i propri giovani ad
andar via per vergogna e mancanza di speranza. Non voglio vivere in un paese
che dovrebbe chiedere all'Osce, all'Onu, alla Comunità europea di inviare
osservatori nei territori più difficili, durante le fasi ultime della campagna
elettorale per garantire la regolarità di tutte le fasi del voto. Ci vorrebbe
un controllo che qui non si riesce più a esercitare.
Ciò che riusciamo
a valutare, a occhio nudo, sono i ribaltoni, i voltafaccia, i casi eclatanti in
cui per ridare dignità alla cosa pubblica un politico, magari, si dovrebbe fare
da parte anche se per legge può rimanere dov'è. Ma non riusciamo a esercitare
un controllo che costringa la politica italiana a guardarsi allo specchio
veramente, perché lo specchio che usiamo riesce a riflettere solo gli strati
più superficiali della realtà. Ci indigniamo per politici come l'imputata
Sandra Lonardo Mastella che dall'esilio si ricicla per sostenere, questa volta,
non più il Pd ma il candidato a governatore in Campania del Pdl, Stefano
Caldoro. Per Fiorella Bilancio, che aveva tappezzato Napoli di manifesti del
Pdl ma all'ultimo momento è stata cancellata dalla lista del partito e ha
accettato la candidatura nell'Udc. Così sui manifesti c'è il simbolo di un partito
ma lei si candida per un altro.
Ci indigniamo per
la vicenda dell'ex consigliere regionale dei Verdi e della Margherita, Roberto
Conte, candidatosi nuovamente nonostante una condanna in primo grado a due anni
e otto mesi per associazione camorristica e per giunta questa volta nel Pdl. Ci
indigniamo perché il sottosegretario all'economia Nicola Cosentino, su cui
pende un mandato d'arresto, mantiene la propria posizione senza pensare di
lasciare il suo incarico di sottosegretario e di coordinatore regionale del
Pdl.
Ci indigniamo
perché è possibile che un senatore possa essere eletto nella circoscrizione
Estero con i voti della 'ndrangheta, com'è accaduto a Nicola Di Girolamo,
coinvolto anche, secondo l'accusa, nella mega-truffa di Fastweb. Ci indigniamo,
infine, perché alla criminalità organizzata è consentito gestire locali di
lusso nel cuore della nostra capitale, come il Café de Paris a via Vittorio
Veneto.
Ascoltiamo
allibiti la commissione parlamentare antimafia che dichiara, riguardo queste
ultime elezioni, che ci sono alcuni politici da attenzionare nelle liste del
centrosinistra.
E ad oggi il
centrosinistra non ha dato risposte. Si tratta di Ottavio Bruni candidato nel
Pd a Vibo Valentia. Sua figlia fu trovata in casa con un latitante di 'ndrangheta.
Si tratta di Nicola Adamo candidato Pd nel Cosentino, rinviato a giudizio
nell'inchiesta Why not. Di Diego Tommasi candidato Pd anche lui nel Cosentino e
coinvolto nell'inchiesta sulle pale eoliche. Luciano Racco candidato Pd nel
Reggino, che non è indagato, ma il cui nome spunta fuori nell'ambito delle
intercettazioni sui boss Costa di Siderno. Il boss Tommaso Costa ha fornito,
per gli inquirenti, il proprio sostegno elettorale a Luciano Racco in occasione
delle Europee del 2004 che vedevano Racco candidato nella lista
"Socialisti Uniti" della circoscrizione meridionale. Tutte le
intercettazioni sono depositate nel processo "Lettera Morta" contro
il clan Costa ed in quelle per l'uccisione del giovane commerciante di Siderno
Gianluca Congiusta.
A tutto questo non
possiamo rimanere indifferenti e ci indigniamo perché facciamo delle
valutazioni che vanno oltre il - o vengono prima del -
diritto, valutazioni in merito all'opportunità politica e alla possibilità di
votare per professionisti che non cambino bandiera a seconda di chi sta alla
maggioranza e all'opposizione. Trasformarsi, riciclarsi, mantenere il proprio
posto, l'antica prassi della politica italiana non è semplicemente una
aberrazione. È ormai considerata un'abitudine, una specie di vizio, di
eventualità che ogni elettore deve suo malgrado mettere in conto sperando di
sbagliarsi. Sperando che questa volta non succeda. È un tradimento che quasi si
perdona con un'alzata di spalle come quello d'un marito troppo spensierato che
scivola nelle lenzuola di un'altra donna.
Ma si possono
barattare le proprie attese e i propri sogni per la leggerezza e per il cinismo
di qualcun altro?
Oramai si parte
dal presupposto che la politica non abbia un percorso, non abbia idee e
progetti. Eppure la gente continua ad aspettarsi altro, continua a chiedere
altro.
Dov'è finito
l'orgoglio della missione politica? La responsabilità di parlare a nome di un
elettorato? Dov'è finita la consapevolezza che le parole e le promesse sono
responsabilità che ci si assume? E la consapevolezza che un partito, un gruppo
politico, senza una linea precisa, non è niente? Eppure proprio questo è
diventata, nella maggioranza dei casi, la politica italiana: niente, spillette
colorate da appuntarsi al bavero del doppiopetto. Senza più credibilità.
Contenitori vuoti da riempire con parole e a volte nemmeno più con quelle. A
volte si è divenuti addirittura incapaci si servirsi delle parole.
Quando la politica
diviene questo, le mafie hanno già vinto. Poiché nessuno più di loro riesce a
dare certezze - certezza di un lavoro, di uno stipendio, di una
sistemazione. Certezze che si pagano, è ovvio, con l'obbedienza al clan. È
terribile, ma si tratta di avere a che fare con chi una risposta la fornisce.
Con chi ti paga la mesata, l'avvocato. Non è questo il tempo per moralismi,
poco importa se ci si deve sporcare le mani.
Solo quando la
politica smetterà di somigliare al potere mafioso - meno crudele,
certo, ma meno forte e solido - solo quando cesserà di essere
identificato con favori, scambi, acquisti di voti, baratto di morale, solo
allora sarà possibile dare un'alternativa vera e vincente.
Anche nei paesi
dominati dalle mafie è possibile essere un'alternativa.
Lo sono già i
commercianti che non si piegano, lo sono già quelli che resistono, ogni giorno.
Del resto, quello
che più d'ogni altra cosa dobbiamo comprendere è che le mafie sono un problema
internazionale e internazionalmente vanno contrastate.
L'Italia non può
farcela da sola. Le organizzazioni criminali stanno modificando le strutture
politiche dei paesi di mezzo mondo. Negli Usa considerano i cartelli criminali
italiani tra le prime cause di inquinamento del libero mercato mondiale.
Sapendo che il Messico oramai è divenuto una narcodemocrazia la nostra rischia
di essere, se non lo è già diventata una democrazia a capitale camorrista e
ndranghetista.
Qui, invece,
ancora si crede che la crisi sia esclusivamente un problema legato al lavoro, a
un rallentamento della domanda e dell'offerta. Qui ancora non si è compreso
davvero che uscire dalla crisi significa cercare alternative all'economia
criminale. E non basta la militarizzazione del territorio. Non bastano le
confische dei beni. Bisogna arginare la corruzione, le collusioni, gli accordi
sottobanco. Bisogna porre un freno alla ricattabilità della politica, e come
per un cancro cercare ovunque le sue proliferazioni.
Sarebbe triste che
i cittadini, gli elettori italiani, dovessero rivolgersi all'Onu, all'Unione
Europea, all'Osce per vedere garantito un diritto che ogni democrazia
occidentale deve considerare normale : la pulizia e la regolarità delle
elezioni.
Dovrebbe essere
normale sapere, in questo Paese, che votare non è inutile, che il voto non si
regala per 50 euro, per un corso di formazione o per delle bollette pagate. Che
la politica non è solo uno scambio di favori, una strada furba per ottenere
qualcosa che senza pagare il potere sarebbe impossibile raggiungere. Che
restare in Italia, vivere e partecipare è necessario. Che la felicità non è un
sogno da bambini ma un orizzonte di diritto. Roberto Saviano/Ag. Santachiara LR
20
Cosa siamo diventati noi italiani all’Estero?
È la domanda che
mi pongo da qualche anno è, con insistenza, più frequentemente da qualche mese.
Attualmente, si
contesta a noi italiani che viviamo fuori confine, qualche diritto acquisito
con fatica nel passato, come ad esempio il diritto di voto, oppure assistiamo
alla riduzione da parte dei vari governi italiani dei finanziamenti per la
lingua e la cultura italiana, per gli Enti d’assistenza, o alla
ristrutturazione della rete consolare dove si chiudono i consolati e si
riducono i dipendenti in servizio all’estero. Insomma, da qualche anno sembra
che siano nati alcuni problemi di cui gli italiani all’Estero sono il centro
delle attenzioni. Tuttavia, all’infuori delle camere parlamentari, nessuno ne
parla: televisioni, quotidiani e organi d’informazioni in genere. Serpeggia
quasi un sentimento di vergogna, come se non esistessero questi 60 milioni di
italiani che risiedono nel Mondo.
Da una ricerca
eseguita su internet, qui sotto si riportano alcuni dati interessanti:
Dalla metà
dell’800 ed il 1985, 29 milioni di italiani lasciarono il suolo patrio per
rincorrere il sogno di una vita migliore. Salirono su navi e treni affollati,
accompagnati da una valigia di cartone, da dubbi, paure, speranze e da una
domanda: sarà stata la scelta giusta?
L'Italia nel
mondo, secondo stime ufficiose, conta oggi circa 60 milioni di persone. Ma sono
soltanto quasi quattro milioni quelli regolarmente iscritti all'Aire,
l'anagrafe degli italiani residenti all'estero, che dipende dal ministero
dell'Interno. In alcuni Paesi hanno raggiunto un grado di integrazione da
rendere difficile la loro individuazione numerica.
I cittadini che si
trasferiscono stabilmente all'estero devono per legge (n. 470/88) farne
dichiarazione all'Ufficio consolare competente, ai fini della relativa
iscrizione anagrafica.
Da una statistica
eseguita nel 2008, gli italiani all’Estero iscritti all’AIRE, Sono poco più di
3,6 milioni gli italiani residenti all'estero. Lo indica un decreto dei
ministri dell'Interno e degli Esteri pubblicato dalla Gazzetta Ufficiale.
Questa la ripartizione degli italiani residenti fuori dai confini nazionali
iscritti nell'elenco aggiornato al 31 dicembre scorso: 2.072.410 in Europa,
1.017.776 in America meridionale, 359.852 in America settentrionale e centrale,
199.339 in Africa, Oceania e Antartide.
Dal dopo guerra le
due nazioni maggiormente coinvolte dall’emigrazione italiana sono state la
Germania, con 533.237 presenze (1 ogni 6 italiani all’estero) e la Svizzera,
con 459.479 residenti e 68.000 frontalieri.
Secondo le
statistiche riportate, si presume che oggi 60 milioni di italiani vivono
all’estero ed è più o meno la stessa cifra dei connazionali che vivono in
Italia.
Cosa hanno fatto
gli italiani all’Estero per l’Italia?
Svuotando i
paesini, le città e le Regioni italiane quelle persone in cerca di lavoro o di
una sistemazione migliore in una terra straniera hanno lasciato la possibilità,
a chi rimaneva, di vivere meglio con meno problemi la vita di tutti i giorni.
Tanti connazionali emigrati si sono illusi di poter ritornare dopo qualche anno
nell’amata Patria. Hanno lavorato sodo per potersi comprare o costruirsi una
casa, mettere qualche soldino da parte e rientrare nelle famiglie che avevano
lasciato in lacrime e portare i loro risparmi in Italia. Mentre s’illudevano di
poter vivere un futuro migliore nel Paese d’origine, si sono cercati fra loro ed
istintivamente hanno costituito gruppi, associazioni, società, diventando
praticamente i rappresentanti delle regioni, provincie e città italiane che
avevano abbandonato. Ristoranti hanno promosso le culture gastronomiche di
tutte le Regioni italiane e, nello stesso tempo, hanno promosso la lingua, le
culture, i costumi e tutto quello che era italiano.
Tanti italiani
deceduti in tutte le parti del Mondo, che non hanno nemmeno avuto quella
fortuna di essere seppelliti nella terra che li aveva visto nascere, per non
parlare di quelli che non hanno visto invecchiare i propri genitori, fratelli e
sorelle. Quanti sono morti lavorando anche in condizioni precarie e disumane
come il caso emblematico dei 136 italiani scomparsi nella tragedia di
Marcinelle, quando lo Stato italiano importava carbone, a titolo gratuito di
compensazione, per riscaldare le case in
Italia.
Tutto questo,
inevitabilmente, ha contribuito alla ripresa economica e alla ricostruzione del
nostro Paese nei decenni del dopo guerra. Gli italiani all’estero si sono
rivelati milioni di ambasciatori del Made in Italy nel mondo, hanno promosso
l’Italia a testa alta e con la dovuta modestia. Ha contribuito all’esportazioni
di automobili, prodotti alimentari, moda, turismo e quant’altro.
Tutto questo
perché? A cosa è servito il sacrificio e l’operosità di tanti italiani? A farci
chiudere i consolati, a farci diminuire, costantemente, le risorse finanziarie
in tutti settori, ad essere oggetto di dubbi su cosa eravamo diventati e cosa
poteva rappresentare in termini di ritorno economico: ancora usati e sfruttati!
Oggi a distanza di
anni, si ha l’impressione che la nostra Italia abbia perso la memoria e tanti
italiani all’Estero hanno il sentore di essere stati abbandonati dalle
Istituzioni italiane, quelle Istituzioni che dovrebbero invece farci sentire
più vicini alla nostra Patria. Questi emigrati italiani ora, ed è bello che sia
così, sono più considerati dalle Istituzioni locali che dai nostri governanti.
Ma tutti gli italiani nel Mondo amano la loro Patria e trasmettono questo amore
ai propri figli, ricordandogli le proprie origini, i propri doveri e
sentimenti. L’italiano all’estero non si vergogna di essere italiano. Allora se
si vogliono chiudere i consolati che lo facciano, se si vogliono ridurre o
sopprimere i fondi essenziali per la promozione dell’Italia all’estero che lo
facciano pure. Facciano tutto quello che vogliono ma siano coerenti, chiari. Si
ricordino, però, che solo una cosa nessuno riuscirà mai a toglierci: la dignità
e l’onore di essere italiani.
Se qualcuno vuole
intervenire sul tema della realtà degli italiani all’Estero o sul contenuto di
questo articolo, faccia pervenire il proprio contributo a: saig@tele2.ch - http://www.saig.altervista.org.
Carmelo Vaccaro,
Società delle Associazioni Italiane di Ginevra ( S.A.I.G. )
(de.it.press)
Voto all’estero. Per gli imbrogli di Di Girolamo non si possono punire
tutti gli italiani all’estero
Apprendo dal
portale Italia chiama italia che l'on. Fabio Gava (PDL) vuole cancellare il
voto all'estero, togliendo dunque a circa 4 milioni di italiani residenti all'estero
il diritto di votare per le elezioni politiche.
Naturalmente sono
assolutamente contraria alla proposta dell'on. Gava, sia nello spirito che
nella lettera. E soprattutto contesto fortemente le motivazioni che ad essa
sottostanno.
Secondo l'on. Gava
gli eletti all'estero agirebbero "solo per gli italiani nel mondo".
E, ammesso che ciò
sia vero, che c'è di male? Sono stati eletti dagli italiani nel mondo e
quindi è normale che la loro attività sia soprattutto focalizzata a difendere
gli interessi degli elettori della loro circoscrizione.
Tra l'altro ci
sono eletti in Parlamento, pagati da tutti i cittadini, che a tempo pieno
svolgono il compito di legali privati del premier e nessuno obietta nulla. Come
sempre si guardano le pagliuzze e si bagatellizzano le travi.
Inoltre l'on. Gava
non può permettersi di analizzare frettolosamente il lavoro parlamentare di 18
eletti, e bocciare superficialmente la loro attività senza neppure conoscerla
adeguatamente.
L'on. Gava basa la
sua proposta, gravemente lesiva degli interessi di 4 milioni di italiani, su
generici "recenti fatti di cronaca, distorsioni, brogli e infiltrazioni da
parte della malavita organizzata".
Ma quali sono in
concreto questi fatti?
A tutt'oggi
sappiamo solo di brogli presumibilmente di larga scala di cui sarebbe
responsabile l'ex senatore del PDL, Nicola Di Girolamo, reo confesso di frode
all'erario per 370 milioni di euro e eletto grazie a menzogne sulla sua
residenza reale, alla connivenza di un ambasciatore italiano a Bruxelles e
soprattutto all'apporto di una organizzazione criminale facente capo a Gennaro
Mokbel.
Ebbene, invece di
preoccuparci di appurare tutta la verità sui brogli perpetrati da Di Girolamo e
assicurare che si arrivi a condanne e chiarezza definitiva sulle responsabilità
e le connivenze, l'on. Gava vuole punire subito 4 milioni di italiani che non
hanno fatto nulla di male.
Come facciamo a
combattere efficacemente il crimine se non sappiamo ancora in che punto della
catena si è frodato?
Se non sappiamo
ancora quante schede sono state falsificate?
Non si tratta di
domande oziose. Di Girolamo ha ottenuto 23.000 preferenze. Quante di queste
sono fasulle? 350 preferenze ottenute comprando le schede elettorali come
afferma Mokbel, non bastano a far vincere un candidato che, in condizioni di
normalità e legalità, non verrebbe votato da nessuno.
Dove sono avvenute
le falsificazioni?
Sono state
stampate schede false?
Ci sono denunce
formali in questo senso?
Quali eletti sono
stati avvantaggiati dai brogli?
Quali partiti sono
stati avvantaggiati dai brogli?
Le frodi sono di
larga scala? Se sì dovremmo prendere in esame la prospettiva di un annullamento
dei risultati elettorali del 2008.
Le frodi sono di
piccolo cabotaggio? in tal caso bisognerebbe semplicemente punire i
responsabili.
Non possiamo
cambiare una legge, punendo milioni di onesti, senza dare risposta adeguata a
queste domande.
"I brogli
sono possibili, dunque i brogli ci sono e sono generalizzati", mi sembra un
teorema pericoloso soprattutto nel momento in cui lo usiamo per togliere
alla cieca un diritto costituzionale a milioni di italiani.
La proposta di
votare nei Consolati e Ambasciate comporterebbe comunque una penalizzazione per
centinaia di migliaia di italiani che non possono recarsi ai seggi, soprattutto
nel mondo dove le distanze sono enormi. Propongo in ogni caso di rimandare la
decisione in questo senso solo dopo i risultati delle inchieste sui brogli,
altrimenti rischiamo di combattere qualcosa che non conosciamo precisamente.
Sentiamo una
grande voglia di legalità e di pulizia. Siamo cittadini onesti che chiedono
legalità e giustizia e per questo chiediamo la massima trasparenza anche
nell'informazione sulla vicenda Di Girolamo. Chiediamo inoltre al PDL un grande
esame di coscienza sulle responsabilità di un partito che candida a cuor
leggere persone come Di Girolamo, senza neanche verificare che risiedano
veramente all'estero.
Ora, per colpa di
Di Girolamo e di coloro che lo hanno appoggiato più o meno in buona fede, noi
rischiamo di perdere un diritto ottenuto dopo decenni di faticoso lavoro!
Chiedo pertanto la
massima mobilitazione contro la proposta dell'on. Gava volta soprattutto a
cancellare un voto all'estero che evidentemente non premia il suo partito.
Invito l’on. Gava
a rispondere nel merito alle mie argomentazioni e a correggermi se
involontariamente ho riportato dati non esatti peraltro desunti per lo più da
Italiachiamaitalia o da www.repubblica.it.
Silvia Terribili,
Idv Olanda, www.silviaterribili.org (de.it.press)
Il capo della Chiesa tedesca: «Abusi nascosti per anni»
Il presidente
della Conferenza episcopale tedesca, l'arcivescovo di Friburgo Robert
Zollitsch, ha ammesso per la prima volta che la Chiesa cattolica tedesca ha
nascosto «per anni» i casi di abusi sessuali commessi da religiosi nei
confronti di minori. Zollitsch lo ha detto in un'intervista al settimanale
Focus. «Sì, questo è successo - ha ammesso mons. Zollitsch riferendosi
agli episodi di abusi poi nascosti -. Da anni, tuttavia, seguiamo un corso
opposto». La Chiesa, ha comunque aggiunto, non è stata la sola a comportarsi in
questo modo. Secondo l'arcivescovo, infatti, gli abusi sessuali su minori «sono
stati tenuti segreti nell'intera società per decenni».
Zollitsch ha detto
di provare «vergogna» per le violenze sessuali su minori commesse negli anni
passati negli ambienti ecclesiastici in Germania. «Il fatto che abusi così
numerosi abbiano avuto luogo anche nelle nostre istituzioni, mi fa vergognare e
mi provoca enorme spavento - ha detto Zollitsch durante un'intervista al settimanale
tedesco Stern -. Ogni singolo caso oscura il volto di tutta la Chiesa». Secondo
Zollitsch, la società si trova adesso alle prese con un fenomeno così vasto
poichè «il problema non è stato avvicinato in tutto il suo significato
sociale».
Questo, tuttavia,
non esonera la Chiesa dalle proprie responsabilità, ha lasciato intendere
l'arcivescovo. Anche se è sempre più chiaro che «la maggior parte dei casi
avviene al di fuori degli ambienti ecclesiastici», ha infatti sottolineato
Zollitsch, essi sono particolarmente gravi nella Chiesa.
Secondo quanto ha
commentato di recente il portavoce della Santa Sede padre Federico Lombardi, la
linea adottata dalla Conferenza episcopale tedesca per affrontare i casi di
abusi sessuali sui minori «può essere considerata un modello utile e ispiratore
per altre Conferenze episcopali che si trovino a fronteggiare analoghi
problemi». I vescovi tedeschi hanno indicato nella loro recente assemblea che
bisogna riconoscere la verità e aiutare le vittime, rafforzare la prevenzione e
collaborare con le autorità, comprese quelle giudiziarie statali. I vescovi
bavaresi, inoltre, si sono impregnati a denunciare ogni eventuale nuovo caso
alla giustizia.
Tuttavia, secondo
quanto ha spiegato Zollitsch allo Stern, spesso le vittime non sono disposte a
denunciare gli autori degli abusi. E questo, ha commentato l'arcivescovo,
«rappresenta per noi un problema morale, poichè noi siamo comunque interessati
affinchè i responsabili vengano giudicati». Zollitsch ha inoltre ribadito, come
aveva già fatto la settimana scorsa in Vaticano, che il celibato ecclesiastico
non è all'origine dello scandalo degli abusi pedofili nella Chiesa cattolica.
Ieri un quotidiano
tedesco, il Badische Zeitung, aveva scritto che l'arcivescovo Robert Zollitsch,
capo coprì dei casi di abuso su
minori quando era
responsabile delle risorse umane per la diocesi di Friburgo. Il
quotidiano si riferisce a una serie di violenze nei confronti di bambini e
ragazzini avvenuiti a Oberharmersbach, nella foresta nera nel 1991. Secondo il
giornale responsabile delle violenze sarebbe stato il parroco Franz B. Quando
cominciarono a diffondersi voci relative alla faccenda Zollitsch secondo il
quotidiano avrebbe
ordinato al parrocco di allontanarsi dai ragazzi ma non lo avrebbe denunciato
alle autorità. La diocesi di Frigurgo sul suo sito web ha reagito definendo le
accuse «infondate». L’U 21
All’ambasciatore tedesco in Italia M. Steiner il "Premio
Simpatia". Il 3 maggio la consegna
Roma - È stato
assegnato all’ambasciatore tedesco in Italia, Michael Steiner, il "Premio
Simpatia" che ogni anno viene conferito dal Comitato Romano Incremento
Attività Cittadine e Regionali, presieduto dalla presidente Francesca Immè
Pertica, "a personaggi conclamati dalla pubblica notorietà, anche umili e
sconosciuti, ma che sappiano esprimere per nobiltà di azioni una immagine viva
di simpatia e di successo civile in Italia e all’estero". La cerimonia
avrà luogo lunedì 3 maggio alle ore 18 nella Sala Promoteca del Campidoglio, a
Roma, alla presenza del sindaco di Roma Gianni Alemanno e di altre autorità
istituzionali.
"Su
segnalazione di Marisela Federici e della Giuria del Premio Simpatia, giunto
alla 40. edizione, è stato deliberato all’unanimità di assegnarle lo storico
Oscar Capitolino", si legge nella lettera di assegnazione che la
presidente Pertica ha inviato all’ambasciatore Steiner. "Quest’anno, la
premiazione assume particolare rilevanza in quanto ricorre il 40° anno dalla
sua istituzione e la sua prestigiosa presenza sarebbe oltremodo significativa
per tutto quello che lei rappresenta in ambito internazionale". Nella
lettera, la presidente del Comitato ricorda anche le parole di Domenico
Pertica, ideatore dell’iniziativa insieme a Vittorio De Sica e Aldo
Palazzeschi: "il Premio è un riconoscimento verso chi ha contribuito a
dare alla società il meglio di sé stesso, e chi arricchisce ed esalta i valori
essenziali della vita con opera, ora umile ora eccelsa, ma comunque sempre
degna di riscuotere il plauso e la simpatia universali…".
Nelle precedenti
edizioni hanno già ricevuto il Premio il presidente Sandro Pertini, Nilde
Jotti, Rita Levi Montalcini, Renato Dulbecco, Anotnino Zichichi, Leonardo
Sciascia, Federico Fellini, Giulietta Masina, Alberto Sordi, Sofia Loren, Gina
Lollobrigida, Renzo Piano, Massimiliano Fuksas, Madre Teresa di Calcutta. Tra
gli ambasciatori, Jacques Andreani (Francia), Lothar Lahn (Germania), Gordon
Noel Parkinson (Nuova Zelanda), Lin Zhong (Cina Pop.re), Dieter Vitzthum
(Finlandia), L’Associazione Amicizia Italo-Germanica e tanti altri. Per
ulteriori informazioni vi segnaliamo il sito internet www.premiosimpatia.it.
(aise)
Colonia. Uscito il nuovo numero di “Comites per tutti noi”
Colonia - La prima
pagina della prima edizione 2010 di “Com.It.Es. per tutti noi” è dedicata alle
elezioni dei Consigli degli stranieri. Il 7 febbraio scorso sono stati eletti
26 italiani nei Consigli di Integrazione del Nordreno-Vestfalia. Purtroppo la
partecipazione al voto è stata molto bassa, con una media dell’11 per cento in
tutta la regione. Per questo è importante promuovere la partecipazione politica
fin da piccoli. A questo tema viene dedicato l’articolo sul “Parlamento dei
bambini”, un sito internet istituito dalla Camera dei Deputati proprio per
avvicinare i più piccini alla democrazia (http://bambini.camera.it).
La seconda pagina
viene dedicata innanzitutto alla nuova serie di pubblicazioni bilingui del
Com.It.Es. di Colonia, dedicata in particolare all’ ”Assistenza sociale per gli
anziani in Germania”. Le tre monografie, realizzate in collaborazione con il
“Verein für Internationale Freundschaften” di Dortmund, riguardano le
“Disposizioni del paziente, la procura preventiva e l’ospizio”, l’
”Arbeitslosengeld II – Sussidio sociale” infine la “Grundsicherung – Diritto al
minimo vitale”. Gli opuscoli possono essere richiesti direttamente alla sede
del Com.It.Es. di Colonia o scaricati direttamente dal sito del Com.It.Es. di
Colonia.
Per chi fosse
interessato ad acquistare una casa in costruzione in Italia, “Com.It.Es. per
tutti noi” consiglia la nuova guida “Acquisto in Costruzione” messa a punto dal
Consiglio Nazionale del Notariato e da 12 associazioni di consumatori italiani.
La terza pagina
viene dedicata a consigli riguardanti il lavoro e la formazione professionale.
In una nuova pubblicazione del Ministero dell’economia tedesco sono ad esempio
contenute informazioni importanti per “Mettersi in proprio”.
Si parla poi dei
corsi di “formazione alla formazione” che tutti gli imprenditori devono
frequentare per accedere al certificato necessario per poter offrire posti di
apprendistato. La Deutsch-Hellenische Wirtschaftsvereinigung offre
gratuitamente questi corsi a Colonia con cadenza mensile. Infine nel quadro di
programma del Land NRW vengono offerti corsi gratuiti di formazione per
programmatori a Düsseldorf.
L’ultima pagina
della rivista è infine dedicata alle notizie dal Consolato Generale di Colonia.
Entro il mese di giugno tutti gli uffici consolari dovranno emettere passaporti
elettronici. Il Ministero degli Esteri mette inoltre a disposizione una borsa
di studio per studenti delle scuole superiori che vogliano frequentare un corso
biennale di lingua inglese presso il Collegio del Mondo Unito dell’Adriatico
(Duino – Trieste).
L’edizione
completa di “Comites per tutti noi“ può essere scaricata anche dal sito
internet del Com.It.Es. di Colonia: www.comitescolonia.de
Rosella Benati,
Presidente Comites Colonia (de.it.press)
Il portale per i bambini italiani in Germania. Garavini: “È un sito web che
aiuta l’integrazione”
“È un’ottima
iniziativa che può concretamente facilitare l’integrazione sociale dei giovani
studenti italiani in Germania”. Questo il commento dell’on. Laura Garavini
sull’apertura del sito web bilingue www.mondoli.de, ideato da Elisabetta
Abbondanza, sostenuto dal contributo del Ministero federale per la Cultura e i
Media, del Com.It.Es. Berlino-Brandeburgo e dell’AWO-Begegnungszentrum di
Berlino, e dall’impegno di insegnanti italiani e tedeschi della scuola
elementare europea Finow-Schule di Berlino.
Nel sito, studenti e insegnanti potranno trovare materiale didattico e
di informazione in lingua italiana e tedesca. “Internet è ormai fondamentale
per lo sviluppo culturale dei giovani”, ha affermato la deputata PD eletta
all’estero. “Attraverso questo sito, quindi, si può aiutare i bambini italiani
residenti in Germania a imparare più facilmente la lingua tedesca e a
migliorare il loro rendimento scolastico per integrarsi più serenamente nella
società”. De.it.press
La lettera aperta al Comites di Francoforte per chiedere di pubblicare i bilanci sul sito internet
Antenucci Pietro,
di Frankenthal, con questa lettera aperta, firmata anche da latri connazionali,
chiede al Presidente del Comites di Francoforte Cavaliere Stefano Lobello
che il Bilancio del Comites di Francoforte venga pubblicato sul sito web del
Comitato, in modo che possa essere consultato anche da chi abita lontano dalla
sede del Comites (a Dreieich)
Frankental.
Egregio Cavaliere Lobello, vivo a Frankenthal nella “Pfalz”, una cittadina con
una numerosa collettivitá di concittadini italiani. Molti, come me, sono ormai
pensionati ma trascorrono lo stesso la “terza età” in terra d’emigrazione.
Una delle poche
cose che lo Stato Italiano abbia messo a disposizione della collettivitá
italiana all’estero è proprio l’istituzione dei Comites, del quale lei è
Presidente per la nostra circoscrizione consolare.
I fondi, oltre
100.000 € annui, che vengono designati al Comites del quale Lei è
Presidente, sono in fondo destinati per il benessere della collettività, quindi
per noi cittadini. Infatti il Comites per legge deve promuovere
iniziative nei più svariati campi sociali “nell’*interesse della collettività
italiana” come recita la legge e come Lei ben sa.
Un altro articolo
della legge sui Comites recita letteralmente che “I bilanci dei Comites sono
pubblici”.
Io ho visitato la
pagina web del Comites di Francoforte, che fra l’altro trovo molto ben
riuscita, ma non ho potuto vedere la pubblicazione del bilancio. Con mio
rammarico ho dovuto constatare che la visione del bilancio sarebbe
possibile solo presso la sede che si trova a Dreieich. Io le chiedo come mai
Lei non permette la pubblicazione del bilancio sulla pagina web, visto che la
legge vuole che i bilanci siano pubblici?
Dal canto mio non
riesco a trovare una risposta a questa domanda. Lei non pretenderà mica che io,
con scarse risorse finanziarie, venga da Frankenthal a Dreieich solo per
visionare il bilancio del Comites che per legge deve essere pubblico e che Lei
potrebbe mettere in rete?
Inoltre non
pubblicare il bilancio potrebbe far pensare che il Comites abbia qualcosa da
occultare. Io sono sicuro che così non è e proprio per questo Le rinnovo
l’invito a pubblicare il bilancio sulla pagina web del Comites.
Non pensa Lei che
sia giusto che tutti i cittadini possano vedere e conoscere tutte le attività
che il Comites ha intrapeso e finanziato “nell’interesse della collettività
italiana della circoscrizione?.
Sicuro di poter
fra breve visionare il bilancio del Comites sulla pagina web colgo l’occasione
per lasciare Cordiali saluti
Antenucci Pietro,
Frankental (de.it.press)
Gli eventi della settimana a Monaco di Baviera e dintorni
Monaco di Baviera
– Numerose le iniziative di interesse per i connazionali residenti a Monaco di
Baviera e dintorni segnalate dalle Pagine Italo-tedesche di Claudio Cumani per
i prossimi giorni. Sino al 30 maggio è ancora possibile visitare presso la
Pinakothek der Moderne (Barerstr. 40), a Monaco, la mostra dedicata all’orafo
Gianpaolo Babetto “L’italianità dei gioielli”, organizzata in cooperazione con
l’Istituto Italiano di Cultura.
Martedì 23 marzo,
alle ore 20 presso la Biblioteca di Gasteig (Rosenheimerstr. 5), appuntamento
con la rassegna “Italien neu verstehen”: riflessione sull’attuale situazione
del nostro Paese insieme allo scrittore Friederike Hausmann e ad Hans Woller
dell’Institut für Zeitgeschichte.
Sempre il 23
marzo, un altro doppio appuntamento: alla galleria del Gasteig alle ore 18.30 è
in programma l’inaugurazione della mostra fotografica di Letizia Battaglia che
espone scatti ambientati in Sicilia dal 1976 al 2009 – prosegue sino al 6
giungo, tutti i giorni dalle ore 10 alle ore 22; al Museo del cinema
(St.-Jakobs-Platz 1) alle ore 21, la rassegna dedicata a Lina Wertmüller con il
film “Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto”. Sarà “Tutto
a posto e niente in ordine”, il 30 marzo alle ore 21, la successiva pellicola
presentata al pubblico nell’ambito della rassegna.
Ancora
appuntamento con il cinema italiano giovedì 25 marzo alle ore 19 presso l’IIC
di Monaco con il film di Roberta Torre “Angela”, per la rassegna “Con gli occhi
di lei”. L’Istituto ospiterà poi, alle ore 19.30 del 26 marzo, Heidi Weidner in
un appuntamento dedicato ad Eleonora Duse.
Domenica 28 marzo
alle ore 17, spazio alla musica napoletana presso la Gemeindehaus der
Simeonskirche (Violenstr. 696) con una serata condotta da Antonio Macrì. Si
esibirà il tenore Giuseppe Del Duca. (Inform)
Sicilia Mondo: Pirandello a Colonia (il 26 marzo) ed a Berlino (il 29
marzo)
Colonia/Berlino.
Nell’ambito del proprio progetto “Settimana della Cultura Siciliana nel mondo”,
Sicilia Mondo organizza in Germania, a Colonia il 26 marzo, in concorso con
l’Istituto Italiano di Cultura, ed a Berlino il 29 marzo, con l’Associazione Amici del Ciao Sicilia,
una Conferenza-dibattito sul tema “Il carteggio fra Luigi e Stefano
Pirandello”.
L’incontro prevede l’introduzione di Domenico Azzia, Presidente di Sicilia
Mondo su “I siciliani in Germania” e di Francesca Cuffari su “I giovani”, la
Conferenza da parte di Sarah Muscarà, Ordinaria di Letteratura Italiana
all’Università di Catania con il commento alla mostra su Pirandello da parte
di Enzo Zappulla, Presidente dell’Istituto di Storia dello Spettacolo Siciliano.
Pino Tizza su “Confronto della novella
di Pirandello”.
Pirandello è conosciutissimo in Germania,
rileggere il suo pensiero di drammaturgo straordinario è sempre un evento che
affascina e coinvolge .
Alla manifestazione è stata invitata la
comunità italiana e le Istituzioni tedesche e italiane.
L’iniziativa si inquadra nella politica
di promozione e conoscenza della cultura siciliana pervicacemente promossa come aggregante
presso le comunità siciliane all’estero ma, soprattutto, come messaggio
culturale del patrimonio straordinario dell’Isola da portare presso le società
ospitanti ed in grado di suscitare flussi di turismo culturale di ritorno in
Sicilia. Sicilia Mondo, de.it.press
ROMA – La memoria
dei militari italiani internati in Germania dopo l’8 settembre 1943 si
arricchisce di un nuovo contributo: il diario di Federico Ferrari, giovane
intellettuale cattolico cremonese, alpino della Tridentina decorato nella
ritirata di Russia, internato in Germania nei lager di Stablack, Deblin Irena,
Mühlberg e Weinböhla, ucciso il 24 aprile 1945 da un nazista in una delle tante
vendette degli ultimi giorni di guerra.
Il libro – “Resistenza a oltranza. Storia e
diario di Federico Ferrari, internato militare italiano in Germania” (editore
Mondadori Università, 2009) – sarà presentato il 25 marzo, ore 17, nella sala
Multimediale della “Casa della Memoria e della Storia” di Roma (via San
Francesco di Sales, 5, zona Trastevere). L’incontro, promosso da Anpi di Roma e
del Lazio, sarà introdotto da Massimo Rendina. Sarà presente l’autore del
volume Luciano Zani, professore ordinario di Storia Contemporanea presso la facoltà
di Sociologia dell’Università La Sapienza.
Il diario di
Federico Ferri documenta il percorso e le ragioni che portarono la grande
maggioranza dei militari internati alla non facile scelta di una resistenza a
oltranza - come Federico la definisce - con il rifiuto dell'arruolamento
nell'esercito di Salò, che avrebbe garantito il ritorno a casa, preferendo, in
nome della dignità di soldati e di italiani, la prigionia e il lavoro coatto
nei lager di Germania. La biografia di Federico, che introduce il diario, ci
restituisce la storia di un giovane di famiglia antifascista, militante
nell'Azione cattolica, alle prese con la scuola e il conformismo fascista, col
conflitto tra modernismo e tradizione, tra patriottismo e rifiuto del
paganesimo nazista. Una vita per molti versi esemplare di un'intera generazione
nata e vissuta sotto il fascismo. (Inform)
In corso a Düsseldorf fino a martedì. La ProWein parla italiano
Dal 21 fino al 23
marzo a Düsseldorf oltre 3000 produttori di vino da tutto il mondo. Gli
italiani primi tra gli espositori esteri.
Aromatici,
rotondi, amabili, robusti o eleganti. Alla Fiera del vino ProWein di Düsseldorf
ce n’è proprio per tutti i gusti. Da domenica 21 e fino a martedì oltre tremila
espositori provenienti da ben cinquanta Paesi daranno vita a una delle più
grandi kermesse del settore in tutta Europa. Un appuntamento importante per il
nostro Paese, che con 730 produttori presenti è al primo posto tra gli
espositori esteri. Ma come è articolato il mercato del vino in Germania, qual è
il ruolo degli italiani, e come vanno le cose in tempi di crisi? Ce lo spiegano
Paolo Pesce, responsabile della Sezione agro-alimentare dell'Istituto nazionale
per il commercio estero, e Wolfgang Hehle, produttore di vino e portavoce
regionale del Verband deutscher Prädikatsweingüter.
Per saperne di più
ascolta il servizio di Daniela Bacchini:
(RC, de.it.press)
Integrazione. L’arte unisce i ragazzi di quattro nazioni: Italia, Germania,
Giappone ed Olanda
Nell’autunno del
2008, l’artista di Genzano Antoine Cesaroni, contatta Giuseppe Scigliano per
sottoporgli all’attenzione un progetto artistico favoloso: Arte Project (ha lo
scopo di avvicinare i popoli e migliorare la cultura artistica dei ragazzi).
Bambini di scuole
diverse interpretano un tema ed elaborano a loro
volta un dipinto.
Scigliano non si lascia scappare l’occasione e, considerato che dirige egli
stesso un progetto bilingue nella Johannisschule di Osnabrück dove l’arte viene
da lui stesso insegnata ai bambini della terza e quarta classe, ha coinvolto la
sua scuola e così
per 3 mesi circa nel 2009 i bambini si sono cimentati ad interpretare il Futurismo (Boccioni, Balla, Severini, Russolo
ed altri. Dinamica, movimento, macchine,colori ed altro ancora). Tutta la
scuola è stata coinvolta e tutti gli insegnanti hanno tematizzato il tema.
Nel 2009 hanno
partecipato questo progetto, coordinato dallo stesso Cesaroni, quattro scuole
di quattro rispettive nazioni: Scuola Primaria di Colle Palazzo Velletri,
Italia; Johannisgrundschule Osnabrück, Germania; École élémentaire Marcel Doret
du Chatillon, Francia; Grundschule Matsue aus Matsusaka, Giappone. Dai lavori è
nata una mostra itinerante che è stata esposta con tantissimo successo nelle
città che hanno preso parte al progetto.
Nel 2010 la scuola
elementare di Haarlem Olanda, sostituisce la scuola francese.
Di seguito il
programma 2010 nei vari paesi:
Scuola Primaria di
Colle Palazzo Velletri, Italia. Mille modi di vedere le opere dei grandi
maestri del Rinascimento Italiano. Riprogettare le opere pittoriche di
Michelangelo, Raffaello e Leonardo con il massimo margine di libertà
interpretativa, con interazione / iterazione di forme e linguaggi artistici
differenti.
Scuola Elementare
Matsue aus Matsusaka, Giappone - Libera reinterpretazione delle opere dei
maestri Italiani del Rinascimento , integrate con vari elementi ripresi dalle
opere giapponesi classiche delle UKIYOE.
Johannisgrundschule
Osnabrück, Germania - Libera reinterpretazione delle opere dei
maestri tedeschi dell'espressionismo. Gli alunni si sono cimentati con
Paul Klee,Frank Mark, August Macke, Alexej Jawlensky, Edvard Munch e Wassily
Kandinsky.
Scuola Elementare
Haarlem, Olanda - Libera reinterpretazione delle opere dei maestri olandesi del
movimento “Cobra”. Giuseppe Scigliano, de.it.press
Rom: un rapporto di Amnesty International sugli sgomberi a Roma
ROMA - Amnesty
International ha chiesto alle autorità italiane di riesaminare un “controverso”
piano abitativo che ha causato lo sgombero “forzato” di centinaia di Rom e che
“spiana” la strada allo sgombero di altre migliaia di persone nei prossimi
mesi. In un nuovo documento, intitolato “La risposta sbagliata. Italia: il
'Piano nomadi' viola il diritto all’alloggio dei Rom a Roma” - presentato la
scorsa settimana - Amnesty International sottolinea che tale programma, avviato
nel luglio 2009, “viola i diritti umani di migliaia di Rom”.
“Queste misure
devono essere riconsiderate urgentemente. Le famiglie rom della capitale
rischiano di perdere beni personali, contatti, accesso al lavoro e servizi
pubblici” - ha dichiarato Ignacio Jovtis, esperto di Amnesty International
sull’Italia.
Negli ultimi mesi,
centinaia di famiglie Rom sono state sgomberate da almeno cinque campi della
capitale. Prima della chiusura di “Casilino 900”, uno dei più grandi campi Rom
d’Europa, nel febbraio di quest’anno, erano stati a lungo consultati alcuni
leader del campo. Tuttavia, gli standard internazionali sui diritti umani
richiedono che vengano consultate tutte le persone di cui è previsto lo
sgombero.
“Molti Rom vivono
in baracche e roulotte prive delle condizioni igieniche di base. La situazione
attuale è il risultato di anni di mancata attenzione, politiche inadeguate e
discriminazione da parte di successive amministrazioni. Il tentativo di
affrontare questa eredità è, in sé, apprezzato e le condizioni di vita di molti
rom miglioreranno. Tuttavia, il piano è incompleto e rischia di rendere la
situazione di molti altri rom ancora peggiore. È la risposta sbagliata” - ha
aggiunto Jovtis, sottolineando che “il piano è chiamato 'Piano nomadi'. Ma la
maggior parte dei Rom che saranno toccati non è affatto nomade. Etichettandoli
e trattandoli come nomadi, chi ha ideato il piano sta perpetuando gli stessi
problemi che sostiene di affrontare”.
Gli sgomberi dei
campi Rom che stanno avvenendo a Roma e in molte città e paesi d’Italia
“rendono ancora più difficile la situazione di una minoranza del nostro Paese
che attende ancora di essere riconosciuta, metà costituita da minori”, ha
commentato Mons. Giancarlo Perego, Direttore generale della Fondazione
Migrantes sottolineando - come già aveva fatto la CEMI in un recente comunicato
- che gli sgomberi “rischiano di non tutelare alcuni diritti fondamentali: alla
salute, alla scuola, alla partecipazione sociale”. (Migranti-press)
Medio Oriente, il Quartetto a Israele: "Fermate le attività di
colonizzazione"
Ferma risoluzione
dell'organismo internazionale riunito oggi a Mosca - "I colloqui devono
portare ad una soluzione negoziata entro 2 anni" - La replica di Israele:
"Così si allontana l'accordo di pace"
MOSCA - Anche da
Mosca arriva l'invito al governo di Israele di congelare tutte le attività di
colonizzazione. E' questa la richiesta, rivolta con toni assai risoluti, dal
"Quartetto per il Medio Oriente", di cui fanno parte Russia, Usa,
Unione Europea e Onu, riunito oggi a Mosca per cercare una soluzione alla crisi
di questi giorni. Il Quartetto ha anche auspicato che i negoziati portino entro
due anni alla creazione di uno stato palestinese indipendente.
In una
dichiarazione, al termine della seduta, i capi degli esteri di Usa, Hillary
Clinton, della Russia, Serghiei Lavrov, l'alta rappresentante della politica
estera e di sicurezza dell'Ue, Catherine Ashton e il segretario generale
dell'Onu, Ban Ki-Moon, hanno espresso "profonda preoccupazione" per
il deterioramento in atto a Gaza e hanno auspicato che "i colloqui debbano
condurre a una soluzione negoziata tra le parti (Israele e l'Autorità
palestinese, ndr) entro 24 mesi". Questa soluzione deve "mettere fine
all'occupazione cominciata nel 1967 e avere per effetto la creazione di uno
stato palestinese indipendente, democratico e vivibile, che viva in pace e
sicurezza accanto a Israele e ai suoi vicini".
Il Quartetto
"esorta il governo israeliano a congelare tutte le attività di
colonizzazione, comprese quelle destinate all'incremento demografico naturale,
a smantellare tutti gli avamposti costruiti dopo il marzo 2001 e ad astenersi
dal procedere con le demolizioni e le espulsioni da Gerusalemme est". La
ferma condanna del Quartetto è stata letta a nome di tutti da Ban Ki-Moon: la
signora Clinton comunque ha tenuto a sottolineare con i giornalisti, a margine
della mattinata, che le relazioni americane con Israele restano "profonde,
solide e durature". Ma il monito rivolto alla politica del presidente
israeliano Benjamin Netanyau è fermo, con grande soddisfazione dell'Autorità
palestinese, che attraverso il suo negoziatore Saeb Erekat si è felicitato con
il Quartetto.
La replica di
Israele. Pronta la risposta del governo israeliano, per bocca del ministro
degli esteri Avigdor Lieberman: la presa di posizione del dichiarazione del
Quartetto - ha detto - "allontana" la possibilità di un accordo
di pace tra israeliani e palestinesi. "Non si può imporre la pace in
maniera artificiale", ha aggiunto, "fissando scadenze
irreali". Secondo Lieberman dichiarazioni come quella espressa oggi dal
Quartetto "allontanano la possibilità di raggiungere un vero accordo fra
Israele e i palestinesi, in quanto danno ai palestinesi la sensazione errata
che 'trascinando i piedi' e rifiutandosi di riprendere i negoziati adducendo
pretesti arriveranno egualmente al loro obiettivo". LR 19
Israele ascolti la voce dell'America
Nel biblico Libro
dei Proverbi, il libro della saggezza e dell'ottimismo (a differenza di quello
dell'Ecclesiaste, pervaso da un senso di angoscia e di rassegnazione alla
morte) c'è un versetto dai toni forti: «Chi risparmia la verga odia il suo
figliuolo, ma chi l'ama, lo corregge per tempo» (Libro dei Proverbi, 13, 24).
Il senso di queste parole è che chi evita di rimproverare o di punire i figli
per le loro cattive azioni dà prova di non amarli veramente in quanto
preferisce ignorare una condotta sbagliata per mantenere la pace in famiglia ed
evitare uno scontro che potrebbe causare dolore a entrambe le parti. Ma un uomo
che ama veramente il figlio non teme di riprenderlo, è pronto a punirlo e
persino a pregiudicare temporaneamente il rapporto con lui pur di riportarlo
sulla retta via. L’attuale crisi nelle relazioni fra il governo israeliano e
quello americano intorno alla costruzione di un nuovo quartiere ebraico nella
Gerusalemme Est è ai miei occhi una prova di vera amicizia da parte degli Stati
Uniti nei confronti del suo piccolo protégé mediorientale. L'amministrazione di
Barak Obama, in un raro esempio di fermezza morale, dice agli israeliani: basta
con queste inutili costruzioni a Gerusalemme Est.
Il messaggio degli
Usa è che le costruzioni non solo minano il processo di pace - importante per
voi, per i palestinesi e per tutto il mondo arabo moderato -, ma sono
estremamente nocive anche per voi israeliani nell'ottica dell'ideale che non
perdete occasione di proclamare: mantenere il carattere ebraico e democratico
di Israele. Continuando a insediarvi in territorio palestinese e a erigere
nuovi insediamenti compromettete la possibilità di una separazione e di un
confine concordato fra Israele e la Palestina. Perciò, in mancanza della
prospettiva di un vicino accordo di pace, in un prossimo futuro dovrete
concedere la cittadinanza israeliana a tutti i palestinesi che avete conglobato
e questo inciderà sensibilmente sul carattere ebraico della vostra nazione.
Oppure, in alternativa, sarete costretti a mantenere un regime di apartheid nei
confronti dei palestinesi distruggendo così il sistema democratico israeliano.
In un modo o nell'altro noi faremo pressione perché queste iniziative
controproducenti, contrarie agli interessi da voi stessi proclamati, cessino. E
questo non solo a favore del processo di pace e degli interessi americani nel
mondo arabo ma per il vostro stesso bene e per quello dello Stato ebraico.
Una simile
posizione è nuova per gli Stati Uniti e se non resterà un mero proclama ma sarà
seguita da una decisa pressione politica su Israele proverà al mondo intero che
l'America è una vera amica dello Stato ebraico e ha a cuore non solo la sua
sicurezza ma anche il suo futuro e i suoi veri ideali. I veri amici non si
limitano a dispensare parole di lusinga e di adulazione ma sanno anche muovere
rimproveri. Nella storia dei rapporti tra i popoli in epoca moderna un capitolo
speciale sarà dedicato alle incredibili relazioni tra gli Stati Uniti e
Israele. L'ex segretario di Stato Henry Kissinger li definì «profondamente
emotivi, laddove gli interessi strategici comuni non sono che una patina
esterna dallo scarso significato». Per la maggior parte dei cittadini
statunitensi lo Stato di Israele non è solo un'espressione di riscatto e di
consolazione per la Shoah degli ebrei durante la seconda guerra mondiale (una
tragedia che gli Stati Uniti tardarono a capire e nella quale non
intervenirono, specialmente negli Anni 30 quando profughi ebrei dalla Germania
e dall'Europa in fuga dalle persecuzioni naziste bussarono inutilmente alle
loro porte). Per molti cittadini statunitensi, soprattutto per i numerosi
cristiani, lo Stato di Israele è la concretizzazione di un ideale religioso
come lo fu per i primi abitanti degli Stati Uniti l'emigrazione in quel Paese,
quando parvero voltare le spalle alla loro storia e alle loro origini europee
per riconoscersi nel mito della cristianità e della Bibbia dando alle loro
nuove città nomi di luoghi dell'antica terra biblica: Sion, Betlemme, Hebron
ecc.
Anche il regime
democratico israeliano è un elemento importante nell'amicizia tra Israele e gli
Stati Uniti. Quando lo Stato ebraico fu fondato dopo la seconda guerra mondiale
nel mondo vi erano solo una trentina di vere democrazie e la lotta ideologica
per la supremazia e la moralità dei regimi democratici rispetto a quelli
totalitari era importantissima agli occhi degli americani. Un Israele
democratico che combatteva con successo per la sua sopravvivenza era quindi una
prova rilevante e preziosa della validità dell'ideale democratico e
giustificava l'ingerenza, motivata o meno, dell'America nel mondo.
I leader
israeliani perciò, anziché sottolineare ancora una volta dinanzi agli americani
l'importanza di un’alleanza strategico-militare con Israele, farebbero meglio a
prestare ascolto al nuovo tono di fermezza morale con il quale si rivolgono a
noi dicendo: se vi concentrerete sul vero ideale di un Israele democratico ed
ebraico piuttosto che accanirvi inutilmente sulle poche terre rimaste in mano
ai palestinesi, capirete che la nostra rabbia nasce da sentimenti di vero
affetto e di amicizia.
AVRAHAM B.
YEHOSHUA LS 19
La partita Usa-Israele. La via per la pace passa da Tel Aviv
Il generale David
Petreus, l’uomo della svolta negli anni della guerra irachena e attualmente
capo supremo delle forze americane in Medioriente, testimoniando davanti al
Congresso ha dichiarato che la politica americana di continua acquiescenza per
le azioni di Israele nella West Bank costituisce un grave pericolo per gli
interessi americani in tutta l’area mediorientale. La dichiarazione di Petreus
non ha fatto scalpore perché, secondo il New York Times, Petreus ha detto
semplicemente ciò che tutti hanno sempre pensato. Ma le parole del generale
arrivano in un momento in cui i rapporti tra Washington e Tel Aviv sono
arrivati ad una svolta.
Che la svolta
sarebbe stata inevitabile lo si era capito già durante la campagna
presidenziale del 2008. L’obiettivo di Obama di rovesciare letteralmente la
politica estera americana, come ha affermato e ripetuto più volte, non poteva
non includere una soluzione del conflitto tra israeliani e palestinesi. Anche
gli israeliani avevano avvertito il nuovo corso e ciò spiega prima la
diffidenza ispirata dal Presidente americano e poi la sua forte impopolarità.
Dall’insediamento di Obama in poi, quindi per oltre un anno, il governo
americano ha ripetutamente chiesto con toni sempre più decisi al governo di Tel
Aviv, la sospensione di tutti gli insediamenti, condizione posta dai
palestinesi per riprendere le trattative che nonostante gli sforzi degli
emissari americani e dello stesso Obama durante la sua visita a Tel Aviv, sono
da tempo in fase di stallo assoluto. A far precipitare quello che al di là del
linguaggio diplomatico si presenta come un vero e proprio showdown è stato
l’annuncio del governo di Tel Aviv della costruzione di 1.600 nuove unità
abitative a Gerusalemme Est, proprio al momento dell’arrivo del vice presidente
americano Biden a Tel Aviv. In America quell’annuncio è arrivato come una sfida
e una cocente umiliazione a tal punto che qualche commentatore aveva suggerito
che Biden lasciasse Israele immediatamente. Biden che è considerato un grande
amico di Israele, cosa che rende ancora più cocente l’affronto, ha cercato di
diplomatizzare l’incidente ma subito dopo Hillary Clinton in una telefonata a
Netanyahu ha posto una serie di condizioni e primariamente l’immediata
sospensione delle costruzioni a Gerusalemme Est. Gli scontri avvenuti nei
giorni scorsi tra dimostranti palestinesi e l’esercito israeliano sono
l’inevitabile conseguenza dell’annuncio delle nuove costruzioni a cui si è
aggiunto l’inaugurazione di una nuova Sinagoga nella stessa zona ma, insinuano
i difensori di Netanyahu, anche dell’indiretto incoraggiamento dato dagli
americani con la loro dura posizione verso Israele. Ad inasprire la contesa tra
Washington e Tel Aviv è arrivata una intervista radiofonica del cognato di
Netanyahu che ha accusato Obama di antisemitismo, costringendo lo stesso
Netanyahu ad una decisa sconfessione.
Il governo, o
almeno una sua parte e l’opinione pubblica di Israele avvertono ormai da tempo
che i rapporti con l’America di Obama stanno cambiando e che il Paese non potrà
più contare come nel passato sulle indulgenze e sul sostegno acritico del
governo americano. La guerra fredda è finita da un pezzo e Israele ha perso il
ruolo di sentinella avanzata dell’Occidente in quell’area nella quale l’Unione
Sovietica aveva cercato più di una volta di inserirsi anche se sempre senza
successo. Al pericolo dell’Unione Sovietica e del comunismo si è sostituito
quello del terrorismo islamico, ma proprio il nuovo fenomeno che nella zona
assume l’identità di Hamas e di Hezbollah manovrate da Teheran, richiede la
soluzione del conflitto israelo palestinese. D’altra parte l’America non può
abbandonare un alleato fedele e un regime democratico, l’unico nell’area, nel
momento in cui si batte per sostenere al giovane e incerta democrazia irachena
e quella molto più problematica in Afghanistan. Inoltre il Partito democratico
in un anno di elezioni cruciali per il futuro della presidenza Obama, non può
non tener conto del voto di sei milioni di ebrei americani che hanno votato
all’80% per Obama. Pertanto lo showdown tra Tel Aviv e Washington con tutta
probabilità resterà a livello diplomatico ed è sul piano della politica che si
cercheranno le soluzioni e i compromessi necessari. Del resto anche tra gli
ebrei americani si avverte la contraddizione tra gli interessi degli Stati
Uniti e quelli di Israele e sarà pertanto importante seguire il prossimo
viaggio di Netanyahu in America fissato per aprile e soprattutto il suo
discorso davanti all’Aipac, la più potente e fino ad ora la più fortunata
associazione di difesa degli interessi di Israele. Del resto già qualcosa si
sta muovendo verso il compromesso. È intervenuto il presidente Shimon Peres, il
grande vecchio della politica israeliana con una proposta di mediazione e
sembra che anche Tzipi Livni leader di Kadima, il maggior partito di
opposizione, abbia avanzato una proposta di partecipazione al governo di
Netanyahu se si liberasse da suoi due maggiori alleati che costituiscono anche
i suoi maggiori condizionamenti e cioè il partito ultra ortodosso Shas e il
ministro degli Esteri Liebermann. Sulla questione degli insediamenti si è fatta
sentire anche l’Unione europea, segno che il momento è considerato importante
anche a Bruxelles, laddove la baronessa Ashton, il nuovo ministro degli Esteri
europeo (così definito dalla stampa americana che non condivide i pudori
dell’establishment) ha criticato Israele e ha sostenuto con convinzione la
linea di intransigenza scelta da Hillary Clinton.
IM 19
Intervista. "Osce pronta a intervenire ma serve l'ok del governo"
Il portavoce
Eschenbaecher: "Finora nessuno ci ha chiamato" - "Nel 2008 voto
regolare, ma sulle reti Mediaset una linea troppo favorevole al
Pdl"di ANAIS GINORI
ROMA - "Siamo
già stati in Germania, Norvegia, Italia. Andiamo dappertutto. Di solito, spetta
al governo invitare i nostri osservatori per l'appuntamento elettorale. In
questo caso, non è avvenuto". Jens Eschenbaecher è il portavoce
dell'ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani dell'Osce. Dal
1991, l'organismo internazionale con sede a Varsavia ha inviato i suoi
osservatori in molti paesi europei. Anche in Italia. L'ultima volta è stata
alle politiche dell'aprile 2008.
Come si svolse la
missione?
"Eravamo
stati chiamati dall'allora ministro degli Esteri Massimo D'Alema. C'era stata
una fase preparatoria, subito dopo lo scioglimento delle Camere e
successivamente a ridosso del voto. Nel complesso, i nostri esperti non avevano
constatato gravi irregolarità".
Il caos delle
elezioni regionali non meriterebbe la vostra attenzione?
"In tanti
anni, ci è accaduto raramente di occuparci di scrutini locali. Concentriamo il
nostro lavoro su elezioni nazionali, che siano presidenziali o parlamentari. In
ogni caso, ripeto: interveniamo solo quando c'è la richiesta ufficiale di un
governo".
Dall'Italia non vi
ha chiamato nessuno per la prossima scadenza?
"No, nessuna
richiesta da Roma, ma forse sarebbe stato strano il contrario. Il mandato
dell'Osce non prevede controlli sul voto amministrativo".
Entrate in campo
solo quando ci sono rischi di brogli o irregolarità?
"È un luogo
comune. La nostra missione è assicurare il pieno rispetto dei diritti umani e
delle libertà fondamentali, promuovendo i principi della democrazia".
E quindi in Europa
dove c'è stato bisogno di voi?
"Qualche mese
fa, gli esperti dell'Osce sono stati inviati in Germania. Prima ancora eravamo
stati in Norvegia. Cito questi due esempi per far capire che non interveniamo
solo quando c'è una presunta emergenza democratica".
In Italia si
potrebbero fare passi avanti, no?
"Nel 2008,
l'Osce si è limitato a monitorare il sistema di procedure: la formazione delle
liste e delle candidature, il diritto di voto passivo e attivo, la
comunicazione elettorale. Abbiamo fatto quella che in gergo si chiama
"missione di valutazione"".
Quali furono
allora le critiche?
"Secondo il
rapporto dei nostri esperti, la campagna elettorale del 2008 era stata
pluralistica e competitiva, anche se era stata segnalata la linea editoriale
favorevole al Pdl nei canali Mediaset. Ma l'Italia ha una tradizione di
elezioni democratiche caratterizzate da un elevato tasso di partecipazione. E
questo è indubbiamente positivo rispetto ad altri paesi europei". LR 21
Sempre più di
frequente il discorso pubblico delle società occidentali mostra un
atteggiamento sprezzante, quando non apertamente ostile, verso il
Cristianesimo. All'indifferenza e alla lontananza che fino a qualche anno fa
erano la regola, a una secolarizzazione per così dire silenziosa, vanno
progressivamente sostituendosi un'irrisione impaziente, un'aperta aggressività
che non è più solo appannaggio di ristrette cerchie di colti, come invece
avveniva un tempo. Il bersaglio vero e maggiore è nella sostanza l’idea
cristiana nel suo complesso, come dicevo, ma naturalmente, non foss'altro che
per ragioni numeriche e di rappresentanza simbolica, sono poi quasi sempre il
cattolicesimo e la sua Chiesa a essere presi in special modo di mira.
Dappertutto, ma, come è ovvio, in Italia più che altrove.
Il celibato, il
maschilismo, la pedofilia, l'autoritarismo gerarchico, la manipolazione della
vera figura di Gesù, l'adulterazione dei testi fondativi, la complicità nella
persecuzione degli ebrei, le speculazioni finanziarie, il disprezzo verso le
donne e la conseguente negazione dei loro «diritti », il sessismo
antiomosessuale, il disconoscimento del desiderio di paternità e maternità, il
sostegno al fascismo, l'ostilità all'uso dei preservativi e dunque l'appoggio
di fatto alla diffusione dell'Aids, la diffidenza verso la scienza, il
dogmatismo e perciò l'intolleranza congenita: la lista dei capi d'accusa è
pressoché infinita, come si vede, e se ne assommano di vecchi, di nuovi e di
nuovissimi. Ma da un po' di tempo vi si aggiunge qualcosa che contribuisce a
dare a quelle imputazioni un peso e un senso diversi, un impatto più largo e
distruttivo, finendo per unirle tutte nel segno di un attacco solo complessivo.
Questo qualcosa è un radicalismo enfatico nutrito d'acrimonia; è, insieme, una
contestazione sul terreno dei principi, un chiedere conto dal tono oltraggiato
e perentorio che dà tutta l'idea di voler preludere a una storica resa dei
conti. Ciò che più colpisce, infatti, della situazione odierna — e non solo
immagino chi è credente ma pure, e forse più, chi come il sottoscritto non lo
è—è soprattutto l'ovvietà ideologico-culturale della posizione anticristiana,
la sua facile diffusione, oramai, anche in ambienti e strati sociali non
particolarmente colti ma «medi», anche «popolari». Ai preti, alla Chiesa, alla
vicenda cristiana non viene più perdonato da nessuno più nulla. Si direbbe —
esagero certo, ma appena un poco — che ormai nelle nostre società, a cominciare
dall'Italia, lo stesso senso comune della maggioranza stia diventando di fatto
anticristiano. Anche se esso preferisce perlopiù nascondersi dietro la polemica
contro le «colpe» o i «ritardi» della Chiesa cattolica.
Tra i tanti e
assai complessi motivi che stanno dietro questa grande trasformazione dello
spirito pubblico del Paese ne cito tre che mi paiono particolarmente
significativi.
Al primo posto
l'ingenuità modernista, l'illuminismo divenuto chiacchiera da bar. Ci piace
pensarci compiutamente moderni, e modernità sembra voler dire che gli unici
limiti legittimi siano quelli che ci poniamo noi stessi.
Le vecchie
autorità sono tutte morte e al loro posto ha diritto di sedere solo la Scienza.
Siamo capaci di amministrarci finalmente da soli, non c'è bisogno d'alcuna
trascendenza che c'insegni dov'è il bene e dov'è il male. Che cosa c'entrano
dunque la religione con i suoi comandamenti, i preti con i loro divieti? Accade
così che ogni cosa che getta ombra sull' una o sugli altri ci appaia allora
come la rassicurante conferma della nostra superiorità: alla fin fine siamo
migliori di chi pure vorrebbe farci continuamente la lezione.
E poi — ecco un
secondo motivo — la Chiesa e tutto ciò che la riguarda (religione inclusa)
ricadono nella condanna liquidatoria del passato, di qualsiasi passato, che in
Italia si manifesta con un'ampiezza che non ha eguali. Il che significa non
solo che tutto ciò che è antico, che sta in una tradizione, è perciò stesso
sempre più sentito come lontano ed estraneo (unica eccezione l'eno-gastronomia:
l'ideologia dello slow food è la sola tradizione in cui gli italiani di oggi si
riconoscono realmente), ma significa anche, questa messa in mora del passato,
che il pensare in termini storici sta ormai diventando una rarità. Sempre più
diffusi, invece, l'ignoranza della storia, dei contenuti reali delle questioni,
e l'antistoricismo, l'applicazione dei criteri di oggi ai fatti di ieri: da cui
la ridicola condanna di tutte le malefatte, le uccisioni e le incomprensioni
addebitabili al Cristianesimo, a maggior gloria di un eticismo presuntuoso che
pensa di avere l'ultima parola su tutto.
E da ultimo il
cinismo della secolare antropologia italiana, e cioè il fondo limaccioso che si
agita al di sotto dell'appena sopraggiunta ingenuità modernista. Il cinismo che
sa come va il mondo e dunque non se la beve; che appena sente predicare il bene
sospetta subito il male; che ha il piacere dello sporco, del proclamarne
l'ubiquità e la forza. Quel feroce tratto nazionale che per principio non può
credere in alcuna cosa che cerchi la luce, che miri oltre e tenga lo sguardo
rivolto in alto, perché ha sempre bisogno di abbassare tutto alla sua bassezza.
Ernesto Galli Della
Loggia CdS 21
L’8 marzo scorso,
forse per rassicurare gli italiani, il Presidente della Repubblica ha fatto
alcune considerazioni singolari, sul coraggio e la politica. Ha detto che «in
un contesto degradato, di diffusa illegalità, essere ragazzi e ragazze perbene
richiede talvolta sacrifici e coraggio»: in questi casi estremi sì, «è bello
che ci sia» questa virtù. Ma in una democrazia rispettabile come la nostra,
«per essere buoni cittadini non si deve esercitare nessun atto di coraggio».
Profonda è infatti negli italiani «la condivisione di quel patrimonio di valori
e principi che si racchiude nella Costituzione». Legge e senso dello Stato sono
nostre doti naturali: il che esclude il degrado della legalità. I toni bassi sono
lo spartito di sì armoniosa disposizione.
Il fatto è che non
siamo in una democrazia rispettabile, e forse il Presidente pecca di ottimismo
non solo sull’Italia ma in genere sullo stato di salute delle democrazie.
Certo, non s’erge un totalitarismo sterminatore.
Ma Napolitano avrà
forse visto il terribile esperimento mostrato alla televisione francese,
qualche giorno fa. Il documentario si intitola Il Gioco della morte, e mette in
scena un gioco a premi in cui i candidati, per vincere, ricevono l’ingiunzione
di infliggere all’avversario che sbaglia i quiz una scarica elettrica sempre
più intensa, fino al massimo voltaggio che uccide.
La vittima è un
attore che grida per finta, ma i candidati non lo sanno. Il risultato è
impaurente: l’81 per cento obbedisce, spostando la manopola sui 460 volt che
danno la morte. Solo nove persone si fermano, udendo i primi gemiti del
colpito. Sette rinunciano, poi svengono.
Difficile dopo
aver visto il Gioco dire che siamo democrazie rispettabili, dove legge e
Costituzioni sono interiorizzate. Quel che nell’uomo è connaturato, in
dittatura come in democrazia, non è la legge ma l’abitudine a «non pensarci»,
l’istinto di gregge, e in primis il conformismo. Il «contesto degradato» è
nostro orizzonte permanente. È quello che Camus chiama l’assurdo: il mondo non
solo non ha senso ma neppure sente bisogno di senso, ricorda Paolo Flores
d’Arcais in un saggio sullo scrittore della rivolta (Albert Camus filosofo del
futuro, Codice ed., 2010).
Coraggioso è chi
invece «si dà pensiero», chi s’interroga sul male e per ciò stesso diventa, in
patria, spaesato. Flores conclude: «Venire al mondo equivale a far nascere un
dover essere». In effetti sono tanti e giornalieri, gli atti di coraggio di cui
si può dire: vale la pena.
È coraggioso chi
in gran parte d’Italia non paga pizzi alle mafie. Sono coraggiosi il poliziotto
o il giudice che resistono alle pressioni della malavita o della politica.
Soprattutto il servitore dello Stato è chiamato al coraggio, in un’Italia
unificata dalla lingua ma non dal senso dello Stato. Coraggioso è chiunque sia
classe dirigente, e con il proprio agire, scrivere, fare informazione,
influenza l’opinione con la verità. Non so se sia bello, dire no. È comunque
necessario, specie in Italia dove paure e conformismo hanno radici possenti. Il
coraggio, siamo avvezzi a vederlo come gesto di eccezionale purezza mentre è
gesto di chi fu Borsellino a dirlo in cuor suo lo sa: «È
normale che esista la paura. In ogni uomo, l’importante è che sia accompagnata
dal coraggio». Così come c’è un male banale, esiste la banalità quotidiana del
coraggio.
Forse bisogna
tornare alle fonti antiche, per ritrovare questa virtù.
Nella Repubblica,
Platone spiega come il coraggio (andreia) sia necessario in ogni evenienza,
estrema e non. Esso consiste nella capacità (dell’individuo, della città) di
farsi un’opinione su ciò che è temibile o non lo è, e di «salvare tale
opinione». L’opinione da preservare, sulla natura delle cose temibili, «è la
legge e impiantarla in noi attraverso l’educazione», e il coraggio la conserva
«in ogni circostanza: nel dolore, nel piacere, nel desiderio, nel timore»
(429,c-d). La metafora usata da Platone è quella del colore. Immaginate una
stoffa, dice: per darle un indelebile colore rosso dovrete partire dal bianco,
e sapere che il colore più resistente si stinge, se viene a contatto con i
detersivi delle passioni.
Il colore della
democrazia è la resistenza a questo svanire di tinte, a questo loro espianto
dal cuore (il cuore è la sede del coraggio). Compito dei cittadini e dei
custodi della repubblica è «assorbire in sé, come una tintura, le leggi,
affinché grazie all’educazione ricevuta e alla propria natura essi mantengano
indelebile l’opinione sulle cose pericolose, senza permettere che la tintura
sia cancellata da quei saponi così efficaci a cancellare: dal piacere, più
efficace di qualsiasi soda; dal dolore, dal timore e dal desiderio, più forti
di qualsiasi sapone» (430,a-b).
In Italia la
democrazia è stinta più efficacemente perché le leggi e i custodi ci sono, ma
l’innesto è meno scontato di quanto si creda. Berlusconi lavora a tale espianto
da anni, e ora lo ammette senza più remore: alla legalità contrappone la
legittimità che le urne conferiscono al capo. I custodi delle leggi li giudica
usurpatori oltre che infidi. Legittimo è solo il capo, e questo gli consente di
dire: «La legge è ciò che decido io». I contropoteri cesseranno di insidiarlo
solo quando pesi e contrappesi si fonderanno: quando, eletto dal popolo,
conquisterà il Quirinale.
Se la democrazia
fosse rispettabile non ci sarebbe un capo che s’indigna perché scopre d’esser
stato intercettato mentre ordina di censurare programmi televisivi sgraditi, e
i cittadini, forti di indelebili tinture, gli direbbero: le tue telefonate non
sono private come le nostre, le intercettazioni sono a volte eccessive ma
chiamare l’autorità garante dell’informazione o il direttore di un telegiornale
Rai, per imprimere loro una linea, è radicalmente diverso. Ognuno ha diritto
alla privacy, e anche noi abbiamo criticato gli eccessi delle intercettazioni. Ma
l’abuso di potere che esse rivelano è in genere ben più impaurente del
cannocchiale che lo smaschera. Schifani dice: «È preoccupante la fuga di
notizie» e di fatto lo riconosce: sono le notizie a inquietarlo. Anche dire
questa semplice verità è coraggio quotidiano.
L’intervento sui
programmi televisivi si fa specialmente sinistro alla luce di show come Il
Gioco della morte. Non dimentichiamo che un esperimento simile si fece nel
luglio 1961 all’università di Yale, guidato dallo psicologo Stanley Milgram. A
ordinare gli elettroshock, allora, c’erano autorevoli biologi in camice grigio.
Oggi l’autorità si fa giocosa, è una bella valletta a intimare, suadente: «Alzi
il voltaggio!». Il pubblico applaude, ride. A opporsi è stato un misero 20 per
cento, mentre il 35 s’oppose nel caso Milgram. Ne consegue che la televisione
ha più potere di scienziati in camice, sulle menti: il coraggio diminuisce, il
conformismo aumenta. Philip Zimbardo, organizzatore di test analoghi a Stanford
nel 1971, racconta come nessuno di coloro che rifiutarono di infliggere i 460
volt chiese a Milgram di fermare l’esperimento, o di visitare l’urlante vittima
degli elettroshock.
Questo significa
che la televisione non è più solo una caja tonta, una scatola tonta, come
dicono in Spagna. È una cassa da morto, che trasforma lo studio televisivo in
Colosseo di sangue: lugubri, le risate sono le stesse.
Ci sono sere a
RaiUno in cui prima viene un notiziario menzognero (che dà per assolto Mills,
che presenta il giurista Hans Kelsen come critico ante litteram della
legalità), poi seguono programmi dai nomi ominosi: Affari Tuoi, I Raccomandati,
in un crescendo di catodiche manipolazioni.
Presto vedremo, in
Tv, la morte in diretta sotto forma di varietà. Kierkegaard dice in Aut-Aut che
l’ultimo ad apparire, alla fine del mondo, sarà il Buffone: «Accadde in un
teatro, che le quinte presero fuoco. Il Buffone uscì per avvisare il pubblico.
Credettero che fosse uno scherzo e applaudirono; egli ripeté l’avviso: la gente
esultò ancora di più. Così mi figuro che il mondo perirà fra l’esultanza
generale degli spiritosi, che crederanno si tratti di uno scherzo». BARBARA
SPINELLI LS 21
Il caso francese e noi. L'astensione fa male a tutti
Rinunciare al
voto, disertare le urne è una tentazione ricorrente delle democrazie. La voglia
di stare a casa o andare al mare, a seconda della stagione, scatta quando la
politica delude, quando tutte le scelte sembrano, anche se per ragioni diverse,
egualmente inutili, quando l'astensione pare il modo migliore per punire i
partiti, le loro bugie e le loro promesse mancate. Nel caso delle prossime
regionali la tentazione potrebbe essere rafforzata dall’esempio della Francia
dove, in condizioni per certi aspetti analoghe, il 53,6% degli elettori è
rimasto a casa.
Prima di seguire
l'esempio francese, tuttavia, faremmo bene a riflettere su alcune
considerazioni. Come osserva Roberto D’Alimonte («Il Sole24 Ore» del 17 marzo),
l'astensionismo francese è sempre stato piuttosto elevato e ha toccato nelle
regionali del 2004 la percentuale del 37,9%. Il fenomeno è dovuto, oltre che a
una evidente insoddisfazione per il presidente Sarkozy e il suo partito, a due
motivi concorrenti. In primo luogo l'istituto della Regione è relativamente
recente. Risale all' inizio degli anni Ottanta, dopo l’elezione di Mitterrand
alla presidenza della Repubblica (1981), si sviluppa gradualmente durante il
decennio, crea Regioni che hanno meno poteri e responsabilità di quanti ne
abbiano quelle italiane; e soprattutto non ha ancora sostituito nella mente di
molti francesi il concetto profondamente radicato di una Francia «una e
indivisibile » dove il potere resta saldamente concentrato nei palazzi di
Parigi.
In secondo luogo
esiste ormai in Francia, come in tutte le vecchie democrazie, un'alta
percentuale di elettori che dimostrano, al momento del voto, una sorta di
agnosticismo e delegano implicitamente agli altri il compito di scegliere il
governo e le amministrazioni locali. Sono pigri e politicamente «analfabeti»,
non necessariamente animati da sentimenti di rabbia e frustrazione per la
classe politica. Ogni Paese ha la sua storia. L'Italia ha una storia di
percentuali alte che solo in questi ultimi anni sono andate progressivamente calando.
E ha Regioni forti che alla fine della prossima legislatura avranno
probabilmente ancora più competenze e responsabilità di quante ne abbiano
attualmente. Esistono altre ragioni per cui l'astensione, tutto sommato, non è
una buona idea.
L’elettore che
diserta le urne manifesta il suo malumore ma lancia un segnale ambiguo, senza
contorni precisi, e soprattutto contribuisce comunque a un risultato che
potrebbe essere molto lontano da quello delle sue preferenze abituali. Dice no
alla competizione, ma verrà comunque governato nella sua regione da un partito
o dall’altro. Attraversiamo un brutto periodo e abbiamo serie ragioni per
essere irritati dall'indecoroso spettacolo di una classe politica che non perde
occasione per fare sfoggio della sua volgarità e della sua impudenza. Ma non
dovremmo dimenticare che a ogni elettore, in qualsiasi democrazia, accade molto
spesso di dovere scegliere quello che rappresenta, per la sua cultura politica
e i suoi interessi, il «meno peggio ». Chi va alle urne e vota per un candidato
o un partito acquista il diritto di richiamare le persone prescelte
all'osservanza degli impegni presi durante la campagna elettorale. Privarsi di
questo diritto, soprattutto in una fase in cui le Regioni stanno diventando
sempre più importanti, è perlomeno imprudente.
Sergio Romano CdS 19
Se non si fosse di
fronte all’ennesimo colpo alla credibilità delle istituzioni e della politica
di casa nostra, l’arresto dell’ex vicepresidente della giunta regionale
pugliese (a dieci giorni dall’apertura delle urne e a nove mesi dalle sue
dimissioni e dall’avvio dell’inchiesta), quest’arresto - dicevamo - potrebbe
essere considerato la ciliegina mancante sulla torta di una delle peggiori
campagne elettorali che si ricordino.
Una campagna
elettorale aperta - di fatto - dallo scandalo che ha investito la Protezione
civile e alimentata, via via, da episodi criminosi e vicende nauseabonde che,
in alcuni casi, hanno lasciato lettori ed elettori letteralmente di stucco.
Si fa perfino
fatica, nel timore di dimenticarne qualcuno, a rielencare fatti e personaggi di
questo stillicidio quotidiano. Si è andati dai massaggi in tanga brasiliano
somministrati al dottor Bertolaso, ai pugni e ai calci tra ex di Forza Italia
ed ex di An nella sede del Pdl milanese; dalla sconcertante vicenda che ha
portato in carcere il senatore Di Girolamo, al balletto di corsi, ricorsi e
carte bollate intorno alle liste del centrodestra di Roma e della Lombardia;
per finire in bellezza - si fa per dire - con le sconcertanti intercettazioni
telefoniche intorno ai talk show Rai ed alle pressioni esercitate (ed
esercitate perfino nei confronti del comandante generale dell’arma dei
Carabinieri...) per ottenerne la chiusura. Un elenco raccapricciante, forse non
definitivo (al voto mancano ancora dieci giorni...) e al quale, comunque, si è
aggiunto ieri l’arresto di Sandro Frisullo...
Intendiamoci: non
che il materializzarsi di indagini e di arresti in campagna elettorale sia una
novità per la malandata politica italiana. Ma una novità, stavolta, va
segnalata. E riguarda il modo con il quale il Popolo della Libertà sta facendo
i conti con i citati avvenimenti: per la prima volta, infatti, la sensazione
(confermata dagli ultimi sondaggi) è che l’«aggressione giudiziaria» al Pdl non
stia affatto portando vantaggi - come spesso in passato - a Silvio Berlusconi.
Anzi. E infatti nel quartier generale del centrodestra è ormai diffusa una
palpabile preoccupazione: che l’ultimo mese e mezzo di fango nel ventilatore
stia allontanando dalle urne molti potenziali elettori del Pdl.
La maggioranza di
governo teme, insomma, una sorta di replica dell’ultimo voto francese, con
percentuali di astensione elevatissime e la sconfitta del partito di Sarkozy. Non
a caso, ieri è stato un continuo lanciare l’allarme intorno a questo pericolo.
Lo ha fatto Berlusconi da Napoli («L’astensione favorisce sempre la sinistra»),
lo ha fatto il presidente Schifani («L’astensionismo è un deficit democratico
che poi pagano le istituzioni elette»), ma lo ha fatto - soprattutto - Vittorio
Feltri, che dalle colonne de «Il Giornale» ha avvisato: «Forse per la prima
volta in quindici anni c’è gente che storce il naso e non ha voglia di andare a
votare Pdl...».
E’ un allarme che va
considerato assolutamente fondato. La via crucis di polemiche, malcostume
politico, intercettazioni, inchieste, e tiro al bersaglio contro ogni
istituzione di garanzia - dal Quirinale all’Agcom alla Corte Costituzionale -
ha fiaccato la resistenza anche dei più ottimisti. La valutazione che comincia
ad andare stavolta per la maggiore è la solita: sono tutti uguali. E il rischio
è tutto racchiuso in un’affermazione sempre più in voga: stavolta non voto
nessuno. Naturalmente, è superfluo dire che l’astensione dal voto non è mai una
vittoria per nessuno: né per chi la subisce, né per chi ne è protagonista. Ma a
questo assunto democratico, va onestamente aggiunta una valutazione non più
contestabile: e cioè che il sistema dei partiti sta davvero facendo di tutto
per allontanare i cittadini dal voto. Non è con le lacrime di coccodrillo, natu
ralmente - e
tantomeno con gli appelli dell’ultima ora - che è pensabile arginare il rischio
di un alto astensionismo. Andrebbe messa in campo - stabilmente - una nuova politica,
come ieri ha reclamato la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia. Non è
cosa che si possa fare in dieci giorni, certo: ma è cosa che il Paese reclama
ormai da anni. Anche queste elezioni, invece, si caratterizzeranno come
l’ennesima occasione sprecata. Non è affatto un bene: e i partiti, i loro
leader e i loro rappresentanti nelle istituzioni farebbero bene a considerare
sul serio il rischio che comincia a incombere sul Paese. Sul Paese, prima di
tutto. Ma anche sulle loro teste...
FEDERICO GEREMICCA LS 19
Piazze e governabilità. Angeli, demoni e i bisogni del Paese
Dunque abbiamo
avuto anche la seconda esibizione di muscoli: dopo la prova della sinistra
quella della destra, a dimostrazione che il bipolarismo, bene o male che sia,
ha attecchito in questo Paese. Ovviamente non è un bipolarismo classico, perché
si tratta piuttosto di coalizioni che mettono a nudo le loro fragilità alla
prova della governabilità, ma almeno a livello di piazza il Paese si dimostra
fortemente incline a riprodurre la dialettica del “noi” e “loro”, degli
“angeli” contro i “demoni”.
Non stupisce che
in quest’ottica tutto il bene sia visto comunque da una parte e tutto il male
dall’altra: gli studi ci dicono che questo è lo schema base della retorica
politica, quella che, ci si perdoni il riferimento classico, chiede a Catilina
sino a quando abuserà della “nostra” pazienza. E ovviamente “Catilina” è per
ciascuno il proprio avversario (malvagio).
La manifestazione
del Pdl non è sfuggita a questo fato come non aveva potuto sottrarsi ad esso il
Pd di Bersani. Inutile girarci attorno: gli slogan delle due “folle” erano
speculari nel dipingere gli avversari come “usurpatori” pronti ad attentare
alle libertà del popolo. Ciascuno ovviamente convinto di essere il solo ad agire
in nome dei migliori sentimenti, come appunto si pensa facciano gli angeli
quando combattono contro i demoni.
Ci si dovrebbe
però chiedere se in politica le cose possano davvero essere rappresentate in
una forma tanto manichea. Innanzitutto proprio le due manifestazioni hanno
fatto vedere che entrambi i campi hanno significative capacità di
mobilitazione. Da questo punto di vista Berlusconi e i leader del Pdl possono
essere più che soddisfatti per avere dimostrato una capacità organizzativa
notevolissima, ciò che deve far riflettere sul mito circolante di un partito in
crisi profonda. È vero che verrebbe da chiedersi come mai allora sono scivolati
su una buccia di banana organizzativa tanto banale quanto quella della
presentazione delle liste nel Lazio, ma è un altro paio di maniche.
Quel che resta sul
terreno è il fatto che c’è un Paese profondamente spaccato, che invece per
poter vincere la sfida della attuale contingenza interna ed internazionale ha
assoluto bisogno di una larga coesione. Come ci è capitato di dire altre volte,
noi non crediamo alla favola, per cui in campagna elettorale ci si scambiano
colpi bassi e poi chiuse le urne si può tornare al fair play e al confronto
costruttivo. Anche se si volesse illudersi che la gente dimentichi gli slogan e
le battute becere astenendosi poi dal disturbare i vari “manovratori” politici,
rimarrebbe sempre il problema delle radicalizzazioni che si sono indotte nelle
varie corporazioni pubbliche e professionali: e queste davvero formano blocchi
di azione che poi non si possono smantellare a piacimento.
Ora, lo si è detto
tante volte, il Paese ha disperato bisogno di riforme e di grandi interventi:
sanità e scuola, ricerca ed infrastrutture, sistema giudiziario e sistema
fiscale, federalismo, attendono da anni un indirizzo operativo realistico,
capace di coagulare le forze sane che stanno dentro questi comparti in modo da
battere le neghittosità e le rendite immobiliste di posizione che vi sono
incrostate.
Lo si potrà fare
in un clima in cui ci si delegittima reciprocamente dalla mattina alla sera,
per di più invitando implicitamente altre componenti del sistema pubblico (dai
giudici all’informazione gestita dallo Stato, tanto per essere espliciti) a
prendere parte e partito in questi scontri continui? La domanda non ci pare
irrilevante.
Chi poi pensa di
sciogliere i nodi tagliandoli con una riforma costituzionale “rivoluzionaria”
quantomeno sottovaluta il meccanismo necessario: un lungo e travagliato iter
parlamentare e alla fine quasi inevitabilmente un referendum popolare. Tradotto
in parole povere: qualche anno di instabilità e di scontri continui più una
spaccatura drammatica del Paese.
È di questo che
abbiamo bisogno? Ma la questione andrebbe posta in maniera ancor più radicale:
possiamo permettercelo? Perché alla fine questo è il vero interrogativo che si
dovrebbe porre una classe politica responsabile, che stia al governo o
all’opposizione. Naturalmente è troppo facile per ciascuno dei due poli
cavarsela col fatidico «ma noi siamo ben disposti, sono gli altri a non voler
dialogare», perché è il classico schema che non ha mai risolto nulla: se
abiurate alle vostre idee, siamo pronti a perdonarvi, in quanto riconoscerete
finalmente che avevate torto marcio.
Possiamo dunque
concederci il lusso di tornare all’Italia dei guelfi e dei ghibellini in una
contingenza difficile come quella attuale, quando quasi tutte le analisi
economiche concordano sul fatto che ci vorranno circa cinque anni per rimontare
la china dopo gli ultimi scivoloni, quando vediamo crescere la competizione di
Paesi che un tempo consideravamo semplicemente, nel migliore dei casi, “in via
di sviluppo”, quando siamo testimoni di trasformazioni che hanno mutato le
coordinate persino del nostro vivere quotidiano?
Le piazze hanno la
loro importanza in democrazia, ma quando servono a mettere la passione della
gente al servizio di un ideale di rinascita che sia capace di unire tutto un
Paese e le sue classi dirigenti. In un contesto diverso rischiano solo di
trascinare tutti fuori strada. PAOLO
POMBENI IM 21
La manifestazione del PdL. Opposizione, "Dal Pdl insulti e
bugie". Bersani: "Discorso da capopopolo"
Il segretario Pd:
"Con gli attacchi ai magistrati Berlusconi piccona le basi della nostra
vita comune" - Enrico Letta: "Oggi è andato in scena il mondo alla
rovescia. Sono stati toni ben lontani dall'amore"
- Zanda: "La piazza è stata ristretta con
transenne e torrette". La Questura di Roma: "Erano 150mila" - Di
Pietro: "Premier ha aizzato la folla contro un altro potere dello Stato: è
attentato alla Costituzione"di GIULIA BELARDELLI
ROMA - Il Partito
Democratico e le altre opposizioni commentano la manifestazione del Pdl a Roma:
toni "ben lontani dall'amore" e cifre "che non stanno né in
cielo né in terra". Il comizio di Berlusconi? "Un discorso da
capopopolo, non certo da statista o da capo del governo. Il solito che sentiamo
dal 1994", ha detto Pier Luigi Bersani. Per il vicesegretario del Pd,
Enrico Letta, oggi è andato "in scena il mondo alla rovescia: un governo
che va in piazza e protesta contro l'opposizione, invece di parlare delle
soluzioni che deve proporre per il paese''. Per Bersani e gli altri esponenti
del Pd, "le parole di Berlusconi sono state improntate a tutto, tranne che
all'amore". "Per quanto ci riguarda - ha aggiunto Letta -
continuiamo a fare la nostra campagna elettorale parlando di cose concrete, di
sanità di scuole, di imprese e lavoro''.
L'opposizione
critica soprattutto il pesante attacco sferrato dal premier alla volta delle
"toghe rosse", accusate, oltre che di averlo "spiato per
mesi", di aver cercato di "distruggere" con le inchieste
"il miracolo compiuto in Abruzzo". "Credo che un capo del
governo che dice quel che dice, scagliandosi contro istituzioni fondamentali
come quella della magistratura, sia un capo del governo che piccona gli
elementi basici della nostra vita comune", ha detto il segretario del Pd.
"Questo è preoccupante - ha aggiunto Bersani - Bisogna ricordarlo al capo
del governo che le regole vengono prima del consenso. Le regole si cambiano ma
finché ci sono si rispettano. Questo è un elemento che purtroppo sfugge al
nostro presidente del Consiglio".
Così anche il
leader dell'Italia dei Valori, Antonio
Di Pietro, per il quale il fatto che il governo sia sceso in piazza
"contro un altro potere dello Stato", cioè la magistratura, è
"un attentato alla Carta costituzionale". "Berlusconi ha aizzato
il popolo contro un altro potere dello Stato, e questo è un attentato alla
Costituzione", ha detto. Di Pietro ha poi comunicato che il partito
dell'Idv chiederà ai parlamentari le firme necessarie per una mozione di
sfiducia nei confronti del presidente del Consiglio. "Ci vogliono 63
deputati - ha spiegato - noi l'abbiamo firmata in 24. Ora si tratta di
convincere un'altra quarantina di deputati". "Il neofascismo di
ritorno è peggio del primo", ha anche detto, e per questo è necessario
fare di tutto per "sconfiggere il regime che si è creato in Italia".
"Come
ampiamente previsto, Berlusconi ha approfittato della manifestazione per
lanciare insulti e raccontare le solite, enormi bugie", ha detto
Alessandro Mazzoli, segretario del Pd Lazio. "L'Italia di cui ha parlato
esiste solo nella sua fantasia, come dimostra il fatto che non ha citato dati
sull'economia. Sono invece reali i suoi triti slogan contro i giudici rossi e
l'opposizione, nonché le gravi offese che ha rivolto agli
extracomunitari". E' d'accordo la presidente dei senatori Pd, Anna
Finocchiaro: "Da Berlusconi sono venute sempre e solo le solite parole
contro l'opposizione e la magistratura, l'evocazione dei comunisti, l'amore
contro l'odio. Dei problemi del paese nessuna traccia. Una cosa
ridicola".
Per Stefano Di
Traglia gli slogan e gli striscioni del Pdl hanno mostrato "un clima non
certo sereno e men che mai ispirato da sentimenti positivi verso il
paese". "Lo diciamo nel rispetto di questa come di altre
manifestazioni", ha aggiunto. "E' però chiaro che accusare gli
avversari politici di essere 'ladri di voti', o peggio ancora 'anti italiani',
non è solo ingiusto, ma anche sbagliato. Gli slogan sentiti oggi a Roma contro
Bersani o la Bonino dimostrano solo che la classe dirigente del centrodestra
non ha nulla più da dire e da dare al paese."
C'è poi la
contestazione del numero annunciato a gran voce dal coordinatore del Pdl, Denis
Verdini, che dal palco ha parlato di una partecipazione "abbondantemente
superiore al milione di persone". Un numero che contrasta pesantemente con
le stime della Questura di Roma, secondo cui a San Giovanni c'erano
centocinquantamila persone. "Un milione in piazza? Un milione sono quelli
che Berlusconi ha chiamato, non quelli che sono andati a Roma": questo il
commento di Bersani. Per Luigi Zanda, vicepresidente dei senatori Pd, quelle
fornite dagli organizzatori "sono cifre che non stanno né in cielo né in
terra". "Avevano parlato di un milione sui loro giornali, prima
ancora che partissero i pullman per Roma, e ora insistono su cifre che non
esistono", ha detto Zanda. "La piazza è stata transennata fino a
ridurla a metà della sua dimensione reale: se anche ci fossero quattro persone
a metro quadrato, densità praticamente impossibile, saremmo ancora ben lontani
dalle centomila persone".
Secondo
l'esponente del Partito democratico, quello di Berlusconi è stato "un
comizio da capopopolo, non da leader politico e men che meno da premier".
Per di più in una piazza "lontanissima dai numeri annunciati". Sulla
stessa linea Nico Stumpo, responsabile organizzativo del Pd: "Il milione
di Verdini è come quello del signor Bonaventura, un parto della fantasia".
"Basta guardare le immagini su Sky per rendersi conto di quanto la piazza
sia stata ristretta con i gazebo e le torrette". Per Umberto Ponzo,
consigliere Pd alla regione Lazio, i dati sulla partecipazione sono
"l'ennesima balla del centrodestra": un fatto che "comunque non
meraviglia, visto che stiamo parlando di una manifestazione organizzata da un
Berlusconi-Pinocchio con l'aiuto dei suoi burattini". LR 20
Intervista a D'Alema: "Berlusconi è sulla via del tramonto"
Berlusconi è
ossessionato dai giudici, dalla sinistra e dalla tv...». Massimo D’Alema, che
sta girando l’Italia come una trottola per una campagna elettorale delicata,
guarda con rispetto alle persone scese in piazza a Roma. Ma sul discorso del
premier è duro: «Demagogia e populismo», dice. Boccia la proposta dell’elezione
del presidente della Repubblica perché l’Italia «non ha bisogno di un capo
dello Stato partigiano». È convinto che il vento stia cambiando e che
Berlusconi sia al declino. «Per questo noi dobbiamo avere la forza di delineare
un progetto per l’Italia, non basta eccitare le tifoserie», avverte.
Allora, come
giudica il nuovo "messaggio d'amore" di Berlusconi? Siete voi il
partito dell’odio...
«Non avevamo
bisogno di questa manifestazione per sapere che la destra in Italia è una grande
forza. E guardo sempre con rispetto le persone che scendono in piazza per
affermare le proprie idee. Per quanto riguarda Berlusconi, i suoi contenuti
sono improntati a demagogia e populismo. Anziché chiedere il voto per qualcosa,
ancora una volta lo chiede contro la sinistra e i giudici. Evoca fantasmi del
passato».
Quindi Piazza San
Giovanni è l’ulteriore dimostrazione che Berlusconi ha scelto la via della
rissa?
«Il premier usa il
solito schema della contrapposizione perché teme un forte astensionismo tra i
suoi elettori. Noi però non dobbiamo cadere in questa logica. Dobbiamo invece
rivolgerci agli italiani scontenti, a quelli che guardano con fastidio una
politica lontana dai problemi veri. Dobbiamo offrire un’alternativa credibile.
Insomma, con tutto il rispetto per la piazza, quel che conta alla fine è la
capacità di saper parlare a chi in piazza non c’è».
Il premier
rilancia l'elezione diretta del capo dello Stato pensando ovviamente a se
stesso. Una proposta pericolosa?
Se vi erano dei
dubbi, si è capito in questi anni quanto l’Italia abbia bisogno di un garante
al di sopra delle parti, non certo di un capo dello Stato partigiano. Credo che
il vero problema sia quello di ricostruire una democrazia parlamentare
efficiente in cui, di fronte a un governo stabile, ci sia un Parlamento
autorevole in grado di fare le leggi ed esercitare i controlli. Di fatto
eleggiamo già il presidente del consiglio il cui nome è scritto sulla scheda,
ma questo non ha risolto i problemi del Paese. Anzi, ha finito per aggravarli.
Attacchi ai
giudici, al Csm, a Napolitano. Non si rischiano rotture istituzionali
difficilmente riparabili?
Berlusconi
alimenta contrapposizioni tra istituzioni. Per questo oggi più che mai è
preziosa l’opera di equilibro e di garanzia del presidente della Repubblica. E
guardi che lo dico anche a chi vorrebbe che Napolitano fosse il capo
dell’opposizione.
Secondo lei siamo
all’emergenza democratica?
Siamo di fronte a
un miscuglio di prepotenza e incompetenza che dobbiamo combattere, ma non
possiamo dire che in Italia ci sia la dittatura fascista. Bisogna tenere
insieme difesa della democrazia e battaglia sui problemi del Paese. Altrimenti
si eccitano solo le tifoserie mentre la maggioranza degli italiani sta da
un’altra parte. E noi a quella maggioranza dobbiamo parlare.
L’aggressività del
premier è il segno del suo tramonto politico?
Penso che
Berlusconi come fenomeno politico sia al declino, si sta chiudendo una fase
durata quindici anni. Il problema però non è solo battere Berlusconi, lo
abbiamo già fatto. Non è invincibile. La questione è che i problemi del Paese
non hanno trovato risposte. L’obiettivo quindi è costruire una prospettiva di
governo che sappia imprimere una svolta profonda, delineare un progetto per l’Italia.
Per questo è impensabile la riproposizione della formula dell’Unione. Occorre
un’alleanza attorno a un grande partito come il Pd.
Da mesi siamo
costretti a occuparci di questioni ad personam mentre gli italiani soffrono.
Quante ferite lascerà questa crisi?
Berlusconi ora
dice che la crisi c’è. Finalmente, è l’ultimo capo di governo che arriva a
questa consapevolezza. Ma noi siamo l’unico paese che ha affrontato questa
congiuntura senza guida. Gli Usa hanno perso il 2,6% della loro ricchezza e
Obama ha risposto con una politica economica robusta facendo, soprattutto,
appello alla solidarietà e proponendo politiche di giustizia sociale e
innovazione. In Italia abbiamo perso il 5%, cioè il doppio, eppure il governo
non ha né una politica economica né una politica industriale all’altezza della
crisi. Il punto è che non si uscirà da questa situazione difficile se non si
riducono le disuguaglianze.
È un vecchio tema
della sinistra che a volte però si è perso per strada...
Penso che questa
crisi rimetta al centro certe nostre grandi idee: che non è il denaro che
produce il denaro ma il lavoro delle persone, che bisogna ridurre la
disuguaglianza, che una società con una buona coesione sociale è più forte.
Dobbiamo tornare orgogliosamente a queste idee. Dalla crisi non a caso escono
rafforzati i progressisti in molte parti del mondo. Anche in Europa, dove pure
è sembrato che il populismo e il nazionalismo della destra fossero vincenti, le
cose cominciano a cambiare.
E infatti Sarkozy
ha perso...
Appunto, ed è un
segnale interessante perché quel voto ci fa capire che il vento sta cambiando e
se noi alziamo le vele ricominciamo a navigare.
Il quadro che
emerge dalle intercettazioni di Trani è inquietante: tutti al servizio del
premier per far tacere i giornalisti scomodi. Non è uno spettacolo indecente?
È uno spettacolo
di arroganza e dimostra ancora una volta l’ossessione di Berlusconi verso i
giudici, la sinistra e la tv. È intollerabile la prepotenza con cui si tenta di
far tacere le voci libere della Rai.
D’Alema, però se
si fosse fatta la legge sul conflitto di interessi non saremmo a questo
punto...
Io, più di altri,
ho cercato di dare a questo Paese una normativa rigorosa e seria per risolvere
questo problema. Detto ciò, facciamo attenzione: è illusorio pensare che quella
riforma, pure assolutamente necessaria, avrebbe risolto il problema di
Berlusconi. Un partito che prende milioni di voti non si sconfigge con una
legge, bisogna sconfiggerlo con la forza della politica.
Da Trani a Bari: i
guai giudiziari toccano anche il Pd. Le accuse contro Frisullo sono gravi, non
crede?
La magistratura
deve fare il suo lavoro. Non gridiamo al complotto e non dividiamo i pm in
buoni e cattivi come fa Berlusconi. Una cosa però deve essere chiara: quando si
diffuse la voce che Frisullo era coinvolto in queste vicende abbiamo preso
tutte le misure. Quella persona è uscita dal governo regionale, ha lasciato
tutti gli incarichi politici. Abbiamo fatto il nostro dovere e lo abbiamo fatto
un anno prima dei magistrati. Se Berlusconi si comportasse allo stesso modo...
Fino a qualche
mese fa alcuni osservatori davano per moribondo il Pd. Oggi sta meglio? La
manifestazione di Roma lo ha rivitalizzato?
Dopo il congresso
c’è maggiore stabilità, si capisce meglio che cosa vogliamo rappresentare nella
società, la discussione interna è meno conflittuale. Siamo sulla strada giusta
e la manifestazione di Roma è stata un momento importante di unità delle
opposizioni. Insomma, il progetto del Pd è in campo, dopo un inizio difficile
segnato dalla sconfitta elettorale. Sono fiducioso che anche il consenso stia
tornando a crescere intorno a noi.
Sarà Bersani il
prossimo candidato premier del centrosinistra?
Bersani ha tutte
le qualità. È chiaro che il leader del più grande partito del centrosinistra,
eletto alle primarie a cui hanno partecipato tre milioni di cittadini, è
naturalmente uno dei principali candidati a guidare il Paese. Ma oggi non è
tempo di cominciare il totocandidati, che serve solo a logorare tutte le
leadership possibili secondo una tradizione di autolesionismo che non manca
mai.
Berlusconi dice
che le regionali saranno un referendum sulla sua persona. Se dovesse perdere
dovrebbe dimettersi?
È inutile
chiederselo perché tanto non lo farebbe. Se dovesse perdere dirà che erano solo
elezioni regionali. Diciamo però che se l’opposizione vincerà nella maggioranza
delle Regioni cambierà lo scenario politico. Le persone ragionevoli che ci sono
nel centrodestra avranno più voce in capitolo. E si potrà aprire una nuova
prospettiva, nella quale tornerà a essere realistica la possibilità
dell’alternativa di governo.
Pietro Spataro L’U
21
Milano, in 150 mila sfilano contro le mafie
Giornata della
memoria per le vittime. Don Ciotti: «Non lasciamo soli magistrati e forze
dell'ordine»
MILANO - Oltre 150
mila persone hanno sfilato a Milano per la quindicesima edizione della Giornata
della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie, promossa da
«Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie», e «Avviso Pubblico» per
ricordare tutte le vittime innocenti delle mafie e rinnovare in nome di quelle
vittime l’impegno di contrasto alla criminalità organizzata. Al corteo hanno
preso parte oltre 500 familiari delle vittime delle mafie in rappresentanza di
un coordinamento di oltre tremila familiari, rappresentanti di ong provenienti
da circa 30 Paesi europei e dall’America Latina. C'erano tra gli altri anche il
figlio della giornalista Anna Politkovskaja, considerata scomoda per i suoi
servizi scomodi dalla Cecenia e contro il governo, e i fratelli di Elisa Claps,
Luciano e Gildo.
I 150 mila no alle
mafie
L'ELENCO DEI
CADUTI - Lo striscione retto dai familiari ha aperto il corteo partito da
Bastioni Piazza Venezia ed arrivato a Piazza Duomo. La piazza si e’ riempita
mentre la coda del corteo ancora doveva partire. Sul palco sono stati letti i
nomi di oltre 900 vittime delle mafie, semplici cittadini, magistrati,
giornalisti, appartenenti alle forze dell’ordine, sacerdoti, imprenditori,
sindacalisti, esponenti politici e amministratori locali, morti per mano delle
mafie.
«NON LASCIAMOLI
SOLI» - «Non lasciamo soli magistrati e forze dell’ordine», è l’appello
lanciato dal fondatore di Libera, don Luigi Ciotti. Il quale ha anche
sottolineato che quella che sta vivendo l'Italia «non è solo una crisi
economica ma è innanzitutto una crisi etica e politica». «C'è una
concentrazione di poteri, di monopoli, di conflitti di interesse - ha detto
ancora il sacerdote - che logorano i principi costituzionali e mettono a
rischio la democrazia». Don Ciotti, dal palco a Milano per il corteo antimafia
di Libera, ha chiesto che «la politica tutta torni a essere politica con la 'p'
maiuscola. Abbiamo bisogno di una politica che sappia fare a meno di darsi
codici etici perchè deve rispondere al codice della propria coscienza».
«LA PARTITA SI
GIOCA AL NORD» - Il corteo, arrivato in Piazza Fontana, ha fatto un minuto di
silenzio a commemorazione della strage del 1969. Alla manifestazione ha
partecipato anche il movimento antimafie «Ammazzateci tutti», nato all’
indomani dell’omicidio del vicepresidente del consiglio regionale della
Calabria, Francesco Fortugno. «Ci siamo, come ogni anno - spiega il leader
dell’organizzazione, Aldo Pecora - per ribadire un concetto semplice: le mafie
si sono evolute ed è al nord che si gioca la partita più importante, a partire
da mercati finanziari, grandi opere ed industria». La delegazione di
«Ammazzateci Tutti», con Aldo Pecora è guidata da Rosanna Scopelliti, figlia di
Antonino Scopelliti, sostituto procuratore generale di Cassazione, ucciso in
Calabria nell’agosto ’91. Presente alla manifestazione anche il direttore della
direzione investigativa antimafia, generale dell’arma dei carabinieri Antonio
Girone. CdS 20
Consiglio di Stato, no a lista Pdl Roma. E la Regione Lazio non rinvia le
elezioni
I giudici
amministrativi bocciano l'ennesimo ricorso del partito di Berlusconi:
documentazione incompleta
ROMA - Un altro
stop alla lista Pdl di Roma: il Consiglio di Stato ha respinto l'appello
presentato dal partito contro la mancata ammissione della lista provinciale
che, in base a questa decisione, è esclusa dalle prossime elezioni regionali. I
legali del centrodestra avevano impugnato l'ordinanza emessa dal Tar del Lazio,
con la quale i giudici amministrativi avevano respinto la richiesta di
sospendere il provvedimento di mancata ammissione alla competizione elettorale
della lista Pdl provinciale di Roma - lista ripresentata lo scorso 8 marzo a
seguito del decreto legge interpretativo - da parte dell'ufficio elettorale
centrale presso la Corte di Appello. La Consulta ha motivato la decisione
spiegando che la documentazione fornita dal Pdl non era completa e la sola
presenza dei delegati in tribunale entro l'orario di consegna della lista
dunque resta insufficiente.
Regione Lazio: no
a rinvio elezioni. Bocciato anche l'eventuale rinvio delle elezioni nel Lazio:
si vota il 28 e 29 marzo. La Regione Lazio ha infatti respinto la richiesta
avanzata da Vittorio Sgarbi di rinviare le elezioni regionali sulla base
dell'applicazione del decreto salvaliste. La valutazione dei tecnici della
Regione è che, riducendo i giorni di campagna elettorale garantiti da 15 a 6,
il provvedimento consente di fare rientrare l'ammissione della lista Rete
Liberal Sgarbi nei tempi consentiti.
Sgarbi:
"Fascisti e pedofili". "Non applicano le regole; è il fascismo
globale: sono dei mascalzoni e delinquenti peggio dei comunisti, vanno presi a
calci nel culo, sono anche dei pedofili": questo il commento di Sgarbi a
margine della
manifestazione del
Pdl in piazza San Giovanni, a Roma. "Con questo hanno deciso di perdere le
elezioni, hanno dato la vittoria al centrodestra". Quanto alla esclusione
della lista del Pdl, Sgarbi parla di "ingiustizia di sostanza":
"Dove potrebbero applicare le regole non le applicano: è fascismo
globale". Per questo è pronto a chiedere i danni. "Il mancato
posticipo delle elezioni - dichiara il portavoce Roberto Amiconi - danneggia in
maniera assurda la lista, per questo chiederemo un risarcimento danni alla
Regione Lazio pari a venti milioni di euro per non aver applicato la legge
regionale da lei stessa emanata".
Berlusconi
amareggiato per il doppio no. La notizia delle decisioni di Consiglio di Stato
e Regione Lazio raggiunge Berlusconi al termine del comizio in San Giovanni. Il
premier è "amareggiato", racconta chi è con lui, e ritiene gravissimo
che dalla competizione elettorale nel Lazio siano esclusi gli esponenti del
partito di maggioranza relativa, mentre giudica uno "sfregio" il
fatto che non sia stato possibile rinviare il voto. Ma spera - riferiscono
ancora fonti vicine a Berlusconi - che questo doppio no possa in qualche modo
favorire la Polverini nel Lazio.
Legale Pdl:
"Decisione singolare". La decisione del Consiglio di Stato, commenta
a caldo il rappresentante elettorale del Pdl e legale del partito, Ignazio
Abrignani, "è singolare, perché è singolare che i giudici amministrativi
esprimano una valutazione sul fatto che i nostri delegati fossero presenti nell'ufficio
elettorale con la prescritta documentazione. Quella è una cosa che può
giudicare soltanto l'ufficio elettorale stesso. Aspettiamo, però, di leggere le
motivazioni del provvedimento". La decisione della Regione Lazio, invece,
non sorprende il Pdl: "Non c'erano i presupposti - ha detto Abrignani -
dal momento che vige il decreto del 5 marzo che riduce i giorni di campagna
elettorale a sei".
L'ordinanza del
Consiglio di Stato: documentazione incompleta. Il decreto legge è applicabile
anche nella Regione Lazio. Lo scrivono i giudici della V sezione del Consiglio
di Stato nell'ordinanza con la quale hanno respinto l'appello proposto dal Pdl
Roma perché la documentazione fornita dai delegati non era completa e dunque
resta insufficiente la sola presenza in tribunale dei delegati entro l'orario
di consegna della lista. Per i giudici amministrativi di secondo grado infatti
"non deve ritenersi raggiunta la prova della sussistenza di una delle
condizioni per la presentazione della lista entro il nuovo termine fissato dal
dl, mancando la dimostrazione del possesso in capo ai delegati della
'prescritta documentazione' e non potendo essere condivisa la tesi degli
appellanti circa la necessità della sola prova della presenza nei locali del
tribunali all'orario prescritto". LR 20
Sì al dl incentivi, fondo da 300 milioni. Dalle cucine alle moto, aiuti dal
6 aprile
Il Cdm vara il
decreto: in totale sono a disposizione 420 milioni di euro, 120 dei quali sotto
forma di sgravi fiscali - critico il leader del pd Bersani: «Queste cose non
servono»
MILANO - Via
libera del Consiglio dei ministri al decreto legge sugli incentivi. Il fondo
che sarà attivato allo Sviluppo economico per sostenere i settori colpiti dalla
crisi sarà di 300 milioni, che arriveranno dal recupero dell'evasione fiscale.
In totale, il provvedimento mette a disposizione 420 milioni di euro, 120 dei
quali sotto forma di sgravi fiscali. Gli incentivi riguarderanno tra l'altro
motocicli elettrici, abitazioni, elettrodomestici, cucine, macchine agricole,
gru, motori per la nautica e saranno operativi dal prossimo 6 aprile. Nel
decreto anche un articolo che riguarda il piano casa. Si prevede infatti che
possano essere eseguiti senza alcun titolo abilitativo, tutti gli interventi di
manutenzione ordinaria nelle case e gli interventi di natura straordinaria che
non riguardino parti strutturali dell'edificio e l'aumento dei parametri
urbanistici. Acquisto di motocicli, cucine e lavastoviglie, aiuti per immobili
ad alta efficienza energetica, bonus per internet veloce per i giovani. E
ancora, tessile, macchine agricole, rimorchi e semirimorchi, gru, nautica da
diporto ed emittenza televisiva locale: sono questi i settori per i quali
scatteranno gli aiuti varati dal governo. Dal 6 aprile scatteranno dunque gli
aiuti; i cittadini e le imprese avranno anche a disposizione un call center che
sarà gestito da Poste italiane per ottenere tutte le informazioni pratiche
necessarie. I consumatori dovranno rivolgersi al rivenditore chiedendo di poter
utilizzare l’incentivo. Il rivenditore verificherà la capienza dell’incentivo
per via telematica o via telefonino entro tempi prestabiliti e comunicherà al
consumatore la disponibilità dell’incentivo che diventerà uno sconto sul prezzo
d’acquisto. Il rivenditore recupererà poi l’incentivo presso gli sportelli
delle Poste. Per l’acquisto di immobili è prevista la certificazione di
efficienza energetica da parte dell’Enea.
MISURE LIMITATE -
Confindustria «prende atto dell'impegno del Governo che oggi ha varato un
pacchetto di incentivi a sostegno dei consumi e dei settori produttivi
maggiormente colpiti dalla crisi. Le misure adottate sono finanziariamente
limitate e molti settori in difficoltà non possono beneficiare dei vantaggi
previsti dagli interventi». Lo afferma l'associazione degli industriali
commentando il dl incentivi varato dal Consiglio dei ministri. «Ci rendiamo
tuttavia conto che la situazione della finanza pubblica non permette il varo di
misure più consistenti», aggiunge Confindustria, chiedendo che «le risorse
tolte al credito d'imposta per la ricerca siano al più presto ripristinate per
garantire quelle imprese che hanno già realizzato gli investimenti in
innovazione, necessari al superamento della difficile congiuntura economica».
CRITICHE DAL PD -
«L'impatto sui conti pubblici» del decreto legge incentivi «non crea deficit
perché sono tutte entrate da lotta all'evasione, importi realistici: per essere
chiari li abbiamo già in tasca» ha specificato il ministro dell'Economia Giulio
Tremonti. «Il decreto è coperto in questo modo - ha aggiunto il numero uno d
via XX Settembre - più risorse interne allo Sviluppo, non è una cifra molto
grossa, abbiamo fatto il possibile e l'impatto sul bilancio è positivo perché
crescono gli strumenti contro l'evasione fiscale». Per il ministro della
Pubblica amministrazione e l'Innovazione, Renato Brunetta, il decreto approvato
dal governo rappresenta «un importante provvedimento di rilancio dei settori
economici in crisi». Critico invece il leader del Pd Pier Luigi Bersani. «Non
credo che siano queste le cose che servono, serve spingere sull'innovazione,
sui problemi strutturali della piccola impresa e dare degli orizzonti, aiutare
la ricerca e l'internazionalizzazione» ha detto il segretario dei democratici.
PORTI - Nel
decreto legge incentivi è stato previsto tra le altre cose, un fondo con una
dotazione iniziale di 80 milioni di euro destinato a finanziare, da subito, le
opere infrastrutturali nei porti di rilevanza nazionale. Lo ha spiegato il
ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Altero Matteoli, aggiungendo
anche che «il fondo sarà ripartito con decreto interministeriale tenendo conto
della gestione più virtuosa dei porti. Si tratta indubbiamente - osserva
Matteoli in una nota - di un ulteriore segnale dell'attenzione che il governo
vuole dedicare ai porti e al loro rilancio, in particolare allo sviluppo degli
investimenti in infrastrutture per competere in un mercato complesso e globale
che registra i primi sintomi di ripresa».
Redazione online
CdS 19
Il popolo viola denuncia: «100 euro ai disoccupati per andare in piazza per
Silvio»
Disoccupati
ingaggiati a 100 euro per partecipare alla manifestazione del Pdl a
Roma: è quanto
afferma sul proprio blog Gianfranco Mascia, uno dei leader del «Popolo
viola».
«100 euro per
andare alla manifestazione di Roma - inizia il 'post' di Mascia - con la
maglietta con la scritta 'Meno male che Silvio c'e». «Agenzie interinali
specializzate - prosegue Mascia - stanno
facendo chiamate a
tappeto ai disoccupati offrendo il gruzzoletto a chi sarà presente con la
maglietta, il tutto per tentare di riempire la piazza».
«Sono alla
frutta - commenta il post - ma hanno i soldi e ce la faranno». Mascia conclude
con «un consiglio»: «Se ricevete la telefonata dite di sì e poi andate fuori,
non prima di essere stati alla manifestazione del Forum dell'acqua», che si
svolgerà domani anch'essa a Roma. Il post sul suo blog, dice ancora Mascia, «si
chiude con 'sono alla frutta, ma hanno i soldi e ce la faranno'. Un consiglio?
«Se ricevete la telefonata dite di sì e poi andate fuori, non prima di essere
stati alla manifestazione del forum dell'acqua». L’U 19
Palermo - Quando
l'antimafia è macchiata dalle mistificazioni di chi vuole mantenere il
principio di appartenenza politica sulle questioni che dovrebbero vedere i
cittadini - " tutti, indistintamente tutti" a manifestare e operare
culturalmente e concretamente contro un modello, quello mafioso, che è nelle
istituzioni, nella burocrazia ed in tutti i cosiddetti meandri dei settori dove
operano indisturbati gli insospettabili, alcuni dei quali si annidano nelle
strutture antimafia.
Ha ragione Pino a
sottolineare che c'é il serio rischio di abituarsi ai soli appuntamenti che
ricordano i nostri miti, i nostri martiri, appuntamenti divenuti istituzionali
ed ai quali è fondamentale partecipare, ma alcuni, purtroppo, la usano per dare
una parvenza di autentico e completo impegno antimafioso; "io vi partecipo
e ne sono fiero", ma so bene che tutto questo non basta e noto con
delusione, in questo periodo di assoluta decadenza di valori, che nella vita
quotidiana ciascuno di noi egoisticamente é lontano anni luce da una vera
coesione e condivisione tra le strutture che operano a favore dell'educazione
antimafia, quell'antimafia che permette "tutti i giorni e non solo
occasionalmente" di incidere concretamente sulle coscienze dei giovani e
di un intero popolo.
La verità é
ricostruita da alcuni fatti, come quello scritto in un articolo da Repubblica e
che cita mio fratello Pino, sono chiaramente elementi devastanti che dimostrano
l'incapacità di reagire compostamente e con l'autorevolezza di chi ha il
compito di denunciare elementi di grave pericolo per una città normale e di una
nazione consapevole che non comprende che l'atteggiamento permissivo a favore
dei Graviano e Casalesi, pone le basi per gli equilibri mafiosi e camorristici
che rischiano senza alcun dubbio di rafforzare i quadri di questi esseri
ignobili che s'incontrano durante l'ora d'aria in carcere non per raccontarsi
una barzelletta o prendere un caffè ma è chiaro che producono un significativo
impegno mafioso che é linfa per chi ha interesse che la struttura del male per
eccellenza riprenda fiato con le sue stragi di illegalità diffusa. Dobbiamo
assolutamente indignarci e tirare fuori le valide e legittime ragioni per dire
al parlamento di non concedere questi privilegi ai mafiosi perché sappiamo bene
che il rischio é altissimo e allora é chiaro che vengono fuori delle
responsabilità oggettive inequivocabili che con atti a dir poco leggeri
fortificano e fanno germogliare il cuore di “Cosa Nostra” che va debellata come
il cancro alla radice.
Io ho fiducia in
queste nuove generazioni, giovani donne e uomini che sapranno ragionare con la
propria testa senza lasciarsi condizionare dalle vecchie nomenclature complici,
omertose e mafiose presenti in tutti i settori della società e che incautamente
da un lato fanno antimafia di facciata e dall'altro difendono con i loro
comportamenti i mafiosi e la cultura che ha devastato interi popoli succubi di
questa struttura del male, ancora oggi molto presente in Italia e nel mondo.
Sono certo che
pian, piano questi nuovi giovani sapranno riportare l'asse della giustizia e
della coerenza dentro un impegno vissuto a 360°, da condividere con tutte le
forze politiche sane, i gruppi giovanili di ogni estrazione culturale, sociale
e politica, le associazioni e tutte le forze sociali sane e propositive capaci
di esercitare un grandissimo ruolo antimafia autentico, scevro dalle tossine,
in una società che deve sentirsi rappresentata dentro i valori della legalità,
della solidarietà e della giustizia; valori per i quali, persone come Padre
Pino Puglisi, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e tanti altri Martiri hanno
pagato duramente e con la vita; tutto questo per affermare i valori della
libertà e della sacralità della vita. Noi ancora oggi, e faccio una
significativa e coerente autocritica, non viviamo compiutamente e sul
territorio l'impegno antimafia di costume, nel quotidiano che deve vederci
giorno per giorno combattere il male oscuro mafioso sia sotto il profilo
culturale che del fare, mantenendo fede all'impegno di essere inflessibili nei
confronti di chi si è macchiato di gravissime colpe e può continuare a
mietere vittime e innescare un clima di barbarie e paure nei confronti di una
società che vede la politica "TUTTA" incapace di battersi,
trasversalmente e con le forze sane, per la difesa dei diritti sacrosanti di
tutti i cittadini onesti.
Non abbassiamo la
guardia e soprattutto non dividiamoci dinanzi ad un impegno che deve vederci
uniti contro il modello mafioso e le barbarie di questi esseri umani che non
hanno rispetto della persona e neanche dei bambini.
"Non
dimentichiamo la terribile fine del piccolo Di Matteo..." loro, i mafiosi,
vestiti da agnellini dobbiamo escluderli in modo totale dal nostro modello di
vita, così come dobbiamo combattere contro quelle realtà negative che intendono
distruggere il modello della famiglia tradizionale.
Il cammino é lungo
e certamente doloroso - ma si può fare cominciando ad avere rispetto dei
bambini, giovani e donne che subiscono violenze di ogni tipo!
Rino Martinez, de.it.press
Roma, l'anti-piazza sfila per l'acqua. Polemiche sull'assenza del Pd
ROMA - In migliaia
in piazza per colorare Roma di blu e difendere l’acqua, «il bene più grande»,
contro «chi vuole ridurla a merce». Nel giorno della manifestazione del Pdl, i
movimenti per l’acqua hanno invece sfilato nella Capitale in un altro corteo,
per chiedere la «ripubblicizzazione del servizio idrico».
Rappresentanti del
mondo politico, dei sindacati e delle istituzioni locali, ma soprattutto
dell’associazionismo, hanno preso parte all’iniziativa organizzata dal Forum
dei movimenti per l’acqua, che ha visto sfilare da Piazza della Repubblica a
Piazza Navona circa 200 mila persone, secondo gli organizzatori.
In testa al
corteo, dietro lo striscione dalla scritta “Ripubblicizzare l’acqua. Difendere
i beni comuni”, hanno sfilato diversi sindaci con la fascia tricolore, e
rappresentanti di vari Comuni, tra cui quello di Napoli, portando i gonfaloni
delle proprie città e aderendo alla protesta. Più volte, insieme, i sindaci
hanno alternato un canto corale sulle note di “Bella ciao” allo slogan “Acqua
libera”.
Dietro un
mappamondo gigante, con un rubinetto che spuntava dal globo, molti manifestanti
hanno disegnata sul volto una goccia: una sorta di lacrima contro la
privatizzazione dell’acqua. Altri hanno sfilato con damigiane contrassegnate da
codici a barre.
Tanti gli slogan
contro il decreto Ronchi «che prevede la cessazione delle società pubbliche per
la gestione del servizio idrico entro la fine del 2011» e la diminuzione della quota
di partecipazione pubblica, che passerà dall’attuale 51% al 30% entro il 2015.
In piazza Navona è
stata anche lanciata la campagna referendaria che partirà da aprile: tre
referendum abrogativi che puntano a spianare la strada alla ripubblicizzazione
dell’acqua e all’approvazione di una legge di iniziativa popolare, già
consegnata in Parlamento nel 2007.
Al corteo, cui
hanno aderito tra gli altri Rifondazione comunista, Italia dei Valori, Sinistra
Ecologia e Libertà e Verdi, non sono mancate polemiche nei confronti della
manifestazione del Pdl, che si svolgeva contemporaneamente dalla parte opposta
della capitale. «Qui ci sono i cittadini che protestano per un problema reale
del Paese - ha detto Stefano Pedica dell’Idv - mentre chi è andato a piazza San
Giovanni ascolterà di tutto tranne che i problemi reali dell’Italia». Il
segretario del Prc, Paolo Ferrero, ha invece commentato l’assenza del Pd dal
corteo “pro acqua pubblica”, spiegando che «abbiamo un governo fascistoide e
un’opposizione parlamentare liberale. In Parlamento manca la sinistra che è
oggi in piazza». LS 20
Appello del capo
dello Stato da Damasco: "Contrasti allontanano da problemi reali"
Ma Berlusconi
torna ad attaccare giudici e Agcom: "In questi organismi vince
l'appartenenza"
ROMA - A poco
serve il monito del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che da
Damasco, dove si trova in visita ufficiale, chiede che si ponga fine alla
"conflittualità che allontana dalla considerazione obiettiva dei problemi
del Paese", quando un cronista gli chiede un'impressione sulla campagna
elettorale in vista delle elezioni Regionali. Di lì a breve, Silvio Berlusconi
insiste e torna ad attaccare i tribunali e, questa volta, anche l'Agcom per non
aver ascoltato la sua richiesta di mettere un freno ai "processi in
tv", Annozero e simili.
Poi rilancia. E'
importante che le regionali vadano bene, dice, perché con un "mandato
pieno" potremo "lavorare bene e con serenità: per esempio per
modernizzare il Paese, magari introducendo l'elezione diretta del presidente
della Repubblica o la riduzione del numero dei parlamentari". E poi
aggiunge: "Serve una grande, grande, grande, grande riforma radicale della
giustizia per mettere fine a una patologia terribile nella nostra
democrazia".
Il presidente del
Consiglio - in conferenza stampa a Palazzo Chigi al termine del Consiglio dei
ministri - torna sui temi a lui più cari, come già ieri sera durante
l'intervento alla Mostra d'Oltremare di Napoli: "Noi continuiamo a
lavorare nonostante i giornali e le televisioni siano stati riempiti da temi
che la magistratura di sinistra ha abilmente messo in campo". Se la prende
non solo con i magistrati, ma anche con l'Agcom: perché a suo giudizio
nell'organismo, "al di là di ogni ipocrisia, non vince il buon senso bensì
l'appartenenza politica, esattamente come nei nostri tribunali. Questa è una
cosa di cui ci occuperemo nei tre anni di legislatura che ci restano, con una
grande riforma della giustizia, perché questa giustizia mette in pericolo la
democrazia".
All'Agcom
Berlusconi si era rivolto - come da intercettazioni dell'inchiesta di Trani -
per mettere un freno ad Annozero di Michele Santoro e più in generale a quelli
che definisce "processi in tv". "Era mio dovere da cittadino e
da premier - insiste - Ho telefonato al presidente dell'Agcom Corrado Calabrò
per chiedergli un intervento su Annozero. E' vero, mi ha risposto, è una cosa
indegna'', riferisce il presidente del Consiglio. Berlusconi coglie l'occasione
per tornare sulla vicenda delle intercettazioni e sulle telefonate fatte, fra
l'altro, con il componente dell'Agcom Giancarlo Innocenzi in merito al
programma di Michele Santoro. Il Premier ricorda che gli venne però risposto
che nulla poteva essere fatto perché non c'era la maggioranza dell'organismo su
una iniziativa da prendere nei confronti della trasmissione televisiva a causa
del voto contrario di un esponente dell'Udc. Questo dimostra ''l'ipocrisia che
c'è nel definire questi organismi indipendenti''.
Berlusconi tocca
poi un'altra delle questioni emerse dalle intercettazioni, la telefonata fatta
al comandante generale dei Carabinieri Gallitelli sempre sul programma
Annozero. ''E' vero. Sono il presidente del Consiglio - dice Berlusconi - e ho
telefonato al Comandante generale dell'Arma per dire che i carabinieri erano
stati insultati dalla trasmissione condotta da Santoro''. Berlusconi riferisce
di aver chiesto che vengano ''pubblicate tutte le sue intercettazioni'', anche
perché ''non è possibile che il presidente del Consiglio non possa alzare il
telefono e fare il presidente del Consiglio'', manifestando per esempio ''con
forza'' contro gli attacchi ricevuti dalla trasmissione Annozero.
Berlusconi
commenta anche l'arresto dell'ex vicepresidente Pd della Regione Puglia,
Frisullo. "Non ho mai detto che tutta la magistratura fa politica, ho
sempre parlato di una certa parte della magistratura. Evidentemente, a Bari c'è
un magistrato che non ne fa parte e che fa il suo dovere". A chi gli
chiede se questa sia la conferma di una azione 'bipartisan' dei magistrati,
Berlusconi risponde dicendo: "ci mancherebbe che tutta la magistratura
fosse di sinistra. Per fortuna non è così. Questo di Bari non è un magistrato
di destra, è un magistrato vero. Non conosco - prosegue - magistrati di destra
ma solo magistrati di sinistra che usano la giustizia a fini di lotta
politica".
LR 19
Il richiamo di Napolitano. Il confronto sulle cose da fare per il Paese
IL PRESIDENTE
della Repubblica deve essersi stancato di un’immagine convenzionale che lo
presenta come autore di solenni moniti, naturalmente inascoltati, o di
“prediche inutili” di einaudiana memoria. Ai giornalisti che lo interrogavano
durante la sua visita in Siria ha proposto una diversa visione dei suoi
compiti: io, ha detto, non lancio moniti, ma pongo problemi. Va da sé che ad
altri spetterebbe il compito di risolverli, o almeno di provarci, elaborando
progetti e soluzioni praticabili. Ora accade invece e proprio per questo il
Capo dello Stato ha motivo di rammaricarsi che problemi reali, progetti e
soluzioni risultino pressoché assenti dal dibattito pubblico in una campagna
elettorale dalle dimensioni quasi nazionali, che rischia di essere ricordata
come la più rissosa, e al tempo stesso la più povera di contenuti, nella pur
burrascosa storia della Seconda Repubblica.
Eppure le
questioni gravi su cui confrontarsi non mancherebbero. La crisi, anche se
contenuta con qualche efficacia sul terreno della finanza pubblica, fa sentire
i suoi effetti di lungo periodo sull’economia reale. E la ripresa lo ammette il
ministro delle Attività produttive stenta a partire o va a singhiozzo. Studi
attendibili stimano in un quinquennio poco più o poco meno il tempo necessario
perché il Paese torni ai livelli pre-crisi in termini di consumi pro-capite.
Sarebbe allora lecito aspettarsi che le forze politiche, di governo e di
opposizione, si confrontassero su questi temi, e non solo attraverso i soliti
slogan contrapposti (del tipo: «abbiamo fatto moltissimo e molto faremo», «no,
non state facendo niente»). Sarebbe utile che il governo spiegasse come intende
far ripartire lo sviluppo, una volta accertato che la via dei massicci sgravi
fiscali risulta impraticabile; e che l’opposizione rispondesse con le sue
ricette, a livello regionale (non dimentichiamo che è per il governo delle
regioni che si andrà a votare) come a livello nazionale. Che governo e
opposizione, anziché deplorare il declino del Paese e palleggiarsene la
responsabilità, indicassero le poche ed essenziali misure necessarie, secondo
il loro punto di vista, a invertire la tendenza.
E invece no. I
programmi sul da farsi ammesso che ci siano non sfondano sulle pagine dei
quotidiani né tanto meno sui teleschermi (pressoché muti per le note ragioni).
I tempi e i toni del dibattito li danno i tribunali amministrativi e le
procure, i dispositivi delle sentenze e i testi delle intercettazioni. Ci si
confronta, insomma, non tanto sui contenuti, ossia su quella che dovrebbe
essere la vera posta in palio, quanto sulle regole del gioco, ovvero sui titoli
di legittimità dei competitori. Non tanto sulla qualità delle proposte quanto
sull’idoneità morale di chi dovrebbe formularle. E dunque si parla poco di
livelli produttivi, di salari o di occupazione e molto di complotto comunista o
di fascismo alle porte, anzi secondo alcuni già in atto. Qualcosa che somiglia,
più che a un fisiologico confronto, a un conflitto cronico e incomponibile, o
meglio a una rappresentazione del conflitto continuamente reiterata.
Non voglio dire
che tutto questo agitarsi sia privo di motivazioni reali. Ce ne sono, e gravi,
riconducibili in parte a responsabilità personali, in parte ai vizi d’origine e
alla cattiva partenza del sistema politico nato negli anni Novanta. Ma un Paese
non può vivere e crescere restando bloccato in eterno su contrapposizioni
pregiudiziali e sempre uguali a se stesse. È necessario non solo che qualcuno
si prenda la responsabilità delle scelte e questo inevitabilmente accade, prima
o poi, per forza di cose ma anche che su quelle scelte i cittadini siano messi
in grado di informarsi, di confrontarsi e di scegliere a loro volta. La qualità
di una classe dirigente si misura anche sulla sua capacità di elaborare
progetti e di raccogliere il consenso sulle sue proposte, non solo
sull’esibizione delle sue qualità e sulla denuncia dei misfatti
dell’avversario. GIOVANNI SABBATUCCI IM 20
Il "popolo del web" sceglie l'acqua e il no alla mafia
Un milione in piazza,
dice Denis Verdini, coordinatore nazionale del Pdl. Zero su Internet, dicono i
numeri. Il Popolo della libertà non fa presa sul mondo degli internauti. Su
Facebook e Twitter, anzi, in tanti sono critici nei confronti della
manifestazione organizzata dal Pdl in sostegno del Governo. Molti, invece, si
schierano a favore degli altri due cortei che hanno animato questo sabato,
quello contro la privatizzazione dell'acqua a Roma e quello contro le mafie a
Milano.
Sonia Bruzzi,
sulla pagina Facebook de l'Unità, fa due più due e sceglie “Libera contro le
mafie perché tolta la mafia in Italia non ci sarebbero pressioni in Italia per
privatizzare l'acqua (che è un diritto inalienabile come la libertà di
espressione, cibo religione, preferenze sessuali etc etc etc) e non ci sarebbe
neanche il Pdl”. Sulla stessa linea d'onda Luciana Luciani, che scrive: “Corteo
contro la mafia, eliminando la mafia non ci sarebbe il problema della
privatizzazione dell'acqua e neanche il partito dello psiconano!”
Ma se su
privatizzazione dell'acqua e “no alla mafia” le idee sono chiare, molti sono i
dubbi sui perché della manifestazione organizzata dal Pdl a favore del governo.
“Di sicuro c'è solo che manifestano – scrive caustico Antonio Calo – perché e
per cosa, non si sa. L'unica cosa certa è che si sa per chi stanno
manifestando: per il Grande Capo, e a favore dei suoi unici interessi”. E
Leonetta Giudice rincara: “Stiamo lottando contro gente(troppa) che sta
manifestando perché i loro rappresentanti hanno sbagliato e vogliono non si sa
bene cosa? Sono tanto pieni d'amore che chiudono Santoro Floris e Porta a Porta
e vorrebbero bruciare i magistrati”. Paola Apples avanza un'ipotesi: “Ma per
cosa manifestano? Ancora non l'ho capito...questi stanno a fà la scampagnata”.
“La scampagnata dell'amore”, chiosa Mauro Mesa.
Al di là
dell'ironia, però, c'è chi si indigna e alla parola d'ordine “Amore” voluta da
Berlusconi per la sua adunata ne contrappone di altre. Roberto Tasca propone:
“Impegno, serietà, legalità”. Giulia Coti aggiunge: “Uguaglianza e libertà, la
legge è uguale per tutti”. E Amanda Carli chiude con un'unica parola ripetuta
tre volte: “Giustizia giustizia giustiza”.
Giuseppe Rizzo L’U 20
Talk tv, verso il Santoro day. Al Gore: "Orgogliosi di ospitarlo"
L'ex
vicepresidente Usa ufficializza la messa in onda su Current Tv - della serata
organizzata da "Annozero" al Paladozza di Bologna - L'evento sarà
trasmesso in diretta anche su Repubblica Tv
ROMA - Idee nuove,
persone nuove, un'informazione indipendente e soprattutto contenuti user
generated, con una forte integrazione fra internet e tv. "Racconta le
storie che altri non raccontano": questa in sintesi Current Tv per il suo
fondatore Al Gore, l'ex vicepresidente americano e premio Nobel per la Pace, che
l'ha creata nel 2005 insieme all'avvocato imprenditore Joel Hyatt. E proprio
per questa ragione, dice, "siamo orgogliosi di diffondere un importante
programma d'informazione come Annozero, specie nel momento in cui altri canali
non lo fanno". Dunque sarà il canale italiano di Current (Sky 130) a
mandare in onda, giovedì 25 marzo alle 21, Rai Perunanotte, l'evento
organizzato dalla redazione del programma di Michele Santoro al Paladozza di
Bologna, una risposta al "bavaglio" della Rai ai talk show nel periodo
pre-elettorale. La serata andrà in diretta anche su Repubblica Tv.
La "rete
d'informazione democratica, indipendente, lontana dai monopoli televisivi e
senza censure" - così Gore aveva definito Current Tv nel giorno
dell'inaugurazione italiana del network - ospiterà dunque l'appuntamento
bolognese che sarà preceduto da una specie di spot animato dallo stesso
Santoro, che da lunedì 22, su Current ma anche sugli altri canali della
piattaforma Sky, lancerà il suo appello in difesa della libertà d'informazione
e contro la censura della par condicio, rimandando all'atteso appuntamento
bolognese. Current, spiega Gore, "è votata all'indipendenza e al racconto
fattuale, e continueremo a lavorare con il nostro pubblico e con la community
creativa italiana nel proporre e produrre le più importanti storie del
giorno".
Rai Perunanotte
andrà in scena nello stesso giorno (il giovedì) e alla stessa ora (prima
serata) di Annozero. Intenzione degli organizzatori è far sentire forte e
chiaro il dissenso verso quel regolamento della par condicio che ha cancellato
i talk show dai palinsesti. Ci sarà Giovanni Floris e un invito era già pronto
per Bruno Vespa che però ha declinato. La serata - promossa dalla Federazione
nazionale della stampa - è ancora in costruzione. Di certo si sa che chiunque
potrà trasmettere la diretta via radio o diffondere le immagini in televisione.
Immagini messe a disposizione on line dalla Fnsi con una sovrapposizione di
piazze: quella reale, a Bologna, e quella virtuale. LR 21
Regionali. Alfano (IdV): Berlusconi contro magistratura è gravissimo
Palermo. Ieri
Berlusconi dal palco di Napoli, durante una manifestazione elettorale, ha per
l'ennesima volta puntato il dito contro la magistratura. L'On. Sonia Alfano,
europarlamentare IdV, commenta così: "Come si può continuare a subire che
un Presidente del Consiglio vada in giro per il Paese ogni giorno ad insultare
la magistratura mistificando la realtà? La maggioranza di governo - sottolinea
- continua a sbandierare successi sul piano antimafia e allo stesso tempo
attacca chi ogni giorno, con indicibile sforzo, combatte mafia e corruzione
nonostante le mille difficoltà che questo esecutivo crea con tagli economici e
di personale al comparto giustizia". "L'aspetto surreale della
situazione italiana - conclude - è che non si possono muovere critiche di alcun
tipo al Presidente della Repubblica ma è lecito creare uno scontro
istituzionale gravissimo come quello tra il Presidente del Consiglio e la
magistratura".
L'On. Sonia Alfano
(IdV) commenta la richiesta del sindaco di Milano Letizia Moratti (PdL) al
Ministro Maroni di introdurre il reato di clandestinità tra quelli che non
necessitano di mandato per fare irruzione. "E' impensabile che si possa
fare irruzione in un appartamento senza un mandato per il reato di
clandestinità. Quello della Moratti è soltanto lo sfogo dell'animo razzista di
un sindaco del PdL. Quel partito porta avanti una lotta non all'immigrazione
clandestina, ma agli immigrati. Stiamo cadendo in un baratro xenofobo senza
precedenti, e questo - conclude - è l'ennesimo passo verso le leggi
razziali". De.it.press 19
Dal 22 al 26 marzo la Settimana europea dell’energia sostenibile
Oltre 300 eventi
in tutta Europa, 61 solo in Italia, per stimolare nuovi approcci alla
produzione e al consumo energetico
ROMA – Si svolgerà dal 22 al 26 marzo la
Settimana europea dell’energia sostenibile che, in Italia, prevede
l’organizzazione di circa 61 eventi utili alla promozione di nuovi approcci
alla produzione e al consumo energetico. L’iniziativa è segnalata dalla
Rappresentanza nel nostro Paese della Commissione europea e coinvolge oltre
1.200 organizzazioni e 10.000 persone che operano da un anno a favore della
Campagna per l’energia sostenibile in Europa.
L’edizione 2010 della Settimana europea
dell’energia sostenibile si concentrerà sull’obiettivo dell’eliminazione del
carbonio dal futuro energetico dell’Europa, evidenziando i progressi compiuti e
le misure da intraprendere per ottenere prestazioni energetiche ancora più
efficienti e un maggiore utilizzo delle energie rinnovabili. Si tratta di un
obiettivo oggi alla portata.
Le previsioni più recenti indicano che
l’Europa è sulla buona strada per raggiungere e persino superare l’obiettivo
del 20% di energie rinnovabili (cioè una quota del 20% del consumo energetico
nell’UE dovrà essere generata da fonti energetiche rinnovabili entro il 2020).
10 dei 27 Stati membri dell’Unione europea supereranno i loro obiettivi
nazionali per l’energia rinnovabile entro il 2020, ed altri enormi
miglioramenti nell’efficienza energetica sono facilmente realizzabili.
Tuttavia, per ottenere risultati, le azioni locali devono essere coordinate a
livello europeo, per un elevato impatto territoriale e un futuro energetico
sostenibile per tutti. Questo sarà il tema centrale dell’edizione 2010 della
Settimana Europea dell’Energia Sostenibile. Sono previsti oltre 300 eventi in
tutta Europa. Per maggiori informazioni: http://eusew.eu. (Inform)
E Santoro contrattacca: «Premier da Watergate»
BOLOGNA - «Sarà
una manifestazione di parte, ma non di partito...». E quale sarà la parte per
la quale parteggerà il partigiano Michele Santoro, è presto detto: «Il diritto alla
libertà d’informazione contro la censura della par condicio». Quello stesso
diritto, tuona il giornalista tra gli applausi di qualche decina di
simpatizzanti (ma anche sotto gli occhi di 4 consiglieri provinciali del Pdl
armati di polemico cartello: «Un bel tacer non fu mai scritto»), ripetutamente
«violato da Berlusconi, come dimostrano le intercettazioni di Trani »: roba che
se fosse successa negli Stati Uniti, aggiunge, «sarebbe scoppiato un Watergate
». Un diritto, rivela, che viene messo in discussione anche nei confronti di
Adriano Celentano, che «da tempo sta cercando di fare un programma in Rai, ma
ogni 5 minuti gli chiedono la scaletta: insomma, sta incontrando grosse
difficoltà»: anzi, vere e proprie pressioni come tutti quelli che «vogliono esprimersi
liberamente». Copione rispettato, ieri, nei saloni del palazzo della Provincia
a Bologna: il terzetto Santoro- Travaglio-Vauro ha sfoderato il meglio del
repertorio antiberlusconiano, caricando di attese e adrenalina il lancio,
giovedì prossimo, di «Rai per una notte»: ovvero la messa in scena di
«Annozero» lontano dalla tv di Stato e dai veti contro i talk show.
«Tutti al
PalaDozza» è il grido di guerra di Santoro. Deciso a non fare sconti: «Sarà una
manifestazione tremendamente simile ad Annozero... ». Berlusconi è avvertito. E
basta un nome per far capire che aria tirerà al Madison Square bolognese:
ospite d’onore sarà Daniele Luttazzi, «il più proibito, il più osteggiato»,
come lo presenta Santoro, ma ci sarà anche Giovanni Floris, conduttore di
«Ballarò», mentre Celentano ha detto no ai corteggiamenti nel timore che
«nell’attuale momento di scarsa copertura democratica la sua presenza possa
essere deformata ». Assente anche Bruno Vespa, «ma solo perché ha gente a
cena...» ha gigioneggiato Santoro. Manifestazione autogestita, «faremo tutto da
soli», annuncia il conduttore. Che confida nella generosità dei propri
sostenitori: «Abbiamo bisogno che almeno 50 mila persone versino un contributo
di 2,5 euro: tutta la faccenda ci costerà quasi 130 mila euro». Non ci saranno
politici al PalaDozza. D’altra parte, e su questo Santoro insiste, «il nostro
fine non è far prendere voti a qualcuno». E a chi da anni sostiene che
l’antiberlusconismo porta voti al Cavaliere, Travaglia replica: «Se fosse così,
mi aspetterei che Berlusconi chiedesse ad Innocenzi di mandarci in onda 24 ore
su 24 e a reti unificate... Purtroppo il centrosinistra crede a questa tesi e
non è un caso se da 15 anni perde le elezioni». Pure Santoro non ci va morbido
con il Pd, ribattezzato «il bello addormentato» e i cui dirigenti «dovrebbero
rinunciare ai loro spazi d’interferenza, a partire dal Cda Rai». Francesco
Alberti CdS 19
Alunni stranieri a scuola. La Gelmini li espelle da 3000 classi
Ammontano a 2.893,
641 delle quali in Lombardia, le classi che oggi sono costituite da oltre il
30% di alunni stranieri non nati in Italia e che in base alla circolare n. 2
emessa dal Miur l'8 gennaio scorso non potrebbero essere attivate il prossimo
1° settembre: a comunicarlo è oggi lo stesso ministero attraverso un focus in
breve sulla scuola dal titolo «La presenza degli alunni stranieri nelle scuole
statali», elaborato dal servizio statistico sulla base dell'anagrafe degli
studenti.
In assoluto le
classi con una presenza di alunni stranieri superiore al 30% sarebbero oltre
10mila: circa 7.300 nella scuola primaria (circa il 5% del totale) e 3.100
(circa il 4% del totale) nella secondaria di primo grado. Ed in entrambi i casi
oltre il 70% delle classi sono concentrate nelle regioni del Nord. Ma se si
considerano «le classi con bambini e ragazzi stranieri nati in Italia -
sottolinea il Miur - il fenomeno si attenua. In questo caso le classi con una
presenza di alunni stranieri non nati in Italia che supera la quota del 30%
risultano circa 1.300 (1% del totale) nella primaria e poco più di 1.550 (2%
del totale) nella secondaria di primo grado».
A livello di
scuola primaria, il ministero dell'Istruzione ha comunicato che dopo la
Lombardia (218), le regioni con più classi con oltre il 30% di iscritti non
nati in Italia sono Piemonte (175), Lazio (130) ed Emilia Romagna (128). Le
regioni con meno classi elementari affollate di alunni stranieri provenienti
dall'estero sono, invece, Basilicata (appena 2 classi), Sardegna (6) e Puglia
(7).
Anche per quanto
riguarda la secondaria di primo grado la concentrazione maggiore è fatta
registrare dalla Lombardia con ben 423 classi. Seguita, a debita distanza, con
quasi la metà delle classi con questa caratteristica, dal Piemonte (215).
Invertite, rispetto alla primaria, le posizioni di Emilia Romagna (173) e Lazio
(139). Le regioni con meno studenti delle medie concentrate in alcune classi
risultano la Basilicata (solo un caso), la Sardegna e la Puglia (3) ed il
Molise (4).
I dati sono
pressoché definitivi: «l'anagrafe - ha scritto il ministero dell'Istruzione - è
aggiornata per gli alunni frequentanti l'a.s. 2009/2010 con un grado di
completezza del 98%».
Cosa accadrà ora?
Sulla base alla circolare introdotta dal Miur ad inizio gennaio, almeno una
parte degli alunni e studenti stranieri non nati in Italia, facenti parte delle
quasi 3mila classi dove sono presenti per oltre il 30% sul totale, potrebbero
essere dirottati in istituti scolastici limitrofi che propongono corsi di
studio analoghi.
L’U 19
Il sapone anti-immigrati l'ultima della Lega ad Arezzo
Militanti del
Carroccio lo distribuiscono nei mercati di Sansepolcro e di altri paesi della
provincia L'Idv chiede l'intervento di Maroni: "E' vergognoso. Una vera e
propria istigazione all'odio razziale" –
AREZZO - Sapone
per lavarsi le mani dopo aver toccato un immigrato. Lo distribuiscono militanti
della Lega Nord a Sansepolcro e in altri paesi della provincia di Arezzo.
Un'iniziativa che ha indotto il portavoce dell'Italia dei Valori, Leoluca
Orlando, a chiedere l'intervento del ministro dell'Interno Roberto Maroni.
"La lega si
conferma razzista e xenofoba. Distribuisce sapone anti-immigrati per lavarsi
dopo aver toccato gli extracomunitari - ha affermato Orlando in una nota - E'
vergognoso tutto ciò. E' una vera e propria istigazione alla violenza. Noi
dell'Italia dei Valori chiediamo l'intervento del ministro Maroni, perché qui
si tratta di una vera e prorpia istigazione all'odio razziale". E ancora:
"Suggeriamo a Bossi, dato che oggi salirà sul palco di San Giovanni, a
Roma, di distribuire ai suoi alleati il sapone perché tutto hanno tranne che le
mani pulite".
L'ennesima
manifestazione di intolleranza degli attivisti del Carroccio è stata definita
"gravissima" da Alfio Nicotra, capogruppo alla Provincia di Arezzo
della Federazione della Sinistra e componente della direzione nazionale di
Rifondazione comunista. "I militanti della Lega Nord distribuiscono nei
mercati delle bustine contenenti sapone liquido con l'avvertenza di usarlo dopo
aver toccato un immigrato - ha detto l'esponente del Prc - Il messaggio che si
veicola è devastante : ovvero che esseri umani solo perché stranieri sono
considerati alla stregua di 'untori' e portatori di malattie e disgrazie".
"Non avendo alcuna proposta politica per combattere la crisi che colpisce
anche le nostre zone e di cui il governo Berlusconi, di cui sono componente
portante, è responsabile, i dirigenti leghisti preferiscono distrarre
l'opinione pubblica - ha aggiunto Nicotra - con iniziative disgustose e che
devono essere condannate senza se e senza ma da tutte le forze politiche.
Monica Faenzi la candidata del centrodestra che si è apparentata con la Lega
Nord non ha niente da dire in proposito? Il ministro dell'Interno Maroni che
deve applicare la legge che vieta l'apologia e la diffusione del razzismo cosa
aspetta ad allertare le forze dell'ordine per porre fine a questa
vergogna?". LR 20
Miss Italia nel Mondo. Le selezioni per la ventesima edizione
ROMA - Miss Italia nel Mondo raggiunge quest’anno
la ventesima edizione e viene festeggiata con un grande numero di selezioni, in
corso in tutti i continenti con una massiccia partecipazione di candidate. Dal
1991, questa rassegna internazionale della bellezza italiana ha via via
confermato le scelte di Enzo Mirigliani e poi della figlia Patrizia, che ha
conferito alla manifestazione elementi di modernità e di eleganza. La stessa
patron coglie ogni occasione per esprimere gratitudine ed elogiare l’attività
di Nino Malizia, da undici anni coordinatore delle selezioni nel mondo, e dei
responsabili del concorso nelle diverse Nazioni. E’ ad essi che si deve il
successo ventennale della manifestazione.
La finale per l’assegnazione del titolo si
svolgerà in Italia nel mese di giugno.
Alcune selezioni si sono già svolte negli
Stati Uniti in gennaio (Washington) e febbraio (New York e New Jersey), mentre
marzo registra l’elezione delle miss in Florida, Michigan, Connecticut, Long
Island. Serate sono previste in aprile in Florida e nell’Illinois, mentre Miss
Italia Usa sarà scelta il 25 aprile nel Connecticut.
Titoli in palio in marzo anche a Caracas,
Panama, Bogotà, Samanà (Caraibi). In aprile saranno scelte le Miss Italia del
Cile, Argentina, Paraguay, Uruguay, Canada, Germania (Stoccarda).
Miss Italia Thailandia sarà eletta in maggio,
come le miss del Sud Africa, della Romania, di Olanda, Slovenia, Belgio e
Svizzera. Nel mese di giugno, poco prima di mettersi in viaggio per l’Italia,
indosseranno la corona di Miss Italia Nazione le ragazze di Gran Bretagna,
Australia, Malta, Marocco. (Inform)
Si è svolta a Rende (Cosenza) nei giorni 5-7 marzo la Consulta Regionale de
i “Calabresi nel mondo
COSENZA - Si è
svolta a Rende (Cosenza) nei giorni 5-7 marzo u.s. la Consulta Regionale de i
“Calabresi nel mondo” alla quale ha partecipato, in rappresentazione della
Migrantes, il Direttore regionale mons. Antonino Denisi.
Alla riunione sono
intervenuti un centinaio di consultori ed esperti delle comunità, associazioni
e federazioni di calabresi disseminati nelle piccole e grandi città dei cinque
continenti.
L’incontro è stato
presieduto dall’Assessore all’emigrazione, Damiano Gagliardi; nella sessione di
sabato 6 è intervenuto anche il Governatore della Calabria, Agazio Loiero che
ha ribadito l’impegno della Regione Calabria per valorizzare sempre meglio
l’esperienza e le competenze dei calabresi che si sono affermati all’estero in
campo economico, culturale e politico a favore della economia e società
calabrese.
I consultori hanno
preso atto della approvazione della nuova legge regionale avvenuta,
all’unanimità nel maggio 2009. Hanno altresì espresso il compiacimento per la
costituzione da parte della giunta regionale della “Fondazione Calabresi nel
mondo” che stabilisce la necessaria continuità della politica migratoria,
sganciata dai condizionamenti del succedersi delle legislature, delle
maggioranze e raggruppamenti politici.
I consultori hanno
richiesto in un ordine del giorno approvato l’opportunità di essere ascoltati
prima della redazione dello statuto e della nomina degli organi statutari.
Venerdì pomeriggio
i membri della consulta hanno partecipato ad Amendolara (CS) ad una riunione
aperta del Consiglio Comunale assieme ai sindaci dell’Alto Jonio durante il
quale è stato proiettato il docu-film “ Emigranti sui calabresi in
Argentina nel secolo XX”. (A.D.
Migranti-press)
Valori identitari e imprenditorialità: concorso per 12 soggiorni di studio
in Friuli
Domande di
partecipazione entro il 16 aprile
UDINE – “Valori identitari e imprenditorialità”:
l’Ente Friuli nel Mondo bandisce un concorso per 12 soggiorni di studio in
Friuli, della durata di due mesi, che offriranno la possibilità di frequentare
un corso di perfezionamento sulla cultura e sulle realtà economiche e sociali
del Friuli contemporaneo, organizzato dall'Università degli Studi di Udine, con
stages presso aziende e istituzioni pubbliche. Il bando ha il contributo della
Regione Friuli Venezia Giulia e della Fondazione Crup.
La selezione per la prima edizione che avrà
luogo dal 20 maggio al 18 luglio 2010
Possono partecipare alla selezione i
cittadini residenti all'estero, discendenti di emigrati provenienti dal Friuli,
con età compresa tra i 23 e i 35 anni in possesso di una laurea di I o II
livello o titolo straniero ritenuto equipollente. Per favorire l'omogeneità dei
partecipanti, ciascuna edizione del corso punterà su determinati paesi
stranieri di provenienza: il corso previsto per l'anno accademico 2009/2010
darà la priorità ai candidati residenti in America Latina con particolare
riguardo ad Argentina e Brasile. Potranno essere prese in considerazione,
in base ai titoli presentati, le domande presentate da residenti di ogni altro
paese.
Domande di ammissione al concorso: via
e-mail al seguente indirizzo info@friulinelmondo.com o indirizzate a
mezzo raccomandata A/R - entro il 16 aprile 2010, alla sede dell'Ente Friuli
nel Mondo, via del Sale, n. 9, 33100 - Udine.
Per ogni informazione è possibile mettersi
in contatto con l'Ente Friuli nel Mondo (tel. +39 0432 504970; fax: +39 0432
507774; e-mail: info@friulinelmondo.com ).