WEBGIORNALE  22-23  Marzo  2010

 

Inhaltsverzeichnis

1.       L’Ucemi e la Migrantes per gli italiani nel mondo  1

2.       Intervista a Mantica: “Continuità e discontinuità della politica estera italiana. Una visione dal governo”  1

3.       Scuola, "espulsioni" da tremila classi per il tetto del 30% agli alunni stranieri 2

4.       L’etica civile in frantumi 2

5.       Per un voto onesto servirebbe l'Onu  3

6.       Cosa siamo diventati noi italiani all’Estero?  4

7.       Voto all’estero. Per gli imbrogli di Di Girolamo non si possono punire tutti gli italiani all’estero  5

8.       Il capo della Chiesa tedesca: «Abusi nascosti per anni»  5

9.       All’ambasciatore tedesco in Italia M. Steiner il "Premio Simpatia". Il 3 maggio la consegna  6

10.   Colonia. Uscito il nuovo numero di “Comites per tutti noi”  6

11.   Il portale per i bambini italiani in Germania. Garavini: “È un sito web che aiuta l’integrazione”  6

12.   La lettera aperta al Comites di Francoforte per chiedere di  pubblicare i bilanci sul sito internet 6

13.   Gli eventi della settimana a Monaco di Baviera e dintorni 7

14.   Sicilia Mondo: Pirandello a Colonia (il 26 marzo) ed a Berlino (il 29 marzo) 7

15.   Il 25 marzo alla Casa della Memoriadi Roma: diario di Federico Ferrari, internato militare italiano in Germania  7

16.   In corso a Düsseldorf fino a martedì. La ProWein parla italiano  7

17.   Integrazione. L’arte unisce i ragazzi di quattro nazioni: Italia, Germania, Giappone ed Olanda  8

18.   Rom: un rapporto di Amnesty International sugli sgomberi a Roma  8

19.   Medio Oriente, il Quartetto a Israele: "Fermate le attività di colonizzazione"  8

20.   Israele ascolti la voce dell'America  9

21.   La partita Usa-Israele. La via per la pace passa da Tel Aviv  9

22.   Intervista. "Osce pronta a intervenire ma serve l'ok del governo"  10

23.   Un'Italia anticristiana  10

24.   Il colore della democrazia  11

25.   Il caso francese e noi. L'astensione fa male a tutti 12

26.   Incubo astensionismo  12

27.   Piazze e governabilità. Angeli, demoni e i bisogni del Paese  12

28.   La manifestazione del PdL. Opposizione, "Dal Pdl insulti e bugie". Bersani: "Discorso da capopopolo"  13

29.   Intervista a D'Alema: "Berlusconi è sulla via del tramonto"  14

30.   Milano, in 150 mila sfilano contro le mafie  15

31.   Consiglio di Stato, no a lista Pdl Roma. E la Regione Lazio non rinvia le elezioni 15

32.   Sì al dl incentivi, fondo da 300 milioni. Dalle cucine alle moto, aiuti dal 6 aprile  15

33.   Il popolo viola denuncia: «100 euro ai disoccupati per andare in piazza per Silvio»  16

34.   Il nostro impegno antimafia  16

35.   Roma, l'anti-piazza sfila per l'acqua. Polemiche sull'assenza del Pd  17

36.   Stop ai conflitti, dal premier no a Napolitano. Il Cavaliere rilancia l'elezione diretta per il Colle  17

37.   Il richiamo di Napolitano. Il confronto sulle cose da fare per il Paese  17

38.   Il "popolo del web" sceglie l'acqua e il no alla mafia  18

39.   Talk tv, verso il Santoro day. Al Gore: "Orgogliosi di ospitarlo"  18

40.   Regionali. Alfano (IdV): Berlusconi contro magistratura è gravissimo  18

41.   Dal 22 al 26 marzo la Settimana europea dell’energia sostenibile  19

42.   E Santoro contrattacca: «Premier da Watergate»  19

43.   Alunni stranieri a scuola. La Gelmini li espelle da 3000 classi 19

44.   Il sapone anti-immigrati l'ultima della Lega ad Arezzo  20

45.   Miss Italia nel Mondo. Le selezioni per la ventesima edizione  20

46.   Si è svolta a Rende (Cosenza) nei giorni 5-7 marzo la Consulta Regionale de i “Calabresi nel mondo  20

47.   Valori identitari e imprenditorialità: concorso per 12 soggiorni di studio in Friuli 20

 

 

1.       Integrationsministerkonferenz. „Anerkennung von ausländischen Abschlüssen kommt weitere Etappe voran“  21

2.       Integration. Kiel für den Doppelpass  21

3.       Integration. "Deutschlernen beugt Gewalt vor"  22

4.       Zehntausende Italiener ziehen für Berlusconi auf die Straße  22

5.       Islamkonferenz. Muslimische Verbände uneinig  22

6.       Islamkonferenz. Muslime können sich nicht einigen  23

7.       Kosovo-Flüchtlinge in Österreich. Kein Asyl für Arigona und ihre Familie  23

8.       Europaminister beklagen Trend zur Einsprachigkeit. Bundesländer: Mehr Deutsch in der EU  24

9.       Merkel: Bei Gipfel keine Entscheidung über Griechenland  24

10.   Schuldenkrise. EU will mehr Kontrolle über Haushalte der Länder 24

11.   Treffen in Moskau. Nahost-Quartett kritisiert Israels Siedlungspläne  25

12.   Mittelfristig reicht der Stabilitätspakt als Kitt für die EU nicht aus. Was kostet Europa?  25

13.   Westerwelles Auslandsreisen Ein deutsches Desaster 25

14.   Missbrauch. Wenn Lehrer schweigen  26

15.   Bundeshaushalt 2010. Größte Neuverschuldung beschlossen  27

16.   Enttäuschter Bundespräsident Köhler geißelt schwarz-gelbe Koalition  27

17.   Leitartikel. Freiherr Karl-Theodor zu Guttenberg. Doch einer wie alle  27

18.   Steuerpolitik. Gabriels Pakt 28

19.   Erziehung. Grenzüberschreitung als Prinzip  28

20.   Pläne zur Steuerreform. Die schwarz-gelbe Illusion  29

21.   Grundgesetzänderung. Lösung für Jobcenter-Reform gefunden  29

22.   Gute Chancen für Deutsche. Brüssel braucht Bewerber 29

23.   Streng muslimisch in Europa  30

24.   Feridun Zaimoglu zur Islamkonferenz. "Verstehe Leitkultur-Geschwätz nicht"  31

25.   Niedersachsen. Politikerin der Linken wird doch Deutsche  31

26.   Tod in Hamburger Abschiebehaft. Frühe Anzeichen für Suizidgefahr 31

27.   Gardasee. Nebensaison ist mehr als nur ein Wort 32

28.   Wahnsinnig weiblich: Idea Sofia  33

 

 

 

 

L’Ucemi e la Migrantes per gli italiani nel mondo

 

ROMA - Gli oltre 4 milioni di nostri connazionali residenti all’estero sempre di più cercano riferimenti e attenzioni dagli italiani in Patria. E sempre più promuovono iniziative che li vedono coinvolti in feste, incontri, ecc… di vario genere.

“Si sente il bisogno dell’incontro. Un incontro finalizzato non solo al parlare delle proprie tradizioni ma soprattutto a confermare quei valori di amicizia, solidarietà che hanno contraddistinto e contraddistinguono il nostro Paese”, ribadiscono l’Ucemi (Unione Cristiana Enti tra e per i Migranti Italiani) e la Fondazione Migrantes al termine di un incontro svoltosi a Roma venerdì scorso, tra il Direttore generale della Migrantes, mons. Giancarlo Perego e i vertici dell’Ucemi – il Presidente Adriano Degano e il Vice Presidente, Luigi Papais.

Le associazioni presenti nel mondo rappresentano - è stato sottolineato - una risorsa da valorizzare e l’Ucemi e la Fondazione Migrantes possono essere quel “raccordo e quella valvola propulsiva per aiutare - soprattutto le associazioni di ispirazione cristiana - a coordinarsi nella promozione di iniziative che aiutano all’integrazione senza dimenticare la propria italianità. Il tutto con particolare riguardo alla dignità della persona umana, alla fratellanza, alla giustizia e alla solidarietà sociale”.

E l’incontro della scorsa settimana è stata l’occasione per ribadire questi concetti e sottolineare che l’Ucemi, insieme alla Migrantes hanno l’obiettivo di “interessarsi degli emigrati italiani e della loro promozione culturale, sociale e religiosa ricercando nuove modalità operative al passo con i tempi”. Un interesse da stendere alle delegazioni regionali della Migrantes, alla luce anche delle modifiche costituzionali che attribuiscono alle Regioni competenze in tema di emigrazione.

L'Ucemi è un'associazione regolata da uno statuto adottato il 23 febbraio 1977, anche se di fatto operava già da molti anni. Gli enti dei migranti italiani, infatti, sono sorti a margine dell'attività delle Missioni Cattoliche Italiane, operanti in varie parti del mondo interessate dal fenomeno dell'emigrazione. La Chiesa italiana ha da sempre inviato sacerdoti a seguito degli emigranti italiani, per dare loro assistenza spirituale e morale. Per i battezzati in Italia, costretti ad emigrare, il problema della lingua è stato sempre un grosso ostacolo alla piena partecipazione della vita delle chiese dei Paesi di accoglienza. Per questo motivo, la Chiesa italiana ha sempre assicurato un'adeguata pastorale di lingua italiana agli emigranti. Tuttora operano nel mondo oltre 500 sacerdoti e numerose religiose, che continuano ad interessarsi delle tematiche relative all' emigrazione, in stretta collaborazione con le Chiese dei Paesi ospitanti. Gli stessi missionari italiani hanno sempre favorito iniziative culturali e il mantenimento dell'italianità nel mondo. Per coordinare l’attività dei laici, è nata l’Ucemi che si ispira ai principi umani e cristiani con particolare riguardo a quelli della dignità della persona umana, della fratellanza, della giustizia e della solidarietà sociale.

L’Ucemi è stata promossa in modo particolare dalla Fondazione Migrantes. Tra i fondatori si annoverano diverse associazioni italiane, argentine, australiane, della Germania, del Nord America. Successivamente si sono unite diverse associazioni funzionanti in Europa e in altre zone di nuova emigrazione. (R.I.)

 

 

 

 

 

Intervista a Mantica: “Continuità e discontinuità della politica estera italiana. Una visione dal governo”

 

Di seguito un’intervista al sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica realizzata dall’Ispi, Istituto per gli Studi di Politica Internazionale.

 

Quali sono le maggiori continuità/discontinuità che hanno caratterizzato la politica dell’attuale governo dal precedente? Si è visto, ad esempio, un atteggiamento differente verso Israele. Ciò è dovuto solamente a una diversa sensibilità dell’attuale esecutivo o è frutto anche di un mutato atteggiamento dei paesi arabi che non pongono più la questione palestinese come pregiudiziale per buoni rapporti con i paesi occidentali?

  Il processo di pace in Medio Oriente e la questione del nucleare iraniano costituiscono senza dubbio uno dei punti cardine della politica estera avviata dal nostro Governo. Nel 2008, in seguito ad una attenta valutazione del problema della sicurezza d’Israele e del mutato scenario iraniano, decidemmo di mettere fine alla politica dell’equidistanza impostata dal Ministro degli Esteri D’Alema, nell’ambito del Governo Prodi. I passaggi che analizzammo ci confermarono che la situazione stava prendendo una direzione sbagliata. Dal 2006 in poi abbiamo assistito ad una repentina sostituzione di tutti gli interlocutori politici a Teheran. I personaggi più moderati, quelli più disponibili al dialogo, legati agli ex-Presidenti Rafsanjani e Khatami, cioè alle fazioni, rispettivamente, dei conservatori e dei riformisti pragmatici, erano stati letteralmente spazzati via. I nuovi interlocutori, per contro, provenivano dalle fila dei Guardiani della Rivoluzione e degli Ayatollah più rigorosamente vicini alle posizioni della Guida Suprema Khamenei. Il mutamento dell’anima, per così dire, di un’intera classe dirigente è stato perciò molto condizionante. I rapporti si sono fatti più complessi e qualitativamente meno fluidi. In buona sostanza si può affermare che tutte le questioni di una certa importanza sono finite nelle mani dei falchi. Se i primi segnali di questo trend risalgono agli anni del primo Governo Berlusconi, già prima delle elezioni iraniane del giugno 2009 ci arrivò la conferma che un certo clima in Iran andava facendosi via via sempre più pericoloso e che le percezioni provenienti da Israele e Washington circa l’avanzamento del programma di armamento nucleare iraniano andavano prese in seria considerazione. L’ultimo rapporto AIEA, che risale alla seconda metà del gennaio scorso, denuncia senza mezzi termini le pesanti violazioni dell’Iran degli obblighi internazionali in materia atomica. Il rapporto contiene le prime anticipazioni su di un impianto segreto nell’area di Qom per l’arricchimento dell’uranio, un dato su cui l’Ambasciatrice USA alle Nazioni Unite, Susan Rice, si è espressa con grave preoccupazione. L’esito controverso delle votazioni del giugno 2009, con la violenta repressione delle proteste dei manifestanti dell’opposizione, fino all’arresto di centinaia di giovani, con esiti ancora incerti per molti di loro, sono azioni sulle quali dalle Autorità di Teheran non sono ancora giunte rassicurazioni circa il ripristino dello stato di diritto per il popolo iraniano. Sono questi i fatti che spiegano in maniera inequivocabile le profonde ragioni per cui il nostro Governo ha deciso di prendere politicamente le distanze dal comportamento del regime di Teheran, apprezzando, fra le altre cose, il lavoro di Paolo Scaroni, l’Amministratore Delegato dell’ENI che, congelato il capitolo iraniano, ha messo a segno importanti accordi in Africa, nel Kazakhstan ed in Iraq. In gennaio, infine, in occasione della Conferenza internazionale di Londra sull’Afghanistan, è stata espressa da Stati Uniti, Francia e Regno Unito l’intenzione di discutere in seno al Consiglio di Sicurezza dell’ONU di nuove sanzioni contro gli esponenti del regime dei pasdaran. Queste misure, come ribadito dal Presidente del Consiglio Berlusconi durante la sua visita in Israele, ai primi di febbraio, non sono mirate a colpire la popolazione iraniana, verso cui ci sentiamo solidali, ma devono avere un effetto “paralizzante” sul regime di Teheran.

  Il nuovo contesto internazionale, lo spostamento degli U.S. dall’Atlantico al Pacifico, la crescita di potenze emergenti (G8-G20), i timori di direttori europei, le possibili riforme ONU che “escluderebbero” l’Italia: si può parlare di pericolo di marginalizzazione per il nostro paese?

  I 15 miliardi di euro di appalti vinti dalle imprese italiane nelle gare internazionali dovrebbero essere un dato che, già da solo, basterebbe a fugare qualsiasi dubbio di rischio-marginalizzazione per il nostro Paese. Se l’Italia ha ritrovato prestigio ed autorevolezza in campo mondiale lo deve proprio alla dedizione del Governo Berlusconi alla politica estera ed all’indiscussa abilità della diplomazia italiana, che lavora senza sosta su questioni di importanza strategica, anche quando le antenne pubbliche o mediatiche sembrano spente. Noi stiamo facendo la nostra parte in tutti gli organismi multilaterali da lei citati, avanzando contestualmente nelle nostre tradizionali e storiche relazioni bilaterali con le grandi potenze, senza per questo escludere o sminuire il ruolo e la dignità delle nazioni emergenti con le quali trattiamo. La nostra è una politica estera che definirei di amicizia vera. Il Presidente Obama ha ripetutamente elogiato l’Italia, come “Paese alleato, sicuro e forte” e si è anche espresso nei nostri confronti definendo quella di Berlusconi una “strong leadership”. Ricordiamoci, inoltre, di come siano altrettanto eccellenti i rapporti con la Federazione Russa e con il Premier Putin. Potremmo continuare con un lungo elenco di situazioni in cui la nostra nazione si trova in una posizione di prestigio di primo piano, ma possiamo concludere dicendo soltanto che l’Italia non sta correndo alcun rischio-marginalizzazione, bensì l’esatto contrario: con gli stimoli “a fare” che ci arrivano continuamente dal Presidente Berlusconi siano semmai di fronte a una overdose di dinamismo diplomatico per l’Italia. Altro che.

  In quale area l’Italia è ancora in grado di sviluppare una politica estera capace d’incidere realmente? Le storiche aree d’influenza come Mediterraneo e Balcani?

  Sono diverse le aree regionali che vedono un forte impegno italiano, storiche e non. Ne possiamo citare solo alcune per evidenti motivi di spazio. Nell’ambito dell’Unione per il Mediterraneo (UpM), ad esempio, abbiamo individuato anche comuni interessi di sicurezza energetica. Abbiamo avviato l’impegno per una concertazione rafforzata fra i Paesi della sponda sud del Mediterraneo. Una delle grandi questioni è l’ITGI (l’interconnessione per il trasporto del gas dal Caspio a noi, via Turchia - Grecia) oltre, naturalmente, al dossier cipriota. Con i Paesi mediterranei (inclusi quelli dell’Adriatico ed il Portogallo), inoltre, vogliamo lavorare in stretto contatto per sensibilizzare l’Unione Europea su tutti quei temi che non sempre compaiono nell’agenda di Bruxelles. Confidiamo in una oggettivamente necessaria azione equilibratrice dell’attuale Presidenza spagnola. Siamo anche impegnati con Grecia e Slovenia, in quanto Paesi UE, per dare una dimensione ed un respiro europeo all’Iniziativa Adriatico-Ionica (IAI), di cui l’Italia ha la presidenza di turno, nell’ambito di una più ampia politica di stabilizzazione dei Balcani, e con un importante coinvolgimento delle Regioni italiane del bacino adriatico-ionico. Inoltre, proseguono i lavori dell’Iniziativa Centro Europea (InCE), nella prospettiva di una sua attualizzazione e rilancio (l’Italia presiede l’apposito gruppo di lavoro, formalizzato la settimana scorsa a Podgorica). Come sapete, l’Italia è il primo partner commerciale verso l’area mediterranea, con un interscambio che nel 2008 ha superato i 62 miliardi di euro. Con il recente strumento Inframed, il fondo nato da un accordo fra l’italiana Cassa depositi e prestiti e la francese Caisse des dépôts et consignations, cui si aggiungeranno diversi altri Paesi investitori (fra cui Spagna e Germania), si potranno finanziare investimenti infrastrutturali per i settori energetico e dei trasporti in particolare. Al Milano Med Forum 2009, ove si è voluto rilanciare l’UpM, che aveva subito una battuta di arresto ad un anno dalla sua nascita (13 luglio 2008) a causa della crisi israelo-palestinese a Gaza, abbiamo diffusamente presentato queste nuove iniziative. Tornando ai Balcani, a poco più di due anni dalla dichiarazione di indipendenza del Kosovo (17 febbraio 2008), sono oggi 65 i Paesi che ne hanno riconosciuto il nuovo status. Tuttavia, pesa l’incertezza del parere non vincolante, di conformità al Diritto Internazionale della dichiarazione di indipendenza, da parte della Corte Internazionale di Giustizia entro il primo semestre di quest’anno. L’obiettivo prioritario dell’Italia per il Kosovo è la ripresa di intese fra Belgrado e Pristina, in modo da consentire ad Eulex di svolgere il suo pieno mandato anche a nord dell’Ibar. A tal fine, proprio l’Ambasciatore italiano a Pristina è stato nominato Facilitatore dell’Ue per il Nord. Un momento molto atteso sarà l’incoronazione a Pec/Peja, il prossimo 25 aprile, del nuovo Patriarca ortodosso di Serbia Irinej. Questi mesi saranno peraltro cruciali per rilanciare la prospettiva europea dei Balcani Occidentali, questione su cui il nostro Governo è impegnato incisivamente a sostegno del processo di integrazione europea della regione. Congiuntamente a questo, l’Italia, ed il Ministro degli Esteri Frattini in prima persona, sostengono con convinzione l’importanza del dossier visti, concreto strumento, innanzitutto politico, per dare sostanza alla prospettiva europea dei Paesi coinvolti. Entro la metà del 2010 vorremmo adottare una nuova proposta per l’abolizione dell’obbligo di visto anche per Albania e Bosnia-Erzegovina. In Bosnia-Erzegovina, come sappiamo, l’Italia è il secondo Paese contributore alla missione Eufor Althea, nonchè partecipante alla missione civile Eupm in Bosnia-Erzegovina per la formazione della polizia locale. Quanto alla politica di sicurezza e difesa comune, l’Italia è presente in modo rilevante in tutte le missioni dell’UE nei Balcani occidentali e possiamo affermare, quindi, che la nostra azione, nel suo complesso, mira al rafforzamento della cooperazione a tutto campo attraverso intese di partenariato strategico e di diplomazia rafforzata. In campo economico, l’interscambio nella regione si attesta sui 10 miliardi di euro, posizionando l’Italia tra il primo ed il quarto posto fra i partner commerciali. Naturalmente su Mediterraneo e Balcani vi sarebbe ancora moltissimo altro da aggiungere, ed un discorso a parte meriterebbe l’Africa, ove l’Italia è fortemente impegnata, dal fronte umanitario a quello delle mediazioni internazionali, delle missioni di pace e dell’energia. Sul dossier Afghanistan, Paese nei confronti del quale l’Italia è coinvolta con uomini e mezzi nell’ambito della missione Isaf-Nato, possiamo dire che la novità è ora rappresentata dalla scelta obbligata, per così dire, di trattare con i Taliban. La strada del dialogo è inevitabile e, del resto, questo tipo di atteggiamento fa parte del dna di un peacekeeping italiano ammirato nel contesto internazionale. Noi siamo da sempre quelli che sono in grado di parlare con tutti e con tutti cercare di trovare un consenso intorno ad obiettivi precisi. Quando diciamo Taliban, però, dovremmo specificare meglio, perchè in Afghanistan vi sono le tribù, vi sono i capi-villaggio, vi sono le scorte armate dei corrieri della droga, vi sono gli oppositori di Karzai. Dialogare con queste forze, come noi italiani suggeriamo da tempo, è diventata una necessità, ma al contempo anche gli afghani si pongano come obiettivo di avere un ruolo nella gestione della sicurezza e nella lotta contro la corruzione. Il tutto senza dimenticare l’Iraq, i rapporti transatlantici ed il mondo arabo.

Arturo Varvelli, Ispi, 18 marzo

 

 

 

 

Scuola, "espulsioni" da tremila classi per il tetto del 30% agli alunni stranieri

 

Il ministero studia lo scenario problematico aperto dalla "riforma" Gelmini. Il caso Lombardia - Molte famiglie migranti potrebbero dover iscrivere i figli in paesi diversi da quello dove vivono - di SALVO INTRAVAIA

 

ROMA - Migliaia di alunni stranieri, per effetto del tetto massimo per classe fissato dal ministro Gelmini, rischiano a settembre di essere "deportati" in altre scuole. A regime, cioè quando il provvedimento sarà esteso a tutte le classi dell'ordinamento scolastico italiano, sono oltre 100mila gli studenti di nazionalità non italiana che rischiano di non potere scegliere liberamente la scuola dove iscriversi. E' lo stesso ministero dell'Istruzione, attraverso il "Focus sulla presenza degli alunni stranieri nelle scuole statali" pubblicato pochi minuti fa, a fornire i numeri del fenomeno.

 

Una circolare dello scorso mese di gennaio, spiegano da viale Trastevere "fornisce le linee guida sulle modalità di composizione delle classi in presenza di alunni stranieri, ponendo un tetto del 30 per cento di alunni con cittadinanza non italiana per singola classe". Così, in vista della prima applicazione "graduale di tale provvedimento dal prossimo anno" scolastico, al ministero hanno deciso di valutarne sulla carta l'impatto.

 

Le classi che quest'anno fanno registrare una presenza di alunni di origine straniera superiore al 30 per cento sono oltre 10mila: 7.279 nella primaria e 3.122 nella scuola media. Il record assoluto tra le regioni è della Lombardia dove il limite del 30% è superato in 2.955 classi. Il ministro ha precisato, in un secondo tempo, che nel calcolo della percentuale devono essere inclusi solo i ragazzi di cittadinanza straniera non nati in Italia. Di conseguenza, il numero delle classi interessate dal "taglio" si riduce a poco meno di 3.000: 2.893 per la precisione, 641 delle quali in Lombardia.

 

Ma già dal prossimo anno, con le prime classi della scuola primaria e secondaria di primo grado arriveranno i problemi per gli alunni nati oltre confine e per le loro famiglie. Cosa dovranno fare i genitori di uno di questi bambini se la scuola più vicina a casa comunicherà loro che la quota massima di alunni non italiani per classe è già stata raggiunta? E, soprattutto, quando la scuola comunicherà a mamma e papà che in quell'istituto non c'è posto per il loro bambino?

 

Con tutta probabilità, se non interverranno deroghe da parte degli uffici scolastici regionali, i genitori dovranno cercarsi un'altra scuola pubblica con un tasso di alunni stranieri inferiore. E il problema diventerà enorme per le famiglie che vivono in centri medio-piccoli (come Porto Recanati in provincia di Macerata o Calcinato, in provincia di Brescia) o con un'unica scuola, perché sarebbero costrette a cercare l'alternativa in altri comuni, magari a distanza di chilometri.

 

Gli studenti di cittadinanza straniera iscritti alla scuola pubblica nel nostro Paese, nel 2008/2009, erano 630mila (il 7 per cento del totale) e quest'anno potrebbero raggiungere quota 700mila. Considerato il tasso di natalità e la crescita delle famiglie immigrate in Italia, in futuro gli allievi stranieri in classe saranno sempre di più e di più saranno i bambini nati all'estero costretti a "emigrare" verso scuole meno affollate di ragazzi come loro. LR 19

 

 

 

L’etica civile in frantumi

 

Quando una società è in vitale cambiamento, come lo è stata l’Italia negli ultimi decenni, è naturale e giusto governarla accompagnandone i processi, senza illusioni volontaristiche di un «nuovo» spesso solo immaginato. Certo, seguendo questa propensione chi fa politica rischia di limitarsi al lasciar fare o a galleggiare nell’esistente; ma se è attento a quel che avviene può dare significativo orientamento e sostegno allo spontaneismo del sistema. Per questo negli ultimi sessanta anni non abbiamo conseguito innovativi assetti di sistema, ma abbiamo silenziosamente costruito un modello di sviluppo solido che ci ha fra l'altro permesso di resistere all’uragano che solo dodici mesi fa rischiava di abbattersi su di noi.

Ma cosa succede invece quando una società non è in cambiamento ma è un po’ statica e replicante, come l’Italia che ha resistito al citato uragano? Accompagnarne i processi non basta più, anzi rischia di aggravarne gli avvitamenti, allontanandoci dalla sospirata ripresa. E per evitare il pericolo sono in campo due diverse propensioni. La prima è di aspettare e sperare in qualche benefico influsso esterno; aspettare e sperare cioè che si rimetta in moto la locomotiva tedesca; che ripartano i consumi di lusso coltivati dalle fasce ricche del pianeta; che l’effervescenza dei mercati finanziari mondiali si traduca non in ennesima bolla speculativa ma in nuovi impulsi all’economia reale. È un atteggiamento non indebito, ma certo non induce all’attivismo e all’iniziativa.

Cresce così una seconda propensione, centrata sulla convinzione che dalla crisi si esca (e nella ripresa si entri) solo se facciamo le riforme di sistema (della scuola come della ricerca, della pubblica amministrazione come della sanità o della previdenza, tanto per restare a quelle più quotate nell’opinione collettiva). Nobili intenti, invero; ma forse bisognerà cominciare a capire che sotto la nobiltà degli intenti non c’è un reale spazio d’azione. La retorica delle riforme vive su istanze culturali e politiche non sempre o non più in consonanza con i bisogni dei tempi e finiscono per essere poco credibili per la cultura collettiva (non c’è anziano che pensi che il suo futuro sia garantito dalla riforma delle pensioni, non c’è giovane che pensi che la sua competitività professionale sia garantita dalla riforma della scuola). Tanto che non è un caso che ormai la istanza riformista si è incrostata su temi, quelli relativi al potere politico- istituzionale, che riempiono le cronache mediatiche ma non interessano più di tanto la gente comune. Se aspettiamo che siano le riforme a dar nuova dinamica al sistema, coltiviamo solo un altro «aspettare e sperare».

Ed allora torniamo a capire e accompagnare i processi di spontanea dinamica, ormai base tradizionale del nostro «empirismo di governo». C’è anzitutto da capire ed accompagnare la tendenza degli attuali cassintegrati a cercare anche una riconversione individuale magari stabilendo una subordinazione della concreta erogazione dell’assegno alla partecipazione a iniziative formative svolte in azienda (gli interessati o partecipano e crescono di livello, o non si fanno vedere perché hanno già maturato un altro percorso di lavoro; comunque entrano in movimento).

C’è in secondo luogo da capire ed accompagnare il formicolio post-letargo che sembra ridare voglia di riprendere l’iniziativa a molte delle medie e delle piccole imprese manifatturiere: la conferma in dati l’avremo verosimilmente in autunno, ma chi gira l’Italia avverte che la ruota gira lentamente verso un rinnovato impegno di sopravvivenza e sfida. E c’è infine, ma non per ultimo, da capire ed accompagnare il profondo e quasi improvvisato processo di ristrutturazione del terziario. Processo quasi invisibile perché si attua in molecolari microdecisioni e microcomportamenti (in singoli piccoli esercizi commerciali, in singoli piccoli studi professionali, in singole e piccole aziende di trasporto, ecc.); ma che porta in lento progresso ad una maggiore efficienza e competitività del settore e del sistema. Se tale evoluzione si combinerà con il citato formicolio dell’industria, allora la ripresa potrebbe avere una dinamica finora quasi insperata. Anche restasse fermo quell’invasivo comparto terziario che è l’amministrazione pubblica, la cui ristrutturazione risulta più faticosa del previsto. Ma questo è altro e più antico discorso.  Giuseppe De Rita CdS 20

 

 

 

 

Per un voto onesto servirebbe l'Onu

 

"La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile. E questa disperazione avvolge il mio paese da molto tempo". È una riflessione che Corrado Alvaro, scrittore calabrese di San Luca, scrisse alla fine della sua vita. E io non ho paura a dirlo: è necessario che il nostro Paese chieda un aiuto. Lo dico e non temo che mi si punti il dito contro, per un'affermazione del genere. Chi pensa che questa sia un'esagerazione, sappia che l'Italia è un paese sotto assedio. In Calabria su 50 consiglieri regionali 35 sono stati inquisiti o condannati. E tutto accade nella più totale accondiscendenza. Nel silenzio. Quale altro paese lo ammetterebbe?

 

Quello che in altri Stati sarebbe considerato veleno, in Italia è pasto quotidiano: dai più piccoli Comuni sino alla gestione delle province e delle regioni, non c'è luogo in cui la corruzione non sia ritenuta cosa ovvia. L'ingiustizia ha ormai un sapore che non ci disgusta, non ci schifa, non ci stravolge lo stomaco, né l'orgoglio. Ma come è potuto accadere?

Il solo dubbio che ogni sforzo sia inutile, che esprimere il proprio voto e quindi la propria opinione sia vano, toglie forza agli onesti. Annega, strozza e seppellisce il diritto. Il diritto che fonda le regole del vivere civile, ma anche il diritto che lo trascende: il diritto alla felicità.

 

Il senso del "è tutto inutile" toglie speranza nel futuro, e ormai sono sempre di più coloro che abbandonano la propria terra per andare a vivere al Nord o in un altro paese. Lontano da questa vergogna.

Io non voglio arrendermi a un'Italia così, a un'Italia che costringe i propri giovani ad andar via per vergogna e mancanza di speranza. Non voglio vivere in un paese che dovrebbe chiedere all'Osce, all'Onu, alla Comunità europea di inviare osservatori nei territori più difficili, durante le fasi ultime della campagna elettorale per garantire la regolarità di tutte le fasi del voto. Ci vorrebbe un controllo che qui non si riesce più a esercitare.

 

Ciò che riusciamo a valutare, a occhio nudo, sono i ribaltoni, i voltafaccia, i casi eclatanti in cui per ridare dignità alla cosa pubblica un politico, magari, si dovrebbe fare da parte anche se per legge può rimanere dov'è. Ma non riusciamo a esercitare un controllo che costringa la politica italiana a guardarsi allo specchio veramente, perché lo specchio che usiamo riesce a riflettere solo gli strati più superficiali della realtà. Ci indigniamo per politici come l'imputata Sandra Lonardo Mastella che dall'esilio si ricicla per sostenere, questa volta, non più il Pd ma il candidato a governatore in Campania del Pdl, Stefano Caldoro. Per Fiorella Bilancio, che aveva tappezzato Napoli di manifesti del Pdl ma all'ultimo momento è stata cancellata dalla lista del partito e ha accettato la candidatura nell'Udc. Così sui manifesti c'è il simbolo di un partito ma lei si candida per un altro.

 

Ci indigniamo per la vicenda dell'ex consigliere regionale dei Verdi e della Margherita, Roberto Conte, candidatosi nuovamente nonostante una condanna in primo grado a due anni e otto mesi per associazione camorristica e per giunta questa volta nel Pdl. Ci indigniamo perché il sottosegretario all'economia Nicola Cosentino, su cui pende un mandato d'arresto, mantiene la propria posizione senza pensare di lasciare il suo incarico di sottosegretario e di coordinatore regionale del Pdl.

 

Ci indigniamo perché è possibile che un senatore possa essere eletto nella circoscrizione Estero con i voti della 'ndrangheta, com'è accaduto a Nicola Di Girolamo, coinvolto anche, secondo l'accusa, nella mega-truffa di Fastweb. Ci indigniamo, infine, perché alla criminalità organizzata è consentito gestire locali di lusso nel cuore della nostra capitale, come il Café de Paris a via Vittorio Veneto.

Ascoltiamo allibiti la commissione parlamentare antimafia che dichiara, riguardo queste ultime elezioni, che ci sono alcuni politici da attenzionare nelle liste del centrosinistra.

 

E ad oggi il centrosinistra non ha dato risposte. Si tratta di Ottavio Bruni candidato nel Pd a Vibo Valentia. Sua figlia fu trovata in casa con un latitante di 'ndrangheta. Si tratta di Nicola Adamo candidato Pd nel Cosentino, rinviato a giudizio nell'inchiesta Why not. Di Diego Tommasi candidato Pd anche lui nel Cosentino e coinvolto nell'inchiesta sulle pale eoliche. Luciano Racco candidato Pd nel Reggino, che non è indagato, ma il cui nome spunta fuori nell'ambito delle intercettazioni sui boss Costa di Siderno. Il boss Tommaso Costa ha fornito, per gli inquirenti, il proprio sostegno elettorale a Luciano Racco in occasione delle Europee del 2004 che vedevano Racco candidato nella lista "Socialisti Uniti" della circoscrizione meridionale. Tutte le intercettazioni sono depositate nel processo "Lettera Morta" contro il clan Costa ed in quelle per l'uccisione del giovane commerciante di Siderno Gianluca Congiusta.

 

A tutto questo non possiamo rimanere indifferenti e ci indigniamo perché facciamo delle valutazioni che vanno oltre il  -  o vengono prima del  -  diritto, valutazioni in merito all'opportunità politica e alla possibilità di votare per professionisti che non cambino bandiera a seconda di chi sta alla maggioranza e all'opposizione. Trasformarsi, riciclarsi, mantenere il proprio posto, l'antica prassi della politica italiana non è semplicemente una aberrazione. È ormai considerata un'abitudine, una specie di vizio, di eventualità che ogni elettore deve suo malgrado mettere in conto sperando di sbagliarsi. Sperando che questa volta non succeda. È un tradimento che quasi si perdona con un'alzata di spalle come quello d'un marito troppo spensierato che scivola nelle lenzuola di un'altra donna.

 

Ma si possono barattare le proprie attese e i propri sogni per la leggerezza e per il cinismo di qualcun altro?

Oramai si parte dal presupposto che la politica non abbia un percorso, non abbia idee e progetti. Eppure la gente continua ad aspettarsi altro, continua a chiedere altro.

 

Dov'è finito l'orgoglio della missione politica? La responsabilità di parlare a nome di un elettorato? Dov'è finita la consapevolezza che le parole e le promesse sono responsabilità che ci si assume? E la consapevolezza che un partito, un gruppo politico, senza una linea precisa, non è niente? Eppure proprio questo è diventata, nella maggioranza dei casi, la politica italiana: niente, spillette colorate da appuntarsi al bavero del doppiopetto. Senza più credibilità. Contenitori vuoti da riempire con parole e a volte nemmeno più con quelle. A volte si è divenuti addirittura incapaci si servirsi delle parole.

 

Quando la politica diviene questo, le mafie hanno già vinto. Poiché nessuno più di loro riesce a dare certezze  -  certezza di un lavoro, di uno stipendio, di una sistemazione. Certezze che si pagano, è ovvio, con l'obbedienza al clan. È terribile, ma si tratta di avere a che fare con chi una risposta la fornisce. Con chi ti paga la mesata, l'avvocato. Non è questo il tempo per moralismi, poco importa se ci si deve sporcare le mani.

 

Solo quando la politica smetterà di somigliare al potere mafioso  -  meno crudele, certo, ma meno forte e solido  -  solo quando cesserà di essere identificato con favori, scambi, acquisti di voti, baratto di morale, solo allora sarà possibile dare un'alternativa vera e vincente.

Anche nei paesi dominati dalle mafie è possibile essere un'alternativa.

Lo sono già i commercianti che non si piegano, lo sono già quelli che resistono, ogni giorno.

 

Del resto, quello che più d'ogni altra cosa dobbiamo comprendere è che le mafie sono un problema internazionale e internazionalmente vanno contrastate.

L'Italia non può farcela da sola. Le organizzazioni criminali stanno modificando le strutture politiche dei paesi di mezzo mondo. Negli Usa considerano i cartelli criminali italiani tra le prime cause di inquinamento del libero mercato mondiale. Sapendo che il Messico oramai è divenuto una narcodemocrazia la nostra rischia di essere, se non lo è già diventata una democrazia a capitale camorrista e ndranghetista.

 

Qui, invece, ancora si crede che la crisi sia esclusivamente un problema legato al lavoro, a un rallentamento della domanda e dell'offerta. Qui ancora non si è compreso davvero che uscire dalla crisi significa cercare alternative all'economia criminale. E non basta la militarizzazione del territorio. Non bastano le confische dei beni. Bisogna arginare la corruzione, le collusioni, gli accordi sottobanco. Bisogna porre un freno alla ricattabilità della politica, e come per un cancro cercare ovunque le sue proliferazioni.

 

Sarebbe triste che i cittadini, gli elettori italiani, dovessero rivolgersi all'Onu, all'Unione Europea, all'Osce per vedere garantito un diritto che ogni democrazia occidentale deve considerare normale : la pulizia e la regolarità delle elezioni.

Dovrebbe essere normale sapere, in questo Paese, che votare non è inutile, che il voto non si regala per 50 euro, per un corso di formazione o per delle bollette pagate. Che la politica non è solo uno scambio di favori, una strada furba per ottenere qualcosa che senza pagare il potere sarebbe impossibile raggiungere. Che restare in Italia, vivere e partecipare è necessario. Che la felicità non è un sogno da bambini ma un orizzonte di diritto. Roberto Saviano/Ag. Santachiara LR 20

 

 

 

Cosa siamo diventati noi italiani all’Estero?

 

È la domanda che mi pongo da qualche anno è, con insistenza, più frequentemente da qualche mese.

Attualmente, si contesta a noi italiani che viviamo fuori confine, qualche diritto acquisito con fatica nel passato, come ad esempio il diritto di voto, oppure assistiamo alla riduzione da parte dei vari governi italiani dei finanziamenti per la lingua e la cultura italiana, per gli Enti d’assistenza, o alla ristrutturazione della rete consolare dove si chiudono i consolati e si riducono i dipendenti in servizio all’estero. Insomma, da qualche anno sembra che siano nati alcuni problemi di cui gli italiani all’Estero sono il centro delle attenzioni. Tuttavia, all’infuori delle camere parlamentari, nessuno ne parla: televisioni, quotidiani e organi d’informazioni in genere. Serpeggia quasi un sentimento di vergogna, come se non esistessero questi 60 milioni di italiani che risiedono nel Mondo.

Da una ricerca eseguita su internet, qui sotto si riportano alcuni dati interessanti: 

 

Dalla metà dell’800 ed il 1985, 29 milioni di italiani lasciarono il suolo patrio per rincorrere il sogno di una vita migliore. Salirono su navi e treni affollati, accompagnati da una valigia di cartone, da dubbi, paure, speranze e da una domanda: sarà stata la scelta giusta?

 

L'Italia nel mondo, secondo stime ufficiose, conta oggi circa 60 milioni di persone. Ma sono soltanto quasi quattro milioni quelli regolarmente iscritti all'Aire, l'anagrafe degli italiani residenti all'estero, che dipende dal ministero dell'Interno. In alcuni Paesi hanno raggiunto un grado di integrazione da rendere difficile la loro individuazione numerica.

 

I cittadini che si trasferiscono stabilmente all'estero devono per legge (n. 470/88) farne dichiarazione all'Ufficio consolare competente, ai fini della relativa iscrizione anagrafica.

 

Da una statistica eseguita nel 2008, gli italiani all’Estero iscritti all’AIRE, Sono poco più di 3,6 milioni gli italiani residenti all'estero. Lo indica un decreto dei ministri dell'Interno e degli Esteri pubblicato dalla Gazzetta Ufficiale. Questa la ripartizione degli italiani residenti fuori dai confini nazionali iscritti nell'elenco aggiornato al 31 dicembre scorso: 2.072.410 in Europa, 1.017.776 in America meridionale, 359.852 in America settentrionale e centrale, 199.339 in Africa, Oceania e Antartide.

 

Dal dopo guerra le due nazioni maggiormente coinvolte dall’emigrazione italiana sono state la Germania, con 533.237 presenze (1 ogni 6 italiani all’estero) e la Svizzera, con 459.479 residenti e 68.000 frontalieri.

 

Secondo le statistiche riportate, si presume che oggi 60 milioni di italiani vivono all’estero ed è più o meno la stessa cifra dei connazionali che vivono in Italia.

 

Cosa hanno fatto gli italiani all’Estero per l’Italia?

 

Svuotando i paesini, le città e le Regioni italiane quelle persone in cerca di lavoro o di una sistemazione migliore in una terra straniera hanno lasciato la possibilità, a chi rimaneva, di vivere meglio con meno problemi la vita di tutti i giorni. Tanti connazionali emigrati si sono illusi di poter ritornare dopo qualche anno nell’amata Patria. Hanno lavorato sodo per potersi comprare o costruirsi una casa, mettere qualche soldino da parte e rientrare nelle famiglie che avevano lasciato in lacrime e portare i loro risparmi in Italia. Mentre s’illudevano di poter vivere un futuro migliore nel Paese d’origine, si sono cercati fra loro ed istintivamente hanno costituito gruppi, associazioni, società, diventando praticamente i rappresentanti delle regioni, provincie e città italiane che avevano abbandonato. Ristoranti hanno promosso le culture gastronomiche di tutte le Regioni italiane e, nello stesso tempo, hanno promosso la lingua, le culture, i costumi e tutto quello che era italiano.

 

Tanti italiani deceduti in tutte le parti del Mondo, che non hanno nemmeno avuto quella fortuna di essere seppelliti nella terra che li aveva visto nascere, per non parlare di quelli che non hanno visto invecchiare i propri genitori, fratelli e sorelle. Quanti sono morti lavorando anche in condizioni precarie e disumane come il caso emblematico dei 136 italiani scomparsi nella tragedia di Marcinelle, quando lo Stato italiano importava carbone, a titolo gratuito di compensazione,  per riscaldare le case in Italia.

 

Tutto questo, inevitabilmente, ha contribuito alla ripresa economica e alla ricostruzione del nostro Paese nei decenni del dopo guerra. Gli italiani all’estero si sono rivelati milioni di ambasciatori del Made in Italy nel mondo, hanno promosso l’Italia a testa alta e con la dovuta modestia. Ha contribuito all’esportazioni di automobili, prodotti alimentari, moda, turismo e quant’altro.

Tutto questo perché? A cosa è servito il sacrificio e l’operosità di tanti italiani? A farci chiudere i consolati, a farci diminuire, costantemente, le risorse finanziarie in tutti settori, ad essere oggetto di dubbi su cosa eravamo diventati e cosa poteva rappresentare in termini di ritorno economico: ancora usati e sfruttati!

 

Oggi a distanza di anni, si ha l’impressione che la nostra Italia abbia perso la memoria e tanti italiani all’Estero hanno il sentore di essere stati abbandonati dalle Istituzioni italiane, quelle Istituzioni che dovrebbero invece farci sentire più vicini alla nostra Patria. Questi emigrati italiani ora, ed è bello che sia così, sono più considerati dalle Istituzioni locali che dai nostri governanti. Ma tutti gli italiani nel Mondo amano la loro Patria e trasmettono questo amore ai propri figli, ricordandogli le proprie origini, i propri doveri e sentimenti. L’italiano all’estero non si vergogna di essere italiano. Allora se si vogliono chiudere i consolati che lo facciano, se si vogliono ridurre o sopprimere i fondi essenziali per la promozione dell’Italia all’estero che lo facciano pure. Facciano tutto quello che vogliono ma siano coerenti, chiari. Si ricordino, però, che solo una cosa nessuno riuscirà mai a toglierci: la dignità e l’onore di essere italiani.

 

Se qualcuno vuole intervenire sul tema della realtà degli italiani all’Estero o sul contenuto di questo articolo, faccia pervenire il proprio contributo a: saig@tele2.ch - http://www.saig.altervista.org.  

Carmelo Vaccaro, Società delle Associazioni Italiane di Ginevra ( S.A.I.G. )

(de.it.press)

 

 

 

 

Voto all’estero. Per gli imbrogli di Di Girolamo non si possono punire tutti gli italiani all’estero

 

Apprendo dal portale Italia chiama italia che l'on. Fabio Gava (PDL) vuole cancellare il voto all'estero, togliendo dunque a circa 4 milioni di italiani residenti all'estero il diritto di votare per le elezioni politiche.

 

Naturalmente sono assolutamente contraria alla proposta dell'on. Gava, sia nello spirito che nella lettera. E soprattutto contesto fortemente le motivazioni che ad essa sottostanno.

Secondo l'on. Gava gli eletti all'estero agirebbero "solo per gli italiani nel mondo".

 

E, ammesso che ciò sia vero, che c'è di male? Sono stati eletti dagli italiani nel mondo e quindi è normale che la loro attività sia soprattutto focalizzata a difendere gli interessi degli elettori della loro circoscrizione.

 

Tra l'altro ci sono eletti in Parlamento, pagati da tutti i cittadini, che a tempo pieno svolgono il compito di legali privati del premier e nessuno obietta nulla. Come sempre si guardano le pagliuzze e si bagatellizzano le travi.

 

Inoltre l'on. Gava non può permettersi di analizzare frettolosamente il lavoro parlamentare di 18 eletti, e bocciare superficialmente la loro attività senza neppure conoscerla adeguatamente.

 

L'on. Gava basa la sua proposta, gravemente lesiva degli interessi di 4 milioni di italiani, su generici "recenti fatti di cronaca, distorsioni, brogli e infiltrazioni da parte della malavita organizzata".

Ma quali sono in concreto questi fatti?

A tutt'oggi sappiamo solo di brogli presumibilmente di larga scala di cui sarebbe responsabile l'ex senatore del PDL, Nicola Di Girolamo, reo confesso di frode all'erario per 370 milioni di euro e eletto grazie a menzogne sulla sua residenza reale, alla connivenza di un ambasciatore italiano a Bruxelles e soprattutto all'apporto di una organizzazione criminale facente capo a Gennaro Mokbel.

Ebbene, invece di preoccuparci di appurare tutta la verità sui brogli perpetrati da Di Girolamo e assicurare che si arrivi a condanne e chiarezza definitiva sulle responsabilità e le connivenze, l'on. Gava vuole punire subito 4 milioni di italiani che non hanno fatto nulla di male.

Come facciamo a combattere efficacemente il crimine se non sappiamo ancora in che punto della catena si è frodato?

Se non sappiamo ancora quante schede sono state falsificate?

Non si tratta di domande oziose. Di Girolamo ha ottenuto 23.000 preferenze. Quante di queste sono fasulle? 350 preferenze ottenute comprando le schede elettorali come afferma Mokbel, non bastano a far vincere un candidato che, in condizioni di normalità e legalità, non verrebbe votato da nessuno.

Dove sono avvenute le falsificazioni?

Sono state stampate schede false?

Ci sono denunce formali in questo senso?

Quali eletti sono stati avvantaggiati dai brogli?

Quali partiti sono stati avvantaggiati dai brogli?

Le frodi sono di larga scala? Se sì dovremmo prendere in esame la prospettiva di un annullamento dei risultati elettorali del 2008.

Le frodi sono di piccolo cabotaggio? in tal caso bisognerebbe semplicemente punire i responsabili.

Non possiamo cambiare una legge, punendo milioni di onesti, senza dare risposta adeguata a queste domande.

"I brogli sono possibili, dunque i brogli ci sono e sono generalizzati", mi sembra un teorema pericoloso soprattutto nel momento in cui lo usiamo per  togliere alla cieca un diritto costituzionale a milioni di italiani.

La proposta di votare nei Consolati e Ambasciate comporterebbe comunque una penalizzazione per centinaia di migliaia di italiani che non possono recarsi ai seggi, soprattutto nel mondo dove le distanze sono enormi. Propongo in ogni caso di rimandare la decisione in questo senso solo dopo i risultati delle inchieste sui brogli, altrimenti rischiamo di combattere qualcosa che non conosciamo precisamente.

Sentiamo una grande voglia di legalità e di pulizia. Siamo cittadini onesti che chiedono legalità e giustizia  e per questo chiediamo la massima trasparenza anche nell'informazione sulla vicenda Di Girolamo. Chiediamo inoltre al PDL un grande esame di coscienza sulle responsabilità di un partito che candida a cuor leggere persone come Di Girolamo, senza neanche verificare che risiedano veramente all'estero.

Ora, per colpa di Di Girolamo e di coloro che lo hanno appoggiato più o meno in buona fede, noi rischiamo di perdere un diritto ottenuto dopo decenni di faticoso lavoro!

Chiedo pertanto la massima mobilitazione contro la proposta dell'on. Gava volta soprattutto a cancellare un voto all'estero che evidentemente non premia il suo partito.

Invito l’on. Gava a rispondere nel merito alle mie argomentazioni e a correggermi se involontariamente ho riportato dati non esatti peraltro desunti per lo più da Italiachiamaitalia o da www.repubblica.it.

Silvia Terribili, Idv Olanda, www.silviaterribili.org  (de.it.press)

 

 

 

 

Il capo della Chiesa tedesca: «Abusi nascosti per anni»

 

Il presidente della Conferenza episcopale tedesca, l'arcivescovo di Friburgo Robert Zollitsch, ha ammesso per la prima volta che la Chiesa cattolica tedesca ha nascosto «per anni» i casi di abusi sessuali commessi da religiosi nei confronti di minori. Zollitsch lo ha detto in un'intervista al settimanale Focus. «Sì, questo è successo - ha ammesso mons. Zollitsch riferendosi agli episodi di abusi poi nascosti -. Da anni, tuttavia, seguiamo un corso opposto». La Chiesa, ha comunque aggiunto, non è stata la sola a comportarsi in questo modo. Secondo l'arcivescovo, infatti, gli abusi sessuali su minori «sono stati tenuti segreti nell'intera società per decenni».

 

Zollitsch ha detto di provare «vergogna» per le violenze sessuali su minori commesse negli anni passati negli ambienti ecclesiastici in Germania. «Il fatto che abusi così numerosi abbiano avuto luogo anche nelle nostre istituzioni, mi fa vergognare e mi provoca enorme spavento - ha detto Zollitsch durante un'intervista al settimanale tedesco Stern -. Ogni singolo caso oscura il volto di tutta la Chiesa». Secondo Zollitsch, la società si trova adesso alle prese con un fenomeno così vasto poichè «il problema non è stato avvicinato in tutto il suo significato sociale».

 

Questo, tuttavia, non esonera la Chiesa dalle proprie responsabilità, ha lasciato intendere l'arcivescovo. Anche se è sempre più chiaro che «la maggior parte dei casi avviene al di fuori degli ambienti ecclesiastici», ha infatti sottolineato Zollitsch, essi sono particolarmente gravi nella Chiesa.

 

Secondo quanto ha commentato di recente il portavoce della Santa Sede padre Federico Lombardi, la linea adottata dalla Conferenza episcopale tedesca per affrontare i casi di abusi sessuali sui minori «può essere considerata un modello utile e ispiratore per altre Conferenze episcopali che si trovino a fronteggiare analoghi problemi». I vescovi tedeschi hanno indicato nella loro recente assemblea che bisogna riconoscere la verità e aiutare le vittime, rafforzare la prevenzione e collaborare con le autorità, comprese quelle giudiziarie statali. I vescovi bavaresi, inoltre, si sono impregnati a denunciare ogni eventuale nuovo caso alla giustizia.

 

Tuttavia, secondo quanto ha spiegato Zollitsch allo Stern, spesso le vittime non sono disposte a denunciare gli autori degli abusi. E questo, ha commentato l'arcivescovo, «rappresenta per noi un problema morale, poichè noi siamo comunque interessati affinchè i responsabili vengano giudicati». Zollitsch ha inoltre ribadito, come aveva già fatto la settimana scorsa in Vaticano, che il celibato ecclesiastico non è all'origine dello scandalo degli abusi pedofili nella Chiesa cattolica.

 

Ieri un quotidiano tedesco, il Badische Zeitung, aveva scritto che l'arcivescovo Robert Zollitsch, capo coprì dei casi di abuso su

minori quando era responsabile delle risorse umane per la diocesi di Friburgo.  Il quotidiano si riferisce a una serie di violenze nei confronti di bambini e ragazzini avvenuiti a Oberharmersbach, nella foresta nera nel 1991. Secondo il giornale responsabile delle violenze sarebbe stato il parroco Franz B. Quando cominciarono a diffondersi voci relative alla faccenda Zollitsch secondo il

quotidiano avrebbe ordinato al parrocco di allontanarsi dai ragazzi ma non lo avrebbe denunciato alle autorità. La diocesi di Frigurgo sul suo sito web ha reagito definendo le accuse «infondate». L’U 21

 

 

 

All’ambasciatore tedesco in Italia M. Steiner il "Premio Simpatia". Il 3 maggio la consegna

 

Roma - È stato assegnato all’ambasciatore tedesco in Italia, Michael Steiner, il "Premio Simpatia" che ogni anno viene conferito dal Comitato Romano Incremento Attività Cittadine e Regionali, presieduto dalla presidente Francesca Immè Pertica, "a personaggi conclamati dalla pubblica notorietà, anche umili e sconosciuti, ma che sappiano esprimere per nobiltà di azioni una immagine viva di simpatia e di successo civile in Italia e all’estero". La cerimonia avrà luogo lunedì 3 maggio alle ore 18 nella Sala Promoteca del Campidoglio, a Roma, alla presenza del sindaco di Roma Gianni Alemanno e di altre autorità istituzionali.

"Su segnalazione di Marisela Federici e della Giuria del Premio Simpatia, giunto alla 40. edizione, è stato deliberato all’unanimità di assegnarle lo storico Oscar Capitolino", si legge nella lettera di assegnazione che la presidente Pertica ha inviato all’ambasciatore Steiner. "Quest’anno, la premiazione assume particolare rilevanza in quanto ricorre il 40° anno dalla sua istituzione e la sua prestigiosa presenza sarebbe oltremodo significativa per tutto quello che lei rappresenta in ambito internazionale". Nella lettera, la presidente del Comitato ricorda anche le parole di Domenico Pertica, ideatore dell’iniziativa insieme a Vittorio De Sica e Aldo Palazzeschi: "il Premio è un riconoscimento verso chi ha contribuito a dare alla società il meglio di sé stesso, e chi arricchisce ed esalta i valori essenziali della vita con opera, ora umile ora eccelsa, ma comunque sempre degna di riscuotere il plauso e la simpatia universali…".

Nelle precedenti edizioni hanno già ricevuto il Premio il presidente Sandro Pertini, Nilde Jotti, Rita Levi Montalcini, Renato Dulbecco, Anotnino Zichichi, Leonardo Sciascia, Federico Fellini, Giulietta Masina, Alberto Sordi, Sofia Loren, Gina Lollobrigida, Renzo Piano, Massimiliano Fuksas, Madre Teresa di Calcutta. Tra gli ambasciatori, Jacques Andreani (Francia), Lothar Lahn (Germania), Gordon Noel Parkinson (Nuova Zelanda), Lin Zhong (Cina Pop.re), Dieter Vitzthum (Finlandia), L’Associazione Amicizia Italo-Germanica e tanti altri. Per ulteriori informazioni vi segnaliamo il sito internet www.premiosimpatia.it. (aise) 

 

 

 

 

 

Colonia. Uscito il nuovo numero di “Comites per tutti noi”

 

Colonia - La prima pagina della prima edizione 2010 di “Com.It.Es. per tutti noi” è dedicata alle elezioni dei Consigli degli stranieri. Il 7 febbraio scorso sono stati eletti 26 italiani nei Consigli di Integrazione del Nordreno-Vestfalia. Purtroppo la partecipazione al voto è stata molto bassa, con una media dell’11 per cento in tutta la regione. Per questo è importante promuovere la partecipazione politica fin da piccoli. A questo tema viene dedicato l’articolo sul “Parlamento dei bambini”, un sito internet istituito dalla Camera dei Deputati proprio per avvicinare i più piccini alla democrazia (http://bambini.camera.it).

 

La seconda pagina viene dedicata innanzitutto alla nuova serie di pubblicazioni bilingui del Com.It.Es. di Colonia, dedicata in particolare all’ ”Assistenza sociale per gli anziani in Germania”. Le tre monografie, realizzate in collaborazione con il “Verein für Internationale Freundschaften” di Dortmund, riguardano le “Disposizioni del paziente, la procura preventiva e l’ospizio”, l’ ”Arbeitslosengeld II – Sussidio sociale” infine la “Grundsicherung – Diritto al minimo vitale”. Gli opuscoli possono essere richiesti direttamente alla sede del Com.It.Es. di Colonia o scaricati direttamente dal sito del Com.It.Es. di Colonia.

Per chi fosse interessato ad acquistare una casa in costruzione in Italia, “Com.It.Es. per tutti noi” consiglia la nuova guida “Acquisto in Costruzione” messa a punto dal Consiglio Nazionale del Notariato e da 12 associazioni di consumatori italiani.

 

La terza pagina viene dedicata a consigli riguardanti il lavoro e la formazione professionale. In una nuova pubblicazione del Ministero dell’economia tedesco sono ad esempio contenute informazioni importanti per “Mettersi in proprio”.

Si parla poi dei corsi di “formazione alla formazione” che tutti gli imprenditori devono frequentare per accedere al certificato necessario per poter offrire posti di apprendistato. La Deutsch-Hellenische Wirtschaftsvereinigung offre gratuitamente questi corsi a Colonia con cadenza mensile. Infine nel quadro di programma del Land NRW vengono offerti corsi gratuiti di formazione per programmatori a Düsseldorf.

 

L’ultima pagina della rivista è infine dedicata alle notizie dal Consolato Generale di Colonia. Entro il mese di giugno tutti gli uffici consolari dovranno emettere passaporti elettronici. Il Ministero degli Esteri mette inoltre a disposizione una borsa di studio per studenti delle scuole superiori che vogliano frequentare un corso biennale di lingua inglese presso il Collegio del Mondo Unito dell’Adriatico (Duino – Trieste).

L’edizione completa di “Comites per tutti noi“ può essere scaricata anche dal sito internet del Com.It.Es. di Colonia:  www.comitescolonia.de

Rosella Benati, Presidente Comites Colonia (de.it.press)

 

 

 

Il portale per i bambini italiani in Germania. Garavini: “È un sito web che aiuta l’integrazione”

 

“È un’ottima iniziativa che può concretamente facilitare l’integrazione sociale dei giovani studenti italiani in Germania”. Questo il commento dell’on. Laura Garavini sull’apertura del sito web bilingue www.mondoli.de, ideato da Elisabetta Abbondanza, sostenuto dal contributo del Ministero federale per la Cultura e i Media, del Com.It.Es. Berlino-Brandeburgo e dell’AWO-Begegnungszentrum di Berlino, e dall’impegno di insegnanti italiani e tedeschi della scuola elementare europea Finow-Schule di Berlino.  Nel sito, studenti e insegnanti potranno trovare materiale didattico e di informazione in lingua italiana e tedesca. “Internet è ormai fondamentale per lo sviluppo culturale dei giovani”, ha affermato la deputata PD eletta all’estero. “Attraverso questo sito, quindi, si può aiutare i bambini italiani residenti in Germania a imparare più facilmente la lingua tedesca e a migliorare il loro rendimento scolastico per integrarsi più serenamente nella società”. De.it.press

 

 

 

 

La lettera aperta al Comites di Francoforte per chiedere di  pubblicare i bilanci sul sito internet

 

Antenucci Pietro, di Frankenthal, con questa lettera aperta, firmata anche da latri connazionali, chiede al Presidente del Comites di Francoforte Cavaliere Stefano  Lobello che il Bilancio del Comites di Francoforte venga pubblicato sul sito web del Comitato, in modo che possa essere consultato anche da chi abita lontano dalla sede del Comites (a Dreieich)

 

Frankental. Egregio Cavaliere Lobello, vivo a Frankenthal nella “Pfalz”, una cittadina con una numerosa collettivitá di concittadini italiani. Molti, come me, sono ormai pensionati ma trascorrono lo stesso la “terza età” in terra d’emigrazione.

Una delle poche cose che lo Stato Italiano abbia messo a disposizione della collettivitá italiana all’estero è proprio l’istituzione dei Comites, del quale lei è Presidente per la nostra circoscrizione consolare.

I fondi, oltre 100.000 € annui, che vengono designati al Comites  del quale Lei è Presidente, sono in fondo destinati per il benessere della collettività, quindi per noi cittadini. Infatti il Comites per legge deve promuovere  iniziative nei più svariati campi sociali “nell’*interesse della collettività italiana” come recita la legge e come Lei ben sa.

Un altro articolo della legge sui Comites recita letteralmente che “I bilanci dei Comites sono pubblici”.

Io ho visitato la pagina web del Comites di Francoforte, che fra l’altro trovo molto ben riuscita, ma non ho potuto vedere la pubblicazione del bilancio. Con mio rammarico  ho dovuto constatare che la visione del bilancio sarebbe possibile solo presso la sede che si trova a Dreieich. Io le chiedo come mai Lei non permette la pubblicazione del bilancio sulla pagina web, visto che la legge vuole che i bilanci siano pubblici?

Dal canto mio non riesco a trovare una risposta a questa domanda. Lei non pretenderà mica che io, con scarse risorse finanziarie, venga da Frankenthal a Dreieich solo per visionare il bilancio del Comites che per legge deve essere pubblico e che Lei potrebbe mettere in rete?

Inoltre non pubblicare il bilancio potrebbe far pensare che il Comites abbia qualcosa da occultare. Io sono sicuro che così non è e proprio per questo Le rinnovo l’invito a pubblicare il bilancio sulla pagina web del Comites.

Non pensa Lei che sia giusto che tutti i cittadini possano vedere e conoscere tutte le attività che il Comites ha intrapeso e finanziato “nell’interesse della collettività italiana della circoscrizione?.

Sicuro di poter fra breve visionare il bilancio del Comites sulla pagina web colgo l’occasione per lasciare Cordiali saluti

Antenucci Pietro, Frankental (de.it.press)

 

 

 

Gli eventi della settimana a Monaco di Baviera e dintorni

 

Monaco di Baviera – Numerose le iniziative di interesse per i connazionali residenti a Monaco di Baviera e dintorni segnalate dalle Pagine Italo-tedesche di Claudio Cumani per i prossimi giorni. Sino al 30 maggio è ancora possibile visitare presso la Pinakothek der Moderne (Barerstr. 40), a Monaco, la mostra dedicata all’orafo Gianpaolo Babetto “L’italianità dei gioielli”, organizzata in cooperazione con l’Istituto Italiano di Cultura.

Martedì 23 marzo, alle ore 20 presso la Biblioteca di Gasteig (Rosenheimerstr. 5), appuntamento con la rassegna “Italien neu verstehen”: riflessione sull’attuale situazione del nostro Paese insieme allo scrittore Friederike Hausmann e ad Hans Woller dell’Institut für Zeitgeschichte.

Sempre il 23 marzo, un altro doppio appuntamento: alla galleria del Gasteig alle ore 18.30 è in programma l’inaugurazione della mostra fotografica di Letizia Battaglia che espone scatti ambientati in Sicilia dal 1976 al 2009 – prosegue sino al 6 giungo, tutti i giorni dalle ore 10 alle ore 22; al Museo del cinema (St.-Jakobs-Platz 1) alle ore 21, la rassegna dedicata a Lina Wertmüller con il film “Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto”. Sarà “Tutto a posto e niente in ordine”, il 30 marzo alle ore 21, la successiva pellicola presentata al pubblico nell’ambito della rassegna.

Ancora appuntamento con il cinema italiano giovedì 25 marzo alle ore 19 presso l’IIC di Monaco con il film di Roberta Torre “Angela”, per la rassegna “Con gli occhi di lei”. L’Istituto ospiterà poi, alle ore 19.30 del 26 marzo, Heidi Weidner in un appuntamento dedicato ad Eleonora Duse.

Domenica 28 marzo alle ore 17, spazio alla musica napoletana presso la Gemeindehaus der Simeonskirche (Violenstr. 696) con una serata condotta da Antonio Macrì. Si esibirà il tenore Giuseppe Del Duca. (Inform)

 

 

 

 

Sicilia Mondo: Pirandello a Colonia (il 26 marzo) ed a Berlino (il 29 marzo)

     

Colonia/Berlino. Nell’ambito del proprio progetto “Settimana della Cultura Siciliana nel mondo”, Sicilia Mondo organizza in Germania, a Colonia il 26 marzo, in concorso con l’Istituto Italiano di Cultura, ed a Berlino il 29 marzo,  con l’Associazione Amici del Ciao Sicilia, una Conferenza-dibattito sul tema “Il carteggio fra Luigi e Stefano Pirandello”.

      L’incontro prevede l’introduzione  di Domenico Azzia, Presidente di Sicilia Mondo su “I siciliani in Germania” e di Francesca Cuffari su “I giovani”, la Conferenza da parte di Sarah Muscarà, Ordinaria di Letteratura Italiana all’Università di Catania  con il  commento alla mostra su Pirandello da parte di Enzo Zappulla, Presidente dell’Istituto di Storia dello Spettacolo Siciliano. Pino Tizza  su “Confronto della novella di Pirandello”.

      Pirandello è conosciutissimo in Germania, rileggere il suo pensiero di drammaturgo straordinario è sempre un evento che affascina e coinvolge .

      Alla manifestazione è stata invitata la comunità italiana e le Istituzioni tedesche e italiane.

      L’iniziativa si inquadra nella politica di promozione e conoscenza della cultura siciliana  pervicacemente promossa come aggregante presso le comunità siciliane all’estero ma, soprattutto, come messaggio culturale del patrimonio straordinario dell’Isola da portare presso le società ospitanti ed in grado di suscitare flussi di turismo culturale di ritorno in Sicilia. Sicilia Mondo, de.it.press

 

 

 

 

Il 25 marzo alla Casa della Memoriadi Roma: diario di Federico Ferrari, internato militare italiano in Germania

 

ROMA – La memoria dei militari italiani internati in Germania dopo l’8 settembre 1943 si arricchisce di un nuovo contributo: il diario di Federico Ferrari, giovane intellettuale cattolico cremonese, alpino della Tridentina decorato nella ritirata di Russia, internato in Germania nei lager di Stablack, Deblin Irena, Mühlberg e Weinböhla, ucciso il 24 aprile 1945 da un nazista in una delle tante vendette degli ultimi giorni di guerra.

  Il libro – “Resistenza a oltranza. Storia e diario di Federico Ferrari, internato militare italiano in Germania” (editore Mondadori Università, 2009) – sarà presentato il 25 marzo, ore 17, nella sala Multimediale della “Casa della Memoria e della Storia” di Roma (via San Francesco di Sales, 5, zona Trastevere). L’incontro, promosso da Anpi di Roma e del Lazio, sarà introdotto da Massimo Rendina. Sarà presente l’autore del volume Luciano Zani, professore ordinario di Storia Contemporanea presso la facoltà di Sociologia dell’Università La Sapienza. 

Il diario di Federico Ferri documenta il percorso e le ragioni che portarono la grande maggioranza dei militari internati alla non facile scelta di una resistenza a oltranza - come Federico la definisce - con il rifiuto dell'arruolamento nell'esercito di Salò, che avrebbe garantito il ritorno a casa, preferendo, in nome della dignità di soldati e di italiani, la prigionia e il lavoro coatto nei lager di Germania. La biografia di Federico, che introduce il diario, ci restituisce la storia di un giovane di famiglia antifascista, militante nell'Azione cattolica, alle prese con la scuola e il conformismo fascista, col conflitto tra modernismo e tradizione, tra patriottismo e rifiuto del paganesimo nazista. Una vita per molti versi esemplare di un'intera generazione nata e vissuta sotto il fascismo. (Inform)

 

 

 

 

In corso a Düsseldorf fino a martedì. La ProWein parla italiano

 

Dal 21 fino al 23 marzo a Düsseldorf oltre 3000 produttori di vino da tutto il mondo. Gli italiani primi tra gli espositori esteri.

 

Aromatici, rotondi, amabili, robusti o eleganti. Alla Fiera del vino ProWein di Düsseldorf ce n’è proprio per tutti i gusti. Da domenica 21 e fino a martedì oltre tremila espositori provenienti da ben cinquanta Paesi daranno vita a una delle più grandi kermesse del settore in tutta Europa. Un appuntamento importante per il nostro Paese, che con 730 produttori presenti è al primo posto tra gli espositori esteri. Ma come è articolato il mercato del vino in Germania, qual è il ruolo degli italiani, e come vanno le cose in tempi di crisi? Ce lo spiegano Paolo Pesce, responsabile della Sezione agro-alimentare dell'Istituto nazionale per il commercio estero, e Wolfgang Hehle, produttore di vino e portavoce regionale del Verband deutscher Prädikatsweingüter.

Per saperne di più ascolta il servizio di Daniela Bacchini:

http://www.funkhauseuropa.de/audio/radio_colonia/zapping/2010/100321_prowein.mp3?dslSrc=/audio/radio_colonia/zapping/2010/100321_prowein.mp3

(RC, de.it.press)

 

 

 

 

Integrazione. L’arte unisce i ragazzi di quattro nazioni: Italia, Germania, Giappone ed Olanda

 

Nell’autunno del 2008, l’artista di Genzano Antoine Cesaroni, contatta Giuseppe Scigliano per sottoporgli all’attenzione un progetto artistico favoloso: Arte Project (ha lo scopo di avvicinare i popoli e migliorare la cultura artistica dei ragazzi).

Bambini di scuole diverse interpretano un tema ed elaborano a loro

volta un dipinto. Scigliano non si lascia scappare l’occasione e, considerato che dirige egli stesso un progetto bilingue nella Johannisschule di Osnabrück dove l’arte viene da lui stesso insegnata ai bambini della terza e quarta classe, ha coinvolto la

sua scuola e così per 3 mesi circa nel 2009 i bambini si sono cimentati ad interpretare il  Futurismo (Boccioni, Balla, Severini, Russolo ed altri. Dinamica, movimento, macchine,colori ed altro ancora). Tutta la scuola è stata coinvolta e tutti gli insegnanti hanno tematizzato il tema.

 

Nel 2009 hanno partecipato questo progetto, coordinato dallo stesso Cesaroni, quattro scuole di quattro rispettive nazioni: Scuola Primaria di Colle Palazzo Velletri, Italia; Johannisgrundschule Osnabrück, Germania; École élémentaire Marcel Doret du Chatillon, Francia; Grundschule Matsue aus Matsusaka, Giappone. Dai lavori è nata una mostra itinerante che è stata esposta con tantissimo successo nelle città che hanno preso parte al progetto.

 

Nel 2010 la scuola elementare di Haarlem Olanda, sostituisce la scuola francese.

Di seguito il programma 2010 nei vari paesi:

 

Scuola Primaria di Colle Palazzo Velletri, Italia. Mille modi di vedere le opere dei grandi maestri del Rinascimento Italiano. Riprogettare le opere pittoriche di Michelangelo, Raffaello e Leonardo con il massimo margine di libertà interpretativa, con interazione / iterazione di forme e linguaggi artistici differenti.

 

Scuola Elementare Matsue aus Matsusaka, Giappone - Libera reinterpretazione delle opere dei maestri Italiani del Rinascimento , integrate con vari elementi ripresi dalle opere giapponesi classiche delle  UKIYOE.

 

Johannisgrundschule Osnabrück, Germania - Libera reinterpretazione delle opere dei maestri tedeschi dell'espressionismo. Gli alunni si sono cimentati con Paul Klee,Frank Mark, August Macke, Alexej Jawlensky, Edvard Munch e Wassily Kandinsky.

 

Scuola Elementare Haarlem, Olanda - Libera reinterpretazione delle opere dei maestri olandesi del movimento “Cobra”. Giuseppe Scigliano, de.it.press

 

 

 

 

 

 

Rom: un rapporto di Amnesty International sugli sgomberi a Roma

 

ROMA - Amnesty International ha chiesto alle autorità italiane di riesaminare un “controverso” piano abitativo che ha causato lo sgombero “forzato” di centinaia di Rom e che “spiana” la strada allo sgombero di altre migliaia di persone nei prossimi mesi. In un nuovo documento, intitolato “La risposta sbagliata. Italia: il 'Piano nomadi' viola il diritto all’alloggio dei Rom a Roma” - presentato la scorsa settimana - Amnesty International sottolinea che tale programma, avviato nel luglio 2009, “viola i diritti umani di migliaia di Rom”.

“Queste misure devono essere riconsiderate urgentemente. Le famiglie rom della capitale rischiano di perdere beni personali, contatti, accesso al lavoro e servizi pubblici” - ha dichiarato Ignacio Jovtis, esperto di Amnesty International sull’Italia.

Negli ultimi mesi, centinaia di famiglie Rom sono state sgomberate da almeno cinque campi della capitale. Prima della chiusura di “Casilino 900”, uno dei più grandi campi Rom d’Europa, nel febbraio di quest’anno, erano stati a lungo consultati alcuni leader del campo. Tuttavia, gli standard internazionali sui diritti umani richiedono che vengano consultate tutte le persone di cui è previsto lo sgombero.

“Molti Rom vivono in baracche e roulotte prive delle condizioni igieniche di base. La situazione attuale è il risultato di anni di mancata attenzione, politiche inadeguate e discriminazione da parte di successive amministrazioni. Il tentativo di affrontare questa eredità è, in sé, apprezzato e le condizioni di vita di molti rom miglioreranno. Tuttavia, il piano è incompleto e rischia di rendere la situazione di molti altri rom ancora peggiore. È la risposta sbagliata” - ha aggiunto Jovtis, sottolineando che “il piano è chiamato 'Piano nomadi'. Ma la maggior parte dei Rom che saranno toccati non è affatto nomade. Etichettandoli e trattandoli come nomadi, chi ha ideato il piano sta perpetuando gli stessi problemi che sostiene di affrontare”.

Gli sgomberi dei campi Rom che stanno avvenendo a Roma e in molte città e paesi d’Italia “rendono ancora più difficile la situazione di una minoranza del nostro Paese che attende ancora di essere riconosciuta, metà costituita da minori”, ha commentato Mons. Giancarlo Perego, Direttore generale della Fondazione Migrantes sottolineando - come già aveva fatto la CEMI in un recente comunicato - che gli sgomberi “rischiano di non tutelare alcuni diritti fondamentali: alla salute, alla scuola, alla partecipazione sociale”. (Migranti-press)

 

 

 

 

Medio Oriente, il Quartetto a Israele: "Fermate le attività di colonizzazione"

 

Ferma risoluzione dell'organismo internazionale riunito oggi a Mosca - "I colloqui devono portare ad una soluzione negoziata entro 2 anni" - La replica di Israele: "Così si allontana l'accordo di pace"

 

MOSCA - Anche da Mosca arriva l'invito al governo di Israele di congelare tutte le attività di colonizzazione. E' questa la richiesta, rivolta con toni assai risoluti, dal "Quartetto per il Medio Oriente", di cui fanno parte Russia, Usa, Unione Europea e Onu, riunito oggi a Mosca per cercare una soluzione alla crisi di questi giorni. Il Quartetto ha anche auspicato che i negoziati portino entro due anni alla creazione di uno stato palestinese indipendente.

In una dichiarazione, al termine della seduta, i capi degli esteri di Usa, Hillary Clinton, della Russia, Serghiei Lavrov, l'alta rappresentante della politica estera e di sicurezza dell'Ue, Catherine Ashton e il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-Moon, hanno espresso "profonda preoccupazione" per il deterioramento in atto a Gaza e hanno auspicato che "i colloqui debbano condurre a una soluzione negoziata tra le parti (Israele e l'Autorità palestinese, ndr) entro 24 mesi". Questa soluzione deve "mettere fine all'occupazione cominciata nel 1967 e avere per effetto la creazione di uno stato palestinese indipendente, democratico e vivibile, che viva in pace e sicurezza accanto a Israele e ai suoi vicini".

 

Il Quartetto "esorta il governo israeliano a congelare tutte le attività di colonizzazione, comprese quelle destinate all'incremento demografico naturale, a smantellare tutti gli avamposti costruiti dopo il marzo 2001 e ad astenersi dal procedere con le demolizioni e le espulsioni da Gerusalemme est". La ferma condanna del Quartetto è stata letta a nome di tutti da Ban Ki-Moon: la signora Clinton comunque ha tenuto a sottolineare con i giornalisti, a margine della mattinata, che le relazioni americane con Israele restano "profonde, solide e durature". Ma il monito rivolto alla politica del presidente israeliano Benjamin Netanyau è fermo, con grande soddisfazione dell'Autorità palestinese, che attraverso il suo negoziatore Saeb Erekat si è felicitato con il Quartetto.

 

La replica di Israele. Pronta la risposta del governo israeliano, per bocca del ministro degli esteri Avigdor Lieberman: la presa di posizione del dichiarazione del Quartetto - ha detto -  "allontana" la possibilità di un accordo di pace tra israeliani e palestinesi. "Non si può imporre la pace in maniera artificiale", ha aggiunto,  "fissando scadenze irreali". Secondo Lieberman dichiarazioni come quella espressa oggi dal Quartetto "allontanano la possibilità di raggiungere un vero accordo fra Israele e i palestinesi, in quanto danno ai palestinesi la sensazione errata che 'trascinando i piedi' e rifiutandosi di riprendere i negoziati adducendo pretesti arriveranno egualmente al loro obiettivo". LR 19

 

 

 

 

Israele ascolti la voce dell'America

 

Nel biblico Libro dei Proverbi, il libro della saggezza e dell'ottimismo (a differenza di quello dell'Ecclesiaste, pervaso da un senso di angoscia e di rassegnazione alla morte) c'è un versetto dai toni forti: «Chi risparmia la verga odia il suo figliuolo, ma chi l'ama, lo corregge per tempo» (Libro dei Proverbi, 13, 24). Il senso di queste parole è che chi evita di rimproverare o di punire i figli per le loro cattive azioni dà prova di non amarli veramente in quanto preferisce ignorare una condotta sbagliata per mantenere la pace in famiglia ed evitare uno scontro che potrebbe causare dolore a entrambe le parti. Ma un uomo che ama veramente il figlio non teme di riprenderlo, è pronto a punirlo e persino a pregiudicare temporaneamente il rapporto con lui pur di riportarlo sulla retta via. L’attuale crisi nelle relazioni fra il governo israeliano e quello americano intorno alla costruzione di un nuovo quartiere ebraico nella Gerusalemme Est è ai miei occhi una prova di vera amicizia da parte degli Stati Uniti nei confronti del suo piccolo protégé mediorientale. L'amministrazione di Barak Obama, in un raro esempio di fermezza morale, dice agli israeliani: basta con queste inutili costruzioni a Gerusalemme Est.

 

Il messaggio degli Usa è che le costruzioni non solo minano il processo di pace - importante per voi, per i palestinesi e per tutto il mondo arabo moderato -, ma sono estremamente nocive anche per voi israeliani nell'ottica dell'ideale che non perdete occasione di proclamare: mantenere il carattere ebraico e democratico di Israele. Continuando a insediarvi in territorio palestinese e a erigere nuovi insediamenti compromettete la possibilità di una separazione e di un confine concordato fra Israele e la Palestina. Perciò, in mancanza della prospettiva di un vicino accordo di pace, in un prossimo futuro dovrete concedere la cittadinanza israeliana a tutti i palestinesi che avete conglobato e questo inciderà sensibilmente sul carattere ebraico della vostra nazione. Oppure, in alternativa, sarete costretti a mantenere un regime di apartheid nei confronti dei palestinesi distruggendo così il sistema democratico israeliano. In un modo o nell'altro noi faremo pressione perché queste iniziative controproducenti, contrarie agli interessi da voi stessi proclamati, cessino. E questo non solo a favore del processo di pace e degli interessi americani nel mondo arabo ma per il vostro stesso bene e per quello dello Stato ebraico.

 

Una simile posizione è nuova per gli Stati Uniti e se non resterà un mero proclama ma sarà seguita da una decisa pressione politica su Israele proverà al mondo intero che l'America è una vera amica dello Stato ebraico e ha a cuore non solo la sua sicurezza ma anche il suo futuro e i suoi veri ideali. I veri amici non si limitano a dispensare parole di lusinga e di adulazione ma sanno anche muovere rimproveri. Nella storia dei rapporti tra i popoli in epoca moderna un capitolo speciale sarà dedicato alle incredibili relazioni tra gli Stati Uniti e Israele. L'ex segretario di Stato Henry Kissinger li definì «profondamente emotivi, laddove gli interessi strategici comuni non sono che una patina esterna dallo scarso significato». Per la maggior parte dei cittadini statunitensi lo Stato di Israele non è solo un'espressione di riscatto e di consolazione per la Shoah degli ebrei durante la seconda guerra mondiale (una tragedia che gli Stati Uniti tardarono a capire e nella quale non intervenirono, specialmente negli Anni 30 quando profughi ebrei dalla Germania e dall'Europa in fuga dalle persecuzioni naziste bussarono inutilmente alle loro porte). Per molti cittadini statunitensi, soprattutto per i numerosi cristiani, lo Stato di Israele è la concretizzazione di un ideale religioso come lo fu per i primi abitanti degli Stati Uniti l'emigrazione in quel Paese, quando parvero voltare le spalle alla loro storia e alle loro origini europee per riconoscersi nel mito della cristianità e della Bibbia dando alle loro nuove città nomi di luoghi dell'antica terra biblica: Sion, Betlemme, Hebron ecc.

 

Anche il regime democratico israeliano è un elemento importante nell'amicizia tra Israele e gli Stati Uniti. Quando lo Stato ebraico fu fondato dopo la seconda guerra mondiale nel mondo vi erano solo una trentina di vere democrazie e la lotta ideologica per la supremazia e la moralità dei regimi democratici rispetto a quelli totalitari era importantissima agli occhi degli americani. Un Israele democratico che combatteva con successo per la sua sopravvivenza era quindi una prova rilevante e preziosa della validità dell'ideale democratico e giustificava l'ingerenza, motivata o meno, dell'America nel mondo.

 

I leader israeliani perciò, anziché sottolineare ancora una volta dinanzi agli americani l'importanza di un’alleanza strategico-militare con Israele, farebbero meglio a prestare ascolto al nuovo tono di fermezza morale con il quale si rivolgono a noi dicendo: se vi concentrerete sul vero ideale di un Israele democratico ed ebraico piuttosto che accanirvi inutilmente sulle poche terre rimaste in mano ai palestinesi, capirete che la nostra rabbia nasce da sentimenti di vero affetto e di amicizia. 

AVRAHAM B. YEHOSHUA LS 19

 

 

 

 

 

La partita Usa-Israele. La via per la pace passa da Tel Aviv

 

Il generale David Petreus, l’uomo della svolta negli anni della guerra irachena e attualmente capo supremo delle forze americane in Medioriente, testimoniando davanti al Congresso ha dichiarato che la politica americana di continua acquiescenza per le azioni di Israele nella West Bank costituisce un grave pericolo per gli interessi americani in tutta l’area mediorientale. La dichiarazione di Petreus non ha fatto scalpore perché, secondo il New York Times, Petreus ha detto semplicemente ciò che tutti hanno sempre pensato. Ma le parole del generale arrivano in un momento in cui i rapporti tra Washington e Tel Aviv sono arrivati ad una svolta.

Che la svolta sarebbe stata inevitabile lo si era capito già durante la campagna presidenziale del 2008. L’obiettivo di Obama di rovesciare letteralmente la politica estera americana, come ha affermato e ripetuto più volte, non poteva non includere una soluzione del conflitto tra israeliani e palestinesi. Anche gli israeliani avevano avvertito il nuovo corso e ciò spiega prima la diffidenza ispirata dal Presidente americano e poi la sua forte impopolarità. Dall’insediamento di Obama in poi, quindi per oltre un anno, il governo americano ha ripetutamente chiesto con toni sempre più decisi al governo di Tel Aviv, la sospensione di tutti gli insediamenti, condizione posta dai palestinesi per riprendere le trattative che nonostante gli sforzi degli emissari americani e dello stesso Obama durante la sua visita a Tel Aviv, sono da tempo in fase di stallo assoluto. A far precipitare quello che al di là del linguaggio diplomatico si presenta come un vero e proprio showdown è stato l’annuncio del governo di Tel Aviv della costruzione di 1.600 nuove unità abitative a Gerusalemme Est, proprio al momento dell’arrivo del vice presidente americano Biden a Tel Aviv. In America quell’annuncio è arrivato come una sfida e una cocente umiliazione a tal punto che qualche commentatore aveva suggerito che Biden lasciasse Israele immediatamente. Biden che è considerato un grande amico di Israele, cosa che rende ancora più cocente l’affronto, ha cercato di diplomatizzare l’incidente ma subito dopo Hillary Clinton in una telefonata a Netanyahu ha posto una serie di condizioni e primariamente l’immediata sospensione delle costruzioni a Gerusalemme Est. Gli scontri avvenuti nei giorni scorsi tra dimostranti palestinesi e l’esercito israeliano sono l’inevitabile conseguenza dell’annuncio delle nuove costruzioni a cui si è aggiunto l’inaugurazione di una nuova Sinagoga nella stessa zona ma, insinuano i difensori di Netanyahu, anche dell’indiretto incoraggiamento dato dagli americani con la loro dura posizione verso Israele. Ad inasprire la contesa tra Washington e Tel Aviv è arrivata una intervista radiofonica del cognato di Netanyahu che ha accusato Obama di antisemitismo, costringendo lo stesso Netanyahu ad una decisa sconfessione.

Il governo, o almeno una sua parte e l’opinione pubblica di Israele avvertono ormai da tempo che i rapporti con l’America di Obama stanno cambiando e che il Paese non potrà più contare come nel passato sulle indulgenze e sul sostegno acritico del governo americano. La guerra fredda è finita da un pezzo e Israele ha perso il ruolo di sentinella avanzata dell’Occidente in quell’area nella quale l’Unione Sovietica aveva cercato più di una volta di inserirsi anche se sempre senza successo. Al pericolo dell’Unione Sovietica e del comunismo si è sostituito quello del terrorismo islamico, ma proprio il nuovo fenomeno che nella zona assume l’identità di Hamas e di Hezbollah manovrate da Teheran, richiede la soluzione del conflitto israelo palestinese. D’altra parte l’America non può abbandonare un alleato fedele e un regime democratico, l’unico nell’area, nel momento in cui si batte per sostenere al giovane e incerta democrazia irachena e quella molto più problematica in Afghanistan. Inoltre il Partito democratico in un anno di elezioni cruciali per il futuro della presidenza Obama, non può non tener conto del voto di sei milioni di ebrei americani che hanno votato all’80% per Obama. Pertanto lo showdown tra Tel Aviv e Washington con tutta probabilità resterà a livello diplomatico ed è sul piano della politica che si cercheranno le soluzioni e i compromessi necessari. Del resto anche tra gli ebrei americani si avverte la contraddizione tra gli interessi degli Stati Uniti e quelli di Israele e sarà pertanto importante seguire il prossimo viaggio di Netanyahu in America fissato per aprile e soprattutto il suo discorso davanti all’Aipac, la più potente e fino ad ora la più fortunata associazione di difesa degli interessi di Israele. Del resto già qualcosa si sta muovendo verso il compromesso. È intervenuto il presidente Shimon Peres, il grande vecchio della politica israeliana con una proposta di mediazione e sembra che anche Tzipi Livni leader di Kadima, il maggior partito di opposizione, abbia avanzato una proposta di partecipazione al governo di Netanyahu se si liberasse da suoi due maggiori alleati che costituiscono anche i suoi maggiori condizionamenti e cioè il partito ultra ortodosso Shas e il ministro degli Esteri Liebermann. Sulla questione degli insediamenti si è fatta sentire anche l’Unione europea, segno che il momento è considerato importante anche a Bruxelles, laddove la baronessa Ashton, il nuovo ministro degli Esteri europeo (così definito dalla stampa americana che non condivide i pudori dell’establishment) ha criticato Israele e ha sostenuto con convinzione la linea di intransigenza scelta da Hillary Clinton.

IM 19

 

 

 

 

Intervista. "Osce pronta a intervenire ma serve l'ok del governo"

 

Il portavoce Eschenbaecher: "Finora nessuno ci ha chiamato" - "Nel 2008 voto regolare, ma sulle reti Mediaset una linea troppo favorevole al Pdl"di ANAIS GINORI

 

ROMA - "Siamo già stati in Germania, Norvegia, Italia. Andiamo dappertutto. Di solito, spetta al governo invitare i nostri osservatori per l'appuntamento elettorale. In questo caso, non è avvenuto". Jens Eschenbaecher è il portavoce dell'ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani dell'Osce. Dal 1991, l'organismo internazionale con sede a Varsavia ha inviato i suoi osservatori in molti paesi europei. Anche in Italia. L'ultima volta è stata alle politiche dell'aprile 2008.

 

Come si svolse la missione?

"Eravamo stati chiamati dall'allora ministro degli Esteri Massimo D'Alema. C'era stata una fase preparatoria, subito dopo lo scioglimento delle Camere e successivamente a ridosso del voto. Nel complesso, i nostri esperti non avevano constatato gravi irregolarità".

 

Il caos delle elezioni regionali non meriterebbe la vostra attenzione?

"In tanti anni, ci è accaduto raramente di occuparci di scrutini locali. Concentriamo il nostro lavoro su elezioni nazionali, che siano presidenziali o parlamentari. In ogni caso, ripeto: interveniamo solo quando c'è la richiesta ufficiale di un governo".

 

Dall'Italia non vi ha chiamato nessuno per la prossima scadenza?

"No, nessuna richiesta da Roma, ma forse sarebbe stato strano il contrario. Il mandato dell'Osce non prevede controlli sul voto amministrativo".

 

Entrate in campo solo quando ci sono rischi di brogli o irregolarità?

"È un luogo comune. La nostra missione è assicurare il pieno rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, promuovendo i principi della democrazia".

 

E quindi in Europa dove c'è stato bisogno di voi?

 

 

"Qualche mese fa, gli esperti dell'Osce sono stati inviati in Germania. Prima ancora eravamo stati in Norvegia. Cito questi due esempi per far capire che non interveniamo solo quando c'è una presunta emergenza democratica".

 

In Italia si potrebbero fare passi avanti, no?

"Nel 2008, l'Osce si è limitato a monitorare il sistema di procedure: la formazione delle liste e delle candidature, il diritto di voto passivo e attivo, la comunicazione elettorale. Abbiamo fatto quella che in gergo si chiama "missione di valutazione"".

 

Quali furono allora le critiche?

"Secondo il rapporto dei nostri esperti, la campagna elettorale del 2008 era stata pluralistica e competitiva, anche se era stata segnalata la linea editoriale favorevole al Pdl nei canali Mediaset. Ma l'Italia ha una tradizione di elezioni democratiche caratterizzate da un elevato tasso di partecipazione. E questo è indubbiamente positivo rispetto ad altri paesi europei". LR 21

 

 

 

 

Un'Italia anticristiana

 

Sempre più di frequente il discorso pubblico delle società occidentali mostra un atteggiamento sprezzante, quando non apertamente ostile, verso il Cristianesimo. All'indifferenza e alla lontananza che fino a qualche anno fa erano la regola, a una secolarizzazione per così dire silenziosa, vanno progressivamente sostituendosi un'irrisione impaziente, un'aperta aggressività che non è più solo appannaggio di ristrette cerchie di colti, come invece avveniva un tempo. Il bersaglio vero e maggiore è nella sostanza l’idea cristiana nel suo complesso, come dicevo, ma naturalmente, non foss'altro che per ragioni numeriche e di rappresentanza simbolica, sono poi quasi sempre il cattolicesimo e la sua Chiesa a essere presi in special modo di mira. Dappertutto, ma, come è ovvio, in Italia più che altrove.

Il celibato, il maschilismo, la pedofilia, l'autoritarismo gerarchico, la manipolazione della vera figura di Gesù, l'adulterazione dei testi fondativi, la complicità nella persecuzione degli ebrei, le speculazioni finanziarie, il disprezzo verso le donne e la conseguente negazione dei loro «diritti », il sessismo antiomosessuale, il disconoscimento del desiderio di paternità e maternità, il sostegno al fascismo, l'ostilità all'uso dei preservativi e dunque l'appoggio di fatto alla diffusione dell'Aids, la diffidenza verso la scienza, il dogmatismo e perciò l'intolleranza congenita: la lista dei capi d'accusa è pressoché infinita, come si vede, e se ne assommano di vecchi, di nuovi e di nuovissimi. Ma da un po' di tempo vi si aggiunge qualcosa che contribuisce a dare a quelle imputazioni un peso e un senso diversi, un impatto più largo e distruttivo, finendo per unirle tutte nel segno di un attacco solo complessivo. Questo qualcosa è un radicalismo enfatico nutrito d'acrimonia; è, insieme, una contestazione sul terreno dei principi, un chiedere conto dal tono oltraggiato e perentorio che dà tutta l'idea di voler preludere a una storica resa dei conti. Ciò che più colpisce, infatti, della situazione odierna — e non solo immagino chi è credente ma pure, e forse più, chi come il sottoscritto non lo è—è soprattutto l'ovvietà ideologico-culturale della posizione anticristiana, la sua facile diffusione, oramai, anche in ambienti e strati sociali non particolarmente colti ma «medi», anche «popolari». Ai preti, alla Chiesa, alla vicenda cristiana non viene più perdonato da nessuno più nulla. Si direbbe — esagero certo, ma appena un poco — che ormai nelle nostre società, a cominciare dall'Italia, lo stesso senso comune della maggioranza stia diventando di fatto anticristiano. Anche se esso preferisce perlopiù nascondersi dietro la polemica contro le «colpe» o i «ritardi» della Chiesa cattolica.

Tra i tanti e assai complessi motivi che stanno dietro questa grande trasformazione dello spirito pubblico del Paese ne cito tre che mi paiono particolarmente significativi.

Al primo posto l'ingenuità modernista, l'illuminismo divenuto chiacchiera da bar. Ci piace pensarci compiutamente moderni, e modernità sembra voler dire che gli unici limiti legittimi siano quelli che ci poniamo noi stessi.

Le vecchie autorità sono tutte morte e al loro posto ha diritto di sedere solo la Scienza. Siamo capaci di amministrarci finalmente da soli, non c'è bisogno d'alcuna trascendenza che c'insegni dov'è il bene e dov'è il male. Che cosa c'entrano dunque la religione con i suoi comandamenti, i preti con i loro divieti? Accade così che ogni cosa che getta ombra sull' una o sugli altri ci appaia allora come la rassicurante conferma della nostra superiorità: alla fin fine siamo migliori di chi pure vorrebbe farci continuamente la lezione.

E poi — ecco un secondo motivo — la Chiesa e tutto ciò che la riguarda (religione inclusa) ricadono nella condanna liquidatoria del passato, di qualsiasi passato, che in Italia si manifesta con un'ampiezza che non ha eguali. Il che significa non solo che tutto ciò che è antico, che sta in una tradizione, è perciò stesso sempre più sentito come lontano ed estraneo (unica eccezione l'eno-gastronomia: l'ideologia dello slow food è la sola tradizione in cui gli italiani di oggi si riconoscono realmente), ma significa anche, questa messa in mora del passato, che il pensare in termini storici sta ormai diventando una rarità. Sempre più diffusi, invece, l'ignoranza della storia, dei contenuti reali delle questioni, e l'antistoricismo, l'applicazione dei criteri di oggi ai fatti di ieri: da cui la ridicola condanna di tutte le malefatte, le uccisioni e le incomprensioni addebitabili al Cristianesimo, a maggior gloria di un eticismo presuntuoso che pensa di avere l'ultima parola su tutto.

E da ultimo il cinismo della secolare antropologia italiana, e cioè il fondo limaccioso che si agita al di sotto dell'appena sopraggiunta ingenuità modernista. Il cinismo che sa come va il mondo e dunque non se la beve; che appena sente predicare il bene sospetta subito il male; che ha il piacere dello sporco, del proclamarne l'ubiquità e la forza. Quel feroce tratto nazionale che per principio non può credere in alcuna cosa che cerchi la luce, che miri oltre e tenga lo sguardo rivolto in alto, perché ha sempre bisogno di abbassare tutto alla sua bassezza.

Ernesto Galli Della Loggia CdS 21

 

 

 

 

Il colore della democrazia

 

L’8 marzo scorso, forse per rassicurare gli italiani, il Presidente della Repubblica ha fatto alcune considerazioni singolari, sul coraggio e la politica. Ha detto che «in un contesto degradato, di diffusa illegalità, essere ragazzi e ragazze perbene richiede talvolta sacrifici e coraggio»: in questi casi estremi sì, «è bello che ci sia» questa virtù. Ma in una democrazia rispettabile come la nostra, «per essere buoni cittadini non si deve esercitare nessun atto di coraggio». Profonda è infatti negli italiani «la condivisione di quel patrimonio di valori e principi che si racchiude nella Costituzione». Legge e senso dello Stato sono nostre doti naturali: il che esclude il degrado della legalità. I toni bassi sono lo spartito di sì armoniosa disposizione.

 

Il fatto è che non siamo in una democrazia rispettabile, e forse il Presidente pecca di ottimismo non solo sull’Italia ma in genere sullo stato di salute delle democrazie. Certo, non s’erge un totalitarismo sterminatore.

Ma Napolitano avrà forse visto il terribile esperimento mostrato alla televisione francese, qualche giorno fa. Il documentario si intitola Il Gioco della morte, e mette in scena un gioco a premi in cui i candidati, per vincere, ricevono l’ingiunzione di infliggere all’avversario che sbaglia i quiz una scarica elettrica sempre più intensa, fino al massimo voltaggio che uccide.

La vittima è un attore che grida per finta, ma i candidati non lo sanno. Il risultato è impaurente: l’81 per cento obbedisce, spostando la manopola sui 460 volt che danno la morte. Solo nove persone si fermano, udendo i primi gemiti del colpito. Sette rinunciano, poi svengono.

 

Difficile dopo aver visto il Gioco dire che siamo democrazie rispettabili, dove legge e Costituzioni sono interiorizzate. Quel che nell’uomo è connaturato, in dittatura come in democrazia, non è la legge ma l’abitudine a «non pensarci», l’istinto di gregge, e in primis il conformismo. Il «contesto degradato» è nostro orizzonte permanente. È quello che Camus chiama l’assurdo: il mondo non solo non ha senso ma neppure sente bisogno di senso, ricorda Paolo Flores d’Arcais in un saggio sullo scrittore della rivolta (Albert Camus filosofo del futuro, Codice ed., 2010).

 

Coraggioso è chi invece «si dà pensiero», chi s’interroga sul male e per ciò stesso diventa, in patria, spaesato. Flores conclude: «Venire al mondo equivale a far nascere un dover essere». In effetti sono tanti e giornalieri, gli atti di coraggio di cui si può dire: vale la pena.

È coraggioso chi in gran parte d’Italia non paga pizzi alle mafie. Sono coraggiosi il poliziotto o il giudice che resistono alle pressioni della malavita o della politica. Soprattutto il servitore dello Stato è chiamato al coraggio, in un’Italia unificata dalla lingua ma non dal senso dello Stato. Coraggioso è chiunque sia classe dirigente, e con il proprio agire, scrivere, fare informazione, influenza l’opinione con la verità. Non so se sia bello, dire no. È comunque necessario, specie in Italia dove paure e conformismo hanno radici possenti. Il coraggio, siamo avvezzi a vederlo come gesto di eccezionale purezza mentre è gesto di chi  fu Borsellino a dirlo  in cuor suo lo sa: «È normale che esista la paura. In ogni uomo, l’importante è che sia accompagnata dal coraggio». Così come c’è un male banale, esiste la banalità quotidiana del coraggio.

 

Forse bisogna tornare alle fonti antiche, per ritrovare questa virtù.

Nella Repubblica, Platone spiega come il coraggio (andreia) sia necessario in ogni evenienza, estrema e non. Esso consiste nella capacità (dell’individuo, della città) di farsi un’opinione su ciò che è temibile o non lo è, e di «salvare tale opinione». L’opinione da preservare, sulla natura delle cose temibili, «è la legge e impiantarla in noi attraverso l’educazione», e il coraggio la conserva «in ogni circostanza: nel dolore, nel piacere, nel desiderio, nel timore» (429,c-d). La metafora usata da Platone è quella del colore. Immaginate una stoffa, dice: per darle un indelebile colore rosso dovrete partire dal bianco, e sapere che il colore più resistente si stinge, se viene a contatto con i detersivi delle passioni.

 

Il colore della democrazia è la resistenza a questo svanire di tinte, a questo loro espianto dal cuore (il cuore è la sede del coraggio). Compito dei cittadini e dei custodi della repubblica è «assorbire in sé, come una tintura, le leggi, affinché grazie all’educazione ricevuta e alla propria natura essi mantengano indelebile l’opinione sulle cose pericolose, senza permettere che la tintura sia cancellata da quei saponi così efficaci a cancellare: dal piacere, più efficace di qualsiasi soda; dal dolore, dal timore e dal desiderio, più forti di qualsiasi sapone» (430,a-b).

 

In Italia la democrazia è stinta più efficacemente perché le leggi e i custodi ci sono, ma l’innesto è meno scontato di quanto si creda. Berlusconi lavora a tale espianto da anni, e ora lo ammette senza più remore: alla legalità contrappone la legittimità che le urne conferiscono al capo. I custodi delle leggi li giudica usurpatori oltre che infidi. Legittimo è solo il capo, e questo gli consente di dire: «La legge è ciò che decido io». I contropoteri cesseranno di insidiarlo solo quando pesi e contrappesi si fonderanno: quando, eletto dal popolo, conquisterà il Quirinale.

 

Se la democrazia fosse rispettabile non ci sarebbe un capo che s’indigna perché scopre d’esser stato intercettato mentre ordina di censurare programmi televisivi sgraditi, e i cittadini, forti di indelebili tinture, gli direbbero: le tue telefonate non sono private come le nostre, le intercettazioni sono a volte eccessive ma chiamare l’autorità garante dell’informazione o il direttore di un telegiornale Rai, per imprimere loro una linea, è radicalmente diverso. Ognuno ha diritto alla privacy, e anche noi abbiamo criticato gli eccessi delle intercettazioni. Ma l’abuso di potere che esse rivelano è in genere ben più impaurente del cannocchiale che lo smaschera. Schifani dice: «È preoccupante la fuga di notizie» e di fatto lo riconosce: sono le notizie a inquietarlo. Anche dire questa semplice verità è coraggio quotidiano.

 

L’intervento sui programmi televisivi si fa specialmente sinistro alla luce di show come Il Gioco della morte. Non dimentichiamo che un esperimento simile si fece nel luglio 1961 all’università di Yale, guidato dallo psicologo Stanley Milgram. A ordinare gli elettroshock, allora, c’erano autorevoli biologi in camice grigio. Oggi l’autorità si fa giocosa, è una bella valletta a intimare, suadente: «Alzi il voltaggio!». Il pubblico applaude, ride. A opporsi è stato un misero 20 per cento, mentre il 35 s’oppose nel caso Milgram. Ne consegue che la televisione ha più potere di scienziati in camice, sulle menti: il coraggio diminuisce, il conformismo aumenta. Philip Zimbardo, organizzatore di test analoghi a Stanford nel 1971, racconta come nessuno di coloro che rifiutarono di infliggere i 460 volt chiese a Milgram di fermare l’esperimento, o di visitare l’urlante vittima degli elettroshock.

Questo significa che la televisione non è più solo una caja tonta, una scatola tonta, come dicono in Spagna. È una cassa da morto, che trasforma lo studio televisivo in Colosseo di sangue: lugubri, le risate sono le stesse.

 

Ci sono sere a RaiUno in cui prima viene un notiziario menzognero (che dà per assolto Mills, che presenta il giurista Hans Kelsen come critico ante litteram della legalità), poi seguono programmi dai nomi ominosi: Affari Tuoi, I Raccomandati, in un crescendo di catodiche manipolazioni.

 

Presto vedremo, in Tv, la morte in diretta sotto forma di varietà. Kierkegaard dice in Aut-Aut che l’ultimo ad apparire, alla fine del mondo, sarà il Buffone: «Accadde in un teatro, che le quinte presero fuoco. Il Buffone uscì per avvisare il pubblico. Credettero che fosse uno scherzo e applaudirono; egli ripeté l’avviso: la gente esultò ancora di più. Così mi figuro che il mondo perirà fra l’esultanza generale degli spiritosi, che crederanno si tratti di uno scherzo». BARBARA SPINELLI  LS 21

 

 

 

 

Il caso francese e noi. L'astensione fa male a tutti

 

Rinunciare al voto, disertare le urne è una tentazione ricorrente delle democrazie. La voglia di stare a casa o andare al mare, a seconda della stagione, scatta quando la politica delude, quando tutte le scelte sembrano, anche se per ragioni diverse, egualmente inutili, quando l'astensione pare il modo migliore per punire i partiti, le loro bugie e le loro promesse mancate. Nel caso delle prossime regionali la tentazione potrebbe essere rafforzata dall’esempio della Francia dove, in condizioni per certi aspetti analoghe, il 53,6% degli elettori è rimasto a casa.

Prima di seguire l'esempio francese, tuttavia, faremmo bene a riflettere su alcune considerazioni. Come osserva Roberto D’Alimonte («Il Sole24 Ore» del 17 marzo), l'astensionismo francese è sempre stato piuttosto elevato e ha toccato nelle regionali del 2004 la percentuale del 37,9%. Il fenomeno è dovuto, oltre che a una evidente insoddisfazione per il presidente Sarkozy e il suo partito, a due motivi concorrenti. In primo luogo l'istituto della Regione è relativamente recente. Risale all' inizio degli anni Ottanta, dopo l’elezione di Mitterrand alla presidenza della Repubblica (1981), si sviluppa gradualmente durante il decennio, crea Regioni che hanno meno poteri e responsabilità di quanti ne abbiano quelle italiane; e soprattutto non ha ancora sostituito nella mente di molti francesi il concetto profondamente radicato di una Francia «una e indivisibile » dove il potere resta saldamente concentrato nei palazzi di Parigi.

In secondo luogo esiste ormai in Francia, come in tutte le vecchie democrazie, un'alta percentuale di elettori che dimostrano, al momento del voto, una sorta di agnosticismo e delegano implicitamente agli altri il compito di scegliere il governo e le amministrazioni locali. Sono pigri e politicamente «analfabeti», non necessariamente animati da sentimenti di rabbia e frustrazione per la classe politica. Ogni Paese ha la sua storia. L'Italia ha una storia di percentuali alte che solo in questi ultimi anni sono andate progressivamente calando. E ha Regioni forti che alla fine della prossima legislatura avranno probabilmente ancora più competenze e responsabilità di quante ne abbiano attualmente. Esistono altre ragioni per cui l'astensione, tutto sommato, non è una buona idea.

L’elettore che diserta le urne manifesta il suo malumore ma lancia un segnale ambiguo, senza contorni precisi, e soprattutto contribuisce comunque a un risultato che potrebbe essere molto lontano da quello delle sue preferenze abituali. Dice no alla competizione, ma verrà comunque governato nella sua regione da un partito o dall’altro. Attraversiamo un brutto periodo e abbiamo serie ragioni per essere irritati dall'indecoroso spettacolo di una classe politica che non perde occasione per fare sfoggio della sua volgarità e della sua impudenza. Ma non dovremmo dimenticare che a ogni elettore, in qualsiasi democrazia, accade molto spesso di dovere scegliere quello che rappresenta, per la sua cultura politica e i suoi interessi, il «meno peggio ». Chi va alle urne e vota per un candidato o un partito acquista il diritto di richiamare le persone prescelte all'osservanza degli impegni presi durante la campagna elettorale. Privarsi di questo diritto, soprattutto in una fase in cui le Regioni stanno diventando sempre più importanti, è perlomeno imprudente.

Sergio Romano  CdS 19

 

 

 

 

 

Incubo astensionismo

 

Se non si fosse di fronte all’ennesimo colpo alla credibilità delle istituzioni e della politica di casa nostra, l’arresto dell’ex vicepresidente della giunta regionale pugliese (a dieci giorni dall’apertura delle urne e a nove mesi dalle sue dimissioni e dall’avvio dell’inchiesta), quest’arresto - dicevamo - potrebbe essere considerato la ciliegina mancante sulla torta di una delle peggiori campagne elettorali che si ricordino.

 

Una campagna elettorale aperta - di fatto - dallo scandalo che ha investito la Protezione civile e alimentata, via via, da episodi criminosi e vicende nauseabonde che, in alcuni casi, hanno lasciato lettori ed elettori letteralmente di stucco.

 

Si fa perfino fatica, nel timore di dimenticarne qualcuno, a rielencare fatti e personaggi di questo stillicidio quotidiano. Si è andati dai massaggi in tanga brasiliano somministrati al dottor Bertolaso, ai pugni e ai calci tra ex di Forza Italia ed ex di An nella sede del Pdl milanese; dalla sconcertante vicenda che ha portato in carcere il senatore Di Girolamo, al balletto di corsi, ricorsi e carte bollate intorno alle liste del centrodestra di Roma e della Lombardia; per finire in bellezza - si fa per dire - con le sconcertanti intercettazioni telefoniche intorno ai talk show Rai ed alle pressioni esercitate (ed esercitate perfino nei confronti del comandante generale dell’arma dei Carabinieri...) per ottenerne la chiusura. Un elenco raccapricciante, forse non definitivo (al voto mancano ancora dieci giorni...) e al quale, comunque, si è aggiunto ieri l’arresto di Sandro Frisullo...

 

Intendiamoci: non che il materializzarsi di indagini e di arresti in campagna elettorale sia una novità per la malandata politica italiana. Ma una novità, stavolta, va segnalata. E riguarda il modo con il quale il Popolo della Libertà sta facendo i conti con i citati avvenimenti: per la prima volta, infatti, la sensazione (confermata dagli ultimi sondaggi) è che l’«aggressione giudiziaria» al Pdl non stia affatto portando vantaggi - come spesso in passato - a Silvio Berlusconi. Anzi. E infatti nel quartier generale del centrodestra è ormai diffusa una palpabile preoccupazione: che l’ultimo mese e mezzo di fango nel ventilatore stia allontanando dalle urne molti potenziali elettori del Pdl.

 

La maggioranza di governo teme, insomma, una sorta di replica dell’ultimo voto francese, con percentuali di astensione elevatissime e la sconfitta del partito di Sarkozy. Non a caso, ieri è stato un continuo lanciare l’allarme intorno a questo pericolo. Lo ha fatto Berlusconi da Napoli («L’astensione favorisce sempre la sinistra»), lo ha fatto il presidente Schifani («L’astensionismo è un deficit democratico che poi pagano le istituzioni elette»), ma lo ha fatto - soprattutto - Vittorio Feltri, che dalle colonne de «Il Giornale» ha avvisato: «Forse per la prima volta in quindici anni c’è gente che storce il naso e non ha voglia di andare a votare Pdl...».

 

E’ un allarme che va considerato assolutamente fondato. La via crucis di polemiche, malcostume politico, intercettazioni, inchieste, e tiro al bersaglio contro ogni istituzione di garanzia - dal Quirinale all’Agcom alla Corte Costituzionale - ha fiaccato la resistenza anche dei più ottimisti. La valutazione che comincia ad andare stavolta per la maggiore è la solita: sono tutti uguali. E il rischio è tutto racchiuso in un’affermazione sempre più in voga: stavolta non voto nessuno. Naturalmente, è superfluo dire che l’astensione dal voto non è mai una vittoria per nessuno: né per chi la subisce, né per chi ne è protagonista. Ma a questo assunto democratico, va onestamente aggiunta una valutazione non più contestabile: e cioè che il sistema dei partiti sta davvero facendo di tutto per allontanare i cittadini dal voto. Non è con le lacrime di coccodrillo, natu

 

ralmente - e tantomeno con gli appelli dell’ultima ora - che è pensabile arginare il rischio di un alto astensionismo. Andrebbe messa in campo - stabilmente - una nuova politica, come ieri ha reclamato la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia. Non è cosa che si possa fare in dieci giorni, certo: ma è cosa che il Paese reclama ormai da anni. Anche queste elezioni, invece, si caratterizzeranno come l’ennesima occasione sprecata. Non è affatto un bene: e i partiti, i loro leader e i loro rappresentanti nelle istituzioni farebbero bene a considerare sul serio il rischio che comincia a incombere sul Paese. Sul Paese, prima di tutto. Ma anche sulle loro teste...  FEDERICO GEREMICCA LS 19

 

 

 

 

Piazze e governabilità. Angeli, demoni e i bisogni del Paese

 

Dunque abbiamo avuto anche la seconda esibizione di muscoli: dopo la prova della sinistra quella della destra, a dimostrazione che il bipolarismo, bene o male che sia, ha attecchito in questo Paese. Ovviamente non è un bipolarismo classico, perché si tratta piuttosto di coalizioni che mettono a nudo le loro fragilità alla prova della governabilità, ma almeno a livello di piazza il Paese si dimostra fortemente incline a riprodurre la dialettica del “noi” e “loro”, degli “angeli” contro i “demoni”.

Non stupisce che in quest’ottica tutto il bene sia visto comunque da una parte e tutto il male dall’altra: gli studi ci dicono che questo è lo schema base della retorica politica, quella che, ci si perdoni il riferimento classico, chiede a Catilina sino a quando abuserà della “nostra” pazienza. E ovviamente “Catilina” è per ciascuno il proprio avversario (malvagio).

La manifestazione del Pdl non è sfuggita a questo fato come non aveva potuto sottrarsi ad esso il Pd di Bersani. Inutile girarci attorno: gli slogan delle due “folle” erano speculari nel dipingere gli avversari come “usurpatori” pronti ad attentare alle libertà del popolo. Ciascuno ovviamente convinto di essere il solo ad agire in nome dei migliori sentimenti, come appunto si pensa facciano gli angeli quando combattono contro i demoni.

Ci si dovrebbe però chiedere se in politica le cose possano davvero essere rappresentate in una forma tanto manichea. Innanzitutto proprio le due manifestazioni hanno fatto vedere che entrambi i campi hanno significative capacità di mobilitazione. Da questo punto di vista Berlusconi e i leader del Pdl possono essere più che soddisfatti per avere dimostrato una capacità organizzativa notevolissima, ciò che deve far riflettere sul mito circolante di un partito in crisi profonda. È vero che verrebbe da chiedersi come mai allora sono scivolati su una buccia di banana organizzativa tanto banale quanto quella della presentazione delle liste nel Lazio, ma è un altro paio di maniche.

Quel che resta sul terreno è il fatto che c’è un Paese profondamente spaccato, che invece per poter vincere la sfida della attuale contingenza interna ed internazionale ha assoluto bisogno di una larga coesione. Come ci è capitato di dire altre volte, noi non crediamo alla favola, per cui in campagna elettorale ci si scambiano colpi bassi e poi chiuse le urne si può tornare al fair play e al confronto costruttivo. Anche se si volesse illudersi che la gente dimentichi gli slogan e le battute becere astenendosi poi dal disturbare i vari “manovratori” politici, rimarrebbe sempre il problema delle radicalizzazioni che si sono indotte nelle varie corporazioni pubbliche e professionali: e queste davvero formano blocchi di azione che poi non si possono smantellare a piacimento.

Ora, lo si è detto tante volte, il Paese ha disperato bisogno di riforme e di grandi interventi: sanità e scuola, ricerca ed infrastrutture, sistema giudiziario e sistema fiscale, federalismo, attendono da anni un indirizzo operativo realistico, capace di coagulare le forze sane che stanno dentro questi comparti in modo da battere le neghittosità e le rendite immobiliste di posizione che vi sono incrostate.

Lo si potrà fare in un clima in cui ci si delegittima reciprocamente dalla mattina alla sera, per di più invitando implicitamente altre componenti del sistema pubblico (dai giudici all’informazione gestita dallo Stato, tanto per essere espliciti) a prendere parte e partito in questi scontri continui? La domanda non ci pare irrilevante.

Chi poi pensa di sciogliere i nodi tagliandoli con una riforma costituzionale “rivoluzionaria” quantomeno sottovaluta il meccanismo necessario: un lungo e travagliato iter parlamentare e alla fine quasi inevitabilmente un referendum popolare. Tradotto in parole povere: qualche anno di instabilità e di scontri continui più una spaccatura drammatica del Paese.

È di questo che abbiamo bisogno? Ma la questione andrebbe posta in maniera ancor più radicale: possiamo permettercelo? Perché alla fine questo è il vero interrogativo che si dovrebbe porre una classe politica responsabile, che stia al governo o all’opposizione. Naturalmente è troppo facile per ciascuno dei due poli cavarsela col fatidico «ma noi siamo ben disposti, sono gli altri a non voler dialogare», perché è il classico schema che non ha mai risolto nulla: se abiurate alle vostre idee, siamo pronti a perdonarvi, in quanto riconoscerete finalmente che avevate torto marcio.

Possiamo dunque concederci il lusso di tornare all’Italia dei guelfi e dei ghibellini in una contingenza difficile come quella attuale, quando quasi tutte le analisi economiche concordano sul fatto che ci vorranno circa cinque anni per rimontare la china dopo gli ultimi scivoloni, quando vediamo crescere la competizione di Paesi che un tempo consideravamo semplicemente, nel migliore dei casi, “in via di sviluppo”, quando siamo testimoni di trasformazioni che hanno mutato le coordinate persino del nostro vivere quotidiano?

Le piazze hanno la loro importanza in democrazia, ma quando servono a mettere la passione della gente al servizio di un ideale di rinascita che sia capace di unire tutto un Paese e le sue classi dirigenti. In un contesto diverso rischiano solo di trascinare tutti fuori strada.  PAOLO POMBENI IM 21

 

 

 

 

La manifestazione del PdL. Opposizione, "Dal Pdl insulti e bugie". Bersani: "Discorso da capopopolo"

 

Il segretario Pd: "Con gli attacchi ai magistrati Berlusconi piccona le basi della nostra vita comune" - Enrico Letta: "Oggi è andato in scena il mondo alla rovescia. Sono stati toni ben lontani dall'amore"

 - Zanda: "La piazza è stata ristretta con transenne e torrette". La Questura di Roma: "Erano 150mila" - Di Pietro: "Premier ha aizzato la folla contro un altro potere dello Stato: è attentato alla Costituzione"di GIULIA BELARDELLI

 

ROMA - Il Partito Democratico e le altre opposizioni commentano la manifestazione del Pdl a Roma: toni "ben lontani dall'amore" e cifre "che non stanno né in cielo né in terra". Il comizio di Berlusconi? "Un discorso da capopopolo, non certo da statista o da capo del governo. Il solito che sentiamo dal 1994", ha detto Pier Luigi Bersani. Per il vicesegretario del Pd, Enrico Letta, oggi è andato "in scena il mondo alla rovescia: un governo che va in piazza e protesta contro l'opposizione, invece di parlare delle soluzioni che deve proporre per il paese''. Per Bersani e gli altri esponenti del Pd, "le parole di Berlusconi sono state improntate a tutto, tranne che all'amore". "Per quanto ci riguarda  -  ha aggiunto Letta - continuiamo a fare la nostra campagna elettorale parlando di cose concrete, di sanità di scuole, di imprese e lavoro''.

 

L'opposizione critica soprattutto il pesante attacco sferrato dal premier alla volta delle "toghe rosse", accusate, oltre che di averlo "spiato per mesi", di aver cercato di "distruggere" con le inchieste "il miracolo compiuto in Abruzzo". "Credo che un capo del governo che dice quel che dice, scagliandosi contro istituzioni fondamentali come quella della magistratura, sia un capo del governo che piccona gli elementi basici della nostra vita comune", ha detto il segretario del Pd. "Questo è preoccupante - ha aggiunto Bersani - Bisogna ricordarlo al capo del governo che le regole vengono prima del consenso. Le regole si cambiano ma finché ci sono si rispettano. Questo è un elemento che purtroppo sfugge al nostro presidente del Consiglio".

 

Così anche il leader dell'Italia dei Valori,  Antonio Di Pietro, per il quale il fatto che il governo sia sceso in piazza "contro un altro potere dello Stato", cioè la magistratura, è "un attentato alla Carta costituzionale". "Berlusconi ha aizzato il popolo contro un altro potere dello Stato, e questo è un attentato alla Costituzione", ha detto. Di Pietro ha poi comunicato che il partito dell'Idv chiederà ai parlamentari le firme necessarie per una mozione di sfiducia nei confronti del presidente del Consiglio. "Ci vogliono 63 deputati - ha spiegato - noi l'abbiamo firmata in 24. Ora si tratta di convincere un'altra quarantina di deputati". "Il neofascismo di ritorno è peggio del primo", ha anche detto, e per questo è necessario fare di tutto per "sconfiggere il regime che si è creato in Italia".

 

"Come ampiamente previsto, Berlusconi ha approfittato della manifestazione per lanciare insulti e raccontare le solite, enormi bugie", ha detto Alessandro Mazzoli, segretario del Pd Lazio. "L'Italia di cui ha parlato esiste solo nella sua fantasia, come dimostra il fatto che non ha citato dati sull'economia. Sono invece reali i suoi triti slogan contro i giudici rossi e l'opposizione, nonché le gravi offese che ha rivolto agli extracomunitari". E' d'accordo la presidente dei senatori Pd, Anna Finocchiaro: "Da Berlusconi sono venute sempre e solo le solite parole contro l'opposizione e la magistratura, l'evocazione dei comunisti, l'amore contro l'odio. Dei problemi del paese nessuna traccia.  Una cosa ridicola".

 

Per Stefano Di Traglia gli slogan e gli striscioni del Pdl hanno mostrato "un clima non certo sereno e men che mai ispirato da sentimenti positivi verso il paese". "Lo diciamo nel rispetto di questa come di altre manifestazioni", ha aggiunto. "E' però chiaro che accusare gli avversari politici di essere 'ladri di voti', o peggio ancora 'anti italiani', non è solo ingiusto, ma anche sbagliato. Gli slogan sentiti oggi a Roma contro Bersani o la Bonino dimostrano solo che la classe dirigente del centrodestra non ha nulla più da dire e da dare al paese."

 

C'è poi la contestazione del numero annunciato a gran voce dal coordinatore del Pdl, Denis Verdini, che dal palco ha parlato di una partecipazione "abbondantemente superiore al milione di persone". Un numero che contrasta pesantemente con le stime della Questura di Roma, secondo cui a San Giovanni c'erano centocinquantamila persone. "Un milione in piazza? Un milione sono quelli che Berlusconi ha chiamato, non quelli che sono andati a Roma": questo il commento di Bersani. Per Luigi Zanda, vicepresidente dei senatori Pd, quelle fornite dagli organizzatori "sono cifre che non stanno né in cielo né in terra". "Avevano parlato di un milione sui loro giornali, prima ancora che partissero i pullman per Roma, e ora insistono su cifre che non esistono", ha detto Zanda. "La piazza è stata transennata fino a ridurla a metà della sua dimensione reale: se anche ci fossero quattro persone a metro quadrato, densità praticamente impossibile, saremmo ancora ben lontani dalle centomila persone".

 

Secondo l'esponente del Partito democratico, quello di Berlusconi è stato "un comizio da capopopolo, non da leader politico e men che meno da premier". Per di più in una piazza "lontanissima dai numeri annunciati". Sulla stessa linea Nico Stumpo, responsabile organizzativo del Pd: "Il milione di Verdini è come quello del signor Bonaventura, un parto della fantasia". "Basta guardare le immagini su Sky per rendersi conto di quanto la piazza sia stata ristretta con i gazebo e le torrette". Per Umberto Ponzo, consigliere Pd alla regione Lazio, i dati sulla partecipazione sono "l'ennesima balla del centrodestra": un fatto che "comunque non meraviglia, visto che stiamo parlando di una manifestazione organizzata da un Berlusconi-Pinocchio con l'aiuto dei suoi burattini". LR 20

 

 

 

 

Intervista a D'Alema: "Berlusconi è sulla via del tramonto"

 

Berlusconi è ossessionato dai giudici, dalla sinistra e dalla tv...». Massimo D’Alema, che sta girando l’Italia come una trottola per una campagna elettorale delicata, guarda con rispetto alle persone scese in piazza a Roma. Ma sul discorso del premier è duro: «Demagogia e populismo», dice. Boccia la proposta dell’elezione del presidente della Repubblica perché l’Italia «non ha bisogno di un capo dello Stato partigiano». È convinto che il vento stia cambiando e che Berlusconi sia al declino. «Per questo noi dobbiamo avere la forza di delineare un progetto per l’Italia, non basta eccitare le tifoserie», avverte.

 

Allora, come giudica il nuovo "messaggio d'amore" di Berlusconi? Siete voi il partito dell’odio...

«Non avevamo bisogno di questa manifestazione per sapere che la destra in Italia è una grande forza. E guardo sempre con rispetto le persone che scendono in piazza per affermare le proprie idee. Per quanto riguarda Berlusconi, i suoi contenuti sono improntati a demagogia e populismo. Anziché chiedere il voto per qualcosa, ancora una volta lo chiede contro la sinistra e i giudici. Evoca fantasmi del passato».

 

Quindi Piazza San Giovanni è l’ulteriore dimostrazione che Berlusconi ha scelto la via della rissa?

«Il premier usa il solito schema della contrapposizione perché teme un forte astensionismo tra i suoi elettori. Noi però non dobbiamo cadere in questa logica. Dobbiamo invece rivolgerci agli italiani scontenti, a quelli che guardano con fastidio una politica lontana dai problemi veri. Dobbiamo offrire un’alternativa credibile. Insomma, con tutto il rispetto per la piazza, quel che conta alla fine è la capacità di saper parlare a chi in piazza non c’è».

 

Il premier rilancia l'elezione diretta del capo dello Stato pensando ovviamente a se stesso. Una proposta pericolosa?

Se vi erano dei dubbi, si è capito in questi anni quanto l’Italia abbia bisogno di un garante al di sopra delle parti, non certo di un capo dello Stato partigiano. Credo che il vero problema sia quello di ricostruire una democrazia parlamentare efficiente in cui, di fronte a un governo stabile, ci sia un Parlamento autorevole in grado di fare le leggi ed esercitare i controlli. Di fatto eleggiamo già il presidente del consiglio il cui nome è scritto sulla scheda, ma questo non ha risolto i problemi del Paese. Anzi, ha finito per aggravarli.

 

Attacchi ai giudici, al Csm, a Napolitano. Non si rischiano rotture istituzionali difficilmente riparabili?

Berlusconi alimenta contrapposizioni tra istituzioni. Per questo oggi più che mai è preziosa l’opera di equilibro e di garanzia del presidente della Repubblica. E guardi che lo dico anche a chi vorrebbe che Napolitano fosse il capo dell’opposizione.

 

Secondo lei siamo all’emergenza democratica?

Siamo di fronte a un miscuglio di prepotenza e incompetenza che dobbiamo combattere, ma non possiamo dire che in Italia ci sia la dittatura fascista. Bisogna tenere insieme difesa della democrazia e battaglia sui problemi del Paese. Altrimenti si eccitano solo le tifoserie mentre la maggioranza degli italiani sta da un’altra parte. E noi a quella maggioranza dobbiamo parlare.

 

L’aggressività del premier è il segno del suo tramonto politico?

Penso che Berlusconi come fenomeno politico sia al declino, si sta chiudendo una fase durata quindici anni. Il problema però non è solo battere Berlusconi, lo abbiamo già fatto. Non è invincibile. La questione è che i problemi del Paese non hanno trovato risposte. L’obiettivo quindi è costruire una prospettiva di governo che sappia imprimere una svolta profonda, delineare un progetto per l’Italia. Per questo è impensabile la riproposizione della formula dell’Unione. Occorre un’alleanza attorno a un grande partito come il Pd.

 

Da mesi siamo costretti a occuparci di questioni ad personam mentre gli italiani soffrono. Quante ferite lascerà questa crisi?

Berlusconi ora dice che la crisi c’è. Finalmente, è l’ultimo capo di governo che arriva a questa consapevolezza. Ma noi siamo l’unico paese che ha affrontato questa congiuntura senza guida. Gli Usa hanno perso il 2,6% della loro ricchezza e Obama ha risposto con una politica economica robusta facendo, soprattutto, appello alla solidarietà e proponendo politiche di giustizia sociale e innovazione. In Italia abbiamo perso il 5%, cioè il doppio, eppure il governo non ha né una politica economica né una politica industriale all’altezza della crisi. Il punto è che non si uscirà da questa situazione difficile se non si riducono le disuguaglianze.

 

È un vecchio tema della sinistra che a volte però si è perso per strada...

Penso che questa crisi rimetta al centro certe nostre grandi idee: che non è il denaro che produce il denaro ma il lavoro delle persone, che bisogna ridurre la disuguaglianza, che una società con una buona coesione sociale è più forte. Dobbiamo tornare orgogliosamente a queste idee. Dalla crisi non a caso escono rafforzati i progressisti in molte parti del mondo. Anche in Europa, dove pure è sembrato che il populismo e il nazionalismo della destra fossero vincenti, le cose cominciano a cambiare.

 

E infatti Sarkozy ha perso...

Appunto, ed è un segnale interessante perché quel voto ci fa capire che il vento sta cambiando e se noi alziamo le vele ricominciamo a navigare.

 

Il quadro che emerge dalle intercettazioni di Trani è inquietante: tutti al servizio del premier per far tacere i giornalisti scomodi. Non è uno spettacolo indecente?

È uno spettacolo di arroganza e dimostra ancora una volta l’ossessione di Berlusconi verso i giudici, la sinistra e la tv. È intollerabile la prepotenza con cui si tenta di far tacere le voci libere della Rai.

 

D’Alema, però se si fosse fatta la legge sul conflitto di interessi non saremmo a questo punto...

Io, più di altri, ho cercato di dare a questo Paese una normativa rigorosa e seria per risolvere questo problema. Detto ciò, facciamo attenzione: è illusorio pensare che quella riforma, pure assolutamente necessaria, avrebbe risolto il problema di Berlusconi. Un partito che prende milioni di voti non si sconfigge con una legge, bisogna sconfiggerlo con la forza della politica.

 

Da Trani a Bari: i guai giudiziari toccano anche il Pd. Le accuse contro Frisullo sono gravi, non crede?

La magistratura deve fare il suo lavoro. Non gridiamo al complotto e non dividiamo i pm in buoni e cattivi come fa Berlusconi. Una cosa però deve essere chiara: quando si diffuse la voce che Frisullo era coinvolto in queste vicende abbiamo preso tutte le misure. Quella persona è uscita dal governo regionale, ha lasciato tutti gli incarichi politici. Abbiamo fatto il nostro dovere e lo abbiamo fatto un anno prima dei magistrati. Se Berlusconi si comportasse allo stesso modo...

 

Fino a qualche mese fa alcuni osservatori davano per moribondo il Pd. Oggi sta meglio? La manifestazione di Roma lo ha rivitalizzato?

Dopo il congresso c’è maggiore stabilità, si capisce meglio che cosa vogliamo rappresentare nella società, la discussione interna è meno conflittuale. Siamo sulla strada giusta e la manifestazione di Roma è stata un momento importante di unità delle opposizioni. Insomma, il progetto del Pd è in campo, dopo un inizio difficile segnato dalla sconfitta elettorale. Sono fiducioso che anche il consenso stia tornando a crescere intorno a noi.

 

Sarà Bersani il prossimo candidato premier del centrosinistra?

Bersani ha tutte le qualità. È chiaro che il leader del più grande partito del centrosinistra, eletto alle primarie a cui hanno partecipato tre milioni di cittadini, è naturalmente uno dei principali candidati a guidare il Paese. Ma oggi non è tempo di cominciare il totocandidati, che serve solo a logorare tutte le leadership possibili secondo una tradizione di autolesionismo che non manca mai.

 

Berlusconi dice che le regionali saranno un referendum sulla sua persona. Se dovesse perdere dovrebbe dimettersi?

È inutile chiederselo perché tanto non lo farebbe. Se dovesse perdere dirà che erano solo elezioni regionali. Diciamo però che se l’opposizione vincerà nella maggioranza delle Regioni cambierà lo scenario politico. Le persone ragionevoli che ci sono nel centrodestra avranno più voce in capitolo. E si potrà aprire una nuova prospettiva, nella quale tornerà a essere realistica la possibilità dell’alternativa di governo.

Pietro Spataro L’U 21

 

 

 

Milano, in 150 mila sfilano contro le mafie

 

Giornata della memoria per le vittime. Don Ciotti: «Non lasciamo soli magistrati e forze dell'ordine»

 

MILANO - Oltre 150 mila persone hanno sfilato a Milano per la quindicesima edizione della Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie, promossa da «Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie», e «Avviso Pubblico» per ricordare tutte le vittime innocenti delle mafie e rinnovare in nome di quelle vittime l’impegno di contrasto alla criminalità organizzata. Al corteo hanno preso parte oltre 500 familiari delle vittime delle mafie in rappresentanza di un coordinamento di oltre tremila familiari, rappresentanti di ong provenienti da circa 30 Paesi europei e dall’America Latina. C'erano tra gli altri anche il figlio della giornalista Anna Politkovskaja, considerata scomoda per i suoi servizi scomodi dalla Cecenia e contro il governo, e i fratelli di Elisa Claps, Luciano e Gildo.

I 150 mila no alle mafie

L'ELENCO DEI CADUTI - Lo striscione retto dai familiari ha aperto il corteo partito da Bastioni Piazza Venezia ed arrivato a Piazza Duomo. La piazza si e’ riempita mentre la coda del corteo ancora doveva partire. Sul palco sono stati letti i nomi di oltre 900 vittime delle mafie, semplici cittadini, magistrati, giornalisti, appartenenti alle forze dell’ordine, sacerdoti, imprenditori, sindacalisti, esponenti politici e amministratori locali, morti per mano delle mafie.

«NON LASCIAMOLI SOLI» - «Non lasciamo soli magistrati e forze dell’ordine», è l’appello lanciato dal fondatore di Libera, don Luigi Ciotti. Il quale ha anche sottolineato che quella che sta vivendo l'Italia «non è solo una crisi economica ma è innanzitutto una crisi etica e politica». «C'è una concentrazione di poteri, di monopoli, di conflitti di interesse - ha detto ancora il sacerdote - che logorano i principi costituzionali e mettono a rischio la democrazia». Don Ciotti, dal palco a Milano per il corteo antimafia di Libera, ha chiesto che «la politica tutta torni a essere politica con la 'p' maiuscola. Abbiamo bisogno di una politica che sappia fare a meno di darsi codici etici perchè deve rispondere al codice della propria coscienza».

«LA PARTITA SI GIOCA AL NORD» - Il corteo, arrivato in Piazza Fontana, ha fatto un minuto di silenzio a commemorazione della strage del 1969. Alla manifestazione ha partecipato anche il movimento antimafie «Ammazzateci tutti», nato all’ indomani dell’omicidio del vicepresidente del consiglio regionale della Calabria, Francesco Fortugno. «Ci siamo, come ogni anno - spiega il leader dell’organizzazione, Aldo Pecora - per ribadire un concetto semplice: le mafie si sono evolute ed è al nord che si gioca la partita più importante, a partire da mercati finanziari, grandi opere ed industria». La delegazione di «Ammazzateci Tutti», con Aldo Pecora è guidata da Rosanna Scopelliti, figlia di Antonino Scopelliti, sostituto procuratore generale di Cassazione, ucciso in Calabria nell’agosto ’91. Presente alla manifestazione anche il direttore della direzione investigativa antimafia, generale dell’arma dei carabinieri Antonio Girone.  CdS 20

 

 

 

 

 

Consiglio di Stato, no a lista Pdl Roma. E la Regione Lazio non rinvia le elezioni

 

I giudici amministrativi bocciano l'ennesimo ricorso del partito di Berlusconi: documentazione incompleta

 

ROMA - Un altro stop alla lista Pdl di Roma: il Consiglio di Stato ha respinto l'appello presentato dal partito contro la mancata ammissione della lista provinciale che, in base a questa decisione, è esclusa dalle prossime elezioni regionali. I legali del centrodestra avevano impugnato l'ordinanza emessa dal Tar del Lazio, con la quale i giudici amministrativi avevano respinto la richiesta di sospendere il provvedimento di mancata ammissione alla competizione elettorale della lista Pdl provinciale di Roma - lista ripresentata lo scorso 8 marzo a seguito del decreto legge interpretativo - da parte dell'ufficio elettorale centrale presso la Corte di Appello. La Consulta ha motivato la decisione spiegando che la documentazione fornita dal Pdl non era completa e la sola presenza dei delegati in tribunale entro l'orario di consegna della lista dunque resta insufficiente.

 

Regione Lazio: no a rinvio elezioni. Bocciato anche l'eventuale rinvio delle elezioni nel Lazio: si vota il 28 e 29 marzo. La Regione Lazio ha infatti respinto la richiesta avanzata da Vittorio Sgarbi di rinviare le elezioni regionali sulla base dell'applicazione del decreto salvaliste. La valutazione dei tecnici della Regione è che, riducendo i giorni di campagna elettorale garantiti da 15 a 6, il provvedimento consente di fare rientrare l'ammissione della lista Rete Liberal Sgarbi nei tempi consentiti.

 

Sgarbi: "Fascisti e pedofili". "Non applicano le regole; è il fascismo globale: sono dei mascalzoni e delinquenti peggio dei comunisti, vanno presi a calci nel culo, sono anche dei pedofili": questo il commento di Sgarbi a margine della

manifestazione del Pdl in piazza San Giovanni, a Roma. "Con questo hanno deciso di perdere le elezioni, hanno dato la vittoria al centrodestra". Quanto alla esclusione della lista del Pdl, Sgarbi parla di "ingiustizia di sostanza": "Dove potrebbero applicare le regole non le applicano: è fascismo globale". Per questo è pronto a chiedere i danni. "Il mancato posticipo delle elezioni - dichiara il portavoce Roberto Amiconi - danneggia in maniera assurda la lista, per questo chiederemo un risarcimento danni alla Regione Lazio pari a venti milioni di euro per non aver applicato la legge regionale da lei stessa emanata".

 

Berlusconi amareggiato per il doppio no. La notizia delle decisioni di Consiglio di Stato e Regione Lazio raggiunge Berlusconi al termine del comizio in San Giovanni. Il premier è "amareggiato", racconta chi è con lui, e ritiene gravissimo che dalla competizione elettorale nel Lazio siano esclusi gli esponenti del partito di maggioranza relativa, mentre giudica uno "sfregio" il fatto che non sia stato possibile rinviare il voto. Ma spera - riferiscono ancora fonti vicine a Berlusconi - che questo doppio no possa in qualche modo favorire la Polverini nel Lazio.

 

Legale Pdl: "Decisione singolare". La decisione del Consiglio di Stato, commenta a caldo il rappresentante elettorale del Pdl e legale del partito, Ignazio Abrignani, "è singolare, perché è singolare che i giudici amministrativi esprimano una valutazione sul fatto che i nostri delegati fossero presenti nell'ufficio elettorale con la prescritta documentazione. Quella è una cosa che può giudicare soltanto l'ufficio elettorale stesso. Aspettiamo, però, di leggere le motivazioni del provvedimento". La decisione della Regione Lazio, invece, non sorprende il Pdl: "Non c'erano i presupposti - ha detto Abrignani - dal momento che vige il decreto del 5 marzo che riduce i giorni di campagna elettorale a sei".

 

L'ordinanza del Consiglio di Stato: documentazione incompleta. Il decreto legge è applicabile anche nella Regione Lazio. Lo scrivono i giudici della V sezione del Consiglio di Stato nell'ordinanza con la quale hanno respinto l'appello proposto dal Pdl Roma perché la documentazione fornita dai delegati non era completa e dunque resta insufficiente la sola presenza in tribunale dei delegati entro l'orario di consegna della lista. Per i giudici amministrativi di secondo grado infatti "non deve ritenersi raggiunta la prova della sussistenza di una delle condizioni per la presentazione della lista entro il nuovo termine fissato dal dl, mancando la dimostrazione del possesso in capo ai delegati della 'prescritta documentazione' e non potendo essere condivisa la tesi degli appellanti circa la necessità della sola prova della presenza nei locali del tribunali all'orario prescritto". LR 20

 

 

 

 

Sì al dl incentivi, fondo da 300 milioni. Dalle cucine alle moto, aiuti dal 6 aprile

 

Il Cdm vara il decreto: in totale sono a disposizione 420 milioni di euro, 120 dei quali sotto forma di sgravi fiscali - critico il leader del pd Bersani: «Queste cose non servono»

 

MILANO - Via libera del Consiglio dei ministri al decreto legge sugli incentivi. Il fondo che sarà attivato allo Sviluppo economico per sostenere i settori colpiti dalla crisi sarà di 300 milioni, che arriveranno dal recupero dell'evasione fiscale. In totale, il provvedimento mette a disposizione 420 milioni di euro, 120 dei quali sotto forma di sgravi fiscali. Gli incentivi riguarderanno tra l'altro motocicli elettrici, abitazioni, elettrodomestici, cucine, macchine agricole, gru, motori per la nautica e saranno operativi dal prossimo 6 aprile. Nel decreto anche un articolo che riguarda il piano casa. Si prevede infatti che possano essere eseguiti senza alcun titolo abilitativo, tutti gli interventi di manutenzione ordinaria nelle case e gli interventi di natura straordinaria che non riguardino parti strutturali dell'edificio e l'aumento dei parametri urbanistici. Acquisto di motocicli, cucine e lavastoviglie, aiuti per immobili ad alta efficienza energetica, bonus per internet veloce per i giovani. E ancora, tessile, macchine agricole, rimorchi e semirimorchi, gru, nautica da diporto ed emittenza televisiva locale: sono questi i settori per i quali scatteranno gli aiuti varati dal governo. Dal 6 aprile scatteranno dunque gli aiuti; i cittadini e le imprese avranno anche a disposizione un call center che sarà gestito da Poste italiane per ottenere tutte le informazioni pratiche necessarie. I consumatori dovranno rivolgersi al rivenditore chiedendo di poter utilizzare l’incentivo. Il rivenditore verificherà la capienza dell’incentivo per via telematica o via telefonino entro tempi prestabiliti e comunicherà al consumatore la disponibilità dell’incentivo che diventerà uno sconto sul prezzo d’acquisto. Il rivenditore recupererà poi l’incentivo presso gli sportelli delle Poste. Per l’acquisto di immobili è prevista la certificazione di efficienza energetica da parte dell’Enea.

MISURE LIMITATE - Confindustria «prende atto dell'impegno del Governo che oggi ha varato un pacchetto di incentivi a sostegno dei consumi e dei settori produttivi maggiormente colpiti dalla crisi. Le misure adottate sono finanziariamente limitate e molti settori in difficoltà non possono beneficiare dei vantaggi previsti dagli interventi». Lo afferma l'associazione degli industriali commentando il dl incentivi varato dal Consiglio dei ministri. «Ci rendiamo tuttavia conto che la situazione della finanza pubblica non permette il varo di misure più consistenti», aggiunge Confindustria, chiedendo che «le risorse tolte al credito d'imposta per la ricerca siano al più presto ripristinate per garantire quelle imprese che hanno già realizzato gli investimenti in innovazione, necessari al superamento della difficile congiuntura economica».

CRITICHE DAL PD - «L'impatto sui conti pubblici» del decreto legge incentivi «non crea deficit perché sono tutte entrate da lotta all'evasione, importi realistici: per essere chiari li abbiamo già in tasca» ha specificato il ministro dell'Economia Giulio Tremonti. «Il decreto è coperto in questo modo - ha aggiunto il numero uno d via XX Settembre - più risorse interne allo Sviluppo, non è una cifra molto grossa, abbiamo fatto il possibile e l'impatto sul bilancio è positivo perché crescono gli strumenti contro l'evasione fiscale». Per il ministro della Pubblica amministrazione e l'Innovazione, Renato Brunetta, il decreto approvato dal governo rappresenta «un importante provvedimento di rilancio dei settori economici in crisi». Critico invece il leader del Pd Pier Luigi Bersani. «Non credo che siano queste le cose che servono, serve spingere sull'innovazione, sui problemi strutturali della piccola impresa e dare degli orizzonti, aiutare la ricerca e l'internazionalizzazione» ha detto il segretario dei democratici.

PORTI - Nel decreto legge incentivi è stato previsto tra le altre cose, un fondo con una dotazione iniziale di 80 milioni di euro destinato a finanziare, da subito, le opere infrastrutturali nei porti di rilevanza nazionale. Lo ha spiegato il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Altero Matteoli, aggiungendo anche che «il fondo sarà ripartito con decreto interministeriale tenendo conto della gestione più virtuosa dei porti. Si tratta indubbiamente - osserva Matteoli in una nota - di un ulteriore segnale dell'attenzione che il governo vuole dedicare ai porti e al loro rilancio, in particolare allo sviluppo degli investimenti in infrastrutture per competere in un mercato complesso e globale che registra i primi sintomi di ripresa».

Redazione online CdS 19

 

 

 

 

 

 

Il popolo viola denuncia: «100 euro ai disoccupati per andare in piazza per Silvio»

 

Disoccupati ingaggiati a 100 euro per partecipare alla manifestazione del Pdl a

Roma: è quanto afferma sul proprio blog Gianfranco Mascia, uno dei leader del «Popolo viola».   

«100 euro per andare alla manifestazione di Roma - inizia il 'post' di Mascia - con la maglietta con la scritta 'Meno male che Silvio c'e». «Agenzie interinali specializzate - prosegue Mascia - stanno

facendo chiamate a tappeto ai disoccupati offrendo il gruzzoletto a chi sarà presente con la maglietta, il tutto per tentare di riempire la piazza».

 

 «Sono alla frutta - commenta il post - ma hanno i soldi e ce la faranno». Mascia conclude con «un consiglio»: «Se ricevete la telefonata dite di sì e poi andate fuori, non prima di essere stati alla manifestazione del Forum dell'acqua», che si svolgerà domani anch'essa a Roma. Il post sul suo blog, dice ancora Mascia, «si chiude con 'sono alla frutta, ma hanno i soldi e ce la faranno'. Un consiglio? «Se ricevete la telefonata dite di sì e poi andate fuori, non prima di essere stati alla manifestazione del forum dell'acqua». L’U 19

 

 

 

 

Il nostro impegno antimafia

 

Palermo - Quando l'antimafia è macchiata dalle mistificazioni di chi vuole mantenere il principio di appartenenza politica sulle questioni che dovrebbero vedere i cittadini - " tutti, indistintamente tutti" a manifestare e operare culturalmente e concretamente contro un modello, quello mafioso, che è nelle istituzioni, nella burocrazia ed in tutti i cosiddetti meandri dei settori dove operano indisturbati gli insospettabili, alcuni dei quali si annidano nelle strutture antimafia.

Ha ragione Pino a sottolineare che c'é il serio rischio di abituarsi ai soli appuntamenti che ricordano i nostri miti, i nostri martiri, appuntamenti divenuti istituzionali ed ai quali è fondamentale partecipare, ma alcuni, purtroppo, la usano per dare una parvenza di autentico e completo impegno antimafioso; "io vi partecipo e ne sono fiero", ma so bene che tutto questo non basta e noto con delusione, in questo periodo di assoluta decadenza di valori, che nella vita quotidiana ciascuno di noi egoisticamente é lontano anni luce da una vera coesione e condivisione tra le strutture che operano a favore dell'educazione antimafia, quell'antimafia che permette "tutti i giorni e non solo occasionalmente" di incidere concretamente sulle coscienze dei giovani e di un intero popolo.

La verità é ricostruita da alcuni fatti, come quello scritto in un articolo da Repubblica e che cita mio fratello Pino, sono chiaramente elementi devastanti che dimostrano l'incapacità di reagire compostamente e con l'autorevolezza di chi ha il compito di denunciare elementi di grave pericolo per una città normale e di una nazione consapevole che non comprende che l'atteggiamento permissivo a favore dei Graviano e Casalesi, pone le basi per gli equilibri mafiosi e camorristici che rischiano senza alcun dubbio di rafforzare i quadri di questi esseri ignobili che s'incontrano durante l'ora d'aria in carcere non per raccontarsi una barzelletta o prendere un caffè ma è chiaro che producono un significativo impegno mafioso che é linfa per chi ha interesse che la struttura del male per eccellenza riprenda fiato con le sue stragi di illegalità diffusa. Dobbiamo assolutamente indignarci e tirare fuori le valide e legittime ragioni per dire al parlamento di non concedere questi privilegi ai mafiosi perché sappiamo bene che il rischio é altissimo e allora é chiaro che vengono fuori delle responsabilità oggettive inequivocabili che con atti a dir poco leggeri fortificano e fanno germogliare il cuore di “Cosa Nostra” che va debellata come il cancro alla radice.

Io ho fiducia in queste nuove generazioni, giovani donne e uomini che sapranno ragionare con la propria testa senza lasciarsi condizionare dalle vecchie nomenclature complici, omertose e mafiose presenti in tutti i settori della società e che incautamente da un lato fanno antimafia di facciata e dall'altro difendono con i loro comportamenti i mafiosi e la cultura che ha devastato interi popoli succubi di questa struttura del male, ancora oggi molto presente in Italia e nel mondo.

Sono certo che pian, piano questi nuovi giovani sapranno riportare l'asse della giustizia e della coerenza dentro un impegno vissuto a 360°, da condividere con tutte le forze politiche sane, i gruppi giovanili di ogni estrazione culturale, sociale e politica, le associazioni e tutte le forze sociali sane e propositive capaci di esercitare un grandissimo ruolo antimafia autentico, scevro dalle tossine, in una società che deve sentirsi rappresentata dentro i valori della legalità, della solidarietà e della giustizia; valori per i quali, persone come Padre Pino Puglisi, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e tanti altri Martiri hanno pagato duramente e con la vita;  tutto questo per affermare i valori della libertà e della sacralità della vita. Noi ancora oggi, e faccio una significativa e coerente autocritica, non viviamo compiutamente e sul territorio l'impegno antimafia di costume, nel quotidiano che deve vederci giorno per giorno combattere il male oscuro mafioso sia sotto il profilo culturale che del fare, mantenendo fede all'impegno di essere inflessibili nei confronti di chi si è macchiato di gravissime colpe e può continuare  a mietere vittime e innescare un clima di barbarie e paure nei confronti di una società che vede la politica "TUTTA" incapace di battersi, trasversalmente e con le forze sane, per la difesa dei diritti sacrosanti di tutti i cittadini onesti.

Non abbassiamo la guardia e soprattutto non dividiamoci dinanzi ad un impegno che deve vederci uniti contro il modello mafioso e le barbarie di questi esseri umani che non hanno rispetto della persona e neanche dei bambini.

"Non dimentichiamo la terribile fine del piccolo Di Matteo..." loro, i mafiosi, vestiti da agnellini dobbiamo escluderli in modo totale dal nostro modello di vita, così come dobbiamo combattere contro quelle realtà negative che intendono distruggere il modello della famiglia tradizionale.

Il cammino é lungo e certamente doloroso - ma si può fare cominciando ad avere rispetto dei bambini, giovani e donne che subiscono violenze di ogni tipo!                   Rino Martinez, de.it.press                             

 

 

 

Roma, l'anti-piazza sfila per l'acqua. Polemiche sull'assenza del Pd

 

ROMA - In migliaia in piazza per colorare Roma di blu e difendere l’acqua, «il bene più grande», contro «chi vuole ridurla a merce». Nel giorno della manifestazione del Pdl, i movimenti per l’acqua hanno invece sfilato nella Capitale in un altro corteo, per chiedere la «ripubblicizzazione del servizio idrico».

 

Rappresentanti del mondo politico, dei sindacati e delle istituzioni locali, ma soprattutto dell’associazionismo, hanno preso parte all’iniziativa organizzata dal Forum dei movimenti per l’acqua, che ha visto sfilare da Piazza della Repubblica a Piazza Navona circa 200 mila persone, secondo gli organizzatori.

 

In testa al corteo, dietro lo striscione dalla scritta “Ripubblicizzare l’acqua. Difendere i beni comuni”, hanno sfilato diversi sindaci con la fascia tricolore, e rappresentanti di vari Comuni, tra cui quello di Napoli, portando i gonfaloni delle proprie città e aderendo alla protesta. Più volte, insieme, i sindaci hanno alternato un canto corale sulle note di “Bella ciao” allo slogan “Acqua libera”.

 

Dietro un mappamondo gigante, con un rubinetto che spuntava dal globo, molti manifestanti hanno disegnata sul volto una goccia: una sorta di lacrima contro la privatizzazione dell’acqua. Altri hanno sfilato con damigiane contrassegnate da codici a barre.

 

Tanti gli slogan contro il decreto Ronchi «che prevede la cessazione delle società pubbliche per la gestione del servizio idrico entro la fine del 2011» e la diminuzione della quota di partecipazione pubblica, che passerà dall’attuale 51% al 30% entro il 2015.

 

In piazza Navona è stata anche lanciata la campagna referendaria che partirà da aprile: tre referendum abrogativi che puntano a spianare la strada alla ripubblicizzazione dell’acqua e all’approvazione di una legge di iniziativa popolare, già consegnata in Parlamento nel 2007.

 

Al corteo, cui hanno aderito tra gli altri Rifondazione comunista, Italia dei Valori, Sinistra Ecologia e Libertà e Verdi, non sono mancate polemiche nei confronti della manifestazione del Pdl, che si svolgeva contemporaneamente dalla parte opposta della capitale. «Qui ci sono i cittadini che protestano per un problema reale del Paese - ha detto Stefano Pedica dell’Idv - mentre chi è andato a piazza San Giovanni ascolterà di tutto tranne che i problemi reali dell’Italia». Il segretario del Prc, Paolo Ferrero, ha invece commentato l’assenza del Pd dal corteo “pro acqua pubblica”, spiegando che «abbiamo un governo fascistoide e un’opposizione parlamentare liberale. In Parlamento manca la sinistra che è oggi in piazza». LS 20

 

 

 

 

Stop ai conflitti, dal premier no a Napolitano. Il Cavaliere rilancia l'elezione diretta per il Colle

 

Appello del capo dello Stato da Damasco: "Contrasti allontanano da problemi reali"

Ma Berlusconi torna ad attaccare giudici e Agcom: "In questi organismi vince l'appartenenza"

 

ROMA - A poco serve il monito del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che da Damasco, dove si trova in visita ufficiale, chiede che si ponga fine alla "conflittualità che allontana dalla considerazione obiettiva dei problemi del Paese", quando un cronista gli chiede un'impressione sulla campagna elettorale in vista delle elezioni Regionali. Di lì a breve, Silvio Berlusconi insiste e torna ad attaccare i tribunali e, questa volta, anche l'Agcom per non aver ascoltato la sua richiesta di mettere un freno ai "processi in tv", Annozero e simili.

 

Poi rilancia. E' importante che le regionali vadano bene, dice, perché con un "mandato pieno" potremo "lavorare bene e con serenità: per esempio per modernizzare il Paese, magari introducendo l'elezione diretta del presidente della Repubblica o la riduzione del numero dei parlamentari". E poi aggiunge: "Serve una grande, grande, grande, grande riforma radicale della giustizia per mettere fine a una patologia terribile nella nostra democrazia".

 

Il presidente del Consiglio - in conferenza stampa a Palazzo Chigi al termine del Consiglio dei ministri - torna sui temi a lui più cari, come già ieri sera durante l'intervento alla Mostra d'Oltremare di Napoli: "Noi continuiamo a lavorare nonostante i giornali e le televisioni siano stati riempiti da temi che la magistratura di sinistra ha abilmente messo in campo". Se la prende non solo con i magistrati, ma anche con l'Agcom: perché a suo giudizio nell'organismo, "al di là di ogni ipocrisia, non vince il buon senso bensì l'appartenenza politica, esattamente come nei nostri tribunali. Questa è una cosa di cui ci occuperemo nei tre anni di legislatura che ci restano, con una grande riforma della giustizia, perché questa giustizia mette in pericolo la democrazia". 

 

All'Agcom Berlusconi si era rivolto - come da intercettazioni dell'inchiesta di Trani - per mettere un freno ad Annozero di Michele Santoro e più in generale a quelli che definisce "processi in tv". "Era mio dovere da cittadino e da premier - insiste - Ho telefonato al presidente dell'Agcom Corrado Calabrò per chiedergli un intervento su Annozero. E' vero, mi ha risposto, è una cosa indegna'', riferisce il presidente del Consiglio. Berlusconi coglie l'occasione per tornare sulla vicenda delle intercettazioni e sulle telefonate fatte, fra l'altro, con il componente dell'Agcom Giancarlo Innocenzi in merito al programma di Michele Santoro. Il Premier ricorda che gli venne però risposto che nulla poteva essere fatto perché non c'era la maggioranza dell'organismo su una iniziativa da prendere nei confronti della trasmissione televisiva a causa del voto contrario di un esponente dell'Udc. Questo dimostra ''l'ipocrisia che c'è nel definire questi organismi indipendenti''.  

 

Berlusconi tocca poi un'altra delle questioni emerse dalle intercettazioni, la telefonata fatta al comandante generale dei Carabinieri Gallitelli sempre sul programma Annozero. ''E' vero. Sono il presidente del Consiglio - dice Berlusconi - e ho telefonato al Comandante generale dell'Arma per dire che i carabinieri erano stati insultati dalla trasmissione condotta da Santoro''. Berlusconi riferisce di aver chiesto che vengano ''pubblicate tutte le sue intercettazioni'', anche perché ''non è possibile che il presidente del Consiglio non possa alzare il telefono e fare il presidente del Consiglio'', manifestando per esempio ''con forza'' contro gli attacchi ricevuti dalla trasmissione Annozero.

 

Berlusconi commenta anche l'arresto dell'ex vicepresidente Pd della Regione Puglia, Frisullo. "Non ho mai detto che tutta la magistratura fa politica, ho sempre parlato di una certa parte della magistratura. Evidentemente, a Bari c'è un magistrato che non ne fa parte e che fa il suo dovere". A chi gli chiede se questa sia la conferma di una azione 'bipartisan' dei magistrati, Berlusconi risponde dicendo: "ci mancherebbe che tutta la magistratura fosse di sinistra. Per fortuna non è così. Questo di Bari non è un magistrato di destra, è un magistrato vero. Non conosco - prosegue - magistrati di destra ma solo magistrati di sinistra che usano la giustizia a fini di lotta politica".

LR 19

 

 

 

Il richiamo di Napolitano. Il confronto sulle cose da fare per il Paese

 

IL PRESIDENTE della Repubblica deve essersi stancato di un’immagine convenzionale che lo presenta come autore di solenni moniti, naturalmente inascoltati, o di “prediche inutili” di einaudiana memoria. Ai giornalisti che lo interrogavano durante la sua visita in Siria ha proposto una diversa visione dei suoi compiti: io, ha detto, non lancio moniti, ma pongo problemi. Va da sé che ad altri spetterebbe il compito di risolverli, o almeno di provarci, elaborando progetti e soluzioni praticabili. Ora accade invece e proprio per questo il Capo dello Stato ha motivo di rammaricarsi che problemi reali, progetti e soluzioni risultino pressoché assenti dal dibattito pubblico in una campagna elettorale dalle dimensioni quasi nazionali, che rischia di essere ricordata come la più rissosa, e al tempo stesso la più povera di contenuti, nella pur burrascosa storia della Seconda Repubblica.

Eppure le questioni gravi su cui confrontarsi non mancherebbero. La crisi, anche se contenuta con qualche efficacia sul terreno della finanza pubblica, fa sentire i suoi effetti di lungo periodo sull’economia reale. E la ripresa lo ammette il ministro delle Attività produttive stenta a partire o va a singhiozzo. Studi attendibili stimano in un quinquennio poco più o poco meno il tempo necessario perché il Paese torni ai livelli pre-crisi in termini di consumi pro-capite. Sarebbe allora lecito aspettarsi che le forze politiche, di governo e di opposizione, si confrontassero su questi temi, e non solo attraverso i soliti slogan contrapposti (del tipo: «abbiamo fatto moltissimo e molto faremo», «no, non state facendo niente»). Sarebbe utile che il governo spiegasse come intende far ripartire lo sviluppo, una volta accertato che la via dei massicci sgravi fiscali risulta impraticabile; e che l’opposizione rispondesse con le sue ricette, a livello regionale (non dimentichiamo che è per il governo delle regioni che si andrà a votare) come a livello nazionale. Che governo e opposizione, anziché deplorare il declino del Paese e palleggiarsene la responsabilità, indicassero le poche ed essenziali misure necessarie, secondo il loro punto di vista, a invertire la tendenza.

E invece no. I programmi sul da farsi ammesso che ci siano non sfondano sulle pagine dei quotidiani né tanto meno sui teleschermi (pressoché muti per le note ragioni). I tempi e i toni del dibattito li danno i tribunali amministrativi e le procure, i dispositivi delle sentenze e i testi delle intercettazioni. Ci si confronta, insomma, non tanto sui contenuti, ossia su quella che dovrebbe essere la vera posta in palio, quanto sulle regole del gioco, ovvero sui titoli di legittimità dei competitori. Non tanto sulla qualità delle proposte quanto sull’idoneità morale di chi dovrebbe formularle. E dunque si parla poco di livelli produttivi, di salari o di occupazione e molto di complotto comunista o di fascismo alle porte, anzi secondo alcuni già in atto. Qualcosa che somiglia, più che a un fisiologico confronto, a un conflitto cronico e incomponibile, o meglio a una rappresentazione del conflitto continuamente reiterata.

Non voglio dire che tutto questo agitarsi sia privo di motivazioni reali. Ce ne sono, e gravi, riconducibili in parte a responsabilità personali, in parte ai vizi d’origine e alla cattiva partenza del sistema politico nato negli anni Novanta. Ma un Paese non può vivere e crescere restando bloccato in eterno su contrapposizioni pregiudiziali e sempre uguali a se stesse. È necessario non solo che qualcuno si prenda la responsabilità delle scelte e questo inevitabilmente accade, prima o poi, per forza di cose ma anche che su quelle scelte i cittadini siano messi in grado di informarsi, di confrontarsi e di scegliere a loro volta. La qualità di una classe dirigente si misura anche sulla sua capacità di elaborare progetti e di raccogliere il consenso sulle sue proposte, non solo sull’esibizione delle sue qualità e sulla denuncia dei misfatti dell’avversario. GIOVANNI SABBATUCCI IM 20

 

 

 

 

 

Il "popolo del web" sceglie l'acqua e il no alla mafia

 

Un milione in piazza, dice Denis Verdini, coordinatore nazionale del Pdl. Zero su Internet, dicono i numeri. Il Popolo della libertà non fa presa sul mondo degli internauti. Su Facebook e Twitter, anzi, in tanti sono critici nei confronti della manifestazione organizzata dal Pdl in sostegno del Governo. Molti, invece, si schierano a favore degli altri due cortei che hanno animato questo sabato, quello contro la privatizzazione dell'acqua a Roma e quello contro le mafie a Milano.

 

Sonia Bruzzi, sulla pagina Facebook de l'Unità, fa due più due e sceglie “Libera contro le mafie perché tolta la mafia in Italia non ci sarebbero pressioni in Italia per privatizzare l'acqua (che è un diritto inalienabile come la libertà di espressione, cibo religione, preferenze sessuali etc etc etc) e non ci sarebbe neanche il Pdl”. Sulla stessa linea d'onda Luciana Luciani, che scrive: “Corteo contro la mafia, eliminando la mafia non ci sarebbe il problema della privatizzazione dell'acqua e neanche il partito dello psiconano!”

 

Ma se su privatizzazione dell'acqua e “no alla mafia” le idee sono chiare, molti sono i dubbi sui perché della manifestazione organizzata dal Pdl a favore del governo. “Di sicuro c'è solo che manifestano – scrive caustico Antonio Calo – perché e per cosa, non si sa. L'unica cosa certa è che si sa per chi stanno manifestando: per il Grande Capo, e a favore dei suoi unici interessi”. E Leonetta Giudice rincara: “Stiamo lottando contro gente(troppa) che sta manifestando perché i loro rappresentanti hanno sbagliato e vogliono non si sa bene cosa? Sono tanto pieni d'amore che chiudono Santoro Floris e Porta a Porta e vorrebbero bruciare i magistrati”. Paola Apples avanza un'ipotesi: “Ma per cosa manifestano? Ancora non l'ho capito...questi stanno a fà la scampagnata”. “La scampagnata dell'amore”, chiosa Mauro Mesa.

 

Al di là dell'ironia, però, c'è chi si indigna e alla parola d'ordine “Amore” voluta da Berlusconi per la sua adunata ne contrappone di altre. Roberto Tasca propone: “Impegno, serietà, legalità”. Giulia Coti aggiunge: “Uguaglianza e libertà, la legge è uguale per tutti”. E Amanda Carli chiude con un'unica parola ripetuta tre volte: “Giustizia giustizia giustiza”.  Giuseppe Rizzo L’U 20

 

 

 

 

Talk tv, verso il Santoro day. Al Gore: "Orgogliosi di ospitarlo"

 

L'ex vicepresidente Usa ufficializza la messa in onda su Current Tv - della serata organizzata da "Annozero" al Paladozza di Bologna - L'evento sarà trasmesso in diretta anche su Repubblica Tv

 

ROMA - Idee nuove, persone nuove, un'informazione indipendente e soprattutto contenuti user generated, con una forte integrazione fra internet e tv. "Racconta le storie che altri non raccontano": questa in sintesi Current Tv per il suo fondatore Al Gore, l'ex vicepresidente americano e premio Nobel per la Pace, che l'ha creata nel 2005 insieme all'avvocato imprenditore Joel Hyatt. E proprio per questa ragione, dice, "siamo orgogliosi di diffondere un importante programma d'informazione come Annozero, specie nel momento in cui altri canali non lo fanno". Dunque sarà il canale italiano di Current (Sky 130) a mandare in onda, giovedì 25 marzo alle 21, Rai Perunanotte, l'evento organizzato dalla redazione del programma di Michele Santoro al Paladozza di Bologna, una risposta al "bavaglio" della Rai ai talk show nel periodo pre-elettorale. La serata andrà in diretta anche su Repubblica Tv.

 

La "rete d'informazione democratica, indipendente, lontana dai monopoli televisivi e senza censure" - così Gore aveva definito Current Tv nel giorno dell'inaugurazione italiana del network - ospiterà dunque l'appuntamento bolognese che sarà preceduto da una specie di spot animato dallo stesso Santoro, che da lunedì 22, su Current ma anche sugli altri canali della piattaforma Sky, lancerà il suo appello in difesa della libertà d'informazione e contro la censura della par condicio, rimandando all'atteso appuntamento bolognese. Current, spiega Gore, "è votata all'indipendenza e al racconto fattuale, e continueremo a lavorare con il nostro pubblico e con la community creativa italiana nel proporre e produrre le più importanti storie del giorno".

 

Rai Perunanotte andrà in scena nello stesso giorno (il giovedì) e alla stessa ora (prima serata) di Annozero. Intenzione degli organizzatori è far sentire forte e chiaro il dissenso verso quel regolamento della par condicio che ha cancellato i talk show dai palinsesti. Ci sarà Giovanni Floris e un invito era già pronto per Bruno Vespa che però ha declinato. La serata - promossa dalla Federazione nazionale della stampa - è ancora in costruzione. Di certo si sa che chiunque potrà trasmettere la diretta via radio o diffondere le immagini in televisione. Immagini messe a disposizione on line dalla Fnsi con una sovrapposizione di piazze: quella reale, a Bologna, e quella virtuale. LR 21

 

 

 

 

Regionali. Alfano (IdV): Berlusconi contro magistratura è gravissimo

 

Palermo. Ieri Berlusconi dal palco di Napoli, durante una manifestazione elettorale, ha per l'ennesima volta puntato il dito contro la magistratura. L'On. Sonia Alfano, europarlamentare IdV, commenta così: "Come si può continuare a subire che un Presidente del Consiglio vada in giro per il Paese ogni giorno ad insultare la magistratura mistificando la realtà? La maggioranza di governo - sottolinea - continua a sbandierare successi sul piano antimafia e allo stesso tempo attacca chi ogni giorno, con indicibile sforzo, combatte mafia e corruzione nonostante le mille difficoltà che questo esecutivo crea con tagli economici e di personale al comparto giustizia". "L'aspetto surreale della situazione italiana - conclude - è che non si possono muovere critiche di alcun tipo al Presidente della Repubblica ma è lecito creare uno scontro istituzionale gravissimo come quello tra il Presidente del Consiglio e la magistratura".

 

L'On. Sonia Alfano (IdV) commenta la richiesta del sindaco di Milano Letizia Moratti (PdL) al Ministro Maroni di introdurre il reato di clandestinità tra quelli che non necessitano di mandato per fare irruzione. "E' impensabile che si possa fare irruzione in un appartamento senza un mandato per il reato di clandestinità. Quello della Moratti è soltanto lo sfogo dell'animo razzista di un sindaco del PdL. Quel partito porta avanti una lotta non all'immigrazione clandestina, ma agli immigrati. Stiamo cadendo in un baratro xenofobo senza precedenti, e questo - conclude - è l'ennesimo passo verso le leggi razziali". De.it.press 19

 

 

 

 

Dal 22 al 26 marzo la Settimana europea dell’energia sostenibile

 

Oltre 300 eventi in tutta Europa, 61 solo in Italia, per stimolare nuovi approcci alla produzione e al consumo energetico

 

  ROMA – Si svolgerà dal 22 al 26 marzo la Settimana europea dell’energia sostenibile che, in Italia, prevede l’organizzazione di circa 61 eventi utili alla promozione di nuovi approcci alla produzione e al consumo energetico. L’iniziativa è segnalata dalla Rappresentanza nel nostro Paese della Commissione europea e coinvolge oltre 1.200 organizzazioni e 10.000 persone che operano da un anno a favore della Campagna per l’energia sostenibile in Europa.

  L’edizione 2010 della Settimana europea dell’energia sostenibile si concentrerà sull’obiettivo dell’eliminazione del carbonio dal futuro energetico dell’Europa, evidenziando i progressi compiuti e le misure da intraprendere per ottenere prestazioni energetiche ancora più efficienti e un maggiore utilizzo delle energie rinnovabili. Si tratta di un obiettivo oggi alla portata.

  Le previsioni più recenti indicano che l’Europa è sulla buona strada per raggiungere e persino superare l’obiettivo del 20% di energie rinnovabili (cioè una quota del 20% del consumo energetico nell’UE dovrà essere generata da fonti energetiche rinnovabili entro il 2020). 10 dei 27 Stati membri dell’Unione europea supereranno i loro obiettivi nazionali per l’energia rinnovabile entro il 2020, ed altri enormi miglioramenti nell’efficienza energetica sono facilmente realizzabili. Tuttavia, per ottenere risultati, le azioni locali devono essere coordinate a livello europeo, per un elevato impatto territoriale e un futuro energetico sostenibile per tutti. Questo sarà il tema centrale dell’edizione 2010 della Settimana Europea dell’Energia Sostenibile. Sono previsti oltre 300 eventi in tutta Europa. Per maggiori informazioni: http://eusew.eu. (Inform)

 

 

 

 

 

E Santoro contrattacca: «Premier da Watergate»

 

BOLOGNA - «Sarà una manifestazione di parte, ma non di partito...». E quale sarà la parte per la quale parteggerà il partigiano Michele Santoro, è presto detto: «Il diritto alla libertà d’informazione contro la censura della par condicio». Quello stesso diritto, tuona il giornalista tra gli applausi di qualche decina di simpatizzanti (ma anche sotto gli occhi di 4 consiglieri provinciali del Pdl armati di polemico cartello: «Un bel tacer non fu mai scritto»), ripetutamente «violato da Berlusconi, come dimostrano le intercettazioni di Trani »: roba che se fosse successa negli Stati Uniti, aggiunge, «sarebbe scoppiato un Watergate ». Un diritto, rivela, che viene messo in discussione anche nei confronti di Adriano Celentano, che «da tempo sta cercando di fare un programma in Rai, ma ogni 5 minuti gli chiedono la scaletta: insomma, sta incontrando grosse difficoltà»: anzi, vere e proprie pressioni come tutti quelli che «vogliono esprimersi liberamente». Copione rispettato, ieri, nei saloni del palazzo della Provincia a Bologna: il terzetto Santoro- Travaglio-Vauro ha sfoderato il meglio del repertorio antiberlusconiano, caricando di attese e adrenalina il lancio, giovedì prossimo, di «Rai per una notte»: ovvero la messa in scena di «Annozero» lontano dalla tv di Stato e dai veti contro i talk show.

«Tutti al PalaDozza» è il grido di guerra di Santoro. Deciso a non fare sconti: «Sarà una manifestazione tremendamente simile ad Annozero... ». Berlusconi è avvertito. E basta un nome per far capire che aria tirerà al Madison Square bolognese: ospite d’onore sarà Daniele Luttazzi, «il più proibito, il più osteggiato», come lo presenta Santoro, ma ci sarà anche Giovanni Floris, conduttore di «Ballarò», mentre Celentano ha detto no ai corteggiamenti nel timore che «nell’attuale momento di scarsa copertura democratica la sua presenza possa essere deformata ». Assente anche Bruno Vespa, «ma solo perché ha gente a cena...» ha gigioneggiato Santoro. Manifestazione autogestita, «faremo tutto da soli», annuncia il conduttore. Che confida nella generosità dei propri sostenitori: «Abbiamo bisogno che almeno 50 mila persone versino un contributo di 2,5 euro: tutta la faccenda ci costerà quasi 130 mila euro». Non ci saranno politici al PalaDozza. D’altra parte, e su questo Santoro insiste, «il nostro fine non è far prendere voti a qualcuno». E a chi da anni sostiene che l’antiberlusconismo porta voti al Cavaliere, Travaglia replica: «Se fosse così, mi aspetterei che Berlusconi chiedesse ad Innocenzi di mandarci in onda 24 ore su 24 e a reti unificate... Purtroppo il centrosinistra crede a questa tesi e non è un caso se da 15 anni perde le elezioni». Pure Santoro non ci va morbido con il Pd, ribattezzato «il bello addormentato» e i cui dirigenti «dovrebbero rinunciare ai loro spazi d’interferenza, a partire dal Cda Rai». Francesco Alberti CdS 19

 

 

 

 

Alunni stranieri a scuola. La Gelmini li espelle da 3000 classi

 

 

Ammontano a 2.893, 641 delle quali in Lombardia, le classi che oggi sono costituite da oltre il 30% di alunni stranieri non nati in Italia e che in base alla circolare n. 2 emessa dal Miur l'8 gennaio scorso non potrebbero essere attivate il prossimo 1° settembre: a comunicarlo è oggi lo stesso ministero attraverso un focus in breve sulla scuola dal titolo «La presenza degli alunni stranieri nelle scuole statali», elaborato dal servizio statistico sulla base dell'anagrafe degli studenti.

 

In assoluto le classi con una presenza di alunni stranieri superiore al 30% sarebbero oltre 10mila: circa 7.300 nella scuola primaria (circa il 5% del totale) e 3.100 (circa il 4% del totale) nella secondaria di primo grado. Ed in entrambi i casi oltre il 70% delle classi sono concentrate nelle regioni del Nord. Ma se si considerano «le classi con bambini e ragazzi stranieri nati in Italia - sottolinea il Miur - il fenomeno si attenua. In questo caso le classi con una presenza di alunni stranieri non nati in Italia che supera la quota del 30% risultano circa 1.300 (1% del totale) nella primaria e poco più di 1.550 (2% del totale) nella secondaria di primo grado».

 

A livello di scuola primaria, il ministero dell'Istruzione ha comunicato che dopo la Lombardia (218), le regioni con più classi con oltre il 30% di iscritti non nati in Italia sono Piemonte (175), Lazio (130) ed Emilia Romagna (128). Le regioni con meno classi elementari affollate di alunni stranieri provenienti dall'estero sono, invece, Basilicata (appena 2 classi), Sardegna (6) e Puglia (7).

 

Anche per quanto riguarda la secondaria di primo grado la concentrazione maggiore è fatta registrare dalla Lombardia con ben 423 classi. Seguita, a debita distanza, con quasi la metà delle classi con questa caratteristica, dal Piemonte (215). Invertite, rispetto alla primaria, le posizioni di Emilia Romagna (173) e Lazio (139). Le regioni con meno studenti delle medie concentrate in alcune classi risultano la Basilicata (solo un caso), la Sardegna e la Puglia (3) ed il Molise (4).

 

I dati sono pressoché definitivi: «l'anagrafe - ha scritto il ministero dell'Istruzione - è aggiornata per gli alunni frequentanti l'a.s. 2009/2010 con un grado di completezza del 98%».

 

Cosa accadrà ora? Sulla base alla circolare introdotta dal Miur ad inizio gennaio, almeno una parte degli alunni e studenti stranieri non nati in Italia, facenti parte delle quasi 3mila classi dove sono presenti per oltre il 30% sul totale, potrebbero essere dirottati in istituti scolastici limitrofi che propongono corsi di studio analoghi.

L’U 19

 

 

 

 

Il sapone anti-immigrati l'ultima della Lega ad Arezzo

 

Militanti del Carroccio lo distribuiscono nei mercati di Sansepolcro e di altri paesi della provincia L'Idv chiede l'intervento di Maroni: "E' vergognoso. Una vera e propria istigazione all'odio razziale" –

 

AREZZO - Sapone per lavarsi le mani dopo aver toccato un immigrato. Lo distribuiscono militanti della Lega Nord a Sansepolcro e in altri paesi della provincia di Arezzo. Un'iniziativa che ha indotto il portavoce dell'Italia dei Valori, Leoluca Orlando, a chiedere l'intervento del ministro dell'Interno Roberto Maroni.

 

"La lega si conferma razzista e xenofoba. Distribuisce sapone anti-immigrati per lavarsi dopo aver toccato gli extracomunitari - ha affermato Orlando in una nota - E' vergognoso tutto ciò. E' una vera e propria istigazione alla violenza. Noi dell'Italia dei Valori chiediamo l'intervento del ministro Maroni, perché qui si tratta di una vera e prorpia istigazione all'odio razziale". E ancora: "Suggeriamo a Bossi, dato che oggi salirà sul palco di San Giovanni, a Roma, di distribuire ai suoi alleati il sapone perché tutto hanno tranne che le mani pulite".

 

L'ennesima manifestazione di intolleranza degli attivisti del Carroccio è stata definita "gravissima" da Alfio Nicotra, capogruppo alla Provincia di Arezzo della Federazione della Sinistra e componente della direzione nazionale di Rifondazione comunista. "I militanti della Lega Nord distribuiscono nei mercati delle bustine contenenti sapone liquido con l'avvertenza di usarlo dopo aver toccato un immigrato - ha detto l'esponente del Prc - Il messaggio che si veicola è devastante : ovvero che esseri umani solo perché stranieri sono considerati alla stregua di 'untori' e portatori di malattie e disgrazie". "Non avendo alcuna proposta politica per combattere la crisi che colpisce anche le nostre zone e di cui il governo Berlusconi, di cui sono componente portante, è responsabile, i dirigenti leghisti preferiscono distrarre l'opinione pubblica - ha aggiunto Nicotra - con iniziative disgustose e che devono essere condannate senza se e senza ma da tutte le forze politiche. Monica Faenzi la candidata del centrodestra che si è apparentata con la Lega Nord non ha niente da dire in proposito? Il ministro dell'Interno Maroni che deve applicare la legge che vieta l'apologia e la diffusione del razzismo cosa aspetta ad allertare le forze dell'ordine per porre fine a questa vergogna?". LR 20

 

 

 

 

 

Miss Italia nel Mondo. Le selezioni per la ventesima edizione

 

  ROMA - Miss Italia nel Mondo raggiunge quest’anno la ventesima edizione e viene festeggiata con un grande numero di selezioni, in corso in tutti i continenti con una massiccia partecipazione di candidate. Dal 1991, questa rassegna internazionale della bellezza italiana ha via via confermato le scelte di Enzo Mirigliani e poi della figlia Patrizia, che ha conferito alla manifestazione elementi di modernità e di eleganza. La stessa patron coglie ogni occasione per esprimere gratitudine ed elogiare l’attività di Nino Malizia, da undici anni coordinatore delle selezioni nel mondo, e dei responsabili del concorso nelle diverse Nazioni. E’ ad essi che si deve il successo ventennale della manifestazione.

  La finale per l’assegnazione del titolo si svolgerà in Italia nel mese di giugno.

  Alcune selezioni si sono già svolte negli Stati Uniti in gennaio (Washington) e febbraio (New York e New Jersey), mentre marzo registra l’elezione delle miss in Florida, Michigan, Connecticut, Long Island. Serate sono previste in aprile in Florida e nell’Illinois, mentre Miss Italia Usa sarà scelta il 25 aprile nel Connecticut.

  Titoli in palio in marzo anche a Caracas, Panama, Bogotà, Samanà (Caraibi). In aprile saranno scelte le Miss Italia del Cile, Argentina, Paraguay, Uruguay, Canada, Germania (Stoccarda).

  Miss Italia Thailandia sarà eletta in maggio, come le miss del Sud Africa, della Romania, di Olanda, Slovenia, Belgio e Svizzera. Nel mese di giugno, poco prima di mettersi in viaggio per l’Italia, indosseranno la corona di Miss Italia Nazione le ragazze di Gran Bretagna, Australia, Malta, Marocco. (Inform)

 

 

 

 

Si è svolta a Rende (Cosenza) nei giorni 5-7 marzo la Consulta Regionale de i “Calabresi nel mondo

 

COSENZA - Si è svolta a Rende (Cosenza) nei giorni 5-7 marzo u.s. la Consulta Regionale de i “Calabresi nel mondo” alla quale ha partecipato, in rappresentazione della Migrantes, il Direttore regionale mons. Antonino Denisi.

Alla riunione sono intervenuti un centinaio di consultori ed esperti delle comunità, associazioni e federazioni di calabresi disseminati nelle piccole e grandi città dei cinque continenti.

L’incontro è stato presieduto dall’Assessore all’emigrazione, Damiano Gagliardi; nella sessione di sabato 6 è intervenuto anche il Governatore della Calabria, Agazio Loiero che ha ribadito l’impegno della Regione Calabria per valorizzare sempre meglio l’esperienza e le competenze dei calabresi che si sono affermati all’estero in campo economico, culturale e politico a favore della economia e società calabrese.

I consultori hanno preso atto della approvazione della nuova legge regionale avvenuta, all’unanimità nel maggio 2009. Hanno altresì espresso il compiacimento per la costituzione da parte della giunta regionale della “Fondazione Calabresi nel mondo” che stabilisce la necessaria continuità della politica migratoria, sganciata dai condizionamenti del succedersi delle legislature, delle maggioranze e raggruppamenti politici.

I consultori hanno richiesto in un ordine del giorno approvato l’opportunità di essere ascoltati prima della redazione dello statuto e della nomina degli organi statutari.

Venerdì pomeriggio i membri della consulta hanno partecipato ad Amendolara (CS) ad una riunione aperta del Consiglio Comunale assieme ai sindaci dell’Alto Jonio durante il quale è stato proiettato il docu-film “ Emigranti sui calabresi in Argentina  nel secolo XX”. (A.D. Migranti-press)

 

 

 

Valori identitari e imprenditorialità: concorso per 12 soggiorni di studio in Friuli

 

Domande di partecipazione entro il 16 aprile

 

    UDINE – “Valori identitari e imprenditorialità”: l’Ente Friuli nel Mondo bandisce un concorso per 12 soggiorni di studio in Friuli, della durata di due mesi, che offriranno la possibilità di frequentare un corso di perfezionamento sulla cultura e sulle realtà economiche e sociali del Friuli contemporaneo, organizzato dall'Università degli Studi di Udine, con stages presso aziende e istituzioni pubbliche. Il bando ha il contributo della Regione Friuli Venezia Giulia e della Fondazione Crup.

    La selezione per la prima edizione che avrà luogo  dal 20 maggio al 18 luglio 2010

    Possono partecipare alla selezione i cittadini residenti all'estero, discendenti di emigrati provenienti dal Friuli, con età  compresa tra i 23 e i 35 anni in possesso di una laurea di I o II livello o titolo straniero ritenuto equipollente. Per favorire l'omogeneità dei partecipanti, ciascuna edizione del corso punterà su determinati paesi stranieri di provenienza: il corso previsto per l'anno accademico 2009/2010 darà la priorità ai candidati residenti in America Latina con particolare riguardo ad Argentina e Brasile.  Potranno essere prese in considerazione, in base ai titoli presentati, le domande presentate da residenti di ogni altro paese.

    Domande di ammissione al concorso: via e-mail al seguente indirizzo info@friulinelmondo.com  o indirizzate a mezzo raccomandata A/R - entro il 16 aprile 2010, alla sede dell'Ente Friuli nel Mondo, via del Sale, n. 9, 33100 - Udine.

    Per ogni informazione è possibile mettersi in contatto con l'Ente Friuli nel Mondo (tel. +39 0432 504970; fax: +39 0432 507774; e-mail: info@friulinelmondo.com ).