WEBGIORNALE 24-25 Marzo
2010
Consiglio d’Europa. Razzismo, un flagello „da combattere senza tregua“
“La
discriminazione razziale è uno dei flagelli della nostra società e deve essere
combattuta senza tregua”. Così Micheline Calmy-Rey, presidente del Comitato dei
Ministri del Consiglio d'Europa, in occasione della Giornata internazionale per
l'eliminazione della discriminazione razziale che si è svolta domenica 21
marzo. “Il Consiglio d'Europa – ha assicurato - continuerà la sua lotta contro
le discriminazioni”, in particolare “rafforzando l'azione della Corte europea
dei diritti dell'uomo”. Intanto gli organismi europei preposti alla difesa dei
diritti umani sollecitano l'adozione di misure efficaci contro la xenofobia, in
particolare su Internet. In occasione della Conferenza 2010 contro il
cybercrime (da ieri a Strasburgo) la Commissione europea contro il razzismo e
l'intolleranza (Ecri), l'Ufficio per le istituzioni democratiche dell’Osce
(Odihr) e l'Agenzia dei diritti fondamentali dell’Ue (Fra) esprimono in una
nota preoccupazione per “il crescente uso di Internet da parte di gruppi
razzisti per il reclutamento, la radicalizzazione e il controllo” dei fan,
“nonché l'intimidazione e la discriminazione degli oppositori”. Di qui la
richiesta di un impegno comune di governi e società civile. All’industria di
Internet i tre organismo chiedono “di porre in atto, pur nel rispetto della
libertà di espressione, efficaci meccanismi di reazione e denuncia”. Sir/de.it.press
"Europa
2020" e seguito della Conferenza di Copenaghen sui cambiamenti climatici:
Herman van Rompuy, presidente "stabile" del Consiglio europeo, alla
sua prima convocazione di un summit dei 27, segnala due soli punti all'ordine
del giorno per la riunione dei capi di Stato e di governo del 25 e 26 marzo a
Bruxelles. Come sempre nel periodo che precede un vertice, le diplomazie sono
al lavoro per preparare le discussioni e le decisioni che, di fatto, i leader
politici saranno chiamati a suggellare. Ma sull'appuntamento della prossima
settimana aleggia il problema della solvibilità della Grecia, ci si domanda
cosa sia concretamente la strategia "Europa 2020" e come dovrà
proseguire l'azione per la salvaguardia dell'ambiente, tenuto conto degli
scarsi risultati cui si era giunti nella capitale danese.
Meno parole, più
fatti. "Il presidente del Consiglio europeo - si legge nella bozza di
programma del rendez-vous di fine marzo - intende limitare l'ordine del giorno
ai punti che saranno effettivamente esaminati" dai leader Ue. Ovvero:
inutile scrivere tanti argomenti quando se ne possono oggettivamente trattare
ben pochi in un lasso di tempo limitato (i summit non durano mai più di un
giorno di lavoro, inframmezzato da cene ufficiali, conferenze stampa, incontri
bilaterali…). Van Rompuy precisa: "Sulla scorta della comunicazione della
Commissione intitolata Europa 2020, il Consiglio sarà invitato a esprimere il
suo accordo sul quadro generale della nuova strategia dell'Unione per la
crescita e l'occupazione. In particolare sarà invitato" a convenire su
"un numero limitato di obiettivi quantitativi a livello" comunitario
"che saranno poi tradotti in obiettivi nazionali differenziati". In
tale ambito il Consiglio "valuterà gli sforzi che l'Ue e gli Stati membri
stanno compiendo per far fronte all'attuale crisi economica". Il
presidente sottolinea in particolare gli aspetti legati a vigilanza e
regolamentazione finanziarie: il Consiglio si occuperà, in questo contesto,
della preparazione del prossimo G20. Nel frattempo gli occhi restano puntati
sulla situazione ad Atene e sulla proposta di istituire un Fondo monetario
europeo per intervenire a favore di Paesi dell'area euro in eventuale
difficoltà. Seguirà un dibattito sul dopo - Copenhagen, "per quanto
riguarda il processo negoziale a livello internazionale".
Il contributo del
Parlamento Ue. Anche l'Europarlamento ha voluto contribuire al dibattito su
"Europa 2020" che dovrà prendere il posto della fallita Strategia di
Lisbona. L'Assemblea nel corso dell'ultima plenaria ha infatti approvato una
risoluzione, sollecitando un "approccio ambizioso" alla crisi
attraverso un "maggior coordinamento delle politiche economiche
nazionali", unito a sanzioni e incentivi per garantire l'attuazione di
Ue2020. Si invoca dunque un ritorno agli investimenti nella formazione, nella
conoscenza, nella ricerca applicata, volti alla creazione di un'economia
sostenibile e posti di lavoro di qualità. Parole per la verità risuonate tante
altre volte nei palazzi dell'Unione, alle quali si aggiungono richieste
esplicite per assicurare la stabilità dell'euro, intensificare la vigilanza
finanziaria, completare il mercato unico e sostenere le piccole e medie
imprese. Per non parlare degli inviti a "promuovere la formazione",
"riformare i sistemi di sicurezza sociale", "aumentare la
flessibilità dei lavoratori e dell'età pensionabile".
Coordinare le
politiche economiche. "Bisogna rafforzare la governance economica europea
nel quadro della nuova strategia Europa 2020": volendo ribadire alcuni
punti fermi per affrontare l'emergenza della crisi e i casi di squilibri
finanziari, i leader dei tre principali gruppi politici all'Europarlamento -
Popolari, Socialisti e democratici, Liberaldemocratici - avevano addirittura
firmato un documento congiunto. Joseph Daul, Martin Schulz e Guy Verhofstadt,
nel presentare la risoluzione comune poi effettivamente approvata in emiciclo,
avevano spiegato che "la strategia di Lisbona è fallita per la mancanza di
impegno politico degli Stati membri". I tre eurodeputati chiedevano al
Consiglio europeo di passare dal "metodo aperto di coordinamento", che
non avrebbe sinora portato risultati perché fondato sulle sole pressioni tra i
governi in materia di politiche economiche, "a strumenti vincolanti".
Daul, Schulz e Verhofstadt chiedevano inoltre alla Commissione "di
utilizzare tutte le basi giuridiche del nuovo trattato volte a migliorare il
coordinamento economico e a svolgere attività di supervisione dei piani
d'azione nazionali". I tre gruppi avevano poi richiamato le linee
dell'economia sociale di mercato, la necessità di procedere verso la creazione
di posti di lavoro "durevoli e di qualità", il sostegno alle Pmi e al
settore della ricerca. La stessa risoluzione passata in aula afferma che
"il consolidamento di bilancio e le politiche economiche devono essere
strettamente coordinate" proprio per favorire il completamento del mercato
unico, la crescita equilibrata, dare lavoro agli europei nel quadro di una
economia "verde". Sir eu
UE. La responsabilità non ha frontiere. Attualità della "Dichiarazione
Schuman" 60 anni dopo
"Considerate
che le responsabilità di un cristiano non si fermano alle frontiere del suo
Paese, ma è necessario che egli si dia una mentalità sopranazionale. Dite a voi
stessi di non avere il diritto di disinteressarvi degli sforzi che si tentano
oggi per dare all'Europa, nonostante tante rivalità secolari e attuali,
un'unità abbastanza forte da garantirne la libertà, la sicurezza e il
benessere. Non siate, di fronte a tale compito, certamente difficile ma
indispensabile, critici o scettici. Siate piuttosto uomini di buona volontà,
che credono all'Europa unita perché la vogliono costruire".
Questa lunga
citazione risale ad un'altra epoca. È tratta da una lettera sulla pace che i
cardinali e gli arcivescovi di Francia pubblicarono il 14 giugno 1950, poche
settimane dopo la dichiarazione di Robert Schuman che avrebbe capovolto le
relazioni tra i popoli e le nazioni europee e di cui quest'anno festeggiamo il
sessantesimo anniversario. Le parole dei vescovi così pertinenti possono
rendere fieri i cattolici, perché almeno i più alti prelati francesi dell'epoca
non si sono sbagliati nei loro incoraggiamenti. Non conosco la reazione di
altre istanze ecclesiali, ma almeno quella esprimeva senza giri di parole una
giusta opinione.
Ma la cosa ancora
più importante è che questo testo non ha perduto niente della propria
attualità. L'Europa ha più che mai bisogno di un'unità forte. Ma gli
impedimenti alla libertà, alla sicurezza e al benessere in questione si sono
evoluti. La libertà è minacciata, tra le altre cose, da attori privati che -
come alcune grandi banche o imprese in rete - passano ora sotto attori
pubblici, sia stati che organizzazioni internazionali. Ritrovare la superiorità
politica e il rispetto del diritto ci impone talvolta di superare il quadro
europeo e di pensare a un'autentica governance mondiale della finanza e
dell'economia.
La sicurezza in
Europa non si definisce più in funzione delle relazioni tra due blocchi
contrapposti. Questa costellazione ha avuto fine nel 1989. Sono comparse nuove
forme di insicurezza, nuove conflittualità. Di fronte alle nuove minacce, come
il terrorismo, non è concepibile che una nazione da sola, in questo caso la
nazione americana, garantisca la pace mondiale nel tempo. È necessario oggi
concepire una nuova architettura geopolitica e questa diventa possibile se
l'Europa, i suoi governi e i suoi cittadini, vi si vogliono impegnare.
Impossibile,
infine, definire oggigiorno il benessere in modo lineare e a partire soltanto
dal reddito pro capite. Altri parametri, quelli che si riferiscono alla qualità
delle nostre relazioni e alle nostre modalità di consumo e di produzione,
devono essere presi in considerazione. In particolare, il cambiamento climatico
esige una nuova qualità nelle relazioni internazionali. È l'Unione europea che
per prima deve trarre insegnamento dal relativo fallimento della conferenza
organizzata dalle Nazioni Unite a Copenhagen nel dicembre scorso e proporre un
altro approccio
Questi tre esempi
mostrano come abbiamo bisogno di un nuovo slancio sopranazionale. A
sessant'anni di distanza dalla dichiarazione Schuman, dobbiamo aspirare ad una
dichiarazione per un mondo unito. Con l'esperienza degli ultimi sessant'anni,
si può supporre che tale dichiarazione sia pronunciata a partire dall'Europa.
Bisogna sperare che tale slancio arrivi senza troppi indugi, perché la nostra
dichiarazione Schuman si avvicina all'età della pensione (o l'ha già raggiunta,
secondo le regole in vigore nei vari Paesi dell'Unione). Essa ha fortemente
bisogno di essere supportata da un nuovo documento di grande visione, lungimirante
.
Poiché il nostro
cammino verso l'unificazione è iniziato da un nucleo fisso ma non fissato ad
altri, il cammino verso l'unificazione mondiale passerà anche attraverso un
primo gruppo di stati. Questo potrebbe essere il G20, che si assumerà un impegno
a favore della libertà, della sicurezza e un benessere rispettoso del Creato.
Potrebbe anche trattarsi di un gruppo
più piccolo.
Riprendiamo dunque
a cuore il messaggio dei cardinali e degli arcivescovi di Francia: diamoci una
mentalità sopranazionale. Diciamo a noi stessi di non avere il diritto di
disinteressarci. Cerchiamo di non essere scettici, cerchiamo invece di credere
in un mondo unito. STEFAN LUNTE, Francia
UE. Consiglio dei ministri degli Esteri a Bruxelles: appello per la libertà
di informazione in Iran
Bruxelles - Un
appello per la libera informazione in Iran, sostegno ad Haiti per il post
terremoto, la nomina del nuovo rappresentante per l’Afghanistan e l’agenda del
prossimo Consiglio Europeo: sono tra le conclusioni adottate dai Consigli
Affari Esteri e Affari Generali, che si sono riuniti a Bruxelles il 22-23
marzo.
Il Consiglio - spiega la Farnesina - ha
chiesto alle autorità iraniane di fermare l'azione di disturbo contro le
trasmissioni satellitari e di censura contro Internet e di far cessare
immediatamente queste interferenze elettroniche e le restrizioni alla telefonia
mobile, nel nome del libero accesso all’informazione.
Il Consiglio ha ribadito il suo impegno per
la popolazione di Haiti colpita dal terremoto e ha dato mandato all’Alto
Rappresentante di partecipare alla Conferenza Internazionale dei Donatori, il
31 marzo a New York e presentare la posizione dell’UE, cioè quella di sostenere
il governo di Haiti in un piano di lungo termine per la ricostruzione e lo sviluppo.
Il Consiglio ha discusso della situazione in
Afghanistan e degli sforzi dell’UE sul campo. Inoltre ha nominato Vygaudas
Usackas rappresentante unico nel Paese asiatico, a partire dal primo aprile
prossimo. Usackas avrà il compito di guidare lo sviluppo dell’Action Plan per
l’Afghanistan messo a punto nell’ottobre 2009, in stretta collaborazione con le
autorità locali.
Il Consiglio ha discusso del prossimo
Consiglio Europeo, che sarà dedicato alla Nuova Strategia Europea per
l’Occupazione e la Crescita (Europa 2020) e ai seguiti dei negoziati
internazionali sui cambiamenti climatici, sulla base di quanto stabilito alla
Conferenza di Copenaghen del dicembre scorso. (Inform)
Corriere della Sera: Italiani all’estero «traditi». Fondi tagliati ai loro
giornali
Finanziamenti
dimezzati. Fogli storici verso la chiusura il caso - Alle politiche 2008 i
nostri emigranti definiti «enorme risorsa» - Articolo di Gian Antonio Stella
sul Corriere della Sera di domenica 22 marzo
Dopo Mal dei
Primitives e i cineforum su Ejzenštejn son passati di moda anche gli italiani
all'estero. Uniche vittime sacrificali della «grande operazione di
moralizzazione» che doveva fare pulizia negli aiuti di Stato ai giornali di
partito, semipartito, cooperativa, semicooperativa e furbetti. Hanno salvato
tutti, o quasi tutti. Meno i giornali dei nostri emigranti . Amputati del 50%
dei finanziamenti con una stilettata in più: il taglio è retroattivo. E i soldi
che hanno già speso perché mai avrebbero immaginato che l'Italia li avrebbe
traditi? Peggio per loro. Sgombriamo subito il campo da una tema: in un sistema
quale quello italiano dove la concorrenza sul mercato pubblicitario è falsata
dal noto conflitto di interessi e dove il premier «invita» gli imprenditori a
non comprare pubblicità su questo o quel quotidiano, questa o quella rivista,
gli aiuti ai giornali di partito o fatti in cooperativa sono di fatto
obbligati. Vale per la Padania e per Liberazione, per l'Unità e per il Secolo
d'Italia e così via. Immaginare un taglio indiscriminato a tutto e tutti, come
era stato sbandierato, non ha senso. Cosa pensiamo degli ultimi residui delle
agevolazioni che finiscono anche alla nostra azienda, sia pure concorrendo al
bilancio per il 4,4 per mille (per mille!) lo abbiamo già scritto. E sugli
aiutini a giornali che sono di partito solo per finta e incassano sotto varie
forme di aiuti anche il 20% del fatturato non vogliamo neanche entrare per non
spostare l'obiettivo dal tema di oggi: è giusto spingere alla chiusura quei
giornali che da decenni mantengono un legame tra noi e i nostri emigrati? E
tutto solo perché (questo è il sospetto) non possono spostare voti alle
Regionali?
I quotidiani
italiani all'estero, ai quali occorre aggiungere circa 150 fogli periodici più
o meno antichi e diffusi, sono cinque: America Oggi negli Usa, La Voce d'Italia
in Venezuela, il Corriere Canadese in Canada, il Globo di Melbourne e la Fiamma
di Sidney (stesso editore, un contributo) in Australia e Gente d’Italia in
Uruguay. Una volta, certo, erano e pesavano di più. Basti ricordare il
Progresso italo americano che per decenni, prima della tivù e di Internet,
mantenne un filo diretto tra i nostri emigrati e la madrepatria. O Il Vesuvio.
The oldest and the most influential paper in Pennsylvania (il più vecchio e
influente giornale della Pennsylvania) determinante nel denunciare il
linciaggio di cinque italiani a Tallulah, in Louisiana, nel 1899, sollevando
l’indignazione di Roma. Ma non si tratta soltanto di vecchi ricordi. Sono stati
il Globo e la Fiamma, pochi mesi fa, a ribellarsi contro la volgarità
dell’australiano Financial Review, che si era spinto a pubblicare una mappa
dell’Italia bollata come «Berlusconia» dove, in italiano maccheronico, al posto
di Roma c’era la città di «Puta», al posto di Venezia «Venerea», di Ferrara
«Merda», di Taranto «Tarantula», di Crotone «Cretino» e infine al posto della
Sicilia l'isola di «Mafia» e al posto della terra dei lombardi quella dei
«Lombastardi». Una schifezza. Contro la quale i nostri giornali hanno reagito
duramente in difesa dell’onore degli italiani. Tutti gli italiani.
È successo questa
volta in Australia, era successo tante volte a Caracas per merito di quella
Voce d’Italia di Gaetano Bafile che Gabriel Garcia Marquez ricorda nel libro Un
Giornalista Felice e Sconosciuto con ammirazione. È successo ad America Oggi,
sempre pronto a battersi contro gli stereotipi più insultanti
(italiani=mafiosi) rovesciati sulla nostra comunità anche attraverso telefilm
di successo come i «Soprano». Per capire come è cambiata l'aria da quando la
destra definì i nostri emigrati «un'enorme risorsa politica, morale, culturale,
sociale ed economica» e Berlusconi— grazie alla legge voluta dal ministro per
gli Italiani nel mondo, Mirko Tremaglia — chiese il loro voto alle Politiche
2008 (è su Youtube: «Io garantisco che manterremo rapporti sempre più stretti
con le vostre comunità»), lasciamo il commento proprio al quotidiano newyorkese
che tira 32 mila copie al giorno e viene distribuito in circa 3.000 edicole
della costa atlantica, da Boston a New York a Philadelphia. Ha scritto l'altro
ieri il direttore Andrea Mantineo: «Il Consiglio dei ministri ha approvato il
Decreto legge Incentivi inteso a stimolare l’economia, nel quale, tra le altre
disposizioni, è stato incluso uno stanziamento di dieci milioni di euro per
"riparare" al taglio inflitto dal Decreto Milleproroghe a tv e radio
locali. Contrariamente però alle assicurazioni della vigilia, i quotidiani
editi e pubblicati all'estero sono stati ancora una volta ignorati». Risultato:
un taglio del 50%. Con l’aggravante citata. «Questi tagli, approvati dal
Parlamento nel 2010, hanno valore retroattivo al 2009». E dimostrano «ancora
una volta una totale indifferenza e discriminazione nei confronti degli
italiani all’estero» spingendo «a rischio di chiusura America Oggi e gli altri
quotidiani in lingua italiana».
Quotidiani che,
tra l’altro, sono usati nelle università e nelle scuole canadesi, americane o
australiane come testi di studio e aiutano al recupero della nostra lingua, che
un tempo era conosciuta e parlata da uomini come Thomas Jefferson e dopo
decenni di disinteresse sta tornando ad essere richiesta nelle scuole di mezzo
mondo. «Non si venga a dire che è una decisione dettata da condizioni
economiche — accusa Mantineo —. L’esiguità della cifra risparmiata (5 milioni
in tutto) non serve certo a risanare il deficit del bilancio statale. Essa però
rischia di lasciare gli italiani residenti negli Stati Uniti, Canada, Australia
e Venezuela senza un mezzo di informazione. E il presidente della Repubblica
che ne pensa?». Insomma, come si è chiesta sul Corriere canadese Paola
Bernardini, «lo sa il governo di Roma che ci sono quasi 64 milioni di italiani
nel mondo, con o senza passaporto? Senza nulla togliere a L'Araldo Lomellino o
all'Italia ornitologica — salvati in extremis— il Corriere canadese da oltre 54
anni arriva tutte le mattine nelle case degli italiani che risiedono in
Canada». Resta un dubbio. Malizioso: sarebbe stato fatto, il taglio, se al
posto delle Regionali fossero in programma le Politiche? Gian Antonio Stella CdS 22
Agevolazioni di viaggio per i residenti all’estero che andranno in Italia a
votare il 28/29 marzo
Roma - Anche
quest’anno, in vista delle prossime elezioni regionali ed amministrative del 28
e 29 marzo, sono state previste delle agevolazioni di viaggio per i
connazionali residenti all’estero che vorranno tornare in Italia per esprimere
il loro voto. Gli sconti saranno applicati per i viaggi in treno, via mare e
per i pedaggi autostradali.
Viaggi
ferroviari. L’agevolazione è concessa su
presentazione della tessera elettorale o della cartolina-avviso o della
dichiarazione dell’Autorità Consolare italiana che attesti che il connazionale,
titolare della dichiarazione stessa, si reca in Italia per esercitare il
diritto di voto, con l’indicazione dell’agevolazione di viaggio spettante.
Per quanto
riguarda il periodo di utilizzazione del biglietto, il viaggio di andata può
essere effettuato al massimo un mese prima del giorno di apertura del seggio
elettorale (28 marzo) e quello di ritorno al massimo un mese dopo il giorno di
chiusura del seggio stesso (29 marzo).
In occasione del
viaggio di ritorno, l’elettore proveniente dall’estero deve sempre esibire,
oltre al documento di riconoscimento personale, la tessera elettorale
regolarmente vidimata col bollo della sezione e la data di votazione o, in
mancanza di essa, un’apposita dichiarazione rilasciata dal presidente del
seggio che attesti l’avvenuta votazione.
Viaggi via
mare. Le società di navigazione
concessionarie appartenenti al Gruppo Tirrenia (Tirrenia, Caremar, Siremar,
Toremar e Saremar) applicheranno uno sconto del 60% sulla “tariffa ordinaria”
per i biglietti di prima e seconda classe. Questi biglietti hanno un periodo
complessivo di validità di venti giorni. Anche in questo caso, nel viaggio di
ritorno dovrà essere esibita la tessera elettorale, recante il timbro
dell’ufficio elettorale di sezione.
Autostrade. Il
pedaggio sarà gratuito sia all’andata che al ritorno: gli elettori residenti
all’estero che rientreranno in Italia per votare dovranno esibire, all’andata
direttamente presso il casello autostradale, idonea documentazione elettorale e
un documento di riconoscimento, e, al ritorno, la tessera elettorale personale
munita del bollo della sezione presso la quale hanno votato. (aise)
Elezioni Regionali. Assenti nei programmi elettorali il tema italiani
all’estero
Alberto Sera (Uim)
sui programmi elettorali dei candidati alle elezioni regionali
“In sordina il
tema degli italiani all’estero, assente anche nelle rilevazioni statistiche”
ROMA – Il segretario generale dell’Unione
italiani nel mondo, Alberto Sera, segnala come il tema degli italiani all’estero
resti “in sordina” nei programmi elettorali dei candidati alle elezioni
regionali che coinvolgeranno domenica e lunedì prossimo 13 Regioni italiane.
Egli sottolinea come anche un quotidiano
nazionale e “più attento ai problemi degli italiani all’estero” come La Stampa
abbia rilevato in un inserito intitolato “Ma per caso andiamo a votare?”,
domenica scorsa, come i dati a disposizione siano di difficile reperimento e
comunque non aggiornati.
“Questo per i grandi temi regionali: la casa,
gli ospedali, le liste d’attesa, la sicurezza, l’assistenza, il turismo.
Figuriamoci per l’emigrazione, - afferma Sera - una nicchia, ma pur sempre una
competenza regionale. Anche noi della Uim, periodicamente, cerchiamo di rilevare
e sistematizzare i dati. Impresa titanica su un oggetto ingarbugliato”.
“Ma anche nello studio pubblicato da La
Stampa manca qualsiasi riferimento al lavoro che va all’estero, - evidenzia
Sera - sia di persone che di imprese, che di prodotti. A dimostrazione che il
tema è in sordina nei programmi elettorali ma ancor di più nelle rivelazioni
statistiche che almeno nei grandi numeri qualcosa potrebbero dirci”.
Per il segretario della Uim se è chiaro “che
sono aumentate le migrazioni dalle regioni del sud verso le regioni del centro
– nord, con il primato di Lombardia ed Emilia Romagna, come luoghi di
destinazione, ciò potrebbe essere la cartina di tornasole per l’aumento delle
migrazioni verso l’estero”.
“La morale di tutto ce la dà Roberto
Saviano – conclude Sera - che sul quotidiano Repubblica scrive: «Io non voglio
arrendermi a un’Italia che costringe i propri giovani ad andar via per vergogna
e per mancanza di speranza»”. (Inform)
Senza gli immigrati saremmo perduti. I mestieri che gli italiani non fanno
più
Sfruttati,
maltrattati e criminalizzati ma indispensabili - In libreria "Grazie" di Riccardo
Staglianò
«Gli immigrati
sono poco più del 6 per cento della popolazione e producono circa il 10 per
cento del pil. Di fatto, ci pagano la pensione». (Franco Pittau, coordinatore
del Rapporto Caritas Migrantes). Sfruttati, maltrattati, criminalizzati. E
tuttavia indispensabili. E’ in libreria Grazie. Ecco perché senza gli immigrati
saremmo perduti di Riccardo Staglianò (Chiarelettere, pagine 232, euro 14,60).
Dai raccoglitori di mele senegalesi della Val di Non, ai conciatori di pelli
nigeriani del Veneto. Dai facchini indiani di Reggio Emilia, ai sikh che
allevano le bufale in Campania. Dai pescatori tunisini di Mazara del Vallo, ai
camionisti albanesi e romeni. Dalle cave, alle corsie degli ospedali, alla cura
dei nostri vecchi e dei nostri bambini. Gli immigrati non vengono a rubarci il
lavoro ma a fare i mestieri che noi rifiutiamo. Basta raccontare una giornata
di lavoro in Italia per verificare che cosa realmente succede. Da nord a sud.
Pubblichiamo l’introduzione del libro.
Non è un bel
periodo per essere immigrati in Italia. Sono i primi a pagare il prezzo della
crisi, lasciati a casa da un giorno all'altro senza alcuna formalità. Ma anche
quando lavorano guadagnano in media un terzo in meno di noi. E poi sono
ossessionati dal permesso di soggiorno che, anche quando tutti i documenti sono
in regola, arriva in tempi così imprevedibili da sfiorare l'arbitrio. Per non dire
che quando scade si trasformano in clandestini, condizione su cui abbiamo
inventato un reato, ovvero dei pariah, ricattabili in tutto. Essendo nel torto
per definizione non chiedono di essere pagati decentemente, né vanno a curarsi
quando stanno male e rinunciano a ogni minimo sindacale di umanità. Insomma, si
respira una brutta aria e non si scorgono segni di miglioramento.
L'ideologia più
ottusa intossica il discorso pubblico. Un esempio particolarmente rivelatore di
questo clima adulterato riguarda l'ultimo Ambrogino d'Oro, ovvero il più
prestigioso riconoscimento milanese a chi si è distinto per valore e civismo.
Quest'anno è stato dato, tra gli altri, al Nucleo di tutela trasporto pubblico
dell'Atm, Azienda Trasporti Milanesi. Quelle squadre di super-controllori con
licenza di sequestro che per un breve periodo hanno rastrellato e rinchiuso in
una specie di bus-prigione i presunti clandestini beccati senza biglietto.
«Esponendoli alla curiosità dei passanti come animali allo zoo», nelle parole
sconcertate dello stesso consigliere comunale del Pdl Aldo Brandirali. Ecco, mi
sono detto, se siamo arrivati a un punto in cui invece di inorridire si premia
in pompa magna un caso di cattiveria così gratuita la situazione è davvero
grave.
Significa che la
fabbrica della paura ha lavorato a pieno regime e l'intorbidimento delle acque
ha superato una soglia critica. Un punto, insomma, in cui è diventato urgente
mettere in fila i fatti. Perché l'incomunicabilità tra sinistra e destra su
questo tema deriva proprio dall'utilizzo di due registri incompatibili. La
prima fa appello all'empatia, la capacità di mettersi nei panni altrui. La
seconda invece parla di identità nazionale a rischio, di posti di lavoro
usurpati, di criminalità d'importazione. Ma l'empatia, come il coraggio di Don
Abbondio, se uno non ce l'ha non se la può dare. Mentre la paura è una
dotazione di serie di ogni essere umano e non risparmia neppure i progressisti,
soprattutto quando si trovano in difficoltà. Se poi la congiuntura è
calamitosa, come quella che viviamo, con il naufragio della classe media, la
scomparsa del posto fisso e le infinite altre precarizzazioni tipiche della
«società del rischio», l'upgrade della paura in terrore non deve sorprendere.
Quando sei nel panico non capisci più niente e tutto si confonde. Al punto che
il bus-ludibrio milanese non si rivela per l'obbrobrio che è ma come trovata
meritevole di medaglie.
Lo scopo immodesto
di questo libro è di contribuire a superare le secche in cui si dibatte la
politica in tema di immigrazione. Non proverò neanche a convincere qualcuno cui
non viene già spontaneo che un nero, un giallo, un olivastro va trattato bene
in quanto essere umano. Non parlerò quindi tanto al cuore del lettore, quanto
al suo portafogli. E per farlo descriverò, molto prosaicamente, come e quanto
gli immigrati contribuiscono al nostro attuale tenore di vita. Quali lavori
fanno che noi non vogliamo più fare. Per arrivare a immaginare come staremmo se
di colpo non ci fossero più. O soltanto si fermassero in uno sciopero generale.
Tre argomenti del
perché gli immigrati sono indispensabili e danno molto più di quanto prendono.
E allora qualche fatto. Il primo argomento è demografico. Nell'estate del 2007
economisti e specialisti da tutto il mondo si sono incontrati al Munich
Economic Summit e hanno ribadito, senza tanti giri di parole, che l'Europa è in
riserva di giovani. O fa entrare più immigrati (oltre ad alzare l'età
pensionabile, ridurre il welfare, etc) oppure la sua popolazione, che vive
sempre più a lungo e si riproduce sempre meno, farà saltare i sistemi
previdenziali e le finanze publiche al più tardi nel 2050.
Tra tutti i paesi
membri l'Italia era e resta quella messa peggio, perché lo scarto tra
popolazione attiva e anziani è già il più alto. Se anche agli altri servono
lavoratori stranieri, per noi questo bisogno è più urgente. D'altronde il
medesimo allarme viene lanciato ormai a intervalli regolari, con toni sempre
più drammatici con il passare del tempo. Nel '94 era stato il nostro Cnr a
parlare di «rischio estinzione» se non avessimo allargato i cancelli per gli
immigrati, passando dai 50 mila all'anno di allora ad almeno 300 mila. Anche su
questo punto specifico, il divario decisivo non è tra destra e sinistra ma tra
negazionisti e occhiapertisti. Sentite cosa dice l'ex ministro dell'Interno
berlusconiano Giuseppe Pisanu su La Civiltà Cattolica: «Siamo in pieno declino
demografico e quindi anche economico e politico. Soltanto gli immigrati
potranno salvarci. I numeri ci dicono che il futuro benessere degli italiani
dipenderà dalla capacità di attrarre e integrare 300 mila lavoratori stranieri
all'anno». Il decreto flussi, quello che fissa la quantità di manodopera estera
di cui abbiamo bisogno, nel 2008 ne prevedeva invece 170 mila. Ai quali vanno aggiunti
i clandestini. Al primo gennaio 2009, stando all'ultimo Rapporto sulle
migrazioni della Fondazione Ismu, erano 422 mila, diminuiti di oltre un terzo
rispetto all'anno prima (il totale dei regolari raggiungerebbe quota 4,8
milioni di persone). Ma quella di clandestino è una qualità che non esiste in
natura. Sono leggi difettose a renderli tali e a consegnarli al lavoro nero che
è consustanziale a quell'etichetta. Norme che vanno cambiate per trasformarli
in lavoratori in regola che pagano le tasse. Noi invece, incuranti di tutti gli
sos, ci siamo inventati in rapida successione i respingimenti e il reato di
clandestinità.
Il secondo
argomento è di natura fiscale. «Non possiamo permetterci tutta questa gente che
pesa sui conti pubblici» è una delle frasi più gettonate nelle conversazioni
politiche da bar. Le cose stanno in modo piuttosto diverso. Secondo le stime
Caritas Migrantes, infatti, quando gli immigrati regolari erano ancora 4
milioni pagavano tasse per 5,8 miliardi di euro e usufruivano di servizi
pubblici pari a circa 700 milioni di euro. L'approssimazione è necessaria per
quanto riguarda la seconda voce. Quel che è certo, infatti, è che i comuni
hanno speso nel 2005 136 milioni di euro per servizi dedicati agli immigrati.
Per il resto, spiega il coordinatore del rapporto Franco Pittau, «gli immigrati
sono poco più del 6 per cento della popolazione e producono circa il 10 per
cento del Pil. Anche assumendo, per stare larghi ed evitare critiche, che
fossero il triplo, l'ammontare delle risorse spese dallo Stato per loro
arriverebbe alla cifra che abbiamo ipotizzato». Se non si sbagliano, e da tempo
sono la fonte più autorevole in materia di immigrazione, dando 5,8 e prendendo
0,7, il saldo attivo per il nostro paese sarebbe di poco superiore a 5 miliardi
di euro. Per calare dalla metafisica dei numeri alla realtà della politica,
basti pensare che la famigerata abolizione dell'Ici, per certi commentatori
vero ingrediente magico nella vittoria del centrodestra, ne è costata
«soltanto» 2. Quindi, di fatto, «ci» pagano la pensione. La pagano a noi,
compresi i sessantenni folcloristicamente xenofobi che strepitano dal calduccio
del loro salotto, perché loro sono più giovani (31 anni di media contro i
nostri 45) e, a fronte di due milioni di lavoratori stranieri che versano
contributi all'Inps, solo 6 mila ne percepiscono una. E anche perché, dal
momento che in molti rientreranno in patria a un certo punto, grazie a una
legge punitiva quando ciò succederà perderanno una parte cospicua dei soldi
accantonati.
Il terzo argomento
riguarda l'occupazione. «Vengono a rubarci il lavoro», è il refrain standard.
La risposta la affidiamo a quei notori comunisti e terzomondisti dell'ufficio
studi della Banca d'Italia. Che nell'ultimo rapporto sulle economie regionali
hanno spiegato che non c'è sovrapposizione tra le mansioni degli uni e degli
altri. Non è, insomma, un gioco a somma zero. E anzi più immigrati che vanno a
riempire le caselle basse della piramide professionale (operai e tecnici)
aprono più opportunità per gli italiani di ascendere a incarichi gestionali e
amministrativi, meno faticosi e meglio pagati. Per non dire delle donne che,
esentate dalle incombenze domestiche da colf e badanti, possono finalmente
aspirare a una carriera più paritaria rispetto agli uomini. «Una colossale
balla» è stata la serena, riflettuta e indimostrata stroncatura
dell'eurodeputato leghista Mario Borghezio. Mentre il capogruppo del Pdl Maurizio
Gasparri, non si capisce bene sulla scorta di quali superiori credenziali
accademiche, ha liquidato lo studio come «a bassa attendibilità». Evidentemente
ignaro che, più o meno negli stessi giorni, in quell'altro covo di bolscevichi
che sono gli Stati Uniti, era uscito uno studio per calcolare il medesimo
impatto. «Il saldo sulle famiglie americane di politiche immigratorie più
restrittive» avevano scritto gli autorevoli economisti Maureen Rimmer e Peter
Dixon, «è senza dubbio negativo». I due ricercatori, che spiegavano come anche
i lavoratori meno qualificati allargassero la torta economica e liberassero
lavori più qualificati per gli autoctoni, quantificavano in 250 miliardi di
dollari la ricaduta economica tra la più aperta delle porte e la più chiusa nei
confronti dei migranti. E neanche al più pittoresco repubblicano del Texas era
venuto in mente di ridicolizzarne il risultato, tanto più che il committente
era il Cato Institute, un celebre think tank conservatore.
Questi argomenti
hanno il vantaggio della scientificità e lo svantaggio dell'astrazione.
Riguardano categorie generali (popolazione, tassazione, occupazione) che uno
capisce bene con la testa ma sente meno con la pancia. E invece è importante
arrivare anche lì, perché a quel punto la comprensione diventa totale e la
memoria indelebile. La macroeconomia deve quindi diventare micro, la Storia
declinarsi in storie. Come quelle ventiquattro che stanno per iniziare e
raccontano ognuna un settore della società che, senza gli immigrati, si
fermerebbe o entrerebbe in crisi. Per un'inesorabile calcolo matematico: in
questi comparti gli stranieri sono il 50, 70, 90 per cento della forza lavoro
totale. Ma anche quando la percentuale è minore la loro presenza è così
determinante in certe mansioni che tolti loro andrebbe giù tutto.
Così in Trentino
ho incontrato i senegalesi che raccolgono le mele nella Val di Non e fanno
inumidire d'orgoglio, per la loro inedita dedizione, gli occhi dei montanari.
In Veneto i giganti nigerini che scarnificano tappeti di carne destinati alla
concia di giubbetti da vendere a Hollywood. In Emilia Romagna i maghrebini che
puliscono, con paghe e tempi sempre più ridotti, gli uffici e le scuole dei
nostri bambini. In Campania i sikh che fanno l'alba con le bufale e passano il resto
del giorno pattinando sul loro letame per regalarci mozzarelle da esportazione.
In Sicilia i pescatori tunisini senza i quali la flotta di Mazara del Vallo,
che da sola fa un quarto del pescato nazionale, non prenderebbe il mare. Ma
sono solo alcune delle vicende economiche e umane che compongono il libro.
Ventiquattro, come si diceva, perché ognuna corrisponde a un'ora della
giornata. Una giornata italiana, gentilmente offerta dagli stranieri. Riccardo
Staglianò IM 23
“I parlamentari eletti all’Estero e i problemi dei migranti”
Dietikon. La sala
del consiglio comunale di Dietikon, luogo deputato alla determinazione delle
scelte e degli indirizzi della vita pubblica dell’importante centro
zurighese, è stata la sede ideale per ospitare, recentemente, l’incontro della
comunità con il Senatore Claudio Micheloni, Presidente della FCLIS e l’On. Franco
Narducci, Vicepresidente della Commissione Esteri della Camera dei Deputati. I
temi della serata, promossa unitariamente dalle tre più significative organizzazioni
locali, ACLI, Colonia Libera Italiana e Partito Democratico, erano di notevole
rilievo e di grande attualità: “L’Italia, i parlamentari eletti all’Estero e i
problemi dei migranti. Associazionismo e partecipazione nella società
svizzera”. I connazionali sono intervenuti numerosi alla manifestazione e
nutrita si è mostrata anche la lista degli ospiti, in primo luogo il sindaco
Otto Müller, che ha sottolineato la
funzione estremamente positiva degli italiani a Dietikon, come fonte di
ricchezza non solo economica, ma anche civile e culturale. Elisabeth Müller,
Ueli Bayer e Martin Romer del FDP, Trudy Frei dello SVP, Max Wiederkehr del
CVP, Samuel Spahn dei Grüne e Rolf Steiner del SP, hanno testimoniato, con la
loro presenza, il vivo interesse alle tematiche dell’emigrazione. Con
moderatore il giornalista Giangi Cretti, puntuale ed efficace nel ravvivare le
dinamiche del dibattito, il tavolo della presidenza era composto, oltre che dai
due oratori ufficiali, da Aldo Gullo Presidente delle ACLI, che ha aperto i
lavori rimarcando il valore dell’assemblea, da Paolo Tebaldi della CLI
incaricato di trarre le conclusioni e da Michele Schiavone, Segretario del PD
in Svizzera.
I due parlamentari
eletti all’estero, Micheloni e Narducci, si sono soffermati sulla delicata
situazione economica e politica che sta vivendo l’Italia. Hanno espresso lo
sconcerto e l’inquietudine per gli scandali, la corruzione, un parlamento
impedito a svolgere i propri compiti istituzionali dall’arroganza e la
protervia di un governo incapace di affrontare i nodi della crisi, i
problemi del lavoro, del precariato,
delle fabbriche che chiudono, dei giovani senza prospettive, dei pensionati con
redditi da fame. Con un un premier preoccupato d’infarcire i lavori di Camera e
Senato di provvedimenti ad personam, e
che, con crescente virulenza, attacca la
magistratura, la Consulta, mette a repentaglio i delicati equilibri tra i
poteri dello Stato e gli organi di controllo e di garanzia, prefigurando una
deriva plebiscitaria e populista.
E’ stato posto
quindi l’accento sulla necessità di difendere la democrazia, le regole, la
legge uguale per tutti, la Costituzione.
Micheloni e
Narducci hanno accennato anche alla tormentata vigilia per le elezioni
regionali, alla vicenda incredibile del falso senatore Di Girolamo e
all’attacco al voto all’estero, una conquista – hanno detto - che non può
essere abolita, ma va corretta nelle modalità operative che garantiscano
inviolabilità e segretezza delle schede elettorali e misure severe contro ogni
tentativo di brogli e ingerenze mafiiose.
I due oratori
hanno ribadito il concetto che la rappresentanza parlamentare eletta fuori dei
confini nazionali è un fatto
insopprimibile e innovativo soprattutto perché mette in luce la straordinaria
importanza, non solo in termini economici, che rappresenta per l’Italia,
l’immagine di laboriosità, di ingegno, di capacità professionali e creative
degli italiani all’estero.
In Svizzera,
l’attacco allo stato sociale e i problemi occupazionali e le condizioni di vita
degli anziani sono, infine, solo alcuni degli esempi di come non si possa
prescindere, nell’attività politica, da una riflessione sulla interconnessione
e sulla globalizzazione, fenomeni
presenti all’interno dei processi in atto sia in Italia che nella Confederazione.
Michele Schiavone,
dal canto suo, dopo aver esaltato la funzione del PD in Svizzera, si è detto
sicuro che l’impegno degli emigrati all’interno della realtà locale apre
prospettive nuove e accresce la sensibilità delle autorità svizzere verso i problemi
delle collettività estere.
Giangi Cretti ha
aperto quindi la fase degi interventi del pubblico. L’accesa discussione
imbastita dai rappresentanti del Comitato della vittime della colossale truffa
perpetrata sulla previdenza professionale ad opera di un funzionario disonesto
di patronato, se ha drammaticamente illustrato la situazione in cui versano
diversi pensionati derubati e le loro famiglie, ha purtroppo tolto lo spazio
necessario a sviluppare il secondo tema all’ordine del giorno: la partecipazione
degli emigrati alla vita della società elvetica, tanto più interessante per la
presenza in sala di autorevoli dirigenti dei partiti svizzeri locali e di due cittadini con doppio passaporto,
Angela Gullo e Gabriele Olivieri, eletti recentemente nel consiglio comunale.
Tuttavia non sono mancati contributi notevoli da parte di diversi
rappresentanti dell’emigrazione organizzata, tra cui segnaliamo quelli di Mauro
Bistolfi, responsabile d’organizzazione della FCLIS, di Alessandro Calaprice di
Rifondazione, di Gullo Mario presidente dell’Associazione Sanpietrese. Erano
presenti anche esponenti dell’Italia dei Valori, dell’AVIS di Zurigo, del
Comitato dei Genitori di Detikon,
dell’UNITRE di Winterthur, dell’Associazione Molisani di ZurIgo, del PD
e delle CLI di Dübendorf e di Zurigo. Non ha voluto mancare all’appuntamento il
Presidente del Comites di Zurigo, Paolo Da Costa.
A chiusura
dell’assemblea sono stati evidenziati gli obiettivi fondamentali posti dai
promotori dell’incontro. Primo: la volontà di azioni e iniziative unitarie per
fronteggiare l’apatia e l’indifferenza e “sostituire gli egoismi con la ricerca
del bene comune, con i sentimenti di appartenenza e di solidarietà, con la
cooperazione e l’impegno civile”. Secondo: la diffusione della figura positiva
dell’emigrato che, da un lato si interessa a quello che succede in Italia e
“svolge un ruolo propositivo con la battaglia delle idee, il confronto, il
voto”, e, dall’altro, vuole intervenire attivamente nello sviluppo economico,
sociale, politico e culturale della società elvetica. Immagine, dunque,
dell’italiano in Svizzera che grazie all’attività e al lavoro formativo delle
maggiori organizzazioni degli emigrati elabora “un’identità non statica,
immobile, ma che si trasforma, si plasma e si aggiorna alimentandosi della
memoria storica, dei ricordi del passato e delle origini, ma anche delle
contaminazioni del presente, degli usi, costumi e tradizioni dei luoghi dove
vive e lavora, delle speranze di un futuro migliore”. De.it.press
Monaco di Baviera. Inaugurata la mostra di Letizia Battaglia “Fotografie
siciliane dal 1976 al 2009”
Monaco di Baviera
- Resterà aperta fino al 6 giugno la
mostra di Letizia Battaglia »Fotografie siciliane dal 1976 al 2009« inaugurata
ieri martedì 23 marzo dall’IIC, presente l’artista, presso il Gasteig, Aspekte
Galerie, Rosenheimer Strasse 5, a Monaco di Baviera. L’ingresso libero e gli
orari di apertura sono da lunedì a sabato alle ore 10-22.
Organizzano
l’evento la Aspekte Galerie der Münchner Volkshochschule in collaborazione
con la Stadtbibliothek di Monaco di Baviera, Komm-Bildungsbereich, l’ Istituto
Italiano di Cultura e il Circolo Cento Fiori e.V.
Letizia Battaglia,
nata a Palermo nel 1935, ha dedicato la sua vita di fotografa, di consigliere
comunale, di editrice e di attivista politica alla lotta per la giustizia e per
la libertà. Nel suo impegno entusiasta la macchina fotografica diventa la sua
arma e le foto risvegliano le coscienze e danno un volto alla mafia e alle sue
vittime. Nel 1974 documenta l'inizio degli anni di piombo della sua città,
scattando foto sui delitti di mafia per comunicare alle coscienze la misura di
quelle atrocità. Ma Letizia Battaglia non è solo "la fotografa della
mafia". Le sue foto, spesso in un vivido e nitido bianco e nero, si
prefiggono di raccontare soprattutto Palermo nella sua miseria e nel suo
splendore, i suoi morti di mafia ma anche le sue tradizioni, gli sguardi di
bambini e di donne (la Battaglia predilige i soggetti femminili), i quartieri,
le strade, le feste e i lutti, la vita quotidiana e i volti del potere di una
città contraddittoria.
»Credo che la mia
vita sia iniziata proprio con la macchina fotografica«, dice Battaglia, »con
questo intendo la mia libertà, la mia voce«.
Si è occupata
anche di politica; nel 1979 è cofondatrice del Centro di Documentazione
"Giuseppe Impastato", è stata consigliere comunale e nel 1991 è
eletta deputato, nell'XI Legislatura, all'Assemblea Regionale Siciliana.
Letizia Battaglia
è stata insignita di rinomati premi internazionali. Nel 1985 riceve il
W.-Eugene- Smith-Awarde, nel 2007 »la combattiva fotografa italiana per la sua
opera impegnata« viene onorata del premio Dr.-Erich-Salomon dalla Deutschen
Gesellschaft für Photographie.
Nel 2006, in occasione
del Festival Sguardi altrove di Milano, è stato proiettato il film-documentario
per la Tv svizzera di Daniela Zanzotto Battaglia - una donna contro la mafia, a
lei dedicato. Nel 2008 appare in un cameo nel film di Wim Wenders Palermo
Shooting. Ulteriori informazioni presso l’IIC di monaco.
(de.it.press)
La presenza dell’Italia alla Musikmesse di Francoforte (24-27 marzo)
Il più grande
padiglione collettivo estero Padiglione 3.1 Stand G 51
Francoforte -
Quest’anno l’Italia festeggia un piccolo giubileo: Per la decima volta
l’Istituto nazionale per il Commercio Estero I.C.E., in collaborazione con
l’Associazione di categoria degli Strumenti Acustici, A.C.I.S.A., organizza la
partecipazione collettiva alla Musikmesse di Francoforte.
Di pari passo con
il giubileo il padiglione italiano consegue dei risultati record: 38
espositori (+ 6%)
presentano su una superficie complessiva di 468m² (+ 18%) i loro
prodotti e servizi
al pubblico internazionale della Musikmesse di Francoforte, che nel
2009 ha registrato
79.000 visitatori da 113 paesi. Per l’ennesima volta l’Italia partecipa con la
collettiva straniera di maggiori dimensioni.
Ma la dimensione
senza la qualità è un criterio di valutazione relativo dell’esposizione Made in
Italy. Per gli organizzatori dell’ITALIAN PAVILION la qualità è il presupposto
al quale devono adempiere le aziende partecipanti, fin dalla prima
partecipazione del 2001.
Nell’anno 2009 il
numero di espositori è stato di 1.558. Per il numero di partecipanti
l’Italia, dopo la
Germania e gli USA, è stata con 122 aziende al terzo posto. Per il 2010, l’Ente
fiera renderà noti i dati il 23 marzo nell’ambito della conferenza stampa
d’inaugurazione.
Davanti allo
scenario della crisi finaziaria la crescita della collettiva italiana è ancora
più positiva e sorprendente. 38 sono le imprese che espongono i loro prodotti e
servizi nell’ambito della collettiva italiana. Il settore degli strumenti a
corda, della liuteria, con i relativi accessori rappresenta l’82% dell’offerta,
con 31 espositori partecipanti. 5 sono i produttori di fisarmoniche e relativi
accessori (13%) e 2 aziende (5%) sono del settore editoria (sia letteratura che
musica).
Il catalogo degli
espositori è consultabile sul portale istituzionale dell’I.C.E., alla pagina
www.italtrade.com/countries/europe/germany/index della rubrica “Verschiedenes”.
Come in tutti i
Paesi europei, anche in Germania il mercato degli strumenti musicali è di
difficile definizione, essendo disponibile sull’argomento solo pochissimo
materiale informativo o statistico ufficiale. Le informazioni riportate di
seguito si basano su queste pubblicazioni e, per quanto riguarda il commercio
estero, sul “World Trade Atlas”.
Secondo l’agenzia
di consulting, la BBE di Colonia, nel 2009 il volume del mercato interno
tedesco di strumenti musicali, parti ed accessori è stato di 842 milioni di
Euro, quindi di 6 milioni Euro inferiore all’anno 2008. Il canale di
distribuzione predominante è il dettaglio specializzato con una quota del 67%.
Seguono la vendita diretta (11,8%) e la vendita per corrispondenza (10%). I
segmenti più importanti sono i grandi strumenti (202 mln), gli strumenti
elettronici (145 mln) e gli accessori (138 mln).
La Germania è un
Paese forte nelle esportazioni di strumenti musicali, parti ed
accessori. La quota
delle esportazioni dell’industria tedesca supera, infatti, il 70%.
Mentre in passato
le vendite all’estero sono costantemente cresciute, nei primi 9 mesi
del 2009, invece,
la crisi mondiale ha portato ad una riduzione delle consegne tedesche del 9%.
Le esportazioni verso l’Italia, numero 9 tra i paesi acquirenti, sono aumentate
del 20% per un valore di € 14,6 milioni. La quota sul totale delle esportazioni
tedesche (€ 288,6 mln) è con il 5% di 1,2 punti percentuali più alta che nello
stesso periodo 2008.
I mercati di
sbocco più importanti per l’industria tedesca rimangono gli USA (11,6%) e
Francia (10,2%). Le importazioni tedesche sono aumentate dell’11,4% per un
totale di € 293,5 milioni. Tra i paesi fornitori l’Italia, con una quota del 3%
si trova alla posizione 10. (Ice, de.it.press)
Hannover. Un progetto di educazione artistica coinvolge bambini delle
elementari di più Paesi
Hannover –
Prosegue il progetto ideato dall’artista Antoine Cesaroni (di Genzano, in
provincia di Roma) per avvicinare i bambini delle scuole elementari alla
cultura artistica, accolto e realizzato in Germania da Giuseppe Scigliano,
presidente del Comites di Hannover e insegnante presso la Johannisschule di
Osnabrück.Quattro istituti scolastici hanno partecipato nel 2009 all’iniziativa
coordinata dallo stesso Cesaroni: la scuola primaria di Colle Palazzo di
Velletri (per l’Italia), la Johannisschule di Osnabrück (Germania), la scuola
elementare Marcel Doret du Chatillon (Francia) e la Grundschule Matsue aus
Matsusaka (Giappone). Nel 2010 la scuola francese verrà sostituita dalla
scuola elementare di Haarlem, in Olanda, nella partecipazione al progetto.
Per l’anno in corso, l’impegno dei bambini
della scuola di Velletri sarà dedicato alla opere pittoriche dei grandi maestri
del Rinascimento, seguiti anche dalla scuola giapponese, che completerà
l’itinerario prendendo in considerazione la opere classiche di Ukiyoe. I
maestri tedeschi dell’espressionismo saranno invece al centro del lavoro della
scuola di Osnabrück, mentre l’istituto olandese si occuperà degli artisti del
movimento “Cobra”. Proseguiranno, infine, anche le mostre itineranti a cui il
progetto a dato vita nelle diverse città coinvolte: dal 27 al 31 marzo a
Matsusaka; dal 20 al 26 aprile a Velletri; dal 12 al 17 maggio a Osnabruck e
dal 7 al 12 giungo a Haarlem. (Inform)
Francoforte. Un giorno di festa al museo, che si ”maschera“ per i bambini
Francoforte - È la
capitale finanziaria della Germania e sede della banca centrale dell’unione
europea. Ma a Francoforte, non si respira solo l’energico attivismo degli
affari che ruotano intorno ai grattacieli più alti d’Europa. Accanto ai soldi e
alla finanza, ha un posto speciale l’attenzione per l’educazione
nell’infanzia, ancora estranea alle logiche del commercio. E così è possibile
incontrare centinaia di bambini accompagnati dai genitori, in feste
giocose all’interno di musei organizzate dal personale. Con strumenti e metodi
che niente hanno a che vedere con le seriose visite scolastiche.
Qui tutto è
permesso: persino ballare al ritmo della musica di un dj, nella sala d’ingresso
di un centro d' esposizione, allestita per l’occasione. Artefici delle
iniziative i pedagoghi. “Perché ogni centro - spiega Irmi Rauber - pedagoga
allo Schirn, la Kunsthalle della città -, non ha uno ma tanti
pedagoghi".
E allora spazio ai
colori, alla musica e al teatro. Per ogni nuovo allestimento lo scopo è
avvicinare i bambini all’arte facendoli entrare nel mondo dell’artista e nella
storia dei suoi quadri. Per Seurat, il maestro del puntinismo (allo Schirn fino
al 9 maggio), c’è una collezionista parigina impersonata da una studentessa
della Schauspielschule. Ha un bel cappellino, un abito ottocentesco e presenta
ai bambini la madre del pittore, chiedendole dove può comperare quel quadro che
i bimbi devono vedere. E poi due giovani adagiate sul prato sintetico allestito
proprio sul pavimento del museo. Il loro posto è davanti allo studio-dipinto
che le ritrae con il loro pic-nic. Oppure il direttore del circo, con la divisa
rosso sgargiante, accompagnato da un'altra elegante signora che fa
vedere ai piccoli spettatori i puntini con cui il pittore ha dipinto la
cornice del quadro.
C`è anche un dj
che ogni tanto "stoppa" la musica per cogliere in fallo chi non
smette di ballare. E il giocoliere che fa i suoi giochi di prestigio. E
tanti colori, pennelli, cavalletti e tele: allora, perché non far provare i
bambini a dipingere puntini? Ecco pronta per essere colorata una
parete del museo perché barriere non ce ne siano fra l’arte e i bambini. Iulca
Pennacchia, CdI
La Chaux de Fonds. In difficoltá la lingua italiana in Svizzera
La Chaux de Fonds.
Si è tenuta domenica scorsa, 21 marzo, un’assemblea pubblica organizzata dal
Circolo del Partito democratico di La Chaux de Fonds per avviare il
tesseramento al partito. All’incontro presieduto dal segretario Andrea Serra
hanno partecipato il consigliere agli stati (senatore) e sindaco cittadino, Didier
Berberat, la presidente del Circolo Pd di Neuchâtel, Maria Chiara Vannetti, ed
il segretario nazionale del Pd in Svizzera, Michele Schiavone.
L’assemblea
pubblica ha permesso al Consigliere agli stati Berberat di far conoscere le
ragioni della sua interpellazione a sostegno delle lingue minoritarie in
Svizzera e nello specifico a favore della lingua italiana, che attraversa un
periodo di difficoltà anche per la riduzione degli interventi dello stato
italiano a sostegno dei corsi di lingua e cultura italiana. A detta di Berberat
è necessario attendere la fine di maggio per conoscere le modalità di
applicazione della nuova legge per la tutela delle lingue minoritarie in
Svizzera entrata in vigore quest’anno, prima di agire nello specifico della
materia. Il dibattito è servito anche per affrontare l’attualità politica
italiana e su invito del segretario nazionale a mettere in campo tutte le forze
per far partecipare le elettrici e gli elettori alle elezioni regionali
italiane che si svolgeranno il prossimo fine settimana. De.it.press
Zurigo. Gli italiani in Svizzera invitati a partecipare alla regionali in
Italia
Affoltern am Albis
- Il Circolo del Partito democratico di Affoltern am Albis, una cittadina
nell’area metropolitana di Zurigo, lunedì 22 marzo ha riunito i suoi iscritti dibattendo sulle
imminenti elezioni regionali italiane, che coinvolgeranno anche numerosi
cittadini italiani residenti in Svizzera.
Alla riunione presieduta dal segretario locale Donato Puntillo sono
intervenuti anche Antonia Pichi, segretario del PD di Zurigo, Fabrizio Macrì,
componente dell’assemblea nazionale e Michele Schiavone.
In questa
preoccupante fase della vita politica del nostro paese, in cui la società
italiana ha necessità di ridefinire i propri orientamenti venuti meno dai
comportamenti e dalle scelte stravaganti e iniqui del governo, la partecipazione dei cittadini
italiani all’estero, in particolare per quelli residenti in Svizzera, può
risultare determinante per i futuri equilibri amministrativi e per le politiche
regionali rivolte a corregionali residenti fuori dai confini di residenza. Il
circolo del Pd di Affoltern am Albis rivolge un appello ai cittadini italiani
residenti nella Confederazione a compiere anche dei sacrifici, invitandoli a
partecipare alle prossime elezioni regionali e a sostenere i programmi e i
candidati del centrosinistra. De.it.press
Stanziati dalla Regione Campania 690 mila euro. Le Linee guida 2010 per i
campani nel mondo
NAPOLI - Sostegno ad associazioni e
federazioni, rafforzamento dei legami e rapporti tra le comunità di residenti
all'estero, iniziative di sostegno per favorire il rientro in Italia, studi e
ricerche. Con uno stanziamento di 690 mila euro.
Questi i punti principali delle Linee Guida
2010 per i campani nel mondo approvate dalla Regione Campania e
dall'Assessorato regionale all'emigrazione
(http://www.campaninelmondo.org/assets/allegati/199_d_lineeguida2010campmondo.pdf
).
Le Linee guida sono state pubblicate sul Burc
numero 21 del 15 marzo. Tra gli obiettivi del documento anche il sostegno al
mondo giovanile e delle donne: previsti, infatti, interventi per favorire e
stimolare la partecipazione di entrambe le categorie alla vita delle comunità
campane. I fondi stanziati dall'amministrazione regionale sono distribuiti su
diversi campi di intervento.
Un ampio piano di azione – si sottolinea
dalla Regione - che punta alle nuove generazioni e al potenziamento delle
realtà produttive, creative e delle comunità solidali. Ma non solo. Il
documento approvato consentirà, inoltre, di consolidare sempre di più i legami
tra le comunità di campani nel mondo e il territorio d'origine. Ed ancora.
Finalità dell'Ente regionale è anche rafforzare la rete degli interventi
istituzionali, il ruolo di coordinamento regionale e della Consulta regionale,
mirando alla creazione di una forte cabina di regia. Altre iniziative
punteranno ad accompagnare il rientro degli emigranti di prima generazione.
(Inform)
L’unione politica che non c’è. Se l’Europa rinuncia a salvare la Grecia
Anche per un
osservatore attento è diventato impossibile seguire le politiche europee sulla
crisi greca. Ogni giorno la soluzione sembra a portata di mano ma il mattino
seguente le cose ritornano in alto mare.
Quindici giorni
fa, quando il primo ministro greco ha incontrato prima Angela Merkel e poi
Nicholas Sarkozy, non sembrava rimanere alcun ostacolo ad un intervento
concordato fra i principali paesi europei. Non si trattava di una vera e
propria nuova politica comune ma si andava almeno verso un accordo capace di
portare a soluzione un problema che, se lasciato a lungo sul tavolo, poteva
provocare conseguenze negative irreparabili alla moneta unica europea. La
dimensione quantitativa dell’intervento necessario non era infatti al di fuori
della portata dei paesi forti dell’euro, data la relativa modestia
dell’economia greca rispetto a quella dell’intera area monetaria europea.
Qualsiasi persona
di buon senso pensava che non fosse nemmeno immaginabile mettere a rischio la
moneta unica, e quindi una parte fondamentale della costruzione europea, per un
problema che poteva essere risolto senza eccssivi sacrifici..
Tutti questi
ragionamenti di buon senso non tenevano tuttavia conto del clima politico
interno alla Germania dove si sta affermando la convinzione di esser il solo
paese a sostenere il peso dell’economia europea e a provvedere ai bisogni e
alle mancanze degli spensierati partner.
Deve essere invece
chiaro che la Germania, che è stato paese preveggente e generoso nel processo
di creazione dell’Euro, è stato anche quello che più ne ha goduto le
conseguenze. Questo è avvenuto certamente per merito della Germania stessa che
ha saputo modernizzare con moto accelerato le proprie strutture produttive e
che, nello stesso tempo, è stata anche in grado di produrre riforme non
secondarie nel funzionamento del mercato del lavoro e del proprio sistema
previdenziale.
Un comportamento
che le ha permesso di diminuire il costo del lavoro per unità di prodotto
dell’1,4% all’anno per tutti gli anni del nuovo millenio, acquistando quindi
uno strepitoso vantaggio concorrenziale nei confronti di tutti gli altri paesi.
Come risultato,
l’attivo delle partite correnti della bilancia commerciale tedesca ha raggiunto
la strepitosa cifra del 5,2% del prodotto nazionale lordo. Per comprendere bene
il significato di questa cifra basta ricordare che essa è superiore perfino
all’attivo cinese, che si colloca attorno al 5%.
Ebbene più della
metà di quest’attivo proviene dai rapporti con gli altri paesi dell’area
dell’Euro che, in assenza della moneta unica, avrebbero tranquillamente
continuato a svalutare come facevano in precedenza, rendendo in tale modo
impossibile l’accumulazione dell’attivo su cui oggi si siede la Germania. Il
primo paese ad essere interessato a costruire una corazza di solidarietà
attorno alla moneta unica dovrebbe essere quindi la Germania. Si è creata
invece un’atmosfera politica del tutto opposta, con una opinione pubblica
sempre meno “europeista”, spinta in questa direzione dai principali “media” che
si dilettano a immaginare un euro in completa dissoluzione, fino al punto che
un recentissimo sondaggio del Financial Times ci dice che il 40% dei tedeschi
sarebbe in favore dell’uscita della Germania dall’area dell’Euro.
Come è diventato
ormai una consuetudine consolidata delle democrazie europee, il governo tedesco
si è messo in gara per cavalcare l’opinione pubblica. I pur giustificati
sermoni alla Grecia sono diventati tuoni quotidiani e i possibili modesti
interventi sono presentati come un’impossibile violazione di un’etica
internazionale di cui la Germania sarebbe il solo legittimo paladino.
Il nuovo governo
greco, da parte sua, ha accettato un severissimo piano di rientro dal deficit,
il rispetto del quale sarebbe la migliore garanzia per il futuro delle regole
di convivenza monetaria. A questo punto ci si dovrebbe quindi concentrare nel
definire gli aspetti tecnici del modesto pacchetto dei prestiti bilaterali
necessari e nel mettere a punto i sistemi di sorveglianza in grado di obbligare
la Grecia a mantenere gli impegni assunti. Al contrario è cominciata una
cacofonia di dichiarazioni discordanti che mette ancora una volta a nudo la
crisi delle istituzioni e europee e la difficoltà di un qualsiasi accordo tra i
diversi governi, anche a causa delle crescenti diverganze fra Germania e
Francia. Se si continua in questo modo, alla Grecia non resterà altro che
ricorrere al soccorso del Fondo Monetario Internzionale. Non che vi sia nulla
di scndaloso in questo perchè il Fondo esiste proprio per venire incontro alle
necessità straordinarie di tutti i suoi membri. Non vedo quindi nulla di
improprio nel fatto che la Grecia faccia appello a chi è più disponibile ad
aiutarla. Ritengo però che questo provocherebbe un danno gravissimo non tanto
alla Grecia quanto all’immagine dell’Unione Europea e alla forza dell’Euro.
Mancano solo due giorni all’inizio del Consiglio Europeo che dovrebbe prendere
una decisione in materia ma tanta è la confusione sotto il cielo europeo che
non sappiamo nemmeno se il problema sarà inserito nell’agenda del vertice.
Mi chiedo a questo
punto quale catastrofe deve capitare per farci capire che nessuna nazione
europea, nemmeno la grande Germania, può sopravvivere da sola nel nuovo mondo
globalizzato. IM 23
Crisi e debito. «Ad Atene prestiti, non sovvenzioni»
Monito di Trichet,
ma l'euro precipita - Il presidente della Bce: «Sostengo solo se Eurozona a
rischio». Moneta unica ai minimi sul franco svizzero
STRASBURGO- Un
intervento «a sostegno della Grecia» deve rispondere a due principi: «non deve
essere una sovvenzione» e al tempo stesso deve implicare «condizioni
estremamente rigorose»; il secondo «è che ci si deve trovare in una situazione
straordinaria che ponga un problema immediato per l'Eurozona». Il presidente
della Bce Jean-Claude Trichet - in vista del vertice europeo in programma il 25
e il 26 marzo che sarà chiamato a decidere su eventuali interventi a favore di
Atene - ha provato a porre le condizioni dell'istituto centrale di Francoforte
durante un discorso all'Europarlamento. Il numero uno della Banca centrale
europea ha specificato che aiuti a favore della Grecia, alle prese con un
debito pubblico in crescita esponenziale e una situazione di stagnazione
economica molto pesante, dovrebbe essere inteso «non come una sovvenzione» ma
come un «prestito» a condizioni ben precise e rigorose. Trichet non ha
specificato se la Grecia e l'Eurozona attualmente si trovino in questa
situazione. E pertanto, vista l'incertezza, i mercati hanno reagito facendo
precipitare le quotazioni della valuta europea.
L'EURO PRECIPITA -
L'euro è infatti crollato pochi minuti fa al minimo storico contro il franco
svizzero, toccando quota 1,4310. Il livello raggiunto non era mai stato toccato
dal 1999, data di debutto della divisa europea. L'euro ha chiuso debole anche
contro dollaro, poco sopra la soglia di 1,35 dollari, dopo aver toccato i
minimi da tre settimane a quota 1,3464. La divisa europea passa di mano sul
finale a 121,71 yen mentre la moneta giapponese vale 90,01 dollari.
RIPRESA MODERATA -
Trichet ha anche descritto lo stato di salute dell'economia continentale,
affermando che nel 2010 la ripresa sarà moderata e prevarrà uno scenario «di
alta incertezza». Nel medio termine si prevedono inoltre «basse pressioni
inflazionistiche».
CONTI PRIORITÀ
ASSOLUTA - «Il rischio che squilibri globali insostenibili possano riemergere
nel prossimo periodo non può essere sottovalutato», ha detto ancora il
presidente della Bce, invitando tutti i Paesi della zona euro «a rafforzare gli
impegni sul fronte del risanamento dei conti pubblici». Questa, per Trichet,
deve essere «la priorità assoluta dei governi nazionali, che dovranno prendere
ulteriori misure nei prossimi anni per correggere i deficit eccessivi nei tempi
previsti».
CdS 22
L’uscita dalla
crisi finanziaria mondiale assomiglia sempre di più a certe ascensioni dal
percorso molto esposto nelle quali a ogni passo si rischia di cadere e si è in
preda alle vertigini. Il senso di vertigine è chiaramente visibile se si guarda
all’euro che sta mostrando vistosi segnali di indebolimento per l’incapacità
dell’Europa non solo di risolvere ma addirittura di affrontare il problema del
debito pubblico greco.
Sono ormai 15
giorni che il neo primo ministro di Atene, Giorgio Papandreou, viene lasciato a
bagnomaria tra esitazioni e silenzi, o meglio sottoposto a una serie di docce
fredde sulla possibilità di ottenere un finanziamento dai partner europei. Per
conseguenza di queste docce fredde è però l’euro che si sta prendendo la
polmonite: se gli europei non sapessero risolvere i problemi monetari di un
piccolo paese della loro area, vedremmo accrescersi la sua vulnerabilità e
ridursi fortemente la sua credibilità come grande valuta mondiale.
Alla base
dell’indecisione europea ci sono le incertezze tedesche. Berlino sembra
incapace di un dialogo costruttivo e indulge in un eccesso di moralismo che si
può sintetizzare in tre punti. Il primo è che i greci sono «cattivi» perché il
rapporto deficit/Pil è all’astronomico livello del 12,9 che fa sembrare gli
italiani, con un valore del 5 per cento, dei maestri di virtù. Il secondo è che
sono anche degli imbroglioni perché, pur di entrare nell’euro, nel 2004
truccarono le cifre della loro situazione finanziaria pubblica. Per conseguenza
- ed ecco il terzo punto - è bene che paghino duramente e non presentino il
conto al contribuente tedesco. Per usare l’espressione di un precedente
cancelliere tedesco, Helmut Schmidt, rivolta contro l’Italia nel 1974, durante una
grave crisi della lira, la Germania non presterà «nemmeno uno stanco marco»
(keine muede Mark) a gente fatta così.
Andrebbe osservato
che il deficit greco è stato a lungo tollerato dall’Europa forse anche perché
il collocamento del debito greco ha procurato profitti non trascurabili alle
banche tedesche; che nel 2004 si chiusero gli occhi sui «trucchi» greci anche
perché nessun paese era del tutto alieno da qualche abbellimento contabile: e
che nel 1974 la Germania fu alla fine costretta a concedere un grosso prestito
alla sciagurata Italia, per evitare il collasso della nascente Unione Europea,
pure costringendola all’umiliante pignoramento di una parte ingente delle sue
riserve auree. Il prestito però venne puntualmente restituito e l’economia
italiana riprese la sua corsa per altri quindici anni.
Oggi al posto del
marco c’è l’euro e il «potere di indirizzo» dei tedeschi sulla moneta comune è
sicuramente minore. Rifiutare il prestito ai greci, o concederlo a condizioni
che li condanni a dieci anni di stagnazione (è questo più o meno il costo del
rientro dal debito) significa imporre loro qualcosa di simile a onerose
riparazioni di guerra. I tedeschi dovrebbero ricordare che proprio le
riparazioni di guerra imposte alla Germania segnarono la fine della democrazia
nel loro paese e contribuirono potentemente a creare le premesse della seconda
guerra mondiale; al contrario, la rinuncia alle riparazioni di guerra nel 1945
da parte degli alleati occidentali pose le basi per il miracolo tedesco, mentre
i russi spogliarono la Germania Orientale della sua attrezzatura industriale
determinandone una pesante inferiorità tecnologica ed economica nei confronti
delle zone occidentali.
Purtroppo
l’esitazione sul debito greco avviene in un momento in cui il governo francese
è indebolito da una pesante sconfitta elettorale, la Gran Bretagna ha seri
problemi economici e un cambio politico in vista, la Spagna e l’Italia non sono
certo brillanti, sia pure per ragioni diverse. Il vuoto delle strategie
tedesche si colloca così in un vuoto politico-economico europeo mentre si teme
un aumento del costo del denaro dopo la stretta monetaria cinese, la ripresa
economica americana stenta ad andare a regime e c’è una forte tensione
sino-americana sul cambio della moneta di Pechino. Quasi duemilacinquecento
anni fa, trecento guerrieri greci fermarono, almeno temporaneamente, l’avanzata
dell’imponente esercito persiano alle Termopili; oggi il debito greco, di assai
modesta entità nel contesto mondiale, potrebbe rappresentare un cuneo non
trascurabile nelle prospettive di una stabile ripresa.
La Grecia va
quindi aiutata. Ma come? Non certo pagando a pie’ di lista, in questo almeno i
tedeschi hanno ragione. Occorre quel «passo in avanti» di fronte al quale i
governi nazionali dell’Unione europea sono così esitanti: non si esce in
maniera soddisfacente dalla crisi greca senza un più stretto coordinamento
delle politiche economiche dei paesi aderenti all’Unione. Obiettivi e strumenti
devono essere maggiormente decisi a Bruxelles e meno a Parigi, Madrid, Roma e
naturalmente Berlino: alcune riforme - a cominciare da quelle pensionistiche -
sono più importanti dei prestiti e inevitabili per la Grecia e per tutti gli
altri. Dietro l’esitazione sul prestito ad Atene si indovina la riluttanza dei
maggiori paesi europei a spogliarsi di molte prerogative della politica
economica nazionale. Al contrario, l’«armonizzazione» europea non deve restare
una parola vuota e passa attraverso una vasta gamma di politiche che vanno
dall’immigrazione alle pensioni, dall’energia al sistema fiscale. Solo se si
incamminerà sulla strada del coordinamento l’Europa potrà proseguire verso
l’unità economica e politica; e purtroppo quella strada è un piano inclinato,
se non si avanza, inevitabilmente si scivola verso il basso. MARIO DEAGLIO LS
23
"Questo è il vero cambiamento". Passa la riforma sanitaria di
Obama
Nella notte il
"sì" della Camera con 219 favoervoli e 212 contrari - Assistenza
medica per 32 milioni di americani che ne erano sprovvisti - Ora tocca al
Senato. Il presidente ha vinto le ultime resistenze degli antiabortisti - dal
corrispondente FEDERICO RAMPINI
La speaker della
Camera, Nancy Pelosi parla dopo il voto sulla riforma sanitaria
NEW YORK
- "Questa non è una riforma radicale ma è una grande riforma. Questo
è il vero cambiamento". Così a mezzanotte, ora di Washington, Barack Obama
ha salutato lo storico voto della Camera. Un'ora prima con 219 sì contro 212
no, sotto la presidenza di Nancy Pelosi la Camera aveva approvato la sua
sofferta riforma sanitaria. E' passata una legge di straordinaria portata, che
dopo l'approvazione del Senato estenderà a 32 milioni di americani
un'assistenza medica di cui erano finora sprovvisti. E' la fine di un incubo,
14 mesi in cui il presidente si era giocato la sua immagine su questo
"cantiere progressista".
Obama ce l'ha
fatta su un terreno dove da mezzo secolo tutti i presidenti erano stati
sconfitti. Ha affrontato una piaga sociale, che vede l'America molto più
indietro degli altri paesi ricchi per la qualità delle cure mediche offerte
all'insieme della popolazione. Forse il suo partito pagherà qualche prezzo alle
elezioni legislative di novembre, ma i democratici hanno messo la loro firma
esclusiva (senza un solo voto repubblicano) su una delle più ambiziose
normative sociali del paese. 34 di loro hanno votato contro, per paura di
giocarsi la rielezione a novembre, di fronte all'offensiva della destra che
dipinge questa legge come la "socializzazione delle cure mediche" e l'anticamera
di una bancarotta di Stato. Ma fino all'ultimo le defezioni nel partito di
maggioranza hanno rischiato di essere ben più elevate.
La pattuglia più
numerosa dei "dissidenti" era quella degli antiabortisti, guidati dal
deputato Bart Stupak del Michigan. E' stato decisivo l'intervento di Barack
Obama nelle ultimissime ore. Rinviato il suo viaggio in Indonesia, il
presidente ha fatto pressione personalmente su ciascuno dei deputati incerti.
Agli antiabortisti ha offerto una garanzia speciale: proprio mentre la Camera
era riunita per le votazioni, ieri Obama ha firmato un "ordine
esecutivo" che rafforza il divieto di usare i fondi federali per
rimborsare le spese delle interruzioni di gravidanza. A quel punto Stupak e la
pattuglia di antiabortisti sono passati a favore della riforma, garantendo la
maggioranza per l'approvazione della legge. L'ultimo voto al Senato è previsto
in pochi giorni, ed entro questa settimana Obama dovrebbe firmare la legge.
I primi effetti di
questa riforma, in vigore da subito, colpiranno gli abusi più odiosi delle
assicurazioni. Sarà vietato alle compagnie assicurative rescindere una polizza
quando il paziente si ammala, una pratica fin qui tristemente consueta. Sarà
illegale rifiutarsi di assicurare un bambino invocando le sue malattie
pre-esistenti.
Diventeranno
fuorilegge anche i tetti massimi di spesa, usati dalle assicurazioni per
rifiutare i rimborsi oltre un certo ammontare (un costume particolarmente
deleterio per i pazienti con patologie gravi che richiedono terapie costose,
come il cancro). I genitori avranno il diritto di mantenere nella copertura
della propria assicurazione sanitaria i figli fino al compimento del 26esimo
anno di età, una norma particolarmente attesa in una fase in cui i giovani
stentano a trovare un posto di lavoro (e quindi non hanno accesso
all'assicurazione che di solito è connessa a un impiego stabile). Più avanti,
entro il 2014, scatteranno gli altri aspetti della riforma, quelli che
porteranno 32 milioni di americani ad avere finalmente diritto a un'assistenza.
Di questi, la metà circa entreranno sotto la copertura della mutua di Stato per
i meno abbienti, il Medicaid. Quest'ultimo garantirà cure gratuite fino alla
soglia di 29.000 dollari di reddito annuo lordo, per una famiglia di quattro
persone. Altri 16 milioni dovranno invece comprarsi una polizza assicurativa.
Ma potranno farlo scegliendo in una nuova Borsa competitiva sorvegliata dallo
Stato, e riceveranno sussidi pubblici fino a 6.000 dollari, onde evitare che
l'assicurazione gli costi più del 9,5% del loro reddito. Multe salate per le
aziende con oltre 50 dipendenti che non offrono l'assicurazione sanitaria ai
dipendenti. Perché questo resterà comunque anche dopo la riforma il tratto
distintivo del sistema sanitario americano, imperniato sulle assicurazioni
private, e ben lontano dai servizi sanitari nazionali dei paesi europei.
Manca, nella
riforma, quello che all'origine doveva essere l'aspetto più radicalmente
innovativo: la cosiddetta opzione pubblica. Di fronte alle accuse di voler
imporre un "socialismo medico di tipo cubano" - secondo
uno slogan usato dalla destra populista del Tea Party Movement - i
democratici hanno abbandonato quell'idea, che avrebbe creato un'assicurazione
di Stato disponibile a tutti, a costi contenuti, per far concorrenza alle
assicurazioni private. In compenso ci sarà una stangata fiscale sulle
multinazionali farmaceutiche, per finanziare una parte dei costi della riforma.
Il voto compatto
di tutti i repubblicani contro la riforma sancisce la sconfitta di Obama su un
terreno: la ricerca di larghe intese bipartisan per fare avanzare le sue
riforme. Questo potrebbe danneggiare un presidente che nel novembre 2008
conquistò la Casa Bianca anche grazie ai voti degli indipendenti, l'elettorato
fluttuante di centro. Ma la destra è scivolata su posizioni estreme e Obama ha
dovuto fare un calcolo diverso: rinunciare a questa riforma avrebbe deluso la
base più progressista e militante del partito democratico, spingendola
all'astensionismo alle elezioni di novembre. La vittoria alla Camera ha del
miracoloso perché appena due mesi fa la riforma sembrava condannata, quando i
democratici persero un'elezione cruciale nel seggio senatoriale del
Massachusetts che era stato di Ted Kennedy. Proprio le compagnie assicurative
hanno fornito a Obama l'opportunità per riprendere l'iniziativa: il rincaro del
39% delle tariffe imposto dal colosso assicurativo Blue Cross in California un
mese fa è diventato il simbolo di un sistema iniquo e perverso. Da
quell'episodio è cominciata la riscossa di Obama, che ha accusato i
repubblicani di essere al servizio di un capitalismo sanitario che accumula
profitti speculando sulle sofferenze dei cittadini. LR 22
Sanità Usa, le insidie non sono ancora finite
L’happy ending non
è stato ancora apposto in calce ma, mentre scriviamo, l’approvazione della
riforma dell’assistenza medica, la più ostica e intensamente ideologica legge
del dopoguerra americano, sembra essere molto vicina. Se questa speranza dei
democratici si materializzasse nel corso della nostra notte, da questa mattina
anche in Usa - il Paese della libera concorrenza, del capitalismo senza
pentimenti, dell’individualismo senza mitigazioni - i poveri potranno (più o
meno) avere cure mediche. E Obama avrà firmato il primo vero passo del promesso
«cambio», e rovesciato il corso declinante in cui era entrato.
La eventuale
vittoria conseguita non porta tuttavia necessariamente al consolidamento della
sua Presidenza. Anzi.
La battaglia per
far passare questa riforma ha infatti profondamente inciso nel tessuto politico
americano, cambiando il sistema degli alleati e quello dei nemici. Davanti al
Presidente, nel momento stesso in cui prenderà atto di aver vinto, si
presenteranno dunque nuovi terreni di conflitto persino più insidiosi di quelli
finora affrontati. Fra gli amici persi nei mesi scorsi ci sono sicuramente i
democratici pro aborto.
La vittoria della
legge ieri è apparsa vicina quando il decisivo gruppo di antiabortisti,
repubblicani e democratici, guidati dal democratico Bart Stupak ha deciso di
votare a favore. La Casa Bianca ha subito annunciato una nuova misura per
rassicurare la sua base a favore dell’aborto. Ma, come si dice, nessuno è scemo:
e tutti a Washington hanno ben valutato il significato del gruppo di Stupak.
Ci sarà dunque da
aspettarsi molta delusione nel fronte pro-choice ma, per dirla con Shakespeare,
si tratterà alla fine di «molto rumore per nulla». Il sostegno pro-aborto
all’interno del Partito democratico è da anni ormai più una battaglia di
identità, legata a un certo periodo, gli anni Sessanta, che una reale battaglia
di libertà. Negli ultimi 30 anni la questione femminile in America si è
completamente ridisegnata, e non a caso nessuna delle grandi donne al potere
oggi, che pure negli anni Sessanta sono state protagoniste della battaglia pro
aborto, ha fatto sentire la sua voce. Né è un caso che il sacrificio di questo
fronte sia stato portato a termine con sveltezza e senza pentimenti da una
abortista convinta quale è Nancy Pelosi. Taglio saggio, dunque, taglio di un
mito, a favore di una più concreta assistenza sociale: ma ugualmente, dello
scontento di pezzi del partito democratico sentiremo molto nei prossimi mesi.
Il fronte più
pericoloso per la Casa Bianca oggi è quello dei nemici che, nella opposizione
alla riforma, si è approfondito nei toni, negli umori, e si è allargato,
includendo il potenziale risentimento di forti settori economici che non sono
solo le grandi industrie della sanità.
Con quali umori si
debba confrontare Obama lo abbiamo visto - tanto per fare un solo esempio -
dalla manifestazione inscenata dai militanti del movimento Tea Party alla
vigilia del voto. Hanno aspettato rappresentanti democratici, chiamandoli
«Nigger», o «Faggot», dispregiativi per nero e omosessuale, e innalzando
cartelli oltraggiosi, quale il disegno di Obama defecato da un asino a
illustrare lo «sterco d’asino». Ma anche di questi il Bardo di Avon direbbe
probabilmente «tanto rumore per nulla».
Obama ha nel
prossimo futuro da temere molto di più da nemici che per ora non sfilano. Come
si sa, il colpo che davvero uccide è quello che cala svelto, silenzioso,
inatteso, e nel segreto del buio. E di colpi come questi se ne stanno preparando
molti, nei segretissimi santuari del potere economico americano. Si sa dello
scontento delle Farmaceutiche. Ma nella equazione di Washington è entrata ora
anche Wall Street. La Wall Street che dalla crisi del 2007 è uscita indebolita
ma non vinta e che, dopo essere stata salvata da un presidente democratico,
guarda oggi con favore ai repubblicani. Dei democratici le banche temono
infatti la legge di riforma delle regole per le istituzioni finanziarie.
Sulla natura e
l’impatto di questa sfida val la pena di leggere direttamente Frank Rich, che
sul New York Times scriveva tre giorni fa: «La battaglia intorno alla riforma
delle regole è cominciata la scorsa settimana con la presentazione al Senato
del progetto di legge di Chris Dodd… e la guerra che sta per iniziare ha a che
fare non solo con chi controllerà Wall Street, ma su quali saranno le regole.
La domanda ora per i politici è: con chi si schiereranno? La leadership
repubblicana si è già dichiarata inequivocabilmente la settimana scorsa.
Parlando alla American Bankers Association il leader repubblicano della Camera,
John Boehner, ha promesso una netta opposizione alla legge di riforma». Il
feeling fra banche e i repubblicani, d’altra parte, è stato già confermato
dalle donazioni di sostegno. Perfetto esempio del cambio di clima: la JP Morgan
Chase e i suoi dipendenti, che nel 2008 avevano garantito corpose
sottoscrizioni ai democratici, l’anno scorso hanno dato il 73 per cento delle
loro donazioni ai repubblicani.
È dunque un
percorso in salita quello che aspetta Obama. Ma la vittoria di queste ore gli
fornisce una sorta di orientamento, una bussola per navigare dentro la
frammentazione degli interessi della società americana. Se è riuscito oggi a
far prevalere sugli interessi elettorali ed economici di forti settori sociali
quelli di una parte di società senza grande potere, forse ha trovato una chiave
di volta per riallineare in maniera diversa l’interesse privato e quello
pubblico del sistema di cui è a capo. LUCIA ANNUNZIATA LS 22
La riforma sanitaria. Se l’America sceglie la strada del Welfare
In questi ultimi
giorni gli interventi del presidente Obama a difesa del progetto di copertura
assicurativa sanitaria per 32 milioni di americani (ma in realtà quelli senza
assicurazione sono più di 40 milioni) sono diventati quasi frenetici. Il
presidente che doveva partire per un viaggio nel Sud-est asiatico, fissato da
tempo e rinviato già una prima volta, ha deciso di restare a casa per evitare
le defezioni dell’ultimo momento e persuadere gli incerti che fino a ieri erano
ancora una decina. La posta in gioco è di quelle che fanno la differenza tra
una sconfitta che avrebbe potuto distruggere l’immagine del presidente e della
sua amministrazione e una vittoria che tuttavia non garantisce né a lui né al
suo partito la conferma dell’attuale condizione maggioritaria conquistata dopo
quasi un trentennio di marginalità. Come ha più volte affermato Obama la
riforma è storica perché tentata inutilmente da tutti i presidenti democratici
da un secolo ad oggi ma è storica anche perché in un prevedibile futuro
potrebbe obbligare l’America a decisione fondamentali capaci di alterare il
corso della sua politica interna e internazionale. La scelta potrebbe essere
tra proseguire nella politica del welfare o mantenere l’apparato militare che
assicura la presenza americana in tutti gli scacchieri mondiali. Il costo della
riforma è stimato sui 900 miliardi nell’arco di 10 anni ma chi ha fatto le
pulci al programma sostiene che i costi saranno più alti di almeno un terzo.
Grossa cifra ma tutto sommato contenuta rispetto ai 650-700 miliardi di dollari
che ogni anno il governo americano deve mettere in bilancio per i costi delle
forze armate, delle centinaia di basi sparse per il mondo, della ricerca e
delle guerre in corso. Inoltre il welfare americano ha un altro grosso buco:
quello delle pensioni. La Social Security, la pensione pubblica introdotta da
Roosevelt negli anni della grande crisi è ben lontana da coprire le esigenze di
un individuo e di una famiglia dopo la fine della vita lavorativa. Fino a ieri
molti ricorrevano a Wall Street per colmare la differenza grazie ad
investimenti azionari che si rivalutavano negli anni, ma la fase che si è
aperta con la più grande crisi del dopoguerra non garantisce più che il circo
finanziario riesca a provvedere il quantum necessario tanto più che si prevede
che l’aumento della popolazione e la diminuzione di quella lavorativa
potrebbero rendere ancor più inadeguati i fondi attuali della pensione
pubblica.
Presto o tardi,
meglio presto, un qualche presidente americano dovrà pure occuparsi del
problema pensionistico e allora il welfare americano potrebbe essere costretto
a raggiungere i livelli europei di quei Paesi “socialisti” come la Francia, la
Germania, la Gran Bretagna che negli anni del secondo dopoguerra dovettero
scegliere, come si diceva allora, tra il burro e i cannoni. Come è noto gli
europei appena la ricostruzione delle economie lo permise optarono per il
burro, una scelta che per gli americani equivale ad adottare un sistema se non
socialista potenzialmente conflittuale con le leggi di mercato e della libera
concorrenza e in fondo con le libertà dell’individuo. La riforma sanitaria
potrebbe essere il primo passo verso la creazione di un vero e proprio welfare
americano secondo il modello europeo di cui si è parlato (per criticarlo) negli
accesi dibattiti di questi mesi. Inoltre il welfare come è ovvio va alimentato
dalle tasse e dopo un trentennio di amministrazioni repubblicane o influenzate
dalle dottrine reaganiane l’aumento delle tasse è anatema oggi in America sia
per i repubblicani che per i democratici. Queste sono le ragioni della
“storicità” della proposta di Obama e delle passioni che essa ha suscitato. È
difficile per gli europei capire perché la maggioranza degli americani rifiuti
quello che per noi è diventato un diritto individuale a cui corrisponde un
dovere dello Stato, ma Oltreatlantico quello di una copertura sanitaria
garantita dallo Stato appare una scelta politica e ideologica contraria a quei
valori “che hanno fatto grande l’America”.
Va aggiunto che la
riforma originaria è stata profondamente alterata dai compromessi e da veri e
propri trucchi procedurali adottati per farla accettare a quei democratici che
avevano deciso di votare contro. Così sul progetto di legge approvato dal
Senato i membri della Camera, molto più a sinistra, finiranno per votare solo
su alcuni minori emendamenti di scarso valore evitando il voto sull’intero
progetto di modo che in caso di necessità potranno sempre dire ai propri
elettori che loro la legge (nel suo complesso) non l’hanno votata. La procedura
è assolutamente legale ma appare come un sotterfugio che renderà difficile per
i democratici difenderla di fronte ad un’opinione pubblica che in maggioranza
rimane ostile al provvedimento. Un elemento di debolezza della riforma è anche
la sua complessità. Caduta sotto l’offensiva delle lobbies, dei medici e delle
assicurazioni, ambedue potentissime, la cosiddetta “pubblic option” che
sostanzialmente avrebbe permesso al governo di provvedere e garantire
l’assistenza medica direttamente, secondo il modello europeo l’attuale progetto
prevede che con l’eccezione dei più poveri che con il Medicaid, un programma
già esistente, restano interamente a carico dello Stato, le assicurazioni
mediche continueranno ad essere fornite da imprese private. Lo Stato interverrà
con sussidi diversi per le diverse fasce di reddito a coprire i costi delle
polizze obbligando tutti i cittadini a procurarsene una. La legge prevede costi
aggiuntivi per i datori di lavoro che dovranno contribuire all’acquisto delle
assicurazioni dei propri dipendenti. Inoltre l’attuale programma che copre gli
anziani, il cosiddetto Medicare, verrà riorganizzato riducendone gli sprechi e
verrà rifinanziato grazie alle tasse a carico delle aziende farmaceutiche
previste in circa 23 miliardi.
In conclusione, la
gestione alquanto complessa della riforma rischia di aumentarne i costi al di
là delle previsioni e il diverso livello di rimborsi di creare squilibri e
disuguaglianze tra i cittadini. Inoltre, i tagli previsti nel Medicare
potrebbero ridurne l’efficacia per una categoria di pazienti che sta crescendo
con l’invecchiamento della società. Questi i lati deboli del programma su cui è
prevedibile che si scatenino le critiche dei repubblicani e delle lobbies e, al
di là dei partiti, degli oppositori che si sono organizzati in associazioni
come i “tea parties”. Le elezioni per il rinnovo della Camera, di un terzo del
Senato e di vari governatori sono tra sette mesi e la campagna elettorale è già
in corso. È facile previsione che la riforma resterà al centro del dibattito
con le sue criticità e le sue contraddizioni, mentre i suoi vantaggi saranno
evidenti solo col tempo. GIUSEPPE MAMMARELLA IM 22
Il recupero dell'identità americana
L’approvazione
della riforma sanitaria non è solo un’importante vittoria politica per un Obama
un po’ indebolito dalla crisi economica. È un passo importante verso la
costruzione di quella nuova America che Obama aveva in mente quando si è candidato
alla Casa Bianca.
È una riforma che
non tocca solo la sanità, ma tutta la società americana, ed è coerente con
altre misure prese in questo anno di mandato, dal raddoppio degli investimenti
nell’istruzione primaria alla recente riforma dei programmi scolastici.
L’obiettivo di Obama non è, come gridano allarmati alcuni repubblicani, quello
di fare un’America socialista ed egualitaria, ma di farla tornare ad essere una
terra di opportunità per tutti, un Paese in cui il sogno americano torni ad
essere possibile. Perché negli ultimi quindici anni l’America ha fatto, sì, un
grande balzo in avanti, cavalcando la straordinaria rivoluzione tecnologica e
scientifica partita negli Anni Ottanta, e riuscendo ad attrarre, motivare e
premiare i talenti più brillanti da ogni angolo del mondo. Ma in questa enorme
rincorsa ne ha lasciati moltissimi indietro. Tanti, troppi.
I 46 milioni di
cittadini senza assicurazione medica con cui l’America si trova a fare i conti
oggi (una cifra spaventosa pari quasi al 15% dell’intera popolazione) non sono
vagabondi, alcolizzati o incapaci; sono per lo più cittadini normali, con un
lavoro e una famiglia. Secondo un rapporto rilasciato l’anno scorso dalla
Kaiser Family Foundation, il 70% dei non assicurati vive in famiglie in cui almeno
un componente ha un lavoro full time. E, dato ancora più sconcertante, il 40%
dei non assicurati sono ragazzi tra i 19 e i 29 anni.
Se questi giovani
non hanno neppure i soldi per badare alla loro salute, come potranno avere le
risorse necessarie per istruirsi e costruirsi un futuro? Tutto questo mina
pesantemente le basi della mobilità sociale degli Stati Uniti, trasformando il
sogno americano in un miraggio sempre più sfocato. I dati di numerosi studi lo
confermano. La mobilità intergenerazionale dei redditi negli Stati Uniti è una
delle più basse del mondo occidentale: quasi il 50% del differenziale dei
redditi dei genitori si trasmette ai figli, ovvero chi nasce ricco ha alte
probabilità di restare ricco, mentre chi nasce povero resta povero. Questo
problema è rimasto a lungo ignorato, messo in ombra dalle straordinarie storie
di giovani divenuti all’improvviso imprenditori di successo planetario.
Queste storie
hanno continuato a proiettare ovunque l’immagine di un’America piena di
opportunità, capace di riconoscere e valorizzare meriti e competenze. Sì, ma i
talenti e le competenze di chi? A guardare bene i protagonisti di queste storie
di successo erano giovani come Steve Jobs o Bill Gates, provenienti da famiglie
benestanti che fondavano le loro imprese mentre erano ad Harvard o in altre
prestigiose istituzioni. E lo stesso per i numerosi talenti stranieri che negli
Usa hanno costruito imperi economici. Tutti giovani che negli Stati Uniti hanno
trovato opportunità straordinarie, ma che non vi sono approdati con la valigia
di cartone, bensì per ottenere un Master a Carnegie Mellon, come Vinod Khosla,
indiano, cofondatore di Sun Microsystem, o un PhD in Informatica a Stanford,
come il russo Sergey Brin, cofondatore di Google, o come Sabeer Bathia, altro
indiano, cofondatore di Hotmail. Nel frattempo per milioni di ragazzini nati e
cresciuti negli Stati Uniti l’Università, quella di qualità, è divenuta sempre
più irraggiungibile.
Non è un caso se
Bill Gates e altri imprenditori dei settori high tech stanno facendo pressione
sul Congresso per aumentare l’ingresso nel Paese di studenti stranieri perché i
giovani americani rinunciano o non riescono ad arrivare alle prestigiose lauree
di cui loro sono continuamente in cerca. Questo fenomeno non solo potrebbe
avere conseguenze enormi sulla capacità innovativa e competitiva futura degli
Stati Uniti, ma sul tessuto sociale del paese e sul senso di appartenenza dei
suoi cittadini. Perché se l’America perde la mobilità sociale, i suoi cittadini
perderanno quel senso di possibilità, di fiducia ed identificazione nelle
istituzioni che è sempre stata la grande forza degli Stati Uniti.
Obama lo sa e ha
capito che la mobilità sociale è una medaglia a due facce: da un lato il
riconoscimento dell’eccellenza, ma dall’altro l’accesso alle opportunità per
sviluppare questa eccellenza. Gli Stati Uniti negli ultimi quindici anni si
sono preoccupati molto del primo aspetto, ma poco del secondo, col rischio di
perdere la loro vera essenza di «terra di opportunità per tutti». Riuscire a
bilanciare queste due anime non sarà facile, ma è la sfida che gli Stati Uniti
dovranno affrontare se vorranno continuare a crescere e a far sognare nuove
generazioni di americani. IRENE TINAGLI LS 23
Francia, al via rimpasto di governo. Sarkozy: ascolterò il messaggio che
viene dalle elezioni
Regionali, la
sinistra raccoglie il 54% dei voti contro il 36% della destra. I nazionalisti
di Le Pen al 9%
PARIGI - Dopo la
sconfitta alle elezioni regionali è l'ora del rimpasto. Il presidente francese
Nicolas Sarkozy ha incontrato il suo primo ministro, Francois Fillon, per «fare
il punto» della situazione dopo la pesante sconfitta della maggioranza
presidenziale alle elezioni regionali. Fillon ha lasciato l'Eliseo ed è
rientrato a palazzo Matignon. Domenica, il premier aveva ammesso la «delusione»
per i risultati della maggioranza, che resta alla guida soltanto del Consiglio
regionale dell'Alsazia, una regione su 22 che compongono la Francia
«metropolitana» (esclusi i territori d'oltremare). Dopo la sconfitta, Fillon ha
detto di prevedere un rimpasto «modesto» e «tecnico». La prima vittima
eccellente della sconfitta della destra di governo alle regionali francesi è
Xavier Darcos, ministro del Lavoro, che - secondo quanto si apprende da
ambienti vicini all'Eliseo - è stato sostituito dall'attuale ministro del
Bilancio, Eric Woerth. Al posto di Woerth, secondo le stesse fonti informate,
entra Francois Baroin, chiracchiano. Apertura anche ai fedeli di Dominique de Villepin,
che ha appena annunciato la creazione di un nuovo partito, con l'ingresso nella
compagine governativa di uno dei suoi deputati, Georges Tron.
«ASCOLTERO' IL
MESSAGGIO DEGLI ELETTORI» - Sarkozy aveva promesso di ascoltare il «messaggio»
che arrivava dalla dura batosta alle elezioni regionali. «Il presidente si
aspettava che i risultati fossero deludenti», aveva detto all'agenzia France
Presse il suo principale collaboratore, il segretario generale dell'Eliseo,
Claude Gueant. «Prima di queste regionali - aveva aggiunto Gueant - Sarkozy
aveva detto che un'elezione ha sempre un significato, un messaggio: ora è
deciso ad ascoltarlo».
LA SCONFITTA - La
decisione di Sarkozy arriva dopo quella che è una dura sconfitta per il
centrodestra di cui è il leader. L'anticipazione di domenica scorsa ha trovato
conferma nel secondo turno delle regionali che ha assegnato una netta vittoria
alla sinistra con il 54% e ha una pesante punizione per le destre. Secondo le
proiezioni l'Ump di Sarkozy non va oltre il 36 per cento e il Fronte Nazionale
di Jean Marie Le Pen non arriva al 9 per cento.
«AUTENTICA
SCONFITTA» - Nell'ultimo test elettorale prima del voto del 2012 per ottenere
un secondo mandato all'Eliseo, Sarkozy ha incaricato il suo capogruppo in
parlamento di prendere atto della bocciatura delle urne. «Ovviamente questa è
per noi un'autentica sconfitta» ha detto Jean-Francois Cope. Se le proiezioni
saranno confermate, l'Ump manterrà il controllo di una sola delle 22 regioni
continentali: la roccaforte della destra in Alsazia. La sinistra guidata dai
socialisti di Martine Aubry ha mantenuto tutte le regioni che aveva oltre ai
territori d'oltremare della Guyana francese e di Guadalupe. In Corsica il testa
a testa è tale da non permettere ancora di sbilanciarsi. L'unica consolazione
dell'Ump è di aver conquistato l'isola di Reunion, nell'Oceano Indiano.
AFFLUENZA BASSA -
L'affluenza si è mantenuta bassa, anche se superiore di quattro punti al primo
turno. L'astensione, secondo stime indipendenti, dovrebbe essere del 49 per
cento. Rispetto al primo turno le percentuali dell'Ump sono cresciute, ma
restano molto indietro rispetto a quelle dell'opposizione e Sarkozy, che
comunque mantiene una solida maggioranza in parlamento, ha ribadito che il voto
alle regionali non è da considerare come un referendum sull'operato del governo
di Parigi. Resta comunque da registrare un duro colpo per il presidente che ha
il tasso di gradimento più basso di sempre e dal quale ci si aspettano
pressioni sull'Ump perchè assuma una nuova direzione.
LE REAZIONI - Il
segretario generale dell'Ump, Xavier Bertran, ha riconosciuto in tv che «la
sinistra ha vinto le elezioni regionali», mentre la leader socialista, Martine
Aubry, ha sottolineato che per la seconda volta il suo partito ha ottenuto una
«vittoria senza precedenti». Il premier, Francois Fillon, ha riconosciuto «il
successo delle liste di sinistra» e la «sconfitta per la maggioranza»
conservatrice che appoggia il presidente Sarkozy. Fillon ha detto si volersi
assumere la «propria parte di responsabilità», che l'Ump dovrà «analizzare con
lucidità il risultato» e ha puntato il dito contro la crisi economica «che non
ha facilitato le cose».
«La violenza della
recessione» ha detto, «ha reso fragile il nostro patto sociale e la crisi
agricola ha colpito il mondo rurale». «Non siamo stati convincenti», ha
aggiunto Fillon che ha tuttavia sottolineato come «il rapporto di forze emerso
dalle urne nel 2004 rimanga in generale invariato» e ha avvertito che «non si
governa un grande Paese come la Francia al ritmo delle elezioni locali, ma
senza perdere di vista l'obiettivo delle elezioni nazionali». I francesi, ha
concluso, «hanno dimostrato di essere preoccupati dalla prospettiva di veder
sparire il tenore di vita caratterizzato da un alto livello di sviluppo, ma
anche da un forte sistema sociale e hanno ragione: il nostro modo di vita è a
rischio e senza riforme non potremo finanziarlo». E mentre Marine Le Pen,
vicepresidente del Fronte Nazionale, continua a parlare di «enorme successo»
del partito di estrema destra, la Aubry si è detta convinta che i francesi
abbiano «scelto la sinistra che protegge e migliora le condizioni di vita nelle
regioni». Redazione online CdS 22
La lezione franco-americana per il Pd
Esattamente il
contrario di quello che succede in Italia, «Obama ha messo a rischio consenso e
leadership per il bene del paese, noi abbiamo un presidente del Consiglio che
stressa gli italiani per risolvere i problemi suoi», Rosi Bindi dà la stoccata
all’avversario ma non si sottrae alla domanda successiva, perché la «lezione
politica» d’Oltreoceano ha, sì, riacceso i sogni del popolo della sinistra,
tanto più che ieri le belle notizie erano due, contando anche il cappotto fatto
dalla gauche in Francia. Però ha anche riattizzato il ricordo delle
«tafazzate», come avrebbe detto un Veltroni d’annata. Il caso di Berlusconi è
eclatante ma «anche dalle nostre parti capita di cercare il consenso per
risolvere problemi interni anziché usarlo per affrontare quelli del paese».
Obama ha sfidato «il potere forte delle assicurazioni sanitarie, l’opposizione,
la sua stessa maggioranza e anche il Congresso. Ma ha anche vinto», sottolinea
la presidente del Pd. La lezione bisogna prenderla tutta intera: «Vinto con la
mediazione e con la capacità di persuasione. Il riformismo è questo». Lei, da
ministro fece la riforma della Sanità e fu mandata via, da ministro della
famiglia fu sconfitta sui Dico. «Sulla sanità ho vinto, anche se il centro
sinistra non se ne è accorto. Per me quella sostituzione fu incomprensibile ma
sono un soldatino e ho obbedito». Dopo di allora, spiega, il centro destra non
ha più avuto la forza di imporre la privatizzazione, anche «se ci prova ancora
in modo strisciante». E ora «bisogna stare attenti con il federalismo fiscale:
si rispetta la Costituzione che parla di livelli essenziali di assistenza va
bene, ma se si parla di livelli minimi allora è a rischio l’universalità delle
cure». Quanto ai DICO, «gli organizzatori del Family Day hanno pagato
conseguenze molto pesanti, perché non c’è mai stato un governo peggiore di
questo nelle confronti delle famiglie, che sono state lasciate sole davanti
alla crisi e contrariate persino nei modelli di vita che feriscono la dignità
delle donne».
La stagione dei
diritti «Una delle pagine più importanti della storia del riformismo», Walter
Veltroni, quando lo sentiamo, ha appena finito di parlare in Puglia a sostegno
di Nichi Vendola. «Paragonabile - dice - alla stagione dei diritti civili degli
anni Sessanta: 30 milioni di persone incluse nel diritto alla salute». Altroché
Obama appannato e sbiadito, «come ho sentito dire anche nelle riunioni del Pd».
Obama «ha avuto contro le Tv, i conservatori, i corporativismi. Si è scatenato
l’egoismo sociale ma ha vinto l’inclusione». La politica, dice l’ex segretario,
è «il coraggio del cambiamento radicale ma se sei costretto alla ricerca del
minimo comune denominatore» invece del riformismo c’è «il piccolo cabotaggio».
Difficile, perché «per cambiare devi anche andare contro una parte di te
stesso». E rivendica, si parva licet: «Il Lingotto voleva essere questo, perché
è più difficile suscitare passione su una proposta riformista che su
un’opposizione costruita sui no».
Rosi Bindi e
Walter Veltroni, collocati su diverse sponde Pd, però guardano tutti e due più
alla lezione americana che a quella francese: «Quella è una scuola
democratica», dice Rosi Bindi. Però anche la Francia, con la prudenza dettata
dall’astensionismo che ha raggiunto il 50%, qualche indicazione sul vento che
cambia la dà. Bindi: «Lavoro, diritti, uguaglianza sono valori da declinare in
modo nuovo e da non compromettere. Mai come ora si deve puntare sulle scelte
giuste. Forse non sono ancora vincenti ma, se siamo convinti, lo saranno».
Veltroni: «Il populismo della destra non regge alla crisi. È importante che ci
sia in campo un’alternativa. La sinistra francese aveva ottenuto, l’anno
scorso, il 18 %. Le politiche si giudicano su tempi medio-lunghi». L’Italia è
«stanca, deve uscire dalla morsa che incentra tutto sui problemi del premier,
altrimenti il paese va a picco».
Il risultato
francese elettrizza, invece, sulle loro diverse sponde, Claudio Fava (Sel) e
Angelo Bonelli (Verdi) che qualche mese fa si sono lasciati in modo non
consensuale al congresso che li doveva unificare. Piace a Claudio Fava il
sorriso delle tre donne protagoniste della vittoria: «Sorridenti e non
diffidenti, simbolo di una sinistra unita e plurale dove hanno pari dignità
storie politiche diverse». È qualcosa che dovrebbe parlare anche al Pd «se lì
c’è ancora qualcuno che pensa di poter fare tutto da soli». Bonelli ha ancora
sul viso i segni del suo solitario sciopero della fame fatto perché «questo è
un paese dove si parla solo di Berlusconi e di anti-Berlusconi. Non dei
problemi veri, compresi quelli energetici e ambientali». Spiega anche così le
maggiori difficoltà dell’ambientalismo italiano. Cita Cohn Bendit e gli
studenti di Taranto: «L’aria pulita non è né di destra né di sinistra». E sogna
un movimento che abbia per vessillo il tricolore: verde, bianco e rosso. Jolanda
Bufalini L’U 23
XV Giornata in ricordo delle vittime delle mafie. “Legami di legalità,
legami di responsabilità”
“Questa iniziativa
voluta da Don Ciotti ha dimostrato ancora una volta che le mafie non riescono a
vincere, neanche spargendo dolore: tanti familiari, i più disperati, hanno
raccontato come grazie al sostegno di Libera siano riusciti a trasformare in
impegno costante, contro le mafie, il proprio strazio”. Parole di solidarietà e
vicinanza quelle espresse dall’on. Laura Garavini in occasione della XV
edizione della Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime
delle mafie promossa a Milano da ‘Libera - associazioni nomi e numeri contro le
mafie’. “È stato bello vedere come oltre 150.000 giovani e cittadini comuni si
sono affiancati a Don Ciotti e ai parenti delle vittime in una corale
manifestazione contro le mafie. La loro partecipazione è stato un forte segnale
contro la devastante forza criminale delle mafie, che non solo spezza vite, ma
distrugge le esistenze di intere famiglie”.
“Incomprensibile e
inaccettabile”, invece, la disattenzione della RAI per questo evento. Per la
capogruppo del PD in Commissione antimafia “il silenzio dell’informazione
pubblica su questa iniziativa, che ha visto il patrocinio del Presidente della
Repubblica e la presenza di tutti i familiari delle vittime di mafia, è
inqualificabile. Denuncerò”, ha annunciato la Garavini, “alla Commissione di
vigilanza della RAI la mancata attenzione riservata dal TG1 alla manifestazione
antimafia organizzata da Libera a Milano”. De.it.press
Il commento. La bandiera vaticana
Le elezioni sono
alle porte e la Chiesa italiana ha parlato: o meglio, ha parlato la Cei per
bocca del cardinal Bagnasco. La precisazione è d'obbligo: è possibile che una
sola voce riesca ad esprimere la quantità e la qualità delle posizioni che si
muovono nella realtà del mondo cattolico?
Ci si chiede anche
se le elezioni amministrative siano un'occasione di tale importanza da imporre
che si levi in modo speciale la voce di un'autorità morale e spirituale come la
Chiesa nella sua espressione gerarchica, obbligata dalla sua stessa natura a
essere al di sopra delle parti . E non intendiamo levare la pur sacrosanta
protesta di chi chiede che le autorità ecclesiastiche si astengano dalla lotta
politica: anche se si potrebbe - e forse si dovrebbe, visti i
tempi - ricordare ai vescovi che ci sono tante occasioni di urgenze
grosse e di scandali clamorosi davanti ai quali la loro voce dovrebbe trovare
il coraggio di levarsi. Lo stato morale del Paese è disastroso. C'è una
corruzione che ha invaso - partendo dall'alto - anche i
più remoti angoli dove si dà esercizio del potere. È cosa recentissima la
pubblicazione del rapporto annuale dell'agenzia internazionale per il
monitoraggio dello stato dei diritti umani nel mondo: e lì abbiamo letto note
ben poco confortanti per il nostro
Paese. Che cosa
può fare un vescovo in questa situazione?
I modelli di
vescovi che hanno saputo affrontare senza paura i potenti per esercitare il
loro compito di pastori di anime e di guide di coscienze non mancano certo
nella millenaria storia della Chiesa: il gesto di ripulsa e di condanna di
Sant'Ambrogio davanti all'imperatore Teodosio fondò il diritto del vescovo di
Milano a guidare il suo popolo. Non sono più tempi così drammatici, penserà
qualcuno. Eppure l'appello del cardinal Bagnasco ha un tono di una certa
drammaticità. Anche se nel suo discorso sono stati toccati diversi problemi,
nella sostanza uno domina su tutti gli altri. Gli elettori sono stati invitati
a seguire nella scelta elettorale la bussola della questione dell'aborto.
Ora, la domanda
che si pone è se questo è veramente il problema dei problemi, quello per cui
sta o cade la società. Si dice che questa funzione è quella che prima di tutte
le altre appartiene alla Chiesa: la difesa della vita. Bandiera nobile, se
altre ce ne sono. La vita umana va difesa. Su questo siamo tutti d'accordo. Ma
allora bisogna essere conseguenti e andare fino in fondo. Prendiamo un caso:
sono passati appena pochi giorni da un episodio gravissimo: una madre ha
partorito in una stazione di sport invernali dove lavorava, sulla neve
dell'Abetone. Aveva un permesso di soggiorno legato al suo posto di lavoro. Ha
nascosto il parto, il neonato è morto soffocato. Un'immigrata non può avere
figli senza rischiare di perdere il lavoro: è l'effetto di una legge approvata
da un governo di centrodestra che si vanta di avere il consenso degli italiani.
E l'appoggio della Chiesa a questo governo produce ogni giorno effetti
devastanti.
Noi non sappiamo
quanti siano gli aborti clandestini che si praticano in Italia. Fu per
affrontare la piaga dell'aborto clandestino che fu varata la legge 194. E
l'effetto si è visto. Era un modo civile di affrontare una piaga antica, ben
nota alle autorità ecclesiastiche. Per secoli l'arma della scomunica non ha
impedito che nel segreto delle famiglie si eliminassero i figli indesiderati
laddove le ferree catene del bisogno imponevano di non aumentare le bocche e di
non avere figlie femmine. Allora la scomunica non colpiva i colpevoli della
iniqua distribuzione delle risorse. E ancora oggi la condanna ecclesiastica non
colpisce coloro che hanno varato quella legge che provoca lutti e dolori, che
impedisce alle donne immigrate di avere figli. Né colpisce le forze politiche
che non hanno a cuore la tutela della famiglia e che dedicano tutta la loro
forza a sottrarre alla legge un presidente del Consiglio invece di varare una
riforma fiscale che introduca il quoziente famiglia. Invece basta un normale
appuntamento elettorale perché si ripeta ancora lo stanco spettacolo di
un'autorità ecclesiastica che si schiera a favore di una parte politica contro
un'altra. È un rito vecchio, logorato dall'uso, ripetitivo, facilmente
decifrabile. Siamo a una scadenza elettorale resa inquieta dal silenzio della
televisione di Stato, assurdamente determinata a lasciare i cittadini in una
condizione di dubbio e di perplessità. Sono semplici elezioni amministrative.
Non è in gioco la sorte del governo. Si tratta di scegliere i candidati più
credibili per affidare loro l'amministrazione di regioni e città. Ci
aspettavamo di essere messi in grado di scegliere serenamente sulla base dei
profili dei candidati e del contenuto dei loro programmi. Ma di programmi è
stato molto difficile parlare.
Il confronto è
stato oscurato dall'episodio della clamorosa incapacità del più potente partito
italiano di mettere insieme una lista di candidati e di farla pervenire alla
scadenza dovuta davanti all'ufficio competente. Una manifestazione di piazza ha
costruito lo spettacolo televisivo per raggiungere in un colpo solo tutti gli
elettori. Ma forse anche questo spettacolo rischiava di non essere efficace. E
allora, che altro si poteva fare per dare una mano al Pdl e combattere la
candidatura di Emma Bonino nel Lazio?
ADRIANO PROSPERI LR 23
Intercettazioni utili e vizi spiati. Una democrazia un po' malata
La nostra
democrazia è malata. Di intercettazioni? Lo sostiene la maggioranza di governo,
che vi intravede una «congiura » ai propri danni. Lo nega l’opposizione, che vi
ravvisa (anche) un’opportunità per criticare la politica dell’avversario, e
persino i «vizi privati» dei suoi rappresentanti. Che le intercettazioni siano
utili per combattere il crimine è indiscutibile.
Ma è anche
indiscutibile che siano pericolose se usate per denunciare l’immoralità (i vizi
non sono reato). Circoscrivere la malattia all’utilizzo delle intercettazioni,
da parte della magistratura, e alla loro divulgazione, da parte dei media, è,
però, riduttivo. Il male oscuro di cui soffre la nostra democrazia è una «malattia
dell’anima» degli italiani. Ne ha già contagiati molti; minaccia di contagiarne
altri. Dice Antonio Di Pietro: «Chi non ha nulla da nascondere non deve temere
le intercettazioni ». Non è sorprendente che lo pensi un ex poliziotto; è
anomalo che ci creda un ex magistrato; è inquietante che lo dica un
parlamentare della Repubblica nata dalla Resistenza antifascista.
È la stessa
sindrome della quale sono morte le democrazie, in Italia, in Spagna, in
Germania, nel Ventesimo secolo. Si violano le libertà individuali, per il Bene
comune; e si finisce con uccidere la democrazia. I cittadini della Germania
comunista — come ha raccontato il film «Le vite degli altri» — erano
preoccupati, e indignati, dell’intrusione delle intercettazioni telefoniche
nella loro vita privata da parte della polizia politica (la Stasi). In Italia,
gran parte degli intellettuali, dei media, della classe politica, dei cittadini
comuni è entusiasta dell’idea di sapere che cosa pensano, e dicono al telefono,
«gli altri ». Ma la divulgazione delle intercettazioni, anche in presenza di
fumus criminis, è persino una violazione della sfera privata, nonché dei suoi
diritti, anche dell’inquisito, per non parlare di chi ne è esente.
Da noi, si
ritengono «utili» le intercettazioni e «giusta» la loro divulgazione in nome di
una non meglio precisata Etica pubblica. I tedeschi orientali sognavano
l’eliminazione delle intercettazioni, e l’hanno salutata come una liberazione
alla caduta del Muro che aveva separato il mondo dell’oppressione da quello della
libertà. Molti italiani ne auspicano l’aumento e plaudono alla loro
divulgazione come una garanzia democratica. Nella loro testa non è ancora
caduto il Muro che dovrebbe separare l’idea di libertà, e di moralità,
individuali da quella di «Stato- papà-padrone» che veglia sui propri figli, ne
punisce, e ne corregge, i difetti con le intercettazioni e la loro
divulgazione.
Che, poi, la
«malattia dell’anima » sia sintomatica di una malintesa idea di democrazia
liberale, come utopico sistema di «perfezione» morale e politica, nulla toglie
alla sua pericolosità. Tornano alla mente le profetiche parole di Karl Popper,
che pochi italiani conoscono, forse, neppure apprezzano e sulle quali sarebbe
bene, invece, meditare: «È un comportamento arrogante tentare di portare il
paradiso sulla terra, giacché in tal modo riusciremo solo a trasformare la
terra in un inferno. E, se non vogliamo che ciò accada, dobbiamo abbandonare i
nostri sogni di un mondo perfetto». Piero Ostellino CdS 23
Troppi costretti a far la coda per l'acqua. E siamo nel 2010
In Nigeria
migliaia di persone si sono messe in fila al Wuse Market di Abuja, il bazar
cittadino, per partecipare alla «Più grande coda del mondo per la toilette». Lo
stesso faranno altri oggi a Port Harcourt, sempre in Nigeria. Si tratta di
manifestazioni silenziose, con la gente in colonna per uno. Ce ne saranno
centinaia del genere, collegate tramite un sito web sponsorizzato dall'Unicef,
in 55 Paesi, ovunque sono sorti gruppi che intendono segnalare così che l'acqua
non è solo quella che si beve, ha a che fare con la dignità delle persone, con
l'igiene, la diffusione delle malattie, l'inquinamento. E alla fine con la
morte di 4 mila bambini ogni anno, per dissenteria, sete o comunque per non
aver avuto sufficiente acqua di buona qualità e cibo. Perché anche per produrre
zucchine e manioca serve acqua.
Tutto ciò che si
trasforma e si deve diluire ne ha bisogno. E quindi si può convertire in acqua:
un chilo di riso vale 4.500 litri di pioggia o irrigazione, una pentola di
alluminio almeno 100 mila litri, lavare i piatti a mano in una casa
occidentale: 20 litri, in lavapiatti il doppio, tirare lo sciacquone: 10 litri.
Nel frattempo ogni 17 secondi nel mondo degli assetati un bambino muore. Ci
sono ancora 884 milioni di abitanti del Pianeta senza accesso all’acqua
potabile. Di più. Il 39 percento dell'umanità non ha a disposizione un servizio
fognario adeguato (2,7 miliardi di esseri umani). Senza igiene muoiono 5
milioni di persone ogni anno, di cui 1 milione e 800 mila bambini, 4.900 al
giorno. In otto mesi quanto tutti i bambini d'Italia, ha calcolato il Cipsi,
consorzio di ong e associazioni che aderisce al Forum sull'acqua pubblica e
proprio oggi avvia una raccolta di fondi via Sms per progetti in 15 Paesi di 3
continenti. Non avere fognature e bagni significa anche che nei paesi in via di
sviluppo il 90 percento delle acque di scarico sono riversate direttamente nei
fiumi e quindi, oltre ad ammalare le popolazioni che attingono a valle, si
inquinano bacini e falde acquifere, mari costieri, laghi.
Dare uno sbocco
pulito alla fila per il bagno del mondo è davvero impellente. Anche perchè dopo
anni di miglioramenti - si legge nel rapporto 2010 dell’Organizzazione mondiale
della sanità - si sta assistendo ad un peggioramento della situazione nelle
aree urbane dei Paesi poveri. Il fenomeno che per imbarazzo chiameremo in
inglese «open defecation», cioè arrangiarsi all’aperto, è diminuito dal 25 al
17 percento tra il 1990 e il 2008 e ormai si concentra nell’Asia meridionale e l’Africa
Sub Sahariana. L’84 percento di chi lo fa - in tutto oltre un miliardo di
individui - vive in aree rurali. Recentemente però l’Oms registra un incremento
del 4 percento nelle città, a causa dell’assembramento caotico frutto
dell’urbanizzazione di massa. Le persone fuggono dalla povertà e dall’assenza
di servizi delle campagne e si riversano negli slum o baraccopoli, dove trovano
ancora meno fognature e condotte idriche.
Ill sottotitolo
della Giornata mondiale dell'acqua di oggi mette l’accento sulla sua qualità.
Preoccupa che l'anno 2009 abbia registrato un calo massiccio delle
precipitazioni, allarmano le alluvioni e le piogge torrenziali di quest’anno.
Ma a preoccupare ancora di più è la contaminazione delle riserve idriche di cui
ancora disponiamo. Sia per effetto degli inquinamenti umani e industriali, sia
per colpa degli sprechi. Le acque sotterranee, di qualità più alta, dovrebbero
essere usate solo per usi alimentari. Poi ci sono le acque dolci di superficie,
laghi e fiumi, che depurate sono potabili, e così via verso quelle grige e
nere. Come dice il poeta e filosofo della scienza Gaston Bachelard
<CF161>L'eau coule toujours, l'eau tombe toujours, elle finit toujours en
sa mort horizontale. </CF>La morte dell'acqua è infinita. Ma la risorsa, abbiamo
scoperto, non lo è. Tra un mese esatto Unicef e Oms faranno il punto della
situazione. Rachele Gonnelli L’U 22
Acqua, in ballo c'è il futuro di tutti noi
Caro Direttore, in
questi giorni il dibattito sulla privatizzazione dell’acqua, successivo
all’approvazione del decreto Ronchi e alla decisione di sottoporlo a referendum
ex art. 75 della Costituzione si sta arricchendo di importanti contributi. Alla
vigilia della Giornata mondiale dell’acqua, il nostro Paese ha visto, sabato
scorso, sfilare a Roma migliaia di persone che hanno protestato contro la nuova
norma. Se è vero che invariabilmente gli ultimi referendum non hanno raggiunto
il quorum del 50% dei partecipanti dimostrando stanchezza dell’elettorato per
uno strumento di democrazia diretta che dovrebbe essere usato soltanto come
extrema ratio, è altrettanto vero che questa volta la posta in gioco è
altissima. Un dibattito serio su questo tema è dunque essenziale perché davvero
ne va di mezzo il futuro di tutti noi.
Infatti, la
consegna definitiva del controllo delle riserve idriche a soggetti privati
multinazionali, voluta dal Decreto Ronchi costituisce la più significativa resa
della sovranità politica a soggetti privati multinazionali avvenuta in Italia
negli ultimi vent’anni. Ciò è avvenuto con un semplice voto di fiducia (senza
dibattito parlamentare) proprio mentre in tutto il mondo si sta cercando di
ripensare il modello di sviluppo fondato sulla privatizzazione e sull’egemonia
delle compagnie multinazionali per smussarne quantomeno i lati speculativi più
inaccettabili.
Per esempio, il
Comune di Parigi, dopo venticinque anni in cui due multinazionali si spartivano
il controllo del mercato idrico, è tornato ad un modello di gestione
pubblicistica con immediata riduzione delle tariffe ed aumento degli
investimenti. Infatti, abbiamo visto come la gestione «for profit» dei servizi
idrici, come peraltro di tutti i servizi di pubblica utilità resi in regime di
monopolio o di oligopolio (per esempio le Autostrade), comporti storicamente
una riduzione degli investimenti ed un aumento dei prezzi.
Per far fronte a
questo problema strutturale occorre perciò escogitare buoni strumenti non
profit (su cui la cultura giuridica sta lavorando), i soli che consentono il
prevalere di una logica ecologica di lungo periodo piuttosto che di quella
economica di brevissimo periodo dettata dai valori delle azioni sui mercati
finanziari.
La progressiva
scarsità dell’acqua sta creando in tutto il mondo una corsa delle
multinazionali al controllo di ogni risorsa idrica, perché si tratta di
controllare una potenziale fonte di profitto ingentissima creato da un bisogno
ineludibile, quello di bere ed irrigare. Senza acqua la vita è semplicemente
impossibile e ci sarà quindi sempre domanda di oro blu. Ma questa risorsa
soddisfa un diritto fondamentale dell’uomo ed è troppo importante per essere
gestita con a mente il solo profitto.
Il decreto Ronchi
obbliga alla privatizzazione del servizio idrico costringendo ogni ente,
(pubblico o privato che sia) che attualmente in modo diverso da territorio a
territorio sta gestendo l’acqua a trasferire il controllo a società private
entro fine 2011. Questa scelta politica, provocando la simultanea offerta sul
mercato di tutte le quote di gestione, avrà come effetto naturale la svendita
del servizio creando le condizioni per un ennesimo regalo dal pubblico al
privato.
È singolare come
il decreto sia stato voluto da una maggioranza in cui una componente assai
forte fa del federalismo e dell’autonomia dei territori una propria bandiera.
Esso concretizza in realtà una mossa di centralizzazione nella gestione
dell’acqua irragionevole, autoritaria ed estremamente pericolosa per la stessa
sopravvivenza. Molti amministratori locali, costretti a svendere strutture e
tecnologie create negli anni sulla base della fiscalità generale, se ne stanno
accorgendo. La speranza è che il dibattito referendario possa far capire questa
drammatica realtà anche a quei cittadini che vogliono essere padroni a casa
propria.
UGO MATTEI,
Professore di Diritto civile all’Università di Torino LS 22
Fini: «Il presidenzialismo può attendere. Il Pdl non sia la fotocopia della
Lega»
«Il presidente del
Consiglio rilancia l'ipotesi del presidenzialismo, mi fa piacere, sono convinto
che la democrazia deve essere rappresentativa, ma credo che in questa
legislatura sarà difficile parlare di forma presidenzialista e sarà più
complesso proprio perchè non credo che l'opposizione sia disposta a parlare di
riforma presidenzialista. Se l'opposizione non è d'accordo su questo punto si
andrà al referendum approvativo». Lo ha detto il presidente della Camera
Gianfranco Fini, a Padova per presentare il suo libro 'Il futuro della
libertà'. Secondo la terza carica dello Stato, bisognerà anche sciogliere il nodo
sulla figura di un presidente della Repubblica anche capo dell'esecutivo, «Su
questo dovremmo discutere - ha proseguito Fini - il modello francese è comunque
un modello esportabile pur con pesi e contrappesi. In ogni caso - ha aggiunto
Fini - non è vero che il presidente eletto dal popolo è un dominus assoluto ma
soggetto a pesi e contrappesi». «Oggi le riforme le dobbiamo fare - ha concluso
Fini - ma non dobbiamo parlare come un mantra consolatorio perchè la pubblica
opinione non crede più a una classe dirigente che parla di riforme e poi non le
fa».
Quanto alle
polemiche del Pdl contro la Quastura su piazza San Giovanni, dice Fini: «Ho
trovato la dichiarazione del ministro Maroni encomiabile». «Il ministro
Maroni - ha proseguito Fini - è stato bravo quando ha ricordato che presso il
ministero degli Interni, Questura e Prefettura, operano servitori dello Stato
che sanno il fatto loro. Ha avuto senso delle istituzioni - ha evidenziato il
presidente della Camera - le polemiche non possono riguardare tutto e tutti. È
normale che tra chi organizza e le autorità ci sia sempre un divario, bravo
Maroni che ha detto basta le polemiche».
«La politica con i
suoi strumenti tradizionali, i partiti, è figlia del secolo scorso. Oggi
dobbiamo discutere di nuove forme di partecipazione e non fermarci al dibattito
su beghe di quello che è accaduto ieri od oggi», ha aggiunto Fini.Il presidente
della Camera ha quindi lanciato una 'sfidà al centrodestra: «La vera crisi di
una famiglia politica come la sinistra europea è un deficit di chiavi
interpretative del futuro: fa fatica ad immaginare qual è il futuro. La
sinistra arranca, non riesce a capire i cambiamenti della società e su questo
il centrodestra può impegnarsi nella sfida più difficile, anche alta, la sfida
più bella da vincere».
«Tra l'originale e
la fotocopia si sceglie l'originale. Il rapporto con la Lega è strategico non
solo per il Nord ma per l'Italia, ma se il Pdl sembra la fotocopia della Lega
perchè mai si deve scegliere la fotocopia e non l'originale?», ha detto poi
Fini.
«Se guardo al
futuro, un giorno io vedo Gianfranco Fini presidente della Repubblica o
presidente del Consiglio». Così Lucio Garbo, direttore-editore della rete tv
Canale Italia si è rivolto al presidente della camera Gianfranco Fini nel corso
di un'intervista pubblica al Caffè Pedrocchi di Padova. E il presidente della
Camera diplomaticamente gli ha risposto: «Tieni gli occhi chiusi e così non mi
vedi ed evitiamo di entrare in questo ginepraio...». Poi a un'altra domanda
sulle sue ultime prese di posizione e sulle tesi rilanciate anche nel suo libro
'Il futuro della liberta«, Gianfranco Fini ha spiegato: «Certo non mi sfugge
che alcuni apprezzamenti che vengono da sinistra sono strumentali. Siamo in
campagna elettorale, un momento topico ed è normale che sia così». E comunque
sui temi di stretta attualità politica, nonostante le domande dei giornalisti
Fini si è sottratto rispondendo «martedì prossimo, dopo che si è votato
cominceremo a ragione su questi temi».
Fini non vuole
lasciare il Pdl, chiede solo «chiarimenti», assicura il sindaco di Roma, Gianni
Alemanno. «Pochi giorni fa - spiega - ho sentito telefonicamente Fini. Non ha
nessuna intenzione di lasciare il Pdl, vuole solo dei chiarimenti». Per
Alemanno, tuttavia, dopo le regionali è necessario che si svolgano i congressi
del partito a livello «provinciale e regionale» per «arrivare a far funzionare
la democrazia interna del partito». L’U 22
Architetto e insospettabile Preso il capomafia palermitano
Arrestato dalla
Gdf, Giuseppe Liga. Da anni gestiva il tesoro dei Lo Piccolo
Era anche reggente
regionale del Movimento cristiano dei lavoratori
In manette anche
un cognato di Salvatore Inzerillo e due imprenditori - di SALVO PALAZZOLO
PALERMO - Un
insospettabile architetto è stato arrestato a Palermo con l'accusa di essere
l'erede dell'ultimo grande padrino latitante finito in manette, Salvatore Lo
Piccolo. Giuseppe Liga, 59 anni, reggente regionale del Movimento cristiano
lavoratori, è stato fermato all'alba dai finanzieri del nucleo speciale di
polizia valutaria del capoluogo siciliano su ordine della Procura e del gip
Silvana Saguto. Gli vengono contestate le accuse di associazione mafiosa ed
estorsione: Liga avrebbe continuato a gestire il tesoro di Lo Piccolo, il boss
di Tommaso Natale che fra il 2006 e il 2007 aveva esteso il suo potere su tutta
la città stringendo i commercianti e gli imprenditori nella morsa del racket.
Il 5 novembre 2007 Lo Piccolo finì in manette, ma c'era già un suo fidato emissario
ad occuparsi della riorganizzazione del clan.
Assieme
all'architetto i finanzieri hanno arrestato anche Giovanni Angelo Mannino, 57
anni, il cognato di Salvatore Inzerillo, uno dei padrini della vecchia guardia
che fu ucciso nel 1981, all'inizio della guerra di mafia. L'arresto di Mannino
conferma quanto ormai da mesi sta drammaticamente emergendo dalle indagini:
dopo gli arresti e i processi che sembrano aver fiaccato i corleonesi di Riina
e Provenzano, ai vertici di Cosa nostra sono tornati i "palermitani",
i mafiosi della vecchia guardia che negli ultimi vent'anni sono apparentemente
rimasti ai margini dell'organizzazione, ma in realtà hanno curato lucrosi
affari con gli Stati Uniti. Anche Mannino era comunque, a modo suo, un
insospettabile: dopo l'assoluzione nel processo "Iron Tower"
dall'accusa di traffico internazionale di droga (nel 1992), era diventato lo
stimato gestore del ristorante "Lo Sparviero" di via Sperlinga. Gli
ultimi pentiti lo definiscono adesso "uomo d'onore della famiglia di Torretta".
Nel blitz di
questa notte sono finite in manette altre due persone: Agostino Carollo, 45
anni, e Amedeo Sorvillo, 57, due imprenditori palermitani che avrebbero fatto
da prestanome a Liga nella società "Eu. te. co", Euro tecnica delle
costruzioni.
Le indagini,
condotte dai sostituti procuratori Francesco Del Bene, Gaetano Paci, Annamaria
Picozzi e Marcello Viola nonché dall'aggiunto Antonio Ingroia, erano partite
dopo alcune intercettazioni. Le voci che arrivavano dai segreti di Cosa nostra
citavano un misterioso "architetto". Poi, altri spunti sono arrivati
dai pizzini ritrovati al momento dell'arresto di Lo Piccolo: si faceva ancora
riferimento all'architetto e ad alcuni passaggi di denaro con i vertici della
cosca di Tommaso Natale. Il mistero dell'architetto l'hanno svelato quattro
pentiti: Isidoro Cracolici, Francesco Franzese, Gaspare Pulizzi e Marcello
Trapani. I primi tre, uomini della cosca Lo Piccolo. L'ultimo, è il suo ex
avvocato, che da mesi sta collaborando con la giustizia dopo essere finito in
manette.
Giuseppe Liga è
stato pedinato a lungo, i suoi incontri riservati con i fedelissimi di Lo
Piccolo sono stati anche intercettati. Intanto, l'architetto proseguiva la sua
vita da insospettabile professionista e soprattutto da cattolico impegnato. Il
2 giugno 2009, durante la campagna elettorale per le Europee, al suo telefono
arrivò una telefonata dalla segreteria del presidente della Regione Raffaele
Lombardo. Erano le 11,25. Alle 14,50, l'architetto fu fotografato dai
finanzieri mentre entrava a palazzo d'Orleans, sede della presidenza della
Regione, in piazza Indipendenza. Si trattenne fino alle 15,25.
Scrivono i
magistrati della Direzione distrettuale antimafia: "Le indagini hanno
accertato che nel periodo in cui l'indagato aveva acquisito il ruolo di
reggente del mandamento di Tommaso Natale-San Lorenzo, Liga non ha trascurato
il suo impegno politico pubblico con il Movimento cristiano dei lavoratori,
dimostrando così la capacità di infiltrazione dell'organizzazione mafiosa nelle
istituzioni".
Il 3 giugno, Liga
fu intercettato mentre parlava dell'incontro col presidente della Regione a
Marco Belluardo, assessore comunale di Catania e consigliere nazionale
dell'Mcl: "Si, i fac-simili li avevo e... lui mi ha dato il
resto....", così diceva. Il 19 giugno, Liga fu intercettato al telefono
mentre parlava con Carlo Costalli, rappresentante legale dell'Mcl. Disse:
"Anche perché io ho avuto dei contatto con Raffaele... durante la campagna
elettorale... ci sono alcune cose in movimento... vorrei parlartene
riservatamente... ".
I misteri
dell'architetto sono ancora tanti. Questa notte i finanzieri hanno perquisito
anche la sede del Movimento cristiano lavoratori, in via Cerda, a Palermo.
Numerosi documenti e alcuni computer dell'architetto Liga sono stati
sequestrati. LR 22
'Stop al silenzio, in onda pure con Benigni'. Santoro presenta "Rai
per una notte"
«Sarà un
avvertimento democratico» - Il conduttore di Annozero illustra i contenuti
dell'evento del 25 marzo a Bologna
MILANO - «Siamo
giornalisti schierati, sì, dalla parte del pubblico». Ha esordito così Michele
Santoro nel presentare Rai per una notte, lo speciale contro «la serrata
pre-elettorale in tv» (la definizione è di Marco Travaglio) che si terrà il 25
marzo alle 21 al Paladozza di Bologna. «Andremo in onda per riaccendere
l'informazione che è stata spenta - ha detto il conduttore di Annozero durante
la conferenza stampa presso la sede della Fnsi -. Per la prima volta si potrà
parlare dello sciopero bianco degli abbonati della Rai, privati dei loro
programmi che cercheranno in tutti i modi di rivedere. Da Bologna racconteremo
quello che ci è accaduto realmente in questi giorni perché non è stato fatto
con chiarezza».
«PRIMO SCIOPERO
ABBONATI RAI» - L'evento, che sarà trasmesso da radio, siti, piazze e tv (tra
cui anche Rainews 24), sarà seguito in diretta da Corriere.it. In scaletta,
oltre al ritorno di Daniele Luttazzi (il giornalista di Annozero lo ha
sottolineato con orgoglio), anche un'intervista a Roberto Benigni. Rai per una
notte sarà un «avvertimento democratico al Paese» contro la «costrizione al
silenzio», ha sottolineato Santoro: battendosi per il diritto all'espressione e
all'informazione, in fondo «ci si batte anche per Silvio Berlusconi e per il
Pdl». «Ci battiamo per tutti, anche per Berlusconi che non sarà in trasmissione
per sua scelta: sono felice di aver dato vita a questa iniziativa», ha spiegato
il giornalista. «Qualunque scelta faranno in futuro - ha aggiunto - il silenzio
sarà spezzato, non si potrà mettere a tacere l'informazione». «Racconteremo
cose che altri non raccontano, perché il racconto della nostra storia non è
stato fatto dagli altri mezzi di comunicazione» è la promessa di Santoro,
ospite con il vignettista Vauro e con Marco Travaglio della Fnsi. Secondo
Travaglio, «l'editto» del Cda della Rai sta solo a significare che «il re della
tv ha paura delle telecamere. È una scena da Hitler nel bunker, forse sta per
saltare il tappo e io sarei felice se accadesse quanto prima». Ma «a differenza
dell'editto bulgaro, questa volta una reazione c'è stata» ha detto Travaglio,
facendo riferimento al «grande contributo della Rete».
SOTTOSCRIZIONI -
Santoro ha poi spiegato che la trasmissione del 25, organizzata dopo il
blackout deciso dal Cda della Rai, costerà 130mila euro complessivi: ci
lavoreranno gratuitamente un centinaio di persone e l'evento è stato reso
possibile dal contributo volontario di 50mila sottoscrittori.
OSPITI - Al
Paladozza, oltre ai molti giornalisti e conduttori, non ci saranno politici e
neanche Bruno Vespa, che «pur invitato, non parteciperà». «Dal nostro punto di
vista la cosa più importante - ha sottolineato Santoro - è che quanta più gente
guardi questa manifestazione-trasmissione». A Bologna saranno presenti Giovanni
Floris, Gad Lerner, Morgan, il Trio Medusa, Daniele Luttazzi, Antonello
Venditti, Elio e le Storie Tese, Piovani, Filippo Rossi di Fare Futuro,
Riccardo Iacona, Barbara Serra e Giulia Innocenzi. In forse i contributi di
Milena Gabanelli e Sabina Guzzanti.
Redazione online CdS 22
Un sistema per compattare l'alleanza
Silvio Berlusconi
è alla ricerca di un progetto che possa risultare unificante per il
centrodestra, all’indomani di un risultato elettorale come quello delle
regionali che s’annuncia, anche nel migliore dei casi, non radioso. L’ideale
sarebbe recuperare il pacchetto di riforme economiche liberali e liberiste, a
cominciare dal taglio delle tasse, con cui il Cavaliere esordì sedici anni fa.
Ma anche senza che il ministro Tremonti glielo ripeta, Berlusconi sa bene che
al momento simili proposte sono incompatibili con la situazione economica
ancora difficile e con i vincoli europei.
Di qui l’idea del
ritorno alle riforme istituzionali, meno sexy, certamente, per un elettorato
che dà già molti segni di stanchezza, e già provate nella precedente
legislatura di governo del centrodestra con un risultato mediocre. All’interno
del pacchetto della Grande Riforma, tuttavia, c’è un argomento, il
presidenzialismo, che non a caso il premier ha rilanciato nei suoi ultimi
comizi, e che può risultare mobilitante, se non per un elettorato affamato di
contenuti più concreti, almeno per rimettere insieme una maggioranza che, sia
all’interno del Pdl, sia nel rapporto con la Lega, mostra crepe evidenti a soli
due anni dalle elezioni del 2008.
L’elezione diretta
del Presidente della Repubblica è infatti da sempre la bandiera di Fini e degli
ex An a lui più vicini. L’unità nazionale raccolta attorno ad un uomo, scelto
dagli elettori e che la rappresenta carismaticamente, è per il Presidente della
Camera l’unico prezzo possibile per l’accettazione di un’effettiva introduzione
del federalismo, richiesta su cui Bossi (non a caso freddo al momento sul
presidenzialismo) basa la continuazione dell’alleanza con il centrodestra. Una
Lega più forte, tra l’altro, come quella che s’annuncia dopo le regionali,
diventerà ovviamente più esigente: ed ecco per il Cavaliere la necessità di
arrivare alla trattativa con un’impostazione che possa tenere insieme i suoi
due principali alleati. Inoltre, e questo nella strategia del premier non
guasta, mentre a destra il presidenzialismo, coniugato con il federalismo, può
servire a rinsaldare la maggioranza, a sinistra, dove il Pd cerca di stringere
una nuova alleanza con Casini, produrrebbe l’effetto opposto: da sempre l’Udc,
parlamentarista, è contraria a un Capo dello Stato o a un premier eletto
direttamente.
Fin qui, il
discorso fila. C’è solo un problemino da risolvere: se si arriva davvero al
presidenzialismo, chi sarà il candidato della prima volta per il
centrodestra? MARCELLO SORGI LS 23
Famiglia, i figli costano troppo. Cifs: "In Italia sostegni al
minimo". Meglio Germania e Francia
La spesa media è
di 317 euro per i beni indispensabili. Fino a 798 euro per il mantenimento - L'indagine
del Centro Internazionale Studi Famiglia si è basata su 4 mila interviste - "La
spesa sociale a favore dei nuclei con bambini è all'1,1%. In Francia al 2,5%,
in Germania al 3,2%
ROMA - I figli
costano. Ma in Italia costano più che altrove, e diventano spesso un lusso. A
metterlo in evidenza è il Rapporto famiglia Cisf 2009, secondo cui "le
politiche messe in campo dall'Italia non solo non riconoscono i costi sostenuti
dalla famiglia, ma penalizzano la famiglia che ha figli, e la penalizzano chi ne
ha di più".
L'indagine del
Centro Internazionale Studi Famiglia (Cisf) si è basata su 4 mila interviste e
su un campione statisticamente rappresentativo delle famiglie italiane. Così è
stato stimato che la spesa media mensile per i figli a carico è il 35,3 per
cento della spesa familiare totale e rispetto all'equità fiscale verso la
famiglia. Il costo mensile di mantenimento di un figlio per i soli beni
indispensabili in termini assoluti per la classe di età 0-5 anni è infatti
uguale a 317 euro e corrisponde a un costo di mantenimento di circa 3.800 euro
annui. In media però, il costo di accrescimento di un figlio (che comprende il
costo di mantenimento) è di 798 euro al mese. Le famiglie benestanti, poi,
spendono per i figli circa l'83 per cento in più delle famiglie povere.
Secondo il Cifs
insomma "la spesa sociale a favore della famiglia e bambini in Italia è
solo all'1,1 per cento del Pil (dati 2005), rispetto al 2,5 per cento della
Francia e il 3,2 per cento della Germania. Poiché un punto di Pil italiano vale
15,7 miliardi di euro (2008), colmare il divario rispetto alla Francia comporta
una riallocazione di spesa pari a 22 miliardi di euro, che rappresenta una
cifra impegnativa ma 'possibile', con un elevato rendimento sociale".
Dai dati Istat, spiega
il Rapporto, emerge come non tutte le famiglie con figli siano in grado di
garantire il mantenimento di uno standard di vita ritenuto 'accettabile'. Il
rischio di collocarsi sotto questo standard e, quindi, di vivere in condizioni
di 'povertà assoluta', aumenta al crescere del numero di figli. In particolare
si osserva un evidente aumento del rischio per le famiglie numerose: quando
nella famiglia ci sono almeno tre figli l'incidenza di povertà assoluta è
doppia (8 per cento) rispetto a quella calcolata per il complesso delle
famiglie italiane (4,1 per cento) e tripla rispetto a quella stimata per le
coppie con un solo figlio (2,6 per cento).
L'augurio è che
nasca una "politica non solo delle istituzioni pubbliche, ma anche di
quelle private che sia orientata ai figli". Secondo il rapporto
"occorre quindi un nuovo 'welfare relazionale' per i figli, impostare cioé
le politiche pubbliche con un concetto relazionale, che si occupi delle nuove
generazioni. Le nuove generazioni sono figlie di famiglie a cui bisogna dare
l'attenzione che meritano. Lo Stato deve farsi carico di un equilibrato
ricambio generazionale, che includa gli immigrati, e sia generativo delle nuove
generazioni". La popolazione italiana, quindi, conclude il rapporto Cisf,
"sopravvive decentemente proprio perché rinuncia ad avere figli".
LR 23
Homo videns e homo zappiens. Sconnessi e somari
Analfabeta è chi
non sa l’alfabeto, e che perciò non sa leggere né scrivere. Beninteso, anche
l’analfabeta parla e capisce frasi elementari. Per esempio capisce la frase «il
gatto miagola», ma è già in difficoltà se la frase diventa «il gatto miagola
perché vorrebbe bere il latte». L’esempio è di Tullio De Mauro, principe dei
nostri linguisti, che torna alla carica con una nuova edizione del suo libro La
cultura degli italiani. Cultura o incultura?
I suoi dati dicono
che il 70% degli italiani è pressoché analfabeta o analfabeta di ritorno:
fatica a comprendere testi, non legge niente, nemmeno i giornali. Per il sapere
un 70% di somari è una maggioranza deprimente; e per la politica costituisce
un’asinocrazia travolgente e facile da travolgere. Perché siamo arrivati, o
scesi, a tanto? Quasi tutti puntano il dito sullo sfascio della scuola, a tutti
i livelli. Perché è la scuola che dovrebbe «alfabetizzare ». Sì, ma chi ha
sfasciato la scuola? Alla fonte, e più di ogni altro, sono stati i pedagogisti,
il «novitismo pedagogico», i diseducatori degli educatori. E poi, s’intende,
tanti altri: il sessantottismo demagogico dei politici, e anche la marea dilagante
delle famiglie Spockiane (illuminate dal permissivismo a gogo del celebre
dottore Benjamin Spock).
Ma quando si
discute di trasformazioni della natura umana (io nel 1997 nel libro Homo Videns
e di recente altri con la formula dell’Homo Zappiens) allora il fattore
decisivo è la tecnologia. Così alla fine del 1400 nasce l’uomo di Gutenberg con
l’invenzione della riproduzione a stampa della preesistente scrittura a mano;
così, sostengo, l’invenzione della televisione crea un uomo forgiato dal «vedere»
il cui sapere e capire si riduce all’ambito delle cose visibili a danno delle
idee, delle immagini mentali create dal pensiero. Al limite, l’homo videns sa
soltanto se vede e soltanto di quel che vede. Il che equivale a una perdita
colossale delle nostre capacità mentali. Invece la teoria dell’homo zappiens
trasforma questa perdita in una glorificazione, in un annunzio di nuovi e
gloriosi destini.
La dizione è
ricavata dal telecomando che consente e produce il cambiamento incessante dei
canali televisivi; il che abituerebbe il nostro cervello al cosiddetto
multitasking, al saper fare molte cose contemporaneamente. Davvero? Io direi,
invece, che così veniamo abituati alla «sconnessione », a un saltare di palo in
frasca che equivale alla distruzione della logica, della capacità logica di
pensare una cosa alla volta, di mettere questa scomposizione analitica in
sequenza, e nell’accertare se un rapporto prima-dopo sia anche un rapporto
causa- effetto. Il progresso della tecnica è inevitabile.Ma deve essere contrastato
quando produce l’homo stupidus stupidus. Sempre più i ragazzi di oggi vivono
per 12 ore al giorno in «iperconnessione » e così, anche, in «sconnessione».
Sono giustamente disgustati dalla politica. Ma dovrebbero anche essere
disgustati di se stessi. Cosa sapranno combinare da grandi? Giovanni Sartori
CdS 22
Nasce la banca dedicata agli immigrati
Extrabanca è
"un istituto di credito multietnico" per gli stranieri in Italia
MILANO- Nasce a
Milano Extrabanca, primo istituto di credito in Italia dedicato ai cittadini
immigrati. La banca punta a raggiungere, entro il 2015, un totale di 40 filiali
e 130.000 clienti, con 15 milioni di euro di investimenti e 90 milioni di
ricavi, rivolgendosi ad un target che si prevede raggiungerà nel nostro Paese i
6,5 milioni di unità nel 2012 . Extrabanca vede tra i propri azionisti
principali Assicurazioni Generali, che detiene oltre il 12% del capitale
sociale, e Fondazione Cariplo, con una partecipazione di circa il 4%, e vuole
porsi come interlocutore di riferimento degli stranieri residenti in Italia
offrendo loro prodotti semplici, documenti disponibili in diverse lingue e
orari di apertura prolungati.
«Siamo la prima
banca multietnica e con uno staff multietnico, che mette realmente al centro il
cliente immigrato in Italia», dice Andrea Orlandini, presidente e fondatore di
Extrabanca. Un target rilevante soprattutto a Milano, spiega, dove «attualmente
vivono 430mila immigrati, titolari di circa 20mila aziende». Con questa
iniziativa, dice Orlandini, il capoluogo lombardo «assume la leadership a
livello italiano, e l’Italia a livello europeo, a dimostrazione del fatto che
lo spirito ambrosiano è ancora vivo e vegeto». Elementi centrali dell’offerta,
rivolta soprattutto alle famiglie e alle piccole imprese con fatturato fino a
2,5 milioni di euro, sono prodotti di risparmio, mutui immobiliari,
finanziamenti, rimesse ai paesi d’origine e gestione del risparmio. «Non siamo
una banca etica -sottolinea Orlandini- ma una banca commerciale privata, con
azionisti che desiderano vedere un ritorno dai propri investimenti, anche se
comunque si tratta di un’iniziativa a forte valenza sociale». Un’iniziativa,
continua, «che vuole restituire dignità agli immigrati, facendoli tornare ad
essere protagonisti», e che si rivolge ai cittadini regolari sul territorio,
vedendo nella legalità uno dei propri valori fondanti: «chi non ha il permesso
di soggiorno - spiega Paolo Caroli, direttore generale dell’istituto di credito
- non può essere censito, e di conseguenza non può aprire un conto corrente».
Per venire
incontro alle esigenze dei clienti, le filiali di Extrabanca resteranno aperte
dalle 9.00 alle 19.00 con orario continuato dal lunedì al sabato (occasionalmente
anche la domenica) e lo staff, costituito per il 55% da dipendenti stranieri
per la maggior parte laureati, vede la compresenza di 11 nazionalità.
«Extrabanca è una banca nuova negli orari di apertura e nella qualità del
servizio», afferma Caroli. «Una banca ’premium’ rivolta ai privati e alle
aziende, dove -sottolinea con soddisfazione- si parlano 13 lingue diverse». Il
cliente immigrato, dice Otto Bitjika, vicepresidente di Extrabanca, «deve
venire da noi perchè si sente a casa sua, perchè qui non sarà mai straniero».
L’obiettivo, spiega, è quello di «cambiare approccio e di mettere al centro il
proyagonismo del singolo».
Positivo il
commento del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che, in un
messaggio inviato dal Quirinale, definisce l’iniziativa come «uno strumento
utile a favorire il processo di integrazione di una immigrazione rispettosa
della legge e il rafforzamento di una più salda coesione sociale»,
sottolineando come «la posizione degli immigrati, portatori di bisogni
specifici ed insieme differenziati, richieda strutture gestionali capaci di
rispondere efficacemente alle molteplici esigenze, attraverso circuiti
economici trasparenti e facilmente accessibili». «Il nostro -dice Caroli- è un
modello che fa leva su una struttura centrale semplice, in grado di assicurare
nel tempo costi di produzione contenuti e proporre quindi un’offerta molto
competitiva». Tra le iniziative commerciali messe a punto, il conto corrente
senza canone ’Extrazerò, il libretto di risparmio "Extrarisparmio"
remunerato al 3%, e un concorso a premi che mette in palio biglietti aerei
verso i paesi d’origine dei clienti. LS 22
Agevolazioni della Regione. Partecipazione dei toscani all’estero alle
elezioni regionali
FIRENZE - Per favorire la partecipazione alle
consultazioni elettorali regionali dei toscani all’estero che si terranno il 28
e il 29 marzo, sono previsti interventi specifici e agevolazioni
(www.toscaninelmondo.org/wp-content/uploads/2010/03/scheda-elezioni-regionali-2010.doc
)
In particolare, gli aventi diritto al voto
avranno nel frattempo ricevuto comunicazione dagli uffici dell’Anagrafe degli
italiani residenti all’estero (Aire) del comune toscano di riferimento,
contenente una serie di informazioni. Gli interessati dovranno presentarsi nei
giorni di voto muniti della tessera elettorale. Qualora non ne fossero in
possesso, potranno ritirarla presso l’Ufficio elettorale comunale. La
cartolina-avviso dà diritto a tutte le agevolazioni di viaggio concesse agli
elettori per la votazione. Per il ritorno, il biglietto di viaggio dovrà essere
esibito insieme con la tessera elettorale, munita del timbro della sezione
nella quale l’elettore ha votato. Sia per il ritiro della tessera elettorale,
sia per ottenere le agevolazioni di viaggio, insieme alla cartolina-avviso
dovrà essere esibito il passaporto o un altro documento di riconoscimento.
Al fine di agevolare l’esercizio del diritto
di voto, la Regione Toscana ha disposto un’indennità a titolo di rimborso spese
del seguente importo: 103 euro in favore dei cittadini provenienti dai paesi
europei e 206 euro in favore dei cittadini provenienti dai paesi extra-europei.
(Inform)
Berlusconi "invade" anche Unomattina. Bersani: pericoloso e
pasticcione, vuole zittire tutti
«Non sono un
monarca, ma esattamente il contrario, nel partito vige una democrazia
assoluta». Lo dice il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, commentando
le parole di Gianfranco Fini sul Pdl. «Qualcuno dice che si può migliorare -
aggiunge il premier intervenendo a 'Uno Mattinà e rispondendo a Fini -
certamente tutto si può migliorare, ma io sono soddisfatto degli organismi che
ci siamo dati». Quanto alla successione al Cavaliere, è «offensivo»
persino parlarne. «Trovo offensivo -spiega- parlare di futuro con un leader che
è in piena forma e con un indice di apprezzamento al 62 per cento. Ma si
rendono conto o no, questi signori, di che cosa vuol dire l'approvazione
dal 62 per cento degli italiani?».
Nessuna
possibilità di confronto e dialogo con una sinistra che insulta, offende,
deride, delegittima, calunnia», aggiunge Berlusconi, ribadendo il suo no a ogni
possibilità di confronto tv con Bersani ma anche di dialogo sulle riforme: «Ho
detto che sarebbe meglio farle con l'opposizione, ma se vorrà cambiare e dialogare
seriamente. Cosa che finora non è accaduta». Per il premier sarà possibile un
confronto «quando l'opposizione diventererà credibile e capiremo con chi
parlare se con i riformisti o con gli agitatori di piazza». Al contrario,
Berlusconi rivnedica di essere «sempre stato disponibile al dialogo, ma in
cambio ho avuto insulti, minacce, ostruzionismo in Parlamento e il ricorso al
partito delle procure». Insomma, per il premier «è l'opposizione che deve
cambiare, se cambia ne riparleremo».
Per le riforme sul
presidenzialismo «abbiamo tre anni di tempo. L'abbiamo presentata nei nostri
programmi elettorali. Dobbiamo rivolgerci ai cittadini e sentire loro per
capire se preferiscono l'elezione diretta del presidente della Repubblica o del
presidente del Consiglio», si sbilancia il Cavaliere. E l'aria di sinistra che
tira in Francia? «I socialisti francesi -ha detto il presidente del Consiglio-
hanno da tempo abiurato il comunismo. Da noi c'è una sinistra vetero-comunista
e i 'verdì fasulli. Con questa sinistra e gli ambientalisti fasulli abbiamo già
dato: li abbiamo visti all'opera due volte, con Prodi, sbranarsi fra loro sulla
nostra pelle. E allora diciamo no grazie, non siamo masochisti».
La replica di
Bersani Un dialogo con il Governo è impossibile perchè Berlusconi «zittisce» la
sua stessa maggioranza, come dimostrano le 28 fiducie e i 58 decreti da lui
variati da inizio legislatura. Lo ha detto il segretario del Pd, Pier Luigi
Bersani, durante la visita al mercato settimanale di Latina. «Berlusconi - ha
detto Bersani rispondendo alle domande dei giornalisti sull'odierna intervista
del premier - con 100 voti in più alla Camera ha messo, in 20 mesi, 28 volte la
fiducia e ha fatto 58 decreti legge, zittendo sia l'opposizione che la sua
stessa maggioranza. Questo è il suo modo di confrontarsi». «Berlusconi - ha
insistito il segretario del Pd - non accetta il confronto elettorale, intende
la politica come un comizio continuo ed il Governo come un decreto continuo.
Questo è il suo modo di dialogare - ha concluso - quindi non faccia ad altri
accuse che non stanno in piedi».
Il Governo sulle
riforme mostra di essere «pericoloso» nel suo minacciarle contro l'opposizione,
ma anche «pasticcione» nel non saperne portare avanti alcuna, ha aggiunto
Bersani. «Credo che queste chiacchiere - ha affermato - non vadano da nessuna
parte». «Io sono sempre preoccupato - ha spiegato - quando parlano di riforme,
perchè sono convinto che la riforma della Giustizia che ha in mente Berlusconi
a me non piaccia. D'altra parte - ha proseguito - il ministro Alfano da due
anni, ogni settimana, annuncia riforme. Quindi direi che sono pericolosi ma
anche pasticcioni». «Dopo le elezioni regionali - ha concluso Bersani - fatto
il bagno nella realtà, spero che il Governo voglia mettere mano al tema del
lavoro». La campagna elettorale aggressiva di Berlusconi degli ultimi giorni,
incentrata sulla sua persona, serve a «tacitare i suoi» che cominciano ad avere
dei dubb, ha spiegato il leader Pd. «Il problema di Berlusconi - ha detto
Bersani - è che il suo messaggio è solo: 'i cieli sono azzurrì; inoltre il
Governo ha orecchie da un'altra parte, verso chi è al riparo dalla crisi». «Il
suo messaggio quindi - ha proseguito il segretario del Pd - è irrealistico ed
ideologico. È un messaggio - ha proseguito - fatto di bene contro il male
"Berlusconi sì, Berlusconi no". Tutto questo - ha concluso - serve
per tacitare i suoi che cominciano ad avere dei dubbi, che cominciano a dirgli
'qui c'è qualche problemà».
Ieri sera il
premier, intervenuto ad una cena elettorale per Formigoni, ha definito la
magistratura «la peggiore patologia». «Abbiamo - ha detto Berlusconi - un grave
problema nella nostra democrazia. C'è una patologia che è la peggiore: è la
magistratura con personaggi e correnti che fanno la guerra a chi non vogliono
stia in maggioranza e al governo e per queste elezioni hanno fatto vincere il
formalismo sul diritto legittimo dei cittadini a votare». Berlusconi ha quindi
ricordato la vicenda relativa alla presentazione delle liste a Milano e a Roma.
«In Lombardia - ha spiegato - la situazione è andata a posto mentre a Roma no».
Ricordando quindi il momento in cui i rappresentanti delle liste del Pdl non
sono riusciti a depositarle, ha affermato: «i magistrati, anche se vedessero il
rappresentante del maggior partito italiano andare via dovrebbero rincorrerlo e
dire: ma cosa state facendo? Volete togliere il diritto a milioni di persone di
votare il loro partito?». Berlusconi ha anche ricordato quando nel 1994 gli
arrivò una informazione di garanzia mentre era in corso il G8 a Napoli: «Tutto
accadde con la complicità dell'allora presidente della Repubblica, Scalfaro.
Chiamò Bossi e gli disse che Berlusconi era caduto nel burrone e che sarebbe
caduto anche lui se non l'avesse lasciato».
La riforma della
giustizia verrà presentata «subito dopo le elezioni», dice ancora il premier.
«Non è una minaccia per nessuno» ma «un'urgenza per il Paese» perché «non è più
tollerabile che il lavoro di tanti magistrati seri e perbene, che sono la stragrande
maggioranza, sia screditato dalle iniziative temerarie di alcune procure al
servizio di un disegno ideologico oppure da pubblici ministeri afflitti da
velleità di protagonismo».
Una campagna
elettorale »snaturata« perchè »il partito delle procure è intervenuto
pesantemente in campo e ha dettato tutti i temi e tempi della campagna
elettorale«. Anche a UnoMattina, Silvio Berlusconi ribadisce il leit motiv
della sua comunicazione per le prossime regionali. «Capisco la loro scelta di
cavalcare le inchieste: una campagna sui contenuti sarebbe stata insostenibile
per la sinistra», sostiene Berlusconi, perchè «nel confronto tra i nostri
successi e i loro disastri sarebbero usciti distrutti. Con questi interventi
della loro magistratura hanno impedito a noi di svolgere una campagna
elettorale sui programmi e sui nostri successi». «Questa campagna elettorale si
è snaturata perchè il partito delle procure è entrato in campo pesantemente e
ha dettato temi e tempi della campagna elettorale». «Ha inventato un mese
e mezzo fa una nuova tangentopoli - aggiunge il premier - poi hanno cercato di
distruggere il miracolo che abbiamo fatto a L'Aquila dopo il terremoto, hanno
gettato fango su Bertolaso e sulla Protezione Civile, poi sono intervenuti con
il rigetto delle nostre liste e hanno dato colpa a nostri delegati e infine
questa inchiesta (Rai-Agcom, ndr) risibile con le intercettazioni al presidente
del Consiglio». L’U 23
La guerra multietnica delle giovani bande
Le aggressioni di
Roma, Torino e Milano. Ma anche giuramenti e codici d'onore
Sono le nuove
gang, dove i ragazzi italiani si mescolano ad asiatici e sudamericani
di PIERO COLAPRICO
MILANO - Ha
vent'anni, si fa chiamare Ryu, è italiano e per tre anni ha fatto parte della
gang dei Latin King di Milano. È questa la nuova frontiera di chi entra nelle
strade dei graffiti: è il mix, è la destrutturazione, il multietnico. "Non
ero l'unico non ecuadoregno della gang. Insieme con me - racconta Ryu, con
accento milanesissimo - c'erano asiatici, arabi, slavi. Molti di noi pensano
che New York, la città delle novanta provenienze, sia il futuro migliore per
tutti...". Felpa e coltello. Codici d'onore e regole per combattere.
Musica salsa, bachata, merengue, reggaeton, cumbia e "stile" di vita.
Esiste un mondo
giovanile sotterraneo, un impasto di bande e di gruppi, che agli estranei fa
l'effetto di un labirinto, dal quale sembra meglio girare alla larga. Gli
episodi violenti non sono pochi, come sa anche Manfredi Alemanno, 15 anni,
figlio del sindaco di Roma: una settimana fa è stato picchiato al quartiere
Parioli da un gruppo di giovani figli di immigrati. Altri giovani sempre più
spesso si calano sulla fronte i cappucci delle felpe e vanno all'attacco degli
immigrati: a Milano c'è stata per un po' la caccia dei neonazisti ai filippini,
a Roma continua quella ai bengalesi. E a Campo dè Fiori l'ultimo agguato,
l'altra notte, con uno studente americano accoltellato al torace da una gang
sudamericana.
"Io -
continua Ryu - sono entrato nei Latin King grazie a Internet. Ho cercato
contatti, li ho trovati, ho cominciato a uscire con un gruppo, ma poi, una
sera, ho incontrato un vero Latin King, mi ha detto che stavo in compagnia di
truffatori, di inventori. E non sapete quanti ce ne sono, e secondo me sono
quelli che fanno i casini, come le violenze sessuali, per noi vietate... Così,
con questo nuovo amico, piano piano, sono entrato nella gang più importante di
Milano". Periodo turbolento, così lo ricorda, tra risse e fughe e paure,
ma anche "bellissimo, perché c'è un alone di fascino, se stai in una
banda. Per le ragazze funziona e mi sentivo tra fratelli, tra gente che avrebbe
fatto tutto per me, come io per loro".
Sino alla
tragedia: "Una mattina ero alla stazione, perché andavamo fuori città, a
un raduno della nostra Nazione, come ci chiamiamo. Suona il telefono, c'è uno
che piange, mi dice che hanno ammazzato "Boriqua"". E cioè David
Stenio Betancourt Noboa, 26 anni, ecuadoriano: il Rey, e cioè il capo dei Latin
King New York. Era l'aprile scorso, il re usciva dal Thini Cafè, nella zona tra
via Brembo e via Nervesa, e a colpirlo sono i rivali, i Latin King Chicago.
"Vado
all'obitorio - continua Ryu, ancora emozionato - e l'ho visto, aveva le mani
nelle tasche della felpa. L'hanno preso a tradimento. Era stato in carcere, ma
voleva la pace tra i vari gruppi. Poi le tv ci hanno dipinto quasi come
assassini seriali, ma la realtà è che Bouriqua aveva detto basta alla
violenza". I sociologi di "Codici - agenzia di ricerca sociale"
confermano, così come la seconda sezione della squadra Mobile di Milano, che ha
acchiappato gli assassini di Bouriqua. E ha collaborato anche all'arresto dei
dominicani che tre settimane fa, in via Padova, hanno ucciso un egiziano.
Anche questa
storia andrebbe, almeno in parte, rispiegata fuori dai luoghi comuni. I latinos
erano stati tutto il giorno a spasso, avevano un appuntamento con un manager
musicale e sul bus stavano ascoltando i loro "pezzi". Erano eccitati
e contenti, con la speranza di un contratto in serata, quando il giovane, che
poi sarebbe morto, gli ha ordinato a brutto muso di smetterla. Non c'era alcuno
scontro tra africani e latini, la lite scoppia tra chi era felice e chi non
sopportava le risate. E - come succede sempre più spesso, ovunque, tra giovani
"depoliticizzati", in cerca di emozioni da film noir nelle
discoteche, nei parchi, nelle piazze - sono spuntati i coltelli.
"Io -
continua l'italiano Ryu - non sto dicendo che siamo santi, però è sbagliato
descriverci come emarginati. Prova a pensare. Siamo meglio noi, che abbiamo un
codice, o quei ragazzi di buona famiglia, perfettamente a posto, che a Milano
hanno massacrato un barbone perché ne hanno schifo? Esiste una violenza
notevole, in questi anni, e sono le bande che la tengono a freno. È l'esatto
contrario di quello che si dice. E guarda che ti parlo con sincerità. Per un
po' ho curato una discoteca dei Latin King nella zona di corso Como. Beh, ero
alla porta, per evitare i casini, e facevo le perquise. Ho trovato coltelli
nelle mutande, negli stivali, dovunque, ma averli non è come usarli".
Il fenomeno delle
"Pandillas", le bande, nacque a Genova, perché qui a metà degli anni
'90 approdano dall'Ecuador migliaia di donne con figli al seguito e senza
mariti. I ragazzi, senza controllo, ritrovano un'identità nella banda. Nel 2003
la prima maxi operazione della polizia porta una decina di arresti e individua
otto baby gang e nel 2006 viene firmata una storica pace tra Latin King e
Nietas (portoricani) con i capi venuti espressamente dal Sudamerica e dagli
Usa. In ogni città, comunque, le spedizioni punitive non finiscono. Basta
accennare con le mani al gesto di una "corona rovesciata" per
togliersi il rosario e andare all'attacco.
Un censimento, per
difetto, indica in un migliaio i ragazzi nelle gang in Italia, concentrate
soprattutto a Milano, Genova, Torino, Roma, Napoli. Milano è la "città
madre", dove tutti passano e trovano rifugio, e a parte i Latin King
(ecuadoriani), i Comando (peruviani), i Nietas, presenti ovunque, ci sono
Trinitarios (domenicani), i salvadoregni Ms (Mara Salvatrucha, occhio ai
"18" più che ai "13", i primi riconoscibili dal tatuaggio
di tre carte da gioco con il sei), poi i filippini riuniti nella gang
"Ghetto", più i tanti italiani, come i "Napoletani del
Corvetto". E se a Milano i paninari e i sambabilini sono scomparsi da
decenni, inserendosi qui e là, a Roma i pariolini esistono ancora, così come i
Coatti, gli Emo e i Truzzi. A Torino c'è una proliferare di micro-gang, dagli
Ottogallery, ai Ninja, ai Vatos Locos (latini), ai Truzzi, alle Gotiche, ai
Cabinotti. A Genova resta la roccaforte dei Forever e dei Soldao Latinos. A
Napoli sono forti i Nietas, ma anche gli italiani R 601.
Ci spiega Paul, un
ragazzone dalle spalle larghe e i denti bianchissimi, quale bisogno porta
questi ragazzi nelle gang. Fa l'elettricista nella zona di Rozzano, paesone
alle porte di Milano ribattezzato con ironia "Rozzangeles".
"Avevo undici anni - racconta Paul - quando in Ecuador sono entrato in una
pandilla. C'era mio fratello, più grande di me di un anno, e là ho visto cose
terribili. Ti mettono anche in mano la pistola, e ringrazio Dio che a me non è
successo di sparare. Quando sono arrivato a Milano, ho conosciuto, grazie a una
collana, un nostro segno, altri come me. E mi sono inserito subito nella gang.
Abbiamo degli obblighi seri, se andiamo a scuola dobbiamo essere promossi, se
lavoriamo dobbiamo essere stimati. E le donne della gang non sono zoccole,
devono vestirsi senza volgarità, e l'aborto è proibito, ci devi pensare prima".
Perché entrare nella gang? "Mio padre e i suoi fratelli bevevano, ho
imparato le regole della vita grazie alla banda, sono tra amici, non ho mai
sgarrato". Ora Paul è papà, lavora, ed era un pezzo grosso, piuttosto
temuto.
Sarebbe però un
errore strategico, non solo politico, ritenere le gang un feudo esclusivamente
straniero. Se a Torino si sente dire: "Ci sono dei cabinotti da asciugare,
diamoci da fare", attenzione. La frase ha un significato:
"cabinotti" sono i ragazzi vestiti da ricchi e "asciugarli",
preferibilmente in due zone del centro storico, sta per rapinarli. E le rapine,
le risse, gli agguati, non sembrano finire mai. LR 22
Immigrazione, Fini: percorso breve per cittadinanza ai figli degli
stranieri
Farinone (Pd):
bene Fini, ma la Lega? Cicchitto (Pdl): evitiamo aperture a sinistra come
Sarkozy
MILANO - Il
presidente della Camera, Gianfranco Fini, che a Milano è intervenuto alla
presentazione del rapporto sulla famiglia del Cisf, ha auspicato che per i
bambini degli immigrati ci possa essere un percorso breve per la cittadinanza.
«Se non fosse per le coppie degli immigrati - ha affermato Fini - il tasso di
natalità del nostro paese sarebbe da allarme rosso. Per fortuna nel dibattito
politico si sta avviando una discussione sul ruolo degli immigrati che spesso
con il loro lavoro servono per pagare le pensioni ma non possiamo fermarci a
metà del ragionamento».
Ed è a questo
proposito che il presidente della Camera ha sottolineato la necessità di un
percorso sulla cittadinanza. «Si può discutere sui sette, i dieci o i dodici
anni ma non lo si può fare per i bambini. Per loro, che sono già negli asili
con i nostri figli, che parlano il dialetto, che fanno il tifo per la stessa
squadra, è necessario pensare ad un percorso breve per la cittadinanza». «Non
possiamo - ha proseguito - negare a dei ragazzi che si sentono orgogliosamente
italiani di avere la cittadinanza. Il concetto di patria oggi va pensato in una
logica multiculturale e multietnica».
Touadì (Pd): bene
Fini, ma testo governo peggiora. «Peccato, tuttavia, che il testo in
discussione alla Camera, della relatrice Bertolini, non vada proprio nella
direzione auspicata da Fini», afferma Jean Leonard Touadì. deputato del Partito
democratico. «Il testo della Bertolini - aggiunge - è riuscito nell'exploit di
peggiorare persino l'attuale disciplina dell'acquisizione della cittadinanza.
Oltre alle prese di posizione di Fini ciò che serve è una vera assunzione di
responsabilità con atti parlamentari coerenti. In sostanza se Fini e i suoi ci
stanno insieme a noi per dare la cittadinanza a chi nasce in Italia sanno cosa
fare: devono sfidare i veti della Lega e portare tutto il Pdl verso
l'affermazione di diritti fondamentali dei bambini, che solo impropriamente
chiamiamo immigrati».
Farinone (Pd):
come la mette con la Lega. Che il problema resti la Lega è convinto anche il
deputato del Pd Enrico Farinone, vicepresidente della Commissione Affari
Europei: «Fini ha ragione sulla cittadinanza agli stranieri. Bisogna integrare
da subito i bimbi, per farli sentire parte della comunità nazionale». «Continuo
però a domandarmi come Fini possa rimanere alleato della Lega, che su questi
temi la pensa esattamente all'opposto. Non per nulla il Carroccio ora chiede un
test d'italiano per chi vuole aprire un bar in Lombardia»
Carlino (Idv):
confortante sentire Fini. «Sono parole di gran conforto che certificano, ancora
una volta, la distanza tra il presidente della Camera e l'attuale Governo sulle
più urgenti questioni sociali del nostro Paese» Così la senatrice dell'IdV
Giuliana Carlino, ha commentato le dichiarazioni di Gianfranco Fini. «Dopo
l'espulsione di uno straniero, anche se con figli a scuola, sulla base delle
leggi xenofobe in vigore in Italia, e dopo la sconcertante riforma Gelmini
sulla percentuale di stranieri nelle aule scolastiche, ascoltare le
dichiarazioni del presidente della Camera è confortante. Peccato che sia questo
l'unico segnale del Pdl verso una società multietnica e multiculturale».
Cicchitto:
evitiamo aperture a sinistra come Sarkozy. «La sconfitta di Sarkozy deve essere
ragione di riflessione anche per il centrodestra italiano. Per un verso, non
c'è dubbio che Sarkozy ha pagato il prezzo che stanno pagando tutti i Governi
di centrodestra e di centrosinistra a causa delle conseguenze economiche e
sociali della crisi. In secondo luogo, Sarkozy ha anche pagato una singolare
"apertura a sinistra" fatta nella formazione del Governo e anche
nello sviluppo di alcune tematiche: in questo modo egli non ha guadagnato un
voto a sinistra e ne ha persi molti a destra». Lo sottolinea Fabrizio
Cicchitto, capogruppo del Pdl alla Camera. IM 23
“Il prezzo della ricostruzione. L’emigrazione italiana nel secondo
dopoguerra”
Un nuovo libro
della storica e studiosa dell’emigrazione Andreina De Clementi
BARI/ROMA - Fresco
di stampa il nuovo libro della storica e studiosa dell’emigrazione Andreina De
Clementi “Il prezzo della ricostruzione. L'emigrazione italiana nel secondo
dopoguerra” (ed. Laterza).
Nel volume (224 pagine, editori Laterza)
Andreina De Clementi descrive la nuova mappa delle mete dell’emigrazione
italiana nei primi dieci anni del secondo dopoguerra, la trasformazione da
avventura individuale a impresa controllata dalle burocrazie statali, l’inedita
domanda di mano d’opera femminile. Discostandosi da un approccio storiografico
consolidato, l’autrice delinea una vicenda complessa e problematica, che
affonda le sue radici nel più generale contesto economico-politico dell’epoca.
Il libro è articolato in sette capitoli (più
le Conclusioni e la Bibliografia): I Introduzione (1. Una premessa - 2.
All’insegna della continuità - 3. Il blackout degli Stati Uniti - 4. Le sirene
del subcontinente americano - 5. Uomini contro carbone - 6. Le intese mancate -
7. Il passato che non passa - 8. Il prezzo da pagare - 9. Un crogiolo
multietnico); II. Le molte vie dell’emigrazione (1. Una nicchia per Adam Smith
- 2. Una mappa in fieri - 3. Meriti e misfatti del Piano Marshall - 4. La
fortezza britannica - 5. Il paese nero - 6. Le fortune della Francia); III. I
paesi emergenti (1. Benvenuti in Australia... - 2. ...e in Canada - 3. Di solo
petrolio); IV. Giovani e sole (1. Partenze parallele - 2. Le operaie
industriali - 3. Le domestiche - 4. La solitudine maschile - 5. Uno sguardo
d’insieme); V. Protezionismi (1. Le rimesse - 2. Il «closed shop» - 3.
Pregiudizi); VI. ...ma a tutto c’è un limite; VII. Smottamenti (1. Aleatorietà
delle nuove mete - 2. Due lunghi dopoguerra- 3. Il fronte europeo - 4. La crisi
del carbone).
Andreina De Clementi è docente di Storia
contemporanea all’Università L’Orientale di Napoli. E’ stata presidente della
Società Italiana delle Storiche e dal 2005 ne dirige il semestrale “Genesis”. Coordina il dottorato internazionale Citizenship,
Rights and Gender Equality in Modern and Contemporary History. Tra le più recenti pubblicazioni di Andreina De Clementi:
Storia dell’emigrazione italiana (2 volumi, a cura di, con P. Bevilacqua ed E.
Franzina, Roma 2001-2002); Gli emigranti meridionali e l’America (Roma 2007);
L’emigrazione femminile fino alla seconda guerra mondiale (Roma 2008). (Inform)
Informare i calabresi ovunque residenti: on line il nuovo numero di “Itaca”
Reggio Calabria -
Compie tre anni "Itaca" la testata pubblicata dall’Associazione Amici
Casa della Cultura "Leonida Répaci" di Palmi, in provincia di Reggio
Calabria, diretta da Antonio Minasi.
Itaca (sintesi di
Italia/Calabria), ma soprattutto sinonimo perenne d’amore per le proprie
"radici", si rivolge soprattutto ai calabresi fuori regione, in
Italia ed all’estero, allo scopo di sostenere e rafforzare il rapporto con la
terra d’origine. "Esigenza, questa, prioritaria – osserva Minasi – se si
considera che per molti figli e nipoti di coloro che emigrarono, a partire dagli
anni ’50, la Calabria è un’immagine piuttosto incerta, da cercare sulla carta
geografica e sostanziata dai brandelli di memoria dei padri".
La pubblicazione,
trimestrale e in formato tabloid, illustra quel complesso di beni materiali -
archeologici, monumentali, paesaggistici - ed immateriali - storia, tradizioni,
usi, costumi - che connotano l’identità della regione e nello stesso tempo
accoglie l’informazione di ritorno, da tutto il mondo, delle comunità e delle
associazioni calabresi, cosicchè Itaca diventa un punto d’incontro ideale e
nello stesso tempo unificante, di una regione che il fenomeno emigratorio ha
disperso su tutti i continenti.
Obiettivo del
trimestrale anche valorizzare quelle esperienze della società civile e del
mondo imprenditoriale che si distinguono, sia in Calabria che all’estero, col
segno dell’eccellenza.
"Itaca"
può esser letta sul sito www.amicicasarepaci.it e si può ricevere la copia
cartacea richiedendola a itaca.magazine@gmail.com. (aise)
A Pontelagoscuro il 26-27 marzo il convegno “Culture e letteratura della
migrazione”
FERRARA - Anche quest'anno il Cies di
Ferrara, Vocidalsilenzio e l'Associazione Cittadini del Mondo, con il
contributo del Comune e della Provincia di Ferrara e della Regione Emilia
Romagna, promuovono il convegno nazionale “Culture e letteratura della migrazione”.
Il convegno, giunto alla nona edizione, che si terrà nei giorni 26 e 27 marzo
presso il Centro sociale “Il Quadrifoglio”, V.Savonuzzi, 54, a Pontelagoscuro
(Ferrara).
L'iniziativa è, come di consueto, dedicata in
modo particolare agli studenti delle scuole superiori, presso le quali potranno
essere avviate, nel periodo che precede il convegno, incontri con gli scrittori
e attività sulla letteratura della migrazione e sulle tematiche
dell'intercultura.
La nona edizione del convegno è dedicata al
tema del comico e alla satira: ci si chiederà se essi possano essere strumenti
di resistenza nei confronti di pregiudizi e intolleranze.
Ospiti del convegno saranno il narratore di
storie Alessandro Ghebreigziabiher; lo scrittore algerino Tahar Lamri; lo
scrittore e poeta romeno Mihai Mircea Butcovan; lo scrittore e giornalista
Massimo Ghirelli; il regista teatrale e scrittore uruguaiano Milton Fernàndez;
la scrittrice e editor di origini libanesi Roberta Yasmine Catalano;
l'insegnante, mediatore culturale e fotografo Marco Belli, Maria Cristina
Mauceri Cassamarca Lecturer Università di Sydney
(http://ww3.comune.fe.it/vocidalsilenzio/programma2010.htm )
Tra le iniziative correlate al convegno:
venerdì 26 marzo, presso il Centro sociale “Il Quadrifoglio” a Pontelagoscuro,
dalle ore 14.30 scene di (stra)ordinaria ironia, realizzate dagli studenti
delle scuole superiori di Ferrara. Sempre venerdì, alle ore 19, presso il Café
de La Paix (P.tta Corelli, 24), “I primi 20 anni di letteratura della migrazione”:
reading e aperitivo. A seguirà una cena multiculturale. Sabato 27 marzo nel
corso della mattinata, durante la sessione del convegno verrà presentata una
riduzione tratta dallo spettacolo Storie e Notizie di e con Alessandro
Ghebreigziabiher, con la partecipazione di Cecilia Moreschi. (Inform)
Europa. Man spricht kaum Deutsch
Die europäische Chefdiplomatin
Catherine Ashton hat einen schwierigen Job. Vor lauter Ärger mit der
EU-Kommission und den Mitgliedstaaten kommt die Britin kaum dazu, sich um Außenpolitik
zu kümmern. Manchmal muss sie sogar Hohn und Spott über sich ergehen lassen. So
zum Beispiel am vergangenen Wochenende: Da lud sie der Pariser
Europa-Staatssekretär Pierre Lellouche gönnerhaft zu einem Französisch-Kurs in
die Provence ein. Mehrsprachigkeit sei "ein Eckstein für den Aufbau
Europas", stichelte Lelluche. Baronin Ashton kann nur Englisch - und ein
wenig schämt sie sich wohl auch dafür.
In Sachen Sprachen bekommt es Ashton
allerdings nicht nur mit den Franzosen, sondern auch mit den Deutschen zu tun:
Berlin dringt mit Macht darauf, dass Deutsch eine von drei gleichberechtigten
Arbeitssprachen des Europäischen Auswärtigen Dienstes (EAD) wird. Der
Bundesregierung ist die Angelegenheit so ernst, dass Außenminister Guido
Westerwelle (FDP) bereits einen Brandbrief an Ashton geschrieben hat. Bei der
Auswahl des künftigen EAD-Personals müssten Deutschkenntnisse eine wichtige
Rolle spielen, heißt es.
Ein deutscher Diplomat sagt: "Wenn
wir beim Europäischen Auswärtigen Dienst akzeptieren würden, dass Deutsch keine
Rolle mehr spielt, würden wir einen Präzedenzfall schaffen für die anderen
Institutionen." Das sei nicht akzeptabel. Unter dem Dach des EAD sollen
bis zu 8000 Beamte die Außenpolitik der EU steuern.
Asthon ist gerade damit befasst, den
Dienst aus dem Boden zu stampfen. Offenbar hat sie sich von der Praxis in den
Brüsseler EU-Behörden inspirieren lassen: Dort arbeiten die Beschäftigten
überwiegend in Englisch und Französisch. Deutsch ist den beiden Sprachen
offiziell gleichgestellt, fristet faktisch aber ein Schattendasein. Viele
EU-Dokumente werden gar nicht erst ins Deutsche übersetzt. Und bei Konferenzen
bleiben die Dolmetscher-Kabinen mit der Aufschrift "DE" oft leer.
Im Streit um den EAD verweist Berlin
darauf, dass 100 Millionen Europäer Deutsch als Muttersprache haben. Es gibt in
der Union 23 Amtssprachen. Aber nur drei davon sind offiziell Arbeitssprachen -
eben Englisch, Französisch und Deutsch. "Dabei soll es bleiben und wird es
bleiben", sagt ein Berliner Diplomat." THORSTEN KNUF
FR 22
EU-Arbeitssprachen. Westerwelle will Deutsch retten
Guido Westerwelle will die deutsche
Sprache retten. In einem Brief an EU-Außenkommissarin Ashton forderte er jetzt,
dass EU-Diplomaten "mehrere Fremdsprachen, insbesondere Deutsch"
beherrschen sollten.
BRÜSSEL - Bundesaußenminister Guido
Westerwelle (FDP) will den Siegeszug des Englischen in der Europäischen Union
stoppen. "Wir möchten nicht, dass Deutsch als Sprache in Europa verloren
geht", sagte Westerwelle am Montag in Brüssel. Deutsch ist zurzeit
innerhalb der Europäischen Union neben Englisch und Französisch eine der drei
Arbeitssprachen.
"Deutsch ist die am meisten
gesprochene Muttersprache in Europa, und es gibt gar keinen Grund, die deutsche
Sprache zu vernachlässigen", sagte Westerwelle mit Blick auf die rund 100
Millionen Muttersprachler vor allem in Deutschland und Österreich
In einem Brief an EU-Außenministerin
Catherine Ashton forderte Westerwelle, die Einstellungskriterien für den
Auswärtigen Dienst sollten "klare Anforderungen für die Beherrschung
mehrerer Fremdsprachen, insbesondere auch der deutschen Sprache,
enthalten". Dem neuen Auswärtigen Dienst sollen bis zu 8000 Diplomaten
angehören.
Schon am 19.3. hatte ein EU-Diplomat
gesagt: "Wenn wir beim Europäischen Auswärtigen Dienst akzeptieren würden,
dass Deutsch keine Rolle mehr spielt, würde das im Prinzip bedeuten, dass wir
einen Präzedenzfall schaffen auch für andere Institutionen", sagte der
Diplomat. Das sei nicht akzeptabel. "Dabei soll es bleiben und wird es
bleiben. Da gibt es gar keine Diskussion", betonte der Diplomat. afp/dpa
23
Ende des Baubooms in Spanien. Die Jugend kann nur auswandern
Seit dem Ende des Baubooms sind
hunderttausende Jugendliche arbeitslos. Auch Akademiker von Rezession betroffen:
"Mileuristas", die 1.000-Euro-Verdiener, werden sie genannt. VON
REINER WANDLER
Männlich, zwischen 25 und 29 Jahre alt.
So sieht der spanische Krisenverlierer schlechthin aus. Seit die
Spekulationsblase 2008 geplatzt ist und die Bauindustrie fast völlig zum
Erliegen kam, haben 1,7 Millionen junge Menschen zwischen 16 und 35 Jahren
ihren Job verloren. 93 Prozent der durch das Ende des Baubooms vernichteten
Arbeitsplätze hatte diese Altersgruppe inne. Eine Generation, die erstmals von
Vollbeschäftigung träumte, ist unsanft erwacht. Insgesamt sind in Spanien 4,1
Millionen Menschen als arbeitslos gemeldet. Das ist eine Quote von
20 Prozent.
Von den 1,7 Millionen unter 35 Jahren,
die ihren Job durch das Ende des Baubooms verloren haben, sind 68 Prozent Männer.
Bisher waren es in Spanien immer die Frauen, die zuerst ihre Arbeit verloren.
Im Jahrzehnt des Booms schmissen viele junge Männer die Schule oder die
Berufsausbildung hin. Schließlich war auch als unqualifizierter Arbeiter gutes
Geld zu verdienen. Verließen 2004 schon 34 Prozent der jungen Menschen
beiderlei Geschlechts die Schule ohne Abschluss, waren es 2006 sogar
40 Prozent. Und unter den jungen Männern lag die Quote bei 47 Prozent.
Erst einmal arbeitslos, sind diese Menschen nur schwer zu vermitteln.
Doch selbst ein abgeschlossenen
Hochschulstudium ist keine Garantie für einen guten Arbeitsplatz und vor allem
nicht für ein gutes Einkommen. "Mileuristas", die
1.000-Euro-Verdiener, taufte der spanische Volksmund die jungen Akademiker mit
schlechter Bezahlung und Zeitvertrag. Selbst in der Forschung sind sie tätig.
Nachdem die Regierung im neuen Haushalt die Ausgaben für Universitäten und
Institute zusammengestrichen hat, droht vielen von ihnen die Arbeitslosigkeit.
Längst ist von einer "Flucht der Gehirne" die Rede. Hochqualifizierte
junge Spanier treten den selben Weg an wie einst ihre Großeltern. Sie
emigrieren nach Europa oder in die Vereinigten Staaten.
Die sozialen Folgen der
Arbeitslosigkeit unter den jungen Spaniern sind nicht zu übersehen. Sie werden
immer später flügge. Eine Umfrage zeigt, dass knapp 62 Prozent der jungen
Menschen zwischen 18 und 29 bei ihren Eltern leben. In der Hauptstadt Madrid
sind es gar 69 Prozent. Die Jugendlichen sind damit gleich doppelt Opfer
des Baubooms. Die Preise für eine Wohnung vervierfachten sich in den zehn
Jahren vor der Krise, für junge Menschen unerschwinglich. Jetzt sinken sie zwar
allmählich, doch die jungen Menschen sind ohne Arbeit und liegen den Eltern auf
der Tasche. Jeder dritte spanische Familie hat am Monatsende regelmäßig
finanzielle Schwierigkeiten. Und knapp 40 Prozent geben an, sich nicht einmal
einen einwöchigen Urlaub leisten zu können.
Um die hohe Jugendarbeitslosigkeit zu
bekämpfen, kramt so mancher wieder die alten Rezepte hervor. So verlangt der
Unternehmerverband einen speziellen Arbeitsvertrag für junge Menschen. Danach
sollen sie bei Kündigung nur eine geringe Entschädigung erhalten. Außerdem
müsse der Staat einen Teil der Sozialversicherungsbeiträge übernehmen. "In
jeder Krise werden die Jugendlichen beäugt, als wären sie für ihre Lage
verantwortlich, als wollten sie gar nicht arbeiten", beschwert sich der
Direktor des staatlichen Jugendinstituts, Gabriel Alconchel.
Taz 22
EU-Außenamt: Wünsche, Forderungen, Drohungen. Debatte um Ashtons EAD-Entwurf
Catherine Ashton stellt den
EU-Außenministern heute ein neues Papier über die Struktur des Europäischen
Auswärtigen Dienstes (EAD) vor. Die EU-Außenbeauftragte sitzt dabei wie gewohnt
mit ihren zwei Hüten zwischen drei Stühlen und darf die Kritik vom Ministerrat,
von der Kommission und dem Parlament erwarten.
Die EU-Außenbeauftragte Catherine
Ashton fordert in einem Entwurf für den Europäischen Auswärtigen Dienst
(EAD) nicht nur die Zuständigkeit für "alle klassischen Elemente" der
künftig gemeinsamen EU-Außenpolitik, sondern auch für die Entwicklungspolitik.
Vor allem diese Forderung wird von der EU-Kommission, die bisher für
Entwicklungsfragen zuständig ist, abgelehnt. Beim heutigen Treffen der
EU-Außenminister ist daher erneut eine intensive Debatte um Struktur,
Kompetenzen und das Personal in dem neuen europäischen Außendienst zu erwarten.
Europäische Diplomatie
Bevor sie die Leitung des
diplomatischen Dienstes der EU übernimmt, muss Ashton bereits ihr
Verhandlungsgeschick beweisen. Mit ihrem Doppelhut (Hohe Außenbeauftragte der
EU; Vizepräsidentin der Kommission) muss sie einen Kompromiss zwischen drei
Parteien finden: Die Mitgliedsstaaten wollen, dass "ihre" Außenbauftragte
mehr Kompetenzen von der Kommission in den noch aufzubauenden Europäischen
Auswärtigen Dienst (EAD) zieht. Die Kommission will, dass "ihre"
Vizepräsidentin der Kommission eine solche Machtverschiebung vehement abwehrt.
Und das EU-Parlament will den EAD kontrollieren dürfen - egal wer im Machtkampf
zwischen Kommission und Mitgliedsstaaten die Oberhand behält. (Tauziehen um
Europäischen Diplomatendienst)
Spanische Ratspräsidentschaft
Die spanische Ratspräsidentschaft hofft
auf einen baldigen Konsens zwischen den Interessen der Mitgliedsstaaten, der
Kommission und der EU-Außenbeauftragten. Eine Entscheidung sei
"dringend" notwendig, hieß es heute aus Kreisen der spanischen
Ratspräsidentschaft gegenüber EurActiv.de. Es ist aber weiter ungewiss, ob der
Kompromiss bis Ende April gelingt.
Britische Wahlen - Die Zeit drängt
allerdings. Der EAD sollte etabliert sein, bevor der Parteichef der
konservativen Tories, David Cameron, im Frühjahr höchstwahrscheinlich zum neuen
britischen Premier gewählt wird. Ist der EAD bis dahin noch nicht etabliert,
könnte der EU-skeptische Cameron das gesamte Projekt blockieren. (Angst vor
Cameron treibt EU-Außenamt voran)
Auch das EU-Parlament hat im März
bekräftigt, dass seine Zustimmung für den EAD verweigern könnte. Die EU-Abgeordneten
fordern einen verbesserten Zugang zu vertraulichen Informationen und
Kontrollrechte über den diplomatischen Dienst. Ob das Parlament beim EAD
Mitspracherechte erhält, sei "noch in der Diskussion", hieß es aus
der spanischen Ratspräsidentschaft zu EurActiv.de.
Nationale Egoismen - Jerzy Buzek,
Präsident des Europäischen Parlaments, erklärte heute in seiner Humboldt-Rede
in Berlin, dass die "gegenwärtig geäußerten Befürchtungen" der
Mitgliedsstaaten gegenüber dem EAD "völlig unbegründet" und
"nichts anderes als ein Ausdruck des nationalen Egoismus" seien.
Zugleich bezog Buzek in der Debatte um die Besetzung der Top-Positionen
Stellung, als er erklärte, dass "das geographische Gleichgewicht" in
der Auswahl der beinahe 140 Botschafter der EU "keinesfalls außer Acht
gelassen werden" solle.
Französische Diplomatie - In ihrem
"Non-Paper" schlägt Ashton u.a. vor, die Position eines
Generalsekretärs für den EAD zu schaffen. Er soll mit weitreichenden
Kompetenzen ausgestattet und dabei sowohl für Finanzen als auch für alle
Auslandsmissionen zuständig sein. Diplomaten erwarteten im Kreis der
Außenminister Bedenken gegen diese Konstruktion nach französischem Vorbild.
Frankreich hat bereits zwei Spitzendiplomaten - darunter auch den derzeitigen
Generalsekretär des französischen Außenministeriums, Pierre Sellal - als
Kandidaten für diesen Posten ins Rennen geschickt.
Deutsche Sprache - Bundesaußenminister
Guido Westerwelle hat Ashton aufgefordert, dafür zu sorgen, dass Deutsch neben
Englisch und Französisch eine der drei Arbeitssprachen des Dienstes werde.
Ashtons Non-Paper - Der EAD soll
Ashtons Vorschlag zufolge vor allem die Außenpolitik der EU ausarbeiten,
während die Kommission und die Mitgliedstaaten an deren Umsetzung
mitarbeiteten. Auf diese Weise könnten bisher unterschiedliche Denkweisen und
Interessen im neuen EAD zusammengebracht werden. Reine Verwaltungsaufgaben
könnten weitgehend von der Kommission übernommen werden. Schon bisher hat die
Kommission eigene Vertretungen in 130 Ländern.
Ashton schreibt, die Rechte des
Ministerrates - also der 27 EU- Regierungen - in der Gemeinsamen Außen- und
Sicherheitspolitik (GASP) müssten "voll gewahrt" werden. Das
europäische Außenamt wolle aber in Bereichen, die nicht direkt zu seinen
Kompetenzen gehörte, mitreden. In Fragen des Handels, Klimawandels,
Umweltschutzes, der Einwanderung, der Energie und der inneren Sicherheit will
Ashton "eine starke Verbindung zu den einschlägigen Diensten der
Kommission" entwickeln.
Die Chefin des neuen Außenamtes
beansprucht die finanzielle Planungshoheit für praktisch alle großen
Entwicklungsfonds, die bisher der Kommission unterstanden. Lediglich über die
Finanzhilfen für Beitrittskandidaten solle künftig noch die Kommission
entscheiden dürfen.
In allen Personalfragen will Ashton
entscheiden. Sie schlug die Ernennung von drei politischen
"Sonderbeauftragten" vor. Diese seien dann auch legitimiert, sie als
Stellvertreter in Verhandlungen mit Dritten zu vertreten. Kommissionspräsident
José Manuel Barroso ist der Auffassung, die drei EU-Kommissare für
Entwicklungspolitik, Katastrophenhilfe und Nachbarschaftspolitik könnten Ashton
vertreten (drei EU-Kommissare als Stellvertreter Asthons). Die EAD-Chefin ist
dagegen lediglich zu engen "Konsultationen" mit den drei Kommissionsmitgliedern
bereit, sofern Arbeitsbereiche berührt seien, für die diese zuständig sind.
mka mit dpa EurActiv 22
Finanzhilfen für Griechenland. Deutschland in Europa isoliert
Brüssel. In der Auseinandersetzung über
Finanzhilfen für Griechenland ist Deutschland zunehmend isoliert. In einem
Treffen der EU-Außenminister in Brüssel drangen mehrere Staaten darauf, bereits
beim Gipfel der Staats- und Regierungschefs Ende dieser Woche einen Notfallplan
für Athen zu beschließen. Deutschland, das den größten Teil der Hilfen
schultern müsste, lehnt das weiter ab.
Der spanische Außenminister Miguel
Angel Moratinos kündigte an, sein Land werde am Donnerstag und Freitag beim
Gipfel für einen Beschluss werben. Moratinos sprach von einem "wichtigen
Moment für die Zukunft der EU und des Euro". Spanien hat derzeit die
rotierende EU-Ratspräsidentschaft inne.
EU-Kommissionspräsident Manuel Barroso
ist zuversichtlich, dass Deutschland ein Hilfspaket der EU für Griechenland
unterstützen wird. Der Financial Times sagte er, die Bundesregierung werde den
Widerstand im Inland überwinden und ein EU-Hilfspaket für Griechenland
unterstützen, falls oder wenn darum gebeten werde.
Als größte Volkswirtschaft des
Euroraums habe Deutschland das stärkste Interesse an der Wahrung der
finanziellen Stabilität, was eine Unterstützung der schwächeren Mitglieder
bedeute, führte Barroso weiter aus. "Es gibt keine Stabilität ohne
Solidarität und keine Solidarität ohne Stabilität", sagte er.
Der französische Ressortchef Bernhard
Kouchner sagte: "Wir müssen Griechenland unterstützen." Die Staaten
der Euro-Zone sollten nach Möglichkeit noch vor dem Spitzentreffen ihren Streit
beilegen.
Auch der italienische Außenminister
Franco Frattini meinte: "Wir sollten vor dem Gipfel eine Lösung finden.
Wir sollten den Gipfel nicht zur Geisel des Griechenland-Themas machen."
Die deutsche Bundesregierung steht
jedoch weiter auf dem Standpunkt, dass zurzeit keine Beschlüsse in dieser Sache
notwendig sind. Kanzlerin Angela Merkel sagte am Montag in Berlin, beim
EU-Gipfel am Donnerstag müsse nicht über "akute Hilfen" für
Griechenland gesprochen werden, weil das Land nicht darum gebeten habe.
Außenminister
Guido Westerwelle betonte, es dürfe
"kein Geld ins Schaufenster" gelegt werden, weil sonst der dringend
nötige Reformdruck in Griechenland nachlasse.
Kompromissmöglichkeiten deutete der
Chef der Euro-Finanzminister, Luxemburgs Premier Jean-Claude Juncker, an. Es
müsse nicht unbedingt einen Beschluss beim Gipfel geben, doch sollten die
technischen Vorbereitungen trotzdem bald abgeschlossen werden. Juncker sagte im
Europäischen Parlament, er sei persönlich nicht dafür, dass Griechenland auf
Hilfe des Internationalen Währungsfonds zurückgreife.
"Die Euro-Zone sollte das selbst
lösen." Es gebe jedoch auch Argumente für die Beteiligung des IWF. Eine
zweigleisige Lösung, bei der die Euro-Zone jedoch die Regie habe, sei nicht
auszuschließen. "Das wird hoffentlich in den kommenden Tagen klarer."
Er bekräftigte, das Instrument müsse wahrscheinlich gar nicht eingesetzt
werden, weil das griechische Sparprogramm ausreiche.
Griechenlands Ministerpräsident Giorgos
Papandreou versicherte gestern, Griechenland wolle sein Schuldenproblem selbst
lösen und bitte nicht um Geld, aber um Hilfe gegen Spekulanten.
Bundesbank-Präsident Axel Weber rief die Problemländer der Euro-Zone gestern zu drastischen Reformen auf. Große ökonomische Unterschiede in dem Währungsraum seien gefährlich. Auf längere Sicht zögen sie nie