WEBGIORNALE  24-25  Marzo  2010

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Consiglio d’Europa. Razzismo, un flagello „da combattere senza tregua“  1

2.       Vertice Europeo il 25-26 marzo a Bruxelles. "Europa 2020", cambiamenti climatici e solvibilità delle Grecia  1

3.       UE. La responsabilità non ha frontiere. Attualità della "Dichiarazione Schuman" 60 anni dopo  1

4.       UE. Consiglio dei ministri degli Esteri a Bruxelles: appello per la libertà di informazione in Iran  2

5.       Corriere della Sera: Italiani all’estero «traditi». Fondi tagliati ai loro giornali 2

6.       Agevolazioni di viaggio per i residenti all’estero che andranno in Italia a votare il 28/29 marzo  3

7.       Elezioni Regionali. Assenti nei programmi elettorali il tema italiani all’estero  3

8.       Senza gli immigrati saremmo perduti. I mestieri che gli italiani non fanno più  3

9.       “I parlamentari eletti all’Estero e i problemi dei migranti”  4

10.   Monaco di Baviera. Inaugurata la mostra di Letizia Battaglia “Fotografie siciliane dal 1976 al 2009”  5

11.   La presenza dell’Italia alla Musikmesse di Francoforte (24-27 marzo) 5

12.   Hannover. Un progetto di educazione artistica coinvolge bambini delle elementari di più Paesi 6

13.   Francoforte. Un giorno di festa al museo, che si ”maschera“ per i bambini 6

14.   La Chaux de Fonds. In difficoltá la lingua italiana in Svizzera  6

15.   Zurigo. Gli italiani in Svizzera invitati a partecipare alla regionali in Italia  6

16.   Stanziati dalla Regione Campania 690 mila euro. Le Linee guida 2010 per i campani nel mondo  7

17.   L’unione politica che non c’è. Se l’Europa rinuncia a salvare la Grecia  7

18.   Crisi e debito. «Ad Atene prestiti, non sovvenzioni»  7

19.   L'Europa sul piano inclinato  8

20.   "Questo è il vero cambiamento". Passa la riforma sanitaria di Obama  8

21.   Sanità Usa, le insidie non sono ancora finite  9

22.   La riforma sanitaria. Se l’America sceglie la strada del Welfare  9

23.   Il recupero dell'identità americana  10

24.   Francia, al via rimpasto di governo. Sarkozy: ascolterò il messaggio che viene dalle elezioni 11

25.   La lezione franco-americana per il Pd  11

26.   XV Giornata in ricordo delle vittime delle mafie. “Legami di legalità, legami di responsabilità”  12

27.   Il commento. La bandiera vaticana  12

28.   Intercettazioni utili e vizi spiati. Una democrazia un po' malata  12

29.   Troppi costretti a far la coda per l'acqua. E siamo nel 2010  13

30.   Acqua, in ballo c'è il futuro di tutti noi 13

31.   Fini: «Il presidenzialismo può attendere. Il Pdl non sia la fotocopia della Lega»  14

32.   Architetto e insospettabile Preso il capomafia palermitano  14

33.   'Stop al silenzio, in onda pure con Benigni'. Santoro presenta "Rai per una notte"  15

34.   Un sistema per compattare l'alleanza  15

35.   Famiglia, i figli costano troppo. Cifs: "In Italia sostegni al minimo". Meglio Germania e Francia  15

36.   Homo videns e homo zappiens. Sconnessi e somari 16

37.   Nasce la banca dedicata agli immigrati 16

38.   Agevolazioni della Regione. Partecipazione dei toscani all’estero alle elezioni regionali 17

39.   Berlusconi "invade" anche Unomattina. Bersani: pericoloso e pasticcione, vuole zittire tutti 17

40.   La guerra multietnica delle giovani bande  17

41.   Immigrazione, Fini: percorso breve per cittadinanza ai figli degli stranieri 18

42.   “Il prezzo della ricostruzione. L’emigrazione italiana nel secondo dopoguerra”  19

43.   Informare i calabresi ovunque residenti: on line il nuovo numero di “Itaca”  19

44.   A Pontelagoscuro il 26-27 marzo il convegno “Culture e letteratura della migrazione”  19

 

 

1.       Europa. Man spricht kaum Deutsch  19

2.       EU-Arbeitssprachen. Westerwelle will Deutsch retten  20

3.       Ende des Baubooms in Spanien. Die Jugend kann nur auswandern  20

4.       EU-Außenamt: Wünsche, Forderungen, Drohungen. Debatte um Ashtons EAD-Entwurf 20

5.       Finanzhilfen für Griechenland. Deutschland in Europa isoliert 21

6.       USA: Gesundheitsreform gebilligt. Obama und sein langer Weg  22

7.       Gesundheitsreform gebilligt. Obama: „Ein Sieg für das amerikanische Volk“  22

8.       Leitartikel. Eine historische Leistung  23

9.       Christoph von Marschall über Obamas Gesundheitsreform. Ein Mann der Tat 23

10.   Obama und die Gesundheitsreform. Ein hoher Preis für den Präsidenten  24

11.   Regionalwahlen in Frankreich. Niederlage für den Präsidenten  24

12.   Kraftprobe in China. Google beendet Selbstzensur 25

13.   Julia Klöckner im Interview. „Frauen und Männer sind zum Glück verschieden“  25

14.   Gipfel im Kanzleramt. Koalition bringt Bankenabgabe auf den Weg  26

15.   Sexueller Missbrauch Trieb, Trauma und Kind  27

16.   Missbrauch im Sport. Weg mit dem Tabu! 28

17.   Cohn-Bendit: „Merkel predigt ökonomischen Nationalismus“  28

18.   NS-Prozess. Früherer SS-Mann Boere zu lebenslanger Haft verurteilt 29

19.   Wege aus der Arbeitslosigkeit. Mythos Weiterbildung  30

20.   Neues Hartz-IV-Konzept, SPD versöhnt Gewerkschaften  30

21.   Der Wahltag in NRW kommt näher. Union und FDP schicken sich an, zueinanderzufinden  31

22.   Neue Zahlen des Innenministeriums. Politisch motivierte Gewalt erreicht Höchststand  31

23.   Islamkonferenz. Zentralrat der Muslime boykottiert Treffen  32

24.   Bürgerbewegung. Paten helfen Multikultikindern beim Lesen  32

25.   Diskussion um Islamkonferenz. Zentralrat der Muslime bleibt weg  33

26.   Stiftung Flucht, Vertreibung, Versöhnung: Gremien werden neu formiert 33

27.   Protestaufruf gegen Rechtsextreme. Flagge zeigen für Toleranz  34

28.   Berlin. Ideenkonferenz: "Solidarische Stadtgesellschaft: Integration und Teilhabe"  34

 

 

 

 

Consiglio d’Europa. Razzismo, un flagello „da combattere senza tregua“

 

“La discriminazione razziale è uno dei flagelli della nostra società e deve essere combattuta senza tregua”. Così Micheline Calmy-Rey, presidente del Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa, in occasione della Giornata internazionale per l'eliminazione della discriminazione razziale che si è svolta domenica 21 marzo. “Il Consiglio d'Europa – ha assicurato - continuerà la sua lotta contro le discriminazioni”, in particolare “rafforzando l'azione della Corte europea dei diritti dell'uomo”. Intanto gli organismi europei preposti alla difesa dei diritti umani sollecitano l'adozione di misure efficaci contro la xenofobia, in particolare su Internet. In occasione della Conferenza 2010 contro il cybercrime (da ieri a Strasburgo) la Commissione europea contro il razzismo e l'intolleranza (Ecri), l'Ufficio per le istituzioni democratiche dell’Osce (Odihr) e l'Agenzia dei diritti fondamentali dell’Ue (Fra) esprimono in una nota preoccupazione per “il crescente uso di Internet da parte di gruppi razzisti per il reclutamento, la radicalizzazione e il controllo” dei fan, “nonché l'intimidazione e la discriminazione degli oppositori”. Di qui la richiesta di un impegno comune di governi e società civile. All’industria di Internet i tre organismo chiedono “di porre in atto, pur nel rispetto della libertà di espressione, efficaci meccanismi di reazione e denuncia”.  Sir/de.it.press

 

 

 

 

 

Vertice Europeo il 25-26 marzo a Bruxelles. "Europa 2020", cambiamenti climatici e solvibilità delle Grecia

 

"Europa 2020" e seguito della Conferenza di Copenaghen sui cambiamenti climatici: Herman van Rompuy, presidente "stabile" del Consiglio europeo, alla sua prima convocazione di un summit dei 27, segnala due soli punti all'ordine del giorno per la riunione dei capi di Stato e di governo del 25 e 26 marzo a Bruxelles. Come sempre nel periodo che precede un vertice, le diplomazie sono al lavoro per preparare le discussioni e le decisioni che, di fatto, i leader politici saranno chiamati a suggellare. Ma sull'appuntamento della prossima settimana aleggia il problema della solvibilità della Grecia, ci si domanda cosa sia concretamente la strategia "Europa 2020" e come dovrà proseguire l'azione per la salvaguardia dell'ambiente, tenuto conto degli scarsi risultati cui si era giunti nella capitale danese.

 

Meno parole, più fatti. "Il presidente del Consiglio europeo - si legge nella bozza di programma del rendez-vous di fine marzo - intende limitare l'ordine del giorno ai punti che saranno effettivamente esaminati" dai leader Ue. Ovvero: inutile scrivere tanti argomenti quando se ne possono oggettivamente trattare ben pochi in un lasso di tempo limitato (i summit non durano mai più di un giorno di lavoro, inframmezzato da cene ufficiali, conferenze stampa, incontri bilaterali…). Van Rompuy precisa: "Sulla scorta della comunicazione della Commissione intitolata Europa 2020, il Consiglio sarà invitato a esprimere il suo accordo sul quadro generale della nuova strategia dell'Unione per la crescita e l'occupazione. In particolare sarà invitato" a convenire su "un numero limitato di obiettivi quantitativi a livello" comunitario "che saranno poi tradotti in obiettivi nazionali differenziati". In tale ambito il Consiglio "valuterà gli sforzi che l'Ue e gli Stati membri stanno compiendo per far fronte all'attuale crisi economica". Il presidente sottolinea in particolare gli aspetti legati a vigilanza e regolamentazione finanziarie: il Consiglio si occuperà, in questo contesto, della preparazione del prossimo G20. Nel frattempo gli occhi restano puntati sulla situazione ad Atene e sulla proposta di istituire un Fondo monetario europeo per intervenire a favore di Paesi dell'area euro in eventuale difficoltà. Seguirà un dibattito sul dopo - Copenhagen, "per quanto riguarda il processo negoziale a livello internazionale".

 

Il contributo del Parlamento Ue. Anche l'Europarlamento ha voluto contribuire al dibattito su "Europa 2020" che dovrà prendere il posto della fallita Strategia di Lisbona. L'Assemblea nel corso dell'ultima plenaria ha infatti approvato una risoluzione, sollecitando un "approccio ambizioso" alla crisi attraverso un "maggior coordinamento delle politiche economiche nazionali", unito a sanzioni e incentivi per garantire l'attuazione di Ue2020. Si invoca dunque un ritorno agli investimenti nella formazione, nella conoscenza, nella ricerca applicata, volti alla creazione di un'economia sostenibile e posti di lavoro di qualità. Parole per la verità risuonate tante altre volte nei palazzi dell'Unione, alle quali si aggiungono richieste esplicite per assicurare la stabilità dell'euro, intensificare la vigilanza finanziaria, completare il mercato unico e sostenere le piccole e medie imprese. Per non parlare degli inviti a "promuovere la formazione", "riformare i sistemi di sicurezza sociale", "aumentare la flessibilità dei lavoratori e dell'età pensionabile".

 

Coordinare le politiche economiche. "Bisogna rafforzare la governance economica europea nel quadro della nuova strategia Europa 2020": volendo ribadire alcuni punti fermi per affrontare l'emergenza della crisi e i casi di squilibri finanziari, i leader dei tre principali gruppi politici all'Europarlamento - Popolari, Socialisti e democratici, Liberaldemocratici - avevano addirittura firmato un documento congiunto. Joseph Daul, Martin Schulz e Guy Verhofstadt, nel presentare la risoluzione comune poi effettivamente approvata in emiciclo, avevano spiegato che "la strategia di Lisbona è fallita per la mancanza di impegno politico degli Stati membri". I tre eurodeputati chiedevano al Consiglio europeo di passare dal "metodo aperto di coordinamento", che non avrebbe sinora portato risultati perché fondato sulle sole pressioni tra i governi in materia di politiche economiche, "a strumenti vincolanti". Daul, Schulz e Verhofstadt chiedevano inoltre alla Commissione "di utilizzare tutte le basi giuridiche del nuovo trattato volte a migliorare il coordinamento economico e a svolgere attività di supervisione dei piani d'azione nazionali". I tre gruppi avevano poi richiamato le linee dell'economia sociale di mercato, la necessità di procedere verso la creazione di posti di lavoro "durevoli e di qualità", il sostegno alle Pmi e al settore della ricerca. La stessa risoluzione passata in aula afferma che "il consolidamento di bilancio e le politiche economiche devono essere strettamente coordinate" proprio per favorire il completamento del mercato unico, la crescita equilibrata, dare lavoro agli europei nel quadro di una economia "verde". Sir eu

 

 

 

 

 

UE. La responsabilità non ha frontiere. Attualità della "Dichiarazione Schuman" 60 anni dopo

 

"Considerate che le responsabilità di un cristiano non si fermano alle frontiere del suo Paese, ma è necessario che egli si dia una mentalità sopranazionale. Dite a voi stessi di non avere il diritto di disinteressarvi degli sforzi che si tentano oggi per dare all'Europa, nonostante tante rivalità secolari e attuali, un'unità abbastanza forte da garantirne la libertà, la sicurezza e il benessere. Non siate, di fronte a tale compito, certamente difficile ma indispensabile, critici o scettici. Siate piuttosto uomini di buona volontà, che credono all'Europa unita perché la vogliono costruire".

Questa lunga citazione risale ad un'altra epoca. È tratta da una lettera sulla pace che i cardinali e gli arcivescovi di Francia pubblicarono il 14 giugno 1950, poche settimane dopo la dichiarazione di Robert Schuman che avrebbe capovolto le relazioni tra i popoli e le nazioni europee e di cui quest'anno festeggiamo il sessantesimo anniversario. Le parole dei vescovi così pertinenti possono rendere fieri i cattolici, perché almeno i più alti prelati francesi dell'epoca non si sono sbagliati nei loro incoraggiamenti. Non conosco la reazione di altre istanze ecclesiali, ma almeno quella esprimeva senza giri di parole una giusta opinione.

Ma la cosa ancora più importante è che questo testo non ha perduto niente della propria attualità. L'Europa ha più che mai bisogno di un'unità forte. Ma gli impedimenti alla libertà, alla sicurezza e al benessere in questione si sono evoluti. La libertà è minacciata, tra le altre cose, da attori privati che - come alcune grandi banche o imprese in rete - passano ora sotto attori pubblici, sia stati che organizzazioni internazionali. Ritrovare la superiorità politica e il rispetto del diritto ci impone talvolta di superare il quadro europeo e di pensare a un'autentica governance mondiale della finanza e dell'economia.

La sicurezza in Europa non si definisce più in funzione delle relazioni tra due blocchi contrapposti. Questa costellazione ha avuto fine nel 1989. Sono comparse nuove forme di insicurezza, nuove conflittualità. Di fronte alle nuove minacce, come il terrorismo, non è concepibile che una nazione da sola, in questo caso la nazione americana, garantisca la pace mondiale nel tempo. È necessario oggi concepire una nuova architettura geopolitica e questa diventa possibile se l'Europa, i suoi governi e i suoi cittadini, vi si vogliono impegnare.

Impossibile, infine, definire oggigiorno il benessere in modo lineare e a partire soltanto dal reddito pro capite. Altri parametri, quelli che si riferiscono alla qualità delle nostre relazioni e alle nostre modalità di consumo e di produzione, devono essere presi in considerazione. In particolare, il cambiamento climatico esige una nuova qualità nelle relazioni internazionali. È l'Unione europea che per prima deve trarre insegnamento dal relativo fallimento della conferenza organizzata dalle Nazioni Unite a Copenhagen nel dicembre scorso e proporre un altro approccio 

Questi tre esempi mostrano come abbiamo bisogno di un nuovo slancio sopranazionale. A sessant'anni di distanza dalla dichiarazione Schuman, dobbiamo aspirare ad una dichiarazione per un mondo unito. Con l'esperienza degli ultimi sessant'anni, si può supporre che tale dichiarazione sia pronunciata a partire dall'Europa. Bisogna sperare che tale slancio arrivi senza troppi indugi, perché la nostra dichiarazione Schuman si avvicina all'età della pensione (o l'ha già raggiunta, secondo le regole in vigore nei vari Paesi dell'Unione). Essa ha fortemente bisogno di essere supportata da un nuovo documento di grande visione, lungimirante .  

Poiché il nostro cammino verso l'unificazione è iniziato da un nucleo fisso ma non fissato ad altri, il cammino verso l'unificazione mondiale passerà anche attraverso un primo gruppo di stati. Questo potrebbe essere il G20, che si assumerà un impegno a favore della libertà, della sicurezza e un benessere rispettoso del Creato. Potrebbe  anche trattarsi di un gruppo più piccolo.  

Riprendiamo dunque a cuore il messaggio dei cardinali e degli arcivescovi di Francia: diamoci una mentalità sopranazionale. Diciamo a noi stessi di non avere il diritto di disinteressarci. Cerchiamo di non essere scettici, cerchiamo invece di credere in un mondo unito. STEFAN LUNTE, Francia

 

 

 

UE. Consiglio dei ministri degli Esteri a Bruxelles: appello per la libertà di informazione in Iran

 

Bruxelles - Un appello per la libera informazione in Iran, sostegno ad Haiti per il post terremoto, la nomina del nuovo rappresentante per l’Afghanistan e l’agenda del prossimo Consiglio Europeo: sono tra le conclusioni adottate dai Consigli Affari Esteri e Affari Generali, che si sono riuniti a Bruxelles il 22-23 marzo.

  Il Consiglio - spiega la Farnesina - ha chiesto alle autorità iraniane di fermare l'azione di disturbo contro le trasmissioni satellitari e di censura contro Internet e di far cessare immediatamente queste interferenze elettroniche e le restrizioni alla telefonia mobile, nel nome del libero accesso all’informazione.

  Il Consiglio ha ribadito il suo impegno per la popolazione di Haiti colpita dal terremoto e ha dato mandato all’Alto Rappresentante di partecipare alla Conferenza Internazionale dei Donatori, il 31 marzo a New York e presentare la posizione dell’UE, cioè quella di sostenere il governo di Haiti in un piano di lungo termine per la ricostruzione e lo sviluppo.

  Il Consiglio ha discusso della situazione in Afghanistan e degli sforzi dell’UE sul campo. Inoltre ha nominato Vygaudas Usackas rappresentante unico nel Paese asiatico, a partire dal primo aprile prossimo. Usackas avrà il compito di guidare lo sviluppo dell’Action Plan per l’Afghanistan messo a punto nell’ottobre 2009, in stretta collaborazione con le autorità locali.

  Il Consiglio ha discusso del prossimo Consiglio Europeo, che sarà dedicato alla Nuova Strategia Europea per l’Occupazione e la Crescita (Europa 2020) e ai seguiti dei negoziati internazionali sui cambiamenti climatici, sulla base di quanto stabilito alla Conferenza di Copenaghen del dicembre scorso. (Inform)

 

 

 

 

Corriere della Sera: Italiani all’estero «traditi». Fondi tagliati ai loro giornali

 

Finanziamenti dimezzati. Fogli storici verso la chiusura il caso - Alle politiche 2008 i nostri emigranti definiti «enorme risorsa» - Articolo di Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera di domenica 22 marzo

 

Dopo Mal dei Primitives e i cineforum su Ejzenštejn son passati di moda anche gli italiani all'estero. Uniche vittime sacrificali della «grande operazione di moralizzazione» che doveva fare pulizia negli aiuti di Stato ai giornali di partito, semipartito, cooperativa, semicooperativa e furbetti. Hanno salvato tutti, o quasi tutti. Meno i giornali dei nostri emigranti . Amputati del 50% dei finanziamenti con una stilettata in più: il taglio è retroattivo. E i soldi che hanno già speso perché mai avrebbero immaginato che l'Italia li avrebbe traditi? Peggio per loro. Sgombriamo subito il campo da una tema: in un sistema quale quello italiano dove la concorrenza sul mercato pubblicitario è falsata dal noto conflitto di interessi e dove il premier «invita» gli imprenditori a non comprare pubblicità su questo o quel quotidiano, questa o quella rivista, gli aiuti ai giornali di partito o fatti in cooperativa sono di fatto obbligati. Vale per la Padania e per Liberazione, per l'Unità e per il Secolo d'Italia e così via. Immaginare un taglio indiscriminato a tutto e tutti, come era stato sbandierato, non ha senso. Cosa pensiamo degli ultimi residui delle agevolazioni che finiscono anche alla nostra azienda, sia pure concorrendo al bilancio per il 4,4 per mille (per mille!) lo abbiamo già scritto. E sugli aiutini a giornali che sono di partito solo per finta e incassano sotto varie forme di aiuti anche il 20% del fatturato non vogliamo neanche entrare per non spostare l'obiettivo dal tema di oggi: è giusto spingere alla chiusura quei giornali che da decenni mantengono un legame tra noi e i nostri emigrati? E tutto solo perché (questo è il sospetto) non possono spostare voti alle Regionali?

 

I quotidiani italiani all'estero, ai quali occorre aggiungere circa 150 fogli periodici più o meno antichi e diffusi, sono cinque: America Oggi negli Usa, La Voce d'Italia in Venezuela, il Corriere Canadese in Canada, il Globo di Melbourne e la Fiamma di Sidney (stesso editore, un contributo) in Australia e Gente d’Italia in Uruguay. Una volta, certo, erano e pesavano di più. Basti ricordare il Progresso italo americano che per decenni, prima della tivù e di Internet, mantenne un filo diretto tra i nostri emigrati e la madrepatria. O Il Vesuvio. The oldest and the most influential paper in Pennsylvania (il più vecchio e influente giornale della Pennsylvania) determinante nel denunciare il linciaggio di cinque italiani a Tallulah, in Louisiana, nel 1899, sollevando l’indignazione di Roma. Ma non si tratta soltanto di vecchi ricordi. Sono stati il Globo e la Fiamma, pochi mesi fa, a ribellarsi contro la volgarità dell’australiano Financial Review, che si era spinto a pubblicare una mappa dell’Italia bollata come «Berlusconia» dove, in italiano maccheronico, al posto di Roma c’era la città di «Puta», al posto di Venezia «Venerea», di Ferrara «Merda», di Taranto «Tarantula», di Crotone «Cretino» e infine al posto della Sicilia l'isola di «Mafia» e al posto della terra dei lombardi quella dei «Lombastardi». Una schifezza. Contro la quale i nostri giornali hanno reagito duramente in difesa dell’onore degli italiani. Tutti gli italiani.

 

È successo questa volta in Australia, era successo tante volte a Caracas per merito di quella Voce d’Italia di Gaetano Bafile che Gabriel Garcia Marquez ricorda nel libro Un Giornalista Felice e Sconosciuto con ammirazione. È successo ad America Oggi, sempre pronto a battersi contro gli stereotipi più insultanti (italiani=mafiosi) rovesciati sulla nostra comunità anche attraverso telefilm di successo come i «Soprano». Per capire come è cambiata l'aria da quando la destra definì i nostri emigrati «un'enorme risorsa politica, morale, culturale, sociale ed economica» e Berlusconi— grazie alla legge voluta dal ministro per gli Italiani nel mondo, Mirko Tremaglia — chiese il loro voto alle Politiche 2008 (è su Youtube: «Io garantisco che manterremo rapporti sempre più stretti con le vostre comunità»), lasciamo il commento proprio al quotidiano newyorkese che tira 32 mila copie al giorno e viene distribuito in circa 3.000 edicole della costa atlantica, da Boston a New York a Philadelphia. Ha scritto l'altro ieri il direttore Andrea Mantineo: «Il Consiglio dei ministri ha approvato il Decreto legge Incentivi inteso a stimolare l’economia, nel quale, tra le altre disposizioni, è stato incluso uno stanziamento di dieci milioni di euro per "riparare" al taglio inflitto dal Decreto Milleproroghe a tv e radio locali. Contrariamente però alle assicurazioni della vigilia, i quotidiani editi e pubblicati all'estero sono stati ancora una volta ignorati». Risultato: un taglio del 50%. Con l’aggravante citata. «Questi tagli, approvati dal Parlamento nel 2010, hanno valore retroattivo al 2009». E dimostrano «ancora una volta una totale indifferenza e discriminazione nei confronti degli italiani all’estero» spingendo «a rischio di chiusura America Oggi e gli altri quotidiani in lingua italiana».

 

Quotidiani che, tra l’altro, sono usati nelle università e nelle scuole canadesi, americane o australiane come testi di studio e aiutano al recupero della nostra lingua, che un tempo era conosciuta e parlata da uomini come Thomas Jefferson e dopo decenni di disinteresse sta tornando ad essere richiesta nelle scuole di mezzo mondo. «Non si venga a dire che è una decisione dettata da condizioni economiche — accusa Mantineo —. L’esiguità della cifra risparmiata (5 milioni in tutto) non serve certo a risanare il deficit del bilancio statale. Essa però rischia di lasciare gli italiani residenti negli Stati Uniti, Canada, Australia e Venezuela senza un mezzo di informazione. E il presidente della Repubblica che ne pensa?». Insomma, come si è chiesta sul Corriere canadese Paola Bernardini, «lo sa il governo di Roma che ci sono quasi 64 milioni di italiani nel mondo, con o senza passaporto? Senza nulla togliere a L'Araldo Lomellino o all'Italia ornitologica — salvati in extremis— il Corriere canadese da oltre 54 anni arriva tutte le mattine nelle case degli italiani che risiedono in Canada». Resta un dubbio. Malizioso: sarebbe stato fatto, il taglio, se al posto delle Regionali fossero in programma le Politiche?  Gian Antonio Stella CdS 22

 

 

 

 

Agevolazioni di viaggio per i residenti all’estero che andranno in Italia a votare il 28/29 marzo

 

Roma - Anche quest’anno, in vista delle prossime elezioni regionali ed amministrative del 28 e 29 marzo, sono state previste delle agevolazioni di viaggio per i connazionali residenti all’estero che vorranno tornare in Italia per esprimere il loro voto. Gli sconti saranno applicati per i viaggi in treno, via mare e per i pedaggi autostradali.

 

Viaggi ferroviari.  L’agevolazione è concessa su presentazione della tessera elettorale o della cartolina-avviso o della dichiarazione dell’Autorità Consolare italiana che attesti che il connazionale, titolare della dichiarazione stessa, si reca in Italia per esercitare il diritto di voto, con l’indicazione dell’agevolazione di viaggio spettante.

Per quanto riguarda il periodo di utilizzazione del biglietto, il viaggio di andata può essere effettuato al massimo un mese prima del giorno di apertura del seggio elettorale (28 marzo) e quello di ritorno al massimo un mese dopo il giorno di chiusura del seggio stesso (29 marzo).

In occasione del viaggio di ritorno, l’elettore proveniente dall’estero deve sempre esibire, oltre al documento di riconoscimento personale, la tessera elettorale regolarmente vidimata col bollo della sezione e la data di votazione o, in mancanza di essa, un’apposita dichiarazione rilasciata dal presidente del seggio che attesti l’avvenuta votazione.

 

Viaggi via mare.  Le società di navigazione concessionarie appartenenti al Gruppo Tirrenia (Tirrenia, Caremar, Siremar, Toremar e Saremar) applicheranno uno sconto del 60% sulla “tariffa ordinaria” per i biglietti di prima e seconda classe. Questi biglietti hanno un periodo complessivo di validità di venti giorni. Anche in questo caso, nel viaggio di ritorno dovrà essere esibita la tessera elettorale, recante il timbro dell’ufficio elettorale di sezione.

 

Autostrade. Il pedaggio sarà gratuito sia all’andata che al ritorno: gli elettori residenti all’estero che rientreranno in Italia per votare dovranno esibire, all’andata direttamente presso il casello autostradale, idonea documentazione elettorale e un documento di riconoscimento, e, al ritorno, la tessera elettorale personale munita del bollo della sezione presso la quale hanno votato. (aise)

 

 

 

 

Elezioni Regionali. Assenti nei programmi elettorali il tema italiani all’estero

 

Alberto Sera (Uim) sui programmi elettorali dei candidati alle elezioni regionali

“In sordina il tema degli italiani all’estero, assente anche nelle rilevazioni statistiche”

 

  ROMA – Il segretario generale dell’Unione italiani nel mondo, Alberto Sera, segnala come il tema degli italiani all’estero resti “in sordina” nei programmi elettorali dei candidati alle elezioni regionali che coinvolgeranno domenica e lunedì prossimo 13 Regioni italiane.

  Egli sottolinea come anche un quotidiano nazionale e “più attento ai problemi degli italiani all’estero” come La Stampa abbia rilevato in un inserito intitolato “Ma per caso andiamo a votare?”, domenica scorsa, come i dati a disposizione siano di difficile reperimento e comunque non aggiornati.

  “Questo per i grandi temi regionali: la casa, gli ospedali, le liste d’attesa, la sicurezza, l’assistenza, il turismo. Figuriamoci per l’emigrazione, - afferma Sera - una nicchia, ma pur sempre una competenza regionale. Anche noi della Uim, periodicamente, cerchiamo di rilevare e sistematizzare i dati. Impresa titanica su un oggetto ingarbugliato”.

  “Ma anche nello studio pubblicato da La Stampa manca qualsiasi riferimento al lavoro che va all’estero, - evidenzia Sera - sia di persone che di imprese, che di prodotti. A dimostrazione che il tema è in sordina nei programmi elettorali ma ancor di più nelle rivelazioni statistiche che almeno nei grandi numeri qualcosa potrebbero dirci”.

  Per il segretario della Uim se è chiaro “che sono aumentate le migrazioni dalle regioni del sud verso le regioni del centro – nord, con il primato di Lombardia ed Emilia Romagna, come luoghi di destinazione, ciò potrebbe essere la cartina di tornasole per l’aumento delle migrazioni verso l’estero”.

  “La morale di tutto ce la dà Roberto Saviano – conclude Sera - che sul quotidiano Repubblica scrive: «Io non voglio arrendermi a un’Italia che costringe i propri giovani ad andar via per vergogna e per mancanza di speranza»”. (Inform)

 

 

 

 

Senza gli immigrati saremmo perduti. I mestieri che gli italiani non fanno più

 

Sfruttati, maltrattati e criminalizzati ma indispensabili  - In libreria "Grazie" di Riccardo Staglianò

                  

«Gli immigrati sono poco più del 6 per cento della popolazione e producono circa il 10 per cento del pil. Di fatto, ci pagano la pensione». (Franco Pittau, coordinatore del Rapporto Caritas Migrantes). Sfruttati, maltrattati, criminalizzati. E tuttavia indispensabili. E’ in libreria Grazie. Ecco perché senza gli immigrati saremmo perduti di Riccardo Staglianò (Chiarelettere, pagine 232, euro 14,60). Dai raccoglitori di mele senegalesi della Val di Non, ai conciatori di pelli nigeriani del Veneto. Dai facchini indiani di Reggio Emilia, ai sikh che allevano le bufale in Campania. Dai pescatori tunisini di Mazara del Vallo, ai camionisti albanesi e romeni. Dalle cave, alle corsie degli ospedali, alla cura dei nostri vecchi e dei nostri bambini. Gli immigrati non vengono a rubarci il lavoro ma a fare i mestieri che noi rifiutiamo. Basta raccontare una giornata di lavoro in Italia per verificare che cosa realmente succede. Da nord a sud. Pubblichiamo l’introduzione del libro.

 

Non è un bel periodo per essere immigrati in Italia. Sono i primi a pagare il prezzo della crisi, lasciati a casa da un giorno all'altro senza alcuna formalità. Ma anche quando lavorano guadagnano in media un terzo in meno di noi. E poi sono ossessionati dal permesso di soggiorno che, anche quando tutti i documenti sono in regola, arriva in tempi così imprevedibili da sfiorare l'arbitrio. Per non dire che quando scade si trasformano in clandestini, condizione su cui abbiamo inventato un reato, ovvero dei pariah, ricattabili in tutto. Essendo nel torto per definizione non chiedono di essere pagati decentemente, né vanno a curarsi quando stanno male e rinunciano a ogni minimo sindacale di umanità. Insomma, si respira una brutta aria e non si scorgono segni di miglioramento.

 

L'ideologia più ottusa intossica il discorso pubblico. Un esempio particolarmente rivelatore di questo clima adulterato riguarda l'ultimo Ambrogino d'Oro, ovvero il più prestigioso riconoscimento milanese a chi si è distinto per valore e civismo. Quest'anno è stato dato, tra gli altri, al Nucleo di tutela trasporto pubblico dell'Atm, Azienda Trasporti Milanesi. Quelle squadre di super-controllori con licenza di sequestro che per un breve periodo hanno rastrellato e rinchiuso in una specie di bus-prigione i presunti clandestini beccati senza biglietto. «Esponendoli alla curiosità dei passanti come animali allo zoo», nelle parole sconcertate dello stesso consigliere comunale del Pdl Aldo Brandirali. Ecco, mi sono detto, se siamo arrivati a un punto in cui invece di inorridire si premia in pompa magna un caso di cattiveria così gratuita la situazione è davvero grave.

 

Significa che la fabbrica della paura ha lavorato a pieno regime e l'intorbidimento delle acque ha superato una soglia critica. Un punto, insomma, in cui è diventato urgente mettere in fila i fatti. Perché l'incomunicabilità tra sinistra e destra su questo tema deriva proprio dall'utilizzo di due registri incompatibili. La prima fa appello all'empatia, la capacità di mettersi nei panni altrui. La seconda invece parla di identità nazionale a rischio, di posti di lavoro usurpati, di criminalità d'importazione. Ma l'empatia, come il coraggio di Don Abbondio, se uno non ce l'ha non se la può dare. Mentre la paura è una dotazione di serie di ogni essere umano e non risparmia neppure i progressisti, soprattutto quando si trovano in difficoltà. Se poi la congiuntura è calamitosa, come quella che viviamo, con il naufragio della classe media, la scomparsa del posto fisso e le infinite altre precarizzazioni tipiche della «società del rischio», l'upgrade della paura in terrore non deve sorprendere. Quando sei nel panico non capisci più niente e tutto si confonde. Al punto che il bus-ludibrio milanese non si rivela per l'obbrobrio che è ma come trovata meritevole di medaglie.

 

Lo scopo immodesto di questo libro è di contribuire a superare le secche in cui si dibatte la politica in tema di immigrazione. Non proverò neanche a convincere qualcuno cui non viene già spontaneo che un nero, un giallo, un olivastro va trattato bene in quanto essere umano. Non parlerò quindi tanto al cuore del lettore, quanto al suo portafogli. E per farlo descriverò, molto prosaicamente, come e quanto gli immigrati contribuiscono al nostro attuale tenore di vita. Quali lavori fanno che noi non vogliamo più fare. Per arrivare a immaginare come staremmo se di colpo non ci fossero più. O soltanto si fermassero in uno sciopero generale.

 

Tre argomenti del perché gli immigrati sono indispensabili e danno molto più di quanto prendono. E allora qualche fatto. Il primo argomento è demografico. Nell'estate del 2007 economisti e specialisti da tutto il mondo si sono incontrati al Munich Economic Summit e hanno ribadito, senza tanti giri di parole, che l'Europa è in riserva di giovani. O fa entrare più immigrati (oltre ad alzare l'età pensionabile, ridurre il welfare, etc) oppure la sua popolazione, che vive sempre più a lungo e si riproduce sempre meno, farà saltare i sistemi previdenziali e le finanze publiche al più tardi nel 2050.

 

Tra tutti i paesi membri l'Italia era e resta quella messa peggio, perché lo scarto tra popolazione attiva e anziani è già il più alto. Se anche agli altri servono lavoratori stranieri, per noi questo bisogno è più urgente. D'altronde il medesimo allarme viene lanciato ormai a intervalli regolari, con toni sempre più drammatici con il passare del tempo. Nel '94 era stato il nostro Cnr a parlare di «rischio estinzione» se non avessimo allargato i cancelli per gli immigrati, passando dai 50 mila all'anno di allora ad almeno 300 mila. Anche su questo punto specifico, il divario decisivo non è tra destra e sinistra ma tra negazionisti e occhiapertisti. Sentite cosa dice l'ex ministro dell'Interno berlusconiano Giuseppe Pisanu su La Civiltà Cattolica: «Siamo in pieno declino demografico e quindi anche economico e politico. Soltanto gli immigrati potranno salvarci. I numeri ci dicono che il futuro benessere degli italiani dipenderà dalla capacità di attrarre e integrare 300 mila lavoratori stranieri all'anno». Il decreto flussi, quello che fissa la quantità di manodopera estera di cui abbiamo bisogno, nel 2008 ne prevedeva invece 170 mila. Ai quali vanno aggiunti i clandestini. Al primo gennaio 2009, stando all'ultimo Rapporto sulle migrazioni della Fondazione Ismu, erano 422 mila, diminuiti di oltre un terzo rispetto all'anno prima (il totale dei regolari raggiungerebbe quota 4,8 milioni di persone). Ma quella di clandestino è una qualità che non esiste in natura. Sono leggi difettose a renderli tali e a consegnarli al lavoro nero che è consustanziale a quell'etichetta. Norme che vanno cambiate per trasformarli in lavoratori in regola che pagano le tasse. Noi invece, incuranti di tutti gli sos, ci siamo inventati in rapida successione i respingimenti e il reato di clandestinità.

 

Il secondo argomento è di natura fiscale. «Non possiamo permetterci tutta questa gente che pesa sui conti pubblici» è una delle frasi più gettonate nelle conversazioni politiche da bar. Le cose stanno in modo piuttosto diverso. Secondo le stime Caritas Migrantes, infatti, quando gli immigrati regolari erano ancora 4 milioni pagavano tasse per 5,8 miliardi di euro e usufruivano di servizi pubblici pari a circa 700 milioni di euro. L'approssimazione è necessaria per quanto riguarda la seconda voce. Quel che è certo, infatti, è che i comuni hanno speso nel 2005 136 milioni di euro per servizi dedicati agli immigrati. Per il resto, spiega il coordinatore del rapporto Franco Pittau, «gli immigrati sono poco più del 6 per cento della popolazione e producono circa il 10 per cento del Pil. Anche assumendo, per stare larghi ed evitare critiche, che fossero il triplo, l'ammontare delle risorse spese dallo Stato per loro arriverebbe alla cifra che abbiamo ipotizzato». Se non si sbagliano, e da tempo sono la fonte più autorevole in materia di immigrazione, dando 5,8 e prendendo 0,7, il saldo attivo per il nostro paese sarebbe di poco superiore a 5 miliardi di euro. Per calare dalla metafisica dei numeri alla realtà della politica, basti pensare che la famigerata abolizione dell'Ici, per certi commentatori vero ingrediente magico nella vittoria del centrodestra, ne è costata «soltanto» 2. Quindi, di fatto, «ci» pagano la pensione. La pagano a noi, compresi i sessantenni folcloristicamente xenofobi che strepitano dal calduccio del loro salotto, perché loro sono più giovani (31 anni di media contro i nostri 45) e, a fronte di due milioni di lavoratori stranieri che versano contributi all'Inps, solo 6 mila ne percepiscono una. E anche perché, dal momento che in molti rientreranno in patria a un certo punto, grazie a una legge punitiva quando ciò succederà perderanno una parte cospicua dei soldi accantonati.

 

Il terzo argomento riguarda l'occupazione. «Vengono a rubarci il lavoro», è il refrain standard. La risposta la affidiamo a quei notori comunisti e terzomondisti dell'ufficio studi della Banca d'Italia. Che nell'ultimo rapporto sulle economie regionali hanno spiegato che non c'è sovrapposizione tra le mansioni degli uni e degli altri. Non è, insomma, un gioco a somma zero. E anzi più immigrati che vanno a riempire le caselle basse della piramide professionale (operai e tecnici) aprono più opportunità per gli italiani di ascendere a incarichi gestionali e amministrativi, meno faticosi e meglio pagati. Per non dire delle donne che, esentate dalle incombenze domestiche da colf e badanti, possono finalmente aspirare a una carriera più paritaria rispetto agli uomini. «Una colossale balla» è stata la serena, riflettuta e indimostrata stroncatura dell'eurodeputato leghista Mario Borghezio. Mentre il capogruppo del Pdl Maurizio Gasparri, non si capisce bene sulla scorta di quali superiori credenziali accademiche, ha liquidato lo studio come «a bassa attendibilità». Evidentemente ignaro che, più o meno negli stessi giorni, in quell'altro covo di bolscevichi che sono gli Stati Uniti, era uscito uno studio per calcolare il medesimo impatto. «Il saldo sulle famiglie americane di politiche immigratorie più restrittive» avevano scritto gli autorevoli economisti Maureen Rimmer e Peter Dixon, «è senza dubbio negativo». I due ricercatori, che spiegavano come anche i lavoratori meno qualificati allargassero la torta economica e liberassero lavori più qualificati per gli autoctoni, quantificavano in 250 miliardi di dollari la ricaduta economica tra la più aperta delle porte e la più chiusa nei confronti dei migranti. E neanche al più pittoresco repubblicano del Texas era venuto in mente di ridicolizzarne il risultato, tanto più che il committente era il Cato Institute, un celebre think tank conservatore.

 

Questi argomenti hanno il vantaggio della scientificità e lo svantaggio dell'astrazione. Riguardano categorie generali (popolazione, tassazione, occupazione) che uno capisce bene con la testa ma sente meno con la pancia. E invece è importante arrivare anche lì, perché a quel punto la comprensione diventa totale e la memoria indelebile. La macroeconomia deve quindi diventare micro, la Storia declinarsi in storie. Come quelle ventiquattro che stanno per iniziare e raccontano ognuna un settore della società che, senza gli immigrati, si fermerebbe o entrerebbe in crisi. Per un'inesorabile calcolo matematico: in questi comparti gli stranieri sono il 50, 70, 90 per cento della forza lavoro totale. Ma anche quando la percentuale è minore la loro presenza è così determinante in certe mansioni che tolti loro andrebbe giù tutto.

 

Così in Trentino ho incontrato i senegalesi che raccolgono le mele nella Val di Non e fanno inumidire d'orgoglio, per la loro inedita dedizione, gli occhi dei montanari. In Veneto i giganti nigerini che scarnificano tappeti di carne destinati alla concia di giubbetti da vendere a Hollywood. In Emilia Romagna i maghrebini che puliscono, con paghe e tempi sempre più ridotti, gli uffici e le scuole dei nostri bambini. In Campania i sikh che fanno l'alba con le bufale e passano il resto del giorno pattinando sul loro letame per regalarci mozzarelle da esportazione. In Sicilia i pescatori tunisini senza i quali la flotta di Mazara del Vallo, che da sola fa un quarto del pescato nazionale, non prenderebbe il mare. Ma sono solo alcune delle vicende economiche e umane che compongono il libro. Ventiquattro, come si diceva, perché ognuna corrisponde a un'ora della giornata. Una giornata italiana, gentilmente offerta dagli stranieri. Riccardo Staglianò IM 23

 

 

 

“I parlamentari eletti all’Estero e i problemi dei migranti”

 

Dietikon. La sala del consiglio comunale di Dietikon, luogo deputato alla determinazione delle scelte e degli indirizzi della vita pubblica dell’importante centro zurighese,  è stata la sede ideale  per ospitare, recentemente, l’incontro della comunità con il Senatore Claudio Micheloni, Presidente della FCLIS e l’On. Franco Narducci, Vicepresidente della Commissione Esteri della Camera dei Deputati. I temi della serata, promossa unitariamente dalle tre più significative organizzazioni locali, ACLI, Colonia Libera Italiana e Partito Democratico, erano di notevole rilievo e di grande attualità: “L’Italia, i parlamentari eletti all’Estero e i problemi dei migranti. Associazionismo e partecipazione nella società svizzera”. I connazionali sono intervenuti numerosi alla manifestazione e nutrita si è mostrata anche la lista degli ospiti, in primo luogo il sindaco Otto Müller, che ha sottolineato  la funzione estremamente positiva degli italiani a Dietikon, come fonte di ricchezza non solo economica, ma anche civile e culturale. Elisabeth Müller, Ueli Bayer e Martin Romer del FDP, Trudy Frei dello SVP, Max Wiederkehr del CVP, Samuel Spahn dei Grüne e Rolf Steiner del SP, hanno testimoniato, con la loro presenza, il vivo interesse alle tematiche dell’emigrazione. Con moderatore il giornalista Giangi Cretti, puntuale ed efficace nel ravvivare le dinamiche del dibattito, il tavolo della presidenza era composto, oltre che dai due oratori ufficiali, da Aldo Gullo Presidente delle ACLI, che ha aperto i lavori rimarcando il valore dell’assemblea, da Paolo Tebaldi della CLI incaricato di trarre le conclusioni e da Michele Schiavone, Segretario del PD in Svizzera.

I due parlamentari eletti all’estero, Micheloni e Narducci, si sono soffermati sulla delicata situazione economica e politica che sta vivendo l’Italia. Hanno espresso lo sconcerto e l’inquietudine per gli scandali, la corruzione, un parlamento impedito a svolgere i propri compiti istituzionali dall’arroganza e la protervia di un governo incapace di affrontare i nodi della crisi, i problemi  del lavoro, del precariato, delle fabbriche che chiudono, dei giovani senza prospettive, dei pensionati con redditi da fame. Con un un premier preoccupato d’infarcire i lavori di Camera e Senato di provvedimenti ad personam,  e che, con  crescente virulenza, attacca la magistratura, la Consulta, mette a repentaglio i delicati equilibri tra i poteri dello Stato e gli organi di controllo e di garanzia, prefigurando una deriva plebiscitaria e populista.

E’ stato posto quindi l’accento sulla necessità di difendere la democrazia, le regole, la legge uguale per tutti, la Costituzione.

Micheloni e Narducci hanno accennato anche alla tormentata vigilia per le elezioni regionali, alla vicenda incredibile del falso senatore Di Girolamo e all’attacco al voto all’estero, una conquista – hanno detto - che non può essere abolita, ma va corretta nelle modalità operative che garantiscano inviolabilità e segretezza delle schede elettorali e misure severe contro ogni tentativo di brogli e ingerenze mafiiose.

I due oratori hanno ribadito il concetto che la rappresentanza parlamentare eletta fuori dei confini nazionali  è un fatto insopprimibile e innovativo soprattutto perché mette in luce la straordinaria importanza, non solo in termini economici, che rappresenta per l’Italia, l’immagine di laboriosità, di ingegno, di capacità professionali e creative degli italiani all’estero.

In Svizzera, l’attacco allo stato sociale e i problemi occupazionali e le condizioni di vita degli anziani sono, infine, solo alcuni degli esempi di come non si possa prescindere, nell’attività politica, da una riflessione sulla interconnessione e sulla globalizzazione, fenomeni  presenti all’interno dei processi in atto sia in Italia che nella Confederazione.

Michele Schiavone, dal canto suo, dopo aver esaltato la funzione del PD in Svizzera, si è detto sicuro che l’impegno degli emigrati all’interno della realtà locale apre prospettive nuove e accresce la sensibilità delle autorità svizzere verso i problemi delle collettività estere.

Giangi Cretti ha aperto quindi la fase degi interventi del pubblico. L’accesa discussione imbastita dai rappresentanti del Comitato della vittime della colossale truffa perpetrata sulla previdenza professionale ad opera di un funzionario disonesto di patronato, se ha drammaticamente illustrato la situazione in cui versano diversi pensionati derubati e le loro famiglie, ha purtroppo tolto lo spazio necessario a sviluppare il secondo tema all’ordine del giorno: la partecipazione degli emigrati alla vita della società elvetica, tanto più interessante per la presenza in sala di autorevoli dirigenti dei partiti svizzeri locali  e di due cittadini con doppio passaporto, Angela Gullo e Gabriele Olivieri, eletti recentemente nel consiglio comunale. Tuttavia non sono mancati contributi notevoli da parte di diversi rappresentanti dell’emigrazione organizzata, tra cui segnaliamo quelli di Mauro Bistolfi, responsabile d’organizzazione della FCLIS, di Alessandro Calaprice di Rifondazione, di Gullo Mario presidente dell’Associazione Sanpietrese. Erano presenti anche esponenti dell’Italia dei Valori, dell’AVIS di Zurigo, del Comitato dei Genitori di Detikon,  dell’UNITRE di Winterthur, dell’Associazione Molisani di ZurIgo, del PD e delle CLI di Dübendorf e di Zurigo. Non ha voluto mancare all’appuntamento il Presidente del Comites di Zurigo, Paolo Da Costa.

A chiusura dell’assemblea sono stati evidenziati gli obiettivi fondamentali posti dai promotori dell’incontro. Primo: la volontà di azioni e iniziative unitarie per fronteggiare l’apatia e l’indifferenza e “sostituire gli egoismi con la ricerca del bene comune, con i sentimenti di appartenenza e di solidarietà, con la cooperazione e l’impegno civile”. Secondo: la diffusione della figura positiva dell’emigrato che, da un lato si interessa a quello che succede in Italia e “svolge un ruolo propositivo con la battaglia delle idee, il confronto, il voto”, e, dall’altro, vuole intervenire attivamente nello sviluppo economico, sociale, politico e culturale della società elvetica. Immagine, dunque, dell’italiano in Svizzera che grazie all’attività e al lavoro formativo delle maggiori organizzazioni degli emigrati elabora “un’identità non statica, immobile, ma che si trasforma, si plasma e si aggiorna alimentandosi della memoria storica, dei ricordi del passato e delle origini, ma anche delle contaminazioni del presente, degli usi, costumi e tradizioni dei luoghi dove vive e lavora, delle speranze di un futuro migliore”. De.it.press

 

 

 

 

Monaco di Baviera. Inaugurata la mostra di Letizia Battaglia “Fotografie siciliane dal 1976 al 2009”

 

Monaco di Baviera -  Resterà aperta fino al 6 giugno la mostra di Letizia Battaglia »Fotografie siciliane dal 1976 al 2009« inaugurata ieri martedì 23 marzo dall’IIC, presente l’artista, presso il Gasteig, Aspekte Galerie, Rosenheimer Strasse 5, a Monaco di Baviera. L’ingresso libero e gli orari di apertura sono da lunedì a sabato alle ore 10-22.

 

Organizzano l’evento la Aspekte Galerie der Münchner Volkshochschule in collaborazione con la Stadtbibliothek di Monaco di Baviera, Komm-Bildungsbereich, l’ Istituto Italiano di Cultura e il Circolo Cento Fiori e.V. 

Letizia Battaglia, nata a Palermo nel 1935, ha dedicato la sua vita di fotografa, di consigliere comunale, di editrice e di attivista politica alla lotta per la giustizia e per la libertà. Nel suo impegno entusiasta la macchina fotografica diventa la sua arma e le foto risvegliano le coscienze e danno un volto alla mafia e alle sue vittime. Nel 1974 documenta l'inizio degli anni di piombo della sua città, scattando foto sui delitti di mafia per comunicare alle coscienze la misura di quelle atrocità. Ma Letizia Battaglia non è solo "la fotografa della mafia". Le sue foto, spesso in un vivido e nitido bianco e nero, si prefiggono di raccontare soprattutto Palermo nella sua miseria e nel suo splendore, i suoi morti di mafia ma anche le sue tradizioni, gli sguardi di bambini e di donne (la Battaglia predilige i soggetti femminili), i quartieri, le strade, le feste e i lutti, la vita quotidiana e i volti del potere di una città contraddittoria.

»Credo che la mia vita sia iniziata proprio con la macchina fotografica«, dice Battaglia, »con questo intendo la mia libertà, la mia voce«.

 

Si è occupata anche di politica; nel 1979 è cofondatrice del Centro di Documentazione "Giuseppe Impastato", è stata consigliere comunale e nel 1991 è eletta deputato, nell'XI Legislatura, all'Assemblea Regionale Siciliana.

Letizia Battaglia è stata insignita di rinomati premi internazionali. Nel 1985 riceve il W.-Eugene- Smith-Awarde, nel 2007 »la combattiva fotografa italiana per la sua opera impegnata« viene onorata del premio Dr.-Erich-Salomon dalla Deutschen Gesellschaft für Photographie.

Nel 2006, in occasione del Festival Sguardi altrove di Milano, è stato proiettato il film-documentario per la Tv svizzera di Daniela Zanzotto Battaglia - una donna contro la mafia, a lei dedicato. Nel 2008 appare in un cameo nel film di Wim Wenders Palermo Shooting. Ulteriori informazioni presso l’IIC di monaco.

(de.it.press)

 

 

 

 

La presenza dell’Italia alla Musikmesse di Francoforte (24-27 marzo)

 

Il più grande padiglione collettivo estero Padiglione 3.1 Stand G 51

 

Francoforte - Quest’anno l’Italia festeggia un piccolo giubileo: Per la decima volta l’Istituto nazionale per il Commercio Estero I.C.E., in collaborazione con l’Associazione di categoria degli Strumenti Acustici, A.C.I.S.A., organizza la partecipazione collettiva alla Musikmesse di Francoforte.

Di pari passo con il giubileo il padiglione italiano consegue dei risultati record: 38

espositori (+ 6%) presentano su una superficie complessiva di 468m² (+ 18%) i loro

prodotti e servizi al pubblico internazionale della Musikmesse di Francoforte, che nel

2009 ha registrato 79.000 visitatori da 113 paesi. Per l’ennesima volta l’Italia partecipa con la collettiva straniera di maggiori dimensioni.

Ma la dimensione senza la qualità è un criterio di valutazione relativo dell’esposizione Made in Italy. Per gli organizzatori dell’ITALIAN PAVILION la qualità è il presupposto al quale devono adempiere le aziende partecipanti, fin dalla prima partecipazione del 2001.

Nell’anno 2009 il numero di espositori è stato di 1.558. Per il numero di partecipanti

l’Italia, dopo la Germania e gli USA, è stata con 122 aziende al terzo posto. Per il 2010, l’Ente fiera renderà noti i dati il 23 marzo nell’ambito della conferenza stampa

d’inaugurazione.

Davanti allo scenario della crisi finaziaria la crescita della collettiva italiana è ancora più positiva e sorprendente. 38 sono le imprese che espongono i loro prodotti e servizi nell’ambito della collettiva italiana. Il settore degli strumenti a corda, della liuteria, con i relativi accessori rappresenta l’82% dell’offerta, con 31 espositori partecipanti. 5 sono i produttori di fisarmoniche e relativi accessori (13%) e 2 aziende (5%) sono del settore editoria (sia letteratura che musica).

Il catalogo degli espositori è consultabile sul portale istituzionale dell’I.C.E., alla pagina www.italtrade.com/countries/europe/germany/index della rubrica “Verschiedenes”.

Come in tutti i Paesi europei, anche in Germania il mercato degli strumenti musicali è di difficile definizione, essendo disponibile sull’argomento solo pochissimo materiale informativo o statistico ufficiale. Le informazioni riportate di seguito si basano su queste pubblicazioni e, per quanto riguarda il commercio estero, sul “World Trade Atlas”.

Secondo l’agenzia di consulting, la BBE di Colonia, nel 2009 il volume del mercato interno tedesco di strumenti musicali, parti ed accessori è stato di 842 milioni di Euro, quindi di 6 milioni Euro inferiore all’anno 2008. Il canale di distribuzione predominante è il dettaglio specializzato con una quota del 67%. Seguono la vendita diretta (11,8%) e la vendita per corrispondenza (10%). I segmenti più importanti sono i grandi strumenti (202 mln), gli strumenti elettronici (145 mln) e gli accessori (138 mln).

La Germania è un Paese forte nelle esportazioni di strumenti musicali, parti ed

accessori. La quota delle esportazioni dell’industria tedesca supera, infatti, il 70%.

Mentre in passato le vendite all’estero sono costantemente cresciute, nei primi 9 mesi

del 2009, invece, la crisi mondiale ha portato ad una riduzione delle consegne tedesche del 9%. Le esportazioni verso l’Italia, numero 9 tra i paesi acquirenti, sono aumentate del 20% per un valore di € 14,6 milioni. La quota sul totale delle esportazioni tedesche (€ 288,6 mln) è con il 5% di 1,2 punti percentuali più alta che nello stesso periodo 2008.

I mercati di sbocco più importanti per l’industria tedesca rimangono gli USA (11,6%) e Francia (10,2%). Le importazioni tedesche sono aumentate dell’11,4% per un totale di € 293,5 milioni. Tra i paesi fornitori l’Italia, con una quota del 3% si trova alla posizione 10. (Ice, de.it.press)

 

 

 

 

Hannover. Un progetto di educazione artistica coinvolge bambini delle elementari di più Paesi

 

Hannover – Prosegue il progetto ideato dall’artista Antoine Cesaroni (di Genzano, in provincia di Roma) per avvicinare i bambini delle scuole elementari alla cultura artistica, accolto e realizzato in Germania da Giuseppe Scigliano, presidente del Comites di Hannover e insegnante presso la Johannisschule di Osnabrück.Quattro istituti scolastici hanno partecipato nel 2009 all’iniziativa coordinata dallo stesso Cesaroni: la scuola primaria di Colle Palazzo di Velletri (per l’Italia), la Johannisschule di Osnabrück (Germania), la scuola elementare Marcel Doret du Chatillon (Francia) e la Grundschule Matsue aus Matsusaka (Giappone). Nel 2010 la  scuola francese verrà sostituita dalla scuola elementare di Haarlem, in Olanda, nella partecipazione al progetto.

  Per l’anno in corso, l’impegno dei bambini della scuola di Velletri sarà dedicato alla opere pittoriche dei grandi maestri del Rinascimento, seguiti anche dalla scuola giapponese, che completerà l’itinerario prendendo in considerazione la opere classiche di Ukiyoe. I maestri tedeschi dell’espressionismo saranno invece al centro del lavoro della scuola di Osnabrück, mentre l’istituto olandese si occuperà degli artisti del movimento “Cobra”. Proseguiranno, infine, anche le mostre itineranti a cui il progetto a dato vita nelle diverse città coinvolte: dal 27 al 31 marzo a Matsusaka; dal 20 al 26 aprile a Velletri; dal 12 al 17 maggio a Osnabruck e dal 7 al 12 giungo a Haarlem. (Inform)

 

 

 

Francoforte. Un giorno di festa al museo, che si ”maschera“ per i bambini

 

Francoforte - È la capitale finanziaria della Germania e sede della banca centrale dell’unione europea. Ma a Francoforte, non si respira solo l’energico attivismo degli affari che ruotano intorno ai grattacieli più alti d’Europa. Accanto ai soldi e alla finanza, ha un posto speciale l’attenzione  per l’educazione nell’infanzia, ancora estranea alle logiche del commercio. E così è possibile incontrare centinaia di bambini accompagnati dai genitori, in feste giocose all’interno di musei organizzate dal personale. Con strumenti e metodi che niente hanno a che vedere con le seriose visite scolastiche.

Qui tutto è permesso: persino ballare al ritmo della musica di un dj, nella sala d’ingresso di un centro d' esposizione, allestita per l’occasione. Artefici delle iniziative i pedagoghi. “Perché ogni centro - spiega Irmi Rauber - pedagoga allo Schirn, la Kunsthalle della città -, non ha uno ma tanti pedagoghi".

E allora spazio ai colori, alla musica e al teatro. Per ogni nuovo allestimento lo scopo è avvicinare i bambini all’arte facendoli entrare nel mondo dell’artista e nella storia dei suoi quadri. Per Seurat, il maestro del puntinismo (allo Schirn fino al 9 maggio), c’è una collezionista parigina impersonata da una studentessa della Schauspielschule. Ha un bel cappellino, un abito ottocentesco e presenta ai bambini la madre del pittore, chiedendole dove può comperare quel quadro che i bimbi devono vedere. E poi due giovani adagiate sul prato sintetico allestito proprio sul pavimento del museo. Il loro posto è davanti allo studio-dipinto che le ritrae con il loro pic-nic. Oppure il direttore del circo, con la divisa rosso sgargiante, accompagnato da un'altra elegante signora che fa vedere ai piccoli spettatori i puntini con cui il pittore ha dipinto la cornice del quadro.

C`è anche un dj che ogni tanto "stoppa" la musica per cogliere in fallo chi non smette di ballare. E il giocoliere che fa i suoi giochi di prestigio. E tanti colori, pennelli, cavalletti e tele: allora, perché non far provare i bambini a dipingere puntini? Ecco pronta per essere colorata una parete del museo perché barriere non ce ne siano fra l’arte e i bambini. Iulca Pennacchia, CdI

 

 

 

 

 

La Chaux de Fonds. In difficoltá la lingua italiana in Svizzera

 

La Chaux de Fonds. Si è tenuta domenica scorsa, 21 marzo, un’assemblea pubblica organizzata dal Circolo del Partito democratico di La Chaux de Fonds per avviare il tesseramento al partito. All’incontro presieduto dal segretario Andrea Serra hanno partecipato il consigliere agli stati (senatore) e sindaco cittadino, Didier Berberat, la presidente del Circolo Pd di Neuchâtel, Maria Chiara Vannetti, ed il segretario nazionale del Pd in Svizzera, Michele Schiavone.

L’assemblea pubblica ha permesso al Consigliere agli stati Berberat di far conoscere le ragioni della sua interpellazione a sostegno delle lingue minoritarie in Svizzera e nello specifico a favore della lingua italiana, che attraversa un periodo di difficoltà anche per la riduzione degli interventi dello stato italiano a sostegno dei corsi di lingua e cultura italiana. A detta di Berberat è necessario attendere la fine di maggio per conoscere le modalità di applicazione della nuova legge per la tutela delle lingue minoritarie in Svizzera entrata in vigore quest’anno, prima di agire nello specifico della materia. Il dibattito è servito anche per affrontare l’attualità politica italiana e su invito del segretario nazionale a mettere in campo tutte le forze per far partecipare le elettrici e gli elettori alle elezioni regionali italiane che si svolgeranno il prossimo fine settimana. De.it.press

 

 

 

Zurigo. Gli italiani in Svizzera invitati a partecipare alla regionali in Italia

 

Affoltern am Albis - Il Circolo del Partito democratico di Affoltern am Albis, una cittadina nell’area metropolitana di Zurigo, lunedì 22 marzo  ha riunito i suoi iscritti dibattendo sulle imminenti elezioni regionali italiane, che coinvolgeranno anche numerosi cittadini italiani residenti in Svizzera.  Alla riunione presieduta dal segretario locale Donato Puntillo sono intervenuti anche Antonia Pichi, segretario del PD di Zurigo, Fabrizio Macrì, componente dell’assemblea nazionale e Michele Schiavone.

In questa preoccupante fase della vita politica del nostro paese, in cui la società italiana ha necessità di ridefinire i propri orientamenti venuti meno dai comportamenti e dalle scelte stravaganti e iniqui  del governo, la partecipazione dei cittadini italiani all’estero, in particolare per quelli residenti in Svizzera, può risultare determinante per i futuri equilibri amministrativi e per le politiche regionali rivolte a corregionali residenti fuori dai confini di residenza. Il circolo del Pd di Affoltern am Albis rivolge un appello ai cittadini italiani residenti nella Confederazione a compiere anche dei sacrifici, invitandoli a partecipare alle prossime elezioni regionali e a sostenere i programmi e i candidati del centrosinistra.  De.it.press

 

 

 

 

 

Stanziati dalla Regione Campania 690 mila euro. Le Linee guida 2010 per i campani nel mondo

 

  NAPOLI - Sostegno ad associazioni e federazioni, rafforzamento dei legami e rapporti tra le comunità di residenti all'estero, iniziative di sostegno per favorire il rientro in Italia, studi e ricerche. Con uno stanziamento di 690 mila euro.

  Questi i punti principali delle Linee Guida 2010 per i campani nel mondo approvate dalla Regione Campania e dall'Assessorato regionale all'emigrazione (http://www.campaninelmondo.org/assets/allegati/199_d_lineeguida2010campmondo.pdf ).

  Le Linee guida sono state pubblicate sul Burc numero 21 del 15 marzo. Tra gli obiettivi del documento anche il sostegno al mondo giovanile e delle donne: previsti, infatti, interventi per favorire e stimolare la partecipazione di entrambe le categorie alla vita delle comunità campane. I fondi stanziati dall'amministrazione regionale sono distribuiti su diversi campi di intervento.

  Un ampio piano di azione – si sottolinea dalla Regione - che punta alle nuove generazioni e al potenziamento delle realtà produttive, creative e delle comunità solidali. Ma non solo. Il documento approvato consentirà, inoltre, di consolidare sempre di più i legami tra le comunità di campani nel mondo e il territorio d'origine. Ed ancora. Finalità dell'Ente regionale è anche rafforzare la rete degli interventi istituzionali, il ruolo di coordinamento regionale e della Consulta regionale, mirando alla creazione di una forte cabina di regia. Altre iniziative punteranno ad accompagnare il rientro degli emigranti di prima generazione. (Inform)

 

 

 

 

L’unione politica che non c’è. Se l’Europa rinuncia a salvare la Grecia

 

Anche per un osservatore attento è diventato impossibile seguire le politiche europee sulla crisi greca. Ogni giorno la soluzione sembra a portata di mano ma il mattino seguente le cose ritornano in alto mare.

Quindici giorni fa, quando il primo ministro greco ha incontrato prima Angela Merkel e poi Nicholas Sarkozy, non sembrava rimanere alcun ostacolo ad un intervento concordato fra i principali paesi europei. Non si trattava di una vera e propria nuova politica comune ma si andava almeno verso un accordo capace di portare a soluzione un problema che, se lasciato a lungo sul tavolo, poteva provocare conseguenze negative irreparabili alla moneta unica europea. La dimensione quantitativa dell’intervento necessario non era infatti al di fuori della portata dei paesi forti dell’euro, data la relativa modestia dell’economia greca rispetto a quella dell’intera area monetaria europea.

Qualsiasi persona di buon senso pensava che non fosse nemmeno immaginabile mettere a rischio la moneta unica, e quindi una parte fondamentale della costruzione europea, per un problema che poteva essere risolto senza eccssivi sacrifici..

Tutti questi ragionamenti di buon senso non tenevano tuttavia conto del clima politico interno alla Germania dove si sta affermando la convinzione di esser il solo paese a sostenere il peso dell’economia europea e a provvedere ai bisogni e alle mancanze degli spensierati partner.

Deve essere invece chiaro che la Germania, che è stato paese preveggente e generoso nel processo di creazione dell’Euro, è stato anche quello che più ne ha goduto le conseguenze. Questo è avvenuto certamente per merito della Germania stessa che ha saputo modernizzare con moto accelerato le proprie strutture produttive e che, nello stesso tempo, è stata anche in grado di produrre riforme non secondarie nel funzionamento del mercato del lavoro e del proprio sistema previdenziale.

Un comportamento che le ha permesso di diminuire il costo del lavoro per unità di prodotto dell’1,4% all’anno per tutti gli anni del nuovo millenio, acquistando quindi uno strepitoso vantaggio concorrenziale nei confronti di tutti gli altri paesi.

Come risultato, l’attivo delle partite correnti della bilancia commerciale tedesca ha raggiunto la strepitosa cifra del 5,2% del prodotto nazionale lordo. Per comprendere bene il significato di questa cifra basta ricordare che essa è superiore perfino all’attivo cinese, che si colloca attorno al 5%.

Ebbene più della metà di quest’attivo proviene dai rapporti con gli altri paesi dell’area dell’Euro che, in assenza della moneta unica, avrebbero tranquillamente continuato a svalutare come facevano in precedenza, rendendo in tale modo impossibile l’accumulazione dell’attivo su cui oggi si siede la Germania. Il primo paese ad essere interessato a costruire una corazza di solidarietà attorno alla moneta unica dovrebbe essere quindi la Germania. Si è creata invece un’atmosfera politica del tutto opposta, con una opinione pubblica sempre meno “europeista”, spinta in questa direzione dai principali “media” che si dilettano a immaginare un euro in completa dissoluzione, fino al punto che un recentissimo sondaggio del Financial Times ci dice che il 40% dei tedeschi sarebbe in favore dell’uscita della Germania dall’area dell’Euro.

Come è diventato ormai una consuetudine consolidata delle democrazie europee, il governo tedesco si è messo in gara per cavalcare l’opinione pubblica. I pur giustificati sermoni alla Grecia sono diventati tuoni quotidiani e i possibili modesti interventi sono presentati come un’impossibile violazione di un’etica internazionale di cui la Germania sarebbe il solo legittimo paladino.

Il nuovo governo greco, da parte sua, ha accettato un severissimo piano di rientro dal deficit, il rispetto del quale sarebbe la migliore garanzia per il futuro delle regole di convivenza monetaria. A questo punto ci si dovrebbe quindi concentrare nel definire gli aspetti tecnici del modesto pacchetto dei prestiti bilaterali necessari e nel mettere a punto i sistemi di sorveglianza in grado di obbligare la Grecia a mantenere gli impegni assunti. Al contrario è cominciata una cacofonia di dichiarazioni discordanti che mette ancora una volta a nudo la crisi delle istituzioni e europee e la difficoltà di un qualsiasi accordo tra i diversi governi, anche a causa delle crescenti diverganze fra Germania e Francia. Se si continua in questo modo, alla Grecia non resterà altro che ricorrere al soccorso del Fondo Monetario Internzionale. Non che vi sia nulla di scndaloso in questo perchè il Fondo esiste proprio per venire incontro alle necessità straordinarie di tutti i suoi membri. Non vedo quindi nulla di improprio nel fatto che la Grecia faccia appello a chi è più disponibile ad aiutarla. Ritengo però che questo provocherebbe un danno gravissimo non tanto alla Grecia quanto all’immagine dell’Unione Europea e alla forza dell’Euro. Mancano solo due giorni all’inizio del Consiglio Europeo che dovrebbe prendere una decisione in materia ma tanta è la confusione sotto il cielo europeo che non sappiamo nemmeno se il problema sarà inserito nell’agenda del vertice.

Mi chiedo a questo punto quale catastrofe deve capitare per farci capire che nessuna nazione europea, nemmeno la grande Germania, può sopravvivere da sola nel nuovo mondo globalizzato. IM 23

 

 

 

 

Crisi e debito. «Ad Atene prestiti, non sovvenzioni»

 

Monito di Trichet, ma l'euro precipita - Il presidente della Bce: «Sostengo solo se Eurozona a rischio». Moneta unica ai minimi sul franco svizzero

 

STRASBURGO- Un intervento «a sostegno della Grecia» deve rispondere a due principi: «non deve essere una sovvenzione» e al tempo stesso deve implicare «condizioni estremamente rigorose»; il secondo «è che ci si deve trovare in una situazione straordinaria che ponga un problema immediato per l'Eurozona». Il presidente della Bce Jean-Claude Trichet - in vista del vertice europeo in programma il 25 e il 26 marzo che sarà chiamato a decidere su eventuali interventi a favore di Atene - ha provato a porre le condizioni dell'istituto centrale di Francoforte durante un discorso all'Europarlamento. Il numero uno della Banca centrale europea ha specificato che aiuti a favore della Grecia, alle prese con un debito pubblico in crescita esponenziale e una situazione di stagnazione economica molto pesante, dovrebbe essere inteso «non come una sovvenzione» ma come un «prestito» a condizioni ben precise e rigorose. Trichet non ha specificato se la Grecia e l'Eurozona attualmente si trovino in questa situazione. E pertanto, vista l'incertezza, i mercati hanno reagito facendo precipitare le quotazioni della valuta europea.

L'EURO PRECIPITA - L'euro è infatti crollato pochi minuti fa al minimo storico contro il franco svizzero, toccando quota 1,4310. Il livello raggiunto non era mai stato toccato dal 1999, data di debutto della divisa europea. L'euro ha chiuso debole anche contro dollaro, poco sopra la soglia di 1,35 dollari, dopo aver toccato i minimi da tre settimane a quota 1,3464. La divisa europea passa di mano sul finale a 121,71 yen mentre la moneta giapponese vale 90,01 dollari.

RIPRESA MODERATA - Trichet ha anche descritto lo stato di salute dell'economia continentale, affermando che nel 2010 la ripresa sarà moderata e prevarrà uno scenario «di alta incertezza». Nel medio termine si prevedono inoltre «basse pressioni inflazionistiche».

CONTI PRIORITÀ ASSOLUTA - «Il rischio che squilibri globali insostenibili possano riemergere nel prossimo periodo non può essere sottovalutato», ha detto ancora il presidente della Bce, invitando tutti i Paesi della zona euro «a rafforzare gli impegni sul fronte del risanamento dei conti pubblici». Questa, per Trichet, deve essere «la priorità assoluta dei governi nazionali, che dovranno prendere ulteriori misure nei prossimi anni per correggere i deficit eccessivi nei tempi previsti». 

CdS 22

 

 

 

L'Europa sul piano inclinato

 

L’uscita dalla crisi finanziaria mondiale assomiglia sempre di più a certe ascensioni dal percorso molto esposto nelle quali a ogni passo si rischia di cadere e si è in preda alle vertigini. Il senso di vertigine è chiaramente visibile se si guarda all’euro che sta mostrando vistosi segnali di indebolimento per l’incapacità dell’Europa non solo di risolvere ma addirittura di affrontare il problema del debito pubblico greco.

 

Sono ormai 15 giorni che il neo primo ministro di Atene, Giorgio Papandreou, viene lasciato a bagnomaria tra esitazioni e silenzi, o meglio sottoposto a una serie di docce fredde sulla possibilità di ottenere un finanziamento dai partner europei. Per conseguenza di queste docce fredde è però l’euro che si sta prendendo la polmonite: se gli europei non sapessero risolvere i problemi monetari di un piccolo paese della loro area, vedremmo accrescersi la sua vulnerabilità e ridursi fortemente la sua credibilità come grande valuta mondiale.

 

Alla base dell’indecisione europea ci sono le incertezze tedesche. Berlino sembra incapace di un dialogo costruttivo e indulge in un eccesso di moralismo che si può sintetizzare in tre punti. Il primo è che i greci sono «cattivi» perché il rapporto deficit/Pil è all’astronomico livello del 12,9 che fa sembrare gli italiani, con un valore del 5 per cento, dei maestri di virtù. Il secondo è che sono anche degli imbroglioni perché, pur di entrare nell’euro, nel 2004 truccarono le cifre della loro situazione finanziaria pubblica. Per conseguenza - ed ecco il terzo punto - è bene che paghino duramente e non presentino il conto al contribuente tedesco. Per usare l’espressione di un precedente cancelliere tedesco, Helmut Schmidt, rivolta contro l’Italia nel 1974, durante una grave crisi della lira, la Germania non presterà «nemmeno uno stanco marco» (keine muede Mark) a gente fatta così.

 

Andrebbe osservato che il deficit greco è stato a lungo tollerato dall’Europa forse anche perché il collocamento del debito greco ha procurato profitti non trascurabili alle banche tedesche; che nel 2004 si chiusero gli occhi sui «trucchi» greci anche perché nessun paese era del tutto alieno da qualche abbellimento contabile: e che nel 1974 la Germania fu alla fine costretta a concedere un grosso prestito alla sciagurata Italia, per evitare il collasso della nascente Unione Europea, pure costringendola all’umiliante pignoramento di una parte ingente delle sue riserve auree. Il prestito però venne puntualmente restituito e l’economia italiana riprese la sua corsa per altri quindici anni.

 

Oggi al posto del marco c’è l’euro e il «potere di indirizzo» dei tedeschi sulla moneta comune è sicuramente minore. Rifiutare il prestito ai greci, o concederlo a condizioni che li condanni a dieci anni di stagnazione (è questo più o meno il costo del rientro dal debito) significa imporre loro qualcosa di simile a onerose riparazioni di guerra. I tedeschi dovrebbero ricordare che proprio le riparazioni di guerra imposte alla Germania segnarono la fine della democrazia nel loro paese e contribuirono potentemente a creare le premesse della seconda guerra mondiale; al contrario, la rinuncia alle riparazioni di guerra nel 1945 da parte degli alleati occidentali pose le basi per il miracolo tedesco, mentre i russi spogliarono la Germania Orientale della sua attrezzatura industriale determinandone una pesante inferiorità tecnologica ed economica nei confronti delle zone occidentali.

 

Purtroppo l’esitazione sul debito greco avviene in un momento in cui il governo francese è indebolito da una pesante sconfitta elettorale, la Gran Bretagna ha seri problemi economici e un cambio politico in vista, la Spagna e l’Italia non sono certo brillanti, sia pure per ragioni diverse. Il vuoto delle strategie tedesche si colloca così in un vuoto politico-economico europeo mentre si teme un aumento del costo del denaro dopo la stretta monetaria cinese, la ripresa economica americana stenta ad andare a regime e c’è una forte tensione sino-americana sul cambio della moneta di Pechino. Quasi duemilacinquecento anni fa, trecento guerrieri greci fermarono, almeno temporaneamente, l’avanzata dell’imponente esercito persiano alle Termopili; oggi il debito greco, di assai modesta entità nel contesto mondiale, potrebbe rappresentare un cuneo non trascurabile nelle prospettive di una stabile ripresa.

 

La Grecia va quindi aiutata. Ma come? Non certo pagando a pie’ di lista, in questo almeno i tedeschi hanno ragione. Occorre quel «passo in avanti» di fronte al quale i governi nazionali dell’Unione europea sono così esitanti: non si esce in maniera soddisfacente dalla crisi greca senza un più stretto coordinamento delle politiche economiche dei paesi aderenti all’Unione. Obiettivi e strumenti devono essere maggiormente decisi a Bruxelles e meno a Parigi, Madrid, Roma e naturalmente Berlino: alcune riforme - a cominciare da quelle pensionistiche - sono più importanti dei prestiti e inevitabili per la Grecia e per tutti gli altri. Dietro l’esitazione sul prestito ad Atene si indovina la riluttanza dei maggiori paesi europei a spogliarsi di molte prerogative della politica economica nazionale. Al contrario, l’«armonizzazione» europea non deve restare una parola vuota e passa attraverso una vasta gamma di politiche che vanno dall’immigrazione alle pensioni, dall’energia al sistema fiscale. Solo se si incamminerà sulla strada del coordinamento l’Europa potrà proseguire verso l’unità economica e politica; e purtroppo quella strada è un piano inclinato, se non si avanza, inevitabilmente si scivola verso il basso. MARIO DEAGLIO LS 23

 

 

 

 

"Questo è il vero cambiamento". Passa la riforma sanitaria di Obama

 

Nella notte il "sì" della Camera con 219 favoervoli e 212 contrari - Assistenza medica per 32 milioni di americani che ne erano sprovvisti - Ora tocca al Senato. Il presidente ha vinto le ultime resistenze degli antiabortisti - dal corrispondente FEDERICO RAMPINI

 

La speaker della Camera, Nancy Pelosi parla dopo il voto sulla riforma sanitaria

NEW YORK  -  "Questa non è una riforma radicale ma è una grande riforma. Questo è il vero cambiamento". Così a mezzanotte, ora di Washington, Barack Obama ha salutato lo storico voto della Camera. Un'ora prima con 219 sì contro 212 no, sotto la presidenza di Nancy Pelosi la Camera aveva approvato la sua sofferta riforma sanitaria. E' passata una legge di straordinaria portata, che dopo l'approvazione del Senato estenderà a 32 milioni di americani un'assistenza medica di cui erano finora sprovvisti. E' la fine di un incubo, 14 mesi in cui il presidente si era giocato la sua immagine su questo "cantiere progressista".

 

Obama ce l'ha fatta su un terreno dove da mezzo secolo tutti i presidenti erano stati sconfitti. Ha affrontato una piaga sociale, che vede l'America molto più indietro degli altri paesi ricchi per la qualità delle cure mediche offerte all'insieme della popolazione. Forse il suo partito pagherà qualche prezzo alle elezioni legislative di novembre, ma i democratici hanno messo la loro firma esclusiva (senza un solo voto repubblicano) su una delle più ambiziose normative sociali del paese. 34 di loro hanno votato contro, per paura di giocarsi la rielezione a novembre, di fronte all'offensiva della destra che dipinge questa legge come la "socializzazione delle cure mediche" e l'anticamera di una bancarotta di Stato. Ma fino all'ultimo le defezioni nel partito di maggioranza hanno rischiato di essere ben più elevate.

 

La pattuglia più numerosa dei "dissidenti" era quella degli antiabortisti, guidati dal deputato Bart Stupak del Michigan. E' stato decisivo l'intervento di Barack Obama nelle ultimissime ore. Rinviato il suo viaggio in Indonesia, il presidente ha fatto pressione personalmente su ciascuno dei deputati incerti. Agli antiabortisti ha offerto una garanzia speciale: proprio mentre la Camera era riunita per le votazioni, ieri Obama ha firmato un "ordine esecutivo" che rafforza il divieto di usare i fondi federali per rimborsare le spese delle interruzioni di gravidanza. A quel punto Stupak e la pattuglia di antiabortisti sono passati a favore della riforma, garantendo la maggioranza per l'approvazione della legge. L'ultimo voto al Senato è previsto in pochi giorni, ed entro questa settimana Obama dovrebbe firmare la legge.

 

I primi effetti di questa riforma, in vigore da subito, colpiranno gli abusi più odiosi delle assicurazioni. Sarà vietato alle compagnie assicurative rescindere una polizza quando il paziente si ammala, una pratica fin qui tristemente consueta. Sarà illegale rifiutarsi di assicurare un bambino invocando le sue malattie pre-esistenti.

 

Diventeranno fuorilegge anche i tetti massimi di spesa, usati dalle assicurazioni per rifiutare i rimborsi oltre un certo ammontare (un costume particolarmente deleterio per i pazienti con patologie gravi che richiedono terapie costose, come il cancro). I genitori avranno il diritto di mantenere nella copertura della propria assicurazione sanitaria i figli fino al compimento del 26esimo anno di età, una norma particolarmente attesa in una fase in cui i giovani stentano a trovare un posto di lavoro (e quindi non hanno accesso all'assicurazione che di solito è connessa a un impiego stabile). Più avanti, entro il 2014, scatteranno gli altri aspetti della riforma, quelli che porteranno 32 milioni di americani ad avere finalmente diritto a un'assistenza. Di questi, la metà circa entreranno sotto la copertura della mutua di Stato per i meno abbienti, il Medicaid. Quest'ultimo garantirà cure gratuite fino alla soglia di 29.000 dollari di reddito annuo lordo, per una famiglia di quattro persone. Altri 16 milioni dovranno invece comprarsi una polizza assicurativa. Ma potranno farlo scegliendo in una nuova Borsa competitiva sorvegliata dallo Stato, e riceveranno sussidi pubblici fino a 6.000 dollari, onde evitare che l'assicurazione gli costi più del 9,5% del loro reddito. Multe salate per le aziende con oltre 50 dipendenti che non offrono l'assicurazione sanitaria ai dipendenti. Perché questo resterà comunque anche dopo la riforma il tratto distintivo del sistema sanitario americano, imperniato sulle assicurazioni private, e ben lontano dai servizi sanitari nazionali dei paesi europei.

 

Manca, nella riforma, quello che all'origine doveva essere l'aspetto più radicalmente innovativo: la cosiddetta opzione pubblica. Di fronte alle accuse di voler imporre un "socialismo medico di tipo cubano"  -  secondo uno slogan usato dalla destra populista del Tea Party Movement  -  i democratici hanno abbandonato quell'idea, che avrebbe creato un'assicurazione di Stato disponibile a tutti, a costi contenuti, per far concorrenza alle assicurazioni private. In compenso ci sarà una stangata fiscale sulle multinazionali farmaceutiche, per finanziare una parte dei costi della riforma.

 

Il voto compatto di tutti i repubblicani contro la riforma sancisce la sconfitta di Obama su un terreno: la ricerca di larghe intese bipartisan per fare avanzare le sue riforme. Questo potrebbe danneggiare un presidente che nel novembre 2008 conquistò la Casa Bianca anche grazie ai voti degli indipendenti, l'elettorato fluttuante di centro. Ma la destra è scivolata su posizioni estreme e Obama ha dovuto fare un calcolo diverso: rinunciare a questa riforma avrebbe deluso la base più progressista e militante del partito democratico, spingendola all'astensionismo alle elezioni di novembre. La vittoria alla Camera ha del miracoloso perché appena due mesi fa la riforma sembrava condannata, quando i democratici persero un'elezione cruciale nel seggio senatoriale del Massachusetts che era stato di Ted Kennedy. Proprio le compagnie assicurative hanno fornito a Obama l'opportunità per riprendere l'iniziativa: il rincaro del 39% delle tariffe imposto dal colosso assicurativo Blue Cross in California un mese fa è diventato il simbolo di un sistema iniquo e perverso. Da quell'episodio è cominciata la riscossa di Obama, che ha accusato i repubblicani di essere al servizio di un capitalismo sanitario che accumula profitti speculando sulle sofferenze dei cittadini. LR 22

 

 

 

Sanità Usa, le insidie non sono ancora finite

 

L’happy ending non è stato ancora apposto in calce ma, mentre scriviamo, l’approvazione della riforma dell’assistenza medica, la più ostica e intensamente ideologica legge del dopoguerra americano, sembra essere molto vicina. Se questa speranza dei democratici si materializzasse nel corso della nostra notte, da questa mattina anche in Usa - il Paese della libera concorrenza, del capitalismo senza pentimenti, dell’individualismo senza mitigazioni - i poveri potranno (più o meno) avere cure mediche. E Obama avrà firmato il primo vero passo del promesso «cambio», e rovesciato il corso declinante in cui era entrato.

 

La eventuale vittoria conseguita non porta tuttavia necessariamente al consolidamento della sua Presidenza. Anzi.

 

La battaglia per far passare questa riforma ha infatti profondamente inciso nel tessuto politico americano, cambiando il sistema degli alleati e quello dei nemici. Davanti al Presidente, nel momento stesso in cui prenderà atto di aver vinto, si presenteranno dunque nuovi terreni di conflitto persino più insidiosi di quelli finora affrontati. Fra gli amici persi nei mesi scorsi ci sono sicuramente i democratici pro aborto.

 

La vittoria della legge ieri è apparsa vicina quando il decisivo gruppo di antiabortisti, repubblicani e democratici, guidati dal democratico Bart Stupak ha deciso di votare a favore. La Casa Bianca ha subito annunciato una nuova misura per rassicurare la sua base a favore dell’aborto. Ma, come si dice, nessuno è scemo: e tutti a Washington hanno ben valutato il significato del gruppo di Stupak.

 

Ci sarà dunque da aspettarsi molta delusione nel fronte pro-choice ma, per dirla con Shakespeare, si tratterà alla fine di «molto rumore per nulla». Il sostegno pro-aborto all’interno del Partito democratico è da anni ormai più una battaglia di identità, legata a un certo periodo, gli anni Sessanta, che una reale battaglia di libertà. Negli ultimi 30 anni la questione femminile in America si è completamente ridisegnata, e non a caso nessuna delle grandi donne al potere oggi, che pure negli anni Sessanta sono state protagoniste della battaglia pro aborto, ha fatto sentire la sua voce. Né è un caso che il sacrificio di questo fronte sia stato portato a termine con sveltezza e senza pentimenti da una abortista convinta quale è Nancy Pelosi. Taglio saggio, dunque, taglio di un mito, a favore di una più concreta assistenza sociale: ma ugualmente, dello scontento di pezzi del partito democratico sentiremo molto nei prossimi mesi.

 

Il fronte più pericoloso per la Casa Bianca oggi è quello dei nemici che, nella opposizione alla riforma, si è approfondito nei toni, negli umori, e si è allargato, includendo il potenziale risentimento di forti settori economici che non sono solo le grandi industrie della sanità.

 

Con quali umori si debba confrontare Obama lo abbiamo visto - tanto per fare un solo esempio - dalla manifestazione inscenata dai militanti del movimento Tea Party alla vigilia del voto. Hanno aspettato rappresentanti democratici, chiamandoli «Nigger», o «Faggot», dispregiativi per nero e omosessuale, e innalzando cartelli oltraggiosi, quale il disegno di Obama defecato da un asino a illustrare lo «sterco d’asino». Ma anche di questi il Bardo di Avon direbbe probabilmente «tanto rumore per nulla».

 

Obama ha nel prossimo futuro da temere molto di più da nemici che per ora non sfilano. Come si sa, il colpo che davvero uccide è quello che cala svelto, silenzioso, inatteso, e nel segreto del buio. E di colpi come questi se ne stanno preparando molti, nei segretissimi santuari del potere economico americano. Si sa dello scontento delle Farmaceutiche. Ma nella equazione di Washington è entrata ora anche Wall Street. La Wall Street che dalla crisi del 2007 è uscita indebolita ma non vinta e che, dopo essere stata salvata da un presidente democratico, guarda oggi con favore ai repubblicani. Dei democratici le banche temono infatti la legge di riforma delle regole per le istituzioni finanziarie.

 

Sulla natura e l’impatto di questa sfida val la pena di leggere direttamente Frank Rich, che sul New York Times scriveva tre giorni fa: «La battaglia intorno alla riforma delle regole è cominciata la scorsa settimana con la presentazione al Senato del progetto di legge di Chris Dodd… e la guerra che sta per iniziare ha a che fare non solo con chi controllerà Wall Street, ma su quali saranno le regole. La domanda ora per i politici è: con chi si schiereranno? La leadership repubblicana si è già dichiarata inequivocabilmente la settimana scorsa. Parlando alla American Bankers Association il leader repubblicano della Camera, John Boehner, ha promesso una netta opposizione alla legge di riforma». Il feeling fra banche e i repubblicani, d’altra parte, è stato già confermato dalle donazioni di sostegno. Perfetto esempio del cambio di clima: la JP Morgan Chase e i suoi dipendenti, che nel 2008 avevano garantito corpose sottoscrizioni ai democratici, l’anno scorso hanno dato il 73 per cento delle loro donazioni ai repubblicani.

 

È dunque un percorso in salita quello che aspetta Obama. Ma la vittoria di queste ore gli fornisce una sorta di orientamento, una bussola per navigare dentro la frammentazione degli interessi della società americana. Se è riuscito oggi a far prevalere sugli interessi elettorali ed economici di forti settori sociali quelli di una parte di società senza grande potere, forse ha trovato una chiave di volta per riallineare in maniera diversa l’interesse privato e quello pubblico del sistema di cui è a capo. LUCIA ANNUNZIATA LS 22

 

 

 

 

La riforma sanitaria. Se l’America sceglie la strada del Welfare

 

In questi ultimi giorni gli interventi del presidente Obama a difesa del progetto di copertura assicurativa sanitaria per 32 milioni di americani (ma in realtà quelli senza assicurazione sono più di 40 milioni) sono diventati quasi frenetici. Il presidente che doveva partire per un viaggio nel Sud-est asiatico, fissato da tempo e rinviato già una prima volta, ha deciso di restare a casa per evitare le defezioni dell’ultimo momento e persuadere gli incerti che fino a ieri erano ancora una decina. La posta in gioco è di quelle che fanno la differenza tra una sconfitta che avrebbe potuto distruggere l’immagine del presidente e della sua amministrazione e una vittoria che tuttavia non garantisce né a lui né al suo partito la conferma dell’attuale condizione maggioritaria conquistata dopo quasi un trentennio di marginalità. Come ha più volte affermato Obama la riforma è storica perché tentata inutilmente da tutti i presidenti democratici da un secolo ad oggi ma è storica anche perché in un prevedibile futuro potrebbe obbligare l’America a decisione fondamentali capaci di alterare il corso della sua politica interna e internazionale. La scelta potrebbe essere tra proseguire nella politica del welfare o mantenere l’apparato militare che assicura la presenza americana in tutti gli scacchieri mondiali. Il costo della riforma è stimato sui 900 miliardi nell’arco di 10 anni ma chi ha fatto le pulci al programma sostiene che i costi saranno più alti di almeno un terzo. Grossa cifra ma tutto sommato contenuta rispetto ai 650-700 miliardi di dollari che ogni anno il governo americano deve mettere in bilancio per i costi delle forze armate, delle centinaia di basi sparse per il mondo, della ricerca e delle guerre in corso. Inoltre il welfare americano ha un altro grosso buco: quello delle pensioni. La Social Security, la pensione pubblica introdotta da Roosevelt negli anni della grande crisi è ben lontana da coprire le esigenze di un individuo e di una famiglia dopo la fine della vita lavorativa. Fino a ieri molti ricorrevano a Wall Street per colmare la differenza grazie ad investimenti azionari che si rivalutavano negli anni, ma la fase che si è aperta con la più grande crisi del dopoguerra non garantisce più che il circo finanziario riesca a provvedere il quantum necessario tanto più che si prevede che l’aumento della popolazione e la diminuzione di quella lavorativa potrebbero rendere ancor più inadeguati i fondi attuali della pensione pubblica.

Presto o tardi, meglio presto, un qualche presidente americano dovrà pure occuparsi del problema pensionistico e allora il welfare americano potrebbe essere costretto a raggiungere i livelli europei di quei Paesi “socialisti” come la Francia, la Germania, la Gran Bretagna che negli anni del secondo dopoguerra dovettero scegliere, come si diceva allora, tra il burro e i cannoni. Come è noto gli europei appena la ricostruzione delle economie lo permise optarono per il burro, una scelta che per gli americani equivale ad adottare un sistema se non socialista potenzialmente conflittuale con le leggi di mercato e della libera concorrenza e in fondo con le libertà dell’individuo. La riforma sanitaria potrebbe essere il primo passo verso la creazione di un vero e proprio welfare americano secondo il modello europeo di cui si è parlato (per criticarlo) negli accesi dibattiti di questi mesi. Inoltre il welfare come è ovvio va alimentato dalle tasse e dopo un trentennio di amministrazioni repubblicane o influenzate dalle dottrine reaganiane l’aumento delle tasse è anatema oggi in America sia per i repubblicani che per i democratici. Queste sono le ragioni della “storicità” della proposta di Obama e delle passioni che essa ha suscitato. È difficile per gli europei capire perché la maggioranza degli americani rifiuti quello che per noi è diventato un diritto individuale a cui corrisponde un dovere dello Stato, ma Oltreatlantico quello di una copertura sanitaria garantita dallo Stato appare una scelta politica e ideologica contraria a quei valori “che hanno fatto grande l’America”.

Va aggiunto che la riforma originaria è stata profondamente alterata dai compromessi e da veri e propri trucchi procedurali adottati per farla accettare a quei democratici che avevano deciso di votare contro. Così sul progetto di legge approvato dal Senato i membri della Camera, molto più a sinistra, finiranno per votare solo su alcuni minori emendamenti di scarso valore evitando il voto sull’intero progetto di modo che in caso di necessità potranno sempre dire ai propri elettori che loro la legge (nel suo complesso) non l’hanno votata. La procedura è assolutamente legale ma appare come un sotterfugio che renderà difficile per i democratici difenderla di fronte ad un’opinione pubblica che in maggioranza rimane ostile al provvedimento. Un elemento di debolezza della riforma è anche la sua complessità. Caduta sotto l’offensiva delle lobbies, dei medici e delle assicurazioni, ambedue potentissime, la cosiddetta “pubblic option” che sostanzialmente avrebbe permesso al governo di provvedere e garantire l’assistenza medica direttamente, secondo il modello europeo l’attuale progetto prevede che con l’eccezione dei più poveri che con il Medicaid, un programma già esistente, restano interamente a carico dello Stato, le assicurazioni mediche continueranno ad essere fornite da imprese private. Lo Stato interverrà con sussidi diversi per le diverse fasce di reddito a coprire i costi delle polizze obbligando tutti i cittadini a procurarsene una. La legge prevede costi aggiuntivi per i datori di lavoro che dovranno contribuire all’acquisto delle assicurazioni dei propri dipendenti. Inoltre l’attuale programma che copre gli anziani, il cosiddetto Medicare, verrà riorganizzato riducendone gli sprechi e verrà rifinanziato grazie alle tasse a carico delle aziende farmaceutiche previste in circa 23 miliardi.

In conclusione, la gestione alquanto complessa della riforma rischia di aumentarne i costi al di là delle previsioni e il diverso livello di rimborsi di creare squilibri e disuguaglianze tra i cittadini. Inoltre, i tagli previsti nel Medicare potrebbero ridurne l’efficacia per una categoria di pazienti che sta crescendo con l’invecchiamento della società. Questi i lati deboli del programma su cui è prevedibile che si scatenino le critiche dei repubblicani e delle lobbies e, al di là dei partiti, degli oppositori che si sono organizzati in associazioni come i “tea parties”. Le elezioni per il rinnovo della Camera, di un terzo del Senato e di vari governatori sono tra sette mesi e la campagna elettorale è già in corso. È facile previsione che la riforma resterà al centro del dibattito con le sue criticità e le sue contraddizioni, mentre i suoi vantaggi saranno evidenti solo col tempo. GIUSEPPE MAMMARELLA IM 22

 

 

 

 

Il recupero dell'identità americana

 

L’approvazione della riforma sanitaria non è solo un’importante vittoria politica per un Obama un po’ indebolito dalla crisi economica. È un passo importante verso la costruzione di quella nuova America che Obama aveva in mente quando si è candidato alla Casa Bianca.

 

È una riforma che non tocca solo la sanità, ma tutta la società americana, ed è coerente con altre misure prese in questo anno di mandato, dal raddoppio degli investimenti nell’istruzione primaria alla recente riforma dei programmi scolastici. L’obiettivo di Obama non è, come gridano allarmati alcuni repubblicani, quello di fare un’America socialista ed egualitaria, ma di farla tornare ad essere una terra di opportunità per tutti, un Paese in cui il sogno americano torni ad essere possibile. Perché negli ultimi quindici anni l’America ha fatto, sì, un grande balzo in avanti, cavalcando la straordinaria rivoluzione tecnologica e scientifica partita negli Anni Ottanta, e riuscendo ad attrarre, motivare e premiare i talenti più brillanti da ogni angolo del mondo. Ma in questa enorme rincorsa ne ha lasciati moltissimi indietro. Tanti, troppi.

 

I 46 milioni di cittadini senza assicurazione medica con cui l’America si trova a fare i conti oggi (una cifra spaventosa pari quasi al 15% dell’intera popolazione) non sono vagabondi, alcolizzati o incapaci; sono per lo più cittadini normali, con un lavoro e una famiglia. Secondo un rapporto rilasciato l’anno scorso dalla Kaiser Family Foundation, il 70% dei non assicurati vive in famiglie in cui almeno un componente ha un lavoro full time. E, dato ancora più sconcertante, il 40% dei non assicurati sono ragazzi tra i 19 e i 29 anni.

 

Se questi giovani non hanno neppure i soldi per badare alla loro salute, come potranno avere le risorse necessarie per istruirsi e costruirsi un futuro? Tutto questo mina pesantemente le basi della mobilità sociale degli Stati Uniti, trasformando il sogno americano in un miraggio sempre più sfocato. I dati di numerosi studi lo confermano. La mobilità intergenerazionale dei redditi negli Stati Uniti è una delle più basse del mondo occidentale: quasi il 50% del differenziale dei redditi dei genitori si trasmette ai figli, ovvero chi nasce ricco ha alte probabilità di restare ricco, mentre chi nasce povero resta povero. Questo problema è rimasto a lungo ignorato, messo in ombra dalle straordinarie storie di giovani divenuti all’improvviso imprenditori di successo planetario.

 

Queste storie hanno continuato a proiettare ovunque l’immagine di un’America piena di opportunità, capace di riconoscere e valorizzare meriti e competenze. Sì, ma i talenti e le competenze di chi? A guardare bene i protagonisti di queste storie di successo erano giovani come Steve Jobs o Bill Gates, provenienti da famiglie benestanti che fondavano le loro imprese mentre erano ad Harvard o in altre prestigiose istituzioni. E lo stesso per i numerosi talenti stranieri che negli Usa hanno costruito imperi economici. Tutti giovani che negli Stati Uniti hanno trovato opportunità straordinarie, ma che non vi sono approdati con la valigia di cartone, bensì per ottenere un Master a Carnegie Mellon, come Vinod Khosla, indiano, cofondatore di Sun Microsystem, o un PhD in Informatica a Stanford, come il russo Sergey Brin, cofondatore di Google, o come Sabeer Bathia, altro indiano, cofondatore di Hotmail. Nel frattempo per milioni di ragazzini nati e cresciuti negli Stati Uniti l’Università, quella di qualità, è divenuta sempre più irraggiungibile.

 

Non è un caso se Bill Gates e altri imprenditori dei settori high tech stanno facendo pressione sul Congresso per aumentare l’ingresso nel Paese di studenti stranieri perché i giovani americani rinunciano o non riescono ad arrivare alle prestigiose lauree di cui loro sono continuamente in cerca. Questo fenomeno non solo potrebbe avere conseguenze enormi sulla capacità innovativa e competitiva futura degli Stati Uniti, ma sul tessuto sociale del paese e sul senso di appartenenza dei suoi cittadini. Perché se l’America perde la mobilità sociale, i suoi cittadini perderanno quel senso di possibilità, di fiducia ed identificazione nelle istituzioni che è sempre stata la grande forza degli Stati Uniti.

 

Obama lo sa e ha capito che la mobilità sociale è una medaglia a due facce: da un lato il riconoscimento dell’eccellenza, ma dall’altro l’accesso alle opportunità per sviluppare questa eccellenza. Gli Stati Uniti negli ultimi quindici anni si sono preoccupati molto del primo aspetto, ma poco del secondo, col rischio di perdere la loro vera essenza di «terra di opportunità per tutti». Riuscire a bilanciare queste due anime non sarà facile, ma è la sfida che gli Stati Uniti dovranno affrontare se vorranno continuare a crescere e a far sognare nuove generazioni di americani. IRENE TINAGLI LS 23

 

 

 

 

 

Francia, al via rimpasto di governo. Sarkozy: ascolterò il messaggio che viene dalle elezioni

 

Regionali, la sinistra raccoglie il 54% dei voti contro il 36% della destra. I nazionalisti di Le Pen al 9%

 

PARIGI - Dopo la sconfitta alle elezioni regionali è l'ora del rimpasto. Il presidente francese Nicolas Sarkozy ha incontrato il suo primo ministro, Francois Fillon, per «fare il punto» della situazione dopo la pesante sconfitta della maggioranza presidenziale alle elezioni regionali. Fillon ha lasciato l'Eliseo ed è rientrato a palazzo Matignon. Domenica, il premier aveva ammesso la «delusione» per i risultati della maggioranza, che resta alla guida soltanto del Consiglio regionale dell'Alsazia, una regione su 22 che compongono la Francia «metropolitana» (esclusi i territori d'oltremare). Dopo la sconfitta, Fillon ha detto di prevedere un rimpasto «modesto» e «tecnico». La prima vittima eccellente della sconfitta della destra di governo alle regionali francesi è Xavier Darcos, ministro del Lavoro, che - secondo quanto si apprende da ambienti vicini all'Eliseo - è stato sostituito dall'attuale ministro del Bilancio, Eric Woerth. Al posto di Woerth, secondo le stesse fonti informate, entra Francois Baroin, chiracchiano. Apertura anche ai fedeli di Dominique de Villepin, che ha appena annunciato la creazione di un nuovo partito, con l'ingresso nella compagine governativa di uno dei suoi deputati, Georges Tron.

«ASCOLTERO' IL MESSAGGIO DEGLI ELETTORI» - Sarkozy aveva promesso di ascoltare il «messaggio» che arrivava dalla dura batosta alle elezioni regionali. «Il presidente si aspettava che i risultati fossero deludenti», aveva detto all'agenzia France Presse il suo principale collaboratore, il segretario generale dell'Eliseo, Claude Gueant. «Prima di queste regionali - aveva aggiunto Gueant - Sarkozy aveva detto che un'elezione ha sempre un significato, un messaggio: ora è deciso ad ascoltarlo».

LA SCONFITTA - La decisione di Sarkozy arriva dopo quella che è una dura sconfitta per il centrodestra di cui è il leader. L'anticipazione di domenica scorsa ha trovato conferma nel secondo turno delle regionali che ha assegnato una netta vittoria alla sinistra con il 54% e ha una pesante punizione per le destre. Secondo le proiezioni l'Ump di Sarkozy non va oltre il 36 per cento e il Fronte Nazionale di Jean Marie Le Pen non arriva al 9 per cento.

«AUTENTICA SCONFITTA» - Nell'ultimo test elettorale prima del voto del 2012 per ottenere un secondo mandato all'Eliseo, Sarkozy ha incaricato il suo capogruppo in parlamento di prendere atto della bocciatura delle urne. «Ovviamente questa è per noi un'autentica sconfitta» ha detto Jean-Francois Cope. Se le proiezioni saranno confermate, l'Ump manterrà il controllo di una sola delle 22 regioni continentali: la roccaforte della destra in Alsazia. La sinistra guidata dai socialisti di Martine Aubry ha mantenuto tutte le regioni che aveva oltre ai territori d'oltremare della Guyana francese e di Guadalupe. In Corsica il testa a testa è tale da non permettere ancora di sbilanciarsi. L'unica consolazione dell'Ump è di aver conquistato l'isola di Reunion, nell'Oceano Indiano.

AFFLUENZA BASSA - L'affluenza si è mantenuta bassa, anche se superiore di quattro punti al primo turno. L'astensione, secondo stime indipendenti, dovrebbe essere del 49 per cento. Rispetto al primo turno le percentuali dell'Ump sono cresciute, ma restano molto indietro rispetto a quelle dell'opposizione e Sarkozy, che comunque mantiene una solida maggioranza in parlamento, ha ribadito che il voto alle regionali non è da considerare come un referendum sull'operato del governo di Parigi. Resta comunque da registrare un duro colpo per il presidente che ha il tasso di gradimento più basso di sempre e dal quale ci si aspettano pressioni sull'Ump perchè assuma una nuova direzione.

LE REAZIONI - Il segretario generale dell'Ump, Xavier Bertran, ha riconosciuto in tv che «la sinistra ha vinto le elezioni regionali», mentre la leader socialista, Martine Aubry, ha sottolineato che per la seconda volta il suo partito ha ottenuto una «vittoria senza precedenti». Il premier, Francois Fillon, ha riconosciuto «il successo delle liste di sinistra» e la «sconfitta per la maggioranza» conservatrice che appoggia il presidente Sarkozy. Fillon ha detto si volersi assumere la «propria parte di responsabilità», che l'Ump dovrà «analizzare con lucidità il risultato» e ha puntato il dito contro la crisi economica «che non ha facilitato le cose».

«La violenza della recessione» ha detto, «ha reso fragile il nostro patto sociale e la crisi agricola ha colpito il mondo rurale». «Non siamo stati convincenti», ha aggiunto Fillon che ha tuttavia sottolineato come «il rapporto di forze emerso dalle urne nel 2004 rimanga in generale invariato» e ha avvertito che «non si governa un grande Paese come la Francia al ritmo delle elezioni locali, ma senza perdere di vista l'obiettivo delle elezioni nazionali». I francesi, ha concluso, «hanno dimostrato di essere preoccupati dalla prospettiva di veder sparire il tenore di vita caratterizzato da un alto livello di sviluppo, ma anche da un forte sistema sociale e hanno ragione: il nostro modo di vita è a rischio e senza riforme non potremo finanziarlo». E mentre Marine Le Pen, vicepresidente del Fronte Nazionale, continua a parlare di «enorme successo» del partito di estrema destra, la Aubry si è detta convinta che i francesi abbiano «scelto la sinistra che protegge e migliora le condizioni di vita nelle regioni».  Redazione online CdS 22

 

 

 

 

La lezione franco-americana per il Pd

 

Esattamente il contrario di quello che succede in Italia, «Obama ha messo a rischio consenso e leadership per il bene del paese, noi abbiamo un presidente del Consiglio che stressa gli italiani per risolvere i problemi suoi», Rosi Bindi dà la stoccata all’avversario ma non si sottrae alla domanda successiva, perché la «lezione politica» d’Oltreoceano ha, sì, riacceso i sogni del popolo della sinistra, tanto più che ieri le belle notizie erano due, contando anche il cappotto fatto dalla gauche in Francia. Però ha anche riattizzato il ricordo delle «tafazzate», come avrebbe detto un Veltroni d’annata. Il caso di Berlusconi è eclatante ma «anche dalle nostre parti capita di cercare il consenso per risolvere problemi interni anziché usarlo per affrontare quelli del paese». Obama ha sfidato «il potere forte delle assicurazioni sanitarie, l’opposizione, la sua stessa maggioranza e anche il Congresso. Ma ha anche vinto», sottolinea la presidente del Pd. La lezione bisogna prenderla tutta intera: «Vinto con la mediazione e con la capacità di persuasione. Il riformismo è questo». Lei, da ministro fece la riforma della Sanità e fu mandata via, da ministro della famiglia fu sconfitta sui Dico. «Sulla sanità ho vinto, anche se il centro sinistra non se ne è accorto. Per me quella sostituzione fu incomprensibile ma sono un soldatino e ho obbedito». Dopo di allora, spiega, il centro destra non ha più avuto la forza di imporre la privatizzazione, anche «se ci prova ancora in modo strisciante». E ora «bisogna stare attenti con il federalismo fiscale: si rispetta la Costituzione che parla di livelli essenziali di assistenza va bene, ma se si parla di livelli minimi allora è a rischio l’universalità delle cure». Quanto ai DICO, «gli organizzatori del Family Day hanno pagato conseguenze molto pesanti, perché non c’è mai stato un governo peggiore di questo nelle confronti delle famiglie, che sono state lasciate sole davanti alla crisi e contrariate persino nei modelli di vita che feriscono la dignità delle donne».

 

La stagione dei diritti «Una delle pagine più importanti della storia del riformismo», Walter Veltroni, quando lo sentiamo, ha appena finito di parlare in Puglia a sostegno di Nichi Vendola. «Paragonabile - dice - alla stagione dei diritti civili degli anni Sessanta: 30 milioni di persone incluse nel diritto alla salute». Altroché Obama appannato e sbiadito, «come ho sentito dire anche nelle riunioni del Pd». Obama «ha avuto contro le Tv, i conservatori, i corporativismi. Si è scatenato l’egoismo sociale ma ha vinto l’inclusione». La politica, dice l’ex segretario, è «il coraggio del cambiamento radicale ma se sei costretto alla ricerca del minimo comune denominatore» invece del riformismo c’è «il piccolo cabotaggio». Difficile, perché «per cambiare devi anche andare contro una parte di te stesso». E rivendica, si parva licet: «Il Lingotto voleva essere questo, perché è più difficile suscitare passione su una proposta riformista che su un’opposizione costruita sui no».

 

Rosi Bindi e Walter Veltroni, collocati su diverse sponde Pd, però guardano tutti e due più alla lezione americana che a quella francese: «Quella è una scuola democratica», dice Rosi Bindi. Però anche la Francia, con la prudenza dettata dall’astensionismo che ha raggiunto il 50%, qualche indicazione sul vento che cambia la dà. Bindi: «Lavoro, diritti, uguaglianza sono valori da declinare in modo nuovo e da non compromettere. Mai come ora si deve puntare sulle scelte giuste. Forse non sono ancora vincenti ma, se siamo convinti, lo saranno». Veltroni: «Il populismo della destra non regge alla crisi. È importante che ci sia in campo un’alternativa. La sinistra francese aveva ottenuto, l’anno scorso, il 18 %. Le politiche si giudicano su tempi medio-lunghi». L’Italia è «stanca, deve uscire dalla morsa che incentra tutto sui problemi del premier, altrimenti il paese va a picco».

 

Il risultato francese elettrizza, invece, sulle loro diverse sponde, Claudio Fava (Sel) e Angelo Bonelli (Verdi) che qualche mese fa si sono lasciati in modo non consensuale al congresso che li doveva unificare. Piace a Claudio Fava il sorriso delle tre donne protagoniste della vittoria: «Sorridenti e non diffidenti, simbolo di una sinistra unita e plurale dove hanno pari dignità storie politiche diverse». È qualcosa che dovrebbe parlare anche al Pd «se lì c’è ancora qualcuno che pensa di poter fare tutto da soli». Bonelli ha ancora sul viso i segni del suo solitario sciopero della fame fatto perché «questo è un paese dove si parla solo di Berlusconi e di anti-Berlusconi. Non dei problemi veri, compresi quelli energetici e ambientali». Spiega anche così le maggiori difficoltà dell’ambientalismo italiano. Cita Cohn Bendit e gli studenti di Taranto: «L’aria pulita non è né di destra né di sinistra». E sogna un movimento che abbia per vessillo il tricolore: verde, bianco e rosso. Jolanda Bufalini L’U 23

 

 

 

XV Giornata in ricordo delle vittime delle mafie. “Legami di legalità, legami di responsabilità”

 

“Questa iniziativa voluta da Don Ciotti ha dimostrato ancora una volta che le mafie non riescono a vincere, neanche spargendo dolore: tanti familiari, i più disperati, hanno raccontato come grazie al sostegno di Libera siano riusciti a trasformare in impegno costante, contro le mafie, il proprio strazio”. Parole di solidarietà e vicinanza quelle espresse dall’on. Laura Garavini in occasione della XV edizione della Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie promossa a Milano da ‘Libera - associazioni nomi e numeri contro le mafie’. “È stato bello vedere come oltre 150.000 giovani e cittadini comuni si sono affiancati a Don Ciotti e ai parenti delle vittime in una corale manifestazione contro le mafie. La loro partecipazione è stato un forte segnale contro la devastante forza criminale delle mafie, che non solo spezza vite, ma distrugge le esistenze di intere famiglie”.

 

“Incomprensibile e inaccettabile”, invece, la disattenzione della RAI per questo evento. Per la capogruppo del PD in Commissione antimafia “il silenzio dell’informazione pubblica su questa iniziativa, che ha visto il patrocinio del Presidente della Repubblica e la presenza di tutti i familiari delle vittime di mafia, è inqualificabile. Denuncerò”, ha annunciato la Garavini, “alla Commissione di vigilanza della RAI la mancata attenzione riservata dal TG1 alla manifestazione antimafia organizzata da Libera a Milano”. De.it.press

 

 

 

 

 

Il commento. La bandiera vaticana

 

Le elezioni sono alle porte e la Chiesa italiana ha parlato: o meglio, ha parlato la Cei per bocca del cardinal Bagnasco. La precisazione è d'obbligo: è possibile che una sola voce riesca ad esprimere la quantità e la qualità delle posizioni che si muovono nella realtà del mondo cattolico?

 

Ci si chiede anche se le elezioni amministrative siano un'occasione di tale importanza da imporre che si levi in modo speciale la voce di un'autorità morale e spirituale come la Chiesa nella sua espressione gerarchica, obbligata dalla sua stessa natura a essere al di sopra delle parti . E non intendiamo levare la pur sacrosanta protesta di chi chiede che le autorità ecclesiastiche si astengano dalla lotta politica: anche se si potrebbe  -  e forse si dovrebbe, visti i tempi  -  ricordare ai vescovi che ci sono tante occasioni di urgenze grosse e di scandali clamorosi davanti ai quali la loro voce dovrebbe trovare il coraggio di levarsi. Lo stato morale del Paese è disastroso. C'è una corruzione che ha invaso  -  partendo dall'alto  -  anche i più remoti angoli dove si dà esercizio del potere. È cosa recentissima la pubblicazione del rapporto annuale dell'agenzia internazionale per il monitoraggio dello stato dei diritti umani nel mondo: e lì abbiamo letto note ben poco confortanti per il nostro

Paese. Che cosa può fare un vescovo in questa situazione?

 

I modelli di vescovi che hanno saputo affrontare senza paura i potenti per esercitare il loro compito di pastori di anime e di guide di coscienze non mancano certo nella millenaria storia della Chiesa: il gesto di ripulsa e di condanna di Sant'Ambrogio davanti all'imperatore Teodosio fondò il diritto del vescovo di Milano a guidare il suo popolo. Non sono più tempi così drammatici, penserà qualcuno. Eppure l'appello del cardinal Bagnasco ha un tono di una certa drammaticità. Anche se nel suo discorso sono stati toccati diversi problemi, nella sostanza uno domina su tutti gli altri. Gli elettori sono stati invitati a seguire nella scelta elettorale la bussola della questione dell'aborto.

 

 

 

Ora, la domanda che si pone è se questo è veramente il problema dei problemi, quello per cui sta o cade la società. Si dice che questa funzione è quella che prima di tutte le altre appartiene alla Chiesa: la difesa della vita. Bandiera nobile, se altre ce ne sono. La vita umana va difesa. Su questo siamo tutti d'accordo. Ma allora bisogna essere conseguenti e andare fino in fondo. Prendiamo un caso: sono passati appena pochi giorni da un episodio gravissimo: una madre ha partorito in una stazione di sport invernali dove lavorava, sulla neve dell'Abetone. Aveva un permesso di soggiorno legato al suo posto di lavoro. Ha nascosto il parto, il neonato è morto soffocato. Un'immigrata non può avere figli senza rischiare di perdere il lavoro: è l'effetto di una legge approvata da un governo di centrodestra che si vanta di avere il consenso degli italiani. E l'appoggio della Chiesa a questo governo produce ogni giorno effetti devastanti.

 

Noi non sappiamo quanti siano gli aborti clandestini che si praticano in Italia. Fu per affrontare la piaga dell'aborto clandestino che fu varata la legge 194. E l'effetto si è visto. Era un modo civile di affrontare una piaga antica, ben nota alle autorità ecclesiastiche. Per secoli l'arma della scomunica non ha impedito che nel segreto delle famiglie si eliminassero i figli indesiderati laddove le ferree catene del bisogno imponevano di non aumentare le bocche e di non avere figlie femmine. Allora la scomunica non colpiva i colpevoli della iniqua distribuzione delle risorse. E ancora oggi la condanna ecclesiastica non colpisce coloro che hanno varato quella legge che provoca lutti e dolori, che impedisce alle donne immigrate di avere figli. Né colpisce le forze politiche che non hanno a cuore la tutela della famiglia e che dedicano tutta la loro forza a sottrarre alla legge un presidente del Consiglio invece di varare una riforma fiscale che introduca il quoziente famiglia. Invece basta un normale appuntamento elettorale perché si ripeta ancora lo stanco spettacolo di un'autorità ecclesiastica che si schiera a favore di una parte politica contro un'altra. È un rito vecchio, logorato dall'uso, ripetitivo, facilmente decifrabile. Siamo a una scadenza elettorale resa inquieta dal silenzio della televisione di Stato, assurdamente determinata a lasciare i cittadini in una condizione di dubbio e di perplessità. Sono semplici elezioni amministrative. Non è in gioco la sorte del governo. Si tratta di scegliere i candidati più credibili per affidare loro l'amministrazione di regioni e città. Ci aspettavamo di essere messi in grado di scegliere serenamente sulla base dei profili dei candidati e del contenuto dei loro programmi. Ma di programmi è stato molto difficile parlare.

 

Il confronto è stato oscurato dall'episodio della clamorosa incapacità del più potente partito italiano di mettere insieme una lista di candidati e di farla pervenire alla scadenza dovuta davanti all'ufficio competente. Una manifestazione di piazza ha costruito lo spettacolo televisivo per raggiungere in un colpo solo tutti gli elettori. Ma forse anche questo spettacolo rischiava di non essere efficace. E allora, che altro si poteva fare per dare una mano al Pdl e combattere la candidatura di Emma Bonino nel Lazio?   ADRIANO PROSPERI LR 23

 

 

 

 

Intercettazioni utili e vizi spiati. Una democrazia un po' malata

 

La nostra democrazia è malata. Di intercettazioni? Lo sostiene la maggioranza di governo, che vi intravede una «congiura » ai propri danni. Lo nega l’opposizione, che vi ravvisa (anche) un’opportunità per criticare la politica dell’avversario, e persino i «vizi privati» dei suoi rappresentanti. Che le intercettazioni siano utili per combattere il crimine è indiscutibile.

Ma è anche indiscutibile che siano pericolose se usate per denunciare l’immoralità (i vizi non sono reato). Circoscrivere la malattia all’utilizzo delle intercettazioni, da parte della magistratura, e alla loro divulgazione, da parte dei media, è, però, riduttivo. Il male oscuro di cui soffre la nostra democrazia è una «malattia dell’anima» degli italiani. Ne ha già contagiati molti; minaccia di contagiarne altri. Dice Antonio Di Pietro: «Chi non ha nulla da nascondere non deve temere le intercettazioni ». Non è sorprendente che lo pensi un ex poliziotto; è anomalo che ci creda un ex magistrato; è inquietante che lo dica un parlamentare della Repubblica nata dalla Resistenza antifascista.

È la stessa sindrome della quale sono morte le democrazie, in Italia, in Spagna, in Germania, nel Ventesimo secolo. Si violano le libertà individuali, per il Bene comune; e si finisce con uccidere la democrazia. I cittadini della Germania comunista — come ha raccontato il film «Le vite degli altri» — erano preoccupati, e indignati, dell’intrusione delle intercettazioni telefoniche nella loro vita privata da parte della polizia politica (la Stasi). In Italia, gran parte degli intellettuali, dei media, della classe politica, dei cittadini comuni è entusiasta dell’idea di sapere che cosa pensano, e dicono al telefono, «gli altri ». Ma la divulgazione delle intercettazioni, anche in presenza di fumus criminis, è persino una violazione della sfera privata, nonché dei suoi diritti, anche dell’inquisito, per non parlare di chi ne è esente.

Da noi, si ritengono «utili» le intercettazioni e «giusta» la loro divulgazione in nome di una non meglio precisata Etica pubblica. I tedeschi orientali sognavano l’eliminazione delle intercettazioni, e l’hanno salutata come una liberazione alla caduta del Muro che aveva separato il mondo dell’oppressione da quello della libertà. Molti italiani ne auspicano l’aumento e plaudono alla loro divulgazione come una garanzia democratica. Nella loro testa non è ancora caduto il Muro che dovrebbe separare l’idea di libertà, e di moralità, individuali da quella di «Stato- papà-padrone» che veglia sui propri figli, ne punisce, e ne corregge, i difetti con le intercettazioni e la loro divulgazione.

Che, poi, la «malattia dell’anima » sia sintomatica di una malintesa idea di democrazia liberale, come utopico sistema di «perfezione» morale e politica, nulla toglie alla sua pericolosità. Tornano alla mente le profetiche parole di Karl Popper, che pochi italiani conoscono, forse, neppure apprezzano e sulle quali sarebbe bene, invece, meditare: «È un comportamento arrogante tentare di portare il paradiso sulla terra, giacché in tal modo riusciremo solo a trasformare la terra in un inferno. E, se non vogliamo che ciò accada, dobbiamo abbandonare i nostri sogni di un mondo perfetto». Piero Ostellino CdS 23

 

 

 

 

 

Troppi costretti a far la coda per l'acqua. E siamo nel 2010

 

In Nigeria migliaia di persone si sono messe in fila al Wuse Market di Abuja, il bazar cittadino, per partecipare alla «Più grande coda del mondo per la toilette». Lo stesso faranno altri oggi a Port Harcourt, sempre in Nigeria. Si tratta di manifestazioni silenziose, con la gente in colonna per uno. Ce ne saranno centinaia del genere, collegate tramite un sito web sponsorizzato dall'Unicef, in 55 Paesi, ovunque sono sorti gruppi che intendono segnalare così che l'acqua non è solo quella che si beve, ha a che fare con la dignità delle persone, con l'igiene, la diffusione delle malattie, l'inquinamento. E alla fine con la morte di 4 mila bambini ogni anno, per dissenteria, sete o comunque per non aver avuto sufficiente acqua di buona qualità e cibo. Perché anche per produrre zucchine e manioca serve acqua.

 

Tutto ciò che si trasforma e si deve diluire ne ha bisogno. E quindi si può convertire in acqua: un chilo di riso vale 4.500 litri di pioggia o irrigazione, una pentola di alluminio almeno 100 mila litri, lavare i piatti a mano in una casa occidentale: 20 litri, in lavapiatti il doppio, tirare lo sciacquone: 10 litri. Nel frattempo ogni 17 secondi nel mondo degli assetati un bambino muore. Ci sono ancora 884 milioni di abitanti del Pianeta senza accesso all’acqua potabile. Di più. Il 39 percento dell'umanità non ha a disposizione un servizio fognario adeguato (2,7 miliardi di esseri umani). Senza igiene muoiono 5 milioni di persone ogni anno, di cui 1 milione e 800 mila bambini, 4.900 al giorno. In otto mesi quanto tutti i bambini d'Italia, ha calcolato il Cipsi, consorzio di ong e associazioni che aderisce al Forum sull'acqua pubblica e proprio oggi avvia una raccolta di fondi via Sms per progetti in 15 Paesi di 3 continenti. Non avere fognature e bagni significa anche che nei paesi in via di sviluppo il 90 percento delle acque di scarico sono riversate direttamente nei fiumi e quindi, oltre ad ammalare le popolazioni che attingono a valle, si inquinano bacini e falde acquifere, mari costieri, laghi.

 

Dare uno sbocco pulito alla fila per il bagno del mondo è davvero impellente. Anche perchè dopo anni di miglioramenti - si legge nel rapporto 2010 dell’Organizzazione mondiale della sanità - si sta assistendo ad un peggioramento della situazione nelle aree urbane dei Paesi poveri. Il fenomeno che per imbarazzo chiameremo in inglese «open defecation», cioè arrangiarsi all’aperto, è diminuito dal 25 al 17 percento tra il 1990 e il 2008 e ormai si concentra nell’Asia meridionale e l’Africa Sub Sahariana. L’84 percento di chi lo fa - in tutto oltre un miliardo di individui - vive in aree rurali. Recentemente però l’Oms registra un incremento del 4 percento nelle città, a causa dell’assembramento caotico frutto dell’urbanizzazione di massa. Le persone fuggono dalla povertà e dall’assenza di servizi delle campagne e si riversano negli slum o baraccopoli, dove trovano ancora meno fognature e condotte idriche.

 

Ill sottotitolo della Giornata mondiale dell'acqua di oggi mette l’accento sulla sua qualità. Preoccupa che l'anno 2009 abbia registrato un calo massiccio delle precipitazioni, allarmano le alluvioni e le piogge torrenziali di quest’anno. Ma a preoccupare ancora di più è la contaminazione delle riserve idriche di cui ancora disponiamo. Sia per effetto degli inquinamenti umani e industriali, sia per colpa degli sprechi. Le acque sotterranee, di qualità più alta, dovrebbero essere usate solo per usi alimentari. Poi ci sono le acque dolci di superficie, laghi e fiumi, che depurate sono potabili, e così via verso quelle grige e nere. Come dice il poeta e filosofo della scienza Gaston Bachelard <CF161>L'eau coule toujours, l'eau tombe toujours, elle finit toujours en sa mort horizontale. </CF>La morte dell'acqua è infinita. Ma la risorsa, abbiamo scoperto, non lo è. Tra un mese esatto Unicef e Oms faranno il punto della situazione. Rachele Gonnelli  L’U 22

 

 

 

 

Acqua, in ballo c'è il futuro di tutti noi

 

Caro Direttore, in questi giorni il dibattito sulla privatizzazione dell’acqua, successivo all’approvazione del decreto Ronchi e alla decisione di sottoporlo a referendum ex art. 75 della Costituzione si sta arricchendo di importanti contributi. Alla vigilia della Giornata mondiale dell’acqua, il nostro Paese ha visto, sabato scorso, sfilare a Roma migliaia di persone che hanno protestato contro la nuova norma. Se è vero che invariabilmente gli ultimi referendum non hanno raggiunto il quorum del 50% dei partecipanti dimostrando stanchezza dell’elettorato per uno strumento di democrazia diretta che dovrebbe essere usato soltanto come extrema ratio, è altrettanto vero che questa volta la posta in gioco è altissima. Un dibattito serio su questo tema è dunque essenziale perché davvero ne va di mezzo il futuro di tutti noi.

 

Infatti, la consegna definitiva del controllo delle riserve idriche a soggetti privati multinazionali, voluta dal Decreto Ronchi costituisce la più significativa resa della sovranità politica a soggetti privati multinazionali avvenuta in Italia negli ultimi vent’anni. Ciò è avvenuto con un semplice voto di fiducia (senza dibattito parlamentare) proprio mentre in tutto il mondo si sta cercando di ripensare il modello di sviluppo fondato sulla privatizzazione e sull’egemonia delle compagnie multinazionali per smussarne quantomeno i lati speculativi più inaccettabili.

 

Per esempio, il Comune di Parigi, dopo venticinque anni in cui due multinazionali si spartivano il controllo del mercato idrico, è tornato ad un modello di gestione pubblicistica con immediata riduzione delle tariffe ed aumento degli investimenti. Infatti, abbiamo visto come la gestione «for profit» dei servizi idrici, come peraltro di tutti i servizi di pubblica utilità resi in regime di monopolio o di oligopolio (per esempio le Autostrade), comporti storicamente una riduzione degli investimenti ed un aumento dei prezzi.

 

Per far fronte a questo problema strutturale occorre perciò escogitare buoni strumenti non profit (su cui la cultura giuridica sta lavorando), i soli che consentono il prevalere di una logica ecologica di lungo periodo piuttosto che di quella economica di brevissimo periodo dettata dai valori delle azioni sui mercati finanziari.

 

La progressiva scarsità dell’acqua sta creando in tutto il mondo una corsa delle multinazionali al controllo di ogni risorsa idrica, perché si tratta di controllare una potenziale fonte di profitto ingentissima creato da un bisogno ineludibile, quello di bere ed irrigare. Senza acqua la vita è semplicemente impossibile e ci sarà quindi sempre domanda di oro blu. Ma questa risorsa soddisfa un diritto fondamentale dell’uomo ed è troppo importante per essere gestita con a mente il solo profitto.

 

Il decreto Ronchi obbliga alla privatizzazione del servizio idrico costringendo ogni ente, (pubblico o privato che sia) che attualmente in modo diverso da territorio a territorio sta gestendo l’acqua a trasferire il controllo a società private entro fine 2011. Questa scelta politica, provocando la simultanea offerta sul mercato di tutte le quote di gestione, avrà come effetto naturale la svendita del servizio creando le condizioni per un ennesimo regalo dal pubblico al privato.

 

È singolare come il decreto sia stato voluto da una maggioranza in cui una componente assai forte fa del federalismo e dell’autonomia dei territori una propria bandiera. Esso concretizza in realtà una mossa di centralizzazione nella gestione dell’acqua irragionevole, autoritaria ed estremamente pericolosa per la stessa sopravvivenza. Molti amministratori locali, costretti a svendere strutture e tecnologie create negli anni sulla base della fiscalità generale, se ne stanno accorgendo. La speranza è che il dibattito referendario possa far capire questa drammatica realtà anche a quei cittadini che vogliono essere padroni a casa propria.

UGO MATTEI, Professore di Diritto civile all’Università di Torino LS 22

 

 

 

 

Fini: «Il presidenzialismo può attendere. Il Pdl non sia la fotocopia della Lega»

 

«Il presidente del Consiglio rilancia l'ipotesi del presidenzialismo, mi fa piacere, sono convinto che la democrazia deve essere rappresentativa, ma credo che in questa legislatura sarà difficile parlare di forma presidenzialista e sarà più complesso proprio perchè non credo che l'opposizione sia disposta a parlare di riforma presidenzialista. Se l'opposizione non è d'accordo su questo punto si andrà al referendum approvativo». Lo ha detto il presidente della Camera Gianfranco Fini, a Padova per presentare il suo libro 'Il futuro della libertà'. Secondo la terza carica dello Stato, bisognerà anche sciogliere il nodo sulla figura di un presidente della Repubblica anche capo dell'esecutivo, «Su questo dovremmo discutere - ha proseguito Fini - il modello francese è comunque un modello esportabile pur con pesi e contrappesi. In ogni caso - ha aggiunto Fini - non è vero che il presidente eletto dal popolo è un dominus assoluto ma soggetto a pesi e contrappesi». «Oggi le riforme le dobbiamo fare - ha concluso Fini - ma non dobbiamo parlare come un mantra consolatorio perchè la pubblica opinione non crede più a una classe dirigente che parla di riforme e poi non le fa».

 

Quanto alle polemiche del Pdl contro la Quastura su piazza San Giovanni, dice Fini: «Ho trovato la dichiarazione del ministro Maroni encomiabile».  «Il ministro Maroni - ha proseguito Fini - è stato bravo quando ha ricordato che presso il ministero degli Interni, Questura e Prefettura, operano servitori dello Stato che sanno il fatto loro. Ha avuto senso delle istituzioni - ha evidenziato il presidente della Camera - le polemiche non possono riguardare tutto e tutti. È normale che tra chi organizza e le autorità ci sia sempre un divario, bravo Maroni che ha detto basta le polemiche».

 

«La politica con i suoi strumenti tradizionali, i partiti, è figlia del secolo scorso. Oggi dobbiamo discutere di nuove forme di partecipazione e non fermarci al dibattito su beghe di quello che è accaduto ieri od oggi», ha aggiunto Fini.Il presidente della Camera ha quindi lanciato una 'sfidà al centrodestra: «La vera crisi di una famiglia politica come la sinistra europea è un deficit di chiavi interpretative del futuro: fa fatica ad immaginare qual è il futuro. La sinistra arranca, non riesce a capire i cambiamenti della società e su questo il centrodestra può impegnarsi nella sfida più difficile, anche alta, la sfida più bella da vincere».

 

«Tra l'originale e la fotocopia si sceglie l'originale. Il rapporto con la Lega è strategico non solo per il Nord ma per l'Italia, ma se il Pdl sembra la fotocopia della Lega perchè mai si deve scegliere la fotocopia e non l'originale?», ha detto poi Fini.

 

«Se guardo al futuro, un giorno io vedo Gianfranco Fini presidente della Repubblica o presidente del Consiglio». Così Lucio Garbo, direttore-editore della rete tv Canale Italia si è rivolto al presidente della camera Gianfranco Fini nel corso di un'intervista pubblica al Caffè Pedrocchi di Padova. E il presidente della Camera diplomaticamente gli ha risposto: «Tieni gli occhi chiusi e così non mi vedi ed evitiamo di entrare in questo ginepraio...». Poi a un'altra domanda sulle sue ultime prese di posizione e sulle tesi rilanciate anche nel suo libro 'Il futuro della liberta«, Gianfranco Fini ha spiegato: «Certo non mi sfugge che alcuni apprezzamenti che vengono da sinistra sono strumentali. Siamo in campagna elettorale, un momento topico ed è normale che sia così». E comunque sui temi di stretta attualità politica, nonostante le domande dei giornalisti Fini si è sottratto rispondendo «martedì prossimo, dopo che si è votato cominceremo a ragione su questi temi».

 

Fini non vuole lasciare il Pdl, chiede solo «chiarimenti», assicura il sindaco di Roma, Gianni Alemanno. «Pochi giorni fa - spiega - ho sentito telefonicamente Fini. Non ha nessuna intenzione di lasciare il Pdl, vuole solo dei chiarimenti». Per Alemanno, tuttavia, dopo le regionali è necessario che si svolgano i congressi del partito a livello «provinciale e regionale» per «arrivare a far funzionare la democrazia interna del partito». L’U 22

 

 

 

 

Architetto e insospettabile Preso il capomafia palermitano

 

Arrestato dalla Gdf, Giuseppe Liga. Da anni gestiva il tesoro dei Lo Piccolo

Era anche reggente regionale del Movimento cristiano dei lavoratori

In manette anche un cognato di Salvatore Inzerillo e due imprenditori - di SALVO PALAZZOLO

 

PALERMO - Un insospettabile architetto è stato arrestato a Palermo con l'accusa di essere l'erede dell'ultimo grande padrino latitante finito in manette, Salvatore Lo Piccolo. Giuseppe Liga, 59 anni, reggente regionale del Movimento cristiano lavoratori, è stato fermato all'alba dai finanzieri del nucleo speciale di polizia valutaria del capoluogo siciliano su ordine della Procura e del gip Silvana Saguto. Gli vengono contestate le accuse di associazione mafiosa ed estorsione: Liga avrebbe continuato a gestire il tesoro di Lo Piccolo, il boss di Tommaso Natale che fra il 2006 e il 2007 aveva esteso il suo potere su tutta la città stringendo i commercianti e gli imprenditori nella morsa del racket. Il 5 novembre 2007 Lo Piccolo finì in manette, ma c'era già un suo fidato emissario ad occuparsi della riorganizzazione del clan.

 

Assieme all'architetto i finanzieri hanno arrestato anche Giovanni Angelo Mannino, 57 anni, il cognato di Salvatore Inzerillo, uno dei padrini della vecchia guardia che fu ucciso nel 1981, all'inizio della guerra di mafia. L'arresto di Mannino conferma quanto ormai da mesi sta drammaticamente emergendo dalle indagini: dopo gli arresti e i processi che sembrano aver fiaccato i corleonesi di Riina e Provenzano, ai vertici di Cosa nostra sono tornati i "palermitani", i mafiosi della vecchia guardia che negli ultimi vent'anni sono apparentemente rimasti ai margini dell'organizzazione, ma in realtà hanno curato lucrosi affari con gli Stati Uniti. Anche Mannino era comunque, a modo suo, un insospettabile: dopo l'assoluzione nel processo "Iron Tower" dall'accusa di traffico internazionale di droga (nel 1992), era diventato lo stimato gestore del ristorante "Lo Sparviero" di via Sperlinga. Gli ultimi pentiti lo definiscono adesso "uomo d'onore della famiglia di Torretta".

 

Nel blitz di questa notte sono finite in manette altre due persone: Agostino Carollo, 45 anni, e Amedeo Sorvillo, 57, due imprenditori palermitani che avrebbero fatto da prestanome a Liga nella società "Eu. te. co", Euro tecnica delle costruzioni.

 

Le indagini, condotte dai sostituti procuratori Francesco Del Bene, Gaetano Paci, Annamaria Picozzi e Marcello Viola nonché dall'aggiunto Antonio Ingroia, erano partite dopo alcune intercettazioni. Le voci che arrivavano dai segreti di Cosa nostra citavano un misterioso "architetto". Poi, altri spunti sono arrivati dai pizzini ritrovati al momento dell'arresto di Lo Piccolo: si faceva ancora riferimento all'architetto e ad alcuni passaggi di denaro con i vertici della cosca di Tommaso Natale. Il mistero dell'architetto l'hanno svelato quattro pentiti: Isidoro Cracolici, Francesco Franzese, Gaspare Pulizzi e Marcello Trapani. I primi tre, uomini della cosca Lo Piccolo. L'ultimo, è il suo ex avvocato, che da mesi sta collaborando con la giustizia dopo essere finito in manette.

 

Giuseppe Liga è stato pedinato a lungo, i suoi incontri riservati con i fedelissimi di Lo Piccolo sono stati anche intercettati. Intanto, l'architetto proseguiva la sua vita da insospettabile professionista e soprattutto da cattolico impegnato. Il 2 giugno 2009, durante la campagna elettorale per le Europee, al suo telefono arrivò una telefonata dalla segreteria del presidente della Regione Raffaele Lombardo.  Erano le 11,25. Alle 14,50, l'architetto fu fotografato dai finanzieri mentre entrava a palazzo d'Orleans, sede della presidenza della Regione, in piazza Indipendenza. Si trattenne fino alle 15,25.

 

Scrivono i magistrati della Direzione distrettuale antimafia: "Le indagini hanno accertato che nel periodo in cui l'indagato aveva acquisito il ruolo di reggente del mandamento di Tommaso Natale-San Lorenzo, Liga non ha trascurato il suo impegno politico pubblico con il Movimento cristiano dei lavoratori, dimostrando così la capacità di infiltrazione dell'organizzazione mafiosa nelle istituzioni".

 

Il 3 giugno, Liga fu intercettato mentre parlava dell'incontro col presidente della Regione a Marco Belluardo, assessore comunale di Catania e consigliere nazionale dell'Mcl: "Si, i fac-simili li avevo e... lui mi ha dato il resto....", così diceva. Il 19 giugno, Liga fu intercettato al telefono mentre parlava con Carlo Costalli, rappresentante legale dell'Mcl. Disse: "Anche perché io ho avuto dei contatto con Raffaele... durante la campagna elettorale... ci sono alcune cose in movimento... vorrei parlartene riservatamente... ".

 

I misteri dell'architetto sono ancora tanti. Questa notte i finanzieri hanno perquisito anche la sede del Movimento cristiano lavoratori, in via Cerda, a Palermo. Numerosi documenti e alcuni computer dell'architetto Liga sono stati sequestrati. LR 22

 

 

 

 

 

'Stop al silenzio, in onda pure con Benigni'. Santoro presenta "Rai per una notte"

 

«Sarà un avvertimento democratico» - Il conduttore di Annozero illustra i contenuti dell'evento del 25 marzo a Bologna

 

MILANO - «Siamo giornalisti schierati, sì, dalla parte del pubblico». Ha esordito così Michele Santoro nel presentare Rai per una notte, lo speciale contro «la serrata pre-elettorale in tv» (la definizione è di Marco Travaglio) che si terrà il 25 marzo alle 21 al Paladozza di Bologna. «Andremo in onda per riaccendere l'informazione che è stata spenta - ha detto il conduttore di Annozero durante la conferenza stampa presso la sede della Fnsi -. Per la prima volta si potrà parlare dello sciopero bianco degli abbonati della Rai, privati dei loro programmi che cercheranno in tutti i modi di rivedere. Da Bologna racconteremo quello che ci è accaduto realmente in questi giorni perché non è stato fatto con chiarezza».

 

«PRIMO SCIOPERO ABBONATI RAI» - L'evento, che sarà trasmesso da radio, siti, piazze e tv (tra cui anche Rainews 24), sarà seguito in diretta da Corriere.it. In scaletta, oltre al ritorno di Daniele Luttazzi (il giornalista di Annozero lo ha sottolineato con orgoglio), anche un'intervista a Roberto Benigni. Rai per una notte sarà un «avvertimento democratico al Paese» contro la «costrizione al silenzio», ha sottolineato Santoro: battendosi per il diritto all'espressione e all'informazione, in fondo «ci si batte anche per Silvio Berlusconi e per il Pdl». «Ci battiamo per tutti, anche per Berlusconi che non sarà in trasmissione per sua scelta: sono felice di aver dato vita a questa iniziativa», ha spiegato il giornalista. «Qualunque scelta faranno in futuro - ha aggiunto - il silenzio sarà spezzato, non si potrà mettere a tacere l'informazione». «Racconteremo cose che altri non raccontano, perché il racconto della nostra storia non è stato fatto dagli altri mezzi di comunicazione» è la promessa di Santoro, ospite con il vignettista Vauro e con Marco Travaglio della Fnsi. Secondo Travaglio, «l'editto» del Cda della Rai sta solo a significare che «il re della tv ha paura delle telecamere. È una scena da Hitler nel bunker, forse sta per saltare il tappo e io sarei felice se accadesse quanto prima». Ma «a differenza dell'editto bulgaro, questa volta una reazione c'è stata» ha detto Travaglio, facendo riferimento al «grande contributo della Rete».

SOTTOSCRIZIONI - Santoro ha poi spiegato che la trasmissione del 25, organizzata dopo il blackout deciso dal Cda della Rai, costerà 130mila euro complessivi: ci lavoreranno gratuitamente un centinaio di persone e l'evento è stato reso possibile dal contributo volontario di 50mila sottoscrittori.

OSPITI - Al Paladozza, oltre ai molti giornalisti e conduttori, non ci saranno politici e neanche Bruno Vespa, che «pur invitato, non parteciperà». «Dal nostro punto di vista la cosa più importante - ha sottolineato Santoro - è che quanta più gente guardi questa manifestazione-trasmissione». A Bologna saranno presenti Giovanni Floris, Gad Lerner, Morgan, il Trio Medusa, Daniele Luttazzi, Antonello Venditti, Elio e le Storie Tese, Piovani, Filippo Rossi di Fare Futuro, Riccardo Iacona, Barbara Serra e Giulia Innocenzi. In forse i contributi di Milena Gabanelli e Sabina Guzzanti.

Redazione online  CdS 22

 

 

 

 

Un sistema per compattare l'alleanza

 

Silvio Berlusconi è alla ricerca di un progetto che possa risultare unificante per il centrodestra, all’indomani di un risultato elettorale come quello delle regionali che s’annuncia, anche nel migliore dei casi, non radioso. L’ideale sarebbe recuperare il pacchetto di riforme economiche liberali e liberiste, a cominciare dal taglio delle tasse, con cui il Cavaliere esordì sedici anni fa. Ma anche senza che il ministro Tremonti glielo ripeta, Berlusconi sa bene che al momento simili proposte sono incompatibili con la situazione economica ancora difficile e con i vincoli europei.

 

Di qui l’idea del ritorno alle riforme istituzionali, meno sexy, certamente, per un elettorato che dà già molti segni di stanchezza, e già provate nella precedente legislatura di governo del centrodestra con un risultato mediocre. All’interno del pacchetto della Grande Riforma, tuttavia, c’è un argomento, il presidenzialismo, che non a caso il premier ha rilanciato nei suoi ultimi comizi, e che può risultare mobilitante, se non per un elettorato affamato di contenuti più concreti, almeno per rimettere insieme una maggioranza che, sia all’interno del Pdl, sia nel rapporto con la Lega, mostra crepe evidenti a soli due anni dalle elezioni del 2008.

 

L’elezione diretta del Presidente della Repubblica è infatti da sempre la bandiera di Fini e degli ex An a lui più vicini. L’unità nazionale raccolta attorno ad un uomo, scelto dagli elettori e che la rappresenta carismaticamente, è per il Presidente della Camera l’unico prezzo possibile per l’accettazione di un’effettiva introduzione del federalismo, richiesta su cui Bossi (non a caso freddo al momento sul presidenzialismo) basa la continuazione dell’alleanza con il centrodestra. Una Lega più forte, tra l’altro, come quella che s’annuncia dopo le regionali, diventerà ovviamente più esigente: ed ecco per il Cavaliere la necessità di arrivare alla trattativa con un’impostazione che possa tenere insieme i suoi due principali alleati. Inoltre, e questo nella strategia del premier non guasta, mentre a destra il presidenzialismo, coniugato con il federalismo, può servire a rinsaldare la maggioranza, a sinistra, dove il Pd cerca di stringere una nuova alleanza con Casini, produrrebbe l’effetto opposto: da sempre l’Udc, parlamentarista, è contraria a un Capo dello Stato o a un premier eletto direttamente.

 

Fin qui, il discorso fila. C’è solo un problemino da risolvere: se si arriva davvero al presidenzialismo, chi sarà il candidato della prima volta per il centrodestra?  MARCELLO SORGI LS 23

 

 

 

 

Famiglia, i figli costano troppo. Cifs: "In Italia sostegni al minimo". Meglio Germania e Francia

 

La spesa media è di 317 euro per i beni indispensabili. Fino a 798 euro per il mantenimento - L'indagine del Centro Internazionale Studi Famiglia si è basata su 4 mila interviste - "La spesa sociale a favore dei nuclei con bambini è all'1,1%. In Francia al 2,5%, in Germania al 3,2%

 

ROMA - I figli costano. Ma in Italia costano più che altrove, e diventano spesso un lusso. A metterlo in evidenza è il Rapporto famiglia Cisf 2009, secondo cui "le politiche messe in campo dall'Italia non solo non riconoscono i costi sostenuti dalla famiglia, ma penalizzano la famiglia che ha figli, e la penalizzano chi ne ha di più".

 

L'indagine del Centro Internazionale Studi Famiglia (Cisf) si è basata su 4 mila interviste e su un campione statisticamente rappresentativo delle famiglie italiane. Così è stato stimato che la spesa media mensile per i figli a carico è il 35,3 per cento della spesa familiare totale e rispetto all'equità fiscale verso la famiglia. Il costo mensile di mantenimento di un figlio per i soli beni indispensabili in termini assoluti per la classe di età 0-5 anni è infatti uguale a 317 euro e corrisponde a un costo di mantenimento di circa 3.800 euro annui. In media però, il costo di accrescimento di un figlio (che comprende il costo di mantenimento) è di 798 euro al mese. Le famiglie benestanti, poi, spendono per i figli circa l'83 per cento in più delle famiglie povere.

 

Secondo il Cifs insomma "la spesa sociale a favore della famiglia e bambini in Italia è solo all'1,1 per cento del Pil (dati 2005), rispetto al 2,5 per cento della Francia e il 3,2 per cento della Germania. Poiché un punto di Pil italiano vale 15,7 miliardi di euro (2008), colmare il divario rispetto alla Francia comporta una riallocazione di spesa pari a 22 miliardi di euro, che rappresenta una cifra impegnativa ma 'possibile', con un elevato rendimento sociale".

 

Dai dati Istat, spiega il Rapporto, emerge come non tutte le famiglie con figli siano in grado di garantire il mantenimento di uno standard di vita ritenuto 'accettabile'. Il rischio di collocarsi sotto questo standard e, quindi, di vivere in condizioni di 'povertà assoluta', aumenta al crescere del numero di figli. In particolare si osserva un evidente aumento del rischio per le famiglie numerose: quando nella famiglia ci sono almeno tre figli l'incidenza di povertà assoluta è doppia (8 per cento) rispetto a quella calcolata per il complesso delle famiglie italiane (4,1 per cento) e tripla rispetto a quella stimata per le coppie con un solo figlio (2,6 per cento).

 

 

 

L'augurio è che nasca una "politica non solo delle istituzioni pubbliche, ma anche di quelle private che sia orientata ai figli". Secondo il rapporto "occorre quindi un nuovo 'welfare relazionale' per i figli, impostare cioé le politiche pubbliche con un concetto relazionale, che si occupi delle nuove generazioni. Le nuove generazioni sono figlie di famiglie a cui bisogna dare l'attenzione che meritano. Lo Stato deve farsi carico di un equilibrato ricambio generazionale, che includa gli immigrati, e sia generativo delle nuove generazioni". La popolazione italiana, quindi, conclude il rapporto Cisf, "sopravvive decentemente proprio perché rinuncia ad avere figli".

LR 23

 

 

 

 

Homo videns e homo zappiens. Sconnessi e somari

 

Analfabeta è chi non sa l’alfabeto, e che perciò non sa leggere né scrivere. Beninteso, anche l’analfabeta parla e capisce frasi elementari. Per esempio capisce la frase «il gatto miagola», ma è già in difficoltà se la frase diventa «il gatto miagola perché vorrebbe bere il latte». L’esempio è di Tullio De Mauro, principe dei nostri linguisti, che torna alla carica con una nuova edizione del suo libro La cultura degli italiani. Cultura o incultura?

I suoi dati dicono che il 70% degli italiani è pressoché analfabeta o analfabeta di ritorno: fatica a comprendere testi, non legge niente, nemmeno i giornali. Per il sapere un 70% di somari è una maggioranza deprimente; e per la politica costituisce un’asinocrazia travolgente e facile da travolgere. Perché siamo arrivati, o scesi, a tanto? Quasi tutti puntano il dito sullo sfascio della scuola, a tutti i livelli. Perché è la scuola che dovrebbe «alfabetizzare ». Sì, ma chi ha sfasciato la scuola? Alla fonte, e più di ogni altro, sono stati i pedagogisti, il «novitismo pedagogico», i diseducatori degli educatori. E poi, s’intende, tanti altri: il sessantottismo demagogico dei politici, e anche la marea dilagante delle famiglie Spockiane (illuminate dal permissivismo a gogo del celebre dottore Benjamin Spock).

Ma quando si discute di trasformazioni della natura umana (io nel 1997 nel libro Homo Videns e di recente altri con la formula dell’Homo Zappiens) allora il fattore decisivo è la tecnologia. Così alla fine del 1400 nasce l’uomo di Gutenberg con l’invenzione della riproduzione a stampa della preesistente scrittura a mano; così, sostengo, l’invenzione della televisione crea un uomo forgiato dal «vedere» il cui sapere e capire si riduce all’ambito delle cose visibili a danno delle idee, delle immagini mentali create dal pensiero. Al limite, l’homo videns sa soltanto se vede e soltanto di quel che vede. Il che equivale a una perdita colossale delle nostre capacità mentali. Invece la teoria dell’homo zappiens trasforma questa perdita in una glorificazione, in un annunzio di nuovi e gloriosi destini.

La dizione è ricavata dal telecomando che consente e produce il cambiamento incessante dei canali televisivi; il che abituerebbe il nostro cervello al cosiddetto multitasking, al saper fare molte cose contemporaneamente. Davvero? Io direi, invece, che così veniamo abituati alla «sconnessione », a un saltare di palo in frasca che equivale alla distruzione della logica, della capacità logica di pensare una cosa alla volta, di mettere questa scomposizione analitica in sequenza, e nell’accertare se un rapporto prima-dopo sia anche un rapporto causa- effetto. Il progresso della tecnica è inevitabile.Ma deve essere contrastato quando produce l’homo stupidus stupidus. Sempre più i ragazzi di oggi vivono per 12 ore al giorno in «iperconnessione » e così, anche, in «sconnessione». Sono giustamente disgustati dalla politica. Ma dovrebbero anche essere disgustati di se stessi. Cosa sapranno combinare da grandi? Giovanni Sartori CdS 22

 

 

 

 

Nasce la banca dedicata agli immigrati

 

Extrabanca è "un istituto di credito multietnico" per gli stranieri in Italia

 

MILANO- Nasce a Milano Extrabanca, primo istituto di credito in Italia dedicato ai cittadini immigrati. La banca punta a raggiungere, entro il 2015, un totale di 40 filiali e 130.000 clienti, con 15 milioni di euro di investimenti e 90 milioni di ricavi, rivolgendosi ad un target che si prevede raggiungerà nel nostro Paese i 6,5 milioni di unità nel 2012 . Extrabanca vede tra i propri azionisti principali Assicurazioni Generali, che detiene oltre il 12% del capitale sociale, e Fondazione Cariplo, con una partecipazione di circa il 4%, e vuole porsi come interlocutore di riferimento degli stranieri residenti in Italia offrendo loro prodotti semplici, documenti disponibili in diverse lingue e orari di apertura prolungati.

 

«Siamo la prima banca multietnica e con uno staff multietnico, che mette realmente al centro il cliente immigrato in Italia», dice Andrea Orlandini, presidente e fondatore di Extrabanca. Un target rilevante soprattutto a Milano, spiega, dove «attualmente vivono 430mila immigrati, titolari di circa 20mila aziende». Con questa iniziativa, dice Orlandini, il capoluogo lombardo «assume la leadership a livello italiano, e l’Italia a livello europeo, a dimostrazione del fatto che lo spirito ambrosiano è ancora vivo e vegeto». Elementi centrali dell’offerta, rivolta soprattutto alle famiglie e alle piccole imprese con fatturato fino a 2,5 milioni di euro, sono prodotti di risparmio, mutui immobiliari, finanziamenti, rimesse ai paesi d’origine e gestione del risparmio. «Non siamo una banca etica -sottolinea Orlandini- ma una banca commerciale privata, con azionisti che desiderano vedere un ritorno dai propri investimenti, anche se comunque si tratta di un’iniziativa a forte valenza sociale». Un’iniziativa, continua, «che vuole restituire dignità agli immigrati, facendoli tornare ad essere protagonisti», e che si rivolge ai cittadini regolari sul territorio, vedendo nella legalità uno dei propri valori fondanti: «chi non ha il permesso di soggiorno - spiega Paolo Caroli, direttore generale dell’istituto di credito - non può essere censito, e di conseguenza non può aprire un conto corrente».

 

Per venire incontro alle esigenze dei clienti, le filiali di Extrabanca resteranno aperte dalle 9.00 alle 19.00 con orario continuato dal lunedì al sabato (occasionalmente anche la domenica) e lo staff, costituito per il 55% da dipendenti stranieri per la maggior parte laureati, vede la compresenza di 11 nazionalità. «Extrabanca è una banca nuova negli orari di apertura e nella qualità del servizio», afferma Caroli. «Una banca ’premium’ rivolta ai privati e alle aziende, dove -sottolinea con soddisfazione- si parlano 13 lingue diverse». Il cliente immigrato, dice Otto Bitjika, vicepresidente di Extrabanca, «deve venire da noi perchè si sente a casa sua, perchè qui non sarà mai straniero». L’obiettivo, spiega, è quello di «cambiare approccio e di mettere al centro il proyagonismo del singolo».

 

Positivo il commento del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che, in un messaggio inviato dal Quirinale, definisce l’iniziativa come «uno strumento utile a favorire il processo di integrazione di una immigrazione rispettosa della legge e il rafforzamento di una più salda coesione sociale», sottolineando come «la posizione degli immigrati, portatori di bisogni specifici ed insieme differenziati, richieda strutture gestionali capaci di rispondere efficacemente alle molteplici esigenze, attraverso circuiti economici trasparenti e facilmente accessibili». «Il nostro -dice Caroli- è un modello che fa leva su una struttura centrale semplice, in grado di assicurare nel tempo costi di produzione contenuti e proporre quindi un’offerta molto competitiva». Tra le iniziative commerciali messe a punto, il conto corrente senza canone ’Extrazerò, il libretto di risparmio "Extrarisparmio" remunerato al 3%, e un concorso a premi che mette in palio biglietti aerei verso i paesi d’origine dei clienti. LS 22

 

 

 

Agevolazioni della Regione. Partecipazione dei toscani all’estero alle elezioni regionali

 

  FIRENZE - Per favorire la partecipazione alle consultazioni elettorali regionali dei toscani all’estero che si terranno il 28 e il 29 marzo, sono previsti interventi specifici e agevolazioni (www.toscaninelmondo.org/wp-content/uploads/2010/03/scheda-elezioni-regionali-2010.doc )

  In particolare, gli aventi diritto al voto avranno nel frattempo ricevuto comunicazione dagli uffici dell’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (Aire) del comune toscano di riferimento, contenente una serie di informazioni. Gli interessati dovranno presentarsi nei giorni di voto muniti della tessera elettorale. Qualora non ne fossero in possesso, potranno ritirarla presso l’Ufficio elettorale comunale. La cartolina-avviso dà diritto a tutte le agevolazioni di viaggio concesse agli elettori per la votazione. Per il ritorno, il biglietto di viaggio dovrà essere esibito insieme con la tessera elettorale, munita del timbro della sezione nella quale l’elettore ha votato. Sia per il ritiro della tessera elettorale, sia per ottenere le agevolazioni di viaggio, insieme alla cartolina-avviso dovrà essere esibito il passaporto o un altro documento di riconoscimento.

  Al fine di agevolare l’esercizio del diritto di voto, la Regione Toscana ha disposto un’indennità a titolo di rimborso spese del seguente importo: 103 euro in favore dei cittadini provenienti dai paesi europei e 206 euro in favore dei cittadini provenienti dai paesi extra-europei. (Inform)

 

 

 

 

Berlusconi "invade" anche Unomattina. Bersani: pericoloso e pasticcione, vuole zittire tutti

 

«Non sono un monarca, ma esattamente il contrario, nel partito vige una democrazia assoluta». Lo dice il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, commentando le parole di Gianfranco Fini sul Pdl. «Qualcuno dice che si può migliorare - aggiunge il premier intervenendo a 'Uno Mattinà e rispondendo a Fini - certamente tutto si può migliorare, ma io sono soddisfatto degli organismi che ci siamo dati».  Quanto alla successione al Cavaliere, è «offensivo» persino parlarne. «Trovo offensivo -spiega- parlare di futuro con un leader che è in piena forma e con un indice di  apprezzamento al 62 per cento. Ma si rendono conto o no, questi  signori, di che cosa vuol dire l'approvazione dal 62 per cento degli  italiani?».

 

Nessuna possibilità di confronto e dialogo con una sinistra che insulta, offende, deride, delegittima, calunnia», aggiunge Berlusconi, ribadendo il suo no a ogni possibilità di confronto tv con Bersani ma anche di dialogo sulle riforme: «Ho detto che sarebbe meglio farle con l'opposizione, ma se vorrà cambiare e dialogare seriamente. Cosa che finora non è accaduta». Per il premier sarà possibile un confronto «quando l'opposizione diventererà credibile e capiremo con chi parlare se con i riformisti o con gli agitatori di piazza». Al contrario, Berlusconi rivnedica di essere «sempre stato disponibile al dialogo, ma in cambio ho avuto insulti, minacce, ostruzionismo in Parlamento e il ricorso al partito delle procure». Insomma, per il premier «è l'opposizione che deve cambiare, se cambia ne riparleremo».

 

Per le riforme sul presidenzialismo «abbiamo tre anni di tempo. L'abbiamo presentata nei nostri programmi elettorali. Dobbiamo rivolgerci ai cittadini e sentire loro per capire se preferiscono l'elezione diretta del presidente della Repubblica o del presidente del Consiglio», si sbilancia il Cavaliere. E l'aria di sinistra che tira in Francia? «I socialisti francesi -ha detto il presidente del Consiglio- hanno da tempo abiurato il comunismo. Da noi c'è una sinistra vetero-comunista e i 'verdì fasulli. Con questa sinistra e gli ambientalisti fasulli abbiamo già dato: li abbiamo visti all'opera due volte, con Prodi, sbranarsi fra loro sulla nostra pelle. E allora diciamo no grazie, non siamo masochisti».

 

La replica di Bersani Un dialogo con il Governo è impossibile perchè Berlusconi «zittisce» la sua stessa maggioranza, come dimostrano le 28 fiducie e i 58 decreti da lui variati da inizio legislatura. Lo ha detto il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, durante la visita al mercato settimanale di Latina. «Berlusconi - ha detto Bersani rispondendo alle domande dei giornalisti sull'odierna intervista del premier - con 100 voti in più alla Camera ha messo, in 20 mesi, 28 volte la fiducia e ha fatto 58 decreti legge, zittendo sia l'opposizione che la sua stessa maggioranza. Questo è il suo modo di confrontarsi». «Berlusconi - ha insistito il segretario del Pd - non accetta il confronto elettorale, intende la politica come un comizio continuo ed il Governo come un decreto continuo. Questo è il suo modo di dialogare - ha concluso - quindi non faccia ad altri accuse che non stanno in piedi».

 

Il Governo sulle riforme mostra di essere «pericoloso» nel suo minacciarle contro l'opposizione, ma anche «pasticcione» nel non saperne portare avanti alcuna, ha aggiunto Bersani. «Credo che queste chiacchiere - ha affermato - non vadano da nessuna parte». «Io sono sempre preoccupato - ha spiegato - quando parlano di riforme, perchè sono convinto che la riforma della Giustizia che ha in mente Berlusconi a me non piaccia. D'altra parte - ha proseguito - il ministro Alfano da due anni, ogni settimana, annuncia riforme. Quindi direi che sono pericolosi ma anche pasticcioni». «Dopo le elezioni regionali - ha concluso Bersani - fatto il bagno nella realtà, spero che il Governo voglia mettere mano al tema del lavoro». La campagna elettorale aggressiva di Berlusconi degli ultimi giorni, incentrata sulla sua persona, serve a «tacitare i suoi» che cominciano ad avere dei dubb, ha spiegato il leader Pd.  «Il problema di Berlusconi - ha detto Bersani - è che il suo messaggio è solo: 'i cieli sono azzurrì; inoltre il Governo ha orecchie da un'altra parte, verso chi è al riparo dalla crisi». «Il suo messaggio quindi - ha proseguito il segretario del Pd - è irrealistico ed ideologico. È un messaggio - ha proseguito - fatto di bene contro il male "Berlusconi sì, Berlusconi no". Tutto questo - ha concluso - serve per tacitare i suoi che cominciano ad avere dei dubbi, che cominciano a dirgli 'qui c'è qualche problemà».

 

Ieri sera il premier,  intervenuto ad una cena elettorale per Formigoni, ha definito la magistratura «la peggiore patologia». «Abbiamo - ha detto Berlusconi - un grave problema nella nostra democrazia. C'è una patologia che è la peggiore: è la magistratura con personaggi e correnti che fanno la guerra a chi non vogliono stia in maggioranza e al governo e per queste elezioni hanno fatto vincere il formalismo sul diritto legittimo dei cittadini a votare». Berlusconi ha quindi ricordato la vicenda relativa alla presentazione delle liste a Milano e a Roma. «In Lombardia - ha spiegato - la situazione è andata a posto mentre a Roma no». Ricordando quindi il momento in cui i rappresentanti delle liste del Pdl non sono riusciti a depositarle, ha affermato: «i magistrati, anche se vedessero il rappresentante del maggior partito italiano andare via dovrebbero rincorrerlo e dire: ma cosa state facendo? Volete togliere il diritto a milioni di persone di votare il loro partito?». Berlusconi ha anche ricordato quando nel 1994 gli arrivò una informazione di garanzia mentre era in corso il G8 a Napoli: «Tutto accadde con la complicità dell'allora presidente della Repubblica, Scalfaro. Chiamò Bossi e gli disse che Berlusconi era caduto nel burrone e che sarebbe caduto anche lui se non l'avesse lasciato».

 

La riforma della giustizia verrà presentata «subito dopo le elezioni», dice ancora il premier. «Non è una minaccia per nessuno» ma «un'urgenza per il Paese» perché «non è più tollerabile che il lavoro di tanti magistrati seri e perbene, che sono la stragrande maggioranza, sia screditato dalle iniziative temerarie di alcune procure al servizio di un disegno ideologico oppure da pubblici ministeri afflitti da velleità di protagonismo».

 

Una campagna elettorale »snaturata« perchè »il partito delle procure è intervenuto pesantemente in campo e ha dettato tutti i temi e tempi della campagna elettorale«. Anche a UnoMattina, Silvio Berlusconi ribadisce il leit motiv della sua comunicazione per le prossime regionali. «Capisco la loro scelta di cavalcare le inchieste: una campagna sui contenuti sarebbe stata insostenibile per la sinistra», sostiene Berlusconi, perchè «nel confronto tra i nostri successi e i loro disastri sarebbero usciti distrutti. Con questi interventi della loro magistratura hanno impedito a noi di svolgere una campagna elettorale sui programmi e sui nostri successi». «Questa campagna elettorale si è snaturata perchè il partito delle procure è entrato in campo pesantemente e ha dettato temi e tempi della campagna elettorale».  «Ha inventato un mese e mezzo fa una nuova tangentopoli - aggiunge il premier - poi hanno cercato di distruggere il miracolo che abbiamo fatto a L'Aquila dopo il terremoto, hanno gettato fango su Bertolaso e sulla Protezione Civile, poi sono intervenuti con il rigetto delle nostre liste e hanno dato colpa a nostri delegati e infine questa inchiesta (Rai-Agcom, ndr) risibile con le intercettazioni al presidente del Consiglio». L’U 23

 

 

 

La guerra multietnica delle giovani bande

 

Le aggressioni di Roma, Torino e Milano. Ma anche giuramenti e codici d'onore

Sono le nuove gang, dove i ragazzi italiani si mescolano ad asiatici e sudamericani

di PIERO COLAPRICO

 

MILANO - Ha vent'anni, si fa chiamare Ryu, è italiano e per tre anni ha fatto parte della gang dei Latin King di Milano. È questa la nuova frontiera di chi entra nelle strade dei graffiti: è il mix, è la destrutturazione, il multietnico. "Non ero l'unico non ecuadoregno della gang. Insieme con me - racconta Ryu, con accento milanesissimo - c'erano asiatici, arabi, slavi. Molti di noi pensano che New York, la città delle novanta provenienze, sia il futuro migliore per tutti...". Felpa e coltello. Codici d'onore e regole per combattere. Musica salsa, bachata, merengue, reggaeton, cumbia e "stile" di vita.

 

Esiste un mondo giovanile sotterraneo, un impasto di bande e di gruppi, che agli estranei fa l'effetto di un labirinto, dal quale sembra meglio girare alla larga. Gli episodi violenti non sono pochi, come sa anche Manfredi Alemanno, 15 anni, figlio del sindaco di Roma: una settimana fa è stato picchiato al quartiere Parioli da un gruppo di giovani figli di immigrati. Altri giovani sempre più spesso si calano sulla fronte i cappucci delle felpe e vanno all'attacco degli immigrati: a Milano c'è stata per un po' la caccia dei neonazisti ai filippini, a Roma continua quella ai bengalesi. E a Campo dè Fiori l'ultimo agguato, l'altra notte, con uno studente americano accoltellato al torace da una gang sudamericana.

 

"Io - continua Ryu - sono entrato nei Latin King grazie a Internet. Ho cercato contatti, li ho trovati, ho cominciato a uscire con un gruppo, ma poi, una sera, ho incontrato un vero Latin King, mi ha detto che stavo in compagnia di truffatori, di inventori. E non sapete quanti ce ne sono, e secondo me sono quelli che fanno i casini, come le violenze sessuali, per noi vietate... Così, con questo nuovo amico, piano piano, sono entrato nella gang più importante di Milano". Periodo turbolento, così lo ricorda, tra risse e fughe e paure, ma anche "bellissimo, perché c'è un alone di fascino, se stai in una banda. Per le ragazze funziona e mi sentivo tra fratelli, tra gente che avrebbe fatto tutto per me, come io per loro".

 

Sino alla tragedia: "Una mattina ero alla stazione, perché andavamo fuori città, a un raduno della nostra Nazione, come ci chiamiamo. Suona il telefono, c'è uno che piange, mi dice che hanno ammazzato "Boriqua"". E cioè David Stenio Betancourt Noboa, 26 anni, ecuadoriano: il Rey, e cioè il capo dei Latin King New York. Era l'aprile scorso, il re usciva dal Thini Cafè, nella zona tra via Brembo e via Nervesa, e a colpirlo sono i rivali, i Latin King Chicago.

 

"Vado all'obitorio - continua Ryu, ancora emozionato - e l'ho visto, aveva le mani nelle tasche della felpa. L'hanno preso a tradimento. Era stato in carcere, ma voleva la pace tra i vari gruppi. Poi le tv ci hanno dipinto quasi come assassini seriali, ma la realtà è che Bouriqua aveva detto basta alla violenza". I sociologi di "Codici - agenzia di ricerca sociale" confermano, così come la seconda sezione della squadra Mobile di Milano, che ha acchiappato gli assassini di Bouriqua. E ha collaborato anche all'arresto dei dominicani che tre settimane fa, in via Padova, hanno ucciso un egiziano.

 

Anche questa storia andrebbe, almeno in parte, rispiegata fuori dai luoghi comuni. I latinos erano stati tutto il giorno a spasso, avevano un appuntamento con un manager musicale e sul bus stavano ascoltando i loro "pezzi". Erano eccitati e contenti, con la speranza di un contratto in serata, quando il giovane, che poi sarebbe morto, gli ha ordinato a brutto muso di smetterla. Non c'era alcuno scontro tra africani e latini, la lite scoppia tra chi era felice e chi non sopportava le risate. E - come succede sempre più spesso, ovunque, tra giovani "depoliticizzati", in cerca di emozioni da film noir nelle discoteche, nei parchi, nelle piazze - sono spuntati i coltelli.

 

"Io - continua l'italiano Ryu - non sto dicendo che siamo santi, però è sbagliato descriverci come emarginati. Prova a pensare. Siamo meglio noi, che abbiamo un codice, o quei ragazzi di buona famiglia, perfettamente a posto, che a Milano hanno massacrato un barbone perché ne hanno schifo? Esiste una violenza notevole, in questi anni, e sono le bande che la tengono a freno. È l'esatto contrario di quello che si dice. E guarda che ti parlo con sincerità. Per un po' ho curato una discoteca dei Latin King nella zona di corso Como. Beh, ero alla porta, per evitare i casini, e facevo le perquise. Ho trovato coltelli nelle mutande, negli stivali, dovunque, ma averli non è come usarli".

 

Il fenomeno delle "Pandillas", le bande, nacque a Genova, perché qui a metà degli anni '90 approdano dall'Ecuador migliaia di donne con figli al seguito e senza mariti. I ragazzi, senza controllo, ritrovano un'identità nella banda. Nel 2003 la prima maxi operazione della polizia porta una decina di arresti e individua otto baby gang e nel 2006 viene firmata una storica pace tra Latin King e Nietas (portoricani) con i capi venuti espressamente dal Sudamerica e dagli Usa. In ogni città, comunque, le spedizioni punitive non finiscono. Basta accennare con le mani al gesto di una "corona rovesciata" per togliersi il rosario e andare all'attacco.

Un censimento, per difetto, indica in un migliaio i ragazzi nelle gang in Italia, concentrate soprattutto a Milano, Genova, Torino, Roma, Napoli. Milano è la "città madre", dove tutti passano e trovano rifugio, e a parte i Latin King (ecuadoriani), i Comando (peruviani), i Nietas, presenti ovunque, ci sono Trinitarios (domenicani), i salvadoregni Ms (Mara Salvatrucha, occhio ai "18" più che ai "13", i primi riconoscibili dal tatuaggio di tre carte da gioco con il sei), poi i filippini riuniti nella gang "Ghetto", più i tanti italiani, come i "Napoletani del Corvetto". E se a Milano i paninari e i sambabilini sono scomparsi da decenni, inserendosi qui e là, a Roma i pariolini esistono ancora, così come i Coatti, gli Emo e i Truzzi. A Torino c'è una proliferare di micro-gang, dagli Ottogallery, ai Ninja, ai Vatos Locos (latini), ai Truzzi, alle Gotiche, ai Cabinotti. A Genova resta la roccaforte dei Forever e dei Soldao Latinos. A Napoli sono forti i Nietas, ma anche gli italiani R 601.

 

Ci spiega Paul, un ragazzone dalle spalle larghe e i denti bianchissimi, quale bisogno porta questi ragazzi nelle gang. Fa l'elettricista nella zona di Rozzano, paesone alle porte di Milano ribattezzato con ironia "Rozzangeles". "Avevo undici anni - racconta Paul - quando in Ecuador sono entrato in una pandilla. C'era mio fratello, più grande di me di un anno, e là ho visto cose terribili. Ti mettono anche in mano la pistola, e ringrazio Dio che a me non è successo di sparare. Quando sono arrivato a Milano, ho conosciuto, grazie a una collana, un nostro segno, altri come me. E mi sono inserito subito nella gang. Abbiamo degli obblighi seri, se andiamo a scuola dobbiamo essere promossi, se lavoriamo dobbiamo essere stimati. E le donne della gang non sono zoccole, devono vestirsi senza volgarità, e l'aborto è proibito, ci devi pensare prima". Perché entrare nella gang? "Mio padre e i suoi fratelli bevevano, ho imparato le regole della vita grazie alla banda, sono tra amici, non ho mai sgarrato". Ora Paul è papà, lavora, ed era un pezzo grosso, piuttosto temuto.

 

Sarebbe però un errore strategico, non solo politico, ritenere le gang un feudo esclusivamente straniero. Se a Torino si sente dire: "Ci sono dei cabinotti da asciugare, diamoci da fare", attenzione. La frase ha un significato: "cabinotti" sono i ragazzi vestiti da ricchi e "asciugarli", preferibilmente in due zone del centro storico, sta per rapinarli. E le rapine, le risse, gli agguati, non sembrano finire mai. LR 22

 

 

 

 

Immigrazione, Fini: percorso breve per cittadinanza ai figli degli stranieri

 

Farinone (Pd): bene Fini, ma la Lega? Cicchitto (Pdl): evitiamo aperture a sinistra come Sarkozy

 

MILANO - Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, che a Milano è intervenuto alla presentazione del rapporto sulla famiglia del Cisf, ha auspicato che per i bambini degli immigrati ci possa essere un percorso breve per la cittadinanza. «Se non fosse per le coppie degli immigrati - ha affermato Fini - il tasso di natalità del nostro paese sarebbe da allarme rosso. Per fortuna nel dibattito politico si sta avviando una discussione sul ruolo degli immigrati che spesso con il loro lavoro servono per pagare le pensioni ma non possiamo fermarci a metà del ragionamento».

 

Ed è a questo proposito che il presidente della Camera ha sottolineato la necessità di un percorso sulla cittadinanza. «Si può discutere sui sette, i dieci o i dodici anni ma non lo si può fare per i bambini. Per loro, che sono già negli asili con i nostri figli, che parlano il dialetto, che fanno il tifo per la stessa squadra, è necessario pensare ad un percorso breve per la cittadinanza». «Non possiamo - ha proseguito - negare a dei ragazzi che si sentono orgogliosamente italiani di avere la cittadinanza. Il concetto di patria oggi va pensato in una logica multiculturale e multietnica».

 

Touadì (Pd): bene Fini, ma testo governo peggiora. «Peccato, tuttavia, che il testo in discussione alla Camera, della relatrice Bertolini, non vada proprio nella direzione auspicata da Fini», afferma Jean Leonard Touadì. deputato del Partito democratico. «Il testo della Bertolini - aggiunge - è riuscito nell'exploit di peggiorare persino l'attuale disciplina dell'acquisizione della cittadinanza. Oltre alle prese di posizione di Fini ciò che serve è una vera assunzione di responsabilità con atti parlamentari coerenti. In sostanza se Fini e i suoi ci stanno insieme a noi per dare la cittadinanza a chi nasce in Italia sanno cosa fare: devono sfidare i veti della Lega e portare tutto il Pdl verso l'affermazione di diritti fondamentali dei bambini, che solo impropriamente chiamiamo immigrati».

 

Farinone (Pd): come la mette con la Lega. Che il problema resti la Lega è convinto anche il deputato del Pd Enrico Farinone, vicepresidente della Commissione Affari Europei: «Fini ha ragione sulla cittadinanza agli stranieri. Bisogna integrare da subito i bimbi, per farli sentire parte della comunità nazionale». «Continuo però a domandarmi come Fini possa rimanere alleato della Lega, che su questi temi la pensa esattamente all'opposto. Non per nulla il Carroccio ora chiede un test d'italiano per chi vuole aprire un bar in Lombardia»

 

Carlino (Idv): confortante sentire Fini. «Sono parole di gran conforto che certificano, ancora una volta, la distanza tra il presidente della Camera e l'attuale Governo sulle più urgenti questioni sociali del nostro Paese» Così la senatrice dell'IdV Giuliana Carlino, ha commentato le dichiarazioni di Gianfranco Fini. «Dopo l'espulsione di uno straniero, anche se con figli a scuola, sulla base delle leggi xenofobe in vigore in Italia, e dopo la sconcertante riforma Gelmini sulla percentuale di stranieri nelle aule scolastiche, ascoltare le dichiarazioni del presidente della Camera è confortante. Peccato che sia questo l'unico segnale del Pdl verso una società multietnica e multiculturale».

 

Cicchitto: evitiamo aperture a sinistra come Sarkozy. «La sconfitta di Sarkozy deve essere ragione di riflessione anche per il centrodestra italiano. Per un verso, non c'è dubbio che Sarkozy ha pagato il prezzo che stanno pagando tutti i Governi di centrodestra e di centrosinistra a causa delle conseguenze economiche e sociali della crisi. In secondo luogo, Sarkozy ha anche pagato una singolare "apertura a sinistra" fatta nella formazione del Governo e anche nello sviluppo di alcune tematiche: in questo modo egli non ha guadagnato un voto a sinistra e ne ha persi molti a destra». Lo sottolinea Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl alla Camera. IM 23

 

 

 

 

“Il prezzo della ricostruzione. L’emigrazione italiana nel secondo dopoguerra”

 

Un nuovo libro della storica e studiosa dell’emigrazione Andreina De Clementi

 

BARI/ROMA - Fresco di stampa il nuovo libro della storica e studiosa dell’emigrazione Andreina De Clementi “Il prezzo della ricostruzione. L'emigrazione italiana nel secondo dopoguerra” (ed. Laterza).

  Nel volume (224 pagine, editori Laterza) Andreina De Clementi descrive la nuova mappa delle mete dell’emigrazione italiana nei primi dieci anni del secondo dopoguerra, la trasformazione da avventura individuale a impresa controllata dalle burocrazie statali, l’inedita domanda di mano d’opera femminile. Discostandosi da un approccio storiografico consolidato, l’autrice delinea una vicenda complessa e problematica, che affonda le sue radici nel più generale contesto economico-politico dell’epoca.

  Il libro è articolato in sette capitoli (più le Conclusioni e la Bibliografia): I Introduzione (1. Una premessa - 2. All’insegna della continuità - 3. Il blackout degli Stati Uniti - 4. Le sirene del subcontinente americano - 5. Uomini contro carbone - 6. Le intese mancate - 7. Il passato che non passa - 8. Il prezzo da pagare - 9. Un crogiolo multietnico); II. Le molte vie dell’emigrazione (1. Una nicchia per Adam Smith - 2. Una mappa in fieri - 3. Meriti e misfatti del Piano Marshall - 4. La fortezza britannica - 5. Il paese nero - 6. Le fortune della Francia); III. I paesi emergenti (1. Benvenuti in Australia... - 2. ...e in Canada - 3. Di solo petrolio); IV. Giovani e sole (1. Partenze parallele - 2. Le operaie industriali - 3. Le domestiche - 4. La solitudine maschile - 5. Uno sguardo d’insieme); V. Protezionismi (1. Le rimesse - 2. Il «closed shop» - 3. Pregiudizi); VI. ...ma a tutto c’è un limite; VII. Smottamenti (1. Aleatorietà delle nuove mete - 2. Due lunghi dopoguerra- 3. Il fronte europeo - 4. La crisi del carbone).

  Andreina De Clementi è docente di Storia contemporanea all’Università L’Orientale di Napoli. E’ stata presidente della Società Italiana delle Storiche e dal 2005 ne dirige il semestrale “Genesis”. Coordina il dottorato internazionale Citizenship, Rights and Gender Equality in Modern and Contemporary History. Tra le più recenti pubblicazioni di Andreina De Clementi: Storia dell’emigrazione italiana (2 volumi, a cura di, con P. Bevilacqua ed E. Franzina, Roma 2001-2002); Gli emigranti meridionali e l’America (Roma 2007); L’emigrazione femminile fino alla seconda guerra mondiale (Roma 2008). (Inform)

 

 

 

Informare i calabresi ovunque residenti: on line il nuovo numero di “Itaca”

 

Reggio Calabria - Compie tre anni "Itaca" la testata pubblicata dall’Associazione Amici Casa della Cultura "Leonida Répaci" di Palmi, in provincia di Reggio Calabria, diretta da Antonio Minasi.

Itaca (sintesi di Italia/Calabria), ma soprattutto sinonimo perenne d’amore per le proprie "radici", si rivolge soprattutto ai calabresi fuori regione, in Italia ed all’estero, allo scopo di sostenere e rafforzare il rapporto con la terra d’origine. "Esigenza, questa, prioritaria – osserva Minasi – se si considera che per molti figli e nipoti di coloro che emigrarono, a partire dagli anni ’50, la Calabria è un’immagine piuttosto incerta, da cercare sulla carta geografica e sostanziata dai brandelli di memoria dei padri".

La pubblicazione, trimestrale e in formato tabloid, illustra quel complesso di beni materiali - archeologici, monumentali, paesaggistici - ed immateriali - storia, tradizioni, usi, costumi - che connotano l’identità della regione e nello stesso tempo accoglie l’informazione di ritorno, da tutto il mondo, delle comunità e delle associazioni calabresi, cosicchè Itaca diventa un punto d’incontro ideale e nello stesso tempo unificante, di una regione che il fenomeno emigratorio ha disperso su tutti i continenti.

Obiettivo del trimestrale anche valorizzare quelle esperienze della società civile e del mondo imprenditoriale che si distinguono, sia in Calabria che all’estero, col segno dell’eccellenza.

"Itaca" può esser letta sul sito www.amicicasarepaci.it e si può ricevere la copia cartacea richiedendola a itaca.magazine@gmail.com. (aise)

 

 

 

 

A Pontelagoscuro il 26-27 marzo il convegno “Culture e letteratura della migrazione”

 

  FERRARA - Anche quest'anno il Cies di Ferrara, Vocidalsilenzio e l'Associazione Cittadini del Mondo, con il contributo del Comune e della Provincia di Ferrara e della Regione Emilia Romagna, promuovono il convegno nazionale “Culture e letteratura della migrazione”. Il convegno, giunto alla nona edizione, che si terrà nei giorni 26 e 27 marzo presso il Centro sociale “Il Quadrifoglio”, V.Savonuzzi, 54, a Pontelagoscuro (Ferrara).

  L'iniziativa è, come di consueto, dedicata in modo particolare agli studenti delle scuole superiori, presso le quali potranno essere avviate, nel periodo che precede il convegno, incontri con gli scrittori e attività sulla letteratura della migrazione e sulle tematiche dell'intercultura.

  La nona edizione del convegno è dedicata al tema del comico e alla satira: ci si chiederà se essi possano essere strumenti di resistenza nei confronti di pregiudizi e intolleranze.

  Ospiti del convegno saranno il narratore di storie Alessandro Ghebreigziabiher; lo scrittore algerino Tahar Lamri; lo scrittore e poeta romeno Mihai Mircea Butcovan; lo scrittore e giornalista Massimo Ghirelli; il regista teatrale e scrittore uruguaiano Milton Fernàndez; la scrittrice e editor di origini libanesi Roberta Yasmine Catalano; l'insegnante, mediatore culturale e fotografo Marco Belli, Maria Cristina Mauceri Cassamarca Lecturer Università di Sydney (http://ww3.comune.fe.it/vocidalsilenzio/programma2010.htm )

  Tra le iniziative correlate al convegno: venerdì 26 marzo, presso il Centro sociale “Il Quadrifoglio” a Pontelagoscuro, dalle ore 14.30 scene di (stra)ordinaria ironia, realizzate dagli studenti delle scuole superiori di Ferrara. Sempre venerdì, alle ore 19, presso il Café de La Paix (P.tta Corelli, 24), “I primi 20 anni di letteratura della migrazione”: reading e aperitivo. A seguirà una cena multiculturale. Sabato 27 marzo nel corso della mattinata, durante la sessione del convegno verrà presentata una riduzione tratta dallo spettacolo Storie e Notizie di e con Alessandro Ghebreigziabiher, con la partecipazione di Cecilia Moreschi. (Inform)

 

 

 

Europa. Man spricht kaum Deutsch

 

Die europäische Chefdiplomatin Catherine Ashton hat einen schwierigen Job. Vor lauter Ärger mit der EU-Kommission und den Mitgliedstaaten kommt die Britin kaum dazu, sich um Außenpolitik zu kümmern. Manchmal muss sie sogar Hohn und Spott über sich ergehen lassen. So zum Beispiel am vergangenen Wochenende: Da lud sie der Pariser Europa-Staatssekretär Pierre Lellouche gönnerhaft zu einem Französisch-Kurs in die Provence ein. Mehrsprachigkeit sei "ein Eckstein für den Aufbau Europas", stichelte Lelluche. Baronin Ashton kann nur Englisch - und ein wenig schämt sie sich wohl auch dafür.

 

In Sachen Sprachen bekommt es Ashton allerdings nicht nur mit den Franzosen, sondern auch mit den Deutschen zu tun: Berlin dringt mit Macht darauf, dass Deutsch eine von drei gleichberechtigten Arbeitssprachen des Europäischen Auswärtigen Dienstes (EAD) wird. Der Bundesregierung ist die Angelegenheit so ernst, dass Außenminister Guido Westerwelle (FDP) bereits einen Brandbrief an Ashton geschrieben hat. Bei der Auswahl des künftigen EAD-Personals müssten Deutschkenntnisse eine wichtige Rolle spielen, heißt es.

 

Ein deutscher Diplomat sagt: "Wenn wir beim Europäischen Auswärtigen Dienst akzeptieren würden, dass Deutsch keine Rolle mehr spielt, würden wir einen Präzedenzfall schaffen für die anderen Institutionen." Das sei nicht akzeptabel. Unter dem Dach des EAD sollen bis zu 8000 Beamte die Außenpolitik der EU steuern.

 

Asthon ist gerade damit befasst, den Dienst aus dem Boden zu stampfen. Offenbar hat sie sich von der Praxis in den Brüsseler EU-Behörden inspirieren lassen: Dort arbeiten die Beschäftigten überwiegend in Englisch und Französisch. Deutsch ist den beiden Sprachen offiziell gleichgestellt, fristet faktisch aber ein Schattendasein. Viele EU-Dokumente werden gar nicht erst ins Deutsche übersetzt. Und bei Konferenzen bleiben die Dolmetscher-Kabinen mit der Aufschrift "DE" oft leer.

 

Im Streit um den EAD verweist Berlin darauf, dass 100 Millionen Europäer Deutsch als Muttersprache haben. Es gibt in der Union 23 Amtssprachen. Aber nur drei davon sind offiziell Arbeitssprachen - eben Englisch, Französisch und Deutsch. "Dabei soll es bleiben und wird es bleiben", sagt ein Berliner Diplomat." THORSTEN KNUF

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EU-Arbeitssprachen. Westerwelle will Deutsch retten

 

Guido Westerwelle will die deutsche Sprache retten. In einem Brief an EU-Außenkommissarin Ashton forderte er jetzt, dass EU-Diplomaten "mehrere Fremdsprachen, insbesondere Deutsch" beherrschen sollten.

 

BRÜSSEL - Bundesaußenminister Guido Westerwelle (FDP) will den Siegeszug des Englischen in der Europäischen Union stoppen. "Wir möchten nicht, dass Deutsch als Sprache in Europa verloren geht", sagte Westerwelle am Montag in Brüssel. Deutsch ist zurzeit innerhalb der Europäischen Union neben Englisch und Französisch eine der drei Arbeitssprachen.

"Deutsch ist die am meisten gesprochene Muttersprache in Europa, und es gibt gar keinen Grund, die deutsche Sprache zu vernachlässigen", sagte Westerwelle mit Blick auf die rund 100 Millionen Muttersprachler vor allem in Deutschland und Österreich

In einem Brief an EU-Außenministerin Catherine Ashton forderte Westerwelle, die Einstellungskriterien für den Auswärtigen Dienst sollten "klare Anforderungen für die Beherrschung mehrerer Fremdsprachen, insbesondere auch der deutschen Sprache, enthalten". Dem neuen Auswärtigen Dienst sollen bis zu 8000 Diplomaten angehören.

 

Schon am 19.3. hatte ein EU-Diplomat gesagt: "Wenn wir beim Europäischen Auswärtigen Dienst akzeptieren würden, dass Deutsch keine Rolle mehr spielt, würde das im Prinzip bedeuten, dass wir einen Präzedenzfall schaffen auch für andere Institutionen", sagte der Diplomat. Das sei nicht akzeptabel. "Dabei soll es bleiben und wird es bleiben. Da gibt es gar keine Diskussion", betonte der Diplomat. afp/dpa 23

 

 

 

 

Ende des Baubooms in Spanien. Die Jugend kann nur auswandern

 

Seit dem Ende des Baubooms sind hunderttausende Jugendliche arbeitslos. Auch Akademiker von Rezession betroffen: "Mileuristas", die 1.000-Euro-Verdiener, werden sie genannt. VON REINER WANDLER

 

Männlich, zwischen 25 und 29 Jahre alt. So sieht der spanische Krisenverlierer schlechthin aus. Seit die Spekulationsblase 2008 geplatzt ist und die Bauindustrie fast völlig zum Erliegen kam, haben 1,7 Millionen junge Menschen zwischen 16 und 35 Jahren ihren Job verloren. 93 Prozent der durch das Ende des Baubooms vernichteten Arbeitsplätze hatte diese Altersgruppe inne. Eine Generation, die erstmals von Vollbeschäftigung träumte, ist unsanft erwacht. Insgesamt sind in Spanien 4,1 Millionen Menschen als arbeitslos gemeldet. Das ist eine Quote von 20 Prozent.

Von den 1,7 Millionen unter 35 Jahren, die ihren Job durch das Ende des Baubooms verloren haben, sind 68 Prozent Männer. Bisher waren es in Spanien immer die Frauen, die zuerst ihre Arbeit verloren. Im Jahrzehnt des Booms schmissen viele junge Männer die Schule oder die Berufsausbildung hin. Schließlich war auch als unqualifizierter Arbeiter gutes Geld zu verdienen. Verließen 2004 schon 34 Prozent der jungen Menschen beiderlei Geschlechts die Schule ohne Abschluss, waren es 2006 sogar 40 Prozent. Und unter den jungen Männern lag die Quote bei 47 Prozent. Erst einmal arbeitslos, sind diese Menschen nur schwer zu vermitteln.

Doch selbst ein abgeschlossenen Hochschulstudium ist keine Garantie für einen guten Arbeitsplatz und vor allem nicht für ein gutes Einkommen. "Mileuristas", die 1.000-Euro-Verdiener, taufte der spanische Volksmund die jungen Akademiker mit schlechter Bezahlung und Zeitvertrag. Selbst in der Forschung sind sie tätig. Nachdem die Regierung im neuen Haushalt die Ausgaben für Universitäten und Institute zusammengestrichen hat, droht vielen von ihnen die Arbeitslosigkeit. Längst ist von einer "Flucht der Gehirne" die Rede. Hochqualifizierte junge Spanier treten den selben Weg an wie einst ihre Großeltern. Sie emigrieren nach Europa oder in die Vereinigten Staaten.

Die sozialen Folgen der Arbeitslosigkeit unter den jungen Spaniern sind nicht zu übersehen. Sie werden immer später flügge. Eine Umfrage zeigt, dass knapp 62 Prozent der jungen Menschen zwischen 18 und 29 bei ihren Eltern leben. In der Hauptstadt Madrid sind es gar 69 Prozent. Die Jugendlichen sind damit gleich doppelt Opfer des Baubooms. Die Preise für eine Wohnung vervierfachten sich in den zehn Jahren vor der Krise, für junge Menschen unerschwinglich. Jetzt sinken sie zwar allmählich, doch die jungen Menschen sind ohne Arbeit und liegen den Eltern auf der Tasche. Jeder dritte spanische Familie hat am Monatsende regelmäßig finanzielle Schwierigkeiten. Und knapp 40 Prozent geben an, sich nicht einmal einen einwöchigen Urlaub leisten zu können.

 

Um die hohe Jugendarbeitslosigkeit zu bekämpfen, kramt so mancher wieder die alten Rezepte hervor. So verlangt der Unternehmerverband einen speziellen Arbeitsvertrag für junge Menschen. Danach sollen sie bei Kündigung nur eine geringe Entschädigung erhalten. Außerdem müsse der Staat einen Teil der Sozialversicherungsbeiträge übernehmen. "In jeder Krise werden die Jugendlichen beäugt, als wären sie für ihre Lage verantwortlich, als wollten sie gar nicht arbeiten", beschwert sich der Direktor des staatlichen Jugendinstituts, Gabriel Alconchel.

Taz 22

 

 

 

 

EU-Außenamt: Wünsche, Forderungen, Drohungen. Debatte um Ashtons EAD-Entwurf

 

Catherine Ashton stellt den EU-Außenministern heute ein neues Papier über die Struktur des Europäischen Auswärtigen Dienstes (EAD) vor. Die EU-Außenbeauftragte sitzt dabei wie gewohnt mit ihren zwei Hüten zwischen drei Stühlen und darf die Kritik vom Ministerrat, von der Kommission und dem Parlament erwarten.

 

Die EU-Außenbeauftragte Catherine Ashton fordert in einem Entwurf für den Europäischen Auswärtigen Dienst (EAD) nicht nur die Zuständigkeit für "alle klassischen Elemente" der künftig gemeinsamen EU-Außenpolitik, sondern auch für die Entwicklungspolitik. Vor allem diese Forderung wird von der EU-Kommission, die bisher für Entwicklungsfragen zuständig ist, abgelehnt. Beim heutigen Treffen der EU-Außenminister ist daher erneut eine intensive Debatte um Struktur, Kompetenzen und das Personal in dem neuen europäischen Außendienst zu erwarten.

Europäische Diplomatie

Bevor sie die Leitung des diplomatischen Dienstes der EU übernimmt, muss Ashton bereits ihr Verhandlungsgeschick beweisen. Mit ihrem Doppelhut (Hohe Außenbeauftragte der EU; Vizepräsidentin der Kommission) muss sie einen Kompromiss zwischen drei Parteien finden: Die Mitgliedsstaaten wollen, dass "ihre" Außenbauftragte mehr Kompetenzen von der Kommission in den noch aufzubauenden Europäischen Auswärtigen Dienst (EAD) zieht. Die Kommission will, dass "ihre" Vizepräsidentin der Kommission eine solche Machtverschiebung vehement abwehrt. Und das EU-Parlament will den EAD kontrollieren dürfen - egal wer im Machtkampf zwischen Kommission und Mitgliedsstaaten die Oberhand behält. (Tauziehen um Europäischen Diplomatendienst)

Spanische Ratspräsidentschaft

Die spanische Ratspräsidentschaft hofft auf einen baldigen Konsens zwischen den Interessen der Mitgliedsstaaten, der Kommission und der EU-Außenbeauftragten. Eine Entscheidung sei "dringend" notwendig, hieß es heute aus Kreisen der spanischen Ratspräsidentschaft gegenüber EurActiv.de. Es ist aber weiter ungewiss, ob der Kompromiss bis Ende April gelingt.

 

Britische Wahlen - Die Zeit drängt allerdings. Der EAD sollte etabliert sein, bevor der Parteichef der konservativen Tories, David Cameron, im Frühjahr höchstwahrscheinlich zum neuen britischen Premier gewählt wird. Ist der EAD bis dahin noch nicht etabliert, könnte der EU-skeptische Cameron das gesamte Projekt blockieren. (Angst vor Cameron treibt EU-Außenamt voran)

 

Auch das EU-Parlament hat im März bekräftigt, dass seine Zustimmung für den EAD verweigern könnte. Die EU-Abgeordneten fordern einen verbesserten Zugang zu vertraulichen Informationen und Kontrollrechte über den diplomatischen Dienst. Ob das Parlament beim EAD Mitspracherechte erhält, sei "noch in der Diskussion", hieß es aus der spanischen Ratspräsidentschaft zu EurActiv.de.

 

Nationale Egoismen - Jerzy Buzek, Präsident des Europäischen Parlaments, erklärte heute in seiner Humboldt-Rede in Berlin, dass die "gegenwärtig geäußerten Befürchtungen" der Mitgliedsstaaten gegenüber dem EAD "völlig unbegründet" und "nichts anderes als ein Ausdruck des nationalen Egoismus" seien. Zugleich bezog Buzek in der Debatte um die Besetzung der Top-Positionen Stellung, als er erklärte, dass "das geographische Gleichgewicht" in der Auswahl der beinahe 140 Botschafter der EU "keinesfalls außer Acht gelassen werden" solle.

 

Französische Diplomatie - In ihrem "Non-Paper" schlägt Ashton u.a. vor, die Position eines Generalsekretärs für den EAD zu schaffen. Er soll mit weitreichenden Kompetenzen ausgestattet und dabei sowohl für Finanzen als auch für alle Auslandsmissionen zuständig sein. Diplomaten erwarteten im Kreis der Außenminister Bedenken gegen diese Konstruktion nach französischem Vorbild. Frankreich hat bereits zwei Spitzendiplomaten - darunter auch den derzeitigen Generalsekretär des französischen Außenministeriums, Pierre Sellal - als Kandidaten für diesen Posten ins Rennen geschickt.

 

Deutsche Sprache - Bundesaußenminister Guido Westerwelle hat Ashton aufgefordert, dafür zu sorgen, dass Deutsch neben Englisch und Französisch eine der drei Arbeitssprachen des Dienstes werde.

 

Ashtons Non-Paper - Der EAD soll Ashtons Vorschlag zufolge vor allem die Außenpolitik der EU ausarbeiten, während die Kommission und die Mitgliedstaaten an deren Umsetzung mitarbeiteten. Auf diese Weise könnten bisher unterschiedliche Denkweisen und Interessen im neuen EAD zusammengebracht werden. Reine Verwaltungsaufgaben könnten weitgehend von der Kommission übernommen werden. Schon bisher hat die Kommission eigene Vertretungen in 130 Ländern.

 

Ashton schreibt, die Rechte des Ministerrates - also der 27 EU- Regierungen - in der Gemeinsamen Außen- und Sicherheitspolitik (GASP) müssten "voll gewahrt" werden. Das europäische Außenamt wolle aber in Bereichen, die nicht direkt zu seinen Kompetenzen gehörte, mitreden. In Fragen des Handels, Klimawandels, Umweltschutzes, der Einwanderung, der Energie und der inneren Sicherheit will Ashton "eine starke Verbindung zu den einschlägigen Diensten der Kommission" entwickeln.

 

Die Chefin des neuen Außenamtes beansprucht die finanzielle Planungshoheit für praktisch alle großen Entwicklungsfonds, die bisher der Kommission unterstanden. Lediglich über die Finanzhilfen für Beitrittskandidaten solle künftig noch die Kommission entscheiden dürfen.

 

In allen Personalfragen will Ashton entscheiden. Sie schlug die Ernennung von drei politischen "Sonderbeauftragten" vor. Diese seien dann auch legitimiert, sie als Stellvertreter in Verhandlungen mit Dritten zu vertreten. Kommissionspräsident José Manuel Barroso ist der Auffassung, die drei EU-Kommissare für Entwicklungspolitik, Katastrophenhilfe und Nachbarschaftspolitik könnten Ashton vertreten (drei EU-Kommissare als Stellvertreter Asthons). Die EAD-Chefin ist dagegen lediglich zu engen "Konsultationen" mit den drei Kommissionsmitgliedern bereit, sofern Arbeitsbereiche berührt seien, für die diese zuständig sind.

mka mit dpa EurActiv 22

 

 

 

Finanzhilfen für Griechenland. Deutschland in Europa isoliert

 

Brüssel. In der Auseinandersetzung über Finanzhilfen für Griechenland ist Deutschland zunehmend isoliert. In einem Treffen der EU-Außenminister in Brüssel drangen mehrere Staaten darauf, bereits beim Gipfel der Staats- und Regierungschefs Ende dieser Woche einen Notfallplan für Athen zu beschließen. Deutschland, das den größten Teil der Hilfen schultern müsste, lehnt das weiter ab.

 

Der spanische Außenminister Miguel Angel Moratinos kündigte an, sein Land werde am Donnerstag und Freitag beim Gipfel für einen Beschluss werben. Moratinos sprach von einem "wichtigen Moment für die Zukunft der EU und des Euro". Spanien hat derzeit die rotierende EU-Ratspräsidentschaft inne.

 

EU-Kommissionspräsident Manuel Barroso ist zuversichtlich, dass Deutschland ein Hilfspaket der EU für Griechenland unterstützen wird. Der Financial Times sagte er, die Bundesregierung werde den Widerstand im Inland überwinden und ein EU-Hilfspaket für Griechenland unterstützen, falls oder wenn darum gebeten werde.

 

Als größte Volkswirtschaft des Euroraums habe Deutschland das stärkste Interesse an der Wahrung der finanziellen Stabilität, was eine Unterstützung der schwächeren Mitglieder bedeute, führte Barroso weiter aus. "Es gibt keine Stabilität ohne Solidarität und keine Solidarität ohne Stabilität", sagte er.

 

Der französische Ressortchef Bernhard Kouchner sagte: "Wir müssen Griechenland unterstützen." Die Staaten der Euro-Zone sollten nach Möglichkeit noch vor dem Spitzentreffen ihren Streit beilegen.

 

Auch der italienische Außenminister Franco Frattini meinte: "Wir sollten vor dem Gipfel eine Lösung finden. Wir sollten den Gipfel nicht zur Geisel des Griechenland-Themas machen."

 

Die deutsche Bundesregierung steht jedoch weiter auf dem Standpunkt, dass zurzeit keine Beschlüsse in dieser Sache notwendig sind. Kanzlerin Angela Merkel sagte am Montag in Berlin, beim EU-Gipfel am Donnerstag müsse nicht über "akute Hilfen" für Griechenland gesprochen werden, weil das Land nicht darum gebeten habe. Außenminister

 

Guido Westerwelle betonte, es dürfe "kein Geld ins Schaufenster" gelegt werden, weil sonst der dringend nötige Reformdruck in Griechenland nachlasse.

 

Kompromissmöglichkeiten deutete der Chef der Euro-Finanzminister, Luxemburgs Premier Jean-Claude Juncker, an. Es müsse nicht unbedingt einen Beschluss beim Gipfel geben, doch sollten die technischen Vorbereitungen trotzdem bald abgeschlossen werden. Juncker sagte im Europäischen Parlament, er sei persönlich nicht dafür, dass Griechenland auf Hilfe des Internationalen Währungsfonds zurückgreife.

 

 

"Die Euro-Zone sollte das selbst lösen." Es gebe jedoch auch Argumente für die Beteiligung des IWF. Eine zweigleisige Lösung, bei der die Euro-Zone jedoch die Regie habe, sei nicht auszuschließen. "Das wird hoffentlich in den kommenden Tagen klarer." Er bekräftigte, das Instrument müsse wahrscheinlich gar nicht eingesetzt werden, weil das griechische Sparprogramm ausreiche.

 

Griechenlands Ministerpräsident Giorgos Papandreou versicherte gestern, Griechenland wolle sein Schuldenproblem selbst lösen und bitte nicht um Geld, aber um Hilfe gegen Spekulanten.

 

Bundesbank-Präsident Axel Weber rief die Problemländer der Euro-Zone gestern zu drastischen Reformen auf. Große ökonomische Unterschiede in dem Währungsraum seien gefährlich. Auf längere Sicht zögen sie nie