WEBGIORNALE  29-31  Marzo  2010

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Un voto che può scuotere governo e partiti. Quattro regioni decidono chi vince e chi perde  1

2.       Migrazione qualificata verso nord, un fenomeno in crescita  1

3.       Se Berlino divorzia dalla Bce  2

4.       Buco nei conti. Roma rischia di fare la fine della Grecia  2

5.       Il commento. La rottura della gabbia tv  3

6.       Ue, Germania ingrata  3

7.       Avviato l’accertamento dei redditi dei pensionati all’estero. Le istruzioni dell’Inps  4

8.       "Caro Onorevole, che cosa ha fatto per gli italiani nel mondo?" La risposta dell’on. Garavini (PD) 4

9.       Tagli del Governo ai media all’estero. Siddi (Cgie-Fnsi): un intollerabile sfregio  5

10.   L’Italia partner della Germania alla Industrie-Messe di Hannover 5

11.   “Sicilia Mondo”: Pirandello questa sera Berlino  5

12.   Alcune delle iniziative dei prossimi giorni a Monaco di Baviera e dintorni 5

13.   Prima riunione europea a Berlino delle ecolabel del turismo convocata dall’Onu  7

14.   Alla ProWein di Düsseldorf Trentino e Alto Adige avviano la collaborazione con la Georgia  7

15.   Berlino. I lavori di Renato Meneghetti alla “Factory-Art Gallery” fino al 5 maggio  7

16.   Duisburg. La società aperta e i suoi nemici In piazza contro l'intolleranza  8

17.   Il 7 aprile concerto dell’Ambasciata tedesca a sostegno dei terremotati di Onna  8

18.   Trattato start II. Disarmo Usa-Russia, accordo raggiunto  9

19.   Ma Usa e Russia siglano il disarmo  9

20.   Europa e caso Grecia. Un passo avanti ma troppo lento  9

21.   Crisi risolta tra la Libia e la Svizzera, sbloccati i visti Schengen. Niente lista nera  10

22.   Un errore chiamarsi fuori 10

23.   Gli Stati Uniti d’America visti dall’Italia. Firmate anche voi 11

24.   Il valore di un voto  11

25.   Giù al Nord. E il Pdl copia il modello Lega  11

26.   I sondaggi temono il crollo dell'affluenza. "Frana dei votanti, due milioni in meno"  12

27.   Raiperunanotte, 13% di share e boom di contatti sul web. Santoro: «E' stato un sisma»  12

28.   Una scelta impegnativa di saggia fermezza  13

29.   E' stata la campagna peggiore  14

30.   Il commento. Gli esiliati della tv  15

31.   Temi veri e non veri 15

32.   Tariffe, in arrivo stangata da 761 euro a famiglia  16

33.   Figli di potenti assunti senza concorso. Ecco la Parentopoli di Bertolaso  16

34.   Friuli Venezia Giulia: X edizione del corso “Origini” per giovani corregionali all’estero  17

35.   Servono atti concreti per l’informazione all’estero  17

36.   Un nuovo disegno di legge su “l’esercizio del diritto di voto dei cittadini italiani residenti all'estero"  17

37.   UNAIE: riunito il comitato esecutivo a Roma. Salvaguardare il voto all’estero migliorandone le modalità di esercizio  18

38.   Friuli Venezia Giulia: 240 mila euro per il 2010 a sostegno delle attività delle associazioni all’estero  18

 

 

1.       Wahlen in Italien. Der neue Julius Cäsar wird nervös  18

2.       Italien vor Regionalwahl. ''In drei Jahren besiegen wir den Krebs'' 19

3.       Regionalwahlen in Italien. Berlusconis Partei droht Niederlage  20

4.       Italien. Berlusconis wilde Show ist noch lange nicht vorbei 20

5.       Porträt. Der Patron von Bari 21

6.       Vor ihrer Türkei-Reise. Merkel fordert Migranten zum Deutsch lernen auf 21

7.       Merkels Vorstellungen von Integration erfordern grundsätzlichen Mentalitätswechsel 21

8.       Debatte um türkische Schulen. Merkel kontra Erdogan  22

9.       Interview mit Ursula Neumann. "Türkische Exklaven lehne ich ab"  22

10.   Integrationsdebatte. Kritik an Erdogans Ruf nach türkischen Gymnasien  23

11.   Türkische Gymnasien in Deutschland. Alle gegen Erdogan  24

12.   Kommentar. Merkel wird den Frust der Türken spüren  24

13.   Reaktionen auf den EU-Beschluss. Griechenland atmet auf 25

14.   EU-Gipfel in Brüssel Europas Zahlmeister klappt die Kasse zu  25

15.   EU-Beamte wollen sich wehren. Brüsseler Agitprop  26

16.   Armutsbekämpfung vertagt. EU-Gipfel einigt sich auf weiche Ziele  26

17.   Deutsche Europapolitik. Angela Merkel - Frau Anti-Kohl?  26

18.   Kanzlerin Merkel. Die gute Europäerin  27

19.   Amerikas Gesundheitspolitik. Eine verdammt große Reform   28

20.   Parlamentswahl im Irak. Knapper Sieg für die Opposition  29

21.   Irak. Analyse. Gespaltenes Land  29

22.   Abkommen Deutschland – Schweiz. Vertreibung aus dem Steuerparadies  30

23.   Schweigen um Missbrauch. Es kann nicht sein, was nicht sein darf 30

24.   Missbrauch im Sport. Gegen das Schweigen und Vertuschen  31

25.   Islamfeinde wollen vor NRW-Moscheen ziehen  31

26.   Den Rechten die rote Karte zeigen  32

27.   Wahlkampf in NRW. Gabriel und die Feinde der Moscheen  32

28.   Ruhrgebiet. Sitzblockaden bremsen Anti-Islam-Demonstrationen  32

29.   ''Pro NRW'': Minarettverbote Hetzer gegen den Islam - mit Tarnkappe  33

30.   Wenig Unterstützung für Pro NRW. Islamhasser in der Minderheit 33

31.   Erdogan-Vorschlag. Einmal Türke, immer Türke  34

32.   Flüchtlinge in Bayern. Sehnsucht nach dem Supermarkt 34

 

 

 

 

Un voto che può scuotere governo e partiti. Quattro regioni decidono chi vince e chi perde

 

Posta in gioco altissima, in un quadro politico in forte movimento - Berlusconi punta a "blindarsi" per i prossimi tre anni, Il Pd all'inversione di tendenza di MARCO BRACCONI

 

La posta in gioco è alta. Il governo di 13 regioni. La tenuta del governo. Il rilancio di Berlusconi, che si è speso in primissima persona. Il ruolo futuro di Bossi. Il destino della segreteria Bersani. Votano in 41 milioni. E' inevitabilemente un test politico nazionale. Se il Pdl ne esce male, è certa la resa dei conti interna, e le sue conseguenze sono difficilmente calcolabili. Se il Pd sarà deluso, la leadership di Bersani ne subirebbe un duro colpo, con i rischi di nuove divisioni nel partito. Di fatto, pure se in teoria mancano ancora tre anni, il risultato delle regionali lancerà la volata per le elezioni politiche. Malgrado l'apparente tranquillità dei leader, sottotraccia il quadro politico è in forte movimento. L'esito della sfida di domenica e lunedì può accelerare questi movimenti in una direzione o nel'altra.

 

Per capire chi vince o chi perde, il raffronto con le scorse regionali rischia però di essere fuorviante. Perché l'11-2 del centrosinistra, cinque anni fa, nacque in circostanze del tutto diverse da quelle attuali. E' quindi il confronto con le politiche il modo più corretto per capire se lunedì sera saremo di fronte ad una inversione di tendenza. Se la distribuzione dei voti delle politiche fosse confermata dal voto amministrativo, il centrodestra  "passeggerebbe" in ben nove regioni, lasciando al centrosinistra solo le regioni rosse: Toscana, Emilia Romagna, Marche, Umbria. Dunque, si parte da un teorico cappotto (9-4) per il Pdl. 

 

Quattro regioni in bilico. Pur senza sondaggi e dati certi, è opinione diffusa che la differenza l'avranno fatta quattro regioni: Piemonte, Liguria, Puglia e Lazio.  Sono questi i risultati incerti, anzi incerttissimi. Lunedì sera l'asticella della vittoria salirà e scenderà assieme ai dati che arriveranno da Torino, Genova, Roma e Bari.

 

Ecco i possibili scenari. - Il trionfo di Berlusconi. Dopo una inziale prudenza, il Cavaliere ci ha messo la faccia. Ha provato a trasformare la consultazione amministrativa in una "scelta di campo". O con lui o contro di lui. Un ingresso a gamba tesa, occupando tg e giornali radio, alzando i toni dello scontro. Dopo il gran pasticcio dell liste e le incertezze sui candidati, il Cavaliere è stato mosso dalla necessità di ribadire la leadership, ricompattare il partito e frenare l'avanzata leghista. Il suo obiettivo dichiarato (prendere più voti nel conteggio complessivo) è solo di facciata. Quello reale è doppio: strappare almeno Lazio e Piemonte al Pd ed evitare il sorpasso leghista al Nord.

 

Se finisce 8-5, con tutte le regioni in bilico che alla fine passano dalla sua parte, il Cavaliere fa filotto. Zittisce oppositori e perplessi del Pdl, mette in crisi la nuova leadership del Pd, bilancia con Lazio e Puglia la scontata vittoria leghista al Nord. Insomma, un trionfo. Che avrebbe anche un paio di effetti collaterali di non poco conto: mettere Fini in un angolo con la forza del "successo popolare" e rilanciare la corsa nazionale del suo pupillo pugliese Raffaele Fitto. 

 

Quadro più articolato se invece finisce 7-6 per il centrodestra. In questo caso, sarà importante capire grazie a quali regioni. Se a passare di là fossero Piemonte e Liguria, e magari il Lazio, Berlusconi avrà il suo da fare per frenare le pretese leghiste, e il Carroccio sarebbe il vero vincitore delle elezioni. Se invece il 7-6 arrivasse da vittorie in Liguria, Puglia e Lazio, allora per il premier si tratterebbe di un successo quasi personale, che lo rafforzerebbe all'interno della coalizione.

 

Il trionfo di Bossi. Bossi non perde comunque. Ma può vincere benissimo, superando in voti il Pdl in Lombardia e Veneto, e addirittura stravincere conquistando il Piemonte col suo candidato Cota. A quel punto, sarà difficile per il Cavaliere negare al Carroccio il prossimo sindaco di Milano, e altrettanto difficile ridimensionare il diritto di veto che i lumbard hanno sul governo nazionale. Se il Pdl non ce la fa in Lazio e in Puglia, e al di là delle promesse di facciata sull'amicizia eterna con il Senatùr, non è uno scenario semplice da gestire.  

 

Il successo del Pd. La parola d'ordine dei democratici è "inversione di tendenza". L'obiettivo, insomma, è interrompere la spirale negativa inziata con la sconfitta di Veltroni alle politiche. Vista l'aria che tirava solo pochi mesi fa, Bersani potrà dire di averlo raggiunto se porta a casa almeno 8 regioni. Sarà dunque vittoria piena se oltre a Emilia, Toscana, Umbria, Marche, Basilicata, il Pd vince in almeno tre delle regioni in bilico. Meglio, se queste  sono Puglia, Lazio e Piemonte. Chiudere in vantaggio 7-6, magari cedendo Lazio e Piemonte, somiglia invece più ad un deludente pareggio che ad una striminzita vittoria. E ogni altro risultato aprirebbe tra i democratici una resa dei conti interna che taglierebbe le gambe al fondista Bersani, che si è dato tempi lunghi per costruire una alleanza capace di sconfiggere il centrodestra.

 

Casini alla finestra. Per il leader Udc contano più i voti che i candidati. La scelta dei "due forni" fa tenere le mani libere ai centristi. Che vogliono entrare nel maggior numero possibile di giunte, aumentare la loro dote del sei per cento ma, soprattutto, sperano in un risultato che apra problemi politici seri nel centrodestra. Del resto, il presidente dell'Unione di Centro è l'unico che esplicitamente dice di lavorare da ora al dopo-Berlusconi.

 

I governatori in pista. Il voto di domenica e lunedì può anche confermare o clamorosamente smentire le ambizioni nazionali di alcuni protagonisti locali. Se Nichi Vendola vince in Puglia, si dà per certa la sua corsa alle primarie per il candidato premier del centrosinistra. Se sul Tavoliere vince Rocco Polese, il pupillo del premier Raffaele Fitto si sentirà in grado di competere con gli altri maggiorenti del Pdl per la successione. C'è poi il Lazio, dove la Polverini non sembra avere peso e spessore per farsi leader nazionale, ma dove Emma Bonino, in caso di vittoria, può anche permettersi di pensare in grande. Attenzione a Cota. Se batte la Bresso in Piemonte, entra di diritto nel parterre di primissima fila del Carroccio. Dove nessuno lo dice, ma in tanti (e da tempo) pensano alla successione a Bossi. Lo stesso vale per Fomigoni, la cui riconferma appare scontata. Se tra listino e lista Pdl evita il sorpasso leghista, rafforza la sua posizione per il futuro. Sarà anche vero che la presidenza della Lombardia vale quasi come fare il primo ministro. Ma il Governatore ciellino un pensierino a Palazzo Chigi non ha affatto smesso di farlo. LR 27

 

 

 

 

Migrazione qualificata verso nord, un fenomeno in crescita

 

“Il 23% dei medici formati nei paesi dell’Africa sub-sahariana esercitano la loro professione nel ricco Nord del mondo. Si tratta di un movimento migratorio in crescita che significa una perdita di risorse rare e preziose per lo sviluppo dei paesi del Sud”: una valutazione che riassume in poche parole il cosiddetto fenomeno della fuga dei cervelli quella presentata a Dakar dal demografo Philippe Fargues nell’ambito di una conferenza del Consorzio euro-mediterraneo per la ricerca applicata sulle migrazioni internazionali (Carim).

Sul tema l’Agenzia universitaria francofona dell’Università senegalese di Cheikh Anta Diop (Ucad) ha presentato 37 studi, una vera e propria fotografia del fenomeno della migrazione qualificata. “Sono i paesi ricchi a raccogliere il frutto della formazione ricevuta nei paesi poveri: non si può fermare il movimento – ha sottolineato Fargues – ma per compensare la perdita si potrebbero introdurre nuove apposite tasse, come suggerito da alcuni premi Nobel”.

Unico punto a favore dei paesi di origine: il migrante qualificato invierebbe in media rimesse superiori a circa 298 dollari rispetto ai fondi trasferiti da quelli meno diplomati. Dall’ufficio del primo ministro senegalese giunge una proposta concreta, quella di mettere a punto un apposito programma di identificazione e localizzazione dei dottorandi africani partiti all’estero per cercare di reintegrarli nel proprio paese di nascita.

I dati emersi a Dakar confermano altre statistiche diffuse in passato dall’Associazione delle Università Africane (Aua) che riferivano di un terzo degli intellettuali africani stabiliti all’estero e di almeno 23 mila universitari che lasciano il continente ogni anno. Un esodo che da anni minaccia lo sviluppo nei settori della sanità, dell'economia e dell'istruzione; una mancanza che paradossalmente costringe i paesi africani a ricorrere a professionisti provenienti dall’estero. In conclusione un dato che contraddice lo stereotipo che ad abbandonare il continente siano soltanto persone disperate che, mettendo a rischio la propria vita cercano fortuna sul vecchio continente.“ Misna 26

 

 

 

Se Berlino divorzia dalla Bce

 

Finora, la solidità dell’unione monetaria si reggeva su una consonanza di fondo tra le autorità della Germania e il vertice della Bce; non fu turbata nemmeno quando il governo rosso-verde di Schroeder nel 2002 violò le regole del Patto di stabilità.

 

Ora invece è Berlino a promuovere una scelta sulla Grecia che alla Bce pare insidiosa per il futuro dell’euro. Per questo nell’Eurotower di Francoforte circola una inquietudine nuova.

 

Il triste paradosso è che le alchimie della politica producono un comportamento destabilizzante proprio da parte del Paese la cui opinione pubblica si dichiara più interessata alla stabilità della moneta. Con l’intesa di ieri si arriva a fare male ciò che si poteva fare bene tre settimane fa, quando George Papandreou arrivò a Berlino per presentare ad Angela Merkel il suo terzo, e questa volta davvero severo, pacchetto di misure di austerità. Mentre un abbozzo di piano di intervento si era già formato in contatti riservati fra i governi nella seconda metà di gennaio.

 

Jean-Claude Trichet ritiene che coinvolgere il Fondo monetario internazionale sia un grave errore. Può dare al mondo l’immagine di una area euro incapace di darsi da sola il proprio equilibrio. Può perfino attirare ancor più l’attenzione dei mercati sugli Stati più deboli della compagine che condivide la stessa moneta. Non sono passate inosservate a Francoforte le parole di Zhu Min, uno dei più brillanti dirigenti cinesi (vicegovernatore della Banca centrale, nonché a Washington consigliere speciale del Fmi) secondo cui «la Grecia è solo la punta dell’iceberg».

 

Invano la Bce ha tentato di spiegare che non si trattava di regalare soldi ai greci (pigri e imbroglioni quanto li vogliano i giornali popolari tedeschi), ma solo di prestarglieli; che la Repubblica Federale e gli altri Stati chiamati a contribuire avrebbero perfino potuto guadagnarci, imponendo alla Grecia tassi di interesse inferiori a ciò che i mercati le chiedono (oltre il 6%), ma superiori a quelli che loro stessi spuntano (fra il 3 e il 4%). Invano si è obiettato che il Fmi, altro che castigamatti, sui deficit pubblici è assai meno severo delle regole europee.

 

Non erano questi i soli equivoci che nelle settimane scorse hanno confuso le menti. Solo alla messinscena della politica tedesca giovava la minaccia di nuove regole per espellere dall’euro i paesi reprobi, senza che nessuno spiegasse come questo potesse tecnicamente realizzarsi (che farebbero qualsiasi famiglia e qualsiasi impresa di un paese sottoposto a procedura di espulsione dall’euro? Sposterebbero subito i conti in banca in un altro paese euro). Si è discusso di ipotesi che non esistevano; a cominciare da una nuova modifica dei Trattati europei, che dopo l’ultima desolante esperienza tutti i governi vorrebbero evitare.

 

L’unica consolazione è che l’Europa non è sola; gli squilibri che non riesce a risolvere intralciano anche la ripresa economica di tutto il pianeta. Facile unirsi nel biasimo ai paesi che «vivono al di sopra dei propri mezzi», come ha fatto per alcuni anni la Grecia, per giunta truccando le carte. Ma non va bene nemmeno che un paese viva «al di sotto dei propri mezzi» come fa la Germania, ossia producendo molto più di quanto consuma.

 

Oltre un certo limite - lo insegna questa crisi - la corsa alla competitività internazionale gira a vuoto, riversando su un paese più denaro di quanto ne possa utilmente usare (tanto che le banche tedesche ne hanno giocato non poco sui tavoli del casinò di Wall Street). Pur se il compromesso di ieri è nato tra Francia e Germania, questo problema continuerà a dividere i due paesi maggiori dell’euro, e anche gli altri.  STEFANO LEPRI LS 26

 

 

 

 

Buco nei conti. Roma rischia di fare la fine della Grecia

 

Altro che ladrona, Roma stracciona. Dopo due anni di cura Alemanno, il Campidoglio è sull’orlo del baratro economico e, unico comune in Italia, non ha ancora presentato il bilancio preventivo per il 2010 né il consuntivo del 2009. Una situazione gravissima, confermata dalla conversione in legge del decreto 3146A, avvenuta martedì scorso che a suo modo sancisce il dissesto economico della città: la voragine dei conti capitolini, dicono gli esperti, oggi supera i 12 miliardi di euro e, nella migliore delle ipotesi, per la città eterna si prospettano tempi durissimi.

 

L’antefatto - «Presa!» - pare abbia sibilato Giovanni detto Gianni Alemanno, il 28 aprile di due anni fa affacciandosi dal Campidoglio appena conquistato. Davanti al neosindaco non solo i 7 colli fatali, ma una città difficile da governare all’alba di una crisi economica planetaria: invece di rimboccarsi le maniche dà giù di spot inventando il «buco di Veltroni». Per far lievitare la cifra mette dentro di tutto, per il 2008 perfino le spese ordinarie dei primi 4 mesi, quando c’era ancora la vecchia giunta, ma per i restanti 8 mesi la sua amministrazione spende le entrate di tutto l’anno. Nove miliardi e mezzo di debito, grida: piombano gli ispettori di Giulio Tremonti, non proprio un simpatizzante dell’ex sindaco Walter Veltroni. E scoprono l’acqua calda: Roma, con i suoi tre milioni di abitanti, ha un bilancio difficile, ma il dissesto non c’è. L’operazione mediatica frutta però ad Alemanno i poteri di commissario al bilancio oltre alla promessa del governo di «500 milioni l’anno per i debiti»: promessa marinara, arriveranno a singhiozzo. Ma Alemanno ha l’impressione di una disponibilità eccezionale, come se quei soldi gli fossero dati non per ripianare ma per largheggiare, per pagare pegno a grandi elettori e fameliche clientele. Risultato: dopo soli due anni il bilancio non può essere approvato, perché si dovrebbe certificare il dissesto.

 

Il gatto e la volpe - Il gatto e la volpe sono Marco Marsilio e Maurizio Leo, due deputati romani del Pdl di provenienza An, il secondo è anche assessore al Bilancio della capitale. Lo stratagemma per far crescere le monete d’oro è un emendamento nella conversione in legge del decreto 3146A che dovrebbe calmierare la spesa degli enti locali riducendo consigli provinciali e prebende. Ma il 16 febbraio Marsilio non si fa scrupolo di presentare un testo che contiene, sepolta nelle coltri del burocratese, una bomba finanziaria a orologeria: la separazione per il bilancio di Roma fra gestione ordinaria e debito, affidato ad un commissario ministeriale e accollato tutto allo Stato «pantalone», senza contare l’esenzione per il Campidoglio dalle «deleghe di pagamento» alle banche che hanno finanziato i prestiti. Nel dibattito alla Camera l’onorevole Linda Lanzillotta (Api) ricorda che il credito è ormai l’architrave della finanza locale, ma aggiunge sarcasticamente Marco Causi (Pd): «Il comune (di Roma) costruisce la metropolitana con i fondi ottenuti grazie a un bond, ma poi non vuole pagare il bond». Insomma l’onorevole Marsilio con un colpo solo pretenderebbe sia dichiarata <CF161>ope legis</CF> l’insolvenza della Capitale d’Italia – che come un cattivo pagatore vedrebbe subito l’inasprirsi degli interessi bancari –, e immetterebbe nel bilancio dello Stato l’intero disavanzo di Roma, che veleggiando oltre i 12 miliardi di euro assomma a circa 140/200 punti dell’intero debito pubblico – facendo le debite proporzioni merita ricordare che il default finanziario della Grecia scaturiva da 14 miliardi di euro di debito.

La mossa è tanto grave da preoccupare lo stesso vice ministro dell’economia Vegas: da via XX Settembre arriva lo stop. Contraria all’emendamento Marsilio anche nella versione edulcorata di Leo, l’opposizione riconosce però che la grave situazione della capitale è un problema nazionale e non locale. Per il debito di Roma propone di applicare le procedure per i deficit sanità delle Regioni: un piano di rientro diviso tra Stato e in questo caso Comune, monitorato con attenzione.

 

Lacrime e sangue - In campagna elettorale il governo non poteva sconfessare l’amministrazione Alemanno: la legge approvata martedì è un rinvio. L’unica concessione sembrerebbe la divisione della gestione in due, una ordinaria e l’altra per il debito, accordando un rinvio per l’approvazione dei bilanci: è una vittoria di Pirro perché certifica che il comune di Roma è in dissesto oggi, non due anni fa. Poi le prese di distanza: la gestione del debito dal sindaco passa a un commissario del ministero dell’Economia, che rifarà da capo quei conti che Alemanno in due anni non è riuscito a fare; i 500 milioni di euro sono concessi anche per il 2010, ma non sono strutturali come sostiene demagogicamente la giunta capitolina. Infine, e non è un dettaglio, dopo le elezioni si vedrà chi dovrà pagare il debito della Capitale, e il governo non sembra volersene fare carico da solo.

Per i romani saranno lacrime e sangue: le stime dicono che per assessorati, dipartimenti e municipi la spesa corrente sarà ridotta dal 50% al 60%. Inoltre la giunta sarà costretta a far cassa aumentando le tariffe (rifiuti, trasporti, asili nido, e così via) e tagliando via interi settori dei servizi. Bufalini e Del Fra L’U 27

 

 

 

 

Il commento. La rottura della gabbia tv

 

La diretta di Michele Santoro, ben al di là del giudizio di amici e nemici, è stata un evento storico: la capillare messa in rete di un'infinità di media di piccolo e piccolissimo calibro ha infine radunato un pubblico vastissimo. Un pubblico che si è trovato al di fuori e al riparo dal ferreo controllo governativo sulla televisione generalista. Per la prima volta in modo così evidente la gabbia del duopolio è stata clamorosamente scardinata: un'evasione di massa che ha coinvolto giornalisti e artisti a vario titolo "impubblicabili" - specie in questi giorni di campagna elettorale - sul grande quotidiano dell'etere tradizionale.

 

Insieme a loro sono evasi, a milioni, telespettatori (e cittadini) che non aspettavano altro. Un'audience confederata e autoconvocata è stata la vera protagonista dell'evento, e lo è stata a pieno titolo: il vero esiliato dalla tivù, la vera vittima dei protervi editti e delle telefonate padronali del Re Censore, è quella fascia di pubblico, in larga parte giovane, che ritiene di non avere più rappresentanza televisiva. Il suo esilio, prima ancora che politico, è culturale: il linguaggio della tivù, in gran parte calibrato su un'idea corriva e classista dei "gusti popolari", non gli appartiene da anni. Quel mix di perbenismo politico e donnine scollacciate, di moralismo pubblico e immoralità privata, non gli dice nulla. Il mondo berlusconiano gli fa un effetto ridicolo e deprimente. È un pubblico che cerca la realtà ovunque (Internet, amici, scuola, socialità diffusa) ma non in tivù, se non nelle sempre più rade occasioni di informazione non controllata, non sanzionata, non addomesticata.

 

L'isteria censoria del premier e il servilismo dei suoi impiegati hanno fatto il resto. Sono stati il clamoroso lancio pubblicitario di una serata, più che antigovernativa, ingovernabile. E questo strappo mediatico, che in un paese normale già avrebbe il suo peso specifico, in Italia assume un peso molto maggiore: perché è precisamente il campo mediatico quello scelto dal premier per esercitare la sua egemonia politica, pubblicitaria (dunque economica) e culturale.

 

Basta vedere cosa ha fatto ieri il Cavaliere alla vigilia del voto: con l'intervista in contemporanea su Tg1 e Tg5 e l'invasione di altri quattro telegiornali e del Gr1. È in casa del premier - e non è una metafora - che microfoni e telecamere sono stati trafugati e autogestiti da chi intende l'informazione come un potere autonomo e non come il cingolo di trasmissione di questo o quel governo (ma soprattutto di questo). Chi ha seguito la serata, comunque la giudichi nei suoi singoli interventi e nel complesso della sua impostazione, ha colto l'eccezionalità, e direi ha provato lo choc, di un luogo televisivo di libertà incondizionata. Una libertà "scandalosa", vale a dire non consueta, non normale in un quadro televisivo che ci ha via via abituati alla cautela, all'esitazione, all'autocensura come norma prevalente. E ci ha anche aiutato a capire quanto preziosi, e per questo detestati da Silvio Berlusconi, siano gli spazi di libertà d'informazione già presenti nei palinsesti, e ultimamente tacitati.

Ovvio che Silvio Berlusconi giudichi "un obbrobrio" una così plateale effrazione delle sue regole e dei suoi voleri. Sarebbe ancora più preoccupato se i suoi fornitori di sondaggi gli presentassero un'analisi accurata del target che ha accompagnato Santoro e i suoi compagni di fuga.

 

Bassa età media, fitta rete di contatti (non controllabili) sulla rete, irrequietezza politica a tutto campo, non certo inquadrabile solo nella comoda casella della "sinistra". Rispetto ai tradizionali movimenti scolastici e universitari, che nascono e si spengono nell'ambito depresso e "specializzato" della scuola, questi milioni di disobbedienti si muovono e si formano dentro il fiume mediatico, cioè nel cuore stesso del potere italiano. Mitizzano "la realtà" come metodo antitetico al sogno berlusconiano, pretendono giornalismo, circolazione delle notizie, divulgazione dei fatti, insomma informazione, con un fervore che si presta magari a qualche trappola ideologica, a qualche scorciatoia faziosa, ma centra in pieno il cuore di ogni questione nazionale. Nella lettura governativa del fenomeno, si tratta dunque di autentici eversori. Sanzionare questo o quel giornalista, chiudere la bocca a questo o quel programma è nelle facoltà del premier, e si è ampiamente visto. Ma ricondurre milioni di italiani nell'alveo della docilità mediatica, questo non è più possibile: il merito fondamentale della serata bolognese è stato mettere in scena questa fuga di massa dalla Verità Ufficiale. MICHELE SERRA LR 27

 

 

 

Ue, Germania ingrata

 

L’egemonia tedesca in Europa si conferma nel momento in cui non si dichiara apertamente come tale, ma minaccia oscuramente di ritirarsi dal gioco.

 

Gli europei devono decidersi. O criticano la Germania perché alla fine riesce sempre a imporre, con qualche compromesso, il suo punto di vista su questioni di interesse comunitario generale - esercitando un’egemonia di fatto. O chiedono alla Germania di assumersi essa stessa, con un sovraccarico di responsabilità, un ruolo di guida perché «in ogni sistema monetario di Stati, con cambi fissi come con moneta unica, ve ne deve essere uno che esercita funzione di leadership» (così scrive Luigi Spaventa su la Repubblica). Ma non si possono dire o chiedere contemporaneamente entrambe le cose.

 

La complessa costruzione dell’Unione Europea non doveva surrogare, con la sua autorevolezza collegiale, proprio una qualunque guida o egemonia nazionale? Ieri invece si è visto che la decisione compromissoria presa a Bruxelles, a proposito della Grecia, è stata presentata - senza pudore - come un accordo tra Germania e Francia. Anche se il ruolo di Sarkozy in questa circostanza è sembrato più quello di principe consorte della cancelliera Merkel.

 

Quanto sta accadendo in questi giorni porta alla luce un difetto di costruzione dell’Unione. O meglio, un difetto che si è creato gradualmente con l’ingresso di sempre nuovi membri, accolto con un misto di generosità e di calcolo opportunistico da parte dei vecchi membri fondatori.

 

La Germania è stata la protagonista principale di questo processo e dell’intera costruzione istituzionale europea. Adesso sembra pentita. Addirittura si mette in contrasto con la Bce (come ha bene analizzato su La Stampa di ieri Stefano Lepri).

 

Dopo anni, i tedeschi ricominciano a dire - senza pudore, anche in questo caso - che alla fine degli Anni Novanta hanno sacrificato il loro marco alla moneta comune europea. Come se il loro fosse stato un sacrificio puro e semplice. Hanno evidentemente dimenticato che cosa ha significato il 1989-90 per l’Europa intera. Adesso ripetono che di sacrifici non ne vogliono fare più. Questa è l’opinione corrente della gente comune quando si ipotizzano aiuti straordinari a membri dell’Unione indisciplinati e scorretti (come i greci e altri possibili Stati).

 

La cancelliera Merkel interpreta perfettamente, con il suo stile di severa padrona di casa, questa sentimento diffuso. Anche se non è chiaro se la grinta decisionista che mostra verso l’esterno non compensi la sua indecisione nella gestione quotidiana dei problemi interni. Certamente fa bene alla sua immagine pubblica. Qualche giornalista ha tirato fuori lo stagionato concetto di sapore bismarckiano di «Cancelliera di ferro».

 

A livello di Unione Europea non siamo davanti a una semplice controversia di natura tecnico-finanziaria, ma a un conflitto politico, tra i più seri degli ultimi anni. Tocca infatti i rapporti di forza e le competenze decisionali dell’istituzione comunitaria di fronte a quelle dei singoli Stati membri.

 

Se vogliamo usare la solita parola «crisi», mai come in questo caso il concetto di «crisi» ha ripreso il suo significato etimologico, originario, di urgenza di una «decisione» per uscire da una impasse paralizzante. Ma si tratta di una paralisi latente da tempo nelle istituzioni europee. La loro collegialità infatti è diventata una finzione. O, se vogliamo, ha coperto un equilibrio sempre più precario tra gli Stati «padroni» dei trattati costitutivi dell’Unione e la rivendicazione d’autonomia decisionale delle istituzioni di Bruxelles. Il tracollo finanziario greco ha fatto precipitare la situazione.

 

La Germania è sempre stata una convinta promotrice e sostenitrice dell’equilibrio appena descritto. In esso ha goduto di un peso specifico adeguato alla sua consistenza economica, finanziaria e politica. E non è mancato chi - come dicevamo all’inizio - dietro tale equilibrio vedeva in realtà una sottile egemonia tedesca.

 

Adesso sull’onda della crisi a Bruxelles si riparla di rilancio della politica economica comune. Dobbiamo crederci? Si devono reinventare regole nuove per affrontare situazioni impreviste o vanno semplicemente applicate seriamente e severamente le regole esistenti?

 

Le regole con cui si è costruita faticosamente e gradualmente l’Unione attraverso i suoi trattati non prevedevano i crolli finanziari di dimensioni planetarie, le bancarotte catastrofiche, i fraudolenti trucchi fiscali e finanziari dei mesi scorsi. Ma queste patologie potevano/dovevano essere evitate secondo le regole esistenti?

 

In realtà tutte le autorità competenti, comunitarie e nazionali, sono state prese in contropiede e hanno reagito affannosamente, in ordine sparso. La Germania in particolare si è accollata un pesantissimo onere finanziario per contenere la crisi delle proprie banche. Adesso, appesantita da un debito pubblico enorme, non sente affatto il dovere di intervenire - in nome della solidarietà europea - a salvare Stati che sono stati imprevidenti, incapaci, incompetenti. Se i governi nazionali hanno sbagliato, devono pagare. Addirittura con la minaccia di uscire dalla zona dell’euro.

 

Il ragionamento non fa una grinza e soprattutto è popolare in Germania. Ma è la campana a morto della solidarietà dell’Ue.

 

Dove si è sbagliato? Si rifanno vivi gli analisti e i politici che anni fa avevano invano sconsigliato l'ampliamento dell’Unione verso Stati poco affidabili. Addirittura si rimpiange l’idea del «nucleo duro» europeo (Kerneuropa), composto dai vecchi Stati firmatari del Trattato di Roma.

 

Ma l’ipotesi di un ritorno indietro è impraticabile. La messa in atto di rigorose misure disciplinari contro gli Stati inadempienti sarà inevitabile, ma non sarà la soluzione del problema. Rimane la strada più difficile: una politica monetaria comune ha senso soltanto se è basata su politiche economiche, produttive e del lavoro comuni. Insomma si ha una grande politica comune. Ma questo ci riporta al precario equilibrio tra gli interessi degli Stati nazionali di cui stiamo parlando.

 

L’Europa è dunque prigioniera di un circolo vizioso? La Germania - per ora - ha mandato un forte segnale d’allarme. GIAN ENRICO RUSCONI LS 27

 

 

 

 

Avviato l’accertamento dei redditi dei pensionati all’estero. Le istruzioni dell’Inps

 

ROMA - Nell’ambito delle operazioni periodiche di verifica delle situazioni reddituali, è stata avviata l’operazione di accertamento dei redditi dei pensionati residenti all’estero relativi all’anno 2009. Con il messaggio dell’Inps n. 7977 del 19 marzo 2010 vengono dettate le istruzioni necessarie per la compilazione dei modelli reddituali (Mod. RED/EST 2010), e vengono fornite indicazioni sulle procedure per l’acquisizione e l’elaborazione delle dichiarazioni reddituali.

La richiesta riguarda i redditi relativi all’anno 2009. Per ridurre il numero delle comunicazioni inviate ai pensionati e semplificare l’assolvimento degli adempimenti burocratici da parte dei beneficiari delle prestazioni, a partire da quest’anno, ugualmente a quanto avviene per i pensionati residenti in Italia, il modello RED/EST 2010 é inviato in un unico plico insieme al modello CUD e ai modelli da utilizzare per la richiesta di detrazioni d’imposta.

Il plico contiene, oltre ai modelli, le istruzioni essenziali per la compilazione e la produzione della certificazione. Il mod. RED/EST 2010 é parzialmente precompilato con i dati rilevati dagli archivi dell’Istituto e prevede quattro sezioni: la prima per le avvertenze sulla compilazione del modulo; la seconda per i dati del titolare della pensione, del coniuge e dei familiari; la terza per la dichiarazione di responsabilità e l’informativa sul trattamento dei dati personali; la quarta per la delega al Patronato.

È prevista la possibilità, come anche nelle precedenti emissioni, di rinunciare a dichiarare i redditi. Il possesso della cittadinanza italiana deve essere oggetto di autocertificazione da parte dei pensionati.

Nel caso il pensionato abbia trasferito la propria residenza in Italia, dovrà comunicare la data del suo rientro e restituire la modulistica alla sede di residenza.

Il pensionato rientrato in Italia dovrà fornire le informazioni reddituali secondo le modalità previste per la generalità dei pensionati residenti in Italia. Nello specifico, l’interessato deve indicare l’importo di ogni trattamento pensionistico percepito nell’anno 2009, al netto di eventuali arretrati corrisposti nell’anno ma di competenza degli anni precedenti, dei trattamenti di famiglia e degli eventuali contributi previdenziali.

Gli importi delle pensioni devono essere presentate nella valuta del Paese che eroga il trattamento. La sezione successiva del modello prevede la possibilità di dichiarare il conseguimento di altri redditi oltre a quelli pensionistici. Con le medesime modalità devono essere compilate le sezioni del mod. RED/EST 2010 relative ai redditi del coniuge e dei familiari del titolare.

Per la compilazione dei modelli, i pensionati potranno avvalersi dell’assistenza degli Enti di Patronato riconosciuti dalla legge.

I modelli, compilati con le informazioni necessarie e accompagnati dalla relativa documentazione, devono essere presentati, entro il 30 giugno 2010, agli Enti di Patronato o ai Consolati d’Italia, che provvederanno ad inoltrarli telematicamente all’Inps.

In alternativa, i pensionati possono spedire entro la stessa data i modelli compilati e sottoscritti, con allegata la documentazione richiesta e una fotocopia di un documento di riconoscimento valido, alla sede INPS che ha in carico la pensione. Gli Enti di Patronato e i Consolati, al momento della consegna da parte dei pensionati dei modelli reddituali, dovranno: accertare l’identità personale del dichiarante; ricevere i modelli RED/EST 2010 opportunamente compilati e firmati; verificare la conformità della documentazione presentata ai dati indicati nei modelli; provvedere all’acquisizione dei dati attraverso il collegamento via internet con il sito web dell’INPS. La procedura di acquisizione dei redditi dei pensionati residenti all'estero è disponibile dal 22 marzo 2010. (d.loru\ aise)

 

 

 

 

"Caro Onorevole, che cosa ha fatto per gli italiani nel mondo?" La risposta dell’on. Garavini (PD)

 

Di certo il bilancio di tutti noi deputati eletti all’estero sarebbe più ricco se non ci fosse un Governo così ostile proprio di fronte alle esigenze dei nostri connazionali all’estero. I numeri al parlamento sono quelli che sono, ma con un po’ di tenacia si può strappare lo stesso qualche successo. Vale la pena dare un’occhiata all’opuscolo che noi deputati eletti nella circoscrizione estero per il Partito Democratico abbiamo pubblicato, che dà un ottimo resoconto del nostro primo anno di lavoro.

 

Personalmente provo molta soddisfazione per il via libera alla doppia cittadinanza per tutti gli italiani in Europa, che è sicuramente uno degli esiti più concreti ottenuti in questi due anni. Da giugno 2010, infatti, gli italiani residenti in Europa potranno chiedere la nazionalità del loro Paese di residenza senza dover rinunciare a quella italiana. È un successo per il quale mi sono battuta insieme al PD in Belgio e, di seguito, ad alcuni miei colleghi democratici in parlamento con i quali ho presentato un’interrogazione al Ministro degli esteri chiedendo che nessun italiano si veda più costretto a rinunciare alla propria cittadinanza per poter acquisire quella del Paese in cui vive. Sono convinta che la possibilità della doppia cittadinanza possa portare a una più completa e incisiva integrazione, anche politica, dei nostri connazionali all’estero perché apre la strada a una maggiore partecipazione degli italiani oltreconfine alla vita politica attiva proprio là dove risiedono.

 

Ritengo che sia un nostro importante successo essere riusciti, l’anno scorso, a ridurre i tagli previsti dal Governo. Grazie ad un tenace lavoro di opposizione, siamo riusciti a salvare tanti milioni per i nostri connazionali nel mondo, per le scuole e per il sociale. Anche se i tagli che il Governo ha imposto rimangono dolorosi. Personalmente sono, inoltre, riuscita a realizzare una piccola modernizzazione che mi era stata richiesta da diverse donne italiane in Europa. Anche a seguito di una mia interrogazione parlamentare, la Direzione per i Servizi Demografici del Viminale ha stabilito che i figli italiani all’estero ai quali i genitori hanno assegnato il cognome della madre non vengono più costretti d’ufficio dallo Stato italiano a cambiare il loro cognome prendendo quello del papà. È una piccola iniezione di modernità che viene dall’estero.

 

Altre cose portate avanti: Sono contenta di essere riuscita a introdurre nella discussione sulla riforma di CGIE e Comites una clausola che prevede la presenza di giovani e di donne – tuttora sottorappresentati – all’interno di questi organi. Ci sono, poi, proposte di legge come Prime per il ritorno dei cervelli italiani dall’estero o come Controesodo, attualmente discussa in sede di Commissione, per sostenere gli italiani all’estero che decidono di rientrare. Quest’ultima proposta di legge, in particolare, da un lato prevede una serie di incentivi fiscali per coloro che tornano e intendono ricominciare un’attività d’impresa o un lavoro autonomo; d’altro lato attraverso bonus fiscali facilita l’assunzione di italiani residenti nel mondo da parte di imprese che assumono con contratto indeterminato.

 

Ho sempre in mente l’appello dei tanti che, sin dalla campagna elettorale, mi chiedono di non limitarmi a fare esclusivamente una politica “lobbyistica” per gli italiani nel mondo, ma di dare il mio contributo per migliorare l’Italia e la politica italiana in generale. Cerco, dunque, di fare entrambi le cose: portare avanti le mie proposte per gli italiani nel mondo, ma di andare anche oltre. Cerco di fare questo soprattutto in qualità di capogruppo del PD in Commissione antimafia. In questa funzione sono riuscita a dare il mio contributo affinché venisse approvato il regolamento “liste pulite” per le elezioni regionali e affinché venisse notevolmente migliorata la legge sull’Agenzia per i beni confiscati. Inoltre, insieme alla società civile e ai socialdemocratici tedeschi, mi sono impegnata affinché il Bundestag approvasse una legge che faciliti la confisca dei beni mafiosi anche in Germania. Un contributo importante alla lotta contro le mafie e un segnale incoraggiante che dimostra come la collaborazione internazionale nel contrasto alla criminalità organizzata possa dare importanti frutti.

Siamo, dunque, riusciti a ottenere piccoli risultati. Ma visti i numeri in Parlamento e l’ostilità del Governo Berlusconi ogni successo va strappato con le unghie.

On. Laura Garavini, Italiachiamaitalia 26

 

 

 

Tagli del Governo ai media all’estero. Siddi (Cgie-Fnsi): un intollerabile sfregio

 

ROMA - "La Federazione della Stampa condivide e sostiene la richiesta di ripristinare i contributi per la stampa italiana all’estero, giudicando intollerabile sfregio alla comunità italiana, all’editoria e alla relativa organizzazione dei giornalisti che ne assicurano una qualificata offerta informativa". A dichiararlo è Franco Siddi, Segretario Generale della Fnsi, e Presidente della Commissione Informazione del Consiglio degli Italiani all’estero a commento di un articolo pubblicato sul "Corriere canadese" dal titolo "Dal Canada centinaia di lettere a Bonaiuti". "La vicenda del "Corriere Canadese" – prosegue Siddi – mostra il suo radicamento sociale e culturale nell’area in cui è diffuso e nello stesso tempo il valore per l’Italia e del suo progetto editoriale che va ben oltre l’idea di una realtà confinata. I quotidiani italiani nel mondo (Corriere Canadese, America oggi, Voce di Italia di Caracas, Gente di Italia di Montevideo, Globo e Fiamma in Australia, Voce del Popolo a Rijeka) sono realtà vitali di un Paese che non può parlare di giorno di italianità importante nel mondo per poi martoriala e cancellarla di notte, come è avvenuto con lo scippo dei contributi pubblici fatto contro questa realtà. Un taglio – conclude il Segretario della Fnsi - che colpisce centinaia di piccoli periodici che, peraltro, ha valore retroattivo (2009) e che rappresenta, appunto, un intollerabile sfregio su cui non permetteremo cali il silenzio".

Nell’articolo citato, il "Corriere canadese" fa sapere che ha inviato un centinaio di missive di protesta contro i tagli alla stampa all’estero al Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Paolo Bonaiuti; alla segretaria capo del dipartimento Editoria; al ministro dell’Economia e Finanza Giulio Tremonti; al ministro dello Sviluppo Economico Claudio Scajola. Tra i mittenti il Congresso Nazionale degli Italo Canadesi (sezioni di Toronto e Ottawa), il Console Generale di Toronto Gianni Bardini, istituzioni italiane in Canada come la Camera di Commercio, l’ICE, Team Italia, le Università di Toronto, Ottawa, Mississauga, Kingston, Waterloo, il Vicario Episcopale di Toronto, Federazioni, Club e Associazioni da Vancouver a Montreal che sono scese in campo per sostenere la battaglia del Corriere Canadese tesa al ripristino dei fondi. (aise)

 

 

 

L’Italia partner della Germania alla Industrie-Messe di Hannover

 

Per l’ambasciatore Valensise da Hannover possono nascere iniziative industriali italo-tedesche anche in chiave multilaterale in paesi terzi

 

Hannover Sarà inaugurata il prossimo 18 aprile con i discorsi ufficiali di Angela Merkel e di Silvio Berlusconi nella Fiera di Hannover, la Industrie-Messe. Per la prima volta "la piu' importante rassegna mondiale della tecnologia" (parole di Wolfram von Fritsch, presidente dell'ente fieristico) avra' l'Italia come paese partner e ospite d'onore. Oggi, ad un mese dall’inaugurazione è stata “innalzata” una originale bandiera italiana: una utilitaria del piu' celebre marchio automobilistico tedesco è stata verniciata da un robot di Augsburg in bianco (le porte) rosso (il tetto) e verde (il cofano).

La rassegna internazionale (4.800 espositori da 63 paesi di tutti i continenti) fara' da cornice alle periodiche consultazioni governative bilaterali per accentuare la dimensione economica nei rapporti politici con l'estero. Il presidente del Consiglio sara' accompagnato ad Hannover dal ministro degli Esteri, Franco Frattini, dei Trasporti, Altero Matteoli, e dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, i quali avranno colloqui con i loro omologhi tedeschi Guido Westerwelle, Peter Ramsauer e Rainer Bruderle. La Germania e' il primo partner economico del nostro paese e la manifestazione di Hannover mira ad imprimere nuovi impulsi alla cooperazione bilaterale.

Non solo questo, da Hannover possono nascere iniziative industriali italo-tedesche anche in chiave multilaterale in paesi terzi – ha fatto notare l’ambasciatore Michele Valensise nell’affollata conferenza stampa per la presentazione. Questa fiera sarà un’importante vetrina della vitalità dell’industria italiana e metterà in mostra non solo la grande industria, ma anche la flessibilità e il dinamismo delle piccole e medie imprese”. Grtv

 

 

 

 

 

“Sicilia Mondo”: Pirandello questa sera Berlino

      

Berlino - Nell’ambito del proprio progetto “Settimana della Cultura Siciliana nel mondo” Sicilia Mondo organizza a Berlino, questa sera 29 marzo, presso la Trattoria Toscana, alle ore 18,00 con l’Associazione Amici del Ciao Italia, una Conferenza-dibattito sul tema “Il carteggio fra Luigi e Stefano Pirandello”.

L’incontro prevede l’introduzione  di Domenico Azzia, Presidente di Sicilia Mondo su “I siciliani in Germania” e di Francesca Cuffari su “I giovani”, la Conferenza da parte di Sarah Muscarà, Ordinaria di Letteratura Italiana all’Università di Catania  con il  commento alla mostra su Pirandello da parte di Enzo Zappulla, Presidente dell’Istituto di Storia dello Spettacolo Siciliano. Prof. Pino Tizza  su “Confronto della novella di Pirandello”.

Pirandello è conosciutissimo in Germania, rileggere il suo pensiero di drammaturgo straordinario è sempre un evento che affascina e coinvolge. Alla manifestazione è stata invitata la comunità italiana e le Istituzioni tedesche e italiane.

L’iniziativa si inquadra nella politica di promozione e conoscenza della cultura siciliana  pervicacemente promossa come aggregante presso le comunità siciliane all’estero ma, soprattutto, come messaggio culturale del patrimonio straordinario dell’Isola da portare presso le società ospitanti ed in grado di suscitare flussi di turismo culturale di ritorno in Sicilia. Un rinfresco con buffet chiuderà la manifestazione. De.it.press

 

 

 

 

 

 

Alcune delle iniziative dei prossimi giorni a Monaco di Baviera e dintorni

 

- fino a sabato 30 maggio, c/o Pinakothek der Moderne

   (Barerstr. 40, München))

   "Gianpaolo Babetto. L'italianità dei gioielli"

   Informazioni presso: www.die-neue-sammlung.de

   Ingresso (per l'intero museo): € 10,-/7,- (domenica: € 1,00)

   Organizza: Die Neue Sammlung - The International Design Museum Munich

   in cooperazione con l'Istituto Italiano di Cultura

 

- fino a domenica 6 giugno, 10:00-22:00, c/o Aspekte Galerie im

   Gasteig, 2. OG (Rosenheimerstr. 5, München)

   "Letizia Battaglia - Sizilianische Fotografien von 1976 bis 2009"

   Ingresso libero

   Organizza: Aspekte Galerie der Münchner Volkshochschule, Münchner

   Stadtbibliothek, KOMM-Bildungsbereich Istituto Italiano di Cultura,

   Circolo Cento Fiori

 

- martedì 30 marzo, ore 21:00, c/o Filmmuseum in Münchner Stadtmuseum

   (St.-Jakobs-Platz 1, München)

   nell'ambito della rassegna "Retrospektive Lina Wertmüller"

   Film: "Tutto a posto e niente in ordine" (Italia, 1974, 105', OmeU)

   Ingresso: 8,–/4,- €

   Organizza: Filmmuseum München, in collaborazione con Istituto Italiano

   di Cultura

 

- martedì 6 aprile, ore 21:00, c/o Filmmuseum in Münchner Stadtmuseum

   (St.-Jakobs-Platz 1, München)

   nell'ambito della rassegna "Retrospektive Lina Wertmüller"

   Film: "Pasqualino settebellezze" (Italia, 1975, 116', OmeU)

   Ingresso: 8,–/4,- €

   Organizza: Filmmuseum München, in collaborazione con Istituto Italiano

   di Cultura

 

- lunedì 12 aprile, ore 18:30, c/o Sala Erasmus della Scuola Europea

   (Elise-Aulinger-Str. 21, München)

   "Essere genitori, un mestiere difficile?"

   Conferenza del Dott. Vincenzo Balestra, primario di psichiatra presso

   l'ASL 6 di Vicenza, Direttore del Dipartimento per le Dipendenze

   Patologiche. Entrata libera

   Organizza: la Sezione Italiana della Scuola Europea di Monaco di

   Baviera

 

- martedì 13 aprile, ore 21:00, c/o Filmmuseum in Münchner Stadtmuseum

   (St.-Jakobs-Platz 1, München)

   nell'ambito della rassegna "Retrospektive Lina Wertmüller"

   Film: "La fine del mondo nel nostro solito letto in una notte piena di

   pioggia" (Italia, 1977, 104', OmeU). Ingresso: 8,–/4,- €

   Organizza: Filmmuseum München, in collaborazione con Istituto Italiano

   di Cultura

 

- mercoledì 14 aprile, ore 19:30, c/o Kino Breitwand Starnberg

   (Wittelsbacherstr.10, Starnberg, Tel: 08151-971800, www.breitwand.com)

   nell'ambito della rassegna "il Cinema Italiano introdotto e commentato

   da Ambra Sorrentino"

   Film: "Non pensarci" (Regia: Gianni Zanasi, Italia 2007, 104')

 

- mercoledì 14 aprile, ore 20:00, c/o Gasteig, BlackBox

   (Rosenheimerstr. 5, München)

   per la rassegna "Italien neu verstehen"

   "Lega Nord. Was steckt hinter ihrem Erfolgsgeheimnis?"

   con Francesco Jori, docente all'Università di Padova, e Carl Wilhelm

   Macke, giornalista

   Ingresso: € 6,- Organizza: Münchner Volkshochschule

  

- giovedì 15 aprile, ore 19:00, c/o Gasteig, Vortragssaal der Bibliothek

   (Rosenheimerstr. 5, München)

   per la rassegna "Europa und der Nationalsozialismus"

   "Der italienische Faschismus und die Juden"

   con Dr. Thomas Schlemmer, dell'Institut für Zeitgeschichte in München

   Ingresso libero. Organizza: Montagsforum im Gasteig

  

- venerdì 16 aprile, ore 18:00, c/o Istituto Italiano di Cultura

   (Hermann-Schmid-Str. 8, München)

   "Incontri di letteratura spontanea"

   Chiunque può leggere una piccola poesia, un racconto, una storia o

   anche solo parlare di qualcosa o domandare o ascoltare gli altri.

   Ingresso gratuito.

   Per informazioni: Giulio Bailetti, Tel/Fax 089-988491

 

- venerdì 16 aprile, ore 19:00, c/o Feinkost "Da Maria"

   (Heimeranstr. 49, München - U5 "Schwanthalerhöhe" o "Heimeranplatz")

   "Lo stornello romano: satira politica e morale dall'Unità d'Italia a

   Berlusconi". Con Corrado Conforti. Ingresso libero

   Organizza: Rinascita e.V.

 

- venerdì 16 aprile, ore 19:30, c/o Istituto Italiano di Cultura

   (Hermann-Schmid-Str. 8, München)

   "Badengehen in Rom - Einblicke in das Thermenleben einer antiken

   Weltstadt". Relatore: Prof. Dr. Johannes Nollé

   Organizza: Società Dante Alighieri Monaco di Baviera e.V.

 

- domenica 18 aprile, ore 10:30-11:15 (per i piccolini, fino a 5 anni e

   mezzo), ore 11:15-12:30 (per i grandicelli, dai 5 anni e mezzo a 10

   anni), c/o Haus-Olymp (Elisabeth-Kohn-Str. 29, München - tram 27 e 12,

   bus 53 e 154) "Il laboratorio dell'italiano"

   Lo scopo delle attività è migliorare le competenze linguistiche,

   sociali e culturali dei bambini di bilinguismo (o plurilinguismo)

   italiano. Ballando, giocando, cantando e disegnando impareremo

   divertendoci.

   Per maggiori informazioni rivolgersi a Marinella Vicinanza-Ott

   (tel. 089/30 70 76 35 - maviott@arcor.de)

   Organizza: Rinascita e.V. de.it.press

 

 

 

Prima riunione europea a Berlino delle ecolabel del turismo convocata dall’Onu

 

Berlino- E’ iniziato giovedì 25 marzo, nella sede del WWF tedesco a Berlino, il primo workshop del Tourism Sustainability Council, terminato il 26 marzo. Unica rappresentante italiana invitata all'importante riunione era Sandra Sazzini, responsabile relazioni internazionali di Legambiente Turismo e presidente di VISIT Europa (l'organizzazione delle ecolabel europee). Il Tourism Sustainability Council nasce dalla fusione di due iniziative mondiali, i Global Sustainable Tourism Criteria (www.sustainabletourismcriteria.org) lanciati da UNEP a Barcellona nel 2008 e il Sustainable Tourism Stewardship Council, riunitesi sotto l’egida della Fondazione ONU per identificare criteri comuni per la sostenibilità nel turismo e promuoverli tramite un sistema di accreditamento mondiale delle ecolabel.

Il seminario europeo, che fa seguito ad altri incontri già avvenuti in Sudafrica e nel Centro America, ha visto la partecipazione di alcune delle maggiori ecolabel europee e dell’Associazione VISIT che le rappresenta. L’incontro si è prefisso di contribuire al riconoscimento del TSC come strumento mondiale di diffusione delle pratiche di sostenibilità nel turismo, ma soprattutto di offrire una seria piattaforma di discussione basata sulle esperienze maturate in Europa (dove nel 2002 le iniziative di sostenibilità nel turismo censite erano oltre 40) nel motivare e avviare le imprese ricettive alla sostenibilità.

Per le ecolabel di VISIT è stata un’occasione per valorizzare l’attività di diverse importanti iniziative regionali e nazionali, tra cui anche Legambiente Turismo fin dal 1997, e il percorso comune di accreditamento compiuto attraverso VISIT a partire dal 2001. "L’approccio di VISIT con i Common Basic Standards, che lascia a ogni ecolabel la possibilità di adottare ed adattare procedure e criteri alle realtà locali - dice Sandra Sazzini - rimane il metodo di azione più efficace verso la maggior sostenibilità di tutto il turismo. E non solo per l’Europa, dove, pur con una grande diversificazione, esiste già un’intesa comune sul concetto di sostenibilità, espressa più volte anche nella strategia europea verso la sostenibilità e la competitività del turismo". (aise, de.it.press)

 

 

 

Alla ProWein di Düsseldorf Trentino e Alto Adige avviano la collaborazione con la Georgia

 

Düsseldorf - La fiera internazionale di vini e liquori "Prowein 2010", a Düsseldorf, ha visto l’avvio di una nuova cooperazione: l’Alto Adige, la regione a vocazione vitivinicola più antica dell’area tedesca, insieme al Trentino ha consegnato alla Georgia, il Paese con la più antica vocazione vitivinicola del mondo, una caratterizzazione dei due vitigni autoctoni Rkatsiteli (Rkaziteli) e Saperavi.

Già nel 2009 era stata avviata una collaborazione fra il Centro di sperimentazione Laimburg, lo IASMA Centro di Ricerca e Innovazione del Trentino, e INNOVITIS, una piattaforma per l’innovazione nella viticoltura fondata in Alto Adige nel 2008, sulla caratterizzazione sensoriale ed enologico-analitica delle varietà autoctone georgiane Rkaziteli e Saperavi rispetto a quelle locali e tradizionali come Chardonnay e Teroldego e indirettamente sulla verifica delle potenzialità sul mercato internazionale.

La conclusione del confronto scientifico è durato un anno: entrambi i vitigni mostrano caratteristiche che li distinguono dalle relative varietà con cui sono stati comparati, lo Chardonnay ed il Teroldego, le più importanti varietà trentine locali. Le varietà georgiane sono quindi fondamentalmente equiparabili nella coltivazione in quanto ad efficienza nella resa per ettaro e per qualità delle uve. Il vitigno bianco Rkaziteli si avvicina per tipologia ai vitigni bianchi della Borgogna. Il più importante vitigno rosso georgiano Saperavi si posiziona nella tipologia delle varietà più capaci di maturare come Merlot, Cabernet e Lagrein e mostra caratteristiche che lo distinguono nettamente dalla varietà Teroldego, con cui è stato comparato.

Il trasferimento di conoscenze si è concretizzato nella cerimonia di consegna dei risultati da parte di Heike Platter del Centro di Sperimentazione Laimburg, a nome di tutti i partecipanti al progetto, a Tina Kezeli, presidentessa dell’associazione del vino "Georgian Wine" che riunisce le principali aziende vinicole della Georgia. L’associazione avvierà nei prossimi mesi una campagna di marketing per far recuperare al vino georgiano la propria prominenza sui mercati mondiali. Il confronto con i vitigni di Alto Adige e Trentino sosterrà la Georgia nella sua aspirazione a riaffacciarsi sulla scena internazionale del vino con prodotti di qualità ottenuti da vitigni autoctoni. (aise

 

 

 

 

Berlino. I lavori di Renato Meneghetti alla “Factory-Art Gallery” fino al 5 maggio

 

Berlino - C’è attesa ed interesse negli ambienti culturali di Berlino per la mostra delle radiografie pittoriche dell’italiano Renato Meneghetti, inaugurata il 13 marzo e che si concluderà il 5 maggio alla “Factory-Art Gallery”.

Nella mostra, intitolata “Vedere Oltre: X-Rays Opere 2000/2009”, è esposta una consistente parte della grande mostra dedicata a Renato Meneghetti dalla città di Roma al Museo Nazionale di Palazzo Venezia ed in contemporanea in altre tre sedi museali, curata dal noto critico Achille Bonito Oliva per il Ministero dei Beni Culturali – Polo Museale Romano.

Questa mostra è il segnale di una ricerca inesausta, di un tentativo di andare sempre più in là, sempre oltre, non soltanto con la radiografia ma anche con il pensiero.

 

La ricerca di Meneghetti esplora temi di grande attualità sviluppati in quattro installazioni nelle quali il pubblico è parte interattiva in un allestimento che si annuncia curatissimo, per comporre una unica grande installazione all’interno della quale saranno esposti anche dipinti radiografici.

Meneghetti è anche il compositore delle musiche, i cui suoni quasi ipnotici guidano lo spettatore verso uno stato di grande emotività, dove la percezione visiva si approssima alla visionarietà.

“Clandestine” e “Indifference”. Coinvolgente ed interattiva, l’installazione obbliga alla partecipazione attiva il pubblico. Un’esperienza al limite per dare voce ai nuovi Tersite, ai senza volto della contemporaneità. Un’esperienza vissuta da un’artista da sempre attento ai temi sociali. Un progetto nato nel 2000 che si snoda in due parti complementari. Per ”Clandestine” comprare i cartoni con cui i clochard chiedono l’elemosina, per simboleggiare l’acquisto dell’esistenza stessa di queste persone. Per “Indifference” un percorso creativo composto con centinaia di teste di ceramica tra le quali i visitatori sono costretti a farsi largo per accedere all’esposizione inevitabilmente rompendo le fragilissime sculture. Ciò per mostrare l’indifferenza in cui oggi versa il genere umano. Le foto e il video-art completano l’installazione e raccontano la sofferenza degli emarginati.

Di grande attualità l’installazione del 1999 “An Invasion of a Privacy Invaded”, anticipatrice dell’attuale situazione mondiale: l’artista denuncia la violazione della privacy compiuta dalle forze dell’ordine pubblico con i controlli ai raggi X negli aeroporti: la personalità dell’individuo, i suoi vizi, le sue passioni vengono messe a nudo e diventano di dominio pubblico. L’artista viola a sua volta la privacy delle forze di Polizia filmando i monitor dei controlli e ri-viola la privacy del privato cittadino. Completano l’installazione grandi tele pittoriche derivanti dalle X-Rays dei bagagli estrapolate dai monitor di controllo.

Del 2006 è “Eghènetai! Buio, non ombra. Luce”. Nel buio tunnel, dal nulla al tutto. Dal buio alla luce. Lastre sospese nello spazio pesante, una selva di radiografie pencolanti contro le quali sbattere, come avviene nella vita con la malattia, con il dolore. Un percorso non prevedibile dove si passa tra un’ opera e l’altra, spostandole. Girando, le lastre mostrano le trasparenze che rivelano immagini radiografiche, lanciano bagliori riflettendo la luce che colpisce la lucida superficie. E siamo in grado, anche, di ascoltare quelle acute sollecitazioni allo spirito forniteci dalla musica, dal profano al sacro, usata per questa installazione che coinvolge tutti i sensi del fruitore, che sintetizza il dramma della vita contemporanea. Ma ecco che la notte è squarciata dalla luce che penetra attraverso forme umane variamente combinate e ne disegna i confusi profili sulle pareti; per la memoria al contempo di Steiner e del pieno medioevo germanico. Attraversando l’oscuro tunnel pensiamo che in quest’opera ci siano tutte le nostre disperazioni, il nostro buio. Una specie di punto di cortocircuito che è stato ad arte creato da Meneghetti.

Al 2000 risale invece l'opera “Vertebrals Parallels”. Struttura portante del corpo, la catena delle vertebre evoca un parallelo tra colonna e pianta, creando immagini ora di oasi pietrificate dietro le quali muovono radiografie di anatomie umane, ora colonne di fumo e camini che riportano la memoria cruda ed immediata di pire sacrificali (Dachau). Sul fondo muovono radiografie di anatomie umane nell’installazione di cotoni, dipinti a partire da fondi radiografici, variamente disposti nell’architettura segnati con rilievi umani. Forme che evocano il parallelo tra pianta e colonna umana, a comporre un disorientante paesaggio mentale.

 

Nelle tre sale che ospitano la pittura verranno esposti quattro cicli pittorici: “Vedere Oltre, Vedere Dentro”, che risale al periodo dal 1997 al 2000, “Invasion of a Privacy Invaded” dal 1999 al 2010, “Grandi Maestri” dal 2008 al 2010 e “L’Anima della Foresta” dal 2000 al 2010.

nel primo ciclo, “Vedere Oltre, Vedere Dentro”, la pittura presenta soggetti e temi che derivano direttamente dalla grande scoperta di Röntgen. Le X-Rays possono diventare paesaggi, montagne, corpi di donne se guardati liberamente, con l’occhio di Leonardo Da Vinci che descriveva quello che vedeva nelle muffe che l’umidità produceva sui muri del suo studio, e vedeva di tutto. Il corpo come tempo, il corpo come luogo. I dipinti derivati da reperti radiografici, rivelano inattese similitudini con simboli religiosi, fantasmi ed immagini della storia o della mente. Come scrive Gillo Dorfles, “le radiografie di Meneghetti sono l’unico fatto nuovo intervenuto nell’arte italiana in questi ultimi vent’anni. Bisogna riconoscere che egli è stato indubbiamente tra i primi e forse il primo in assoluto a comprendere l’interesse estetico oltre che scientifico di questo mezzo; e soprattutto a individuare il significato profondo di tale impiego”.

 

Spostando l’attenzione dall’opera ormai nota delle radiografie del corpo umano alle radiografie di oggetti, ecco le grandi tele pittoriche derivanti dalle X-Rays dei bagagli estrapolate dai monitor di controllo, raccolte nel ciclo “An Invasion of a Privacy Invaded”. Renato Meneghetti, nelle sue elaborazioni pittoradiografiche rivela oggetti nascosti, mediante immagini anfibie, di pura creatività, costruite partendo dalla magia scientifica per giungere a quella artistica, l’unica che conta infine, anche per Meneghetti. Guardare dentro, guardare oltre è da sempre uno degli intenti dell’alta cultura, di quella speciale forma di sapere che non si limita all’immediato e al contingente, al fenomeno, ma vuole comprendere ciò che si cela dietro ad ogni visibilità. Sottolinea Achille Bonito Oliva che “Meneghetti è stato il primo artista nell’ultimo mezzo secolo, a indagare gli aspetti più misteriosi, e quindi affascinanti, degli oggetti attraverso i raggi X e altri scandagli medici. Da queste sue sperimentazioni sono nate opere d’arte: dal forte contenuto simbolico”.

Fedele alla pittura, l'artista nel ciclo “Grandi Maestri” ha coniugato l’antico, il moderno ed il contemporaneo portando la scienza nell’arte: egli è il traghettatore Caronte, il ponte tra la storia dell’arte ed il terzo millennio. Ecco che il colore suadente e caldo della pittura si impallidisce e raffredda ad opera di una luce d’origine spettrale, morta, innaturale, lasciando così emergere l’immagine dello scheletro nascosto, celato, dall’offerta di quella morbida carne piena di vita e bellezza. Lo sguardo dello spettatore precipita nell’azzurro vuoto inespressivo della lastra radiografica. L’immagine ha tutti gli ingredienti artistici del memento mori. Guardare dentro, guardare oltre è da sempre uno degli intenti dell’alta cultura, di quella speciale forma di sapere che non si limita all’immediato e al contingente, al fenomeno, ma vuole comprendere ciò che si cela dietro ad ogni visibilità. Meneghetti si affida ad una strumentazione scientifica che nel caso specifico non vede davvero, ma simu1la un sottostante che non esiste nella sua articolata fisicità. Spiega Francesco Gallo che “l,Le maschere vengono esaltate da una duplicità, che può venire da Klimt, Picasso, Dalì, Leonardo, mentre la lente radiografica è tutta di mano sua, in una sapiente reductio ad unum facendo apparire cose che non apparivano”.

Infine il ciclo “Pittura: l’Anima della Foresta” include radiografie di legni che evocano paesaggi. Il variabile ritmo ed il ciclo irregolare delle venature nel legno compongono una sequenza di paesaggi marini e terrestri, ora notturni, ora immersi nella nebbia o disegnati dal vento e dal sole diretto. Da uno stesso fondo radiografico la mente distingue climi e caratteri a distanze continentali fra loro. Da vere radiografie di veri alberi: si percepiscono le venature come dune nel deserto, i nodi come astri solari e lunari, le crepe come paesaggi in tempesta. Ancora una volta l’immagine reale si trasforma con quozienti irreali di fantasia trasposta. Nel ciclo dei legni di Meneghetti il colore ha giocato un ruolo primario facendosi aria, luce, atmosfera, vibrazione fisiologica e quindi anche psicologica.

Renato Meneghetti nasce nel 1947 a Rosà di Vicenza. Inizia a dipingere giovanissimo e la sua opera di artista si compie ora nella fortezza di Ezzelino da Romano dove è vissuto in giovinezza, ora nelle diverse ville palladiane che ha restaurato e abitato. Dopo i primi interventi, presentati negli anni Sessanta da amici e artisti come Fontana, Munari, Guiducci e una sequela di concorsi ed esposizioni giovanili, inizia una attività espositiva che lo vedrà presente nelle più importanti sedi nazionali ed internazionali. Dal 1997 una inedita ricerca nell’uso delle più avanzate tecnologie della comunicazione e della riproduzione virtuale di immagini, corpi e oggetti. Proiezioni e pitture visive, faranno percepire con più esattezza il messaggio che evoca la luce come potere e energia.

Sue opere sono presenti in gallerie private e nelle aste internazionali più importanti (Christie’s, Sotheby’s, Ketterer, Dorotheum, Tajan, Bonhams, Neumeisters).

Predilige la pittura, strumento visibile della capacità rivoluzionaria dell’arte e ne difende la destinazione sociale. Si è impegnato senza regolarità in altre espressioni, come la musica (La Biennale di Venezia, 1982), il cinema (40° Mostra Internazionale del Cinema, La Biennale di Venezia, 1983) e il multimediale (50° Esposizione Internazionale d’Arte, La Biennale di Venezia, 2003). Studiosi e storici dell’arte antica come Federico Zeri, Sir Denis Mahon, Udo Kulterman, hanno dichiarato l’interesse per la sua opera ospitata in molti musei nel mondo.

Del 1997 è la mostra “Meneghetti: Radiografie 1982/1997 a cura di Marco Goldin, al Museo di Palazzo Sarcinelli di Conegliano Veneto. Del 1998 le personali di Parigi e Londra. Nel 1999 espone al National Museum of Fine Arts di Malta a cura di D. Cutajar e all’Ephesus Museum di Efeso. Nel 2000 il Palazzo della Ragione di Padova ospita la grande antologica “Sull’orlo del Terzo Millennio: “Pittura e altre arti 1954/2000”, a cura di Gillo Dorfles e Vittorio Sgarbi. Nello stesso anno alla Mole Vanvitelliana di Ancona: “Al di là dell’occhio. Radiografie 1979/2000” a cura di Gillo Dorfles e Walter Guadagnini. Seguono, nel 2002, “Trasparenze: corpi ed altro. Radiografie” al Museo Nazionale di Bratislava GMB Galéria Mesta (Pàlffyho Palàc) a cura di Ivan Jancàr, e “Installations X-Rays”, al Museum of Arts PGA Povazskà Galèria Umenia di Zilina a cura di Mira Putisova e Milan Mazur, testi in catalogo di Pierre Restany.

Nel 2006, la città di Roma per la prima volta dedica ad un artista una grande mostra personale in quattro sedi: Museo Nazionale di Palazzo Venezia, Complesso Monumentale del Santo Spirito in Sassia, Sala 1 Scala Santa, Archivio Centrale dello Stato: “Meneghetti a Roma” a cura di Achille Bonito Oliva, con testi in catalogo di Achille Bonito Oliva, Alberto Abruzzese, Don Giuseppe Billi, Paolo Fabbri, Claudio Strinati, Laurence A. Rickels e Tommaso Trini. Saggi sulla sua opera sono stati scritti tra gli altri da: Manlio Brusatin, Luciano Caramel, Laura Cherubini, Marco Di Capua, Lucio Fontana, Francesco Gallo, Richard Gregor, Flaminio Gualdoni, Roberto Guiducci, David Janus, Fedor Kriska, Gregory J. Markopoulos, Gabriele Perretta, Elena Pontiggia, Erich Steingräber, Duccio Trombadori, Italo Zannier.

Monografie dedicate al lavoro di Meneghetti sono state pubblicate da: Marsilio a cura di Marco Goldin, Skira a cura di Gillo Dorfles, Skira a cura di Vittorio Sgarbi, Electa a cura di Achille Bonito Oliva.

Nei venti anni che chiudono questo secolo le opere di Meneghetti sono un continuum di esperienze cine-grafico-fotografiche, tecniche moderne e molto antiche, tuffate nella magica vetrofania delle camere ottiche. (aise)

 

         

 

 

Duisburg. La società aperta e i suoi nemici In piazza contro l'intolleranza

 

Il movimento di estrema destra Pro NRW dice no alle moschee. Ma gli abitanti di Duisburg scendono in piazza per dire no all'estrema destra.

Al motto di "Marxloh stellt sich quer" oltre settanta organizzazioni hanno manifestato questo finesettimana davanti alla moschea Merkez di Marxloh (Duisburg) in segno di protesta contro Pro NRW. Tra i manifestanti erano presenti organizzazioni sindacali, membri di partiti e rappresentanti delle Chiese. Per la SPD è intervenuto il segretario generale Sigmar Gabriel. In testa al corteo ha manifestato anche il primo borgomastro di Duisburg, Adolf Sauerland (CDU).

 

Durante tutto il fine settimana hanno avuto luogo contromanifestazioni di protesta per impedire ai membri di Pro NRW di marciare davanti alle moschee della regione. Il movimento di estrema destra ha organizzato picchetti per manifestare contro quella che definiscono 'l'islamizzazione della società'. Pro NRW si è fatta inoltre promotrice di una conferenza internazionale contro i minareti tenutasi sabato a Gelsenkirchen. Domenica 28 marzo alle 12.30 Giuseppe Guglielmi ci ha raccontato com'era l'atmosfera a Duisburg. Ascolta il collegamento con Giuseppe Guglielmi

http://www.funkhauseuropa.de/audio/radio_colonia/deut/2010/100328_deut.mp3?dslSrc=/audio/radio_colonia/deut/2010/100328_deut.mp3 (RC, de.it.press)

                   

 

 

 

Il 7 aprile concerto dell’Ambasciata tedesca a sostegno dei terremotati di Onna

 

Roma - In occasione del primo anniversario del sisma che ha colpito l'Abruzzo, si svolgerà il prossimo 7 aprile, nella Basilica di Santa Maria Maggiore, a Roma, il concerto di beneficenza per Onna organizzato dall’Ambasciata Tedesca a Roma, un’iniziativa realizzata sotto il Patrocinio del Presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano, e del Presidente della Repubblica Federale di Germania, Horst Köhler.

Ad esibirsi, i cori "Münchener Bach" e "Bach Collegium München", diretti dal Maestro Hansjörg Albrecht, due formazioni reduci tra l’altro da una recente esecuzione memorabile del Requiem di Mozart alla Filarmonica di Monaco, che eseguiranno la Messa in Do Minore di Wolfgang Amadeus Mozart.

L'Ambasciata tedesca si è attivata sin da subito dopo il terremoto che ha colpito l'Abruzzo un anno fa e ha deciso di concentrare i suoi aiuti su Onna, teatro di una strage nazista nel 1944. Il ricavato del concerto andrà infatti a favore dei terremotati del borgo abruzzese e le decine di migliaia di euro provenienti dalle donazioni degli spettatori e dagli sponsor promettono un evento di portata straordinaria ed assicurano già il successo di questa iniziativa benefica.

"Siamo rimasti profondamente colpiti dal devastante terremoto", afferma l'Ambasciatore tedesco Michael Steiner. "Ci siamo impegnati per sollecitare aiuti da parte del Governo Federale ma anche da donatori privati e da imprese tedesche attive in Italia. E tutti hanno contribuito. È la migliore dimostrazione che oggi esiste una solidarietà europea fra la gente".

Onna stessa sarà presente al concerto con una folta rappresentanza della popolazione e il presidente della Onna Onlus, Franco Papola, che sottolinea: "In questo difficile anno siamo sempre stati supportati dall'Ambasciatore Steiner e dalla Germania. È stato un sostegno concreto, e questo concerto ne è una ulteriore testimonianza. Ci dà speranza perché Onna non venga dimenticata. Onna ha ancora bisogno di aiuto".

Parteciperanno tra gli ospiti anche il Sindaco di Roma Gianni Alemanno, una serie di ministri del Governo Italiano, il sottosegretario Gianni Letta, altre autorità e tante illustri personalità del mondo italo-tedesco dell’economia.

Il concerto di beneficenza per Onna verrà trasmesso in diretta in Italia da RAI Radio3. Anche in Germania le radio Bayern Klassik, SWR e MDR lo trasmetteranno.

Tutte le informazioni sul Münchener Bach-Chor e il Bach Collegium München, nonché sulle sulle modalità di adesione al concerto, sono consultabili sul sito dell'Ambasciata Tedesca www.rom.diplo.de. (aise) 

 

 

 

 

Trattato start II. Disarmo Usa-Russia, accordo raggiunto

 

«L'intesa più ampia degli ultimi 20 anni»  - La firma l'8 aprile a Praga.

 

WASHINGTON - Accordo raggiunto tra Stati Uniti e Russia sulla riduzione dei rispettivi arsenali nucleari. Lo start 2 sarà firmato l'8 aprile a Praga e stabilisce un tetto di 1.550 testate nucleari operative e di 800 vettori nucleari. L'intesa avrà una durata di dieci anni e potrà essere estesa successivamente per altri cinque anni. Il Senato Usa e il Parlamento russo dovranno approvare il trattato prima che possa entrare in vigore.

 

«ACCORDO RIDUCE UN TERZO DELLE ARMI» - Soddisfatto il presidente Barack Obama, secondo il quale Stati Uniti e Russia hanno raggiunto «il più ampio accordo sulla riduzione di armamenti in due decenni». L'inquilino della Casa Bianca ha spiegato che l'intesa «riduce di circa un terzo le armi nucleari che i due paesi potranno dislocare», mantenendo «la flessibilità necessaria per proteggere la nostra sicurezza nazionale e per garantire la sicurezza dei nostri alleati», ha aggiunto Obama. «Con questo accordo Usa e Russia lanciano un chiaro segnale al mondo che intendiamo guidare e rafforzare gli sforzi globali per bloccare la proliferazione nucleare e per garantire che le altre nazioni rispettino le loro responsabilità», ha detto Obama. Per il presidente russo Dmitri Medvedev Il nuovo accordo sul disarmo rispecchia l'equilibrio degli interessi di entrambi i Paesi. CdS 26

 

 

 

 

Ma Usa e Russia siglano il disarmo

 

Si chiude una lunga vicenda con l’annuncio dell’accordo raggiunto tra Stati Uniti e Russia per un’ulteriore riduzione delle armi strategiche. Da tempo l’accordo era scaduto: disciplinava questa materia e stabiliva in 2200 per parte le testate nucleari consentite.

 

E già prima della sua scadenza erano cominciati negoziati ufficiosi tra russi e americani per il suo rinnovo. Obama e Medvedev ne avevano parlato insieme a Londra esattamente un anno fa. Quel colloquio aveva fatto intravedere la possibilità che un nuovo accordo strategico si potesse raggiungere prima che quello vecchio giungesse alla scadenza nel novembre scorso. Poi le cose parvero complicarsi e il clima complessivo tra i due Paesi restò variabile, malgrado il noto gesto distensivo compiuto da Washington in materia di difesa antimissili che, nelle intenzioni, doveva essere il segnale di «reset» nelle relazioni russo-americane.

 

Ora, in un momento particolarmente significativo sul piano interno per il presidente Obama, le cose si sono sbloccate ed è stata perfino annunciata la data precisa della firma che avverrà a Praga l’8 aprile prossimo. L’intesa sulla data sembra esser stata raggiunta in una telefonata intercorsa direttamente ieri tra Obama e Medvedev. Non soltanto l’equilibrio delle armi strategiche viene prorogato, ma il numero delle testate è ulteriormente ridotto e portato da 2200 a circa 1500 per parte. Se si pensa che nella fase terminale della Guerra Fredda gli americani detenevano circa 12 mila testate nucleari e i russi un paio di migliaia di meno, si vede quali drastiche riduzioni siano state compiute negli arsenali strategici in questi vent’anni.

 

Val la pena di aggiungere che l’accordo annunciato ieri - al cui raggiungimento la signora Clinton non è probabilmente stata estranea, nella visita a Mosca di pochi giorni fa - pur avendo comportato sacrifici da parte americana soprattutto riguardo la regolamentazione dei controlli, con il tempo avrà delle ripercussioni positive per gli Stati Uniti. Si tratta del versante della spesa, che costituisce al momento una delle maggiori preoccupazioni della Casa Bianca. Quale ne sia l’incidenza effettiva sul bilancio, è un fatto che la riduzione negoziata con il solo altro grande Paese nucleare al mondo può produrre benefici, senza compromettere in alcun modo la sicurezza del Paese e dei suoi alleati.

 

Per Obama è senza dubbio un traguardo importante. Dall’inizio della sua presidenza, si tratta infatti del primo significativo successo ottenuto in materia di politica estera e del primo momento in cui la teoria del dialogo e dell’amicizia universale da lui persuasivamente annunciata trova una concreta realizzazione. La trova, per di più, su un tema - quello dell’armamento nucleare - che tocca corde sensibili nelle opinioni pubbliche in grandissima parte del globo e che ha dunque un carattere che va ben oltre il fatto bilaterale, pur tutt’altro che irrilevante. Assume un valore quasi simbolico e globale. E’ molto probabile che l’accordo che verrà firmato a Praga dia lo spunto a una enunciazione più ampia e completa della politica nucleare complessiva da parte di questa presidenza, di cui a Washington si parla già da qualche tempo. E’ infatti prassi usuale che un presidente americano, nel corso del suo mandato, si pronunci sui princìpi generali che regolano la strategia nucleare del Paese e su quali siano le circostanze nelle quali possa farsi ricorso all’impiego dell’arma nucleare. A questo riguardo si era espresso più volte e non sempre in modo lineare e coerente. Parrebbe del tutto in linea con la sua visione politica, se anche Obama tracciasse la filosofia che illustra e giustifica in termini globali il possesso di quest’arma e i criteri del suo impiego. Tanto più che il tema nucleare è al centro di quelli che, al momento attuale, sono forse i due problemi più caldi del pianeta, l’Iran e la Corea del Nord: sull’uno e sull’altro è necessaria una convergenza internazionale di cui anche la Russia è un elemento essenziale. Una solenne riunione internazionale, da tenersi su questa materia in un futuro non lontano a Washington, della quale qualcuno fa cenno, potrebbe avere proprio questo significato.

BORIS BIANCHERI  LS 27

 

 

 

 

Europa e caso Grecia. Un passo avanti ma troppo lento

 

L’accordo raggiunto a Bruxelles tra i 16 capi di Stato dell’euroarea per dare vita a un meccanismo di intervento nel caso in cui il debito pubblico di un Paese membro dovesse trovarsi in “molto serie difficoltà” rappresenta un progresso rispetto allo stallo in cui l’Unione Europea si è trovata da mesi.

Il problema sul tappeto era quello della Grecia, ma riguardava qualcosa di più più importante: la credibilità internazionale dell’euro. L’accordo non rappresenta però la soluzione del problema. Infatti è costellato da una serie di passaggi nell’attuazione, oltre che nella messa a punto del meccanismo, che non sembrano in condizione di ristabilire il prestigio di “moneta forte” dell’euro. Oltre all’adesione del Fondo Monetario Internazionale che, a quanto si dice, dovrebbe partecipare per un terzo agli eventuali interventi, questi ultimi verranno attuati su basi bilaterali; cioè ciascun Paese membro dell’euroarea stabilirà rapporti diretti con il Paese in difficoltà.

Tutto ciò avverrà sotto il controllo (con parere vincolante?) della Banca Centrale Europea e della Commissione di Bruxelles, al quale si dovrà presumibilmente affiancare il Fondo Monetario Internazionale. Insomma un passo avanti di un piede che calza scarponi pesanti.

Insieme al sospiro di sollievo per i nostri amici greci e per le sorti dell’euro in grave caduta, sorge spontanea la preoccupazione di ciò che avverrà a seguito della crescita dei debiti pubblici di tutti i Paesi industrializzati e di molti Paesi arretrati quando moneta e fisco torneranno all’ortodossia, dopo averla abbandonata per impedire il precipitarsi della crisi finanziaria.

Questo giornale è stato il primo ad aver attirato l’attenzione delle autorità sui rischi del trasferimento dei debiti dal settore privato a quello pubblico, proponendo di parcheggiare parte di questi ultimi presso il Fondo Monetario Internazionale, rilanciando, come chiesto dalla Cina, i diritti speciali di prelievo. In breve una soluzione globale per un problema che ha questa natura. La presenza del Fondo nell’accordo europeo, che ha suscitato reazioni in molti centri, è da noi considerato un aspetto altamente positivo.

La fondatezza di queste preoccupazioni trova significativa espressione nel recente dibattito sul valore dell’euro. Alcuni osservatori ritengono che a moneta europea toccherà il fondo quando raggiungerà 1,20 rispetto al dollaro, mentre altri sostengono che risalirà a 1,60. Nel primo caso prevarrà la sfiducia nell’accordo raggiunto; nel secondo accadrà l’opposto. L’esistenza di un’alternativa così ampia rende impossibile ogni programmazione produttiva da parte delle imprese esportatrici, che può trasformarsi per esse in un tranello, se prenderanno a riferimento la debolezza dell’euro invece che un suo possibile apprezzamento. L’economia produttiva dipende sempre più dalle attitudini politiche dei Paesi e questo è il vero danno causato da una crisi che ha richiamato gli Stati al centro dei mercati. Non vi è più nessuna distinzione dei ruoli e i calcoli di convenienza individuali sono sconvolti. A quando una nuova Bretton Woods?  PAOLO SAVONA IM 27

 

 

 

 

Crisi risolta tra la Libia e la Svizzera, sbloccati i visti Schengen. Niente lista nera

 

Berna rinuncia alle restrizioni all'ingresso di 188 libici, tra cui Gheddafi

Frattini: "Soluzione giusta, condivisa e coerente con lo spirito e la lettera del Trattato"

 

TRIPOLI - Si sblocca la crisi fra la Libia e e la Svizzera. Tripoli ha revocato il blocco dei visti ai cittadini dei Paesi Schengen. La decisione della Libia è stata presa dopo l'annuncio da parte della presidenza dell'Ue di aver cancellato, a sua volta, le restrizioni per i visti di tutti i 188 libici, tra cui il leader Muammar Gheddafi, che erano stati inseriti nella black list della Svizzera. Lo ha spiegato un alto responsabile libico.

 

Oggi a Sirte, in Libia, a margine dell'annuale vertice della Lega araba, c'era stato un lungo colloquio tra il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, il ministro degli Esteri spagnolo Miguel Angel Moratinos e il primo ministro libico Baghdadi Ali al Mahmudi, al termine del quale fonti diplomatiche avevano riferito che la soluzione della crisi dei visti tra Svizzera e Libia era "vicinissima".

 

La presidenza spagnola dell'Ue in una nota diffusa nel pomeriggio a Madrid aveva spiegato che la misura "è stata adottata da un paese membro di Schengen, non dall'Ue, che non ha svolto alcun ruolo". "Ci rammarichiamo, e deploriamo i disagi causati a cittadini libici" aggiungeva la nota, che affermava anche che "ci attendiamo che un fatto di questo tipo non si riproduca in futuro". In una nota diffusa ieri, la presidenza spagnola dell'Ue si era già "rammaricata" per i problemi causati ai cittadini libici inclusi nella lista nera della Svizzera.

 

La crisi dei visti fra i due Paesi era stata innescata dall'arresto a Ginevra nel 2008 del figlio del leader libico Mohammar Gheddafi, Hannibal, accusato di avere picchiato due domestiche. Per ritorsione la Libia aveva fermato due uomini d'affari svizzeri, trattenuti quasi due anni a Tripoli. Uno dei due è stato autorizzato il mese scorso a rientrare a Berna, l'altro è in carcere. Berna aveva risposto decidendo di negare i visti Schengen a 188 personalità del regime libico, fra cui lo stesso Gheddafi. La Libia a sua volta ha deciso per ritorsione in febbraio di non concedere visti d'ingresso ai cittadini dei paesi Schengen. Due giorni fa la Svizzera ha reso noto di essere pronta a rinunciare alla 'lista nera' nel quadro della soluzione della crisi, che comprenda la rinuncia da parte anche di Tripoli alle misure sui visti e soprattutto il rientro del cittadino svizzero tuttora detenuto a Tripoli.

 

Il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha informato l'Alto Rappresentante per la politica estera dell'Ue, Catherine Ashton, del buon esito della vicenda sulla crisi dei visti. Frattini aveva sin dall'inizio della crisi, in raccordo con le due parti, con la presidenza spagnola ed i Paesi europei maggiormente interessati, "lavorato con costanza per favorire in ambito Unione Europea il raggiungimento di una soluzione giusta, condivisa e coerente con lo spirito e la lettera del Trattato di Schengen".

LR 27

 

 

 

 

Un errore chiamarsi fuori

 

Forse per capire che giorni ci aspettano varrebbe la pena interrogare un meteorologo: il voto di oggi e domani dovrà stabilire se, come spera Bossi, soffia impetuoso da Est a Ovest il vento del Nord, o se, come scommettono a sinistra, il vento è cambiato e non gonfia più la vela di Berlusconi. E nelle ultime ore è sempre più chiaro che l’area su cui concentrare l’attenzione, la regione in cui verranno misurate la direzione e la forza del vento, è il Piemonte.

 

Certo si tratta di elezioni regionali, non va dimenticato, e la nostra scelta determinerà soprattutto il modello di sanità che vogliamo, ma anche gli investimenti per le case, il lavoro, i trasporti o il turismo. È per questo che abbiamo preso un’iniziativa originale e impegnativa come quella di pubblicare domenica scorsa un dossier curato da Luca Ricolfi dove poter valutare in modo obiettivo come sono state governate le tredici amministrazioni per le quali siamo chiamati a votare. Quel dossier che potete consultare ancora sul nostro sito (www.lastampa.it/elezioni2010) è stato realizzato sulla base di dati oggettivi, sui quali misurare come si sono comportate le persone che oggi si presentano al vostro giudizio. Non abbiamo dato alcuna indicazione di voto, com’è tradizione di questo quotidiano, ma riteniamo di aver dato in modo onesto a ciascuno la possibilità di farsi un’idea e di scegliere. La capacità di fornire analisi e contesti pensiamo sia uno dei compiti fondamentali che hanno i giornali nell’epoca in cui si è bombardati ventiquattr’ore al giorno dall’informazione.

 

Detto ciò non possiamo fare finta che si risolva tutto all’interno dei confini regionali e nascondere che, come in ogni tornata elettorale che coinvolge una maggioranza dei cittadini italiani, la partita è più complessa e questa volta capace di condizionare la sorte e le dinamiche degli ultimi tre anni della legislatura.

 

Così non è campanilismo sostenere che il voto in Piemonte ha assunto una valenza particolare, ma la consapevolezza che tra Novara e Cuneo si è aperto un grande laboratorio che dovrà dare almeno tre risposte fondamentali: 1) la spinta propulsiva che due anni fa ha dato una grande vittoria al presidente del Consiglio e ha continuato a tenere il suo gradimento a livelli record è in grado di fargli conquistare tutte e tre le grandi Regioni del Nord o sta perdendo forza? 2) la Lega, che prova il sorpasso sul Pdl, è capace di affermarsi anche a Ovest del Ticino e di prendere il governo di una seconda Regione chiave oltre al Veneto, diventando così la forza politica capace di decidere i futuri assetti del Nord? 3) l’alleanza tra il Pd e l’Udc è vincente o gli elettori di Casini non sono disposti a guardare a sinistra e preferiscono tornare nella casa berlusconiana?

 

I verdetti che verranno disegneranno le coalizioni del futuro e saranno la base per costruire programmi, strategie e per scatenare richieste e rese dei conti a destra come a sinistra.

La posta in gioco, in qualunque modo la pensiate e qualunque sia la risposta che avete in testa per le tre domande, dovrebbe spingervi ad andare a votare. Si è parlato molto in questi ultimi giorni di astensionismo per effetto della sorpresa delle regionali francesi, dove sono andati ai seggi meno della metà degli elettori. Un segno grave di distacco e indifferenza in un Paese che, quanto e più del nostro, è storicamente appassionato al dibattito politico. Certo è una tendenza generale, ha l’aria di una malattia comune alle democrazie occidentali. Negli Stati Uniti o in Inghilterra, dove i sistemi democratici sono ben più maturi del nostro, i tassi di partecipazione al voto sono tradizionalmente molto più bassi. Il che significa che spetta al cittadino scegliere non solo per chi votare ma anche eventualmente di non votare. Qualcuno l’ha definito una forma di obiezione civile. Nel dominio del dibattito astratto è tutto vero, ma noi ci ostiniamo a pensare che non votare sia in definitiva la rinuncia a un diritto e anche un po’ a un dovere.

 

Per quanto negativo possa essere il nostro giudizio sull’insieme della politica, o sull’uno e sull’altro dei candidati, per quanto nauseabonda sia stata questa campagna elettorale, il momento in cui decidiamo di restare a casa corrisponde ad una resa. Non illudiamoci così di punire i partiti: astenersi significa chiamarsi fuori, non farsi carico del futuro del Paese, rinunciare a dare un’indicazione della direzione che vorremmo. E chi rinuncia a dire la sua non ha mai ragione. MARIO CALABRESI  LS 28

 

 

 

 

Gli Stati Uniti d’America visti dall’Italia. Firmate anche voi

 

La storica approvazione della legge di riforma sanitaria  negli USA è arrivata dopo un dibattito iniziato all’inizio del secolo scorso che si è trascinato per decenni con alterne vicende, fino alla prima presidenza di Bill Clinton, che pure provò senza successo a riformare la legge sull’assistenza sanitaria.

 Co-sign (Co-firma), aggiungi il tuo nome al mio nella firma della storica legge è la richiesta di B. Obama contenuta in un testo diffuso sul web. Dunque il Presidente B. Obama ha riconosciuto che la straordinaria forza necessaria a sostenere la sua legge nel difficile iter parlamentare è venuta dal sostegno di milioni di persone organizzate in un movimento di base che ha fatto conoscere a livello locale in tutti gli stati i temi ed i contenuti della legge, ed ha voluto rendere ufficiale questo sostegno, chiamando a firmare insieme a lui tutti suoi sostenitori, così è stato creato un archivio speciale per la conservazione delle firme a futura memoria.

La legge sulla assistenza sanitaria appena approvata estende la copertura dell’assicurazione malattia a 32 milioni di americani, che ne sono sprovvisti. Inoltre prevede tanti miglioramenti del  sistema esistente, esempio: per quelli provvisti di assicurazione la legge proibisce la revoca della copertura in caso di malattie gravi o croniche, i giovani avranno  i benefici delle assicurazioni dei genitori fino ai ventisei anni di età, le piccole imprese avranno significativi sgravi fiscali per consentire la copertura malattia dei loro impiegati. Tutti gli americani avranno benefici dai nuovi investimenti per la preparazione professionale di medici di cure primarie, infermieri e personale tecnico. Inoltre la legge prevede la creazione di  programmi  per aiutare i pazienti a capire e difendere i loro nuovi diritti.    

Il lungo dibattito che c’è stato intorno a questo tema è stato caratterizzato da violenti attacchi da parte repubblicana, ed anche da sconfitte nella maggioranza democratica. Ricordiamo a questo proposito l’elezione di un repubblicano come rappresentante al senato federale dello stato del Massachussets per il seggio  rimasto libero per la morte di Ted Kennedy. L’elezione fu interpretata come la non approvazione dei cambiamenti proposti da Obama in uno stato  tradizionalmente democratico.

Da parte repubblicana ricordiamo la nascita ed il dilagare del Tea Party Movement, un movimento nato per combattere anche l’idea del controllo dello stato sulle assicurazioni malattie, per il timore che elementi di socialismo statalista potessero inquinare la patria del libero mercato. Ricordo che questo movimento ultraconservatore trae la sua ispirazione dall’episodio del Boston Tea Party, avvenuto nel XVIII  secolo, quando i coloni americani, in atto di ribellione contro  la madre patria, nel porto di Boston gettarono nell’oceano un carico di tè proveniente dall’Inghilterra, episodio che segnò l’inizio della guerra di  liberazione delle colonie dalla dipendenza dalla monarchia e dalla nobiltà inglese.

 Come al solito, i sondaggi di opinione consentono di vedere con chiarezza il peso e la distribuzione delle diverse opinioni. Un sondaggio Gallup fatto l’indomani dell’approvazione della legge dice che con un piccolo margine gli Americani sostengono la legge sull’assistenza sanitaria, infatti il 49% di essi dichiara che  la legge approvata dal Congresso è cosa buona, mentre il 40% sostiene che è cosa cattiva.  I sondaggisti sostengono che le risposte sono presumibilmente bipartisan, con gli indipendenti equamente distribuiti da ambo le parti. Un sondaggio fatto il 24 marzo ci dice che il sostegno per la riforma è maggiore fra quei gruppi che hanno più bisogno dell’assistenza malattia, cioè i cittadini a basso reddito, i giovani e quelli privi di assicurazione, gli anziani invece, tendono di più ad opporsi.

 Con l’approvazione di questa legge la popolarità del presidente, in discesa durante l’ultimo periodo, è rapidamente risalita, e ciò gli consente di affrontare con rinnovata forza e slancio le battaglie future nel mondo della finanza e dell’istruzione. Soprattutto esce rinforzata la sua funzione guida, la leadership,  all’interno del partito democratico, che egli è riuscito a tenere unito, nonostante le numerose divergenze interne, con tenacia  e non comuni capacità  di mediazione e persuasione. 

Emanuela Medoro, de.it.press

 

 

 

 

Il valore di un voto

 

Una campagna elettorale segnata dalla confus i o n e e d a un’inutile violenza verbale si chiude con torbide manovre eversive contro il premier, la Lega e il governatore di centrosinistra della Puglia. Si tratta dell’appendice coerente di uno spettacolo mediocre: uno scontro che avrà appassionato i militanti, lasciando però interdetti molte elettrici ed elettori.

Gli appelli unanimi a non disertare le urne appaiono dunque giustificati. Nascono dal timore di avere insinuato più di un dubbio in un Paese affezionato alle urne, nonostante tutto. Ad importare ulteriore incertezza è l’alto tasso di astensioni alle Regionali francesi di metà marzo. Ma l’Italia elettorale ha dimostrato ripetutamente di essere più concreta e smaliziata di quanto credesse la classe politica; ed assai poco suggestionabile sia da quello che avviene oltre i propri confini, sia da una conflittualità artificiosa. Per questo, qualunque esito andrà analizzato con il rispetto dovuto ad un responso popolare più prezioso, stavolta, perché è stato involontariamente scoraggiato.

La tentazione di restare a casa è stata alimentata dal pasticcio delle liste del Pdl escluse dalla magistratura; dalle inchieste giudiziarie deflagrate mentre erano in corso i comizi; e dalla sospensione delle trasmissioni politiche della Rai. La schiuma tossica delle polemiche, tuttavia, non può velare l’importanza del voto di oggi e domani in tredici regioni. A prima vista è soprattutto un maxi-sondaggio sul governo di Silvio Berlusconi a due anni da quel 2008 che gli ha dato una maggioranza indiscussa per governare. Registrerà quanto sta pesando sui suoi consensi la crisi economica. Misurerà i rapporti di forza nel centrodestra, dove la Lega sente il profumo di una vittoria che la renderebbe il baricentro degli equilibri del Nord: non solo politici ma economici.

E, in base al risultato del Pd e dell’Idv, ma anche di un’Udc a caccia di consensi a spese del bipolarismo, dirà con quale opposizione il governo avrà a che fare. Insomma, da lunedì si comincerà a capire meglio come andranno i prossimi tre anni di legislatura. Ma i riflessi nazionali non possono mettere in ombra le conseguenze del voto in ogni singola regione. Le spese degli enti locali e le competenze in materia di sanità, per citare un esempio eclatante, prefigurano una gestione che potrà essere fonte di scelte difficili, a Nord come al Centro e al Sud; e, purtroppo, come si è già visto, con scandali dai riflessi destabilizzanti. Ed il microcosmo del Lazio rischia di diventare l’imbuto degli errori, del caos e del nervosismo accumulati nell’ultimo mese dai due schieramenti.

Il controverso monito della Cei sull’aborto rimanda alla candidatura di Emma Bonino alla presidenza della Regione per conto del centrosinistra: una prospettiva che, a torto o a ragione, il Vaticano non ha esitato a definire un pericolo. Ma si teme anche una coda avvelenata della rissa sulla lista del Pdl di Roma, esclusa perché è stata presentata fuori tempo massimo. Preoccupa la voce di una possibile «guerra delle schede» fra scrutatori al momento di contare i voti. Sarebbe l’ultimo insulto ad un elettorato che, dopo tanto chiasso, ha il diritto di andare ai seggi senza dover subire spettacoli gladiatori a porte chiuse, estranei alla democrazia.

Massimo Franco  CdS 28

 

 

 

Giù al Nord. E il Pdl copia il modello Lega

 

Non solo i voti. Anche le parole, anche le cerimonie, perfino le liturgie pagane della politica. Lega e Pdl, con le elezioni sempre più vicine, si confondono e magari confondono. Per diventare primo partito del Nord, come Bossi crede e spera, deve rosicchiare consensi al Pdl. E Berlusconi, che vuol resistere, finisce sul copia&incolla delle invenzioni e dei linguaggi leghisti. Gli stessi, e non solo lui, che per anni ha deriso.

 

Buon ultimo, dopo una marcia iniziata 14 anni fa, è arrivato il «gazebo», quello che aveva rimpiazzato la «gabina elettorale», con la g, alla lombarda. Obbedendo all’ordine di Bossi, scendendo dal Po a Venezia, il 15 settembre 1996 i leghisti erano entrati per la prima volta nei «gazebo» per decidere la nascita della loro Padania. Un anno più tardi per votare il Parlamento del Nord, preso in affitto dalle parti di Mantova.

 

Folklore, battute, risate. E adesso non c’è giorno, non c’è intervista senza il gazebo. Berlusconi ci vuol mandare i cittadini «che dovranno decidere se vogliono il Premier o il Presidente della Repubblica eletto dal popolo». Per i leghisti è la rivincita del gazebo, e il Cavaliere nemmeno s’immagina la gioia. Roberto Calderoli non si è trattenuto: «I gazebo li abbiamo inventati noi, e l’originale è sempre meglio della copia».

 

Attenzione, perché questo finale di frase è lo stesso usato da Gianfranco Fini, il Presidente della Camera. Vede un Pdl sempre più simile alla Lega, e appunto: l’originale è meglio della copia. Marketing politico sbagliato, voti che scivoleranno verso la Lega, l’originale? «Questo lo vedremo lunedì - risponde Roberto Maroni -, però è vero che nel linguaggio della politica stanno sfogliando il nostro vocabolario. Ci copiano, e non solo quello».

 

Perché poi ci sarebbe il giuramento, quello dei candidati Governatori a Roma che recitano la formuletta accanto a Berlusconi. Roba vecchia pure questa, per la Lega. La prima volta, a Pontida, era stata nel 1990, dopo le elezioni regionali. Vent’anni fa, mica ieri. Quando Bossi era già lì ad inventare la sua politica e il Cavaliere era l’imprenditore di successo che voleva tutti davanti alle sue tv. E non dentro i gazebo. GIOVANNI CERRUTI LS 26

 

 

 

 

I sondaggi temono il crollo dell'affluenza. "Frana dei votanti, due milioni in meno"

 

Unanimi le principali società di ricerca: possibile il crollo degli elettori

Nel 2005 il dato si attestò al 71,7 per cento - L'insofferenza verso le urne provocata da disoccupazione e corruzione - Penalizzato soprattutto il Pdl al Sud. Al Nord la Lega può intercettare il malcontento - di CARMELO LOPAPA

 

ROMA - Un milione, nella peggiore delle ipotesi due milioni di elettori in meno. L'onda lunga della disoccupazione e la corruzione dilagante, lo scontro infinito con i magistrati e le nuove intercettazioni, la censura sui programmi tv non graditi e il pasticcio delle liste. Nel calderone dell'insofferenza è finito di tutto, in queste settimane che hanno preceduto il voto. Adesso, i più quotati istituti demoscopici italiani prevedono un'impennata dell'asticella dell'astensione.

 

Nulla a che vedere col record d'Oltralpe, col 48,8 per cento di "diserzione" del secondo turno delle regionali francesi di domenica scorsa (il 53,6 al primo). Comunque un segnale ci sarà anche qui, concordano quasi tutti i sondaggisti, che prendono come soglia di riferimento l'affluenza alle urne delle regionali 2005, quando al voto si presentò il 71,7 per cento. Dato già di suo inferiore di dieci punti in media rispetto alle politiche. Nando Pagnoncelli, presidente Ipsos, ricollega il rischio astensione al fatto che "dall'inizio dell'anno è cresciuta la preoccupazione dei cittadini rispetto alla crisi e all'incubo disoccupazione. E mentre la domanda di protezione sociale cresce, l'agenda politica è stata occupata da altre questioni: giustizia, intercettazioni, tv, liste. Questo fa sì che una parte dell'elettorato, quello più colpito dalla crisi, si senta preoccupato, deluso". E ancora, ragiona Pagnoncelli, "il riaffiorare del fenomeno della corruzione alimenta lo sconcerto di un'altra fetta sensibile dell'opinione pubblica". Tendenzialmente, questa la previsione, "si potrebbe scendere al dato delle europee, cioè 5 punti in meno rispetto alle regionali 2005: se fosse così, ma è solo un'ipotesi, considerati i 41 milioni di elettori, resterebbero a casa circa 2 milioni di elettori".

 

Roberto Weber, Swg, dà per scontato che ci sia un fenomeno astensione anche da noi, "sebbene non ai livelli francesi: presumiamo possa aumentare del 4-5 per cento rispetto alle regionali precedenti. La causa? Una quota sempre più ampia della società italiana non dipende dalla politica. C'è una disaffezione, sebbene non determinante, come non lo sono la crisi e i casi di corruzione". Resta l'incognita sulle "vittime" dell'astensionismo. "Al centrosud il Pdl, forse, mentre al Nord entrambi gli schieramenti, anche se la Lega potrebbe assorbire una quota dei voti in fuga dal Pdl". Nicola Piepoli, dell'omonimo istituto, è in controtendenza rispetto ai colleghi. Non prevede un'onda di astensionismo. "Avremo il solito 70 per cento di affluenza delle regionali. La gente qui in Italia a votare ci va, lo ha sempre concepito come un dovere, se ne frega anche delle polemiche e della corruzione. Vota anche per cambiare le cose. Il vento francese soffia solo sulla Francia".

 

Ma è l'unico a pensarla così. Alessandro Amadori, alla guida di Coesis Research, calcola un'affluenza ridotta dai 3 ai 6 punti al di sotto del 71 per cento precedente, "perché in Italia è cresciuta la disaffezione verso la politica. Difficile prevedere però chi colpirà: un po' più probabile il centrodestra. Anche se l'elettorato potrebbe essere indotto a lanciare dei segnali, presentandosi alle urne. In Francia chi è andato a votare ha voluto punire Sarkozy". In questa lunga vigilia preelettorale c'è stato chi, come l'associazione di Montezemolo "Italiafutura", ha teorizzato il "non voto come diritto individuale di non accomodarsi alla tavola imbandita dai partiti". Un segnale di protesta anche questo. Domani il responso. LR 28

 

 

 

 

Raiperunanotte, 13% di share e boom di contatti sul web. Santoro: «E' stato un sisma»

 

«Raiperunanotte», la serata evento organizzata da Michele Santoro e dalla Fnsi al Paladozza di Bologna, ottiene oltre il 13% di share (tra tv satellitari e le tv locali), secondo i primi dati Auditel resi noti dallo stesso Santoro. L'evento è stato trasmesso in diretta televisiva sulle piattaforme satellitari, analogica e digitale. Leggendo gli stessi dati, secondo il giornalista, Rai e Mediaset avrebbero perso 10 punti di share. A questo si aggiungono i 300mila spettatori sul web, compreso il sito de l'Unità.

 

«Si profila un risultato straordinario», dice Santoro commentando i dati di ascolto della serata. La serata è stata seguita da Current (la tv di Al Gore) Skytg24, su diverse tv locali e, per il web - tra gli altri - dai siti dell'Unità, di Repubblica, Corriere e dal quello omonimo creato ad hoc. Current tv e Sky, durante la trasmissione di Raiperunanotte, hanno totalizzato, rispettivamente il 2,44 per cento di share e il 2,73 per cento. Un altro 7 per cento sarebbe invece il dato per le altre Tv locali che hanno seguito l'evento. Ma è sul web che Raiperunanotte ha segnato un record, probabilmente sull'Italia e forse non solo, con 300 mila connessioni per lo streaming.

 

Un dato che soddisfa particolarmente Santoro e chi ad Annozero ha lavorato al progetto. «Rai per una notte» è stato «un sisma di inaudite proporzioni», dice Santoro. «I dati Auditel - spiega - dicono che abbiamo fatto il 13% di ascolti, il 6% li ha fatti Sky, più di una partita di Champions». «Ma l'Auditel - ha aggiunto - è solo uno mezzo di rilevazione tradizionale. Ora servono strumenti più accurati perchè "Rai per una notte" è stato seguito su web e radio private». Quanto accaduto ieri sera «è stato un terremoto per la tv generalista».

 

La serata «Una grande riscossa contro la censura». Così prometteva Michele Santoro alla vigilia dello speciale Annozero organizzato contro la censura al Paladozza di Bologna. E gli accessi registrati ai tanti siti che hanno dato la diretta streaming dell'evento - 120.000 utenti unici contemporaneamente, boom di contatti soprattutto al nostro sito Unita.it - gli hanno dato ragione. Lo show è partito con un video storico con Benito Mussolini che incita la folla e, a seguire, un pezzo di un video con il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi che urla ai simpatizzanti del Pdl: «Volete che torni al Governo questa sinistra?». I seimila presenti al palazzetto dello sport cominciano a inveire contro il premier. Prende poi la parola Santoro che, dal mezzo del campo di palasport emiliano, si rivolge al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano con una lunga lettera aperta: «Noi non siamo al fascismo - dice il giornalista - ma certe assonanze sono comunque preoccupanti... Noi siamo qui per il nostro lavoro di giornalisti. Quarant'anni fa, proprio il 25 marzo, Danilo Dolci decise di infrangere le regole e di fondare la prima radio libera».

 

«Non voglio tirarla per la giacca», ha detto Santoro rivolto al Capo dello Stato. «Sono qui soltanto per ribadire che se i partiti non abbandonano la Rai e le istituzioni di garanzia, il nostro paese rimarrà sempre prigioniero del conflitto di interessi». «Noi - dice concludendo la sua introduzione - non solo abbiamo il diritto di parlare, ma anche il dovere di parlare e di farci sentire. Stasera accendiamo le nostre luci perché ricominci "Anno Zero"». Santoro ha ricordato l'Sos lanciato 40 anni fa con la sua radio libera siciliana da Danilo Dolci, facendolo proprio: «lui decise di infrangere la legge per fare la sua prima radio libera che trasmetteva dalla Sicilia e lanciava un Sos per terremotati e disoccupati del Belice. La radio libera di Dolci fu chiusa dalla polizia perchè aveva violato il monopolio, quando lo fecero altri nessuno intervenne, ma Dolci non aveva alle spalle nè un partito politico nè la P2». Santoro ha ricordato poi il caso delle intercettazioni di Trani: «Vorrei ricordarle signor presidente - ha aggiunto - che per una telefonata Nixon dovette dimettersi: aveva ordinato di spiare i suoi avversari del partito democratico e una commissione del Senato, quando scoprì che le telefonate erano state registrate, disse di pubblicarle per sapere cosa è successo. Qui si è compiuto un delitto di grande gravità: interferenza politica sulla libertà di espressione».

 

L'Autorità garante delle comunicazioni è «un arbitro tutto lottizzato», creato «nel nostro paese». E «anche questa è una violenza operata nei confronti della nostra Costituzione», ha aggiunto Santoro. Ed ha ricordato che «questo arbitro lottizzato emise una sanzione nei confronti della Rai quando ospitammo Beppe Grillo che le rivolgeva delle critiche. Grillo in questo momento è un soggetto politico e quale è il dovere di noi giornalisti? Pubblicare le critiche. Invece la calunnia, il vilipendio non spettano all'Agcom, spettano ai tribunali». Per Santoro «in quell'occasione si commise un'abnormità: una sanzione da 90 milioni di euro alla Rai qualunque cosa noi facessimo». Il conduttore ha detto anche «in questo paese non si deve parlare dei processi che riguardano il nostro presidente del Consiglio. Che di questi processi non si possa parlare è una ferita profonda del pensiero e della Costituzione».

 

Tra gli ospiti, oltre alla squadra di Annozero (da Travaglio a a Vauro), Giovanni Floris, Gad Lerner, Nicola Piovani, il comico Antonio Cornacchione, che si lancia in una parodia delle domande alla folla di Berlusconi alla folla di Piazza San Giovanni: «Volete voi che Silvio sconfigga il cancro in 3 anni?».

 

«Quello che mi colpisce è la tristezza del quadro complessivo. Tutto sta scendendo di livello perchè abbiamo un politico, al di là di chi è e del ruolo, che passa il tempo in maniera così rabbiosa e viscerale, che vede una cosa che non gli piace e e che va chiuso. L'idea che quello che non ti convince debba essere chiuso è un'idea asfittica», dice Giovanni Floris, intervenendo al Paladozza, precisando tuttavia di «non essere d'accordo sul parallelo tra Mussolini e Berlusconi», riferendosi alle immagini d'avvio della trasmissione.

 

Michele Santoro rievoca quindi l'editto bulgaro pronunciato a Sofia dal premier otto anni fa, che lo colpi' insieme a Enzo Biagi e Daniele Luttazzi. ''Noi siamo gli unici per i quali non scatta mai la prescrizione'', dice. Sul maxischermo compare il volto di Biagi e il pubblico del Paladozza si accende. Poi e' la volta di Luttazzi che - accolto da una standing ovation - si lancia in uno spericolato parallelo tra una donna sodomizzata e l'Italia ai tempi di Berlusconi. A seguire, tutti gli interventi dei protagonisti, dal cantante Morgan (fischiato, a dire il vero, dalla platea) ad Antonello Venditti, da Milena Gabanelli a Norma Rangeri, fino a Marco Travaglio.

 

La kermesse si conclude con un giuramento collettivo richiesto dal tribuno Santoro a sfottò verso gli incitamenti berlusconiani: "Ora e sempre, fuori dal vaso"! Girotondo sul palco, sipario. E la "madre di tutti gli streaming", come è stata ribattezzata dalla redazione di Santoro, si chiude con una certezza: è stato un grande successo mediatico.

 

La rabbia del premier In nottata non si è fatta attendere la reazione di Berlusconi. L'Agcom dovrebbe impegare le sue forze per sanzionare «trasmissioni come quelle mandate in onda da Santoro che sono veramente inaccettabili, un obbrobrio incivile e barbaro» che mette «sotto accusa  qualcuno accusato di tutto e di più senza la possibilità di difendersi», così il premier Silvio Berlusconi rispondendo ad una domanda dei giornalisti, al termine della cena del COnsiglio europeo, sulla decisione dell'Agcom di sanzionare Tg1 e tg5 perchè troppo sbilanciati sul Pdl.

 

La trasmissione fatta ieri da Michele Santoro a Bologna trasmessa sul web e sulla tv digitale «dimostra che la censura nei tempi moderni è inutile, è un'assurdità, può perfine essere un boomerang». E' quanto dice invece il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani in collegamento telefonico con Unomattina invitando il presidente del consiglio, Silvio Berlusconi ad avere «un

atteggiamento meno ossessivo, il premier non si accontenta mai, credo sia ben piazzato nel sistema dell'informazione, perciò si

accontenti un po'». Bersani aggiunge che sull'informazione in Italia «la mia opinione è quella della media degli italiani: non siamo assolutamente a posto, ci sono pressioni indebite, e non si è mai visto che in piena campagna elettorale si chiudono 4 giornali in un mese. Cominciamo a dire ben chiaro che se al premier non piace una trasmissione può cambiare canale, come fanno tutti i cittadini, io lo faccio spesso, ma non tolga agli italiani la possibilità di scegliere». L’U 26

 

 

 

 

Una scelta impegnativa di saggia fermezza

 

MOLTI giudicano questa lunga campagna elettorale come la più brutta che ci sia mai stata, ma non è vero. È stata come le altre. Io ne ricordo moltissime; il mio primo voto lo diedi nel referendum del 1946, perciò le ho viste tutte e ad alcune ho anche attivamente partecipato. Ricordo i baffoni di Stalin e gli insulti ai «forchettoni» della Dc che campeggiavano nei manifesti del Partito comunista e ? dalla parte opposta ? le madonne pellegrine portate in giro per l'Italia e gli impiccati a Budapest e a Praga nei manifesti della Democrazia cristiana.

 

Questa che oggi si conclude è stata un caleidoscopio di fatti interni e internazionali sconnessi tra loro ma ricuciti dal possibile influsso sulla psiche degli elettori che oggi andranno o non andranno alle urne. Per eleggere tredici presidenti di Regione, alcuni presidenti di Province e sindaci di Comuni: 41 milioni di cittadini, un campione imponente di popolo sovrano bombardato dai messaggi della televisione. Pesa o non pesa la televisione sul voto degli elettori? Alcuni esperti dicono di sì, altri di no. Io dico che pesa poco per quello che dice, ma pesa moltissimo per quello che non dice.

Dove manca il pluralismo delle voci e il racconto della realtà si sviluppa su un unico spartito senza contraddittorio, il peso può essere decisivo. Tutti i regimi autoritari o addirittura dittatoriali si reggono proprio su questo elemento mediatico: un racconto monocorde dei fatti che ha come scopo quello di trasformare il voto democratico in un plebiscito all'insegna degli slogan prevalenti.

 

Nonostante questa indubitabile prevalenza mediatica di una sola parte sulle altre, questa volta qualcosa è cambiato. Forse non molto, ma qualcosa sì. Ho riletto gli appunti del mio taccuino dove ho scritto le emozioni più vivaci registrate nei giorni scorsi. Quelle che ho ancora davanti agli occhi mentre tra poco andrò ad imbucare la mia scheda nell'urna, sono tre.

 

La prima è il giuramento dei tredici candidati governatori di centrodestra nelle mani di Berlusconi sul palco di piazza San Giovanni: una scena grottesca, di una scorrettezza costituzionale macroscopica. La seconda avviene a Torino durante un comizio di Berlusconi insieme al candidato leghista Cota. Il presidente del Consiglio, dopo aver ricordato che tra gli obiettivi che il governo si è dato c'è quello di sconfiggere il cancro nei prossimi tre anni (una promessa che batte ogni record di incredibilità in una campagna elettorale) si impegna a dotare il Piemonte d'un grande centro d'eccellenza oncologica se Cota vincerà le elezioni. Se le perderà il centro oncologico non ci sarà. Insomma le cure anticancro sono subordinate alla vittoria di Cota. Non vi sembra pazzesco?

La terza emozione l'ho avuta quando, seguendo lo spettacolo di Santoro la sera di giovedì scorso dal Paladozza di Bologna, ho visto le interrogazioni che Mussolini rivolgeva alla folla radunata in piazza, seguite dalle analoghe interrogazioni che Berlusconi propone a sua volta al pubblico dei suoi club «meno male che Silvio c'è». Un'analogia sconvolgente. Si dice: quella di Mussolini era una tragedia e questa d'oggi è una farsa. È vero, con l'avvertenza tuttavia che anche le farse possono finire in tragedia quando hanno come effetto quello di manipolare la pubblica opinione.

 

Tre episodi, tre emozioni. Su di me hanno avuto l'effetto di confermare il mio sentimento di pericolosità per i colpi che atteggiamenti del genere da parte di un personaggio che ricopre una delle massime cariche dello Stato sferrano sull'assetto democratico del Paese. Per completare il quadro sono rispuntati fuori gli anarchici insurrezionalisti, inviando buste con dentro polvere da sparo o bossoli di rivoltella. Costa solo un francobollo mandare in giro messaggi deliranti. Ma hanno un loro obiettivo: quello di ottenere un effetto mediatico. A vantaggio di chi?

 

Il signor B, come molti scrivono per risparmiare lo spazio di scrittura, ha detto ieri nelle sue sette apparizioni televisive «a reti unificate» che il risultato di queste elezioni non avrà alcun effetto sul governo da lui presieduto che proseguirà la sua proficua attività fino alla fine della legislatura.

Non è vero, un effetto lo avrà. Se perderà, la «fin de règne» subirà una forte accelerazione; se vincerà, le spinte verso lo stravolgimento costituzionale per un regime autoritario diventerà devastante. Lo si capisce dall'elenco delle riforme da lui stesso elencate: subito una «grande grande riforma della giustizia», la legge sulle intercettazioni, il presidenzialismo con l'antipasto di un voto nei gazebo del Popolo della Libertà. Tre pietre miliari per l'assetto autoritario e cioè, in parole semplici: il ritorno dei Procuratori del Re, la censura sulla stampa e sulle televisioni e infine tutto il potere nelle mani di un solo uomo. Prospettive fosche. L'opposizione si batterà per arginare uno «tsunami» di simili dimensioni, ma sarà come affrontare con archi e frecce un esercito di carri armati. In «Avatar» gli armati di archi e frecce sconfiggono i carri armati, ma l'ipotesi che una impresa del genere si avveri nella realtà mi sembra azzardata. L'occasione di fermarli è oggi, domani sarà molto più difficile. Lo sanno anche Fini e Casini, ma non sembra abbiano scelto le mosse giuste in questa campagna elettorale.

 

Resta da esaminare chi potrà cantar vittoria domani sera a schede scrutinate. I protagonisti si sono tenuti prudenti; Lui ha fissato l'asticella della vittoria a quattro Regioni: Lombardia, Veneto, Campania, Calabria; Bersani a sette Regioni su tredici in lizza: Emilia, Toscana, Marche, Umbria, Liguria, Basilicata, Puglia. Ma le cose non stanno esattamente così. Affinché ci sia una vittoria del centrodestra occorre che, oltre alle quattro regioni già sicure, si aggiungano il Lazio e il Piemonte. Anche per il centrosinistra, in aggiunta alle sette già indicate, ci vuole l'aggiunta del Lazio e del Piemonte.

Ciò significa che sarà il risultato di Roma e di Torino a decidere la partita. Il Lazio soprattutto, ed è proprio in Lazio che invece sia Casini sia Fini hanno scelto la parte sbagliata puntando sull'equivoco Polverini. Un equivoco e non a caso Polverini ha giurato insieme agli altri dodici «apostoli» sul palco di piazza San Giovanni nelle mani dell'Imperatore dimenticando che un presidente di Regione eletto dal popolo non può che giurare sulla Costituzione.

Nelle due regioni decisive il risultato è più che mai nelle mani degli indecisi. Se gli indecisi che votarono centrodestra nelle precedenti elezioni si asterranno e se gli indecisi di centrosinistra andranno invece a votare, la vittoria sarà a sinistra; se avverrà il contrario l'esito premierà il signor B. Questa è la posta e queste le condizioni della partita.

 

Non è dunque un caso che il recente pronunciamento del cardinal Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale, sia stato un oggetto contundente mirato contro la Bonino e la Bresso. Scagliato nell'ultima settimana elettorale e stentatamente rappezzato due giorni dopo con un documento dei Vescovi liguri che valorizzava il tema del lavoro e dell'accoglienza degli immigrati allo stesso livello della scomunica vescovile contro l'aborto e il controllo delle nascite. Peggio la pezza del buco.

 

La risposta della Bonino e della Bresso è stata ineccepibile dal punto di vista della logica: la legge e il referendum che hanno disciplinato quella delicatissima materia non sono stati in favore dell'aborto ma contro l'aborto clandestino ed hanno avuto infatti l'effetto di farne diminuirne il numero.

Questa logica avrebbe dovuto essere ben presente al cardinal Bagnasco e ai Vescovi italiani; invece hanno puntato anche loro non sulla ragione ma sull'emotività dimenticando perfino che l'intera questione non ha alcuna pertinenza con le Regioni ma riguarda il Parlamento nazionale.

Si è dunque voluto consapevolmente intervenire in favore di uno schieramento politico contro l'altro. È accettabile un intervento di questa natura e di queste dimensioni? Un intervento ad orologeria, sette giorni prima d'un appuntamento elettorale?

 

Alcuni «terzisti» professionali raccomandano di non ridurre quest'improvvida iniziativa episcopale al «solito scontro tra clericali e laicisti». Hanno ragione, ma qui non si tratta di clericali, bensì dell'episcopato italiano e di chi pretende di rappresentarlo. Se la pretesa non fosse legittima i dissenzienti dovrebbero dissociarsene con la tanto invocata trasparenza. Se non lo fanno significa che le loro opinioni sono conformi a quelle di chi presiede la Cei. Comunque i Vescovi non meritano l'appellativo di clericali: sono a tutti gli effetti i discendenti degli apostoli, quelli ai quali Gesù dette il potere di «legare o sciogliere»; sono i depositari della predicazione, della dottrina e del pastorale esercizio della cura delle anime ad essi affidate.

Quanto ai laicisti, non so chi siano. Ci sono i laici, che siano credenti o non credenti o diversamente credenti.

 

La discussione nel caso specifico riguarda i tre lati di un triangolo: i Vescovi, i laici, lo Stato italiano che è ? o dovrebbe essere ? uno Stato laico. La Chiesa ha legittimamente uno spazio pubblico nel quale può propagandare le sue idee in piena libertà, come qualsiasi altra entità, associazione, partito, cittadini. Deve tuttavia astenersi dalla prescrizione di un voto elettorale così come deve astenersi dall'interferire sui comportamenti dei cattolici che abbiano incarichi elettivi e istituzionali.

 

Noi laici abbiamo il diritto di reagire ad interferenze indebite. Quanto allo Stato, esso dovrebbe reagire con vigore di fronte ad un episcopato che impone agli elettori di votare in un certo modo parlando di valori non negoziabili. Chi decide sulla negoziabilità: i Vescovi o la coscienza individuale? Lo Stato ha il dovere di difendere la libertà di coscienza che è un valore costituzionalmente protetto. Se non lo fa, si tratta d'una mancanza grave e censurabile. Noi lamentiamo che il governo della Repubblica non abbia inviato una nota di protesta alla Segreteria di Stato del Vaticano o al Nunzio che la rappresenta. I Vescovi e i preti sono cittadini italiani agli effetti civili, ma al tempo stesso fanno parte integrante di quella che si chiama «gerarchia ecclesiastica». Hanno pertanto una doppia veste e sta al loro senso di responsabilità di saper scegliere quale debbano indossare nelle diverse mansioni o occasioni del loro esercizio pastorale. Se sbagliano, spetta alle istituzioni laiche richiamarli alla misura e al senso di responsabilità.

 

Capiamo bene che la Chiesa nel suo complesso si trova proprio in questi giorni alle prese con problemi di delicatissima natura. Proprio quei problemi avrebbero dovuto suggerire alla gerarchia di non avventurarsi in prescrizioni e divieti in casa altrui proprio mentre si scopre che prescrizioni, divieti e trasparenza di comportamenti sono troppo spesso mancati in casa propria. Non stiamo parlando di peccati ma di reati non denunciati quando bisognava e bisogna farlo e sul giudizio dei quali è titolare la giurisdizione dei vari paesi dove quei reati sono stati commessi.

 

I cittadini decideranno oggi e domani a chi affidare la guida di molte Regioni, Province, Comuni. Ed anche se vorranno arrestare un'incipiente zoppia che incombe sulla democrazia italiana. Si tratta dunque d'una scelta estremamente impegnativa. Non facciamo ricorso a parole come amore e odio, non pertinenti al governo della «res publica». Invochiamo saggezza e responsabilità e ci auguriamo che sia questo il criterio che gli elettori adotteranno. EUGENIO SCALFARI LR 28

 

 

 

 

E' stata la campagna peggiore

 

L’abbuffata finale di interviste televisive - con Berlusconi in diretta quasi a reti unificate su tutti i tg pubblici e privati - ha chiuso degnamente una campagna elettorale che verrà ricordata come la peggiore della storia repubblicana.

 

Se non fosse per lo squilibrio evidente, tra il premier che ieri sera dilagava, malgrado le multe imposte dall’Agcom ai telegiornali troppo squilibrati in suo favore, e Santoro che giovedì per andare in onda chiedeva la carità a Sky, a Internet e ai canali satellitari, si potrebbe pensare che, senza dirselo, i due si fossero messi d’accordo, talmente grottesca era nelle due versioni la loro rappresentazione dell’Italia.

 

Un Paese avvelenato dall’odio diffuso a piene mani dalla sinistra comunista e dai conduttori di talk-show a essa vicini e pertanto esclusi dal video su sua richiesta, secondo il Cavaliere. E per Santoro, affiancato da Floris, Lerner e da una fila di comici stranamente seri, un Paese privato della sua libertà d’espressione e letteralmente ripiombato nel fascismo. Ora, è tutto da vedere che questo possa servire a mobilitare gli elettori, spingendoli verso i seggi e battendo il timore accresciuto dell’astensione. Il rischio è che produca l’effetto contrario.

 

Tra l’altro, all’indomani delle elezioni sarà impossibile capire chi ha vinto e chi ha perso. E non solo per il malvezzo nostrano di proclamarsi sempre vincitori a dispetto di qualsiasi risultato. In questo caso, da entrambe le parti, è stata predisposta un’accurata strategia per confondere le acque. Se si fosse votato un anno fa, prima degli ultimi mesi difficili che hanno offuscato l’immagine del presidente del Consiglio e del suo governo, il centrodestra avrebbe potuto mirare a ribaltare il quadro che lo vede al governo di sole due Regioni delle tredici in cui si vota domani. Ma adesso, non è un mistero, dopo il modo rissoso in cui si è arrivati alla presentazione delle liste e dopo la lunga coda giudiziaria che ne è seguita, il Pdl punta a un aggiustamento più o meno sensibile, in attesa di migliori occasioni. Non che la riconferma in Lombardia o in Veneto, o la sospirata conquista del Piemonte, del Lazio, della Campania e della Calabria, ammesso che si verifichino, non siano importanti. Ma è il vento di cambiamento a cavallo del quale Berlusconi era tornato a Palazzo Chigi che ormai soffia molto più debole. Di qui la mancanza di un metro condiviso per misurare i risultati, e l’incertezza che fa dire al premier che avrà vinto non chi controllerà un maggior numero di regioni, ma chi potrà dire di avere una massa più numerosa di cittadini amministrati. E ancora, che non sarà poi così importante se la Lega sorpasserà il Pdl, in tutto o in parte del Nord.

 

Anche il centrosinistra si consola con la speranza che all’indomani del voto la maggioranza delle amministrazioni contese resti in mano sua. Ma ammesso, anche in questo caso, che la previsione si realizzi, non è pensabile che i leader del Pd non considerino il danno che verrebbe loro dalla perdita di una grande regione come il Piemonte e di una o più di quelle del Centro-Sud. La verità è che, realisticamente, il Pd fa i conti con la situazione sconfortante in cui si trova a due anni dalla fondazione e dopo due cambi di segreteria, e non è in grado di valutare il contraccolpo dei numerosi scandali e inchieste giudiziarie da cui sono stati investiti i suoi amministratori. In alcuni casi i candidati governatori di centrosinistra vanno al voto consapevoli di non godere di un appoggio convinto della loro parte. In altri le elezioni rappresentano solo un passaggio di una serie di lotte intestine che riprenderanno tra due giorni.

 

Così si spiega perché, più di altre volte, la campagna elettorale si sia risolta in uno scambio corrivo di accuse e di insulti tra Berlusconi e i suoi avversari, e perché nessuno dei problemi reali, nazionali o locali, abbia trovato una qualche accoglienza nell’inconcludente dibattito delle ultime settimane. Se tutto questo davvero fosse parte di un tacito accordo per far sì che in mancanza di veri vincitori, dopo il voto, e una volta deposte le armi, governo e opposizione tentassero di riaprire un confronto, con l’obiettivo di ridare un senso alla legislatura e dedicare i prossimi tre anni alle riforme più urgenti, anche una campagna elettorale così brutta potrebbe essere archiviata con sollievo. La sensazione, invece, è che chissà quanto tempo ci vorrà, prima che i veleni evaporino e la politica ritrovi la sua strada maestra. MARCELLO SORGI  LS 27

 

 

 

 

 

Il commento. Gli esiliati della tv

 

Lo Zimbabwe televisivo nel quale ci ha precipitato l'ossessione del premier ha toccato nella settimana elettorale il massimo di squallore. Alla vigilia del voto, i principali tg pubblici e privati, ormai entrambi di Berlusconi, sembravano cinegiornali dell'Istituto Luce.

 

La ponderatissima Autorità si è vista costretta a multare per centomila euro il Tg1 e il Tg5 a causa dell'evidente sproporzione di spazi dedicati al partito del premier rispetto all'opposizione. In crisi nei sondaggi, incapace ormai di riempire le piazze reali, Berlusconi ha deciso di occupare per intero la piazza mediatica, con un vero e proprio golpe televisivo. Per arrivare a questo risultato, ha dovuto stravolgere le regole come mai in precedenza, con una complicità strisciante della corte. La par condicio è stata tirata come un elastico fino a esplodere nella censura totale dei programmi scomodi. La natura mollemente governativa del Tg1 è stata geneticamente mutata fino a trasformarlo in una specie di supplemento video dei pieghevoli elettorali. Una vergogna mai toccata in mezzo secolo di Rai. Il principale telegiornale pubblico usato come un manganello contro la metà del Paese che non vota Berlusconi e che pure paga il canone, gli stipendi dei giornalisti galoppini e ora anche le salate multe procurate dalla loro mancanza di dignità professionale. Per tutte queste vicende, del resto, Berlusconi è indagato dalle procure per concussione e minacce.

 

Il tocco finale di grottesco è arrivato ieri sera con lapuntata di Annozero costretta all'esilio sul web e sul satellite. La serata del Paladozza è stata bella e gioiosa, a parte qualche caduta di stile, ma rischia di essere consolatoria. Non basta qualche ora d'aria per evadere da questo carcere televisivo. È meglio non farsi illusioni su un rapido ritorno alla normalità, dopo le elezioni. Sia pure alla strana, anomala normalità del panorama dell'informazione italiana. C'è un disegno disperato ma preciso dietro l'occupazione governativa della piazza mediatica. La solita voglia autoritaria di arrivare allo stato d'eccezione permanente. La tentazione di cambiare il patto fra i cittadini, la Costituzione stessa, a colpi di gazebo e di televisione. L'ultimo, ma minaccioso, colpo di coda di un populismo ormai al capolinea. CURZIO MALTESE LR 26

 

 

 

 

Temi veri e non veri

 

E’ diffusa l’opinione, anzi la certezza, che la campagna elettorale appena conclusa sia stata molto brutta: lo ripetono le principali cariche dello Stato, oltre a politici e giornalisti di varia provenienza. I veri temi non sarebbero stati affrontati: quelli che inquietano il cittadino localmente, nelle regioni o nei comuni in cui si vota. Sarebbero stati confiscati da temi non solo falsi ma fuorvianti: l’informazione televisiva, la battaglia su legalità e corruzione.

 

La Lega in particolare, che ha mostrato in queste settimane la forza del suo insediamento territoriale, vede confermata una tesi difesa da anni: se la democrazia italiana non funziona, è perché la politica e i mezzi d’informazione vedono la realtà attraverso una lente deformante, e non si sono adattati al sistema nuovo, non più centralizzato, del potere. In un sistema federale, competenze e poteri si disseminano, e quando si vota nelle regioni o nei comuni è di regioni e comuni che si deve parlare, non di argomenti generali come informazione e imperio della legge.

 

Questa forte convinzione potrebbe essere premiata dagli elettori: è probabile che il Nord ad esempio, compreso il Piemonte, condivida il disgusto verso lo spazio che nella campagna hanno preso questioni politiche generali, giudicate importanti a Roma ma non fuori Roma. Le questioni specifiche di cui si sarebbe dovuto parlare (sanità, lavoro, trasporti, effetti della crisi) sarebbero state confiscate da un tutto che col particolare non ha nulla a che fare e che a esso è fondamentalmente disinteressato. L’intera campagna non sarebbe che un immane escamotage, un trucco astratto e furioso usato per eludere le faccende veramente concrete.

 

Stupisce che analogo fastidio non sia stato suscitato dall’irruzione di temi considerati localmente decisivi dalla Chiesa, come aborto e fine-vita.

Anche se comprensibili, constatazioni così desolate non sono tuttavia giuste, né pertinenti. La perentorietà del lamento somiglia troppo, inoltre, a un ritornello: e sempre i ritornelli hanno un modo di ripetere l’identico che trasforma le verità in pensieri non chiarificatori ma martellati per diffondere conformismi. Il ritornello dice, in sostanza: «In Italia non si riesce più a parlare d’altro» se non di Annozero, di informazione più o meno indipendente, di legge più o meno osservata da governanti e governati. Un fossato si sarebbe aperto  intollerabile  fra discorsi autentici e discorsi avulsi come l’informazione o la legge. Anche i giornali non si sentono a posto con la coscienza quando non «parlano d’altro».

Il fatto è che quest’altro di cui si vorrebbe non parlare e che addirittura crea rimorsi ha invece rapporti strettissimi con i problemi locali, e non è affatto estraneo al vissuto di ciascuno di noi: cittadino dello Stato o cittadino che chiede i conti a governi regionali o comunali.

Non esiste, la famosa divaricazione tra mali veri e non veri: o si sanano tutti e due insieme, o tutti e due degenereranno infettandosi a vicenda.

 

Vediamo l’informazione, in primo luogo televisiva visto che i dati lo confermano: sia localmente che nazionalmente, gli italiani si informano soprattutto alla televisione, cosa che spiega d’altronde il rifiuto, più che quindicennale, opposto dal Presidente del consiglio a ogni limitazione del suo potere catodico. Non si tratta di sapere se con la tv si vincono o si perdono le elezioni. In questione è la società: la facoltà che le viene data di formarsi un giudizio conoscendo i fatti, la sua cultura della legalità, della tolleranza, della mente libera da slogan, ritornelli. Impossibile acquisire tale cultura se il cittadino non è bene informato. Se viene tenuto in una sorta di Kindergarten, davanti al quale si recitano giuramenti, e si ripetono aggettivi o parole («una grande grande grande grande riforma») come si fa con i bambini e le filastrocche.

 

In vari articoli scritti sul sito della Voce, Michele Polo, economista della Bocconi, denuncia questa infantilizzazione e respinge l’accusa, che gli viene rivolta, di sprezzare snobisticamente gli elettori, ritenendoli influenzabili e incapaci di giudizio: «Oggi gran parte dei cittadini si forma una opinione sui fatti principali e sull’operare della politica non già attraverso una esperienza diretta e personale, ma mediante i mezzi di informazione. In Italia, con un ruolo preponderante della televisione». A essere pericolante è il giudizio informato attorno a fatti non tenuti nascosti, ma resi pubblici. E che l’Italia sia più a rischio di altri lo si evince da dati precisi: «Tra le peculiarità italiane  scrive Polo  c’è una bassa abitudine alla lettura, che fa dei telegiornali di gran lunga la principale fonte di informazione. I due principali telegiornali serali, Tg1 e Tg5, raccolgono in media 6,4 e 5,3 milioni di telespettatori, mentre gli spettatori dei telegiornali sulle sei reti sono circa 19 milioni. I primi 5 quotidiani (Corriere, Repubblica, Sole 24 ore, Stampa, Messaggero) arrivano a circa due milioni di copie, corrispondenti a circa sei milioni di lettori.

In una recente indagine del Censis sulle elezioni europee del 2009 emerge come il 69 per cento degli elettori ha fatto ricorso ai telegiornali per formarsi una opinione in vista del voto, il 30 per cento ai programmi televisivi di approfondimento, il 25 per cento si è affidato ai giornali, il 5 per cento alla radio e solo un coraggioso drappello del 2 per cento ha utilizzato Internet». Proprio Tg1 e Tg5 sono accusate d’aver privilegiato enormemente il Pdl, nella campagna elettorale.

 

La legalità è il secondo tema apparentemente non essenziale ma invece essenzialissimo a qualsivoglia livello: locale, nazionale, europeo, mondiale. Sono tante le cose che da noi non funzionano per la corruttela epidemica, per l’evasione fiscale che s’estende, per l’impunità di colletti bianchi collusi con le mafie. Chi è fuori da simili «giri» (come li chiama Gustavo Zagrebelsky su Repubblica) non sa come ricominciare vite lavorative, imprese malferme, speranze. È per aiutare gli esclusi e gli onesti che legalità e magistratura vanno difese. L’illegalità alimenta la disuguaglianza sociale e viceversa, l’usura e le estorsioni crescono con la crisi economica e l’accrescono, gli immensi costi dell’illegalità sono pagati da ogni cittadino, come ben illustrato dal giudice Gratteri, impegnato nella lotta alla ’ndrangheta. In alcune regioni del Sud mafia e ’ndrangheta si sostituiscono allo Stato, inerte se non corrivo: ci sono «paesi in cui il mafioso è tutto. Amministra la giustizia nel nome della violenza e offre servizi che lo Stato non è in grado di garantire». Il male oltrepassa da tempo il Sud: «Ormai le mafie hanno aggredito ogni lembo del territorio nazionale» (Nicola Gratteri, La Malapianta, Mondadori 2009)

 

Parlare di rispetto della legge non è dunque avulso. Né parlare di intercettazioni. Se già valesse la legge che le restringe, mai sarebbero stati arrestati tanti malavitosi. Un limite si dovrà stabilire, alla pubblicità data alle intercettazioni concernenti fatti privati, ma oltre tale limite la pubblicità è giusta: anch’essa ci informa e ci fa giudicare meglio. Anche qui, il cittadino informato è la priorità assoluta: se non avessero letto le intercettazioni sui giornali, tanti ignorerebbero le corruttele italiane e quel che esse ci costano.

 

Legalità e informazione sono vere emergenze, ed è positivo che abbiano occupato il centro della campagna elettorale. Troppo pericoloso ignorarle in tempi di crisi, come si è visto in Grecia. Un regime corrotto, che truccava le cifre, che allontanava lo Stato dai cittadini, che parlava sempre d’altro: così si è scivolati nella quasi bancarotta. È probabile che anche su questo l’Unione europea sarà più vigile. Onestà delle cifre, lotta alla corruzione, restaurazione del senso dello Stato diverranno criteri base della ripresa greca, così come furono criteri non irrilevanti per i paesi corrotti dal comunismo che entrarono nell’Unione, o per l’Italia che nei primi Anni 90, alla vigilia del Trattato di Maastricht e dell’euro, fu invitata da Kohl a frenare il dilagare delle proprie mafie. BARBARA SPINELLI LS 28

 

 

 

 

Tariffe, in arrivo stangata da 761 euro a famiglia

 

Nuova stangata per i consumatori italiani: ogni famiglia quest'anno dovrà sborsare 761 euro in più a causa degli aumenti delle tariffe. Lo denunciano Federconsumatori e Adusbef che hanno aggiornato le previsioni di spesa già diffuse a gennaio alla luce dei rincari autostradali, della benzina e dell'aumento stimato della bolletta del gas. «Dopo i drammatici dati relativi al ricorso alla cassa integrazione che ha superato il miliardo di ore e il continuo aumento del tasso di disoccupazione, che comporteranno oltre i drammi sociali e individuali, una caduta del potere di acquisto delle famiglie italiane di 565 euro annui, si aggiunge una vera e propria stangata alle famiglie che - sottolineano i presidenti di Federconsumatori e Adusbef, Rosario Trefiletti e Elio Lannutti - avevamo già pronosticato e che oggi viene aggiornata per i rincari autostradali, il continuo aumento del prezzo della benzina nonchè l'aumento stimato dal primo di aprile per la bolletta del gas del 3%, pari a circa 34 euro annui in più, dopo quello precedente di 28 euro».

 

Nel dettaglio l'assicurazione auto costerà 130 euro in più, le tariffe aeroportuali ben 65 euro (130 milioni di passeggeri-costi diretti ed indiretti) in più mentre quelle autostrdali 60 euro in più. Il ricorso per multe e i contenziosi comporteranno un esborso di ulteriori 55 euro. Per gas, acqua e rifiuti le famiglie tireranno fuori mediamente 62,18 e 35 euro in più. L'aumento dei servizi bancari costerà altri 30 euro aggiuntivi e l'aumento delle rate dei mutui circa 80 euro. La spesa per i carburanti comporterà un aggravio di 171 euro e quella per i treni di 65 euro. Un sollievo arriverà solo dalle tariffe elettriche (-10 euro).

 

«Dall'aggiornamento ad aprile - spiegano le due associazioni - ogni famiglia subirà quindi maggiori spese per 761 euro annui senza contare i costi indiretti che questi aumenti provocheranno sul tasso di inflazione. Ciò produrrà un'ulteriore contrazione dei consumi che influirà negativamente sulle produzioni e sul mercato».

 

Trefiletti e Lannutti ricordano che «era stato promesso l'impegno a bloccare le tariffe. Ma - aggiungono - a conti fatti ora abbiamo capito perchè questo governo si è voluto definire 'del farè. E cioè per permettere di 'farè aumentare le tariffe e la pressione fiscale». L’U 27

 

 

 

 

Figli di potenti assunti senza concorso. Ecco la Parentopoli di Bertolaso

 

Il personale della Protezione civile triplicato in tre anni - Imbarcati familiari di generali e giudici di Consulta e Corte dei Conti - di PAOLO BERIZZI

 

ROMA - Lo "Stato nello Stato" ha imbarcato proprio tutti. Tutti quelli che bisognava imbarcare. Figli e nipoti di: generali, colonnelli, magistrati della Corte dei conti e della Corte costituzionale, cardinali, prefetti, direttori generali del Tesoro (gli stessi che devono controllare le spese della Protezione civile), avvocati di Stato, 007 dei servizi segreti, dirigenti e segretari generali della Presidenza del consiglio dei ministri, ex capi dei vigili del fuoco, dirigenti sindacali.

 

Tutti assunti per chiamata diretta. Senza concorso. Tutti catapultati nel dipartimento-carrozzone più generoso d'Italia. Quello della "procedura straordinaria", della deroga continua a tutto. Anche all'articolo 97 della Costituzione che prevede il concorso per entrare nella pubblica amministrazione. In Protezione civile i posti di lavoro si materializzano su indicazione di Guido Bertolaso. Che di problemi, da questo punto di vista, non se n'è mai fatti. Avendo piazzato il cognato ed ex socio in affari, Francesco Piermarini - ingegnere in stretti rapporti con uno dei pilastri della "cricca dei banditi", l'imprenditore Diego Anemone - a lavorare in evidente "conflitto d'interessi" nei cantieri del G8 della Maddalena.

 

"L'anomalia istituzionale è mostruosa - dice il senatore Pd Mario Gasbarri - questo è l'unico settore della pubblica amministrazione dove la parola concorso pubblico non esiste e dove si va avanti con assunzioni parentali e amicali in cui la grande assente è la competenza. Alla faccia di Brunetta". Nel mare grande del pubblico impiego, in effetti, l'attuale Protezione civile è un isola del tesoro sciolta dagli ordinamenti dello Stato.

 

Un coacervo istituzionale dove il nepotismo e il clientelismo sono elevati alla massima potenza grazie anche a un "congelamento" delle norme che regolano le assunzioni statali. E dove un posto, una collaborazione, un salto di carriera, un trattamento economico extra moenia, si materializzano sempre. Anche se sei un pensionato di 83 anni (è il caso di Domenico Rivelli, "collaboratore per le problematiche amministrativo-contabili dell'emergenza rifiuti a Napoli"). Anche se di emergenze e calamità hai sentito parlare solo in televisione. Può capitare di essere figli del capo del personale di palazzo Chigi (Giuseppina Perozzi). E così si aprono le porte dell'ufficio stampa del dipartimento.

 

E' il caso di Eugenio D'Agata, già "collaboratore dell'emergenza eventi avversi" in Calabria, assunto a 24mila euro assieme ad altri 199 con la recente legge 26 che ha trasformato il decreto 195, quello della "Protezione civile spa". Del mazzo dei fortunati fa parte anche Carola Angioni, figlia del generale Franco Angioni, capo della spedizione in Libano, oggi assunta dopo aver collaborato a tamponare nel 2007 "l'emergenza eventi atmosferici" nel Veneto. I rifiuti di Napoli sono stati il banco di prova di Marta Sica, figlia del vicesegretario generale di palazzo Chigi: arruolata anche lei. Come la nipote del cardinale Achille Silvestrini, come la figlia di Carmen Iannacone, funzionaria della Corte di conti addetta al controllo degli atti di palazzo Chigi.

 

Sono molti i magistrati che hanno prole tra i protettori civili: almeno cinque della Corte di conti, e cioè quello che dovrebbe essere il cane da guardia del dipartimento. Due sono Rocco Colicchio e Marco Conti. Un'altra è la segretaria generale, Gabriella Palmieri. Poi c'è la Corte costituzionale. Giovanni De Siervo, figlio del vicepresidente della Corte, Ugo De Siervo, è in squadra. Si è occupato dell'esondazione del Sarno e ora segue le "relazioni con gli organismi internazionali".

 

Fino al 2004 i dipendenti della Protezione civile erano 320. Oggi sono 800, di cui 150 "comandati" (provenienti già da altre amministrazioni). Cinquecento assunti in cinque anni. Gli ultimi 200 Bertolaso li ha chiamati a corte a fine febbraio: da co. co. co. a contratto a tempo determinato. In attesa di essere stabilizzati. Ovviamente senza concorso. Altri 16 dirigenti a contratto (con ordinanza) diventeranno in questi giorni dirigenti dello Stato, stipendio da 3 mila euro netti.

 

L'elenco dei neo protettori è una specie di manuale Cencelli. Puoi trovare la figlia del prefetto Anna Maria D'Ascenzo, già capo del dipartimento dei vigili del fuoco; quella del colonnello Roberto Babusci che dirigeva il centro operativo aereo della Protezione civile; la nipote dell'ex presidente della Rai Ettore Bernabei e il figlio di Mario Ferrazzano, segretario generale del sindacato della presidenza del consiglio Snaprecom. Un dipartimento fidelizzato. E la fede con Bertolaso paga. Nel "cerchio magico" ci sono Agostino Miozzo, Marcello Fiori e Bernardo De Bernardinis. Tutti e tre sono stati nominati (da co. co. pro che erano) dirigenti generali della Presidenza del consiglio con norme ad personam. Infilate nel decreto rifiuti del 2008. Guadagnano 170mila euro. Quando nel 2001 sono stati assunti, i primi due erano estranei alla pubblica amministrazione. Facevano solo parte della squadra di Rutelli al Giubileo. Da oggi a vigilare sull'operato della Protezione civile, "a difesa dell'equità di trattamento dei lavoratori", c'è una consulta permanente creata dalla Cgil. Basterà? LR 27

 

 

 

 

 

 

Friuli Venezia Giulia: X edizione del corso “Origini” per giovani corregionali all’estero

 

Scade il 15 aprile il termine per la presentazione delle domande

 

  TRIESTE – Scade il prossimo 15 aprile il termine per la presentazione delle domande di partecipazione al decimo corso “Origini” – rivolto a discendenti di emigrati dal Friuli Venezia Giulia - che si svolgerà a Trieste dal 19 luglio al 20 novembre 2010. Il corso di formazione imprenditoriale - organizzato dal MIB School of Management - è destinato a un massimo di 20 partecipanti, di età compresa fra i 23 ed i 35 anni. I candidati al corso devono avere la residenza fuori dall’Italia e devono essere in possesso di diploma di laurea o titolo equipollente. Sono considerati requisiti preferenziali la conoscenza di base della lingua italiana e una esperienza lavorativa pregressa.

  Il corso “Origini” è concepito per favorire una nuova collaborazione fra il sistema delle imprese della regione ed i cittadini di origine friulana e giuliana, che vogliono ristabilire o rafforzare i legami professionali e culturali con la terra d’origine.

  Il corso, che si terrà in lingua inglese, è completamente gratuito in quanto saranno a carico del MIB le spese di viaggio, di vitto e di alloggio, (per il modulo di iscrizione v. http://www.mib.edu/c/d/p/programmi_origini_presentazione.aspx  ) (Inform)

 

 

 

 

Servono atti concreti per l’informazione all’estero

 

  ZURIGO - Il tema dei contributi alla stampa all’estero, tiene banco in questi giorni turbolenti per la Repubblica. La politica dei tagli è quella che risulta sempre popolare e quindi trova diversi schieramenti politici in prima linea. La nostra esperienza pluriennale in questo campo ci porta a ritenere che il tema sia poco appassionante, soprattutto perché nasconde una infinità di conflitti d’interesse più o meno evidenti. E’ poco appassionante perché chi è impegnato nel fare un giornalismo serio, editore o giornalista che sia, sa alla perfezione che questi contributi non tengono in piedi un giornale, perché ciò che tiene in piedi una realtà editoriale è solo il mercato unito ad una dose di lucida follia di qualche coraggioso editore.

  I contributi statali spesso si perdono in operazioni intercontinentali di dubbia efficacia che finanziano quotidiani distribuiti forse nella foresta amazzonica o nei quartieri della little italy dove generalmente non si parla italiano. Quelli che si definiscono con grandi squilli di tromba “quotidiani per gli italiani nel mondo”, hanno nella loro presunta veste planetaria il disvelamento del carattere “bufalistico” dell’operazione.  Qualunque operatore serio che operi nel campo dell’editoria sa benissimo che non sono compatibili progetti editoriali di tali dimensioni con efficacia di risultato. Le agenzie …poi, sono il paradosso di queste evocazioni planetarie e sarebbe interessante capire che per dare un contributo ad esse bisognerebbe prima individuarne il valore reale (certificato oggi sul web) e capire che non si può dare loro un contributo superiore al loro valore reale poiché sarebbe uno spreco di denaro pubblico. Ergo se un portale vale 5000 euro, lo Stato non può dargliene 100.000, perché ciò non contribuirebbe comunque ad aumentarne il valore nella rete. In queste certificazioni presenti ed ormai ufficiali è specificato il valore del portale, il traffico, le statistiche degli utenti e qualunque altra cosa possa servire a capire quanto vale in effetti un portale informativo.

  Insomma noi del “La Pagina”, vogliamo tirarci fuori da questa querelle, in primo luogo perché il contributo statale non serve a restare sulla piazza, e poi perché riteniamo che in luogo dei contributi a pioggia ed irrisori lo Stato dovrebbe invece dare alle nostre realtà editoriali all’estero accessi gratuiti a servizi. Ad esempio consentirci di avere gli abbonamenti gratuiti ad agenzie quali ANSA o quelle di fornitura di materiale fotografico e video. Stimolare il mercato della pubblicità italiana verso l’estero o comunque garantire più fondi per la pubblicità Istituzionale dando mandato alle Ambasciate di valutare in loco le testate più efficaci in base alle certificazioni esistenti. Insomma, crediamo sia arrivato il tempo di ragionare seriamente sull’argomento, ed il nostro settimanale lancerà un dibattito sul tema tra i suoi abbonati e qui in Svizzera, perché non è neanche giusto che di ciò se ne discuta a Roma senza ascoltare il parere di chi sul campo ci lavora da molto tempo.

Massimo Pillera-La Pagina

 

 

 

 

Un nuovo disegno di legge su “l’esercizio del diritto di voto dei cittadini italiani residenti all'estero"

 

ROMA - E’ stato presentato il 3 marzo (atto Senato n.  2048) il disegno di legge dal titolo “Modifiche alla legge 27 dicembre 2001, n. 459, in materia di esercizio del diritto di voto dei cittadini italiani residenti all'estero “, d'iniziativa dei senatori Andrea Pastore, Lucio Malan, Luigi D'Ambrosio Lettieri ed altri.

  Tra le principali innovazioni, rispetto a quanto prevede la cosiddetta legge Tremaglia: l’inversione del meccanismo dell’opzione (si dovrebbe optare per poter votare in loco per la circoscrizione Estero); voto non più per corrispondenza ma da esprimere in seggi istituiti all'estero secondo le modalità previste dalla Legge elettorale per il Parlamento europeo; eliminazione delle preferenze con la previsione di liste bloccate; soppressione della norma che attribuisce l'elettorato passivo solo ai cittadini residenti all'estero:

  Qui di seguito il testo della relazione che accompagna il disegno di legge.

  Onorevoli Senatori, non meritano molte parole le ragioni che giustificano una urgente riforma della legge che regola il voto all'estero dei nostri concittadini (Legge 27 dicembre 2001 n. 459) che ha dato attuazione a quanto disposto dagli articoli 56 e 57 della Costituzione, introdotti con legge costituzionale 23 gennaio 2001 n. 1 che da più parti si vorrebbe modificare se non sopprimere del tutto.

  Sin dall'esame nelle commissioni e nelle aule parlamentari del disegno di legge da cui è derivata la suddetta legge elettorale, è stata sollevata una serie di obiezioni e critiche sulle scelte che venivano operate, tutte puntualmente confermate sia in occasione dell'elezione degli organi rappresentativi degli italiani all'estero sia nelle fasi di predisposizione delle operazioni per dare corso al diritto -di voto, che si è ritenuto di rendere effettivo con la novella costituzionale. Le perplessità più significative riguardavano l'individuazione degli aventi diritto al voto, lo svolgimento delle campagne elettorali in territorio estero, il valore politico del voto estero e la sua congruenza con il voto politico nazionale, il ricorso al voto per corrispondenza.

  Mai nessuna previsione è stata così puntualmente confermata dall'esperienza, anzi, la realtà ha superato ogni possibile fantasia, tanto che oggi la rappresentatività democratica del nostro Parlamento ed in particolare del Senato è messa in seria discussione. Infatti i risultati delle elezioni dell'aprile 2006 sono state da subito oggetto di denunce di assoluta verosimiglianza; sulla base di tutta una serie di informazioni di varia provenienza, di diversa attendibilità ed autorevolezza ma che, anche se fossero dimostrate solo in minima parte, sortirebbero effetti assolutamente destabilizzanti per il quadro politico, parlamentare ed istituzionale del nostro Paese, da più parti è stata e viene invocata non solo una immediata e generalizzata verifica del voto estero ma il suo annullamento, ritenendosi che lo stesso sia viziato in modo insanabile.

  Compete al parlamento mettere mano alla legge sul voto all'estero, riformarla per porre fine alle aberrazioni più evidenti, fare sì che le elezioni politiche, decisive per un recupero di credibilità dello stesso sistema democratico, non siano alterate da regole che non sembrano poste a garanzia di un corretto e trasparente esercizio del voto estero. Questo è appunto l'obiettivo primario di questo disegno di legge.

  In primo luogo, è necessario invertire il meccanismo dell'opzione, cioè della regola per cui, salva diversa dichiarazione di volontà, il cittadino residente all'estero è automaticamente iscritto tra i votanti nella circoscrizione estero; l'opzione consiste appunto nella facoltà concessa al cittadino residente all'estero di esprimere la preferenza per il voto in Italia ma essa va esercitata entro un termine e con modalità definite.

  Una delle questioni che maggiormente incidono sulla regolarità del voto estero sta proprio nella difficoltà di allineare gli archivi dei cittadini all'estero gestiti dai Comuni di origine, attraverso l'anagrafe degli italiani residenti all'estero — AIRE — e quelli consolari, essendo i due archivi basati su presupposti ed adottando metodologie e regole assolutamente diverse. Anche la semplice individuazione degli esatti e attuali recapiti dei nostri concittadini, non obbligati peraltro a darne alcuna comunicazione alle autorità consolari, costituisce un problema assolutamente insuperabile che porta a conseguenze diverse nel caso in cui il diritto di voto sia da esercitare secondo le regole generali che disciplinano il voto in Italia (indizione dei comizi elettorali con bandi generali resi pubblici nelle forme consuete) ovvero sia da esercitare nella circoscrizione estero nel qual caso occorre stabilire un rapporto diretto e preciso tra elettore e autorità consolare (invio della documentazione, svolgimento della campagna elettorale, spedizione delle schede all'ufficio consolare etc.). Tutte queste incongruenze si eliminano alla radice prevedendo che la dichiarazione di volontà dell'elettore residente all'estero valga invece per optare per il voto nella circoscrizione estero e che la sua mancanza comporti che l'esercizio del diritto di voto avvenga in Italia in una delle circoscrizioni nazionali.

  In secondo luogo, è necessario rimediare alla procedura circa l'espressione del voto, prevedendo che il voto non venga comunicato all'ufficio consolare per posta ma che venga espresso in seggi istituiti all'estero secondo le modalità previste dalla Legge elettorale per il parlamento europeo (DL 24 giugno 1994 n.408, convertito in legge, con modificazioni, dalla legge 3 agosto 1994 n.483), secondo un sistema perfettamente collaudato e funzionante, con tutte le garanzie di segretezza e personalità che sono connaturati all'espressione del voto, come anche richiesto dall'articolo 48, secondo comma della Costituzione ("Il voto è personale ed eguale, libero e segreto").

  In terzo luogo, occorre allineare il sistema di voto all'estero a quello nazionale, di modo che il voto all'estero contribuisca a rafforzare il sistema bipolare in funzione della governabilità del nostro Paese e rappresenti un elemento di congruità e non di distonia con l'intero modello politico nazionale: a ciò concorrerebbero l'eliminazione delle preferenze e la previsione di liste bloccate, in considerazione del limitato numero delle candidature e la soppressione della norma che attribuisce l'elettorato passivo solo ai cittadini residenti all'estero, anziché a qualsiasi cittadino italiano come avviene nel nostro sistema elettorale nazionale. (Inform)

 

 

 

 

UNAIE: riunito il comitato esecutivo a Roma. Salvaguardare il voto all’estero migliorandone le modalità di esercizio

 

Si è svolto nei giorni scorsi, preso la sede della Conferenza delle Regioni di via Parigi in Roma, la riunione del Comitato esecutivo dell’UNAIE (Unione Nazionale delle Associazioni di Emigrazione ed Immigrazione) che si è aperta con la relazione del Presidente, on. Franco  Narducci.

La riunione dell’Unaie cade subito dopo il caso Di Girolamo e proprio su questo si è molto dibattuto mettendo in evidenza che il mondo degli italiani all’estero non ha niente a che vedere con gente che ha esportato delinquenza dall’Italia verso le comunità all’estero. Pertanto l’Unaie ha precisato che bisogna agire affinchè mai più si verifichino casi simili, anche prevedendo una riforma migliorativa delle modalità di voto che comunque rappresenta una conquista democratica da salvaguardare. Il diritto di voto è sancito dalla Carta costituzionale è l’effettività di questo diritto si è concretizzata con le riforme costituzionali e con l’esercizio del voto all’estero. Nel ribadire la validità del voto all’estero l’esecutivo dell’UNAIE ha sottolineato che in ogni caso occorre adottare tutti i meccanismi migliorativi possibili per garantire la massima regolarità del sistema di elezione.

Nella sua relazione il Presidente Narducci ha toccato compiutamente tutti gli aspetti salienti inerenti la vita delle comunità italiane nel mondo focalizzando l’attenzione su alcune problematiche specifiche. Tra queste particolare rilevanza è stato dato alle questioni che lo scudo fiscale ha posto ad alcune categorie di emigrati, ai cittadini ex Aire ed ai frontalieri. 

Al riguardo, l’on. Narducci ha sottolineato “che per i problemi riguardanti frontalieri ed ex-emigrati rientrati in Italia negli ultimi 5 anni sono state individuate soluzioni appropriate che consentono in particolare la sanatoria fino all’anno d’imposta 2008, mediante il ricorso all’istituto del “ravvedimento operoso”, e per i frontalieri è ora certa l’esenzione dei contributi versati al II Pilastro dal monitoraggio fiscale” precisando che “è stata inoltre ottenuta la proroga dei termini al prossimo 30 aprile, chiesta accoratamente da tutte le parti interessate, al fine di presentare la documentazione occorrente”.

L’Unaie ha anche evidenziato il fatto che la “legge finanziaria 2010 ha ulteriormente ridotto gli impegni d’intervento finanziario del nostro Paese verso le comunità emigrate, in particolare sul versante dell’assistenza diretta ai connazionali che vivono in stato di povertà e di mancanza di cure sanitarie. A nulla sono valsi, al riguardo, i numerosi interventi, emendativi e non, tesi a ripristinare i fondi destinati all’assistenza diretta.  L’Unaie ha inoltre espresso forte preoccupazione per i tagli ai capitoli di spesa riguardanti la valorizzazione e diffusione della lingua e della cultura italiana nel mondo, nonché per i tagli alla rete diplomatica e consolare in controtendenza con le necessità dei processi di globalizzazione nei quali l’Italia è inserita. L’esecutivo Unaie ha anche condannato duramente i tagli operati ai danni della stampa italiana all’estero effettuati con il recente decreto mille proroghe nonostante i numerosi appelli alla ragionevolezza, una ragionevolezza che non si ritrova neanche nella logica di esclusione degli italiani all’estero dall’esenzione dell’ICI sulla prima casa, unacausa che  l’Unaie ha più volte perorato senza riscontro presso gli organi competenti e che ormai assume la forma di una grave discriminazione non più tollerabile.

Inoltre l’Unaie ritiene importante che vengano mantenuti gli organismi di rappresentanza – Comites e CGIE – delle comunità italiane e che si garantiscano le scadenze elettorali anche se è in corso un dibattito di riforma di tali organismi; per cui la confederazione della associazioni regionali chiede con forza che si arrivi al voto di rinnovo di tali organismi improrogabilmente entro il 2010.

Il Comitato esecutivo Unaie, annunciando un importante convegno nazionale sui temi della cittadinanza da tenersi prima dell’estate ed  ha poi ribadito l’importanza che riveste un’accelerazione dell’iter della proposta di legge di riforme della 383/2000 richiamando il ruolo straordinario delle associazioni in emigrazione, un patrimonio che deve essere maggiormente valorizzato anche dalle Regioni e in tal senso risulta positiva l’interolocuzione con il sen. Iorio, Presidente della Regione Molise e Vicepresidente della Conferenza dei Presidenti delle Regioni e delle Provincie autonome. De.it.press

 

 

 

 

Friuli Venezia Giulia: 240 mila euro per il 2010 a sostegno delle attività delle associazioni all’estero

 

  TRIESTE – Friuli Venezia Giulia:  240 mila euro per il 2010 a sostegno delle attività di enti, associazioni ed istituzioni dei corregionali all’estero sono stati stanziati dalla giunta regionale su proposta dell'assessore Roberto Molinaro.

  Le priorità di intervento sono due. La prima concerne finanziamenti per il reinserimento dei rimpatriati, il raggiungimento del minimo pensionistico e per la traslazione delle salme di corregionali deceduti all'estero (110 mila euro). La seconda linea di intervento riguarda il sostegno per soggiorni di studio nella regione per giovani discendenti di corregionali.

  In particolare, per la frequenza di scuole secondarie di secondo grado, la Regione metterà a disposizione 46 mila euro per 10 borse di studio presso il Convitto nazionale "Paolo Diacono" di Cividale del Friuli, nell'ambito della decima edizione del progetto "Studiare in Friuli".

  Ulteriori 84 mila euro – spiegano dalla Regione - saranno destinati per la frequenza alla decima edizione del corso in sviluppo imprenditoriale "Origini" presso il MIB - School of Management di Trieste, Scuola internazionale per l'alta formazione manageriale. (Inform)

 

 

 

 

Wahlen in Italien. Der neue Julius Cäsar wird nervös

 

Rom. Als "Missionare der Wahrheit und Freiheit" sollen 44 Millionen Italiener zur Wahl gehen - so will es Italiens Regierungschef Silvio Berlusconi. In 13 von 20 Regionen des Landes finden am Sonntag und Montag Wahlen statt, Berlusconi hat sie zu einer nationalen Testwahl hochstilisiert. Denn trotz seiner satten Mehrheiten in beiden Parlamentskammern in Rom regieren in elf dieser Regionen noch immer Mitte-links-Kandidaten.

 

In den Tagen vor der Wahl gab er sich zwar nach außen hin siegesgewiss, doch der 73-Jährige ist nervös. Denn seine Umfragewerte haben in letzter Zeit sehr gelitten. "Wer von meinem Niedergang spricht, der sei daran erinnert, dass ich nach den Wahlen (im April 2008, Anm. d. Red.) 68 Prozent Zustimmung hatte, heute sind es 61 Prozent, während Sarkozy bei 32 Prozent liegt, Merkel bei 40 Prozent und Obama bei 42", kontert er gereizt.

 

Aber selbst viele Anhänger Berlusconis sind darüber befremdet, dass die Regierung in zwei Regionen per Dekret versuchte, zu spät eingereichte Wahllisten doch noch zuzulassen. In Latium, der Region rund um die Hauptstadt Rom, half auch das Anrufen von Gerichten nichts: Berlusconis "Volk der Freiheit" (PdL) darf nicht antreten.

 

Noch stärker als solche Kapriolen schadet es Berlusconi, dass die Auswirkungen der Wirtschaftskrise auch Italien mit voller Wucht erreicht haben. Die Arbeitslosigkeit stieg jüngst auf 8,2 Prozent, den höchsten Stand seit 1995, und vor allem der Mittelstand ächzt unter der Rezession.

Die Reformen lassen auf sich warten

 

Alle groß angekündigten Reformen der Regierung lassen weiter auf sich warten. Berlusconi ist vielmehr mit endlosen Abwehrschlachten gegen die Justiz beschäftigt und hat den Kampf gegen das "Krebsgeschwür" der Justiz zum zentralen Thema eines Wahlkampfes gemacht. Das Klima war vergiftet, ansonsten war der Wahlkampf vollkommen inhaltsfrei.

 

Um seine Stärke zu demonstrieren, ließ Berlusconi am Wochenende vor der Regionalwahl Anhänger aus ganz Italien nach Rom bringen und sich als neuer "Julius Cäsar" feiern. Als die Polizei mit der Zahl von nur 150000 Teilnehmern den PdL-Parolen von einer Million widersprach, entspann sich selbst darüber ein giftiger Streit. "Der Polizeichef ist wohl betrunken", keifte der Fraktionschef der PdL im Senat, Maurizio Gasparri. Nach scharfen Protesten der Polizei musste Innenminister Roberto Maroni von der Lega Nord sogar persönlich eingreifen und der Polizei recht geben.In ähnlichem Ton fährt Berlusconi weiter scharfe Attacken gegen die linke Opposition und weigerte sich, gegen den neuen Chef der Demokratischen Partei (PD), den eher blassen Pier Luigi Bersani, zu einem Fernsehduell anzutreten. Lieber sorgte er über seine Getreuen auch in den öffentlich-rechtlichen Programmen der RAI dafür, dass alle Polit-Talkshows im Monat vor der Wahl verboten wurden.

 

Die Linke hat Berlusconi allerdings wenig entgegenzusetzen. Sie ist zwar in den traditionell roten Hochburgen in Mittelitalien noch immer stark, auf nationaler Ebene aber zutiefst zerstritten. Als sichere Bastionen gelten die Toskana, die Emilia Romagna, Umbrien, die Marken, Apulien und die Basilicata, umkämpft sind Ligurien, Piemont, Latium und Kalabrien.

 

Der voraussichtliche Gewinner der Wahl aber sitzt im Norden, in den reichen Regionen Lombardei und Venetien. Die separatistische und ausländerfeindliche Lega Nord hofft, von der Wirtschaftskrise zu profitieren. In Venetien hat ihr Kandidat, Berlusconis derzeitiger Landwirtschaftsminister Luca Zaia, gute Aussichten zu gewinnen. Er wäre dann der erste Regionalpräsident aus der Partei von Umberto Bossi. FR 27

 

 

 

 

Italien vor Regionalwahl. ''In drei Jahren besiegen wir den Krebs''

 

Große Versprechungen: Mit zweifelhaftem Populismus mobilisiert Italiens Premier Berlusconi vor der Regionalwahl seine Anhänger. Von Andrea Bachstein, Rom

 

Steuersenkungen, neue Fahrradwege - als Silvio Berlusconi jüngst in Rom vor Anhängern seiner Partei Popolo della Libertà (PDL) auftrat, sparte er nicht mit populistischen Versprechen. "Und in drei Jahren werden wir auch den Krebs besiegen", versicherte er seinen Wählern sogar.

Eine mutige Zusage, aber schließlich sind am Sonntag und Montag in 13 der 20 Regionen des Landes mehr als 44 Millionen Bürger zu Wahlen aufgerufen. Zudem werden die Verwaltungen von vier Provinzen (Landkreisen) sowie 463 Kommunen gewählt, darunter Venedig.

 

Die Regionen entsprechen in etwa den deutschen Bundesländern, haben jedoch keine Vertretung in der nationalen Politik. Im Wesentlichen stehen sich die Wahlbündnisse der Mitte-links- und der Mitte-rechts-Parteien gegenüber.

 

Partito Democratico: Hoffnung der Opposition - Unter ihnen ist die größte Kraft die PDL von Ministerpräsident Berlusconi. Vor allem im Norden des Landes spielt aber die mit ihm verbündete Lega Nord eine wichtige Rolle. Teilweise kandidiert die PDL auch mit der postfaschistischen Partei Die Rechte. Mitte-rechts regiert derzeit nur in zwei der 13 Regionen.

Stärkster Faktor der Mitte-links-Gruppierungen ist die größte Oppositionspartei, die Partito Democratico (PD). Sie tritt in verschiedenen Bündnissen an, unter anderem mit der Partei Italia dei Valori und den Grünen. Die christlich-bürgerliche Partei UDC kooperiert in vier Regionen mit Mitte-links, in dreien mit Mitte-rechts.

Silvio Berlusconi, der sich gern auf die breite Zustimmung des Volkes beruft, hofft auf ein positives Signal für die restlichen drei Jahre seiner Amtszeit. "Wenn die Linke gewinnt, wird Italien weniger frei sein", rief er auf der Demonstration in Rom und erhob so die Regionalvoten zur nationalen Lagerwahl.

 

Regierung ohne Vertrauen der Bürger - Für den Regierungschef kommen die Abstimmungen zu einem ungünstigen Zeitpunkt. Eine Umfrage im März zeigte deutliche Vertrauensverluste für die Regierung. Gegen den Regierungschef laufen Ermittlungen wegen Amtsmissbrauchs und Nötigung einer öffentlichen Institution.

Er soll auf einen Kommissar der Kommunikationsaufsicht Druck ausgeübt haben, eine kritische Sendung abzusetzen. Belastet ist seine Regierung auch durch einen großen Korruptionsskandal in der Zivilschutzorganisation. Und Parlamentspräsident Gianfranco Fini, sein Parteigenosse, widersetzt sich Berlusconis Plan, den Regierungschef künftig direkt wählen zu lassen.

Das wahre Debakel der letzten Wochen aber war der Ausschluss der PDL-Wahlliste für die Provinz Rom in Latium mit mehr als vier Millionen Einwohnern. Dies war für Berlusconi auch der Anlass, zur Großdemo in Rom zu rufen.

Die PDL hatte Wahlunterlagen zu spät und unvollständig eingereicht. Es wird spekuliert, dass bis zuletzt Kandidaten ausgetauscht werden sollten. Alle Versuche von Regierung und Partei scheiterten, per Dekret oder Gericht die Wahlzulassung zu erzwingen.

 

Zahl der Nichtwähler wird vermutlich steigen - Nun steht in der Provinz Rom nur die persönliche Liste der Spitzenkandidatin Renata Polverini (PDL) zur Wahl. Latium ist eine der Regionen, in denen die PDL sich beste Aussichten versprach. Diese Affäre hat sie einiges Ansehen gekostet. Eventuell kann die Wahl sogar nachträglich angefochten werden.

Es wird angenommen, dass die Zahl der Nichtwähler steigt - nicht nur in Latium. Demoskopen und Politologen rechnen mit 30 bis 35 Prozent Enthaltungen, gespeist von links und rechts. Bei den Parlamentswahlen 2008 lag die Beteiligung bei 80,5 Prozent.

Seit gut zwei Wochen dürfen keine Umfragen mehr veröffentlicht werden. Den letzten zufolge lagen in Latium, im Piemont (Turin) sowie in Ligurien (Genua) und Kampanien (Neapel), alle bisher Mitte-links-geführt, die Konkurrenten fast gleichauf.

 

Dass die Wahlen in den Regionen nicht nur die nationale politische Szene spiegeln, zeigt schon der Umstand, dass in den insgesamt 20 Regionen nur sechs echte PDL-Bündnisse regieren. Im nationalen Parlament besitzen die PDL und ihr Koalitionspartner Lega Nord eine bequeme Mehrheit. Jede Region hat ihre speziellen Themen.

Eines der größten ist aber überall das Gesundheitswesen, das in regionaler Kompetenz liegt. Es macht in einigen Territorien rund 80 Prozent des Budgets aus, und die Qualität ist regional so verschieden wie die Situation der Regionen insgesamt.

Im Norden stützt Berlusconi sich auch auf die Stärke der Lega Nord und ihren Chef Umberto Bossi, obwohl es im Vorfeld bei der Kandidatenkür Streit gab. Nun tönte Bossi, in Venetien und im Piemont werde die Lega mehr Stimmen holen als die PDL. In der Berlusconi-Partei gab es schon wiederholt Gemurre, dass die Lega zu viel Einfluss gewönne.

Bei den Parlamentswahlen 2008 war sie in zehn Regionen angetreten und hatte 8,3 Prozent der Sitze erreicht. Die Lega Nord, drittgrößte Partei des Landes, tritt für stärkeren Föderalismus ein. Ihren Namen trägt sie, weil sie als Ziel die Abspaltung der reichen Nord-Regionen verfolgt. Die Lega vertritt eine rigide Sicherheits- und Einwanderungspolitik.

 

Korruptionsvorwürfe und Streit um die Kandidaten - Der PDL hat sie den Spitzenkandidaten in Venetien abgetrotzt. Im Piemont tritt gegen die amtierende Links-Mitte-Mehrheit nun ebenfalls ein Lega-Mann an. Gewinnt er, regieren Lega und PDL den Teil des Landes, der bei weitem das meiste Geld erwirtschaftet.

Ärger und Streit um die Kandidaten gab es links wie rechts. Dabei spielten auch Korruptionsvorwürfe eine Rolle. Die Parteien haben sich verpflichtet, "saubere Listen" zu präsentieren - ohne vorbestrafte Kandidaten oder solche, gegen die ermittelt wird.

Trotzdem stehen auf den Listen auch einige nicht ganz saubere Kandidaten, das gilt von Nord bis Süd und über diverse Parteien hinweg. Sie reichen vom PD-Spitzenkandidaten Vicenzo di Luca in Kampanien, gegen den wegen Steuerdelikten und Amtsmissbrauchs ermittelt wird, bis zu einem PdL-Mann in der Emilia-Romagna, der auf Kosten der Stadt Parma für 90000 Euro Porno-Websites besucht haben soll.

Kandidaten, die mit der Mafia sympathisieren?

Im Süden wird befürchtet, dass es Kandidaten gibt, die der Mafia verbunden sind. Und in Taranto hat gerade ein PD-Kandidat wegen Korruptionsermittlungen verzichtet. Ihn bestochen zu haben, behauptet derselbe Unternehmer, der bei Festen Berlusconis für Callgirls sorgte und im Gesundheitswesen Apuliens mittels Geld und Prostituierten Aufträge kassierte.

Der frühere Vize-Regionalpräsident von der PD sitzt deshalb in Haft. Apulien war für die PD im Wahlkampf auch sonst schwieriges Terrain. In Vorwahlen um den gemeinsamen Kandidaten als Regionspräsident besiegte der amtierende Nichi Vendola von der postkommunistischen Bewegung für die Linke haushoch den PD-Mann.

Keinen eigenen Kandidaten für den Regionspräsidenten hat die PD auch in Latium. Dort tritt für Mitte-links die Ex-Ministerin und EU-Kommissarin Emma Bonino von der kleinen Radikalen Partei an - was in der PD nicht unumstritten war.

Regionalwahlen waren übrigens der Anlass für Berlusconis Rücktritt als Premier 2005. Seine damalige Partei Forza Italia hatte sechs Regionen verloren. Nach zwei Tagen bildete er aber eine neue Regierung. SZ 27

 

 

 

 

Regionalwahlen in Italien. Berlusconis Partei droht Niederlage

 

Bei den Regionalwahlen wird der Regierungschef wohl nicht über die Linke triumphieren. Sein Plan, durch eine Verfassungsänderung seine Macht zu festigen, wäre dann gescheitert. VON MICHAEL BRAUN