WEBGIORNALE 29-31 Marzo 2010
Un voto che può scuotere governo e partiti. Quattro regioni decidono chi
vince e chi perde
Posta in gioco
altissima, in un quadro politico in forte movimento - Berlusconi punta a
"blindarsi" per i prossimi tre anni, Il Pd all'inversione di tendenza
di MARCO BRACCONI
La posta in gioco
è alta. Il governo di 13 regioni. La tenuta del
governo. Il rilancio di Berlusconi, che si è speso in primissima persona. Il
ruolo futuro di Bossi. Il destino della segreteria Bersani. Votano in 41 milioni. E' inevitabilemente un test politico nazionale.
Se il Pdl ne esce male, è certa la resa dei conti interna, e le sue conseguenze
sono difficilmente calcolabili. Se il Pd sarà deluso, la leadership di Bersani
ne subirebbe un duro colpo, con i rischi di nuove divisioni nel partito. Di
fatto, pure se in teoria mancano ancora tre anni, il risultato delle regionali
lancerà la volata per le elezioni politiche. Malgrado
l'apparente tranquillità dei leader, sottotraccia il quadro politico è in forte
movimento. L'esito della sfida di domenica e lunedì può accelerare questi
movimenti in una direzione o nel'altra.
Per capire chi
vince o chi perde, il raffronto con le scorse regionali rischia
però di essere fuorviante. Perché l'11-2 del
centrosinistra, cinque anni fa, nacque in circostanze del tutto diverse da
quelle attuali. E' quindi il confronto con le politiche il modo più corretto
per capire se lunedì sera saremo di fronte ad una inversione
di tendenza. Se la distribuzione dei voti delle politiche fosse confermata dal
voto amministrativo, il centrodestra "passeggerebbe"
in ben nove regioni, lasciando al centrosinistra solo le regioni rosse:
Toscana, Emilia Romagna, Marche, Umbria. Dunque, si parte da un teorico
cappotto (9-4) per il Pdl.
Quattro regioni in
bilico. Pur senza sondaggi e dati certi, è opinione diffusa che la differenza
l'avranno fatta quattro regioni: Piemonte, Liguria,
Puglia e Lazio. Sono questi i risultati incerti, anzi incerttissimi.
Lunedì sera l'asticella della vittoria salirà e scenderà assieme ai dati che arriveranno da Torino, Genova,
Roma e Bari.
Ecco i possibili
scenari. - Il trionfo di Berlusconi. Dopo una inziale
prudenza, il Cavaliere ci ha messo la faccia. Ha provato a trasformare la
consultazione amministrativa in una "scelta di campo". O con lui o contro di lui. Un ingresso a
gamba tesa, occupando tg e giornali radio, alzando i toni dello scontro.
Dopo il gran pasticcio dell liste e le incertezze sui candidati, il Cavaliere è
stato mosso dalla necessità di ribadire la leadership,
ricompattare il partito e frenare l'avanzata leghista. Il suo obiettivo
dichiarato (prendere più voti nel conteggio complessivo) è solo di facciata.
Quello reale è doppio: strappare almeno Lazio e Piemonte al Pd ed evitare il
sorpasso leghista al Nord.
Se finisce 8-5,
con tutte le regioni in bilico che alla fine passano dalla sua parte, il
Cavaliere fa filotto. Zittisce oppositori e perplessi del Pdl, mette in crisi
la nuova leadership del Pd, bilancia con Lazio e Puglia la scontata vittoria
leghista al Nord. Insomma, un trionfo. Che avrebbe anche un paio di effetti
collaterali di non poco conto: mettere Fini in un angolo con la forza del
"successo popolare" e rilanciare la corsa nazionale del suo pupillo
pugliese Raffaele Fitto.
Quadro più
articolato se invece finisce 7-6 per il centrodestra. In questo caso, sarà
importante capire grazie a quali regioni. Se a passare di là fossero Piemonte e
Liguria, e magari il Lazio, Berlusconi avrà il suo da fare per frenare le
pretese leghiste, e il Carroccio sarebbe il vero vincitore delle elezioni. Se
invece il 7-6 arrivasse da vittorie in Liguria, Puglia e Lazio, allora per il
premier si tratterebbe di un successo quasi personale, che lo rafforzerebbe
all'interno della coalizione.
Il trionfo di
Bossi. Bossi non perde comunque. Ma può vincere
benissimo, superando in voti il Pdl in Lombardia e Veneto, e addirittura
stravincere conquistando il Piemonte col suo candidato Cota. A quel punto, sarà
difficile per il Cavaliere negare al Carroccio il prossimo sindaco di Milano, e
altrettanto difficile ridimensionare il diritto di veto che i lumbard hanno sul
governo nazionale. Se il Pdl non ce la fa in Lazio e in Puglia, e al di là delle promesse di facciata sull'amicizia eterna con
il Senatùr, non è uno scenario semplice da gestire.
Il successo del
Pd. La parola d'ordine dei democratici è "inversione di tendenza".
L'obiettivo, insomma, è interrompere la spirale negativa inziata con la
sconfitta di Veltroni alle politiche. Vista l'aria che tirava solo pochi mesi
fa, Bersani potrà dire di averlo raggiunto se porta a casa almeno 8 regioni. Sarà dunque vittoria piena se oltre a Emilia,
Toscana, Umbria, Marche, Basilicata, il Pd vince in almeno tre delle regioni in
bilico. Meglio, se queste sono Puglia, Lazio e
Piemonte. Chiudere in vantaggio 7-6, magari cedendo Lazio e Piemonte, somiglia
invece più ad un deludente pareggio che ad una
striminzita vittoria. E ogni altro risultato aprirebbe tra i democratici una
resa dei conti interna che taglierebbe le gambe al
fondista Bersani, che si è dato tempi lunghi per costruire una alleanza capace
di sconfiggere il centrodestra.
Casini alla finestra.
Per il leader Udc contano più i voti che i candidati. La
scelta dei "due forni" fa tenere le mani libere ai centristi.
Che vogliono entrare nel maggior numero possibile di giunte, aumentare la loro
dote del sei per cento ma, soprattutto, sperano in un risultato che apra
problemi politici seri nel centrodestra. Del resto, il presidente dell'Unione
di Centro è l'unico che esplicitamente dice di lavorare da ora al
dopo-Berlusconi.
I governatori in
pista. Il voto di domenica e lunedì può anche confermare o clamorosamente
smentire le ambizioni nazionali di alcuni protagonisti locali. Se Nichi Vendola
vince in Puglia, si dà per certa la sua corsa alle primarie per il candidato
premier del centrosinistra. Se sul Tavoliere vince Rocco Polese, il pupillo del
premier Raffaele Fitto si sentirà in grado di competere con gli altri
maggiorenti del Pdl per la successione. C'è poi il Lazio, dove la Polverini non
sembra avere peso e spessore per farsi leader nazionale, ma dove Emma Bonino,
in caso di vittoria, può anche permettersi di pensare in grande. Attenzione a
Cota. Se batte la Bresso in Piemonte, entra di diritto nel parterre di
primissima fila del Carroccio. Dove nessuno lo dice,
ma in tanti (e da tempo) pensano alla successione a
Bossi. Lo stesso vale per Fomigoni, la cui riconferma appare scontata. Se tra
listino e lista Pdl evita il sorpasso leghista,
rafforza la sua posizione per il futuro. Sarà anche vero che la presidenza
della Lombardia vale quasi come fare il primo ministro. Ma il Governatore ciellino un pensierino a Palazzo Chigi non ha affatto smesso
di farlo. LR 27
Migrazione qualificata verso nord, un fenomeno in crescita
“Il 23% dei medici
formati nei paesi dell’Africa sub-sahariana esercitano
la loro professione nel ricco Nord del mondo. Si tratta di un
movimento migratorio in crescita che significa una perdita di risorse rare e
preziose per lo sviluppo dei paesi del Sud”: una valutazione che riassume in
poche parole il cosiddetto fenomeno della fuga dei cervelli quella presentata a
Dakar dal demografo Philippe Fargues nell’ambito di una conferenza del
Consorzio euro-mediterraneo per la ricerca applicata sulle migrazioni
internazionali (Carim).
Sul tema l’Agenzia
universitaria francofona dell’Università senegalese di Cheikh Anta Diop (Ucad)
ha presentato 37 studi, una vera e propria fotografia
del fenomeno della migrazione qualificata. “Sono i paesi ricchi a raccogliere
il frutto della formazione ricevuta nei paesi poveri: non si può fermare il
movimento – ha sottolineato Fargues – ma per
compensare la perdita si potrebbero introdurre nuove apposite tasse, come
suggerito da alcuni premi Nobel”.
Unico punto a
favore dei paesi di origine: il migrante qualificato invierebbe in media rimesse superiori a circa 298 dollari rispetto ai fondi
trasferiti da quelli meno diplomati. Dall’ufficio del primo ministro senegalese
giunge una proposta concreta, quella di mettere a punto
un apposito programma di identificazione e localizzazione dei dottorandi
africani partiti all’estero per cercare di reintegrarli nel proprio paese di
nascita.
I dati emersi a
Dakar confermano altre statistiche diffuse in passato dall’Associazione delle
Università Africane (Aua) che riferivano di un terzo degli intellettuali
africani stabiliti all’estero e di almeno 23 mila
universitari che lasciano il continente ogni anno. Un esodo che da anni
minaccia lo sviluppo nei settori della sanità, dell'economia e dell'istruzione;
una mancanza che paradossalmente costringe i paesi africani a ricorrere a
professionisti provenienti dall’estero. In conclusione un dato che contraddice
lo stereotipo che ad abbandonare il continente siano
soltanto persone disperate che, mettendo a rischio la propria vita cercano
fortuna sul vecchio continente.“ Misna 26
Finora, la
solidità dell’unione monetaria si reggeva su una consonanza di
fondo tra le autorità della Germania e il vertice della Bce; non fu
turbata nemmeno quando il governo rosso-verde di Schroeder nel 2002 violò le
regole del Patto di stabilità.
Ora invece è
Berlino a promuovere una scelta sulla Grecia che alla Bce pare insidiosa per il
futuro dell’euro. Per questo nell’Eurotower di Francoforte circola una inquietudine nuova.
Il triste
paradosso è che le alchimie della politica producono un comportamento
destabilizzante proprio da parte del Paese la cui opinione pubblica si dichiara
più interessata alla stabilità della moneta. Con l’intesa di ieri si arriva a
fare male ciò che si poteva fare bene tre settimane
fa, quando George Papandreou arrivò a Berlino per presentare ad Angela Merkel
il suo terzo, e questa volta davvero severo, pacchetto di misure di austerità.
Mentre un abbozzo di piano di intervento si era già
formato in contatti riservati fra i governi nella seconda metà di gennaio.
Jean-Claude
Trichet ritiene che coinvolgere il Fondo monetario internazionale sia un grave
errore. Può dare al mondo l’immagine di una area euro
incapace di darsi da sola il proprio equilibrio. Può perfino attirare ancor più
l’attenzione dei mercati sugli Stati più deboli della compagine che condivide
la stessa moneta. Non sono passate inosservate a Francoforte le parole di Zhu
Min, uno dei più brillanti dirigenti cinesi (vicegovernatore della Banca
centrale, nonché a Washington consigliere speciale del
Fmi) secondo cui «la Grecia è solo la punta dell’iceberg».
Invano la Bce ha
tentato di spiegare che non si trattava di regalare soldi ai greci (pigri e
imbroglioni quanto li vogliano i giornali popolari tedeschi), ma solo di
prestarglieli; che la Repubblica Federale e gli altri Stati chiamati a
contribuire avrebbero perfino potuto guadagnarci, imponendo alla Grecia tassi di interesse inferiori a ciò che i mercati le chiedono
(oltre il 6%), ma superiori a quelli che loro stessi spuntano (fra il 3 e il
4%). Invano si è obiettato che il Fmi, altro che castigamatti, sui deficit
pubblici è assai meno severo delle regole europee.
Non erano questi i
soli equivoci che nelle settimane scorse hanno confuso le menti. Solo alla
messinscena della politica tedesca giovava la minaccia di nuove regole per
espellere dall’euro i paesi reprobi, senza che nessuno spiegasse come questo
potesse tecnicamente realizzarsi (che farebbero
qualsiasi famiglia e qualsiasi impresa di un paese sottoposto a procedura di
espulsione dall’euro? Sposterebbero subito i conti in banca in un altro paese
euro). Si è discusso di ipotesi
che non esistevano; a cominciare da una nuova modifica dei Trattati europei,
che dopo l’ultima desolante esperienza tutti i governi vorrebbero evitare.
L’unica
consolazione è che l’Europa non è sola; gli squilibri che non riesce a risolvere intralciano anche la ripresa economica di
tutto il pianeta. Facile unirsi nel biasimo ai paesi che «vivono al di sopra dei propri mezzi», come ha fatto per alcuni anni
la Grecia, per giunta truccando le carte. Ma non va bene nemmeno che un paese
viva «al di sotto dei propri mezzi» come fa la
Germania, ossia producendo molto più di quanto consuma.
Oltre un certo
limite - lo insegna questa crisi - la corsa alla competitività internazionale gira
a vuoto, riversando su un paese più denaro di quanto ne possa utilmente usare
(tanto che le banche tedesche ne hanno giocato non poco sui tavoli del casinò
di Wall Street). Pur se il compromesso di ieri è nato tra Francia e Germania,
questo problema continuerà a dividere i due paesi maggiori dell’euro, e anche
gli altri. STEFANO LEPRI LS 26
Buco nei conti. Roma rischia di fare la fine della Grecia
Altro che ladrona,
Roma stracciona. Dopo due anni di cura Alemanno, il Campidoglio è sull’orlo del
baratro economico e, unico comune in Italia, non ha ancora presentato il
bilancio preventivo per il 2010 né il consuntivo del 2009. Una situazione
gravissima, confermata dalla conversione in legge del decreto 3146A, avvenuta
martedì scorso che a suo modo sancisce il dissesto economico della città: la
voragine dei conti capitolini, dicono gli esperti,
oggi supera i 12 miliardi di euro e, nella migliore delle ipotesi, per la città
eterna si prospettano tempi durissimi.
L’antefatto - «Presa!»
- pare abbia sibilato Giovanni detto Gianni Alemanno, il 28 aprile di due anni
fa affacciandosi dal Campidoglio appena conquistato. Davanti al neosindaco non
solo i 7 colli fatali, ma una città difficile da
governare all’alba di una crisi economica planetaria: invece di rimboccarsi le
maniche dà giù di spot inventando il «buco di Veltroni». Per far lievitare la
cifra mette dentro di tutto, per il 2008 perfino le spese ordinarie dei primi 4 mesi, quando c’era ancora la vecchia giunta, ma per i
restanti 8 mesi la sua amministrazione spende le entrate di tutto l’anno. Nove
miliardi e mezzo di debito, grida: piombano gli ispettori di Giulio Tremonti,
non proprio un simpatizzante dell’ex sindaco Walter Veltroni. E scoprono
l’acqua calda: Roma, con i suoi tre milioni di abitanti, ha un bilancio
difficile, ma il dissesto non c’è. L’operazione mediatica frutta però ad
Alemanno i poteri di commissario al bilancio oltre alla promessa del governo di
«500 milioni l’anno per i debiti»: promessa marinara, arriveranno a singhiozzo.
Ma Alemanno ha l’impressione di una disponibilità
eccezionale, come se quei soldi gli fossero dati non per ripianare ma per
largheggiare, per pagare pegno a grandi elettori e fameliche clientele.
Risultato: dopo soli due anni il bilancio non può essere approvato, perché si
dovrebbe certificare il dissesto.
Il gatto e la
volpe - Il gatto e la volpe sono Marco Marsilio e
Maurizio Leo, due deputati romani del Pdl di provenienza An, il secondo è anche
assessore al Bilancio della capitale. Lo stratagemma per far crescere le monete
d’oro è un emendamento nella conversione in legge del
decreto 3146A che dovrebbe calmierare la spesa degli enti locali riducendo
consigli provinciali e prebende. Ma il 16 febbraio Marsilio non si fa scrupolo
di presentare un testo che contiene, sepolta nelle coltri del burocratese, una
bomba finanziaria a orologeria: la separazione per il bilancio di Roma fra gestione ordinaria e debito, affidato ad un commissario
ministeriale e accollato tutto allo Stato «pantalone», senza contare l’esenzione
per il Campidoglio dalle «deleghe di pagamento» alle banche che hanno
finanziato i prestiti. Nel dibattito alla Camera l’onorevole Linda Lanzillotta
(Api) ricorda che il credito è ormai l’architrave della finanza locale, ma
aggiunge sarcasticamente Marco Causi (Pd): «Il comune (di Roma) costruisce la
metropolitana con i fondi ottenuti grazie a un bond, ma poi non vuole pagare il
bond». Insomma l’onorevole Marsilio con un colpo solo pretenderebbe sia
dichiarata <CF161>ope legis</CF> l’insolvenza della Capitale
d’Italia – che come un cattivo pagatore vedrebbe subito l’inasprirsi degli
interessi bancari –, e immetterebbe nel bilancio dello Stato l’intero disavanzo
di Roma, che veleggiando oltre i 12 miliardi di euro
assomma a circa 140/200 punti dell’intero debito pubblico – facendo le debite
proporzioni merita ricordare che il default finanziario della Grecia scaturiva
da 14 miliardi di euro di debito.
La mossa è tanto
grave da preoccupare lo stesso vice ministro dell’economia Vegas: da via XX
Settembre arriva lo stop. Contraria all’emendamento Marsilio anche nella
versione edulcorata di Leo, l’opposizione riconosce però che la grave
situazione della capitale è un problema nazionale e non locale. Per il debito
di Roma propone di applicare le procedure per i deficit sanità delle Regioni:
un piano di rientro diviso tra Stato e in questo caso Comune, monitorato con
attenzione.
Lacrime e sangue -
In campagna elettorale il governo non poteva sconfessare l’amministrazione
Alemanno: la legge approvata martedì è un rinvio. L’unica concessione
sembrerebbe la divisione della gestione in due, una ordinaria
e l’altra per il debito, accordando un rinvio per l’approvazione dei bilanci: è
una vittoria di Pirro perché certifica che il comune di Roma è in dissesto
oggi, non due anni fa. Poi le prese di distanza: la gestione del debito dal
sindaco passa a un commissario del ministero dell’Economia, che rifarà da capo
quei conti che Alemanno in due anni non è riuscito a fare; i 500 milioni di
euro sono concessi anche per il 2010, ma non sono strutturali come sostiene
demagogicamente la giunta capitolina. Infine, e non è un dettaglio, dopo le
elezioni si vedrà chi dovrà pagare il debito della Capitale, e il governo non
sembra volersene fare carico da solo.
Per i romani saranno
lacrime e sangue: le stime dicono che per assessorati, dipartimenti e municipi
la spesa corrente sarà ridotta dal 50% al 60%. Inoltre la giunta sarà costretta
a far cassa aumentando le tariffe (rifiuti, trasporti, asili nido, e così via)
e tagliando via interi settori dei servizi. Bufalini e Del Fra L’U 27
Il commento. La rottura della gabbia tv
La diretta di
Michele Santoro, ben al di là del giudizio di amici e
nemici, è stata un evento storico: la capillare messa in rete di un'infinità di
media di piccolo e piccolissimo calibro ha infine radunato un pubblico
vastissimo. Un pubblico che si è trovato al di fuori e al riparo dal ferreo
controllo governativo sulla televisione generalista. Per la prima volta in modo
così evidente la gabbia del duopolio è stata clamorosamente scardinata:
un'evasione di massa che ha coinvolto giornalisti e artisti a vario titolo
"impubblicabili" - specie in questi giorni di campagna elettorale -
sul grande quotidiano dell'etere tradizionale.
Insieme a loro sono evasi, a milioni, telespettatori (e cittadini)
che non aspettavano altro. Un'audience confederata e autoconvocata è stata la
vera protagonista dell'evento, e lo è stata a pieno titolo: il vero esiliato
dalla tivù, la vera vittima dei protervi editti e delle telefonate padronali
del Re Censore, è quella fascia di pubblico, in larga parte giovane, che
ritiene di non avere più rappresentanza televisiva. Il suo esilio, prima ancora
che politico, è culturale: il linguaggio della tivù, in gran parte calibrato su
un'idea corriva e classista dei "gusti popolari", non gli appartiene
da anni. Quel mix di perbenismo politico e donnine scollacciate, di moralismo
pubblico e immoralità privata, non gli dice nulla. Il
mondo berlusconiano gli fa un effetto ridicolo e deprimente. È un pubblico che
cerca la realtà ovunque (Internet, amici, scuola, socialità diffusa) ma non in
tivù, se non nelle sempre più rade occasioni di informazione
non controllata, non sanzionata, non addomesticata.
L'isteria censoria
del premier e il servilismo dei suoi impiegati hanno fatto il resto. Sono stati
il clamoroso lancio pubblicitario di una serata, più che antigovernativa,
ingovernabile. E questo strappo mediatico, che in un paese normale già avrebbe
il suo peso specifico, in Italia assume un peso molto
maggiore: perché è precisamente il campo mediatico quello scelto dal premier
per esercitare la sua egemonia politica, pubblicitaria (dunque economica) e
culturale.
Basta vedere cosa
ha fatto ieri il Cavaliere alla vigilia del voto: con l'intervista in contemporanea
su Tg1 e Tg5 e l'invasione di altri quattro telegiornali e del Gr1. È in casa
del premier - e non è una metafora - che microfoni e telecamere sono stati
trafugati e autogestiti da chi intende l'informazione come un potere autonomo e
non come il cingolo di trasmissione di questo o quel governo (ma soprattutto di
questo). Chi ha seguito la serata, comunque la giudichi nei suoi singoli
interventi e nel complesso della sua impostazione, ha colto l'eccezionalità, e
direi ha provato lo choc, di un luogo televisivo di
libertà incondizionata. Una libertà "scandalosa", vale a dire non
consueta, non normale in un quadro televisivo che ci ha via via abituati alla
cautela, all'esitazione, all'autocensura come norma prevalente. E ci ha anche
aiutato a capire quanto preziosi, e per questo detestati da Silvio Berlusconi,
siano gli spazi di libertà d'informazione già presenti nei palinsesti, e
ultimamente tacitati.
Ovvio che Silvio
Berlusconi giudichi "un obbrobrio" una così plateale effrazione delle
sue regole e dei suoi voleri. Sarebbe ancora più preoccupato se i suoi
fornitori di sondaggi gli presentassero un'analisi accurata del target che ha
accompagnato Santoro e i suoi compagni di fuga.
Bassa età media,
fitta rete di contatti (non controllabili) sulla rete, irrequietezza politica a
tutto campo, non certo inquadrabile solo nella comoda casella della "sinistra". Rispetto
ai tradizionali movimenti scolastici e universitari, che nascono e si spengono nell'ambito
depresso e "specializzato" della scuola, questi milioni di
disobbedienti si muovono e si formano dentro il fiume mediatico, cioè nel cuore
stesso del potere italiano. Mitizzano "la realtà" come metodo
antitetico al sogno berlusconiano, pretendono giornalismo, circolazione delle
notizie, divulgazione dei fatti, insomma informazione, con un fervore che si
presta magari a qualche trappola ideologica, a qualche scorciatoia faziosa, ma
centra in pieno il cuore di ogni questione nazionale. Nella lettura governativa
del fenomeno, si tratta dunque di autentici eversori. Sanzionare questo o quel
giornalista, chiudere la bocca a questo o quel programma è nelle facoltà del
premier, e si è ampiamente visto. Ma ricondurre milioni di italiani
nell'alveo della docilità mediatica, questo non è più possibile: il merito
fondamentale della serata bolognese è stato mettere in scena questa fuga di
massa dalla Verità Ufficiale. MICHELE SERRA LR 27
L’egemonia tedesca
in Europa si conferma nel momento in cui non si dichiara apertamente come tale,
ma minaccia oscuramente di ritirarsi dal gioco.
Gli europei devono
decidersi. O criticano la Germania perché alla fine riesce sempre a imporre,
con qualche compromesso, il suo punto di vista su questioni di
interesse comunitario generale - esercitando un’egemonia di fatto. O
chiedono alla Germania di assumersi essa stessa, con un sovraccarico di
responsabilità, un ruolo di guida perché «in ogni sistema monetario di Stati,
con cambi fissi come con moneta unica, ve ne deve essere uno che esercita
funzione di leadership» (così scrive Luigi Spaventa su la Repubblica). Ma non si possono dire o chiedere contemporaneamente
entrambe le cose.
La complessa
costruzione dell’Unione Europea non doveva surrogare, con la sua autorevolezza collegiale, proprio una qualunque guida o egemonia
nazionale? Ieri invece si è visto che la decisione compromissoria presa a
Bruxelles, a proposito della Grecia, è stata presentata - senza pudore - come
un accordo tra Germania e Francia. Anche se il ruolo di Sarkozy in questa
circostanza è sembrato più quello di principe consorte della cancelliera
Merkel.
Quanto sta
accadendo in questi giorni porta alla luce un difetto
di costruzione dell’Unione. O meglio, un difetto che si è creato gradualmente
con l’ingresso di sempre nuovi membri, accolto con un misto di generosità e di
calcolo opportunistico da parte dei vecchi membri fondatori.
La Germania è
stata la protagonista principale di questo processo e
dell’intera costruzione istituzionale europea. Adesso sembra pentita.
Addirittura si mette in contrasto con la Bce (come ha bene analizzato su La
Stampa di ieri Stefano Lepri).
Dopo anni, i
tedeschi ricominciano a dire - senza pudore, anche in questo caso - che alla
fine degli Anni Novanta hanno sacrificato il loro marco alla moneta comune
europea. Come se il loro fosse stato un sacrificio
puro e semplice. Hanno evidentemente dimenticato che cosa ha significato il
1989-90 per l’Europa intera. Adesso ripetono che di sacrifici non ne vogliono
fare più. Questa è l’opinione corrente della gente comune quando si ipotizzano aiuti straordinari a membri dell’Unione
indisciplinati e scorretti (come i greci e altri possibili Stati).
La cancelliera
Merkel interpreta perfettamente, con il suo stile di severa padrona di casa, questa sentimento diffuso. Anche se non è chiaro se la
grinta decisionista che mostra verso l’esterno non
compensi la sua indecisione nella gestione quotidiana dei problemi interni.
Certamente fa bene alla sua immagine pubblica. Qualche giornalista ha tirato
fuori lo stagionato concetto di sapore bismarckiano di «Cancelliera di ferro».
A livello di
Unione Europea non siamo davanti a una semplice controversia di natura
tecnico-finanziaria, ma a un conflitto politico, tra i più seri degli ultimi
anni. Tocca infatti i rapporti di forza e le
competenze decisionali dell’istituzione comunitaria di fronte a quelle dei
singoli Stati membri.
Se vogliamo usare
la solita parola «crisi», mai come in questo caso il concetto di «crisi» ha ripreso
il suo significato etimologico, originario, di urgenza di una «decisione» per
uscire da una impasse paralizzante. Ma si tratta di
una paralisi latente da tempo nelle istituzioni
europee. La loro collegialità infatti è diventata una
finzione. O, se vogliamo, ha coperto un equilibrio sempre più precario tra gli
Stati «padroni» dei trattati costitutivi dell’Unione e la rivendicazione
d’autonomia decisionale delle istituzioni di Bruxelles. Il tracollo finanziario
greco ha fatto precipitare la situazione.
La Germania è
sempre stata una convinta promotrice e sostenitrice dell’equilibrio appena
descritto. In esso ha goduto di un peso specifico
adeguato alla sua consistenza economica, finanziaria e politica. E non è
mancato chi - come dicevamo all’inizio - dietro tale
equilibrio vedeva in realtà una sottile egemonia tedesca.
Adesso sull’onda
della crisi a Bruxelles si riparla di rilancio della politica economica comune.
Dobbiamo crederci? Si devono reinventare regole nuove per
affrontare situazioni impreviste o vanno semplicemente applicate seriamente e
severamente le regole esistenti?
Le regole con cui
si è costruita faticosamente e gradualmente l’Unione attraverso i suoi trattati
non prevedevano i crolli finanziari di dimensioni planetarie, le bancarotte
catastrofiche, i fraudolenti trucchi fiscali e finanziari dei mesi scorsi. Ma queste patologie potevano/dovevano essere evitate secondo
le regole esistenti?
In realtà tutte le
autorità competenti, comunitarie e nazionali, sono state prese in contropiede e
hanno reagito affannosamente, in ordine sparso. La Germania in particolare si è
accollata un pesantissimo onere finanziario per contenere la crisi delle
proprie banche. Adesso, appesantita da un debito pubblico enorme, non sente affatto il dovere di intervenire - in nome della
solidarietà europea - a salvare Stati che sono stati imprevidenti, incapaci,
incompetenti. Se i governi nazionali hanno sbagliato, devono pagare. Addirittura con la minaccia di uscire dalla zona dell’euro.
Il ragionamento
non fa una grinza e soprattutto è popolare in Germania. Ma è la campana a morto della solidarietà dell’Ue.
Dove si è
sbagliato? Si rifanno vivi gli analisti e i politici che anni fa avevano invano
sconsigliato l'ampliamento dell’Unione verso Stati poco affidabili. Addirittura
si rimpiange l’idea del «nucleo duro» europeo (Kerneuropa), composto dai vecchi
Stati firmatari del Trattato di Roma.
Ma l’ipotesi di un
ritorno indietro è impraticabile. La messa in atto di rigorose misure
disciplinari contro gli Stati inadempienti sarà inevitabile, ma non sarà la
soluzione del problema. Rimane la strada più difficile: una politica monetaria
comune ha senso soltanto se è basata su politiche economiche, produttive e del lavoro comuni. Insomma si ha una grande politica comune.
Ma questo ci riporta al precario equilibrio tra gli
interessi degli Stati nazionali di cui stiamo parlando.
L’Europa è dunque
prigioniera di un circolo vizioso? La Germania - per
ora - ha mandato un forte segnale d’allarme. GIAN ENRICO RUSCONI LS 27
Avviato l’accertamento dei redditi dei pensionati all’estero. Le istruzioni
dell’Inps
ROMA - Nell’ambito
delle operazioni periodiche di verifica delle situazioni reddituali, è stata
avviata l’operazione di accertamento dei redditi dei pensionati residenti
all’estero relativi all’anno 2009. Con il messaggio
dell’Inps n. 7977 del 19 marzo 2010 vengono dettate le
istruzioni necessarie per la compilazione dei modelli reddituali (Mod. RED/EST
2010), e vengono fornite indicazioni sulle procedure per l’acquisizione e
l’elaborazione delle dichiarazioni reddituali.
La richiesta
riguarda i redditi relativi all’anno 2009. Per ridurre
il numero delle comunicazioni inviate ai pensionati e semplificare
l’assolvimento degli adempimenti burocratici da parte dei beneficiari delle
prestazioni, a partire da quest’anno, ugualmente a
quanto avviene per i pensionati residenti in Italia, il modello RED/EST 2010 é
inviato in un unico plico insieme al modello CUD e ai modelli da utilizzare per
la richiesta di detrazioni d’imposta.
Il plico contiene,
oltre ai modelli, le istruzioni essenziali per la compilazione e la produzione
della certificazione. Il mod. RED/EST 2010 é parzialmente
precompilato con i dati rilevati dagli archivi dell’Istituto e prevede
quattro sezioni: la prima per le avvertenze sulla compilazione del modulo; la
seconda per i dati del titolare della pensione, del coniuge e dei familiari; la
terza per la dichiarazione di responsabilità e l’informativa sul trattamento
dei dati personali; la quarta per la delega al Patronato.
È prevista la
possibilità, come anche nelle precedenti emissioni, di rinunciare a dichiarare
i redditi. Il possesso della cittadinanza italiana deve essere oggetto di
autocertificazione da parte dei pensionati.
Nel caso il
pensionato abbia trasferito la propria residenza in Italia, dovrà comunicare la
data del suo rientro e restituire la modulistica alla sede di residenza.
Il pensionato
rientrato in Italia dovrà fornire le informazioni reddituali secondo le modalità previste per la generalità dei pensionati residenti
in Italia. Nello specifico, l’interessato deve indicare l’importo di ogni
trattamento pensionistico percepito nell’anno 2009, al
netto di eventuali arretrati corrisposti nell’anno ma di competenza degli anni
precedenti, dei trattamenti di famiglia e degli eventuali contributi
previdenziali.
Gli importi delle
pensioni devono essere presentate nella valuta del Paese che eroga il
trattamento. La sezione successiva del modello prevede la possibilità di
dichiarare il conseguimento di altri redditi oltre a quelli pensionistici.
Con le medesime modalità devono essere compilate le
sezioni del mod. RED/EST 2010 relative ai redditi del coniuge e dei familiari
del titolare.
Per la
compilazione dei modelli, i pensionati potranno avvalersi dell’assistenza degli
Enti di Patronato riconosciuti dalla legge.
I modelli,
compilati con le informazioni necessarie e accompagnati dalla relativa
documentazione, devono essere presentati, entro il 30
giugno 2010, agli Enti di Patronato o ai Consolati d’Italia, che provvederanno
ad inoltrarli telematicamente all’Inps.
In alternativa, i
pensionati possono spedire entro la stessa data i
modelli compilati e sottoscritti, con allegata la documentazione richiesta e
una fotocopia di un documento di riconoscimento valido, alla sede INPS che ha
in carico la pensione. Gli Enti di Patronato e i Consolati, al momento della
consegna da parte dei pensionati dei modelli
reddituali, dovranno: accertare l’identità personale del dichiarante; ricevere
i modelli RED/EST 2010 opportunamente compilati e firmati; verificare la
conformità della documentazione presentata ai dati indicati nei modelli;
provvedere all’acquisizione dei dati attraverso il collegamento via internet
con il sito web dell’INPS. La procedura di acquisizione dei redditi dei pensionati residenti all'estero è disponibile dal 22
marzo 2010. (d.loru\ aise)
"Caro Onorevole, che cosa ha fatto per gli italiani nel mondo?"
La risposta dell’on. Garavini (PD)
Di certo il
bilancio di tutti noi deputati eletti all’estero sarebbe più ricco se non ci
fosse un Governo così ostile proprio di fronte alle esigenze dei nostri
connazionali all’estero. I numeri al parlamento sono quelli che sono, ma con un
po’ di tenacia si può strappare lo stesso qualche successo. Vale la pena dare un’occhiata all’opuscolo che noi deputati eletti nella
circoscrizione estero per il Partito Democratico abbiamo pubblicato, che dà un
ottimo resoconto del nostro primo anno di lavoro.
Personalmente
provo molta soddisfazione per il via libera alla doppia cittadinanza per tutti
gli italiani in Europa, che è sicuramente uno degli esiti più concreti ottenuti
in questi due anni. Da giugno 2010, infatti, gli italiani residenti in Europa
potranno chiedere la nazionalità del loro Paese di residenza senza dover
rinunciare a quella italiana. È un successo per il quale mi sono battuta
insieme al PD in Belgio e, di seguito, ad alcuni miei colleghi democratici in
parlamento con i quali ho presentato un’interrogazione al Ministro degli esteri
chiedendo che nessun italiano si veda più costretto a rinunciare alla propria
cittadinanza per poter acquisire quella del Paese in
cui vive. Sono convinta che la possibilità della doppia cittadinanza possa
portare a una più completa e incisiva integrazione, anche politica, dei nostri
connazionali all’estero perché apre la strada a una maggiore partecipazione
degli italiani oltreconfine alla vita politica attiva proprio
là dove risiedono.
Ritengo che sia un
nostro importante successo essere riusciti, l’anno scorso, a ridurre i tagli
previsti dal Governo. Grazie ad un tenace lavoro di opposizione, siamo riusciti
a salvare tanti milioni per i nostri connazionali nel mondo, per le scuole e
per il sociale. Anche se i tagli che il Governo ha imposto rimangono dolorosi.
Personalmente sono, inoltre, riuscita a realizzare una piccola modernizzazione
che mi era stata richiesta da diverse donne italiane in Europa. Anche a seguito
di una mia interrogazione parlamentare, la Direzione per i Servizi Demografici
del Viminale ha stabilito che i figli italiani all’estero ai quali i genitori
hanno assegnato il cognome della madre non vengono più
costretti d’ufficio dallo Stato italiano a cambiare il loro cognome prendendo
quello del papà. È una piccola iniezione di modernità che viene dall’estero.
Altre cose portate
avanti: Sono contenta di essere riuscita a introdurre
nella discussione sulla riforma di CGIE e Comites una clausola che prevede la
presenza di giovani e di donne – tuttora sottorappresentati – all’interno di
questi organi. Ci sono, poi, proposte di legge come Prime per il ritorno dei
cervelli italiani dall’estero o come Controesodo,
attualmente discussa in sede di Commissione, per sostenere gli italiani
all’estero che decidono di rientrare. Quest’ultima proposta di legge, in
particolare, da un lato prevede una serie di incentivi
fiscali per coloro che tornano e intendono ricominciare un’attività d’impresa o
un lavoro autonomo; d’altro lato attraverso bonus fiscali facilita l’assunzione
di italiani residenti nel mondo da parte di imprese che assumono con contratto
indeterminato.
Ho sempre in mente
l’appello dei tanti che, sin dalla campagna elettorale, mi chiedono di non
limitarmi a fare esclusivamente una politica “lobbyistica” per gli italiani nel
mondo, ma di dare il mio contributo per migliorare l’Italia e la politica
italiana in generale. Cerco, dunque, di fare entrambi le cose: portare avanti
le mie proposte per gli italiani nel mondo, ma di andare anche oltre. Cerco di
fare questo soprattutto in qualità di capogruppo del
PD in Commissione antimafia. In questa funzione sono riuscita a dare il mio
contributo affinché venisse approvato il regolamento
“liste pulite” per le elezioni regionali e affinché venisse notevolmente migliorata
la legge sull’Agenzia per i beni confiscati. Inoltre, insieme alla società
civile e ai socialdemocratici tedeschi, mi sono impegnata affinché il Bundestag
approvasse una legge che faciliti la confisca dei beni mafiosi anche in
Germania. Un contributo importante alla lotta contro le mafie e un segnale
incoraggiante che dimostra come la collaborazione internazionale nel contrasto
alla criminalità organizzata possa dare importanti frutti.
Siamo, dunque,
riusciti a ottenere piccoli risultati. Ma visti i numeri
in Parlamento e l’ostilità del Governo Berlusconi ogni successo va strappato
con le unghie.
On. Laura
Garavini, Italiachiamaitalia 26
Tagli del Governo ai media all’estero. Siddi (Cgie-Fnsi): un intollerabile
sfregio
ROMA - "La
Federazione della Stampa condivide e sostiene la richiesta di ripristinare i
contributi per la stampa italiana all’estero, giudicando intollerabile sfregio
alla comunità italiana, all’editoria e alla relativa organizzazione dei
giornalisti che ne assicurano una qualificata offerta informativa". A
dichiararlo è Franco Siddi, Segretario Generale della Fnsi, e Presidente della
Commissione Informazione del Consiglio degli Italiani
all’estero a commento di un articolo pubblicato sul "Corriere
canadese" dal titolo "Dal Canada centinaia di lettere a
Bonaiuti". "La vicenda del "Corriere Canadese" – prosegue
Siddi – mostra il suo radicamento sociale e culturale nell’area in cui è
diffuso e nello stesso tempo il valore per l’Italia e del suo progetto
editoriale che va ben oltre l’idea di una realtà confinata. I quotidiani
italiani nel mondo (Corriere Canadese, America oggi, Voce di Italia di Caracas,
Gente di Italia di Montevideo, Globo e Fiamma in Australia, Voce del Popolo a
Rijeka) sono realtà vitali di un Paese che non può parlare di giorno di italianità importante nel mondo per poi martoriala e
cancellarla di notte, come è avvenuto con lo scippo dei contributi pubblici
fatto contro questa realtà. Un taglio – conclude il
Segretario della Fnsi - che colpisce centinaia di piccoli periodici che,
peraltro, ha valore retroattivo (2009) e che rappresenta, appunto, un
intollerabile sfregio su cui non permetteremo cali il silenzio".
Nell’articolo
citato, il "Corriere canadese" fa sapere che ha inviato un centinaio
di missive di protesta contro i tagli alla stampa all’estero al Sottosegretario
alla Presidenza del Consiglio Paolo Bonaiuti; alla segretaria
capo del dipartimento Editoria; al ministro dell’Economia e Finanza
Giulio Tremonti; al ministro dello Sviluppo Economico Claudio Scajola. Tra i
mittenti il Congresso Nazionale degli Italo Canadesi
(sezioni di Toronto e Ottawa), il Console Generale di Toronto Gianni Bardini,
istituzioni italiane in Canada come la Camera di Commercio, l’ICE, Team Italia,
le Università di Toronto, Ottawa, Mississauga, Kingston, Waterloo, il Vicario
Episcopale di Toronto, Federazioni, Club e Associazioni da Vancouver a Montreal
che sono scese in campo per sostenere la battaglia del Corriere Canadese tesa
al ripristino dei fondi. (aise)
L’Italia partner della Germania alla
Industrie-Messe di Hannover
Per l’ambasciatore
Valensise da Hannover possono nascere iniziative industriali italo-tedesche
anche in chiave multilaterale in paesi terzi
Hannover Sarà
inaugurata il prossimo 18 aprile con i discorsi ufficiali di Angela Merkel e di
Silvio Berlusconi nella Fiera di Hannover, la Industrie-Messe.
Per la prima volta "la piu' importante rassegna mondiale della
tecnologia" (parole di Wolfram von Fritsch, presidente dell'ente
fieristico) avra' l'Italia come paese partner e ospite d'onore. Oggi, ad un mese dall’inaugurazione è stata “innalzata” una
originale bandiera italiana: una utilitaria del piu' celebre marchio
automobilistico tedesco è stata verniciata da un robot di Augsburg in bianco
(le porte) rosso (il tetto) e verde (il cofano).
La rassegna
internazionale (4.800 espositori da 63 paesi di tutti
i continenti) fara' da cornice alle periodiche consultazioni governative
bilaterali per accentuare la dimensione economica nei rapporti politici con
l'estero. Il presidente del Consiglio sara' accompagnato ad
Hannover dal ministro degli Esteri, Franco Frattini, dei Trasporti, Altero
Matteoli, e dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, i quali avranno colloqui
con i loro omologhi tedeschi Guido Westerwelle, Peter Ramsauer e Rainer
Bruderle. La Germania e' il primo partner economico
del nostro paese e la manifestazione di Hannover mira ad imprimere nuovi
impulsi alla cooperazione bilaterale.
Non solo questo,
da Hannover possono nascere iniziative industriali
italo-tedesche anche in chiave multilaterale in paesi terzi – ha fatto
notare l’ambasciatore Michele Valensise nell’affollata conferenza stampa per la
presentazione. Questa fiera sarà un’importante vetrina della
vitalità dell’industria italiana e metterà in mostra non solo la grande
industria, ma anche la flessibilità e il dinamismo delle piccole e medie
imprese”. Grtv
“Sicilia Mondo”: Pirandello questa sera Berlino
Berlino -
Nell’ambito del proprio progetto “Settimana della Cultura Siciliana nel mondo”
Sicilia Mondo organizza a Berlino, questa sera 29 marzo, presso la Trattoria
Toscana, alle ore 18,00 con l’Associazione Amici del Ciao Italia, una
Conferenza-dibattito sul tema “Il carteggio fra Luigi e Stefano Pirandello”.
L’incontro prevede
l’introduzione di
Domenico Azzia, Presidente di Sicilia Mondo su “I siciliani in Germania” e di
Francesca Cuffari su “I giovani”, la Conferenza da parte di Sarah Muscarà,
Ordinaria di Letteratura Italiana all’Università di Catania con il
commento alla mostra su Pirandello da parte di Enzo Zappulla, Presidente
dell’Istituto di Storia dello Spettacolo Siciliano. Prof. Pino Tizza su “Confronto della
novella di Pirandello”.
Pirandello è
conosciutissimo in Germania, rileggere il suo pensiero di drammaturgo
straordinario è sempre un evento che affascina e coinvolge. Alla manifestazione
è stata invitata la comunità italiana e le Istituzioni
tedesche e italiane.
L’iniziativa si inquadra nella politica di promozione e conoscenza della
cultura siciliana pervicacemente
promossa come aggregante presso le comunità siciliane all’estero ma,
soprattutto, come messaggio culturale del patrimonio straordinario dell’Isola
da portare presso le società ospitanti ed in grado di suscitare flussi di
turismo culturale di ritorno in Sicilia. Un rinfresco con buffet chiuderà la
manifestazione. De.it.press
Alcune
delle iniziative dei prossimi giorni a Monaco di Baviera e dintorni
- fino a sabato 30 maggio, c/o Pinakothek der Moderne
(Barerstr. 40, München))
"Gianpaolo Babetto. L'italianità dei gioielli"
Informazioni
presso: www.die-neue-sammlung.de
Ingresso (per l'intero museo): € 10,-/7,- (domenica: €
1,00)
Organizza:
Die Neue Sammlung - The International Design Museum Munich
in cooperazione con
l'Istituto Italiano di Cultura
- fino a domenica 6 giugno, 10:00-22:00, c/o Aspekte Galerie im
Gasteig,
2. OG (Rosenheimerstr. 5, München)
"Letizia Battaglia -
Sizilianische Fotografien von 1976 bis 2009"
Ingresso libero
Organizza: Aspekte Galerie
der Münchner Volkshochschule, Münchner
Stadtbibliothek, KOMM-Bildungsbereich Istituto Italiano
di Cultura,
Circolo Cento Fiori
- martedì 30 marzo, ore 21:00, c/o
Filmmuseum in Münchner Stadtmuseum
(St.-Jakobs-Platz 1, München)
nell'ambito della rassegna "Retrospektive Lina
Wertmüller"
Film: "Tutto a posto e niente in ordine" (Italia, 1974,
105', OmeU)
Ingresso: 8,–/4,- €
Organizza:
Filmmuseum München, in collaborazione con Istituto Italiano
di Cultura
- martedì 6
aprile, ore 21:00, c/o Filmmuseum in Münchner Stadtmuseum
(St.-Jakobs-Platz 1, München)
nell'ambito della rassegna "Retrospektive Lina
Wertmüller"
Film:
"Pasqualino settebellezze" (Italia, 1975, 116', OmeU)
Ingresso: 8,–/4,- €
Organizza: Filmmuseum München, in collaborazione con Istituto Italiano
di Cultura
- lunedì 12
aprile, ore 18:30, c/o Sala Erasmus della Scuola Europea
(Elise-Aulinger-Str. 21, München)
"Essere genitori, un mestiere difficile?"
Conferenza
del Dott. Vincenzo Balestra, primario di psichiatra presso
l'ASL 6 di Vicenza, Direttore del Dipartimento per le
Dipendenze
Patologiche. Entrata libera
Organizza: la Sezione Italiana della Scuola Europea
di Monaco di
Baviera
- martedì 13 aprile, ore 21:00, c/o
Filmmuseum in Münchner Stadtmuseum
(St.-Jakobs-Platz 1,
München)
nell'ambito della
rassegna "Retrospektive Lina Wertmüller"
Film:
"La fine del mondo nel nostro solito letto in una notte piena di
pioggia" (Italia, 1977, 104', OmeU). Ingresso: 8,–/4,- €
Organizza: Filmmuseum München, in collaborazione con Istituto Italiano
di Cultura
- mercoledì 14
aprile, ore 19:30, c/o Kino Breitwand Starnberg
(Wittelsbacherstr.10,
Starnberg, Tel: 08151-971800, www.breitwand.com)
nell'ambito della
rassegna "il Cinema Italiano introdotto e commentato
da Ambra Sorrentino"
Film:
"Non pensarci" (Regia: Gianni Zanasi, Italia 2007, 104')
- mercoledì 14
aprile, ore 20:00, c/o Gasteig, BlackBox
(Rosenheimerstr.
5, München)
per la rassegna
"Italien neu verstehen"
"Lega Nord. Was
steckt hinter ihrem Erfolgsgeheimnis?"
con Francesco Jori,
docente all'Università di Padova, e Carl Wilhelm
Macke,
giornalista
Ingresso: € 6,- Organizza: Münchner Volkshochschule
- giovedì 15
aprile, ore 19:00, c/o Gasteig, Vortragssaal der Bibliothek
(Rosenheimerstr.
5, München)
per la rassegna
"Europa und der Nationalsozialismus"
"Der italienische
Faschismus und die Juden"
con Dr. Thomas Schlemmer,
dell'Institut für Zeitgeschichte in München
Ingresso libero. Organizza: Montagsforum im Gasteig
- venerdì 16
aprile, ore 18:00, c/o Istituto Italiano di Cultura
(Hermann-Schmid-Str. 8, München)
"Incontri di letteratura spontanea"
Chiunque
può leggere una piccola poesia, un racconto, una storia o
anche solo parlare di qualcosa o domandare o ascoltare gli
altri.
Ingresso gratuito.
Per
informazioni: Giulio Bailetti, Tel/Fax 089-988491
- venerdì 16
aprile, ore 19:00, c/o Feinkost "Da Maria"
(Heimeranstr.
49, München - U5 "Schwanthalerhöhe" o "Heimeranplatz")
"Lo stornello romano: satira politica e morale
dall'Unità d'Italia a
Berlusconi". Con Corrado Conforti. Ingresso libero
Organizza: Rinascita e.V.
- venerdì 16
aprile, ore 19:30, c/o Istituto Italiano di Cultura
(Hermann-Schmid-Str.
8, München)
"Badengehen in Rom -
Einblicke in das Thermenleben einer antiken
Weltstadt". Relatore: Prof. Dr. Johannes
Nollé
Organizza: Società Dante Alighieri Monaco di Baviera e.V.
- domenica 18
aprile, ore 10:30-11:15 (per i piccolini, fino a 5
anni e
mezzo), ore 11:15-12:30 (per i grandicelli, dai 5 anni e
mezzo a 10
anni),
c/o Haus-Olymp (Elisabeth-Kohn-Str. 29, München - tram 27 e 12,
bus 53 e 154)
"Il laboratorio dell'italiano"
Lo
scopo delle attività è migliorare le competenze linguistiche,
sociali e culturali dei bambini di bilinguismo (o
plurilinguismo)
italiano. Ballando, giocando, cantando e disegnando impareremo
divertendoci.
Per
maggiori informazioni rivolgersi a Marinella Vicinanza-Ott
(tel.
089/30 70 76 35 - maviott@arcor.de)
Organizza: Rinascita e.V. de.it.press
Prima riunione europea a Berlino delle ecolabel del turismo convocata dall’Onu
Berlino- E’
iniziato giovedì 25 marzo, nella sede del WWF tedesco a Berlino, il primo
workshop del Tourism Sustainability Council, terminato il 26 marzo. Unica rappresentante italiana invitata
all'importante riunione era Sandra Sazzini, responsabile relazioni
internazionali di Legambiente Turismo e presidente di VISIT Europa
(l'organizzazione delle ecolabel europee). Il Tourism Sustainability Council
nasce dalla fusione di due iniziative mondiali, i Global Sustainable Tourism
Criteria (www.sustainabletourismcriteria.org) lanciati da UNEP a Barcellona nel
2008 e il Sustainable Tourism Stewardship Council, riunitesi sotto l’egida della
Fondazione ONU per identificare criteri comuni per la sostenibilità nel turismo
e promuoverli tramite un sistema di accreditamento mondiale delle ecolabel.
Il seminario
europeo, che fa seguito ad altri incontri già avvenuti in Sudafrica e nel Centro America, ha visto la partecipazione di alcune delle
maggiori ecolabel europee e dell’Associazione VISIT che le rappresenta.
L’incontro si è prefisso di contribuire al riconoscimento del
TSC come strumento mondiale di diffusione delle pratiche di sostenibilità nel
turismo, ma soprattutto di offrire una seria piattaforma di discussione basata
sulle esperienze maturate in Europa (dove nel 2002 le iniziative di
sostenibilità nel turismo censite erano oltre 40) nel motivare e avviare le
imprese ricettive alla sostenibilità.
Per le ecolabel di
VISIT è stata un’occasione per valorizzare l’attività di diverse importanti
iniziative regionali e nazionali, tra cui anche Legambiente Turismo fin dal
1997, e il percorso comune di accreditamento compiuto attraverso VISIT a partire dal 2001. "L’approccio di VISIT con i Common
Basic Standards, che lascia a ogni ecolabel la possibilità di adottare ed adattare procedure e criteri alle realtà locali - dice
Sandra Sazzini - rimane il metodo di azione più efficace verso la maggior sostenibilità
di tutto il turismo. E non solo per l’Europa, dove, pur con
una grande diversificazione, esiste già un’intesa comune sul concetto di
sostenibilità, espressa più volte anche nella strategia europea verso la
sostenibilità e la competitività del turismo". (aise, de.it.press)
Alla ProWein di Düsseldorf Trentino e Alto Adige avviano la collaborazione
con la Georgia
Düsseldorf - La
fiera internazionale di vini e liquori "Prowein 2010", a Düsseldorf,
ha visto l’avvio di una nuova cooperazione: l’Alto Adige, la regione a
vocazione vitivinicola più antica dell’area tedesca, insieme al Trentino ha
consegnato alla Georgia, il Paese con la più antica vocazione vitivinicola del
mondo, una caratterizzazione dei due vitigni autoctoni Rkatsiteli (Rkaziteli) e
Saperavi.
Già nel 2009 era
stata avviata una collaborazione fra il Centro di sperimentazione Laimburg, lo
IASMA Centro di Ricerca e Innovazione del Trentino, e INNOVITIS, una
piattaforma per l’innovazione nella viticoltura fondata in Alto Adige nel 2008,
sulla caratterizzazione sensoriale ed enologico-analitica delle varietà
autoctone georgiane Rkaziteli e Saperavi rispetto a quelle
locali e tradizionali come Chardonnay e Teroldego e indirettamente sulla
verifica delle potenzialità sul mercato internazionale.
La conclusione del
confronto scientifico è durato un anno: entrambi i
vitigni mostrano caratteristiche che li distinguono dalle relative varietà con
cui sono stati comparati, lo Chardonnay ed il Teroldego, le più importanti
varietà trentine locali. Le varietà georgiane sono quindi fondamentalmente
equiparabili nella coltivazione in quanto ad
efficienza nella resa per ettaro e per qualità delle uve. Il vitigno bianco
Rkaziteli si avvicina per tipologia ai vitigni bianchi della Borgogna. Il più
importante vitigno rosso georgiano Saperavi si posiziona
nella tipologia delle varietà più capaci di maturare come Merlot, Cabernet e
Lagrein e mostra caratteristiche che lo distinguono nettamente dalla varietà
Teroldego, con cui è stato comparato.
Il trasferimento
di conoscenze si è concretizzato nella cerimonia di
consegna dei risultati da parte di Heike Platter del Centro di Sperimentazione
Laimburg, a nome di tutti i partecipanti al progetto, a Tina Kezeli,
presidentessa dell’associazione del vino "Georgian Wine" che riunisce
le principali aziende vinicole della Georgia. L’associazione avvierà nei
prossimi mesi una campagna di marketing per far recuperare al vino georgiano la
propria prominenza sui mercati mondiali. Il confronto con i vitigni di Alto Adige
e Trentino sosterrà la Georgia nella sua aspirazione a riaffacciarsi sulla
scena internazionale del vino con prodotti di qualità ottenuti da vitigni
autoctoni. (aise)
Berlino. I lavori di Renato Meneghetti alla
“Factory-Art Gallery” fino al 5 maggio
Berlino - C’è
attesa ed interesse negli ambienti culturali di
Berlino per la mostra delle radiografie pittoriche dell’italiano Renato
Meneghetti, inaugurata il 13 marzo e che si concluderà il 5 maggio alla
“Factory-Art Gallery”.
Nella mostra,
intitolata “Vedere Oltre: X-Rays Opere 2000/2009”, è esposta una consistente
parte della grande mostra dedicata a Renato Meneghetti dalla città di Roma al
Museo Nazionale di Palazzo Venezia ed in contemporanea
in altre tre sedi museali, curata dal noto critico Achille Bonito Oliva per il
Ministero dei Beni Culturali – Polo Museale Romano.
Questa mostra è il
segnale di una ricerca inesausta, di un tentativo di andare sempre più in là,
sempre oltre, non soltanto con la radiografia ma anche con il pensiero.
La ricerca di Meneghetti
esplora temi di grande attualità sviluppati in quattro installazioni nelle
quali il pubblico è parte interattiva in un allestimento che si annuncia
curatissimo, per comporre una unica grande
installazione all’interno della quale saranno esposti anche dipinti
radiografici.
Meneghetti è anche
il compositore delle musiche, i cui suoni quasi ipnotici guidano lo spettatore
verso uno stato di grande emotività, dove la percezione visiva si approssima
alla visionarietà.
“Clandestine” e
“Indifference”. Coinvolgente ed interattiva,
l’installazione obbliga alla partecipazione attiva il pubblico. Un’esperienza
al limite per dare voce ai nuovi Tersite, ai senza volto
della contemporaneità. Un’esperienza vissuta da un’artista da
sempre attento ai temi sociali. Un progetto nato nel 2000 che si snoda
in due parti complementari. Per ”Clandestine” comprare i cartoni con cui i
clochard chiedono l’elemosina, per simboleggiare l’acquisto dell’esistenza
stessa di queste persone. Per “Indifference” un percorso creativo composto con
centinaia di teste di ceramica tra le quali i visitatori sono costretti a farsi
largo per accedere all’esposizione inevitabilmente rompendo le fragilissime
sculture. Ciò per mostrare l’indifferenza in cui oggi versa il genere umano. Le
foto e il video-art completano l’installazione e raccontano la sofferenza degli
emarginati.
Di grande
attualità l’installazione del 1999 “An Invasion of a Privacy Invaded”,
anticipatrice dell’attuale situazione mondiale: l’artista denuncia la
violazione della privacy compiuta dalle forze dell’ordine pubblico con i
controlli ai raggi X negli aeroporti: la personalità dell’individuo, i suoi
vizi, le sue passioni vengono messe a nudo e diventano
di dominio pubblico. L’artista viola a sua volta la privacy delle forze di
Polizia filmando i monitor dei controlli e ri-viola la privacy del privato
cittadino. Completano l’installazione grandi tele
pittoriche derivanti dalle X-Rays dei bagagli estrapolate dai monitor di
controllo.
Del 2006 è
“Eghènetai! Buio, non ombra.
Luce”. Nel buio tunnel, dal nulla al tutto. Dal buio
alla luce. Lastre sospese nello spazio pesante, una selva di radiografie
pencolanti contro le quali sbattere, come avviene nella vita con la malattia,
con il dolore. Un percorso non prevedibile dove si passa tra un’
opera e l’altra, spostandole. Girando, le lastre mostrano le trasparenze
che rivelano immagini radiografiche, lanciano bagliori riflettendo la luce che
colpisce la lucida superficie. E siamo in grado, anche, di ascoltare quelle
acute sollecitazioni allo spirito forniteci dalla musica, dal profano al sacro,
usata per questa installazione che coinvolge tutti i sensi del fruitore, che sintetizza il dramma della vita contemporanea.
Ma ecco che la notte è squarciata dalla luce che
penetra attraverso forme umane variamente combinate e ne disegna i confusi
profili sulle pareti; per la memoria al contempo di Steiner e del pieno
medioevo germanico. Attraversando l’oscuro tunnel pensiamo che in quest’opera
ci siano tutte le nostre disperazioni, il nostro buio. Una specie di punto di
cortocircuito che è stato ad arte creato da Meneghetti.
Al 2000 risale
invece l'opera “Vertebrals Parallels”. Struttura portante del corpo, la catena
delle vertebre evoca un parallelo tra colonna e pianta, creando immagini ora di
oasi pietrificate dietro le quali muovono radiografie di anatomie umane, ora
colonne di fumo e camini che riportano la memoria cruda ed
immediata di pire sacrificali (Dachau). Sul fondo muovono radiografie di
anatomie umane nell’installazione di cotoni, dipinti a
partire da fondi radiografici, variamente disposti nell’architettura
segnati con rilievi umani. Forme che evocano il parallelo tra pianta e colonna
umana, a comporre un disorientante paesaggio mentale.
Nelle tre sale che
ospitano la pittura verranno esposti quattro cicli
pittorici: “Vedere Oltre, Vedere Dentro”, che risale al periodo dal 1997 al
2000, “Invasion of a Privacy Invaded” dal 1999 al 2010, “Grandi Maestri” dal
2008 al 2010 e “L’Anima della Foresta” dal 2000 al 2010.
nel primo ciclo, “Vedere Oltre, Vedere Dentro”, la pittura
presenta soggetti e temi che derivano direttamente dalla grande scoperta di
Röntgen. Le X-Rays possono diventare paesaggi, montagne, corpi di donne se
guardati liberamente, con l’occhio di Leonardo Da Vinci che descriveva quello
che vedeva nelle muffe che l’umidità produceva sui muri del suo studio, e
vedeva di tutto. Il corpo come tempo, il corpo come luogo.
I dipinti derivati da reperti radiografici, rivelano inattese similitudini con
simboli religiosi, fantasmi ed immagini della storia o
della mente. Come scrive Gillo Dorfles, “le radiografie di
Meneghetti sono l’unico fatto nuovo intervenuto nell’arte italiana in questi
ultimi vent’anni. Bisogna riconoscere che egli è stato
indubbiamente tra i primi e forse il primo in assoluto a comprendere
l’interesse estetico oltre che scientifico di questo mezzo; e soprattutto a
individuare il significato profondo di tale impiego”.
Spostando
l’attenzione dall’opera ormai nota delle radiografie del corpo umano alle
radiografie di oggetti, ecco le grandi tele pittoriche derivanti dalle X-Rays dei bagagli estrapolate dai monitor
di controllo, raccolte nel ciclo “An Invasion of a Privacy Invaded”. Renato
Meneghetti, nelle sue elaborazioni pittoradiografiche rivela oggetti nascosti,
mediante immagini anfibie, di pura creatività, costruite partendo dalla magia
scientifica per giungere a quella artistica, l’unica che conta infine, anche
per Meneghetti. Guardare dentro, guardare oltre è da
sempre uno degli intenti dell’alta cultura, di quella speciale forma di sapere
che non si limita all’immediato e al contingente, al fenomeno, ma vuole
comprendere ciò che si cela dietro ad ogni visibilità. Sottolinea
Achille Bonito Oliva che “Meneghetti è stato il primo artista nell’ultimo mezzo
secolo, a indagare gli aspetti più misteriosi, e quindi affascinanti, degli
oggetti attraverso i raggi X e altri scandagli medici. Da
queste sue sperimentazioni sono nate opere d’arte: dal forte contenuto
simbolico”.
Fedele alla
pittura, l'artista nel ciclo “Grandi Maestri” ha coniugato l’antico, il moderno
ed il contemporaneo portando la scienza nell’arte:
egli è il traghettatore Caronte, il ponte tra la storia dell’arte ed il terzo
millennio. Ecco che il colore suadente e caldo della pittura si
impallidisce e raffredda ad opera di una luce d’origine spettrale,
morta, innaturale, lasciando così emergere l’immagine dello scheletro nascosto,
celato, dall’offerta di quella morbida carne piena di vita e bellezza. Lo
sguardo dello spettatore precipita nell’azzurro vuoto inespressivo della lastra
radiografica. L’immagine ha tutti gli ingredienti artistici del memento mori.
Guardare dentro, guardare oltre è da sempre uno degli
intenti dell’alta cultura, di quella speciale forma di sapere che non si limita
all’immediato e al contingente, al fenomeno, ma vuole comprendere ciò che si
cela dietro ad ogni visibilità. Meneghetti si affida ad
una strumentazione scientifica che nel caso specifico non vede davvero, ma
simu1la un sottostante che non esiste nella sua articolata fisicità. Spiega
Francesco Gallo che “l,Le maschere vengono esaltate da
una duplicità, che può venire da Klimt, Picasso, Dalì, Leonardo, mentre la
lente radiografica è tutta di mano sua, in una sapiente reductio ad unum
facendo apparire cose che non apparivano”.
Infine il ciclo
“Pittura: l’Anima della Foresta” include radiografie di legni che evocano
paesaggi. Il variabile ritmo ed il ciclo irregolare
delle venature nel legno compongono una sequenza di paesaggi marini e
terrestri, ora notturni, ora immersi nella nebbia o disegnati dal vento e dal
sole diretto. Da uno stesso fondo radiografico la mente distingue climi e
caratteri a distanze continentali fra loro. Da vere radiografie di veri alberi: si percepiscono le venature come dune nel
deserto, i nodi come astri solari e lunari, le crepe come paesaggi in tempesta.
Ancora una volta l’immagine reale si trasforma con quozienti irreali di
fantasia trasposta. Nel ciclo dei legni di Meneghetti il colore ha giocato un
ruolo primario facendosi aria, luce, atmosfera, vibrazione fisiologica e quindi
anche psicologica.
Renato Meneghetti
nasce nel 1947 a Rosà di Vicenza. Inizia a dipingere giovanissimo e la sua
opera di artista si compie ora nella fortezza di Ezzelino da Romano
dove è vissuto in giovinezza, ora nelle diverse ville palladiane che ha
restaurato e abitato. Dopo i primi interventi, presentati negli anni Sessanta
da amici e artisti come Fontana, Munari, Guiducci e una sequela di concorsi ed
esposizioni giovanili, inizia una attività espositiva
che lo vedrà presente nelle più importanti sedi nazionali ed internazionali.
Dal 1997 una inedita ricerca nell’uso delle più
avanzate tecnologie della comunicazione e della riproduzione virtuale di
immagini, corpi e oggetti. Proiezioni e pitture visive, faranno percepire con
più esattezza il messaggio che evoca la luce come potere e
energia.
Sue opere sono
presenti in gallerie private e nelle aste internazionali più importanti
(Christie’s, Sotheby’s, Ketterer, Dorotheum, Tajan, Bonhams, Neumeisters).
Predilige la
pittura, strumento visibile della capacità rivoluzionaria dell’arte e ne
difende la destinazione sociale. Si è impegnato senza regolarità in altre
espressioni, come la musica (La Biennale di Venezia,
1982), il cinema (40° Mostra Internazionale del Cinema, La Biennale di Venezia,
1983) e il multimediale (50° Esposizione Internazionale d’Arte, La Biennale di
Venezia, 2003). Studiosi e storici dell’arte antica come Federico Zeri, Sir
Denis Mahon, Udo Kulterman, hanno dichiarato l’interesse per la sua opera
ospitata in molti musei nel mondo.
Del 1997 è la
mostra “Meneghetti: Radiografie 1982/1997 a cura di Marco Goldin, al Museo di
Palazzo Sarcinelli di Conegliano Veneto. Del 1998 le personali di
Parigi e Londra. Nel 1999 espone al National Museum of Fine Arts di Malta a
cura di D. Cutajar e all’Ephesus Museum di Efeso. Nel 2000 il
Palazzo della Ragione di Padova ospita la grande antologica “Sull’orlo del
Terzo Millennio: “Pittura e altre arti 1954/2000”, a cura di Gillo Dorfles e
Vittorio Sgarbi. Nello stesso anno alla Mole Vanvitelliana di Ancona: “Al di là dell’occhio. Radiografie
1979/2000” a cura di Gillo Dorfles e Walter Guadagnini. Seguono, nel
2002, “Trasparenze: corpi ed altro. Radiografie”
al Museo Nazionale di Bratislava GMB Galéria Mesta (Pàlffyho Palàc) a cura di
Ivan Jancàr, e “Installations X-Rays”, al Museum of Arts PGA Povazskà Galèria
Umenia di Zilina a cura di Mira Putisova e Milan Mazur, testi in catalogo di
Pierre Restany.
Nel 2006, la città
di Roma per la prima volta dedica ad un artista una
grande mostra personale in quattro sedi: Museo Nazionale di Palazzo Venezia,
Complesso Monumentale del Santo Spirito in Sassia, Sala 1 Scala Santa, Archivio
Centrale dello Stato: “Meneghetti a Roma” a cura di Achille Bonito Oliva, con
testi in catalogo di Achille Bonito Oliva, Alberto Abruzzese, Don Giuseppe
Billi, Paolo Fabbri, Claudio Strinati, Laurence A. Rickels e Tommaso Trini.
Saggi sulla sua opera sono stati scritti tra gli altri da: Manlio Brusatin,
Luciano Caramel, Laura Cherubini, Marco Di Capua, Lucio Fontana, Francesco
Gallo, Richard Gregor, Flaminio Gualdoni, Roberto Guiducci, David Janus, Fedor
Kriska, Gregory J. Markopoulos, Gabriele Perretta,
Elena Pontiggia, Erich Steingräber, Duccio Trombadori, Italo Zannier.
Monografie
dedicate al lavoro di Meneghetti sono state pubblicate da: Marsilio a cura di
Marco Goldin, Skira a cura di Gillo Dorfles, Skira a
cura di Vittorio Sgarbi, Electa a cura di Achille Bonito Oliva.
Nei venti anni che
chiudono questo secolo le opere di Meneghetti sono un
continuum di esperienze cine-grafico-fotografiche, tecniche moderne e molto
antiche, tuffate nella magica vetrofania delle camere ottiche. (aise)
Duisburg. La società aperta e i suoi nemici In piazza contro l'intolleranza
Il movimento di
estrema destra Pro NRW dice no alle moschee. Ma gli
abitanti di Duisburg scendono in piazza per dire no all'estrema destra.
Al motto di
"Marxloh stellt sich quer" oltre settanta organizzazioni hanno
manifestato questo finesettimana davanti alla moschea Merkez di Marxloh
(Duisburg) in segno di protesta contro Pro NRW. Tra i manifestanti erano
presenti organizzazioni sindacali, membri di partiti e
rappresentanti delle Chiese. Per la SPD è intervenuto il segretario generale
Sigmar Gabriel. In testa al corteo ha manifestato anche il primo borgomastro di
Duisburg, Adolf Sauerland (CDU).
Durante tutto il fine settimana hanno avuto luogo
contromanifestazioni di protesta per impedire ai membri di Pro NRW di marciare
davanti alle moschee della regione. Il movimento di estrema destra ha
organizzato picchetti per manifestare contro quella
che definiscono 'l'islamizzazione della società'. Pro NRW si è fatta inoltre
promotrice di una conferenza internazionale contro i minareti tenutasi sabato a
Gelsenkirchen. Domenica 28 marzo alle 12.30 Giuseppe Guglielmi ci ha raccontato
com'era l'atmosfera a Duisburg. Ascolta il collegamento con Giuseppe Guglielmi
http://www.funkhauseuropa.de/audio/radio_colonia/deut/2010/100328_deut.mp3?dslSrc=/audio/radio_colonia/deut/2010/100328_deut.mp3 (RC, de.it.press)
Il 7 aprile concerto dell’Ambasciata tedesca a sostegno dei terremotati di Onna
Roma - In
occasione del primo anniversario del sisma che ha colpito l'Abruzzo, si
svolgerà il prossimo 7 aprile, nella Basilica di Santa Maria Maggiore, a Roma,
il concerto di beneficenza per Onna organizzato dall’Ambasciata Tedesca a Roma,
un’iniziativa realizzata sotto il Patrocinio del Presidente della Repubblica
Italiana, Giorgio Napolitano, e del Presidente della Repubblica Federale di Germania, Horst Köhler.
Ad esibirsi, i cori "Münchener Bach" e "Bach
Collegium München", diretti dal Maestro Hansjörg Albrecht, due formazioni
reduci tra l’altro da una recente esecuzione memorabile del Requiem di Mozart
alla Filarmonica di Monaco, che eseguiranno la Messa in Do Minore di Wolfgang
Amadeus Mozart.
L'Ambasciata
tedesca si è attivata sin da subito dopo il terremoto che ha colpito l'Abruzzo
un anno fa e ha deciso di concentrare i suoi aiuti su
Onna, teatro di una strage nazista nel 1944. Il ricavato del concerto andrà infatti a favore dei terremotati del borgo abruzzese e le
decine di migliaia di euro provenienti dalle donazioni degli spettatori e dagli
sponsor promettono un evento di portata straordinaria ed assicurano già il
successo di questa iniziativa benefica.
"Siamo
rimasti profondamente colpiti dal devastante terremoto", afferma
l'Ambasciatore tedesco Michael Steiner. "Ci siamo impegnati per
sollecitare aiuti da parte del Governo Federale ma anche da donatori privati e
da imprese tedesche attive in Italia. E tutti hanno contribuito. È la migliore
dimostrazione che oggi esiste una solidarietà europea
fra la gente".
Onna stessa sarà
presente al concerto con una folta rappresentanza della popolazione e il
presidente della Onna Onlus, Franco Papola, che
sottolinea: "In questo difficile anno siamo sempre stati supportati
dall'Ambasciatore Steiner e dalla Germania. È stato un sostegno concreto, e
questo concerto ne è una ulteriore testimonianza. Ci
dà speranza perché Onna non venga dimenticata. Onna ha ancora bisogno di aiuto".
Parteciperanno tra gli ospiti anche il Sindaco di Roma Gianni Alemanno,
una serie di ministri del Governo Italiano, il sottosegretario Gianni Letta,
altre autorità e tante illustri personalità del mondo italo-tedesco dell’economia.
Il concerto di
beneficenza per Onna verrà trasmesso in diretta in
Italia da RAI Radio3. Anche in Germania le radio Bayern Klassik, SWR e MDR lo
trasmetteranno.
Tutte le
informazioni sul Münchener Bach-Chor e il Bach Collegium München, nonché sulle sulle modalità di adesione al concerto, sono
consultabili sul sito dell'Ambasciata Tedesca www.rom.diplo.de. (aise)
Trattato start II. Disarmo Usa-Russia, accordo raggiunto
«L'intesa più
ampia degli ultimi 20 anni» - La firma l'8 aprile a Praga.
WASHINGTON -
Accordo raggiunto tra Stati Uniti e Russia sulla riduzione dei rispettivi
arsenali nucleari. Lo start 2 sarà firmato l'8 aprile a Praga e stabilisce un tetto di
1.550 testate nucleari operative e di 800 vettori nucleari. L'intesa avrà una
durata di dieci anni e potrà essere estesa successivamente
per altri cinque anni. Il Senato Usa e il Parlamento russo dovranno approvare
il trattato prima che possa entrare in vigore.
«ACCORDO RIDUCE UN
TERZO DELLE ARMI» - Soddisfatto il presidente Barack Obama, secondo il quale
Stati Uniti e Russia hanno raggiunto «il più ampio accordo sulla riduzione di
armamenti in due decenni». L'inquilino della Casa Bianca ha spiegato che
l'intesa «riduce di circa un terzo le armi nucleari che i due paesi potranno
dislocare», mantenendo «la flessibilità necessaria per proteggere la nostra
sicurezza nazionale e per garantire la sicurezza dei
nostri alleati», ha aggiunto Obama. «Con questo
accordo Usa e Russia lanciano un chiaro segnale al mondo che intendiamo guidare
e rafforzare gli sforzi globali per bloccare la proliferazione nucleare e per
garantire che le altre nazioni rispettino le loro responsabilità», ha detto
Obama. Per il presidente russo Dmitri Medvedev Il nuovo accordo sul disarmo rispecchia l'equilibrio degli interessi di entrambi i Paesi.
CdS 26
Ma
Usa e Russia siglano il disarmo
Si chiude una
lunga vicenda con l’annuncio dell’accordo raggiunto tra Stati Uniti e Russia
per un’ulteriore riduzione delle armi strategiche. Da tempo l’accordo era scaduto: disciplinava questa materia
e stabiliva in 2200 per parte le testate nucleari consentite.
E già prima della
sua scadenza erano cominciati negoziati ufficiosi tra russi e americani per il
suo rinnovo. Obama e Medvedev ne avevano parlato insieme a Londra esattamente
un anno fa. Quel colloquio aveva fatto intravedere la possibilità che un nuovo
accordo strategico si potesse raggiungere prima che quello vecchio giungesse
alla scadenza nel novembre scorso. Poi le cose parvero complicarsi e il clima
complessivo tra i due Paesi restò variabile, malgrado
il noto gesto distensivo compiuto da Washington in materia di difesa
antimissili che, nelle intenzioni, doveva essere il segnale di «reset» nelle
relazioni russo-americane.
Ora, in un momento
particolarmente significativo sul piano interno per il
presidente Obama, le cose si sono sbloccate ed è stata perfino annunciata la
data precisa della firma che avverrà a Praga l’8 aprile prossimo. L’intesa
sulla data sembra esser stata raggiunta in una telefonata intercorsa
direttamente ieri tra Obama e Medvedev. Non soltanto l’equilibrio delle armi
strategiche viene prorogato, ma il numero delle
testate è ulteriormente ridotto e portato da 2200 a circa 1500 per parte. Se si
pensa che nella fase terminale della Guerra Fredda gli americani detenevano circa 12 mila testate nucleari e i russi un paio
di migliaia di meno, si vede quali drastiche riduzioni siano state compiute
negli arsenali strategici in questi vent’anni.
Val la pena di
aggiungere che l’accordo annunciato ieri - al cui raggiungimento la signora
Clinton non è probabilmente stata estranea, nella visita a Mosca di pochi
giorni fa - pur avendo comportato sacrifici da parte americana soprattutto
riguardo la regolamentazione dei controlli, con il
tempo avrà delle ripercussioni positive per gli Stati Uniti. Si tratta del
versante della spesa, che costituisce al momento una delle maggiori
preoccupazioni della Casa Bianca. Quale ne sia l’incidenza effettiva sul
bilancio, è un fatto che la riduzione negoziata con il solo altro grande Paese
nucleare al mondo può produrre benefici, senza compromettere in alcun modo la
sicurezza del Paese e dei suoi alleati.
Per Obama è senza
dubbio un traguardo importante. Dall’inizio della sua presidenza, si tratta infatti del primo significativo successo ottenuto in
materia di politica estera e del primo momento in cui la teoria del dialogo e
dell’amicizia universale da lui persuasivamente annunciata trova una concreta
realizzazione. La trova, per di più, su un tema - quello dell’armamento
nucleare - che tocca corde sensibili nelle opinioni pubbliche in grandissima
parte del globo e che ha dunque un carattere che va ben oltre il fatto
bilaterale, pur tutt’altro che irrilevante. Assume un valore quasi simbolico e
globale. E’ molto probabile che l’accordo che verrà
firmato a Praga dia lo spunto a una enunciazione più ampia e completa della
politica nucleare complessiva da parte di questa presidenza, di cui a
Washington si parla già da qualche tempo. E’ infatti prassi
usuale che un presidente americano, nel corso del suo mandato, si pronunci sui
princìpi generali che regolano la strategia nucleare del Paese e su quali siano
le circostanze nelle quali possa farsi ricorso all’impiego dell’arma nucleare.
A questo riguardo si era espresso più volte e non sempre in modo lineare e
coerente. Parrebbe del tutto in linea con la sua visione politica, se anche
Obama tracciasse la filosofia che illustra e giustifica in termini globali il
possesso di quest’arma e i criteri del suo impiego. Tanto più che il tema
nucleare è al centro di quelli che, al momento attuale,
sono forse i due problemi più caldi del pianeta, l’Iran e la Corea del Nord:
sull’uno e sull’altro è necessaria una convergenza internazionale di cui anche
la Russia è un elemento essenziale. Una solenne riunione internazionale, da
tenersi su questa materia in un futuro non lontano a Washington, della quale
qualcuno fa cenno, potrebbe avere proprio questo significato.
BORIS
BIANCHERI LS 27
Europa e caso Grecia. Un passo avanti ma troppo lento
L’accordo
raggiunto a Bruxelles tra i 16 capi di Stato
dell’euroarea per dare vita a un meccanismo di intervento nel caso in cui il
debito pubblico di un Paese membro dovesse trovarsi in “molto serie difficoltà”
rappresenta un progresso rispetto allo stallo in cui l’Unione Europea si è
trovata da mesi.
Il problema sul
tappeto era quello della Grecia, ma riguardava qualcosa di più
più importante: la credibilità internazionale dell’euro. L’accordo non
rappresenta però la soluzione del problema. Infatti è
costellato da una serie di passaggi nell’attuazione, oltre che nella messa a
punto del meccanismo, che non sembrano in condizione di ristabilire il
prestigio di “moneta forte” dell’euro. Oltre all’adesione del Fondo Monetario Internazionale
che, a quanto si dice, dovrebbe partecipare per un terzo agli eventuali
interventi, questi ultimi verranno attuati su basi
bilaterali; cioè ciascun Paese membro dell’euroarea stabilirà rapporti diretti
con il Paese in difficoltà.
Tutto ciò avverrà
sotto il controllo (con parere vincolante?) della Banca Centrale Europea e
della Commissione di Bruxelles, al quale si dovrà presumibilmente affiancare il
Fondo Monetario Internazionale. Insomma un passo avanti di un piede che calza
scarponi pesanti.
Insieme al sospiro
di sollievo per i nostri amici greci e per le sorti dell’euro in grave caduta,
sorge spontanea la preoccupazione di ciò che avverrà a seguito della crescita
dei debiti pubblici di tutti i Paesi industrializzati e di molti Paesi arretrati
quando moneta e fisco torneranno all’ortodossia, dopo
averla abbandonata per impedire il precipitarsi della crisi finanziaria.
Questo giornale è
stato il primo ad aver attirato l’attenzione delle autorità sui rischi del
trasferimento dei debiti dal settore privato a quello
pubblico, proponendo di parcheggiare parte di questi ultimi presso il Fondo
Monetario Internazionale, rilanciando, come chiesto dalla Cina, i diritti
speciali di prelievo. In breve una soluzione globale per un problema che ha
questa natura. La presenza del Fondo nell’accordo europeo, che ha suscitato
reazioni in molti centri, è da noi considerato un aspetto altamente
positivo.
La fondatezza di
queste preoccupazioni trova significativa espressione
nel recente dibattito sul valore dell’euro. Alcuni osservatori ritengono che a
moneta europea toccherà il fondo quando raggiungerà 1,20 rispetto al dollaro,
mentre altri sostengono che risalirà a 1,60. Nel primo caso prevarrà la
sfiducia nell’accordo raggiunto; nel secondo accadrà l’opposto. L’esistenza di
un’alternativa così ampia rende impossibile ogni
programmazione produttiva da parte delle imprese esportatrici, che può
trasformarsi per esse in un tranello, se prenderanno a riferimento la debolezza
dell’euro invece che un suo possibile apprezzamento. L’economia produttiva
dipende sempre più dalle attitudini politiche dei Paesi e questo è il vero
danno causato da una crisi che ha richiamato gli Stati al centro dei mercati.
Non vi è più nessuna distinzione dei ruoli e i calcoli di convenienza individuali
sono sconvolti. A quando una nuova Bretton Woods? PAOLO SAVONA IM 27
Crisi
risolta tra la Libia e la Svizzera, sbloccati i visti Schengen.
Niente lista nera
Berna rinuncia
alle restrizioni all'ingresso di 188 libici, tra cui Gheddafi
Frattini:
"Soluzione giusta, condivisa e coerente con lo spirito e la lettera del
Trattato"
TRIPOLI - Si sblocca la crisi fra la Libia e e la Svizzera. Tripoli ha
revocato il blocco dei visti ai cittadini dei Paesi Schengen. La decisione
della Libia è stata presa dopo l'annuncio da parte della presidenza dell'Ue di
aver cancellato, a sua volta, le restrizioni per i visti di tutti i 188 libici,
tra cui il leader Muammar Gheddafi, che erano stati
inseriti nella black list della Svizzera. Lo ha
spiegato un alto responsabile libico.
Oggi a Sirte, in
Libia, a margine dell'annuale vertice della Lega araba, c'era stato un lungo
colloquio tra il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, il ministro degli
Esteri spagnolo Miguel Angel Moratinos e il primo ministro libico Baghdadi Ali
al Mahmudi, al termine del quale fonti diplomatiche avevano riferito che la
soluzione della crisi dei visti tra Svizzera e Libia era
"vicinissima".
La presidenza
spagnola dell'Ue in una nota diffusa nel pomeriggio a Madrid aveva spiegato che
la misura "è stata adottata da un paese membro di Schengen, non dall'Ue,
che non ha svolto alcun ruolo". "Ci rammarichiamo, e deploriamo i
disagi causati a cittadini libici" aggiungeva la nota, che affermava anche
che "ci attendiamo che un fatto di questo tipo non si riproduca in
futuro". In una nota diffusa ieri, la presidenza spagnola dell'Ue si era
già "rammaricata" per i problemi causati ai
cittadini libici inclusi nella lista nera della Svizzera.
La crisi dei visti
fra i due Paesi era stata innescata dall'arresto a Ginevra nel 2008 del figlio
del leader libico Mohammar Gheddafi, Hannibal, accusato di avere picchiato due
domestiche. Per ritorsione la Libia aveva fermato due uomini d'affari svizzeri,
trattenuti quasi due anni a Tripoli. Uno dei due è stato autorizzato il mese
scorso a rientrare a Berna, l'altro è in carcere. Berna aveva risposto
decidendo di negare i visti Schengen a 188 personalità del regime libico, fra
cui lo stesso Gheddafi. La Libia a sua volta ha deciso per ritorsione in febbraio
di non concedere visti d'ingresso ai cittadini dei paesi Schengen. Due giorni
fa la Svizzera ha reso noto di essere pronta a
rinunciare alla 'lista nera' nel quadro della soluzione della crisi, che
comprenda la rinuncia da parte anche di Tripoli alle misure sui visti e
soprattutto il rientro del cittadino svizzero tuttora detenuto a Tripoli.
Il ministro degli
Esteri, Franco Frattini, ha informato l'Alto Rappresentante per la politica
estera dell'Ue, Catherine Ashton, del buon esito della vicenda sulla crisi dei visti. Frattini aveva sin dall'inizio della crisi, in
raccordo con le due parti, con la presidenza spagnola ed
i Paesi europei maggiormente interessati, "lavorato con costanza per
favorire in ambito Unione Europea il raggiungimento di una soluzione giusta,
condivisa e coerente con lo spirito e la lettera del Trattato di
Schengen".
LR 27
Forse per capire
che giorni ci aspettano varrebbe la pena interrogare un meteorologo: il voto di
oggi e domani dovrà stabilire se, come spera Bossi, soffia impetuoso da Est a
Ovest il vento del Nord, o se, come scommettono a sinistra, il vento è cambiato
e non gonfia più la vela di Berlusconi. E nelle ultime ore è sempre più chiaro che l’area su cui concentrare l’attenzione, la regione in
cui verranno misurate la direzione e la forza del vento, è il Piemonte.
Certo si tratta di
elezioni regionali, non va dimenticato, e la nostra scelta determinerà
soprattutto il modello di sanità che vogliamo, ma anche gli investimenti per le
case, il lavoro, i trasporti o il turismo. È per questo che
abbiamo preso un’iniziativa originale e impegnativa come quella di pubblicare
domenica scorsa un dossier curato da Luca Ricolfi dove poter valutare in modo
obiettivo come sono state governate le tredici amministrazioni per le quali
siamo chiamati a votare. Quel dossier che potete consultare ancora sul nostro
sito (www.lastampa.it/elezioni2010) è stato realizzato sulla
base di dati oggettivi, sui quali misurare come si sono comportate le
persone che oggi si presentano al vostro giudizio. Non abbiamo dato alcuna
indicazione di voto, com’è tradizione di questo quotidiano, ma riteniamo di
aver dato in modo onesto a ciascuno la possibilità di farsi un’idea e di
scegliere. La capacità di fornire analisi e contesti
pensiamo sia uno dei compiti fondamentali che hanno i giornali nell’epoca in
cui si è bombardati ventiquattr’ore al giorno dall’informazione.
Detto ciò non possiamo fare finta che si risolva tutto all’interno dei
confini regionali e nascondere che, come in ogni tornata elettorale che
coinvolge una maggioranza dei cittadini italiani, la partita è più complessa e
questa volta capace di condizionare la sorte e le dinamiche degli ultimi tre
anni della legislatura.
Così non è
campanilismo sostenere che il voto in Piemonte ha assunto una valenza
particolare, ma la consapevolezza che tra Novara e Cuneo si è aperto un grande
laboratorio che dovrà dare almeno tre risposte fondamentali: 1) la spinta propulsiva che due anni fa ha dato una grande
vittoria al presidente del Consiglio e ha continuato a tenere il suo gradimento
a livelli record è in grado di fargli conquistare tutte e tre le grandi Regioni
del Nord o sta perdendo forza? 2) la Lega, che prova il sorpasso sul Pdl, è
capace di affermarsi anche a Ovest del Ticino e di prendere il governo di una
seconda Regione chiave oltre al Veneto, diventando così la forza politica
capace di decidere i futuri assetti del Nord? 3) l’alleanza tra il Pd e l’Udc è
vincente o gli elettori di Casini non sono disposti a guardare a sinistra e
preferiscono tornare nella casa berlusconiana?
I verdetti che
verranno disegneranno le coalizioni del futuro e
saranno la base per costruire programmi, strategie e per scatenare richieste e rese
dei conti a destra come a sinistra.
La posta in gioco,
in qualunque modo la pensiate e qualunque sia la risposta che avete in testa
per le tre domande, dovrebbe spingervi ad andare a votare. Si è parlato molto
in questi ultimi giorni di astensionismo per effetto della sorpresa delle regionali francesi, dove sono andati ai seggi meno
della metà degli elettori. Un segno grave di distacco e indifferenza in un
Paese che, quanto e più del nostro, è storicamente appassionato al dibattito
politico. Certo è una tendenza generale, ha l’aria di una malattia comune alle
democrazie occidentali. Negli Stati Uniti o in Inghilterra, dove i sistemi
democratici sono ben più maturi del nostro, i tassi di partecipazione al voto
sono tradizionalmente molto più bassi. Il che significa che spetta al cittadino
scegliere non solo per chi votare ma anche eventualmente di non votare. Qualcuno l’ha definito una forma di obiezione
civile. Nel dominio del dibattito astratto è tutto vero, ma noi ci ostiniamo a
pensare che non votare sia in definitiva la rinuncia a un diritto e anche un
po’ a un dovere.
Per quanto
negativo possa essere il nostro giudizio sull’insieme della politica, o
sull’uno e sull’altro dei candidati, per quanto nauseabonda sia stata questa
campagna elettorale, il momento in cui decidiamo di restare a casa corrisponde ad una resa. Non illudiamoci così di punire i partiti:
astenersi significa chiamarsi fuori, non farsi carico del futuro del Paese,
rinunciare a dare un’indicazione della direzione che vorremmo. E chi rinuncia a
dire la sua non ha mai ragione. MARIO CALABRESI LS 28
Gli Stati Uniti d’America visti dall’Italia. Firmate anche voi
La storica
approvazione della legge di riforma sanitaria negli USA è arrivata dopo un dibattito
iniziato all’inizio del secolo scorso che si è trascinato per decenni con
alterne vicende, fino alla prima presidenza di Bill Clinton, che pure provò
senza successo a riformare la legge sull’assistenza sanitaria.
Co-sign (Co-firma), aggiungi il tuo nome al
mio nella firma della storica legge è la richiesta di B. Obama contenuta in un
testo diffuso sul web. Dunque il Presidente B. Obama ha riconosciuto che la
straordinaria forza necessaria a sostenere la sua legge nel difficile iter
parlamentare è venuta dal sostegno di milioni di persone organizzate in un
movimento di base che ha fatto conoscere a livello locale in tutti gli stati i temi ed i contenuti della legge, ed ha voluto
rendere ufficiale questo sostegno, chiamando a firmare insieme a lui tutti suoi
sostenitori, così è stato creato un archivio speciale per la conservazione
delle firme a futura memoria.
La legge sulla assistenza sanitaria appena approvata estende la
copertura dell’assicurazione malattia a 32 milioni di americani, che ne sono
sprovvisti. Inoltre prevede tanti miglioramenti del sistema esistente, esempio: per quelli
provvisti di assicurazione la legge proibisce la revoca della copertura in caso
di malattie gravi o croniche, i giovani avranno
i benefici delle assicurazioni dei genitori fino ai ventisei anni di
età, le piccole imprese avranno significativi sgravi fiscali per consentire la
copertura malattia dei loro impiegati. Tutti gli americani avranno benefici dai
nuovi investimenti per la preparazione professionale di medici di cure
primarie, infermieri e personale tecnico. Inoltre la legge prevede la creazione
di programmi per aiutare i pazienti a capire e difendere i
loro nuovi diritti.
Il lungo dibattito
che c’è stato intorno a questo tema è stato caratterizzato da violenti attacchi
da parte repubblicana, ed anche da sconfitte nella maggioranza democratica.
Ricordiamo a questo proposito l’elezione di un repubblicano come rappresentante
al senato federale dello stato del Massachussets per il seggio rimasto libero per
la morte di Ted Kennedy. L’elezione fu interpretata come la non approvazione
dei cambiamenti proposti da Obama in uno stato tradizionalmente democratico.
Da parte
repubblicana ricordiamo la nascita ed il dilagare del
Tea Party Movement, un movimento nato per combattere anche l’idea del controllo
dello stato sulle assicurazioni malattie, per il timore che elementi di
socialismo statalista potessero inquinare la patria del libero mercato. Ricordo
che questo movimento ultraconservatore trae la sua ispirazione dall’episodio del Boston Tea Party, avvenuto nel XVIII secolo, quando i coloni americani, in atto di
ribellione contro la madre patria, nel
porto di Boston gettarono nell’oceano un carico di tè proveniente dall’Inghilterra,
episodio che segnò l’inizio della guerra di
liberazione delle colonie dalla dipendenza dalla monarchia e dalla
nobiltà inglese.
Come al solito, i
sondaggi di opinione consentono di vedere con chiarezza il peso e la
distribuzione delle diverse opinioni. Un sondaggio Gallup fatto l’indomani
dell’approvazione della legge dice che con un piccolo margine gli Americani
sostengono la legge sull’assistenza sanitaria, infatti
il 49% di essi dichiara che la legge
approvata dal Congresso è cosa buona, mentre il 40% sostiene che è cosa
cattiva. I sondaggisti sostengono che le
risposte sono presumibilmente bipartisan, con gli indipendenti equamente
distribuiti da ambo le parti. Un sondaggio fatto il 24
marzo ci dice che il sostegno per la riforma è maggiore fra quei gruppi che
hanno più bisogno dell’assistenza malattia, cioè i cittadini a basso reddito, i
giovani e quelli privi di assicurazione, gli anziani invece, tendono di più ad opporsi.
Con l’approvazione di questa legge la
popolarità del presidente, in discesa durante l’ultimo periodo, è rapidamente
risalita, e ciò gli consente di affrontare con rinnovata forza e slancio le
battaglie future nel mondo della finanza e dell’istruzione. Soprattutto esce
rinforzata la sua funzione guida, la leadership, all’interno del partito democratico,
che egli è riuscito a tenere unito, nonostante le numerose divergenze interne,
con tenacia e non comuni capacità di mediazione e persuasione.
Emanuela Medoro, de.it.press
Una campagna
elettorale segnata dalla confus i o n e e d a un’inutile
violenza verbale si chiude con torbide manovre eversive contro il premier, la
Lega e il governatore di centrosinistra della Puglia. Si tratta dell’appendice
coerente di uno spettacolo mediocre: uno scontro che avrà appassionato i
militanti, lasciando però interdetti molte elettrici ed elettori.
Gli appelli
unanimi a non disertare le urne appaiono dunque giustificati. Nascono dal
timore di avere insinuato più di un dubbio in un Paese affezionato alle urne,
nonostante tutto. Ad importare ulteriore incertezza è
l’alto tasso di astensioni alle Regionali francesi di metà marzo. Ma l’Italia
elettorale ha dimostrato ripetutamente di essere più concreta e smaliziata di
quanto credesse la classe politica; ed assai poco
suggestionabile sia da quello che avviene oltre i propri confini, sia da una
conflittualità artificiosa. Per questo, qualunque esito andrà analizzato con il
rispetto dovuto ad un responso popolare più prezioso,
stavolta, perché è stato involontariamente scoraggiato.
La tentazione di
restare a casa è stata alimentata dal pasticcio delle liste del Pdl escluse
dalla magistratura; dalle inchieste giudiziarie deflagrate mentre erano in
corso i comizi; e dalla sospensione delle trasmissioni politiche della Rai. La
schiuma tossica delle polemiche, tuttavia, non può velare l’importanza del voto
di oggi e domani in tredici regioni. A prima vista è soprattutto un
maxi-sondaggio sul governo di Silvio Berlusconi a due anni da quel 2008 che gli
ha dato una maggioranza indiscussa per governare. Registrerà quanto sta pesando
sui suoi consensi la crisi economica. Misurerà i rapporti di forza nel
centrodestra, dove la Lega sente il profumo di una vittoria che la renderebbe
il baricentro degli equilibri del Nord: non solo politici ma
economici.
E, in base al risultato
del Pd e dell’Idv, ma anche di un’Udc a caccia di consensi a spese del
bipolarismo, dirà con quale opposizione il governo avrà a che fare. Insomma, da
lunedì si comincerà a capire meglio come andranno i prossimi tre anni di
legislatura. Ma i riflessi nazionali non possono
mettere in ombra le conseguenze del voto in ogni singola regione. Le spese
degli enti locali e le competenze in materia di sanità, per citare un esempio eclatante, prefigurano una gestione che potrà essere fonte
di scelte difficili, a Nord come al Centro e al Sud; e, purtroppo, come si è
già visto, con scandali dai riflessi destabilizzanti. Ed
il microcosmo del Lazio rischia di diventare l’imbuto degli errori, del caos e
del nervosismo accumulati nell’ultimo mese dai due schieramenti.
Il controverso
monito della Cei sull’aborto rimanda alla candidatura di Emma Bonino alla
presidenza della Regione per conto del centrosinistra: una prospettiva che, a
torto o a ragione, il Vaticano non ha esitato a definire un pericolo. Ma si teme anche una coda avvelenata della rissa sulla lista
del Pdl di Roma, esclusa perché è stata presentata fuori tempo massimo.
Preoccupa la voce di una possibile «guerra delle schede» fra scrutatori al
momento di contare i voti. Sarebbe l’ultimo insulto ad
un elettorato che, dopo tanto chiasso, ha il diritto di andare ai seggi senza
dover subire spettacoli gladiatori a porte chiuse, estranei alla democrazia.
Massimo Franco CdS 28
Giù al Nord. E il Pdl copia il modello Lega
Non solo i voti. Anche le parole, anche le cerimonie, perfino le liturgie pagane
della politica. Lega e Pdl, con le elezioni sempre più vicine, si
confondono e magari confondono. Per diventare primo
partito del Nord, come Bossi crede e spera, deve rosicchiare consensi al Pdl. E
Berlusconi, che vuol resistere, finisce sul copia&incolla delle invenzioni
e dei linguaggi leghisti. Gli stessi, e non solo lui, che per anni ha deriso.
Buon ultimo, dopo una marcia iniziata 14 anni fa, è arrivato il «gazebo»,
quello che aveva rimpiazzato la «gabina elettorale», con la g, alla lombarda.
Obbedendo all’ordine di Bossi, scendendo dal Po a Venezia, il 15 settembre 1996
i leghisti erano entrati per la prima volta nei «gazebo» per decidere la
nascita della loro Padania. Un anno più tardi per votare il
Parlamento del Nord, preso in affitto dalle parti di Mantova.
Folklore, battute,
risate. E adesso non c’è giorno, non c’è intervista senza il gazebo. Berlusconi
ci vuol mandare i cittadini «che dovranno decidere se vogliono il Premier o il
Presidente della Repubblica eletto dal popolo». Per i leghisti è la rivincita
del gazebo, e il Cavaliere nemmeno s’immagina la gioia. Roberto Calderoli non
si è trattenuto: «I gazebo li abbiamo inventati noi, e l’originale è sempre
meglio della copia».
Attenzione, perché
questo finale di frase è lo stesso usato da Gianfranco Fini, il Presidente
della Camera. Vede un Pdl sempre più simile alla Lega, e appunto: l’originale è
meglio della copia. Marketing politico sbagliato, voti che scivoleranno verso
la Lega, l’originale? «Questo lo vedremo lunedì -
risponde Roberto Maroni -, però è vero che nel linguaggio della politica stanno
sfogliando il nostro vocabolario. Ci copiano, e non solo quello».
Perché poi ci sarebbe il giuramento, quello dei candidati Governatori a
Roma che recitano la formuletta accanto a Berlusconi. Roba vecchia pure questa,
per la Lega. La prima volta, a Pontida, era stata nel 1990, dopo le elezioni
regionali. Vent’anni fa, mica ieri. Quando Bossi era già lì ad
inventare la sua politica e il Cavaliere era l’imprenditore di successo che
voleva tutti davanti alle sue tv. E non dentro i gazebo. GIOVANNI CERRUTI LS 26
I sondaggi temono il crollo dell'affluenza. "Frana
dei votanti, due milioni in meno"
Unanimi le
principali società di ricerca: possibile il crollo degli elettori
Nel 2005 il dato
si attestò al 71,7 per cento - L'insofferenza verso le urne provocata da
disoccupazione e corruzione - Penalizzato soprattutto il Pdl al Sud. Al Nord la
Lega può intercettare il malcontento - di CARMELO LOPAPA
ROMA - Un milione,
nella peggiore delle ipotesi due milioni di elettori
in meno. L'onda lunga della disoccupazione e la corruzione
dilagante, lo scontro infinito con i magistrati e le nuove intercettazioni, la
censura sui programmi tv non graditi e il pasticcio delle liste. Nel
calderone dell'insofferenza è finito di tutto, in queste settimane che hanno
preceduto il voto. Adesso, i più quotati istituti demoscopici italiani
prevedono un'impennata dell'asticella dell'astensione.
Nulla a che vedere
col record d'Oltralpe, col 48,8 per cento di "diserzione" del secondo
turno delle regionali francesi di domenica scorsa (il 53,6 al primo). Comunque un segnale ci sarà anche qui,
concordano quasi tutti i sondaggisti, che prendono come soglia di riferimento
l'affluenza alle urne delle regionali 2005, quando al voto si presentò il 71,7
per cento. Dato già di suo inferiore di dieci punti in media
rispetto alle politiche. Nando Pagnoncelli, presidente
Ipsos, ricollega il rischio astensione al fatto che "dall'inizio dell'anno
è cresciuta la preoccupazione dei cittadini rispetto alla crisi e all'incubo
disoccupazione. E mentre la domanda di protezione sociale cresce,
l'agenda politica è stata occupata da altre questioni: giustizia,
intercettazioni, tv, liste. Questo fa sì che una parte
dell'elettorato, quello più colpito dalla crisi, si senta preoccupato,
deluso". E ancora, ragiona Pagnoncelli, "il riaffiorare del
fenomeno della corruzione alimenta lo sconcerto di un'altra fetta sensibile
dell'opinione pubblica". Tendenzialmente, questa la previsione, "si
potrebbe scendere al dato delle europee, cioè 5 punti
in meno rispetto alle regionali 2005: se fosse così, ma è solo un'ipotesi,
considerati i 41 milioni di elettori, resterebbero a casa circa 2 milioni di
elettori".
Roberto Weber,
Swg, dà per scontato che ci sia un fenomeno astensione anche da noi,
"sebbene non ai livelli francesi: presumiamo possa aumentare del 4-5 per
cento rispetto alle regionali precedenti. La causa? Una quota sempre più ampia della società
italiana non dipende dalla politica. C'è una disaffezione, sebbene non determinante, come non lo sono la crisi e i casi di
corruzione". Resta l'incognita sulle "vittime"
dell'astensionismo. "Al centrosud il Pdl, forse, mentre al Nord entrambi
gli schieramenti, anche se la Lega potrebbe assorbire una quota dei voti in
fuga dal Pdl". Nicola Piepoli, dell'omonimo istituto, è in controtendenza
rispetto ai colleghi. Non prevede un'onda di astensionismo. "Avremo il
solito 70 per cento di affluenza delle regionali. La gente qui in Italia a
votare ci va, lo ha sempre concepito come un dovere,
se ne frega anche delle polemiche e della corruzione. Vota anche per cambiare
le cose. Il vento francese soffia solo sulla Francia".
Ma è l'unico a pensarla così. Alessandro Amadori, alla
guida di Coesis Research, calcola un'affluenza ridotta dai 3
ai 6 punti al di sotto del 71 per cento precedente, "perché in Italia è
cresciuta la disaffezione verso la politica. Difficile prevedere però chi
colpirà: un po' più probabile il centrodestra. Anche se l'elettorato potrebbe
essere indotto a lanciare dei segnali, presentandosi alle urne. In Francia chi è andato a votare ha voluto punire Sarkozy".
In questa lunga vigilia preelettorale c'è stato chi, come l'associazione di
Montezemolo "Italiafutura", ha teorizzato il "non voto come
diritto individuale di non accomodarsi alla tavola imbandita dai partiti".
Un segnale di protesta anche questo. Domani il responso.
LR 28
Raiperunanotte, 13% di share e boom di contatti sul web. Santoro: «E' stato
un sisma»
«Raiperunanotte»,
la serata evento organizzata da Michele Santoro e dalla Fnsi al Paladozza di
Bologna, ottiene oltre il 13% di share (tra tv satellitari e le tv locali), secondo i primi dati Auditel resi noti dallo
stesso Santoro. L'evento è stato trasmesso in diretta televisiva sulle
piattaforme satellitari, analogica e digitale. Leggendo gli stessi dati,
secondo il giornalista, Rai e Mediaset avrebbero perso 10
punti di share. A questo si aggiungono i 300mila spettatori sul web, compreso
il sito de l'Unità.
«Si profila un
risultato straordinario», dice Santoro commentando i dati di ascolto della
serata. La serata è stata seguita da Current (la tv di Al Gore) Skytg24, su
diverse tv locali e, per il web - tra gli altri - dai siti dell'Unità, di Repubblica,
Corriere e dal quello omonimo creato ad hoc. Current
tv e Sky, durante la trasmissione di Raiperunanotte, hanno totalizzato,
rispettivamente il 2,44 per cento di share e il 2,73 per cento. Un altro 7 per
cento sarebbe invece il dato per le altre Tv locali
che hanno seguito l'evento. Ma è sul web che
Raiperunanotte ha segnato un record, probabilmente sull'Italia e forse non
solo, con 300 mila connessioni per lo streaming.
Un dato che soddisfa particolarmente Santoro e chi ad Annozero
ha lavorato al progetto. «Rai per una notte» è stato «un sisma di inaudite proporzioni», dice Santoro. «I dati Auditel -
spiega - dicono che abbiamo fatto il 13% di ascolti, il 6% li ha fatti Sky, più
di una partita di Champions». «Ma l'Auditel - ha aggiunto - è solo uno mezzo di rilevazione tradizionale. Ora servono strumenti
più accurati perchè "Rai per una notte" è
stato seguito su web e radio private». Quanto accaduto ieri sera «è stato un
terremoto per la tv generalista».
La serata «Una
grande riscossa contro la censura». Così prometteva Michele Santoro alla
vigilia dello speciale Annozero organizzato contro la censura al Paladozza di
Bologna. E gli accessi registrati ai tanti siti che hanno dato la diretta streaming dell'evento - 120.000 utenti unici
contemporaneamente, boom di contatti soprattutto al nostro sito Unita.it - gli
hanno dato ragione. Lo show è partito con un video storico con Benito Mussolini
che incita la folla e, a seguire, un pezzo di un video con il presidente del
Consiglio, Silvio Berlusconi che urla ai simpatizzanti del Pdl: «Volete che
torni al Governo questa sinistra?». I seimila presenti al palazzetto dello
sport cominciano a inveire contro il premier. Prende poi la parola Santoro che,
dal mezzo del campo di palasport emiliano, si rivolge al presidente della
Repubblica Giorgio Napolitano con una lunga lettera aperta: «Noi
non siamo al fascismo - dice il giornalista - ma certe assonanze sono comunque
preoccupanti... Noi siamo qui per il nostro lavoro di giornalisti. Quarant'anni
fa, proprio il 25 marzo, Danilo Dolci decise di infrangere le regole e di
fondare la prima radio libera».
«Non voglio
tirarla per la giacca», ha detto Santoro rivolto al Capo dello Stato. «Sono qui
soltanto per ribadire che se i partiti non abbandonano
la Rai e le istituzioni di garanzia, il nostro paese rimarrà sempre prigioniero
del conflitto di interessi». «Noi - dice concludendo
la sua introduzione - non solo abbiamo il diritto di parlare, ma anche il
dovere di parlare e di farci sentire. Stasera accendiamo le nostre luci perché ricominci "Anno Zero"». Santoro ha ricordato l'Sos lanciato 40 anni fa con la sua radio libera siciliana
da Danilo Dolci, facendolo proprio: «lui decise di infrangere la legge per fare
la sua prima radio libera che trasmetteva dalla Sicilia e lanciava un Sos per
terremotati e disoccupati del Belice. La radio libera di Dolci fu chiusa dalla
polizia perchè aveva violato il monopolio, quando lo fecero altri nessuno intervenne, ma Dolci non aveva alle spalle nè un
partito politico nè la P2». Santoro ha ricordato poi il caso delle
intercettazioni di Trani: «Vorrei ricordarle signor
presidente - ha aggiunto - che per una telefonata Nixon dovette dimettersi:
aveva ordinato di spiare i suoi avversari del partito democratico e una
commissione del Senato, quando scoprì che le telefonate erano state registrate,
disse di pubblicarle per sapere cosa è successo. Qui si è compiuto un delitto
di grande gravità: interferenza politica sulla libertà di espressione».
L'Autorità garante
delle comunicazioni è «un arbitro tutto lottizzato», creato «nel nostro paese».
E «anche questa è una violenza operata nei confronti della nostra
Costituzione», ha aggiunto Santoro. Ed ha ricordato che «questo
arbitro lottizzato emise una sanzione nei confronti della Rai quando ospitammo
Beppe Grillo che le rivolgeva delle critiche. Grillo in questo momento è un
soggetto politico e quale è il dovere di noi
giornalisti? Pubblicare le critiche. Invece la calunnia, il vilipendio non spettano all'Agcom, spettano ai tribunali». Per Santoro «in
quell'occasione si commise un'abnormità: una sanzione da 90 milioni di euro
alla Rai qualunque cosa noi facessimo». Il conduttore ha detto anche «in questo paese non si deve parlare dei processi che
riguardano il nostro presidente del Consiglio. Che di questi processi non si
possa parlare è una ferita profonda del pensiero e della Costituzione».
Tra gli ospiti,
oltre alla squadra di Annozero (da Travaglio a a
Vauro), Giovanni Floris, Gad Lerner, Nicola Piovani, il comico Antonio
Cornacchione, che si lancia in una parodia delle domande alla folla di
Berlusconi alla folla di Piazza San Giovanni: «Volete voi che Silvio sconfigga
il cancro in 3 anni?».
«Quello che mi colpisce è la tristezza del quadro
complessivo. Tutto sta scendendo di livello perchè abbiamo un politico, al di là di chi è e del ruolo, che passa il tempo in maniera
così rabbiosa e viscerale, che vede una cosa che non gli piace e e che va
chiuso. L'idea che quello che non ti convince debba essere chiuso è un'idea
asfittica», dice Giovanni Floris, intervenendo al Paladozza, precisando
tuttavia di «non essere d'accordo sul parallelo tra Mussolini e Berlusconi», riferendosi alle immagini d'avvio della trasmissione.
Michele Santoro
rievoca quindi l'editto bulgaro pronunciato a Sofia dal premier otto anni fa,
che lo colpi' insieme a Enzo Biagi e Daniele Luttazzi.
''Noi siamo gli unici per i quali non scatta mai la
prescrizione'', dice. Sul maxischermo compare il volto di Biagi e il pubblico
del Paladozza si accende. Poi e' la volta di Luttazzi
che - accolto da una standing ovation - si lancia in uno spericolato parallelo
tra una donna sodomizzata e l'Italia ai tempi di Berlusconi. A seguire, tutti gli interventi dei protagonisti, dal cantante
Morgan (fischiato, a dire il vero, dalla platea) ad Antonello Venditti, da
Milena Gabanelli a Norma Rangeri, fino a Marco Travaglio.
La kermesse si conclude con un giuramento collettivo richiesto dal tribuno
Santoro a sfottò verso gli incitamenti berlusconiani: "Ora e sempre, fuori
dal vaso"! Girotondo sul palco, sipario. E la "madre di tutti gli
streaming", come è stata ribattezzata dalla
redazione di Santoro, si chiude con una certezza: è stato un grande successo
mediatico.
La rabbia del
premier In nottata non si è fatta attendere la
reazione di Berlusconi. L'Agcom dovrebbe impegare le sue forze per sanzionare
«trasmissioni come quelle mandate in onda da Santoro che sono veramente
inaccettabili, un obbrobrio incivile e barbaro» che mette
«sotto accusa qualcuno accusato di tutto e di più senza la possibilità di
difendersi», così il premier Silvio Berlusconi rispondendo ad una domanda dei
giornalisti, al termine della cena del COnsiglio europeo, sulla decisione
dell'Agcom di sanzionare Tg1 e tg5 perchè troppo sbilanciati sul Pdl.
La trasmissione
fatta ieri da Michele Santoro a Bologna trasmessa sul web e sulla tv digitale
«dimostra che la censura nei tempi moderni è inutile, è un'assurdità, può
perfine essere un boomerang». E' quanto dice invece il segretario del Pd, Pier
Luigi Bersani in collegamento telefonico con Unomattina invitando il presidente
del consiglio, Silvio Berlusconi ad avere «un
atteggiamento meno ossessivo, il premier non si accontenta mai, credo
sia ben piazzato nel sistema dell'informazione, perciò si
accontenti un po'». Bersani aggiunge che sull'informazione in
Italia «la mia opinione è quella della media degli italiani: non siamo
assolutamente a posto, ci sono pressioni indebite, e non si è mai visto che in
piena campagna elettorale si chiudono 4 giornali in un
mese. Cominciamo a dire ben chiaro che se al premier non piace una trasmissione
può cambiare canale, come fanno tutti i cittadini, io lo faccio
spesso, ma non tolga agli italiani la possibilità di scegliere». L’U 26
Una scelta impegnativa di saggia fermezza
MOLTI giudicano
questa lunga campagna elettorale come la più brutta che ci sia mai stata, ma
non è vero. È stata come le altre. Io ne ricordo
moltissime; il mio primo voto lo diedi nel referendum del 1946, perciò le ho
viste tutte e ad alcune ho anche attivamente partecipato. Ricordo i baffoni di
Stalin e gli insulti ai «forchettoni» della Dc che campeggiavano nei manifesti
del Partito comunista e ? dalla parte opposta ? le madonne pellegrine portate
in giro per l'Italia e gli impiccati a Budapest e a Praga nei manifesti della
Democrazia cristiana.
Questa che oggi si
conclude è stata un caleidoscopio di fatti interni e
internazionali sconnessi tra loro ma ricuciti dal possibile influsso sulla
psiche degli elettori che oggi andranno o non andranno alle urne. Per eleggere
tredici presidenti di Regione, alcuni presidenti di Province e sindaci di
Comuni: 41 milioni di cittadini, un campione imponente
di popolo sovrano bombardato dai messaggi della televisione. Pesa o non pesa la televisione sul voto degli elettori? Alcuni esperti
dicono di sì, altri di no. Io dico che pesa poco per quello che dice, ma pesa
moltissimo per quello che non dice.
Dove manca il
pluralismo delle voci e il racconto della realtà si sviluppa su un unico
spartito senza contraddittorio, il peso può essere decisivo. Tutti i regimi
autoritari o addirittura dittatoriali si reggono proprio su questo elemento
mediatico: un racconto monocorde dei fatti che ha come scopo quello di
trasformare il voto democratico in un plebiscito all'insegna degli slogan
prevalenti.
Nonostante questa
indubitabile prevalenza mediatica di una sola parte sulle altre, questa volta
qualcosa è cambiato. Forse non molto, ma qualcosa sì. Ho riletto gli appunti
del mio taccuino dove ho scritto le emozioni più
vivaci registrate nei giorni scorsi. Quelle che ho ancora davanti agli occhi
mentre tra poco andrò ad imbucare la mia scheda
nell'urna, sono tre.
La prima è il
giuramento dei tredici candidati governatori di centrodestra nelle mani di
Berlusconi sul palco di piazza San Giovanni: una scena grottesca, di una
scorrettezza costituzionale macroscopica. La seconda
avviene a Torino durante un comizio di Berlusconi insieme al candidato leghista
Cota. Il presidente del Consiglio, dopo aver ricordato che tra gli obiettivi
che il governo si è dato c'è quello di sconfiggere il cancro nei prossimi tre
anni (una promessa che batte ogni record di incredibilità
in una campagna elettorale) si impegna a dotare il Piemonte d'un grande centro
d'eccellenza oncologica se Cota vincerà le elezioni. Se le perderà il centro oncologico non ci sarà. Insomma le cure anticancro sono
subordinate alla vittoria di Cota. Non vi sembra pazzesco?
La terza emozione
l'ho avuta quando, seguendo lo spettacolo di Santoro la sera di giovedì scorso
dal Paladozza di Bologna, ho visto le interrogazioni che Mussolini rivolgeva
alla folla radunata in piazza, seguite dalle analoghe interrogazioni che
Berlusconi propone a sua volta al pubblico dei suoi club «meno male che Silvio
c'è». Un'analogia sconvolgente. Si dice: quella di Mussolini era una tragedia e
questa d'oggi è una farsa. È vero, con l'avvertenza tuttavia che anche le farse
possono finire in tragedia quando hanno come effetto
quello di manipolare la pubblica opinione.
Tre episodi, tre
emozioni. Su di me hanno avuto l'effetto di confermare il mio sentimento di
pericolosità per i colpi che atteggiamenti del genere da parte di un
personaggio che ricopre una delle massime cariche dello Stato sferrano
sull'assetto democratico del Paese. Per completare il quadro sono rispuntati
fuori gli anarchici insurrezionalisti, inviando buste con dentro polvere da
sparo o bossoli di rivoltella. Costa solo un francobollo mandare in giro
messaggi deliranti. Ma hanno un loro obiettivo: quello
di ottenere un effetto mediatico. A vantaggio di chi?
Il signor B, come
molti scrivono per risparmiare lo spazio di scrittura, ha detto ieri nelle sue
sette apparizioni televisive «a reti unificate» che il risultato di queste
elezioni non avrà alcun effetto sul governo da lui presieduto che proseguirà la
sua proficua attività fino alla fine della legislatura.
Non è vero, un
effetto lo avrà. Se perderà, la «fin de règne» subirà una forte accelerazione;
se vincerà, le spinte verso lo stravolgimento
costituzionale per un regime autoritario diventerà devastante. Lo si capisce dall'elenco delle riforme da lui stesso
elencate: subito una «grande grande riforma della giustizia», la legge sulle
intercettazioni, il presidenzialismo con l'antipasto di un voto nei gazebo del
Popolo della Libertà. Tre pietre miliari per l'assetto
autoritario e cioè, in parole semplici: il ritorno dei Procuratori del Re, la
censura sulla stampa e sulle televisioni e infine tutto il potere nelle
mani di un solo uomo. Prospettive fosche. L'opposizione si batterà per arginare
uno «tsunami» di simili dimensioni, ma sarà come affrontare con archi e frecce
un esercito di carri armati. In «Avatar» gli armati di archi e frecce
sconfiggono i carri armati, ma l'ipotesi che una impresa
del genere si avveri nella realtà mi sembra azzardata. L'occasione di fermarli
è oggi, domani sarà molto più difficile. Lo sanno anche Fini e Casini, ma non
sembra abbiano scelto le mosse giuste in questa campagna elettorale.
Resta da esaminare
chi potrà cantar vittoria domani sera a schede scrutinate. I protagonisti si
sono tenuti prudenti; Lui ha fissato l'asticella della vittoria a quattro
Regioni: Lombardia, Veneto, Campania, Calabria; Bersani a sette Regioni su
tredici in lizza: Emilia, Toscana, Marche, Umbria, Liguria, Basilicata, Puglia.
Ma le cose non stanno esattamente così. Affinché ci sia una vittoria del centrodestra occorre che, oltre alle
quattro regioni già sicure, si aggiungano il Lazio e il Piemonte. Anche per il
centrosinistra, in aggiunta alle sette già indicate, ci vuole l'aggiunta del
Lazio e del Piemonte.
Ciò significa che
sarà il risultato di Roma e di Torino a decidere la partita. Il Lazio
soprattutto, ed è proprio in Lazio che invece sia Casini sia Fini hanno scelto la parte sbagliata puntando sull'equivoco Polverini.
Un equivoco e non a caso Polverini ha giurato insieme
agli altri dodici «apostoli» sul palco di piazza San Giovanni nelle mani
dell'Imperatore dimenticando che un presidente di Regione eletto dal popolo non
può che giurare sulla Costituzione.
Nelle due regioni
decisive il risultato è più che mai nelle mani degli indecisi. Se gli indecisi
che votarono centrodestra nelle precedenti elezioni si asterranno e se gli
indecisi di centrosinistra andranno invece a votare, la vittoria sarà a
sinistra; se avverrà il contrario l'esito premierà il
signor B. Questa è la posta e queste le condizioni della partita.
Non è dunque un
caso che il recente pronunciamento del cardinal Bagnasco,
presidente della Conferenza episcopale, sia stato un oggetto contundente mirato
contro la Bonino e la Bresso. Scagliato nell'ultima settimana elettorale e
stentatamente rappezzato due giorni dopo con un documento dei Vescovi liguri
che valorizzava il tema del lavoro e dell'accoglienza degli immigrati allo
stesso livello della scomunica vescovile contro
l'aborto e il controllo delle nascite. Peggio la pezza del buco.
La risposta della Bonino e della Bresso è stata ineccepibile dal punto
di vista della logica: la legge e il referendum che hanno disciplinato quella
delicatissima materia non sono stati in favore dell'aborto ma contro l'aborto
clandestino ed hanno avuto infatti l'effetto di farne diminuirne il numero.
Questa logica
avrebbe dovuto essere ben presente al cardinal Bagnasco
e ai Vescovi italiani; invece hanno puntato anche loro non sulla ragione ma
sull'emotività dimenticando perfino che l'intera questione non ha alcuna
pertinenza con le Regioni ma riguarda il Parlamento nazionale.
Si è dunque voluto
consapevolmente intervenire in favore di uno schieramento politico contro l'altro.
È accettabile un intervento di questa natura e di queste dimensioni? Un
intervento ad orologeria, sette giorni prima d'un
appuntamento elettorale?
Alcuni «terzisti»
professionali raccomandano di non ridurre quest'improvvida iniziativa
episcopale al «solito scontro tra clericali e laicisti». Hanno ragione, ma qui
non si tratta di clericali, bensì dell'episcopato italiano e di chi pretende di
rappresentarlo. Se la pretesa non fosse legittima i
dissenzienti dovrebbero dissociarsene con la tanto invocata trasparenza. Se non
lo fanno significa che le loro opinioni sono conformi
a quelle di chi presiede la Cei. Comunque i Vescovi non meritano l'appellativo
di clericali: sono a tutti gli effetti i discendenti
degli apostoli, quelli ai quali Gesù dette il potere di «legare o sciogliere»;
sono i depositari della predicazione, della dottrina e del pastorale esercizio
della cura delle anime ad essi affidate.
Quanto ai
laicisti, non so chi siano. Ci sono i laici, che siano credenti o non credenti o diversamente credenti.
La discussione nel
caso specifico riguarda i tre lati di un triangolo: i Vescovi, i laici, lo
Stato italiano che è ? o dovrebbe essere ? uno Stato laico. La Chiesa ha
legittimamente uno spazio pubblico nel quale può propagandare le sue idee in
piena libertà, come qualsiasi altra entità, associazione, partito,
cittadini. Deve tuttavia astenersi dalla prescrizione di un voto elettorale
così come deve astenersi dall'interferire sui
comportamenti dei cattolici che abbiano incarichi elettivi e istituzionali.
Noi laici abbiamo
il diritto di reagire ad interferenze indebite. Quanto
allo Stato, esso dovrebbe reagire con vigore di fronte ad un episcopato che
impone agli elettori di votare in un certo modo parlando di valori non
negoziabili. Chi decide sulla negoziabilità: i Vescovi o la coscienza
individuale? Lo Stato ha il dovere di difendere la libertà di coscienza che è
un valore costituzionalmente protetto. Se non lo fa, si tratta d'una mancanza grave e censurabile. Noi lamentiamo che il
governo della Repubblica non abbia inviato una nota di protesta alla Segreteria
di Stato del Vaticano o al Nunzio che la rappresenta.
I Vescovi e i preti sono cittadini italiani agli effetti civili, ma al tempo
stesso fanno parte integrante di quella che si chiama «gerarchia
ecclesiastica». Hanno pertanto una doppia veste e sta al loro senso di
responsabilità di saper scegliere quale debbano indossare nelle diverse
mansioni o occasioni del loro esercizio pastorale. Se sbagliano, spetta alle
istituzioni laiche richiamarli alla misura e al senso di responsabilità.
Capiamo bene che
la Chiesa nel suo complesso si trova proprio in questi giorni alle prese con
problemi di delicatissima natura. Proprio quei problemi avrebbero dovuto
suggerire alla gerarchia di non avventurarsi in prescrizioni e divieti in casa altrui proprio mentre si scopre che prescrizioni, divieti e
trasparenza di comportamenti sono troppo spesso mancati in casa propria. Non
stiamo parlando di peccati ma di reati non denunciati quando bisognava e
bisogna farlo e sul giudizio dei quali è titolare la
giurisdizione dei vari paesi dove quei reati sono stati commessi.
I cittadini
decideranno oggi e domani a chi affidare la guida di molte Regioni, Province,
Comuni. Ed anche se vorranno arrestare un'incipiente
zoppia che incombe sulla democrazia italiana. Si tratta dunque d'una scelta estremamente impegnativa. Non facciamo ricorso a parole come
amore e odio, non pertinenti al governo della «res publica». Invochiamo
saggezza e responsabilità e ci auguriamo che sia questo il criterio che gli
elettori adotteranno. EUGENIO SCALFARI LR 28
L’abbuffata finale
di interviste televisive - con Berlusconi in diretta
quasi a reti unificate su tutti i tg pubblici e privati - ha chiuso degnamente
una campagna elettorale che verrà ricordata come la peggiore della storia
repubblicana.
Se non fosse per
lo squilibrio evidente, tra il premier che ieri sera dilagava, malgrado le multe imposte dall’Agcom ai telegiornali troppo
squilibrati in suo favore, e Santoro che giovedì per andare in onda chiedeva la
carità a Sky, a Internet e ai canali satellitari, si potrebbe pensare che,
senza dirselo, i due si fossero messi d’accordo, talmente grottesca era nelle
due versioni la loro rappresentazione dell’Italia.
Un Paese
avvelenato dall’odio diffuso a piene mani dalla sinistra comunista e dai
conduttori di talk-show a essa vicini e pertanto esclusi dal video su sua
richiesta, secondo il Cavaliere. E per Santoro, affiancato da Floris, Lerner e
da una fila di comici stranamente seri, un Paese privato della sua libertà
d’espressione e letteralmente ripiombato nel fascismo. Ora, è tutto da vedere
che questo possa servire a mobilitare gli elettori, spingendoli verso i seggi e
battendo il timore accresciuto dell’astensione. Il rischio è che produca
l’effetto contrario.
Tra l’altro,
all’indomani delle elezioni sarà impossibile capire chi ha vinto e chi ha
perso. E non solo per il malvezzo nostrano di proclamarsi sempre
vincitori a dispetto di qualsiasi risultato. In questo caso, da entrambe
le parti, è stata predisposta un’accurata strategia per confondere le acque. Se
si fosse votato un anno fa, prima degli ultimi mesi
difficili che hanno offuscato l’immagine del presidente del Consiglio e del suo
governo, il centrodestra avrebbe potuto mirare a ribaltare il quadro che lo
vede al governo di sole due Regioni delle tredici in cui si vota domani. Ma
adesso, non è un mistero, dopo il modo rissoso in cui si è arrivati alla
presentazione delle liste e dopo la lunga coda giudiziaria che ne è seguita, il Pdl punta a un aggiustamento più o meno sensibile, in
attesa di migliori occasioni. Non che la riconferma in Lombardia o in Veneto, o
la sospirata conquista del Piemonte, del Lazio, della Campania e della
Calabria, ammesso che si verifichino, non siano
importanti. Ma è il vento di cambiamento a cavallo del
quale Berlusconi era tornato a Palazzo Chigi che ormai soffia molto più debole.
Di qui la mancanza di un metro condiviso per misurare i risultati, e
l’incertezza che fa dire al premier che avrà vinto non chi controllerà un
maggior numero di regioni, ma chi potrà dire di avere una massa più numerosa di
cittadini amministrati. E ancora, che non sarà poi così importante se la Lega
sorpasserà il Pdl, in tutto o in parte del Nord.
Anche il
centrosinistra si consola con la speranza che all’indomani del voto la
maggioranza delle amministrazioni contese resti in mano sua. Ma
ammesso, anche in questo caso, che la previsione si realizzi, non è pensabile
che i leader del Pd non considerino il danno che verrebbe loro dalla perdita di
una grande regione come il Piemonte e di una o più di quelle del Centro-Sud. La
verità è che, realisticamente, il Pd fa i conti con la situazione sconfortante
in cui si trova a due anni dalla fondazione e dopo due cambi di segreteria, e
non è in grado di valutare il contraccolpo dei numerosi scandali e inchieste
giudiziarie da cui sono stati investiti i suoi amministratori. In alcuni casi i
candidati governatori di centrosinistra vanno al voto
consapevoli di non godere di un appoggio convinto della loro parte. In
altri le elezioni rappresentano solo un passaggio di una serie di lotte
intestine che riprenderanno tra due giorni.
Così si spiega
perché, più di altre volte, la campagna elettorale si sia risolta in uno
scambio corrivo di accuse e di insulti tra Berlusconi
e i suoi avversari, e perché nessuno dei problemi reali, nazionali o locali,
abbia trovato una qualche accoglienza nell’inconcludente dibattito delle ultime
settimane. Se tutto questo davvero fosse parte di un tacito accordo per far sì
che in mancanza di veri vincitori, dopo il voto, e una volta deposte le armi,
governo e opposizione tentassero di riaprire un confronto, con l’obiettivo di
ridare un senso alla legislatura e dedicare i prossimi
tre anni alle riforme più urgenti, anche una campagna elettorale così brutta
potrebbe essere archiviata con sollievo. La sensazione, invece, è che chissà
quanto tempo ci vorrà, prima che i veleni evaporino e la politica ritrovi la
sua strada maestra. MARCELLO SORGI LS 27
Il commento. Gli esiliati della tv
Lo Zimbabwe
televisivo nel quale ci ha precipitato l'ossessione del premier ha toccato
nella settimana elettorale il massimo di squallore. Alla vigilia del voto, i
principali tg pubblici e privati, ormai entrambi di Berlusconi, sembravano
cinegiornali dell'Istituto Luce.
La ponderatissima
Autorità si è vista costretta a multare per centomila euro il Tg1 e il Tg5 a
causa dell'evidente sproporzione di spazi dedicati al partito del premier
rispetto all'opposizione. In crisi nei sondaggi, incapace ormai di riempire le
piazze reali, Berlusconi ha deciso di occupare per intero la piazza mediatica,
con un vero e proprio golpe televisivo. Per arrivare a questo risultato, ha
dovuto stravolgere le regole come mai in precedenza, con una complicità
strisciante della corte. La par condicio è stata tirata come un elastico fino a
esplodere nella censura totale dei programmi scomodi. La natura mollemente
governativa del Tg1 è stata geneticamente mutata fino a trasformarlo in una
specie di supplemento video dei pieghevoli elettorali. Una
vergogna mai toccata in mezzo secolo di Rai. Il principale telegiornale
pubblico usato come un manganello contro la metà del Paese che non vota
Berlusconi e che pure paga il canone, gli stipendi dei giornalisti galoppini e
ora anche le salate multe procurate dalla loro mancanza di dignità
professionale. Per tutte queste vicende, del resto, Berlusconi è indagato dalle
procure per concussione e minacce.
Il tocco finale di
grottesco è arrivato ieri sera con lapuntata di Annozero costretta all'esilio
sul web e sul satellite. La serata del Paladozza è stata bella e gioiosa, a
parte qualche caduta di stile, ma rischia di essere consolatoria. Non basta
qualche ora d'aria per evadere da questo carcere televisivo. È meglio non farsi
illusioni su un rapido ritorno alla normalità, dopo le elezioni. Sia pure alla
strana, anomala normalità del panorama dell'informazione italiana. C'è un
disegno disperato ma preciso dietro l'occupazione governativa della piazza
mediatica. La solita voglia autoritaria di arrivare allo stato d'eccezione
permanente. La tentazione di cambiare il patto fra i
cittadini, la Costituzione stessa, a colpi di gazebo e di televisione.
L'ultimo, ma minaccioso, colpo di coda di un populismo
ormai al capolinea. CURZIO MALTESE LR 26
Temi veri e non veri
E’ diffusa
l’opinione, anzi la certezza, che la campagna elettorale appena conclusa sia
stata molto brutta: lo ripetono le principali cariche dello Stato, oltre a
politici e giornalisti di varia provenienza. I veri temi non sarebbero stati
affrontati: quelli che inquietano il cittadino localmente, nelle regioni o nei
comuni in cui si vota. Sarebbero stati confiscati da temi non solo falsi ma
fuorvianti: l’informazione televisiva, la battaglia su legalità e corruzione.
La Lega in
particolare, che ha mostrato in queste settimane la forza del suo insediamento
territoriale, vede confermata una tesi difesa da anni: se la democrazia
italiana non funziona, è perché la politica e i mezzi d’informazione vedono la
realtà attraverso una lente deformante, e non si sono adattati al sistema
nuovo, non più centralizzato, del potere. In un sistema federale, competenze e
poteri si disseminano, e quando si vota nelle regioni o nei comuni
è di regioni e comuni che si deve parlare, non di argomenti generali come
informazione e imperio della legge.
Questa forte
convinzione potrebbe essere premiata dagli elettori: è probabile che il Nord ad
esempio, compreso il Piemonte, condivida il disgusto verso lo spazio che nella
campagna hanno preso questioni politiche generali,
giudicate importanti a Roma ma non fuori Roma. Le questioni specifiche di cui
si sarebbe dovuto parlare (sanità, lavoro, trasporti, effetti della crisi)
sarebbero state confiscate da un tutto che col particolare non ha nulla a che
fare e che a esso è fondamentalmente disinteressato. L’intera campagna non sarebbe che un immane escamotage, un trucco astratto e
furioso usato per eludere le faccende veramente concrete.
Stupisce che
analogo fastidio non sia stato suscitato dall’irruzione di temi considerati
localmente decisivi dalla Chiesa, come aborto e fine-vita.
Anche se
comprensibili, constatazioni così desolate non sono tuttavia giuste, né
pertinenti. La perentorietà del lamento somiglia troppo, inoltre, a un
ritornello: e sempre i ritornelli hanno un modo di
ripetere l’identico che trasforma le verità in pensieri non chiarificatori ma
martellati per diffondere conformismi. Il ritornello dice, in sostanza: «In
Italia non si riesce più a parlare d’altro» se non di Annozero, di informazione più o meno indipendente, di legge più o meno
osservata da governanti e governati. Un fossato si sarebbe aperto intollerabile fra
discorsi autentici e discorsi avulsi come l’informazione o la legge. Anche i
giornali non si sentono a posto con la coscienza quando non «parlano d’altro».
Il fatto è che
quest’altro di cui si vorrebbe non parlare e che addirittura crea rimorsi ha
invece rapporti strettissimi con i problemi locali, e non è
affatto estraneo al vissuto di ciascuno di noi: cittadino dello Stato o
cittadino che chiede i conti a governi regionali o comunali.
Non esiste, la
famosa divaricazione tra mali veri e non veri: o si sanano tutti
e due insieme, o tutti e due degenereranno infettandosi a vicenda.
Vediamo
l’informazione, in primo luogo televisiva visto che i dati lo confermano: sia
localmente che nazionalmente, gli italiani si
informano soprattutto alla televisione, cosa che spiega d’altronde il rifiuto,
più che quindicennale, opposto dal Presidente del consiglio a ogni limitazione
del suo potere catodico. Non si tratta di sapere se con la tv si vincono o si
perdono le elezioni. In questione è la società: la facoltà che le viene data di formarsi un giudizio conoscendo i fatti, la
sua cultura della legalità, della tolleranza, della mente libera da slogan,
ritornelli. Impossibile acquisire tale cultura se il cittadino non è bene
informato. Se viene tenuto in una sorta di Kindergarten,
davanti al quale si recitano giuramenti, e si ripetono aggettivi o parole («una
grande grande grande grande riforma») come si fa con i bambini e le
filastrocche.
In vari articoli
scritti sul sito della Voce, Michele Polo, economista della Bocconi, denuncia
questa infantilizzazione e respinge l’accusa, che gli viene
rivolta, di sprezzare snobisticamente gli elettori, ritenendoli influenzabili e
incapaci di giudizio: «Oggi gran parte dei cittadini si forma una opinione sui
fatti principali e sull’operare della politica non già attraverso una
esperienza diretta e personale, ma mediante i mezzi di informazione. In Italia,
con un ruolo preponderante della televisione». A
essere pericolante è il giudizio informato attorno a fatti non tenuti nascosti,
ma resi pubblici. E che l’Italia sia più a rischio di altri lo
si evince da dati precisi: «Tra le peculiarità italiane scrive
Polo c’è una bassa abitudine alla lettura, che fa dei telegiornali di
gran lunga la principale fonte di informazione. I due principali telegiornali
serali, Tg1 e Tg5, raccolgono in media 6,4 e 5,3 milioni di telespettatori,
mentre gli spettatori dei telegiornali sulle sei reti sono circa 19 milioni. I primi 5 quotidiani
(Corriere, Repubblica, Sole 24 ore, Stampa, Messaggero) arrivano a circa due
milioni di copie, corrispondenti a circa sei milioni di lettori.
In una recente
indagine del Censis sulle elezioni europee del 2009 emerge come il 69 per cento
degli elettori ha fatto ricorso ai telegiornali per formarsi una
opinione in vista del voto, il 30 per cento ai programmi televisivi di
approfondimento, il 25 per cento si è affidato ai giornali, il 5 per cento alla
radio e solo un coraggioso drappello del 2 per cento ha utilizzato Internet».
Proprio Tg1 e Tg5 sono accusate d’aver privilegiato
enormemente il Pdl, nella campagna elettorale.
La legalità è il
secondo tema apparentemente non essenziale ma invece
essenzialissimo a qualsivoglia livello: locale, nazionale, europeo, mondiale.
Sono tante le cose che da noi non funzionano per la corruttela epidemica, per
l’evasione fiscale che s’estende, per l’impunità di
colletti bianchi collusi con le mafie. Chi è fuori da simili «giri» (come li
chiama Gustavo Zagrebelsky su Repubblica) non sa come ricominciare vite
lavorative, imprese malferme, speranze. È per aiutare gli esclusi e gli onesti
che legalità e magistratura vanno difese. L’illegalità alimenta la
disuguaglianza sociale e viceversa, l’usura e le estorsioni crescono con la
crisi economica e l’accrescono, gli immensi costi
dell’illegalità sono pagati da ogni cittadino, come ben illustrato dal giudice
Gratteri, impegnato nella lotta alla ’ndrangheta. In alcune regioni del Sud
mafia e ’ndrangheta si sostituiscono allo Stato, inerte se non corrivo: ci sono
«paesi in cui il mafioso è tutto. Amministra la
giustizia nel nome della violenza e offre servizi che lo Stato non è in grado
di garantire». Il male oltrepassa da
tempo il Sud: «Ormai le mafie hanno aggredito ogni lembo del territorio
nazionale» (Nicola Gratteri, La Malapianta, Mondadori 2009)
Parlare di
rispetto della legge non è dunque avulso. Né parlare di intercettazioni.
Se già valesse la legge che le restringe, mai sarebbero stati arrestati tanti
malavitosi. Un limite si dovrà stabilire, alla pubblicità data alle
intercettazioni concernenti fatti privati, ma oltre tale limite la pubblicità è
giusta: anch’essa ci informa e ci fa giudicare meglio. Anche qui, il cittadino
informato è la priorità assoluta: se non avessero letto le intercettazioni sui
giornali, tanti ignorerebbero le corruttele italiane e quel
che esse ci costano.
Legalità e
informazione sono vere emergenze, ed è positivo che abbiano occupato il centro
della campagna elettorale. Troppo pericoloso ignorarle in tempi di crisi, come
si è visto in Grecia. Un regime corrotto, che truccava le cifre, che allontanava lo Stato dai cittadini, che parlava sempre
d’altro: così si è scivolati nella quasi bancarotta. È probabile che anche su
questo l’Unione europea sarà più vigile. Onestà delle cifre, lotta alla
corruzione, restaurazione del senso dello Stato diverranno criteri base della
ripresa greca, così come furono criteri non irrilevanti per i paesi corrotti
dal comunismo che entrarono nell’Unione, o per l’Italia che nei primi Anni 90,
alla vigilia del Trattato di Maastricht e dell’euro, fu invitata da Kohl a
frenare il dilagare delle proprie mafie. BARBARA SPINELLI LS 28
Tariffe, in arrivo stangata da 761 euro a famiglia
Nuova stangata per
i consumatori italiani: ogni famiglia quest'anno dovrà sborsare 761 euro in più
a causa degli aumenti delle tariffe. Lo denunciano Federconsumatori e Adusbef
che hanno aggiornato le previsioni di spesa già diffuse a gennaio alla luce dei
rincari autostradali, della benzina e dell'aumento stimato della bolletta del gas. «Dopo i drammatici dati relativi
al ricorso alla cassa integrazione che ha superato il miliardo di ore e
il continuo aumento del tasso di disoccupazione, che comporteranno oltre i
drammi sociali e individuali, una caduta del potere di acquisto delle famiglie
italiane di 565 euro annui, si aggiunge una vera e propria stangata alle
famiglie che - sottolineano i presidenti di Federconsumatori e Adusbef, Rosario
Trefiletti e Elio Lannutti - avevamo già pronosticato e che oggi viene
aggiornata per i rincari autostradali, il continuo aumento del prezzo della
benzina nonchè l'aumento stimato dal primo di aprile per la bolletta del gas
del 3%, pari a circa 34 euro annui in più, dopo quello precedente di 28 euro».
Nel dettaglio
l'assicurazione auto costerà 130 euro in più, le tariffe aeroportuali ben 65
euro (130 milioni di passeggeri-costi diretti ed
indiretti) in più mentre quelle autostrdali 60 euro in più. Il ricorso per
multe e i contenziosi comporteranno un esborso di ulteriori 55 euro. Per gas,
acqua e rifiuti le famiglie tireranno fuori mediamente
62,18 e 35 euro in più. L'aumento dei servizi bancari costerà altri 30 euro
aggiuntivi e l'aumento delle rate dei mutui circa 80 euro. La spesa per i
carburanti comporterà un aggravio di 171 euro e quella per i treni di 65 euro. Un
sollievo arriverà solo dalle tariffe elettriche (-10 euro).
«Dall'aggiornamento
ad aprile - spiegano le due associazioni - ogni famiglia subirà quindi maggiori
spese per 761 euro annui senza contare i costi indiretti che questi aumenti
provocheranno sul tasso di inflazione. Ciò produrrà
un'ulteriore contrazione dei consumi che influirà
negativamente sulle produzioni e sul mercato».
Trefiletti e
Lannutti ricordano che «era stato promesso l'impegno a
bloccare le tariffe. Ma - aggiungono - a conti fatti
ora abbiamo capito perchè questo governo si è voluto definire 'del farè. E cioè per permettere di 'farè aumentare le tariffe e la pressione
fiscale». L’U 27
Figli di potenti assunti senza concorso. Ecco la Parentopoli di Bertolaso
Il personale della
Protezione civile triplicato in tre anni - Imbarcati familiari di generali e
giudici di Consulta e Corte dei Conti - di PAOLO BERIZZI
ROMA - Lo "Stato
nello Stato" ha imbarcato proprio tutti. Tutti quelli che bisognava
imbarcare. Figli e nipoti di: generali, colonnelli, magistrati della Corte dei
conti e della Corte costituzionale, cardinali, prefetti, direttori generali del
Tesoro (gli stessi che devono controllare le spese della Protezione civile),
avvocati di Stato, 007 dei servizi segreti, dirigenti e segretari generali
della Presidenza del consiglio dei ministri, ex capi
dei vigili del fuoco, dirigenti sindacali.
Tutti assunti per
chiamata diretta. Senza concorso. Tutti catapultati nel
dipartimento-carrozzone più generoso d'Italia. Quello della
"procedura straordinaria", della deroga continua a tutto. Anche
all'articolo 97 della Costituzione che prevede il
concorso per entrare nella pubblica amministrazione. In Protezione civile i
posti di lavoro si materializzano su indicazione di Guido Bertolaso. Che di
problemi, da questo punto di vista, non se n'è mai fatti.
Avendo piazzato il cognato ed ex socio in affari, Francesco
Piermarini - ingegnere in stretti rapporti con uno dei pilastri della
"cricca dei banditi", l'imprenditore Diego Anemone - a
lavorare in evidente "conflitto d'interessi" nei cantieri del G8
della Maddalena.
"L'anomalia
istituzionale è mostruosa - dice il senatore Pd Mario Gasbarri - questo è
l'unico settore della pubblica amministrazione dove la
parola concorso pubblico non esiste e dove si va avanti con assunzioni
parentali e amicali in cui la grande assente è la competenza. Alla faccia di Brunetta". Nel mare grande del pubblico
impiego, in effetti, l'attuale Protezione civile è un isola
del tesoro sciolta dagli ordinamenti dello Stato.
Un coacervo
istituzionale dove il nepotismo e il clientelismo sono elevati alla massima
potenza grazie anche a un "congelamento" delle norme che regolano le
assunzioni statali. E dove un posto, una collaborazione, un salto di carriera,
un trattamento economico extra moenia, si materializzano sempre. Anche se sei
un pensionato di 83 anni (è il caso di Domenico
Rivelli, "collaboratore per le problematiche amministrativo-contabili
dell'emergenza rifiuti a Napoli"). Anche se di emergenze e calamità hai
sentito parlare solo in televisione. Può capitare di essere figli del capo del
personale di palazzo Chigi (Giuseppina Perozzi). E
così si aprono le porte dell'ufficio stampa del dipartimento.
E' il caso di
Eugenio D'Agata, già "collaboratore dell'emergenza eventi avversi" in
Calabria, assunto a 24mila euro assieme ad altri 199 con la recente legge 26 che ha trasformato il decreto 195, quello della "Protezione
civile spa". Del mazzo dei fortunati fa parte anche
Carola Angioni, figlia del generale Franco Angioni, capo della spedizione in
Libano, oggi assunta dopo aver collaborato a tamponare nel 2007
"l'emergenza eventi atmosferici" nel Veneto. I rifiuti di Napoli sono
stati il banco di prova di Marta Sica, figlia del vicesegretario generale di palazzo Chigi: arruolata anche lei. Come la nipote del
cardinale Achille Silvestrini, come la figlia di Carmen Iannacone, funzionaria
della Corte di conti addetta al controllo degli atti di palazzo
Chigi.
Sono molti i
magistrati che hanno prole tra i protettori civili: almeno cinque della Corte
di conti, e cioè quello che dovrebbe essere il cane da guardia del
dipartimento. Due sono Rocco Colicchio e Marco Conti. Un'altra è la segretaria generale, Gabriella Palmieri. Poi c'è la Corte
costituzionale. Giovanni De Siervo, figlio del vicepresidente della Corte, Ugo
De Siervo, è in squadra. Si è occupato dell'esondazione del
Sarno e ora segue le "relazioni con gli organismi internazionali".
Fino al 2004 i
dipendenti della Protezione civile erano 320. Oggi sono 800, di cui 150
"comandati" (provenienti già da altre amministrazioni). Cinquecento
assunti in cinque anni. Gli ultimi 200 Bertolaso li ha
chiamati a corte a fine febbraio: da co. co. co. a contratto a tempo
determinato. In attesa di essere stabilizzati. Ovviamente senza concorso. Altri
16 dirigenti a contratto (con ordinanza) diventeranno
in questi giorni dirigenti dello Stato, stipendio da 3 mila euro netti.
L'elenco dei neo protettori è una specie di manuale Cencelli. Puoi
trovare la figlia del prefetto Anna Maria D'Ascenzo, già capo del dipartimento
dei vigili del fuoco; quella del colonnello Roberto
Babusci che dirigeva il centro operativo aereo della Protezione civile; la
nipote dell'ex presidente della Rai Ettore Bernabei e il figlio di Mario
Ferrazzano, segretario generale del sindacato della presidenza del consiglio
Snaprecom. Un dipartimento fidelizzato. E la fede con Bertolaso paga. Nel
"cerchio magico" ci sono Agostino Miozzo,
Marcello Fiori e Bernardo De Bernardinis. Tutti e tre sono stati nominati (da co. co. pro
che erano) dirigenti generali della Presidenza del consiglio con norme ad
personam. Infilate nel decreto rifiuti del 2008. Guadagnano 170mila euro.
Quando nel 2001 sono stati assunti, i primi due erano estranei alla pubblica
amministrazione. Facevano solo parte della squadra di Rutelli al Giubileo. Da
oggi a vigilare sull'operato della Protezione civile,
"a difesa dell'equità di trattamento dei lavoratori", c'è una
consulta permanente creata dalla Cgil. Basterà? LR 27
Friuli
Venezia Giulia: X edizione del corso “Origini” per giovani corregionali
all’estero
Scade il 15 aprile
il termine per la presentazione delle domande
TRIESTE – Scade il prossimo 15 aprile il termine per la presentazione delle domande di
partecipazione al decimo corso “Origini” – rivolto a discendenti di emigrati
dal Friuli Venezia Giulia - che si svolgerà a Trieste dal 19 luglio al 20
novembre 2010. Il corso di formazione imprenditoriale - organizzato dal MIB
School of Management - è destinato a un massimo di 20
partecipanti, di età compresa fra i 23 ed i 35 anni. I candidati al corso
devono avere la residenza fuori dall’Italia e devono essere
in possesso di diploma di laurea o titolo equipollente. Sono considerati
requisiti preferenziali la conoscenza di base della
lingua italiana e una esperienza lavorativa pregressa.
Il corso “Origini” è concepito per favorire
una nuova collaborazione fra il sistema delle imprese della regione ed i cittadini di origine friulana e giuliana, che vogliono
ristabilire o rafforzare i legami professionali e culturali con la terra
d’origine.
Il corso, che si terrà in lingua inglese, è
completamente gratuito in quanto saranno a carico del
MIB le spese di viaggio, di vitto e di alloggio, (per il modulo di iscrizione
v. http://www.mib.edu/c/d/p/programmi_origini_presentazione.aspx )
(Inform)
Servono atti concreti per l’informazione all’estero
ZURIGO - Il tema dei contributi alla stampa
all’estero, tiene banco in questi giorni turbolenti per la Repubblica. La
politica dei tagli è quella che risulta sempre
popolare e quindi trova diversi schieramenti politici in prima linea. La nostra
esperienza pluriennale in questo campo ci porta a ritenere che il tema sia poco
appassionante, soprattutto perché nasconde una infinità
di conflitti d’interesse più o meno evidenti. E’ poco appassionante perché chi
è impegnato nel fare un giornalismo serio, editore o giornalista che sia, sa
alla perfezione che questi contributi non tengono in
piedi un giornale, perché ciò che tiene in piedi una realtà editoriale è solo
il mercato unito ad una dose di lucida follia di qualche coraggioso editore.
I contributi statali spesso si perdono in
operazioni intercontinentali di dubbia efficacia che finanziano quotidiani
distribuiti forse nella foresta amazzonica o nei quartieri della little italy
dove generalmente non si parla italiano. Quelli che si definiscono con grandi
squilli di tromba “quotidiani per gli italiani nel mondo”, hanno nella loro
presunta veste planetaria il disvelamento del carattere “bufalistico”
dell’operazione. Qualunque operatore serio che
operi nel campo dell’editoria sa benissimo che non sono compatibili progetti
editoriali di tali dimensioni con efficacia di risultato. Le agenzie …poi, sono
il paradosso di queste evocazioni planetarie e sarebbe interessante capire che
per dare un contributo ad esse bisognerebbe prima
individuarne il valore reale (certificato oggi sul web) e capire che non si può
dare loro un contributo superiore al loro valore reale poiché sarebbe uno
spreco di denaro pubblico. Ergo se un portale vale 5000 euro, lo Stato non può
dargliene 100.000, perché ciò non contribuirebbe comunque ad aumentarne il
valore nella rete. In queste certificazioni presenti ed
ormai ufficiali è specificato il valore del portale, il traffico, le
statistiche degli utenti e qualunque altra cosa possa servire a capire quanto
vale in effetti un portale informativo.
Insomma noi del “La Pagina”,
vogliamo tirarci fuori da questa querelle, in primo luogo perché il contributo
statale non serve a restare sulla piazza, e poi perché riteniamo che in luogo
dei contributi a pioggia ed irrisori lo Stato dovrebbe invece dare alle nostre
realtà editoriali all’estero accessi gratuiti a servizi. Ad
esempio consentirci di avere gli abbonamenti gratuiti ad agenzie quali ANSA o
quelle di fornitura di materiale fotografico e video. Stimolare
il mercato della pubblicità italiana verso l’estero o comunque garantire più
fondi per la pubblicità Istituzionale dando mandato alle Ambasciate di
valutare in loco le testate più efficaci in base alle certificazioni esistenti.
Insomma, crediamo sia arrivato il tempo di ragionare seriamente sull’argomento,
ed il nostro settimanale lancerà un dibattito sul tema
tra i suoi abbonati e qui in Svizzera, perché non è neanche giusto che di ciò
se ne discuta a Roma senza ascoltare il parere di chi sul campo ci lavora da
molto tempo.
Massimo Pillera-La
Pagina
Un
nuovo disegno di legge su “l’esercizio del diritto di voto dei cittadini
italiani residenti all'estero"
ROMA - E’ stato
presentato il 3 marzo (atto Senato n. 2048) il
disegno di legge dal titolo “Modifiche alla legge 27 dicembre 2001, n. 459, in
materia di esercizio del diritto di voto dei cittadini italiani residenti
all'estero “, d'iniziativa dei senatori Andrea Pastore, Lucio Malan, Luigi
D'Ambrosio Lettieri ed altri.
Tra le principali innovazioni, rispetto a
quanto prevede la cosiddetta legge Tremaglia: l’inversione del meccanismo dell’opzione (si dovrebbe optare per poter votare in loco per la
circoscrizione Estero); voto non più per corrispondenza ma da esprimere in
seggi istituiti all'estero secondo le modalità previste dalla Legge elettorale
per il Parlamento europeo; eliminazione delle preferenze con la previsione di
liste bloccate; soppressione della norma che attribuisce l'elettorato passivo
solo ai cittadini residenti all'estero:
Qui di seguito il testo della relazione che
accompagna il disegno di legge.
Onorevoli Senatori, non meritano molte parole
le ragioni che giustificano una urgente riforma della
legge che regola il voto all'estero dei nostri concittadini (Legge 27 dicembre
2001 n. 459) che ha dato attuazione a quanto disposto dagli articoli 56 e 57
della Costituzione, introdotti con legge costituzionale 23 gennaio 2001 n. 1
che da più parti si vorrebbe modificare se non sopprimere del tutto.
Sin dall'esame nelle commissioni e nelle aule
parlamentari del disegno di legge da cui è derivata la suddetta legge
elettorale, è stata sollevata una serie di obiezioni e critiche sulle scelte
che venivano operate, tutte puntualmente confermate
sia in occasione dell'elezione degli organi rappresentativi degli italiani
all'estero sia nelle fasi di predisposizione delle operazioni per dare corso al
diritto -di voto, che si è ritenuto di rendere effettivo con la novella
costituzionale. Le perplessità più significative
riguardavano l'individuazione degli aventi diritto al voto, lo svolgimento
delle campagne elettorali in territorio estero, il valore politico del voto
estero e la sua congruenza con il voto politico nazionale, il ricorso al voto
per corrispondenza.
Mai nessuna previsione è stata così
puntualmente confermata dall'esperienza, anzi, la realtà ha superato ogni
possibile fantasia, tanto che oggi la rappresentatività democratica del nostro
Parlamento ed in particolare del Senato è messa in
seria discussione. Infatti i risultati delle elezioni
dell'aprile 2006 sono state da subito oggetto di denunce di assoluta
verosimiglianza; sulla base di tutta una serie di informazioni di varia
provenienza, di diversa attendibilità ed autorevolezza ma che, anche se fossero
dimostrate solo in minima parte, sortirebbero effetti assolutamente
destabilizzanti per il quadro politico, parlamentare ed istituzionale del
nostro Paese, da più parti è stata e viene invocata non solo una immediata e
generalizzata verifica del voto estero ma il suo annullamento, ritenendosi che
lo stesso sia viziato in modo insanabile.
Compete al parlamento mettere mano alla legge
sul voto all'estero, riformarla per porre fine alle aberrazioni più evidenti,
fare sì che le elezioni politiche, decisive per un recupero di credibilità dello stesso sistema democratico, non siano
alterate da regole che non sembrano poste a garanzia di un corretto e
trasparente esercizio del voto estero. Questo è appunto l'obiettivo primario di
questo disegno di legge.
In primo luogo, è necessario invertire il
meccanismo dell'opzione, cioè della regola per cui,
salva diversa dichiarazione di volontà, il cittadino residente all'estero è
automaticamente iscritto tra i votanti nella circoscrizione estero; l'opzione
consiste appunto nella facoltà concessa al cittadino residente all'estero di
esprimere la preferenza per il voto in Italia ma essa va esercitata entro un
termine e con modalità definite.
Una delle questioni che maggiormente incidono
sulla regolarità del voto estero sta proprio nella difficoltà di allineare gli
archivi dei cittadini all'estero gestiti dai Comuni di origine, attraverso
l'anagrafe degli italiani residenti all'estero — AIRE — e quelli consolari,
essendo i due archivi basati su presupposti ed adottando
metodologie e regole assolutamente diverse. Anche la semplice
individuazione degli esatti e attuali recapiti dei nostri concittadini, non
obbligati peraltro a darne alcuna comunicazione alle autorità consolari,
costituisce un problema assolutamente insuperabile che porta a conseguenze
diverse nel caso in cui il diritto di voto sia da esercitare secondo le regole generali che disciplinano il voto in Italia
(indizione dei comizi elettorali con bandi generali resi pubblici nelle forme
consuete) ovvero sia da esercitare nella circoscrizione estero nel qual caso
occorre stabilire un rapporto diretto e preciso tra elettore e autorità
consolare (invio della documentazione, svolgimento della campagna elettorale,
spedizione delle schede all'ufficio consolare etc.). Tutte queste incongruenze
si eliminano alla radice prevedendo che la dichiarazione di volontà dell'elettore
residente all'estero valga invece per optare per il
voto nella circoscrizione estero e che la sua mancanza comporti che l'esercizio
del diritto di voto avvenga in Italia in una delle circoscrizioni nazionali.
In secondo luogo, è necessario rimediare alla
procedura circa l'espressione del voto, prevedendo che il voto non venga comunicato all'ufficio consolare per posta ma che
venga espresso in seggi istituiti all'estero secondo le modalità previste dalla
Legge elettorale per il parlamento europeo (DL 24 giugno 1994 n.408, convertito
in legge, con modificazioni, dalla legge 3 agosto 1994 n.483), secondo un
sistema perfettamente collaudato e funzionante, con tutte le garanzie di
segretezza e personalità che sono connaturati all'espressione del voto, come anche
richiesto dall'articolo 48, secondo comma della Costituzione ("Il voto è
personale ed eguale, libero e segreto").
In terzo luogo, occorre
allineare il sistema di voto all'estero a quello nazionale, di modo che il voto
all'estero contribuisca a rafforzare il sistema bipolare in funzione della
governabilità del nostro Paese e rappresenti un elemento di congruità e non di
distonia con l'intero modello politico nazionale: a ciò concorrerebbero
l'eliminazione delle preferenze e la previsione di liste bloccate, in
considerazione del limitato numero delle candidature e la soppressione della
norma che attribuisce l'elettorato passivo solo ai cittadini residenti
all'estero, anziché a qualsiasi cittadino italiano come avviene nel nostro
sistema elettorale nazionale. (Inform)
UNAIE: riunito il comitato esecutivo a Roma. Salvaguardare il voto
all’estero migliorandone le modalità
di esercizio
Si è svolto nei
giorni scorsi, preso la sede della Conferenza delle Regioni di via Parigi in
Roma, la riunione del Comitato esecutivo dell’UNAIE (Unione Nazionale delle
Associazioni di Emigrazione ed Immigrazione) che si è
aperta con la relazione del Presidente, on. Franco Narducci.
La riunione
dell’Unaie cade subito dopo il caso Di Girolamo e proprio su questo si è molto
dibattuto mettendo in evidenza che il mondo degli
italiani all’estero non ha niente a che vedere con gente che ha esportato
delinquenza dall’Italia verso le comunità all’estero. Pertanto l’Unaie ha
precisato che bisogna agire affinchè mai più si verifichino
casi simili, anche prevedendo una riforma migliorativa delle modalità di voto
che comunque rappresenta una conquista democratica da salvaguardare. Il diritto
di voto è sancito dalla Carta costituzionale è l’effettività di questo diritto
si è concretizzata con le riforme costituzionali e con
l’esercizio del voto all’estero. Nel ribadire la
validità del voto all’estero l’esecutivo dell’UNAIE ha sottolineato che in ogni
caso occorre adottare tutti i meccanismi migliorativi possibili per garantire
la massima regolarità del sistema di elezione.
Nella sua
relazione il Presidente Narducci ha toccato compiutamente tutti gli aspetti
salienti inerenti la vita delle comunità italiane nel
mondo focalizzando l’attenzione su alcune problematiche specifiche. Tra queste
particolare rilevanza è stato dato alle questioni che
lo scudo fiscale ha posto ad alcune categorie di emigrati, ai cittadini ex Aire
ed ai frontalieri.
Al riguardo, l’on.
Narducci ha sottolineato “che per i problemi
riguardanti frontalieri ed ex-emigrati rientrati in Italia negli ultimi 5 anni
sono state individuate soluzioni appropriate che consentono in particolare la
sanatoria fino all’anno d’imposta 2008, mediante il ricorso all’istituto del
“ravvedimento operoso”, e per i frontalieri è ora certa l’esenzione dei
contributi versati al II Pilastro dal monitoraggio fiscale” precisando che “è
stata inoltre ottenuta la proroga dei termini al prossimo 30 aprile, chiesta
accoratamente da tutte le parti interessate, al fine di presentare la
documentazione occorrente”.
L’Unaie ha anche evidenziato il fatto che la “legge finanziaria 2010 ha
ulteriormente ridotto gli impegni d’intervento finanziario del nostro Paese
verso le comunità emigrate, in particolare sul versante dell’assistenza diretta
ai connazionali che vivono in stato di povertà e di mancanza di cure sanitarie.
A nulla sono valsi, al riguardo, i numerosi interventi, emendativi e non, tesi
a ripristinare i fondi destinati all’assistenza diretta.
L’Unaie ha inoltre espresso forte preoccupazione per i tagli ai capitoli
di spesa riguardanti la valorizzazione e diffusione della lingua e della
cultura italiana nel mondo, nonché per i tagli alla rete diplomatica e
consolare in controtendenza con le necessità dei processi di globalizzazione
nei quali l’Italia è inserita. L’esecutivo Unaie ha anche condannato duramente
i tagli operati ai danni della stampa italiana all’estero effettuati con il
recente decreto mille proroghe nonostante i numerosi appelli alla
ragionevolezza, una ragionevolezza che non si ritrova neanche nella logica di
esclusione degli italiani all’estero dall’esenzione dell’ICI sulla
prima casa, unacausa che l’Unaie ha più volte perorato senza riscontro
presso gli organi competenti e che ormai assume la forma di una grave
discriminazione non più tollerabile.
Inoltre l’Unaie
ritiene importante che vengano mantenuti gli organismi
di rappresentanza – Comites e CGIE – delle comunità italiane e che si
garantiscano le scadenze elettorali anche se è in corso un dibattito di riforma
di tali organismi; per cui la confederazione della associazioni regionali
chiede con forza che si arrivi al voto di rinnovo di tali organismi
improrogabilmente entro il 2010.
Il Comitato
esecutivo Unaie, annunciando un importante convegno nazionale sui temi della
cittadinanza da tenersi prima dell’estate ed ha
poi ribadito l’importanza che riveste un’accelerazione dell’iter della proposta
di legge di riforme della 383/2000 richiamando il ruolo straordinario delle
associazioni in emigrazione, un patrimonio che deve essere maggiormente
valorizzato anche dalle Regioni e in tal senso risulta positiva
l’interolocuzione con il sen. Iorio, Presidente della Regione Molise e
Vicepresidente della Conferenza dei Presidenti delle Regioni e delle Provincie
autonome. De.it.press
Friuli
Venezia Giulia: 240 mila euro per il 2010 a sostegno delle attività delle associazioni
all’estero
TRIESTE – Friuli Venezia Giulia: 240 mila euro per il 2010 a sostegno delle attività
di enti, associazioni ed istituzioni dei corregionali all’estero sono stati
stanziati dalla giunta regionale su proposta dell'assessore Roberto Molinaro.
Le priorità di intervento
sono due. La prima concerne finanziamenti per il reinserimento dei rimpatriati,
il raggiungimento del minimo pensionistico e per la
traslazione delle salme di corregionali deceduti all'estero (110 mila euro). La
seconda linea di intervento riguarda il sostegno per
soggiorni di studio nella regione per giovani discendenti di corregionali.
In particolare, per la frequenza di scuole
secondarie di secondo grado, la Regione metterà a disposizione 46 mila euro per
10 borse di studio presso il Convitto nazionale
"Paolo Diacono" di Cividale del Friuli, nell'ambito della decima
edizione del progetto "Studiare in Friuli".
Ulteriori 84 mila euro – spiegano dalla
Regione - saranno destinati per la frequenza alla decima edizione del corso in
sviluppo imprenditoriale "Origini" presso il MIB - School of
Management di Trieste, Scuola internazionale per l'alta formazione manageriale. (Inform)
Wahlen in Italien. Der neue Julius Cäsar wird nervös
Rom. Als "Missionare der Wahrheit
und Freiheit" sollen 44 Millionen Italiener zur Wahl gehen - so will es
Italiens Regierungschef Silvio Berlusconi. In 13 von 20 Regionen des Landes
finden am Sonntag und Montag Wahlen statt, Berlusconi hat sie zu einer
nationalen Testwahl hochstilisiert. Denn trotz seiner satten Mehrheiten in
beiden Parlamentskammern in Rom regieren in elf dieser Regionen noch immer
Mitte-links-Kandidaten.
In den Tagen vor der Wahl gab er sich
zwar nach außen hin siegesgewiss, doch der 73-Jährige ist nervös. Denn seine
Umfragewerte haben in letzter Zeit sehr gelitten. "Wer von meinem
Niedergang spricht, der sei daran erinnert, dass ich nach den Wahlen (im April
2008, Anm. d. Red.) 68 Prozent Zustimmung hatte, heute sind es 61 Prozent,
während Sarkozy bei 32 Prozent liegt, Merkel bei 40 Prozent und Obama bei
42", kontert er gereizt.
Aber selbst viele Anhänger Berlusconis
sind darüber befremdet, dass die Regierung in zwei Regionen per Dekret
versuchte, zu spät eingereichte Wahllisten doch noch zuzulassen. In Latium, der
Region rund um die Hauptstadt Rom, half auch das Anrufen von Gerichten nichts:
Berlusconis "Volk der Freiheit" (PdL) darf nicht antreten.
Noch stärker als solche Kapriolen
schadet es Berlusconi, dass die Auswirkungen der Wirtschaftskrise auch Italien
mit voller Wucht erreicht haben. Die Arbeitslosigkeit stieg jüngst auf 8,2
Prozent, den höchsten Stand seit 1995, und vor allem der Mittelstand ächzt
unter der Rezession.
Die Reformen lassen auf sich warten
Alle groß angekündigten Reformen der
Regierung lassen weiter auf sich warten. Berlusconi ist vielmehr mit endlosen
Abwehrschlachten gegen die Justiz beschäftigt und hat den Kampf gegen das
"Krebsgeschwür" der Justiz zum zentralen Thema eines Wahlkampfes
gemacht. Das Klima war vergiftet, ansonsten war der Wahlkampf vollkommen
inhaltsfrei.
Um seine Stärke zu demonstrieren, ließ
Berlusconi am Wochenende vor der Regionalwahl Anhänger aus ganz Italien nach
Rom bringen und sich als neuer "Julius Cäsar" feiern. Als die Polizei
mit der Zahl von nur 150000 Teilnehmern den PdL-Parolen von einer Million
widersprach, entspann sich selbst darüber ein giftiger Streit. "Der Polizeichef
ist wohl betrunken", keifte der Fraktionschef der PdL im Senat, Maurizio
Gasparri. Nach scharfen Protesten der Polizei musste Innenminister Roberto
Maroni von der Lega Nord sogar persönlich eingreifen und der Polizei recht
geben.In ähnlichem Ton fährt Berlusconi weiter scharfe Attacken gegen die linke
Opposition und weigerte sich, gegen den neuen Chef der Demokratischen Partei
(PD), den eher blassen Pier Luigi Bersani, zu einem Fernsehduell anzutreten.
Lieber sorgte er über seine Getreuen auch in den öffentlich-rechtlichen
Programmen der RAI dafür, dass alle Polit-Talkshows im Monat vor der Wahl
verboten wurden.
Die Linke hat Berlusconi allerdings
wenig entgegenzusetzen. Sie ist zwar in den traditionell roten Hochburgen in
Mittelitalien noch immer stark, auf nationaler Ebene aber zutiefst zerstritten.
Als sichere Bastionen gelten die Toskana, die Emilia Romagna, Umbrien, die
Marken, Apulien und die Basilicata, umkämpft sind Ligurien, Piemont, Latium und
Kalabrien.
Der voraussichtliche Gewinner der Wahl
aber sitzt im Norden, in den reichen Regionen Lombardei und Venetien. Die
separatistische und ausländerfeindliche Lega Nord hofft, von der
Wirtschaftskrise zu profitieren. In Venetien hat ihr Kandidat, Berlusconis
derzeitiger Landwirtschaftsminister Luca Zaia, gute Aussichten zu gewinnen. Er
wäre dann der erste Regionalpräsident aus der Partei von Umberto Bossi. FR 27
Italien vor Regionalwahl. ''In drei Jahren besiegen wir den Krebs''
Große Versprechungen: Mit zweifelhaftem
Populismus mobilisiert Italiens Premier Berlusconi vor der Regionalwahl seine
Anhänger. Von Andrea Bachstein, Rom
Steuersenkungen, neue Fahrradwege - als
Silvio Berlusconi jüngst in Rom vor Anhängern seiner Partei Popolo della
Libertà (PDL) auftrat, sparte er nicht mit populistischen Versprechen.
"Und in drei Jahren werden wir auch den Krebs besiegen", versicherte
er seinen Wählern sogar.
Eine mutige Zusage, aber schließlich sind am Sonntag und Montag in 13 der 20 Regionen des Landes
mehr als 44 Millionen Bürger zu Wahlen aufgerufen. Zudem werden die
Verwaltungen von vier Provinzen (Landkreisen) sowie 463 Kommunen gewählt,
darunter Venedig.
Die Regionen entsprechen in etwa den
deutschen Bundesländern, haben jedoch keine Vertretung in der nationalen
Politik. Im Wesentlichen stehen sich die Wahlbündnisse der Mitte-links- und der
Mitte-rechts-Parteien gegenüber.
Partito Democratico: Hoffnung der
Opposition - Unter ihnen ist die größte Kraft die PDL von Ministerpräsident Berlusconi.
Vor allem im Norden des Landes spielt aber die mit ihm verbündete Lega Nord
eine wichtige Rolle. Teilweise kandidiert die PDL auch mit der
postfaschistischen Partei Die Rechte. Mitte-rechts regiert derzeit nur in zwei
der 13 Regionen.
Stärkster Faktor der
Mitte-links-Gruppierungen ist die größte Oppositionspartei, die Partito
Democratico (PD). Sie tritt in verschiedenen Bündnissen an, unter anderem mit
der Partei Italia dei Valori und den Grünen. Die christlich-bürgerliche Partei
UDC kooperiert in vier Regionen mit Mitte-links, in dreien mit Mitte-rechts.
Silvio Berlusconi, der sich gern auf
die breite Zustimmung des Volkes beruft, hofft auf ein positives Signal für die
restlichen drei Jahre seiner Amtszeit. "Wenn die Linke gewinnt, wird
Italien weniger frei sein", rief er auf der Demonstration in Rom und erhob
so die Regionalvoten zur nationalen Lagerwahl.
Regierung ohne Vertrauen der Bürger -
Für den Regierungschef kommen die Abstimmungen zu einem ungünstigen Zeitpunkt.
Eine Umfrage im März zeigte deutliche Vertrauensverluste für die Regierung.
Gegen den Regierungschef laufen Ermittlungen wegen Amtsmissbrauchs und Nötigung
einer öffentlichen Institution.
Er soll auf einen Kommissar der
Kommunikationsaufsicht Druck ausgeübt haben, eine kritische Sendung abzusetzen.
Belastet ist seine Regierung auch durch einen großen Korruptionsskandal in der
Zivilschutzorganisation. Und Parlamentspräsident Gianfranco Fini, sein
Parteigenosse, widersetzt sich Berlusconis Plan, den Regierungschef künftig
direkt wählen zu lassen.
Das wahre Debakel der letzten Wochen
aber war der Ausschluss der PDL-Wahlliste für die Provinz Rom in Latium mit
mehr als vier Millionen Einwohnern. Dies war für Berlusconi auch der Anlass,
zur Großdemo in Rom zu rufen.
Die PDL hatte Wahlunterlagen zu spät
und unvollständig eingereicht. Es wird spekuliert, dass bis zuletzt Kandidaten
ausgetauscht werden sollten. Alle Versuche von Regierung und Partei
scheiterten, per Dekret oder Gericht die Wahlzulassung zu erzwingen.
Zahl der Nichtwähler wird vermutlich
steigen - Nun steht in der Provinz Rom nur die persönliche Liste der
Spitzenkandidatin Renata Polverini (PDL) zur Wahl. Latium ist eine der
Regionen, in denen die PDL sich beste Aussichten versprach. Diese Affäre hat
sie einiges Ansehen gekostet. Eventuell kann die Wahl sogar nachträglich
angefochten werden.
Es wird angenommen, dass die Zahl der
Nichtwähler steigt - nicht nur in Latium. Demoskopen und Politologen rechnen
mit 30 bis 35 Prozent Enthaltungen, gespeist von links und rechts. Bei den Parlamentswahlen
2008 lag die Beteiligung bei 80,5 Prozent.
Seit gut zwei Wochen dürfen keine
Umfragen mehr veröffentlicht werden. Den letzten zufolge lagen in Latium, im
Piemont (Turin) sowie in Ligurien (Genua) und Kampanien (Neapel), alle bisher
Mitte-links-geführt, die Konkurrenten fast gleichauf.
Dass die Wahlen in den Regionen nicht
nur die nationale politische Szene spiegeln, zeigt schon der Umstand, dass in
den insgesamt 20 Regionen nur sechs echte PDL-Bündnisse regieren. Im nationalen
Parlament besitzen die PDL und ihr Koalitionspartner Lega Nord eine bequeme
Mehrheit. Jede Region hat ihre speziellen Themen.
Eines der größten ist aber überall das
Gesundheitswesen, das in regionaler Kompetenz liegt. Es macht in einigen
Territorien rund 80 Prozent des Budgets aus, und die Qualität ist regional so
verschieden wie die Situation der Regionen insgesamt.
Im Norden stützt Berlusconi sich auch
auf die Stärke der Lega Nord und ihren Chef Umberto Bossi, obwohl es im Vorfeld
bei der Kandidatenkür Streit gab. Nun tönte Bossi, in Venetien und im Piemont
werde die Lega mehr Stimmen holen als die PDL. In der Berlusconi-Partei gab es
schon wiederholt Gemurre, dass die Lega zu viel Einfluss gewönne.
Bei den Parlamentswahlen 2008 war sie
in zehn Regionen angetreten und hatte 8,3 Prozent der Sitze erreicht. Die Lega
Nord, drittgrößte Partei des Landes, tritt für stärkeren Föderalismus ein.
Ihren Namen trägt sie, weil sie als Ziel die Abspaltung der reichen
Nord-Regionen verfolgt. Die Lega vertritt eine rigide Sicherheits- und
Einwanderungspolitik.
Korruptionsvorwürfe und Streit um die
Kandidaten - Der PDL hat sie den Spitzenkandidaten in Venetien abgetrotzt. Im
Piemont tritt gegen die amtierende Links-Mitte-Mehrheit nun ebenfalls ein
Lega-Mann an. Gewinnt er, regieren Lega und PDL den Teil des Landes, der bei
weitem das meiste Geld erwirtschaftet.
Ärger und Streit um die Kandidaten gab
es links wie rechts. Dabei spielten auch Korruptionsvorwürfe eine Rolle. Die
Parteien haben sich verpflichtet, "saubere Listen" zu präsentieren -
ohne vorbestrafte Kandidaten oder solche, gegen die ermittelt wird.
Trotzdem stehen auf den Listen auch
einige nicht ganz saubere Kandidaten, das gilt von Nord bis Süd und über
diverse Parteien hinweg. Sie reichen vom PD-Spitzenkandidaten Vicenzo di Luca
in Kampanien, gegen den wegen Steuerdelikten und Amtsmissbrauchs ermittelt
wird, bis zu einem PdL-Mann in der Emilia-Romagna, der auf Kosten der Stadt
Parma für 90000 Euro Porno-Websites besucht haben soll.
Kandidaten, die mit der Mafia
sympathisieren?
Im Süden wird befürchtet, dass es
Kandidaten gibt, die der Mafia verbunden sind. Und in Taranto hat gerade ein
PD-Kandidat wegen Korruptionsermittlungen verzichtet. Ihn bestochen zu haben,
behauptet derselbe Unternehmer, der bei Festen Berlusconis für Callgirls sorgte
und im Gesundheitswesen Apuliens mittels Geld und Prostituierten Aufträge
kassierte.
Der frühere Vize-Regionalpräsident von
der PD sitzt deshalb in Haft. Apulien war für die PD im Wahlkampf auch sonst
schwieriges Terrain. In Vorwahlen um den gemeinsamen Kandidaten als
Regionspräsident besiegte der amtierende Nichi Vendola von der
postkommunistischen Bewegung für die Linke haushoch den PD-Mann.
Keinen eigenen Kandidaten für den
Regionspräsidenten hat die PD auch in Latium. Dort tritt für Mitte-links die
Ex-Ministerin und EU-Kommissarin Emma Bonino von der kleinen Radikalen Partei
an - was in der PD nicht unumstritten war.
Regionalwahlen waren übrigens der
Anlass für Berlusconis Rücktritt als Premier 2005. Seine damalige Partei Forza
Italia hatte sechs Regionen verloren. Nach zwei Tagen bildete er aber eine neue
Regierung. SZ 27
Regionalwahlen in Italien. Berlusconis Partei droht Niederlage
Bei den Regionalwahlen wird der
Regierungschef wohl nicht über die Linke triumphieren. Sein Plan, durch eine
Verfassungsänderung seine Macht zu festigen, wäre dann gescheitert. VON MICHAEL
BRAUN