WEBGIORNALE 3-4 Marzo
2010
Riforma Comites/Cgie. „Riforma scellerata e cieca“. Carozza (Cgie) ne
chiede il blocco
Elio Carozza,
Segretario generale del Consiglio generale degli Italiani all’Estero, ha emesso
sulla vicenda di Girolamo il seguente comunicato stampa
La vicenda che ha
coinvolto il Sen. Di Girolamo e la sua elezione legata da una parte alle note
vicende della falsa residenza in Belgio e dall’altra ad infiltrazioni di stampo
mafioso nella raccolta dei voti, getta fango su milioni di onesti Italiani,
rischiando un attacco diretto al sacrosanto diritto di voto all’estero.
E’ necessario che
le varie autorità competenti, sia dal punto di vista politico che da quello
giudiziale, intervengano nei tempi più celeri possibili, per sanzionare ogni
violazione della norma e per ripristinare la legalità. Così come sul territorio
nazionale la ‘ndrangheta e le altre organizzazioni malavitose hanno purtroppo
da sempre giocato un ruolo importante nel processo elettorale e democratico,
così le notizie apprese in questi ultimi giorni confermano il ruolo delle
stesse nel collegio estero. Tale coinvolgimento però, come non ha mai messo in
dubbio la legittimità dell’esercizio del voto in Italia non deve servire come
alibi per rimettere in discussione il voto all’estero.
Punto fermo per
ripartire in modo corretto, dev’essere la riforma costituzionale - che non può
essere rimessa in discussione - così come la legge sul voto all’estero, della
quale si possono e si devono rivedere le modalità d’esercizio prescindendo
dall’essenza stessa del voto.
Il Consiglio
Generale degli Italiani all’Estero, con i Comites e la rete associativa, alla
vigilia del voto del 2006 - e quindi in tempi non sospetti - già aveva
consegnato al governo una dettagliata analisi sulle disfunzioni, peculiarità e
problemi legati alle modalità del voto ed in particolare alla sicurezza e
segretezza dell’espressione della volontà dell’elettore. Tale analisi fu
ribadita nel 2008. Purtroppo, malgrado questi ripetuti interventi, nulla fu
fatto per correggere lo scandalo di una metodologia di voto che non garantiva
l’elettore. I risultati di quest’inadempienza balzano oggi agli occhi, acuiti
da una stampa che nella sua colpevole rinuncia al suo fondamentale ruolo di
cassa di risonanza e di veicolo di valorizzazione delle Comunità italiane
all’estero, si è limitata a sottolineare gli aspetti “pittoreschi” del voto
senza fornire al lettore gli strumenti per interpretare e conoscere le realtà
italiane all’estero, composte oggi da potenzialità economiche, culturali
sociali e politiche che vanno ben oltre l’immagine dello stereotipo
dell’Italiano all’estero che ci sono state e ci continuano ad essere propinate.
Invece di operare
per un più profondo coinvolgimento delle entità rappresentative ed associative,
che ben conoscono tali realtà, la proposta Tofani, in discussione oggi al
Senato, tende essenzialmente a ridurre il numero ed il ruolo di tali
rappresentanze.
Il CGIE ribadisce
il suo profondo convincimento che è solo attraverso una maggiore coinvolgimento
ed una giusta valorizzazione dell’Associazionismo, dei Comites e del Consiglio
generale, del loro ruolo e della loro ramificata presenza sul territorio, che
si può contribuire al rispetto delle fondamentali regole democratiche evitando,
tra l’altro, infiltrazioni di stampo mafioso.
Alla luce di
quanto successo, il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero si fa
portatore, quale rappresentante di Comites e delle Associazioni, di un appello
alle forze politiche, ai gruppi parlamentari - in particolare al Senato -
perché si fermi questo processo di riforma scellerata e cieca sulla
rappresentanza degli Italiani all’estero. E’ necessario cominciare una seria
riflessione sui diritti di milioni di Italiani, che sfoci in una proposta
condivisa, capace di essere all’altezza della sfida democratica e dia il giusto
valore ai sacrifici dei nostri connazionali ed al serio impegno che testimoniano
le centinaia di migliaia di giovani nati e cresciuti nei diversi Paesi che
hanno dimostrato, attraverso la Prima Conferenza Mondiale ed il loro lavoro,
l’attaccamento all’Italia ed il desiderio di contribuire, con le loro
esperienze e con la loro forza, ad una Paese Migliore. Queste nostre Comunità,
oggi così complesse e così ricche di culture e conoscenze diverse, rispettate
per la loro integrità morale e la loro dedizione al lavoro, sono le prime ad
essere vittime di quanto successo e non accettano e non meritano che si
rimettano in discussioni principi fondamentali quali il diritto al voto, e che
si smantelli la rete di rappresentanza, che sono il risultato di un lungo
cammino di rivendicazioni e di lotte.
Elio Carozza,
Segretario generale del Consiglio generale degli Italiani all’Estero
(de.it.press)
Il voto all’estero è un diritto costituzionale, da non confondere con le
modalità del suo esercizio
L'atto criminoso
di cui si sarebbe reso colpevole Nicola Di Girolamo non ha nessuna
correlazione con
le storie degli italiani di prima e successive generazioni emigrati
all'estero. Per
questa profonda lontananza di interessi e di storie, chiediamo
il suo
allontanamento dall'Assemblea Parlamentare, come sarebbe dovuto avvenire
immediatamente dopo l'istruttoria della Giunta per le Elezioni del Senato
conclusa nell'autunno del 2008.
Il Partito
Democratico in Svizzera chiede al Presidente del Senato, Renato Schifani, di
procedere con urgenza al dibattito in Aula per statuire finalmente sulla
leicità della presenza del signor Nicola Di Girolamo tra gli scranni
dell'Assemblea e nel frattempo di rimediare al vulnus di un’elezione messa in
discussione già durante lo scrutinio di aprile del 2008; ciò detto invita gli
esponenti di partito dell’arco costituzionale ed i gruppi parlamentari ad una
assunzione di maggiore responsabilità sui giudizi sommari che echeggiano in
questi ultimi giorni in merito al diritto di rappresentanza e al ruolo dei
parlamentari eletti nella circoscrizione estero.
Una cosa è il
diritto di voto, cosa diversa è la pratica dell’esercizio di voto. Non è la
prima volta che in Italia l’opinione pubblica e i partiti politici sono
confrontati con brogli elettorali, anzi, ma mai per questa fattispecie si sono
spinti a demonizzare e a chiedere la revoca del diritto di voto di intere
comunità. Questa materia, del resto, attiene ai diritti di cittadinanza ed ai
principi che concorrono a definire la rappresentanza e lo stato di diritto di
un Paese.
Il Partito
democratico in Svizzera ribadisce con fermezza l’utilità e il civismo racchiuso
nel diritto di voto riconosciuto ai cittadini italiani residenti all'estero,
non solo perchè ancorato nell’articolo 48 della Carta costituzionale
repubblicana italiana e come tale assunto nella sua interezza, ma perché
interpretato dai cittadini italiani che continuano a mantenere legami con il
nostro Paese come strumento di partecipazione attiva allo sviluppo, al
progresso e alla modernizzazione di una patria allargata oltre ai confini
geografici e materiali, aperta e democratica. Conoscendo se stessi e la propria
storia, si possono creare le condizioni per capire e accogliere anche i nuovi
italiani e su questo assioma che in futuro verrà giudicato il grado di
democrazia e di progresso di cui è capace l’Italia. Michele Schiavone,
PD-Svizzera
(de.it.press)
Di Girolamo si dimette, l’aula dirà sì. L’Ambasciatore Siggia richiamato a
Roma per spiegazioni
Di Girolamo: «Ho
sbagliato, ma non sono mafioso». L’ambasciatore in Belgio richiamato a Roma per
consultazioni sull’inchiesta
ROMA. Ora è corsa
contro il tempo. Infatti salvo imprevisti la conferenza dei capigruppo di
palazzo Madama metterà all’ordine del giorno il voto già domani in aula delle
dimissioni da senatore di Nicola Di Girolamo (Pdl), indagato dai magistrati e
per il quale è stato chiesto l’arresto. Si vota a scrutinio segreto ma tutto
lascia prevedere che le dimissioni verranno accettate: «Le dimissioni -
annuncia il capogruppo del pdl al Senato Maurizio Gasparri - rappresentano una
decisione opportuna e condivisibile. Inviterò il gruppo a votare a favore di
questa scelta». Se così fosse, verrebbe cancellata sia la proposta di decadenza
dal seggio (avanzate dal Pdl e dal Pd con due specifiche mozioni), sia
l’eventuale via libera all’arresto. Una volta accettate le dimissioni e così
privato dello ”scudo” parlamentare, nei confronti di Di Girolamo scatterebbero
comunque le misure cautelari chieste dai magistrati. Inoltre con il sì alle
dimissioni, gli emolumenti fin qui percepiti da Di Girolamo in quanto senatore
resterebbero impregiudicati. Non così l’indennità pensionistica, non maturata
perchè al di sotto dei cinque anni di legislatura. Intanto l’ambasciatore
d’Italia in Belgio, Mario Siggia, è stato richiamato dalla Farnesina a Roma per
consultazioni in seguito alla vicenda del senatore dimissionario. La notizia è
stata confermata dal ministero degli Esteri e per questo motivo il previsto
incontro in ambasciata dopodomani pomeriggio fra il presidente della
Repubblica, Giorgio Napolitano e la comunità italiana in Belgio, al termine
della visita a Bruxelles, è stato cancellato.
La decisioni di
dimettersi dal seggio senatoriale è stata formalizzata da Di Girolamo in un
lettera inviata al presidente del Senato, Renato Schifani. «Dopo tanto fango,
dopo l’ignominia di un’esposizione mediatica che mi ha descritto agli occhi dei
Paese come un mostro - usurpatore della politica e del mandato elettorale -
credo fermamente che sia arrivato il momento della responsabilità e della
verità dei fatti», scrive il parlamentare eletto all’estero per il Pdl. Il
senatore Di Girolamo si dice convinto «di dover rendere disponibile la mia
persona, la mia storia personale, la mia esperienza recente, perchè chi dovrà
giudicarmi possa davvero conoscere i contorni di una vicenda che non è tutta
”criminale” e che potrà finalmente essere vagliata lontano dai riflettori e dal
clamore delle prime suggestioni». Di Girolamo ricorda di essere stato eletto
«forte di una delega affidatami da 24.500 elettori di tutti i Paesi europei:
24.500 cittadini italiani, nè mafiosi nè delinquenti. Di una piccola parte di
costoro - prosegue la lettera - avrebbe abusato un gruppo di individui
probabilmente ”inquinati” da frequentazioni criminali. Non ero consegnato anima
e corpo a questi figuri. La frenesia della campagna elettorale mi ha spinto a
valutare poco e male». Ma nessuno può immaginare «che si diventi mafioso nello
spazio di un mattino, colpevole come sono di uno o due incontri disattenti».
Secco il commento
di Pier Ferdinando Casini: «Ora Di Girolamo ha dato le dimissioni ma fino a
ieri ha fatto il perseguitato e ha avuto le sue solidarietà». Assai più critico
Di Pietro: «Se facessero sul serio, ci dovrebbero spiegare perchè adesso tutti
votano a favore del suo arresto e nessuno ha votato, all’infuori dell’Idv, a
favore dell’arresto del sottosegretario Cosentino per reati molto più gravi di
cui è imputato». C.Fu. IM 2
L’Ambasciatore Siggia per Frattini: “pecora nera” o “funzionario fedele”
che ha eseguito gli ordini?
“Che cosa è l’Ambasciatore
Siggia per Frattini?”: è quanto chiede in una dichiarazione Luciano Neri del
Coordinamento Nazionale della Circoscrizione Estero del PD. “E’ una pecora nera
che ha messo in atto comportamenti disdicevoli, o persino illegali, per un
rappresentante dell’Italia in una sede importante come Bruxelles tali da
determinare il suo richiamo definitivo? Oppure è un funzionario fedele che ha
eseguito degli ordini e la cui unica colpa è quella di essersi fatto beccare?
Conosciamo
l’attitudine del Ministero degli Esteri e degli esponenti PDL. Trattano le
istituzioni italiane come strutture di supporto della propria parte politica.
Troppe volte si chiede a consoli ed ambasciatori di debordare da regole e
principi per soddisfare sollecitazioni improprie, e anche illecite. E troppe
volte Consoli e Ambasciatori dimenticano le regole e la deontologia di una
funzione così importante e delicata come quella di chi è chiamato a
rappresentare l’Italia nel mondo per trasformarsi in camerieri del politico di
turno. E’ una degenerazione morale e professionale dei funzionari del Ministero
degli Esteri che si è accentuata con i Ministri del PDL che scambiano lo Stato
per l’azienda”.
“Non credo –
prosegue Luciano Neri - che Siggia si sia mosso “motu proprio”. Chi glielo faceva
fare ad un Ambasciatore di mettersi sull’attenti di un avvocato di Roma che
neppure conosceva, per fornirgli illecitamente in 6 ore (o sei giorni) un
documento di residenza (falso) che un cittadino normale impiega sei/otto mesi
per avere? E chi glielo faceva fare ad un Ambasciatore di prestigio di lungo
corso di consigliare addirittura Di Girolamo su come coprire la malefatta con
una soluzione che si è rivelata una pezza di “arlecchino”? E chi glielo ha
fatto fare al Console di Bruxelles Sorrentino, di attivarsi affinché tutto
fosse sbrigato in così brevissimo tempo se non avesse ricevuto input importanti? E’ evidente che Siggia, questa è
la mia opinione, si è attivato su richiesta della politica, ma di quella pesante.
Lasciate perdere per cortesia la buffonata di Ferretti. Un diversivo di infimo
livello. Sul caso Siggia – conclude Luciano Neri - parli in forma ufficiale e
chiara chi sa e chi deve: il Ministro Frattini”. De.it.press
Dimissioni Di Girolamo, oggi il voto. Pd: non basta accogliere le
dimissioni, deve decadere
Il Pdl: voteremo
per accoglierle. Ma il Pd: non basta, deve decadere. «Altrimenti mantiene
alcuni benefici» Affondo della Finocchiaro: «La maggioranza lo ha coperto per
un anno e mezzo»
ROMA - L'aula del
Senato voterà mercoledì (oggi, ndr) sulle dimissioni del senatore del Pdl,
Nicola Di Girolamo, sul quale pende un ordine di custodia cautelare del gip di
Roma per l'inchiesta su frodi e ricettazioni nella telefonia. Lo ha deciso oggi
a maggioranza la conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama, come riferito dal
capigruppo del Pdl, Maurizio Gasparri, il quale ha precisato che il suo partito
voterà a favore. «Il voto sarà domani verso le 12», ha detto Gasparri, ma il
calendario dovrà essere ratificato oggi pomeriggio dall'aula, a causa
l'opposizione del centrosinistra, il quale chiede che si votino prima le
mozioni sulla decadenza di Di Girolamo da senatore, congelate da oltre un anno.
«Il voto sulle dimissioni, proprio per il loro valore sanzionatorio (per Di Girolamo
si aprono le porte del carcere, ndr.), è prioritario e viene prima di qualsiasi
altra discussione - ha detto Gasparri al termine della capigruppo -. E noi
riteniamo che le dimissioni debbano essere approvate».
DECADENZA
CONGELATA - Ieri Di Girolamo ha inviato una lettera al presidente del Senato
Renato Schifani rassegnando le sue dimissioni, ma il regolamento prevede che
debbano essere accettate dal Parlamento. Il Pd, l'Idv e l'Udc vogliono invece
mettere a frutto politicamente il fatto che la maggioranza in Senato abbia
glissato in passato sulla posizione di Di Girolamo, già indagato per violazione
della legge elettorale, in quanto si sarebbe falsamente dichiarato residente a
Bruxelles per essere eletto nella circoscrizione Estero-Europa alle politiche
del 2008. L'inchiesta aveva già prodotto una richiesta di arresto per Di
Girolamo, respinta dalla Giunta per le elezioni e le autorizzazioni di Palazzo
Madama, la quale però si era pronunciata nell'ottobre del 2008 a favore della
decadenza da senatore. L'assemblea, chiamata quindi a votare sulla decadenza,
aveva archiviato il tutto, approvando un ordine del giorno del Pdl che
sospendeva il giudizio finché non si fosse conclusa l'azione penale.
«MANTERRA' I
BENEFICI» - Proprio questa decisione il centrosinistra vuole ora richiamare
all'attenzione, alla luce della più grave inchiesta romana che coinvolge Di
Girolamo insieme a società come Fastweb e una controllata di Telecom Italia.
«Il centrodestra vuole uscire dal caso Di Girolamo senza alcuna sanzione politica
- ha detto il capogruppo del Pd, Angela Finocchiaro -. Noi vogliamo tornare
alla decisione sulla decadenza da senatore, che colpevolmente la maggioranza
del Senato aveva deciso di ignorare un anno e mezzo fa». Non solo: «Con le
dimissioni il senatore Di Girolamo conserverebbe alcuni benefici, ad esempio il
fondo di solidarietà - fa notare anocra la Finocchiaro -. È incredibile che
tutto si chiuda quasi con un omaggio alla generosità e all'altruismo di Di
Girolamo che concede le sue dimissioni. Tutto ciò è imbarazzante per il
Senato». Redazione online CdS 2
Roma - Oggi mercoledì 3 marzo, Giuseppe
Firrarello, senatore del Pdl e presidente del Comitato per le questioni degli
italiani all’estero del Senato, presenta il disegno di legge "Modifiche
alla legge 27 dicembre 2001, n. 459, in materia di voto da parte dei cittadini
italiani residenti all’estero" che, all’art.1, prevede che gli elettori
votino presso le sezioni elettorali appositamente istituite nei rispettivi
Paesi e non più per corrispondenza. Ad annunciarlo è lo stesso senatore che,
all’indomani delle polemiche che hanno investito la Legge Tremaglia dopo
l’esplosione del caso-Di Girolamo, sottolinea che "la situazione esistente
non è più tollerabile per le previste modalità di espressione di voto, che
mettono in discussione anche la stessa rappresentatività dei parlamentari
eletti all’estero".
Firrarello,
quindi, ricorda che anche in merito alla riforma di Comites e Cgie ha
presentato un emendamento per eliminare, anche qui, il voto per corrispondenza,
in questo caso per l’elezione dei Comites. "Per conferire certezza e
trasparenza – sottolinea il senatore – è necessario che gli elettori votino
presso le sezioni elettorali istituite nel territorio dei relativi paesi.
L’emendamento da me proposto prevede che le sezioni siano istituite presso i
consolati d’Italia, i consolati onorari, le agenzie consolari e in altri luoghi
idonei alle operazioni di voto che possono essere presidiati da funzionari del
Ministero degli Affari Esteri e di altre Amministrazioni dello Stato
italiano".
Modalità, queste,
inserite anche nel ddl che viene presentato oggi. "Anche dopo un incontro
avuto nel settembre scorso con una delegazione di italiani residenti all’estero
– ricorda Firrarello – mi ero reso conto che è necessario abolire il voto per
corrispondenza, che ha provocato dubbi, illazioni e polemiche che hanno
caratterizzato le ultime due consultazioni politiche, assicurando le stesse
modalità di voto previste per i residenti in Italia". (aise,de.it.press)
Tremaglia: una pazzia cancellare il voto all’estero. Ma si converte al
seggio
Cancellare la
legge per il voto degli Italiani all’estero, dopo il caso Di Girolamo?
“Una pazzia”, dice
Mirko Tremaglia, ex Ministro per gli Italiani nel Mondo e ‘padre’ della legge
che ha consentito a 4 milioni di Italiani all’estero di eleggere loro
rappresentanti al Parlamento italiano. “Sarebbe una vergogna, un vero harakiri
– insiste Tremaglia – un modo per rendere l’Italia meno forte nel mondo dal
punto di vista politico ed economico. I cittadini di origine italiana nei
cinque continenti sono 60 milioni e 395 i parlamentari di origine italiana eletti
in vari paesi, una ricchezza incommensurabile, che il caso Di Girolamo non può
cancellare”.
L’anziano leader
dei Comitati Tricolori precisa: “Certo possono essere adottati accorgimenti per
rendere effettivamente segreto il voto e la strada giusta è quella di istituire
dei seggi elettorali, come sul territorio nazionale, nelle Ambasciate, nei
Consolati, nelle scuole e negli Istituti di Cultura Italiani … Ripeto,
l’importante è garantire la segretezza del voto. Ma forse è la partitocrazia a
non volere questo e a voler colpire lo sviluppo italiano nel mondo”.
Quanto a Di
Girolamo, Tremaglia non ha dubbi: “Io mi ero opposto alla sua candidatura e poi
non dobbiamo dimenticare che la giunta delle elezioni del Senato aveva già
deciso per la sua decadenza, ma poi in aula con una furbata si è deciso di non
decidere e la cosa è rimasta ferma lì. Solleverò – conclude più battagliero che
mai – quello che è un problema costituzionale direttamente con il Presidente
della Repubblica …”
Facendo seguito
alla intervista rilasciata alla Agenzia AGI, Tremaglia intende precisare che il
Di Girolamo non è mai stato proclamato Senatore, ma ha percepito ugualmente lo
stipendio mensile da Senatore. (agi)
Di Girolamo si dimette: "Ho sbagliato ma non sono un criminale"
Le dimissioni da
palazzo Madama comunicate in una lettera al presidente del Senato Renato
Schifani. Il senatore del Pdl finito nella bufera giudiziaria con l'accusa di
essere stato eletto nella circoscrizione estero con il voti della 'ndrangheta
Roma - Il senatore
del Pdl Nicola Di Girolamo ha scritto al presidente del Senato Renato Schifani
una lettera in cui comunica le proprie dimissioni da palazzo Madama. Quaranta
righe scritte al computer in cui il senatore del Pdl finito nella bufera
giudiziaria con l'accusa di essere stato eletto nella circoscrizione esteri con
il voti della 'ndrangheta, scrive: "sono convinto di dover rendere
disponibile la mia persona (...) perché chi dovrà giudicare possa davvero
conoscere i contorni di una vicenda che non è tutta criminale".
"Sono entrato
nell'aula del Senato -scrive ancora Di Girolamo- forte di una delega affidatami
da 24.500 elettori (...) né mafiosi né delinquenti. Di una piccola parte di
costoro avrebbe abusato un gruppo di individui probabilmente 'inquinati' da
frequentazioni criminali''. In ogni caso, aggiunge il senatore del Pdl, ''non
ero 'consegnato' anima e corpo a questi figuri. La frenesia della campagna
elettorale mi ha spinto a giudicare poco e male. E lei, mi auguro, immaginerà
che non si diventi mafioso nello spazio di un mattino, colpevole come sono di
uno o due incontri disattenti''.
Frequentazioni
occasionali, puntualizza ancora Di Girolamo, che non hanno cambiato la sua
natura. "Sono rimasto una persona perbene -assicura- incapace tuttavia di
difendersi innanzi alla protervia dei malevoli e dei menzogneri. In politica ne
ho incontrati alcuni (...) capaci di fagocitarmi nella smania delle promesse''.
''Ho ceduto, signor presidente -ammette infine- ma le mie colpe verranno
circoscritte dalla verità che saprò esporre ai magistrati''. Di Girolamo
conclude citando la 'Caritas in Veritate' di Benedetto XVI: ''Forse sarò
l'unico ad essere ricordato per aver rassegnato le dimissioni. Ma non importa:
mi affido alla Provvidenza (...) abbracciando il progetto di Dio, in Cristo,
sperando nella vocazione posta 'nel cuore e nella mente di ogni uomo'''.
Le dimissioni
presentate oggi dovranno essere votate dai senatori in aula. La
calendarizzazione di tale appuntamento spetta alla conferenza dei capigruppo.
La conferenza era già stata convocata per domani alle 11 ma aveva come oggetto
la questione delle eventuali mozioni sulla decadenza del senatore per
ineleggibilità. I documenti con la richiesta sono stati depositati stamattina,
da Pd e Pdl a palazzo Madama. Di Girolamo, tra l'altro, era atteso per domani
alle 12 per un'audizione dinanzi alla Giunta delle elezioni e delle immunità.
(Adnkronos 1)
Primo sciopero degli immigrati: l’onda gialla attraversa l’Italia
ROMA - Non solo
immigrati ma tanti italiani nell’onda gialla che ieri ha attraversato il paese
per difendere i diritti dei migranti nel primo sciopero made in Italy della
categoria. Decine e decine di migliaia hanno partecipato pacificamente alle
manifestazioni e ai cortei che si sono svolti in oltre 60 piazze, tutti con
addosso qualcosa di giallo, il colore della protesta: un braccialetto, un
nastrino, un fazzoletto. L’iniziativa nata sul web per iniziativa del Comitato
“Primo marzo 2010”, sul modello francese, ha ricevuto un consenso bipartisan.
Unica voce fuori dal coro, quella della Lega nord.
Tante le adesioni
alla “24 ore senza di noi”, voluta per riaffermare il ruolo degli immigrati
nell’economia nazionale: da Amnesty all’Arci, da Legambiente alle Acli, a
Emergency. E poi i partiti, il Pd, l’Idv, il Pdci, Rifondazione comunista.
L’astensione dal lavoro dei migranti non è stata solo simbolica ma ha
interessato anche i regolari. C’è chi ha direttamente informato il datore di
lavoro dell’adesione allo sciopero.
Uno striscione
giallo con la scritta «Migrare non è reato» ha aperto il corteo a Milano, due
mila partecipanti. Ventimila al corteo a Napoli (dove è stato aggredito
l’assessore comunale Giulio Ricci da «frange estremiste di disoccupati» ha
denunciato il sindaco) che si è concluso a Piazza Plebiscito con musica e
rappresentazioni teatrali. Diecimila in piazza a Brescia per iniziativa della
Fiom-Cgil. Alla sede Inps di Roma, una cinquantina di immigrati ha protestato
per il riconoscimento dei contributi previdenziali di cui non godono se
lasciano il paese. Nella capitale, il corteo (vi ha partecipato anche Dario
Franceschini, capogruppo Pd alla Camera) è stato aperto da una delegazione di
stranieri di Rosarno, con uno striscione «Troppa intolleranza, nessun diritto».
Un migliaio i manifestanti a Bari con manifesti «Sono una persona, non un
documento».
Riconoscimento al
lavoro degli immigrati è giunto dalla Coldiretti: «sono determinanti, senza di
loro non sarebbe possibile la produzione di numerose eccellenze del Made in
Italy alimentare», dalla raccolta delle mele della Val di Non alla mungitura
delle mucche per il Parmigiano Reggiano, dalla vendemmia dei vini Doc alla cura
dei greggi per il pecorino romano. Lo sciopero è stato giudicato interessante
da esponenti del Pdl. «Può rappresentare - ha detto Fabio Granata,
vicepresidente dell’Antimafia - uno stimolo positivo di riflessione per la
classe politica italiana sul valore positivo ed economicamente straordinario
della presenza dei migranti regolari in Italia». Anche se lo sciopero non è
strumento gradito, per il sottosegretario Adolfo Urso, «vanno ascoltate le
ragioni dei cittadini immigrati che rispettano la legge».
«L’iniziativa è un
segnale da prendere in seria considerazione», per Pierluigi Mantini (Udc). Lo
sciopero, secondo il vescovo di Terni, Vincenzo Paglia, «è significativo. La
convivenza è già una realtà». «Quella di oggi è una giornata importante» ha
detto Livia Turco (Pd). Sostegno alla mobilitazione anche da Renata Polverini,
candidata alla presidenza Regione Lazio per il Pdl. Mentre «è una
manifestazione senza senso, che non aiuta l’integrazione» per Mara Bizzotto,
europarlamentare leghista. Come risposta allo sciopero odierno, la Lega Nord ha
organizzato una contromanifestazione a Sesto San Giovanni, alle porte di
Milano.
Un giovane a Mestre
è stato denunciato per aver lanciato uova cariche di vernice contro la sede
leghista. Sostegno allo sciopero da molti che hanno scritto un messaggio al
numero giallo (320-2043514. Numerosi gli italiani. «Aderisco perchè senza di
loro non ce la possiamo fare» o «Grazie per il lavoro e l’energia che portate»
scrive uno che si firma Antonio. «Aderisco - scrive Ilda da Torino - perchè
oggi essere contro una società multiculturale è come vivere in Alaska e essere
contro la neve». IM 2
Il commento. Gli immigrati: "Uomini come voi"
C'E' DA SPERARE
che la minoranza colorata che ha affollato pacificamente ieri decine di piazze
italiane protestando contro il razzismo e invocando i diritti che le sono
negati, venga presa in seria considerazione dalle pubbliche autorità. Per
quanto esigua, rispetto alla popolazione di 4,3 milioni di stranieri residenti
nella penisola, la folla dei manifestanti ha rivelato la nascita di un nuovo
movimento che sarebbe irresponsabile sottovalutare. Perché, se il malcontento
rimanesse inascoltato, l'associazionismo degli immigrati potrebbe svilupparsi
in forma contrapposta e separata alla democrazia in cui reclama di venire
incluso.
Quando migliaia di
palloncini gialli si sono levati in volo su piazza del Duomo a Milano, coprendo
il maxischermo in cui sfilavano elegantissime le modelle straniere, il sagrato
era invaso di badanti e fattorini, coi loro bimbi che mostravano un semplice
cartello: "Siamo nati qui, vogliamo la cittadinanza". A Roma
cancellavano le scritte ostili sui palazzi. A Napoli marciavano così numerosi
da stupire i passanti: da dove spuntano tutti questi stranieri?
Se è bastata la
suggestione velleitaria di "24h senza di noi", la sfida impossibile
di uno sciopero degli immigrati, per dare consistenza numerica a un'iniziativa
spontanea quasi del tutto priva di supporti organizzativi, vuol dire che c'era
un vuoto da riempire. Non gli corrisponde, è vero, uno spazio politico
redditizio: la difesa dei diritti degli stranieri in Italia continua a essere
valutata un pessimo affare elettorale, come rivela anche la riluttanza del
Partito democratico finora pochissimo interessato a dare loro visibilità
pubblica nelle sue strutture. Ma come non rendersi conto che le buone ragioni
degli immigrati, contro una burocrazia sollecitata dal centrodestra a rendergli
la vita difficile, potrebbero tradursi in rivolta se si continua a ignorarle?
Ieri hanno cantato
e ballato per le strade, stupiti loro stessi nel riconoscersi movimento
nascente. Ma domani? Per quanto tempo ancora potremo impiegarli con paghe
inferiori, costretti spesso nell'irregolarità del lavoro nero, lanciando
contemporaneamente proclami allarmistici contro l'"invasione degli
stranieri?" È significativo che attestati di rispetto e comprensione nella
prima giornata di protesta degli immigrati siano giunti da associazioni
imprenditoriali di categoria: la Camera nazionale dell'Artigianato che ricorda
come il 9,5% del Pil sia legato direttamente o indirettamente al lavoro degli
stranieri; e la Coldiretti che lamenta il ritardo del decreto flussi per gli
stagionali agricoli, da cui dipende il 10% dei raccolti nelle campagne
italiane. Riconoscerli solo come manodopera, però, non esaurisce la dimensione
di umanità che tante famiglie, scolaresche, comunità di cura vivono nel rapporto
personale con il loro singolo straniero, disabituate tuttora a vederlo
partecipe di una collettività. A lui danno un nome, ne condividono le emozioni,
lo adottano. L'"insieme straniero" resta invece folla anonima,
estranea, minacciosa.
Ieri questa folla
ci si è presentata affermando con esemplare civiltà: "Siamo uomini e donne
come voi". Ma questo è il pericolo, se gli stranieri continueranno a
scendere in piazza da soli, dopo che ieri ci hanno preso gusto: che il sorriso
della prima volta, incompreso nella separazione dei passanti, trasmuti in
sguardi torvi. Una società armoniosa, in grado di condividere i medesimi ideali
di giustizia sociale, non può fondarsi sul braccio di ferro tra comunità
straniere e maggioranza italiana. Ha bisogno di immigrati bene inseriti nelle
strutture di rappresentanza democratiche. Deve aspirare a una cittadinanza
comune. GAD LERNER LR 2
Gli scandali uccidono il senso dello Stato
E’interessante
sentire la lettura che il popolo fa del maxi-scandalo del riciclaggio: basta
ascoltare i clienti dei bar. Non sanno niente di caroselli, elezioni
all’estero, voti per posta. Ma nel bar ci sono 4-5 giornali, e le prime 3-4
pagine hanno le stesse frasi, le stesse foto, gli stessi titoli. Io porto la
mia mazzetta, e la lascio circolare. Quando mi riportano un giornale, lo
confesso, li interrogo. I clienti commentano con sarcasmo. Non so quanti
milioni di italiani entrino in un giorno nei bar, ma sono milioni di italiani
nei quali s’infiltra il sospetto che lo Stato non solo non stia vincendo la
guerra contro la criminalità, ma non la stia nemmeno combattendo.
Vedono un politico
che dichiara: «Mai conosciuta la ‘ndrangheta», e accanto c’è la foto di lui con
un boss. La gente sghignazza. È un autosghignazzo: l’italiano da bar disprezza
il corrotto ma compatisce se stesso, la propria impotenza. Noi non possiamo
farci niente, chi può farci qualcosa è lo Stato, ma lo Stato sta dall’altra
parte. Siamo traditi. Il maxiscandalo è per la gente un tradimento dello Stato.
Un titoletto dice:
«Riciclatore prima che senatore». Il messaggio è chiaro: è un senatore perché
era un riciclatore. Vuoi far politica? Sii disonesto. Carriera e disonestà sono
sinonimi.
Il riciclaggio
ammonta a due miliardi di euro, ma i clienti traducono: quattromila miliardi di
lire. Così fa più impressione. Il confronto è sempre col proprio stipendietto,
sopra o sotto i mille euro. Io, sbarcare il lunario. Loro sbarcano sulla luna.
Nelle
intercettazioni il supposto corrotto «si vanta di aver affittato ufficiali e
militari della Finanza», per fare «affari tranquilli». La parola che rode il
cervello è «affittato». Questo «affitta» finanzieri. La Finanza è un’auto a
noleggio. Servitori dello Stato in vendita. Allora lo Stato t’imbroglia: Legge,
Giustizia, Politica sono gli strumenti con i quali frega te e i tuoi figli. In
conclusione: pagare le tasse? «Conti correnti su decine e decine di banche»: tu
ne hai uno solo, ne avevi due ma li hai unificati perché ognuno costa 5 euro al
mese. Con 5 euro ti paghi 5 caffè. Le banche non sono di tutti i clienti, sono
di questi clienti qua. Puoi fidarti delle banche?
La ‘ndrangheta
raccoglie voti nelle case dei poveracci emigrati in Germania, e l'inviato dice
che quelle case gli fanno «schifo». I voti no. Il votato da quei voti dovrebbe
far gl’interessi di quei votanti. Ma come può, se gli fanno schifo? Avrà pure
il diritto di non vomitare.
«L’ambasciatore si
adoperava a procurargli falsi documenti»: se sei all’estero e hai bisogno di
una pratica, vai alla tua ambasciata e ti senti un pezzente alla corte del re:
rompi le scatole. Questo chiede documenti falsi e l’ambasciatore muove le
chiappe. Sono ambasciate d’Italia o della mafia?
Stravotato
all’estero, in Italia è «un perfetto sconosciuto». Ma tanti voti non
significano tanta popolarità? Noo? Significano tanta mafia? «Ascoltami testa di
c…, tu puoi anche diventare presidente della Repubblica ma resti il mio
schiavo»: il cliente del bar legge la frase ad alta voce. Un boss parla a un
senatore: il parlamentare fa le leggi ma è schiavo. Quindi fa le leggi per il
suo padrone. La ‘ndrangheta.
La ‘ndrangheta:
una sera sì e l’altra pure, sentiamo ai tg i tremendi colpi inferti alla mafia:
pare sgretolata. E tu ci credi? Non è che invece si moltiplica? Domani ti
suonano il campanello e ti chiedono il pizzo.
«Ascolta amico, il
Fioravanti e la Mambro li ho tirati fuori io, li ho aiutati economicamente», ma
non erano ergastolani? Non diciamo sempre: «Sbatterli in galera e buttar via la
chiave?». Invece questi la chiave se la mettono in tasca, e la tirano fuori
quando vogliono.
Cos’è che tagliano
a fette, al bar, ogni mattina, le lingue del popolo? Il Pdl? La Politica? La
Giustizia? Di più: con questi scandali si uccide nel popolo il senso dello
Stato. FERDINANDO CAMON LS 1
Primo Marzo, rivoluzione "in giallo". L'Italia si ferma con i
migranti
“Rivoluzione in
giallo”. Migranti in sciopero in tutt’Italia per chiedere il rispetto dei
propri diritti di uomini prima ancora che di lavoratori. Il colore del sole,
tinta neutrale politicamente, è il colore-simbolo del primo Marzo 2010.
“Ventiquattr’ore senza di noi” è lo slogan della manifestazione internazionale:
in contemporanea con i cugini francesi e anche in Belgio e Spagna. Una giornata
speciale e non un sciopero etnico. Una giornata di protesta, fuori dalle
fabbriche e dai cantieri. L’astensione dagli acquisti e lo strike di braccianti
e badanti. Ovunque, bandiere rigorosamente gialle, braccialetti e nastrini. E
dal Nord al Sud dell’Italia si sussegono all’unisono cortei, sit-in e
manifestazioni.
"Evento
riuscito" «È presto per i bilanci. Tuttavia, l'iniziativa è riuscita
perchè la fase di attivazione e mobilitazione delle reti antirazziste è stata
raggiunta. Siamo riusciti a creare un sacco di contatti. Siamo riusciti a far
parlare dell'evento.» Lo ha detto Stefania Ragusa, Presidente del Comitato
Primo Marzo 2010. «Adesso» - ha spiegato - «si apre la fase delle proposte, la
parte "politica" e sarà molto impegnativa perchè si tratterà di
scegliere dei contenuti e di lavorare su quelli. La forza di questo movimento è
nell'essere "meticcio", ovvero, fatto da italiani e non italiani
insieme. Non italiani caritatevoli, non stranieri arrabbiati, ma gente che vive
in Italia e pensa sia necessario darsi tutti da fare per evitare che in questo
Paese la dimensione del diritto sia completamente massacrata». Ragusa ha detto
che : «l'adesione nel Mezzogiorno è stata notevole. Ho sentito i nostri
rappresentanti a Reggio Calabria e Palermo e ci hanno detto che è andata molto
bene. C'era tanta gente,
tanto movimento.
Essere riusciti a sollecitare e coinvolgere le periferie d'Italia, posti del
Sud dove normalmente non si manifesta, è stato un successo. Si sta pensando di
rilanciare un'altra giornata di sciopero e questa volta ci auguriamo aderiscano
anche i sindacati. Ci sono date nell'aria ma nulla di preciso. C'è la necessità
di darsi presto un nuovo appuntamento per far sì che l'esperienza non si
esaurisca oggi».
LE STORIE.
Emanuel, 34 del Camerun, stamattina ha deciso di lascaiare scoperto il suo
posto di lavoro, la la receptuion di un grande albergo. «Sono a Milano da sei
anni e da sei anni in metropolitana vengo guardato con disprezzo» racconta.
«Perché sono in piazza? I motivi di questa scelta sono tanti, il punto è che
non veniamo considerati come cittadini», spiga.
Eder Herrera ha 22
anni ed è uno studente peruviano dell'Università Statale: «Non dimenticherò mai
quel giorno che mi hanno fermato i controllori dell’autobus. Avevo dimenticato
il portafoglio con l’abbonamento. Mi hanno trattato come un criminale».
Storie di ordinari
sorprusi e indifferenze. Storie di chi viene "guardato" male eppure è
indispensabile. Come le vicessitudini di Roberto, ragazzo ecuadoriano: “Ho
dovuto rinnovare il permesso di soggiorno e sono precipitato in un limbo.
Eppure ho un lavoro regolare, faccio l'autista, e mi sono sposato a
Milano". C'è chi denuncia il razzismo e chi chiede agli italiani di andare
a raccogliere i pomodori al posto degli stranieri. C'è chi racconta la
situazione disperata in cui vive, senza casa e lavoro, e chi accusa il sindaco
di Roma, Alemanno, "non aver fatto nulla per rispondere alle richieste dei
migranti.
Edda Pando,
impiegata, è una peruviana quarantenne. "Oggi ho scioperato contro il
razzismo istituzionale che esiste in Italia - dice -. E' ora di dire basta.
Dallo sciopero ci aspettiamo una nuova consapevolezza della gente". Kim
Bikila, togolese da 12 anni in Italia, è un agente cinematografico e
denuncia il razzismo artistico: "Un artista straniero può fare solo ruoli
secondari".
Indesiderati e
indispensabili. La contraddizione, che da anni viene marchiata sulla pelle
degli immigrati in Italia, domani verrà allo scoperto. La protesta sotto
la sede Inps di Roma di questa mattina è un segnale non simbolico, e i migranti
l’hanno scritto a grandi lettere su dei cartoni: “In 4 milioni e 800mila
stranieri lavoriamo in Italia. Con i nostri contratti creiamo 122 miliardi di
ricchezza nazionale”.
Primo marzo e il
primo giorno “senza”. Senza badanti ad assistere gli anziani, senza operai
(regolari) a lavorare e a pagare i contributi per i pensionati, senza
braccianti (irregolari) a raccogliere le arance. Ma anche senza madri immigrate
a comprare quaderni e matite per i loro figli che vanno a scuola. Senza autisti
di autobus, impiegati delle poste, medici. Una giornata con gli alimentari
vuoti, i bar deserti, le linee telefoniche mute.
L'idea è arrivata
dalla Francia e gli organizzatori italiani la raccontano così: «Le nostre
società vivono grazie al lavoro di migliaia di stranieri. L'Italia funziona
ogni giorno grazie a loro ma se ne vergogna. Così cerca di ignorarli, chiuderli
fuori, annegarli in mare come si fa con le cucciolate di gattini troppo
numerose. Si vergognano di noi? Bene vediamo che succede se per un giorno noi
non ci siamo».
Nata in maniera
spontanea, la protesta del Primo Marzo ha ricevuto l'adesione di una serie di
organizzazioni, tra cui Emergency e Legambiente, partiti politici (Pd, Sel e
Rifondazione Comunista) e delle rappresentanze di diversi sindacati di Cgil,
Cisl e Uil, che pur dando il loro sostegno, non hanno proclamato lo sciopero
generale a livello nazionale. Poche ore e si saprà se l'«onda gialla» arriverà
a smentirli.
ma.ier e
c.buq. L’U 1
Radio Colonia. Quale futuro per il voto all’estero?
Colonia - Radio
Colonia, il programma in lingua italiana del Westdeutscher Rundfunk/Funkhaus
Europa, ha dedicato la trasmissione di lunedì primo marzo al voto degli
italiani all’estero, messo in discussione da più parti dopo la vicenda del
senatore dimissionario Nicola Di Girolamo, Pdl. Il servizio riassume il
dibattito, mentre l’intervista dà voce a Salvatore Viglia, direttore del
quotidiano online “Politicamente corretto” e fondatore del PIE, Partito degli
Italiani dall’Estero. Viglia rilancia il voto all’estero, sì, ma elettronico, e
traccia un bilancio desolante dell’operato degli eletti all’estero. Il servizio
e l'intervista si possono ascoltare sul sito di Radio Colonia: www.funkhauseuropa.de/italiano.
“Radio Colonia” va
in onda ogni sera dalle 19 alle 19.30, dal lunedì al venerdì, sulle frequenze
di Funkhaus Europa, il programma multilingue della radio pubblica tedesca
Westdeutscher Rundfunk (103,3 MHz nel Nordreno-Vestfalia, 96,3 a Berlino, 96,7
a Brema). “Al dente” è il settimanale della domenica, dalle 12.05 alle 14. E`
possibile ascoltare Radio Colonia in streaming sul sito
www.funkhauseuropa.de/italiano,
dove si trovano tutti i servizi e le interviste andate in onda, il podcast e la
webradio. (RC, de.it.press)
L’Ice presente con un proprio padiglione alla fiera Cebit di Hannover (2-6
marzo)
Hannover. “Anche
quest´anno l´ICE è presente con un proprio Padiglione al CEBIT di Hannover, la
manifestazione ritenuta la più importante al mondo nel settore dell’ICT”, ha
dichiarato l´Amb. Umberto Vattani, Presidente dell´ICE, in occasione
dell’inaugurazione della manifestazione.
“Sono sempre piu´
numerose le imprese italiane partecipanti al CEBIT, a testimonianza
dell’eccellenza di tante realta´, anche piccole, che grazie all’innovazione
tecnologica si affermano sui mercati
internazionali. Ben 39 aziende sono presenti nel Padiglione Ufficiale
organizzato dall’ICE. L´Italia con 67 tra aziende e Centri, rappresenta la piu´
importante partecipazione straniera a questa edizione del CEBIT”.
Sono esposte
soluzioni informatiche per la business continuity, software e hardware per
sicurezza e rilevazione presenze, SMS gateway e call billing, sistemi raccolta
dati, software per la creazione di siti web, sviluppo e produzione di apparecchiature
e sistemi di processamento di documenti e valori, sviluppo di software per il
supporto operativo a reti di telecomunicazione, progetti web based a catalogo e
progetti “custom made” che consentono alle aziende e agli information provider
di semplificare la ricerca e la navigazione di documenti e informazioni in
portali e sistemi di gestione della conoscenza o sistemi wireless.
Grazie proprio
alla loro produzione tecnologicamente avanzata e soluzioni innovative, alcune
aziende del Padiglione ICE sono state selezionate per presentare i propri
prodotti nell´ambito del Future Talk, Forum della manifestazione dedicato alle
sfide tecnologiche del futuro.
Per maggiori
informazioni: m.berz@ice.it, www.italtrade.com/deutschland.
(Ice, de.it.press)
La Bürgerschaft di Amburgo rifiuta il consolato onorario, vuole che resti
quello vero
Amburgo - "Il
Comitato per il mantenimento del Consolato Generale di Amburgo intende fare
presente l’inesattezza di quanto riferito dal Sottosegretario agli esteri Mantica
durante l’audizione sulla rete consolare di fronte alle Commissioni Esteri di
Camera e Senato, in ordine alla "grande partecipazione del Governo
locale" alle trattative per l’istituzione "di un consolato onorario
limitato alle attività portuali (visti) e per uno sportello consolare da
trasferire presso la sede dell’IIC per tutto il resto ad Amburgo". È
quanto si legge in una nota del Comitato per il mantenimento del Consolato
Generale di Amburgo, in cui si ricorda che "nel mese di gennaio il
Presidente del Parlamento di Amburgo, Berndt Röder, ha guidato una delegazione
di parlamentari delle diverse correnti politiche che si è recata a Roma per un
incontro con i parlamentari italiani della Commissione Esteri della Camera e
del Senato".
"In quella
sede – spiegano da Amburgo – il senatore Dini, in qualità di Presidente della
Commissione Esteri del Senato, aveva infatti anticipato la possibilità di
proporre per la sede di Amburgo una soluzione che prevede la nomina di un
Console onorario. La delegazione della Bürgerschaft della città anseatica,
tuttavia, si era fermamente opposta a tale proposta, non ritenendo adeguata la
presenza solo di un Console onorario, al posto di un Consolato generale".
(aise)
Resoconti. Le attività svolte nel 2009 dal Comites di Hannover
Hannover. Oltre
all’ordinaria amministrazione ed ai compiti istituzionali che il Comitato ha
svolto egregiamente, tantissime sono state le Attività portate avanti nel corso
dell’anno e quasi tutte finalizzate all’integrazione sul territorio dei
connazionali.
Di seguito le
iniziative più rilevanti. Ha tenuto i contatti con la collettività
rappresentandola degnamente sia presso le autorità consolari sia presso
quelle locali.
Ha seguito le associazioni sparse sul territorio
con le quali ha instaurato un rapporto di collaborazione. Ha partecipato
attivamente agli sviluppi dell’integrazione dei cittadini italiani .Il
Presidente è membro del consiglio per l’integrazione della città di
Hannover e nello
stesso tempo rappresenta gli italiani della Germania, su delega
dell’intercomites, presso il Forum per l’integrazione chiamato in vita dal
Governo tedesco
Ha organizzato un
convegno regionale sulla salute a cui hanno preso parte
Professionisti
italiani e tedeschi di fama. Tantissimi i partecipanti e
tantissima la
risonanza positiva da tutte le parti (220 presenze). È stato stampato anche un
piccolo opuscolo in lingua italiana per la prevenzione dal titolo “Vita sana-
Futuro sano”. Ha organizzato un convegno regionale dei giovani italiani della
Bassa Sassonia.
Ha contribuito
ad avviare insieme ai comites di Francoforte, Stoccarda,
Colonia, Dortmund,
Friburgo e Saarbrücken una Ricerca sul grado di
integrazione dei
giovani italiani residenti in Germania affidata alla
ricercatrice Edith
Pichler. I risultati sono attesi per il mese di ottobre e verranno presentati
nella sede dell’Ambascaiata di Berlino a novembre 2010 alla presenza anche del
Ministro tedesco per l’integrazione Dr. Maria Bhömer.
Ha iniziato uno
studio sugli anziani del territorio. Ha organizzato una mostra fotografica
itinerante sugli italiani degli anni 50/60/70 per testimoniare la realtà
italiana di Hannover di quegli anni nel 2010 verrà portata in diverse parti
della regione. Ha organizzato una tavola rotonda presso l’università di
Hannover per
capire il fenomeno
della criminalità e come prevenirla
Ha organizzato
diverse manifestazioni culturali di alto livello tra cui una a
sostegno dei
terremotati in Abruzzo. Ha organizzato la seconda edizione del premio comites.
Quest'anno ha premiato cinque scuole che si sono distinte per la divulgazione
della lingua italiana. Ha organizzato manifestazioni a favore della doppia
cittadinanza ed ha iniziato un programma per la sensibilizzazione dei nostri
connazionali
Ha organizzato
diverse iniziative per l’integrazione in loco. Ha informato i cittadini
attraverso comunicati e due numeri del bollettino “il Comites Informa”. Ha
organizzato la rassegna “Cinema Cinema”- Proiezioni di film italiani. Ha
continuato a seguire il progetto Squadra di strada - integrazione attraverso lo
sport - I giovani hanno formato un società sportiva italiana che porta il nome
di “Figli d’Italia”. La squadra milita nella terza categoria
Ha continuato a
seguire le iniziative del Club anni 50/60. Stretta è stata la collaborazione
con il Consolato Generale d’Italia, con la città di Hannover, con l’università,
con il mondo associativo italiano, con i partiti politici locali e con altre
collettività, specialmente con quella turca.
Dott. Giuseppe
Scigliano, Presidente (de.it.press)
Berlino. Grossa partecipazione al Convegno “Donne e mafia”.
Donne e mafia:
convegno organizzato da ‘Mafia? Nein danke’ a Berlino in collaborazione con la
Humboldt Universität
Berlino -
Grandissimo interesse per la nuova iniziativa dell’associazione ‘Mafia? Nein
danke’ a Berlino. In una sala gremita 150 italiani e tedeschi hanno seguito il
convegno “Donne e mafia” organizzato in collaborazione con la Humboldt
Universität. La serata è stata frutto della collaborazione tra l’associazione
berlinese e l’iniziativa siciliana Addiopizzo.
Ringraziando le
organizzatrici Luise Rohleder, Bianca
Negri, Ombretta Caspani e Alessandra Sasso il Presidente di ‘Mafia? Nein
danke’, Luigi Cornaglia, ha introdotto i lavori. L’obiettivo dell’associazione,
ha spiegato Cornaglia, è informare sul problema mafioso e sul lavoro del
movimento antimafia in Italia, ma soprattutto far presente la dimensione anche
internazionale delle mafie.
“Il coraggio é
donna”. Così Laura Garavini, fondatrice di ‘Mafia? Nein danke’ e capogruppo del
Pd in Commissione antimafia, ha aperto la discussione moderata da Julia Bauer.
“Le donne possono avere un ruolo fondamentale nella lotta alla criminalità
organizzata – ha sottolineato la deputata del Pd – nelle istituzioni, con donne
in prima linea nella magistratura e in politica”.
“Ma anche nella
vita privata e sociale possono essere determinanti”, ha proseguito la Garavini, chiarendo: “come
madri, nel momento in cui fanno capire ai loro figli che mafia non significa
potere e soldi, bensì vite squallide e violenza. Come mogli, se accettano o addirittura spingono i
loro mariti a diventare collaboratori di giustizia e dunque si oppongono alla
crudeltà delle mafie. Ma anche nella società civile, quando le donne sono al
fianco di magistrati, forze dell’ordine e semplici cittadini per trovare
insieme il coraggio di non piegarsi alle estorsioni e alle minacce”.
“Le donne che si
mettono con le mafie alla fine sono quelle che perdono” ha sostenuto la
sociologa e autrice Ombretta Ingrascì. “Anche quelle che apparentemente
ricoprono ruoli di boss, in realtà sono totalmente sottomesse ad una cultura
maschilista, in cui devono ubbidire a padri e fratelli, anche addirittura nelle
scelte private, ad esempio quale marito sposare.” Olivia Liebert, protagonista
di una tesi di laurea su “Le influenze del fenomeno mafioso sul mancato
sviluppo del Sud Italia“ ha anch’essa rimarcato la cultura machista in cui si
collocano i fenomeni mafiosi: “Il culto del figlio maschio e una mitizzazione
del denaro e del possesso sono il terreno ideale su cui si incunea la violenza
mafiosa”.
L’iniziativa si è
conclusa con la testimonianza di Vera Castagnetta di Addiopizzo, che attraverso
gli scatti della sua mostra fotografica ha dato voce ad interessanti spaccati
dell’impegno femminile antimafia a Palermo. “Dà tanta forza venire accolta da
un interesse così forte e caloroso. Le nostre iniziative di Addiopizzo a
Palermo purtroppo sono spesso snobbate dal pubblico.” De.it.press
Da Stoccarda solidarietà dei Circoli PD al primo sciopero degli immigrati
in Italia
Partendo dalla
citazione di Tahar Ben Jelloun “È trattando gli altri con dignità che si
guadagna il rispetto per se stessi” i Circoli Pd Stuttgart 1,
Reutlingen-Metzingen e Leonberg hanno diffuso il seguente comunicato in
occasione del “1 o marzo 2010: una giornata senza di noi. Un‘ iniziativa del PD
nel mondo”
Con le parole del
noto scrittore e saggista di origine magrebbina, Tahar Ben Jelloun, il circolo
PD Stuttgart 1 si unisce alle iniziative promosse in Italia e all’estero dal
Partito democratico in occasione del 1o marzo 2010 per sottolineare e
valorizzare l’apporto degli immigrati al processo e sviluppo dei relativi Paesi
ospiti.
Ancora fresche
sono nelle nostre menti le angoscianti immagini di Rosarno, e ancora fresco è
il ricordo quando noi stessi, italiani all’estero, cercavamo di costruirci una
nuova esistenza in altri Paesi. Per questo esatto motivo, sappiamo benissimo
cosa vuol dire essere „stranieri“ in un Paese dove non si conosce la lingua e
le cui tradizioni sono „estranee“ alle nostre. Per le prime generazioni di
emigrati italiani la vita all’estero è stata dura perché accompagnata da molti
pregiudizi e da una forte diffidenza di fronte „all’altro“, allo „straniero“.
Oggi, la diffidenza ha fatto sempre più spazio alla richezza che hanno saputo
dare gli „stranieri“ di allora, che con
le loro tradizioni hanno, prendendo Stoccarda come esempio, non solo cambiato
l’immagine della città dal punto di vista urbanistico creando quasi un ambiente
mediterraneo, ma hanno anche arricchito attraverso la loro presenza, sia in
termini economici sia in termini culturali, la città ospitante, che oggi è una
vera e propria città multietnica.
Noi che viviamo
all’estero ci sentiamo molto vicini agli immigrati perché abbiamo una storia e
una sensibilità in comune. Noi il 1o marzo 2010 ci saremo a dire che
l’emarginazione degli immigrati è sempre un danno alla società perché non
considera la grande richezza che scaturisce dall’incontro delle diverse
culture! De.it.press
Le prossime iniziative per i connazionai di Monaco di Baviera e dintorni
Monaco di Baviera
- Nell’Atelier Sante Recca a Villa Berlepsch, inaugurata nei giorni scorsi la
mostra d'arte "1+4" degli artisti Erasmo Amato, Iara Simonetti, Sante
Recca, Martina Gärtner, Michele Golia. La mostra resterà aperta fino al 5
marzo.
Dal 4 al 6 marzo
invece, nella sede dell’Institut für Romanistik, Universität Regensburg,
l’iniziativa "Testo e ritmi". Sarà quindi la Pinakothek der Moderne,
dal 6 marzo al 30 maggio, ad ospitare "Gianpaolo Babetto. L'italianità dei
gioielli", un’iniziativa organizzata da Die Neue Sammlung - The
International Design Museum Munich in cooperazione con l'Istituto Italiano di
Cultura.
Di nuovo cinematografia,
il 6 marzo, alle ore 21 nel Filmmuseum in Münchner Stadtmuseum, con il film
"Mannaggia alla miseria". Il giorno successivo, alle ore 11 nel
BlackBox di Gasteig, l’incontro "Emotionale deutsch-italienische
Beziehungen" con lo scrittore Jan Weiler e la giornalista del Bayerischer
Rundfunk, Sandra Limoncini, per la rassegna "Italien neu verstehen".
Sempre domenica 7
marzo, alle ore 17 nel Stadttheater Weilheim, film e buffet "Frauen
gestern, heute und morgen" con l’Associazione Vita e Cultura Italiana Weilheim.
Lo stesso giorno il ristorante "La Fortuna", alle ore 19.30,
festeggerà la Festa della Donna con una cena durante la quale saranno letti
brani e poesie delle donne e sulle donne. Nell'ambito della rassegna
"Retrospektive Lina Wertmüller", infine, la proiezione del film
"Il mio corpo per un poker" con inizio fissato alle ore 21 nel
Filmmuseum in Münchner Stadtmuseum. (aise)
Tenuto a Berlino il Convegno delle donne italiane in Germania. Nasce “Retedonne”
Berlino. Alle fine
le donne hanno preso pennarelli e penne e hanno riempito una tela lunga sette
metri con i loro messaggi: ‘Fare rete’,
‘Coraggio e fantasia’, ‘Impegno per realizzare i nostri scopi’,
‘Aiutiamoci’. Sono i sogni, gli obbiettivi, le prese d’impegno delle oltre 50
donne da tutta la Germania che erano presenti al Convegno “Coordinamento Donne
italiane in Germania: riprendere il filo” a Berlino: scopo del Convegno,
tenutosi nelle sale della fondazione Friedrich-Ebert-Stiftung, a cui hanno
partecipato anche donne dalla Svizzera e dal Belgio, era creare una rete di
donne che serva a sostenere e valorizzare progetti al femminile in Germania,
nonché dare loro maggiore voce presso le istituzioni tedesche e italiane.
L’Ambasciatore
Michele Valensise ha salutato le partecipanti complimentandosi per
l’iniziativa, che può svolgere un ruolo importante nell’affrontare le spinose
questioni di integrazione e che interessano la comunità italiana, con
particolare riferimento alle difficoltà che i bambini italiani continuano ad
incontrare nelle scuole tedesche.
Eva Högl, deputata
tedesca ed esperta di politiche europee, ha sottolineato nel suo saluto di
benvenuto che “le donne sono ancora sottorappresentate nelle posizioni di
comando e nei centri decisionali, mentre sono le prime vittime della crescente
povertà che interessa sempre di più fasce finora benestanti della società
civile.”
“Rispetto
all’abbruttimento che sta vivendo l’immagine della donna in Italia, nuovo
strumento di corruzione e oggetto di interesse solo perché preferita dal capo
di turno, un´iniziativa di questo tipo vuole servire a dare voce, invece, alle
tante esperienze al femminile di donne vere ed impegnate.” Così l’onorevole
Laura Garavini, che ha appoggiato la creazione di una rete di donne insieme al
Coordinamento Donne Italiane di Francoforte e a quello di Amburgo.
Il giro di saluti
iniziali è stato concluso dalla Presidente del Coordinamento di Francoforte,
Liana Novelli Glaab, che ha ripercorso la storia del coordinamento di Francoforte,
impegnato a fare rete anche con associazioni di donne di altre nazionalità in
Assia, allo scopo di contribuire in modo proattivo alla definizione dei
processi di integrazione delle comunità straniere in Germania.
Sono, poi, seguiti
gli interventi delle sociologe Edith Pichler, della Freie Universität di
Berlino, e di Chiara Saraceno, dell’Università di Torino e attualmente docente
al Wissenschaftszentrum für Sozialforschung di Berlino. La Pichler ha
illustrato l’evoluzione dell’emigrazione italiana in Germania negli ultimi
decenni, mentre Chiara Saraceno ha fornito un’analisi della componente
femminile nella società contemporanea italiana e delle reali opportunità di
parità. “Si osservano miglioramenti nella condizione della donna in Italia, ma
sono miglioramenti autoprodotti: sono le donne che sono migliorate e non
l’ambiente circostante. Gli uomini, nella loro funzione di guardiani dei
cancelli, continuano a tenerli ben serrati.”
Agli interventi
delle ospiti dalla Svizzera e dal Belgio, Anna Rüdeberg, Angela Carlucci e
Alessia Centioni, sono seguite le presentazioni dei vari coordinamenti donne
costituitesi o in via di costituzione: Antonella Rossi e Maurella Carbone per
Francoforte, Marina Mannarini, Beatrice Virendi, Teresa Donato per Amburgo, Beatrice
Foti, Silvana Abbrescia, Livia Bevilacqua e Guia Princigalli per Berlino,
Barbara Golini e Anna Maria Castiello per Stoccarda, Lisa Mazzi per Friburgo,
Simona Viacelli per Ingolstadt.
Le grafiche
Francalma Nieddu e Adriana Merlini hanno proposto diverse ipotesi di logo che
rispondano all’idea della messa in rete di donne e associazioni: “un frutto
pieno di tanti piccoli semi rossi che interpreta un’associazione al femminile
che comprenda le diverse donne italiane all’estero, accomunate da ideali e progetti.
Più di 600 piccoli frutti uniti da un filo sottile: la rete appunto.”
Eleonora Cucina ha
animato le partecipanti ad arricchire la “tela” con propositi, parole chiave,
suggestioni: “non vogliamo stendere un telo pietoso! Anzi: vogliamo una tela che
ci consenta di esprimere coraggio, unità e forza. Una forza indomita, che ci
spinge a stare insieme e a sostenerci a vicenda”.
Le donne presenti
al Convegno hanno deciso che il coordinamento delle donne italiane in Germania
prenderà il nome di Retedonne. E subito dopo hanno festeggiato con un simbolico
confetto rosa, di buon auspicio alla neonata associazione. De.it.press
A Monaco di Baviera la mostra “Giampaolo Babetto. L’italianità dei
gioielli” (6.3.-30.5.)
Monaco di Baviera.
L’Istituto Italiano di Cultura mostra »Giampaolo Babetto. L’italianità
dei gioielli«, che avrà luogo dal 6 marzo al 30 maggio 2010
presso la Neue Sammlung-The International Design Museum Munich, Barer
Straße 40/Pinakothek der Moderne a Monaco di Baviera.
Ingresso: (per
visitare l’intera pinacoteca): Euro 10,-/7,- Euro 1,- di domenica.
Orari di apertura:
martedì-domenica ore 10.00-18.00;
giovedì ore 10.00-20.00
Informazioni su:
www.die-neue-sammlung.de
Organizzatori: Die
Neue Sammlung–The International Design Museum Munich in collaborazione con
l’Istituto Italiano di Cultura
Giampaolo Babetto
e Die Neue Sammlung realizzano in stretta collaborazione una esposizione, che
sembra appositamente creata per gli spazi della Pinakothek der Moderne, con la
sua galleria inondata di luce e dalla forma circolare, collocata al secondo
piano della rotonda, le cui particolari condizioni architettoniche vengono
interpretate ogni anno attraverso l’opera di un artista emergente della scena
internazionale della gioielleria d’autore.
Babetto (nato nel
1947 a Padova) ha esercitato già dai tardi anni '60 una grande influenza
nel panorama della produzione orafa avanguardista, distinguendosi come uno dei
protagonisti della cosiddetta Scuola di Padova e rappresentando in modo decisivo
il modello italiano della gioielleria d’autore. IIC, de.it.press
Proposte allucinanti: il quoziente di intelligenza sulla carta di identità
Questo signore
(Richard, LYNNR540@aol.com, ndr) è lo scienziato che ha fatto la ricerca dalla
quale è uscito che i ragazzi del sud sono un paio di anni indietro e che ciò
sia dovuta alla scarsa intelligenza.
Gli ho scritto
chiedendo cosa ne pensa della mia proposta di mettere il quoziente di
intelligenza sulla carta di identità e mi ha risposto che la trova una buona
idea.
Adesso penso che
sia solo una questione di tempo fino a quando vedremo le prime carte di
identità con l'IQ. Vediamo quale è la nazione che incomincia per prima.
Giuseppe Tizza, gtizza@googlemail.com (de.it.press)
Caso Di Girolamo. Marino (PD-mondo): “Gli italiani all’estero sono, anche
moralmente, la parte lesa”
Roma - "Chi
come me è cresciuto in Calabria sa bene cos’è la ‘ndrangheta. Conosce la sua
grande abilità nel mimetizzarsi tra le persone per bene e nel mondo economico e
politico; l’equivoco di farsi considerare come fenomeno minore, se non
addirittura come una invenzione letteraria. Allo stesso tempo, quando
inevitabilmente si materializza in tutta la sua spietata e crudele sete di
soldi, di potere e di sangue sul territorio, riesce a far passare l’idea (anche
tra molte persone per bene) che si tratti di accidenti inevitabili, ma intorno
ai quali (almeno lei, la ‘ndrangheta) produce lavoro in quelle riserve di
disoccupazione ed emigrazione che sono le province calabresi. E proprio
attraverso l’emigrazione dei decenni passati e i confini dei capi famiglia nel
centro e nord Italia o all’estero, la ‘ndrangheta ha allungato i suoi tentacoli
al di fuori della Calabria divenendo l’associazione criminale più potente al
mondo e più "affidabile" nel campo della criminalità organizzata. È
un fenomeno terribile. È la Piaga (con la P maiuscola) della Calabria".
Inizia così l’articolo che Eugenio Marino, nuovo responsabile dell’ufficio
italiani nel mondo del Pd, ha scritto per il quotidiano "Europa", che
lo ha pubblicato nell’edizione di sabato scorso, 27 febbraio. Nell’articolo,
Marino dice la sua sul caso-Di Girolamo, senatore del Pdl accusato di cinque
diversi reati, tra cui quello di aver falsificato il voto all’estero.
"L’unico
vero, grande, ostacolo allo sviluppo di quella regione: gli altri problemi, non
pochi, sono conseguenze scaturite da quel male originario e possono sperare in
una soluzione solo a partire dall’aggressione totale alla criminalità
organizzata. La ‘ndrangheta – scrive Marino – agisce in ogni settore della vita
calabrese: emigrazione compresa. E nella vicenda Di Girolamo è proprio questo
mondo di emigrati che viene colpito. Colpito per la seconda volta. Perché chi
emigra (o è emigrato in passato) dalla Calabria lo fa quasi sempre per
necessità, sempre con quel tanto di sofferenza e dolore che provoca il distacco
da quella terra. Si rifà una vita all’estero con nuove speranze: un lavoro, una
vita nella legalità, una rappresentanza diretta che gli permetta di tenere il
legame con una terra che non riesce e non vuole dimenticare, persino
alimentando lontane e illusorie speranze di ritorni trionfali ai luoghi
natii". "Questo orizzonte di realizzazione – osserva il responsabile
del Pd mondo – viene troppo spesso inquinato e compromesso dai boss, dai loro
"servi", i loro affaristi, i loro killer, i loro legami ambigui con
alcuni "rappresentanti istituzionali". Ecco, anche di questo deve
rispondere in tribunale il senatore Di Girolamo. Di aver contribuito, con il
suo (per ora presunto) prestarsi a interessi mafiosi, ad aver minato alla base
le speranze degli emigrati che per anni si sono spezzati la schiena col lavoro
lontano dalla propria terra. Di aver gettato tonnellate di fango sulla
Circoscrizione estero e sul voto dei nostri milioni di concittadini
onesti".
"Di aver
insinuato il sospetto, in tanti, che decenni di battaglie delle comunità, delle
associazioni, dei sindacati, per l’autoaffermazione e l’integrazione, per i
diritti dei migranti e dei lavoratori, culminate con il voto per corrispondenza
e con la Circoscrizione estero (che sono solo l’inizio di un nuovo e moderno
cammino), oggi siano, in concreto, lo strumento di una o più associazioni
mafiose a cui le nostre comunità servono per portare in parlamento i propri
uomini. Non è così. Gli italiani all’estero – sottolinea Marino – non sono
questa cosa. Gli italiani all’estero sono le vittime della ‘ndrangheta e di Di
Girolamo esattamente come gli italiani in Calabria. Nel processo che si terrà,
gli italiani all’estero sono, anche moralmente, la parte lesa. Sta al
parlamento, poi, stringere le maglie larghe del voto all’estero, confermandone
importanza e validità, ma intervenendo per renderlo più sicuro e non
penetrabile alle mafie, buttando via l’acqua sporca tenendo stretto e con cura
il bambino che deve ancora crescere". (aise)
Di Liegro: "Le manifestazioni per i diritti degli immigrati sono
momento di civiltà"
Roma - "Le
manifestazioni di oggi in favore dei diritti delle persone immigrate
sono un momento importante della battaglia di civiltà che si sta
giocando anche nel nostro paese - dichiara Luigina Di Liegro, assessore alle
Politiche sociali e delle sicurezze della Regione Lazio. C'è chi vorrebbe
escludere gli stranieri dalla società civile, usarli come soggetti di
serie B, senza riconoscere loro i diritti che hanno sia come persone sia per il
contributo che offrono al nostro paese. Eppure, dalla Confindustria alla
Coldiretti non c'è organizzazione datoriale che non abbia rimarcato il ruolo
fondamentale che gli immigrati ricoprono in Italia: mandano avanti interi
settori produttivi, assistono le persone anziane e disabili, aiutano le
famiglie, pagano i contributi, aumentano il tasso di persone giovani."
"E' bene,
poi, ricordare un altro dato assai rilevante - continua Di Liegro - molti
di coloro che chiamiamo 'stranieri' in realtà sono italianissimi. Sono davvero
tanti i bambini e i ragazzi che hanno vissuto tutta o quasi tutta la loro vita
in Italia. Sono nati qui, parlano perfettamente l'italiano, sono già del tutto
integrati.
Dobbiamo offrire -
conclude Di Liegro - alle persone straniere che vivono e lavorano in Italia
delle opportunità di piena integrazione. E' così che si crea sicurezza. La
violenza e le tensioni nascono quando si lasciano le persone nei
ghetti e nello sfruttamento. Come è accaduto a Rosarno. Per questo dobbiamo
cambiare la legge sulla cittadinanza, imperniandola sul principio dello ius
soli, e dare la possibilità alle persone straniere stabilmente presenti nel
nostro paese di votare alle elezioni amministrative. Prendiamo atto, una volta
per tutte, che il benessere delle persone immigrate coincide con il benessere
dell'intera collettività." De.it.press
L'italia ripudia la guerra - il disarmo invisibile
“L'Italia ripudia
la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo
di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di
parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un
ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni
internazionali rivolte a tale scopo.” Articolo 11 della costituzione Italiana
La conferenza che
in questo momento va ad iniziare si presenta sotto i migliori auspici. Il
titolo del libro che viene presentato, “il caro armato”, riassume credo in toto
l'argomento che sarà il centro della discussione odierna. L'incipit è
sicuramente ciò che ci aspettavamo.
“L’Italia nel 2010
spenderà per armamenti, missioni ed esercito professionale oltre 23 miliardi di
euro. In piena crisi, il Governo investe denaro pubblico in fregate e
bombardieri.”
Un problema annoso
questo, soprattutto in questo momento di grande deficit monetario e morale; in
quanto credo che il problema morale sia parimenti a quello economico, se non
superiore.
Si mette il punto sul costo, talvolta sinceramente
eccessivo, dei nuovi mezzi in costruzione o costruiti, che insieme al
mantenimento degli stessi è il punto focale della questione.
Il nostro paese si
situa fra i primi dieci al mondo per spesa militare, fra i primissimi come
europei; migliaia di miliardi che, reinvestiti sul territorio sotto altra
forma, avrebbero fatto comodo ad un paese devastato e messo in ginocchio da un
debito pubblico che ci sta trascinando tutti sull'orlo del forfait.
A voler peggiorare
la situazione abbiamo un sistema militare che conta quasi più ufficiali che
truppe di rango inferiore, gravando ulteriormente sulle casse del nostro paese.
L'Italia non
dovrebbe utilizzare il proprio apparato militare per “offesa”, ma soltanto per
appoggio in missioni umanitarie e di pace. Già, dovrebbe.
Determinati
investimenti però, dimostrano inesorabilmente il contrario.
I nuovi
cacciabombardieri “Joint strike fighter” per esempio, di cui ne sono stati
ordinati svariati pezzi per un ammontare di 13 miliardi di euro, ( strumento
sicuramente di offesa con capacità di bassa rilevabilità radar) ; oppure le
fregate “Fremm” ( intorno ai 5 mld ) o la portaerei “Cavour” ( 1,5 mld di costo
) , recentemente – così dicono – svuotata dei propri aerei da caccia e
impiegata di supporto ad Haiti.
Il bel paese, si
sa, è da sempre in una posizione strategica, avendo un controllo centrale sullo
spazio marittimo e aereo del mediterraneo; ciò ci porta ad avere una posizione
militare ineluttabilmente fondamentale.
L'America ha per
esempio varie basi sul nostro territorio, fra cui Vicenza, Aviano, etc.
L'ampliamento della base Americana Vicentina è stata per mesi teatro di un
acceso dibattito, con una seduta che nell'ottobre del 2006 diede il via ai
lavori, scatenando le ire ( assolutamente giustificate n.d.r. ) dei cittadini
che, una volta ancora, si sono visti prendere delle decisioni sulla loro pelle
dalla solita casta ristretta; senza avere possibilità di espressione.
Il conflitto
bellico o guerra che dir si voglia, ha sempre, per la maggior parte, vittime
civili. Si combatte per mantenere uno status sociale di benessere, per
mantenere la ricchezza di un determinato paese, per mantenere il dislivello che
frappone le nazioni “ricche” da quelle “povere”.
Non sono povere
perché non hanno risorse, ma perché non hanno modo di sfruttarle; l'Africa per
esempio è una miniera a cielo aperto, con tutto il mondo che la depreda.
Non nel mio nome,
ripetetelo con me. Non nel mio nome. Io ripudio la guerra, non voglio il sangue
di nessuno sulla mia scheda elettorale. La storia si ripete ma non cambia, i
governi che si susseguono giocano la stessa sporca partita, qui come in ogni
altro angolo del mondo.
Non scendo a
patti, niente compromessi : finché loro terranno la loro posizione
sbattendosene della nostra opinione, io vorrò solo e soltanto una cosa. Il mio
paese disarmato. Senza se e senza ma.
Quante volte
dovranno accadere fatti come quelli del Cermis?
Emergency, medici senza frontiere e tantissime altre organizzazioni
umanitarie ci insegnano cosa vuol dire veramente la guerra : mutilazione,
dolore e morte. Ma per loro nessuna prima serata, eh...Non fanno audience.
Chi ci governa
sfila fuori dal taschino il “cattivo” solo quando fa comodo ai loro interessi;
come burattini veniamo manipolati per ottenere quello che vogliono, denaro,
potere e la nostra totale Acquiescenza.
Spegnete il
maledetto festival di sanremo e andate a chiedere a chi la guerra l'ha vissuta,
i testimoni della nostra povertà, della fame più nera, sono ancora vivi anche
se dimenticati. War is over –
if u want it. John Lennon Stay tuned.
Re Daniele,
de.it.press
Obama, via dall’Europa gli arsenali nucleari Usa
NEW YORK - Come se
l’estenuante battaglia per la riforma sanitaria non gli fosse bastata, Barack
Obama si appresta a cominciare un’altra enorme lotta che promette di essere
anche più aspra. Deciso a liberarsi una volta per tutte dei rimasugli della
Guerra Fredda, il presidente annuncerà una nuova strategia nucleare per gli
Stati Uniti. Secondo una fonte ascoltata dal New York Times, infatti, il
documento quadriennale che ogni presidente deve presentare per definire la
strategia della sua Amministrazione conterrà «drastiche riduzioni»
dell’arsenale nucleare statunitense. Non solo: con un negoziato dietro le
quinte, Obama starebbe trattando con gli Alleati europei per giungere a un
ritiro dall’Europa delle armi nucleari tattiche, che si crede siano stanziate
in Italia, Belgio, Germania, Olanda e Turchia. Nessun cambiamento invece sulla
questione del “first strike”: gli Usa cioè si riserverebbero il diritto di
essere i primi a ricorrere alle armi nucleari per difendere la propria
sicurezza nazionale (ad esempio nel caso di attacchi contro gli Usa a base di
armi biologiche o chimiche).
Il documento
Nuclear Posture Review doveva arrivare in dicembre, ma è in ritardo proprio
perché Obama ha chiesto al capo del Pentagono, Robert Gates, di apportare
cambiamenti drastici rispetto al presidente che lo ha preceduto, George Bush.
Distanziandosi dallo scetticismo di Bush nei confronti dei negoziati
internazionali, Obama ha annunciato in un discorso a Praga l’anno scorso il suo
desiderio di avviare il mondo verso una progressiva denuclearizzazione. E ha
convocato a Washington per il 12 aprile un summit internazionale che farà da
preparazione all’appuntamento del 3 maggio all’Onu, quando dovrà essere rivisto
lo storico ”Trattato di non Proliferazione” (TNP). L’ambasciatore Carlo Trezza,
il primo italiano a presiedere la Commissione Disarmo dell’Onu, ha spiegato ai
giornalisti che Obama ha trovato nel segretario generale dell’Onu Ban ki Moon
un forte sostenitore, e che all’appuntamento di maggio ci si aspetta «un
impegno rinnovato alla non proliferazione e alla diminuzione degli arsenali».
Trezza ha ricordato peraltro che pur non essendo stato rispettato appieno
(prova ne sono le armi nucleari in India e in Pakistan), il Trattato ha evitato
che si realizzasse l’incubo del presidente Kennedy, cioè che almeno una
quarantina di Paesi si armassero di testate nucleari.
Nel suo cammino
verso la denuclearizzazione, Obama ha già due grossi impegni sul tavolo: da un
canto sta negoziando con la Russia per la conferma del trattato Start, che
dovrebbe portare a una riduzione delle rispettive testate nucleari da 2200
ciascuna a circa 1500 (con l’impegno di lavorare verso successive riduzioni),
dall’altro sta tentando di convincere il proprio Senato ad approvare il bando
degli esperimenti nucleari. Su quest’ultimo punto, sono circa dieci anni che si
discute a Washington: Bill Clinton non riuscì a ottenere il voto, e adesso
Obama ha spedito al Senato il proprio vice, Joe Biden, che da due settimane
discute a porte chiuse con gli ex colleghi.
I senatori temono
che il bando indebolirebbe la ricerca nucleare, ma Obama è convinto che
approvare il trattato darebbe agli Stati Uniti la necessaria credibilità per
continuare a chiedere alla Corea e all’Iran di smettere con i loro programmi
nucleari. Quanto sia urgente ottenere risultati in questo senso lo ha provato
ieri il segretario dell’Agenzia Atomica dell’Onu, Yukiya Amano, il quale ha
ammesso che «non c’è modo di confermare che tutto il materiale nucleare in Iran
sia a scopi pacifici». IM 2
Nucleare, la mano di Obama: «Riduzione spettacolare dell'arsenale»
Non è però in
discussione il "first strike", cioè la possibilità di avviare un
attacco in caso di emergenza
MILANO - Il
presidente Barack Obama sta elaborando una nuova strategia nucleare americana
che prevede una «riduzione spettacolare» delle armi atomiche Usa, hanno
anticipato oggi funzionari del governo Usa. Il presidente Obama sta mettendo a
punto in questi giorni la Nuclear Posture Review, un documento che ogni nuovo
inquilino della Casa Bianca è chiamato ad elaborare per spiegare la strategia
nucleare della sua amministrazione. Il presidente Obama intende perseguire una
strategia che prevede una «spettacolare» riduzione nel numero di ordigni
nucleari dell'arsenale Usa.
«FIRST STRIKE» -
Nello stesso tempo Obama non intende però rinunciare al diritto degli Stati
Uniti al "first strike", di avviare cioè un attacco nucleare in caso
di emergenza (per esempio in risposta ad un attacco devastante lanciato contro
gli Usa da un'altra nazione con armi chimiche o biologiche). Il presidente
Obama ha in programma alla Casa Bianca un incontro col ministro della difesa
Robert Gates, che presenterà alcune delle opzioni disponibili come un più ampio
sviluppo di armi non nucleari. «Il presidente Obama intende annunciare
importanti iniziative americane nel campo della non proliferazione e della
sicurezza del materiale nucleare», ha affermato il funzionario del governo Usa.
Gli Stati Uniti hanno annunciato ufficialmente un summit sulla non
proliferazione che si terrà a Washington il 12 e 13 aprile prossimi. (Ansa 1)
Prevedere i cataclismi non basta più
Esposta
sull’Atlantico, la Vendée è stato il dipartimento francese più martoriato dalla
tempesta «Xynthia», così battezzata dall’Istituto di Meteorologia
dell’Università di Berlino. Vi si sono contate 29 vittime, annegate nel corso
delle repentine inondazioni causate da pioggia e ondate oceaniche in periodo di
alta marea.
Il vento a oltre
150 chilometri orari, con una raffica di 242 km orari al Pic du Midi, sui
Pirenei, ha poi portato il tragico bilancio francese ad almeno 45 morti
sommando i vari incidenti negli altri dipartimenti, in particolare a causa di
caduta di alberi e detriti, ma aggiungendo le vittime in Portogallo, Spagna,
Belgio e Germania il totale assomma a 57.
Sono cifre ancora
provvisorie, ma che rendono «Xynthia» la peggior tempesta a colpire l'Europa
occidentale dopo «Lothar» e «Martin» i due uragani in rapida sequenza del 26-28
dicembre 1999, che fecero registrare venti fino a 170 km/ora su Parigi e
causarono una novantina di vittime. Che il cuore della vecchia Europa venga
colpito così profondamente da poche ore di vento forte lascia sempre senza
parole ma non dobbiamo dimenticare che questi fenomeni meteorologici - cicloni
delle medie latitudini che non hanno nulla a che vedere con gli uragani
tropicali - sono piuttosto frequenti al di là delle Alpi: prima di Lothar la
memoria va a «Vivian» che il 27 febbraio 1990 colpì Francia e Svizzera e poi
alla burrasca del 15 ottobre 1987, quando le raffiche a 180 km/h devastarono
Bretagna, Normandia e Inghilterra meridionale, con 34 vittime.
Ma gli archivi
conservano traccia di eventi epocali, come quelli del gennaio 1739 e
soprattutto la «Great Storm» della fine di novembre del 1703, descritta anche
da Daniel Defoe, il peggior disastro meteorologico dell'Inghilterra meridionale
e della Manica: tredici navi della flotta di Sua Maestà di ritorno dalla guerra
di successione spagnola affondarono, foreste e paesi furono rasi al suolo e il
bilancio stimato fu tra le 8000 e le 15000 vittime. Se mettiamo in prospettiva
questo evento con la minor popolazione del tempo ci rendiamo conto che dopo
tutto la prevenzione e l'allertamento ottengono oggi ben altri risultati.
Grazie alle
previsioni offerte dai modelli matematici, Météo France sabato aveva già posto
in vigilanza rossa, il massimo grado di pericolo, le regioni francesi poi
effettivamente colpite dal fortunale. Navi e aerei non sono stati così
coinvolti e milioni di persone si sono attrezzate per resistere al sicuro. Il
tributo di vittime residuo si può considerare inevitabile durante un evento di
tale portata: rami che cadono, tetti scoperchiati, tegole che volano come
proiettili, cartelli pubblicitari, pannelli stradali e pali della luce,
incidenti stradali, il rischio zero non si può pretendere.
Tutto sommato le
lezioni del dicembre 1999, con gli ulteriori richiami dovuti a «Kyrill» che a
metà gennaio 2007 reclamò in Europa centrale 45 morti con venti a 200 km/ora e
a «Klaus» che solo un anno fa, dal 23 al 25 gennaio spazzò la Francia
meridionale e i Pirenei causando 31 vittime, sembrerebbero aver perfezionato i
piani di protezione civile e la prevenzione a lungo termine dei danni. Resta da
vedere se questi episodi in futuro potranno presentarsi con maggior frequenza e
intensità a causa del riscaldamento globale.
Per ora la
statistica non è significativa, secondo lo storico del clima Emmanuel Garnier,
dell'università di Caen, dal 1700 al 2000 gli archivi hanno restituito le
cronache di almeno 22 tempeste maggiori sulla Francia e questi recenti episodi
non possono ancora fornire chiare evidenze di aumento, tuttavia le simulazioni
contemplano uno scenario futuro nel quale l'Europa centro-settentrionale
potrebbe vedere una crescita di cicloni invernali. Se così fosse è ovvio che il
meccanismo di prevenzione deve essere ulteriormente perfezionato, almeno per
salvare le vite, mentre per i danni materiali sarà difficile limitare le
perdite e il mercato assicurativo dovrà sicuramente evolvere per non fare
bancarotta.
Lothar e Martin
sono infatti costati all'Europa circa 16 miliardi di euro, di cui solo una
dozzina rimborsati dalle assicurazioni, Kyrill è costata circa 5 miliardi di
euro, Klaus ha fatto spendere solo alla Francia 1,2 miliardi di euro. Senza
contare i disagi per milioni di persone rimasti per giorni senza elettricità e
possibilità di riprendere le normali attività lavorative. Mentre oggi si
contano dunque i nuovi danni di Xynthia, la civiltà del XXI secolo, anche se
dotata di mezzi e conoscenze scientifiche come non mai, si riconosce ancora una
volta vulnerabile. LUCA MERCALLI LS 1
UE. Sì alla patata modificata. Bruxelles apre agli Ogm
Disco verde della
Commissione europea alla patata transgenica Amflora, per uso industriale. Stop
alla moratoria che durava dal 1998. Sì anche all'importazione di mais Ogm
non coltivato in Europa
BRUXELLES - Via
libera della Commissione Ue alla coltura in Europa, da parte del gruppo tedesco
Basf, della patata transgenica Amflora, per uso industriale nonché l'utilizzo
dei prodotti dell'amido della stessa come mangime. Una decisione che pone fine
alla moratoria in vigore dal 1998. Si tratta del primo sì della Ue ai prodotti
ogm, dopo anni di dibattiti e seri dubbi sulla natura di questo tipo di
coltivazioni.
Il via libera sarà
accompagnato dal lancio del dibattito politico sul futuro del dossier degli Ogm
nell'Ue seguendo la linea del presidente della Commissione europea Josè Manuel
Barroso, il quale ha dichiarato nelle scorse settimane "di non voler
imporre la coltura degli Ogm in Europa". Oltre alla patata Amflora, che è
stata autorizzata per la coltura e per l'alimentazione degli animali, sono
state approvate anche altri tre nuove varietà di mais Ogm, tutte destinate
all'importazione e la commercializzazione per l'alimentazione degli animali.
La patata Amflora,
modificata in modo da avere un maggior contenuto di amido, è stata a lungo al
centro di una controversia fra l'Efsa (Autorità Ue di sicurezza alimentare),
con sede a Parma, che ha dato il suo via libera 'tecnico', e le due autorità
sanitarie, europea e mondiale, l'Emea (agenzia Ue del farmaco) e l'Oms. La
controversia riguardava la presenza, nell'Ogm, di un gene 'marker' che
conferisce resistenza a un antibiotico importante per la salute umana. L'Efsa
ha dato il suo via libera nonostante il fatto che la direttiva Ue 2001/18,
relativa al rilascio deliberato di Ogm nell'ambiente, proibisca espressamente
l'autorizzazione per gli Ogm contenenti geni di resistenza ad antibiotici
importanti per la salute umana.
A più riprese,
negli anni scorsi, la commissione aveva cercato di ottenere il sostegno degli
stati membri nel comitato di regolamentazione degli Ogm e in Consiglio Ue,
senza mai ottenere la maggioranza richiesta per l'autorizzazione alla coltura.
Le norme Ue, tuttavia, danno all'esecutivo comunitario il potere di assumere da
solo la decisione sull'autorizzazione, se non si esprime contro almeno la
maggioranza qualificata degli stati membri. Dopo che il precedente commissario
all'Ambiente, Staros Dimas, aveva bloccato la proposta, il suo successore, il
maltese John Dalli, ha creduto bene di marcare con questa decisione il suo
primo atto pubblico, che spiegherà durante una conferenza stampa oggi a
Bruxelles. La patata Amflora, il tubero geneticamente modificato, inizierà a
essere prodotta nel corso di quest'anno. Lo ha annunciato il gruppo tedesco
Basf, dopo il via libera di Bruxelles. La patata Ogm produce amilopectina pura,
uno dei componenti dell'amido, che viene utilizzata per la produzione di carta,
calcestruzzo e adesivi. "Non è previsto alcun utilizzo alimentare",
ha precisato il gruppo, che aveva presentata la prima domanda di autorizzazione
per l'Amflora già nell'agosto del 1996.
Le reazioni. E a
proposito di "stop alla moratoria" arriva la risposta del ministro
italiano alle Politiche agricole alimentari e forestali. Luca Zaia ribadisce
infatti "che l'Italia proseguirà nella politica di difesa e salvaguardia
dell'agricoltura tradizionale e della salute dei cittadini". "Noi -
ha concluso il ministro - non consentiremo che un simile provvedimento, calato
dall'alto, comprometta la nostra agricoltura". Dura la reazione di
Legambiente che in una nota definisce assurda la fine dell'embargo sulle
colture geneticamente modificate che "vanifica gli sforzi e gli
investimenti di tutti coloro che hanno creduto nel Made in Italy e nella
ricerca della qualità e delle eccellenze". "E' evidente che l'Italia
non ha alcun bisogno di questi prodotti - ha dichiarato il responsabile
Agricoltura di Legambiente, Francesco Ferrante - e mi chiedo quale genitore
possa scegliere di dare ai propri figli un cibo che potrebbe renderli
resistenti agli effetti degli antibiotici. Questa decisione ci espone a
pericoli enormi".
Dello stesso
avviso anche i Verdi secondo i quali "La decisione della Commissione europea
è inaccettabile. Per questo siamo pronti a presentare un quesito referendario
già dalla prossima settimana per evitare che gli Ogm vengano coltivati in
Italia". Si tratta, proseguono i Verdi, "di un vero e proprio assalto
alla sicurezza alimentare, alla nostra agricoltura tipica, a rischio c'è tutto
il made in Italy agrolimentare". Il capogruppo del Pd nella commissione
Agricoltura della camera, Nicodemo Oliverio incalza: "Il governo dica
categoricamente no agli Ogm in italia: le dichiarazioni del ministro Zaia non
bastano più perché è sempre più folto il gruppo dei ministri, premier in testa,
che mostra di pensarla all'opposto". Come lui anche il senatore Nello Di
Nardo, capogruppo Idv in commissione agricoltura che aggiunge: "Oggi in
Europa hanno perso le ragioni della precauzione, la difesa dei cittadini e
dell'ambiente. I nostri bambini non possono mangiare patatine geneticamente
modificate e l'Idv contrasterà in tutti modi e in tutte le sedi opportune la
folle omologazione dei prodotti agroalimentari".
Per l'Adoc
(l'associazione nazionale per la difesa e l'orientamento dei consumatori) prima
di prendere la decisione si sarebbe dovuta ascoltare la voce dei consumatori
europei. "La coltivazione e commercializzazione dei prodotti Ogm
rappresentano un problema che riguarda la salute e il futuro dei consumatori
europei - ha dichiarato Carlo Pileri, Presidente dell'Adoc -. Per questo
chiediamo che venga indetto un referendum europeo, con cui si possa dare voce
ai cittadini di tutta Europa, per capire se il loro pensiero sia in sintonia
con quanto deciso dalla Ue. L'Unione Europea, su questo delicato tema, ha
deciso a prescindere, magari anche sulla base delle pressione operate dai
grandi gruppi produttori. Il territorio coltivabile europeo è diverso da quello
di altri continenti, più ristretto e più soggetto a contaminazioni. E' bene che
siano i consumatori a decidere del loro futuro".
Il coro di
critiche è partito anche da parte dei parlamentari europei ecologisti.
"Sono scioccato nel vedere che al commissario alla sanità e alla difesa
dei consumatori, John Dalli, sono bastate poche settimane di incarico per
esprimere il suo sostegno agli interessi industriali", ha commentato il
capogruppo dei verdi, Martin Hausling. "I dubbi sulle conseguenze per la
saluta umana e per l'ambiente persistono in modo serio. Le coltivazioni Ogm
sono nel migliore dei casi inutili, nel peggiore dannose". La decisione è
stata definita "inaccettabile" anche dalla liberale francese Corinne
Lepage, vice presidente della commissione per l'Ambiente del parlamento
europeo. "Si tratta di una vera dichiarazione di guerra ai cittadini
europei, che in maggioranza sono contrari alle colture ogm, da parte del signor
Barroso".
Chiara anche La
posizione della Coldiretti sugli Ogm. Stefano Masini, responsabile ambiente e
territorio dell'Organizzazione agricola spiega infatti che sugli Ogm,
"occorre leggere Barroso nella sua integralità. Credo che siamo di fronte
a una scelta storica quando dice che dalla 'coeistenza dobbiamo passare alla
liberta' degli Stati di rivendicare la propria sovranità nelle scelte agricole
e alimentari. Oggi finalmente risulta libero il campo per decisioni degli Stati
che intendono far valere la scelta di qualità di identità e tradizione. Per
l'Italia e tutto il made in italy - conclude Masini - la scelta è obbligata: la
strada è quella tracciata dalle richieste dei consumatori che a gran voce
considerano i prodotti Ogm meno salutari".
Secondo Andrea
Sisti, presidente del Consiglio dell'ordine nazionale dei dottori agronomi e
dottori forestali (Conaf) la scienza però non può essere fermata. "Come
ogni cambiamento epocale è necessaria la massima prudenza, anche se bisogna
prendere in considerazione che la scienza non può essere fermata" ha detto
sulla decisione della Commissione europea. "Auspico - ha aggiunto Sisti -
che la ricerca scientifica in Europa non si appiattisca sulle logiche di solo
mercato, della produttività esasperata, e che in Italia la diversità biologica
delle nostre produzioni possa ancora rappresentare il presupposto per uno
sviluppo economico delle aree rurali dei nostri territori. D'accordo anche con
quanto dichiarato dal presidente della Commissione europea Josè Manuel Barroso,
nelle scorse settimane di non voler imporre la coltura e 'la cultura' degli Ogm
in Europa". LR 2
Il caso debiti pubblici. Problema globale, soluzione globale
Si fa un gran
parlare della crisi del debito pubblico in Grecia, ma viene presentata come un
problema di quel Paese, che non tocca il Fondo monetario internazionale, al
massimo l’Unione Europea. Il problema del debito pubblico riguarda invece tutti
i Paesi e ha le stesse origini nelle operazioni di ingegneria finanziaria (i
cosiddetti derivati) utilizzate per mascherare le insolvenze americane sui
mutui ipotecari e il vero livello del debito pubblico greco. Queste operazioni
sono perfettamente legittime perché i mercati dove esse si svolgono sono liberi
di agire per volontà dei Governi.
La Grecia ha
effettuato operazioni sul debito pubblico di cui non ha registrato gli effetti
sui conti pubblici, perché le regole europee lo consentivano e sono state
cambiate solo dopo l’attuazione. La forma delle regole europee è stata quindi
rispettata, ma non lo spirito. Considerando tutto ciò che hanno fatto Stati
Uniti e Regno Unito, il peccato della Grecia è veniale. I Capi di Stato dei G20
hanno concordato di attuare politiche “non convenzionali” di crescita monetaria
a bassi tassi dell’interesse e di massicci interventi pubblici finanziati con
emissione di titoli pubblici, ma hanno subito avvertito che sarebbe stato
necessario uscire quanto prima da questa situazione. Non avevano però capito
che, per farlo, avrebbero dovuto stringere la creazione di moneta e aumentare i
tassi dell’interesse o le tasse, peggiorando il debito pubblico e la
disoccupazione. La crisi greca rivela che, nonostante molte autorità si
pavoneggino per averla superata, la crisi globale è ancora sul loro tavolo ed
esse non sanno come affrontarla. L’Unione Europea si rimpalla all’interno le
soluzioni, invece di portarne avanti una sola nei consessi internazionali. Gli
Stati Uniti fanno finta di niente e il Regno Unito continua a dispensare
giudizi, critiche e consigli sulle pagliuzze negli occhi altrui.
Gira che ti gira i
problemi sono però venuti a galla.
Per l’Unione
Europea, il prof. Otmar Issing, che ha avuto un peso rilevante nel plasmare i
modi d’essere della Banca centrale europea, ha sostenuto una tesi alquanto
curiosa: il trasferimento delle sovranità monetarie nazionali escludeva ogni
condivisione dell’idea di unione politica, dimenticando che nasce dalla
proposta Jenkins-Delors ricordata come “money first” (iniziamo con la moneta).
Questa idea,
chiaramente espressa dai promotori, era di far trascinare dall’euro il
completamento dell’unificazione politica che, come ci ha ricordato George
Soros, è indispensabile per esercitare in modo indipendente la sovranità
monetaria. Ma c’è di più: il Rapporto Cecchini, usato per convincere i
riluttanti a sottoscrivere il Trattato di Maastricht, prevedeva che, alle
condizioni previste dall’accordo, la crescita “supplementare” dell’Unione
Europea sarebbe stata nell’ordine di oltre il 5% in termini reali, molto
prudentemente abbassata al 4% dai Capi di Stato firmatari, che per primi
mostrarono scetticismo e prudenza. Se il prof. Issing rispecchia l’intendimento
della Germania, dobbiamo concludere che qualcuno ha barato e i cittadini
europei beffati. Un chiarimento è d’obbligo, altrimenti si alimenta il vecchio
odio tra nazioni che ha afflitto per secoli il Vecchio Continente e fa capolino
nella disputa in corso tra Grecia e Germania.
Per la exit
strategy, la dichiarazione del Fondo monetario internazionale è altrettanto
curiosa e, per certi versi, scontata: occorre ridurre le pensioni e
l’assistenze sanitaria (Obama che ne pensa?). Persa la guerra, come noto i
generali danno la colpa ai soldati. Poiché sarà oltremodo difficile praticare
una politica che penalizzi i poveri, l’alternativa è scontata: più tasse sui
ricchi, considerando tali anche chi non lo è, per avere un gettito tributario
proporzionale all’entità del problema.
Per l’eccesso di
debito pubblico se ne sentono di tutti i colori: dalla costituzione di un fondo
europeo per le emergenze proposto da Barry Eichengreen, alla concessione del
“sabatico” (assenza) dagli impegni dell’euroarea da concedere alla Grecia
proposto da Francesco Giavazzi e a quella che il mercato affosserà l’euro, tesi
cara a una schiera di illustri economisti americani (che non sempre dedicano
pari attenzione al futuro della loro moneta). Una ciliegina sulla torta l’hanno
messa Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff con la loro stima che un debito pubblico
superiore al 90% rispetto al Pil conduce i Paesi nell’area della sfiducia e del
default.
Il problema del
debito pubblico che impedisce un rientro nel rigore delle politiche monetarie e
fiscali, assolutamente necessario per non sconvolgere le scelte di risparmio e
di investimento, è quello avanzato su queste colonne di parcheggiare parte dei
debiti presso il Fondo monetario internazionale. Essa nasce dalla valutazione
che il problema non possa essere affrontato con politiche ordinarie, perché esse,
oltre ad avere effetti deflazionistici gravi sul reddito e sull’occupazione,
avrebbero (soprattutto se si aumentano i tassi dell’interesse) effetti
boomerang sui deficit e debiti pubblici. Ricerche maturate in seno alla Banca
dei regolamenti internazionali di Basilea indicano la possibilità che i
rapporti tra debito pubblico e Pil possono più che raddoppiarsi e
quadruplicarsi in un breve arco di tempo e il problema potrebbe perciò
aggravarsi in tutti i suoi aspetti e le soluzioni diverse dai fallimenti degli
Stati sempre più difficili. Le soluzioni tecniche per un parcheggio
internazionale si possono trovare. Bisogna essere però d’accordo sulla diagnosi
e i Governi ancora una volta non lo sono. PAOLO SAVONA IM 1
Etica pubblica e nuove regole. Una promessa da mantenere
Ieri ci hanno
promesso che la corruzione verrà colpita senza esitazione e che i parlamentari
condannati non potranno essere candidati. Una promessa è una promessa e anche
se i nostri politici non sono famosi per mantenerle, stavolta vogliamo
crederci. Nel comunicato stampa di palazzo Chigi c’è una frase chiara: le
iniziative contenute nel disegno di legge contro la corruzione «rispondono alla
domanda di trasparenza e controllo proveniente dai cittadini». Pare di capire
che senza gli scandali a ripetizione di queste settimane che hanno indignato
l’opinione pubblica e riesumato il fantasma di Tangentopoli non si sarebbe
fatto nulla. La credibilità del sistema politico non è mai stata così bassa
dalla fine della cosiddetta prima repubblica. E l’unica cosa che può forse
evitarle di precipitare definitivamente sotto i piedi è una legge che mostri in
modo inequivocabile la volontà di rialzare il livello morale. Per questo la
promessa merita attenzione. Ma l’istinto di sopravvivenza dei politici riuscirà
a fare il miracolo? Purtroppo la strada è ancora molto lunga. Come è lunga
quella dei disegni di legge che al pari di questo devono superare nell’identico
testo l’esame della Camera e del Senato. Dove i parlamentari nei guai con la
giustizia non mancano, e questo non è un presupposto ideale per immaginare un
percorso in discesa. Ma soprattutto dove è passato il concetto che si possano
pacificamente aggirare tutte le regole di ineleggibilità e incompatibilità
semplicemente interpretando le leggi. E questo è un problema forse ancora più
difficile da risolvere.
Roberto Calderoli
avrà dunque il suo da fare per convincere molti colleghi a votare l’emendamento
che equipara le regole per le candidature a Camera e Senato a quelle previste
per gli amministratori locali. Qualcuno, è vero, avrebbe voluto misure ancora
più drastiche. Come l’ineleggibilità perpetua per i corrotti. «Era troppo», ha
ammesso il ministro della Semplificazione. Si tratta comunque di paletti molto
più rigidi rispetto a quelli (praticamente inesistenti) che finora devono
superare gli onorevoli, visto che vietano l’elezione ai condannati in via
definitiva per una serie di gravi reati, quali sono quelli contro la pubblica
amministrazione. Ma che nemmeno ora, proprio mentre la politica italiana è alle
prese con uno dei passaggi più difficili dalle inchieste di Mani pulite, hanno
potuto evitare il solito brutto spettacolo. Basta dare un’occhiata alle liste
per le elezioni regionali chiuse poche ore prima che il Consiglio dei ministri
approvasse il disegno di legge. Dalla Campania, dove la capolista del Pdl Mara
Carfagna, ministro delle Pari opportunità, si è battuta con impegno
(«applicheremo il codice etico in maniera diffusa»), arriva purtroppo una
lezione assai istruttiva. Lì si è presentato, questa volta con il centrodestra,
un consigliere regionale ex centrosinistra condannato in primo grado per
concorso esterno in associazione mafiosa già sospeso dall’incarico a maggio per
decreto della presidenza del Consiglio. La sua candidatura è stata addirittura
sconfessata dal possibile futuro governatore del suo schieramento, Stefano
Caldoro, che ha pubblicamente dichiarato: «Non voglio i suoi voti».
Ma Roberto Conte
ha avuto ugualmente il posto in lista. E il vicepresidente del Consiglio
regionale Salvatore Ronghi, dell’Mpa, per protesta non si è candidato. Sempre
in Campania sono stati poi riproposti in lista due esponenti del centrodestra e
uno del centrosinistra «avvisati» con l’ipotesi che abbiano riscosso indebiti
rimborsi chilometrici dal Consiglio regionale. Per non parlare della polemica
innescata dalla presidente del Consiglio, Sandra Lonardo, moglie di Clemente
Mastella. Destinataria di un «divieto di dimora» nell’ambito di un’inchiesta
per cui è indagata, si è comunque ripresentata capolista dell’Udeur a Napoli e
Benevento. Farà la campagna elettorale da Roma, e siccome non gli va giù se l’è
presa con il candidato governatore della sinistra Vincenzo De Luca: «Lui può
fare la sua campagna elettorale come se nulla fosse, nonostante abbia due
procedimenti giudiziari in corso e io invece sono costretta all’esilio dalla
mia terra». Che spettacolo! D’accordo che in base alle regole attuali
l’ineleggibilità alla Regione scatta solo in caso di condanna definitiva. Ma la
domanda finale resta: tutti segnali coerenti con le promesse?
Sergio Rizzo CdS 2
La morte di Antonio Colazzo. Il Governo deve fornire ulteriori spiegazioni
sull’accaduto
L’on. Franco
Narducci nelle Commissioni estere e difesa ricorda l’eroismo di Antonio Colazzo
ed invita il Governo a fornire ulteriori spiegazioni sull’accaduto.
L’on. Franco
Narducci intervenendo, in qualità di relatore nelle Commissioni riunite esteri
e difesa, sulla “proroga degli interventi di cooperazione allo sviluppo e a
sostegno dei processi di pace e di stabilizzazione, nonché delle missioni
internazionali delle Forze armate e di polizia” (C. 3097-B) ha espresso il
rinnovato cordoglio per la morte eroica del funzionario italiano Pietro Antonio
Colazzo, ucciso a Kabul in un attentato suicida. Narducci, richiamando le
parole del Capo dello Stato sulla necessità di un impegno risoluto per
sconfiggere il terrorismo, ha sottolineato “il particolare valore del nostro
connazionale che, mettendo a repentaglio la propria vita, ha contribuito con
professionalità e senso dello Stato allo sforzo che accomuna sul terreno afgano
- ognuno con il proprio imprescindibile apporto - militari, diplomatici,
cooperanti e funzionari dei servizi, nell’obiettivo prioritario della lotta
contro il terrorismo internazionale e per la nostra sicurezza”.
Inoltre, Narducci, nonostante i tempi
serrati di esame del decreto-legge sulle missioni e “in ragione della rilevanza
del tragico episodio e della circostanza che vede modificata la disciplina
relativa alla missione italiana in Afghanistan”, ha auspicato che il
“Governo possa fornire…ulteriori elementi in ordine alle circostanze di tale
tragico episodio ed indicare una chiave di lettura nel quadro del delicato
contesto politico regionale”.
Durante la sua relazione il
vicepresidente della Commissione esteri, Narducci, ha ribadito che “le missioni
internazionali rappresentano oggi un fondamentale strumento di solidarietà
internazionale, oltre che di politica estera, cui si ricorre anche nei casi in
cui le situazioni di crisi non abbiano tra le proprie cause le colpe dell’uomo”
come ad esempio la presenza “dell’Arma dei carabinieri nell’ambito della
missione delle Nazioni Unite in Haiti, denominata United Nations Stabilization
Mission in Haiti(MINUSTAH) in relazione alla grave situazione interna
determinatasi dopo il sisma del 12 gennaio scorso”.
Dopo aver espresso “grave preoccupazione
per quanto sta attraversando in questi momenti il Cile, colpito anch’esso da un
fortissimo terremoto”, continuando ad analizzare la situazione di Haiti,
Narducci ha evidenziato anche la tempestiva iniziativa della diplomazia
italiana “che sin dalle prime ore dopo il sisma la diplomazia italiana si è
attivata per acquisire informazioni e organizzare le prime operazioni di
soccorso, mantenendo uno stretto coordinamento con le Nazioni Unite e con le
agenzie umanitarie dei principali paesi occidentali, in particolare quelli
dell’Unione Europea, al fine di garantire una risposta coerente e unitaria”.
Inoltre ha “ribadito la particolare urgenza e gravità della condizione dei
bambini di Haiti”, sottolineando il “lavoro svolto dalla Commissione italiana
per le adozioni internazionali che ha programmato una serie d’interventi
immediati, per un milione di euro, per agevolare i ricongiungimenti dei bambini
con i familiari dispersi o feriti, finanziando il progetto di Save the
children”; ed ha inoltre sottolineato l’importanza di assicurare assistenza
sanitaria, igienica e di sopravvivenza per 20.000 famiglie con bambini,
assistite dalla Caritas di Haiti, finanziando il progetto della Charitas
italiana” e la necessità di “assistere i bambini ospiti in orfanotrofi o in
strutture temporanee allestite dall’UNICEF”. De.it.press
Se la politica ha paura della Tivù
L’Italia va alle
urne fra meno di un mese e la televisione pubblica ha deciso di cancellare i
programmi di informazione. Motivo: maggioranza e opposizione non si sono messe
d’accordo sulle regole condivise per parlare con obiettività al Paese. E allora,
invece di cercare una soluzione, il Consiglio di amministrazione ha deciso di
tagliare la testa al toro, o ai conduttori, che non andranno più in onda. Lo ha
fatto con i voti della maggioranza di centrodestra, quindi senza avere neanche
il pudore, o l’ipocrisia, di nascondere che una parte politica ha imposto la
propria volontà all’altra, nonostante la Rai sia finanziata con i soldi di
tutti i contribuenti. Se un marziano atterrasse domani in Italia, non sarebbe
facile spiegargli la logica di questa scelta.
Le settimane che
precedono il voto, in teoria, sono quelle in cui si discutono i temi concreti
che stanno più a cuore alla gente: le tasse, l’istruzione, la sanità, la
difesa, la sicurezza, i trasporti, la cultura, le grandi questioni etiche che
tormentano la società contemporanea. Quale momento nella vita di un popolo
civile e democratico ha bisogno di più informazione, se non una campagna
elettorale?
Noi invece vedremo
film e altri programmi sicuramente bellissimi, in attesa che siano pronte le
noiosissime tribune elettorali che faranno scappare anche gli spettatori più
masochisti.
Intendiamoci: la
televisione può essere usata come potente strumento di propaganda, in chiaro o
subliminale, e quindi richiede il massimo equilibro da parte chi la manovra.
Ogni storia, ogni tema, ogni idea, ha sempre almeno due facce: chiunque ambisca
a fare un’informazione credibile, sa che deve rappresentarle entrambe con
obiettività. Se per caso cominciasse a far pendere la bilancia da una parte
sola, sacrificando l’onestà professionale per qualunque genere di tornaconto,
perderebbe subito il bene più prezioso per ogni giornalista: la fiducia di chi
lo legge o l’ascolta. Ma i veri professionisti dovrebbero avere queste regole
incise nel loro Dna, senza bisogno di una legge che gliele ricordi o, peggio,
gliele imponga.
In Italia non è
così, per una serie di ragioni strutturali e culturali che ci costringerebbero
a riportare i lettori indietro di almeno un secolo e mezzo. Vi eviteremo questa
tortura, ricordando però che la colpa non è tutta dei giornalisti. La politica,
in particolare alla Rai, domina la scena. Stavolta non ha trovato l’alchimia
necessaria a soddisfare le pretese di tutti, e quindi la maggioranza ha scelto
la scorciatoia del buio.
Thomas Jefferson,
la cui statua troneggia davanti all’università che assegna i premi Pulitzer,
diceva che allo Stato senza giornali preferiva i giornali senza lo Stato.
Perché in una democrazia l’informazione, onesta e obiettiva, è più importante
delle istituzioni che la governano: le crea, con la libera circolazione delle
idee, e poi le controlla, se sa raccontare con equilibrio vizi e virtù del
potere. Rinascendo oggi in Italia, Jefferson non crederebbe ai suoi occhi: ha
trovato una popolazione che ai giornali senza lo Stato, preferisce lo Stato
senza i giornali. PAOLO MASTROLILLI
LS 2
L'equilibrio tra politica e giustizia. Il buon senso dello Stato
Con il consueto
equilibrio e anche con crociano realismo, il presidente della Repubblica
ricorda alle parti in causa — Berlusconi che li chiama «talebani»; i magistrati
che potrebbero replicargli vivacemente — che «la causa delle riforme necessarie
per rendere più efficiente, al servizio del cittadino, l'amministrazione della
Giustizia (...) non può trarre alcun giovamento da esasperazioni polemiche». È
il passo della lettera di Giorgio Napolitano al suo vice nel Consiglio
superiore della magistratura che adombra l'inconciliabilità fra il modo di
guardare alla Giustizia del presidente del Consiglio e di una parte della
magistratura.
I giornali hanno
riferito che il magistrato che tiene in carcerazione preventiva alcuni
inquisiti avrebbe dichiarato l'intenzione di non scarcerarli perché non hanno
manifestato segni di «pentimento». Con la carcerazione preventiva si scongiura
il pericolo di reiterazione del reato, di inquinamento delle prove, di fuga da
parte dell'inquisito. Il mancato pentimento non figura fra le sue motivazioni
giuridiche. È evidente, allora, che la cultura del magistrato in questione è
più simile a quella di un prete, o di un rivoluzionario — che perseguono la
«salvezza» del peccatore (o del reazionario); l'uno con la confessione, l'altro
con la ghigliottina — che a quella di uno Stato di diritto che si limita ad
applicare la legge. È una cultura della redenzione. Che non si limita a
governare gli uomini «come sono», con le leggi, ma li vuole «migliorare»;
quella religiosa, grazie alla Fede, nella prospettiva metafisica dell'aldilà;
quella rivoluzionaria, nell’aldiqua, grazie al surrogato materialistico della
Provvidenza che è la rivoluzione.
Se Berlusconi
fosse davvero liberale, sottolineerebbe la distinzione — che il moderno Stato
di democrazia liberale fa — fra Diritto ed Etica; emetterebbe in luce la
contraddizione in cui incorre una parte della magistratura quando confonde i
due piani. Egli, invece, non delimita il tema della Giustizia, e dei suoi
rapporti con la politica, alle differenze fra cultura politica liberale (e
laica) e della redenzione (e metafisica); ma trasferisce le sue personali
vicende nel Paese, spaccandolo, come vuole l'opposizione, fra berlusconiani e
antiberlusconiani, anziché fra liberali e illiberali; porta in Parlamento le
sue ragioni processuali, vanificando ogni prospettiva di accordo con la stessa
opposizione che, su questo terreno, non lo può evidentemente seguire. Con la
campagna «l’amore vince sempre sull’invidia e sull'odio» — ponendosi sullo
stesso piano, esclusivamente etico, di quella parte della magistratura che
accusa — alimenta la confusione fra Etica e Politica e il conflitto fra
estremismo giustizialista e moderatismo indifferente che dividono gli italiani.
Un Paese che— sia a livello di cultura politica sia a livello di cultura
giuridica— divide ancora il mondo in «buoni» (della propria parte) e «cattivi»
(dell'altra parte), anziché giudicarli colpevoli o innocenti secondo la Legge,
è irrimediabilmente pre moderno.
Piero
Ostellino CdS 1
Liste e dintorni. Quel solito pasticciaccio brutto
Capitale sciatta,
oltre che corrotta. Nazione peggio che infetta: disperata. Quanto succede a
Roma in queste ore è lo specchio di un Paese che affoga drammaticamente nel
ridicolo. Cominciamo dal Pdl, che è riuscito nell’impresa di presentare le sue
liste al di là dell’orario consentito. L’immane compito era affidato a un ex
socialista, tale Alfredo Milioni, visto uscire di corsa dall’ufficio elettorale
a mezzogiorno meno un quarto come se avesse dimenticato qualcosa (i simboli, le
firme, la trebisonda: non si è ancora capito bene). Ha poi tentato di
rientrarvi a tempo scaduto, dopo aver approfittato della pausa-pranzo «pe’
magnà quarcosa». Proprio vero che a volte non basta avere i Milioni. Per colpa
sua il primo partito italiano, quello che esprime il presidente del Consiglio e
il sindaco di Roma, è stato escluso dalle Competizione nella Capitale e rischia
di restare fuori dal Consiglio regionale del Lazio persino nell’eventualità di
una vittoria della sua candidata Polverini.
Chissà come sarà
contento Berlusconi: se la prende con la burocrazia, ma era entrato in politica
con la promessa di portarvi una ventata di efficienza aziendalista e si ritrova
a capo di un movimento che non riesce a rispettare neanche le scadenze più
banali. Su questo episodio di ordinaria trasandatezza sono già fiorite versioni
suggestive: c’è chi narra di un ritardo dovuto a litigi furibondi nella
compilazione delle liste (si sa che finiani e berluscones si amano da
impazzire), chi di un’azione ostruzionistica da parte dei seguaci «gandhiani»
della Bonino, che si sarebbero sdraiati per terra nei corridoi dell’ufficio
elettorale pur di impedire a Milioni il raggiungimento dell’agognata meta.
Sono una banda di
incapaci», ha sintetizzato il democristiano Rotondi, erede di un partito che
poteva anche scannarsi dietro le quinte, ma sapeva presentarsi sempre puntuale
all’appuntamento con le poltrone. Naturalmente non sarà facile tenere il Pdl
fuori dalle urne, e forse non sarebbe nemmeno giusto nei confronti dei suoi
incolpevoli elettori. Così alla fine assisteremo all’ennesimo pasticciaccio
brutto, cucinato a colpi di deroghe e leggine. A uscirne sconfitta sarà ancora
una volta la credibilità di una classe politica composta da personale che,
anche quando non è disonesto, si rivela sconsolatamente mediocre.
Mediocre oppure
sprezzante. Volgendo lo sguardo a sinistra, infatti, ci si imbatte nella scelta
di dubbio gusto di Emma Bonino, che accetta la collaborazione dei terroristi
neri Mambro e Fioravanti, rei confessi di numerosi omicidi politici. La Bonino
sostiene che i due assassini hanno saldato il loro debito con la società. Ma
una cosa è la legge, un’altra è, o dovrebbe essere, la sensibilità di un
leader. Nessuna norma può impedire a chi sparava alla gente di collaborare alla
campagna elettorale di Emma Bonino. Dovrebbe essere la stessa Bonino a
impedirlo. Perché chi ha commesso reati di sangue può tornare in libertà dopo
aver scontato la pena, ma non occuparsi attivamente di politica, neanche da
posizione defilata: è una forma di elementare rispetto nei confronti dei
familiari delle vittime. Nessuno tocchi Caino, va bene: ma almeno non fatecelo
trovare nel retropalco dei comizi.
Riassumendo: a
Roma gli elettori del Pdl non sanno neppure se potranno votarlo, mentre gli
elettori del Pd si scoprono a braccetto con i terroristi di destra. Se
aggiungiamo queste delizie alle truffe e alle ruberie che stanno trasformando
la lettura dei giornali in un percorso di guerra, si può ben dire che la
politica abbia messo inconsapevolmente in atto una delle più massicce campagne
di astensionismo della storia. MASSIMO GRAMELLINI LS 1
Troppi sospetti e veleni per un pasticcio
Il centrodestra se
la può anche prendere con i radicali e la burocrazia; e appellarsi alla
magistratura e inopinatamente al capo dello Stato, Giorgio Napolitano, come
«garante della democrazia». Ma l’immagine che ha dato presentando la lista per
le regionali in provincia di Roma fuori tempo è, come minimo, quella di una
coalizione pasticciona. Proprio perché si definisce il primo partito del Paese,
il Pdl avrebbe dovuto arrivare in tempo; ed evitare un’esclusione che, oltre a
non essere facilmente recuperabile, rivela una confusione e un dilettantismo
preoccupanti.
Il tentativo di
scaricare ogni responsabilità all’esterno serve a coprire quelle di un gruppo
dirigente messo sotto accusa dai militanti; ed osservato con stupore dallo
stesso Silvio Berlusconi. A rendere l’episodio più imbarazzante è il contorno
di veleni che lo accompagna: tossine tutte interne al Pdl, che risente visibilmente
del conflitto fra il presidente del Consiglio e Gianfranco Fini. Al punto che
all’inizio non è stata esclusa l’ipotesi di un complotto dei «berlusconiani»
contro i «finiani»; ed in particolare contro Renata Polverini, candidata al
vertice della regione Lazio ed amica del presidente della Camera. Si tratta di
una dietrologia inverosimile, sulla quale tuttavia non si può non riflettere:
indica il livello di sospettosità al quale è giunto il Pdl.
Da questo punto di
vista, il pasticcio laziale non ci voleva. Arriva dopo settimane di passione
della maggioranza per le inchieste sulla Protezione civile e sul riciclaggio di
denaro sporco che evoca l’ombra della 'ndrangheta. Si consuma in un momento di
particolare tensione fra Berlusconi e Fini in materia di giustizia,
immigrazione, rapporti con l’opposizione; e scandali. Probabilmente ha ragione
chi nel centrodestra spiega che il problema è locale, non nazionale. Lo stesso
presidente della Camera ha registrato l’episodio senza apparentemente
scomporsi: si è limitato a dire che non poteva fare molto per rimediare. Il
guaio, per la coalizione, è che si inserisce su uno sfondo di tensioni
generalizzate; e sulla voglia dichiarata di affidare alle regionali la nuova
gerarchia dei rapporti di forza in un Pdl insidiato a nord dalla crescita della
Lega. Una situazione di sfaldamento così marcato era imprevedibile all’inizio
del 2010. A gennaio Pdl e Lega sembravano avviati ad un trionfo alle regionali.
La stessa tregua
stipulata circa un mese fa tra Berlusconi e Fini, si è sbriciolata prima di
quanto chiunque pensasse. Siamo al paradosso di un «fuoco amico» reciproco, con
promesse di rese dei conti dopo il voto del 28 e 29 marzo; e con velati
propositi di rimettere in discussione non solo gli equilibri all’interno del
Pdl, ma perfino le ragioni che hanno portato alla fusione tra Fi e An. Da
qualche giorno sembra quasi che il partito unitario sia soltanto il contenitore
di due forze che si rinfacciano gli errori. E’ comprensibile, dunque, che un
centrosinistra tutt’altro che in salute gioisca per l’autolesionismo
dell’armata berlusconiana: anche se la lista radicale è stata esclusa in
Lombardia per mancanza di firme. Il premier, racconta la Polverini, le è
apparso «sconcertato» da quanto è accaduto nel Lazio.
L’aggettivo sa di
eufemismo, come anche l’espressione «grande leggerezza» usata dal ministro
Ignazio La Russa. L’appello strampalato della candidata e del sindaco di Roma,
Gianni Alemanno, al Quirinale suona come un gesto disperato che il
centrosinistra e l’Udc criticano. Alemanno ha scritto addirittura una lettera
al presidente della Repubblica. E Pier Ferdinando Casini accusa di avere
evocato Napolitano per una questione di «procedure elettorali». Ma non è detto
che l’esclusione, se sarà confermata, precluda la vittoria nel Lazio di un
centrodestra alleato con l’Udc. Di certo alimenterà le polemiche in una
maggioranza che Berlusconi si sforza di mostrare compatta. Il silenzio della
Lega è rumoroso: sembra fatto apposta per sottolineare una virtuosa diversità
dagli alleati.
Massimo Franco CdS
1
Istat: disoccupazione all'8,6%. Dato peggiore dal 2004. Pil a -5%
Prodotto interno
lordo in calo. A gennaio persi 370mila posti di lavoro -1,3% rispetto allo
stesso mese del 2009 - Il numero delle persone in cerca di occupazione è in
crescita del 18,5% rispetto a un anno fa
ROMA - Il tasso di
disoccupazione continua a salire e a gennaio si posiziona all'8,6 per cento,
dall'8,5 per cento di dicembre 2009. Lo comunica l'Istat, sottolineando che è
il dato peggiore da gennaio 2004, inizio delle rilevazioni. Nel 2009 il
rapporto tra il deficit e il Pil dell'Italia è stata pari al 5,3 per cento,
superiore a quello registrato nell'anno precedente (pari al 2,7 per cento).
L'Istat rende noto che il debito pubblico è volato a quota 115,8 per cento al
termine del 2009, sulla base dell'ultime stime elaborate dalla Banca d'Italia
che indicavano un debito a 1.761,191 miliardi di euro. La pressione fiscale è
aumentata di un decimo di punto nel 2008 attestandosi al 42,9 per cento.
Nel 2009
deficit/Pil al 5,3 per cento. Nel 2009 il prodotto interno lordo italiano è
diminuito del 5 per cento secondo i dati comunicati dall'Istat in via
provvisoria. Nella precedente rilevazione, effettuata con diversi metodi
statistici, la prima stima del Pil segnava una contrazione del 4,9 per cento.
E' il dato peggiore praticamente da sempre, ovvero almeno dal 1971, quando è
cominciata la rilevazione statistica. In valore assoluto, l'indebitamento netto
è aumentato di circa 38.200 milioni di euro, attestandosi al livello di 80.800
milioni di euro. L'Istat ha rivisto le stime dell'indebitamento netto delle amministrazioni
pubbliche per il triennio 2006/2008, variate a causa del normale processo di
consolidamento delle informazioni di base. Complessivamente il saldo del conto
delle amministrazioni pubbliche, in seguito alle revisioni, risulta superiore
di 91 milioni nel 2006, inferiore di 34 milioni nel 2007 e di 404 milioni nel
2008. Tali revisioni, precisa l'Istat, non hanno comportato variazioni nel
rapporto indebitamento netto/pil negli anni 2006/2008.
Pressione fiscale
a 43,2 per cento. In base ai dati contenuti nei "Conti economici
nazionali" diffusi dall'Istat la pressione fiscale complessiva (ammontare
delle imposte dirette, indirette, in conto capitale e dei contributi sociali in
rapporto al Pil) nel 2009 è risultata pari al 43,2 per cento, superiore di 3
decimi di punto rispetto al valore del 2008 (42,9 per cento).
Entrate 2009 -1,9
per cento. Nel 2009 le entrate totali, pari al 47,2 per cento del Pil, sono
diminuite dell'1,9 per cento rispetto all'anno precedente. Nel 2008 erano
cresciute dell'1,1 per cento. Lo comunica l'Istat, sottolineando che le uscite
totali sono risultate pari al 52,5 per cento del Pil (49,4 per cento nel 2008),
con una variazione del +3,1 per cento rispetto all'anno precedente.
Oltre due milioni
di persone in cerca di lavoro. Sulla base dei dati provvisori l'Istat rileva
che l'occupazione a gennaio è rimasta sostanzialmente invariata rispetto a
dicembre, mentre ha perso l'1,3 per cento rispetto a gennaio 2009, pari a
307mila unità in meno. Sempre nel mese di gennaio il numero delle persone in
cerca di occupazione risulta pari a 2.144.000, in crescita dello 0,2 per cento
(+5mila) rispetto al mese precedente e del 18,5 per cento (+334mila) rispetto a
gennaio 2009. L'Istat sottolinea che si tratta dell'ottavo incremento su base mensile
consecutivo.
Disoccupazione
giovanile, maschile, femminile. Il tasso di disoccupazione giovanile, fa
inoltre sapere l'Istat, è pari al 26,8 per cento, con una crescita di 0,3 punti
percentuali rispetto al mese precedente e di 2,6 punti percentuali rispetto a
gennaio 2009. La disoccupazione maschile raggiunge a gennaio un livello pari a
1 milione 147 mila unità, in aumento del 2,1 per cento (+23mila unità) rispetto
al mese precedente e del 27,2 per cento (+245mila unità) rispetto allo stesso
mese dell'anno precedente. Il numero di donne disoccupate è invece pari a
997.000 unità con una riduzione dell'1,9 per cento rispetto a dicembre (-19mila
unità), a fronte di un aumento del 9,8 per cento rispetto a gennaio 2009
(+89mila unità).
Tasso di
inattività e numero di occupati. Quanto al numero di inattivi (di età compresa
tra 15 e 64 anni), a gennaio, è pari a 14 milioni 871 mila unità, con un
aumento dello 0,2 per cento (+28 mila unità) rispetto a dicembre 2009 e
dell'1,2 per cento (+172 mila unità) rispetto a gennaio 2009. Il tasso di
inattività è pari al 37,7 per cento (invariato rispetto al mese precedente e in
aumento di 0,3 punti percentuali rispetto a gennaio 2009). Gli uomini inattivi,
a gennaio, sono pari a 5 milioni 194 mila unità, stabili rispetto al mese
precedente, ma in aumento su base annua dell'1,7 per cento (pari a +86 mila
unità). Le donne inattive sono 9 milioni 677 mila, con un aumento congiunturale
dello 0,3 per cento (+30 mila unità) e tendenziale dello 0,9 per cento (+86
mila unità). La quota delle donne inattive - spiega l'istat - è sempre
superiore a quella degli uomini: sono circa cinque ogni dieci quelle inattive.
Il numero di occupati a gennaio 2010 è pari a 22 milioni 904 mila unità (dati
destagionalizzati), sostanzialmente invariato rispetto a dicembre e inferiore
dell'1,3 per cento (-307 mila unità) rispetto a gennaio 2009. Il tasso di
occupazione è pari al 57,0 per cento (inferiore, rispetto a dicembre, di 0,1
punti percentuali e di un punto rispetto a gennaio 2009). L'occupazione
maschile a gennaio 2010 è pari a 13 milioni 677 mila, più bassa dello 0,1 per
cento rispetto al mese precedente (-18 mila unità) e dell'1,9 per cento (-260
mila unità) rispetto al corrispondente mese dell'anno precedente. L'occupazione
femminile è pari a 9 milioni 228 mila unità, con un aumento rispetto a dicembre
dello 0,1 per cento (+8 mila unità) e una riduzione dello 0,5 per cento (-47
mila unità) rispetto a gennaio 2009. LR 1
Pil in calo del 5%, volano deficit e debito. Ecco l’anno nero dell’economia
italiana
ROMA Pil in calo
del 5 per cento nel 2009, al pari di alcune tra la principali economie del
mondo. E conti pubblici in sofferenza, con rapporto deficit/Pil schizzato al
5,3 per cento, mentre l’incidenza percentuale del debito pubblico rispetto al
prodotto sale al 115,8. Come ogni anno l’Istat ha scattato la fotografia del
nostro Paese da spedire a Bruxelles, evidenziando l’andamento dell’economia e
quello della finanza pubblica. È un quadro in larga parte atteso, lievemente
peggiore rispetto alle stime preliminari per quel che riguarda il Pil, mentre
sul fronte dei conti pubblici qualche segnale di speranza arriva dal ministero
dell’Economia, che sempre ieri ha diffuso i dati del fabbisogno dello Stato
relativo ai primi due mesi dell’anno.
Il meno cinque
tondo resterà come sigillo sull’anno più nero dell’economia italiana come
quella di altri Paesi: curiosamente hanno registrato lo stesso esatto risultato
negativo Germania, Regno Unito e Giappone. Mentre è andata decisamente meglio,
seppur in un contesto di forte recessione, per Stati Uniti e Francia
(rispettivamente -2,4 e -2,2 per cento).
La fortissima
flessione è il risultato di un andamento negativo dei consumi delle famiglie
(-1,8 per cento), di un sonoro - 12,1 per cento degli investimenti e di un
drammatico - 19,1 delle esportazioni, vero tallone d’Achille, in una fase di
contrazione del commercio mondiale, di un’economia manifatturiera come la
nostra. Le stime preliminari diffuse una ventina di giorni fa contenevano una
decrescita media 2009 del 4,9 per cento, che teneva conto del maggior numero di
giorni lavorativi (uno in più rispetto al 2008). Il risultato “grezzo”, che è
quello rilevante secondo i regolamenti europei, avrebbe dovuto essere
leggermente migliore proprio grazie a quel giorno in più; ma così non è stato.
Sul fronte dei
conti pubblici, il deficit al 5,3 per cento del Pil corrisponde alle ultime stime
del governo; mentre rispetto a queste il rapporto debito/Pil risulta in lieve
crescita essenzialmente a causa della minor crescita del prodotto. Per lo
stesso effetto statistico la pressione fiscale (misurata dal rapporto tra
entrate tributarie e contributive e Pil) sale al 43,2 per cento nonostante il
fortissimo calo del gettito, dovuto proprio alla recessione.
Ieri intanto il
ministero dell’Economia ha diffuso il dato del fabbisogno dello Stato relativo
ai primi due mesi di quest’anno (il fabbisogno è un disavanzo di cassa, diverso
quindi dal deficit rilevante ai fini europei): gli 8,8 miliardi di
gennaio-febbraio 2010 rappresentano un miglioramento di 6,7 rispetto allo
stesso periodo del 2009: miglioramento dovuto in buona parte all’andamento di gennaio
ma, per un miliardo, anche a quello del mese che si è appena concluso.
I numeri
dell’Istat sono stati naturalmente oggetto di commenti politici. Pier Luigi
Bersani, denunciando il rischio di «un avvitamento tra aumento della
disoccupazione, stagnazione economica, crescita della pressione fiscale per chi
paga le tasse e crisi della finanza pubblica», accusa il governo di «ripetere
come un disco rotto che stiamo meglio degli altri». Per il ministro dello
Sviluppo economico Scajola invece «gli esponenti dell’opposizione camminano con
la testa rivolta all’indietro e vedono solo il passato», visto che «il 2010
registrerà una crescita del Pil dell’1-1,2% e «l’attività industriale sta
ricominciando a crescere». LUCA CIFONI IM 2
Calabria, inchiesta "why not" assolti Loiero e Chiaravalloti
Il presidente
della Regione e il suo predecessore indagati per presunti illeciti nella
gestione dei fondi pubblici
CATANZARO - Il
presidente della Regione Calabria, Agazio Loiero, è stato assolto dal giudice
dell'udienza preliminare del Tribunale di Catanzaro nell'ambito del
procedimento Why Not sui presunti illeciti nella gestione dei fondi pubblici. I
sostituti procuratori generali Massimo Lia e Eugenio Facciolla avevano chiesto
la condanna di Loiero ad un anno e sei mesi di reclusione per abuso d'ufficio.
Gli stessi magistrati avevano chiesto, invece, l'assoluzione, per non avere
commesso il fatto, di Loiero per l'accusa di corruzione. "Sono sollevato.
Non poteva che finire così. E' finito un calvario che è durato anche troppo",
ha detto Loiero.
Assolto anche
Giuseppe Chiaravalloti, ex presidente della Regione Calabria e attualmente
vicepresidente dell'Authority sulla Privacy. Per lui la Procura generale di
Catanzaro aveva chiesto la condanna a due anni e due mesi per i reati di truffa
e abuso d'ufficio. L'imprenditore Antonio Saladino, principale indagato
nell'inchiesta Why Not, è stato condannato a due anni di reclusione per il
reato di abuso d'ufficio. E' stato assolto invece per i reati di peculato e
truffa.
L'inchiesta Why
not è stata avviata nel 2006 dall'allora pm di Catanzaro Luigi de Magistris su
presunti illeciti nella gestione dei fondi statali, regionali e comunitari e
venne poi avocata dalla Procura generale. Tra le persone coinvolte inizialmente
figuravano anche politici nazionali di spicco quali l'ex presidente del
consiglio dei ministri, Romano Prodi e l'ex ministro della giustizia, Clemente
Mastella, le cui posizioni sono state successivamente archiviate nel corso
delle indagini preliminari.
Nel processo sono
rimasti politici ed amministratori regionali. Tra loro il presidente della
Regione Calabria, Agazio Loiero, ed il suo predecessore Giuseppe Chiaravalloti;
assessori e consiglieri regionali in carica ed ex; funzionari regionali e
imprenditori, tra i quali Antonio Saladino, ex presidente della Compagnia delle
Opere della Calabria, imputato principale, e la testimone Caterina Merante, che
con le sue dichiarazioni aveva dato il via all'inchiesta. L'iscrizione nel
registro degli indagati di Mastella, che in qualità di Guardasigilli aveva
chiesto il trasferimento di de Magistris per presunte irregolarità nella
gestione di altre indagini, portò, nell'ottobre del 2007, all'avocazione
dell'inchiesta da parte del procuratore generale facente funzioni di Catanzaro,
Dolcino Favi, ed al successivo affidamento ad un pool di magistrati guidati da
Enzo Jannelli appena nominato procuratore generale.
L'inchiesta Why
not è stata, nel dicembre 2008, al centro di uno scontro senza precedenti tra
apparati giudiziari dello Stato ed in particolare tra la Procura di Salerno e
la Procura generale di Catanzaro. I magistrati campani sequestrarono i
fascicoli di Why Not nell'ambito di una loro indagine su un presunto complotto
finalizzato a bloccare l'inchiesta avviata da de Magistris che nel frattempo
era stato trasferito a Napoli come giudice al Tribunale. L'ex pm, poi, si
candiderà per Idv alle elezioni europee venendo eletto. La reazione della
Procura generale catanzarese all'iniziativa salernitana fu il controsequestro
degli atti. Lo scontro tra i due uffici ha portato a decisioni drastiche da
parte del Csm che ha trasferito tutti i magistrati protagonisti della vicenda.
Nonostante questo, la Procura generale, proprio pochi giorni dopo il sequestro
ed il controsequestro degli atti, chiuse le indagini per 106 persone,
avanzando, al contempo, una serie di richieste di archiviazione, tra le quali
quella per Prodi, poi accolte dal gip. Nell'ottobre dello scorso anno si è
giunti, infine, davanti al gip, chiamato a decidere sulla richiesta di rinvio a
giudizio per 98 imputati, quelli rimasti dopo alcuni stralci. I reati che
venivano ipotizzati, a vario titolo, andavano dall'associazione per delinquere
all'abuso d'ufficio e alla turbata libertà degli incanti; dalla truffa alla
truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche; dalla frode
nelle pubbliche forniture al peculato; dalla corruzione per atti contrari ai
doveri di ufficio all'istigazione alla corruzione; dall'estorsione alla falsità
ideologica commessa da pubblico ufficiale in atti pubblici. Alcuni di questi
sono stati ridimensionati dalla stessa accusa nel corso dell'udienza
preliminare e del processo con rito abbreviato chiesto da 42 imputati.
L'accusa, nel corso dell'abbreviato, ha anche alleggerito la posizione di diversi
imputati, tra i quali lo stesso Loiero, per il quale era stata chiesta
l'assoluzione per il reato più grave, la corruzione. (ansa 2)
Di Girolamo lascia e scrive a Schifani «Dopo l'ignominia voglio la verità»
Il senatore
presenta le dimissioni: «Descritto come un mostro». Lettere anche a Gasparri,
Quagliariello, Dini. In Aula mozione della maggioranza per la decadenza
ROMA - «Dopo tanto
fango, dopo l'ignominia di un'esposizione mediatica che mi ha descritto agli
occhi dei Paese come un mostro, usurpatore della politica e del mandato
elettorale, credo fermamente che sia arrivato il momento della responsabilità e
della verità dei fatti». È l'incipit della lettera, una quarantina di righe in
tutto, con cui Nicola Di Girolamo (come anticipato dal Corriere della Sera) ha
comunicato al presidente del Senato Renato Schifani le sue dimissioni da
senatore. Ora la parola passa all'Aula del Senato. L'esponente del Pdl
coinvolto nell'inchiesta sul riciclaggio ha poi informato della sua decisione,
con due distinte lettere, il presidente del partito al Senato Gasparri e il suo
vice Quagliariello. Con una quarta lettera, infine, il senatore comunica al
presidente Lamberto Dini le sue dimissioni dalla commissione Esteri.
«MI CONSEGNO AI
MAGISTRATI» - «Ho ceduto, certo, signor presidente - scrive Di Girolamo a
Schifani -. Ma le mie colpe verranno circoscritte dalla verità che saprò
esporre ai magistrati cui ho deciso di consegnarmi. Forte della convinzione di
collaborare alla ricerca della verità e della certezza che dovrò riscattare
faticosamente il mio onore innanzi alla mia famiglia, ai miei amici e
all'Assemblea del Senato alla quale ho partecipato con orgoglio e dedizione».
«ORFANO GIÀ IN
FASCE» - Il senatore si dice convinto «di dover rendere disponibile la mia
persona, la mia storia personale, la mia esperienza recente, perché chi dovrà
giudicarmi possa davvero conoscere i contorni di una vicenda che non è tutta
criminale e che potrà finalmente essere vagliata lontano dai riflettori e dal
clamore delle prime suggestioni». Di Girolamo ricorda di essere stato eletto
«forte di una delega affidatami da 24.500 elettori di tutti i Paesi europei:
24.500 cittadini italiani, né mafiosi né delinquenti». «Di una piccola parte di
costoro - prosegue la lettera - avrebbe abusato un gruppo di individui
probabilmente "inquinati" da frequentazioni criminali. Non mi
interpreti come troppo "ingenuo", signor presidente. Non ero
"consegnato" anima e corpo a questi figuri. La frenesia della
campagna elettorale mi ha spinto a valutare poco e male. E Lei, mi auguro,
immaginerà che non si diventi mafioso nello spazio di un mattino, colpevole
come sono di uno o due incontri disattenti. Sono entrato in Senato da
professionista del diritto, incensurato». A questo punto Di Girolamo apre
all'autobiografia. «La mia - prosegue la lettera - non è stata una storia
semplice. Orfano, già in fasce, di un prestigioso economista e docente
universitario, figlio unico, educato al rigore e alle buone maniere da una madre
nobile ho da sempre dovuto provvedere al sostentamento della famiglia. Sono
rimasto, negli anni, quello che ero. Una persona perbene, incapace tuttavia di
difendersi innanzi alla protervia dei malevoli e dei menzogneri. In politica ne
ho incontrati alcuni. Figli di un'altra storia, ben diversa dalla mia, capaci
di fagocitarmi - annota il senatore - nella smania delle promesse».
«NON SONO UN
DELINQUENTE» - Concetti che Di Girolamo ribadisce a Gasparri e Quagliariello:
«Voglio rassicurare te e Gaetano: nel gruppo non si è seduto un delinquente, ma
un cittadino che ha compiuto gravi ingenuità e leggerezze. Lievità figlie
dell'esperienza da "candidato" che mi ha portato a rincorrere ogni
legittima preferenza e a riporre affidamento in chiunque mi avesse offerto un
aiuto, in un collegio così enorme come sono quelli per gli eletti all'estero.
L'ansia del candidato mi ha condotto ad accondiscendere e dimostrarmi affabile
con chiunque potesse condividere il programma elettorale della nostra parte
politica.». «Apro così la strada - è la conclusione - a un mio personale
calvario di cui non conosco il percorso e il tempo ma con la certezza che, nel
fondo, vi troverò quel riscatto per me e la mia famiglia che, confido, mi
permetterà di conservare anche la Tua amicizia». A Dini il senatore rivolge
espressioni di gratitudine e riconoscenza, rinnovando scuse e amarezza per la
vicenda che lo chiama in causa.
L'ITER IN AULA -
Ora la parola passa all'Aula di Palazzo Madama, che dovrà votare le dimissioni.
La data sarà calendarizzata dalla conferenza dei capigruppo, convocata per
martedì alle 11. Sia il Pd che il Pdl hanno depositato mozioni per la decadenza
del senatore eletto all'estero, mentre è in calendario per martedì alle 12
un'audizione dello stesso Di Girolamo davanti alla giunta per le Elezioni e le
immunità del Senato. Una mozione del Pdl chiede che venga ripresa in Aula «la
discussione sulla decadenza del senatore Di Girolamo», con riferimento al
«tempo trascorso dalla deliberazione con la quale si era sospeso l'esame della
proposta di decadenza. Oggi infatti si può inquadrare in una prospettiva
diversa l'intera vicenda, senza attendere l'esito di un procedimento penale che
nel frattempo è diventato più complesso. Il prestigio del Senato si difende
meglio quando si ha un quadro completo dei fatti». Infine, sempre martedì alle
11, si riunisce la commissione Antimafia per discutere del rapporto
mafia-politica con particolare riferimento all'inchiesta della procura di Roma
che ha coinvolto Di Girolamo. La seduta sarà aperta da una relazione del
presidente Pisanu. Redazione online CdS 1
Prenderà il posto di Di Girolamo al Senato
Raffaele Fantetti
smentisce le inesattezze apparse sulla stampa sulla sua residenza all’estero
ROMA - Primo dei non eletti per il Popolo
della Libertà nella ripartizione Europa, sarà Raffaele Fantetti, a prendere il
posto di Di Girolamo al Senato. Su alcuni importanti quotidiani come La Stampa
e la Repubblica sono stati pubblicati nei giorni scorsi degli articoli che
metterebbero in dubbio anche per lui il requisito della residenza all’estero.
Notizie che Fantetti giudica inesatte e che smentisce con questo suo
comunicato.
Come è facile immaginare, da quando è
scoppiato il caso Di Girolamo, sia io che i miei legali siamo tempestati di
richieste di interviste. Mi è parso opportuno non parlare fino alla conclusione
della vicenda. Ritengo, però, di rispondere ad alcuni articoli che mi
riguardano e riportano diverse inesattezze tendendo a dare un messaggio non
condivisibile.
Si dice che lavoro come funzionario a Roma
del ministero dello Sviluppo Economico, ex Commercio Estero. In realtà - come
appare sul mio sito (www.fantetti.org ) - sono un esperto ex Legge 56/2005 con
contratto a tempo determinato, selezionato in base al superamento di un concorso
pubblico per l’implementazione dei c.d. “sportelli unici” all’estero al quale
ho concorso come residente all’estero. Quella dell’istituzione degli sportelli
unici fu una brillante intuizione dell’allora Ministro Urso, portata avanti ed
approvata dal precedente Governo Berlusconi ma la cui implementazione è stata
molto osteggiata e procede a rilento
Nelle more della destinazione istituzionale
all’estero, ho proceduto ad un commuting regolare tra l’Italia ed il Regno
Unito (Londra, dove ho dimora, residenza e dove sono emigrato nel 1992). Ho
debitamente segnalato la cosa alle autorità sia italiane che inglesi. Da un
punto di vista fiscale, non mi avvalgo del Trattato contro la doppia
imposizione. In passato, durante la mia esperienza professionale a Washington
DC, mi ero comportato nello stesso modo, segnalando il tutto alle autorità
competenti ed operando un commuting regolare tra affetti e lavori al di qua ed
al di là dell’Atlantico.
Noi giovani Italiani della cosiddetta “NEP:
Nuova Emigrazione Professionale” (espressione di cui rivendico la paternità per
averla coniata in un convegno pubblico sulla materia organizzato dal giornale
“Pensiero Londinese” presso l’Istituto Italiano di Cultura a Londra molti anni
prima che la legge 459/2001 fosse approvata), siamo così. Costretti ad uscire
dal Paese a causa dell’imperante gerontocrazia e mancanza di meritocrazia,
cerchiamo lavoro e/o un lavoro migliore altrove e giriamo di continuo. Io sono
stato in Belgio e Francia prima di approdare sulle bianche scogliere di Dover e
non ho proceduto a cambiare ogni volta i termini della mia iscrizione AIRE: poi
ho anche scoperto che non ne ero tenuto (ex art.1, comma 8, Lg. 470/1988).
Da anni, l’ottimo rapporto “Italiani nel
Mondo” della Fondazione Migrantes conferma che la maggioranza degli iscritti
all’AIRE, specie in Europa, ha meno di 40 anni e ciò non fa che confermare la
nostra intuizione dei primi anni Novanta.
Leggete le varie rubriche degli Italians su
Internet per farvi un’idea di chi sono e di come vivono in giro per il mondo.
Ritengo che la mia storia, nel suo piccolo, sia significativa di tali
attualità. In Italia non avevo sbocchi nonostante un ottimo curriculum di
studi.
Ho sempre diviso il mio tempo professionale
tra le tematiche dell’internazionalizzazione delle imprese italiane e quelle
degli Italiani all’estero (queste ultime mai dietro compenso): per questo sono
ben conosciuto in entrambi gli ambiti.
In tempi non sospetti mi sono iscritto a
Forza Italia, poi ho fondato il Circolo della Libertà U.K. (io vice e
Presidente l’amico ingegner Bertali di AN): ora collaboro -sempre su base
volontaria- con il Settore Italiani nel Mondo del PDL e ho contribuito a
diverse manifestazioni nel Regno Unito (tra cui la famosa consegna di lettere
di protesta ai direttori responsabili del “Financial Times” e del “Times” per
articoli infamanti contro l’Italia ed il Governo da loro pubblicati), in
Svizzera, Germania e Rep. Ceca.
Vado fiero del mio risultato elettorale
(oltre 20.400 preferenze) che è tutto voto di opinione.
Non mi sono sposato “nell’abbazia di
Westminster” … grazie ai buoni uffici del mio parroco oggi vescovo ausiliario
di Roma Sud”. Mi sono sposato nella cattedrale con due officianti, il parroco
locale ed il mio parroco di Roma. Non sono rappresentante del Registro Navale
di Dominica: lo sono stato per circa tre mesi nel 2005. Sono arrivato
ottantasettesimo su 500 alla prova di selezione di un concorso pubblico per
dirigente del commercio internazionale che non prevedeva neanche un esame di
lingua estera. L’anonimo dirigente del Ministero ha fatto molta confusione.
Nutro stima e gratitudine per l’intero team di giovani legali (Giovanna Mazza,
Antonio Labate e Alessandro Tozzi) che mi ha assistito nelle lunghe e complesse
fasi del ricorso al Senato.
Potrei continuare con le precisazioni ma
credo che, data la situazione, non sia il caso. Dico solo che negli ultimi mesi
sono stato oggetto di diversi scriteriati ed infondati attacchi da parte di
anonimi su Internet e che per questo abbiamo presentato istanze di querela per
diffamazione alla competente polizia postale. (Raffaele Fantetti-Inform)
Un Paese dove tutto finisce in tribunale
Da Roma e Milano,
dal Pdl ai radicali, imperversano le querelle giuridiche
di MARIO AJELLO
ROMA - «Un giorno
in pretura» era un film molto divertente. Un intero Paese che ogni giorno è in
pretura o nella Terza Camera, che è quella della giustizia, per qualsiasi
argomento (dalle elezioni regionali ai tormentoni processuali del premier, dai
rigori non dati la domenica alla compravendita dei voti degli italiani
all’estero e alla vicenda del senatore Di Girolamo), è la fotografia di
un’Italia sfiduciata e deresponsabilizzata. Che fornisce un’immagine desolante
della propria condizione pubblica.
Gli autori di «Un
giorno in pretura» non avevano assolutamente la sensazione che la loro parabola
ilare e scanzonata si risolvesse prima o poi in una arida tragedia democratica.
Il cui soggetto è l’Italia, nella quale è sospesa la politica - più che di
programmi elettorali si parla di bisticci elettorali e tu non sei ammesso al
gioco e io sì, ma io voglio rientrare in gioco, no tu no, ma perchè?, perchè
no! - in quanto tutto si svolge in tribunale. Anche perchè quello è l’approdo a
cui portano il dilettantismo, l’improvvisazione e il non professionismo (Max
Weber si sta rivoltando nella tomba) che si sono clamorosamente manifestati
nelle vicende romane, ma non solo, delle presentazioni delle liste.
Il luogo comune
secondo cui le tragedie si riproducono in farsa stavolta - nell’Italia
dell’omni-giuridicismo e della vicendevole, pervasiva e dilagante chiamata di
correo da parte di tutti contro tutti - viene smentito e si riproduce
all’inverso. Gli sketch d’un tempo sui litigi processuali, o le gag da
biscardiano «Processo del lunedì», sono diventati la cifra di una nazione
fragile e causidica per disperazione. Nella quale le procedure democratiche - e
una consultazione elettorale lo è al massimo grado - vengono ridotte a diatribe
da Tar. Fino a far perdere di vista la realtà del gioco politico, che si
compone di tanti soggetti in libera concorrenza e se ne viene a mancare
qualcuno - ieri per esempio è stata cassata la lista di Formigoni in Lombardia,
per non dire dei niet opposti alle liste dei Radicali e a quella del Pdl nel
Lazio - la pienezza del match ne soffre inevitabilmente. Anche se nei casi di
queste ore di errori ce ne sono stati, e tanti.
A poco più di
venti giorni dal voto amministrativo, in un Paese in servizio elettorale
permanente, i cittadini dovrebbero avere a disposizione liste già confezionate,
ovviamente pulite, naturalmente riempite da candidati affidabili, e poter così
cominciare a scegliere a chi dare il proprio consenso. La democrazia dovrebbe
funzionare così: in maniera semplificata. Gli antichi ateniesi addirittura
facevano scegliere gran parte delle cariche pubbliche dal caso («tò
automatòn»), anzi venivano indicate da una fava, in una sorta di testa o croce.
Brutale semplificazione, che è l’esagerazione opposta all’arzigogolo - il mio
contro il tuo, il nostro contro il vosto, e nominiamo un giurì d’onore! -
adesso al potere e al bisticcio permanente che porta agli onori i formalismi,
ovviamente da rispettare, e mette in ombra ciò che dovrebbe massimamente
risaltare, ossia la forza della battaglia delle idee e dei diversi progetti
politici in campo.
Si deve stare
insomma col fiato sospeso, e col coltello fra i denti, in attesa del
pronunciamento del giudice X o del giudice Y. Che a questo punto può decretare
anche se il bipolarismo si gioca fra due poli o tra uno solo, perchè l’altro ha
sbagliato orario o è andato a mangiarsi un panino o ha fatto imperdonabili
sbagli nella raccolta delle firme. Non si fa che dire che le regionali sono una
scelta fatale per il Paese, e poi la scelta viene affidata, almeno in prima
battuta, ai collegi togati. Che mettono la politica sulla bilancia.
L’omni-giuridicismo
in cui tutti si appellano a tutti è a questo punto il trionfo non dei corsi e
ricorsi storici - visto che mai s’è avuta una situazione così patologica - ma
della corsa al ricorso e all’anti-ricorso, in cui in realtà tutti perdono. E
vince soltanto una senescente paralisi, che produce sconcerto nei cittadini e
rischia di alimentare l’anti-politica. IM2
Via libera del Consiglio dei ministri al disegno di legge anticorruzione
Il governo ha
trovato un accordo sul testo che prevede norme più severe contro corrotti e
corruttori - Calderoli fa introdurre un emendamento che allarga il divieto di
elezione anche a Camera e Senato -
Alfano: "Chi ruba lo fa per sé, non per il partito, e deve pagare per
questo"
ROMA - Il
Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge anticorruzione. E'
quanto si apprende da fonti di governo. Il governo ha dato via libera quindi al
disegno di legge che inasprisce le misure e le pene di contrasto alla
corruzione. Il testo approvato è la nuova versione di quello già esaminato
dall'esecutivo nell'ultima riunione. Il ddl passa ora all'esame del Parlamento.
Il testo approvato
in Consiglio dei ministri introduce anche le "liste pulite" per i
parlamentari. In base alla "proposta emendativa" del ministro della
Semplificazione, Roberto Calderoli, passata in Cdm, chi ha subito una condanna
passata in giudicato per i reati di peculato, malversazione, concussione e corruzione,
per 5 anni non potrà candidarsi alla carica di deputato o senatore.
"Il
provvedimento ha avuto il pieno sostegno del Pdl e della Lega" ha detto il
ministro della Giustizia, Angelino Alfano. "C'è stata anche la volontà
ferma di Silvio Berlusconi di procedere a una normativa ampia - ha aggiunto -
che riguarda non solo gli aspetti sanzionatori ma che sia in grado di garantire
una maggiore efficienza e un buon governo".
"I nostri
partiti non hanno bisogno di soldi rubati per sopravvivere. Chi ruba lo fa per
sé e deve pagare per questo" ha detto Alfano, che ha poi confermato che il
ddl anticorruzione "inasprisce le pene per i reati compiuti contro la
pubblica amministrazione". Il provvedimento approvato oggi, ha spiegato il
ministro, è distinto in tre capitoli: una nuova disciplina contro la corruzione
negli enti locali, un piano anticorruzione, e nuove norme sanzionatorie.
"Abbiamo aumentato le pene per reati che a nostro parere - sottolinea
Alfano - non avevano adeguate sanzioni, dato il loro particolare disvalore sociale".
Il ddl approvato
prevede "l'incandidabilità" per il presidente di Regione che abbia
dimostrato un "fallimento politico". "Come accade quando una
società fallisce e sui portano i libri in tribunale - ha rilevato il
Guardasigilli - così nel caso di fallimento politico di un governatore, i libri
si porteranno agli elettori". Il ddl anticorruzione, ha aggiunto Alfano,
"fissa il principio che la buona e trasparente gestione genera il vero
freno alla corruzione". Si tratta di un'azione "preventiva" perché
"il giudice arriva dopo che le regole sono state violate".
I reati per cui
saranno ineleggibili al Parlamento coloro che sono stati condannati, in via
definitiva, per un periodo di cinque anni sono: peculato, peculato mediante
profitto dell'errore altrui, malversazione a danno dello Stato, concussione,
corruzione per un atto d'ufficio, corruzione per un atto contrario ai doveri
d'ufficio, corruzione in atti giudiziari, corruzione di persona incaricata di
un pubblico servizio del codice penale. La lista è quella prevista dalla
lettera B dell'articolo 58 del testo unico degli enti locali attualmente in
vigore che viene estesa anche al parlamento. L'elenco dei reati, tuttavia,
verrà ampliato dallo stesso ddl anticorruzione, che includerà anche reati gravissimi
quali l'attentato contro l'integrità, l'indipendenza e l'unità dello Stato, le
associazioni sovversive o con finalità di terrorismo, assistenza agli
associati, attentato contro la Costituzone e, tra l'altro, la turbat libertà
degli incanti. LR 1
Un peccato non veniale. La corruzione si affronta con pene certe e rapide
NON è ordinaria
amministrazione e non deve neppure essere rubricata come “politica spettacolo”.
Il disegno di legge contro la corruzione varato ieri dal Consiglio dei Ministri
è una decisione importante che sottolinea quello che abbiamo già scritto su
queste colonne: la corruzione non è un peccato veniale, ma un peccato mortale,
perché mina il cuore stesso della legittimazione politica che sta nella
credibilità delle istituzioni e nelle fiducia che i cittadini devono avere
circa la loro correttezza.
Le leggi hanno
infatti sempre un duplice contenuto: sono certamente strumenti per contrastare
un crimine, ma sono anche, e in misura non minore, strumenti per indicare alla
collettività che quel certo comportamento è appunto un crimine e che dunque non
può essere tollerato dalla società prima ancora che represso dall’autorità
giudiziaria. L’inasprimento delle pene ha di conseguenza un effetto di
comunicazione e di educazione: fa capire alla gente che lo Stato si è accorto
della gravità di un problema e che intende affrontarlo con una azione di duro
contrasto.
Detto questo con
tutta la forza e chiarezza possibile, bisogna doverosamente aggiungere che sarà
bene circondare il provvedimento di tutte le cautele opportune, cioè sia quelle
destinate a rendere realmente operative le norme evitando che siano delle
semplici “grida” di manzoniana memoria, sia quelle che servono a non menare
fendenti a vuoto che colpiscano innocenti e inceppino i meccanismi decisionali.
Per il primo
aspetto è importante puntare sulla certezza e sulla trasparenza. La certezza
della pena e la sua applicabilità in tempi ragionevoli è essenziale. Da questo
punto di vista per esempio esiste un problema non piccolo. Giustamente la legge
parla di ineleggibilità per persone colpevoli di reati diciamo genericamente di
corruzione e lo fa solo a partire da una sentenza definitiva (avendo troppe
volte visto che ci sono azioni giudiziarie che poi finiscono nel vuoto. Però se
i tempi della giustizia sono quelli attuali, non è che abbia molto senso
escludere una persona che si è trovata colpevole di corruzione con una sentenza
definitiva che arriva se tutto va bene dai sei ai dieci anni dopo che il fatto
è stato commesso. Il garantismo è un valore fondante di una convivenza civile e
moderna, ma all’interno di regole efficaci e uguali per tutti. Mi spiego: in
quel lasso di tempo cui facevo cenno prima, il politico corrotto e il
corruttore avrebbero tutto il tempo di continuare ad inquinare. Certo non è
giusto punire chi è semplicemente indagato e non si sa se sia veramente
colpevole o no, ma ecco perché è davvero necessario giungere rapidamente alla
verifica definitiva della fondatezza dell’accusa. Lo si potrà fare con
procedimenti accelerati, con corsie preferenziali, con l’uso di corti speciali
(anche se sappiamo che la cultura giuridica moderna respinge questi strumenti),
ma qualche via si dovrà trovare.
Poi naturalmente
ci vorrà una certezza che deriva dall’avere norme poco generiche e poco
soggette a bizantinismi interpretativi: anche questo un obiettivo non facile da
realizzare, ma necessario. Ovviamente, non avendo noi visto il testo, parliamo
in senso generale e speriamo che non ci siano sorprese.
La trasparenza è
un requisito importante perché si combatta davvero la corruzione e non la si
favorisca rendendo bizantine le procedure per gestire ogni intervento della
pubblica amministrazione. Infatti cosa finisce per succedere quando qualsiasi
decisione diventa un calvario? Che non si fa più niente. Si pensi che adesso,
tanto per dire, ogni contratto d’opera della pubblica amministrazione, anche
quella per esempio di un dipartimento universitario che fa un’operazione di
routine, va previamente comunicata alla Corte dei Conti e bisogna aspettare 60
giorni per il silenzio-assenso (visto che è impensabile che la Corte possa
esaminare il mare di pratiche che le arriverà). In queste condizioni si finisce
per arrivare ad un doppio estremo: o favorire la cultura del no, del non far
niente per non correre rischi; o istigare le “furberie” per aggirare i lacci e
lacciuoli con cui si deve operare, favorendo l’inserzione in questo gioco
pericoloso di intrallazzatori e corruttori.
La lotta alla
corruzione è una priorità politica, non c’è dubbio. Quando la recente
rilevazione di Mannheimer ci dice che il livello di fiducia nei partiti non
supera quota 12% degli intervistati, c’è giustamente di che preoccuparsi. La
percezione della presenza di una equilibrata mediazione della classe politica
fra il paese e le istituzioni deve essere ripristinata nell’interesse generale,
perché non va dimenticato che la corruzione è un fenomeno che tende ad
inquinare tutto, dando quantomeno l’impressione (che spesso è qualcosa di più)
che i comportamenti corrotti coinvolgano alla fine l’intera classe politica
senza troppe distinzioni di schieramento.
Bene dunque varare
misure di lotta alla corruzione, ma tenendo ben presente che alla base dobbiamo
metterci una rivoluzione culturale che diffonda davvero nel paese la percezione
che siamo davanti ad un “peccato mortale”. Per questo la lotta non va lasciata
semplicemente all’intervento della magistratura, che deve essere un intervento
estremo, ma va iniziata dall’interno dell’amministrazione e della società che
devono avere la forza di colpire subito con l’ostracismo corrotti e corruttori.
E allo stesso tempo garantire certezza ed efficacia operativa a chi sa fare e
vuole fare in modo corretto e trasparente. PAOLO POMBENI Im 2
La corruzione penalizza l'intero sistema Paese
Le notizie di
corruzione all’interno della pubblica amministrazione hanno recentemente
toccato la Protezione civile, il Consiglio superiore dei lavori pubblici, la
Regione Puglia, la Regione Campania, i Comuni di Napoli, Bologna, Milano.
E’ ovviamente
difficile avere dati «reali» sull’entità del fenomeno, per sua natura non
esposto alla luce del sole statistico. Anche la «mappa sulla corruzione»
fornita al Parlamento dal Servizio Anticorruzione e Trasparenza del
Dipartimento della Funzione Pubblica si basa sulle denunce e produce quindi
risultati distorti e per giunta poco compatibili, ad esempio, con quelli tratti
dal Casellario giudiziale centrale dal giudice Davigo e Grazia Mannozzi.
La percezione di
una situazione grave e in corso di peggioramento è però documentata da una
ricerca di Transparency International, una delle organizzazioni internazionali
più attive nello studio della corruzione: la percentuale degli intervistati che
rispondono «sì» alla domanda «Il governo è molto o alquanto efficace nel contrastare
la corruzione?» è scesa dal 27% del 2006 al 15% del 2008.
La corruzione è
peraltro solo un lato della questione della diffusa illegalità
dell’amministrazione pubblica in Italia. La commistione tra amministrazioni
locali e criminalità mafiosa, soprattutto al Sud, è documentata dai 150 Comuni
sciolti per infiltrazione mafiosa, di cui 12 dall’inizio di questa legislatura.
Così come è
difficile misurare con precisione quanto sia estesa la corruzione nella
pubblica amministrazione, è ancora più complesso valutarne i costi. Questo
soprattutto perché ai costi diretti devono aggiungersi enormi costi indiretti
quando la corruzione si fa diffusa. In un appalto truccato il contribuente
finisce per pagare beni e servizi ad un prezzo che comprende le mazzette agli
amministratori e una rendita all’impresa (che, pagando, si garantisce di non
avere competizione). Questi sono i costi diretti.
Ma quando la
corruzione diventa «sistema», la competizione ne risulta distorta, e l’intero
sistema economico ne paga le conseguenze. Se gli appalti sono truccati, le
imprese che li ottengono sono quelle che riescono a mantenere rapporti con la
politica o con la criminalità organizzata. Imprese più efficienti ma meno
«connesse» sono scalzate dal mercato. Gli imprenditori di successo sono quelli
in grado di fornire vantaggi privati al politico di turno, non quelli in grado
di produrre beni e servizi di qualità a basso prezzo per l’amministrazione
pubblica. I casi recenti di imprenditori che guadagnano i favori del mondo
politico organizzando feste e festini rappresentano un triste esempio di questo
fenomeno di distorsione della competizione. Ma anche il fatto che i giovani più
brillanti si iscrivano soprattutto a legge e non a ingegneria, in
controtendenza col resto del mondo sviluppato, segnala un sistema economico e
sociale in cui ha successo chi si sa muovere tra leggi, leggine, istituzioni,
commissioni, stanze del potere.
Da annoverarsi tra
i costi indiretti della corruzione è anche il disincentivo agli investimenti
diretti esteri. Una delle ragioni per cui l’Italia ne riceve la metà della
Francia è che le imprese straniere sanno che entrerebbero in un mercato
distorto in cui faticherebbero a competere, e quindi preferiscono starne fuori.
Tra parentesi, è importante notare che questa distorsione della competizione
economica e della selezione delle imprese di successo è gravemente peggiorata
dall’inefficienza della giustizia, specie quella civile, che non protegge in
tempi ragionevoli quelle imprese che volessero competere onestamente sul
mercato.
Un’altra categoria
di costi indiretti della corruzione è la distorsione della competizione
politica ed elettorale. La classe politica, in questo sistema, compete a
livello locale attraverso il controllo economico del territorio. I politici
locali sono di conseguenza selezionati non sulla base delle loro capacità o
della loro onestà, ma al contrario sulla base della loro abilità ad incanalare
fondi dal sistema centrale verso la propria regione e a controllarne la
distribuzione sul territorio. Ed è in questo controllo della distribuzione di
fondi ed appalti sul territorio che spesso i rapporti con la criminalità
organizzata tornano utili.
Infine, questa
distorsione della competizione politica favorisce l’ingigantimento del settore
pubblico, che distribuisce fondi in cambio di controllo elettorale. Anche a
questo dobbiamo un’amministrazione pubblica ipertrofica che controlla oltre il
50% del Prodotto interno lordo del Paese.
Altro che temere
la «destabilizzazione del sistema» ad opera dell’attività giudiziaria, come ha
dichiarato il ministro Scajola. E’ proprio questo «sistema» che condanna il
Paese alla stagnazione ai margini del mondo sviluppato. ALBERTO BISIN LS 2
Dopo gli stranieri lo sciopero dei precari
La giornata di
ieri dedicata al cosiddetto sciopero degli stranieri merita una riflessione
aggiuntiva sulla natura del tutto particolare della protesta, e sulla mancata
adesione allo sciopero (che pertanto “sciopero” in senso tecnico non è stato)
delle strutture sindacali nazionali. Il PD, al contrario, ha aderito, sulla
spinta del solito Pippo Civati che è riuscito a far capire come si trattasse di
una battaglia politica dal valore non solo simbolico, ma strategico. Infatti, è
stata forse la prima occasione recente in cui questioni legate a diritti del
lavoro, che si riverberano come sempre accade in aspetti più ampi del vivere
sociale, vengono affrontate in maniera non corporativa, ma universalistica.
L’ultimo esempio
in questo senso si era avuto in occasione della manifestazione organizzata
dalla CGIL di Cofferati in difesa dell’articolo 18. Era quello tuttavia il
canto del cigno del sindacalismo del Novecento, che si infrangeva nella
contraddizione delle parole del leader: l’articolo 18 veniva presentato alla
stregua di un diritto umano, ma le misure per estenderne la portata - il
referendum successivo promosso da Bertinotti - erano bollate come
antieconomiche, facendolo rimanere un diritto corporativo, riservato a chi
facesse parte di specifici gruppi di lavoratori.
Le manifestazioni
di ieri, al contrario, suggeriscono un approccio nuovo alla lotta per i
diritti, che non devono più passare per l’appartenenza ad una specifica
corporazione. Esistono stranieri operai e stranieri professionisti, stranieri
nel settore tessile e in quello metallurgico. Secondo il protocollo sindacale,
l’arma dello sciopero si usa nel conflitto economico a seconda del settore in
cui il conflitto è in corso, mentre lo sciopero generale (ossia in più di un
settore contemporaneamente) è molto più raro ed ha di norma ragioni politiche.
Uno sciopero come quello degli immigrati, dal sostanzioso contenuto economico -
come giustamente sottolinea Civati ci vogliono più ispettori del lavoro, e non
certo le ronde, per far aumentare la sicurezza - ma non limitato ad un settore
economico specifico, va al di là della norma liturgica del sindacalismo del
Novecento.
Eppure, un
sindacato che non volesse sentirsi condannato al lento e inesorabile declino
(ormai solo il 19% dei lavoratori attivi nel settore privato sono
sindacalizzati) dovrebbe cogliere al volo i nuovi bisogni di rappresentanza
economica anche fuori dagli schemi del passato. Le occasioni, infatti, non
mancherebbero per costruire un sindacalismo universalista: c’è un altro
sciopero “anomalo”, là fuori, che aspetta solo di essere organizzato, da
mobilitatori capaci, per ottenere diritti negati, salari e condizioni
dignitose: quello dei lavoratori precari. L’U 2
Immigrati, il giorno della protesta da Milano a Napoli, migliaia in corteo
ROMA - "Non
siamo criminali, non siamo clandestini, ecco a voi i nuovi cittadini". Lo
slogan parte dal centro di Milano, rimbalza a Roma e arriva a Rosarno. Viaggia
sull'onda dei tamburi delle tante manifestazioni di questo "Primo marzo.
Una giornata senza di noi". Sessanta città italiane, 50mila membri su
Facebook, decine di migliaia di cittadini italiani e stranieri in piazza per
partecipare all'iniziativa "24 ore senza di noi", promossa contro il
razzismo e per i diritti dei quasi 5 milioni di cittadini di origine straniera
che vivono e lavorano in Italia.
Il corteo più
grande è quello di Napoli dove a sfilare sono quasi in 20mila. In piazza le
maggiori comunità straniere, dal Bangladesh al Burkina Faso, dal Marocco al Senegal.
In contemporanea altre manifestazioni occupano le strade delle città francesi,
spagnole e greche.
A Roma, con
Legambiente centinaia di rifugiati e richiedenti asilo insieme ai volontari
hanno ripulito il parco di Colle Oppio. Un gruppo di immigrati ha manifestato
sotto la sede dell'Inps, chiedendo che vengano restituiti ai lavoratori
stranieri che decidono di tornare in patria i contributi versati per gli anni
lavorati in Italia. In testa al corteo del pomeriggio ci sono gli immigrati di
Rosarno. Mentre un maxi-divieto di accesso, con sotto
la scritta
"Eccetto per gli studenti bianchi, ricchi e italiani" è lo striscione
esposto davanti alla sede del ministero dell'Istruzione, da alcuni studenti
universitari dei collettivi durante un blitz sulle scale dell'edificio.
A centinaia hanno
sfilato anche per le vie di Milano: "Basta razzismo, siamo i nuovi
cittadini, le vostre pensioni le paghiamo noi". E' uno degli slogan
gridati nel corso del corteo. Racconta Emanuel, 34 anni del Camerun, dipendente
di un grande albergo: "Sono a Milano da sei anni e da sei anni in
metropolitana vengo guardato con disprezzo. I motivi di questa manifestazione
sono tanti, il punto è che non veniamo considerati come cittadini".
Il giallo è il
colore della giornata di "sciopero" degli immigrati. Ad Ancona la
manifestazione è culminata in un comizio in piazza Rona. Alexandre Rossi,
brasiliano con cittadinanza italiana, referente del comitato Primo marzo ha
denunciato la politica di non gestione del fenomeno migratorio seguita dal
governo: "Si vogliono cacciare gli stranieri quando il 20% della ricchezza
del Paese viene proprio dal contributo dei lavoratori extracomunitari".
In giro per
Trieste a cercare scritte razziste sui muri per cancellarle: è invece
l'iniziativa promossa, nel capoluogo giuliano, in occasione dello sciopero
degli immigrati.
La giornata è
stata anche occasione di denuncia. A Caserta i giovani del centro sociale
Insurgencia hanno mostrato un video al direttore generale dell'Azienda
trasporto pubblico, nel quale si vede che molti autisti dei mezzi pubblici, su
alcune linee, in particolare la M1N, la M1B e M4, non effettuano le fermate
lungo il percorso se in attesa ci sono solo immigrati.
A Perugia il
corteo - composto in gran parte da immigrati - è partito da piazza Italia, ha
percorso corso Vannucci e in piazza IV Novembre si è svolta la manifestazione
conclusiva. Presente, fra gli altri, il sindaco Wladimiro Boccali. Molti gli
striscioni e i cartelli con frasi come: "No al razzismo
istituzionale", "Italiani e migranti per una nuova
cittadinanza", "Troppa intelligenza nessun diritto", "Siamo
tutti cittadini".
Per il vescovo di
Terni, mons. Vincenzo Paglia, lo sciopero è "una manifestazione
particolarmente significativa, perché mostra quella indispensabile integrazione
o convivenza che semina il futuro della nostra società".
Intanto la Lega
Nord ha deciso di organizzare per domani, a Sesto San Giovanni, alle porte di
Milano, una contromanifestazione in risposta allo sciopero di oggi proclamato
dagli immigrati. Vladimiro Polchi LR 1
L’affare Di Girolamo visto da chi lo ha candidato: l’on. Marco Zacchera
Sarebbe scorretto
nei confronti dei miei lettori se non prendessi chiaramente posizione sull’
“affare Di Girolamo” ovvero il senatore eletto all’estero nella lista
AN-FI-LEGA alle elezioni politiche del 2008 accusato ora di essere
compromesso con la malavita calabrese.
Sono uso assumermi le mie responsabilità, anche perché non c’è proprio nulla da nascondere: è vero che rappresentavo AN al tavolo delle candidature come responsabile per l’estero, così come è vero che il nome dell’avv. Di Girolamo come candidato era emerso solo negli ultimi giorni prima di presentare le liste in quanto – in un primo tempo – altri erano i candidati da me proposti. L’avv. Di Girolamo aveva un curriculum impeccabile e le carte formalmente a posto: nessuno poteva sapere della sua presunta colleganza con la malavita né alcuno ha minimamente allora avanzato sospetti o dubbi su questo fatto. La commissione preposta alle candidature ha quindi dato il proprio ok in assoluta buona fede su mia proposta, anche perché questo candidato si riteneva complementare visto che in lista era inserita e confermata come capolista la senatrice uscente eletta nel 2006 che - secondo logica e