WEBGIORNALE  3-4  Marzo  2010

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Riforma Comites/Cgie. „Riforma scellerata e cieca“. Carozza (Cgie) ne chiede il blocco  1

2.       Il voto all’estero è un diritto costituzionale, da non confondere con le modalità del suo esercizio  1

3.       Di Girolamo si dimette, l’aula dirà sì. L’Ambasciatore Siggia richiamato a Roma per spiegazioni 1

4.       L’Ambasciatore Siggia per Frattini: “pecora nera” o “funzionario fedele” che ha eseguito gli ordini?  2

5.       Dimissioni Di Girolamo, oggi il voto. Pd: non basta accogliere le dimissioni, deve decadere  2

6.       La riforma del voto all’estero oggi al Senato: Firrarello presenta il ddl al Comitato per gli italiani nel mondo  2

7.       Tremaglia: una pazzia cancellare il voto all’estero. Ma si converte al seggio  3

8.       Di Girolamo si dimette: "Ho sbagliato ma non sono un criminale"  3

9.       Primo sciopero degli immigrati: l’onda gialla attraversa l’Italia  3

10.   Il commento. Gli immigrati: "Uomini come voi"  4

11.   Gli scandali uccidono il senso dello Stato  4

12.   Primo Marzo, rivoluzione "in giallo". L'Italia si ferma con i migranti 5

13.   Radio Colonia. Quale futuro per il voto all’estero?  5

14.   L’Ice presente con un proprio padiglione alla fiera Cebit di Hannover (2-6 marzo) 5

15.   La Bürgerschaft di Amburgo rifiuta il consolato onorario, vuole che resti quello vero  6

16.   Resoconti. Le attività svolte nel 2009 dal Comites di Hannover 6

17.   Berlino. Grossa partecipazione al Convegno “Donne e mafia”. 6

18.   Da Stoccarda solidarietà dei Circoli PD al primo sciopero degli immigrati in Italia  7

19.   Le prossime iniziative per i connazionai di Monaco di Baviera e dintorni 7

20.   Tenuto a Berlino il Convegno delle donne italiane in Germania. Nasce “Retedonne”  7

21.   A Monaco di Baviera la mostra “Giampaolo Babetto. L’italianità dei gioielli” (6.3.-30.5.) 8

22.   Proposte allucinanti: il quoziente di intelligenza sulla carta di identità  8

23.   Caso Di Girolamo. Marino (PD-mondo): “Gli italiani all’estero sono, anche moralmente, la parte lesa”  8

24.   Di Liegro: "Le manifestazioni per i diritti degli immigrati sono momento di civiltà"  8

25.   L'italia ripudia la guerra - il disarmo invisibile  9

26.   Obama, via dall’Europa gli arsenali nucleari Usa  9

27.   Nucleare, la mano di Obama: «Riduzione spettacolare dell'arsenale»  10

28.   Prevedere i cataclismi non basta più  10

29.   UE. Sì alla patata modificata. Bruxelles apre agli Ogm   10

30.   Il caso debiti pubblici. Problema globale, soluzione globale  11

31.   Etica pubblica e nuove regole. Una promessa da mantenere  12

32.   La morte di Antonio Colazzo. Il Governo deve fornire ulteriori spiegazioni sull’accaduto  12

33.   Se la politica ha paura della Tivù  13

34.   L'equilibrio tra politica e giustizia. Il buon senso dello Stato  13

35.   Liste e dintorni. Quel solito pasticciaccio brutto  13

36.   Troppi sospetti e veleni per un pasticcio  14

37.   Istat: disoccupazione all'8,6%. Dato peggiore dal 2004. Pil a -5%   14

38.   Pil in calo del 5%, volano deficit e debito. Ecco l’anno nero dell’economia italiana  15

39.   Calabria, inchiesta "why not" assolti Loiero e Chiaravalloti 15

40.   Di Girolamo lascia e scrive a Schifani «Dopo l'ignominia voglio la verità»  16

41.   Prenderà il posto di Di Girolamo al Senato  16

42.   Un Paese dove tutto finisce in tribunale  17

43.   Via libera del Consiglio dei ministri al disegno di legge anticorruzione  17

44.   Un peccato non veniale. La corruzione si affronta con pene certe e rapide  18

45.   La corruzione penalizza l'intero sistema Paese  18

46.   Dopo gli stranieri lo sciopero dei precari 19

47.   Immigrati, il giorno della protesta da Milano a Napoli, migliaia in corteo  19

48.   L’affare Di Girolamo visto da chi lo ha candidato: l’on. Marco Zacchera  20

 

 

1.       Geburtsstunde der Greencard. Als Einwanderung wieder als Gewinn galt 20

2.       IT-Branche. Die Green Card fehlt. Fachkräfte dringend gesucht 21

3.       Ramazzotti startet am 11. März mit einem Konzert in Berlin seine Deutschlandtour 21

4.       Interkulturelle Verantwortung  22

5.       Ohne Prominenz. Islam-Konferenz neu besetzt 22

6.       Erdbeben. Kampf ums Nötigste in Chile  22

7.       Die ewige Führungsfrage. EU in Gefahr 23

8.       Analyse. Deutsch-griechisches Drama  24

9.       Bosnienkrieg. Karadzic gibt Muslimen die Schuld  24

10.   Atommüll. Endlager per Volksabstimmung  24

11.   Schwarz-Gelb in der Krise. Koalition der Kurzmitteilungen  25

12.   Gröhe gegen rechte CDU  26

13.   Im Gespräch: BDI-Chef Keitel. „Seit der Wahl herrscht Orientierungslosigkeit“  26

14.   Reaktion auf CDU-Sponsoring-Affäre. Grüne wollen Parteiengesetz ändern  27

15.   Sponsoring-Affäre in der CDU. Kauder bebt, Tillich gibt sich gelassen  27

16.   Streit der Woche. Wäre Schwarz-Grün besser?  28

17.   Kriminelle Machenschaften Korruption - typisch Bau  28

18.   Linksbündnisse. Wieder da  29

19.   Geißler trifft Sloterdijk. "Das Grundproblem der Politik ist Dummheit"  29

20.   Öffentlicher Dienst: Tarifeinigung Zahme Gewerkschaft 29

21.   Hartz IV. Arbeit lohnt sich in jedem Fall 30

22.   Karlsruhe kippt Vorratsdatenspeicherung  30

23.   Leitartikel. Die Macht im Netz  30

24.   Sanierung. GM verdreifacht Opel-Hilfe  31

25.   Kritik an Hartz-IV-Empfängern. Buschkowsky wirft Sarrazin Rassismus vor 31

26.   Hartz-IV-Debatte: Reaktionen Sarrazin und die ''geistige Armutsgrenze'' 32

27.   Parteischädigendes Verhalten. Wirft die SPD Sarrazin raus?  32

28.   Kommentar. Islamischer Alltag  33

29.   Debatte Muslime. Der Islam ist kein Opfer 33

30.   Mehrheit der Zuwanderer glaubt an eine gute Zukunft 33

31.   Sophia Loren. Viva la Diva! 34

32.   Köln. Konzert mit dem Quartetto chitarristico italiano  34

33.   In München die Austellung „Giampaolo Babetto. L’italianità dei gioielli“ (von 6. März bis 30) 34

34.   Sehr geehrte Damen und Herren, zusammen mit LiteraturRE-Ruhr, 35

35.   Mailänder Modewoche. Starke Frauen bestimmen die Mode von morgen  35

 

 

 

 

Riforma Comites/Cgie. „Riforma scellerata e cieca“. Carozza (Cgie) ne chiede il blocco

 

Elio Carozza, Segretario generale del Consiglio generale degli Italiani all’Estero, ha emesso sulla vicenda di Girolamo il seguente comunicato stampa

 

La vicenda che ha coinvolto il Sen. Di Girolamo e la sua elezione legata da una parte alle note vicende della falsa residenza in Belgio e dall’altra ad infiltrazioni di stampo mafioso nella raccolta dei voti, getta fango su milioni di onesti Italiani, rischiando un attacco diretto al sacrosanto diritto di voto all’estero.

E’ necessario che le varie autorità competenti, sia dal punto di vista politico che da quello giudiziale, intervengano nei tempi più celeri possibili, per sanzionare ogni violazione della norma e per ripristinare la legalità. Così come sul territorio nazionale la ‘ndrangheta e le altre organizzazioni malavitose hanno purtroppo da sempre giocato un ruolo importante nel processo elettorale e democratico, così le notizie apprese in questi ultimi giorni confermano il ruolo delle stesse nel collegio estero. Tale coinvolgimento però, come non ha mai messo in dubbio la legittimità dell’esercizio del voto in Italia non deve servire come alibi per rimettere in discussione il voto all’estero.

Punto fermo per ripartire in modo corretto, dev’essere la riforma costituzionale - che non può essere rimessa in discussione - così come la legge sul voto all’estero, della quale si possono e si devono rivedere le modalità d’esercizio prescindendo dall’essenza stessa del voto.

Il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, con i Comites e la rete associativa, alla vigilia del voto del 2006 - e quindi in tempi non sospetti - già aveva consegnato al governo una dettagliata analisi sulle disfunzioni, peculiarità e problemi legati alle modalità del voto ed in particolare alla sicurezza e segretezza dell’espressione della volontà dell’elettore. Tale analisi fu ribadita nel 2008. Purtroppo, malgrado questi ripetuti interventi, nulla fu fatto per correggere lo scandalo di una metodologia di voto che non garantiva l’elettore. I risultati di quest’inadempienza balzano oggi agli occhi, acuiti da una stampa che nella sua colpevole rinuncia al suo fondamentale ruolo di cassa di risonanza e di veicolo di valorizzazione delle Comunità italiane all’estero, si è limitata a sottolineare gli aspetti “pittoreschi” del voto senza fornire al lettore gli strumenti per interpretare e conoscere le realtà italiane all’estero, composte oggi da potenzialità economiche, culturali sociali e politiche che vanno ben oltre l’immagine dello stereotipo dell’Italiano all’estero che ci sono state e ci continuano ad essere propinate.

Invece di operare per un più profondo coinvolgimento delle entità rappresentative ed associative, che ben conoscono tali realtà, la proposta Tofani, in discussione oggi al Senato, tende essenzialmente a ridurre il numero ed il ruolo di tali rappresentanze.

Il CGIE ribadisce il suo profondo convincimento che è solo attraverso una maggiore coinvolgimento ed una giusta valorizzazione dell’Associazionismo, dei Comites e del Consiglio generale, del loro ruolo e della loro ramificata presenza sul territorio, che si può contribuire al rispetto delle fondamentali regole democratiche evitando, tra l’altro, infiltrazioni di stampo mafioso.

Alla luce di quanto successo, il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero si fa portatore, quale rappresentante di Comites e delle Associazioni, di un appello alle forze politiche, ai gruppi parlamentari - in particolare al Senato - perché si fermi questo processo di riforma scellerata e cieca sulla rappresentanza degli Italiani all’estero. E’ necessario cominciare una seria riflessione sui diritti di milioni di Italiani, che sfoci in una proposta condivisa, capace di essere all’altezza della sfida democratica e dia il giusto valore ai sacrifici dei nostri connazionali ed al serio impegno che testimoniano le centinaia di migliaia di giovani nati e cresciuti nei diversi Paesi che hanno dimostrato, attraverso la Prima Conferenza Mondiale ed il loro lavoro, l’attaccamento all’Italia ed il desiderio di contribuire, con le loro esperienze e con la loro forza, ad una Paese Migliore. Queste nostre Comunità, oggi così complesse e così ricche di culture e conoscenze diverse, rispettate per la loro integrità morale e la loro dedizione al lavoro, sono le prime ad essere vittime di quanto successo e non accettano e non meritano che si rimettano in discussioni principi fondamentali quali il diritto al voto, e che si smantelli la rete di rappresentanza, che sono il risultato di un lungo cammino di rivendicazioni e di lotte.

Elio Carozza, Segretario generale del Consiglio generale degli Italiani all’Estero

(de.it.press)

 

 

 

Il voto all’estero è un diritto costituzionale, da non confondere con le modalità del suo esercizio

 

L'atto criminoso di cui si sarebbe reso colpevole Nicola Di Girolamo non ha nessuna

correlazione con le storie degli italiani di prima e successive generazioni emigrati

all'estero. Per questa profonda lontananza di interessi e di storie, chiediamo

il suo allontanamento dall'Assemblea Parlamentare, come sarebbe dovuto avvenire immediatamente dopo l'istruttoria della Giunta per le Elezioni del Senato conclusa nell'autunno del 2008.

 

Il Partito Democratico in Svizzera chiede al Presidente del Senato, Renato Schifani, di procedere con urgenza al dibattito in Aula per statuire finalmente sulla leicità della presenza del signor Nicola Di Girolamo tra gli scranni dell'Assemblea e nel frattempo di rimediare al vulnus di un’elezione messa in discussione già durante lo scrutinio di aprile del 2008; ciò detto invita gli esponenti di partito dell’arco costituzionale ed i gruppi parlamentari ad una assunzione di maggiore responsabilità sui giudizi sommari che echeggiano in questi ultimi giorni in merito al diritto di rappresentanza e al ruolo dei parlamentari eletti nella circoscrizione estero.

 

Una cosa è il diritto di voto, cosa diversa è la pratica dell’esercizio di voto. Non è la prima volta che in Italia l’opinione pubblica e i partiti politici sono confrontati con brogli elettorali, anzi, ma mai per questa fattispecie si sono spinti a demonizzare e a chiedere la revoca del diritto di voto di intere comunità. Questa materia, del resto, attiene ai diritti di cittadinanza ed ai principi che concorrono a definire la rappresentanza e lo stato di diritto di un Paese.

 

Il Partito democratico in Svizzera ribadisce con fermezza l’utilità e il civismo racchiuso nel diritto di voto riconosciuto ai cittadini italiani residenti all'estero, non solo perchè ancorato nell’articolo 48 della Carta costituzionale repubblicana italiana e come tale assunto nella sua interezza, ma perché interpretato dai cittadini italiani che continuano a mantenere legami con il nostro Paese come strumento di partecipazione attiva allo sviluppo, al progresso e alla modernizzazione di una patria allargata oltre ai confini geografici e materiali, aperta e democratica. Conoscendo se stessi e la propria storia, si possono creare le condizioni per capire e accogliere anche i nuovi italiani e su questo assioma che in futuro verrà giudicato il grado di democrazia e di progresso di cui è capace l’Italia. Michele Schiavone, PD-Svizzera

(de.it.press)

 

 

 

 

Di Girolamo si dimette, l’aula dirà sì. L’Ambasciatore Siggia richiamato a Roma per spiegazioni

 

Di Girolamo: «Ho sbagliato, ma non sono mafioso». L’ambasciatore in Belgio richiamato a Roma per consultazioni sull’inchiesta

 

ROMA. Ora è corsa contro il tempo. Infatti salvo imprevisti la conferenza dei capigruppo di palazzo Madama metterà all’ordine del giorno il voto già domani in aula delle dimissioni da senatore di Nicola Di Girolamo (Pdl), indagato dai magistrati e per il quale è stato chiesto l’arresto. Si vota a scrutinio segreto ma tutto lascia prevedere che le dimissioni verranno accettate: «Le dimissioni - annuncia il capogruppo del pdl al Senato Maurizio Gasparri - rappresentano una decisione opportuna e condivisibile. Inviterò il gruppo a votare a favore di questa scelta». Se così fosse, verrebbe cancellata sia la proposta di decadenza dal seggio (avanzate dal Pdl e dal Pd con due specifiche mozioni), sia l’eventuale via libera all’arresto. Una volta accettate le dimissioni e così privato dello ”scudo” parlamentare, nei confronti di Di Girolamo scatterebbero comunque le misure cautelari chieste dai magistrati. Inoltre con il sì alle dimissioni, gli emolumenti fin qui percepiti da Di Girolamo in quanto senatore resterebbero impregiudicati. Non così l’indennità pensionistica, non maturata perchè al di sotto dei cinque anni di legislatura. Intanto l’ambasciatore d’Italia in Belgio, Mario Siggia, è stato richiamato dalla Farnesina a Roma per consultazioni in seguito alla vicenda del senatore dimissionario. La notizia è stata confermata dal ministero degli Esteri e per questo motivo il previsto incontro in ambasciata dopodomani pomeriggio fra il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano e la comunità italiana in Belgio, al termine della visita a Bruxelles, è stato cancellato.

La decisioni di dimettersi dal seggio senatoriale è stata formalizzata da Di Girolamo in un lettera inviata al presidente del Senato, Renato Schifani. «Dopo tanto fango, dopo l’ignominia di un’esposizione mediatica che mi ha descritto agli occhi dei Paese come un mostro - usurpatore della politica e del mandato elettorale - credo fermamente che sia arrivato il momento della responsabilità e della verità dei fatti», scrive il parlamentare eletto all’estero per il Pdl. Il senatore Di Girolamo si dice convinto «di dover rendere disponibile la mia persona, la mia storia personale, la mia esperienza recente, perchè chi dovrà giudicarmi possa davvero conoscere i contorni di una vicenda che non è tutta ”criminale” e che potrà finalmente essere vagliata lontano dai riflettori e dal clamore delle prime suggestioni». Di Girolamo ricorda di essere stato eletto «forte di una delega affidatami da 24.500 elettori di tutti i Paesi europei: 24.500 cittadini italiani, nè mafiosi nè delinquenti. Di una piccola parte di costoro - prosegue la lettera - avrebbe abusato un gruppo di individui probabilmente ”inquinati” da frequentazioni criminali. Non ero consegnato anima e corpo a questi figuri. La frenesia della campagna elettorale mi ha spinto a valutare poco e male». Ma nessuno può immaginare «che si diventi mafioso nello spazio di un mattino, colpevole come sono di uno o due incontri disattenti».

Secco il commento di Pier Ferdinando Casini: «Ora Di Girolamo ha dato le dimissioni ma fino a ieri ha fatto il perseguitato e ha avuto le sue solidarietà». Assai più critico Di Pietro: «Se facessero sul serio, ci dovrebbero spiegare perchè adesso tutti votano a favore del suo arresto e nessuno ha votato, all’infuori dell’Idv, a favore dell’arresto del sottosegretario Cosentino per reati molto più gravi di cui è imputato». C.Fu. IM 2

 

 

 

L’Ambasciatore Siggia per Frattini: “pecora nera” o “funzionario fedele” che ha eseguito gli ordini?

 

“Che cosa è l’Ambasciatore Siggia per Frattini?”: è quanto chiede in una dichiarazione Luciano Neri del Coordinamento Nazionale della Circoscrizione Estero del PD. “E’ una pecora nera che ha messo in atto comportamenti disdicevoli, o persino illegali, per un rappresentante dell’Italia in una sede importante come Bruxelles tali da determinare il suo richiamo definitivo? Oppure è un funzionario fedele che ha eseguito degli ordini e la cui unica colpa è quella di essersi fatto beccare?

Conosciamo l’attitudine del Ministero degli Esteri e degli esponenti PDL. Trattano le istituzioni italiane come strutture di supporto della propria parte politica. Troppe volte si chiede a consoli ed ambasciatori di debordare da regole e principi per soddisfare sollecitazioni improprie, e anche illecite. E troppe volte Consoli e Ambasciatori dimenticano le regole e la deontologia di una funzione così importante e delicata come quella di chi è chiamato a rappresentare l’Italia nel mondo per trasformarsi in camerieri del politico di turno. E’ una degenerazione morale e professionale dei funzionari del Ministero degli Esteri che si è accentuata con i Ministri del PDL che scambiano lo Stato per l’azienda”.

“Non credo – prosegue Luciano Neri - che Siggia si sia mosso “motu proprio”. Chi glielo faceva fare ad un Ambasciatore di mettersi sull’attenti di un avvocato di Roma che neppure conosceva, per fornirgli illecitamente in 6 ore (o sei giorni) un documento di residenza (falso) che un cittadino normale impiega sei/otto mesi per avere? E chi glielo faceva fare ad un Ambasciatore di prestigio di lungo corso di consigliare addirittura Di Girolamo su come coprire la malefatta con una soluzione che si è rivelata una pezza di “arlecchino”? E chi glielo ha fatto fare al Console di Bruxelles Sorrentino, di attivarsi affinché tutto fosse sbrigato in così brevissimo tempo se non avesse ricevuto input  importanti? E’ evidente che Siggia, questa è la mia opinione, si è attivato su richiesta della politica, ma di quella pesante. Lasciate perdere per cortesia la buffonata di Ferretti. Un diversivo di infimo livello. Sul caso Siggia – conclude Luciano Neri - parli in forma ufficiale e chiara chi sa e chi deve: il Ministro Frattini”. De.it.press

 

 

 

 

Dimissioni Di Girolamo, oggi il voto. Pd: non basta accogliere le dimissioni, deve decadere 

 

Il Pdl: voteremo per accoglierle. Ma il Pd: non basta, deve decadere. «Altrimenti mantiene alcuni benefici» Affondo della Finocchiaro: «La maggioranza lo ha coperto per un anno e mezzo»

 

ROMA - L'aula del Senato voterà mercoledì (oggi, ndr) sulle dimissioni del senatore del Pdl, Nicola Di Girolamo, sul quale pende un ordine di custodia cautelare del gip di Roma per l'inchiesta su frodi e ricettazioni nella telefonia. Lo ha deciso oggi a maggioranza la conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama, come riferito dal capigruppo del Pdl, Maurizio Gasparri, il quale ha precisato che il suo partito voterà a favore. «Il voto sarà domani verso le 12», ha detto Gasparri, ma il calendario dovrà essere ratificato oggi pomeriggio dall'aula, a causa l'opposizione del centrosinistra, il quale chiede che si votino prima le mozioni sulla decadenza di Di Girolamo da senatore, congelate da oltre un anno. «Il voto sulle dimissioni, proprio per il loro valore sanzionatorio (per Di Girolamo si aprono le porte del carcere, ndr.), è prioritario e viene prima di qualsiasi altra discussione - ha detto Gasparri al termine della capigruppo -. E noi riteniamo che le dimissioni debbano essere approvate».

DECADENZA CONGELATA - Ieri Di Girolamo ha inviato una lettera al presidente del Senato Renato Schifani rassegnando le sue dimissioni, ma il regolamento prevede che debbano essere accettate dal Parlamento. Il Pd, l'Idv e l'Udc vogliono invece mettere a frutto politicamente il fatto che la maggioranza in Senato abbia glissato in passato sulla posizione di Di Girolamo, già indagato per violazione della legge elettorale, in quanto si sarebbe falsamente dichiarato residente a Bruxelles per essere eletto nella circoscrizione Estero-Europa alle politiche del 2008. L'inchiesta aveva già prodotto una richiesta di arresto per Di Girolamo, respinta dalla Giunta per le elezioni e le autorizzazioni di Palazzo Madama, la quale però si era pronunciata nell'ottobre del 2008 a favore della decadenza da senatore. L'assemblea, chiamata quindi a votare sulla decadenza, aveva archiviato il tutto, approvando un ordine del giorno del Pdl che sospendeva il giudizio finché non si fosse conclusa l'azione penale.

«MANTERRA' I BENEFICI» - Proprio questa decisione il centrosinistra vuole ora richiamare all'attenzione, alla luce della più grave inchiesta romana che coinvolge Di Girolamo insieme a società come Fastweb e una controllata di Telecom Italia. «Il centrodestra vuole uscire dal caso Di Girolamo senza alcuna sanzione politica - ha detto il capogruppo del Pd, Angela Finocchiaro -. Noi vogliamo tornare alla decisione sulla decadenza da senatore, che colpevolmente la maggioranza del Senato aveva deciso di ignorare un anno e mezzo fa». Non solo: «Con le dimissioni il senatore Di Girolamo conserverebbe alcuni benefici, ad esempio il fondo di solidarietà - fa notare anocra la Finocchiaro -. È incredibile che tutto si chiuda quasi con un omaggio alla generosità e all'altruismo di Di Girolamo che concede le sue dimissioni. Tutto ciò è imbarazzante per il Senato».  Redazione online CdS 2

 

 

 

La riforma del voto all’estero oggi al Senato: Firrarello presenta il ddl al Comitato per gli italiani nel mondo

 

Roma  - Oggi mercoledì 3 marzo, Giuseppe Firrarello, senatore del Pdl e presidente del Comitato per le questioni degli italiani all’estero del Senato, presenta il disegno di legge "Modifiche alla legge 27 dicembre 2001, n. 459, in materia di voto da parte dei cittadini italiani residenti all’estero" che, all’art.1, prevede che gli elettori votino presso le sezioni elettorali appositamente istituite nei rispettivi Paesi e non più per corrispondenza. Ad annunciarlo è lo stesso senatore che, all’indomani delle polemiche che hanno investito la Legge Tremaglia dopo l’esplosione del caso-Di Girolamo, sottolinea che "la situazione esistente non è più tollerabile per le previste modalità di espressione di voto, che mettono in discussione anche la stessa rappresentatività dei parlamentari eletti all’estero".

Firrarello, quindi, ricorda che anche in merito alla riforma di Comites e Cgie ha presentato un emendamento per eliminare, anche qui, il voto per corrispondenza, in questo caso per l’elezione dei Comites. "Per conferire certezza e trasparenza – sottolinea il senatore – è necessario che gli elettori votino presso le sezioni elettorali istituite nel territorio dei relativi paesi. L’emendamento da me proposto prevede che le sezioni siano istituite presso i consolati d’Italia, i consolati onorari, le agenzie consolari e in altri luoghi idonei alle operazioni di voto che possono essere presidiati da funzionari del Ministero degli Affari Esteri e di altre Amministrazioni dello Stato italiano".

Modalità, queste, inserite anche nel ddl che viene presentato oggi. "Anche dopo un incontro avuto nel settembre scorso con una delegazione di italiani residenti all’estero – ricorda Firrarello – mi ero reso conto che è necessario abolire il voto per corrispondenza, che ha provocato dubbi, illazioni e polemiche che hanno caratterizzato le ultime due consultazioni politiche, assicurando le stesse modalità di voto previste per i residenti in Italia". (aise,de.it.press)

 

 

 

 

Tremaglia: una pazzia cancellare il voto all’estero. Ma si converte al seggio

 

Cancellare la legge per il voto degli Italiani all’estero, dopo il caso Di Girolamo?

“Una pazzia”, dice Mirko Tremaglia, ex Ministro per gli Italiani nel Mondo e ‘padre’ della legge che ha consentito a 4 milioni di Italiani all’estero di eleggere loro rappresentanti al Parlamento italiano. “Sarebbe una vergogna, un vero harakiri – insiste Tremaglia – un modo per rendere l’Italia meno forte nel mondo dal punto di vista politico ed economico. I cittadini di origine italiana nei cinque continenti sono 60 milioni e 395 i parlamentari di origine italiana eletti in vari paesi, una ricchezza incommensurabile, che il caso Di Girolamo non può cancellare”.

 

L’anziano leader dei Comitati Tricolori precisa: “Certo possono essere adottati accorgimenti per rendere effettivamente segreto il voto e la strada giusta è quella di istituire dei seggi elettorali, come sul territorio nazionale, nelle Ambasciate, nei Consolati, nelle scuole e negli Istituti di Cultura Italiani … Ripeto, l’importante è garantire la segretezza del voto. Ma forse è la partitocrazia a non volere questo e a voler colpire lo sviluppo italiano nel mondo”.

Quanto a Di Girolamo, Tremaglia non ha dubbi: “Io mi ero opposto alla sua candidatura e poi non dobbiamo dimenticare che la giunta delle elezioni del Senato aveva già deciso per la sua decadenza, ma poi in aula con una furbata si è deciso di non decidere e la cosa è rimasta ferma lì. Solleverò – conclude più battagliero che mai – quello che è un problema costituzionale direttamente con il Presidente della Repubblica …”

 

Facendo seguito alla intervista rilasciata alla Agenzia AGI, Tremaglia intende precisare che il Di Girolamo non è mai stato proclamato Senatore, ma ha percepito ugualmente lo stipendio mensile da Senatore. (agi)

 

 

 

 

Di Girolamo si dimette: "Ho sbagliato ma non sono un criminale"

 

Le dimissioni da palazzo Madama comunicate in una lettera al presidente del Senato Renato Schifani. Il senatore del Pdl finito nella bufera giudiziaria con l'accusa di essere stato eletto nella circoscrizione estero con il voti della 'ndrangheta

 

Roma - Il senatore del Pdl Nicola Di Girolamo ha scritto al presidente del Senato Renato Schifani una lettera in cui comunica le proprie dimissioni da palazzo Madama. Quaranta righe scritte al computer in cui il senatore del Pdl finito nella bufera giudiziaria con l'accusa di essere stato eletto nella circoscrizione esteri con il voti della 'ndrangheta, scrive: "sono convinto di dover rendere disponibile la mia persona (...) perché chi dovrà giudicare possa davvero conoscere i contorni di una vicenda che non è tutta criminale".

"Sono entrato nell'aula del Senato -scrive ancora Di Girolamo- forte di una delega affidatami da 24.500 elettori (...) né mafiosi né delinquenti. Di una piccola parte di costoro avrebbe abusato un gruppo di individui probabilmente 'inquinati' da frequentazioni criminali''. In ogni caso, aggiunge il senatore del Pdl, ''non ero 'consegnato' anima e corpo a questi figuri. La frenesia della campagna elettorale mi ha spinto a giudicare poco e male. E lei, mi auguro, immaginerà che non si diventi mafioso nello spazio di un mattino, colpevole come sono di uno o due incontri disattenti''.

Frequentazioni occasionali, puntualizza ancora Di Girolamo, che non hanno cambiato la sua natura. "Sono rimasto una persona perbene -assicura- incapace tuttavia di difendersi innanzi alla protervia dei malevoli e dei menzogneri. In politica ne ho incontrati alcuni (...) capaci di fagocitarmi nella smania delle promesse''. ''Ho ceduto, signor presidente -ammette infine- ma le mie colpe verranno circoscritte dalla verità che saprò esporre ai magistrati''. Di Girolamo conclude citando la 'Caritas in Veritate' di Benedetto XVI: ''Forse sarò l'unico ad essere ricordato per aver rassegnato le dimissioni. Ma non importa: mi affido alla Provvidenza (...) abbracciando il progetto di Dio, in Cristo, sperando nella vocazione posta 'nel cuore e nella mente di ogni uomo'''.

Le dimissioni presentate oggi dovranno essere votate dai senatori in aula. La calendarizzazione di tale appuntamento spetta alla conferenza dei capigruppo. La conferenza era già stata convocata per domani alle 11 ma aveva come oggetto la questione delle eventuali mozioni sulla decadenza del senatore per ineleggibilità. I documenti con la richiesta sono stati depositati stamattina, da Pd e Pdl a palazzo Madama. Di Girolamo, tra l'altro, era atteso per domani alle 12 per un'audizione dinanzi alla Giunta delle elezioni e delle immunità. (Adnkronos 1)

 

 

 

Primo sciopero degli immigrati: l’onda gialla attraversa l’Italia

 

ROMA - Non solo immigrati ma tanti italiani nell’onda gialla che ieri ha attraversato il paese per difendere i diritti dei migranti nel primo sciopero made in Italy della categoria. Decine e decine di migliaia hanno partecipato pacificamente alle manifestazioni e ai cortei che si sono svolti in oltre 60 piazze, tutti con addosso qualcosa di giallo, il colore della protesta: un braccialetto, un nastrino, un fazzoletto. L’iniziativa nata sul web per iniziativa del Comitato “Primo marzo 2010”, sul modello francese, ha ricevuto un consenso bipartisan. Unica voce fuori dal coro, quella della Lega nord.

Tante le adesioni alla “24 ore senza di noi”, voluta per riaffermare il ruolo degli immigrati nell’economia nazionale: da Amnesty all’Arci, da Legambiente alle Acli, a Emergency. E poi i partiti, il Pd, l’Idv, il Pdci, Rifondazione comunista. L’astensione dal lavoro dei migranti non è stata solo simbolica ma ha interessato anche i regolari. C’è chi ha direttamente informato il datore di lavoro dell’adesione allo sciopero.

Uno striscione giallo con la scritta «Migrare non è reato» ha aperto il corteo a Milano, due mila partecipanti. Ventimila al corteo a Napoli (dove è stato aggredito l’assessore comunale Giulio Ricci da «frange estremiste di disoccupati» ha denunciato il sindaco) che si è concluso a Piazza Plebiscito con musica e rappresentazioni teatrali. Diecimila in piazza a Brescia per iniziativa della Fiom-Cgil. Alla sede Inps di Roma, una cinquantina di immigrati ha protestato per il riconoscimento dei contributi previdenziali di cui non godono se lasciano il paese. Nella capitale, il corteo (vi ha partecipato anche Dario Franceschini, capogruppo Pd alla Camera) è stato aperto da una delegazione di stranieri di Rosarno, con uno striscione «Troppa intolleranza, nessun diritto». Un migliaio i manifestanti a Bari con manifesti «Sono una persona, non un documento».

Riconoscimento al lavoro degli immigrati è giunto dalla Coldiretti: «sono determinanti, senza di loro non sarebbe possibile la produzione di numerose eccellenze del Made in Italy alimentare», dalla raccolta delle mele della Val di Non alla mungitura delle mucche per il Parmigiano Reggiano, dalla vendemmia dei vini Doc alla cura dei greggi per il pecorino romano. Lo sciopero è stato giudicato interessante da esponenti del Pdl. «Può rappresentare - ha detto Fabio Granata, vicepresidente dell’Antimafia - uno stimolo positivo di riflessione per la classe politica italiana sul valore positivo ed economicamente straordinario della presenza dei migranti regolari in Italia». Anche se lo sciopero non è strumento gradito, per il sottosegretario Adolfo Urso, «vanno ascoltate le ragioni dei cittadini immigrati che rispettano la legge».

«L’iniziativa è un segnale da prendere in seria considerazione», per Pierluigi Mantini (Udc). Lo sciopero, secondo il vescovo di Terni, Vincenzo Paglia, «è significativo. La convivenza è già una realtà». «Quella di oggi è una giornata importante» ha detto Livia Turco (Pd). Sostegno alla mobilitazione anche da Renata Polverini, candidata alla presidenza Regione Lazio per il Pdl. Mentre «è una manifestazione senza senso, che non aiuta l’integrazione» per Mara Bizzotto, europarlamentare leghista. Come risposta allo sciopero odierno, la Lega Nord ha organizzato una contromanifestazione a Sesto San Giovanni, alle porte di Milano.

Un giovane a Mestre è stato denunciato per aver lanciato uova cariche di vernice contro la sede leghista. Sostegno allo sciopero da molti che hanno scritto un messaggio al numero giallo (320-2043514. Numerosi gli italiani. «Aderisco perchè senza di loro non ce la possiamo fare» o «Grazie per il lavoro e l’energia che portate» scrive uno che si firma Antonio. «Aderisco - scrive Ilda da Torino - perchè oggi essere contro una società multiculturale è come vivere in Alaska e essere contro la neve». IM 2

 

 

 

 

Il commento. Gli immigrati: "Uomini come voi"

 

C'E' DA SPERARE che la minoranza colorata che ha affollato pacificamente ieri decine di piazze italiane protestando contro il razzismo e invocando i diritti che le sono negati, venga presa in seria considerazione dalle pubbliche autorità. Per quanto esigua, rispetto alla popolazione di 4,3 milioni di stranieri residenti nella penisola, la folla dei manifestanti ha rivelato la nascita di un nuovo movimento che sarebbe irresponsabile sottovalutare. Perché, se il malcontento rimanesse inascoltato, l'associazionismo degli immigrati potrebbe svilupparsi in forma contrapposta e separata alla democrazia in cui reclama di venire incluso.

 

Quando migliaia di palloncini gialli si sono levati in volo su piazza del Duomo a Milano, coprendo il maxischermo in cui sfilavano elegantissime le modelle straniere, il sagrato era invaso di badanti e fattorini, coi loro bimbi che mostravano un semplice cartello: "Siamo nati qui, vogliamo la cittadinanza". A Roma cancellavano le scritte ostili sui palazzi. A Napoli marciavano così numerosi da stupire i passanti: da dove spuntano tutti questi stranieri?

Se è bastata la suggestione velleitaria di "24h senza di noi", la sfida impossibile di uno sciopero degli immigrati, per dare consistenza numerica a un'iniziativa spontanea quasi del tutto priva di supporti organizzativi, vuol dire che c'era un vuoto da riempire. Non gli corrisponde, è vero, uno spazio politico redditizio: la difesa dei diritti degli stranieri in Italia continua a essere valutata un pessimo affare elettorale, come rivela anche la riluttanza del Partito democratico finora pochissimo interessato a dare loro visibilità pubblica nelle sue strutture. Ma come non rendersi conto che le buone ragioni degli immigrati, contro una burocrazia sollecitata dal centrodestra a rendergli la vita difficile, potrebbero tradursi in rivolta se si continua a ignorarle?

 

Ieri hanno cantato e ballato per le strade, stupiti loro stessi nel riconoscersi movimento nascente. Ma domani? Per quanto tempo ancora potremo impiegarli con paghe inferiori, costretti spesso nell'irregolarità del lavoro nero, lanciando contemporaneamente proclami allarmistici contro l'"invasione degli stranieri?" È significativo che attestati di rispetto e comprensione nella prima giornata di protesta degli immigrati siano giunti da associazioni imprenditoriali di categoria: la Camera nazionale dell'Artigianato che ricorda come il 9,5% del Pil sia legato direttamente o indirettamente al lavoro degli stranieri; e la Coldiretti che lamenta il ritardo del decreto flussi per gli stagionali agricoli, da cui dipende il 10% dei raccolti nelle campagne italiane. Riconoscerli solo come manodopera, però, non esaurisce la dimensione di umanità che tante famiglie, scolaresche, comunità di cura vivono nel rapporto personale con il loro singolo straniero, disabituate tuttora a vederlo partecipe di una collettività. A lui danno un nome, ne condividono le emozioni, lo adottano. L'"insieme straniero" resta invece folla anonima, estranea, minacciosa.

 

Ieri questa folla ci si è presentata affermando con esemplare civiltà: "Siamo uomini e donne come voi". Ma questo è il pericolo, se gli stranieri continueranno a scendere in piazza da soli, dopo che ieri ci hanno preso gusto: che il sorriso della prima volta, incompreso nella separazione dei passanti, trasmuti in sguardi torvi. Una società armoniosa, in grado di condividere i medesimi ideali di giustizia sociale, non può fondarsi sul braccio di ferro tra comunità straniere e maggioranza italiana. Ha bisogno di immigrati bene inseriti nelle strutture di rappresentanza democratiche. Deve aspirare a una cittadinanza comune. GAD LERNER LR 2

 

 

 

 

Gli scandali uccidono il senso dello Stato

 

E’interessante sentire la lettura che il popolo fa del maxi-scandalo del riciclaggio: basta ascoltare i clienti dei bar. Non sanno niente di caroselli, elezioni all’estero, voti per posta. Ma nel bar ci sono 4-5 giornali, e le prime 3-4 pagine hanno le stesse frasi, le stesse foto, gli stessi titoli. Io porto la mia mazzetta, e la lascio circolare. Quando mi riportano un giornale, lo confesso, li interrogo. I clienti commentano con sarcasmo. Non so quanti milioni di italiani entrino in un giorno nei bar, ma sono milioni di italiani nei quali s’infiltra il sospetto che lo Stato non solo non stia vincendo la guerra contro la criminalità, ma non la stia nemmeno combattendo.

 

Vedono un politico che dichiara: «Mai conosciuta la ‘ndrangheta», e accanto c’è la foto di lui con un boss. La gente sghignazza. È un autosghignazzo: l’italiano da bar disprezza il corrotto ma compatisce se stesso, la propria impotenza. Noi non possiamo farci niente, chi può farci qualcosa è lo Stato, ma lo Stato sta dall’altra parte. Siamo traditi. Il maxiscandalo è per la gente un tradimento dello Stato.

 

Un titoletto dice: «Riciclatore prima che senatore». Il messaggio è chiaro: è un senatore perché era un riciclatore. Vuoi far politica? Sii disonesto. Carriera e disonestà sono sinonimi.

 

Il riciclaggio ammonta a due miliardi di euro, ma i clienti traducono: quattromila miliardi di lire. Così fa più impressione. Il confronto è sempre col proprio stipendietto, sopra o sotto i mille euro. Io, sbarcare il lunario. Loro sbarcano sulla luna.

 

Nelle intercettazioni il supposto corrotto «si vanta di aver affittato ufficiali e militari della Finanza», per fare «affari tranquilli». La parola che rode il cervello è «affittato». Questo «affitta» finanzieri. La Finanza è un’auto a noleggio. Servitori dello Stato in vendita. Allora lo Stato t’imbroglia: Legge, Giustizia, Politica sono gli strumenti con i quali frega te e i tuoi figli. In conclusione: pagare le tasse? «Conti correnti su decine e decine di banche»: tu ne hai uno solo, ne avevi due ma li hai unificati perché ognuno costa 5 euro al mese. Con 5 euro ti paghi 5 caffè. Le banche non sono di tutti i clienti, sono di questi clienti qua. Puoi fidarti delle banche?

 

La ‘ndrangheta raccoglie voti nelle case dei poveracci emigrati in Germania, e l'inviato dice che quelle case gli fanno «schifo». I voti no. Il votato da quei voti dovrebbe far gl’interessi di quei votanti. Ma come può, se gli fanno schifo? Avrà pure il diritto di non vomitare.

 

«L’ambasciatore si adoperava a procurargli falsi documenti»: se sei all’estero e hai bisogno di una pratica, vai alla tua ambasciata e ti senti un pezzente alla corte del re: rompi le scatole. Questo chiede documenti falsi e l’ambasciatore muove le chiappe. Sono ambasciate d’Italia o della mafia?

 

Stravotato all’estero, in Italia è «un perfetto sconosciuto». Ma tanti voti non significano tanta popolarità? Noo? Significano tanta mafia? «Ascoltami testa di c…, tu puoi anche diventare presidente della Repubblica ma resti il mio schiavo»: il cliente del bar legge la frase ad alta voce. Un boss parla a un senatore: il parlamentare fa le leggi ma è schiavo. Quindi fa le leggi per il suo padrone. La ‘ndrangheta.

 

La ‘ndrangheta: una sera sì e l’altra pure, sentiamo ai tg i tremendi colpi inferti alla mafia: pare sgretolata. E tu ci credi? Non è che invece si moltiplica? Domani ti suonano il campanello e ti chiedono il pizzo.

 

«Ascolta amico, il Fioravanti e la Mambro li ho tirati fuori io, li ho aiutati economicamente», ma non erano ergastolani? Non diciamo sempre: «Sbatterli in galera e buttar via la chiave?». Invece questi la chiave se la mettono in tasca, e la tirano fuori quando vogliono.

 

Cos’è che tagliano a fette, al bar, ogni mattina, le lingue del popolo? Il Pdl? La Politica? La Giustizia? Di più: con questi scandali si uccide nel popolo il senso dello Stato. FERDINANDO CAMON  LS 1

 

 

 

 

Primo Marzo, rivoluzione "in giallo". L'Italia si ferma con i migranti

 

“Rivoluzione in giallo”. Migranti in sciopero in tutt’Italia per chiedere il rispetto dei propri diritti di uomini prima ancora che di lavoratori. Il colore del sole, tinta neutrale politicamente, è il colore-simbolo del  primo Marzo 2010. “Ventiquattr’ore senza di noi” è lo slogan della manifestazione internazionale: in contemporanea con i cugini francesi e anche in Belgio e Spagna. Una giornata speciale e non un sciopero etnico. Una giornata di protesta, fuori dalle fabbriche e dai cantieri. L’astensione dagli acquisti e lo strike di braccianti e badanti. Ovunque, bandiere rigorosamente gialle, braccialetti e nastrini. E dal Nord al Sud dell’Italia si sussegono all’unisono cortei, sit-in e manifestazioni.

 

"Evento riuscito" «È presto per i bilanci. Tuttavia, l'iniziativa è riuscita perchè la fase di attivazione e mobilitazione delle reti antirazziste è stata raggiunta. Siamo riusciti a creare un sacco di contatti. Siamo riusciti a far parlare dell'evento.» Lo ha detto Stefania Ragusa, Presidente del Comitato Primo Marzo 2010. «Adesso» - ha spiegato - «si apre la fase delle proposte, la parte "politica" e sarà molto impegnativa perchè si tratterà di scegliere dei contenuti e di lavorare su quelli. La forza di questo movimento è nell'essere "meticcio", ovvero, fatto da italiani e non italiani insieme. Non italiani caritatevoli, non stranieri arrabbiati, ma gente che vive in Italia e pensa sia necessario darsi tutti da fare per evitare che in questo Paese la dimensione del diritto sia completamente massacrata». Ragusa ha detto che : «l'adesione nel Mezzogiorno è stata notevole. Ho sentito i nostri rappresentanti a Reggio Calabria e Palermo e ci hanno detto che è andata molto bene. C'era tanta gente,

tanto movimento. Essere riusciti a sollecitare e coinvolgere le periferie d'Italia, posti del Sud dove normalmente non si manifesta, è stato un successo. Si sta pensando di rilanciare un'altra giornata di sciopero e questa volta ci auguriamo aderiscano anche i sindacati. Ci sono date nell'aria ma nulla di preciso. C'è la necessità di darsi presto un nuovo appuntamento per far sì che l'esperienza non si esaurisca oggi». 

 

LE STORIE. Emanuel, 34 del Camerun, stamattina ha deciso di lascaiare scoperto il suo posto di lavoro, la la receptuion di un grande albergo. «Sono a Milano da sei anni e da sei anni in metropolitana vengo guardato con disprezzo» racconta. «Perché sono in piazza? I motivi di questa scelta sono tanti, il punto è che non veniamo considerati come cittadini», spiga.

Eder Herrera ha 22 anni ed è uno studente peruviano dell'Università Statale: «Non dimenticherò mai quel giorno che mi hanno fermato i controllori dell’autobus. Avevo dimenticato il portafoglio con l’abbonamento. Mi hanno trattato come un criminale».

Storie di ordinari sorprusi e indifferenze. Storie di chi viene "guardato" male eppure è indispensabile. Come le vicessitudini di Roberto, ragazzo ecuadoriano: “Ho dovuto rinnovare il permesso di soggiorno e sono precipitato in un limbo. Eppure ho un lavoro regolare, faccio l'autista, e mi sono sposato a Milano". C'è chi denuncia il razzismo e chi chiede agli italiani di andare a raccogliere i pomodori al posto degli stranieri. C'è chi racconta la situazione disperata in cui vive, senza casa e lavoro, e chi accusa il sindaco di Roma, Alemanno, "non aver fatto nulla per rispondere alle richieste dei migranti.

 

Edda Pando, impiegata, è una peruviana quarantenne. "Oggi ho scioperato contro il razzismo istituzionale che esiste in Italia - dice -. E' ora di dire basta. Dallo sciopero ci aspettiamo una nuova consapevolezza della gente". Kim Bikila, togolese da 12 anni in Italia, è un agente cinematografico  e denuncia il razzismo artistico: "Un artista straniero può fare solo ruoli secondari".

 

Indesiderati e indispensabili. La contraddizione, che da anni viene marchiata sulla pelle degli immigrati in Italia, domani verrà allo scoperto.  La protesta sotto la sede Inps di Roma di questa mattina è un segnale non simbolico, e i migranti l’hanno scritto a grandi lettere su dei cartoni: “In 4 milioni e 800mila stranieri lavoriamo in Italia. Con i nostri contratti creiamo 122 miliardi di ricchezza nazionale”.

 

Primo marzo e il primo giorno “senza”. Senza badanti ad assistere gli anziani, senza operai (regolari) a lavorare e a pagare i contributi per i pensionati, senza braccianti (irregolari) a raccogliere le arance. Ma anche senza madri immigrate a comprare quaderni e matite per i loro figli che vanno a scuola. Senza autisti di autobus, impiegati delle poste, medici. Una giornata con gli alimentari vuoti, i bar deserti, le linee telefoniche mute.

 

L'idea è arrivata dalla Francia e gli organizzatori italiani la raccontano così: «Le nostre società vivono grazie al lavoro di migliaia di stranieri. L'Italia funziona ogni giorno grazie a loro ma se ne vergogna. Così cerca di ignorarli, chiuderli fuori, annegarli in mare come si fa con le cucciolate di gattini troppo numerose. Si vergognano di noi? Bene vediamo che succede se per un giorno noi non ci siamo».

 

Nata in maniera spontanea, la protesta del Primo Marzo ha ricevuto l'adesione di una serie di organizzazioni, tra cui Emergency e Legambiente, partiti politici (Pd, Sel e Rifondazione Comunista) e delle rappresentanze di diversi sindacati di Cgil, Cisl e Uil, che pur dando il loro sostegno, non hanno proclamato lo sciopero generale a livello nazionale. Poche ore e si saprà se l'«onda gialla» arriverà a smentirli.

ma.ier e c.buq.  L’U 1

 

 

 

Radio Colonia. Quale futuro per il voto all’estero?

 

Colonia - Radio Colonia, il programma in lingua italiana del Westdeutscher Rundfunk/Funkhaus Europa, ha dedicato la trasmissione di lunedì primo marzo al voto degli italiani all’estero, messo in discussione da più parti dopo la vicenda del senatore dimissionario Nicola Di Girolamo, Pdl. Il servizio riassume il dibattito, mentre l’intervista dà voce a Salvatore Viglia, direttore del quotidiano online “Politicamente corretto” e fondatore del PIE, Partito degli Italiani dall’Estero. Viglia rilancia il voto all’estero, sì, ma elettronico, e traccia un bilancio desolante dell’operato degli eletti all’estero. Il servizio e l'intervista si possono ascoltare sul sito di Radio Colonia: www.funkhauseuropa.de/italiano.  

 

“Radio Colonia” va in onda ogni sera dalle 19 alle 19.30, dal lunedì al venerdì, sulle frequenze di Funkhaus Europa, il programma multilingue della radio pubblica tedesca Westdeutscher Rundfunk (103,3 MHz nel Nordreno-Vestfalia, 96,3 a Berlino, 96,7 a Brema). “Al dente” è il settimanale della domenica, dalle 12.05 alle 14. E` possibile ascoltare Radio Colonia in streaming sul sito

www.funkhauseuropa.de/italiano, dove si trovano tutti i servizi e le interviste andate in onda, il podcast e la webradio. (RC, de.it.press)

 

 

 

 

L’Ice presente con un proprio padiglione alla fiera Cebit di Hannover (2-6 marzo)

 

Hannover. “Anche quest´anno l´ICE è presente con un proprio Padiglione al CEBIT di Hannover, la manifestazione ritenuta la più importante al mondo nel settore dell’ICT”, ha dichiarato l´Amb. Umberto Vattani, Presidente dell´ICE, in occasione dell’inaugurazione della manifestazione.

 

“Sono sempre piu´ numerose le imprese italiane partecipanti al CEBIT, a testimonianza dell’eccellenza di tante realta´, anche piccole, che grazie all’innovazione tecnologica  si affermano sui mercati internazionali. Ben 39 aziende sono presenti nel Padiglione Ufficiale organizzato dall’ICE. L´Italia con 67 tra aziende e Centri, rappresenta la piu´ importante partecipazione straniera a questa edizione del CEBIT”.

 

Sono esposte soluzioni informatiche per la business continuity, software e hardware per sicurezza e rilevazione presenze, SMS gateway e call billing, sistemi raccolta dati, software per la creazione di siti web, sviluppo e produzione di apparecchiature e sistemi di processamento di documenti e valori, sviluppo di software per il supporto operativo a reti di telecomunicazione, progetti web based a catalogo e progetti “custom made” che consentono alle aziende e agli information provider di semplificare la ricerca e la navigazione di documenti e informazioni in portali e sistemi di gestione della conoscenza o sistemi wireless.

 

Grazie proprio alla loro produzione tecnologicamente avanzata e soluzioni innovative, alcune aziende del Padiglione ICE sono state selezionate per presentare i propri prodotti nell´ambito del Future Talk, Forum della manifestazione dedicato alle sfide tecnologiche del futuro.

 

Per maggiori informazioni: m.berz@ice.it, www.italtrade.com/deutschland.

(Ice, de.it.press)

 

 

 

 

La Bürgerschaft di Amburgo rifiuta il consolato onorario, vuole che resti quello vero

 

Amburgo - "Il Comitato per il mantenimento del Consolato Generale di Amburgo intende fare presente l’inesattezza di quanto riferito dal Sottosegretario agli esteri Mantica durante l’audizione sulla rete consolare di fronte alle Commissioni Esteri di Camera e Senato, in ordine alla "grande partecipazione del Governo locale" alle trattative per l’istituzione "di un consolato onorario limitato alle attività portuali (visti) e per uno sportello consolare da trasferire presso la sede dell’IIC per tutto il resto ad Amburgo". È quanto si legge in una nota del Comitato per il mantenimento del Consolato Generale di Amburgo, in cui si ricorda che "nel mese di gennaio il Presidente del Parlamento di Amburgo, Berndt Röder, ha guidato una delegazione di parlamentari delle diverse correnti politiche che si è recata a Roma per un incontro con i parlamentari italiani della Commissione Esteri della Camera e del Senato".

"In quella sede – spiegano da Amburgo – il senatore Dini, in qualità di Presidente della Commissione Esteri del Senato, aveva infatti anticipato la possibilità di proporre per la sede di Amburgo una soluzione che prevede la nomina di un Console onorario. La delegazione della Bürgerschaft della città anseatica, tuttavia, si era fermamente opposta a tale proposta, non ritenendo adeguata la presenza solo di un Console onorario, al posto di un Consolato generale". (aise)

 

 

 

 

Resoconti. Le attività svolte nel 2009 dal Comites di Hannover

 

Hannover. Oltre all’ordinaria amministrazione ed ai compiti istituzionali che il Comitato ha svolto egregiamente, tantissime sono state le Attività portate avanti nel corso dell’anno e quasi tutte finalizzate all’integrazione sul territorio dei  connazionali.

 

Di seguito le iniziative più rilevanti. Ha tenuto i contatti con la collettività rappresentandola degnamente sia presso le autorità consolari sia presso quelle locali.

Ha  seguito le associazioni sparse sul territorio con le quali ha instaurato un rapporto di collaborazione. Ha partecipato attivamente agli sviluppi dell’integrazione dei cittadini italiani .Il Presidente è membro del consiglio per l’integrazione della città di

Hannover e nello stesso tempo rappresenta gli italiani della Germania, su delega dell’intercomites, presso il Forum per l’integrazione chiamato in vita dal Governo tedesco

 

Ha organizzato un convegno regionale sulla salute a cui hanno preso parte

Professionisti italiani e tedeschi di fama. Tantissimi i partecipanti e

tantissima la risonanza positiva da tutte le parti (220 presenze). È stato stampato anche un piccolo opuscolo in lingua italiana per la prevenzione dal titolo “Vita sana- Futuro sano”. Ha organizzato un convegno regionale dei giovani italiani della Bassa Sassonia.

 

Ha contribuito ad avviare insieme ai comites di Francoforte, Stoccarda,

Colonia, Dortmund, Friburgo e Saarbrücken   una Ricerca sul grado di

integrazione dei giovani italiani residenti in Germania affidata alla

ricercatrice Edith Pichler. I risultati sono attesi per il mese di ottobre e verranno presentati nella sede dell’Ambascaiata di Berlino a novembre 2010 alla presenza anche del Ministro tedesco per l’integrazione Dr. Maria Bhömer.

 

Ha iniziato uno studio sugli anziani del territorio. Ha organizzato una mostra fotografica itinerante sugli italiani degli anni 50/60/70 per testimoniare la realtà italiana di Hannover di quegli anni nel 2010 verrà portata in diverse parti della regione. Ha organizzato una tavola rotonda presso l’università di Hannover per

capire il fenomeno della criminalità e come prevenirla

 

Ha organizzato diverse manifestazioni culturali di alto livello tra cui una a

sostegno dei terremotati in Abruzzo. Ha organizzato la seconda edizione del premio comites. Quest'anno ha premiato cinque scuole che si sono distinte per la divulgazione della lingua italiana. Ha organizzato manifestazioni a favore della doppia cittadinanza ed ha iniziato un programma per la sensibilizzazione dei nostri connazionali

 

Ha organizzato diverse iniziative per l’integrazione in loco. Ha informato i cittadini attraverso comunicati e due numeri del bollettino “il Comites Informa”. Ha organizzato la rassegna “Cinema Cinema”- Proiezioni di film italiani. Ha continuato a seguire il progetto Squadra di strada - integrazione attraverso lo sport - I giovani hanno formato un società sportiva italiana che porta il nome di “Figli d’Italia”. La squadra milita nella terza categoria

 

Ha continuato a seguire le iniziative del Club anni 50/60. Stretta è stata la collaborazione con il Consolato Generale d’Italia, con la città di Hannover, con l’università, con il mondo associativo italiano, con i partiti politici locali e con altre collettività, specialmente con quella turca.

Dott. Giuseppe Scigliano, Presidente  (de.it.press)

 

 

 

 

Berlino. Grossa partecipazione al Convegno “Donne e mafia”.

 

Donne e mafia: convegno organizzato da ‘Mafia? Nein danke’ a Berlino in collaborazione con la Humboldt Universität

 

Berlino - Grandissimo interesse per la nuova iniziativa dell’associazione ‘Mafia? Nein danke’ a Berlino. In una sala gremita 150 italiani e tedeschi hanno seguito il convegno “Donne e mafia” organizzato in collaborazione con la Humboldt Universität. La serata è stata frutto della collaborazione tra l’associazione berlinese e l’iniziativa siciliana Addiopizzo.

 

Ringraziando le organizzatrici  Luise Rohleder, Bianca Negri, Ombretta Caspani e Alessandra Sasso il Presidente di ‘Mafia? Nein danke’, Luigi Cornaglia, ha introdotto i lavori. L’obiettivo dell’associazione, ha spiegato Cornaglia, è informare sul problema mafioso e sul lavoro del movimento antimafia in Italia, ma soprattutto far presente la dimensione anche internazionale delle mafie.

 

“Il coraggio é donna”. Così Laura Garavini, fondatrice di ‘Mafia? Nein danke’ e capogruppo del Pd in Commissione antimafia, ha aperto la discussione moderata da Julia Bauer. “Le donne possono avere un ruolo fondamentale nella lotta alla criminalità organizzata – ha sottolineato la deputata del Pd – nelle istituzioni, con donne in prima linea nella magistratura e in politica”.

 

“Ma anche nella vita privata e sociale possono essere determinanti”,  ha proseguito la Garavini, chiarendo: “come madri, nel momento in cui fanno capire ai loro figli che mafia non significa potere e soldi, bensì vite squallide e violenza. Come  mogli, se accettano o addirittura spingono i loro mariti a diventare collaboratori di giustizia e dunque si oppongono alla crudeltà delle mafie. Ma anche nella società civile, quando le donne sono al fianco di magistrati, forze dell’ordine e semplici cittadini per trovare insieme il coraggio di non piegarsi alle estorsioni e alle minacce”.

 

“Le donne che si mettono con le mafie alla fine sono quelle che perdono” ha sostenuto la sociologa e autrice Ombretta Ingrascì. “Anche quelle che apparentemente ricoprono ruoli di boss, in realtà sono totalmente sottomesse ad una cultura maschilista, in cui devono ubbidire a padri e fratelli, anche addirittura nelle scelte private, ad esempio quale marito sposare.” Olivia Liebert, protagonista di una tesi di laurea su “Le influenze del fenomeno mafioso sul mancato sviluppo del Sud Italia“ ha anch’essa rimarcato la cultura machista in cui si collocano i fenomeni mafiosi: “Il culto del figlio maschio e una mitizzazione del denaro e del possesso sono il terreno ideale su cui si incunea la violenza mafiosa”.

 

L’iniziativa si è conclusa con la testimonianza di Vera Castagnetta di Addiopizzo, che attraverso gli scatti della sua mostra fotografica ha dato voce ad interessanti spaccati dell’impegno femminile antimafia a Palermo. “Dà tanta forza venire accolta da un interesse così forte e caloroso. Le nostre iniziative di Addiopizzo a Palermo purtroppo sono spesso snobbate dal pubblico.” De.it.press

 

 

 

 

Da Stoccarda solidarietà dei Circoli PD al primo sciopero degli immigrati in Italia

 

Partendo dalla citazione di Tahar Ben Jelloun “È trattando gli altri con dignità che si guadagna il rispetto per se stessi” i Circoli Pd Stuttgart 1, Reutlingen-Metzingen e Leonberg hanno diffuso il seguente comunicato in occasione del “1 o marzo 2010: una giornata senza di noi. Un‘ iniziativa del PD nel mondo”

 

Con le parole del noto scrittore e saggista di origine magrebbina, Tahar Ben Jelloun, il circolo PD Stuttgart 1 si unisce alle iniziative promosse in Italia e all’estero dal Partito democratico in occasione del 1o marzo 2010 per sottolineare e valorizzare l’apporto degli immigrati al processo e sviluppo dei relativi Paesi ospiti.

Ancora fresche sono nelle nostre menti le angoscianti immagini di Rosarno, e ancora fresco è il ricordo quando noi stessi, italiani all’estero, cercavamo di costruirci una nuova esistenza in altri Paesi. Per questo esatto motivo, sappiamo benissimo cosa vuol dire essere „stranieri“ in un Paese dove non si conosce la lingua e le cui tradizioni sono „estranee“ alle nostre. Per le prime generazioni di emigrati italiani la vita all’estero è stata dura perché accompagnata da molti pregiudizi e da una forte diffidenza di fronte „all’altro“, allo „straniero“. Oggi, la diffidenza ha fatto sempre più spazio alla richezza che hanno saputo dare gli „stranieri“ di allora,  che con le loro tradizioni hanno, prendendo Stoccarda come esempio, non solo cambiato l’immagine della città dal punto di vista urbanistico creando quasi un ambiente mediterraneo, ma hanno anche arricchito attraverso la loro presenza, sia in termini economici sia in termini culturali, la città ospitante, che oggi è una vera e propria città multietnica.

 

Noi che viviamo all’estero ci sentiamo molto vicini agli immigrati perché abbiamo una storia e una sensibilità in comune. Noi il 1o marzo 2010 ci saremo a dire che l’emarginazione degli immigrati è sempre un danno alla società perché non considera la grande richezza che scaturisce dall’incontro delle diverse culture!  De.it.press

 

 

 

Le prossime iniziative per i connazionai di Monaco di Baviera e dintorni

 

Monaco di Baviera - Nell’Atelier Sante Recca a Villa Berlepsch, inaugurata nei giorni scorsi la mostra d'arte "1+4" degli artisti Erasmo Amato, Iara Simonetti, Sante Recca, Martina Gärtner, Michele Golia. La mostra resterà aperta fino al 5 marzo.

Dal 4 al 6 marzo invece, nella sede dell’Institut für Romanistik, Universität Regensburg, l’iniziativa "Testo e ritmi". Sarà quindi la Pinakothek der Moderne, dal 6 marzo al 30 maggio, ad ospitare "Gianpaolo Babetto. L'italianità dei gioielli", un’iniziativa organizzata da Die Neue Sammlung - The International Design Museum Munich in cooperazione con l'Istituto Italiano di Cultura.

Di nuovo cinematografia, il 6 marzo, alle ore 21 nel Filmmuseum in Münchner Stadtmuseum, con il film "Mannaggia alla miseria". Il giorno successivo, alle ore 11 nel BlackBox di Gasteig, l’incontro "Emotionale deutsch-italienische Beziehungen" con lo scrittore Jan Weiler e la giornalista del Bayerischer Rundfunk, Sandra Limoncini, per la rassegna "Italien neu verstehen".

Sempre domenica 7 marzo, alle ore 17 nel Stadttheater Weilheim, film e buffet "Frauen gestern, heute und morgen" con l’Associazione Vita e Cultura Italiana Weilheim. Lo stesso giorno il ristorante "La Fortuna", alle ore 19.30, festeggerà la Festa della Donna con una cena durante la quale saranno letti brani e poesie delle donne e sulle donne. Nell'ambito della rassegna "Retrospektive Lina Wertmüller", infine, la proiezione del film "Il mio corpo per un poker" con inizio fissato alle ore 21 nel Filmmuseum in Münchner Stadtmuseum. (aise) 

 

 

 

 

 

Tenuto a Berlino il Convegno delle donne italiane in Germania. Nasce “Retedonne”

 

Berlino. Alle fine le donne hanno preso pennarelli e penne e hanno riempito una tela lunga sette metri con i loro messaggi: ‘Fare rete’,  ‘Coraggio e fantasia’, ‘Impegno per realizzare i nostri scopi’, ‘Aiutiamoci’. Sono i sogni, gli obbiettivi, le prese d’impegno delle oltre 50 donne da tutta la Germania che erano presenti al Convegno “Coordinamento Donne italiane in Germania: riprendere il filo” a Berlino: scopo del Convegno, tenutosi nelle sale della fondazione Friedrich-Ebert-Stiftung, a cui hanno partecipato anche donne dalla Svizzera e dal Belgio, era creare una rete di donne che serva a sostenere e valorizzare progetti al femminile in Germania, nonché dare loro maggiore voce presso le istituzioni tedesche e italiane.

 

L’Ambasciatore Michele Valensise ha salutato le partecipanti complimentandosi per l’iniziativa, che può svolgere un ruolo importante nell’affrontare le spinose questioni di integrazione e che interessano la comunità italiana, con particolare riferimento alle difficoltà che i bambini italiani continuano ad incontrare nelle scuole tedesche.

 

Eva Högl, deputata tedesca ed esperta di politiche europee, ha sottolineato nel suo saluto di benvenuto che “le donne sono ancora sottorappresentate nelle posizioni di comando e nei centri decisionali, mentre sono le prime vittime della crescente povertà che interessa sempre di più fasce finora benestanti della società civile.”

 

“Rispetto all’abbruttimento che sta vivendo l’immagine della donna in Italia, nuovo strumento di corruzione e oggetto di interesse solo perché preferita dal capo di turno, un´iniziativa di questo tipo vuole servire a dare voce, invece, alle tante esperienze al femminile di donne vere ed impegnate.” Così l’onorevole Laura Garavini, che ha appoggiato la creazione di una rete di donne insieme al Coordinamento Donne Italiane di Francoforte e a quello di Amburgo.

 

Il giro di saluti iniziali è stato concluso dalla Presidente del Coordinamento di Francoforte, Liana Novelli Glaab, che ha ripercorso la storia del coordinamento di Francoforte, impegnato a fare rete anche con associazioni di donne di altre nazionalità in Assia, allo scopo di contribuire in modo proattivo alla definizione dei processi di integrazione delle comunità straniere in Germania.

 

Sono, poi, seguiti gli interventi delle sociologe Edith Pichler, della Freie Universität di Berlino, e di Chiara Saraceno, dell’Università di Torino e attualmente docente al Wissenschaftszentrum für Sozialforschung di Berlino. La Pichler ha illustrato l’evoluzione dell’emigrazione italiana in Germania negli ultimi decenni, mentre Chiara Saraceno ha fornito un’analisi della componente femminile nella società contemporanea italiana e delle reali opportunità di parità. “Si osservano miglioramenti nella condizione della donna in Italia, ma sono miglioramenti autoprodotti: sono le donne che sono migliorate e non l’ambiente circostante. Gli uomini, nella loro funzione di guardiani dei cancelli, continuano a tenerli ben serrati.”

 

Agli interventi delle ospiti dalla Svizzera e dal Belgio, Anna Rüdeberg, Angela Carlucci e Alessia Centioni, sono seguite le presentazioni dei vari coordinamenti donne costituitesi o in via di costituzione: Antonella Rossi e Maurella Carbone per Francoforte, Marina Mannarini, Beatrice Virendi, Teresa Donato per Amburgo, Beatrice Foti, Silvana Abbrescia, Livia Bevilacqua e Guia Princigalli per Berlino, Barbara Golini e Anna Maria Castiello per Stoccarda, Lisa Mazzi per Friburgo, Simona Viacelli per Ingolstadt.

 

Le grafiche Francalma Nieddu e Adriana Merlini hanno proposto diverse ipotesi di logo che rispondano all’idea della messa in rete di donne e associazioni: “un frutto pieno di tanti piccoli semi rossi che interpreta un’associazione al femminile che comprenda le diverse donne italiane all’estero, accomunate da ideali e progetti. Più di 600 piccoli frutti uniti da un filo sottile: la rete appunto.”

 

Eleonora Cucina ha animato le partecipanti ad arricchire la “tela” con propositi, parole chiave, suggestioni: “non vogliamo stendere un telo pietoso! Anzi: vogliamo una tela che ci consenta di esprimere coraggio, unità e forza. Una forza indomita, che ci spinge a stare insieme e a sostenerci a vicenda”.

 

Le donne presenti al Convegno hanno deciso che il coordinamento delle donne italiane in Germania prenderà il nome di Retedonne. E subito dopo hanno festeggiato con un simbolico confetto rosa, di buon auspicio alla neonata associazione. De.it.press

 

 

 

 

 

A Monaco di Baviera la mostra “Giampaolo Babetto. L’italianità dei gioielli” (6.3.-30.5.)

 

Monaco di Baviera. L’Istituto Italiano di Cultura  mostra »Giampaolo Babetto. L’italianità dei gioielli«, che avrà luogo dal 6 marzo al 30 maggio 2010 presso la Neue Sammlung-The International Design Museum Munich, Barer Straße 40/Pinakothek der Moderne a Monaco di Baviera.

 

Ingresso: (per visitare l’intera pinacoteca): Euro 10,-/7,- Euro 1,- di domenica.

Orari di apertura: martedì-domenica  ore  10.00-18.00; giovedì  ore 10.00-20.00

Informazioni su: www.die-neue-sammlung.de

 

Organizzatori: Die Neue Sammlung–The International Design Museum Munich in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura

 

Giampaolo Babetto e Die Neue Sammlung realizzano in stretta collaborazione una esposizione, che sembra appositamente creata per gli spazi della Pinakothek der Moderne, con la sua galleria inondata di luce e dalla forma circolare, collocata al secondo piano della rotonda, le cui particolari condizioni architettoniche vengono interpretate ogni anno attraverso l’opera di un artista emergente della scena internazionale della  gioielleria d’autore.

 

Babetto (nato nel 1947 a Padova) ha esercitato già dai tardi anni '60 una grande influenza nel panorama della produzione orafa avanguardista, distinguendosi come uno dei protagonisti della cosiddetta Scuola di Padova e rappresentando in modo decisivo il modello italiano della gioielleria d’autore. IIC, de.it.press

 

 

 

 

 

Proposte allucinanti: il quoziente di intelligenza sulla carta di identità

 

Questo signore (Richard, LYNNR540@aol.com, ndr) è lo scienziato che ha fatto la ricerca dalla quale è uscito che i ragazzi del sud sono un paio di anni indietro e che ciò sia dovuta alla scarsa intelligenza.

 

Gli ho scritto chiedendo cosa ne pensa della mia proposta di mettere il quoziente di intelligenza sulla carta di identità e mi ha risposto che la trova una buona idea.

Adesso penso che sia solo una questione di tempo fino a quando vedremo le prime carte di identità con l'IQ. Vediamo quale è la nazione che incomincia per prima.

Giuseppe Tizza, gtizza@googlemail.com  (de.it.press)

 

 

 

 

 

Caso Di Girolamo. Marino (PD-mondo): “Gli italiani all’estero sono, anche moralmente, la parte lesa”

 

Roma - "Chi come me è cresciuto in Calabria sa bene cos’è la ‘ndrangheta. Conosce la sua grande abilità nel mimetizzarsi tra le persone per bene e nel mondo economico e politico; l’equivoco di farsi considerare come fenomeno minore, se non addirittura come una invenzione letteraria. Allo stesso tempo, quando inevitabilmente si materializza in tutta la sua spietata e crudele sete di soldi, di potere e di sangue sul territorio, riesce a far passare l’idea (anche tra molte persone per bene) che si tratti di accidenti inevitabili, ma intorno ai quali (almeno lei, la ‘ndrangheta) produce lavoro in quelle riserve di disoccupazione ed emigrazione che sono le province calabresi. E proprio attraverso l’emigrazione dei decenni passati e i confini dei capi famiglia nel centro e nord Italia o all’estero, la ‘ndrangheta ha allungato i suoi tentacoli al di fuori della Calabria divenendo l’associazione criminale più potente al mondo e più "affidabile" nel campo della criminalità organizzata. È un fenomeno terribile. È la Piaga (con la P maiuscola) della Calabria". Inizia così l’articolo che Eugenio Marino, nuovo responsabile dell’ufficio italiani nel mondo del Pd, ha scritto per il quotidiano "Europa", che lo ha pubblicato nell’edizione di sabato scorso, 27 febbraio. Nell’articolo, Marino dice la sua sul caso-Di Girolamo, senatore del Pdl accusato di cinque diversi reati, tra cui quello di aver falsificato il voto all’estero.

"L’unico vero, grande, ostacolo allo sviluppo di quella regione: gli altri problemi, non pochi, sono conseguenze scaturite da quel male originario e possono sperare in una soluzione solo a partire dall’aggressione totale alla criminalità organizzata. La ‘ndrangheta – scrive Marino – agisce in ogni settore della vita calabrese: emigrazione compresa. E nella vicenda Di Girolamo è proprio questo mondo di emigrati che viene colpito. Colpito per la seconda volta. Perché chi emigra (o è emigrato in passato) dalla Calabria lo fa quasi sempre per necessità, sempre con quel tanto di sofferenza e dolore che provoca il distacco da quella terra. Si rifà una vita all’estero con nuove speranze: un lavoro, una vita nella legalità, una rappresentanza diretta che gli permetta di tenere il legame con una terra che non riesce e non vuole dimenticare, persino alimentando lontane e illusorie speranze di ritorni trionfali ai luoghi natii". "Questo orizzonte di realizzazione – osserva il responsabile del Pd mondo – viene troppo spesso inquinato e compromesso dai boss, dai loro "servi", i loro affaristi, i loro killer, i loro legami ambigui con alcuni "rappresentanti istituzionali". Ecco, anche di questo deve rispondere in tribunale il senatore Di Girolamo. Di aver contribuito, con il suo (per ora presunto) prestarsi a interessi mafiosi, ad aver minato alla base le speranze degli emigrati che per anni si sono spezzati la schiena col lavoro lontano dalla propria terra. Di aver gettato tonnellate di fango sulla Circoscrizione estero e sul voto dei nostri milioni di concittadini onesti".

"Di aver insinuato il sospetto, in tanti, che decenni di battaglie delle comunità, delle associazioni, dei sindacati, per l’autoaffermazione e l’integrazione, per i diritti dei migranti e dei lavoratori, culminate con il voto per corrispondenza e con la Circoscrizione estero (che sono solo l’inizio di un nuovo e moderno cammino), oggi siano, in concreto, lo strumento di una o più associazioni mafiose a cui le nostre comunità servono per portare in parlamento i propri uomini. Non è così. Gli italiani all’estero – sottolinea Marino – non sono questa cosa. Gli italiani all’estero sono le vittime della ‘ndrangheta e di Di Girolamo esattamente come gli italiani in Calabria. Nel processo che si terrà, gli italiani all’estero sono, anche moralmente, la parte lesa. Sta al parlamento, poi, stringere le maglie larghe del voto all’estero, confermandone importanza e validità, ma intervenendo per renderlo più sicuro e non penetrabile alle mafie, buttando via l’acqua sporca tenendo stretto e con cura il bambino che deve ancora crescere". (aise)

 

 

 

Di Liegro: "Le manifestazioni per i diritti degli immigrati sono momento di civiltà"

 

Roma - "Le manifestazioni di oggi in favore dei diritti delle persone immigrate sono un momento importante della battaglia di civiltà che si sta giocando anche nel nostro paese - dichiara Luigina Di Liegro, assessore alle Politiche sociali e delle sicurezze della Regione Lazio. C'è chi vorrebbe escludere gli stranieri dalla società civile, usarli come soggetti di serie B, senza riconoscere loro i diritti che hanno sia come persone sia per il contributo che offrono al nostro paese. Eppure, dalla Confindustria alla Coldiretti non c'è organizzazione datoriale che non abbia rimarcato il ruolo fondamentale che gli immigrati ricoprono in Italia: mandano avanti interi settori produttivi, assistono le persone anziane e disabili, aiutano le famiglie, pagano i contributi, aumentano il tasso di persone giovani."

 

"E' bene, poi, ricordare un altro dato assai rilevante - continua Di Liegro - molti di coloro che chiamiamo 'stranieri' in realtà sono italianissimi. Sono davvero tanti i bambini e i ragazzi che hanno vissuto tutta o quasi tutta la loro vita in Italia. Sono nati qui, parlano perfettamente l'italiano, sono già del tutto integrati.

Dobbiamo offrire - conclude Di Liegro - alle persone straniere che vivono e lavorano in Italia delle opportunità di piena integrazione. E' così che si crea sicurezza. La violenza e le tensioni nascono quando si lasciano le persone nei ghetti e nello sfruttamento. Come è accaduto a Rosarno. Per questo dobbiamo cambiare la legge sulla cittadinanza, imperniandola sul principio dello ius soli, e dare la possibilità alle persone straniere stabilmente presenti nel nostro paese di votare alle elezioni amministrative. Prendiamo atto, una volta per tutte, che il benessere delle persone immigrate coincide con il benessere dell'intera collettività."  De.it.press

 

 

 

 

L'italia ripudia la guerra - il disarmo invisibile

 

“L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni;  promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.” Articolo 11 della costituzione Italiana

 

La conferenza che in questo momento va ad iniziare si presenta sotto i migliori auspici. Il titolo del libro che viene presentato, “il caro armato”, riassume credo in toto l'argomento che sarà il centro della discussione odierna. L'incipit è sicuramente ciò che ci aspettavamo.

 

“L’Italia nel 2010 spenderà per armamenti, missioni ed esercito professionale oltre 23 miliardi di euro. In piena crisi, il Governo investe denaro pubblico in fregate e bombardieri.”

 

Un problema annoso questo, soprattutto in questo momento di grande deficit monetario e morale; in quanto credo che il problema morale sia parimenti a quello economico, se non superiore.

 Si mette il punto sul costo, talvolta sinceramente eccessivo, dei nuovi mezzi in costruzione o costruiti, che insieme al mantenimento degli stessi è il punto focale della questione.

Il nostro paese si situa fra i primi dieci al mondo per spesa militare, fra i primissimi come europei; migliaia di miliardi che, reinvestiti sul territorio sotto altra forma, avrebbero fatto comodo ad un paese devastato e messo in ginocchio da un debito pubblico che ci sta trascinando tutti sull'orlo del forfait.

A voler peggiorare la situazione abbiamo un sistema militare che conta quasi più ufficiali che truppe di rango inferiore, gravando ulteriormente sulle casse del nostro paese.

 

L'Italia non dovrebbe utilizzare il proprio apparato militare per “offesa”, ma soltanto per appoggio in missioni umanitarie e di pace. Già, dovrebbe.

Determinati investimenti però, dimostrano inesorabilmente il contrario.

I nuovi cacciabombardieri “Joint strike fighter” per esempio, di cui ne sono stati ordinati svariati pezzi per un ammontare di 13 miliardi di euro, ( strumento sicuramente di offesa con capacità di bassa rilevabilità radar) ; oppure le fregate “Fremm” ( intorno ai 5 mld ) o la portaerei “Cavour” ( 1,5 mld di costo ) , recentemente – così dicono – svuotata dei propri aerei da caccia e impiegata di supporto ad Haiti.

 

Il bel paese, si sa, è da sempre in una posizione strategica, avendo un controllo centrale sullo spazio marittimo e aereo del mediterraneo; ciò ci porta ad avere una posizione militare ineluttabilmente fondamentale.

 

L'America ha per esempio varie basi sul nostro territorio, fra cui Vicenza, Aviano, etc. L'ampliamento della base Americana Vicentina è stata per mesi teatro di un acceso dibattito, con una seduta che nell'ottobre del 2006 diede il via ai lavori, scatenando le ire ( assolutamente giustificate n.d.r. ) dei cittadini che, una volta ancora, si sono visti prendere delle decisioni sulla loro pelle dalla solita casta ristretta; senza avere possibilità di espressione.

 

Il conflitto bellico o guerra che dir si voglia, ha sempre, per la maggior parte, vittime civili. Si combatte per mantenere uno status sociale di benessere, per mantenere la ricchezza di un determinato paese, per mantenere il dislivello che frappone le nazioni “ricche” da quelle “povere”.

Non sono povere perché non hanno risorse, ma perché non hanno modo di sfruttarle; l'Africa per esempio è una miniera a cielo aperto, con tutto il mondo che la depreda.

 

Non nel mio nome, ripetetelo con me. Non nel mio nome. Io ripudio la guerra, non voglio il sangue di nessuno sulla mia scheda elettorale. La storia si ripete ma non cambia, i governi che si susseguono giocano la stessa sporca partita, qui come in ogni altro angolo del mondo.

Non scendo a patti, niente compromessi : finché loro terranno la loro posizione sbattendosene della nostra opinione, io vorrò solo e soltanto una cosa. Il mio paese disarmato. Senza se e senza ma.

 

 

Quante volte dovranno accadere fatti come quelli del Cermis?  Emergency, medici senza frontiere e tantissime altre organizzazioni umanitarie ci insegnano cosa vuol dire veramente la guerra : mutilazione, dolore e morte. Ma per loro nessuna prima serata, eh...Non fanno audience.

 

Chi ci governa sfila fuori dal taschino il “cattivo” solo quando fa comodo ai loro interessi; come burattini veniamo manipolati per ottenere quello che vogliono, denaro, potere e la nostra totale Acquiescenza.

Spegnete il maledetto festival di sanremo e andate a chiedere a chi la guerra l'ha vissuta, i testimoni della nostra povertà, della fame più nera, sono ancora vivi anche se dimenticati. War is over – if u want it. John Lennon Stay tuned.

Re Daniele, de.it.press

 

 

 

 

Obama, via dall’Europa gli arsenali nucleari Usa

 

NEW YORK - Come se l’estenuante battaglia per la riforma sanitaria non gli fosse bastata, Barack Obama si appresta a cominciare un’altra enorme lotta che promette di essere anche più aspra. Deciso a liberarsi una volta per tutte dei rimasugli della Guerra Fredda, il presidente annuncerà una nuova strategia nucleare per gli Stati Uniti. Secondo una fonte ascoltata dal New York Times, infatti, il documento quadriennale che ogni presidente deve presentare per definire la strategia della sua Amministrazione conterrà «drastiche riduzioni» dell’arsenale nucleare statunitense. Non solo: con un negoziato dietro le quinte, Obama starebbe trattando con gli Alleati europei per giungere a un ritiro dall’Europa delle armi nucleari tattiche, che si crede siano stanziate in Italia, Belgio, Germania, Olanda e Turchia. Nessun cambiamento invece sulla questione del “first strike”: gli Usa cioè si riserverebbero il diritto di essere i primi a ricorrere alle armi nucleari per difendere la propria sicurezza nazionale (ad esempio nel caso di attacchi contro gli Usa a base di armi biologiche o chimiche).

Il documento Nuclear Posture Review doveva arrivare in dicembre, ma è in ritardo proprio perché Obama ha chiesto al capo del Pentagono, Robert Gates, di apportare cambiamenti drastici rispetto al presidente che lo ha preceduto, George Bush. Distanziandosi dallo scetticismo di Bush nei confronti dei negoziati internazionali, Obama ha annunciato in un discorso a Praga l’anno scorso il suo desiderio di avviare il mondo verso una progressiva denuclearizzazione. E ha convocato a Washington per il 12 aprile un summit internazionale che farà da preparazione all’appuntamento del 3 maggio all’Onu, quando dovrà essere rivisto lo storico ”Trattato di non Proliferazione” (TNP). L’ambasciatore Carlo Trezza, il primo italiano a presiedere la Commissione Disarmo dell’Onu, ha spiegato ai giornalisti che Obama ha trovato nel segretario generale dell’Onu Ban ki Moon un forte sostenitore, e che all’appuntamento di maggio ci si aspetta «un impegno rinnovato alla non proliferazione e alla diminuzione degli arsenali». Trezza ha ricordato peraltro che pur non essendo stato rispettato appieno (prova ne sono le armi nucleari in India e in Pakistan), il Trattato ha evitato che si realizzasse l’incubo del presidente Kennedy, cioè che almeno una quarantina di Paesi si armassero di testate nucleari.

Nel suo cammino verso la denuclearizzazione, Obama ha già due grossi impegni sul tavolo: da un canto sta negoziando con la Russia per la conferma del trattato Start, che dovrebbe portare a una riduzione delle rispettive testate nucleari da 2200 ciascuna a circa 1500 (con l’impegno di lavorare verso successive riduzioni), dall’altro sta tentando di convincere il proprio Senato ad approvare il bando degli esperimenti nucleari. Su quest’ultimo punto, sono circa dieci anni che si discute a Washington: Bill Clinton non riuscì a ottenere il voto, e adesso Obama ha spedito al Senato il proprio vice, Joe Biden, che da due settimane discute a porte chiuse con gli ex colleghi.

I senatori temono che il bando indebolirebbe la ricerca nucleare, ma Obama è convinto che approvare il trattato darebbe agli Stati Uniti la necessaria credibilità per continuare a chiedere alla Corea e all’Iran di smettere con i loro programmi nucleari. Quanto sia urgente ottenere risultati in questo senso lo ha provato ieri il segretario dell’Agenzia Atomica dell’Onu, Yukiya Amano, il quale ha ammesso che «non c’è modo di confermare che tutto il materiale nucleare in Iran sia a scopi pacifici». IM 2

 

 

 

 

Nucleare, la mano di Obama: «Riduzione spettacolare dell'arsenale»

 

Non è però in discussione il "first strike", cioè la possibilità di avviare un attacco in caso di emergenza

 

MILANO - Il presidente Barack Obama sta elaborando una nuova strategia nucleare americana che prevede una «riduzione spettacolare» delle armi atomiche Usa, hanno anticipato oggi funzionari del governo Usa. Il presidente Obama sta mettendo a punto in questi giorni la Nuclear Posture Review, un documento che ogni nuovo inquilino della Casa Bianca è chiamato ad elaborare per spiegare la strategia nucleare della sua amministrazione. Il presidente Obama intende perseguire una strategia che prevede una «spettacolare» riduzione nel numero di ordigni nucleari dell'arsenale Usa.

 

«FIRST STRIKE» - Nello stesso tempo Obama non intende però rinunciare al diritto degli Stati Uniti al "first strike", di avviare cioè un attacco nucleare in caso di emergenza (per esempio in risposta ad un attacco devastante lanciato contro gli Usa da un'altra nazione con armi chimiche o biologiche). Il presidente Obama ha in programma alla Casa Bianca un incontro col ministro della difesa Robert Gates, che presenterà alcune delle opzioni disponibili come un più ampio sviluppo di armi non nucleari. «Il presidente Obama intende annunciare importanti iniziative americane nel campo della non proliferazione e della sicurezza del materiale nucleare», ha affermato il funzionario del governo Usa. Gli Stati Uniti hanno annunciato ufficialmente un summit sulla non proliferazione che si terrà a Washington il 12 e 13 aprile prossimi. (Ansa 1)

 

 

 

Prevedere i cataclismi non basta più

 

Esposta sull’Atlantico, la Vendée è stato il dipartimento francese più martoriato dalla tempesta «Xynthia», così battezzata dall’Istituto di Meteorologia dell’Università di Berlino. Vi si sono contate 29 vittime, annegate nel corso delle repentine inondazioni causate da pioggia e ondate oceaniche in periodo di alta marea.

 

Il vento a oltre 150 chilometri orari, con una raffica di 242 km orari al Pic du Midi, sui Pirenei, ha poi portato il tragico bilancio francese ad almeno 45 morti sommando i vari incidenti negli altri dipartimenti, in particolare a causa di caduta di alberi e detriti, ma aggiungendo le vittime in Portogallo, Spagna, Belgio e Germania il totale assomma a 57.

 

Sono cifre ancora provvisorie, ma che rendono «Xynthia» la peggior tempesta a colpire l'Europa occidentale dopo «Lothar» e «Martin» i due uragani in rapida sequenza del 26-28 dicembre 1999, che fecero registrare venti fino a 170 km/ora su Parigi e causarono una novantina di vittime. Che il cuore della vecchia Europa venga colpito così profondamente da poche ore di vento forte lascia sempre senza parole ma non dobbiamo dimenticare che questi fenomeni meteorologici - cicloni delle medie latitudini che non hanno nulla a che vedere con gli uragani tropicali - sono piuttosto frequenti al di là delle Alpi: prima di Lothar la memoria va a «Vivian» che il 27 febbraio 1990 colpì Francia e Svizzera e poi alla burrasca del 15 ottobre 1987, quando le raffiche a 180 km/h devastarono Bretagna, Normandia e Inghilterra meridionale, con 34 vittime.

 

Ma gli archivi conservano traccia di eventi epocali, come quelli del gennaio 1739 e soprattutto la «Great Storm» della fine di novembre del 1703, descritta anche da Daniel Defoe, il peggior disastro meteorologico dell'Inghilterra meridionale e della Manica: tredici navi della flotta di Sua Maestà di ritorno dalla guerra di successione spagnola affondarono, foreste e paesi furono rasi al suolo e il bilancio stimato fu tra le 8000 e le 15000 vittime. Se mettiamo in prospettiva questo evento con la minor popolazione del tempo ci rendiamo conto che dopo tutto la prevenzione e l'allertamento ottengono oggi ben altri risultati.

 

Grazie alle previsioni offerte dai modelli matematici, Météo France sabato aveva già posto in vigilanza rossa, il massimo grado di pericolo, le regioni francesi poi effettivamente colpite dal fortunale. Navi e aerei non sono stati così coinvolti e milioni di persone si sono attrezzate per resistere al sicuro. Il tributo di vittime residuo si può considerare inevitabile durante un evento di tale portata: rami che cadono, tetti scoperchiati, tegole che volano come proiettili, cartelli pubblicitari, pannelli stradali e pali della luce, incidenti stradali, il rischio zero non si può pretendere.

 

Tutto sommato le lezioni del dicembre 1999, con gli ulteriori richiami dovuti a «Kyrill» che a metà gennaio 2007 reclamò in Europa centrale 45 morti con venti a 200 km/ora e a «Klaus» che solo un anno fa, dal 23 al 25 gennaio spazzò la Francia meridionale e i Pirenei causando 31 vittime, sembrerebbero aver perfezionato i piani di protezione civile e la prevenzione a lungo termine dei danni. Resta da vedere se questi episodi in futuro potranno presentarsi con maggior frequenza e intensità a causa del riscaldamento globale.

 

Per ora la statistica non è significativa, secondo lo storico del clima Emmanuel Garnier, dell'università di Caen, dal 1700 al 2000 gli archivi hanno restituito le cronache di almeno 22 tempeste maggiori sulla Francia e questi recenti episodi non possono ancora fornire chiare evidenze di aumento, tuttavia le simulazioni contemplano uno scenario futuro nel quale l'Europa centro-settentrionale potrebbe vedere una crescita di cicloni invernali. Se così fosse è ovvio che il meccanismo di prevenzione deve essere ulteriormente perfezionato, almeno per salvare le vite, mentre per i danni materiali sarà difficile limitare le perdite e il mercato assicurativo dovrà sicuramente evolvere per non fare bancarotta.

 

Lothar e Martin sono infatti costati all'Europa circa 16 miliardi di euro, di cui solo una dozzina rimborsati dalle assicurazioni, Kyrill è costata circa 5 miliardi di euro, Klaus ha fatto spendere solo alla Francia 1,2 miliardi di euro. Senza contare i disagi per milioni di persone rimasti per giorni senza elettricità e possibilità di riprendere le normali attività lavorative. Mentre oggi si contano dunque i nuovi danni di Xynthia, la civiltà del XXI secolo, anche se dotata di mezzi e conoscenze scientifiche come non mai, si riconosce ancora una volta vulnerabile. LUCA MERCALLI  LS 1

 

 

 

 

UE. Sì alla patata modificata. Bruxelles apre agli Ogm

 

Disco verde della Commissione europea alla patata transgenica Amflora, per uso industriale. Stop alla moratoria che durava dal 1998.  Sì anche all'importazione di mais Ogm non coltivato in Europa

 

BRUXELLES - Via libera della Commissione Ue alla coltura in Europa, da parte del gruppo tedesco Basf, della patata transgenica Amflora, per uso industriale nonché l'utilizzo dei prodotti dell'amido della stessa come mangime. Una decisione che pone fine alla moratoria in vigore dal 1998. Si tratta del primo sì della Ue ai prodotti ogm, dopo anni di dibattiti e seri dubbi sulla natura di questo tipo di coltivazioni.

 

Il via libera sarà accompagnato dal lancio del dibattito politico sul futuro del dossier degli Ogm nell'Ue seguendo la linea del presidente della Commissione europea Josè Manuel Barroso, il quale ha dichiarato nelle scorse settimane "di non voler imporre la coltura degli Ogm in Europa". Oltre alla patata Amflora, che è stata autorizzata per la coltura e per l'alimentazione degli animali, sono state approvate anche altri tre nuove varietà di mais Ogm, tutte destinate all'importazione e la commercializzazione per l'alimentazione degli animali.

 

La patata Amflora, modificata in modo da avere un maggior contenuto di amido, è stata a lungo al centro di una controversia fra l'Efsa (Autorità Ue di sicurezza alimentare), con sede a Parma, che ha dato il suo via libera 'tecnico', e le due autorità sanitarie, europea e mondiale, l'Emea (agenzia Ue del farmaco) e l'Oms. La controversia riguardava la presenza, nell'Ogm, di un gene 'marker' che conferisce resistenza a un antibiotico importante per la salute umana. L'Efsa ha dato il suo via libera nonostante il fatto che la direttiva Ue 2001/18, relativa al rilascio deliberato di Ogm nell'ambiente, proibisca espressamente l'autorizzazione per gli Ogm contenenti geni di resistenza ad antibiotici importanti per la salute umana.

 

 

A più riprese, negli anni scorsi, la commissione aveva cercato di ottenere il sostegno degli stati membri nel comitato di regolamentazione degli Ogm e in Consiglio Ue, senza mai ottenere la maggioranza richiesta per l'autorizzazione alla coltura. Le norme Ue, tuttavia, danno all'esecutivo comunitario il potere di assumere da solo la decisione sull'autorizzazione, se non si esprime contro almeno la maggioranza qualificata degli stati membri. Dopo che il precedente commissario all'Ambiente, Staros Dimas, aveva bloccato la proposta, il suo successore, il maltese John Dalli, ha creduto bene di marcare con questa decisione il suo primo atto pubblico, che spiegherà durante una conferenza stampa oggi a Bruxelles. La patata Amflora, il tubero geneticamente modificato, inizierà a essere prodotta nel corso di quest'anno. Lo ha annunciato il gruppo tedesco Basf, dopo il via libera di Bruxelles. La patata Ogm produce amilopectina pura, uno dei componenti dell'amido, che viene utilizzata per la produzione di carta, calcestruzzo e adesivi. "Non è previsto alcun utilizzo alimentare", ha precisato il gruppo, che aveva presentata la prima domanda di autorizzazione per l'Amflora già nell'agosto del 1996.

 

Le reazioni. E a proposito di "stop alla moratoria" arriva la risposta del ministro italiano alle Politiche agricole alimentari e forestali. Luca Zaia ribadisce infatti "che l'Italia proseguirà nella politica di difesa e salvaguardia dell'agricoltura tradizionale e della salute dei cittadini". "Noi - ha concluso il ministro - non consentiremo che un simile provvedimento, calato dall'alto, comprometta la nostra agricoltura". Dura la reazione di Legambiente che in una nota definisce assurda la fine dell'embargo sulle colture geneticamente modificate che "vanifica gli sforzi e gli investimenti di tutti coloro che hanno creduto nel Made in Italy e nella ricerca della qualità e delle eccellenze". "E' evidente che l'Italia non ha alcun bisogno di questi prodotti - ha dichiarato il responsabile Agricoltura di Legambiente, Francesco Ferrante - e mi chiedo quale genitore possa scegliere di dare ai propri figli un cibo che potrebbe renderli resistenti agli effetti degli antibiotici. Questa decisione ci espone a pericoli enormi".

 

Dello stesso avviso anche i Verdi secondo i quali "La decisione della Commissione europea è inaccettabile. Per questo siamo pronti a presentare un quesito referendario già dalla prossima settimana per evitare che gli Ogm vengano coltivati in Italia". Si tratta, proseguono i Verdi, "di un vero e proprio assalto alla sicurezza alimentare, alla nostra agricoltura tipica, a rischio c'è tutto il made in Italy agrolimentare". Il capogruppo del Pd nella commissione Agricoltura della camera, Nicodemo Oliverio incalza: "Il governo dica categoricamente no agli Ogm in italia: le dichiarazioni del ministro Zaia non bastano più perché è sempre più folto il gruppo dei ministri, premier in testa, che mostra di pensarla all'opposto". Come lui anche il senatore Nello Di Nardo, capogruppo Idv in commissione agricoltura che aggiunge: "Oggi in Europa hanno perso le ragioni della precauzione, la difesa dei cittadini e dell'ambiente. I nostri bambini non possono mangiare patatine geneticamente modificate e l'Idv contrasterà in tutti modi e in tutte le sedi opportune la folle omologazione dei prodotti agroalimentari".

 

Per l'Adoc (l'associazione nazionale per la difesa e l'orientamento dei consumatori) prima di prendere la decisione si sarebbe dovuta ascoltare la voce dei consumatori europei. "La coltivazione e commercializzazione dei prodotti Ogm rappresentano un problema che riguarda la salute e il futuro dei consumatori europei - ha dichiarato Carlo Pileri, Presidente dell'Adoc -. Per questo chiediamo che venga indetto un referendum europeo, con cui si possa dare voce ai cittadini di tutta Europa, per capire se il loro pensiero sia in sintonia con quanto deciso dalla Ue. L'Unione Europea, su questo delicato tema, ha deciso a prescindere, magari anche sulla base delle pressione operate dai grandi gruppi produttori. Il territorio coltivabile europeo è diverso da quello di altri continenti, più ristretto e più soggetto a contaminazioni. E' bene che siano i consumatori a decidere del loro futuro".

 

Il coro di critiche è partito anche da parte dei parlamentari europei ecologisti. "Sono scioccato nel vedere che al commissario alla sanità e alla difesa dei consumatori, John Dalli, sono bastate poche settimane di incarico per esprimere il suo sostegno agli interessi industriali", ha commentato il capogruppo dei verdi, Martin Hausling. "I dubbi sulle conseguenze per la saluta umana e per l'ambiente persistono in modo serio. Le coltivazioni Ogm sono nel migliore dei casi inutili, nel peggiore dannose". La decisione è stata definita "inaccettabile" anche dalla liberale francese Corinne Lepage, vice presidente della commissione per l'Ambiente del parlamento europeo. "Si tratta di una vera dichiarazione di guerra ai cittadini europei, che in maggioranza sono contrari alle colture ogm, da parte del signor Barroso".

 

Chiara anche La posizione della Coldiretti sugli Ogm. Stefano Masini, responsabile ambiente e territorio dell'Organizzazione agricola spiega infatti che sugli Ogm, "occorre leggere Barroso nella sua integralità. Credo che siamo di fronte a una scelta storica quando dice che dalla 'coeistenza dobbiamo passare alla liberta' degli Stati di rivendicare la propria sovranità nelle scelte agricole e alimentari. Oggi finalmente risulta libero il campo per decisioni degli Stati che intendono far valere la scelta di qualità di identità e tradizione. Per l'Italia e tutto il made in italy - conclude Masini - la scelta è obbligata: la strada è quella tracciata dalle richieste dei consumatori che a gran voce considerano i prodotti Ogm meno salutari".

 

Secondo Andrea Sisti, presidente del Consiglio dell'ordine nazionale dei dottori agronomi e dottori forestali (Conaf) la scienza però non può essere fermata. "Come ogni cambiamento epocale è necessaria la massima prudenza, anche se bisogna prendere in considerazione che la scienza non può essere fermata" ha detto sulla decisione della Commissione europea. "Auspico - ha aggiunto Sisti - che la ricerca scientifica in Europa non si appiattisca sulle logiche di solo mercato, della produttività esasperata, e che in Italia la diversità biologica delle nostre produzioni possa ancora rappresentare il presupposto per uno sviluppo economico delle aree rurali dei nostri territori. D'accordo anche con quanto dichiarato dal presidente della Commissione europea Josè Manuel Barroso, nelle scorse settimane di non voler imporre la coltura e 'la cultura' degli Ogm in Europa". LR 2

 

 

 

 

Il caso debiti pubblici. Problema globale, soluzione globale

 

Si fa un gran parlare della crisi del debito pubblico in Grecia, ma viene presentata come un problema di quel Paese, che non tocca il Fondo monetario internazionale, al massimo l’Unione Europea. Il problema del debito pubblico riguarda invece tutti i Paesi e ha le stesse origini nelle operazioni di ingegneria finanziaria (i cosiddetti derivati) utilizzate per mascherare le insolvenze americane sui mutui ipotecari e il vero livello del debito pubblico greco. Queste operazioni sono perfettamente legittime perché i mercati dove esse si svolgono sono liberi di agire per volontà dei Governi.

La Grecia ha effettuato operazioni sul debito pubblico di cui non ha registrato gli effetti sui conti pubblici, perché le regole europee lo consentivano e sono state cambiate solo dopo l’attuazione. La forma delle regole europee è stata quindi rispettata, ma non lo spirito. Considerando tutto ciò che hanno fatto Stati Uniti e Regno Unito, il peccato della Grecia è veniale. I Capi di Stato dei G20 hanno concordato di attuare politiche “non convenzionali” di crescita monetaria a bassi tassi dell’interesse e di massicci interventi pubblici finanziati con emissione di titoli pubblici, ma hanno subito avvertito che sarebbe stato necessario uscire quanto prima da questa situazione. Non avevano però capito che, per farlo, avrebbero dovuto stringere la creazione di moneta e aumentare i tassi dell’interesse o le tasse, peggiorando il debito pubblico e la disoccupazione. La crisi greca rivela che, nonostante molte autorità si pavoneggino per averla superata, la crisi globale è ancora sul loro tavolo ed esse non sanno come affrontarla. L’Unione Europea si rimpalla all’interno le soluzioni, invece di portarne avanti una sola nei consessi internazionali. Gli Stati Uniti fanno finta di niente e il Regno Unito continua a dispensare giudizi, critiche e consigli sulle pagliuzze negli occhi altrui.

Gira che ti gira i problemi sono però venuti a galla.

Per l’Unione Europea, il prof. Otmar Issing, che ha avuto un peso rilevante nel plasmare i modi d’essere della Banca centrale europea, ha sostenuto una tesi alquanto curiosa: il trasferimento delle sovranità monetarie nazionali escludeva ogni condivisione dell’idea di unione politica, dimenticando che nasce dalla proposta Jenkins-Delors ricordata come “money first” (iniziamo con la moneta).

Questa idea, chiaramente espressa dai promotori, era di far trascinare dall’euro il completamento dell’unificazione politica che, come ci ha ricordato George Soros, è indispensabile per esercitare in modo indipendente la sovranità monetaria. Ma c’è di più: il Rapporto Cecchini, usato per convincere i riluttanti a sottoscrivere il Trattato di Maastricht, prevedeva che, alle condizioni previste dall’accordo, la crescita “supplementare” dell’Unione Europea sarebbe stata nell’ordine di oltre il 5% in termini reali, molto prudentemente abbassata al 4% dai Capi di Stato firmatari, che per primi mostrarono scetticismo e prudenza. Se il prof. Issing rispecchia l’intendimento della Germania, dobbiamo concludere che qualcuno ha barato e i cittadini europei beffati. Un chiarimento è d’obbligo, altrimenti si alimenta il vecchio odio tra nazioni che ha afflitto per secoli il Vecchio Continente e fa capolino nella disputa in corso tra Grecia e Germania.

Per la exit strategy, la dichiarazione del Fondo monetario internazionale è altrettanto curiosa e, per certi versi, scontata: occorre ridurre le pensioni e l’assistenze sanitaria (Obama che ne pensa?). Persa la guerra, come noto i generali danno la colpa ai soldati. Poiché sarà oltremodo difficile praticare una politica che penalizzi i poveri, l’alternativa è scontata: più tasse sui ricchi, considerando tali anche chi non lo è, per avere un gettito tributario proporzionale all’entità del problema.

Per l’eccesso di debito pubblico se ne sentono di tutti i colori: dalla costituzione di un fondo europeo per le emergenze proposto da Barry Eichengreen, alla concessione del “sabatico” (assenza) dagli impegni dell’euroarea da concedere alla Grecia proposto da Francesco Giavazzi e a quella che il mercato affosserà l’euro, tesi cara a una schiera di illustri economisti americani (che non sempre dedicano pari attenzione al futuro della loro moneta). Una ciliegina sulla torta l’hanno messa Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff con la loro stima che un debito pubblico superiore al 90% rispetto al Pil conduce i Paesi nell’area della sfiducia e del default.

Il problema del debito pubblico che impedisce un rientro nel rigore delle politiche monetarie e fiscali, assolutamente necessario per non sconvolgere le scelte di risparmio e di investimento, è quello avanzato su queste colonne di parcheggiare parte dei debiti presso il Fondo monetario internazionale. Essa nasce dalla valutazione che il problema non possa essere affrontato con politiche ordinarie, perché esse, oltre ad avere effetti deflazionistici gravi sul reddito e sull’occupazione, avrebbero (soprattutto se si aumentano i tassi dell’interesse) effetti boomerang sui deficit e debiti pubblici. Ricerche maturate in seno alla Banca dei regolamenti internazionali di Basilea indicano la possibilità che i rapporti tra debito pubblico e Pil possono più che raddoppiarsi e quadruplicarsi in un breve arco di tempo e il problema potrebbe perciò aggravarsi in tutti i suoi aspetti e le soluzioni diverse dai fallimenti degli Stati sempre più difficili. Le soluzioni tecniche per un parcheggio internazionale si possono trovare. Bisogna essere però d’accordo sulla diagnosi e i Governi ancora una volta non lo sono. PAOLO SAVONA IM 1

 

 

 

 

Etica pubblica e nuove regole. Una promessa da mantenere

 

Ieri ci hanno promesso che la corruzione verrà colpita senza esitazione e che i parlamentari condannati non potranno essere candidati. Una promessa è una promessa e anche se i nostri politici non sono famosi per mantenerle, stavolta vogliamo crederci. Nel comunicato stampa di palazzo Chigi c’è una frase chiara: le iniziative contenute nel disegno di legge contro la corruzione «rispondono alla domanda di trasparenza e controllo proveniente dai cittadini». Pare di capire che senza gli scandali a ripetizione di queste settimane che hanno indignato l’opinione pubblica e riesumato il fantasma di Tangentopoli non si sarebbe fatto nulla. La credibilità del sistema politico non è mai stata così bassa dalla fine della cosiddetta prima repubblica. E l’unica cosa che può forse evitarle di precipitare definitivamente sotto i piedi è una legge che mostri in modo inequivocabile la volontà di rialzare il livello morale. Per questo la promessa merita attenzione. Ma l’istinto di sopravvivenza dei politici riuscirà a fare il miracolo? Purtroppo la strada è ancora molto lunga. Come è lunga quella dei disegni di legge che al pari di questo devono superare nell’identico testo l’esame della Camera e del Senato. Dove i parlamentari nei guai con la giustizia non mancano, e questo non è un presupposto ideale per immaginare un percorso in discesa. Ma soprattutto dove è passato il concetto che si possano pacificamente aggirare tutte le regole di ineleggibilità e incompatibilità semplicemente interpretando le leggi. E questo è un problema forse ancora più difficile da risolvere.

Roberto Calderoli avrà dunque il suo da fare per convincere molti colleghi a votare l’emendamento che equipara le regole per le candidature a Camera e Senato a quelle previste per gli amministratori locali. Qualcuno, è vero, avrebbe voluto misure ancora più drastiche. Come l’ineleggibilità perpetua per i corrotti. «Era troppo», ha ammesso il ministro della Semplificazione. Si tratta comunque di paletti molto più rigidi rispetto a quelli (praticamente inesistenti) che finora devono superare gli onorevoli, visto che vietano l’elezione ai condannati in via definitiva per una serie di gravi reati, quali sono quelli contro la pubblica amministrazione. Ma che nemmeno ora, proprio mentre la politica italiana è alle prese con uno dei passaggi più difficili dalle inchieste di Mani pulite, hanno potuto evitare il solito brutto spettacolo. Basta dare un’occhiata alle liste per le elezioni regionali chiuse poche ore prima che il Consiglio dei ministri approvasse il disegno di legge. Dalla Campania, dove la capolista del Pdl Mara Carfagna, ministro delle Pari opportunità, si è battuta con impegno («applicheremo il codice etico in maniera diffusa»), arriva purtroppo una lezione assai istruttiva. Lì si è presentato, questa volta con il centrodestra, un consigliere regionale ex centrosinistra condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa già sospeso dall’incarico a maggio per decreto della presidenza del Consiglio. La sua candidatura è stata addirittura sconfessata dal possibile futuro governatore del suo schieramento, Stefano Caldoro, che ha pubblicamente dichiarato: «Non voglio i suoi voti».

Ma Roberto Conte ha avuto ugualmente il posto in lista. E il vicepresidente del Consiglio regionale Salvatore Ronghi, dell’Mpa, per protesta non si è candidato. Sempre in Campania sono stati poi riproposti in lista due esponenti del centrodestra e uno del centrosinistra «avvisati» con l’ipotesi che abbiano riscosso indebiti rimborsi chilometrici dal Consiglio regionale. Per non parlare della polemica innescata dalla presidente del Consiglio, Sandra Lonardo, moglie di Clemente Mastella. Destinataria di un «divieto di dimora» nell’ambito di un’inchiesta per cui è indagata, si è comunque ripresentata capolista dell’Udeur a Napoli e Benevento. Farà la campagna elettorale da Roma, e siccome non gli va giù se l’è presa con il candidato governatore della sinistra Vincenzo De Luca: «Lui può fare la sua campagna elettorale come se nulla fosse, nonostante abbia due procedimenti giudiziari in corso e io invece sono costretta all’esilio dalla mia terra». Che spettacolo! D’accordo che in base alle regole attuali l’ineleggibilità alla Regione scatta solo in caso di condanna definitiva. Ma la domanda finale resta: tutti segnali coerenti con le promesse?

Sergio Rizzo  CdS 2

 

 

 

 

La morte di Antonio Colazzo. Il Governo deve fornire ulteriori spiegazioni sull’accaduto

 

L’on. Franco Narducci nelle Commissioni estere e difesa ricorda l’eroismo di Antonio Colazzo ed invita il Governo a fornire ulteriori spiegazioni sull’accaduto.

 L’on. Franco Narducci intervenendo, in qualità di relatore nelle Commissioni riunite esteri e difesa, sulla “proroga degli interventi di cooperazione allo sviluppo e a sostegno dei processi di pace e di stabilizzazione, nonché delle missioni internazionali delle Forze armate e di polizia” (C. 3097-B) ha espresso il rinnovato cordoglio per la morte eroica del funzionario italiano Pietro Antonio Colazzo, ucciso a Kabul in un attentato suicida. Narducci, richiamando le parole del Capo dello Stato sulla necessità di un impegno risoluto per sconfiggere il terrorismo, ha sottolineato “il particolare valore del nostro connazionale che, mettendo a repentaglio la propria vita, ha contribuito con professionalità e senso dello Stato allo sforzo che accomuna sul terreno afgano - ognuno con il proprio imprescindibile apporto - militari, diplomatici, cooperanti e funzionari dei servizi, nell’obiettivo prioritario della lotta contro il terrorismo internazionale e per la nostra sicurezza”.

       Inoltre, Narducci, nonostante i tempi serrati di esame del decreto-legge sulle missioni e “in ragione della rilevanza del tragico episodio e della circostanza che vede modificata la disciplina relativa alla missione italiana in Afghanistan”,  ha auspicato che il “Governo possa fornire…ulteriori elementi in ordine alle circostanze di tale tragico episodio ed indicare una chiave di lettura nel quadro del delicato contesto politico regionale”.

       Durante la sua relazione il vicepresidente della Commissione esteri, Narducci, ha ribadito che “le missioni internazionali rappresentano oggi un fondamentale strumento di solidarietà internazionale, oltre che di politica estera, cui si ricorre anche nei casi in cui le situazioni di crisi non abbiano tra le proprie cause le colpe dell’uomo” come ad esempio la presenza “dell’Arma dei carabinieri nell’ambito della missione delle Nazioni Unite in Haiti, denominata United Nations Stabilization Mission in Haiti(MINUSTAH) in relazione alla grave situazione interna determinatasi dopo il sisma del 12 gennaio scorso”.

       Dopo aver espresso “grave preoccupazione per quanto sta attraversando in questi momenti il Cile, colpito anch’esso da un fortissimo terremoto”, continuando ad analizzare la situazione di Haiti, Narducci ha evidenziato anche la tempestiva iniziativa della diplomazia italiana “che sin dalle prime ore dopo il sisma la diplomazia italiana si è attivata per acquisire informazioni e organizzare le prime operazioni di soccorso, mantenendo uno stretto coordinamento con le Nazioni Unite e con le agenzie umanitarie dei principali paesi occidentali, in particolare quelli dell’Unione Europea, al fine di garantire una risposta coerente e unitaria”. Inoltre ha “ribadito la particolare urgenza e gravità della condizione dei bambini di Haiti”, sottolineando il “lavoro svolto dalla Commissione italiana per le adozioni internazionali che ha programmato una serie d’interventi immediati, per un milione di euro, per agevolare i ricongiungimenti dei bambini con i familiari dispersi o feriti, finanziando il progetto di Save the children”; ed ha inoltre sottolineato l’importanza di assicurare assistenza sanitaria, igienica e di sopravvivenza per 20.000 famiglie con bambini, assistite dalla Caritas di Haiti, finanziando il progetto della Charitas italiana” e la necessità di “assistere i bambini ospiti in orfanotrofi o in strutture temporanee allestite dall’UNICEF”. De.it.press

      

 

 

Se la politica ha paura della Tivù

 

L’Italia va alle urne fra meno di un mese e la televisione pubblica ha deciso di cancellare i programmi di informazione. Motivo: maggioranza e opposizione non si sono messe d’accordo sulle regole condivise per parlare con obiettività al Paese. E allora, invece di cercare una soluzione, il Consiglio di amministrazione ha deciso di tagliare la testa al toro, o ai conduttori, che non andranno più in onda. Lo ha fatto con i voti della maggioranza di centrodestra, quindi senza avere neanche il pudore, o l’ipocrisia, di nascondere che una parte politica ha imposto la propria volontà all’altra, nonostante la Rai sia finanziata con i soldi di tutti i contribuenti. Se un marziano atterrasse domani in Italia, non sarebbe facile spiegargli la logica di questa scelta.

 

Le settimane che precedono il voto, in teoria, sono quelle in cui si discutono i temi concreti che stanno più a cuore alla gente: le tasse, l’istruzione, la sanità, la difesa, la sicurezza, i trasporti, la cultura, le grandi questioni etiche che tormentano la società contemporanea. Quale momento nella vita di un popolo civile e democratico ha bisogno di più informazione, se non una campagna elettorale?

 

Noi invece vedremo film e altri programmi sicuramente bellissimi, in attesa che siano pronte le noiosissime tribune elettorali che faranno scappare anche gli spettatori più masochisti.

 

Intendiamoci: la televisione può essere usata come potente strumento di propaganda, in chiaro o subliminale, e quindi richiede il massimo equilibro da parte chi la manovra. Ogni storia, ogni tema, ogni idea, ha sempre almeno due facce: chiunque ambisca a fare un’informazione credibile, sa che deve rappresentarle entrambe con obiettività. Se per caso cominciasse a far pendere la bilancia da una parte sola, sacrificando l’onestà professionale per qualunque genere di tornaconto, perderebbe subito il bene più prezioso per ogni giornalista: la fiducia di chi lo legge o l’ascolta. Ma i veri professionisti dovrebbero avere queste regole incise nel loro Dna, senza bisogno di una legge che gliele ricordi o, peggio, gliele imponga.

 

In Italia non è così, per una serie di ragioni strutturali e culturali che ci costringerebbero a riportare i lettori indietro di almeno un secolo e mezzo. Vi eviteremo questa tortura, ricordando però che la colpa non è tutta dei giornalisti. La politica, in particolare alla Rai, domina la scena. Stavolta non ha trovato l’alchimia necessaria a soddisfare le pretese di tutti, e quindi la maggioranza ha scelto la scorciatoia del buio.

 

Thomas Jefferson, la cui statua troneggia davanti all’università che assegna i premi Pulitzer, diceva che allo Stato senza giornali preferiva i giornali senza lo Stato. Perché in una democrazia l’informazione, onesta e obiettiva, è più importante delle istituzioni che la governano: le crea, con la libera circolazione delle idee, e poi le controlla, se sa raccontare con equilibrio vizi e virtù del potere. Rinascendo oggi in Italia, Jefferson non crederebbe ai suoi occhi: ha trovato una popolazione che ai giornali senza lo Stato, preferisce lo Stato senza i giornali. PAOLO MASTROLILLI

LS 2

 

 

 

 

 

L'equilibrio tra politica e giustizia. Il buon senso dello Stato

 

Con il consueto equilibrio e anche con crociano realismo, il presidente della Repubblica ricorda alle parti in causa — Berlusconi che li chiama «talebani»; i magistrati che potrebbero replicargli vivacemente — che «la causa delle riforme necessarie per rendere più efficiente, al servizio del cittadino, l'amministrazione della Giustizia (...) non può trarre alcun giovamento da esasperazioni polemiche». È il passo della lettera di Giorgio Napolitano al suo vice nel Consiglio superiore della magistratura che adombra l'inconciliabilità fra il modo di guardare alla Giustizia del presidente del Consiglio e di una parte della magistratura.

I giornali hanno riferito che il magistrato che tiene in carcerazione preventiva alcuni inquisiti avrebbe dichiarato l'intenzione di non scarcerarli perché non hanno manifestato segni di «pentimento». Con la carcerazione preventiva si scongiura il pericolo di reiterazione del reato, di inquinamento delle prove, di fuga da parte dell'inquisito. Il mancato pentimento non figura fra le sue motivazioni giuridiche. È evidente, allora, che la cultura del magistrato in questione è più simile a quella di un prete, o di un rivoluzionario — che perseguono la «salvezza» del peccatore (o del reazionario); l'uno con la confessione, l'altro con la ghigliottina — che a quella di uno Stato di diritto che si limita ad applicare la legge. È una cultura della redenzione. Che non si limita a governare gli uomini «come sono», con le leggi, ma li vuole «migliorare»; quella religiosa, grazie alla Fede, nella prospettiva metafisica dell'aldilà; quella rivoluzionaria, nell’aldiqua, grazie al surrogato materialistico della Provvidenza che è la rivoluzione.

Se Berlusconi fosse davvero liberale, sottolineerebbe la distinzione — che il moderno Stato di democrazia liberale fa — fra Diritto ed Etica; emetterebbe in luce la contraddizione in cui incorre una parte della magistratura quando confonde i due piani. Egli, invece, non delimita il tema della Giustizia, e dei suoi rapporti con la politica, alle differenze fra cultura politica liberale (e laica) e della redenzione (e metafisica); ma trasferisce le sue personali vicende nel Paese, spaccandolo, come vuole l'opposizione, fra berlusconiani e antiberlusconiani, anziché fra liberali e illiberali; porta in Parlamento le sue ragioni processuali, vanificando ogni prospettiva di accordo con la stessa opposizione che, su questo terreno, non lo può evidentemente seguire. Con la campagna «l’amore vince sempre sull’invidia e sull'odio» — ponendosi sullo stesso piano, esclusivamente etico, di quella parte della magistratura che accusa — alimenta la confusione fra Etica e Politica e il conflitto fra estremismo giustizialista e moderatismo indifferente che dividono gli italiani. Un Paese che— sia a livello di cultura politica sia a livello di cultura giuridica— divide ancora il mondo in «buoni» (della propria parte) e «cattivi» (dell'altra parte), anziché giudicarli colpevoli o innocenti secondo la Legge, è irrimediabilmente pre moderno.

Piero Ostellino  CdS 1

 

 

      

      

Liste e dintorni. Quel solito pasticciaccio brutto

 

Capitale sciatta, oltre che corrotta. Nazione peggio che infetta: disperata. Quanto succede a Roma in queste ore è lo specchio di un Paese che affoga drammaticamente nel ridicolo. Cominciamo dal Pdl, che è riuscito nell’impresa di presentare le sue liste al di là dell’orario consentito. L’immane compito era affidato a un ex socialista, tale Alfredo Milioni, visto uscire di corsa dall’ufficio elettorale a mezzogiorno meno un quarto come se avesse dimenticato qualcosa (i simboli, le firme, la trebisonda: non si è ancora capito bene). Ha poi tentato di rientrarvi a tempo scaduto, dopo aver approfittato della pausa-pranzo «pe’ magnà quarcosa». Proprio vero che a volte non basta avere i Milioni. Per colpa sua il primo partito italiano, quello che esprime il presidente del Consiglio e il sindaco di Roma, è stato escluso dalle Competizione nella Capitale e rischia di restare fuori dal Consiglio regionale del Lazio persino nell’eventualità di una vittoria della sua candidata Polverini.

 

Chissà come sarà contento Berlusconi: se la prende con la burocrazia, ma era entrato in politica con la promessa di portarvi una ventata di efficienza aziendalista e si ritrova a capo di un movimento che non riesce a rispettare neanche le scadenze più banali. Su questo episodio di ordinaria trasandatezza sono già fiorite versioni suggestive: c’è chi narra di un ritardo dovuto a litigi furibondi nella compilazione delle liste (si sa che finiani e berluscones si amano da impazzire), chi di un’azione ostruzionistica da parte dei seguaci «gandhiani» della Bonino, che si sarebbero sdraiati per terra nei corridoi dell’ufficio elettorale pur di impedire a Milioni il raggiungimento dell’agognata meta.

 

Sono una banda di incapaci», ha sintetizzato il democristiano Rotondi, erede di un partito che poteva anche scannarsi dietro le quinte, ma sapeva presentarsi sempre puntuale all’appuntamento con le poltrone. Naturalmente non sarà facile tenere il Pdl fuori dalle urne, e forse non sarebbe nemmeno giusto nei confronti dei suoi incolpevoli elettori. Così alla fine assisteremo all’ennesimo pasticciaccio brutto, cucinato a colpi di deroghe e leggine. A uscirne sconfitta sarà ancora una volta la credibilità di una classe politica composta da personale che, anche quando non è disonesto, si rivela sconsolatamente mediocre.

 

Mediocre oppure sprezzante. Volgendo lo sguardo a sinistra, infatti, ci si imbatte nella scelta di dubbio gusto di Emma Bonino, che accetta la collaborazione dei terroristi neri Mambro e Fioravanti, rei confessi di numerosi omicidi politici. La Bonino sostiene che i due assassini hanno saldato il loro debito con la società. Ma una cosa è la legge, un’altra è, o dovrebbe essere, la sensibilità di un leader. Nessuna norma può impedire a chi sparava alla gente di collaborare alla campagna elettorale di Emma Bonino. Dovrebbe essere la stessa Bonino a impedirlo. Perché chi ha commesso reati di sangue può tornare in libertà dopo aver scontato la pena, ma non occuparsi attivamente di politica, neanche da posizione defilata: è una forma di elementare rispetto nei confronti dei familiari delle vittime. Nessuno tocchi Caino, va bene: ma almeno non fatecelo trovare nel retropalco dei comizi.

 

Riassumendo: a Roma gli elettori del Pdl non sanno neppure se potranno votarlo, mentre gli elettori del Pd si scoprono a braccetto con i terroristi di destra. Se aggiungiamo queste delizie alle truffe e alle ruberie che stanno trasformando la lettura dei giornali in un percorso di guerra, si può ben dire che la politica abbia messo inconsapevolmente in atto una delle più massicce campagne di astensionismo della storia. MASSIMO GRAMELLINI LS 1

 

 

 

 

Troppi sospetti e veleni per un pasticcio

 

Il centrodestra se la può anche prendere con i radicali e la burocrazia; e appellarsi alla magistratura e inopinatamente al capo dello Stato, Giorgio Napolitano, come «garante della democrazia». Ma l’immagine che ha dato presentando la lista per le regionali in provincia di Roma fuori tempo è, come minimo, quella di una coalizione pasticciona. Proprio perché si definisce il primo partito del Paese, il Pdl avrebbe dovuto arrivare in tempo; ed evitare un’esclusione che, oltre a non essere facilmente recuperabile, rivela una confusione e un dilettantismo preoccupanti.

Il tentativo di scaricare ogni responsabilità all’esterno serve a coprire quelle di un gruppo dirigente messo sotto accusa dai militanti; ed osservato con stupore dallo stesso Silvio Berlusconi. A rendere l’episodio più imbarazzante è il contorno di veleni che lo accompagna: tossine tutte interne al Pdl, che risente visibilmente del conflitto fra il presidente del Consiglio e Gianfranco Fini. Al punto che all’inizio non è stata esclusa l’ipotesi di un complotto dei «berlusconiani» contro i «finiani»; ed in particolare contro Renata Polverini, candidata al vertice della regione Lazio ed amica del presidente della Camera. Si tratta di una dietrologia inverosimile, sulla quale tuttavia non si può non riflettere: indica il livello di sospettosità al quale è giunto il Pdl.

Da questo punto di vista, il pasticcio laziale non ci voleva. Arriva dopo settimane di passione della maggioranza per le inchieste sulla Protezione civile e sul riciclaggio di denaro sporco che evoca l’ombra della 'ndrangheta. Si consuma in un momento di particolare tensione fra Berlusconi e Fini in materia di giustizia, immigrazione, rapporti con l’opposizione; e scandali. Probabilmente ha ragione chi nel centrodestra spiega che il problema è locale, non nazionale. Lo stesso presidente della Camera ha registrato l’episodio senza apparentemente scomporsi: si è limitato a dire che non poteva fare molto per rimediare. Il guaio, per la coalizione, è che si inserisce su uno sfondo di tensioni generalizzate; e sulla voglia dichiarata di affidare alle regionali la nuova gerarchia dei rapporti di forza in un Pdl insidiato a nord dalla crescita della Lega. Una situazione di sfaldamento così marcato era imprevedibile all’inizio del 2010. A gennaio Pdl e Lega sembravano avviati ad un trionfo alle regionali.

La stessa tregua stipulata circa un mese fa tra Berlusconi e Fini, si è sbriciolata prima di quanto chiunque pensasse. Siamo al paradosso di un «fuoco amico» reciproco, con promesse di rese dei conti dopo il voto del 28 e 29 marzo; e con velati propositi di rimettere in discussione non solo gli equilibri all’interno del Pdl, ma perfino le ragioni che hanno portato alla fusione tra Fi e An. Da qualche giorno sembra quasi che il partito unitario sia soltanto il contenitore di due forze che si rinfacciano gli errori. E’ comprensibile, dunque, che un centrosinistra tutt’altro che in salute gioisca per l’autolesionismo dell’armata berlusconiana: anche se la lista radicale è stata esclusa in Lombardia per mancanza di firme. Il premier, racconta la Polverini, le è apparso «sconcertato» da quanto è accaduto nel Lazio.

L’aggettivo sa di eufemismo, come anche l’espressione «grande leggerezza» usata dal ministro Ignazio La Russa. L’appello strampalato della candidata e del sindaco di Roma, Gianni Alemanno, al Quirinale suona come un gesto disperato che il centrosinistra e l’Udc criticano. Alemanno ha scritto addirittura una lettera al presidente della Repubblica. E Pier Ferdinando Casini accusa di avere evocato Napolitano per una questione di «procedure elettorali». Ma non è detto che l’esclusione, se sarà confermata, precluda la vittoria nel Lazio di un centrodestra alleato con l’Udc. Di certo alimenterà le polemiche in una maggioranza che Berlusconi si sforza di mostrare compatta. Il silenzio della Lega è rumoroso: sembra fatto apposta per sottolineare una virtuosa diversità dagli alleati.

Massimo Franco CdS 1

 

 

 

 

Istat: disoccupazione all'8,6%. Dato peggiore dal 2004. Pil a -5%

 

Prodotto interno lordo in calo. A gennaio persi 370mila posti di lavoro -1,3% rispetto allo stesso mese del 2009 - Il numero delle persone in cerca di occupazione è in crescita del 18,5% rispetto a un anno fa

 

ROMA - Il tasso di disoccupazione continua a salire e a gennaio si posiziona all'8,6 per cento, dall'8,5 per cento di dicembre 2009. Lo comunica l'Istat, sottolineando che è il dato peggiore da gennaio 2004, inizio delle rilevazioni. Nel 2009 il rapporto tra il deficit e il Pil dell'Italia è stata pari al 5,3 per cento, superiore a quello registrato nell'anno precedente (pari al 2,7 per cento). L'Istat rende noto che il debito pubblico è volato a quota 115,8 per cento al termine del 2009, sulla base dell'ultime stime elaborate dalla Banca d'Italia che indicavano un debito a 1.761,191 miliardi di euro. La pressione fiscale è aumentata di un decimo di punto nel 2008 attestandosi al 42,9 per cento.

 

Nel 2009 deficit/Pil al 5,3 per cento. Nel 2009 il prodotto interno lordo italiano è diminuito del 5 per cento secondo i dati comunicati dall'Istat in via provvisoria. Nella precedente rilevazione, effettuata con diversi metodi statistici, la prima stima del Pil segnava una contrazione del 4,9 per cento. E' il dato peggiore praticamente da sempre, ovvero almeno dal 1971, quando è cominciata la rilevazione statistica. In valore assoluto, l'indebitamento netto è aumentato di circa 38.200 milioni di euro, attestandosi al livello di 80.800 milioni di euro. L'Istat ha rivisto le stime dell'indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche per il triennio 2006/2008, variate a causa del normale processo di consolidamento delle informazioni di base. Complessivamente il saldo del conto delle amministrazioni pubbliche, in seguito alle revisioni, risulta superiore di 91 milioni nel 2006, inferiore di 34 milioni nel 2007 e di 404 milioni nel 2008. Tali revisioni, precisa l'Istat, non hanno comportato variazioni nel rapporto indebitamento netto/pil negli anni 2006/2008.

 

Pressione fiscale a 43,2 per cento. In base ai dati contenuti nei "Conti economici nazionali" diffusi dall'Istat la pressione fiscale complessiva (ammontare delle imposte dirette, indirette, in conto capitale e dei contributi sociali in rapporto al Pil) nel 2009 è risultata pari al 43,2 per cento, superiore di 3 decimi di punto rispetto al valore del 2008 (42,9 per cento).

 

Entrate 2009 -1,9 per cento. Nel 2009 le entrate totali, pari al 47,2 per cento del Pil, sono diminuite dell'1,9 per cento rispetto all'anno precedente. Nel 2008 erano cresciute dell'1,1 per cento. Lo comunica l'Istat, sottolineando che le uscite totali sono risultate pari al 52,5 per cento del Pil (49,4 per cento nel 2008), con una variazione del +3,1 per cento rispetto all'anno precedente.

 

Oltre due milioni di persone in cerca di lavoro. Sulla base dei dati provvisori l'Istat rileva che l'occupazione a gennaio è rimasta sostanzialmente invariata rispetto a dicembre, mentre ha perso l'1,3 per cento rispetto a gennaio 2009, pari a 307mila unità in meno. Sempre nel mese di gennaio il numero delle persone in cerca di occupazione risulta pari a 2.144.000, in crescita dello 0,2 per cento (+5mila) rispetto al mese precedente e del 18,5 per cento (+334mila) rispetto a gennaio 2009. L'Istat sottolinea che si tratta dell'ottavo incremento su base mensile consecutivo.

 

Disoccupazione giovanile, maschile, femminile. Il tasso di disoccupazione giovanile, fa inoltre sapere l'Istat, è pari al 26,8 per cento, con una crescita di 0,3 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 2,6 punti percentuali rispetto a gennaio 2009. La disoccupazione maschile raggiunge a gennaio un livello pari a 1 milione 147 mila unità, in aumento del 2,1 per cento (+23mila unità) rispetto al mese precedente e del 27,2 per cento (+245mila unità) rispetto allo stesso mese dell'anno precedente. Il numero di donne disoccupate è invece pari a 997.000 unità con una riduzione dell'1,9 per cento rispetto a dicembre (-19mila unità), a fronte di un aumento del 9,8 per cento rispetto a gennaio 2009 (+89mila unità).

 

Tasso di inattività e numero di occupati. Quanto al numero di inattivi (di età compresa tra 15 e 64 anni), a gennaio, è pari a 14 milioni 871 mila unità, con un aumento dello 0,2 per cento (+28 mila unità) rispetto a dicembre 2009 e dell'1,2 per cento (+172 mila unità) rispetto a gennaio 2009. Il tasso di inattività è pari al 37,7 per cento (invariato rispetto al mese precedente e in aumento di 0,3 punti percentuali rispetto a gennaio 2009). Gli uomini inattivi, a gennaio, sono pari a 5 milioni 194 mila unità, stabili rispetto al mese precedente, ma in aumento su base annua dell'1,7 per cento (pari a +86 mila unità). Le donne inattive sono 9 milioni 677 mila, con un aumento congiunturale dello 0,3 per cento (+30 mila unità) e tendenziale dello 0,9 per cento (+86 mila unità). La quota delle donne inattive - spiega l'istat - è sempre superiore a quella degli uomini: sono circa cinque ogni dieci quelle inattive. Il numero di occupati a gennaio 2010 è pari a 22 milioni 904 mila unità (dati destagionalizzati), sostanzialmente invariato rispetto a dicembre e inferiore dell'1,3 per cento (-307 mila unità) rispetto a gennaio 2009. Il tasso di occupazione è pari al 57,0 per cento (inferiore, rispetto a dicembre, di 0,1 punti percentuali e di un punto rispetto a gennaio 2009). L'occupazione maschile a gennaio 2010 è pari a 13 milioni 677 mila, più bassa dello 0,1 per cento rispetto al mese precedente (-18 mila unità) e dell'1,9 per cento (-260 mila unità) rispetto al corrispondente mese dell'anno precedente. L'occupazione femminile è pari a 9 milioni 228 mila unità, con un aumento rispetto a dicembre dello 0,1 per cento (+8 mila unità) e una riduzione dello 0,5 per cento (-47 mila unità) rispetto a gennaio 2009. LR 1

 

 

 

 

 

Pil in calo del 5%, volano deficit e debito. Ecco l’anno nero dell’economia italiana

 

ROMA Pil in calo del 5 per cento nel 2009, al pari di alcune tra la principali economie del mondo. E conti pubblici in sofferenza, con rapporto deficit/Pil schizzato al 5,3 per cento, mentre l’incidenza percentuale del debito pubblico rispetto al prodotto sale al 115,8. Come ogni anno l’Istat ha scattato la fotografia del nostro Paese da spedire a Bruxelles, evidenziando l’andamento dell’economia e quello della finanza pubblica. È un quadro in larga parte atteso, lievemente peggiore rispetto alle stime preliminari per quel che riguarda il Pil, mentre sul fronte dei conti pubblici qualche segnale di speranza arriva dal ministero dell’Economia, che sempre ieri ha diffuso i dati del fabbisogno dello Stato relativo ai primi due mesi dell’anno.

Il meno cinque tondo resterà come sigillo sull’anno più nero dell’economia italiana come quella di altri Paesi: curiosamente hanno registrato lo stesso esatto risultato negativo Germania, Regno Unito e Giappone. Mentre è andata decisamente meglio, seppur in un contesto di forte recessione, per Stati Uniti e Francia (rispettivamente -2,4 e -2,2 per cento).

La fortissima flessione è il risultato di un andamento negativo dei consumi delle famiglie (-1,8 per cento), di un sonoro - 12,1 per cento degli investimenti e di un drammatico - 19,1 delle esportazioni, vero tallone d’Achille, in una fase di contrazione del commercio mondiale, di un’economia manifatturiera come la nostra. Le stime preliminari diffuse una ventina di giorni fa contenevano una decrescita media 2009 del 4,9 per cento, che teneva conto del maggior numero di giorni lavorativi (uno in più rispetto al 2008). Il risultato “grezzo”, che è quello rilevante secondo i regolamenti europei, avrebbe dovuto essere leggermente migliore proprio grazie a quel giorno in più; ma così non è stato.

Sul fronte dei conti pubblici, il deficit al 5,3 per cento del Pil corrisponde alle ultime stime del governo; mentre rispetto a queste il rapporto debito/Pil risulta in lieve crescita essenzialmente a causa della minor crescita del prodotto. Per lo stesso effetto statistico la pressione fiscale (misurata dal rapporto tra entrate tributarie e contributive e Pil) sale al 43,2 per cento nonostante il fortissimo calo del gettito, dovuto proprio alla recessione.

Ieri intanto il ministero dell’Economia ha diffuso il dato del fabbisogno dello Stato relativo ai primi due mesi di quest’anno (il fabbisogno è un disavanzo di cassa, diverso quindi dal deficit rilevante ai fini europei): gli 8,8 miliardi di gennaio-febbraio 2010 rappresentano un miglioramento di 6,7 rispetto allo stesso periodo del 2009: miglioramento dovuto in buona parte all’andamento di gennaio ma, per un miliardo, anche a quello del mese che si è appena concluso.

I numeri dell’Istat sono stati naturalmente oggetto di commenti politici. Pier Luigi Bersani, denunciando il rischio di «un avvitamento tra aumento della disoccupazione, stagnazione economica, crescita della pressione fiscale per chi paga le tasse e crisi della finanza pubblica», accusa il governo di «ripetere come un disco rotto che stiamo meglio degli altri». Per il ministro dello Sviluppo economico Scajola invece «gli esponenti dell’opposizione camminano con la testa rivolta all’indietro e vedono solo il passato», visto che «il 2010 registrerà una crescita del Pil dell’1-1,2% e «l’attività industriale sta ricominciando a crescere». LUCA CIFONI IM 2

 

 

 

Calabria, inchiesta "why not" assolti Loiero e Chiaravalloti

 

Il presidente della Regione e il suo predecessore indagati per presunti illeciti nella gestione dei fondi pubblici

 

CATANZARO - Il presidente della Regione Calabria, Agazio Loiero, è stato assolto dal giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Catanzaro nell'ambito del procedimento Why Not sui presunti illeciti nella gestione dei fondi pubblici. I sostituti procuratori generali Massimo Lia e Eugenio Facciolla avevano chiesto la condanna di Loiero ad un anno e sei mesi di reclusione per abuso d'ufficio. Gli stessi magistrati avevano chiesto, invece, l'assoluzione, per non avere commesso il fatto, di Loiero per l'accusa di corruzione. "Sono sollevato. Non poteva che finire così. E' finito un calvario che è durato anche troppo", ha detto Loiero.

Assolto anche Giuseppe Chiaravalloti, ex presidente della Regione Calabria e attualmente vicepresidente dell'Authority sulla Privacy. Per lui la Procura generale di Catanzaro aveva chiesto la condanna a due anni e due mesi per i reati di truffa e abuso d'ufficio. L'imprenditore Antonio Saladino, principale indagato nell'inchiesta Why Not, è stato condannato a due anni di reclusione per il reato di abuso d'ufficio. E' stato assolto invece per i reati di peculato e truffa.

 

L'inchiesta Why not è stata avviata nel 2006 dall'allora pm di Catanzaro Luigi de Magistris su presunti illeciti nella gestione dei fondi statali, regionali e comunitari e venne poi avocata dalla Procura generale. Tra le persone coinvolte inizialmente figuravano anche politici nazionali di spicco quali l'ex presidente del consiglio dei ministri, Romano Prodi e l'ex ministro della giustizia, Clemente Mastella, le cui posizioni sono state successivamente archiviate nel corso delle indagini preliminari.

 

Nel processo sono rimasti politici ed amministratori regionali. Tra loro il presidente della Regione Calabria, Agazio Loiero, ed il suo predecessore Giuseppe Chiaravalloti; assessori e consiglieri regionali in carica ed ex; funzionari regionali e imprenditori, tra i quali Antonio Saladino, ex presidente della Compagnia delle Opere della Calabria, imputato principale, e la testimone Caterina Merante, che con le sue dichiarazioni aveva dato il via all'inchiesta. L'iscrizione nel registro degli indagati di Mastella, che in qualità di Guardasigilli aveva chiesto il trasferimento di de Magistris per presunte irregolarità nella gestione di altre indagini, portò, nell'ottobre del 2007, all'avocazione dell'inchiesta da parte del procuratore generale facente funzioni di Catanzaro, Dolcino Favi, ed al successivo affidamento ad un pool di magistrati guidati da Enzo Jannelli appena nominato procuratore generale.

 

L'inchiesta Why not è stata, nel dicembre 2008, al centro di uno scontro senza precedenti tra apparati giudiziari dello Stato ed in particolare tra la Procura di Salerno e la Procura generale di Catanzaro. I magistrati campani sequestrarono i fascicoli di Why Not nell'ambito di una loro indagine su un presunto complotto finalizzato a bloccare l'inchiesta avviata da de Magistris che nel frattempo era stato trasferito a Napoli come giudice al Tribunale. L'ex pm, poi, si candiderà per Idv alle elezioni europee venendo eletto. La reazione della Procura generale catanzarese all'iniziativa salernitana fu il controsequestro degli atti. Lo scontro tra i due uffici ha portato a decisioni drastiche da parte del Csm che ha trasferito tutti i magistrati protagonisti della vicenda. Nonostante questo, la Procura generale, proprio pochi giorni dopo il sequestro ed il controsequestro degli atti, chiuse le indagini per 106 persone, avanzando, al contempo, una serie di richieste di archiviazione, tra le quali quella per Prodi, poi accolte dal gip. Nell'ottobre dello scorso anno si è giunti, infine, davanti al gip, chiamato a decidere sulla richiesta di rinvio a giudizio per 98 imputati, quelli rimasti dopo alcuni stralci. I reati che venivano ipotizzati, a vario titolo, andavano dall'associazione per delinquere all'abuso d'ufficio e alla turbata libertà degli incanti; dalla truffa alla truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche; dalla frode nelle pubbliche forniture al peculato; dalla corruzione per atti contrari ai doveri di ufficio all'istigazione alla corruzione; dall'estorsione alla falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale in atti pubblici. Alcuni di questi sono stati ridimensionati dalla stessa accusa nel corso dell'udienza preliminare e del processo con rito abbreviato chiesto da 42 imputati. L'accusa, nel corso dell'abbreviato, ha anche alleggerito la posizione di diversi imputati, tra i quali lo stesso Loiero, per il quale era stata chiesta l'assoluzione per il reato più grave, la corruzione. (ansa 2)

 

 

 

 

Di Girolamo lascia e scrive a Schifani «Dopo l'ignominia voglio la verità»

 

Il senatore presenta le dimissioni: «Descritto come un mostro». Lettere anche a Gasparri, Quagliariello, Dini. In Aula mozione della maggioranza per la decadenza

 

ROMA - «Dopo tanto fango, dopo l'ignominia di un'esposizione mediatica che mi ha descritto agli occhi dei Paese come un mostro, usurpatore della politica e del mandato elettorale, credo fermamente che sia arrivato il momento della responsabilità e della verità dei fatti». È l'incipit della lettera, una quarantina di righe in tutto, con cui Nicola Di Girolamo (come anticipato dal Corriere della Sera) ha comunicato al presidente del Senato Renato Schifani le sue dimissioni da senatore. Ora la parola passa all'Aula del Senato. L'esponente del Pdl coinvolto nell'inchiesta sul riciclaggio ha poi informato della sua decisione, con due distinte lettere, il presidente del partito al Senato Gasparri e il suo vice Quagliariello. Con una quarta lettera, infine, il senatore comunica al presidente Lamberto Dini le sue dimissioni dalla commissione Esteri.

«MI CONSEGNO AI MAGISTRATI» - «Ho ceduto, certo, signor presidente - scrive Di Girolamo a Schifani -. Ma le mie colpe verranno circoscritte dalla verità che saprò esporre ai magistrati cui ho deciso di consegnarmi. Forte della convinzione di collaborare alla ricerca della verità e della certezza che dovrò riscattare faticosamente il mio onore innanzi alla mia famiglia, ai miei amici e all'Assemblea del Senato alla quale ho partecipato con orgoglio e dedizione».

«ORFANO GIÀ IN FASCE» - Il senatore si dice convinto «di dover rendere disponibile la mia persona, la mia storia personale, la mia esperienza recente, perché chi dovrà giudicarmi possa davvero conoscere i contorni di una vicenda che non è tutta criminale e che potrà finalmente essere vagliata lontano dai riflettori e dal clamore delle prime suggestioni». Di Girolamo ricorda di essere stato eletto «forte di una delega affidatami da 24.500 elettori di tutti i Paesi europei: 24.500 cittadini italiani, né mafiosi né delinquenti». «Di una piccola parte di costoro - prosegue la lettera - avrebbe abusato un gruppo di individui probabilmente "inquinati" da frequentazioni criminali. Non mi interpreti come troppo "ingenuo", signor presidente. Non ero "consegnato" anima e corpo a questi figuri. La frenesia della campagna elettorale mi ha spinto a valutare poco e male. E Lei, mi auguro, immaginerà che non si diventi mafioso nello spazio di un mattino, colpevole come sono di uno o due incontri disattenti. Sono entrato in Senato da professionista del diritto, incensurato». A questo punto Di Girolamo apre all'autobiografia. «La mia - prosegue la lettera - non è stata una storia semplice. Orfano, già in fasce, di un prestigioso economista e docente universitario, figlio unico, educato al rigore e alle buone maniere da una madre nobile ho da sempre dovuto provvedere al sostentamento della famiglia. Sono rimasto, negli anni, quello che ero. Una persona perbene, incapace tuttavia di difendersi innanzi alla protervia dei malevoli e dei menzogneri. In politica ne ho incontrati alcuni. Figli di un'altra storia, ben diversa dalla mia, capaci di fagocitarmi - annota il senatore - nella smania delle promesse».

 

«NON SONO UN DELINQUENTE» - Concetti che Di Girolamo ribadisce a Gasparri e Quagliariello: «Voglio rassicurare te e Gaetano: nel gruppo non si è seduto un delinquente, ma un cittadino che ha compiuto gravi ingenuità e leggerezze. Lievità figlie dell'esperienza da "candidato" che mi ha portato a rincorrere ogni legittima preferenza e a riporre affidamento in chiunque mi avesse offerto un aiuto, in un collegio così enorme come sono quelli per gli eletti all'estero. L'ansia del candidato mi ha condotto ad accondiscendere e dimostrarmi affabile con chiunque potesse condividere il programma elettorale della nostra parte politica.». «Apro così la strada - è la conclusione - a un mio personale calvario di cui non conosco il percorso e il tempo ma con la certezza che, nel fondo, vi troverò quel riscatto per me e la mia famiglia che, confido, mi permetterà di conservare anche la Tua amicizia». A Dini il senatore rivolge espressioni di gratitudine e riconoscenza, rinnovando scuse e amarezza per la vicenda che lo chiama in causa.

L'ITER IN AULA - Ora la parola passa all'Aula di Palazzo Madama, che dovrà votare le dimissioni. La data sarà calendarizzata dalla conferenza dei capigruppo, convocata per martedì alle 11. Sia il Pd che il Pdl hanno depositato mozioni per la decadenza del senatore eletto all'estero, mentre è in calendario per martedì alle 12 un'audizione dello stesso Di Girolamo davanti alla giunta per le Elezioni e le immunità del Senato. Una mozione del Pdl chiede che venga ripresa in Aula «la discussione sulla decadenza del senatore Di Girolamo», con riferimento al «tempo trascorso dalla deliberazione con la quale si era sospeso l'esame della proposta di decadenza. Oggi infatti si può inquadrare in una prospettiva diversa l'intera vicenda, senza attendere l'esito di un procedimento penale che nel frattempo è diventato più complesso. Il prestigio del Senato si difende meglio quando si ha un quadro completo dei fatti». Infine, sempre martedì alle 11, si riunisce la commissione Antimafia per discutere del rapporto mafia-politica con particolare riferimento all'inchiesta della procura di Roma che ha coinvolto Di Girolamo. La seduta sarà aperta da una relazione del presidente Pisanu. Redazione online CdS 1

 

 

 

Prenderà il posto di Di Girolamo al Senato

 

Raffaele Fantetti smentisce le inesattezze apparse sulla stampa sulla sua residenza all’estero

 

  ROMA - Primo dei non eletti per il Popolo della Libertà nella ripartizione Europa, sarà Raffaele Fantetti, a prendere il posto di Di Girolamo al Senato. Su alcuni importanti quotidiani come La Stampa e la Repubblica sono stati pubblicati nei giorni scorsi degli articoli che metterebbero in dubbio anche per lui il requisito della residenza all’estero. Notizie che Fantetti giudica inesatte e che smentisce con questo suo comunicato.

  Come è facile immaginare, da quando è scoppiato il caso Di Girolamo, sia io che i miei legali siamo tempestati di richieste di interviste. Mi è parso opportuno non parlare fino alla conclusione della vicenda. Ritengo, però, di rispondere ad alcuni articoli che mi riguardano e riportano diverse inesattezze tendendo a dare un messaggio non condivisibile.

  Si dice che lavoro come funzionario a Roma del ministero dello Sviluppo Economico, ex Commercio Estero. In realtà - come appare sul mio sito (www.fantetti.org ) - sono un esperto ex Legge 56/2005 con contratto a tempo determinato, selezionato in base al superamento di un concorso pubblico per l’implementazione dei c.d. “sportelli unici” all’estero al quale ho concorso come residente all’estero. Quella dell’istituzione degli sportelli unici fu una brillante intuizione dell’allora Ministro Urso, portata avanti ed approvata dal precedente Governo Berlusconi ma la cui implementazione è stata molto osteggiata e procede a rilento

  Nelle more della destinazione istituzionale all’estero, ho proceduto ad un commuting regolare tra l’Italia ed il Regno Unito (Londra, dove ho dimora, residenza e dove sono emigrato nel 1992). Ho debitamente segnalato la cosa alle autorità sia italiane che inglesi. Da un punto di vista fiscale, non mi avvalgo del Trattato contro la doppia imposizione. In passato, durante la mia esperienza professionale a Washington DC, mi ero comportato nello stesso modo, segnalando il tutto alle autorità competenti ed operando un commuting regolare tra affetti e lavori al di qua ed al di là dell’Atlantico.

  Noi giovani Italiani della cosiddetta “NEP: Nuova Emigrazione Professionale” (espressione di cui rivendico la paternità per averla coniata in un convegno pubblico sulla materia organizzato dal giornale “Pensiero Londinese” presso l’Istituto Italiano di Cultura a Londra molti anni prima che la legge 459/2001 fosse approvata), siamo così. Costretti ad uscire dal Paese a causa dell’imperante gerontocrazia e mancanza di meritocrazia, cerchiamo lavoro e/o un lavoro migliore altrove e giriamo di continuo. Io sono stato in Belgio e Francia prima di approdare sulle bianche scogliere di Dover e non ho proceduto a cambiare ogni volta i termini della mia iscrizione AIRE: poi ho anche scoperto che non ne ero tenuto (ex art.1, comma 8, Lg. 470/1988).

  Da anni, l’ottimo rapporto “Italiani nel Mondo” della Fondazione Migrantes conferma che la maggioranza degli iscritti all’AIRE, specie in Europa, ha meno di 40 anni e ciò non fa che confermare la nostra intuizione dei primi anni Novanta.

  Leggete le varie rubriche degli Italians su Internet per farvi un’idea di chi sono e di come vivono in giro per il mondo. Ritengo che la mia storia, nel suo piccolo, sia significativa di tali attualità. In Italia non avevo sbocchi nonostante un ottimo curriculum di studi.

  Ho sempre diviso il mio tempo professionale tra le tematiche dell’internazionalizzazione delle imprese italiane e quelle degli Italiani all’estero (queste ultime mai dietro compenso): per questo sono ben conosciuto in entrambi gli ambiti.

  In tempi non sospetti mi sono iscritto a Forza Italia, poi ho fondato il Circolo della Libertà U.K. (io vice e Presidente l’amico ingegner Bertali di AN): ora collaboro -sempre su base volontaria- con il Settore Italiani nel Mondo del PDL e ho contribuito a diverse manifestazioni nel Regno Unito (tra cui la famosa consegna di lettere di protesta ai direttori responsabili del “Financial Times” e del “Times” per articoli infamanti contro l’Italia ed il Governo da loro pubblicati), in Svizzera, Germania e Rep. Ceca.

  Vado fiero del mio risultato elettorale (oltre 20.400 preferenze) che è tutto voto di opinione.

  Non mi sono sposato “nell’abbazia di Westminster” … grazie ai buoni uffici del mio parroco oggi vescovo ausiliario di Roma Sud”. Mi sono sposato nella cattedrale con due officianti, il parroco locale ed il mio parroco di Roma. Non sono rappresentante del Registro Navale di Dominica: lo sono stato per circa tre mesi nel 2005. Sono arrivato ottantasettesimo su 500 alla prova di selezione di un concorso pubblico per dirigente del commercio internazionale che non prevedeva neanche un esame di lingua estera. L’anonimo dirigente del Ministero ha fatto molta confusione. Nutro stima e gratitudine per l’intero team di giovani legali (Giovanna Mazza, Antonio Labate e Alessandro Tozzi) che mi ha assistito nelle lunghe e complesse fasi del ricorso al Senato.

  Potrei continuare con le precisazioni ma credo che, data la situazione, non sia il caso. Dico solo che negli ultimi mesi sono stato oggetto di diversi scriteriati ed infondati attacchi da parte di anonimi su Internet e che per questo abbiamo presentato istanze di querela per diffamazione alla competente polizia postale. (Raffaele Fantetti-Inform)

 

 

 

Un Paese dove tutto finisce in tribunale

 

Da Roma e Milano, dal Pdl ai radicali, imperversano le querelle giuridiche

di MARIO AJELLO

 

ROMA - «Un giorno in pretura» era un film molto divertente. Un intero Paese che ogni giorno è in pretura o nella Terza Camera, che è quella della giustizia, per qualsiasi argomento (dalle elezioni regionali ai tormentoni processuali del premier, dai rigori non dati la domenica alla compravendita dei voti degli italiani all’estero e alla vicenda del senatore Di Girolamo), è la fotografia di un’Italia sfiduciata e deresponsabilizzata. Che fornisce un’immagine desolante della propria condizione pubblica.

Gli autori di «Un giorno in pretura» non avevano assolutamente la sensazione che la loro parabola ilare e scanzonata si risolvesse prima o poi in una arida tragedia democratica. Il cui soggetto è l’Italia, nella quale è sospesa la politica - più che di programmi elettorali si parla di bisticci elettorali e tu non sei ammesso al gioco e io sì, ma io voglio rientrare in gioco, no tu no, ma perchè?, perchè no! - in quanto tutto si svolge in tribunale. Anche perchè quello è l’approdo a cui portano il dilettantismo, l’improvvisazione e il non professionismo (Max Weber si sta rivoltando nella tomba) che si sono clamorosamente manifestati nelle vicende romane, ma non solo, delle presentazioni delle liste.

Il luogo comune secondo cui le tragedie si riproducono in farsa stavolta - nell’Italia dell’omni-giuridicismo e della vicendevole, pervasiva e dilagante chiamata di correo da parte di tutti contro tutti - viene smentito e si riproduce all’inverso. Gli sketch d’un tempo sui litigi processuali, o le gag da biscardiano «Processo del lunedì», sono diventati la cifra di una nazione fragile e causidica per disperazione. Nella quale le procedure democratiche - e una consultazione elettorale lo è al massimo grado - vengono ridotte a diatribe da Tar. Fino a far perdere di vista la realtà del gioco politico, che si compone di tanti soggetti in libera concorrenza e se ne viene a mancare qualcuno - ieri per esempio è stata cassata la lista di Formigoni in Lombardia, per non dire dei niet opposti alle liste dei Radicali e a quella del Pdl nel Lazio - la pienezza del match ne soffre inevitabilmente. Anche se nei casi di queste ore di errori ce ne sono stati, e tanti.

A poco più di venti giorni dal voto amministrativo, in un Paese in servizio elettorale permanente, i cittadini dovrebbero avere a disposizione liste già confezionate, ovviamente pulite, naturalmente riempite da candidati affidabili, e poter così cominciare a scegliere a chi dare il proprio consenso. La democrazia dovrebbe funzionare così: in maniera semplificata. Gli antichi ateniesi addirittura facevano scegliere gran parte delle cariche pubbliche dal caso («tò automatòn»), anzi venivano indicate da una fava, in una sorta di testa o croce. Brutale semplificazione, che è l’esagerazione opposta all’arzigogolo - il mio contro il tuo, il nostro contro il vosto, e nominiamo un giurì d’onore! - adesso al potere e al bisticcio permanente che porta agli onori i formalismi, ovviamente da rispettare, e mette in ombra ciò che dovrebbe massimamente risaltare, ossia la forza della battaglia delle idee e dei diversi progetti politici in campo.

Si deve stare insomma col fiato sospeso, e col coltello fra i denti, in attesa del pronunciamento del giudice X o del giudice Y. Che a questo punto può decretare anche se il bipolarismo si gioca fra due poli o tra uno solo, perchè l’altro ha sbagliato orario o è andato a mangiarsi un panino o ha fatto imperdonabili sbagli nella raccolta delle firme. Non si fa che dire che le regionali sono una scelta fatale per il Paese, e poi la scelta viene affidata, almeno in prima battuta, ai collegi togati. Che mettono la politica sulla bilancia.

L’omni-giuridicismo in cui tutti si appellano a tutti è a questo punto il trionfo non dei corsi e ricorsi storici - visto che mai s’è avuta una situazione così patologica - ma della corsa al ricorso e all’anti-ricorso, in cui in realtà tutti perdono. E vince soltanto una senescente paralisi, che produce sconcerto nei cittadini e rischia di alimentare l’anti-politica. IM2

 

 

 

 

Via libera del Consiglio dei ministri al disegno di legge anticorruzione

 

Il governo ha trovato un accordo sul testo che prevede norme più severe contro corrotti e corruttori - Calderoli fa introdurre un emendamento che allarga il divieto di elezione anche a Camera e Senato  - Alfano: "Chi ruba lo fa per sé, non per il partito, e deve pagare per questo"

 

ROMA - Il Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge anticorruzione. E' quanto si apprende da fonti di governo. Il governo ha dato via libera quindi al disegno di legge che inasprisce le misure e le pene di contrasto alla corruzione. Il testo approvato è la nuova versione di quello già esaminato dall'esecutivo nell'ultima riunione. Il ddl passa ora all'esame del Parlamento.

 

Il testo approvato in Consiglio dei ministri introduce anche le "liste pulite" per i parlamentari. In base alla "proposta emendativa" del ministro della Semplificazione, Roberto Calderoli, passata in Cdm, chi ha subito una condanna passata in giudicato per i reati di peculato, malversazione, concussione e corruzione, per 5 anni non potrà candidarsi alla carica di deputato o senatore.

 

"Il provvedimento ha avuto il pieno sostegno del Pdl e della Lega" ha detto il ministro della Giustizia, Angelino Alfano. "C'è stata anche la volontà ferma di Silvio Berlusconi di procedere a una normativa ampia - ha aggiunto - che riguarda non solo gli aspetti sanzionatori ma che sia in grado di garantire una maggiore efficienza e un buon governo".

 

"I nostri partiti non hanno bisogno di soldi rubati per sopravvivere. Chi ruba lo fa per sé e deve pagare per questo" ha detto Alfano, che ha poi confermato che il ddl anticorruzione "inasprisce le pene per i reati compiuti contro la pubblica amministrazione". Il provvedimento approvato oggi, ha spiegato il ministro, è distinto in tre capitoli: una nuova disciplina contro la corruzione negli enti locali, un piano anticorruzione, e nuove norme sanzionatorie. "Abbiamo aumentato le pene per reati che a nostro parere - sottolinea Alfano - non avevano adeguate sanzioni, dato il loro particolare disvalore sociale".

 

Il ddl approvato prevede "l'incandidabilità" per il presidente di Regione che abbia dimostrato un "fallimento politico". "Come accade quando una società fallisce e sui portano i libri in tribunale - ha rilevato il Guardasigilli - così nel caso di fallimento politico di un governatore, i libri si porteranno agli elettori". Il ddl anticorruzione, ha aggiunto Alfano, "fissa il principio che la buona e trasparente gestione genera il vero freno alla corruzione". Si tratta di un'azione "preventiva" perché "il giudice arriva dopo che le regole sono state violate".

 

I reati per cui saranno ineleggibili al Parlamento coloro che sono stati condannati, in via definitiva, per un periodo di cinque anni sono: peculato, peculato mediante profitto dell'errore altrui, malversazione a danno dello Stato, concussione, corruzione per un atto d'ufficio, corruzione per un atto contrario ai doveri d'ufficio, corruzione in atti giudiziari, corruzione di persona incaricata di un pubblico servizio del codice penale. La lista è quella prevista dalla lettera B dell'articolo 58 del testo unico degli enti locali attualmente in vigore che viene estesa anche al parlamento. L'elenco dei reati, tuttavia, verrà ampliato dallo stesso ddl anticorruzione, che includerà anche reati gravissimi quali l'attentato contro l'integrità, l'indipendenza e l'unità dello Stato, le associazioni sovversive o con finalità di terrorismo, assistenza agli associati, attentato contro la Costituzone e, tra l'altro, la turbat libertà degli incanti. LR 1

 

 

 

 

Un peccato non veniale. La corruzione si affronta con pene certe e rapide

 

NON è ordinaria amministrazione e non deve neppure essere rubricata come “politica spettacolo”. Il disegno di legge contro la corruzione varato ieri dal Consiglio dei Ministri è una decisione importante che sottolinea quello che abbiamo già scritto su queste colonne: la corruzione non è un peccato veniale, ma un peccato mortale, perché mina il cuore stesso della legittimazione politica che sta nella credibilità delle istituzioni e nelle fiducia che i cittadini devono avere circa la loro correttezza.

Le leggi hanno infatti sempre un duplice contenuto: sono certamente strumenti per contrastare un crimine, ma sono anche, e in misura non minore, strumenti per indicare alla collettività che quel certo comportamento è appunto un crimine e che dunque non può essere tollerato dalla società prima ancora che represso dall’autorità giudiziaria. L’inasprimento delle pene ha di conseguenza un effetto di comunicazione e di educazione: fa capire alla gente che lo Stato si è accorto della gravità di un problema e che intende affrontarlo con una azione di duro contrasto.

Detto questo con tutta la forza e chiarezza possibile, bisogna doverosamente aggiungere che sarà bene circondare il provvedimento di tutte le cautele opportune, cioè sia quelle destinate a rendere realmente operative le norme evitando che siano delle semplici “grida” di manzoniana memoria, sia quelle che servono a non menare fendenti a vuoto che colpiscano innocenti e inceppino i meccanismi decisionali.

Per il primo aspetto è importante puntare sulla certezza e sulla trasparenza. La certezza della pena e la sua applicabilità in tempi ragionevoli è essenziale. Da questo punto di vista per esempio esiste un problema non piccolo. Giustamente la legge parla di ineleggibilità per persone colpevoli di reati diciamo genericamente di corruzione e lo fa solo a partire da una sentenza definitiva (avendo troppe volte visto che ci sono azioni giudiziarie che poi finiscono nel vuoto. Però se i tempi della giustizia sono quelli attuali, non è che abbia molto senso escludere una persona che si è trovata colpevole di corruzione con una sentenza definitiva che arriva se tutto va bene dai sei ai dieci anni dopo che il fatto è stato commesso. Il garantismo è un valore fondante di una convivenza civile e moderna, ma all’interno di regole efficaci e uguali per tutti. Mi spiego: in quel lasso di tempo cui facevo cenno prima, il politico corrotto e il corruttore avrebbero tutto il tempo di continuare ad inquinare. Certo non è giusto punire chi è semplicemente indagato e non si sa se sia veramente colpevole o no, ma ecco perché è davvero necessario giungere rapidamente alla verifica definitiva della fondatezza dell’accusa. Lo si potrà fare con procedimenti accelerati, con corsie preferenziali, con l’uso di corti speciali (anche se sappiamo che la cultura giuridica moderna respinge questi strumenti), ma qualche via si dovrà trovare.

Poi naturalmente ci vorrà una certezza che deriva dall’avere norme poco generiche e poco soggette a bizantinismi interpretativi: anche questo un obiettivo non facile da realizzare, ma necessario. Ovviamente, non avendo noi visto il testo, parliamo in senso generale e speriamo che non ci siano sorprese.

La trasparenza è un requisito importante perché si combatta davvero la corruzione e non la si favorisca rendendo bizantine le procedure per gestire ogni intervento della pubblica amministrazione. Infatti cosa finisce per succedere quando qualsiasi decisione diventa un calvario? Che non si fa più niente. Si pensi che adesso, tanto per dire, ogni contratto d’opera della pubblica amministrazione, anche quella per esempio di un dipartimento universitario che fa un’operazione di routine, va previamente comunicata alla Corte dei Conti e bisogna aspettare 60 giorni per il silenzio-assenso (visto che è impensabile che la Corte possa esaminare il mare di pratiche che le arriverà). In queste condizioni si finisce per arrivare ad un doppio estremo: o favorire la cultura del no, del non far niente per non correre rischi; o istigare le “furberie” per aggirare i lacci e lacciuoli con cui si deve operare, favorendo l’inserzione in questo gioco pericoloso di intrallazzatori e corruttori.

La lotta alla corruzione è una priorità politica, non c’è dubbio. Quando la recente rilevazione di Mannheimer ci dice che il livello di fiducia nei partiti non supera quota 12% degli intervistati, c’è giustamente di che preoccuparsi. La percezione della presenza di una equilibrata mediazione della classe politica fra il paese e le istituzioni deve essere ripristinata nell’interesse generale, perché non va dimenticato che la corruzione è un fenomeno che tende ad inquinare tutto, dando quantomeno l’impressione (che spesso è qualcosa di più) che i comportamenti corrotti coinvolgano alla fine l’intera classe politica senza troppe distinzioni di schieramento.

Bene dunque varare misure di lotta alla corruzione, ma tenendo ben presente che alla base dobbiamo metterci una rivoluzione culturale che diffonda davvero nel paese la percezione che siamo davanti ad un “peccato mortale”. Per questo la lotta non va lasciata semplicemente all’intervento della magistratura, che deve essere un intervento estremo, ma va iniziata dall’interno dell’amministrazione e della società che devono avere la forza di colpire subito con l’ostracismo corrotti e corruttori. E allo stesso tempo garantire certezza ed efficacia operativa a chi sa fare e vuole fare in modo corretto e trasparente. PAOLO POMBENI Im 2

 

 

 

 

La corruzione penalizza l'intero sistema Paese

 

Le notizie di corruzione all’interno della pubblica amministrazione hanno recentemente toccato la Protezione civile, il Consiglio superiore dei lavori pubblici, la Regione Puglia, la Regione Campania, i Comuni di Napoli, Bologna, Milano.

 

E’ ovviamente difficile avere dati «reali» sull’entità del fenomeno, per sua natura non esposto alla luce del sole statistico. Anche la «mappa sulla corruzione» fornita al Parlamento dal Servizio Anticorruzione e Trasparenza del Dipartimento della Funzione Pubblica si basa sulle denunce e produce quindi risultati distorti e per giunta poco compatibili, ad esempio, con quelli tratti dal Casellario giudiziale centrale dal giudice Davigo e Grazia Mannozzi.

 

La percezione di una situazione grave e in corso di peggioramento è però documentata da una ricerca di Transparency International, una delle organizzazioni internazionali più attive nello studio della corruzione: la percentuale degli intervistati che rispondono «sì» alla domanda «Il governo è molto o alquanto efficace nel contrastare la corruzione?» è scesa dal 27% del 2006 al 15% del 2008.

 

La corruzione è peraltro solo un lato della questione della diffusa illegalità dell’amministrazione pubblica in Italia. La commistione tra amministrazioni locali e criminalità mafiosa, soprattutto al Sud, è documentata dai 150 Comuni sciolti per infiltrazione mafiosa, di cui 12 dall’inizio di questa legislatura.

 

Così come è difficile misurare con precisione quanto sia estesa la corruzione nella pubblica amministrazione, è ancora più complesso valutarne i costi. Questo soprattutto perché ai costi diretti devono aggiungersi enormi costi indiretti quando la corruzione si fa diffusa. In un appalto truccato il contribuente finisce per pagare beni e servizi ad un prezzo che comprende le mazzette agli amministratori e una rendita all’impresa (che, pagando, si garantisce di non avere competizione). Questi sono i costi diretti.

 

Ma quando la corruzione diventa «sistema», la competizione ne risulta distorta, e l’intero sistema economico ne paga le conseguenze. Se gli appalti sono truccati, le imprese che li ottengono sono quelle che riescono a mantenere rapporti con la politica o con la criminalità organizzata. Imprese più efficienti ma meno «connesse» sono scalzate dal mercato. Gli imprenditori di successo sono quelli in grado di fornire vantaggi privati al politico di turno, non quelli in grado di produrre beni e servizi di qualità a basso prezzo per l’amministrazione pubblica. I casi recenti di imprenditori che guadagnano i favori del mondo politico organizzando feste e festini rappresentano un triste esempio di questo fenomeno di distorsione della competizione. Ma anche il fatto che i giovani più brillanti si iscrivano soprattutto a legge e non a ingegneria, in controtendenza col resto del mondo sviluppato, segnala un sistema economico e sociale in cui ha successo chi si sa muovere tra leggi, leggine, istituzioni, commissioni, stanze del potere.

 

Da annoverarsi tra i costi indiretti della corruzione è anche il disincentivo agli investimenti diretti esteri. Una delle ragioni per cui l’Italia ne riceve la metà della Francia è che le imprese straniere sanno che entrerebbero in un mercato distorto in cui faticherebbero a competere, e quindi preferiscono starne fuori. Tra parentesi, è importante notare che questa distorsione della competizione economica e della selezione delle imprese di successo è gravemente peggiorata dall’inefficienza della giustizia, specie quella civile, che non protegge in tempi ragionevoli quelle imprese che volessero competere onestamente sul mercato.

 

Un’altra categoria di costi indiretti della corruzione è la distorsione della competizione politica ed elettorale. La classe politica, in questo sistema, compete a livello locale attraverso il controllo economico del territorio. I politici locali sono di conseguenza selezionati non sulla base delle loro capacità o della loro onestà, ma al contrario sulla base della loro abilità ad incanalare fondi dal sistema centrale verso la propria regione e a controllarne la distribuzione sul territorio. Ed è in questo controllo della distribuzione di fondi ed appalti sul territorio che spesso i rapporti con la criminalità organizzata tornano utili.

 

Infine, questa distorsione della competizione politica favorisce l’ingigantimento del settore pubblico, che distribuisce fondi in cambio di controllo elettorale. Anche a questo dobbiamo un’amministrazione pubblica ipertrofica che controlla oltre il 50% del Prodotto interno lordo del Paese.

 

Altro che temere la «destabilizzazione del sistema» ad opera dell’attività giudiziaria, come ha dichiarato il ministro Scajola. E’ proprio questo «sistema» che condanna il Paese alla stagnazione ai margini del mondo sviluppato.  ALBERTO BISIN LS 2

 

 

 

 

Dopo gli stranieri lo sciopero dei precari

 

La giornata di ieri dedicata al cosiddetto sciopero degli stranieri merita una riflessione aggiuntiva sulla natura del tutto particolare della protesta, e sulla mancata adesione allo sciopero (che pertanto “sciopero” in senso tecnico non è stato) delle strutture sindacali nazionali. Il PD, al contrario, ha aderito, sulla spinta del solito Pippo Civati che è riuscito a far capire come si trattasse di una battaglia politica dal valore non solo simbolico, ma strategico. Infatti, è stata forse la prima occasione recente in cui questioni legate a diritti del lavoro, che si riverberano come sempre accade in aspetti più ampi del vivere sociale, vengono affrontate in maniera non corporativa, ma universalistica.

L’ultimo esempio in questo senso si era avuto in occasione della manifestazione organizzata dalla CGIL di Cofferati in difesa dell’articolo 18. Era quello tuttavia il canto del cigno del sindacalismo del Novecento, che si infrangeva nella contraddizione delle parole del leader: l’articolo 18 veniva presentato alla stregua di un diritto umano, ma le misure per estenderne la portata - il referendum successivo promosso da Bertinotti - erano bollate come antieconomiche, facendolo rimanere un diritto corporativo, riservato a chi facesse parte di specifici gruppi di lavoratori.

Le manifestazioni di ieri, al contrario, suggeriscono un approccio nuovo alla lotta per i diritti, che non devono più passare per l’appartenenza ad una specifica corporazione. Esistono stranieri operai e stranieri professionisti, stranieri nel settore tessile e in quello metallurgico. Secondo il protocollo sindacale, l’arma dello sciopero si usa nel conflitto economico a seconda del settore in cui il conflitto è in corso, mentre lo sciopero generale (ossia in più di un settore contemporaneamente) è molto più raro ed ha di norma ragioni politiche. Uno sciopero come quello degli immigrati, dal sostanzioso contenuto economico - come giustamente sottolinea Civati ci vogliono più ispettori del lavoro, e non certo le ronde, per far aumentare la sicurezza - ma non limitato ad un settore economico specifico, va al di là della norma liturgica del sindacalismo del Novecento.

Eppure, un sindacato che non volesse sentirsi condannato al lento e inesorabile declino (ormai solo il 19% dei lavoratori attivi nel settore privato sono sindacalizzati) dovrebbe cogliere al volo i nuovi bisogni di rappresentanza economica anche fuori dagli schemi del passato. Le occasioni, infatti, non mancherebbero per costruire un sindacalismo universalista: c’è un altro sciopero “anomalo”, là fuori, che aspetta solo di essere organizzato, da mobilitatori capaci, per ottenere diritti negati, salari e condizioni dignitose: quello dei lavoratori precari. L’U 2

 

 

 

 

Immigrati, il giorno della protesta da Milano a Napoli, migliaia in corteo

 

ROMA - "Non siamo criminali, non siamo clandestini, ecco a voi i nuovi cittadini". Lo slogan parte dal centro di Milano, rimbalza a Roma e arriva a Rosarno. Viaggia sull'onda dei tamburi delle tante manifestazioni di questo "Primo marzo. Una giornata senza di noi". Sessanta città italiane, 50mila membri su Facebook, decine di migliaia di cittadini italiani e stranieri in piazza per partecipare all'iniziativa "24 ore senza di noi", promossa contro il razzismo e per i diritti dei quasi 5 milioni di cittadini di origine straniera che vivono e lavorano in Italia.

 

Il corteo più grande è quello di Napoli dove a sfilare sono quasi in 20mila. In piazza le maggiori comunità straniere, dal Bangladesh al Burkina Faso, dal Marocco al Senegal. In contemporanea altre manifestazioni occupano le strade delle città francesi, spagnole e greche.

 

A Roma, con Legambiente centinaia di rifugiati e richiedenti asilo insieme ai volontari hanno ripulito il parco di Colle Oppio. Un gruppo di immigrati ha manifestato sotto la sede dell'Inps, chiedendo che vengano restituiti ai lavoratori stranieri che decidono di tornare in patria i contributi versati per gli anni lavorati in Italia. In testa al corteo del pomeriggio ci sono gli immigrati di Rosarno. Mentre un maxi-divieto di accesso, con sotto

la scritta "Eccetto per gli studenti bianchi, ricchi e italiani" è lo striscione esposto davanti alla sede del ministero dell'Istruzione, da alcuni studenti universitari dei collettivi durante un blitz sulle scale dell'edificio.

 

A centinaia hanno sfilato anche per le vie di Milano: "Basta razzismo, siamo i nuovi cittadini, le vostre pensioni le paghiamo noi". E' uno degli slogan gridati nel corso del corteo. Racconta Emanuel, 34 anni del Camerun, dipendente di un grande albergo: "Sono a Milano da sei anni e da sei anni in metropolitana vengo guardato con disprezzo. I motivi di questa manifestazione sono tanti, il punto è che non veniamo considerati come cittadini".

 

Il giallo è il colore della giornata di "sciopero" degli immigrati. Ad Ancona la manifestazione è culminata in un comizio in piazza Rona. Alexandre Rossi, brasiliano con cittadinanza italiana, referente del comitato Primo marzo ha denunciato la politica di non gestione del fenomeno migratorio seguita dal governo: "Si vogliono cacciare gli stranieri quando il 20% della ricchezza del Paese viene proprio dal contributo dei lavoratori extracomunitari".

 

In giro per Trieste a cercare scritte razziste sui muri per cancellarle: è invece l'iniziativa promossa, nel capoluogo giuliano, in occasione dello sciopero degli immigrati.

 

La giornata è stata anche occasione di denuncia. A Caserta i giovani del centro sociale Insurgencia hanno mostrato un video al direttore generale dell'Azienda trasporto pubblico, nel quale si vede che molti autisti dei mezzi pubblici, su alcune linee, in particolare la M1N, la M1B e M4, non effettuano le fermate lungo il percorso se in attesa ci sono solo immigrati.

 

A Perugia il corteo - composto in gran parte da immigrati - è partito da piazza Italia, ha percorso corso Vannucci e in piazza IV Novembre si è svolta la manifestazione conclusiva. Presente, fra gli altri, il sindaco Wladimiro Boccali. Molti gli striscioni e i cartelli con frasi come: "No al razzismo istituzionale", "Italiani e migranti per una nuova cittadinanza", "Troppa intelligenza nessun diritto", "Siamo tutti cittadini".

 

Per il vescovo di Terni, mons. Vincenzo Paglia, lo sciopero è "una manifestazione particolarmente significativa, perché mostra quella indispensabile integrazione o convivenza che semina il futuro della nostra società".

 

Intanto la Lega Nord ha deciso di organizzare per domani, a Sesto San Giovanni, alle porte di Milano, una contromanifestazione in risposta allo sciopero di oggi proclamato dagli immigrati. Vladimiro Polchi LR 1

 

 

 

 

 

L’affare Di Girolamo visto da chi lo ha candidato: l’on. Marco Zacchera

 

Sarebbe scorretto nei confronti dei miei lettori se non prendessi chiaramente posizione sull’ “affare Di Girolamo” ovvero il senatore eletto all’estero nella lista AN-FI-LEGA  alle elezioni politiche del 2008 accusato ora di essere compromesso  con la malavita calabrese.

Sono uso assumermi le mie responsabilità, anche perché non c’è proprio nulla da nascondere: è vero che rappresentavo AN al tavolo delle candidature come responsabile per l’estero, così come è vero che il nome dell’avv. Di Girolamo come candidato era emerso solo negli ultimi giorni prima di presentare le liste in quanto – in un primo tempo – altri erano i candidati da me proposti. L’avv. Di Girolamo aveva un curriculum impeccabile e le carte formalmente a posto: nessuno poteva sapere della sua presunta colleganza con la malavita né alcuno ha minimamente allora avanzato sospetti o dubbi su questo fatto. La commissione preposta alle candidature ha quindi dato il proprio ok in assoluta buona fede su mia proposta, anche perché questo candidato si riteneva complementare visto che in lista era inserita e confermata come capolista la senatrice uscente eletta nel 2006 che - secondo logica e