WEBGIORNALE  8-9  Marzo  2010

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Donne per l'Europa. Otto Marzo, tutela della vita, della famiglia, della libertà di educare  1

2.       Retroscena Di Girolamo. Quei quattro della Cricca che fondarono "l'Italiano"  1

3.       Il rischio xenofobia. I valori siano davvero comuni 2

4.       La Repubblica: l’editoriale. L'abuso di potere  2

5.       La riforma della farnesina. Diplomazia, una riforma per dare più peso all’Italia  3

6.       Inchiesta riciclaggio, le nuove carte. L'ambasciatore in Belgio Siggia offrì aiuto a Di Girolamo  3

7.       Garavini/Porta: la Farnesina richiami a Roma l’Amasciatore a Bruxelles Siggia, “colluso” con Di Girolamo  4

8.       I verbali della 'ndrangheta in Senato. "Di Girolamo vide le schede false, rideva". Il “ruolo” di Giovanni Gabriele a Stoccarda  4

9.       Saarland. Scuse dall’Ambasciata  al Governatore Müller. A Saarbrücken resta “una presenza consolare”  5

10.   Lettera aperta del Presidente del Comites di Saarbücken al Sottosegretario Senatore Alfredo Mantica  5

11.   Gli italiani a Friburgo: primi come stranieri residenti, secondi come turisti. Il Console Igor visita il sindaco  6

12.   Francoforte.  Santoriello e Tissino riconfermati Coordinatore e Presidente del Circolo PD  6

13.   All’IIC di Monaco incontro con lo scrittore Nanni Balestrini, uno dei fondatori del 'Gruppo 63' 6

14.   Friburgo. Incontro Consolato-Caritas. Profondi legami tra la Caritas e  l’emigrazione italiana in Germania  6

15.   Alcune delle iniziative dei prossimi giorni a Monaco di baviera e dintorni 6

16.   Heppenheim, abusi in una scuola per vip  7

17.   La consulenza in Italia per gli ex lavoratori attivi in Germania  7

18.   Dibattito QI. Tizza a Priotto. Come la mettiamo in atto la meritocrazia?  8

19.   Interrogazione per fermare la riduzione del personale scolastico all’estero  8

20.   DDL del PdL sul voto all’estero: via il voto per posta e liste bloccate, senza preferenze  8

21.   Giovani italiani in Svizzera a Berlusconi: “Siamo stufi di chiamarla Presidente”  8

22.   La Giunta del Senato discute sull’avvicendammento Di Girolamo-Fantetti. La delibera approvata  9

23.   La Grecia e la Ue. Le spine del debito, l’ombrello dell’euro  9

24.   Il passato allontana Ankara dall'Europa  10

25.   Faccia a faccia Merkel-Papandreou: «Nessuna richiesta di aiuti finanziari»  10

26.   Grecia nel caos. Merkel, Juncker e Papandreou: "Ai greci non servono aiuti Ue"  11

27.   Il vescovo di Ratisbona: "Nessun abuso sotto la direzione di Georg Ratzinger"  11

28.   Il Presidente e l'Europa dimenticata  11

29.   Liste, varato il dl. Opposizione in rivolta. Via libera del Colle: interpreta la legge  12

30.   Dal cilindro spuntò la soluzione  13

31.   Quel pasticciaccio di Palazzo Chigi  un precedente contro le regole  13

32.   Ecco il testo del decreto: per gli esperti è a rischio di inconstituzionalità  14

33.   Il governo, la forma e la sostanza  15

34.   Napolitano: «Non sostenibile l'esclusione del Pdl dalle elezioni»  16

35.   Il costituzionalista Zagrebelsky: così si apre la strada a nuove intimidazioni 16

36.   Il peggio non è passato  17

37.   Cala il consenso per il governo  18

38.   In attesa della legge contro la corruzione  18

39.   Le nuove misura anticorruzione. La trasparenza che non c’è  19

40.   Di Girolamo: "Sereno, chiarirò tutto". Davanti al gip sceglie di non parlare. L'ex senatore del Pdl è a Rebibbia  19

41.   La Cei: «Sbagliato cambiare regole». Ma poi corregge: «Questione tecnica»  19

42.   Il bavaglio alla televisione mentre si gioca la partita della legalità  20

43.   Il fantasma di un partito / 2. Comunisti involontari 20

44.   A Roma riunione tra presidenza Fusie ed editori dei quotidiani italiani editi all’estero  20

45.   Di Girolamo: Garavini (PD),  il PDL continua con l'ambiguità su mafia e politica  21

46.   Il MAE monitora costantemente le retribuzioni del personale a contratto nelle sedi all’estero  21

47.   Al Ministro Calderoli: più rispetto per gli italiani all’estero  21

48.   Riforma Comites/Cgie. Il DDL del sen. Caselli “inserito” nel testo unificato in discussione in Commissione  21

49.   Sicilia Mondo: la Giornata dell’8 marzo  22

 

 

1.       Berlusconi verhindert Wahllisten-Debakel mit Eilverordnung. Proteste  22

2.       Italien: Rücktritt im Mafia-Skandal 22

3.       Italien. Berlusconis PDL von Wahl ausgeschlossen  22

4.       Grundrecht auf Meinungsfreiheit. "Ausländer Raus" allein nicht strafbar 23

5.       Staatsministerin Böhmer fordert echte Chancengleichheit für Migrantinnen auf dem Arbeitsmarkt 23

6.       Dialog mit den Muslimen. De Maizière reformiert Islamkonferenz  23

7.       Islamkonferenz. Raus aus den Feuilletons - rein in die Politik  24

8.       Geert Wilders' Sieg. Ein Rechtsruck geht durch Europa  24

9.       Populismus in Europa. Auf dem Kreuzzug  25

10.   Geert Wilders. Der Populist als Seismograf 25

11.   Hat Rechtspopulismus Chance in Deutschland? Pro und Contra  25

12.   Parlamentswahlen. Der Irak übt sich in Demokratie  26

13.   Kampf um Kernbereiche der Kompetenzen. Bundesländer kritisieren "Europa 2020"  26

14.   UN-Erklärung zu Frauenrechten. Gipfel der Ernüchterung  27

15.   Merkel: Wir helfen Athen bei Reformen. Protest gegen Sparpaket in Griechenland  27

16.   Spenden und Sponsoring. Wie käuflich ist die Politik?  27

17.   Neuverschuldung Westerwelles Rechentricks  28

18.   Etat 2010. 80,2 Milliarden neue Schulden  28

19.   Politik greift in Affäre um sexuellen Missbrauch an Schulen ein  29

20.   Umfrage. Deutsche sehnen sich die große Koalition zurück  29

21.   Von Genusspolitik zur Macht. Die schwarz-grüne Connection  29

22.   Kommentar. Der Schutzraum ist ein Käfig  30

23.   Urteil im Sauerland-Prozess. Gefährliche Dilettanten  30

24.   Urteil im Sauerland-Prozess. Todesengel im Namen des Islam   30

25.   Leitartikel. Recht und Freiheit 31

26.   Sponsoring, Kampagnen und Diffamierungen  32

27.   Parteienfinanzierung. Sponsoring nimmt zu  32

28.   NPD-Vize Sascha Roßmüller Rechts, Rocker - kriminell?  32

29.   Internate. Geschlossene Gesellschaft 33

30.   Muslime erwägen Rückzug aus der Islamkonferenz  34

31.   Islamkonferenz-Mitglied Yüksel. "Den Antisemitismus überwinden"  34

32.   München. Abend mit dem italienischen Autor Nanni Balestrini 34

33.   Frankfurt. Das Filmfestival Lichter ehrt die hessische Partnerregion Emilia-Romagna  34

34.   Neu an die Öffentlichkeit geholt. Romankapitel gegen die Öl-Mafia  35

35.   Dolomiten. Steinernes Herz der Welt 35

 

 

 

Donne per l'Europa. Otto Marzo, tutela della vita, della famiglia, della libertà di educare

 

L'Europa attraversa un periodo di crisi, nessun dubbio. Così come nessun dubbio sussiste sulla circostanza che la crisi è acuita dal dedicare pressoché esclusiva attenzione all'economia ed alla finanza, con al massimo un occhio di tanto in tanto al quadro istituzionale. Trascurando quelle che di una Comunità sono le fondamenta, ovvero le persone ed i valori sui quali si basa la convivenza sociale. Non di svista si tratta, temiamo, bensì di una scelta per molti versi consapevole e per questo ancor più grave e colpevole.

I valori: il rispetto della vita, propria e altrui; la libertà, la famiglia; l'educazione dei figli…ma ormai anche degli adulti; l'etica; la coscienza civile; la solidarietà; e si potrebbe continuare. Le persone: uomini e donne, ora attori ora spettatori di una società certamente più paritaria che tende però a (ri)dividersi sulla base del censo (e non del sesso). Laddove valori e persone non si incontrano, difficilmente nasce qualcosa di buono. È una regola mai smentita. Che è lecito dunque applicare anche al dibattito europeo.

Finanza ed Istituzioni a parte, le preoccupazioni abbracciano anche i temi valoriali con un'urgenza senza precedenti. Quali sono le minacce alla vita oggi in Europa, se pensiamo che ogni 11 secondi si pratica un aborto? Quale ruolo viene ancora riconosciuto alla famiglia? È tutelata davvero la libertà d'educazione? Sono domande da porre - e risposte da dare - a trecentosessanta gradi, che esulano dal mero ambito legislativo/normativo dal momento che mettono ogni cittadino di fronte alla propria coscienza.

Nella ricorrenza dell'8 Marzo, vale la pena soffermarsi sulle risposte che provengono - spesso inascoltate - dall'universo femminile. O meglio che da esso potrebbero provenire se alla donna fosse offerta l'occasione di "dire la sua" con la sensibilità che le è propria. Del resto, quando si parla di aborto (uno ogni 11 secondi, pare, ma foss'anche uno al minuto la cifra sarebbe comunque enorme), quando si parla di educazione dei figli, quando si parla di crisi della famiglia e di impoverimento del suo ruolo, la donna si trova volente o nolente sempre in prima linea: nel bene e nel male. Mettere in prima linea la donna anche quando si tratta di dare risposte giuridiche a vulnus sociali significherebbe arricchire il dibattito e - con ogni probabilità - aumentare il livello di attenzione e la qualità del contributo. Un'ipotesi che l'Europa di oggi non può concedersi il lusso di sottovalutare se vuole dare un senso all'Europa di domani.

Vita, libertà, etica, coscienza, solidarietà, Europa; sono tutti sostantivi femminili. A sottolineare, anche allegoricamente, l'importanza della partecipazione delle donne alla costruzione della nuova Europa. ELENI INIOTAKI Grecia

 

 

 

 

Retroscena Di Girolamo. Quei quattro della Cricca che fondarono "l'Italiano"

 

Andrini e Ferretti tra i nomi eccellenti che hanno fatto parte del giornale che lanciò Di Girolamo. Prima delle elezioni l'ex senatore accusato di collusione con ambienti criminali entrò nella cooperativa editrice versando parecchi soldi. Scrive il gip: "A orchestrare la campagna elettorale ci pensa il quotidiano" - di Giovanna Vitale

 

Roma - Esiste un indirizzo - via Cornelio Magni 41/C - in grado di svelare il fitto intreccio di relazioni, connivenze e coperture politiche di cui godeva la banda Mokbel, l´imprenditore romano considerato il padre-padrone dell´ormai ex senatore Nicola Di Girolamo finito nell´inchiesta sulla "truffa colossale" che ha spedito in carcere 56 persone con l´accusa di riciclaggio e maxi-frode fiscale. È lì, a due passi dalla Garbatella, che ha sede legale la "Cooperativa editoriale L´Italiano", costituita il 1° febbraio 2007 da «un gruppo di amici» per sancire la nascita di un quotidiano destinato «all´informazione degli italiani nel mondo». Nato «quasi per gioco» nell´ottobre 2006 - come si legge sul sito web www.litaliano.it - viene stampato a Roma in un migliaio di copie distribuite solo a indirizzi istituzionali e ha pure due edizioni estere teletrasmesse (Argentina e Balcani). Ma chi c´era, in quel febbraio di tre anni fa, nello studio del notaio Paola Cardelli per la sottoscrizione della cooperativa?

 

I MAGNIFICI QUATTRO. I sei fondatori de "L´Italiano" sono: Gian Luigi Ferretti, Marco Zacchera, Stefano Andrini, Alessandro William Amorese, Gabriele Natalizia e Dario Rivolta. A parte gli ultimi due, gli altri risultano tutti in qualche modo implicati nell´affaire Di Girolamo. Legati a filo doppio ad An. Gian Luigi Ferretti: già segretario dell´ex ministro per gli Italiani nel mondo Mirko Tremaglia, è l´uomo che secondo i magistrati «si presta a "lavorare" per Di Girolamo» individuando «Bruxelles come città dove organizzare la finta residenza all´estero» dell´allora aspirante senatore. Marco Zacchera: deputato finiano, ex ufficiale dei carabinieri e sindaco di Verbania, era il delegato che nella primavera 2008 sedeva per An al tavolo delle trattative per l´estero. Fu lui a candidare Di Girolamo. Stefano Andrini: nonostante il suo passato neofascista (una condanna a 4 anni e mezzo per tentato omicidio e l´arresto per l´assalto a un concerto antirazzista alla Sapienza), alle Politiche fu candidato senza successo alla Camera per l´Aise, legata al centrodestra, nella circoscrizione dell´America Latina. Un anno fa è stato assunto dal sindaco Alemanno come ad di Ama Servizi, da cui si è dimesso la settimana scorsa. Nello scacchiere di Mokbel, Andrini è figura chiave: secondo il gip Aldo Morgigni, l´ex manager «si attivò» per far ottenere al futuro senatore la finta residenza in Belgio. William Alessandro Amorese: classe ‘72, militante della destra sociale, nel 2008 fu nominato legale rappresentante dell´Aise, la lista di Andrini, per la quale poi chiese il contributo dello Stato per le spese elettorali: 75mila euro l´anno dal 2008 al 2012.

 

LA CAMPAGNA DE "L´ITALIANO". Sono dunque gli editori de "L´Italiano" i motori dell´elezione di Di Girolamo. Scrive il gip: «Non ci sono dubbi su chi diriga le operazioni inerenti la candidatura (...) Tutto il gruppo di Mokbel è impegnato a rendere possibile quella candidatura». Non solo dal punto di vista logistico: a orchestrarne la campagna elettorale ci pensa il quotidiano. Basta sfogliarlo: il 6 marzo 2008, in un´intervista a tutta pagina, Di Girolamo annuncia «un monitoraggio completo di tutti i connazionali nelle prigioni estere»; il 12 marzo dichiara, come riportato dal titolo: «Ho risposto alla chiamata di Gianfranco Fini»; il 26 marzo, in copertina, il giornale strilla: «Quali sono le liste e quali i candidati che voteremo», corredando l´articolo con foto di Di Girolamo (Pdl), Fabrizio Carbone (La Destra) e Stefano Andrini (Aise). Collaboratore assiduo del quotidiano, sul quale firma diversi interventi, il sindaco Gianni Alemanno.

 

LAPSUS, BUGIE E DIMENTICANZE. Che il legame fra gli editori de "L´Italiano" e l´ex senatore arrestato sia davvero stretto lo dimostra un´altra circostanza. A raccontarla, sul portale "Italia chiama Italia", Francesco Paolo Catania, presidente dell´associazione per gli italiani all´estero "L´altra Sicilia": «Tra Ferretti e Di Girolamo c´è più che un´amicizia. Infatti i due sono soci della cooperativa cui è intestata una pubblicazione diretta dallo stesso Ferretti. Di Girolamo è entrato poco prima delle elezioni, sborsando un ben po´ di soldi. Addirittura in quel periodo, quando abbiamo chiesto conferma a persone vicine allo stesso Di Girolamo, ci avevano risposto: "Quel giornale? È di Di Girolamo, se l´è comprato"». Tra l´altro, nella risposta che Ferretti dà a Catania sullo stesso portale, l´ex senatore viene descritto come un suo «amico», appunto. L´esatto contrario di quanto dichiarato ai giudici. Ecco perché anche l´altro socio, l´onorevole Zacchera, appare poco credibile quando afferma: «Qualcuno mi indicò Di Girolamo, ma francamente non ricordo chi». In quel periodo, infatti, due dei suoi sodali, Ferretti e Andrini, si stavano adoperando per organizzare la candidatura di Di Girolamo.

 

TUTTE LE STRADE PORTANO IN CAMPIDOGLIO. Tutte le strade percorse da "L´Italiano" passano per il Campidoglio. Oltre a scrivere assiduamente sul giornale, Alemanno ha una lunga consuetudine con il deputato e vecchio militante del Msi Marco Zacchera. Come dimostra la foto pubblicata il 24 aprile 2008 sulla prima pagina, che li ritrae insieme sul Monte Rosa, accanto all´alpinista Da Polenza. Ma pure Ferretti e Andrini sono riconducibili al sindaco di Roma. Del secondo abbiamo già detto. Ferretti, invece, iscritto al Msi fin dal 1960, nell´ottobre 2001 viene nominato da Alemanno, allora ministro delle Politiche agricole, presidente della "giunta esecutiva del Comitato nazionale italiano per il collegamento tra il Governo e l´Onu per l´alimentazione e l´agricoltura". Ancora. Direttore responsabile dei primi numeri de "L´Italiano" è Salvatore Santangelo, capo del centro Studi della Fondazione alemanniana Nuova Italia. Mentre tra i redattori appaiono, fino a metà 2008, due ragazzi che poi Alemanno prenderà con sé in Campidoglio: Daniele Petraroli, oggi capo ufficio stampa dell´Ama, e Federica Frangi, piazzata invece nell´ufficio stampa del Comune. LR 5

 

 

 

 

Il rischio xenofobia. I valori siano davvero comuni

 

L’affermazione in Olanda della destra xenofoba di Geert Wilders rilancia il problema della convivenza fra culture diverse nell’Europa occidentale. Sebbene per ora si sia trattato di un episodio certo clamoroso, ma confinato a due casi di elezioni amministrative (ad Almere e a L’Aia), l’ovvia preoccupazione è accresciuta dai sondaggi che danno il cosiddetto partito della libertà contro velo e Corano in crescita robusta anche in vista delle prossime elezioni politiche.

Naturalmente ritornano i fantasmi del passato, da quelli olandesi di Pym Fortuyn e Theo van Gogh a quelli austriaci di Georg Haider, sicché interrogarsi sul fenomeno della xenofobia non appare certo fuori luogo. Del resto la questione non è circoscritta ai casi più estremi, perché in ogni paese europeo è ormai aperta una questione razziale che spesso lambisce e si insinua in partiti vecchi e nuovi dello spettro politico nazionale. Sarebbe poi semplicistico circoscrivere queste problematiche all’Europa occidentale dove esiste un fenomeno massiccio di immigrazione da quello che una volta si chiamava “terzo mondo”, perché ad est il problema si ripresenta pur sotto forme diverse: come antisemitismo o come opposizione violenta alle enclave di etnia diversa da quella ritenuta “nazionale”. I gruppi razzisti e xenofobi sono rappresentati anche al parlamento europeo e più di una volta hanno creato problemi.

La domanda che sorge spontanea è come mai si è determinato un problema da cui almeno l’Europa occidentale si riteneva dopo la metà del secolo scorso scarsamente afflitta e come si può rispondervi visto che nasce sulle ceneri di sistemi politici tolleranti e che tutto sommato si sono posti in qualche modo il problema della integrazione di chi veniva dall’esterno.

 

Il fatto è che da un lato le nuove comunità immigrate sono portatrici di una identità più forte di quella che ci si aspettava, identità che resiste nonostante la sua “arretratezza”, e dall’altro la cultura dei sistemi occidentali è in crisi, incapace di attrarre i nuovi venuti. È questo contesto che ha complicato non poco un problema già di suo non semplice da affrontare.

In tutti i paesi europei si assiste ad un risveglio identitario notevole delle comunità di immigrati secondo linee etniche. Se nella realtà olandese il contrasto si è incentrato sulla questione dei mussulmani, perché quel paese per retaggi coloniali precedenti ha da tempo comunità che si caratterizzano per quella appartenenza religiosa, in Francia il tema si articola di più su linee di appartenenza etnica (gli africani contro gli europei), in Gran Bretagna c’è un mix tra questioni religiose e questioni etniche (pachistani, indiani, ecc.), in Italia c’è anche il problema che ogni tanto esplode delle comunità cinesi, in Germania quello della comunità turca.

Non c’è dunque solo il tema dello sfruttamento di chi provenendo da realtà di sottosviluppo è più facilmente preda delle rapacità marginali del mercato del lavoro, perché in Olanda, come del resto in altri paesi, c’è una forte presenza di comunità che sono ormai sul piano della cittadinanza integrate (spesso sono immigrati di terza o quarta generazione), ma che riscoprono radici vere o mitizzate che avevano rimosso. Anche qui il fenomeno non è nuovo se si pensa alla riscoperta nei decenni passati della “africanità” fra i neri d’America a fronte di rigurgiti razzisti nella loro società.

Il fatto è che, come ricordavamo, le identità sempre più in crisi delle società occidentali producono una strana schizofrenia: da un lato esse continuano a presumersi “superiori” e tengono ai margini coloro che provengono dall’esterno, dall’altro sono in crisi e non riescono a trasmettere valori in cui viene voglia di inserirsi. Si tratta certo di una semplificazione del problema, ma fino ad un certo punto, perché qui si genera una spirale perversa: per difendersi da questa “inferiorità” e per non frasi risucchiare nel vuoto di valori che si avrebbe una volta abbandonata una certa tradizione, le comunità immigrate si rilanciano arroccandosi nei loro “miti fondativi” (come spiegare altrimenti l’attaccamento a costumi come burqua e velo che sono scomparsi o marginalizzati nei paesi islamici evoluti, essendo costumi sociali e non precetti religiosi?). Per reazione poi a chi ostenta la propria “diversità” il sistema culturale dell’occidente in crisi risponde con una ostentazione contraria della sua “superiorità” e con la velleità di poter espellere ciò che non si integra.

La spirale è terribilmente pericolosa tanto sul piano sociale quanto su quello politico. Non può però essere interrotta con qualche gesto isolato di buona volontà o negando semplicemente l’esistenza del problema con l’attribuirla alla “cattiveria” di questo o di quello. Si deve dunque mettere seriamente al lavoro lo strumentario di interventi che sono a disposizione non solo della politica (accentuare la cultura dell’eguaglianza dei diritti; favorire l’integrazione in tempi normali nella cittadinanza; mettere a disposizione di tutti i circuiti della rappresentanza; ecc.) ma soprattutto della cultura: è questa che deve “disarmare gli animi” da una parte e dall’altra della barricata.

Perché se non incentiveremo un dialogo aperto a tutto campo in cui non sia concesso a nessuno di trincerarsi dietro presunti diritti inalienabili delle identità, ma sia invece richiesto a tutti di rispondere positivamente alle domande che ci pone una società profondamente trasformata che ha bisogno di una nuova cultura unificante, non usciremo davvero in maniera positiva da questa difficile contingenza storica. IM 6

 

 

 

 

 

La Repubblica: l’editoriale. L'abuso di potere

 

Poichè «la sostanza deve prevalere sulla forma», secondo il nuovo comandamento costituzionale berlusconiano recitato dal presidente del Senato Schifani, il governo della Repubblica ha sanato ieri con una legge di comodo gli errori commessi dal Pdl, che avevano portato all´estromissione di Formigoni dalle elezioni in Lombardia e della lista berlusconiana a Roma.

Questo gesto unilaterale compiuto dalla maggioranza a tutela di se stessa può sembrare una prova di forza. È invece la conferma di un´atrofia politica di base e di vertice, che somma un vizio finale alle colpe iniziali, rivelando il vero volto che nei sistemi democratici assume la forza quando è senza politica, e fuori dalle regole che la disciplinano e la governano: l´abuso di potere.

 

Non c´è alcun dubbio che una competizione elettorale senza il principale partito è anomala, e il problema riguarda tutti i concorrenti (non solo gli esclusi), perché riguarda il sistema intero e il diritto dei cittadini di poter esercitare compiutamente la loro scelta, con tutte le parti in campo. Ma se il problema interpella tutti, le responsabilità di questa anomalia - che in forme diverse si è verificata a Roma e a Milano, con firme false e termini per la presentazione delle liste non rispettati - sono di qualcuno che ha un nome preciso: il Pdl. Non c´entra nulla il "comunismo", questa volta, e nemmeno c´entrano le "toghe rosse". È lo sfascio della destra che produce il suo disastro, perché quando la locomotiva della leadership non funziona più, e non produce politica, tutti i vagoni si arrestano, o deragliano senza guida.

 

Ora chi chiede a tutti i concorrenti di farsi carico del problema nato in Lombardia e nel Lazio, con un gesto di responsabilità politica condivisa nei confronti dell´avversario e del sistema, non ha mai nemmeno pensato di assumersi preliminarmente le sue responsabilità, ammettendo gli errori commessi, chiamandoli per nome, prendendosi la colpa. Non è venuto in mente al leader di dichiarare che si attendono le pronunce delle Corti d´Appello e dei Tar chiamati a dirimere con urgenza i due casi, e deputati a farlo, nella normalità democratica e istituzionale, e nella separazione dei poteri.

 

Nulla di tutto questo. Soltanto lo scarico delle responsabilità sugli altri, la tentazione della piazza, la forzatura al Quirinale, l´altra notte, con il Presidente Napolitano, nel tentativo di varare un decreto che intervenisse direttamente sulla normativa elettorale, riaprendo i termini ad uso e consumo esclusivo del partito berlusconiano. Quando il Capo dello Stato si è reso indisponibile a questa ipotesi, la minaccia immediata di due Consigli dei ministri, convocati e sconvocati tra la notte di giovedì e la mattinata di ieri. Una giornata in affanno, per il Premier, anche per il fermo "no" che ogni sua ipotesi di forzatura trovava da parte dell´opposizione, da Bersani a Di Pietro a Casini. Infine, l´abuso notturno del decreto, mascherato dalla forma "interpretativa", che va a leggere a posteriori nella mente del ministro le intenzioni di quando dettò le norme elettorali di procedura, ritagliando a piacere una soluzione su misura per gli errori commessi dalla destra a Roma e a Milano.

 

Le norme elettorali sono materia condivisa e indisponibile per una sola parte in causa, soprattutto quando opera a palese vantaggio di se stessa, sotto gli occhi di tutti, e per rimediare a quegli stessi suoi errori che violando le regole l´hanno penalizzata nella corsa al voto. Intervenire da soli, ex post, con norme retroattive, a meno di un mese dalla scadenza elettorale, scrivendo decreti che ricalcano clamorosamente gli sbagli commessi per cancellarli, è un precedente senza precedenti, che peserà nel futuro della Repubblica, così come pesa oggi nel logoramento delle normative, nella relativizzazione delle procedure, nella discrezionalità degli abusi, sanati a vantaggio del più forte. In una parola, questo abuso pesa sulla democrazia quotidiana che fissa la misura di se stessa - a tutela di ognuno - in passaggi procedurali che valgono per tutti.

 

Al Presidente del Consiglio non è nemmeno venuto in mente di consultare direttamente le opposizioni. Di chiedere un incontro congiunto con i suoi capi, di presentarsi dicendo semplicemente la verità, e cioè denunciando gli errori compiuti dal suo schieramento, assumendosene interamente la responsabilità come dovrebbe fare un vero leader, chiedendo se esiste la possibilità di un percorso condiviso di comune responsabilità per rendere la competizione completa e reale dovunque, nell´interesse primario dei cittadini elettori. Tutto questo, che dovrebbe essere un elementare dovere istituzionale e politico, è tuttavia inconcepibile per una leadership eroica e monumentale, che non ammette errori propri ma solo soprusi altrui, mentre prepara abusi quotidiani.

 

Quest´ultimo, con la falsa furbizia del decreto "interpretativo" (la legge da oggi si applica solo per gli avversari, mentre per noi stessi la si può "interpretare", accomodandola), completa culturalmente la lunga collana di leggi ad personam, che tutelano la sacralità intoccabile del leader, sottraendolo non solo alla giustizia ma all´uguaglianza con suoi concittadini. Anzi, è l´anello mancante, che collega la lunga serie di normative ad personam al sistema stesso, rendendolo in solido oggetto dell´arbitrio del potere: persino nelle regole più neutre, come quelle elettorali, scritte a garanzia soltanto e soprattutto della regolarità del momento supremo in cui si vota.

 

Nella concezione psicofisica del potere berlusconiano, la prova di forza rassicura il Premier, dandogli l´illusione di crearsi con le sue mani la sovranità stessa, fuori da ogni concerto con l´opposizione, da ogni limite di legge, da ogni controllo del Quirinale. Un´autorassicurazione che nasce dal prevalere della cosiddetta "democrazia sostanziale" rispetto a quella forma stessa della democrazia che sono le regole, la trasparenza e le procedure, vilipese a cavilli e burocrazia. Emerge dallo scontro, secondo il Premier, l´irriducibilità del potere supremo, che rompe ogni barriera di consuetudine e di norma se soltanto lo ostacolano, e non importa se la colpa è sua: anzi, da tutto ciò trae l´occasione di fondare un nuovo ordine di fatto, che basa sullo stato d´eccezione, fondamento vero della sovranità di destra.

 

Ma c´è, invece, qualcosa di crepuscolare e di notturno in questa leadership affannosa e affannata che usa la politica solo per derogare da norme che non sa interpretare nella regolarità istituzionale, mentre è costretta a piegarle su misura della sua necessità cogente e contingente, a misura di una miseria politica e istituzionale che forse non ha precedenti: e non può trovare complici. Le opposizioni, tutte, lo hanno capito. Molto semplicemente, un leader e uno schieramento che hanno bisogno di un abuso di potere in forma di decreto anche per poter continuare a fare politica, non possono avere un futuro. EZIO MAURO LR 6

 

 

 

 

La riforma della farnesina. Diplomazia, una riforma per dare più peso all’Italia

 

La “grande riforma” della diplomazia italiana è entrata finalmente nella fase decisiva. Dopo il primo “sì” del Consiglio dei ministri, il progetto entro Pasqua passerà al vaglio dei pareri (obbligatori ma non vincolanti) delle Commissioni parlamentari e quindi se tutto procederà secondo le previsioni entro la fine di aprile sarà varato nella sua forma definitiva per diventare rapidamente operativo. L’iter non dovrebbe incontrare ostacoli e tutto lascia presumere che sarà approvato con voto bipartisan di maggioranza ed opposizione in quel «clima di serenità di spirito» che dovrebbe essere normale soprattutto quando si tratta della tutela degli interessi nazionali ma che in Italia rappresenta purtroppo un’eccezione.

Le linee fondamentali della riforma ricalcano il progetto fortemente sostenuto dal ministro Frattini e dall’attuale segretario generale della Farnesina, ambasciatore Massolo. «Il progetto di riorganizzazione secondo le parole dello stesso Frattini si è sviluppato intorno a tre concetti fondamentali, a tre assi portanti del “modo di porsi” dell’Italia sulla scena globale: la sicurezza in senso politico-internazionale, la dimensione europea e il “sistema Paese”. L’impianto prevede che le direzioni generali non siano più divise per aree geografiche bensì per aree tematiche coincidenti con le priorità strategiche del nostro Paese: 1) affari politici e sicurezza; 2) mondializzazione e questioni globali; 3) promozione del sistema Paese; 4) Unione europea; 5) italiani all’estero e politiche migratorie; 6) cooperazione allo sviluppo; 7) risorse e innovazione; 8) patrimonio, informatica e comunicazioni. Una competenza particolare toccherà al direttore generale per gli affari politici e la sicurezza, dotato di una sorta di potere “trasversale” e d’intervento in vari settori.

Dunque, il numero delle direzioni generali scenderà da tredici ad otto e si allineerà con le strutture organizzative dei principali partners europei (Francia, Germania, Regno Unito e Spagna). La grande novità è costituita dal tentativo di consolidare il ruolo del ministero degli Esteri come perno della promozione economica del “sistema Italia”. Di qui l’introduzione della figura dell’ambasciatore-manager cioè di un capo missione in grado di gestire autonomamente e con flessibilità le dotazioni finanziarie della propria sede. Il che naturalmente comporta un lavoro aggiuntivo e non sostitutivo delle tradizionali funzioni affidate ai diplomatici. Per poter funzionare la riforma non può non prevedere un rapporto più stabile e strutturato tra la Farnesina e il ministero dell’Economia.

È evidente che la riorganizzazione ministeriale era diventata indispensabile per consentire alla nostra diplomazia di essere al passo con i tempi di un mondo globalizzato e sempre più interdipendente. Ma non ha torto chi osserva che il successo del progetto è legato anche ad un contemporaneo approfondimento strategico sulle scelte della politica estera nazionale che dovrebbe impegnare ampi settori della società civile e del mondo politico. In verità, uno strumento esiste ed è quel “forum” strategico istituito alla Farnesina durante il governo Prodi-D’Alema e mantenuto in attività dall’attuale governo con riunioni e analisi periodiche che dovrebbero avere diffusione e risonanza maggiori proprio per sollecitare quella riflessione sugli “interessi nazionali” in concomitanza con gli appuntamenti dell’integrazione europea. PAOLO CACACE IM 7

 

 

 

 

 

Inchiesta riciclaggio, le nuove carte. L'ambasciatore in Belgio Siggia offrì aiuto a Di Girolamo

 

Il "pallino" della politica per l'affarista romano. "Andrini? L'ho già pagato".

Mokbel: "Brancher dietro il nostro partito"

 

ROMA - Il pallino di Gennaro Mokbel era la politica. Per gli altri della banda, contavano forse di più i soldi. Emergono così dalle intercettazioni depositate dalla procura di Roma i legami e le relazioni che hanno permesso di costruire una frode al Fisco di oltre trecento milioni di euro, con la collaborazione di alcuni manager di Fastweb e di Telecom Italia Sparkle. Gli ex vertici, Silvio Scaglia e Stefano Mazzitelli, sono finiti in carcere, mentre dalle carte si chiarisce il ruolo dell'ambasciatore italiano a Bruxelles e spuntano nomi nuovi, come quello di Aldo Brancher, parlamentare del Pdl, già al centro dello scandalo Antonveneta e definito l'uomo di raccordo con la Lega di Umberto Bossi.

 

Brancher dietro il partito di Mokbel. È il 18 marzo 2008, neanche un mese prima delle elezioni politiche del 13 e del 14 aprile 2008, quando Gennaro Mokbel parla al telefono dei suoi intenti politici e degli appoggi sui quali contare: "Noi siamo un partito, il Partito federalista italiano... (Questa) è una richiesta fatta da Brancher e Brancher è il braccio destro di Berlusconi e Tremonti, praticamente l'uomo operativo che screma qualsiasi iniziativa e poi la porta avanti".

 

L'ambasciatore a Bruxelles.  "L'ambasciatore vi ha invitato a pranzo, per cui...È un amico è proprio un amico, per cui...". Stefano Andrini, ex ad dell'Ama servizi (l'Azienda municipale per l'ambiente del Comune di Roma) ha organizzato un viaggio in Belgio per Di Girolamo per "programmare - scrive la procura - l'iscrizione del candidato all'Aire (Anagrafe degli italiani all'estero ndr) del consolato italiano". Il 14 febbraio 2008 l'aspirante candidato riceve una telefonata da Andrini. A: "Io avevo scelto Bruxelles fra le tante cose perché io so che l'ambasciatore è un amico...". E Di Girolamo: "No... no... dovremmo avercela fatta". Alle 23,31 della stessa sera Di Girolamo contatta Giorgia Ricci, moglie di Mokbel. D: "Vabbè ho fatto proprio il ciriola, ho fatto il galante.... e dopo chi ci ha dato una mano invece grossa è stato poi l'ambasciatore". È lo stesso ambasciatore, Sandro Maria Siggia, a offrire il proprio aiuto a Di Girolamo: "Se lei vuole io ho tre o quattro avvocati di fiducia dell'ambasciata".

 

Di Girolamo e l'ambasciatore Siggia. D: "Ambasciatore io sono rimasto, lei ci crede che ho fatto una fotocopia della sua lettera..... l'ho portata a casa e c'avevo i brividi.... e i miei figli hanno avuto i brividi.... per cui lei continua essere il detentore di grandi emozioni per la mia famiglia e adesso la vogliono conoscere tutti. S: "Eehhh.... venite a Bruxelles ... sarete ospiti da noi". D: "La ringrazio di cuore... al di là di ogni cosa.... però è stata una certificazione che non mi aspettavo". S: "Ma per carità.... Senta, io le volevo dire... sa... siccome lei è l'unica persona che è stata eletta in Belgio. D: "Si...". S: "Sa i giornalisti chiedono di lei e ce ne uno belga che voleva sapere quale è il suo studio legale in Belgio ... il suo recapito. Io ho detto che non lo sappiamo per la privacy.... però io volevo dirle insomma ... bisogna che in un certo senso troviamo un modo". D: "Certo...". S: "Io la volevo avvertire perché è bene che lei .... insomma stabilisca in un certo senso... un recapito.... dicendo che lei di tanto in tanto.... lei si reca a Bruxelles per i suoi affari".

 

Il direttivo di An. Nella conversazione del 14 febbraio 2008 Andrini comunica a Di Girolamo l'inserimento nella lista di candidati. A: "Il paradosso è che a te ti hanno messo al Senato e a lui (Gianluigi Ferretti) l'hanno tolto perché c'è Tremaglia che rompe le palle... per cui per sacrificare qualcuno... Tremaglia aveva messo ieri il veto, per me, per un altro in Brasile e per Ferretti...... oggi Fini ha tolto per me e per quello in Brasile ma per dargli qualcosa a Tremaglia... qui siamo al delirio perché un partito politico non può funzionà così... però per dargli un osso a Tremaglia ha tolto Ferretti". Andrini afferma che avrebbe cercato di fare un "ulteriore intervento su Alemanno". Due giorni prima la procura aveva intercettato conversazioni che dimostravano "l'interessamento di Andrini per presentare Mokbel e Di Girolamo all'onorevole Marco Zacchera, parlamentare vicino ai vertici di An".

 

"Cinquanta mila euro per Andrini". "Sapendo che facevo politica - spiega Mokbel a Di Girolamo parlando di Andrini - ha provato a ricontattarme un paio di volte, ci siamo visti... Però, Nico', può essere che se lui viene trombato un domani, si aspetta qualcosa da noi, questo qualcosa è 50 mila euro che io gli ho già dato in parte... Pagato... Mi fai candidà a Nicola, 50 mila... Ti ho pagato... Tu però, che cosa vuoi da Nicola?...". LR 7

 

 

 

Garavini/Porta: la Farnesina richiami a Roma l’Amasciatore a Bruxelles Siggia, “colluso” con Di Girolamo

 

Roma - Dopo il caso Di Girolamo, per "tutelare il buon nome del nostro Paese all'estero, ed in particolare in Belgio dove tanti nostri connazionali sono ben inseriti nella vita sociale e civile", la Farnesina dovrebbe "procedere immediatamente a richiamare in Italia l'attuale ambasciatore in Belgio, Sandro Maria Siggia, ed a provvedere ad un suo avvicendamento". Questa la richiesta contenuta nell’interrogazione che i deputati del Pd Laura Garavini e Fabio Porta hanno presentato giovedì al Presidente del Consiglio Berlusconi e al Ministro degli esteri Frattini.

"Nella recente inchiesta della procura della Repubblica di Roma sulla falsa attestazione della residenza in Belgio del senatore Nicola Di Girolamo – argomentano in premessa – sono emersi, secondo quanto riportato dagli organi d'informazione, profili che riguardano un possibile coinvolgimento dell'attuale Ambasciatore italiano in Belgio, Sandro Maria Siggia; secondo le stesse fonti lo stesso si sarebbe adoperato con consigli e segnalazioni per far ottenere al senatore Nicola Di Girolamo una falsa attestazione di iscrizione nell'elenco degli italiani residenti all'estero, indispensabile per poter essere candidato e successivamente eletto; nella stessa inchiesta e per la medesima vicenda risultano coinvolti anche personaggi in collegamento con esponenti della criminalità organizzata".

I due deputati, quindi, chiedono "se non ritenga necessario, al fine di tutelare il buon nome del nostro Paese all'estero, ed in particolare in Belgio dove tanti nostri connazionali sono ben inseriti nella vita sociale e civile, procedere immediatamente a richiamare in Italia l'attuale ambasciatore in Belgio, Sandro Maria Siggia, ed a provvedere ad un suo avvicendamento". (aise)

 

 

 

 

I verbali della 'ndrangheta in Senato. "Di Girolamo vide le schede false, rideva". Il “ruolo” di Giovanni Gabriele a Stoccarda

 

Nelle intercettazioni le parole di Mokbel e Marcori sui voti procurati all'ex senatore.

E spunta anche una telefonata della Mambro alla moglie dell'affarista - di MARINO BISSO, CARLO PICOZZA ed ELSA VINCI

 

ROMA - "Rideva, rideva... Era proprio contento, contentissimo... Io gli ho fatto vedere pure le immagini (delle schede elettorali "votate"; ndr).... Era felicissimo". È Nicola Di Girolamo, detto Nic, così come esce dalla descrizione di Roberto Marcori e Gennaro Mokbel che il 9 aprile 2008, al telefono, raccontano dei "voti" procurati ad arte per il loro sodale che è già entrato nei panni di senatore della Repubblica italiana, "eletto" nella circoscrizione Estero, con anticipo di qualche giorno sui risultati dei voti in Italia. È quanto emerge dalle carte dell'inchiesta che ha travolto l'ex senatore Pdl, e due società come Telecom e Fastweb.

 

Le schede elettorali portate con il furgoncino. È il 7 aprile 2008 quando Gennaro Mokbel, grande sostenitore di Di Girolamo, chiama Roberto Marcori (che si autodefinisce "rappresentante del senatore" in un incontro "con l'onorevole Romagnoli"). Marcori riferisce che "uno è arrivato con un furgone che gli ha portato 320 schede elettorali". Ed è proprio Marcori il trait d'union tra Mokbel al vertice dell'organizzazione elettorale pro Di Girolamo, e gli italiani in Germania, aiutato in questo compito da Giovanni Gabriele, domiciliato a Stoccarda e da altri calabresi. Molti di questi, per gli inquirenti, "fanno parte dell'entourage delinquenziale".

 

I ringraziamenti del "senatore" e i 2 mila euro per il "lavoro". In una conversazione del 10 aprile 2008, Marcori chiama Gabriele e gli passa Di Girolamo che lo ringrazia per il "lavoro". Marcori lo informa di aver fatto delle foto al Consolato e che quasi sicuramente il suo interlocutore diventerà senatore: "Ieri notte siamo andati al consolato e abbiamo fatto l'ultimo sforzo fino a fotografare l'evento. Comunque, qua l'aspettano". Di Girolamo conferma e annuncia che presto andrà in Germania per ringraziare. Quindi Marcori chiede i dati anagrafici di Gabriele per spedirgli 2 mila euro.

 

La telefonata con il capo clan. Marcori il 12 aprile chiama Gabriele e gli passa Franco Pugliese, riferimento della 'ndrangheta in Germania. Questo manifesta la gratitudine sua e degli "amici": "Ti ringrazio io, il senatore che è qui presente, l'avvocato Paolo Colosimo e tutti gli amici... Grazie veramente per quello che hai fatto". Poi Pugliese passa il telefono a Di Girolamo che dopo averlo ringraziato gli promette di andarlo a trovare in Germania "in qualità di neoeletto". La conferma dei risultati elettorali arriva il 16 aprile. Colosimo si congratula con Di Girolamo e chiede se può avvisare i loro "amici".

 

Mokbel, Di Girolamo e l'eversione di destra. I magistrati romani dedicano centinaia di pagine ai rapporti di Gennaro Mokbel con esponenti dell'estremismo di destra. Sono decine le telefonate intercettate tra la coppia e i notissimi Francesca Mambro e Valerio Fioravanti. Il 3 luglio 2007 Giorgia Ricci riceve una telefonata dalla Mambro, che chiede informazioni sul tesseramento per l'adesione ad Alleanza federalista, il progetto politico di Mokbel. Mambro: "Ma i miei parenti li volete?". Ricci: "Perché no?".

 

I rapporti tra Focarelli e Cable&Wireless. Da una telefonata dell'11 gennaio 2007 tra Carlo Focarelli, considerato dagli inquirenti la mente finanziaria della truffa al Fisco, e una donna inglese, tale Janet, emergerebbe un accordo tra le società di Focarelli e la stessa Cable & Wireless, guidata fino al 2006 da Francesco Caio, già manager di Omnitel insieme con Silvio Scaglia. Janet: "Abbiamo ricevuto una lettera da Kislos...". Focarelli: "Sì quella lettera in realtà non diceva niente, o quasi niente. Quello che voglio sapere è se questo è permesso dall'accordo". Janet: "Va bene". Focarelli: "Quello che vorrei sapere è prima di tutto, questo è certo, se noi annulleremo l'accordo con loro, e se interromperemo l'acquisto del traffico". Janet: "Giusto". Focarelli "Nonostante ciò, quello che vorrei fare, perché lui mi ha telefonato appena prima di Natale, dicendo che Cable&Wireless ha deciso di togliere dal mercato "Santilina". Ora questo mi sembra una gran cavolata, va bene? È una presunzione".

 

I soldi del riciclaggio ai dirigenti Fastweb. Le indagini hanno permesso di ricostruire il passaggio di fondi provenienti dal riciclaggio dell'operazione Phuncard sui conti personali di una banca a Hong Kong intestati a Bruno Zito (ex responsabile ufficio marketing di Fastweb) e al suo collaboratore Giuseppe Crudele. A disporre la dazione che gli inquirenti definiscono come "compensi per la frode fiscale" è Carlo Focarelli, che gira sui conti della Standard Chartered nell'ex-colonia britannica 900mila euro a testa il 25 luglio 2006, assieme ad altri pagamenti fino a un massimo di 4,1 milioni disposti a ottobre dello stesso anno. Allo stato delle attuali consulenze investigative, sottolineano le carte dei Ros, "non sono emersi bonifici bancari riconducibili a soggetti di Telecom Italia Sparkle".

 

I rapporti tra Mockbel e Coppola. Dalle carte dell'inchiesta emergono anche "non meglio definiti" - come scrive il Ros - rapporti tra Gennaro Mockbel e l'immobiliarista Danilo Coppola. La conoscenza tra i due è provata dalle parole di Roberto Macori, braccio destro di Mockbel che il 23 marzo 2007, giorno in cui Coppola ha cercato di suicidarsi in carcere, scherza al telefono con Paul Colosimo, il suo legale: "Ahh senti un'altra cosa... - dice - io c'ho Rh positivo e c'ho pure la tessera dell'Avis, se serve la donazione per quell'amico nostro". I rapporti però, dicono le carte, andrebbero oltre la pura conoscenza. A confermarlo è lo stesso Mockbel al telefono con l'ex senatore Nicola Di Girolamo, che ha assistito sia lui che Coppola in un complesso contenzioso fiscale con Equitalia Gerit. "Ma che sta a combinà? - chiede all'avvocato riferendosi all'immobiliarista - . Lo voglio capì pure io scusa, visto che a quello gli ho dato, cioè c'ho rimesso dei soldi. .. c'ho fatto rimette tempo a quello che sta con me... Ohu! Io con questa storia non voglio avere più un cazzo a che fare proprio!". Quanto emerge dalle conversazioni sopra riportate - scrivono i Ros - e dalla rocambolesca soluzione dei loro guai con l'erario "seppure non evidenzi sufficienti elementi per comprendere i possibili intrecci economici tra i due, fa emergere ancora una volta il grado di infiltrazione dell'organizzazione indagata nella pubblica amministrazione".

 

Scaglia dai pm. 13 marzo 2007, Silvio Scaglia, fondatore di Fastweb e numero uno dell'azienda venne convocato per la prima volta dai pm. È indagato. Scaglia nega di conoscere uno dei promotori della frode (Carlo Focarelli), ma mostra di conoscere benissimo sia la società che proponeva l'affare (Cmc) sia il modo in cui funzionava. "Il tema Focarelli non è mai esistito per me o per Fastweb in generale", mette a verbale Scaglia. "La domanda fondamentale è, ma ci guadagniamo veramente o no. E anche qui eravamo un po' al limite. Nel senso che era un business dove noi all'inizio pagavamo per ogni 100 lire, 100 più Iva e incassavamo 100 più 7 di margine, andando a credito di Iva. Il vero tema era: ce la faremo a recuperare l'Iva in tempi coerenti con il margine?". A un certo punto Scaglia decide di chiudere il business perché era diventato finanziariamente pericoloso. Per evitare che il fatturato esplodesse, visto che i ricavi reali erano enormi rispetto al fatturato di Fastweb si decise anche di cambiare il contratto e fare un mandato di rappresentanza, per cui venivano iscritti a bilancio solo i margini e non i ricavi interi. "In base alla ricostruzione di allora era un business reale ed esistente".

 

La denuncia di Parisi. Dopo l'uscita dell'articolo di Repubblica, l'ad di Fastweb, Stefano Parisi, denuncia alla Consob e alla procura di Milano manovre speculative sul titolo. "Appare evidente - scriveva nella missiva Parisi - che qualcuno si sta avvalendo di tali artifici nell'ottica di un'operazione di rastrellamento". Nella lettera, Parisi sottolineava che Fastweb era coinvolta "solo in via marginale" nell'inchiesta.  LR 6

 

 

 

 

Saarland. Scuse dall’Ambasciata  al Governatore Müller. A Saarbrücken resta “una presenza consolare”

 

Il Coordinamento Esteri della   Confsal Unsa ha appreso con soddisfazione che il Ministero degli Affari Esteri ha riveduto le proprie posizioni nei confronti del Governatore del Saarland Peter Müller.

Da  un comunicato stampa del 3 marzo u.s. della Cancelleria di Stato di Saarbrücken  si apprende infatti che “Il Governo italiano desidera mantenere a Saarbrücken  una presenza consolare ufficiale.”

Anche se le modalità precise dovrebbero essere ancora fissate, si tratterebbe in ogni modo di una rappresentanza  della Repubblica Italiana nel Saarland “adeguata alla stretta collaborazione e alla  forte amicizia tra l'Italia ed il Saarland” così scrive l'Ambasciatore d'Italia a Berlino Valensise al Governatore Müller.

 Lo stesso comunicato rende altresì noto che “L'Ambasciatore Valensise  si scusa  contemporaneamente con il Ministro Presidente Peter Müller per le affermazioni del Sottosegretario Alfredo Mantica rilasciate nel corso di un dibattito alla Camera dei Deputati e assicura che le affermazioni riportate dalla stampa non rispecchiano la vera opinione del Sottosegretario”.

Con riferimento al comunicato suddetto il Coordinamento Esteri della Confsal Unsa afferma che uno “sportello consolare” con due impiegati, la cui apertura è stata peraltro già  annunciata  ufficialmente a Saarbrücken per il primo luglio di quest'anno, non può essere inteso come quel tipo di rappresentanza che sarebbe  adeguata alla stretta collaborazione ed amicizia tra Italia e Saarland  a cui si fa accenno nella lettera  indirizzata  dall'Ambasciatore al Governatore Müller.

Il Coordinamento Esteri della Confsal Unsa auspica pertanto che  le affermazioni ufficiali rese dall’ Ambasciatore  a Berlino sulla problematica non vengano ora smentite dalle  disposizioni diramate in materia di razionalizzazione dall’Amministrazione degli Esteri, e che venga  rispristinato al più presto il progetto di apertura di un'Agenzia Consolare nella capitale del Saarland nell’interesse dei rapporti fra i due Stati , nonchè della cittadinanza italiana. Confsal Unsa Coordinamento Esteri

 

 

 

 

Lettera aperta del Presidente del Comites di Saarbücken al Sottosegretario Senatore Alfredo Mantica

 

Il Presidente del Comites di Saarbrucken Giovanni Di Rosa ha inviato la seguente "lettera aperta" al sottosegretario agli esteri Alfredo Mantica in merito alla chiusura del consolato nella Saar, sottolineando la disponibilità delle autorità all’apertura di uno sportello consolare nella città di Saarbrücken

 

Saarbrücken - Egregio senatore Mantica, in qualità di presidente del Comites di Saarbrucken sento il dovere di farla partecipe di alcune mie riflessioni sugli ultimi eventi, dai quali potrebbe essere stata rafforzata ancor di più la sua decisione di ridurre il Consolato d’Italia di prima classe di Saarbrucken ad un semplice sportello consolare.

La prego innanzitutto di non offendersi ed accettare questa mia forma di lettera aperta, in quanto mi sembra l’unico mezzo idoneo per coinvolgere le numerose persone interessate. Infatti, è sotto gli occhi di tutti la reazione provocata da presunte dichiarazioni di alcuni politici del Saarland così come le sono state riferite dal responsabile dell’Ufficio consolare italiano di Saarbrucken, secondo la stampa locale, in una missiva del 30 dicembre del 2009.

Il nostro console ha fatto certamente soltanto il suo dovere nel fornirle importanti informazioni sulle tendenze e sulle preferenze dei suoi interlocutori presso la Cancelleria di Stato di Saarbrucken.

Sembra pertanto evidente che l’avvertimento fatto dal nostro console, di non "offendere" i politici locali con la chiusura del consolato, sia stato interpretato come una sorta di imposizione cui lei, naturalmente, non poteva sottostare.

Il 6 gennaio di quest’anno anch’io ho avuto l’onore di essere ricevuto dal Capo del Governo sarrese, Peter Muller. Il governatore ha voluto conoscere personalmente il nuovo presidente del Comites, dopo le elezioni della primavera 2009.

Durante il cordiale colloquio, egli ha voluto assicurare anche il Comites della disponibilità di ospitare nei locali della Cancelleria di Stato sarrese un "ufficio consolare" che permetta ai connazionali di poter fruire dei servizi in loco senza doversi recare a Francoforte.

Per quanto concerne le dichiarazioni del Capo della Cancelleria, Ministro Rauber, in merito ad un "ufficio consolare" che sia "indipendente" da Francoforte, era stato inteso come concetto di "indipendenza amministrativa" che permetta semplicemente di fruire direttamente sul posto di servizi consolari.

Il governatore Muller e il suo ministro Rauber sanno benissimo che non esistono, sia in Germania che in Italia, "uffici consolari indipendenti".

Le loro osservazioni sono state più che ragionevoli, così come riferite dal nostro console che ha giustamente diramato le necessarie informazioni per evitare eventuali "polemiche diplomatiche" e che non ha riferito di "offese di fronte all’apertura di una agenzia consolare".

Al nostro console, Susanna Schlein, vanno i ringraziamenti del Comites per aver tutelato gli interessi della collettività italiana e dello stesso Governo a Roma, indicando doverosamente e con coraggio possibili reazioni dovute ad eventuali decisioni di chiusura.

Concludo, egregio senatore, richiamando alla sua attenzione lo spessore politico dei nostri interlocutori in questo Governo regionale. L’Italia deve molto al governatore Peter Muller. Infatti, fu proprio lui a trattare la stesura definitiva della legge tedesca sull’integrazione del 2002 che introduceva di fatto il concetto di "doppia cittadinanza". La legge fu approvata all’unanimità quando Peter Muller ne trattò la stesura a nome del suo partito, la Cdu, all’epoca partito d’opposizione nel Bundestag.

Deve anche sapere, egregio senatore, che chi le scrive milita da parecchi anni nelle fila del partito Spd e che da diverse legislature fa parte del Consiglio comunale di dove risiede, ma che non ha problemi nel riconoscere i grandi meriti di Peter Muller nel processo di integrazione degli italiani in Germania.

Pertanto, a nome di questo Comites, la esorto a voler rivedere la sua decisione della chiusura del nostro Consolato, volendo nuovamente prendere in considerazione la possibilità di apertura di una "Agenzia consolare" come auspicato sia dalla collettività italiana qui residente, da tutti politici locali e dalla sua stessa amministrazione prima dell’errata interpretazione di reazioni mai esternate.

Con l’augurio di buon lavoro nella gestione della riforma della nostra rete consolare, tanto delicata quanto necessaria, le porgo, egregio senatore, i miei più cordiali saluti.

Giovanni Di Rosa, Presidente Comites Saarbrücken (de.it.press)

 

 

 

 

Gli italiani a Friburgo: primi come stranieri residenti, secondi come turisti. Il Console Igor visita il sindaco

 

Il Console d’Italia a Friburgo, Igor Di Bernardini, accompagnato dal Dirigente Scolastico, dott. Andrea Gatti, e dalla Segretaria, Sig.ra Filomena Trinchitella,  ha incontrato il Sindaco di Friburgo, dott. Dieter Salomon, lo scorso 24 marzo presso il Comune di Friburgo.

Col Sindaco di Friburgo, il Console ha affrontato vari punti relativi ai rapporti tra la Città e l’Italia, considerato tra l’altro che gli italiani costituiscono la comunita´straniera piu´numerosa residente in citta´e il secondo gruppo di turisti dopo gli svizzeri. In particolare, insieme al Dirigente Scolastico, è stata affrontato il complesso tema dell’integrazione scolastica degli italiani in Germania, soprattutto nella Città di Friburgo dove ancora i risultati scolastici degli studenti italiani non possono del tutto ritenersi soddisfacenti. Il Sindaco di Friburgo si è mostrato consapevole del problema e desideroso di spendere la propria influenza nella direzione di un possibile, futuro miglioramento della situazione. All’incontro col Sindaco di Friburgo, seguirà un incontro in materia con l’Assessore Stuklich, competente per le tematiche scolastiche.

Il Sindaco di Friburgo si è infine detto desideroso di valorizzare la presenza italiana in Città per il tramite della Rappresentanza consolare, allo scopo di metterne in rilievo il valore politico, sociale e culturale mediante la promozione di iniziative congiunte in tali settori. De.it.press

 

 

 

Francoforte.  Santoriello e Tissino riconfermati Coordinatore e Presidente del Circolo PD

 

Francoforte - Giovedì  4 marzo 2010 si è svolta presso il Circolo del PD di Francoforte l’assemblea degli iscritti  al circolo. Nella relazione del coordinatore uscente, sulle attività e le molteplici iniziative svolte dal settembre 2008 fino ad oggi dal circolo, il segretario Santoriello ha sottolineato l’importanza del lavoro politico svolto in questi ultimi due anni, il cui operare,  oltre alle riunioni strettamente politiche, si è arricchito di ulteriori momenti di confronto  con il forum, ora denominato “colloqui italiani” , che ha avuto come  ospiti relatori della Banca centrale, sociologi e autori di libri sull’emigrazione. 

In seguito ha avuto luogo un’ampia discussione sulla questione di una necessaria riforma della legge sulle modalità di voto degli italiani all’estero nonchè sulle prossime iniziative di marzo e aprile 2010.

L’assemblea degli iscritti infine ha riconfermato in modo unanime come segretario del Circolo Michele Santoriello  e come presidente dell’assemblea Roberto Tissino nonchè come tesoriere la signora Wilma Sgiarovello.

L’assemblea ha infine ha approvato la proposta del segretario di nominare  due vicecoordinatori, Simona Caricato e Giancarlo De Simoi e un membro di segreteria nella persona di Giovanni Baranelli.  PD-Francoforte, De.it.press

 

 

 

All’IIC di Monaco incontro con lo scrittore Nanni Balestrini, uno dei fondatori del 'Gruppo 63'

 

Monaco di Baviera - L’Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera annuncia l’incontro con l’autore Nanni Balestrini. L’evento avrà luogo martedì 9 marzo, alle ore 19, presso il Gasteig, Black Box, Rosenheimer Strasse 5 a Monaco di Baviera. In lingua italiana e tedesca, sotto la moderazione di Peter O. Chotjewitz. L’ingresso costa 6 €, alla cassa serale. Organizzano la manifestazione la Volkhochschule di Monaco di Baviera e l’Istituto Italiano di Cultura in collaborazione con la Bayerische Staatsbibliothek di Monaco di Baviera.

Nanni Balestrini, nato a Milano nel 1935, si annovera tra i fondatori del Gruppo 63, una corrente letteraria italiana di neoavanguardia. Balestrini mostra la sua tendenza artistica in liriche sperimentali, opere teatrali, romanzi e mostre. “ La sua opera riflette la storia italiana più giovane. Rappresenta il tentativo di unione tra l’avanguardia estetica e quella politica.” (Jürgen Schneider) Nella sua recente pubblicazione in Germania, Balestrini mostra la sua tendenza sperimentale. Il romanzo, pubblicato negli anni sessanta da Feltrinelli come un “normale” libro, dopo quattro decenni, grazie alle moderne tecniche digitali, viene scomposto nelle sue parti e aggregato in maniera arbitraria da un computer, secondo il piano originario del suo autore.

Per il suo primo romanzo Balestrini aveva immaginato un libro che demolisse l’unicità serializzata della merce riprodotta, a favore di una diversa unicità. Ogni copia sarebbe stata il frutto di un difforme montaggio delle sue componenti. Ed è ciò che l’era digitale oggi trionfante gli permette di realizzare, così che le 2500 copie previste per la tiratura del nuovo Tristano saranno davvero ricombinate una per una automaticamente da una stampante a tal fine predisposta. De.it.press

 

 

 

 

 

Friburgo. Incontro Consolato-Caritas. Profondi legami tra la Caritas e  l’emigrazione italiana in Germania

 

Il Console d’Italia a Friburgo, Igor Di Bernardini, accompagnato dal Dirigente Scolastico, dott. Andrea Gatti, e dalla Segretaria Filomena Trinchitella, ha incontrato il Presidente della Caritas Germania, Peter Neher, a sua volta assistito dal dott. Roberto Alborino, responsabile del settore relativo all’integrazione degli stranieri, lo scorso 26 febbraio presso la sede friburghese della Caritas Germania.

Dopo la presentazione e uno scambio di doni, il dott. Neher ha espresso la propria soddisfazione per la recente decisione della Corte Costituzionale tedesca in tema di Hartz-IV, la quale sostanzialmente accoglie le posizioni in materia assistenziale sostenute dalla Caritas Germania. La Caritas Germania mantiene complesse relazioni col mondo politico tedesco. Mentre sono ottime le relazioni con CDU e SPD, restano piú complicati i rapporti coi rappresentanti dei verdi e della Linke. Il Presidente Neher tra l’altro ha manifestato, come già fatto pubblicamente, la propria irritazione nei confronti di Guido Westerwelle in relazione alle sue posizioni di politica sociale.

Il Console ha rappresentato al dott. Neher la necessità di aumentare gli sforzi in direzione un ulteriore miglioramento del tasso di integrazione sociale degli italiani in Germania, oltreché del loro tasso di successo scolastico. Lo scambio di vedute tra il Console, il Dirigente Scolastico e il Presidente Neher ha consentito di registrare, in proposito, una forte consonanza di posizioni tra quanto sostenuto dalla Caritas Germania e l’Italia.

Il dott. Neher, nel felicitarsi per la bontà dei rapporti di collaborazione con l’Italia, si è detto infine sempre disponibile a lavorare a progetti congiunti che mettano in rilievo i profondi legami esistenti tra la Caritas Germania (nata a Friburgo nel XIX secolo come servizio di assistenza ai primi emigrati italiani)  e la storia dell’emigrazione italiana in Germania e, nel contempo, siano volti ad affrontare concretamente i problemi tuttora esistenti. De.it.press

 

 

 

 

 

Alcune delle iniziative dei prossimi giorni a Monaco di baviera e dintorni

 

-  fino a sabato 30 maggio, c/o Pinakothek der Moderne

   (Barerstr. 40, München) "Gianpaolo Babetto. L'italianità dei gioielli"

   Informazioni presso: www.die-neue-sammlung.de

   Ingresso (per l'intero museo): € 10,-/7,- (domenica: € 1,00)

   Organizza: Die Neue Sammlung - The International Design Museum Munich

   in cooperazione con l'Istituto Italiano di Cultura

 

- martedì 9 marzo, ore 19:00, c/o Istituto Italiano di Cultura

   (Hermann-Schmid-Str. 8, München)

   per la rassegna "Con gli occhi di lei - Mit den Augen einer Frau"

   Film: "La ciociara" (Vittorio De Sica, Italia-Francia 1960, 110', OF)

   Organizza: Istituto Italiano di Cultura

 

- martedì 9 marzo, ore 19:00, c/o Black Box, Gasteig (Rosenheimerstr. 5,

   München) per la rassegna "Italien neu verstehen"

   "Ein Abend mit dem italienischen Autor Nanni Balestrini"

   Incontro (in tedesco ed italiano) con l'autore Nanni Balestrini

   Moderatore: Peter O. Chotjewitz. Ingresso: € 6,-

   Organizza: Münchner Volkshochschule, Istituto Italiano di Cultura,

   Bayerische Staatsbibliothek

 

- martedì 9 marzo, ore 21:00, c/o Filmmuseum in Münchner Stadtmuseum

   (St.-Jakobs-Platz 1, München)

   nell'ambito della rassegna "Retrospektive Lina Wertmüller"

   Film: "Mimì metallurgico ferito nell'onore" (Italia, 1972, 115', OmeU)

   Ingresso: 8,–/4,- €

   Organizza: Filmmuseum München, in collaborazione con l’IIC

 

- mercoledì 10 marzo, ore 19:30, c/o Kino Breitwand Starnberg

   (Wittelsbacherstr.10, Starnberg, Tel: 08151-971800, www.breitwand.com)

   nell'ambito della rassegna "il Cinema Italiano introdotto e commentato

   da Ambra Sorrentino"

   Film: "La caduta degli dei" (Regia: Luchino Visconti, Italia 1969, 150')

 

- venerdì 12 marzo, ore 19:30, c/o Seidlvilla (Nikolaiplatz 1b, München),

  Il venerdì di Emilia: "Arrivederci Monaco"

   Dopo vent'anni di vita a Monaco, vent’anni di lezioni di serate e

   attività culturali, Emilia Sonni Dolce torna in Italia e vuole

   salutare amici e corsisti con una scelta di letture e testi teatrali

   dalle sue serate che hanno avuto più successo.

   Con la partecipazione di Miranda Alberti, Elisabetta Cavani-Halling,

   Dalia Crimi, Franco Mattoni. Al pianoforte: Serena Chillemi.

   Ingresso libero. Organizza: Libreria Itallibri

 

- venerdì 12 marzo, ore 19:30, c/o Istituto Italiano di Cultura

   (Hermann-Schmid-Str. 8, München)

   "Die politische und wirtschaftliche Situation Italiens"

   Relatore: Stefan Köppl, Politische Akademie Tutzing

   Organizza: Società Dante Alighieri Monaco di Baviera e.V.

 

- sabato 13 marzo, ore 20:00, c/o Interim (Agnes-Bernauerstr. 97, München)

  "Eine lustige Musikshow aus Süditalien. Ich habe auch Silvio

   Berlusconi eingeladen, Gottseidank kommt er nicht!"

   Con Alfio (voce, chitarra, armonica a bocca), Loennia Dylane (voce),

   Uwe Kamm (piano), James Sheridan (sassofono)

 

- domenica 14 marzo, ore 10:30-11:15 (per i piccolini, fino a 5 anni e

   mezzo), ore 11:15-12:30 (per i grandicelli, dai 5 anni e mezzo a 10

   anni), c/o Haus-Olymp (Elisabeth-Kohn-Str. 29, München - tram 27 e 12,

   bus 53 e 154) "Il laboratorio dell'italiano"

   Lo scopo delle attività è migliorare le competenze linguistiche,

   sociali e culturali dei bambini di bilinguismo (o plurilinguismo)

   italiano. Ballando, giocando, cantando e disegnando impareremo

   divertendoci.

   Per maggiori informazioni rivolgersi a Marinella Vicinanza-Ott (tel.

   089/30 70 76 35 - maviott@arcor.de). Organizza: Rinascita e.V. de.it.press

  

 

 

 

 

Heppenheim, abusi in una scuola per vip

 

Almeno quattro ex insegnanti sono stati accusati da ex allievi: le vittime sono «tra 50 e 100» La denuncia sul quotidiano Frankfurter Rundschau: violenze tra gli anni '70-'80

 

Berlino - Una prestigiosa scuola tedesca, non religiosa e legata all'Unesco, ha ammesso che suoi allievi sono stati vittime di abusi sessuali tra gli anni '70 e '80. La rivelazione giunge proprio mentre il paese è scosso da uno scandalo che vede coinvolti istituti cattolici tedeschi. La scuola Odenwald (Oso) di Heppenheim, nell'ovest della Germania, nota per il suo metodo pedagogico basato sul «libero sviluppo di ogni allievo», ha riconosciuto «anni di abusi commessi da suoi educatori ai danni degli allievi», riporta il quotidiano Frankfurter Rundschau.

 

TRA GLI ALLIEVI ANCHE COHN-BENDIT - L'istituto annovera tra i suoi ex allievi molti nomi noti, tra cui il leader studentesco del maggio '68 e attuale leader dei verdi al Parlamento europeo Daniel Cohn-Bendit, che lo frequentò tra il 1958 e il 1965, o anche uno dei figli dell'ex presidente della Repubblica federale tedesca Richard von Weizsacker, Andreas, tra il 1969 e il 1976, stando al sito internet dell'istituto. «Gli abusi sessuali hanno avuto luogo almeno a partire dal 1971», ha affermato la direttrice della scuola, Margarita Kaufman, precisando di aver sentito di «20 nomi» di studenti coinvolti. Il quotidiano tedesco, dal canto suo, scrive che almeno quattro ex insegnanti sono stati accusati da ex allievi e di aver appreso che le vittime sono «tra 50 e 100» cds 6

 

 

 

La consulenza in Italia per gli ex lavoratori attivi in Germania

 

Un incontro promosso dall’ambasciatore in Italia Steiner, il 10 marzo, in vista delle giornate di informazione dell’Ente previdenziale tedesco a Palermo

 

  ROMA – L’ambasciatore tedesco in Italia, Michael Steiner,  incontrerà la stampa presso la sede diplomatica di Roma il 10 marzo alle ore 11 insieme a funzionari di enti previdenziali tedeschi e italiani per illustrare la collaborazione in atto a favore degli italiani beneficiari di pensione al termine di un’attività lavorativa svolta in Germania. L’evento è promosso in vista delle giornate di informazione a cura dell’Ente previdenziale tedesco “Deutsche Rentenversicherung” in programma a Palermo in primavera. Quest’ultima iniziativa verrà illustrata nel corso dell’incontro a cui parteciperanno anche Salvatore Ponticelli, dirigente vicario della Struttura di studio e ricerca per lo sviluppo delle attività delle Convenzioni internazionali dell’INPS e Raimund Spiess, funzionario dell’Ente previdenziale tedesco Schwaben di Augsburg. Gli importi previdenziali che interessano cittadini italiani precedentemente occupati in Germania sono elevati e destinati in futuro ad aumentare. Accanto ad essi, l’iniziativa è orientata a fornire una capillare informazione in grado di raggiungere anche coloro che ignorano i propri diritti in proposito. (Inform)

 

 

 

 

Dibattito QI. Tizza a Priotto. Come la mettiamo in atto la meritocrazia?

 

Caro Graziano, condivido con te. Ogni candidato ad elezioni di qualsiasi tipo dovrebbe rivelare ai suoi potenziali elettori, fra le altre cose il suo quoziente di intelligenza.

Posso tranquillizzare te invece per quello che riguarda i moderni tesyst di intellligenza oggettivi, dove cioè non è l’uomo a decidere.

Te ne descrivo uno molto semplice.

Ad candidato vengono dati degli esercizi semplicissimi. Mentre li esegue viene misurata l’energia che consuma. Meno energia consuma, più intelligente è.

Ti faccio notare che se ci fosse stata questa possibilitá Einstein non sarebbe stato espulso dalla scuola che frequentava a Monaco. Se non avesse avuto con una raccomandazione quel posto all’ufficio brevetti di Berna, chissà se avrebbe scoperto le sue teorie.

Credo che se ci fosse l’IQ sulla carta di identità le discriminazioni raziali diminuirebbero. Oggi fra i ragazzi stranieri neanche quelli intelligenti riescono ad affermarsi.

Tesla, nome sconosciuto per la maggior parte, avrebbe vinto contro il grande Edison e non si sarebbe fatto rubare il premio Nobel dal nostro Marconi, se ci fosse stata un’apertura mentale per l’IQ.

 

Senza dovere limitare la questione ad un solo paese, ma teorizzandola per tutto il mondo, credo che potrebbe essere un ottimo stumento per stabilire chi è più adatto alla guida di un paese o di un autobus.

La meritocrazia sicuramente ne guadagnerebbe. O come proponi tu di valutare la meritocrazia?  Giuseppe Tizza, de.it.press

 

 

 

 

Interrogazione per fermare la riduzione del personale scolastico all’estero

 

“I tagli voluti dal MAE mettono in discussione l’offerta culturale italiana nel mondo”

 

“Bocciata”. Questo il giudizio dell’on. Laura Garavini riguardante la politica culturale del Ministero degli esteri dopo la conferma di quelli che la parlamentare democratica definisce “tagli irrazionali e sconsiderati che minano alle fondamenta il nostro sistema di istruzione e formazione all’estero”. Commentando l’esito della concertazione tra il Ministero degli esteri e i sindacati della scuola all’estero, la deputata eletta nella circoscrizione Europa denuncia: “Tra soppressioni, non attivazioni e congelamenti, a partire dal prossimo anno scolastico 2010/2011 si perdono 80 posti di contingente: quasi un decimo del personale scolastico all’estero. Tagli così consistenti, imposti unilateralmente dal Ministero, rischiano di mettere in questione gli interventi scolastici e formativi dell’Italia a favore dei nostri connazionali oltreconfine”.

 

La deputata ha reagito presentando un’interrogazione parlamentare, sottoscritta anche dai colleghi Fabio Porta, Gino Bucchino e Marco Fedi, che chiede la revoca delle misure annunciate dalla Farnesina. Per i deputati dell’opposizione, il livello attuale dell’offerta scolastica e formativa dello Stato italiano all’estero costituisce “un limite non valicabile”.

 

“Continuare a tagliare in un’ottica puramente ragionieristica significa portare il sistema di sostegno alla lingua e alla cultura italiana alla deriva. È una bizzarra visione del Made in Italy quella che il Ministro Frattini sta promuovendo a colpi di tagli agli organici”, sostiene la Garavini. E conclude: “I danni agli standard di qualità dell’offerta culturale italiana all’estero sarebbero stati meno gravi se si fossero, invece, affrontate in modo più mirato e deciso le effettive fonti degli sprechi”. De.it.press

 

 

 

 

DDL del PdL sul voto all’estero: via il voto per posta e liste bloccate, senza preferenze

 

Il provvedimento prevede l'obbligatorieta' di voto presso il consolato anziche' per posta, un sistema elettorale con liste bloccate e senza preferenze cosi' come accade in Italia. Prevista anche la possibilita' di candidatura per qualsiasi cittadino italiano anche non residente all'estero

 

Roma - Presentato dal senatore Andrea Pastore, presidente della commissione bicamerale per la semplificazione, e il senatore Lucio Malan, membro della giunta delle elezioni e delle immunita' parlamentari, un disegno di legge per regolare l'elezione dei parlamentari nelle circoscrizioni estero. La proposta mira a modificare la legge 27 Dicembre 2001, N° 459 in materia di esercizio di voto dei cittadini italiani residenti all'estero. A riguardo il senatore Pastore dichiara: "Gia' nella passata legislatura avevo proposto come primo firmatario questo disegno di legge volto a modificare l'elezione nelle circoscrizioni estero. In seguito alla vicenda dell'ormai ex senatore Di Girolamo e' ora giunto il momento di cambiare al piu' presto alcune storture che regolano il voto dei cittadini italiani residenti all'estero. Cosi' da fugare ogni dubbio sulle elezioni all'estero e non ci siano piu' casi come quello di Di Girolamo. Il dispositivo prevede l'obbligatorieta' di voto presso il consolato anziche' per posta, un sistema elettorale con liste bloccate e senza preferenze cosi' come gia' accade in Italia e la possibilita' di candidatura per qualsiasi cittadino italiano anche non residente all'estero. Siamo certi che attuando questo provvedimento eviteremo in futuro che possano verificarsi dubbi di brogli elettorali e, grazie al sistema delle liste bloccate, sara' compito e responsabilita' dei partiti selezionare candidati di comprovata statura e moralita'. Grtv

 

 

 

 

 

Giovani italiani in Svizzera a Berlusconi: “Siamo stufi di chiamarla Presidente”

 

Se la Costituzione non ci imponesse rispetto per tutte le istituzioni democratiche inclusa quella della Presidenza del Consiglio, l’ultima sentenza della Cassazione al processo Mills seguita dagli intollerabili insulti di Silvio Berlusconi alla magistratura, ci suggerirebbero di non considerarlo più degno di essere chiamato Presidente.

La Cassazione ha scritto il 25 febbraio l’ultimo atto del processo Mills che conferma il reato a carico di Mills, corrotto da un manager Fininvest deceduto anni fa per non dire la verità nei processi a carico di Silvio Berlusconi.

La giustizia italiana, prescrizione o meno, ci consegna una verità giudiziaria definitiva e rende un servizio al Paese anche se il reato non è più punibile: ci dice di che pasta sono fatti “gli uomini del Presidente” tramite una sentenza definitiva e non sulla base di “teoremi giudiziari”.

I magistrati per tutta risposta vengono insultati dal Presidente del Consiglio e definiti “talebani”: coloro che, tra mille insulti e ostacoli posti al cammino della giustizia da Governo e Parlamento, continuano a dimostrare che la Costituzione è ancora viva e che in Italia la legge è ancora uguale per tutti, coloro che con il loro duro lavoro dimostrano che siamo ancora una democrazia funzionante che nessuno è al di sopra della legge, neanche il capo di una maggioranza eletta dal popolo, vengono paragonati ai Talebani, gruppo di potere afghano tribale, tirannico e criminale, artefice di crimini contro l’umanità e autore di odiosi atti terroristici.

Talebano Signor Presidente è l’atteggiamento di chi travolto dagli scandali giudiziari, si rifiuta di riconoscere le più elementari regole della democrazia e dimostra una condotta illiberale.

L’offesa alla democrazia Signor Presidente è il suo quotidiano assalto alla libera stampa ed alla magistratura, il suo rifiuto di riconoscere la Sua incompatibilità con il Governo di una grande nazione europea come l’Italia.

Lei Signor Presidente è “unfit” come l’Economist Le ricorda ormai da anni, si dimetta e non ci costringa a continuare a chiamarla con un titolo che non merita: Presidente del Consiglio. Lei non è degno di essere il nostro Presidente.

Gruppo Giovani PD in Svizzera

 

 

 

 

La Giunta del Senato discute sull’avvicendammento Di Girolamo-Fantetti. La delibera approvata

 

ROMA  - A poche ore dal voto con cui il Senato ha accolto le dimissioni di Nicola Di Girolamo, la Giunte per le elezioni è tornata a riunirsi nercoledì per discutere dell’avvicendamento con il primo dei non eletti nella ripartizione Europa, cioè Raffaele Fantetti. Avvicendamento che diversi senatori hanno messo in discussione, per una lacuna nella normativa: insomma, da nessuna parte è scritto cosa si deve fare in casi simili.

E se per il senatore Izzo (Pdl) – relatore del provvedimento – sarebbe ovvio estendere alla circoscrizione estero quanto previsto dalla Giunta per il regolamento per le circoscrizioni italiane in un parere del 7 giugno 2006, cioè il subentro del primo dei non eletti, per i colleghi delle opposizioni, non essendoci alcun precedente, tale ipotesi andrebbe discussa e verificata.

Di quest’ultima opinione il senatore D'Alia (Udc): secondo cui l’estensione del parere "non è scontata" perché "non solo non vi sono precedenti in tal senso, ma in tema di diritti l'analogia non è possibile: solo dalla stessa fonte di quel parere, cioè la Giunta del Regolamento, può provenire una parola definitiva in merito". Una problematica che "va ripresa" e risolta. D’Alia ha quindi citato "notizie di stampa attinenti ai requisiti di eleggibilità del proclamando", cioè Fantetti, che impongono "maggiore cautela" ad una Giunta che "è investita anche di poteri officiosi".

Per il senatore Nespoli (Pdl) quelli indicati da D’Alia sono "due piani diversi che la Giunta non dovrebbe sovrapporre": da un lato la proclamazione in subentro, dall’altro la convalida. "Questa sede – ha specificato – è tenuta soltanto a ripristinare il plenum dell'Assemblea; solo dopo il decorso di venti giorni previsti dalla legge e dal Regolamento per i ricorsi si potrà accertare la fondatezza di eventuali doglianze in ordine ai titoli di ammissione del subentrante".

Contraria a questa interprestazione, la senatrice Adamo (Pd) secondo cui "la Giunta non può essere ridotta a sede di mera ratifica, ma deve svolgere appieno la sua funzione con cognizione di causa".

"Perplesso" su Fantetti si è detto il senatore Lo Gotti (Idv) che ha ricordato l’importanza di verificare prima i "requisiti di eleggibilità del proclamando" anche per non tornare sulla decisione nell’eventualità in cui gli stessi non fossero confermati.

Argomentazioni "volatili" per il senatore Augello (PdL) secondo cui il giudizio su Fantetti non si può fondare su "indiscrezioni di stampa". Quanto alla lacuna normativa, per il senatore è corretta la proposta del collega Izzo di "operare per analogia direttamente in Giunta, visto che la disparità di procedure tra senatori subentranti nella circoscrizione Estero e senatori subentranti nel territorio nazionale si presterebbe a dubbi di costituzionalità".

Capogruppo del Pd in Giunta, il senatore Sanna ha invece ipotizzato una delibera "con cui la Giunta accompagni l'accertamento proposto dal relatore con l'auspicio che la Giunta del Regolamento estenda formalmente la procedura prevista dal parere del 2006 anche al caso dei subentri nella circoscrizione Estero; se la Presidenza del Senato riterrà più utile una specificazione di rango legislativo, allora i capigruppo in Giunta potrebbero farsi carico di proporre una modificazione al decreto legislativo sull'elezione del Senato". Quanto all'esercizio dei poteri officiosi, per Sanna "non è interesse riportare in una sede tecnico-giuridica come la Giunta le polemiche d'Assemblea, ma è evidente a tutti che il decorso del periodo regolamentare per la conclusione della verifica dei poteri non ha portato ancora ad una parola definitiva sui molteplici ricorsi ed esposti presentati per la circoscrizione Estero. Impregiudicato il celere svolgimento della revisione schede già deliberata per l'America settentrionale e centrale – ha aggiunto – auspico che con lo scadere dei venti giorni dalla proclamazione di Raffaele Fantetti si possa udire in Giunta la relazione conclusiva sulla ripartizione Europa". In tal modo, ha concluso, "potranno anche essere esaminate attività officiose in ordine ai requisiti di eleggibilità del neoproclamato, svolgendo accertamenti anche a prescindere da eventuali ricorsi elettorali".

Dopo gli interventi dei senatori Orsi (PdL) e Lusi (PD) sui motivi per i quali non si è ancora addivenuti ad una pronuncia su ricorsi ed esposti riguardanti la circoscrizione Estero, il senatore Izzo si è detto "disponibile" a "convocare sin da subito il Comitato di revisione schede per l'America settentrionale e centrale", posto che il gruppo Pd nomini il suo componente.

È quindi toccato al capogruppo del Pdl in Giunta, senatore Saro, intervenire per esprimere il voto favorevole del suo Gruppo all’ipotesi di una delibera avanzata da Sanna precisando, però, che "occorre considerare che spetterà ai ricorrenti, se ve ne saranno, di argomentare su eventuali carenze di titoli di eleggibilità". D’accordo anche Izzo - secondo cui "dovendosi rifuggire da giustizia sommaria in una procedura che richiede attente e meditate verifiche, anche sulla fondatezza delle notizie di stampa, sarebbe tautologico evocare l'esercizio di poteri officiosi, tanto più in questa fase di mera ricognizione della graduatoria delle preferenze" – e il collega Sarro (Pdl) secondo cui "il decorso dei venti giorni è pregiudiziale a qualsiasi determinazione in ordine agli accertamenti officiosi; questa – ha sottolineato – è la sede per proclamare il subentrante e rappresenta già una certa novità il voler aggiungere auspici di qualsiasi genere".

Il senatore D’Alia ha quindi ribadito che l’estensione del parere del 2006 non è "così ovvia, visto che lì si parla di ordine di lista, mentre l'articolo 16 della legge Tremaglia considera tale ordine solo in via subordinata rispetto alla graduatoria delle cifre elettorali individuali" e annunciato la sua astensione al voto sulla proposta di delibera poi letta dal presidente della Giunta Follini.

Questo il testo:

"La Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari, rilevata la lacuna legislativa creatasi nella disciplina elettorale sui subentri dei senatori eletti nella circoscrizione Estero; atteso che la Giunta stessa è tenuta ad applicare per analogia norme che la prassi parlamentare ha attestato come di stretta interpretazione; richiede alla Presidenza del Senato di individuare le modalità più opportune per colmare l'evidenziata lacuna normativa;

 si riserva altresì l'esercizio dei poteri officiosi, ai sensi dell'articolo 2 del Regolamento di verifica dei poteri, a decorrere da venti giorni dalla data di proclamazione di Raffaele Fantetti".

Con separate votazioni, la Giunta ha quindi approvato all'unanimità la delibera nonché l'accertamento del subentro proposto dal senatore Izzo. (aise)

 

 

 

La Grecia e la Ue. Le spine del debito, l’ombrello dell’euro

 

Dopo il successo dell’emissione di nuovi titoli pubblici del governo greco, se tale può essere considerato un collocamento a tassi che sfiorano l’usura, sorprende leggere che, dopo tanto clamore, non esiste una crisi della finanza pubblica in quel Paese.

I meno accorti aggiungono che non esiste neanche un problema diffuso di eccesso di indebitamento pubblico e, quindi, si deve tornare a lavorare per la messa a punto di una exit strategy dalle politiche monetarie e fiscali “non convenzionali” come se nulla fosse accaduto e si possa attuare senza invertire la già debole crescita o peggiorare le condizioni della finanza pubblica. Poiché abbiamo grande rispetto della capacità di analisi dei centri che prendono queste decisioni, possiamo spiegare queste affermazioni solo ricorrendo alla saggezza di un vecchio detto: di fronte ai problemi non si agisce, ma si reagisce. A risentirci quindi alla prossima crisi.

Poiché il caso della Grecia nasce dal timore che non tutti i sotterfugi della finanza pubblica fossero stati scoperti o, se scoperti, non fossero stati rivelati, la fiducia nel Paese è tornata a seguito del combinato effetto della sorveglianza esercitata dall’Unione Europea e della manovra deflazionistica decisa dal governo greco. Questo problema torna quindi in archivio, se non proprio in soffitta; ma non vi tornano né la “crisi da debolezza” palesata dall’euroarea, né quella dei debiti pubblici. La prima, perché è chiaro che l’unione monetaria europea è un’anatra zoppa, priva di strumenti per divenire tale dopo un decennio di sperimentazione; la seconda perché il livello dei deficit di bilancio e del debito pubblico dei Paesi che eccedono i parametri di Maastricht, se curati con politiche deflazionistiche, come chiesto e ottenuto dalla Grecia, allenterebbe ancor più l’attrazione esercitata dal disegno politico di unificazione dell’Europa.

La nostra valutazione era e resta che sotto crisi greca (o di qualsiasi altro Paese) non si potesse dare avvio alla realizzazione delle riforme istituzionali di cui l’Europa ha estremo bisogno per l’opposizione della Germania, la freddezza della Francia e il chiamarsi fuori del Regno Unito. Allo stesso tempo, però, si aggiungono le difficoltà di finanza pubblica attraversate da importanti Paesi extraeuropei, Stati Uniti in testa.

La nostra valutazione è che si potesse invece trovare nell’Ue un punto di convergenza per propiziare un accordo in ambito del Fondo monetario internazionale per parcheggiare presso di esso parte dei debiti pubblici, a condizioni adeguate e con pesi diversificati secondo gli ammontari coinvolti; ciò consentirebbe di riprendere la strada dello sviluppo senza posticipare l’attuazione di politiche monetarie e fiscali nel timore che incidano sulla ancor scialba crescita del reddito e dell’occupazione. Potrebbe infatti accadere che una stretta monetaria debba essere attuata quando riemerge l’inflazione o una fiscale quando si aggravino i problemi dei debiti pubblici; a quel punto, i più coinvolti sarebbero proprio i Paesi più deboli e ad avvantaggiarsi quelli già forti. La convivenza civile peggiorerebbe e gli sbocchi geopolitici sarebbero imprevedibili. Da troppo tempo circolano documenti e valutazioni sulla possibilità che qualche Paese europeo fuoriesca dall’euro, con versioni in lingua tedesca che toccano anche l’Italia; non è quindi un caso che la Bce abbia sentito la necessità di far circolare uno studio sull’impossibilità legale, ancor prima che pratica, di siffatto evento. Sarebbe il primo caso di un accordo internazionale che non consenta ai Paesi firmatari di recedere.

Non va dimenticato che, per ora, abbiamo da fronteggiare problemi di finanza pubblica e di exit strategy, ma che dietro l’angolo può emergere quello di una nuova consistente rivalutazione dell’euro; essa non può essere fronteggiata, agli accordi vigenti, da un’azione di difesa del cambio da parte della Bce. La Germania non mostra preoccupazioni in tal senso, forse la auspica, mentre le migliori imprese dell’euroarea, quelle che esportano, temono d’essere messe in serie difficoltà. Si rafforzerebbero quindi le spinte centrifughe dall’eurosistema.

La dissoluzione dell’area euro o la secessione di alcuni Paesi che attualmente vi appartengono avrebbero i contorni di una tragedia collettiva; ma lasciare le cose come stanno potrebbe avere i tratti di una tragedia di alcuni Paesi membri. Non è facile stabilire una graduatoria di pericolosità politica tra i due eventi, anche perché sarebbe un esercizio inutile. Meglio usare le stesse energie per migliorare gli assetti istituzionali europei entro cui operare, alleandosi per affrontare le due matrici internazionali dei problemi: le diversità nei rapporti di cambio e la dipendenza del valore esterno del dollaro dalle vicende interne americane. Difficile da ottenere? Ricordiamoci che ogni lungo cammino inizia con un primo passo.

Paolo Savona  IM 7

 

 

 

 

Il passato allontana Ankara dall'Europa

 

Come era prevedibile, il governo turco ha reagito con la massima durezza al voto del Comitato Affari Esteri del Congresso degli Stati Uniti che invitava la Turchia a riconoscere che il massacro di centinaia di migliaia di armeni nel corso della Prima guerra mondiale costituì un vero e proprio genocidio, in tutto per tutto simile all’Olocausto perpetrato dal regime nazista alcuni decenni dopo. Ma come mai, a quasi un secolo di distanza da quei tragici eventi, compiuti per di più da un soggetto istituzionale (l’impero ottomano) diverso dall’attuale repubblica, le autorità di Ankara continuano a mantenere una posizione così rigida? La risposta è che il genocidio del popolo armeno è il più imbarazzante filo rosso che lega il tramonto dell’impero ottomano e la nascita della repubblica kemalista.

 

Esso rispose infatti al disegno di «turanizzare» (turchizzare, ndr) l’impero, di sostituire alla precedente e ormai decadente fedeltà verso il sultano, una nuova, vigorosa lealtà verso una patria nazionale turca, tutta da costruire, da «inventare», come era accaduto per le altre nazioni affermatesi nel corso del secolo. Quel disegno intersecava e parzialmente dirottava l’ultimo disperato tentativo di riformare l’impero, sostenuto dai giovani turchi a partire dalla fine dell’800.

 

La deriva nazionalistica del movimento riformatore aveva definitivamente preso il sopravvento dopo le guerre balcaniche del 1912 e del ’13, alimentata dalle stragi e dalle espulsioni forzate delle popolazioni musulmane nelle province europee fino a quel momento appartenute all’impero, perpetrate da greci, serbi e bulgari. A quelle efferatezze, che non avevano risparmiato gli ebrei di Salonicco, i turchi risposero con le prime espulsioni e le prime stragi degli armeni e dei greci dall’Anatolia.

 

La pulizia etnica riprese vigore durante la guerra mondiale, raggiungendo l’apice con gli eventi del 1915. E si trattava di una pulizia tanto etnica quanto religiosa, esplicitamente e lucidamente perseguita dalla nuova classe dirigente dell’impero, che in parte cospicua transiterà poi nella nuova repubblica fondata da Mustafa Kemal, dopo la vittoriosa guerra contro la Grecia e le altre potenze occupanti. Lo stesso «laico» Kemal Atatürk, in realtà, riteneva che l’equazione tra «vero turco» e musulmano sunnita fosse perfettamente funzionale alla sua causa, e non a caso osteggiò tutte le altre fedi religiose (anche musulmane) e riservò all’islam sunnita una posizione privilegiata presso il ministero del Culto, con una visione del rapporto «Stato-Chiesa» molto più simile al modello inglese di Enrico VIII che a quello francese repubblicano, cui sovente è erroneamente accostato. Nel difendere le origini della Repubblica da un imbarazzante peccato originario, i nuovi signori di Ankara continuano a ritenere, sia pure da posizioni ben più «pie», che l’identità nazionale turca sia di fatto inscindibile da quella islamica e sunnita. E con questo fanno un ulteriore passo che allontana la Turchia da quell’approdo europeo che formalmente sostengono ancora di volere raggiungere. VITTORIO EMANUELE PARSI LS 6

 

 

 

 

 

Faccia a faccia Merkel-Papandreou: «Nessuna richiesta di aiuti finanziari»

 

Incidenti ad Atene. Draghi: le misure hanno convinto i mercati - di ROSSELLA LAMA

 

ROMA La Grecia «non ha al momento attuale bisogno di aiuto finanziario e la stabilità della zona euro è assicurata», ha detto la cancelliera Angela Merkel dopo aver incontrato a Berlino il primo ministro greco Georges Papandreou. «La Grecia non ha chiesto aiuto finanziario, e sono ottimista sul fatto che non lo farà». La nuovo pacchetto di misure varato dal governo e approvato ieri dal Parlamento di Atene «è un importante passo in avanti» per riportare il deficit sotto controllo, «la Grecia è sulla buona strada».

Papandreou si è fatto precedere all’appuntamento da un’intervista sul quotidiano tedesco Frankfurter Allegemeine. «Non stiamo chiedendo soldi. E non sto chiedendo che la Grecia possa ottenere prestiti alle stesse condizioni della Germania, ma ora abbiamo bisogno di condizioni di finanziamento più favorevoli di quelle attuali». E poi ha evocato il crack che del colosso bancario americano che il 10 settembre del 2008 ha cambiato il volto della finanza globale: «Non vogliamo essere la Lehman Brothers dell’Unione europea».

Papandreou non sarà andato a Berlino a chiedere soldi, ma un aiuto certamente sì. L’offerta di 5 miliardi di titoli di Stato decennali di giovedì è stata interamente collocata, e sotto questo profilo è stato un successo. Ma il tasso del 6,25%, che è non solo il doppio di quello che la Germania deve offrire per vendere i suoi titoli, ma che è anche una volta e mezzo quello dell’Irlanda, paese Ue dalle finanze tutt’altro che floride, è alla lunga insostenibile. I due terzi di quei titoli sono stati acquistati da fondi pensione, hedge fund e banche tedesche e inglesi. La Grecia, che quest’anno deve rinnovare 53 miliardi di titoli in scadenza, non può farlo ai tassi di giovedì, pena il collasso totale dei suoi conti pubblici. Un ruolo molto importante in questa partita lo sta giocando la speculazione. «Dobbiamo porre fine alle malefatte degli speculatori», ha detto ieri sera la Merkel, schierandosi a favore di misure più rigide contro la speculazione finanziaria. Per la premier tedesca però «il primato è della politica», e delle decisioni prese dal governo greco per tagliare il deficit arrivato al 12,7% del pil.

Ieri il Parlamento di Atene ha dato il via libera al piano antideficit di altri 4,8 miliardi (tra tagli di stipendi dei dipendenti pubblici e aumenti delle imposte a partire dall’Iva). «Sono misure che hanno convinto i mercati come si vede dal successo dell’ultima emissione dei bond, e hanno convinto anche la Bce e la Commissione Ue», ha commentato il governatore di Bankitalia, Mario Draghi. Ora «l’importante è verificarne l’attuazione». Anche il presidente dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker, che ieri ha incontrato Papandreou prima della Merkel ha parlato di «piano ambizioso di consolidamento di bilancio». Aggiungendo «non credo che il paese avrà bisogno di un aiuto esterno, anche se questa possibilità non deve essere esclusa».

Domani Papandreou andrà da Sarkozy per tastare la disponibilità della Francia a dargli una mano. Lui ha fatto i compiti a casa che i partner europei gli hanno chiesto. Ma sul fronte interno la situazione è bollente. La protesta va avanti da giorni, ieri c’è stato l’ennesimo sciopero che ha bloccato uffici pubblici servizi e trasporti, e non sono mancati incidenti. Per non far uscire la Gazzetta Ufficiale con le nuove misure varate dal Parlamento un gruppo di manifestanti ha occupato il Poligrafico dello Stato. Ma la procedura d’urgenza non rende indispensabile la pubblicazione. Per l’11 marzo i sindacati dei lavoratori pubblici e privati hanno indetto un nuovo sciopero generale.  Im 6

 

 

 

Grecia nel caos. Merkel, Juncker e Papandreou: "Ai greci non servono aiuti Ue"

 

Draghi: «Le misure approvate sono serie, hanno convinto i mercati» - di Marco Sodano

 

Invitano la Grecia a vendere qualche isola e il Partenone, ma hanno già avviato un’operazione di sostegno: sono investitori istituzionali tedeschi e inglesi i maggiori acquirenti dei bond collocati da Atene giovedì con un’emissione da 5 miliardi che ha ricevuto domande per tre volte tanto. Non c’è da meravigliarsi: proprio perché grandi acquirenti del debito di Atene in passato, Berlino e Londra hanno tutto da temere da un eventuale crac. Ancor più dei greci stessi: l’85% dei bond greci sono in mano straniera. Ottimista la cancelliera tedesca Angela Merkel: il collocamento, commenta «è stato un segnale positivo per i mercati».

 

A quello del mercato e della cancellierasi aggiunge il giudizio positivo del governatore della Banca d’Italia Mario Draghi: dice che quelle adottate dalla Grecia nei giorni scorsi «sono misure che hanno convinto i mercati, come si vede dal successo dell’emissione, e hanno convinto anche la Bce e la Commissione. Sono misure molto serie». A questo punto, ha aggiunto Draghi, si tratta soprattutto di controllare che siano applicate con rigore. Segnali di distensione anche da un altro banchiere centrale, il capo della Bundesbank Axel Weber: i problemi della Grecia, secondo il tedesco «non sono difficoltà dell’intera unione monetaria». E ancora: «l’euro non è una valuta debole e non lo diventerà».

 

Arrivano invece segnali discordanti da Bruxelles. Secondo l’agenzia Bloomberg - cita fonti che avrebbero avuto l’informazione dal responsabile del Dipartimento della commissione per gli affari economici e finanziari Juergen Kroeger - l’Unione Europea lavora a un piano di salvataggio d’emergenza con il finanziamento dei governi europei da parte dei governi europei. Kroeger ha detto che gli aiuti saranno concessi con condizioni rigorose senza comunque indicare che un tale intervento sia imminente.

 

Secondo il presidente dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker, invece, un piano di aiuto alla grecia «non sarà necessario» alla luce delle misure presentate da Atene. Ieri Juncker ha incontrato a Lussemburgo il premier greco George Papandreou. La valutazione di Juncker è chiara: i tagli al bilancio decisi l’altro giorno e l’impegno ad aumentate le entrate siano misure «forti» e «dure». In ogni caso la solidarietà può scattare se i mercati non valuteranno «come dovrebbero» la serietà del governo greco nell’azione che dovrà riportare i conti pubblici sotto controllo, confermando che «i greci non saranno lasciati soli». Il messaggio è chiaro: per i governi Ue coinvolti in modo diretto nella gestione della crisi greca (in primo luogo Francia e Germania) ritengono che ora tocca ai mercati valutare bene le mosse di Atene. E anche Angela Merkel è convinta che «Atene non abbia bisogno di aiuti».

 

Il grande successo del bond greco, però, ha un rovescio che preoccupa Papandreou. Le pressioni su Atene hanno fatto impennare i rendimenti dei suoi titoli fino al 6,4%, il doppio circa dei bund tedeschi. Il premier greco è tornato ieri a ribadire che vorrebbe potersi finanziare a tassi «simili a quelli degli altri paesi». Pagare il debito al 6 e rotti per cento è troppo, dice Papandreou, che torna a ventilare - in assenza dei «segni di solidarietà» che attende dall’Europa, a valutare l’ipotesi di chiedere aiuto al Fmi. Sarebbe «un occhio nero» per il sistema euro, avverte il New York Times, la prova che Bruxelles non è in grado di gestire da sola la situazione. Il numero uno della Bce Jean-Claude Trichet ha già detto che ritiene «inappropriato» un intervento del Fondo. Papandreou continua il suo tour dei presidenti: domani vedrà Sarkozy, la prossima settimana Barack Obama.  LS 6

 

 

 

 

 

Il vescovo di Ratisbona: "Nessun abuso sotto la direzione di Georg Ratzinger"

 

I casi di pedofilia nel coro delle voci bianche. Mons. Muller: "Le date non coincidono. All'epoca, entrambi gli episodi erano noti e sono stati chiusi"

La Santa Sede chiede giustizia per le vittime e si schiera a fianco della Diocesi "per analizzare la questione" - E dalla scuola laica Odenwald arriva un'altra rivelazione: "In passato, violenze sessuali anche sui nostri allievi"

 

CITTA' DEL VATICANO - "Basta. Bisogna fare pulizia sul serio nella nostra Chiesa. I colpevoli devono essere condannati e le vittime risarcite". Il cardinale tedesco Walter Kasper, presidente del Pontificio consiglio per l'unità dei cristiani, usa parole gravi per condannare gli scandali di pedofilia che hanno investito la chiesa tedesca in questi ultimi giorni. E, parlando di "delitti esecrabili e imperdonabili che vanno perseguiti con fermezza assoluta", il cardinale appoggia il comportamento del Papa. "Fa bene a fare chiarezza, pretendendo la tolleranza zero verso chi si macchia di colpe tanto gravi".

 

Il caso di Regensburg (secondo il quale si sarebbero verificati abusi sessuali nel celebre coro di voci bianche di Ratisbona) ha destato particolare scalpore perché a dirigere il coro, tra il 1964 al 1994, è stato proprio il fratello di Papa Benedetto XVI, don Georg. Ratzinger, 86 anni, ha detto di non aver mai saputo che avvenissero episodi del genere. "Se la magistratura tedesca mi invitasse a testimoniare - ha spiegato -  sarei certamente a disposizione, ma non ho nessuna informazione su attività punibili". A conferma delle dichiarazioni dell'ex direttore del coro arrivano anche le parole del vescovo di Ratisbona, monsignor Gerhard Ludwig Muller, che, in un comunicato pubblicato sull'Osservatore Romano, ribadisce "l'innocenza di Georg". Secondo Muller, "nel primo caso si tratta di un fatto accaduto nel 1958, commesso da parte del Vicedirettore della scuola preliminare, che dopo il delitto, fu rimosso dall'incarico. Nel secondo caso invece si tratta di una persona che lavorò nel 1958 per sette mesi presso i Domspatzen. Dopo 12 anni, fu condannata per un caso di abuso sessuale". Secondo Muller quindi, "i due casi di abusi sessuali emersi nell'ambito della struttura di cui fa parte il coro di Ratisbona non coincidono con il periodo dell'incarico di Georg Ratzinger".

 

 

La Santa Sede appoggia la Diocesi "nella propria disponibilità ad analizzare la dolorosa questione in modo aperto, ai sensi delle direttive della Conferenza episcopale tedesca". L'obiettivo del chiarimento da parte della Chiesa - spiega la Santa Sede - è di rendere giustizia alle eventuali vittime". E mentre la Germania è scossa da uno scandalo che vede coinvolti moltissimi istituti cattolici, la Odenwald (Oso) di Heppenheim, prestigiosa scuola laica nell'ovest della Germania, rivela che alcuni dei suoi allievi "sono stati vittime di abusi sessuali tra gli anni '70 e '80". Una rivelazione riportata dal Frankfurter Rundschau che annovera tra gli ex allievi dell'istituto molti nomi noti. Primo fra tutti, il leader studentesco del maggio '68 e attuale capo dei verdi al Parlamento europeo: Daniel Cohn-Bendit. "Gli abusi sessuali hanno avuto luogo almeno a partire dal 1971", ha ammesso la direttrice della scuola, Margarita Kaufman. "Gli studenti coinvolti dovrebbero essere 20 circa".

 

Il presidente dei vescovi tedeschi, monsignor Robert Zollitsch, già arcivescovo di Friburgo, ha annunciato che il 12 marzo sarà a Roma per incontrare il Papa e "discutere dello scandalo pedofilia che sta dilagando nel Paese". La situazione sembra diventare sempre più grave per la Germania: sono state coinvolte negli scandali sessuali altre antiche e importanti istituzioni religiose, come il monastero benedettino di Ettal, nel territorio della diocesi di Monaco e il prestigioso collegio dei gesuiti a Berlino. LR 6

 

 

 

 

Il Presidente e l'Europa dimenticata

 

Il chiasso prodotto dalle povere vicende di casa nostra finisce con l’assordarci a tal punto che non prestiamo quasi orecchio a quel che succede nel mondo.

 

Diamo ogni dovuta attenzione al lapidario commento lasciato cadere dal presidente della Repubblica Napolitano durante la sua visita a Bruxelles in merito al «pasticcio» Polverini - Formigoni.

 

Oppure restiamo colpiti dall’imbarazzato richiamo per consultazioni del nostro ambasciatore affinché chiarisca i suoi rapporti con l’ex senatore Di Girolamo. Ma finiamo col dare per scontato ciò che si è passato nei colloqui che il Presidente della Repubblica ha avuto con i vertici dell’Unione Europea, della Commissione e del Parlamento dove si giocano le sorti non di questa o quella candidatura regionale e provinciale ma del futuro dell’intera Europa. Eppure le parole pronunciate da Napolitano a Bruxelles sono di quelle che ormai si sentono raramente.

 

Che l’avvenire del nostro continente dipenda dalla capacità degli Stati europei di dotarsi di istituzioni comuni in grado di prendere decisioni di portata generale e che l’interesse di ogni singolo Paese vada visto attraverso quello dell’Unione nel suo complesso era, sino a qualche anno fa, quasi un luogo comune. Non sempre quelli che pronunciavano simili affermazioni ci credevano fino in fondo, molte riserve mentali, molti latenti scetticismi si nascondevano dietro la retorica europeista dei nostri politici e delle classi dirigenti. Ma, tutto sommato, quella retorica era anche il segno che gli ideali ispiratori della costruzione europea erano ormai talmente accettati che, a ribadirli, si dava prova, più che di talento politico, di buona educazione. Poi è successo quello che è successo. Prima sono stati i referendum in alcuni Paesi europei sul progetto di costituzione e sul Trattato di Lisbona che hanno rivelato la frattura esistente tra le ambizioni europeiste e il sentimento di certe opinioni pubbliche. Poi è sopravvenuta la crisi economica e finanziaria che ha indotto i governi a dare priorità agli affari di casa loro e se ne è vista una conseguenza quando quegli stessi governi hanno collocato ai vertici delle Istituzioni comuni, nella difficile fase in cui la nuova dirigenza si alterna a quella vecchia, delle personalità scelte forse più per i loro limiti che per le loro virtù, come il belga Von Rompuy (che sa bene come sopravvivere nel suo Paese tra etnie litigiose) o l’inglese Catherine Ashton che costituisce ancora un’incognita per tutti.

 

A loro, come al presidente della Commissione Barroso e al presidente del Parlamento Europeo Buzek, Napolitano ha ripetuto con forza che bisogna far funzionare le istituzioni quali esse sono, senza pensare a nuovi trattati o a modifiche che, anziché perfezionarle, rischierebbero di farle naufragare del tutto, ma ancor più senza permettere che esse vengano aggirate da intese dirette tra alcuni Stati nazionali che agiscono in base a loro logiche settoriali e contingenti. E l’allusione ai contatti riservati - ma neppur tanto - tra alcuni partner su come pilotare la barca europea tra le secche della crisi non poteva essere più evidente.

 

Mai come adesso, infatti, si ha la sensazione della scomparsa di un’Europa protagonista della scena politica ed economica mondiale, nel silenzio degli stessi europei e tra i sorrisi di chi, in America soprattutto ma anche altrove, all’Europa ha sempre voluto credere poco. Non si tratta solo della riluttanza ad assumere chiare posizioni di sostegno in ordine alla crisi della Grecia per timore delle reazioni che ciò può suscitare nella propria opinione pubblica, si tratta anche dell’assenza di una strategia e perfino dello studio di una possibile strategia nei confronti della Cina, o dei rapporti transatlantici, o della Russia, in un momento di incertezza e di riassetto globale dei rapporti internazionali. Sulla copertina dell’ultimo Time Magazine figura un globo terracqueo nel quale l’Europa addirittura non c’è e dove il mare ne ha preso il posto.

 

Ha ragione il presidente Napolitano quando impiega un linguaggio che ricorda quello dei tempi eroici della costruzione dell’Unione. Egli ne conosce bene le possibilità e i meccanismi, anche per essere stato per cinque anni parlamentare europeo ed è proprio al Parlamento che con maggior vigore ha fatto appello perché reagisca al ritorno di striscianti nazionalismi e tragga dai poteri che gli sono propri quegli impulsi di innovazione e di progresso unitario e democratico che tutti i governi, non escluso il nostro, sembrano incapaci di produrre.  BORIS BIANCHERI LS 5

 

 

 

Liste, varato il dl. Opposizione in rivolta. Via libera del Colle: interpreta la legge

 

Via libera per legge alla lista di Formigoni e del Pdl a Roma  - Bersani: "Un trucco". Di Pietro: "Dobbiamo scendere in piazza"- Maroni: "Non abbiamo toccato la legge elettorale. Sono solo indicazioni per il Tar"

 

ROMA - Tira tardi il Consiglio dei ministri, per varare in 35' un decreto interpretativo che dà il via libera alla candidatura di Formigoni in Lombardia e alla lista del Pdl nel Lazio. Non cerca sponde il governo: spera nella disponibilità di Napolitano dopo la lunga trattativa che ha prteceduto il varo della norma, e non consulta l'opposizione che appare, sul tema, insolitamente unita. E poco prima della mezzanotte il via libera di Napolitano arriva. In sostanza, dice il Quirinale, il provvedimento interpreta - non cambia - le leggi esistenti.

 

Ma il segretario del Pd Bersani parla di trucco, il suo compagno Marino di "procedure stravolte", il leader dell'Idv Di Pietro chiede alla gente di andare in piazza. Anche per i radicali, pacifici per definizione, il decreto legge è eversivo. Berlusconi risponde che è l'unico modo per ridare il voto a milioni di persone. Ed ecco così il via a un decreto interpretativo: in teoria, non dovrebbe apportare modifiche alla legge, ma solo precisarne il significato.

 

I contenuti del decreto. In sostanza si prevede che nel valutare i termini di presentazione delle liste ci si basi anche sul fatto che con qualsiasi mezzo si possa dimostrare di essere stati presenti nel luogo di consegna nei termini stabiliti dalla legge. Il secondo punto prevede che la documentazione possa essere verificata anche in un secondo momento, per la parte che attiene ai timbri e alle vidimazioni. Il terzo punto prevede che possano ricorrere al Tar le liste non ammesse, mentre per le liste ammesse sulle quali è stato fatto ricorso ci si può rivolgere al Tar solo dopo il voto. Il quarto punto precisa che queste norme si applicano alle prossime elezioni. I primi due punti dovrebbero permettere di aggirare le irregolarità per la lista Pdl nel Lazio e per quella Formigoni in Lombardia.

 

La traduzione pratica? La fa il reponsabile del Pdl laziale: "Possiamo dimostrare di essere stati presenti in Tribunale, dunque lunedì ripresentiamo le liste". 

 

Parla il ministro Maroni. "Queste approvate sono norme interpretative. Non c'è nessuna modifica della legge elettorale, nessuna modifica delle procedure in corso, nessuna riapertura dei termini", dice Maroni nella conferenza stampa, di fatto sottolineando che non è stata presa in considerazione l'ipotesi di una proroga dei termini della presentazione delle liste, già scartata ieri dopo l'incontro al Quirinale tra il presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio.

 

"Le norme vigenti non sono modificate - spiega il titolare del Viminale - ma si è data una interpretazione autentica, affinché il Tar possa applicare la legge in modo corretto secondo l'interpretazione che il legislatore, in questo caso il governo, dà alla legge. E' lasciata al Tar la decisione se le contestazioni siano fondate oppure no e se la richiesta di riammissione delle liste è accoglibile oppure no".

 

"Mettiamo a disposizione della magistratura amministrativa, l'unico soggetto istituzionale che potrà decidere sulle liste, una interpretazione corretta - prosegue Maroni - (non è il governo che decide: 'queste liste rientrano'), è lasciata al Tar la decisione se le contestazioni sollevate sono fondate oppure no, se la richiesta di riammissione è accoglibile oppure no. Il governo si è limitato a dire qual è l'interpretazione corretta da dare alle norme vigenti. Noi riteniamo che alcune di queste norme siano state applicate in modo non corretto". "E' un provvedimento - sottolinea ancora Maroni - che non modifica le norme di legge".

 

Napolitano firma il decreto. E poco più di un'ora dopo il suo varo, il presidente della Repubblica  ha emanato il decreto legge salva-liste. Il capo dello Stato ha dato il suo via libera al decreto una volta verificato che il testo - spiega il Quirinale - corrisponde alle caratteristiche di un provvedimento interpretativo della normativa vigente.

 

Bersani: "Un pasticcio tutto loro". Attacca il segretario del Pd. "Il centrodestra non si azzardi a parlare di complotti e a scaricare il problema" e abbia "l'umiltà di riconoscere che questo pasticcio non gli deriva da incuria ma da loro divisioni". Così Bersani e ribadisce la necessità del rispetto delle regole: "C'è una parola in questo paese che bisogna affermare e ripristinare: si chiama regole". Ed ancora: "Se vogliono governare bene, altrimenti si riposino e vadano a casa perchè chi governa risponde per Paese e non per le regole di una lista". Gli fa eco il presidente della provincia di Roma, Zingaretti: "Esprimo la mia solidarietà a chi rispetta le regole, a chi paga le multe, a chi versa correttamente le tasse, a chi si ferma al rosso. Insomma esprimo la mia solidarietà alle persone perbene".

 

La Bonino: "Una pagina vergognosa". "Una delle pagine più vergognose della storia del Paese dal punto di vista giuridico. Non ci sono parole. Non ci sono situazioni che possono autorizzare un governo a emettere norme palesemente illegali". Così il coordinatore della campagna elettorale della candidata del centrosinistra alla presidenza della Regione Lazio Emma Bonino

 

Di Pietro: "Forze armate contro il dittatore". "Non si tratta di interpretazione, ma di un palese abuso di potere che in uno Stato di diritto andrebbe bloccato con l'intervento delle forze armate al fine di fermare il dittatore. Noi ci appelleremo alla società civile e scenderemo in piazza con una grande manifestazione di protesta civile e democratica". Lo afferma Antonio Di Pietro, leader dell'Italia dei valori.

 

Sit-in del Popolo viola. Persone sdraiate a terra con delle candele accese, come se fossero morte. E' "il funerale della democrazia" inscenato dagli esponenti del Popolo viola sotto il palazzo del Quirinale, non appena si è appresa la notizia della firma del decreto legge. Gli esponenti del Popolo viola si sono poi diretti verso Palazzo Chigi per formare una catena umana "per proteggere le istituzioni da chi governa all'interno di quel palazzo".

 

Bonelli: "Atto di pirateria". ''La democrazia in Italia non esiste più. A questo punto dopo un atto di vera e propria pirateria istituzionale compiuto da fascisti al governo bisogna fermare le elezioni'', dichiara il presidente nazionale dei verdi Angelo Bonelli che aggiunge: ''Quello che ha fatto il governo ha dell'incredibile per uno stato democratico: il Pdl si è fatto una legge per ammettere le sue liste che per la legge non potevano essere ammesse''.

 

Pdci, volantini listati a lutto. "Si annuncia la scomparsa della Democrazia, uccisa dal Governo oggi alle 19.30". E' quanto si legge sui volantini, ironicamente listati a lutto, distribuiti dal PdCI - Federazione della Sinistra in tutto il Paese dopo il varo del decreto interpretativo varato dal cdm questa sera.

 

Sinistra Ecologia Libertà: "Mobilitazione". "Siamo ai brogli di Stato. La putrefazione del berlusconismo ormai rischi di infettare la democrazia italiana". Lo afferma Fabio Mussi, del coordinamento nazionale di Sinistra Ecologia Libertà. "Siamo pronti con tutto il centrosinistra ad una mobilitazione democratica, ferma e serena per riaffermare il diritto costituzionale che rischia di essere calpestato", aggiunge Gennaro Migliore della segreteria nazionale.

 

Ferrero: "Rispettare la legge". Secondo il segretario di Rifondazione Comunista, Paolo Ferrero, oggi al porto di Ancona, occorre "rispettare la legge": "Chi è capace a presentare le liste - ha detto - sarà candidato alle elezioni. Chi non è capace o c'ha casini a casa sua, tanto da accottellarsi alle spalle come mi pare sia successo, non sarà presente alle elezioni. A me pare la cosa più normale del mondo".

 

Protesta Libertà e Giustizia. "Un passo avanti verso un regime dell?a rbitrio: è questo il significato profondo del decreto che si appresta ad emanare in queste ore il governo in materia elettorale. Un provvedimento che di per sé non dà luogo a un giudizio di incostituzionalità, ma che certamente rappresenta una violazione di legge. Il riferimento è alla legge del 1988 sul potere normativo del governo. Libertà e Giustizia ricorda infine che in una democrazia le leggi elettorali sono le più sacre e intoccabili".

 

La legge del 1988 e la Costituzione. Per il governo è stato un percorso accidentato. E non è detto che sia finita qui. Malgrado la ripetuta sottolineatura del governo di non aver toccato la legge elettorale, infatti, fanno riferimento alla legge una legge che vieta al governo di toccare norme di materia costituzionale e elettorale. E' quella del 1988 sul potere normativo del governo. L?articolo 15 secondo comma, della legge n.400 del 23 agosto stabilisce infatti che il governo non può provvedere nelle materie indicate nell?articolo 72, quarto comma della Costituzione (materia costituzionale e elettorale). Recita infatti il quarto comma: "La procedura normale di esame e di approvazione diretta da parte della Camera è sempre adottata per i disegni di legge in materia costituzionale ed elettorale e per quelli di delegazione legislativa, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali, di approvazione di bilanci e consuntivi". LR 5

 

 

 

Dal cilindro spuntò la soluzione

 

Gira e rigira, alla fine il governo ha tirato fuori dal cilindro un coniglio vestito da decreto. Così, giusto per non perdere le sane abitudini. Anche se i decreti in materia elettorale sono vietati espressamente (art. 15 della legge n. 400 del 1988). Anche se l’escamotage della norma interpretativa suona in realtà come una frode, che in passato la Consulta ha castigato a più riprese. Funziona così: il legislatore detta una nuova regola sostenendo che fosse già racchiusa in una regola più vecchia, come il frutto nel seme. E dunque la circonda di efficacia retroattiva, la rende valida oggi per ieri. Sennonché l’esigenza di chiarire per legge il significato di una legge può sorgere quando sussistano contrasti giurisprudenziali, oscillazioni applicative, incertezze amministrative. In caso contrario è solo un trucco.

 

Nel frattempo la gara elettorale si è trasformata in una zuffa sulle regole. Non è la prima volta, non sarà neppure l’ultima. Senza andare troppo a ritroso, si può ricordare per esempio che le regionali del 2005 furono accompagnate da un corteo d’inchieste giudiziarie su e giù lungo la penisola, dal Piemonte alla Campania. Per quale ragione?

 

Firme fasulle, oppure carpite con l’inganno, oppure apposte in fogli bianchi, senza l’elenco dei candidati; anche perché di solito le liste vengono chiuse all’ultimo minuto.

 

Insomma ci risiamo. Generalmente gli uomini imparano dai propri errori; ma gli uomini politici hanno le orecchie d’asino. Eppure questa vicenda surreale, che in Lombardia e nel Lazio può ancora inaugurare una partita con una sola squadra in campo, dovrebbe impartirci quantomeno una lezione. Per apprezzarla, c’è però da prendere sul serio la folla di domande che in queste ore si vanno ponendo gli italiani. Qual è il peso della legalità formale rispetto all’interesse sostanziale di scegliere fra due programmi alternativi? È giusto che il rito democratico sia ostaggio d’una procedura burocratica? È accettabile che il successo d’una lista venga sancito non dagli elettori bensì dai magistrati? E c’è infine una ragione per rendere esente la politica dai rigori della legge, a differenza di quanto accade in sorte ai comuni cittadini?

 

Queste domande investono la natura stessa del diritto. Che tuttavia è sempre una medaglia con due facce, l’una formale, l’altra sostanziale. La prima viene scolpita a caratteri di piombo nelle Gazzette ufficiali, attraverso una litania di commi e articoli, che a propria volta disegnano procedimenti, uffici, competenze. Se non esistesse tale forma, se tutto il diritto fosse racchiuso nella parola volubile e volante del sovrano, noi non conosceremmo la linea di confine fra i torti e le ragioni, saremmo come ciechi al cospetto della legge. Ecco perché i giuristi, da Montesquieu a Calamandrei, ripetono da secoli che la forma è garanzia di libertà. Ma ne è al contempo ancella, perché la libertà - insieme all’eguaglianza - esprime lo specifico fine del diritto, la sua ragione sostanziale.

 

Il guaio è che noi italiani non sappiamo tenerci in equilibrio su queste due parallele. E allora ci alleviamo in seno i due figli degeneri del diritto: formalismo e sostanzialismo. Il primo indossa per esempio l’abito confezionato dalla commissione di vigilanza sulla Rai, che in nome della par condicio ha strangolato il dibattito politico che la par condicio dovrebbe viceversa garantire. Il secondo rappresenta la perenne tentazione di chi siede nella stanza dei bottoni, ma i suoi effetti sono ancora più nefasti. Nel dopoguerra - per fare un altro esempio - la Polonia approdò al regime socialista senza sostituire le sue vecchie leggi, con una semplice norma interpretativa, dove fu sancito l’obbligo d’applicarle in conformità ai dettami del marxismo.

 

C’è un modo per riconciliare la forma alla sostanza, in quest’ennesima vicenda di delitti elettorali? Sì che c’è, se non per l’oggi, almeno per il domani. Ma a condizione d’abbracciare una soluzione estrema, che tagli la mala pianta alla radice. Le norme in vigore impongono di raccogliere varie migliaia di firme per candidarsi alle elezioni, facendole autenticare da un notaio, da un cancelliere, da altri pubblici ufficiali. Una montagna impervia da scalare per chi non abbia alle spalle un partito organizzato, ed è infatti da questa somma vetta che s’esercita la signoria dei partiti sugli eletti. Salvo poi calpestare la regola essi stessi, quando conviene, quando non c’è tempo, quando il candidato sbuca fuori all’ultima curva del circuito. Ecco, rompiamogli in testa questa spada. Togliamo via di mezzo tutti i filtri per candidarsi alle elezioni. Costringiamo i partiti a competere con liste di cittadini fuori dai partiti. Se poi questo ne segnerà la fine, vorrà dire che se la sono un po’ cercata.  MICHELE AINIS LS 6

 

 

 

 

Quel pasticciaccio di Palazzo Chigi  un precedente contro le regole

 

Ci sono, nel decreto legge varato ieri notte dal governo, un pregio e una quantità di difetti. Ezio Mauro, nel suo editoriale di ieri ne ha già dato conto. Proseguirò sulla stessa strada da lui aperta e nelle considerazioni svolte dall'ex presidente della Corte Costituzionale, Valerio Onida. Ma c'è anche e soprattutto un indirizzo politico che emerge da quel decreto, che suscita grandissima preoccupazione.

 

Il pregio è d'aver dato al maggior partito di maggioranza e ai suoi candidati la possibilità di partecipare al voto regionale in Lombardia e nel Lazio, così da esercitare il diritto elettorale attivo e passivo. Quest'esigenza era stata sottolineata non solo dagli interessati ma anche dai partiti dell'opposizione. Bersani, Di Pietro, Casini, avevano dichiarato nei giorni scorsi di voler vincere disputando la loro eventuale vittoria "sul campo e non a tavolino". Il decreto consente che questo avvenga ed infatti avverrà se i tribunali amministrativi della Lombardia e del Lazio ne ravviseranno le condizioni sulla base del decreto già operativo nel momento in cui quei due tribunali si pronunceranno. Spetta infatti a loro  -  e non al decreto  -  stabilire se le prescrizioni previste saranno state correttamente adempiute.

 

I difetti  -  che meglio possono essere definiti vere e proprie prevaricazioni  -  sono molteplici. Alcuni di natura politica, altri di natura costituzionale. Cominciamo da questi ultimi. Esiste una legge del 1988 che vieta ogni decretazione in materia elettorale.

 

Ora è chiaro che un decreto interpretativo (come è stato definito quello di ieri) non può contravvenire ad una legge vigente e sostanzialmente abrogarla senza con ciò produrre un'innovazione. Cessa pertanto la natura interpretativa che risulta essere soltanto un'appiccicatura mistificante, e riappare invece un intervento che modifica anzi contraddice norme vigenti sulla stessa materia.

 

C'è un'altra questione assai delicata: l'intera materia elettorale riguardante le Regioni è di spettanza delle Regioni stesse. Le stesse leggi elettorali in materia di procedura differiscono in parecchi punti l'una d'altra. E' quindi molto dubbio che il governo nazionale possa entrare con una sua interpretazione su leggi che non sono interamente di sua diretta spettanza. Interpretazioni di tal genere spetterebbero ai consigli regionali i quali tuttavia sono scaduti in attesa del rinnovo elettorale.

 

Su tutte queste questioni saranno certamente proposti ricorsi e quesiti alla Corte. Ove questa li accogliesse mi domando quale sarebbe la validità e gli esiti degli scrutini del 29 marzo. Il Presidente della Repubblica aveva giustamente definito "un pasticcio" la situazione venutasi a creare. Purtroppo il decreto di ieri non risolve affatto il pasticcio anzi per molti aspetti lo aggrava.

 

Quanto alla scorrettezza politica, la più grave riguarda la mancata condivisione della sanatoria decretata dal governo con le forze d'opposizione. Il Presidente della Repubblica ne aveva ripetutamente sottolineato l'opportunità ed anzi aveva condizionato ad esso ogni statuizione. Il suo rifiuto dell'altro ieri ad autorizzare un decreto che modificasse le procedure elettorali ad elezioni in corso era motivato anche da questo.

 

Non solo la condivisione è mancata ma il premier ed i suoi collaboratori senza eccezione alcuna hanno incolpato l'opposizione d'aver reso impossibile l'esercizio del     diritto elettorale. In particolare questa responsabilità dell'opposizione si sarebbe verificata a Roma, dove militanti radicali e di altri partiti avrebbero fisicamente bloccato i rappresentanti della lista Pdl impedendo loro di varcare la soglia dell'ufficio elettorale del tribunale.

Questa circostanza, sulla quale i radicali hanno già sollevato denuncia di calunnia, dovrà comunque esser provata dinanzi al Tar del Lazio nell'udienza di domani. E' comunque grave un'inversione così macroscopica delle responsabilità, sulla base della quale i colpevoli vengono condonati e gli innocenti puniti.

 

Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha definito il decreto del governo come "il male minore", distinguendosi ancora una volta con queste parole dalla linea di Berlusconi. Ma nel caso in questione Fini ha sbagliato per difetto. Il decreto interpretativo non è un male minore. E' un male identico se non addirittura peggiore d'un decreto innovativo.

 

Anzitutto non si può dare un'interpretazione diversa e così estensiva ad una procedura elettorale con effetto retroattivo. L'interpretazione, se retroattiva, diventa infatti un vero e proprio condono ed un condono è quanto di più innovativo vi sia dal punto di vista legislativo.

 

Ma c'è di peggio. Poiché nel diritto pubblico un precedente produce una variante valida anche per il futuro, questo precedente potrà essere invocato d'ora in poi per condonare qualunque irregolarità procedurale a discrezione del governo. Non bastava il sistema delle ordinanze, immediatamente esecutive e sottratte ad ogni vaglio preventivo di costituzionalità; ad esso si aggiungerà d'ora in poi il decreto interpretativo facendo diventare norma l'aberrante principio che la sostanza prevale sempre sulla forma, come dichiarò pochi giorni fa il presidente del Senato, Schifani, dando espressione impudentemente esplicita ad un principio eversivo della legalità. Esiste nella nostra lingua la parola "sprocedato" per definire una persona scorretta che si comporta in modo contrario ai suoi doveri. La esse è privativa, sprocedato significa appunto "senza procedura".

 

E bene, stabilire la prevalenza della sostanza sulla forma in materia di procedura non ha altra conseguenza che legittimare l'illegalità permanente nella vita pubblica, o meglio: far coincidere la legalità con il volere del capo dell'esecutivo, cioè stabilire la legittimità dell'assolutismo.

 

Un decreto interpretativo con potere retroattivo realizza questo gravissimo precedente. Non a caso Berlusconi lo ha preteso facendo balenare ripetutamente la minaccia di sollevare dinanzi alla Corte costituzionale un conflitto di attribuzioni tra il governo e il Capo dello Stato. Gianni Letta è stato il "missus dominicus" di questo vero e proprio ultimatum e  -  a quanto si sa  -  l'ha fatto valere con inusitata decisione. Questi gentiluomini del Papa ci stanno dando molte sorprese da qualche giorno in qua sui più vari terreni. Un Letta in armatura e lanciato a passo di carica non l'avevamo ancora visto anche se da tempo sotto il suo guanto appariva sempre più spesso l'artiglio di ferro.

 

Male minore, presidente Fini? Purtroppo non sembra.

 

Che fare? Chi ne ha titolo rappresenti al Tar i problemi che sono di sua competenza per quanto riguarda il giudizio di applicazione del decreto. (Il Tar lombardo ha già concesso a Formigoni la sospensiva dell'ordinanza dell'Ufficio elettorale e deciderà definitivamente nei prossimi giorni). E chi ha titolo sollevi i problemi di costituzionalità dinanzi alla Corte.

 

Le sortite "sprocedate" di Di Pietro nei confronti del presidente della Repubblica sono da respingere senza se e senza ma. Nella situazione data il Capo dello Stato è stato messo in condizioni di necessità e ha dovuto dare la precedenza all'esercizio del diritto elettorale, riuscendo anche a far togliere alcune disposizioni transitorie che riservavano l'applicazione del decreto alle sole Regioni di Lombardia e Lazio. Si sarebbe in quel caso creata una diseguaglianza tra gli elettori di fronte alla legge recando così un vulnus costituzionale di palese evidenza. Resta il pasticcio ed un precedente che accelera la trasformazione dello Stato dalle regole all'arbitrio del Sovrano. Gli elettori giudicheranno anzitutto i candidati e i programmi da essi sostenuti. Ma sarà bene che riflettano anche su questi aspetti politici di involuzione democratica. Non sarà un referendum pro o contro Berlusconi, ma certamente l'occasione per scegliere in favore di leggi valide per tutti o in favore delle "cricche" che hanno occupato le istituzioni usandole a favore dei loro privatissimi  interessi. L'occasione per cambiare questo andazzo arriverà tra venti giorni. Errare è umano, ma perseverare nell'errore non lo sarebbe. EUGENIO SCALFARI LR 7

 

 

 

Ecco il testo del decreto: per gli esperti è a rischio di inconstituzionalità

 

Il testo del decreto Il decreto legge, pubblicato oggi sulla Gazzetta ufficiale si compone di quattro soli articoli. Al primo punto si prevede che «il rispetto dei termini orari di presentazione delle liste si considera assolto quando, entro gli stessi, i delegati incaricati della presentazione delle liste, muniti della prescritta documentazione, abbiano fatto ingresso nei locali del Tribunale». La presenza entro il termine di legge nei locali del Tribunale dei delegati, specifica il decreto, «può essere provata con ogni mezzo idoneo». Il secondo articolo dispone che le firme si considerano valide anche se l'autenticazione non risulti corredata da tutti gli elementi richiesti, «purchè tali dati siano comunque desumibili in modo univoco da altri elementi presenti nella documentazione prodotta. In particolare, la regolarità della autenticazione delle firme non è comunque inficiata dalla presenza di una irregolarità meramente formale quale la mancanza o la non leggibilità del timbro della autorità autenticante, dell'indicazione del luogo di autenticazione, nonchè dell'indicazione della qualificazione dell'autorità autenticante, purchè autorizzata».

 

Le decisioni di ammissione di liste di candidati o di singoli candidati da parte dell'Ufficio centrale regionale sono - si legge nel terzo articolo del provvedimento - «definitive, non revocabili o modificabili dallo stesso Ufficio. Contro le decisioni di ammissione può essere proposto esclusivamente ricorso al Giudice amministrativo soltanto da chi vi abbia interesse. Contro le decisioni di eliminazione di liste di candidati oppure di singoli candidati è ammesso ricorso all'Ufficio centrale regionale, che può essere presentato, entro ventiquattro ore dalla comunicazione, soltanto dai delegati della lista alla quale la decisione si riferisce. Avverso la decisione dell'Ufficio centrale regionale è ammesso immediatamente ricorso al Giudice amministrativo». Le disposizioni si applicano anche «alle operazioni e ad ogni altra attività relative alle elezioni regionali, in corso alla data di entrata in vigore del decreto. Per le elezioni regionali, i delegati possono effettuare la presentazione delle liste dalle ore otto alle ore venti di lunedì 8 marzo».

 

Il parere degli esperti Un decreto legge «fortemente a rischio di incostituzionalità», quello cosiddetto «salva liste», almeno secondo diversi costituzionalisti, per i quali non si tratterebbe di un intervento «interpretativo», ma un vero e proprio cambio delle norme a procedura avviata, violando il principio di uguaglianza e introducendo una retroattività vietata. E che potrebbe portare addirittura ad un successivo annullamento delle elezioni.

 

Per i "tecnici" della materia la questione non è così pacifica. Era stato il prof. Valerio Onida, presidente dei costituzionalisti, in una intervista a sollevare forti dubbi: «È un'altra legge ad personam che discrimina le regioni con norme incostituzionali. È inammissibile che il governo intervenga per favorire qualcuno dei contendenti». «È forte il rischio che questo decreto sia dichiarato anticostituzionale con l'effetto di inficiare anche il risultato delle imminenti elezioni amministrative - sostiene Stefano Ceccanti, professore di diritto costituzionale e senatore del Pd -alcuni commi sono disegnati su misura per consentire la presentazione fuori tempo della lista del Pdl del Lazio: si tratta, dunque, di una norma 'ad hoc' che non può essere veicolata con lo strumento del decreto».

 

Dello stesso parere il prof. Tommaso Giupponi:«Questo decreto sembra andare oltre il limite dell'interpretazione della legge e si attesta, piuttosto, ad innovare il significato delle norme facendo una "operazionè non consentita". È legittima una norma quando è veramente interpretativa mentre quando produce un significato estraneo alla legge che si intende interpretare diventa solo un modo per aggirare il divieto di leggi retroattive. Non si era mai verificato un intervento "interpretativo" del governo». Giupponi segnala inoltre che «se il parlamento non dovesse convertire questo decreto si creerebbe un problema per la validità del risultato delle elezioni». Tranchant il giudizio del presidente emerito della Consulta, Mauro Ferri:«Mi sembra che serva molta buona volontà, troppa buona volontà, per considerare interpretativo questo decreto legge». L’U 6

 

 

 

 

Il governo, la forma e la sostanza

 

Fa una certa impressione rileggere gli articoli che Norberto Bobbio scrisse nelle pagine di questo giornale, tra il 1994 e il 1996, sulla forza politica edificata da Berlusconi a seguito di Tangentopoli: sull’inconsistenza dei club e circoli da lui creati, sulla loro vacuità, sullo spregio delle forme, tanto fieramente vantato.

 

Sulla violenza protestante della sua ribellione a liturgie e convenzioni della democrazia rappresentativa, vorremmo aggiungere: una violenza di tipo russo, alla Bakunin, che ricorda la vastità informe (la gestaltlose Weite) criticata nel 1923 dal giurista Carl Schmitt.

Fa impressione rivedere quei testi perché molte storture sono le stesse. Non furono curate allora per il semplice fatto che erano ritenute virtù nuove, e adesso la stortura s’è estesa divenendo non solo questione di codice penale ma di riti elettorali prima trasgrediti, poi mal rappezzati con leggi ad hoc. Quel che Bobbio rimproverava ai club era in sostanza questo: il disdegno delle regole, tanto più indispensabili nel regime democratico, che al popolo affida un’amplissima sovranità.

 

E l’ideazione di una forza non solo dipendente da un’unica persona («Un partito a disciplina militare, anzi aziendale», così Dell’Utri nel novembre ’94), ma priva di statuti, progetti, chiarezza innanzitutto sui finanziamenti.

 

Bobbio era pienamente consapevole del discredito che la corruzione rivelata da Mani Pulite aveva inflitto ai partiti, annerendoli tutti mortalmente e rendendo ancor più pertinente il termine partitocrazia.

 

Tuttavia i partiti restavano essenziali per la democrazia, secondo lui, perché senza partiti il potere si fa opaco, arbitrario, imprevedibile. Il non-partito propagandato da Forza Italia minacciava d’essere un’accozzaglia senza storia, una «rete di gruppi semiclandestini»: incompatibile con la «visibilità del potere» che «distingue la democrazia dalle dittature» (Stampa, 3-7-94). La pura negazione (non-partito) non diceva nulla perché infinite sono le possibilità da essa racchiuse: «Se dico “non bianco” comprendo in queste parole tutti i colori possibili e immaginabili (...). La democrazia rifiuta il potere che si nasconde», dirà il filosofo in un’intervista a Giancarlo Bosetti nel 2001. Il non-bianco equivale all’amorfa vastità descritta da Schmitt.

 

Agli esordi anche i professionisti della politica erano invisi, e lo sono a tutt’oggi: gli uomini che si dedicano alla causa pubblica e ne vivono. Come nel film di Elia Kazan, meglio era scovare un Volto nella Folla, trasformarlo in talentuoso comunicatore, e la fabbrica del consenso partiva. Già nel 1957, Kazan crea il prototipo del manipolatore nichilista delle folle, eterno homo ridens, dandogli il nome di Lonesome Rhodes, il «Solitario» venuto dal nulla o meglio dalla galera. Di uomini così era fatto il non-partito escogitato da Mediaset, e lo è tuttora. Tuttora si avvale dei consigli di Previti, condannato definitivamente per corruzione in atti giudiziari. O di Verdini, indagato per corruzione.

 

Il politico di professione è considerato da costoro parassita, incapace di fare. La cerchia attorno a Berlusconi è piena di uomini che agiscono al riparo della politica e della legge: imprenditori o avvocati (soprattutto avvocati del Capo). Lo stesso Stato è sospettato, se non li serve: tanto che la sede del governo non è più Palazzo Chigi ma il domicilio del Capo a Palazzo Grazioli. Bobbio dà a questo fantasmatico potere il nome di partito personale di massa, e nel ’94 chiede al suo leader precisazioni: se il suo non è un partito cos’è, esattamente? Come s’è finanziato? Cosa farà per dare al proprio potere visibilità: dunque forme, regole rispettose del codice penale e di procedure elettorali che non avvantaggino i più forti o ricchi? Si vede in questi giorni come i riti, le sequenze formali, le procedure, siano sviliti e lisi.

 

Il disastro delle liste presentate tardi o malamente nel Lazio e in Lombardia conferma difetti congeniti, non sanati dal partito creato con Alleanza nazionale. All’origine: una politica al tempo stesso autoritaria e informe al punto di smottare di continuo come la terra semovente di Maierato in Calabria. Diciotto anni sono passati da Mani Pulite e i club di Mediaset hanno per questa via privatizzato la politica, screditandola agli occhi degli italiani e convincendo anch’essi che il privato è tutto, il pubblico niente. Si ascolti Verdini, sull’Espresso del 23-5-08. All’obiezione sul conflitto d’interessi replica, ardimentoso: «Il conflitto d’interessi non interessa più a nessuno. Neanche a chi non ha votato il Cavaliere. Diamo cento euro in più nella busta paga, detassiamo gli straordinari, favoriamo i premi aziendali senza tassazione e poi vediamo. Alla fine, la gente fa i conti con la propria famiglia».

 

La famiglia, l’affare, il favore chiesto per figli, mogli, cognati: son tutte cose che vengono prima, e se farsi strada affatica ci si serve della politica come di una scatola d’utensili cui si attinge per proteggersi dalla legge e aggirarla. Dell’Utri lo ammette: «A me della politica non frega niente, io mi sono candidato per non finire in galera» (intervista a Beatrice Borromeo, Il Fatto 10-2. La dichiarazione non è stata smentita né ha fatto rumore).

 

Bobbio disse ancora che il berlusconismo è «una sorta di autobiografia della nazione». Autobiografia non solo collettiva ma di ciascuno di noi: cittadini evasori, onesti, non per ultimo cittadini-giornalisti. Un giorno o l’altro dovremo domandarci ad esempio, nelle redazioni, come mai inondiamo i lettori di pagine di intercettazioni che nulla c’entrano con reati penalmente perseguibili. Come mai riceviamo dai giudici 20.000 pagine di telefonate, solo in parte cruciali. Se davvero si difende il diritto degli inquirenti a tutte le intercettazioni utili, per render visibili crimini e poteri nascosti, vale la meta mettere un muro fra le intercettazioni rilevanti e quelle concernenti il privato come le scelte sessuali, a meno che le prestazioni non avvengano in cambio di favori illeciti. Anche questo innalzare muri era pensiero dominante, in Bobbio. Citando Michael Walzer ripeteva: «Il liberalismo è un universo di “mura”, ciascuna delle quali crea una nuova libertà». Il lettore non capisce più nulla, alle prese con faldoni di intercettazioni, e rischia una nausea senza più indignazione.

 

Il disprezzo delle forme e delle leggi caratterizza ieri come oggi il berlusconismo (con l’eccezione di Fini, da qualche tempo) e sempre ha generato regimi carismatici autoritari. Fu l’estrema destra francese, negli Anni 30, ad anteporre il «Paese reale» (o sostanziale) al «Paese legale».

 

Anch’essa formò Leghe, non partiti. Il partito è una parte, non rappresenta un’interezza, per natura si dà un limite. Nella stessa trappola dell’informe cade oggi il governo, e il vecchio istinto del non-partito fa ritorno. Con disinvoltura ineguagliata Schifani, di fronte all’intrico delle liste, si augura «che venga garantito il diritto di voto a tutti e che la sostanza prevalga sulla forma». Augurio comprensibile il primo, pernicioso il secondo.

 

Il rigetto delle forme va di pari passo con il rifiuto della legalità, con il primato dato ai diritti privati o corporativi sugli obblighi comuni, con la separazione dei poteri. Si combina alla sfrontatezza con cui l’homo ridens di Kazan, sicuro com’è del proprio talento, si sente legibus solutus, sciolto dai vincoli delle leggi. Talmente sciolto che Berlusconi non esita a dichiarare, nel novembre 1994: «Chi è scelto dalla gente è come unto dal Signore». La Chiesa non ebbe mai alcunché da dire. Anche questa domanda, che Bobbio pose al Vaticano, resta senza risposta.

 

Tanta sicurezza può dare alla testa. Se ce ne fosse un po’ di meno, se non continuasse la pratica dei «gruppi semiclandestini», si potrebbe chiedere semplicemente scusa agli italiani e alle istituzioni, per la cialtrona gestione delle liste. Aiuterebbe. Ma forse, come scrive Gian Enrico Rusconi sulla Stampa, sognare non ci è dato.

BARBARA SPINELLI  LS 7

 

 

 

Napolitano: «Non sostenibile l'esclusione del Pdl dalle elezioni»

 

«Il provvedimento non poteva che essere un dl». Bersani: «Il Capo dello Stato non c'entra col trucco del Pdl»

 

ROMA - Napolitano si è affidato al sito Internet del Quirinale per spiegare il delicato, e contestato, iter legislativo sulle liste escluse e poi riammesse alle elezioni regionali. Lo spunto sono le lettere di due cittadini, una a favore e l'altra contraria al decreto «salva-liste». «Non era sostenibile - scrive Napolitano - che potessero non parteciparvi nella più grande regione italiana il candidato presidente e la lista del maggior partito politico di governo, per gli errori nella presentazione della lista contestati dall'ufficio competente costituito presso la corte d'appello di Milano».

INEVITABILE IL DECRETO LEGGE - «I tempi si erano a tal punto ristretti - dopo i già intervenuti pronunciamenti delle Corti di appello di Roma e Milano - che quel provvedimento non poteva che essere un decreto legge». Napolitano spiega anche che, al di là della ventilata soluzione politica alla mancata presentazione delle liste, c'era la necessità di intervenire tempestivamente. Il testo del decreto legge, aggiunge poi il presidente «non ha presentato a mio avviso evidenti vizi di incostituzionalità».

RISPETTO PER IL CAPO DELLO STATO - «Un effettivo senso di responsabilità dovrebbe consigliare a tutti i soggetti politici e istituzionali di non rivolgersi al Capo dello Stato con aspettative e pretese improprie, e a chi governa di rispettarne costantemente le funzioni e i poteri». Si chiude così la risposta del Capo dello Stato apparsa sul sito del Quirinale.

BERSANI: «NAPOLITANO NON C'ENTRA CON IL TRUCCO DEL PDL» - A difesa del Presidente della Repubblica è intervenuto il segretario del Pd Pier Luigi Bersani parlando del Dl sulle regionali: «il presidente della Repubblica non c'entra niente, non si nascondano dietro al presidente della Repubblica. La Costituzione la conosciamo. Loro sono responsabili di quello che hanno scritto, del trucco vergognoso che hanno introdotto». Il segretario del Pd ha poi aggiunto che « il giudizio su queste norme deve venire da una mobilitazione che vogliamo fare. Consideriamo nullo ogni accordo per la gestione di questa settimana parlamentare»; poi «vogliamo che si pronuncino i livelli giurisdizionali, immaginiamo che questa norma possa essere messa ad una valutazione più attenta della Corte costituzionale».

BOSSI: «NAPOLITANO OTTIMO PRESIDENTE» - Apprezzamento per il Presidente della Repubblica è arrivato anche da Umberto Bossi: «Il capo dello Stato nella vicenda del caos delle liste è stato molto equilibrato. Napolitano ogni giorno che passa, vicenda dopo vicenda, si dimostra un ottimo presidente della Repubblica».  CdS 6

 

 

 

Il costituzionalista Zagrebelsky: così si apre la strada a nuove intimidazioni

 

Il presidente Napolitano opera per evitare la violenza - "Una corruzione della legge

che viola uguaglianza e imparzialità" - di LIANA MILELLA

 

ROMA - Non critica Napolitano, dissente da Di Pietro, benedice le proteste, boccia un decreto inconcepibile in uno Stato di diritto. Gustavo Zagrebelsky inizia citando un episodio che, "nel suo piccolo", indica lo stravolgimento dell'informazione. Al Tg1 di venerdì sera va in onda la foto di Hans Kelsen, uno dei massimi giuristi del secolo scorso. "Gli fanno dire che la sostanza deve prevalere sulla forma: a lui, che ha sempre sostenuto che, in democrazia, le forme sono sostanza. Una disonestà, tra tante. Gli uomini di cultura dovrebbero protestare per l'arroganza di chi crede di potersi permettere di tutto".

 

Professore, che succede?

"Apparentemente, un conflitto tra forma e sostanza".

 

Apparentemente?

"Se guardiamo più a fondo, è un abuso, una corruzione della forza della legge per violare insieme uguaglianza e imparzialità".

 

Perché? Non si trattava invece proprio di permettere a tutti di partecipare alle elezioni?

"Il diritto di tutti è perfettamente garantito dalla legge. Naturalmente, chi intende partecipare all'elezione deve sottostare ad alcuni ovvi adempimenti circa la presentazione delle candidature. Qualcuno non ha rispettato le regole. L'esclusione non è dovuta alla legge ma al suo mancato rispetto. È ovvio che la più ampia "offerta elettorale" è un bene per la democrazia. Ma se qualcuno, per colpa sua, non ne approfitta, con chi bisogna prendersela: con la legge o con chi ha sbagliato? Ora, il decreto del governo dice: dobbiamo prendercela con la legge e non con chi ha sbagliato".

 

E con ciò?

"Con ciò si violano l'uguaglianza e l'imparzialità, importanti sempre, importantissime in materia elettorale. L'uguaglianza. In passato, quante sono state le esclusioni dalle elezioni di candidati e liste, per gli stessi motivi di oggi? Chi ha protestato? Tantomeno: chi ha mai pensato che si dovessero rivedere le regole per ammetterle? La legge garantiva l'uguaglianza nella partecipazione. Si dice: ma qui è questione del "principale contendente". Il tarlo sta proprio in quel "principale". Nelle elezioni non ci sono "principali" a priori. Come devono sentirsi i "secondari"? L'argomento del principale contendente è preoccupante. Il fatto che sia stato preso per buono mostra il virus che è entrato nelle nostre coscienze: il numero, la forza del numero determina un plusvalore in tema di diritti".

 

E l'imparzialità?

"Il "principale contendente" è il beneficiario del decreto ch'esso stesso si è fatto. Le pare imparzialità? Forse, penseremmo diversamente se il beneficiario fosse una forza d'opposizione. Ma la politica non è il terreno dell'altruismo. Ci accontenteremmo allora dell'imparzialità".

 

Anche lei, come l'ex presidente Onida, considera il dl una legge ad personam?

"Questa vicenda è il degno risultato di un atteggiamento sbagliato che per anni è stato tollerato. Abbiamo perso il significato della legge. Vorrei dire: della Legge con la maiuscola. Le leggi sono state piegate a interessi partigiani perché chi dispone della forza dei numeri ritiene di poter piegare a fini propri, anche privati, il più pubblico di tutti gli atti: la legge, appunto. Si è troppo tollerato e la somma degli abusi ha quasi creato una mentalità: che la legge possa rendere lecito ciò che più ci piace".

 

Torniamo al decreto. Si poteva fare?

"La legge 400 dell'88 regola la decretazione d'urgenza. L'articolo 15, al comma 2, fa divieto di usare il decreto "in materia elettorale". C'è stata innanzitutto la violazione di questa norma, dettata non per capriccio, ma per ragioni sostanziali: la materia elettorale è delicatissima, è la più refrattaria agli interventi d'urgenza e, soprattutto, non è materia del governo in carica, cioè del primo potenziale interessato a modificarla a suo vantaggio. Mi pare ovvio".

 

Quindi, nel merito, il decreto viola la Costituzione?

"Se fosse stato adottato indipendentemente dalla tornata elettorale e non dal governo, le valutazioni sarebbero del tutto diverse. Dire che il termine utile è quello non della "presentazione" delle liste, ma quello della "presenza dei presentatori" nei locali a ciò adibiti, può essere addirittura ragionevole. Non è questo il punto. È che la modifica non è fatta nell'interesse di tutti, ma nell'interesse di alcuni, ben noti, e, per di più, a partita in corso. È un intervento fintamente generale, è una "norma fotografia"".

 

Siamo di fronte a una semplice norma interpretativa?

"Quando si sostituisce la presentazione delle liste con la presenza dei presentatori non possiamo parlare di interpretazione. È un'innovazione bella e buona".

 

E la soluzione trovata per Milano?

"Qui si trattava dell'autenticazione. Le formule usate per risolvere il problema milanese sono talmente generiche da permettere ai giudici, in caso di difetti nella certificazione, di fare quello che vogliono. Così, li si espone a tutte le possibili pressioni. Nell'attuale clima di tensione, questa pessima legislazione è un pericolo per tutti; è la via aperta alle intimidazioni".

 

Lei boccia del tutto il decreto?

"Primo: un decreto in questa materia non si poteva fare. Secondo: soggetti politici interessati modificano unilateralmente la legislazione elettorale a proprio favore. Terzo: si finge che sia un interpretazione, laddove è evidente l'innovazione. Quarto: l'innovazione avviene con formule del tutto generiche che espongono l'autorità giudiziaria, quale che sia la sua decisione, all'accusa di partigianeria".

 

Di Pietro e Napolitano. È giusta la critica dell'ex pm al Colle?

"Le reazioni di Di Pietro, quando accusa il Capo dello Stato di essere venuto meno ai suoi doveri, mi sembrano del tutto fuori luogo. Ciascuno di noi è libero di preferire un comportamento a un altro. Ma è facile, da fuori, pronunciare sentenze. La politica è l'arte di agire per i giusti principi nelle condizioni politiche date. Queste condizioni non sempre consentono ciò che ci aspetteremmo. Quali sono le condizioni cui alludo? Sono una sorta di violenza latente che talora viene anche minacciata. La violenza è la fine della democrazia. Il Capo dello Stato fa benissimo a operare affinché non abbia mai a scoppiare".

 

Ma Di Pietro, nella firma del Presidente, vede un attentato.

"La vita politica non si svolge nel vuoto delle tensioni, ma nel campo del possibile. Il presidente ha agito usando l'etica della responsabilità, mentre evocare iniziative come l'impeachment significa agire secondo l'etica dell'irresponsabilità".

 

Lei è preoccupato da tutto questo?

"Sì, è anche molto. Perché vedo il tentativo di far prevalere le ragioni della forza sul quelle del diritto. Bisogna dire basta alla prepotenza dei numeri e chiamare tutte le persone responsabili a riflettere sulla violenza che la mera logica dei numeri porta in sé".

 

L'opposizione è in rivolta. Le prossime manifestazioni e le centinaia di messaggi sul web non rischiano di produrre una spirale inarrestabile?

"Ogni forma di mobilitazione contro gli abusi del potere è da approvare. L'unica cautela è far sì che l'obiettivo sia difendere la Costituzione e non alimentare solo la rissa. C'è chi cerca di provocare lo scontro. Per evitarlo non si può rinunciare a difendere i principi fondamentali. Speriamo che ci si riesca. La mobilitazione dell'opposizione responsabile e di quella che si chiama la società civile può servire proprio a far aprire gli occhi ai molti che finora non vedono".   LR 7

 

 

 

 

Il peggio non è passato

 

I ragazzi e le ragazze del «popolo viola» che occupano la piazza del Quirinale; il Pd che annuncia ostruzionismo nelle aule del Parlamento; Antonio Di Pietro che pensa all’impeachment del Capo dello Stato; il Popolo della libertà che incassa il risultato e maramaldeggia nei confronti dell’opposizione.

 

E Gianfranco Fini che prova a gettare acqua sul fuoco ma non riesce a trovare argomenti più convincenti di un dimesso «quel decreto è il male minore». E’ vero che era ingenuo nutrire dubbi in proposito: ma ora si può onestamente dire che ha avuto senz’altro ragione chi aveva previsto che il «pasticcio delle liste» sarebbe finito assai peggio di com’era cominciato. E infatti è finito com’è sotto gli occhi di tutti: un altro mucchietto di macerie sull’ipocritamente invocato «dialogo» e nuove cicatrici su questa o quella istituzione.

 

Non è un bel risultato. E ancora meno bello è il tentativo di scaricare responsabilità e macerie dalle parti del Quirinale. Giorgio Napolitano è politico (e uomo delle istituzioni) di troppo lungo corso per aver sperato un solo momento che potesse finire diversamente. L’altra notte, per chiedergli di non firmare il decreto, si sono sdraiati in piazza del Quirinale un centinaio di uomini e donne del «popolo viola»: ieri mattina, se non lo avesse firmato, avrebbe trovato migliaia di bandiere tricolori e di militanti del Pdl sotto le finestre a scandire slogan contro il «Presidente comunista». E’ che in troppi, ormai, applicano al Presidente-arbitro il metro di giudizio che viene utilizzato negli stadi per gli arbitri veri: bravi se ti fischiano il rigore a favore, ladri se te lo fischiano contro. Una vergogna, certo: ma è con questo andazzo che Napolitano deve fare i conti.

 

In questo senso, la lunga nota con la quale il Presidente ha voluto spiegare il senso delle sue decisioni a due cittadini che gli avevano scritto, è a suo modo drammatica e segna una svolta. Il Capo dello Stato argomenta, polemizza, accusa e si difende in un inedito crescendo che mescola preoccupazione e rabbia. Napolitano domanda: si poteva andare al voto in Lombardia e a Roma senza le liste del maggior partito? Insiste: si era parlato di una soluzione condivisa, ma nessuno l’ha indicata. Argomenta: erano in gioco due interessi entrambi meritevoli di tutela, il rispetto delle procedure e il diritto dei cittadini di scegliere tra schieramenti diversi. E infine, una conclusione a metà tra un’accusa e una supplica: «Un effettivo senso di responsabilità dovrebbe consigliare a tutti i soggetti politici e istituzionali di non rivolgersi al Capo dello Stato con aspettative e pretese improprie, e a chi governa di rispettarne funzioni e poteri».

 

Un inedito, nei toni e nella sostanza. Ma un inedito che è frutto di uno stillicidio che viene da lontano e che ha coinvolto ora i giornali, ora la Corte Costituzionale, ora il Quirinale: cioè organi o strumenti «terzi», garanti di imparzialità e invece finiti nel tritacarne di una polemica politica fattasi selvaggia, all’ombra di un bipolarismo assai malinteso. Uno stillicidio che ha portato qualche mese fa il presidente del Consiglio a dire «tanto si sa il Presidente da che parte sta» (cioè con i «comunisti») e Antonio Di Pietro, appena ieri, a chiederne l’impeachment: una follia politica e costituzionale, quest’ultima, proposta da chi le leggi e la Costituzione dovrebbe invece conoscerle a memoria.

 

E onestamente, è difficile dire che il peggio si possa considerare passato. Quando l’ennesimo grande incendio intorno al palazzo del Quirinale si sarà infatti spento, cominceranno a bruciare le micce cui quell’incendio ha dato fuoco: la reazione del Pd, che annuncia ostruzionismo e barricate alla Camera e al Senato; l’ulteriore deterioramento dei rapporti tra governo e opposizione; il bellicoso ritorno in campo di un Di Pietro che sembra aver già smesso i panni della «responsabilità»; una campagna elettorale che da intossicata che era si farà micidiale; e il tutto, ovviamente, a galleggiare in un lago ormai nauseabondo di tangenti e intercettazioni, prestazioni sessuali e simboli d’efficienza tirati giù dal piedistallo.

 

Un bell’affare. E se si ragiona sul fatto che a scatenare un simile putiferio sono stati un timbro poco leggibile e un «consegnatore di liste» ritardatario, pare tutto davvero incredibile. Purtroppo, invece, è vero. E ai cittadini che tra venti giorni vanno al voto non resta che attendere la nuova, pessima puntata... FEDERICO GEREMICCA LS 7

 

 

 

 

Cala il consenso per il governo

 

Prosegue la diminuzione di popolarità: 39 per cento. Crollo tra chi vota Lega

 

Come in molti avevano previsto, le convulse vicende di questi giorni riguardo alla presentazione delle liste per le regionali, hanno finito con l'influire negativamente sul grado di popolarità del Governo. Facendolo ulteriormente calare — dopo la diminuzione già rilevata il mese scorso— di altri 4 punti. E assestando l’indice di consenso poco sotto il 39%, quando, a dicembre scorso, subito dopo l'aggressione al Cavaliere in Piazza del Duomo a Milano, esso aveva superato il 50%. Siamo giunti dunque ad uno dei livelli più bassi mai registrati per l'esecutivo guidato da Silvio Berlusconi. Il calo più consistente di popolarità non si è manifestato tra gli elettori di centrosinistra (ove, ovviamente, i giudizi positivi sul Governo sono già molto bassi e non possono decrescere più di tanto), ma, specialmente nel cuore dei segmenti che tradizionalmente sostengono la coalizione del centrodestra. In particolare, tra gli stessi elettori del Pdl la quota di chi esprime un’opinione positiva sull' operato del Governo è scesa dal 93% di inizio febbraio al 76% di inizio marzo, con una diminuzione del 17%.

IL CROLLO FRA I LEGHISTI - Tra i votanti per la Lega il calo è ancora più sensibile: dall’83% del mese scorso al 57% di oggi. Ciò significa che circa un elettore del Carroccio su quattro ha in qualche misura maturato in quest’ultimo periodo una qualche delusione nei confronti dell’esecutivo sostenuto dal suo partito. Non a caso, dal punto di vista territoriale, la zona che maggiormente manifesta una crescita di sfiducia è il nord est, una delle roccaforti del partito del Premier e della Lega. Gli strati sociali che più si sono allontanati dal sostegno al Governo sono quelli cui sin qui quest'ultimo si è maggiormente appoggiato: le casalinghe (-13% di valutazioni positive), gli imprenditori e i lavoratori autonomi. Ma anche nel settore cruciale degli indecisi—l'ambito da convincere in vista delle prossime elezioni regionali — il decremento di consenso è significativo e pari a circa il 10%. A questo andamento negativo ha certo contribuito moltissimo l’immagine di «pasticcione» e di approssimativo offerta dal Pdl nella vicenda delle firme da sottoporre per l'ammissione alle elezioni amministrative. Ma questo triste episodio non ne è l'unica causa. Come sempre accade, il formarsi delle opinioni non è determinato da un solo motivo, ma dal sedimentarsi progressivo delle impressioni ricavate nel tempo da più episodi e accadimenti.

 

GLI SCANDALI - Così, hanno certo «contato» nel trend sfavorevole al Governo gli scandali e le vicende delle ultime settimane, che hanno visto coinvolti esponenti del PDL o comunque legati alla maggioranza. Ancora, può aver avuto un effetto sul calo di popolarità del Governo, il dissenso verso alcune decisioni che sono apparse comunque legate a quest’ultimo. Ad esempio, il divieto imposto dalla Rai (con il voto dei consiglieri di maggioranza, perlopiù espressione dei partiti di centrodestra) alla messa in onda dei talk show più importanti sino alla data delle elezioni ha incontrato una forte disapprovazione nella popolazione. Quasi il 60% degli italiani dichiara di non condividere questa decisione: il dissenso è ovviamente maggiore tra gli elettori del centrosinistra, ma si trova in dimensione cospicua anche nel seguito del centrodestra, ove grossomodo il 40% esprime la propria contrarietà al provvedimento. Nell'insieme, il clima di opinione appare dunque sempre più negativo per l'esecutivo. Senza che, però, l'opposizione ne guadagni più di tanto in termini di popolarità. Ciò che emerge prevalentemente è, come già si è avuto modo di sottolineare, un clima di sfiducia generalizzato verso la politica e le sue istituzioni. È l'intero sistema che appare sempre più fragile e messo sotto accusa da strati crescenti di cittadini. Ciò potrà avere un effetto nel comportamento di voto alle prossime elezioni. Non solo con il possibile calo di consensi per il Pdl, anticipato peraltro dai sondaggi più recenti, ma, forse, con un incremento delle astensioni.

Renato Mannheimer CdS 7

 

 

 

 

In attesa della legge contro la corruzione

 

Ammesso che basti a sanare l’Italia dal degrado morale di alcuni ceti sociali. A danno della maggioranza di cittadini onesti e lavoratori

  

   La corruzione continua a far parlare: ogni giorno si viene a conoscenza di arresti, indagini e avvisi di garanzia che raggiungono parlamentari, magistrati, presidenti di Regione ed imprenditori. Tanto da spingere Sergio Romano ad iniziare il suo editoriale, apparso sul Corriere della Sera il 28 febbraio scorso, con queste parole: “

   Alla fine di una delle peggiori settimane della storia nazionale molti Italiani e moltissimi stranieri pensano probabilmente che l’Italia sia un malato terminale. La principale funzione delle sue industrie sarebbe quella di riciclare denaro sporco. La Protezione civile servirebbe ad arricchire costruttori cinici e spregiudicati. I suoi senatori sarebbero schiavi della malavita. E i magistrati, secondo il presidente del Consiglio, sarebbero «talebani»”. L’articolista non cita l’evasione fiscale che ha superato i 2 miliardi di euro e non fa nomi, benché sia evidente il riferimento al Capo della Protezione civile e al sen. Di Girolamo, eletto, pare slealmente, all’estero con “voti della ‘ndrangheta”.         

   In effetti, a seguire i fatti nazionali riportati dalle cronache, che vedono coinvolti anche i togati (Toro, per es.), si rimane depressi e sgomenti. Tuttavia, scandalizza di più il metodo, giornalistico e televisivo, con cui si dà notizia dei tanti reati compiuti. Un'informazione che trascura gli indubbi episodi nazionali di umanità, di dignità, di perbenismo; che denuncia l’ammontare della frode tributaria, senza però rilevare che spesso è dettata da necessità, il fisco togliendo ai cittadini il 43,9% dei redditi; che sbircia dal buco della serratura negli affari privati della gente; che inventa cose che non esistono; o anticipa le condanne, basandosi su spezzoni di frasi intercettate. Anche a costo di coprire di fango una persona, Bertolaso - al quale l’Italia deve molto -, fino a spingere un lettore del Corsera a commentare: “Stai tranquillo, Bertolà! Tanto Berlusconi ti nomina ministro e resterai impunito”.

   Ne risulta il ritratto di un popolo corrotto, cinico e perverso; di un Paese che non sa rinunciare ad un certo modo immorale di lucrare; che ha un tasso di corruzione che non solo divora 50 miliardi l'anno (stima della Banca mondiale) ma si espande, le denunce nel 2009 essendo aumentate del 229% rispetto al 2008, (dati forniti, all'inaugurazione dell'anno giudiziario della Corte dei Conti, dal procuratore generale, Mario Ristuccia).

   Inevitabile la deduzione: in Italia i galantuomini sono l’eccezione. Giudizio che Sergio Romano, nell’articolo citato, contesta: “Non ha torto chi pensa che dietro questo ritratto dell’Italia vi sia un altro Paese” di lavoratori e di onesti. E giustamente domanda: “Potremmo cominciare a parlare anche del Paese che funziona e dei modi per renderlo migliore?”. Basterebbe infatti rapportare al totale della popolazione italiana (senza contare il 7% di stranieri) il numero, sia pure elevato, di corrotti per concludere che non rappresentano la totalità. Manca forse una reazione popolare, per indifferenza o per assuefazione, tanto da suggerire ad Ernesto Galli della Loggia (sempre sul Corsera) la convinzione che “occorre cambiare la testa agli Italiani”.

   Ma non può migliorare, il popolo, se è spinto a giudicare in base a verdetti sparati sui media prima del regolare processo; se legge notizie dettate da pregiudizio, da maldicenza, o stralci incomprensibili d’intercettazioni, benché secretate, dalle quali emergono comportamenti illeciti e sessuali degli indagati; se vengono a conoscenza di sentenze che spesso aggirano le norme esistenti; di assoluzioni - o condanne - che arrivano dopo decenni. Soprattutto se è infarcito di bugie: non a caso, le figlie di Bertolaso hanno rilevato che manca, da noi, un’adeguata pena per chi strombazza menzogne. Come quella sparata dal Corriere della Sera, secondo il quale Bertolaso avrebbe fatto carriera solo perché “nipote del Card. Ruini”, ma non pubblica la smentita dello stesso Cardinale.

   Ben venga, quindi, il provvedimento contro la corruzione, testé approvato dal Consiglio dei Ministri, il solo che può far rialzare il livello morale del Paese, purché riesca a diventare presto norma operativa. E a patto che non lo si cambi troppo, benché definito da fonti governative “bozza modificabile”. Esso prevede l’inasprimento delle pene per i reati contro la Pubblica Amministrazione, fino ad un massimo di 6 anni; la non candidatura a cariche nazionali o locali dei Presidenti di Regione rei di atti “contrari alla Costituzione”; l’ineleggibilità al Parlamento, per 5 anni, di chi è condannato con sentenza definitiva per corruzione, concussione o peculato; e un “Piano nazionale anticorruzione” con il compito di controllare la gestione di appalti e concorsi, non tanto per ridurre gli illeciti, quanto per prevenirli.   

 

   Il testo pare discreto in linea generale, ma non è detto che serva davvero a risolvere il problema. Anche perché, con i tempi lunghissimi dei processi, l’indagato potrà intanto candidarsi. E, magari, se eletto, continuare a delinquere. Ne ritroviamo, infatti, qualcuno nelle liste elettorali delle prossime Regionali, in particolare della Campania dove, per il centrosinistra, punta al ruolo di Governatore l’ex sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca, rinviato a giudizio per “concussione, truffa ed abuso di ufficio”; in “Alleanza di Popolo” (collegata al centrodestra) si presenta Roberto Conte, già condannato in primo grado per associazione camorristica; nella lista del Pdl spicca il consigliere regionale uscente, Pietro Diodato, coinvolto in un’inchiesta per truffa nei rimborsi spese della Regione. Nella quale è indagato un altro candidato del Pd, Giuseppe Russo. Certo, tutti “innocenti” fino a sentenza definitiva. Ma chi ce lo assicura?  Egidio Todeschini, de.it.press

  

 

 

 

Le nuove misura anticorruzione. La trasparenza che non c’è

 

Grande era l’attesa per il disegno di legge (ddl) governativo in materia di corruzione. Altrettanto grande la delusione, oggi che il ddl è noto nelle sue linee generali, anche se non ancora presentato formalmente. Le norme che intendono contrastare la corruzione in modo diretto sono poche e di dubbia efficacia. Il grosso del provvedimento riguarda obblighi di controllo, trasparenza e rendicontazione interni alle pubbliche amministrazioni. Se funzionassero, migliorerebbe senz’altro la qualità dei servizi pubblici ed è probabile che nelle maglie dei controlli incapperebbero molti casi di corruzione. Ma funzioneranno? Partiamo dal contrasto diretto alla corruzione.

Al di là dell’architettura istituzionale costruita dal primo articolo, il ddl prevede una raffica di inasprimenti delle pene per molti reati, connessi alla corruzione o di altra natura, nonché maggiori restrizioni alla candidatura a organi rappresentativi delle persone che tali reati hanno commesso. Quanto alle pene, è ben noto che il loro effetto dissuasivo non dipende tanto dalla loro severità quanto dalla probabilità che il reato venga scoperto e sanzionato in tempi brevi: in realtà si aggravano le pene per venire incontro all’indignazione popolare. Quanto alle condizioni di incandidabilità, la bozza di ddl le estende solo per i politici degli enti locali: vedremo se saranno estese anche per i parlamentari dopo le critiche di Fini e Calderoli. Naturalmente, sempre di reati passati in giudicato si tratta. Tre gradi di giudizio, con i tempi biblici della nostra giustizia, lasciano tranquilli sui loro scranni i pochi (?) politici che hanno problemi seri con la giustizia. Gran parte del ddl riguarda però la corruzione solo in modo indiretto, nell’ipotesi che controlli più frequenti, più ampi e rigorosi, oltre a migliorare la trasparenza e la qualità del settore pubblico — che è un bene in sé—consentano di scoprire e denunciare le mele marce che in esso si trovano.

La fonte maggiore di delusione, ma prima ancora di sorpresa, sta proprio qui: in larga misura questi controlli interni già esistono e sinora non hanno affatto impedito né la corruzione, né l’inefficienza. Agli obblighi di rendicontazione, di verifica, di comunicazione, di coordinamento, di redazione di prospetti e bilanci— già oggi onerosissimi — il ddl ne aggiunge altri dello stesso tipo, sempre compiti interni alla pubblica amministrazione e sempre a risorse invariate: come farà un povero dirigente amministrativo a mandare avanti il suo ufficio, ad assolvere i compiti esterni cui è tenuto? Farà come ha sempre fatto, non assolverà i nuovi obblighi che gli vengono imposti o li assolverà solo formalmente, fidando che il suo controllore (sempre interno) sia anch’esso oberato di compiti impossibili, e non li assolva o li assolva male.

Ho sottolineato più volte la natura «interna» dei controlli perché è ben noto, e Brunetta lo sa benissimo, che, oltre ai controlli interni, devono esserci controlli esterni, sempre pubblici, ma svolti da agenzie e istituzioni che hanno una natura terza rispetto all’amministrazione controllata: insomma, dei watchdogs, dei cani da guardia indipendenti, come ad esempio il New York City Comptroller (www.comptrol-ler.nyc.gov/comptroller/duties.shtm). Ma questo cane da guardia ha uno staff di 700 contabili, giuristi, ingegneri, informatici, analisti finanziari, esperti di organizzazione, oltre al personale ausiliario. Mi si chiederà: come la mettiamo con le spese aggiuntive che ciò comporterebbe? Ricorre per tutto il ddl il mantra che la riforma deve avvenire a spese costanti e, per chi non avesse capito, esso viene ripetuto nell’articolo finale, dal titolo evocativo di «clausola di invarianza». Rispondo: se non c’erano i soldi, invece di trascurare l’aureo principio che le nozze non si fanno coi fichi secchi, invece di soffocare l’amministrazione sotto il peso di norme che non saranno rispettate, ci si poteva limitare ai casi in cui si sa benissimo come aumentare senza spesa la qualità dei servizi pubblici e come ridurre la commistione impropria tra politica e amministrazione. Ad esempio restringendo fortemente lo spoils system.

Facendo nominare dalle minoranze gli organi di controllo negli enti e nelle società partecipate. Utilizzando concorsi rigorosi e pubblici per i manager delle Asl. E potrebbero essere elencate tante altre riforme senza spesa e complicazioni, ma ovviamente difficili da attuare, perché comportano duri contrasti politici e conflitti di interesse. Confesso di essermi illuso nello sperare in una riforma innovativa. Qualche ragione però l’avevo, perché la fanfara era stata assordante. Un esempio? Il ministro Sacconi, in un’intervista al Corriere del 28 febbraio, aveva affermato che nel ddl sarebbe stato previsto un vero e proprio «fallimento politico», in cui i libri contabili di un ente con bilanci dissestati o anormalmente inefficiente sarebbero stati portati non in tribunale, come avviene per le imprese, ma ad un immediato giudizio elettorale: nel qual caso «gli amministratori falliti sono ineleggibili a quella e altre cariche. E tutto ciò anche quando non c’è rilevanza penale». Ho cercato a lungo questa norma nella bozza del ddl, ma non l’ho trovata: si tratta forse dell’art. 8, che vale solo per i presidenti delle Regioni, si limita ad una fattispecie estrema ed eccezionale (art. 126 della Costituzione) e non specifica cosa debba intendersi per «gravi violazioni di legge »? In questo caso la montagna del «fallimento politico» avrebbe partorito un topolino.  Michele Salvati CdS 6

 

  

 

 

Di Girolamo: "Sereno, chiarirò tutto". Davanti al gip sceglie di non parlare. L'ex senatore del Pdl è a Rebibbia

 

ROMA - Poco più di un’ora: tanto è durato il primo confronto tra i magistrati e l’ex senatore del Pdl, Nicola Di Girolamo, arrestato nell’ambito dell’inchiesta condotta dalla Procura di Roma su un presunto maxiriciclaggi di due miliardi di euro. L’ex parlamentare di fronte al Gip, Aldo Morgigni, e al procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e al pm Giovanni Bombardieri, si è avvalso della facoltà di non rispondere. Una decisione che i due legali di Di Girolamo, Carlo Taormina e Pier Paolo Dell’Anno, hanno motivato spiegando che il loro assistito «in ragione della complessità e del tecnicismo della vicenda ha ritenuto di fornire solamente nel proseguo i necessari chiarimenti all’autorità inve