WEBGIORNALE 8-9 Marzo
2010
Donne per l'Europa. Otto Marzo, tutela della vita, della famiglia, della
libertà di educare
L'Europa
attraversa un periodo di crisi, nessun dubbio. Così come nessun dubbio sussiste
sulla circostanza che la crisi è acuita dal dedicare pressoché esclusiva
attenzione all'economia ed alla finanza, con al massimo un occhio di tanto in
tanto al quadro istituzionale. Trascurando quelle che di una Comunità sono le
fondamenta, ovvero le persone ed i valori sui quali si basa la convivenza
sociale. Non di svista si tratta, temiamo, bensì di una scelta per molti versi
consapevole e per questo ancor più grave e colpevole.
I valori: il
rispetto della vita, propria e altrui; la libertà, la famiglia; l'educazione
dei figli…ma ormai anche degli adulti; l'etica; la coscienza civile; la
solidarietà; e si potrebbe continuare. Le persone: uomini e donne, ora attori
ora spettatori di una società certamente più paritaria che tende però a
(ri)dividersi sulla base del censo (e non del sesso). Laddove valori e persone
non si incontrano, difficilmente nasce qualcosa di buono. È una regola mai
smentita. Che è lecito dunque applicare anche al dibattito europeo.
Finanza ed
Istituzioni a parte, le preoccupazioni abbracciano anche i temi valoriali con
un'urgenza senza precedenti. Quali sono le minacce alla vita oggi in Europa, se
pensiamo che ogni 11 secondi si pratica un aborto? Quale ruolo viene ancora
riconosciuto alla famiglia? È tutelata davvero la libertà d'educazione? Sono
domande da porre - e risposte da dare - a trecentosessanta gradi, che esulano
dal mero ambito legislativo/normativo dal momento che mettono ogni cittadino di
fronte alla propria coscienza.
Nella ricorrenza
dell'8 Marzo, vale la pena soffermarsi sulle risposte che provengono - spesso
inascoltate - dall'universo femminile. O meglio che da esso potrebbero
provenire se alla donna fosse offerta l'occasione di "dire la sua"
con la sensibilità che le è propria. Del resto, quando si parla di aborto (uno
ogni 11 secondi, pare, ma foss'anche uno al minuto la cifra sarebbe comunque
enorme), quando si parla di educazione dei figli, quando si parla di crisi
della famiglia e di impoverimento del suo ruolo, la donna si trova volente o
nolente sempre in prima linea: nel bene e nel male. Mettere in prima linea la
donna anche quando si tratta di dare risposte giuridiche a vulnus sociali
significherebbe arricchire il dibattito e - con ogni probabilità - aumentare il
livello di attenzione e la qualità del contributo. Un'ipotesi che l'Europa di
oggi non può concedersi il lusso di sottovalutare se vuole dare un senso
all'Europa di domani.
Vita, libertà,
etica, coscienza, solidarietà, Europa; sono tutti sostantivi femminili. A
sottolineare, anche allegoricamente, l'importanza della partecipazione delle
donne alla costruzione della nuova Europa. ELENI INIOTAKI Grecia
Retroscena Di Girolamo. Quei quattro della Cricca che fondarono "l'Italiano"
Andrini e Ferretti
tra i nomi eccellenti che hanno fatto parte del giornale che lanciò Di
Girolamo. Prima delle elezioni l'ex senatore accusato di collusione con
ambienti criminali entrò nella cooperativa editrice versando parecchi soldi.
Scrive il gip: "A orchestrare la campagna elettorale ci pensa il
quotidiano" - di Giovanna Vitale
Roma - Esiste un
indirizzo - via Cornelio Magni 41/C - in grado di svelare il fitto intreccio di
relazioni, connivenze e coperture politiche di cui godeva la banda Mokbel,
l´imprenditore romano considerato il padre-padrone dell´ormai ex senatore
Nicola Di Girolamo finito nell´inchiesta sulla "truffa colossale" che
ha spedito in carcere 56 persone con l´accusa di riciclaggio e maxi-frode
fiscale. È lì, a due passi dalla Garbatella, che ha sede legale la
"Cooperativa editoriale L´Italiano", costituita il 1° febbraio 2007
da «un gruppo di amici» per sancire la nascita di un quotidiano destinato
«all´informazione degli italiani nel mondo». Nato «quasi per gioco» nell´ottobre
2006 - come si legge sul sito web www.litaliano.it - viene stampato a Roma in
un migliaio di copie distribuite solo a indirizzi istituzionali e ha pure due
edizioni estere teletrasmesse (Argentina e Balcani). Ma chi c´era, in quel
febbraio di tre anni fa, nello studio del notaio Paola Cardelli per la
sottoscrizione della cooperativa?
I MAGNIFICI
QUATTRO. I sei fondatori de "L´Italiano" sono: Gian Luigi Ferretti,
Marco Zacchera, Stefano Andrini, Alessandro William Amorese, Gabriele Natalizia
e Dario Rivolta. A parte gli ultimi due, gli altri risultano tutti in qualche
modo implicati nell´affaire Di Girolamo. Legati a filo doppio ad An. Gian Luigi
Ferretti: già segretario dell´ex ministro per gli Italiani nel mondo Mirko
Tremaglia, è l´uomo che secondo i magistrati «si presta a "lavorare"
per Di Girolamo» individuando «Bruxelles come città dove organizzare la finta
residenza all´estero» dell´allora aspirante senatore. Marco Zacchera: deputato
finiano, ex ufficiale dei carabinieri e sindaco di Verbania, era il delegato
che nella primavera 2008 sedeva per An al tavolo delle trattative per l´estero.
Fu lui a candidare Di Girolamo. Stefano Andrini: nonostante il suo passato
neofascista (una condanna a 4 anni e mezzo per tentato omicidio e l´arresto per
l´assalto a un concerto antirazzista alla Sapienza), alle Politiche fu
candidato senza successo alla Camera per l´Aise, legata al centrodestra, nella
circoscrizione dell´America Latina. Un anno fa è stato assunto dal sindaco
Alemanno come ad di Ama Servizi, da cui si è dimesso la settimana scorsa. Nello
scacchiere di Mokbel, Andrini è figura chiave: secondo il gip Aldo Morgigni,
l´ex manager «si attivò» per far ottenere al futuro senatore la finta residenza
in Belgio. William Alessandro Amorese: classe ‘72, militante della destra
sociale, nel 2008 fu nominato legale rappresentante dell´Aise, la lista di
Andrini, per la quale poi chiese il contributo dello Stato per le spese
elettorali: 75mila euro l´anno dal 2008 al 2012.
LA CAMPAGNA DE
"L´ITALIANO". Sono dunque gli editori de "L´Italiano" i
motori dell´elezione di Di Girolamo. Scrive il gip: «Non ci sono dubbi su chi
diriga le operazioni inerenti la candidatura (...) Tutto il gruppo di Mokbel è
impegnato a rendere possibile quella candidatura». Non solo dal punto di vista
logistico: a orchestrarne la campagna elettorale ci pensa il quotidiano. Basta
sfogliarlo: il 6 marzo 2008, in un´intervista a tutta pagina, Di Girolamo
annuncia «un monitoraggio completo di tutti i connazionali nelle prigioni
estere»; il 12 marzo dichiara, come riportato dal titolo: «Ho risposto alla
chiamata di Gianfranco Fini»; il 26 marzo, in copertina, il giornale strilla:
«Quali sono le liste e quali i candidati che voteremo», corredando l´articolo
con foto di Di Girolamo (Pdl), Fabrizio Carbone (La Destra) e Stefano Andrini
(Aise). Collaboratore assiduo del quotidiano, sul quale firma diversi
interventi, il sindaco Gianni Alemanno.
LAPSUS, BUGIE E
DIMENTICANZE. Che il legame fra gli editori de "L´Italiano" e l´ex
senatore arrestato sia davvero stretto lo dimostra un´altra circostanza. A
raccontarla, sul portale "Italia chiama Italia", Francesco Paolo
Catania, presidente dell´associazione per gli italiani all´estero "L´altra
Sicilia": «Tra Ferretti e Di Girolamo c´è più che un´amicizia. Infatti i
due sono soci della cooperativa cui è intestata una pubblicazione diretta dallo
stesso Ferretti. Di Girolamo è entrato poco prima delle elezioni, sborsando un
ben po´ di soldi. Addirittura in quel periodo, quando abbiamo chiesto conferma
a persone vicine allo stesso Di Girolamo, ci avevano risposto: "Quel
giornale? È di Di Girolamo, se l´è comprato"». Tra l´altro, nella risposta
che Ferretti dà a Catania sullo stesso portale, l´ex senatore viene descritto
come un suo «amico», appunto. L´esatto contrario di quanto dichiarato ai
giudici. Ecco perché anche l´altro socio, l´onorevole Zacchera, appare poco
credibile quando afferma: «Qualcuno mi indicò Di Girolamo, ma francamente non
ricordo chi». In quel periodo, infatti, due dei suoi sodali, Ferretti e Andrini,
si stavano adoperando per organizzare la candidatura di Di Girolamo.
TUTTE LE STRADE
PORTANO IN CAMPIDOGLIO. Tutte le strade percorse da "L´Italiano"
passano per il Campidoglio. Oltre a scrivere assiduamente sul giornale,
Alemanno ha una lunga consuetudine con il deputato e vecchio militante del Msi
Marco Zacchera. Come dimostra la foto pubblicata il 24 aprile 2008 sulla prima
pagina, che li ritrae insieme sul Monte Rosa, accanto all´alpinista Da Polenza.
Ma pure Ferretti e Andrini sono riconducibili al sindaco di Roma. Del secondo
abbiamo già detto. Ferretti, invece, iscritto al Msi fin dal 1960, nell´ottobre
2001 viene nominato da Alemanno, allora ministro delle Politiche agricole,
presidente della "giunta esecutiva del Comitato nazionale italiano per il
collegamento tra il Governo e l´Onu per l´alimentazione e l´agricoltura".
Ancora. Direttore responsabile dei primi numeri de "L´Italiano" è
Salvatore Santangelo, capo del centro Studi della Fondazione alemanniana Nuova
Italia. Mentre tra i redattori appaiono, fino a metà 2008, due ragazzi che poi
Alemanno prenderà con sé in Campidoglio: Daniele Petraroli, oggi capo ufficio
stampa dell´Ama, e Federica Frangi, piazzata invece nell´ufficio stampa del
Comune. LR 5
Il rischio xenofobia. I valori siano davvero comuni
L’affermazione in
Olanda della destra xenofoba di Geert Wilders rilancia il problema della
convivenza fra culture diverse nell’Europa occidentale. Sebbene per ora si sia
trattato di un episodio certo clamoroso, ma confinato a due casi di elezioni
amministrative (ad Almere e a L’Aia), l’ovvia preoccupazione è accresciuta dai
sondaggi che danno il cosiddetto partito della libertà contro velo e Corano in
crescita robusta anche in vista delle prossime elezioni politiche.
Naturalmente
ritornano i fantasmi del passato, da quelli olandesi di Pym Fortuyn e Theo van
Gogh a quelli austriaci di Georg Haider, sicché interrogarsi sul fenomeno della
xenofobia non appare certo fuori luogo. Del resto la questione non è circoscritta
ai casi più estremi, perché in ogni paese europeo è ormai aperta una questione
razziale che spesso lambisce e si insinua in partiti vecchi e nuovi dello
spettro politico nazionale. Sarebbe poi semplicistico circoscrivere queste
problematiche all’Europa occidentale dove esiste un fenomeno massiccio di
immigrazione da quello che una volta si chiamava “terzo mondo”, perché ad est
il problema si ripresenta pur sotto forme diverse: come antisemitismo o come
opposizione violenta alle enclave di etnia diversa da quella ritenuta
“nazionale”. I gruppi razzisti e xenofobi sono rappresentati anche al
parlamento europeo e più di una volta hanno creato problemi.
La domanda che
sorge spontanea è come mai si è determinato un problema da cui almeno l’Europa
occidentale si riteneva dopo la metà del secolo scorso scarsamente afflitta e
come si può rispondervi visto che nasce sulle ceneri di sistemi politici
tolleranti e che tutto sommato si sono posti in qualche modo il problema della
integrazione di chi veniva dall’esterno.
Il fatto è che da
un lato le nuove comunità immigrate sono portatrici di una identità più forte
di quella che ci si aspettava, identità che resiste nonostante la sua
“arretratezza”, e dall’altro la cultura dei sistemi occidentali è in crisi, incapace
di attrarre i nuovi venuti. È questo contesto che ha complicato non poco un
problema già di suo non semplice da affrontare.
In tutti i paesi
europei si assiste ad un risveglio identitario notevole delle comunità di
immigrati secondo linee etniche. Se nella realtà olandese il contrasto si è
incentrato sulla questione dei mussulmani, perché quel paese per retaggi
coloniali precedenti ha da tempo comunità che si caratterizzano per quella
appartenenza religiosa, in Francia il tema si articola di più su linee di
appartenenza etnica (gli africani contro gli europei), in Gran Bretagna c’è un
mix tra questioni religiose e questioni etniche (pachistani, indiani, ecc.), in
Italia c’è anche il problema che ogni tanto esplode delle comunità cinesi, in
Germania quello della comunità turca.
Non c’è dunque
solo il tema dello sfruttamento di chi provenendo da realtà di sottosviluppo è
più facilmente preda delle rapacità marginali del mercato del lavoro, perché in
Olanda, come del resto in altri paesi, c’è una forte presenza di comunità che
sono ormai sul piano della cittadinanza integrate (spesso sono immigrati di
terza o quarta generazione), ma che riscoprono radici vere o mitizzate che
avevano rimosso. Anche qui il fenomeno non è nuovo se si pensa alla riscoperta
nei decenni passati della “africanità” fra i neri d’America a fronte di
rigurgiti razzisti nella loro società.
Il fatto è che,
come ricordavamo, le identità sempre più in crisi delle società occidentali
producono una strana schizofrenia: da un lato esse continuano a presumersi
“superiori” e tengono ai margini coloro che provengono dall’esterno, dall’altro
sono in crisi e non riescono a trasmettere valori in cui viene voglia di
inserirsi. Si tratta certo di una semplificazione del problema, ma fino ad un
certo punto, perché qui si genera una spirale perversa: per difendersi da
questa “inferiorità” e per non frasi risucchiare nel vuoto di valori che si
avrebbe una volta abbandonata una certa tradizione, le comunità immigrate si
rilanciano arroccandosi nei loro “miti fondativi” (come spiegare altrimenti
l’attaccamento a costumi come burqua e velo che sono scomparsi o marginalizzati
nei paesi islamici evoluti, essendo costumi sociali e non precetti religiosi?).
Per reazione poi a chi ostenta la propria “diversità” il sistema culturale
dell’occidente in crisi risponde con una ostentazione contraria della sua
“superiorità” e con la velleità di poter espellere ciò che non si integra.
La spirale è
terribilmente pericolosa tanto sul piano sociale quanto su quello politico. Non
può però essere interrotta con qualche gesto isolato di buona volontà o negando
semplicemente l’esistenza del problema con l’attribuirla alla “cattiveria” di
questo o di quello. Si deve dunque mettere seriamente al lavoro lo strumentario
di interventi che sono a disposizione non solo della politica (accentuare la
cultura dell’eguaglianza dei diritti; favorire l’integrazione in tempi normali
nella cittadinanza; mettere a disposizione di tutti i circuiti della
rappresentanza; ecc.) ma soprattutto della cultura: è questa che deve
“disarmare gli animi” da una parte e dall’altra della barricata.
Perché se non
incentiveremo un dialogo aperto a tutto campo in cui non sia concesso a nessuno
di trincerarsi dietro presunti diritti inalienabili delle identità, ma sia
invece richiesto a tutti di rispondere positivamente alle domande che ci pone
una società profondamente trasformata che ha bisogno di una nuova cultura
unificante, non usciremo davvero in maniera positiva da questa difficile
contingenza storica. IM 6
La Repubblica: l’editoriale. L'abuso di potere
Poichè «la
sostanza deve prevalere sulla forma», secondo il nuovo comandamento
costituzionale berlusconiano recitato dal presidente del Senato Schifani, il
governo della Repubblica ha sanato ieri con una legge di comodo gli errori
commessi dal Pdl, che avevano portato all´estromissione di Formigoni dalle
elezioni in Lombardia e della lista berlusconiana a Roma.
Questo gesto
unilaterale compiuto dalla maggioranza a tutela di se stessa può sembrare una
prova di forza. È invece la conferma di un´atrofia politica di base e di
vertice, che somma un vizio finale alle colpe iniziali, rivelando il vero volto
che nei sistemi democratici assume la forza quando è senza politica, e fuori
dalle regole che la disciplinano e la governano: l´abuso di potere.
Non c´è alcun
dubbio che una competizione elettorale senza il principale partito è anomala, e
il problema riguarda tutti i concorrenti (non solo gli esclusi), perché
riguarda il sistema intero e il diritto dei cittadini di poter esercitare
compiutamente la loro scelta, con tutte le parti in campo. Ma se il problema
interpella tutti, le responsabilità di questa anomalia - che in forme diverse
si è verificata a Roma e a Milano, con firme false e termini per la presentazione
delle liste non rispettati - sono di qualcuno che ha un nome preciso: il Pdl.
Non c´entra nulla il "comunismo", questa volta, e nemmeno c´entrano
le "toghe rosse". È lo sfascio della destra che produce il suo
disastro, perché quando la locomotiva della leadership non funziona più, e non
produce politica, tutti i vagoni si arrestano, o deragliano senza guida.
Ora chi chiede a
tutti i concorrenti di farsi carico del problema nato in Lombardia e nel Lazio,
con un gesto di responsabilità politica condivisa nei confronti dell´avversario
e del sistema, non ha mai nemmeno pensato di assumersi preliminarmente le sue
responsabilità, ammettendo gli errori commessi, chiamandoli per nome,
prendendosi la colpa. Non è venuto in mente al leader di dichiarare che si attendono
le pronunce delle Corti d´Appello e dei Tar chiamati a dirimere con urgenza i
due casi, e deputati a farlo, nella normalità democratica e istituzionale, e
nella separazione dei poteri.
Nulla di tutto
questo. Soltanto lo scarico delle responsabilità sugli altri, la tentazione
della piazza, la forzatura al Quirinale, l´altra notte, con il Presidente
Napolitano, nel tentativo di varare un decreto che intervenisse direttamente
sulla normativa elettorale, riaprendo i termini ad uso e consumo esclusivo del
partito berlusconiano. Quando il Capo dello Stato si è reso indisponibile a
questa ipotesi, la minaccia immediata di due Consigli dei ministri, convocati e
sconvocati tra la notte di giovedì e la mattinata di ieri. Una giornata in
affanno, per il Premier, anche per il fermo "no" che ogni sua ipotesi
di forzatura trovava da parte dell´opposizione, da Bersani a Di Pietro a
Casini. Infine, l´abuso notturno del decreto, mascherato dalla forma "interpretativa",
che va a leggere a posteriori nella mente del ministro le intenzioni di quando
dettò le norme elettorali di procedura, ritagliando a piacere una soluzione su
misura per gli errori commessi dalla destra a Roma e a Milano.
Le norme
elettorali sono materia condivisa e indisponibile per una sola parte in causa,
soprattutto quando opera a palese vantaggio di se stessa, sotto gli occhi di
tutti, e per rimediare a quegli stessi suoi errori che violando le regole
l´hanno penalizzata nella corsa al voto. Intervenire da soli, ex post, con
norme retroattive, a meno di un mese dalla scadenza elettorale, scrivendo
decreti che ricalcano clamorosamente gli sbagli commessi per cancellarli, è un
precedente senza precedenti, che peserà nel futuro della Repubblica, così come
pesa oggi nel logoramento delle normative, nella relativizzazione delle
procedure, nella discrezionalità degli abusi, sanati a vantaggio del più forte.
In una parola, questo abuso pesa sulla democrazia quotidiana che fissa la
misura di se stessa - a tutela di ognuno - in passaggi procedurali che valgono
per tutti.
Al Presidente del
Consiglio non è nemmeno venuto in mente di consultare direttamente le
opposizioni. Di chiedere un incontro congiunto con i suoi capi, di presentarsi
dicendo semplicemente la verità, e cioè denunciando gli errori compiuti dal suo
schieramento, assumendosene interamente la responsabilità come dovrebbe fare un
vero leader, chiedendo se esiste la possibilità di un percorso condiviso di
comune responsabilità per rendere la competizione completa e reale dovunque,
nell´interesse primario dei cittadini elettori. Tutto questo, che dovrebbe
essere un elementare dovere istituzionale e politico, è tuttavia inconcepibile
per una leadership eroica e monumentale, che non ammette errori propri ma solo
soprusi altrui, mentre prepara abusi quotidiani.
Quest´ultimo, con
la falsa furbizia del decreto "interpretativo" (la legge da oggi si
applica solo per gli avversari, mentre per noi stessi la si può
"interpretare", accomodandola), completa culturalmente la lunga
collana di leggi ad personam, che tutelano la sacralità intoccabile del leader,
sottraendolo non solo alla giustizia ma all´uguaglianza con suoi concittadini.
Anzi, è l´anello mancante, che collega la lunga serie di normative ad personam
al sistema stesso, rendendolo in solido oggetto dell´arbitrio del potere:
persino nelle regole più neutre, come quelle elettorali, scritte a garanzia
soltanto e soprattutto della regolarità del momento supremo in cui si vota.
Nella concezione
psicofisica del potere berlusconiano, la prova di forza rassicura il Premier,
dandogli l´illusione di crearsi con le sue mani la sovranità stessa, fuori da
ogni concerto con l´opposizione, da ogni limite di legge, da ogni controllo del
Quirinale. Un´autorassicurazione che nasce dal prevalere della cosiddetta
"democrazia sostanziale" rispetto a quella forma stessa della
democrazia che sono le regole, la trasparenza e le procedure, vilipese a
cavilli e burocrazia. Emerge dallo scontro, secondo il Premier, l´irriducibilità
del potere supremo, che rompe ogni barriera di consuetudine e di norma se
soltanto lo ostacolano, e non importa se la colpa è sua: anzi, da tutto ciò
trae l´occasione di fondare un nuovo ordine di fatto, che basa sullo stato
d´eccezione, fondamento vero della sovranità di destra.
Ma c´è, invece,
qualcosa di crepuscolare e di notturno in questa leadership affannosa e
affannata che usa la politica solo per derogare da norme che non sa
interpretare nella regolarità istituzionale, mentre è costretta a piegarle su
misura della sua necessità cogente e contingente, a misura di una miseria
politica e istituzionale che forse non ha precedenti: e non può trovare
complici. Le opposizioni, tutte, lo hanno capito. Molto semplicemente, un
leader e uno schieramento che hanno bisogno di un abuso di potere in forma di
decreto anche per poter continuare a fare politica, non possono avere un
futuro. EZIO MAURO LR 6
La riforma della farnesina. Diplomazia, una riforma per dare più peso
all’Italia
La “grande riforma”
della diplomazia italiana è entrata finalmente nella fase decisiva. Dopo il
primo “sì” del Consiglio dei ministri, il progetto entro Pasqua passerà al
vaglio dei pareri (obbligatori ma non vincolanti) delle Commissioni
parlamentari e quindi se tutto procederà secondo le previsioni entro la fine di
aprile sarà varato nella sua forma definitiva per diventare rapidamente
operativo. L’iter non dovrebbe incontrare ostacoli e tutto lascia presumere che
sarà approvato con voto bipartisan di maggioranza ed opposizione in quel «clima
di serenità di spirito» che dovrebbe essere normale soprattutto quando si
tratta della tutela degli interessi nazionali ma che in Italia rappresenta
purtroppo un’eccezione.
Le linee
fondamentali della riforma ricalcano il progetto fortemente sostenuto dal
ministro Frattini e dall’attuale segretario generale della Farnesina,
ambasciatore Massolo. «Il progetto di riorganizzazione secondo le parole dello
stesso Frattini si è sviluppato intorno a tre concetti fondamentali, a tre assi
portanti del “modo di porsi” dell’Italia sulla scena globale: la sicurezza in
senso politico-internazionale, la dimensione europea e il “sistema Paese”.
L’impianto prevede che le direzioni generali non siano più divise per aree
geografiche bensì per aree tematiche coincidenti con le priorità strategiche
del nostro Paese: 1) affari politici e sicurezza; 2) mondializzazione e
questioni globali; 3) promozione del sistema Paese; 4) Unione europea; 5)
italiani all’estero e politiche migratorie; 6) cooperazione allo sviluppo; 7)
risorse e innovazione; 8) patrimonio, informatica e comunicazioni. Una
competenza particolare toccherà al direttore generale per gli affari politici e
la sicurezza, dotato di una sorta di potere “trasversale” e d’intervento in
vari settori.
Dunque, il numero
delle direzioni generali scenderà da tredici ad otto e si allineerà con le
strutture organizzative dei principali partners europei (Francia, Germania,
Regno Unito e Spagna). La grande novità è costituita dal tentativo di
consolidare il ruolo del ministero degli Esteri come perno della promozione
economica del “sistema Italia”. Di qui l’introduzione della figura
dell’ambasciatore-manager cioè di un capo missione in grado di gestire
autonomamente e con flessibilità le dotazioni finanziarie della propria sede.
Il che naturalmente comporta un lavoro aggiuntivo e non sostitutivo delle
tradizionali funzioni affidate ai diplomatici. Per poter funzionare la riforma
non può non prevedere un rapporto più stabile e strutturato tra la Farnesina e
il ministero dell’Economia.
È evidente che la
riorganizzazione ministeriale era diventata indispensabile per consentire alla
nostra diplomazia di essere al passo con i tempi di un mondo globalizzato e
sempre più interdipendente. Ma non ha torto chi osserva che il successo del
progetto è legato anche ad un contemporaneo approfondimento strategico sulle
scelte della politica estera nazionale che dovrebbe impegnare ampi settori
della società civile e del mondo politico. In verità, uno strumento esiste ed è
quel “forum” strategico istituito alla Farnesina durante il governo
Prodi-D’Alema e mantenuto in attività dall’attuale governo con riunioni e
analisi periodiche che dovrebbero avere diffusione e risonanza maggiori proprio
per sollecitare quella riflessione sugli “interessi nazionali” in concomitanza
con gli appuntamenti dell’integrazione europea. PAOLO CACACE IM 7
Inchiesta riciclaggio, le nuove carte. L'ambasciatore in Belgio Siggia offrì
aiuto a Di Girolamo
Il
"pallino" della politica per l'affarista romano. "Andrini? L'ho
già pagato".
Mokbel:
"Brancher dietro il nostro partito"
ROMA - Il pallino
di Gennaro Mokbel era la politica. Per gli altri della banda, contavano forse
di più i soldi. Emergono così dalle intercettazioni depositate dalla procura di
Roma i legami e le relazioni che hanno permesso di costruire una frode al Fisco
di oltre trecento milioni di euro, con la collaborazione di alcuni manager di
Fastweb e di Telecom Italia Sparkle. Gli ex vertici, Silvio Scaglia e Stefano
Mazzitelli, sono finiti in carcere, mentre dalle carte si chiarisce il ruolo
dell'ambasciatore italiano a Bruxelles e spuntano nomi nuovi, come quello di
Aldo Brancher, parlamentare del Pdl, già al centro dello scandalo Antonveneta e
definito l'uomo di raccordo con la Lega di Umberto Bossi.
Brancher dietro il
partito di Mokbel. È il 18 marzo 2008, neanche un mese prima delle elezioni
politiche del 13 e del 14 aprile 2008, quando Gennaro Mokbel parla al telefono
dei suoi intenti politici e degli appoggi sui quali contare: "Noi siamo un
partito, il Partito federalista italiano... (Questa) è una richiesta fatta da
Brancher e Brancher è il braccio destro di Berlusconi e Tremonti, praticamente
l'uomo operativo che screma qualsiasi iniziativa e poi la porta avanti".
L'ambasciatore a
Bruxelles. "L'ambasciatore vi ha invitato a pranzo, per cui...È un
amico è proprio un amico, per cui...". Stefano Andrini, ex ad dell'Ama
servizi (l'Azienda municipale per l'ambiente del Comune di Roma) ha organizzato
un viaggio in Belgio per Di Girolamo per "programmare - scrive la procura
- l'iscrizione del candidato all'Aire (Anagrafe degli italiani all'estero ndr)
del consolato italiano". Il 14 febbraio 2008 l'aspirante candidato riceve
una telefonata da Andrini. A: "Io avevo scelto Bruxelles fra le tante cose
perché io so che l'ambasciatore è un amico...". E Di Girolamo: "No...
no... dovremmo avercela fatta". Alle 23,31 della stessa sera Di Girolamo
contatta Giorgia Ricci, moglie di Mokbel. D: "Vabbè ho fatto proprio il
ciriola, ho fatto il galante.... e dopo chi ci ha dato una mano invece grossa è
stato poi l'ambasciatore". È lo stesso ambasciatore, Sandro Maria Siggia,
a offrire il proprio aiuto a Di Girolamo: "Se lei vuole io ho tre o
quattro avvocati di fiducia dell'ambasciata".
Di Girolamo e
l'ambasciatore Siggia. D: "Ambasciatore io sono rimasto, lei ci crede che
ho fatto una fotocopia della sua lettera..... l'ho portata a casa e c'avevo i
brividi.... e i miei figli hanno avuto i brividi.... per cui lei continua
essere il detentore di grandi emozioni per la mia famiglia e adesso la vogliono
conoscere tutti. S: "Eehhh.... venite a Bruxelles ... sarete ospiti da
noi". D: "La ringrazio di cuore... al di là di ogni cosa.... però è
stata una certificazione che non mi aspettavo". S: "Ma per carità....
Senta, io le volevo dire... sa... siccome lei è l'unica persona che è stata
eletta in Belgio. D: "Si...". S: "Sa i giornalisti chiedono di
lei e ce ne uno belga che voleva sapere quale è il suo studio legale in Belgio
... il suo recapito. Io ho detto che non lo sappiamo per la privacy.... però io
volevo dirle insomma ... bisogna che in un certo senso troviamo un modo".
D: "Certo...". S: "Io la volevo avvertire perché è bene che lei
.... insomma stabilisca in un certo senso... un recapito.... dicendo che lei di
tanto in tanto.... lei si reca a Bruxelles per i suoi affari".
Il direttivo di
An. Nella conversazione del 14 febbraio 2008 Andrini comunica a Di Girolamo
l'inserimento nella lista di candidati. A: "Il paradosso è che a te ti
hanno messo al Senato e a lui (Gianluigi Ferretti) l'hanno tolto perché c'è
Tremaglia che rompe le palle... per cui per sacrificare qualcuno... Tremaglia
aveva messo ieri il veto, per me, per un altro in Brasile e per Ferretti......
oggi Fini ha tolto per me e per quello in Brasile ma per dargli qualcosa a
Tremaglia... qui siamo al delirio perché un partito politico non può funzionà
così... però per dargli un osso a Tremaglia ha tolto Ferretti". Andrini
afferma che avrebbe cercato di fare un "ulteriore intervento su
Alemanno". Due giorni prima la procura aveva intercettato conversazioni
che dimostravano "l'interessamento di Andrini per presentare Mokbel e Di
Girolamo all'onorevole Marco Zacchera, parlamentare vicino ai vertici di
An".
"Cinquanta
mila euro per Andrini". "Sapendo che facevo politica - spiega Mokbel
a Di Girolamo parlando di Andrini - ha provato a ricontattarme un paio di
volte, ci siamo visti... Però, Nico', può essere che se lui viene trombato un
domani, si aspetta qualcosa da noi, questo qualcosa è 50 mila euro che io gli
ho già dato in parte... Pagato... Mi fai candidà a Nicola, 50 mila... Ti ho
pagato... Tu però, che cosa vuoi da Nicola?...". LR 7
Roma - Dopo il
caso Di Girolamo, per "tutelare il buon nome del nostro Paese all'estero,
ed in particolare in Belgio dove tanti nostri connazionali sono ben inseriti
nella vita sociale e civile", la Farnesina dovrebbe "procedere
immediatamente a richiamare in Italia l'attuale ambasciatore in Belgio, Sandro
Maria Siggia, ed a provvedere ad un suo avvicendamento". Questa la
richiesta contenuta nell’interrogazione che i deputati del Pd Laura Garavini e
Fabio Porta hanno presentato giovedì al Presidente del Consiglio Berlusconi e
al Ministro degli esteri Frattini.
"Nella
recente inchiesta della procura della Repubblica di Roma sulla falsa
attestazione della residenza in Belgio del senatore Nicola Di Girolamo –
argomentano in premessa – sono emersi, secondo quanto riportato dagli organi
d'informazione, profili che riguardano un possibile coinvolgimento dell'attuale
Ambasciatore italiano in Belgio, Sandro Maria Siggia; secondo le stesse fonti
lo stesso si sarebbe adoperato con consigli e segnalazioni per far ottenere al
senatore Nicola Di Girolamo una falsa attestazione di iscrizione nell'elenco
degli italiani residenti all'estero, indispensabile per poter essere candidato
e successivamente eletto; nella stessa inchiesta e per la medesima vicenda
risultano coinvolti anche personaggi in collegamento con esponenti della
criminalità organizzata".
I due deputati,
quindi, chiedono "se non ritenga necessario, al fine di tutelare il buon
nome del nostro Paese all'estero, ed in particolare in Belgio dove tanti nostri
connazionali sono ben inseriti nella vita sociale e civile, procedere
immediatamente a richiamare in Italia l'attuale ambasciatore in Belgio, Sandro
Maria Siggia, ed a provvedere ad un suo avvicendamento". (aise)
Nelle
intercettazioni le parole di Mokbel e Marcori sui voti procurati all'ex
senatore.
E spunta anche una
telefonata della Mambro alla moglie dell'affarista - di MARINO BISSO, CARLO
PICOZZA ed ELSA VINCI
ROMA -
"Rideva, rideva... Era proprio contento, contentissimo... Io gli ho fatto
vedere pure le immagini (delle schede elettorali "votate"; ndr)....
Era felicissimo". È Nicola Di Girolamo, detto Nic, così come esce dalla
descrizione di Roberto Marcori e Gennaro Mokbel che il 9 aprile 2008, al
telefono, raccontano dei "voti" procurati ad arte per il loro sodale
che è già entrato nei panni di senatore della Repubblica italiana,
"eletto" nella circoscrizione Estero, con anticipo di qualche giorno
sui risultati dei voti in Italia. È quanto emerge dalle carte dell'inchiesta
che ha travolto l'ex senatore Pdl, e due società come Telecom e Fastweb.
Le schede
elettorali portate con il furgoncino. È il 7 aprile 2008 quando Gennaro Mokbel,
grande sostenitore di Di Girolamo, chiama Roberto Marcori (che si autodefinisce
"rappresentante del senatore" in un incontro "con l'onorevole
Romagnoli"). Marcori riferisce che "uno è arrivato con un furgone che
gli ha portato 320 schede elettorali". Ed è proprio Marcori il trait
d'union tra Mokbel al vertice dell'organizzazione elettorale pro Di Girolamo, e
gli italiani in Germania, aiutato in questo compito da Giovanni Gabriele,
domiciliato a Stoccarda e da altri calabresi. Molti di questi, per gli
inquirenti, "fanno parte dell'entourage delinquenziale".
I ringraziamenti
del "senatore" e i 2 mila euro per il "lavoro". In una
conversazione del 10 aprile 2008, Marcori chiama Gabriele e gli passa Di
Girolamo che lo ringrazia per il "lavoro". Marcori lo informa di aver
fatto delle foto al Consolato e che quasi sicuramente il suo interlocutore
diventerà senatore: "Ieri notte siamo andati al consolato e abbiamo fatto
l'ultimo sforzo fino a fotografare l'evento. Comunque, qua l'aspettano".
Di Girolamo conferma e annuncia che presto andrà in Germania per ringraziare.
Quindi Marcori chiede i dati anagrafici di Gabriele per spedirgli 2 mila euro.
La telefonata con
il capo clan. Marcori il 12 aprile chiama Gabriele e gli passa Franco Pugliese,
riferimento della 'ndrangheta in Germania. Questo manifesta la gratitudine sua
e degli "amici": "Ti ringrazio io, il senatore che è qui
presente, l'avvocato Paolo Colosimo e tutti gli amici... Grazie veramente per
quello che hai fatto". Poi Pugliese passa il telefono a Di Girolamo che
dopo averlo ringraziato gli promette di andarlo a trovare in Germania "in
qualità di neoeletto". La conferma dei risultati elettorali arriva il 16
aprile. Colosimo si congratula con Di Girolamo e chiede se può avvisare i loro
"amici".
Mokbel, Di
Girolamo e l'eversione di destra. I magistrati romani dedicano centinaia di
pagine ai rapporti di Gennaro Mokbel con esponenti dell'estremismo di destra.
Sono decine le telefonate intercettate tra la coppia e i notissimi Francesca
Mambro e Valerio Fioravanti. Il 3 luglio 2007 Giorgia Ricci riceve una
telefonata dalla Mambro, che chiede informazioni sul tesseramento per
l'adesione ad Alleanza federalista, il progetto politico di Mokbel. Mambro:
"Ma i miei parenti li volete?". Ricci: "Perché no?".
I rapporti tra
Focarelli e Cable&Wireless. Da una telefonata dell'11 gennaio 2007 tra
Carlo Focarelli, considerato dagli inquirenti la mente finanziaria della truffa
al Fisco, e una donna inglese, tale Janet, emergerebbe un accordo tra le
società di Focarelli e la stessa Cable & Wireless, guidata fino al 2006 da
Francesco Caio, già manager di Omnitel insieme con Silvio Scaglia. Janet:
"Abbiamo ricevuto una lettera da Kislos...". Focarelli: "Sì
quella lettera in realtà non diceva niente, o quasi niente. Quello che voglio
sapere è se questo è permesso dall'accordo". Janet: "Va bene".
Focarelli: "Quello che vorrei sapere è prima di tutto, questo è certo, se
noi annulleremo l'accordo con loro, e se interromperemo l'acquisto del
traffico". Janet: "Giusto". Focarelli "Nonostante ciò,
quello che vorrei fare, perché lui mi ha telefonato appena prima di Natale,
dicendo che Cable&Wireless ha deciso di togliere dal mercato
"Santilina". Ora questo mi sembra una gran cavolata, va bene? È una
presunzione".
I soldi del
riciclaggio ai dirigenti Fastweb. Le indagini hanno permesso di ricostruire il
passaggio di fondi provenienti dal riciclaggio dell'operazione Phuncard sui
conti personali di una banca a Hong Kong intestati a Bruno Zito (ex
responsabile ufficio marketing di Fastweb) e al suo collaboratore Giuseppe Crudele.
A disporre la dazione che gli inquirenti definiscono come "compensi per la
frode fiscale" è Carlo Focarelli, che gira sui conti della Standard
Chartered nell'ex-colonia britannica 900mila euro a testa il 25 luglio 2006,
assieme ad altri pagamenti fino a un massimo di 4,1 milioni disposti a ottobre
dello stesso anno. Allo stato delle attuali consulenze investigative,
sottolineano le carte dei Ros, "non sono emersi bonifici bancari
riconducibili a soggetti di Telecom Italia Sparkle".
I rapporti tra
Mockbel e Coppola. Dalle carte dell'inchiesta emergono anche "non meglio
definiti" - come scrive il Ros - rapporti tra Gennaro Mockbel e
l'immobiliarista Danilo Coppola. La conoscenza tra i due è provata dalle parole
di Roberto Macori, braccio destro di Mockbel che il 23 marzo 2007, giorno in
cui Coppola ha cercato di suicidarsi in carcere, scherza al telefono con Paul
Colosimo, il suo legale: "Ahh senti un'altra cosa... - dice - io c'ho Rh
positivo e c'ho pure la tessera dell'Avis, se serve la donazione per quell'amico
nostro". I rapporti però, dicono le carte, andrebbero oltre la pura
conoscenza. A confermarlo è lo stesso Mockbel al telefono con l'ex senatore
Nicola Di Girolamo, che ha assistito sia lui che Coppola in un complesso
contenzioso fiscale con Equitalia Gerit. "Ma che sta a combinà? - chiede
all'avvocato riferendosi all'immobiliarista - . Lo voglio capì pure io scusa,
visto che a quello gli ho dato, cioè c'ho rimesso dei soldi. .. c'ho fatto
rimette tempo a quello che sta con me... Ohu! Io con questa storia non voglio
avere più un cazzo a che fare proprio!". Quanto emerge dalle conversazioni
sopra riportate - scrivono i Ros - e dalla rocambolesca soluzione dei loro guai
con l'erario "seppure non evidenzi sufficienti elementi per comprendere i
possibili intrecci economici tra i due, fa emergere ancora una volta il grado
di infiltrazione dell'organizzazione indagata nella pubblica
amministrazione".
Scaglia dai pm. 13
marzo 2007, Silvio Scaglia, fondatore di Fastweb e numero uno dell'azienda
venne convocato per la prima volta dai pm. È indagato. Scaglia nega di
conoscere uno dei promotori della frode (Carlo Focarelli), ma mostra di
conoscere benissimo sia la società che proponeva l'affare (Cmc) sia il modo in
cui funzionava. "Il tema Focarelli non è mai esistito per me o per Fastweb
in generale", mette a verbale Scaglia. "La domanda fondamentale è, ma
ci guadagniamo veramente o no. E anche qui eravamo un po' al limite. Nel senso
che era un business dove noi all'inizio pagavamo per ogni 100 lire, 100 più Iva
e incassavamo 100 più 7 di margine, andando a credito di Iva. Il vero tema era:
ce la faremo a recuperare l'Iva in tempi coerenti con il margine?". A un
certo punto Scaglia decide di chiudere il business perché era diventato
finanziariamente pericoloso. Per evitare che il fatturato esplodesse, visto che
i ricavi reali erano enormi rispetto al fatturato di Fastweb si decise anche di
cambiare il contratto e fare un mandato di rappresentanza, per cui venivano
iscritti a bilancio solo i margini e non i ricavi interi. "In base alla
ricostruzione di allora era un business reale ed esistente".
La denuncia di
Parisi. Dopo l'uscita dell'articolo di Repubblica, l'ad di Fastweb, Stefano
Parisi, denuncia alla Consob e alla procura di Milano manovre speculative sul
titolo. "Appare evidente - scriveva nella missiva Parisi - che qualcuno si
sta avvalendo di tali artifici nell'ottica di un'operazione di
rastrellamento". Nella lettera, Parisi sottolineava che Fastweb era
coinvolta "solo in via marginale" nell'inchiesta. LR 6
Saarland. Scuse dall’Ambasciata al
Governatore Müller. A Saarbrücken resta “una presenza consolare”
Il Coordinamento
Esteri della Confsal Unsa ha appreso con soddisfazione che il
Ministero degli Affari Esteri ha riveduto le proprie posizioni nei confronti
del Governatore del Saarland Peter Müller.
Da un
comunicato stampa del 3 marzo u.s. della Cancelleria di Stato di Saarbrücken
si apprende infatti che “Il Governo italiano desidera mantenere a
Saarbrücken una presenza consolare ufficiale.”
Anche se le
modalità precise dovrebbero essere ancora fissate, si tratterebbe in ogni modo
di una rappresentanza della Repubblica Italiana nel Saarland “adeguata
alla stretta collaborazione e alla forte amicizia tra l'Italia ed il
Saarland” così scrive l'Ambasciatore d'Italia a Berlino Valensise al
Governatore Müller.
Lo stesso
comunicato rende altresì noto che “L'Ambasciatore Valensise si
scusa contemporaneamente con il Ministro Presidente Peter Müller per le
affermazioni del Sottosegretario Alfredo Mantica rilasciate nel corso di un
dibattito alla Camera dei Deputati e assicura che le affermazioni riportate
dalla stampa non rispecchiano la vera opinione del Sottosegretario”.
Con riferimento al
comunicato suddetto il Coordinamento Esteri della Confsal Unsa afferma che uno
“sportello consolare” con due impiegati, la cui apertura è stata peraltro
già annunciata ufficialmente a Saarbrücken per il primo luglio di
quest'anno, non può essere inteso come quel tipo di rappresentanza che
sarebbe adeguata alla stretta collaborazione ed amicizia tra Italia e
Saarland a cui si fa accenno nella lettera indirizzata
dall'Ambasciatore al Governatore Müller.
Il Coordinamento
Esteri della Confsal Unsa auspica pertanto che le affermazioni ufficiali
rese dall’ Ambasciatore a Berlino sulla problematica non vengano ora
smentite dalle disposizioni diramate in materia di razionalizzazione
dall’Amministrazione degli Esteri, e che venga rispristinato al più
presto il progetto di apertura di un'Agenzia Consolare nella capitale del
Saarland nell’interesse dei rapporti fra i due Stati , nonchè della
cittadinanza italiana. Confsal Unsa Coordinamento Esteri
Lettera aperta del Presidente del Comites di Saarbücken al Sottosegretario
Senatore Alfredo Mantica
Il Presidente del
Comites di Saarbrucken Giovanni Di Rosa ha inviato la seguente "lettera
aperta" al sottosegretario agli esteri Alfredo Mantica in merito alla
chiusura del consolato nella Saar, sottolineando la disponibilità delle
autorità all’apertura di uno sportello consolare nella città di Saarbrücken
Saarbrücken -
Egregio senatore Mantica, in qualità di presidente del Comites di Saarbrucken
sento il dovere di farla partecipe di alcune mie riflessioni sugli ultimi
eventi, dai quali potrebbe essere stata rafforzata ancor di più la sua
decisione di ridurre il Consolato d’Italia di prima classe di Saarbrucken ad un
semplice sportello consolare.
La prego
innanzitutto di non offendersi ed accettare questa mia forma di lettera aperta,
in quanto mi sembra l’unico mezzo idoneo per coinvolgere le numerose persone
interessate. Infatti, è sotto gli occhi di tutti la reazione provocata da
presunte dichiarazioni di alcuni politici del Saarland così come le sono state
riferite dal responsabile dell’Ufficio consolare italiano di Saarbrucken,
secondo la stampa locale, in una missiva del 30 dicembre del 2009.
Il nostro console
ha fatto certamente soltanto il suo dovere nel fornirle importanti informazioni
sulle tendenze e sulle preferenze dei suoi interlocutori presso la Cancelleria
di Stato di Saarbrucken.
Sembra pertanto
evidente che l’avvertimento fatto dal nostro console, di non
"offendere" i politici locali con la chiusura del consolato, sia
stato interpretato come una sorta di imposizione cui lei, naturalmente, non
poteva sottostare.
Il 6 gennaio di
quest’anno anch’io ho avuto l’onore di essere ricevuto dal Capo del Governo
sarrese, Peter Muller. Il governatore ha voluto conoscere personalmente il
nuovo presidente del Comites, dopo le elezioni della primavera 2009.
Durante il
cordiale colloquio, egli ha voluto assicurare anche il Comites della
disponibilità di ospitare nei locali della Cancelleria di Stato sarrese un
"ufficio consolare" che permetta ai connazionali di poter fruire dei
servizi in loco senza doversi recare a Francoforte.
Per quanto
concerne le dichiarazioni del Capo della Cancelleria, Ministro Rauber, in
merito ad un "ufficio consolare" che sia "indipendente" da
Francoforte, era stato inteso come concetto di "indipendenza
amministrativa" che permetta semplicemente di fruire direttamente sul
posto di servizi consolari.
Il governatore
Muller e il suo ministro Rauber sanno benissimo che non esistono, sia in
Germania che in Italia, "uffici consolari indipendenti".
Le loro
osservazioni sono state più che ragionevoli, così come riferite dal nostro
console che ha giustamente diramato le necessarie informazioni per evitare
eventuali "polemiche diplomatiche" e che non ha riferito di
"offese di fronte all’apertura di una agenzia consolare".
Al nostro console,
Susanna Schlein, vanno i ringraziamenti del Comites per aver tutelato gli
interessi della collettività italiana e dello stesso Governo a Roma, indicando
doverosamente e con coraggio possibili reazioni dovute ad eventuali decisioni
di chiusura.
Concludo, egregio
senatore, richiamando alla sua attenzione lo spessore politico dei nostri
interlocutori in questo Governo regionale. L’Italia deve molto al governatore
Peter Muller. Infatti, fu proprio lui a trattare la stesura definitiva della
legge tedesca sull’integrazione del 2002 che introduceva di fatto il concetto
di "doppia cittadinanza". La legge fu approvata all’unanimità quando
Peter Muller ne trattò la stesura a nome del suo partito, la Cdu, all’epoca
partito d’opposizione nel Bundestag.
Deve anche sapere,
egregio senatore, che chi le scrive milita da parecchi anni nelle fila del
partito Spd e che da diverse legislature fa parte del Consiglio comunale di
dove risiede, ma che non ha problemi nel riconoscere i grandi meriti di Peter
Muller nel processo di integrazione degli italiani in Germania.
Pertanto, a nome
di questo Comites, la esorto a voler rivedere la sua decisione della chiusura
del nostro Consolato, volendo nuovamente prendere in considerazione la
possibilità di apertura di una "Agenzia consolare" come auspicato sia
dalla collettività italiana qui residente, da tutti politici locali e dalla sua
stessa amministrazione prima dell’errata interpretazione di reazioni mai
esternate.
Con l’augurio di
buon lavoro nella gestione della riforma della nostra rete consolare, tanto
delicata quanto necessaria, le porgo, egregio senatore, i miei più cordiali
saluti.
Giovanni Di Rosa,
Presidente Comites Saarbrücken (de.it.press)
Il Console
d’Italia a Friburgo, Igor Di Bernardini, accompagnato dal Dirigente Scolastico,
dott. Andrea Gatti, e dalla Segretaria, Sig.ra Filomena Trinchitella, ha incontrato il Sindaco di Friburgo, dott.
Dieter Salomon, lo scorso 24 marzo presso il Comune di Friburgo.
Col Sindaco di
Friburgo, il Console ha affrontato vari punti relativi ai rapporti tra la Città
e l’Italia, considerato tra l’altro che gli italiani costituiscono la
comunita´straniera piu´numerosa residente in citta´e il secondo gruppo di
turisti dopo gli svizzeri. In particolare, insieme al Dirigente Scolastico, è
stata affrontato il complesso tema dell’integrazione scolastica degli italiani
in Germania, soprattutto nella Città di Friburgo dove ancora i risultati
scolastici degli studenti italiani non possono del tutto ritenersi
soddisfacenti. Il Sindaco di Friburgo si è mostrato consapevole del problema e
desideroso di spendere la propria influenza nella direzione di un possibile,
futuro miglioramento della situazione. All’incontro col Sindaco di Friburgo,
seguirà un incontro in materia con l’Assessore Stuklich, competente per le
tematiche scolastiche.
Il Sindaco di
Friburgo si è infine detto desideroso di valorizzare la presenza italiana in
Città per il tramite della Rappresentanza consolare, allo scopo di metterne in
rilievo il valore politico, sociale e culturale mediante la promozione di
iniziative congiunte in tali settori. De.it.press
Francoforte. Santoriello e Tissino riconfermati Coordinatore e
Presidente del Circolo PD
Francoforte -
Giovedì 4 marzo 2010 si è svolta presso il Circolo del PD di Francoforte
l’assemblea degli iscritti al circolo. Nella relazione del coordinatore
uscente, sulle attività e le molteplici iniziative svolte dal settembre 2008
fino ad oggi dal circolo, il segretario Santoriello ha sottolineato
l’importanza del lavoro politico svolto in questi ultimi due anni, il cui
operare, oltre alle riunioni strettamente politiche, si è arricchito di
ulteriori momenti di confronto con il forum, ora denominato “colloqui
italiani” , che ha avuto come ospiti relatori della Banca centrale,
sociologi e autori di libri sull’emigrazione.
In seguito ha
avuto luogo un’ampia discussione sulla questione di una necessaria riforma
della legge sulle modalità di voto degli italiani all’estero nonchè sulle
prossime iniziative di marzo e aprile 2010.
L’assemblea degli
iscritti infine ha riconfermato in modo unanime come segretario del Circolo
Michele Santoriello e come presidente dell’assemblea Roberto Tissino
nonchè come tesoriere la signora Wilma Sgiarovello.
L’assemblea ha
infine ha approvato la proposta del segretario di nominare due
vicecoordinatori, Simona Caricato e Giancarlo De Simoi e un membro di
segreteria nella persona di Giovanni Baranelli.
PD-Francoforte, De.it.press
All’IIC di Monaco incontro con lo scrittore Nanni Balestrini, uno dei
fondatori del 'Gruppo 63'
Monaco di Baviera
- L’Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera annuncia l’incontro con
l’autore Nanni Balestrini. L’evento avrà luogo martedì 9 marzo, alle ore 19,
presso il Gasteig, Black Box, Rosenheimer Strasse 5 a Monaco di Baviera. In
lingua italiana e tedesca, sotto la moderazione di Peter O. Chotjewitz.
L’ingresso costa 6 €, alla cassa serale. Organizzano la manifestazione la
Volkhochschule di Monaco di Baviera e l’Istituto Italiano di Cultura in
collaborazione con la Bayerische Staatsbibliothek di Monaco di Baviera.
Nanni Balestrini,
nato a Milano nel 1935, si annovera tra i fondatori del Gruppo 63, una corrente
letteraria italiana di neoavanguardia. Balestrini mostra la sua tendenza
artistica in liriche sperimentali, opere teatrali, romanzi e mostre. “ La sua
opera riflette la storia italiana più giovane. Rappresenta il tentativo di
unione tra l’avanguardia estetica e quella politica.” (Jürgen Schneider) Nella
sua recente pubblicazione in Germania, Balestrini mostra la sua tendenza
sperimentale. Il romanzo, pubblicato negli anni sessanta da Feltrinelli come un
“normale” libro, dopo quattro decenni, grazie alle moderne tecniche digitali,
viene scomposto nelle sue parti e aggregato in maniera arbitraria da un
computer, secondo il piano originario del suo autore.
Per il suo primo
romanzo Balestrini aveva immaginato un libro che demolisse l’unicità
serializzata della merce riprodotta, a favore di una diversa unicità. Ogni
copia sarebbe stata il frutto di un difforme montaggio delle sue componenti. Ed
è ciò che l’era digitale oggi trionfante gli permette di realizzare, così che
le 2500 copie previste per la tiratura del nuovo Tristano saranno davvero
ricombinate una per una automaticamente da una stampante a tal fine
predisposta. De.it.press
Il Console
d’Italia a Friburgo, Igor Di Bernardini, accompagnato dal Dirigente Scolastico,
dott. Andrea Gatti, e dalla Segretaria Filomena Trinchitella, ha incontrato il
Presidente della Caritas Germania, Peter Neher, a sua volta assistito dal dott.
Roberto Alborino, responsabile del settore relativo all’integrazione degli
stranieri, lo scorso 26 febbraio presso la sede friburghese della Caritas
Germania.
Dopo la
presentazione e uno scambio di doni, il dott. Neher ha espresso la propria
soddisfazione per la recente decisione della Corte Costituzionale tedesca in
tema di Hartz-IV, la quale sostanzialmente accoglie le posizioni in materia
assistenziale sostenute dalla Caritas Germania. La Caritas Germania mantiene
complesse relazioni col mondo politico tedesco. Mentre sono ottime le relazioni
con CDU e SPD, restano piú complicati i rapporti coi rappresentanti dei verdi e
della Linke. Il Presidente Neher tra l’altro ha manifestato, come già fatto
pubblicamente, la propria irritazione nei confronti di Guido Westerwelle in
relazione alle sue posizioni di politica sociale.
Il Console ha
rappresentato al dott. Neher la necessità di aumentare gli sforzi in direzione
un ulteriore miglioramento del tasso di integrazione sociale degli italiani in
Germania, oltreché del loro tasso di successo scolastico. Lo scambio di vedute
tra il Console, il Dirigente Scolastico e il Presidente Neher ha consentito di
registrare, in proposito, una forte consonanza di posizioni tra quanto
sostenuto dalla Caritas Germania e l’Italia.
Il dott. Neher,
nel felicitarsi per la bontà dei rapporti di collaborazione con l’Italia, si è
detto infine sempre disponibile a lavorare a progetti congiunti che mettano in
rilievo i profondi legami esistenti tra la Caritas Germania (nata a Friburgo
nel XIX secolo come servizio di assistenza ai primi emigrati italiani) e la storia dell’emigrazione italiana in
Germania e, nel contempo, siano volti ad affrontare concretamente i problemi
tuttora esistenti. De.it.press
Alcune delle iniziative dei prossimi giorni a Monaco di baviera e dintorni
- fino a sabato 30 maggio, c/o Pinakothek der
Moderne
(Barerstr.
40, München) "Gianpaolo Babetto. L'italianità dei gioielli"
Informazioni
presso: www.die-neue-sammlung.de
Ingresso (per l'intero museo): € 10,-/7,- (domenica: € 1,00)
Organizza:
Die Neue Sammlung - The International Design Museum Munich
in cooperazione con l'Istituto Italiano di Cultura
- martedì 9 marzo,
ore 19:00, c/o Istituto Italiano di Cultura
(Hermann-Schmid-Str.
8, München)
per
la rassegna "Con gli occhi di lei - Mit den Augen einer Frau"
Film:
"La ciociara" (Vittorio De Sica, Italia-Francia 1960, 110', OF)
Organizza: Istituto Italiano di Cultura
- martedì 9 marzo,
ore 19:00, c/o Black Box, Gasteig (Rosenheimerstr. 5,
München) per la rassegna
"Italien neu verstehen"
"Ein Abend mit dem
italienischen Autor Nanni Balestrini"
Incontro (in tedesco ed italiano) con l'autore Nanni
Balestrini
Moderatore:
Peter O. Chotjewitz. Ingresso: € 6,-
Organizza: Münchner Volkshochschule, Istituto Italiano di Cultura,
Bayerische
Staatsbibliothek
- martedì 9 marzo, ore 21:00, c/o
Filmmuseum in Münchner Stadtmuseum
(St.-Jakobs-Platz 1, München)
nell'ambito
della rassegna "Retrospektive Lina Wertmüller"
Film:
"Mimì metallurgico ferito nell'onore" (Italia, 1972, 115', OmeU)
Ingresso: 8,–/4,- €
Organizza: Filmmuseum München, in collaborazione con l’IIC
- mercoledì 10
marzo, ore 19:30, c/o Kino Breitwand Starnberg
(Wittelsbacherstr.10,
Starnberg, Tel: 08151-971800, www.breitwand.com)
nell'ambito della rassegna "il Cinema Italiano
introdotto e commentato
da
Ambra Sorrentino"
Film:
"La caduta degli dei" (Regia: Luchino Visconti, Italia 1969, 150')
- venerdì 12
marzo, ore 19:30, c/o Seidlvilla (Nikolaiplatz 1b, München),
Il
venerdì di Emilia: "Arrivederci Monaco"
Dopo
vent'anni di vita a Monaco, vent’anni di lezioni di serate e
attività culturali, Emilia Sonni Dolce torna in Italia e vuole
salutare amici e corsisti con una scelta di letture e testi teatrali
dalle
sue serate che hanno avuto più successo.
Con
la partecipazione di Miranda Alberti, Elisabetta Cavani-Halling,
Dalia
Crimi, Franco Mattoni. Al pianoforte: Serena Chillemi.
Ingresso libero. Organizza: Libreria Itallibri
- venerdì 12
marzo, ore 19:30, c/o Istituto Italiano di Cultura
(Hermann-Schmid-Str.
8, München)
"Die politische und
wirtschaftliche Situation Italiens"
Relatore: Stefan Köppl,
Politische Akademie Tutzing
Organizza: Società Dante Alighieri Monaco di Baviera e.V.
- sabato 13 marzo,
ore 20:00, c/o Interim (Agnes-Bernauerstr. 97, München)
"Eine lustige
Musikshow aus Süditalien. Ich habe auch Silvio
Berlusconi eingeladen,
Gottseidank kommt er nicht!"
Con Alfio (voce, chitarra, armonica a bocca), Loennia
Dylane (voce),
Uwe Kamm (piano), James Sheridan (sassofono)
- domenica 14
marzo, ore 10:30-11:15 (per i piccolini, fino a 5 anni e
mezzo), ore 11:15-12:30 (per i grandicelli, dai 5 anni e mezzo a 10
anni),
c/o Haus-Olymp (Elisabeth-Kohn-Str. 29, München - tram 27 e 12,
bus 53 e 154) "Il laboratorio dell'italiano"
Lo
scopo delle attività è migliorare le competenze linguistiche,
sociali e culturali dei bambini di bilinguismo (o plurilinguismo)
italiano. Ballando, giocando, cantando e disegnando impareremo
divertendoci.
Per
maggiori informazioni rivolgersi a Marinella Vicinanza-Ott (tel.
089/30 70 76 35 - maviott@arcor.de). Organizza: Rinascita e.V. de.it.press
Heppenheim, abusi in una scuola per vip
Almeno quattro ex
insegnanti sono stati accusati da ex allievi: le vittime sono «tra 50 e 100» La
denuncia sul quotidiano Frankfurter Rundschau: violenze tra gli anni '70-'80
Berlino - Una
prestigiosa scuola tedesca, non religiosa e legata all'Unesco, ha ammesso che
suoi allievi sono stati vittime di abusi sessuali tra gli anni '70 e '80. La
rivelazione giunge proprio mentre il paese è scosso da uno scandalo che vede
coinvolti istituti cattolici tedeschi. La scuola Odenwald (Oso) di Heppenheim,
nell'ovest della Germania, nota per il suo metodo pedagogico basato sul «libero
sviluppo di ogni allievo», ha riconosciuto «anni di abusi commessi da suoi
educatori ai danni degli allievi», riporta il quotidiano Frankfurter Rundschau.
TRA GLI ALLIEVI
ANCHE COHN-BENDIT - L'istituto annovera tra i suoi ex allievi molti nomi noti,
tra cui il leader studentesco del maggio '68 e attuale leader dei verdi al
Parlamento europeo Daniel Cohn-Bendit, che lo frequentò tra il 1958 e il 1965,
o anche uno dei figli dell'ex presidente della Repubblica federale tedesca
Richard von Weizsacker, Andreas, tra il 1969 e il 1976, stando al sito internet
dell'istituto. «Gli abusi sessuali hanno avuto luogo almeno a partire dal
1971», ha affermato la direttrice della scuola, Margarita Kaufman, precisando
di aver sentito di «20 nomi» di studenti coinvolti. Il quotidiano tedesco, dal
canto suo, scrive che almeno quattro ex insegnanti sono stati accusati da ex
allievi e di aver appreso che le vittime sono «tra 50 e 100» cds 6
La consulenza in Italia per gli ex lavoratori attivi in Germania
Un incontro
promosso dall’ambasciatore in Italia Steiner, il 10 marzo, in vista delle
giornate di informazione dell’Ente previdenziale tedesco a Palermo
ROMA – L’ambasciatore tedesco in Italia,
Michael Steiner, incontrerà la stampa presso la sede diplomatica di Roma
il 10 marzo alle ore 11 insieme a funzionari di enti previdenziali tedeschi e
italiani per illustrare la collaborazione in atto a favore degli italiani
beneficiari di pensione al termine di un’attività lavorativa svolta in
Germania. L’evento è promosso in vista delle giornate di informazione a cura
dell’Ente previdenziale tedesco “Deutsche Rentenversicherung” in programma a
Palermo in primavera. Quest’ultima iniziativa verrà illustrata nel corso
dell’incontro a cui parteciperanno anche Salvatore Ponticelli, dirigente
vicario della Struttura di studio e ricerca per lo sviluppo delle attività
delle Convenzioni internazionali dell’INPS e Raimund Spiess, funzionario
dell’Ente previdenziale tedesco Schwaben di Augsburg. Gli importi previdenziali
che interessano cittadini italiani precedentemente occupati in Germania sono
elevati e destinati in futuro ad aumentare. Accanto ad essi, l’iniziativa è
orientata a fornire una capillare informazione in grado di raggiungere anche
coloro che ignorano i propri diritti in proposito. (Inform)
Dibattito QI. Tizza a Priotto. Come la mettiamo in atto la meritocrazia?
Caro Graziano,
condivido con te. Ogni candidato ad elezioni di qualsiasi tipo dovrebbe
rivelare ai suoi potenziali elettori, fra le altre cose il suo quoziente di
intelligenza.
Posso
tranquillizzare te invece per quello che riguarda i moderni tesyst di
intellligenza oggettivi, dove cioè non è l’uomo a decidere.
Te ne descrivo uno
molto semplice.
Ad candidato
vengono dati degli esercizi semplicissimi. Mentre li esegue viene misurata
l’energia che consuma. Meno energia consuma, più intelligente è.
Ti faccio notare
che se ci fosse stata questa possibilitá Einstein non sarebbe stato espulso
dalla scuola che frequentava a Monaco. Se non avesse avuto con una
raccomandazione quel posto all’ufficio brevetti di Berna, chissà se avrebbe
scoperto le sue teorie.
Credo che se ci
fosse l’IQ sulla carta di identità le discriminazioni raziali diminuirebbero.
Oggi fra i ragazzi stranieri neanche quelli intelligenti riescono ad
affermarsi.
Tesla, nome
sconosciuto per la maggior parte, avrebbe vinto contro il grande Edison e non
si sarebbe fatto rubare il premio Nobel dal nostro Marconi, se ci fosse stata
un’apertura mentale per l’IQ.
Senza dovere
limitare la questione ad un solo paese, ma teorizzandola per tutto il mondo,
credo che potrebbe essere un ottimo stumento per stabilire chi è più adatto alla
guida di un paese o di un autobus.
La meritocrazia
sicuramente ne guadagnerebbe. O come proponi tu di valutare la
meritocrazia? Giuseppe Tizza,
de.it.press
Interrogazione per fermare la riduzione del personale scolastico all’estero
“I tagli voluti
dal MAE mettono in discussione l’offerta culturale italiana nel mondo”
“Bocciata”. Questo
il giudizio dell’on. Laura Garavini riguardante la politica culturale del
Ministero degli esteri dopo la conferma di quelli che la parlamentare democratica
definisce “tagli irrazionali e sconsiderati che minano alle fondamenta il
nostro sistema di istruzione e formazione all’estero”. Commentando l’esito
della concertazione tra il Ministero degli esteri e i sindacati della scuola
all’estero, la deputata eletta nella circoscrizione Europa denuncia: “Tra
soppressioni, non attivazioni e congelamenti, a partire dal prossimo anno
scolastico 2010/2011 si perdono 80 posti di contingente: quasi un decimo del
personale scolastico all’estero. Tagli così consistenti, imposti
unilateralmente dal Ministero, rischiano di mettere in questione gli interventi
scolastici e formativi dell’Italia a favore dei nostri connazionali
oltreconfine”.
La deputata ha
reagito presentando un’interrogazione parlamentare, sottoscritta anche dai
colleghi Fabio Porta, Gino Bucchino e Marco Fedi, che chiede la revoca delle
misure annunciate dalla Farnesina. Per i deputati dell’opposizione, il livello
attuale dell’offerta scolastica e formativa dello Stato italiano all’estero
costituisce “un limite non valicabile”.
“Continuare a
tagliare in un’ottica puramente ragionieristica significa portare il sistema di
sostegno alla lingua e alla cultura italiana alla deriva. È una bizzarra
visione del Made in Italy quella che il Ministro Frattini sta promuovendo a
colpi di tagli agli organici”, sostiene la Garavini. E conclude: “I danni agli
standard di qualità dell’offerta culturale italiana all’estero sarebbero stati
meno gravi se si fossero, invece, affrontate in modo più mirato e deciso le
effettive fonti degli sprechi”. De.it.press
DDL del PdL sul voto all’estero: via il voto per posta e liste bloccate,
senza preferenze
Il provvedimento
prevede l'obbligatorieta' di voto presso il consolato anziche' per posta, un
sistema elettorale con liste bloccate e senza preferenze cosi' come accade in
Italia. Prevista anche la possibilita' di candidatura per qualsiasi cittadino
italiano anche non residente all'estero
Roma - Presentato
dal senatore Andrea Pastore, presidente della commissione bicamerale per la
semplificazione, e il senatore Lucio Malan, membro della giunta delle elezioni
e delle immunita' parlamentari, un disegno di legge per regolare l'elezione dei
parlamentari nelle circoscrizioni estero. La proposta mira a modificare la
legge 27 Dicembre 2001, N° 459 in materia di esercizio di voto dei cittadini
italiani residenti all'estero. A riguardo il senatore Pastore dichiara:
"Gia' nella passata legislatura avevo proposto come primo firmatario
questo disegno di legge volto a modificare l'elezione nelle circoscrizioni
estero. In seguito alla vicenda dell'ormai ex senatore Di Girolamo e' ora
giunto il momento di cambiare al piu' presto alcune storture che regolano il
voto dei cittadini italiani residenti all'estero. Cosi' da fugare ogni dubbio
sulle elezioni all'estero e non ci siano piu' casi come quello di Di Girolamo.
Il dispositivo prevede l'obbligatorieta' di voto presso il consolato anziche'
per posta, un sistema elettorale con liste bloccate e senza preferenze cosi'
come gia' accade in Italia e la possibilita' di candidatura per qualsiasi
cittadino italiano anche non residente all'estero. Siamo certi che attuando
questo provvedimento eviteremo in futuro che possano verificarsi dubbi di
brogli elettorali e, grazie al sistema delle liste bloccate, sara' compito e
responsabilita' dei partiti selezionare candidati di comprovata statura e
moralita'. Grtv
Giovani italiani in Svizzera a Berlusconi: “Siamo stufi di chiamarla
Presidente”
Se la Costituzione
non ci imponesse rispetto per tutte le istituzioni democratiche inclusa quella
della Presidenza del Consiglio, l’ultima sentenza della Cassazione al processo
Mills seguita dagli intollerabili insulti di Silvio Berlusconi alla
magistratura, ci suggerirebbero di non considerarlo più degno di essere chiamato
Presidente.
La Cassazione ha
scritto il 25 febbraio l’ultimo atto del processo Mills che conferma il reato a
carico di Mills, corrotto da un manager Fininvest deceduto anni fa per non dire
la verità nei processi a carico di Silvio Berlusconi.
La giustizia
italiana, prescrizione o meno, ci consegna una verità giudiziaria definitiva e
rende un servizio al Paese anche se il reato non è più punibile: ci dice di che
pasta sono fatti “gli uomini del Presidente” tramite una sentenza definitiva e
non sulla base di “teoremi giudiziari”.
I magistrati per
tutta risposta vengono insultati dal Presidente del Consiglio e definiti
“talebani”: coloro che, tra mille insulti e ostacoli posti al cammino della
giustizia da Governo e Parlamento, continuano a dimostrare che la Costituzione
è ancora viva e che in Italia la legge è ancora uguale per tutti, coloro che
con il loro duro lavoro dimostrano che siamo ancora una democrazia funzionante
che nessuno è al di sopra della legge, neanche il capo di una maggioranza eletta
dal popolo, vengono paragonati ai Talebani, gruppo di potere afghano tribale,
tirannico e criminale, artefice di crimini contro l’umanità e autore di odiosi
atti terroristici.
Talebano Signor
Presidente è l’atteggiamento di chi travolto dagli scandali giudiziari, si
rifiuta di riconoscere le più elementari regole della democrazia e dimostra una
condotta illiberale.
L’offesa alla
democrazia Signor Presidente è il suo quotidiano assalto alla libera stampa ed
alla magistratura, il suo rifiuto di riconoscere la Sua incompatibilità con il
Governo di una grande nazione europea come l’Italia.
Lei Signor
Presidente è “unfit” come l’Economist Le ricorda ormai da anni, si dimetta e
non ci costringa a continuare a chiamarla con un titolo che non merita:
Presidente del Consiglio. Lei non è degno di essere il nostro Presidente.
Gruppo Giovani PD
in Svizzera
La Giunta del Senato discute sull’avvicendammento Di Girolamo-Fantetti. La
delibera approvata
ROMA - A poche ore dal voto con cui il Senato ha
accolto le dimissioni di Nicola Di Girolamo, la Giunte per le elezioni è
tornata a riunirsi nercoledì per discutere dell’avvicendamento con il primo dei
non eletti nella ripartizione Europa, cioè Raffaele Fantetti. Avvicendamento
che diversi senatori hanno messo in discussione, per una lacuna nella
normativa: insomma, da nessuna parte è scritto cosa si deve fare in casi
simili.
E se per il
senatore Izzo (Pdl) – relatore del provvedimento – sarebbe ovvio estendere alla
circoscrizione estero quanto previsto dalla Giunta per il regolamento per le
circoscrizioni italiane in un parere del 7 giugno 2006, cioè il subentro del
primo dei non eletti, per i colleghi delle opposizioni, non essendoci alcun
precedente, tale ipotesi andrebbe discussa e verificata.
Di quest’ultima
opinione il senatore D'Alia (Udc): secondo cui l’estensione del parere
"non è scontata" perché "non solo non vi sono precedenti in tal
senso, ma in tema di diritti l'analogia non è possibile: solo dalla stessa
fonte di quel parere, cioè la Giunta del Regolamento, può provenire una parola
definitiva in merito". Una problematica che "va ripresa" e
risolta. D’Alia ha quindi citato "notizie di stampa attinenti ai requisiti
di eleggibilità del proclamando", cioè Fantetti, che impongono "maggiore
cautela" ad una Giunta che "è investita anche di poteri
officiosi".
Per il senatore
Nespoli (Pdl) quelli indicati da D’Alia sono "due piani diversi che la
Giunta non dovrebbe sovrapporre": da un lato la proclamazione in subentro,
dall’altro la convalida. "Questa sede – ha specificato – è tenuta soltanto
a ripristinare il plenum dell'Assemblea; solo dopo il decorso di venti giorni
previsti dalla legge e dal Regolamento per i ricorsi si potrà accertare la
fondatezza di eventuali doglianze in ordine ai titoli di ammissione del subentrante".
Contraria a questa
interprestazione, la senatrice Adamo (Pd) secondo cui "la Giunta non può
essere ridotta a sede di mera ratifica, ma deve svolgere appieno la sua
funzione con cognizione di causa".
"Perplesso"
su Fantetti si è detto il senatore Lo Gotti (Idv) che ha ricordato l’importanza
di verificare prima i "requisiti di eleggibilità del proclamando"
anche per non tornare sulla decisione nell’eventualità in cui gli stessi non
fossero confermati.
Argomentazioni
"volatili" per il senatore Augello (PdL) secondo cui il giudizio su
Fantetti non si può fondare su "indiscrezioni di stampa". Quanto alla
lacuna normativa, per il senatore è corretta la proposta del collega Izzo di
"operare per analogia direttamente in Giunta, visto che la disparità di
procedure tra senatori subentranti nella circoscrizione Estero e senatori
subentranti nel territorio nazionale si presterebbe a dubbi di
costituzionalità".
Capogruppo del Pd
in Giunta, il senatore Sanna ha invece ipotizzato una delibera "con cui la
Giunta accompagni l'accertamento proposto dal relatore con l'auspicio che la
Giunta del Regolamento estenda formalmente la procedura prevista dal parere del
2006 anche al caso dei subentri nella circoscrizione Estero; se la Presidenza
del Senato riterrà più utile una specificazione di rango legislativo, allora i
capigruppo in Giunta potrebbero farsi carico di proporre una modificazione al
decreto legislativo sull'elezione del Senato". Quanto all'esercizio dei
poteri officiosi, per Sanna "non è interesse riportare in una sede
tecnico-giuridica come la Giunta le polemiche d'Assemblea, ma è evidente a
tutti che il decorso del periodo regolamentare per la conclusione della
verifica dei poteri non ha portato ancora ad una parola definitiva sui
molteplici ricorsi ed esposti presentati per la circoscrizione Estero.
Impregiudicato il celere svolgimento della revisione schede già deliberata per
l'America settentrionale e centrale – ha aggiunto – auspico che con lo scadere
dei venti giorni dalla proclamazione di Raffaele Fantetti si possa udire in
Giunta la relazione conclusiva sulla ripartizione Europa". In tal modo, ha
concluso, "potranno anche essere esaminate attività officiose in ordine ai
requisiti di eleggibilità del neoproclamato, svolgendo accertamenti anche a prescindere
da eventuali ricorsi elettorali".
Dopo gli
interventi dei senatori Orsi (PdL) e Lusi (PD) sui motivi per i quali non si è
ancora addivenuti ad una pronuncia su ricorsi ed esposti riguardanti la
circoscrizione Estero, il senatore Izzo si è detto "disponibile" a
"convocare sin da subito il Comitato di revisione schede per l'America
settentrionale e centrale", posto che il gruppo Pd nomini il suo
componente.
È quindi toccato
al capogruppo del Pdl in Giunta, senatore Saro, intervenire per esprimere il
voto favorevole del suo Gruppo all’ipotesi di una delibera avanzata da Sanna
precisando, però, che "occorre considerare che spetterà ai ricorrenti, se
ve ne saranno, di argomentare su eventuali carenze di titoli di
eleggibilità". D’accordo anche Izzo - secondo cui "dovendosi
rifuggire da giustizia sommaria in una procedura che richiede attente e
meditate verifiche, anche sulla fondatezza delle notizie di stampa, sarebbe
tautologico evocare l'esercizio di poteri officiosi, tanto più in questa fase di
mera ricognizione della graduatoria delle preferenze" – e il collega Sarro
(Pdl) secondo cui "il decorso dei venti giorni è pregiudiziale a qualsiasi
determinazione in ordine agli accertamenti officiosi; questa – ha sottolineato
– è la sede per proclamare il subentrante e rappresenta già una certa novità il
voler aggiungere auspici di qualsiasi genere".
Il senatore D’Alia
ha quindi ribadito che l’estensione del parere del 2006 non è "così ovvia,
visto che lì si parla di ordine di lista, mentre l'articolo 16 della legge
Tremaglia considera tale ordine solo in via subordinata rispetto alla
graduatoria delle cifre elettorali individuali" e annunciato la sua
astensione al voto sulla proposta di delibera poi letta dal presidente della
Giunta Follini.
Questo il testo:
"La Giunta
delle elezioni e delle immunità parlamentari, rilevata la lacuna legislativa
creatasi nella disciplina elettorale sui subentri dei senatori eletti nella
circoscrizione Estero; atteso che la Giunta stessa è tenuta ad applicare per
analogia norme che la prassi parlamentare ha attestato come di stretta
interpretazione; richiede alla Presidenza del Senato di individuare le modalità
più opportune per colmare l'evidenziata lacuna normativa;
si riserva altresì l'esercizio dei poteri
officiosi, ai sensi dell'articolo 2 del Regolamento di verifica dei poteri, a
decorrere da venti giorni dalla data di proclamazione di Raffaele
Fantetti".
Con separate
votazioni, la Giunta ha quindi approvato all'unanimità la delibera nonché
l'accertamento del subentro proposto dal senatore Izzo. (aise)
La Grecia e la Ue. Le spine del debito, l’ombrello dell’euro
Dopo il successo
dell’emissione di nuovi titoli pubblici del governo greco, se tale può essere
considerato un collocamento a tassi che sfiorano l’usura, sorprende leggere
che, dopo tanto clamore, non esiste una crisi della finanza pubblica in quel
Paese.
I meno accorti
aggiungono che non esiste neanche un problema diffuso di eccesso di
indebitamento pubblico e, quindi, si deve tornare a lavorare per la messa a
punto di una exit strategy dalle politiche monetarie e fiscali “non
convenzionali” come se nulla fosse accaduto e si possa attuare senza invertire
la già debole crescita o peggiorare le condizioni della finanza pubblica.
Poiché abbiamo grande rispetto della capacità di analisi dei centri che
prendono queste decisioni, possiamo spiegare queste affermazioni solo
ricorrendo alla saggezza di un vecchio detto: di fronte ai problemi non si
agisce, ma si reagisce. A risentirci quindi alla prossima crisi.
Poiché il caso
della Grecia nasce dal timore che non tutti i sotterfugi della finanza pubblica
fossero stati scoperti o, se scoperti, non fossero stati rivelati, la fiducia
nel Paese è tornata a seguito del combinato effetto della sorveglianza esercitata
dall’Unione Europea e della manovra deflazionistica decisa dal governo greco.
Questo problema torna quindi in archivio, se non proprio in soffitta; ma non vi
tornano né la “crisi da debolezza” palesata dall’euroarea, né quella dei debiti
pubblici. La prima, perché è chiaro che l’unione monetaria europea è un’anatra
zoppa, priva di strumenti per divenire tale dopo un decennio di
sperimentazione; la seconda perché il livello dei deficit di bilancio e del
debito pubblico dei Paesi che eccedono i parametri di Maastricht, se curati con
politiche deflazionistiche, come chiesto e ottenuto dalla Grecia, allenterebbe
ancor più l’attrazione esercitata dal disegno politico di unificazione
dell’Europa.
La nostra
valutazione era e resta che sotto crisi greca (o di qualsiasi altro Paese) non
si potesse dare avvio alla realizzazione delle riforme istituzionali di cui
l’Europa ha estremo bisogno per l’opposizione della Germania, la freddezza
della Francia e il chiamarsi fuori del Regno Unito. Allo stesso tempo, però, si
aggiungono le difficoltà di finanza pubblica attraversate da importanti Paesi
extraeuropei, Stati Uniti in testa.
La nostra
valutazione è che si potesse invece trovare nell’Ue un punto di convergenza per
propiziare un accordo in ambito del Fondo monetario internazionale per
parcheggiare presso di esso parte dei debiti pubblici, a condizioni adeguate e
con pesi diversificati secondo gli ammontari coinvolti; ciò consentirebbe di
riprendere la strada dello sviluppo senza posticipare l’attuazione di politiche
monetarie e fiscali nel timore che incidano sulla ancor scialba crescita del
reddito e dell’occupazione. Potrebbe infatti accadere che una stretta monetaria
debba essere attuata quando riemerge l’inflazione o una fiscale quando si
aggravino i problemi dei debiti pubblici; a quel punto, i più coinvolti
sarebbero proprio i Paesi più deboli e ad avvantaggiarsi quelli già forti. La
convivenza civile peggiorerebbe e gli sbocchi geopolitici sarebbero
imprevedibili. Da troppo tempo circolano documenti e valutazioni sulla
possibilità che qualche Paese europeo fuoriesca dall’euro, con versioni in
lingua tedesca che toccano anche l’Italia; non è quindi un caso che la Bce
abbia sentito la necessità di far circolare uno studio sull’impossibilità
legale, ancor prima che pratica, di siffatto evento. Sarebbe il primo caso di
un accordo internazionale che non consenta ai Paesi firmatari di recedere.
Non va dimenticato
che, per ora, abbiamo da fronteggiare problemi di finanza pubblica e di exit
strategy, ma che dietro l’angolo può emergere quello di una nuova consistente
rivalutazione dell’euro; essa non può essere fronteggiata, agli accordi
vigenti, da un’azione di difesa del cambio da parte della Bce. La Germania non
mostra preoccupazioni in tal senso, forse la auspica, mentre le migliori
imprese dell’euroarea, quelle che esportano, temono d’essere messe in serie
difficoltà. Si rafforzerebbero quindi le spinte centrifughe dall’eurosistema.
La dissoluzione
dell’area euro o la secessione di alcuni Paesi che attualmente vi appartengono
avrebbero i contorni di una tragedia collettiva; ma lasciare le cose come
stanno potrebbe avere i tratti di una tragedia di alcuni Paesi membri. Non è
facile stabilire una graduatoria di pericolosità politica tra i due eventi,
anche perché sarebbe un esercizio inutile. Meglio usare le stesse energie per
migliorare gli assetti istituzionali europei entro cui operare, alleandosi per
affrontare le due matrici internazionali dei problemi: le diversità nei
rapporti di cambio e la dipendenza del valore esterno del dollaro dalle vicende
interne americane. Difficile da ottenere? Ricordiamoci che ogni lungo cammino
inizia con un primo passo.
Paolo Savona IM 7
Il passato allontana Ankara dall'Europa
Come era
prevedibile, il governo turco ha reagito con la massima durezza al voto del
Comitato Affari Esteri del Congresso degli Stati Uniti che invitava la Turchia
a riconoscere che il massacro di centinaia di migliaia di armeni nel corso
della Prima guerra mondiale costituì un vero e proprio genocidio, in tutto per
tutto simile all’Olocausto perpetrato dal regime nazista alcuni decenni dopo.
Ma come mai, a quasi un secolo di distanza da quei tragici eventi, compiuti per
di più da un soggetto istituzionale (l’impero ottomano) diverso dall’attuale
repubblica, le autorità di Ankara continuano a mantenere una posizione così
rigida? La risposta è che il genocidio del popolo armeno è il più imbarazzante
filo rosso che lega il tramonto dell’impero ottomano e la nascita della
repubblica kemalista.
Esso rispose
infatti al disegno di «turanizzare» (turchizzare, ndr) l’impero, di sostituire
alla precedente e ormai decadente fedeltà verso il sultano, una nuova, vigorosa
lealtà verso una patria nazionale turca, tutta da costruire, da «inventare»,
come era accaduto per le altre nazioni affermatesi nel corso del secolo. Quel
disegno intersecava e parzialmente dirottava l’ultimo disperato tentativo di
riformare l’impero, sostenuto dai giovani turchi a partire dalla fine dell’800.
La deriva
nazionalistica del movimento riformatore aveva definitivamente preso il
sopravvento dopo le guerre balcaniche del 1912 e del ’13, alimentata dalle
stragi e dalle espulsioni forzate delle popolazioni musulmane nelle province
europee fino a quel momento appartenute all’impero, perpetrate da greci, serbi
e bulgari. A quelle efferatezze, che non avevano risparmiato gli ebrei di
Salonicco, i turchi risposero con le prime espulsioni e le prime stragi degli
armeni e dei greci dall’Anatolia.
La pulizia etnica
riprese vigore durante la guerra mondiale, raggiungendo l’apice con gli eventi
del 1915. E si trattava di una pulizia tanto etnica quanto religiosa,
esplicitamente e lucidamente perseguita dalla nuova classe dirigente
dell’impero, che in parte cospicua transiterà poi nella nuova repubblica fondata
da Mustafa Kemal, dopo la vittoriosa guerra contro la Grecia e le altre potenze
occupanti. Lo stesso «laico» Kemal Atatürk, in realtà, riteneva che l’equazione
tra «vero turco» e musulmano sunnita fosse perfettamente funzionale alla sua
causa, e non a caso osteggiò tutte le altre fedi religiose (anche musulmane) e
riservò all’islam sunnita una posizione privilegiata presso il ministero del
Culto, con una visione del rapporto «Stato-Chiesa» molto più simile al modello
inglese di Enrico VIII che a quello francese repubblicano, cui sovente è
erroneamente accostato. Nel difendere le origini della Repubblica da un
imbarazzante peccato originario, i nuovi signori di Ankara continuano a
ritenere, sia pure da posizioni ben più «pie», che l’identità nazionale turca
sia di fatto inscindibile da quella islamica e sunnita. E con questo fanno un
ulteriore passo che allontana la Turchia da quell’approdo europeo che
formalmente sostengono ancora di volere raggiungere. VITTORIO EMANUELE PARSI LS
6
Faccia a faccia Merkel-Papandreou: «Nessuna richiesta di aiuti finanziari»
Incidenti ad
Atene. Draghi: le misure hanno convinto i mercati - di ROSSELLA LAMA
ROMA La Grecia
«non ha al momento attuale bisogno di aiuto finanziario e la stabilità della
zona euro è assicurata», ha detto la cancelliera Angela Merkel dopo aver
incontrato a Berlino il primo ministro greco Georges Papandreou. «La Grecia non
ha chiesto aiuto finanziario, e sono ottimista sul fatto che non lo farà». La
nuovo pacchetto di misure varato dal governo e approvato ieri dal Parlamento di
Atene «è un importante passo in avanti» per riportare il deficit sotto
controllo, «la Grecia è sulla buona strada».
Papandreou si è
fatto precedere all’appuntamento da un’intervista sul quotidiano tedesco Frankfurter
Allegemeine. «Non stiamo chiedendo soldi. E non sto chiedendo che la Grecia
possa ottenere prestiti alle stesse condizioni della Germania, ma ora abbiamo
bisogno di condizioni di finanziamento più favorevoli di quelle attuali». E poi
ha evocato il crack che del colosso bancario americano che il 10 settembre del
2008 ha cambiato il volto della finanza globale: «Non vogliamo essere la Lehman
Brothers dell’Unione europea».
Papandreou non
sarà andato a Berlino a chiedere soldi, ma un aiuto certamente sì. L’offerta di
5 miliardi di titoli di Stato decennali di giovedì è stata interamente
collocata, e sotto questo profilo è stato un successo. Ma il tasso del 6,25%,
che è non solo il doppio di quello che la Germania deve offrire per vendere i
suoi titoli, ma che è anche una volta e mezzo quello dell’Irlanda, paese Ue
dalle finanze tutt’altro che floride, è alla lunga insostenibile. I due terzi
di quei titoli sono stati acquistati da fondi pensione, hedge fund e banche
tedesche e inglesi. La Grecia, che quest’anno deve rinnovare 53 miliardi di
titoli in scadenza, non può farlo ai tassi di giovedì, pena il collasso totale
dei suoi conti pubblici. Un ruolo molto importante in questa partita lo sta
giocando la speculazione. «Dobbiamo porre fine alle malefatte degli
speculatori», ha detto ieri sera la Merkel, schierandosi a favore di misure più
rigide contro la speculazione finanziaria. Per la premier tedesca però «il
primato è della politica», e delle decisioni prese dal governo greco per
tagliare il deficit arrivato al 12,7% del pil.
Ieri il Parlamento
di Atene ha dato il via libera al piano antideficit di altri 4,8 miliardi (tra
tagli di stipendi dei dipendenti pubblici e aumenti delle imposte a partire
dall’Iva). «Sono misure che hanno convinto i mercati come si vede dal successo
dell’ultima emissione dei bond, e hanno convinto anche la Bce e la Commissione
Ue», ha commentato il governatore di Bankitalia, Mario Draghi. Ora
«l’importante è verificarne l’attuazione». Anche il presidente dell’Eurogruppo
Jean-Claude Juncker, che ieri ha incontrato Papandreou prima della Merkel ha
parlato di «piano ambizioso di consolidamento di bilancio». Aggiungendo «non
credo che il paese avrà bisogno di un aiuto esterno, anche se questa
possibilità non deve essere esclusa».
Domani Papandreou
andrà da Sarkozy per tastare la disponibilità della Francia a dargli una mano.
Lui ha fatto i compiti a casa che i partner europei gli hanno chiesto. Ma sul
fronte interno la situazione è bollente. La protesta va avanti da giorni, ieri
c’è stato l’ennesimo sciopero che ha bloccato uffici pubblici servizi e
trasporti, e non sono mancati incidenti. Per non far uscire la Gazzetta
Ufficiale con le nuove misure varate dal Parlamento un gruppo di manifestanti
ha occupato il Poligrafico dello Stato. Ma la procedura d’urgenza non rende
indispensabile la pubblicazione. Per l’11 marzo i sindacati dei lavoratori
pubblici e privati hanno indetto un nuovo sciopero generale. Im 6
Grecia nel caos. Merkel, Juncker e Papandreou: "Ai greci non servono
aiuti Ue"
Draghi: «Le misure
approvate sono serie, hanno convinto i mercati» - di Marco Sodano
Invitano la Grecia
a vendere qualche isola e il Partenone, ma hanno già avviato un’operazione di
sostegno: sono investitori istituzionali tedeschi e inglesi i maggiori
acquirenti dei bond collocati da Atene giovedì con un’emissione da 5 miliardi
che ha ricevuto domande per tre volte tanto. Non c’è da meravigliarsi: proprio
perché grandi acquirenti del debito di Atene in passato, Berlino e Londra hanno
tutto da temere da un eventuale crac. Ancor più dei greci stessi: l’85% dei
bond greci sono in mano straniera. Ottimista la cancelliera tedesca Angela
Merkel: il collocamento, commenta «è stato un segnale positivo per i mercati».
A quello del
mercato e della cancellierasi aggiunge il giudizio positivo del governatore
della Banca d’Italia Mario Draghi: dice che quelle adottate dalla Grecia nei
giorni scorsi «sono misure che hanno convinto i mercati, come si vede dal
successo dell’emissione, e hanno convinto anche la Bce e la Commissione. Sono
misure molto serie». A questo punto, ha aggiunto Draghi, si tratta soprattutto
di controllare che siano applicate con rigore. Segnali di distensione anche da
un altro banchiere centrale, il capo della Bundesbank Axel Weber: i problemi
della Grecia, secondo il tedesco «non sono difficoltà dell’intera unione
monetaria». E ancora: «l’euro non è una valuta debole e non lo diventerà».
Arrivano invece
segnali discordanti da Bruxelles. Secondo l’agenzia Bloomberg - cita fonti che
avrebbero avuto l’informazione dal responsabile del Dipartimento della
commissione per gli affari economici e finanziari Juergen Kroeger - l’Unione
Europea lavora a un piano di salvataggio d’emergenza con il finanziamento dei
governi europei da parte dei governi europei. Kroeger ha detto che gli aiuti
saranno concessi con condizioni rigorose senza comunque indicare che un tale
intervento sia imminente.
Secondo il
presidente dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker, invece, un piano di aiuto alla
grecia «non sarà necessario» alla luce delle misure presentate da Atene. Ieri
Juncker ha incontrato a Lussemburgo il premier greco George Papandreou. La
valutazione di Juncker è chiara: i tagli al bilancio decisi l’altro giorno e
l’impegno ad aumentate le entrate siano misure «forti» e «dure». In ogni caso
la solidarietà può scattare se i mercati non valuteranno «come dovrebbero» la
serietà del governo greco nell’azione che dovrà riportare i conti pubblici
sotto controllo, confermando che «i greci non saranno lasciati soli». Il
messaggio è chiaro: per i governi Ue coinvolti in modo diretto nella gestione
della crisi greca (in primo luogo Francia e Germania) ritengono che ora tocca
ai mercati valutare bene le mosse di Atene. E anche Angela Merkel è convinta
che «Atene non abbia bisogno di aiuti».
Il grande successo
del bond greco, però, ha un rovescio che preoccupa Papandreou. Le pressioni su
Atene hanno fatto impennare i rendimenti dei suoi titoli fino al 6,4%, il
doppio circa dei bund tedeschi. Il premier greco è tornato ieri a ribadire che
vorrebbe potersi finanziare a tassi «simili a quelli degli altri paesi». Pagare
il debito al 6 e rotti per cento è troppo, dice Papandreou, che torna a
ventilare - in assenza dei «segni di solidarietà» che attende dall’Europa, a
valutare l’ipotesi di chiedere aiuto al Fmi. Sarebbe «un occhio nero» per il
sistema euro, avverte il New York Times, la prova che Bruxelles non è in grado
di gestire da sola la situazione. Il numero uno della Bce Jean-Claude Trichet
ha già detto che ritiene «inappropriato» un intervento del Fondo. Papandreou
continua il suo tour dei presidenti: domani vedrà Sarkozy, la prossima
settimana Barack Obama. LS 6
Il vescovo di Ratisbona: "Nessun abuso sotto la direzione di Georg
Ratzinger"
I casi di
pedofilia nel coro delle voci bianche. Mons. Muller: "Le date non
coincidono. All'epoca, entrambi gli episodi erano noti e sono stati
chiusi"
La Santa Sede
chiede giustizia per le vittime e si schiera a fianco della Diocesi "per
analizzare la questione" - E dalla scuola laica Odenwald arriva un'altra
rivelazione: "In passato, violenze sessuali anche sui nostri allievi"
CITTA' DEL
VATICANO - "Basta. Bisogna fare pulizia sul serio nella nostra Chiesa. I
colpevoli devono essere condannati e le vittime risarcite". Il cardinale
tedesco Walter Kasper, presidente del Pontificio consiglio per l'unità dei
cristiani, usa parole gravi per condannare gli scandali di pedofilia che hanno
investito la chiesa tedesca in questi ultimi giorni. E, parlando di "delitti
esecrabili e imperdonabili che vanno perseguiti con fermezza assoluta", il
cardinale appoggia il comportamento del Papa. "Fa bene a fare chiarezza,
pretendendo la tolleranza zero verso chi si macchia di colpe tanto gravi".
Il caso di
Regensburg (secondo il quale si sarebbero verificati abusi sessuali nel celebre
coro di voci bianche di Ratisbona) ha destato particolare scalpore perché a
dirigere il coro, tra il 1964 al 1994, è stato proprio il fratello di Papa
Benedetto XVI, don Georg. Ratzinger, 86 anni, ha detto di non aver mai saputo
che avvenissero episodi del genere. "Se la magistratura tedesca mi
invitasse a testimoniare - ha spiegato - sarei certamente a disposizione,
ma non ho nessuna informazione su attività punibili". A conferma delle
dichiarazioni dell'ex direttore del coro arrivano anche le parole del vescovo
di Ratisbona, monsignor Gerhard Ludwig Muller, che, in un comunicato pubblicato
sull'Osservatore Romano, ribadisce "l'innocenza di Georg". Secondo
Muller, "nel primo caso si tratta di un fatto accaduto nel 1958, commesso
da parte del Vicedirettore della scuola preliminare, che dopo il delitto, fu
rimosso dall'incarico. Nel secondo caso invece si tratta di una persona che
lavorò nel 1958 per sette mesi presso i Domspatzen. Dopo 12 anni, fu condannata
per un caso di abuso sessuale". Secondo Muller quindi, "i due casi di
abusi sessuali emersi nell'ambito della struttura di cui fa parte il coro di
Ratisbona non coincidono con il periodo dell'incarico di Georg Ratzinger".
La Santa Sede
appoggia la Diocesi "nella propria disponibilità ad analizzare la dolorosa
questione in modo aperto, ai sensi delle direttive della Conferenza episcopale
tedesca". L'obiettivo del chiarimento da parte della Chiesa - spiega la
Santa Sede - è di rendere giustizia alle eventuali vittime". E mentre la
Germania è scossa da uno scandalo che vede coinvolti moltissimi istituti
cattolici, la Odenwald (Oso) di Heppenheim, prestigiosa scuola laica nell'ovest
della Germania, rivela che alcuni dei suoi allievi "sono stati vittime di
abusi sessuali tra gli anni '70 e '80". Una rivelazione riportata dal
Frankfurter Rundschau che annovera tra gli ex allievi dell'istituto molti nomi
noti. Primo fra tutti, il leader studentesco del maggio '68 e attuale capo dei
verdi al Parlamento europeo: Daniel Cohn-Bendit. "Gli abusi sessuali hanno
avuto luogo almeno a partire dal 1971", ha ammesso la direttrice della
scuola, Margarita Kaufman. "Gli studenti coinvolti dovrebbero essere 20
circa".
Il presidente dei
vescovi tedeschi, monsignor Robert Zollitsch, già arcivescovo di Friburgo, ha
annunciato che il 12 marzo sarà a Roma per incontrare il Papa e "discutere
dello scandalo pedofilia che sta dilagando nel Paese". La situazione
sembra diventare sempre più grave per la Germania: sono state coinvolte negli
scandali sessuali altre antiche e importanti istituzioni religiose, come il
monastero benedettino di Ettal, nel territorio della diocesi di Monaco e il
prestigioso collegio dei gesuiti a Berlino. LR 6
Il Presidente e l'Europa dimenticata
Il chiasso
prodotto dalle povere vicende di casa nostra finisce con l’assordarci a tal
punto che non prestiamo quasi orecchio a quel che succede nel mondo.
Diamo ogni dovuta
attenzione al lapidario commento lasciato cadere dal presidente della Repubblica
Napolitano durante la sua visita a Bruxelles in merito al «pasticcio» Polverini
- Formigoni.
Oppure restiamo
colpiti dall’imbarazzato richiamo per consultazioni del nostro ambasciatore
affinché chiarisca i suoi rapporti con l’ex senatore Di Girolamo. Ma finiamo
col dare per scontato ciò che si è passato nei colloqui che il Presidente della
Repubblica ha avuto con i vertici dell’Unione Europea, della Commissione e del
Parlamento dove si giocano le sorti non di questa o quella candidatura
regionale e provinciale ma del futuro dell’intera Europa. Eppure le parole
pronunciate da Napolitano a Bruxelles sono di quelle che ormai si sentono
raramente.
Che l’avvenire del
nostro continente dipenda dalla capacità degli Stati europei di dotarsi di
istituzioni comuni in grado di prendere decisioni di portata generale e che
l’interesse di ogni singolo Paese vada visto attraverso quello dell’Unione nel
suo complesso era, sino a qualche anno fa, quasi un luogo comune. Non sempre
quelli che pronunciavano simili affermazioni ci credevano fino in fondo, molte
riserve mentali, molti latenti scetticismi si nascondevano dietro la retorica
europeista dei nostri politici e delle classi dirigenti. Ma, tutto sommato,
quella retorica era anche il segno che gli ideali ispiratori della costruzione
europea erano ormai talmente accettati che, a ribadirli, si dava prova, più che
di talento politico, di buona educazione. Poi è successo quello che è successo.
Prima sono stati i referendum in alcuni Paesi europei sul progetto di costituzione
e sul Trattato di Lisbona che hanno rivelato la frattura esistente tra le
ambizioni europeiste e il sentimento di certe opinioni pubbliche. Poi è
sopravvenuta la crisi economica e finanziaria che ha indotto i governi a dare
priorità agli affari di casa loro e se ne è vista una conseguenza quando quegli
stessi governi hanno collocato ai vertici delle Istituzioni comuni, nella
difficile fase in cui la nuova dirigenza si alterna a quella vecchia, delle
personalità scelte forse più per i loro limiti che per le loro virtù, come il
belga Von Rompuy (che sa bene come sopravvivere nel suo Paese tra etnie
litigiose) o l’inglese Catherine Ashton che costituisce ancora un’incognita per
tutti.
A loro, come al
presidente della Commissione Barroso e al presidente del Parlamento Europeo
Buzek, Napolitano ha ripetuto con forza che bisogna far funzionare le
istituzioni quali esse sono, senza pensare a nuovi trattati o a modifiche che,
anziché perfezionarle, rischierebbero di farle naufragare del tutto, ma ancor
più senza permettere che esse vengano aggirate da intese dirette tra alcuni
Stati nazionali che agiscono in base a loro logiche settoriali e contingenti. E
l’allusione ai contatti riservati - ma neppur tanto - tra alcuni partner su
come pilotare la barca europea tra le secche della crisi non poteva essere più
evidente.
Mai come adesso,
infatti, si ha la sensazione della scomparsa di un’Europa protagonista della
scena politica ed economica mondiale, nel silenzio degli stessi europei e tra i
sorrisi di chi, in America soprattutto ma anche altrove, all’Europa ha sempre
voluto credere poco. Non si tratta solo della riluttanza ad assumere chiare
posizioni di sostegno in ordine alla crisi della Grecia per timore delle
reazioni che ciò può suscitare nella propria opinione pubblica, si tratta anche
dell’assenza di una strategia e perfino dello studio di una possibile strategia
nei confronti della Cina, o dei rapporti transatlantici, o della Russia, in un
momento di incertezza e di riassetto globale dei rapporti internazionali. Sulla
copertina dell’ultimo Time Magazine figura un globo terracqueo nel quale
l’Europa addirittura non c’è e dove il mare ne ha preso il posto.
Ha ragione il
presidente Napolitano quando impiega un linguaggio che ricorda quello dei tempi
eroici della costruzione dell’Unione. Egli ne conosce bene le possibilità e i
meccanismi, anche per essere stato per cinque anni parlamentare europeo ed è
proprio al Parlamento che con maggior vigore ha fatto appello perché reagisca
al ritorno di striscianti nazionalismi e tragga dai poteri che gli sono propri
quegli impulsi di innovazione e di progresso unitario e democratico che tutti i
governi, non escluso il nostro, sembrano incapaci di produrre. BORIS BIANCHERI LS 5
Liste, varato il dl. Opposizione in rivolta. Via libera del Colle:
interpreta la legge
Via libera per
legge alla lista di Formigoni e del Pdl a Roma
- Bersani: "Un trucco". Di Pietro: "Dobbiamo scendere in
piazza"- Maroni: "Non abbiamo toccato la legge elettorale. Sono solo
indicazioni per il Tar"
ROMA - Tira tardi
il Consiglio dei ministri, per varare in 35' un decreto interpretativo che dà
il via libera alla candidatura di Formigoni in Lombardia e alla lista del Pdl
nel Lazio. Non cerca sponde il governo: spera nella disponibilità di Napolitano
dopo la lunga trattativa che ha prteceduto il varo della norma, e non consulta
l'opposizione che appare, sul tema, insolitamente unita. E poco prima della
mezzanotte il via libera di Napolitano arriva. In sostanza, dice il Quirinale,
il provvedimento interpreta - non cambia - le leggi esistenti.
Ma il segretario
del Pd Bersani parla di trucco, il suo compagno Marino di "procedure
stravolte", il leader dell'Idv Di Pietro chiede alla gente di andare in
piazza. Anche per i radicali, pacifici per definizione, il decreto legge è
eversivo. Berlusconi risponde che è l'unico modo per ridare il voto a milioni
di persone. Ed ecco così il via a un decreto interpretativo: in teoria, non
dovrebbe apportare modifiche alla legge, ma solo precisarne il significato.
I contenuti del
decreto. In sostanza si prevede che nel valutare i termini di presentazione
delle liste ci si basi anche sul fatto che con qualsiasi mezzo si possa
dimostrare di essere stati presenti nel luogo di consegna nei termini stabiliti
dalla legge. Il secondo punto prevede che la documentazione possa essere
verificata anche in un secondo momento, per la parte che attiene ai timbri e
alle vidimazioni. Il terzo punto prevede che possano ricorrere al Tar le liste
non ammesse, mentre per le liste ammesse sulle quali è stato fatto ricorso ci
si può rivolgere al Tar solo dopo il voto. Il quarto punto precisa che queste
norme si applicano alle prossime elezioni. I primi due punti dovrebbero
permettere di aggirare le irregolarità per la lista Pdl nel Lazio e per quella
Formigoni in Lombardia.
La traduzione
pratica? La fa il reponsabile del Pdl laziale: "Possiamo dimostrare di
essere stati presenti in Tribunale, dunque lunedì ripresentiamo le
liste".
Parla il ministro
Maroni. "Queste approvate sono norme interpretative. Non c'è nessuna
modifica della legge elettorale, nessuna modifica delle procedure in corso,
nessuna riapertura dei termini", dice Maroni nella conferenza stampa, di
fatto sottolineando che non è stata presa in considerazione l'ipotesi di una
proroga dei termini della presentazione delle liste, già scartata ieri dopo
l'incontro al Quirinale tra il presidente della Repubblica e il presidente del
Consiglio.
"Le norme
vigenti non sono modificate - spiega il titolare del Viminale - ma si è data
una interpretazione autentica, affinché il Tar possa applicare la legge in modo
corretto secondo l'interpretazione che il legislatore, in questo caso il
governo, dà alla legge. E' lasciata al Tar la decisione se le contestazioni
siano fondate oppure no e se la richiesta di riammissione delle liste è
accoglibile oppure no".
"Mettiamo a
disposizione della magistratura amministrativa, l'unico soggetto istituzionale
che potrà decidere sulle liste, una interpretazione corretta - prosegue Maroni
- (non è il governo che decide: 'queste liste rientrano'), è lasciata al Tar la
decisione se le contestazioni sollevate sono fondate oppure no, se la richiesta
di riammissione è accoglibile oppure no. Il governo si è limitato a dire qual è
l'interpretazione corretta da dare alle norme vigenti. Noi riteniamo che alcune
di queste norme siano state applicate in modo non corretto". "E' un
provvedimento - sottolinea ancora Maroni - che non modifica le norme di
legge".
Napolitano firma
il decreto. E poco più di un'ora dopo il suo varo, il presidente della
Repubblica ha emanato il decreto legge salva-liste. Il capo dello Stato
ha dato il suo via libera al decreto una volta verificato che il testo - spiega
il Quirinale - corrisponde alle caratteristiche di un provvedimento
interpretativo della normativa vigente.
Bersani: "Un
pasticcio tutto loro". Attacca il segretario del Pd. "Il centrodestra
non si azzardi a parlare di complotti e a scaricare il problema" e abbia
"l'umiltà di riconoscere che questo pasticcio non gli deriva da incuria ma
da loro divisioni". Così Bersani e ribadisce la necessità del rispetto
delle regole: "C'è una parola in questo paese che bisogna affermare e
ripristinare: si chiama regole". Ed ancora: "Se vogliono governare
bene, altrimenti si riposino e vadano a casa perchè chi governa risponde per
Paese e non per le regole di una lista". Gli fa eco il presidente della
provincia di Roma, Zingaretti: "Esprimo la mia solidarietà a chi rispetta
le regole, a chi paga le multe, a chi versa correttamente le tasse, a chi si
ferma al rosso. Insomma esprimo la mia solidarietà alle persone perbene".
La Bonino:
"Una pagina vergognosa". "Una delle pagine più vergognose della
storia del Paese dal punto di vista giuridico. Non ci sono parole. Non ci sono
situazioni che possono autorizzare un governo a emettere norme palesemente
illegali". Così il coordinatore della campagna elettorale della candidata
del centrosinistra alla presidenza della Regione Lazio Emma Bonino
Di Pietro:
"Forze armate contro il dittatore". "Non si tratta di
interpretazione, ma di un palese abuso di potere che in uno Stato di diritto
andrebbe bloccato con l'intervento delle forze armate al fine di fermare il
dittatore. Noi ci appelleremo alla società civile e scenderemo in piazza con
una grande manifestazione di protesta civile e democratica". Lo afferma
Antonio Di Pietro, leader dell'Italia dei valori.
Sit-in del Popolo
viola. Persone sdraiate a terra con delle candele accese, come se fossero
morte. E' "il funerale della democrazia" inscenato dagli esponenti
del Popolo viola sotto il palazzo del Quirinale, non appena si è appresa la notizia
della firma del decreto legge. Gli esponenti del Popolo viola si sono poi
diretti verso Palazzo Chigi per formare una catena umana "per proteggere
le istituzioni da chi governa all'interno di quel palazzo".
Bonelli:
"Atto di pirateria". ''La democrazia in Italia non esiste più. A
questo punto dopo un atto di vera e propria pirateria istituzionale compiuto da
fascisti al governo bisogna fermare le elezioni'', dichiara il presidente
nazionale dei verdi Angelo Bonelli che aggiunge: ''Quello che ha fatto il
governo ha dell'incredibile per uno stato democratico: il Pdl si è fatto una
legge per ammettere le sue liste che per la legge non potevano essere
ammesse''.
Pdci, volantini
listati a lutto. "Si annuncia la scomparsa della Democrazia, uccisa dal
Governo oggi alle 19.30". E' quanto si legge sui volantini, ironicamente
listati a lutto, distribuiti dal PdCI - Federazione della Sinistra in tutto il
Paese dopo il varo del decreto interpretativo varato dal cdm questa sera.
Sinistra Ecologia
Libertà: "Mobilitazione". "Siamo ai brogli di Stato. La
putrefazione del berlusconismo ormai rischi di infettare la democrazia
italiana". Lo afferma Fabio Mussi, del coordinamento nazionale di Sinistra
Ecologia Libertà. "Siamo pronti con tutto il centrosinistra ad una mobilitazione
democratica, ferma e serena per riaffermare il diritto costituzionale che
rischia di essere calpestato", aggiunge Gennaro Migliore della segreteria
nazionale.
Ferrero:
"Rispettare la legge". Secondo il segretario di Rifondazione
Comunista, Paolo Ferrero, oggi al porto di Ancona, occorre "rispettare la
legge": "Chi è capace a presentare le liste - ha detto - sarà
candidato alle elezioni. Chi non è capace o c'ha casini a casa sua, tanto da
accottellarsi alle spalle come mi pare sia successo, non sarà presente alle
elezioni. A me pare la cosa più normale del mondo".
Protesta Libertà e
Giustizia. "Un passo avanti verso un regime dell?a rbitrio: è
questo il significato profondo del decreto che si appresta ad emanare in queste
ore il governo in materia elettorale. Un provvedimento che di per sé non dà
luogo a un giudizio di incostituzionalità, ma che certamente
rappresenta una violazione di legge. Il riferimento è alla legge del 1988 sul
potere normativo del governo. Libertà e Giustizia ricorda infine che
in una democrazia le leggi elettorali sono le più sacre e intoccabili".
La legge del 1988
e la Costituzione. Per il governo è stato un percorso accidentato. E non è
detto che sia finita qui. Malgrado la ripetuta sottolineatura del governo di
non aver toccato la legge elettorale, infatti, fanno riferimento alla legge una
legge che vieta al governo di toccare norme di materia costituzionale e
elettorale. E' quella del 1988 sul potere normativo del governo. L?articolo 15
secondo comma, della legge n.400 del 23 agosto stabilisce infatti che
il governo non può provvedere nelle materie indicate nell?articolo 72, quarto
comma della Costituzione (materia costituzionale e elettorale). Recita infatti
il quarto comma: "La procedura normale di esame e di approvazione
diretta da parte della Camera è sempre adottata per i disegni di legge in
materia costituzionale ed elettorale e per quelli di delegazione legislativa,
di autorizzazione a ratificare trattati internazionali, di approvazione di
bilanci e consuntivi". LR 5
Dal cilindro spuntò la soluzione
Gira e rigira,
alla fine il governo ha tirato fuori dal cilindro un coniglio vestito da
decreto. Così, giusto per non perdere le sane abitudini. Anche se i decreti in
materia elettorale sono vietati espressamente (art. 15 della legge n. 400 del
1988). Anche se l’escamotage della norma interpretativa suona in realtà come
una frode, che in passato la Consulta ha castigato a più riprese. Funziona
così: il legislatore detta una nuova regola sostenendo che fosse già racchiusa
in una regola più vecchia, come il frutto nel seme. E dunque la circonda di
efficacia retroattiva, la rende valida oggi per ieri. Sennonché l’esigenza di
chiarire per legge il significato di una legge può sorgere quando sussistano
contrasti giurisprudenziali, oscillazioni applicative, incertezze
amministrative. In caso contrario è solo un trucco.
Nel frattempo la
gara elettorale si è trasformata in una zuffa sulle regole. Non è la prima
volta, non sarà neppure l’ultima. Senza andare troppo a ritroso, si può
ricordare per esempio che le regionali del 2005 furono accompagnate da un
corteo d’inchieste giudiziarie su e giù lungo la penisola, dal Piemonte alla
Campania. Per quale ragione?
Firme fasulle,
oppure carpite con l’inganno, oppure apposte in fogli bianchi, senza l’elenco
dei candidati; anche perché di solito le liste vengono chiuse all’ultimo
minuto.
Insomma ci
risiamo. Generalmente gli uomini imparano dai propri errori; ma gli uomini
politici hanno le orecchie d’asino. Eppure questa vicenda surreale, che in
Lombardia e nel Lazio può ancora inaugurare una partita con una sola squadra in
campo, dovrebbe impartirci quantomeno una lezione. Per apprezzarla, c’è però da
prendere sul serio la folla di domande che in queste ore si vanno ponendo gli italiani.
Qual è il peso della legalità formale rispetto all’interesse sostanziale di
scegliere fra due programmi alternativi? È giusto che il rito democratico sia
ostaggio d’una procedura burocratica? È accettabile che il successo d’una lista
venga sancito non dagli elettori bensì dai magistrati? E c’è infine una ragione
per rendere esente la politica dai rigori della legge, a differenza di quanto
accade in sorte ai comuni cittadini?
Queste domande
investono la natura stessa del diritto. Che tuttavia è sempre una medaglia con
due facce, l’una formale, l’altra sostanziale. La prima viene scolpita a
caratteri di piombo nelle Gazzette ufficiali, attraverso una litania di commi e
articoli, che a propria volta disegnano procedimenti, uffici, competenze. Se
non esistesse tale forma, se tutto il diritto fosse racchiuso nella parola
volubile e volante del sovrano, noi non conosceremmo la linea di confine fra i
torti e le ragioni, saremmo come ciechi al cospetto della legge. Ecco perché i
giuristi, da Montesquieu a Calamandrei, ripetono da secoli che la forma è
garanzia di libertà. Ma ne è al contempo ancella, perché la libertà - insieme
all’eguaglianza - esprime lo specifico fine del diritto, la sua ragione
sostanziale.
Il guaio è che noi
italiani non sappiamo tenerci in equilibrio su queste due parallele. E allora
ci alleviamo in seno i due figli degeneri del diritto: formalismo e
sostanzialismo. Il primo indossa per esempio l’abito confezionato dalla
commissione di vigilanza sulla Rai, che in nome della par condicio ha
strangolato il dibattito politico che la par condicio dovrebbe viceversa
garantire. Il secondo rappresenta la perenne tentazione di chi siede nella
stanza dei bottoni, ma i suoi effetti sono ancora più nefasti. Nel dopoguerra -
per fare un altro esempio - la Polonia approdò al regime socialista senza
sostituire le sue vecchie leggi, con una semplice norma interpretativa, dove fu
sancito l’obbligo d’applicarle in conformità ai dettami del marxismo.
C’è un modo per
riconciliare la forma alla sostanza, in quest’ennesima vicenda di delitti
elettorali? Sì che c’è, se non per l’oggi, almeno per il domani. Ma a
condizione d’abbracciare una soluzione estrema, che tagli la mala pianta alla
radice. Le norme in vigore impongono di raccogliere varie migliaia di firme per
candidarsi alle elezioni, facendole autenticare da un notaio, da un
cancelliere, da altri pubblici ufficiali. Una montagna impervia da scalare per
chi non abbia alle spalle un partito organizzato, ed è infatti da questa somma
vetta che s’esercita la signoria dei partiti sugli eletti. Salvo poi calpestare
la regola essi stessi, quando conviene, quando non c’è tempo, quando il
candidato sbuca fuori all’ultima curva del circuito. Ecco, rompiamogli in testa
questa spada. Togliamo via di mezzo tutti i filtri per candidarsi alle
elezioni. Costringiamo i partiti a competere con liste di cittadini fuori dai
partiti. Se poi questo ne segnerà la fine, vorrà dire che se la sono un po’ cercata. MICHELE AINIS LS 6
Quel pasticciaccio di Palazzo Chigi un
precedente contro le regole
Ci sono, nel
decreto legge varato ieri notte dal governo, un pregio e una quantità di
difetti. Ezio Mauro, nel suo editoriale di ieri ne ha già dato conto.
Proseguirò sulla stessa strada da lui aperta e nelle considerazioni svolte
dall'ex presidente della Corte Costituzionale, Valerio Onida. Ma c'è anche e
soprattutto un indirizzo politico che emerge da quel decreto, che suscita
grandissima preoccupazione.
Il pregio è d'aver
dato al maggior partito di maggioranza e ai suoi candidati la possibilità di
partecipare al voto regionale in Lombardia e nel Lazio, così da esercitare il
diritto elettorale attivo e passivo. Quest'esigenza era stata sottolineata non
solo dagli interessati ma anche dai partiti dell'opposizione. Bersani, Di
Pietro, Casini, avevano dichiarato nei giorni scorsi di voler vincere
disputando la loro eventuale vittoria "sul campo e non a tavolino".
Il decreto consente che questo avvenga ed infatti avverrà se i tribunali
amministrativi della Lombardia e del Lazio ne ravviseranno le condizioni sulla
base del decreto già operativo nel momento in cui quei due tribunali si
pronunceranno. Spetta infatti a loro - e non al decreto -
stabilire se le prescrizioni previste saranno state correttamente adempiute.
I difetti
- che meglio possono essere definiti vere e proprie prevaricazioni
- sono molteplici. Alcuni di natura politica, altri di natura
costituzionale. Cominciamo da questi ultimi. Esiste una legge del 1988 che
vieta ogni decretazione in materia elettorale.
Ora è chiaro che
un decreto interpretativo (come è stato definito quello di ieri) non può
contravvenire ad una legge vigente e sostanzialmente abrogarla senza con ciò
produrre un'innovazione. Cessa pertanto la natura interpretativa che risulta
essere soltanto un'appiccicatura mistificante, e riappare invece un intervento
che modifica anzi contraddice norme vigenti sulla stessa materia.
C'è un'altra
questione assai delicata: l'intera materia elettorale riguardante le Regioni è
di spettanza delle Regioni stesse. Le stesse leggi elettorali in materia di
procedura differiscono in parecchi punti l'una d'altra. E' quindi molto dubbio
che il governo nazionale possa entrare con una sua interpretazione su leggi che
non sono interamente di sua diretta spettanza. Interpretazioni di tal genere
spetterebbero ai consigli regionali i quali tuttavia sono scaduti in attesa del
rinnovo elettorale.
Su tutte queste
questioni saranno certamente proposti ricorsi e quesiti alla Corte. Ove questa
li accogliesse mi domando quale sarebbe la validità e gli esiti degli scrutini
del 29 marzo. Il Presidente della Repubblica aveva giustamente definito
"un pasticcio" la situazione venutasi a creare. Purtroppo il decreto
di ieri non risolve affatto il pasticcio anzi per molti aspetti lo aggrava.
Quanto alla
scorrettezza politica, la più grave riguarda la mancata condivisione della
sanatoria decretata dal governo con le forze d'opposizione. Il Presidente della
Repubblica ne aveva ripetutamente sottolineato l'opportunità ed anzi aveva
condizionato ad esso ogni statuizione. Il suo rifiuto dell'altro ieri ad
autorizzare un decreto che modificasse le procedure elettorali ad elezioni in
corso era motivato anche da questo.
Non solo la
condivisione è mancata ma il premier ed i suoi collaboratori senza eccezione
alcuna hanno incolpato l'opposizione d'aver reso impossibile l'esercizio
del diritto elettorale. In particolare questa
responsabilità dell'opposizione si sarebbe verificata a Roma, dove militanti
radicali e di altri partiti avrebbero fisicamente bloccato i rappresentanti
della lista Pdl impedendo loro di varcare la soglia dell'ufficio elettorale del
tribunale.
Questa
circostanza, sulla quale i radicali hanno già sollevato denuncia di calunnia,
dovrà comunque esser provata dinanzi al Tar del Lazio nell'udienza di domani.
E' comunque grave un'inversione così macroscopica delle responsabilità, sulla
base della quale i colpevoli vengono condonati e gli innocenti puniti.
Il presidente
della Camera, Gianfranco Fini, ha definito il decreto del governo come "il
male minore", distinguendosi ancora una volta con queste parole dalla
linea di Berlusconi. Ma nel caso in questione Fini ha sbagliato per difetto. Il
decreto interpretativo non è un male minore. E' un male identico se non
addirittura peggiore d'un decreto innovativo.
Anzitutto non si
può dare un'interpretazione diversa e così estensiva ad una procedura
elettorale con effetto retroattivo. L'interpretazione, se retroattiva, diventa
infatti un vero e proprio condono ed un condono è quanto di più innovativo vi
sia dal punto di vista legislativo.
Ma c'è di peggio.
Poiché nel diritto pubblico un precedente produce una variante valida anche per
il futuro, questo precedente potrà essere invocato d'ora in poi per condonare
qualunque irregolarità procedurale a discrezione del governo. Non bastava il
sistema delle ordinanze, immediatamente esecutive e sottratte ad ogni vaglio
preventivo di costituzionalità; ad esso si aggiungerà d'ora in poi il decreto
interpretativo facendo diventare norma l'aberrante principio che la sostanza
prevale sempre sulla forma, come dichiarò pochi giorni fa il presidente del
Senato, Schifani, dando espressione impudentemente esplicita ad un principio eversivo
della legalità. Esiste nella nostra lingua la parola "sprocedato" per
definire una persona scorretta che si comporta in modo contrario ai suoi
doveri. La esse è privativa, sprocedato significa appunto "senza
procedura".
E bene, stabilire
la prevalenza della sostanza sulla forma in materia di procedura non ha altra
conseguenza che legittimare l'illegalità permanente nella vita pubblica, o
meglio: far coincidere la legalità con il volere del capo dell'esecutivo, cioè
stabilire la legittimità dell'assolutismo.
Un decreto
interpretativo con potere retroattivo realizza questo gravissimo precedente.
Non a caso Berlusconi lo ha preteso facendo balenare ripetutamente la minaccia
di sollevare dinanzi alla Corte costituzionale un conflitto di attribuzioni tra
il governo e il Capo dello Stato. Gianni Letta è stato il "missus
dominicus" di questo vero e proprio ultimatum e - a quanto si
sa - l'ha fatto valere con inusitata decisione. Questi gentiluomini
del Papa ci stanno dando molte sorprese da qualche giorno in qua sui più vari
terreni. Un Letta in armatura e lanciato a passo di carica non l'avevamo ancora
visto anche se da tempo sotto il suo guanto appariva sempre più spesso
l'artiglio di ferro.
Male minore,
presidente Fini? Purtroppo non sembra.
Che fare? Chi ne
ha titolo rappresenti al Tar i problemi che sono di sua competenza per quanto
riguarda il giudizio di applicazione del decreto. (Il Tar lombardo ha già
concesso a Formigoni la sospensiva dell'ordinanza dell'Ufficio elettorale e
deciderà definitivamente nei prossimi giorni). E chi ha titolo sollevi i
problemi di costituzionalità dinanzi alla Corte.
Le sortite
"sprocedate" di Di Pietro nei confronti del presidente della
Repubblica sono da respingere senza se e senza ma. Nella situazione data il
Capo dello Stato è stato messo in condizioni di necessità e ha dovuto dare la
precedenza all'esercizio del diritto elettorale, riuscendo anche a far togliere
alcune disposizioni transitorie che riservavano l'applicazione del decreto alle
sole Regioni di Lombardia e Lazio. Si sarebbe in quel caso creata una
diseguaglianza tra gli elettori di fronte alla legge recando così un vulnus
costituzionale di palese evidenza. Resta il pasticcio ed un precedente che
accelera la trasformazione dello Stato dalle regole all'arbitrio del Sovrano. Gli
elettori giudicheranno anzitutto i candidati e i programmi da essi sostenuti. Ma
sarà bene che riflettano anche su questi aspetti politici di involuzione
democratica. Non sarà un referendum pro o contro Berlusconi, ma certamente l'occasione
per scegliere in favore di leggi valide per tutti o in favore delle
"cricche" che hanno occupato le istituzioni usandole a favore dei
loro privatissimi interessi. L'occasione per cambiare questo andazzo
arriverà tra venti giorni. Errare è umano, ma perseverare nell'errore non lo
sarebbe. EUGENIO SCALFARI LR 7
Ecco il testo del decreto: per gli esperti è a rischio di
inconstituzionalità
Il testo del
decreto Il decreto legge, pubblicato oggi sulla Gazzetta ufficiale si compone
di quattro soli articoli. Al primo punto si prevede che «il rispetto dei
termini orari di presentazione delle liste si considera assolto quando, entro
gli stessi, i delegati incaricati della presentazione delle liste, muniti della
prescritta documentazione, abbiano fatto ingresso nei locali del Tribunale». La
presenza entro il termine di legge nei locali del Tribunale dei delegati,
specifica il decreto, «può essere provata con ogni mezzo idoneo». Il secondo
articolo dispone che le firme si considerano valide anche se l'autenticazione
non risulti corredata da tutti gli elementi richiesti, «purchè tali dati siano
comunque desumibili in modo univoco da altri elementi presenti nella
documentazione prodotta. In particolare, la regolarità della autenticazione
delle firme non è comunque inficiata dalla presenza di una irregolarità
meramente formale quale la mancanza o la non leggibilità del timbro della
autorità autenticante, dell'indicazione del luogo di autenticazione, nonchè
dell'indicazione della qualificazione dell'autorità autenticante, purchè
autorizzata».
Le decisioni di
ammissione di liste di candidati o di singoli candidati da parte dell'Ufficio
centrale regionale sono - si legge nel terzo articolo del provvedimento -
«definitive, non revocabili o modificabili dallo stesso Ufficio. Contro le
decisioni di ammissione può essere proposto esclusivamente ricorso al Giudice
amministrativo soltanto da chi vi abbia interesse. Contro le decisioni di
eliminazione di liste di candidati oppure di singoli candidati è ammesso
ricorso all'Ufficio centrale regionale, che può essere presentato, entro
ventiquattro ore dalla comunicazione, soltanto dai delegati della lista alla
quale la decisione si riferisce. Avverso la decisione dell'Ufficio centrale
regionale è ammesso immediatamente ricorso al Giudice amministrativo». Le
disposizioni si applicano anche «alle operazioni e ad ogni altra attività
relative alle elezioni regionali, in corso alla data di entrata in vigore del
decreto. Per le elezioni regionali, i delegati possono effettuare la presentazione
delle liste dalle ore otto alle ore venti di lunedì 8 marzo».
Il parere degli
esperti Un decreto legge «fortemente a rischio di incostituzionalità», quello
cosiddetto «salva liste», almeno secondo diversi costituzionalisti, per i quali
non si tratterebbe di un intervento «interpretativo», ma un vero e proprio
cambio delle norme a procedura avviata, violando il principio di uguaglianza e
introducendo una retroattività vietata. E che potrebbe portare addirittura ad
un successivo annullamento delle elezioni.
Per i
"tecnici" della materia la questione non è così pacifica. Era stato
il prof. Valerio Onida, presidente dei costituzionalisti, in una intervista a
sollevare forti dubbi: «È un'altra legge ad personam che discrimina le regioni
con norme incostituzionali. È inammissibile che il governo intervenga per
favorire qualcuno dei contendenti». «È forte il rischio che questo decreto sia
dichiarato anticostituzionale con l'effetto di inficiare anche il risultato
delle imminenti elezioni amministrative - sostiene Stefano Ceccanti, professore
di diritto costituzionale e senatore del Pd -alcuni commi sono disegnati su
misura per consentire la presentazione fuori tempo della lista del Pdl del
Lazio: si tratta, dunque, di una norma 'ad hoc' che non può essere veicolata
con lo strumento del decreto».
Dello stesso
parere il prof. Tommaso Giupponi:«Questo decreto sembra andare oltre il limite
dell'interpretazione della legge e si attesta, piuttosto, ad innovare il
significato delle norme facendo una "operazionè non consentita". È
legittima una norma quando è veramente interpretativa mentre quando produce un
significato estraneo alla legge che si intende interpretare diventa solo un
modo per aggirare il divieto di leggi retroattive. Non si era mai verificato un
intervento "interpretativo" del governo». Giupponi segnala inoltre
che «se il parlamento non dovesse convertire questo decreto si creerebbe un
problema per la validità del risultato delle elezioni». Tranchant il giudizio
del presidente emerito della Consulta, Mauro Ferri:«Mi sembra che serva molta
buona volontà, troppa buona volontà, per considerare interpretativo questo
decreto legge». L’U 6
Il governo, la forma e la sostanza
Fa una certa
impressione rileggere gli articoli che Norberto Bobbio scrisse nelle pagine di
questo giornale, tra il 1994 e il 1996, sulla forza politica edificata da
Berlusconi a seguito di Tangentopoli: sull’inconsistenza dei club e circoli da
lui creati, sulla loro vacuità, sullo spregio delle forme, tanto fieramente
vantato.
Sulla violenza
protestante della sua ribellione a liturgie e convenzioni della democrazia
rappresentativa, vorremmo aggiungere: una violenza di tipo russo, alla Bakunin,
che ricorda la vastità informe (la gestaltlose Weite) criticata nel 1923 dal
giurista Carl Schmitt.
Fa impressione
rivedere quei testi perché molte storture sono le stesse. Non furono curate
allora per il semplice fatto che erano ritenute virtù nuove, e adesso la stortura
s’è estesa divenendo non solo questione di codice penale ma di riti elettorali
prima trasgrediti, poi mal rappezzati con leggi ad hoc. Quel che Bobbio
rimproverava ai club era in sostanza questo: il disdegno delle regole, tanto
più indispensabili nel regime democratico, che al popolo affida un’amplissima
sovranità.
E l’ideazione di
una forza non solo dipendente da un’unica persona («Un partito a disciplina
militare, anzi aziendale», così Dell’Utri nel novembre ’94), ma priva di
statuti, progetti, chiarezza innanzitutto sui finanziamenti.
Bobbio era
pienamente consapevole del discredito che la corruzione rivelata da Mani Pulite
aveva inflitto ai partiti, annerendoli tutti mortalmente e rendendo ancor più
pertinente il termine partitocrazia.
Tuttavia i partiti
restavano essenziali per la democrazia, secondo lui, perché senza partiti il
potere si fa opaco, arbitrario, imprevedibile. Il non-partito propagandato da
Forza Italia minacciava d’essere un’accozzaglia senza storia, una «rete di
gruppi semiclandestini»: incompatibile con la «visibilità del potere» che
«distingue la democrazia dalle dittature» (Stampa, 3-7-94). La pura negazione
(non-partito) non diceva nulla perché infinite sono le possibilità da essa
racchiuse: «Se dico “non bianco” comprendo in queste parole tutti i colori
possibili e immaginabili (...). La democrazia rifiuta il potere che si
nasconde», dirà il filosofo in un’intervista a Giancarlo Bosetti nel 2001. Il
non-bianco equivale all’amorfa vastità descritta da Schmitt.
Agli esordi anche
i professionisti della politica erano invisi, e lo sono a tutt’oggi: gli uomini
che si dedicano alla causa pubblica e ne vivono. Come nel film di Elia Kazan,
meglio era scovare un Volto nella Folla, trasformarlo in talentuoso
comunicatore, e la fabbrica del consenso partiva. Già nel 1957, Kazan crea il
prototipo del manipolatore nichilista delle folle, eterno homo ridens, dandogli
il nome di Lonesome Rhodes, il «Solitario» venuto dal nulla o meglio dalla
galera. Di uomini così era fatto il non-partito escogitato da Mediaset, e lo è
tuttora. Tuttora si avvale dei consigli di Previti, condannato definitivamente
per corruzione in atti giudiziari. O di Verdini, indagato per corruzione.
Il politico di
professione è considerato da costoro parassita, incapace di fare. La cerchia
attorno a Berlusconi è piena di uomini che agiscono al riparo della politica e
della legge: imprenditori o avvocati (soprattutto avvocati del Capo). Lo stesso
Stato è sospettato, se non li serve: tanto che la sede del governo non è più
Palazzo Chigi ma il domicilio del Capo a Palazzo Grazioli. Bobbio dà a questo
fantasmatico potere il nome di partito personale di massa, e nel ’94 chiede al
suo leader precisazioni: se il suo non è un partito cos’è, esattamente? Come
s’è finanziato? Cosa farà per dare al proprio potere visibilità: dunque forme,
regole rispettose del codice penale e di procedure elettorali che non
avvantaggino i più forti o ricchi? Si vede in questi giorni come i riti, le
sequenze formali, le procedure, siano sviliti e lisi.
Il disastro delle
liste presentate tardi o malamente nel Lazio e in Lombardia conferma difetti
congeniti, non sanati dal partito creato con Alleanza nazionale. All’origine:
una politica al tempo stesso autoritaria e informe al punto di smottare di continuo
come la terra semovente di Maierato in Calabria. Diciotto anni sono passati da
Mani Pulite e i club di Mediaset hanno per questa via privatizzato la politica,
screditandola agli occhi degli italiani e convincendo anch’essi che il privato
è tutto, il pubblico niente. Si ascolti Verdini, sull’Espresso del 23-5-08.
All’obiezione sul conflitto d’interessi replica, ardimentoso: «Il conflitto
d’interessi non interessa più a nessuno. Neanche a chi non ha votato il
Cavaliere. Diamo cento euro in più nella busta paga, detassiamo gli
straordinari, favoriamo i premi aziendali senza tassazione e poi vediamo. Alla
fine, la gente fa i conti con la propria famiglia».
La famiglia,
l’affare, il favore chiesto per figli, mogli, cognati: son tutte cose che
vengono prima, e se farsi strada affatica ci si serve della politica come di
una scatola d’utensili cui si attinge per proteggersi dalla legge e aggirarla.
Dell’Utri lo ammette: «A me della politica non frega niente, io mi sono
candidato per non finire in galera» (intervista a Beatrice Borromeo, Il Fatto
10-2. La dichiarazione non è stata smentita né ha fatto rumore).
Bobbio disse
ancora che il berlusconismo è «una sorta di autobiografia della nazione». Autobiografia
non solo collettiva ma di ciascuno di noi: cittadini evasori, onesti, non per
ultimo cittadini-giornalisti. Un giorno o l’altro dovremo domandarci ad
esempio, nelle redazioni, come mai inondiamo i lettori di pagine di
intercettazioni che nulla c’entrano con reati penalmente perseguibili. Come mai
riceviamo dai giudici 20.000 pagine di telefonate, solo in parte cruciali. Se
davvero si difende il diritto degli inquirenti a tutte le intercettazioni
utili, per render visibili crimini e poteri nascosti, vale la meta mettere un
muro fra le intercettazioni rilevanti e quelle concernenti il privato come le
scelte sessuali, a meno che le prestazioni non avvengano in cambio di favori
illeciti. Anche questo innalzare muri era pensiero dominante, in Bobbio.
Citando Michael Walzer ripeteva: «Il liberalismo è un universo di “mura”,
ciascuna delle quali crea una nuova libertà». Il lettore non capisce più nulla,
alle prese con faldoni di intercettazioni, e rischia una nausea senza più
indignazione.
Il disprezzo delle
forme e delle leggi caratterizza ieri come oggi il berlusconismo (con
l’eccezione di Fini, da qualche tempo) e sempre ha generato regimi carismatici
autoritari. Fu l’estrema destra francese, negli Anni 30, ad anteporre il «Paese
reale» (o sostanziale) al «Paese legale».
Anch’essa formò
Leghe, non partiti. Il partito è una parte, non rappresenta un’interezza, per
natura si dà un limite. Nella stessa trappola dell’informe cade oggi il
governo, e il vecchio istinto del non-partito fa ritorno. Con disinvoltura
ineguagliata Schifani, di fronte all’intrico delle liste, si augura «che venga
garantito il diritto di voto a tutti e che la sostanza prevalga sulla forma».
Augurio comprensibile il primo, pernicioso il secondo.
Il rigetto delle
forme va di pari passo con il rifiuto della legalità, con il primato dato ai
diritti privati o corporativi sugli obblighi comuni, con la separazione dei
poteri. Si combina alla sfrontatezza con cui l’homo ridens di Kazan, sicuro
com’è del proprio talento, si sente legibus solutus, sciolto dai vincoli delle
leggi. Talmente sciolto che Berlusconi non esita a dichiarare, nel novembre
1994: «Chi è scelto dalla gente è come unto dal Signore». La Chiesa non ebbe
mai alcunché da dire. Anche questa domanda, che Bobbio pose al Vaticano, resta
senza risposta.
Tanta sicurezza
può dare alla testa. Se ce ne fosse un po’ di meno, se non continuasse la
pratica dei «gruppi semiclandestini», si potrebbe chiedere semplicemente scusa
agli italiani e alle istituzioni, per la cialtrona gestione delle liste.
Aiuterebbe. Ma forse, come scrive Gian Enrico Rusconi sulla Stampa, sognare non
ci è dato.
BARBARA SPINELLI LS 7
Napolitano: «Non sostenibile l'esclusione del Pdl dalle elezioni»
«Il provvedimento
non poteva che essere un dl». Bersani: «Il Capo dello Stato non c'entra col trucco
del Pdl»
ROMA - Napolitano
si è affidato al sito Internet del Quirinale per spiegare il delicato, e
contestato, iter legislativo sulle liste escluse e poi riammesse alle elezioni
regionali. Lo spunto sono le lettere di due cittadini, una a favore e l'altra
contraria al decreto «salva-liste». «Non era sostenibile - scrive Napolitano -
che potessero non parteciparvi nella più grande regione italiana il candidato
presidente e la lista del maggior partito politico di governo, per gli errori
nella presentazione della lista contestati dall'ufficio competente costituito
presso la corte d'appello di Milano».
INEVITABILE IL
DECRETO LEGGE - «I tempi si erano a tal punto ristretti - dopo i già
intervenuti pronunciamenti delle Corti di appello di Roma e Milano - che quel
provvedimento non poteva che essere un decreto legge». Napolitano spiega anche
che, al di là della ventilata soluzione politica alla mancata presentazione
delle liste, c'era la necessità di intervenire tempestivamente. Il testo del
decreto legge, aggiunge poi il presidente «non ha presentato a mio avviso
evidenti vizi di incostituzionalità».
RISPETTO PER IL
CAPO DELLO STATO - «Un effettivo senso di responsabilità dovrebbe consigliare a
tutti i soggetti politici e istituzionali di non rivolgersi al Capo dello Stato
con aspettative e pretese improprie, e a chi governa di rispettarne
costantemente le funzioni e i poteri». Si chiude così la risposta del Capo
dello Stato apparsa sul sito del Quirinale.
BERSANI:
«NAPOLITANO NON C'ENTRA CON IL TRUCCO DEL PDL» - A difesa del Presidente della
Repubblica è intervenuto il segretario del Pd Pier Luigi Bersani parlando del
Dl sulle regionali: «il presidente della Repubblica non c'entra niente, non si
nascondano dietro al presidente della Repubblica. La Costituzione la
conosciamo. Loro sono responsabili di quello che hanno scritto, del trucco
vergognoso che hanno introdotto». Il segretario del Pd ha poi aggiunto che « il
giudizio su queste norme deve venire da una mobilitazione che vogliamo fare.
Consideriamo nullo ogni accordo per la gestione di questa settimana
parlamentare»; poi «vogliamo che si pronuncino i livelli giurisdizionali,
immaginiamo che questa norma possa essere messa ad una valutazione più attenta
della Corte costituzionale».
BOSSI: «NAPOLITANO
OTTIMO PRESIDENTE» - Apprezzamento per il Presidente della Repubblica è
arrivato anche da Umberto Bossi: «Il capo dello Stato nella vicenda del caos
delle liste è stato molto equilibrato. Napolitano ogni giorno che passa,
vicenda dopo vicenda, si dimostra un ottimo presidente della Repubblica». CdS 6
Il costituzionalista Zagrebelsky: così si apre la strada a nuove
intimidazioni
Il presidente
Napolitano opera per evitare la violenza - "Una corruzione della legge
che viola
uguaglianza e imparzialità" - di LIANA MILELLA
ROMA - Non critica
Napolitano, dissente da Di Pietro, benedice le proteste, boccia un decreto
inconcepibile in uno Stato di diritto. Gustavo Zagrebelsky inizia citando un
episodio che, "nel suo piccolo", indica lo stravolgimento
dell'informazione. Al Tg1 di venerdì sera va in onda la foto di Hans Kelsen,
uno dei massimi giuristi del secolo scorso. "Gli fanno dire che la
sostanza deve prevalere sulla forma: a lui, che ha sempre sostenuto che, in
democrazia, le forme sono sostanza. Una disonestà, tra tante. Gli uomini di
cultura dovrebbero protestare per l'arroganza di chi crede di potersi
permettere di tutto".
Professore, che
succede?
"Apparentemente,
un conflitto tra forma e sostanza".
Apparentemente?
"Se guardiamo
più a fondo, è un abuso, una corruzione della forza della legge per violare
insieme uguaglianza e imparzialità".
Perché? Non si
trattava invece proprio di permettere a tutti di partecipare alle elezioni?
"Il diritto
di tutti è perfettamente garantito dalla legge. Naturalmente, chi intende
partecipare all'elezione deve sottostare ad alcuni ovvi adempimenti circa la
presentazione delle candidature. Qualcuno non ha rispettato le regole.
L'esclusione non è dovuta alla legge ma al suo mancato rispetto. È ovvio che la
più ampia "offerta elettorale" è un bene per la democrazia. Ma se
qualcuno, per colpa sua, non ne approfitta, con chi bisogna prendersela: con la
legge o con chi ha sbagliato? Ora, il decreto del governo dice: dobbiamo
prendercela con la legge e non con chi ha sbagliato".
E con ciò?
"Con ciò si
violano l'uguaglianza e l'imparzialità, importanti sempre, importantissime in
materia elettorale. L'uguaglianza. In passato, quante sono state le esclusioni
dalle elezioni di candidati e liste, per gli stessi motivi di oggi? Chi ha
protestato? Tantomeno: chi ha mai pensato che si dovessero rivedere le regole
per ammetterle? La legge garantiva l'uguaglianza nella partecipazione. Si dice:
ma qui è questione del "principale contendente". Il tarlo sta proprio
in quel "principale". Nelle elezioni non ci sono
"principali" a priori. Come devono sentirsi i "secondari"?
L'argomento del principale contendente è preoccupante. Il fatto che sia stato
preso per buono mostra il virus che è entrato nelle nostre coscienze: il
numero, la forza del numero determina un plusvalore in tema di diritti".
E l'imparzialità?
"Il
"principale contendente" è il beneficiario del decreto ch'esso stesso
si è fatto. Le pare imparzialità? Forse, penseremmo diversamente se il
beneficiario fosse una forza d'opposizione. Ma la politica non è il terreno
dell'altruismo. Ci accontenteremmo allora dell'imparzialità".
Anche lei, come
l'ex presidente Onida, considera il dl una legge ad personam?
"Questa
vicenda è il degno risultato di un atteggiamento sbagliato che per anni è stato
tollerato. Abbiamo perso il significato della legge. Vorrei dire: della Legge
con la maiuscola. Le leggi sono state piegate a interessi partigiani perché chi
dispone della forza dei numeri ritiene di poter piegare a fini propri, anche
privati, il più pubblico di tutti gli atti: la legge, appunto. Si è troppo
tollerato e la somma degli abusi ha quasi creato una mentalità: che la legge
possa rendere lecito ciò che più ci piace".
Torniamo al
decreto. Si poteva fare?
"La legge 400
dell'88 regola la decretazione d'urgenza. L'articolo 15, al comma 2, fa divieto
di usare il decreto "in materia elettorale". C'è stata innanzitutto
la violazione di questa norma, dettata non per capriccio, ma per ragioni
sostanziali: la materia elettorale è delicatissima, è la più refrattaria agli
interventi d'urgenza e, soprattutto, non è materia del governo in carica, cioè
del primo potenziale interessato a modificarla a suo vantaggio. Mi pare
ovvio".
Quindi, nel
merito, il decreto viola la Costituzione?
"Se fosse stato
adottato indipendentemente dalla tornata elettorale e non dal governo, le
valutazioni sarebbero del tutto diverse. Dire che il termine utile è quello non
della "presentazione" delle liste, ma quello della "presenza dei
presentatori" nei locali a ciò adibiti, può essere addirittura
ragionevole. Non è questo il punto. È che la modifica non è fatta
nell'interesse di tutti, ma nell'interesse di alcuni, ben noti, e, per di più,
a partita in corso. È un intervento fintamente generale, è una "norma fotografia"".
Siamo di fronte a
una semplice norma interpretativa?
"Quando si
sostituisce la presentazione delle liste con la presenza dei presentatori non
possiamo parlare di interpretazione. È un'innovazione bella e buona".
E la soluzione
trovata per Milano?
"Qui si
trattava dell'autenticazione. Le formule usate per risolvere il problema
milanese sono talmente generiche da permettere ai giudici, in caso di difetti
nella certificazione, di fare quello che vogliono. Così, li si espone a tutte
le possibili pressioni. Nell'attuale clima di tensione, questa pessima
legislazione è un pericolo per tutti; è la via aperta alle intimidazioni".
Lei boccia del
tutto il decreto?
"Primo: un
decreto in questa materia non si poteva fare. Secondo: soggetti politici
interessati modificano unilateralmente la legislazione elettorale a proprio
favore. Terzo: si finge che sia un interpretazione, laddove è evidente
l'innovazione. Quarto: l'innovazione avviene con formule del tutto generiche
che espongono l'autorità giudiziaria, quale che sia la sua decisione,
all'accusa di partigianeria".
Di Pietro e
Napolitano. È giusta la critica dell'ex pm al Colle?
"Le reazioni
di Di Pietro, quando accusa il Capo dello Stato di essere venuto meno ai suoi
doveri, mi sembrano del tutto fuori luogo. Ciascuno di noi è libero di
preferire un comportamento a un altro. Ma è facile, da fuori, pronunciare
sentenze. La politica è l'arte di agire per i giusti principi nelle condizioni
politiche date. Queste condizioni non sempre consentono ciò che ci
aspetteremmo. Quali sono le condizioni cui alludo? Sono una sorta di violenza
latente che talora viene anche minacciata. La violenza è la fine della
democrazia. Il Capo dello Stato fa benissimo a operare affinché non abbia mai a
scoppiare".
Ma Di Pietro,
nella firma del Presidente, vede un attentato.
"La vita
politica non si svolge nel vuoto delle tensioni, ma nel campo del possibile. Il
presidente ha agito usando l'etica della responsabilità, mentre evocare
iniziative come l'impeachment significa agire secondo l'etica
dell'irresponsabilità".
Lei è preoccupato
da tutto questo?
"Sì, è anche
molto. Perché vedo il tentativo di far prevalere le ragioni della forza sul quelle
del diritto. Bisogna dire basta alla prepotenza dei numeri e chiamare tutte le
persone responsabili a riflettere sulla violenza che la mera logica dei numeri
porta in sé".
L'opposizione è in
rivolta. Le prossime manifestazioni e le centinaia di messaggi sul web non
rischiano di produrre una spirale inarrestabile?
"Ogni forma
di mobilitazione contro gli abusi del potere è da approvare. L'unica cautela è
far sì che l'obiettivo sia difendere la Costituzione e non alimentare solo la
rissa. C'è chi cerca di provocare lo scontro. Per evitarlo non si può
rinunciare a difendere i principi fondamentali. Speriamo che ci si riesca. La
mobilitazione dell'opposizione responsabile e di quella che si chiama la
società civile può servire proprio a far aprire gli occhi ai molti che finora
non vedono". LR 7
I ragazzi e le
ragazze del «popolo viola» che occupano la piazza del Quirinale; il Pd che
annuncia ostruzionismo nelle aule del Parlamento; Antonio Di Pietro che pensa
all’impeachment del Capo dello Stato; il Popolo della libertà che incassa il
risultato e maramaldeggia nei confronti dell’opposizione.
E Gianfranco Fini
che prova a gettare acqua sul fuoco ma non riesce a trovare argomenti più
convincenti di un dimesso «quel decreto è il male minore». E’ vero che era
ingenuo nutrire dubbi in proposito: ma ora si può onestamente dire che ha avuto
senz’altro ragione chi aveva previsto che il «pasticcio delle liste» sarebbe
finito assai peggio di com’era cominciato. E infatti è finito com’è sotto gli
occhi di tutti: un altro mucchietto di macerie sull’ipocritamente invocato
«dialogo» e nuove cicatrici su questa o quella istituzione.
Non è un bel
risultato. E ancora meno bello è il tentativo di scaricare responsabilità e
macerie dalle parti del Quirinale. Giorgio Napolitano è politico (e uomo delle
istituzioni) di troppo lungo corso per aver sperato un solo momento che potesse
finire diversamente. L’altra notte, per chiedergli di non firmare il decreto,
si sono sdraiati in piazza del Quirinale un centinaio di uomini e donne del
«popolo viola»: ieri mattina, se non lo avesse firmato, avrebbe trovato
migliaia di bandiere tricolori e di militanti del Pdl sotto le finestre a
scandire slogan contro il «Presidente comunista». E’ che in troppi, ormai, applicano
al Presidente-arbitro il metro di giudizio che viene utilizzato negli stadi per
gli arbitri veri: bravi se ti fischiano il rigore a favore, ladri se te lo
fischiano contro. Una vergogna, certo: ma è con questo andazzo che Napolitano
deve fare i conti.
In questo senso,
la lunga nota con la quale il Presidente ha voluto spiegare il senso delle sue
decisioni a due cittadini che gli avevano scritto, è a suo modo drammatica e
segna una svolta. Il Capo dello Stato argomenta, polemizza, accusa e si difende
in un inedito crescendo che mescola preoccupazione e rabbia. Napolitano
domanda: si poteva andare al voto in Lombardia e a Roma senza le liste del
maggior partito? Insiste: si era parlato di una soluzione condivisa, ma nessuno
l’ha indicata. Argomenta: erano in gioco due interessi entrambi meritevoli di
tutela, il rispetto delle procedure e il diritto dei cittadini di scegliere tra
schieramenti diversi. E infine, una conclusione a metà tra un’accusa e una
supplica: «Un effettivo senso di responsabilità dovrebbe consigliare a tutti i
soggetti politici e istituzionali di non rivolgersi al Capo dello Stato con
aspettative e pretese improprie, e a chi governa di rispettarne funzioni e
poteri».
Un inedito, nei
toni e nella sostanza. Ma un inedito che è frutto di uno stillicidio che viene
da lontano e che ha coinvolto ora i giornali, ora la Corte Costituzionale, ora
il Quirinale: cioè organi o strumenti «terzi», garanti di imparzialità e invece
finiti nel tritacarne di una polemica politica fattasi selvaggia, all’ombra di
un bipolarismo assai malinteso. Uno stillicidio che ha portato qualche mese fa
il presidente del Consiglio a dire «tanto si sa il Presidente da che parte sta»
(cioè con i «comunisti») e Antonio Di Pietro, appena ieri, a chiederne
l’impeachment: una follia politica e costituzionale, quest’ultima, proposta da
chi le leggi e la Costituzione dovrebbe invece conoscerle a memoria.
E onestamente, è
difficile dire che il peggio si possa considerare passato. Quando l’ennesimo
grande incendio intorno al palazzo del Quirinale si sarà infatti spento,
cominceranno a bruciare le micce cui quell’incendio ha dato fuoco: la reazione
del Pd, che annuncia ostruzionismo e barricate alla Camera e al Senato;
l’ulteriore deterioramento dei rapporti tra governo e opposizione; il bellicoso
ritorno in campo di un Di Pietro che sembra aver già smesso i panni della
«responsabilità»; una campagna elettorale che da intossicata che era si farà
micidiale; e il tutto, ovviamente, a galleggiare in un lago ormai nauseabondo
di tangenti e intercettazioni, prestazioni sessuali e simboli d’efficienza
tirati giù dal piedistallo.
Un bell’affare. E
se si ragiona sul fatto che a scatenare un simile putiferio sono stati un
timbro poco leggibile e un «consegnatore di liste» ritardatario, pare tutto
davvero incredibile. Purtroppo, invece, è vero. E ai cittadini che tra venti
giorni vanno al voto non resta che attendere la nuova, pessima puntata...
FEDERICO GEREMICCA LS 7
Cala il consenso per il governo
Prosegue la
diminuzione di popolarità: 39 per cento. Crollo tra chi vota Lega
Come in molti
avevano previsto, le convulse vicende di questi giorni riguardo alla
presentazione delle liste per le regionali, hanno finito con l'influire
negativamente sul grado di popolarità del Governo. Facendolo ulteriormente
calare — dopo la diminuzione già rilevata il mese scorso— di altri 4 punti. E
assestando l’indice di consenso poco sotto il 39%, quando, a dicembre scorso,
subito dopo l'aggressione al Cavaliere in Piazza del Duomo a Milano, esso aveva
superato il 50%. Siamo giunti dunque ad uno dei livelli più bassi mai
registrati per l'esecutivo guidato da Silvio Berlusconi. Il calo più
consistente di popolarità non si è manifestato tra gli elettori di
centrosinistra (ove, ovviamente, i giudizi positivi sul Governo sono già molto
bassi e non possono decrescere più di tanto), ma, specialmente nel cuore dei
segmenti che tradizionalmente sostengono la coalizione del centrodestra. In
particolare, tra gli stessi elettori del Pdl la quota di chi esprime
un’opinione positiva sull' operato del Governo è scesa dal 93% di inizio
febbraio al 76% di inizio marzo, con una diminuzione del 17%.
IL CROLLO FRA I
LEGHISTI - Tra i votanti per la Lega il calo è ancora più sensibile: dall’83%
del mese scorso al 57% di oggi. Ciò significa che circa un elettore del
Carroccio su quattro ha in qualche misura maturato in quest’ultimo periodo una
qualche delusione nei confronti dell’esecutivo sostenuto dal suo partito. Non a
caso, dal punto di vista territoriale, la zona che maggiormente manifesta una
crescita di sfiducia è il nord est, una delle roccaforti del partito del
Premier e della Lega. Gli strati sociali che più si sono allontanati dal
sostegno al Governo sono quelli cui sin qui quest'ultimo si è maggiormente
appoggiato: le casalinghe (-13% di valutazioni positive), gli imprenditori e i
lavoratori autonomi. Ma anche nel settore cruciale degli indecisi—l'ambito da
convincere in vista delle prossime elezioni regionali — il decremento di consenso
è significativo e pari a circa il 10%. A questo andamento negativo ha certo
contribuito moltissimo l’immagine di «pasticcione» e di approssimativo offerta
dal Pdl nella vicenda delle firme da sottoporre per l'ammissione alle elezioni
amministrative. Ma questo triste episodio non ne è l'unica causa. Come sempre
accade, il formarsi delle opinioni non è determinato da un solo motivo, ma dal
sedimentarsi progressivo delle impressioni ricavate nel tempo da più episodi e
accadimenti.
GLI SCANDALI -
Così, hanno certo «contato» nel trend sfavorevole al Governo gli scandali e le
vicende delle ultime settimane, che hanno visto coinvolti esponenti del PDL o
comunque legati alla maggioranza. Ancora, può aver avuto un effetto sul calo di
popolarità del Governo, il dissenso verso alcune decisioni che sono apparse
comunque legate a quest’ultimo. Ad esempio, il divieto imposto dalla Rai (con
il voto dei consiglieri di maggioranza, perlopiù espressione dei partiti di
centrodestra) alla messa in onda dei talk show più importanti sino alla data
delle elezioni ha incontrato una forte disapprovazione nella popolazione. Quasi
il 60% degli italiani dichiara di non condividere questa decisione: il dissenso
è ovviamente maggiore tra gli elettori del centrosinistra, ma si trova in
dimensione cospicua anche nel seguito del centrodestra, ove grossomodo il 40%
esprime la propria contrarietà al provvedimento. Nell'insieme, il clima di
opinione appare dunque sempre più negativo per l'esecutivo. Senza che, però,
l'opposizione ne guadagni più di tanto in termini di popolarità. Ciò che emerge
prevalentemente è, come già si è avuto modo di sottolineare, un clima di
sfiducia generalizzato verso la politica e le sue istituzioni. È l'intero
sistema che appare sempre più fragile e messo sotto accusa da strati crescenti
di cittadini. Ciò potrà avere un effetto nel comportamento di voto alle
prossime elezioni. Non solo con il possibile calo di consensi per il Pdl,
anticipato peraltro dai sondaggi più recenti, ma, forse, con un incremento
delle astensioni.
Renato Mannheimer
CdS 7
In attesa della legge contro la corruzione
Ammesso che basti
a sanare l’Italia dal degrado morale di alcuni ceti sociali. A danno della
maggioranza di cittadini onesti e lavoratori
La corruzione continua a far parlare: ogni
giorno si viene a conoscenza di arresti, indagini e avvisi di garanzia che
raggiungono parlamentari, magistrati, presidenti di Regione ed imprenditori.
Tanto da spingere Sergio Romano ad iniziare il suo editoriale, apparso sul
Corriere della Sera il 28 febbraio scorso, con queste parole: “
Alla fine di una delle peggiori settimane
della storia nazionale molti Italiani e moltissimi stranieri pensano
probabilmente che l’Italia sia un malato terminale. La principale funzione
delle sue industrie sarebbe quella di riciclare denaro sporco. La Protezione
civile servirebbe ad arricchire costruttori cinici e spregiudicati. I suoi
senatori sarebbero schiavi della malavita. E i magistrati, secondo il
presidente del Consiglio, sarebbero «talebani»”. L’articolista non cita
l’evasione fiscale che ha superato i 2 miliardi di euro e non fa nomi, benché
sia evidente il riferimento al Capo della Protezione civile e al sen. Di
Girolamo, eletto, pare slealmente, all’estero con “voti della ‘ndrangheta”.
In effetti, a seguire i fatti nazionali
riportati dalle cronache, che vedono coinvolti anche i togati (Toro, per es.),
si rimane depressi e sgomenti. Tuttavia, scandalizza di più il metodo,
giornalistico e televisivo, con cui si dà notizia dei tanti reati compiuti.
Un'informazione che trascura gli indubbi episodi nazionali di umanità, di
dignità, di perbenismo; che denuncia l’ammontare della frode tributaria, senza
però rilevare che spesso è dettata da necessità, il fisco togliendo ai
cittadini il 43,9% dei redditi; che sbircia dal buco della serratura negli
affari privati della gente; che inventa cose che non esistono; o anticipa le
condanne, basandosi su spezzoni di frasi intercettate. Anche a costo di coprire
di fango una persona, Bertolaso - al quale l’Italia deve molto -, fino a
spingere un lettore del Corsera a commentare: “Stai tranquillo, Bertolà!
Tanto Berlusconi ti nomina ministro e resterai impunito”.
Ne risulta il ritratto di un popolo
corrotto, cinico e perverso; di un Paese che non sa rinunciare ad un certo modo
immorale di lucrare; che ha un tasso di corruzione che non solo divora 50
miliardi l'anno (stima della Banca mondiale) ma si espande, le denunce nel 2009
essendo aumentate del 229% rispetto al 2008, (dati forniti, all'inaugurazione
dell'anno giudiziario della Corte dei Conti, dal procuratore generale, Mario
Ristuccia).
Inevitabile la deduzione: in Italia i
galantuomini sono l’eccezione. Giudizio che Sergio Romano, nell’articolo
citato, contesta: “Non ha torto chi pensa che dietro questo ritratto
dell’Italia vi sia un altro Paese” di lavoratori e di onesti. E giustamente
domanda: “Potremmo cominciare a parlare anche del Paese che funziona e dei modi
per renderlo migliore?”. Basterebbe infatti rapportare al totale della
popolazione italiana (senza contare il 7% di stranieri) il numero, sia pure
elevato, di corrotti per concludere che non rappresentano la totalità. Manca
forse una reazione popolare, per indifferenza o per assuefazione, tanto da
suggerire ad Ernesto Galli della Loggia (sempre sul Corsera) la convinzione che
“occorre cambiare la testa agli Italiani”.
Ma non può migliorare, il popolo, se è
spinto a giudicare in base a verdetti sparati sui media prima del regolare
processo; se legge notizie dettate da pregiudizio, da maldicenza, o stralci
incomprensibili d’intercettazioni, benché secretate, dalle quali emergono
comportamenti illeciti e sessuali degli indagati; se vengono a conoscenza di
sentenze che spesso aggirano le norme esistenti; di assoluzioni - o condanne -
che arrivano dopo decenni. Soprattutto se è infarcito di bugie: non a caso, le
figlie di Bertolaso hanno rilevato che manca, da noi, un’adeguata pena per chi
strombazza menzogne. Come quella sparata dal Corriere della Sera, secondo il
quale Bertolaso avrebbe fatto carriera solo perché “nipote del Card. Ruini”, ma
non pubblica la smentita dello stesso Cardinale.
Ben venga, quindi, il provvedimento contro
la corruzione, testé approvato dal Consiglio dei Ministri, il solo che può far
rialzare il livello morale del Paese, purché riesca a diventare presto norma
operativa. E a patto che non lo si cambi troppo, benché definito da fonti
governative “bozza modificabile”. Esso prevede l’inasprimento delle pene per i
reati contro la Pubblica Amministrazione, fino ad un massimo di 6 anni; la non
candidatura a cariche nazionali o locali dei Presidenti di Regione rei di atti
“contrari alla Costituzione”; l’ineleggibilità al Parlamento, per 5 anni, di
chi è condannato con sentenza definitiva per corruzione, concussione o
peculato; e un “Piano nazionale anticorruzione” con il compito di controllare
la gestione di appalti e concorsi, non tanto per ridurre gli illeciti, quanto
per prevenirli.
Il testo pare discreto in linea generale, ma
non è detto che serva davvero a risolvere il problema. Anche perché, con i
tempi lunghissimi dei processi, l’indagato potrà intanto candidarsi. E, magari,
se eletto, continuare a delinquere. Ne ritroviamo, infatti, qualcuno nelle
liste elettorali delle prossime Regionali, in particolare della Campania dove,
per il centrosinistra, punta al ruolo di Governatore l’ex sindaco di Salerno,
Vincenzo De Luca, rinviato a giudizio per “concussione, truffa ed abuso di
ufficio”; in “Alleanza di Popolo” (collegata al centrodestra) si presenta
Roberto Conte, già condannato in primo grado per associazione camorristica;
nella lista del Pdl spicca il consigliere regionale uscente, Pietro Diodato,
coinvolto in un’inchiesta per truffa nei rimborsi spese della Regione. Nella quale
è indagato un altro candidato del Pd, Giuseppe Russo. Certo, tutti “innocenti”
fino a sentenza definitiva. Ma chi ce lo assicura? Egidio Todeschini, de.it.press
Le nuove misura anticorruzione. La trasparenza che non c’è
Grande era
l’attesa per il disegno di legge (ddl) governativo in materia di corruzione.
Altrettanto grande la delusione, oggi che il ddl è noto nelle sue linee
generali, anche se non ancora presentato formalmente. Le norme che intendono
contrastare la corruzione in modo diretto sono poche e di dubbia efficacia. Il
grosso del provvedimento riguarda obblighi di controllo, trasparenza e
rendicontazione interni alle pubbliche amministrazioni. Se funzionassero,
migliorerebbe senz’altro la qualità dei servizi pubblici ed è probabile che
nelle maglie dei controlli incapperebbero molti casi di corruzione. Ma
funzioneranno? Partiamo dal contrasto diretto alla corruzione.
Al di là
dell’architettura istituzionale costruita dal primo articolo, il ddl prevede
una raffica di inasprimenti delle pene per molti reati, connessi alla
corruzione o di altra natura, nonché maggiori restrizioni alla candidatura a
organi rappresentativi delle persone che tali reati hanno commesso. Quanto alle
pene, è ben noto che il loro effetto dissuasivo non dipende tanto dalla loro
severità quanto dalla probabilità che il reato venga scoperto e sanzionato in
tempi brevi: in realtà si aggravano le pene per venire incontro
all’indignazione popolare. Quanto alle condizioni di incandidabilità, la bozza
di ddl le estende solo per i politici degli enti locali: vedremo se saranno
estese anche per i parlamentari dopo le critiche di Fini e Calderoli.
Naturalmente, sempre di reati passati in giudicato si tratta. Tre gradi di
giudizio, con i tempi biblici della nostra giustizia, lasciano tranquilli sui
loro scranni i pochi (?) politici che hanno problemi seri con la giustizia.
Gran parte del ddl riguarda però la corruzione solo in modo indiretto,
nell’ipotesi che controlli più frequenti, più ampi e rigorosi, oltre a
migliorare la trasparenza e la qualità del settore pubblico — che è un bene in
sé—consentano di scoprire e denunciare le mele marce che in esso si trovano.
La fonte maggiore
di delusione, ma prima ancora di sorpresa, sta proprio qui: in larga misura
questi controlli interni già esistono e sinora non hanno affatto impedito né la
corruzione, né l’inefficienza. Agli obblighi di rendicontazione, di verifica,
di comunicazione, di coordinamento, di redazione di prospetti e bilanci— già
oggi onerosissimi — il ddl ne aggiunge altri dello stesso tipo, sempre compiti
interni alla pubblica amministrazione e sempre a risorse invariate: come farà
un povero dirigente amministrativo a mandare avanti il suo ufficio, ad
assolvere i compiti esterni cui è tenuto? Farà come ha sempre fatto, non
assolverà i nuovi obblighi che gli vengono imposti o li assolverà solo
formalmente, fidando che il suo controllore (sempre interno) sia anch’esso
oberato di compiti impossibili, e non li assolva o li assolva male.
Ho sottolineato
più volte la natura «interna» dei controlli perché è ben noto, e Brunetta lo sa
benissimo, che, oltre ai controlli interni, devono esserci controlli esterni,
sempre pubblici, ma svolti da agenzie e istituzioni che hanno una natura terza
rispetto all’amministrazione controllata: insomma, dei watchdogs, dei cani da
guardia indipendenti, come ad esempio il New York City Comptroller
(www.comptrol-ler.nyc.gov/comptroller/duties.shtm). Ma questo cane da guardia
ha uno staff di 700 contabili, giuristi, ingegneri, informatici, analisti
finanziari, esperti di organizzazione, oltre al personale ausiliario. Mi si
chiederà: come la mettiamo con le spese aggiuntive che ciò comporterebbe?
Ricorre per tutto il ddl il mantra che la riforma deve avvenire a spese
costanti e, per chi non avesse capito, esso viene ripetuto nell’articolo
finale, dal titolo evocativo di «clausola di invarianza». Rispondo: se non
c’erano i soldi, invece di trascurare l’aureo principio che le nozze non si
fanno coi fichi secchi, invece di soffocare l’amministrazione sotto il peso di
norme che non saranno rispettate, ci si poteva limitare ai casi in cui si sa
benissimo come aumentare senza spesa la qualità dei servizi pubblici e come
ridurre la commistione impropria tra politica e amministrazione. Ad esempio
restringendo fortemente lo spoils system.
Facendo nominare
dalle minoranze gli organi di controllo negli enti e nelle società partecipate.
Utilizzando concorsi rigorosi e pubblici per i manager delle Asl. E potrebbero
essere elencate tante altre riforme senza spesa e complicazioni, ma ovviamente
difficili da attuare, perché comportano duri contrasti politici e conflitti di
interesse. Confesso di essermi illuso nello sperare in una riforma innovativa.
Qualche ragione però l’avevo, perché la fanfara era stata assordante. Un
esempio? Il ministro Sacconi, in un’intervista al Corriere del 28 febbraio,
aveva affermato che nel ddl sarebbe stato previsto un vero e proprio
«fallimento politico», in cui i libri contabili di un ente con bilanci
dissestati o anormalmente inefficiente sarebbero stati portati non in
tribunale, come avviene per le imprese, ma ad un immediato giudizio elettorale:
nel qual caso «gli amministratori falliti sono ineleggibili a quella e altre
cariche. E tutto ciò anche quando non c’è rilevanza penale». Ho cercato a lungo
questa norma nella bozza del ddl, ma non l’ho trovata: si tratta forse
dell’art. 8, che vale solo per i presidenti delle Regioni, si limita ad una
fattispecie estrema ed eccezionale (art. 126 della Costituzione) e non
specifica cosa debba intendersi per «gravi violazioni di legge »? In questo
caso la montagna del «fallimento politico» avrebbe partorito un topolino. Michele Salvati CdS 6
ROMA - Poco più di un’ora: tanto è durato il primo confronto tra i magistrati e l’ex senatore del Pdl, Nicola Di Girolamo, arrestato nell’ambito dell’inchiesta condotta dalla Procura di Roma su un presunto maxiriciclaggi di due miliardi di euro. L’ex parlamentare di fronte al Gip, Aldo Morgigni, e al procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e al pm Giovanni Bombardieri, si è avvalso della facoltà di non rispondere. Una decisione che i due legali di Di Girolamo, Carlo Taormina e Pier Paolo Dell’Anno, hanno motivato spiegando che il loro assistito «in ragione della complessità e del tecnicismo della vicenda ha ritenuto di fornire solamente nel proseguo i necessari chiarimenti all’autorità inve