WEBGIORNALE  11-20   DICEMBRE   2017

 

Inhaltsverzeichnis

1.       In Commissione alla Camera varata la legge che istituisce la “Giornata nazionale degli italiani nel mondo”  1

2.       Elezioni politiche 2018: il voto degli italiani all’estero. Entro il 31 dicembre l’opzione per votare in Italia  1

3.       Africa/Ue: Vertice Abidjan, cambio passo su spinta migranti 1

4.       Trump si sfila, gli Stati Uniti escono dal patto Onu sui migranti 2

5.       Resto al Sud: Finanziamenti anche per chi rientra. Domande dal 15 gennaio  2

6.       Immigrazione. Minniti: “Per l’Italia la partita si gioca oltre il Mediterraneo”  2

7.       Discusso dall’assemblea del Cgie il tema della nuova mobilità  3

8.       Approvato l’emendamento “omnibus” per gli italiani all’estero  4

9.       Ulteriori 4,5 milioni di euro per gli italiani all’estero. Il Cgie apprezza  4

10.   All’Ambasciata d’Italia a Berlino il primo Forum Italo-Tedesco sull’Innovazione e sugli Investimenti 4

11.   La Lombardia al Forum Italo-tedesco di Berlino  5

12.   Manifestazioni a Monaco di Baviera e dintorni 5

13.   I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue COSMO  5

14.   Alla Galerie Zwischenraum di Wolfsburg la mostra “Collettivo Bai in terra di Germania”  6

15.   Da 22 novembre al 15 dicembre a Monaco di Baviera la mostra dedicata ai borghi più belli d’Italia  6

16.   Germania, ad Hannover il congresso Afd: proteste e disordini 7

17.   G7: la visione dei Grandi sul futuro dei mari 7

18.   Facciamoci sentire  8

19.   Mundart-e e.V. cerca da subito una nuova sede  8

20.   Tenuto a Monaco di Baviera il congresso del locale Circolo PD. Assegnate le nuove cariche  8

21.   Ricerca e Innovazione come leva per la competitività: il Fraunhofer incontra la Lombardia  8

22.   L’export dell’Italia cresce più della Germania, boom in Cina  9

23.   Isis: la guerra oscura, migliaia di civili vittime dei droni americani 9

24.   E' già una polveriera  9

25.   Garavini: “Legge di Bilancio 2018: dal Governo PD importante attenzione verso italiani nel mondo”  10

26.   L’economia nazionale  10

27.   Minniti: i nostri porti erano, sono e saranno aperti per i migranti 10

28.   Plenaria Cgie. Le Mozioni e gli Ordini del Giorno discussi e approvati dall’Assemblea  10

29.   L’apparato  11

30.   Plenaria Cgie. Il dibattito dell’Assemblea Plenaria sulla riforma elettorale  11

31.   Censis: Italia invecchiata e ferita  12

32.   L’autodifesa dell’on. Di Biagio. Quando la diffamazione diventa strumento elettorale  12

33.   Il panorama  12

34.   L'urgenza di una riforma della legge della cittadinanza  13

35.   Plenaria Cgie. Il dibattito in Aula sulla promozione all’estero della lingua e cultura italiana  13

36.   Migrazione circolare. Lavoratori italiani rimpatriati, agevolazioni fiscali e vincolo dell’iscrizione all’Aire  13

37.   “Italiani nel mondo centrali per la promozione delle eccellenze regionali”  14

38.   L’economia nazionale  14

39.   La pizza napoletana diventa patrimonio dell’Unesco  14

40.   Gestire l'ansia e la depressione, il focus di Altroconsumo  14

41.   Riunita la nuova Consulta dei calabresi all’estero  15

42.   Unaie: Il 2018 sarà migliore per gli italiani all’estero  16

43.   La celebrazione del XX anniversario della Conferenza delle donne in emigrazione  16

44.   La Consulta degli emiliano romagnoli nel mondo proprio nelle terre dell'emigrazione  16

 

 

1.       Cattaneo: Europa braucht die Regionen – und weniger Zentralismus  17

2.       UN bedauert Ausstieg. Migrations-Verhandlungen ohne USA  18

3.       Jerusalem: Vatikan ruft zu „Weisheit und Vorsicht“ auf 18

4.       Durchbruch bei Brexit-Verhandlungen  18

5.       Flüchtlingspolitik. EU verklagt Polen, Ungarn und Tschechien  19

6.       Vatikan/USA: Sorge wegen Botschaftswechsel nach Jerusalem   19

7.       Wut und Beifall über Trumps Jerusalem-Pläne  19

8.       Südeuro  20

9.       Friedenstreffen der Religionen: Papst empfängt Rohingya  20

10.   EU-Afrika-Gipfel. Afrikas und Europas Führer ringen um Thema Migration  21

11.   Krise? Welche Krise?  21

12.   Migration: „Europa ist besessen von kurzfristigen Lösungsansätzen“  22

13.   Myanmar: Panglong-Friedenskonferenz wird fortgesetzt 22

14.   Kurswechsel in der Eurogruppe?  23

15.   Ein bisschen mehr als Freundschaft 23

16.   Entwicklungspolitik. Das Gegenteil von Liebe  24

17.   Ein Mensch für 730 Euro  24

18.   EU-Statistik. Mehr Asylentscheidungen in Deutschland als in übriger EU  24

19.   „Brexilanten“: Immer mehr Briten beantragen zweite Staatsbürgerschaft 25

20.   Kritik an EU-Afrika-Gipfel. „EU bekämpft Flüchtlinge statt Fluchtursachen“  25

21.   Deutsche Position entscheidend: Glyphosat wird für weitere fünf Jahre zugelassen  25

22.   34.000 Tote seit 2000. Mittelmeer laut UN gefährlichste Migrationsroute  26

23.   So stand es geschrieben  26

24.   EU-Agentur. Kaum Erfolge bei Bekämpfung von Diskriminierung und Hass  27

25.   Separatismus in Europa: Welche Kräfte treiben die Unabhängigkeitsbewegungen an?  27

26.   Warum ein Einwanderungsgesetz für alle wichtig ist 27

27.   Gespräch. Ex-Bürgermeister Nierth fordert „klare Kante“ gegen Fremdenfeinde  28

28.   ZdK-Präsident Sternberg gegen Abschaffung des § 219a StGB  28

29.   Fahrtüchtig mit medizinischem Cannabis? DVR: verantwortungsvoller Umgang absolut notwendig  28

30.   Innenministerkonferenz. Unionspolitiker besorgt über steigende Kirchenasyl-Fälle  29

31.   Gas-Pipeline zwischen Italien und Israel wird wahrscheinlicher 29

32.   Neue berufliche Perspektiven dank Fernstudium   29

33.   Integration. Volkshochschulen geben sechs Millionen Deutschstunden  30

34.   Mit Winterreifen sicher in den Winterurlaub  30

 

 

 

In Commissione alla Camera varata la legge che istituisce la “Giornata nazionale degli italiani nel mondo”

 

Il 6 dicembre, 110° anniversario della sciagura di Monongah, il sì della Commissione Esteri in sede legislativa. Ora il testo va al Senato 

 

ROMA - La Commissione Esteri della Camera, in sede legislativa, ha varato a larghissima maggioranza, senza alcun voto contrario, la legge che istituisce la “Giornata nazionale degli italiani nel mondo”. La Camera, dunque, ha fatto il suo dovere verso gli italiani all’estero e mi auguro che il Senato, sia pure nel breve tempo che resta, faccia altrettanto in modo da raggiungere un riconoscimento atteso e giusto.

Questo atto è avvenuto in una data simbolica, il giorno del 110° anniversario di Monongah, il disastro minerario più grave della storia dell’emigrazione internazionale, nel quale perirono ufficialmente 171 italiani, di fatto molti di più perché non si è mai potuto accertare il numero preciso delle vittime. 

Lo annuncio con emozione non solo perché una mia proposta di legge, dopo essere stata sottoscritta dalla maggioranza dei Deputati, è stata approvata con voto quasi unanime da un ramo del Parlamento, ma soprattutto perché gli italiani nel mondo sono stati considerati con il rispetto e l’onore che meritano. Per quanto hanno dato all’Italia in un secolo e mezzo di emigrazione e per quanto possono dare oggi e in futuro per sostenere un’attiva proiezione internazionale del Paese.

Nella dichiarazione di voto che per conto del Pd ho avuto l’onore di consegnare in Commissione, ho rimarcato che la “Giornata nazionale” si propone di richiamare, far conoscere e valorizzare le esperienze, le attività e il contributo apportato dai cittadini italiani all'estero nel campo della cultura e della diffusione della lingua italiana, della ricerca scientifica, delle attività imprenditoriali e professionali, del miglioramento dei rapporti multilaterali e della solidarietà internazionale.

La data del 31 gennaio, che ricorda la prima legge organica sull’emigrazione che l’Italia si è data, è stata scelta all’insegna della libertà e dei diritti dei migranti. Essa ci aiuta a comprendere come l’emigrazione italiana non appartenga solo ad un passato tanto difficile quanto nobile, ma costituisca un processo aperto e permanente, sia pure in forme di moderna mobilità e con protagonisti diversi.

La “Giornata nazionale”, dunque, se troverà in tempi celeri il consenso anche del Senato, servirà certamente a rivolgere a milioni di persone un pensiero di gratitudine e di apprezzamento per quanto hanno fatto, con il loro lavoro e con il loro sacrificio, per il miglioramento dell’Italia e dei Paesi nei quali hanno realizzato le loro prospettive di vita. Ma servirà anche ad accrescere la consapevolezza che l’Italia ha una grande leva nelle mani per favorire la proiezione del suo Sistema Paese nel mondo.

Ringrazio con convinzione i gruppi parlamentari che hanno approvato il disegno di legge, il mio gruppo, il Pd, che lo ha fatto proprio, e con particolare gratitudine l’amico e relatore Marco Fedi, che con il suo impegno e la sua esperienza ha saputo pilotare il provvedimento fino al suo approdo.

Francesca La Marca, Deputata del Pd-Estero

 

 

 

 

Elezioni politiche 2018: il voto degli italiani all’estero. Entro il 31 dicembre l’opzione per votare in Italia

 

Ecco le informazioni del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale sul “voto per corrispondenza dei cittadini italiani residenti all’estero”   

 

Nel corso del 2018 si svolgeranno le elezioni per il rinnovo del Parlamento italiano, che vedranno coinvolti anche i cittadini italiani residenti all’estero, chiamati ad eleggere i propri rappresentanti alla Camera dei Deputati e al Senato della Repubblica, votando per i candidati che si presentano nella Circoscrizione estero.

Si ricorda che il voto è un diritto tutelato dalla Costituzione Italiana e che, in base alla Legge 27 dicembre 2001, n.459, i cittadini italiani residenti all’estero, iscritti nelle liste elettorali della circoscrizione estero, possono votare per posta. A tal fine, si raccomanda quindi di controllare e regolarizzare la propria situazione anagrafica e di indirizzo presso il proprio consolato.

È possibile in alternativa scegliere di votare in Italia presso il proprio comune, comunicando per iscritto la propria scelta (opzione) al Consolato entro i termini di legge. Gli elettori che scelgono di votare in Italia in occasione delle prossime elezioni politiche, ricevono dai rispettivi Comuni italiani la cartolina-avviso per votare - presso i seggi elettorali in Italia - per i candidati nelle circoscrizioni nazionali e non per quelli della Circoscrizione Estero.

La scelta (opzione) di votare in Italia vale solo per una consultazione elettorale.

Chi desidera votare in Italia deve darne comunicazione scritta al proprio Consolato entro il 31 dicembre dell’anno precedente a quello previsto per la scadenza naturale della legislatura (marzo 2018), quindi entro il 31 dicembre 2017.

In caso intervenga invece uno scioglimento anticipato delle Camere, l’opzione può essere inviata o consegnata a mano entro il 10° giorno successivo alla indizione delle votazioni.

In ogni caso l’opzione deve pervenire all’Ufficio consolare non oltre i dieci giorni successivi a quello dell’indizione delle votazioni. Tale comunicazione può essere scritta su carta semplice e - per essere valida - deve contenere nome, cognome, data, luogo di nascita, luogo di residenza e firma dell’elettore. Per tale comunicazione si può anche utilizzare l’apposito modulo disponibile presso il Consolato, i Patronati, le associazioni, il Comites oppure scaricabile dal sito web del Ministero degli Esteri (www.esteri.it) o da quello del proprio Ufficio consolare.

Se la dichiarazione non è consegnata personalmente, dovrà essere accompagnata da copia di un documento di identità del dichiarante.

Come prescritto dalla normativa vigente, sarà cura degli elettori verificare che la comunicazione di opzione spedita per posta sia stata ricevuta in tempo utile dal proprio Ufficio consolare.

La scelta di votare in Italia può essere successivamente revocata con una comunicazione scritta da inviare o consegnare all’Ufficio consolare con le stesse modalità ed entro gli stessi termini previsti per l’esercizio dell’opzione.

Se si sceglie di rientrare in Italia per votare, la Legge non prevede alcun tipo di rimborso per le spese di viaggio sostenute, ma solo agevolazioni tariffarie all’interno del territorio italiano. Solo gli elettori residenti in Paesi dove non vi sono le condizioni per votare per corrispondenza (Legge 459/2001, art. 20, comma 1 bis) hanno diritto al rimborso del 75 per cento del costo del biglietto di viaggio, in classe economica.

L’Ufficio consolare è a disposizione per ogni ulteriore chiarimento. De.it.press

 

 

 

 

Africa/Ue: Vertice Abidjan, cambio passo su spinta migranti

 

Il Vertice che si è svolto ad Abidjan il 29 e il 30 novembre ha le potenzialità per segnare un cambio di passo nei rapporti tra Ue e Africa e andare oltre la formula del Summit che si consuma in dichiarazioni di intenti. Questo perché – forse? – la realtà si sta finalmente imponendo, sotto la forza d’urto delle migrazioni, che non lasciano più tregua (anche per le campagne elettorali che cadenzano la vita europea), e della spinta demografica da Sud. Nel 2050 l’Africa avrà il quadruplo degli abitanti dell’Europa: che cosa possono fare i vecchi (e non metaforicamente) europei?, costruire paratie nel Mediterraneo?

Chi si occupa a Bruxelles della cooperazione allo sviluppo ha deciso che è giunto il tempo della responsabilizzazione di tutte le parti in causa, al punto da spingere le politiche pubbliche nei confronti dell’Africa verso una maggiore “imprenditorialità”, nel senso letterale del termine.

Il lancio del nuovo External Investment Plan

Qui si innesta il nuovo External Investment Plan che sarà lanciato ufficialmente ad Abidjan e che punta sugli investimenti del settore privato nell’interesse economico dell’Africa, ma anche della stessa Europa. Il payoff di questo piano è “Meno aiuti, più investimenti”: ovvero le concessioni a pioggia cominciano ad appartenere al passato remoto, mentre avanzano strumenti finanziari per nuove forme di partenariato. Tradotto in cifre: l’Eip mette sul piatto 4,1 miliardi di euro che, come leva finanziaria, vogliono mobilitare finanziamenti privati per una cifra di 44 miliardi.

L’obiettivo è dichiarato: combattere la povertà e favorire lo sviluppo attraverso la creazione di dai 15 ai 20 milioni di posti di lavoro all’anno in Africa, ma con una ricaduta anche “a casa nostra”. Chance economiche in loco per le nuove generazioni africane, infatti, hanno risvolti quali il contenimento in prospettiva delle migrazioni, l’apertura di nuovi mercati, la crescita delle imprese private europee, oltre che di quelle locali. All’obiezione, scontata pure ad Abidjan, “chi investirà mai in posti a così alto rischio?”, la Ue risponde con un fondo garanzia di 1,5 miliardi di euro, riservati a coprire i rischi delle aziende che oseranno spingersi oltre il mare.

Attese e debolezze: l’esperienza di chi opera in loco e le CSOs

Il ‘piano di Abidjan’ solleva molte attese, dunque, ma che ha un punto debole, specie se si guarda attraverso la lente di alcune esperienze vissute da realtà come Avsi. Bruxelles potrebbe finalmente provare a puntellarlo: il ruolo riservato alle CSOs, le organizzazioni della società civile.

L’EU External Investment Plan, infatti, riconosce l’importanza del ruolo delle organizzazioni della società civile nell’advocacy dei diritti dei più vulnerabili e nel watchdog, cioè nel controllo del rispetto dei diritti umani. Questioni importanti. Ma se si considera tutta l’ampiezza dell’azione di un’organizzazione che fa cooperazione allo sviluppo sul territorio, questo ambito rischia di diventare un recinto stretto, pure piuttosto asfittico.

Andiamo quindi alle esperienze, non alle teorie della cooperazione, e in particolare prendiamo spunto dal SDG 7, l’accesso all’energia. Si stima che 1.3 miliardi di persone non abbiano accesso all’energia, il 95% delle quali vivono nell’Africa sub-sahariana e in Asia, prevalentemente in zone rurali. Nel continente africano, il 30% delle scuole e degli ospedali operano senza energia elettrica e nella zona sub-sahariana sette persone su 10 non vi accedono.

Consapevole di muoversi in questo contesto, Avsi ha avviato una serie di collaborazioni con esponenti del settore privato di taglie diverse, sia grandi multinazionali che imprese medio-piccole.

Le collaborazioni dell’Avsi nel settore energetico

Con Eni, Avsi ha sviluppato esperienze significative in Congo Brazzaville e Mozambico: qui i progetti si occupano di sviluppo sociale, sostenibilità ambientale, formazione, educazione e sviluppo imprenditoriale. Avsi in particolare è responsabile di valutazione di fattibilità, analisi del mercato partendo dalla collaborazione con gli stakeholders locali, analisi e report dell’impatto ambientale, sociale e sanitario e analisi d’investimento nelle comunità.

In Uganda, sul lago Vittoria, Avsi opera in partnership con Absolute Energy Servizi Srl in un progetto di elettrificazione rurale per portare soluzioni off-grid nell’isola di Kitobo e fornire servizi alla comunità. Oltre a programmi di coinvolgimento della popolazione, il partenariato qui sta innescando la promozione di start up e d’imprese locali, oltre che di educazione all’uso efficiente dell’energia e di capacity-building. I beneficiari del progetto, quindi, sono i 1500 abitanti, ma anche le 50 micro-imprese del luogo.

Un altro esempio ancora: in Kenya Avsi e Absolute Energy Servizi Srl stanno sviluppando un impianto idroelettrico nella contea di Meru per 30.000 persone in partnership con un’associazione comunitaria. Grazie al contributo di Avsi, l’azienda creerà una utility locale in cui l’associazione diventerà azionista in virtù del lavoro offerto alla creazione dell’impianto e delle infrastrutture già costruite e diventerà co-gestore dell’utility. Il modello di business è pensato dunque per favorire un ritorno diretto di benefici sulla comunità e al tempo stesso per garantire la sostenibilità sociale del business nel lungo periodo.

Coinvolgere le CSOs nel ciclo di un progetto dall’inizio alla fine

Ecco quindi: in questa prospettiva una organizzazione della società civile può essere contemplata solo come una paladina di advocacy? No, perché vorrebbe dire ridurne lo specifico e rinunciare a una porzione di impegno già verificato come indispensabile nella costruzione di partnership efficaci nel breve e lungo termine.

Proprio in coerenza con l’obiettivo ultimo del piano europeo che sarà presentato ad Abidjan, le CSOs vanno coinvolte nell’intero ciclo del progetto, dall’individuazione alla valutazione passando per l’implementazione. E questo attraverso un sistema per cui nella fase di selezione e valutazione dei progetti sia prevista una premialità per i soggetti che coinvolgono CSOs.

Perché? Mettiamo ancora più a fuoco il punto, alla vigilia di Abidjan: perché se la CSO è insostituibile nella formazione (capacity building) di realtà locali che non possono essere tagliate fuori nell’azione di sviluppo o nella sensibilizzazione alle opportunità che un determinato progetto crea, essa è d’aiuto essenziale anche nell’individuazione di eventuali nuovi consumatori appartenenti alle classi più povere e nella costruzione di una nuova domanda del mercato attraverso, per esempio, per restare all’energia, la costituzione di attività produttive che chiedono energia.

Dalla Corporate Social Responsibility al Creating Shared Value

Capaci per il loro profilo di coinvolgere tutti gli stakeholders, le CSOs sanno come porre le premesse perché un ambiente diventi favorevole agli investimenti, in vista di quello che tecnicamente viene chiamato Creating Shared Value. Il processo di creazione di valore condiviso – per cui l’azienda raggiunge i suoi obiettivi aziendali attraverso la promozione dello sviluppo delle comunità in cui opera – è un passo in avanti rispetto alla Csr (Corporate Social Responsibility) perché ha a che vedere con il core business stesso dell’azienda. Non è solo uno scotto da pagare in cambio di uno sfruttamento, ma un guadagno per l’impresa in termini finanziari e di mercato.

Infine, forse basta un’istantanea: pensiamo a un’impresa che voglia entrare in uno slum per portare la sua energia in modo regolare, trasformando gli abitanti in clienti paganti. Come ci entra? Certi slum non sono proprio i posti più cordiali della terra. L’unica via è passare attraverso i volti noti di chi da anni sta là e lavora, con i piedi nel fango all’occorrenza, per portare aiuti e interventi sociali. Come un vicino, non (solo) come un cane da guardia. Giampaolo Silvestri, Maria Laura Conte, AffInt 28 nov.

 

 

 

 

Trump si sfila, gli Stati Uniti escono dal patto Onu sui migranti

 

Il piano prevede impegno globale per flussi sicuri. Gli Usa: non è in linea con le politiche per l’immigrazione e i rifugiati americane e con i principi dell’amministrazione – Paolo Mastrolilli

 

NEW YORK - Gli Stati Uniti hanno deciso di ritirarsi dal Global Compact on Migration, il processo in corso all’Onu per negoziare un trattato internazionale per gestire il fenomeno delle migrazioni. Lo ha comunicato all’Assemlea Generale l’ambasciatrice Nikki Haley, dicendo che questa iniziativa contraddice la politica dell’amministrazione Trump e non è compatibile con la sovranità degli Stati Uniti. 

Nel settembre del 2016 i 193 paesi membri del Palazzo di Vetro avevano approvato una dichiarazione sulle migrazioni, che definiva alcuni principi base a cui tutti si sarebbero ispirati volontariamente per gestire l’emergenza. Tra di essi, il rispetto della dignità umana di rifugiati e migranti, l’impegno a contrastare il traffico di esseri umani, e la volontà di combattere razzismo e xenofobia. Quella dichiarazione, appoggiata dall’amministrazione Obama, aveva avviato un processo negoziale che nel settembre del 2018 dovrebbe portare all’approvazione del Global Compact on Migration, alla cui firma potrebbe partecipare anche Papa Francesco. Domani a Puerto Vallarta, in Messico, inizia una conferenza, che è una delle tappe per arrivare a questo obiettivo. Gli Usa però hanno deciso di ritirarsi, e quindi non parteciperanno più ai lavori. 

La decisione è stata presa venerdì, durante una riunione alla Casa Bianca. Contro il Global Compact era schierato soprattutto il consigliere Stephen Miller, mente dell’intera linea sovranista dell’amministrazione sulle migrazioni, e autore del bando per le persone in arrivo da alcuni paesi musulmani. Con lui, hanno preso la stessa posizione il capo di Gabinetto Kelly e il ministro della Giustizia Sessions, per cui Miller lavorava quando era senatore. Contro si sono schierati l’ambasciatrice Heley e il direttore politico del dipartimento di Stato, Brian Hook, mentre il segretario di Stato Tillerson era assente. La motivazione usata da Haley è che il Global Compact verrà comunque approvato, e se gli Stati Uniti non parteciperanno non avranno alcuna possibilità di influenzarlo.  

 

Alla fine la decisione è stata presa dal presidente Trump, che si è schierato con Kelly e Sessions. Quindi la Haley ha pubblicato un comunicato, con cui ha spiegato così la scelta di Washington: “L’America è orgogliosa della sua eredità di immigrazione e della nostra antica leadership morale nel garantire sostegno alle popolazioni di migranti e rifugiati nel globo. Nessun paese ha fatto più degli Stati Uniti e la nostra generosità continua. Ma le nostre decisioni sulle politiche dell’immigrazione devono sempre essere prese dagli americani e soltanto dagli americani. Noi decideremo come meglio controllare i nostri confini e chi deve avere il permesso di entrare nel nostro paese. L’approccio globale della Dichiarazione di New York è semplicemente non compatibile con la sovranità degli Usa”. Il timore di Washington è che l’Onu imponga principi che poi limiterebbero la sua autonomia nel gestire i flussi. 

 

Il presidente dell’Assemblea Generale ha risposto che è molto deluso, perché nessun paese può pensare di risolvere da solo questo problema transnazionale, e “il ruolo degli Stati Uniti in questo processo è cruciale”. Inoltre la partecipazione all’accordo sarebbe volontaria, e non stabilirebbe come i singoli paesi devono gestire i propri confini. Come nel caso dell’accordo di Parigi sul clima, però, l’amministrazione Trump ha deciso di isolarsi dal resto della comunità internazionale.  LS 3

 

 

 

Resto al Sud: Finanziamenti anche per chi rientra. Domande dal 15 gennaio

 

“Dal 15 gennaio sarà possibile presentare le domande per accedere alle risorse previste dal decreto ‘Resto al Sud’ e rivolte agli aspiranti imprenditori di età compresa tra i 18 e i 35 anni che siano residenti nelle regioni di Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia o vi trasferiscano la residenza entro sessanta giorni. Anche gli italiani all’estero possono partecipare.  spostando semplicemente la residenza in una di queste regioni entro centoventi giorni dall’accoglimento della domanda”.

 

“L’agevolazione riguarda tutte le iniziative imprenditoriali legate all’artigianato, all’industria, al turismo, alla pesca e ai servizi. Per ogni richiedente è concesso un massimo di 50mila euro, che può arrivare a un totale di 200mila se il progetto è presentato da più soggetti riuniti in società. Le domande possono essere presentate in forma telematica a partire dal prossimo 15 gennaio attraverso il sito di Invitalia - www.invitalia.it”.

 

“Resto al Sud rappresenta un importante incentivo economico, accessibile anche agli italiani all’estero, per chi decide di fare impresa nelle regioni meridionali. Con queste misure, il Governo a guida PD conferma la sensibilità nei confronti del Sud e dell’occupazione giovanile e l’attenzione verso gli italiani nel mondo”. 

È quanto dichiara Laura Garavini, deputata PD eletta nella circoscrizione Estero-Europa, dell’Ufficio di Presidenza PD alla Camera, commentando l‘approvazione da parte del Governo del decreto istitutivo del provvedimento Resto al Sud. De.it.press 7

 

 

 

 

Immigrazione. Minniti: “Per l’Italia la partita si gioca oltre il Mediterraneo”

 

È soprattutto alla Libia che guarda il ministro dell’Interno Marco Minniti. Per più di un motivo valido: è il Paese con cui l’Italia ha stretto un accordo per frenare le partenze dei migranti, lo stesso da cui ora arrivano notizie di maltrattamenti sui profughi lì bloccati. È anche il Paese da cui i foreign fighters europei potrebbero transitare sulla via del ‘ritorno a casa’, dopo la caduta del sedicente Stato islamico (Isis).

In questa sua intervista ad AffarInternazionali.it, il ministro Minniti racconta le sue preoccupazioni sui fronti dell’immigrazione e del terrorismo e sul rischio che le due questioni possano intrecciarsi. Aggiorna il dato sui rimpatri di sospetti radicalizzati dall’Italia – “saliti ora a 97” – e si dice sereno rispetto alle critiche rivoltegli per il patto con autorità libiche di vario livello, centrale e locale. E si mostra consapevole della complessità delle sfide da affrontare, da un lato all’altro del Mediterraneo. E di quanto il suo ruolo debba sempre più modellarsi sulle nuove minacce alla sicurezza nazionale.

Minacce che la obbligano, da ministro dell’Interno, a muoversi in un contesto internazionale…

Gran parte della sicurezza di un Paese oggi si gioca fuori dai confini nazionali. Innanzitutto per quanto riguarda la minaccia terroristica: siamo di fronte a un terrorismo di matrice jihadista che ha come obiettivo il mondo intero; e, quindi, se lo si vuole combattere, serve una capacità di contrasto che superi il proprio territorio. E poi – seconda questione di cui si occupa il ministero dell’Interno – ci sono i grandi flussi migratori: è mia convinzione che una moderna democrazia debba avere l’ambizione di non subire, o inseguire, i processi demografici, ma di saperli governare. Anche qui, gran parte della partita si gioca oltre confine. Nel caso dell’Italia, dall’altra parte del Mediterraneo.

Soprattutto in Libia, Paese con cui lei, ministro Minniti, ha siglato un accordo molto discusso. Come ha vissuto le critiche rivolte per questo all’Italia e all’Europa?

Con assoluta serenità. Per una ragione semplicissima: sono convinto che per abbassare il numero delle vittime in mare – cosa statisticamente avvenuta: ci sono i dati dell’Organizzazione internazionale per le immigrazioni a dimostrarlo – si debba contrastare il traffico di essere umani e l’immigrazione illegale. È quanto stiamo facendo, relazionandoci con le autorità libiche e chiedendo il rispetto dei diritti umani, valore su cui non intendiamo cedere di un millimetro. E non si può non constatare che se oggi l’Oim e l’Unhcr riescono a operare in Libia, se l’Oim ha potuto effettuare oltre 12mila rimpatri volontari assistiti, se per l’Unhcr è possibile fornire protezione umanitaria a donne, anziani e bambini, è grazie all’accordo tra l’Italia e la Libia, tra l’Unione europea e la Libia.

Secondo lei, l’accordo è dunque un passo in avanti?

La Libia non ha mai firmato la convenzione di Ginevra, che risale al 1951: per questo, finora non è stato possibile operare nel Paese. Dal 1951 al 2017 sono passati 66 anni: essere riusciti a portare le organizzazioni delle Nazioni Unite in Libia è per un “passo in avanti”. Non definitivo, ma in avanti. Un passo che credo vada ulteriormente consolidato: su questo da parte mia e del governo italiano ci sarà il massimo impegno. Lo stesso credo si possa ritenere da parte dell’Unione europea.

Quasi 100 espulsioni di sospetti radicalizzati nel 2017: ministro Minniti, che cosa ci dice questo della radicalizzazione in Italia?

Nel percorso che porta a un attacco terroristico c’è prima il momento della radicalizzazione e solo poi quello della progettualità. I rimpatri per ragioni di sicurezza nazionale sono uno strumento fondamentale, perché ci consentono di intervenire proprio tra queste due fasi. È una legislazione che in Europa abbiamo soltanto noi e che si è dimostrata efficace: quest’anno ce ne sono stati 97, con una progressione significativa. Il processo implica anche la disponibilità dei Paesi di provenienza a collaborare. Per questo, più che di espulsioni parliamo, appunto, di rimpatri veri e propri: i soggetti vengono riportati nei luoghi d’origine; e l’annuncio viene dato solo dopo il loro arrivo.

Qual è oggi l’entità della minaccia?

L’evidente scacco militare subito dallo Stato islamico, testimoniato dalla caduta di Mosul e di Raqqa – nell’immaginario collettivo, la sua capitale -, non fa venire meno la minaccia terroristica: l’Isis non è morto. Abbiamo due grandi questioni di fronte ai nostri occhi. La prima è la diaspora dei foreign fighters: il loro ritorno potrebbe anche incrociarsi con i flussi migratori, perché chi fugge da solo cerca di trovare la strada che gli appare “più semplice”. La seconda è rappresentata invece dal rischio, altrettanto alto, che la Libia diventi un paradiso sicuro per terroristi e foreign fighters in fuga dalle zone di guerra. La stabilizzazione del Paese e dei suoi confini, che diventeranno sempre più la frontiera meridionale d’Europa, ritorna quindi un tema cruciale, non solo per contrastare i trafficanti di esseri umani, ma anche per combattere il terrorismo.

Quali saranno, allora, i prossimi passi?

Serve intanto una cooperazione con i grandi provider del web. Credo, da questo punto di vista, che il G7 di Ischia dei ministri dell’Interno – cui hanno partecipato grandi società come Google, Facebook, Microsoft e Twitter – abbia rappresentato un unicum. Per la prima volta i grandi provider si sono seduti a fianco di ministri dell’Interno; e per la prima volta si sono poste le basi per un’alleanza contro il ‘malware’ del terrore. Isabella Ciotti, AffInt 24

 

 

 

 

Discusso dall’assemblea del Cgie il tema della nuova mobilità

 

Presentato il numero 207 della collana “Studi Emigrazione” dello Cser dedicato alla nuova emigrazione italiana. Vignali (Maeci): Trasformare i flussi della nuova mobilità da unidirezionali a circolari

 

ROMA – Nel corso dell’assemblea Plenaria del Cgie, svoltasi alla Farnesina, il dibattito sulla nuova mobilità è stato introdotto dal segretario generale Michele Schiavone che ha rilevato l’esigenza di promuovere politiche adeguate per accompagnare e proteggere chi oggi, giovani e meno giovani, decidono di lasciare l’Italia per cercare lavoro o trovare realizzazione all’estero.

La parola è poi passata alla ricercatrice del Centro Studi Emigrazione Carola Perillo che ha illustrato il numero 207 della collana “Studi Emigrazione” dello Cser dedicato alla nuova emigrazione italiana. Fra i dati presenti nella pubblicazione anche quelli raccolti, presso il Comites di Montreal e il Consolato di Friburgo, attraverso un questionario predisposto dall’Ufficio I delle Direzione Generale per gli Italiani all’Estero del Maeci.  “Questo studio – ha spiegato la Perillo - nasce per esaminare le nuove mobilità. Come ricercatori ci siano accorti che all’attenzione del pubblico e dei media la migrazione italiana rimaneva nell’immaginario collettivo la grande diaspora storica e non la nuova mobilità, In realtà già prima della crisi economica del 2008 l’Italia ha conosciuto un numero consistente di espatri… Vogliamo far comprendere – ha proseguito  la ricercatrice - che la mobilità umana è un fenomeno strutturale che appartiene all’identità dell’uomo e che va vista e gestita dalle istituzioni perché di fatto appartiene alla nostra storia”. La Perillo ha poi segnalato come al 1 gennaio 2017 gli italiani residenti fuori dai confini nazionali erano 5. 383.000 pari all’8,2% della popolazione italiana. Una percentuale paragonabile a quella degli stranieri residenti in Italia. A livello continentale il 54% degli italiani all’estero risiede in Europa, mentre circa due milioni di connazionali vivono in America soprattutto in quella centro meridionale. I primi tre paesi con comunità italiane sono l’Argentina con 800.000 persone, la Germania (720.000) e la Svizzera (600.000). Il Regno Unito ha invece registrato nel 2015  il più alto aumento di immigrazione italiana. Carola Perillo ha anche rilevato come aumentino sempre di più nella nuova emigrazione italiana gli uomini e le donne non sposate che affrontano la sfida migratoria (57%). Per quanto riguarda i dati forniti dal questionario del Maeci la Perillo ha segnalato come fra gli intervistati il 60% delle donne risultino laureate contro il 31% degli uomini. Inoltre chi ha dichiarato voler fare un’esperienza lavorativa all’estero è in maggioranza laureato (53,3%), seguono i diplomati (35%) e chi possiede un titolo di studio inferiore (11%). In ogni caso oltre la metà degli intervistati ha giustificato l’espatrio con la impossibilità di trovare un qualsiasi lavoro in Italia.

“In generale la mobilità – ha affermato la Perillo - è una risorsa che permette il confronto con realtà diverse e se ben indirizzata e governata è un’opportunità di crescita e di arricchimento. Purtroppo la mobilità attuale continua a rappresentare una valvola di sfogo soprattutto per le donne e cosi intesa diventa unidirezionale dall’Italia verso l’estero con partenze sempre più numerose e ritorni sempre più improbabili soprattutto per i giovani più qualificati. Piuttosto che agire sul numero delle partenze bisognerebbe trasformare questa attitudine all’espatrio per motivi professionali in una circolarità, cioè che l’esperienza professionale all’estero permetta un arricchimento ed anche un ritorno” .

Dopo il commento del segretario generale Schiavone che ha sottolineato la necessità di valorizzare la nostra emigrazione facendola anche guardare con occhi diversi dall’opinione pubblica italiana, il consigliere Edith Pichler (Germania) ha illustrato le varie sfaccettature della nuova mobilità italiana in Germania. Una viaggio, quello della nostra comunità in territorio tedesco, che è iniziato negli anni 50 con i gastarbeiter, è proseguito con i loro discendenti di seconda e terza generazione, fino ad arrivare alla nuova mobilità.

“Con la crisi finanziaria – ha spiegato la Pichler – è tornata anche la mobilità dettata dalla necessità, le mete più importanti sono la Svizzera il Regno Unito e la Germania. Fra questi nuovi arrivati in Germania non vi sono solo cervelli in fuga, ma anche diplomati e interi nuclei familiari…  E’ in aumento anche la presenza femminile… Prima giungono coloro che lavorano e poi questi si fanno raggiungere dalla famiglia, in pratica siamo tornati ai modelli migratori del passato. Sono anche in aumento gli arrivi con più di 65 anni che spesso vanno dalle famiglie emigrate, vi sono però anche pensionati italiani che scelgono di tornare in Germania”.  Edith Pichler ha anche evidenziato come i nuovi emigrati italiani, alla stregua di quanto avveniva nel passato, vadano a soddisfare la mancanza di manodopera tedesca, con contratti precari o con forme di lavoro grigio. Lavori che non sviluppano ulteriori competenze. Evidenziato inoltre dal consigliere come a questa nuova mobilità europea si applichino però norme nazionali che tendono in molti paesi a ridurre  l’acceso al sistema di sicurezza sociale, oppure a ristringere il diritto alla libera circolazione.   “Queste persone in mobilità – ha infine affermato la Pichler  - non dovrebbero essere più considerati come migranti stranieri, ma bensì come cittadini europei mobili, ma c’è un gap fra mobilità, identità europea e prassi istituzionali”.

Ha poi preso la parola Anna Chiara Giorio, dell’Agenzia Nazionale per le Politiche Attive del Lavoro, che ha spiegato come l’ANPA, sia nata per rendere attrattivo il mercato del lavoro italiano, portare avanti esperienze formative, e per far si che domanda e offerta lavorativa si incontrino nel modo migliore.  “Tanti giovani – ha affermato la Giorio  - escono dall’Italia con l’Erasmus, per il Servizio Civile o per formazione professionale, e rimangono all’estero perché non trovano lavoro adeguato in Italia. Quindi l’obiettivo di questo tavolo di lavoro che abbiamo intrapreso con il Cgie  è quello di aiutare a colmare questi gap, attraverso una serie di servizi che stiamo sviluppando con finanziamenti europei,  fra l’offerta del lavoro italiano e le competenze acquisite dai giovani all’estero, aprendoci inoltre alle imprese italiane nel mondo con cui i giovani emigrati  potrebbero portare avanti degli stage”.

Dopo l’intervento di Luca Tagliaretti (Ncd) che ha sottolineato la necessità di riqualificare professionalmente i tanti italiani all’estero che vogliono tornare in patria dopo aver svolto lavori inferiori al loro titolo di studio, Fabrizio Benvignati (Acli)

ha rilevato l’esigenza sia di declinare in maniera nuova, rispetto alla nuova emigrazione,  la differenza fra necessità ed opportunità, sia di capire dove si voglia istillare il primo seme della circolarità migratoria. Un seme che,  per Benvignati, può essere sviluppato solo mantenendo i contati e seguendo nel tempo e con continuità questi progetti migratori.  “Quindi tutte quelle reti formali ed informali orientate dalle reti istituzionali,  - ha aggiunto Benvignati - abbiano il compito di fornire quella relazione che mantenga vivo fin quando necessario la potenziale circolarità del progetto migratorio”.        

Il consigliere Norberto Lombardi (Pd)  ha evidenziato come l’Italia, nonostante la ripresa, rischi sul profilo delle mobilità di essere  meno attrattiva rispetto al passato.  “In Italia - ha affermato Lombardi - c’è difficoltà ad avere una cognizione certa di questi fenomeni e della direzione che i flussi hanno assunto. La prima cosa che mi sentirei di chiedere è la nascita di un osservatorio permanente proiettato nel tempo che dia conto della evoluzione di questi fenomeni migratori nel corso degli anni e in particolare della loro destinazione..Chiediamo dunque al Maeci – ha aggiunto il consigliere - di farsi promotore di un tavolo di coordinamento per costituire un osservatorio di fatto delle nuove mobilità e in particolare di quelle che sfuggono a qualsiasi rilevanza statistica”. Lombardi ha anche auspicato sia la costituzione  di un portale per dare informazioni a chi intraprende il viaggio migratorio,sia una salda cooperazione tra consolati, comites e patronati per accogliere e aiutare che giunge nei nuovi paesi di residenza.          

Dal canto suo Rodolfo Ricci (Filef) ha sottolineato come l’entità numerica della nuova mobilità italiana sia almeno il doppio rispetto ai dati registrati dall’Istat.  Flussi molto consistenti che, secondo Ricci -  continueranno ad esserci anche nei prossimi anni con movimenti brevi e caratterizzati dalla precarietà del mercato del lavoro italiano e di tutta l’Ue.

“Se questi flussi continueranno con questa intensità – ha spiegato Ricci - questi ragazzi, che vanno alla ventura, avranno estremo bisogno di essere accompagnati e orientati nel loro progetto migratorio, anche in vista di un possibile rientro. Lo dovranno fare tutti quei soggetti istituzionali, sociali ed economici che hanno interesse a gestire in modo serio questa questione sia a livello centrale che periferico. E’ inoltre necessario che la nuova emigrazione diventi un patrimonio cosciente ed acquisito dalle Regioni, perché abbiamo di fronte una situazione di desertificazione demografica di intere aree interne del meridione, soprattutto nei piccoli comuni. Questo è un problema di grande importanza - ha concluso Ricci - che può caratterizzare il lavoro del Cgie”.

Dopo le parole del consigliere Paolo Brullo (Germania) che ha auspicato l’istituzione di un’agenzia del lavoro per l’estero che orienti chi vuole lasciare il Paese,  Giuseppe Stabile (Spagna) ha sollecitato la creazione un sistema informativo unico delle istituzioni per chi va all’estero. Secondo Stabile inoltre appare importante favorire il rientro in Italia non solo dei connazionali con alte professionalità, ma anche degli italiani che svolgono lavori di più basso profilo, perché Italia non può prescindere dal loro contributo. Da segnalare anche gli interventi di Isabella Parisi (Germania), che ha chiesto lumi sullo stato del riconoscimento dei titoli di studio e dei diplomi a livello europeo onde garantire adeguato livello lavorativo ai nostri connazionali, e di Tony Mazzaro (Germania) che ha segnalato come dal 2015 in Germania siano stati predisposti specifici iter per il conoscimento delle qualifiche professionali e dei titoli di studio, con l’eventuale integrazione di alcuni esami.

Ha poi preso la parola del direttore generale del Maeci per gli Italiani all’Estero e le Politiche Migratorie Luigi Maria Vignali che ha evidenziato come la pubblicazione dello Cser “La nuova emigrazione italiana” parli di una emigrazione, con caratteristiche simili al passato, ma che presenta alcuni aspetti di novità che vanno colti.  “Esiste certamente – ha spiegato Vignali - una flusso di mobilità che riguarda i ricercatori laureati e specializzati, però di fatto vi è una maggioranza di persone che si muovono dall’Italia e che si rapportano ad un altro tipo di migrazione. Sono d’accordo – ha continuato il direttore generale - a non usare il termine ‘fuga di cervelli’ in maniera sottilmente denigratoria dell’emigrazione tradizionale. L’emigrazione italiana è un valore aggiunto della storia di questo paese. Questo è importante ricordarlo anche perché la maggior parte delle persone che se ne vanno non sono riconducibili alla fuga dei cervelli. Poi – ha aggiunto Vignali - vi sono altri elementi di interesse, come il problema del mancato riconoscimento del merito in Italia che porta la gente ad andarsene. E’ vero che si cercano migliori opportunità di lavoro, però si cerca anche di essere riconosciuti per i propri meriti e per quello che si ha da offrire sul mercato del lavoro. Vi sono poi altri problemi, come le difficoltà che incontrano i nuovi emigrati, i rischi di sfruttamento ancora forti e la dequalificazione lavorativa. Resta stabile la voglia di tornare, di circolarità del progetto migratorio. Un obiettivo, quest’ultimo, che ci dobbiamo porre, ovvero trasformare questi flussi da unidirezionali a circolari per un recupero degli investimenti che abbiamo fatto sulle persone che sono partite e per acquisire delle identità professionali arricchite dall’esperienza dell’estero”. 

Per Vignali inoltre questa nuova mobilità, che come nell’emigrazione tradizione ha in se l’elemento del sacrificio e il ritrovamento della propria identità nella terra d’origine, va recuperata all’associazionismo italiano all’estero, promuovendo al contempo un maggiore coinvolgimento nei nostri sodalizi nel mondo anche della componente femminile. Il direttore generale ha poi evidenziato la necessità sia di discutere, anche in vista di un possibile ritorno, il tema della nuova mobilità con i territori di provenienza, sia di portare questa realtà nell’ambito della Conferenza dei giovani italiani nel mondo che forse si terrà a Palermo. Vignali ha infine segnalato come la questa nuova corrente di mobilità richiami l’esigenza di maggiori risorse per la rete consolare che deve accompagnare questa migrazione con adeguati servizi.

E’ poi intervenuto il nuovo il nuovo direttore di Rai Italia Marco Giudici che ha salutato l’Assemblea: “E’ molto difficile organizzare l’offerta della Rai per chi sta all’estero i problemi sono tantissimi.  Vi sono problemi di qualità, di risorse e di garanzia di tutte le voci affinché ai nostri connazionali arrivi una realtà italiana più completa possibile e articolata”.   

Fra gli altri interventi segnaliamo quello di Vincenzo Arcobelli (Usa) ha sollecitato il patrocinio del Cgie per commemorazione della tragedia di Monongah ed ha ricordato il dramma sul lavoro del 25 marzo del 1911, quando in una fabbrica a New York morirono 146 persone di cui 123 donne e 23 uomini. “Il responsabile del Comitato Tricolore del Molise Gianni Meffe – ha annunciato Arcobelli - sarà a New York il 6 di dicembre per consegnare una targa su questa tragedia e poi continuerà la missione a Monongah”. Arcobelli ha poi rilevato la necessità di sensibilizzare la Farnesina e il ministero della difesa sul problema del monitoraggio e della conservazione dei cimiteri di guerra italiani all’estero. Il consigliere del Cgie ha anche ricordato come a tutt’oggi manchi una risposta alla richiesta di intitolare una sala della Farnesina all’ex ministro per gli Italiani nel Mondo Mirko Tremaglia. Il sede di replica il segretario generale Schiavone ha assicurato il patrocinio del Cgie per la commemorazione di Monongah ed ha ricordato che rapporto fra il Maeci ed il ministero della Difesa per la tutela dei cimiteri italiani di guerra è già stato attivato (Inform 27)

 

 

 

 

Approvato l’emendamento “omnibus” per gli italiani all’estero

 

In prossimità della conclusione del primo passaggio della Legge di Bilancio al Senato, desideriamo informare i cittadini sui risultati conseguiti nei capitoli di spesa concernenti le comunità italiane all’estero. Consideriamo molto soddisfacente il lavoro svolto in fase emendativa, di concerto con il Governo e il MAECI, non solo perché sono stati recuperati fondi aggiuntivi, ma soprattutto perché buona parte di essi, quali quelli per la promozione della lingua e cultura italiana all'estero, per l'adeguamento salariale dei contrattisti, per le agenzie di stampa, hanno carattere strutturale, dunque andranno a integrare stabilmente nei prossimi anni la dotazione finanziaria relativa ai capitoli di spesa sopra citati.

Con l’emendamento “omnibus” sono previsti i seguenti interventi:

*promozione della lingua e cultura italiana all’estero - 1 milione di euro (aggiuntivi rispetto al finanziamento a regime) per il 2018, 1.5 milioni di euro a decorrere dal 2019, destinati in particolare al sostegno degli enti gestori di corsi di lingua e cultura;

*Consiglio Generale Italiani all’Estero – 400.000 euro, per il 2018, necessari per garantire almeno l’adempimento degli obblighi previsti dalla legge;

*Comites – 100.000 euro per l’anno 2018;

*Contrattisti – 600.000 euro, a decorrere dal 2018, per l’adeguamento salariale del personale di cui all’art.152 del decreto del Presidente della Repubblica 05.01.1967 n. 18; si tratta di un intervento atteso da 10 anni;

*Agenzie di stampa – 400.000 euro a decorrere dal 2018, a favore delle agenzie specializzate sugli italiani all’estero che abbiano svolto tale servizio per il MAECI da almeno 5 anni;

*Stampa italiana all’estero – 500.000 euro per il 2018, a integrazione della dotazione finanziaria per i contributi diretti in favore della stampa italiana all’estero;

*Camere di Commercio italiane all’estero – 1 milione di euro per l’anno 2018.

Sen. Micheloni, Giacobbe, Turano, Di Biagio, Longo e Sangalli

 

 

 

Ulteriori 4,5 milioni di euro per gli italiani all’estero. Il Cgie apprezza

 

Il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero apprezza soddisfatto le buone notizie provenienti dal Parlamento italiano, sull’esito positivo del lavoro svolto in sede emendativa dai senatori Micheloni, Giacobbe, Turano, Di Biagio, Longo e Sangalli, durante la preparazione della Legge di Bilancio al Senato della Repubblica.

Si tratta infatti di emendamenti aggiuntivi - dell’entità di 4,5 milioni di euro -  alle attività amministrative e politiche promosse dal Governo e dal Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale in favore degli italiani all’estero, che vanno a rafforzare gli interventi già predisposti alle voci di bilancio strutturale per il prossimo anno in materia di promozione linguistica e culturale, e sono destinati agli enti promotori dei corsi di lingua e cultura; alla rappresentanza di base dei Comites e del CGIE; al personale a contratto da assumere nella rete consolare; alle agenzie di stampa estera specializzate nell’informazione e nella comunicazione delle nostre comunità all’estero e alle Camere di Commercio italiane presenti nei diversi continenti.

Il consolidamento di questi capitoli di spesa, che va  ad aggiungersi agli altri interventi strutturali, costituisce un segnale inequivocabile di come questo Governo abbia preso seriamente a  cuore le potenzialità espresse dalle nostre comunità all’estero e ne riconosca  i meriti.  Del resto le incoraggianti notizie della ripresa economica italiana, favorita dalla crescita dell’export, indicano la strada da percorrere per rafforzare non solo l’immagine ma anche le strutture amministrative e rappresentative italiane all’estero, che con questo Governo hanno incominciato a proporsi e ad agire in maniera integrata.  

Michele Schiavone, Segretario generale del CGIE

 

 

 

 

All’Ambasciata d’Italia a Berlino il primo Forum Italo-Tedesco sull’Innovazione e sugli Investimenti

 

Berlino - Si è tenuto il 29 novembre presso l’Ambasciata d’Italia a Berlino il primo Forum Italo-Tedesco sull’Innovazione e sugli Investimenti “Investing in Italian Innovation: Digital Solutions and the challenge of Industry 4.0”. È un’iniziativa congiunta dell’Ambasciata d’Italia a Berlino, che ha ospitato l’evento, di ICE - Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane - e di ITKAM - Camera di Commercio Italiana per la Germania.

Oltre 300 partecipanti, tra istituzioni, istituti di ricerca, imprese e investitori di entrambi i Paesi, si sono incontrati per discutere come i processi di trasformazione digitale possano contribuire al rafforzamento dei partenariati tecnologici e degli investimenti tra Italia e Germania, anche attraverso un solido ancoraggio territoriale con le realtà produttive regionali e con i sistemi locali d’impresa. Parteciperanno peraltro alla conferenza Assessori Regionali, Consiglieri Comunali e Delegazioni Imprenditoriali provenienti da Campania, Emilia Romagna, Toscana, Lazio e Puglia (Regioni sponsor dell’evento) nonché da Lombardia, Piemonte e Veneto.

La sfida comune di Italia e Germania assieme, quali principali manifatture d’Europa, è ora quella di passare da Industria 4.0 a Impresa 4.0: in tutta Europa, l’economia digitale si sta affermando quale fattore abilitante orizzontale, superando i confini dell’automazione e della meccanica per raggiungere - e integrare - altri settori della manifattura (foodtech, design, industrie creative, finanza, elettromobilità e smart cities, industrie al centro delle breakout sessions della giornata), contribuendo a ridurre le distanze fra filiere nonché a crearne di nuove (come fra foodtech e life sciences, fra digital content e design, fra l’Internet of Energy e la smart mobility).

 

Le politiche di trasformazione digitale sono da tempo al centro del partenariato strategico che lega Confindustria alla sua consorella tedesca Bundesverband der Deutschen Industrie (BDI), nel quadro del Patto per la Competitività firmato nell’ottobre 2016. Confindustria e BDI hanno attivato tre gruppi di lavoro bilaterali in materia di Industria 4.0: competenze digitali e imprenditorialità, cooperazione interregionale e futuro della politica di coesione.

 

Vincenzo Boccia, Presidente dell'Associazione d'Impresa Italiana Confindustria, ha osservato: “L’Europa deve mostrarsi unita nel suo impegno a favore di una crescita sostenibile con al centro un’industria moderna e innovativa, in grado di affrontare le sfide globali e i grandi competitor internazionali. Con la BDI lavoriamo congiuntamente da anni per portare a Bruxelles e nelle capitali una proposta concreta di politica economica che contribuisca alla definizione di un modello di sviluppo che rafforzi la competitività europea, stimoli gli investimenti e crei nuovi e migliori posti di lavoro. Questo è il principio alla base di incontri come quello di oggi e che caratterizza il “processo di Bolzano” portato avanti con uguale determinazione da Confindustria e BDI.”

 

Il Prof. Dieter Kempf, Presidente della Federazione dell’Industria Tedesca (BDI), ha aggiunto: “la digitalizzazione dell'industria sta procedendo a grande, tuttavia disuguale, velocità. Sono essenziali politiche nazionali intelligenti in materia di infrastruttura digitale, digital safety e digital security. Il futuro dell'occupazione e della crescita dipende da industrie competitive, una forza lavoro altamente qualificata e da un settore pubblico abilitante, che aderisce alla digitalizzazione gestendone al contempo i rischi.”

 

Il Forum ha rappresentato inoltre l’occasione per presentare il Piano Nazionale Industria 4.0 (oggi Impresa 4.0) a un anno dal suo avvio. I suoi risultati sono senza precedenti: +9% di investimenti fissi lordi (80 miliardi €) nel primo semestre 2017 rispetto al primo semestre 2016; +11,6% di investimenti in macchinari ed altri apparecchi e +10,7% di investimenti in apparecchiature elettriche ed elettroniche; +15% nelle attività di ricerca, sviluppo e innovazione nel settore manifatturiero. Inoltre, a quattro anni dal lancio dell’Italian Startup Act, la legislazione italiana si conferma essere fra quelle internazionalmente più avanzate in materia di start-up innovative, attraverso la nuova modalità online e gratuita di costituzione delle start-up innovative, l’Italia Startup Visa, gli incentivi fiscali all’investimento in equity e il Patent Box.

 

Così l’Ambasciatore d’Italia in Germania Pietro Benassi, nel suo indirizzo di saluto: “Italia e Germania, principali manifatture d’Europa, sono oggi i protagonisti dei processi di trasformazione digitale nel nostro continente, spesso con posizioni di leadership a livello mondiale: dobbiamo ora approfondire la collaborazione, con l’obiettivo di completare la transizione da “Industria 4.0” a “Impresa 4.0”. de.it.press

 

 

 

 

La Lombardia al Forum Italo-tedesco di Berlino

 

Berlino - "Oltre a risorse economiche per fare investimenti, a normative efficienti, al rinnovamento tecnologico la rivoluzione dell'Industria 4.0 ha bisogno anche di competenze, know-how, skills. Per riuscire veramente nella transizione verso un modello industriale 4.0 le imprese devono dotarsi delle necessarie figure professionali, adottando nuove strategie, nuovi piani di formazione. E al contempo l'intero sistema di istruzione e formazione, dai livelli elementari fino al life-long learning, deve adeguarsi e ammodernarsi per riuscire a dare ai cittadini maggiori possibilità di impiego e garantire alle imprese personale preparato". Lo ha detto l'assessore all'Istruzione, Formazione e Lavoro di Regione Lombardia, Valentina Aprea, nel suo intervento al forum italo-tedesco "Italia & Germania-Motori per la trasformazione digitale e industria 4.0", organizzato dalla Itkam presso l'Ambasciata d'Italia a Berlino, in Germania.

"Un aspetto chiave dell'industria 4.0", ha rimarcato l'assessore Aprea, "è quello dell'interconnessione tra filiere e sistemi. Già da tempo in Lombardia il tradizionale concetto di distretto produttivo si è evoluto in quello di cluster, più ramificato e interconnesso e più capace di creare sinergie tra livelli diversi, la formazione, la ricerca, la produzione, e tra settori produttivi diversi".

"Oggi in Lombardia", ha detto ancora Aprea, "ne abbiamo individuati nove: Agrifood, Aerospazio, Chimica verde, Energia e Ambiente, Fabbrica intelligente, Mobilità, Scienze della vita, Tecnologie per le smart cities and communities, Tecnologie per gli ambienti di vita. Stiamo creando strumenti digitali per aumentare le sinergie tra questi ecosistemi, il resto del tessuto produttivo, le nostre tredici università, i 18 ospedali di ricerca, i circa 500 centri di ricerca e sviluppo lombardi e i sei campus scientifici/tecnologici insediati sul territorio. Con il Politecnico di Milano, abbiamo creato e finanziato per 1,2 milioni di euro il primo Distretto per l'Innovazione 4.0: un polo che offre advisory tecnologica, diffonde awareness sull'industria 4.0, promuove le best practices per la sperimentazione delle nuove tecnologie in campo industriale".

"A questo si affiancano altri strumenti come il Digital innovation hub promosso da Confindustria Lombardia per diffondere le opportunità della trasformazione digitale 4.0", ha sottolineato Aprea, "la piattaforma Open innovation di Regione Lombardia per condividere tra enti e impresi la co-progettazione, l'ecosistema E015 che consente di connettere tra loro i sistemi informatici di attori pubblici e privati operanti in molteplici settori al fine di sviluppare software integrati".

"L'attenzione al tema dell'industria 4.0", ha proseguito l'assessore, "è valsa alla Lombardia, proprio quest'anno, un importante risultato: quello di diventare dal 2018 in poi sede stabile del World manifacturing forum, il summit mondiale sulla manifattura del futuro".

"Una menzione particolare va inoltre riservata alle start up innovative, che stanno assumendo sempre più importanza tra le 60 mila imprese che nascono ogni anno in Lombardia", ha chiosato Aprea. "Abbiamo sul nostro territorio quasi un quarto di tutte le start up innovative italiane. Oltre ai numerosi centri di ricerca (tra i quali il Joint research center della Commissione europea di Ispra), alle università e ai campus scientifici, la Lombardia conta anche il maggior numero di acceleratori e incubatori di start up nel panorama italiano: decine di realtà, tra le quali dodici con "certificazione" nel registro nazionale". (aise 29) 

 

 

 

 

Manifestazioni a Monaco di Baviera e dintorni

 

Fino al 15 dicembre presso l'Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera la mostra “I Borghi più belli d'Italia”, organizzata in collaborazione con Enit, Borghi più belli d'Italia ed Ecceitalia, a ingresso libero; e fino al 24 dicembre la mostra fotografica "F.I.L - Felicità Interna Lorda - il festival di Trongsa" di Sara De Berardinis presso il Caffè Da Me di Monaco (Kohlstr. 11).

Martedì 12 dicembre presso la Bürgerhaus Alte Post di Ingolstadt alle ore 16.30 "Familiencafè all'italiana", un punto di incontro per le famiglie con i loro bambini dai 6 mesi ai 3 anni organizzato da Spazio Italia, mentre alle ore 19.30 presso il Kino Breitwand Gauting nell'ambito della rassegna "il Cinema Italiano introdotto e commentato da Ambra Sorrentino" è prevista la proiezione del film “Sette giorni" (2016) di Rolando Colla (in replica il 13 dicembre).

Il 13 dicembre alle ore 16.15 presso la StadtBücherei di Ingolstadt sono in programma letture e giochi per bambini dai 3 ai 7 anni, con Alice, iniziativa organizzata da Spazio Italia, mentre il 14 dicembre alle ore 18.30 l'IIC di Monaco ospiterà l'incontro “Scrovegni - Pinxit industria docte mentis” con Giulia Ammannati, paleografa della Scuola Normale Superiore di Pisa, e Alice Collavin, sulle iscrizioni poetiche latine presenti nella cappella degli Scrovegni a Padova.

Venerdì 15 dicembre alle ore 19.30 presso EineWeltHaus (sala 211/212) brindisi natalizio del Circolo Cento Fiori con musica di Donato Miroballi alla chitarra e a ingresso libero, mentre alle ore 20 presso il Ristorante Antica Italia di Ingolstadt è prevista una conversazione in lingua italiana organizzata da Italclub Ingolstadt e.V., a ingresso libero.

Sabato 16 e domenica 17 dicembre dalle ore 10 alle 18 presso l'Atelier "La Faunessa" di Ebersberg è prevista l'iniziativa “Kunst zu Weihnachten” organizzata da Silvia Di Natale, mentre il 19 dicembre dalle ore 14 alle 16 presso il Rathaus di Ingolstadt Anna Benini sarà a disposizione per aiutare gratuitamente i connazionali a svolgere pratiche burocratiche e per consulenze nel nuovo municipio, su iniziativa dell'Italclub Ingolstadt e.V.

Sabato 23 dicembre alle ore 19 presso Gasteig (Carl-Orff-Saal) è previsto il concerto "Dolomiten Weihnacht" del coro alpino trentino "Coro Paganella" con i solisti Victoria Burneo Sanchez (soprano) e Walter Franceschini (baritono), e la direzione di Claudio Vadagnini. Infine, segnalata lunedì 25 dicembre alle ore 16 presso la chiesa St. Georg di Kipfenberg la S. Messa di Natale in lingua italiana. Per altri appuntamenti: cumani.eu/calendario.html. A cura di Claudio Cumani/de.it.press

 

 

 

I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue COSMO

 

30.11.2017. L'epoca del populismo

Esiste un populismo conservatore e un populismo progressista. Ma quali sono le caratteristiche comuni di ciascun populismo? La risposta ce la dà Manuel Anselmi, sociologo, ricercatore dell'Università di Perugia.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/populismo-anselmi-102.html

 

Sizil: rap fra Italia e Germania

Sizil, alias Michele Inserra, è rapper, scrive in siciliano, tedesco e italiano. Tre lingue che esprimono tre identità. Sizil è stato ospite nei nostri studi.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/sizil-michele-inserra-102.html

 

29.11.2017. Industria 4.0

A livello europeo l’Italia è seconda solo alla Germania per numero di imprese innovatrici ed è ai vertici europei anche per le politiche fiscali di sostegno alle aziende che investono nel digitale e nell’automazione.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/forum-italo-tedesco-102.html

 

Il Sozial-Ticket non si tocca. Per il 2018 non si tocca il Sozial-Ticket. Il governo del Nordreno-Vestfalia si è visto costretto a fare marcia indietro sotto le pressioni delle organizzazioni sociali e dell'opposizione.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/sozial-ticket-102.html

 

È sempre polemica sul voto all'estero. A pochi mesi dalle prossime elezioni, tornano le polemiche sul voto all’estero per corrispondenza e su presunti brogli avvenuti in Germania in passato.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/compavendita-schede-elettorali-100.html

 

28.11.2017. Sicurezza con discrezione. Aprono i mercatini di Natale in Germania con ingenti misure di sicurezza, che tuttavia non vogliono risultare troppo appariscenti. Il nostro reportage da un mercatino di Colonia.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/mercatini-natale-sicurezza-102.html

 

Circo senza confine. Il film "Circo Togni" racconta la storia di una delle più note dinastie circensi europee, con materiale d'archivio della famiglia stessa. Geremia Carrara ci presenta un progetto che a Colonia lo mette in scena.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/circo-togni-film-100.html

 

27.11.2017. Canzoniere Grecanico Salentino

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/canzoniere-garganico-salentino-100.html

 

24.11.2017. In nome del made in Italy

L'associazione Italian Sounding difende i prodotti italiani in Germania. Ne parliamo con Rodolfo Dolce, uno dei fondatori dell'associazione.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/made-in-italy-100.html

 

Taccuino sannita. È un libro che raccoglie le migliori ricette molisane degli anni '20 presentate nei nostri studi dalla storica e critica d'arte, Manuela De Leonardis.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/cucina-italiana-106.html

 

Insieme per accogliere. Lo Sharehouse Refugio di Neukölln, a Berlino, oltre a ospitare profughi, è un punto di incontro per chi, come Fiorenza Di Baldassare, si impegna in iniziative a favore dell'integrazione.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/a-tu-per-tu/sharehouse-refugio-berlino-100.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-222.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati

I commenti sportivi di Agnese Franceschini

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html

 

 

 

 

Alla Galerie Zwischenraum di Wolfsburg la mostra “Collettivo Bai in terra di Germania”

 

WOLFSBURG - È stata inaugurata alla Galerie Zwischenraum a Wolfsburg “Collettivo Bai in terra di Germania”, una interessante mostra d’arte figurativa coordinata dall’Associazione “creARTE”, dall’Agenzia Consolare d’Italia con l’Ufficio Culturale della stessa Città, e patrocinata anche dal Comune di Comiso (Ragusa), in Sicilia, luogo di origine dei dieci artisti che compongono il gruppo denominato “Collettivo BAI” (Bottega d’Arte Ippari), nome dato da Eugenio Giannì, Estetologo e Teorico dell’Arte che, come Giombattista Corallo, Scrittore e Critico d’Arte, ha firmato un testo in catalogo.

Ippari è il nome dell’antico fiume che, dalle sorgenti situate ai piedi dei Monti Iblei, arrivava con la sua foce nella città greca di Kamarina, simbolo delle Comunità del territorio attraversato, in età moderna ridotto a ruscello e, ai nostri giorni, quasi completamente scomparso.

Dopo il saluto del presidente di creARTE Silvestro Gurrieri, sono intervenuti Barbara Tarullo, Agente Consolare, e la signora Ottimofiore responsabile dell’Agenzia culturale.

Corallo, all’inaugurazione, ha presentato artisti e opere e ha messo in evidenza il secolare rapporto tra i due Paesi, Germania e Italia, contatti che hanno portato l’Arte ai risultati assoluti che ben conosciamo. Giotto, Brunelleschi, Raffaello, Leonardo, Michelangelo e tantissimi altri hanno operato in parallelo con Grünewald, gli Holbein, Durer e altri ancora; l’Espressionismo Tedesco degli inizi del XX secolo è subentrato all’Impressionismo Francese e ha aperto nuove strade alla figurazione così come il Futurismo Italiano. Successivamente nei primi anni Venti del Novecento la Psicologia della Gestalt e dopo il Bauhaus, hanno favorito la nascita di altre teorie dell’Arte e una nuova visione delle problematiche estetiche e del Design contemporaneo. Due Nazioni “gemelle” nella cultura figurativa che hanno intrecciato le loro sorti dando un apporto determinante alla nascita e allo sviluppo dell’Arte Contemporanea.

Il “gruppo” è composto da sei scultori - Vittorio Balcone, Giovanni Di Nicola, Luigi Galofaro, Elio Licata, Michele Licata, Giuseppe Salafia - e da quattro pittori - Atanasio Giuseppe Elia, Rosario Lo Turco, Raffaele Romano, Gesualdo Spampinato, artisti che da giovanissimi hanno costituito un importante “sodalizio” artistico lavorando a stretto contatto, ognuno con la sua particolare personalità, per portare avanti un discorso di notevole spessore creativo, mantenendo stretto il rapporto che li univa idealmente anche quando, per motivi di studio o di lavoro, si sono allontanati dalla loro Terra per continuare ad approfondire i termini delle già notevoli conoscenze e produzioni, esportate, in Italia e anche fuori, con le attività di insegnamento nelle scuole e nell’azione diretta della vita artistica. Una vera storia d’arte e di amicizia che dura da un sessantennio.

Partendo dalle fortunate esperienze dei Movimenti del XX secolo, queste personalità hanno saputo e sanno oggi sperimentare sempre linguaggi nuovi ed autonomi in una ricerca senza soluzione di continuità imponendosi all’attenzione del pubblico e della critica, ai massimi livelli, portando in Italia e nel Mondo i segni e le testimonianze della cultura figurativa iblea e, specificatamente, “comisana” frutto della eccezionalità creativa e operosità che distingue il carattere di questa Gente.

In particolare si coglie, nelle opere dei “Nostri”, oltre alla vivace e indispensabile fantasia e una inarrestabile vena creativa, una preparazione tecnica di immensa portata, una manualità oggi non sempre riscontrabile nel fare artistico, che ci riporta all’antica tradizione “artigianale”, alla perfetta conoscenza del materiale e del medium necessario per dominarlo e plasmarlo. Il marmo, la pietra, i metalli, il legno, i colori, si piegano alla volontà e al deciso intervento della mano dell’artista e ci riportano indietro nel tempo, alla greca Tèchnè, alla latina Ars, all’antico termine tedesco Kunst che caratterizzavano le cosiddette Arti Meccaniche ma che sono qui intese come capacità che permettono di portare avanti un discorso creativo fino a raggiungere un valore poetico, lo stesso che connotava le rinascimentali Arti Liberali (Die freien Künste) con un valore aggiunto: espressione- comunicazione che dal Romanticismo Storico ottocentesco fino a oggi sono alla base del fare artistico.

E il Collettivo BAI ne dà una chiara e inequivocabile dimostrazione presentando in questa mostra in “Terra di Germania”, la sua più recente produzione che reca i segni tangibili di una ulteriore e naturale evoluzione dei vari linguaggi espressivi.

A Wolfsburg arriva, infatti, dopo un grande impegno espositivo itinerante che, partendo da Comiso nell’Ottobre del 2006, ha portato le loro opere in numerosissime città siciliane e del territorio continentale italiano, ospitate in antichi, storici e significativi luoghi di cultura, attraversando l’Italia dal profondo Sud fino all’estremo nord di Gorizia nei quali ha indistintamente riscosso un enorme e meritato consenso di pubblico e di critica.

L’esposizione rimarrà aperta al pubblico fino al 20 Gennaio 2018.

S. Gurrieri, aise 7 

 

 

 

 

Da 22 novembre al 15 dicembre a Monaco di Baviera la mostra dedicata ai borghi più belli d’Italia

 

Berlino - “Mercoledì 22 novembre a Monaco di Baviera è stata inaugurata la mostra dedicata ai borghi più belli d’Italia presso l’Istituto italiano di cultura che durerà fino al 15 dicembre. A presenziare la conferenza il direttore dell’associazione privata “I borghi più belli d’Italia” Umberto Fermi e la moderatrice italiana Fabiana Saviano. Abbiamo intervistato Antonella Rossi, Leiterin Kommunikation und Media dell’ENIT (organizzatore dell’evento). “I Borghi più belli d’Italia, il fascino dell’Italia nascosta”: con questa intestazione si presenta il depliant offerto al pubblico durante l’inaugurazione della mostra presso l’Istituto Italiano di Cultura di Monaco. L’associazione omonima – che nasce nel 2001 da un progetto francese simile, ed è sostenuta dall’Enit (Agenzia nazionale del Turismo) ad oggi è riuscita ad inserire nei propri itinerari ben 275 borghi, la cui classificazione deve rispondere a criteri numerici e qualitativi specifici: oltre ad essere riconosciuto culturalmente e storicamente, il comune scelto non può avere più di 15.000 abitanti, e il relativo centro storico non più di 2000. Ogni regione italiana è rappresentata da almeno dieci borghi. A detenere il primato sono Umbria, Abruzzo e Liguria. L’obiettivo è quello di sponsorizzare luoghi poco conosciuti e generare un circuito virtuoso volto a far crescere da un lato il turismo di nicchia ed eco-sostenibile, dall’altro a decongestionare le città dal turismo di massa. Proprio di questi temi abbiamo parlato con Antonella Rossi, Leiterin Kommunikation & Media per conto dell’Enit”. Ad intervistare Rossi è stato Claudio Tranchino per “il Deutsch-Italia”, quotidiano online diretto a Berlino da Alessandro Brogani.

 

“D. Signora Rossi, qual è l’obiettivo principale della mostra dedicata ai “Borghi più belli d’Italia”?

R. Questa è la seconda tappa della mostra, la prima si è tenuta a Berlino, ed entrambe rientrano nel ciclo di manifestazioni per la “II Settimana della Cucina”. Un evento che anticipa i temi del prossimo anno – il ministero italiano dei Beni Culturali e del Turismo l’ha dichiarato l’“Anno del Cibo Italiano” – e che ben si lega alla scia del 2017 che è stato l’“Anno dei Borghi”. L’idea è quella di presentare un connubio interessante tra identità territoriale e cibo, tra bellezza di luoghi sconosciuti e riscoperta di un turismo di nicchia e sostenibile. I tedeschi vengono in Italia per le vacanze al mare, ma hanno scoperto l’Italia degli itinerari del gusto, dei piccoli centri ricchi di storia e tradizioni, percorsi che possono far scoprire dei veri e propri gioielli dell’entroterra italiano. ENIT promuove questa Italia nascosta.

D. Come risponde il pubblico tedesco a questo genere di proposta? Si riesce ad oltrepassare il “confine” italiano?

R. La domanda è assolutamente legittima e giustifica anche l’esistenza e la funzione della nostra agenzia (ENIT – Agenzia Nazionale del Turismo) in Germania. Il pubblico tedesco è il nostro soggetto di riferimento, infatti sono circa in 11milioni a visitare ogni anno l’Italia. In una recente indagine di IPSOS condotta in 18 Paesi e commissionata dall’ENIT, la Germania fa registrare il più alto tasso di conoscenza della Penisola (21 per cento) superando Francia, Regno Unito e USA. Il Belpaese è amato dal turista tedesco per la buona cucina, per i monumenti, la moda, per la musica e il teatro, e chi ha scelto l’Italia lo farebbe nuovamente. In particolare il 29 per cento del campione sottoposto al sondaggio ha dato una risposta decisamente positiva. Basti pensare che un terzo dei tedeschi è stato almeno tre volte in Italia. Per l’industria turistica italiana la Germania è un bacino di fondamentale importanza, un mercato consolidato con ampi margini di crescita.

D. Cosa attrae maggiormente i tedeschi?

R. La sostenibilità, il turismo verde, la genuinità dei prodotti dell’entroterra italiano rappresentano le colonne portanti della nostra idea di turismo di nicchia, più lento nei tempi. I tedeschi sono sempre molto attenti a temi come l’eco-sostenibilità, il turismo attivo e a contatto con la natura, al fascino dei nostri percorsi enogastronomici, agli itinerari paesaggistici, a forti esperienze di autenticità che ad esempio ritrovano nella vita dei borghi.

D. Quanto è attuabile e praticabile sul piano economico il turismo eco-sostenibile?

R. Le risposte e i riscontri registrati fin qui sono ottimi. Pur parlando di turismo di nicchia, il potenziale è enorme e si registra un trend di crescita della domanda. L’attrattività del prodotto è forte ed è ciò su cui noi insistiamo nella nostra strategia promozionale attraverso la rete e i social network. Nell’era della digitalizzazione non possiamo non raccogliere la sfida, affiancando forme di promozione classica a Facebook, Twitter ed Instagram”. (aise 28) 

 

 

 

 

Germania, ad Hannover il congresso Afd: proteste e disordini

 

La città presidiata da centinaia di poliziotti. Caricati con gli idranti i manifestanti scesi in piazza contro la "deriva di destra". All'interno del centro congressi le due anime del partito populista si scontrano dopo il successo elettorale di settembre – di TONIA MASTROBUONI

 

HANNOVER - Il ragazzo col cappuccio blu e il volto mezzo coperto con una sciarpa nera trema ancora dal freddo. "Neanche il tempo di cominciare e ci hanno sparato con l'acqua". Non vuole dirci il suo nome ma si definisce non-violento e trova "assurdo che non si possa neanche più manifestare contro un partito di estrema destra". E' finito stamane in mezzo al getto degli idranti usati dalle centinaia di poliziotti che presidiano il centro congressi di Hannover, dove oggi e domani si tiene un difficile appuntamento per Alternative für Deutschland (Alternativa per la Germania, Afd). Il primo congresso federale dopo il clamoroso ingresso nel Bundestag, il primo che dovrà preparare il partito a quattro anni da maggiore partito di opposizione, se Merkel e Schulz troveranno la quadra per una nuova Grande coalizione. Ma la destra populista tedesca è dilaniata da lotte intestine. E deve ancora digerire l'ultima scissione, quella di Frauke Petry, avvenuta poche ore dopo il voto di settembre.

 

La Linke, che sfila in mezzo ai manifestanti con le sue bandiere rosse, ha già diffuso una nota di protesta contro l'utilizzo di idranti "con temperature intorno allo zero". In effetti il gelo è pungente. Il parlamentare dei Verdi Sven-Christian Kindler definisce "scandaloso" l'uso dell'acqua contro i manifestanti che avevano cercato di bloccare l'ingresso del centro congressi. La polizia ha fermato un paio di manifestanti che si erano incatenati durante un sit-in dell'alba. Un uomo si è rotto una gamba mentre gli agenti cercavano di portarlo via: si era legato a una piramide di ferro. 

 

Nel corso della giornata il corteo, punteggiato dalle bandiere arcobaleno, dai cartelli "Stop Afd" o "Ribelliamoci contro la deriva di destra" è proseguito, i circa 6.500 partecipanti - i numeri sono quelli della polizia - hanno poi deviato verso il centro della capitale della Bassa Sassonia, sparando qua e là qualche fumogeno colorato. Nel pomeriggio la manifestazione è diventata più pacifica. La città è paralizzata dalle misure di sicurezza, un elicottero continua a sorvolare il centro congressi dalle prime ore della mattina.

 

Anche nel grande hangar dove si tiene la riunione dei 553 delegati, l'atmosfera è tesa. All'ingresso un cartello con un elefante indica con una freccia che "di là si va allo zoo", le ironie dei passanti si sprecano. Tuttavia, rispetto ai congressi del passato, dove volavano pubblicamente gli stracci, molte cose sono cambiate. Protetti da uno schieramento di polizia impressionante, che ricorda i grandi vertici internazionali, i big dell'Afd continuano a farsi la guerra. Ma come ogni partito che aspira a diventare adulto, le battaglie restano sottotraccia e non vengono strillate al microfono dai delegati. 

 

Intercettiamo al bar, un po' storditi dall'odore di wurstel, Detlef Huber, delegato di Friburgo, che riassume la sfida del futuro: "La Cdu si sta squagliando, come i vostri democristiani italiani dopo Tangentopoli; dobbiamo essere pronti per accogliere quell'elettorato". Per il futuro, può immaginarsi un'alleanza con la Cdu? "Certo - annuisce - quando non ci saranno più Merkel, Ursula von der Leyen e Peter Altmaier, possiamo immaginarci di coalizzarci con la Cdu e la Fdp". Cioè quando non ci saranno più i politici della Cdu considerati più moderati. 

 

Un altro delegato che viene invece da un paesino della Baviera, Ruediger Imgart, cita un obiettivo più a breve termine. "Puntiamo a diventare il secondo partito in Baviera". L'anno prossimo si vota nel Land più ricco della Germania e la destra populista sta enormemente insidiando i cristianosociali. Alle elezioni di settembre il partito di Horst Seehofer ha incassato un risultato catastrofico: il 38%. Per mezzo secolo è stato il partito della maggioranza assoluta. E i sondaggi peggiorano. La Baviera è l'esempio eclatante che ormai l'Afd non sfonda più solo nei Land della vecchia Germania est.

 

Il grande punto interrogativo che resta nell'aria per tutta la farraginosa giornata di mozioni e ordini del giorno, è se l'ala 'patriottica', la corrente di destra capitanata dal capogruppo Alexander Gauland, riuscirà a conquistare la guida del partito. Attualmente è nelle mani di Joerg Meuthen, esponente dell'anima più liberale e moderata dell'Afd, ma la destra spinge per un tandem, come in Parlamento, dove la destra populista è guidata dal duo Gauland/Alice Weidel, considerati la 'bella e la bestia' del partito. 

 

Dopo aver annunciato ieri a Bild la propria candidatura, Gauland ha fatto trapelare oggi di aver rinunciato - probabilmente per non accumulare due incarichi pesanti. Il congresso si potrebbe concludere con la nomina di un altro moderato alla testa dell'Afd, l'ex poliziotto Georg Pazderski, potente capo del partito a Berlino. Ma l'Afd ha sempre abituato gli osservatori a sorprese dell'ultimo momento. Non resta che aspettare il momento-clou delle candidature e del voto. LR 2

 

 

 

 

G7: la visione dei Grandi sul futuro dei mari

 

Si consolida, durante la presidenza italiana, la strategia del G7 sulla sicurezza marittima. Dopo la riunione dei ministri degli Esteri a Lucca dedicata alla materia, il terzo meeting di alto livello tenutosi a Roma lo scorso 20 novembre ha tracciato le linee future della governance dei mari, sulla scia delle precedenti presidenze di Germania e Giappone.

Nella visione del G7, salvaguardare il libero uso degli spazi marittimi è un prerequisito da perseguire, attraverso un impegno congiunto, mediante la lotta ai traffici illeciti, la protezione dell’ambiente marino, l’applicazione di tecnologie innovative. Sul piano politico, è affermato il rispetto dei principi del diritto internazionale in funzione anticinese. La questione del Mar della Cina, enfatizzata durante la presidenza giapponese, sembra tuttavia aver perso slancio.

Libertà di navigazione

“Ribadiamo il nostro impegno a mantenere la libertà di navigazione e sorvolo così come altri diritti, libertà e usi del mare che siano legittimi a livello internazionale”. Questa è la solenne dichiarazione contenuta nel comunicato congiunto emanato dalla riunione di Lucca dell’11 aprile 2017. Analogo era stato il tono di simili testi di altre riunioni del G7, quale quella di Lubecca (2015) e Hiroshima (2016 ).

I paesi del G7 si pongono quindi oggi come i principali fautori del principio –un tempo appannaggio di Gran Bretagna e Stati Uniti- su cui si fonda il commercio marittimo mondiale. Anche con l’obiettivo di contestare le pretese della Cina limitative della libertà dei mari oggetto di condanna da parte di un tribunale arbitrale.

Il punto è che tale questione è in evoluzione, nel senso che la Cina si sta rapidamente riconfigurando come una potenza navale, con portaerei (forse anche nucleari), operazioni antipirateria, basi in Pakistan e Gibuti, presenza costante in Mediterraneo (vedi l’ultima sosta a Civitavecchia, cui è seguita un’attività congiunta di addestramento con la nostra Marina). Il tutto in appoggio alla sua via della seta marittima su cui molti Paesi come l’Italia scommettono senza riserve.

Di qui, la possibilità che Pechino, oramai interessata alla libertà di navigazione delle sue Forze navali su scala mondiale, anche nelle zone economiche esclusive altrui, attenui le pretese alla territorializzazione dei mari adiacenti. Proprio per questo, il recente meeting di Roma non sembra aver ulteriormente rafforzato i toni del precedente comunicato di Lucca, anche se, probabilmente, il Giappone l’avrebbe desiderato.

Attività illecite

In parallelo con il tema della libertà di navigazione, è stato posto l’accento sul contrasto alle attività illecite in mare, pirateria in primis, ma anche terrorismo marittimo, tratta di esseri umani e migranti, traffico di armi e droga, pesca non dichiarata e non regolamentata (Iuu), grave inquinamento.

Un’ulteriore minaccia – evidenziatasi con l’allerta lanciato nel giugno 2017 dall’Organizzazione marittima internazionale – è il rischio che attacchi terroristici cibernetici mettano a repentaglio la sicurezza di navi e porti. Insomma, qualcosa di simile alla pirateria marittima se non altro per gli oneri ricadenti sulle società di navigazione relativi a costi assicurativi e di adeguamento delle navi.

Il G7 si presenta dunque come il garante, su scala mondiale, dell’ordine internazionale dei mari. Ruolo questo, che le principali democrazie industrializzate hanno iniziato a ricoprire con la fine della Guerra Fredda e l’emergere di minacce marittime non statuali. Tant’è che il Giappone ha dovuto attuare una riforma costituzionale per consentire alle sue forze navali di difesa di svolgere operazioni di sicurezza marittima, mentre l’Unione europea (membro esterno del G7) ha assunto propri impegni con la sua strategia di sicurezza marittima del 2014.

Fondamentale è ritenuto comunque il ruolo di attori regionali come la Nigeria e gli altri Stati del Golfo di Guinea (supportati dal Gruppo G7 Amici del Golfo di Guinea), o come i Paesi del Golfo di Aden e quelli asiatici che cooperano per il contrasto della pirateria marittima.

Ambiente marino

Positiva –e sicuramente congeniale alla presidenza di un Paese come l’Italia- l’enfasi attribuita ai temi della protezione dell’ambiente marino ed allo sviluppo di nuove tecnologie. Si spiega così il sostegno fornito all’iniziativa che conducono le Nazioni unite, nell’ambito della Convenzione sul diritto del mare, per un accordo dedicato alla conservazione e all’uso sostenibile della biodiversità marina in zone al di fuori delle giurisdizioni nazionali.

Nell’agenda marittima del G7 la protezione ecologica assume uno specifico rilievo nel quadro delle iniziative per mitigare l’insicurezza umana legata ai cambiamenti climatici che sono causa di spostamenti massivi di popolazioni, perdita di opportunità economiche, instabilità interna.

Appena un cenno viene tuttavia fatto al salvataggio della vita umana in mare che è un tema legato, appunto, ai flussi migratori verso l’Europa e l’Australia. Visto il ruolo epocale svolto dall’Italia in Mediterraneo, ci saremmo aspettati maggiore attenzione a quegli aspetti di cooperazione internazionale che in Italia vengono indicati come “regionalizzazione del SAR”.

Sfide future

Il rilievo dato allo stato dei mari è motivato dall’esigenza di evitare quel vuoto di attenzione che genera la loro lontananza (così detta sea blindness). Il G7 indica le priorità da perseguire nella governance marittima ma non adotta iniziative concrete, lasciando ai suoi aderenti la responsabilità (e la facoltà) di porre in essere le azioni necessarie.

* Al termine del suo anno di presidenza l’Italia potrebbe archiviare l’evento. In realtà, per noi comincia ora la sfida per portare il mare sulla scena nazionale, affidandone la responsabilità, sinora frammentata tra vari ministeri, a un’unica entità governativa. Doveroso dovrebbe essere, a questo punto, impostare una strategia marittima nazionale che sia ispirata ai principi affermati dal G7 e sia imperniata sull’azione coordinata delle forze che svolgono funzioni di Guardia costiera, Marina militare compresa. Fabio Caffio, AffInt 30

 

 

 

Facciamoci sentire

 

Dell’Emigrazione italiana si tratta ancora poco. Non ci resta che prenderne atto. La materia dovrebbe, invece, essere meglio evidenziata per il complesso di finalità che implica. Ciascuno ha le sue idee e noi, come sempre, le rispettiamo. Ci sembra utile trarre, però, degli esiti attendibili sul ruolo degli italiani altrove.

 

Dal 2000, secondo noi, non è più valido scrivere d’”emigrazione”. Semmai, di presenza italiana in altri Stati e non solo UE. Anche perché, nel frattempo, tramite l’evolversi dei tempi, la realtà migratoria sembra aver cambiato aspetto.

 

 Chi vive all’estero, anche nell’Europa Stellata, continua a essere coinvolto nei fatti nazionali in modo differente da quello degli italiani che vivono nel Bel Paese. Per molti eventi, sono mancate anche specifiche proposte costruttive. Dalla nostra posizione d’osservatori, ci siamo resi conto che alcuni progetti, nati oltre frontiera, non hanno destato interesse in Patria.

 

Gli italiani all’estero restano, per molti, più una realtà virtuale, che sostanziale. I milioni di Connazionali altrove rimangono una certezza tutt’altro che scontata. Facciamoci sentire; con chiare motivazioni. Ci sono, infatti, delle realtà inquadrabili solo da chi le ha vissute. Nello spirito dell’obiettività, continueremo un servizio che auspichiamo d’utilità. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Mundart-e e.V. cerca da subito una nuova sede

 

Mundart-e e.V. è un'associazione culturale senza scopo di lucro che ha dato vita ad un centro culturale che si configura essenzialmente come scuola di lingua, laboratorio e centro artistico.

La nostra idea è quella di promuovere la diffusione della cultura e dell'arte, così come l'integrazione fra le diverse nazionalità attraverso corsi di lingua, mostre, laboratori espressivi e di artigianato, e varie manifestazioni (dalle serate poetiche ai piccoli concerti).

Il nostro gruppo di lavoro è costituito da giovani italiane/i, tedesche/i, spagnole/i  (potremmo anche dire giovani europee/i), che già da 4 anni lavorano insieme.

Purtroppo dopo quattro anni nella Kaulbachstraße, l'intero edificio dove adesso ci troviamo è stato comprato da un'agenzia immobiliare che, volendo ristrutturarlo, ci ha sfrattati e dobbiamo dunque trovare al più presto una nuova sede.

La sede ideale dovrebbe essere di 50-80 m2, 2-3 stanze, preferibilmente a piano terra.

Per un costo complessivo massimo, incluse le spese, di 1600 - €

I quartieri preferiti: Schwabing, Maxvorstadt, Glockenbach, Sendling, Ludwigsvorstadt, Haidhausen, Isarvorstadt.

Se avete uno spazio da segnalarci vi preghiamo di contattarci al più presto!

Grazie! www.mundart-e.com - info@mundart-e.com - +49 (0)176 61470072 - +49 (0)89 99937933 (de.it.press)

 

 

 

 

Tenuto a Monaco di Baviera il congresso del locale Circolo PD. Assegnate le nuove cariche

 

Monaco di Baviera. L’Assemblea ha eletto come nuovo Segretario Giuseppe Pascale, che ha nominato Giuseppe Izzo quale proprio vice e Carlo Taglietti come Tesoriere. L’Assemblea ha poi eletto all’unanimità la sua nuova Presidente, Giulia Manca, e il nuovo Direttivo, composto da Cecilia Mussini, Simona Cambri ed Edoardo D’Alfonso Masarié.

 

“Sono onorato della fiducia che il circolo mi ha voluto accordare” ha commentato Pascale; “in tempi di accesi dibattiti interni al partito, la capacità del nostro circolo di riuscire a convergere su proposte unitarie, pur nella pluralità delle idee politiche, fa ben sperare per gli anni a venire”.

 

Giuseppe Pascale è nato ad Avellino nel 1983. Dopo aver studiato Ingegneria Informatica a Benevento, ha vissuto prima in Svezia per poi trasferirsi a Monaco di Baviera. Attualmente lavora come Product Manager per un’azienda di software Norvegese.

 

La nuova dirigenza ringrazia la segreteria uscente per l’eccellente lavoro fatto negli ultimi anni, e si appresta ora a continuare nel solco tracciato, cercando di mantenere sempre alto l’entusiasmo e la passione politica che contraddistinguono le attività di iscritti e simpatizzanti del circolo di Monaco. Ai membri uscenti del Direttivo che non si sono riproposti va il sentito ringraziamento per il lavoro fin qui svolto ed essere stati appassionati membri della nostra bella squadra.

 

Per stabilire contatti: pdmonacodibaviera@gmail.com; www.pd-monaco.de;

Facebook: www.facebook.com/democratici.monaco. Twitter: @pdmonaco

(de.it.press)

 

 

 

 

 

 

Ricerca e Innovazione come leva per la competitività: il Fraunhofer incontra la Lombardia

 

Milano - Oltre 150 soggetti rappresentati tra imprese, università, operatori di ricerca, istituzioni e categorie economiche hanno partecipato all'evento "Ricerca e Innovazione come leva per la competitività: il Fraunhofer incontra la Lombardia", aperto oggi - nella sala Biagi di Palazzo Lombardia - dal saluto dell'assessore regionale all'Università, Ricerca ed Open innovation, Luca Del Gobbo.

I lavori sono stati organizzati in collaborazione con l'Università degli Studi Milano Bicocca e Confindustria Lombardia, rappresentati rispettivamente dal rettore Cristina Messa e dal presidente Marco Bonometti.

Un'occasione preziosa per conoscere un'eccellenza internazionale come l'istituto tedesco con sede a Monaco di Baviera, che oggi coagula attorno a sé 69 di centri di ricerca sparsi in tutta la Germania, utilizza oltre 24.000 collaboratori scientifici e genera un giro d'affari pari a 2,1 miliardi di euro.

"Uno straordinario esempio di trasferimento tecnologico – ha detto Del Gobbo - che poggia sull'alleanza tra impresa, università e mondo della ricerca, finalizzato a tradurre i bisogni e le idee delle aziende in applicazioni concrete". L'assessore ha fatto riferimento all'esperienza lombarda, citando la misura degli Accordi per la Ricerca e l'Innovazione, "un'opportunità che ha coinvolto 210 soggetti tra piccole, medie, grandi imprese, operatori della ricerca e atenei, capaci di generare un investimento sul territorio pari a oltre 200 milioni di euro".

Insieme a questo esempio, l'assessore regionale ha ricordato che entro la fine di gennaio 2018 "sarà istituito il Foro per la ricerca e l'innovazione, un organismo autonomo formato dai 10 migliori innovatori al mondo che supporterà la politica regionale attraverso la conoscenza degli impatti dell'innovazione e degli avanzamenti tecnico-scientifici: un pool di esperti internazionali di grandissimo profilo che sceglieremo tra 149 candidature arrivate da tutto il mondo".

Del Gobbo si è infine augurato che "da qui in avanti possano nascere collaborazioni importanti con l'istituto tedesco, nella consapevolezza che un'istituzione pubblica come la nostra debba aprire spazi di opportunità di crescita sempre più ampi ai soggetti che si muovono sul territorio".

"L'incontro di oggi - ha detto Cristina Messa - rappresenta un'interessante opportunità di confronto su come valorizzare i risultati della ricerca attraverso l'attuazione di politiche di innovazione rivolte a grandi, piccole e medie imprese. In questo senso è importante creare sinergie con realtà come il Fraunhofer per consolidare e ampliare la rete che già Università e Regione Lombardia hanno messo in atto per migliorare la competitività e l'attrazione del territorio con l'economia della conoscenza".

Per il presidente di Confindustria Lombardia, Marco Bonometti, "il confronto con il Fraunhofer apre una nuova fase per la nostra regione: la volontà dell'industria lombarda è di competere con le aree piu' produttive e competitive d'Europa per mantenere e rafforzare il ruolo di traino dell'economia italiana. Questo anche creando sinergie tra tutti gli attori, associazioni imprenditoriali, centri di ricerca e istituzioni, come avvenuto in occasione della partita EMA, persa, ma giocata ad armi pari con i competitors europei".

Bonometti ha citato due strumenti messi in campo da Confindustria Lombardia "che rappresentano dei potenziali moltiplicatori di innovazione per le imprese: il Digital Innovation Hub, che accompagnerà le imprese nell'attuazione della trasformazione digitale e nel passaggio a Industria 4.0, e il World Manufacturing Forum, summit internazionale che dal 2018 la nostra regione ospiterà stabilmente, evento che certifica la vocazione internazionale del manifatturiero lombardo e ci consentirà di dettare l'agenda dell'innovazione nel settore".

I lavori sono continuati con l'intervento di Reimund Neugebauer, presidente dell'istituto Fraunhofer, che ha illustrato la filosofia e il metodo di lavoro alla base del successo della realta' tedesca, che dal 2009 ha anche un'affiliata italiana: Fraunhofer Italia Research, con sede a Bolzano.

L'occasione è stata preziosa per gettare le basi di una collaborazione futura tra tutti i soggetti partecipanti: la spinta alla crescita dell'innovazione e dello sviluppo passa anche dall'apertura verso le migliori eccellenze internazionali. (aise 27) 

 

 

 

 

L’export dell’Italia cresce più della Germania, boom in Cina

 

Va meglio la Spagna. Il nostro mercato chiave resta comunque quello Usa

Nicola Lillo

 

L’export dell’Italia cresce più di quello della Germania, con un boom nel mercato cinese. Lo scorso settembre infatti le esportazioni sono aumentate del 7,3 per cento raggiungendo i 330,7 miliardi di euro, mentre i tedeschi crescono del 6,4 per cento e la Francia del 4,1 per cento. Ad andare meglio del nostro paese è la Spagna, che cresce dell’8,2 per cento. E’ quanto emerge dal rapporto Ice-Prometeia Evoluzione del commercio con l’estero per aree e settori. 

Ad andare a gonfie vele è il mercato cinese, salito del 25,4 per cento. A seguire c’è quello russo, colpito dalle sanzioni (+23,1 per cento) e dell’America latina (+16,3 per cento). Il mercato chiave resta comunque quello americano.  

 

L’export cresce di più fuori dall’Europa  

Le esportazioni italiane comunque crescono più nei paesi extraeuropei (+8,4 per cento) che in quelli europei (+6,4 per cento). A trainare questo aumento dei flussi è soprattutto la Cina: «Il merito di questa crescita è a un approccio più intraprendente delle imprese e di una presenza più marcata delle attività del governo», spiega Michele Scannavini, presidente di Ice. I settori più vivaci sono quelli dell’automotive, del chimico farmaceutico, cibo, arredamento e moda. 

Il primo settore, comunque, resta quello della meccanica, la cui domanda mondiale di importazioni si chiuderà con una crescita del 4,2 per cento e in ulteriore accelerazione nel 2018. Nei beni di consumo, dopo un 2017 più contenuto, sia il sistema moda che l’arredo potranno contare su tassi di crescita delle importazioni mondiali tra il 6,5 e il 7 per cento nei prossimi due anni. Strutturalmente più lenta la domanda mondiale dell’alimentare.  

 

Crescono gli scambi internazionali  

Allargando lo sguardo al commercio mondiale, «le previsioni per il biennio 2018-19 - spiega Alessandra Lanza di Prometeia - mostrano un’accelerazione degli scambi al 5,5 per cento il prossimo anno e un assestamento al 5,3 per cento in quello successivo». Un miglioramento di cui beneficerà anche l’Italia. Secondo il sottosegretario allo Sviluppo economico, Ivan Scalfarotto, «il piano straordinario del made in Italy è stato uno sforzo di sistema. Il piano puntava a un incremento dell’export e sulla capacità del Paese di attrarre investimenti. Quello che è stato fatto è una macchina che funziona e che lasciamo funzionante a chi viene dopo di noi».  LS 6

 

 

 

 

Isis: la guerra oscura, migliaia di civili vittime dei droni americani

 

Con la riconquista di Rawa da parte della coalizione guidata dagli Stati Uniti, il sedicente Stato islamico, l’ Isis, ha perso il suo ultimo baluardo iracheno. Una sconfitta pesante per gli integralisti islamici, che si trovano ora a un passo dall’essere cacciati anche dalla Siria, dove mantengono ancora posizioni di poco rilievo. Dal 2014, gli Usa si sono impegnati in una lunga e dispendiosa guerra allo Jihadismo dello Stato Islamico con il supporto dell’esercito iracheno e di altri Stati occidentali che si sono uniti alla chiamata di Barack Obama prima e di Donald Trump poi nel condurre operazioni volte ad eliminare la minaccia delle bandiere nere.

Proclami di vittoria si alzano a voce alta da Washington, dove un fiducioso Trump il 21 ottobre ha twittato: “La fine dell’ Isis è vicina”. Le recenti vittorie della coalizione segnano sicuramente un punto di svolta importante nel mettere fine alla minaccia dello Stato islamico, che in questi ultimi tre anni ha seminato terrore e violenze brutali in tutto il Medio Oriente. Ma se l’eredità dell’ Isis, come dimostrano ritrovamenti recenti, è fatta di orribili fosse comuni, di donne e bambine fatte schiave, è tanto diversa quella americana?

La guerra dei droni: ‘pulita’ e cruenta

Gli otto anni della presidenza Obama avevano visto l’inizio di una nuova politica estera per gli Stati Uniti, dopo le lunghe, dispendiose e disastrose guerre di Bush Jr in Iraq ed Afghanistan. La parola d’ordine era: drone. Sempre più, sotto il comando di Obama, le operazioni militari statunitensi in Medio Oriente cominciarono ad essere caratterizzate da un limitato, praticamente assente, intervento diretto sul campo, optando invece per l’utilizzo di droni per colpire obiettivi a distanza.

Ed è così che nel 2014, quando l’ Isis balzò in prima pagina dopo la conquista di Mosul e la proclamazione dello Stato islamico, la guerra americana in Medio Oriente assunse sempre di più i contorni di una guerra pilotata a distanza, a basso costo, e dall’utilizzo di precisi attacchi con aerei tele-comandati.

Secondo il Pentagono, la sua guerra all’ Isis è stata tra le più accurate condotte nella storia americana: i militari sottolineano la precisione e la trasparenza degli attacchi aerei americani, tanto da sostenere che 14.000 attacchi aerei abbiano ucciso ‘solo ‘89 civili in Iraq dal 2014.

Un bilancio tragico

Nonostante la trasparenza sbandierata dai piani alti di Washington, i dati raccolti e le statistiche fornite da fonti indipendenti parlano di numeri molto più alti, o di un’evidente incapacità da parte della coalizione guidata dagli Stati Uniti di valutare gli effettivi costi umani della guerra all’ Isis. Secondo il think-tank Airwars, i numeri dei morti civili sarebbero molto diversi. Quando a maggio 2015, un anno dopo l’inizio della guerra, gli Stati Uniti avevano ammesso l’uccisione di due civili, Airwars aveva stimato che il numero delle vittime civili si aggirasse in realtà tra 350 e 420. Sei mesi più tardi, altre 400 vittime si erano aggiunte al tremendo bilancio. La mancanza di trasparenza americana non appare un incidente di percorso, perchè, nel 2016, le fonti ufficiali Usa parlarono di 152 civili morti, quando invece il conto ‘indipendente’mdelle vittime degli attacchi della coalizione

raggiungeva circa 4700.

Un recente articolo del New York Times ha fatto emergere verità sconcertanti. Un’inchiesta condotta per 18 mesi ha indicato che le operazioni militari della coalizione guidata dagli Stati Uniti stanno uccidendo in Iraq 31 volte più civili di quanto ammesso dalle parti coinvolte. “In termine di morti civili, questa potrebbe essere la guerra meno trasparente condotta dagli Stati Uniti,” Azmat Khan e Anand Gopal hanno scritto nell’articolo. E persino una serie tv popolare e ‘patriottica’ come Criminal Minds s’è interessata al problema, sia pure dal punto di vista dello stress degli operatori di droni – contractors civili – che scoprono, a cose fatte, di essere stati autori inconsapevoli di stragi d’innocenti.

Gli Stati Uniti sembrano essere pienamente capaci di lanciare bombe dove e quando vogliono, ma appaiono incapaci di controllare chi ne sarà vittima. In due Paesi, Iraq e Siria, che continuano a essere dilaniati da anni di guerre e operazioni militari straniere, il lascito statunitense dopo la fine dell’intervento contro l’ Isis è anche fatto di sangue e distruzione, ci cui i signori di Washington non saranno chiamati a rispondere. Cristin Cappelletti, AffInt 3

 

 

 

 

 

E' già una polveriera

 

Gerusalemme al centro degli sguardi del mondo. Mentre si attende il discorso di Donald Trump - che, secondo il sito 'Axios' (citando alti funzionari dell'amministrazione americana), non parlerà solo di Gerusalemme capitale d'Israele ma menzionerà anche il suo sostegno ad una soluzione di pace con due Stati - migliaia di palestinesi sono scesi in piazza in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza per protestare contro l'imminente decisione degli Stati Uniti di trasferire la loro ambasciata in Israele a Gerusalemme, riconoscendo di fatto la città santa come capitale dello Stato ebraico.

Secondo 'Axios', l'annuncio di Trump sul riconoscimento di Gerusalemme capitale non toccherà gli aspetti della sovranità e dei confini, che andranno discussi nell'ambito dei negoziati di pace. Il presidente si dimostrerà "onesto" nel riconoscere la realtà dei fatti.

Ma le manifestazioni non si sono fermate: da Ramallah a Jenin, passando per Tubas, Hebron, Nablus, Gaza, Rafah e Khan Younes. I dimostranti hanno sventolato le bandiere palestinesi e lanciato slogan per Gerusalemme capitale dello Stato di Palestina.

La decisione Usa "farà divampare il conflitto e porterà ad un'escalation di violenza in tutta la regione" è l'avvertimento lanciato dal premier del governo dell'Autorità nazionale palestinese (Anp), Rami al-Hamdallah. In un incontro con i diplomatici dell'Ue, Hamdallah ha precisato che "Gerusalemme non riguarda solo i palestinesi, bensì tutti i popoli e i Paesi arabi e islamici, che rifiutano questa decisione".

L'eventuale trasferimento dell'ambasciata Usa, ha sottolineato, "porrà fine al processo di pace e alla soluzione dei due Stati". Hamdallah ha poi chiesto ai Paesi dell'Ue di riconoscere lo Stato di Palestina per salvare il processo di pace e la soluzione dei due Stati e di fare pressioni affinché siano applicate le risoluzioni dell'Onu.

ABBAS: INTERVENGA L'ONU - Il presidente dell'Autorità nazionale palestinese (Anp), Mahmoud Abbas, ha chiesto l'intervento del Consiglio di Sicurezza dell'Onu affinché convinca Trump a rinunciare al trasferimento.

Nella lettera inviata al segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, riporta la 'Wafa', Abbas ha sottolineato che la mossa di Trump significherebbe "la fine del processo di pace". Nabil Shaath, uno dei principali consiglieri del leader palestinese, ha detto che il riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele rappresenta la "morte della madre di tutti gli accordi" sulla città santa.

Abbas ha anche lanciato un appello all'Alto rappresentante dell'Ue per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini: "E' necessario che tutte le parti intervengano per impedire che sia attuata la decisione statunitense". In una sua telefonata a Mogherini, Abbas ha illustrato gli sviluppi su Gerusalemme e i rischi legati a questo passo.

LEGA ARABA - Una nuova "ferma condanna" è giunta dal segretario generale della Lega araba, Ahmed Abul Gheit, che ha definito il fatto di "prendersi gioco dello status di Gerusalemme" una "provocazione ingiustificata". Abul Gheit ha fatto appello a "tutti i leader del mondo che amano la pace ad affrettarsi a contattare gli Stati Uniti per fermare l'attuazione di questa vergognosa decisione".

TURCHIA - Il premier turco Binali Yildirim ha parlato di "decisioni illegittime" da parte degli Usa: "E' essenziale per il futuro della regione e della pace nel mondo che il presidente americano" non vada avanti con il piano annunciato.

IRAN - L'Iran inoltre "non tollererà la profanazione dei luoghi santi islamici" ha dichiarato il presidente iraniano, Hassan Rohani. "La Repubblica islamica dell'Iran non è mai stata d'accordo nel modificare i confini regionali e non tollererà la profanazione dei luoghi santi islamici". Adnkronos 6

 

 

 

 

Garavini: “Legge di Bilancio 2018: dal Governo PD importante attenzione verso italiani nel mondo”

 

“Il cambio di rotta nei confronti degli italiani all’estero, negli ultimi quattro anni a guida PD, è evidente. Basta guardare alle risorse già stanziate dal nostro Governo nella stesura iniziale della Legge di Bilancio, successivamente corrette al rialzo dagli  interventi parlamentari del PD. Il Governo Gentiloni, in continuità con quello Renzi, conferma una grande sensibilità e attenzione, a cominciare dal rafforzamento delle politiche linguistico-culturali e all’incremento di risorse per gli enti gestori (2,1 milioni + 1), per le scuole statali all’estero (50 docenti in più) e paritarie, per gli Istituti di cultura (3,5 milioni), per i lettorati (2,9 milioni), per la formazione dei docenti (0,17) e per la Dante Alighieri (2,6 milioni)”. 

 

"L’impegno del Partito Democratico per gli italiani nel mondo si vede anche nell‘incremento del personale presso i Consolati. Dopo anni di chiusure, di congelamento dei concorsi e di blocco del turn over, con questa legge di Bilancio il nostro Governo dà il via a nuove assunzioni rivolte sia a contrattisti che a funzionari di ruolo. Una vera boccata di ossigeno per la rete consolare nel mondo, che crea le basi per migliori servizi ai cittadini. Stanziate anche risorse per la rete delle Camere di Commercio Italiane all‘estero (+1 milione), per il funzionamento del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (+0,4) e per gli organi di informazione nel mondo (+0,9)".

 

"Indipendentemente dal fatto che ci riesca o meno di integrare ulteriormente questi capitoli, nel passaggio alla Camera della legge di Bilancio, gli stanziamenti sin qui previsti sono già oggi il segno di come i nostri Governi a guida PD abbiano profondamente a cuore le politiche degli italiani all‘estero”. Lo dichiara Laura Garavini, deputata PD eletta nella circoscrizione Estero-Europa, dell’ufficio Presidenza PD alla Camera, intervenuta all’annuale riunione delle rappresentanze di base presso l’Ambasciata italiana a Parigi. Dip 6

 

 

 

L’economia nazionale

 

A prescindere dalle ipotizzabili modifiche sui provvedimenti di natura fiscale, l’Italia non uscirà dalla crisi economico/sociale in tempi brevi. Lo avevamo scritto e, purtroppo, lo confermiamo. Nel 2018, nella più favorevole delle ipotesi, il Prodotto Nazionale Lordo (PIL) italiano andrà stabilmente in positivo (+1,8%).

 

 Conti alla mano, l’Esecutivo Gentiloni assicura che non ci saranno riduzioni della spesa sociale. Lo auspichiamo, ma i segnali, che già rileviamo, c’inducono a essere meno possibilisti. La Legge di Stabilità 2018 resta un rebus. Intanto, il carico fiscale resterà ancora sopra il 40% a livello imponibile. Insomma, di “sconti” impositivi se ne vocifera molto; ma nulla di più.

 Certo è che, pur con tante buone promesse, la crescita economica d’Italia è ancora frenata. Avere un PIL positivo è una garanzia ancora da verificare. L’obiettivo da conseguire, con meta “meno tasse” è, a nostro avviso, una pia illusione.

 

 Anche l’UE ha manifestato il suo apprezzamento circa l’impegno per il nostro programma di riforme socio/economiche; ma nulla di più. Nell’Unione Europea, a ben analizzare, ogni Stato è tenuto badare ai suoi bilanci interni. Come per il passato. Con molta prudenza, qualche considerazione migliore la s’intravede verso l’autunno del 2018; quando il tasso di disoccupazione dovrebbe attestarsi intorno al 9, %. Del resto, le forze sociali restano critiche e s’insiste sulla diminuzione della spesa pubblica che non favorisce l’inversione di tendenza finanziaria ipotizzata da quest’Esecutivo terminale.

 

 L’Italia economica ha ancora molti bilanci da focalizzare e spese superflue da eludere. Nelle parole, i politici, di qualsiasi tendenza, sono d’accordo nel preoccuparsi in tal senso. Nella pratica, però, le posizioni divergono. Il rischio d’essere “impopolari” cresce in modo esponenziale. Intanto, il tempo per le nuove elezioni politiche, made ”Rosatellum”, si avvicina. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Minniti: i nostri porti erano, sono e saranno aperti per i migranti

 

ROMA - “L'Italia non sta costruendo muri, non abbiamo fermato l'accoglienza, i nostri porti erano, sono e saranno aperti” per i migranti. Così il Ministro dell’Interno Marco Minniti nel suo intervento, all'Istituto affari internazionali, alla presentazione della monografia "State-Building in Libya. Integrating Diversities", redatto dall'associazione Reset-Dialogues on Civilizations diretta da Giancarlo Bossetti.

La Libia, ha spiegato il Ministro, è un luogo cruciale dei flussi demografici e dei traffici di migranti da almeno 15 anni. “Sapevo fin dal primo momento, e l'ho detto, che il governo dei flussi migratori” provenienti da questo Paese “andava affrontato con il rispetto dei diritti umanitari sul posto. Non bisogna limitarsi a denunciare la questione, ma agire attivamente per cercare di superarla”.

Pur non avendo mai firmato la Convenzione di Ginevra del 1951, “la Libia sta cooperando pienamente nel suo territorio con l'Unhcr. Se oggi - ha continuato il titolare del Viminale - possiamo discutere, come stanno facendo il governo libico e l'Unhcr, di costruire un centro di accoglienza per i potenziali rifugiati, selezionati già in Libia con le 'fragilità', da dislocare immediatamente in paesi terzi, lo si deve all'iniziativa dell'Italia. Questo non basta, ma se cominciamo ad avere un centro del genere abbiamo già fatto un passo importante in avanti”.

“Se l'organizzazione mondiale per l'immigrazione ha già fatto dalla Libia più di 12mila rimpatri volontari e assistiti lo si deve” al lavoro svolto in Libia dalla comunità internazionale: “io non mi accontento, ma non lo sottovaluterei”.

“Non possiamo rinunciare nemmeno per un attimo - ha aggiunto Minniti - al principio di governare i flussi migratori. Dobbiamo affrontare il tema dei diritti umani, essere particolarmente esigenti, esigere il massimo sostegno e non lasciare che i flussi tornino a gestirli i trafficanti di esseri umani. La sconfitta dell'immigrazione illegale rende credibile un progetto di gestione legale dell'immigrazione”. (aise 28) 

 

 

 

 

Plenaria Cgie. Le Mozioni e gli Ordini del Giorno discussi e approvati dall’Assemblea

 

ROMA- Nell’ultimo giorno della Plenaria il Consiglio Generale si dedicato all’approvazione delle Mozioni e degli Ordini del Giorno. Nella prima Mozione, approvata dall’Assemblea all’unanimità, si chiede al Governo di mantenere inalterato il sistema del rilascio del passaporto elettronico, evitando  l’emissione centralizzata in Italia che moltiplicherebbe i tempi per il suo rilascio. A maggioranza, con 11 voti contrari e 26 favorevoli, è stato invece approvato l’Ordine del Giorno, che chiede al Senato di varare lo ius soli temperato e culturae.  L’unanimità è stata invece ottenuta dall’Odg in cui si sottolinea come  la nuova legge elettorale, che prevede ai residenti in Italia di candidarsi in qualsiasi circoscrizione all’estero, vada contro i criteri ispiratori della legge  459/2001 sul voto all’estero. Al contempo nel testo si chiede di vigilare sulla sicurezza e la trasparenza del voto e sulla informazione per la consultazione elettorale. Approvato sempre all’unanimità l’Ordine del Giorno che sollecita il Cgie a realizzare, di concerto con la Dgit, un’indagine sul funzionamento globale dei servizi consolari. Pieno consenso è stato inoltre ottenuto dall’Odg che chiede di affidare la rappresentanza delle comunità italiane che, avendo costituito un Comites non sono presenti al Cgie , ad un consigliere del Consiglio Generale dei paesi limitrofi e vicini. Unanimità anche per l’Ordine del Giorno che chiede, alla Commissione interministeriale che si occupa delle richieste cittadinanza italiana dei discendenti emigrati degli ex territori austroungarici,  il numero delle pratiche presentate,  di quelle positive e negative e di quelle in attesa di risoluzione, oltre ad una previsione di smaltimento delle stesse. Approvato invece a maggioranza, con 33 favorevoli e 5 astenuti, l’Odg che sollecita l’apertura di un tavolo di concertazione per redigere nuove norme o eventuali modifiche di integrazione della legge sulle Camere di Commercio. Via libera, sempre a maggioranza e con tre astenuti, anche all’Ordine del Giorno che , ai fini fiscali (IMU ecc.) , chiede il riconoscimento per tutti i residenti all’estero iscritti all’Aire dello stesso trattamento per la prima abitazione in Italia ora riservato solo ai pensionati all’estero. Approvato invece all’unanimità l’Odg che sollecita la stesura di una relazione scritta entro 14 giorni dalla seduta sulle attività svolte dal Comitato di  Presidenza del Cgie e la tempestiva trasmissione ai consiglieri degli atti della riunione. Via libera inoltre, sempre all’unanimità all’Ordine del Giorno che chiede di rispettare il coinvolgimento dei Comites nelle attività ufficiali dei consolati.  Unanimità anche per l’Odg che sollecita il Maeci a farsi promotore affinché tutto gli stati che fanno parte del’Ue adottino un unico di modello di documento di identità che abbia validità di documento di viaggio nell’UE. Approvato sempre all’unanimità l’Ordine del Giorno proposto dal Consigliere Stabile che chiede di interessare l’organo legislativo per porre fine alla disparità di trattamento fra pensionati Inps ed ex Inpdap. Pieno consenso anche per l’Odg che sollecita il Comitato di Presidenza di inserire nei prossimi lavori del Cgie i temi della viabilità e del pesante stato in cui versa l’intero sistema di mobilità nelle aree transfrontaliere. Unanimità inoltre per l’Odg che chiede alla direzione generale del Maeci per gli Italiani all’Estero di farsi promotrice di tutte le iniziative necessarie ad assicurare la prosecuzione, senza soluzione di continuità, del servizio svolto dalle agenzie specializzate fino all’assegnazione definitiva dell’incarico previsto dalla gara d’appalto. Ottiene l’unanimità anche l’Odg che sollecita il Maeci al coinvolgimento dell’associazionismo di emigrazione nell’azione di sussidiarietà in favore dei connazionali all’estero con particolare riferimento alle nuove migrazioni. Da segnalare inoltre il pieno consenso ottenuto dall’Ordine del Giorno che chiede l’implementazione e il necessario coordinamento della campagna di aiuti umanitari verso i connazionali in Venezuela. Sì convinto dell’Assemblea anche all’Odg, che sollecita un monitoraggio della situazione dei nostri connazionali coinvolti nella Brexit, e a quello che chiede di dedicare nella prossima Assemblea Plenaria un momento di audizione  con i responsabili del Museo Nazionale dell’Emigrazione e interlocutori competenti del ministero dei Beni Culturali. Il Cgie ha poi approvato, sempre all’unanimità, sia l’Ordine del Giorno che sollecita progetti speciali per la formazione, e l’integrazione lavorativa dei giovani all’estero e degli oriundi, sia l’Odg che chiede il ripristino della Commissione per i contributi alla stampa italiana all’estero non prevista nel regolamento della nuova legge. Pieno consenso inoltre all’Odg che raccomanda al Governo di continuare nell’attuazione del piano nazionale contro la violenza alle donne e gli chiede di sollecitare anche a livello europeo una campagna capillare in tal senso. Da segnalare poi l’unanimità ottenuta dalla Mozione che sollecita il Governo a stipulare un accordo bilaterale con l’esecutivo israeliano per il riconoscimento reciproco dei titoli di studio e professionali. Medesimo consenso infine dall’Assemblea per la Mozione sulla ricostruzione del certificato di nascita per i residenti in Libia. La ricostruzione dell’atto di nascita – si spiega nella mozione - è fatta attraverso una richiesta ai tribunali italiani competenti. Premesso che tale procedura è di difficile attuazione , soprattutto quando fatta in Paesi di difficili peculiarità geopolitiche come la Libia, si chiede l’impegno del Governo a facilitare quanto in premessa attraverso atto notarile rilasciato dai consolati competenti nel territorio di residenza estera. (G.M.- Inform 28)

 

 

 

 

 

L’apparato

 

All’inizio dell’anno avevamo formulato un'ipotesi a riguardo della politica italiana. Ora, a fronte di un Esecutivo “terminale”, ci chiediamo se il sistema politico nazionale potrà, effettivamente, cambiare.

Ci sono, purtroppo, troppi partiti. Ma nulla di più. Prevedere una maggioranza di governo e un’opposizione degna di tale nome, resta, per ora, improponibile. Anche il mancato varo di una nuova legge elettorale non ci aiuta. Certo è che non ci sentiamo per nulla tranquilli sul futuro prossimo di questo nostro Paese.

Indubbio è che chi ci ha governato, anche per il recente passato, non ha saputo offrire scelte migliori per la Penisola.

 Non c’importano i nomi di chi sarà in lizza quando si tornerà al voto. Poco ci appassionano le strategie di una maggioranza di Centro/Sinistra che non lo è nell’essenza. Perché la questione della governabilità resta ancora il problema nazionale; con tutto ciò che ne deriva.

 Non è consolante vivere in uno Stato in continua contraddizione. Se si analizzano le questioni sotto un profilo socio/politico non traspare, prima di tutto, un programma degno di questo nome. La spina, dolente, resta la demagogia. Ma, sino a quando? Non c’è, tra l’altro, un adattamento valido che consenta d’osservare oltre un limitato orizzonte. Nessuno, insomma, ha provato a conformarsi ai tempi che chiedono un rinnovamento col voto popolare. Le nostre ipotesi, quindi, sono rimaste ancora valide. Profetizzare condizioni politicamente incompatibili non ci piace. Senza favorire nessuno, però, manteniamo uno spirito obiettivo. Gli ideali, quando ci sono, non hanno prezzo. Insomma, non si vendono e non si comprano. Lo scriviamo con serenità, sicuri che questa politica “inopportuna” non avrà seguito per molto. Il sistema politico italiano, proprio perché inadeguato, non assolve i fatalismi e non basta una nuova legge elettorale per cambiare. Meglio rammentarlo. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Plenaria Cgie. Il dibattito dell’Assemblea Plenaria sulla riforma elettorale

 

Il Consiglio Generale chiederà un parere al Consiglio di Stato sulle modifiche apportate per la circoscrizione Estero. Schiavone: “Ammettere la candidatura di residenti in Italia non iscritti all’Aire in una delle ripartizioni estere ha rappresentato una rottura di un equilibrio consolidato e una forzatura normative”

 

ROMA – Il dibattito dell’Assemblea Plenaria sulla riforma elettorale è stato introdotto dal segretario generale Michele Schiavone che ha sottolineato come questa legge approvata ad inizio novembre, che ha creato molta apprensione fra i nostri connazionali,  abbia cambiato, anche dal punto di vista costituzionale  il senso della circoscrizione Estero, ponendosi in contrasto con legge  

459/2001 sul voto all’estero che si proponeva di recuperare la mancanza di rappresentanza degli italiani nel mondo che i padri costituenti non avevano preso in considerazione. “Ammettere la candidatura di residenti in Italia non iscritti all’Aire in una delle ripartizioni estere – ha spiegato Schiavone - ha rappresentato una rottura di un equilibrio consolidato e una forzatura normativa rispetto alla reciprocità che francamente è sembrata improvvisata. Il Cgie chiede alle forze politiche di rimediare all’errore compiuto impegnandosi a candidare nelle proprie liste per la circoscrizione Etero solo cittadini iscritti all’Aire”. Schiavone ha poi rilevato l’esigenza, in vista delle prossime elezioni, di predisporre una campagna informativa sostenuta da risorse adeguate, di provvedere ad una aggiornamento dei dati Aire, di suddividere in quattro città italiane, una per ogni ripartizione, lo scrutinio delle schede della circoscrizione Estero e di introdurre la par condicio nell’informazione, nonché di apporre un codice a Barre sul plico elettorale per limitare il numero delle schede nulle. Ha poi preso la parola il consigliere Vittorio Pessina (Fi) che si è detto d’accordo con le modifiche proposte da Schiavone sulle modalità del voto all’estero ed ha auspicato un ricorso da parte del Cgie sulla legge elettorale presso la Corte Costituzionale, in quanto la presentazione delle liste all’estero con residenti italiani appare in contrasto con la legge 459/2001. Dopo l’intervento di Luca Tagliaretti (Ncd) che ha proposto la creazione di una tessera elettorale da inviare prima delle elezioni agli elettori nel mondo anche al fine di verificare la correttezza degli indirizzi per il successivo invio del plico elettorale, il vice segretario Generale per i Paesi Anglofoni Extraeuropei Silvana Mangione ha rilevato come le modifiche per la circoscrizione Estero apportate dalla nuova legge elettorale vadano contro il principio della “reciprocità”. “Molti sostengono -  ha spiegato la Mangione - che chi esercita il diritto di opzione per l’elettorato attivo, e cioè per la possibilità di votare in Italia, in quel momento garantisca a se stesso anche il diritto all’elettorato passivo , cioè la possibilità di essere candidati in Italia.  Quello che noi vorremmo chiedere è un parere pro veritate al Consiglio di Stato, perché è l’unico vincolante ai sensi della Costituzione, per capire: se è vero che possiamo candidarci in Italia anche noi dall’estero, e quale procedura dovrebbe seguire il residente all’estero che riesce a farsi candidare in Italia”. Dal canto suo Luigi Papais (Ucemi) ha ricordato come nelle legge elettorale vi sia una diversità di trattamento fra chi si candidata all’estero, che non può farlo se negli ultimi cinque anni ha ricoperto cariche pubbliche, e che chi risiede in Italia che non ha questo vincolo. Papais ha anche sottolineato come la FAIM, la rete delle associazioni italiane all’estero, sia pronta ad avviare con il ministero un’azione di collaborazione e sussidiarietà per promuovere iniziative volte ad aumentare la partecipazione al voto dei nostri connazionali.   

Chiesta invece da Isabella Parisi (Germania) la stesura di un testo da parte del Cgie in cui vengano sottolineati gli aspetti incostituzionali della legge elettorale. Un documento, volto a dire che gli italiani nel mondo non intendono tornare indietro sui loro diritti, da sottoporre alla firma dei Comites e dei connazionali nel mondo.  Una decisa presa di posizione contro le modifiche apportare dalla legge elettorale è stata chiesta anche da Manfredi Nulli (Gran Bretagna) che ha inoltre rilevato come la suddivisione dello spoglio elettorale in diverse città richiederà anche un aumento del personale da impegnare nelle operazioni.

Dopo l’intervento di Giuseppe Stabile (Spagna) che per quanto riguarda i seggi elettorali ha segnalato la possibilità di utilizzare gli uffici europei, Rita Blasioli Costa (Brasile) ha auspicato una vasta campagna informativa sul voto all’estero che precisi con chiarezza anche il termine ultimo per l’invio ai consolati dei plichi elettorali votati dai connazionali.

“Tremaglia –  ha ricordato Gianfranco Sangalli (Perù) - aveva concepito questo sogno del voto all’estero. E’ inaccettabile che a persone che si siano distinte e fatte onore nel mondo in tanti settori e attività sia negata la possibilità di candidarsi anche in Italia. Occorre presentare la cosa davanti al Consiglio di Stato. Il Cgie deve inviare un messaggio chiaro in proposito per dare la nostra posizione davanti alla nazione e agli italiani all’estero”.  

Al termine del dibattito il segretario generale Schiavone ha annunciato che il Cgie chiederà su questa materia l’intervento del Consiglio di Stato e solleciterà le modifiche alle procedure del voto all’estero già illustrate al fine di rendere più chiaro il suffragio e rafforzane l’immagine e il prestigio. Un voto, quello degli italiani all’estero, che, secondo il segretario generale, è da sempre sotto attacco.  Schiavone ha anche segnalato che il Comitato di Presidenza chiederà al ministero di coinvolgere nella campagna informativa per il voto all’estero, oltre alla stampa italiana edita al’estero, gli organismi di rappresentanza e il mondo delle associazioni. (G.M- Inform 27)

 

 

 

 

Censis: Italia invecchiata e ferita

 

L'Italia sta abdicando rispetto al suo futuro che è di fatto "rimasto incollato al presente". E, mancando di "un ordine sistemico, la società italiana ha compiuto uno sviluppo senza espansione economica". E' il quadro delineato dal Censis nella Considerazione generale del 51° Rapporto sulla situazione sociale del Paese/2017 che l'Istituto ha pubblicato oggi. "La società appare sconnessa, disintermediata, a scarsa capacità di interazione, a granuli via via più fini" scrivono gli analisti del Censis. "La ripresa registrata in questi ultimi mesi sembra indicare, più che l’avvio di un nuovo ciclo di sviluppo, il completamento del precedente" indicano ancora.

"Nella ripresa - si legge - persistono trascinamenti inerziali da maneggiare con cura. Non si è distribuito il dividendo sociale della ripresa economica e il blocco della mobilità sociale crea rancore. L’87,3% degli italiani appartenenti al ceto popolare pensa che sia difficile salire nella scala sociale, come l’83,5% del ceto medio e anche il 71,4% del ceto benestante. Pensano che al contrario sia facile scivolare in basso nella scala sociale il 71,5% del ceto popolare, il 65,4% del ceto medio, il 62,1% dei più abbienti".

Il Censis segnala che "gli ultimi anni, segnati da livelli di crescita misurata in pochi o nessun punto decimale del Pil, hanno cambiato il Paese. In risposta alla recessione, la società italiana si è mossa quasi esclusivamente lungo linee meridiane, attraverso processi a bassa interferenza reciproca, con l’effetto di disarticolare le giunture che uniscono le varie componenti sociali". E "le riforme dell’apparato istituzionale per la scuola, il fisco, la sanità, la difesa interna e internazionale, le politiche attive per il lavoro, gli incentivi alle imprese, il rammendo delle grandi periferie urbane, fino alle riforme di livello costituzionale, sono rimaste prigioniere nel confronto di breve termine", insomma all'Italia manca la capacità di guardare oltre, di guardare avanti.

Gli analisti del Censis avvertono che "siamo un Paese invecchiato che fatica ad affacciarsi sullo stesso mare di un continente di giovani; impotente di fronte a cambiamenti climatici e a eventi catastrofici che chiedono grandi risorse e grande impegno collettivo; ferito dai crolli di scuole, ponti, abitazioni a causa di una scarsa cultura della manutenzione; incerto sulla concreta possibilità di offrire pari opportunità al lavoro e all’imprenditoria femminile, immigrata, nelle aree a minore sviluppo; ambiguo nel dilagare di nuove tecnologie che spazzano via lavoro e redditi; incapace di vedere nel Mezzogiorno una riserva di ricchezza preziosa per tutti".

Il Censis parla anche di "affermazione di consumi mediatici e di palinsesti informativi tutti giocati sulla presenza e sulla rappresentazione individuali, con un linguaggio spesso involgarito". Il Rapporto segnala un "assestamento verso una sobrietà diffusa nei consumi" che ha aperto "spazi all’economia low cost e alla condivisione di mezzi e patrimoni". "La contrazione dei consumi e degli investimenti ha portato le imprese a concentrarsi sulla ripresa di capacità competitiva. Così, tanti settori nell’anno -spiega il Censis- hanno accelerato in fatturato e produttività: dall’agroalimentare all’automazione, dai macchinari alla nautica e all’automobile, dall’ingegneria al design e al lusso".

"Si sono però indebolite -avverte l'istituto italiano di ricerca socio-economica- le funzioni selettive esercitate dalla politica industriale e di investimento, con uno spostamento verso interventi a pioggia con i bonus o i crediti di imposta, e con programmi orientati alla rimodulazione lineare della spesa più che al sostegno del tessuto imprenditoriale". "Si sono quasi azzerate le funzioni di innervamento da parte delle amministrazioni pubbliche dei principali processi di miglioramento tecnologico, con un ritardo nella digitalizzazione della macchina burocratica divenuto patologico".

Il Censis punta il dito anche sulla "inefficiente dispersione dei tanti progetti di informatizzazione, con una preoccupante incapacità di fermare investimenti finiti in un vicolo cieco e con un quadro via via più incerto su come tradurre in passi concreti il riallineamento all’agenda europea". In questi anni, prosegue il Censis, "l’innovazione tecnologica è stata il fattore propulsivo dominante" ma la "fiducia verso il futuro cresce tra chi ha saputo stare dentro le linee di modernizzazione, meno tra chi subisce la fragilità del tessuto connettivo e di protezione sociale".

"Il futuro si è incollato al presente. Ma proprio lo spazio che separa il presente dal futuro è il luogo della crescita" avverte ancora il Censis che rileva una politica che "invece ha mostrato il fiato corto" e di "decisori pubblici rimasti intrappolati nel brevissimo periodo".

"Se chi ha responsabilità di governo e di rappresentanza si limita a un gioco mediatico a bassa intensità di futuro, resteremo nella trappola del procedere a tentoni, senza metodo e obiettivi, senza ascoltare e prevedere il lento, silenzioso, progredire del corpo sociale" argomenta il Censis nel suo nuovo Rapporto. Adnkronos 1

 

 

 

L’autodifesa dell’on. Di Biagio. Quando la diffamazione diventa strumento elettorale

 

Il fenomeno "Iene", con il suo carosello di diffamazioni, dichiarazioni "incappucciate" e informazioni farsesche sul versante del voto nella circoscrizione estero non ha avuto l'effetto sperato da suoi "mentori", poiché non vi è stata una vera e propria detonazione mediatica restando nei fatti un pettegolezzo di nicchia, al di là dell'arroganza mista a stupidità dimostrata da qualcuno. Di contro però è stato lo spunto per fare una sana riflessione sullo stato di salute della nostra rappresentanza, e sulla grettezza delle argomentazioni e sul livello che  - ahimè - è stato obbiettivamente raggiunto all'estero.

Volendoci soffermare sull'oggetto della questione,  per onore di cronaca, non si può ignorare che comunque la legge Tremaglia, nella sua componente logistico-organizzativa merita un rinnovamento poiché nei fatti si potrebbe prestare ad azioni al limite o potenzialmente declinabili in illecito, soprattutto in realtà come il Sud America, dove il sistema di controllo del territorio ha i suoi limiti,  e su questo punto mi sembra che conveniamo un po' tutti e non sono mai mancate da parte mia in questa direzione, proposte di legge, emendamenti e atti parlamentari orientati in una novella legislativa. Ma, come si sa, queste cose non interessano perché lontane dai crismi del sensazionalismo, che tutti sembrano prediligere senza degnarsi di approfondire, analizzare e porsi qualche domanda.

A seguito dell'emergere del suddetto "fenomeno" hanno fatto capolino gli sciacalli del comparto che, essendo fisiologicamente carenti di argomenti e di qualità politico-argomentativa, si sono fiondati sull'unica notizia su cui avevano la capacità di proferir parola. 

Ed ecco sbeffeggiamenti, doppi sensi, accostamenti a figuri con cui nulla si ha da condividere.

A questi si sono aggiunti gli "insultatori di professione", che a prescindere da contenuti e spiegazioni, prediligono la strada della ingiuria e della violenza verbale come unico strumento di rivalsa e di attenzione mediatica. Profili di cui avere gran pena, ma che nell'economia del ragionamento bisogna pur tenerne conto. 

Non sono poi mancati i finti indifferenti, quelli che si voltano dall'altro lato, che fanno finta di disinteressarsi, salvo poi sfregarsi le mani dinanzi al capro espiatorio catalizzatore di attenzione: le stesse attenzioni che sperano che non vengano mai concentrate sulla loro persona.

Tra questi coloro che non prendono posizione, che stanno nascosti in un angolo in attesa degli eventi e che sfruttano il momento per proprio tornaconto politico. 

E' indubbio che il fenomeno del momento con la sua sceneggiata di "plichi, pizzerie e cantanti neomelodici" in terra straniera, rappresenta un'occasione irripetibile per dimostrare la pochezza di certa gente ma anche - purtroppo - per offrire uno spettacolo drammatico del mondo dell'emigrazione.

Ed è questo il punto più delicato dell'intera vicenda e di cui purtroppo nessuno sembra rendersene conto. 

L'immagine che trapela all'esterno del mondo dell'emigrazione, dei profili che caratterizzano il versante politico della circoscrizione estero e delle nostre rappresentanze è stata fortemente danneggiata, compromessa da un'ombra - artatamente costruita - di illecito, di superficialità, di becero arrivismo e bassezza culturale e sociale.

E' forse questo ciò che meritiamo?

Era questo il nostro obiettivo nel 2001 quando è stata approvata una legge, conquista di civiltà e di democrazia? 

Ma nei fatti bisogna ammettere che per un mero calcolo, mirante a screditare un competitor elettorale sul cui potenziale vuoto si è buttato l'occhio, si è preferito screditare, quasi sacrificandolo, un intero mondo quello dell'emigrazione, gettando fango sull'intera legge, sul suo sistema e su tutto quello che ne consegue. 

Ritenendo forse questa la strada più facile, meno insidiosa e più "redditizia" in un certo senso.

Trasformare la diffamazione in strumento di propaganda elettorale, con la consapevolezza che questa manovra avrà un riverbero senza precedenti sulla credibilità e percezione del mondo dell'emigrazione, rappresenta un atto pericoloso e deplorevole, che sottolinea l'assoluta mancanza di affezione a quel mondo da parte di chi ambisce a ricoprire un incarico, tanto ambito, in Parlamento. 

 E la consapevolezza di questo, e del fatto che si è disposti a tutto pur di esserci, sa di parricidio e lascia basiti, lasciando prefigurare cosa ci aspetta all'orizzonte comprendendo, in questa prospettiva, anche le richieste che molti italiani in Patria hanno lanciato, fuori e dentro i social, a corredo dei servizi delle iene, tra queste "Abolite la legge Tremaglia!".

Più che strumentalizzare una diffamazione, invito a riflettere sulle conseguenze di quella diffamazione, che non si limitano al perimetro del soggetto destinatario di cotanto fango, ma distruggono ciò che tutti insieme abbiamo costruito, mettendo dei limiti al futuro e compromettendo una credibilità strutturata gradualmente, con impegno e passione. 

Sono certo che i "mentori" di questo metodo oltre confine non si siano nemmeno resi conto di tutto questo, e la consapevolezza amplifica l'amarezza verso ciò che si sta distruggendo. Di Biagio dip 6

 

 

 

 

Il panorama

 

Il 2018 potrebbe essere il primo anno, dopo cinque “bui”, a farci rivedere la “luce”. Avremo un nuovo Esecutivo. D’ora in avanti, c’è da puntare su pochi, ma vitali, obiettivi che mettano in moto gli ingranaggi dell’occupazione e del minore carico fiscale. Francamente, ci auguriamo che l’Esecutivo presenti al Potere Legislativo una serie di suggerimenti atti a rilanciare la nostra economia.

 

 L’anno è iniziato con un PIL lievemente positivo. Vedremo, a giugno, se la tendenza sarà più promettente. Ora non ci sono alternative per ipotizzare una maggioranza politica più stabile. Solo un’accurata riforma della spesa pubblica sarà la vera garanzia per un futuro migliore. Il tempo degli “apparentamenti” è finito con l’inizio della crisi. Meglio non riprovarci.

 

 Dopo Gentiloni, si dovrà operare per ritrovare una “gestione” del lavoro meno punitiva dell’attuale. Del resto, le leggi, quando non sortiscono gli effetti voluti, possono anche essere modificate o cambiate. E’ capitato per il passato; potrebbe capitare per il futuro.

 Dopo anni di privazioni, si dovranno trovare quelle iniziative necessarie per evitare altre situazioni di tensione sociale. Lasciamo stare il mito della “continuità” e “discontinuità”. Adesso sono concetti vuotati dei loro originari contenuti.

 

 Non neghiamo che non sarà sufficiente individuare i maggiori mali di casa nostra per essere guariti ma, almeno, ci auguriamo che la “transizione” volga al termine. Non ci sono altre strade percorribili.

 

 Le origini della nostra situazione non ci consentono neppure d’ipotizzare la questione sotto il profilo di una temporanea “cobelligeranza” parlamentare. La stessa legge di stabilità per il 2018 ci ha lasciato perplessi; ma non solo noi.

 

 Perché un conto è l’instabilità e la stagnazione economica, un altro è imporre mezzi per uscirne. Da quest’assioma hanno preso corpo tante delle nostre perplessità e connessi interrogativi. Ora, non ci resta che stare in linea con le nostre incertezze. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

L'urgenza di una riforma della legge della cittadinanza

 

Roma - Sull'argomento da me trattato nei giorni scorsi con un apposito atto parlamentare, relativo all'urgenza di una riforma della legge della cittadinanza che non si limiti al solo correttivo sullo ius soli, ma che coinvolga tutta la disciplina dell'acquisizione iure sanguinis introdotta nel 1912 e novellata nel '91, si è scatenato un polverone di accuse e di attacchi da parte di discendenti di italiani emigrati, o presunti tale, non parlanti la lingua italiana, artatamente fomentati da qualche abile "manina"  politica che vede nella ormai trasversalmente auspicata riforma della cittadinanza un atto di lesa maestà.

 

Tralasciando i toni minacciosi con cui qualche lontanissimo discendenti di italiano in Brasile si è rivolto al sottoscritto ed altri colleghi, e la palese misconoscenza di quanto da me riportato nell'atto parlamentare, è chiaro che quanto riferito da queste persone sia frutto di una scenografia politica che mira a lasciare intatto un feudo politico di voti e consenti soprattutto in sud America, e la provenienza di tweet e messaggi lo conferma chiaramente.

 

Anche perché si tende a fare di tutta l'erba un fascio, la sovrapposizione tra l'emendamento alla bilancio - anche da me sottoscritto - e l'interrogazione da me depositata è l'esempio più eclatante di come si voglia fare solo polemica senza entrare nel merito, anche se - paradossalmente - in tanti, accusatori compresi, riconoscono che ci sono illegalità e superficialità da parte o presso le amministrazioni deputate all'istruttoria e al rilascio della cittadinanza per discendenza. Nella mia interrogazione non parlo nè di incremento di tariffe nè di depennamenti di diritti (d'altronde che senso e che legittimità avrebbe?) ma sollevo il problema ed invito il Governo ad avviare un'istruttoria inter-istituzionale che coinvolga tutti, comprese anche le rappresentanze degli italiani all'estero, per capire dove sono le falle e come rettificare la norma nella prospettiva di rendere più spedito un futuro ipotetico iter legislativo, ma dubito che questa riflessione sia stata letta da qualcuno, almeno dai commenti questo non appare.

 

Dunque perché non essere lucidi e pragmatici riconoscendo che il problema esiste smettendola di vedere in questo argomento una minaccia per i propri voti e nel contempo smettendola di creare "scenografie social" con legioni di sedicenti oriundi, palesemente messe ad arte con il solo scopo di creare un argomento nuovo per la propria campagna elettorale. Sen. Aldo Di Biagio, de.it.press 27

 

 

 

 

Plenaria Cgie. Il dibattito in Aula sulla promozione all’estero della lingua e cultura italiana

 

L’Assemblea approva l’estensione della rappresentanza di alcuni consiglieri del Cgie alle comunità italiane di paesi limitrofi che, avendo costituito un Comites, non sono rappresentate nel Consiglio Generale

 

ROMA – Nel corso della riunione del Cgie la Plenaria ha deliberato, a maggioranza e con due astenuti, su alcune proposte volte ad estendere a vari consiglieri dell’Assemblea, su base volontaria, la rappresentanza dei paesi limitrofi  privi di membri del Cgie. Ad esempio la rappresentanza della Nuova Zelanda è stata attribuita al consigliere dell’Australia Franco Papandrea. La rappresentanza del continente Africano è stata invece estesa al consigliere Riccardo Pinna (Sud Africa). Il  consigliere del Cgie Giuseppe Stabile (Spagna) si occuperà anche del Portogallo, mentre al  Regno Unito andrà la rappresentanza dell’Irlanda . Per quanto riguarda invece l’America Latina è stato deciso di affidare a ogni paese non presente nel Cgie, ma in possesso di un Comites,  a due paesi coperti dalla rappresentanza.  La comunità in Paraguay sarà quindi rappresentata in Assemblea dai consiglieri dell’Argentina e dell’Uruguay. La Bolivia verrà seguita da Cile e Perù. Anche l’Ecuador sarà rappresentato da Cile e Perù. Della Colombia si occuperanno invece Brasile e Venezuela. I consiglieri di quest’ultimi paesi avranno in carico anche il Messico, mentre  Repubblica Domenicana e Panama saranno rappresentate dall’Argentina e dal Venezuela.  “Il Comitato di Presidenza – ha spiegato il segretario generale Michele Schiavone - ha ricevuto diverse richieste in proposito e a legge vigente ci sono delle lacune. Vi sono segni di difficoltà perché il numero degli italiani aumenta e sarebbe opportuno avere riferimenti. C’è la disponibilità di consiglieri volontari che desiderano mettersi a disposizione per dare una  rappresentanza ai  nostri connazionali che vivono nei Paesi limitrofi”.

La seduta è poi proseguita con il dibattito  sulla lingua e cultura italiana che è stato caratterizzato dall’interevento del consigliere Roberto Nocella, della Direzione Generale per la Promozione del Sistema Paese,  che ha in primo luogo sottolineato come con il provvedimento della “Buona Scuola”  i corsi di lingua italiana all’estero siano stati inseriti in una dimensione più ampia, volta a favorire la moltiplicazione degli interventi. Nocella, per quanto riguarda l’aggiornamento della circolare sulla promozione e la diffusione della lingua italiana all’estero, si è poi detto disponibile ad ulteriori incontri con i componenti del Cgie. Nocella, dopo aver segnalato l’aumento di 50 unità del personale docente all’estero (da 624 a 674), ha sottolineato come a partire dal prossimo anno, dopo i ritardi dovuti  al transito delle competenze da una direzione generale all’altra, saranno ripristinate le normali scadenze di pagamento degli Enti gestori. A seguire il dibattito si è aperto con l’intervento del consigliere Norberto Lombardi (Pd) che ha auspicato sia la creazione di cabine di regia locali per la l’elaborazione di Piani paese dal basso, che possano recepire le istanze territoriali, sia la semplificazione delle procedure e dei controlli, nonché un sistema più efficiente per l’erogazione degli contributi agli Enti gestori. Dal canto suo Fernando Marzo (Belgio) ha sollecitato un miglior coordinamento degli interventi in favore della promozione linguistica che vadano di pari passo con una comunicazione più tempestiva per i soggetti interessati. Marzo ha anche parlato della necessità di riportare i lettorati nelle università di prestigio e  della possibilità che l’Italiano regredendo possa divenire una lingua d’élite. Un problema che, secondo il consigliere, potrebbe essere superato con interventi mirati, concreti e condivisi nati da cabine di regia locali. Marzo ha infine ricordato il problema del criptaggio dei programmi televisivi italiani . Fra gli altri interventi segnaliamo quelli del consigliere Tony Mazzaro (Germania),  che ha chiesto di anticipare da febbraio a gennaio il decreto dei finanziamenti per gli enti gestori; di Blasioli Costa (Brasile), che ha parlato dell’esigenza di fare sistema per la trasmissione di buone pratiche e di rendere obbligatoria la presenza dei Comites e del Cgie nelle fasi di progettazione dei Piani paese; di Aniello Gargiulo (Cile) che ha sottolineato la necessità di distribuire le risorse per la lingua in base a un punteggio di qualità e  di Francesco Papandrea (Australia) che ha rilevato l’importanza dei corsi di lingua per adulti, un ambito che potrebbe incentivare il turismo di ritorno verso l’Italia.

 In sede di replica Roberto Nocella, dopo aver segnalato la volontà di velocizzare le procedure per l’erogazione dei contributi agli Enti gestori, ha spiegato come il Maeci intenda affidare alla ambasciate l’ideazione dei rispettivi Piani paese su base triennale, attraverso un’ottica inclusiva degli attori istituzionali e  di coloro che si occupano sul terreno per la promozione della lingua italiana all’estero.  Per Nocella appare necessario elaborare un formato dei Piani paese che non ingabbi il lavoro con una modulistica troppo rigida e che comunque permetta di inquadrare i problemi che si incontrano nella diffusone della lingua, fino giungere a proposte concrete tarate sulle  dinamiche del luogo. Nocella ha infine ricordato l’entità numerica della vasta platea degli studenti di italiano nel mondo che in 115 paesi si è attestata, nell’anno scolastico 2015 /2016 a quota 2.065.000. (G.M.- Inform 28)

 

 

 

 

 

Migrazione circolare. Lavoratori italiani rimpatriati, agevolazioni fiscali e vincolo dell’iscrizione all’Aire

 

ROMA  - Domanda: per avere diritto alle agevolazioni fiscali stabilite dalla normativa in vigore a favore dei lavoratori (o laureati) italiani rimpatriati e previste dall’articolo 44 del Dl 78/2010 e dall’articolo 16 del Dlgs 147/2015 è necessario essere stati iscritti all’AIRE ed essersi cancellati conseguentemente dall’anagrafe della popolazione residente in Italia?

La risposta è affermativa; lo stabiliscono la legge in vigore e le numerose circolari dell’Agenzia delle Entrate.

Ricapitoliamo. L’art. 44 del DL n. 78/2010 (e successive modifiche) dispone che ai fini delle imposte sui redditi è escluso dalla formazione del reddito di lavoro dipendente o autonomo svolto in Italia il novanta per cento degli emolumenti percepiti dai docenti e dai ricercatori che, in possesso di titolo di studio universitario o equiparato e non occasionalmente residenti all'estero, abbiano svolto documentata attività di ricerca o docenza all'estero presso centri di ricerca pubblici o privati o università per almeno due anni continuativi e che vengono a svolgere la loro attività (di docenza o di ricerca) in Italia, acquisendo conseguentemente la residenza fiscale nel territorio dello Stato. L'agevolazione trova applicazione nel periodo d'imposta in cui il ricercatore diviene fiscalmente residente nel territorio dello Stato e nei tre periodi d'imposta successivi, a condizione che il soggetto mantenga la residenza fiscale in Italia.

L’Agenzia delle Entrate ci spiega nella sua recente Risoluzione n. 146/E che in considerazione della rilevanza del solo dato dell'iscrizione nell'anagrafe della popolazione residente il soggetto trasferito all'estero che non si è mai cancellato da tale registro non può essere ammesso all'agevolazione in questione, così come non può essere ammesso ad altre agevolazioni aventi analoga finalità attrattiva di lavoratori dall'estero.

Giova ricordare tuttavia che fa eccezione il regime della legge n. 238 del 2010, in via di esaurimento in quanto applicabile ai soli lavoratori rientrati entro il 31 dicembre 2015 e in vigore comunque fino a dicembre 2017; infatti tale legge, a differenza dell'art. 44 del DL n. 78 del 2010, non rinvia espressamente al concetto di residenza valido ai fini reddituali (cioè alla residenza fiscale ex art. 2 del TUIR), ed era stato a suo tempo precisato che la mancata iscrizione all'Aire non determinava in questo caso l'esclusione dal beneficio previsto per i lavoratori rientrati in Italia. 

Diversamente, identica interpretazione non può essere ammessa per coloro che chiedono di beneficiare dell'agevolazione prevista all'art. 44 del DL n. 78 del 2010 (docenti e ricercatori), in quanto tale norma fa espresso riferimento all'acquisizione della residenza fiscale; pertanto, è sufficiente che il soggetto integri una sola delle condizioni previste dall'art. 2 del TUIR per essere considerato residente ai fini fiscali nel territorio dello Stato anche se trasferitosi all’estero e perciò escluso dalle agevolazioni. 

Ricordiamo che il citato articolo 2 del TUIR, al comma 2, considera residenti le persone fisiche che, per la maggior parte del periodo d’imposta, cioè per almeno 183 giorni l’anno (o 184 giorni in caso di anno bisestile), sono iscritte nelle anagrafi della popolazione residente o hanno nel territorio dello Stato il domicilio o la residenza ai sensi del codice civile.

Le condizioni sopra indicate sono tra loro alternative, pertanto, la sussistenza anche di una sola di esse è sufficiente a far ritenere che un soggetto sia qualificato, ai fini fiscali, residente in Italia.

Per sintetizzare: docenti e ricercatori per aver diritto alle agevolazioni fiscali previste per chi rientra in Italia devono essere stati iscritti all’AIRE prima del rientro.

Lo stesso ragionamento (e relative condizioni: cioè l’iscrizione all’AIRE) vale per tutti i lavoratori i quali si avvalgono delle agevolazioni previste dall’art. 16 del Dlgs 147/2015 e cioè per i cosiddetti “impatriati” o “controesodati”.

Infatti – ci ricorda l’Agenzia delle Entrate - anche il nuovo regime speciale per lavoratori “impatriati” richiede, fra gli altri requisiti, l'acquisizione della residenza fiscale ai sensi dell'art. 2 del TUIR e trova applicazione con riferimento ai redditi di lavoro dipendente (art. 49 del TUIR) ed assimilati (art. 50 del TUIR) e di lavoro autonomo (art. 53 del TUIR) prodotti nel territorio dello Stato, i quali concorrono – grazie alle agevolazioni previste - alla formazione del reddito complessivo ai fini Irpef nella misura del 50 per cento. Si sottolinea che anche il nuovo regime speciale per lavoratori “impatriati” richiede, fra gli altri requisiti, l'acquisizione della residenza fiscale ai sensi dell'art. 2 del TUIR nel senso che tale residenza era precedentemente fatta valere all’estero.

La durata dell'agevolazione prevista dall'art. 16 del d.lgs. n. 147 del 2015 è di cinque periodi d'imposta, con inizio da quello in cui il soggetto trasferisce la residenza fiscale in Italia, che deve essere mantenuta per un minimo di due anni, pena la decadenza dal beneficio sin dall'inizio con applicazione di sanzioni ed interessi. L’articolo 16 del decreto legislativo n. 147 del 2015 individua sotto il titolo lavoratori “impatriati” diverse categorie di beneficiari, caratterizzate da specifici requisiti soggettivi, accomunate dalla circostanza di trasferirsi in Italia per svolgervi una attività lavorativa e che sono stati elencati nella Circolare dell’Agenzia delle Entrate n. 17/E del maggio 2017.

Si ribadisce quindi (secondo l’Agenzia delle Entrate con Risoluzione n. 146/E del 29/11/2017 e Circolare n. 17/E del 23 maggio 2017) che anche per quanto riguarda questa tipologia di lavoratori, il soggetto trasferito all'estero che non si è mai cancellato dal registro dell’anagrafe della popolazione residente in Italia non può essere ammesso alle agevolazioni fiscali in questione aventi finalità attrattiva di lavoratori dall'estero. Ciò perché come l’articolo 44 del Dl 78/2010 anche l’articolo 16 del Dlgs 147/2015, rinvia espressamente al concetto di residenza valido ai fini reddituali – articolo 2 del Tuir – ai sensi del quale è sufficiente che il soggetto integri una sola delle condizioni ivi previste per essere considerato residente nel territorio dello Stato ai fini fiscali e non all’estero, mentre invece le agevolazioni sono concesse solo nel caso in cui si trasferisce la residenza fiscale dall’estero in Italia.  Marco Fedi, Deputato del Pd-Estero

 

 

 

 

“Italiani nel mondo centrali per la promozione delle eccellenze regionali”

 

“Il ruolo degli italiani nel mondo, e in particolare quello delle associazioni regionali, è fondamentale per la promozione delle eccellenze e delle tipicità locali. L’economia italiana, da sempre fortemente vocata all’export, sta attraversando una fase nella quale il peso delle esportazioni diventa sempre più centrale nel sostentamento delle piccole e medie aziende. Sono loro a caratterizzare il nostro tessuto economico, in particolare quello del Sud, a partire dalla Calabria”.

“Proprio la regione calabrese è attualmente protagonista di una crescita proficua, sia dal punto di vista del Pil che dell’export. I calabresi nel mondo, e la Consulta che qui li rappresenta, rivestono un compito prezioso poiché, grazie alla loro presenza all’estero, diventano ambasciatori della propria terra e di tutti i prodotti che essa produce. Questo influsso positivo non si limita al settore agroalimentare, che pure rappresenta una buona parte delle produzioni calabresi, ma arriva a coinvolgere anche il turismo”.

“Gli italiani nel mondo sentono in maniera speciale il senso di appartenenza alla propria terra. Per questo è importante che le Regioni mantengano vivo il legame con i propri concittadini all’estero attraverso le Consulte, laddove sono state istituite, e tramite le associazioni. Perché sono proprio i connazionali a rappresentare un volano di sviluppo e di promozione per le tante eccellenze dei nostri territori”.

È quanto dichiara Laura Garavini, deputata PD eletta nella circoscrizione Estero – Europa, componente dell’Ufficio di Presidenza PD alla Camera, a margine della Consulta dei calabresi nel mondo in corso oggi a Catanzaro. De.it.press 5

 

 

 

 

L’economia nazionale

 

A prescindere dalle ipotizzabili modifiche sui provvedimenti di natura fiscale, l’Italia non uscirà dalla crisi economico/sociale in tempi brevi. Lo avevamo scritto e, purtroppo, lo confermiamo. Nel 2018, nella più favorevole delle ipotesi, il Prodotto Nazionale Lordo (PIL) italiano andrà stabilmente in positivo (+1,8%).

 

 Conti alla mano, l’Esecutivo Gentiloni assicura che non ci saranno riduzioni della spesa sociale. Lo auspichiamo, ma i segnali, che già rileviamo, c’inducono a essere meno possibilisti. La Legge di Stabilità 2018 resta un rebus. Intanto, il carico fiscale resterà ancora sopra il 40% a livello imponibile. Insomma, di “sconti” impositivi se ne vocifera molto; ma nulla di più.

 Certo è che, pur con tante buone promesse, la crescita economica d’Italia è ancora frenata. Avere un PIL positivo è una garanzia ancora da verificare. L’obiettivo da conseguire, con meta “meno tasse” è, a nostro avviso, una pia illusione.

 

 Anche l’UE ha manifestato il suo apprezzamento circa l’impegno per il nostro programma di riforme socio/economiche; ma nulla di più. Nell’Unione Europea, a ben analizzare, ogni Stato è tenuto badare ai suoi bilanci interni. Come per il passato. Con molta prudenza, qualche considerazione migliore la s’intravede verso l’autunno del 2018; quando il tasso di disoccupazione dovrebbe attestarsi intorno al 9, %. Del resto, le forze sociali restano critiche e s’insiste sulla diminuzione della spesa pubblica che non favorisce l’inversione di tendenza finanziaria ipotizzata da quest’Esecutivo terminale.

 

 L’Italia economica ha ancora molti bilanci da focalizzare e spese superflue da eludere. Nelle parole, i politici, di qualsiasi tendenza, sono d’accordo nel preoccuparsi in tal senso. Nella pratica, però, le posizioni divergono. Il rischio d’essere “impopolari” cresce in modo esponenziale. Intanto, il tempo per le nuove elezioni politiche, made ”Rosatellum”, si avvicina. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

La pizza napoletana diventa patrimonio dell’Unesco

 

L’impegno dell’Italia per la protezione del patrimonio culturale non si limita alla tutela dei beni culturali, monumentali, architettonici e paesaggistici, ma riguarda anche gli elementi più rappresentativi della tradizione del nostro Paese

 

ROMA - “L’impegno dell’Italia per la protezione del patrimonio culturale non si limita alla tutela dei beni culturali, monumentali, architettonici e paesaggistici, ma riguarda anche gli elementi più rappresentativi della tradizione del nostro Paese, anch’essi espressione del genio e della creatività italiana.”, così il ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Angelino Alfano, commenta l’importante riconoscimento tributato dall’UNESCO all’arte dei pizzaioli napoletani, un antico savoir faire, tramandato di generazione in generazione, che entra, da oggi, a far parte della lista del patrimonio culturale immateriale dell’umanità.

“Un grazie particolare ai 2 milioni di italiani che hanno firmato la petizione #pizzaUnesco e hanno contribuito, così, a questa grande vittoria. L'UNESCO ha riconosciuto la dimensione culturale e sociale di questo sapere antico - afferma Alfano - che ha regalato al mondo non solo uno degli alimenti più sani e completi, ma anche un cibo che unisce, al di là di ogni differenza sociale, economica e culturale e, soprattutto, una parola della lingua italiana che, senza bisogno di essere tradotta, riesce a trasmettere emozioni immediate”.

Questa prestigiosa iscrizione - avvenuta in occasione della sessione annuale del Comitato UNESCO del Patrimonio Culturale Immateriale, attualmente in corso nell’isola di Jeju in Corea del Sud - si colloca idealmente – evidenzia la Farnesina – sulla scia degli eventi che hanno marcato con grande successo in tutto il mondo la “Settimana della cucina italiana” che mira a promuovere, a livello internazionale, le tradizioni culinarie ed enogastronomiche del nostro Paese quali segni distintivi della identità e della cultura italiana, nonché uno dei principali elementi del marchio Italia.

“Qualità, identità, territorio. biodiversità, cultura, sostenibilità, tratti distintivi  dell'arte del pizzaiolo napoletano, sono - ricorda Alfano - le parole chiave dell’Expo di Milano e diventanti simboli dell’eccellenza italiana nel mondo e della professionalità di un settore che porta in alto il nome dell’Italia all’estero”.

Si tratta –si sottolinea dalla Farnesina - di un ulteriore successo della diplomazia culturale italiana che arricchisce un anno di riconoscimenti particolarmente significativi per l’Italia all’UNESCO: l’elezione alla Presidenza della Commissione Cultura della 39^ Conferenza Generale, per il biennio 2017-2019, e, pochi giorni fa, al Comitato per la protezione dei beni culturali nei conflitti; l'attuazione della Strategia, promossa dall’Italia, di protezione del patrimonio culturale e promozione del pluralismo culturale; la nomina a Città Creative UNESCO di Alba, per la gastronomia, Carrara, per l’artigianato, Milano, per la letteratura e Pesaro, per la musica e l’ingresso nella Lista del Patrimonio Mondiale delle Fortezze veneziane (Bergamo, Palmanova e Peschiera del Garda) e degli antichi boschi di faggio dell’Appennino. (Inform 7)

 

 

 

Gestire l'ansia e la depressione, il focus di Altroconsumo

 

Sono oltre 300 milioni le persone che soffrono di depressione nel mondo, e molte di queste hanno anche sintomi di ansia. E' quanto emerge dai recenti dati dell’Organizzazione mondiale della sanità, che mettono in evidenza come questi problemi siano molto diffusi, ma anche che, solo in un terzo dei casi, coloro che ne soffrono riescono ad arrivare a una diagnosi e a ottenere una terapia appropriata. Di ansia e depressione si parla ancora troppo poco, e per questo motivo lo scorso 7 aprile l’Oms ha dedicato la Giornata mondiale della salute proprio alla depressione, con lo slogan: "Let’s talk", "parliamone". Esattamente quello che chi soffre di questi disturbi ha difficoltà a fare, come emerge dall'inchiesta che Altroconsumo ha realizzato per 'Diritti in Salute', il progetto nato dalla collaborazione con Acu, Associazione consumatori utenti, e finanziato dal ministero dello Sviluppo economico per dare una risposta ai dubbi più comuni in materia sanitaria.

Altroconsumo ha sottoposto un questionario a un campione di più di 1.000 persone tra i 20 e i 74 anni equamente distribuite nella penisola. Le risposte fotografano uno scenario in cui circa il 10% dei partecipanti dichiara di avere o avere avuto una depressione importante, e il 28% riporta la presenza di sintomi di ansia da moderata a severa. Inoltre, il 47% di coloro che hanno sofferto di problemi di ansia o depressione durante gli ultimi 12 mesi non ha seguito alcun trattamento/terapia, convinti che potessero "passare da sé", oppure spaventati all’idea di doverne parlare con qualcuno.

"Infatti - osservano da Altroconsumo - la sensazione che più spesso si accompagna a questi disturbi, che finisce in realtà per esserne uno dei principali sintomi, è il senso di colpa, la convinzione di essere sbagliati, di mancare di qualcosa, per esempio del coraggio e della forza d’animo che tutti gli altri intorno sembrano avere. Così, spesso si vivono gli episodi depressivi e i disturbi d’ansia, come per esempio gli attacchi di panico o le fobie sociali, in una solitudine che si può fare più profonda mano a mano che i sintomi peggiorano, rendendo più difficile andare nel mondo, interagire con gli altri, continuare ad avere una 'vita normale'".

Ma come si riconoscono ansia e depressione? "La depressione di rilievo clinico non è l’essere giù di umore, quello è solo un sintomo e non è l’unico - spiega Armando D’Agostino, psichiatra e ricercatore dell’Università degli Studi di Milano - La depressione è una sindrome con un corteo di segni e sintomi, che vanno dai problemi della sfera del sonno a problemi di appetito, difficoltà nel regolare le emozioni, difficoltà nella sfera del piacere, del desiderio, dell’iniziativa. E naturalmente i disturbi di ansia, che spesso si accompagnano agli altri sintomi depressivi".

"Infine - prosegue - ci sono il senso di colpa e la tendenza all’autosvalutazione. Per arrivare a una diagnosi di depressione di ordine clinico diversi sintomi devono presentarsi insieme per un periodo di almeno qualche settimana e devono essere tali da limitare la persona nelle sue attività quotidiane. Un segnale molto efficace della presenza della malattia è una chiara discontinuità rispetto al proprio normale modo di essere".

Per valutare la presenza di ansia o depressione nel campione di persone coinvolte nell’inchiesta - spiega Altroconsumo - all’interno del questionario non c’erano solo domande che chiedevano di descrivere il proprio stato soggettivamente, ma anche una serie di quesiti standard che consentivano una valutazione più oggettiva della presenza di questi disturbi. Circa il 20% di coloro che sostenevano di non aver fatto esperienza di ansia e depressione presentava però sintomi comportamentali di uno dei disturbi, riscontrati con il questionario oggettivo.

"Per quanto le risposte a questo questionario non bastino a diagnosticare la depressione o l’ansia - puntualizza l'Associazione -sicuramente sono strumenti che aiutano la diagnosi e che ci dicono qualcosa sul reale stato di salute mentale della persona. Quindi, oltre ai tanti che soffrono di ansia e depressione ma non vogliono parlarne, si può ipotizzare che vi sia anche una quota di persone che non sono consapevoli di avere un problema".

Dall'indagine emerge inoltre come chi è ansioso sia facilmente anche depresso e viceversa. "Ansia e depressione - sottolineano da Altroconsumo - non conoscono distinzioni di età, di genere, di credo religioso o livello di istruzione: colpiscono tutti più o meno allo stesso modo. La variabile più fortemente associata a un alto indice di ansia e depressione sono le difficoltà economiche. I più sereni sono coloro che dichiarano di avere una situazione economica 'confortevole' e hanno più di 60 anni, non a caso una generazione che può vantare una situazione reddituale assai più stabile rispetto ai quarantenni, o ai millennial".

Chi soffre di disturbi d’ansia e depressione spesso paga un prezzo altissimo nella vita di tutti i giorni: per il 47% degli intervistati l’impatto sulla qualità della vita è stato molto forte, il 72% sostiene che ne ha compromesso letteralmente la funzionalità, sul lavoro, nella vita familiare e sociale. Emerge una più forte associazione tra depressione e ansia con il fumo e il consumo di alcolici, e una più bassa con l’attività fisica e una dieta sana. "Questo peraltro - precisano da Altroconsumo - non prova necessariamente che fumare faccia venire l’ansia o correre protegga dalla depressione".

La prevenzione è possibile? "Chi ha già avuto un episodio depressivo può imparare a riconoscere eventuali peggioramenti e anticipare un nuovo episodio ricorrendo per tempo ai giusti strumenti terapeutici - ricorda lo psichiatra - Nelle forme lievi può bastare anche solo un intervento psicologico ben strutturato, le forme da moderata a severa richiedono di solito un trattamento combinato con terapia farmacologica e terapia psicologica".

Per la prevenzione primaria non ci sono evidenze chiare, "comunque è preferibile mantenere stili di vita sani, una dieta equilibrata, fare esercizio fisico regolare e avere una buona rete socio-relazionale: sapere con chi parlare quando si hanno delle difficoltà; la verità è che esiste una predisposizione - sostiene D’Agostino - e che noi tutti abbiamo una diversa soglia di vulnerabilità". Chi è predisposto a sviluppare disturbi di questo tipo ha un soglia più bassa e può bastare uno stimolo leggero per scatenare gli episodi. "La maggior parte degli episodi guarisce - rassicura comunque D’Agostino - e la persona riesce a tornare alla normalità ed essere quella di prima". Adnkronos 30.11.

 

 

 

Riunita la nuova Consulta dei calabresi all’estero

 

Catanzaro - Iniziati ieri nella sede della Cittadella regionale di Germaneto, i lavori della  nuova Consulta regionale dei calabresi all'estero. Una tre giorni, fino al 6 dicembre, che vede l’insediamento del nuovo organismo che ha il compito di rappresentare e supportare le associazioni dei calabresi al di fuori dei confini regionali, sia in Italia che all’estero, nel lavoro di conservazione e promozione della cultura e delle tradizioni.

In apertura dei lavori il presidente della Regione Mario Oliverio è intervenuto con un messaggio di benvenuto ai consultori. “Grazie a tutti voi – ha detto – per aver preso parte a questa importante iniziativa che la Regione ritiene strategica. Voi siete i rappresentanti nel mondo della Calabria. Con la vostra presenza si rinnova il legame tra chi vive nella nostra regione e tutti i calabresi sparsi negli altri Paesi, che sono nella stragrande maggioranza gente laboriosa, onesta, la quale con enorme sacrificio ha raggiunto traguardi importanti e prestigiosi. Dopo anni di crisi che ha attanagliato l’Italia e l’Europa ci sono segni di ripresa anche nella nostra regione. Il Sud e la Calabria crescono in termini di Pil, occupazione ed esportazioni. Il nostro turismo è stato nel 2017 in assoluto tra i migliori d'Italia facendo registrare record di presenze. La Calabria insomma si misura in un contesto globale e noi come governo della Regione stiamo mettendo in campo ogni sforzo per essere sempre più competitivi”. “Anche per questo – ha continuato  Oliverio – abbiamo bisogno di voi consultori. La funzione dei calabresi nel mondo, proprio in questa fase storica particolare, è importantissima. Chi meglio di voi conosce le qualità e il valore della nostra terra. Pensiamo all’export: la Calabria non produce quantità di merci elevate ma di grande qualità. La nostra forza è rappresentata dal valore dei prodotti, soprattutto in campo agroalimentare. Sono proprio questi elementi di bellezza che possono essere fattori decisivi per la crescita della regione. Ecco, voi siete in grado di promuovere il nostro territorio e alimentare scambi e relazioni, così come nel turismo, settore in cui per la prima volta giungono segnali nuovi con presenze significative dagli Stati Uniti, dal Nord America e da nazioni dell’Europa che mai prima d’ora avevano mostrato interesse per la Calabria”.

Il presidente della Regione  ha poi presentato i principali strumenti messi in campo dalla giunta regionale per sostenere la produttività e rendere la regione più accessibile: gli investimenti in campo ferroviario, aeroportuale, della charteristica o nella realizzazione della Zes a Gioia Tauro.

“Dobbiamo intensificare la nostra cooperazione e ragionare su come rendere la Calabria sempre più appetibile a nuovi flussi turistici -  ha detto ancora Oliverio - In questo siamo pronti ad accettare tutti i vostri suggerimenti. Però oggi disponiamo di un’arma in più: la comunicazione. Mentre parlo, in diretta streaming, ci guardano da tutto il mondo. Non siamo più in un’epoca in cui la comunicazione era solo “corpo a corpo”, quando ci si incontrava per pochi momenti all'anno, magari nell’ambito di una cerimonia o di una manifestazione. Oggi, in questo scenario globale, in cui la comunicazione si è trasformata in un “corpo a corpo costante” dando la possibilità di velocizzare ritardi ed esprimere tutte le proprie potenzialità, voi siete gli agenti migliori a svolgere questa funzione, ovvero a rappresentare le qualità, i valori e la bellezza della nostra Calabria”.

In programma  inoltre gli interventi del consigliere regionale Orlandino Greco, della prof.Edith Pichler, Universität Potsdam,consigliera del  Cgie (Consiglio Generale degli Italiani all’Estero) e del senatore Renato Turano (Pd,circoscrizione Estero-rip.Nord e Centro America)

Poi un incontro su “La missione della Consulta: una riflessione in tema di rappresentanza delle comunità dei Calabresi all' estero”, con Toni Galati, vicepresidente della Consulta.

Dopo l’insediamento della Consulta dei calabresi all’estero con Domenico Pallaria, dirigente Generale del Dipartimento Presidenza della Regione Calabria, presentati i nuovi consultori con Francisco Rossi, vicepresidente Junior della Consulta.

Presentato da Orlandino Greco il nuovo progetto di Legge Regionale in materia di relazioni tra la Regione Calabria, i calabresi nel mondo e le loro comunità. A seguire, Gina Aquino, dirigente settore Internazionalizzazione del Dipartimento Presidenza Regione Calabria, che ha presentato il Piano annuale degli interventi con la “Presentazione della proposta della Giunta Regionale: obiettivi, modalità di attuazione e piano di riparto delle risorse”.

La prima giornata dei lavori si è chiusa con la riunione della Consulta che ha valutato la proposta di Piano attuativo elaborata dalla Presidenza della Giunta Regionale per il 2018 e, a seguire, con la riunione del Direttivo.

Oggi 5 dicembre dopo una riunione organizzativa, si discute di “Spazi di azione e ruolo proattivo dei consultori ed attribuzione dei ruoli operativi per l’attuazione del piano attuativo e Sul modus operandi della Consulta” con il vicepresidente della Consulta Toni Galati. Poi, l’intervento del consigliere regionale Franco Sergio su “Il sostegno all’internazionalizzazione nell’attuazione delle politiche comunitarie di competenza della Regione Calabria” e, a seguire, Tommaso Calabrò, dirigente del Settore Programmazione Nazionale e Comunitaria della Regione Calabria, illustra  “Le azioni di supporto all’internazionalizzazione previste nel POR 2014-2020”.

“Nuove forme di migrazione e mobilità internazionale dei calabresi, I flussi migratori dei calabresi all' estero: dati statistici e nuovi profili dei migranti” , è il tema dell’intervento del prof. Carlo De Rose, del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università della Calabria, mentre Pantaleone Sergi, del Centro Ricerche sulle Migrazioni relaziona sul tema: “Tra vecchie e nuove migrazioni”. Infine, “La lingua, veicolo di identità di una comunità” a cura del prof. Luciano Romito, del Dipartimento di Lingue e Scienze dell'Educazione dell’ Università della Calabria, e a seguire il resoconto di un’esperienza di formazione sulla lingua italiana e la cultura della Calabria da parte di alcuni stagisti dell’Università per stranieri di Reggio Calabria e dell'Università della Calabria.

Domani 6 dicembre, giornata conclusiva dei lavori, si inizierà alle ore 9.30 con “La promozione dei prodotti e del territorio: una sfida aperta per la Calabria, Indirizzi strategici e azioni di promozione dell' export. Le iniziative regionali in corso” a cura di Gina Aquino, Dirigente del Settore Internazionalizzazione della Regione Calabria Toccherà, infine, alla ICE, Agenzia per la promozione all'estero e l'internazionalizzazione delle imprese italiane, affrontare il tema: “La promozione dell' internazionalizzazione delle imprese italiane: le modalità operative dell'ICE” con Donatella Laricci.  Klaus Algieri, presidente della Camera di Commercio di Cosenza parlerà del “Ruolo delle Camere di Commercio nelle azioni di supporto all' export”.  In tarda mattinata, Luigi Zumbo, dello sportello “SPRINT” della Regione Calabria, racconterà un' esperienza da valorizzare mentre il prof. Geppino De Rose, del Dipartimento di Scienze Aziendali e Giuridiche dell’ Università della Calabria presenterà “il progetto di Cooperazione transnazionale UE-USA “Calabria Wellness Destination”.

Concluderà la sessione degli interventi Franco Rossi, assessore regionale alla Pianificazione Territoriale ed Urbanistica che parlerà sul tema: “Come fare sistema per favorire l'apertura internazionale della Calabria e come valorizzare la rete di relazioni dei calabresi nel mondo. Crowdfunding ed iniziative per la conservazione dei beni culturali, tra identità e innovazione”. Modererà il dibattito l’ing. Giovanni Soda, dirigente del Nucleo regionale di Valutazione e Verifica degli Investimenti Pubblici della Regione Calabria. Intorno alle 11.30 concluderà i lavori della Consulta il presidente della Giunta regionale Mario Oliverio.  (Inform 5)

 

 

 

Unaie: Il 2018 sarà migliore per gli italiani all’estero

 

ROMA - “Il 2018 sarà “migliore” per gli italiani all’estero. Nella notte di ieri, infatti, tra le misure che sono state approvate dalla Commissione Bilancio del Senato, approvata anche un’importante modifica nel panorama delle “micro-misure”. Si tratta del rifinanziamento, per 4 milioni, in favore degli italiani all’estero”. Esprime soddisfazione Ilaria Del Bianco, presidente dell’UNAIE (Unione Nazionale Associazioni Immigrati ed Emigrati) che afferma: “siamo felici di questa attenzione nei confronti del lavoro che viene svolto con le nostre associazioni all’estero che ci porta ad impegnarci ulteriormente con l’auspicio che la situazione migliori con costanza”.

L’UNAIE sottolinea come “alle spalle si ha un periodo difficile, coinciso con la crisi generale e con le nuove emergenze dovute alla mobilità e al profondo cambiamento della struttura e delle esigenze dei connazionali nel mondo”.

Citando l’emendamento omnibus approvato dal Senato all’interno della Legge di Bilancio, Del Bianco cita “la primaria promozione sia della lingua che della cultura italiana all’estero per la quale sono stati stanziati 1 milione di euro aggiuntivo rispetto al finanziamento a regime nel 2018 e 1,5 milioni di euro a decorrere dal 2019; 400mila euro, sempre nel 2018, sono invece destinati al Consiglio generale italiani all’estero e 100mila ai Comites; 600.000 euro, a decorrere dal 2018, serviranno per l’adeguamento salariale del personale, mentre un totale di 900mila euro è destinato alla stampa; infine, le Camere di Commercio italiane all’estero sono finanziate con 1 milione di euro per l'anno 2018”.

“Fondamentale – per Del Bianco – è operare sul mantenimento della lingua che permette un continuo contatto e apre ad una costante presenza delle nostre genti sui territori di provenienza. Il tutto per quel bisogno di radici e di riferimenti sia culturali che economici che sono imprescindibili per chiunque, in particolare per le nuove generazioni. A questo scopo lavoriamo intensamente con le Camere di commercio per veicolare la conoscenza del nostro spazio, dei prodotti, delle capacità, delle nuove tecnologie che sono veicolo di sviluppo. I mezzi così investiti diventano un volano di ricchezza per tutti”. (aise 1) 

 

 

 

 

La celebrazione del XX anniversario della Conferenza delle donne in emigrazione

 

Durante il dibattito si è parlato della possibilità di ripetere l’evento entro il 2018. La seduta è stata aperta dall’intervento dell’europarlamentare Silvia Costa

 

ROMA Il dibattito al Cgie sulla celebrazione del XX anniversario della Conferenza delle donne in emigrazione si è aperto con l’intervento di Silvia Costa, coordinatrice del Gruppo Socialisti & Democratici (S&D) alla Commissione Cultura del Parlamento Europeo, che ha in primo luogo sottolineato come in Europa gli italiani, le persone di origini italiana e le nuove mobilità giovanili rappresentino una realtà in aumento. La Costa , dopo essersi complimentata con il Cgie per l’ottimo lavoro compiuto sulla riforma degli organi di rappresentanza degli italiani all’estero anche in vista delle esigenze delle nuove mobilità, ha evidenziato come la nuova legge elettorale non appaia in linea con la norma sulla circoscrizione Estero che si prefiggeva l’elezione dei connazionali dei nel mondo.   

Silvia Costa ha poi ricordato la Conferenza sulle Donne del 1997 e l’importante apporto all’evento delle donne all’estero che nel mondo svolgono un ruolo di mediazione culturale. Un incontro, quello di 20 anni fa, da cui scaturì un documento finale in cui si chiedeva l’impegno al Governo e al Cgie per ampliare la rappresentanza di genere e per promuovere ricerche sulle donne in emigrazione. La Costa a poi rilevato come in Europa si stia lavorando sia ad un’agenda che metta al primo posto l’integrazione delle donne nel mercato del lavoro, garantendo pari retribuzioni fra uomo e donna, sia ad una direttiva comune sull’asilo.  L’europarlamentare si è anche soffermata sull’importanza della Convenzione di Istanbul contro tutte le forme di violenza, sfruttamento e tratta delle donne. Un documento che il nostro Paese ha ratificato.

“Penso che oggi – ha affermato la Costa - noi dobbiamo imparare dai documenti finali della vostra plenaria dove troviamo quelle che sono le nuove frontiere dell’essere, una rappresentanza di uomini e donne che vivono l’esperienza della identità, della cultura e della storia italiana ma in un contesto che rende cittadini nel mondo”

L’europarlamentare ha anche parlato sia l’anno Europeo del patrimonio culturale, materiale immateriale digitale e paesaggistico, un’occasione che si terrà nel 2018 e consentirà di rilanciare in tutti i continenti la nostra grande eccellenza, sia del Forum Europeo della Cultura, che avrà luogo il 7 e l’8 dicembre a Milano. “Questo evento – ha spiegato Silvia Costa – ci darà la grande opportunità di mettere in rete gli istituti di cultura europei, nella logica di avere la consapevolezza che esiste una identità culturale europea che può ritrovarsi, rafforzarsi e essere anche più vicina alla valorizzazione delle nostre tradizioni e interpretazioni della cultura. A Milano – ha aggiunto - sarà presentata, proprio de Federica Mogherini, la nuova strategia per la cultura in tutte le relazioni internazionali europee. Penso che questa sia una grande occasione che può coinvolgere il Cgie, i Comites, le nostre associazioni,  le università e le reti fra i ricercatori. Ci sarà un nuovo programma di mobilità internazionale europeo. Noi potremo pensare, insieme al Parlamento e al Consiglio Generale, come fare di tutto questo una forza per gli italiani nel mondo e per tutto ciò che esprime di meglio del made in Italy”.

Ha poi preso la parola il vice segretario Generale per i Paesi Anglofoni Extraeuropei Silvana Mangione. “La conferenza di 20 anni fa un momento meraviglioso. Oggi – ha aggiunto - siamo arrivate all’innovazione totale e ad una realtà di italiane all’estero che sono esponenti fra le migliori della nostra mobilità. Lo vediamo nel paese in cui vivo dove c’è questo arrivo di donne eccezionali che si inseriscono in maniera meravigliosa nel tessuto della ricerca e della sperimentazione e  in qualunque ambito importante della società. L’idea potrebbe essere di realizzare la Conferenza nel 2018, all’intermo di quanto ci ha annunciato l’onorevole Costa, perché la donna è produttrice di cultura, trasmette cultura ed  è creatrice di bellezza”.

“Quindi potremo studiare l’evento – ha proseguito Silvana Mangione - come momento dell’anno prossimo, all’interno delle iniziative europee, preparandolo capillarmente con incontri volti ad identificare i temi di interesse… Credo che potrebbe diventare un momento magico di ridefinizione della presenza delle donne all’intermo delle strutture democratiche non soltanto dei paesi maturi dal punto di vista della democrazia, ma anche di quelli che stanno crescendo”. Il vice segretario generale ha anche annunciato la ricostituzione del Gruppo Donne del Cgie che avrà come coordinatrice la professoressa Edith Pichller.

Dopo l’intervento del  consigliere Guillermo Ignacio Rucci (Argentina), che ha ricordato la necessità di risolvere il problema della mancata trasmissione della nostra cittadinanza ai figli di donne italiane nati prima del 1948, la dirigente Rai e segretaria generale della Comunità radiotelevisiva italofona Loredana Cornero ha proposto la collaborazione, della componente femminile presente nelle radio e nelle televisioni in lingua italiana nel mondo, per la preparazione dell’evento sulle donne da tenersi nel 2018. “Il tema della rappresentazione femminile, della presenza delle donne in emigrazione e immigrazione – ha spiegato la Cornero - non è un problema di presenza, ma di mancanza. Quello che manca in tutti i nostri ambiti è il punto di vista delle donne, che deve essere valutato ed ascoltato allo stesso modo di quello degli uomini”.

Dal canto suo Gaetano Calà (Anfe) ha proposto la realizzazione, nell’ambito dell’evento del 2018, di un progetto volto al recupero della memoria domestica dell’emigrazione italiana nel mondo. Un’iniziativa che potrebbe essere portata avanti dal Forum delle Associazioni Italiane nel Mondo. Ha poi preso la parola la consigliera Simonetta Del Favero (Germania) che ha ricordato il caso delle “vedove bianche”, cioè delle tante donne che rimanevano in Italia ad aspettare i loro mariti emigrati. Per la consigliera quando si parla di nuova mobilità si rischia di nascondere dietro questo termine quello che ancora caratterizza ai giorni nostri il fenomeno dell’emigrazione, ovvero che si va all’estero anche per cercare lavori umili. Una situazione in cui le donne sicuramente sono presenti. “Mi piacerebbe – ha aggiunto Simonetta Del Favero dopo aver sottolineato la necessità di rivalutare il ruolo delle donne in emigrazione - che il Gruppo Donna venisse visto come un riconoscimento alla figura di donna madre, moglie, lavoratrice e professionista, perché è un mondo che va valutato per tutto quello che dà alla società”.

Dopo l’intervento di Gianluca Lodetti (Cisl) che ha sottolineato l’esigenza di approfondire ed unire nei prossimi eventi le due esperienze delle donne emigrate e di quelle immigrate, Maria Chiara Prodi (Francia) ha parlato dell’importanza di incrementare la partecipazione delle donne nella prossima conferenza mondiale dei giovani italiani all’estero. La Prodi ha anche rilevato come in questi ultimi  20 anni  vi siano stati grandi cambiamenti culturali che hanno portato gli uomini delle nuove generazioni ad essere più aperti alla condivisione dei compiti ed alla collaborazione con le donne.

E’ poi intervenuto il direttore generale del Maeci per gli Italiani all’Estero e le Politiche Migratorie Luigi Maria Vignali che ha sottolineato come il ruolo delle donne in Italia e all’estero e nelle nostre correnti di emigrazione non sia ancora stato raccontato e sviluppato per le potenzialità che offre . Un tema , quello delle donne,  che secondo Vignali, si presenta in tutta la sua attualità, anche in considerazione del fatto che domani si celebra la Giornata internazionale per la sensibilizzazione della violenza contro le donne. “Si tratta di un tema – ha spiegato il direttore generale  - di forte impronta che dobbiamo assolutamente recuperare. Quindi mi compiaccio per la ricostituzione del Gruppo Donne, annunciata in questa riunione del Cgie, e mi auguro che questo possa portare ad un recupero di iniziativa, anche concreto, di tipo operativo e organizzativo, non solo per celebrare il ventennale di una splendida iniziativa, ma per perpetuare questo evento già dall’anno prossimo. In questo senso, - ha continuato Vignali - raccogliendo l’invito del segretario generale del Cgie, provo a dare qualche indicazione di percorso per l’individuazione delle basi di partenza di questa iniziativa.. Il primo tema è quello dei racconti, delle testimonianze, del filo di quelle storie non scritte che, come ci ha raccontato nel dibattito l’onorevole Costa, rappresentano il patrimonio più prezioso delle donne in emigrazione… Oltre alla testimonianza – ha proseguito il direttore generale -  un secondo tema è quello delle reti delle donne che esistono in Italia e all’estero e che andranno coinvolte nel progetto. Se queste sono le basi di partenza, i racconti e le reti, vedo poi quattro aree per sviluppare la tematica . Innanzi tutto la trasmissione dei valori,  della cultura e il sistema Paese in cui le donne hanno un ruolo fondamentale rappresentando davvero un valore aggiunto. … Un secondo tema è quello della nuova mobilità. Ci piacerebbe vedere la nuova mobilità in una prospettiva di genere per capire  qual è il contributo delle donne a tutto questo e come  si inseriscono nelle correnti di viaggio e emigrazione … c’è poi il terzo filone delle donne giovani”. Un aspetto che, per Vignali, potrebbe trovare spazio e connessioni nella nuova Conferenza dei Giovani Italiani nel Mondo. Il quarto tema individuato dal direttore generale è quello di una maggiore presenza e ruolo delle donne nell’ambito della stagione di rilancio dell’associazionismo italiano nel mondo. “Proprio per le reti che abbiamo ricordato, per la loro capacità di essere veicolo di integrazione e di trasmissione alle nuove generazioni, le donne – ha spiegato Vignali - possono giocare in questo ambito un ruolo sempre più importante”.   

Da segnalare infine il saluto del presidente del consiglio dei rumeni nel mondo Marius Livanu che ha rilevato l’importanza della collaborazione con il Cgie. Livanu ha inoltre ricordato come oggi tanti rumeni che hanno preso i Italia la cittadinanza tornino in Romania diventano italiani all’estero. Auspicata infine la creazione di Consiglio Generale europeo che unisca i consigli generali dei vari paesi. (G.M. – Inform 27)  

 

 

 

La Consulta degli emiliano romagnoli nel mondo proprio nelle terre dell'emigrazione

 

BOLOGNA - “Oggi è una giornata importante. Abbiamo scelto di riunire la Consulta degli emiliano romagnoli nel mondo proprio nelle terre dell'emigrazione. In questa tre giorni di lavoro parleremo di progetti e di problematiche ma soprattutto di opportunità. L’emigrazione non deve essere solo nostalgia, ma anche opportunità per far conoscere la nostra terra, i nostri prodotti e le nostre eccellenze, sfruttando le competenze e la forza dei nostri emigrati”. Con queste parole e con questo spirito il presidente Gianluigi Molinari ha dato il via la scorsa settimana alla riunione della Consulta degli emiliano-romagnoli nel mondo che, dopo vent'anni, è tornata a svolgersi a Bedonia, nel parmense, in quelle terre che furono punto di partenza per tanti corregionali costretti ad abbandonare le proprie case alla ricerca di un futuro migliore.

Presenti le istituzioni locali che hanno aperto ufficialmente i lavori con i saluti del sindaco di Bedonia Carlo Berni, del primo cittadino di Borgotaro Diego Rossi, del sindaco di Tornolo Maria Cristina Cardinali, in qualità di presidente dell'Unione dei Comuni, e del consigliere provinciale Gianpaolo Serpagli.

Un momento speciale è stato dedicato alla memoria di Renato Cattaneo, storico sindaco di Bedonia, attraverso il ricordo commosso della figlia Maria Pia – oggi vicesindaco della città - e della moglie, invitate e premiate da presidente e vice-presidenti.

Fu l'ex sindaco, propulsore ed ideatore di tante iniziative rivolte all'emigrazione, - ricorda la Consulta – che portò per la prima volta a Bedonia la Consulta a testimonianza della vicinanza e sensibilità nei confronti delle comunità di emiliano-romagnole nel mondo.

Ai saluti iniziali è intervenuta anche Roberta Mori, presidente della Commissione parità e diritti dei cittadini dell'Assemblea legislativa, che ha augurato buon lavoro all'intero gruppo e sottolineato l'importanza di appuntamenti di riflessione e confronto sul fenomeno dell'emigrazione, oggi tema molto attuale e bisognoso di attenzione.

Dopo l'illustrazione delle attività della Consulta dell'anno 2017 e quelle in programma per l'anno 2018, ampio spazio è stato dato agli interventi dei consultori che hanno riportato le testimonianze delle comunità emiliano-romagnole nei paesi di provenienza, fotografando la situazione attuale. Numerose sono state le proposte da parte dei giovani consultori.

Tra le storie provenienti da tutto il mondo – sottolinea la Consulta – unanime la preoccupazione per i racconti del consultore venezuelano Mariano Palazzo che ha riportato la drammaticità del momento storico e sociale del paese latinoamericano. Molinari e Cardinali si sono impegnati per un “aiuto concreto alle nostre comunità residenti in Venezuela”.

Nei tre giorni di lavoro, si sono alternati momenti di confronto, conoscenza con le realtà produttive del territorio e con le eccellenze enogastronomiche: la visita al caseificio Pecorari e Tambini di Bedonia ha mostrato nel dettaglio la produzione tradizionale di Parmigiano Reggiano; l'incontro con i Consorzi Piacenza Alimentare, Vini di Parma e Fungho di Borgotaro ha permesso di approfondire quali possono essere le possibilità di collaborazioni future; l'incontro sul "Common Reporting Standard" ha chiarito tutti i dubbi riguardo al trattamento fiscale dei rapporti bancari e finanziari dei non residenti in Italia nell’ambito delle recenti iniziative di cooperazione nella lotta all’evasione fiscale; la visita all'Antica Corte Pallavicina alla scoperta del Culatello di Zibello dei fratelli Spigaroli ha fatto scoprire una delle più importanti eccellenze alimentari della regione.

Nuova emigrazione, giovani emiliano-romagnoli nel mondo, ma anche valorizzazione della memoria e custodia dell'enorme patrimonio storico-artistico e culturale dei nostri emigrati nel mondo sono stati i temi in cima all'agenda della Consulta, al centro delle attività dei prossimi anni: dai progetti con e per i giovani alla creazione del museo virtuale dell'emigrazione emiliano-romagnola, dalla costruzione di una mostra-convegno sulle caratteristiche della nuova emigrazione alle iniziative di conoscenza dell'emigrazione emiliano-romagnola nelle scuole, dai contributi per supportare attività di promozione della nostra cultura nel mondo a quelli per favorire la mobilità e gli scambi culturali tra studenti e giovani.

La centralità di questi temi – spiega la Consulta – è emersa nell'incontro di co-progettazione e brainstorming del presidente Molinari con i giovani consultori emiliano-romagnoli che hanno espresso il proprio punto di vista e le necessità delle comunità nel mondo e hanno presentato idee e proposte che verranno implementate dalla Consulta a partire già dal 2018.

La tre giorni si è conclusa con la visita all'Istituto Superiore di Istruzione di Bedonia, Ipsia Zappa-Fermi, da parte di una delegazione di giovani discendenti da emigrati accompagnati dal vice-presidente Cardinali.

I giovani hanno raccontato le storie delle loro famiglie emigrate in tutto il mondo alla ricerca di un futuro migliore e gli studenti hanno ascoltato con grande attenzione i racconti dei coetanei residenti all’estero in un clima di scambio di esperienze e confronto tra pari.

In conclusione, presidente e vice-presidenti hanno salutato il gruppo ringraziando per l’impegno e la passione dimostrati nei tre giorni di lavoro e nelle attività di diffusione della cultura nel mondo e complimentandosi con tutti per l’ottima riuscita della riunione e per “l’energia positiva e l’entusiasmo” a disposizione per le attività future. (aise) 

 

 

 

 

Cattaneo: Europa braucht die Regionen – und weniger Zentralismus

 

Die Europäische Union muss den interparlamentarischen Dialog auf nationaler und vor allem auf regionaler Ebene stärken. Ansonsten könnten sogar die europäischen Bürger vergrault werden, die sich in die Entscheidungsfindungsprozesse einbringen wollen, sagt Raffaele Cattaneo im Interview mit EURACTIV.

 

Raffaele Cattaneo ist Vorsitzender des Regionalrats der Lombardei sowie der Konferenz der Europäischen Regionalen Gesetzgebenden Parlamente (Conference of European Regional Legislative Assemblies, abgekürzt CALRE).

Er sprach am Rande einer Konferenz in Wien am 4. Dezember mit EURACTIV.com-Chefredakteurin Daniela Vincenti.

Glauben Sie, dass das Subsidiaritätsprinzip in Europa richtig verstanden und angewendet wird?

Das Prinzip der Subsidiarität ist die Basis dafür, wie jede staatliche Institution aufgebaut sein sollte. Im Fall von Europa wurde es allerdings komplett auf den Kopf gestellt.

Die Reduzierung dieses Prinzips auf rein administrative Prozesse wie das Frühwarnsystem mit seinen gelben, orangen, Acht-Wochen-Karten, dieser rein bürokratische Fokus auf die Achtung der Regeln, das sind Symptome dessen, dass Europa seine Seele verliert und sich in einen Mechanismus verwandelt, in dem die politischen Fehler hinter einer angeblich optimal funktionierenden bürokratischen Maschinerie versteckt werden.

Um diese Bürokratie einzudämmen, bräuchte es eine Reform der institutionellen Struktur, eine Neuverhandlung der Verträge. Aber das steht nicht auf der Agenda. Was genau kann diese Taskforce zur Subsidiarität in der kurzen Zeit [sechs Monate], die sie hat, schon erreichen?

Ich fürchte auch, dass die Taskforce aufgrund der begrenzten Zeit und ihrer Zusammensetzung die Prozesse nur retuschieren wird. Ich hoffe aber, dass sie stattdessen in der Lage ist, eine Vision mit konkreten Maßnahmen und Konsequenzen zu erarbeiten.

Ich schlage in dieser Hinsicht drei Dinge vor. Erstens muss der interparlamentarische Dialog innerhalb der einzelnen Mitgliedstaaten gefördert werden. Europa ist heute ein Europa der Nationalstaaten, eine Kompromissfindungs-Institution zwischen 28 bzw. bald 27 Mitgliedsländern.  Doch innerhalb dieser Nationalstaaten wurde das Verhältnis zwischen den lokalen Institutionen geschwächt – und es muss gerettet werden.

Die Lombardei arbeitet zum Beispiel systematisch mit dem Senat [der oberen Kammer des italienischen Parlaments], aber nicht mit der Abgeordnetenkammer zusammen. Wir haben es versucht, sind aber gescheitert. Solche Erfahrungen gibt es auch in anderen europäischen Staaten.

Ich glaube, wir sollten die Teilhabe der Regionalregierungen an der Gesetzgebung institutionalisieren. Sie sind näher an den Bürgern.

Der Ausschuss der Regionen ist wichtig, aber er ist nicht viel mehr als ein Platz für Konsultationen zwischen den vielen EU-Interessen. Es gibt keine politische Anerkennung für diejenigen, die die Regionen und lokalen Behörden in Europa vertreten.

Verhandlungen über das zukünftige EU-Budget starten bald. Das Europäische Parlament fordert, das Budget für die Kohäsionspolitik nicht zu kürzen.

Sie werden am Ende der Prozesse eingebunden…

Genau. Wir können nur unsere Sicht der Dinge mitteilen. Einige, beispielsweise der Europäische Wirtschafts- und Sozialausschuss, finden sogar, dass wir in die Lobby-Richtlinien aufgenommen werden sollten. Sie sehen uns als eine Lobbyorganisation.

Das ist verrückt. Das ist eine zentralisierte Idee Europas, die nichts mit dem Willen der Gründerväter gemeinsam hat. Sie versucht nicht einmal, dem Trend entgegenzuwirken, dass die Menschen sagen: „Genug mit dieser EU, die abgehoben und unnahbar ist. Wir wollen zurück zu unserer kleinen Heimat und eine Regierung, die uns näher ist.“

Das geschieht ja gerade in den stärksten Regionen Europas; dort sehen wir auch die stärksten Autonomie-Bewegungen: In Katalonien, Flandern, Schottland, der Lombardei, Venetien. Das sind nicht die armen, sondern die wirtschaftlich stärkeren Regionen, die das Gefühl haben, Europa nicht in einer Art aufbauen zu können, die für sie relevant ist.

Bei allem Respekt für Zypern und Estland: Wenn die Lombardei mit ihren zehn Millionen Einwohnern weniger zählt, als diese Länder, dann zerrt das heftig an Europa.

Hinter dieser Beobachtung stehen ernsthafte politische Gedanken: Ich glaube, der Ausschuss der Regionen sollte eine Art Senat der europäischen Regionen werden. Das ist heute noch nicht auf der Agenda, aber es sollte wenigstens Teil der politischen Debatte sein.

Heute nimmt die Kommission ihre Beziehungen zu den lokalen Behörden erst am Ende der Gesetzgebungsprozesse wahr: „Ich mache die Richtlinien, dann zeige ich sie euch und ihr könnt mir sagen, ob sie euch gefallen oder nicht in eurem Kompetenzbereich liegen.“ Aber wir werden nicht einbezogen, wenn Gesetze zuallererst erdacht werden.

Das Parlament und die Europäische Kommission sollten einen direkten Kommunikationskanal zu den lokalen Behörden aufbauen.

Aber würde die Verwirrung nicht noch verschärft, wenn diese Kommunikation nicht genauestens strukturiert und institutionalisiert ist?

Mit Zentralisierung schaffen Sie keine Vereinfachung. Das ist eine Erkenntnis der Aufklärung. Diese Idee: Wenn es ein komplexes Problem gibt, reduziere ich die Entscheidungsfindung einfach auf einen zentralen Akteur, der dieses Problem dann für alle löst… So funktioniert die Realität nicht. Und der Markt übrigens auch nicht.

Beispiel: Die Komplexität von Märkten wird auch durch eine Vielzahl an Akteuren im Gleichgewicht gehalten – nicht durch einen großen Monopolisten, der die Entscheidungen für alle anderen trifft.

Ich denke, es ist möglich, auf eine institutionelle Dynamik zu bauen, die vereinfachte Prozesse schafft, indem unten angesetzt wird, nicht an der Führungsspitze. Dieser Herausforderung müssen wir uns stellen.

Ich sage deutlich, dass das derzeitige Modell Europa die europäischen Bürger nicht zufriedenstellt. Dafür gibt es Millionen Anzeichen. Wir können unterschiedliche kulturelle, politische, ideologische Ansichten haben. Aber wir müssen diskutieren, wie wir dieses Modell ändern können, das sich derzeit in der Krise befindet.

Die Regionalpräsidenten der Lombardei und Venetiens erheben nach dem Votum für Autonomie Forderungen an Rom.

Sollten Regionen wie Katalonien mehr Autonomie bekommen?

Ja, aber es gibt einen Unterschied zwischen Unabhängigkeit und Autonomie. Wir müssen mehr Autonomie zugestehen und gleichzeitig die nationale und europäische Einheit achten.

Autonomie ist kein abstrakter Begriff: Es bedeutet, europäische Prinzipien entsprechend der Besonderheiten der einzelnen Regionen anzuwenden.

Die Bolkenstein-Richtlinie legt beispielsweise einige wichtige gemeinsame Prinzipien zum Freihandel fest. Aber wenn es um die Regulierung von lokalen Märkten in der Lombardei geht, müssen wir womöglich auch die Geschichte und die lokalen Traditionen berücksichtigen. Diese können nicht im Namen eines abstrakten Prinzips weggewischt werden. Ansonsten begeben wir uns schnell in die Irrationalität.

Mehr Autonomie bedeutet: Die EU legt Prinzipien fest, und lokale Behörden setzen diese um und durch.

Dieses Prinzip kann auch auf die Beziehungen zwischen nationalen und regionalen Regierungen angewendet werden. Das bedeutet nicht, dass die nationale Einheit gefährdet werden soll. Einheit ist eine Sache, Zentralisierung ist eine andere.

Sie wollen also ein föderales System…

Ja – und das ist auch, was die Gründerväter Europas wollten. Ein föderales System, nicht nur auf Nationalstaatsebene, sondern auch in Bezug auf geografisch kleinere Einheiten.

Vor 300, 400 Jahren gab es keine großen Nationalstaaten in Europa – diese wurden erst in den letzten 100 bis 300 Jahren geschaffen. In Europa ging es damals um lokale Herrschaft, und ganz oben stand vielleicht ein Kaiser- oder Königreich, das sehr viel größer war.

Wir haben unterschiedliche Traditionen aus verschiedenen Regionen, die manchmal wieder hervortreten. Hinter Katalonien steht das Königreich Aragon. Gewisse Thematiken und Erfahrungen sind in der DNA der Europäer verwurzelt. Wir können sie nicht einfach ignorieren oder in schöne, abstrakte Institutionen zwängen. Denn dann werden sie sich wehren und wieder hervortreten.

Wir brauchen deswegen eine politische Ordnung, die viel mehr dem Leitsatz der EU entspricht: In Vielfalt geeint. Das beste Beispiel für diese Einheit in Vielfalt ist ein Symphonieorchester: Jeder spielt ein bestimmtes Instrument mit eigenen Eigenschaften, aber alle spielen dieselbe Melodie.

Was ich in Brüssel sehe, sind viele Musiker, die wollen, dass alle auf dem gleichen Instrument spielen – und zwar eine Melodie, die sie vorgeben.

Wir müssen aufpassen. Denken Sie an den Rattenfänger von Hameln, der die Kinder aus der Stadt führt. Diese Geschichte ist eine Metapher für den Verlust der Kreativität und Originalität.

Ist ein Europa der Regionen die Antwort?

Das hoffe ich. Das ist die Idee unserer Gründerväter: Kein Europa der Nationalstaaten, sondern der Bürger und der Regionen. Eine Einheit, die auf etwas breiterem als künstlich geschaffenen Nationalstaaten beruht. Dieses Gebilde muss aber auf die heutigen Herausforderungen eingestellt sein.

Der Frontmann der europäischen Regionen, Niederösterreichs Landeshauptmann Erwin Pröll, macht mobil. Er verlangt, dass trotz neuer Herausforderungen und Prioritäten die Regionalpolitik Schwerpunkt der EU bleibt – auch nach 2020.

Staaten und Institutionen sind die Antwort auf historische Bedürfnisse. Nationalstaaten waren der Trend vor dreihundert oder vierhundert Jahren; sie boten Lösungen für die Bedürfnisse der damaligen Generationen.

Ich glaube aber, dass die heutigen Herausforderungen nicht mehr auf nationaler Ebene gelöst werden können.

Sehen wir uns doch die drei großen Herausforderungen an, die Präsident Juncker als Basis für die derzeitige Krise Europas aufgelistet hat: Die Wirtschaftskrise, Migration und Terror. Keine dieser Herausforderungen kann auf nationaler Ebene gelöst werden. Sie bedürfen einer globalen Antwort, zumindest einer europäischen, und auch lokaler Lösungen.

Wenn ich in Mailand oder Brüssel den Terror bekämpfen will, kann ich nicht in Abstraktionen sprechen.

Was wird aus der nationalen Ebene?

Die Nationalstaaten müssen einige Kompetenzen an Europa sowie an lokale Behörden abgeben, wenn sie überleben wollen. Sonst wird die nationale Führung untergraben, wie es in Spanien geschehen ist: Das ist das perfekte Beispiel für eine nationale Autorität, die in Frage gestellt wird.

Dieses Infragestellen halte ich aber für einen Fehler. Wir sollten auf der Vergangenheit und unserer Geschichte aufbauen – nicht sie zerstören.

Daniela Vincenti EA 6

 

 

 

UN bedauert Ausstieg. Migrations-Verhandlungen ohne USA

 

Die USA haben sich aus den Verhandlungen über einen globalen Migrationsvertrag zurückgezogen. Die UN bedauert diese Entscheidung. Trumps Vorgänger Obama unterstützte das Vorhaben.

 

Die Vereinten Nationen haben den Rückzug der USA aus den Verhandlungen über einen globalen Migrationsvertrag bedauert. Der US-Beitrag werde bei den Gesprächen über eine sichere, ordentliche und legale Migration fehlen, erklärte der Präsident der UN-Vollversammlung, Miroslav Lajcak, am Sonntag in New York.

Bei Migration müssten alle Staaten zusammenarbeiten. Kein Staat könne die Wanderung alleine regeln, betonte Lajcak. Die Regierung des US-Präsidenten Donald Trump hatte die UN am Samstag über ihr künftiges Fernbleiben unterrichtet. Die sogenannte New Yorker Erklärung über Flüchtlinge und Migranten von 2016 sei mit der Politik der USA nicht vereinbar, erläuterte die US-Botschafterin bei den UN, Nikki Haley.

Obama war dafür, Trump ist dagegen

Die Erklärung gibt das Ziel aus, dass bis 2018 ein globaler Vertrag über Migration abgeschlossen werden soll. Der damalige demokratische US-Präsident Barack Obama unterstützte das Vorhaben. Sein republikanischer Nachfolger im Amt, Trump, hingegen verfolgt eine scharfe Abschottungsstrategie gegen Einwanderer.

Das Ausscheiden der USA aus den Gesprächen passt sich in die konfrontative Politik ein, die Trump gegenüber der UN betreibt. Die USA kürzen ihre Finanzbeiträge an die UN erheblich, sie wollen aus dem Pariser Klimaabkommen der UN aussteigen und sie kündigten ihren Austritt aus der Kultur- und Bildungsorganisation Unesco an. (epd/mig 5)

 

 

 

 

Jerusalem: Vatikan ruft zu „Weisheit und Vorsicht“ auf

 

Der Vatikan verfolgt die Eskalation im Nahen Osten weiter mit großer Sorge. In einem ungewöhnlichen Appell fordert er an diesem Sonntag zu „Weisheit und Vorsicht aller Beteiligten“ auf. Eine „neue Spirale der Gewalt“ müsse unbedingt vermieden werden. Das Statement warnt auch davor, dass sich die Aussichten auf einen Frieden im Palästinenserkonflikt jetzt nachhaltig eintrüben könnten.

Seine Politik zu Jerusalem will der Vatikan nicht ändern; das macht das Statement deutlich, indem es an die UNO-Resolutionen zu Nahost und an die Zwei-Staaten-Lösung erinnert.

Die Ankündigung von US-Präsident Donald Trump, die US-Botschaft von Tel Aviv nach Jerusalem zu verlegen, hat seit Mitte letzter Woche heftige Proteste in vielen Teilen der Welt ausgelöst. Vor allem im Gazastreifen kam es zu Toten und Verletzten.

Hier finden Sie das Statement des Vatikans von diesem Sonntag in unserer eigenen Übersetzung aus dem Italienischen ins Deutsche.

„Der Heilige Stuhl verfolgt die Entwicklungen der Lage im Nahen Osten – vor allem, was Jerusalem betrifft, die für Christen, Juden und Muslimen in aller Welt heilige Stadt – mit großer Aufmerksamkeit. Der Heilige Vater drückt seinen Schmerz über die Zusammenstöße aus, die in den letzten Tagen Opfer gefordert haben, und erneuert seinen Appell an die Weisheit und Vorsicht aller. Er betet inständig darum, dass die Verantwortlichen der Nationen in diesem besonders schwerwiegenden Moment dafür sorgen, eine neue Spirale der Gewalt zu verhindern und in Wort und Tat auf die Sehnsucht nach Frieden, Gerechtigkeit und Sicherheit der Völker dieses gemarterten Landstrichs zu antworten.

Die Sorgen angesichts der Aussichten auf Frieden in der Region führen in diesen Tagen zu verschiedenen Initiativen, darunter Sondersitzungen der Arabischen Liga und der Organisation für Islamische Zusammenarbeit. Der Heilige Stuhl ist sensibel für diese Sorgen und bekräftigt unter Verweis auf die eindringlichen Worte von Papst Franziskus seine hinreichend bekannte Haltung zum einzigartigen Charakter der Heiligen Stadt und zur Notwendigkeit, dass der Status quo respektiert wird – im Einklang mit den Entscheidungen der internationalen Gemeinschaft und den wiederholten Mahnungen der kirchlichen Hierarchien und der christlichen Gemeinschaften des Heiligen Landes. Zugleich gibt er von neuem seiner Überzeugung Ausdruck, dass nur eine Verhandlungslösung zwischen Israelis und Palästinensern zu einem stabilen und dauerhaften Frieden führen und die friedliche Koexistenz zweier Staaten innerhalb von international anerkannten Grenzen garantieren kann.“ (rv 10.12.)

 

 

 

 

Durchbruch bei Brexit-Verhandlungen

 

Die EU und Großbritannien sind bei ihren Verhandlungen über den geplanten Brexit ein großes Stück weitergekommen. Der Weg für Verhandlungsphase zwei ist frei.

 

“Ich gehe davon aus, dass wir den Durchbruch erzielt haben, den wir brauchten”, sagte EU-Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker am Freitagmorgen in Brüssel. Somit könnten die Gespräche über die nächste Phase sofort beginnen. Es bleibe aber noch eine Menge Arbeit.

Die britische Premierministerin Theresa May rechnet nun damit, dass die EU auf dem Wintergipfel am 14./15. Dezember die Weichen für den Brexit stellen will. „Wir werden die EU verlassen.“ Dann könnte der Startschuss für die nächste Phase der Verhandlungen fallen, in denen es um einen Freihandelsvertrag mit London gehen dürfte.

Am Montag war eine Einigung in den zähen Verhandlungen über die Grundzüge des EU-Ausstiegs bereits zum Greifen nah, scheiterte jedoch in letzter Minute am Einspruch der britischen Provinz Nordirland. Nach einem nächtlichen Verhandlungsmarathon ist nun am frühen Freitagmorgen wohl der Durchbruch gelungen. Bezüglich der irisch-nordirischen Grenze wurde May zufolge nun eine Lösung gefunden, die die Integrität Großbritanniens wahrt, aber ohne harte Grenze auf der irischen Insel auskommt.

Nach dem Scheitern des Spitzentreffens zwischen EU und Großbritannien sieht Schottlands Regierungschefin die Brexit-Gegner im Aufwind. Sie ruft dazu auf, einen neuen Vorstoß zum Verbleib im Binnenmarkt zu machen.

May und Juncker stellten zudem fest, dass die Rechte der EU-Bürger in Großbritannien und umgekehrt unangetastet bleiben. Das war ein weiteres großes Thema der ersten Verhandlungsphase.

Laut Juncker wurden nun in Phase eins hinreichende Fortschritte erzielt, um mit Phase zwei zu beginnen und somit auch über die zukünftigen Beziehungen zu reden. Das ist vor allem wichtig, um Unsicherheiten in der Wirtschaft abzubauen. Die Entscheidung darüber liegt allerdings nicht bei der Kommission, sondern beim Europäischen Rat. EA mit Agenturen  8

 

 

 

 

Flüchtlingspolitik. EU verklagt Polen, Ungarn und Tschechien

 

Wie Du mir, so ich Dir: Nachdem mehrere Länder vor dem Europäischen Gerichtshof gegen die Umverteilung von Flüchtlingen in Europa geklagt hatten, zieht nun ihrerseits die EU-Kommission vor Gericht, um die Umverteilung durchzusetzen.

 

Polen, Ungarn und Tschechien müssen sich wegen ihrer Weigerung, Flüchtlinge aufzunehmen, vor dem Europäischen Gerichtshof (EuGH) verantworten. Die drei Länder machten keine Anstalten, einen gültigen Beschluss vom September 2015 umzusetzen, begründete die EU-Kommission am Donnerstag in Brüssel ihre Klage vor dem obersten EU-Gericht in Luxemburg.

„Das kann für diese drei Mitgliedstaaten keine Überraschung sein“, sagte Vizekommissionschef Frans Timmermans. Brüssel hatte Warschau, Budapest und Prag tatsächlich immer wieder gemahnt und im Sommer ein Vertragsverletzungsverfahren eingeleitet, das jetzt in der Klage mündete. Vertragsverletzungsverfahren sind in der EU nicht selten, allerdings werden die allermeisten noch vor dem Gang zum EuGH beigelegt. Sollte der EuGH der Kommission Recht geben, müssen die Regierungen das Urteil umsetzen. Tun sie es nicht, können sie in einem weiteren Verfahren zu hohen Geldbußen verurteilt werden.

Streit um Aufnahme von Flüchtlingen

Die Klage stützt sich auf einen EU-Beschluss vom September 2015. Damals, in der Hochzeit der sogenannten Flüchtlingskrise, hatten die EU-Innenminister beschlossen, bis zu 160.000 Menschen vor allem aus Griechenland und Italien in anderen EU-Ländern unterzubringen. Polen sollte nach zuletzt im Juli aktualisierten Zahlen 6.182 Menschen aufnehmen und nahm keinen einzigen, Ungarn waren 1.294 zugeteilt, dort wurde ebenfalls niemand aufgenommen. Nach Tschechien gelangten demnach von 2.691 zugeteilten Menschen nur zwölf.

In der Zwischenzeit hat die Kommission zwar die anvisierte Gesamtzahl stark heruntergesetzt, unter anderem, weil nicht genug Flüchtlinge für die Umverteilung infrage kämen. Auf die generelle Verpflichtung der drei jetzt verklagten Staaten hat das aber keinen Einfluss. „Es gibt immer noch einige Tausend Flüchtlinge, die für die Umverteilung infrage kommen, in Griechenland und Italien“, sagte Timmermans am Donnerstag.

Der EuGH-Prozess wäre der zweite in derselben Angelegenheit. Ungarn und die Slowakei hatten ihrerseits gegen die Umverteilung Klage eingereicht. Die Maßnahme sei weder geeignet noch nötig, um auf die Flüchtlingskrise zu reagieren, argumentierten sie. Daneben machten sie vermeintliche Formfehler des Beschlusses geltend. Der EuGH wies die Klage im September ab.

Dublin-System in der Diskussion

Unterdessen ging in Brüssel am Donnerstag auch die Diskussion um die Verteilung von Flüchtlingen im Rahmen des Dublin-Systems weiter. Die aktuelle Dublin-Verordnung sieht vor, dass in der Regel der EU-Staat für einen Asylbewerber zuständig ist, wo dieser zuerst europäischen Boden betritt. Genau das hatte zur Überlastung Italiens und Griechenlands geführt und 2015 die Beschlüsse zur Umverteilung der 160.000 Menschen provoziert.

Um für die kommenden Jahren die Last von Vornherein gleichmäßiger zu verteilen, hat die EU-Kommission eine Reform der Dublin-Verordnung vorgeschlagen. Die Kernänderung wäre, dass bei einer Überlastung einzelner Staaten alle anderen Staaten Flüchtlinge übernehmen müssten. Auch hier sind allerdings Polen, Ungarn und Tschechien nach Diplomatenangaben dagegen. Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU), der am Donnerstag bei Beratungen mit seinen EU-Amtskollegen in Brüssel war, sprach von nur wenig Fortschritt bei dem Thema. (epd/mig 8)

 

 

 

 

Vatikan/USA: Sorge wegen Botschaftswechsel nach Jerusalem

 

Im Vatikan stößt das Vorhaben der US-Regierung, ihren Botschaftssitz in Israel von Tel Aviv nach Jerusalem zu verlegen, auf Unverständnis. Für den langjährigen Ständigen Beobachter des Heiligen Stuhls bei der UNO, Erzbischof Silvano Tomasi, müsse weiterhin die Zwei-Staaten-Lösung verfolgt werden, wie er im Gespräch mit Radio Vatikan an diesem Mittwoch sagt. Seit jeher unterstütze der Heilige Stuhl die Haltung der Vereinten Nationen, die darauf abzielt, einen palästinensischen Staat neben einem israelischen Staat anzuerkennen. Voraussetzung sei, dass sich beide unabhängige Staaten gegenseitig respektieren, fügt Erzbischof Tomasi an. Doch mit der Verlegung der US-Botschaft nach Jerusalem werde dieses Ziel wesentlich schwieriger zu erreichen sein.

„Jerusalem muss weiterhin allen drei großen abrahamitischen Religionen zugänglich bleiben, also für Christen, Muslime und Juden. Die Tatsache, dass man sagt, Jerusalem sei die Hauptstadt allein von Israel und all die damit verbundenen juristischen Konsequenzen, verkompliziert die bisherige Haltung der UNO, die auch vom Heiligen Stuhl unterstützt wird. Deshalb muss eine politische Linie verfolgt werden, die nicht Trennungen hervorruft, sondern die im Gegenteil Eintracht stiftet und Frieden garantiert.“

Als langjähriger Vatikandiplomat habe er festgestellt, dass es einer „vertieften Zusammenarbeit“ auf internationaler Ebene bedarf. Man können nicht einseitige Beschlüsse fassen, gerade wenn es um die Beziehungen zwischen Staaten gehe.

„Doch solche Gesten und auch solche Äußerungen, die den internationalen Konsens zerbrechen, bergen die Gefahr neuer Gewaltausbrüche. Wir müssen aber stattdessen versuchen, eine solche Politik mit allen möglichen Mitteln zu verhindern.“

Gerade die jüngsten Beschlüsse in den USA seien nicht förderlich. So würde der sogenannte „Travel Ban“ – auch „Muslim Ban“ genannt – ein falsches Zeichen setzen und in die falsche Richtung führen. Der Oberste Gerichtshof der USA entschied diese Woche, dass Donald Trumps umstrittener Bann mit Einschränken vorerst in Kraft treten dürfe.

„Dieser Beschluss ist selektiv, weil damit sieben Länder auf die Schwarze Liste gesetzt werden. Es handelt sich um sehr arme Länder und vor allem leben dort mehrheitlich Muslime. Die Haltung der US-Regierung stiftet somit sehr viel Trennung anstatt Einheit. Es fehlt an gutem Willen, mit der internationalen Gemeinschaft zusammenzuarbeiten. Auch entspricht eine solche Haltung nicht der Tradition der USA, die – vergessen wir es nicht – ein Einwanderungsland par excellence war und ist.“

Und dritter Streich der US-Regierung: Sie zieht sich auch aus einer Flüchtlingsvereinbarung der UNO zurück. Trump wolle sich nicht länger an der Ausarbeitung des globalen Flüchtlings- und Migrationspaktes beteiligen, erklärte die US-Vertretung am Sitz der Vereinten Nationen in New York. Die dazu verabschiedete New Yorker Erklärung sei „unvereinbar“ mit der Einwanderungs- und Flüchtlingspolitik der USA, hieß es aus dem Umfeld Trumps. Auch das stößt bei Erzbischof Tomasi auf Unverständnis.

„Gemäß der Katholischen Soziallehre müssen wir uns alle dafür verantwortlich fühlen, was auf der Welt passiert. Wir sind eine einzige Menschheitsfamilie. Was die Frage um die aktuelle Migration auf der Welt betrifft, so können wir die Probleme nicht damit lösen, dass man selektiv vorgeht, also die einen hineinlässt und andere nicht und dass man selber entscheidet, ohne andere miteinzubeziehen. Es bedarf stattdessen einer internationalen Zusammenarbeit. Diese multilaterale Kooperation drückt sich vor allem in der Zusammenarbeit aller Länder bei der UNO aus, die an Lösungen zum Migrationsphänomen arbeiten. Die ablehnende Haltung der USA ist keine Unterstützung für die Lösungssuche auf internationaler Ebene. Es hilft auch nicht, Frieden zu stiften und zu fördern. Wir können die Migration nur auf eine multilaterale Weise angehen. Das bedeutet, dass sich alle Staaten daran beteiligen sollten. Gerade die USA sind sehr wichtig, auch weil sie wegen ihrer langjährigen Tradition im Bereich der Einwanderung sehr viel beitragen könnten.“ (rv 06.12.)

 

 

 

Wut und Beifall über Trumps Jerusalem-Pläne

 

Die Entscheidung von US-Präsident Donald Trump, mit der jahrzehntelangen Nahostpolitik seines Landes zu brechen und Jerusalem als Hauptstadt Israels anzuerkennen, hat unter  Palästinensern Wut und Empörung ausgelöst und in Israel Jubel über einen „historischen Tag“.

Palästinenserpräsident Mahmud Abbas sprach den USA am Mittwoch ihre Vermittlerrolle im Nahostkonflikt ab. Die EU zeigte sich „zutiefst besorgt“, die Bundesregierung distanzierte sich von der Haltung der USA.

Trump wies das US-Außenministerium an, sofort mit den Vorbereitungen für den Umzug der US-Botschaft von Tel Aviv nach Jerusalem zu beginnen, wie er in einer Ansprache im Weißen Haus mitteilte. Der US-Präsident sprach von einem „lange überfälligen“ Beschluss. Israel habe wie jeder andere souveräne Staat das Recht, selber über den Sitz seiner Hauptstadt zu entscheiden.

US-Präsident Donald Trump hat sich in Israel zuversichtlich über die Aussicht auf eine Wiederbelebung des Nahost-Friedensprozesses geäußert.

Trumps Entscheidung hatte bereits im Vorfeld Ängste vor einem neuen Flächenbrand in Nahost ausgelöst. Sie stellt einen beispiellosen Tabu-Bruch dar. Der endgültige Status von Jerusalem ist einer der größten Streitpunkte im Nahost-Konflikt. Die Palästinenser beanspruchen den 1967 von Israel besetzten und dann 1980 annektieren Ostteil Jerusalems als künftige Hauptstadt ihres angestrebten eigenen Staates. In der internationalen Gemeinschaft herrschte

bislang Konsens darüber, dass der Status der Stadt in Friedensgesprächen zwischen Israelis und Palästinensern zu klären ist.

Israels Ministerpräsident Benjamin Netanjahu sprach von einer „mutigen und gerechten Entscheidung“ und einem „historischen Tag“. Im kalten und regnerischen Jerusalem blieb es am Abend ruhig, Anzeichen für Proteste gab es nicht. Die Behörden projizierten im Bereich der Jerusalemer Altstadt eine US-Flagge an die Wände.

Im Gazastreifen protestierten am Abend mehrere tausend Menschen gegen die US-Entscheidung. Sie verbrannten Flaggen der USA und Israels und sangen Parolen wie „Tod für Amerika“ oder „Tod für Israel“. Im von Israel besetzten Westjordanland waren für Donnerstag Demonstrationen angekündigt.

Europas Außenbeauftragte Federica Mogherini machte sich am gestrigen Montag im Namen der EU erneut für eine Zweistaatenlösung stark und kritisierte den israelischen Siedlungsbau in Palästina. EURACTIV Spanien berichtet.

Abbas sagte am Abend im palästinensischen Fernsehen, „diese beklagenswerten und unannehmbaren Maßnahmen“ würden „bewusst alle Friedensbemühungen“ untergraben. Damit gebe Washington seine „Rolle als Förderer des Friedensprozesses“ auf, den es im vergangenen Jahrzehnt innegehabt habe.

Auch die Palästinensische Befreiungsorganisation (PLO) kritisierte, dass die USA sich nun für jede vermittelnde Rolle im Nahost-Konflikt „disqualifiziert“ hätten. Trump habe „die Zwei-Staaten-Lösung zerstört“, sagte PLO-Generalsekretär Sajeb Erakat. Damit ist die friedliche Koexistenz eines Palästinenserstaats mit Israel am Ende eines Friedensprozesses gemeint.

Die radikale Palästinenserorganisation Hamas warnte, dass Trump den eigenen US-Interessen schade und für sein Land „das Tor zur Hölle“ aufgestoßen habe.

Die Hamas hatte bereits vor Trumps Rede mit einem neuen Palästinenseraufstand, der dritten Intifada, gedroht.

Trump rief unterdessen alle Seiten zu „Ruhe“ und „Zurückhaltung“ auf. Er betonte, dass er mit seiner Entscheidung das Engagement seines Landes für einen „dauerhaften Frieden“ in Nahost nicht in Frage stelle, und kündigte an, dass Vizepräsident Mike Pence schon in den nächsten Tagen nach Nahost reisen werde.

Ein US-Regierungsvertreter hatte im Vorfeld der Rede gesagt, dass bis zum Umzug der Botschaft noch „einige Jahre“ vergehen würden, da in Jerusalem ein geeigneter, sicherer Standort gefunden und eingerichtet werden müsse. Kein einziger Staat hat bisher seine Botschaft in Jerusalem, sie alle sind in Tel Aviv angesiedelt.

Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) ging auf Distanz zu der US-Entscheidung. „Die Bundesregierung unterstützt diese Haltung nicht, weil der Status von Jerusalem im Rahmen einer Zwei-Staaten-Lösung auszuhandeln ist“, erklärte Regierungssprecher Steffen Seibert auf Twitter.

Bundesaußenminister Sigmar Gabriel (SPD) erklärte auf Twitter, der Status von Jerusalem müsse „von Beteiligten vor Ort geklärt werden“. Es solle keine Lösung vorweggenommen werden.

Die EU-Außenbeauftragte Federica Mogherini erklärte in Brüssel, die Europäische Union sei „zutiefst besorgt“ über die Ankündigung des US-Präsidenten und „die Auswirkungen, die diese auf die Friedensperspektiven haben kann“.  EA/AFP 7

 

 

 

Südeuro

 

Zur Lösung der europäischen Finanzkrise braucht es zwei verschiedene Eurozonen, argumentiert Fritz W. Scharpf.  Von Fritz W. Scharpf 

 

Die Eurokrise war die Folge der strukturellen Divergenz zwischen den exportorientierten Hartwährungsländern im „Norden“ und den von der Binnennachfrage abhängigen Weichwährungsländern im „Süden“. Das nach der Krise eingeführte neue Euro-Regime beschränkt die Binnennachfrage durch fiskalische Austerität und Maßnahmen zur Lohndämpfung, um auf diese Weise die Konvergenz der Südländer mit den exportorientierten Strukturen der Hartwährungsländer zu erzwingen. Die strukturelle Transformation setzt freilich die Zerstörung von Produktionspotentialen und Arbeitsplätzen im Binnensektor der früheren Weichwährungsländer voraus.

Ein so einseitiges, den Norden privilegierendes und Opfer nur im Süden erforderndes Programm hätte in der autonomen demokratischen Politik der Südländer keine Chance gehabt. Es musste also oktroyiert werden. Aber auch auf der europäischen Ebene konnte es nur in technokratisch-intergouvernementalen Prozessen durchgesetzt werden, die eine Politisierung des fundamentalen Nord-Süd-Verteilungskonflikts unterdrücken müssen. Trotzdem lassen sich politische Forderungen kaum noch abwehren, die auch symmetrische Anpassungsleistungen im Norden und den raschen Abbau der deutschen Exportüberschüsse verlangen. Insbesondere wegen der Größe und der strukturellen Besonderheit der deutschen Wirtschaft erscheinen sie freilich kaum aussichtsreich. Und die gegen deutsches Widerstreben vielleicht durchsetzbare Transfer-Union könnte die ökonomische und politische Spaltung der Eurozone noch weiter vertiefen.

Das Krisenpotential strukturell divergierender Mitgliedswirtschaften bedroht also die Währungsunion auch weiterhin, obwohl derzeit – vor allem wegen der unkonventionellen und höchst umstrittenen Geldpolitik der EZB – eine trügerische Ruhe herrscht. Diese Phase könnte und sollte jedoch genutzt werden, um auch außerhalb des 1992 beschlossenen Rahmens einer unflexiblen und nur durch Zwang zu stabilisierenden Währungsunion nach flexibleren und dauerhaft stabilen Lösungen zu suchen. Angesichts ihres politischen und ökonomischen Gewichts läge es an der deutschen Politik, dafür die Initiative zu ergreifen.

Eine ökonomisch durchaus plausible Lösung hatte George Soros schon vor einigen Jahren empfohlen: Wenn Deutschland so stark vom Durchschnitt der Eurozone abweicht, dann sollte es lieber selbst aus dem Euro austreten, statt andere Länder zwangsweise germanisieren zu wollen – und dafür dann dauerhaft zahlen zu müssen. Aus politischen Gründen wäre Deutschland freilich das letzte Land, das diesen Ausweg wählen dürfte.

Der deutsche Finanzminister hat jedoch auf dem Tiefpunkt des vorletzten Griechenland-Konflikts eine Option ins Spiel gebracht, die zu einer besseren Lösung führen könnte. Allerdings stieß seine Anregung, Griechenland könnte ja (zeitweilig) den Euro verlassen, auf so vehemente Kritik, dass die in dem „Non-Paper“, einem inoffiziellen Arbeitsdokument vom 10. Juli 2015 formulierten Konditionen gar nicht mehr diskutiert wurden. Sie lauteten:

The time-out solution should be accompanied by supporting Greece as an EU member and the Greek people with growth enhancing, humanitarian and technical assistance over the next years.

Angeboten wurde also die Sicherheit der EU-Mitgliedschaft und der weiteren Teilhabe an allen EU-Programmen, sowie mehrjährige wirtschaftliche, humanitäre und technische Hilfen beim Übergang zu einer eigenen Währung. Wie wir inzwischen aus dem Bericht des amerikanischen Ökonomen James K. Galbraith erfahren haben, war dieser von Yanis Varoufakis auch schon vorbereitet worden. Die Tsipras-Regierung ist darauf nicht eingegangen – weil sie an der politischen Belastbarkeit des Angebots zweifelte, und vor allem, weil ihr eine isolierte, von Europa getrennte Zukunft des Landes noch schrecklicher erschien als die Kapitulation vor den noch einmal verschärften Auflagen der Gläubiger.

In der Tat: Was Wolfgang Schäuble damals nicht bieten konnte, waren gültige Regeln für den einvernehmlichen Austritt und eine klare Perspektive für die künftigen Beziehungen zwischen dem Austrittsland und dem Euro. Aber diese Vorbedingungen könnten geschaffen werden. Und die institutionellen Bausteine für einen flexiblen, zweistufigen „Europäischen Währungsverbund“ existieren bereits in der Kombination der bisherigen Währungsunion mit dem europäischen „Wechselkursmechanismus II“ (WKM II).

Der WKM II ist der Nachfolger des 1979 von Helmut Schmidt und Giscard d’Estaing geschaffenen „Europäischen Währungssystems“ (EWS). Dieses hatte die Mitgliedstaaten dazu verpflichtet, mit den Mitteln der nationalen Geld- und Finanzpolitik die jeweils vereinbarten Wechselkurse einzuhalten und sich dabei durch Interventionen auf den Devisenmärkten gegenseitig zu unterstützen.

Diese zweistufige Struktur könnte reaktiviert werden für Griechenland und andere Länder, die eine Koppelung ihrer Währung an den Euro und den Schutz des Verbundes gegen Schwankungen und spekulative Attacken auf den Devisenmärkten anstreben, aber die strikten Anforderungen einer Währungsunion nicht erfüllen können oder wollen.

In dem zweistufigen Währungsverbund würden der engeren Währungsunion neben den Ländern des früheren „DM-Blocks“ wohl auch die baltischen Mitgliedstaaten angehören. Hinzu kämen vielleicht auch Irland, Spanien und andere Länder, die aus ökonomischen oder politischen Gründen strukturelle Konvergenz mit Deutschland anstreben und bereit wären, dafür stärkere Koordination und stärkere Kontrollen in Kauf zu nehmen. Für Frankreich wäre dies jedoch eine schwierige Entscheidung. Die Mitgliedschaft im WKM II könnte dagegen strukturell sehr heterogen sein. Neben den typischen Süd-Ländern könnten dazu auch Länder mit einer exportorientierten und preisstabilen Wirtschaft wie Dänemark oder Schweden gehören, die der Währungsunion nicht wegen wirtschaftsstruktureller Divergenz fernbleiben, sondern weil sie die Autonomie einer demokratisch verantworteten Wirtschaftspolitik nicht aufgeben wollen.

Alle Mitgliedstaaten im WKM II wären verpflichtet, einen vereinbarten Wechselkurs zum Euro einzuhalten – was manchen leicht, anderen schwer fallen könnte. Aber dieser Wechselkurs entspräche jeweils der Wettbewerbsfähigkeit ihrer Wirtschaft. Und für seine Verteidigung stünden dem Staat auch alle Instrumente einer auf die jeweilige Lage dieser Wirtschaft abgestimmten nationalen Geld-, Finanz-, Lohn- und Kreditpolitik zur Verfügung. Käme es trotzdem zu temporären Ungleichgewichten oder spekulativen Attacken auf eine der Währungen, so stünde für stabilisierende Interventionen auf den Devisenmärkten die fast unbegrenzte fire power der Europäischen Zentralbank zur Verfügung. Für Liquiditäts-Engpässe der Staatsfinanzen könnte überdies ein von Schäuble bei anderer Gelegenheit schon erwogener Europäischer Währungsfonds geschaffen werden. Bei drohender Staatsinsolvenz müsste ein geregeltes Verfahren die Umschuldung ermöglichen. Und schließlich gäbe es bei dauerhaften Leistungsbilanz-Ungleichgewichten auch die Möglichkeit einer vereinbarten Anpassung der Wechselkurse.

Die Euro-Länder im Kern der Währungsunion stünden dann nicht mehr unter dem politischen Druck, ihre Exportüberschüsse zu vermindern und sich dem Eurozonen-Durchschnitt anzunähern. Sie könnten sich wirtschafts- und finanzpolitisch enger integrieren und von der endlich funktionierenden Steuerungskompetenz einer einheitlichen Geldpolitik und antizyklischer fiskalischer Kapazitäten profitieren. Die bisherigen Süd-Länder dagegen wären im WKM II nicht länger gezwungen, die Konvergenz mit der im internationalen Vergleich ganz ungewöhnlichen Exportstärke der deutschen Wirtschaft zu erreichen. Sie müssten lediglich ihre Importe mit den eigenen Exporten bezahlen können – was im Prinzip mit einem kleinen, beispielsweise auf Oliven und Tourismus spezialisierten Exportsektor ebenso möglich wäre wie mit einem sehr großen. Zugleich wären sie aber durch den Verbund vor der Gefahr unkontrollierbarer Abwertungs-Inflations-Abwertungs-Zyklen und vor den Attacken der Währungsspekulation geschützt. Diese Vorteile könnten auch andere Länder, die heute nicht der Eurozone angehören – wie etwa Schweden oder Polen, oder vielleicht sogar Norwegen und die Schweiz – zum Beitritt bewegen. Das Gewicht dieses Europäischen Währungsverbundes auf den weltweiten Finanzmärkten und in internationalen Finanzverhandlungen wäre dann sogar größer als das der heutigen Eurozone.

Den größten Vorteil eines flexiblen Währungsverbundes aber hätte die europäische Politik. Sie wäre nicht länger durch den unterdrückten Nord-Süd-Konflikt gelähmt, und auch Deutschland wäre nicht länger der europäische Zuchtmeister, der eine autoritäre Politik durchsetzen muss, die anscheinend nur dem eigenen Interesse dient. Vom Zwangsregime der gegenwärtigen Währungsunion befreit, könnte die europäische Politik dann endlich bei der Bewältigung der Krisen und Aufgaben vorankommen, bei denen gemeinsame Interessen gemeinsames Handeln erfordern. IPG 4

 

 

 

Friedenstreffen der Religionen: Papst empfängt Rohingya

 

Es war eine bunte und vielstimmige Begegnung in Dhaka: das Friedenstreffen der Religionen, Höhepunkt des zweiten Reisetages von Papst Franziskus in Bangladesch. Buddhisten und Muslime, Hindus und Christen verschiedener Konfessionen tummelten sich am Freitagnachmittag Ortszeit im Garten des erzbischöflichen Palais, Gesänge und Tänze belebten die Veranstaltung, auf der Delegationen verschiedener Religionen ihre Anliegen vortrugen und auch so manches Gebet zu hören war. Als Freundschaftstreffen definierte Franziskus die Begegnung, und er schwor seine Zuhörer darauf ein, sich gemeinsam entschieden gegen Hass, Gewalt und Vorurteile im Namen der Religion zu stemmen. 

Papst bittet Rohingya-Flüchtlinge um Vergebung

Franziskus nahm sich bei der Begegnung Zeit, um drei Rohingya-Familien anzuhören, die aus einem Flüchtlingslager in die Hauptstadt gereist waren. Die insgesamt 16 Flüchtlinge, Männer, Frauen und Kinder, traten vor den Papst, der sie aufmerksam anhörte; ein Übersetzer half bei der Verständigung. Franziskus nahm die Hände der Flüchtlinge und streichelte die Kinder. Danach bekundete er den Angehörigen der Rohingya seine Nähe und bat um Vergebung für das Leid, das ihnen widerfahren sei. Dabei benutzte er in freier Rede jenes Wort, welches er in den offiziellen Reden auf seiner Reise bislang ausgespart hatte: „Rohingya“. Nachdem auch die anderen anwesenden religiösen Führer die Flüchtlinge begrüßt und umarmt hatten, gab es ein Gruppenfoto. Der die Gruppe begleitende Imam sprach am Ende ein Gebet.

Zeichen setzen gegen den Hass

In seiner Ansprache hatte der Papst zuvor das gemeinsame Anliegen der Religionsvertreter für das interreligiöse Friedenstreffen aufgegriffen – „den Wunsch nach Harmonie, Brüderlichkeit und Frieden, die tief in den Lehren der Weltreligionen verwurzelt sind“, wie Franziskus formulierte: „Möge unser Treffen an diesem Nachmittag ein klares Zeichen des Bemühens der Führer und Anhänger der in diesem Land vorhandenen Religionen sein, in gegenseitigem Respekt und mit Wohlwollen zusammenzuleben.“

Diese Werte dürften allerdings kein Lippenbekenntnis bleiben, kam der Papst dann vor Muslimen, Buddhisten, Hindus und Christen zur Sache, sie müssten entschieden und im Alltag extremistischen Tendenzen entgegengesetzt werden: „In Bangladesch, wo das Recht auf Religionsfreiheit ein grundlegendes Prinzip ist, möge diese Verpflichtung eine respektvolle aber entschiedene Mahnung an all diejenigen sein, die versuchen, Trennung, Hass und Gewalt im Namen der Religion zu schüren.“

Der Andere ist ein Weg

Ein Zeichen zu setzen gegen die Fanatiker und Hetzer der Religion – nicht weniger verlangte der Papst von seinen Zuhörern in Dhaka. Dazu gehöre auch das Knüpfen echter Bande und Beziehungen, mit einem einfachen „Leben-Lassen“ sei es nicht getan. Eine „Kultur der Begegnung“ im Dienste der Menschheit aufzubauen „verlangt mehr als einfach Toleranz“ – und der Papst rief dazu auf, diese Herausforderung anzunehmen: „Es spornt uns an, den anderen vertrauens- und verständnisvoll die Hand zu reichen, um eine Einheit zu schaffen, die Andersheit nicht als Bedrohung, sondern als mögliche Quelle der Bereicherung und des Wachstums versteht. Es ermahnt uns zur Einübung einer Öffnung des Herzens, sodass wir die anderen als einen Weg und nicht als ein Hindernis sehen.“

Diese „Öffnung der Herzen“ sei wie eine Tür, durch die man gehen kann, fuhr Franziskus fort, es gehe dabei um gelebte Erfahrung, nicht abstrakte Theorie: „Sie erlaubt uns den Weg eines Lebensdialoges einzuschlagen, nicht nur einen einfachen Meinungsaustausch.“ Und noch einmal traf der Papst eine Unterscheidung; es brauche hier „guten Willen und Offenheit“, ja – „was aber nicht verwechselt werden darf mit Gleichgültigkeit oder einem Widerwillen, unsere tiefsten Überzeugungen zu bekennen. Sich fruchtbar mit dem anderen zu beschäftigen bedeutet, dass wir uns über unsere unterschiedlichen religiösen und kulturellen Identitäten miteinander austauschen, aber immer in Demut, Aufrichtigkeit und Respekt.“

„Diese Gesinnung können wir alle nachahmen“

Und ein zweites Bild führte der Papst an, um seine Gedanken zu veranschaulichen: Er kam im Folgenden auf die Suche nach Wahrheit und Güte gegenüber dem Nächsten zu sprechen, die in allen Religionen eine Rolle spielt: „Die Öffnung des Herzens ähnelt einer Leiter, die hinaufreicht zum Absoluten. Wenn wir an diese transzendente Dimension unseres Handelns denken, wird uns bewusst, dass wir unsere Herzen reinigen müssen, um alle Dinge aus der rechten Perspektive sehen zu können. Die Öffnung der Herzen ist auch ein Weg, der zur Suche nach Güte, Gerechtigkeit und Solidarität führt. Er veranlasst uns, das Wohl unseres Nächsten zu suchen.“

Das Böse durch das Gute zu besiegen, statt sich vom Bösen besiegen zu lassen, wie es Paulus den Christen Roms aufgetragen hatte (vgl. Röm, 12,21), könne für alle Religionen Gültigkeit haben, fuhr der Papst fort: „Das ist eine Gesinnung, die wir alle nachahmen können. Der religiöse Eifer für das Wohl unseres Nächsten, der einem offenen Herzen entspringt, bewässert wie ein breiter Strom die wüsten und ausgetrockneten Landstriche des Hasses, der Korruption, der Armut und der Gewalt, die so sehr das Leben der Menschen beeinträchtigen, Familien auseinanderreißen und die Gabe der Schöpfung entstellen.“

Religionen haben einen gemeinsamen Auftrag

Die Religionen trügen mit einem solchen Bemühen nicht nur zu einer Kultur des Friedens bei, präzisierte er weiter, ihre Werte der Offenheit, Akzeptanz und Zusammenarbeit seien deren „schlagendes Herz“. Diese positive Lebenskraft habe die Welt heute bitter nötig, so Franziskus, der unter anderem die „verfolgten Minderheiten“ ansprach, ohne bei diesem Punkt ins Detail zu gehen:

„Wie sehr bedarf unsere Welt dieses kraftvollen Herzens, um dem Virus der politischen Korruption und der destruktiven religiösen Ideologien entgegenzuwirken, wie auch der Versuchung, die Augen vor den Bedürfnissen der Armen, der Flüchtlinge, der verfolgten Minderheiten und der Verletzlichsten zu verschließen! Wieviel Öffnung ist hier vonnöten, um den Menschen unserer Welt Heimat zu geben, besonders den Jugendlichen, die sich manchmal allein und ratlos fühlen bei ihrer Suche nach dem Sinn des Lebens!“

Würdigende Worte fand Papst Franziskus für das Bemühen der Religionsgemeinschaften im Klimaschutz und bei der Bekämpfung der Naturkatastrophen, die Bangladesch in den letzten Jahren heimsuchten – unter anderem bedroht dort der steigende Ozeanpegel aufgrund der Erderwärmung die Lebensräume ganzer ethnischer Gruppen; das Land ist eines der am schwersten von den Folgen des Klimawandels betroffenen. Auch habe die Kirche nach dem Gebäudeeinsturz in Sabhar etwa 25 km nordwestlich der Hauptstadt Dhaka vom April 2013, bei dem 1135 Menschen getötet und 2438 verletzt wurden, Solidarität gezeigt. Der Unfall war der schwerste Fabrikunfall in der Geschichte des Landes.

(rv/kna 01.12.)

 

 

 

 

EU-Afrika-Gipfel. Afrikas und Europas Führer ringen um Thema Migration

 

In Afrika leben laut EU mehr Menschen unter 25 Jahren, als die Europäische Union Einwohner zählt. Viele von ihnen zieht es nach Europa. Der EU-Afrika-Gipfel hat es daher mit mindestens zwei Großthemen zu tun: Jugend und Migration.

 

Vor dem Hintergrund der Migration über das Mittelmeer sind in der Elfenbeinküste am Mittwoch die Staats- und Regierungschefs aus rund 80 afrikanischen und europäischen Ländern zusammengetroffen. Die beiden Kontinente hätten ein gemeinsames Interesse, „die illegale Migration zu beenden und stattdessen legale Möglichkeiten für Menschen aus Afrika zu schaffen“, sagte Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) kurz vor Beginn des Gipfels in der Hauptstadt Abidjan. Zur gleichen Zeit wurden erneut schwere Vorwürfe gegen die Flüchtlingspolitik der EU laut.

Der gemeinsame Gipfel von Afrikanischer Union (AU) und Europäischer Union (EU) wird am Donnerstag fortgesetzt. Offizielles Hauptthema sind „Investitionen in die Jugend“. Afrika zählt bereits jetzt mehr junge Leute unter 25 Jahren, als die EU insgesamt Einwohner hat. Vor allem mit Blick auf sie wollten die Spitzenpolitiker über Wirtschaft und Handel diskutieren. Auch Frieden und Sicherheit sowie Demokratie und Menschenrechte stehen auf der Agenda.

Entwicklung soll Migration dämmen

Entwicklung und Wachstum in Afrika werden von Führern der EU und der AU auch als Mittel zur Bekämpfung der Ursachen von Flucht und Migration verstanden. Der Gipfel müsse ein Ausgangspunkt sein, um diesen Ursachen entschiedener zu begegnen, forderte der Chef der Kommission der Afrikanischen Union, Moussa Faki Mahamat, in Abidjan. Eines der Hauptprobleme der jungen Generation sei die Armut. Sie entstehe aus dem Fehlen wirtschaftlicher Perspektiven und werde durch den Klimawandel und schlechte Regierungsführung noch verschärft, beklagte der AU-Kommissionschef.

Auch EU-Ratspräsident Donald Tusk verknüpfte die Themen Migration und Entwicklung. Migration sei eine langfristige Aufgabe für beide Seiten, sagte er. Die Initiativen der EU, für die Jugend Perspektiven zu schaffen, gehörten zur Erfüllung dieser Aufgabe, erklärte Tusk, und kündigte an: „Die EU steht bereit, mehr zu tun.“ Die Bundesregierung stockte anlässlich des Gipfels ihre finanziellen Hilfen für die junge Generation in Afrika auf. Die laufende Berufsbildungsinitiative mit afrikanischen Ländern erhalte zusätzliche 30 Millionen Euro, erklärte Bundesentwicklungsminister Gerd Müller (CSU) in Berlin.

EU bestens informiert über Gewalt in Libyen

Zugleich mit solchen Maßnahmen bekämpft die EU Migration aus Afrika mit anderen, höchst umstrittenen Mitteln. Vorwürfe gegen diese Politik wurden am Mittwoch bekräftigt. „Ärzte ohne Grenzen“ verwies auf die EU-Unterstützung für die libysche Küstenwache, die Migranten aufgreift und zurück nach Libyen bringt. Die EU und die Bundesregierung seien „seit Monaten bestens über Folter, Vergewaltigung, Gewalt, systematische Erpressung und Zwangsarbeit in libyschen Internierungslagern informiert“, erklärte die Organisation in Berlin. „Dennoch unterstützen und finanzieren sie das Zurückbringen von Geretteten aus dem Mittelmeer in diese Internierungslager durch die libysche Küstenwache.“

Die EU mache sich „an schwersten Menschenrechtsverletzungen mitschuldig, wenn sie trotz der Berichte über Sklavenmärkte und Folter am Deal mit Libyen festhält“, urteilte die Grünen-Europaabgeordnete Ska Keller. „Die europäischen Staats- und Regierungschefs sollten sich ein Beispiel an Länder wie Uganda nehmen, die zahlreichen Flüchtlingen Schutz bieten statt sich abzuschotten.“ (epd/mig 30)

 

 

 

Krise? Welche Krise?

 

Keine Panik, Deutschland. Belgien hat 18 Monate ohne Regierung überlebt und ist nach wie vor ein stabiles Land. Von Jan Cornillie

 

 „Man kann das Pferd zum Wasser führen, aber man kann es nicht zwingen zu trinken.“ Mit diesen Worten beendete ich meine befristete Tätigkeit als Sonderberater des Königlichen Vermittlers Johan Vande Lanotte. Drei Monate lang hatten wir uns im Senat verschanzt und versucht, den Weg zu einer Staatsreform und einer Neuregelung der Zuständigkeiten und Finanzmittel der belgischen Regionen zu ebnen. Wir berieten uns, verglichen Notizen, pendelten zwischen den politischen Fraktionen hin und her, entwarfen Szenarien. Es war einer von neun Versuchen (neun!), eine Einigung in der scheinbar unendlichen politischen Krise 2010 und 2011 zu finden, während derer Belgien keine gewählte Regierung hatte. Die Hängepartie dauerte sage und schreibe 541 Tage.

Außerhalb unserer Verhandlungsblase blieb indes alles ruhig. „In den Sechzigern waren die Leute aufgeregt, aber die Politik war gelassen. Heutzutage ist die Politik aufgeregt, aber die Leute bleiben gelassen“, witzelte ein Beobachter. Tatsächlich kam Belgien in der Phase des Stillstands ganz gut zurecht, obwohl nur eine Übergangsregierung die Geschicke des Landes leitete. Wie erging es Belgien in dieser langen politischen Krise? Und kann Deutschland – das nach dem Scheitern der Koalitionsgespräche ebenfalls in einer politischen Sackgasse steckt – etwas aus dieser ungewöhnlichen Episode lernen?

Ein Land, viele Regierungen

Deutschland ist wie Belgien ein föderaler Bundesstaat. In Belgien war nur die Bundesregierung vom politischen Stillstand betroffen. Die Kommunal- und Regionalregierungen arbeiteten wie immer. Da wichtige Politikbereiche wie Bildung, Sozialwesen, Wirtschaft und Infrastruktur auf regionaler Ebene verwaltet werden, konnte ein Großteil der Aufgaben, die ein Land am Laufen halten, erledigt werden. Dazu kam, dass die belgische Bundesregierung zwar das größte Budget verantwortet, kurzfristig aber nur über wenige größere Ausgaben entschieden werden musste. Die föderalen Ausgaben fließen überwiegend in festgelegte Transferleistungen an Polizei, Armee und Justiz. Vereinbarungen im Sozialbereich liegen dagegen in der Verantwortung von Gewerkschaften und Arbeitgeberorganisationen.

Die Übergangsregierung hatte im neuen Parlament zudem eine Mehrheit und konnte daher auch Gesetze beschließen – sie stimmte sogar dem Militäreinsatz in Libyen zu. Dass eine Regierung fehlte, machte sich somit vor allem dadurch bemerkbar, dass kurzfristig keine Entscheidungen über landesweite Fragen möglich waren. Manch einer sah darin sogar einen Vorteil, da die Gesetzgebung selten stabil war und es weniger Streiks gab. Allerdings wurden auch dringend notwendige Reformen in den Bereichen Rente und Arbeitsmarkt, erneuerbare Energien, Asyl und Migration auf Eis gelegt.

Lost in translation

Die Situation in Belgien unterscheidet sich jedoch auch erheblich von der in Deutschland. Zum einen hatten die 541 Tage ohne neue Regierung in Belgien weniger mit grundsätzlichen politischen Differenzen zu tun als mit der Sprachbarriere zwischen der niederländisch sprechenden Bevölkerung im Norden und der französischsprachigen im Süden. Nach den frustrierenden Erfahrungen der Jahre 2007 bis 2010, als sich neu gewählte flämische Separatisten mit wallonischen Einheitsbefürwortern um Wahlbezirke und eine Dezentralisierung stritten, forderten die flämischen Parteien vor dem Eintritt in Koalitionsverhandlungen eine Einigung über die Staatsreform und das Finanzierungsgesetz.

Von den 541 Tagen vergingen 486 mit Verhandlungen über diese Reformen. In den restlichen 55 Tagen wurde ein Vertrag über eine Sechs-Parteien-Koalition ausgehandelt. Wenn man es so rechnet, haben die gescheiterten Verhandlungen über eine „Jamaika“-Koalition zwischen Kanzlerin Angela Merkels Christdemokraten, den Grünen und den Freien Demokraten also länger gedauert.

Keiner der Parteichefs – in Belgien die traditionellen Königsmacher – war damals auch als Minister in der Regierung tätig. Es herrschte somit eine klare Arbeitsteilung: Die Minister der Übergangsregierung konnten sich fast ausschließlich der Regierungsarbeit widmen, während ihre Parteikollegen verhandelten. Der geschäftsführende Ministerpräsident Yves Leterme von den flämischen Christdemokraten wollte keinesfalls in eine neue Regierung eintreten und konnte verlorenes Ansehen teilweise zurückgewinnen, indem er Belgien geschickt durch diese schwierige Zeit manövrierte.

Regierung mit leeren Taschen

Zum zweiten: Während die möglichen Koalitionspartner in Deutschland sich darauf freuen können, einen Haushaltsüberschuss von 30 bis 60 Milliarden Euro auszugeben, standen den Belgiern solche Beträge nicht zur Verfügung. Unmittelbar nach der Bankenkrise und mitten in der Eurokrise standen lediglich Sparmaßnahmen und Strukturreformen an. Eine Woche, nachdem im Dezember 2011 endlich eine neue gewählte Regierung gebildet worden war, trat das „Sixpack“ der EU in Kraft, also neue Regeln für die Wirtschafts- und Finanzaufsicht, die Belgien umgehend einer verschärften Haushaltsdisziplin unterwarfen. Dass die Sparmaßnahmen wegen der langwierigen Regierungsbildung mit Verzögerung wirksam wurden, sorgte auch für einen Silberstreif am Horizont: Belgien konnte – anders als seine nördlichen Nachbarn, die Niederlande, – eine zweite Rezession vermeiden. Mit den Sixpack-Maßnahmen und den steigenden Zinsen lief 2012 allerdings auch für Belgien die Schonzeit ab.

Und das bringt uns zum vielleicht wichtigsten Unterschied: dem Zustand der EU und insbesondere der Eurozone. Während der politischen Krise in Belgien befand sich auch die Eurozone in turbulentem Fahrwasser. Die hoch verschuldeten Eurostaaten Portugal, Irland, Griechenland und Spanien mussten EU und Internationalen Währungsfonds um Hilfe bitten. Auf Drängen Deutschlands wurden die fiskalpolitischen Regeln verschärft und makroökonomische Schieflagen überwacht. Ein neuer zwischenstaatlicher „Europäischer Fiskalpakt“ wurde auf den Weg gebracht.

All das war auch mit einer belgischen Regierung möglich, die kein vollständiges Mandat besaß. Dagegen ist die Position Deutschlands im Zentrum der europäischen Politik sehr stark. Es ist schwer vorstellbar, wie auch nur eine der lange überfälligen Eurozonen-Reformen, die im Bericht der fünf Präsidenten, dem Papier der Europäischen Kommission zur Vertiefung der Wirtschafts- und Währungsunion sowie in der Rede des französischen Präsidenten Emmanuel Macron an der Sorbonne entwickelt wurden, ohne eine richtige deutsche Regierung durchgesetzt werden könnte. Anders als offiziell verlautbart, erwartet die Europäische Union durchaus, dass Deutschland bald eine Regierung mit vollem Mandat bekommt.

Die Verhandlungen in Belgien wurden übrigens ausgerechnet durch einen Höhepunkt der Eurokrise beschleunigt: Die Zinsen der belgischen Regierungsanleihen bewegten sich auf das Niveau zu, das in den Krisenländern herrschte. Der Abstand zu den Nachbarländern, die auf den Finanzmärkten noch als sicher galten (Deutschland, Niederlande, Frankreich), vergrößerte sich. Erst als Belgien endlich eine Regierung hatte und die notwendigen finanzpolitischen Maßnahmen ergreifen konnte, reihte es sich rasch wieder in diese Gruppe der „sicheren“ Länder ein. Als der Chef der Europäischen Zentralbank Mario Draghi Mitte 2012 versprach, „alles Notwendige“ zu unternehmen, um den Euro zu retten, und Staats- und Unternehmensanleihen aufkaufte, konnte Belgien erleichtert aufatmen.

Nun gibt es wieder Anzeichen für schwere Finanzturbulenzen. Der EZB dürfte es allerdings nicht leichtfallen, ihren Trick einfach noch einmal zu wiederholen. In einer solchen Zeit erwarten nicht nur die Menschen in Deutschland und der EU von der deutschen Regierung Führungsstärke. Wird Deutschland es schaffen, rechtzeitig eine Regierung zu bilden, damit wieder „alles Notwendige“ zur Rettung des Euro unternommen werden kann? IPG 4

 

 

 

Migration: „Europa ist besessen von kurzfristigen Lösungsansätzen“

 

Migration wird beim fünften Gipfeltreffen zwischen der Afrikanischen Union und der EU in Abidjan am 29. und 30. November eine prominente Rolle spielen. Allerdings bestimmen nach wie vor die Europäer die Agenda, weil der AU die politische Einheit fehlt, sagt Geert Laporte im Interview.

Geert Laporte ist stellvertretender Direktor des European Centre for Development Policy Management und beschäftigt sich seit rund 20 Jahren mit den Beziehungen zwischen der EU und Afrika.

Er sprach im Vorfeld des AU-EU-Gipfels in Abidjan mit Cécile Barbière von EURACTIV Frankreich.

Der fünfte Gipfel zwischen der Europäischen Union und der Afrikanischen Union in Abidjan legt offiziell den Fokus auf Jugend. Ist das wirklich die Top-Priorität in den Beziehungen zwischen den beiden Kontinenten?

Es ist tatsächlich ein sehr wichtiges Thema sowohl für Europa als auch für Afrika. Aber es ist vor allem auch ein Thema, bei dem Konsens herrscht, das keinen der Partner ernsthaft stört – im Gegensatz zu sehr viel kontroverseren Fragen nach Migration, wirtschaftlicher Entwicklung, Sicherheit oder dem Kampf gegen den Terrorismus. Diese Probleme werden aber auch auf der Gipfel-Agenda stehen und diskutiert werden.

Aus politischer Sicht sind die dringendsten Themen sicherlich Migration und Sicherheit. Da müssen Europa und Afrika gemeinsame Lösungen finden. Diese Fragen sind aber natürlich auch eng mit der Hauptpriorität Zukunft der (heutigen) Jugend verknüpft. Die afrikanische Bevölkerung wird sich bis 2050 verdoppeln. Wenn junge Afrikaner zu Hause keine Arbeitsmöglichkeiten finden, wird daraus auch ein europäisches Problem.

Heute sieht Europa Migration als Bedrohung; Afrika sieht sie als Chance. Dieses Thema wird wohl immer auf der Agenda sein.

Merkel und Macron wollen während des EU-Afrika-Gipfels ähnliche Migrationsabkommen wie mit der Türkei in den Vordergrund rücken.

Die Jugend soll also im Mittelpunkt der Gespräche stehen. Wie sind denn junge Europäer und Afrikaner miteinander vernetzt und beim Gipfel vertreten?

Es gibt viele junge Leute, die gerne mehr an diesem politischen Dialog teilhaben würden, aber ihnen wird keine Möglichkeit geboten, dies auch zu tun. Die afrikanischen Führungen sind noch nicht bereit, offen über Jugend und Zivilgesellschaft zu debattieren.

Doch auch Europa trägt eine Teilverantwortung, weil es eine sehr staatsorientierte Kooperation mit Afrika unterhält. Schriftlich gibt es Bestrebungen, die Zivilgesellschaft verstärkt einzubinden und ihre Ansichten zu hören. In der Praxis geschieht das aber nicht.

Während Migration ein gemeinsames Thema ist, scheint es, dass die Debatte weiterhin eher von der EU geführt wird, als von Afrika…

Die Migration ist eine Priorität über Europa hinaus. Sie ist auch in Afrika sehr wichtig, weil die Chancen und Möglichkeiten für junge Menschen auch von ihrer Mobilität innerhalb des afrikanischen Kontinents abhängig sind.

Doch die Debatte über Migration wird hauptsächlich von Europa geführt, weil dort der politische Druck höher ist, schnell zu handeln. Als Ergebnis nimmt die EU daher eine Haltung ein, die eher auf kurzftistig effektive Instrumente wie den Treuhandfonds für Afrika baut.

Durch diesen Druck lässt sich Europa auch auf Verhandlungen mit Diktaturen wie im Sudan ein. Belgiens Staatssekretär für Asyl und Immigration Theo Francken hat zum Beispiel kürzlich sudanesische Beamte nach Belgien eingeladen, um dort bei der Identifizierung von Migranten aus dem Sudan zu helfen.

Kooperation mit einem solchen Land ist aber problematisch. Europa ist besessen von kurzfristigen Lösungsansätzen, die aber indirekt solche Regimes wie im Sudan finanziell unterstützen. Langfristig kann dieser Ansatz katastrophale Folgen haben.

Trotz der Bilder von libyschen Sklavenmärkten, auf denen Migranten verkauft werden: Die EU, die Libyen zur Migrationsabwehr braucht, scheint bisher unbeeindruckt.

Enthüllungen über existierende Sklavenmärkte in Libyen haben auf beiden Seiten des Mittelmeeres für heftige Reaktionen gesorgt. Kann das zu einer neuen Wendung in der Migrations- und Fluchtdebatte führen?

Es gibt eine gemeinsame Verantwortung Afrikas und Europas für die Situation von Migranten in Libyen.

Diese Aufnahmen sind sehr aufwühlend und wenn beide Seiten nun bereit sind, Verantwortung zu übernehmen und Fehler zu erkennen und auszumerzen, kann das eine Chance sein. Damit dies wirklich geschieht, sollten aber die afrikanischen Regierungen nicht die gesamte Schuld auf Europa und seine Versuche, die Grenzen zu schließen, schieben.

Einige afrikanische Führer haben es bereits verurteilt, dass versklavte Migranten auf afrikanischem Boden versteigert werden.

Das Thema wird angesprochen werden, aber bei dieser Art von Gipfeltreffen werden problematische Fragen immer zur Seite gewischt. Das ist keine Lösung. Wir sehen seit 40 Jahren die immer gleichen Themen auf der Agenda.

Sowohl bei der Migration als auch bei anderen Fragen: Die beiden Blöcke sind in ihren Beziehungen nicht auf Augenhöhe…

Richtig, die EU-Afrika-Beziehungen sind immer noch von Abhängigkeit geprägt, weil sie auf der finanziellen Unterstützung Europas für Afrika basieren – auch, wenn diese Unterstützung weniger wird. Und diejenigen, die vom europäischen Entwicklungshilfesystem profitieren, wollen das bestehende System beibehalten.

Die Ungleichheit in den Beziehungen rührt daher, dass wir uns immer in einem Nord-Süd-Verhältnis befinden. Um einen Wandel in den Beziehungen zu erreichen, müssen wir die Abhängigkeit beseitigen. Cécile Barbière, EA 28

 

 

 

 

Myanmar: Panglong-Friedenskonferenz wird fortgesetzt

 

Vertreter von Regierung, Armee und bewaffneten ethnischen Milizen in Myanmar haben sich während des Besuchs von Papst Franziskus in dem südostasiatischen Land auf einen Termin für die Fortsetzung der „Panglong“-Friedenskonferenz geeinigt. Die dritte Sitzung der auch als „Union Peace Conference“ bezeichneten Friedensgespräche soll in der letzten Jännerwoche 2018 stattfinden, kündigte ein myanmarischer Regierungsvertreter nach Angaben des römischen Pressediensts Fides vom Mittwoch an. Ziel der Konferenz ist eine Rahmenvereinbarung zwischen Regierung, Armee und bewaffneten Minderheiten auszuhandeln und damit einen dauerhaften Frieden im Land zu garantieren.

Die von der Staatsrätin und De-Facto-Regierungschefin Aung San Suu Kyi forcierte „Panglong-Konferenz des 21. Jahrhunderts“ war gleich nach ihrer ersten Runde im August 2016 ins Stocken geraten. Eigentlich sollte sie zwei Mal pro Jahr stattfinden, bisher gab es jedoch erst einen weiteren Termin Ende Mai 2017. Die burmesische Regierung hat bisher ein Waffenstillstandsabkommen mit acht bewaffneten Organisationen ethnischer Gruppen unterzeichnet. Rund ein weiteres Dutzend, unter ihnen die größten Milizen, sind dem Abkommen noch nicht beigetreten.

Papst Franziskus hat während seiner aktuellen Reise die Friedensbemühungen im Rahmen der „Panglong“-Konferenz ausdrücklich gewürdigt und zu weiterem Einsatz für eine breitflächigere Beteiligung aufgerufen. (kap 29.11.)

 

 

 

 

Kurswechsel in der Eurogruppe?

 

Mario Centeno ist neuer Chef der Eurogruppe. Als Finanzminister Portugals zeigt er seit 2015, wie man eine Krise sozialverträglich überwinden kann. Viele hoffen nun auf einen Kurswechsel in der Währungsunion.

 

Vier Finanzminister stellten sich zur Wahl für die Nachfolge des scheidenden Eurogruppenchefs Jeroen Dijsselbloem. Am Ende setzte sich Mario Centeno durch. Der 50jährige Portugiese wird das Amt am 13. Januar antreten und neun Tage später erstmals eine Sitzung der Eurozonen-Finanzminister leiten.

Auch die Bundesregierung unterstützte seine Kandidatur. Das klingt merkwürdig, denn Ex-Finanzminister Wolfgang Schäuble zählte zu den schärfsten Kritikern der gemäßigten Linkswende in Portugal ab 2015, an der Centeno entscheidend mitgewirkt hat. Andererseits nannte Schäuble seinen Amtskollegen auch schonmal den „Ronaldo unter den Finanzministern“.

Centenos Fachkompetenz ist unbestritten. Der promovierte Ökonom arbeite lange für die portugiesische Zentralbank und bringt auch wissenschaftliches Renommee mit. Seit 2015 leistet er seinen Beitrag, die Wirtschaft des ehemaligen Krisenlandes Portugal wieder in Gang zu bringen – allerdings nicht mit Schäubles Rezept aus Ausgabenkürzungen, Privatisierungsprogrammen und Marktliberalisierung. Sondern durch eine moderate Abkehr von ebendiesem Kurs.

Portugal wird seit 2015 von einer sozialdemokratischen Minderheitsregierung regiert. Gestützt von zwei Linksparteien. Seither wurde eine Reihe von Kürzungsmaßnahmen rückgängig gemacht, die die Troika aus Europäischer Zentralbank, EU-Kommission und Internationalem Währungsfonds in den Jahren zuvor auferlegt hatte. Die Gehälter im öffentlichen Dienst wurden wieder angehoben, ebenso die Renten und Mindestlöhne. Soweit es die Spielräume zulassen, gibt es auch wieder mehr öffentliche Investitionen.

Paris würde nächstes Jahr einen slowakischen Eurogruppen-Präsidenten präferieren. Luxemburg mache es Steuerhinterziehern und -vermeidern zu einfach.

Der Erfolg gibt den Portugiesen Recht. Während sich Griechenland im gleichen Zeitraum auf Geheiß der Geldgeber immer weiter in die Krise gespart hat, konnte sich Portugal heraus investieren. Mit 2,5 Prozent wächst die Wirtschaft so stark wie lange nicht mehr. Bei positivem Ausblick. Dadurch sind auch die Steuereinnahmen gestiegen, was wiederum die Staatskasse entlastete. Das Haushaltsdefizit liegt in diesem Jahr voraussichtlich bei 1,4 Prozent – weit unter der Maastricht-Obergrenze von drei Prozent.

Was bedeutet Centenos Wahl nun für die Eurozone? Einen Kurswechsel, weg von der Sparpolitik? Schwer vorherzusehen. Die Macht des Eurogruppenchefs ist nicht unbegrenzt und Portugal nicht gerade ein Big Player. Es war in den letzten acht Jahren ein offenes Geheimnis, dass in der Eurogruppe Wolfgang Schäuble den Ton angibt, egal wer den Vorsitz innehat. Daran, dass Deutschland auch künftig auf Strukturanpassungsprogramme und Haushaltsdisziplin drängt, dürfte sich nicht viel ändern.

Allerdings ist auch Deutschlands Macht nicht unbegrenzt. Frankreich tritt unter Emmanuel Macron forscher auf und verfolgt klare Interessen, die teilweise besser zu Centenos als zu Schäubles Agenda passen. Zudem wird auch eine GroKo mehr Bereitschaft zeigen, das Investitionsniveau auf Ebene der Währungsunion zu erhöhen, als das Jamaika getan hätte.

Kernig dürfte es unter Centeno auf jeden Fall bei einem Dauerthema der Eurogruppe werden: Griechenland. Spätestens Mitte 2018, wenn das dritte Griechenlandpaket ausläuft, dürfte auch wieder die Frage nach einem Schuldenschnitt auf den Tisch kommen. Dieser wurde Griechenland immer wieder in Aussicht gestellt. Schäuble hat stets entschieden dagegen gearbeitet – bisher mit Erfolg. Centeno hatte sich allerdings schon vor Monaten dafür ausgesprochen.

Kein Wunder dass auch Griechenlands Premierminister Alexis Tsipras sich über Centenos Wahl freut. Er bezeichnete ihn als hoffnungsvoll und sprach davon, dass Portugal einen Weg aufgezeigt habe, dem auch Griechenland folgen wolle.

Nichtsdestotrotz kommt Centeno auch in der deutschen Politik parteiübergreifend gut an. Interims-Finanzminister Altmaier zeigt. EU 5

 

 

 

Ein bisschen mehr als Freundschaft

 

Plädoyer für eine Beitrittsperspektive für die östlichen Nachbarn der Europäischen Union. Von Marco Schwarz 

 

Die Östliche Partnerschaft (ÖP) der Europäischen Union steht vor einer Zerreißprobe. Seit der Gründung im Jahr 2009 haben sich die beteiligten Länder in Osteuropa und dem Südkaukasus zusehends in verschiedene Richtungen entwickelt. Armenien, Aserbaidschan, Belarus, Georgien, Moldau und die Ukraine eint heute vor allem, dass sie einst Teil der Sowjetunion waren. Politisch, wirtschaftlich und gesellschaftlich gibt es große Unterschiede zwischen den Staaten, die immer schwieriger miteinander zu vereinbaren sind. Dazu kommen die Bedenken und das teils aggressive Auftreten Russlands, das Europas östliche Nachbarschaftspolitik offenbar als Bedrohung seiner Interessen wahrnimmt. Wenn sich die EU diesen Herausforderungen nicht stellt, könnte es das Ende der ÖP bedeuten.

Ein grundlegendes Problem ist die fehlende EU-Beitrittsperspektive für diejenigen Länder, die bislang am weitesten vorangeschritten sind und Assoziierungsabkommen mit der EU abgeschlossen haben. Dazu zählen die Ukraine, Moldau und Georgien. Dabei ist die Aussicht auf eine Mitgliedschaft der beste Garant dafür, dass Reformen auch tatsächlich umgesetzt werden. Von einer Zukunft in der EU war im Rahmen der ÖP allerdings nie die Rede. Ganz im Gegenteil hat der Europäische Rat zuletzt 2016 bekräftigt, dass eine Beitrittsperspektive nicht erwünscht ist. Auch die Abschlusserklärung des jüngsten Gipfels der Östlichen Partnerschaft in Brüssel blendet eine Option auf Mitgliedschaft aus.

Das Europäische Parlament tritt mutiger auf und sieht in den Assoziierungsabkommen mit Georgien, Moldau und der Ukraine nicht das Endziel ihrer Beziehungen zur EU. Die Abgeordneten unterstützen die europäischen Bestrebungen dieser Länder und schlagen die Einführung einer erweiterten Östlichen Partnerschaft Plus vor. Diese könnte etwa einen Beitritt zur Zollunion und Energieunion sowie zum Schengenraum mit sich bringen oder einen erweiterten Zugang zum EU-Binnenmarkt und eine stärkere Zusammenarbeit im Bereich der Gemeinsamen Sicherheits- und Verteidigungspolitik. Die Abschaffung der Roaming-Gebühren oder mehr Geld für gemeinsame Jugendprogramme wäre ein weiterer Schritt zur Erleichterung des Austauschs zwischen den Bürgern dieser Länder und der EU.

Die Krönung einer solchen ÖP Plus wäre aber die Aussicht auf eine EU-Mitgliedschaft unter der Voraussetzung, dass die Implementierung der Assoziierungsabkommen vorankommt und nachhaltige Erfolge in den Reformbemühungen sichtbar werden. Eine Beitrittsperspektive darf kein Selbstzweck sein. Der Kampf gegen Korruption und die Verbesserung der öffentlichen Verwaltung muss Hand in Hand gehen mit einer demokratischen Transition unter Einbindung der Zivilgesellschaft zum Wohle der Bevölkerung. Die Gesetzgebung für Nichtregierungsorganisationen muss ausreichend legalen und finanziellen Spielraum für eine aktive Partizipation der Zivilgesellschaft bereitstellen. Darüber hinaus gilt es, die soziale Dimension bei der Umsetzung der Assoziierungsabkommen stärker zu berücksichtigen. Die Rechte von Arbeitnehmern gehören in allen Ländern gestärkt, angemessene Mindestlöhne eingeführt und die Arbeitsplatzsicherheit verbessert. Ein Versprechen auf potentielle Mitgliedschaft in der EU würde den Reformbemühungen einen klaren Kurs aufzeigen und ein eindeutiges Ziel vor Augen führen. Ansonsten werden sich Ukrainer und andere eines Tages fragen, wozu die ganze Anstrengung vonnöten ist, wenn man ja doch immer als Land zweiter Klasse außen vor bleiben wird.

Georgien, die Ukraine und Moldau haben mit der Unterzeichnung der Assoziierungsabkommen einen klaren europäischen Reformkurs eingeschlagen. Diese Richtung ist zwar nicht unumkehrbar, dennoch sind diese Länder trotz aller Probleme auf einem guten Weg. Ob auch die weiteren Adressaten der Östlichen Partnerschaft – Armenien, Aserbaidschan und Belarus – Anschluss finden möchten, steht auf einem anderen Blatt. Baku hegt nicht zuletzt aufgrund seiner Öl- und Gasvorkommen wenig Interesse an einer vertieften Zusammenarbeit und verhandelt derzeit über ein nicht sehr ambitioniertes Abkommen mit der EU. Die Beziehungen zu Belarus haben sich in den letzten zwei Jahren zwar entspannt, zurzeit gibt es aber keine offiziellen Verhandlungen zwischen Brüssel und Minsk. Die Präsidenten Aliyev und Lukaschenko sind beide keine großen Freunde der Östlichen Nachbarschaftspolitik und beargwöhnen die EU, die von ihnen die Einhaltung von Bürger- und Menschenrechten einfordert.

Nach dem überraschenden Rückzieher kurz vor der Unterzeichnung eines Assoziierungsabkommens auf dem ÖP-Gipfel 2013 in Vilnius hat sich Armenien für einen dritten Weg entschieden und vor kurzem ein Comprehensive and Enhanced Partnership Agreement (CEPA) mit der EU unterzeichnet. Dieses soll zu einem besseren Investitionsklima und mehr Handel mit den EU-Staaten führen. Es beinhaltet kein Freihandelsabkommen, wie es mit Georgien, Moldau und der Ukraine abgeschlossen wurde. Aufgrund der Mitgliedschaft Armeniens in der Eurasischen Wirtschaftsunion wäre das auch nicht ohne weiteres möglich. Nichtsdestotrotz ermöglicht CEPA Handelserleichterungen und soll zum Nutzen beider Seiten zu mehr Austausch von Waren und Dienstleistungen führen. Darüber hinaus beinhaltet es viele Elemente der bereits erwähnten Assoziierungsabkommen, beispielsweise in den Bereichen politischer Dialog, Rechtstaatlichkeit und sogar Sicherheitspolitik.

Gesetzt den Fall, dass Belarus eines Tages wieder mehr Interesse an einer Kooperation mit der EU zeigt, könnte das neue Abkommen mit Armenien als Blaupause dienen. CEPA weist zudem einen Weg, wie man Russlands Bedenken gegenüber der Östlichen Partnerschaft ernstnehmen kann, ohne klein beizugeben und die östlichen Nachbarn im Stich zu lassen. Auch wenn viele Probleme in den Ländern der ÖP hausgemacht sind und die Belastung durch das sowjetische Erbes massiv ist, wäre es ohne das aggressive Gebaren Moskaus sicherlich einfacher, die notwendigen Reformen zu meistern. Bis auf Belarus haben alle östlichen Nachbarn mit territorialen Konflikten und Abspaltungen zu kämpfen, bei denen Russland mal mehr und mal weniger Öl ins Feuer gießt. Ein Leitmotiv der vor zwei Jahren verabschiedeten Globalen Strategie für die Außen- und Sicherheitspolitik der EU lautet daher Resilienz, also eine Stärkung der Widerstandsfähigkeit gegenüber verschiedenen inneren und äußeren Bedrohungslagen. Die Entwicklung der Beziehungen zu Russland wird dabei als eine entscheidende strategische Herausforderung gesehen.

Gerade deshalb kann und darf es bei nüchterner Betrachtung im Osten nicht nur darum gehen, wie man sich gegenseitig auf Distanz hält und Sanktionen verhängt. Diese waren als Reaktion auf die Annexion der Krim und dem militärischen Eingreifen in der Ost-Ukraine zwar unumgänglich. Eine Verschärfung zum jetzigen Zeitpunkt wäre aber kontraproduktiv. Es muss jetzt nach Möglichkeiten gesucht werden, wieder miteinander ins Gespräch zu kommen und gemeinsame Nenner zu finden. Zum Beispiel könnten die Verhandlungen für gegenseitige Visa-Erleichterungen wieder aufgenommen werden, um eine Annäherung und den Austausch zwischen den Menschen und der Zivilgesellschaft in Russland und der EU zu fördern. Im Rahmen der OSZE arbeiten die EU und Russland bereits partiell zusammen, auch wenn eine neue europäische Friedensordnung noch auf sich warten lässt. Um auch auf wirtschaftlichem Gebiet ein Zeichen zu setzen, sollte die EU direkte Gespräche mit der Eurasischen Wirtschaftsunion suchen, um mögliche Felder einer verstärkten Zusammenarbeit auszuloten. Derzeit ist eine Freihandelszone von Lissabon bis Wladiwostok zwar in weiter Ferne. Das sollte aber nicht als Ausrede dienen, kleinere Schritte zu unterlassen und nach anderen Möglichkeiten wirtschaftlicher Kooperation zu suchen.

Die Östliche Partnerschaft wird nicht weiter funktionieren, solange die EU nicht explizit anerkennt, dass einige Länder langfristig eine Mitgliedschaft im europäischen Club anstreben und für sie eine Beitrittsperspektive ins Auge gefasst werden sollte. Und für diejenigen, die nicht auf einen Beitritt zur Union setzen, muss sie klare Alternativen bereithalten. IPG 30

 

 

 

 

Entwicklungspolitik. Das Gegenteil von Liebe

 

Marshall-Plan für Afrika, Partnerschaft mit Afrika, Nothilfefonds für Afrika, Rabat-Prozess, Khartoum-Prozess, dazu die vielen euro-afrikanischen Treffen der letzten Jahre: Wer nur die Schlagzeilen sieht, könnte an eine Liebesgeschichte der beiden Kontinente glauben. Auch auf dem laufenden EU-Afrika-Gipfel in Abidjan geht es wieder um Großes, um Chancen für Afrikas Jugend.

Migration: Ein Menschenrecht wird zum Delikt

Doch das ist nur Teil eins der Überschriften. Im zweiten Teil steht immer „Migration“. Und da geht es eben nicht mehr um Chancen, sondern darum zu verhindern, dass Menschen aus afrikanischen Ländern die Chance ergreifen, ihr Leben zu verbessern, indem sie den Kontinent verlassen. Und dabei von einem Menschenrecht Gebrauch machen, das in fast allen offiziellen Verlautbarungen nur noch zusammen mit dem Adjektiv „illegal“ auftaucht. Ein paar als legal anerkannte Türchen gibt es auch – auf dem Papier. De facto tun Europas Behörden das Ihre, die Zahl der Visa winzig zu halten. Oder bereits vergebene kurz vor dem Abflug zu kassieren, wie es kürzlich den Gästen einer Brandenburger Kirchengemeinde geschah.

Es ist eher das Gegenteil einer Liebesgeschichte: Die vielen Programme der vergangenen zehn Jahre sind vielmehr Dokumente der unüberwindbaren Gegensätze des ungleichen Paars Europa-Afrika und des Machtgefälles in der Beziehung. Das Ziel der Regierungen im Norden, sich unter Beibehaltung des eigenen Lebensstils möglichst jeden Kriegs-, Klima-, Armuts- oder politischen Flüchtling vom Leibe zu halten, ist unvereinbar mit dem der Menschen im Süden an einem auch nur halbwegs menschenwürdigen Leben.

Regierungschefs der EU und der Afrikanischen Union treffen sich am 29./30. November in Abidjan, der Hauptstadt der Elfenbeinküste zum fünften AU-EU-Gipfel.

Die Agenda der EU schafft oder verschärft erst die Probleme, die sie vorgibt zu lösen: Wenn die Flut europäischer Waren und Lebensmittel lokale Märkte zerstört, das Meer vor Westafrika leergefischt wird, Wohlstandsgiftmüll die Böden verseucht und Europa Rohstoffe importiert, statt lokaler Verarbeitung Chancen zu geben, dann sind „job opportunities“, die die offiziellen Gipfeltexte so gern verheißen, Tropfen auf heiße Steine. Bestenfalls. Es geht auch schlimmer, etwa wenn in einem EU-Strategiepapier zu Eritrea, Afrikas Nordkorea, das staatliche Zwangsarbeitssystem klar benannt wird, sogar die Risiken fürs Ansehen der EU, wenn man mit diesem Regime kooperiert. Und gleichzeitig werden Energie-Investitionen empfohlen, um „indirekt Arbeitsplatzchancen“ zu schaffen.

Aus grünen Grenzen wird Beton

Libyens Machthaber Gaddafi, ein weiteres Beispiel, wurde lange als Türsteher Europas gepäppelt. Dann bombardierte man ihn von der Macht, sein Land in den Zerfall – und zwang auch noch die subsaharischen Migranten zur Flucht nach Norden, die bis dahin in Libyen Arbeit gefunden hatten.

Noch unmittelbarer brutal ist der Teil Migrationsbekämpfung im Rahmen der „Partnerschaften“ mit Afrika: Da werden grüne Grenzen zu betongrauen. Uralte, lebenswichtige Binnenwanderwege werden zerschnitten. Europas Partner dabei: kriminelle Milizen – die libyschen Sklavenmärkte sind ihr Hoheitsgebiet – und Machthaber, die Hunderte von Milliarden Euro, oft als Entwicklungshilfe etikettiert, in die Perfektionierung der Unterdrückung investieren können. An den Grenzzäunen und Überwachungssystemen verdient die Industrie.Europäische natürlich.

Dass die Euro-Summen vor allem dahin fließen, wo nicht die Entwicklungs-, sondern die EU-Grenzpolitik die größten Chancen sieht, dokumentiert die kürzlich preisgekrönte Website der „taz“, migration-control.de. Addiert man die märchenhaften Beträge dort, fragt man sich unweigerlich, was das Geld alles verändern könnte, gäbe man es nicht für Stacheldraht, sondern für Menschen aus, auch die, die es nach Europa schaffen. Dafür bräuchte es keine Gipfel, sondern politische Phantasie. Und langen Atem. Andrea Dernbach, EA 30

 

 

 

 

Ein Mensch für 730 Euro

 

Journalistische Recherchen dokumentieren, wie afrikanische Migranten in Libyen auf Sklavenauktionen verkauft werden. Von Bettina Rühl | 27.11.2017

„Große starke Männer für Landarbeit – 400! 400? 700! 700? 800! 800? 1200!“ So beginnt ein Handyvideo, das dem US-amerikanischen Sender CNN im Sommer zugespielt wurde und das seit einigen Tagen im Internet verbreitet wird – begleitet von einer internationalen Welle des Entsetzens und der Empörung. Das Video dürfte auch auf dem EU-Afrika-Gipfel zum Thema werden, der am Mittwoch und Donnerstag in der Elfenbeinküste stattfindet. Er soll die Zusammenarbeit zwischen beiden Kontinenten verstärken. Die Amateuraufnahme zeigt mutmaßlich die Versteigerung von Menschen an einem unbekannten Ort in Libyen. Die drei jungen Männer, deren Verkauf gezeigt wird, gehen am Ende für 1200 libysche Dinar pro Person weg, umgerechnet rund 730 Euro.

Die CNN-Journalisten haben nach eigenen Angaben monatelang recherchiert um zu prüfen, ob die schockierenden Aufnahmen echt sind, sind schließlich im Oktober selbst nach Libyen gereist und wurden dort Zeugen einer ähnlichen Sklavenauktion in der Nähe der Hauptstadt Tripolis. Mit versteckter Kamera drehten sie einige Minuten der Versteigerung, bei der nach CNN-Angaben innerhalb von sechs oder sieben Minuten ein Dutzend Menschen verkauft wurde. Journalisten, die CNN zuarbeiteten, haben dem Sender zufolge Hinweise darauf, dass es etliche weitere Sklavenmärkte in Libyen gibt.

Die Information selbst ist nicht neu: Schon im April sprach der Vertreter der Internationalen Organisation für Migration (IOM) in Libyen, Othman Belbeisi, von „regelrechten Sklavenmärkten“ in Libyen. In Deutschland berichtete die ARD bereits damals, ein Flüchtling koste ab 200 Dollar aufwärts. Auch im britischen „Guardian“ und anderen internationalen Medien waren die libyschen Sklavenmärkte ein Thema. Berichte über die massive Misshandlung von Flüchtlingen in Libyen gibt es noch länger, ohne dass die europäische oder die afrikanische Politik davon sonderlich Kenntnis nahmen. Erst im September schrieb die internationale Präsidentin von Ärzte ohne Grenzen, Joanne Liu, einen offenen Brief an die Staats- und Regierungschefs der Europäischen Union. Während einer Libyen-Reise hatte Liu mehrere Internierungslager in Tripolis besucht, die unter Kontrolle der so genannten „Einheitsregierung“ stehen, und dort mit Gefangenen gesprochen. Ihr Fazit: „Menschen werden wie Waren behandelt. Sie werden in dunkle, schmutzige und stickige Räume gepfercht.“ Gefangene berichteten ihr, dass sie an die Betreiber ihres Internierungslagers verkauft worden seien und nun hunderte Euro für ihre Freilassung bezahlen müssten. In ihrem offenen Brief fragt Liu unter anderem: „Sind Vergewaltigungen, Folter und Versklavung wirklich der Preis, den die europäischen Staaten bereit sind zu zahlen, um den Flüchtlingsstrom zu drosseln?“ Von einer Antwort auf ihre Fragen ist nichts bekannt.

Aber weil es nun Bilder gibt, lässt sich die Tatenlosigkeit angesichts der unmenschlichen Zustände in libyschen Internierungslagern für Flüchtlinge offenbar noch schwerer rechtfertigen als bisher. Jedenfalls hat das Amateurvideo in mehreren afrikanischen Staaten Empörung ausgelöst, manche zogen ihre Botschafter aus Tripolis ab. In einigen afrikanischen Ländern protestierte die Bevölkerung gegen die unmenschliche Behandlung von Migranten in Libyen, und im Internet berichteten Rückkehrer, sie seien dort ebenfalls verkauft worden.

Währenddessen hat die international anerkannte libysche „Einheitsregierung“ die Sklavenauktionen am vergangenen Freitag verurteilt. Gleichzeitig forderte sie in einer Erklärung mehr regionale und globale Unterstützung, um das Problem lösen zu können. Libyen mache „schwierige Zeiten“ durch, worunter auch die eigenen Bürger litten. Die Misshandlung der aufgegriffenen Flüchtlinge könne nur beendet werden, wenn die Fluchtursachen identifiziert und bekämpft würden. Aber das sei ein grenzüberschreitendes Problem, mit dessen Lösung Libyen allein überfordert sei.

Nun ist es ja längst nicht mehr so, als sei Libyen im Umgang mit der Migration allein. Ganz im Gegenteil bemüht sich die EU seit Monaten darum, das Land als Partner bei der Abwehr von Flüchtlingen zu gewinnen – eine Partnerschaft, die in Europa von Menschenrechtsaktivisten und Oppositionspolitikern aus mehreren Gründen kritisiert wird. Seit dem Sturz des Diktators Muammar al-Gaddafi im Jahr 2011, an dem die NATO maßgeblich beteiligt war, hat das Land keine funktionsfähige Regierung und zerfleischt sich im Krieg. Die sogenannte „Einheitsregierung“ wurde unter massiver UN-Vermittlung ins Amt gehoben, hat aber nicht einmal die Hauptstadt Tripolis zuverlässig unter Kontrolle. Europa hat also eigentlich keinen wirklichen Ansprechpartner, tut aber dennoch so, als spräche es in Tripolis mit einer Regierung – ganz einfach, weil es im Moment so wichtig wäre, dort eine Regierung zu haben.

Im Juni 2015 hat die EU die Marineoperation „Sophia“ gestartet, an der sich auch die Bundeswehr beteiligt. „Sophia“ hat offiziell die Hauptaufgabe, Menschenschmugglern und Schleppern im südlichen Mittelmeer das Handwerk zu legen. Das Mandat der Operation wurde im vergangenen Sommer bis Ende 2018 verlängert. Die libysche Küstenwache ist ein Partner der EU und wird von ihr ausgebildet. Der Küstenwache wird immer wieder vorgeworfen, die Rettung von Flüchtlingen im Mittelmeer zu behindern. Zudem ist ihre Bezeichnung irreführend. Mangels einer im westlichen Sinne funktionsfähigen Regierung gibt es de facto keine staatlichen Sicherheitskräfte, sondern nur unterschiedliche Milizverbände, die im besten Fall einigermaßen diszipliniert sind. Die Miliz mit dem Namen „Küstenwache“ soll also das Leben von Schiffbrüchigen retten. Außerdem bekämpfe sie nach EU-Angaben die Menschenschlepper. 

Mitte November kündigte die EU an, sie werde die Ausbildung der Küstenwache noch erweitern und künftig auch Polizeikräfte trainieren, die im Küstenschutz tätig sind. Diese Polizeikräfte sollen außerdem mit Booten und Transportfahrzeugen ausgestattet werden. Die Vereinten Nationen reagierten auf diese Pläne mit scharfer Kritik. Der UN-Hochkommissar für Menschenrechte, Seid Ra'ad al-Hussein, erklärte, der Ansatz der EU, Migranten auf dem Mittelmeer durch die libysche Küstenwache abfangen zu lassen, sei unmenschlich. Die Aufgegriffenen landeten oft in libyschen Haftzentren, wo sie versklavt, vergewaltigt und gefoltert würden. Die Antwort der EU ließ nicht lange auf sich warten: Sie wies die Verantwortung für die Zustände in den Flüchtlingslagern Libyens von sich. Sie habe das unmenschliche System in Libyen nicht geschaffen.

Neu ist derzeit also nicht einmal die Tatsache, dass Menschen als Sklaven gehandelt werden. Neu ist nur, dass es regelrechte Auktionen gibt. Nach der Veröffentlichung der Amateuraufnahmen und kurz vor dem EU-Afrika-Gipfel nehmen afrikanische Politiker Europa in die Pflicht. Nigers Präsident Mahamadou Issoufou verlangte als erster, dass die Menschenrechtsverletzungen in Libyen beim Gipfeltreffen europäischer und afrikanischer Regierungschefs besprochen werden. Außerdem forderte er den Internationalen Strafgerichtshof in Den Haag auf, Ermittlungen einzuleiten, weil Sklaverei ein Verbrechen gegen die Menschlichkeit sei. Der Präsident der Afrikanischen Union, Guineas Staatschef Alpha Condé, macht die Europäer für das Chaos und die Verbrechen in Libyen offenbar mitverantwortlich. Im Gespräch mit dem panafrikanischen Kanal Vox Africa sagte er: „Wir werden auf der Ebene der Afrikanischen Staaten Maßnahmen ergreifen, um die Länder, die das erlaubt haben, zu zwingen, dem ein Ende zu setzen."

Das alles klingt gut für das heimische Publikum, ist aber auch nicht ehrlich. Ohne das Laissez-faire von Vertretern westafrikanischer Staaten kämen nicht Hunderttausende quer durch den Kontinent bis nach Libyen. Der Leiter des „Hauses für Migranten“ im malischen Gao berichtet Jahr für Jahr, aber mit wachsender Verzweiflung, dass die malischen Sicherheitskräfte die Schlepper gewähren ließen. Gao ist ein wichtiger Transitpunkt auf dem Weg nach Norden. Bis dorthin kommen die meisten Migranten mit regulären Bussen, in Gao übernehmen Schlepper den Transport durch die Sahara. Damit ihnen ihre Beute nicht doch noch entwischt, werden die Reisewilligen schon in Gao regelrecht interniert. Die malischen Sicherheitskräfte schreiten laut Eric Alain Kamdem vom „Haus der Migranten“ nicht ein. Stattdessen ließen sich etliche für ihre Passivität von den Schleppern bezahlen. Die Zustände in Gao sind nur eines von vielen Beispielen. Vom System Migration leben viele, nur die Migranten sterben daran. Über die Aufnahmen von den Sklavenauktionen zeigen sich nun alle entsetzt. Die Krokodilstränen laufen dabei über weiße und schwarze Wangen. IPG 27.11

 

 

 

 

EU-Statistik. Mehr Asylentscheidungen in Deutschland als in übriger EU

 

Im ersten Halbjahr 2017 wurden in Deutschland mehr Asylentscheidungen getroffen als in allen anderen EU-Staaten zusammen. Das teilt die EU-Statistikbehörde Eurostat mit. Mit den Asyl-Bescheiden steigt auch die Zahl der Klagen.

In Deutschland sind im ersten Halbjahr 2017 weit mehr Asylentscheidungen getroffen worden als in den übrigen 27 EU-Staaten zusammengenommen. Nach am Montag vom Europäischen Statistikamt Eurostat zur Verfügung gestellten Zahlen, die zuletzt am 1. Dezember aktualisiert worden waren, wurden in der Bundesrepublik 357.625 Entscheidungen getroffen. Im Rest der EU waren es demnach 215.185 Entscheidungen, die jeweils Erstanträge von Asylbewerbern betrafen.

Zuvor hatte die Welt über das Thema berichtet. Laut Welt belief sich die von Eurostat gemeldete Zahl der Entscheidungen in der übrigen EU allerdings auf nur rund 199.000. Eurostat konnte die Differenz auf Anfrage zunächst nicht erklären.

Deutschland sei weiter das mit Abstand wichtigste Zielland für Flüchtlinge und Migranten in Europa, hieß es laut Welt. Seit April 2016 kämen in jedem Monat relativ konstant rund 15.000 neue Schutzsuchende an. Im Oktober seien es laut Bundesinnenministerium 15.170 gewesen. Von Januar bis Oktober seien insgesamt 156.000 Asylbewerber eingereist.

Mehr Klagen gegen Asylbescheide

Mit den Asylbewerberzahlen steigen auch Klagen gegen Asylbescheide. Wie das Bundesamt für Migration und Flüchtlinge (BAMF) am Montag bestätigte, wurden in diesem Jahr zwischen Januar und September insgesamt 274.645 Klagen gegen Entscheidungen des Bundesamtes eingelegt, von denen in 27,2 Prozent der Fälle zugunsten der Antragsteller entschieden wurden.

Die Gerichtskosten in Asylangelegenheiten betrugen den Angaben zufolge mit Stand 21. November rund 20 Millionen Euro. 2016 waren es noch rund 11,2 Millionen Euro. Der Sprecher des Verwaltungsgerichts Hannover, Burkhard Lange, erklärt sich die steigende Zahl der Asylklagen so: „Mit dem hohen Output der Entscheidungen hat die Bearbeitungssorgfalt beim BAMF etwas nachgelassen.“ (epd/mig 5)

 

 

 

 

„Brexilanten“: Immer mehr Briten beantragen zweite Staatsbürgerschaft

 

Da nach wie vor nicht klar ist, welche Rechte Briten nach dem Brexit in den verbleibenden EU-Ländern haben, scheinen sich immer mehr von ihnen nach alternativen Staatsbürgerschaften umzusehen. Aus Schweden wurde nun zum zweiten Mal eine Rekordzahl an potenziellen „Brexilanten“ gemeldet.

Laut Angaben der schwedischen Migrationsbehörde verdreifachte sich die Zahl der britischen Staatsbürger, die die schwedische Staatsbürgerschaft beantragten, im Referendums-Jahr 2016 von 511 auf 1616. Auch 2017 setzte sich der Trend fort: Bislang wollten 1718 Briten Schweden werden. Damit haben sich seit dem Referendum im Juni 2016 fast 3000 Menschen von den Inseln auf die schwedische Staatsbürgerschaft beworben.

Auch aus anderen EU-Staaten werden derartige auffällige Anstiege von Fällen gemeldet, in denen Briten entweder eine zweite Staatsbürgerschaft erhalten oder ihre bisherige komplett aufgeben wollen.

Letzteres hängt von den Systemen der jeweiligen Staaten ab. So erlaubt Schweden seit 2001 die doppelte Staatsbürgerschaft; in Ländern wie dem bei Briten beliebten Spanien muss der alte Pass hingegen „eingetauscht“ werden.

Während in Spanien die Wechsel-Anträge aus diesem Grund weniger stark gestiegen sind, gab es in Irland zwischen Juni 2016 und jetzt fast 9000 solcher Anträge – im Vergleich zu 689 Ersuchen im kompletten Jahr 2015, teilte die irische Botschaft in London mit.

Das deutsche Statistische Bundesamt hat für 2017 noch keine Daten veröffentlicht, doch bereits 2016 gab es einen deutlichen Anstieg an Briten, die Deutsche werden wollten: Von 622 Anträgen im Jahr 2015 schnellte die Zahl auf 2685. Der Nachbarstaat Dänemark meldet eine Verdopplung der Anträge zwischen 2015 und 2016.

Eine knappe Mehrheit der Abgeordneten stimmte am Dienstag gegen eine Beibehaltung der EU-Grundrechte-Charta nach dem Brexit.

Gar nicht so einfach

Im Falle von Schweden warten allerdings Hindernisse auf die (noch) britischen Staatsbürger. Das Land steckt in einem tiefen Streit über die Reisefreiheit sowie persönliche Rechte.

Nach Ansicht der EU Rights Clinic, einer Vereinigung, die sich für die Umsetzung von EU-Rechten einsetzt, bricht Schweden mit seiner strikten Anwendung von Regelungen zur sogenannten „personnummer“ EU-Recht. Mit dieser Nummer wird praktisch alles – von der Gesundheitsvorsorge bis zum Bankkonto – abgewickelt. Sie wird derzeit nur an EU-Bürger vergeben, die beweisen können, dass sie seit mindestens einem Jahr in Schweden leben. Nach EU-Recht sollten EU-Bürger allerdings bereits nach drei Monaten für die personnummer berechtigt sein.

Die Europäische Kommission hatte den Fall bereits 2007 untersucht. Daraufhin beteuerte die schwedische Führung, man wolle das Problem lösen. Auch beim Europäischen Parlament sind eine Reihe von Petitionen und Beschwerden eingegangen.

Mitte November hatte die EU Rights Clinic eine weitere Beschwerde an die Kommission gerichtet. Demnach sollten Vertragsverletzungsverfahren gegen Stockholm eingeleitet werden, da die Bewegungsfreiheit angegriffen und Menschen aufgrund der limitierten Vergabe der personnummer die Teilhabe am alltäglichen Leben verwehrt werde.

Angela Merkel (CDU) warnte auf dem EU-Gipfel in Brüssel vor den unvorhersehbaren Folgen eines britischen EU-Austritts ohne vorhergehende Einigung und mahnte nachdrücklich ein Abkommen an. Sam Morgan, EA 29

 

 

 

 

Kritik an EU-Afrika-Gipfel. „EU bekämpft Flüchtlinge statt Fluchtursachen“

 

Hilfsorganisationen fordern eine Neuausrichtung der europäischen Flüchtlingspolitik. Sie müsse sich an Menschenrechten und Völkerrecht ausrichten. Die aktuell verhandelten Abkommen Europas mit afrikanischen Staaten seien in Wahrheit schmutzige Deals.

Mehrere Hilfsorganisationen fordern eine Neuausrichtung der europäischen Flüchtlingspolitik. Sie müsse sich an Menschenrechten und Völkerrecht ausrichten. Die Weichen für eine faire, zukunftsfähige Migrationspolitik müssten in einem partnerschaftlichen Dialog mit den Herkunftsländern gestellt werden, forderten Brot für die Welt, medico international und Pro Asyl am Montag in einer gemeinsamen Erklärung.

„Die sogenannten europäischen Kooperationsangebote sind in Wahrheit schmutzige Deals mit Regimen, in denen eklatante Menschenrechtsverletzungen an der Tagesordnung sind“, erklärte Ramona Lenz von medico international. Die gut bezahlten Abkommen wie etwa mit Libyen, Ägypten oder Eritrea markierten Tiefpunkte der europäischen Externalisierungspolitik.

Die Auslagerung von Verantwortung werde immer wieder artikuliert in Vorstößen zur Errichtung von Lagern und der Feststellung von Schutzbedürftigkeit außerhalb Europas – beispielsweise in Niger, dem weltweit zweitärmsten Land. Dort soll entschieden werden, wer ein Recht auf Schutz in Europa hat. Fluchtgründe sollen mithilfe des UN-Flüchtlingshilfswerks ermittelt werden, um für Einzelne einen Flüchtlingsstatus zu erwirken.

„Recht auf Asyl wird unterlaufen“

„Das individuelle Recht auf Asyl wird in Europa durch Abwehrmaßnahmen unterlaufen. Europäisches Territorium und ein Asylverfahren in Europa sollen unerreichbar werden. Flüchtlinge werden der Schutzlosigkeit und eklatanten Rechtsverletzungen in Transitländern wie Libyen ausgeliefert“, mahnt Karl Kopp von Pro Asyl. Flüchtlinge müssten aber die Möglichkeit haben, in Europa Schutz zu suchen.

„Darüber hinaus brauchen wir eine echte Fluchtursachenbekämpfung“, sagt Sophia Wirsching von Brot für die Welt. Dafür müssten die Entwicklungsgelder von EU und Bundesregierung eingesetzt werden. „Entwicklungsgelder sollten eingesetzt werden, um Menschen zu schützen, ihnen nachhaltige Perspektiven zu schaffen und um friedliche Konfliktlösung zu fördern. Das Gegenteil ist der Fall, wenn unter dem Label Fluchtursachenbekämpfung Kooperationen mit autoritären und die Menschenrechte verletzenden Regimen eingegangen werden mit dem einzigen Ziel, Menschen von der Weiterflucht nach Europa abzuhalten. Hier werden Entwicklungsgelder zweckentfremdet und zudem eher neue Fluchtursachen geschaffen“, so Sophia Wirsching.

Nachhaltige Investitionen statt Grenzkontrolle

Libyen und Ägypten etwa erhalten offizielle Entwicklungsgelder aus dem EU-Treuhandfonds für Afrika für den Ausbau ihrer Grenzkontrollen. Die drei Organisationen fordern stattdessen nachhaltige Investitionen in die Zukunft der Menschen in ihren Herkunftsländern. Darüber sollten die Regierungen der Herkunfts- und Zufluchtsländer in einem partnerschaftlichen Dialog verhandeln. Im Zuge der Erreichung der nachhaltigen Entwicklungsziele der Vereinten Nationen gehörten dazu auch legale Migrationsmöglichkeiten nach Europa. Vor allem dürfe die europäische Verantwortung nicht ausgeblendet werden, denn mit ihren Rüstungsexporten, ihrer Handels-, Klima- und Agrarpolitik trage die EU zu den Fluchtursachen bei.

Vom 29. bis 30. November findet das fünfte Gipfeltreffen der Europäischen Union (EU) und der Afrikanischen Union (AU) in Abidjan, Côte d‘Ivoire statt. An dem Gipfel will auch Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) teilnehmen. Vertreterinnen und Vertreter der EU drängen darauf, Migration und Flucht auf die Agenda zu setzen. Das offizielle Leitmotiv des Gipfels lautet: „Investitionen in die Jugend für eine nachhaltige Zukunft“. Als Erfolgsindikator für die Kooperationen mit Staaten wie Libyen oder Ägypten gelten sinkende Ankunftszahlen von Schutzsuchenden in Europa. (mig 28.11.)

 

 

 

Deutsche Position entscheidend: Glyphosat wird für weitere fünf Jahre zugelassen

 

Die EU-Mitgliedstaaten haben in einer mit Spannung erwarteten Abstimmung gestern entschieden, dass das umstrittene Herbizid Glyphosat in der EU für weitere fünf Jahre zugelassen wird.

Der Berufungsausschuss, bestehend aus Experten aus den EU-Ländern und der Kommission, trat am Montag zusammen, um über eine erneute Zulassung des weltweit am häufigsten eingesetzten Pflanzenschutzmittels zu beraten.

Laut der Kommission votierte dabei eine qualifizierte Mehrheit der Mitgliedstaaten für den Kommissionsvorschlag, nach dem das Mittel für weitere fünf Jahre zugelassen wird. Entscheidend war dabei die Stimme Deutschlands, das sich bisher enthalten hatte, nun aber für den Vorschlag stimmte.

Laut Spiegel wurde Umweltministerin Barbara Hendricks (SPD) dabei scheinbar vom CSU-geführten Landwirtschaftsministerium übergangen. Die deutsche Positionsänderung sei nicht mit ihr abgesprochen gewesen, äußerte sich Hendricks empört. Mit Blick auf die Koalitionssondierungen sagte sie weiter, wer an „Vertrauensbildung zwischen Gesprächspartnern interessiert“ sei, könne sich so nicht verhalten.

Mitten in der Debatte um eine Neuauflage der großen Koalition hat SPD-Umweltministerin Barbara Hendricks ihrem CSU-Kollegen Christian Schmidt Vertrauensbruch vorgeworfen.

Insgesamt stimmten 18 Länder für eine Zulassung, neun waren dagegen, ein Staat enthielt sich. „Die heutige Abstimmung hat gezeigt, dass wir gemeinsam Verantwortung in der Entscheidungsfindung übernehmen können, wenn wir es auch wollen,“ kommentierte EU-Gesundheitskommissar Vytenis Andriukaitis. Die Kommission werde die Entscheidung nun vor dem 15. Dezember umsetzen. An diesem Datum läuft die aktuelle Glyphosat-Zulassung aus.

Die S&D-Stellvertreterin im Ausschuss für Umweltfragen Kathleen Van Brempt kritisierte, die Mitgliedstaaten hätten die EU-Bürger ignoriert: „Sie haben sich taub gestellt gegenüber der Forderung des Europäischen Parlaments, die Glyphosatzulassung auslaufen zu lassen. Und sie haben sich taub gegenüber der Forderung von mehr als einer Million EU-Bürgern gestellt, die eine Petition für ein Verbot von Glyphosat sowie für besseren Schutz der Menschen und der Umwelt vor giftigen Pestiziden unterschrieben haben.“

Sie fügte hinzu: „Statt eine finale Deadline für dieses gefährliche Mittel zu setzen, müssen wir das Thema nun in fünf Jahren erneut diskutieren. Leider haben sich die Mitgliedstaaten für diese unendliche Geschichte entschieden.“

Auch die europäischen Landwirte sind enttäuscht

Auch der europäische Landwirtschaftsverband Copa-Cogeca zeigte sich enttäuscht über die fünfjährige Zulassung – wenn auch aus anderen Gründen.

Copa-Cogeca kritisiert, eine Zulassung für lediglich fünf weitere Jahre würde die Glaubwürdigkeit der EU-Institutionen untergraben. Sie fordert 15 Jahre.

So erklärte Generalsekretär Pekka Pesonen, es sei gut, dass den Landwirten und Kooperativen mit der Entscheidung die Unsicherheit genommen wurde. Dennoch sei man „besorgt, dass die EU sich auf eine Neuzulassung von lediglich fünf statt der möglichen 15 Jahre geeinigt hat.“

Pesonen verwies auf die Einschätzungen der Europäischen Behörde für Lebensmittelsicherheit (EFSA) und der Europäischen Chemikalienagentur (ECHA), die beide eine positive Glyphosat-Einschätzung gegeben hätten. Daher sei eine erneute Zulassung von 15 Jahren angemessen gewesen. Das Herbizid Glyphosat sei „unerlässlich, um einer wachsenden Bevölkerung ausreichend Lebensmittel zu erschwinglichen Preisen zu bieten.“

Mitarbeit an diesem Artikel: Samuel White.

Positionen

Bart Staes, Sprecher für Lebensmittelsicherheit der Grünen/EFA-Fraktion im EU-Parlament: „Das ist ein schwarzer Tag für die Verbraucher, die Landwirte und die Umwelt. Mit der heutigen knappen Entscheidung wird die EU zu weiteren fünf Jahren giftiger Landwirtschaft verpflichtet.“

Franziska Achterberg von Greenpeace EU: „Die Leute, die uns eigentlich vor gefährlichen Pestiziden schützen sollen, haben versagt und das Vertrauen der Europäer enttäuscht. Die Europäische Kommission und die Mehrheit der Regierungen haben die Warnungen unabhängiger Wissenschaftler ebenso wie die Forderungen des Europäischen Parlaments und die Petition von mehr als einer Million Menschen für ein Glyphosat-Verbot ignoriert. Scheinbar war die Angst vor Klagen aus der Industrie sehr viel schwerwiegender und wichtiger als die Gesundheit der Bürger und der Umwelt.“

Genon K. Jensen, Chef der Health and Environment Alliance (HEAL): „Die europäischen Regierungen haben den EU-Bürgern und zukünftigen Generationen heute einen Bärendienst erwiesen, indem sie dem weltweit meist genutzten Unkrautvernichter für weitere fünf Jahre die Erlaubnis geben, unserer Gesundheit und unserer Umwelt zu schaden, statt endlich ein definitives Enddatum für Glyphosat festzulegen.“

„Das Ignorieren von fundierten Bedenken bezüglich der Auswirkungen von Glyphosat auf die menschliche Gesundheit wird das ohnehin schon angekratzte Image der Europäischen Union weiter verschlechtern,” so Jensen weiter.

Adrian Bebb von Friends of the Earth Europe: „Glyphosat schadet der Natur, erregt wahrscheinlich Krebs und unterstützt eine Art der Landwirtschaft, die die Böden zerstört, die wir für unsere Ernährung brauchen. Die heutige Entscheidung für eine Verlängerung - wenn auch nur um fünf Jahre - ist eine verpasste Chance, diesen gefährlichen Unkrautvernichter loszuwerden und die Landwirte aus ihrer Chemie-Routine zu holen. Fünf weitere Jahre Glyphosat bedeuten weitere Risiken für unsere Gesundheit und die Umwelt. Das ist eine große Niederlage für nachhaltige Landwirtschaftsmethoden.”

Luis Morago, Kampagnenchef bei Avaaz: "Monsanto dachte, sie könnten einfach so eine weitere Glyphosat-Zulassung über 15 Jahre erreichen. Tatsächlich mussten sie aber extrem hart für eine fünfjährige Zulassung mit Einschränkungen kämpfen. Deutschland ist heute unter dem Druck der Industrie eingeknickt, hat seine eigenen Bürger sowie das Europäische Parlament ignoriert und der Chemieindustrie ein verfrühtes Weihnachtsgeschenk gemacht. Lange werden die Regierungen aber Monsanto nicht mehr vor der überwältigenden Gegnerschaft in der Bevölkerung, die gegen Gift auf unseren Tellern und auf unseren Spielplätzen ist, schützen können.“

Angélique Delahaye, französische EU-Parlamentsabgeordnete der konservativen EVP: „Die Mitgliedstaaten haben endlich Verantwortung übernommen! Hoffen wir, dass diese fünf Jahre nun genutzt werden, um Alternativen aufzubauen. Wir können nicht auf ewig diesen Drahtseilakt haben, in dem die Verwendung dieser Mittel aufgrund von Gesundheits-, Umwelt- und auch Wirtschaftsbedenken bestraft werden könnte.“

Graeme Taylor, Sprecher der Pestizid-Industrie: „Wir freuen uns, dass das Mittel eine erneute Zulassung erhalten hat. Wir kritisieren aber, dass trotz überwältigender wissenschaftlicher Beweise nur einer Zulassung über fünf Jahre zugestimmt wurde. Diese Debatte gibt einen Vorgeschmack auf die Zukunft und dabei ist es am besorgniserregendsten, dass die Bewegung gegen das Pflanzenschutzmittel vor allem von Organisationen getragen wird, die auf Angstmacherei statt auf wissenschaftliche Erkenntnisse bauen.“

Teresa Babuscio, Generalsekretärin von COCERAL, der europäischen Vereinigung für den Handel mit Getreide, Reis, Futtermitteln, Ölen und Fetten: "Die EFSA und die ECHA sind sich sicher, dass der Einsatz von Glyphosat unbedenklich ist. Wir müssen uns auf die Wissenschaft verlassen und emotionale Debatten sowie künstliche Kontroversen vermeiden.“  Sarantis Michalopoulos  EA 28.11.

 

 

 

 

34.000 Tote seit 2000. Mittelmeer laut UN gefährlichste Migrationsroute

 

Das Mittelmeer ist weiterhin die gewährlichste Migrationsroute. Zwischen 2000 und 2017 wurden auf dieser Route knapp 34.000 Todesfälle erfasst.

In diesem Jahr sind nach UN-Angaben weltweit 5.080 Migranten auf ihrem Weg in andere Länder ums Leben gekommen. Die Geflohenen seien entweder auf hoher See ertrunken, in unwirtlichen Wüstengegenden verdurstet oder getötet worden, teilte die Internationale Organisation für Migration (IOM) am Freitag in Genf mit. Knapp 3.000 von ihnen starben demnach bei der Überquerung des Mittelmeers Richtung Europa. Damit bleibe das Mittelmeer die gefährlichste Migrationsroute.

Seit Jahren sterben im Mittelmeer mehr Menschen als auf den anderen Routen. Von Januar 2000 bis Juni 2017 seien knapp 33.800 Todesfälle von Migranten auf dem Mittelmeer erfasst worden, hielt die IOM. Seit Jahresbeginn seien in Nordafrika rund 470 tote Geflohene gezählt worden. In den Ländern Afrikas südlich der Sahara seien knapp 390 Migranten unterwegs gestorben.

Mehr als 330 Menschen seien auf ihrem Weg von Mexiko in die USA ums Leben gekommen, hieß es weiter. In Europa hätten 84 Migranten ihr Leben verloren. Auch in anderen Regionen der Welt wie Südostasien seien 2017 Menschen auf der Wanderung gestorben. Die tatsächlichen Zahlen könnten jeweils weitaus höher liegen. (epd/mig 27)

 

 

 

 

So stand es geschrieben

 

Nobelpreisträger Wole Soyinka über Literatur als Frühwarnsystem für Konflikte. Von Wole Soyinka 

 

Um die strategische Vorausschau zu verbessern, holt das Verteidigungsministerium mit einer neuen Studie auch Literaten an Bord. Die Studie der Universität Tübingen geht davon aus, dass sich Gewalt extremistischer Gruppen in Literatur und Publikationen abzeichnet, lange bevor sie tatsächlich ausbricht. Ein Kooperationspartner der Forscher ist Literaturnobelpreisträger Wole Soyinka, der sich neben seinen Werken als unabhängiger Kritiker nigerianischer Politik mit Boko Haram befasst.

Nigerias Regierung hatte Boko Haram im vergangenen Dezember für besiegt erklärt, vereinzelt kommt es aber noch zu Angriffen der Terrormiliz. Wie sehen Sie den derzeitigen Zustand von Boko Haram?

Dem Militär sind sicherlich imposante Erfolge gegen diese tief verwurzelte und skrupellose Gruppierung gelungen – die sich im Übrigen aufgrund der selbstgefälligen Zurückhaltung der früheren Regierung organisieren und innerhalb des Staates zu einer schrecklichen Macht entwickeln konnte. Boko Haram ist angeschlagen, doch der Kopf der Schlange ist noch nicht versengt. Dies ist die Fortsetzung ähnlicher Bewegungen der Vergangenheit. Nicht zum ersten Mal hat sich eine fundamentalistische religiöse Gruppierung gegründet und den Staat angegriffen. Wenn man die Islamisten von einem Ort vertreibt, gruppieren sie sich an einem anderen neu und treten womöglich mit noch größerer Macht wieder auf.

Worauf kommt es jetzt an, damit sich der Prozess nicht wiederholt?

Heute herrscht, und das möchte ich der Regierung zugutehalten, doch zumindest das Bewusstsein vor, dass Umerziehung enorm wichtig ist. Es herrscht Einigkeit, dass man die Denkweise dieser verblendeten Apokalyptiker verändern muss. Und auch, dass man ihnen den Nährboden entziehen muss. Der befindet sich in den Koranschulen. Früher durften die Koranschulen einfach tun und lehren, was sie wollten. Jetzt werden sie genauer überwacht. Leicht zu beeinflussende Kinder und Jugendliche befinden sich dort ein Leben lang unter der Aufsicht von Mullahs. Sie sind komplett von ihnen abhängig und werden darauf programmiert, jederzeit loszuziehen, um Chaos zu stiften. Auf diese Weise ist die militarisierte, gut ausgebildete, disziplinierte Boko Haram entstanden. Sie hat das Denken der Menschen völlig vereinnahmt. Das ist Realität. Man muss dafür sorgen, dass diejenigen, die nachkommen, nicht wieder in die Fußstapfen der Fanatiker treten. Die militärische Lösung muss parallel weiterlaufen, bis der letzte Fanatiker verschwunden ist.

Kann Literatur dabei helfen, Konflikte wie die um Boko Haram zu erkennen, ehe es zu Gewaltausbrüchen kommt?

Wir dürfen nicht den Fehler begehen, die Macht der Literatur zu überschätzen. Aber wir sollten auch nicht meinen, dass die Literatur keine Rolle spielt. Sie bewirkt etwas im Zusammenspiel mit gesellschaftlichen Gruppen, dem Staat oder der Familie. Ihr Einfluss geht über Berufe hinweg, über Ideologien, sogar über wirtschaftliche Interessen. Der Schriftsteller ist ein Detektiv – aber einer, der etwas aufspürt, ehe es passiert. Vor dem Verbrechen. Zugleich ist er ein Amateurpsychologe, ein Amateurökonom, ein Amateurtechnologe. Er erforscht den Menschen und fügt grundverschiedene Elemente zu einem kohärenten Narrativ zusammen. Er sieht daher schon im Voraus Zusammenhänge. Ob eine Schriftstellerin oder ein Schriftsteller auch politisch aktiv ist, hängt vom jeweiligen Temperament ab. Die meisten sind es nicht und daher ist es ihr Werk, das von der Gesellschaft interpretiert und beurteilt werden muss. Eine engere Zusammenarbeit zwischen Schriftstellern und der Gesellschaft ist keine Zeitverschwendung. So könnten wir besser erkennen, was wahrscheinlich passieren wird oder sogar bereits geschieht, auch wenn es die Verantwortlichen noch gar nicht bemerkt haben.

Wie und wann tauchte Boko Haram und das, wofür die Gruppe steht, erstmals in der Literatur auf?

Bei derlei Ereignissen dauert es häufig einige Zeit, bis sie verarbeitet werden und Eingang in die Literatur finden. Aber wenn man bestimmte religiöse Traktate liest, so war Boko Haram in den Texten der religiösen Eiferer immer schon angelegt. Der Fundamentalismus ist in den Traktaten egal welcher Religion stets enthalten, übrigens auch im Christentum. Deshalb gab es durchaus Warnhinweise; nur waren die Texte, in denen diese Warnungen erfolgten, dem Rest der Gesellschaft nicht zugänglich, weil religiöser Fundamentalismus eine geschlossene Gesellschaft bildet. Oft bedient er sich einer Sprache, die sich den Gläubigen gerade deshalb erschließt, weil sie Außenstehende ausschließt. Literatur, wie Sie und ich sie verstehen, ist dagegen für alle offen. Literarische Hinweise auf Boko Haram gab es nicht. Mittlerweile existieren sie. Es brauchte Zeit, um das Phänomen aufzunehmen und zu verarbeiten.

Funktioniert Literatur bestenfalls als Krisenindikator, oder kann sie in Konflikten auch eine aktive Rolle spielen?

Es gibt überall auf der Welt massenweise Literatur, die sich für alle möglichen politischen Ziele einsetzt. Aber ich fürchte, wer sich für eine Sache einsetzen will, verfasst nicht unbedingt gute Literatur. Sehr oft gerät das zur Propaganda. Das ist die Gefahr. Grundsätzlich kann Literatur in der Vermeidung von Konflikten mehr ausrichten als in der Lösung. Ist ein Konflikt erst einmal ausgebrochen, ist es schwierig, die Haltungen der Beteiligten noch zu verändern. Extreme Positionen lassen sich nur sehr schwer überwinden. Mit der Prävention ist das etwas anderes: Wenn genügend Literatur verfasst wird, die von der Gleichheit der Menschheit erzählt, kann sie Gegensätze überwinden und die Graubereiche ausleuchten. Literatur kartiert das Denken und macht es empfänglich für gewaltfreie Lösungen von Konflikten. Sie geht der Menschlichkeit auf den Grund. Natürlich gibt es auch Literatur, die nur darauf aus ist, die andere Seite zu dämonisieren. Wir sollten alles daran setzen, nicht zu zensieren, sondern eine alternative literarische Position anzubieten.

Die Fragen stellte Joanna Itzek IPG 22.11.

 

 

 

 

 

EU-Agentur. Kaum Erfolge bei Bekämpfung von Diskriminierung und Hass

 

Die Grundrechte Agentur der EU hat in den vergangenen zehn Jahren kaum Erfolge bei der Bekämpfung von Diskriminierung und Hass gegenüber Minderheiten verzeichnet. Der aktuelle Bericht wurde jetzt vorgelegt.

Angehörige von Minderheiten sind in der gesamten EU weiterhin Diskriminierung, Intoleranz und Hass ausgesetzt. Zu diesem Ergebnis kommt eine Erhebung der Agentur der Europäischen Union für Grundrechte, die am Mittwoch in Brüssel vorgestellt wurde. Betroffen sind vor allem Nordafrikaner, Roma und Schwarzafrikaner. Der Direktor der Grundrechteagentur, Michael O’Flaherty, forderte die EU-Staaten auf, die vorhandenen Gesetze zum Schutz vor Diskriminierung zu nutzen sowie bessere Gesetze zu verabschieden.

„Mit jedem Fall von Diskriminierung und Hass unterhöhlen wir den sozialen Zusammenhalt weiter und schaffen Ungleichheiten, die Generationen verderben“, unterstrich O’Flaherty bei der Vorstellung des Berichts. Das könne verheerende Folgen haben.

Nordafrikaner und Roma am häufigsten betroffen

Mehr als 25.000 Menschen wurden für die Erhebung befragt. Dabei gaben 38 Prozent der Befragten an, in den vergangenen fünf Jahren aufgrund ihres Migrationshintergrunds oder der ethnischen Zugehörigkeit diskriminiert worden zu sein. Besonders betroffen waren Nordafrikaner (45 Prozent), Roma (41 Prozent) sowie Afrikaner aus Ländern südlich der Sahara (39 Prozent). 39 Prozent der befragten muslimischen Frauen, die Kopftuch oder Gesichtsschleier tragen, gaben an, belästigt worden zu sein.

In Deutschland sind laut der Erhebung in den vergangenen fünf Jahren 52 Prozent der befragten Afrikaner aus Ländern südlich der Sahara und 33 Prozent der befragten Türken Opfer von Diskriminierung geworden. Auch hassmotivierte Belästigung mussten diese beiden Gruppen in Deutschland erfahren. 35 Prozent der befragten Afrikaner aus Ländern südlich der Sahara und 22 Prozent der befragten Türken haben im vergangenen Jahr hassmotivierte Belästigung erfahren.

Problem: Racial Profiling

Karen Taylor, Repräsentantin der Initiative Schwarze Menschen in Deutschland, sagte, schwarze Menschen würden aufgrund ihrer Hautfarbe unter anderem bei der Arbeitssuche und durch das sogenannte „racial profiling“, also die Kontrolle und Andersbehandlung aufgrund von äußerlichen Merkmalen, diskriminiert.

Der vorliegende Bericht ist Teil einer EU-weiten Erhebung von 25.500 Menschen, die einen Migrationshintergrund haben oder einer ethnischen Minderheit angehören, einschließlich Roma und Russen. Es wurden Menschen in allen 28 EU-Mitgliedstaaten befragt. Die Erhebung baut auf der ersten Erhebung dieser Art aus dem Jahr 2008 auf. (epd/mig 7)

 

 

 

 

Separatismus in Europa: Welche Kräfte treiben die Unabhängigkeitsbewegungen an?

 

In Schottland, Flandern, Katalonien und Norditalien wird der Ruf nach mehr Autonomie, mehr Selbstbestimmung und sogar nach nationaler Unabhängigkeit laut. Welche Kräfte treiben diese separatistischen Bewegungen an? Ist es der Überdruss am zu großen Zentralismus und am Suprastaat EU? Oder sind eher ökonomische Gründe für den Erfolg separatistischer Parteien verantwortlich? Kai Gehring, Universität Zürich, sieht einen wesentlichen Faktor für die Entstehung von separatistischen Bewegungen in der Ausstattung einer Region mit ökonomisch wertvollen Ressourcen. In den meisten Ländern gebe es Transfermechanismen, die auf diesen Ressourcen basierende Steuereinnahmen von reicheren zu ärmeren Regionen umverteilen. Diese Transfers führten oft zu einer breiten Unterstützung einer separatistischen Bewegung. Christian Schweiger, Technische Universität Chemnitz, unterscheidet bei der Bewertung von Unabhängigkeitsbestrebungen zwischen den Ursachen für die Tendenzen zur Renationalisierung im Kontext wachsender Europaskepsis und regionalen Unabhängigkeitsbestrebungen. Beide Entwicklungen seien verschieden begründet und benötigten deshalb auch separate Strategien. Letztendlich zeigten sie aber, dass eine wachsende Zahl von Menschen in Europa unter den unübersichtlichen Bedingungen der Globalisierung die Subsidiarität politischer Entscheidungen einfordere. Nach Ansicht von Karsten Lenk, Universität Göttingen, sind die Motive, die separatistische Bewegungen antreiben, verschieden: Im Fokus stehe meistens das Ziel, mehr politische Selbstbestimmung und Macht für die eigene Region zu erreichen. Damit einher werde aber vor allem eine stärkere finanzielle Autonomie oder sogar eine finanzielle Unabhängigkeit vom Nationalstaat gefordert. Klaus Schrader und Claus-Friedrich Laaser, Institut für Weltwirtschaft an der Universität Kiel, unterstreichen, dass zwar oftmals Separatismus als Instrument zur Steigerung des Wohlstands einer Region angepriesen werde, diese Wahrnehmung aber ausblende, dass in den letzten Jahrzehnten nicht nur in Spanien, sondern in der EU insgesamt Prinzipien einer föderalen Arbeitsteilung das Modell des Zentralstaats zurückgedrängt habe und Wohlstand nicht mit Abschottung, sondern mit politischer und wirtschaftlicher Integration geschaffen werde. Katalonien würde durch eine einseitige Unabhängigkeit von Spanien erheblichen wirtschaftlichen Schaden nehmen. Gero Maaß, Friedrich-Ebert-Stiftung, Madrid, sieht beide Seiten an der Eskalation beteiligt. Die Antwort auf den sich zuspitzenden Konflikt sollte seiner Meinung nach eine klare föderative Politik sein. Ifo 7

 

 

 

 

Warum ein Einwanderungsgesetz für alle wichtig ist

 

Kommentar von Josip Juratovic, MdB (SPD), Arbeitsgemeinschaft für Arbeitnehmerfragen (AfA), freigestellter Betriebsrat Audi  

 

In meinem Wahlkreis Heilbronn herrscht Wohnungsnot, wie vielerorts in Deutschland. Die Gründe dafür sind vielfältig; manchmal ist es aber auch ganz einfach. So sagte mir ein badenwürttembergischer Bauunternehmer, den ich darauf ansprach: „Wir würden ja gerne bauen! Aber wir haben nicht mal genug Leute, um die Gerüste aufzustellen.“ Gerüstbauer ist eine harte, gut bezahlte Arbeit. Nur leider finden sich nicht mehr genug Menschen hierzulande, die diese Arbeit verrichten möchten. So etwas nennt man Fachkräftemangel.

Kann man über ein Einwanderungsgesetz reden, wenn die Mehrzahl der Menschen in Deutschland gerade die Nase voll hat von Menschen, die „von außen“ kommen? Das ist die große Frage, die im politischen Berlin gewälzt wird, zumal mit der AfD im Nacken. Ich sage: Wir müssen es sogar. Es ist die Aufgabe von Politikern die Zukunft eines Landes zu gestalten und dabei verantwortungsvoll über Legislaturperioden hinauszublicken. Auch wenn es derzeit noch nicht für jeden wirklich spürbar ist, werden uns sehr bald sehr viele Arbeitnehmer_ innen fehlen. In der Pflege zeichnet sich das bereits ab und auch, dass uns katastrophale Zustände erwarten, wenn wir dort nicht bald gegensteuern. Diese Not droht uns auch in anderen Bereichen des täglichen Lebens.

Daher müssen wir gezielt Arbeitskräfte werben, die wir z.B. für die Pflege, die Industrie, im Baugewerbe brauchen. Eine solche Einwanderung zu steuern, die unseren Geburtenrückgang kompensiert und auf ganz unterschiedlichen Ebenen Lücken in unserer Arbeitswelt füllt, ist ein wichtiges, notwendiges und – ich wiederhole es – verantwortungsvolles Ziel, das sich nur mit einem Einwanderungsgesetz erreichen lässt. Der Vorschlag der SPD sieht ein Punktesystem nach dem Vorbild Kanadas vor. Es soll Interessenten im Ausland ermöglichen, sich noch im eigenen Land auf einer Website über ihre Chancen informieren und direkt dort bewerben zu können. Dazu hat die SPD-Bundestagsfraktion einen präzisen Gesetzentwurf in den Bundestag eingebracht, der in der Koalition mit der Union leider chancenlos war.

Und das, obwohl der Vorschlag auf Konsens ausgelegt war. Da wir nun nicht mehr auf einen Kompromiss mit der Union angewiesen sind, können wir freier und klarer fordern, was uns wichtig ist. Dazu gehört für mich auch ein Statuswechsel. Derzeit ist es so, dass Unternehmen, die Geflüchtete oder Geduldete ausbilden und/oder einstellen, die Abschiebung dieser Mitarbeiter riskieren, sollten deren Verfahren abschlägig entschieden werden. Dass fleißige, gut integrierte Geduldete, die von ihren Arbeitgebern dringend gebraucht werden, abgeschoben werden, widerspricht dem gesunden Menschenverstand. Daher muss das Einwanderungsgesetz eine Möglichkeit schaffen, vom Asylverfahren in einen Aufenthaltstitel übertreten zu können, der auf der ausgeübten Tätigkeit beruht. Sprich: Wer gut integriert und nachweisbar in Lohn und Brot ist, kann bleiben. Damit würde das Einwanderungsgesetz auch im Falle unsinniger, für alle Beteiligten schmerzhafter Abschiebungen Abhilfe schaffen.

Denn was ein modernes Einwanderungsgesetz in letzter Konsequenz nicht sein darf, ist ein ausschließliches Arbeitsmarktgesetz. Das würde zu kurz greifen. Wenn wir eines auch aus der Geschichte der nicht stattgefundenen Integration der Gastarbeiter gelernt haben, dann dies: Wir dürfen die Menschen, die zum Arbeiten in unser Land kommen, nicht als reine Produktionshilfen auffassen und entsprechend im gesellschaftlichen Nirgendwo stehen lassen – ohne Sprachkurse, ohne Hilfen im Alltag, ohne Interesse und Akzeptanz. Daher muss ein Einwanderungsgesetz nicht nur Arbeitnehmern ermöglichen, ihre Kernfamilie mitzubringen – es sollte auch verpflichtende und qualitativ hochwertige Integrationshilfen festschreiben, die den Arbeitsmigranten das Ankommen in Deutschland erleichtern.

Mir ist klar, dass diese Möglichkeiten und Hilfen, die ich hier für Menschen aus dem Ausland einfordere, bei Arbeitnehmer_innen und auch Arbeitslosen hierzulande auf Widerwillen treffen können. Auch in unserer Arbeitswelt herrscht bei Vielen Unsicherheit über die Zukunft ihres Arbeitsplatzes. Und häufig haben gerade Arbeitslose den Eindruck, dass den Staat ihre Teilhabe am gesellschaftlichen Leben herzlich wenig kümmert. Doch das bedeutet nicht, dass wir diese Schritte für Arbeitsmigranten nicht dennoch ergreifen sollten. Es bedeutet vielmehr, dass wir genau solche Maßnahmen auch für die Menschen von hier ganz gleich welcher Herkunft genauso leisten müssen. Unsere Politik muss sozial gerecht, nachvollziehbar und ausgewogen sein. Sie muss zum Ziel haben, allen Menschen, unabhängig von ihrer Herkunft einen Platz in unserer Gesellschaft zu sichern. Nur so ist sie glaubwürdig und mehrheitsfähig, und nur so können wir den gesellschaftlichen Frieden erhalten. So sieht für mich eine verantwortungsvolle Gestaltung der Zukunft aus.

Forum Migration Dezember 2017

 

 

 

 

Gespräch. Ex-Bürgermeister Nierth fordert „klare Kante“ gegen Fremdenfeinde

 

Der Angriff auf den Altenaer Bürgermeister Hollstein hat Betroffenheit in quer durch die Republik ausgelöst. Auch der ehemalige Bürgermeister von Tröglitz, Markus Nierth, war Opfer rechtsextremer Anfeindungen und Bedrohungen. Im Gespräch erklärt er, was politisch motivierte Angriffe auslösen.

Der ehemalige Bürgermeister von Tröglitz in Sachsen-Anhalt, Markus Nierth, hat mit großer Betroffenheit auf den Angriff auf den Bürgermeister der sauerländischen Kleinstadt Altena, Andreas Hollstein (CDU), reagiert. Die Nachricht über die Messerattacke sei ihm „sehr stark in die Knochen gefahren“, sagte Nierth dem Evangelischen Pressedienst. Rückblickend auf eigene Erfahrungen sagte der 48-Jährige, ein politisch motivierter Angriff sei nicht nur eine „physische Verletzung, sondern hinterlässt oft auch ein langwierige seelische Beschädigung“. Er forderte, der „alltäglichen Vermehrung von Menschenfeindlichkeit“ entgegenzutreten.

Hollstein war am Montagabend in einem Döner-Imbiss von einem Mann mit einem Messer angegriffen und am Hals verletzt worden. Er wurde ins Krankenhaus gebracht, das er aber bereits wieder verlassen hat. Der 56-jährige Angreifer wurde festgenommen. Nach Hollsteins Aussage könnte seine Haltung in der Flüchtlingspolitik das Motiv des Angreifers gewesen sein.

Zivilgesellschaft soll „klare Kante“ zeigen

Die Attacke erinnert Nierth an eigene Erfahrungen. Der parteilose frühere ehrenamtliche Ortsbürgermeister und evangelische Theologe war nach Konflikten unter anderem mit NPD-Anhängern Anfang März 2015 von seinem Amt zurückgetreten. Es folgten über Wochen hinweg Morddrohungen und Drohungen gegen die Familie. Kurz danach wurde auf eine geplante Flüchtlingsunterkunft in Tröglitz bei Zeitz ein Brandanschlag verübt. Die Vorfälle hatten bundesweit für Schlagzeilen gesorgt.

Nierth sagte: „Immer mehr scheinbar bürgerliche Menschen fühlen sich auch durch das Schweigen der Mitte zu gewissenlosen, bösen Taten bevollmächtigt.“ Er rief die Zivilgesellschaft auf, „klare Kante“ zu zeigen und „überall entschieden zu widersprechen, wo sich Menschen zum destruktiven Handeln entschlossen haben“.

„Gegenwehr muss lauter werden“

„Die Gegenwehr muss lauter und deutlicher werden, damit diese Wutbürger, diese unanständigen, verrohten Zeitgenossen ausgegrenzt werden und nicht diejenigen, die sich für eine demokratische Gesellschaft engagieren“, sagte Nierth. Angesichts der wachsenden Fremdenfeindlichkeit, die aus einem Zeitgeist von Egokult und Konsumsucht erwachse, sei wieder eine „Gegenkultur nötig, die auf Nächstenliebe und Barmherzigkeit basiert“.

Der ehemalige Ortsbürgermeister berichtete davon, dass rechtsmotivierte Bedrohungen und Attacken, Spuren in seiner ganzen Familie, insbesondere bei seinen Kinder, hinterlassen haben. Seine Familie sei in Tröglitz in den vergangenen zweieinhalb Jahren „als Nestbeschmutzer“ von einer Mehrheit isoliert worden. Durch wirtschaftlichen Boykott der Tanzschule, die seine Frau mit ihm betreibt, und seiner Tätigkeit als freiberuflicher Trauerredner hätten sie Umsatzeinbußen von rund 30 Prozent erlitten. „Man muss aufpassen, dass man dabei nicht verbittert und sich mit einer Opferrolle abfindet“, sagte Nierth, der sich inzwischen auch als Referent deutschlandweit für einen Wertewandel engagiert. (epd/mig 29)

 

 

 

 

ZdK-Präsident Sternberg gegen Abschaffung des § 219a StGB

 

Zu der aktuellen Debatte über das Verbot von Werbung für den Schwangerschaftsabbruch teilt der Präsident des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK), Prof. Dr. Thomas Sternberg mit:

 

"In der aktuellen Debatte über den § 219a des Strafgesetzbuches wird so getan, als gebe es ein Recht auf Schwangerschaftsabbruch und als sei Abtreibung eine medizinische Dienstleistung wie jede andere. Ein Blick in das Gesetz stellt klar, dass das ganz und gar nicht so ist. Das menschliche Leben mit seiner unbedingten Würde muss von seinem Beginn als Embryo bis zum Tod geschützt werden.

Der Schwangerschaftsabbruch ist außer bei medizinischen oder kriminologischen Indikationen rechtswidrig und nur unter klar gefassten Bedingungen in den ersten drei Monaten straffrei. Es ist folgerichtig, dass in § 219a auch die Werbung für den Schwangerschaftsabbruch verboten wird, denn wenn etwas der Rechtsordnung widerspricht, kann es keine normale ärztliche Leistung sein. Das Amtsgericht in Gießen hat im November 2017 eine Ärztin zu einer Geldstrafe verurteilt, weil sie nach Ansicht des Gerichtes die Schwelle von der Information zur Werbung überschritten hatte. 

Völlig unstrittig ist, dass Frauen im Schwangerschaftskonflikt ein Recht auf Information haben, die insbesondere durch die staatlich anerkannten Schwangerschaftskonfliktberatungsstellen gewährleistet wird. Die Beratungsstellen haben die Aufgabe, der Frau zu helfen, eine verantwortliche und gewissenhafte Entscheidung unter Berücksichtigung auch der Rechte des ungeborenen Kindes zu treffen. Diese vor über zwanzig Jahren gefundene, mit dem Grundgesetz konforme so genannte 'Beratungslösung' hat eine über Jahrzehnte erbittert geführte Diskussion weitgehend befrieden können. Es wäre mit Blick auf den noch nicht verheilten gesellschaftlichen Konflikt fahrlässig, wenn nun, wie in einem Gesetzentwurf vorgesehen, § 219a gestrichen werden sollte." Zdk 5

 

 

 

 

Fahrtüchtig mit medizinischem Cannabis? DVR: verantwortungsvoller Umgang absolut notwendig

 

Bonn – Seit März 2017 können sich Patientinnen und Patienten Cannabisblüten und daraus hergestellte Extrakte auf Betäubungsmittelrezept vom Arzt verschreiben lassen. Grundsätzlich dürfen diese Personen am Straßenverkehr teilnehmen, soweit sie nach Aufnahme der cannabisbasierten Medikamente noch in der Lage sind, ein Fahrzeug im Straßenverkehr sicher zu führen. Treten allerdings während der Fahrt Ausfallerscheinungen auf, die auf die Einwirkung dieser Medikamente zurückzuführen sind, drohen strafrechtliche Konsequenzen. Darauf weist der Deutsche Verkehrssicherheitsrat (DVR) hin.

 

„Besonders in der Einstellungs- und Eingewöhnungsphase kann die Fahrtüchtigkeit beeinträchtigt werden“, erläutert Jacqueline Lacroix vom DVR. Auch eine zu hohe Dosierung oder die Wechselwirkungen mit anderen Medikamenten, einschließlich selbst geringer Mengen an Alkohol, könnten zu Problemen führen. „Dabei ist zu beachten, dass verschiedene Drogenmaterialien angeboten werden, die sich in ihren Inhaltsstoffen zum Teil erheblich unterscheiden. Dabei geht es vor allem um den Gehalt an Tetrahydrocannabinol (THC), das zu rund 20 Prozent in medizinischen Cannabisblüten enthalten ist, oder Cannabidiol,“ ergänzt die Expertin.

 

Die Wirkstoffe der Cannabisblüten können durch Inhalation oder oral aufgenommen werden, zum Beispiel als Tee oder Gebäck. Eine optimale Verordnung bedarf daher spezieller medizinischer Expertise. „Die Ärzte, die medizinisches Cannabis verordnen, müssen ihre Patienten über die möglichen Beeinträchtigungen bei der Teilnahme am Straßenverkehr aufklären. Insbesondere sollten sie zu Beginn der Therapie vom Führen eines Fahrzeuges abraten, und zwar so lange, bis die unerwünschten Nebenwirkungen nicht mehr auftreten und sie trotz Krankheit fahrsicher sind“, empfiehlt Lacroix.

 

Darüber hinaus müssten aber auch die Patienten selbst ihre Fahrtüchtigkeit im Auge behalten und im Zweifelsfall auf das Fahren verzichten. „Sie werden im Straßenverkehr genauso behandelt wie andere Patienten, die unter einer Dauermedikation stehen, die zum Beispiel ein psychoaktives Arzneimittel verordnet bekommen haben“, erklärt Lacroix.

 

Problematisch ist, dass Cannabisblüten, die lose von den Apotheken auf Rezept abgegeben werden, über keinen Beipackzettel verfügen und von den Patienten selbst in Kleinstmengen, zum Teil bis unter 0,1 Gramm, dosiert werden müssen. Das Rezept muss daher eindeutige Angaben zum Drogenmaterial, zur Darreichungsform und zu den Einzel- und Tagesdosen enthalten.

 

„Von den Cannabispatienten wird ein hohes Maß an Zuverlässigkeit und Verantwortlichkeit im Umgang mit der Medikation und bei Auftreten von Nebenwirkungen erwartet“, sagt Lacroix. Wenn das THC im Blut aus einer bestimmungsgemäßen Einnahme eines für den konkreten Krankheitsfall verschriebenen cannabisbasierten Arzneimittels herrührt und die Einnahme die Fahrtüchtigkeit nicht beeinträchtigt, kommt es nicht zu Sanktionierungen gemäß dem Straßenverkehrsgesetz (StVG). Bei missbräuchlicher Einnahme derartiger Arzneimittel droht hingegen nicht nur eine Sanktionierung nach dem StVG, sondern zusätzlich der Verlust der Fahrerlaubnis. Patienten sollten deshalb eine ärztliche Bescheinigung über ihre Therapie mit cannabisbasierten Medikamenten oder eine Kopie des aktuellen Rezeptes über medizinisches Cannabis mit sich führen.

 

„Es ist nicht einfach, zu bestimmen, welchen Einfluss der Gebrauch von medizinischem Cannabis auf das Fahrvermögen hat“, fasst Lacroix das Problem zusammen. Die im Blut festgestellte THC-Konzentration entspreche oft nur zu einem geringen Grad der messbaren Beeinflussung. Auch lasse die THC-Konzentration im Blut keine sicheren Rückschlüsse auf die Menge an THC zu, die tatsächlich geraucht oder eingenommen wurde. Die Polizei sollte zudem bei einem Anfangsverdacht in Betracht ziehen, dass der Fahrer Cannabis auch wegen einer medizinisch-indizierten Medikation eingenommen haben könnte. Zu prüfen wäre dann, ob Anhaltspunkte für eine nicht bestimmungsgemäße Einnahme vorliegen. DVR 28

 

 

 

 

Innenministerkonferenz. Unionspolitiker besorgt über steigende Kirchenasyl-Fälle

 

Bei der Innenministerkonferenz in dieser Woche steht auch das Thema Kirchenasyl auf der Tagesordnung. Die Zahl der Fälle steigt weiter, wie das Bundesamt für Migration und Flüchtlinge bestätigt.

Kirchen gewähren Flüchtlingen immer häufiger Asyl. Beim Bundesamt für Migration und Flüchtlinge waren in den ersten neun Monaten dieses Jahres insgesamt 1.126 Fälle von Kirchenasyl gemeldet. Im vergangenen Jahr hatte die Zahl deutlich niedriger gelegen: Von Mai bis Dezember vergangenen Jahres waren es 622 Fälle. Die Behörde bestätigte am Montag die steigenden Fallzahlen, über die zuvor die Funke Mediengruppe berichtet hatte.

Das Nürnberger Bundesamt registriert seit Mai 2016 selbst Meldungen über Fälle, in denen Asylsuchende den Schutz der Kirchen vor dem Zugriff des Staates suchen. Bei der überwältigenden Mehrheit der Menschen im Kirchenasyl handelt es sich um sogenannte „Dublin-Fälle“. Nach Angaben der ökumenischen Arbeitsgemeinschaft „Asyl in der Kirche“ sind 90 Prozent von ihnen Flüchtlinge, die nach geltendem EU-Recht in das Land zurückmüssten, über das sie nach Europa kamen.

530 Menschen in Kirchenasyl

Im Dublin-Verfahren wird – vor der eigentlichen Prüfung des Asylantrages – festgestellt, welcher europäische Staat für den Asylantrag zuständig ist. In den Ländern, in denen Flüchtlinge erstmals europäischen Boden betraten, drohen ihnen jedoch häufig Gewalt und Gefängnis wie in Bulgarien oder Obdachlosigkeit wie in Italien.

Der Arbeitsgemeinschaft zufolge befinden sich derzeit rund 530 Menschen in Deutschland im Kirchenasyl. Dabei werden sie von einer Kirchengemeinde eine Zeitlang beherbergt, um eine erneute Prüfung ihrer Situation zu erreichen.

Krings: Asylrecht durch Kirchen missbraucht

Auf der Innenministerkonferenz am Donnerstag und Freitag dieser Woche in Leipzig wollen die Länderminister über das Thema Kirchenasyl diskutieren. Nachdenklich mache „insbesondere die Steigerung bei den sogenannten Dublin-Fällen“, hieß es im Innenministerium Schleswig-Holsteins auf Nachfrage der Funke-Zeitungen.

„Das Kirchenasyl hebelt europäische rechtsstaatliche Verfahren zunehmend aus, indem Kirchen viele Menschen vor der Abschiebung aus Deutschland schützen, die beispielsweise in den Niederlanden oder Spanien Asyl beantragen müssen“, sagte der Parlamentarische Staatssekretär im Bundesinnenministerium, Günter Krings (CDU), den Zeitungen. Das Kirchenasyl sei in Deutschland „kein anerkanntes Rechtsinstitut, aber zu Recht in besonderen Einzelfällen seit langem geduldet“. In den vergangenen Jahren sei jedoch der Schutz vor staatlichem Zugriff „durch viele Kirchen missbraucht worden“, sagte Krings.

Jelpke: Angriff auf Kirchenasyl niederträchtig

Ulla Jelpke, Innenpolitikerin der Linksfraktion, zufolge ist die Kritik von Unionspolitikern „eine Unverschämtheit und lenkt vom eigenen Versagen ab“. Viele Geflüchtete suchten Schutz vor Dublin-Überstellungen, weil sie in den formell zuständigen EU-Staaten eine menschenunwürdige Behandlung, Obdachlosigkeit und unfaire Asylverfahren befürchteten. „Viele Kirchenasyle sind deshalb am Ende auch erfolgreich und immer wieder stoppen Verwaltungsgerichte Dublin-Überstellungen in andere EU-Staaten“, so Jelpke weiter. Es sei nicht das Verschulden der Geflüchteten und auch nicht der Kirchen, dass die EU seit 2015 vergeblich um ein neues Dublin-System ringt.

Insbesondere Politiker der Union hatten die zunehmende Inanspruchnahme von Kirchenasyl in den vergangenen Jahren mehrfach kritisiert, darunter auch Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU). Die Kirchen hingegen verteidigen das Kirchenasyl als einen Akt der Nächstenliebe. (epd/mig 5)

 

 

 

Gas-Pipeline zwischen Italien und Israel wird wahrscheinlicher

 

Zypern, Griechenland, Israel und Italien haben gestern eine Absichtserklärung unterzeichnet. Die vier Staaten wollen die längste Unterwasser-Gaspipeline der Welt bauen.

„Dieses Projekt sichert langfristig die Exportroute von Israel und Zypern nach Griechenland, Italien und in andere europäische Märkte. Dadurch wird die Versorgungssicherheit der EU verbessert,“ so die gemeinsame Stellungnahme. Weiter hieß es, die vier Staaten wollen gemeinsam Studien zu Bau und Betrieb des ambitionierten Projekts erstellen. Die Pipeline sei technisch und finanziell tragbar.

Die Leitung soll ungefähr 2000 Kilometer lang sein und eine jährliche Kapazität von 10 bis 16 Milliarden Kubikfuß (ca. 283-453 Millionen Kubikmeter) haben. Die Baukosten werden auf fünf Milliarden Euro geschätzt. Das Projekt könnte 2025 abgeschlossen werden.

Bei der gestrigen Unterzeichnung der Absichtserklärung waren die israelischen, zyprischen und griechischen Energieminister Yuval Steinitz, George Lakkotrypis und Giorgos Stathakis sowie der italienische Botschafter in Zypern, Andrea Cavallari, anwesend. Auch Christopher Jones, der Vize-Generaldirektor für Energie der Europäischen Kommission, war zugegen.

Mit der neuen Verbindung soll auch das Potenzial der großen Gasreserven im östlichen Mittelmeer genutzt werden.

Im April hatten Vertreter der EU und der vier Staaten eine gemeinsame Erklärung zu der Pipeline, über die Gas aus Israels Leviathan-Feld und Zyperns Aphrodite-Block nach Europa exportiert werden soll, unterzeichnet.

Mit dieser Unterzeichnung wurde der Aufbau einer Arbeitsgruppe beschlossen, die die zwischenstaatliche Entscheidungsfindung koordinieren soll. Diese Gruppe wird wohl im Frühling 2018 bei einem Treffen auf Kreta aus der Taufe gehoben.

Die geplante Pipeline soll das Leviathan- mit dem Aphrodite-Feld verbinden und dann über Kreta weiter auf das griechische Festland und nach Italien führen. Das Projekt könnte profitabler werden, sollten Israel und Zypern weitere Gasfelder im Mittelmeer entdecken. Kritiker warnen allerdings, dass die fallenden Gaspreise sowie die immer niedrigeren Kosten für erneuerbare Energie das Projekt finanziell unrentabel machen könnten.

Zypern ist derzeit das einzige EU-Mitgliedsland, das keine Gas- oder Stromverbindungen zu Nachbarstaaten hat. Somit erfüllt es nicht die Energieunion-Ziele der EU. Im Oktober einigte sich Nikosia mit Athen auf ein weiteres großes Energieprojekt, das sogenannte EuroAsia-Stromkabel, das Griechenland via Zypern und Kreta mit Israel verbinden soll.

Dieses 1500 Kilometer lange Kabel mit einer Kapazität von 2000 MW könnte sehr viel schneller realisiert werden als die angedachte Gas-Pipeline und bereits 2022 in Betrieb sein. Die Kosten werden auf 3,5 Milliarden Euro geschätzt.

Hintergrund

Mit den Plänen für die Energieunion wollen die 28 EU-Staaten ihre Abhängigkeit von russischem Gas verringern und die Energiezufuhr diversifizieren, um die Energiesicherheit zu gewährleisten. Darüber hinaus müssen auch die Verpflichtungen des Pariser Klimaabkommens eingehalten und die CO2-Ausstöße begrenzt werden. Zwischen NGOs, Gesetzgerbern und der Energieindustrie herrscht daher Streit darüber, ob Erdgas weiter gefördert wird oder ob man sich ausschließlich auf erneuerbare Energien konzentrieren sollte. Dabei heißt es von der einen Seite, erneuerbare Energiequellen seien nicht verlässlich genug, um alleine die Energieunion zu verwirklichen. Die andere Seite verweist darauf, dass fossile Brennstoffe wie Gas keinen Platz im zukünftigen europäischen Energiemix haben können. Sam Morgan, EA 6

 

 

 

 

Neue berufliche Perspektiven dank Fernstudium

 

Wismar - Die Niedriglohnschwelle in Deutschland liegt bei weniger als 1.900 Euro brutto im Monat. Rund 20 Prozent der Beschäftigten zählen zu dieser Arbeitnehmergruppe. Oft bedeutet das ein Leben am Existenzminimum. Der Weg in höhere Lohn- oder Gehaltsklassen beginnt mit persönlicher beruflicher Weiterbildung.

Wer an der Schwelle zum Niedriglohn arbeitet, verdient sein Geld meistens in der besonders arbeitsintensiven Dienstleitungsbranche. Davon betroffen sind auch Fachkräfte in der Alten- und Krankenpflege, im sozialen Bereich sowie im juristischen Umfeld. Einen Weg in attraktivere Berufe mit einer besseren Bezahlung verspricht ein berufsbegleitendes Fernstudium: Der Zugang ist auch ohne Abitur möglich, und es gibt diverse Förder- und Finanzierungshilfen. „Oft wissen Berufstätige gar nicht, welche Möglichkeiten es gibt, sich beruflich weiter zu qualifizieren und aufzusteigen“, sagt Dagmar Hoffmann, Geschäftsführerin von WINGS, dem Fernstudienanbieter der Hochschule Wismar. Von den 160.000 Studierenden an deutschen Fernhochschulen studieren rund 51.000 ohne Hochschulreife. Über die so genannte Hochschulzugangsprüfung für Berufstätige (HZP) können Berufserfahrene ohne Abitur direkt ins Fernstudium einsteigen.

Auch die anfallenden Kosten sollten niemanden davon abhalten, sich für ein Fernstudium zu entscheiden. Ein Bachelorstudium Gesundheitsmanagement als Onlinevariante ist bereits ab 159 Euro monatlich möglich. „Zudem gibt es in Deutschland sehr vielfältige Förderangebote und Finanzierungshilfen, ganz besonders für die berufsbegleitende Weiterbildung, wie Stipendienprogramme, Bildungskredite oder die Bildungsprämie“, so Hoffmann weiter. Ausführliche Informationen zu den Fördermöglichkeiten finden Studieninteressierte unter www.wings.de/finanzierungsratgeber.

Mit der höheren beruflichen Qualifikation steigen die Chancen auf einen zukunftssicheren Job mit vielfältigen Karriereaussichten. Besonders flexibel ist das berufsbegleitende Onlinestudium. Studiert wird über eine Studien-App und feste Vorlesungstermine gibt es nicht. Das Angebot an berufsbegleitenden Online-Studiengängen mit staatlichem Hochschulabschluss ist groß. Angeboten werden u.a. die Bachelor „Betriebswirtschaft“, „Management von Gesundheitseinrichtungen“, „Management sozialer Dienstleistungen“ sowie die

neuen Fernstudiengänge „Rechtswis. GA 6

 

 

 

 

Integration. Volkshochschulen geben sechs Millionen Deutschstunden

 

Im Jahr 2016 wurde jede dritte der insgesamt rund 18 Millionen Unterrichtsstunden in Deutsch als Fremdsprache (DaF) gegeben, rund 1,5 Millionen mehr als im Vorjahr. Die Zahl der Teilnahmen an DaF-Kursen stieg um rund 274.000 auf 1,1 Millionen.

Die Volkshochschulen in Deutschland haben die Zahl ihrer Stunden im Bereich Deutsch als Fremdsprache (DaF) deutlich gesteigert. Im vergangenen Jahr wurden mit sechs Millionen DaF-Unterrichtsstunden rund 1,5 Millionen mehr Stunden als im Vorjahr erteilt, wie der Volkshochschulverband am Dienstag in Bonn mitteilte. Damit sei mittlerweile jede dritte Unterrichtsstunde aller insgesamt erteilten 18 Millionen VHS-Unterrichtsstunden eine DaF-Stunde.

Die Volkshochschulen reagierten auf die gestiegene Nachfrage durch Einwanderer und Flüchtlinge mit einem deutlich ausgebautem Kursangebot im Bereich Deutsch als Fremdsprache. Auch die Zahl der Teilnehmer an solchen DaF-Kursen sei im vergangenen Jahr gegenüber dem Vorjahr um rund 274.000 auf 1,1 Millionen gestiegen, hieß es.

Volkshochschulen wichtige Türöffner für Einwanderer

Der Vorsitzende des Volkshochschulverbandes, Ernst Dieter Rossmann, nannte die Volkshochschulen wichtige Türöffner für Geflüchtete und Einwanderer in die deutsche Gesellschaft: „Denn die Sprache ist der Schlüssel zur gesellschaftlichen Teilhabe – in der Nachbarschaft, im Verein, im Umgang mit Behörden und im Beruf.“

2016 gab es nach eigenen Angaben bundesweit 899 Volkshochschulen, mehr als die Hälfte in Trägerschaft der Kommunen, 8,2 Prozent als Zweckverbände und 32 Prozent als eingetragene Vereine. (epd/mig 6)

 

 

 

Mit Winterreifen sicher in den Winterurlaub

 

Bonn - Nach Angaben des Deutschen Skiverbandes gibt es in Deutschland rund 11,7 Millionen aktive Wintersportler. Für sie hat die Saison begonnen und viele begeben sich in den kommenden Wochen mit dem Pkw auf den Weg in die beliebten Wintersportorte in Bayern, Österreich oder der Schweiz. Doch der Reiseweg ist oft lang und führt über schnee- oder eisbedeckte Straßen. Grund genug, vor Fahrtantritt die Bereifung des Fahrzeuges zu kontrollieren, mit dem die ganze Familie teils hunderte Kilometer durch alpine Regionen fährt.

Winterreifen bieten optimale Sicherheit

Autofahrer aus Regionen mit milderen Wintern greifen gerne auf Ganzjahresreifen zurück. Auch wenn sich die Qualität der „Allrounder“ insgesamt merklich verbessert hat, ist es nicht möglich, einen Ganzjahresreifen sowohl mit sehr guten Winterreifeneigenschaften und gleichzeitig sehr guten Sommerreifeneigenschaften zu erhalten. Wer in den Wintermonaten eine Reise in die Alpen plant, sollte kein Risiko eingehen und auf qualitativ hochwertige Winterreifen setzen. Winterreifen haben eine feine Lamellenstruktur und verzahnen sich bei Nässe, Schneematsch und Eis optimal mit der Fahrbahn. Die weiche Gummimischung verhärtet auch bei niedrigen Temperaturen nicht und bleibt weich und flexibel. Winterreifen bieten daher Sicherheit für Familie und Fahrzeug: Die Bremswege sind bei winterlichen Straßenverhältnissen kürzer als mit Sommerreifen und Fahrstabilität ist gegeben. Ein weiterer Vorteil: Beim saisonalen Wechsel von Sommer- auf Winterreifen kontrolliert die Fachwerkstatt die Reifen zudem auf den Reifendruck, die Profiltiefe und auf Beschädigungen.

Vor längeren Autofahrten steht der gewissenhafte Reifencheck an

Aber auch Autofahrern, die im Herbst bereits auf Winterreifen umgerüstet haben, empfiehlt die Initiative Reifenqualität vor Fahrtantritt von längeren Reisen einen gründlichen Reifencheck. Es kommen große Belastungen auf die Reifen zu und es sollte sichergestellt werden, dass sie sich in bestmöglichem Zustand befinden. Eigentlich eine Selbstverständlichkeit: Ein Skifahrer würde sich auch nicht auf ein Paar verschlissene, ungewachste Skier stellen, um dann ins Tal zu fahren.

Ein wichtiger Hinweis: Urlauber sollten sich vor der Fahrt erkundigen, welche Regelungen an ihrem Zielort bezüglich der Bereifung gelten. Während in Deutschland „nur“ eine situative Winterreifenpflicht gilt, also eine angepasste Bereifung für winterliche Fahrbahnzustände mit einer gesetzlich festgelegten Mindestprofiltiefe von 1,6 Millimetern, sind in manchen Ländern Europas Winterreifen in einem bestimmten Zeitraum und mit einer bestimmten Mindestprofiltiefe Pflicht. In Österreich gilt zum Beispiel eine Mindestprofiltiefe von 4 Millimetern. Oftmals werden regional auch Schneeketten via Beschilderung vorgeschrieben. Wer auf die jeweils geltende Winterreifenpflicht nicht vorbereitet ist, riskiert nicht nur ein saftiges Bußgeld, sondern unter Umständen auch einen Unfall. Eine Liste über die Winterreifenregelungen der europäischen Länder hält die Initiative auf ihrer Website bereit: http://reifenqualitaet.de/sicherheit/sommerreifen-winterreifen/winterreifenpflicht/  (DVR 6)