Gino Chiellino

Marcella Continanza: Rosas nocturnas Rose notturne. Santiago de Cuba: Ediciones Nadereau 1999.

Prima di passare alla presentazione dell’ultima raccolta di poesie dal titolo "Rose notturne" di Marcella Continanza vorrei farmi la domanda:

"Ma chi sono i poeti in un tempo in cui dirsi poeti è come chiamarsi fuori dalla realtà? O in un tempo in cui essere definito poeta è come sentirsi dare dell’ingenuo?"

"E già chi sono i poeti? Mentre chi legge corre al supermercato per rifornirsi di generi di prima necessità e chi non legge va allo stadio per fare incetta di emozioni forti?

Con estrema disinvoltura il poeta Franco Buffoni ci fa sapere che:

"Ci seminano le stelle qua e là

Noi poeti
A farci preferire di stare in casa soli
A leggerci tra noi

Severamente."

Ed è proprio quello che ho inteso fare leggendo le poesie di Marcella Continanza e scrivendo le mie impressioni su "Rose notturne". Per rendere tutto concreto (konkret come dicono i cools di oggi) mi concentro sulla poesia dal titolo:

Nel parco

Di overdose si muore, - lo sai.

Ma col cartoccio di ciliege fra le mani
sembri amare la vita

tra i giochi di bambini

lì, al parco. Solo

il tremore delle mani e l’assenza degli occhi

fanno da spia al male che tu covi. (pag. 25)

Dopo aver letto e riletto la poesia mi sono posto la domanda: "Perchè l’autrice ha scelto di elevare a poesia una scena di ovvia quotidianitá metropolitana?" Una scena che tutti conosciamo, a cui siamo talmente abituati che non ci guardiamo più dentro. Non ci guardiamo più dentro: non per chiudere gli occhi davanti ai problemi della nostra società ma perchè tali segmenti di realtà non ci toccano più da quando siamo riusciti a trasformali in competenze istituzionali o in riserve da volontariato.

Ma questa non è certo la risposta che cercavo. Continuando nella mia ricerca sono incorso nella domanda fondante di ogni atto di creatività: in che modo viene elevata a poesia una scena di quotidianità?

Per quanto riguarda "Nel parco" di Marcella Continanza direi che ciò avviene perchè l’autrice si oppone ad una lingua sempre più spersonalizzata e spersonalizzante: per recuperare il monologo e perfino il dialogo che ci restituiscono la dignità di essere umani. Mi spiego.

La poesia si apre con un’affermazione a tesi:

"Di overdose si muore, - lo sai."

Mentre chi muore di overdeose è spersonalizzato perché é rappresentato da un "si impersonale", chi ne annuncia la morte è in pieno possesso della sua personalità in quanto è un tu sottinteso ma definito con chiarezza semantica dalla seconda persona singolare del verbo al presente: lo sai.

Quello che il lettore in questo momento non può sapere ancora è se nel corso della poesia verrà a trovarsi di fronte ad un monologo o ad un dialogo a distanza. In altre parole chi è il soggetto?: è un io lirico che parla a se stesso della sua prossima morte in toni estraniati (di overdose si muore)?, o è un io-osservante che parla ad un tu per ricordargli lo stato di pericolo a cui sta andando incontro?

Lo svolgimento della poesia riconduce ad un dialogo a distanza sempre più ravvicinata fino a recuperare la personalità di chi sta per incorrere in pericolo capitale. La traiettoria del recupero del dialogo passa per "il cartoccio di ciliege fra le mani", si sposta su "il tremore della mani", per raggiungere in fine "l’assenza degli occhi." Questo passaggio da un oggetto come "il cartoccio delle ciliege" ad un soggetto rappresentato dagli occhi trova la conferma in quel tu finale di "il male che tu covi." La restituzione della personalità a chi ormai è stato spinto ai limiti della società, o si é auto estraniato, viene sottolineata riprendendo una metafora impostata su uno scandalo semantico: "il male che tu covi". Lo scandalo semantico consiste nel fatto che covare vuol dire fare nascere la vita, mentre qui farebbe nascere la morte.

A tutta questa intensità drammatica fa da contrappeso la leggerezza delle immagini proposte nella parte centrale poesia, il cuore della poesia che è fatto di immagini che spingono alla vita. Rileggo la poesia per dare un senso alle mie osservazioni:

Nel parco

Di overdose si muore, - lo sai.

Ma col cartoccio di ciliege fra le mani
sembri amare la vita

tra i giochi di bambini

lì, al parco. Solo

il tremore delle mani e l’assenza degli occhi

fanno da spia al male che tu covi. (Pag. 25)

Per dare un’idea di come è nata la pubblicazione bilingue della raccolta Rosas nocturnas Rose notturne vorrei citare, ma parafrasandolo, Luciano Anceschi. Presentando la sua antologia dal titolo Linea lombarda del 1952 Anceschi scriveva nella prefazione:

"Il proposito di questa raccolta [...] nacque in modo occasionale; aggiungerei anche: in modo piuttosto esterno, di gioco. Fu [...] tutta una faccenda" di incontri, di voli, e di colloqui notturni su un’isola ancora lí ma forse per poco.

Se la pubblicazione bilingue, curata a Santiago de Cuba è frutto di simpatia, di spontaneità e di generosità tra poeti e anche traduttori come Gian Luigi Nespoli e Cristina Delisle, che cosa c’é alla base del tutto?

Ci sono tre cicli di poesie: "Poesie sparse" (1986) di cui fa parte "Nel parco", "Città" (1987) e "Ritratti" (1988).

Le chiamerei poesie occasionali, nell’accezione positiva del termine. Poesie che si presentano con impeto e che costringono alla scrittura. Quindi si tratta di poesie ben diverse da quelle pubblicate in "Piume d’angeli" (1966). La diversità consiste nel fatto che mentre quelle di "Rose notturne" si sono imposte all’autrice, quelle di "Piume d’angeli" sono nate su un progetto unico; e quindi sono state cercate, trovate e scritte.

Dal ciclo "Città" leggo la poesia dedicata a "Napoli" (pag. 41) e poi quella dedicata a "Francoforte" (pag. 57), rispettivamente la prima e l’ultima del ciclo.

Napoli

Un’antica ferita di sole
pugnalato a tradimento
per superbia.

Il pianto della Sibilla
divenne lutto;

Il sangue rappreso
cicatrice dei vicoli (Pag. 41)

Francoforte

Grattacieli fasciati da nebbia,

ponti cicatrici di luce,

camminare è solo percorrere
il labirinto
del proprio essere. (Pag.57)


Mettendole a confronto come due polis di vita vissuta si scoprono corrispondenze e contrapposizioni. La corrispondenza viene affidata alla metafora della cicatrice presente in entrambi le poesie. C’è invece contrapposizione perchè la costruzione poetica di Napoli avviene in senso orizzontale, nel senso dell’appartenenza integrale dell’io lirico ad una città che è fatta di vicoli, di possibilità di incontri, anche se con esiti incertied a volte terribili. La costruzione di Francoforte avviene invece sulla verticale dei suoi "grattacieli fasciati da nebbia". Dove il potere economico, rappresentato da grattacieli sede di banche e di holding finanziarie, si rivela imperscrutabile e dove, in basso, ci si ritrova smarriti nel labirinto della propria esistenza. Così facendo si finisce per sottolineare un’appartenenza minoritaria dell’io lirico rispetto ad una città costruita in verticale.

Dal ciclo "Ritratti" leggo la poesia che ha per titolo "Mio padre", perché come fa presente Giuseppe Ghielmetti nella sua prefazione alla raccolta: "qui Marcella Continanza raggiunge (forse) il livello piú alto della sua ricerca formale." (Pag.13).

Mio padre


Sfioravi già la luce:

Eri il bianco riflesso

Del profilo del dio
che lascia il sé.

Ma il congedo della mano
fu doppia lama;

fu sapere a un tratto
che quel giorno d’aprile
ti tradiva;

fu sapere che io imparavo
a morire.

Tra parentesi faccio presente che per quanto mi riguarda leggo raramente le prefazioni e se mi decido a farlo, lo faccio solo dopo avere letto l’opera. In tal caso da parte mia rinuncio al dubbio di Giuseppe Ghielmetti e sottolineo che la poesia "Mio padre" fa parte delle poesie di Marcella Continanza che resisteranno all’usura del tempo. E perchè? Perchè essa è dotata di una struttura di immagini che si svelano con parsimonia e solo al lettore che vi si accosta con modestia.