Webgiornale luglio-settembre 2026

 

Inhaltsverzeichnis

1.        Carta d'identità cartacea, slitta l'addio: fino a quando è valida e cosa cambia. 1

2.        Regolamento Ue sui rimpatri, l’Europa piegata dal sovranismo. 1

3.        Fame nel mondo, l’allarme del Wfp. 1

4.        Festa della Repubblica Italiana all’Ambasciata a Berlino. 1

5.        Proroga espatrio: chiarimenti su validità CIE. 1

6.        Le Acli Baviera incontrano il nuovo console di Monaco dr. Panebianco. 1

7.        Comites domani 1

8.        Gli italiani a Colonia: un legame che viene da lontano. 1

9.        Alla terza edizione la guida “Primi Passi in Germania”. 1

10.  Il destino di COSMO Italiano è appeso a un filo. 1

11.  La Paranza di Augsburg: dinamo di interculturalità. 1

12.  Il miraggio. 1

13.  Brevi di cronaca e politica tedesca. 1

14.  Una differenza culturale tra Sicilia e Germania. 1

15.  L’ambasciatore Bucci a Dresda per rafforzare la cooperazione italo-tedesca. 1

16.  In Ambasciata le associazioni italiane a Berlino. 1

17.  Cgie. Riunita la Continentale Europa. Elezione dei Comites. 1

18.  L’opinione. 1

19.  Tempi stretti per le elezioni dei Comites: il dibattito alla Continentale Europa del Cgie. 1

20.  Ricercatori italiani nel mondo: un ruolo sempre più operativo. 1

21.  Le ultime puntate di Cosmo italiano. 1

22.  Berlino: in Ambasciata il German-Italian eurospace Forum.. 1

23.  Servizi consolari in Europa: il personale fa miracoli ma servono risorse. 1

24.  Trump delegittima i leader europei, ma il boomerang colpisce in patria. 1

25.  La diaspora scientifica italiana. 1

26.  La Repubblica Italiana compie 80 anni 1

27.  La deriva del sionismo. 1

28.  Il consolato come municipio d’Italia all’estero. 1

29.  Lingua e cultura: scuole ed enti gestori alla Continentale Europa del Cgie. 1

30.  Karlsfeld. Giuseppe Rende ha festeggiato i 90 anni 1

31.  Tracce.de, iniziativa editoriale online per autori italiani in Germania. 1

32.  Il difficile cammino per la parità dei diritti femminili è concluso?. 1

33.  Europei nell’essere. 1

34.  Patronati. Il diritto alla disoccupazione in Europa: requisiti e trasferibilità. 1

35.  Dal 1° giugno CIE nei Comuni italiani per gli iscritti AIRE. 1

36.  La Conferenza dei Consoli d’Italia nel mondo. 1

37.  La rete consolare in numeri 1

38.  Il dibattito sulla nuova legge elettorale sul voto all’estero. 1

39.  L’assistenza consolare ed il ruolo dei Consoli Onorari 1

40.  IA nella gestione della rete per evitare sprechi di elettricità rinnovabile. 1

41.  Rinnovo CIE.  Soluzione urgente. 1

42.  Progetti educativi. I dati rielaborati dalla piattaforma InClasse. 1

43.  Migranti: un futuro di disumanità. 1

44.  Hamm: gemellaggi e made in Italy sotto l’egida del Consolato onorario. 1

45.  Basta capirci 1

46.  La Fune Azzurra, il primo censimento globale dello sport dell’emigrazione italiana. 1

47.  Convention CCIE: Pozza confermato Presidente Assocamerestero. 1

48.  La dieta. 1

49.  Smarriti nel labirinto del consumo: una visita all’Ikea. 1

50.  Continentale Cgie: nessun interlocutore su elezioni Comites e servizi consolari 1

51.  CGIE: la storia della rappresentanza degli italiani all’estero. 1

52.  Lettera ai parla-mentari d’Italia. 1

53.  “L’invecchiamento è una sfida e non un problema”: perché i nuovi anziani non sono quelli di 50 anni fa. 1

54.  Solo chi porta il dolore conosce la sua intensità; gli altri vedono la ferita, ma non la tempesta interiore. 1

55.  Democrazia. 1

56.  Giovanni D’Onofrio, da manovale a imprenditore ad Aalen (Stoccarda) 1

57.  L’abisso burocratico dei richiedenti asilo a Roma: un percorso a ostacoli che può durare anche 4 anni 1

58.  Tavolo Asilo e Immigrazione. Il Governo accelera sul Patto UE: sacrificato ancora una volta il processo democratico. 1

 

 

1.        Gutachten: AfD-Verbotsverfahren hätte gute Chancen. 1

2.        Die neue Arbeiterfrage. 1

3.        Strandbadbesucherin darf nicht mit in Männerbereich: „Wie im Mittelalter“. 1

4.        Die Nationalmannschaft und die deutsche Frage. 1

5.        "Sicherheit". Freibad prüft Sprachkenntnisse am Eingang. 1

6.        KI-Kolonie Europa. 1

7.        Warum Europa nicht liefert. 1

8.        Zehn Jahre Brexit, Großbritannien versprach Kontrolle – und bekam mehr Migration. 1

9.        Zum Weltflüchtlingstag, 275 Organisationen kritisieren restriktive Asylpolitik. 1

10.  Standortproblem. Rassismus bremst Deutschlands Suche nach Fachkräften. 1

11.  Psychotherapeutin. Neues Asylrecht verstärkt Ängste bei Geflüchteten. 1

12.  Drei Wege aus der Sackgasse. 1

13.  Mikrozensus. Vier Millionen Geflüchtete und Vertriebene leben in Deutschland. 1

14.  Innenminister reden über Sicherheit – TGD vermisst Schutz für Migranten. 1

15.  Rechte Mehrheit macht Weg für EU-Abschiebezentren frei 1

16.  EU-Bischöfe und Caritas Europa kritisieren Abschiebeverschärfung. 1

17.  Rassismus. Uni Jena: Internationale Studierende zweifeln an Thüringen. 1

18.  Das Recht auf Asyl verteidigen – Menschenrechte dürfen nicht zur Verhandlungsmasse werden. 1

19.  Schweiz lehnt SVP-Plan zur Begrenzung der Zuwanderung ab. 1

20.  Am Tisch statt auf dem Teller. 1

21.  „Italien den Italienern“. Rechts von Meloni: Neue Partei mobilisiert mit „Remigration“. 1

22.  EU-Asylpolitik. Geas startet mit Streit über Schutz und Abwehr 1

23.  Cosmo-Radio. Die Lücke wird größer 1

24.  UNHCR-Bericht. 14,7 Millionen Menschen kehren heim, oft in unsichere Länder 1

25.  Migranten: Papst appelliert an das Gewissen Europas. 1

26.  „Was lange als selbstverständlich galt, ist es nicht mehr“. 1

27.  Atlantikroute. Papst besucht „Kai der Schande“ und mahnt Menschenwürde an. 1

28.  EUAA-Jahresbericht. Asylanträge in Europa sinken auf Tiefstand seit 2021. 1

29.  Medienvielfalt. Cosmo-Reform: WDR kürzt Mehrsprachigkeit. 1

30.  KAV Frankfurt begrüßt integrationspolitische Signale im neuen Koalitionsvertrag. 1

31.  Friedensgutachten. Putin, Trump, Netanjahu greifen Völkerrecht an. 1

32.  Krieg der Sterne. 1

33.  Rechtsstaat unter Druck. Richterbund warnt vor Einfluss der AfD auf Justiz. 1

34.  Erasmus+ ab 2028. 47 Milliarden: DAAD begrüßt Budgetsignal des Europäischen Parlaments für Erasmus+. 1

35.  UN-Sicherheitsrat. Quittung für außenpolitische Doppelmoral 1

36.  EU-Gericht stoppt deutsche Kürzungen für Asylsuchende. 1

37.  Hochschulen & Europa. Erasmus erreicht Marke von einer Million geförderten Studierenden aus Deutschland. 1

38.  Absturz eines Superstars. 1

39.  Danke, Cosmoland. Was jetzt kommt. 1

40.  Brutaler Mord an Erntehelfern in Italien: Basta, es reicht! 1

41.  Einbürgerung. Fast alle deutschen Neubürger wählen den Doppelpass. 1

42.  Jahresbericht. Diskriminierung erreicht neuen Höchststand. 1

43.  Die Grenzen der Macht 1

44.  Report Globale Flucht 2026. 1

 

 

 

Carta d'identità cartacea, slitta l'addio: fino a quando è valida e cosa cambia

 

Il Consiglio dei ministri ha stabilito che i documenti non ancora scaduti resteranno validi fino alla loro naturale scadenza, anche oltre il termine del 3 agosto 2026 inizialmente fissato per il passaggio alla sola Carta d’identità elettronica (CIE)

Prolungata 'in zona Cesarini' la validità delle carte d'identità cartacee. Per loro era stato deciso uno stop al prossimo 3 agosto: da quella data l'unico documento di identità valido sarebbe stato la Carta d’Identità Elettronica (CIE), la cui emissione tuttavia in alcuni comuni procede a rilento. Di qui la decisione del Consiglio dei Ministri secondo cui le vecchie carte non ancora scadute mantengono la propria validità fino alla naturale scadenza, anche oltre il termine del 3 agosto, "per determinate finalità e nei rapporti con la pubblica amministrazione e con i soggetti che erogano pubblici servizi".

La decisione arriva per sostenere i Comuni, che in molti casi stanno registrando ritardi e difficoltà operative nel rilascio della CIE a causa dell’elevato numero di richieste. Le carte cartacee continueranno dunque a essere utilizzabili nei rapporti con la pubblica amministrazione e con i soggetti che erogano servizi pubblici. Laddove il Comune non riesca a fornire una carta d'identità elettronica, ad esempio ai titolari di carte scadute, i comuni potranno inoltre rilasciare un documento di identità provvisorio.

Cosa sapere

Il passaggio alla CIE rientra nel processo di digitalizzazione e adeguamento dell’Italia agli standard europei. La carta d’identità elettronica viene rilasciata dal Comune di residenza o dimora su appuntamento. La validità varia in base all’età del titolare: tre anni per i minori di tre anni, cinque anni per i cittadini tra i 3 e i 18 anni, dieci anni per i maggiorenni.

Per i cittadini temporaneamente impossibilitati alla rilevazione delle impronte digitali, la CIE ha una validità limitata a 12 mesi.

Per richiederla è necessario presentare una fototessera, in formato cartaceo o digitale a seconda delle modalità di prenotazione, ed eventualmente la tessera sanitaria o il codice fiscale per velocizzare le operazioni di registrazione. Il costo è di 16,79 euro, a cui possono aggiungersi eventuali diritti di segreteria stabiliti dal Comune.

Occhio all'espatrio

"In queste ore stanno circolando informazioni fuorvianti sulla presunta proroga della validità delle carte d’identità cartacee", avverte però Simone Billi, capogruppo della Lega in commissione Esteri della Camera e presidente del Comitato per gli Italiani nel mondo.

"È importante chiarire che l’eventuale estensione prevista dal Governo riguarda esclusivamente alcuni utilizzi sul territorio nazionale e nei rapporti con la Pubblica Amministrazione. Non riguarda invece l’espatrio. Dal 3 agosto 2026 la carta d’identità cartacea non sarà più valida come documento di viaggio, in applicazione del Regolamento (UE) 2019/1157. Pertanto gli italiani residenti all’estero non devono considerare questa proroga come un rinvio dell’obbligo di dotarsi di una Carta d’Identità Elettronica o di un altro documento valido per l’espatrio. Invito quindi tutti i connazionali a verificare per tempo la validità dei propri documenti e a procedere al rinnovo", spiega il leghista. Adnkronos 18

 

 

 

 

 

Regolamento Ue sui rimpatri, l’Europa piegata dal sovranismo

 

Il 17 giugno scorso il Parlamento europeo ha approvato d’urgenza il nuovo regolamento sui rimpatri. La Conferenza dei vescovi europei e Caritas Europa esprimono profonda preoccupazione: detenzione fino a trenta mesi anche per i minori, hub in paesi terzi, deriva neocolonialista. Norme irrazionali e controproducenti che apparecchiano un futuro plumbeo – di Maurizio Ambrosini

Il 17 giugno rischia di essere ricordato come un brutto giorno per la sorte dei diritti umani dei più fragili. Proprio nella settimana in cui si celebra la giornata mondiale dei rifugiati, il 20 giugno, e in molte città si tengono iniziative per attrarre l’attenzione dell’opinione pubblica, il Parlamento di Bruxelles ha approvato il nuovo regolamento sui rimpatri con una procedura d’urgenza. E con una maggioranza schiacciante: 418 favorevoli contro 218 contrari e 30 astenuti. È il frutto della convergenza tra i conservatori moderati del Partito popolare europeo e i raggruppamenti della destra radicale, con l’aggiunta di voti liberali e sparsi. L’approvazione è stata celebrata dal coro ritmato “Rimandiamoli indietro”. L’estrema destra si trova legittimata e confermata nella validità delle sue posizioni sull’argomento.

La Conferenza dei vescovi europei, in un lungo e articolato commento, ha espresso “profonda preoccupazione” per l’indebolimento della protezione dei diritti fondamentali e della dignità di persone vulnerabili. Il prolungamento della possibilità di detenzione, che potrà arrivare a trenta mesi, anche per i minori, l’istituzione di hub di “rimpatrio” in paesi terzi, le accresciute possibilità di perquisizione domiciliare, il sequestro di apparecchi elettronici e altri effetti personali: tutto questo suscita gli interrogativi dei vescovi. Caritas Europa, a sua volta, ha evocato il rischio di accresciuta stigmatizzazione e criminalizzazione dei migranti, incluse le famiglie. Molte Ong e associazioni di tutela dei diritti umani si sono pronunciate nello stesso senso. Le norme introdotte in effetti avvicinano l’Ue, un passo dopo l’altro, all’impostazione delle politiche migratorie dell’esecrato Donald Trump.

Gli hub di “rimpatrio”, che rimpatrio non è, perché si tratta di spedire i migranti indesiderati in luoghi lontani, con cui non hanno nessun legame, e la subordinazione degli accordi commerciali con i paesi in via di sviluppo alla collaborazione nei rimpatri, rivelano il ritorno di una mentalità neocolonialista: l’Ue intende approfittare della sua forza economica per piegare paesi più deboli e dipendenti all’accettazione delle sue politiche. Anche da questo punto di vista, gli Usa di Trump non sono molto lontani. Senonché, come è già avvenuto più volte negli ultimi anni, l’Ue si esporrà ai ricatti dei suoi riluttanti alleati: non potrà fiatare sul mancato rispetto della democrazia o dei diritti umani in quei paesi, per non vederli ritrattare la loro collaborazione sul dossier migranti. Di nuovo, l’abbandono dell’aspirazione dell’Ue a diffondere valori democratici al di là delle sue frontiere, in nome della priorità assoluta della repressione dell’immigrazione indesiderata, richiama la logica di The Donald.

Anche prescindendo da considerazioni ispirate a valori etici, le nuove norme sono irrazionali e controproducenti, per almeno due ragioni. In primo luogo, adottando nella sostanza la visione e le soluzioni dell’estrema destra, la indurranno ad alzare ancora di più il tiro. La stessa concorrenza a destra conduce a esasperare i toni. I recenti disordini scatenati in Irlanda del Nord dalla destra unionista e cavalcati da Musk suggeriscono dove si arriva se si accetta l’idea che l’immigrazione sia una minaccia per l’ordine sociale: se un immigrato fa qualcosa di male, tutti sono colpevoli e vanno puniti. La disumanità legalizzata attizza una violenza incendiaria e indiscriminata.

Per la stessa ragione, i cittadini incattiviti non distingueranno facilmente immigrati irregolari, semiregolari o legali: quelli che i governi dell’Ue stanno facendo entrare con discrezione, perché le loro economie ne hanno bisogno, famiglie comprese. Finito l’orario di lavoro, questi immigrati si raduneranno in qualche luogo, si renderanno visibili in piazze, parchi, luoghi di ritrovo. S’insedieranno nei quartieri popolari. Faranno code per accedere ai servizi pubblici. Riesce difficile credere che gli elettori europei, nutriti di pregiudizi e ostilità, diventeranno buoni vicini dei nuovi arrivati. Non basterà raccontare che questi immigrati sono regolari per scacciare la xenofobia. L’integrazione diventerà ancora più difficile che in passato. Piegata dal sovranismo, l’Ue sta apparecchiando un futuro plumbeo per i suoi cittadini. Sir 19

 

 

 

 

Fame nel mondo, l’allarme del Wfp

 

Alla vigilia della visita del Papa al Wfp di Roma, il direttore della Divisione Programmi del World food programme Marco Cavalcante lancia al Sir l’allarme: con risorse ridotte del 59% negli ultimi anni, l’agenzia è costretta a scelte drammatiche sugli aiuti da distribuire. Sudan, Sud Sudan, Yemen e Somalia tra le emergenze più gravi, con il rischio di carestie e milioni di persone in più senza assistenza. “La causa principale della fame oggi sono le guerre”: il Wfp chiede pace e sostegno internazionale per evitare che la crisi alimentare venga dimenticata. Per Cavalcante la fame resta una sfida enorme ma affrontabile: “Sappiamo cosa fare, non è una speranza impossibile”.

“Dopo la seconda guerra mondiale questo è uno dei periodi più bui per la fame nel mondo: 320 milioni di persone soffrono di insicurezza alimentare acuta”. È questo lo scenario di crisi alimentare globale alla vigilia della visita di Papa Leone XIV nella sede del World food programme a Roma, il 22 giugno. Ce ne parla Marco Cavalcante, direttore della Divisione Programmi del World food programme, il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite (Wfp o Pam in italiano), la più grande agenzia umanitaria al mondo, specializzata nell’assistenza alimentare nelle emergenze e nei conflitti. Lunedì Papa Leone incontrerà, in una visita che durerà due ore (dalle 11 alle 13), i 36 rappresentanti dell’Executive Board e i dipendenti, con videocollegamenti in diretta con gli operatori sul campo nei diversi Paesi del mondo, soprattutto dove l’emergenza alimentare è più grave. Il Wfp impiega circa 20mila persone e il 90% del personale lavora negli uffici dei Paesi. La visita del Papa rappresenta per l’organizzazione “un grande onore”, anche perché “siamo di fronte a una crisi della fame con pochi precedenti”, afferma al Sir il rappresentante del Wfp. Papa Leone visiterà anche lo spazio dove è custodita la medaglia del Premio Nobel per la Pace ricevuto dal Wfp nel 2020. Accanto si trova un muro commemorativo dedicato ai colleghi dell’organizzazione che hanno perso la vita durante le missioni.

La visita arriva mentre il sistema umanitario affronta una grave crisi di finanziamenti. Negli ultimi anni, ha spiegato il direttore dei Programmi, “tutti i Paesi occidentali che tradizionalmente sono stati i nostri principali donatori hanno diminuito le donazioni”.

La riduzione dei fondi, calati del 59% nel triennio 2022-2025, “non segue lo stesso trend dei numeri della fame nel mondo, che invece stanno aumentando”.  L’ultimo report diffuso nei giorni scorsi insieme alla Fao individua 13 aree a rischio peggioramento: a destare maggiore preoccupazione sono Sudan, Sud Sudan, Yemen e Somalia, seguite dal nord est della Nigeria (nello Stato di Borno) e dalla Somalia (nella regione di Bay), dove si intravede lo spettro della carestia.

Il calo delle risorse costringe l’organizzazione a decisioni difficili. “Dobbiamo scegliere se mandare convogli di aiuti alimentari verso una direzione piuttosto che verso un’altra. Sono scelte impossibili quando si è sul campo”.   In questi Paesi, ha spiegato, “i nostri operatori devono fare quotidianamente scelte difficilissime su chi aiutare e chi non aiutare”.

Ogni anno vengono raggiunte in totale 120 milioni di persone. Il timore è che quest’anno il Wfp potrà assistere 1 milione e mezzo di persone in meno e altri 9 milioni sono a rischio.

Tra le emergenze più gravi c’è quella del Sudan, dove il conflitto iniziato nell’aprile 2023 rende complesso raggiungere la popolazione, a causa della grave insicurezza. Gli aiuti alimentari in questi contesti diventano merce rara e spesso vengono rubati. Oppure viene impedito ai camion di entrare nei territori per affamare volutamente la popolazione. Ma il problema non è soltanto logistico e operativo. “Il più grande ostacolo è non avere le risorse. I nostri magazzini sono spesso vuoti.

A volte non raggiungiamo le popolazioni che hanno bisogno non perché non siano raggiungibili fisicamente, ma perché non abbiamo abbastanza fondi”.

Come opera il Wfp? Il Wfp dispone di una rete logistica globale fatta di aerei, camion e navi, ma la carenza di finanziamenti limita infatti la capacità di intervento. Come modalità di azione gli operatori sul campo distribuiscono in primis “denaro quando il cibo è disponibile nei mercati. In questo modo aiutiamo le persone a comprare ciò di cui hanno bisogno e sosteniamo anche le economie locali”. Nei contesti dove reperire cibo è più difficile il Wfp distribuisce pacchetti alimentari composti da carboidrati, proteine vegetali e grassi, adattati alle esigenze dei diversi Paesi. C’è chi consuma prevalentemente riso, chi grano, chi miglio. Poi vengono portati avanti anche programmi per la resilienza climatica o di assistenza alimentare scolastica.

La fame dei bambini. Il rappresentante del Wfp racconta di aver visitato recentemente campi profughi e centri di cura dove ha visto scene terribili. Difficile, a livello emotivo, sostenere la vista di tanto dolore e ingiustizia, soprattutto quando tocca l’infanzia: “Ci sono bambini che arrivano nei centri nutrizionali così magri da non riuscire ad alzare il collo, perché i muscoli sono stati consumati dalla fame.

Sono bambini con nomi e cognomi, che potrebbero diventare medici, ingegneri, insegnanti e che invece si trovano sotto una tenda o in una clinica aspettando un aiuto per sopravvivere”.

I conflitti, causa principale della fame. “La cosa più importante per risolvere la fame nel mondo è attaccare le cause della fame – sottolinea Cavalcante -.

E la causa principale, oggi, sono le guerre”.

Per questo il messaggio del Papa sulla necessità di fermare i conflitti e costruire percorsi di pace è “essenziale”. “Fame e pace sono profondamente collegate – conclude il rappresentante del Wfp –. La sicurezza alimentare è un elemento chiave per la pace nel mondo e la pace nel mondo è un elemento chiave per la sicurezza alimentare”.

 “La fame può essere affrontata”. L’auspicio finale è che la visita di Papa Leone possa riportare attenzione su una crisi alimentare globale che rischia di essere dimenticata. “La fame è un problema enorme, ma è anche il problema più grande che possiamo risolvere, perché sappiamo cosa fare. Non è una speranza impossibile: è una speranza concreta”. Patrizia Caiffa,  Sir 22

 

 

 

 

 

Festa della Repubblica Italiana all’Ambasciata a Berlino

 

BERLINO – L’Ambasciata a Berlino ha celebrato la Festa della Repubblica Italiana con il consueto ricevimento alla presenza di ospiti e rappresentanti del mondo istituzionale, politico, economico e culturale tedesco, nonché della comunità italiana. Quest’anno i festeggiamenti sono stati inseriti nel programma dell’ “Italian Week”, un formato che ha visto l’organizzazione di oltre cento eventi in tutta la Germania, anche per celebrare al meglio non solo l’80° anniversario della Repubblica Italiana, ma anche il 75° dalla ripresa delle relazioni diplomatiche tra Italia e Germania.

“La Festa della Repubblica è il momento simbolicamente più alto della nostra identità nazionale. È l’occasione per rinnovare quei valori di libertà, democrazia e pace che il popolo italiano scelse con coraggio il 2 giugno 1946”, ha affermato l’Ambasciatore Fabrizio Bucci nel suo discorso di benvenuto agli ospiti. L’attrice Martina Klier, moderatrice della serata, ha salutato gli ospiti nel cortile dello storico edificio dell’Ambasciata, lasciando poi spazio ad un intermezzo musicale del violinista Olem Cesari, accompagnato dal  pianista Michael Rodi. Dopo gli inni nazionali di Germania e Italia e quello dell’Unione Europea, eseguiti dal soprano Francesca Martini accompagnata da Cecilia Ferròn, al violino, e Martina Biondi, al violoncello, sono intervenuti l’Ambasciatore Bucci e in rappresentanza del Governo tedesco, il Segretario di Stato, Géza Andreas von Geyr. Hanno poi preso la parola Marina Chiarelli, Assessore alla Cultura, Pari opportunità e Politiche giovanili della Regione Piemonte, e Christian Wiermer, Segretario di Stato per gli affari europei del Land Nord Reno-Vestfalia, entrambi partner dell’edizione 2026 dei festeggiamenti in Ambasciata. Il Segretario di Stato Wiermer nel suo intervento ha evocato l’importanza del partenariato tra la regione Piemonte e il Land Nord Reno-Vestfalia in settori chiave come l’intelligenza artificiale, l’energia, la mobilità autonoma, i semiconduttori e l’aerospazio, temi al centro della tavola rotonda con le aziende delle due regioni, tenutasi questo pomeriggio presso la Rappresentanza del Land Nord Reno-Vestfalia, come ha ricordato anche l’Assessore Chiarelli.

“Il dialogo tra Berlino e Roma non è semplicemente utile: è indispensabile. E questo dialogo non appartiene solo ai governi centrali. Esso vive e si alimenta attraverso i governi regionali, le comunità imprenditoriali, gli accademici, i ricercatori e, soprattutto, i giovani e gli studenti” ha ricordato l’Ambasciatore Bucci. A questo proposito, nell’edificio dell’Ambasciata sono stati installati alcuni totem interattivi che raccontano “l’Italia che innova”, vale a dire tutte quelle imprese che lavorano in settori di importanza strategica, dall’aerospazio ai trasporti all’energia. “Italia e Germania hanno il dovere e la responsabilità storica di stimolare le istituzioni di Bruxelles. Dobbiamo individuare soluzioni rapide, efficaci e concrete a sostegno dei milioni di piccoli e medi imprenditori che costituiscono l’ossatura economica e l’anima sociale dei nostri territori e dell’intero continente”. Dopo gli interventi istituzionali, Martina Klier ha invitato gli ospiti presenti a visitare la mostra di arte contemporanea  “Ore piccole”, realizzata in collaborazione con la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino. Come sottolineato dalla presidente Patrizia Sandretto Re Rabaudengo, la mostra presenta una selezione di opere della Fondazione – dalla fotografia alla pittura, dalla scultura all’installazione – che valorizzano la relazione artistica tra Italia e Germania, “attraverso le pratiche di artisti italiani, tedeschi e internazionali che, in modi differenti, hanno costruito un legame con Berlino, città che rappresenta da molti anni un laboratorio culturale straordinario”. Il progetto espositivo si affianca alle opere di arte contemporanea già esposte in Ambasciata. L’edificio rappresenta un concentrato di storia nel cuore della capitale tedesca e continua ad affascinare un vasto pubblico, come dimostra il successo delle visite organizzate sabato scorso in occasione della Festa di Strada, uno degli appuntamenti dell’Italian Week. “A partire da ora l’Ambasciata aprirà regolarmente le sue porte al pubblico una volta al mese. Abbiamo iniziato il 30 maggio e continueremo in futuro, affinché questa sede sia sempre meno un palazzo separato dalla città e sempre più la casa condivisa della diplomazia, dell’incontro e delle idee utili a disegnare il nostro comune futuro europeo” ha ricordato l’Ambasciatore.

Infine, il palco è stato liberato per fare spazio agli acrobati della compagnia italiana Fabbrica C con lo spettacolo “Pillole di bellezza” e alla musica funk-jazz di Lab 32 e del dj Alessandro Cozzolino, in arte Cioz. L’Ambasciata rivolge un sincero ringraziamento ai partner e agli sponsor che hanno contribuito alla realizzazione della Festa della Repubblica Italiana. Il loro sostegno conferma, ancora una volta – sottolinea la Rappresentanza diplomatica –  il valore della collaborazione tra settore pubblico e privato nella promozione dell’Italia nel contesto internazionale. (Inform 5)

 

 

 

 

 

 

Proroga espatrio: chiarimenti su validità CIE

 

Roma - “In seguito alle numerose richieste ricevute da cittadini italiani residenti all’estero, ritengo opportuno fornire alcuni chiarimenti sulla validità delle carte d’identità cartacee dopo il 3 agosto 2026.

Nel comunicato relativo al Consiglio dei Ministri n. 178 del 16 giugno 2026, il Governo ha annunciato una misura che consentirà alle carte d’identità cartacee non ancora scadute di mantenere la propria validità oltre il 3 agosto 2026 per determinate finalità e nei rapporti con la Pubblica Amministrazione e con i soggetti che erogano pubblici servizi.

Tale misura non modifica tuttavia il quadro normativo europeo relativo ai documenti validi per l’attraversamento delle frontiere tra gli Stati europei. Per questo motivo, allo stato attuale, la carta d’identità cartacea non può essere considerata valida per l’espatrio oltre il 3 agosto 2026.

A mio avviso appare inoltre molto difficile che possa essere introdotta unilateralmente dall’Italia una validità della carta d’identità cartacea per l’espatrio oltre tale data, poiché una simile decisione dovrebbe essere riconosciuta e accettata anche dagli altri Paesi europei che applicano le medesime regole sui documenti di viaggio.

Per i cittadini iscritti all’AIRE che rinnovano la carta d’identità presso il proprio Consolato di riferimento, la situazione non cambia rispetto a quanto già previsto oggi. 

Diverso è invece il caso degli italiani residenti all’estero che approfittano di un soggiorno temporaneo in Italia per richiedere la Carta d’Identità Elettronica presso qualsiasi Comune italiano.

In questi casi può accadere che il cittadino sia entrato in Italia avendo con sé solo la propria carta d’identità cartacea ma, al momento della richiesta della nuova CIE, tale documento viene ritirato dal Comune secondo quanto previsto dalla normativa vigente. Se il cittadino non dispone anche di un passaporto o di un altro documento valido per l’espatrio, può trovarsi nell’impossibilità di rientrare nel proprio Paese di residenza. Il problema riguarda i residenti nei Paesi dell’area Schengen, dove è normalmente possibile viaggiare utilizzando la sola carta d’identità.

Tra le possibili soluzioni che personalmente intravedo, e che indico esclusivamente a titolo esemplificativo, lasciando naturalmente ai tecnici del Ministero la valutazione della soluzione migliore, vi sono il rilascio di un documento provvisorio chiaramente riconosciuto oppure il mantenimento della disponibilità del documento precedente fino alla consegna della nuova CIE. Quest’ultima soluzione potrebbe tuttavia avere efficacia pratica soltanto fino al 3 agosto 2026, poiché da quella data la carta d’identità cartacea non sarà più valida per l’espatrio.

Un eventuale documento provvisorio potrebbe essere concepito in modo analogo all’ETD (Emergency Travel Document), il documento di emergenza rilasciato dalle rappresentanze consolari italiane o di altri Paesi dell’Unione Europea per consentire il rientro verso il Paese di destinazione in situazioni particolari. Si tratta tuttavia soltanto di un esempio teorico e non di una proposta tecnica già definita.

È inoltre opportuno evidenziare che il problema riguarda essenzialmente il periodo antecedente al 3 agosto 2026. Fino a tale data, infatti, gli italiani residenti all’estero possono ancora viaggiare verso l’Italia utilizzando la carta d’identità cartacea. Dopo il 3 agosto 2026 ciò non sarà più possibile: per entrare in Italia sarà comunque necessario disporre di una Carta d’Identità Elettronica o di un altro documento valido per l’espatrio. Di conseguenza, dopo tale data, chi si reca in Italia dall’estero avrà normalmente già con sé un documento idoneo anche per il viaggio di ritorno.

Occorre inoltre prestare particolare attenzione a un caso specifico. Un cittadino italiano residente all’estero potrebbe entrare in Italia prima del 3 agosto 2026 utilizzando legittimamente la propria carta d’identità cartacea e programmare il rientro nel Paese di residenza dopo tale data. Qualora durante il soggiorno richiedesse la nuova Carta d’Identità Elettronica e la carta cartacea venisse ritirata, potrebbe trovarsi privo di un documento valido per il viaggio di ritorno. Anche questa situazione merita quindi un adeguato approfondimento e una soluzione chiara da parte delle amministrazioni competenti.

Continuerò a seguire la questione affinché siano fornite indicazioni chiare e uniformi a tutti i cittadini, in particolare agli italiani residenti all’estero.” - On. Simone Billi, Capogruppo Lega in Commissione Esteri e Presidente del Comitato per gli Italiani nel Mondo. De.it.press 17.6.

 

 

 

 

 

 

Le Acli Baviera incontrano il nuovo console di Monaco dr. Panebianco 

 

Monaco. Martedì, 9 Giugno scorso, una Delegazione   delle ACLI Baviera, è stata ricevuta dal Ministro Plenipotenziario, nuovo Console Generale d'Italia Dr. Fausto Panebianco nella sede del Consolato Generale d'Italia di Monaco di Baviera. Delegazione ricevuta molto cordialmente al suo arrivo dalla Dr.ssa Alessia Doronzio, Assistente del Diplomatico

Altrettanto aperti il saluto di benvenuto e l'accoglienza agli Aclisti  da parte del Console Generale Panebianco, che –da subito–  ha messo a proprio agio la Delegazione con grandissima cordialità.

A questo punto il  Comm. Carmine Macaluso, Presidente delle ACLI Baviera e Vicepresidente delle ACLI Germania, dopo aver formulato –a sua volta– il saluto  di tutte le ACLI al Diplomatico,  gli ha immediatamente presentato gli altri  intervenuti: il Presidente Emerito delle ACLI Baviera, Maestro del Lavoro, Giuseppe Rende, da tutta una vita in Germania; il Vicepresidente Vicario, Dr. Fernando A. Grasso, Responsabile del sito delle ACLI Baviera e Corrispondente Consolare per il Circondario di Kempten, città in cui egli vive dal lontano 1965; e inoltre: il Consigliere Nazionale Pasquale Bibbò, Vicepresidente del Circolo ACLI di Kaufbeuren.

Macaluso ha continuato quindi presentando al Console Generale un excursus della presenza delle ACLI in Germania, dell'Enaip, dei corsi di recupero della Licenza di III Media, dei corsi di informatica, di meccanica, nel settore tessile, e –non da ultimo– dell'insegnamento della lingua e cultura italiana, spesso con il collega Grasso con il quale ha frequentato l'Università.

Macaluso,  ha parlato inoltre di alcuni eventi degli anni scorsi, tra cui quello legato alle celebrazioni per i 70 Anni degli Accordi Bilaterali tra Germania e Italia per l'invio della prima manodopera italiana in Germania, consegnando al Console Generale un opuscolo pubblicato per l'occasione, insieme  un altro pubblicato per i 60 Anni; e non ha mancato inoltre di parlare al Diplomatico delle loro comuni origini partenopee e della lunga  presenza delle ACLI in seno al Comites (allora Coemit) di Monaco di Baviera negli anni passati.

Molto cordiali ed esaustive le parole del Console Generale a commento di quanto appena udito e che ha promesso un significativo potenziamento del lavoro dell'Amministrazione nei confronti della comunità; a cominciare con il notevole aumento degli sportelli e –quindi– degli appuntamenti giornalieri ai connazionali, e continuando con il progetto di una creazione di altri collegamenti telefonici e telematici, –già in atto– che –in prospettiva anche di un auspicato miglioramento del sistema di prenotazione– dovranno migliorare e accorciare significativamente i tempi di attesa per l'ottenimento di un documento o di un incontro. 

Anche i brevi interventi di Rende e di Grasso, intercalatisi in quello molto più corposo di Macaluso, sono serviti a far conoscere al Console Generale  altri aspetti del'Associazionismo,  altri particolari sulle ACLI e sulla partecipazione degli Italiani in Baviera alla vita pubblica locale, specie da parte delle giovani leve. Soprattutto Rende, del Circolo ACLI di Karlsfeld, cittadina poco distante del Campo di Concentramento di Dachau. Circolo che servirà da punto di riferimento per il Congresso delle ACLI Baviera in autunno,  nel corso del quale –tra l'altro– si esibirà il Gruppo Folk-ACLI di Kaufbeuren. Di questo gruppo folcloristico Macaluso non ha mancato di donare al Console Generale un bellissimo CD contenente appassionati brani in siciliano.

In analogia, poi,  a quanto fatto negli anni scorsi, in occasione dei  primi incontri ( 1  2  3 4) con i Consoli Generali precedenti,  Grasso, nelle vesti di webmaster delle ACLI Baviera, ha consegnato al Diplomatico il Vademecum delle ACLI Baviera –scaricabile da internet–  e costantemente aggiornato insieme agli altri documenti del sito da lui amministrato, insieme a quelli suoi e di quelli di altri amici. Grasso ha mostrato inoltre al Ministro alcune pagine dell'opuscolo che  poco prima gli era stato consegnato da Macaluso, indicandogli insieme  con lui alcune interviste effettuate a connazionali e qualche foto loro zone di loro competenza.

Grasso, dopo aver mostrato al Console Generale un suo articolo scritto in occasione dell'incontro con il Ministro degli Interni bavarese Joachim Herrmann, in occasione delle Celebrazioni dei Patti bilaterali di cui sopra, non ha dimenticato inoltre di menzionare una delle sue pagine internet: Appuntamenti in cui compaiono foto e video che si riferiscono a resoconti su diversi eventi promossi dall'Amministrazione, pubblicati nel suo sito principale e ripresi dalla stampa d'emigrazione (Inform, Webgiornale, Corriere d'Italia, Aise...).

Nelle vesti di Corrispondente Consolare Grasso ha rinnovato la sua intenzione di continuare a collaborare fattivamente con l'Amministrazione al servizio dei connazionali, come –del resto– ribadito da tutti i convenuti. E ha indicato al Diplomatico un link in cui egli posta regolarmente notizie e comunicazioni dell'Amministrazione.

Prima del commiato –come nel passato– è stata effettuata una foto a ricordo dell'avvenimento con il coinvolgimento anche dell'altrettanto cordialissimo Console Aggiunto Dr. Giacomo Bampini, già da anni in servizio al Consolato.  All'uscita i convenuti non hanno mancato di salutare –seppur brevissimamente– un dipendente dell'Amministrazione, già impiegato del Patronato ACLI. 

Fernando A. Grasso, de.it.press 11

 

 

 

 

 

 

Comites domani

 

Sul ruolo dei Com.It.Es.  (Comitati degli Italiani all’Estero) torniamo a presentare alcune nostre riflessioni; anche a fronte di una situazione socio/economica sempre complessa. Se non altro, con la speranza che il nostro scrivere possa essere motivo per un più organizzato confronto circa la tutela dei Connazionali lontani dal Bel Paese.

Per una questione di metodo, lasciamo da parte gli aspetti ”tecnici” del problema, per provare ad affrontare quelli ”pratici”. Noi c’eravamo anche quando di rappresentatività ufficiale italiana all’estero neppure s’ipotizzava. Varati con specifiche finalità, con gli anni, i Com.It.Es. hanno, progressivamente, modificato il loro ruolo. Pur se organismi elettivi, non rappresentano più la “maggioranza” degli italiani all’estero. Basta prendere in esame la percentuale di chi ha votato per il rinnovo di questi organismi nel mondo.

Fare politica, anche dall’estero, ci sembra legittimo. L’importante è mantenere ciò che si promette. Allo stato attuale, la cultura del ”sembrare”, più che dell’”essere”, s’è fatta norma. Se i Com.It.Es. intendono restare una risorsa, come auspichiamo, sarebbe vantaggioso se presentassero progetti innovativi.  Sul fronte della rappresentatività all’estero, la strada da fare ci sembra ancora molta. Per poterla percorrere, però, sarebbe necessario un migliore impegno e più specifici obiettivi.

Insomma, crediamo che per i milioni d’italiani nel mondo sia essenziale mostrare, ora più che per il passato, idee innovative sul ruolo politico, ma non solo, dei Comitati degli Italiani all’Estero. Ovviamente, con fatti concreti che, però, non siamo in grado d’evidenziare.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Gli italiani a Colonia: un legame che viene da lontano

 

Quando si parla della presenza italiana a Colonia, si pensa subito all'emigrazione del secondo dopoguerra, ai lavoratori arrivati in Germania negli anni del miracolo economico e alle generazioni che hanno contribuito allo sviluppo della città. Esiste però anche un altro legame, meno noto ma altrettanto significativo: quello che unisce gli italiani alle radici romane di Colonia.

La città fu fondata dai Romani oltre duemila anni fa con il nome di Colonia Claudia Ara Agrippinensium. Per secoli il suo passato romano rimase in gran parte nascosto sotto gli edifici moderni. Fu un tragico evento della Seconda guerra mondiale a riportarne alla luce una parte importante. Durante i bombardamenti alleati, una bomba colpì una zona nei pressi del Duomo facendo emergere straordinari resti archeologici, tra cui il celebre mosaico di Dioniso, uno dei più importanti ritrovamenti romani dell'intera Germania.

La scoperta suscitò grande interesse e portò successivamente alla realizzazione del Museo Romano-Germanico, costruito proprio accanto al Duomo e sul luogo stesso del ritrovamento. Ancora oggi il museo rappresenta una testimonianza eccezionale delle profonde radici romane della città e del legame storico tra il territorio tedesco e la civiltà mediterranea.

Per molti italiani residenti in Germania, visitare il museo significa anche riscoprire una parte della propria storia culturale. Camminando tra mosaici, iscrizioni latine, statue e reperti archeologici, si percepisce come la presenza romana abbia lasciato tracce profonde ben oltre le Alpi. La storia europea appare allora non come la somma di culture separate, ma come il risultato di secoli di incontri, scambi e influenze reciproche.

Ho visitato più volte Colonia e ogni volta ho provato una particolare emozione entrando nel Museo Romano-Germanico. Vedere nel cuore della Germania testimonianze così importanti della civiltà romana aiuta a comprendere quanto profonde siano le radici comuni dell'Europa. Per un italiano che vive da molti anni in Germania, questa continuità storica assume un significato speciale.

Non è un caso che molti italiani residenti a Colonia sentano un forte interesse per la storia della città. Accanto alla normale integrazione nella società tedesca esiste infatti la consapevolezza di appartenere a una tradizione culturale che ha contribuito, insieme a molte altre, alla formazione dell'Europa moderna.

La presenza italiana a Colonia non è quindi soltanto una vicenda iniziata nel Novecento. In un certo senso essa affonda le proprie radici in una storia molto più antica, che risale all'epoca in cui il latino era la lingua della città e le legioni romane percorrevano le rive del Reno.

Forse è anche per questo che molti italiani si sentono particolarmente a loro agio a Colonia: perché dietro la modernità di una grande metropoli tedesca continua a vivere una parte importante della comune eredità europea.

Giuseppe Tizza, Düsseldorf, de.it.press 31.5.26

 

 

 

 

 

Alla terza edizione la guida “Primi Passi in Germania”

 

L’unica cosa che forse non convince pienamente di questa pubblicazione, giunta felicemente alla sua terza edizione, è proprio il titolo. Basta infatti leggerne l’indice per rendersi conto che non si tratta soltanto di una guida per i “primi passi” in Germania. Qui siamo piuttosto davanti a uno strumento prezioso anche per coloro che vivono da anni nella Repubblica Federale Tedesca e desiderano comprendere meglio la società che li ospita.

Probabilmente la stessa curatrice, Luciana Mella – docente, giornalista e ricercatrice – non si è resa pienamente conto di aver gestito un’opera che possiede anche un significativo valore sociologico. La guida offre, infatti, una lettura approfondita della Germania, utile sia a chi vi approda per la prima volta sia a chi vi risiede da tempo.

Perfino i tedeschi possono trovare in questa Guida interessanti spunti di riflessione, osservando il proprio Paese attraverso uno sguardo italiano.

L’opera, che supera le 250 pagine, è ricca di contenuti ma al tempo stesso di agevole consultazione. La struttura, chiara e ben organizzata, consente al lettore di approfondire i singoli argomenti in modo autonomo, passando da un capitolo all’altro senza difficoltà. Una caratteristica che rivela l’esperienza professionale della curatrice, abituata nel suo lavoro giornalistico a individuare gli aspetti essenziali di un tema e a presentarli con chiarezza, precisione e immediatezza.

Parlando della pubblicazione - edita dai Comites della Germania e con il patrocinio dell’Ambasciata d’Italia a Berlino - Luciana Mella sottolinea: «È sempre molto difficile riuscire a immaginare come sarà la nostra nuova vita quando prendiamo la decisione di andare a vivere all’estero. Se scegliamo di trasferirci in Germania, che continua a essere una meta molto amata da chi lascia l’Italia, dobbiamo mettere in conto di confrontarci con una lingua non immediatamente comprensibile e con una cultura e una mentalità molto diverse dalle nostre. Ma non solo. Dal sistema sanitario a quello scolastico, dalla regolamentazione del mondo del lavoro al sistema sociale, le differenze con l’Italia sono spesso enormi».

Particolarmente utili risultano le schede inserite in appendice e curate dai singoli presidenti Comites, coordinati dall’Intercomites, che sono   organizzate per circoscrizione consolare con la raccolta di una vasta gamma di contatti e riferimenti utili: dagli enti culturali ai servizi per il lavoro, fino alle strutture di assistenza sociale.

L’autrice evidenzia inoltre: «Avere le idee chiare ci aiuterà a capire meglio ciò che ci attende, a evitare delusioni e, in molti casi, anche problemi e difficoltà. Questa nuova edizione della guida Primi Passi in Germania, pubblicata per la prima volta nel 2013, vuole essere un contributo concreto, un supporto e un aiuto per chi, per un motivo o per l’altro, sceglie di vivere in questa nazione».

La guida è consultabile online attraverso i siti web dell’Ambasciata d’Italia a Berlino e dei singoli Consolati italiani presenti sul territorio tedesco. Pasquale Marino, CdI 1

 

 

 

 

Il destino di COSMO Italiano è appeso a un filo

 

COSMO (WDR, Westdeutscher Rundfunk), l’unico programma radiofonico multilingue e interculturale del servizio pubblico tedesco, rischia la chiusura definitiva a partire dal 1° aprile 2027. Di Paola Colombo

La scorsa settimana il Consiglio di amministrazione del WDR, che produce il programma, ha deciso, a maggioranza risicata (25 su 21, uno si è astenuto), di chiudere il canale radiofonico COSMO.  Ciò significa che anche Cosmo Italiano, il podcast della redazione di lingua italiana, che tempo fa era Radio Colonia, non ci sarà più. 

C’è una petizione che nel frattempo ha raggiunto le 100.000 firme e che si può ancora firmare per esprimere solidarietà e tentare di fare pressione ai piani alti. Vedi link qui sotto.

https://innn.it/savecosmoradio

E c’è in corso una raccolta di firme (fino al 9 giugno) di associazioni, istituzioni a sostegno di Cosmo che verranno consegnate con una lettera aperta a tutti i direttori e direttrici di ARD nel tentativo anche qui di fare pressione e far rivedere la decisione presa dal WDR. 

Più lunga è la lista, maggiore sarà il peso della richiesta.

La decisione lascia allibiti. Il WDR è l’ultimo baluardo dei programmi in lingua madre che da 65 anni hanno accompagnato e accolto molti connazionali in Germania.

Stupisce la miopia politica e culturale proprio in un momento storico di crescente estremismo di destra di tagliare un servizio pubblico di informazione in madrelingua che accompagna persone con background migratorio; un servizio anche di intrattenimento con musica alternativa e non mainstream, espressione di un panorama musicale vivace e creativo. 

Cosmo è la voce pubblica dell’informazione che oggi orienta in Germania i nuovi venuti: dall’Italia sono circa 25.000, uomini e donne, che ogni anno arrivano in Germania, non conoscono la lingua né il „sistema Germania“. I servizi informativi di Cosmo italiano sono una bussola e un salvagente in mare aperto. Una fonte autorevole di informazione garantita dal servizio pubblico, fondata sulla professionalità di giornaliste e giornalisti.

Oltre a essere uno strumento di informazione prezioso Cosmo e Cosmo Italiano sono anche un spazio in cui sentirsi a casa, nella propria lingua di origine. Un terzo della popolazione tedesca ha poi una storia di migrazione personale o familiare e le trasmissioni in lingua madre sono un modo per sentirsi a casa, fare comunità. Ciò ha a che fare con la dimensione emotiva. Lo sanno molto bene anche le comunità cattoliche quanto sia importante la madrelingua, la lingua delle origini che ha che fare con l’interculturalità. I programmi in lingua madre sostengono l‘integrazione non ne sono uno ostacolo all’integrazione.  

Ma il mandato di un servizio pubblico radio televisivo non è quello di servire con l’informazione e con la prossimità dei temi tutte le parti della società? Questa si chiama democrazia.

Nello statuto di Cosmo c‘è scritto che il mandato è l’integrazione, la convivenza. Questo è spirito democratico e di convivenza per il bene comune. 

Di questo spirito si vuole ora fare carta straccia? 

Quali formati sostituiranno Cosmo? I temi trattati da Cosmo e dai suoi podcast troveranno spazi nel palinsesto di altre emittenti del WDR? 

Che cosa faranno le giornaliste e giornalisti che collaborano con Cosmo? Quelli senza contratto di assunzione e che vivono di questo lavoro da anni, alcuni da decenni, avranno le stesse possibilità di lavoro presso altre redazioni, dove i loro stessi colleghi tedeschi faticano?

Mi sembra una storia già vissuta e sentita, come quando il Bayerischer Rundfunk chiuse Radio Monaco nel 2002 insieme alla redazione greca e serbo-bosniaco-croata. Ci fu una diaspora dei liberi collaboratori e collaboratrici. La creazione di un programma multiculturale in lingua tedesca non poteva assorbire le professionalità di tutte e tutti e, a dire il vero, il programma aveva un carattere folcloristico.  

Perdere Cosmo significa perdere programmi e podcast in madrelingua e con essi la pregnanza delle tematiche. A chi dovrebbero interessare temi sulle community turche, italiane, serbo croate, bosniache eccetera, trattati in lingua tedesca?

Ben venga questa lettera a tutti i direttori e a tutte le direttrici di ARD, probabilmente è ora necessario che una voce come quella di Cosmo sia sostenuta da tutto l’ente radio radiotelevisivo pubblico tedesco. 

C’è da sperare che la lettera aperta trovi occhi attenti a leggerla e ad accogliere le richieste. Paola Colombo

Pubblichiamo la lettera dell’on. Simone Billi a sostegno di COSMO Italiano

Germania, Billi (Lega): Prosegua il prezioso lavoro di COSMO Italiano

Roma, 30/05/2026 – “Apprendo con forte preoccupazione la notizia che COSMO Italiano, unica offerta informativa in lingua italiana del servizio pubblico tedesco, rischia di essere chiusa nei prossimi mesi.

La comunità italiana in Germania conta oggi oltre 900.000 persone ed è in costante crescita. Per molti connazionali, soprattutto tra i più recenti arrivati, la redazioneitaliana del WDR rappresenta un punto di riferimento essenziale per comprendere la realtà tedesca attraverso un’informazione pubblica, autorevole e accessibile nella propria lingua.

Come già avveniva con Radio Colonia, COSMO Italiano svolge un’importante funzione di collegamento tra Italia e Germania, contribuendo all’integrazione dei nostri connazionali e al dialogo tra le due culture.

Per questo rivolgo un appello ai vertici del Westdeutscher Rundfunk affinché riconsiderino questa decisione e consentano a COSMO Italiano di proseguire il proprio prezioso lavoro al servizio della comunità italiana in Germania”

Lo comunica l’On. Simone Billi, presidente del Comitato sugli Italiani nel Mondo.

Qui la lettera del Comites di Colonia:

Radio Colonia, prima, e COSMO Italiano, dopo, sono da sempre un luogo che ha promosso e che promuove il dialogo e la ricchezza del multiculturalismo. Radio Colonia è stata importantissima per il sostegno e l’aiuto all’integrazione dei nostri connazionali e dopo la trasformazione in COSMO Italiano ha continuato la sua attività di informazione e sostegno ai vecchi e nuovi arrivati.  Con i podcast in diverse lingue, COSMO è stata fino ad oggi un’emittente che ha rappresentato le tante persone e le tante comunità che vivono in Germania. Permettere ora la cancellazione di tutti questi podcast significherebbe cancellare un patrimonio di esperienze, conoscenze e inclusione costruito nel corso degli anni, riportando indietro di molto i progressi compiuti nella promozione della mobilità, del multilinguismo e del senso di comunità.

Proprio per questo è importante che ciascuno di noi faccia la propria parte e contribuisca a dare visibilità a questa mobilitazione in favore di COSMO. Solo attraverso un impegno collettivo sarà possibile far sentire la voce delle tante persone che riconoscono il valore di COSMO e del suo lavoro.

Grazie fin d’ora per il vostro sostegno e per il vostro impegno nella diffusione di questo appello.

Un caro saluto, Simonetta Del Favero (dip)

 

 

 

 

La Paranza di Augsburg: dinamo di interculturalità

 

AUGSBURG - L’associazione culturale italiana La Paranza nasce ad Augsburg (Baviera) già nell’ottobre del 2012 come semplice Compagnia Teatrale, debuttando con un pezzo di cabaret “I Re Magi napoletani”. L’inaspettato successo spinge il fondatore Daniele De Filippis ad alzare il tiro e a proporre agli adepti di mettere in scena commedie napoletane, e non solo, da offrire ad un pubblico sempre più numeroso. L’apprezzamento porta la Compagnia ad “uscire” da Augsburg e a rendere partecipe del divertimento anche connazionali residenti a Ingolstadt, Ulm, Regensburg (Ratisbona) e Bamberg.

Il successo sconfina la Baviera grazie ad un particolare rapporto di reciproca stima e simpatia, nato con la Compagnia Le Maschere di Stoccarda, su piazza già da alcuni decenni. Nasce un patto di amicizia e di concreta collaborazione: La Paranza si esibisce nel capoluogo svevo-badense e Le Maschere ad Augusta (Augsburg).

Questa riuscita ed arricchente esperienza di scambio di “piazza” sfocia nel passato autunno nella realizzazione del Primo Festival del Teatro Italiano in Germania. Nella realizzazione 4 Compagnie si esibiscono ad Augsburg e 4 a Monaco. Il successo riscontrato è talmente allettante che spinge gli organizzatori a promuovere per il 2028 una Seconda Edizione del Festival.

Intanto il 20 giugno, alla presenza del nuovo Console Generale a Monaco di Baviera, Fausto Panebianco, La Paranza festeggia i suoi primi 10 anni di Associazione registrata all’Albo della Associazioni del Comune di Augsburg, occasione importante per dar voce a diversi attori, impegnati nella realizzazione delle diverse proposte in programma.

Daniele De Filippis, presidente, fondatore, anima e regista de La Paranza, ci sottolinea così la necessità di differenziare la loro proposta culturale in terra bavarese: “La caratteristica che più distingue La Paranza e.V. dalle altre associazioni italiane in Germania è la sua identità esplicitamente culturale e interculturale, non legata a un territorio d’origine specifico né a un orientamento politico. La Paranza non si limita a “riprodurre” l’italianità all’estero, ma la mette in dialogo con la cultura tedesca e con le altre comunità presenti ad Augsburg. L’obiettivo non è solo quello di mantenere le tradizioni, ma anche di creare scambio e contaminazione culturale”.

D. La Paranza nasce come gruppo di cabaret debuttando nel 2013 con “I Re Magi napoletani”. Grazie all’inaspettato grande apprezzamento del pubblico, la compagnia si consolida come entità e individua nel coinvolgimento di italiani e tedeschi la sua linfa vitale. Che cosa cambia o è cambiato nella proposta culturale?

R. Nino Marciano – scenografo

Quando La Paranza debutta nel 2013 con I Re Magi napoletani, l’obiettivo principale era far ridere, creare un momento di leggerezza e di riconoscimento tra italiani ad Augsburg. Il successo inatteso dello spettacolo, però, rivela qualcosa di più profondo: il pubblico — italiano e tedesco — risponde non solo alla comicità, ma alla narrazione culturale che la compagnia porta in scena. Da lì nasce un cambio di prospettiva. La comicità resta un tratto identificativo, ma si affianca a testi teatrali, performance, letture sceniche e progetti che esplorano temi sociali, linguistici e interculturali.

D. Quale trasformazione ha dovuto operare la Compagine per poter arricchire l’offerta culturale, non più limitata alla sola recita?

R. Greta Umilio – direttrice di scena

La trasformazione principale è stata passare da un gruppo che “mette in scena uno spettacolo” a una struttura capace di progettare, produrre e condividere contenuti artistici diversificati. Con musica, ballo e cucina, La Paranza è cresciuta velocemente in diversi ambiti e questo ha richiesto un cambiamento sia organizzativo sia creativo. Oggi ogni area dell’associazione ha un proprio responsabile, che dialoga in modo costante e strutturato con il direttivo, garantendo coordinamento, continuità e una visione condivisa dei progetti. Io per esempio sono la direttrice di scena per i nostri spettacoli, per cui mi occupo di allestire il palco in ogni dettaglio; è un gran lavoro, ma mi dà anche tanta soddisfazione.

D. Che cosa vi ha spinto a registrarvi come Kulturverein all’Albo delle Associazioni tedesche della Città di Augsburg?

R. Giulio Milighetti – giochi e magia

La decisione di registrarsi come Kulturverein non è stato un atto formale, ma un passo naturale per la crescita dell’associazione. Ci siamo accorti che La Paranza non era più soltanto un gruppo teatrale: era diventata una presenza culturale attiva nella città con progetti, collaborazioni e un pubblico sempre più ampio. La registrazione ha risposto a tre esigenze fondamentali: diventare un’associazione riconosciuta per essere riconosciuti come promotori culturali, partecipare a reti, tavoli e iniziative promosse dal Comune e dialogare con istituzioni, scuole, teatri e associazioni con maggiore legittimità. In altre parole, ha dato alla Paranza una voce più forte nel panorama culturale locale.

D. Chi sono gli artefici della nuova proposta che con un “fil rouge” riesce a legare e ad entusiasmare un pubblico sempre più vario per età, estrazione sociale ed appartenenza linguistica e culturale?

R. Francesca Bombaci – pubbliche relazioni

Nel corso degli anni le persone si sono avvicinate a noi con delle idee, a volte con proposte di collaborazione, a volte con progetti ben strutturati. Da questo movimento sono nate quasi tutte le nuove iniziative della nostra associazione; dai corsi di cucina siamo passati alla Masterclass di Pizza Napoletana; con la musica classica abbiamo collaborato con la spanische Ballett Schule di Augburg; insieme alla VHS proponiamo degli Speed Coffee mensili per incoraggiare l’incontro linguistico tra italiani e tedeschi. Inoltre la Dante Alighieri di Augsburg ci supporta in tutte le nostre attività, collaborando in progetti dedicati alla legalità, alla letteratura italiana contemporanea e classica, accompagnandoci in vernissage, presentazioni artistiche ed eventi culturali che hanno ampliato il nostro pubblico e arricchito la nostra proposta.

D. Chi sono i vostri “specialisti” di musica, danza, cucina, promotori e organizzatori anche di visite guidate alla città?

R. Antonio Sigillò – vicepresidente, attore e rappresentante Sezione musica

Ti faccio solo alcuni nomi. Roberta Pisaniello è la nostra esperta di danze popolari. Lei e le sue ragazze si esibiscono anche alla nostra festa dei 10 anni dell’Associazione. Alessandro Lazzarini è un tenore che collabora stabilmente con La Paranza, portando nei suoi progetti la sua esperienza vocale e la sua sensibilità artistica. La nostra guida ufficiale è Livia Arena-Schönberger, che rende ogni visita un’esperienza culturale ricca e coinvolgente. E poi ci sono anch’io che mi occupo di cantautorato d’autore; Vincenzo Viscusi che è il nostro esperto per le masterclass di pizza; Fabio Nardelli che è il nuovo responsabile del gruppo “Cucina”; Giulio che si occupa delle serate con giochi e organizza anche dei corsi di magia per grandi e piccoli… insomma offriamo molteplici attività, soprattutto grazie ai tanti altri soci che rendono possibile tutto questo.

D. Con quali proposte riuscite ad entusiasmare anche ragazzi del Maria-Theresia-Gymnasium?

R. Barbara Balletta – responsabile per rapporti con scuole

I ragazzi del Maria-Theresia-Gymnasium rispondono con entusiasmo a proposte che uniscono teatro partecipativo e lingua italiana, vissuta in modo creativo. Non mancano temi vicini alla loro quotidianità, con esperienze che ci permettono di accompagnarli in viaggi studi come a Napoli, a conclusione di un laboratorio su questa città.

D. Qual è il vostro rettangolo di gioco? Solo Augsburg e dintorni?

R. Vincenzo Viscusi – sezione Masterclass Pizza

Augsburg è il cuore dell’attività della Paranza, ma non il suo confine. La Paranza oggi è ospite regolarmente a Stoccarda, Bamberga, Ingolstadt, Regensburg, Monaco, Wolfbsurg e nell’autunno 2026 sarà a Bologna e Milano. Insomma, più che di un rettangolo di gioco si tratta di una vera e propria mappa culturale in continua espansione, che segue le persone, le collaborazioni e le opportunità di dialogo interculturale. La Paranza non si muove per “territori” ma per relazioni: ovunque ci sia un pubblico curioso, una scuola interessata, un’associazione aperta allo scambio, lì nasce una nuova esperienza e di conseguenza un nuovo punto sulla nostra geografia artistica. La nostra scena non ha confini rigidi: è un percorso itinerante, un viaggio che porta la cultura italiana — e il suo spirito giocoso, teatrale, musicale — in città diverse, dentro e fuori la Germania, costruendo ogni volta un nuovo ponte tra comunità.

D. Come reagisce la comunità italiana? Avete un vivaio da cui attingere forze nuove?

R. Fabio Nardelli – responsabile Gruppo Cucina

La comunità italiana reagisce con grande affetto e partecipazione. Molti vedono nella Paranza un luogo dove ritrovare lingua, tradizioni e senso di appartenenza. Ma è anche un’occasione per condividere tutto questo con amici tedeschi e internazionali. Quanto al vivaio: sì, esiste. Ogni anno nuovi italiani — studenti, famiglie, giovani professionisti — si avvicinano all’associazione, portando energie fresche. E non solo italiani: anche tedeschi e persone di altre nazionalità entrano a far parte dei progetti, arricchendo ulteriormente il gruppo.

D. Passione e caparbietà sono il vostro binomio vincente?

R. Silvio Cabrele - Cineforum

Assolutamente sì! La Paranza è nata da un atto di passione e si è consolidata grazie alla caparbietà di chi ha creduto in questo progetto! Passione e caparbietà sono il motore che ha permesso all’associazione di crescere, reinventarsi e restare fedele alla propria missione.

D. Qual è il messaggio che scaturisce dalla vostra decennale esperienza di forieri della lingua e cultura italiana in terra svevo-bavarese?

R. Daniele De Filippis – presidente e fondatore

Il messaggio è semplice e potente: la cultura è un ponte che funziona sempre, ovunque e con chiunque. In dieci anni La Paranza ha dimostrato che: l’italiano può essere amato anche da chi non lo parla e che l’arte può superare ogni barriera linguistica.

Il successo e lo sviluppo della poliedricità del ventaglio dell’offerta sono nella famosa massima “tutti per uno e uno per tutti”. Per questa speciale ricorrenza dei 10 anni abbiamo ritenuto doveroso coinvolgere più voci per una vera ed autentica coralità. Tony Màzzaro, aise 22

 

 

 

 

Il miraggio

 

Preso atto della mancanza di lavoro si potrebbe fondare il Partito dei Disoccupati d’Italia. Come a scrivere che la “trovata” non è, poi, improponibile, ma anche provocatoria.

La nostra non vuole, però, essere una sfida. Ma una semplice, quanto onesta, valutazione. Scoraggiati, e senza prospettive per il futuro, la politica potrebbe essere una strada da battere, dato il numero dei senza lavoro. Tant’è che le stesse Forze Sociali si sono rese conto del reale scollamento tra il mondo dell’occupazione e quello dei partiti.

Tutti i politici vorrebbero “cambiare” la nostra realtà involutiva. Il difficile è stabilire il “come” e “quando”. Ostinarsi con un progetto ”alternativo” resta complicato. Se, per assurdo, le varie anime di governo si fondessero, all’unisono, col varo di un nuovo Movimento d’Opinione, ben lontano dall’essere un nuovo partito, le previsioni sarebbero sempre congetturate. Almeno per una nostra esperienza in diretta.

 Per ora, è solo fantapolitica; ma sino a quando? Sopravvivere è una necessità. La deflazione, se mancano i liquidi, aiuta poco. Non basta vendere di più e a prezzo più basso per garantire un’omogenea distribuzione del necessario. C’è, infatti, chi comprerà di più con la stessa somma e chi continuerà a privarsi di tutto per mancanza di moneta. La situazione nazionale è questa. Non ci devono trarre in inganno le “ostentazioni” che, purtroppo, ci sono ancora. Anche se sono più di facciata che applicabili.

Anche dopo il rinnovo politico governativo, L’Italia dovrà riconfigurare il suo ruolo in ambito comunitario; evitando prese di posizione che sul fronte politico europeo non significherebbero nulla. Insomma, la realtà nazionale non è nella condizione d’essere “ribaltata” a livello UE. Il miraggio di un Bel Paese all’altezza politica dei tempi persistente.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Brevi di cronaca e politica tedesca

 

La Germania prepara la grande riforma delle pensioni

Mentre i più recenti sondaggi mostrano come molti elettori guardino con scetticismo alla capacità del cancelliere Friedrich Merz di portare a termine entro l’estate il pacchetto di riforme annunciato, il governo federale accelera su uno dei dossier più delicati della legislatura: la riforma del sistema pensionistico.

Dopo sei mesi di lavoro, la commissione federale incaricata dal governo ha presentato una serie di raccomandazioni destinate a ridisegnare il sistema previdenziale nei prossimi decenni. L’obiettivo è garantire la sostenibilità del welfare in un Paese che invecchia rapidamente e che dovrà fare i conti con il progressivo pensionamento della generazione dei baby boomer.

Il punto più controverso riguarda l’età pensionabile. La commissione propone di collegarla all’aumento dell’aspettativa di vita, prevedendo un graduale innalzamento oltre gli attuali 67 anni a partire dal 2032. Secondo le simulazioni, i lavoratori potrebbero andare in pensione a 67 anni e mezzo nel 2041 e a 68 anni nel 2051. Parallelamente verrebbe progressivamente superata la possibilità di pensionamento anticipato oggi garantita dalla cosiddetta “Rente mit 63”.

L’altra novità riguarda l’introduzione di una pensione integrativa basata sugli investimenti finanziari, sul modello svedese. Una quota delle risorse verrebbe investita sui mercati per affiancare il sistema a ripartizione e generare rendimenti aggiuntivi nel lungo periodo. La proposta si inserisce in una più ampia strategia volta a rafforzare anche la previdenza privata e aziendale. Per Merz, la riforma rappresenta un passaggio inevitabile per preservare il modello sociale tedesco senza gravare eccessivamente sulle nuove generazioni.

Sindacati e opposizioni contestano invece il rischio che il costo ricada sui lavoratori più giovani e su chi svolge professioni particolarmente usuranti. Il confronto è appena iniziato, ma il dossier pensioni si profila già come uno dei principali test politici del governo nei prossimi mesi.

Merkel difende Merz e mette in guardia contro il nazionalismo

La lunga intervista di Angela Merkel, rilasciata recentemente al quotidiano tedesco Die Zeit, in occasione della pubblicazione del secondo volume delle sue memorie, ha offerto un aperto sostegno a Friedrich Merz. L’ex cancelliera ha espresso forte preoccupazione per la crescita dei movimenti nazionalisti in Europa e negli Stati Uniti, ribadendo che pensare di poter prosperare perseguendo esclusivamente i propri interessi nazionali è un’illusione destinata a tradursi in conseguenze negative per tutti: “Questo non finirà bene”, ha avvertito Merkel, richiamando l’importanza della cooperazione internazionale e delle istituzioni multilaterali.

Nel corso dell’intervista, Merkel ha affrontato anche il tema del ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, sottolineando la necessità che l’Europa si prepari ad assumere maggiori responsabilità nella difesa dei propri interessi strategici e nella salvaguardia dell’ordine internazionale liberale. L’ex cancelliera ha ribadito che le sfide globali, dalla sicurezza alla competitività economica, non possono essere affrontate con logiche nazionalistiche. Merkel ha difeso la necessità di adottare misure incisive per modernizzare il Paese e rafforzarne la capacità competitiva.

Le sue parole in favore di Merz assumono un forte valore politico in un momento in cui il governo è chiamato a tradurre le promesse in riforme concrete.

La Germania cambia passo: al via la riforma dell’intelligence

Per decenni la Germania ha mantenuto un cauto rapporto con il mondo dell’intelligence. Il peso storico delle esperienze del nazismo e della Stasi della Germania orientale ha contribuito a limitare il ruolo operativo dei servizi segreti, sottoposti a rigorosi controlli politici e parlamentari. Oggi, però, il mutato contesto internazionale sta spingendo Berlino a rivedere questo approccio.

Il governo di Merz ha avviato una profonda riforma del BND, il Bundesnachrichtendienst il servizio di intelligence esterna tedesco, che con circa 6.500 dipendenti rappresenta una delle maggiori strutture informative europee.

Alla base della svolta la crescente percezione della minaccia russa, aggravata dall’aggressione in Ucraina, e la consapevolezza che l’Europa debba rafforzare la propria autonomia strategica senza poter fare affidamento esclusivamente sulla protezione americana. La riforma prevede un aumento del bilancio di circa il 25%, un ampliamento delle competenze operative e una maggiore flessibilità nelle attività di sorveglianza e raccolta delle informazioni.

Particolare attenzione viene riservata all’impiego dell’intelligenza artificiale per l’analisi dei dati e all’integrazione delle banche dati con quelle dei principali partner europei, nel tentativo di rendere più rapida ed efficace la condivisione delle informazioni.

Consiglio Europeo, Merz: «L’UE ha dimostrato di saper agire»

Al termine del Consiglio europeo del 18-19 giugno, il cancelliere Merz ha sottolineato nel corso di una conferenza stampa che i leader europei hanno discusso questioni «di grande importanza per l'Unione europea».

Tra le priorità il rafforzamento della competitività economica, la riduzione degli oneri burocratici e il sostegno all'Ucraina. Merz ha inoltre accolto con favore i progressi nel percorso di adesione di Ucraina e Moldova all'UE, sottolineando la necessità di accelerare il processo di allargamento come risposta alle sfide geopolitiche del continente.

Sul conflitto russo-ucraino, il cancelliere ha ribadito il sostegno europeo a Kiev e ha affermato che spetta ora a Mosca dimostrare una reale disponibilità a negoziati di pace. Commentando l'esito del vertice, Merz ha dichiarato che l'Europa ha dimostrato di essere «capace di agire», evidenziando il ruolo dell'Unione come attore sempre più rilevante sul piano politico e strategico.

La Germania festeggia Settantacinque anni di Goethe-Institut

Nato nel 1951, nel pieno della ricostruzione della Germania del Secondo dopoguerra, il Goethe-Institut celebra il suo Settantacinquesimo anniversario. L’istituzione è uno dei principali strumenti della diplomazia culturale tedesca, impegnata a diffondere la lingua e la cultura tedesca.

Con oltre 150 sedi distribuite in quasi cento Paesi, il Goethe-Institut ha accompagnato le trasformazioni della Germania, promuovendo il dialogo culturale anche in aree segnate da tensioni politiche, conflitti o restrizioni delle libertà civili. Un canale privilegiato di incontro tra società civili, università, artisti e istituzioni.

Come ha ricordato il Presidente Frank-Walter Steinmeier - in occasione della cerimonia per il 75° anniversario della fondazione del Goethe-Institut -  lo scorso 23 giugno, a Giacarta: "il Goethe-Institut è un figlio della Repubblica Federale di Germania. I suoi genitori sono stati, da un lato, una politica coraggiosa e lungimirante, e dall'altro una società civile responsabile e, soprattutto, profondamente impegnata. Quando oggi celebriamo i 75 anni del Goethe-Institut, rendiamo quindi omaggio alla lungimiranza e, a mio avviso, anche al coraggio dei padri e delle madri fondatori della Repubblica Federale. Affidare l'attività culturale all'estero a un'istituzione libera e autonoma è stata, e continua a essere, una scelta praticamente unica al mondo nella sua forma".

E In un’epoca caratterizzata da crescenti rivalità e da una competizione sempre più intensa anche sul piano culturale, il suo ruolo appare oggi più rilevante che mai.

CDU: smentite le ipotesi di un cambio Merz-WüstLe indiscrezioni su un possibile passaggio di consegne tra Friedrich Merz e l'attuale presidente del Nordreno-Vestfalia Hendrik Wüst, alla carica di cancelliere, hanno occupato il dibattito politico tedesco degli ultimi giorni.

Sebbene l’ipotesi di un cambio alla Cancelleria sia stata prontamente smentita dai principali esponenti dell’Unione, la vicenda ha riportato al centro i timori di chi guarda con preoccupazione all’andamento dei sondaggi e alla crescente forza dell’AfD.

Alcuni ritengono che l’esecutivo non sia ancora riuscito a tradurre in risultati concreti le promesse di rilancio economico, riduzione della burocrazia e controllo dell’immigrazione che avevano caratterizzato la campagna elettorale di Merz. Le critiche rivolte al cancelliere non riguardano la politica estera, dove Merz continua a godere di forte credibilità, quanto la sua capacità di imporre una chiara agenda politica interna. Alcuni esponenti della CDU lamentano una leadership percepita come troppo condizionata dai compromessi di coalizione e temono che ciò favorisca ulteriormente la crescita dell’opposizione populista.

Dalla Cancelleria le indiscrezioni sono state respinte come dannose e irresponsabili, mentre Merz avrebbe espresso forte irritazione per il modo in cui le speculazioni sono state alimentate nel dibattito pubblico. Diversi esponenti di primo piano della CDU, tra cui Daniel Günther, Sven Schulze e l’ex presidente dell’Assia Roland Koch, hanno preso pubblicamente posizione in sua difesa, escludendo qualsiasi discussione interna su un avvicendamento alla guida del governo.

A rendere il dibattito ancora più sensibile è il calendario elettorale. Il 2026 è considerato in Germania un vero e proprio “super anno elettorale”, con importanti elezioni regionali a Berlino, Sassonia-Anhalt e Meclemburgo-Pomerania Anteriore previste per settembre. Questi appuntamenti saranno un test politico per il governo federale e per la leadership di Merz, soprattutto nei Länder orientali dove l’AfD punta a risultati particolarmente significativi.

A porre fine alle polemiche, il recente incontro programmato da mesi tra Merz e Wüst a Meschede, nel Sauerland. Doveva essere un ordinario incontro a porte chiuse della CDU della Renania Settentrionale-Vestfalia dedicato alle prospettive politiche del partito. Si è trasformato invece in un importante segnale di unità per il partito.

All'incontro di due giorni che ha riunito deputati regionali, federali ed europei, Merz e Wüst sono apparsi fianco a fianco. L'evento ha assunto una rilevanza politica particolare perché è stato il primo faccia a faccia pubblico tra i due leader dopo le indiscrezioni del possibile Kanzlertausch, il cambio di Cancelliere. Durante l'incontro, Wüst ha definito le speculazioni Quatsch, sciocchezze, e ha assicurato a Merz il suo «pieno sostegno personale» e quello dell'intera CDU del Nordreno-Vestfalia. Merz, dal canto suo, ha elogiato il lavoro del governo regionale e la forza della CDU NRW, mostrando unità e chiudendo il dibattito mediatico sulla leadership dell'Unione.

Il Baden-Württemberg estende il divieto di fumo negli spazi pubblici

Dal 1° giugno è entrata in vigore in Baden-Württemberg una delle più ampie riforme regionali tedesche in materia di tutela dal fumo passivo. Il Land, governato da una coalizione tra Verdi e CDU guidata dal presidente Winfried Kretschmann, ha esteso il divieto di fumo a numerosi spazi pubblici frequentati da bambini e famiglie, tra cui fermate di autobus e tram, parchi giochi, piscine all’aperto, zoo e parchi divertimento.

Le nuove norme si applicano anche a sigarette elettroniche, indipendentemente dalla presenza di nicotina. La riforma, promossa dal governo regionale e dal ministro della Salute Manne Lucha (Verdi), punta a rafforzare la protezione dei minori e a ridurre l’esposizione al fumo passivo negli spazi pubblici. Restano possibili aree riservate ai fumatori in alcune strutture ricreative, mentre scuole e edifici pubblici diventano completamente smoke-free. Per i trasgressori sono previste multe fino a 500 euro in caso di recidiva.

L’introduzione delle nuove regole ha riacceso il dibattito sul rapporto tra salute pubblica e libertà individuali. In questo contesto si inseriscono le recenti critiche del sindaco indipendente di Tubinga, Boris Palmer noto per le sue posizioni anticonformiste. Palmer ha annunciato che a Tubinga non si effettueranno controlli sul fumo alle fermate del trasporto pubblico, contestando una legge che giudica poco chiara e difficilmente applicabile.

Berlino festeggia Vent’anni della Hauptbahnhof

Vent’anni fa, il 26 maggio 2006, Berlino inaugurava la sua nuova Hauptbahnhof, una delle stazioni ferroviarie più moderne d’Europa. Costruita in vetro e acciaio nel cuore della capitale, sull’area dell’antica Lehrter Bahnhof, la struttura è diventata in pochi anni più di un semplice nodo ferroviario: oggi rappresenta uno dei simboli della Germania riunificata.

Ogni giorno oltre 300.000 persone transitano attraverso i suoi cinque livelli e le sue linee ad alta velocità che collegano il Nord e il Sud, l’Est e l’Ovest del Paese. La stazione è il risultato di una scelta politica e urbanistica maturata dopo il 1990, quando Berlino tornò a essere la capitale della Germania unita. L’obiettivo era creare un nuovo centro della mobilità nazionale in grado di superare le divisioni infrastrutturali ereditate dalla Guerra Fredda.

Il governo federale apre le porte ai cittadini

Il 20-21 giugno si terrà a Berlino il tradizionale Tag der offenen Tür , la Giornata delle porte aperte, che consente ai cittadini di visitare la Cancelleria federale, i ministeri e le principali istituzioni dell’esecutivo.

Per la prima volta l’evento è stato anticipato a giugno, dopo essersi svolto per anni alla fine dell’estate. Nel corso del fine settimana saranno aperti al pubblico la Cancelleria, i 16 ministeri federali e l'ufficio stampa del governo, con visite guidate, dibattiti, incontri con esponenti del governo e numerose iniziative rivolte alle famiglie.

Tra gli appuntamenti più attesi l’incontro pubblico con Friedrich Merz, previsto domenica 21 giugno alla Cancelleria.

Dalla KAS: i Balcani occidentali e il futuro dell’allargamento europeo

La Rappresentanza della Konrad-Adenauer-Stiftung a Roma ha ospitato nei giorni scorsi il Direttore dell’Ufficio KAS per Serbia e Montenegro, Jakov Dev?i?, e la ricercatrice Milena Deni? per la presentazione dello studio “Quanto mi costano i Balcani?”, dedicato alle implicazioni economiche di un possibile allargamento dell’Unione europea ai Paesi dei Balcani occidentali.

L’analisi esamina costi, opportunità e benefici derivanti dall’integrazione graduale della regione nel mercato e nelle politiche dell’UE, in una fase in cui il tema dell’allargamento è tornato al centro del dibattito europeo anche alla luce delle trasformazioni geopolitiche in corso. Durante l’incontro, rappresentanti del mondo politico, accademico e della società civile hanno discusso il valore strategico del processo di adesione e il suo impatto sui Paesi membri.

Lo studio è stato successivamente presentato anche alla European University Institute di Firenze, dove ha offerto l’occasione per un confronto con studiosi e studenti provenienti da diversi Paesi europei sul futuro dell’integrazione dell'area balcanica. Kas 5 e 26

 

 

 

 

 

 

Una differenza culturale tra Sicilia e Germania

 

Chi vive tra culture diverse impara presto che le parole non hanno lo stesso significato ovunque. Non perché cambino i vocaboli, ma perché cambia il modo di usarli.

In Germania ho osservato una tendenza diffusa a esprimere apertamente ciò che si pensa. Se qualcosa piace, si dice. Se non piace, si dice ugualmente. Se una proposta convince, si approva. Se non convince, si respinge. La chiarezza è considerata una forma di rispetto verso l'interlocutore.

In Sicilia, almeno nella cultura tradizionale che ho conosciuto durante la mia giovinezza, la situazione è spesso diversa. Non sempre si esprime direttamente ciò che si pensa, ciò che si desidera o ciò che si rifiuta. Le relazioni umane sono spesso accompagnate da sfumature, allusioni, silenzi e sottintesi.

Un "vedremo" può significare un rifiuto. Un silenzio può esprimere dissenso. Un consenso apparente può nascondere una riserva che non viene manifestata apertamente.

Questa differenza non nasce da una maggiore o minore sincerità delle persone. Si tratta piuttosto di due modelli culturali differenti.

La cultura tedesca tende a privilegiare la trasparenza e la chiarezza. La cultura siciliana tradizionale ha spesso privilegiato l'armonia del rapporto e l'evitamento del conflitto diretto.

Entrambi gli approcci presentano vantaggi e limiti. La comunicazione diretta può risultare efficace ma talvolta brusca. Quella indiretta può essere più diplomatica ma rischia di generare incomprensioni.

Per chi vive tra le due culture, come molti italiani emigrati in Germania, questa differenza rappresenta una continua occasione di apprendimento. Comprendere che dietro lo stesso comportamento possono esistere logiche culturali diverse aiuta a costruire ponti tra persone e popoli.

Forse il futuro appartiene a una sintesi tra i due modelli: la chiarezza tedesca accompagnata dalla sensibilità relazionale mediterranea. Dire ciò che si pensa senza rinunciare al rispetto per gli altri potrebbe essere una delle competenze interculturali più importanti del nostro tempo.

Giuseppe Tizza, de.it.press 6

 

 

 

 

 

 

L’ambasciatore Bucci a Dresda per rafforzare la cooperazione italo-tedesca

 

BERLINO - L’ambasciatore d’Italia in Germania, Fabrizio Bucci, si è recato a Dresda, in Sassonia, l’8 e il 9 giugno per una serie di incontri con rappresentanti delle istituzioni, del mondo imprenditoriale, della ricerca scientifica e della cultura.

La collaborazione tra Italia e Germania, anche a livello comunale e regionale, è stata anche al centro degli incontri con il sindaco Dirk Hebert e con il ministro presidente della Sassonia, Michael Kretschmer. Sulla scia del Vertice intergovernativo fra Italia e Germania dello scorso gennaio, sono state discusse concrete possibilità di rafforzare la collaborazione in settori strategici per entrambi i Paesi.

Ampio spazio è stato dedicato alla candidatura congiunta della Regione Sardegna e del Land della Sassonia per ospitare il telescopio europeo di terza generazione per la rilevazione delle onde gravitazionali “Einstein”. Già nel gennaio scorso Sardegna e Sassonia avevano firmato un Memorandum of Understanding volto a rafforzare la cooperazione scientifica e a sostenere congiuntamente la candidatura dei rispettivi territori, puntando sull’ipotesi della configurazione del telescopio “a doppia L”, con due osservatori gemelli per massimizzare la sensibilità nella ricerca dei deboli segnali gravitazionali.

Per l’ambasciatore Bucci la cooperazione tra Sardegna e Dresda è la prova della “capacità di innovazione di regioni lontane e diverse per storia e tradizioni, capaci tuttavia di fare squadra per progetti scientifici di primo piano e che guideranno il progresso tecnologico dei prossimi decenni”.

Il Memorandum siglato fra le due ragioni, punta inoltre a aumentare la cooperazione scientifica tra l’Università della Tecnica di Dresda, le Università di Cagliari e Sassari e gli altri enti di ricerca coinvolti nel campo dell’astrofisica e della fisica delle onde gravitazionali e di rafforzare le due candidature per il Telescopio Einstein.

I temi della cooperazione nel campo della ricerca scientifica sono stati discussi dall’ambasciatore Bucci con la prorettrice per l’Internazionalizzazione dell’Università della Tecnica di Dresden (TU) Roswitha Böhm. Nel corso dell’incontro, molto cordiale, è stato messo in valore l’ampio numero di progetti di cooperazione con le Università italiane avviato da Dresda anche nel campo dello studio della lingua italiana.

A seguire, l’ambasciatore ha visitato il laboratorio del Professor Gianaurelio Cuniberti, punto di riferimento internazionale nel campo delle nanotecnologie e Presidente di SIGN, la rete di scienziati italiani attivi in Germania. Ha inoltre incontrato i numerosi ricercatori e dottorandi italiani che hanno brevemente illustrato i loro progetti di ricerca e i loro percorsi di studio.

“La presenza di numerosi ricercatori e ricercatrici come pure di tanti studenti italiani è la dimostrazione della vitalità della nostra comunità scientifica, un tassello indispensabile per rafforzare ulteriormente anche la cooperazione industriale tra i nostri due Paesi, ha affermato l’ambasciatore, aggiungendo: “Siete i migliori rappresentanti dell’Italia all’estero”.

Il tema della cooperazione industriale, con speciale riferimento ai semi-conduttori, è stato approfondito durante una colazione di lavoro con rappresentanti del network imprenditoriale Silicon Saxony e di aziende leader del settore tecnologico quali Tokyo Electron Europe e Infineon.

Nel corso della sua visita, l’ambasciatore Bucci ha incontrato anche esponenti del mondo culturale e artistico di Dresda, che vanta un prestigioso patrimonio di arte italiana.

È stato infine accolto dal preside del Liceo Dresden-Pieschen, David Obst, e dal corpo docente per un incontro con gli allievi che studiano la lingua italiana come insegnamento curriculare e che partecipano ai progetti promossi dalla Deutsch-Italienische Gesellschaft Dresden e.V. – Società Dante Alighieri (DIG). (aise 11) 

 

 

 

 

 

In Ambasciata le associazioni italiane a Berlino 

 

BERLINO – L’Ambasciata d’Italia a Berlino ha aperto le proprie porte al mondo dell’associazionismo italiano attivo nella capitale tedesca. Nell’accogliere i presenti, l’Ambasciatore Fabrizio Bucci ha definito le realtà presenti “una ricchezza per tutti: per la comunità che ci accoglie, per i nostri connazionali e anche per l’Ambasciata”. Proprio l’associazionismo rispecchia la vivacità e la pluralità della comunità italiana: accanto ad associazioni storiche e attente alle questioni sociali direttamente legate alla quotidianità di chi decide di trasferirsi in Germania, come ad esempio i patronati del lavoro, si sono affiancate negli ultimi anni organizzazioni per la promozione della cultura e della lingua italiana, per l’inserimento lavorativo,  per la tutela dei diritti delle donne e di quelli delle persone con disabilità. Sono inoltre presenti associazioni per la promozione della legalità e il contrasto alla mafia, nonché per la preservazione della memoria collettiva. Un’evoluzione che rispecchia la crescita della comunità italiana nella capitale tedesca. Come ha ricordato l’Ambasciatore Bucci tutte queste realtà “sono espressione di una comunità ben integrata e radicata, che è molto cresciuta e cambiata nel corso degli anni”. L’obiettivo dell’iniziativa è fare dell’Ambasciata un luogo dove possano essere rafforzate le sinergie per progetti comuni: in questo modo il palazzo diplomatico diventa davvero “Casa Italia”, dove associazioni diverse per storia e interessi, segnando persino differenti generazioni, possono confrontarsi e definire una progettualità condivisa, ciascuno secondo il proprio ruolo e le proprie competenze. La possibilità di connettere queste realtà e di offrire loro un’occasione di confronto e di discussione concretizza il lavoro dell’Ambasciata di sostegno agli italiani a Berlino. All’iniziativa ha preso anche parte una rappresentanza da Roma dell’organizzazione “La ruota internazionale”, attiva dal 1999 e che si occupa di diversi progetti di solidarietà internazionale, in particolare per sostegno all’istruzione e l’accesso all’acqua potabile. Al termine del confronto, gli ospiti hanno avuto la possibilità di una visita guidata dell’edificio e in particolare delle opere di arte contemporanea attualmente esposte. (Inform 19)

 

 

 

 

 

Cgie. Riunita la Continentale Europa. Elezione dei Comites

 

MADRID - Con l’intervento del vicesegretario Giuseppe Stabile sono iniziati oggi pomeriggio al Consolato generale d’Italia a Madrid i lavori della Commissione continentale Europa – Nord Africa del Consiglio generale degli italiani all’estero. Presenti ai lavori l’Ambasciatore italiano in Spagna, Giuseppe Buccino, il Console generale Spartaco Calderaro, la segretaria generale del Cgie, Maria Chiara Prodi, e in collegamento il Console generale a Barcellona Luca Fava, il viceconsole ad Arona Gianluca Cappelli Bigazzi e Antonio Moscatello, Viceprefetto della Direzione centrale per i Servizi demografici del Ministero dell’Interno. Intervenuti da Roma i senatore Menia (FdI) e Crisanti (Pd).

Espressa “soddisfazione” per la scelta della Spagna come sede dei lavori – paese dove risiede, lavora ed è stato eletto al Cgie – Stabile ha voluto ricordare la “significativa presenza” della comunità italiana nel Paese e sottolineare come la rete diplomatico-consolare “qui sia esempio concreto di come professionalità e spirito di servizio e capacità di ascolto si traducono in una efficace vicinanza ai cittadini”.

“Viviamo una fase internazionale particolarmente complessa”, caratterizzata da una “crescente polarizzazione del dibattito pubblico”, spesso vittime di “dinamiche che alimentano le contrapposizione anziché favorire il confronto”, ha aggiunto Stabile secondo cui il “ruolo delle istituzioni assume un valore sempre più importante”, così come è importante usare sempre “un linguaggio rispettoso” e lavorare ad una “cultura del dialogo che anteponga la ricerca di soluzioni alla logica dello scontro”. Le parole “non sono mai neutre, costruiscono ponti o creano conflitti”.

Richiamata l’importanza del rispetto delle istituzioni, Stabile ha richiamato il recente episodio che ha coinvolto una pagina facebook di italiani a Barcellona a dimostrazione di quanto “determinati atteggiamenti possano oltrepassare i limiti del confronto civile”. Il vicesegretario ha poi citato il “significativo miglioramento” dei servizi consolari in Spagna; “sono risultati oggettivamente riscontrabili che devono essere riconosciuti” seppur nella consapevolezza che “ogni servizio pubblico possa e debba migliorarsi”.

La Continentale vuole dunque essere uno “spazio di confronto” che tratterà “temi di grande rilevanza, dalla diplomazia scientifica alle relazioni economico-commerciali tra Italia e Spagna ai servizi consolari”, un luogo di “proposta e sintesi” a lavoro per “rafforzare il rapporto tra istituzioni e comunità”.

Trattenuto a Roma, il sottosegretario agli esteri Massimo Dell’Utri ha inviato un videomessaggio in cui ha sottolineato la “sincera dedizione e la costante, ammirevole responsabilità” con cui il Cgie si impegna “in nome e per conto delle nostre collettività”. Nel rapporto con i connazionali, “il dialogo e la collaborazione tra Governo e Consiglio generale rappresentano strumenti fondamentali per affrontare con efficacia le sfide che abbiamo davanti, per proseguire insieme il lavoro avviato negli ultimi anni e per porci nuovi e ancor più ambiziosi obiettivi”.

Richiamata la risposta “pronta ed efficace” della Farnesina nelle diverse crisi nel mondo – dalle guerre alla tragedia di Crans Montana, dai detenuti italiani in Venezuela alla guerra nel Golfo – Dell’Utri ha richiamato l’impegno della Farnesina per l’erogazione di servizi consolari “sempre più rapidi, efficienti e di qualità”, a fronte dell’aumento dei connazionali che, al 30 aprile scorso, erano saliti a 7.438.236 unità (74.723 in più - pari all’1% - nel solo primo quadrimestre dell’anno).

I servizi consolari, ha detto Dell’Utri, sono stati impegnati in questi mesi nel rilascio delle Cie in vista del termine del 3 agosto (il Governo ha prorogato la validità delle carte di identità oltre il 3 agosto, ma non per l’espatrio – ndr): nel 2025 ne sono state rilasciate più di 202 mila, ha informato il sottosegretario, più di 90mila nei primi quattro mesi dell’anno. Il tutto, ha aggiunto, ”in un quadro di iniziative di innovazione digitale promosse dall’Amministrazione, dall’ormai completato percorso di migrazione dei Portali sui servizi consolari al Polo Strategico Nazionale, allo sviluppo dei nuovi applicativi Ge.Co. (Gestione Consolare) e Fast It”.

Certo, ha riconosciuto, “vi sono e vi saranno criticità fisiologiche legate alla rapida transizione digitale ed alla di modernizzazione senza precedenti della Rete consolare. Tuttavia, si tratta di processi irrinunciabili e ad oggi non più rimandabili nell’ottica di costruire servizi più semplici, trasparenti e pienamente digitalizzati, capaci di sostenere una comunità italiana all’estero in costante crescita”.

Richiamata la recente Conferenza dei Consoli d'Italia nel mondo, Dell’Utri ha citato le prossime elezioni dei Comites in programma entro la fine di quest’anno: “le interlocuzioni interne tese all’approvazione delle date di indizione e di votazione, passaggio preliminare indispensabile per l’avvio formale delle attività organizzative, sono state completate. Come previsto dalla normativa vigente, sulle date individuate, è stato acquisito dal CGIE il parere di Legge”, ha detto Dell’Utri riferendosi alla data del 3 settembre quando sarà emanato il decreto di indizione delle elezioni.

L’Amministrazione, ha assicurato, “si impegna ad una capillare azione di sensibilizzazione dei connazionali all’estero riguardo all’evento elettorale. Sarà in ogni caso fondamentale il vostro coinvolgimento, con lo scopo condiviso di incrementare quanto più possibile il bacino elettorale attivo e passivo. Gli organismi rappresentativi degli italiani all’estero – ha concluso – dovranno difatti confermare la propria capacità di essere ampia espressione reale di tutti i connazionali aventi diritto di voto e di tutte le variegate componenti delle nostre comunità all’estero, di più recente e di più vecchia emigrazione”.

In collegamento dal Senato, trattenuto da lavori parlamentari, Roberto Menia (FdI) ha salutato i consiglieri richiamando il “rispetto e la consapevolezza antica” che lo lega agli italiani all’estero. “Qualcuno ha un approccio misto tra doverosa nostalgia e pietistica solidarietà, mentre altri hanno consapevolezza del valore dell’Italia all’estero”, ha detto Menia che anche in questa occasione ha ribadito che “l’Italia non è solo dentro i confini nazionali”, ma “ovunque sono i suoi valori”. L’augurio ai consiglieri, ha concluso, è di “continuare a seminare italianità in ogni luogo del mondo”.

Presente alla sessione inaugurale anche l’Ambasciatore italiano a Madrid, Giuseppe Buccino. Il Cgie “assolve ad una funzione precisa nell’architettura della Repubblica: assicura il collegamento tra l’Italia e i connazionali all’estero sul piano della rappresentanza e della partecipazione democratica”. Citato il filosofo spagnolo José Ortega y Gasset che ad alcuni studenti di Berlino, ben prima della nascita della Comunità europea, spiegò che “l’uomo europeo ha sempre vissuto in due spazi storici contemporaneamente: l’Europa e la propria nazione”, l’Ambasciatore ha sostenuto che questa definizione “ancora descrive gli italiani in Spagna: non lasciano l’Italia per entrare in un altrove, abitano due spazi insieme, e li vivono in modo pieno, senza che l’uno tolga nulla all’altro, pienamente radicati in entrambi paesi”. Richiamato lo “straordinario contributo degli italiani all’economia spagnola” – lo 0,5% del totale degli stipendi in Spagna è pagato da imprenditori italiani – ma anche nella ricerca, nella scienza, nell’insegnamento e nelle professioni.

La mobilità - “un tratto distintivo della nostra storia nazionale” – oggi continua in forme nuove, “partenza e ritorni sono due vasi comunicanti come dice il Presidente Mattarella” e sempre più verso la Spagna che è una delle mete principali degli italiani, “soprattutto dopo la Brexit”. Una comunità dalla “varia composizione”, arricchita anche “da quanti arrivano dall’America Latina, memoria di percorsi migratori molti più lunghi”, composta da più di 360mila connazionali, erano 300mila quando Buccino è arrivato a Madrid 3 anni fa. A questi si aggiungono circa 5 milioni di turisti italiani l’anno.

Numeri importanti che, ha sottolineato l’Ambasciatore, danno la misura del lavoro dei Consolati. Anche per questo occorre contrastare la “pervicace azione diffamatoria di pochi soggetti che, attraverso una pagina Fb hanno rivolto minacce esplicite al personale”. Sul punto, Buccino, così come i consoli generali Spartaco Calderaro (Madrid) e Gabriele Luca Fava (Barcellona), ha ringraziato il Cgie per il messaggio di “solidarietà e condanna” per quanto accaduto nei mesi scorsi. Quanto alle Canarie, consapevoli dell’importanza di fornire sevizi consolari efficienti, l’Ambasciatore ha anticipato che proporrà al Maeci l’elevazione a Consolato del vice consolato ad Arona vista la “crescita della collettività” che ad oggi sfiora i 50mila iscritti Aire. Fondamentale proseguire anche nella digitalizzazione dei servizi anche in vista della “preparazione delle elezioni” dei Comites affinchè “la partecipazione democratica possa esercitarsi davvero ovunque si viva”.

“Essere italiani in Spagna – ha concluso l’Ambasciatore - non significa vivere altrove, ma abitare due spazi. La nostra comunità rappresenta una ricchezza per entrambi i Paesi e per l’Europa”.

In collegamento da Roma ha portato i saluti all’assemblea anche il senatore Pd Andrea Crisanti che ha richiamato il “forte impegno” del Partito democratico “sia nella legge di bilancio che in altre occasioni per garantire risorse adeguate a Comites, Cgie ed enti gestori”. I consolati “sono l’immagine della nostra Italia” e quindi devono essere “in grado di funzionare e rappresentare adeguatamente lo Stato”, ha aggiunto il senatore prima di richiamare un recente incontro con il sottosegretario Dell’Utri cui ha segnalato “i problemi degli enti gestori nella rendicontazione: il sottosegretario ha promesso che stanno valutando un sistema più semplice per la validazione della documentazione”.

Quanto ai Comites, Crisanti ha sostenuto che “l’inversione dell’opzione impatta sull’affluenza” al voto; le risorse stanziate, ha concluso, “servono sì per l’esercizio del voto, ma anche per informare i cittadini: serve una campagna di sensibilizzazione adeguata” perché “più persone votano, più è alta la legittimazione degli organismi”.

Di elezioni ha parlato anche la segretaria generale del Cgie, Maria Chiara Prodi: “tutti noi dobbiamo impegnarci al massimo”, ha sottolineato. “Durante la nostra ultima plenaria abbiamo richiamato la storia della rappresentanza: apprezziamo come cifra dei nostri valori il fatto che siamo stati pionieri della istituzionalizzazione della diaspora”, che ora “chiede un nuovo sguardo e nuovi strumenti”. Per questo bisogna essere “pionieri anche oggi, cercando di dare indicazioni” utili su “come approcciarsi al rinnovo dei Comites, coinvolgendo l’elettorato sia attivo che passivo”. Il Cgie deve “rendere più desiderabili queste forme di partecipazione e proteggerle, spiegando bene cosa sono e cosa no”.

Per un voto “che sia il più partecipato possibile” occorre “l’aiuto reciproco tra Amministrazione e comunità”, ha sostenuto Prodi citando in particolare l’inversione dell’opzione (per votare i connazionali devono iscriversi nel registro degli elettori – ndr) e le procedure per la registrazione delle firme come “due grosse difficoltà” che rischiano di oberare ancora di più i Consolati “in un mese mezzo”.

Quanto, infine, alla “situazione incresciosa creata a Barcellona” dalle minacce espresso nella pagina Facebook citata anche da Stabile e Buccino, Prodi ha sostenuto che “le comunità virtuali non sono la stessa cosa rispetto a quelle reali; ci sono persone pronte a capire che esiste un “conflitto positivo” dove il confronto fa superare le difficoltà e si arriva ai risultati; e poi ci sono strumenti sempre più potenti che simulano presenza, connessioni e amicizia ma che non si prendono la responsabilità della soluzione dei conflitti”.

I Consoli generali di Madrid, Barcellona e il viceconsole ad Arona hanno infine illustrato il lavoro nelle rispettive sedi, soffermandosi nel dettaglio dei servizi consolari. (ma.cip.\aise 18) 

 

 

 

 

 

L’opinione

 

L’opinione è uno stato mentale correlato a uno o più, problemi che si prestano a essere discussi e interpretati; anche se non, necessariamente, condivisi.  Ne consegue che i nostri interventi su questo quotidiano internazionale lasciano, sempre, spazio per aderire, o no, alle nostre tesi. L’argomento non ha importanza.

L’ha, invece, il modo col quale proponiamo le nostre opinioni. Le scriviamo in modo da consentire a chi ci segue di replicare, in tutta libertà, il suo punto di vista su quanto ha letto. I convincimenti non sono decisivi, come non lo sono le opinioni. Almeno secondo un nostro modo d’interpretare i “pareri”.

In politica, ci comportiamo nello stesso modo. Senza sopportare nessuno. L’opinione è libera e, di conseguenza, non vediamo motivo non prendere atto di chi si mostra interessato. Ci preme evidenziarlo proprio nello spirito d’autonomia che caratterizza questo giornale. Insomma, “stiamo con tutti e con nessuno”. Posizione, tutto considerato, che lascia l’opportunità di partecipare, con un proprio contributo d’idee, all’informazione.

Pensiamo che non ci sia modo migliore per mostrare, con poche riflessioni, un modo di fare giornalismo al servizio di un’informazione indipendente. Del resto, tanto per chiarire ancor più il concetto, il nostro è sempre stato un servizio esplicitamente d’opinione che portiamo avanti anche in questo “web giornale”.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

 

 

Tempi stretti per le elezioni dei Comites: il dibattito alla Continentale Europa del Cgie

 

ROMA - Caporetto o no, i tempi sono stretti: le elezioni dei Comites hanno tenuto banco nell’ultima parte dei lavori della Commissione continentale Europa – Nord Africa del Consiglio generale degli italiani all’estero da ieri riunita a Madrid. I consiglieri, moderati dal vicesegretario d’area Giuseppe Stabile, si sono confrontati dopo che ieri, nel suo videomessaggio, il sottosegretario agli esteri Massimo Dell’Utri ha confermato che il decreto di indizione delle elezioni verrà emanato il 3 settembre. Le votazioni, quindi, si terranno presumibilmente il 4 dicembre.

Date che, è stato ricordato, ricalcano quasi pedissequamente quelle del 2021; di diverso c’è che, cinque anni fa, la Direzione generale per gli italiani all’estero a fine maggio aveva già inviato indicazioni alla rete consolare, mentre ad oggi, su quel fronte, tutto tace.

A preoccupare i consiglieri, quindi, sarebbe “l’ingolfamento” dei consolati che, in autunno, sarebbero alle prese con gli strascichi del rilascio della Cie (dal 3 agosto le carte di identità cartacee non saranno più valide, perché il decreto del Consiglio dei ministri limita la proroga della validità ad alcune funzioni - ndr) ma anche con la sottoscrizione delle firme e con tutti gli altri adempimenti che precedono le elezioni.

La segretaria generale Maria Chiara Prodi ha spiegato ai colleghi che, subito dopo la plenaria, il Comitato di presidenza ha inviato alla Dgit il suo parere negativo, votato a maggioranza, sulle date proposte per le elezioni e il documento redatto dalla III Commissione approvato dall’assemblea. Nella lettera alla Dg Limoncini, ha riportato Prodi, abbiamo “sollecitato un percorso condiviso” per la “definizione di quadro operativo chiaro” così da poter “supportare il Maeci e i consolati nella presentazione delle liste” auspicando che possa essere compiuta “digitalmente” attraverso Fast it. Nel documento si fa riferimento anche alla “essenziale mappatura Paese per Paese delle diverse modalità di autentica disponibili” e alla necessità di “costituire una task force nelle circoscrizioni (sarebbero 14 - ndr) che quest’anno eleggeranno i Comites per la prima volta” così da “accompagnare adeguatamente le comunità”.

Nel documento inviato alla Dgit, ha spiegato Prodi, si annuncia poi che il “Cgie sottoporrà al Consiglio di stato la questione del disallineamento della durata della consiliatura di Comites e Cgie” sottolineando come le elezioni dei Comites “incida sull’espletamento del mandato del Consiglio generale” che rimarrebbe in carica 4 anni invece di 5.

Ancora in attesa della risposta della Dgit, Prodi ha spiegato che risposte non sono state date neanche durante la Conferenza dei Consoli cui hanno partecipato lei e Lodetti.

Due le questioni presentate da Stabile: la prima sulla opportunità di “rivedere gli scaglioni” sul numero delle sottoscrizioni necessarie per la presentazione delle liste; la Continentale, ha aggiunto, alla luce di quanto accaduto a Barcellona - dove gli animatori di una pagina facebook hanno finito per minacciare i dipendenti consolari, persone che, ha detto Stabile, si presenteranno alle prossime elezioni - potrebbe proporre a chi si prepara a presentare delle liste per i prossimi Comites “di fare un controllo molto specifico sui nuovi candidati, che dovrebbero rispecchiare minimi requisiti di conoscenza sul diritto consolare e di decoro nell’esercizio delle loro funzioni”.

Una proposta che ha lasciato perplessi molti consiglieri: Scigliano (Germania) ha sostenuto che “quando ci sono le elezioni i criteri sono altri” e cioè si privilegia “chi porta i voti”. Di diverso avviso la collega Rossi (Germania) secondo cui “la lista non si fa in base ai voti, ma per rappresentare la collettività, rispettando il genere, inserendo giovani e professionisti”.

Per Conte (Germania) “non si possono mettere paletti alle liste, ciascun iscritto Aire ha diritto di presentarsi”.

Stabile ha quindi precisato che il suo era “un auspicio non una imposizione: che poi le liste non lo facciano è un’altra questione, ma secondo me il richiamo va fatto. Sarebbe un segnale di maturità del Cgie”.

Secondo Prodi più che di “controllo qualità” si dovrebbe parlare di “pedagogia” nel senso di formazione, ripartendo dalle “best practices” come quella avviata in occasione del voto del 2021 dalla Commissione VII che organizzò webinar formativi che portarono alla formazione di nuove liste in Thailandia, Cile e Austria, soprattutto per affiancare i 14 nuovi Comites che si costituiranno per la prima volta.

Il vicesegretario non è stato l’unico a chiedere di votare una proposta: Conte ha rilanciato sostenendo l’opportunità che la Commissione votasse il documento approvato dal Cdp illustrato da Prodi per dare un segnale e sollecitare una risposta dalla Dgit. Con questa tempistica, il voto “sarà una grande Caporetto”, ha detto Conte secondo cui si potrebbe “votare all’inizio del 2027 insieme alle politiche”.

“Perché rinviare le elezioni quando oggi due Consoli generali hanno detto che non hanno difficoltà e che non si tirano indietro?”, gli ha risposto Stabile, ricordando la diversa posizione sul rinvio che Prodi e Conte sostennero nella Continentale di Dortmund, l’ultima con il Dg Vignali che, tra le righe, chiese al Cgie di chiedere un rinvio delle elezioni.

“Certo che i Consoli faranno il loro dovere, così come lo faremo noi, ma non riusciremo a coinvolgere tante persone”, ha affermato Scigliano. “Vogliamo solo che la Dgit avvii la macchina, perchè così rimaniamo in stand by. Ci sono stati tutti i Consoli a Roma, si è parlato di tutto tranne che di questo”.

Romagnoli (Belgio) è tornato sulla proposta di Stabile, “lodevole”, ma “non possiamo imporre nulla”. Avere consiglieri preparati è a vantaggio di tutta la collettività, ha detto Romagnoli che ha portato ad esempio il Comites di Bruxelles, “che presenta tanti progetti che il Maeci finanzia” e quello di Mons “che non prende contributi perché non sa neanche come scriverli. È chiaro che il valore dei consiglieri va alzato, ma senza fare discriminazioni, anche in Parlamento c’è di tutto”. Quanto alle

elezioni “io sono pronto a partire con qualsiasi legge, basta che votiamo”.

Anche Sorce (Svizzera) ha condiviso la considerazione sul fatto che “è diritto di tutti far parte di un Comites: anzi, dobbiamo considerarci fortunati a trovare gente disposta a dedicare tempo alla rappresentanza. Noi siamo a disposizione per accompagnarli”. Sulle elezioni sarebbe “auspicabile rimandarle, ma se si faranno ben venga: faremo il dovuto per coinvolgere tutti, come Cgie e Comites, attraverso progetti di comunicazione”. Sulla stessa linea la consigliera Remigi (Uk) che ha chiesto un testo scritto della proposta di Stabile.

Sui candidati, Campanale (Austria) ha osservato che “ciascuno di noi può fare formazione sui territori per arrivare alle elezioni preparati. Però è importante non far passare il messaggio che il Cgie vuole una selezione: la rappresentanza è un diritto e quindi aperta a tutti”.

Il dibattito si è quindi incagliato sulle due votazioni: quella di riprendere e rivotare il documento del Cdp – contrari Stabile e Billè – e quella proposta dal vicesegretario che si è impegnato a scrivere un testo da sottoporre ai colleghi.

Entrambi i voti si terranno domani, nell’ultima giornata di lavori. In questa occasione, la Commissione deciderà anche se prendere posizione a sostegno dell’Ugl cui è stato impedito di apporre una targa commemorativa a Marcinelle. (m.c.\aise 19) 

 

 

 

 

 

Ricercatori italiani nel mondo: un ruolo sempre più operativo

 

ROMA - Il ruolo delle Associazioni di ricercatori italiani all’estero continua ad essere sempre più operativo. Collaborazione come primo obiettivo, ma anche divulgazione, connessioni, aiuto nella mobilità e unità.

Se ne è parlato durante la prima sessione della XX Conferenza dei Ricercatori Italiani nel Mondo, organizzata dalla Texas Scientific Italian Community, in corso di svolgimento nella Sala Polifunzionale della Presidenza del Consiglio, a Roma.

La prima ad intervenire è stata Carla Molteni, Presidente dell’Associazione degli Scienziati Italiani nel Regno Unito, un’associazione che conta 900 membri in varie discipline. La comunità accademica italiana nelle università in UK, ha spiegato, è una delle più numerose, con più di 6 mila accademici. Fino a poco tempo fa, era la comunità accademica straniera più numerosa in UK, ma da poco è stata superata dai cinesi. C’è stato un lievissimo declino ultimamente (-1%) tra i ricercatori italiani nel Regno Unito. Ciò, secondo quanto riportato da Molteni, è dovuto agli effetti della Brexit, che ha portato “cambiamenti sostanziali”. Gli studenti italiani sono quelli che hanno subito una variazione maggiore (sono più che dimezzati) rispetto ai ricercatori, che hanno visto solo una “lieve diminuzione”. Però, la Brexit ha portato al centro delle problematiche delle “barriere” che sono emerse: “ci sono difficoltà dovute a ritardi nella ri-associazione dei programmi europei e dei programmi Erasmus”.

L’associazione italiana nel Regno Unito si è detta dunque impegnata a mantenere stretti i legami tra l’Europa e l’UK della ricerca. Tra gli obiettivi elencati dalla Presidente Molteni, connettere, fare networking, informare sulle possibilità di mobilità tra Italia e UK, incentivare la collaborazione fra i due paesi e realizzare workshop ed eventi divulgativi. Nell’ultimo periodo hanno incontrato l’astronauta Samantha Cristoforetti, per fare un esempio. Inoltre, si sono stretti molto i rapporti con le altre associazioni di ricercatori europei in UK. L’obiettivo, in ultima analisi, è quello di “rimanere connessi” in un momento di ridefinizione.

A seguire è intervenuto Fernando Ciaramitaro, che ha presentato l’Associazione Ricercatori Italiani in Messico, di cui è Presidente: ci sono 450 ricercatori italiani. Per lo più, sono attivi nelle scienze sociali e nelle materie umanistiche. L’idea di creare un’associazione “è molto antica”, a quanto ha spiegato Ciaramitaro. Nasce agli inizi degli anni 2000 ma si è concretizzata poi nel 2016. “Ci siamo riformati e abbiamo approvato un nuovo statuto dal quale emerge la nostra, chiara missione: consolidarci come spazio collaborativo multidisciplinare che contribuisca al dibattito nazionale e internazionale sulla ricerca scientifica e umanistica, attraverso ricerca, didattica, divulgazione e attività di sensibilizzazione politica e sociale. Anche queste associazioni sono strumenti di democratizzazione della scienza e della società”.

L’Associazione italiana in Messico ha quindi spiegato i due obiettivi principali, tra gli altri: ricerca e innovazione da un lato e la promozione di nuovi approcci all’analisi e alla ricerca scientifica dall’altro. Il tutto pensato come un dialogo “collaborativo, riflessivo e produttivo che metta in discussione i paradigmi a favore di uno sviluppo sostenibile”.

“Il nostro speciale associazionismo offre all’Italia un valore aggiunto – ha concluso Ciaramitaro -: la capacità di costruire reti scientifiche mondiali, promuovere collaborazioni e relazioni dirette tra istituzioni, sostegno ai giovani e meno giovani per la ricerca scientifica e creare diplomazia scientifica italiana. Proseguiremo su questa strada”, ha assicurato cedendo la parola.

A seguire, ha parlato Ignazio Scimemi, Vicepresidente dell’Associazione dei Ricercatori Italiani in Spagna. “Ci sono 3 mila ricercatori italiani su una popolazione di 300 mila italiani in Spagna. Dunque, l’1% ha un alto valore scientifico”. La Spagna, infatti, “è molto ambita dagli italiani che vogliono fare ricerca all’estero”, ha spiegato. L’associazione è nata nel 2015 per volontà dell’Ambasciata. Dal 2023 “abbiamo avuto l’impulso per un nuovo gruppo dirigente. E la nostra storia è cominciata quindi l’anno scorso”. Il gruppo conta una cinquantina di persone sparse in quasi tutto il territorio spagnolo. Tutte orientate su alcuni obiettivi chiari: “connettere, nel senso di collaborare con enti internazionali e autorità spagnole, promuovere la multidisciplinarità, la diversità e l’educazione giovanile anche nella ricerca, e sostenere la mobilità”. Fino ad adesso, ha informato in conclusione Scimeni, “siamo riusciti ad organizzare un evento al mese (da circa 7 mesi)”.

A chiudere, Vincenzo Di Bartolo, Vicepresidente della Rete dei Ricercatori Italiani in Francia, e Chiara Sarcini, Vicepresidente dell’Associazione Ricercatori e Studiosi Italiani in Cile.

Il primo è intervenuto da remoto portando i saluti di Rossana De Angelis, la Presidente. Ha poi spiegato: “siamo un’associazione senza scopi di lucro che è stata creata nel 2014 con l’incoraggiamento delle istituzioni”. Parole chiave dell’associazione: “persone, idee e progetti”. Un’Associazione nata con l’intento di riunire i ricercatori ma anche professionisti italiani operanti oltre che nella ricerca, nei campi dell'impresa e della cultura in Francia.

La seconda, ha parlato della nascita, nel 2022, dell’associazione che aveva come obiettivo quello di “sostenere i ricercatori, favorire la nascita di progetti multidisciplinari bilaterali e fungere da ponte per nuove iniziative a livello istituzionale, sia nel campo della ricerca che in quello della didattica e della formazione”. Tra gli obiettivi dell’Associazione elencati dalla Vicepresidente Sarcini, figurano quello di promuovere rapporti scientifici e culturali tra le comunità professionali e accademiche italiane in Cile e la controparte cilena, promuovere collaborazioni bilaterali tra istituzioni sulla ricerca e sulla gestione e politica universitaria, creare un ponte tra istituzioni scientifiche dei due pasi e costruire una piattaforma di orientamento e di appoggio per facilitare l’inserimento di studenti o giovani ricercatori italiani nel mondo accademico-scientifico cileno. (l.m.\aise 18)

 

 

 

 

 

Le ultime puntate di Cosmo italiano

 

I festival musicali in Germania, tra crisi e prezzi pazzi

(25.06)Da Rock am Ring a Lollapalooza, da Fusion a Wacken, non si contano i festival open air tedeschi, spesso esauriti in poche ore. Eppure in Germania si parla di crisi dei festival, ci spiega Cristina Giordano. Di prezzi impazziti, fra algoritmi e rivenditori, e dei danni per chi fa e ama la musica parliamo con Claudio Trotta, produttore artistico che chiede all'Europa di intervenire. E in un festival tutto all'italiana a Leverkusen ci sarà Pietro Basile, cantautore italo-tedesco di schlager-pop.

L'Italia delle vacanze delude i turisti tedeschi?

(24.06)Stabilimenti costosi, concessioni balneari poco chiare, spiagge libere ridotte al minimo, servizi spesso inadeguati o peggiorati: molti tedeschi si lamentano della qualità delle nostre strutture turistiche che starebbero peggiorando. Le solite esagerazioni? Ne parliamo con Cristina Giordano e con Marina Lalli di Federturismo.

La scalata di Unicredit a Commerzbank non piace ai tedeschi

(23.06)Da due anni il gruppo bancario Unicredit sta cercando di scalare la tedesca Commerzbank. Di recente Unicredit, che detiene già circa il 30% delle azioni di Commerzbank, ha presentato una nuova offerta di acquisizione per ulteriori quote. Ma in Germania crescono le resistenze contro il gruppo italiano, sia da parte della politica che dei sindacati che temono pesanti tagli al personale e ai servizi. Ne parliamo con Cristina Giordano e con Isabella Bufacchi, corrispondente del Sole 24 ore.

Ancora troppi problemi nel sistema educativo tedesco

(22.06)Il sistema educativo tedesco ha ampliato l'accesso all'istruzione e all'assistenza educativa, ma non è riuscito a migliorare in modo significativo le competenze di base né a ridurre il legame tra successo scolastico e origine sociale. Lo dice il rapporto 2026 sull'istruzione in Germania. Ne parliamo con Cristina Giordano e con Luigi Giunta, preside di un liceo a Mönchengladbach.

La scuola professionale in Germania e la storia di Claudia Casu

(19.06)Claudia Casu, originaria di Sassari, vive da molto tempo a Colonia, dove ha svolto diversi mestieri per approdare infine all'insegnamento. Il Berufskolleg, la scuola professionale, in cui Claudia lavora è per molti ragazzi, specie quelli con biografia internazionale, un po' l'ultima spiaggia per ottenere un titolo di studio. Con Claudia Casu parliamo dei limiti del sistema scolastico tedesco, ma anche di tutto quello che la Germania le ha dato e che lei vorrebbe restituire.

Occhio alla carta d'identità cartacea per l'estero!

(18.06) Le carte d'identità italiane cartacee avranno validità molto limitata dopo il 3 agosto 2026: varranno solo in Italia, quindi se vivi o vai all'estero è ora di fare la CIE, la carta d'identità elettronica. Da giugno è possibile nei comuni italiani anche per gli iscritti AIRE, ma attenzione ai tempi d'attesa. I dettagli da Luciana Caglioti, Luciana Mella e Agnese Franceschini.

Come difendersi dagli affitti troppo alti in Germania?

(17.06)Una notizia che fa ben sperare chi è inquilino in Germania: la causa vinta dagli studenti di Francoforte per un affitto troppo alto, con un sostanzioso rimborso. Cosa fare se ci aumentano l'affitto o se pensiamo che sia troppo alto per la zona in cui viviamo? Ne parliamo con Enzo Savignano e con Jutta Hartmann del Deutscher Mieterbund. Consigli anche da un'italiana di Colonia che da anni lotta per non perdere l'appartamento: grazie a un vecchio contratto paga ancora un affitto basso.Violenza politica in costante crescita in Germania

(16.06)A dirlo è il rapporto presentato dal ministro federale degli Interni, Alexander Dobrindt. Secondo i dati raccolti dal Bundeskriminalamt, nel 2025 sono stati commessi oltre 85.000 reati di matrice politica. Si va dalle scritte sui muri alle aggressioni. Il grosso di questi crimini viene commesso da persone legate all'estrema destra ma anche i reati legati all'estremismo di sinistra sono in notevole crecita. Ne parliamo con Agnese Franceschini e con il ricercatore Giovanni De Ganthuz Cubbe.

La SPD alla ricerca di un nuovo profilo sociale

(15.06) Dopo risultati elettorali deludenti e l'estrema destra in crescita nei sondaggi, la SPD cerca di presentarsi come partito delle riforme economiche e della modernizzazione dello Stato sociale lanciando una serie di riforme dall'esito incerto. Ne parliamo con Agnese Franceschini e con la corrispondente di Repubblica Tonia Mastrobuoni.

Manuel de Teffé e il mondo degli italo-western

(12.06) Western all'italiana, italo-western o spaghetti-western: film bistrattati per decenni dalla critica, ma amati dal pubblico anche in Germania, prodotti nella Roma degli anni Sessanta e riscoperti dalla Hollywood di Tarantino. In "C'era una volta a Roma - la dolce vita si tinge di West", Manuel de Teffé racconta la storia romanzata di quegli anni e del padre, protagonista col nome di Anthony Steffen di oltre 25 western all'italiana. Film, eventi e concerti festeggiano quel mondo ora a Düsseldorf.

SPECIALE: 70 anni di italiani in Germania. Hai già ascoltato il nostro speciale e guardato i 7 video? Scopri subito tante storie di italiani e italiane di diverse generazioni e professioni, che raccontano come la Germania ha cambiato la loro storia - la nostra storia.

Sport o politica: cosa ci aspettiamo da questi mondiali?

(11.06) Partono i Mondiali di calcio dei record in Stati Uniti, Messico e Canada, ma con poco entusiasmo e un divario enorme fra intenti e realtà: il mondiale "più inclusivo di sempre" promesso da Infantino della FIFA respinge persino protagonisti accreditati e offre biglietti a prezzi stellari. Quali aspettative ci sono in Germania per i Mondiali e per la Nazionale di Nagelsmann? E per chi tifa l'Italia, che non si è qualificata? Ne parliamo con Giulio Galoppo e con il giornalista sportivo Paolo Condò.

Mobilità autostradale tra Italia e Germania

(10.06) A un anno dalla sua approvazione il fondo straordinario per infrastrutture, clima e difesa (Sondervermögen), non è arrivato a finanziare alcuni settori, tra cui le reti stradali, ce ne parla Giulio Galoppo. Intanto la procura di Berlino apre un’inchiesta sulle responsabilità dell’ex ministro Scheuer sui pedaggi autostradali bocciati dall’UE. Ma quale ruolo giocano le strade europee nei trasporti del futuro? Lo abbiamo chiesto a Cesare San Mauro docente di diritto economico.

Merz, un cancelliere sull'orlo di una crisi (anche di nervi)

(09.06) Popolarità a picco, continue liti nella maggioranza, crisi economica interna e sconfitte in politica estera: il bilancio dei primi tredici mesi di governo del cancelliere Merz è semplicemente disastroso. E forse per questo iniziano a circolare voci incontrollate si una sua possibile sostituzione in corsa con altri esponenti cristianodemocratici. Ne parliamo con Giulio Galoppo e con la corrispondente del Corriere della sera da Berlino, Mara Gergolet.

Germania e Italia unite su centri extra-UE per rimpatri di migranti

(08.06) L'Europa trova l'accordo sui centri per migranti extra-europei. Il modello italiano in Albania ha fatto scuola? Come è stato accolto in Germania? I dettagli da Giulio Galoppo, una valutazione di Wiebke Judith di Pro Asyl e tutte le problematiche del governo Meloni raccontate dalla giornalista Eleonora Camilli.

Treni fra Italia e Germania: novità in arrivo

(03.06) Aumentano i collegamenti su rotaie tra Italia Germania, Enzo Savignano ci spiega quali tratte verranno potenziate. E sicuramente anche il caro-carburanti e l'impennata delle tariffe aeree spingono molti a rivalutare le ferrovie, come ci spiega Andrea Giuricin, docente di Economia dei Trasporti. E scopriamo anche il fascino del viaggio lento in treno con Tino Mantarro, giornalista del Touring club.

80 anni di Repubblica italiana: quali valori festeggiamo?

(02.06)Il referendum del 2 giugno 1946 segna l'inizio di una nuova epoca per l'Italia, che pone fine alla monarchia. Ma quanto sono attuali o invece minacciati i valori e principi proclamati nella Costituzione e su cui la Repubblica si fonda? Risponde il costituzionalista Stefano Ceccanti. Anche in Germania si festeggia la Repubblica: Alfonso Tagliaferri, Capo Ufficio Cultura dell'Ambasciata a Berlino, ci parla dell'"Italian Week", Neville Rowley invece di visite guidate in italiano alla Gemäldegalerie.

Patenti di guida meno care in Germania?

(01.06) La patente in Germania può arrivare a costare diverse migliaia di euro e per molti è quasi un lusso. Anche per questo il governo tedesco sta portando avanti una riforma che renda l'esame di guida più accessibile e più digitale. I dettagli da Agnese Franceschini. Sentiamo anche il parere di Domenico Lagala, proprietario di tre scuole guida in Assia, nella zona di Gross-Gerau.

L'Italia di Daniel Speck, fra "Villa Rivolta" e "Bella Germania"

(29.05) È una saga familiare che racconta la Milano industriale del dopoguerra, "Villa Rivolta": partendo dalla storia reale di Piero Rivolta, cognome legato all'industria dell'automobile, l'autore Daniel Speck racconta decenni segnati da conflitti di classe e profonde trasformazioni sociali, ma anche percorsi personali per emanciparsi dalle convenzioni. Luciana Caglioti parla di questo e altro con l'autore di Monaco, divenuto noto al grande pubblico con "Bella Germania / Volevamo andare lontano".

SPECIALE: 70 anni di italiani in GermaniaHai già ascoltato il nostro speciale e guardato i 7 video? Scopri subito tante storie di italiani e italiane di diverse generazioni e professioni, che raccontano come la Germania ha cambiato la loro storia - la nostra storia.

 

 

 

 

 

Berlino: in Ambasciata il German-Italian eurospace Forum

 

BERLINO - L’Ambasciata d’Italia a Berlino ha ospitato mercoledì sera il German-Italian eurospace Forum, un evento organizzato dalla Camera di commercio italiana per la Germania (Itkam) in occasione dell’inizio dei lavori di ILA a Berlino, una delle fiere aerospaziali più importanti al mondo.

Come è stato ribadito da più interventi lo spazio è diventato un elemento essenziale per il progresso scientifico ma anche per l’economia e per la competitività industriale, come pure per la salvaguardia dell’ambiente. Ed è soprattutto un campo nel quale declinare una sovranità europea. Lo ha sottolineato nei suoi saluti iniziali l’ambasciatore d’Italia in Germania, Fabrizio Bucci.

“L’accesso autonomo e affidabile allo spazio è un elemento chiave della capacità tecnologica e strategica dell’Europa. Si tratta inoltre di un settore in cui convergono innovazione, politica industriale e interessi di sicurezza”, ha detto Bucci, sottolineando come anche nel settore specifico dei vettori spaziali il nostro continente deve riuscire a coniugare il progresso scientifico e tecnologico con la crescita industriale. L’ambasciatore ha poi ricordato che, “fin dal lancio della San Marco 1 nel 1964, l’Italia ha svolto un ruolo di primo piano nelle attività spaziali internazionali. Oggi, l’industria e la ricerca italiane contribuiscono ad alcuni dei programmi europei e internazionali più avanzati, dai voli spaziali con equipaggio all’osservazione della Terra, dall’esplorazione alle telecomunicazioni e ai sistemi di lancio”.

L’ambasciatore Bucci ha ribadito poi come sia stato un grande piacere e un’opportunità ospitare il Forum anche perché si presta perfettamente a incarnare quella diplomazia economica che si mette al servizio di settori strategici: le ambasciate possono fungere da piattaforme in cui istituzioni, imprese, ricercatori e innovatori si incontrano, individuano interessi comuni e costruiscono nuove forme di cooperazione.

Presente anche il direttore generale dell’ESA Josef Aschbacher che ha ricordato il recente accordo, firmato proprio nell’Ambasciata italiana, tra l’Agenzia spaziale europea e quella giapponese poche settimane fa. Soprattutto, il direttore Aschbacher ha ringraziato Italia e Germania per il contributo al vertice di Brema di fine novembre 2025 e per aver sottoscritto diversi programmi dell’Agenzia spaziale europea, “una dimostrazione di grande fiducia verso l’ESA”, ha detto.

Ospite d’onore della serata è stata l’astronauta Samantha Cristoforetti, che ha tenuto un intervento con il quale ha posto le sfide prossime per il nostro continente. A suo avviso, l’Europa non deve puntare all’autarchia ma deve essere capace di “essere un partner affidabile, sì, ma un partner forte. Un partner che ha voce in capitolo quando si prendono le decisioni. Un partner che ha delle opzioni. Un partner che ha libertà strategica, ancora una volta, di tracciare la propria strada”.

Samantha Cristoforetti ha affascinato il pubblico presente mostrando anche delle splendide foto della Terra scattate dall’equipaggio che di recente ha sorvolato la Luna e ha concluso: “c’è un’autonomia tecnologica europea e c’è una solida industria europea in grado di portare equipaggi sulla Luna. Non succederà in quattro o cinque anni. Sarebbe folle, no, pensarlo. Ma spero che almeno, quando ci poniamo la domanda: dov’è l’Europa? Possiamo dire: siamo sulla buona strada e stiamo procedendo velocemente”.

Dopo il suo intervento si è tenuta una discussione tra alcune imprese del settore: Hélènen Huby (The Exploration Company), Giuseppe La Marca (MHP – Porsche Company), Lorenzo Rossi (Technologycom) e Giovanni Zoccali (ELT Group).

Non poteva mancare un riconoscimento a Luca Parmitano, l’astronauta italiano che è stato scelto dalla Nasa come pilota della Missione Artemis IV prevista per il prossimo anno, step decisivo per riportare l’umanità sulla Luna. (aise 12)

 

 

 

 

 

Servizi consolari in Europa: il personale fa miracoli ma servono risorse

 

ROMA - Nei consolati italiani il personale “fa miracoli”, ma in alcune sedi la gestione dei servizi è in emergenza da tempo e la prossima data di scadenza della validità delle carte di identità cartacee non farà che aumentarla. Questo, in sintesi, quanto emerso dalla sessione dedicata ai servizi consolari discussa dalla Commissione continentale Europa – Nord Africa del Consiglio generale degli italiani all’estero riunita a Madrid. Moderati da Giuseppe Stabile, vicesegretario d’area, i lavori sono proseguiti nel pomeriggio, alla presenza dei Consoli generali di Madrid, Spartaco Caldararo, in presenza, e a Barcellona, Luca Fava, collegato da remoto. Assente la Direzione generale per i servizi agli italiani all’estero, come evidenziato da alcuni consiglieri, amareggiati per la mancanza di un interlocutore dell’Amministrazione.

Diversi i consiglieri intervenuti al dibattito per sottolineare le criticità prodotte dalla mancanza di un organico adeguato.

Scigliano (Germania) ha prima ricordato l’istituzione, all’interno del Cgie, del gruppo di lavoro sui servizi consolari che ha presentato diverse proposte, alcune delle quali divenute realtà, e ordini del giorno e poi rilanciato quella per “togliere la territorialità ai consolati solo per il rilascio dei documenti: in Italia puoi fare la carta di identità in ogni comune, potrebbe essere lo stesso anche per gli Aire nei Consolari”.

Conte (Germania) ha riferito delle sedi in Germania, tra cui la sua Stoccarda, in affanno per le Cie ribadendo più volte di aver chiesto all’Ambasciata, senza successo, i dati sui cittadini con la sola Carta di identità cartacea. Annotazione replicata anche dalla collega Rossi.

Dati, ha spiegato loro Fava, che lui ha ricavato grazie alla campagna avviata a maggio 2025, grazie alle email inviate a ciascun iscritto Aire estrapolato dai dati del Consolato da cui emergeva un numero consistente di connazionali senza Cie.

A Manchester, ha detto D’Angelo il Consolato è sotto organico tanto che a maggio hanno “fatto 56 Cie, 287 da inizio anno. Serve più personale per far migliorare i servizi”.

Secondo Stabile, non è solo questione di numeri ma anche di qualità del lavoro fatto: “alla plenaria e in Comitato di presidenza ci hanno informato che sarebbe stato operativo l’organico di nuovi diplomatici; si tratta di personale giovane e preparato”.

Tutte le amministrazioni pubbliche, ha aggiunto Mariani (Spagna), “in base ai servizi hanno parametri sul personale necessario”.

Un punto, ha spiegato Caldararo – che prima di arrivare a Madrid è stato alla Dg risorse e personale della Farnesina – che non è scontato: “gli organici delle sedi da un lato si cristallizzano nel tempo, dall’altra crescono insieme alle collettività. Ci sono questioni tecniche non semplici: è difficile togliere risorse ad una sede perché ha meno servizi ma è altrettanto difficile darle ad una nuova. La DG lavora sugli organici sulle segnalazioni, ma soprattutto sulle disponibilità. Se crei posti in una sede li devi chiudere in un’altra”. Serve “tanta diplomazia interna”, ha spiegato. Certo “ci sono le nuove assunzioni” e certo “ci vogliono più risorse umane”, ma, come ha detto anche alla Conferenza dei consoli, “le risorse vanno anche governate: la cura e la gestione del personale vanno di pari passo alla qualità del servizi”. Tornando alla proporzione iscritti Aire – personale consolare “non c’è un parametro numerico. Shanghai non ha una elevata presenza di italiani Aire, Casablanca neanche, ma erogano altri servizi”.

Su questo punto, Conte ha interpellato direttamente la DG Falcinelli per chiedere quale sarebbe l’organico “ideale” in un Consolato, ma senza risposta. La console a Stoccarda “ha chiesto 4 impiegati a tempo, non ne ha avuto nessuno”.

Sorce (Svizzera) ha chiesto se ci sono incentivi per attrarre funzionari consolari in sedi poco “attrattive” tra cui anche quelle svizzere.

“Gli incentivi ci sono”, le ha risposto Calderarao, nel senso di “punteggio aggiuntivo” oppure per “fare domande in deroga” praticamente a tutto; c’è poi il fronte economico, ma “la coperta è corta”. I nuovi assunti, ha osservato, “manifestano più volontà a mettersi in gioco anche con assegnazioni brevi e ciò lascia ben sperare” per la copertura di sedi poco appetibili.

In Svizzera, ha aggiunto Vaccaro, ci sono 117 funzionari suddivisi nelle 4 sedi ma a Basilea su 18 persone (per 115 mila Aire) “fattivamente lavorano in 8).

A Manchester, ha aggiunto D’Angelo, “si è passati da 80mila Aire nel 2022 ai 125mila di oggi e l’organico è rimasto lo stesso. Nell’ultima riunione di coordinamento consolare in Ambasciata ho chiesto al Console di quante persone avesse bisogno, mi ha risposto almeno 4/5 unità in più: è su questo dato che dobbiamo lavorare” per fornire servizi migliori a tutti i connazionali, a cominciare dai più fragili.

Sul punto, Scigliano ha auspicato che i nuovi mezzi informatici non sostituiscano del tutto quelli cartacei, a beneficio dei più anziani che non riescono ad usare le nuove tecnologie, mentre Vaccaro ha sottolineato l’opportunità di istituzionalizzare le “corsie preferenziali” per gli anziani attivate da alcune sedi. Dovrebbe “diventare un obbligo” per tutti, ha aggiunto. Ma il punto è sempre lo stesso: avere personale sufficiente da dedicare a questi sportelli. (m.c.\aise 19) 

 

 

 

 

 

Trump delegittima i leader europei, ma il boomerang colpisce in patria

 

Dopo gli affondi social contro Meloni e Starmer, Trump apre una frattura con gli alleati europei. La strategia però produce più resistenze che risultati e ricompatta le opposizioni attorno alla sovranità nazionale. Sul fronte interno, guerre tariffarie e crisi iraniana fanno crescere il malcontento, anche tra gli agricoltori – di Maddalena Maltese, da New York

(da New York) Il primo affondo di domenica mattina Donald Trump lo ha riservato a Keir Starmer, annunciando sui social le dimissioni del primo ministro britannico. Era il seguito di un weekend trascorso a picconare i leader europei. Sabato era toccato al primo ministro italiano Giorgia Meloni, descritta come una premier in cerca di una foto con il commander in chief e accusata di aver perso consenso perché avrebbe rifiutato il sostegno americano contro il programma nucleare iraniano.

Contro Starmer Trump ha scritto che il premier laburista “ha fallito miseramente” su immigrazione ed energia. Da Londra sono arrivate repliche misurate. Più dura la risposta italiana: Meloni ha definito “inventate” le affermazioni del presidente americano e gli ha ricordato che la popolarità di un capo di governo non dipende dall’amicizia con lui. Anzi gli ha suggerito di guardare prima ai propri numeri, in calo anche tra settori che erano stati una base affidabile del trumpismo. Il punto politico è proprio questo: gli attacchi ai governi europei non restano confinati alla diplomazia.

Aprono una crisi di fiducia con alleati storici e, al tempo stesso, rimbalzano sul fronte interno americano. L’amministrazione è esposta alle conseguenze delle sue scelte: guerre commerciali, dazi, aumento dei costi dell’energia e tensioni internazionali. Anche tra gli agricoltori, tradizionalmente vicini al presidente, il malcontento è visibile. Secondo Reuters-Ipsos, nelle aree rurali il giudizio sulle politiche economiche di Trump è passato da un lieve saldo positivo a inizio d’anno (45%) a una bocciatura netta, con il 61% degli agricoltori di Iowa, Texas, Ohio, Michigan e Carolina del Nord, zoccolo duro del presidente, che lo disapprovano.

Sono stati proprio loro a pagare parte del prezzo delle guerre tariffarie. Già nel primo mandato, la risposta cinese ai dazi aveva spostato gli acquisti di soia verso il Brasile, costringendo Washington ad aiuti miliardari. La nuova stretta ha riaperto la ferita: meno vendite, costi più alti per acciaio, alluminio, fertilizzanti e carburanti. I campi non possono attendere la fine di una crisi geopolitica.

Le crepe attraversano anche la Casa Bianca. Susie Wiles, capo dello staff, è stata costretta a distinguere tra il lasciare che “Trump faccia Trump” e la necessità che l’amministrazione continui a governare. Ma governare significa anche tenere insieme le alleanze. I rapporti con l’Europa si erano deteriorati da tempo: prima per la politica commerciale americana, poi per le minacce sulla Groenlandia, infine per la decisione di attaccare l’Iran senza costruire un consenso solido tra i partner.

Qui sta, come ha osservato Alexander Burns sul sito Politico, l’errore di valutazione del secondo mandato: sottovalutare il patriottismo fuori dagli Stati Uniti. Più Trump prova a delegittimare i leader in carica, più rischia di ricompattare maggioranze e opposizioni attorno alla difesa della sovranità nazionale. Ammirarlo da lontano è una cosa; accettare che Washington detti linea e convenienze politiche è un’altra.

Il paradosso è evidente. Dieci anni fa Trump costruì la sua ascesa invocando frontiere più rigide e piena sovranità americana. Oggi pretende di comprimere quella degli altri. In Ucraina, il tentativo di spingere Volodymyr Zelensky verso un accordo fragile, tra rimproveri nello Studio Ovale e richieste minerarie, ha rafforzato anziché indebolire il presidente ucraino. Anche altrove, dal Brasile all’Ungheria, le interferenze hanno prodotto più resistenze che risultati.

Il dossier più pericoloso resta l’Iran. L’idea di colpire la leadership di Teheran, piegare il Paese con la forza e favorire un governo compiacente senza truppe di terra ha prodotto uno stallo logorante, un’impennata dei prezzi dell’energia e nuove incertezze sull’economia globale. Così la crisi esterna diventa crisi interna: famiglie, imprese e agricoltori misurano alla pompa e nei bilanci il costo di una politica estera condotta a colpi di ultimatum, violando la promessa elettorale di non impantanarsi in guerre infinite.

Nel decennale della Brexit, di cui Trump fu sostenitore entusiasta, anche l’umore europeo appare cambiato. L’idea che l’identità nazionale possa bastare da sola, sopra le istituzioni internazionali e contro i trattati, mostra crepe profonde. Affidare a Truth Social il destino delle alleanze rischia di consumare proprio quella lunga pace europea che la diplomazia, più dei post, ha reso possibile. Sir 22

 

 

 

 

 

La diaspora scientifica italiana

 

ROMA - La diaspora scientifica italiana crea ponti “invisibili ma solidissimi” tra l’Italia e il mondo. Grazie alla curiosità che spinge gli esseri umani verso il sapere, rende le persone più coscienti. Ma non solo, perché nonostante la distanza tra il Belpaese e i ricercatori italiani e le ricercatrici italiane nei 5 continenti, rende anche l’Italia un Paese più forte, più dinamico, più competente, più innovativo. Perché il “made in Italy più autentico sta nelle persone”. E quelle persone, ovunque siano, rappresentano l’Italia. E per questo, agli studiosi italiani e alle studiose italiane in giro per il mondo, andrebbe detto sempre “grazie”.

Così, dopo l'esecuzione dell'Inno nazionale, si è aperta questa mattina a Roma, presso la Sala Polifunzionale della Presidenza del Consiglio, la XX Conferenza dei Ricercatori Italiani nel Mondo, organizzata dalla Texas Scientific Italian Community, e in particolare dal suo chairman, Vincenzo Arcobelli (anche consigliere CGIE per gli Stati Uniti).

Per i saluti iniziali, sono intervenuti diversi esponenti del mondo della ricerca e del made in Italy. Tra questi, il viceministro delle Imprese e del Made in Italy, Valentino Valentini, che rivolgendosi alla platea di scienziati e scienziate, ha spiegato: “la scienza non ha patria, lo scienziato ne ha una. E voi avete scelto di portare questa patria ovunque siate andati”.

Salutando con favore la Conferenza tornata a Roma per la sua 20esima edizione, l’esponente del Governo ha aggiunto: “20 anni di incontri, di idee, di Italia nel mondo attraverso la ricerca”. “Oggi non è una ricorrenza qualunque: è un traguardo”. Il made in Italy non è solo enogastronomia, motori, o altre eccellenze che conosciamo: “il made in Italy più autentico sta nelle persone. Nell'approccio al lavoro, che trasforma un compito in un'opera”. E di nuovo rivolgendosi a ricercatori e ricercatrici: “voi siete il made in Italy”.

Per Valentini, infatti, gli scienziati italiani nel mondo sono “i nostri ambasciatori più credibili”. Per questo, ha esortato a restare “uniti”. “Alcuni sono andati via per necessità, altri per scelta. Le ragioni per chi ha dovuto lasciare l'Italia sono note. Ma ci deve essere sinergia. Non solo slogan. Ci deve essere riconoscimento: la diaspora scientifica è importante per il nostro paese. E deve diventare fattuale. Il fatto di essere tornati, per questa ventesima edizione della Conferenza, nella città dove si prendono decisioni, a Roma, è importante”. Per concludere, il Viceministro ha chiesto a tutti e tutte le partecipanti di “portate la vostra franchezza”. “Diteci cosa vi serve e cosa potete continuare a dare all’Italia”.

Intervenuta anche Antonella Polimeni, Rettrice dell’Università di Roma “La Sapienza”, che dal canto suo ha manifestato tutto il suo apprezzamento per questa “iniziativa di straordinaria rilevanza” che rappresenta uno dei “principali appuntamenti per la valorizzazione del lavoro di ricercatori e ricercatrici e il legame con il mondo scientifico internazionale”. Polimeni ha anche spiegato di apprezzare il programma dell’iniziativa, che ha una “panoramica ampia”. Non sono mancati anche dei suggerimenti da parte sua: “Questo network va socializzato e diffuso”. E la politica deve lavorare per “sostenere la mobilità scientifica e il rientro dei talenti”. Attrazione e tecnologia sono infatti “temi fondamentali per lo sviluppo del paese. E le università hanno un ruolo rilevante” perché “la capacità di innovazione fa la differenza”. E per farla serve un obiettivo chiaro: “coniugare la responsabilità scientifica e l’avanzamento della conoscenza del Paese”. Una Conferenza come quella di oggi, secondo Polimeni, “è importante per consolidare la rete con i nostri ricercatori”. E fare rete è “una condizione essenziale per il progresso scientifico e sociale. Viva i ricercatori italiani nel mondo”.

A seguire, Angela Lombardi, componente della Texas Scientific Italian Community, ha letto il messaggio di soddisfazione e orgoglio del presidente, Andrea Giuffrida, impossibilitato a partecipare. Ma dal messaggio non poteva mancare un grande senso di orgoglio per il traguardo dei 20 anni della Conferenza e del ritorno a Roma. Infine, gli auguri per “una conferenza stimolante”.

Prima del Chairman della Conferenza, che ha definitivamente aperto i lavori, la moderatrice Incoronata Boccia ha letto anche il saluto d’auguri del Presidente della Camera dei Deputati, Lorenzo Fontana, poi introdotto il video-messaggio della Ministra dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, che si è rivolta direttamente a ricercatori e ricercatrici: “siete una risorsa strategica per il Paese”. E la dimostrazione è che “la cooperazione scientifica è sempre più importante”, specie quella con gli USA, definita come “la più importante”. Bernini ha quindi affermato: “vi ringraziamo uno a uno. Siete un Pezzo d'Italia che guarda avanti con il vostro lavoro”.

A seguire anche un altro video-messaggio, quello di Francesca Mariotti, Presidente dell’Enea, secondo la quale questo “lungo percorso” fatto di “scienza” e di “comunità” “continua a crescere con gli italiani”. La Presidente dell’ENEA ha quindi ricordato come l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile abbia accompagnato questo percorso in passato, dicendosi però “lieta di farlo ancora”, in particolare in qualità di “ponte tra comunità scientifica internazionale e paese”.

Da ultimo, prima dell’intervento finale, un omaggio al fisico e divulgatore scientifico, Antonino Zichichi, e al Professor Lucio Ubertini, della Texas Scientific Italian Community.

A chiudere la sessione inaugurale è stato Arcobelli, che, in un appassionato intervento, si è detto pieno di orgoglio e di gratitudine per questo “percorso straordinario: 20 anni di impegno, passione e visioni condivise”. Arcobelli ha quindi ricordato come in questi 20 anni la conferenza sia diventata “punto di riferimento essenziale per migliaia di italiani che pur operando oltre i confini nazionale hanno continuato a sentirsi parte viva del nostro paese”.

Arrivare alla ventesima edizione, secondo Arcobelli, “non è stato scontato, né facile”. Per questo “è un grande risultato”. In questi 20 anni “avete costruito ponti invisibili e solidissimi tra l’Italia e il mondo, avete trasformato distanza geografica in ricchezza di prospettive, la diaspora in una rete di eccellenza e la lontananza in un’opportunità di crescita collettiva”.

Per Arcobelli, ogni edizione della Conferenza ha rappresentato “un momento di incontro autentico, di scambio nel mondo e di rinnovato amore per la ricerca, per l’innovazione e per la cultura italiana”. Con il loro lavoro, “tante storie personali si sono intrecciate alla storia italiana, una storia che non si ferma nei suoi confini ma vive, crea e brilla ovunque ci siano intelligenza, curiosità e dedizione al sapere. Avete dimostrato che essere italiani nel mondo significa portare competenze, creatività e quel genio che da sempre ci caratterizza”.

È per questo che Arcobelli, in ultima analisi, ha voluto dire una cosa in particolare ai ricercatori e alle ricercatrici: “grazie. Grazie per aver tenuto alta la bandiera della ricerca italiana all'estero. Per aver creato uno spazio di dialogo aperto e inclusivo, per aver investito il vostro talento per costruire un futuro migliore per l’Italia e per il mondo. Che i prossimi 20 anni siano ancora più luminosi, ricchi di sfide e ambizioni, collaborazioni internazionali sempre più feconde e risultati che riempiono di orgoglio le generazioni future – ha concluso -. In ogni angolo del Mondo, ovunque ci sia un italiano, lì c'è l'Italia”. (aise 18) 

 

 

 

 

 

 

La Repubblica Italiana compie 80 anni

 

In un mondo che vive un cambiamento epocale, fatto di guerre e mancato rispetto del diritto internazionale, dove la capacità dell’AI di penetrare capillarmente ovunque fino a condizionare sistemi, reti, dispositivi e soprattutto menti, la nostra Repubblica, che ha attraversato momenti difficilissimi, è ancora in piedi e merita rispetto e orgoglio per aver retto e superato tutto.

Le stragi di massa, l’assassinio di magistrati e giornalisti, il sequestro e l’assassinio di un uomo dello Stato, Aldo Moro, sono ferite che stentano a rimarginarsi, ma le Istituzioni e la forza morale di tanti italiani e italiane che non si sono mai arresi hanno reso possibile il superamento di momenti così bui.

Le contrapposizioni di allora continuano ad esistere, ancora si parla di fascismo e antifascismo, ma mentre la Germania con il processo di Norimberga ha affrontato e condannato il legame con il nazismo, noi abbiamo scelto l’amnistia, assolutamente necessaria ma non in grado di dichiarare superato il fascismo e condannarlo.

La nostra Repubblica, la nostra Costituzione e la gran maggioranza degli italiani e delle italiane, oggi, sono antifascisti e il neofascismo è abbastanza se non del tutto marginale, mentre non si può dire altrettanto della Germania, dove l’Afd, nelle prossime elezioni del 6 settembre nella Sassonia-Anhalt, terra natale di Martin Lutero, rischia di avere la maggioranza assoluta creando così un pericoloso precedente. 

Tuttavia, pur avendo una Costituzione considerata tra le migliori del mondo, per averci assicurato la libertà e la democrazia, il nostro sistema istituzionale non riesce a riformarsi, a stare al passo con i tempi che non sono più quelli del 1948, quando la nostra Carta nacque.

Già Giuseppe Dossetti, ex membro dell’Assemblea Costituente della nostra Repubblica, denunciava un sistema parlamentare incapace di scegliere tra i due schieramenti, quello filosovietico e quello filooccidentale, proprio all’indomani della nascita della Costituzione, temendo - ognuno degli schieramenti - che la vittoria elettorale avrebbe portato ad una deriva autoritaria e ad un abuso consequenziale delle Istituzioni.

Fu così sottratto il potere decisionale alle Istituzioni, preferendo darlo ai partiti, che non hanno saputo gestirlo e non hanno capito che era necessario il reciproco riconoscimento dei due schieramenti, per il superiore interesse generale e per stare al passo con i tempi.

Tutti i tentativi di riforma, sono andati a vuoto: sul sistema di governo, sul superamento del bicameralismo perfetto, su una legge elettorale che dovrebbe accompagnare entrambe e non anticiparle.

Il nostro è un sistema afflitto dal “Complesso del tiranno”, che non è stato mai superato dalla Costituente in poi, cioè la paura di avere un esecutivo con maggiori poteri, come nelle altre Cancellerie europee, che fa dell’Italia “la Repubblica del potere di veto” dove prevalgono, propaganda e tatticismi, una forma di governo che risale al 1948 e un Parlamento con due Camere che fanno le stesse cose.

Il risultato, chiaro a tutti, è quello di una paralisi istituzionale, di un’incapacità sostanziale di riforma del nostro sistema, che ha prodotto in pochi anni ben quattro leggi elettorali e, se ce ne sarà una quinta, poco o nulla cambierà, perché da sola nessuna legge elettorale sarà in grado di assicurare stabilità e governabilità al nostro Paese.

Gli italiani e le italiane si augurano, visti i tanti fallimenti, che le regole vengano cambiate insieme, da maggioranza e opposizione, come nel 1948: semplice a dirsi, difficile a farsi.

Angela Casilli, de.it.press 5

 

 

 

 

 

La deriva del sionismo

 

La storica e scrittrice Anna Foa, commentando il famigerato video del ministro Ben Gvir con gli attivisti della Flotilla, in un recente articolo su La Stampa, scriveva così: «Di fronte a fatti del genere, gli ebrei della diaspora non possono che rivoltarsi, gridare che queste pratiche, volute sì da un ministro estremista ma messe in atto senza proteste dai soldati di quello che ama definirsi “l’esercito più morale del mondo”, sono aberranti. Se non lo fanno, non possono che esserne complici. Ma se non lo fanno, lasceranno anche che ovunque il mondo ebraico sia assimilato a questo orrore. Lasceranno che tutta la diaspora sia trascinata nell’abisso».

Queste parole – in particolare quell’ultima frase col riferimento all’abisso – mi hanno fatto pensare ad un libro recentemente pubblicato in Italia da Laterza, che si intitola Nell’abisso. Dal sionismo al genocidio: la sconfitta morale di Israele. L’autore è Omer Bartov, un ebreo-americano nato in un Kibbutz israeliano in una famiglia che, come racconta, è sempre stata sionista.

Ragionando di sionismo

Anche Bartov, come Anna Foa, è uno storico. Insegna “Storia dell’Olocausto” alla Brown University ed è considerato, come ricorda il risvolto di copertina, «una delle principali autorità in materia di genocidio».

In una recente intervista al giornale israeliano Haaretz, Bartov ha dichiarato: «Il sionismo è diventato qualcosa che non riconosco. È diventato l’ideologia dello Stato. Ed è diventato non solo militarista ed espansionista, ma anche razzista, estremamente violento e, in definitiva, un’ideologia che danneggia profondamente sia l’individuo che la collettività». Questa è anche, in buona sostanza, la tesi del suo libro il cui titolo originale, non a caso, è Israel: What Went Wrong (Israele, cosa è andato storto).

Bartov non punta il dito contro il sionismo tout court, bensì contro l’involuzione che lo avrebbe snaturato. Un movimento che, nelle parole dell’autore, era «nato per affrancare gli ebrei d’Europa dall’oppressione e dalle persecuzioni, si è trasformato in un’ideologia di Stato di matrice etno-nazionalistica, sempre più orientata all’estromissione dei palestinesi e alla loro brutale sottomissione al dominio israeliano».

Un nodo centrale, nell’analisi dello storico, è l’assenza di una carta costituzionale. A questo tema Bartov dedica il capitolo intitolato La Costituzione mancante. «Se, prima del 1948 – scrive nelle pagine dell’introduzione – il movimento [sionista] aveva posseduto due facce, una di liberazione dall’oppressione e l’altra di colonialismo d’insediamento e nazionalismo etnico, una volta fondato lo Stato, fu quest’ultima a prevalere sulla politica israeliana. In maniera non dissimile da altre concezioni e filosofie politiche, quali, ad esempio, il socialismo e il fascismo che, dopo aver assunto il potere dello Stato, mutarono radicalmente, anche il sionismo cominciò a trasformarsi non appena divenne l’ideologia ufficiale di Israele».

La tesi centrale del libro è che una Costituzione fondata sui princìpi progressisti della Dichiarazione di indipendenza israeliana avrebbe contribuito a contenere gli impulsi peggiori del sionismo e avrebbe aperto la strada verso una società liberale per tutti i suoi cittadini».

 Un capitolo molto interessante è quello intitolato La sindrome del mai più. In queste pagine Bartov parte dalla presunta unicità storica della Shoah: questa idea, sostiene, è un’ovvietà, poiché nessun fatto storico è perfettamente identico ad un altro; allo stesso tempo, è una contraddizione, perché «qualsiasi evento storico si verifica in un determinato contesto e può essere compreso unicamente ricostruendone le cause, confrontandolo con gli eventi ad esso correlati ed esaminandone il rapporto con altri sviluppi paralleli».

Questo punto dell’unicità storica o meno della Shoah è un nodo cruciale. Infatti, la politica israeliana, indicativamente dopo il processo ad Adolf Eichmann e dopo gli anni ’70, ha iniziato a coltivare l’ossessione di una nuova Shoah e, di conseguenza, ha sviluppato l’idea dell’unicità storica della Shoah. Questa constatazione conduce Bartov a parlare del «mai più», ovvero di quella «onnipresente promessa diffusasi in tutta l’Europa dopo la fine della guerra».

Il “mai più” affermato dopo la Shoah deve intendersi rivolto a difesa di tutti gli esseri umani, oppure riguarda solo gli ebrei?

Proprio da questa domanda prende spunto l’ultimo libro scritto da Anna Foa, titolato appunto Mai più. L’autrice vi riscostruisce la storia dell’antisemitismo e lo analizza in rapporto all’antisionismo: due cose distinte che, però – sottolinea l’autrice – hanno pure dei nessi che «non possono essere negati; ad esempio, come giudicare la scelta del terrorismo palestinese negli anni Settanta-Ottanta di attaccare la diaspora ebraica, come nel Marais parigino, o come a Roma nel 1982? E che dire dell’attacco terroristico compiuto a Sidney il 14 dicembre 2025 contro un gruppo di ebrei che celebravano il primo giorno di Hanukkah?».

È innegabile il fatto che l’antisemitismo è stato assunto dalla politica israeliana come scudo contro qualsiasi critica. È proprio per questo motivo che «l’accusa di antisemitismo, fino ad un secolo fa calzante e aderente alla realtà, è oggi screditata perché viene rivolta, in maniera sistematica e generalizzata, a chiunque accusi il governo israeliano di aver realizzato un genocidio a Gaza e di stare realizzando in Cisgiordania la pulizia etnica dei palestinesi».

Il nodo attorno al quale si sviluppa il libro della Foa è riassunto da queste frasi nelle ultime pagine del libro: «Se non ci si richiama al valore di monito universalistico che questa memoria [della Shoah] deve avere, se le si attribuisce un valore solo ed esclusivamente per gli ebrei, se la si vede come una commemorazione, un risarcimento, e non come un forte strumento volto a combattere i genocidi ovunque si realizzano, questa memoria perde valore, importanza, senso».

Parlando con Anna Foa

Dopo aver letto questi due importanti libri, ho avuto l’opportunità di rivolgere alcune domande ad Anna Foa per approfondirne alcuni aspetti e ampliare la riflessione.

– Gideon Levy, in un suo articolo sul quotidiano israeliano Haaretz, ha parlato del libro di Omer Bartov. Il giornalista critica la posizione dello storico dicendo che, sebbene molte affermazioni siano condivisibili, il sionismo non è mutato nel tempo, come sostiene Bartov, perché, in realtà, sarebbe sempre stato improntato al razzismo e al nazionalismo. Lei cosa ne pensa?

Su molte cose sono d’accordo con Levy e lo trovo un grandissimo personaggio. Resta il fatto che io sono ancora un po’ dubbiosa – sempre meno ma un po’ dubbiosa – sul fatto che si possa definire comunque, fin dall’inizio, il sionismo in maniera totalmente negativa.

Si sono date possibilità che ora non si danno più. Spero, comunque, che possano tornare, che ci possa essere una rinascita, non tanto del sionismo in sé, bensì dello Stato di Israele e dei suoi abitanti, ma in un altro modo. Spero che ci possa essere un reale cambiamento, non una piccola riverniciatura come si prospetta con le prossime elezioni.

– La prima accusa che viene mossa a coloro che criticano Israele è quella di antisemitismo. Dall’altra parte, si sostiene di essere antisionisti e non antisemiti. A me sembra che oggi siamo giunti ad un livello superiore: il problema del sionismo, quando parliamo della politica in Israele, è stato superato dal fondamentalismo.

Sono totalmente d’accordo; però c’è anche una critica del sionismo affiorata in questi due anni: oggi molti storici, partendo da quello che è successo, stanno riaffrontando la storia di Israele in maniera molto più critica. C’è proprio una rivisitazione della storia di Israele in cui, al di là degli aspetti propagandistici che cercano di salvare l’anima di Israele fin dall’inizio, si analizzano i momenti coloniali, gli eccidi e anche il rapporto con i paesi arabi. In Israele c’è una storiografia accademica molto approfondita e molto impegnata su questo fatto della rivisitazione della storia del Paese.

Certamente, parlare di sionismo oggi in qualche modo non ha senso. Il sionismo ha raggiunto il suo obiettivo che era la costruzione dello Stato, adesso ci sono solo le politiche – lo dico al plurale – dei vari governi di Israele nel tempo, che si possono criticare o accettare. Credo che si debba superare il sionismo, se si vuole salvare Israele e i palestinesi insieme.

Bisogna, dunque, superare il sionismo e pensare che Israele è uno Stato in cui tutti hanno gli stessi diritti di cittadini e in cui non esiste lo Stato degli ebrei, ma lo Stato di Israele o lo “Stato di Palisraele” o “Israelopalestina”, chiamiamolo come vogliamo; ma non deve più essere uno Stato confessionale.

Potrà avere varie forme – ne sono state proposte di straordinarie di cui parla appunto Bartov – che prevedono la cooperazione di due Stati diversi che però si collegano e presentano unità su alcuni aspetti. Sono varie, infatti, le possibilità politiche di uno Stato che non vuole essere uno “Stato del tutto” sotto tutti i punti di vista. Si può dare una confederazione dei due Stati sotto vari aspetti, ma non su tutti, come alcuni osservatori dicono.

Dopodiché, in questo momento, siamo completamente spostati dall’altra parte: siamo di fronte a uno Stato che si prospetta come uno Stato degli ebrei e solo degli ebrei, possibilmente sbattendo fuori il maggior numero di palestinesi possibile.

– Ho notato nel libro di Bartov quelle pagine ove si parla della soluzione confederale avanzando varie ipotesi. Mi sono soffermato perché, per SettimanaNews, lo scorso anno ho intervistato il prof. Riccardo Bocco in merito ad un suo libro dedicato alla soluzione confederale. Ovviamente parlarne in questo momento sembra assurdo, tuttavia il prof. Bocco diceva dell’importanza di parlarne, comunque, affinché l’argomento entri nel dibattito pubblico.

Io penso che anche solo il fatto del riconoscimento dei palestinesi – da parte di più Stati di quanto non siano ora e parlo in particolare degli Stati europei – conferirebbe loro una legittimazione della quale hanno assoluto bisogno. Dopodiché, bisogna andare avanti, evidentemente su altre strade.

– Gad Lerner, in un recente post nel quale criticava le azioni contro la Flotilla, chiedeva di smetterla di considerare ebraico lo Stato di Israele. Ciò mi fa pensare che, nel suo libro, lei evidenzia le profonde divergenze esistenti tra la diaspora in America e in Europa. Tra gli ebrei in America c’è un dibattito culturale e politico vivace. Al contrario, nell’ebraismo europeo il dibattito si è affievolito e appiattito su Israele.

Penso che la diaspora europea abbia perso ogni forma di vitalità, di innovazione e di cultura. Dopo il 1945 è difficile trovare un’autonomia culturale della diaspora europea. Nel mio ultimo articolo su La Stampa ho praticamente detto alla diaspora italiana e alle organizzazioni ebraiche italiane: “se non vi muovete adesso, ne siete responsabili”.

– Quale è il suo parere in merito alle responsabilità della diaspora relativamente ai rischi che ci sono non solo per l’Israele ma anche per l’ebraismo stesso?

Ciò che è successo ai membri della Flotilla – picchiati e torturati – è purtroppo “solo” emblematico della situazione che ai palestinesi tocca quotidianamente. Quando tocca ai bianchi europei, il mondo si muove e mi auguro continui. Gli stessi attivisti della Flotilla, mi sembra che abbiano dichiarato di accettare le torture su di loro perché queste possono servire a sollevare il velo che copre quelle sui palestinesi.

Di fronte alla situazione su cui il velo è stato sollevato, le comunità ebraiche devono dire molto di più rispetto alla semplice affermazione che Ben Gvir è un pazzo. Ben Gvir può anche essere pazzo, ma che dire dei militari che hanno eseguito i suoi ordini? Non possono essere tutti pazzi, come Ben Gvir. E che dire dell’intero governo?

– L’ho ascoltata alla trasmissione “Otto e Mezzo” in cui ha parlato anche di cose positive che ci sono nella società civile israeliana. Ma ho la sensazione, però, che i partiti politici – anche quelli che si oppongono a Netanyahu – non siano all’altezza della società civile. L’opposizione si sta appiattendo sul governo e sta inseguendo le posizioni di Netanyahu: ad esempio, per il solo fatto che Lapid e Bennett, i leaders dell’opposizione, abbiano già annunciato di voler escludere i partiti arabi da qualsiasi futura coalizione di governo.

Certo, questo è un fatto gravissimo, perché l’unica possibilità di cambiare la società israeliana è rinunciare al sionismo, ma per questo c’è paura. Anche Yair Golan, che è quello più a sinistra, recentemente ha detto che non è ancora il momento di riconoscere uno Stato di Palestina. Ma, “se non ora, quando?”.

Io penso che le prossime elezioni, al massimo, potranno mettere fuori gioco il governo di Netanyahu ed eliminare qualche frangia troppo estremista. Forse potrà essere sospesa la legge sulla pena di morte, ma non lo so.

Non penso, tuttavia, che le elezioni possano rinnovare radicalmente la società di Israele. Credo che l’unica spinta, per ora insufficiente, possa venire dal basso, dalle organizzazioni che lavorano con i palestinesi, da quelli che vanno nei territori occupati, dalle organizzazioni come “Standing Together” o “B’Tselem” (*); è solo dal basso che può venire il rinnovamento, non dai politici tradizionali.

(*) B’Tselem in ebraico significa “a immagine di” nel senso di Genesi 1,27, è una ONG che si occupa di diritti umani nei territori occupati. di: Andrea Piazza, SettNews 16

 

 

 

 

 

 

Il consolato come municipio d’Italia all’estero

 

ROMA - Formazione, documenti, corsi di lingua, cittadinanza, comunicazione e Comites: questi i temi scelti per il confronto a distanza tra connazionali e consoli al centro de “Il Consolato come Municipio d’Italia all’estero: servizi e solidarietà”, secondo panel della Conferenza dei consoli italiani nel mondo aperta questa mattina alla Farnesina.

Condotto da Francesca Santoro (Capo dell’Unità per la semplificazione e il coordinamento della Segreteria generale) alla presenza del sottosegretario Massimo Dell’Utri, il panel si è svolto sotto forma di “talk show” per dare risposta ad alcune delle domande raccolte dalla Farnesina attraverso l’indirizzo email attivato in occasione della Conferenza.

Al sottosegretario Dell’Utri – che ha ereditato le deleghe di Giorgio Silli tra cui quella agli italiani nel mondo – il compito di spiegare qual è il ruolo e valore della funzione consolare, in un momento così complesso come l’attuale, per far sentire i connazionali vicini al loro Paese.

“Rispondo con un “grazie” a voi consoli perché è importante quello che fate”, ha detto il sottosegretario. “Per gli italiani all’estero siete momento di incontro e confronto con lo Stato. Rappresentate la municipalità, siete mini-amministratori che si occupano di tutto: dal civile al notariato, dall’amministrazione al momento di raccordo con imprese” e che devono farlo con “organici non dico ridotti, ma che rendono difficile raggiungere gli obiettivi e dare servizi ai cittadini”.

Ringraziata al Direttrice generale per gli italiani all’estero, Silvia Limoncini, “con cui ci confrontiamo quotidianamente”, Dell’Utri è intervenuto su una delle “emergenze” che ad oggi interessano consolati e cittadini, cioè il rilascio della Cie entro il 3 agosto. Ricordato che, attraverso il Commissario Fitto l’Italia ha provato a chiedere una proroga, senza successo, Dell’Utri ha sostenuto che “dobbiamo fare tutti uno sforzo, soprattutto i consolati nell’Ue” e poi annunciato che “sono partite le assegnazioni brevi trimestrali” e che quindi “14 funzionari partiranno a breve” per diverse destinazioni all’estero. “Ricordo che dopo una riduzione organico che in alcuni casi ha prodotto vacanze del 30%, negli ultimi due anni ci sono state alla Farnesina quasi 2mila assunzioni: questo personale potrà partecipare alle assegnazioni brevi” ma i consoli “dovranno formarli”.

Proprio sulla formazione la prima domanda scelta, cui ha risposto Santoro: al connazionale che chiedeva se ci fossero programmi di formazione per il personale amministrativo dei consolati, la Capo dell’Unità per la semplificazione e il coordinamento ha risposto che “la formazione è centrale nella PA, per essere sempre aggiornati e dare servizi efficienti” e che “la riforma della Farnesina ha creato una DG dedicata a dimostrazione della centralità del tema” per l’amministrazione.

Sulle modalità di rilascio di passaporto e Cie ai più fragili, disabili e pensionati in primis, ha risposto Mario Baldi, console generale a Zurigo dove hanno dedicato un numero di telefono per le prenotazioni degli over 70 che “hanno poca dimestichezza con i mezzi informatici” e dove ci sono “sette sportelli consolari” con funzionari itineranti che, da 1 a 4 volte al mese, raccolgono i dati biometrici di chi ha bisogno di nuovo passaporto. Una modalità che, come noto, non si può ancora estendere al rilascio delle Cie. Inoltre, ha aggiunto Baldi, la sua sede ha introdotto un’apertura straordinaria l’ultimo sabato di ogni mese per i connazionali che hanno documenti in scadenza. “Come termine di paragone noi abbiamo l’amministrazione svizzera, che è molto efficienze, così come lo sono posta e trasporti e questo ci aiuta nella prossimità al connazionale”.

Sulla questione Cie – postazioni mobili è intervenuto anche Dell’Utri, chiamato a rispondere ad una domanda sui canali di coordinamento tra consolati e comuni: il sottosegretario ha ribadito l’importante sforzo prodotto dalla Farnesina per la digitalizzazione che potrebbe avere migliori risultati se i sistemi informatici dei due Ministeri fossero compatibili: “unificando i sistemi informatici anche le strutture mobili dei consoli onorari potrebbero rilasciare le Cie”, ma ancora non è possibile. “Ci sono difficoltà e criticità innegabili rispetto alle quali il Maeci ha responsabilità veramente marginali”. Il Viminale “solleva questioni di tutela dei dati, privacy e cybersicurezza. Noi abbiamo l’esigenza pratica di fornire un servizio. Speriamo di risolvere in tempi brevi”.

Console generale a Madrid, Spartaco Caldararo ha prima elencato l’offerta dei corsi di italiano a disposizione di quanti vogliano avvinarsi alla nostra lingua – scuole, corsi negli IIC, nelle associazioni, lettorati nelle università – e poi risposto ad una domanda su come fa il Consolato a lavorare quando la comunità italiana all’estero aumenta e si trasforma.

“La crescita della collettività non deve essere “subita” né vissuta come un problema da risolvere, è un dato oggettivo che esiste”, ha osservato il Console che ha individuato nella digitalizzazione, nelle risorse e nel “discernimento” le direttrici su cui muoversi. La prima “per dare al cittadino la possibilità di ottenere da remoto non solo risposte, ma proprio il servizio”; le risorse umane con “i nuovi assunti che, dopo la conoscenza interna del Maeci, potranno affrontare la sfida delle sedi all’estero”, dando loro una “adeguata formazione che spetta anche al dirigente responsabile della struttura”; infine il “discernimento rispetto alle reale esigenze dei connazionali: una cosa è rilasciare un documento un’altra fornire assistenza in situazione di particolare serietà”.

Ma cosa succede nei momenti di crisi? Lo ha spiegato Priscilla Zanetto (Abu Dhabi) che ha risposto al connazionale che chiedeva perché “i consolati non rispondono”.

“Nella recente crisi del Golfo la prima esigenza dei connazionali è stata quella di tornare a casa: la sede si è impegnata molto nella comunicazione, che è essenziali, ma è difficile rispondere a migliaia di cittadini e ai loro familiari”. La cancelleria consolare “ha aumentato i numero di cellulari di emergenza e, con l’Unità di crisi, ha attivato un canale whatsapp per comunicazioni massive”. Poi “i canali social sono stati fondamentali”, così come lo è stata la “presenza fisica del personale negli aeroporti e nei valichi di frontiera per dare un segno “fisico” di assistenza”. Il personale di Ambasciata e Consolato generale è stato “travolto dai servizi consolari da erogare, dando priorità a quelli essenziali: passaporti (impennata del 50% rispetto al mese precedente per le richieste dei connazionali che volevano lasciare il paese), procure (per chi voleva continuare a gestire affari dall’Italia), registrazioni di nascita. Da aprile abbiamo ripreso l’operatività per tutti i servizi consolari, sempre assicurando la sicurezza sia del personale che dell’utenza: l’Ambasciata si trova in una zona “sensibile” di Abu Dhabi, per questo la cancelleria si è trasferita prima nella Residenza e poi all’IIC”. Quanto ai funzionari che non rispondono, “il personale è stato coinvolto notte e giorno, abbiamo fatto i turni notturni per rispondere il più possibile e erogare servizi in primis per fragili e minori”.

Sul tema cittadinanza sono intervenuti Valerio Caruso (Porto Alegre) e Gianluca Rubagotti (Sydney).

Al connazionale che chiedeva quali criteri siano utilizzati per definire la residenza effettiva degli utenti che richiedono la cittadinanza iure sanguinis, Caruso ha risposto che il criterio è quello della “effettiva e stabile residenza nella circoscrizione consolare”, il criterio “più pratico” perchè “chiedi la cittadinanza al consolato a cui poi chiederai i servizi”. Il tempo massimo per la pratica è di 24 mesi, “ma in Brasile cerchiamo di metterci meno”.

Rubagotti, invece, si è soffermato sulla comunicazione con la collettività: “la riforma della cittadinanza ha provocato reazione molto aspre. A Sydney, e in Auastralia, era necessario illustrare con precisione e chiarezza l’assetto della nuova legge, valorizzando gli aspetti positivi passati sotto silenzio” o comunque “sopraffatti” in un primo momento dalle critiche. Tra questi “l’ipotesi del riacquisto, molto ben accolto in Australia, dove molti italiani hanno rinunciato alla cittadinanza dopo la naturalizzazione”. Nella campagna di comunicazione sono stati “coinvolti Comites, associazioni e giornali locali” anche per “organizzare incontri in varie zone della circoscrizione” con maggiore presenza di connazionali, “per spiegare e facilitare la comprensione della nuova legge”. La legge ha prodotto una “riorganizzazione in consolato” per “creare dal nulla due nuovi servizi”. Modifica “resa possibile grazie al supporto della Farnesina e della Dgit in particolare”.

A Caruso, infine, il compito di ricordare che entro l’anno saranno indette le elezioni per il rinnovo dei Comites per i quali i connazionali votano per corrispondenza solo se si registrano nell’elenco degli elettori. “Il Comites rappresenta il connazionale nel rapporto con il consolato, è l’anello di congiunzione tra comunità e autorità consolare”, l’organismo che “ci fa avere cognizione dei nostri problemi in consolato”. Quest’anno verranno rinnovati: i consolari “daranno ampia divulgazione alle modalità di iscrizione alle liste degli elettori”.

Il panel si è concluso con la rassicurazione che la Dgit risponderà privatamente ai quesiti posti dai connazionali che non hanno avuto risposta oggi. (ma.cip\aise 12) 

 

 

 

 

Lingua e cultura: scuole ed enti gestori alla Continentale Europa del Cgie

 

ROMA - Dopo una sessione dedicata una sessione dedicata alla presenza imprenditoriale italiana e ai rapporti commerciali tra Italia e Spagna, la Commissione continentale Europa – Nord Africa del Consiglio generale degli italiani all’estero, riunita da ieri a Madrid, ha affrontato il tema della diffusione della lingua e cultura italiana in un panel che ha favorito il confronto tra consiglieri e addetti ai lavori. Moderati da Giuseppe Stabile, vicesegretario d’area, ai lavori sono infatti intervenuti i dirigenti scolastici delle Scuole italiane di Madrid e Barcellona e i referenti degli enti gestori delle scuole materne attive in entrambe le città.

Ad avviare la sessione è stato, invece, il consigliere Tommaso Conte, membro del Comitato di presidenza e della Commissione tematica lingua e cultura, che ha criticato l’agenda dei lavori della Commissione – troppo piena di interventi, a suo dire, e con poco spazio al confronto – per poi entrare nel vivo delle questioni annunciando che l’anno prossimo ci sarà un nuovo taglio del personale docente che l’Italia invierà all’estero, che la priorità del Governo, in base al Piano Mattei, è attivare corsi in Africa, a discapito delle altre parti del mondo (8 i posti tagliati in Europa) perché “le risorse sempre quelle sono”, e che, in questo scenario, la Spagna rimane comunque un’isola felice visto che dei 683 insegnati di ruolo totali impiegati all’estero, 80 sono assegnati a Madrid e Barcellona.

Nota positiva il nuovo canale di comunicazione “molto efficiente” con l’ufficio V della Direzione generale per gli italiani all’estero e la ministra plenipotenziaria Samuela Isopi: operativo, infatti, il tavolo di lavoro che – ha informato Conte - sta organizzando i webinar dedicati agli enti gestori, annunciati nella plenaria di maggio.

A inizio luglio si terrà quello dedicato agli enti in Europa, in una data tra il 10 e il 13 luglio quello per il Nord America, a settembre quello per Sud America e Australia. I webinar “saranno importantissimi per la predisposizione del decreto direttoriale, che quest’anno sarà pubblicato entro metà settembre e l’anno prossimo all’inizio di settembre”, ha spiegato Conte. I webinar saranno diretti dall’ufficio V della Dgit e dalla consigliera Adriana Apollonio alla presenza dei dirigenti scolastici, dei coordinatori consolari e dei consiglieri Cgie della Commissione competente (oltre a lui, la presidente Campanale e il consigliere Nesti e gli altri membri interessati), ma soprattutto degli enti gestori: “saranno loro – ha assicurato Conte – ad avere la parola: Cgie, consolati e dirigenti dobbiamo ascoltare le loro richieste e capire come risolverle”.

Procede anche il lavoro per la messa in rete del Portale tematico, ha aggiunto Conte, ed è vicina la pubblicazione della graduatoria per i contributi degli enti, “rallentata” dalla mancata risposta di due di essi al soccorso istruttorio. “Dovrebbe uscire al massimo la prossima settimana”, ha detto Conte, rassicurato sul punto dall’Ufficio V che per l’anno prossima pensa ad una “misura draconiana” e cioè “tagliare fuori gli enti gestori che non risponderanno subito alle richieste di soccorso istruttorio per evitare ritardi” per tutti gli altri.

Quanto alla Spagna, Conte ha stigmatizzato più volte nel corso della sessione la presenza “ufficiale” dell’Italia solo a Madrid e Barcellona.

In entrambe le città sono attive due Scuole Italiane (delle 8 in totale nel mondo) a nome delle quali sono intervenuti i dirigenti Massimo Giuseppe Bonelli (Madrid) e Patrizia Carfagna (Barcellona) che hanno illustrato le attività degli Istituti e i contesti in cui operano.

La parola è poi passata a Maurizio D’Ubaldo, dell’ente gestore che gestisce la Scuola materna italiana di Madrid e ad Antonio Gucciardo, capo dell’ente gestore che gestisce la Scuola dell’infanzia a Barcellona: entrambi hanno criticato la “distanza” mantenuta dall’Amministrazione, sottolineato le difficoltà che hanno affrontato, soprattutto durante e dopo il covid, l’importanza di avere un sostegno concreto al loro operato ma anche di avere sedi belle e adeguate come le altre scuole internazionali.

Interventi che, ha sintetizzato la presidente della Commissione lingua e cultura del Cgie Lidia Campanale, dimostrano quanto il tema sia “molto complesso e trasversale”. Ricordata la particolare “attrattività della lingua italiana”, Campanale ha invitato a “non perdere questa ricchezza per difficoltà organizzative e amministrative”. L’Italia ha prodotto “modelli educativi apprezzati in tutto il mondo”, che per essere promossi all’estero hanno bisogno di “risorse finanziarie mirate”. Serve, ha aggiunto, anche “un sistema funzionale che supporti piani pluriennali: i corsi di lingua e cultura non si esauriscono in un semestre, le scuole non programmano attività in mesi o anni, c’è una verticalità dall’infanzia al liceo. Oggi gestire una scuola significa gestire un’azienda con sfide legate a inclusione, multilinguismo”, servono “docenti esperti” ma anche “collaborazioni con le associazioni perché la lingua non si apprende solo in classe, ma soprattutto grazie ad attività extra scolastiche che creano comunità”.

Il Cgie, ha aggiunto, in questi anni “ha iniziato a dialogare con la Dgit, che ora è molto aperta ai nostri suggerimenti e collabora con noi tramite il tavolo tecnico che accorcia la lontananza tra amministrazione enti e scuole”. La Commissione ha “lavorato su assegnazioni e percentuali per gli enti”, un “sistema che si sviluppa su tranche e momenti diversi” e che rappresenta una sfida “perché le scuole all’estero fanno i conti anche con i diversi sistemi scolastici dei paesi dove operano”. Quanto alla pubblicazione delle graduatorie, Campanale ha lanciato un appello agli enti gestori che fanno richiesta di contributi per i progetti affinchè rispondano “in modo tempestivo ai soccorsi istruttori”. Ricordata infine l’importanza della digitalizzazione, Campanale ha concluso sottolineando che “investire nella cultura e nella formazione linguistica significa investire nella partecipazione attiva, in un Sistema attivo e coordinato che dà crescita all’Italia”.

Nel dibattito sono intervenuti il consigliere Pietro Mariani (Spagna), che ha ricordato il tentativo fallito di inserire l’italiano come terza lingua elle scuole a Toledo perché l’Italia “non rispose alla richiesta delle autorità spagnole”; Barbara Sorce (Svizzera), che ha lodato i progetti di inclusione attivi nelle Scuole italiane in Spagna e posto l’accento sulla opportunità di trovare risorse per attuare percorsi di sostegno negli istituti, soprattutto nei Paesi dove storicamente la scuola non è inclusiva per chi ha esigenze particolari; Marilena Rossi (Germania), che ha criticato la mancanza di corsi ed enti fuori da Madrid e Barcellona, dove l’encomiabile lavoro delle Scuole rimane riservato ad utenitun una “elite”, e chiesto come mai non ci sia mai stata una iniziativa di famiglie o dei Comites in tal senso.

Conte ha ripreso la parole per criticare l’approccio di quanti vorrebbero indirizzare risorse solo alle scuole (8 nel mondo) a discapito di tutti gli altri attori che si occupano di lingua e cultura: “parliamo di identità culturale o di promozione culturale? Perché i fondi non ci sono” e se si tolgono agli enti gestori “questi chiudono”.

A favore delle scuole bilingui si è detto Silvestro Gurrieri (Germania), che ha richiamato la scuola italo-tedesca nata a Wolfsburg negli anni 90, perché favoriscono meglio l’integrazione; dello stesso parere Luigi Billè (Uk).

Ultima ad intervenire, la segretaria generale del Cgie, Maria Chiara Prodi, ha citato il dualismo del sistema pubblico-privato, richiamate le eccellenze delle scuole italiane anche nel mondo prima di sottolineare l’importanza della sussidiarietà: “gli enti gestori rappresentano una forma di sussidiarietà che esercita una funzione pubblica ed è sottoposta ad un controllo pubblico. La difficoltà risiede nel fatto che si chiede un’amministrazione pubblica a strumenti di volontariato, che devono esser duttili”. Su questo Cgie e Farnesina devono lavorare per trovare una soluzione che non penalizzi nessuno. (m.c.\aise 19) 

 

 

 

 

 

Karlsfeld. Giuseppe Rende ha festeggiato i 90 anni

 

Veramente  riuscitissima la festa, che le figlie Erminia e Venera  –coadiuvate da tutta la famiglia– hanno organizzato in onore dei primi novantanni del loro amatissimo papà, Giuseppe, in un  ristorante di Karlsfeld, dove i Rende –in genere– festeggiano eventi della famiglia o del Circolo ACLI locale, di cui è presidente il genero di Giuseppe: Mauro Sansone, e Segretaria per l'organizzazione, Venera.

Tant'è che le ACLI Baviera –sentiti Mauro e Giuseppe– hanno deciso di celebrare il loro XV Congresso  proprio in questa città; città d'adozione del festeggiato, per decenni Presidente delle ACLI Baviera.

Per me e per i cari amici Ursula e Carmine e  Macaluso (da anni Presidente delle ACLI Baviera), con i quali mi sono recato alla festa, era veramente una grande gioia osservare gli soddisfatti visi di tutti i familiari –a cominciare dalla capostipite Assunta e continuando con i nipoti– mentre  assistevamo alle espressioni di sincero affetto esternate al festeggiato da tutti noi invitati.

Che dire del racconto –letto in tedesco e in italiano dalle figlie– della vita di questo Maestro del Lavoro? di questo Maestro di vita? di questo Presidente Emerito delle ACLI, che –per decenni– ha diretto con grande saggezza le ACLI in Baviera, ammirato e apprezzato da tutti noi Aclisti?  E della sua Presidenza del Coemit (adesso Comites)?  Non ci sono parole! E non ci sono parole per tutti i riconoscimenti giustamente conferitigli in tutti questi anni!

E non ci sono commenti e ringraziamenti per l'accoglienza che ci è stata riservata da tutta la grande famiglia! E nemmeno per il pranzo, nel vero senso della parola: calabro-rinascimentale, che abbiamo gustato con diverse succulente portate, e con diverse, opportune pause, –tra cui: il racconto della vita di Giuseppe e della sua famiglia, la famosa famiglia dei sogni, il ballo degli Sposi Giuseppe e Assunta e il taglio della torta.

Purtroppo i Macaluso e io, a un certo momento della festa, ci siamo dovuti accomiatare dall'allegra compagnia, dato che avevamo un'altra graditissima visita da fare: io non conoscevo ancora la sposa e la nipotina del cadetto dei miei amici Macaluso: il Professor Marcello, che ha seguito le orme di cotanto genitore, il Prof. Carmine, Commendatore della Repubblica Italiana e Commendatore della Repubblica Federale Tedesca.

Due giorni dopo la festa, però, ci siamo rifatti e, insieme con Giuseppe, Carmine e io siamo andati ad incontrare –come di consueto– il Ministro Plenipotenziario, nuovo Console Generale a Monaco di Baviera, Dr. Fausto Panebianco, che ha ascoltato con molto interesse i racconti d'emigrazione di Giuseppe e quelli degli altri componenti della delegazione, ringraziandoci per la visita e le notizie da noi fornitegli. Con il Ministro ci eravamo già incontrati in occasione della Festa della Repubblica nel Castello di Schleißheim. 

Dr. Fernando A. Grasso, dip 12

 

 

 

 

 

 

Tracce.de, iniziativa editoriale online per autori italiani in Germania

 

Nel Saarland nasce una piattaforma editoriale indipendente che punta a valorizzare le storie degli italiani in Germania, offrendo nuove opportunità di pubblicazione a chi resta ai margini dell’editoria tradizionale

Pubblicare un libro non è mai stato semplice. Lo sanno bene gli autori esordienti che si confrontano con un mercato editoriale sempre più selettivo, orientato da logiche commerciali e da un’offerta sempre più ampia. Tra manoscritti respinti, richieste di modifiche sostanziali ai testi e costi spesso elevati per chi sceglie percorsi alternativi, trovare uno spazio per la propria voce può diventare una sfida complessa.

È proprio da questa esigenza che nasce Tracce.de, una nuova iniziativa editoriale online che si propone di offrire opportunità di pubblicazione ad autori italiani in Germania e, più in generale, a chi desidera raccontare storie, esperienze e riflessioni che difficilmente troverebbero spazio nei tradizionali circuiti editoriali.

Il progetto prende forma nel Saarland, regione tedesca situata nel cuore dell’Europa e storicamente caratterizzata dall’incontro tra lingue e culture diverse. Una posizione geografica e culturale che ben si presta alla missione dichiarata della casa editrice: favorire il dialogo tra esperienze, identità e percorsi di vita che attraversano confini nazionali e linguistici.

Come si legge nella presentazione del sito, Tracce è «aperta a temi, idee e collaborazioni oltre i confini regionali e nazionali» con l’obiettivo di «far dialogare le voci tra di loro – tra lingue, paesi ed esperienze».

Alla base dell’iniziativa vi è la convinzione che le nuove tecnologie e le piattaforme di pubblicazione digitale possano offrire oggi strumenti efficaci per realizzare progetti editoriali indipendenti, mantenendo al tempo stesso elevati standard qualitativi. Grazie alla stampa on demand e alla distribuzione online, infatti, è possibile contenere i costi e raggiungere lettori interessati anche a pubblicazioni di nicchia, legate a specifici territori, comunità o percorsi culturali.

Particolare attenzione è rivolta alla comunità italiana in Germania, una presenza storica che continua a rappresentare una componente importante del tessuto sociale e culturale del Paese. Attraverso libri, saggi e racconti, Tracce intende dare spazio a temi come l’identità, l’emigrazione, le radici, il viaggio e il rapporto tra le diverse generazioni di italiani all’estero.

L’iniziativa è promossa da Rolando Pettinari, figura da molti anni impegnata nel Saarland sui temi dell’integrazione e dell’identità culturale degli italiani in Germania, con un’attenzione particolare rivolta alle nuove generazioni.

Tra i primi progetti pubblicati figura Ohlio. Diario (quasi) storico di un’estate in Germania, considerato una sorta di manifesto dell’approccio editoriale di Tracce. Il volume racconta il viaggio di due ragazze italiane – una delle quali nata e cresciuta in Germania – alla scoperta delle tracce lasciate dagli italiani nel Saarland dall’epoca romana fino ai giorni nostri. Un percorso che intreccia storia, memoria, luoghi e incontri, ma che diventa anche una riflessione sul significato dell’appartenenza culturale per chi vive quotidianamente tra due lingue e due realtà nazionali.

Il libro è disponibile sia in italiano sia in tedesco, in formato cartaceo ed elettronico attraverso Amazon. È inoltre prevista a breve la distribuzione tramite Tolino, la principale piattaforma tedesca per gli e-book collegata alle maggiori catene librarie del Paese.

Con Tracce.de prende così forma un nuovo spazio editoriale indipendente che guarda al mondo degli italiani in Germania e alle loro storie, nella convinzione che la cultura e la narrazione possano ancora rappresentare strumenti preziosi per comprendere il presente e costruire ponti tra comunità diverse. CdI on 19

 

 

 

 

 

 

Il difficile cammino per la parità dei diritti femminili è concluso?

 

Il voto consentito alle donne, 80 anni fa, ha segnato una demarcazione storica; una tappa basilare di recupero della dignità e inclusione sociale, nel lungo e faticoso cammino femminile verso l’acquisizione dei diritti, negati per secoli, per non dire millenni. Il passo successivo si è verificato con l’inserimento dei ventuno elementi femminili nella rosa dei costituenti la Carta Costituzionale italiana. Il loro apporto, nell’introdurre norme di sensibilizzazione sociale, attenzione verso temi quali l’istruzione, l’ambiente, la tutela delle minoranze e dei diritti femminili, è stato un salto di qualità, poiché la loro presenza ha mitigato rigidezze riguardo alle tematiche suddette e non solo.

  Caldeggiata agli inizi del secolo XX, anche dalla regina Elena di Savoia, la formalizzazione per il voto alle donne, fra contrasti concettuali e situazioni politiche, non produsse risposte concrete. Eppure già dal 1848 la statunitense Elizabeth Cady Stanton assieme a 300 donne aveva formulato una dichiarazione sui diritti all’eguaglianza, avendo il Creatore dotato i due sessi di diritti uguali e irrinunciabili. Ne era derivato il movimento delle suffragette che coinvolse varie nazioni e, trasversalmente, ogni categoria femminile; oltre al voto si chiedeva di esercitare l’insegnamento nelle scuole superiori, richiesta che andò in porto nel 1874. Questa forza propositiva proviene in gran parte dall’ottica avanzata illuminista, i cui concetti, pur subendo flessioni nel tempo, hanno reso l’opinione pubblica più sensibile al tema. Ma se si vuole avere minima cognizione della pesante condizione femminile nei secoli, è necessario un pur veloce profilo storico. Fin dai tempi antichi essa è collocata all’interno di una visione maschio-centrica; posizione marginale, esclusa dalla storia, o meglio all’ombra della storia, eccezioni a parte, in famiglia e in ogni tipo di relazione, politica, economica, sociale. 

  Secondo Friedrich Engels in tempi preistorici il rovesciamento del matriarcato segnò la sconfitta del sesso femminile che fu umiliato, asservito, reso schiavo delle voglie maschili, strumento per produrre figli. Ippocrate, il più grande medico dell’antichità e forse di tutti i tempi, formulò il concetto della incompletezza e instabilità femminile, interferente con le sue capacità intellettuali. Poche eccezioni: nella società cretese, tra il 1700 e l’800 a. C. le donne partecipavano alla vita pubblica. Presso Etruschi e Romani non c’era il concetto di inferiorità genetica o intellettuale. Seneca ne fu strenuo sostenitore. Invece in Grecia Aristotele influenzò l’ottica sociale attribuendo alla donna il concetto biologico di natura passiva che riproduce, non produce; mentre il maschio, di natura più nobile e divina, possiede l’essenza e la forma.

  Questa discriminazione ha fatto scuola e ancora oggi ci sono formule   condizionanti il nostro linguaggio come sesso forte / sesso debole; principio attivo maschile / principio passivo femminile. Anche in Persia e molte altre società si ripete lo schema. Gioca in questo una sorta di paura verso le capacità riproduttrici della donna, che incarna un potere precluso all’uomo. Spesso è vista come figura ambigua, sacra, ma anche demoniaca. Ha influito la scarsa conoscenza dell’anatomia femminile; quella maschile era poco nota, essendo l’autopsia dei cadaveri giudicata sacrilega, ma meno misteriosa. L’ignoranza favorisce criteri aberranti, come attribuire ogni aspetto fisiopsicologico all’isteria, quale specifica femminile. Bisogna attendere la prima guerra mondiale per dare un colpo serio al tabù. Il cristianesimo, dimentico della lezione di Cristo, ne facilitò la “svalutazione”, in accordo con la tradizione aristotelica di imperfezione: se l’anima segue la costituzione del corpo, il corpo molle della donna la rende instabile, incapace di volontà e capacità intellettive. Tra le vittime dell’intolleranza, Ipazia, straordinaria scienziata – filosofa, parte della scuola alessandrina che godeva di libertà di pensiero; matematica, fisica, astronoma. Pagò soprattutto per essere donna; uccisa barbaramente nel 415.

 La donna del medioevo aveva una vita gravosa, soggetta all’autorità del padre, del marito, in sostanza di tutte le figure maschili; chiusa tra le mura domestiche assolveva compiti plurimi; fuori casa impiegata in attività agricole, allevamento del bestiame; cura dell’orto, degli animali da cortile. Trascorrere la vita in convento le avvantaggiava come ruolo e cultura; infatti le donne non dovevano imparare a leggere e scrivere, se non nei monasteri, poiché solo la lettura a carattere sacro le era consentita, essendo incapace di discernere. In convento si entrava portando una buona dote, o si avevano ruoli subalterni. Non meraviglia la massa di giovani donne che confluirono nel movimento francescano delle clarisse, di Santa Chiara. Si allontanavano dalla pesante ingerenza maschile, avevano, vivevano una impensabile autonomia. Le eccezioni, donne colte, poetesse, filosofe riguardano solo classi sociali molto elevate.

Lo studio della mistica religiosa e altre discipline produce donne di altissimo livello culturale, come Eloisa, Hrosvita, Ildegarda de Bingen. La poetessa e scrittrice di origine veneta, Cristine de Pizan, XIV sec. poté dimostrare il suo valore culturale essendo il padre medico personale del re di Francia. Rimasta vedova, giovanissima, le si accanirono contro. Il divieto di insegnamento era giustificato dall’idea ch’essa fosse priva dei requisiti basilari: costanza, efficacia, autorità, vivacità. Si arriva a dubitare che possegga un’anima. Fior di teologi ne dibattono, tra essi Tommaso d’Aquino. Ancora nel ‘500 un sacerdote in Venezia ardì aprire una scuola elementare per bambine, ma fu bloccato dal vescovo: “le donne non devon né legger, né scriver, né balar”; anche se già intorno al XII secolo il sensibile sviluppo economico in Europa aveva assorbito le donne nel mondo lavorativo; erano state istituite le prime scuole elementari femminili.

Intorno al XIV secolo incontriamo la figura della docente, o dirigente, purché sposata. Ma la palese malevolenza verso le donne veniva fuori in più occasioni; il minorita Andrea di Resensburg paragonava le aspirazioni femminili allo studio e alla imprenditoria come a un inutile volo di galline al di là dello steccato.  Invece la pratica medica, non essendo allora la medicina branca universitaria fu concessa alle donne, in quanto non era permesso al maschio l’approccio alle pudenda femminili.  Abbiamo medichesse importanti, presso la famosa scuola medica Salernitana, in primis Trotula de Ruggero; in Germania la già citata Ildegarda de Bingen; poco altrove. Ma quest’apertura si esaurisce sul finire del XV secolo; il deprezzamento riemerge, vengono guardate con pregiudizio le donne esperte di erbe curative. Fin dall’antichità spesso erano le donne a curare con medicina empirica altre donne; poiché su di loro non c’erano terapie mirate. Le cosiddette sapienze femminili talvolta si ammantavano di superstizioni, e le medicatrici erano malviste. Ma neanche la conoscenza dell’anatomia migliorò di tanto le valutazioni.

La storia, però, nonostante oscurantismi, conservatorismi determinati da opportunità di ottiche di potere, cammina, ed è sempre la cultura l’asse portante. Il Rinascimento non ebbe una specifica attenzione alla donna, ma mettendo al centro la dignità dell’uomo inteso come essere umano, incluse anche lei permettendole visibilità su più fronti. È da qui probabilmente che partono i primi germi di un femminismo ante litteram. In Francia nel ‘600 fiorì l’associazione delle Preziose, donne che arrivarono perfino a rifiutare il matrimonio che impediva loro autonomia e cultura. In realtà, però, furono l'Illuminismo e la rivoluzione industriale, nel ‘700, a sdoganarle. L’industrializzazione portò grandi masse rurali in città, modificò il modo di vivere e produrre, venendo a incidere sui ruoli tradizionali e familiari; l’Illuminismo ebbe grande attenzione verso i problemi sociali, mostrando che la tanto sbandierata inferiorità femminile non era altro che il risultato dei limiti ad essa imposti.  Ma se le valutazioni sono mutate, se nascono i primi salotti letterari che discutono problemi culturali e politici, e le donne prendono parte a dibattiti, scrivono pamphlet, in termini giuridici poco o niente si realizza.

C’erano anche uomini di grandissimo livello, contrari: Voltaire le riteneva incapaci di scelte innovative. Rousseau era convinto che la donna, per tipologia sessuale, era interessata solo a piacere agli uomini, procreare e allevare figli. E durante la Rivoluzione francese, nonostante che le donne invocassero l'estensione universale dei diritti di libertà, uguaglianza e fraternità, senza preclusioni di sesso, niente venne attuato. E non sempre per volontà maschile. Emblematico il caso di Olympe de Gouges che nel 1791 pone i concittadini di fronte al ruolo negato alla donna nella vita pubblica. La de Gouges era una moderata e pagò per questo; furono le donne repubblicane le sue più feroci avversarie. Finì ghigliottinata nel 1793 con l’accusa di essersi immischiata nelle cose della Repubblica, dimentica delle virtù che convengono al suo sesso.

Nel 1792 Mary Wollstoncraft scrive in Gran Bretagna la prima opera femminista, intitolata Rivendicazione dei diritti delle donne in cui denuncia la forte discriminazione in atto. Ma l’‘800 porta le lancette dell’orologio indietro, a causa forse dei troppi problemi a carattere politico che prendono il sopravvento. L’Ottocento è rivoluzionario da un lato, dall’altro tende a collocare l’immaginario femminile nella fattispecie materna. La si descrive come l’angelo del focolare, incatenandola, di nuovo, a un ruolo ben preciso.

  La donna però, ha respirato aria nuova, ha conosciuto la partecipazione sociale e non è più disposta a rinunciare; cresce il numero di quelle che cercano un ruolo attivo nella società; il Risorgimento è vissuto anche con il contributo femminile; attivissime come Cristina di Belgioioso, straordinaria patriota e scrittrice, che nel 1866 chiede il riconoscimento dei diritti, facendo anche un’amara riflessione sulla penalizzante rivalità fra donne. Ma le leggi restano quelle: non hanno il diritto di esercitare la tutela sui figli legittimi, né vengono ammesse ai pubblici uffici. Se sposate non possono gestire il frutto del proprio lavoro. Hanno bisogno dell’autorizzazione maritale per gestire beni immobili, ipotecarli, cedere o riscuotere capitali. Le donne occupate nell’agricoltura non vengono riconosciute come lavoratrici, a meno che non siano proprietarie o affittuarie; e comunque lo stipendio percepito è meno della metà di quello percepito dagli uomini. Per le donne di classe medio alta parlare di lavoro fuori casa è disonorevole. La si giudicava ancora inadatta a frequentare scuole superiori e Università. Negli ultimi decenni del XIX secolo, tuttavia, il movimento per l'emancipazione della donna, grazie in specie ad Anna Maria Mozzoni e Anna Kuliscioff, si intrecciò con quello operaio e socialista. Il fulcro del problema restava il diritto di voto; per esso si batté tra le altre Maria Montessori.

  La prima guerra mondiale ‘15-18 sottrae in massa braccia maschili al lavoro, lasciando vuoti che le donne riempiono nei campi e nelle fabbriche. Alla fine della guerra niente può tornare come prima. La donna ha dimostrato capacità di tenuta enorme; si riapre il dibattito sul voto alle donne che il Partito popolare di Don Sturzo appoggia. I passi avanti, con il fascismo si bloccano; inizia una campagna di reintegro delle donne nella casalinghità, secondo lo slogan: “la maternità sta alla donna come la guerra all’uomo”. Lo si legge sui quaderni delle piccole italiane. Nel libro Politica della famiglia il teorico del fascismo Ferdinando Loffredo scrive: “La donna deve ritornare sotto la sudditanza assoluta dell’uomo, padre e marito; sudditanza e quindi inferiorità spirituale, culturale ed economica” e perché questo avvenga si consiglia di limitare l’istruzione professionale a favore di quella domestica, che la renda cioè una perfetta madre e padrona di casa.

  Il discorso è lungo e complesso. Si deve attendere la fine della seconda guerra mondiale. L’ottica è mutata. Nel 1945, grazie a De Gasperi e Togliatti, Umberto di Savoia approva il voto alle donne. Nel ’59 nasce il Corpo di polizia femminile con compiti sulle donne e minori. Nel ’61 si apre per loro la carriera diplomatica e l’accesso alla magistratura.  Il periodo definito sessantottino è troppo noto per soffermarcisi; va solo detto che la donna prende coscienza, anche grazie agli stereotipi televisivi, del fatto che i diritti conquistati non l’hanno affrancata sul serio, cioè è sempre vista tra frivola e casalinga. Una sorta di prigione da cui decide di uscire con la rivoluzione. E anche se, come in tutte le rivoluzioni, ci sono state forzature, esasperazioni che, col senno di poi, non sempre hanno giovato alla causa, bisogna dire che molti problemi posti sono stati dibattuti e risolti. Nel ’70 viene concesso il divorzio. Nel ’75 riformato il diritto di famiglia, garantendo parità legale dei beni e possibilità della comunione dei beni; nel ’77 è legalizzato l’aborto. In seguito è abolita la legge che comprendeva lo stupro e l’incesto fra i delitti contro la morale e non contro la persona.

  Quindi tanto cammino è stato fatto. Oggi la donna può raggiungere posizioni sociali e lavorative alla pari con l’uomo. Tutto bene quindi? In buona parte …  ma, essa continua a subire vessazioni, vittima di pregiudizi, violenze. La depressione, l’ansia, i sintomi psico-somatici sono correlati alla disparità fra le sue possibilità e i ruoli plurimi, di cui la carica la società. La violenza sessuale è all’ordine del giorno, consumata, assieme ad altre violenze, il femminicidio, molto spesso tra le mura domestiche; è statisticamente accertato che l’80% delle violenze proviene dalla cerchia familiare. In questi ultimi tempi l’involuzione sembra progredire, specie a causa del razzismo risorgente, con conseguente lievitazione d’intolleranza e aggressività unidirezionale. C’è sempre stato il razzismo, ma fino a che viene messo a tacere da una società civile che lo penalizza, lo denigra, è in parte tenuto a freno pur controvoglia, da chi ne è invaso, poiché c’è il pudore di proclamarlo.

  Succede anche che, mettendo in atto i freni inibitori, riesce perfino a operare un’evoluzione costruttiva per la comunità e può capitare che ci si apra a concetti di tolleranza, e in questa ritrovata ariosità del vivere si ritrovi il sorriso, si allontanino odio e brutalità. Se però i governi sono i primi a diffondere l’odio per il diverso, tollerare e forse anche istigare alla violenza, eventualmente adoperarla solo a fini propagandistici contro gli strati più svantaggiati, gli indifesi, si arriva alla famosa “banalità del male” in cui ogni più turpe azione è minimizzata. Si dà la stura al peggio che è in noi, si allargano le maglie della morale, imbrigliati dentro un benessere o ricerca di esso che alla fine produce spesso una svendita di sé. Si ritorna al coltello, fra poco alla clava.

  Anche la donna, (non solo i migranti) rientra in questo clima; risorge con protervia la prepotenza maschile che si ritiene il proprietario della donna, e a un rifiuto la malmena e la uccide. Come i migranti per i quali non c’è interesse perché seguano un percorso di studi in grado di collocarli in manodopera specializzata, non c’è interesse a sistemarli in paesi abbandonati con un incentivo iniziale, perché producano, arricchendo invece alberghi che  vengono lautamente pagati per tenerli inoperosi, vaganti, con pochi euro in tasca ( e poi è chiaro di chi saranno preda), e  si crea per loro una cattedrale miliardaria nel deserto in Albania, con sapore detentivo, è chiaro che non si vuole integrarli; così la donna, in quest’ottica è sempre più preda da cacciare e possedere, spesso le denunce per stupro si vanificano riemergendo l’antico costume di strapazzarle e non prestar loro fede.

  L’aver sostituito il “non consenso” con il “dissenso” penalizza ancor più; si crea l’obbligo in chi è magari impedita, timida, debole, frastornata dal bere impostole, di non contrastare a sufficienza. Un brutto segnale, una involuzione tristissima. Il fatto è che l’emancipazione in ogni senso passa per l’etica la cultura; lo ripeto da sempre, ho cercato di inculcarlo nei miei alunni; sono esse che la mettono in grado di affrontare problemi lavorativi, giuridici, tecnici. Se non si trova la forza di dare una spallata agli incolti e prevaricatori la nostra civiltà, in mano a gente di cui è inutile far nomi, che ignora e disprezza il diritto internazionale, e tutti zitti, prostrati quasi, è destinata a un rapido declino. Questi 80 anni di storia sono stati un traguardo, non vanifichiamolo.

  Gabriella Izzi Benedetti, de.it.press 1.6.

 

 

 

 

 

Europei nell’essere

 

Esiste, da anni, un Parlamento UE, eletto suffragio universale, che rappresenta oltre ottocento milioni di cittadini dei Paesi che hanno aderito all’ Unione. Esiste, inoltre, una Corte i Giustizia e una Banca Europea (BCE). Insomma, l’UE rappresenta un’imprescindibile realtà socio/politica. Ma anche economica, non solo nel Vecchio Continente. Il nostro Paese è stato uno dei primi a credere in una Federazione Europea. A Roma sono nate tutte quelle premesse che hanno portato all’attuale realtà. Che l’idea sia stata buona è anche confermato dal fatto che altri Paesi d’Europa intenderebbero farne parte.

L’Italia, però, ha ancora da affrontare suoi problemi interni e internazionali. Certo è che ci sono, tuttora, delle mete interiori da conquistare. Tuttavia essere europei è importante. Sotto ogni profilo. Del resto, oltre tre milioni di cittadini italiani vivono in altri Paesi UE e la loro integrazione si è realizzata in termini ormai più che fisiologici. Quindi, italiani sì, ma anche cittadini d’Europa. Senza preconcetti di sorta.

La nostra Comunità nel Vecchio Continente è, ora, più numerosa di quella in essere nelle Americhe. Mostrarsi europei, quindi, significa anche condividere una realtà ben più articolata di quella vissuta sul territorio nazionale e nel resto del mondo. Mentre riteniamo che in questo nuovo Millennio la società europea sarà ampiamente multi etnica, potrebbe essere varata anche una Costituzione Europea e, dati i tempi, un esercito comunitario. Il tutto “rafforzato” da una Costituzione Europea.

Pur se ci vorrà ancora tempo per superare alcuni comportamenti tipicamente “nazionalisti”, non verrà meno l’impegno per andare oltre. Superati i compromessi, il futuro che ci attende favorirà anche il rilancio dello sviluppo socio/economico tra gli Stati membri. L’Italia ne ha estremo bisogno. Perché essere “parte” di un “, tutto” resta una garanzia che, oggi, non ci può trascurare. Insomma, essere cittadini d’Europa, a nostro avviso, resta una garanzia imprescindibile.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Patronati. Il diritto alla disoccupazione in Europa: requisiti e trasferibilità

 

In cerca di lavoro. Si portano alcuni diritti con sé. Foto: magnific.com

Rubrica a cura dei patronati Acli Germania, Inca Cgil e ItalUil. Questo mese a cura di Lara Galli di Inca Cgil.

Silvano Ardemagni vive e lavora in Italia. È stato licenziato perché l’azienda dove lavora chiude. È una storia fittizia ma verosimile. Lui ha diritto al sussidio di disoccupazione in Italia, vuole però trasferirsi all’estero perché, con le sue qualifiche, spera di trovare rapidamente un nuovo impiego. Ma nei periodi in cui è senza lavoro può prendere il sussidio se sta in Germania?

Il sussidio di disoccupazione rappresenta uno dei principali strumenti di tutela sociale previsti dai sistemi previdenziali europei. La libera circolazione dei lavoratori nell’Unione europea comporta la necessità di garantire la tutela dei diritti sociali anche in caso di mobilità tra Stati membri. Per assicurare questa continuità di tutela nel caso specifico della disoccupazione, l’UE ha introdotto un sistema di coordinamento basato sul Regolamento (CE) n. 883/2004 e sul relativo regolamento di applicazione n. 987/2009, che stabiliscono le norme comuni per armonizzare le prestazioni tra i diversi Paesi membri.

Il Regolamento non crea un sistema unico europeo di Welfare, non uniforma le legislazioni nazionali vigenti. Lo scopo di questo regolamento è garantire la tutela della protezione in caso di disoccupazione coordinando i sistemi nazionali in base a tre principi fondamentali:

*       unicità della legislazione applicabile

*       totalizzazione dei periodi assicurativi

*       esportabilità delle prestazioni

Andiamoli a vedere uno per uno.

1. Unicità della legislazione applicabile ovvero quale Stato paga la disoccupazione?

È lo Stato dell’ultima occupazione che ha la competenza sul sussidio di disoccupazione. Chi ha lavorato da ultimo in Germania dovrà presentare domanda per il sussidio tedesco (ALG I Arbeitslosengeld I), anche se ha lavorato in precedenza in altri Paesi UE. Il nostro Silvano Ardemagni invece lo farà in Italia.

Esistono, naturalmente, delle eccezioni; ad esempio per i lavoratori frontalieri.

2. Totalizzazione dei contributi: un diritto fondamentale

Uno degli strumenti più importanti previsti dal diritto europeo è la totalizzazione dei contributi. Questo significa che i periodi di lavoro maturati in diversi Stati membri vengono sommati per raggiungere il requisito minimo e perfezionare il diritto.

Facciamo un esempio:

*       8 mesi di prestazione di attività lavorativa in Italia

*       4 mesi in Germania

possono essere sommati per ottenere il diritto alla disoccupazione in Germania.

Per poter dimostrare i periodi di lavoro in un altro Paese e dunque farli valere, è necessario presentare il Modello U1 (riassunto dei periodi di lavoro degli ultimi 30 mesi). In Germania si chiama Bescheinigung U1.

Attenzione: è comunque necessario almeno che l’ultimo periodo di lavoro sia stato svolto nello Stato nel quale si presenta domanda.

In Germania il sussidio di disoccupazione principale si chiama “Arbeitslosengeld I (ALG I)”. Le condizioni per poterlo ricevere o, come si dice in gergo, per il perfezionamento del diritto sono:

*       almeno 12 mesi (anche non consecutivi) di contributi negli ultimi 24 mesi

*       perdita involontaria del lavoro

*       iscrizione presso l’ufficio di collocamento (Bundesagentur für Arbeit)

*       disponibilità immediata al lavoro.

Qui interviene il diritto UE: i contributi esteri possono essere conteggiati tramite il modulo U1.

3 Esportabilità della prestazione

Il diritto europeo consente di continuare a percepire la disoccupazione mentre si cerca lavoro in un altro Paese UE a queste condizioni:

*       essere già titolari del sussidio

*       essere iscritti come disoccupati da almeno quattro settimane

*       richiedere autorizzazione prima di partire (modello U2).

Durata del sussidio di disoccupazione è di tre mesi, prorogabili fino a sei mesi.

Nel Paese di destinazione è obbligatorio:

*       iscriversi entro 7 giorni al centro per l’impiego locale

*       rispettare le regole di controllo (colloqui, disponibilità, ecc.)

Il pagamento continua a essere effettuato dallo Stato di partenza (es. Germania o Italia per Silvano Ardemagni).

Come procedere per la richiesta di esportazione del sussidio di disoccupazione?

Innanzitutto, il trasferimento da uno Stato all’altro non è automatico ma è necessario richiedere il modello U2 all’ente che eroga il sussidio. L’U2 va presentato al Paese di destinazione. Silvano Ardemagni deve presentare il suo U2 in Germania all’ufficio di collocamento tedesco.

Viceversa, dalla Germania all’Italia il lavoratore che perde il lavoro in Germania, deve iscriversi come disoccupato in Germania, richiedere il modulo U2, poi si trasferisce in Italia ed entro sette giorni deve recarsi al centro per l’impiego locale. Trascorsi i tre è necessario tornare in Germania per poter continuare a percepire i mesi di prestazione ancora spettante. Lara Galli, CdI 20.5.

 

 

 

 

 

Dal 1° giugno CIE nei Comuni italiani per gli iscritti AIRE

 

Roma.  “Grande vittoria per gli italiani all’estero: dal 1° giugno 2026 i cittadini italiani residenti all’estero e iscritti all’AIRE possono finalmente richiedere la Carta d’Identità Elettronica anche presso qualsiasi Comune italiano, e non più soltanto tramite il Consolato competente”.

Lo afferma l’On. Simone Billi, Presidente del Comitato per gli Italiani nel Mondo della Camera dei Deputati.

“È un risultato concreto del lavoro che ho portato avanti in Parlamento e del positivo confronto con il Governo per dare una risposta pratica a una richiesta molto sentita dai nostri connazionali iscritti AIRE. La Circolare DAIT n. 54/2026 del Ministero dell’Interno, pubblicata il 29 maggio 2026, conferma che gli adeguamenti tecnologici sono stati completati e che la nuova funzionalità è operativa dal 1° giugno”.

Il quadro è ora chiaro. La Legge 19 gennaio 2026, n. 11 è la base normativa che ha introdotto questa nuova possibilità. La Circolare DAIT n. 35 del 27 marzo 2026 aveva già illustrato le principali novità della legge. La Circolare DAIT n. 54 del 29 maggio 2026 rappresenta invece il passaggio operativo decisivo, perché comunica ai Prefetti, ai Comuni e alle amministrazioni coinvolte che la procedura è pronta e utilizzabile.

Alla Circolare n. 54 sono allegati anche due documenti tecnici molto importanti. Il primo spiega il procedimento per gli iscritti AIRE: prenotazione, eventuale nulla osta del Comune di iscrizione AIRE, verifica dei dati anagrafici, acquisizione degli elementi biometrici, produzione e spedizione della CIE. Il secondo riguarda le nuove funzionalità di Agenda CIE, tra cui l’obbligo di indicare un indirizzo e-mail, l’estensione del tempo per completare la prenotazione e la possibilità di appuntamenti prioritari anche per chi ha un viaggio imminente.

Per gli italiani all’estero questo significa una cosa molto semplice: chi è iscritto AIRE può rivolgersi al proprio Comune AIRE oppure a un altro Comune italiano. La prenotazione può avvenire tramite Agenda CIE o secondo le modalità previste dal singolo Comune. La carta potrà poi essere consegnata in Italia, presso l’indirizzo indicato o presso il Comune, oppure all’estero, presso l’indirizzo di residenza AIRE o, in alcuni casi, presso il Consolato competente.

“Invito tutti i connazionali interessati a verificare subito la propria situazione, soprattutto in vista della cessazione della validità delle carte d’identità cartacee. Gli avvisi pubblicati anche da numerose sedi consolari confermano l’importanza di questa novità e aiutano i cittadini a orientarsi tra i due canali disponibili: Consolato o Comune italiano”.

“Questa non è solo una semplificazione amministrativa: è un segnale concreto di attenzione verso milioni di italiani che vivono fuori dai confini nazionali, ma che restano pienamente parte della nostra comunità nazionale”. On. Simone Billi, de.it.press 6

 

 

 

 

 

La Conferenza dei Consoli d’Italia nel mondo

 

ROMA – Il Ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha aperto alla Farnesina la Conferenza dei Consoli d’Italia nel mondo, il principale appuntamento dedicato alla rete consolare italiana e all’assistenza in favore degli oltre 7 milioni di cittadini italiani residenti all’estero. Si tratta della prima Conferenza dei Consoli dopo otto anni: l’ultima edizione si è svolta nel 2018. Alla sessione inaugurale è intervenuto anche il Ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, insieme a rappresentanti del settore privato, tra cui gli Amministratori delegati e dirigenti di ITA Airways, Poste Italiane e Trenitalia. Alla Conferenza sono stati previsti 172 partecipanti tra Consoli Generali, Consoli, Coordinatori consolari e Capi delle Cancellerie consolari delle Ambasciate, in rappresentanza di gran parte delle sedi consolari italiane nel mondo. È stata inoltre coinvolta una rappresentanza di Consoli onorari. Nel 2025 la Rete consolare ha rilasciato oltre mezzo milione di passaporti, oltre 200mila Carte d’Identità Elettroniche (+18% rispetto all’anno precedente), ed effettuato 4.085 interventi di assistenza consolare coordinando 125 rimpatri sanitari. Nel quadro della Conferenza dei Consoli d’Italia nel mondo, sono state presentate nuove iniziative volte a rafforzare l’erogazione di servizi sempre più efficaci e vicini alle esigenze dei cittadini italiani all’estero.

Il Ministro degli Esteri Antonio Tajani e il Presidente di ITA Airways Sandro Pappalardo hanno firmato la Convenzione tra il MAECI e ITA Airways relativa al progetto “Turismo delle Radici”, finalizzato a promuovere i viaggi di ritorno degli italiani e degli italo-discendenti residenti all’estero verso i territori di origine, nonché a favorire le missioni commerciali, attraverso specifiche agevolazioni. Tajani ha altresì annunciato l’entrata in funzione, a partire da oggi, della nuova “Sala Servizi ai Cittadini”, i cui lavori sono stati completati. La Sala costituisce una struttura all’avanguardia per l’erogazione dei servizi consolari e per l’assistenza ai connazionali in difficoltà all’estero, con l’obiettivo di rispondere in modo sempre più efficace alla crescente domanda di servizi e di rafforzare il coordinamento con la rete consolare all’estero.

Nel suo intervento il Ministro Antonio Tajani ha in primo luogo ricordato come alla sfilata del 2 giugno abbia partecipato anche una rappresentanza della rete diplomatica e consolare insieme all’Unità di Crisi. “Siete un po’ i sindaci d’Italia nel mondo facendovi carico dei problemi dei nostri connazionali”, ha rilevato Tajani rivolgendosi direttamente ai consoli e menzionando la riforma del Maeci in vigore da inizio 2026 che ha apportato anche un incremento dell’attività per i servizi ai cittadini, nonché per la sicurezza dei dati conservati negli archivi digitali. “Non si tratta di cambiamenti burocratici ma di un nuovo modo di fare politica estera guardando ai cittadini italiani nel mondo puntando a una maggiore efficienza. Ogni Consolato è una sorta di municipio dove ogni italiano può trovare un punto di riferimento”, ha aggiunto il Ministro ricordando l’importanza anche di quello che si sta facendo a livello economico con la creazione di una Direzione generale per la crescita. Tajani ha poi espresso soddisfazione per i dati Istat sull’export che rappresenta circa il 40% del nostro Pil ed è quantificabile in circa 650 miliardi con l’obiettivo di raggiungere i 700 miliardi entro fine legislatura: l’export vede una crescita costante, ad esempio lo scorso anno l’incremento è stato di circa il 3,3% e la tendenza sembrerebbe continuare. Una priorità per Tajani è comunque quella di dare più servizi e assistenza ai connazionali all’estero, garantendo anche maggiore sostegno alle imprese che esportano e vogliono internazionalizzarsi. “Il nostro compito è servire i cittadini con disponibilità”, ha precisato il Ministro ricordando il momento di crisi causato in primis dai conflitti nel Golfo e in Ucraina, nonché il grande lavoro svolto da tutta la rete diplomatica e consolare, con l’ausilio anche delle forze militari, per far rientrare migliaia di connazionali che si erano trovati bloccati nel momento dello scoppio del conflitto tra Iran e USA. Tajani ha poi ringraziato particolarmente i Consoli onorari il cui contributo, di natura volontaria, integra il lavoro dei dipendenti del Ministero degli Esteri. Il Ministro ha anche ricordato il positivo contributo dato della Console Onoraria d’Italia a Malé Giorgia Marazzi per il rientro in Italia dei tanti connazionali rimasti bloccati nell’area per la crisi nel Golfo : “è un modello di Console onorario per come ha incarnato il ruolo”, ha commentato Tajani. Il Ministro ha anche ricordato il lavoro svolto in favore degli italiani in Venezuela e delle vittime della tragedia di Crans Montana. “La digitalizzazione dei servizi consolari è un’altra priorità: stiamo accogliendo tutte le opportunità offerte dalle nuove tecnologie”, ha spiegato Tajani ricordando che sono aumentati anche i controlli e le ispezioni all’insegna della legalità e della sicurezza. Il Ministro poi ringraziato le aziende partner presenti per il contributo dato anche nel progetto PNRR del turismo delle radici, dedicato agli italo-discendenti e particolarmente incentrato nel rilancio dei borghi e delle aree interne: ci sarà un evento della Farnesina proprio su tale tematica la prossima domenica; una menzione per il supporto agli italiani all’estero è andata poi al ruolo dei Comites e del CGIE. Sul fronte della cultura, Tajani ha elogiato l’incremento dello studio della lingua italiana nel mondo, con una crescita delle borse di studio concesse; infine è stato ricordato il lancio della comunità dell’Italofonia, un’esperienza che verrà ripetuta a breve. Tajani ha quindi parlato del turismo ricordando che nel 2025 si sono registrati circa 477milioni di presenze nel nostro Paese e nel primo trimestre di quest’anno i valori continuano a essere positivi con riflessi interessanti anche sul fronte dell’occupazione. “La cittadinanza è una cosa seria: essere cittadini significa conoscere la storia e la lingua del nostro Paese”, ha spiegato Tajani parlando della recente riforma sulla cittadinanza. Il Ministro Tajani ha voluto anche ricordare il Sergente Mohamed Mahudhee, sub delle Forze di Difesa delle Maldive, deceduto durante le operazioni di ricerca dei corpi dei cinque connazionali periti durante un’immersione lo scorso 14 maggio. Il titolare della Farnesina ha ribadito l’impegno per conferire una ricompensa al valore civile e ad avviare una sottoscrizione in favore della famiglia del Sergente.  “Proteggete i nostri connazionali e promuovere l’interesse nazionale: sono compiti molto delicati che richiedono equilibro, ascolto e competenza amministrativa”, ha spiegato il Ministro Matteo Piantedosi ponendo in parallelo il ruolo dei Prefetti in Italia e quello dei Consoli all’estero, dando prossimità allo Stato rispetto al cittadino. Per il Ministro il raccordo tra Esteri e Interni appare fondamentale anche nel contrasto ai flussi migratori irregolari, considerando poi il nuovo piano europeo dedicato al fenomeno migratorio. Piantedosi ha anche richiamato il lavoro svolto dalla rete diplomatica e consolare per l’esercizio del diritto di voto all’estero. C’è stato inoltre il potenziamento del ruolo degli esperti di sicurezza nelle sedi estere. “Considero il nostro rapporto non solo una necessità operativa ma un valore strategico per il Paese, rafforzando la sicurezza nazionale e rendendo più efficace la proiezione internazionale dell’Italia”, ha aggiunto il Ministro dell’Interno. Matteo Del Fante, Amministratore delegato di Poste Italiane, ha espresso apprezzamento ai Consoli per il lavoro svolto in favore anche delle imprese italiane esportatrici. Poste Italiane ha inoltre realizzato un annullo filatelico speciale per la Conferenza dei Consoli 2026.  Sandro Pappalardo, Presidente di ITA Airways, ha ricordato che turismo e trasporti rappresentano un binomio ormai imprescindibile, “in un’ottica di sistema Paese”. Ad oggi la compagnia conta su una flotta di 106 aeromobili: il 74% è di nuova generazioni. “Abbiamo l’ambizione di arrivare al 2030 come compagnia più giovane d’Europa, in termini di vita di aeromobili”, ha spiegato Pappalardo definendo poi il turismo delle radici come “una grande opportunità” e la compagnia intende essere “un ponte facilitatore per queste persone che vogliono andare a visitare dove sono nati nonni e genitori”, ha precisato Pappalardo. Stefano Cuzzilla, Presidente di Trenitalia, ha spiegato che i Consoli sono per molte persone “il primo volto dell’Italia” sottolineando la funzione del sistema Paese che porta risultati quando lavora all’unisono. Cuzzilla ha ricordato che Trenitalia rappresenta invece spesso il primo mezzo di trasporto a disposizione di coloro che toccano il suolo italiano. “Non parliamo più di trasporto aereo e ferroviario come mondi separati ma di un’unica grande esperienza intermodale”, ha aggiunto il Presidente di Trenitalia sostenendo che l’intermodalità è indispensabile per “un turismo moderno e all’avanguardia”. Cuzzilla ha anche ricordato che la stazione è spesso il simbolo di quella emigrazione storica che viene oggi rievocata con il turismo delle radici che “non è solo uno spostamento ma viaggio emotivo”. Ministro Tajani ha infine conferito alla Console Onoraria d’Italia a Malé, Giorgia Marazzi, l’onorificenza di Commendatore dell’Ordine della Stella d’Italia, in riconoscimento dell’assistenza prestata ai connazionali durante la recente crisi nel Golfo. Marazzi, ricevendo l’onorificenza ha ricordato i suoi 20 anni di servizio “svolto con impegno, dedizione e profondo senso delle istituzioni” ringraziando l’Ambasciatore Salvatore Zotta che nel 2002 la scelse sul campo per questo incarico. “La sua fiducia è stata per me l’inizio di un percorso”, ha sottolineato Marazzi evocando la grande responsabilità del ruolo di Console onorario quale parte integrante di una rete che contribuisce a rendere l’Italia più vicina ai cittadini sui territori. “Siamo una presenza fisica, una voce e una sicurezza per i connazionali nei momenti di difficoltà”, ha aggiunto Marazzi parlando di relazioni che si costruiscono negli anni. (Inform 12)

 

 

 

 

 

 

La rete consolare in numeri

 

ROMA - Il Ministro degli Esteri Antonio Tajani ha aperto questa mattina la Conferenza dei Consoli d’Italia nel mondo.

Composta da 176 Consolati di carriera e 330 Consolati onorari, distribuiti in tutti i continenti, la rete consolare rappresenta il principale punto di contatto tra lo Stato e le comunità italiane nel mondo. Offre servizi e assistenza a oltre 7,3 milioni di cittadini italiani residenti all’estero. Argentina, Brasile e Germania ospitano le più numerose comunità italiane. Un cittadino italiano residente all’estero su sei vive in America Latina.

“Priorità” della Farnesina è migliorare l’accessibilità e l’efficienza dei servizi ai cittadini attraverso la digitalizzazione delle procedure consolari. La digitalizzazione – precisa il Maeci – è realizzata in stretto raccordo con il Ministero dell’Interno, per consentire la gestione integrata delle procedure anagrafiche, documentali ed elettorali degli italiani all’estero.

Nel 2025 la Rete consolare ha rilasciato 554.083 passaporti e ha emesso 202.026 Carte d’Identità Elettroniche (CIE). Circa il 90% delle iscrizioni AIRE viene inoltre gestito attraverso il portale digitale Fast It, che ha raggiunto 2.707.260 utenti registrati.

Oltre 5 milioni di elettori residenti all’estero hanno votato per corrispondenza in occasione del Referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026, coinvolgendo oltre 200 sedi diplomatico-consolari nella gestione delle procedure elettorali. Sono stati organizzati 80 voli dedicati per il trasporto in Italia delle schede votate all’estero.

Nel 2025 sono stati effettuati 4.085 interventi di assistenza consolare a favore di cittadini italiani all’estero, di cui 125 rimpatri sanitari. Le sedi consolari hanno poi svolto un ruolo cruciale nella gestione della crisi del Golfo del marzo 2026, organizzando il rimpatrio di circa 10.000 cittadini italiani dai Paesi del Golfo.

Altro importante compito della rete consolare consiste nella promozione della lingua, della cultura e della formazione italiana nel mondo. Nel 2025 sono stati finanziati 304 contributi universitari in 66 Paesi e sono state assegnate 1.368 borse di studio a studenti internazionali e italiani residenti all’estero. Sono stati inoltre concessi 387 contributi per la traduzione e diffusione di opere italiane nel mondo, rafforzando così i legami tra l’Italia e le comunità di cittadini all’estero. (aise 12) 

 

 

 

 

 

 

Il dibattito sulla nuova legge elettorale sul voto all’estero

 

ROMA – Prosegue alla Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati l’esame del provvedimento recante disposizioni in materia di elezioni della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica.  Nel corso dei lavori dal relatore Angelo Rossi (FdI) è stato proposto un nuovo testo base C. 2822 Bignami che, dopo un breve ciclo di audizioni informali previste per il 3 giugno,  potrebbe essere adottato dalla Commissione. Nel testo vi è anche uno specifico articolo, il numero 4, dedicato al voto degli italiani all’estero. “Ai sensi dell’articolo 26 della legge 27 dicembre 2001, n. 459, entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, – si legge nel testo – sono apportate modifiche al decreto del Presidente della Repubblica 2 aprile 2003, n. 104, volte a garantire la libertà, la sicurezza e la segretezza del voto degli italiani all’estero, nell’osservanza dei seguenti princìpi: introduzione di misure per garantire che il processo di stampa delle schede e dei certificati elettorali si svolga in modo da evitare la stampa di schede e certificati non autorizzati; disciplina della spedizione dei plichi dai Consolati al domicilio degli elettori, con introduzione di misure per contrastare i fenomeni di furto o smarrimento del materiale elettorale; disciplina delle modalità del voto per corrispondenza con l’introduzione di modalità volte a consentire la verifica dell’identità di chi compila le schede elettorali e a contrastare ogni forma di condizionamento o coercizione nell’esercizio del voto e la possibilità che gli elettori esprimano un voto multiplo; introduzione di misure per rendere più efficace ed agevole la verifica della validità del voto espresso per corrispondenza in occasione delle operazioni di scrutinio delle schede elettorali pervenute dall’estero.  Lo schema di regolamento – prosegue il testo – di cui al comma 1 è corredato di una relazione tecnica che dia conto della neutralità finanziaria del medesimo ovvero dei nuovi o maggiori oneri da esso derivanti e dei corrispondenti mezzi di copertura. Si applica l’articolo 17, comma 2, della legge 31 dicembre 2009, n. 196. Qualora, alla data di convocazione dei comizi elettorali per le nuove elezioni della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica, non sia entrato in vigore il regolamento di cui al comma 1, trovano comunque applicazione le disposizioni di cui al decreto del Presidente della Repubblica 2 aprile 2003, n. 104, vigenti alla data di entrata in vigore della presente legge”.  Nel corso del dibattito in Commissione il deputato del Pd Federico Fornano ha sottolineato come nella parte del provvedimento riguardante il voto degli italiani all’estero vi sia un alto livello di incertezza e imprevedibilità. Ai dubbi sollevati dal deputato ha risposto il Presidente della I Commissione Nazario Pagano che ha evidenziato come l’intervento sul voto degli italiani all’estero sia volto a contrastare il rischio di contraffazione e non a modificare il sistema di voto. Dal canto suo il relatore Rossi ha rilevato come nel corso delle audizioni siano state date indicazioni chiare circa la necessità di contrastare i rischi di contraffazione del voto degli italiani all’estero. In questo ambito, per il relatore, appare necessario introdurre elementi di certezza del voto, anche con l’ausilio di supporti informatici, con riguardo al processo di stampa delle schede e dei certificati elettorali, alla disciplina della spedizione dei plichi dai Consolati al domicilio degli elettori, alla verifica dell’identità di chi compila le schede elettorali, al contrasto ad ogni forma di condizionamento o coercizione nell’esercizio del voto e alla possibilità che gli elettori esprimano un voto multiplo, nonché alla verifica della validità del voto espresso per corrispondenza in occasione delle operazioni di scrutinio delle schede elettorali pervenute dall’estero. Il relatore ha ribadito in conclusione la convinzione che tutti siano d’accordo su tale esigenza. Su questo punto i deputato Filiberto Zaratti (AVS) ha espresso preoccupazione per le spiegazioni fornite dal relatore sul voto degli italiani all’estero, in quanto si rischia di introdurre con il nuovo testo una vera e propria delega in bianco al Governo. Secondo il deputato, al contrario, sull’argomento andrebbero dettate norme precise e non esclusivamente principi, trattandosi di una proposta di legge elettorale. Da segnalare anche l’intervento del deputato del Pd Toni Ricciardi, eletto nella ripartizione Europa,  che, in riferimento alla questione della mancata certezza del voto degli italiani all’estero, ha fatto presente come ci siano già diverse proposte da parte del Poligrafico dello Stato e del Consiglio generale degli italiani all’estero in relazione, per esempio, alla garanzia del processo di stampa e di spedizione dei plichi. Nel sottolineare che su tali aspetti la questione non si ponga, il deputato ha evidenziato come tuttavia che anche ad una lettura superficiale del nuovo testo emergano elementi di preoccupazione. In primo luogo per la parte del nuovo testo della proposta di legge C. 2822 in cui si fa riferimento alla disciplina delle modalità del voto per corrispondenza con l’introduzione di procedure volte a consentire la verifica dell’identità di chi compila le schede elettorali e a contrastare ogni forma di condizionamento o coercizione nell’esercizio del voto e la possibilità che gli elettori esprimano un voto multiplo. Un aspetto che, per il deputato, potrebbe portare all’introduzione dell’inversione dell’opzione di voto con previa registrazione dell’elettore. Una modifica che comporterebbe il rischio di un abbattimento della partecipazione. Ricciardi ha quindi infine ribadito che un conto sono gli interventi di natura tecnico organizzativa e un altro conto è la modifica delle modalità del voto. Dal canto suo la deputata Carmela Auriemma (M5S) ha rilevato come le disposizioni, volte a garantire la sicurezza e l’integrità del voto degli italiani all’estero, sembrino porsi in contraddizione con la clausola di invarianza finanziaria contenuta nel nuovo testo. Su questo tema è intervenuto anche il deputato Giovanni Donzelli (FDI) che ha osservato come le disposizioni sul voto degli italiani all’estero non incidano sul sistema elettorale ma si limitino a intervenire sulle modalità di esercizio del voto. Ha poi di nuovo ripreso la parola il relatore Rossi che sulle nuove norme relative al voto degli italiani all’estero, ha sottolineato come non si tratti di una delega, ma di una soluzione che si colloca nel solco di quanto previsto dalla legge n. 459 del 2001, vale a dire un decreto del Presidente della Repubblica, previo parere del Consiglio di Stato e delle Commissioni parlamentari competenti. Il relatore ha inoltre condiviso il richiamo del deputato Ricciardi alle proposte del Poligrafico dello Stato sulla stampa delle schede e l’invio dei plichi per il voto degli italiani all’estero e ha sottolineato come tale aspetto, al pari anche di ogni elemento utile a delineare la cornice dell’intervento governativo, potranno costituire oggetto di proposte emendative. (Inform 30.5.)

 

 

 

 

 

L’assistenza consolare ed il ruolo dei Consoli Onorari

 

ROMA – Nell’ambito della Conferenza dei Consoli Italiani nel Mondo si svolto alla Farnesina il panel sul tema “L’assistenza consolare ed il ruolo dei Consoli Onorari”. Ha moderato l’incontro la Direttrice Generale per i Servizi ai Cittadini all’Estero e le Politiche Migratorie Silvia Limoncini, la quale ha ringraziato l’Ambasciatore Guariglia per l’attenzione che ha dedicato alla materia consolare. Ha poi preso la parola lo stesso Segretario Generale della Farnesina Riccardo Guariglia che dopo aver ringraziato la Direttrice Limoncini e tutta la squadra organizzatrice dell’evento ha affermato rivolgendosi ai consoli: “Il vostro è un lavoro estremamente formativo con un’assunzione di responsabilità da parte di tutti voi per la gestione di un ufficio e delle varie mansioni: da quella della gestione del personale, a quella contabile. Ma soprattutto il bello del vostro del lavoro è quello del valore umano del lavoro che viene svolto, perché voi vi rapportate con i nostri connazionali all’estero. Che siano di passaggio o residenti, bisogna comunque risolvere i loro problemi, perché questo è quello che facciamo. Avete posto in essere con successo – ha proseguito Guariglia –  la riforma della Farnesina che è entrata in vigore il primo gennaio di quest’anno. Con la nuova riforma è ancora più diretto il nostro servizio verso il cittadino”. “Nel mondo – ha continuato il Segretario Generale – ci sono 7,4 milioni di italiani residenti all’estero e altri luoghi dove tanti nostri connazionali sono di passaggio, ad esempio alle Canarie dove abbiamo aperto un Consolato, che serve una collettività che è composta da circa 50mila connazionali, però ogni anno passano in quest’area più di mezzo milione di italiani. Questi italiani sono quelli che hanno più bisogno di noi, perché il connazionale residente ha necessità di rinnovare il passaporto o di ricevere i plichi elettorali, tutti servizi prevedibili. Invece i connazionali di passaggio hanno le esigenze più disparate, dall’incidente con la criminalità, alla perdita dei documenti ”. “La riforma della Farnesina – ha poi spiegato Guariglia dopo aver segnalato che la popolazione italiana all’estero sta crescendo –  non è solo una scelta amministrativa, ma anche una scelta di priorità, che vuole porre il servizio al cittadino al centro del Ministero. In questo ambito l’attenzione dell’amministrazione è mirata molto all’apertura di nuove sedi consolari al fine di offrire migliori servizi ai nostri connazionali”. “Poche settimane fa sono stato – ha ricordato il Segretario Generale – ad inaugurare la sede di Porto Alegre. Sono stati acquistati tre piani di un edificio, sono stati fatti dei lavori per renderlo ben fruibile al pubblico, ovviamente anche per renderlo più sicuro. Questi sono investimenti che l’amministrazione fa proprio per migliorare il servizio al cittadino”. “Il vostro lavoro – ha poi rilevato Guariglia rivolgendosi ai consoli- deve ben visualizzato e trasparente. I connazionali devono conoscere i servizi anche nuovi che vengono offerti, per far sì che il connazionale quando si reca in consolato non perda la fiducia nella pubblica amministrazione e per questo è molto importante lo strumento della comunicazione… I consoli – ha aggiunto – devono essere sempre disponibili e pronti, devono avere equilibrio, devono avere sensibilità”.  “I consoli onorari sono delle vere e proprie antenne delle ambasciate, che lavorano nelle proprie circoscrizioni, e talvolta sono gli unici presidi presenti in un Paese, come nel caso delle Maldive”, ha continuato il Segretario Generale sottolineando come i consoli onorari siano parte integrante della capacità di risposta della Farnesina alle esigenze della nostra collettività.  “Mi compiaccio anche io – ha aggiunto – per i risultati che sono stati conseguiti in termini di assistenza alla collettività da parte di tutti voi. Nel 2025 oltre 4mila interventi di assistenza sono stati effettuati e dietro ad ognuno di questi ci sono delle persone, famiglie che sono state assistite dai nostri consolati. 2600 detenuti all’estero sono stati assistiti con visite regolari da parte del personale.  90 evacuazioni, 500 minori sottratti, sono tutti casi che ovviamente impegnano tutti quanti voi e vanno gestiti con molta determinazione”. “Io credo – ha poi rilevato Guariglia – che ci siano margini di miglioramento, abbiamo anche istituito questa Unità per la semplificazione, ed ogni suggerimento è preso in considerazione sia da parte del personale del ministero sia da parte dei cittadini. Stiamo anche pensando di inserire l’intelligenza artificiale all’interno dei servizi consolari per migliorare l’assistenza al cittadino”. “Come Farnesina – ha poi segnalato il Segretario Generale – ci stiamo avvalendo tantissimo anche del lavoro dei consoli stranieri in Italia…Noi adesso stiamo lanciando tutte queste meravigliose iniziative di turismo delle radici ed i consoli onorari stranieri possono lavorare da sponda per promuovere il territorio”. Per Guariglia inoltre “la promozione del territorio, grazie all’iniziativa del turismo delle radici, è diventata una nuova frontiera delle attività della Farnesina, perché fino ad ora la Farnesina non si era mai occupata di promuovere un territorio italiano, invece adesso questo viene fatto con i fondi del PNRR che passano per il Ministero”. “L’amministrazione centrale – ha concluso Gauriglia – anche con la creazione della Sala per l’assistenza consolare, è intenzionata a supportare sempre di più i consolati ed invita a giocare di squadra con tutti noi, perché giocando di squadra si è vincenti”. Ha poi preso la parola Giulia De Nardis Capo cancelleria consolare al Cairo. “L’Egitto – ha esordito De Nardis  – è un paese molto amato dagli italiani. Abbiamo 7mila iscritti AIRE, ma soprattutto la nostra attività di assistenza si concentra sui turisti. Abbiamo in Egitto oltre un milione di turisti l’anno, questo significa circa 20mila visite a settimana, quindi 3mila italiani che ogni giorno atterrano in Egitto. Si tratta di dati parziali forniti dai tour operator ufficiali, ma in realtà molti turisti ormai arrivano al di fuori dei canali ufficiali e fanno molti viaggi fai da te grazie anche ai numerosi voli che collegano l’Italia all’Egitto”. De Nardis ha proseguito spiegando i molti italiani, che si recano in Egitto per le vacanze, frequentano le zone balneari, le grandi città ed i siti archeologici. Questo comporta una grande quantità di operazioni per la cancelleria consolare che spesso riguardano lo smarrimento o il furto di documenti. De Nardis ha anche parlato della necessità di stipulare, da parte de turisti, adeguate coperture assicurative sanitarie. È poi intervenuta Valeria Reggio, Capo della Cancelleria Consolare ad Atene. “Abbiamo – ha spiegato- 14mila iscritti all’Aire e più di 2 milioni di turisti che vengono in Grecia, la maggior parte durante i mesi estivi. E’ un afflusso molto importante che dobbiamo gestire”. Oggi – ha continuato Reggio – abbiamo 23 referenti sul posto tra uffici consolari di seconda categoria e corrispondenti consolari, che ci aiutano moltissimo come antenne e a fornire prontezza d’intervento durante le situazioni urgenti. Gran parte dei turisti sono giovani che non hanno copertura sanitaria, e i nostri consoli onorari ci aiutano moltissimo. Abbiamo quindi cercato di investire molto nella formazione dei consoli onorari, perché è un aspetto che ci sta particolarmente a cuore.  Abbiamo inoltre  introdotto una guida con le indicazioni principali su come gestire le emergenze, ma anche un sistema di reportistica digitale dato a tutti gli operatori”. A seguire il Console Onorario d’Italia a Malaga Marcello Memoli ha affermato: “La prima regola che uso nel mio quotidiano è quella che bisogna esserci. Quando un connazionale chiama bisogna rispondere, non bisogna mai lasciare un connazionale senza una risposta, perché in quel momento è lo Stato che manca, questo ha molto più senso quando il Consolato di carriera è geograficamente distante”.  “Abbiamo bisogno – ha aggiunto – di esser integrati nei flussi informativi del Ministero e di una osmosi con le altre sedi per poter fare meglio il nostro lavoro”. E’ poi intervenuto il Console Onorario a Sharm El Sheikh Fabio Brucini. “Quello che ci dà la forza – ha spiegato Brucini – è la conoscenza del territorio. Ho creato la mia rete di conoscenze sul territorio, che metto a disposizione dei connazionali. Poi c’è bisogno di pazienza comprensione, rispetto. Sono qualità che non devono mai mancare”. Da segnalare anche l’intervento del Console Onorario a Malindi in Kenia Ivan Del Prete che ha ribadito l’importanza di saper ascoltare i problemi dei connazionali e non solo in ambito amministrativo, ma su questioni riguardanti il territorio e nei casi di emergenza. “Lo scorso anno – ha ricordato – più di 110mila connazionali sono arrivati sulle coste del Kenia. Le casistiche dei problemi variano: dallo smarrimento dei documenti, ovvero la necessità di ottenere documenti di viaggio di emergenza, alle richieste di assistenza sanitaria urgente,  difficoltà economiche improvvise, o problemi di rapporto con le autorità locali”.  Del Prete ha concluso il suo intervento rilevando come il lavoro sarebbe agevolato da una maggiore digitalizzazione, da uno snellimento delle procedure e da momenti periodici di confronto. Da segnalare anche la riflessione di Riccardo Dalla Costa, Console Generale a Calcutta. “Nella nostra sede – ha rilevato Dalla Costa – si è realizzato un accordo particolare con il Nepal, perché c’è un consolato onorario che lavora con noi e perché il turismo italiano in Nepal è in crescita. Questa rappresenta un’opportunità ma anche una sfida dal punto di vista consolare”. Ha seguire ha preso la parola il Console Generale d’Italia a Barcellona Gabriele Luca Fava che ha segnalato la grande quantità di turisti che ogni anno giungono in questa città e la varietà degli interventi effettuati che vanno dallo smarrimento dei documenti ai casi più gravi.  “In tutto questo – ha proseguito Fava dopo aver ricordato che il Consolato Generale a Barcellona ha il maggior numero di documenti erogati – la rete consolare onoraria, che è molto diffusa e capillare, è essenziale, sia per la prossimità, che per l’immediatezza dell’azione. Il ruolo del console onorario che si trova sul posto e ha i contatti con le autorità del luogo è fondamentale, anche se ovviamente deve lavorare in stretto coordinamento con l’ufficio di carriera sia all’inizio del caso, dove la raccolta delle notizie deve essere condivisa per assumere le determinazioni,  sia per dare corpo alle comunicazioni rituali”. “Lo stesso coordinamento – ha aggiunto Fava – è indispensabile per identificare le misure specifiche di assistenza che devono essere fatte in coordinamento con l’ufficio di carriera, ma che poi vengono messe a terra attraverso il ruolo fondamentale del console onorario. La stessa cosa vale per la fase di gestazione dei casi che ha volte hanno fasi molto lunghe e quindi il ruolo del console onorario è essenziale per garantire quella continuità dell’azione che è indispensabile per la soluzione”. Ha infine ha ripreso la parola il Segretario Generale Guariglia: “Una delle cose fondamentali che è stata detta – rilevato Guariglia – è la necessità di esserci, di essere presenti. Perché quasi sempre i problemi si risolvono con una stretta di mano. Sembra una banalità, però è vero ci sono tanti problemi che si risolvono a voce. Quindi i consoli siano essi di carriera o onorari, devono essere presenti nella comunità in maniera permanente e così facendo la collettività li ringrazierà sempre di più”. (Lorenzo Morgia – Inform 15)

 

 

 

 

 

IA nella gestione della rete per evitare sprechi di elettricità rinnovabile

 

Monaco di Baviera/Pforzheim, 03 giugno2026 – L’intelligenza artificiale (IA) sta trasformando il sistema energetico: mentre l’espansione dell’eolico e del solare continua in tutta Europa, l’IA garantirà l’utilizzo efficiente di ogni chilowattora prodotto. Algoritmi intelligenti sincronizzano la produzione e il consumo in tempo reale, stabilizzando così le reti ed evitando costose limitazioni alla produzione. Il software diventa lo strumento decisivo per un approvvigionamento energetico economico, affidabile e rinnovabile. Dal 23 al 25 giugno a Messe München si terrà EM-Power Europe, la fiera specialistica internazionale dedicata alla gestione dell’energia e alle soluzioni energetiche interconnesse, dove numerosi espositori presenteranno soluzioni basate sull’IA e innovazioni digitali. Qui i visitatori potranno confrontarsi con i rappresentanti di aziende, start-up e altri pionieri del settore. Per la prima volta sarà presente anche lo stand condiviso "AI for Smart Energy". La fiera settoriale è organizzata nell’ambito di The smarter E Europe, la più grande alleanza fieristica europea per il settore energia. Sono attesi circa 2.800 espositori e oltre 100.000 visitatori da tutto il mondo.

Il sistema energetico sta diventando sempre più decentralizzato e complesso, con migliaia di punti di immissione e consumo flessibili. Di conseguenza, i flussi di carico cambiano costantemente. L’IA aiuta a gestire la situazione: può analizzare grandi quantità di dati in tempo reale e riconoscere i modelli ricorrenti. Con il suo aiuto è possibile creare previsioni su meteo, potenza e rendimento, ad esempio per identificare tempestivamente le congestioni nella rete e preparare contromisure. Può contribuire a gestire in modo intelligente la produzione e il consumo di energia elettrica e a evitare misure di ridispacciamento. Gerard Reid, cofondatore e partner della società di finanziamento Alexa Capital, con sede a Londra, definisce questo sviluppo come “il più grande cambiamento tecnologico nella storia dell’umanità”. Soprattutto nelle reti elettriche, la digitalizzazione sta cambiando il sistema energetico dall’interno verso l’esterno.

GridFM e gemelli digitali: la simulazione accelera il funzionamento della rete

Gli sviluppi tecnici attuali, come i modelli Grid Foundation (GridFM), vanno oltre le simulazioni tradizionali. Addestrati con enormi set di dati, accelerano enormemente la pianificazione, la gestione e il miglioramento delle reti. Parallelamente, i gemelli digitali riproducono virtualmente le reti elettriche reali. In Germania, ad esempio, il Ministero tedesco dell’economia e dell’energia (BMWE) sta finanziando il progetto di ricerca AMAZING, diretto dal Forschungszentrum Informatik (FZI). Insieme a cinque gestori di infrastrutture elettriche, il FZI sta sperimentando come i gemelli generati dall’IA possano fungere da modello per un impiego su larga scala. Questo controllo intelligente consente di risparmiare tempo, capitale e risorse e ottimizza la necessità di ampliamento fisico.

Nonostante i progressi tecnologici, però, dati incompleti e infrastrutture obsolete frenano l’implementazione a livello europeo. Mentre alcuni mercati sono in testa nel lancio degli smart meter, i ritardi in paesi come la Germania evidenziano la necessità di accelerare la penetrazione digitale. Inoltre, l’implementazione richiede nuove competenze da parte dei gestori di rete e rigide normative UE per respingere gli attacchi informatici. In questo scenario l’IA non sostituisce le persone, ma le assiste nel prendere decisioni molto complesse.

Cosa prevede l’Unione europea

Nell’Unione europea le reti elettriche devono essere digitalizzate, diventare più dinamiche e intelligenti per garantire un approvvigionamento affidabile e compensare le fluttuazioni delle energie rinnovabili. L’impiego dell’intelligenza artificiale dovrebbe contribuire a ridurre le perdite di sistema e a evitare limitazioni di immissione, ad esempio controllando le fonti energetiche diffuse come gli impianti solari e gli accumulatori a batteria in modo utile per il sistema. Inoltre, l’intelligenza artificiale dovrebbe aiutare a individuare le minacce derivanti da attacchi informatici. Sono già in corso progetti pilota e dal 2030 le reti dovrebbero essere controllate dall’IA. L’UE avrebbe così una posizione all’avanguardia in questo settore. 

Dove l’IA è già utilizzata

In alcuni settori l’IA è già utilizzata. Ad esempio, per ottenere previsioni più accurate sulla produzione di elettricità da impianti solari ed eolici. Ciò aiuta non solo i gestori di rete a mantenere stabile il sistema ed evitare costosi interventi, ma anche il commercio di energia elettrica a ridurre i rischi sui prezzi e a commercializzare l’energia rinnovabile in modo più efficiente. Nell’ispezione delle linee elettriche e nella manutenzione predittiva degli impianti energetici, l’IA aiuta ad aumentare l’efficienza e a ridurre i costi operativi. Gli studi dimostrano che l’impiego dell’IA potrebbe ridurre la spesa per le riserve operative fino al 15 per cento.

EM-Power Europe informa sull’uso dell’IA

EM-Power Europe copre l’intero spettro del mondo delle reti digitali. Gli espositori presentano prodotti per gestione della rete, monitoraggio e smart grid. I visitatori specializzati troveranno qui software basati sull’IA per analizzare e simulare con precisione i sistemi energetici e per ancorare con soluzioni tecnologiche la sicurezza informatica. Un punto di riferimento centrale è il nuovo stand condiviso “AI for Smart Energy”, che presenta la varietà di possibili impieghi dell’intelligenza artificiale. La concomitante EM-Power Europe Conference approfondirà il tema dell’intelligenza operativa il 23 giugno nella sessione “Can We Trust AI to Run the Grid?”. Gli esperti presenteranno risultati misurabili sul campo e definiranno quali infrastrutture di dati e quali contesti normativi siano necessari affinché l’IA supporti in modo affidabile l’operatività della rete nella quotidianità. 

Il 24 giugno, The smarter E Forum (padiglione C5, stand C5.550) illustrerà come l’IA generi un reale valore aggiunto a partire dai dati. I relatori mostreranno, sulla base di applicazioni concrete in reti, edifici e mercati energetici, come le aziende utilizzano in modo mirato le flessibilità esistenti. L’obiettivo è gestire in modo trasparente sistemi complessi e aumentare la resilienza lungo l’intera filiera dell’industria energetica.

EM-Power Europe e le fiere concomitanti Intersolar Europe, ees Europe e Power2Drive Europe si terranno dal 23 al 25 giugno 2026 presso Messe München nell’ambito di The smarter E Europe, la più grande alleanza fieristica europea per il settore energia.

Per maggiori informazioni consultare il sito web: www.em-power.eu, www.TheSmarterE.de

EM-Power Europe

EM-Power Europe è la fiera specialistica internazionale dedicata alla gestione dell’energia e alle soluzioni energetiche interconnesse. Fedele al motto “Empowering Grids and Prosumers”, abbraccia l’intero sistema energetico: dalle reti di trasmissione e distribuzione fino alle singole utenze e ai prosumer allacciati. Argomenti centrali sono l’ammodernamento, la digitalizzazione e la gestione intelligente delle reti elettriche, nonché l’integrazione di impianti diffusi, la cui flessibilità è determinante per un approvvigionamento elettrico stabile, affidabile e rinnovabile.

Grazie alla sua ampia gamma tematica, EM-Power Europe si rivolge a gestori di reti, fornitori di energia e aziende municipalizzate, sviluppatori di progetti, installatori, consulenti e manager energetici, fornitori di servizi per il trading di energia e la gestione della flessibilità, nonché a decision maker dell’industria e del settore immobiliare.

EM-Power Europe apre i battenti dal 23 al 25 giugno 2026, per la prima volta in un nuovo formato che va da martedì a giovedì. Si svolge presso Messe München nell’ambito di The smarter E Europe, la più grande alleanza fieristica europea per il settore energia. All’insegna di un approvvigionamento energetico rinnovabile 24/7 per l’elettricità, il riscaldamento e i trasporti, in concomitanza con EM-Power Europe si tengono le seguenti tre fiere specialistiche:

Intersolar Europe – la fiera leader mondiale per l’industria solare

ees Europe – il salone specialistico per batterie e sistemi di accumulo energetico più grande e internazionale d’Europa

Power2Drive Europe – la fiera specialistica internazionale dedicata alle infrastrutture di carica e all’elettromobilità

A complemento della manifestazione fieristica, la EM-Power Europe Conference offre l’opportunità di confrontarsi con esperti internazionali sul sistema energetico del futuro. I temi trattati spaziano dall’ampliamento e ammodernamento delle infrastrutture alla gestione intelligente della rete fino all’integrazione della flessibilità nel sistema energetico, con applicazioni che coinvolgono elettromobilità, accumulatori a batteria, power-to-heat, attività industriali e commerciali.

EM-Power Europe è organizzata da Solar Promotion GmbH e da Freiburg Wirtschaft Touristik und Messe GmbH & Co. KG (FWTM). Dip 3

 

 

 

 

 

 

Rinnovo CIE.  Soluzione urgente

 

Roma - «Sempre più connazionali iscritti all'AIRE che si trovano temporaneamente in Italia per le vacanze o per motivi familiari richiedono la nuova Carta d'Identità Elettronica presso i Comuni italiani. Al momento della richiesta però viene ritirata la vecchia carta cartacea e il cittadino non riceve alcun documento immediatamente utilizzabile per il viaggio di ritorno.

Il risultato è che alcuni italiani residenti all'estero rischiano di trovarsi nell'impossibilità di rientrare nel proprio Paese di residenza, quando non hanno con sé un passaporto valido e utilizzano normalmente la carta d'identità per gli spostamenti, come succede spesso all'interno dell'area Schengen.

Il fenomeno è inoltre destinato ad aumentare nelle prossime settimane. Dal 1° giugno 2026 gli iscritti all'AIRE possono infatti richiedere la Carta d'Identità Elettronica presso qualsiasi Comune italiano, una misura molto importante e attesa da anni, che rivendico come mio successo personale, avendo contribuito attivamente alla sua attivazione. A questo si aggiunge il fatto che le carte cartacee non saranno più valide per l'espatrio dal 1° agosto 2026 a causa di una Direttiva europea, spingendo molti cittadini ad anticiparne il rinnovo durante il soggiorno in Italia.

Per questo motivo sollecito il Governo con questo mio intervento oggi qui in Aula ad individuare rapidamente una soluzione per risolvere tale problema. Tra le possibili soluzioni vi sono il rilascio di un documento provvisorio di viaggio oppure una certificazione sostitutiva. Si potrebbe inoltre valutare di lasciare nelle mani del cittadino la carta cartacea già in suo possesso, almeno fino al 1 agosto» - ha dichiarato in un intervento in Aula a Montecitorio l’On. Simone Billi, unico eletto nella Circoscrizione Estero-Europa per la Lega e Presidente del Comitato per gli Italiani nel Mondo. Dip 16

 

 

 

 

 

Progetti educativi. I dati rielaborati dalla piattaforma InClasse

 

Uno studente su tre, in Italia, vive in comuni senza scuole superiori, mentre il 34,1% dei ragazzi tra gli 11 e i 19 anni abita in zone prive di cinema, teatri e luoghi per spettacoli dal vivo e il 13,7% dei ragazzi tra gli 11 e i 19 anni dichiara di non avere amici con cui confidarsi. Questo il quadro elaborato dalla piattaforma InClasse su dati Istat e presentato oggi alla Camera durante l’evento promosso da Fondazione Articolo 49 in collaborazione con l’Ufficio del Parlamento europeo in Italia e con il patrocinio della Commissione Ue, dedicato proprio ai giovani e alle scuole. Al centro della giornata la premiazione dei progetti educativi sviluppati attraverso la piattaforma InClasse nell’anno scolastico 2025-2026 a cui hanno partecipato oltre 40mila studenti. 

Le analisi. In Italia, in media, uno studente su tre vive in comuni senza scuole superiori In Veneto questo dato sale al 56,7%, con punte del 93% nelle aree rurali e in Valle d’Aosta la percentuale arriva al 63%, con il 91,5% nelle zone scarsamente popolate. A questo dato si aggiunge che il 26,4% delle scuole statali non è raggiungibile con i mezzi pubblici (con picchi che sfiorano il 50% in Campania e Calabria) e il 22,5% delle scuole statali (primaria e secondarie di I grado) è privo di collegamenti tramite scuolabus. Non solo. Anche per quanto riguarda gli “Indicatori di povertà educativa” (contesto territoriale, sociale e culturale) le cose non vanno meglio. Il 34,1% dei ragazzi tra gli 11 e i 19 anni vive in zone prive di cinema, teatri e luoghi per spettacoli dal vivo. Una percentuale che sale a oltre il 50% in Molise e Basilicata e al 45,1% in Sardegna. Stando ai dati, inoltre, 1 under 17 su 2 abita in comuni senza musei con spazi e/o attività organizzati per bambini e ragazzi. Tra le regioni peggiori anche la Lombardia (62,9%) e il Veneto (62,2%). Sono invece solo il 15,1% gli under 17 che vivono in comuni senza biblioteche con spazi e/o attività organizzati per bambini e ragazzi, ma questo dato presenta forti disparità territoriali, visto che arriva al 53,9% in Basilicata, al 53,3% in Molise e al 51,6% in Calabria. Preoccupano anche gli indicatori legati alla socialità e alla partecipazione civica dei giovani: il 13,7% dei ragazzi tra gli 11 e i 19 anni dichiara di non avere amici con cui confidarsi, mentre 1 giovane su 10 frequenta gli amici meno di una volta a settimana. Sulla solitudine dei ragazzi pesa anche la distanza dalla politica: il 50% non svolge attività di partecipazione civica o politica, 9 su 10 nella fascia 14-19 anni non svolgono attività di volontariato. 

I progetti educativi. È in questo contesto che si inseriscono i progetti educativi della Fondazione Articolo 49 che oggi sono stati al centro della giornata di premiazioni per 16 classi provenienti da tutta Italia e anche da una scuola italiana all'estero (Egitto). Le classi premiate hanno ricevuto in totale 8700 euro di cui 4200 euro in materiali didattici e 4500 in buoni viaggio d’istruzione. Per VIVA LA COSTITUZIONE – Contest “Evviva la libertà!”, che ha invitato gli alunni delle classi quarte e quinte della scuola primaria a riflettere sui valori di pace, democrazia, libertà e uguaglianza, fondamentali per la convivenza civile e la cittadinanza attiva, sono stati premiati i progetti della classe 5B della scuola primaria I.C. Bozzano - Centro (Brindisi, Puglia), la classe 4A della scuola primaria di Masone (Genova, Liguria) e le classi 5A e 5B della scuola primaria Manta di Saluzzo (Cuneo, Piemonte). Per GEA EDU – Contest “Idee per il futuro”, un programma di educazione alla sostenibilità e all’economia circolare dedicato alle scuole secondarie di II grado, hanno vinto le classi 5D del Liceo Laura Bassi di Sant’Antimo (Napoli, Campania), la 3H e 5H dell’IIS F. Patetta di Cairo Montenotte (Savona, Liguria) e la 2B, 2ME e 2A dell’Istituto Don Bosco di Alessandria d’Egitto (Egitto). Per MI PIACE UN MONDO – contest “Buone abitudini”, che ha invitato i bambini e le bambine delle scuole primarie a concentrarsi sulle buone abitudini che rendono l'alimentazione un atto sano e sostenibile anche per il pianeta, hanno vinto la classe 5A della scuola primaria IC di Bozzano di Brindisi (Puglia), la classe 2B della scuola primaria P. Scuderi IC Santo Calì di Linguaglossa (Catania, Sicilia) e la classe 2A della scuola primaria Giovanni XXIII di San Fior (Treviso, Veneto). I tre progetti vincitori del contest “#NEXT STEP”, che ha aiutato  ragazzi e ragazze delle scuole secondarie di I grado a scoprire sé stessi e i propri talenti e aspirazioni, accompagnandoli verso una scelta consapevole del percorso di studi e di vita, sono quelli della classe 3F dell’IC Michelangelo Augusto di Napoli (Campania), la classe 2A dell’ICS Diaz di Laterza (Taranto, Puglia) e la classe 1M dell’IC Cassola di Cecina (Livorno, Toscana). Infine, per ONLINE, ONLIFE – contest “Pay AttentiON”, che ha invitato i ragazzi e le ragazze delle scuole secondarie di primo e secondo grado ad approfondire temi legati alla sicurezza e al benessere digitale attraverso elaborati creativi e originali, hanno vinto la classe 1A dell’IC Iacampo - Matese di Vinchiaturo (Campobasso, Molise), la 1A dell’IC Maria Montessori di Cardano al Campo (Varese, Lombardia), la 2B del Liceo Scientifico Galilei di Potenza (Basilicata) e la classe 1E dell'IC G. Cardano di Gallarate (Varese, Lombardia).

L’iniziativa. I progetti premiati godono dei patrocini del Ministero dell’Agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste e, tra gli altri, del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), APRE, ISPRA, ASviS, Symbola, Forum per lo Sviluppo sostenibile e 17 regioni italiane. I progetti sono stati sviluppati con il supporto di Bitron, iN’s Mercato, Q8 Italia, Almaviva e Boeing, Altroconsumo, Unirima. E.G. dip 4

 

 

 

 

 

 

Migranti: un futuro di disumanità

 

Quanto è accaduto a Modena ha dato modo ai sovranisti nostrani di invocare l’espulsione degli stranieri colpevoli di reati. Punizione anziché integrazione.

Ogni avvenimento predatorio o di sangue, il cui autore abbia una assonanza aliena, scatena immediatamente l’alzata in volo degli avvoltoi patriottici che invocano punizioni esemplari e scacciate di massa, ribadendo l’equazione: straniero, potenziale portatore di devianze delinquenziali.

A partire da quanto è accaduto a Modena

Quello che è accaduto a Modena ha dato modo ai cosiddetti sovranisti nostrani di invocare l’espulsione degli stranieri colpevoli di reati, o persino la revoca della cittadinanza italiana acquisita sin dalla nascita da genitori stranieri naturalizzati italiani.

Questo governo continua ad emettere decreti sicurezza “a raffica” – come quello approvato il 25 aprile scorso, legge 24 aprile 2026 nr. 54 – e pensa che, incarcerando ragazzi e ragazzini, oltre che fustigare i loro genitori, si possa risolvere un disagio diffuso, frutto di carenza di strutture e di interventi educativi. Ma le galere non sono mai state in grado di risolvere i disagi sociali o le marginalizzazioni criminogene.

La città di Modena, dopo la tragedia dell’investimento dei passanti da parte di un giovane di seconda generazione, sta reagendo con dignità e pacatezza a quanto è accaduto: una tragedia dovuta probabilmente ad un disagio che ha causato altre tragedie e dolore in persone e famiglie, segnandone la vita per sempre.

Da parte sua, la magistratura affronterà il caso ed emetterà un giudizio sul responsabile. Ma il fatto, che ha messo in gioco la sicurezza della comunità, va affrontato non solo e unicamente con strumenti repressivi, punitivi e vendicativi: va promossa la tutela della coesione sociale.

La risposta della politica

La sicurezza non è la costruzione minuziosa di uno stato di polizia in cui i controlli preventivi e i processi alle intenzioni prendono il sopravvento sulla ragionevolezza. La legge citata prevede l’assunzione di 4.000 agenti di polizia, ma di nessun educatore di strada. Nei dibattiti in corso prende il sopravvento un impianto che trasuda ricette repressive e risolutrici dei problemi di convivenza, comprimendo il tempo in un presente “dal fiato corto”, senza prospettive di lungo termine necessariamente pensate e realizzate su più anni e con più risorse.

Non si tratta di risolvere la questione della devianza mettendo sotto la lente del giudizio e della riprovazione il singolo caso e il singolo autore, ma approfondendo lo sguardo sul contesto in cui i fenomeni si manifestano. Esistono colpevolezze individuali spesso connesse e latenti, ovvero patenti colpevolezze sociali, collettive.

Le politiche migratorie attuali, sia in Europa che in Italia, sono sotto l’effetto dell’ossessione compulsiva di trovare una soluzione definitiva, immediata, alle trasformazioni sociali, culturali e religiose che le migrazioni contemporanee portano con sé. Nuove migrazioni nascono da spinte connesse alle tendenze economiche di squilibrio tra continenti e stati, in un’epoca di trapasso di un ordine mondiale sinora dominato da assetti di stampo occidentale, e emergono nuove potenze economiche e militari.

L’Europa, anche se in declino, rappresenta pur sempre un luogo di alta capacità di consumo e di benessere diffuso, superiore ad almeno ai 2/3 dell’umanità. Non siamo perciò attrattivi solo per le élites che apprezzano la nostra cultura o la nostra industria della moda, ma lo siamo anche per chi pensa di avere chances di vita e di crescita, acquisendo competenze da poter spendere anche altrove.

Il rancore contro i migranti contemporanei, non si discosta molto dal rancore subìto dai migranti europei del passato, come quelli tedeschi, italiani o irlandesi, nonché svizzeri, diretti verso le Americhe.

Ogni ondata migratoria è lo specchio in cui riverberano le fragilità delle società di arrivo, oltre che di partenza: fragilità nella costruzione di equilibrati rapporti sociali, in una logica di interdipendenza; fragilità di sostenibilità generazionale delle dinamiche di sviluppo e di tenuta dei sistemi socioeconomici; fragilità – molto attuali – connesse all’invecchiamento delle popolazioni europee.

Gli “indici di vecchiaia” nell’Europa dei 27 – dati Eurostat e Istat – superano in media il 150%, con 150/160 anziani (over 65), per ogni 100 giovani; l’età media è di 44,9 anni. L’Italia, secondo il rapporto ISTAT 2026, nel 2025 ha contato un 11,9% di giovani a fronte di un 24,7% di anziani: per ogni giovane sotto i 14 anni ci sono, cioè, 2 anziani over 65, con un indice di vecchiaia del 200%. Inoltre, l’età media in Italia ha raggiunto i 47,1 anni, mentre l’età media del pianeta è di 31,1 anni; quella degli ultimi immigrati in Europa è di 29,7 anni. L’invito del ministro degli esteri italiano a fare più figli per ridurre i migranti, risuona solo per qualche discussione durante una partita di carte al bar.

Perché dunque questo rancore nei confronti dei migranti, mentre lamentiamo la mancanza dei giovani? Non è forse l’istinto di sopravvivenza di “noi” anziani a giocare un ruolo non indifferente nelle dinamiche sociopolitiche attuali? Autoconservazione? Abbiamo paura del futuro?

Normative insensate

Ecco allora che le ultime decisioni normative della Commissione e del Parlamento Europeo in materia di asilo e di immigrazione hanno eretto un buon piedistallo all’ideologia della remigrazione, nata nella Germania impoverita che, disorientata, ha dato spazio e visibilità ad un populismo dallo sguardo rivolto verso i regimi autoritari del passato, sia di sinistra, che, soprattutto di destra, mentre tutti i discorsi politici si stanno spostando sugli armamenti e le leadership militari. La concausa dei rigurgiti è certamente da individuare nelle guerre scatenate negli ultimi quattro anni e tuttora in corso.

Il 12 giugno 2026 entrerà, dunque, in vigore il Patto Europeo sulla migrazione e l’asilo, un dispositivo normativo che andrà a sostituire i cosiddetti Regolamenti di Dublino: un insieme di misure mirate a restringere gli spazi di legalità che invece andrebbero sempre garantiti ai migranti e richiedenti asilo.

L’accelerazione dei meccanismi decisionali, da attuare già in frontiera sulle richieste di asilo, legittimerà, sempre più, la possibile esclusione aprioristica dalle procedure di riconoscimento della protezione internazionale per i cittadini dei cosiddetti paesi sicuri (Bangladesh, Egitto, Marocco, Tunisia, India, Kosovo, Colombia). È prevista una eventuale deportazione in un paese terzo, cioè non quello da cui provengono, bensì in un paese di transito, come la Libia, o in uno non europeo in cui esistano relazioni parentali (e se ne avessero in Europa?).

Se non collaboranti alla definizione della propria identificazione, i migranti potranno essere trattenuti, da 12 a 18 mesi, in Centri per il Rimpatrio, ove è previsto il sequestro di ogni mezzo di comunicazione con l’esterno: lasciati – dunque – alla mercé del sistema carcerario senza aver commesso reati. Ci si affida a trattenimenti ad alto costo economico a fronte di poche possibilità effettive di espulsione/deportazione.

Nel 2025 l’Italia ha emesso circa 25 mila decreti di espulsione riuscendo a realizzarne a malapena, secondo dati Eurostat, 4.780. milioni di euro buttati al vento. Come non pensare – legittimamente – che un’operazione di questo tipo non porti ad angherie e deportazioni illegittime, nella “liberale” e “democratica Europa”? Strategie tipo ICE – l’agenzia governativa per il controllo dell’immigrazione statunitense – in versione europea?

Ricordiamo, nel recente passato, l’esempio fallimentare dell’ex premier inglese Sunak, che voleva portare i richiedenti asilo e irregolari in Ruanda, gettando al vento centinaia di milioni di sterline. E ricordiamo pure i Centri predisposti dall’attuale governo italiano in Albania; oppure, ancor peggio, i Centri – o, meglio, i lager – libici finanziati dall’Italia con il nefasto Memorandum Italia-Libia del 2017 tuttora in vigore.

La disponibilità a pagare degli autocrati per detenere – con ogni strumento e modalità – i migranti deportati dall’Europa aprirà, dunque, un moderno mercato degli schiavi, in cui a pagare sarà chi “vende” e non chi “compra”. Facile prevedere che questa postura sottoporrà l’Europa a continui e facili ricatti. Si tratta di sperperare soldi col solo obiettivo di disincentivare le migrazioni verso l’Europa, offrendone un’immagine cattiva e inospitale: un investimento suicida per un continente vecchio, incapace di pensare al futuro, senza più equilibri generazionali e con squilibri sempre più divaricanti di tenuta sociale.

Domande di asilo e attraversamenti irregolari delle frontiere in calo

Stando agli ultimi dati consolidati del 2025, l’agenzia europea, EUAA, European Union Agency for Asylum, dichiara che i dati delle domande di asilo in Europa sono state 822.000, calate di un quinto rispetto al 2024 (-19%). Ora, qual è l’emergenza, se c’è uno 0,18% di richiedenti asilo su una popolazione di 450 milioni?

Nello stesso anno sono stati respinte alla frontiera 80.865 persone, nel 2024 sono state 120.000, mentre gli attraversamenti irregolari sono stati 239.000, in calo del 38% rispetto all’anno precedente.

Quale ingresso regolare? Decreti flussi inefficienti

La carenza di capitale umano nell’Unione viene rabboccata con i decreti flussi, strumenti che dovrebbero permettere alle imprese di reperire manodopera all’estero e favorire l’ingresso di personale da dedicare all’assistenza domiciliare di anziani e diversamente abili: un dispositivo che, da anni, “fa acqua da tutte le parti”.

Il Decreto flussi 2024 aveva programmato in Italia 146.850 ingressi per altrettante posizioni: si sono registrate 720.000 domande, i nulla osta rilasciati sono stati 72.704, mentre i visti di ingresso effettivi sono risultati solo 35.287, cioè il 48,5% dei nulla osta concessi.

Le quote 2025 sono state previste nella misura di 165.000 su 181.450 istanze complessive da parte dei potenziali datori di lavoro, ma, ad oggi, solo il 7,9% della quota ha ottenuto il visto di ingresso. Il sistema, così, evidentemente, non funziona e le aziende, soprattutto piccole-medie, aspettano un incontro tra domanda e offerta di lavoro che non trova, quasi mai, il “luogo” dell’appuntamento.

Remigrazioni?

Le migrazioni moderne hanno dimostrato una grande mobilità tra continenti e stati. Una circolarità sempre in aumento. Già in passato gli emigranti italiani approdati dapprima in Francia o in Svizzera sono riemigrati in Germania o in Inghilterra, o viceversa. I giovani migranti italiani dei nostri giorni scelgono, in maggior parte, i paesi dell’Europa Occidentale, favoriti dalla libera circolazione degli “spazi Schengen”: si muovono ormai, liberamente, da un paese all’altro in base alle opportunità.

Nel 2025 sono espatriati 144.000 italiani, di cui 1 su 5 è cittadino italiano con retroterra migratorio. È già in atto, quindi, una forma di remigrazione di neoitaliani verso altri paesi europei e oltre. Il passaporto italiano favorisce questa circolarità in quanto permette di entrare in 194 paesi senza bisogno di particolari visti. Per assurdo, se venisse favorita l’acquisizione della cittadinanza italiana ai nati in Italia, probabilmente, molti altri neocittadini utilizzerebbero il passaporto italiano per spostarsi in altri paesi: una remigazione volontaria senza scomodare nessuno.

Se poi prendessimo per fattibile la “purificazione etnica” in ogni paese europeo, da taluni auspicata, dovremmo considerare che – dati Eurostat febbraio 2026 alla mano – i cittadini residenti all’interno dell’UE al 1° gennaio 2025, nati in uno stato non-UE, erano 46,7 milioni su 450,6, ossia il 10,4% del totale; da aggiungere altri 18 milioni, nati in un altro stato UE, ancora un 4%. Sommando i due dati si raggiungono 64,7 milioni, il 14,4 % della popolazione dell’Unione; i cittadini residenti stranieri, erano 30,6 milioni ossia il 6,8% della popolazione totale.

Dunque, perseguire la fantomatica remigrazione vuol dire ritenere buona parte dalla popolazione europea minus habens. Ma, per chi propugna la remigrazione, l’importante è fomentare la paura e raccogliere consensi attraverso un’opera di manipolazione della realtà. Alcune formazioni politiche europee e italiane non aspettano altro, perciò, che accada qualche tragedia da attribuire a cittadini “stranieri”, ancor meglio se islamici, come nel caso di Modena.

Organi apicali dello stato italiano si sono dati ben da fare per utilizzare il teorema della paura indotta invece di espletare una funzione di vero governo di una comunità per renderla più coesa e solidale. La funzione di servizio è stata tranquillamente tramutata in strumentalizzazione del potere.

Un governante che non ha a cuore la costruzione solidale delle relazioni tra i cittadini – tutti i cittadini a vario titolo – non ha alcuna visione della convivenza civile quale bene primario, tramutando tutto in sospetto e odio, indebolendo così la struttura stessa dello stato.

Chissà come mai quando le vittime sono di altro colore e passaporto, l’esecrazione si attutisce e le responsabilità vengono addossate alle vittime, perché si sono trovate in un posto o in una situazione che avrebbero dovuto evitare.

Il barbaro e gratuito omicidio di Bakari Sako, 35 anni, un bracciante nero, colto sulla via del lavoro e massacrato da giovani bianchi locali – giustificati da una colpevole indifferenza di adulti – non ha destato grandi reazioni istituzionali: solo un parroco e alcuni “buonisti” hanno alzato lo sguardo.

I tragici naufragi che, anche in questi giorni, accadono nel Mediterraneo vengono ancora presentati dai ministri come esecrabili incidenti, di cui gli stessi naufraghi portano la “colpa”, mentre nulla più si sta dicendo delle impostazioni ideologiche – disumane e senza scrupoli – che hanno portato persino a “fare la guerra” alle Organizzazioni umanitarie che cercano di salvare vite in mare. Così, l’Europa e l’Italia stanno preparando il loro futuro di disumanità, nella decadenza etica. I decenni a venire presenteranno il conto.

Franco Valenti, SettNews 28.5.

 

 

 

 

Hamm: gemellaggi e made in Italy sotto l’egida del Consolato onorario

 

HAMM - Scambi culturali e vetrina per il made in Italy: nelle prime settimane di giugno la città tedesca di Hamm ha ospitato due diversi eventi per iniziativa del Console onorario d'Italia Markus Kreuz.

All’inizio del mese, infatti, nell’ambito del progetto “Ieri. Oggi. Domani. Un’amicizia crescendo e in azione” il centro giovanile “Bockelweg” del Comune – che da 15 anni coopera con l’associazione “Amici del tedesco” di Crotone, in Calabria – 25 giovani crotonesi dai 13 ai 20 anni sono giunti in città per uno scambio culturale con i coetanei di Hamm. L’incontro – dal 2 al 6 giugno – è stato inserito nei festeggiamenti per gli 800 anni del Comune tedesco. I gruppi sono stati accompagnati da insegnanti, assistenti pedagogici e dal personale del centro giovanile “Bockelweg”.

I giovani, riporta il console Kreuz, si sono confrontati su storia, cultura, migrazioni e valore dell’Europa. In questa occasione l’artista Matteo Lupia di Cropani (Catanzaro) ha realizzato un murales sull’importanza delle diversità nelle Nazioni.

In contemporanea – e sempre nell’ambito dei festeggiamenti per gli 800 anni del Comune – nel centro di Hamm è stata installata una grande illuminazione giunta dalla Puglia in onore dell’emigrazione italiana in Germania. “Le Notti Spettacolari” sono state inaugurate dalla Vice-Presidente della Regione Nordreno-Vestfalia, la Ministra Mona Neubaur, dal Sindaco di Hamm, Marc Herter, dal Console Onorario Kreuz, promotore del progetto, e dall’ad dell’azienda “Lumino Creative Design” di Maglie (Lecce), Giuseppe de Cagna, che ha portato l’illuminazione ad Hamm.

Parallelamente all’illuminazione è stato allestito un grande mercato italiano in centro città a cui hanno partecipato con i loro prodotti imprenditori italiani e tedeschi. Protagonista dei festeggiamenti anche la musica italiana.

Presenti al mercato anche il centro giovanile “Bockelweg”, associazioni e gli altri partner oltre che i giovani protagonisti dello scambio culturale.

Partner delle due collaborazioni sono stati il Comune e il Consolato Onorario d’Italia ad Hamm, l’associazione “Amici del tedesco” di Crotone e l’associazione “Ginevra” di Cropani (CZ). (aise 15) 

 

 

 

 

 

Basta capirci

 

La cronaca riporta, ancora, fatti correlati all'emigrazione verso l’Europa. Viaggi che implicano seguiti politici spesso contrastanti con precedenti normative per dare un futuro a chi il suo, in Patria, l’ha smarrito. Non siamo nuovi a queste realtà; anche perché l’Italia è stata un Paese di forte emigrazione. Soprattutto nei primi sessant’anni del secolo scorso.

Sarebbe meglio, per tutti, non dimenticarlo. Che, ora, i flussi immigratori siano da disciplinare è corretto; lo è meno essere incoerenti a un’umanità che non dovrebbe conoscere frontiere. Di fatto, il teatro di tanti drammi è il Mare Mediterraneo. Non solo, esistevano accordi politici bilaterali che favorivano le emigrazioni a condizioni, certamente, non vantaggiose per chi le affrontava. Oggi, la questione s’è capovolta ed è, soprattutto, l’Africa, quella per secoli sfruttata, fonte per una “realtà” non sempre coordinata.

Non per incapacità degli addetti, ma per la cocciutaggine dei politici che dell’Emigrazione non hanno mai provato i rischi e le rinunce. Questo è quanto. D’Emigrazione, ci occupiamo da sessant’anni e ci siamo resi conto che, ora, siamo arrivati a un livello di guardia non facilmente gestibile.

Con la buona volontà e un impegno generale a livello UE molti problemi potrebbero trovare una ragionevole soluzione. Basta capirci, per intendere cosa è indispensabile e cosa possiamo offrire. Sotto questo profilo, la politica italiana ed europea dovrebbe essere adeguata alle necessità. Almeno, lo speriamo.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

 

La Fune Azzurra, il primo censimento globale dello sport dell’emigrazione italiana

 

GENOVA - In occasione della Giornata Nazionale dello Sport, il MEI - Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana ha presentato "La Fune Azzurra – Lo sport italiano nei cinque continenti", un progetto di ricerca portato avanti insieme a Fondazione Migrantes e realizzato con i fondi dell’8xmille CEI che punta a ricostruire per la prima volta la storia e l'attualità dello sport praticato dagli emigrati italiani e dai loro discendenti nel mondo, oltre a una parte specifica riservata al ruolo dello sport per gi immigrati nel nostro Paese.

La ricerca, che si concluderà nella primavera del 2027, coinvolgerà i principali Paesi di emigrazione italiana nei cinque continenti e si avvarrà di una rete di contatti costruita negli ultimi anni dal Museo. Grazie ad un database che raccoglie già oltre quaranta società sportive italiane attive all'estero, che si aggiungono ai 130 protocolli di intesa con realtà museali, associative e archivistiche nelle varie parti del mondo, con le quali il Mei collabora attraverso vari progetti, la ricerca realizzerà una approfondita mappatura internazionale di club, associazioni e realtà sportive nate dall'iniziativa delle comunità italiane e italo-discendenti dalla fine dell'Ottocento fino ai giorni nostri.

L'obiettivo è comprendere come lo sport abbia accompagnato le vicende migratorie degli italiani, contribuendo non solo alla costruzione di momenti di aggregazione e socialità, ma anche ai processi di integrazione, inclusione e mantenimento dei legami con i territori d'origine.

Esperienze che hanno portato sin dal secolo scorso alla nascita di club divenuti poi simbolo mondiale come il Boca Junior, il Penarol che deve il suo nome ai suoi fondatori di Pinerolo o a individualità come quella di Giuseppe Paolo “Joe” Di Maggio divenuto icona del baseball a livello mondiale. Ma il lavoro si concentrerà anche sull’emigrazione italiana ai giorni nostri con le tante realtà che stanno sorgendo nei vari continenti proprio grazie all’impulso dei nostri connazionali.

"La Fune Azzurra è la naturale prosecuzione del lavoro fatto in questi anni - ha spiegato Paolo Masini, presidente della Fondazione MEI -. Vogliamo dare la giusta rilevanza, in maniera rigorosa e organica, ad un aspetto rilevante nella storia delle migrazioni. Lo sport, per generazioni di emigrati ha rappresentato un luogo di incontro, integrazione e costruzione dell'identità collettiva. Un patrimonio diffuso che accompagna i migranti nei cinque continenti e che continua ancora oggi a creare legami tra comunità, territori e generazioni diverse".

La ricerca si concentrerà su tre diversi ambiti: le associazioni sportive italiane all'estero, i giovani italiani iscritti all'AIRE tra i 6 e i 25 anni e le persone recentemente immigrate in Italia. Attraverso questionari, raccolta di testimonianze e analisi qualitative e quantitative, il progetto studierà il ruolo dello sport nella costruzione delle relazioni sociali, nel benessere psicofisico, nella partecipazione associativa e nei percorsi di integrazione.

Particolare attenzione sarà dedicata alle nuove generazioni di italiani nel mondo, per comprendere se e come l'attività sportiva possa rappresentare uno strumento efficace per rafforzare il legame con le comunità italiane all'estero e favorire una partecipazione più attiva alla vita associativa. Lo studio cercherà di fotografare il rapporto tra i giovani italiani all’estero e lo sport: chi pratica attività sportiva, in quali Paesi, con quale frequenza e in quali contesti. L’obiettivo è comprendere quanto lo sport possa incidere sul benessere psicofisico, sulla socializzazione e sul senso di appartenenza delle nuove generazioni di italiani nel mondo.

Per la ricerca in Italia, si esplorerà il ruolo dello sport nelle esperienze delle persone recentemente immigrate in Italia, analizzando il modo in cui le pratiche sportive contribuiscono ai processi di appartenenza, inclusione ed esclusione sociale. I risultati di questa indagine saranno poi comparati con quelli degli italiani all’estero.

La ricerca si avvale di una rete di partner istituzionali, accademici e sportivi che comprende il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (CGIE), il CONI con la rete dei delegati sportivi italiani nel mondo, l’Università di Genova, l’Università di Roma Tor Vergata e la Società Italiana di Storia dello Sport. Per l'analisi del rapporto tra sport, inclusione e nuove migrazioni in Italia collaborano inoltre UISP, CSI e US ACLI. Considerata l'ampiezza internazionale del progetto e la volontà di coinvolgere il maggior numero possibile di realtà sportive italiane e italo-discendenti presenti all'estero, il MEI ha anche invitato associazioni, società sportive, ricercatori e singoli interessati a contribuire alla ricerca scrivendo all'indirizzo sport@museomei.it.

La presentazione completa del progetto e i questionari, disponibili in italiano, inglese, spagnolo, portoghese e francese, sono consultabili sul sito del Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana.

I risultati confluiranno nella realizzazione di una pubblicazione, di un convegno internazionale e di un documentario che racconterà la straordinaria storia dello sport dell'emigrazione italiana, mettendo in luce il contributo delle comunità italiane alla diffusione della cultura sportiva nel mondo.

Il responsabile del progetto è Paolo Masini; il coordinatore è invece Andrea Pedemonte; responsabile della ricerca sociologica Agostino Massa (Professore associato di sociologia presso Università degli studi di Genova), della ricerca storica Lorenzo Venuti (dottore di ricerca presso l’Università di Bologna), e della ricerca su gli immigrati in Italia, Davide Valeri (dottore di ricerca in sociologia presso l'Università di Padova). (aise 8)

 

 

 

 

Convention CCIE: Pozza confermato Presidente Assocamerestero

 

GENOVA - Mario Pozza è stato confermato alla Presidenza del nuovo Consiglio Generale di Assocamerestero per il triennio 2026-2029. Come Vice Presidente, Fabio Morvilli, Presidente Camera di Commercio Belgo-Italiana e Presidente Camera di Commercio Italo lussemburghese.

La nomina è avvenuta durante la 35ª Convention Mondiale delle Camere di Commercio Italiane all’Estero, iniziato sabato scorso a Genova, e che si concluderà oggi, 15 giugno. L’evento ha riunito 160 delegati in rappresentanza di 86 CCIE attive in 64 paesi.

Delegato permanente del Presidente di Unioncamere, Mario Pozza ha guidato Assocamerestero anche nel precedente mandato.

Aprendo la Convention, il Presidente Pozza ha sottolineato il valore strategico della presenza delle Camere italiane all'estero nei mercati internazionali e il legame tra la vocazione internazionale di Genova e la missione della rete camerale. "Valorizzare la nostra Italia e portarla nel mondo è la missione che caratterizza le nostre Camere", ha affermato, evidenziando come l'export italiano continui a mostrare segnali di tenuta nonostante uno scenario internazionale complesso.

Intervenuto in apertura anche il Presidente della Camera di Commercio di Genova, Luigi Attanasio, che ha evidenziato come l'attuale fase internazionale richieda alle imprese una crescente capacità di adattamento e apertura verso nuovi mercati. "Genova è una città di mare e ha da sempre le antenne alzate per captare quello che succede nel mondo. Di fronte a conflitti, tensioni geopolitiche e nuove barriere commerciali, le imprese devono sapersi reinventare, diversificare i mercati e diventare ancora più resilienti".

L’edizione 2026 della Convention è risultata essere tra le partecipate degli ultimi anni. Tanti i temi sul tavolo discussi, tra cui i numeri del 2025: nell’anno passato le Camere di Commercio Italiane all'Estero hanno assistito circa 67 mila imprese, registrando una crescita del 12% rispetto all'anno precedente. La rete conta inoltre 160 punti di assistenza nel mondo, quasi 300 mila contatti d'affari generati e oltre 19.500 associati, in larga parte imprese estere interessate a sviluppare rapporti commerciali e di investimento con l'Italia.

Per quanto concerne le esportazioni, invece, nel 2025 hanno raggiunto il valore di 643 miliardi di euro e i dati del primo trimestre 2026 confermano una crescita superiore al 7%, nonostante l'impatto di tensioni geopolitiche, guerre commerciali e nuove barriere agli scambi. Una dinamica che richiede alle imprese una crescente capacità di diversificare i mercati, gestire il rischio e cogliere le opportunità offerte dalle nuove geografie dell'economia globale.

Intervenuto anche il Viceministro delle Imprese e del Made in Italy, Valentino Valentini, che ha richiamato il ruolo delle Camere di Commercio Italiane all'Estero come componente essenziale del Sistema Italia sui mercati internazionali. Valentini ha evidenziato l'importanza di rafforzare il coordinamento tra istituzioni, ICE e rete camerale, valorizzando la capacità delle CCIE di operare nei territori attraverso relazioni consolidate e una conoscenza diretta dei mercati.

La Convention è poi proseguita con incontri istituzionali, tavole rotonde e sessioni di approfondimento dedicate al tema "Nuove rotte o nuove regole per gli scambi internazionali".

Ieri, 14 giugno, l’elezione del nuovo Consiglio Generale di Assocamerestero, che ha visto la conferma di Pozza alla presidenza e Morvilli alla vicepresidenza. Oltre a loro, sono stati nominati nel Consiglio Generale: Pietro Alba, Consigliere Presidente CCIE Izmir – Turchia; Klaus Algieri, Consigliere Presidente CCIAA Cosenza; Giorgio Alliata di Montereale Consigliere Presidente CCIE Buenos Aires; Luigi Attanasio Consigliere Presidente CCIAA Genova; Mauro Battocchi Consigliere Direttore Generale Crescita e Promozione Esportazioni MAECI; Riccardo Breda Consigliere Presidente CCIAA Maremma e Tirreno; Roberto Costa Consigliere Presidente CCIE Londra; Carmine D’Argenio Consigliere Presidente CCIE Montreal; Patrizia Dalmasso Consigliere Presidente CCIE Nizza; Tommaso De Simone Consigliere Presidente CCIAA Caserta; Aldo Di Biagio Consigliere Presidente CCIE Zagabria; Claudio Farabola Consigliere Segretario Generale CCIE Buenos Aires; Jorge Luis Fittipaldi Consigliere Presidente CCIE Rosario – Argentina; Alessandro Giuliani Consigliere Presidente CCIE Mumbai; Giorgio Mencaroni Consigliere Presidente CCIAA Umbria; Rob Monzu Consigliere Presidente CCIE Perth; Giovanni Musella Consigliere Presidente CCIE Città del Guatemala; Furio Pietribiasi Consigliere Presidente CCIE Dublino e Consigliere delegato dal Ministro delle Imprese e del Made in Italy; Gino Sabatini Consigliere Presidente CCIAA Marche; Simone Santi Consigliere Presidente CCIE Maputo – Mozambico; Giuseppe Tripoli Consigliere Segretario Generale Unioncamere.

Fanno parte del Consiglio anche Gianluca Baldoni Consigliere Rappresentante Conferenza delle Regioni, Giulio Donato Consigliere Direttore Generale MIMIT, Mario Erba Consigliere Responsabile Direzione Global Transaction Banking, e Matteo Zoppas Consigliere Presidente ITA - Italian Trade Agency. (aise 15) 

 

 

 

 

 

 

 

La dieta

 

Quando i costrutti economici non quadrano, la soluzione è sempre la stessa. Ci saranno altri sacrifici per gli italiani. Il deprezzamento dei redditi da lavoro dipendente, quando ancora c’è, e da pensione sono una realtà che è possibile riscontrare senza fallo. In Italia, per la carità, di “fame” non si muore.

Dato, però, che non si vive di solo pane, sono certe piccole cose del quotidiano, alle quali c’eravamo abituati, a farsi proibitive. Il contenimento della spesa non è, però, la terapia migliore. Se manca la liquidità, è difficile fare delle previsioni per il futuro e non solo per quello immediato. Non possiamo neppure prendercela col Parlamento. C’è una maggioranza politica che dovrebbe armonizzare le “regole” di vita nazionale. Sembra, però, impossibile verificare le strategie della politica.

I sacrifici, sia chiaro, non assicureranno per nulla la ripresa economica. Fiaccheranno, semmai, gli sforzi per tirare avanti. Non sappiamo se tutti ce la faremo. Lo speriamo; ma non basta. L’Unione Europea non è un contenitore ancora “vuoto”. Come, per ora, lo sono le nostre tasche. Non tanto per il superfluo, quanto per il necessario. Questo sarà il primo anno di lenta ripresa economica? Si troverà, almeno, un accordo di mutua assistenza UE? Senza del quale non ci sarà contenimento economico. Anche sotto il profilo politico. Solo tenendo conto di quanto evidenziato, un’ipotetica “dieta” nazionale potrebbe avere una valida motivazione sul fronte della concretezza.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Smarriti nel labirinto del consumo: una visita all’Ikea

 

Entrare all'IKEA significa spesso vivere un'esperienza che va ben oltre l'acquisto di un mobile o di un semplice oggetto per la casa. Osservando i visitatori, ciò che colpisce maggiormente è una certa espressione di smarrimento che si legge negli occhi di molti di loro. Non è la confusione di chi non sa cosa comprare, ma quella di chi viene progressivamente assorbito da un percorso obbligato che sembra avere poco a che fare con il motivo originario della visita.

L'edificio è concepito come un moderno labirinto. Come nel celebre labirinto di Dedalo della mitologia greca, l'uscita non appare mai vicina e il visitatore è costretto a seguire un itinerario prestabilito. Ogni svolta propone nuovi oggetti, nuove idee, nuovi desideri. Si entra con l'intenzione di acquistare una lampada, una sedia o una libreria; si esce con candele profumate, contenitori, tovaglioli, piante decorative e decine di altri articoli che fino a poche ore prima non sembravano indispensabili.

All'ingresso si potrebbe affiggere un cartello ironico ma sincero: «Qui si può comprare tutto ciò che si vuole e soprattutto ciò che non si vuole». In questa battuta si nasconde forse il segreto del successo commerciale del grande magazzino svedese. Il visitatore viene continuamente invitato a trasformare desideri latenti in bisogni immediati.

Il risultato è paradossale: molti clienti terminano il percorso con il carrello pieno, ma non sempre con l'oggetto che li aveva spinti a entrare. Il labirinto ha compiuto la sua funzione. L'obiettivo iniziale è stato sostituito da una serie di desideri indotti lungo il cammino.

Anche il ristorante sembra svolgere un ruolo preciso in questo percorso psicologico. Dopo ore di cammino tra corsie, frecce e percorsi obbligati, il visitatore giunge in un ambiente in cui gli odori del cibo e il piacere del palato producono una sensazione di sollievo. I volti appaiono più rilassati. Le famiglie si siedono, i bambini si calmano, gli adulti interrompono momentaneamente la ricerca dell'uscita. Per qualche minuto il labirinto lascia spazio a un'oasi di conforto sensoriale.

Forse il vero prodotto venduto dall'IKEA non è il mobile. È l'esperienza stessa del consumo. Ogni elemento, dall'architettura del percorso all'esposizione degli oggetti, fino all'area ristorazione, sembra studiato per guidare il comportamento del visitatore e trasformare un bisogno concreto in una lunga esplorazione di desideri.

Uscendo dal negozio, con le borse cariche e la mente affaticata, molti provano una sensazione difficile da definire. Non è insoddisfazione, ma neppure autentica soddisfazione. È piuttosto la consapevolezza di aver attraversato uno dei più sofisticati labirinti commerciali del nostro tempo.

Confesso che, al termine della visita, mi è venuta persino un'idea commerciale. La battuta che mi è nata spontaneamente – «Qui si può comprare tutto ciò che si vuole e soprattutto ciò che non si vuole» – potrebbe essere venduta direttamente all'IKEA. In fondo è una forma di pubblicità particolarmente raffinata. Non promette prezzi bassi, qualità o convenienza: descrive semplicemente ciò che accade realmente. E forse proprio per questo sarebbe uno slogan irresistibile.

Se l'azienda decidesse di adottarlo, mi aspetterei almeno una piccola percentuale sui futuri acquisti impulsivi dei clienti. Del resto, riconoscere con autoironia il proprio successo è spesso la forma più intelligente di marketing. Giuseppe Tizza, de.it.press 4

 

 

 

 

 

Continentale Cgie: nessun interlocutore su elezioni Comites e servizi consolari

 

MADRID - Dopo una sessione dedicata alla presenza imprenditoriale italiana e ai rapporti commerciali tra Italia e Spagna, che ha visto la partecipazione di numerosi interlocutori ed esperti del settore, la Commissione Continentale Europa–Nord Africa del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (CGIE), riunita a Madrid dal 18 giugno, ha affrontato ieri il tema della diffusione della lingua e della cultura italiana.

Il panel dedicato all’argomento ha favorito un ampio confronto tra i consiglieri e gli operatori del settore. Ai lavori hanno infatti partecipato i dirigenti scolastici delle Scuole Italiane di Madrid e Barcellona, nonché i rappresentanti degli enti gestori delle scuole dell’infanzia attive nelle due città.

Gli interventi si sono protratti fino alle ore 15.30, lasciando successivamente spazio ad altri due temi di particolare rilevanza per le comunità italiane all’estero: i servizi consolari e le prossime elezioni dei Comites.

Su questi argomenti, alcuni consiglieri del CGIE hanno espresso forte rammarico per l’assenza di interlocutori istituzionali, nonostante le ripetute sollecitazioni avanzate dal Vicesegretario del CGIE, Giuseppe Stabile, affinché fosse garantita la presenza di rappresentanti della Direzione Generale per gli Italiani all’Estero e le Politiche Migratorie (DGIT).

Sollecitata sulla questione, la Segretaria Generale del CGIE, Maria Chiara Prodi, ha condiviso il testo del parere che il Comitato di Presidenza (CdP) ha trasmesso alla Direttrice Generale Silvia Limoncini, rispetto al quale si attende un riscontro sulle criticità sollevate e le possibili soluzioni

L’assenza di un confronto diretto su due temi così rilevanti ha suscitato perplessità tra diversi consiglieri, soprattutto alla luce dell’importanza che rivestono sia il funzionamento della rete consolare sia il rinnovo degli organismi di rappresentanza degli italiani all’estero. Questioni che coinvolgono direttamente milioni di connazionali e che richiederebbero un dialogo costante tra le istituzioni e gli organismi rappresentativi delle collettività italiane nel mondo.

Molti cittadini italiani residenti all’estero non conoscono ancora pienamente il ruolo e le funzioni dei Comites e del CGIE, organismi democraticamente eletti o designati per rappresentare le istanze delle comunità italiane fuori dai confini nazionali. Eppure, i loro componenti operano quotidianamente sul territorio, spesso a titolo volontario, fungendo da punto di raccordo tra i connazionali e le istituzioni italiane, raccogliendo segnalazioni, individuando criticità e formulando proposte su temi che spaziano dai servizi consolari alla promozione della lingua italiana, dall’assistenza sociale alle nuove mobilità.

Proprio per questo motivo appare sempre più evidente la necessità di rafforzare il ruolo del CGIE, riconoscendone maggiormente il valore consultivo e propositivo nell’ambito delle politiche rivolte agli italiani all’estero. Un organismo che rappresenta una realtà composta da oltre 7,5 milioni di cittadini iscritti all’AIRE non può essere considerato soltanto un soggetto da consultare occasionalmente, ma dovrebbe essere coinvolto in maniera sistematica nei processi decisionali che riguardano le comunità italiane nel mondo.

La stessa assenza di interlocutori istituzionali durante una sessione di lavoro dedicata a temi strategici come i servizi consolari e le elezioni dei Comites è stata interpretata da diversi consiglieri come il segnale di una insufficiente attenzione verso gli organismi di rappresentanza degli italiani all’estero. Una percezione che rischia di indebolire ulteriormente il rapporto tra le istituzioni e una parte sempre più significativa della collettività nazionale.

In questa prospettiva, oltre a una revisione della normativa sui Comites, viene ritenuta sempre più urgente l’approvazione di una nuova legge istitutiva del CGIE, capace di aggiornare competenze, funzioni e strumenti operativi dell’organismo alla luce delle profonde trasformazioni intervenute negli ultimi decenni nel fenomeno migratorio italiano. Un CGIE più autorevole, maggiormente ascoltato e dotato di strumenti adeguati potrebbe contribuire in modo significativo alla definizione delle politiche per gli italiani all’estero, lavorando in sinergia con il Parlamento, il Governo e gli eletti nella Circoscrizione Estero.

Il rafforzamento del CGIE non rappresenta una rivendicazione corporativa, ma una necessità democratica: dare voce a milioni di cittadini italiani residenti all’estero significa riconoscere pienamente il loro contributo alla crescita economica, culturale e sociale del Paese e garantire loro una rappresentanza all’altezza delle sfide del presente e del futuro.

Carmelo vaccaro, consigliere Cgie Svizzera dip20

 

 

 

 

 

 

CGIE: la storia della rappresentanza degli italiani all’estero

 

ROMA – Nella settimana delle celebrazioni per la Festa della Repubblica Italiana, il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero richiama l’attenzione sul valore storico, civile e democratico della rappresentanza degli italiani nel mondo, elemento essenziale per il rafforzamento degli ideali di unità nazionale e per il pieno riconoscimento del contributo delle comunità italiane oltre confine. A questo tema è dedicato il documento “Il lungo percorso della rappresentanza degli italiani all’estero”, redatto dalla Vicesegretaria generale del CGIE per i Paesi anglofoni extraeuropei, Silvana Mangione, e illustrato nel corso dei lavori dell’Assemblea plenaria del CGIE, svoltasi lo scorso 15 maggio presso il CNEL. Il testo ricostruisce, con rigore storico e memoria istituzionale, le tappe che hanno condotto alla nascita degli organismi di rappresentanza delle collettività italiane all’estero, fino all’istituzione del CGIE e al riconoscimento dell’esercizio del voto per i cittadini italiani residenti fuori dai confini nazionali. Il percorso delineato nel documento evidenzia come la rappresentanza degli italiani all’estero non sia il risultato di un atto improvviso, ma l’esito di una lunga e complessa maturazione democratica: dalle prime previsioni contenute nella legge consolare del 1866, passando per le Conferenze sull’emigrazione, per il ruolo propulsivo del CNEL, per l’istituzione dei Comitati dell’Emigrazione Italiana, fino alla legge istitutiva del CGIE del 1989 e alla successiva conquista del voto all’estero. Nel tempo le comunità italiane nel mondo hanno saputo custodire lingua, cultura, memoria e appartenenza, contribuendo al prestigio dell’Italia e mantenendo vivo un legame profondo con il Paese. In questo senso, gli italiani all’estero rappresentano una componente fondamentale della comunità nazionale: non una realtà periferica, ma una parte integrante della Repubblica, capace di rafforzarne la proiezione internazionale e il senso stesso dell’unità.

La Festa della Repubblica richiama ogni anno i valori fondativi della democrazia italiana: partecipazione, cittadinanza, diritti, responsabilità e coesione. Il CGIE sottolinea che tali valori trovano piena espressione anche nella storia degli italiani all’estero, donne e uomini che hanno contribuito, con il lavoro, l’impegno associativo, culturale e civile, alla costruzione di un’Italia più ampia, plurale e presente nel mondo. Il documento costituisce dunque – sottolinea il Cgie – un contributo prezioso alla memoria collettiva del Paese e invita a guardare alla rappresentanza non solo come a uno strumento istituzionale, ma come a una conquista democratica da custodire, rafforzare e rinnovare. In questi giorni di celebrazioni repubblicane, il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero ribadisce il proprio impegno affinché le comunità italiane nel mondo continuino a essere ascoltate, valorizzate e coinvolte nei processi decisionali che riguardano il futuro dell’Italia e della sua presenza internazionale. La storia della rappresentanza degli italiani all’estero è, a pieno titolo, parte della storia della Repubblica. Questo il link alla relazione: https://www.cgieonline.it/wp-content/uploads/2026/06/Mangione.pdf  (Inform 4)

 

 

 

 

 

Lettera ai parla-mentari d’Italia

 

Gentili Parla-mentari,

ho volutamente separato la parola "parlamentari" in "parla-mentari", perché la vostra funzione è inseparabile dalla parola.

Le leggi nascono dalle parole.

Le istituzioni vivono di parole.

La democrazia si alimenta di parole.

Eppure sembra che proprio la parola, strumento fondamentale della vita pubblica, sia spesso trascurata, impoverita o ridotta a mezzo di scontro e propaganda.

L'Italia non è soltanto una nazione. È la terra che ha dato al mondo una delle più grandi tradizioni linguistiche e oratorie della storia. Nella Roma di Cicerone la parola divenne arte civile, strumento di persuasione fondata sulla ragione e mezzo per costruire il bene comune.

Da allora sono trascorsi più di duemila anni, ma il principio rimane immutato: la qualità della vita democratica dipende anche dalla qualità delle parole con cui essa viene esercitata.

Per questo mi permetto di proporre un semplice Manifesto del buon Parla-mentare.

Prima di parlare, ascolta.

Leggi prima di scrivere.

Studia prima di decidere.

Cerca la verità prima dell'applauso.

Usa parole che illuminano, non parole che confondono.

Non insultare quando mancano gli argomenti.

Ricorda che ogni parola lascia una traccia.

Parla ai cittadini, non alle telecamere.

Non trasformare il dissenso in inimicizia.

Abbi il coraggio di dire: "Mi sono sbagliato".

Considera la lingua italiana un bene comune.

Ricorda che una legge nasce da una frase scritta bene o male.

Coltiva l'arte dell'argomentazione, non quella della provocazione.

Onora la tradizione di Cicerone e dei grandi maestri dell'oratoria.

Ricorda che il Parlamento non è uno stadio.

Chi rappresenta il popolo dovrebbe rappresentare anche il meglio della sua lingua.

Da insegnante, traduttore e interprete, dopo quarant'anni di attività professionale, desidero inoltre mettere a disposizione la mia esperienza attraverso incontri, conferenze e corsi dedicati alla lettura ad alta voce e alla comunicazione efficace.

Sono convinto che parlare bene non sia un privilegio di pochi, ma una competenza che può essere appresa e sviluppata.

La lettura ad alta voce educa all'ascolto, alla riflessione, all'empatia e al rispetto delle parole. Per questo considero la sua diffusione una questione non soltanto culturale, ma anche civile e democratica.

Se la qualità delle nostre parole migliorerà, forse migliorerà anche la qualità del nostro confronto pubblico.

E con essa, la qualità della nostra Repubblica.

Giuseppe Tizza, Düsseldorf (dip 11)

 

 

 

 

 

“L’invecchiamento è una sfida e non un problema”: perché i nuovi anziani non sono quelli di 50 anni fa

 

La longevità è una conquista e va considerata una sfida e un’opportunità, non un problema o un costo. È questo il messaggio principale emerso dal panel dedicato all’invecchiamento che si è svolto nell’ambito del nuovo appuntamento Adnkronos Q&A, dal titolo ‘La demografia cambia la società’, che si è tenuto oggi (18 giugno) a Roma presso il Palazzo dell’Informazione. Il punto di partenza è la consapevolezza delle trasformazioni in atto, ma adottando una visione positiva. È Cecilia Tomassini, professoressa ordinaria di Demografia presso l’Università del Molise e membro del consiglio direttivo di Age-It, a spiegare perché possiamo avere un approccio più ottimista.

Anziani diversi da quelli di 50 anni fa

“I nuovi anziani sono completamente diversi da quelli di 50 anni fa. Intanto sono più istruiti e dunque fanno maggiore prevenzione, sono più in salute, vivono più a lungo (chi ha una laurea vive in media 6 anni in più). Poi sono più digitali, quindi possono intervenire su vari aspetti della salute, dall’accesso alle conoscenze a strumenti come la telemedicina”. Insomma, per Tomassini “c’è una nuova fase della vita con persone istruite, ancora in piena salute, che fanno volontariato e possono ancora dare molto”. Non va dimenticato poi che “i cinque pilastri dell’invecchiamento attivo fanno bene anche nella terza e quarta età”, ha proseguito.

Premesso questo, per affrontare le sfide legate all’allungamento della vita è necessario innanzitutto capirle meglio. Si inserisce qui il progetto ‘AGE-IT’, che ha visto “un grosso investimento in termini di soldi (nell’ambito del Pnrr) ma anche di personale” e che si basa sull’essere “un programma che non finisce con la fine del Pnrr ma che continua a portare nel dibattito l’idea di una demografia positiva e che l’invecchiamento è una sfida e non problema”.

Nel concreto, ha spiegato Tomassini, “misuriamo le diseguaglianze ad esempio territoriali o tra generazioni: abbiamo creato indici per capire se gli anziani hanno lo stesso peso politico e di risorse rispetto ai giovani, e per i carichi di cura: perché le donne passano il 30% della loro vita come caregiver e gli uomini molto meno”?

Le aziende a sostegno della buona salute

Anche per Giovanni Marcantonio, vicepresidente del Consiglio nazionale Ordine Consulenti del Lavoro, “la longevità non può essere un costo ma deve essere anche una risorsa, un’opportunità”. Sicuramente c’è un tema di “quando andrò in pensione”, ma anche di “come ci andrò”. Sostenibilità del sistema previdenziale, dunque, ma allo stesso tempo cosa può fare un’azienda per “accompagnare le parsone a mantenersi in buona salute”. Molte cose, ha spiegato il vicepresidente Cnl, attraverso “strumenti efficaci quali la contrattazione collettiva e il welfare aziendale che si aggiunge alla retribuzione, come i fondi sanitari integrativi che consentono un certo benessere e i controlli medici”.

Anche perché, ha precisato il manager, le pensioni sono pagate da chi è attivo, quindi anche per queste persone vale il discorso di essere accompagnati nel mantenersi in buona salute, in modo da contribuire al sistema e non mandarlo in crisi.

Prevenzione per la buona salute: i vaccini

Un aspetto che si allaccia con la prevenzione, di cui ha parlato Anna Odone, professoressa ordinaria di Sanità pubblica dell’Università di Pavia. Se è vero che “l’aspettativa di vita in Italia è di quasi 85 anni”, va anche considerato che “l’aspettativa di vita in buona salute si ferma a 58-60 anni”. “Quindi l’obiettivo di sanità pubblica è preservare la buona salute attraverso la prevenzione primaria, che ha impatto sia sulla salute individuale (vaccini, stili di vita sani, screening) sia a livello di popolazione, quindi con un beneficio per la società”.

La prevenzione, compresi i vaccini, diventa così “uno strumento di invecchiamento in salute e attivo anche per la popolazione adulta, anziana, e fragile” e “di protezione collettiva”. In tal senso è importante avere servizi di prossimità e modelli di cura che si avvicinino loro ai cittadini.

La salute finanziaria

Ma se preservare la salute fisica è fondamentale, altrettanto è pensare a mantenere la salute finanziaria in quello che può essere il momento di maggiore vulnerabilità, ha sottolineato Roberto De Agostini, head of Media&Public Relations di Banca Mediolanum. “Il rischio è un ‘terzo o quarto tempo’ dove non si hanno i mezzi per continuare a vivere bene”.

“La variante tempo è la principale: prima si inizia prima si arriva preparati; più si arriva tardi più si deve compensare con investimenti e anche con la previdenza complementare”, ha spiegato De Agostini. E mentre è in atto una trasformazione nella consulenza finanziaria per rispondere alle nuove esigenze, allo stesso tempo “serve uno sforzo di informazione”, ha precisato il manager.

L’educazione finanziaria diventa fondamentale

Ovvero serve l’educazione finanziaria, come ha evidenziato Paola Ansuini, responsabile Comunicazione cultura finanziaria e tutela clientela della Banca d’Italia. “Siamo abituati all’idea del risparmio accumulato per quando saremo anziani, ma con la longevità dovremo coprire un periodo più lungo. Quindi, dovremo pensarci prima e in modo diverso”. Infatti, ha spiegato, “dobbiamo prevedere valenze di long term care e la cura prolungata di figli e nipoti”, senza considerare che “in una società che invecchia non si può fare affidamento solo sul pubblico”.

Cosa si può fare dunque? “Risparmiare di più, prolungare la vita lavorativa, investire meglio con strumenti che consentano di iniziare presto”. Riguardo quest’ultima opzione, l’educazione finanziaria diventa fondamentale, insieme all’affidabilità di giornali e piattaforme. Bankitalia è attiva in questo senso attraverso il sito economiapertutti, progetti nelle scuole e con la Caritas”. “Solo 1 italiano su quattro conosce l’home banking: con le competenze siamo molto indietro e servono punto di contatto con i cittadini”, ha concluso la responsabile Bankitalia.

A proposito di competenze, Marcantonio ha offerto un ulteriore spunto di riflessione parlando di intelligenza artificiale. La domanda che va per la maggiore è se sostituirà i lavoratori ma, posta in questo modo, la questione “testimonia quello che non va fatto: attendere ciò che succede”. La domanda va invece posta “per capire cosa vogliamo governare”, ha affermato. Un suggerimento valido anche per la longevità e la sfida demografica. Adnkronos 18

 

 

 

 

 

Solo chi porta il dolore conosce la sua intensità; gli altri vedono la ferita, ma non la tempesta interiore

 

Il viaggio della vita umana è un percorso ricco di esperienze che si imprimono nella mente e nell’anima. Alcune esperienze portano gioia, amore, successo e celebrazione. Altre giungono come delusione, perdita, cuore spezzato, solitudine, fallimento e sofferenza. Tra tutte le esperienze, il dolore è forse la più fraintesa e al tempo stesso la più trasformativa dell’esistenza umana. È un’esperienza che può essere vista e interpretata dall’esterno, ma che può essere davvero compresa solo dall’interno.

Da qui nasce una comprensione profonda: siamo tutti posti davanti a una grande opportunità esistenziale, chi lo vive conosce la sua verità più profonda, la sua agonia più autentica. Il dolore non è soltanto un fatto della vita. È un linguaggio. È un dialogo silenzioso tra la vita e lo spirito umano, un dialogo che non si esprime a voce alta. È un maestro che talvolta non è desiderato, ma che non si dimentica mai. Soprattutto, è un fenomeno che non si può trasferire né spiegare completamente: deve essere vissuto.

Un uomo può descrivere il mare come chi osserva dalla riva: può ammirarne le onde, misurarne la profondità, apprezzarne la bellezza. Ma è solo il marinaio, attraversando le tempeste, a conoscere la vera natura del mare. Allo stesso modo, molti parlano della sofferenza, ma solo pochi - coloro che l’hanno attraversata - possono comprenderne gli aspetti più nascosti.

Oggi la società possiede una grande conoscenza del dolore: gli psicologi lo studiano, i filosofi lo discutono, i medici lo trattano, gli scrittori lo descrivono, e le religioni lo interpretano. Tuttavia, esiste ancora una differenza essenziale tra conoscenza e comprensione.

Si può conoscere la definizione del lutto, e tuttavia non essere pronti quando si perde una persona amata.

Si può conoscere la solitudine, e rimanere sorpresi dal silenzio di una stanza vuota.

Si può conoscere il fallimento nei libri, e crollare quando anni di lavoro svaniscono in un istante.

Il sapere appartiene alla mente. L’esperienza appartiene all’essere.

In questo consiste una delle chiavi della Filosofia Sethiana. Il Dr. Sethi K. C. afferma che esistono verità che non possono essere insegnate, ma soltanto vissute. Una delle espressioni della Filosofia Sethiana recita: esiste un’università senza muri, senza finestre, senza porte né cancelli, e questa università è l'esperienza; il maestro è il “dolore”, e l’esame è la “vita”. I certificati di questa università sono invisibili, ma tra i più preziosi che un essere umano possa possedere.

I Watsonites parlarono con una sola voce:

“Pain: The Great Revealer.” (I Watsonites sono un gruppo di persone che condividono una visione unitaria sul dolore.)

La maggior parte delle persone crede di conoscersi. Si definisce attraverso successi, professioni, beni, relazioni e status sociale. Poi arriva il dolore. E improvvisamente molte ipotesi interiori si dissolvono.

Il forte incontra la fragilità.

Il ricco incontra il dubbio.

Il sano incontra la malattia.

Il sicuro incontra la perdita.

Il vincente incontra il fallimento.

Il dolore elimina le illusioni. Strappa le maschere e rivela ciò che si cela sotto di esse.

Il peso invisibile

Uno dei grandi fraintendimenti del dolore è che non può essere riconosciuto dall’apparenza. Spesso si pensa che la sofferenza si manifesti solo nelle lacrime o nelle ferite visibili. Ma i dolori più profondi sono spesso nascosti.

Ci sono persone che sorridono nelle fotografie portando dentro un lutto silenzioso.

Ci sono persone che festeggiano mentre si sentono profondamente sole.

Ci sono persone che aiutano gli altri mentre cercano aiuto per sé stesse.

A volte si ride ad alta voce per non affrontare il silenzio del proprio dolore. A volte si ride ad alta voce per non affrontare il silenzio del proprio dolore. Non tutte le ferite sono visibili. E proprio questo comprende solo chi ha sofferto davvero. Per questo, chi ha attraversato il dolore diventa spesso più sensibile al dolore degli altri. Impara a vedere oltre ciò che è visibile. Comprende che ogni persona può portare un peso sconosciuto al mondo.

Il Dr. Sethi K. C. afferma: “Una frattura ossea si vede, ma un cuore spezzato no. Eppure entrambi devono essere guariti.”

Il dolore come scultore silenzioso

Il dolore è uno scultore silenzioso. Non aggiunge soltanto materia, ma rimuove ciò che è superfluo.

Elimina le illusioni.

Spegne l’arroganza.

Dissolve le certezze false.

Sottrae superficialità.

Lentamente, rivela la parte più autentica dell’essere umano. Secondo la Filosofia Sethiana, il dolore scolpisce la coscienza: ogni perdita porta una lezione, ogni ferita nasconde una forza.

Empatia e trasformazione

La sofferenza può diventare un dono, se compresa. Non come simpatia - “mi dispiace per te” - ma come empatia: “io comprendo”.

Chi è stato tradito comprende il tradimento.

Chi ha perso comprende la perdita.

Chi ha vissuto la povertà comprende il valore della sicurezza.

Chi ha sofferto comprende il linguaggio silenzioso degli altri.

Il Dr. Sethi K. C. osserva: “Un cuore che ha imparato il linguaggio del silenzio sa ascoltare meglio.”

Il paradosso del dolore

Il dolore è un paradosso: toglie e dona allo stesso tempo.

Ferisce, ma insegna.

Rompe, ma ricostruisce.

Indebolisce, ma rafforza.

Nessuno desidera la sofferenza. Eppure spesso proprio da essa nascono le lezioni più profonde della vita.

Le cicatrici come filosofia

Nella cultura moderna le cicatrici sono viste come difetti. Nella Filosofia Sethiana, invece, ci sono prove di sopravvivenza.

Il Dr. Sethi K. C. afferma: “La ferita è la firma del dolore; la cicatrice è la firma della resilienza.”

Le ferite appartengono al passato.

Le cicatrici appartengono al futuro.

Una indica il dolore.

L’altra indica la sopravvivenza.

L’università del dolore

Ogni essere umano frequenta, prima o poi, la “Università del Dolore”. Nessuno vi si iscrive, ma tutti vi entrano.

Le lezioni includono perdita, fallimento, solitudine e delusione.

I diplomi sono le cicatrici.

Il voto più alto è la compassione.

Chi ha studiato in questa università diventa più umano, meno giudicante, più paziente e più consapevole.

Conclusione

Alla fine, solo chi ha portato il dolore ne conosce il vero peso. Lo studioso può analizzare, il filosofo può spiegarlo, ma solo chi lo ha vissuto ne comprende la verità. Eppure, il dolore non è soltanto sofferenza. È ciò che ci rende profondamente umani. È ciò che trasforma la conoscenza in saggezza, e la ferita in consapevolezza.

Dr. Sethi K. C., de.it.press 17

 

 

 

 

 

 

Democrazia

 

Il permanere degli atti di guerra nel mondo, stimola l’urgenza d’esporre una riflessione sull’importanza della Democrazia al confronto della violenza che è sempre stato l’arma dei prepotenti. Solo la “Democrazia” è una tangibilità esercitata dal Popolo tramite i suoi Rappresentanti.

Essa si fonde sul concetto, inscindibile, di “sovranità”. Tutto ciò che capita al di fuori di questo costrutto, può anche essere “destabilizzazione”. Idea che pretende d’imporre un sistema sotto la dipendenza con la violenza. Purtroppo, non siamo nuovi a fatti di guerra, la cui matrice, qualunque essa sia, è sempre riprovevole.

Non è con la violenza, a fronte di tante vittime innocenti, che un’idea potrà trovare spazio in una società che fonda le sue radici nella libera convivenza. Il dialogo ha da subentrare alla coercizione, i segni di buona volontà, alle armi e alla violenza. I progetti non si possono affermare in altro modo. Subirli, col terrore, non è una soluzione; ma solo l’acuirsi di un problema. La convivenza dei Popoli, senza sconfinamenti di territorio e di potere estorto, traccia la via per garantire la vita e la pace. Cioè la Democrazia.

Ne deriva che è meglio affrontare, con la certezza d’essere nel giusto, ogni azione atta a non confondere gli equilibri socio/politici del mondo in essere. La vita, in tutte le sue manifestazioni, è sacra. La guerra, alla fine, ricade su chi l’ha cagionata. La storia è la testimone di quanto abbiamo rilevato. Sarebbe meglio non dimenticarlo mai.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Giovanni D’Onofrio, da manovale a imprenditore ad Aalen (Stoccarda)

 

La prima parte della sua biografia è ricca di difficoltà, decisioni drastiche da prender e scogli da superare. Come decine di migliaia di connazionali anche lui avverte il peso della miseria e della necessità impellente di andare in cerca di un futuro migliore o comunque meno traumatico, affrontando l’ignoto dell’emigrazione.

Negli anni ’50 sia nel Meridione che nell’Arco Alpino regnava la miseria ed erano decine di migliaia i giovani che lasciavano l’Italia. Le mete erano Francia, Benelux, Svizzera e soprattutto la Germania che, a causa dell’ignobile guerra, si ritrovava con un paese da ricostruire.

Alla luce di queste necessità, la Germania bisognosa di manodopera, e l’Italia, ricca di braccia ma duramente colpita dalla povertà, nel dicembre del 1955 decidono di sottoscrivere un accordo che consentisse alla Germania di istituire a Verona un Centro di reclutamento di manodopera italiana da destinare principalmente ad industrie metalmeccaniche e a imprese edili.

Come migliaia di connazionali così anche Giovanni D’Onofrio, nonostante i disperati pianti della mamma, decide di voltare le spalle alla sua molisana Colletorto che allora contava 3.900 abitanti contro i 1.600 di oggi.

L’allora 17enne Giovanni raggiunge prima Milano dove trova subito lavoro in alcuni ristoranti riuscendo a spedire ai genitori 18mila lire delle 27mila che guadagnava mensilmente.

Anche gli altri due fratelli decidono di emigrare: uno in Francia e l’altro in Olanda. Da questi due paesi per leggi vigenti di allora, non era consentito spedire soldi in Italia; dalla Germania invece era possibile.

Questa opportunità contribuisce a far maturare l’idea-necessità di avere come nuova meta d’emigrazione Schönaich/Stoccarda, sia per il fratello che aveva scelto la Francia e sia per Giovanni che aveva preferito Milano come prima esperienza lavorativa.

Oggi è inimmaginabile capire ciò che la nostra prima generazione ha vissuto al primo impatto con un paese, una lingua, usi e usanze così tanto diversi, ci racconta Giovanni:

“Grazie ad un italiano che incontrai alla Stazione Centrale di Stoccarda presi un bus per Schönaich. Di fronte alla Fermata del bus c’era un negozio la cui proprietaria mi consentì gentilmente di telefonare. Dieci minuti dopo venne a prendermi una gentile ragazza che mi accompagnò agli alloggi dove c’era già anche mio fratello. Giuseppe subito il giorno dopo mi consegnarono: pala, piccone e stivaloni fino al ginocchio per lavorare in un canale.

La paga oraria non era male: 2,23 marchi. Dopo un paio di mesi ci venne a trovare un parente che lavorava all’Alfing, una fabbrica metalmeccanica di Aalen-Wasseralfingen, e ci convinse a cambiare azienda prima dell’autunno, in modo da poter passare ad un lavoro più stabile e al sicuro da intemperie. Così con mio fratello Giuseppe ed altri tre compagni di lavoro ci trasferimmo a Wasseralfingen.

Ma il lavoro in fabbrica ti soddisfaceva?

Per la verità era monotono. Il caporeparto se ne accorse e mi propose di imparare a tornire. Questo salto mi consentì di guadagnare molto di più  e con il mio amico e compagno di lavoro Gino Barbieri riuscivamo in fase alterne a fare una rimessa alle nostre famiglie di 300 marchi ogni 15 giorni.

Si guadagnava così tanto in fabbrica?

No, però per aiutare la famiglia il sabato lavoravo in edilizia abitativa. Grazie a questo lavoro straordinario riuscii a fare anche la patente di guida e a comprare una vecchia Lloyd 600.

L’acquisto di una “vecchia carretta” ti consentì però di essere già più autonomo?

Certamente. Così potevo migliorare la mia capacità di guida. Mi chiese un favore il mio parente Sante Simone. Lui aveva comprato per 150 marchi un vecchio Käfer/maggiolino. Dovendo però ritornare in Italia per andare a fare il militare, mi chiese di comprarmi la sua auto per la stessa somma. Accettai di fargli questo favore. Il mio amico, Domenico Apostoli, al quale insegnavo a tornire, avendo già un po’ di esperienza meccanica, abbiamo riparato quel vecchio Käfer.

Avevate un garage per le riparazioni?

Si, la cascina dei genitori della mia futura moglie, una bella ragazza bionda di nome Ida che avevo conosciuto a carnevale. Fu la classica scintilla che mi capovolse la vita. Mi sposai, divenni padre di due splendidi figli: Sandro e Christina e nel 1967, quindi 6 anni dopo il mio arrivo in Germania, d’accordo con mia moglie, fondai con il mio compagno di avventura la Ditta D’Onofrio e Compagno (Domenico Apostoli). Pian piano ci siamo ingranditi e oltre alle riparazioni, ci siamo dedicati con successo alla compravendita dell’usato. Per distrarmi un po’ dal lavoro misi su un complessino, formato da batteria, fisarmonica, sassofono e chitarra. Io cantavo brani italiani e il batterista quelli tedeschi.

Ma come arrivasti alla Concessione dell’Alfa Romeo, la prima in tutto il territorio di Aalen e provincia?

Io ero innamorato della linea dell’Alfa; per cui manifestai alla succursale di Francoforte il mio interesse per la compravendita e assistenza del marchio milanese. Il 12 maggio del 1972 mi fu concesso per 6 mesi di vendere Alfa. Ne vendetti 18, ovviamente tutte nuove e le lodi dell’Alfa Romeo furono veramente tantissime.

Fu difficile inserirsi in un mercato dominato da VW, NSU, Opel, Ford, Mercedes e Porsche?

La prima clientela fu ovviamente quella dei nostri connazionali. Alla festa dell’apertura invitai anche molti tedeschi ma ne vennero soltanto 8, i quali guardando il motore e la carrozzeria mi dissero di non aver interesse a comprare un ‘Alfa Romeo.

Però grazie ad una crescente clientela, squisitamente italiana, la Ditta D’Onofrio potè crescere.

Sì, proprio così. La D’Onofrio attirava italiani da località di tutta la provincia di Aalen ed oltre. La richiesta fu talmente forte che mi consentì non solo di assumere meccanici qualificati ed un giovane Meister (capoofficina), ma anche di costruire un salone, una grande officina e un grande parcheggio di 800mq. Nel frattempo l’azienda, che per limiti di età (ho 85 anni) ho passato a mio figlio Sandro, dà oggi lavoro ad una quindicina di persone.

L’attività è stata sempre “rose e fiori”?

Magari! Nel 1981 attraversai un momento veramente buio. Come è giusto che sia affidai la contabilità ad uno Steuerberater (Consulente fiscale). Il Finanzamt accusò la nostra azienda di non aver versato per 3 anni la Mehrwertsteuer (IVA tedesca) delle auto vendute. Perciò mi fu inflitta una multa di ben 330mila marchi. Di fronte a questa ingiunzione di pagamento anche la banca tentennò a lanciare il “salvagente”. Fortunatamente l’allora direttore della banca con cui lavoravo da oltre una decina d’anni, decise di non farmi annegare. Mi concesse un credito straordinario, pagai i debiti e ovviamente cambiai subito Steuerberater. Fu per me una lezione di vita. Da allora vale anche per me: “Vertrauen ist gut, Kontrolle ist besser!“

A parte l’incidente di percorso col Finanzamt, che sviluppo ha avuto l’azienda D’Onofrio?

Io ho cambiato lo Steuerberater, ho fatto molta attenzione alla documentazione e attuato un meticoloso controllo. Infatti non ho avuto più problemi col Finanzamt.

Di che cosa vai particolarmente orgoglioso?

Fortunatamente la ditta D’Onofrio, con tutti gli alti e bassi, dell’economia che viviamo, ancora oggi naviga in acque sicure.

Hai mai avuto nostalgia della tua natia Colletorto?

Ma certo! Mi sono preso sempre il tempo per andare con tutta la famiglia due o tre volte all’anno al mio paese nativo. Mi è servito e mi serve ancora oggi per ricaricare le classiche batterie.

Che cosa sei riuscito a trasmettere di italianità a tua moglie, figli e nipoti?

Mio figlio ha tutt’e due le nazionalità. Però si sente più italiano. Anche i suoi figli hanno due passaporti ed anche loro si sentono orgogliosamente più italiani. Quando c’è una partita di calcio tra la Germania e l’Italia fanno un tifo sfegatato per gli Azzurri.

Anche linguisticamente se la cavano molto bene con l’Italiano. Sul piano culinario, poi, non ci sono tentennamenti, amano mangiare italiano.

Perché non hai acquistato anche la cittadinanza tedesca, senza perdere quella italiana?

Nonostante mi sia un po’ tedeschizzato col lavoro, sono italiano al cento per cento!

Con quali occhi vedi la „tua“ Germania?

Ho sempre visto la Germania con occhi positivi, anche quando si registrano momenti di difficoltà sociali. Per me la Germania è e resta un grande paese, capace di dare prospettive anche a milioni di non tedeschi. Qui molte cose funzionano meglio, anche rispetto all’Italia; però entrambi e paesi sono sussidiari e possono apprendere l’uno dall’altro, ciascuno a modo suo.

Se tu potessi tornare indietro che cosa non faresti?

Io rifarei tutto. L’unica cosa che non farei più: lavorare 70 ore alla settimana. Ne lavorerei al massimo 50, in modo da trascorrere più tempo con la famiglia. Tony Màzzaro, CdI 19

 

 

 

 

 

 

L’abisso burocratico dei richiedenti asilo a Roma: un percorso a ostacoli che può durare anche 4 anni

 

Nella Capitale il sistema per il riconoscimento della protezione internazionale appare cronicamente paralizzato e vessatorio, facendo scivolare sempre più migranti nell’emarginazione abitativa e sanitaria. La denuncia del 21° Rapporto dell’“Osservatorio sulle migrazioni a Roma e nel Lazio”. Presentazione il 24 giugno al Teatro Rossini

N.B. Per i giornalisti sono disponibili su richiesta i capitoli integrali del Rapporto qui richiamati.

A Roma il sistema d’asilo “sta scivolando in una paralisi cronica”: un vero e proprio abisso burocratico nel quale l’Ufficio immigrazione della Questura e la Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale si distinguono per una “condotta omissiva e impenetrabile” che ostacola gravemente l’esercizio dei diritti dei migranti.

È una delle denunce più nette contenute nel 21° Rapporto dell’Osservatorio sulle migrazioni a Roma e nel Lazio, a cura del Centro Studi e Ricerche IDOS e dell’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”, che sarà presentato il prossimo 24 giugno alle ore 16.00 presso il Teatro Rossini (qui il programma).

Una denuncia ancora più grave se si considera che proprio nella Capitale si concentra il numero più elevato di richieste di protezione internazionale del Paese. Il contributo dedicato da A Buon diritto al tema parte da una premessa semplice: secondo la normativa italiana lo status di richiedente asilo si acquisisce nel momento in cui una persona manifesta la volontà di chiedere protezione, indipendentemente dalla formalizzazione della domanda, e l’accesso alla procedura dovrebbe essere garantito senza ritardi. La realtà, invece, è che per esercitare questo diritto i richiedenti asilo devono affrontare una seconda estenuante “traversata” di terra fatta di pratiche vessatorie, tempi volutamente dilatati e procedure spesso incomprensibili. Una via crucis in 10 tappe:

L’Ufficio immigrazione riceve solo 20 persone al giorno e, diversamente da altre città italiane, non dispone di un sistema di prenotazione online; il Tribunale di Roma ha censurato più volte questa prassi di contingentamento, nulla è cambiato.

Gli interessati sono così obbligati a stazionare per giorni consecutivi sui marciapiedi davanti agli uffici, spesso in condizioni climatiche difficili, alimentando il mercato nero delle file e fenomeni di sfruttamento ormai tristemente noti.

Chi riesce finalmente ad accedere e a manifestare la propria volontà di chiedere asilo riceve generalmente solo un appuntamento differito per il fotosegnalamento e il rilascio del cedolino, seguito da un’ulteriore convocazione per la formalizzazione della domanda.

Anche il fotosegnalamento presenta notevoli criticità: la prassi è infatti di convocare il richiedente non presso lo stesso Ufficio, ma in commissariati periferici situati a Ostia, Tivoli o persino Civitavecchia, con un preavviso che può limitarsi a un solo giorno. Chi non riesce a presentarsi deve ripartire dal via, “reiterando” la domanda con gravose conseguenze procedurali.

Prima della formalizzazione della richiesta, quindi, possono trascorrere diversi mesi, una “zona d’ombra giuridica” nella quale i richiedenti rimangono privi di un titolo valido e non possono accedere all’accoglienza, al lavoro, alle cure mediche o alla formazione.

Una volta formalizzata la richiesta viene rilasciato un “attestato nominativo” che non riporta chiaramente una data di scadenza, rendendo spesso impossibile per il richiedente aprire un conto bancario, firmare un contratto di lavoro o iscriversi all’anagrafe.

Tra la manifestazione della volontà di chiedere asilo e il rilascio del permesso di soggiorno possono così trascorrere complessivamente fino a tre o quattro anni (durata destinata ad allungarsi ulteriormente con le nuove procedure introdotte dal recente “Decreto Paesi sicuri”, che lasceranno indietro le pratiche di asilo “ordinarie”).

A ciò fa da cornice il carattere “impenetrabile” del sistema: l’Ufficio immigrazione ha eliminato qualsiasi contatto diretto con l’utenza e per ogni necessità (dalla verifica dello stato della pratica alla richiesta di un appuntamento) si può comunicare solo via Pec. Una “barriera tecnologica” (digital gap) che di fatto incoraggia l’inerzia e la discrezionalità degli uffici pubblici.

Inoltre si corre il rischio di essere considerati irreperibili solo perché, pur avendo comunicato via Pec la propria nuova residenza, la Questura “frequentemente” non registra l’aggiornamento e continua ad inviare le comunicazioni al vecchio indirizzo. E anche chi perde una convocazione deve ricominciare da capo.

Tempi così dilatati richiederebbero, nel frattempo, l’accesso a una rete di accoglienza (Cas e Sai) in grado di garantire condizioni di vita dignitose; accesso che però i richiedenti asilo, anche i più vulnerabili, spesso non riescono ad avere a causa di un “sistema perennemente saturo”.

La trappola della protezione speciale cancellata

A queste deviazioni si aggiungono, dopo l’entrata in vigore del “Decreto Cutro” (Dl n. 20/2023), le crescenti difficoltà nell’ottenere o rinnovare la protezione speciale, riconosciuta ai cittadini stranieri che, pur non avendo i requisiti per ottenere la protezione internazionale, non possono essere rimpatriati perché a rischio di persecuzione, tortura o trattamenti inumani e degradanti. Il decreto ha ridotto significativamente i presupposti per il rilascio del permesso, tra cui la valutazione dei legami familiari e del percorso di integrazione costruito in Italia, ha limitato le possibilità di rinnovo ed eliminato la convertibilità in permesso per lavoro. Nella pratica, gran parte dei titolari di questo permesso rischiano di restare “intrappolati in uno status precario” e di cadere nel circuito della marginalità, nonostante i legami sociali e lavorativi intessuti spesso in anni di permanenza in Italia.

In crescita le persone migranti senza una dimora stabile o adeguata  

Forse non è allora un caso che nel Lazio si concentri quasi il 27% delle oltre 100mila persone senza fissa dimora o in marginalità abitativa registrate nelle anagrafi comunali italiane (+4,6% rispetto al 2021); che 4 su 10 di queste persone siano straniere, con una netta prevalenza di africani; e che, a livello regionale, la quasi totalità si trovi a Roma: 25mila persone iscritte all’anagrafe presso una via virtuale, con una incidenza di stranieri (giovani) ben oltre il 60%. Numeri di altra scala, ma più allarmanti, riguardano gli homeless deceduti, la cui incidenza più alta in rapporto alla popolazione riguarda ancora il Lazio: 59 nel 2025 (+9 rispetto all’anno prima); 48 morti sono stati registrati in provincia di Roma e l’80% dei casi ha riguardato cittadini stranieri.

Anche tra i migranti in transito (area della Stazione Tiburtina) o che vivono nelle periferie più fragili (Bastogi e Idroscalo di Ostia), la precarietà indotta dalla burocrazia contribuisce ad aggravarne le condizioni di vulnerabilità. In questi contesti la clinica mobile di Medu evidenzia come la marginalità sociale e abitativa sia causa primaria del mancato accesso ai servizi sanitari. Nel 2025 l’associazione ha realizzato 569 interventi nell’area della Stazione Tiburtina verso 303 persone, generalmente giovani uomini provenienti da Africa sub-sahariana e Corno d’Africa: metà di essi si dichiara “in transito”, ma un 30% vive in Italia da più di 3 anni. Anche tra di essi 6 su 10 dormono per strada, la quasi totalità non ha un medico di riferimento e non utilizza i servizi sanitari, due terzi sono privi di un documento sanitario. 

Eleonora de Nardis, comunicazione@dossierimmigrazione.it; 333 3033936. 

Il 21° Rapporto dell’“Osservatorio sulle migrazioni a Roma e nel Lazio” si compone di 53 capitoli, redatti da 93 ricercatori ed esperti del mondo istituzionale, accademico e associativo, oltre a una vasta serie di tabelle e infografiche. Il volume fornisce gli ultimi aggiornamenti sul fenomeno dal punto di vista statistico e sociale scegliendo ogni anno alcuni temi da approfondire.

Il giorno della presentazione verrà rilasciato un nuovo comunicato stampa con i dati principali, corredato da un’ampia sintesi dell’intera pubblicazione.

Idos/Dip 18

 

 

 

 

 

Tavolo Asilo e Immigrazione. Il Governo accelera sul Patto UE: sacrificato ancora una volta il processo democratico

 

ROMA - Il Tavolo Asilo e Immigrazione esprime forte preoccupazione

e sconcerto per l’adozione di un nuovo decreto-legge in materia

di migrazione e asilo, inserito all’ordine del giorno del Consiglio dei Ministri

del 4 giugno, mentre è ancora in corso l’esame parlamentare del disegno di

legge relativo già approvato dal Consiglio dei Ministri nei mesi scorsi.

Ancora una volta, e nonostante ci siano stati due anni di tempo per il

recepimento delle normative europee, il Governo, che ha tenuto nascosti i Piani

di implementazione, sceglie la strada della decretazione d’urgenza e

dell’intervento emergenziale, comprimendo il dibattito democratico e svuotando

il ruolo del Parlamento. Il ricorso a un decreto-legge per l’attuazione del Patto

europeo su migrazione e asilo conferma una prassi ormai consolidata di

intervenire su diritti fondamentali attraverso strumenti normativi che limitano il

confronto pubblico e la possibilità di incidere sui contenuti delle riforme.

Questa accelerazione appare ancora più grave alla luce delle criticità già emerse

nel processo di recepimento del Patto. I testi finora circolati mostrano il rischio

concreto di un ampliamento degli spazi di discrezionalità amministrativa che

possono riguardare pericolosi automatismi incompatibili con il principio di

valutazione individuale, imposto dal Patto UE, relativo alle richieste d’asilo e

riduzioni delle garanzie giurisdizionali effettive. In gioco vi è il rispetto di

principi fondamentali: il diritto d’asilo, la libertà personale, la tutela della salute,

la dignità delle persone e il divieto di refoulement, tutelati dalla Costituzione

italiana, dal diritto dell’Unione europea e dagli obblighi internazionali.

Queste criticità si sommano all’assenza, pressoché totale nel percorso di

implementazione del Patto, di un adeguato processo di consultazione pubblica.

Le organizzazioni della società civile, gli enti territoriali e gli attori direttamente

coinvolti nei sistemi di accoglienza e tutela dei diritti non sono stati messi nelle

condizioni di potersi confrontare sui testi preparatori del Piano, documento

essenziale per comprendere le scelte organizzative, le tempistiche e gli impatti

concreti delle misure previste, rimasto ad oggi nascosto. L’assenza di

trasparenza impedisce un confronto informato e limita la possibilità di valutare

preventivamente le conseguenze delle nuove disposizioni.

Il Tavolo Asilo e Immigrazione richiama con forza il Parlamento a esercitare

pienamente la propria funzione di indirizzo e controllo. Il recepimento del Patto

non deve tradursi in un abbassamento delle garanzie costituzionali e

convenzionali. È necessario ricondurre ogni intervento normativo entro un

quadro di trasparenza e partecipazione, assicurando che le politiche migratorie

siano costruite nel rispetto dei diritti fondamentali e non piegate a logiche

emergenziali e propagandistiche.

Il rispetto dello Stato di diritto non può essere considerato un ostacolo, ma è la

condizione imprescindibile per la legittimità e l’efficacia delle politiche

pubbliche.

Per il Tavolo Asilo e Immigrazione:

A Buon Diritto, ACLI, ActionAid International Italia, Amnesty International

Italia, ARCI, ASGI, Casa dei Diritti Sociali, CIR, CGIL, CIES ETS, CNCA -

Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti, Commissione Migrantes

Missionari Comboniani Provincia Italiana, Emergency, Europasilo, FCEI -

Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, Fondazione Migrantes, Forum

per Cambiare l’Ordine delle Cose, International Rescue Committee Italia,

Italiani Senza Cittadinanza, Medici del Mondo, Oxfam Italia, Recosol - Rete

delle comunità solidali, Refugees Welcome Italia, Save the Children Italia,

SIMM, UIL. Dip 5

 

 

 

 

 

Gutachten: AfD-Verbotsverfahren hätte gute Chancen

 

Die GFF sieht bei der AfD mehrere Kriterien der Verfassungswidrigkeit erfüllt und stützt sich auf mehr als 30.000 öffentliche Belege. Im Zentrum stehen rassistische Konzepte, die Menschen mit Migrationsgeschichte und Musliminnen abwerten.

Rassistische Ideologie, Einschüchterung politischer Gegner, Abwertung ganzer Menschengruppen: Die AfD erfüllt einem Gutachten zufolge mehrere Kriterien der Verfassungswidrigkeit. Sie verstoße gegen das Demokratieprinzip und die Menschenwürde, heißt es in der Ausarbeitung der Gesellschaft für Freiheitsrechte (GFF), die am Donnerstag in Berlin vorgestellt wurde. Der Verein will zwar keine Empfehlung bezüglich eines Verbotsverfahrens aussprechen, hält es aber für wahrscheinlich, dass ein solcher Schritt Erfolg hätte.

Projektleiter Bijan Moini verwies zur Frage der Missachtung der Menschenwürde auf ein „rassistisch geprägtes politisches Konzept“ der AfD. Die Partei habe ein „ethnisch-kulturelles Volksverständnis“, definiere „unterschiedliche Klassen von Menschen“ und werte insbesondere Menschen mit Migrationshintergrund ab. Als Beispiele nannte der Chefjurist der GFF den Plan der AfD, Musliminnen mit Kopftuch das Betreten öffentlicher Gebäude zu verbieten, und das Konzept einer Geburtenprämie nur für Kinder, bei denen beide Elternteile die deutsche Staatsangehörigkeit haben.

Moini: Drohungen können Menschen einschüchtern

Außerdem wolle die AfD politische Gegner unterdrücken, was das Demokratieprinzip verletze, sagte Moini. Dies zeige sich etwa in der Ankündigung, Politikerinnen und Politiker anderer Parteien strafrechtlich zu verfolgen. Eine solche Drohung sei „hochgradig einschüchternd“ und geeignet, Menschen vom politischen Diskurs fernzuhalten. Dies stehe im Widerspruch zur freien Demokratie.

Für das 1.500 Seiten lange, spendenfinanzierte Gutachten werteten acht Juristinnen und Juristen mehr als 30.000 Belege ausschließlich aus öffentlichen Quellen aus. Dazu gehörten etwa Partei- und Wahlprogramme, parlamentarische Initiativen, Pressemitteilungen und Social-Media-Posts. Das Gutachten wurde vom Staatsrechtler Christoph Möllers und von der Staatsrechtlerin Sophie Schönberger überprüft, unter anderem auf Ergebnisoffenheit und die Einhaltung wissenschaftlicher Standards.

Debatte nach Verfassungsschutz-Einstufung 2025

Ein Parteiverbotsantrag kann von Bundestag, Bundesrat oder der Bundesregierung gestellt werden. Das Verfahren würde dann vor dem Bundesverfassungsgericht geführt. Zuletzt wurde im Frühsommer 2025 intensiv über einen solchen Schritt diskutiert – damals stufte das Bundesamt für Verfassungsschutz (BfV) die Partei auf Grundlage eines eigenen Gutachtens als „gesichert rechtsextremistische Bestrebung“ ein. Nach juristischer Intervention der AfD setzte das Kölner Verwaltungsgericht die Einstufung im Eilverfahren zunächst aus; das Hauptsacheverfahren läuft noch.

GFF-Vorstandsmitglied Dana-Sophia Valentiner sagte in Berlin, der Verein positioniere sich nicht zu einem möglichen Verbotsverfahren. Sie wünsche sich aber, „dass das Gutachten ernst genommen wird in Politik und Gesellschaft“. Es liefere eine „bessere Entscheidungsbasis“ als nur das BfV-Gutachten, sagte Valentiner. „Das Argument, ein Verbotsantrag werde scheitern, ist nach unserer Einschätzung nicht mehr haltbar.“ Moini ergänzte, unabhängig von der Verbotsfrage könne die GFF-Analyse zivilgesellschaftlichen Organisationen helfen, die sich gegen die AfD positionierten und deshalb davon bedroht seien, den Status der Gemeinnützigkeit oder Fördermittel zu verlieren.

AfD-Politiker wegen Hitlergruß-Vorwurf in Kritik

Zuletzt machten AfD-Politiker erneut negative Schlagzeilen mit Bezügen zum Nationalsozialismus. Der AfD-Bundestagsabgeordnete Martin Reichardt ist wegen eines Fotos mit erhobenem Arm in die Kritik geraten. Reichardt habe im Beisein von Parteikollegen den Hitlergruß gezeigt, heißt es im Politico-Podcast „Inside AfD“. Die Partei wies die Darstellung des Magazins zurück. Reichardt ist sachsen-anhaltischer AfD-Chef und auch Mitglied im Bundesvorstand der Partei.

Das Foto stammt aus dem Jahr 2020. Auf dem Bild ist zu sehen, wie Reichardt den linken Arm ausstreckt. Zwei Augenzeugen hätten gegenüber „Inside AfD“ bestätigt, es habe sich um einen Hitlergruß gehandelt, hieß es. „Die fragliche Geste war kein ‚Hitlergruß‘, sondern ein angedeuteter Ritterschlag“, sagte ein Sprecher der AfD Sachsen-Anhalt auf Anfrage.

Goebbels-Zitat als Klingelton?

Für eine AfD-Gemeinderätin aus Böblingen soll ein Vorfall Konsequenzen haben. Sie soll ein Zitat des nationalsozialistischen Propagandaministers Joseph Goebbels als Klingelton verwendet haben. Nach Angaben der AfD hat sie die Partei bereits verlassen. Zuvor sei der Parteiausschluss beschlossen worden, hieß es aus dem AfD Landesverband.

Beobachter sehen in diesem Verhalten ein bekanntes Muster. Vorfälle mit rechtsextremen Bezügen würden innerhalb der Partei so lange geduldet und gedeckt, bis sie nicht bekannt werden. Sobald sie öffentlich würden, würden Ausschlussverfahren und Maßnahmen eingeleitet, um weiteren Schaden von der AfD abzuwenden. Juristen sehen darin auch ein juristisches Manöver für den Fall eines Verbotsverfahrens. (epd/dpa/mig 26)

 

 

 

 

Die neue Arbeiterfrage

 

Die KI-Welle lässt sich nicht aufhalten. Entscheidend ist, ob ihr Wohlstand bei wenigen Konzernen bleibt oder allen zugutekommt. Philipp Mattheis

 

Ein Bonus von 300 000 Euro – pro Mitarbeiter und Jahr. Eine solche Gewinnbeteiligung haben sich Ende Mai die Beschäftigten des südkoreanischen Konzerns Samsung erstritten. Die rund 78 000 Mitarbeiter in der Halbleitersparte hatten mit Streik gedroht, falls der Konzern nicht einen Teil seiner exorbitanten Gewinne an die Belegschaft ausschüttet. Hintergrund: Samsung stellt sogenannte Speicherchips her. Aufgrund des KI-Booms in den USA ist die Nachfrage nach diesen Chips in letzter Zeit explodiert. Der Aktienkurs von Samsung hatte sich innerhalb weniger Monate verachtfacht. Bei den Mitarbeitern kam davon bislang jedoch wenig an.

Wie hoch genau der Produktivitätsschub ist, den künstliche Intelligenz in den kommenden Jahren auslösen wird, ist noch nicht endgültig klar. Eher konservative Schätzungen gehen von einem zusätzlichen Wachstum des Bruttoinlandsprodukts von etwa vier Prozent pro Jahr aus. Andere Studien, etwa Could Advanced AI Drive Explosive Economic Growth? von Open Philanthropy, taxieren den Boom für hoch entwickelte Volkswirtschaften wie die USA oder China sogar auf bis zu 30 Prozent jährlich. Doch selbst wenn der Ausstoß von Fabriken nur um drei Prozent steigt, wäre das ein gewaltiges Konjunkturprogramm für die Weltwirtschaft. Es gleicht einer zweiten Industriellen Revolution – und zwar im Positiven wie im Negativen.

Mit der kommerziellen Vermarktung der Dampfmaschine im Jahr 1776 begann in Großbritannien die Industrialisierung. Von nun an trieben nicht mehr Menschen die Webstühle an, sondern Maschinen. Das erhöhte den Ausstoß von Textilien um ein Vielfaches. Dampfbetriebene Pumpen erleichterten den Kohle- und Eisenabbau, was den Bau und Betrieb von Dampfmaschinen weiter beschleunigte. Dies wiederum ermöglichte den Bau der Eisenbahn, die Güter schneller und günstiger transportierte. 1760 importierte Großbritannien 1 130 Tonnen Baumwolle zur Textilherstellung. Bis 1830 hatte sich diese Menge auf 119 300 Tonnen erhöht – eine Verhundertfachung. Die Exporte stiegen von 0,7 Millionen Pfund im Jahr 1760 auf 31 Millionen Pfund Sterling im Jahr 1830. Ein exponentielles Wachstum setzte ein, welches das Vereinigte Königreich innerhalb weniger Jahrzehnte von einem unbedeutenden Inselkönigtum am Rand Europas zum größten Reich der Weltgeschichte machte. Auf seinem Höhepunkt in den 1920er Jahren kontrollierte das Britische Empire etwa 25 Prozent der Landmasse der Erde und rund 20 Prozent der Weltbevölkerung.

Niemand würde heute ernsthaft behaupten, die Industrielle Revolution sei eine negative Entwicklung für die Menschheit gewesen. Sie hat den globalen Lebensstandard um ein Vielfaches erhöht – auch wenn das Problem der Verteilung dieses Wohlstands in den ersten Jahrzehnten gravierend war. Das zeigte sich sowohl auf nationaler als auch auf globaler Ebene. Weil die industrialisierten Gesellschaften Europas Absatzmärkte für ihre Produktion brauchten, nahm der Kolonialismus richtig Fahrt auf. Mit ihren günstig produzierten Textilien zerstörte das Vereinigte Königreich die Wirtschaft Indiens. Aus einer der reichsten Regionen der Welt wurde innerhalb weniger Jahrzehnte ein Armenhaus. Gleichzeitig ist aber auch wahr: Die Welt wurde durch die Industrielle Revolution insgesamt reicher, nicht ärmer.

Ein jährliches Wirtschaftswachstum von 30 Prozent würde bedeuten, dass sich die Welt von einer Mangel- zu einer Überflussgesellschaft entwickeln würde. Es gäbe in diesem Szenario keine Knappheit mehr an Nahrungsmitteln, Wohnraum, Energie oder medizinischer Versorgung – die Preise würden gegen Null tendieren. Millionen Arbeitsplätze würden überflüssig oder durch Roboter ersetzt. Studien der Europäischen Zentralbank und anderer Institute gehen davon aus, dass ein Viertel aller Jobs in den EU-Ländern direkt betroffen sein wird und weitere 30 Prozent indirekt. In erster Linie handelt es sich dabei um White Collar-Jobs wie Verwaltungs- und Büroaufgaben. Die Welt würde also zwar reicher werden, zunächst aber würde die Arbeitslosigkeit steigen.

Das bedeutet nicht, dass wir alle unsere Arbeit verlieren. Arbeit ist mehr als nur eine Tätigkeit zum Geldverdienen. Arbeit bedeutet Identität, soziale Interaktion und Selbstwert. Jeder Mensch braucht Arbeit. Wenn jedoch die materielle Notwendigkeit zur Arbeit schwindet, können wir uns stärker den Tätigkeiten widmen, die uns erfüllen.

Außerdem gibt es zahlreiche Aufgaben, die wir nicht oder nur teilweise an Roboter abgeben werden. Die meisten Menschen lassen sich lieber von einem Menschen die Haare schneiden und bevorzugen ein Restaurant, in dem Menschen arbeiten. Diese Berufe werden daher künftig besser bezahlt werden als heute.

Trotzdem wird der Weg in diese schöne neue KI-Welt holprig verlaufen. Die ersten Anzeichen sind bereits sichtbar. Es kommt schon heute zu Entlassungen in immer mehr Branchen. Allein im ersten Quartal 2026 strich die Bankenbranche in den USA 15 000 Stellen. In der IT- und Tech-Branche ist die Entwicklung noch drastischer: Hier haben in den ersten Monaten des Jahres bereits mehr als 90 000 Menschen ihren Job verloren.

Auch die KI-Revolution droht also ein neues Proletariat zu schaffen, ähnlich wie die Industrialisierung im 19. Jahrhundert. Einige wurden damals sehr reich, andere verelendeten. Erst nach Jahrzehnten von Revolten, Revolutionen und politischen Kompromissen gelang es, den neu entstandenen Reichtum besser zu verteilen. Dieses Problem ist real und wird für erhebliche gesellschaftliche Unruhe sorgen. Die KI-Revolution lässt sich jedoch genauso wenig aufhalten wie die Industrielle Revolution vor 200 Jahren. Die Maschinenstürmer und Ludditen blieben ein historisches Randphänomen.

Es geht also darum, das Verteilungsproblem kreativ zu lösen. Ansätze dafür gibt es bereits. So forderte Bernie Sanders kürzlich beispielsweise eine einmalige Abgabe von 50 Prozent auf KI-Unternehmen, andere plädieren für eine Art Übergewinnsteuer. Das Problem all dieser Ansätze ist, dass sie das Wachstum hemmen könnten.

Ideen kommen deshalb auch aus dem Silicon Valley selbst. Sam Altman von OpenAI brachte jüngst einen öffentlichen Vermögensfonds ins Spiel, in den KI-Unternehmen Eigenkapital einbringen könnten. Die Erträge oder Anteile würden dann der amerikanischen Bevölkerung zugutekommen. Auch den Anthropic-Gründer Dario Amodei treiben solche Gedanken um. Sowohl OpenAI als auch Anthropic werden wohl noch in diesem Jahr an die Börse gehen und gigantische Bewertungen erzielen. Amodei hat bereits angekündigt, mindestens 80 Prozent seiner Aktien zu verschenken.

US-Präsident Trump griff diese Idee auf und sprach davon, Teile von KI-Unternehmen „der amerikanischen Öffentlichkeit“ zu geben. Im wahrscheinlichsten Szenario ginge es dabei nicht um eine klassische Verstaatlichung, sondern um freiwillige kleine Aktienbeiträge der Unternehmen, angeführt möglicherweise von OpenAI. Diese könnten etwa über Anlagekonten für Kinder oder einen Staatsfonds verteilt werden.

Ganz konkret ist von einem Anlagekonto mit 1 000 Dollar die Rede, das jedes amerikanische Kind bei seiner Geburt erhält. Das klingt zunächst nach Hyperkapitalismus. Dabei ist die Idee nicht schlecht. Denn im Gegensatz zu höheren Steuern, einem Grundeinkommen oder Bürgergeld macht sie die Menschen zu Miteigentümern und fördert so die Eigenverantwortung.

Auch in Südkorea wird die Frage inzwischen politisch diskutiert. Die 300 000 Euro Gewinnbeteiligung für die Beschäftigten der Samsung-Chipsparte war dabei nur ein Vorgeschmack auf eine größere Debatte. Der südkoreanische Arbeitsminister fordert die Einführung einer KI-Dividende, die in einen Nationalfonds fließen soll.

Und so unrealistisch ist die Idee nicht. Ein ähnliches Konzept verfolgt beispielsweise Norwegen mit seinem Staatsfonds, der sich aus Öl-Gewinnen speist. Ähnliches macht auch Alaska mit seinen Öl-Einnahmen. Das ist vielleicht nicht der klassische sozialdemokratische Weg. Es wäre aber eine Möglichkeit, eine breitere Beteiligung am neuen Wohlstand zu gewährleisten.

Die Sozialdemokratie hat die Industrialisierung nicht verhindert, sondern dafür gesorgt, dass ihr Wohlstand breiter verteilt wurde. Vor derselben Aufgabe steht sie heute erneut. IPG 25

 

 

 

 

Strandbadbesucherin darf nicht mit in Männerbereich: „Wie im Mittelalter“

 

Triest. Im italienischen Strandbad „El Pedocin“ teilt eine Mauer den Bereich für Frauen und Männer auf. Einem Touristenpärchen gefiel das gar nicht.  Von Micaela Taroni

Im italienischen Triest lädt ein Strandbad zum Besuch ein, in dem man sich einer anderen Welt fühlt: Männer und Frauen sind hier komplett unter sich. Kein Witz – sie sind tatsächlich durch eine Mauer voneinander getrennt. Das Bagno „La Lanterna – El Pedocin“ gilt als das letzte seiner Art in Europa. Und für manche ist es sogar das Allerletzte. Geschlechtertrennung in Zeiten von Unisex? Für ein Touristenpaar war das die reine Provokation. In der Wut ließ das Pärchen alle Hemmungen fallen und regte sich auf: Die Pöbeleien schlugen weit über das Strandbad hinaus hohe Wellen.

No-Go in berühmtem Schwimmbad: Italien-Urlauberin wollte mit in den Männerbereich

Den Anlass des Badezoffs beschreibt die Triester Tageszeitung „Il Piccolo“ wie folgt: Als die Touristin an der Seite ihres Begleiters den Männerbereich betreten hatte, wurde es turbulent. Ein weiblicher Gast aus Triest habe das Paar deutlich darum gebeten, die Regeln des Strandbads zu respektieren und zu befolgen. Männer rechts, Frauen links. Was hieß: Die beiden sollten schön getrennt voneinander ihren Tag verbringen.

Das Urlauberpaar glaubte, wohl nicht recht gehört zu haben. Trennung auf Zeit? Im Schwimmbad? Das könne doch nicht wahr sein! Laut Zeitungsbericht hätten die beiden losgelegt und geschimpft: „Ihr lebt im Mittelalter!“ Und damit nicht genug: So eine Regelung sei für sie Ausdruck von Diskriminierung und Sexismus. „Wer solche Gewohnheiten hat, ist kein Italiener“, wetterte die wütende Frau.

Ein Wort gab das andere, die Diskussion eskalierte. Und aus dem verbalen Streit entwickelte sich laut Bericht ein Tumult mit gegenseitigen Beschuldigungen. Sogar zu Rangeleien sei es gekommen, sodass Mitarbeiter des Strandbads eingreifen mussten, damit die Situation nicht komplett außer Kontrolle geriet. Das Paar, so schien es, verstand die Welt nicht mehr und verlangte das Eintrittsgeld (etwa zwei Euro für beide) zurück.

Geplaudert wird nur über die Absperrung hinweg: Der „El Pedocin“-Strand gilt mit der Geschlechtertrennung per Mauer als letzter seiner Art in Europa. © picture alliance / Alvise Armellini/dpa | Alvise Armellini

Strandbad hat viele Fans: „Frauen lieben die Privatsphäre“

Was für eine befremdliche Szene – zumindest für die vielen Einheimischen, die ihr Bad lieben und für die es viel mehr als ein Aufenthaltsort unter blauem Himmel, sondern längst richtig Kult ist. „El Pedocin“ gilt in Triest als Highlight, das sich tiefe Sympathien erworben hat: Vor allem Frauen lieben diesen Platz, an dem Bikinis den Badehosen den Rang ablaufen. Warum? Als Frau könne sich so einfach besser entspannen. „Frauen lieben diesen Ort, weil er ihnen Privatsphäre bietet“, sagte kürzlich die Triester Autorin Micol Brusaferro.

Das Bad hat reichlich Freunde: Pensionäre lieben es, genau wie Arbeiter und Angestellte, die gern hier ihre Mittagspause verbringen. Auch Kinder sind zahlreich vertreten, für die die Grenze übrigens nicht gilt: Bis zum Alter von zwölf Jahren dürfen sie zwischen der Männer- und Frauenzone hin und herflitzen. Teenager und junge Erwachsene allerdings suchen lieber Strandclubs auf, wo sie einander den Rücken eincremen können.

Mauer als Blickschutz: 25 Meter lang, drei Meter hoch

Frauenzone, Männerzone, wo gibt es denn sowas? Kritiker betrachten die Trennung tatsächlich als überholt. Immer wieder, nicht nur durch den Wirbel des Touristenpaars, sorgt das Strandbad für Diskussionen über Tradition, gesellschaftlichen Wandel und den Umgang mit historischen Besonderheiten im öffentlichen Raum.

Befremdlich sieht das Ganze ja schon aus: 25 Meter lang, drei Meter hoch, weiß gestrichen, so ragt die Mauer wie ein überdimensionaler Steg ins Meer. 1903 war es, als eine Barriere zwischen den Geschlechtern errichtet wurde. Damals war Triest unter österreich-ungarischer Herrschaft.

Die Mauer, die erst ein Zaun war, wurde zur Institution und überdauerte die K.u.k.-Monarchie, zwei Jahrzehnte Faschismus, zwei Weltkriege, die Besatzung durch die Alliierten und alle weiteren Umwälzungen der vergangenen Dekaden. Wobei es durchaus auch eine Veränderung gab: Im Jahr 1959 musste die Mauer niedergerissen und versetzt werden, weil man den Frauenbereich zulasten des Männerbereichs vergrößern musste. Der Platz wurde knapp, der Andrang war einfach zu groß.

Namensherkunft sorgt für Schmunzler

Das Strandbad war und ist eine Art Mittelpunkt der Stadt: Ganzjährig geöffnet, freut es sich über reichlich Besucher. Im Sommer kommen etwa 3000 Badegäste am Tag, um sich unter ihresgleichen abzukühlen. Besucher schwärmen auch von der Nähe zum Stadtzentrum und von dem Eintrittspreis von einem Euro.

Eine Art Kuriosum, das ist „El Pedocin“ auf jeden Fall. Selbst der Name sorgt noch für einen kleinen heiteren Nebeneffekt. Den Einheimischen zufolge leite der sich entweder von der Triester Dialektbezeichnung für Muscheln (pedoci) ab. Oder aber für Läuse (pedocio). So soll es in der Nähe früher eine Muschelfarm gegeben haben. Zudem hätten österreich-ungarische Soldaten den Strand für ihre Körperpflege genutzt. Morgenpost 25

 

 

 

 

Die Nationalmannschaft und die deutsche Frage

 

Deutschland jubelt einer Mannschaft zu, die sichtbar gewordene Realität Deutschlands ist: Kinder und Enkel von Eingewanderten tragen den Adler, gewinnen Spiele und widersprechen dem ewiggestrigen Gerede. Von Nasim Ebert-Nabavi

Was sehen wir eigentlich, wenn die deutsche Nationalmannschaft spielt? Elf Fußballer? Neunzig Minuten Unterhaltung? Ein paar Tore und am Ende ein Ergebnis? Oder sehen wir vielleicht etwas viel Größeres?

Wer die deutsche Nationalmannschaft dieser Tage beobachtet, blickt nicht nur auf Fußball. Er blickt auf Deutschland.

Auf ein Land, dessen Wirklichkeit oft weiter ist als die Debatten, die über sie geführt werden. Auf ein Land, in dem Menschen unterschiedlichster Herkunft längst gemeinsam leben, arbeiten, lernen und ihre Kinder großziehen. Und auf ein Land, das noch immer mit der Frage ringt, wer eigentlich dazugehört.

Es gehört zu den Merkwürdigkeiten der Gegenwart, dass Deutschland seiner Nationalmannschaft zujubelt und gleichzeitig immer lauter darüber diskutiert, wer deutsch genug ist, um sie zu repräsentieren.

Dabei genügt ein Blick auf den Rasen. Sie tragen denselben Adler auf der Brust, singen dieselbe Hymne und vertreten dasselbe Land. Für Millionen Zuschauer ist das längst eine Selbstverständlichkeit. Für andere offenbar noch immer eine Provokation.

„Außerhalb des Stadions wird erneut eine Debatte geführt, die längst überwunden sein sollte.“

Während die Nationalmannschaft auf dem Platz überzeugt, wird außerhalb des Stadions erneut eine Debatte geführt, die längst überwunden sein sollte. Wer daran zweifelt, musste in den vergangenen Wochen nur einen Blick in die sozialen Netzwerke werfen.

Als Deniz Undav und Nadiem Amiri maßgeblich dazu beitrugen, Deutschland zum Sieg zu führen, hätte sich die öffentliche Aufmerksamkeit auf ihre Leistung richten können. Auf die Spielintelligenz zweier Nationalspieler. Auf die Entwicklung einer Mannschaft, die bei diesem Turnier bislang zu den positiven Überraschungen zählt.

Stattdessen ging es in Teilen der Kommentarspalten um etwas anderes. Nicht um Tore, Pässe oder Taktik. Sondern um Namen, Herkunft und die Frage, wer in Deutschland als selbstverständlich zugehörig gelten darf. Wer glaubt, dabei handele es sich um einen Einzelfall, musste Anfang Juni nur einen Blick auf ein harmloses Trainingsvideo der Nationalmannschaft werfen.

Zu sehen waren Antonio Rüdiger, Jonathan Tah, Malick Thiaw, Deniz Undav und Nadiem Amiri beim sogenannten Eckchen. Sie lachten, diskutierten über Regeln und verhielten sich exakt so, wie sich Fußballer auf tausenden Sportplätzen zwischen Flensburg und Freiburg jeden Tag verhalten.

„Wo sind die Deutschen?“

Was als unverstellter Einblick in den Alltag einer Mannschaft gedacht war, entwickelte in den sozialen Netzwerken jedoch eine bemerkenswerte Eigendynamik. Plötzlich ging es nicht mehr um Fußball. Nicht um die Atmosphäre innerhalb des Teams. Nicht um die Nahbarkeit von Spielern, die trotz Weltmeisterschaft dieselben Diskussionen führen wie Hobbykicker am Sonntagnachmittag. Stattdessen tauchten Fragen auf, die weniger über die Nationalspieler aussagen als über jene, die sie stellen: „Wo sind die Deutschen?“

Man muss sich die Absurdität dieses Vorgangs vor Augen führen. Ausgerechnet einige der besten Fußballer, die dieses Land derzeit hervorgebracht hat, werden nicht an ihren Leistungen gemessen, sondern an ihren Namen, ihrer Hautfarbe oder der Herkunft ihrer Eltern.

Dabei tragen sie nicht nur das Trikot Deutschlands. Sie repräsentieren Deutschland auf der größten Bühne des Weltfußballs. Und dennoch scheint für manche ihre Zugehörigkeit selbst dort noch unter Vorbehalt zu stehen.

„Wer die deutsche Nationalmannschaft betrachtet, sieht keine Ausnahmeerscheinung. Er sieht Deutschland.“

Das eigentlich Bemerkenswerte an dieser Debatte ist jedoch nicht ihre Lautstärke. Es ist ihre Realitätsferne. Denn wer den Kader der deutschen Nationalmannschaft betrachtet, sieht keine Ausnahmeerscheinung. Er sieht Deutschland.

Er sieht Familiengeschichten, die nach Ghana, Afghanistan, Serbien, Nigeria, Polen, in die Türkei oder nach Syrien reichen. Er sieht Kinder und Enkel jener Menschen, die in Fabriken gearbeitet, Unternehmen gegründet, Steuern gezahlt, Schichtdienste übernommen und dieses Land über Jahrzehnte mit aufgebaut haben.

Vor allem aber sieht er Deutsche. Nicht Deutsche mit Sternchen. Nicht Deutsche auf Bewährung. Nicht Deutsche unter Vorbehalt. Sondern Deutsche.

Dass diese Feststellung im Jahr 2026 noch immer erklärungsbedürftig scheint, sagt mehr über die Debatte aus als über die Menschen, die Gegenstand dieser Debatte sind.

„Die Geschichte von Einwanderung gehört längst zur Geschichte der Bundesrepublik.“

Dabei gehört die Geschichte von Einwanderung längst zur Geschichte der Bundesrepublik. Millionen Menschen kamen nach Deutschland, weil Arbeitskräfte gebraucht wurden, weil Kriege sie zur Flucht zwangen oder weil sie sich hier eine Zukunft aufbauen wollten. Ihre Kinder und Enkel sitzen heute in Hörsälen, führen Unternehmen, arbeiten in Krankenhäusern, Gerichten, Handwerksbetrieben und Ministerien.

Und einige von ihnen tragen eben das Trikot der Nationalmannschaft. Warum sollte das überraschen? Die eigentliche Überraschung ist vielmehr, dass Teile der Öffentlichkeit noch immer so tun, als handle es sich dabei um eine Ausnahme.

Genau darin liegt die gesellschaftliche Bedeutung des Fußballs. Denn der Fußball interessiert sich nicht für Abstammung. Ein Pass wird nicht präziser, weil die Großeltern aus dem richtigen Dorf stammen. Ein Zweikampf wird nicht gewonnen, weil jemand den vermeintlich richtigen Nachnamen trägt. Und ein Tor zählt nicht mehr oder weniger, je nachdem, welche Sprache am heimischen Esstisch gesprochen wurde. Auf dem Platz gelten andere Maßstäbe. Dort zählen Talent, Disziplin, Vertrauen und die Fähigkeit, gemeinsam erfolgreich zu sein.

„Zusammenhalt entsteht dort, wo Menschen ein gemeinsames Ziel verfolgen.“

Der Fußball erinnert uns damit an etwas, das in gesellschaftlichen Debatten gelegentlich verloren geht: Zusammenhalt entsteht nicht dort, wo Menschen identisch sind. Zusammenhalt entsteht dort, wo Menschen trotz unterschiedlicher Erfahrungen und Hintergründe ein gemeinsames Ziel verfolgen.

Genau das verkörpert diese Nationalmannschaft. Sie ist kein Integrationsprojekt. Sie ist kein politisches Symbol. Sie ist die sichtbar gewordene Realität eines modernen Deutschlands.

Und genau das macht manche Menschen nervös. Denn jeder Erfolg dieser Mannschaft widerlegt die Vorstellung, nationale Identität müsse auf Abstammung beruhen. Jeder Sieg widerspricht der Idee, Zugehörigkeit sei vererbbar. Jedes Tor erinnert daran, dass eine demokratische Nation nicht durch Blutlinien zusammengehalten wird, sondern durch gemeinsame Werte, gemeinsame Regeln und die Bereitschaft, Verantwortung füreinander zu übernehmen.

„Patriotismus freut sich über ein Tor für Deutschland. Nationalismus fragt, wer es geschossen hat.“

Der Unterschied zwischen Patriotismus und Nationalismus wird selten deutlicher als auf einem Fußballplatz. Patriotismus liebt das eigene Land, ohne andere auszuschließen. Nationalismus definiert Zugehörigkeit über Herkunft und Abstammung – und über den Ausschluss „anderer“. Patriotismus freut sich über ein Tor für Deutschland. Nationalismus fragt, wer es geschossen hat.

Genau deshalb ist die Debatte um Spieler wie Deniz Undav, Nadiem Amiri oder Antonio Rüdiger mehr als eine Diskussion über Fußball. Sie ist eine Debatte darüber, ob Deutschland seine eigene Gegenwart akzeptiert. Vielleicht ist das die eigentliche Botschaft dieser Mannschaft.

Nicht, dass Deutschland vielfältig ist. Das ist seit Langem Realität. Sondern, dass Vielfalt und Zusammenhalt keine Gegensätze sind. Dass Menschen unterschiedliche Geschichten haben können und dennoch dieselbe Zukunft teilen. Und dass die deutsche Nationalmannschaft heute etwas zeigt, woran viele politische Debatten scheitern: Wie dieses Land tatsächlich aussieht – nicht in Wahlprogrammen, nicht in Kommentarspalten, nicht in ideologischen Wunschvorstellungen, sondern im Alltag von Millionen Menschen.

Die Nationalmannschaft hat die deutsche Frage nicht erfunden. Aber sie beantwortet sie. (mig 25)

 

 

 

 

"Sicherheit". Freibad prüft Sprachkenntnisse am Eingang

 

Nach einem Rettungseinsatz für ein Kleinkind verschärft das Heidebad in Halle den Einlass. Wer die Baderegeln nicht auf Deutsch versteht, kann abgewiesen werden. Rechtlich ist die Einlassregel heikel.

Wer nicht gut genug Deutsch spricht, wird unter Umständen nicht hineingelassen: Diese umstrittene Regel ist in einem Strandbad in Sachsen-Anhalt eingeführt worden. Nachdem der Chef des Heidebades, Mathias Nobel, im sachsen-anhaltischen Halle am vergangenen Wochenende ein Kleinkind aus metertiefem Wasser retten musste, führte er eine Regel ein, wonach Menschen, die nicht ausreichend Deutsch sprechen und die Baderegeln nicht verstehen, im Einzelfall nicht mehr hereingelassen werden. Diese Entscheidung sorgt laut Nobel auch für Kritik.

„An unserem Eingang wird Deutsch gesprochen. Wenn am Eingang auffällt, dass es Verständigungsprobleme gibt, entscheiden wir im Einzelfall, wie verfahren wird“, sagte der Badbetreiber der Deutschen Presse-Agentur. „Wir müssen uns sicher sein, dass die Besucherinnen und Besucher unsere Baderegeln verstehen und so konsequent sein, um die Sicherheit der Badegäste gewährleisten zu können.“

Einlass nach Sprachtest juristisch auf dünnem Eis

Rechtlich steht diese Einlasskontrolle auf dünnem Eis. Die Regel knüpft zwar nicht ausdrücklich an Herkunft oder Nationalität an, kann aber faktisch besonders Menschen treffen, die neu in Deutschland sind, wenig Deutsch sprechen oder deren Muttersprache nicht Deutsch ist. Die Antidiskriminierungsstelle des Bundes (ADS) weist darauf hin, dass das Allgemeine Gleichbehandlungsgesetz (AGG) Menschen auch bei Alltagsgeschäften vor Diskriminierung schützt und dass Sprache im Zusammenhang mit ethnischer Herkunft rechtlich relevant werden kann.

Dies gilt umso mehr, wenn mildere Mittel vorhanden sind: mehrsprachige Baderegeln, gut sichtbare Piktogramme, eine kurze Sicherheitsbelehrung oder die Pflicht, dass Kinder und Nichtschwimmer von einer verantwortlichen Person beaufsichtigt werden, die die Regeln versteht. Solche Alternativen gibt es bereits. Die DLRG stellt Baderegeln in mehr als zwanzig Sprachen bereit, darunter Englisch, Arabisch, Türkisch, Russisch und Ukrainisch. Zusätzlich bietet sie sprachfreie Piktogramme mit Warn- und Verhaltenshinweisen an Gewässern an.

Auf der Internetseite des Freibades sind Haus- und Badeordnung sowie die Baderegeln nur in deutscher Sprache abrufbar.

Linke: „Es ist ein durchsichtiges Manöver“

Die Linke in Halle forderte die Prüfung und Rücknahme dieser neuen Einlassregel. „Was das Heidebad hier macht, ist keine Sicherheitsmaßnahme, sondern klare Diskriminierung“, erklärte das Stadtratsmitglied Hendrik Lange. Wer Menschen nach ihrer Sprache vom Schwimmbad ausschließt, schreibe ihnen ab, dass sie zu dieser Stadt gehören. „Es ist ein durchsichtiges Manöver. Denn in letzter Konsequenz müssten auch gehörlose Menschen ausgeschlossen werden“, so Lange.

„Sicherheitsvorfälle in Bädern seien ernst zu nehmen, aber sie rechtfertigten unter keinen Umständen die pauschale Ausgrenzung ganzer Bevölkerungsgruppen aus rassistischen Motiven“, erklärte der Linken-Stadtverband weiter. Um Problemen entgegenzutreten, forderte er unter anderem alternativ mehrsprachige Badeordnungen und Durchsagen.

Berufskollege sieht gleiches Problem

In den sozialen Medien äußern ebenfalls Menschen Kritik, andere befürworten Nobels Entscheidung. So auch ein Bademeister aus der Region, der nicht namentlich genannt werden will. Auch er habe schon mehrfach Situationen erlebt, in denen fehlende oder schlechte Deutschkenntnisse zu gefährlichen Situationen geführt hätten. „Wenn jemand nur auf seiner Heimatsprache um Hilfe ruft, verstehe ich das unter Umständen nicht“, sagte er der Deutschen Presse-Agentur.

Auch er habe schon einmal ein junges Mädchen aus dem Wasser gerettet. „Es geht einfach darum, dass die Menschen nicht wissen, wie sie sich zu verhalten haben“, sagte der Bademeister. Bestimmtes Verhalten könne man als Wasserretter aber einfach nicht tolerieren. Deshalb unterstütze er Nobels Idee – auch wenn es möglicherweise andere Wege gegeben hätte, sie durchzusetzen.

Das Landesnetzwerk Migrantenorganisationen Sachsen-Anhalt sieht die Entscheidung von Nobel hingegen kritisch. „Die Teilhabe am gesellschaftlichen Leben darf Menschen nicht aufgrund ihrer Sprachkenntnisse verwehrt werden“, sagte Geschäftsführerin Undra Dreßler. Sie sei überzeugt, dass sich Sicherheit und Teilhabe nicht gegenseitig ausschließen. „Statt Ausgrenzung braucht es Lösungen, die allen Menschen den Zugang ermöglichen und gleichzeitig den Schutz der Badegäste gewährleisten.“

Kleinkind aus tiefem Wasser gerettet

Nobel betont, ihm gehe es vor allem darum, dass die Badegäste wüssten, wie sie sich am und im Wasser verhalten müssten. Dabei spiele die Sprache eine wichtige Rolle, aber nicht nur. Anlass, die Regel ins Leben zu rufen, sei ein Vorfall vom vergangenen Wochenende gewesen. Nobel – selbst Rettungsschwimmer – musste ein Kleinkind aus dem Wasser retten, das in viel zu tiefem Wasser war. „Unser See ist zum Teil 13 Meter tief. Das ist einfach gefährlich.“

Ob dieser Einsatz einen pauschalen Sprachausschluss eines unbestimmten Personenkreises begründet, darf mit Verweis auf das AGG und milderer Mittel bezweifelt werden. Rettungseinsätze sind im Badebetrieb kein außergewöhnlicher Einzelfall. Nach ihrer Jahresbilanz rettete die DLRG im vergangenen Jahr bundesweit 1.154 Menschen das Leben, mehr als 700 davon im Wasser. Fachleute verweisen seit Jahren auch auf mangelnde Schwimmfähigkeit, fehlende Aufsicht, Selbstüberschätzung und riskantes Verhalten als Ursachen für Badeunfälle. Mit Sprachkenntnissen wurde das Problem bislang nicht in Zusammenhang gebracht.

Nobel sieht das anders. Vor allem die Kinder müssten verstehen, wie sie sich am Wasser zu verhalten hätten und in Aufsicht von Personen sein, die ebenfalls wüssten, wie sie zu handeln hätten. Außerdem müssten die Menschen von den Rettungsschwimmern angesprochen werden können. Komme zum Beispiel eine Gruppe ohne auch nur eine Person, die ausreichend Deutsch verstehe, kämen bei ihm und seinem Team Bedenken auf, sagte Nobel ohne weitere Begründung.

Stadtwerke Jena mit anderem Ansatz

In Jena beispielsweise wird das Thema anders gehandhabt: „Die Jenaer Bäder stehen grundsätzlich allen Gästen offen“, betonte eine Sprecherin der Stadtwerke, die in Jena mehrere Bäder und einen Badesee betreiben. „Ein Zutrittsverbot oder ein Verweis aus dem Bad erfolgt ausschließlich bei Verstößen gegen die Haus- und Badeordnung. Herkunft, Nationalität oder Sprache spielen dabei keine Rolle.“

Die Sprecherin erklärte, dass es dort keinerlei Überlegungen gebe, vergleichbare Regelungen einzuführen. Bisher seien dort keine Fälle bekannt, in denen es aufgrund mangelnder Deutschkenntnisse zu gefährlichen Situationen im Badebetrieb gekommen ist.

DLRG: Kommunikation ist nicht nur Sprache

Für die Wasserrettung sei Kommunikation ein wichtiger Faktor, sagte der Geschäftsführer der Deutschen Lebens-Rettungs-Gesellschaft (DLRG) in Sachsen-Anhalt, Holger Friedrich. „Unsere Arbeit wird deutlich erschwert, wenn der Badegast nicht versteht – oder verstehen will.“

Die Kräfte der DLRG entschieden zwar nicht, wer in Schwimmbäder gelassen wird, könnten den Betreibern aber durchaus darstellen, wo und warum es zu Problemen kommt. Besonders an beliebten Punkten in Bädern, wie zum Beispiel Sprüngtürme oder Rutschen, komme es immer häufiger dazu, dass Badegäste Regeln nicht befolgen, so Friedrich. „Da für Ordnung zu sorgen, ist eigentlich gar nicht die Aufgabe der DLRG und lenkt von der eigentlichen Arbeit ab.“

Immer häufiger gebe es Badegäste, die von Regeln nichts wissen wollen, so der DLRG-Geschäftsführer. „Das hat dann in erster Linie gar nicht mit der Sprache an sich zu tun. Aber natürlich wird es umso komplizierter, wenn es Sprachbarrieren gibt.“ (dpa/mig 24)

 

 

 

 

KI-Kolonie Europa

 

Die nächste industrielle Revolution basiert auf Künstlicher Intelligenz. Ohne eigene Infrastruktur droht uns die Abhängigkeit von fremden Mächten. Von Lutz Frühbrodt

SpaceX hat dieser Tage den bisher größten Börsengang aller Zeiten hingelegt. Interessant dabei: Das Raumfahrtunternehmen von Elon Musk verfügt mit xAI über einen wichtigen KI-Strang. Auch die ChatGPT-Mutter OpenAI und der Rivale Anthropic mit seinem Sprachmodell Claude streben an die Börse. Beide Unternehmen werden von den Kapitalmärkten aktuell mit 850 beziehungsweise 965 Milliarden US-Dollar bewertet. Zum Vergleich: Der größte europäische Konkurrent Mistral mit seinem Chatbot Vibe (zuvor Le Chat) wird auf gerade einmal elf Milliarden Euro taxiert.

Zwar ist immer wieder vom amerikanischen KI-Hype die Rede. Doch die Goldgräberstimmung an den Kapitalmärkten hat ein realwirtschaftliches Fundament. Das Zauberwort lautet „agentische KI“. Bisher haben Chatbots vor allem recherchiert, formuliert und programmiert. In der nächsten Entwicklungsstufe führen sie nun eigenständig Aufgaben aus – nicht nur für Privatpersonen, sondern zunehmend auch für Unternehmen. Als „Agenten“ übernehmen sie ganze Geschäftsprozesse, organisieren Arbeitsabläufe, optimieren Lieferketten und bereiten Entscheidungen vor.

Insbesondere Anthropic gilt hier als Vorreiter. Auf der Verliererseite hat SAP, deutscher Anbieter von Unternehmenssoftware, diesen Trend bereits schmerzhaft zu spüren bekommen. Der Aktienkurs des europäischen Vorzeigekonzerns hat innerhalb eines Jahres massiv an Wert verloren. SAP steht dabei sinnbildlich für das, was auf die europäischen Volkswirtschaften insgesamt zukommen dürfte. Denn KI als Produktivitätsbooster für Unternehmensprozesse verteilt die Karten der industriellen Infrastruktur von Staaten grundlegend neu.

Das Konzept der digitalen Souveränität beschränkt sich dabei nicht auf die private Nutzung sozialer Medien oder den Einsatz von Microsoft-Programmen in der öffentlichen Verwaltung. Im erweiterten Sinne geht es darum, ob europäische Unternehmen künftig auf ausländischen „Betriebssystemen“ laufen und daraus eine fundamentale wirtschaftliche und politische Abhängigkeit entsteht. Und zwar nicht nur auf Ebene der Anwendungen. Denn das KI-Ökosystem der USA wirkt schon heute wie ein digitales Spinnennetz, in dem sich die Europäer verfangen haben.

Bei den Mega-Clouds dominieren Amazon und Microsoft. Europäische Anbieter besetzen bestenfalls eine Nische. Ein ähnliches Bild zeigt sich bei den Rechenzentren, in denen die KI-Prozesse stattfinden. Und bei Hochleistungs-Mikrochips hat der US-Riese Nvidia klar die Nase vorn, während sich der Münchner Hersteller Infineon dagegen wie ein Zwerg ausnimmt.

Setzt sich diese Entwicklung fort, müssten europäische Unternehmen ihre Prozesse künftig auf fremden KI-Betriebssystemen laufen lassen, deren Regeln andere vorgeben. Auf diese Weise könnte die Europäische Union mittelfristig zu einer US-amerikanischen KI-Kolonie werden. Die Landnahme erfolgte dann nicht auf physischer, sondern auf virtueller Ebene. Eine Art digitales Grönland.

Was also tun? Alternative Nummer eins: den USA nacheifern. Das wird jedoch kaum funktionieren. Europa verfügt weder über die riesigen Investmentfonds, die ohne Weiteres Milliardenbeträge für risikoreiche Start-ups bereitstellen, noch über einen weitgehend unregulierten Markt, auf dem sich neue Geschäftsmodelle austoben können. Hinzu kommt, dass Europa keine Big-Tech-Konzerne wie Google, Amazon oder Microsoft hervorgebracht hat, die als Großinvestoren bei OpenAI, Anthropic & Co. eingestiegen sind und genau wissen, wie man Weltmärkte strategisch erschließt.

Alternative Nummer zwei wäre die Orientierung an China. Laut dem Stanford AI Index liegen chinesische Sprachmodelle bei ihrer Leistungsfähigkeit inzwischen nur noch knapp hinter den US-Chatbots. Die dortigen Unternehmen arbeiten hoch effizient. So soll die Entwicklung der ersten Version von DeepSeek, des bekanntesten KI-Modells aus China, angeblich weniger als 300 000 US-Dollar gekostet haben. Abgesehen vom Start-up DeepSeek zeigt sich in China fast ein Spiegelbild zu den USA: Die KI-Platzhirsche sind dort der E-Commerce-Gigant Alibaba, die TikTok-Mutter ByteDance sowie der Social-Media-Konzern Tencent mit seiner Plattform WeChat.

All diese milliardenschweren Unternehmen konkurrieren zwar miteinander, müssen sich letztlich aber dem Staat und damit der Kommunistischen Partei unterordnen. Und die hat Großes vor: In den kommenden Jahren soll KI konsequent in allen wichtigen Branchen eingesetzt werden – von der Abfallwirtschaft bis zur Zuckerindustrie. Um dieses Ziel voranzutreiben, investiert der Staat massiv in eine KI-Infrastruktur aus günstiger Energieversorgung, riesigen Rechenzentren, Mega-Clouds und der Produktion leistungsfähiger Chips.

Ein weiterer Eckpfeiler der Strategie lautet: Die Unternehmen sollen chinesische KI-Produkte kaufen. Der Staat geht mit gutem Beispiel voran. Die öffentliche Verwaltung kurbelt die Nachfrage kräftig an, allerdings auch durch hohe Investitionen in „Sicherheitsprogramme“. Auch wenn einzelne Elemente dieses Ansatzes erwägenswert erscheinen, kann die chinesische KI keine vollwertige Alternative für ein demokratisches Europa sein.

Damit bleibt nur die dritte Option: eine autonome strategische Industriepolitik, bei der der Staat – sprich die EU – gezielt und koordiniert eine europäische KI-Infrastruktur aufbaut, eigene Betriebssysteme entwickelt und demokratische Vertrauensstandards etabliert.

Sicher, die EU hat die Hände auch bisher nicht in den Schoß gelegt. Dennoch ist vieles Stückwerk geblieben und von Rückschlägen geprägt. Das wichtigste Maßnahmenpaket ist Invest AI, mit dem die EU-Kommission 200 Milliarden Euro an KI-Investitionen mobilisieren will. Dabei handelt es sich um ein Hebelprogramm: EU-Gelder fließen nur in großem Umfang, wenn auch private Investoren aktiv werden. Bislang hat jedoch lediglich die japanische Softbank mit einem größeren Engagement reagiert.

Im Zentrum von Invest AI steht der Bau von Rechenzentren. Einige kleinere Anlagen sind bereits entstanden, die deutlich größeren Giga Factories existieren bislang jedoch nur auf dem Papier. Bereits 2023 versuchte die EU zudem, vor allem mithilfe von Subventionen die Chipproduktion anzukurbeln. Dass der US-Konzern Intel seine Pläne für eine große Chipfabrik in Magdeburg inzwischen wieder begraben hat, kann als Sinnbild für die Grenzen, wenn nicht gar das Scheitern dieses Programms gelten.

Ansätze sind also vorhanden, doch der Nachholbedarf bleibt enorm. Er beginnt bereits bei der Finanzierung. Der Draghi-Bericht zur Wettbewerbsfähigkeit Europas hatte schon 2024 jährlich zusätzliche öffentliche und private Investitionen von 800 Milliarden Euro gefordert, damit die EU-Staaten wirtschaftlich und technologisch mit den USA und China mithalten können. Diese Summe mag illusorisch erscheinen, macht aber deutlich, dass die bisherigen Dimensionen viel zu klein gedacht sind.

Von europäischer Seite wäre deshalb ein wirklich großer Wurf nötig, um eine wirksame strategische Industriepolitik zu finanzieren. In den USA und China sind bereits KI-Riesen entstanden, die ihre Größenvorteile auch international ausspielen können. Deshalb sollte die EU gezielt einen European Champion aufbauen. Als einziger realistischer Kandidat drängt sich derzeit Mistral AI auf.

Ein zweiter europäischer Champion wäre im Bereich der Hochleistungs-Mikrochips denkbar. Der aussichtsreichste Kandidat hierfür ist Infineon. Das Unternehmen konzentriert sich bislang auf Spezialchips, etwa für die Automobilindustrie, wäre von seiner Größe her jedoch am ehesten geeignet und könnte ein deutsches Pendant zum französischen Mistral bilden.

Ein weiterer zentraler Punkt: Die Skepsis gegenüber KI nimmt spürbar zu. Nach einer Gallup-Umfrage vom April dieses Jahres in den USA gab fast ein Drittel der Befragten aus der Generation Z an, wütend auf KI zu sein. Die Kritik reicht von Datenklau und Kreativitätsraub über halluzinierte Ergebnisse bis hin zur Gefahr der Verdummung und politischer Manipulation.

Auch diesseits des Atlantiks wächst die Skepsis. Diese Entwicklung kann als Signal verstanden werden, Regulierung nicht als bürokratisches Hindernis, sondern als Chance und damit als Wettbewerbsvorteil zu begreifen. „AI made in Europe“ könnte zu einem Goldstandard für transparente Modelle, fairen Datenschutz, klare Haftungsregeln sowie verlässliche und industriesichere Lösungen werden.

Grundvoraussetzung dafür ist allerdings ein grundlegender Mentalitätswandel in der europäischen Politik. Immer wieder wird in Brüssel und Straßburg argumentiert, das große Rennen sei ohnehin längst verloren. Europa solle sich lieber auf industriespezifische KI konzentrieren, etwa für die Automobilindustrie oder den Anlagenbau. Gewiss liegen hier europäische Stärken. Doch wenn nicht zugleich an den Schwächen gearbeitet wird, werden europäische Unternehmen dauerhaft zu teuer zahlenden Abonnenten der großen Allzweckmodelle von Anthropic, Google & Co. sowie der Cloud-Dienste eines Jeff Bezos oder Bill Gates. Denn die großen Sprachmodelle werden künftig das betriebswirtschaftliche Grundrauschen in den Unternehmen bestimmen.

Wer auf europäische Stärke und digitale Souveränität setzt, muss sich allerdings auch von dem Mythos verabschieden, eine Welt des freien Handels könne fortbestehen, während die USA und China längst nach anderen Regeln spielen. Die digitale Infrastruktur der Zukunft gehört deshalb nicht in fremde Hände. Schon gar nicht in die Hände von Mächten, die Handel als politischen Hebel einsetzen. Diese Erkenntnis ist keine nationalistische Kraftmeierei, sondern ein Akt wirtschaftlicher Selbstermächtigung. IPG 23

 

 

 

 

 

Warum Europa nicht liefert

 

Zu viel Bürokratie? Eher die falsche. Die Schwäche der EU liegt nicht in Regeln, sondern in Institutionen, die zu selten Ergebnisse produzieren. Rainer Kattel & Wolfgang Drechsler & Erkki Karo

Europas Problem ist nicht zu viel Bürokratie. Europas Problem ist, dass die Bürokratie an den falschen Stellen sitzt. Deshalb mangelt es ausgerechnet dort an staatlicher Handlungsfähigkeit, wo sie am dringendsten gebraucht wird. Diese Unterscheidung klingt technisch, ist aber wichtig und politisch brisant: Sie bedeutet, dass die aktuelle Debatte über Wettbewerbsfähigkeit, Verteidigungsausgaben und strategische Autonomie in dieser Hinsicht am eigentlichen Kern vorbeigeht. Europa scheitert oft weder am politischen Willen noch am Geld, sondern daran, dass Institutionen fehlen, falsch aufgestellt sind oder strukturell gelähmt bleiben – die Institutionen, die ambitionierte Ziele in konkrete Ergebnisse übersetzen müssten.

Seit Jahren lautet die gängige Diagnose zur europäischen Regierungsführung, dass sie unter zu viel Bürokratie leide. Zu viele Vorschriften, zu viele Ausschüsse, zu viel Vorsicht. Auf der anderen Seite des Atlantiks hat die zweite Trump-Regierung diesen Instinkt zur Regierungsphilosophie erklärt. Das Ergebnis ist kein schlankerer Staat, sondern ein kaputter. In Europa hat dieselbe Logik eine politische Landschaft hervorgebracht, in der die Ambitionen groß sind – ob Missionen oder langfristige Strategien –, die Umsetzung jedoch systematisch hinterherhinkt.

Anstatt die Bürokratie wegzuwünschen, sollten wir uns eine bessere zum Ziel setzen. Das ist das Argument unseres Buchs: Wie man einen unternehmerischen Staat schafft: Innovationen brauchen Bürokratie. Die deutsche Ausgabe erschien vier ereignisreiche Jahre nach dem Original und gab uns Anlass, unsere Kernthese für eine Welt zu schärfen, die sich tiefgreifend verändert hat.

Unsere These ist einfach: Seit der Industriellen Revolution hängen erfolgreiche Volkswirtschaften nicht allein von Märkten oder heroischer politischer Führung ab, sondern von kompetenten staatlichen Institutionen – von dem, was wir Innovationsbürokratien nennen. Das sind Organisationen, die langfristige Verlässlichkeit und Fachkompetenz mit der Fähigkeit verbinden, zu lernen, sich anzupassen und auf veränderte Bedingungen zu reagieren. Wir nennen diese Kombination agile Stabilität. Das ist kein Widerspruch in sich – sie ist das institutionelle Kennzeichen jeder erfolgreichen Phase technologischen und wirtschaftlichen Wandels in der modernen Geschichte.

Die Trump-II-Regierung wird oft als chaotisch oder beispiellos beschrieben. Aus Sicht der Verwaltungswissenschaft ist sie weder das eine noch das andere. Max Weber hat diese Herrschaftsform längst beschrieben: Patrimonialismus – ein System, in dem Loyalität gegenüber dem Herrscher fachliche Kompetenz verdrängt und persönliche Beziehungen regelgebundenes Regieren ersetzen. Die DOGE-Initiative war kein Versuch, Kosten zu senken oder Effizienz zu steigern. Sie war die Zerstörung von Regulierungskapazität durch diejenigen, die am meisten daran interessiert sind, Regulierung zu vermeiden.

Europa blickt darauf mit einer Mischung aus Entsetzen und stiller Selbstbestätigung. Doch Selbstzufriedenheit wäre gefährlich. Europa hat sein eigenes institutionelles Defizit: nicht zu viel Bürokratie, sondern die falsche Art, und noch dazu schlecht verteilt.

Drei Herausforderungen definieren heute, wozu europäische Staaten in der Lage sein müssen: künstliche Intelligenz regulieren, Klimapolitik aufrechterhalten und Verteidigung sowie strategische Autonomie wiederaufbauen. Oberflächlich betrachtet sehen diese drei wie separate Politikfelder aus. In Wirklichkeit teilen sie dieselbe strukturelle Diagnose.

KI als Allzwecktechnologie verändert das Regieren, noch bevor das Regieren die Fähigkeit hat, sie zu gestalten. Das EU-KI-Gesetz ist ein wichtiger Regulierungsversuch – doch ein Gesetzestext schafft noch keine Kapazitäten. Das KI-Büro der EU verfügt derzeit über rund 125 Mitarbeiter, von denen nur wenige über technische KI-Expertise verfügen. Zum Vergleich: Das britische AI Safety Institute beschäftigt bereits 250 Personen, davon 90 technische Fachkräfte. Die Gründung des europäischen Büros innerhalb der GD Connect war zwar ein Novum, doch sein Instrumentarium – von der Durchsetzung der Regulierung bis zur Umsetzung des Aktionsplans – bleibt eingebettet in und begrenzt durch die traditionellen Strukturen der EU-weiten Haushaltsplanung, durch die Politikkoordination und die Rechtsdurchsetzung. Die ambitionierten Vorhaben – etwa der Aufbau von KI-Gigafabriken – bleiben daher vorerst Ankündigungen. Während die USA und China bauen, plant die EU noch. Zudem entsprechen ihre finanziellen und rechnerischen Ambitionen eher denen einzelner amerikanischer Unternehmen.

Im Bereich Klima hatte Europa legitime internationale Rahmenwerke, nationale Politiken und zielorientierte Ambitionen – und in erheblichem Maße hat es diese noch immer. Jüngste Studien zeigen jedoch, dass Beamte unter solchen Mandaten oft daran gehindert werden, wirklich transformative Maßnahmen zu ergreifen – etwa den verbindlichen Ausstieg aus nicht nachhaltigen Technologien. Der Übergang vom Europäischen Green Deal zum enger gefassten Clean Industrial Deal und der Rückbau weitergehender transformativer Ambitionen – kaschiert als „Vereinfachung“ unter von der Leyen II – ist kein bloßer Kurswechsel, sondern Symptom eines institutionellen Flaschenhalses: fehlende Kapazität zur Umsetzung, nicht fehlender politischer Wille.

In der Verteidigung ist die Herausforderung am augenfälligsten. Die Kluft zwischen Europa und den Vereinigten Staaten ist nicht primär finanzieller, sondern organisatorischer Natur: Europas Verteidigungsinnovation ist auf nationale Silos verteilt, eingeengt von Beschaffungssystemen, die auf Risikovermeidung ausgelegt sind, nicht auf Risikosteuerung. Ein Beispiel: Wenn europäische Streitkräfte heute schnell neue Drohnentechnologien beschaffen wollen, stoßen sie auf Vergabeverfahren, die für den Kauf standardisierter Güter konzipiert wurden – nicht für Entwicklungszyklen unter Unsicherheit. Die Munitionsproduktion, die nach Kriegsbeginn in der Ukraine massiv hochgefahren werden sollte, stockte nicht wegen fehlenden Geldes, sondern wegen fehlender industrieller Koordinationskapazität. Der Reflex, ein „europäisches DARPA“ zu gründen, ist verständlich, aber er zieht die falsche Lehre aus der Geschichte. Die Stärke der amerikanischen Forschungsagentur DARPA lag nicht in einer symbolischen Behörde, sondern in einem verteilten Ökosystem: Programmmanager mit echter Autorität, Beschaffungsroutinen, die Scheitern tolerierten, und ein breiteres bürokratisches Umfeld, das Forschung in Einsatzfähigkeit übersetzen konnte. Genau das braucht Europa – nicht bloß ein neues Logo.

Europas institutionelles Problem ist nicht schlicht „zu wenig Kapazität“. Es ist ein Missverhältnis der Kapazitäten zwischen den Ebenen. Auf EU- und nationaler Ebene herrscht oft übermäßige Stabilität: Mehrjahresprogramme, die von Organisationen mit begrenzter Anpassungsfähigkeit verwaltet werden. Auf der Ebene von Städten, Regionen und Projekten gibt es oft zu viel Agilität: eine Vielzahl von Pilotprojekten, Innovationslabors und kurzlebigen Initiativen, die sich nicht skalieren lassen, weil die nationalen und europäischen Systeme darüber unflexibel bleiben. Das Ergebnis ist eine fehlende Mitte: ein dauerhaftes Defizit an Institutionen, die politischen Ehrgeiz in operative Koordination übersetzen, Experimente mit Skalierungspfaden verknüpfen und dabei demokratische Rechenschaftspflicht wahren können.

Missionen sind hierfür nur ein Beispiel. Trotz fast eines Jahrzehnts missionsbasierter Politik gelingt es europäischen Regierungen nach wie vor nicht, die versprochenen Ergebnisse zu erzielen. Das Problem ist selten mangelnder Ehrgeiz. Es liegt vielmehr daran, dass Beamte fehlen, die mit ausreichender Autorität, Ressourcen und organisatorischer Rückendeckung ausgestattet sind, um zwischen politischem Auftrag und praktischer Wirkung zu vermitteln. Missionen scheitern nicht an fehlenden Bekenntnissen, sondern an fehlender Handlungsfähigkeit.

Das ist es, was agile Stabilität in der Praxis bedeutet – und genau das leisten die meisten europäischen Governance-Strukturen nicht. Die Europäische Kommission kann auf politischer Ebene experimentieren, schenkt aber dem Design der Organisationsökosysteme, die ihre Politiken umsetzen müssen, zu wenig Aufmerksamkeit.

Unsere Schlussfolgerung lautet: Die institutionelle Aufgabe, vor der wir stehen, besteht nicht darin, für jeden dieser drei Bereiche eine neue mächtige Behörde zu schaffen. Sie besteht darin, ein Netz handlungsfähiger, professioneller Institutionen aufzubauen, die als Ökosystem zusammenarbeiten – spezialisiert und legitimiert, aber fähig zur Koordination über Grenzen hinweg. KI, Klima und Verteidigung sind keine drei separaten Probleme. Sie sind drei Gesichter derselben strukturellen Herausforderung: Wie lässt sich transformativer Wandel steuern, wenn Geschwindigkeit, Unsicherheit und politische Konflikte gleichzeitig zunehmen?

Solche Institutionen müssen vier Dinge gleichzeitig leisten: erstens Lernfähigkeit aufbauen und teilen – nicht als Managementjargon, sondern als konkrete organisatorische Praxis: Karrierewege, Standards, Ausbildung, die über einzelne Behörden hinausgehen. Zweitens als Ökosysteme funktionieren, nicht als Silos – mit bewussten Schnittstellen zwischen Agenturen, die das Gesamtsystem belastbarer machen. Drittens nach Wirkung steuern – Evaluierungssysteme, die Reflexion und das Skalieren wirksamer Maßnahmen belohnen, statt Audit-Kulturen, die Risikovermeidung incentivieren. Und viertens diese Bereiche in der Praxis verbinden: KI-Governance, Klimapolitik und Verteidigungsinnovation überschneiden sich in Infrastruktur, Daten und industriellen Kapazitäten – sie müssen auch institutionell zusammen gedacht werden.

Nichts davon ist Wunschdenken. Es ist eine Beschreibung dessen, was die erfolgreichsten Innovationsstaaten – vom Nachkriegsamerika bis zum heutigen Ostasien – tatsächlich aufgebaut haben. Die aktuelle Situation – Trump II baut Verwaltungskapazitäten in Washington ab, Europa sucht nach strategischer Autonomie, KI verändert das Regieren schneller als das Regieren reagieren kann – ist genau der Moment, der institutionellen Ernst verlangt. Europa diskutiert über Wettbewerbsfähigkeit, Verteidigung und strategische Autonomie. Solange Europa seine staatlichen Kapazitäten nicht erneuert, wird es in allen drei Bereichen hinter seinen eigenen Ansprüchen zurückbleiben. IPG 23

 

 

 

 

Zehn Jahre Brexit, Großbritannien versprach Kontrolle – und bekam mehr Migration

 

Die Brexit-Kampagne versprach weniger Migration und mehr Souveränität. Zehn Jahre nach dem Referendum steht Großbritannien vor neuen Fluchtrouten, hohen Zuwanderungszahlen und einem Rechtspopulismus, der aus den ungelösten Folgen weiter politisches Kapital schlägt.

Von Christoph Meyer, Patricia Bartos und Jan Mies Montag, 22.06.2026, 12:52 Uhr|zuletzt aktualisiert: Montag, 22.06.2026, 12:59 Uhr Lesedauer: 4 Minuten  |  

„The British people have spoken and the answer is, we’re out“. Mit diesen Worten verkündete BBC-Moderator David Dimbleby am Morgen nach dem Brexit-Referendum vom 23. Juni 2016 das haarscharf ausgegangene Ergebnis. Mit 52 zu 48 Prozent hatten die Briten für den Austritt gestimmt. Der Schock war groß und hallt bis heute nach.

Was folgte, war ein endloses Gezerre um die Modalitäten des EU-Austritts und politisches Chaos. Und auch wenn die Mehrheit der Briten laut Umfragen längst wieder in die EU will, ist das Land nach wie vor tief gespalten in „Remainer“ und „Leaver“. „Brexit bedeutet Brexit“, sagte Ex-Premierministerin Theresa May gebetsmühlenhaft. Doch was bedeutete der Brexit wirklich?

Einwanderer und neue Flüchtlingsroute

Die Kontrolle über die eigenen Grenzen wiederzuerlangen, war eines der wichtigsten Versprechen der Brexit-Befürworter. Doch obwohl die Freizügigkeit für EU-Bürger endete, gingen mit dem Austritt die Einwandererzahlen nicht runter, sondern steil nach oben – es kamen einfach mehr Menschen aus Nicht-EU-Ländern. Ihren bisherigen Höchststand erreichte die Netto-Zuwanderung in den zwölf Monaten bis Mitte 2023. In diesem Zeitraum reisten mehr als 900.000 Menschen mehr nach Großbritannien ein als aus. Die jüngsten Zahlen lagen mit 204.000 Menschen deutlich darunter.

Erst mit dem Brexit begannen die Überfahrten irregulärer Migranten über den Ärmelkanal. Insgesamt mehr als 200.000 Menschen erreichten so die englische Küste seit 2018, um Asyl zu beantragen. Hintergrund dürfte unter anderem sein, dass durch den Austritt der Briten eine Rückführung der irregulären Migranten in EU-Staaten nicht mehr ohne Weiteres möglich ist.

Ironischerweise wurden die Boote zum wichtigsten Wahlkampfthema für Brexit-Vorkämpfer Nigel Farage, der mit seiner Partei Reform UK inzwischen die Umfragen anführt und damit auf Kurs ist, Premierminister zu werden.

Handel – Freihandelsabkommen

Obwohl der ganz große Schock für die britische Wirtschaft ausblieb, was auch daran lag, dass bis zum eigentlichen Austritt am 31. Januar 2020 alles beim Alten blieb, hat etwa der Handel stark gelitten.

Von Brexit-Befürwortern waren die Warnungen als „Project Fear“ (Projekt Angst) verunglimpft worden. Doch der Denkfabrik Centre for European Reform zufolge sind die Importe aus der EU um 16 Prozent geringer als sie es ohne Brexit wären. Bei den Ausfuhren liegt demnach das Minus bei 12 Prozent. Zeitweise rutschte das Vereinigte Königreich gar von der Liste der zehn wichtigsten Handelspartner Deutschlands.

Und auch die vollmundigen Versprechungen der Brexiteers trafen nicht ein. Weder kam ein weitreichendes Freihandelsabkommen mit den USA zustande, noch wurde der Traum eines von lästigen Regelungen befreiten Finanzplatzes nach dem Vorbild Singapurs zur Wirklichkeit. Viele Handelsabkommen, die London nach dem Brexit schloss, traf es mit Ländern, über die es bereits mit der EU ein Abkommen gab.

Politisches Chaos

Ob nun Ursache oder Folge: Ab dem Brexit-Referendum herrscht in der britischen Politik Chaos. Seit 2016 gaben sich die Premierministerinnen und Premierminister die Klinke in die Hand. Sollte es, wie erwartet, bald zum Sturz des Labour-Premiers Keir Starmer kommen, wäre die Nachfolgerin oder der Nachfolger der siebte Regierungschef seit dem EU-Referendum. Das sind so viele wie in den 40 Jahren davor.

Als Erbe der Volksabstimmung gilt auch, dass die Wählerschaft seitdem tief in „Remainer“ und „Leaver“ anstatt in Links und Rechts gespalten ist. Die Brexit-Gegner sind zudem jünger und eher akademisch gebildet als die Befürworter des Austritts. Dass inzwischen in Umfragen eine klare Mehrheit der Briten für einen Wiedereintritt in die EU ist, liegt nach Einschätzung des Politikprofessors Anand Menon vom King’s College in London vor allem daran, dass viele Brexit-Anhänger inzwischen gestorben sind.

Die politische Landschaft in Großbritannien hat das Referendum grundlegend verändert. Die sozialdemokratische Labour-Partei verlor einen Großteil ihrer Anhänger aus der Arbeiterschaft an die Konservativen (Tories) und die Rechtspopulisten von Reform UK. Die Tories wiederum können sich nicht mehr auf einen Großteil der Akademiker und der Mittelschicht stützen. Beide großen Wählergruppen, „Remainer“ und „Leaver“ verteilen sich inzwischen auf mehr als eine Partei. Das faktische Zweiparteiensystem gilt damit als so gut wie passé.

Abspaltungstendenzen

Als Folge des Brexits gilt auch, dass die kleineren Landesteile des Vereinigten Königreichs nach Unabhängigkeit streben. Inzwischen sind die Chefposten der Regierungen von Nordirland, Schottland und Wales allesamt mit Mitgliedern von Unabhängigkeitsparteien besetzt. Besonders in Nordirland, wo der Brexit alte Ängste vor einer harten Grenze zwischen den beiden Teilen der Insel schürte, erscheint eine Abspaltung von Großbritannien nicht mehr als futuristisches Szenario.

Treten die Briten irgendwann wieder ein?

Lange Zeit war diese Frage ein Tabu, das niemand im politischen Großbritannien ansprechen wollte. Zu groß war die Angst davor, dem Rechtspopulisten Farage in die Hände zu spielen, der allzu gern Verrat am Wählerwillen anprangert. Insbesondere Premierminister Keir Starmer scheute das Thema.

Doch das änderte sich in den vergangenen Wochen. Ex-Gesundheitsminister Wes Streeting bezeichnete den Austritt nach seinem Rücktritt aus dem Kabinett Starmers als „katastrophalen Fehler“ und empfahl sich dabei als Nachfolger des glücklosen Regierungschefs. „Wir brauchen eine neue besondere Beziehung zur EU, denn die Zukunft Großbritanniens liegt in Europa – und eines Tages wieder in der Europäischen Union“, sagte Streeting und ging damit noch einen Schritt weiter als der Favorit auf die Starmer-Nachfolge Andy Burnham, der sich eine Rückkehr in seiner Lebenszeit wünschte. (dpa/mig 23)

 

 

 

 

Zum Weltflüchtlingstag, 275 Organisationen kritisieren restriktive Asylpolitik

 

Zum Weltflüchtlingstag warnen 275 Organisationen vor einer restriktiveren Asylpolitik in Deutschland und Europa. Sie kritisieren, dass Geflüchtete im Wahlkampf zu Feindbildern gemacht und grundlegende Rechte infrage gestellt werden.

Zum Weltflüchtlingstag am 20. Juni zeigen sich Menschenrechtsorganisationen, Sozialverbände und Kirchen besorgt über eine zunehmend restriktive Asylpolitik in Deutschland und Europa. Flucht und Migration würden gezielt zu Wahlkampfzwecken instrumentalisiert, Geflüchtete zu Feindbildern und als Gefahr für die Sicherheit oder den Wohlstand des eigenen Landes dargestellt, heißt es in einem am Freitag veröffentlichten Papier. In der Folge würden ihnen grundlegende Rechte verweigert. Ein spaltendes „Wir gegen die Anderen“ werde „zum politischen Prinzip erhoben“. Laut dem Flüchtlingshilfswerk der Vereinten Nationen sind derzeit rund 118 Millionen Menschen weltweit auf der Flucht.

Das Papier haben unter anderem Amnesty International Deutschland, die AWO, der Paritätische Wohlfahrtsverband und die Diakonie herausgegeben. Unterstützt wird es von rund 275 Organisationen, darunter die Evangelische Kirche in Deutschland (EKD), Seenotrettungsorganisationen und zahlreiche Flüchtlingsräte.

Abschaffung des Drittstaaten-Konzepts gefordert

Das Papier fordert eine Kehrtwende im globalen und nationalen Flüchtlingsschutz. Konkret fordert es unter anderem die Abschaffung des Konzepts sicherer Drittstaaten, das als Grundlage für sogenannte Return Hubs zur Abschiebung von Flüchtlingen dienen soll, die Wiederaufnahme humanitärer Aufnahmeprogramme sowie Zugang zu Asylberatung und Integrationskursen. Die Organisationen verweisen dabei auf eigene Erfahrungen aus der Arbeit mit Flüchtlingen in den jeweiligen Beratungs- und Betreuungsangeboten.

Das Memorandum mit dem Titel „Es geht auch anders!“ verweist auf die vor 75 Jahren völkerrechtlich verankerte Genfer Flüchtlingskonvention, die Staaten zum Flüchtlingsschutz verpflichtet und eine Abweisung Schutzsuchender verbietet. In Zeiten wie heute sei die Einlösung des Versprechens der Konvention „eine große Herausforderung“, heißt es in dem Papier. Man sei überzeugt: „Ein Flüchtlingsschutz, der diesem Anspruch gerecht wird, ist möglich.“

„Wer sein Kind in Sicherheit bringen will, tut alles dafür.“

Der EKD-Beauftragte für Flüchtlingsfragen, der Berliner Bischof Christian Stäblein, mahnte Solidarität für Menschen auf der Flucht an: „Es gibt eine Erfahrung, die die Menschheit eint, durch alle Kulturen, durch alle Zeiten hinweg: Wer in Gefahr gerät, sucht Schutz. Wer verfolgt wird, flieht. Wer sein Kind in Sicherheit bringen will, tut alles dafür.“

Die Präsidentin der evangelischen Hilfswerke „Brot für die Welt“ und Diakonie Katastrophenhilfe, Dagmar Pruin, warnte vor mangelnder politischer und gesellschaftlicher Unterstützung für den Flüchtlingsschutz und forderte: „Deutschland muss sich mit dafür einsetzen, dass der globale Flüchtlingsschutz nicht kollabiert.“

UN-Kommissar mahnt: Flüchtlinge nicht nur als Last sehen

Der Berliner Bischof und Beauftragte für Flüchtlingsfragen der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), Christian Stäblein, erklärte am Samstag im RBB-Radio 88.8 die christliche Haltung dazu: „Man lässt keinen Menschen ertrinken, Punkt“, bekräftigte Stäblein. Dass es trotzdem passiere, sei „eine furchtbare Realität“.

Der UN-Hochkommissar für Flüchtlinge, Barham Salih, rief dazu auf, Geflüchtete nicht nur als Bürde und Last anzusehen. „Flüchtlinge leisten jeden Tag einen Beitrag in den Gesellschaften, die sie aufgenommen haben – als Arbeiterinnen, Studierende, Nachbarn, Künstler, Sportlerinnen, Unternehmer und Führungspersönlichkeiten“, erklärte er. „Wenn man ihnen die Möglichkeit gibt, bauen sie ihr Leben wieder auf und stärken zugleich die Gemeinschaften um sie herum.“

Greenpeace-Studie: Mehr Menschen fliehen vor Naturkatastrophen

Die Umweltorganisation Greenpeace rückte zum Weltflüchtlingstag klimabedingte Extremwetterereignisse und Naturkatastrophen als Fluchtursachen in den Blick. Die Zahl der Menschen, die aus diesen Gründen ihre Heimat verlassen, erhöhte sich im Jahr 2025 auf 13,6 Millionen Menschen, nach 9,9 Millionen Menschen im Vorjahr, wie es in einer Studie der Universität Hamburg im Auftrag von Greenpeace heißt.

Klimakrise, gekürzte Entwicklungsgelder, Kriege und hohe Preise für fossile Energie und Kunstdünger verstärken laut dem Report die Vertreibungskrise im globalen Süden. Das weltweite Budget für Entwicklung und humanitäre Hilfe sei 2025 im Vergleich zum Vorjahr demnach um fast ein Viertel auf 175 Milliarden US-Dollar zusammengestrichen worden. (epd/mig 22)

 

 

 

 

 

Standortproblem. Rassismus bremst Deutschlands Suche nach Fachkräften

 

Deutschland wirbt in Indonesien, auf den Philippinen und in Usbekistan um Personal. Doch im Wettbewerb um Fachkräfte zählen nicht nur Jobs und Löhne, sondern auch Anerkennung, Familie, Sprache – und Schutz vor Rassismus.

Von Martina Herzog, Michael Donhauser und Carola Frentzen Sonntag,

Ein Selbstläufer ist die Gewinnung ausländischer Fachkräfte für Deutschland nicht – das geben selbst Leute zu, die ihr Geld damit verdienen. „Die Personen kommen aus anderen Kulturkreisen“, zählt Thomas Awiszus auf. „Tolles Wetter haben wir in Deutschland nicht immer. Deutsche Mentalität ist eine andere. Da muss man die Leute vorbereiten.“

Awiszus ist Geschäftsführer der Hamburger Hanseatic Connect GmbH, die Arbeitskräfte für Pflege und Gastgewerbe rekrutiert. Fast jede fünfte der zwei Millionen Pflegekräfte in Deutschland kommt laut Bundesagentur für Arbeit inzwischen aus dem Ausland.

Der Bedarf ist riesig angesichts einer alternden Bevölkerung. Das arbeitgebernahe Institut der deutschen Wirtschaft (IW) rechnet damit, dass im Jahr 2036 insgesamt 4,3 Millionen Arbeitskräfte fehlen, wie die „Rheinische Post“ vor Kurzem berichtete.

Deutsche Erwerbsbevölkerung schrumpft

Der Zuwachs an Erwerbstätigen kam schon in den vergangenen Jahren ausschließlich aus Drittländern, während die Erwerbsbevölkerung mit deutschem Pass stetig schrumpft. Der Mangel an Personal – vom Bäckereitresen bis zum Chemielabor – wird von Wirtschaftsfachleuten längst als Wachstumsbremse Nummer 1 definiert.

Beim Zuzug aus dem Nicht-EU-Ausland ist zumindest eine Beschleunigung zu beobachten: Die Arbeitsmigration nach Deutschland hat sich laut Bundesagentur für Arbeit seit 2020 von 200.000 auf 420.000 im Juni 2025 mehr als verdoppelt.

Was beim Start in Deutschland hilft

Und so spielt das Thema auch bei der Reise von Bundespräsident Frank-Walter Steinmeier nach Indonesien, auf die Philippinen und nach Usbekistan eine Rolle. Awiszus reist mit als Teil der Wirtschaftsdelegation, ebenso Fritz Audebert. Sein Passauer Unternehmen ICUnet sucht im Ausland zum Beispiel Servicetechniker für Windräder.

Indonesien habe eine lange Tradition in der Vermittlung der deutschen Sprache, ein großes Plus, wie Audebert anmerkt. Die Sprachhürde wird als großer Nachteil Deutschlands im weltweiten Wettbewerb um Arbeitskräfte angesehen. Englisch- oder spanischsprachige Länder haben Vorteile.

Weitere Kriterien: Finden neue Arbeitskräfte in Deutschland Anschluss bei Landsleuten? Darf die Familie mit einreisen? Unterstützt die Heimatregierung den Gang ins Ausland? Um die 500 Menschen finden nach seinen Angaben pro Jahr über sein Unternehmen den Weg nach Deutschland.

Den Neuankömmlingen empfiehlt Audebert ehrenamtliches Engagement, um in der deutschen Gesellschaft anzukommen. „Wir sagen den Leuten ganz schnell Feuerwehr oder dort, wo ich mich ehrenamtlich engagieren kann.“ Die mehrheitlich christlichen Filipinos könnten oft auch in der Kirche andocken.

„Stabile und geordnete Gesellschaft“

Der philippinische Präsident Ferdinand Marcos Jr. sagt, man höre viel Gutes über Deutschland von ausgewanderten Landsleuten: „Es ist eine stabile und geordnete Gesellschaft, und das macht es zu einem guten Ort nicht nur zum Leben und Arbeiten, sondern sogar, um Kinder großzuziehen – was viele von ihnen auch getan haben.“

Etwa zehn Millionen Filipinos leben im Ausland. Ihre Rücküberweisungen sind ein zentraler Stützpfeiler der philippinischen Gesellschaft und ein wichtiger Teil der Wirtschaftsleistung. Was Auslands-Philippinos an ihre Familien im Heimatland zurückschicken, macht einen Anteil von bis zu zehn Prozent am Bruttoinlandsprodukt des Landes aus.

Die Philippinen gehören wie auch Indonesien zu den Triple-Win-Ländern, aus denen etwa die Bundesagentur für Arbeit versucht, Personal zu gewinnen. Heißt: Eine Anwerbung soll zum Gewinn werden für Deutschland, für die Fachkräfte – aber eben auch für das Heimatland, wo es einen Personalüberschuss in den jeweiligen Berufen gibt.

Viele Arbeitskräfte aus EU, der Türkei und vom Westbalkan

Unter den ausländischen Arbeitskräften in Deutschland spielen allerdings zahlenmäßig eher EU-Bürger sowie Menschen aus der Türkei oder vom Westbalkan eine wichtige Rolle.

Steinmeier räumt ein, die Verfahren zur Anerkennung ausländischer Qualifikationen müssten beschleunigt werden. Er habe die Frage aufgeworfen bei seinem Besuch in der philippinischen Hauptstadt Manila, ob Deutschland mehr für sich werben müsse. „Und die Antwort war, dass die 40.000, 45.000 Filipinos, die in Deutschland bereits arbeiten, ihre eigene Werbung für Arbeitsaufnahme in Deutschland machen. Weil sie dort Arbeitsbedingungen vorfinden, die besser sind als an vielen anderen Stellen der Welt und Sicherheit gewährleistet wird für ihre persönliche Situation.“

Wo es hakt

Doch nicht jeder, der ankommt, wird mit offenen Armen empfangen. „Das ist ganz bitter, muss man wirklich sagen: Das ist natürlich auch von der Hautfarbe abhängig“, sagt Audebert. Menschen aus Kenia oder Ghana hätten es da besonders schwer. Die schwierige Aussprache indonesischer Namen, auch das sei eine Hürde.

Awiszus meint: „Ich würde nicht sagen, dass wir ein Rassismusproblem haben.“ Aber: „Es ist ein sensibles Thema. Und in Deutschland nun leider mittlerweile auch mehr als es das vielleicht vor fünf oder zehn oder fünfzehn Jahren war.“ Die Deutschen müssten sich bewusst machen, dass die Bundesrepublik nicht die einzige und vielleicht auch nicht die beste Option sei für Nachwuchskräfte aus anderen Ländern. „Da muss sich was tun in unserer Gesellschaft. Am Ende brauchen wir die Leute und wir können froh sein, dass wir sie finden.“ Dass die Bundesregierung die Mittel für Integrationskurse gekürzt habe, sei nicht hilfreich, sagt er.

10-15 Prozent gehen zurück – frustriert

Mangelnde Wertschätzung, ein Gefühl der Fremdheit, eine größere Gefahr von Arbeitsplatzverlusten, wenn die Wirtschaft schwächele – das alles mache es ausländischen Fachkräften schwer in Deutschland, sagt Audebert. „Unser Ziel ist eigentlich, dass möglichst 100 Prozent bleiben. Aber wenn man ehrlich ist, gehen 10, 15 Prozent über die Laufzeit von drei Jahren wieder zurück, und zwar auch wirklich frustriert.“

Zumindest an den kleinen Dingen soll es nicht scheitern. „Weil, in Indonesien weiß man nicht so richtig, wie sich minus 5 Grad anfühlen. Und das kann man erzählen, wie man will, kommt dann trotzdem nicht so an“, sagt Awiszus. Wer im Winter einreist, der bekomme von seinem Unternehmen eine dicke Jacke. (dpa/mig 22)

 

 

 

 

 

 

Psychotherapeutin. Neues Asylrecht verstärkt Ängste bei Geflüchteten

 

Psychotherapeutin Amira Sultan sieht wachsende Angst unter Geflüchteten. Neben Kriegen in den Herkunftsregionen belasten auch Asylverschärfungen, fehlende Therapieplätze und das Gefühl, in Deutschland nicht ankommen zu dürfen. Von Karen Miether

Mit den sich verschärfenden Kriegen und Konflikten in der Welt nimmt nach Beobachtungen der Psychologin Amira Sultan auch der psychische Druck auf geflüchtete Menschen in Deutschland zu. Die Psychotherapeutin leitet in Hannover eines von sieben psychosozialen Zentren des Netzwerks für traumatisierte Flüchtlinge in Niedersachsen. In ihrer offenen Sprechstunde beobachte sie unmittelbar die Reaktionen, etwa nach den US-Angriffen auf den Iran. „Wir erwarten dann schon, dass mehr Farsi, also persischsprachige Personen wiederkommen“, sagte Sultan.

Zudem sorge die Verschärfung des deutschen Asylrechts für Verunsicherung – selbst bei geflüchteten Personen, die über eine Aufenthaltserlaubnis oder sogar Niederlassungserlaubnis verfügen, rechtlich also nicht direkt von den Verschärfungen betroffen sind. Eine Einordnung, ob sie selbst von diesen Verschärfungen betroffen ist, falle vielen schwer, aufgrund von Sprachbarrieren oder fehlendem Verständnis von Gesetzestexten. Das sorge bei den ohnehin traumatisierten Menschen für Ängste, etwa vor Abschiebung.

Zentren können nur einem Bruchteil helfen

Insgesamt haben die psychosozialen Zentren in Niedersachsen im vergangenen Jahr laut ihren Angaben mehr als 3.000 Menschen betreut. In ganz Deutschland gibt es laut dem Bundesverband Psychosozialer Zentren 51 dieser Einrichtungen, die zumeist finanziert aus öffentlichen Geldern kostenlose Hilfen anbieten. Doch laut dem Verband decken sie nur einen Bruchteil des Bedarfs ab.

Flüchtlinge seien bereits jetzt in diesem Bereich stark benachteiligt. Für den Aufenthalt in einer psychiatrischen Klinik oder eine ambulante Psychotherapie würden zunächst einmal keine Kosten übernommen, erläuterte Sultan. Gleiches gelte für die Kosten von Dolmetschern. „Was laut Asylbewerberleistungsgesetz übernommen wird, ist nur die Akutversorgung.“ Wer etwa Suizidgedanken habe sei, werde nach wenigen Tagen auf einer geschlossenen Station wieder entlassen. Eine anschließende Therapie werde nicht finanziert.

Erneut traumatisierende Erfahrungen

Die Menschen in ihrer Beratung litten unter posttraumatischer Belastung, Depressionen, Sucht oder Psychosen. Symptome seien unter anderem Schlafstörungen oder eine nicht endende innere Unruhe, sagte die Therapeutin. In Deutschland kämen für viele erneut traumatisierende Erfahrungen hinzu, etwa durch Konflikte in den Gemeinschaftsunterkünften. Das gesellschaftliche Klima sorge dafür, dass sich Menschen nicht willkommen fühlten. „Es ist ganz häufig so, dass die Menschen das Gefühl haben, sie dürfen hier gar nicht ankommen.“ (epd/mig 19)

 

 

 

 

 

Drei Wege aus der Sackgasse

 

Trumps Ukraine-Initiative ist festgefahren. Diese Kurskorrekturen könnten den Friedensprozess neu beleben. Jennifer Kavanagh

Als Donald Trump im Januar 2025 ins Weiße Haus zurückkehrte, stand eine schnelle Beendigung des Krieges in der Ukraine weit oben auf seiner außenpolitischen Agenda. Trotz politischen Gegenwinds verfolgte er dieses Ziel zu Beginn seiner zweiten Amtszeit entschlossen weiter: Er nahm den Dialog mit dem russischen Präsidenten Wladimir Putin wieder auf und leitete parallele diplomatische Gespräche mit Kiew und Moskau ein.

18 Monate später sind die Friedensgespräche jedoch festgefahren, während der Krieg weiter eskaliert ist. Für den jüngsten Rückschlag ist sicherlich die Ablenkung der USA durch die Entwicklungen im Nahen Osten verantwortlich, doch das Scheitern von Trumps Initiative hat tiefere Ursachen.

Um es auf den Punkt zu bringen: Trumps Bemühungen in der Ukraine waren bislang kontraproduktiv. Sie haben den Frieden nicht nähergebracht, sondern sogar in weitere Ferne gerückt. Grundlegende Fehler im Verhandlungsprozess haben dabei die Bemühungen um eine Waffenruhe untergraben und neue Hindernisse für einen kurzfristigen Waffenstillstand geschaffen, die zukünftig nur schwer zu überwinden sein werden.

Wenn die Trump-Regierung den Krieg in der Ukraine tatsächlich beenden will, muss sie ihren Ansatz grundlegend überdenken. Dies bedeutet, den Fokus von territorialen Fragen wegzulenken, beiden Seiten nur realistische Zusagen zu machen und die Verhandlungen aus den bestehenden Silos herauszuführen, sodass sowohl alle Beteiligten als auch die politisch heikelsten Themen einbezogen werden. Die laufenden Friedensbemühungen neu auszurichten wird sicherlich nicht einfach sein. Doch angesichts des sich schließenden Zeitfensters für eine Einigung ist Eile geboten.

Der erste Fehler der amerikanischen Unterhändler bestand darin, die Territorialfrage ins Zentrum der Verhandlungen über ein Kriegsende zu rücken. Als Russland seine „militärische Spezialoperation“ begann, ging es Moskau nicht um territoriale Eroberungen. Vielmehr verfolgte der Kreml politische Ziele, darunter die Verhinderung einer schrittweisen Annäherung der Ukraine an den Westen sowie ihrer Integration in westliche Militärstrukturen, insbesondere der NATO. Tatsächlich kamen sich Russland und die Ukraine bei ihren frühen Gesprächen in Istanbul einer Einigung bereits erstaunlich nahe. Damals stand ein Abkommen im Raum, das politische Zugeständnisse der Ukraine gegen einen vollständigen russischen Rückzug aus den im Jahr 2022 besetzten Gebieten getauscht hätte.

Die Bedeutung territorialer Fragen nahm erst später zu. Ausschlaggebend waren Putins Verfassungsänderungen zur Eingliederung der während des Krieges beanspruchten Oblaste sowie die Entwicklung des Konflikts zu einem Abnutzungskrieg, der Russlands ambitioniertere politische Ziele zunehmend außer Reichweite geraten ließ.

Dennoch verstärkten und förderten amerikanische Vertreter die Vorstellung, territoriale Kompromisse seien der Schlüssel zur Beendigung des Krieges. Zunächst drängten sie die ukrainische Verhandlungsdelegation, territoriale Zugeständnisse als Voraussetzung für Frieden zu akzeptieren. Nach dem Gipfel von Anchorage im August 2025 brachten sie zudem ins Spiel, die Ukraine solle sich aus dem von ihr noch kontrollierten Teil des Donbass zurückziehen, um eine Waffenruhe zu ermöglichen. Infolgedessen wurde der Tausch von „Territorium gegen Sicherheitsgarantien“ zum zentralen Paradigma der Friedensgespräche. Die Trump-Regierung stellte der Ukraine dabei vage Sicherheitszusagen in Aussicht, falls sie sich aus den betreffenden Gebieten tatsächlich zurückziehen würde.

Inzwischen ist die zentrale Rolle der Territorialfrage selbst zu einem erheblichen Hindernis für den Frieden geworden. Die eigentlichen Ursachen des Krieges – die außenpolitische Ausrichtung der Ukraine und die NATO-Ausdehnung bis an Russlands Grenzen – lassen durchaus Raum für Kompromisse und gegenseitige Zugeständnisse. Bei der Territorialfrage hingegen scheinen die Positionen beider Seiten unvereinbar. Russland und die Ukraine können nicht gleichzeitig dieselben Gebiete kontrollieren. Selbst eine Konstruktion geteilter Souveränität würde letztlich eine einzige Verwaltungsinstanz für Rechts- und Steuerfragen voraussetzen.

Doch die Fokussierung auf territoriale Fragen war nicht der einzige Fehler der amerikanischen Vermittler. Eine tragfähige Vereinbarung zur Beendigung des Krieges muss die Realitäten auf dem Schlachtfeld widerspiegeln. Keine der beiden Konfliktparteien kann vernünftigerweise ein Ergebnis erwarten, das sie militärisch nicht durchgesetzt hat. Anstatt beide Seiten auf ein solches Abkommen zuzubewegen, hat Washington sie jedoch davon abgebracht, indem es unrealistische Versprechen machte, auf die weder Russland noch die Ukraine nun bereit sind zu verzichten.

Gegenüber der Ukraine sprach die Trump-Regierung zeitweise von Sicherheitsgarantien nach dem Vorbild von Artikel 5 des NATO-Vertrags – obwohl sie diese vermutlich nie zu gewähren beabsichtigte. Seit George H. W. Bush haben alle Präsidenten deutlich gemacht, dass ein Krieg mit Russland um die Ukraine – was eine solche Garantie implizieren würde – nicht im amerikanischen Interesse liegt.

Gegenüber Russland wiederum scheint Washington angedeutet zu haben, es könne die Ukraine im Rahmen der sogenannten Anchorage-Formel zum Rückzug aus den verbliebenen, von Kiew kontrollierten Teilen des Donbass bewegen. Ein solches Versprechen war jedoch nie realistisch. Für die ukrainische Führung wäre die Abtretung von Territorium am Verhandlungstisch politisch hochgefährlich. Selbst ein Verlust dieser Gebiete auf dem Schlachtfeld wäre innenpolitisch leichter zu verkraften – so hoch die Kosten auch wären. Zudem verfügen die Vereinigten Staaten schlicht nicht über den Einfluss auf die Ukraine, der nötig wäre, um ein solches Zugeständnis zu erzwingen.

Da beiden Seiten jedoch derart günstige Bedingungen in Aussicht gestellt wurden, sind weder Russland noch die Ukraine bereit, realistischere Optionen zu akzeptieren. Hinzu kommen die politischen Kosten, die mit einem Zurückrudern gegenüber der eigenen Öffentlichkeit verbunden wären. Bevor ein erreichbares Friedensabkommen zustande kommen kann, werden die USA daher ihre unerfüllbaren Versprechen zurücknehmen müssen.

Obwohl Washington einige trilaterale Gipfeltreffen mit Russland, der Ukraine und den Vereinigten Staaten organisiert hat, setzte die US-Regierung überwiegend auf getrennte Gesprächsformate. Mal wurde mit Russland verhandelt, mal mit der Ukraine oder mit einer Kombination aus ukrainischen und europäischen Vertretern. Bis heute hat es kein Treffen gegeben, an dem europäische Vertreter gemeinsam mit beiden Kriegsparteien und den Vereinigten Staaten teilgenommen haben.

Dieser Ansatz hat die Friedensbemühungen auf verschiedene Weise erschwert. So kosteten die zahlreichen Gesprächsrunden zwischen den USA, Europa und der Ukraine viel Zeit, trugen aber aufgrund der Abwesenheit Russlands nur wenig zur Lösung des Konflikts bei. Zwar hat Moskau keinen rechtlichen Anspruch darauf, über Fragen wie die Sicherheitszusagen an die Ukraine nach dem Krieg mitzuentscheiden. Praktisch betrachtet können der Ukraine jedoch nur solche Garantien langfristige Sicherheit bieten, die auch von Russland akzeptiert werden. Da Moskau den Krieg jederzeit fortsetzen kann, verfügt es faktisch über ein Vetorecht gegenüber jedem vorgeschlagenen Abkommen.

Indem die amerikanischen Unterhändler auf Formate setzten, die wichtige Akteure bewusst ausschlossen, schürten sie bei allen Beteiligten Ängste und Misstrauen. Die Europäer sorgten sich, die Vereinigten Staaten und Russland könnten über ihre Köpfe hinweg eine Vereinbarung treffen, die ihre Sicherheit unmittelbar beträfe. Russland wiederum befürchtete, die USA und Europa könnten der Ukraine Sicherheitszusagen machen, die eine Stationierung von NATO-Truppen auf ukrainischem Territorium nach dem Krieg ermöglichen würden. Und die Ukraine fürchtete Absprachen zwischen Trump und Putin, die zu erzwungenen ukrainischen Zugeständnissen oder tiefen Einschnitten bei der amerikanischen Militärhilfe führen könnten.

Nichts davon ist bislang eingetreten. Dennoch hat der amerikanische Ansatz die Verhandlungspositionen aller Beteiligten verhärtet, statt sie zu Kompromissen zu bewegen.

Die schlechte Nachricht lautet daher: Der diplomatische Prozess, den die USA im vergangenen Jahr angestoßen haben, ist in seiner derzeitigen Form zum Scheitern verurteilt. Die gute Nachricht ist jedoch, dass die grundlegenden Probleme, die die Friedensbemühungen bislang ausgebremst haben, mit den richtigen Anpassungen lösbar sind.

Drei Veränderungen sind dabei besonders dringlich. Erstens sollte das amerikanische Verhandlungsteam territoriale Fragen vorerst zurückstellen und sich auf die politischen und sicherheitspolitischen Kernfragen konzentrieren, die dem Krieg zugrunde liegen. Die Territorialfrage wird natürlich irgendwann behandelt werden müssen. Die Unterhändler könnten jedoch feststellen, dass die Flexibilität auf beiden Seiten größer ist, wenn die jeweiligen zentralen Sicherheitsinteressen als gewahrt angesehen werden.

Zweitens muss Washington beiden Seiten eine realistische Einschätzung der möglichen Bedingungen eines Friedensabkommens vermitteln und auf deren Akzeptanz hinwirken. Die Ukraine mag gewisse Sicherheitszusagen der Vereinigten Staaten erhalten, diese werden jedoch vermutlich weit hinter Garantien nach Artikel 5 zurückbleiben. Gleichzeitig wird auch Russland beim künftigen Status jener Gebiete im Donbass Kompromisse eingehen müssen, die es nicht militärisch erobern kann.

Drittens müssen künftige Verhandlungsrunden alle relevanten Akteure einbeziehen. Dabei muss Inklusivität mit Praktikabilität in Einklang gebracht werden. Europa muss nicht an Gesprächen teilnehmen, die seine Interessen nicht berühren, genauso wie an bilateralen Fragen ausschließlich Russland und die Vereinigten Staaten beteiligt sein sollten. Ein solches Format würde allerdings voraussetzen, dass die europäischen Staaten zunächst klären, wer für sie spricht und worin ihre Interessen liegen, die über jene der Ukraine hinausgehen.

Diese Änderungen vorzunehmen und den Dialog kurzfristig wieder aufzunehmen, sollte für die Trump-Regierung oberste Priorität haben. Zwar sind viele Beobachter derzeit davon überzeugt, dass die Ukraine auf dem Schlachtfeld wieder die Initiative übernommen hat. Doch das Momentum dürfte früher oder später wieder auf die russische Seite zurückschlagen. Im Grunde genommen arbeitet die Zeit inzwischen jedoch für niemanden mehr. Für alle Beteiligten gilt: Die Vereinbarung, die morgen möglich ist, wird schlechter sein als diejenige, die heute auf dem Tisch liegt. Ipg 18

 

 

 

 

 

Mikrozensus. Vier Millionen Geflüchtete und Vertriebene leben in Deutschland

 

In Deutschland lebten 2025 rund vier Millionen Geflüchtete und Vertriebene. Seit 1950 kamen etwa 3,3 Millionen als Opfer von Flucht und Vertreibung ins Land. Ukraine und Syrien prägen die Fluchtstatistik.

Im vergangenen Jahr haben in Deutschland etwa vier Millionen Geflüchtete und Vertriebene gelebt. Davon seien seit 1950 etwa 3,3 Millionen Opfer von Flucht und Vertreibung nach Deutschland gekommen, teilte das Statistische Bundesamt in Wiesbaden mit. Weitere etwa 713.000 Menschen seien Vertriebene des Zweiten Weltkriegs, die vor 1950 zugewandert seien.

Die Zahlen beruhen auf dem Mikrozensus. Erfasst wurden nur Geflüchtete in privaten Hauptwohnsitzhaushalten; Menschen in Flüchtlingsheimen und anderen Gemeinschaftsunterkünften wurden nicht berücksichtigt. Zudem umfasst die Statistik nur Geflüchtete, die 2025 noch in Deutschland lebten – nicht Menschen, die abgewiesen wurden, selbst wegzogen oder starben.

Viele Geflüchtete aus zwei Ländern

Die geflüchteten Zugewanderten waren 2025 laut Statistikamt durchschnittlich 39 Jahre alt. 45 Prozent waren Frauen, 55 Prozent Männer. 25 Prozent der 3,3 Millionen Geflüchteten wurde demnach in der Ukraine geboren, 22 Prozent in Syrien. „Damit stellen diese beiden Herkunftsländer bereits knapp die Hälfte aller im Jahr 2025 in Deutschland lebenden und seit 1950 eingewanderten Geflüchteten“, schreibt das Statistische Bundesamt.

Gemessen an der Bevölkerung sei der Anteil der seit 1950 geflüchteten Eingewanderten in Bremen mit 7,3 Prozent am höchsten, hieß es weiter. Es folgten Hamburg mit 6,3 Prozent und das Saarland mit 5,7 Prozent. Am niedrigsten war der Anteil in Bayern mit 3,0 Prozent sowie in Mecklenburg-Vorpommern und Brandenburg mit jeweils 2,5 Prozent.

Mehr vertriebene Frauen als Männer

„Vertriebene des Zweiten Weltkriegs sind Personen, die in ehemaligen deutschen Gebieten als deutsche Staatsangehörige geboren und vor 1950 auf das heutige Staatsgebiet Deutschlands zugewandert sind“, schrieb das Amt. Die 713.000 in Deutschland lebenden Vertriebenen waren 2025 im Schnitt 85 Jahre alt.

Nach Angaben der Statistikerinnen und Statistiker waren 61 Prozent von ihnen Frauen und 39 Prozent Männer. Die meisten lebten gemessen an ihrem Anteil an der Bevölkerung mit 2,3 Prozent in Mecklenburg-Vorpommern, gefolgt von Sachsen-Anhalt mit 1,5 Prozent. (dpa/mig 18)

 

 

 

 

Innenminister reden über Sicherheit – TGD vermisst Schutz für Migranten

 

Zum Start der Innenministerkonferenz fordert die Türkische Gemeinde mehr Schutz für Menschen mit Migrationsgeschichte. Wer über Sicherheit spreche, dürfe Betroffene rechter Gewalt nicht nur als Problem in Migrationsdebatten behandeln. Auf der Tagesordnung der Minister stehen ganz andere Punkte.

Zum Start ihrer Frühjahrskonferenz sehen sich die Innenminister von Bund und Ländern (IMK) mit verschiedenen Erwartungen konfrontiert. Die Deutsche Polizeigewerkschaft (DPolG) fordert eine Absenkung der Strafmündigkeit von derzeit 14 Jahren auf 12 Jahre. Die Türkische Gemeinde in Deutschland (TGD) wünscht sich, dass Bedrohungen, die insbesondere Menschen mit Migrationshintergrund betreffen, von den Sicherheitsbehörden ernster genommen werden.

„Ich habe bisher noch keine Innenpolitiker gehört, die sich Sorgen um die Sicherheit von Menschen mit Migrationsgeschichte in Deutschland machen“, sagt TGD-Bundesvorsitzender Gökay Sofuo?lu. Wer über die Sicherheit des Landes spreche, dürfe Menschen mit Migrationsgeschichte nicht ausschließlich als Problem in Migrations- und Sicherheitsfragen behandeln. Nötig sei eine Integrationspolitik, die Zugehörigkeit stärke, anstatt diese ständig neu zu hinterfragen.

Verweis auf anstehende Landtagswahlen

Auch unter Verweis auf die anstehenden Landtagswahlen in Sachsen-Anhalt und Mecklenbug-Vorpommern, bei denen die AfD lauf Umfragen auf Stimmengewinne hoffen kann, sagt er: „Gerade in einer Zeit, in der rechte Gewalt stark zunimmt und eine rechtsextremistische Partei erstmals in Regierungsverantwortung kommen könnte, mache ich mir große Sorgen um unsere Sicherheit in Deutschland, und insbesondere in Ostdeutschland.“

Alarmierende Zahlen zu antimuslimischen und antisemitischen Vorfällen verdeutlichten, dass Ausgrenzung und gruppenbezogene Menschenfeindlichkeit reale Bedrohung darstellen. „Umso problematischer ist es, dass sich die integrationspolitische Debatte in den vergangenen Jahren zunehmend auf Migration, Grenzkontrollen und Begrenzung verengt hat“, so Sofuo?lu. Fragen der Teilhabe, Chancengerechtigkeit und des Zusammenhalts gerieten dabei immer stärker aus dem Blick. Das trage dazu bei, dass sich viele Menschen mit Migrationsgeschichte nicht als Teil der Lösung, sondern als Gegenstand gesellschaftlicher Problemdebatten wahrnehmen.

Während es vor allem aus dem Kreis der SPD-Ministerinnen und Minister zuletzt den Wunsch gab, sich mit Blick auf die Landtagswahlen über Sicherheitsfragen im Kontext einer etwaigen AfD-Regierungsverantwortung auszutauschen, halten dies andere Ressortchefs – vor allem aus den Reihen der CDU – für unnötig. Auf der Tagesordnung findet sich dazu nichts.

Was tun gegen kriminelle Kinder?

Bei ihrem dreitägigen Treffen in Hamburg, das am Mittwochabend eröffnet wird, wollen die Ministerinnen und Minister laut Tagesordnung unter anderem über die „steigende Entwicklung tatverdächtiger Kinder im Bereich der Gewaltkriminalität sprechen“. Bundesjustizministerin Stefanie Hubig (SPD) hält nichts von einer Absenkung des Strafmündigkeitsalters auf zwölf Jahre. Sie ist überzeugt, Kinder gehörten nicht ins Gefängnis und das Strafrecht sei kein Allheilmittel.

Der DPolG-Bundesvorsitzende, Heiko Teggatz, sagt: „Wir beobachten eine besorgniserregende Entwicklung, bei der Täter immer jünger werden und gezielt von kriminellen Netzwerken instrumentalisiert werden.“ Der Rechtsstaat müsse darauf reagieren können. Eine Absenkung der Strafmündigkeit bedeutet nicht pauschale Bestrafung, vielmehr steht der Erziehungscharakter des Jugendstrafrechts im Vordergrund. Mit Sanktionen wie richterlichen Weisungen, Verwarnungen und Auflagen sollten straffälligen Kindern frühzeitig Grenzen aufgezeigt werden.

Weitere Themen der Innenministerkonferenz (IMK) sind unter anderem Gewalt im Umfeld von Fußballstadien, der Schutz der Stromversorgung und anderer Einrichtungen der kritischen Infrastruktur sowie die Höhe von Bußgeldern für Verkehrsverstöße und Verbesserungen im Bevölkerungsschutz. Sowohl die Bundeswehr als auch die großen Hilfsorganisationen dringen seit Jahren auf eine bessere Vorbereitung für die Bewältigung von Krisen und Katastrophen – auch im Spannungs- und Verteidigungsfall. (dpa/mig 18)

 

 

 

 

Rechte Mehrheit macht Weg für EU-Abschiebezentren frei

 

Das EU-Parlament hat mit Stimmen von Christdemokraten und Rechtsextremen schärfere Abschieberegeln beschlossen. Geplant sind Abschiebezentren in Drittstaaten. Das stößt auf scharfe Kritik von Opposition und Menschenrechtsorganisationen.

Das Europäische Parlament hat eine deutliche Verschärfung der EU-Abschieberegeln beschlossen und damit den Weg frei gemacht für Abschiebezentren in Drittstaaten. Eine Mehrheit aus Christdemokraten, rechten und rechtsextremen Fraktionen, darunter auch die AfD, nahm sie mit 418 Ja-, 218 Nein-Stimmen und 30 Enthaltungen an. Sozialdemokraten, Grüne und Linke lehnten diese am Mittwoch in Straßburg ab.

Die Abstimmung wurde von Jubel und Pfiffen begleitet. Nach der Annahme klatschten Abgeordnete des rechten Spektrums – darunter auch deutsche AfD-Europaabgeordnete – und riefen „Send them back“ (in etwa: „Schickt sie zurück“), was mit „Shame on you“-Chören (in etwa: „Schande“) beantwortet wurde.

Abschiebung in Return Hubs

Kern des Gesetzes sind Rückführungszentren außerhalb der EU, sogenannte Return Hubs. Dorthin sollen Menschen ohne Aufenthaltsrecht gebracht werden, die nicht in ihre Herkunftsländer zurückgeführt werden können, etwa weil Staaten die Rücknahme verweigern. Wo solche Zentren entstehen könnten, ist bislang unklar. Im Gespräch sind unter anderem Staaten in Afrika.

Die Einrichtungen können nach der Vereinbarung sowohl als End- als auch als Transitstandort genutzt werden. Unbegleitete Minderjährige sollen ausgenommen bleiben. Mehrere EU-Staaten, darunter Deutschland, prüfen derzeit entsprechende Abkommen.

Sanktionen, Inhaftierung, Durchsuchung

Liegt ein Rückführungsbescheid vor, müssen Personen laut den neuen Regeln mit den zuständigen Behörden zusammenarbeiten. Andernfalls drohen Sanktionen bis hin zu Freiheitsentzug. Die maximale Dauer der Abschiebehaft wird auf bis zu 24 Monate angehoben, in bestimmten Fällen auch darüber hinaus. Zur Vorbereitung von Rückführungen können Behörden zudem Hausdurchsuchungen vornehmen sowie persönliche Gegenstände beschlagnahmen.

Die EU erhofft sich von den neuen Regeln eine deutlich höhere Zahl tatsächlicher Rückführungen. Bislang wird nach EU-Angaben nur rund jeder vierte Mensch mit einer Rückkehrentscheidung tatsächlich in sein Herkunftsland zurückgeführt.

Debatte um „Brandmauer“

Der Abstimmung war ein heftiger Streit über den Bruch der sogenannten Brandmauer im EU-Parlament vorausgegangen. Die Christdemokraten in der EVP sowie rechte und rechtsextreme Fraktionen, darunter auch die AfD-Fraktion ESN, hatten im parlamentarischen Verfahren gemeinsam abgestimmt.

„Mit den überhasteten Verhandlungen zur Rückführungsverordnung haben die Konservativen gemeinsame Sache mit den Rechten gemacht und den Umgang mit Migrantinnen und Migranten zum politischen Spielball erklärt“, sagte die Europaabgeordnete Birgit Sippel (SPD). Das Gesetz werde grundlegenden europäischen Standards beim Grundrechtsschutz nicht gerecht. Vorgesehen seien „lange Masseninhaftierungen, auch von Familien mit Kindern und unbegleiteten Minderjährigen, sowie Hausdurchsuchungen“, um Abschiebungen durchzusetzen. Die freiwillige Rückkehr werde dagegen nicht ausreichend gefördert.

Kritik von Pro Asyl

Die Menschenrechtsorganisation Pro Asyl warf dem Europaparlament vor, „migrationspolitische Forderungen der extremen Rechten übernommen“ zu haben. Das gefährde nicht nur die Rechte von Schutzsuchenden, sondern auch die rechtsstaatlichen und demokratischen Grundlagen der Europäischen Union.

Lena Düpont (CDU), innenpolitische Sprecherin der EVP-Fraktion, widersprach. Ein Asylsystem, das Rückkehrentscheidungen nicht durchsetze, verliere seine Glaubwürdigkeit. Die Rückführungsverordnung schließe eine zentrale Lücke im Gemeinsamen Europäischen Asylsystem (Geas). Sie schaffe klare Mitwirkungspflichten, verbessere die gegenseitige Anerkennung von Rückkehrentscheidungen zwischen EU-Staaten und ermögliche eine engere Zusammenarbeit mit Drittstaaten.

Die EU-Staaten müssen das Gesetz noch bestätigen. Dies gilt als Formsache. Die Verordnung tritt nach Veröffentlichung im Amtsblatt der Europäischen Union in Kraft. Während die meisten Bestimmungen nach zwölf Monaten gelten sollen, sollen die Regelungen zu Rückführungszentren unmittelbar nach Inkrafttreten anwendbar sein. (epd/dpa/mig 18)

 

 

 

 

 

EU-Bischöfe und Caritas Europa kritisieren Abschiebeverschärfung

 

Das EU-Parlament hat grünes Licht für ein schärferes und schnelleres Vorgehen bei Abschiebungen gegeben. Mit einer Parlamentsmehrheit von konservativen und rechten Fraktionen stimmten die Abgeordneten am Mittwoch in Straßburg der sogenannten Rückführungsverordnung zu. Mit der Neu-Regelung werden auch spezielle Rückkehrzentren außerhalb der Union möglich. Caritas Europa nannte das ein Auslagern von Verantwortung.

Migranten ohne Bleiberecht können mit der neuen Regelung unter bestimmten Umständen bis zu 30 Monate in Abschiebehaft genommen werden. Auch Kindern kann Abschiebehaft drohen, wenngleich der Gesetzgeber betont, Abschiebehaft sei hier das letzte Mittel. In spezielle Rückkehrzentren außerhalb der Union sollen abgelehnte Asylbewerber gebracht werden, die nicht in ihre Heimatländer abgeschoben werden können - etwa, weil ihr Herkunftsland nicht eindeutig festzustellen ist oder keine diplomatischen Beziehungen bestehen. Menschen könnten also in Staaten landen, zu denen sie keine Verbindung haben. Caritas Europa kritisierte die Entscheidung. Sie forderte, freiwillige Rückkehr müsse im Vordergrund stehen. Menschen, die aus humanitären Gründen oder wegen familiärer Bindungen nicht zurückgeführt werden können, sollten eine Aufenthaltsgenehmigung erhalten. „Diese Verordnung birgt die Gefahr, Migranten weiter zu stigmatisieren und zu kriminalisieren und damit die Polarisierung zu schüren - und das in einer Zeit, in der unsere Gesellschaften dringend mehr Zusammenhalt brauchen", sagte die Generalsekretärin von Caritas Europa, Maria Nyman.

Die Caritas kritisierte auch, dass Behörden nun mehr Rechte haben, um Wohnungen von Migranten und gegebenenfalls auch soziale Unterkünfte zu durchsuchen, um Rückführungen durchzusetzen. Dies könne Menschen ohne Aufenthaltsgenehmigung davon abhalten, Hilfe in Anspruch zu nehmen und Helfer gefährden. Zu befürchten seien Durchsetzungspraktiken nach dem Vorbild US-amerikanischer ICE-Einsätze, hieß es.

Rat muss noch zustimmen

Die EU regelt nun auch klarer, wie abgelehnte Asylbewerber bei ihrer eigenen Abschiebung mitwirken müssen, wenn sie Strafen entgehen wollen. Außerdem verschärft die Richtlinie die Regeln für Personen, die ein Sicherheitsrisiko darstellen. Nach Angaben der EU-Kommission hat im vergangenen Jahr nur etwa jeder vierte Ausreisepflichtige die EU verlassen. Dem Gesetz muss formell nun noch der Rat zustimmen. Ein Teil der Verordnung wird unmittelbar danach gelten. Andere Aspekte sollen erst nach einem Jahr angewendet werden, da die Staaten Vorbereitungszeit brauchen.

Bischöfe vermissen Solidarität

Kritik kommt auch von den katholischen Bischöfen in der EU. „Migration ist nicht nur eine Frage von Verfahren, Statistiken oder Grenzmanagement", so der Präsident der EU-Bischofskommission COMECE, Mariano Crociata. „Es geht um Menschen: Frauen, Männer und Kinder, von denen jeder eine unantastbare Würde besitzt, die im Mittelpunkt jeder politischen Entscheidung stehen muss." Auch Solidarität unter den Völkern sei „kein optionales Ideal, sondern eine grundlegende Verantwortung". Auf diesen Werten sei die EU begründet.

„Migration ist nicht nur eine Frage von Verfahren, Statistiken oder Grenzmanagement“

COMECE erkenne zwar die Verantwortung der Behörden für die Steuerung von Migration, Grenzen und die Bekämpfung von Menschenhandel an, aber Aspekte der neuen Verordnung drohten den Schutz der Grundrechte und der Würde verletzlicher Personen zu schwächen. „Insbesondere die Ausweitung der Inhaftierung, die Einschränkungen bei wirksamen Rechtsbehelfen und Rechtsmitteln sowie die zunehmende Auslagerung von Zuständigkeiten in Drittländer werfen schwerwiegende ethische und humanitäre Fragen auf", so Crociata.

„Ausweitung der Inhaftierung, die Einschränkungen bei wirksamen Rechtsbehelfen und Rechtsmitteln sowie die zunehmende Auslagerung von Zuständigkeiten in Drittländer werfen schwerwiegende ethische und humanitäre Fragen auf“ (kap/kna 17) 

 

 

 

 

Rassismus. Uni Jena: Internationale Studierende zweifeln an Thüringen

 

Thüringen braucht internationale Studierende, doch viele erleben den Freistaat als wenig weltoffen. Beleidigungen, Mikroaggressionen und politische Verunsicherung wirken sich direkt darauf aus, ob sie ihre Zukunft im Land sehen.

Ausländische Studierende erleben Thüringen oft als wenig weltoffen. Sie tun sich deshalb häufig schwer damit, nach dem Ende ihres Studiums im Freistaat zu bleiben. Das geht aus Forschungsergebnissen der Uni Jena hervor.

„Internationale Studierende zu gewinnen reicht nicht aus – entscheidend ist, ob Thüringen für sie ein Ort ist, an dem sie sich sicher fühlen, passende berufliche Perspektiven haben und politisch sowie wirtschaftlich mitgestalten können“, sagte Laura Dellagiacoma, wissenschaftliche Mitarbeiterin des Zentrums für Rechtsextremismusforschung, Demokratiebildung und gesellschaftliche Integration der Universität Jena (KomRex). Sie war an einem Forschungsprojekt beteiligt, bei dem internationale Studierende sowie nicht deutsche Absolventen der Universität befragt worden sind.

Die politische und gesellschaftliche Situation in Thüringen sei für die Betroffenen kein abstraktes Thema, sagte Dellagiacoma. Dass sie etwa rassistische Erfahrungen im Alltag machten, habe „konkrete Auswirkungen auf Sicherheitsgefühl, Zugehörigkeit und Bleibeperspektiven“.

Studierende äußern Sorgen wegen AfD-Zustimmungswerten

Im Rahmen des Forschungsprojektes wurden im Zeitraum von Januar bis Mai 2025 insgesamt 37 Studierende und Absolventen auf Deutsch oder Englisch befragt. Auf die Forschungsergebnisse wird auch in einem Aufsatz verwiesen, der als Teil der aktuellen „Thüringer Zustände“ erscheint. Dabei handelt es sich um einen seit 2020 jährlich veröffentlichten Sammelband, der von den Demokratieberatern von Mobit, den Opferberatern von ezra, dem Institut für Demokratie und Zivilgesellschaft sowie dem KomRex gemeinsam herausgegeben wird.

In diesem Aufsatz heißt es etwa, die hohen Zustimmungswerte für die AfD würden von vielen internationalen Studierenden als besorgniserregend empfunden. „Mehrere Befragte berichteten von einer Zunahme sowohl subtiler rassistischer Handlungen – etwa Mikroaggressionen wie übergriffige Blicke oder unfreundliches Verhalten – als auch manifester rassistischer Vorfälle“, sagte Dellagiacoma.

Beleidigt, weil sie nicht Deutsch gesprochen haben

Vor allem in öffentlichen Verkehrsmitteln hätten sich solche Situationen ereignet. Aber auch außerhalb von Bussen und Bahnen kommt es laut den Schilderungen der Studierenden zu solchen Übergriffen. „So wurde geschildert, dass eine Gruppe beim Spazieren im Zentrum Jenas von Jugendlichen angeschrien und rassistisch beleidigt wurde, weil sie sich nicht auf Deutsch unterhielt.“

Mehrere der Befragten, die schon längere Zeit in Thüringen leben, berichteten demnach, dass mehr Menschen im Freistaat ihren Rassismus heute offener zeigten als noch vor einiger Zeit. Rassismus habe an gesellschaftlicher Akzeptanz gewonnen. Angesichts dieser Lage spielten immer mehr internationale Studierende oder Absolventen mit dem Gedanken, Thüringen und Deutschland zu verlassen.

Fachinteresse bringt ausländische Studierende nach Thüringen

Dellagiacoma sagte der dpa, aus den Interviews werde auch deutlich, dass viele Studierende wegen sehr konkreter fachlicher Interessen nach Thüringen kämen, etwa wegen sehr spezifischer Master-Programme oder weil bestimmte Forschungsinstitute im Freistaat angesiedelt seien.

„Viele haben vor ihrer Ankunft nur begrenzte Vorkenntnisse über die politische Lage in Thüringen“, sagte Dellagiacoma. „Deshalb würde ich vorsichtig damit sein, zu sagen, dass internationale Studierende wegen der politischen Lage grundsätzlich nicht mehr nach Thüringen kommen werden.“

Ob die jungen Menschen dann aber in Thüringen blieben, hänge davon ab, welche Erfahrungen sie während des Studiums machten und ob sie im Land eine passende Arbeitsstelle fänden. „Genau diese beiden Aspekte sind in unseren Interviews stark mit dem politischen und gesellschaftlichen Kontext verbunden.“

Angriff in Ilmenau

In der diesjährigen Ausgabe der „Thüringer Zustände“ findet sich auch ein Aufsatz, der sich mit dem Angriff auf mehrere internationale Studierende der Technischen Universität Ilmenau im April 2025 befasst. Diese waren damals aus einem Auto heraus mit Hartgummimunition beschossen worden. In dem Aufsatz heißt es, auch dieser Angriff sei nicht völlig überraschend gekommen. Viele nicht deutsche Studierende seien mit Alltagsrassismus konfrontiert.

An den Thüringer Hochschulen studieren tausende Menschen aus dem Ausland. Nach Angaben des Landesamtes für Statistik gab es im Wintersemester 2024/25 alleine an der Universität Jena etwa 2.400 ausländische Studierende, an der Technischen Universität Ilmenau waren es fast 2.000. (dpa/mig 17)

 

 

 

 

 

 

Das Recht auf Asyl verteidigen – Menschenrechte dürfen nicht zur Verhandlungsmasse werden.

 

(Resolution der hessischen Ausländerbeiräte - verabschiedet auf der Delegiertenversammlung am 13.06.2026 in Fulda)

Mit dem Inkrafttreten des Gemeinsamen Europäischen Asylsystems (GEAS) erreicht eine Entwicklung ihren vorläufigen Höhepunkt, die wir seit Jahren mit Sorge beobachten: die schrittweise Aushöhlung des europäischen Flüchtlingsschutzes.

 

Die Europäische Union wurde als Friedens- und Wertegemeinschaft gegründet. Zu diesen Werten gehören die Achtung der Menschenwürde, die Wahrung der Menschenrechte und das Recht auf Schutz vor Verfolgung. Mit GEAS entfernt sich Europa jedoch weiter von diesem Anspruch. Die europäische Menschenrechtskonvention muss als Garant für die gesetzlichen Anpassungen des Asylrechts gelten. Dies ist mit GEAS nicht gewährleistet.

Die Reform steht für einen Paradigmenwechsel. Weg vom individuellen Schutzanspruch des Menschen, hin zu einer Politik der Abschreckung, Auslagerung und Abschottung. Beschleunigte Grenzverfahren, haftähnliche Unterbringung an den Außengrenzen und erleichterte Abschiebungen in sogenannte sichere Drittstaaten setzen das Signal, dass Schutzsuchende in erster Linie als Problem und nicht als Menschen mit Rechten betrachtet werden.

Das Recht auf Asyl ist jedoch kein Gnadenakt von Staaten und keine Frage politischer Opportunität. Es ist die Konsequenz aus den Erfahrungen von Krieg, Vertreibung und staatlicher Verfolgung. Es gehört zu den grundlegenden Lehren des 20. Jahrhunderts. Wer dieses Recht einschränkt, greift einen zentralen Pfeiler der internationalen Menschenrechtsordnung an.

Besonders kritisch sehen wir, dass mit GEAS Verfahren etabliert werden, die unter erheblichem Zeitdruck stattfinden und das Risiko fehlerhafter Entscheidungen erhöhen. Menschen, die vor Krieg, Folter, politischer- und religiöser Verfolgung oder existenzieller Not fliehen, benötigen individuelle und sorgfältige Verfahren. Rechtsstaatlichkeit darf nicht an Europas Außengrenzen enden.

Mit Sorge stellen wir fest, dass auch die Bundesregierung in den vergangenen Jahren wiederholt Verschärfungen des Asyl- und Aufenthaltsrechts mitgetragen oder selbst vorangetrieben hat. Viele Maßnahmen wurden mit dem Verweis auf gesellschaftliche Akzeptanz oder europäische Kompromisse begründet. Doch Grund- und Menschenrechte dürfen nicht dem politischen Zeitgeist unterworfen werden. Humanität ist keine Verhandlungsmasse.

Deutschland trägt aufgrund seiner Geschichte eine besondere Verantwortung für die Verteidigung von Menschenrechten und internationalem Schutz. Diese Verantwortung endet nicht an den europäischen Außengrenzen. Gerade Deutschland müsste innerhalb Europas eine Stimme für Rechtsstaatlichkeit, Solidarität und den Schutz von Geflüchteten sein.

Die Arbeitsgemeinschaft der Ausländerbeiräte Hessen warnt davor, migrationspolitische Herausforderungen vor allem durch Restriktionen und Abschreckung beantworten zu wollen. Fluchtbewegungen verschwinden nicht, weil Schutzrechte eingeschränkt werden. Die Folgen sind vielmehr gefährlichere Fluchtrouten, mehr Leid und eine weitere Erosion internationaler Schutzstandards.

Wir stellen uns entschieden gegen die Normalisierung einer Politik, die Schutzsuchende als Sicherheitsproblem behandelt und humanitäre Verpflichtungen zunehmend relativiert. Eine demokratische Gesellschaft misst sich nicht daran, wie sie mit den Starken umgeht, sondern wie sie den Schutz der Schwächsten gewährleistet.

Die agah fordert daher:

* die konsequente Wahrung des individuellen Rechts auf Asyl und ein Ende von Verfahren, die eine umfassende Prüfung von Schutzgründen erschweren,

* den Schutz von Kindern, Familien und anderen besonders schutzbedürftigen Personen vor Grenz- und Haftverfahren,

* keine Abschiebungen in Drittstaaten, in denen ein wirksamer Schutz von Menschenrechten nicht zweifelsfrei gewährleistet werden kann,

* den Ausbau sicherer und legaler Fluchtwege nach Europa,

* eine gerechte Verteilung von Schutzsuchenden innerhalb Europas auf Grundlage von Solidarität statt Abschottung,

* eine deutsche und europäische Flüchtlingspolitik, die sich an Menschenrechten, Humanität und internationaler Verantwortung orientiert.

Die agah steht an der Seite all jener Menschen, die Schutz vor Krieg, Verfolgung und Gewalt suchen. Wir werden nicht schweigen, wenn fundamentale Rechte schrittweise eingeschränkt werden. Das Recht auf Asyl ist ein Menschenrecht. Es zu verteidigen ist eine Verpflichtung. Agah 16

 

 

 

 

Schweiz lehnt SVP-Plan zur Begrenzung der Zuwanderung ab

 

Die Schweiz hat die 10-Millionen-Initiative der rechtskonservativen SVP mit rund 55 Prozent abgelehnt. Der Vorstoß hätte Zuwanderung, Asyl, Familiennachzug und letztlich auch die EU-Freizügigkeit begrenzen können.

Die Schweizer haben einem Vorstoß von Rechtskonservativen zur Begrenzung der Migration klar abgelehnt. Der Forderung, dass die Schweiz als einziges Land der Welt ihre Bevölkerungszahl deckelt, erteilten bei einer Volksabstimmung rund 55 Prozent eine Absage, rund 45 Prozent sprachen sich dafür aus, wie aus Hochrechnungen hervorging. Es ging der Schweizerischen Volkspartei (SVP) um eine Begrenzung der Ausländer.

In ländlichen Regionen wie dem Kanton Appenzell Innerrhoden, wo es wenig Ausländer gibt, wurde die Initiative mit fast 66 Prozent angenommen. In Städten hingegen, wo zahlenmäßig die meisten Ausländer leben, zeichnete sich dagegen eine deutliche Ablehnung ab.

Die SVP kämpft gegen Ausländer und die EU

Die SVP positioniert sich seit Jahrzehnten vehement gegen Ausländer und die Europäische Union. Mit vielen Vorstößen ist sie bei Volksabstimmungen „t, andere, wie 2009 ein Minarettverbot und 2021 ein Verhüllungsverbot (Burka-Initiative), setzte sie durch.

Dieses Mal hatte sie die Vorlage als „Nachhaltigkeitsinitiative“ dargestellt, mit der Ressourcen geschont, eine weitere Überbauung, volle Busse und Bahnen und die Kriminalität nach ihrer Darstellung bekämpft werden könnten. Sie stellte immer klar, dass der Fokus die Begrenzung Ausländer waren.

Wieso Annahme auch Deutsche betroffen hätte

Die SVP wollte die Bevölkerungszahl bis 2050 auf zehn Millionen begrenzen. Dafür sollten, wenn es auf den Grenzwert zugeht, zunächst Asyl und Familiennachzug eingeschränkt werden, in letzter Konsequenz auch die Personenfreizügigkeit für EU-Bürger.

Dann wäre es auch für Deutsche schwieriger geworden, in der Schweiz zu leben und zu arbeiten. Derzeit hat die Schweiz 9,1 Millionen Einwohner, davon 340.000 Deutsche.

Stephanie Gartenmann, für die SVP im Parlament des Kantons Bern und Verfechterin der 10-Millionen-Initiative, stellte die 45 Prozent Zustimmung als Erfolg dar. „Das ist ein klares Signal, dass wir etwas machen müssen“, sagte sie dem Sender SRF. Man müsse auf „qualitative Zuwanderung“ setzen, „damit wir die Schweiz noch so haben, wie sie eben ist: lebenswert, mit Wohlstand und Lebensqualität.“

Wie das Schweizer System die SVP ausbremst

Die SVP ist zwar seit 1999 die wählerstärkste Partei. Aber auf Bundesebene regieren seit Jahrzehnten die vier größten Parteien in einer Koalition, deshalb kann die SVP ihre Politik nicht voll durchsetzen.

Sie stellt zurzeit zwei der sieben Regierungsmitglieder (Bundesräte), ebenso wie die Sozial- und die freien Demokraten, die Mitte-Partei stellt ein Mitglied. Weil der Bundesrat die Initiative gesamthaft abgelehnt hat, mussten auch die beiden SVP-Mitglieder nach außen gegen ihre eigene Partei argumentieren.

Einwanderung bleibt schwieriges Thema

Die Chefin des Wirtschaftsverbandes Economiesuisse, Monika Rühl, begrüßte das Ergebnis. „Wir brauchen weiter Zugang zu Fachkräften“, sagte sie. „Es braucht den unkomplizierten Zugang über die Personenfreizügigkeit mit der EU.“ Sie verwies auch auf die drohende Überalterung der Bevölkerung, wenn die Zuwanderung begrenzt wird.

Gleichwohl sind Parteien und Verbände sich einig, dass das Thema Einwanderung die Bevölkerung beschäftigt. „Wir müssen das Inlandspotenzial stärker nutzen“, sagte die Parlamentsabgeordnete der Mitte, Yvonne Bürgin. Dabei geht es zum Beispiel um die Qualifizierung der ansässigen Bevölkerung. Die Wirtschaft müsse in die Tiefe, nicht in die Breite wachsen. So wachse die Wertschöpfung pro Kopf – „damit es weniger Zuwanderung braucht“, sagte sie. (dpa/mig 16)

 

 

 

 

 

Am Tisch statt auf dem Teller

 

Militärisch unterlegen, politisch oft unterschätzt: Mittelmächte verfügen über mehr Einfluss, als viele glauben. Von Herbert Wulf

Vor einem halben Jahr rüttelte der kanadische Premierminister Mark Carney die Regierungen mittlerer Mächte mit einer emotionalen Rede in Davos wach und forderte sie auf, sich von den Großen dieser Welt nicht herumschubsen zu lassen. Ohne ihn beim Namen zu nennen, war allen klar, dass er den amerikanischen Präsidenten Donald Trump meinte, der mit seiner unverschämten Forderung, Grönland und Kanada zu annektieren, für Unruhe gesorgt hatte. „Mittelmächte müssen gemeinsam handeln, denn wer nicht am Tisch sitzt, steht auf der Speisekarte“, prophezeite er.

Die jüngsten US-Militäreinsätze, die Verhängung von Zöllen und die Herabwürdigung von Partnern haben die alte Ordnung über den Haufen geworfen. Viele Mittelmächte fühlen sich durch die Politik der Trump-Regierung politisch und wirtschaftlich verunsichert, an den Rand gedrängt und bedroht. Doch gerade jetzt eröffnet sich ihnen eine Chance. Wenn sie ihre wirtschaftliche Stärke und ihre Soft Power bündeln, könnten sie dem zunehmenden Großmachtdenken etwas entgegensetzen. Die entscheidende Frage lautet allerdings: Können Staaten mit so unterschiedlichen Interessen überhaupt dauerhaft und wirksam zusammenarbeiten?

Klar ist, dass Mittelmächte militärisch weder mit den USA und China noch mit Russlands Atomwaffenarsenal mithalten können. Deshalb sollten sie sich auf ihre Stärken besinnen. Wirtschaftskraft und Soft Power sind Trümpfe, die sie durchaus ausspielen können. In seinem wegweisenden Werk, das vor mehr als 20 Jahren erschien, unterscheidet der amerikanische Politikwissenschaftler Joseph Nye drei Arten von Macht: militärische Macht (Zwang und Drohungen), wirtschaftliche Macht (Anreize) und Soft Power (Anziehungskraft). Militärische und wirtschaftliche Macht werden häufig von größeren Akteuren eingesetzt. Da Mittelmächte weder machtlos sind noch als globale Supermächte agieren können, müssen sie sich – idealerweise gemeinsam mit anderen – auf ihre wirtschaftliche Stärke und ihre Soft Power stützen. Das heißt nicht, dass sie die Verteidigung ihrer Souveränität vernachlässigen sollten. Gleichzeitig können sie wirtschaftlichen Druck ausüben, etwa durch Sanktionen oder Handelsbeschränkungen. Soft Power ist laut Nye die Fähigkeit, das zu erreichen, was man will, indem man durch Anziehungskraft überzeugt, statt Zwang auszuüben.

Dennoch gibt es Grenzen. Kritiker argumentieren beispielsweise, die Soft Power der EU habe völlig versagt, den größten Flächenbrand in Europa seit dem Zweiten Weltkrieg – Russlands Angriff auf die Ukraine – zu verhindern. Dieser Interpretation lässt sich entgegenhalten, dass die Signale der EU und mancher Mitgliedstaaten an Russland nach der Annexion der Krim im Jahr 2014 eher symbolischen Charakter hatten. Bis heute ist es der EU nicht gelungen, sämtliche Energieimporte aus Russland zu stoppen. Das wirtschaftliche Potenzial der Union bleibt damit unausgeschöpft, und die EU trägt weiterhin dazu bei, Russlands Kriegskasse zu füllen.

Großmächte neigen dazu, Soft Power zu unterschätzen. Wie sich derzeit am US-Krieg gegen den Iran zeigt, laufen sie leicht Gefahr, sich zu stark auf ihre militärische Stärke zu verlassen, um anderen Staaten ihren Willen aufzuzwingen. Wenn sie jedoch zu sehr auf Hard Power oder gar Gewalt setzen, provozieren sie Gegenreaktionen. Selbst die militärisch und wirtschaftlich mächtigsten Nationen müssen bei ihrem außenpolitischen Handeln internationale Normen und die öffentliche Meinung berücksichtigen, auch wenn Völkerrecht und Normen in den vergangenen Jahren eklatant verletzt wurden, wie Russlands Krieg gegen die Ukraine verdeutlicht. Die Folgen treffen nicht nur die angegriffene Ukraine. Auch Russland selbst ist international zu großen Teilen isoliert, und die negativen Auswirkungen auf Gesellschaft und Wirtschaft werden mit der Dauer des Krieges immer deutlicher.

Es hat den Anschein, als fühlten sich die Mächtigen nicht mehr an die internationale Rechtsordnung gebunden. Darauf deuten die wiederholten Forderungen der US-Regierung hin, Kanada in die USA zu integrieren oder Grönland zu annektieren, ebenso wie ihre militärischen Maßnahmen gegen mutmaßliche Drogenboote sowie gegenüber Venezuela und Iran. Doch auch für die USA werden die Folgen der destruktiven Politik der Trump-Administration noch lange nachwirken. Denn sie haben selbst bei Partnern und Verbündeten viel von ihrer Verlässlichkeit eingebüßt.

Bereits heute existieren Zusammenschlüsse unterschiedlichster Art, die das internationale System verändern wollen. Dazu gehört etwa die BRICS+-Gruppe, die bislang allerdings kaum über die Rolle eines „Beschwerdeclubs“ hinausgekommen ist. Auch die OPEC taugt als „Ein-Produkt-Kartell“ nur bedingt als Modell für die Zusammenarbeit von Mittelmächten. Die EU ist womöglich die vielversprechendste Koalition von Mittelmächten.

Die Soft Power Europas gründet auf seiner Geschichte, seinen Institutionen, seiner Kultur und seinen Werten. Die EU ist ein einzigartiges supranationales Gebilde. Anders als traditionelle Großmächte hat sie in der Vergangenheit versucht, Einfluss nicht durch militärische Stärke auszuüben. Stattdessen setzt sie auf wirtschaftliche Zusammenarbeit und Diplomatie sowie auf Demokratie, Menschenrechte und Rechtsstaatlichkeit. Insbesondere durch ihre Erweiterungspolitik hat die EU zur Konfliktlösung und Friedensförderung in Europa beigetragen. Die Attraktivität eines EU-Beitritts hat die Beitrittskandidaten dazu ermutigt, Demokratie, Minderheitenrechte und Rechtsstaatlichkeit zu stärken. Auf diese Weise hat die EU Reformen über ihre Grenzen hinaus angestoßen, ohne Gewalt anzuwenden. Für ihren Beitrag zur Förderung von Frieden, Versöhnung, Demokratie und Menschenrechten in Europa wurde ihr 2012 der Friedensnobelpreis verliehen.

Aber hat die EU ihr Potenzial als „Friedensmacht“ wirklich ausgeschöpft? Grundsätzlich bringt sie mit ihrer wirtschaftlichen Stärke und ihrem politischen Ansehen alle Voraussetzungen mit, um selbstbewusst gegenüber den Supermächten aufzutreten. Sie ist ein attraktiver Partner für viele andere Mittelmächte. Selbst die Großmächte können den EU-Binnenmarkt nicht ignorieren. Nach dem Willen ihrer wichtigsten politischen Akteure strebt Europa nach strategischer Autonomie. So lautet zumindest die Theorie. Die Realität sieht jedoch anders aus. Nationale Interessen prägen nach wie vor viele Politikfelder der EU, nicht zuletzt die Sicherheits- und Verteidigungspolitik, wie die jüngste Luftnummer um das Future Combat Air System (FCAS) eindrücklich zeigt. Auch die langwierigen und oft halbherzigen Entscheidungen über Sanktionen gegen Russland zeugen von den inneren Widersprüchen der EU.

Gerade an den Schwierigkeiten der EU, zu einer gemeinsamen Außen-, Sicherheits- und Handelspolitik zu finden, zeigen sich die Grenzen solcher Kooperationsmodelle. Befürworter einer Reform der EU haben für die Überwindung dieses Dilemmas eine Formel gefunden: das Europa der verschiedenen oder der zwei Geschwindigkeiten. Dahinter steht die Idee, dass sich verschiedene Teile der EU auf unterschiedlichen Politikfeldern und in unterschiedlichem Tempo integrieren sollten. Die Struktur der EU erschwert häufig eine zügige Entscheidungsfindung. Kompromisse, mit denen kaum einer der Mitgliedstaaten zufrieden ist, kommen meist erst nach langwierigen Verhandlungen zustande. Regierungen, die etwas bewirken wollen – etwa Sanktionen gegen Russland verschärfen oder die Abhängigkeit von den USA verringern –, werden durch die komplexen Entscheidungsstrukturen der EU und das Erfordernis der Einstimmigkeit ausgebremst.

Zugleich hat der zunehmende Wettbewerb zwischen den Großmächten politische Entwicklungen beschleunigt, die noch vor wenigen Jahren kaum vorstellbar schienen. Nach Jahrzehnten mühsamer und erfolgloser Verhandlungen war nicht zuletzt Trumps Zollpolitik dafür verantwortlich, dass die EU im Jahr 2026 sowohl ein Handelsabkommen mit den Mercosur-Staaten als auch mit Indien abschließen konnte.

Die EU verdeutlicht sowohl die Möglichkeiten als auch die Grenzen von Mittelmachtskooperation. Sie zeigt, dass Staaten durch gemeinsames wirtschaftliches Gewicht und koordinierte Politik Einfluss gewinnen können, den sie allein nicht hätten. Gleichzeitig macht sie deutlich, wie schwierig eine solche Zusammenarbeit angesichts unterschiedlicher nationaler Interessen bleibt.

Mit sporadischen Kooperationen sind Mittelmächte jedoch noch weit davon entfernt, strategische Autonomie zu erreichen oder eine funktionsfähige Allianz gegenüber den Supermächten aufzubauen.

Für Mittelmächte mit unterschiedlichen Interessen bieten Partnerschaften eine attraktive Form der Zusammenarbeit. Ähnlich wie bei einem Europa der unterschiedlichen Geschwindigkeiten ermöglicht selektive Kooperation die Wahl strategischer Partner, deren Interessen in bestimmten Bereichen mit den eigenen übereinstimmen – etwa beim Klimawandel, der Energiesicherheit, bei Seltenen Erden, der öffentlichen Gesundheit, der Entwicklungszusammenarbeit oder dem Datenschutz.

Regierungen von Mittelmächten treten in der Regel selbstbewusst auf und räumen innenpolitischen Belangen Vorrang vor der Solidarität innerhalb einer Partnerschaft ein. Ihre Außenpolitik orientiert sich an den jeweils wahrgenommenen nationalen Interessen. Der finnische Präsident Alexander Stubb bezeichnete dies als „wertebasierten Realismus“. Er betonte, dass Zusammenarbeit auch zwischen Staaten möglich sein müsse, die nicht zwangsläufig alle Werte teilen. Politische Entscheidungsträger müssten täglich Entscheidungen treffen, bei denen es gleichermaßen um Werte und Interessen gehe.

Was die Mittelmächte zusammenschweißt, ist die Erkenntnis, dass sie gemeinsam über mehr Einfluss verfügen als allein. Doch ihr Erfolg ist keineswegs garantiert. Unterschiedliche Interessen, politische Systeme und außenpolitische Prioritäten erschweren eine geschlossene Front. Gerade deshalb wird die Fähigkeit zur selektiven Zusammenarbeit zu einer der entscheidenden Fragen der kommenden Jahre.

Über die neue Weltordnung wird nicht allein in Washington oder Peking entschieden. Die wirtschaftliche und politische Kraft der Mittelmächte ist groß genug, um Regeln zu setzen, Märkte zu gestalten und Koalitionen zu formen. Ob sie dieses Potenzial nutzen können, hängt jedoch davon ab, ob sie bereit sind, ihre Unterschiede zugunsten gemeinsamer Interessen zurückzustellen. Andernfalls droht Mark Carneys Warnung Realität zu werden: Wer nicht mit am Tisch sitzt, landet auf der Speisekarte.IPG 15

 

 

 

 

 

„Italien den Italienern“. Rechts von Meloni: Neue Partei mobilisiert mit „Remigration“

 

In Rom haben Tausende Rechte und Rechtsextreme unter dem Motto „Remigration und Rückeroberung“ demonstriert. Zugleich gründete Roberto Vannacci seine Partei Futuro Nazionale – rechts von Meloni, mit harter Migrationspolitik und nationalistischer Parole.

Eine Demonstration unter dem Motto „Remigration und Rückeroberung“ und der Gründungsparteitag einer neuen Rechtspartei haben am Wochenende in Rom Tausende Menschen mobilisiert. Während Anhänger einer schärferen Migrationspolitik durch die italienische Hauptstadt zogen, traf sich die neue Partei Futuro Nazionale (Nationale Zukunft) des Ex-Armeegenerals und Politikers Roberto Vannacci zu ihrem ersten Parteitag.

Nach Angaben der Behörden zogen etwa 4.000 Menschen am Samstag mit einem Banner mit der Aufschrift „Remigration und Rückeroberung“ durch die römische Innenstadt. Einige Teilnehmer streckten ihre rechten Arme zum faschistischen Gruß in die Höhe und riefen „Duce! Duce!“ (zu Deutsch: Führer), eine Anspielung auf den faschistischen Diktator Benito Mussolini (1883-1945). Zu der Demonstration aufgerufen hatten unter anderem rechtsextreme Gruppierungen.

Kritik an der Kundgebung

Wenn Rechtsextremisten den Begriff Remigration verwenden, meinen sie in der Regel, dass eine große Zahl von Menschen ausländischer Herkunft das Land verlassen soll – auch unter Zwang. An der Demonstration nahmen auch Vertreter der neofaschistischen Bewegung CasaPound teil. Deren Sprecher Luca Marsella sagte nach Angaben italienischer Medien, man wolle „irreguläre Migranten und auch reguläre loswerden, weil wir politisch nicht korrekt sind“.

Die Demonstration bewegte sich langsam und unter starkem Polizeiaufgebot durch das Viertel Prati. Jede Seitenstraße war durch Polizeifahrzeuge blockiert, am Himmel kreisten Hubschrauber und Drohnen. Gegen die Demonstration formierte sich auch Protest. Vorm Kolosseum versammelten sich Teilnehmer einer Gegendemo und zeigten ein Banner mit der Aufschrift „Fuck remigration“.

Von der linken Opposition gab es starke Kritik an der Kundgebung und den dort gerufenen Parolen. Der Abgeordnete Angelo Bonelli sprach von „abscheulichen Parolen“ und warf Ministerpräsidentin Giorgia Meloni Schweigen vor. Meloni ist seit mehr als dreieinhalb Jahren mit einer rechten Koalition an der Regierung.

Vannacci: „Italien den Italienern!“

Zeitgleich fand in Rom der Gründungsparteitag der neuen rechten Partei Futuro Nazionale (Nationale Zukunft) des ehemaligen Generals Roberto Vannacci statt. Er sagte: „Früher durfte man das Wort Remigration nicht sagen, jetzt sagen sie uns, man könne es nicht machen, weil man keine Staatsbürgerschaft entziehen könne.“ Etwa 1.500 Delegierte nahmen an der Veranstaltung teil. Am Sonntag sollte der Parteitag fortgesetzt werden und mit einer Rede Vannaccis enden.

In den Umfragen liegt die Bewegung, die auch Verbindungen zur AfD pflegt, aktuell bei etwa vier Prozent. Vannacci machte klar, seine Positionen sowie die der Partei nicht abschwächen zu wollen. Gerade wegen dieser Positionen erfahre die Bewegung Zustimmung, sagte er. „Wir schämen uns nicht, es zu sagen, und ich bitte euch sogar, es auch zu sagen: Italien den Italienern!“

Anfang des Jahres war Vannacci im Streit aus der rechtspopulistischen Lega-Partei von Vize-Ministerpräsident Matteo Salvini ausgetreten. Seitdem habe die Partei fast 100.000 zahlende Mitglieder gewonnen, sagte Vannacci.

Bekannt für rassistische und homophobe Äußerungen

Zuletzt machte er Stimmung gegen die Meloni-Koalition. Vannacci bezeichnete seine Bewegung als die „wahre Rechte“ und warf der Regierung von Meloni vor, eine zu weiche Politik zu machen. Meloni wies die Vorwürfe scharf zurück.

Vannacci wurde im rechten Lager unter anderem mit Äußerungen gegen Migranten und Homosexuelle populär. Vannacci ist auch durch sein Buch „Il mondo al contrario“ (zu Deutsch: „Verkehrte Welt“) bekannt. In dem Buch behauptete er unter anderem, Minderheiten hätten eine Diktatur errichtet. (dpa/mig 15)

 

 

 

 

 

EU-Asylpolitik. Geas startet mit Streit über Schutz und Abwehr

 

Das neue Gemeinsame Europäische Asylsystem ist in Kraft. Innenminister Dobrindt spricht von Kontrolle und Klarheit, Kirchen und Menschenrechtsorganisationen warnen vor mehr Abwehr und weniger Schutz für Asylsuchende.

Die einen hoffen auf eine bessere Steuerung von Fluchtbewegungen, die anderen befürchten eine Beschneidung von Flüchtlingsrechten: Das Inkrafttreten des neuen Gemeinsamen Europäischen Asylsystems (Geas) ist am Freitag unterschiedlich bewertet worden. Bundesinnenminister Alexander Dobrindt (CSU) begrüßte die neuen Regeln. Es sei „das Ende eines Systems der Dysfunktionalität und des Zuständigkeitschaos und der Beginn von Kontrolle, Klarheit und Konsequenz“, erklärte er. Organisationen kritisieren, dass die Regeln vor allem der Abwehr Schutzsuchender dienten.

Seit der großen Fluchtbewegung aus Syrien hatten die EU-Staaten um eine Reform ihres Asylsystems gerungen. 2024 kam es zur Einigung, am Freitag endete die Frist für die Umsetzung der neuen Regeln. Im Kern bleibt das Grundprinzip der europäischen Asylpolitik bestehen: Für die Aufnahme sind die Staaten zuständig, über die Asylbewerber in die EU kommen. Neue Verfahren für Registrierung und Anträge mit geringer Aussicht auf Erfolg sowie ein Solidaritätsmechanismus sollen aber dafür sorgen, dass es künftig geordneter und gerechter zugeht.

Migrationsexperte Maximilian Pichl hat Zweifel, dass der Pakt hält. Echte Solidarität zeige sich besonders durch die Übernahme von Asylbewerbern. Doch dazu seien bisher kaum Länder bereit, sagt der Rechts- und Politikwissenschaftler von der Frankfurt University of Applied Sciences. „Dieser Streit geht hinter den Kulissen weiter“, sagte Pichl – auch mit Verweis auf Länder wie Ungarn, die bisher weder bereit waren, Asylverfahren zu übernehmen, noch Geld zu zahlen.

Ausnahme von EU-Pakt: Polen nimmt nicht mehr Flüchtlinge auf

Tatsächlich meldete Polen bereits eine erste Ausnahme von der Regel. Das Land wird keine zusätzlichen Flüchtlinge aufnehmen und den EU-Migrationspakt nur in Teilen umsetzen. Das teilte das Innenministerium in Warschau mit. Polen sei von der Umverteilung von Flüchtlingen in der EU und den damit verbundenen Kosten ausgenommen. In zweijährigen Verhandlungen mit Brüssel sei es gelungen, den Migrationspakt an „polnische Gegebenheiten“ anzupassen.

„Polen wird nur jene Bestimmungen anwenden, die den Grenzschutz stärken, die Migrationspolitik verschärfen und den Zugang zu Daten verbessern, die zur Bekämpfung der illegalen Migration beitragen“, hieß es in der Mitteilung. Begründet werden die Zugeständnisse an Polen mit der Last, die das Land an der Ostgrenze von EU und Nato zu tragen hat.

Der Begriff „irreguläre Migration“ (teilweise auch „illegale Migration“) wird in Debatten über Grenzen, Asyl, Rückkehr, Abschiebung und EU-Migrationspolitik oft irreführend als Überbegriff verwendet. Eine häufige Verkürzung besteht darin, irreguläre Migration mit fehlender Schutzbedürftigkeit gleichzusetzen. Das führt zu Missverständnissen, weil Asyl- bzw. Schutzsuchende mangels legaler Fluchtwege oft zunächst gezwungen sind, ohne reguläre Dokumente einzureisen. Das Recht auf Asyl ist jedoch per internationalem Recht verbrieft. Schutzsuchende haben ein Recht auf Prüfung ihres Schutzgesuchs und sind mithin weder „irregulär“ noch „illegal“.

Neue Außengrenzeinrichtung am Flughafen Berlin-Brandenburg

In Deutschland indes wurde pünktlich zum Start von Geas am Flughafen Berlin-Brandenburg (BER) eine neue Außengrenzeinrichtung in Betrieb genommen. Nach den neuen Regeln sollen Asylanträge von Menschen aus Ländern, deren Schutzquote bei maximal 20 Prozent liegt, bereits dort in maximal drei Monaten entschieden werden. Für Deutschland ist diese neue Regel nur an Flug- und Seehäfen relevant, weil das die einzigen EU-Außengrenzen sind. Weitere Standorte für das EU-Grenzverfahren gibt es in Deutschland laut Bundesinnenministerium in Hessen, Baden-Württemberg und Bayern. Auch in Nordrhein-Westfalen ist ein Standort geplant, ein weiterer ist in Hamburg in Prüfung.

Laut Brandenburgs Sozialminister René Wilke (SPD) stehen am BER 40 Plätze für das neue Verfahren zur Verfügung. Schon vorher gab es dort Flughafenverfahren für Asylbewerber, die Deutschland über den Luftweg erreichen. Im Schnitt seien dafür zehn bis zwölf Plätze im Monat genutzt worden.

Dobrindt will Binnengrenzen weiter kontrollieren

Parallel dazu sollen die umstrittenen Grenzkontrollen an Deutschlands Außengrenzen zunächst weiterlaufen. Das hatte Dobrindt in den vergangenen Tagen wiederholt erklärt. Sie seien ein Übergangssystem auf dem Weg zu einem funktionierenden Außengrenzschutz, sagte er bei seinem Besuch am BER.

Dobrindt erwartet bis Jahresende eine erste Vereinbarung mit einem Nicht-EU-Land über sogenannte Return Hubs, in die abzuschiebende Personen gebracht werden sollen. Er gehe „davon aus, dass wir bis zum Ende dieses Jahres eine Vereinbarung auch haben, die wir dann umsetzen können“, sagte der CSU-Politiker im ZDF-“Morgenmagazin“. Danach müsse der Hub erst noch aufgebaut werden: „Auch das dauert noch.“

Return Hubs sollen Menschen aufnehmen, die zwar kein Bleiberecht besitzen, aber nicht abgeschoben werden können, weil ihre Heimatländer nicht kooperieren. Die Zentren sollen außerhalb der EU entstehen. Bis eine solche Einrichtung tatsächlich in Betrieb gehen könne, vergehe nach einer Einigung jedoch noch erhebliche Zeit, sagte Dobrindt. Deutschland verhandle gemeinsam mit einer Gruppe europäischer Länder über entsprechende Abkommen. Welche Staaten konkret infrage kommen, sagte der Minister nicht.

SPD und Grünen kritisieren

Für den SPD-Innenpolitiker, Hakan Demir, steht fest: „Geas darf nicht der Anfang für immer weitere Verschärfungen sein.“ Wichtig sei auch, nicht den Fehler zu machen, Erfolg oder Misserfolg des neuen Systems daran zu messen, ob die Zahl der Asylsuchenden steigt oder sinkt, sagt der Bundestagsabgeordnete. Das entscheide sich an anderer Stelle und habe mehr damit zu tun, ob es Frieden geben wird in der Ukraine und welchen Grad an Unfreiheit die Menschen in Afghanistan im Alltag erleben.

Der Grünen-Vorsitzende, Felix Banaszak, sagt, die Geas-Reform, die während der Zeit der Ampel-Regierung unter Dach und Fach gebracht wurde, hätte „das Potenzial gehabt, mit klaren Regeln die Migration in der EU besser und humaner zu organisieren“. Diese Chance habe die Bundesregierung jedoch vertan. Sie habe stattdessen alle Möglichkeiten genutzt, „um mit Verschärfungen Schutzsuchende einzuschüchtern und abzuwehren“. Er kritisierte: „Die Bundesregierung scheint die Menschenwürde komplett aus dem Auge zu verlieren.“

EKD: Fraglich, ob Geas Versprechen einlösen kann

Scharfe Kritik an den neuen Regeln kam aus der evangelischen Kirche. Primäres Ziel sei es nicht, Menschen Schutz in der EU zu gewähren, sondern möglichst vielen diesen Schutz zu verwehren, sagte die Präsidentin des evangelischen Entwicklungswerks „Brot für die Welt“, Dagmar Pruin. Katrin Hatzinger, Leiterin des Brüsseler Büros der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), sagte, die Reform werde sich daran messen lassen müssen, ob sie den Anspruch einlösen kann, Solidarität zwischen den Mitgliedstaaten, effektive Verfahren und den Schutz von Grund- und Menschenrechten ins Gleichgewicht zu bringen.

Allerdings sprächen viele Anzeichen dafür, dass die Mitgliedstaaten einen Schwerpunkt auf die repressiven Elemente setzen wollen, teils auch über die EU-Vorgaben hinaus, sagte sie. Ihre Kritik an Geas hatten in den vergangenen Tagen auch viele andere Organisationen, darunter Pro Asyl, erneuert.

Menschenrechtsinstitut überwacht Anwendung neuer Asylregeln

Auch das Deutsche Institut für Menschenrechte (DIMR) hat die Behörden von Bund und Ländern ermahnt, die neuen EU-Asylregeln menschenrechtskonform anzuwenden. Das Institut hat gemeinsam mit der Nationalen Stelle zur Verhütung von Folter den Auftrag erhalten, die Geas-Umsetzung in Deutschland beobachtend zu begleiten. Ein solches Monitoring ist nach den neuen Regeln für jedes Land verpflichtend.

Eine Mitarbeiterin des Instituts erklärte: „Eingriffe in die Freiheit von Schutzsuchenden müssen auf das unbedingt notwendige Maß beschränkt bleiben.“ Die Asylhaft von Kindern verstoße aus Sicht des Instituts immer gegen das Kindeswohl. Das DIMR wies darauf hin, dass es Beschwerden von Betroffenen entgegennehmen werde, die in ihren Grundrechten verletzt wurden.

„Genugtuung“: Seehofer fühlt sich bei Asylkurs bestätigt

Lob ernten die EU-Pläne indes von anderer Seite. Der frühere Bundesinnenminister Horst Seehofer (CSU) sprach von „Genugtuung“ dafür, dass sich seine Ideen nun doch durchsetzten. Er sieht in der Verschärfung des Asylsystems eine Bestätigung seines früheren Kurses. „Ich bin für meinen Vorschlag damals in der Tat scharf angegriffen worden“, sagte der 76-Jährige der „Augsburger Allgemeinen“. „Aber in der Politik ist es oft so, dass die richtige Idee sich erst durchsetzen muss. Insofern fühle ich jetzt schon ein wenig Genugtuung.“ (epd/dpa/mig 15)

 

 

 

 

Cosmo-Radio. Die Lücke wird größer

 

Das Aus des Radiosenders Cosmo ist beschlossen, doch es gibt öffentliche Gegenwehr. Es geht nicht zuletzt um den Raum für Minderheiten. Von Ann-Kathrin Leclère

Die ARD steht unter Druck. Die Rundfunkanstalten müssen sparen, und zwar so viel, dass Programme zusammengelegt und Stellen abgebaut werden sollen.

Gleichzeitig hat der öffentlich-rechtliche Rundfunk den Auftrag, ein vielfältiges Programmangebot bereitzustellen und gesellschaftliche Gruppen abzubilden, die im kommerziellen Medienmarkt oft unterrepräsentiert sind. Genau an diesem Spannungsfeld entzündet sich nun die Debatte um das Aus von Cosmo.

Seit der Rundfunkratssitzung am 3. Juni ist klar: Der interkulturelle Radiosender Cosmo wird schon kommendes Jahr in seiner bisherigen Form eingestellt. An seine Stelle soll das deutlich reduzierte Angebot 1Live Street treten. Mit Cosmo verschwinden auch die digitalen Kanäle des Senders, darunter ein Instagram-Account mit mehr als 100.000 Followern. Wie es mit den dort entstandenen Inhalten weitergeht, ist bislang unklar.

Cosmo ist ein Gemeinschaftsprojekt von WDR, Radio Bremen und RBB. Die Redaktionen in Köln, Berlin und Bremen vereinten Journalist:innen aus mehr als 20 Herkunftsländern. Das Programm gehörte zu den wenigen öffentlich-rechtlichen Angeboten, die sich gezielt an ein internationales Publikum richteten und migrantische sowie queere Perspektiven fest verankert hatten.

Kleineres Angebot, weniger Budget, gleiche Vielfalt?

Aus wirtschaftlicher Sicht kommt die Entscheidung nicht überraschend. Laut der Media-Analyse 2026 Audio I erreichte Cosmo lediglich eine Reichweite von 0,3 bis 0,4 Prozent und liegt damit im unteren Bereich der Gesamtreichweiten der ARD-Programme.

Ähnlich niedrige Reichweiten haben übrigens auch MDR Schlagerwelt und Deutschlandfunk Nova. WDR-Programmdirektorin Andrea Schafarczyk verteidigte die Pläne gegenüber dem Katholischen Nachrichtendienst KNA mit dem Hinweis, das Angebot stamme aus einer „völlig anderen Zeit“.

Die Mediennutzung habe sich grundlegend verändert. Künftig wolle man Menschen unterschiedlicher Herkunft mit passgenaueren Formaten erreichen. Zudem sollen interkulturelle Themen stärker in junge Programme integriert werden.

Doch genau hier setzt die Kritik an. Denn bislang ist unklar, wie ein kleineres Angebot mit weniger Budget die gleiche Vielfalt abbilden soll. Vor allem fehlt eine erkennbare Alternative zu einem bundesweiten Programm, das migrantische Perspektiven ins Zentrum stellt.

Der Widerstand gegen die Entscheidung ist entsprechend groß. Bereits im vergangenen Jahr hatten rund 300 Prominente, darunter Fatih Akin und Herbert Grönemeyer, den Erhalt von Cosmo gefordert. Inzwischen haben mehr als 100.000 Menschen eine Petition unterzeichnet.

Zudem veröffentlichten die Neuen Deutschen Medienmacher*innen einen offenen Brief, den nach eigenen Angaben über 500 Organisationen unterstützen. Darunter sind große migrantische Dachverbände, aber auch die Deutsche Journalistinnen- und Journalisten-Union dju, das Grimme-Institut und der Deutsche Musikrat.

In dem Brief heißt es: „Mehr als ein Viertel der Menschen in Deutschland hat eine Migrationsgeschichte. Für diese Communitys ist Cosmo kein Nischenprogramm.“ Fällt Cosmo weg, schrumpft ein Raum, der angesichts gesellschaftlicher Polarisierung und eines erstarkenden Nationalismus dringender gebraucht wird denn je.

Das Problem ist ja sowieso schon, dass sich viele Menschen in den öffentlich-rechtlichen Programmen nicht repräsentiert fühlen. Das zeigt zum Beispiel eine ARD-Umfrage aus 2025.

Nur 42 Prozent der Befragten in Ostdeutschland und 44 Prozent in Westdeutschland stimmten dort der Aussage zu: „Die ARD gibt Menschen wie mir eine Stimme.“ Wenn nun eines der wenigen Programme verschwindet, das migrantische und internationale Perspektiven gezielt sichtbar macht, stellt sich die Frage, ob damit nicht genau jene Repräsentationslücke weiter wächst, die die ARD eigentlich schließen sollte. Taz.de 11

 

 

 

 

 

UNHCR-Bericht. 14,7 Millionen Menschen kehren heim, oft in unsichere Länder

 

Die Zahl der Geflüchteten und Vertriebenen ist laut UNHCR erstmals seit einem Jahrzehnt gesunken. Ende 2025 waren weltweit 117,8 Millionen Menschen betroffen – viele Rückkehrer leben jedoch unter schweren und unsicheren Bedingungen.

Zum ersten Mal seit einem Jahrzehnt ist laut UN-Flüchtlingshilfswerk die Zahl der Menschen auf der Flucht im Jahresverlauf gesunken. Ende 2025 habe es weltweit 117,8 Millionen Geflüchtete und Vertriebene gegeben, erklärte das UNHCR am Donnerstag in Genf. Das seien 5,4 Millionen Männer, Frauen und Kinder oder vier Prozent weniger als Ende 2024.

In seinem Weltflüchtlingsbericht erklärt das UNHCR den Rückgang der Zahl in erster Linie mit der Heimkehr von 14,7 Millionen Menschen. Darunter seien 4,4 Millionen Flüchtlinge und 10,3 Millionen Binnenvertriebene gewesen.

Rückkehr und neue Flucht

Vor allem seien Menschen nach Afghanistan, in die Demokratische Republik Kongo, in den Sudan und nach Syrien zurückgekehrt. Allerdings kehrten etliche Menschen nicht freiwillig zurück, betonte das UNCHR: Auf sie warteten schwere und unsichere Bedingungen. Den Angaben zufolge mussten 2025 rund 5,4 Millionen Menschen neu vor Gewalt und Verfolgung in andere Länder flüchten.

Insgesamt leben laut UNHCR 70 Prozent aller Flüchtlinge weltweit seit Jahren im Exil und viele unterhalb der Armutsgrenze. Deshalb rief der UN-Hochkommissar für Flüchtlinge, Barham Salih, die internationale Gemeinschaft zur Unterstützung einer neuen Initiative auf. „Für Flüchtlinge geht es zunächst ums Überleben, aber die Flucht bestimmt zu oft dauerhaft ihre Lebensrealität“, sagte Salih.

Dauervertriebene im Blick

Er kündigte als Ziel an, die Zahl der Flüchtlinge, die schon lange vertrieben und auf humanitäre Hilfe angewiesen sind, im nächsten Jahrzehnt um mehr als die Hälfte zu senken. Der Fokus liegt laut UNHCR auf Ländern mit niedrigem und mittlerem Einkommen, die weltweit die meisten Flüchtlinge aufnehmen. Erreicht werden soll das Ziel durch freiwillige Rückkehr, Aufnahmeprogramme, humanitäre Visa sowie durch den Übergang von reiner Nothilfe zu wirtschaftlicher Eigenständigkeit. (epd/mig 11)

 

 

 

 

 

Migranten: Papst appelliert an das Gewissen Europas

 

Leo XIV. hat auf Gran Canaria eindringlich auf das Drama von Bootsflüchtlingen und Migranten aufmerksam gemacht. Stefan von Kempis - Vatikanstadt

„Heute stellt uns hier am Ufer des Meeres jedes Leben, das ankommt, die Frage, was von unserer Menschlichkeit übrigbleibt“, sagte ein sichtlich bewegter Papst an diesem Donnerstag im Hafen von Arguineguín in Las Palmas de Gran Canaria. Die Kanarischen Inseln sind ein Hotspot der Flüchtlings- und Migrationskrise; von Afrika aus versuchen jedes Jahr Zehntausende von Menschen in kaum seetauglichen Booten, die spanischen Kanaren und damit Europa zu erreichen. Las Palmas de Gran Canaria liegt nur 150 km von der marokkanischen Küste entfernt. Nach einer Schätzung der NGO Caminando Fronteras starben allein in den ersten fünf Monaten des Jahres 2026 über 1.300 Bootsflüchtlinge bei dem Versuch, auf der sogenannten Atlantikroute Spanien zu erreichen.

„Dieses Drama muss zu einer Gewissensprüfung werden“

„Dieses Drama (der Migranten) muss zu einer Gewissensprüfung werden“, forderte Leo: „für die Herkunftsländer, die Bedingungen für Frieden, Gerechtigkeit und Entwicklung schaffen müssen; für die Transitländer, die dazu aufgerufen sind, die Schwachen zu schützen und sie nicht in die Hände krimineller Netzwerke zu überlassen; für Europa, das nicht die Menschenwürde proklamieren kann und sich dabei nicht daran gewöhnen darf, dass das Mittelmeer und der Atlantik zu Friedhöfen ohne Grabsteine werden; für die internationale Gemeinschaft, die zu einer wirksamen und beharrlichen Zusammenarbeit aufgerufen ist.“ Nach dem Appell an Europa kam bei den Anwesenden spontaner Beifall auf.

Wie einst Franziskus

Auch die Kirche müsse sich dieser Frage stellen: Die Aufnahme von Migranten dürfe „weder eine Nebensache sein noch allein einigen Freiwilligen überlassen werden“. Wer vor dem Altar niederknie, dürfe danach nicht gleichgültig an Flüchtlingsbooten vorbeigehen. Leo knüpfte im Ernst seiner Mahnungen an seinen Vorgänger Franziskus (2013-25) an; dessen erste Reise nach der Wahl zum Papst hatte im Sommer 2013 auf die Flüchtlingsinsel Lampedusa vor Sizilien geführt. Wie sein Vorgänger in Lampedusa erinnerte auch Leo XIV. auf Gran Canaria mit einem Blumengesteck, das er still betend in den Atlantik warf, an alle, die den Versuch der Überfahrt nach Europa mit dem Leben bezahlt haben. Vor allem aber appellierte der Papst an Behörden, Politiker, internationale Organisationen, alle Konfessionen und Religionen sowie an alle Menschen guten Willens: „Es reicht nicht aus, Ankünfte zu verwalten, Zahlen zu verteilen, Grenzen verstärkt zu sichern oder Todesfälle zu beklagen, wenn sie bereits eingetreten sind. Jedes Boot, das ankommt, bringt nicht nur Migranten mit sich; es bringt eine Frage mit sich: Welche Welt haben wir geschaffen, wenn so viele Brüder und Schwestern den Tod riskieren müssen, um Leben zu suchen?“

„Wir dürfen uns nicht daran gewöhnen, Tote zu zählen! Die Menschenwürde hat keinen Reisepass“

Zentraler Ausgangspunkt für den Papst war, wie überhaupt in den bisherigen Ansprachen seiner Spanienreise und namentlich im Parlament von Madrid, die unveräußerliche Würde des Menschen. „Die Menschenwürde erfordert legale und sichere Wege, Rettung und Hilfe, echte Zusammenarbeit gegen Menschenhändler, wirksamen Opferschutz, ernsthafte Aufnahme- und Integrationsprozesse sowie politische Maßnahmen, die es jedem Menschen ermöglichen, in seiner Heimat in Würde zu leben… Wir dürfen uns nicht daran gewöhnen, Tote zu zählen. Die Menschenwürde hat keinen Reisepass und verliert ihren Wert beim Überqueren einer Grenze nicht.“

Auf die jüngsten Verschärfungen im Asylrecht und Grenzregime der Europäischen Union ging der Papst nicht ein. Stattdessen erinnerte er wie einst Johannes Paul II. bei seinem berühmten Aufruf gegen die Mafia 1993 in Agrigent daran, dass wir uns alle dereinst vor Gott verantworten müssen. „Und möge die Geschichte uns nicht vorwerfen, dass wir den Schmerz derer, die leiden, zu einem alltäglichen Anblick an unseren Küsten gemacht haben. Denn heute stellt uns hier am Ufer des Meeres jedes Leben, das ankommt, die Frage, was von unserer Menschlichkeit übrigbleibt. Früher oder später wird sich zeigen, ob wir diese Menschlichkeit zu bewahren wussten oder ob wir zuließen, dass die Gleichgültigkeit uns gelenkt hat.“

Direkter Appell an Migranten

„Überlasst eure Existenz nicht denen, die damit Handel treiben“

In seiner Rede beschrieb Papst Leo mafiöse Menschenschlepper und Menschenhändler mit biblischen Bildern von Meeresungeheuern. Und er wandte sich auch direkt an Flüchtlinge und Migranten: Er verneige sich vor ihrer Würde. „Ihr seid keine Zahlen und keine Aktennummern. Ihr seid Menschen mit einer Familie und einem Zuhause, das ihr zurückgelassen habt; mit Träumen, die niemand das Recht hat, zu missachten. Aber ich möchte euch auch sagen, dass euer Leben geschützt werden muss. Überlasst eure Existenz nicht denen, die damit Handel treiben. Glaubt nicht denen, die euch ein leichtes Paradies im Tausch für euren Körper, euer Geld, euer Schweigen oder eure Freiheit versprechen. Diese falschen Versprechungen sind ‚Sirenengesänge‘, sie sind Gewerbe des Todes.“

Hafen der Schande

Zu Beginn der Begegnung erinnerte der kanarische Bischof José Mazuelos Pérez daran, dass die Medien den Hafen von Arguineguín wegen der dramatischen Szenen, die sich in den letzten Jahren dort abspielten, „Hafen der Schande“ getauft haben. Allein im Jahr 2020 landeten dort binnen einer Woche 3.000 Migranten. Wegen der Covid-Pandemie durften sie allerdings nicht in den Hafen einlaufen; die Caritas brachte ihnen damals per Boot Nahrungsmittel und sanitäres Material. „Hier kamen Tausende von Menschen an, die vor Hunger, Krieg und Verzweiflung flohen – Männer, Frauen und Kinder, die auf der sogenannten Atlantikroute, einer der gefährlichsten der Welt, vor allem aus Senegal, Mauritanien, Gambia, Mali und Marokko in kleinen Booten hier anlangten, wobei sie manchmal Routen von 1.600 km hinter sich hatten.“ Dass der Papst hierhin gefunden habe, stelle „viel mehr als eine Geste“ dar, es sei „ein Licht, eine Erinnerung daran, dass keiner unsichtbar ist, dass jedes Leben zählt und dass Gleichgültigkeit niemals die Antwort sein kann“.

Der Kapitän, die Mutter, das Mädchen

Einige Teilnehmende an der Begegnung mit dem Papst gaben in kurzen Ansprachen einen Einblick in das Drama der Migration. Ein Kapitän der Seenotrettung erklärte, er habe zusammen mit seinem Team in den letzten Jahren schätzungsweise mehr als 20.000 Menschen gerettet. „Ich werde nie eine Mutter vergessen, die mit ihrem Kind in einem kleinen Boot unterwegs war, zwischen Verletzten und leblosen Körpern. Als sie bereits sicher an Bord waren, näherte sich die Frau dem etwa 14-jährigen Kind, nahm ihm die Mütze und die Jacke ab und holte goldene Ohrringe hervor, um sie ihm anzustecken. Es war ein Mädchen. Sie weinte und ich weinte, denn ich bin Vater von zwei Teenagern. Es hätten meine Töchter sein können. Bei jeder Rettung sehen wir einen Menschen, dessen Leben direkt von uns abhängt.“

„Wir haben gelernt, dass es nicht darum geht, alles zu lösen“

Eine Caritas-Freiwillige erzählte, wie es ist, wenn auf einmal ein Flüchtlingsboot im Hafen anlangt. „Wir haben gelernt, dass es nicht darum geht, alles zu lösen, sondern einfach da zu sein. Zuhören, Gesten der Nähe zeigen – ein Paar Turnschuhe, eine Jacke, ein Kaffee – oder dabei helfen, die notwendigen Unterlagen zu beschaffen, das ist bereits eine Form der Begleitung. Wir haben entdeckt, dass kleine Gesten, ein Lächeln oder ein Blick, Hoffnung vermitteln und jemandem das Gefühl geben können, willkommen zu sein, auch ohne gemeinsame Sprache.“

Mit 22 Jahren in den Fängen der Menschenschlepper

Bedrückend war die Rede einer Nigerianerin namens Blessing, die aus Sicherheitsgründen nicht an der Begegnung teilnehmen konnte und deren Text daher verlesen wurde. Da war davon die Rede, wie sie sich mit 22 Jahren in die Hände einer Mafia-Organisation gab, um ihr Land zu verlassen. Was folgte, waren Monate der Gefangenschaft noch in Nigeria, dann eine riskante Überfahrt nach Europa.

„Während der Reise wurde ich von einem Mann aus der Mafia schwanger. Als wir in Spanien ankamen, nahmen sie mir mein Baby weg, um mich zur Prostitution zu zwingen. Sie behandelten mich sehr schlecht. Sie trennten mich von meinem Sohn. Er war elf Monate alt, als die Polizei diejenigen festnahm, die mich gefangen hielten, und ich ihn endlich bei mir haben konnte.“ Seitdem habe sich ihr Leben dank der sozialen Hilfe der Kirche langsam verändert. „Es war nicht einfach, und es gibt Tage, an denen die Hoffnung sehr klein wird. Aber ich habe gelernt, wieder an mich selbst zu glauben. Ich habe gelernt, dass ich es schaffen kann.“

Abschließend warf Papst Leo XIV. eine Blumenkrone ins Wasser, zu Ehren derjenigen, die die Suche nach einem besseren Leben mit dem Tod bezahlt haben - und segnete ein Kreuz, das aus dem Holz eines Cayucos, also eines schlichten Holzbootes, wie es teils von Migranten genutzt wird und das in Arguineguín anlegte, gefertigt ist. (vn 11)

 

 

 

 

„Was lange als selbstverständlich galt, ist es nicht mehr“

 

Matthias Miersch, Vorsitzender der SPD-Fraktion im Bundestag, über Demokratie, Sicherheit und die Zukunft des Sozialstaats in Europa. Die Fragen stellte Valentina Berndt.

Die Demokratie in Europa steht unter Druck. In den letzten Monaten gab es die Berichterstattung, dass die sogenannte Brandmauer im Europäischen Parlament gefallen sei. Wie wird dies in Berlin wahrgenommen? Und welche Lehren sollten daraus gezogen werden?

Für die Sozialdemokratie ist klar, dass es keine Kooperation mit Rechtsaußen geben kann. Deshalb haben wir das Thema auch im Koalitionsausschuss angesprochen. Die Union hält sich dabei zurück und verweist auf die Eigenverantwortung der Europaabgeordneten. Zwar lehnt sie ein entsprechendes Vorgehen im Deutschen Bundestag kategorisch ab, sieht die Verantwortung aber teilweise auch im Europaparlament, bei den Sozialdemokraten und ihrem Verhältnis zur EVP. Für uns bleibt entscheidend: Eine Zusammenarbeit mit der AfD darf es nicht geben. In einer Koalition mit der SPD wäre ein solches Vorgehen nicht akzeptabel.

Gibt es unbequeme Wahrheiten über die Zukunft Deutschlands, die derzeit zu wenig diskutiert werden?

Die Welt verändert sich massiv. Vieles, was lange als selbstverständlich galt, ist es nicht mehr. Das transatlantische Bündnis hat unter Donald Trump erheblich gelitten. Daraus folgt für uns die Notwendigkeit, stärker in die eigene Verteidigungsfähigkeit zu investieren. Vor zehn Jahren hätte ich mir nicht vorstellen können, dass wir in diese Situation kommen.

Ähnliches gilt für die Energie- und Klimapolitik. Die Entwicklungen im Nahen Osten zeigen, wie wichtig größere Unabhängigkeit ist. Gleichzeitig entstehen immer dann Konflikte, wenn konkrete Veränderungen anstehen: Elektromobilität, klimafreundliches Heizen oder die Transformation der Automobilindustrie. Viele Beschäftigte machen sich Sorgen um ihre Zukunft.

Hinzu kommt, dass es politische Kräfte gibt, die den menschengemachten Klimawandel infrage stellen und notwendige Veränderungen ablehnen. Deshalb müssen wir unbequeme Realitäten offen ansprechen. Entscheidend ist dabei, wie man diese Veränderungen erklärt und welche Lösungen man anbietet.

Wenn wir beim Thema Verteidigung bleiben: Mehr Sicherheit bedeutet auch höhere Ausgaben. Viele Menschen befürchten, dass dies zulasten des Sozialstaats geht. Was entgegnen Sie diesen Sorgen?

Genau deshalb haben wir eine Verfassungsänderung beschlossen. Die Verteidigungsausgaben wurden in eine sogenannte Bereichsausnahme überführt. Das bedeutet, dass diese Ausgaben nicht auf die Schuldenbremse angerechnet werden. So verhindern wir, dass Sozialpolitik und Verteidigungspolitik gegeneinander ausgespielt werden.

Die Behauptung, jede Investition in die Verteidigung gehe automatisch zulasten sozialer Leistungen, stimmt daher nicht. Natürlich müssen wir langfristig beachten, dass zusätzliche Schulden auch Zinskosten verursachen. Darüber wird derzeit diskutiert. Gleichzeitig gilt: Wenn ein Staat seine Verteidigungsfähigkeit nicht sicherstellen kann, ist auch der beste Sozialstaat gefährdet.

Das heißt, beides ist möglich?

Ja. Wir haben uns sowohl zu einer starken Verteidigung als auch zu einem starken Sozialstaat bekannt. Dennoch steht der Bundeshaushalt unabhängig von den Verteidigungsausgaben unter Druck. Deshalb werden wir darüber sprechen müssen, wo gespart werden kann und wo nicht. Das ist aktuell eine zentrale Debatte innerhalb der Koalition.

Wo sollte aus Ihrer Sicht keinesfalls gespart werden?

Dort, wo der gesellschaftliche Zusammenhalt gestärkt wird. Dazu gehören soziale Sicherungssysteme – etwa bei Krankheit oder Arbeitslosigkeit –, aber auch Bildung, Forschung und Infrastruktur. Das sind die Grundlagen für die Zukunftsfähigkeit eines Landes. Deshalb investieren wir beispielsweise über das Sondervermögen in Bildungsinfrastruktur und Kultur. Diese Bereiche sind für mich zentral.

Gleichzeitig müssen wir auch über die Einnahmeseite des Staates sprechen. Die Vermögensungleichheit in Deutschland wächst. Deshalb müssen wir Fragen nach großen Vermögen, Kapitaleinkünften und der Finanzierung sozialer Sicherungssysteme diskutieren. Dazu gehören auch Themen wie Beitragsbemessungsgrenzen oder die Behandlung sehr hoher Einkommen.

Wie realistisch ist es, dass sich in der Koalition bei solchen Fragen etwas bewegt? Die Reaktionen auf entsprechende Vorschläge von Finanzminister Klingbeil waren teilweise sehr kritisch.

Die nächsten Wochen werden entscheidend sein. Es gibt zunehmend Stimmen auch innerhalb der Union, die die wachsende Vermögensungleichheit kritisch sehen. Viele Menschen empfinden die Entwicklung als ungerecht. Deshalb hoffe ich auf Bewegung, etwa bei einer stärkeren Besteuerung sehr hoher Vermögen oder bei der Behandlung von Kapitaleinkünften. Auch die Frage des Spitzensteuersatzes wird diskutiert: Denkbar wäre, ihn erst bei höheren Einkommen greifen zu lassen und gleichzeitig anzupassen. Diese Debatten werden intensiv geführt werden.

Gibt es Themenfelder, bei denen Sie sich innerhalb der SPD mehr Mut wünschen?

In einer Koalition besteht immer die Herausforderung, das eigene Profil zu bewahren, ohne als zerstritten wahrgenommen zu werden. Diese Balance müssen wir weiterentwickeln. Gleichzeitig müssen wir deutlicher machen, wofür die Sozialdemokratie steht, unabhängig von den Kompromissen einer Koalition. Deshalb haben wir einen Grundsatzprogrammprozess begonnen. Dabei geht es darum, unsere eigenen Vorstellungen für die Zukunft des Landes klarer zu formulieren.

Wir leben in einer Zeit tiefgreifender Veränderungen: Das transatlantische Bündnis steht unter Druck, künstliche Intelligenz verändert Wirtschaft und Gesellschaft, und viele Gewissheiten der vergangenen Jahrzehnte gelten nicht mehr. Dafür brauchen wir neue politische Antworten und überzeugende Zukunftsbilder.

Wie können diese Ideen im Alltag der Menschen ankommen? Viele Bürgerinnen und Bürger nehmen gar nicht wahr, was bereits umgesetzt wird.

Das ist auch eine Frage der Kommunikation. Wir müssen Inhalte besser vermitteln und klarere Profile entwickeln. Wir haben die Bedeutung sozialer Medien lange unterschätzt. Andere politische Kräfte waren dort deutlich früher und erfolgreicher präsent. Deshalb müssen wir neue Wege finden, politische Inhalte verständlich und sichtbar zu machen. Kommunikation und politisches Profil hängen eng zusammen.

Für die Rechtspopulisten ist das allerdings leichter, wenn Persönlichkeiten wie Elon Musk ihre Positionen unterstützen.

Das spielt sicherlich eine Rolle. Algorithmen und die Eigentümer großer Plattformen beeinflussen die öffentliche Debatte. Gleichzeitig wäre es zu einfach, sämtliche Probleme darauf zurückzuführen. Unsere Aufgabe ist es, eigene Antworten zu entwickeln und den digitalen Raum aktiv zu gestalten. Dazu gehört auch Regulierung. Es kann nicht sein, dass Plattformen einen so großen Einfluss auf die öffentliche Meinungsbildung haben, ohne dass Transparenz darüber besteht, wie ihre Algorithmen überhaupt funktionieren. Hier ist insbesondere Europa gefordert. Nationale Lösungen allein werden nicht ausreichen, um die großen digitalen Plattformen wirksam zu regulieren und demokratische Prozesse zu schützen. Ipg 11

 

 

 

 

Atlantikroute. Papst besucht „Kai der Schande“ und mahnt Menschenwürde an

 

Papst Leo XIV. besucht auf Gran Canaria den früheren Krisenhafen Arguineguín und trifft Geflüchtete, die die Atlantikroute überlebt haben. Mit einem Kranz im Meer erinnert er an Tausende Tote und mahnt Menschenwürde an.

Von Robert Messer und Emilio Rappold Mittwoch, 10.06.2026, 12:10 Uhr|zuletzt aktualisiert: Mittwoch, 10.06.2026, 16:44 Uhr Lesedauer: 5 Minuten  |  

Wenn Papst Leo XIV. ab Donnerstag zum Ende seines Spanien-Besuchs auf den Kanaren den 19-jährigen Mohammed Sellow Jallow aus Gambia und weitere Migranten trifft, wird er nicht mehr die dichten Ansammlungen von Booten sehen, die vor kurzem in alarmierender Regelmäßigkeit vor den Küsten der Atlantik-Inseln ankamen – keine überfüllten Molen, keine improvisierten Lager aus Holz und Planen direkt am Hafen.

Die Zahl der Migranten, die von der westafrikanischen Küste aus über die Atlantikroute auf die Kanaren gelangten, ist 2025 im Vergleich zum Vorjahr um fast 80 Prozent gesunken. Diese Tendenz setzt sich auch im laufenden Jahr fort. Dennoch prägte die als eine der tödlichsten Fluchtrouten der Welt bekannte Strecke die Inseln zwischen 2020 und 2024 nachhaltig.

Auf dem Höhepunkt der Krise kamen erst 2024 binnen eines Jahres fast 50.000 Menschen auf den Kanaren an. Bei der Bevölkerung machte sich Unmut breit, von einer „unhaltbaren“ Lage und einer „Invasion“ war die Rede.

Papst besucht damaligen Hotspot der Krise

Symbol der humanitären Notlage wurde der Hafen von Arguineguín auf Gran Canaria – der sogenannte „Muelle de la Vergüenza“, der „Kai der Schande“. Dort harrten im August 2020 zeitweise fast 3.000 Menschen unter prekären Bedingungen aus, obwohl der Bereich nur für etwa 500 Personen ausgelegt war. Sie schliefen auf Beton, die hygienischen Verhältnisse waren entsetzlich.

Genau diesen Hafen wird der Papst, dem das Schicksal von Migranten am Herzen liegt, am Donnerstag besuchen. Dort will der Pontifex mit Vertretern von Aufnahmeeinrichtungen auf Gran Canaria zusammentreffen. Er trifft aber auch mehrere Migranten, die einst in sogenannten Cayucos, also oft kaum für den rauen Atlantik geeigneten, überfüllten Holzbooten, auf den Kanarischen Inseln ankamen.

Aus erster Hand will Leo von den Migranten hören, was ihnen widerfahren ist. Während seines Besuchs des Hafens von Arguineguín werden sie zu Wort kommen. Anschließend will der Papst zum Gedenken an die Tausenden Todesopfer der gefährlichen Atlantikroute einen Blumenkranz im Meer niederlegen und ein Kreuz aus Holzresten eines gestrandeten Bootes segnen.

Auch nach der Überfahrt bleibt die Unsicherheit

Für viele Menschen, die die gefährliche Überfahrt über das Meer zwar überlebt haben, endet die Unsicherheit allerdings nicht mit der Ankunft an Land. Das zeigt auch die Geschichte von Sellow Jallow. Er erreichte 2023 als Minderjähriger nach einer mehrtägigen Überfahrt in einem Cayuco Teneriffa. Der Übergang ins Erwachsenenalter brachte ihn erneut in eine prekäre Lage. „Mit 18 war ich plötzlich auf der Straße“, erzählte er dem TV-Sender RTVE.

Seine Geschichte ist kein Einzelfall. Viele junge Geflüchtete fallen nach dem Erreichen der Volljährigkeit aus dem Betreuungssystem und müssen sich im Behördenalltag zurechtfinden. Verschiedene Einrichtungen versuchen, diese Lücke aufzufangen. Inzwischen lebt Sellow Jallow in einer Caritas-Einrichtung, hat seine Aufenthaltspapiere erneuert und hofft auf einen Ausbildungsplatz.

Migranten nicht „schlechter als Tiere“ behandeln

Auf Leos erster Reise in ein EU-Land außerhalb Italiens richtet er seinen Blick auch auf das Thema Migration. Kaum eine Möglichkeit ließ der erste US-Amerikaner auf dem Stuhl Petri bisher aus, um an das Schicksal von Migranten zu erinnern. „In jedem Fall handelt es sich um Menschen, und wir müssen Menschen menschlich behandeln – nicht schlechter als Tiere“, sagte Leo angesprochen auf das Thema am Ende seiner jüngsten Afrika-Reise.

Ein Land könne zwar sagen, dass es nicht mehr als eine bestimmte Anzahl an Menschen aufnehmen könne, Migration dürfe auch nicht „ohne Ordnung“ ablaufen, „aber wenn die Menschen ankommen, sind es Menschen, und sie verdienen den Respekt, der jedem Menschen aufgrund seiner Würde zusteht“.

Mit seiner deutlichen Kritik an der unmenschlichen Behandlung von Geflüchteten ließ Leo auch in seinem Heimatland aufhorchen und zog auch schon den Zorn von US-Präsident Donald Trump auf sich. Auf dem Höhepunkt der öffentlichen Entrüstung über das brutale Vorgehen der Einwanderungsbehörde ICE vergangenes Jahr kritisierte er den Umgang mit Migranten in den USA.

In der Migrationsfrage positioniert sich Leo in der Tradition seines vor mehr als einem Jahr verstorbenen Vorgängers Franziskus. Dieser rückte auch immer wieder das Schicksal von Migranten in den Fokus. Franziskus äußerte zu Lebzeiten noch, auf die Kanaren reisen zu wollen. Dies holt Leo nun mit seiner Reise nach.

In knapp einem Monat Besuch auf Lampedusa

Auf den Kanarischen Inseln verbringt der Papst gerade einmal gut 24 Stunden, dennoch wird sein Besuch als starkes Zeichen gesehen, das Flüchtlingsdrama auf den Kanaren sichtbar zu machen. Nach seinem Besuch auf Gran Canaria am Donnerstag geht es für Leo am Freitag weiter nach Teneriffa. Dort besucht er die Aufnahmeeinrichtung für Migranten Las Raíces, wo er Flüchtlinge trifft.

In der Inselhauptstadt von Gran Canaria, Las Palmas, ist die Vorfreude auf den Besuch des Papstes bereits zu spüren: Im Zentrum weisen Poster mit der Aufschrift „Willkommen in Las Palmas de Gran Canaria“ oder „Geschichte. Hier und jetzt.“ mit Fotos von Leo auf den hohen Besuch hin. Das lokale Verkehrsunternehmen Guaguas hat extra seinen Fahrplan geändert und bietet insbesondere zum Stadion, in dem Leo am Donnerstagabend eine Messe leiten wird, mehr Busfahrten an.

Nach seinem Besuch auf Gran Canaria am Donnerstag geht es für Leo am Freitag weiter nach Teneriffa. Dort trifft er Flüchtlinge in der Aufnahmeeinrichtung Las Raíces.

Später will er sich auf dem zentralen Platz Plaza del Cristo erneut von Migranten – zwei Männern aus dem Senegal und Marokko sowie einer Frau aus Kolumbien – von ihren Erfahrungen berichten lassen. Nach einer großen Messe geht es für Leo am Nachmittag auch schon wieder zurück in den Vatikan.

Das Thema wird Leo aber nicht loslassen. In knapp einem Monat will er die italienische Mittelmeerinsel Lampedusa besuchen. Die kleine Insel südlich von Sizilien ist seit vielen Jahren eines der Zentren der Fluchtbewegung von Nordafrika übers zentrale Mittelmeer nach Europa. Die Bilder von ramponierten Migrantenbooten an der dortigen Mole und dem hoffnungslos überfüllten Flüchtlingslager sorgten in der Vergangenheit auch schon für Schlagzeilen. (dpa/mig 11)

 

 

 

 

 

EUAA-Jahresbericht. Asylanträge in Europa sinken auf Tiefstand seit 2021

 

Die Zahl der Asylanträge in Europa ist auf den niedrigsten Stand seit 2021 gesunken. Gleichzeitig bereiten sich die Mitgliedstaaten auf neue EU-Asylregeln, Grenzverfahren und das Eurodac-Register vor. Ziel: Senkung der Asylzahlen.

Die Zahl der Asylanträge in den EU-Staaten und anderen europäischen Partnerstaaten ist im vergangenen Jahr auf den niedrigsten Stand seit 2021 gesunken. Wie die EU-Asylagentur (EUAA) am Dienstag in ihrem Jahresbericht mitteilte, wurden 2025 rund 822.000 Asylanträge registriert. Das waren 19 Prozent weniger als im Vorjahr. Zugleich sank die Zahl der offenen Asylverfahren in erster Instanz um 13 Prozent.

EU-Migrationskommissar Magnus Brunner erklärte: „Unser Engagement in Partnerländern und die zunehmende Stabilität in wichtigen Regionen haben zu einem weiteren Rückgang der Asylanträge geführt. Die Mitgliedstaaten nutzen diese Situation, um bestehende Rückstände abzubauen, die Aufnahmesysteme zu stärken und sich auf die neuen Regeln vorzubereiten. Schritt für Schritt bringen wir unser europäisches Haus in Ordnung.“

Ab Freitag neue Regeln

Nach Angaben der EUAA bereiteten sich die Mitgliedstaaten 2025 intensiv auf die Umsetzung des neuen Gemeinsamen Europäischen Asylsystems (Geas) vor, das am Freitag in Kraft tritt. Geas dient vor allem der Eindämmung sogenannter „irregulärer“ Migration in die EU sowie der Beschleunigung und Vereinheitlichung von Asylverfahren. Das mehr als 500 Seiten starke Gesetzespaket enthält im Wesentlichen folgende Punkte:

Screening

Alle Personen, die irregulär in die EU einreisen, sollen unabhängig von einem Asylverfahren innerhalb weniger Tage ein Screening durchlaufen. Dies umfasst die Identifizierung von Personen, Gesundheits- und Sicherheitskontrollen, die Abnahme von biometrischen Daten und die Registrierung in der bereits bestehenden EURODAC-Datenbank. Diese soll zu einer umfassenden Migrationsdatenbank ausgebaut werden. Personen, die nicht zur Einreise berechtigt sind, sollen schnell identifiziert und zurückgewiesen werden.

Verlagerung der Asylverfahren an die EU-Außengrenzen

Asylverfahren vor allem von Menschen mit einer geringen Bleibeperspektive sollen in Zentren an den Außengrenzen der Europäischen Union durchgeführt werden. Die Entscheidungen sollen innerhalb von zwölf Wochen getroffen werden. Menschen aus Ländern mit einer Anerkennungsquote von unter 20 Prozent sollen so möglichst schnell zurückgeführt werden. Vom Grenzverfahren ausgenommen sind unbegleitete Minderjährige, nicht jedoch Familien mit Kindern. Auch eine Prüfung von Asylanträgen in Zentren außerhalb der EU in sogenannten sicheren Drittstaaten ist möglich, wenn diese die Genfer Flüchtlingskonvention ratifiziert haben.

Monitoring durch unabhängige Kommissionen

Für das Screening- und das gegebenenfalls sich anschließende Asylverfahren an der EU-Außengrenze wird ein unabhängiger Monitoring-Mechanismus eingerichtet, der sicherstellt, dass Grund- und Menschenrechte gewahrt werden und die Mitgliedstaaten die geltenden Regeln einhalten. In Deutschland ist dafür das Deutsche Institut für Menschenrechte zuständig.

Solidaritätsmechanismus

Die EU-Staaten ohne Außengrenzen sollen sich beteiligen. Sie sollen entweder Schutzsuchende aufnehmen oder finanzielle Unterstützung leisten. EU-weit sollen künftig gleiche Mindeststandards für die Aufnahme, Unterbringung und Versorgung von Schutzsuchenden gelten.

Begrenzung der Sekundärmigration

Durch die zentrale Registrierung in der EURODAC-Datenbank soll die sogenannte Sekundärmigration, also das unkontrollierte Weiterziehen in andere EU-Länder eingedämmt werden. Zuständig für die Verfahren bleibt wie bisher der Mitgliedsstaat, in dem die Antragsteller zuerst die EU betreten. Deutschland hat darüber hinaus beschlossen, Sekundärmigrationszentren einzurichten. Dort werden Asylbewerber untergebracht, die in einem anderen Mitgliedstaat registriert sind. Sie können unmittelbar aus den Einrichtungen in den zuständigen Mitgliedstaat rückgeführt werden. (epd/mig 10)

 

 

 

 

 

Medienvielfalt. Cosmo-Reform: WDR kürzt Mehrsprachigkeit

 

Der WDR benennt Cosmo in 1Live Street um und bündelt viele mehrsprachige Angebote neu. Kritiker sehen darin den Rückbau eines Radioprogramms, das kulturelle Vielfalt und Teilhabe in der Einwanderungsgesellschaft abbilden sollte.

Der WDR benennt seine jungen Radiowellen Cosmo und 1Live Diggi um und richtet die Programme neu aus. Der Rundfunkrat habe die Reformvorhaben mit knapper Mehrheit gebilligt, teilte das Gremium vergangene Woche nach seiner Sitzung mit. Damit soll Cosmo vom Frühjahr 2027 an als 1Live Street und 1Live Diggi als 1Live Lounge auf Sendung gehen.

Die neuen Namen sollen wiedergeben, wofür die Sender stehen, erklärte der Rundfunkrat. Bei 1Live Lounge werde es ruhiger zugehen:

Ein Sender zum „(mentalen) Abschalten mit entspannter Musik und ohne die Krisen dieser Welt ständig zu thematisieren“. 1Live Street hingegen solle die Hip-Hop-Kultur in den Mittelpunkt stellen und damit auch Menschen mit internationaler Geschichte abholen.

Beschluss trotz gesetzlichem Auftrag

Der WDR hatte vor der Entscheidung erklärt, kulturelle Vielfalt solle künftig in allen drei jungen Programmen stärker verankert werden und zugleich Querschnittsthema für den gesamten Sender bleiben. Die Sprachenangebote von Cosmo und WDRforyou sollen demnach in einer gemeinsamen Fachredaktion zusammengeführt werden. Neben den WDRforyou-Angeboten in Arabisch und Farsi sei ein weiterentwickeltes digitales Angebot in türkischer Sprache geplant, erklärte der Sender in seiner Pressemitteilung zur Neuaufstellung.

Der gesetzliche Auftrag des WDR spielt in der Debatte eine zentrale Rolle. Im WDR-Gesetz ist unter anderem ein Hörfunkprogramm vorgesehen, das sich vor allem Themen des interkulturellen Zusammenlebens widmet. Zudem soll das Programm das friedliche und gleichberechtigte Miteinander von Menschen unterschiedlicher Kulturen und Sprachen im Land fördern und diese Vielfalt konstruktiv abbilden.

Kontroverse Debatte

Bereits im Vorfeld der Sitzung seien die Veränderungen bei Cosmo kontrovers diskutiert worden, hieß es. Dabei habe die Frage im Fokus gestanden, ob der WDR seinem Auftrag zur Förderung des interkulturellen Zusammenlebens mit dem neuen Konzept weiter nachkomme. Die Diskussion in der Sitzung sei geprägt gewesen von Fragen zur Zukunft der fremdsprachigen Angebote. Die Mitglieder stimmten den Angaben nach schließlich mit knapper Mehrheit für die Programmschemaänderung zum April 2027.

Cosmo bietet derzeit Programme auf Türkisch, Italienisch, Spanisch, Griechisch, Russisch, Kurdisch, Polnisch, Arabisch sowie Bosnisch/Serbisch/Kroatisch an. Die muttersprachlichen Angebote wolle der WDR wegen aus seiner Sicht zu geringer Nutzung in einer gemeinsamen Fachredaktion mit WDRforyou bündeln. Künftig sollen danach vor allem Arabisch, Farsi und Türkisch weitergeführt werden.

In Nordrhein-Westfalen hat die Frage nach mehrsprachigen Angeboten auch demografisches Gewicht. Nach Daten des Statistischen Landesamtes lebten 2024 rund 5,69 Millionen Menschen mit Migrationshintergrund in NRW. Von ihnen lebten 54,8 Prozent in einem Haushalt, in dem neben Deutsch mindestens eine weitere Sprache gesprochen wurde; 18,4 Prozent sprachen zu Hause gar kein Deutsch. Türkisch, Russisch, Arabisch und Polnisch gehörten zu den häufigsten Sprachen.

Kritik von Medienverband

Die Neuen deutschen Medienmacher kritisierten die Entscheidung scharf. Der Verein sprach von einem Verlust des einzigen interkulturellen und mehrsprachigen Radiosenders der ARD. Cosmo sei für migrantische und queere Communitys ein verlässlicher Anknüpfungspunkt gewesen. Mehrsprachige Formate auf Russisch, Italienisch, Kurdisch, Polnisch und weiteren Sprachen seien öffentlich-rechtliche Informationsangebote in den jeweiligen Erstsprachen, erklärte der Verband in einer Stellungnahme.

Die Berliner Integrationsbeauftragte Katarina Niewiedzial forderte nach der Ankündigung des WDR den rbb auf, das mehrsprachige Radioprogramm für Berlin und Brandenburg zu erhalten. Statt Vielfalt zurückzufahren, brauche es den Mut, Cosmo als lineares wie digitales Angebot weiterzuentwickeln, erklärte sie nach der Ankündigung des WDR. Auch sie verwies auf die Bedeutung des Senders für Teilhabe und Repräsentation in einer Einwanderungsgesellschaft.

Grüne gegen Kürzung

Kritik erntete der WDR-Beschluss auch von Frank Jablonski, kulturpolitischer Sprecher der Grünen NRW-Landtagsfraktion. Dass die „mehrsprachigen Angebote komplett gestrichen werden, lehnen wir ab“, erklärte Jablonski, der auch Mitglied im WDR-Rundfunkrat ist. Die vorgestellten Pläne seien keine Weiterentwicklung, sondern eine Abwicklung von Cosmo. Die Grünen-Mitglieder im WDR-Rundfunkrat hätten daher geschlossen gegen die Pläne gestimmt. „Als einziges mehrsprachiges ARD-Radioprogramm verlieren wir damit ein Angebot, das wie kaum ein anderes kulturelle Vielfalt und gesellschaftliche Teilhabe repräsentiert hat.“

Der Beschluss des WDR kommt nicht überraschend. Bereits im vergangenen Jahr hatte es Überlegungen zur Zukunft von Cosmo gegeben, die nach öffentlicher Kritik teilweise zurückgenommen wurden. Im Juni 2025 hatten mehr als 65.000 Menschen eine Petition zum Erhalt des interkulturellen Radioprogramms unterstützt. Zu den Erstunterzeichnenden zählten zahlreiche prominente Medienschaffende, darunter Regisseur Fatih Akin oder Musiker Herbert Grönemeyer. (epd/mig 9)

 

 

 

 

 

KAV Frankfurt begrüßt integrationspolitische Signale im neuen Koalitionsvertrag

 

Die Kommunale Ausländerinnen- und Ausländervertretung (KAV) Frankfurt begrüßt, dass zahlreiche integrations- und teilhabepolitische Themen Eingang in den neuen Koalitionsvertrag der Stadt Frankfurt gefunden haben. Besonders erfreulich ist, dass auch die langjährige Förderung und Stärkung der Arbeit der KAV – des bundesweit zweitgrößten demokratisch gewählten Gremiums dieser Art – ausdrücklich Erwähnung findet.

Diese und viele weitere Themen sind nicht zufällig Bestandteil des Koalitionsvertrages geworden. Sie wurden über Jahre hinweg durch die Arbeit der KAV, ihre Öffentlichkeitsarbeit und zahlreiche Anträge in die politische Debatte eingebracht und haben so entscheidend dazu beigetragen, sie in den Fokus der Stadtpolitik zu rücken. Diese und viele andere Punkte gehen auf Initiativen der KAV zurück.

Dies ist ein wichtiges Signal für die Menschen in der internationalsten Stadt Deutschlands.

Dazu zählen zentrale Bereiche der Integrations- und Teilhabepolitik wie die Stärkung von Chancengleichheit, bessere Ankommensstrukturen für Zugewanderte und Geflüchtete, Sprachförderung, unabhängige Beratung, Arbeitsmarktintegration sowie demokratische Bildung. Ebenso begrüßt die KAV das klare Bekenntnis zu Menschenwürde, Zusammenhalt und zur Umsetzung der Istanbul-Konvention.

Positiv bewertet die KAV die geplante Weiterentwicklung des Frankfurt Immigration Office (FIO) zu einem modernen Einwanderungsamt, den Ausbau der Ankommensstrukturen sowie die Einrichtung eines Sprach- und Teilhabepakts zur besseren Bündelung von kommunalen und europäischen Fördermitteln.

Auch die vorgesehenen niedrigschwelligen Sprach-, Alphabetisierungs- und Weiterbildungsangebote mit Kinderbetreuung sowie wohnortnahe Kurse mit Teilhabefokus werden ausdrücklich begrüßt. Gleiches gilt für die Anerkennung ausländischer Berufsabschlüsse, den Ausbau mehrsprachiger und digitaler städtischer Angebote sowie die Bereitstellung von Informationen in den wichtigsten Sprachen der Stadtgesellschaft.

Ebenfalls positiv hervorgehoben werden kommunale Erasmus+-Programme, die Zusammenarbeit mit Partnerstädten sowie Maßnahmen zur beruflichen Förderung von Frauen beim Wiedereinstieg durch Qualifizierung, Coaching und Mentoring.

Positiv bewertet die KAV außerdem, dass die seit vielen Jahren erhobene Forderung nach einer stärkeren Unterstützung ihrer Arbeit nun Eingang in den Koalitionsvertrag gefunden hat. Gleichzeitig verbindet sie damit eine klare Erwartung:

„Wir hoffen, dass es nicht bei einem Versprechen bleibt. Die KAV erreicht mit ihrer Arbeit eine große Zahl von Menschen, die von klassischen politischen Beteiligungsformaten häufig nicht erreicht werden. Sie übernimmt eine wichtige Rolle bei Demokratieförderung, Teilhabe und Integration.“

Gerade in Zeiten, in denen Fördermittel gekürzt und zahlreiche Projekte eingestellt werden, kommt der Arbeit der KAV eine immer größere Bedeutung zu. Sie ist für viele Menschen erste Ansprechpartnerin, Vermittlerin und Brückenbauerin zwischen Stadtgesellschaft, Verwaltung und Politik.

Damit wäre die Stärkung der KAV – als städtische Institution mit dem kleinsten Budget, das seit Jahrzehnten nicht erhöht wurde – ein längst überfälliger Schritt.

Die KAV versteht den Koalitionsvertrag deshalb nicht als Sammlung wohlklingender Absichtserklärungen, sondern als Auftrag zum Handeln.

Für die Menschen, die auf Unterstützung, Orientierung und Teilhabe angewiesen sind, muss dieser Koalitionsvertrag der Beginn einer verlässlichen Zusammenarbeit und einer nachhaltigen Stärkung der Teilhabe- und Integrationsarbeit in Frankfurt sein. Den Worten müssen nun Taten folgen.

Mit freundlichen Grüßen

gez. Jumas Medoff (Vorsitzender der KAV) dip 12

 

 

 

 

 

Friedensgutachten. Putin, Trump, Netanjahu greifen Völkerrecht an

 

Die führenden deutschen Friedensforschungsinstitute warnen vor einer Normalisierung von Krieg als Mittel der Politik. Putin, Trump und Netanjahu stünden für ein Muster, bei dem Machtinteressen das Völkerrecht verdrängen. Auch Deutschland steht in der Kritik. Von Corinna Buschow

Die vier führenden deutschen Friedensforschungsinstitute äußern sich in ihrem aktuellen Gutachten besorgt über die Normalisierung von Kriegen zur Durchsetzung eigener Interessen. Neue „Warlords“ höhlten die internationale Ordnung aus und scherten sich dabei nicht um das Völkerrecht, sagte der Konfliktforscher Conrad Schetter vom Bonn International Centre for Conflict Studies (BICC) am Montag in Berlin. Als Beispiele für moderne Kriegsfürsten nannte er den russischen Präsidenten Wladimir Putin, US-Präsident Donald Trump und Israels Regierungschef Benjamin Netanjahu.

„Der Krieg wird wieder als normales Mittel gefeiert, mit dem man einfach Macht ausüben kann, mit dem man Interessen durchsetzen kann“, sagte Nicole Deitelhoff vom Leibniz-Institut für Friedens- und Konfliktforschung (PRIF). Dieses Interesse sei nicht am Allgemeinwohl ausgerichtet, sondern es handele sich um persönliches oder Profitinteresse. Seit Jahren warne das Friedensgutachten vor dem Zerfall der regelbasierten internationalen Ordnung. Heute sei es so weit. „Wir befinden uns in diesem Verfall“, sagte Deitelhoff.

Forscher sehen gleiches Muster bei Putin, Trump und Netanjahu

Ursula Schröder vom Institut für Friedensforschung und Sicherheitspolitik an der Universität Hamburg (IFSH) betonte, die Fälle Putin, Trump und Netanjahu stünden für sich und sollten nicht gleichgesetzt werden. In ihrem Agieren zeige sich aber ein Muster. Gewalt werde als „normales Mittel von Politik“ auch für die eigene Machtausdehnung genutzt, sagte sie.

Verstärkt würden Krisendynamiken dabei auch dadurch, dass sich große Geber aus der Entwicklungszusammenarbeit und humanitären Hilfe zurückziehen, ergänzte Schetter. „Schon jetzt verschärfen sich Ernährungskrisen, erodieren Basisdienstleistungen und zerreißen Schutznetze“, sagte er und verwies dabei auf die Ausbreitung von Ebola im Kongo.

Wissenschaftler: Bundesregierung muss Regelbrüche benennen

Staaten, die an der regelbasierten Ordnung und internationalen Zusammenarbeit festhielten, sieht das Gutachten besonders stark herausgefordert. Deutschland und der Europäischen Union empfehlen die Forscherinnen und Forscher, die Abhängigkeit bei Verteidigung und Rüstung gegenüber den USA zu verringern. Zudem sollte die Bundesregierung Regelbrüche „konsequent benennen“. Wenn Völkerrechtsbrüche wie im Fall von Venezuela und Iran toleriert würden, verspiele man Glaubwürdigkeit. „Das Scheitern der deutschen Bewerbung für einen Sitz im UN-Sicherheitsrat sollte ein Warnschuss sein“, sagte Schetter.

Kritik findet sich in dem Gutachten auch an der Neuausrichtung der deutschen Entwicklungspolitik, die auch wegen der gekürzten Mittel stärker auf deutsche Interessen fokussiert werden soll. Nur, wenn Entwicklungszusammenarbeit „ihren normativen Kern“ verteidigt, könne sie „einen Gegenpol zur Willkür der neuen Kriegsfürsten darstellen“, sagte Schetter. „Wo Entwicklungszusammenarbeit bloß der Migrationsabwehr oder Rohstoffsicherung dient, verliert sie ihren friedenspolitischen Sinn“, sagte er. Ihr Mehrwert bestehe darin, das Vertrauen in Partnerschaften und in die internationale Ordnung zu stärken.

Das Friedensgutachten erscheint jährlich seit 1987. Beteiligt sind neben dem BICC, PRIF und IFSH das Institut für Entwicklung und Frieden (INEF) der Universität Duisburg-Essen. (epd/mig 9)

 

 

 

 

 

Krieg der Sterne

 

Der Weltraum wird zur geopolitischen Schlüsselarena des 21. Jahrhunderts. Europa droht mal wieder die Rolle des moralisierenden Zuschauers. K.-P. Ludwig

In der ersten Junihälfte will Elon Musk mit SpaceX an die Börse gehen. Mit einer erwarteten Bewertung von bis zu zwei Billionen US-Dollar könnte sein Raumfahrtunternehmen zu den wertvollsten Konzernen der Welt gehören. Zudem verdichten sich Gerüchte über eine spätere Fusion mit Tesla, die ein Firmenimperium von bislang ungekanntem Ausmaß schaffen könnte. Das Spektakel an der Wall Street markiert die endgültige Demontage einer romantischen Illusion: Der Weltraum, der lange als friedvolle Domäne von Wissenschaft, Forschung und eines „großen Menschheitstraums“ galt, ist jetzt Schauplatz wirtschaftlicher, technologischer und geopolitischer Machtspiele um eine neue Weltordnung.

Washington demonstriert der Welt gerade, wie man sich die Gestaltung dieser Ordnung im 21. Jahrhundert vorstellt: nicht mehr durch langwierige Vereinbarungen auf der Ebene internationaler Organisationen, sondern durch die nationale Verknüpfung von entfesseltem Tech-Kapitalismus und militärischer Schlagkraft und durch deren rücksichtslosen Einsatz zur Durchsetzung eigener Interessen. Die USA stützen ihre geopolitische Vorherrschaft im Wettlauf mit China bewusst auf Großkonzerne, die im staatlichen Auftrag unter anderem orbitale Infrastrukturen als logistisches, informationelles und militärisches Rückgrat moderner Staatlichkeit schaffen sollen. Wir sehen uns aktuell daher einer „Unordnung“ gegenüber, die sich aber zunehmend von der Unipolarität der vergangenen Jahrzehnte zu einer lockeren Multipolarität entwickelt.

Derweil steckt Europa in einem strukturellen Dilemma. Der Kontinent hat die strategische Bedeutung des Orbits zwar erkannt, verfügt jedoch nur begrenzt über die politischen und industriellen Voraussetzungen, um daraus Handlungsfähigkeit abzuleiten. Einig in der Zielsetzung versuchen Brüssel, Berlin und Paris leidenschaftlich ihre eigenen Konzepte durchzusetzen. Sie debattieren und generieren Prosa, während anderswo Fakten geschaffen werden.

Europa tut sich schwer damit, das All nicht nur als Bühne für Wirtschaft (Kommunikations-, Navigations- und Erdbeobachtungsdienste) und Kultur (Wissenschaft, Forschung und Bildung) zu begreifen, sondern auch als „Theater“ für politische und militärische Machtspiele. Wenn die Internationale Raumstation am Ende der Dekade aus dem Orbit verschwindet, endet auch die letzte friedliche Kooperation zwischen den USA und Russland. Den Weltraum werden zukünftig wohl eher gnadenloser Wettbewerb, strategische Konkurrenz und physische Überfüllung prägen.

Trotzdem ist und bleibt er wohl das Fundament und die Achillesferse aller modernen Gesellschaften. Satellitensysteme koordinieren den internationalen Zahlungsverkehr, steuern Lieferketten, synchronisieren Stromnetze und sichern das Wachstum globaler Telekommunikation. Die Abhängigkeit moderner Volkswirtschaften von dieser Infrastruktur ist so total, dass ihr Ausfall innerhalb kürzester Zeit den Absturz in prä-industrielle Zustände auslösen könnte. Angesichts der zunehmenden Erschütterungen der internationalen Ordnung erscheint ein solches Szenario nicht mehr bloß als dystopisches Feuilleton, sondern als reales Risiko. Folgerichtig behandeln Staaten ihre orbitalen Systeme inzwischen als kritische Infrastruktur, zumal ihre militärische Bedeutung massiv anwächst: Streitkräfte ohne weltraumgestützte Kommunikation, Aufklärung und Navigation sind operativ blind. Wer den Orbit kontrolliert, diktiert die Bedingungen des Lebens – und des Sterbens – auf der Erde.

Die Struktur dieser – um die Dimension Kosmos erweiterten – Weltordnung ist Gegenstand intensiver theoretischer Debatten. Eine Tendenz zeigt dabei in Richtung einer lockeren Multipolarität, in der neben den beiden systemischen Hauptrivalen China und USA weitere Gravitationszentren agieren. Indien hat sich etwa durch hochpräzise, erstaunlich kosteneffiziente Eigenentwicklungen und erprobte Antisatelliten-Fähigkeiten zu einem orbitalen Schwergewicht emanzipiert, das sich weigert, als bloßer Juniorpartner anderer Machtpole zu agieren. Gleichzeitig drängen auch die Golfstaaten und Brasilien in den Orbit und bremsen damit den klassischen Duopol China und USA vorerst aus. Der Weltraum ist schon jetzt zur umkämpften Front im Ringen um technologische, militärische und politische Führung geworden

Besonders deutlich zeigt sich dies auch im sino-amerikanischen Wettbewerb selbst. Washington und Peking konkurrieren nicht nur um Marktanteile oder regionale Einflusssphären, sondern zunehmend um die technologische und politische Ordnung des „neuen Theaters“. Jeder mit dem Ziel, sie zu dominieren. Der Wettbewerb reicht von Antisatellitenwaffen und riesigen Satellitenkonstellationen im niedrigen Erdorbit bis zum Kampf um strategische Infrastruktur und Ressourcen im All.

Unterschätzt wird dabei oft auch die wirtschaftliche und diplomatische Dimension orbitaler Macht. Vor allem China nutzt den Export von Weltrauminfrastruktur gezielt als geopolitisches Instrument. Satellitensysteme für Nigeria, Bodenstationen für andere afrikanische Staaten oder Startkapazitäten für Partnerländer sind Teil einer Strategie, mit der Peking langfristige technologische, finanzielle und operationelle Abhängigkeiten schafft. Diese Beziehungen können sich später auch politisch auszahlen, etwa bei Abstimmungen in internationalen Organisationen oder bei der Festlegung globaler Standards. Der Weltraum dient damit nicht nur militärischen Zwecken, sondern zunehmend auch der ökonomischen und politischen Einflussnahme.

Vor diesem Hintergrund zeigt sich Europas Lage besonders deutlich. Europa befindet sich in einem strukturellen Dilemma, das durch die Kluft zwischen strategischem Anspruch und realer Abhängigkeit geprägt ist. Weder der Europäischen Union noch der Europäischen Weltraumorganisation fehlt es an Strategien oder Grundsatzpapieren. Das eigentliche Problem liegt in der Umsetzung.

Während die USA auf das erwähnte rücksichtslose Zusammenspiel von Pentagon und Tech-Milliardären setzen und China seine Raumfahrtpolitik mit planwirtschaftlicher Konsequenz vorantreibt, kultiviert Europa seine institutionelle Zersplitterung. Die Quittung für diese Kleinstaaterei zeigt sich etwa im Fehlen eines dauerhaft verlässlichen eigenen Zugangs zum All. Die hausgemachten Krisen haben den „alten Kontinent“ zeitweise in eine peinliche Abhängigkeit von eben jenen amerikanischen Privatanbietern wie SpaceX gestürzt, deren Monopolbildung man in Sonntagsreden beklagt.

Die eigentliche Misere reicht jedoch tiefer und ist kein reines Ressourcenproblem, sondern ein Mentalitätsproblem. Europa meidet das Risiko, reguliert das Ungeborene und schaut staunend zu, wie Innovationen anderswo den Sprung in die industrielle Masse schaffen. Der Kontinent verfügt über glänzende technologische Intelligenz, aber es fehlt ihm an der Kraft, daraus schnell robuste, markt- und vor allem sicherheitsfähige Systeme zu schmieden. Damit bleibt Europa in seiner Lieblingsrolle gefangen: der des moralisierenden Regelsetzers, ohne ausreichende Durch- und Umsetzungsmacht.

Immerhin deutet sich in den Brüsseler Amtsstuben ein spätes Erwachen an. Die Europäische Kommission hat im Juni 2025 die Grundlagen einer tatsächlichen strategischen Autonomie präzisiert. Die zentrale Erkenntnis lautet: Souveränität im Weltraum existiert nicht ohne absolute Souveränität auf der Erde. Resiliente Lieferketten, industrielle Kapazitäten, autonome Produktionsmöglichkeiten und flexible Finanzstrukturen sind die banalen Voraussetzungen dafür, dass Weltrauminfrastruktur überhaupt noch nach europäischen Sicherheitsstandards entwickelt werden kann.

In diesem Zusammenhang hat die Kommission eine Anzahl kritischer Weltraumtechnologien identifiziert, die drastischen geopolitischen Risiken und Lieferkettenabhängigkeiten unterliegen. Dazu zählen unter anderem Mikroelektronik, Halbleiterarchitekturen und Spezialmaterialien, die heute vielfach aus den USA oder Asien importiert werden. Die Debatte macht deutlich: Technologische Abhängigkeit im Weltraum ist keine theoretische Ökonomiefrage, sondern eine nackte Frage europäischer Sicherheit.

Die Frage wirtschaftlicher Souveränität geht dabei weit über das Sichern einzelner Mikrochips hinaus. Entscheidend ist die Kontrolle über die Plattformen, die Datenströme und die Architekturen globaler Wertschöpfung. Wer diese unsichtbaren Netze im Orbit kontrolliert, beeinflusst nicht nur technische Systeme, sondern kontrolliert die zukünftigen Marktzugänge und die Konditionen künftiger wirtschaftlicher Abhängigkeiten.

Die Erfahrungen der vergangenen Jahre zeigen zudem, dass die Kontrolle über solche Systeme allein nicht ausreicht. Ebenso wichtig ist die Fähigkeit, sie resilient und sicher zu betreiben. Strategische Autonomie bedeutet deshalb nicht nur Zugang zu Technologien, sondern auch die Fähigkeit, deren Funktionsfähigkeit im Krisen- oder Konfliktfall aufrechtzuerhalten.

Der Wettbewerb im Weltraum ist eben nicht nur technologisch und militärisch, sondern zutiefst normativ. Die USA exportieren ein Modell privatwirtschaftlich dominierter Infrastrukturen; China setzt auf staatlich kontrollierte digitale Panoptiken. Europa gelingt es hingegen bislang kaum, seine eigenen Prinzipien, wie Transparenz, Rechtsstaatlichkeit und institutionelle Verlässlichkeit, in ein überzeugendes globales Angebot zu übersetzen. Daraus erwächst ein Glaubwürdigkeitsproblem, da ein Akteur, der unentwegt moralisierend „strategische Autonomie“ einfordert, sie aber operativ nicht einlösen kann, auf der geopolitischen Bühne nicht respektiert, sondern bemitleidet wird.

Für ein geopolitisch handlungsfähiges Europa kann die Antwort freilich nicht darin liegen, sich gegenüber Dritten abzuschotten. Strategische Autonomie ist keine Absage an die transatlantische Partnerschaft. Sie ist deren notwendige materielle Ergänzung. Ein Partner, der bei Aufklärung, Kommunikation oder beim Schutz der eigenen Lebensadern dauerhaft als Bettler vor den Toren Washingtons oder privater Tech-Giganten steht, kann nicht auf Augenhöhe agieren. Er ist kein Verbündeter, sondern ein nützlicher Vasall.

Der Lackmustest für Europas verbliebene Glaubwürdigkeit wird daher nicht das nächste Strategiepapier sein, sondern die Fähigkeit, die eigene institutionelle Zersplitterung zu überwinden. Strategische Autonomie entsteht nicht auf dem Papier. Sie zeigt sich in der Fähigkeit, kritische Systeme eigenständig zu entwickeln, zu finanzieren, zu produzieren und im Konfliktfall zu verteidigen. Daran wird Europas Handlungsfähigkeit künftig gemessen werden. IPG 8

 

 

 

 

Rechtsstaat unter Druck. Richterbund warnt vor Einfluss der AfD auf Justiz

 

Vor der Justizministerkonferenz warnt der Richterbund vor politischem Zugriff auf die Justiz. Ministerien könnten Staatsanwaltschaften bis in einzelne Verfahren hinein Weisungen geben – für den Rechtsstaat wäre das ein gefährliches Einfallstor, sobald die AfD regiert. Von Lukas Philippi

Der Deutsche Richterbund hat zum Schutz vor politischer Einflussnahme von Bund und Ländern „wetterfeste Justizgesetze“ gefordert. Das Risiko gezielter politischer Eingriffe in die Richterauswahl und in die Strafverfolgung müsse minimiert werden, sagte der Bundesgeschäftsführer des Richterbundes, Sven Rebehn, in Berlin dem „Evangelischen Pressedienst“: „Hier sind die Gesetzgeber in Bund und Ländern gefordert, das Notwendige zum Schutz des Rechtsstaats zu tun.“ Ab 11. Juni tagt die Justizministerkonferenz in Hamburg.

Allerdings lasse sich durch Rechtsänderungen allein die Justiz „nicht gegen jede Eventualität und gegen jedes mögliche Risiko absichern“, sagte er weiter: „Einen gesetzlichen Vollkaskoschutz kann es nicht geben.“ Am Ende des Tages liege es auch an der Justiz selbst, den Rechtsstaat gegen seine Feinde zu verteidigen. Dabei komme es auf jede einzelne Richterin und jeden Richter, auf jede einzelne Staatsanwältin und jeden Staatsanwalt an: „Polen hat das auf bewundernswerte Weise gezeigt. Dort haben Kolleginnen und Kollegen die Courage gehabt, dem Rückbau des Rechtsstaats entgegenzutreten und der Politik Grenzen aufzuzeigen.“

Rechtsstaat in Deutschland unter Druck

Rebehn betonte, Angriffe auf die Unabhängigkeit der Justiz seien in vielen Ländern der Welt zu beobachten. „Wir kritisieren das seit Jahren vehement und sehen es mit Sorge, dass der Rechtsstaat auch in Deutschland unter Druck geraten könnte.“ Schaue man sich das Vorgehen und die Ziele rechtspopulistischer Parteien wie der AfD an, sei klar zu erkennen, „dass die Justiz als unabhängige Kontrollinstanz für sie ein Bremsklotz ist“. „Das destruktive Auftreten der AfD in Thüringen, wo sie gezielt die Neubesetzung der Wahlausschüsse für Richter und Staatsanwälte blockiert, lässt erkennen, wie wenig ihr an einer funktionsfähigen Justiz liegt“, sagte der Volljurist.

Dabei verwies Rebehn auf Möglichkeiten der politischen Einflussnahme: „Die Justizministerien haben in Deutschland ein Weisungsrecht gegenüber den Staatsanwaltschaften.“ Neben allgemeinen Vorgaben, zum Beispiel welche Kriminalitätsfelder mit besonderer Priorität verfolgt werden sollen, könne eine Ministerin oder ein Minister auch in konkrete Strafverfahren hineinregieren: „Das kann bis zu Anweisungen an einzelne Ermittler reichen, doch mal in die eine oder andere Richtung zu ermitteln.“ Das wäre das Ende einer objektiven Strafverfolgung, sagte der Fachmann. (dpa/mig 8)

 

 

 

 

Erasmus+ ab 2028. 47 Milliarden: DAAD begrüßt Budgetsignal des Europäischen Parlaments für Erasmus+

 

Der Deutsche Akademische Austauschdienst (DAAD) begrüßt den Vorschlag des Europäischen Parlaments, Erasmus+ in der Programmgeneration 2028 bis 2034 mit rund 47,4 Milliarden Euro auszustatten. Aus Sicht des DAAD sendet das Parlament damit ein starkes Signal an Studierende, Hochschulen und den europäischen Bildungsraum. Gleichzeitig betont der DAAD, dass langfristig ein höheres und verlässlicheres Budget nötig ist, um Mobilität und Hochschulkooperationen in Europa weiter zu stärken. Bonn/Brüssel. „Erasmus+ steht wie kein anderes EU-Programm für europäischen Zusammenhalt, gemeinsame Werte und die konkreten Erfahrungen junger Menschen in Europa. Wir loben daher ausdrücklich, dass das Europäische Parlament über ein Budget von nun über 47 Milliarden Euro für die nächste Programmgeneration diskutiert“, erklärte DAAD-Präsident Prof. Dr. Joybrato Mukherjee. „Das ist ein wichtiges Signal für Hochschulen in Deutschland und Europa sowie für alle Studierenden, Lehrenden und Hochschulangehörigen, die auf den europäischen Austausch setzen – auch wenn es hinter den geforderten 60 Milliarden Euro zurückbleibt.“

Dr. Stephan Geifes, Direktor der Nationalen Agentur für Erasmus+ Hochschulzusammenarbeit im DAAD, ergänzte: „Der Vorschlag des Europäischen Parlaments ist ein Schritt in die richtige Richtung. Er hilft, das hohe Niveau der Internationalisierung und des Austauschs zu sichern, das die Hochschulen mit Erasmus+ in den vergangenen Jahren erreicht haben. Doch eines bleibt klar: Wenn Europa seine ehrgeizigen Mobilitätsziele erreichen, die Europäischen Hochschulallianzen weiterentwickeln und mehr jungen Menschen internationale Erfahrungen ermöglichen will, braucht Erasmus+ im Hochschulbereich langfristig eine substanzielle Aufstockung. Dazu passt nicht, dass der nun geplante Budgetanteil für Bildung – und damit auch für Hochschulbildung – um sieben Prozentpunkte gekürzt werden soll.“

Erasmus+ Budget

Das EU-Parlament hat am 3. Juni seinen ersten Budgetvorschlag von über 47 Milliarden Euro für die weiteren Verhandlungen veröffentlicht. Die Europäische Kommission hatte zuvor ein Budget von 40,8 Milliarden Euro für Erasmus+ von 2028 bis 2034 vorgeschlagen. Das Europäische Parlament spricht sich mit dem Budgetvorschlag für eine Erhöhung um rund 6,6 Milliarden Euro aus.

Der DAAD fordert, dass auch bei 47 Milliarden Euro Gesamtbudget der Budgetanteil für Bildung – und damit auch Hochschulbildung - beibehalten wird. Bislang liegt der Anteil der Bildung am Erasmus+ Budget bei 83 Prozent.

Die DAAD-Mitgliedsversammlung hatte sich bereits 2025 dafür ausgesprochen, dass die nächste Erasmus+ Programmgeneration bis 2034 mit mindestens 60 Milliarden Euro budgetiert wird, um die geplanten Neuerungen und Ausweitung zu ermöglichen. 46 Milliarden Euro waren demzufolge notwendig, um das im Jahr 2027 geplante Niveau an Förderungen und Austausch zu erhalten. Diesem Ansatz folgte nun das Europäische Parlament.

Die endgültige Höhe des Erasmus+-Budgets und die Aufteilung nach Bildungsbereichen werden im Rahmen der Verhandlungen über den sogenannten Mehrjährigen Finanzrahmen der Europäischen Union für die Jahre 2028 bis 2034 zwischen den Mitgliedsstaaten und dem Parlament 2027 festgelegt.

Der DAAD wird sich im Sinne seiner Mitgliedshochschulen und -Studierendenschaften auf nationaler wie europäischer Ebene weiter in den Prozess einbringen.

Erasmus+ im Hochschulbereich

Der DAAD ist in Deutschland Nationale Agentur für Erasmus+ im Hochschulbereich und setzt das EU-Bildungsprogramm für die deutschen Hochschulen um. Erasmus+ fördert Studien- und Praxisaufenthalte von Studierenden, die Mobilität von Lehrenden und Hochschulpersonal sowie europäische Kooperationsprojekte und Hochschulallianzen.   daad/dip 8

 

 

 

 

 

UN-Sicherheitsrat. Quittung für außenpolitische Doppelmoral

 

Deutschland wollte in den UN-Sicherheitsrat zurückkehren – und scheiterte. Viele Staaten sehen in Berlin keinen verlässlichen Hüter des Völkerrechts mehr, sondern selektive Moral. Von Kiflemariam Gebre Wold

„Respect is our compass“, „Justice is our foundation“, „Peace is our shared mission“: Mit diesem moralischen Dreiklang bewarb sich Deutschland am 3. Juni 2026 für einen Sitz im UN-Sicherheitsrat. Die Generalversammlung entschied anders. Portugal und Österreich wurden gewählt, Deutschland erhielt nur 104 Stimmen — bemerkenswert für ein Land, das zuvor bereits sechs Mal im Sicherheitsrat vertreten war.

Das ist keine kleine diplomatische Panne. Es ist ein Signal.

Denn Deutschland ist nicht irgendein Bewerber. Es ist einer der größten Beitragszahler der Vereinten Nationen, wirtschaftlich stark, außenpolitisch ehrgeizig und seit Jahrzehnten bemüht, sich als Stimme für Multilateralismus, Menschenrechte und regelbasierte Ordnung zu präsentieren. Die deutsche Kandidatur stand offiziell unter dem Motto „Respect – Justice – Peace“. Berlin versprach, im Sicherheitsrat Konfliktprävention, Krisenlösung, Klima und Sicherheit voranzubringen — mit Völkerrecht, UN-Charta, Frieden und Sicherheit als oberstem Bezugspunkt.

Gerade deshalb wiegt die Niederlage schwer. Sie trifft nicht einen unbekannten Bewerber, sondern ein Land mit Vorgeschichte, Anspruch und Selbsterzählung. Deutschland wollte nicht erstmals in den Sicherheitsrat. Es wollte zurück. Dass dies misslang, hat deshalb eine historische Spur: Was früher möglich war, ist heute nicht mehr selbstverständlich.

„Viele Staaten des Globalen Südens nehmen Deutschland nicht mehr nur als Verteidiger einer regelbasierten Ordnung wahr.“

Außenminister Johann Wadephul verwies nach der Wahl auf Deutschlands klare Unterstützung für die Ukraine, die besondere Nähe zu Israel und auf russische Gegenmobilisierung. Das ist nicht falsch. Russland hatte gewiss kein Interesse daran, Deutschland im Sicherheitsrat zu sehen. Auch die deutsche Ukraine-Politik polarisiert. Und die deutsche Israel-Politik kostet Stimmen in jenen Teilen der Welt, in denen Gaza nicht als Fußnote westlicher Sicherheitspolitik gelesen wird, sondern als täglicher Prüfstein des Völkerrechts.

Aber wer die Niederlage vor allem mit Moskau erklärt, muss nicht über Berlin sprechen. Wer sie nur mit Israel erklärt, unterschätzt die tiefere Irritation. Viele Staaten des Globalen Südens nehmen Deutschland nicht mehr nur als Verteidiger einer regelbasierten Ordnung wahr. Sie sehen eine Außenpolitik, die Völkerrecht zur Ordnung der Doppelmoral verengt: hart gegenüber Russland, vorsichtig gegenüber Verbündeten. Sie sehen ein Land, das Menschenrechte betont, aber Rüstungsexporte, Migrationsabwehr und strategische Interessen immer wieder als Ausnahmen behandelt. Und sie sehen eine Entwicklungspolitik, in der „German Aid“ zunehmend unter Haushaltsdruck und Sicherheitslogik gerät — ausgerechnet dort, wo Vertrauen entstehen müsste.

„Viele Staaten erinnern sich daran, wer bei Schuldenfragen hart bleibt, wer Entwicklungsetats kürzt, wer Migration externalisiert, wer Sanktionen predigt und Ausnahmen für Freunde findet.“

In der UN-Generalversammlung zählen nicht nur Beitragszahlungen, Wirtschaftskraft und europäische Selbstgewissheit. Dort zählt auch Erinnerung. Viele Staaten erinnern sich daran, wer bei Schuldenfragen hart bleibt, wer Entwicklungsetats kürzt, wer Migration externalisiert, wer Sanktionen predigt und Ausnahmen für Freunde findet. Sie erinnern sich auch daran, wer sie in globalen Krisen als Partner behandelt — und wer sie vor allem dann braucht, wenn Stimmen, Rohstoffe, Märkte oder geostrategische Loyalität gefragt sind.

Deutschland unterschätzt diese Wahrnehmung regelmäßig. In Berlin gilt Entwicklungspolitik gerne als Beleg moralischer Verantwortung. Doch wer im Globalen Süden als Partner ernst genommen werden will, kann nicht gleichzeitig Hilfen kürzen, Verfahren verschärfen, Migration abwehren und dann erwarten, dass dieselben Staaten in New York aus Dankbarkeit die Hand heben.

„Deutschland spricht von Augenhöhe, entscheidet aber oft von oben.“

Die Niederlage ist deshalb auch eine Quittung für eine Sprache, die größer ist als die Praxis. Deutschland spricht von Augenhöhe, entscheidet aber oft von oben. Es spricht von Ordnung, akzeptiert aber Ausnahmen, wenn Verbündete sie brechen. Es spricht von Frieden, während die eigene Politik immer stärker militarisiert wird. Es spricht von Respekt, hört aber selten zu.

Portugal und Österreich haben Deutschland nicht besiegt, weil sie mächtiger wären. Sie konnten gewinnen, weil sie für viele Staaten weniger schwer, weniger belehrend, weniger widersprüchlich wirken. Sie treten in multilateralen Räumen oft weniger mit dem Anspruch auf, die Welt den anderen erklären zu müssen.

Man sollte aus der Abstimmung keine anti-deutsche Genugtuung ziehen. Ein glaubwürdiges Deutschland wäre für die Vereinten Nationen wichtig. Gerade in einer Zeit, in der der Sicherheitsrat durch Vetopolitik blockiert ist, in der Kriege in der Ukraine, in Gaza, im Sudan und anderswo die internationale Ordnung zerreißen, braucht es Staaten, die internationale Regeln nicht nur zitieren, sondern auch dann ernst nehmen, wenn sie nicht der Regierungspolitik entsprechen – oder der Staatsräson widersprechen.

„Wer in New York von Respekt spricht, muss in Gaza, in Addis Abeba, in Windhoek, in Ramallah und in Berlin zeigen, dass mehr dahinter steckt als eine bloße Kampagne.“

Genau daran wird auch Deutschland gemessen: An der Frage, ob seine Politik für die Mehrheit der Welt noch nach Gerechtigkeit aussieht.

Die 104 Stimmen waren keine Absage an Deutschland als Land. Sie waren eine Absage an die Illusion, dass moralische Rhetorik politische Widersprüche dauerhaft überdeckt. Wer in New York von Respekt spricht, muss in Gaza, in Addis Abeba, in Windhoek, in Ramallah und in Berlin zeigen, dass mehr dahinter steckt als eine bloße Kampagne.

Deutschland ist nicht zu klein für den Sicherheitsrat. Es widersprich seiner eigenen Erzählung. (mig 5)

 

 

 

 

EU-Gericht stoppt deutsche Kürzungen für Asylsuchende

 

Bett, Brot und Seife – aber keine Kleidung, Haushaltsartikel und Geld für den Alltag? Der EU-Gerichtshof erteilt den deutschen Regelungen zu Leistungskürzungen für bestimmte Asylbewerber eine Absage. Dobrindt wiegelt ab, Linkspartei widerspricht. Von Valeria Nickel und Leonie Asendorpf

Die Leistungskürzungen in Deutschland für abgelehnte Asylbewerber verstoßen gegen EU-Recht. Grundlegende Leistungen wie Kleidung und Haushaltsprodukte dürften auch Asylbewerbern, für die ein anderes EU-Land zuständig ist, nicht gestrichen werden, entschied der Europäische Gerichtshof in Luxemburg. Nach der derzeit geltenden EU-Aufnahmerichtlinie müssten die Mitgliedstaaten einen „angemessenen Lebensstandard“ gewährleisten, der auch den Schutz der physischen und psychischen Gesundheit von Antragstellern umfasst.

Ein Afghane hatte den bayerischen Landkreis Schweinfurt verklagt, weil ihm im Januar und Februar 2022 Sozialleistungen gekürzt wurden, nachdem sein Asylantrag in Deutschland wegen der Zuständigkeit von Rumänien abgelehnt wurde. Grundsätzlich muss der erste EU-Staat, in dem ein Antragsteller registriert wird, das Verfahren führen – das regelt die Dublin-III-Verordnung.

Der junge Mann erhielt nach der Ablehnung in Deutschland nur noch Sachleistungen in Form von Unterkunft, Verpflegung, Heizung, Körperpflege und Gesundheit. Auf Leistungen wie Kleidung und Haushaltsgüter sowie Geld für grundlegende persönliche Bedürfnisse, also etwa Ausgaben für Transport, Kultur oder Kommunikation, musste er verzichten. Das deutsche Asylbewerberleistungsgesetz sieht solche Kürzungen bei den Menschen vor, die ihr Asylverfahren nach den Dublin-Regeln in einen anderen Mitgliedstaat führen müssten.

Seit 2024 sehen deutsche Regelungen auch Leistungsausschluss vor

Die Klage des Afghanen ging bis vor das Bundessozialgericht. Dieses legte dem EuGH die Frage vor, ob die deutsche Regelung mit der bisherigen EU-Aufnahmerichtlinie vereinbar ist. Die Richterinnen und Richter in Luxemburg stellten klar: Nein, denn zum einen gehöre Kleidung zu den „elementarsten Bedürfnissen“. Zum anderen seien Geldleistungen für den täglichen Bedarf, etwa für Fahrkarten, Kommunikationsmittel oder Körperpflegeprodukte, notwendig, um ein „Mindestmaß an Teilhabe am sozialen und kulturellen Leben“ zu gewährleisten. Über den konkreten Fall müssen noch die deutschen Gerichte entscheiden und dabei die Vorgaben aus Luxemburg beachten.

Die deutsche Kürzungsregelung, um die es nun vor dem Gerichtshof ging, wurde 2024 sogar noch verschärft: Schutzsuchende, für die nach den Dublin-Regeln ein anderer EU-Mitgliedstaat zuständig ist, sollen gar keine Asylbewerberleistungen bekommen, wenn eine Ausreise für sie „rechtlich und tatsächlich möglich“ ist. Sie können lediglich Überbrückungsleistungen für zwei Wochen beziehen.

GEAS-Reform: Neue Asylregeln ab kommender Woche

Laut dem Asylexperten Constantin Hruschka ist auch die verschärfte deutsche Regelung EU-rechtswidrig. Wenn man Leistungen schon nicht kürzen dürfe, dann erst recht nicht komplett entziehen. „Die Behörden müssen jetzt sofort aufhören, Leistungen einzuschränken und den Leistungsentzug beenden“, sagt Hruschka. Bislang äußerten auch viele Sozialgerichte Zweifel an der Vereinbarkeit des vollständigen Leistungsausschlusses mit EU-Recht und Verfassungsrecht.

Die bisherige Aufnahmerichtlinie, die Vorgaben zu den Leistungen macht, wird am 12. Juni mit der Reform des Gemeinsamen Asylsystems (GEAS) der EU allerdings durch neue Regeln abgelöst. Diese erlauben Leistungseinschränkungen explizit, wenn Asylbewerber sich in einem anderen EU-Land aufhalten als dem für sie zuständigen – also für die sogenannten Dublin-Fälle.

Muss das deutsche Recht nun angepasst werden?

Die jetzige Entscheidung bedeutet laut dem Rechtsexperten Hruschka für die Zukunft, dass das menschenwürdige Existenzminimum gewährleistet sein muss – dazu gehöre nach den Ausführungen des Gerichtshofs die Deckung des Bedarfs an Kleidung und Haushaltsprodukten. „Auch in der neuen Regelung steht drin, dass ein Mindeststandard im Einklang mit dem Unionsrecht gewährleistet sein muss“, betont er. Bisher Betroffene könnten darüber hinaus einen Nachzahlungsanspruch wegen gekürzter oder entzogener Leistungen haben. Die Schwierigkeit dabei sei jedoch, den Betrag zu beziffern.

Laut dem zuständigen Bundesministerium für Arbeit und Soziales bedarf es nun einer eingehenden Prüfung, ob und inwieweit sich aus der EuGH-Entscheidung eine Notwendigkeit ergibt, die Rechtslage oder Rechtspraxis in Deutschland anzupassen.

Dobrindt wiegelt ab, Bünger widerspricht

Bundesinnenminister Alexander Dobrindt (CSU) kommentierte, dass Leistungskürzungen durch das Urteil erschwert würden. „Wir nehmen das zur Kenntnis, sehen aber auch, dass wir mit GEAS eine komplett neue Rechtslage haben.“ Daher habe das Urteil nur eine sehr beschränkte Wirkung, so Dobrindt.

Linke Bundestagsabgeordnete Clara Bünger widerspricht: „Nach der GEAS-Reform wird es künftig zwar eine Regelung zu Leistungseinschränkungen in Dublin-Fällen geben. Ein angemessener Lebensstandard muss aber auch nach den neuen Vorschriften immer gewährleistet werden“, erklärte Bünger. Die Bundesregierung könne sich deshalb nicht damit herausreden, dass das Urteil eine alte Rechtslage betreffe.

Kritik an bestehender Praxis

Der asylpolitische Sprecher der Grünen im Europaparlament, Erik Marquardt, teilte mit: „Das Urteil muss ein Weckruf für die Bundesregierung sein, die Achtung von Grundrechten und Menschenwürde wieder zum Leitbild ihrer Politik zu machen.“ Die rechtspolitische Sprecherin der Organisation Pro Asyl, Wiebke Judith, merkte an, dass Deutschland jahrelang Asylsuchenden ihnen zustehende Leistungen verweigert habe. „Jetzt ist klar: Das ist europarechtswidrig und ein handfester Skandal“, so Judith. Die Entscheidung sei eine „Klatsche für die Bundesregierung“.

Nach Angaben des Bundesamts für Migration und Flüchtlinge wurden im vergangenen Jahr insgesamt gut 5.400 Menschen nach Dublin-Regeln in andere EU-Länder überstellt, bei knapp 36.000 Übernahmeersuchen von Deutschland. (dpa/mig 5)

 

 

 

 

Hochschulen & Europa. Erasmus erreicht Marke von einer Million geförderten Studierenden aus Deutschland

 

Das EU-Programm Erasmus+ hat einen historischen Meilenstein erreicht: Seit Programmstart 1987 sind eine Million Studierende aus Deutschland mit Förderung von Erasmus+ zu einem Studien- oder Praktikumsaufenthalt ins Ausland gegangen. Dies teilte die Nationale Agentur für Erasmus+ Hochschulzusammenarbeit im Deutschen Akademischen Austauschdienst (NA DAAD) in Bonn mit. Mit einer Social-Media-Aktion unter dem Titel „One in One Million“ würdigt die NA DAAD ab Montag (8.6.) die Erfolgsgeschichte des europäischen Austauschprogramms an deutschen Hochschulen. Bonn. „Seit fast 40 Jahren verbindet Erasmus+ junge Menschen in Europa und darüber hinaus. Eine Million Studierende aus Deutschland, die mit Erasmus im Ausland waren, sind ein starkes Zeichen für die Kraft des Programms. Hinter dieser Zahl stehen eine Million Bildungswege, prägende Auslandserfahrungen, persönliche Entwicklungen und oftmals auch Partnerschaften. Erasmus+ eröffnet neue Perspektiven für Studium, Beruf und Leben – und macht Europa konkret erfahrbar“, sagte DAAD-Präsident Prof. Dr. Joybrato Mukherjee.

„Eine Million Erasmus+ Studierende aus Deutschland zeigen, wie tief Erasmus+ an deutschen Hochschulen verankert ist. Möglich wurde diese Erfolgsgeschichte durch das große Engagement der Hochschulen und ihrer International Offices, Erasmus-Koordinatorinnen und -Koordinatoren sowie vieler Partnerhochschulen in Europa und weltweit. Erasmus+ steht heute wie kaum ein anderes Programm für gelebte europäische Zusammenarbeit und internationale Hochschulkooperation“, ergänzte Dr. Stephan Geifes, Direktor der NA DAAD.

17 Millionen Menschen EU-weit – eine Million aus Deutschland

Seit dem Start des Programms 1987 haben europaweit mehr als 17 Millionen Studierende und Hochschulangehörige an Erasmus+ teilgenommen. Aus Deutschland gingen seitdem eine Million Studierende mit einer Förderung von Erasmus+ ins Ausland; zugleich kamen knapp eine Million internationale Studierende über das Programm nach Deutschland. Zu den beliebtesten Zielländern deutscher Erasmus-Studierender zählen seit Jahren Spanien, Frankreich und Italien. Zählt man Studierende und Hochschulangehörige aus Deutschland, die von Erasmus gefördert wurden, zusammen, so kommt man auf rund 1,1 Millionen Menschen.

Die Marke von einer Million geförderten Studierenden aus Deutschland wird nach Berechnungen der NA DAAD im laufenden Erasmus+ -Förderzeitraum erreicht. Grundlage der Berechnung sind die seit 1987 erfassten Studierendenmobilitäten aus Deutschland. Die Millionengrenze wurde nach den Berechnungen im März 2026 überschritten.

Programmstart und Weiterentwicklung

Das Erasmus-Programm startete im Wintersemester 1987/88. Bereits im ersten Durchgang waren rund 70 deutsche Hochschulen beteiligt. Aus dem vor 39 Jahren gestarteten Austauschprogramm für Studienaufenthalte ist inzwischen ein breit angelegtes europäisches Bildungsprogramm geworden: Heute fördert Erasmus+ an deutschen Hochschulen nicht nur Studienaufenthalte im Ausland, sondern auch Praktika, Kurzzeit- und Blended-Mobility-Formate, Lehr- und Weiterbildungsaufenthalte von Hochschulpersonal sowie internationale Hochschulkooperationen.

Wirkung für Beruf, Karriere und persönliche Entwicklung

Die Wirkung von Erasmus+ reicht über Studium und Hochschule hinaus: Ehemalige Erasmus-Geförderte berichten regelmäßig, dass ihre Auslandserfahrungen neue Perspektiven auf Europa, auf ihre persönliche Entwicklung und auf ihre beruflichen Chancen eröffnet haben. Auch im Berufsleben sind internationale Erfahrungen gefragt: Sie stärken Sprachkenntnisse, interkulturelle Kompetenzen, Eigenständigkeit und die Fähigkeit, in internationalen Teams zu arbeiten.

Zudem wirkt Erasmus+ als europäisches Programm auch gesellschaftlich: Eine Befragung der NA DAAD zur letzten Europawahl zeigte, dass 85 Prozent der befragten ehemaligen Erasmus-Geförderten an der Wahl teilnehmen wollten. Die Europäische Kommission schätzt zudem, dass aus Partnerschaften, die während Erasmus-Aufenthalten entstanden sind, rund eine Million Kinder hervorgegangen sind. Diese sogenannten „Erasmus-Babies“ gelten bis heute als Sinnbild für gelebte europäische Begegnung.

Mitmachkampagne an den Hochschulen

Anlässlich des Meilensteins lädt die NA DAAD deutsche Hochschulen dazu ein, stellvertretend ihren „einmillionsten Erasmus-Studierenden“ oder ihre „einmillionste Erasmus-Studierende“ zu benennen. Unter dem Titel „One in One Million“ sollen persönliche Auslandserfahrungen, erworbene Kompetenzen und europäische Begegnungen sichtbar werden. Begleitet wird die Aktion in den sozialen Medien unter dem Hashtag #OneInOneMillion. Daad 5

 

 

 

 

Absturz eines Superstars

 

Die Niederlage im Rennen um den UN-Sicherheitsrat ist mehr als eine Blamage. Sie offenbart Deutschlands schwindende Glaubwürdigkeit. Marcus Schneider

Es ist der Absturz eines diplomatischen Superstars. Die deutsche Niederlage bei der Wahl zum Weltsicherheitsrat ist die Quittung für eine zuletzt desaströse Außenpolitik, die weder den Werten noch den Interessen der Bundesrepublik gerecht wurde. Dass der zweitgrößte UN-Beitragszahler gegenüber Portugal und Österreich so abgestraft wird, zeigt einen globalen Vertrauensverlust, der bisher in der Deutlichkeit im politischen Berlin noch nicht angekommen war.

„Wir werden gesehen als jemand, der die regelbasierte Ordnung verteidigt; als Anwalt des Völkerrechts“, dozierte Außenminister Wadephul noch Stunden vor der Wahl. Und offenbarte damit, wie Eigen- und Fremdwahrnehmung Deutschlands international auseinanderklaffen. Ganz offensichtlich gibt es genau bei dieser Frage – inwiefern die Bundesrepublik tatsächlich für verbindliche Regeln und für Völkerrecht eintritt – einen massiven Reputationsschaden, der nun erstmals politische Folgekosten zeitigt.

Die globale Entfremdung von Deutschland ist sehr genau terminierbar auf den israelischen Krieg in Gaza, der die Gemüter international wie kaum ein anderer Konflikt erhitzte. Nicht nur die in weiten Teilen der Welt als sehr einseitig wahrgenommene Haltung ist hier das Problem. Sondern die spürbare Diskrepanz zum Auftreten in der Ukraine und zur generellen Selbstdarstellung eines Landes, das gerne mit besonders erhobenem moralischem Zeigefinger durch die Welt läuft.

Wenn man im einen Fall – zu Recht – Kriegsverbrechen lautstark verurteilt und die ganze Welt noch lautstärker auffordert, es einem gleichzutun, in dem anderen Fall jedoch schweigt und den Tätern diplomatisch-politischen Begleitschutz gewährt und sogar die Waffen liefert, obgleich die Verbrechen nach allen objektiven Standards weitaus gravierender sind, dann muss man sich nicht wundern, wenn einem Doppelstandards und Heuchelei vorgeworfen werden.

Der deutsche Ansehensverlust wiegt auch deshalb so schwer, weil das Land über Jahrzehnte hinweg als außenpolitisch sichere Bank galt. Wie kaum ein anderer Staat stand die Bundesrepublik für die Stärkung multilateraler Institutionen. Erst Bonn, dann Berlin unterstützten den Ausbau einer internationalen Gerichtsbarkeit. Gerade als Lehre aus der eigenen Geschichte und im wohlverstandenen Eigeninteresse als Land in der Mitte eines einst kriegsversehrten Kontinents engagierte sich Deutschland mit Nachdruck und Freigiebigkeit für Frieden und Interessenausgleich.

Lange Zeit reichte es übrigens auch im Nahostkonflikt zu einer Haltung, die sowohl der historischen Verantwortung für Israel als auch den berechtigten Anliegen der Palästinenser und Araber gerecht wurde. Erst in jüngerer Zeit entstand die nun mantraartig beschworene „Staatsräson“, die als nahezu sakral aufgeladenes außenpolitisches Glaubensbekenntnis über allem thront. Gerade das Ausland, das die weitgehend selbstreferenziellen deutschen Diskurse ja durchaus auch rezipiert, mag fragen: Hat diese Staatsräson eigentlich auch sittliche Grenzen?

Oder deckt sie auch Kriegsverbrechen, ethnische Säuberung und das ab, was durchaus sehr honorige Experten und Institutionen als – vorsichtig ausgedrückt – völkermordartige Zustände bezeichnen? Denn die Staatsräson ist ja kein Ausfluss realpolitischer Interessen, sondern wird als eine Art höhere Moral verkündet, mithin als Lehre aus deutscher Geschichte, die das Ausland doch bitte verstehen solle. Viele dort sehen eher ein deutsches Scheitern, universelle Lektionen aus der eigenen Geschichte zu ziehen, womöglich sogar eine Art unguter historischer Kontinuität.

Die Eigendarstellung als „Anwalt des Völkerrechts“ – mithin das nach vorn gestellte Hauptargument für die nun gescheiterte deutsche Kampagne für einen Sitz im Weltsicherheitsrat – mutet auch befremdlich an vor dem Hintergrund einer Reihe von Äußerungen des Bundeskanzlers. So dankte Merz Israel für die „Drecksarbeit“ mit Blick auf den Angriffskrieg gegen Iran – der nach weit überwiegender Auffassung völkerrechtlich illegal ist. Die rechtliche Bewertung des Kidnappings des venezolanischen Staatschefs nannte er „komplex“, während er sich beim jüngsten israelisch-amerikanischen Angriffskrieg auf Iran explizit mit völkerrechtlichen Belehrungen zurückhalten wollte. Über den Haftbefehl gegen den mutmaßlichen israelischen Kriegsverbrecher Netanjahu, dem schwere Verbrechen gegen die Menschlichkeit vorgeworfen werden, äußerte er noch als Oppositionsführer Empörung. Schließlich sei der Internationale Strafgerichtshof vermeintlich nur eingerichtet worden, um „Despoten und autoritäre Staatsführer zur Rechenschaft zu ziehen“.

Es entsteht der Eindruck eines Bundeskanzlers, der – durchaus stellvertretend für einen guten Teil der politisch-medialen Eliten des Landes – das Recht durch eine Art höhere Moralordnung ersetzen will. In dieser dürfen die vermeintlich Guten, also wir selbst und unsere demokratischen Verbündeten, quasi alles. Sie sind an keine Regeln mehr gebunden. Es ist ein Völkerrecht, wenn überhaupt noch, à la carte. Es ist vor allem eine Abkehr vom jahrzehntelangen deutschen Glauben an die Zivilisierung der internationalen Beziehungen durch ihre Verrechtlichung. Aus Sicht vieler Staaten, die Berlin ihre Stimme verweigert haben, wird die Bundesrepublik hier zu einem zu unsicheren Kantonisten für das höchste Gremium der globalen Rechtsordnung.

Die Wahlniederlage ist nicht nur eine Demütigung, sie geht einher mit einem realen Einfluss- und Prestigeverlust für das immerhin größte und wirtschaftsstärkste Land der Europäischen Union. Bei künftigen internationalen Krisen sitzt Berlin nun am Katzentisch. Es sollte für Deutschland im besten Falle ein Moment der Selbstbesinnung sein. Welche Werte und Interessen sollten unsere Politik leiten? In einer Phase extremer geopolitischer Verwerfungen, dem Aufstieg des Globalen Südens und der Distanzierung der Amerikaner von ihrer einstmals durchgesetzten Weltordnung ist Deutschland nicht auf weniger, sondern auf mehr und auf belastbare internationale Kooperation angewiesen.

Klar ist die Völkerrechtsordnung nicht perfekt. Die Organe der kollektiven Sicherheit sind häufig blockiert und es wird wie in der Vergangenheit Dilemmata geben, wo Interessen und Werte es als notwendig erscheinen lassen, Abwägungen zu treffen zwischen Politik und Recht.

Ein komplettes Abgleiten in die Wolfswelt aber, wo nur noch militärische Stärke zählt, wo Angriffskriege nach Belieben vom Zaun gebrochen werden, wo auch die Kriegsführung zunehmend verroht und die internationale Gemeinschaft in globalen Kulturkämpfen versinkt, kann nicht im deutschen Interesse sein. Eine solche Welt würde nämlich früher oder später auch den ewigen Frieden innerhalb der EU bedrohen. Als rohstoffarmes, ökonomisch hochintegriertes, von weltweiten Handelsströmen abhängiges Land ist die Bundesrepublik auf eine leidlich funktionierende Weltordnung angewiesen, in der Grundprinzipien auch über die Grenzen politischer Regime hinweg gelten.

Die Wiederherstellung verloren gegangener deutscher Soft Power wird auch eine Neubewertung deutscher Nahostpolitik erforderlich machen. Wohl niemand erwartet ein Wechseln mit fliegenden Fahnen ins Lager der Palästina-Freunde. Aber mehr Maß und Mitte wären schon angebracht. Es ist befremdlich, wie sehr diese Bundesregierung, insbesondere ihr konservativer Teil, die Freundschaft mit einer israelischen Regierung zelebriert, in der Kriegsverbrecher und Rechtsradikale den Ton angeben. Dass man sich in der globalen Wahrnehmung derart eng an eine Truppe bindet, die ihr Land sehenden Auges in einen internationalen Paria-Staat zu verwandeln droht, entzieht sich jeder rationalen Erklärung. Die Kosten für diese Haltung sind sehr real, und sie schaden Deutschland.

Die peinliche Niederlage in der UNO mag in dieser Angelegenheit kein einmaliger Ausrutscher sein. In einigen Jahren wird der Internationale Gerichtshof den Völkermordfall zu Gaza entscheiden. Es droht hier weiteres Ungemach. Für diejenigen, die sich aus ethischen Gründen nicht dazu aufraffen können, die völlig unhaltbaren Zustände in den besetzten Gebieten einer international zustimmungsfähigen Lösung zuzuführen, sollte spätestens dann das wohlverstandene deutsche Eigeninteresse den Ausschlag geben.

Denn anders als bei so vielen Konflikten, bei denen sich Berlins Beitrag lediglich auf den Ausdruck tiefer Besorgnis beschränkt, hätte die Bundesrepublik hier tatsächlich Einfluss. Dieser Einfluss wird bisher sehr erfolgreich dazu genutzt, jeglichen europäischen Druck auf eine Regierung abzublocken, die viel will, aber sicher keinen belastbaren Frieden. Sobald sich das ändert, wären zwei Dinge gleichzeitig wieder im Aufwind: der Frieden – und Deutschlands angeknackste Reputation. IPG 4

 

 

 

 

 

 

 

Danke, Cosmoland. Was jetzt kommt 

 

Danke für jede Unterschrift, jedes geteilte Statement, jeden Kommentar – und ganz besonders danke an alle, die sich die Zeit genommen haben, eine persönliche E-Mail an die Mitglieder des WDR-Rundfunkrats zu schreiben. Diese Mails haben etwas bewirkt. Sie wurden gestern in der Sitzung mehrfach erwähnt. 

Rundfunkratsmitglieder berichteten, manche hätten bis zu 1.000 Mails erhalten – und betonten ausdrücklich, dass es keine Standardmails waren, sondern differenzierte, persönliche, leidenschaftliche Stellungnahmen. Genau das hat dazu beigetragen, dass sich die Zahl unserer Unterstützerinnen und Unterstützer im Rundfunkrat von 2 auf 20 erhöht hat.

Jetzt das Ergebnis: Der WDR-Rundfunkrat hat gestern der Reform zugestimmt. 

25 Ja-Stimmen, 20 Nein-Stimmen, eine Enthaltung. 

Das ist die knappste Entscheidung dieser Art beim WDR-Rundfunkrat seit mindestens zehn Jahren. Ein Gremium, das Reformen normalerweise mit großer Mehrheit durchwinkt, war gestern fast gespalten.

20 von 46 Mitgliedern haben Nein gesagt – das ist kein kleines Signal, das ist ein starkes Zeichen. Und das in einem Gremium, in dem die fast 30 Prozent Menschen mit Migrationsgeschichte in diesem Land leider nicht annähernd repräsentiert sind. Umso bedeutsamer ist dieses Ergebnis.

Es hat nicht gereicht, um COSMO zu retten.

Das müssen wir klar sagen, und das tut weh. 

Aber der Rundfunkrat hat der WDR-Leitung Hausaufgaben mitgegeben – vier offene Fragen, die ausdrücklich als verbindliche Leitplanken für den weiteren Prozess formuliert wurden:

 Wie werden interkulturelle Themen künftig in der Breite des WDR-Programms aufgegriffen – altersübergreifend und für alle?

 In welcher Form werden mehrsprachige Angebote weitergeführt, und welche Sprachen bleiben erhalten?

Wie wird die einzigartige Musikfarbe von COSMO – eine musikalische Vielfalt, die es im deutschen Radio kein zweites Mal gibt – in den WDR-Programmen erhalten?

Wie wird die interkulturelle Kompetenz der COSMO-Mitarbeitenden für das gesamte WDR-Programm nutzbar gemacht?

Die WDR-Leitung hat sich dazu bekannt, an diesen Punkten zu arbeiten. Wir werden als save COSMOradio-Initiative ganz genau darauf schauen, ob und wie diese Versprechen eingelöst werden. Wir werden berichten, nachfragen und – wenn nötig – wieder laut werden.

Die Geschichte von COSMO ist noch nicht zu Ende geschrieben.

Sie geht in eine neue Phase. Cosmo/Dip 4

 

 

 

 

Brutaler Mord an Erntehelfern in Italien: Basta, es reicht!

 

Der grausame Mord an vier zugewanderten Erntehelfern in Süditalien, die gegen ihre Ausbeutung aufbegehrten, hat über das Land hinaus für Empörung gesorgt. Francesco Savino, Bischof von Cassano All’Jonio und Vizepräsident der Italienischen Bischofskonferenz, prangert im Interview mit Radio Vatikan an: „Illegale Vermittlung von Arbeitskräften ist kein Kavaliersdelikt. Es ist ein System. Es ist eine Herrschaftsstruktur. Wir müssen sagen: Es reicht!“  Federico Piana, Alessandro Guarasci und Stefanie Stahlhofen

Eine Überwachungskamera an der Tankstelle hat die schreckliche Tat dokumentiert: Zwei Männer pumpen Benzin ins Innere eines Fiat, setzen das Fahrzeug in Brand, halten von außen die Türen zu, dann laufen sie weg. Im Auto: fünf Erntehelfer aus Afghanistan und Pakistan, einer von ihnen kann sich aus dem in Flammen stehenden Auto befreien, er überlebt mit schweren Verbrennungen, die anderen sterben. Die beiden Täter, die wohl selbst aus Pakistan stammen, sitzen inzwischen in Untersuchungshaft. 

Zum Hören: Der grausame Mord an vier zugewanderten Erntehelfern in Süditalien hat über das Land hinaus für Empörung gesorgt. Francesco Savino, Bischof von Cassano All’Jonio und Vizepräsident der Italienischen Bischofskonferenz, prangert im Interview mit Radio Vatikan das Schweigen gegenüber der dahintersteckenden Mafia an (Audio-Beitrag für Radio Vatikan)

Erste Ermittlungsergebnisse zeigen, dass die Mafia eine dominierende Rolle spielt. Für das Schweigen und Wegschauen, das vielerorts bei kriminellen Aktionen der Mafia herrscht, gibt es im Italienischen ein eigenes Wort: Omertà. Damit muss endlich Schluss sein, fordert der Vizepräsident der italienschen Bischofskonferenz, Bischof Francesco Savino:

„Basta, Schluss mit dem schmutzigen Schweigen der Bequemlichkeit! Es braucht eine zivilgesellschaftliche Mobilisierung, die mehr ist als bloße Rituale, Auftritte oder momentane Emotionen, die nach ein paar Tagen wieder verpuffen. Ich rufe zu einem Aufstand des Gewissens auf, zu einem moralischen Aufbegehren der Bürgerinnen und Bürger, der Gläubigen und Nichtgläubigen – hier steht wahrhaftig die Menschenwürde auf dem Spiel.“

„Ich rufe zu einem Aufstand des Gewissens auf, zu einem moralischen Aufbegehren der Bürgerinnen und Bürger, der Gläubigen und Nichtgläubigen – hier steht wahrhaftig die Menschenwürde auf dem Spiel“

Staat muß endlich wirksam gegen illegale Arbeitsverhältnisse vorgehen

Der Bischof von Cassano All’Jonio findet für die Horror-Tat selbst kaum Worte, wird aber deutlich in Richtung Politik. Hintergrund der Tat sind nämlich Menschenhandel und Ausbeutung durch illegale Arbeitsverhältnisse. Bischof Savino fordert daher neben Zivilcourage auch politische Maßnahmen: 

„Ich denke, dass der Staat – in seinen verschiedenen Bereichen und Zuständigkeiten – vor allem auch auf dem Land präsent sein sollte, in den landwirtschaftlichen Produktionsketten, an den Orten der Arbeitskräfteanwerbung, in den unwürdigen Unterkünften, bei den undurchsichtigen Transporten, bei den irregulären Arbeitsverhältnissen, in den Nischen der Schutzlosigkeit, in denen das illegale Vermittlungswesen Fuß fasst.“

Ausbeutung und Gewalt

Der überlebende Erntehelfer will nun vor Gericht aussagen. Seinen Angaben zufolge war der Mord an seinen vier Kollegen eine Reaktion darauf, dass sie gewagt hatten, gegen die menschenunwürdigen Arbeits- und Lebensbedingungen aufzubegehren. Die Männer seien für die Arbeit auf den Erdbeerfeldern nicht wie vereinbart entlohnt worden und sollten zudem noch für den Transport auf die Felder bezahlen. Untergebracht waren sie auf engstem Raum. 

Bischof Savino prangert die „menschenwürdigen Lebensbedingungen“ der Erntehelfer an. Und er fragt: „Ist uns denn bewusst, dass zehn Menschen in einem winzigen, beengten Haus lebten? Wie ist es überhaupt möglich, dass wir auch heute noch solche Lebensformen sehen müssen, die wir nicht als menschlich bezeichnen können?“

„Wie ist es überhaupt möglich, dass wir auch heute noch solche Lebensformen sehen müssen, die wir nicht als menschlich bezeichnen können?“

Vorherrschaft der Mafia

Auf den Feldern herrsche „eine mächtige Mafia der Vorarbeiter“, sagt der einzige überlebende des Massakers den Ermittlern. Insbesondere die pakistanische Mafia sei im Zusammenhang mit der illegalen Vermittlung ausländischer Arbeitskräfte auf den Feldern aktiv. Ein Phänomen, das in der Region schon seit langem Gegenstand gerichtlicher Ermittlungen ist. So kam ein kriminelles System ans Licht, das die Schutzlosigkeit ausländischer Arbeiter und die Schwierigkeit, die Ausbeuter anzuzeigen, ausnutzt. Die Mafia hat offenbar die Oberhand gewonnen, ohne dass es bisher wirklich gelingt, dieser modernen Form der Sklaverei ein Ende zu setzen.

„Auch die Käufer müssen in der Lage sein, aus Gewissensgründen bestimmte Produkte abzulehnen, die nicht das Ergebnis legaler und wirtschaftlich-finanziell transparenter Prozesse sind“

Der Vizepräsident der italienschen Bischofskonferenz, Bischof Savino, sieht allerdings auch die Konsumenten in der Pflicht: „Auch die Käufer müssen in der Lage sein, aus Gewissensgründen bestimmte Produkte abzulehnen, die nicht das Ergebnis legaler und wirtschaftlich-finanziell transparenter Prozesse sind." (vn 4) 

 

 

 

 

Einbürgerung. Fast alle deutschen Neubürger wählen den Doppelpass

 

Seit der Reform im Juni 2024 dürfen Eingebürgerte ihre bisherige Staatsangehörigkeit grundsätzlich behalten – damit wurde eine frühere Ungleichbehandlung beseitigt. Neue Zahlen zeigen: Die Mehrstaatigkeit wird nun noch breiter genutzt. Die Zahl der Einbürgerungsanträge ist aber rückläufig. Von Anne-Béatrice Clasmann

Von der neuen Möglichkeit der doppelten Staatsbürgerschaft hat der überwiegende Teil der Menschen Gebrauch gemacht, die im vergangenen Jahr Deutsche wurden. Das zeigen die Ergebnisse einer Umfrage des Mediendienstes Integration.

Demnach lag die Quote der Mehrstaatigkeit in den Städten, die hierzu Daten gesammelt haben, zwischen 85 Prozent und 98 Prozent. Die wenigen Neubürger, die keinen Doppelpass wählten, taten dies den Angaben zufolge in den meisten Fällen, weil sie entweder vor der Einbürgerung staatenlos waren oder weil ihr Herkunftsland die Mehrstaatigkeit grundsätzlich nicht oder nur in Ausnahmefällen gestattet. Das gilt etwa für Indien, Äthiopien und Eritrea.

Reform ermöglicht Doppelpass für alle

Die Koalition von SPD, Grünen und FDP hatte eine Reform des Staatsangehörigkeitsrecht beschlossen, die Ende Juni 2024 in Kraft trat. Seither darf, wer Deutscher wird, generell die bisherige Staatsangehörigkeit behalten. Vorher war das nur für EU-Bürger möglich, sowie in bestimmten Ausnahmefällen und wenn der Herkunftsstaat die Entlassung aus der alten Staatsangehörigkeit verweigert.

Seit der Reform reichen für die Einbürgerung fünf statt bisher acht Jahre rechtmäßiger, gewöhnlicher Aufenthalt in Deutschland. Besonders gut integrierte Ausländer konnten sich nach der Reform bereits nach drei Jahren einbürgern lassen – diese sogenannte Turbo-Einbürgerung hat die schwarz-rote Bundesregierung aber im vergangenen Jahr wieder gekippt.

Dass die Mehrstaatigkeit früher in Deutschland nicht generell erlaubt war, hielt vor allem Menschen, die sich dem Herkunftsland beziehungsweise der alten Heimat ihrer Eltern emotional und kulturell verbunden fühlen, davon ab, sich einbürgern zu lassen. Doch auch praktische Gründe spielen eine Rolle, etwa erleichterte Reisen, Erbrechts- und Eigentumsfragen oder die Möglichkeit, in beiden Staaten zu arbeiten.

Doppelpass war schon lange Regel

Ginge es nach der AfD, würde die doppelte Staatsbürgerschaft nur in begründeten Einzelfällen zugelassen. Die Union steht ihr im Gegensatz zum Koalitionspartner SPD auch eher skeptisch gegenüber. Vor allem Politiker wie Fraktionschef Jens Spahn und der innenpolitische Sprecher der Unionsfraktion, Alexander Throm (beide CDU), äußern Skepsis. Gegner des Doppelpasses bringen etwa mögliche Loyalitätskonflikte sowie die vermutete Gefahr von „Parallelgesellschaften“ als Argumente vor.

Dabei war auch schon lange vor der Reform im Jahr 2024 die Hinnahme von Mehrstaatigkeit die Regel. EU-Bürger und Staatsbürger zahlreicher weiterer Staaten durften ihren alten Pass bei der Einbürgerung beibehalten. Weit mehr als die Hälfte aller eingebürgerten machten davon Gebrauch. Ausgenommen von dieser Privilegierung waren in der Praxis lediglich einzelne Herkunftsgruppen wie Menschen aus der Türkei. Allerdings galten auch für sie zahlreiche Ausnahmen.

Andrang etwas niedriger als 2024

Insgesamt sank die Zahl der neu gestellten Einbürgerungsanträge laut Mediendienst 2025 – um rund zehn Prozent auf rund 189.000 Anträge. Die meisten Anträge wurden demnach in Berlin gestellt (rund 36.100). Auf Platz zwei unter den Großstädten war München mit etwa 17.800 Anträgen. In der bayerischen Landeshauptstadt ist nicht nur der Andrang groß, sondern auch der Bearbeitungsstau. Dort lagen laut Mediendienst Anfang Mai mehr als 40.200 Anträge, über die noch entschieden werden muss.

Im vergangenen Jahr dürften es deutlich mehr als 300.000 Einbürgerungen gewesen sein, wie schon veröffentlichte Zahlen aus einigen Bundesländern und Recherchen der „Welt am Sonntag“ nahelegen. Am häufigsten wurden 2025 Menschen aus Syrien eingebürgert, vor Menschen aus der Türkei, Afghanistan, Iran und Russland.

Sprachkenntnisse und Bekenntnis

Wer den deutschen Pass möchte, muss die deutsche Sprache beherrschen, seinen Lebensunterhalt durch eigenes Einkommen bestreiten sowie mindestens fünf Jahre rechtmäßig und ohne straffällig geworden zu sein, in Deutschland gelebt haben. Hinzu kommen unter anderem ein Nachweis der Identität und Kenntnisse der deutschen Gesellschaftsordnung.

Gefordert wird auch ein Bekenntnis zur freiheitlichen demokratischen Grundordnung und zur historischen Verantwortung Deutschlands für die nationalsozialistische Unrechtsherrschaft und ihre Folgen, insbesondere für den Schutz jüdischen Lebens.

Anfrage beim Verfassungsschutz

Vor der Entscheidung über die Einbürgerung gibt es zudem eine Anfrage beim Verfassungsschutz, etwa ob es zum Antragsteller Hinweise auf Extremismus gibt. In weniger als einem Prozent der Fälle hat der Verfassungsschutz im vergangenen Jahr Erkenntnisse zu Antragstellern übermittelt.

Laut Mediendienst Integration lag die Zahl der Ablehnungen aufgrund von Hinweisen des Verfassungsschutzes 2025 in den Städten, die dazu Daten erhoben haben, im niedrigen einstelligen Bereich. Beispielsweise lagen dem Landesamt für Verfassungsschutz in Thüringen nur zu zwei von 4.542 überprüften Antragstellern entsprechende Erkenntnisse vor.

Kein Bekenntnis zu Israel: Antrag abgelehnt

In zwölf Fällen wurden den Angaben zufolge in Sachsen-Anhalt Anträge auf Einbürgerung abgelehnt, weil ein Ausländer kein Bekenntnis zum Existenzrecht Israels abgeben wollte. Diese Anforderung gibt es in dem Bundesland seit Anfang 2023.

Mitte 2025 wurde eine entsprechende Regelung auch in Brandenburg eingeführt. Angaben von dort zu diesem Themenkomplex lagen dem Mediendienst nach eigenen Angaben aber nicht vor. (dpa/mig 3)

 

 

 

 

 

Jahresbericht. Diskriminierung erreicht neuen Höchststand

 

Die Antidiskriminierungsstelle des Bundes registrierte 2025 insgesamt 13.067 Beratungsfälle, 15 Prozent mehr als im Vorjahr. Besonders häufig geht es um Rassismus, Behinderung, Religion und Benachteiligung im Arbeitsumfeld. Von Verena Schmitt-Roschmann

Ein elfjähriges Mädchen kauft sich ein Eis, doch die Verkäuferin will ihr das Wechselgeld nicht geben. „Menschen wie dir traue ich nicht“, sagt die Frau. Das Kind hat eine dunkle Hautfarbe. Das Geld reicht die Eisverkäuferin lieber der Freundin des Mädchens.

Es ist einer von 13.067 Fällen, die die Antidiskriminierungsstelle des Bundes im vergangenen Jahr registrierte – 15 Prozent mehr als 2024 und so viele wie nie zuvor. Der Anstieg kann auch daran liegen, dass mehr Menschen Expertenrat suchen, wenn sie sich wegen Hautfarbe, Religion, Behinderung, Geschlecht, Alter oder anderen Merkmalen benachteiligt sehen.

Doch für die unabhängige Antidiskriminierungsbeauftragte Ferda Ataman zeigt gerade das eine „besorgniserregende Entwicklung“. Diskriminierung werde heftiger erlebt, weil sie offener als noch vor wenigen Jahren geäußert werde, sagte Ataman bei der Vorstellung ihres Jahresberichts 2025. Der Leidensdruck sei größer geworden.

43 Prozent der Anfragen betreffen Rassismus

Anfragen wegen rassistischer oder antisemitischer Diskriminierung haben den größten Anteil in der Statistik: 4.571 oder 43 Prozent aller Fälle fielen in diese Kategorie. In Atamans Jahresbericht ist es diesmal der Schwerpunkt. Seit 2021 hätten sich die Zahlen hier mehr als verdoppelt.

Ein weiteres Beispiel im Bericht: Ein Herr kauft sich im Laden einer großen Bekleidungskette ein Hemd, doch der Ladendetektiv stoppt ihn. Obwohl die Kassiererin den Kauf bestätigt, wird der Kunde durchsucht. Er sieht asiatisch aus – und sieht den Grund der falschen Verdächtigung in einer rassistischen Zuschreibung.

Nachteile für Menschen mit Behinderungen

Ataman stellte klar, dass Diskriminierung nicht nur Randgruppen treffe. „Jeder Mensch kann im Laufe seines Lebens Benachteiligung erfahren“, sagte sie. „Dafür reicht es manchmal schon, zu jung zu sein oder zu alt, schwanger zu werden oder eine chronische Krankheit zu bekommen.“

Von allen Anfragen bezogen sich 27 Prozent – 3.015 Fälle – auf Benachteiligung wegen einer Behinderung oder einer chronischen Krankheit. 2.407 Menschen sahen sich wegen des Geschlechts benachteiligt, etwa 22 Prozent der Fälle. Altersdiskriminierung spielte in 1.261 Anfragen eine Rolle, Religion in 733 und sexuelle Identität in 386. Bisweilen kommen mehrere Punkte zusammen, so etwa bei muslimischen Frauen, die Kopftuch tragen.

Geht es um Situationen, in denen Diskriminierung erlebt wird, liegt das Arbeitsumfeld an Nummer eins (3.600 Anfragen), zum Beispiel wegen diskriminierender Stellenausschreibungen oder Absagen. Zweite große Gruppe sind Benachteiligungen beim „Zugang zu Gütern und Dienstleistungen“, also etwa das Einkaufen oder die Wohnungssuche.

„Alle Menschen sind vor dem Gesetz gleich“

Das alles ist in Deutschland verfassungsrechtlich verboten. „Alle Menschen sind vor dem Gesetz gleich“, heißt es in Artikel 3 des Grundgesetzes. „Niemand darf wegen seines Geschlechtes, seiner Abstammung, seiner Rasse, seiner Sprache, seiner Heimat und Herkunft, seines Glaubens, seiner religiösen oder politischen Anschauungen benachteiligt oder bevorzugt werden. Niemand darf wegen seiner Behinderung benachteiligt werden.“

Das sogenannte Allgemeine Gleichbehandlungsgesetz AGG von 2006 soll helfen, das praktisch durchzusetzen. Demnach kann man bei Diskriminierung in bestimmten Fällen zivilrechtlich auf Entschädigung klagen. Die Beratung bei der Antidiskriminierungsstelle des Bundes soll eine rechtliche Ersteinschätzung geben und Handlungswege aufzeigen.

In der Praxis warten aber viele Hürden, wie Eva Andrades vom Antidiskriminierungsverband erläuterte. Die Menschen hätten nur zwei Monate Zeit, ihre Ansprüche geltend zu machen. Klagende müssten selbst Nachweise führen und etwa Zeugen suchen. Dabei sei es offen, ob ein Gericht das anerkenne. Als Entschädigung gebe es am Ende oft nur 500 bis 1.000 Euro. „Das Problem ist das Rechtssystem, das die Verantwortung fast vollständig auf die Betroffenen verlagert“, sagte die Verbandsvertreterin.

Staatliche Stellen außen vor

Wie Andrades forderte auch Ataman eine umfassende Reform des AGG: eine Fristverlängerung auf mindestens zwölf Monate; das Recht für Verbände, Klagen stellvertretend für viele zu führen; ein Schutz vor KI-gestützten Formen der Diskriminierung wie die Vorauswahl von Bewerbungsunterlagen. Besonders wichtig ist Ataman die Einbeziehung von Diskriminierung durch staatliche Stellen. Letzteres mache ein Viertel der Beratungsanfragen aus, doch seien solche Fälle vom AGG nicht abgedeckt, sagte Ataman.

Anfang Mai hatte das Bundeskabinett eine AGG-Reform auf den Weg gebracht, die unter anderem eine Fristverlängerung vorsieht: Künftig soll man vier statt zwei Monate Zeit haben, um Ansprüche geltend zu machen. Ataman hält dies für zu kurz und die Novelle für unzureichend. Sie appellierte an den Bundestag, sie nachzuschärfen. Sorge vor einer Belastung von Unternehmen wies sie zurück. „Das AGG hat der Wirtschaft noch nie geschadet“, sagte Ataman.

Auch die Türkische Gemeinde in Deutschland drang auf eine umfassendere Reform des AGG statt nur „kosmetischer Verbesserungen“. Der Deutsche Caritasverband forderte auch in der Gesellschaft eine aktive Gegenwehr: „Populistisch aufgeheizte Debatten bergen das Potenzial neu entfachter und zunehmender Diskriminierungen – oft auf dem Rücken der Schwächsten.“ (dpa/mig 3)

 

 

 

 

Die Grenzen der Macht

 

Der Krieg konnte Teheran nicht in die Knie zwingen. Geschwächt wurde hingegen die Fähigkeit der USA, weltweit Einfluss zu nehmen. Dan Smith

Der Ausgang des aktuellen Irankrieges ist noch ungewiss, doch eine Folge zeichnet sich bereits ab: Er hat die Fähigkeit der USA zur globalen Machtprojektion deutlich geschwächt. Viele fragen sich, wer gewonnen hat. Die wichtigere Frage ist jedoch möglicherweise, welchen Preis dieser Krieg hatte.

Die geoökonomische Lage des Golfs sorgt dafür, dass dieser Krieg – historisch betrachtet ein relativ kurzer und begrenzter – langfristige globale Auswirkungen haben wird. Eine der wichtigsten betrifft die künftige Fähigkeit der USA zur Machtprojektion. Ein kurzer Blick auf die bisherige Bilanz zeigt, wie sich dies auswirken könnte.

Zu den allgemeinen Kosten des Krieges zählen natürlich die Schäden an der Umwelt sowie die Folgen für die Menschen im Iran und in den Golfstaaten. Auch weit über die Region hinaus werden die Auswirkungen spürbar sein: In anderen Teilen der Welt dürfte die Ernährungsunsicherheit zunehmen, besonders für die Ärmsten.

Auf geopolitischer Ebene gibt es hingegen auch Profiteure. Russland unter Wladimir Putin hat am Rande des Konflikts davon profitiert, mehr Öl verkaufen zu können. Seine Unterstützung für Iran dürfte Moskau jedoch Freunde und Investitionskapital aus den Golfstaaten kosten. Gleichzeitig hat auch die Ukraine profitiert, weil mehrere Golfstaaten an ihren Drohnen und ihrer technischen Expertise interessiert sind.

Für die eigentlichen Kriegsparteien fällt die Bilanz jedoch gemischter aus. Israel hat etwas mehr Handlungsspielraum in Gaza und im Libanon gewonnen. Zugleich häuft das Land jedoch Probleme für die Zukunft an – ähnlich wie nach der Eskalation im Libanon Anfang der 1980er Jahre. Der Iran hat gewissermaßen gewonnen, indem er nicht verloren hat. Umgekehrt verlieren die USA, indem sie nicht gewinnen. Das wird in den kommenden Jahren erhebliche Auswirkungen auf ihre Fähigkeit haben, Macht zu projizieren.

Dabei sind zwei Dimensionen zu unterscheiden. Die eine ist materieller Natur und betrifft die Fähigkeit, den eigenen Willen zur Not mit Zwang durchzusetzen; die andere ist immateriell und betrifft Einfluss. Der materielle Aspekt wäre selbst dann von Bedeutung, wenn der Krieg erfolgreicher verlaufen wäre.

Die USA griffen während der 39 Kriegstage mehr als 13 000 Ziele im Iran an. Dabei verbrauchten sie mehr als die Hälfte ihrer Tarnkappen-Marschflugkörper. Beim derzeitigen Produktionstempo wird es fünf bis sechs Jahre dauern, diese Bestände wieder aufzufüllen. Zudem setzten sie so viele Tomahawk-Marschflugkörper ein, wie sie in zehn Jahren produzieren, sowie Patriot-Abfangraketen im Umfang von rund zwei Jahresproduktionen.

Es überrascht daher nicht, dass viele davon ausgehen, dass die militärische Fähigkeit der USA, auf eine weitere Krise zu reagieren, geschwächt wurde. Ebenso wenig überrascht es, dass hochrangige US-Militärs und Regierungsvertreter Verbündeten wie Gegnern versichern, die USA könnten weiterhin auf jede denkbare Entwicklung reagieren und ihre Macht nach Belieben ausüben.

Kritiker betonen das enorme Ausmaß des eingesetzten Waffenarsenals, weil sie darin keinen erkennbaren Gewinn für die USA sehen. Doch selbst wenn der von Präsident Trump immer wieder ausgerufene Sieg tatsächlich real wäre, die Waffen sind weg. Wenn verringerte Waffenbestände ein Problem darstellen, dann tun sie das unabhängig vom Ausgang des Krieges.

Sowohl die Besorgnis als auch die Selbstzufriedenheit sind jedoch übertrieben. Die Vereinigten Staaten verfügen weiterhin über enorme militärische Fähigkeiten. Allerdings könnten sie gezwungen sein, diese künftig anders einzusetzen, sollte der Präsident einen neuen Bedarf oder eine neue Gelegenheit für militärisches Handeln sehen. Sicherlich: Die USA bleiben eine militärische Supermacht – allerdings fortan mit geringeren Spielräumen, schwierigeren Abwägungen und weniger Freiheit, gleichzeitig auf Krisen in verschiedenen Weltregionen zu reagieren.

Die immaterielle Dimension ist sogar noch bedeutender. Einfluss kann viele Formen annehmen – politische, wirtschaftliche oder kulturelle. Eine Quelle politischen Einflusses ist militärische Überlegenheit. Staaten, die als überwältigend mächtig wahrgenommen werden, gewinnen häufig Verbündete und können Gegner zum Einlenken bewegen. Der Krieg am Golf hat jedoch die Grenzen dieser Logik offengelegt.

Präsident Trump hat nicht Unrecht, wenn er die militärische Stärke der USA lobt. Doch seine Prahlereien während des Irankrieges haben die Aufmerksamkeit auf den äußerst begrenzten Nutzen all dieser Gewalt gelenkt. Irans militärische Fähigkeiten wurden zwar geschwächt, und die Wirtschaft des Landes befindet sich in einem desolaten Zustand. Das Regime ist jedoch weiterhin an der Macht – nun mit einer härteren Linie und noch strafferer Kontrolle. Als die Waffenruhe in Kraft trat, verfügte es noch über 70 Prozent seines Vorkriegsbestands an Raketen und es hat inzwischen zweifellos weitere produziert.

Die USA sind hingegen heute ihrem Ziel, Irans angereichertes Uran außer Landes zu schaffen, keinen Schritt näher als am Tag vor Kriegsbeginn. Erreichen können sie es nur mit Zustimmung Teherans – ein Prozess, der Zeit erfordern und amerikanische Zugeständnisse bei den Sanktionen voraussetzen wird. Und während die Schifffahrt vor dem Krieg die Straße von Hormus frei passieren konnte, ist das heute nicht mehr der Fall. Iran hat daraus ein politisches Druckmittel gemacht.

Die Lehre daraus lautet: Überlegene militärische Macht kann Zerstörung anrichten und Menschen töten. Sie verleiht ihrem Besitzer jedoch nicht automatisch die Fähigkeit, politische Ziele zu erreichen. Dies zeigt sich im Übrigen derzeit auch in einem anderen Operationsgebiet. Im amerikanischen Kampf gegen Drogenhändler in der Karibik und im Pazifik gab es mehr als 60 Angriffe auf kleine Boote, bei denen über 200 Menschen getötet wurden. Den jüngsten Studien zufolge hatte dies jedoch keinerlei Auswirkungen auf den Straßenpreis oder die Verfügbarkeit von Kokain in amerikanischen Städten.

Das Problem im Fall Iran besteht darin, dass Trump seine Regierung in eine Lage manövriert hat, aus der kaum ein Ausweg erkennbar ist. Eine solche Situation haben wir in der Vergangenheit bereits erlebt. Es handelt sich um das klassische Dilemma einer Großmacht, die einem widerstandsfähigen Gegner gegenübersteht. Man denke nicht nur an Iran, sondern auch an die Ukraine. Oder an Vietnam.

Im März 1968, auf dem Höhepunkt des Vietnamkrieges, als sich die amerikanische Öffentlichkeit zunehmend gegen den Krieg wandte, beschrieb Theodore Sorensen, der frühere Redenschreiber von Präsident Kennedy, die Lage der USA als Gefangenschaft in einer „sechsseitigen Box“ – einer ausweglosen strategischen Konstellation –, die er in drei einfachen Sätzen zusammenfasste. Erstens: Die militärische Vormachtstellung Amerikas konnte keinen Sieg herbeiführen, während seine politische Führungsrolle einen Rückzug demütigend erscheinen ließ. Zweitens: Die USA konnten weder Südvietnam ihren Willen aufzwingen noch den Willen Nordvietnams brechen. Drittens: Eine Eskalation drohte eine chinesische oder sowjetische Intervention auszulösen, während ernsthafte Verhandlungen die Möglichkeit eines kommunistischen Südvietnams hätten akzeptieren müssen.

Es fällt nicht schwer, diese Analyse mit einigen Anpassungen auf die amerikanische Konfrontation mit dem Iran zu übertragen: Der Krieg ist nicht zu gewinnen, doch ein Rückzug wäre demütigend; kein Verbündeter leistet nennenswerte Hilfe, und der Gegner ist zu widerstandsfähig; eine vollständige Eskalation ist undenkbar, während ernsthafte Verhandlungen bedeuten würden, einzugestehen, dass der Krieg von Anfang an ein Fehler war.

Den USA gelang es in Vietnam nie, aus dieser „Box“ auszubrechen – und wahrscheinlich wird ihnen das auch am Golf nicht gelingen. Dieses Scheitern – ein anderes Wort dafür gibt es nicht – untergräbt die Fähigkeit der Vereinigten Staaten zu strategischer Führung. Ihre Verbündeten sehen sich mit leichtfertigem Handeln, wiederholter Missachtung und Geringschätzung seitens der US-Regierung konfrontiert. Sie sollen Maßnahmen unterstützen, zu denen sie nicht konsultiert wurden und denen sie auch nicht zugestimmt haben. Hinzu kommen widersprüchliche und irreführende Erklärungen sowie ein Krieg ohne Strategie, ohne rechtliche Grundlage und ohne moralische Legitimation.

Es ist schwer vorstellbar, wie die USA das moralische Kapital und die Führungsfähigkeit zurückgewinnen wollen, die sie in diesem Jahr verloren haben. Noch mehr martialische Rhetorik wird daran sicherlich nichts ändern. Ebenso wenig eine Wiederaufnahme des Krieges oder ein Abkommen, das Iran weitreichende Zugeständnisse macht. Und derzeit ist nicht erkennbar, warum Iran seinerseits den Vereinigten Staaten überhaupt Zugeständnisse machen sollte.

Die USA bleiben der mächtigste militärische Akteur der Welt. Doch selbst das stärkste Militär der Welt kann seine Überlegenheit nicht automatisch in politischen Erfolg ummünzen. Die Gefahr besteht jedoch darin, dass künftige Entscheidungsträger weiterhin das Gegenteil glauben. Möglicherweise wird in Zukunft wieder ein strategisch kluger Präsident ins Amt kommen, der Verbündete nicht beiläufig beschimpft und bedroht. Doch da die amerikanischen Wähler sich zweimal für einen solchen Kurs entschieden haben, können sie es auch ein drittes Mal tun – wenn nicht mit Trump (dagegen sprechen sein Alter und die Verfassung), dann mit Vance, Rubio, Hegseth oder jemand anderem.

Deshalb wird die Absicherung gegen die Unzuverlässigkeit der Vereinigten Staaten auf Jahre hinaus – vielleicht sogar dauerhaft – Teil der Politik Europas und anderer amerikanischer Verbündeter sein. Je unabhängiger sie von den USA werden, desto weniger werden sie sich ihren Wünschen fügen. In einigen Jahren können die Vereinigten Staaten einen Großteil ihrer materiellen Macht wiederherstellen. Ihr Verlust an Einfluss und Glaubwürdigkeit wird sich hingegen, wenn überhaupt, nur langsam beheben lassen.

Darin liegt das größte Risiko: dass Trump oder ein künftiger Präsident trotz aller gegenteiligen Erfahrungen weiterhin glaubt, militärische Gewalt sei gleichbedeutend mit Macht – und sie destruktiv, verzweifelt und letztlich sinnlos einsetzt. IPG 2

 

 

 

 

Report Globale Flucht 2026

 

Fluchtforscher warnen vor Abschottung und schwächerem Asylschutz

Der „Report Globale Flucht 2026“ sieht eine wachsende politische Abwehr gegen Geflüchtete. Während Fluchtzahlen weltweit steigen, bauen Staaten legale Wege ab; zugleich drohen durch die EU-Asylreform neue Verschlechterungen für Schutzsuchende. Von Christina Neuhaus

Migrationsfachleute beobachten weltweit eine ablehnende Haltung der Politik gegen Geflüchtete. Sowohl die internationale Gemeinschaft als auch die EU und Deutschland „übernehmen immer weniger Verantwortung“, sagte Petra Bendel von der Universität Erlangen-Nürnberg am Montag in Berlin bei der Vorstellung des „Reports Globale Flucht 2026“. Von der bevorstehenden EU-Asylreform befürchten die beteiligten Forscherinnen und Forscher weitere Verschlechterungen für Schutzsuchende.

Bendel wies darauf hin, dass die Zahl der Geflüchteten weltweit auf mehr als 117 Millionen geschätzt wird, was eine Verdoppelung innerhalb von zehn Jahren bedeutet. Die Abschottungspolitik, auf die immer mehr Staaten setzten, „verschärft die Krise“, sagte die Forscherin. Zum einen würden legale Migrationswege, etwa Resettlement-Programme, „vielfach systematisch abgebaut“. Zum anderen hätten Schutzsuchende in den Ländern, in denen sie auf anderem Wege eintreffen, kaum Aussicht auf einen legalen Aufenthalt auf Dauer. Die Möglichkeit zur Rückkehr in den Herkunftsstaat sei für viele Betroffene ebenfalls „sehr begrenzt“.

Zurückweisung Asylsuchender „rechtlich unzulässig“

Auch die Migrationspolitik der Bundesregierung kommt in dem Report nicht gut weg. Die Zurückweisung von Asylsuchenden an den deutschen Grenzen werde als „rechtlich unzulässig“ eingestuft, sagte Bendel. Benjamin Etzold vom Bonn International Centre for Conflict Studies kritisierte übertriebene Erwartungen an eine „massenhafte Rückkehr“ von Geflüchteten nach Syrien. Dort sei die Lage nach wie vor sehr schwierig. Förderprogramme für die freiwillige Rückkehr sollten von der Situation im Herkunftsland, etwa rechtsstaatlichen Standards und dem Schutz von Minderheiten, abhängig gemacht werden, empfahl Etzold.

Sorge bereiten den Expertinnen und Experten die Änderungen am europäischen Asylrecht. Das Gemeinsame Europäische Asylsystem (Geas) tritt am 12. Juni in Kraft. „Rechtsbrüche an Europas Grenzen werden durch die bevorstehende Geas-Reform verschärft“, sagte Bendel. Unter anderem sei eine „Ausweitung haftähnlicher Unterbringungen“ an den Außengrenzen zu befürchten. Auch werde eine weitere Marginalisierung von besonders schutzbedürftigen Gruppen erwartet, da die Schutzzusagen in dem neuen Regelwerk unzureichend seien. Auf die Frage nach positiven Ansätzen von Geas sagte Bendel, sie sehe hier nur „ganz kleine Sternchen in einem überwiegend dunklen Himmel“.

Franck Düvell von der Universität Osnabrück sagte, Geas sei eine Reaktion auf eine Situation mit sehr vielen Geflüchteten in Europa, „die eigentlich überholt ist“. Genau das mache die Reform so problematisch.

Flucht wegen des Klimawandels „keine Zukunftsfrage“

Als eine aktuelle „Treibkraft“ internationaler Fluchtbewegungen identifiziert der Report den Klimawandel. Dies sei „keine Zukunftsfrage mehr“, betonte Bendel. Das bestehende Flüchtlingsrecht reiche für diese Art der Flucht aber nicht aus. Hier müssten Schutzlücken geschlossen werden.

Hinter dem „Report Globale Flucht“, der zum vierten Mal erstellt wurde, steht das Projekt „Flucht- und Flüchtlingsforschung: Vernetzung und Transfer“. Das Netzwerk will die interdisziplinäre Flucht- und Flüchtlingsforschung in Deutschland stärken. Es wird vom Bundesforschungsministerium gefördert. (epd/mig 2)