Webgiornale, febbraio 2026
“I vecchi schemi non valgono più. E l’Europa deve cambiare”
Siamo di fronte a
“una rottura nel sistema delle relazioni internazionali uscito dalla Seconda
guerra mondiale”. Le istituzioni multilaterali abbandonate al loro destino, i
diritti umani feriti, mentre avanza un nuovo ordine basato sui rapporti di
forza… Secondo lo studioso dell’Università Cattolica l’Ue deve “dotarsi di una
reale capacità di decisione comune in materia di politica estera, sicurezza e
difesa”, con un maggiore grado di integrazione. E occorre reinterpretarne il
patrimonio culturale e spirituale dell'Europa “per metterlo a servizio di un
progetto di convivenza e di civiltà” – di Gianni Borsa
Putin e Trump,
Israele e Hamas, il Venezuela, l’Iran e la Groenlandia… La cronaca
internazionale impone figure e temi attorno ai quali si misura un profondo
“cambiamento d’epoca”. Anzi, ogni giorno si è spiazzati dagli avvenimenti che
si succedono, da parole e decisioni che fino a ieri non avremmo nemmeno
immaginato. Ne parliamo con Sebastiano Nerozzi, professore ordinario di Storia
del pensiero economico presso l’Università Cattolica di Milano. Nerozzi è
segretario del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane sociali dei
cattolici in Italia e fra i promotori e gli estensori del Codice per una nuova
Europa.
Professore, esiste
una chiave di lettura per orientarci in questa fase storica?
La chiave di
lettura è quella di un cambiamento profondo, anzi, una vera e propria rottura,
nel sistema delle relazioni internazionali uscito dalla Seconda guerra
mondiale. Questo significa che parole come “alleanza”, “cooperazione”,
“istituzioni internazionali”, “diritti umani”, “diritto internazionale” vengono
fortemente depotenziate e devono essere totalmente ripensate. Le alleanze
perdono il loro carattere di relazioni stabili di lungo termine focalizzate su
un sistema ampio e coerente di materie, per essere sostituite da accordi a
breve termine, funzionali a specifici interessi e limitati a singole questioni.
La cooperazione fra Paesi è limitata al raggiungimento di finalità immediate e
disegnata secondo linee fortemente asimmetriche. Le istituzioni multilaterali
sono abbandonate al loro destino, apertamente dileggiate e sostituite da
coalizioni convocate dalla superpotenza egemone sulla base di obiettivi e
meccanismi decisionali che ne esaltano il potere di comando più che la capacità
di persuasione e una visione condivisa. Diritti umani e diritto internazionale
sono apertamente scavalcati oppure invocati in modo selettivo e strumentale,
per legittimare ex-post l’uso della forza al servizio dell’interesse nazionale.
In generale le forme tipiche della diplomazia vengono abbandonate in favore di
una ostentazione della propria forza economica, tecnologica e militare per
ottenere vantaggi e compensazioni che alimentano il consenso del leader in
patria e assecondano gli interessi di imprese, cordate affaristiche ed élite
sociali ad esso legati. Una politica di potenza estera al servizio di una
deriva autoritaria interna che baratta la riduzione degli spazi di democrazia
in cambio di promesse di sicurezza e benessere economico in realtà riservato a
pochi.
Una questione pare
assodata: l’eurocentrismo, semmai fosse esistito, è terminato. E l’Europa –
che, va riconosciuto, complessivamente rimane terra di democrazia, diritti e
sviluppo – appare spiazzata, afona, imbrigliata. L’Unione europea può ancora
avere un ruolo sulla scena internazionale? Quali i passi da intraprendere in
tal senso?
L’Unione europea
può ancora avere un ruolo sulla scena internazionale, ma non per inerzia né per
semplice evocazione del proprio passato. Deve piuttosto riconoscere che il
contesto in cui era riuscita a esercitare influenza – un ordine multilaterale
relativamente stabile, fondato su regole condivise e sulla progressiva
integrazione economica – è profondamente mutato. In questo nuovo scenario
l’Europa rischia l’irrilevanza non tanto per mancanza di risorse, quanto per
l’assenza di una visione politica comune e di strumenti adeguati a sostenerla.
Il primo passo è dunque politico: superare l’illusione che la forza normativa e
l’attrattività del proprio modello siano sufficienti in un mondo sempre più
strutturato intorno a rapporti di potenza. Questo implica dotarsi di una reale
capacità di decisione comune in materia di politica estera, sicurezza e difesa,
riducendo il peso dei veti nazionali e accettando un maggiore grado di
integrazione sovrana. Senza una credibile capacità di deterrenza e di
proiezione, l’Europa continuerà a essere un attore prevalentemente reattivo. Al
tempo stesso, il ruolo europeo non può essere una semplice imitazione delle
logiche di potenza altrui. La sua specificità potrebbe risiedere nella capacità
di coniugare interessi e valori, pragmatismo e tutela di beni pubblici globali,
a partire dal commercio, dal clima, dalla regolazione tecnologica e dalla
cooperazione allo sviluppo. Ma perché questa ambizione non resti retorica, è
necessario investire in strumenti comuni, parlare con una sola voce e accettare
che l’unità abbia un costo politico immediato: ciò rappresenta l’unica
possibilità di contare nel medio-lungo periodo.
Sicurezza e
difesa, economia e welfare, sfida digitale, crisi demografica, pressioni
migratorie, cambiamento climatico: sono solo alcuni dei dossier sul tavolo del
leader europei. A suo avviso, quali sono le prime e reali urgenze cui porre
mano?
Le urgenze che i
leader europei si trovano ad affrontare non sono compartimenti stagni, ma
elementi interconnessi di una stessa crisi strutturale. La sicurezza esterna e
interna, la sostenibilità dei sistemi di welfare, la competizione economica e
tecnologica, la transizione ecologica, la crisi demografica e la gestione dei
flussi migratori si alimentano reciprocamente e non possono essere affrontate
efficacemente a livello puramente nazionale. La prima urgenza è riconoscere
questa interdipendenza e tradurla in politiche comuni stabili, non
emergenziali. In particolare, sicurezza e difesa non possono più essere pensate
come un ambito separato dalle politiche industriali, tecnologiche ed
energetiche. Investire in autonomia strategica significa rafforzare la capacità
produttiva europea, ridurre dipendenze critiche, sostenere l’innovazione e
proteggere la coesione sociale.
Si possono dunque
immaginare risposte comuni a problemi comuni?
Risposte comuni a
problemi comuni sono non solo possibili, ma necessarie. Tuttavia, richiedono un
salto di qualità nella solidarietà interna e nella condivisione dei costi e dei
benefici dell’integrazione. Questo vale in modo particolare per la gestione delle
migrazioni e per le politiche sociali, dove l’assenza di soluzioni europee
alimenta tensioni interne e narrazioni nazionaliste. Senza un rafforzamento del
pilastro sociale dell’Unione, il progetto europeo rischia di perdere
legittimità proprio mentre avrebbe più bisogno di consenso. In questa linea si
muove il “Codice per una nuova Europa” recentemente formulato da un gruppo di
120 studiosi ed esperti e presentato a settembre 2025 nel Monastero di
Camaldoli. Il Codice propone che un gruppo di Stati aprano una fase costituente
per la creazione di un’autentica federazione. Non è possibile, infatti, oggi
pensare a un governo federale che raccolga fin da subito tutti i 27 paesi della
Ue. D’altra parte, la formazione di un nucleo federale fra alcuni Paesi non è
in contraddizione con la partecipazione all’attuale Unione europea e
agevolerebbe il necessario allargamento della stessa Ue ad altri Paesi (Ucraina
in primis). La federazione stessa sarebbe nucleo attrattore, aperto alla
collaborazione con tutti e all’inclusione di quanti vorranno aderirvi.
Non ultimo: è
possibile “pescare” nel patrimonio culturale e spirituale dell’Europa elementi
utili – e valori condivisi – per decifrare questa nostra epoca e magari
individuare possibili “vie d’uscita”?
Attingere al
patrimonio culturale e spirituale dell’Europa non significa rifugiarsi in una
nostalgia identitaria né rivendicare una presunta superiorità morale. Significa
piuttosto recuperare alcune categorie di pensiero che storicamente hanno
consentito al continente di affrontare crisi profonde: il valore del limite, la
centralità e inviolabilità della persona umana, l’importanza del dialogo e
della partecipazione, l’idea che il potere debba essere sottoposto a regole e
che il conflitto possa essere istituzionalizzato anziché assolutizzato. In
un’epoca segnata dalla brutalizzazione del linguaggio politico e dalla
riduzione della complessità a slogan, questa tradizione può offrire strumenti
critici preziosi. L’idea di pluralismo, l’importanza della ricerca della verità
attraverso il dialogo e il confronto di esperienze diverse, la tensione – mai
completamente risolta – tra libertà e giustizia sociale sono elementi che
possono ancora orientare l’azione politica e impedire derive autoritarie
presentate come inevitabili. Le “vie d’uscita” non risiedono quindi in un
ritorno al passato, ma nella capacità di reinterpretare questo patrimonio per
metterlo a servizio di un progetto di convivenza e di civiltà. Un’Europa che
sappia riconoscere la propria fragilità, senza rinunciare ai propri principi
fondamentali, potrebbe offrire non un modello da imporre, ma uno spazio
politico in cui potenza e responsabilità tornino a essere tenute insieme. È una
scommessa difficile, ma probabilmente l’unica coerente con la storia e con le
ambizioni dichiarate del progetto europeo. Sir 29
Referendum: si vota il 22 e 23 marzo
La data del
referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati, l’atteso
provvedimento sui caregiver familiari, il disegno di legge delega per la
riforma del sistema sanitario. Il Consiglio dei ministri ha deliberato su
questi temi. Di Stefano De Martis
La data del
referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati, l’atteso
provvedimento sui caregiver familiari, il disegno di legge delega per la
riforma del sistema sanitario. Il Consiglio dei ministri ha deliberato su
questi temi, ma bisognerà attendere ancora per una valutazione puntuale e
approfondita. Anche sulla notizia più circoscritta, infatti, bisogna infatti
usare il condizionale: il governo ha fissato per il 22 e 23 marzo la data del
referendum costituzionale, contando i termini dal via libera della Cassazione
alla consultazione richiesta dai parlamentari, ma è ancora in corso la raccolta
di firme a livello popolare e i promotori chiedono che si rispetti la prassi di
attendere il compimento di tutti i termini relativi. La norma intorno a cui si
discute è l’articolo 15 della legge 352 del 1970, secondo cui il referendum va
indetto entro 60 giorni dalla comunicazione dell’ordinanza dell’Ufficio
centrale per il referendum presso la Cassazione, che ha ammesso le richieste
referendarie. La stessa norma prevede che il referendum si svolga in una
domenica compresa tra il cinquantesimo e il settantesimo giorno successivo
all’emanazione del decreto di indizione. Ci sarà dunque una battaglia di
ricorsi.
Per quanto
riguarda i caregiver, si tratta di un disegno di legge che quindi dovrà essere
approvato dal Parlamento prima di produrre degli effetti. Peraltro avrà una
corsia preferenziale e dovrebbe godere di un ampio consenso trasversale. Il
punto più importante del ddl – un aspetto che potrebbe non a torto essere
definito “storico” – è il riconoscimento pubblico del ruolo di questa figura,
cioè di chi si prende cura di un familiare in condizioni gravi e di non
autosufficienza (la stima è di circa 7 milioni di persone). Vengono individuati
quattro profili a tutele differenziate a cominciare dal “caregiver familiare
convivente e prevalente che sta 24 ore su 24 con la persona assistita”. Al
riconoscimento del ruolo, secondo le procedure previste, sono connessi diritti
e benefici importanti. Ma resta molto debole la parte economica: il contributo
massimo è di 400 euro mensili esentasse erogati ogni 3 mesi con Isee entro
15mila euro ed è riservato solo al ruolo più impegnativo con almeno 91 ore
settimanali (13 ore al giorno).
Le risorse sono un
problema al momento irrisolto anche per il disegno di legge che delega il
governo a riformare il sistema sanitario. Il testo parla infatti di “neutralità
finanziaria” e quindi se non ci saranno stanziamenti ad hoc bisognerà
provvedere con l’esistente. Oltre a questa incognita tutt’altro che
irrilevante, c’è da considerare che in quando ddl delega il testo indica
soltanto le coordinate della riforma, mentre l’attuazione sarà affidata di
norma a una serie di decreti legislativi. Approvata la delega dal Parlamento,
il governo avrà tempo fino al 31 dicembre per emanare i provvedimenti
attuativi. Secondo il comunicato di Palazzo Chigi, “la delega individua, tra i
principi e criteri direttivi, il potenziamento dell’integrazione tra ospedale e
territorio, l’aggiornamento della classificazione delle strutture ospedaliere,
l’introduzione di nuove reti assistenziali tempo-dipendenti e specialistiche,
l’aggiornamento del dimensionamento delle unità operative complesse in
relazione al bacino di utenza, la promozione dell’appropriatezza dell’offerta
ospedaliera anche attraverso la definizione di standard minimi per le attività
di ricovero, articolati per area di attività e per ambito territoriale di
riferimento, definiti ed implementati in coerenza con la disciplina in materia
di ospedale di comunità, il riconoscimento del valore delle buone pratiche
clinico-assistenziali e organizzative, il miglioramento dell’assistenza alle
persone non autosufficienti e a quelle affette da patologie croniche complesse,
il rafforzamento dell’integrazione socio-sanitaria e la valorizzazione del
ruolo della medicina generale e dei pediatri di libera scelta”. Sir 13
Referendum sulla giustizia. Cosa devono sapere gli italiani all’estero
La data ora è
ufficiale. Con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del 14 gennaio, il
referendum costituzionale confermativo sulla riforma della giustizia entra nel
vivo. Gli italiani, in patria e fuori dai confini nazionali, saranno chiamati a
votare domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026 su un tema che tocca l’assetto stesso
dell’ordinamento giudiziario e l’istituzione della Corte disciplinare
Per chi vive
all’estero, però, il calendario corre un po’ più veloce. E conviene fare
attenzione alle scadenze, perché alcune finestre si chiudono in fretta.
Come già avviene
per le elezioni politiche, anche per il referendum gli iscritti all’AIRE
voteranno in linea generale per corrispondenza. Il plico elettorale arriverà
direttamente a casa, all’indirizzo registrato presso il Consolato. Un dettaglio
tutt’altro che secondario: chi ha cambiato residenza o non ha aggiornato i
propri dati rischia semplicemente di non ricevere nulla. La Farnesina lo
ricorda con chiarezza, invitando a controllare subito la propria posizione
anagrafica, meglio ancora tramite il portale Fast It.
C’è poi
l’alternativa, prevista dalla legge: votare in Italia. Una scelta che va
comunicata per iscritto al proprio Consolato entro dieci giorni dall’indizione
ufficiale del referendum. In pratica, entro il 24 gennaio. Non oltre. Chi
decide di rientrare per esprimere il voto lo farà nel Comune italiano di
iscrizione elettorale e riceverà la consueta cartolina-avviso dal Comune
stesso.
La comunicazione
al Consolato non richiede formalismi complicati. Va bene anche una semplice
lettera, purché contenga nome e cognome, data e luogo di nascita, indirizzo di
residenza e firma, accompagnata da una copia del documento d’identità. Si può
inviare per email, anche PEC, per posta oppure consegnare a mano. I moduli
ufficiali saranno comunque disponibili sui siti delle Ambasciate e dei
Consolati.
Attenzione a un
altro aspetto spesso sottovalutato: la scelta di votare in Italia vale solo per
questo referendum. E può essere revocata, sempre entro il 24 gennaio, con una
comunicazione scritta inviata al Consolato con le stesse modalità.
Chi pensa di
tornare in Italia per votare deve però mettere in conto un elemento poco
popolare ma chiarissimo nella normativa: non è previsto alcun rimborso per le
spese di viaggio. Sono previste soltanto agevolazioni tariffarie all’interno
del territorio italiano.
Il quadro
normativo di riferimento è quello della legge 459 del 2001, che tutela il
diritto di voto dei cittadini italiani residenti o temporaneamente all’estero.
Un diritto, appunto, che resta tale solo se esercitato con attenzione e nei
tempi giusti. Perché i plichi elettorali, per legge, partono quasi un mese
prima del voto in Italia. E una comunicazione arrivata in ritardo, specie se
spedita per posta, semplicemente non viene presa in considerazione.
Per dubbi,
chiarimenti o casi particolari, la strada resta una: contattare il proprio
Ufficio consolare di riferimento. Meglio farlo ora, senza aspettare l’ultimo
momento. Marzo, in fondo, non è poi così lontano.
Voto per
corrispondenza
Chi può: cittadini
italiani iscritti all’AIRE.
Come funziona: il
plico elettorale arriva all’indirizzo registrato al Consolato.
Aggiorna subito
l’indirizzo se hai cambiato residenza, meglio tramite Fast It.
Scadenza
fondamentale: i plichi devono partire quasi un mese prima del voto. Indirizzi
non aggiornati = rischio di non ricevere il plico.
Alternativa: puoi
scegliere di votare in Italia (vedi sotto), comunicandolo entro il 24 gennaio
2026.
Votare in Italia
Come fare: invia
una comunicazione scritta al Consolato.
Cosa indicare:
nome, cognome, data e luogo di nascita, indirizzo di residenza, firma, copia
documento identità.
Modalità invio:
email, PEC, posta o consegna a mano. Moduli disponibili online sui siti dei
Consolati o del MAECI.
Scadenza: entro il
24 gennaio 2026. Dopo non è più possibile.
Cambio idea:
revoca possibile entro la stessa data, con le stesse modalità.
Cartolina dal
Comune: se scegli l’Italia, il tuo Comune invierà l’avviso con il seggio.
Viaggio: nessun
rimborso per spese di viaggio; solo agevolazioni tariffarie interne.
Promemoria rapido
Controlla subito i
tuoi dati anagrafici e indirizzo presso il Consolato.
Scadenza opzione
Italia: 24 gennaio 2026.
Per dubbi:
rivolgiti al tuo Consolato di riferimento. LLD, CdI 17
Forum Italia-Germania. Circa duemila imprese italiane in Germania
ROMA – Si è aperto
oggi Roma, presso l’hotel Parco dei Principi, il Forum imprenditoriale tra
Italia e Germania. Il Forum si prefigge di sostenere le imprese italiane e
prevede panel settoriali dedicati all’industria avanzata (con focus su
automotive, siderurgia e farmaceutica), alle infrastrutture e alla
connettività, all’energia, alla difesa, alla sicurezza e all’aerospazio, di
come accrescere la competitività delle industrie italiane e tedesche,
fortemente integrate. Il business forum sarà completato anche da incontri B2B.
L’incontro, moderato dalla giornalista del “Sole 24 Ore” Isabella Bufacchi, è
stato introdotto dall’intervento del Ministro degli Esteri Antonio Tajani. Il
Ministro ha in primo luogo sottolineato come Italia e Germania rappresentino al
momento le due realtà industriali più importanti dell’UE, sottolineando la
centralità di una politica industriale che sappia favorire anche la politica
commerciale per dare maggior sbocco alle attività produttive. Tajani ha poi
precisato come, anche per queste motivazioni Italia e Germania, abbiano visto
favorevolmente l’accordo tra UE e Mercosur: si tratta di un’intesa che, secondo
il Ministro, varrà 14 miliardi in più per l’export italiano. Tajani ha anche
evidenziato come con la Germania vi sia unità di visione su questi aspetti e
sull’agenda europea. “Questa è la prova del positivo stato di salute dei
rapporti tra Italia e Germania”, ha precisato il Ministro annunciando la firma
di un’intesa congiunta proprio con la Germania sulle politiche comunitarie e su
alcuni settori strategici per la competitività: “un vero e proprio manifesto
per rilanciare il mercato unico”, ha precisato Tajani parlando dell’obiettivo
dei 700 miliardi di export italiano entro fine legislatura. Il Ministro
ha poi definito la Germania come Paese chiave per la promozione della
strategia della crescita in quanto mercato di destinazione proprio del nostro
export: nel 2025 l’interscambio bilaterale tra i due Paesi è stato di oltre 146
miliardi con una crescita del 2%. Attualmente ci sono circa duemila imprese
italiane in Germania. “Siamo anche pronti a ricevere più imprenditori tedeschi
nel nostro Paese”, ha precisato Tajani. Il Ministro ha poi parlato
dell’importanza dell’internazionalizzazione, uno strumento, che va nella direzione
opposta rispetto alla delocalizzazione, e che si trova la centro della
crescita. Tajani si è poi soffermato della necessità di avere una visione
comune europea anche sul fronte della difesa, delle politiche migratorie e del
contrasto ai cambiamenti climatici. “Quando si fissano regole inapplicabili
però esse tarpano le ali a industria e agricoltura: non ce lo possiamo
permettere”, ha aggiunto il Ministro riferendosi ad alcune normative che erano
state adottate a livello comunitario sulla questione climatica. Secondo Tajani
è fondamentale anche risolvere la questione del costo dell’energia, per poter
competere meglio a livello globale e proteggere le proprie filiere. “Il nuovo
pacchetto automotive della Commissione Europea va nella direzione giusta, ma
non è sufficiente e resta ancora molto da fare”, ha poi sottolineato il
Ministro auspicando un salto di qualità anche nel settore delle infrastrutture
su scala continentale. In tal senso ha quindi menzionato anche il corridoio
IMEC che sarà importante come porta europea verso l’Indo-Pacifico e l’Oriente.
Tajani ha inoltre auspicato una politica industriale europea più incisiva nel
settore farmaceutico, nonché una politica di difesa comune orientata al
mantenimento della pace. In questo senso il Ministro ha ribadito l’importanza
di rinforzare il pilastro europeo all’interno della Nato. In ultimo ha
ricordato due personalità storiche che hanno rappresentato le fondamenta della
moderna Europa: un italiano e un tedesco, De Gasperi e Adenauer. “Sono i padri
dell’Europa e della collaborazione tra Italia e Germania”, ha concluso Tajani.
Ha poi preso la parola il Ministro dell’Economia tedesco, Katherina
Reiche, che ha sottolineato, a sua volta, l’importanza della collaborazione tra
i due Paesi, soprattutto in un anno nel quale ricorrono i 75 anni delle
relazioni diplomatiche tra Italia e Germania. “Questo forum è espressione di
queste relazioni”, ha precisato Reiche esprimendo soddisfazione per la
partecipazione e l’interesse verso questo momento d’incontro. Il Ministro tedesco
ha inoltre ricordato un altro anniversario che riguarda il viaggio italiano di
Goethe che, nel 1786, cominciò la sua esperienza di due anni nel nostro Paese.
Lo stesso già menzionato Adenauer si è recato spesso in Italia. “Adenauer aveva
una visione che non poteva essere più attuale”, ha rilevato Reiche parlando di
una partnership che, oggi più che mai, si consolida fra i due Paesi sotto
l’aspetto economico ma anche culturale. Il Ministro tedesco ha rimarcato a sua
volta come i due Paesi siano le due maggiori potenze industriali e livello
continentale, evidenziando anche il ruolo delle piccole e medie imprese. Reiche
ha anche espresso la consapevolezza come, nello scenario globale attuale, la
stessa Europa abbia bisogno di coltivare nuove partnership; in tal senso ha
espresso apprezzamento per l’accordo raggiunto tra Ue e il Mercosur e auspicato
che si possano stabilire relazioni più forti anche con il Sudest asiatico. A
seguire è intervenuto il Ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo
Urso, che ha ricordato come Italia e Germania siano due delle principali
potenze industriali europee. “Condividete lo stesso bacino industriale”, ha
rilevato Urso rivolgendosi alla platea tedesca presente in sala, sottolineando
che se per l’Italia la Germania è il primo Paese di destinazione per l’export,
al contrario la Germania rappresenta il primo Paese in entrata da noi per
turisti. “Abbiamo gli stessi interessi”, ha aggiunto Urso auspicando a sua
volta che l’accordo UE-Mercosur possa essere operativo quanto prima. Urso ha
indicato nel 2026 un anno fondamentale per le grandi riforme economiche e
industriali dell’Europa, menzionando quanto emerso nello stesso vertice di
Davos su questi temi, in funzione di un’autonomia strategica europea. Urso ha
poi sottolineato l’importanza degli incentivi per lo sviluppo tecnologico, al
fine di contrastare la concorrenza altrui e sostenere il comparto industriale
interno con l’obiettivo di competere ad armi pari in contesti globali. E’ stata
poi la volta del Ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul, ha spiegato
l’importanza di promuovere, in un abito di responsabilità comune, stabilità e
un orientamento congiunto. “Ci appoggiamo su una grande tradizione di
relazioni”, ha aggiunto Wadephul che, a sua volta, ha ricordato la celebrazione
dei 75 anni delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi. “L’Europa non è
un’idea astratta ma una necessità”, ha evidenziato il Ministro degli Esteri
tedesco facendo eco ad un pensiero che era anche di Adenauer. “Il fatto che le
imprese italiane e tedesche collaborino in questo modo ci rende più forti”, ha
sottolineato Wadephul. (Inform/dip 23)
Italia-Germania e il patto che ridisegna il futuro dell’Europa
L'asse
Roma-Berlino punta alla competitività industriale con un manifesto per il
mercato unico europeo
Mentre i venti di
instabilità soffiano sui confini globali, Roma e Berlino scelgono di blindare
il cuore del continente con un’alleanza che va ben oltre la diplomazia formale.
Il 23 gennaio 2026, la cornice di Villa Doria Pamphilj è stata il teatro di un
evento storico: la firma di un Piano d’Azione bilaterale di 32 pagine tra la
presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il cancelliere tedesco Friedrich
Merz.
Un accordo
definito “senza precedenti”, volto a trasformare il rapporto tra le due potenze
in un motore di sovranità, sicurezza e competitività per l’intera Unione
europea. “Italia e Germania sono più vicine che mai”, ha dichiarato Merz,
sottolineando una “speciale sintonia di valori e interessi” in una nuova era di
grandi potenze.
Difesa, l’asse
europeo nella Nato
Il cuore
strategico del vertice è stato l’“Accordo sulla cooperazione potenziata in
materia di sicurezza, difesa e resilienza”. Questo protocollo impegna le due
nazioni a rafforzare il pilastro europeo all’interno della Nato, mirando a
colmare le lacune capacitive attraverso una deterrenza credibile. Per rendere
operativo questo impegno, è stato istituito un meccanismo di consultazione
annuale “2+2” che coinvolgerà i ministri degli Esteri e della Difesa.
Sul piano
industriale, la collaborazione mira a creare campioni europei come l’iniziativa
“Bromo” nel settore spaziale, sviluppata da Leonardo, Airbus e Thales. La
cooperazione coprirà progetti massicci: dai sistemi di artiglieria
Panzerhaubitze 2000 alle munizioni Vulcano, passando per l’aeromobile militare
Eurofighter, l’Eurodrone, gli elicotteri NH-90, i caccia F-35 e i sottomarini
classe 212. Resta incrollabile il sostegno all’Ucraina, a cui Roma e Berlino
promettono “robuste garanzie di sicurezza” e supporto continuo tramite il
Meccanismo di Tallinn, l’iniziativa internazionale avviata nel 2023 dai partner
di Kiev per coordinare lo sviluppo della difesa cibernetica del Paese.
Competitività e
industria: un manifesto per l’Ue
Con un
interscambio che ha sfiorato i 153 miliardi di euro nel 2024 e investimenti
incrociati per oltre i 100 miliardi, Italia e Germania si confermano i motori
produttivi d’Europa. Durante il vertice è stato adottato un documento congiunto
sulla competitività da trasmettere alla Commissione europea, un vero
“manifesto” per rilanciare il mercato unico. Tra le proposte più innovative
figura il “28esimo regime” di diritto societario europeo, volto a superare la
frammentazione normativa e favorire la mobilità dei talenti.
La premier Meloni
ha espresso parole nette sulla transizione ecologica, affermando che essa “ha
finito per mettere in ginocchio le nostre industrie” e invocando il coraggio di
“correggere gli errori” per evitare il declino industriale del continente. Il ministro
delle Imprese Adolfo Urso ha inoltre annunciato un’intesa per connettere il
Fondo Strategico per il Made in Italy con il fondo tedesco per le materie prime
critiche, per sottrarre il controllo dei prezzi al monopolio di nazioni come la
Cina.
Sicurezza
energetica e la nuova frontiera dell’Artico
Il settore
energetico vede le due nazioni protagoniste del “SoutH2 Corridor”, il corridoio
meridionale dell’idrogeno che collegherà l’Italia e la Germania alle risorse
del Nord Africa e della regione Mena che comprende anche il Medio Oriente. Il
ministro italiano dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin e l’omologa ministra
tedesca Reiche hanno discusso il ruolo del gas e del nucleare di nuova
generazione nel processo di decarbonizzazione, ribadendo un approccio basato
sulla neutralità tecnologica.
Un segnale forte è
arrivato anche sulla sicurezza dell’Artico: l’Europa ha parlato con “una sola
voce” di solidarietà verso Danimarca e Groenlandia contro le interferenze
esterne, con Merz che ha elogiato la nuova strategia italiana per l’Artico.
Migrazione e
Africa: la sinergia con il Piano Mattei
In linea con il
nuovo Patto Ue su Migrazione e Asilo, il Piano d’Azione promuove un approccio
globale che unisce la protezione delle frontiere esterne a partnership con i
Paesi di origine. È stata annunciata una massima sinergia tra il “Piano Mattei”
italiano e le iniziative tedesche in Africa, con il lancio di progetti comuni
nel Sahel e nella regione del Lago Ciad.
Il “Processo di
Roma” rimane il quadro di riferimento per combattere il traffico di esseri
umani e promuovere canali legali.
Le 7 intese
bilaterali e il legame culturale
Oltre ai grandi
dossier politici, il vertice ha prodotto lo scambio di sette accordi specifici
che toccano la vita dei cittadini e delle imprese:
1. Premio
letterario “Mazzucchetti-Gschwend”: per incentivare le traduzioni di opere tra
le due lingue.
2. “Goethe
Cultural Route in Italy”: un itinerario contemporaneo e digitale sui passi del
viaggio di Goethe nel 1786.
3. Innovazione e
Start-up: collaborazione tra ecosistemi di ricerca tra Invitalia e i partner
tedeschi.
4. Materie prime
critiche: coordinamento tra i fondi strategici nazionali.
5. Settore delle
alghe: cooperazione per lo sviluppo sostenibile di questa industria emergente.
6. Ricerca e
istruzione: intesa per rafforzare la collaborazione accademica.
7. Trasporto
combinato: per potenziare l’intermodalità e la sostenibilità logistica.
Il vertice si è
concluso con un richiamo ai padri fondatori dell’Ue. Il ministro italiano degli
Esteri Antonio Tajani ha citato De Gasperi e Adenauer, ricordando che l’unità
europea, un tempo sogno di pochi, è oggi una “necessità per tutti”. E con
questa intesa, i due Paesi hanno designato la roadmap politica che sarà
monitorata da vertici intergovernativi regolari per un’Europa sovrana e
competitiva. Adnkronos 23
Italia-Germania: a Roma il vertice Meloni - Merz
Roma. "Oggi
abbiamo deciso di rafforzare la cooperazione tra Italia e Germania dove
ciascuno porterà il suo valore aggiunto. Italia e Germania oggi sono più vicine
che mai. Ci sono le condizioni per ottenere ottimi risultati”. Ad affermarlo è
stata la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, a margine del vertice
intergovernativo Italia-Germania che l’ha vista accogliere, oggi pomeriggio a
Villa Doria Pamphilii, il Cancelliere tedesco Friedrich Merz e la sua
delegazione ministeriale.
Il vertice di
oggi, ha ricordato Meloni, è stato il “secondo in poco più di due anni”, dopo
quello di Berlino del novembre 2023. Un appuntamento che “apre anno un
significativo per i nostri rapporti bilaterali”, visto che nel 2026 sarà
celebrato anche il 75° anniversario della ripresa delle relazioni diplomatiche
tra Roma e Berlino.
Il vertice, ha
aggiunto Meloni, cade in una “congiuntura storica molto complessa che impone
all’Europa di scegliere se vuole esser protagonista del proprio destino o
subirlo”.
In questa
situazione, per Meloni bisogna avere “lucidità, responsabilità, coraggio e
l’intelligenza che serve per trasformare le crisi in opportunità”.
Italia e Germania
“hanno una responsabilità particolare, per storia, peso, leadership”. Si
tratta, ha aggiunto, di “due grandi Nazioni europee, fondatrici dell’Ue” oltre
che “le due maggiori produttrici manifatturiere d’Europa” i cui sistemi
economici sono “interconnessi”.
L’Europa ha
bisogno di “un deciso cambio di passo in materia di competitività”, ha detto la
Premier, prima di ribadire le sue critiche alla politica verse dell’Europa.
Italia e Germania
oggi hanno “rafforzato il loro partenariato lavorando su sfide cruciali per il
nostro tempo”.
Tra queste la
politica dei dazi. “Ci difenderemo con tutti gli strumenti possibili”, ha
affermato il cancelliere tedesco. “Siamo in grado di convocare il Consiglio
europeo straordinario e l’azione dimostrata in questa settimana è la
dimostrazione di quello che possiamo fare”, ha aggiunto riferendosi al passo
indietro del Presidente Usa.
Quanto a Trump,
Meloni ha confermato che “la nostra volontà di cooperazione con gli Usa rimane
salda, Italia e Germania sono tra le nazioni che in Europa intrattengono con
gli Usa relazioni privilegiate, date anche dal fatto che nei loro Paesi ci sono
basi americane, e possono aiutare in questo rapporto, particolarmente se
lavorano insieme anche grazie a un approccio pragmatico e non istintivo” alle
relazioni con gli Stati Uniti.
A margine del
vertice sono stati firmati diversi accordi bilaterali e un accordo di
cooperazione rafforzata in materia di sicurezza, difesa e resilienza.
In quest’ultimo
documento si stabilisce l’impegno a “coordinare una risposta congiunta alle
minacce alla sicurezza euro-atlantica” e “rafforzare il pilastro europeo della
Nato per rafforzare ulteriormente la posizione di deterrenza e difesa della
Nato”. Roma e Berlino riaffermano poi l’impegno pieno a “rafforzare la
deterrenza e la difesa della Nato e a promuovere la prontezza difensiva
dell’Ue” e, al tempo stesso, “l’importanza fondamentale di un forte legame
transatlantico tra Europa e Stati Uniti, basato su valori comuni e interessi
condivisi”.
Difesa, sicurezza
e resilienza, ha detto Meloni, sono "ambiti nei quali l’Italia e la
Germania possono contare su realtà industriali di assoluta eccellenza, che
generano un altissimo valore aggiunto. Vogliamo rafforzare la nostra
cooperazione su questa materia, riteniamo che i nostri sistemi produttivi
possano dare un contributo significativo alla costruzione di quel solido
pilastro europeo dell’alleanza atlantica, che per tanti anni abbiamo invocato
senza mai realmente fare dei passi avanti, ed agire di conseguenza. A questo
fine ho anche comunicato al Cancelliere Merz la decisione italiana di aderire
all’accordo multilaterale, che già esiste tra Germania, Francia, Spagna e Gran
Bretagna, sull’esportazione di armamenti".
Richiamato
l'incontro dei Ministri degli esteri e della difesa, svolto oggi alla
Farnesina, la Premier ha confermato che anche "sui principali dossier
internazionali, a partire dall’Ucraina e dal Medio Oriente" tra Italia e
Germania c'è "forte sintonia". "Continueremo a fare la nostra
parte sia per arrivare a una pace giusta e duratura in Ucraina, sia per
costruire un quadro stabile di sicurezza e di prosperità in Medio
Oriente", ha aggiunto.
Al centro del
vertice anche "la valorizzazione della nostra cooperazione su molti altri
fronti" tra cui quelli "delle interconnessioni energetiche, delle
interconnessioni economiche e infrastrutturali che sono sempre più decisive per
quest’epoca".
"Il lavoro
che abbiamo fatto e che abbiamo ancora da fare è molto ampio, ma nella giornata
di oggi non solo Italia e Germania confermano il loro partenariato, ma decidono
di rafforzarlo a ogni livello lavorando fianco a fianco su sfide che sono cruciali
per il nostro tempo. In queste ore ho letto alcuni commenti, qualche
osservatore diceva che il ‘26 sarà “l’anno di Italia e Germania”. Io non so
dire se questa previsione corrisponde alla realtà. Quello che posso dire - ha
concluso - è che intendiamo mettercela tutta, che intendiamo assolutamente fare
la nostra parte per consolidare un’amicizia che è strategica non solo per le
nostre Nazioni, ma che è strategica per l’Europa intera". (aise/dip 23)
Dall’Olocausto
alle guerre di oggi: ricordare non basta, serve vigilare contro l’odio e
l’indifferenza
C’è una parola che
torna ogni anno, il 27 gennaio, e che rischia di scivolare via come una formula
rituale: Memoria. La Giornata della Memoria non dovrebbe essere un appuntamento
di calendario, ma un esercizio scomodo, vivo, quotidiano. Perché ricordare l’Olocausto
non significa soltanto guardare indietro, ma avere il coraggio di guardare
dentro il nostro presente.
L’Olocausto non è
nato all’improvviso. Non è stato solo il prodotto di un regime o di una guerra.
È stato preparato lentamente, con parole avvelenate, con la disumanizzazione
dell’altro, con l’indifferenza trasformata in normalità. Prima dei campi di sterminio
ci sono stati gli sguardi che si voltavano altrove, le battute accettate,
l’odio tollerato perché “non ci riguarda”.
Ed è qui che la
Memoria ci interroga oggi.
Viviamo in un
tempo in cui l’odio torna a circolare con inquietante facilità. Lo vediamo
nelle guerre che devastano intere popolazioni, nei civili trasformati in
bersagli, nei bambini che crescono sotto le bombe. Lo vediamo nel linguaggio
pubblico sempre più aggressivo, nella polarizzazione, nel bisogno di trovare un
nemico per sentirsi dalla parte giusta. Lo vediamo nell’intolleranza verso chi
è diverso per origine, religione, orientamento, idee. Lo vediamo anche nelle
nostre comunità, nelle nostre città europee, nei social, nei commenti che
feriscono più delle armi perché preparano il terreno alla violenza.
La Memoria
dell’Olocausto non serve se resta confinata nei musei o nelle cerimonie
ufficiali. Serve solo se ci costringe a porci domande scomode:
quando oggi
accettiamo l’odio senza reagire, da che parte stiamo?
quando riduciamo
una persona a un’etichetta, non stiamo ripetendo un meccanismo già visto?
quando
giustifichiamo la violenza “perché è lontana da noi”, cosa stiamo insegnando ai
nostri figli?
Ricordare
significa anche riconoscere che nessuna società è immune. Che la democrazia non
è garantita per sempre. Che i diritti possono essere erosi poco alla volta,
senza rumore. E che l’intolleranza non nasce solo nei grandi eventi storici, ma
nei piccoli gesti quotidiani: nel rifiuto dell’ascolto, nel disprezzo
dell’altro, nel cinismo che ci fa dire “è sempre stato così”.
Per chi vive fuori
dall’Italia, come molti lettori del Corriere d’Italia, la Memoria assume un
significato ancora più profondo. Vivere tra culture diverse è una ricchezza, ma
anche una responsabilità. Significa scegliere ogni giorno se costruire ponti o alzare
muri. Se difendere la dignità umana anche quando non conviene. Se ricordare che
l’Europa, nata dalle macerie della Shoah, ha senso solo se resta fedele ai suoi
valori di pace, pluralismo e rispetto.
La Giornata della
Memoria non ci chiede di essere perfetti. Ci chiede di essere vigili. Di non
abituarci all’odio. Di non considerare normale ciò che normale non è. Di avere
il coraggio, quando serve, di dire “no”, anche a voce bassa, anche da soli.
Perché la Memoria
non è solo un dovere verso il passato.
È una
responsabilità verso il presente.
Ed è, soprattutto,
una promessa verso il futuro.
Morti nei campi di
concentramento e di sterminio nazisti
Durante la Seconda
Guerra Mondiale, i campi di concentramento e di sterminio nazisti furono teatro
di una tragedia senza precedenti. Milioni di persone furono deportate,
sfruttate come forza lavoro o assassinate sistematicamente in base alla loro
origine, religione, appartenenza politica o condizioni fisiche. I numeri che
seguono aiutano a comprendere l’immane portata di questa catastrofe umana,
ricordando che dietro ogni cifra ci sono vite spezzate, famiglie distrutte e
storie personali che non possono essere dimenticate.
1. Ebrei – circa 6
milioni – Provenienza principale: Polonia, Unione Sovietica, Ungheria,
Germania, Romania, Cecoslovacchia, Paesi Bassi, Francia, altri.
2. Polacchi non
ebrei – circa 1,8–2 milioni – Vittime della politica di sterminio dei civili e
deportazioni nei campi di concentramento.
3. Sovietici –
circa 2,5–3 milioni – Principalmente prigionieri di guerra catturati sul fronte
orientale. Molti morirono nei campi di prigionia o di lavoro forzato.
4. Rom e Sinti
(Zingari) – circa 220.000–500.000 – Tra deportazioni, fame e esperimenti medici
nei campi.
5. Persone con
disabilità fisiche o mentali – circa 200.000–250.000 – Vittime del programma di
eugenetica “Aktion T4” e dei campi.
6. Oppositori
politici, partigiani, altre religioni – circa 100.000–150.000 – Deportati per
motivi politici o religiosi, molti nei campi di lavoro forzato.
7. Altri gruppi
(omosessuali, prigionieri comuni, cittadini di varie nazionalità) – Deportati
principalmente in Germania o Polonia, con tassi di mortalità elevati.
I numeri riportati
non sono precisi al singolo: molti registri sono incompleti o distrutti, e le
stime possono variare leggermente tra gli storici.
Totale stimato:
circa 11–12 milioni di morti, di cui circa 6 milioni erano ebrei.
I campi principali
dove avvenivano stermini di massa erano Auschwitz-Birkenau, Treblinka, Sobibor,
Majdanek, Belzec, Dachau, Bergen-Belsen, Mauthausen, e molti altri. Licia Linardi, CdI 27
Forum imprenditoriale Italia-Germania, gli interventi conclusivi di Meloni
e del Cancelliere Merz
Roma. Con gli
interventi del Il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e del Cancelliere
della Repubblica Federale di Germania, Friedrich Merz si è concluso a Roma il
Forum imprenditoriale Italia-Germania. “Questo Business Forum – ha esordito il
Premier Meloni – segna il momento conclusivo di una giornata che io penso
rappresenti l’inizio di una stagione nuova nei rapporti tra Italia e Germania.
Questo vertice intergovernativo infatti non è stato pensato semplicemente per
fare il punto sullo stato delle nostre relazioni bilaterali, ma è stato pensato
soprattutto con l’obiettivo di interrogarci su come Italia e Germania,
lavorando insieme, possano dare alle loro relazioni e all’Europa nel suo
complesso la spinta che serve per tornare a guardare con fiducia a un futuro di
stabilità, di crescita, di benessere. Quelli che ci siamo dati, – ha proseguito
il Presidente del Consiglio – sono obiettivi molto ambiziosi. La Germania, lo
sapete meglio di me, è il primo partner commerciale dell’Italia. Le nostre
nazioni condividono una relazione economica talmente solida e profonda che
sarebbe quasi riduttivo definirla speciale. Parliamo di una interconnessione
che di fatto ha plasmato i nostri tessuti industriali, che ha forgiato catene
del valore complementari e integrate, all’interno delle quali si collocano
peraltro circuiti di subfornitura. Sono i numeri a restituire la forza di
questo legame. Nel 2024 il nostro interscambio ha superato i 150 miliardi di
euro. Nei primi nove mesi del 2025 le esportazioni italiane verso la Germania
sono cresciute del 2,9%, le importazioni sono cresciute a loro volta dell’1,6%.
Oggi oltre 2.000 imprese italiane operano stabilmente in Germania, generando un
fatturato complessivo che ha quasi raggiunto i 90 miliardi di euro e dando
chiaramente lavoro a decine di migliaia di persone. Si tratta quindi di un
partenariato economico e produttivo che è strategico, ovviamente non solamente
per le nostre economie, ma, per l’intera Europa”. “Se Italia e Germania
collaborano, se le due principali economie manifatturiere d’Europa trovano
sempre maggiori punti di contatto e lavorano su una piattaforma comune di
azione, possono raggiungere – ha poi rilevato Meloni – risultati estremamente
significativi per le nostre imprese, per i nostri lavoratori, per i nostri
cittadini. Noi dobbiamo essere pienamente coscienti di questo ruolo,
soprattutto in una fase tanto complessa dello scenario globale, dove
l’incertezza diventa sostanzialmente sistema e dove la velocità delle
trasformazioni, non solamente economiche e produttive, ci impone una
straordinaria capacità di adattamento e di reazione”. Il Premier ha poi
sottolineato la necessità che Italia e Germania debbano assumersi la
responsabilità di promuovere sui temi strategici un cambio di passo dell’Unione
europea per tracciare nuove prospettive di azione. Meloni ha anche rilevato
come Italia e Germania insieme abbiano ottenuto in Europa risultati importati:
“una maggiore flessibilità e il superamento del tutto elettrico per auto
e furgoni al 2035, l’affermazione del principio di neutralità tecnologica,
l’apertura ai biocarburanti e ai carburanti sintetici, oltre che all’idrogeno”
. “Penso che ci sia un elemento fondamentale in comune nella produzione delle
nostre due nazioni, – ha aggiunto Meloni dopo aver segnalato l’importanza del
prossimo vertice informale sulla competitività del 12 febbraio a Bruxelles – ed
è la qualità riconosciuta dei nostri prodotti. Made in Germany e Made in Italy
sono marchi che significano prodotti di alta qualità. Se volessimo seguire dei
cliché semplificati, si direbbe che il prodotto tedesco è garanzia di
affidabilità e di solidità, il prodotto italiano è garanzia di attenzione ai
dettagli, di creatività, di bellezza. Possono sembrare semplificazioni, ma non
lo sono, perché il punto è che la forza della nostra produzione industriale, in
un contesto globalizzato non può che essere la riconoscibilità del marchio come
garanzia di alta qualità. E su questo Italia e Germania sono un modello per
l’intero continente europeo”. Meloni ha inoltre segnalato come nel
documento sottoscritto insieme al Cancelliere Merz si auspichi la
semplificazione e la cancellazione di norme europee inutili e controproducenti,
il rafforzamento del mercato unico europeo, il rilancio dell’industria europea
e la costruzione di una politica commerciale ambiziosa. “Italia e
Germania – ha poi sottolineato il Premier – possono dare un contributo decisivo
alla costruzione di un solido pilastro dell’Alleanza Atlantica che sappia
dialogare con il pilastro nordamericano da pari a pari, in un’ottica di
complementarietà strategica. È anche questo un obiettivo alla nostra portata, è
certamente un obiettivo che intendiamo perseguire, perché da qui passa un pezzo
importante della nostra autorevolezza, della nostra sovranità, della nostra
autonomia e del ruolo che l’Europa può giocare sullo scenario globale.
L’accordo sulla cooperazione in materia di sicurezza e difesa – ha inoltre
spiegato Meloni – che oggi abbiamo firmato con il Cancelliere tedesco,
riafferma questo obiettivo strategico, punta a valorizzare le eccellenze che le
nostre realtà industriali sono in grado di sviluppare nei diversi domini, dalla
cantieristica fino allo spazio. La competitività – ha aggiunto – è per noi la
priorità assoluta, perché senza un’industria forte non può esserci coesione
sociale, non è possibile garantire la sicurezza dei nostri cittadini”.
Nel suo intervento
il Cancelliere tedesco Merz ha ricordato i 75 anni di rapporti diplomatici tra
Italia e Germania e ha sottolineato il positivo andamento delle relazioni fra i
due Paesi che sul contesto generale si trovano su posizioni convergenti. Il Cancelliere,
dopo aver segnalato la capacità di reazione mostrata dall’Unione europea
rispetto alla recente sfida dei dazi Usa, ha rilevato come Italia e Germania, i
due maggiori paesi industriali dell’Ue, siano concordi sulla necessità di
aumentare la propria capacità difensiva in risposta alle minacce alla sicurezza
sia di natura militare che ibrida. “Abbiamo sottoscritto – ha ricordato in
proposito Merz – un accordo bilaterale italo – tedesco sulla sicurezza e la
difesa. Entrambi i governi partono dal presupposto che al centro del
nostro impegno vi sia la competitività economica” . Una competitività che, per
il Cancelliere, dovrà basarsi sull’innovazione al fine di riconquistare la
leadership tecnologica. Nuove tecnologie che, anche nel settore dell’Automotive,
permetteranno di proteggere il clima senza perdere competitività. Merz si
è anche soffermato sull’alto costo dell’energia e della necessità di lavorare
per approdare ad un approvvigionamento energetico tecnologicamente neutrale,
sostenibile e competitivo, anche attraverso l’intensificazione della
cooperazione energetica. Sempre per quanto riguarda il potenziamento della
competitività europea il Cancelliere ha sottolineato l’esigenza di semplificare
la burocrazia europea, ad esempio attraverso la soppressione di norme superate,
e di potenziare e utilizzare al meglio il mercato unico dell’Ue. Merz, dopo
aver posto in evidenza che non si possono attendere 25 anni per la ratifica di
un accordo come quello tra Unione europea e Mercosur, ha rilevato l’importanza
che un’Unione europea sempre più coesa si apra sempre di più verso nuovi e
grandi mercati, come ad esempio quello indiano, che in questo momento di crisi
internazionale guadano con interesse all’Ue. (Inform/dip 23)
Referendum giustizia 2026: cosa si vota il 22 e 23 marzo
Il 22 e 23 marzo
2026 gli italiani saranno chiamati a esprimersi su una riforma che tocca uno
dei pilastri dello Stato: la giustizia. Si tratta del referendum costituzionale
sulla cosiddetta separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri,
un tema tecnico solo in apparenza, ma dalle conseguenze politiche e
istituzionali profonde.
Per chi vive
all’estero, e voterà per corrispondenza, orientarsi non è semplice. Per questo
è utile andare oltre gli slogan e capire che cosa prevede davvero la riforma,
che cosa significa votare SÌ o NO e quali scenari si aprirebbero dopo il voto.
Quello di marzo
non è un referendum abrogativo, ma un referendum costituzionale confermativo,
previsto dall’articolo 138 della Costituzione. I cittadini non sono chiamati a
cancellare una legge, ma a dire se una riforma costituzionale già approvata dal
Parlamento debba entrare in vigore oppure no.
Il passaggio
referendario è scattato perché il testo non ha raggiunto la maggioranza dei due
terzi in entrambe le Camere. In questi casi, la Costituzione affida la
decisione finale agli elettori.
C’è un elemento da
tenere bene a mente: non esiste quorum. Qualunque sia l’affluenza, il risultato
sarà valido. Vince semplicemente chi ottiene più voti.
La scheda
elettorale chiederà:
«Approvate il
testo della legge costituzionale concernente “Norme in materia di ordinamento
giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”, approvato dal
Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025?»
Votare SÌ
significa confermare la riforma e permetterne l’entrata in vigore.
Votare NO
significa respingerla e mantenere l’attuale assetto costituzionale.
Non è possibile
scegliere singole parti del testo: il voto riguarda l’intero impianto della
riforma.
Il cuore della
riforma è la separazione costituzionale delle carriere. Giudici e pubblici
ministeri resterebbero parte di un ordine autonomo e indipendente, ma
seguirebbero percorsi distinti, con due Consigli superiori della magistratura:
uno per i giudici e uno per i PM. Il Presidente della Repubblica continuerebbe
a presiederli entrambi, mantenendo un ruolo di garanzia.
La riforma, però,
non cambia le regole dei processi, non modifica i codici e non promette di
rendere la giustizia più veloce. Non tocca nemmeno l’equilibrio tra accusa e
difesa nel processo penale.
Va inoltre
ricordato che il passaggio da una funzione all’altra è già oggi quasi
inesistente: riguarda meno dello 0,5 per cento dei magistrati. Il dibattito,
quindi, è soprattutto di principio e di assetto istituzionale.
Il punto che
divide di più è il nuovo sistema di composizione dei Csm, basato in larga parte
sul sorteggio
Una quota dei
membri “laici” verrebbe estratta da elenchi di professori e avvocati
predisposti dal Parlamento; la maggioranza dei membri togati sarebbe invece
sorteggiata tra i magistrati, secondo criteri di anzianità e professionalità.
L’obiettivo dichiarato è ridurre il peso delle correnti e delle logiche
associative.
Per i sostenitori,
è un modo per scardinare equilibri consolidati. Per i critici, il rischio è
introdurre casualità, ridurre la rappresentanza interna e aumentare
indirettamente l’influenza della politica.
Infine, la riforma
istituisce anche una Alta Corte disciplinare, che sottrarrebbe ai Csm il potere
di giudicare i magistrati sotto il profilo disciplinare. L’organo avrebbe rango
costituzionale e sarebbe composto da magistrati e giuristi esterni.
Anche in questo
caso, molti dettagli sono rinviati a leggi ordinarie future. Un aspetto che per
alcuni è un punto di forza, per altri una fonte di incertezza.
Uno degli aspetti
più rilevanti del referendum costituzionale sulla giustizia è che il confronto
non si sviluppa solo lungo linee politiche tradizionali, ma attraversa il mondo
giuridico, accademico e istituzionale. Le ragioni del SÌ e del NO riflettono due
diverse visioni del ruolo della magistratura, del suo autogoverno e
dell’equilibrio tra poteri dello Stato. Approfondirle aiuta a comprendere
perché questo referendum non sia né scontato né riducibile a uno scontro
ideologico.
Le ragioni del SÌ:
chiarezza dei ruoli e riforma dell’autogoverno
Chi sostiene il SÌ
parte da un presupposto centrale: giudicare e accusare sono funzioni diverse,
che richiedono ruoli, responsabilità e percorsi distinti. Secondo questa
impostazione, mantenere giudici e pubblici ministeri all’interno della stessa
carriera e dello stesso sistema di autogoverno rischia di offuscare la
percezione di imparzialità del giudice, soprattutto nel processo penale.
1. Rafforzare la
terzietà del giudice
Il primo argomento
a favore della riforma riguarda la terzietà del giudice. Pur essendo già
garantita sul piano giuridico, i sostenitori del SÌ ritengono che essa debba
essere rafforzata anche sul piano simbolico e ordinamentale. La separazione
delle carriere renderebbe più evidente che il giudice non appartiene allo
stesso percorso professionale di chi esercita l’azione penale, rafforzando la
fiducia dei cittadini nel processo.
2. Chiarezza
organizzativa senza toccare l’autonomia
Un punto spesso
sottolineato è che la riforma non mette in discussione l’autonomia e
l’indipendenza della magistratura, che restano sancite dalla Costituzione. La
separazione riguarda l’organizzazione interna, non il rapporto con gli altri
poteri dello Stato. I due nuovi Consigli superiori sarebbero visti come
strumenti di maggiore coerenza funzionale: ciascuna carriera gestirebbe se
stessa, evitando interferenze e sovrapposizioni.
3. Superare il
correntismo con il sorteggio
Un’altra ragione
forte del SÌ è la critica al funzionamento attuale del Csm. Secondo i
favorevoli alla riforma, il sistema elettivo ha favorito nel tempo un
correntismo strutturato, con effetti negativi sulla gestione delle nomine e
delle carriere. Il sorteggio viene presentato come un rimedio per spezzare
equilibri consolidati, ridurre il peso delle appartenenze associative e
favorire decisioni più neutrali.
4. Separare
governo delle carriere e disciplina
L’istituzione
dell’Alta Corte disciplinare è vista come un passo avanti in termini di
garanzia e imparzialità. Affidare il giudizio disciplinare a un organo distinto
rispetto ai Consigli superiori eviterebbe commistioni tra valutazioni di
carriera e responsabilità disciplinari. Per i sostenitori del SÌ, questa
separazione rafforza la credibilità complessiva del sistema.
In sintesi, il SÌ
esprime la convinzione che la riforma renda la giustizia più chiara nei ruoli e
più trasparente nei meccanismi di autogoverno, senza compromettere
l’indipendenza della magistratura.
Le ragioni del NO:
unità della magistratura e timori sistemici
Chi si oppone alla
riforma muove da una lettura diversa della Costituzione e del ruolo della
magistratura. Il NO non nega l’esistenza di criticità, ma ritiene che la
soluzione proposta rischi di produrre effetti collaterali rilevanti.
1. Difendere
l’unità dell’ordine giudiziario
Il primo argomento
del NO riguarda l’unità della magistratura. Secondo i contrari, giudici e
pubblici ministeri fanno parte di un unico ordine proprio per garantire una
cultura comune della giurisdizione e dell’indipendenza. La separazione delle
carriere, pur mantenendo formalmente l’autonomia, potrebbe introdurre una
frammentazione interna che indebolisce il sistema nel suo complesso.
2. Il ruolo del
Pubblico Ministero
Un punto
particolarmente sensibile riguarda la posizione del Pubblico Ministero. I
critici temono che una carriera requirente completamente separata possa, nel
tempo, risultare più esposta a pressioni esterne, soprattutto se venisse meno
il legame ordinamentale con la funzione giudicante. In questa prospettiva,
l’assetto attuale è visto come una garanzia aggiuntiva per l’indipendenza di
chi esercita l’azione penale.
3. Critiche al
sorteggio
Il sorteggio è
forse l’elemento più contestato. Secondo i sostenitori del NO, ridurre la
componente elettiva significa limitare la rappresentanza democratica interna
della magistratura. Il rischio non sarebbe solo quello di selezionare
componenti meno preparati, ma anche di introdurre un sistema in cui la
responsabilità delle decisioni risulta più difficile da attribuire. Per i
critici, il correntismo andrebbe contrastato con correttivi mirati, non con un
cambiamento così radicale.
4. Troppe deleghe
alle leggi ordinarie
Un’ulteriore
preoccupazione riguarda i numerosi rinvii a future leggi ordinarie. Secondo il
fronte del NO, questo aspetto rende la riforma incompleta e potenzialmente
rischiosa, perché lascia al legislatore ordinario ampi margini di intervento su
nodi delicati, come la composizione degli organi e le procedure disciplinari.
Il timore è che, nel tempo, possano essere introdotte modifiche lesive
dell’equilibrio costituzionale.
In sintesi, il NO
esprime la preferenza per il modello attuale, ritenuto ancora capace di
garantire autonomia e indipendenza, pur riconoscendo la necessità di
miglioramenti.
In pratica, se
vince il SÌ, la riforma entrerà in vigore, ma serviranno tempo e leggi
specifiche per far funzionare le nuove strutture, come i due Consigli separati
e l’Alta Corte disciplinare. Se invece prevarrà il NO, tutto resterà com’è: il
Parlamento potrà solo fare piccoli aggiustamenti, ma non potrà modificare
l’assetto costituzionale della magistratura.
Questo referendum
non riguarda partiti o governi, né è una risposta ai problemi quotidiani dei
tribunali. È una scelta sul modello di autogoverno della magistratura e
sull’equilibrio tra i poteri dello Stato.
Capire le ragioni
del SÌ e del NO è il primo passo per un voto consapevole. Perché, questa volta,
a decidere non saranno i numeri del quorum, ma solo la volontà espressa nelle
urne. Licia Linardi, CdI 20
Solo il Congresso può arginare Trump
Il Minnesota si è
imposto come epicentro di una crisi che va ben oltre i confini dello stato e
che riguarda direttamente gli equilibri costituzionali degli Stati Uniti. Nel
giro di due settimane, due cittadini americani – Renée Good e Alex Pretti –
sono stati uccisi da membri federali dell’Agenzia per le Dogane e
l’Immigrazione, l’ormai famigerata Ice (Immigration and Customs Enforcement).
In entrambi i casi, video divenuti virali hanno smentito la versione iniziale
dell’Amministrazione, secondo cui gli agenti avrebbero agito per legittima
difesa. La risposta della Casa Bianca è stata di difesa a spada tratta di Ice e
attacco frontale a oppositori politici e critici. Trump non farà quindi marcia
indietro, ma il Congresso può arginarlo.
L’unica difesa è
l’attacco
Dopo l’uccisione
di Pretti, Trump ha dichiarato al Wall Street Journal che avrebbe “esaminato
attentamente” la situazione. Ma più significativi di queste parole di cautela
sono stati, ancora una volta, gli strali via social contro il governatore
(Democratico) del Minnesota Tim Walz, il sindaco di Minneapolis Jacob Frey
(pure Dem) e più in generale contro tutti i Democratici, indicati come
responsabili del caos e della violenza per aver ostacolato i rastrellamenti di
Ice. È una reazione coerente con lo stile politico del presidente, che non
ammette mai responsabilità proprie e individua sistematicamente negli avversari
il capro espiatorio di ogni crisi. Tuttavia, ridurre quanto accade in Minnesota
a una polemica partigiana sarebbe un errore: ciò che emerge è qualcosa di più
profondo e inquietante.
Sotto la guida
politica della Casa Bianca e, in particolare, del vicecapo di gabinetto Stephen
Miller, Ice si è trasformata di fatto in una milizia presidenziale con tratti
para-militari: agenti a volto coperto e privi di insegne identificative,
pretese di giurisdizione praticamente illimitata, scarsa o nulla cooperazione
con le autorità locali e un senso di impunità rafforzato da una retorica
ufficiale che parla apertamente di immunità.
Le dichiarazioni
di Miller, che ha associato le proteste anti-Ice a “terrorismo” e
“insurrezione”, sostenuto che qualunque ostacolo all’operato dell’agenzia debba
essere considerato un reato e preteso che Ice goda di immunità, sono
rivelatrici di questa visione. Il bilancio monstre di 75 miliardi di dollari
assegnato a Ice dal Big Beautiful Bill Act approvato dai Repubblicani a luglio
– una cifra grosso modo pari al bilancio della difesa di un Paese come la
Francia – dà la misura delle ambizioni dell’Amministrazione.
In questo quadro,
l’idea che Trump possa accettare indagini che mettano realmente in discussione
l’operato di Ice non è credibile. La militarizzazione del contrasto
all’immigrazione non è soltanto una bandiera ideologica per galvanizzare la
base elettorale di destra. È diventata uno strumento centrale di una più ampia
campagna politica contro gli stati e le municipalità a guida democratica e, al
tempo stesso, un mezzo di accentramento dell’autorità presidenziale.
Non a caso la
mancata collaborazione con Ice è il pretesto usato da Trump per schierare – o
promettere di farlo – la Guardia Nazionale in città democratiche come Los
Angeles, Portland, Chicago e Minneapolis e sospendere trasferimenti federali
per miliardi di dollari a quattordici stati governati dai Democratici (l’unica
eccezione è il Vermont, dove il governatore è Repubblicano ma i Democratici
hanno un’ampia maggioranza parlamentare).
I blocchi
temporanei imposti dai tribunali ad alcune di queste misure non saranno
sufficienti ad allentare la pressione dell’esecutivo. I casi Good e Pretti,
così come il rifiuto del Dipartimento di Giustizia di indagare sugli agenti
coinvolti e la scelta di rivolgere invece l’attenzione investigativa contro le
vittime, i loro familiari e le autorità locali, confermano che
l’Amministrazione non ha alcun interesse a porre limiti all’azione di Ice.
L’eventualità che il presidente, come ha più volte dichiarato, possa invocare
l’Insurrection Act del 1807 e schierare truppe federali per sedare “rivolte” o
“insurrezioni” è tutt’altro che remota.
Diga bipartisan o
cedimento partigiano
La strada per
arginare questa deriva passa per il Congresso. Democratici e Repubblicani alla
Camera avevano faticosamente raggiunto un’intesa per rifinanziare il governo
federale per il 2026 ed evitare un nuovo shutdown dopo quello lunghissimo
dell’autunno scorso. Ma al Senato i Democratici hanno bloccato l’approvazione
del bilancio in assenza di cambiamenti sostanziali al sistema di regole che
disciplina l’operato di Ice. È una mossa rischiosa, ma politicamente e
istituzionalmente coerente con la posta in gioco.
Le riforme devono
ricondurre Ice entro normali standard democratici: agenti a volto scoperto e
con segni di riconoscimento visibili; uso sistematico di videocamere operative
(dashcam) per documentare la condotta degli agenti; obbligo di comunicare le
ragioni del fermo e dell’arresto; divieto di metodi inutilmente brutali e,
anzi, obbligo di evitare escalation; cooperazione con le autorità locali.
Necessaria è anche una revisione profonda delle prassi di assunzione,
addestramento e schieramento degli agenti. Molte delle violenze documentate
sembrano infatti derivare da impreparazione e incompetenza, oltre che da un
clima politico che incoraggia l’uso della violenza. A ciò devono accompagnarsi
inchieste indipendenti sui casi Good e Pretti, con il coinvolgimento dell’Fbi
in collaborazione con le autorità di Minneapolis.
I Democratici, da
soli, possono forzare un nuovo shutdown. Ma per approvare riforme incisive è
necessario il sostegno di almeno una parte di Repubblicani, la cui maggioranza
è risicata alla Camera (218 a 213) e solo un po’ più ampia al Senato (53 a 47).
Finora il Partito Repubblicano al Congresso è stato largamente supino di fronte
alle prevaricazioni dell’Amministrazione. Tuttavia, una serie di fattori può
incrinarne la compatta subordinazione al presidente: le sconfitte elettorali di
fine 2025 a New York, Miami, Virginia e New Jersey; lo scontro di Trump col
presidente della Fed Jay Powell; la crescente insofferenza della popolazione
per l’elevato costo della vita; i metodi arbitrari e brutali di Ice e la
retorica iper-aggressiva di figure come Miller; il limitato entusiasmo per una
politica estera interventista; e, sullo sfondo, il sopito, ma mai del tutto
superato, caso Epstein.
Un treno chiamato
ultima occasione
La crisi in
Minnesota offre ai Repubblicani un’occasione rara. Possono scegliere di
continuare a sostenere senza riserve le prevaricazioni presidenziali,
assumendosene la responsabilità politica, oppure possono usare il Congresso per
ristabilire gli equilibri costituzionali, rilanciare le proprie chance in vista
delle elezioni di mid-term – dove i Democratici sono largamente favoriti alla
Camera e hanno qualche possibilità anche al Senato – e recuperare, almeno in
parte, le loro credenziali democratiche.
I prossimi giorni
saranno decisivi. In gioco non c’è solo il rifinanziamento del governo federale
o il destino di Ice, ma l’equilibrio tra Amministrazione e Congresso, tra il
presidente e il suo partito, tra l’argine democratico e una deriva illiberale sempre
meno dissimulata negli Stati Uniti. In questo passaggio, solo il Congresso può
davvero arginare Trump. Riccardo Alcaro, AffInt 27
In economia,
almeno da noi, non è facile fare delle previsioni serie. Il 2026 è iniziato con
un costo della vita almeno maggiore del + 0,9 % rispetto all’anno precedente.
Sempre che non si “aggiornino” ancora certe gabelle. IVA per prima.
Eppure c’è ancora
qualcosa che non c’è chiaro. Oltre agli aumenti “evidenti”, potrebbero
“lievitare” anche le imposte indirette che contribuirebbero a falcidiare i
nostri redditi da lavoro o da pensione in una Penisola la cui salute è messa a
dura prova. Non mancheranno altri sacrifici. I sacrifici, invece, non
contribuiranno al rilancio produttivo. Adesso non è più pensabile ridare
fiducia all’economia nazionale perseverando nei tagli oggettivamente variegati.
Quando si è imboccata una strada come quella
che stiamo percorrendo, ogni “sterzata” potrebbe essere peggiore del successivo
“sbandamento”. Manca, ancora, una politica di militanza verso le classi meno
abbienti che sono la maggioranza del Popolo italiano. La ripresa del Bel Paese
dipende da troppe variabili; anche a livello internazionale. Essere in UE è una
responsabilità che sarebbe saggio non sottovalutare. Perché l’economia degli
Stati membri non riuscirà mai a essere compensata solo da interventi della
Banca Centrale che chiederebbe, poi, un conto difficilmente sostenibile.
L’Italia ha fame e non solo di giustizia.
Purtroppo, anche il mutamento delle strategie politiche è una realtà alla quale
abbiamo dovuto adeguarci. Ora c’è aria di “crisi”. Non ci sentiamo, però, di
fare previsioni. Ma i fatti sono questi. Essere superficiali significherebbe
mostrarsi sconsiderati. Quest’anno resterà, comunque, di complessa evoluzione.
Il superamento reale della crisi, anche internazionale, potrà avvenire solo col
tempo. Lo scriviamo sicuri che non sia solo una nostra sensazione.
Giorgio Brignola,
de.it.press
Così i decreti flussi “producono” migranti irregolari
Le denunce degli
ultimi mesi – tra cui quella del Centro studi Idos dello scorso ottobre anche
su dati della campagna “Ero straniero” – sono diventate l’oggetto di una bella
inchiesta firmata da Leonardo Passeri su l’Espresso di questa settimana. Con
una coralità di voci e dati, il settimanale fa emergere il ritratto di una
gestione dei flussi di lavoratori stranieri sempre più distante dalla realtà
che pretende di governare. I numeri ufficiali parlano di programmazione e
apertura: 452mila ingressi previsti nel triennio 2023-2025 e altri 497mila per
il periodo 2026-2028. Ma dietro le cifre si nasconde un sistema che funziona a
singhiozzo e produce soprattutto precarietà, attese infinite e irregolarità non
volute.
Secondo i dati
raccolti da “Ero straniero”, il tasso di successo – cioè la percentuale di
persone che riescono effettivamente a entrare in Italia e a completare l’intero
iter – è stato appena del 13 per cento nel 2023 e addirittura del 7,8 per cento
nel 2024. Un fallimento strutturale che non dipende dalla mancanza di domanda
di lavoro, ma da una procedura farraginosa in cui ogni passaggio si trasforma
in un potenziale punto di blocco.
Il nodo più
critico è il rilascio dei visti di ingresso per motivi di lavoro da parte delle
ambasciate italiane all’estero. Come spiega Francesco Mason dell’Asgi,
l’accesso ai servizi consolari è spesso filtrato da sistemi di prenotazione
gestiti da soggetti privati, privi di adeguati controlli pubblici. Un collo di
bottiglia che paralizza migliaia di progetti migratori prima ancora che possano
iniziare. E anche per chi riesce a entrare in Italia, il percorso è tutt’altro
che concluso. Occorre presentarsi in prefettura per sottoscrivere il contratto
di soggiorno insieme al datore di lavoro, che spesso risulta irreperibile. Se
l’iter non si chiude, il lavoratore diventa irregolare sul territorio, pur non
avendo alcuna responsabilità nei vizi della procedura. Resta così senza
garanzie occupazionali e senza tutele.
È su questo punto
che l’analisi di Idos assume un rilievo centrale. Come sottolinea a l’Espresso
Ginevra Demaio, nel 2023 sono stati rilasciati appena 179 permessi temporanei
per attesa occupazione, a fronte di migliaia di potenziali lavoratrici e lavoratori
stranieri colpiti dalla disfunzione burocratica. Un dato che fotografa
l’assenza quasi totale di strumenti di salvaguardia per chi rimane intrappolato
nei meccanismi amministrativi, pur avendo seguito le regole. Come racconta
Gennaro Santoro dell’associazione Antigone, capita che lavoratori in regola
restino per anni in attesa di un appuntamento in prefettura. Trascorso il
termine massimo, nonostante stipendi pagati e contributi versati, scivolano
nell’irregolarità.
Una distorsione
che, secondo Luca Di Sciullo, presidente di Idos, non viene corretta neppure
dagli interventi più recenti del governo. «Persino il nuovo decreto flussi del
1° dicembre 2025», osserva, «vara solo leggeri correttivi formali che non
sfiorano neanche la gravità sostanziale del problema e mantengono di fatto un
meccanismo che favorisce immigrazione irregolare, lavoro nero, sfruttamento,
evasione ed economia sommersa». Una denuncia che ribalta la narrazione
ufficiale: non è l’assenza di regole a produrre irregolarità, ma il loro
cattivo funzionamento. idos 23
“Trump vuole il controllo dell’emisfero occidentale”
L’arresto di
Maduro non rappresenta un vero rovesciamento di regime, bensì un cambio forzato
al vertice privo di una spinta popolare interna. Secondo il direttore della
Nato defense college Foundation (Ndcf), l’intervento americano non corrisponde
a necessità economiche, energetiche e di sicurezza – di M. Elisabetta Gramolini
L’arresto di
Maduro in Venezuela non rappresenta un vero rovesciamento di regime, bensì un
cambio forzato al vertice privo di una spinta popolare interna. Secondo
Alessandro Politi, direttore della Nato defense college Foundation (Ndcf),
l’intervento americano non corrisponde a necessità economiche, energetiche e di
sicurezza: il petrolio venezuelano è stato sempre consegnato puntualmente agli
Usa e, riguardo al narcotraffico, ci sono rischi ben più rilevanti in Messico.
Infatti ieri Trump ha menzionato il Paese attribuendo ai cartelli la
responsabilità di 200-300.000 morti annui (nel 2024 le morti da overdose
accertate erano 80.000) e ventilando attacchi terrestri.
Il fulcro della
strategia di Donald Trump risiede in una riedizione moderna della dottrina
Monroe, volta a stabilire un controllo indiscutibile sull’emisfero occidentale.
Questa visione trasforma il Venezuela e la Groenlandia in tasselli di una sfera
d’influenza, dove gli Stati Uniti operano per eliminare ogni presenza di
esterna, ricalcando le dinamiche delle sfere d’influenza, tipiche della guerra
fredda.
L’approccio però
segna una profonda rottura, portando la tensione persino all’interno della rete
di alleanze storiche. Le minacce indirette verso la Danimarca per la questione
della Groenlandia, presentano una questione seria all’interno della Nato e pongono
l’Europa di fronte alla necessità di valutare concretamente la sua politica di
sicurezza e difesa comune. In poche parole, ci troviamo in una fase di
transizione pericolosa, simile al periodo tra le due guerre mondiali, che
sancisce definitivamente la fine dell’ordine globale così come lo abbiamo
conosciuto.
Direttore,
l’arresto di Maduro in Venezuela va letto come un rovesciamento del regime?
C’è stato un
cambio di guida, non di regime. Il regime non vede nessun tipo di movimento
popolare di rivolta e le dichiarazioni di Trump per ora hanno isolato Maria
Corina Machado, il cui proclama non è stato quello di una persona che si sta
preparando ad assumere la guida di un Paese.
Delcy Rodríguez,
presidente ad interim, dovrebbe preparare il terreno per un governo favorevole
a Trump specie per gli scambi commerciali fra i due Paesi?
Sì, Rodríguez è
ben nota a Washington, ma è un curioso modo di correlare fini e mezzi. Maduro
ha sempre venduto il petrolio agli Stati Uniti e, con Petrocaribe, il Venezuela
ha fornito in passato una piccola quota di petrolio a condizioni agevolate a 18
Paesi dell’America Latina e dei Caraibi.
Il petrolio
venezuelano tuttavia non è essenziale né per il bilancio energetico Usa, né per
quello cinese, per quanto Pechino sia al momento il maggior importatore. È
abbastanza sorprendente che, per avere delle risorse, già fornite peraltro,
fosse necessario montare un’operazione di polizia internazionale, secondo la
definizione Usa.
Cos’è allora che
interessa a Trump?
L’unica
spiegazione concreta, affermata anche nella strategia di sicurezza nazionale, è
il controllo dell’emisfero Ovest, quindi il famoso corollario della dottrina
Monroe. Nel 1823 era una dottrina difensiva per evitare che altre potenze
europee possano mettere in pericolo la sicurezza degli Stati Uniti
nell’emisfero, ben sapendo che allora gli Stati Uniti erano totalmente incapaci
di farla rispettare. Man mano che gli Stati Uniti sono diventati una potenza,
la capacità d’intervento e deterrenza nell’America Latina si è avverata, con 41
interventi in totale. Trump è in linea di continuità, con la differenza che in
passato c’era una tolleranza per i regimi che non erano ideologicamente
allineati al capitalismo.
Non è nemmeno una
manovra per fermare il traffico di droga?
Intanto, lo stesso
tribunale, che sta giudicando Maduro, ha lasciato perdere l’accusa che fosse il
capo del Cartello dei Soli, di cui si parlava gergalmente negli anni ’90 e che
prendeva il nome dal simbolo sulle mostrine degli alti ufficiali che lo componevano.
Anche i collegamenti con la mafia del Tren de Aragua sono inconsistenti, per
non parlare del fatto che il gruppo non fa grandi spedizioni di coca. Poi, se
si dovesse seguire questo tipo di logica, Trump potrebbe mettere sotto
pressione massima il Messico e non aver perdonato e liberato Juan Orlando
Hernández, ex presidente honduregno, condannato nel 2024 per traffici di armi,
droga e riciclaggio. Infine, il Venezuela è un Paese di transito, come altri, e
poco rilevante per gli Usa.
L’unica ragione
concreta è di tipo ideologico che lo porta a voler avere una sfera di influenza
indiscussa e indiscutibile nell’emisfero occidentale.
L’Unione Sovietica
lo faceva correntemente nel Patto di Varsavia e anche gli Stati Uniti durante
la guerra fredda proprio in America Latina.
In campagna
elettorale, Donald Trump al popolo Maga aveva fatto credere che gli Stati Uniti
avrebbero abbracciato un periodo isolazionista.
L’isolazionismo
americano, almeno nelle dichiarazioni, è sicuramente cambiato anche nella
strategia di sicurezza nazionale. Quando affermano che non vogliano lasciare la
Nato è perché non vogliono abbandonare un’importante rendita di posizione.
Anche le forti
dichiarazioni che riguardano l’annessione della Groenlandia rientrano nella
strategia?
Sì: la Groenlandia
ne è considerata parte. Gli Stati Uniti hanno comunque una base, mantenuta
senza problemi, come anche tutte le altre 14 anche durante tutta la guerra
fredda. Se ci fosse stata una minaccia, gli Usa avrebbero potuto aumentare le
basi e la presenza militare, ma non è stato fatto. In realtà la Russia non
minaccia la Groenlandia e nemmeno la Cina. Quando il segretario di Stato, Marco
Rubio, dice che nessun presidente esclude l’uso della forza è vero, anche se in
passato si trattava di Paesi terzi.
Rubio sa bene che
la Danimarca è un Paese alleato.
Si può
naturalmente pensare ad una tattica di comunicazione aggressiva che alterna il
poliziotto cattivo con quello buono, che invece offre di acquistare il
territorio o comunque un accordo. Tuttavia nessuno ignora che le dichiarazioni
possano avere effetti controproducenti, specie se si pensa che Kopenhagen è
nella Nato e nell’Unione europea, dunque interessata dagli articoli 4 e 5 del
Trattato atlantico e dall’articolo 42, comma 7 del trattato dell’Unione europea
(ancor più stringente). Abbiamo la dichiarazione di 10 Paesi europei, quelle
dei tre vertici dell’Ue (von der Leyen, Kallas, Costa), ma non di tutti e
ventisette i membri. Quanto agli approvvigionamenti militari, sinora
giustificati da una futura invasione russa dei Paesi baltici, restano frammentati
come sempre e la coscrizione assente in quasi tutti i Paesi. Parliamo di
questioni assai concrete. Siamo in una situazione simile agli anni ’20 e ’30,
gli anni tra le due guerre, spero che non sia un periodo interbellico tra la
guerra fredda ed una possibile prossima guerra mondiale, perché ci sono
dinamiche estremamente simili. Sir 9
Consiglio europeo: “pieno sostegno a Groenlandia e Danimarca”
“L’Unione europea
e gli Stati Uniti sono da tempo partner e alleati. Abbiamo costruito una
comunità transatlantica forgiata dalla storia, ancorata a valori comuni e
dedita alla prosperità e alla sicurezza dei nostri popoli. Riteniamo che le
relazioni tra partner e alleati debbano essere gestite in modo cordiale e
rispettoso”. È notte a Bruxelles quando Antonio Costa, presidente del Consiglio
europeo, e Ursula von der Leyen, alla guida della Commissione, riferiscono gli
esiti del summit informale svoltosi in serata a Bruxelles. Convocazione urgente
e ultima tappa di una giornata carica di tensioni e di eventi: a Davos Trump
battezza il suo Board of Peace (sorta di anti-Onu che, fra l’altro, pretende di
privatizzare Gaza per farne un resort di lusso), mentre Zelensky attacca
l’Europa (trascurando il fatto che l’Ue ha finora costosamente appoggiato
l’Ucraina nella guerra di difesa dall’aggressione russa). Nel frattempo, da
Bruxelles si lancia lo sguardo verso il primo confronto, che avverrà oggi, fra
rappresentanze di Ucraina, Russia e Stati Uniti: risultati ovviamente incerti.
Una Ue che
rischia, dunque, di essere spiazzata. Costa, davanti ai giornalisti, commenta
il summit (nessuna conclusione scritta): “Europa e Stati Uniti condividono un
interesse comune per la sicurezza della regione artica, in particolare
attraverso la Nato. Anche l’Unione europea svolgerà un ruolo più incisivo in
questa regione”. Nessuna specificazione sull’eventuale accordo Rutte
(segretario generale dell’Alleanza atlantica) con il Presidente Usa, anche
perché Rutte ha agito senza un mandato.
“In questo
contesto, desidero essere molto chiaro: il Regno di Danimarca e la Groenlandia
– sottolinea Costa – godono del pieno sostegno dell’Unione europea. Solo il
Regno di Danimarca e la Groenlandia possono decidere su questioni che li
riguardano”. Quindi: “Ciò riflette il nostro fermo impegno nei confronti dei
principi del diritto internazionale, dell’integrità territoriale e della
sovranità nazionale, che sono essenziali per l’Europa e per la comunità
internazionale nel suo complesso. Questi principi continueranno a guidare la
nostra azione”.
Nel riferire,
questa notte, delle discussioni avutesi durante il summit informale dei
Ventisette a Bruxelles, il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, ha
affermato: “L’annuncio che non ci saranno nuovi dazi statunitensi sull’Europa è
positivo. L’imposizione di dazi aggiuntivi sarebbe stata incompatibile con
l’accordo commerciale Ue-Usa. Il nostro obiettivo deve ora essere quello di
procedere con l’attuazione di tale accordo. L’obiettivo rimane l’effettiva
stabilizzazione delle relazioni commerciali tra Unione europea e Stati Uniti.
Allo stesso tempo, l’Unione europea continuerà a difendere i propri interessi e
difenderà se stessa, i suoi Stati membri, i suoi cittadini e le sue aziende da
qualsiasi forma di coercizione. Ha il potere e gli strumenti per farlo e lo
farà se e quando necessario”. Quindi una necessaria apertura verso Washington:
“Guardando al futuro, rimaniamo pronti a continuare a collaborare in modo
costruttivo con gli Stati Uniti su tutte le questioni di interesse comune,
inclusa la creazione delle condizioni per una pace giusta e duratura in
Ucraina”.
Poi, il tema della
giornata: “Nutriamo seri dubbi su diversi elementi dello statuto del Board of
Peace relativi al suo ambito di applicazione, alla sua governance e alla sua
compatibilità con la Carta delle Nazioni Unite”. Salvo poi affermare: “Siamo
pronti a collaborare con gli Stati Uniti all’attuazione del Piano di pace
globale per Gaza, con un Consiglio per la pace che svolga la sua missione di
amministrazione transitoria, in conformità con la Risoluzione 2803 del
Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite”.
Costa, infine,
torna sui temi di politica interna: “L’Unione europea è impegnata a realizzare
un’agenda ambiziosa per i nostri cittadini: difesa, competitività, costruzione
di un’Europa più autonoma dal punto di vista strategico. Per questo motivo, la
prossima riunione dei leader, il 12 febbraio, sarà un brainstorming strategico
dedicato al rafforzamento del Mercato unico in un nuovo contesto geoeconomico”.
Sir 23
La scadenza del Trattato New START e il rischio di un vuoto strategico
Il 5 febbraio
prossimo scadrà il Trattato strategico New START tra Russia e
Stati Uniti, che stabilisce un limite massimo di 1.550 testate
atomiche e 700 vettori strategici per ciascuno dei due Paesi.
Pochi leader osano affrontare una questione così delicata, che riguarda
la stabilità strategica tra le due maggiori potenze nucleari. Ma se non si
farà nulla, verrà meno l’unico accordo ancora in vigore in campo nucleare tra
le due maggiori potenze, lasciando ad ambedue la libertà di aumentare a
piacimento i propri arsenali strategici, già ampiamente ridondanti.
Bisogna dare
credito a Papa Leone XIV, che nel suo recente discorso agli ambasciatori
accreditati presso la Santa Sede e sulla scia della coraggiosa azione
a favore del disarmo di Papa Francesco, ha interpellato tutti – a
cominciare dai Paesi che detengono arsenali nucleari – a effettuare “uno sforzo
continuo e paziente” a favore della pace, pensando in particolare
“all’importante seguito da dare al Trattato New START in scadenza il prossimo
mese di febbraio”. In Italia, l’Unione degli Scienziati Italiani per il
Disarmo (USPID), in coincidenza con l’incontro internazionale ISODARCO sul
disarmo che si tiene ogni anno a Andalo (TN), ha lanciato un appello al
Parlamento e Governo.
Un rinnovo
difficile tra ostacoli politici e sfiducia reciproca
La questione di un
rinnovo del New START è complicata anzitutto perché, nel
suo articolo 14, il trattato prevede esplicitamente che esso possa essere
prorogato per cinque anni una volta sola, e tale proroga è già avvenuta
nel 2021. Ma non si tratta del solo ostacolo. In realtà né Trump né
Putin amano il New START: il primo, perché l’accordo è stato negoziato e
poi rinnovato dai suoi odiati predecessori Obama e Biden; il
secondo, perché non apprezza le stringenti misure di verifica e ispezioni
previste dall’accordo.
Non a
caso, Putin, più astutamente, ha proposto nel settembre scorso un’intesa
parziale non giuridicamente vincolante sul solo mantenimento degli
attuali tetti previsti per le testate e per i vettori, lasciando però da parte
le importanti disposizioni di verifica e controllo previste dal trattato. Si
tratterebbe, in sostanza, di prorogare quella che è già l’attuale situazione di
fatto, poiché è dai tempi del Covid che i russi non hanno più consentito
le ispezioni americane sui propri arsenali: una situazione mantenuta anche dopo
la fine della pandemia. Per reciprocità, gli americani hanno fatto altrettanto.
Non risulta tuttavia che, sinora, le parti abbiano scavalcato i massimali
previsti dal trattato. Nulla impedirebbe più che ciò avvenisse, se il trattato
dovesse decadere.
Le reazioni di
Washington e il rischio di un vuoto nucleare globale
La proposta
di Putin è stata sostanzialmente ignorata
dall’amministrazione Trump. In un primo momento, la portavoce
della Casa Bianca, Karoline Leavitt, definì “pretty good” (abbastanza
buona) la proposta russa, ma preannunciò anche una risposta più elaborata da
parte del presidente stesso. Dopo mesi, è giunta nei giorni scorsi una risposta
che certo elaborata non è. Nel corso di un’intervista con il New York
Times, Trump si è limitato a sentenziare “If it expires, it expires”.
Ha aggiunto che, se l’intesa verrà meno, sarà sostituta da un accordo
migliore. Trump si era già espresso negli stessi termini all’inizio
del suo primo mandato, otto anni fa, senza ottenere alcun risultato e
rifiutando un rinnovo che allora sarebbe stato consentito. Per salvare il
trattato dal decadimento dovette intervenire in extremis il suo
successore Biden nei primissimi giorni del suo mandato.
Se
il Presidente Usa non cambierà idea nei prossimi giorni, si troverà
con il “cerino in mano”, come colui che ha affossato l’unico residuo
trattato strategico ancora in vigore, senza aver ottenuto un’altra soluzione.
Per la prima volta in 35 anni non vi sarà più alcuna forma di
disciplina degli arsenali delle due maggiori potenze nucleari. Un mondo
più insicuro. Certo non un titolo di merito per chi aspira al Nobel
per la pace. Carlo Trezza, AffInt 26
Cittadinanza e servizi all’estero, via libera dal Senato. Ma le crepe
restano
Settantasei
favorevoli, cinquantacinque contrari. Nessun astenuto. Così, nel pomeriggio del
14 gennaio, l’Aula del Senato ha dato il via libera definitivo al disegno di
legge sulla revisione dei servizi per i cittadini e le imprese all’estero
Numeri netti, che
però non raccontano tutto. Perché il provvedimento, approvato dopo le modifiche
introdotte a Montecitorio, continua a dividere profondamente chi vive – e
rappresenta – l’Italia oltre confine.
A illustrare il
testo in Aula è stato il relatore Roberto Menia (Fratelli d’Italia). Il cuore
della riforma sta soprattutto nell’articolo 1: nasce un nuovo ufficio
dirigenziale generale al Ministero degli Affari esteri, incaricato di gestire
in modo centralizzato le pratiche di ricostruzione della cittadinanza italiana
iure sanguinis. Un cambio di rotta deciso. Finora erano i consolati a
occuparsene, ora il loro ruolo viene ridimensionato: resterà loro soltanto il
compito di accertare il mantenimento della cittadinanza.
Una
centralizzazione che, nelle intenzioni della maggioranza, dovrebbe
razionalizzare e velocizzare. Ma che per l’opposizione rischia di fare l’esatto
contrario.
Gli articoli
successivi intervengono su vari fronti: dall’iter per la legalizzazione delle
firme sugli atti esteri destinati all’Italia (articolo 2), fino alle modifiche
alla legge sull’AIRE del 1988 (articolo 3). Poi passaporti e carte d’identità
valide per l’espatrio, con gli articoli 4 e 5. Un pacchetto ampio, tecnico, che
però incide sulla vita quotidiana di milioni di italiani nel mondo.
Ed è proprio da lì
che arrivano le critiche più dure. Il Partito democratico parla apertamente di
passo indietro. Francesco Giacobbe, senatore dem eletto all’estero, non usa
giri di parole: «Questo provvedimento rischia di riportare indietro nel tempo i
servizi per gli italiani all’estero». Tre, secondo lui, le storture principali.
La prima è la distanza. «Lo Stato si allontana dai suoi cittadini. Nei Paesi
lontani o complessi, i consolati sono spesso l’unico presidio dello Stato
italiano. Centralizzare significa spezzare quel rapporto umano».
Poi la
disuguaglianza. Vivere in Africa, Asia o Oceania diventa, nei fatti, uno
svantaggio. «Alcune norme pesano di più in certi Paesi. Più sei lontano, più
paghi». Infine la contraddizione: si parla di innovazione, ma si introducono
procedure analogiche; si promette semplificazione, ma arrivano tetti numerici
alle domande. «Il rischio – avverte Giacobbe – è la normalizzazione del
ritardo».
Il suo non è,
dice, un “no” ideologico. Piuttosto un avvertimento. «Possiamo ancora
migliorare questa riforma. Altrimenti ai miei pronipoti racconterò che c’era
una volta l’Italia degli italiani nel mondo, sparita in una sola legislatura».
Sulla stessa linea
Francesca La Marca, anche lei eletta all’estero nelle file del Pd. Per la
senatrice il ddl è «obsoleto, anacronistico, privo di lungimiranza». Altro che
politiche per incentivare il rientro: «Si introducono nuovi ostacoli
burocratici che creano solo distacco». In particolare, La Marca contesta la
richiesta di documentazione cartacea. «Una procedura figlia di un altro secolo,
mentre il governo continua a indicare la digitalizzazione come pilastro». Una
scelta che giudica imprudente, considerando l’estensione dei territori
coinvolti e i numeri dell’emigrazione italiana.
C’è poi il nodo
dei consolati. «Strutture già sotto stress – denuncia – che verranno
ulteriormente depotenziante». E torna il tema, mai risolto, dei consoli
onorari: oltre 3.000 uffici che offrono supporto concreto, ma il cui ruolo
continua a non essere riconosciuto pienamente.
Critiche arrivano
anche da Italia Viva. Ivan Scalfarotto, responsabile esteri del partito, parla
di «confusione estrema» da parte del governo sul tema della cittadinanza. «Per
anni l’abbiamo attribuita per discendenza, mentre persone che vivono e lavorano
in Italia, producendo ricchezza, restano fantasmi. Ora si interviene, ma in
modo pasticciato».
Secondo La Marca
uno degli aspetti più gravi è la drastica riduzione della platea di chi potrà
chiedere o riacquistare la cittadinanza. «La maggioranza parla di progresso, ma
fa dieci passi indietro». Emblematico, dice, l’assurdo paradosso: documenti cartacei
inviati al Maeci, risposta via e-mail. Con il risultato di allungare
ulteriormente i tempi e aggravare il lavoro dei consolati.
Non solo. La Marca
ricorda che il suo testo sulla riforma della rete consolare onoraria è stato
accorpato al ddl. «Una riforma necessaria e improrogabile. Ma l’accorpamento è
servito solo a non entrare nel merito». Per questo, conclude, il Pd ha votato contro.
La legge ora è
realtà. Ma il dibattito, tra gli italiani all’estero, è tutt’altro che chiuso.
E forse è proprio lì, lontano dai Palazzi, che questa riforma verrà davvero
messa alla prova. CdI 17
Il ritorno della forza. Il diritto internazionale è regredito a logiche pre‑1945
Regressione del
diritto internazionale a logiche pre‑1945, primato della forza, riarmo e
deterrenza, crisi della sovranità territoriale e degli organismi multilaterali.
Per Vincenzo Buonomo, il Mare Artico diventa terreno di competizione tra
potenze, mentre l’Ue resta frammentata e priva di sicurezza comune. In questo
scenario, l’appello del Papa al “risveglio delle coscienze” indica l’unica via
per una pace autentica – di Giovanna Pasqualin Traversa
Contraddizioni,
inerzie, fallimenti del sistema internazionale: al “soft power” della
diplomazia si sostituiscono multipolarismo e una sorta di “normalizzazione”
della forza. Che fine ha fatto il diritto internazionale? Ne parliamo con
Vincenzo Buonomo, professore di diritto internazionale alla Pontificia
Università Lateranense, affrontando crisi degli Stati, ruolo di Onu e Nato,
geopolitica artica, Venezuela e fragilità dell’Unione europea. Sullo sfondo,
l’esortazione incessante di Papa Leone XIV ad una “pace disarmata e
disarmante”.
Professore, alla
luce dei conflitti in Ucraina e a Gaza, del blitz militare Usa in Venezuela che
ha portato all’arresto di un capo di Stato in carica come Nicolás Maduro e
delle rivendicazioni di Trump sulla Groenlandia, molti osservatori parlano di
un “declino” se non addirittura di una scomparsa del diritto internazionale. È
una percezione corretta?
Più che scomparso,
il diritto internazionale è profondamente cambiato. Siamo regrediti ad un
modello che assomiglia più a quelli pre‑Prima e pre‑Seconda guerra
mondiale.
Le acquisizioni
maturate dopo il 1945 – diritto umanitario, diritti umani, crimini
internazionali – sembrano essersi indebolite. Un primo segnale è stato il
ritorno alla “battaglia dei dazi”, che ripristina logiche di trattamento
differenziato tra Stati, superate con la nascita dell’Organizzazione mondiale
del commercio nel 1995.
Oggi il diritto
internazionale rischia di essere usato come arma politica?
Il rischio esiste.
Ucraina, Gaza o l’operazione statunitense contro Maduro mostrano come il
diritto possa essere piegato a logiche di forza. Ma questo non è un fenomeno
isolato: rientra nella regressione sistemica che stiamo vivendo, nel ritorno ad
un mondo dove la forza prevale sul diritto.
Anche il principio
di sovranità territoriale appare in crisi…
Sì. Si è
indebolito il divieto per uno Stato di modificare con la forza i confini di un
altro Stato secondo la logica del “fait accompli” (fatto compiuto). Lo vediamo
in Ucraina e a Gaza: acquisizioni territoriali manu militari, spostamenti
forzati di popolazione, assenza di garanzie sulla composizione etnica dei
territori. E’ il primato della forza e della deterrenza attraverso il riarmo, a
scapito della diplomazia legale.
In questo scenario
le istruzioni internazionali sembrano paralizzate e impotenti. Le Nazioni unite
e il multilateralismo sono in crisi?
Nate per garantire
una visione comune, le istituzioni internazionali appaiono oggi quasi inerti.
Vedo una sorta di “accanimento terapeutico” nell’insistenza a volerle far
funzionare a tutti i costi pur sapendo che non ne hanno più la capacità. Una
crisi duplice: strumenti giuridici inadeguati e volontà politica degli Stati,
che da quattro anni – dall’inizio della guerra in Ucraina – hanno di fatto
esternalizzato i conflitti dal contesto Onu, riducendo la centralità del
multilateralismo.
Qual è oggi,
invece, il ruolo della Nato?
La Nato respira
con due polmoni: quello politico e quello militare. Ma oggi predomina il
pilastro militare. L’Alleanza esprime valutazioni su armamenti e sistemi di
difesa, dando indicazioni agli Stati sui requisiti di sicurezza. La funzione
politica preventiva è invece in crisi o molto limitata, schiacciata dagli
aspetti tecnico‑militari. È un segnale della crisi più ampia della
diplomazia multilaterale.
Passiamo
all’Artico. La Groenlandia, pur essendo indipendente ma con sovranità ancora in
capo alla Danimarca, è tornata oggetto di mire geopolitiche da parte di Trump
che non ha usato giri di parole sui possibili mezzi da adottare. Dopo il blitz
in Venezuela e considerando lo scenario peggiore, quali sarebbero le
conseguenze di un intervento militare Usa (Paese Nato) contro la Danimarca,
altro membro Nato?
L’interesse
statunitense per la Groenlandia nasce da esigenze di sicurezza e dalla volontà
di contenere Russia e Cina nell’Artico. Le opzioni sul tavolo possono essere
molte: intervento militare, acquisto in stile Alaska, accordi con il governo
locale. Ma porre opzioni non significa rompere l’Alleanza, è piuttosto un voler
dimostrare la propria potenza. Una frattura della Nato – i cui confini oggi si
spingono ben oltre il progetto originario del 1949 – per l’interesse di un
singolo Paese sarebbe pericolosa e destabilizzante. Molto dipenderebbe dalla
reazione degli altri attori artici, Russia in primis.
L’Artico è privo
di una regolazione internazionale?
Sì. A differenza
dell’Antartide, territorio regolato da uno specifico trattato del 1959,
riformulato 50 anni dopo, l’Artico non ha un quadro normativo generale.
Esistono solo i cosiddetti “settori circolari” assegnati agli Stati che si
affacciano sul Circolo polare, ad esempio le Isole Svalbard. Per le grandi
potenze – Usa, Russia, Cina, forse anche Giappone – la vera posta in gioco non
sono solo le terre rare, ma il passaggio marittimo a nord‑ovest,
corridoio strategico per le rotte commerciali globali, una sorta di nuova via
della seta.
Intanto, sullo
scenario internazionale l’Unione europea continua a presentarsi fragile, divisa
– ad oggi solo la Spagna ha espresso ferma condanno per il blitz Usa in
Venezuela – e priva di una politica estera e di difesa comune… Il problema è
antico. Già nel 1954 fallì il progetto di Comunità europea di difesa perché la
Francia non voleva rinunciare alla propria autonomia in ambito militare e in
politica estera. Ancora oggi la voce isolata di alcuni Paesi impedisce all’Ue
una politica estera unica e una difesa comune.
Anche le spinte al
riarmo cui stiamo assistendo non rispondono solo agli impegni Nato, ma alla
volontà di singoli Stati di rafforzare la propria autonomia nazionale, e questo
compromette la costruzione di una sicurezza comune che si può costruire solo sulla
base di intenti condivisi. Come l’unione doganale tra i Paesi Ue protegge gli
spazi commerciali ed economici interni, così una politica di sicurezza comune
dovrebbe permettere a Bruxelles di parlare con una sola voce. Il caso Venezuela
mostra, appunto, l’assenza di una visione comune.
In questo scenario
sempre più polarizzato, Papa Leone XIV non si stanca di invocare una “pace
disarmata e disarmante”. È un appello realistico?
Nel Messaggio per
la 59ª Giornata mondiale della pace dello scorso 1° gennaio, il Papa richiama
al “risveglio delle coscienze” come unica condizione per la pace. La pace non
nasce dal riarmo, ma da dialogo, comprensione, accoglienza, coesistenza,
coesione. Richiede un rinnovamento dell’intelligenza e del cuore. Contro la
logica della violenza, la voce del Papa invita al disarmo dei cuori e alla
riscoperta dell’umanità, da tradurre in scelte concrete. Sir 9
Corriere d’Italia – 75 Anni di storia, memoria e futuro
In questo primo
mese del 2026 il Corriere d’Italia celebra un traguardo che va ben oltre la
semplice longevità editoriale: settantacinque anni di presenza costante accanto
alla comunità italiana in Germania. Settantacinque anni di storie, volti,
fatiche, speranze, conquiste e trasformazioni. Una storia che corre parallela a
quella dell’Europa del dopoguerra e che, in molti passaggi, ne anticipa le
tensioni, le domande e le risposte
Le origini:
nascere tra le macerie
Il Corriere
d’Italia nasce nel 1951, in una Germania ancora segnata dalle rovine materiali
e morali della guerra. È il tempo della Trümmerzeit, delle città distrutte,
delle “Trümmerfrauen” che ricostruiscono mattone dopo mattone, e di una società
che cerca di ritrovare un equilibrio politico, economico e spirituale nella
nuova Repubblica Federale di Germania.
Anche la Chiesa
cattolica vive una fase di profonda riorganizzazione. Accanto alla
ricostruzione materiale, emerge con forza il bisogno di ricucire comunità
ferite, disperse, impoverite. In questo scenario si colloca anche la presenza
italiana: circa 30.000 persone all’inizio degli anni Cinquanta, reduci,
lavoratori isolati, artigiani, piccoli commercianti, spesso soli e privi di
riferimenti.
Era evidente che
servisse una voce. Un punto di contatto. Uno strumento capace di unire,
informare, accompagnare.
Don Aldo Casadei e
la nascita di una voce
Su impulso della
Missione Apostolica Vaticana per la Germania, guidata da Monsignor Alois
Muench, nel 1950 arriva a Francoforte don Aldo Casadei. Il suo compito è
chiaro: comprendere le reali dimensioni della comunità italiana e porre le basi
per una presenza pastorale stabile.
Attorno a lui si
forma presto una piccola rete di sacerdoti italiani: don Luigi Fraccari a
Berlino, don Mecheroni a Colonia, il passionista don Giulio Valentinelli a
Monaco. Il 12 dicembre 1950, a Francoforte, matura una decisione destinata a
segnare la storia dell’emigrazione italiana in Germania: fondare una rivista.
Il 1° gennaio 1951
esce il primo numero di La Squilla. Nell’editoriale inaugurale, don Casadei
scrive parole che ancora oggi suonano attuali: una campana che chiama, che
unisce, che ricorda valori morali e spirituali, che dice agli italiani dispersi
“non siete soli”. Da quel piccolo foglio nasce il Corriere d’Italia.
Il 1955 e i patti
bilaterali: lavoro, dignità, contraddizioni
Con il patto
bilaterale tra Italia e Germania del dicembre 1955, la storia dell’emigrazione
cambia radicalmente. La Germania ha bisogno di manodopera per sostenere il
proprio sviluppo industriale; l’Italia, ancora prevalentemente agricola, vede
nell’emigrazione una valvola di sfogo economica e sociale.
Ma dietro
l’accordo si nasconde una profonda asimmetria: i lavoratori italiani sono
considerati forza lavoro temporanea, Gastarbeiter, non cittadini in via di
integrazione. Dormitori, baracche, isolamento linguistico, precarietà
contrattuale segnano la vita quotidiana di migliaia di persone.
Il Corriere
d’Italia diventa allora qualcosa di più di una testata informativa: si fa
coscienza critica dei patti bilaterali. Ne riconosce l’importanza economica, ma
ne denuncia i limiti etici e sociali. Racconta le condizioni di lavoro, spiega
i diritti, dà voce a chi non ne ha. È un giornalismo che accompagna, educa,
protegge.
Nella mia
relazione dell’ottobre 2025 sui patti bilaterali italo-tedeschi ho voluto
sottolineare proprio questo punto: quegli accordi furono una condizione
necessaria per la ricostruzione europea, ma nacquero come contratti ineguali,
in cui la persona veniva prima del cittadino solo grazie all’azione di corpi
intermedi – Missioni Cattoliche, sindacati, patronati – e anche grazie al
lavoro costante del Corriere d’Italia. Senza questa rete, l’evoluzione verso
una maggiore dignità e stabilità sarebbe stata molto più lenta.
Gli anni Sessanta
e Settanta: famiglie, scuola, integrazione
Con i
ricongiungimenti familiari degli anni Sessanta, l’emigrazione diventa più
stabile e più umana, ma emergono nuovi problemi: la casa, la scuola,
l’istruzione dei figli. Molti bambini italiani finiscono nelle Sonderschulen,
spesso per difficoltà linguistiche più che per reali limiti cognitivi.
Il Corriere
d’Italia segue da vicino queste battaglie. Spiega le leggi, informa sulle
riforme, denuncia le discriminazioni. Diventa un ponte pedagogico tra due
culture, aiutando gli italiani a comprendere la società tedesca e, allo stesso
tempo, chiedendo alla Germania di riconoscere il valore delle differenze.
Dall’emergenza
all’identità: anni Ottanta e Novanta
Negli anni Ottanta
molti italiani rientrano in patria, ma cresce una nuova generazione: figli e
nipoti dell’emigrazione, nati o cresciuti in Germania. Giovani bilingui,
europei prima ancora che italiani o tedeschi.
Negli anni
Novanta, con la riunificazione tedesca e le tensioni sociali che ne seguono,
riaffiora anche la xenofobia. Rostock, Mölln, Solingen segnano ferite profonde.
Il Corriere d’Italia non tace: denuncia, prende posizione, difende il valore
della convivenza e guarda all’Europa che nasce con Maastricht e Schengen. È tra
le prime voci a parlare di cittadinanza europea come orizzonte comune.
Dal 2000 a oggi:
nuove migrazioni, stessa missione
Il nuovo millennio
porta con sé una nuova ondata migratoria, soprattutto dopo il 2008. Giovani
laureati, professionisti, famiglie che lasciano l’Italia non per fame, ma per
mancanza di prospettive. Cambiano i profili, ma non le difficoltà: lingua,
riconoscimento dei titoli, precarietà.
Il Corriere
d’Italia risponde rinnovando la propria missione: promuovere un’integrazione
interculturale consapevole, in cui l’identità italiana non sia un ostacolo ma
una risorsa. In questa direzione si inseriscono anche esperienze come la
rubrica di Pasquale Marino, “Io ce l’ho fatta! Storie italiane di successi
accademici e professionali in Germania”, che racconta un’emigrazione capace di
costruire futuro.
Una voce che
continua
In settantacinque
anni il Corriere d’Italia ha attraversato crisi economiche, cambiamenti
politici, rivoluzioni tecnologiche. È rimasto però fedele a se stesso:
indipendente, pluralista, vicino alle persone. Presente nelle scuole bilingui,
nelle università, nei ristoranti, nelle aziende, nelle parrocchie.
In un’epoca
dominata dalla velocità digitale, la scelta di continuare a credere anche nella
carta stampata è stata a lungo un atto culturale: significava dare tempo alle
notizie, profondità alle storie, rispetto ai lettori. Oggi, pur non stampando
più il giornale in forma cartacea, il Corriere d’Italia continua a essere
pienamente presente e attivo attraverso il suo sito online.
La trasformazione
digitale non ha rappresentato una rinuncia, ma un’evoluzione coerente con la
nostra storia: cambiano i mezzi, non la missione. Anche sul web, il Corriere
d’Italia resta uno spazio di approfondimento, di memoria e di servizio, capace
di raggiungere nuove generazioni senza perdere il legame con quelle che hanno
costruito questa comunità.
Come scrisse don
Aldo Casadei nel 1951, “la nostra voce vuole essere come una campana che
chiama, che unisce, che infonde coraggio”. Settantacinque anni dopo, sento la
responsabilità – e l’orgoglio – di poter dire che quella campana continua a
suonare.
Come detto, oggi
il Corriere d’Italia non esce più in forma cartacea. È una scelta che non nasce
da una mancanza di volontà o di visione, ma da condizioni oggettive che negli
ultimi anni sono diventate insostenibili. I costi di stampa e di spedizione sono
aumentati enormemente, rendendo sempre più difficile mantenere una diffusione
regolare su carta. A questo si è aggiunta la cancellazione dei fondi che per
molti anni la Conferenza Episcopale Tedesca aveva destinato al giornale e che,
nell’ambito di una più ampia politica di risparmio, non vengono più erogati.
Dirlo con
chiarezza è un atto di onestà verso i nostri lettori. La fine dell’edizione
cartacea non rappresenta una sconfitta, ma una scelta responsabile per
garantire la sopravvivenza e l’indipendenza del Corriere d’Italia. Abbiamo
preferito concentrare le poche risorse disponibili sul lavoro giornalistico,
sui contenuti, sulla qualità dell’informazione.
Continuiamo così a
essere presenti ogni giorno attraverso il nostro sito online, che rappresenta
la naturale evoluzione di una storia lunga e coerente. Cambia il supporto, non
cambia la sostanza: restare accanto agli italiani in Germania, raccontarne la vita,
le difficoltà, le conquiste, le trasformazioni.
Credo
profondamente che il valore di una testata non stia nella carta o nello
schermo, ma nella credibilità, nella libertà di pensiero, nella capacità di
dare voce a chi spesso non ne ha. Anche nel digitale, il Corriere d’Italia
vuole prendersi il tempo dell’approfondimento, della memoria, del rispetto per
i lettori, senza inseguire la superficialità o il rumore.
Il Corriere
d’Italia resta così custode di memoria e laboratorio di futuro. In un’Europa
che rischia di ridursi a una semplice somma di interessi economici, continuiamo
a ricordare che l’integrazione vera nasce dai diritti, dalla reciprocità e
dalla dignità delle persone. “Uniti nella diversità” non è per noi uno slogan,
ma una storia vissuta, raccontata e condivisa da 75 anni. Licia Linardi, CdI
7.1.
“La tendenza degli
Stati Uniti ad adottare una politica di sacro egoismo è ogni giorno più
marcata. La tradizione isolazionista dei repubblicani, le promesse elettorali
di riduzione dei carichi fiscali… contribuiscono allo stesso risultato: un
progressivo distacco spirituale, ma che un giorno potrà anche diventare
politico e militare, dall’Europa”.
Questo scriveva
Luigi Einaudi, Presidente della Repubblica, al Primo Ministro italiano Scelba
nel marzo del 1954, invitandolo a non perder tempo nella ratifica del Trattato
istitutivo della Comunità europea di difesa (allora sostenuto con forza
dall’amministrazione statunitense). Per un uomo, che era nato nel 1881 e si era
formato a cavallo dei due secoli, l’isolazionismo è la naturale tendenza di
quel paese; rovesciata dopo il secondo conflitto mondiale dalla scelta di
puntare sul processo di integrazione europea che doveva partire proprio dalla
costruzione di una capacità militare comune, Forze europee di difesa inquadrate
nella Nato.
Nel paragrafo
dedicato all’Europa della National Security Strategy of the United States of
America del novembre 2025 si legge tra l’altro che la politica statunitense va
orientata al fine di “enabling Europe to stand on its own feet and operate as a
group of aligned sovereign nations, including by taking primary responsibility
for its own defense, without being dominated by any adversarial power”. Nello
stesso documento si afferma: “we want Europe to remain European, to regain its
civilizational self-confidence, and to abandon its failed focus on regulatory
suffocation”. Un giudizio certo
abrasivo, ma che non può essere archiviato in modo semplicistico. In un celebre
discorso del 1951 all’Assemblea del Consiglio d’Europa, Alcide De Gasperi
avvertiva: “se noi costruiremo soltanto amministrazioni comuni, senza una
volontà politica superiore […], noi rischieremo che questa attività europea
appaia, a confronto dell’attività nazionale, particolare, senza calore, senza
vita ideale, potrebbe anche apparire a un certo momento una sovrastruttura
superflua e forse anche oppressiva”.
Difesa comune come
fondamento dell’identità europea
Proprio questa
considerazione motivava allora la scelta di mettere al centro del processo
d’integrazione elementi fondamentali come la difesa. In quello stesso discorso
De Gasperi ricordava che “le forze armate sono anche un corpo morale tra i più
elevati delle Nazioni, la scuola delle più alte virtù militari e civili”. Per
De Gasperi “occorre fare qualche cosa che presenti attrattive per la gioventù
europea”, ed in questa prospettiva l’unità delle forze militari era vista dallo
statista trentino come lo strumento giusto per costruire “una mentalità europea
di massa e non solo una convinzione di pochi uomini d’avanguardia”.
Le sfide di oggi
ripropongono l’urgenza di una dimensione europea della difesa. E qui possiamo
ricordare le attualissime parole di nuovo di Luigi Einaudi alla vigilia della
mancata ratifica della CED da parte dall’Assemblea nazionale francese: “gli
Stati esistenti sono polvere senza sostanza. Nessuno di essi è in grado di
sostenere il costo di una difesa autonoma. Solo l’unione può farli durare. Il
problema non è tra l’indipendenza e l’unione: è tra l’esistere uniti e lo
scomparire”. Allora Einaudi ricordava l’esperienza della storia italiana,
“l’esitazione e le discordie degli Stati della penisola della fine del ‘400
costarono agli italiani la perdita dell’indipendenza lungo tre secoli.” Ed è
stata anche la consapevolezza di questa storia di umiliazione nazionale ad
ispirare l’europeismo delle classi dirigenti dell’Italia repubblicana.
La Commissione
europea ha promosso una complessa strategia “per garantire la prontezza della
difesa e il mantenimento della pace”. Ma inevitabilmente, anche per i limiti
dei trattati, gli sforzi congiunti a livello europeo sono innanzitutto volti a
costruire una dimensione europea dell’industria della difesa. Per garantire
questa prontezza serve però anche un complessivo rafforzamento degli organici
delle forze armate. Un tema sul quale i grandi Paesi europei, che da tempo
hanno abbandonato la leva obbligatoria, stanno ragionando.
Il ritorno della
leva in Europa: Germania, Francia e i paesi nordici
A dicembre il
governo tedesco ha approvato un nuovo modello di reclutamento militare. Da
quest’anno tutti i diciottenni riceveranno un questionario per valutare la loro
disponibilità a prestare il servizio militare e, dal 2027, saranno sottoposti a
una visita medica. Ciò consentirà di creare un database delle persone che
potrebbero essere mobilitate in caso di necessità.
Il mese precedente
il Presidente Macron ha proposto dieci mesi di servizio militare volontario
retribuito per i giovani dai 18 ai 25 anni, a partire dal 2026 (il servizio di
leva è stato abolito in Francia nel 1997).
La Finlandia e la
Norvegia hanno il servizio militare obbligatorio invece da decenni. Tutti i
finlandesi vengono chiamati alle armi a 18 anni e ci si aspetta che
contribuiscano alla difesa collettiva del paese. Nel 2018, nell’ambito della
sua strategia di “difesa totale”, la Svezia ha reintrodotto un sistema in base
al quale tutti gli uomini e le donne devono registrarsi all’età di 18 anni. Le
forze armate ne arruolano una piccola parte per un periodo di servizio militare
di 11 mesi.
Dal 1° gennaio
2005 l’Italia ha sospeso il servizio di leva (senza però abolirlo perché
previsto in Costituzione). Guido Crosetto, ministro della Difesa, ha dichiarato
l’intenzione di presentare al Parlamento un disegno di legge per reintrodurre
una forma di servizio militare, seppur su base volontaria, anche per colmare la
carenza di personale delle forze armate.
Verso una leva
europea
Ora che si è
aperto il dibattito nei principali Paesi europei sulla opportunità di
reintrodurre forme di servizio di leva, perché non pensare a un servizio di
leva coordinato a livello europeo? Già oggi esistono forme di scambio tra
ufficiali delle diverse forze armate: una sorta di Erasmus della difesa. Ma si
potrebbe andare oltre prevedendo che i giovani di leva, inquadrati in
contingenti nazionali, vengano destinati a formare corpi più ampi,
multinazionali (vestendo divise comuni che affianchino alla bandiera nazionale
quella con le dodici stelle emblema più di ogni altro di una storia di pace e
di superamento dei conflitti). La leva – nei Paesi ove è presente – è uno
strumento politico e sociale di coesione nazionale e democratica. Potrebbe
diventare dunque questa leva ‘europea’, lo strumento per costruire quel senso
di appartenenza legato alla difesa comune. Un primo embrione di un esercito di
pace dunque che, unendo giovani di nazioni che per secoli si sono combattute,
sia la testimonianza visibile della coesione europea e in prospettiva uno
strumento di deterrenza.
Un obiettivo certo
ambizioso, di cui non si può nascondere la difficoltà di attuazione; ma il
fatto che i principali Paesi europei stiano proprio ora ragionando sulla
reintroduzione della leva, renderebbe sicuramente meno difficile, se ve ne
fosse una chiara volontà politica, ragionare su una prospettiva anche europea.
Potrebbe essere un
passo verso la costruzione visibile di una vera autonomia strategica, che si
produce non dall’alto ma dalla esperienza concreta dei giovani europei.
L’Italia come
leader della difesa europea: stabilità politica e visione strategica
Con la scelta di
dare il via al trattato per il Mercosur, il governo italiano il 9 gennaio 2026
ha mostrato di saper contribuire in modo decisivo a un atto di grande valore
geopolitico, che rafforza il ruolo dell’Unione nel mondo. Lo ha potuto fare
grazie alla stabilità e alla forza politica che gli hanno permesso di superare
le pur legittime resistenze di alcuni settori produttivi nazionali. Macron, che
ha fatto dell’impegno per l’autonomia strategica dell’Europa la cifra della sua
presidenza, per l’estrema debolezza sua e del suo governo all’interno del paese
non ha potuto compiere una scelta pure sostanzialmente coerente con l’obiettivo
di un’Europa più forte in un settore così importante come quello delle
relazioni commerciali.
Nella strategia
nazionale di sicurezza americana si legge: “The Trump Administration finds
itself at odds with European officials who hold unrealistic expectations for
the war perched in unstable minority governments”. Certo, è un passaggio durissimo, tanto più perché
riferito all’atteggiamento europeo sul conflitto in Ucraina; dove anche da
ultimo i leader dei maggiori paesi europei hanno mostrato invece di saper
tenere una posizione sostanzialmente coesa. Un passaggio tanto più duro quello
della strategia USA e per certi versi aggressivo, poiché si arriva a dire che
molti di questi governi europei “trample on basic principles of democracy to
suppress opposition”.
Ma provando ad
andare oltre un atteggiamento di semplice polemica, il cuore di questo
passaggio del documento statunitense mostra paradossalmente una prospettiva: la
possibilità per il governo più stabile di uno dei grandi Stati europei di farsi
promotore di soluzioni più coraggiose e lungimiranti nel processo di
costruzione di una vera difesa europea. Sarebbe una scelta perfettamente
coerente, con la tradizione italiana, nel segno della lezione di Alcide De
Gasperi, che ha guidato il governo italiano per un’intera legislatura, la
legislatura che pose le basi dello straordinario progresso economico e sociale
dell’Italia repubblicana. Luigi Gianniti, AffInt 26
27 gennaio. Un'infinita storia di dolore. Un monito perenne per la memoria
Le Acli Baviera,
Associazioni cristiane dei lavoratori italiani, nel giorno della Memoria dello
sterminio degli Ebrei durante la dittatura nazista in Germania, nella giornata
del 27 gennaio che ricorda la liberazione dagli orrori nel campo di concentramento
di Auschwitz, elevano la propria voce, all'unisono con tutte le forze della
vita politica e della società civile, che si identificano con i valori della
democrazia e del rispetto della dignità umana, affinché, attraverso una
maturazione culturale, il genere umano, in nessun'altra parte del mondo, si
macchi di un crimine che non trova paralleli, quale il massacro razziale ebreo
pianificato.
É fondamentale
ricordare, ristabilire sempre e dovunque il ruolo della memoria perché siano
evitate forme ormai inaccettabili di ipocrisia che coinvolgono la società
moderna, per la quale, oggi, fenomemi come quelli dei flussi migratori non
possono, non devono essere catalogati come episodi circoscritti e dimenticati
tra l'indifferenza generale. La cultura é il faro che guida ed interroga ogni
nostro comportamento etico e civile.
Nella
pianificazione del genocidio sistematico nazista, gli Ebrei subirono un
trattamento, un destino aberrante: le ACLI, le coscienze vive ed operose sono
chiamate a vigilare ed opporsi vigorosamente allo scempio della ragione e alla
negazione della dignità dell'essere umano.
Carmine Macaluso,
Acli Baviera 27.1.
Cosmo italiano. I temi delle ultime puntate
Alfonso Pantisano,
figlio di Gastarbeiter in lotta per i diritti
(23.01) La sua è
un'infanzia complicata, sospesa tra Italia e Germania. Viene mandato anche in
un collegio per figli di lavoratori italiani emigrati all'estero. Da queste
esperienze e dal difficile coming out, a causa del quale da adolescente viene
allontanato dalla famiglia, Alfonso sviluppa la forza di battersi per i diritti
dei più piccoli. Oggi è un attivista politico e Queerbeauftragter di Berlino.
Le novità sulla
Carta d'identità elettronica per iscritti AIRE
(22.01) Se hai una
carta d'identità italiana in forma cartacea, attenzione: tra pochi mesi non
sarà più valida. Ecco perché può essere più difficile del solito ottenere un
appuntamento nei Consolati italiani in Germania per fare la carta d'identità
elettronica, la CIE. Ma c'è una buona notizia e ci sono novità, ad esempio per
gli over 70. Dopo gli approfondimenti di Luciana Mella e Cristina Giordano,
Luciana Caglioti parla della situazione a Colonia con il Console Generale
Massimo Cipolletti.
Tasse, pensioni e
cittadinanza: novità per chi vive all'estero
(21.01) Prima
puntata del nostro speciale sulle novità per gli italiani in Germania in tema
di tasse, cittadinanza e servizi consolari. Cristina Giordano ci spiega cosa è
cambiato dal primo gennaio 2026, mentre con Federica Onori, deputata eletta
nella circoscrizione Estero-Europa, parliamo della stretta sulle regole della
cittadinanza per i figli degli expat.
Nell'era Trump la
Germania resta cauta, più dell'UE
(20.01) Come
reagiscono la Germania e in particolare il cancelliere Merz, da sempre
sostenitore dei rapporti transatlantici, alle pretese avanzate da Trump sulla
Groenlandia, ai dazi minacciati a chi non si allinea e al disprezzo per il
diritto internazionale dimostrato in Venezuela? Luciana Caglioti parla di
questo e delle reazioni europee da Davos con Cristina Giordano, e chiede poi
una valutazione a Michele Valensise, già ambasciatore in Germania ed ora a capo
dell'Istituto Affari Internazionali.
Expat e
depressione invernale: come affrontarla
(19.01) Gennaio e
febbraio sono i mesi più bui dell'anno e anche quelli in cui ci si sente
particolarmente a corto di energia, specialmente noi expat. È un fenomeno molto
diffuso in Germania, facciamo il punto con Cristina Giordano in occasione del "Blue
monday". La psicoterapeuta Sabrina Gabriele ci dà dei cosnigli semplici ed
efficaci per mantenersi attivi e concentrati anche nei mesi invernali.
Berlino, fonte di
ispirazione per i film di Alice Rohrwacher
(16.01) Alice
Rohrwacher, regista di film come "La Chimera", "Lazzaro
felice" o "Futura" si è appena aggiudicata l'EFA European
Achievement in World, premio che le verrà consegnato domani (17 gennaio) a
Berlino. In questa intervista Rohrwacher racconta a Cristina Giordano della sua
famiglia, comprese le sue radici italiane e tedesche, di come ha scoperto il
cinema e della sua scelta di lavorare con "lentezza" e prestare
attenzione alle storie di "confine". E di come l'Italia, in alcune
cose, possa imparare da Berlino.
Lo spettacolare
furto in banca a Gelsenkirchen
(15.01) Cassette
di sicurezza svuotate per 100 milioni di euro: oltre duecento poliziotti stanno
indagando dopo il furto alla Sparkasse di Gelsenkirchen di fine dicembre. Come
hanno fatto i ladri a lavorare indisturbati per creare il buco nel muro del caveau?
E cosa sappiamo finora? Ce ne parla Agnese Franceschini, mentre Cristina
Giordano parla di tutele per chi usa le cassette di sicurezza con Elke
Weidenbach, dell'associazione consumatori tedesca, e Mario Comana, professore
di economia bancaria a Roma.
Meno alcolici per
iniziare bene l'anno?
(14.01) Si
diffonde anche in Germania il "dry january", un mese senza alcolici
come pausa salutare o utile per ripensare un consumo a volte eccessivo. Ma
basta per cambiare una cultura per cui è quasi obbligatorio bere alcolici in
compagnia e nel finesettimana? Cristina Giordano parla del consumo fra Germania
e Italia con Agnese Franceschini e con Carmelo Casucci, proprietario di un bar
a Berlino Mitte. Antonio Celiberti, medico a Leverkusen, ci spiega gli effetti
positivi a breve e lungo termine per chi rinuncia agli alcolici.
La Germania ha
(ancora) un problema di arte rubata dai nazisti
(13.01) A inizio
dicembre è nato in Germania il "Tribunale arbitrale per i beni rubati dai
nazisti" che ha l'obiettivo di restituire le tante opere d'arte rubate
durante la dittatura nazista ai discendenti dei legittimi proprietari. La
novità? Non serve il consenso della controparte, necessaria fino ad oggi. Anche
il nuovo Tribunale arbitrale potrà decidere però solo in merito alle opere in
possesso di istituzioni pubbliche. Ne parliamo con Agnese Franceschini e
l'esperto d'arte Paolo Zorzi.
Dietro il blackout
di Berlino: cosa non ha funzionato
(12.01) Dietro al
blackout più lungo della storia di Berlino dalla fine della guerra ci sono una
serie di errori nella gestione delle infrastrutture critiche e della macchina
dei soccorsi, oltre a un gruppo di estrema sinistra che ha già colpito più volte.
Il nostro approfondimento con la collega Agnese Franceschini, il ristoratore
italiano a Berlino Mario Veglia e voci della protezione civile in Germania.
SPECIALE: 70 anni
di italiani in Germania
Per la prima volta
nel dicembre 1955 la Germania stipula un accordo con un altro Paese per
reclutare manodopera per le sue fabbriche: arrivano così dall'Italia,
soprattutto dal Sud, moltissimi giovani uomini e poi anche donne, che da ospiti
utili ma discriminati diventano parte integrante della società tedesca. Un
viaggio fra le generazioni, i clichè e chi oggi cerca di smontarli. La puntata
speciale, tante storie e la serie "7 video per 70 anni".
Un po' di
italianità all'Antikensammlung di Berlino
(09.01) Da inizio
gennaio Martin Maischberger è il nuovo direttore della Antikensammlung degli
Staatlichen Museen di Berlino. Maischberger conosce perfettamente l'italiano e
l'Italia per averci vissuto da bambino e aver in seguito studiato a Perugia.
Francesco Marzano ha parlato con lui del suo rapporto col Belpaese, della sfida
di guidare un'istituzione culturale in tempi di tagli economici, dei lasciti
dell'archeologia coloniale e della collaborazione tra musei italiani e
tedeschi.
Ciao Germania, me
ne torno in Italia!
(08.01) Hai mai
pensato di tornare in Italia? In questa puntata scopriamo due storie legate a
"I Ritornati", comunità di professionisti rientrati a Matera in
Basilicata, con diversi progetti: c'è chi proviene da un'altra regione, c'è chi
lavora da remoto per l'estero, chi si crea un'attività completamente nuova, e
tutti insieme fanno rete e si scambiano consigli ed esperienze. Francesco
Marzano ne parla con Toara Frantechi e Michele Vivilecchia, ed Enzo Savignano
ci fa una panoramica degli aiuti fiscali.
La crisi
dell’industria in Germania
(07.01) Rincari
energetici, peso della burocrazia, sorpasso cinese sull'auto elettrica e
instabilità geopolitica: l'intero sistema industriale tedesco è entrato in
crisi. Aumenta la disoccupazione e il numero di fallimenti delle imprese mentre
gli aiuti del governo Merz ancora non producono effetti. Ne parliamo con il
nostro collega Enzo Savignano, la giornalista del Corriere Giuliana Ferraino e
l'avvocato e curatore fallimentare di Reutlingen Alessandro Tedesco.
Le novità del
2026: dal salario minimo al servizio militare
(06.01) Cosa
cambia in Germania col nuovo anno? Fra aumenti e rincari, ad esempio delle
casse malattia e del Deutschlandticket, ci sono anche novità positive, come il
salario minimo e il Kindergeld più alti. Arriva l'Aktivrente, mentre in vista
ma non ancora decise sono le sanzioni più severe per il Bürgergeld, che
diventerà Grundsicherung. Francesco Marzano parla di queste e altre novità con
Enzo Savignano, e chiede ad un esperto del nuovo servizio militare e
dell'obiezione di coscienza.
150 anni di
Adenauer: le radici dell’Europa moderna
(05.01) Konrad
Adenauer è stato la figura chiave della rinascita della Germania dalle macerie
della guerra e del suo ritorno come potenza politica ed economica di primo
piano nel contesto transatlantico ed europeo. In occasione dei 150 anni dalla
nascita dello statista coloniese ne ripercorriamo la biografia con Enzo
Savignano e il lascito politico con lo storico Federico Niglia.
Menu delle feste:
Italia e Germania a confronto
(22.12) Quanto
sono vicine Italia e Germania quando parliamo di menu natalizi? Lo abbiamo
chiesto a Veronica Veneziano, da anni attiva in Slow food. Per chi sceglie il
ristorante è in arrivo dal nuovo anno l'iva più bassa: spenderemo di meno? Ne
parliamo con il ristoratore Angelo Cannata di Dormagen. E poi qualche consiglio
dal dietista Giuseppe Coco per godersi pranzi e cenoni senza farsi del male.
Cosmo italiano/de.it.press
Francoforte. Addio a Giancarlo De Simoi
“L’aspetto che più
mi ha appassionato è stato il ricordo di quello che hanno passato questi
ragazzi coinvolti in una tragedia assurda ed è anche una questione di rispetto
umano per queste vite ‘non vissute’”. (De Simoi).
Giancarlo era un
amico e un collaboratore del Corriere d’Italia. Era un appassionato ricercatore
storico che con la sua acribia e profonda pietà umana ha fortemente contribuito
a far conoscere la storia degli Internati Militari Italiani sepolti nel Cimitero
Westhausen di Francoforte.
Ha dato il suo
impegno volontario alla Caritas di Francoforte. Ha collaborato come supervisore
al volume sui cinquant’anni della Missione cattolica italiana di Francoforte
curato da Pasquale Marino.
Era socio della
sezione ANPI di Francoforte. Queste le parole di Andrea Fontana, presidente
ANPI Francoforte:
Stamattina (13
gennaio), dopo una breve malattia, ci ha lasciati il nostro socio e membro del
Consiglio di sezione allargato dell’ANPI di Francoforte, Giancarlo De Simoi.
Giancarlo è stato
una persona preziosissima per la nostra sezione: un ricercatore storico
instancabile e uno dei principali fautori del progetto più importante che
abbiamo realizzato, ovvero la ricostruzione delle storie dei numerosi I.M.I.
sepolti nel cimitero militare di Westhausen a Francoforte.
Gli I.M.I.
(Internati Militari Italiani) erano soldati italiani catturati dai tedeschi sui
vari fronti di guerra in Europa e deportati in Germania come lavoratori forzati
dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, perché rifiutarono di giurare fedeltà
al fascismo della Repubblica di Salò.
Con devozione e
grande caparbietà, insieme a un gruppo di lavoro italo-tedesco (fra cui anche
le nostre socie Silvia Zavagnin e Rosanna Maccarone), Giancarlo ha consultato
documenti, confrontato elenchi e scandagliato archivi per ricostruire storie e
restituire dignità a nomi spesso riportati in modo errato. Grazie al suo lavoro
è stato possibile dare un volto a tanti di questi italiani e, in alcuni casi,
permettere ai nipoti — che ne avevano perso ogni traccia — di riportarne le
ceneri in Italia.
Grazie, Giancarlo,
per tutto ciò che hai fatto e, soprattutto, per aver sempre divulgato e
condiviso le tue conoscenze, partecipando attivamente anche a progetti
scolastici, come quello con la scuola Freiherr-vom-Stein di Francoforte.
Ci auguriamo di
essere capaci di portare avanti i progetti a cui ti stavi dedicando con la
stessa passione.
Che la terra ti
sia lieve, caro Giancarlo.
Un ricordo
personale. Mi venne a prendere in auto dopo il lavoro per un’intervista. Nel
suo ufficio telefonammo a Klaus Jungermann, testimone oculare dell’eccidio di
Kassel (31-03.2025). Ne facemmo un articolo per il Corriere d’Italia (qui).
Aveva lui preso i contatti con Jungermann, aveva avuto l’idea di intervistarlo
e ha curato la trascrizione e traduzione italiana dell’intervista. La sua
stanza di lavoro è un archivio storico di documenti, libri, testimonianze
raccolte nel tempo sulle vicende della fine della Seconda guerra mondiale in
Germania, dove i nazisti si accanirono brutalmente contro i militari italiani,
ma anche uomini e donne civili, diventati prigionieri di guerra dopo l’8
settembre. Animato da profonda pietas per il destino di quelle giovani vite
spezzate aveva fatto proprio il compito di fare memoria di quegli eventi e di
quei destini.
Centrale è stato
il suo contributo, come ricorda Andrea Fontana, per la ricostruzione di storie
di IMI che portarono alla realizzazione dell’audio tour del cimitero di
Westhausen, insieme al Museo storico di Francoforte (qui).
Dal 2008 al 2019
ha collaborato al progetto della Caritas di Francoforte Wegbegleiter, un
servizio di accompagnamento per persone anziane italiane e di altre
nazionalità. Divenne presto uno dei due coordinatori per il numeroso gruppo
italiano. Così lo ricorda Gabriella Zanier del Beratungsteam Älterwerden della
Caritas Verband Frankfurt e.V.: „Impegnato, interessato e autonomo. Noi, io e
gli altri Wegbegleiter abbiamo sempre molto ammirato e apprezzato la sua
preziosa competenza“. Una competenza anche in campo finanziario acquisita nella
sua professione, continua Nazier, che metteva a disposizione degli assistiti
per risolvere questioni di carattere economico, come debiti o assicurazioni, o,
semplicemente, per sbrigare la corrispondenza burocratica degli assistiti.
Negli anni ha approfondito e messo a disposizione degli assistiti anche una
competenza in campo della salute e dell’assistenza risolvendo non pochi
problemi.
Aveva 79 anni ed
era arrivato in Germania con i genitori a 5 anni. Di professione era bancario.
Con Giancarlo De Simoi ci lascia una persona discreta, affidabile e generosa.
Paola Colombo, CdI 14
Germania 2026: tutte le novità spiegate punto per punto
Nuovo anno, nuove
regole. Il 2026 in Germania non sarà soltanto l’anno dei Mondiali di calcio
ospitati per la prima volta da tre Paesi, ma anche un passaggio denso di
cambiamenti normativi che toccheranno famiglie, lavoratori, pensionati, imprese
e artigiani. Alcuni interventi sono già definitivi, altri ancora in via di
perfezionamento, ma il quadro che emerge è chiaro: più trasparenza, più
digitale, qualche alleggerimento fiscale mirato e nuove responsabilità sociali.
Economia e
politica: un anno decisivo
Bilancio federale
2026
Il governo
federale ha approvato un bilancio da 524,5 miliardi di euro, con 58,3 miliardi
destinati agli investimenti. Il debito cresce: quasi 98 miliardi di nuova
indebitamento, dovuti soprattutto al sostegno all’Ucraina e al sistema di
assistenza. Sommando i fondi speciali per Bundeswehr e infrastrutture,
l’indebitamento complessivo supera i 180 miliardi.
Elezioni in cinque
Länder
Il 2026 è anche un
anno elettorale:
* 8 marzo:
Baden-Württemberg
* 22 marzo:
Renania-Palatinato
* 6 settembre:
Sassonia-Anhalt
* 20 settembre:
Meclemburgo-Pomerania Anteriore
* 20 settembre:
elezioni nei distretti di Berlino
Tasse, redditi e
welfare
Aumento della no
tax area
Il Grundfreibetrag
sale a 12.348 euro: sotto questa soglia non si pagano imposte sul reddito. Una
misura pensata per neutralizzare l’effetto dell’inflazione ed evitare aumenti
fiscali “mascherati”.
Aliquota massima
L’aliquota del 42%
scatterà dal 2026 a partire da 69.879 euro annui, leggermente più in alto
rispetto al 2025.
Schufa più
trasparente
Da fine marzo
2026, ogni cittadino potrà consultare gratuitamente il proprio Schufa-Score
online o tramite app. Il sistema sarà semplificato: dodici criteri, punteggio
da 100 a 999, più comprensibile anche per i non addetti ai lavori.
Sanità e
assicurazioni
* Assicurazione
sanitaria pubblica: il contributo aggiuntivo medio consigliato sale al 2,9%, ma
nella pratica il valore reale medio supererà probabilmente il 3,3%.
* Assistenza
(Pflege): aliquota invariata al 3,6%.
* Assicurazioni
sanitarie private: aumenti medi intorno al 13%, con circa il 60% degli
assicurati coinvolti.
Lavoro, salari e
pensioni
Salario minimo e
minijob
* Salario minimo:
13,90 euro l’ora
* Limite minijob:
603 euro al mese
Apprendisti
La retribuzione
minima per gli apprendisti al primo anno sale a 724 euro lordi.
Pensioni
Dal 1° luglio 2026
è prevista una rivalutazione del 3,7%, soggetta a conferma definitiva in
primavera.
Attivrente
Chi ha raggiunto
l’età pensionabile e continua a lavorare potrà guadagnare fino a 2.000 euro al
mese esentasse, ma solo da lavoro dipendente soggetto a contributi.
Nuova previdenza
aziendale
Entra in vigore la
riforma che rende la previdenza complementare aziendale più accessibile anche
per piccole e medie imprese, con iscrizione automatica e incentivi fiscali.
Famiglie e
istruzione
* Assegno per i
figli (Kindergeld): 259 euro al mese per figlio
* Diritto al tempo
pieno scolastico: dal 1° agosto 2026 per tutti i bambini di prima elementare
* Frühstart-Rente:
contributo statale di 10 euro al mese per bambini dai 6 ai 18 anni, destinato a
un fondo pensione individuale
Trasporti e
mobilità
Auto e tasse
* Tassa auto:
pagamento solo annuale, niente più rate
* Revisione 2026:
bollino blu
* Auto elettriche:
esenzione dalla tassa prorogata fino al 2035
* Nuovo incentivo
all’acquisto: fino a 5.000 euro, per famiglie con redditi medio-bassi (in
attesa del via libera UE)
Biglietti e
pendolari
*
Deutschlandticket: sale a 63 euro al mese
* Detrazione
pendolari: 38 centesimi al km dal primo chilometro, per tutti i mezzi di
trasporto
Energia, ambiente
e imprese
* CO?: prezzo tra
55 e 65 euro a tonnellata, con rincari moderati su carburanti
* Abolita la tassa
sui depositi di gas
* IVA
ristorazione: scende al 7% per i cibi, resta al 19% per le bevande
* Prezzo agevolato
dell’energia per l’industria: circa 5 cent/kWh, in attesa dell’ok europeo
Sociale e diritti
Dal Bürgergeld
alla Grundsicherung
Da metà 2026
cambia nome e filosofia: più sanzioni, meno tolleranza, ritorno alla priorità
dell’inserimento lavorativo. Confermata però la “nullrunde”: nessun aumento
degli importi.
Servizio militare
I giovani uomini
maggiorenni dovranno compilare un questionario obbligatorio online sulla
disponibilità al servizio. Il servizio resta volontario, ma il governo si
riserva ulteriori passi.
Scadenze da
segnare in agenda
* 12 gennaio:
sostituzione obbligatoria delle tubature in piombo
* 19 gennaio:
cambio patente (rilasciate 1999–2001)
* 31 marzo:
dichiarazione annuale lavoratori con disabilità
Il 2026 non è
l’anno delle rivoluzioni fragorose, ma delle trasformazioni strutturali: meno
carta, più digitale; più incentivi mirati, ma anche più controlli; più
attenzione alla sostenibilità, senza scosse improvvise ai prezzi.
Per cittadini e
imprese, la parola chiave sarà preparazione. Conoscere per tempo le nuove
regole significa evitare sorprese e, in molti casi, cogliere opportunità che –
silenziosamente – il nuovo anno porta con sé. CdI 14
Brevi di politica e cronaca tedesca
Vertice
italo-tedesco: Merz e Meloni uniti per difesa e industria
Germania e Italia
puntano a rafforzare la loro collaborazione. Lo ha ribadito a Roma, nella
cornice di Villa Pamphili, il Cancelliere tedesco Friedrich Merz, intervenendo
al vertice italo-tedesco il 23 gennaio scorso. Il cancelliere ha definito gli
attuali rapporti bilaterali come i migliori degli ultimi decenni. Al centro del
dibattito due priorità: rafforzare la difesa comune e aumentare la
competitività industriale europea. “La sicurezza non è più solo militare. Oggi
include minacce ibride e digitali”, ha detto Merz, sottolineando la necessità
di strategie comuni per proteggere infrastrutture e dati sensibili.
Nel corso del
vertice, Germania e Italia hanno firmato un accordo bilaterale su sicurezza e
difesa e un piano d’azione congiunto. L’industria automobilistica, la chimica,
il macchinario e il settore spaziale saranno i settori chiave su cui i due
Paesi punteranno per mantenere la leadership tecnologica europea. “Innovazione
e nuove tecnologie sono fondamentali per restare competitivi nel XXI secolo”,
ha aggiunto il Cancelliere.
Merz ha
sottolineato anche l’urgenza di ridurre la burocrazia e rafforzare il mercato
unico europeo, insieme a una politica commerciale più veloce ed efficace.
L’obiettivo è portare a termine accordi globali in tempi brevi, come il
Mercosur e i negoziati con l’India. Sul fronte energetico, la priorità è
contenere i costi e sostenere la ricerca, garantendo competitività e
sostenibilità.
Il Cancelliere ha
invitato a vedere le trasformazioni globali come un’opportunità. Dall’Asia
all’America Latina, l’Europa deve dimostrare credibilità e capacità di
costruire alleanze durature. “La cooperazione tra Germania e Italia resta un
pilastro fondamentale per libertà, pace e prosperità in Europa”, ha concluso
Merz, ricordando che unità e determinazione sono la chiave per affrontare le
sfide del XXI secolo.
Giorno della
Memoria, Merz: “L’antisemitismo non ha posto in Germania”
Nel Giorno della
Memoria, celebrato lo scorso 27 gennaio, il cancelliere Friedrich Merz ha
ricordato sul social X la responsabilità storica della Germania: “Resta la
nostra responsabilità storica: l’antisemitismo non ha posto in Germania”. Ed
aggiunge: "ricordiamo lo sterminio sistematico degli ebrei oggi, Giorno
della Memoria, come ogni altro giorno. A Berlino, la Porta di Brandeburgo si è
illuminata con la scritta “Nie wieder” - mai più - un monito a non dimenticare.
Amburgo ospita il
Vertice del Mare del Nord
Ad Amburgo si è
svolto il terzo vertice del Mare del Nord. Insieme alla Germania, erano
presenti Belgio, Danimarca, Francia, Irlanda, Islanda, Lussemburgo, Paesi
Bassi, Norvegia e Regno Unito, i rappresentanti delle istituzioni europee e
oltre 140 delegati tra aziende e ONG.
Al centro dei
lavori la transizione energetica, la sicurezza degli approvvigionamenti e la
cooperazione transfrontaliera. È stata firmata la “Hamburg Declaration”, con
l’obiettivo di sviluppare 100 GW di energia eolica offshore condivisa entro il
2050, parte del più ampio piano da 300 GW nel Mare del Nord. In parallelo, il
“Joint Offshore Wind Investment Pact” vuole mobilitare investimenti e ridurre i
rischi finanziari, favorendo la creazione di nuovi posti di lavoro. Il vertice
segna un passo concreto verso un hub energetico europeo sostenibile e sicuro.
Sachsen-Anhalt
cambia guida: Haseloff lascia, Schulze nuovo presidente
Reiner Haseloff
(CDU) si dimette da Ministro-Presidente di Sachsen-Anhalt: l’annuncio ufficiale
è arrivato il 22 gennaio, con effetto dal 27 gennaio. Haseloff spiega che la
decisione mira a rafforzare la “coalizione di centro” tra CDU, SPD e FDP e a
garantire la stabilità del Land.
Il successore
designato è Sven Schulze, attuale Ministro dell’Economia e leader regionale
della CDU. Schulze entra così in carica per dare slancio alla CDU nella
campagna elettorale per le elezioni regionali di settembre, dove l’AfD continua
a guadagnare terreno nei sondaggi.
Il 2026 sarà un
anno cruciale per la politica tedesca: oltre a Sachsen-Anhalt, sono previste
altre quattro elezioni regionali e tre comunali, che potrebbero ridefinire gli
equilibri tra i partiti a livello locale e nazionale. Con questo cambio alla
guida del Land, la CDU punta a consolidare la propria posizione e a presentare
un volto nuovo in vista del voto.
Sulle tracce di
Goethe: nuovo dialogo culturale italo-tedesco
Nella cornice del
vertice italo-tedesco, lo scorso 23 gennaio il Ministro federale per la Cultura
e i Media, Wolfram Weimer e il Ministro della Cultura Alessandro Giuli hanno
illustrato, nella casa di Goethe a Roma, il nuovo progetto di cooperazione culturale
italo-tedesca: "Sulle tracce del Viaggio in Italia di Goethe". Il
Ministro della cultura tedesco Weimer ha sottolineato: «In questo modo
riviviamo il Viaggio in Italia e diamo vita a un vero e proprio percorso di
pellegrinaggio sulle orme di Goethe, offrendo alla Italiensehnsucht, la
nostalgia per l’Italia, una nuova fonte di ispirazione».
Il primo passo
sarà lo sviluppo di un gioco digitale che permetterà di esplorare l’itinerario
di Goethe da diverse prospettive. A questo si affiancherà, nell’autunno del
2026, una mostra dedicata alla ricezione di Goethe nell’arte e nella
letteratura italiane, un ponte tra l’epoca goethiana e il presente.
Kramp-Karrenbauer
alla guida della Fondazione Adenauer
Inizia un nuovo
capitolo per la Konrad-Adenauer-Stiftung: la già ministro della Difesa,
Annegret Kramp-Karrenbauer ha preso il timone della fondazione il 27 gennaio
2026, succedendo a Norbert Lammert, alla guida dal 2018 e già Presidente del
Bundestag.
Alla cerimonia
nell'auditorium della sede centrale della KAS, era presente anche il
cancelliere e presidente della CDU, Friedrich Merz, che ha ringraziato il Prof.
Lammert per il suo lungo impegno.
Con
Kramp-Karrenbauer, la fondazione punta a rafforzare formazione politica e
attività internazionale, mentre Lammert resterà presidente onorario.
Germania: 520
miliardi per il budget record 2026Lo scorso dicembre la Germania ha approvato
un budget record da 520 miliardi di euro per il 2026. Con un ricorso al debito
pari a 174,3 miliardi, più del triplo rispetto al 2024, investimenti pubblici
concentrati su infrastrutture, la manovra approvata introduce un nuovo
approccio alla finanza pubblica con 126,7 miliardi di euro di investimenti
destinati a modernizzare la rete ferroviaria, stradale, ad attuare la
transizione energetica e digitale e al rafforzamento della difesa.
Di questi, 58,9
miliardi saranno finanziati da un fondo speciale per le infrastrutture da 500
miliardi di euro, escluso temporaneamente dal freno al debito costituzionale,
una novità che segna una cesura rispetto al passato.
L'Asse
Roma-Berlino riparte del Forum Imprenditoriale Italia-Germania
Il prossimo 23
gennaio a Roma si terrà il Forum Imprenditoriale Italia-Germania all'Hotel
Parco dei Principi. L'incontro rappresenta il consolidamento dei rapporti
economici tra due delle principali potenze industriali dell’Eurozona. L'evento
si inserisce nella cornice del Vertice intergovernativo bilaterale e
costituisce l'attuazione pratica del Piano d'Azione firmato per rafforzare la
cooperazione strategica tra i due Paesi, in un contesto in cui l'interscambio
commerciale ha ormai stabilmente superato i 160 miliardi di euro.
Ad inaugurare i
lavori sarà il Ministro degli Esteri Antonio Tajani insieme al Ministro delle
Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso e alla Ministra federale tedesca
dell’Economia e dell’Energia, Katherina Reiche. A seguire una serie di panel
tematici sulla gestione della transizione ecologica e digitale, con particolare
attenzione alla competitività industriale.
Nel settore
dell'industria avanzata, il dibattito si concentrerà sulla filiera
dell'automotive e della siderurgia, cercando soluzioni comuni per la neutralità
tecnologica attraverso l'uso di e-fuels e idrogeno, oltre a potenziare l'asse
farmaceutico per ridurre la dipendenza europea dai mercati esteri.
Parallelamente, il
tema delle infrastrutture e dell'energia vedrà protagonista il progetto del
SoutH2 Corridor, il corridoio dell'idrogeno destinato a collegare il Nord
Africa alla Germania passando per l'Italia. Questa iniziativa strategica è
l’occasione per trasformare la penisola in un hub energetico mediterraneo
capace di rifornire l'industria pesante tedesca con energia pulita. Allo stesso
tempo, si discuterà dell'efficientamento della logistica e dei valichi alpini,
elementi vitali per garantire la fluidità delle catene del valore che integrano
i due Paesi.
Un altro attore
fondamentale sarà il tema della difesa, aerospazio e sicurezza. In una fase di
forte instabilità internazionale, la collaborazione tra i grandi gruppi
industriali del settore diventa strategica per lo sviluppo di sistemi di difesa
comuni e per garantire l'accesso autonomo allo spazio. Un ambito dove la
partnership tra le agenzie spaziali italiana e tedesca è già consolidata.
Il forum vedrà
inoltre la presenza dei vertici di Confindustria e della BDI, oltre ai CEO
delle principali multinazionali dei due Paesi, e si concluderà con l'intervento
del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e del Cancelliere tedesco Friedrich
Merz. I due firmeranno nuovi protocolli d'intesa per massicci investimenti
congiunti.
Il Cancelliere
Merz vola in India
Con la visita in
India, il Cancelliere Friedrich Merz inaugura il suo primo viaggio
istituzionale in Asia: un segnale chiaro della volontà di Berlino di ampliare i
propri orizzonti strategici e rafforzare l'intesa sulla difesa. La tappa ad
Ahmedabad, patria di Gandhi, ha sottolineato il legame profondo tra la Germania
e la più grande democrazia del mondo.
In occasione del
Settantacinquesimo anniversario delle relazioni diplomatiche, Merz e il Primo
Ministro Modi hanno riaffermato una partnership basata su valori condivisi. Al
centro dei colloqui è emersa la necessità di proteggere un ordine
internazionale libero dai conflitti e dalle mire delle grandi potenze. La
cooperazione si intensificherà sensibilmente nel settore della sicurezza, con
nuove esercitazioni militari congiunte nell’Indopacifico.
È stata inoltre
siglata un'intesa per favorire la produzione comune nell'industria della
difesa, riducendo le dipendenze da fornitori esterni. Sul piano economico, il
commercio bilaterale ha raggiunto la cifra record di cinquanta miliardi di
dollari, segnando un momento di massimo vigore. Nuovi investimenti saranno
indirizzati verso l'intelligenza artificiale, la digitalizzazione e l’idrogeno
verde per guidare la transizione ecologica. Il Cancelliere ha esortato l'Unione
Europea a concludere rapidamente l'accordo di libero scambio con l'India per
sbloccare ulteriori potenzialità.
Una delegazione di
imprenditori ha accompagnato la visita, confermando l'attrattività del dinamico
mercato indiano per le aziende tedesche. La gestione della manodopera
qualificata rappresenta un altro pilastro fondamentale dell'intesa raggiunta
tra i due governi. La Germania punta ad accogliere giovani talenti indiani per
sostenere la propria crescita industriale e il sistema sanitario nazionale.
Procedure di visto più agili e nuovi canali di migrazione legale favoriranno
l'inserimento di professionisti altamente formati.
Con oltre
sessantamila iscritti, gli studenti indiani costituiscono già oggi il
principale gruppo universitario straniero in Germania. La collaborazione
scientifica sarà potenziata attraverso la creazione di centri d'eccellenza per
l'innovazione tecnologica. I due leader hanno concordato di lavorare insieme
per lo sviluppo del Sud del mondo e per la riforma delle istituzioni
internazionali.
Durante i colloqui
è stata ribadita la ferma condanna del terrorismo e la ricerca di soluzioni
pacifiche per i conflitti in Ucraina e Gaza. Merz ha approfittato
dell'occasione per lanciare un messaggio di solidarietà ai manifestanti in Iran
che lottano per la libertà. Il dialogo proseguirà a Berlino entro la fine
dell'anno con le prossime consultazioni intergovernative tra le due potenze.
Steinmeier
proclama il 23 maggio giornata dell'impegno civile
Lo scorso 9
gennaio, durante il ricevimento omaggio ai cittadini meritevoli nella cornice
del Castello di Bellevue, il Presidente Steinmeier ha ribadito come l'impegno
civile sia la pietra angolare della democrazia liberale. Ricordando i disagi
causati dall'attacco alla rete elettrica berlinese, il Capo dello Stato ha
espresso profonda gratitudine verso le forze dell'ordine e i servizi di
soccorso. La loro efficienza, unita al supporto reciproco tra i cittadini,
rappresenta per Steinmeier quel modello di partecipazione attiva necessario per
promuovere un cambiamento positivo e affrontare con determinazione le sfide del
nostro tempo.
Steinmeier si è
poi rivolto alle numerose associazioni di volontariato in Germania, spaziando
dal supporto ai giovani e agli anziani fino alla tutela dell'ambiente e
all'integrazione dei rifugiati. Questi sforzi, spesso compiuti lontano dai
riflettori, sono stati descritti come: "Elementi essenziali che mantengono
vivo il tessuto sociale e favoriscono il rispetto reciproco in un periodo
storico segnato da conflitti internazionali e crescenti tensioni interne".
Tuttavia, il Presidente ha evidenziato una criticità legata al cambiamento
demografico, notando come l'invecchiamento della popolazione stia concentrando
le responsabilità su un numero sempre più esiguo di volontari. Per contrastare
questa tendenza e dare nuovo slancio alla partecipazione, è stata annunciata
l'istituzione della Giornata del Merito Civile, prevista il prossimo 23 maggio,
in coincidenza con l'anniversario della Legge Fondamentale.
L'iniziativa è
rivolta a cittadini, associazioni e istituzioni impegnati in azioni concrete
per il bene comune, con l'obiettivo di rendere visibile il valore del
volontariato e incoraggiare le nuove generazioni ad agire per gli altri.
Steinmeier ha ribadito che l'impegno civico non è solo un atto di generosità,
ma una necessità politica urgente per rafforzare la coesione interna e
garantire un futuro pacifico e dignitoso a tutto il Paese contro le derive e le
forze antidemocratiche.
Dalla KAS...
Il 5 gennaio 2026
segna l’inizio dell’anno giubilare dedicato al 150° anniversario della nascita
del nostro fondatore, il Cancelliere Konrad Adenauer. Le celebrazioni,
intitolate "150 anni di Konrad Adenauer" sono state inaugurate a Bonn
con l'evento “Adenauer come europeo” dando il via a un ricco programma di
conferenze, mostre, pubblicazioni e iniziative online rivolte ai giovani e
disponibili sul nostro sito.
Nell'ambito di
questo anniversario, il 12 febbraio 2026 dalle ore 19.00 alle ore 20.00 si
terrà a Roma l'evento: “150 anni di Konrad Adenauer – Uomo di Pace,
cattolico, europeo" alla presenza di S.E. l'Ambasciatore tedesco presso la
Santa Sede, Dr. Bruno Kahl. L'incontro organizzato in stretta collaborazione
con l'Ambasciata della Repubblica Federale di Germania presso la Santa Sede,
sarà ospitato nella residenza dell'ambasciatore tedesco della Santa Sede.
Kas/de.it.press
L’offensiva di Trump in Venezuela e il calo di consensi
Donald Trump ha
festeggiato il primo Capodanno della sua seconda presidenza ostentando una
sicurezza da fare invidia ad altri autocrati come lui, che lo ha spinto ad
ordinare un drammatico attacco al Venezuela che, anche se definito dal tycoon
un successo, moltiplica i rischi perché lascia irrisolte pesanti incognite sul
futuro del Paese sud-americano e della politica estera di Washington.
Trump ha
dichiarato, anzi, che saranno gli Usa, o meglio un gruppo di funzionari
americani, che gestiranno la politica del Venezuela, a tempo indeterminato,
fino ad una transizione ordinata, senza chiarire cosa si aspetti da Caracas.
Ma né la
piaggeria, né il rivendicare “il coraggio e la potenza dei soldati americani“,
come ha fatto il Segretario della Difesa, possono nascondere il calo di
consensi del tycoon negli ultimi sondaggi e la necessità di rilanciare una
popolarità in caduta libera.
I sondaggi non
hanno certamente lo stesso effetto delle urne e Trump ci ha abituato alle
riscosse e ad una leadership aggressiva, fondata sulla polarizzazione
dell’elettorato; tuttavia sono importanti, perché all’orizzonte ci sono le
elezioni di mezzo-termine che, rinnovando il Congresso, possono consolidare o
rimettere in discussione le sue ambizioni politiche.
Parliamo di
sondaggi veri non ritoccati, che bocciano il Presidente in doppia cifra
percentuale, evidenziando uno scivolone di oltre dieci punti dall’insediamento
alla Casa Bianca, penalizzando i punti fermi della sua agenda Maga e America
First, dal protezionismo, all’immigrazione, alle guerre.
Il mandato di
Trump era per una profonda rivoluzione, dai dazi alla deregulation, dalla
cultura no-vax fino alla concentrazione dei poteri nella persona del
Presidente, costruito in parte sull’immagine di un uomo che non conosceva e non
aveva conosciuto mai sconfitte.
Ora quell’immagine
si è appannata agli occhi di un Paese irrequieto e palesemente in preda ad un
malessere sociale ed economico, che stenta a risolversi.
A fronte di
un’espansione dell’economia, solo auspicata ma non ottenuta finora, c’è chi
parla apertamente di recessione, perché mentre c’è chi guadagna miliardi di
business, continuando ad arricchirsi, altri guadagnano meno o non guadagnano
nulla.
La disoccupazione
è al 4,6%, la più alta dal 2021, con picchi nella popolazione di colore e tra i
laureati, in barba alle promesse fatte in campagna elettorale; il che spiega
l’erosione dei consensi e il timore di chi pensa che Trump trascuri il disagio di
tanti per perseguire obiettivi di grandezza, com’è nella sua natura di tycoon.
Angela Casilli, dip 5
La seconda edizione del premio “Italia radici nel Mondo. Donne in
Emigrazione”
Roma. Nella Sala
stampa della Camera dei deputati è stata presentata la seconda edizione del
Premio Italia Radici nel Mondo -Toto Holding, concorso per racconti inediti
rivolto agli italiani e alle italiane residenti all’estero e agli/alle
italodiscendenti. Tema dell’edizione 2025-2026 è “Donne in emigrazione” . Il
bando si chiuderà il prossimo 31 marzo. Il Premio è organizzato dal
Comune di Torricella Peligna (Chieti), come una delle iniziative della
manifestazione John Fante Festival “Il dio di mio padre”, insieme al Piccolo
Festival delle Spartenze e con il contributo della Toto Holding e della
Fondazione Pescarabruzzo. La presentazione è stata moderata da Gianni Lattanzio
(Direttore di MeridianoItalia). “Questo Premio – ha spiegato Lattanzio – è
particolarmente rilevante, perché mette al centro il ruolo della donna. Un
ruolo che è stato spesso accantonato nella narrazione della storia degli
emigrati italiani all’estero. Questo premio – ha aggiunto – nasce dall’incontro
tra due realtà, quella del John Fante Festival ideato da Giovanna Di Lello e
quella del Piccolo Festival delle Spartenze ideato da Giuseppe Sommario”. È poi
intervenuto il deputato del Pd Toni Ricciardi, eletto nella Ripartizione
Europa. “La scelta del tema per questo concorso, – ha rilevato il deputato
anche nella sua veste di storico – ovvero il ruolo delle donne
nell’emigrazione, non è banale, perché dal punto di vista storico la figura
della donna emigrata è stata spesso vista in maniera marginale, soprattutto
durante il secondo dopoguerra, dove si è sempre immaginato che la storia della
emigrazione italiana, fosse composta, dal punto di vista iconografico, perlopiù
dall’uomo con la valigia di cartone che viveva in baracche. In realtà in quel
periodo la figura femminile è stata molto presente e forte, e ci sono
addirittura paesi e ambiti in cui le direttrici erano prettamente femminili”.
In proposito Ricciardi si è soffermato sui vari ruoli ricoperti dalle donne
all’estero, ad esempio nell’ambito dell’industria tessile. Vi erano donne che
partivano da giovanissime per lavorare, per poi essere educate nelle parrocchie
tramite accordi tra la stessa industria e la chiesa. Da segnalare anche le
tante donne coinvolte nel programma di ricongiungimento delle famiglie durante
la seconda ondata migratoria verso l’America Latina. Ha poi preso la parola il
deputato del Pd Fabio Porta, eletto nella Ripartizione America Meridionale.
“Questo premio – ha sottolineato Porta – rappresenta un’occasione straordinaria
per conoscere e riconoscere le nostre collettività all’estero. Questo
premio nasce dall’incontro di 2 realtà culturali, che affondano non soltanto
numericamente, ma anche qualitativamente in un tessuto emblematico della storia
migratoria italiana, cioè l’Abruzzo e la Calabria, rappresentate da due
iniziative importanti: il John Fante Festival ed il Piccolo Festival delle
Spartenze. Voglio insieme a voi riconoscere – ha proseguito il deputato –
non soltanto il ruolo fondamentale di questi territori, ma anche delle persone
emigrate, perché sono le protagoniste non soltanto di un passato, ma anche dell’attualità
con una presenza vivacissima che è quella dell’Italia nel mondo”. Porta ha poi
evidenziato come le donne emigrate all’estero abbiano avuto un ruolo
fondamentale nella nostra diaspora, favorendo il mantenimento del valore della
famiglia e quindi l’integrazione della comunità all’interno di molti Paesi.
“L’Obiettivo – ha concluso il deputato – è quello di costruire, a partire dai
due Festival coinvolti nell’iniziativa, una rete sempre più solida di luoghi,
eventi e progetti, che consentano ai nostri discendenti all’estero di ritrovare
le proprie radici, ma anche di sentirsi pienamente parte dell’Italia di oggi e
di domani”. È poi intervenuto il sindaco di Torricella Peligna Carmine Ficca
che si è soffermato sull’emigrazione abruzzese del secondo dopoguerra e ha
ricordato come, per celebrare gli abruzzesi nel mondo, nel 2006 sia nato il
John Fante Festival. “Attraverso il Premio Italia Radici nel Mondo – ha
spiegato il Sindaco – si cerca anche di far conoscere a Torricella il bagaglio
di esperienze che hanno gli abruzzesi nel mondo”. È stata poi la volta del
Consigliere Comunale di Torricella Peligna Nicola Di Pietrantonio che ha
ribadito l’importanza del John Fante Festival per il Comune di Torricella
Peligna, e il crescente impegno del comune nell’organizzazione di questo evento
che ha acquisito caratura internazionale. A seguire ha preso la parola
l’organizzatrice del John Fante Festival, Giovanna Di Lello. “Il Premio Italia
Radici nel Mondo Toto Holding – ha spiegato Di Lello – si inserisce all’interno
del programma John Fante festival che si tiene da 20 anni. Tutto questo è stato
fatto grazie al Comune di Torricella Peligna, che crede nella promozione della
cultura sul proprio territorio. Questo premio è nato in collaborazione con il
Piccolo Festival delle Spartenze, perché volevamo dare voce agli italiani
all’estero e agli oriundi. Per la partecipazione al Premio richiediamo racconti
inediti, scritti in italiano, ai nostri connazionali nel mondo e ai discenti
italiani. Racconti brevi dalle 10mila alle 20mila battute. Nel premio da
quest’anno abbiamo due categorie: la categoria nuova emigrazione, per i nuovi
emigrati ma nati in Italia, e quella per gli italo discendenti”. Di Lello
ha poi rilevato come il tema del premio sia stato scelto per dare luce alla
storia delle donne che hanno contribuito in maniera importante allo sviluppo
delle nostre comunità all’estero. Il vincitore del premio potrà pubblicare la
sua opera. I finalisti, che verranno annunciati a Torricella Peligna durante il
John Fante Festival che avrà luogo dal 20 al 23 agosto 2026, saranno scelti
dalla giuria, che è composta da Vito Teti (presidente), Giovanna Di Lello,
Giuseppe Sommario, Antonio Bini, Maria Concetta Costantini, Giovanna Chiarilli,
Roberta Sibona, Toni Ricciardi e Gianni Lattanzio. È poi intervenuto il
Direttore del Piccolo Festival delle Spartenze Giuseppe Sommario che ha parlato
della necessità di insegnare la storia dell’emigrazione italiana all’interno
delle scuole, in maniera che questo contesto sia sempre più conosciuto
nell’ambito del territorio nazionale. Sommario ha poi rilevato l’importanza
della donna nell’ambito del fenomeno della nostra emigrazione, in quanto
esportatrice delle radici italiane nel mondo. “Sono molto contento di questa
seconda edizione del Premio – ha poi sottolineato Sommario – perché la prima
edizione ha avuto un grande successo, raccogliendo l’entusiasmo di tutti coloro
che hanno potuto raccontare la propria storia. La maggior parte dei racconti
sono infatti stati narrati in prima persona. Questo premio – ha concluso
Sommario – vuole dare voce alle tante radici italiane sparse in tutto il mondo,
che si sono contaminate e diffuse, ma nonostante ciò hanno mantenuto un legame
fortissimo con il nostro paese”. Ha infine preso la parola il Presidente del
Museo Nazionale dell’Emigrazione di Genova Paolo Masini, che ha segnalato la
preparazione entro la fine di marzo di una mostra sull’emigrazione italiana
incentrata su personaggi femminili. Masini ha poi parlato della figura di Madre
Francesca Saverio Cabrini e della sua importanza negli Stati Uniti. Masini
si è anche soffermato sul lavoro svolto dal comune di Torricella Peligna
per riuscire a portare avanti il John Fante Festival. “Io definisco
l’emigrazione – ha poi aggiunto Masini – come la più grande narrazione popolare
e collettiva di questo paese, una narrazione che è fatta di miliardi storie di
donne e uomini coraggiose e coraggiosi”. (Lorenzo Morgia – Inform/dip 11)
Italia-Germania: il Ministro Urso ha incontrato al Mimit le Ministre Reiche
e Bär
ROMA – Nell’ambito
del vertice intergovernativo tra Italia e Germania, il Ministro delle Imprese e
del Made in Italy, Adolfo Urso, ha ricevuto nei giorni scorsi al Mimit, in due
diversi incontri, la Ministra federale dell’Economia e dell’Energia della Germania,
Katherina Reiche, e la Ministra federale della Ricerca, della Tecnologia e
dello Spazio, Dorothee Bär. Nel primo bilaterale Urso e Reiche hanno
sottoscritto due intese: la prima in ambito di materie prime critiche con
l’obiettivo di favorire iniziative di investimento comune. La seconda intesa,
siglata anche dall’AD di Invitalia, Bernardo Mattarella, è finalizzata a
rafforzare la cooperazione in materia di ricerca, sviluppo e innovazione per
sostenere partenariati tra start-up, PMI e istituti di ricerca attraverso i
rispettivi programmi di finanziamento, con l’obiettivo di sviluppare tecnologie
avanzate, favorire l’internazionalizzazione e accrescere la competitività. Le
iniziative saranno sostenute, per i partner italiani, con l’incentivo Smart&Start
Italia, promosso dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy e gestito da
Invitalia, e per i partner tedeschi, con il Programma di innovazione per le
Pmi, gestito dal Ministero federale dell’Economia e dell’Energia della
Germania. “Con la Dichiarazione congiunta sottoscritta a dicembre e le due
intese di oggi, Italia e Germania inviano insieme un messaggio chiaro e forte
alle istituzioni europee: la competitività del continente va rilanciata subito.
Non possiamo più permetterci di stare fermi e subire il cambiamento”, ha
dichiarato Urso. “È urgente difendere e promuovere le industrie strategiche,
dall’automotive alle imprese energivore, sostenendo le filiere innovative e
semplificando il panorama normativo, così da dare certezze agli investimenti e
al futuro industriale dell’Europa”, ha concluso. “La Germania e l’Italia sono
partner industriali forti e motori centrali dell’economia europea. In un
periodo caratterizzato da profonde sfide geopolitiche ed economiche, stiamo
intensificando la nostra cooperazione per rafforzare la competitività, la
resilienza e la capacità innovativa dell’Europa. È più importante che mai
rafforzare i partenariati esistenti e promuoverne insieme di nuovi per una
crescita sostenibile, posti di lavoro sicuri e un’Europa forte”, ha dichiarato
la Ministra Reiche. Sul fronte delle proposte della Commissione europea in
materia di automotive e CBAM, Urso e Reiche hanno ribadito la necessità di fare
di più, sottolineando l’importanza di una reale neutralità tecnologica e di
certezze normative per attrarre investimenti e sostenere lo sviluppo
industriale in Europa, evidenziando come l’industria abbia bisogno di strumenti
chiari per pianificare il proprio futuro. Roma e Berlino guardano inoltre con
attenzione all’Industrial Accelerator Act, che la Commissione dovrebbe
presentare il prossimo mese, un’iniziativa destinata a diventare un elemento
chiave per rafforzare la competitività europea. La cooperazione aerospaziale è
stata invece al centro del secondo bilaterale che il ministro Urso, in qualità
di Autorità delegata allo Spazio del Governo italiano, ha avuto con l’omologa
tedesca Bär. Durante l’incontro, Urso e Bär hanno entrambi accolto con favore
gli sforzi verso l’interoperabilità e la standardizzazione dei satelliti, in
particolare per quanto riguarda i progetti di costellazioni satellitari
nazionali ed europee. Tali costellazioni satellitari rafforzeranno la sicurezza
e la resilienza delle infrastrutture critiche, comprese le telecomunicazioni,
consentendo così un accesso sicuro e la trasmissione dei dati via satellite, in
particolare dei dati di origine e di utilizzo istituzionale. “L’incontro di
oggi rappresenta un primo importante tassello per sviluppare in sintonia con
gli altri paesi europei, a partire dalla Germania, programmi satellitari volti
a rafforzare la sovranità tecnologica del continente. Come Paese presidente del
Consiglio Ministeriale dell’ESA, vogliamo dare impulso ad un’Europa più solida,
autonoma e capace di guidare l’innovazione industriale del comparto per affrontare
con efficacia le sfide globali del futuro”, ha dichiarato il Ministro Urso.
“Germania e Italia rafforzano insieme il continente spaziale europeo: alla
Conferenza ministeriale dell’ESA dello scorso novembre abbiamo ceduto la
Presidenza all’Italia. Una joint venture italo-tedesca gestisce con successo i
satelliti Galileo e consente una navigazione satellitare europea sovrana.
Questo dimostra che senza la stretta cooperazione tra Germania e Italia non è
concepibile la sovranità europea nello spazio, ma anche nella tecnologia e
nella ricerca”, ha dichiarato la Ministra Bär. Con questo incontro, nel
rispetto e in simbiosi con le cooperazioni in atto a livello europeo e con i
programmi dell’ESA, si dà impulso all’ASI – Agenzia Spaziale Italiana e
all’Agenzia Spaziale tedesca per approfondire la cooperazione valutando, tra le
possibili ipotesi, la fattibilità di un eventuale progetto congiunto.
(Inform/dip 27)
La crisi
economico/sociale non è finita. Anche se, nel complesso, il ristagno
dell’occupazione non si è ancora trasformato in palude. Aumenta la
disoccupazione e restano ridotte le certezze sociali. Sono i salienti aspetti
che si notano in quest’intricata situazione all’alba di questo 2026. Allora,
cosa sta succedendo? L’Italia vive un sistema economico incoerente e
maggiormente esposto alla concorrenza internazionale. Essere in UE non è solo
un vantaggio; anche i rischi sono presenti. Sarebbe bene tenerlo presente.
Chi è stato formica, nel passato, oggi rischia
di fare la tragica fine della cicala. Il Paese resta privo dell’iniziativa
“agevolata” e con colori regionali “mutanti”. In altri Paesi UE il problema è
stato affrontato prima che da noi e, in parte, anche risolto. C’è chi ha
consentito al capitale privato di sostenere le mancanze di quello pubblico; in
cambio d’infrastrutture capaci di compensare, anche nel tempo, gli
investimenti.
Da noi, è assai improbabile che l’auspicata
ripresa possa trovare le sue radici dando maggior spazio all’iniziativa privata
che è, poi, quella che influenza realmente i mercati. Per superare la crisi
bisognerebbe garantire uno scambio tra prodotti elaborati e materie prime.
Attraverso una remunerazione non solo di natura economica, ma anche sotto forma
d’investimento a medio termine. Come a scrivere che se l’Azienda Italia
procedesse bene, i vantaggi ci sarebbero per tutti e in proporzione allo
“sforzo” economico utilizzato. Sempre che ci sia l’impegno politico ed il tempo
d’attuazione.
Giorgio Brignola,
de.it.press
Il 12 novembre, il
German Council of Economic Experts (GCEE) — organo indipendente chiamato a
valutare le politiche economiche implementate dal governo di Berlino — ha
presentato il suo report 2025/2026, offrendo un’analisi della traiettoria di
evoluzione delle finanze pubbliche tedesche. La disamina firmata dai cinque
accademici che compongono il GCEE mette in evidenza un’economia in affanno che,
nel 2025, dovrebbe crescere dello 0,2% e, nel 2026, dello 0,9%.
Nel loro rapporto,
gli economisti pongono grande attenzione sui potenziali effetti dati dalla
riforma del freno al debito approvata alcuni mesi fa, segnalando delle
criticità che hanno attratto l’attenzione di diversi analisti. Criticità da cui
possono conseguire effetti negativi in termini di crescita del Pil e di
sostenibilità delle finanze pubbliche teutoniche.
La riforma del
freno al debito
Il freno al debito
(Schuldenbremse) venne introdotto nella Costituzione tedesca nel 2009, durante
una fase storica in cui il contenimento della spesa pubblica era percepito
dalla maggioranza dei politici di Berlino come un elemento di fondamentale
importanza. Con tale norma, la Germania veniva sostanzialmente vincolata a
perseguire il pareggio di bilancio, con la possibilità di aumentare
l’indebitamento che veniva limitata unicamente a situazioni di emergenza al di
là del controllo dello Stato.
I problemi dati
dall’aver introdotto un rigido vincolo alla spesa all’interno del Grundgesetz
sono divenuti evidenti con l’inizio del decennio, quando il modello economico
tedesco — trainato dall’export — è andato in crisi e la minaccia portata dalla
Russia alla sicurezza del vecchio continente si è fatta tangibile. In tal
senso, negli ultimi anni, sono andate via via moltiplicandosi le richieste di
riforma dello strumento; sollecitazioni che sono state avanzate anche dalla
Bundesbank e dallo stesso German Council of Economic Experts.
Ecco quindi che,
nei giorni immediatamente successivi alle elezioni legislative di quest’anno,
il governo del cancelliere Merz — impiegando i voti del parlamento uscente — ha
portato a una drastica revisione dello Schuldenbremse. Con tale modifica, la Germania
ha istituito un fondo speciale (dall’importo complessivo di 500 miliardi di
euro) indirizzato agli investimenti infrastrutturali e verdi e, al contempo, ha
scorporato le spese in difesa superiori all’1% del Pil dal calcolo del deficit:
due previsioni normative che danno la possibilità all’attuale esecutivo di
aumentare la spesa pubblica come mai fatto negli ultimi decenni.
Spesa o
investimenti?
L’approvazione
della riforma dello Schuldenbremse ha fatto inevitabilmente sorgere un quesito:
sarà la Germania capace di impiegare questo maggior debito per investimenti
strategici o, invece, finirà anch’essa, come molti altri Paesi, per “sprecare”
risorse finanziando spese improduttive?
Stando all’analisi
formulata dal German Council of Economic Experts, ad ora, la risposta a tale
quesito non è pienamente incoraggiante.
Nel report redatto
dai cinque economisti è infatti scritto in maniera esplicita come una non
trascurabile parte delle risorse del fondo speciale sia indirizzata verso spese
non classificabili come investimenti (come l’aumento delle pensioni per le
madri non lavoratrici). Da tale allocazione — mette in guardia il report —
rischia di derivare un impatto sulla crescita più contenuto rispetto a quello
preventivato, oltre che un aumento dell’indebitamento più difficile da
assorbire negli anni a venire. Il GCEE sottolinea in tal senso come sarebbe
opportuno ripensare la programmazione del fondo speciale verso investimenti
capaci di sostenere l’innovazione, nella consapevolezza che maggior spazio
fiscale può essere creato solo «attraverso riforme che favoriscono la crescita
e aumentano la base imponibile» («additional fiscal space should be created
through reforms that generate growth and broaden the tax base»).
La pressione
dell’AfD
Nel ricevere il
report dalle mani della chair del GCEE, Merz ha lasciato intendere in modo
piuttosto chiaro come non prevedesse particolari variazioni ai programmi di
spesa fino a quel momento elaborati. Tali dichiarazioni non risultano
sorprendenti per due ragioni in particolare.
La prima è che il
cancelliere guida un governo di grosse-koalition in cui rimettere mano al
bilancio, una volta che su di esso si è trovato un accordo, può risultare
politicamente molto complicato. La seconda è che varie spese sociali messe in
campo da CDU ed SPD servono a rispondere a un’opinione pubblica scontenta e
sfiduciata che, in maniera sempre maggiore, guarda ad Alternative für
Deutschland come soluzione ai propri problemi. A tal riguardo, non è da
escludersi che, per assistere a un riorientamento della spesa che segua le
indicazioni dei cinque economisti, sia necessario aspettare che la Germania
esca dall’attuale stagnazione economica e che il consenso verso i partiti di
governo torni — almeno un poco — a crescere.
Le speranze
dell’Europa
Dal versante
europeo, non si può che guardare con grande attenzione quanto accade a Berlino:
la Germania è d’altronde la principale economia del vecchio continente e dal
modo in cui essa spenderà la rilevante quantità di fondi presa a debito
dipenderà la crescita dell’Unione nel suo insieme.
Un grado di
dipendenza accresciuto negli ultimi anni dalle decisioni assunte in materia di
governance economica, posta la scelta di tornare a limitare la spesa dei Paesi
a debito elevato — attraverso la definizione del nuovo Patto di Stabilità e
Crescita — senza procedere a ulteriori emissioni di bond comuni, sul modello
del Next Generation EU.
Emissioni di
debito comune che avrebbero probabilmente rappresentato la migliore opzione per
sostenere la produttività del vecchio continente — così come il ruolo
internazionale dell’euro — ma che la politica e l’opinione pubblica tedesca,
evidentemente, continuano a vedere con (eccessivo) scetticismo.
Matteo Bursi,
AffInt 7
L’identità che manca agli Europei
L’Unione Europea
ha un solo grande problema, quello della mancanza di un’identità, che solo il
trascorrere del tempo e la storia possono creare.
E’ un organismo
politico a tutti gli effetti, nato dal consenso di tanti europei, ma verso il
quale i suoi membri non sentono di appartenere, per cui non riuscirà mai ad
avere la sovranità necessaria a decidere, ad esempio, sulla pace o la guerra,
decisioni difficili perché riguardano la vita stessa dei suoi cittadini.
Presi
singolarmente, i cittadini europei sanno bene cosa vuol dire appartenere al
proprio Paese, rispettare le sue leggi e la sua Costituzione. L’Unione Europea,
al contrario, manca di una Costituzione che spieghi ai suoi cittadini, quali
sono i suoi valori, i suoi principi fondanti, a cui fare riferimento nei
momenti di maggiore “empasse”.
Non ha un passato
l’Unione Europea e, soffre della mancanza di “identità“ che, per i
progressisti, è una parola pericolosa, in quanto capace di instillare il germe
del nazionalismo, del suprematismo, del razzismo, per via dell’esclusione
dell’altro, del diverso.
In sintesi, la
cultura progressista, pur avendo fatto dell’europeismo la propria bandiera
ideologica, non smette di stigmatizzare il concetto di identità e si suoi
pericolosi effetti.
L’unica cosa che
poteva vagamente somigliare ad una identità europea è stato il programma
Erasmus che, poco o nulla, è servito a formare una coscienza europea nelle
nuove generazioni, e di cui ci si è resi conto solo quando la Russia ha
aggredito l’Ucraina e Trump ha rinnegato l’Europa.
La prima
condizione, quindi, perché si possa parlare di un vero soggetto politico
europeo, operante in tal senso, è che gli stessi europei ne sentano la
necessità e lo vogliano, consapevoli di avere tutti un passato comune, un
passato che ha significato grandi conquiste dell’ingegno e dello spirito umano.
Grazie all’Europa,
alla sua storia, al suo patrimonio spirituale, il mondo intero ha potuto
conoscere e far suoi concetti e idee straordinari, come quelli di libertà,
eguaglianza, tolleranza ed avvalersi di scoperte scientifiche che hanno avuto
il merito di migliorare la vita di molti.
Solamente la
consapevolezza della propria comune identità storica, può essere
strutturalmente funzionale a fare dell’Unione un vero soggetto politico.
Tutto ciò sarà
possibile solo quando l’Europa, i suoi intellettuali, i suoi politici, non
avranno più paura della propria identità, del proprio passato e dei grandi
valori che esso ci ha lasciato.
Se l’Europa ha un
futuro possibile, questo deve iniziare dal suo passato: occorre riappropriarsi
di esso. E questo solo la politica è in grado di farlo.
Angela Casilli,
dip 14
Approvato il disegno di legge per la revisione dei servizi per cittadini e
imprese all’estero
ROMA – L’Aula del
Senato ha approvato il disegno di legge (1683) per la revisione dei servizi per
cittadini e imprese all’estero: si tratta di una disposizione già passata alla
Camera e collegata alla manovra di finanza pubblica. È stato poi assorbito il
testo (1478) di La Marca ed altri riguardante la delega al governo in materia
di disciplina della rete consolare onoraria. Il relatore Roberto Menia (FdI) ha
spiegato come il provvedimento sulla revisione dei servizi per cittadini e
imprese all’estero giunga in Senato dopo essere stato approvato dalla Camera e
dopo essere stato esaminato dalla III Commissione. Per Menia si tratta di
un provvedimento abbastanza semplice che però risponde alle esigenze delle
comunità italiane all’estero e quindi serve a favorire una serie di servizi. Il
testo, più in dettaglio, si articola in una prima parte di disposizioni in
materia di cittadinanza, di anagrafe e di legalizzazione di firme. Il relatore
ha ricordato che alcuni mesi fa era stato convertito in legge un importante
decreto-legge, che è stato anche migliorato, dopo l’esame del Parlamento e in
particolare del Senato, per quanto riguarda il tema del regime della
cittadinanza. Un secondo blocco di norme, agli articoli 4 e 5, reca
disposizioni in materia di passaporti e di validità della carta di identità ai
fini dell’espatrio. Infine, l’ultima parte è dedicata alle norme organizzative
e finanziarie finali. L’articolo 1, che è stato parzialmente modificato
dall’esame alla Camera, contiene disposizioni volte all’istituzione di un nuovo
ufficio dirigenziale generale presso il Ministero degli Esteri, che è dedicato
alla gestione centralizzata dei procedimenti di ricostruzione della
cittadinanza iure sanguinis, tale mansione fino ad oggi era affidata agli
uffici consolari. Quindi queste nuove disposizioni riducono le competenze degli
uffici consolari in materia di riconoscimento della cittadinanza, stabilendo
come essi abbiano la sola competenza di accertare il mantenimento della
cittadinanza italiana, rilasciando il relativo certificato. Le nuove
disposizioni prevedono altresì che, ferme restando le competenze dell’autorità
giudiziaria dei sindaci in merito al riconoscimento della cittadinanza
italiana, le domande di cittadinanza avanzate dai richiedenti maggiorenni
residenti all’estero siano ora presentate direttamente presso l’ufficio di
livello dirigenziale generale istituito all’interno del Ministero degli Esteri.
L’articolo 2 introduce invece una modifica di carattere procedurale alla
disciplina in materia di legalizzazione delle firme degli atti esteri da far
valere in Italia. L’articolo 3 prevede una serie di modifiche alla legge n. 470
del 1988, istitutiva dell’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (AIRE) e
al relativo regolamento di attuazione. Dal relatore è stato anche segnalato
come il Capo II, parzialmente modificato dalla Camera, detti disposizioni
per l’adeguamento della normativa in materia di passaporti e di validità della
carta d’identità per l’espatrio. In particolare, l’articolo 4 introduce modifiche
di carattere procedurale al fine di aggiornare la disciplina, tenendo conto
delle evoluzioni normative nel frattempo intercorse. All’articolo 5, si parla
del documento ai fini dell’espatrio ed è una norma che già in realtà era
disposta a livello regolamentare, per cui la carta d’identità è titolo valido
per l’espatrio se non sussiste una condizione che legittimi il diniego e il
ritiro del passaporto. Il III e ultimo Capo, agli articoli 6 e 7, contiene
disposizioni organizzative, finali e finanziarie. Secondo Menia infine il testo
non presenta profili di incompatibilità con la normativa nazionale, né con
l’ordinamento dell’Unione europea e gli altri obblighi internazionali
sottoscritti dal nostro Paese. Dopo il dibattito l’Aula di Palazzo Madama ha
approvato il provvedimento. (Inform/dip 18)
Grazie al Pd risorse concrete agli italiani all'estero in legge di bilancio
ROMA - "Nella
legge di bilancio il Partito Democratico ha ottenuto risultati concreti e
misurabili a favore degli italiani all’estero, nonostante una manovra
finanziaria priva di visione complessiva da parte del governo Meloni".
Così Christian Di Sanzo, deputato Pd eletto in Nord e Centro America, nel suo
intervento alla Camera alle 4 di notte di martedì 30 dicembre, durante la
maratona di approvazione della legge di bilancio.
"Grazie al
nostro impegno parlamentare sono stati ottenuti importanti e significativi
interventi a favore delle comunità all'estero”, ha evidenziato. “Sono stati
stanziati 500 mila euro annui per il 2026 e il 2027 per rafforzare la rete dei
consoli onorari, che spesso sono il primo presidio dello stato per tanti
connazionali e la cui rete riceve pochissimi fondi. Sono state incrementate di
500 mila euro annui per il 2026 e il 2027 le risorse per la promozione della
lingua e della cultura italiana nel mondo con fondi aggiuntivi agli enti
gestori, ed è stato garantito 1,5 milione di euro annuo in più per ciascuno
degli anni 2026 e 2027 a sostegno delle scuole paritarie italiane all’estero
perché la lingua e la cultura rimangono uno dei più grandi strumenti di soft
power dell'Italia nel mondo e hanno bisogno di un adeguato supporto. Inoltre –
ha aggiunto Di Sanzo – abbiamo rinnovato l'impegno per la rappresentanza degli
italiani all'estero: 500 mila euro per il 2026 a favore del Consiglio generale
degli italiani all’estero e 700 mila euro per il 2026 per i Comitati degli
italiani all’estero (i Comites), che senza questo finanziamento avrebbero visto
decrescere i propri fondi a un livello più basso del 2025, anno nel quale erano
stati aumentati grazie a un emendamento a mia prima firma. Inoltre, un aumento
di 1 milione di euro per il 2026 del finanziamento per le Camere di commercio
italiane all’estero perché non si può parlare di Made in Italy senza supportare
chi promuove il Made in Italy nel mondo ogni giorno. Infine, abbiamo ottenuto
l'eliminazione della tassa di 250 euro per registrare la nascita alla quale
erano sottoposti i nuovi nati da genitori che non hanno vissuto in Italia e i
minori al momento dell'approvazione della nuova legge; noi avevamo proposto di
rimuoverla per i nuovi nati e per i minori, ma il governo ha accettato di
rimuoverla solo per i nuovi nati - in ogni caso un passo avanti”.
“Questi risultati
– ha concluso Di Sanzo – dimostrano che il Pd, come in ogni legge di bilancio,
difende con serietà i diritti e i servizi per gli italiani nel mondo,
trasformando le parole in risorse concrete. Noi per gli italiani nel mondo ci
saremo sempre!”. (aise/dip 2)
Anche molti
Connazionali all’estero sono critici nei confronti delle posizioni politiche
che sono maturate in Italia. La mancanza di progetti realizzabili non ci
consente di modificare certe nostre sensazioni. Ci sono, sempre, troppi coni
d’ombra per sperare di rivedere presto la luce. Prima di tutto, ma non siamo i
soli a segnalarlo, non sono ancora note le reali strategie politiche che
dovranno evidenziarsi. A ben osservare, è difficile distinguere il “nuovo” dal
“rinnovato”. La Penisola continua a essere in fibrillazione. Meglio intenderlo
da subito, perché per i mesi a venire le nostre disfunzioni potrebbero
aggravarsi. Insomma, la politica dovrà essere meglio focalizzata.
Quella dei
compromessi ha fatto il suo tempo. Ma su come e su quando ci saranno
“cambiamenti” non è possibile fare previsioni. Con questo Esecutivo di
Centro/Destra, i nostri destini muteranno? Mentre ci preoccupa la crisi
economica, non possiamo sottacere anche l’aspetto burocratico del malessere
nazionale.
Anche in questo 2026, pensare al “nuovo”,
senza tener conto dell’ ”attuale” è la teoria del serpente che si mangia la
coda. Sappiamo che sarà dura, ma riteniamo che l’Italia, in pratica il suo
meraviglioso Popolo, troverà la strada della risalita. Perché per tornare a
contare è indispensabile uscire dal ginepraio dell’ipocrisia che ancora
delimitala nostra politica. E’ indispensabile tenerne conto.
Non basta, quindi, riconoscere ciò che si
poteva fare e non è stato fatto. Dopo tanto travaglio politico, mancano ancora
le opportunità per riprogrammare la rotta della nave Italia. Così, pur
auspicando di sostenere il “nuovo”, non ci sentiamo d’essere possibilisti. Solo
ci rinfranca che “Politica” e “Riscatto” hanno, per supporto, una comune
matrice inalienabile: la Democrazia.
Giorgio Brignola,
de.it.press
Il contrasto alla guerra ibrida, nuova priorità della difesa italiana
A valle del
Consiglio Supremo di Difesa dello scorso 17 novembre, il ministro Guido
Crosetto ha diffuso un documento sulla minaccia ibrida, definita come una delle
più subdole minacce che ogni giorno erode in modo silente la sicurezza delle
nostre società, attribuendole una nuova priorità e rilevanza dal punto di vista
della difesa.
Cosa, dove, come
Il “Non-paper sul
contrasto alla guerra ibrida” è un’analisi corposa e dettagliata, che si
sviluppa su tre elementi principali: che cosa, dove e come. Il documento si
apre con un inquadramento della minaccia ibrida, descritta come l’insieme di
azioni coordinate in più domini (diplomatico, informativo/intelligence,
militare, economico).
Elemento centrale
del non-paper è lo spazio cibernetico: nelle parole del ministro, il dominio
cyber è “il moltiplicatore che tiene insieme tutto”, è quella dimensione che
consente campagne di disinformazione, forme di interferenza elettorale,
attacchi alle infrastrutture, rendendo complessa l’attribuzione grazie
all’impiego di proxy e alla plausible deniability.
L’analisi fornisce
anche una chiara lista di attori statali e non, responsabili delle azioni di
guerra ibrida: Russia, Cina, Iran, Corea del Nord, ma anche Houthi, Hezbollah,
milizie sciite. Attori che si distinguono per le loro modalità di attacco, ma sono
accomunati dall’obiettivo di destabilizzare i Paesi bersaglio sfruttando
debolezze sistemiche, dipendenze economiche, vulnerabilità infrastrutturali e
influenzando l’opinione pubblica.
Il quadro italiano
ed europeo
L’Italia è
particolarmente esposta a diversi profili di rischio. La dipendenza dalle
importazioni di energia, l’ampia rete di infrastrutture critiche (trasporti e
reti elettriche) e il sistema politico-sociale, la rendono vulnerabile a
ingerenze straniere, campagne di disinformazione e sfruttamento di divisioni
sociali. Inoltre, il documento sottolinea la dipendenza italiana dalle
importazioni di materie critiche: circa il 47%, oltre il doppio della media
dell’Ue.
Grande attenzione
è riservata ai cosiddetti choke points marittimi: il canale di Suez e Bab el-Mandeb,
oggi teatri di guerra ibrida e oggetto di attacchi. Particolare rilievo è dato
alle nuove vulnerabilità che caratterizzano tutta l’Ue, che dipende quasi
totalmente da fornitori extraeuropei per le materie critiche, ed è colpita da
attacchi alle infrastrutture come il sabotaggio dei gasdotti Nord Stream 1 e 2
nel settembre 2022.
Le misure da
attuare
La conseguenza è
che un’azione efficace di fronte alla minaccia ibrida non può prescindere da un
approccio integrato e coordinato che combini la sicurezza cyber, la sicurezza
fisica e la cooperazione internazionale. Una risposta a compartimenti stagni non
può funzionare: serve una visione d’insieme che coinvolga tutti i settori della
società in un approccio integrato whole-of-society.
Fra le misure da
attuare, il ministro inserisce come primo passo l’identificazione di uno spazio
cyber di interesse nazionale, che funzioni da campo operativo per la difesa. Un
secondo elemento è la creazione di un’Arma Cyber, composta da personale civile
e militare, continuamente operativa e composta da un adeguato numero di esperti
in grado di intervenire su tutto lo spettro delle minacce. Un’arma che, come
primo obiettivo, dovrebbe puntare a dotarsi di una capacità iniziale di
1.200–1.500 unità, di cui circa il 75% dedicato a compiti operativi, così da
garantire continuità d’azione secondo il modello già consolidato in altri
settori della difesa.
Seguendo l’esempio
di altri Paesi, si prevede la creazione di un centro per il contrasto alla
guerra ibrida, che riunisca personale della difesa, intelligence, ministeri,
agenzie civili e istituzioni europee. Infine, per rafforzare la resilienza
della società, il non-paper propone campagne di alfabetizzazione digitale,
programmi di educazione civica contro la disinformazione e strumenti per
identificare fake news e deepfake.
La cooperazione in
ambito NATO, UE e G7
L’Italia non può
cavarsela da sola di fronte a questa minaccia. Il documento sottolinea la
natura transnazionale della guerra ibrida, da cui deriva la necessità di una
risposta coordinata con alleati e partner. Il non-paper richiama i numerosi
strumenti già messi in atto dalla Nato, dall’Unione europea e dal G7.
La Nato sta
lavorando a una nuova strategia anti-ibrida. L’Unione Europea dispone di
strumenti come le direttive sulla sicurezza delle reti informatiche NIS2 e il
Cyber Resilience Act, oltre a gruppi di risposta rapida.
Il G7, nelle
dichiarazioni ministeriali dello scorso anno, ha riconosciuto la
disinformazione e l’ingerenza come minacce globali, condannando le azioni russe
in questo senso e impegnandosi a rafforzare l’azione comune per rispondere alla
manipolazione informativa, mirando a creare un meccanismo di risposta
collettiva con il mandato al contrasto alle forme di coercizione economica,
oltre alla disinformazione e alle interferenze straniere nei processi
democratici.
Non solo difesa ma
prevenzione
La strategia
proposta per fare fronte a questa minaccia non è solo di difesa, ma di
prevenzione. La chiave della risposta elaborata nel documento è la creazione di
una struttura operativa in grado di anticipare e respingere attacchi
sotto-soglia, di rafforzare, sebbene indirettamente, la coesione democratica e
di dotarsi degli strumenti per contrastare le guerre del futuro.
Questa strategia
potrebbe rappresentare un passo avanti per rendere l’Italia un attore ancora
più credibile e proattivo nella sicurezza europea e transatlantica, capace di
proteggere non solo il proprio territorio, ma anche la sua società e le sue
istituzioni. Paola Tessari, AffInt 7
Italiani all’estero. Intervista a Cenini (Cgie – Fi)
BRUXELLES -
All’inizio del nuovo anno abbiamo voluto fare un bilancio dell’anno appena
concluso sulla situazione degli italiani residenti all’estero con Antonio
Cenini, membro del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (CGIE) e
coordinatore europeo di Forza Italia per gli italiani all’estero.
D. Si é appena
concluso un anno importante per gli italiani all’estero, che ha visto la
riforma della legge sulla cittadinanza. Possiamo ora attenderci una revisione
profonda di tutto il sistema di rappresentanza dei milioni di italiani
residenti all’estero?
R. Sì, la
coraggiosa riforma della cittadinanza italiana promossa dal Governo nel 2025
mira a porre fine al cosiddetto "mercato dei passaporti", limitando
lo ius sanguinis (diritto di sangue) e introducendo l'obbligo di un legame
effettivo con l'Italia, rendendo più difficile per i discendenti lontani (oltre
i nipoti) ottenerla automaticamente, centralizzando le procedure e aumentando i
costi. L'obiettivo è combattere gli abusi e valorizzare il legame reale con il
Paese, non interrompendo lo ius sanguinis ma rendendolo più selettivo, con
nuovi requisiti come la dimostrazione di legami culturali, familiari e la
partecipazione civica. É naturale che il prossimo passo dovrà essere una
riforma del sistema elettorale per l’estero, che dovrà seguire lo stesso principio
guida della riforma della cittadinanza: combattere gli abusi e valorizzare il
legame reale con il Paese, sin dal prossimo Referendum costituzionale sulla
separazione delle carriere dei giudici.
D. I partiti di
sinistra e alcuni partiti regionali sudamericani hanno criticato duramente
questa riforma, considerandola lesiva dei diritti degli italodiscendenti e
criticandone aspramente i contenuti. Cosa prevede possa accadere se la
maggioranza di Centrodestra mettesse mano alla legge elettorale?
R. É prevedibile e
fisiologico che forze politiche che, sul voto estero, vivono da sempre di
rendita non vogliano perdere un privilegio così importante, ma è inevitabile
che ciò accada per diverse ragioni non più rinviabili. Prima di tutto perché
l’attuale legge presenta forti profili di incostituzionalità, soprattutto al
Senato. In secondo luogo, perché non rispetta i principi chiave della
segretezza e della personalità del voto, aprendo la porta a possibili controlli
o coercizioni (come evidenziato anche da sentenze costituzionali tedesche su
sistemi simili). L’esperienza maturata sinora con l’attuale sistema postale è
inequivocabile e conferma che il voto all’estero non è “genuino” né
trasparente, né libero, bensì gestito da gruppi di interesse che manipolano il
voto durante tutto il processo, dalla distribuzione alla raccolta dei plichi
elettorali.
D. Ma con questo
stesso sistema che lei definisce “gestito” ci accingiamo a cambiare la
Costituzione in occasione del prossimo referendum sulla separazione delle
carriere dei magistrati.
R. Purtroppo sì,
ma sono fiducioso che si possa intervenire in tempo con una legge per
modificare le cose. Gli allarmi che stiamo lanciando da settimane sembra siano
stati recepiti da Forza Italia e dal centrodestra e una soluzione è a portata
di mano.
D. Quale
soluzione?
R. Il voto in
presenza nei Consolati sarebbe la soluzione più naturale, ma bisogna anche
essere realisti quanto alle difficoltà operative di mettere in piedi un tale
sistema in tempi così rapidi. Il voto per il referendum dovrebbe tenersi entro
fine marzo. Per questo, senza fare annunci, abbiamo predisposto un possibile
piano B, del quale sarebbe però prematuro parlare ora. Vedremo nei prossimi
giorni come procederà la riflessione in merito nel centrodestra.
D. Oltre al
sistema di rappresentanza e alla legge elettorale, nei giorni scorsi durante le
discussioni sulla legge di bilancio vi sono stati diversi annunci da parte di
esponenti della sinistra, ma anche del centrodestra, relativamente
all’abolizione dell’IMU e alla riforma dell’assistenza sanitaria per i
residenti AIRE. Cosa c’è di vero?
R. La verità è che
gli italiani all’estero avrebbero bisogno di maggiore serietà, verità e
concretezza, non di annunci che creano aspettative poi destinate ad essere
frustrate. Sull’IMU per i residenti all’estero, ad esempio, abbiamo assistito
al rincorrersi di annunci trionfalistici sulla sua abolizione, da parte di
parlamentari eletti all’estero di entrambi gli schieramenti. Purtroppo, basterà
aspettare le prossime scadenze fiscali in giugno per rendersi conto che l’IMU
si continuerà a pagare. Allora con i colleghi di Forza Italia responsabili per
gli italiani all’estero, Fucsia Nissoli e Luigi Billè, chiediamo più serietà e
verità e una moratoria degli annunci farlocchi. Basta prendere per i fondelli i
nostri connazionali residenti all’estero! Meglio una verità amara piuttosto che
annunci infondati che creano aspettative poi disattese. Le bugie hanno le gambe
corte e presto tutti vedranno se l’IMU è stata abolita oppure no.
D. Può essere più
preciso? A chi e a che cosa si riferisce?
R. Sull’IMU per
gli italiani all’estero, allo stato, è stato solo approvato un disegno di legge
alla Camera (il 956 per la precisione) che dovrà proseguire l’iter parlamentare
e che, se mai venisse approvato così com’è ora, verrebbe a creare una situazione
ingiusta e fortemente discriminatoria per gli italiani all’estero. La norma
ridurrebbe l’IMU solo per pochissimi privilegiati, tra i quali sembra alcuni
degli stessi parlamentari che hanno proposto la norma, possessori di una sola
casa, in comuni con meno di 5.000 abitanti, e soltanto per chi ha vissuto in
Italia almeno cinque anni. A fronte di pochi, selezionati beneficiari, milioni
di cittadini italiani all’estero rimarrebbero completamente esclusi e
penalizzati, senza alcuna ragione legata al merito o all’effettivo bisogno. È
una scelta politica ingiusta, che favorisce pochi eletti e ignora la
maggioranza dei connazionali, violando i principi di equità e di uguaglianza
sanciti dalla Costituzione. Con Forza Italia chiederemo al Parlamento di
intervenire immediatamente per correggere questa ingiustizia, garantendo pari
trattamento e rispetto per tutti gli italiani all’estero. Non devono esistere
italiani di serie A e italiani di serie B! (Alessandro Butticé, aise/dip
2)
Trump e l’Europa nel nuovo disordine internazionale
L’avventura
venezuelana di Trump è un utile punto di partenza per valutare l’effettiva
portata pratica del recente documento sulla strategia di sicurezza degli Usa.
In primo luogo, essa permette di dare una conferma concreta all’indicazione che
il rafforzamento del controllo americano sull’emisfero occidentale e in
particolare sull’America Latina, la nuova “dottrina Monroe”, rappresenta la
principale priorità dell’amministrazione Trump. L’obiettivo è doppio:
l’esclusione dal continente di influenze politiche ed economiche straniere
potenzialmente ostili e il controllo e lo sfruttamento delle risorse naturali,
in particolare degli idrocarburi. Il tutto nella totale indifferenza rispetto
alla natura, democratica o meno, dei governi chiamati a conformarsi ai voleri
di Washington.
Esposto in questi
termini, si tratterebbe dell’enunciazione di un chiaro disegno neocoloniale o
imperiale. L’esperienza ci insegna però che le avventure imperiali non
comportano solo gloria e vantaggi per chi ne è protagonista, ma anche grandi
rischi e notevoli sacrifici. Sono sforzi collettivi che, per avere successo,
devono appoggiarsi su una narrativa nazionale condivisa. Virgilio, cantore del
destino imperiale di Roma, era più popolare dell’anti-imperialista Tacito. In
tempi più recenti personaggi come Kipling, Jules Ferry o Carl Schmitt toccavano
corde molto sensibili nell’opinione pubblica. Lo stesso è vero per gli ideologi
che stanno oggi intorno a Putin, come pure per i “neo-con” che predicavano
l’esportazione della democrazia come grande missione dell’America.
Il problema è che
Trump è stato eletto anche perché si è fatto portatore di una critica senza
riserve proprio sul rovinoso fallimento delle avventure afgane e irachene. Una
svolta nella visione del rapporto fra l’America e il mondo che era già
cominciata con Obama e che accomuna oggi non solo molte delle tribù che
compongono il variegato elettorato MAGA, ma anche settori di quello
democratico. È difficile immaginare un nuovo Tennyson capace di sedurre gli
americani di oggi con l’equivalente della “Carica della brigata leggera”. Per
poter essere accettata dall’opinione pubblica, la nuova versione
dell’imperialismo deve essere quindi a “costo politico zero” e non implicare
alcun impegno militare duraturo.
Il presupposto è
quindi che l’oggetto a cui si richiede un certo comportamento si pieghi alle
richieste americane di fronte al semplice dispiegamento dell’immensa forza
degli Stati Uniti, o con un minimo esercizio della stessa. Il problema è che
più le richieste diventano estreme e lontane dalle accettate norme
internazionali, più rischia di diventare ineludibile un nuovo massiccio e
duraturo uso della forza.
Il Venezuela come
banco di prova dell’imperialismo
Le prossime
settimane ci diranno come Trump intende dar senso al progetto di “governare” il
Venezuela. Le prime indicazioni ci dicono che l’intenzione è di servirsi di
pezzi del regime di Maduro. L’operazione è tuttavia ad altissimo rischio. Lo
stato disastroso in cui versa il Venezuela dopo decenni di dittatura chavista è
ampiamente noto, come pure le condizioni dell’industria petrolifera. Un simile
disegno avrebbe richiesto mesi di accurata preparazione che invece non sembra
esistere.
Ogni miracolo è
possibile, ma che Washington sia capace di sfornare, in tempi rapidissimi, un
convincente piano di rilancio e di riforme e, soprattutto, che i resti
dell’amministrazione Maduro siano capaci di darvi seguito sfiora i limiti
dell’immaginazione. Lo stesso si può dire del settore petrolifero dove le
compagnie americane avranno bisogno di notevoli incentivi e garanzie per essere
indotte a rientrare in un contesto da cui furono brutalmente espulse alcuni
decenni fa.
Se tutto ciò non
produrrà in tempi rapidi visibili effetti benefici per la popolazione, si può
temere che le tensioni sociali e politiche si riaccenderanno rendendo la
situazione ingovernabile. La responsabilità percepita ricadrebbe
inevitabilmente sugli Usa, i quali potrebbero allora essere costretti a un
nuovo intervento, questa volta visibile e duraturo. Il contrario di quanto
Trump promette agli americani.
Considerazioni
analoghe valgono per il resto del Continente, considerando che è improbabile
che l’azione di Trump si limiti al Venezuela. È un fatto che i regimi di
sinistra esistenti siano piuttosto screditati e il vento soffia attualmente nel
senso di governi più favorevoli all’America. Ciò non toglie che l’intero
Continente sia afflitto da squilibri strutturali, tradizionale malgoverno e
tensioni sociali le cui difficoltà di gestione si scaricheranno direttamente
sull’America.
Il tutto sullo
sfondo di un profondo e storico antiamericanismo che serpeggia ovunque nel
Continente, e che la propaganda russa e cinese non mancheranno di incoraggiare
attivamente. Perché, se Mosca e Pechino non possono fare nulla per contrastare
la nuova “dottrina Monroe”, possono fare molto per sabotarne la messa in opera.
Yalta planetaria:
un’illusione geopolitica
Queste obiettive
difficoltà dell’ipotesi di un nuovo disegno imperiale incoraggiano un’altra
tesi: che l’obiettivo di Trump sia quello di proporre a Cina e Russia una nuova
“Yalta planetaria”, una spartizione delle sfere di influenza. L’idea stessa
richiede però una certa simmetria di un rapporto di forza stabilizzato e
riconoscimenti reciproci. La Yalta che chiuse la guerra mondiale era fondata
sulla presa d’atto della situazione creata sul terreno dagli avvenimenti
bellici.
Oggi la situazione
è molto diversa. Riconoscere una sfera d’influenza americana sull’emisfero
occidentale non costa molto a Cina e Russia che non sono in condizioni di
contrastare i progetti trumpiani. La Russia sarà costretta a subire la fine
della sua influenza politica su alcuni paesi, che del resto era già molto
compromessa. La Cina dovrà limitare le sue ambizioni economiche, sapendo
comunque che non potrà essere completamente esclusa dal Continente. La
situazione in Asia e in Europa è del tutto diversa. L’America è perfettamente
in grado di contrastare l’espansionismo russo e cinese.
Il riconoscimento
di sfere di influenza, quale che sia la loro ampiezza, comporterebbe quindi da
parte americana concessioni senza vera contropartita. Ciò avrebbe il risultato
non solo di indebolirne l’autorità e la credibilità presso gli alleati e i non
allineati, ma anche di creare un contesto in cui la possibilità di nuovi
conflitti e rivendicazioni resterebbe elevata.
Inoltre non si
vede come questo processo potrebbe escludere l’Africa, per cui si aprirebbe
dunque una nuova corsa alla spartizione. Una situazione molto lontana dalla
relativa stabilità che era comunque garantita dalla Yalta che abbiamo
conosciuto. In sostanza, l’America indebolirà la sua autorità morale,
rinunciando a un soft power in passato rivendicato con successo anche se non
sempre esercitato in modo coerente, mentre non otterrà in cambio nessuna vera
garanzia di sicurezza.
L’Europa tra
pressione americana e sfida esistenziale
Ciò ci porta a
concludere questa analisi valutando le implicazioni per l’Europa che si trova
sottoposta a una molteplice pressione e forse alla più difficile sfida
esistenziale degli ultimi 80 anni.
In primo luogo, il
grave colpo portato da Trump ai residui del sistema multilaterale che gli Usa
avevano creato con il nostro aiuto dopo la Seconda Guerra Mondiale e che gli
europei avevano trasformato in una causa quasi identitaria. Ciò ci obbliga a
rivedere la nostra visione del mondo e delle relazioni internazionali.
In secondo luogo,
la pressione per accettare una conclusione della guerra in Ucraina a condizioni
che molti giudicano troppo favorevoli a Putin. Una pressione questa che gli
europei stanno però finora dimostrando di saper contrastare con un certo
successo, anche se è troppo presto per trarre conclusioni definitive.
In terzo luogo,
alla pressione strategica si aggiunge un confronto che si può solo definire
ideologico. Una parte del mondo trumpiano, di cui l’esponente più visibile è il
vicepresidente Vance, accusa apertamente l’Europa di decadenza politica e
morale se non di un preteso tradimento dei “valori occidentali”. Un’accusa che
è accompagnata da un aperto sostegno ai movimenti di estrema destra.
Ciò che colpisce
in questa posizione è quanto sia ideologicamente simile a quella di Putin. La
verità è che probabilmente questo doppio attacco, oltre ad avere lo stesso
contenuto, ha anche la stessa motivazione: che il modello europeo di democrazia
liberale costituisce un pericoloso rischio per le basi ideologiche del sistema
putiniano, ma anche per l’evoluzione che alcuni definiscono “post liberale” o
“nazionalista cristiana”, promossa da una parte del movimento MAGA. I suoi
sostenitori a Washington potrebbero però trovarsi di fronte a una spiacevole
sorpresa. In un contesto di crescente antiamericanismo presente anche in
Europa, una parte delle forze estremiste, a destra come a sinistra, si sentirà
in effetti molto più vicina a Putin che a Trump.
La Groenlandia:
dal paradosso della convergenza al rischio di conflitto
Infine, c’è la
novità costituita dalla riproposizione, in termini particolarmente violenti,
della rivendicazione sulla Groenlandia. È troppo presto per formulare a questo
proposito un’analisi completa. Si può tuttavia constatare che ci troviamo di
fronte a un perverso paradosso.
Da un lato, se c’è
un caso in cui è evidente una potenziale convergenza, è proprio questo. Data
l’importanza strategica della Groenlandia e il suo immenso, ma difficile da
sfruttare, potenziale di materie prime, il buon senso e l’interesse comune
suggerirebbero infatti una accresciuta collaborazione fra Europa e Usa. Porre
invece, come fa Trump, la questione in termini di sovranità, rende il
compromesso impossibile e porta direttamente al conflitto. Come ha giustamente
osservato la prima ministra danese, il ricorso alla forza da parte di Trump
avrebbe effetti imprevedibili e devastanti per la Nato e le relazioni
transatlantiche.
In queste
condizioni, agli europei consapevoli dell’impossibilità di poter resistere a un
attacco militare, si apre solo la strada di cercare con ogni mezzo disponibile
di alzare il prezzo politico interno ed esterno che Trump dovrebbe pagare se
volesse ricorrere alla forza; con la diplomazia, ma anche con il rafforzamento
della presenza sul territorio. È del resto ciò che le prime mosse lasciano
intravedere.
Come scrisse
Brecht, “Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi”. Riccardo Perissich,
AffInt 13
Lettera aperta al Primo Ministro
On. Meloni,
Non sarò il primo,
ma neppure l’ultimo, che indirizza alla Sua Persona, quale Capo di questo
Esecutivo, una riflessione che non vuole essere polemica, ma che dovrebbe
essere presa in considerazione. Anche sotto il profilo socio/economico. Sono
uno, dei tanti, italiani che si duole per una situazione nazionale sempre
complessa. La politica d’urgenza, malauguratamente, non è sempre la cura
migliore per sanare i “mali” di un Paese. Tra contese a tutti i livelli, mi
chiedo, e Le chiedo, dove andranno a parare le sorti della Penisola in questo
problematico 2026. Anche perché l’Italia è parte di un complesso internazionale
in “evoluzione”. Con tutti i conseguenti coinvolgimenti.
Da parte mia, mi
limiterò alla cronaca dei fatti più recenti per esporli, poi, nella loro
completezza; con la speranza di trovare termini realistici per manifestare,
successivamente, un pensiero che non vuole essere inteso come giudizio. Certo è
che il “buon senso”, se non l’oggettiva necessità, ha aperto gli occhi a molti
anche alla politica più “ottimistica”.
Il Bel Paese, ora, ha bisogno di certezze.
Pochi ed inderogabili. Quando ci saranno? L’interrogativo è il punto focale di
questo “novello” 2026. Una “risposta” concreta potrebbe avere una risposta nei
prossimi mesi. Sempre che lo si voglia veramente.
Giorgio Brignola,
de.it.press
Premio Italia Radici nel mondo: presentata la seconda edizione
ROMA. È stato
presentato oggi, 9 gennaio, nella Sala Stampa della Camera dei Deputati il
Bando della seconda edizione del Premio Italia Radici nel Mondo-Toto Holding,
concorso di racconti inediti rivolto agli italiani e alle italiane residenti
all’estero e agli/alle italodiscendenti, nato dalla sinergia tra il John Fante
Festival “Il dio di mio padre” e il Piccolo Festival delle Spartenze.
Migrazioni e Cultura. Il Premio gode del patrocinio del gruppo di ricerca
L&gend Letteratura & Identità di Genere dell'Università “G. d’Annunzio”
di Chieti-Pescara, della Società Dante Alighieri e del Ministero degli Affari
Esteri e della Cooperazione Internazionale.
Tema dell’edizione
2026 sarà “Donne in emigrazione”.
Il Premio -
organizzato dal Comune di Torricella Peligna (Chieti), ente organizzatore del
John Fante Festival, con la partnership di Toto Holding, la collaborazione
della Fondazione Pescarabruzzo e del Piccolo Festival delle Spartenze - intende
dare voce alle tante radici italiane sparse per il mondo, a quanto gli autori
italiani e italodiscendenti abbiano contribuito alla vita culturale e artistica
delle nuove patrie, al modo in cui hanno fatto i conti con le radici italiane.
Il Premio è anche un modo per valorizzare scrittori e scrittrici italiani che
vivono all’estero, alla ricerca di nuovi talenti.
Dopo i saluti e
l’introduzione di Fabio Porta, Commissione Affari esteri e comunitari – Vice
Presidente Comitato italiani all’estero, di Carmine Ficca, Sindaco del Comune
di Torricella Peligna, e di Nicola Di Pietrantonio, Consigliere del Comune di
Torricella Peligna, sono intervenuti Giovanna Di Lello, ideatrice del premio e
direttrice del John Fante Festival, Giuseppe Sommario, ideatore del premio e
direttore del Piccolo Festival delle Spartenze, Giovanni Maria De Vita, Cons.
Amb. responsabile Progetto PNRR del Turismo delle radici, Ministero degli
Affari Esteri e della Cooperazione internazionale, Toni Ricciardi, Deputato
eletto nella Circoscrizione Estero-Europa, Paolo Masini, Presidente del Museo
Nazionale dell’Emigrazione di Genova (MEI). Ha moderato l’incontro Gianni
Lattanzio, Direttore editoriale di “MeridianoItalia”.
“È per me motivo
di grande orgoglio presentare la seconda edizione del Premio “Italia Radici nel
Mondo”, un’iniziativa nata nell’ambito del John Fante Festival, presso la
Camera”, ha detto il Sindaco di Torricella Peligna Carmine Ficca. “Questo
premio rappresenta un ponte vivo tra l’Italia e le comunità di italiani e
discendenti di italiani nel mondo, valorizzando storie, percorsi e contributi
che rafforzano il legame profondo con le nostre radici culturali e identitarie.
Torricella Peligna, terra di emigrazione ma anche di cultura e di visione,
continua così a farsi promotrice di un dialogo internazionale fondato sulla
memoria, sulla creatività e sull’appartenenza. Il John Fante Festival, che da
anni racconta con autorevolezza il tema delle radici e dell’emigrazione
attraverso la letteratura, è il contesto ideale per dare voce a questo bando,
che vuole essere non solo un riconoscimento, ma anche un invito a riscoprire e
raccontare l’Italia nel mondo. Ringrazio tutti coloro che rendono possibile
questa prestigiosa ed importante iniziativa”.
La II edizione del
Premio, ha aggiunto Giovanna Di Lello, “si propone di dare voce a storie di
donne che, attraverso le loro esperienze di emigrazione, hanno contribuito in
modo significativo alla costruzione delle nostre società. Il tema di
quest'anno, Donne in Emigrazione è un invito a riflettere su un aspetto spesso
trascurato della storia migratoria: il ruolo centrale delle donne, che con il
loro coraggio, resilienza e creatività, hanno saputo affrontare sfide immense,
portando con sé non solo le loro speranze, ma anche un enorme bagaglio
culturale che ha arricchito le comunità che queste hanno abbracciato”.
Giuseppe Sommario
si è detto “molto contento di presentare la seconda edizione del Premio
Italia-Radici nel Mondo. Una seconda edizione direi quasi inevitabile dopo le
risposte avute alla prima edizione che ci dicono dell’urgenza degli italiani
all’estero, sia di prima seconda o terza generazione, di raccontare la propria
versione, di cementare il legame fortissimo che ancora li unisce all’Italia e
ai valori che ad essa rimandano. Dedicare la seconda edizione alle donne è un
atto necessario: troppo spesso sono narrate come figure ancillari al seguito di
mariti, padri, fratelli. Invece, hanno avuto un ruolo decisivo nella storia
dell’emigrazione italiana, anzi i numeri ci dicono che oggi sono più le
italiane ad emigrare, seguendo spesso un percorso migratorio autonomo e di
successo”.
La giuria del
premio è composta da Vito Teti (presidente), Giovanna Di Lello, Giuseppe
Sommario, Antonio Bini, Maria Concetta Costantini, Giovanna Chiarilli, Roberta
Sibona, Toni Ricciardi e Gianni Lattanzio.
Tutte le opere
finaliste saranno raccolte e pubblicate in un volume, le opere vincitrici
riceveranno un premio in denaro per le due categorie previste: “Nuova
Emigrazione” e “Italodiscendenti”.
La categoria
“Nuova Emigrazione” è dedicata a riconoscere e valorizzare le storie, le
esperienze e i contributi degli italiani che, in tempi recenti, hanno scelto di
stabilirsi all'estero. La categoria “Italodiscendenti”, invece, celebra i
discendenti di italiani emigranti, che, pur vivendo in contesti culturali
differenti, continuano a mantenere vive le radici italiane. Entrambe le
categorie mirano a promuovere l'importanza della diaspora italiana e a
rafforzare i legami tra l'Italia e le comunità italiane nel mondo. Il testo
integrale del bando è disponibile a questo link https://www.johnfante.org/premio-italia-radici-nel-mondo-toto-holding-ii-edizione-bando-2025/?fbclid=IwY2xjawNxgLFleHRuA2FlbQIxMABicmlkETBQZ1hlc3RzOUVOOG9iUnVZAR4Sxf2u77iNbhScTPmaCY-Muqx-q76Cej0Ym6fgssSe37CJk3pWYqL83UNUBQ_aem_j8wVbi1d6oJwEMloVUuamQ (aise/dip 9)
Intervista al Sottosegretario all’Editoria Alberto Barachini. La sfida
digitale
Informazione,
democrazia e sfida digitale. In un tempo in cui fake news, intelligenza
artificiale e crisi economica mettono sotto pressione il sistema dei media, il
Governo rivendica una linea di sostegno all’informazione professionale e al
pluralismo. Con il Sottosegretario all’Editoria Alberto Barachini abbiamo
affrontato i nodi centrali: il valore del giornalismo come argine alla
disinformazione, il futuro dei contributi pubblici, l’impatto dell’IA e il
legame profondo tra informazione di qualità e partecipazione democratica. Il ruolo che può e deve svolgere l’Unione
Europea.
Sottosegretario,
lei ripete spesso che bisogna sostenere l’informazione professionale. La
definisca.
Viviamo una fase
di grande confusione informativa: il cittadino è immerso in una “nube” di
contenuti in cui diventa sempre più difficile distinguere ciò che è verificato
da ciò che non lo è. Il giornalismo professionale, con la verifica delle fonti
e la responsabilità personale del giornalista, è il principale argine a fake
news e deepfake. Sostenere l’informazione significa quindi difendere questo
presidio.
Qual è il rischio
se ciò non accade?
Il consumo della
fiducia. L’informazione falsa o non verificata mina la credibilità complessiva
del sistema e allontana i cittadini dall’informazione professionale. Se
perdiamo la fiducia, perdiamo anche l’interesse e, alla lunga, la
partecipazione democratica.
Quali strumenti
avete messo in campo per contrastare questa situazione?
Abbiamo introdotto
criteri di sostegno che valorizzano il lavoro giornalistico, come il cosiddetto
“valore giornalista”: più giornalisti significa più informazione professionale.
Inoltre, abbiamo avviato una Commissione sull’impatto dell’intelligenza artificiale
nel settore informativo, per comprenderne rischi e opportunità.
L’intelligenza
artificiale sta già cambiando il modo di informarsi?
Sì. Oggi molti
cittadini si fermano alle sintesi generate dall’IA senza andare alle fonti. Non
dimentichiamo mai che l’informazione è un bene costoso da produrre, mentre la
disinformazione costa pochissimo.
È quindi una
questione culturale?
Assolutamente.
Difendere un sistema informativo pluralista significa anche difendere la
capacità di un Paese di raccontare sé stesso. Senza un’informazione radicata
nei territori, rischiamo che la narrazione dell’Italia venga affidata ad altri.
Un giornale di
qualità deve essere disponibile per il lettore, come contrastate la chiusura
delle edicole?
Abbiamo sostenuto
la distribuzione, soprattutto nelle aree remote, e aiutato a mantenere aperti
punti vendita fondamentali per le comunità. E’ molto complesso incidere sul
calo delle vendite, ma possiamo rallentare le chiusure e garantire un presidio
sul territorio. Le edicole non sono solo luoghi di vendita, ma presìdi civili,
soprattutto per le fasce più anziane della popolazione.
Il valore
dell’informazione locale resta quindi centrale?
L’informazione
locale è il primo contatto tra il cittadino e la notizia, è quella che
costruisce gli anticorpi contro la disinformazione. Racconta le comunità, dà un
volto al giornalismo e rende riconoscibile chi informa. Senza questo tessuto
connettivo perdiamo non solo informazione, ma identità culturale.
Il digitale può
sostituire la carta?
No, almeno non
completamente. I lettori più fedeli sono over 55 e spesso preferiscono la
carta. Inoltre il mercato editoriale digitale, da solo, non riesce a sostenere
il settore. La carta resta centrale nel dibattito pubblico.
Che futuro vede
per i contributi diretti all’editoria?
Li consideriamo
uno strumento essenziale per il pluralismo. Stiamo lavorando a un aggiornamento
del regolamento che premi il lavoro giornalistico e la presenza sul territorio,
mantenendo i livelli di sostegno e valorizzando le realtà più attive e radicate.
In questa partita
che ruolo può giocare l’Europa?
Un ruolo decisivo.
In Europa sta crescendo la consapevolezza che senza un intervento pubblico
l’informazione di qualità rischia di non reggere l’impatto dei grandi player
digitali. Servono regole comuni e forme di contribuzione da parte delle
piattaforme che redistribuiscano il valore prodotto dai contenuti
giornalistici. Io credo anche che l’Europa dovrebbe pensare a un vero e proprio
PNRR per l’editoria e per l’informazione, un fondo europeo dedicato a sostenere
il pluralismo, l’innovazione e l’occupazione nei singoli Paesi. L’obiettivo è
passare dalla logica delle sanzioni a quella degli accordi strutturali.
Qual è il rapporto
tra informazione e democrazia?
Strettissimo. Dove
cala l’informazione di qualità, cala anche la partecipazione democratica. Un
cittadino informato è un cittadino che partecipa.
Come coinvolgere
le nuove generazioni in questo percorso?
La scuola è un
passaggio fondamentale. Abbiamo messo a disposizione risorse perché gli
istituti possano abbonarsi a quotidiani e periodici, ma queste misure sono
ancora poco utilizzate. Quando però l’informazione viene raccontata ai ragazzi
con passione, l’interesse è altissimo. Informare significa anche formare
cittadini consapevoli.
Un’ultima domanda:
cosa risponde alle cassandre che
discettano sulla fine della carta stampata?
Lo sento dire da
trent’anni. Eppure, libri e giornali continuano a essere letti. La carta resta
uno strumento di profondità e attenzione. Finché ci saranno cittadini che
vorranno capire, la carta avrà un futuro.
Chiara Genisio,
vicepresidente vicario Fisc
Stefano
Stimamiglio, direttore Famiglia Cristiana (Fisc/de.it.press 26)
C’era una volta
una sveglia molto educata che faceva drin drin solo per dovere.
In realtà, lei
avrebbe preferito dormire fino a tardi come tutti gli altri oggetti della casa:
il cuscino, la coperta e perfino la sedia della cucina, che russava piano
piano.
Ogni mattina, alle
sette precise, la sveglia sospirava e diceva:
— Scusate tanto… —
e poi suonava.
Un giorno, però,
decise di scioperare.
— Oggi no — disse.
— Anche io ho bisogno di riposare.
Così non suonò.
Il bambino non si
svegliò, il papà arrivò tardi al lavoro, la mamma uscì con una scarpa nera e
una marrone, e il gatto fece colazione due volte, molto soddisfatto.
Quando finalmente
la sveglia si destò, vide il gran pasticcio che aveva combinato.
Si vergognò un
pochino e pensò a lungo. Poi ebbe un’idea geniale.
Da quel giorno
suonò sempre, ma con gentilezza:
una mattina
cantava piano,
un’altra
raccontava una barzelletta,
un’altra ancora
diceva:
— Dai, su, il sole
ti aspetta.
E nessuno si
arrabbiò più con lei.
Perché anche le
cose che devono svegliarci, ogni tanto, hanno bisogno di essere capite.
Giuseppe Tizza, de.it.press 25
Il cambio di regime forzato in Venezuela e le sue conseguenze
Dopo mesi di
minacce esplicite, schieramenti militari senza precedenti nei Caraibi e una
serie di operazioni contro imbarcazioni definite da Washington come coinvolte
nel narcotraffico — operazioni che hanno causato oltre un centinaio di morti in
circostanze riconducibili a esecuzioni extragiudiziali —, gli Stati Uniti hanno
dato seguito a quanto annunciato. Con un’azione militare definita “esemplare”,
forze Usa hanno catturato ed esfiltrato con la forza il presidente venezuelano
Nicolás Maduro e sua moglie, trasferendoli negli Stati Uniti. Poche ore dopo,
Donald Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti “will run Venezuela”, chiarendo
che Washington governerà il paese presumibilmente attraverso un governo locale
chiamato a seguire le istruzioni americane. A due giorni di distanza dagli
eventi, è possibile avanzare alcune considerazioni di carattere generale sulle
ragioni dell’intervento e sulle sue probabili conseguenze.
Le ragioni dietro
il cambio di regime
Tre appaiono le
ragioni centrali dell’operazione.
La prima riguarda
le risorse, in particolare il petrolio. Trump ha esplicitamente affermato che
l’intervento mira a recuperare beni espropriati alle compagnie americane e ad
assicurare agli Stati Uniti un accesso pieno e diretto alle riserve petrolifere
venezuelane, tra le più grandi al mondo. Si tratta di una giustificazione
apertamente affaristica, che richiama pratiche di estrazione coloniale più che
argomentazioni di sicurezza o di promozione della democrazia.
La seconda ragione
è geopolitica: l’obiettivo di ridurre la presenza cinese in America Latina. Il
Venezuela è stato negli ultimi anni uno dei principali partner regionali di
Pechino, sia sul piano finanziario sia su quello energetico. Il cambio di
regime offre a Washington l’occasione di colpire un perno della proiezione
cinese nell’emisfero occidentale.
La terza riguarda
la migrazione. Sotto Maduro circa otto milioni di venezuelani hanno lasciato il
paese, molti dei quali sono arrivati negli Stati Uniti. Un controllo diretto o
indiretto del Venezuela consentirebbe a Washington di favorire rimpatri, un argomento
politicamente spendibile presso la base MAGA, alla quale non era stata promessa
una politica estera interventista.
Non appare invece
credibile la motivazione legata al narcotraffico. Il Venezuela non produce
fentanyl e la gran parte della cocaina che transita dal paese è destinata ai
mercati europei. A togliere ulteriore legittimità a questa giustificazione
contribuisce la grazia concessa da Trump a un ex presidente honduregno
condannato negli Stati Uniti per traffico di droga.
Conseguenze per il
Venezuela
Le prospettive per
una transizione democratica appaiono incerte. Trump ha liquidato senza
esitazioni la leader dell’opposizione María Corina Machado, fresca premio Nobel
per la pace, e non ha nemmeno menzionato il candidato che, secondo gli stessi
Stati Uniti, avrebbe vinto le elezioni presidenziali dello scorso anno poi
manipolate dal regime di Maduro. Questo chiarisce che la transizione
democratica del Venezuela non sia una priorità dell’Amministrazione Trump.
Più plausibile è
lo scenario di un “regime di Maduro senza Maduro” e allineato agli Stati Uniti.
Le dichiarazioni di Trump e del Segretario di Stato Marco Rubio indicano
aspettative precise nei confronti di Delcy Rodríguez, vicepresidente del regime
e ora apparentemente figura di riferimento del nuovo assetto di potere,
soprattutto sul fronte petrolifero e sul disallineamento dalla Cina.
Resta infine il
rischio di destabilizzazione. Se il nuovo governo non riuscirà a costruire una
base di consenso interna, potrebbe essere travolto da dinamiche centrifughe:
rivalità tra fazioni del vecchio regime, organizzazioni paramilitari a cui era
stato appaltato parte del controllo della sicurezza e forze di opposizione
desiderose di sfruttare il vuoto di autorità.
Conseguenze per
gli Stati Uniti
Sul piano della
politica estera, l’intervento consolida un approccio che combina affarismo e
coercizione, con tratti riconducibili a una logica di estrazione coloniale. Lo
standing morale degli Stati Uniti subisce un ulteriore crollo, anche perché
l’operazione è stata condotta senza alcuna autorizzazione del Congresso,
accentuando una deriva pseudo-autoritaria interna.
Al tempo stesso,
l’intervento rischia di generare tensioni all’interno del movimento MAGA,
ostile all’interventismo militare all’estero.
Conseguenze per
l’America Latina
L’azione in
Venezuela rafforza una versione coercitiva della Dottrina Monroe, o “Donroe”
nella formulazione trumpiana. Cuba, Colombia e Messico subiscono una pressione
crescente, mentre si rafforza l’allineamento con governi di destra apertamente
pro-Usa, come quelli di Honduras, El Salvador, Ecuador e Argentina.
Un ulteriore
effetto riguarda il cosiddetto triangolo del litio e dei minerali critici —
Cile, Argentina e Bolivia — destinato a diventare un nuovo terreno di
competizione strategica. In parallelo, i governi di sinistra, con il Brasile in
testa, cercano forme di contro-bilanciamento, probabilmente verso la Cina,
anche se le prossime scadenze elettorali a Brasilia introducono elementi di
incertezza.
L’allineamento pro
o anti-statunitense, o anche il semplice non-allineamento, rischia di diventare
la principale linea di faglia politica regionale, con un aumento delle
interferenze americane che rischia di creare violenze e nuocere ai processi
democratici o di democratizzazione endogeni.
Conseguenze per il
mondo
L’intervento
americano a Caracas, senza alcuna giustificazione legale, infligge un altro
colpo al sistema di regole, norme e istituzioni internazionali. Esso fornisce
una legittimazione ex post alle politiche imperiali della Russia nel proprio
vicinato e, potenzialmente, una legittimazione ex ante a future azioni su
Taiwan da parte della Cina. Anche se Mosca e Pechino non avevano bisogno di
precedenti, l’episodio indebolisce gli argomenti normativi contro l’uso della
forza e rafforza una logica di potenza che peraltro costituisce una fonte
primaria di legittimazione interna per i regimi autoritari.
Conseguenze per
l’Europa
Salvo la Spagna e,
in misura minore, la Francia, le reazioni europee si collocano nel consueto mix
di ipocrisia e ambiguità, senza una condanna esplicita di un’azione illegale
sotto il profilo del diritto interno e internazionale. Ciò riduce ulteriormente
la credibilità europea nel Sud Globale e la capacità di costruire una
coalizione di medie potenze — come Canada, Giappone, Corea del Sud, Nuova
Zelanda e Australia — interessate a preservare ciò che resta dell’ordine
internazionale.
Gli europei
sperano di mantenere gli Stati Uniti coinvolti nel sostegno all’Ucraina, ma lo
spazio di manovra si riduce. Anche perché la dottrina “Donroe” si applica a un
territorio sotto giurisdizione di un paese europeo, la Groenlandia, parte del
Regno di Danimarca, che Trump ha più volte dichiarato di voler annettere.
Resta da capire
se, dietro dichiarazioni sempre più contorte per evitare critiche a Washington,
i leader europei stiano preparando contromisure per quando questa logica di
potenza si manifesterà anche direttamente ai loro danni.
Riccardo Alcaro,
AffInt 7
Dall’Ue la prima strategia in materia di visti
BRUXELLES -
Rafforzare la sicurezza dell'Ue, promuovere la prosperità e la competitività e
adottare strumenti moderni per i visti: questi i tre pilastri su cui poggia la
prima strategia europea in materia dei visti adottata oggi dalla Commissione
Ue.
Obiettivo
dell’Unione è quello di attuare una politica dei visti più strategica e in
grado di promuovere gli interessi a lungo termine dell'Ue, consentendole di
essere meglio attrezzata per la crescente mobilità e le conseguenze
dell'instabilità regionale e della concorrenza geopolitica.
La strategia,
evidenzia Bruxelles, mira a rendere l'Europa più sicura, rafforzando la prima
linea di controlli di sicurezza; più prospera e competitiva, facilitando
l'accesso per coloro che contribuiscono alla sua economia e alla crescita della
società; più influente a livello mondiale, attraverso la promozione di
interessi strategici, dei valori e della posizione globale dell'Ue; e più
efficiente, attraverso una politica dei visti più intelligente, moderna e
coerente.
Allo stesso tempo,
la Commissione è a lavoro per adottare una raccomandazione sull'attrazione dei
talenti per l'innovazione, per rendere l'Ue più attraente per i professionisti,
gli studenti, i ricercatori e gli imprenditori innovativi altamente qualificati
e per sostenere la competitività dell'Ue in un contesto globale.
RAFFORZARE LA
SICUREZZA DELL'UE
Tra le misure
concrete per far leva sulla politica dei visti, la strategia comprende: un
sistema moderno per la concessione dello status di esenzione dal visto ai paesi
partner, compreso un nuovo quadro di valutazione con criteri chiari per
valutare i potenziali candidati (nel 2026); un monitoraggio più rigoroso dei
regimi di esenzione dall'obbligo del visto esistenti nell'ambito del meccanismo
di sospensione dei visti per garantire il costante rispetto delle norme e
prevenire gli abusi dell'esenzione dall'obbligo del visto.
Previsto anche il
rafforzamento dell'effetto leva dei visti, potenziando l'attuale meccanismo
previsto all'articolo 25 bis, che consente all'UE di adottare misure mirate in
caso di mancanza di cooperazione in materia di rimpatrio e riammissione, e
introducendo misure ad hoc per incentivare la cooperazione in materia di
sicurezza e contro la migrazione illegale. Ciò avverrà mediante una revisione
del codice dei visti nel 2026.
Previste anche
possibili misure restrittive per sospendere, rifiutare o limitare le domande di
visto in risposta ad azioni ostili da parte di paesi terzi che compromettono la
sicurezza dell'Ue, nell'ambito della revisione del codice dei visti, in
consultazione con gli Stati membri.
La strategia
contempla, infine, nuove misure per rafforzare la sicurezza dei documenti di
viaggio per contrastare le frodi documentali, con nuove definizioni e sanzioni
armonizzate a livello dell'UE.
PROMUOVERE LA
PROSPERITÀ E LA COMPETITIVITÀ
I viaggi e la
mobilità sono uno dei principali motori dell'economia europea, con lo spazio
Schengen che rimane la destinazione più visitata al mondo. La strategia propone
nuove misure per sostenere la competitività globale dell'UE, attrarre e
trattenere i talenti e rendere i viaggi consentiti più facili, rapidi e
prevedibili per i turisti e i viaggiatori d'affari.
In questo senso,
la strategia prevede nuove procedure digitali sia per i viaggiatori esenti
dall'obbligo del visto che per i viaggiatori soggetti a tale obbligo: l'ETIAS
semplificherà e automatizzerà in parte i controlli prima della partenza per i
viaggiatori esenti a partire dal quarto trimestre del 2026. Le procedure di
visto digitale consentiranno ai richiedenti l'obbligo del visto di completare
l'intera procedura di domanda di visto online.
Previsti visti per
ingressi multipli con una validità più lunga per i “viaggiatori fidati”, per
stimolare l'attività economica e premiare i visitatori “abituali” e aziende
“verificate” e, così facendo, facilitare le procedure di visto per i
viaggiatori d'affari invitati da sponsor di fiducia.
Migliori
condizioni per i talenti: potranno essere esaminate eventuali modifiche alle
norme dell'Ue relative a studenti e ricercatori e a lavoratori altamente
qualificati, così come per i fondatori di start-up e scale-up e per
imprenditori innovativi. La strategia prevede anche un sostegno supplementare
ai cittadini di paesi terzi e ai datori di lavoro per affrontare le sfide
connesse alla procedura di rilascio dei visti attraverso gli uffici dello
sportello giuridico europeo. Il documento contempla anche ulteriori
finanziamenti dell'UE a sostegno del trattamento dei visti per i cittadini di
paesi terzi altamente qualificati e qualificati.
STRUMENTI MODERNI
PER I VISTI
Ogni anno milioni
di viaggiatori arrivano alle frontiere esterne dello spazio Schengen, con visti
per soggiorni di breve durata o da paesi esenti dall'obbligo del visto.
Gestirlo in modo efficiente richiede sistemi moderni che rafforzino la
sicurezza facilitando al contempo i viaggi legittimi. Per questo l'UE sta
utilizzando strumenti digitali avanzati per modernizzare la gestione dei visti
e delle frontiere. I sistemi informatici dell'UE saranno interoperabili entro
il 2028, consentendo di interrogare più banche dati contemporaneamente e,
attraverso un'unica ricerca centrale, migliorare la condivisione delle
informazioni e prevenire gli abusi. (aise/dip 29)
Il raduno anti migranti che imbarazza l’Afd. “Cacciamone milioni”
VETSCHAU
(BRANDEBURGO) – Quando sale sul podio un biondino smilzo con i capelli da
Rommel, nella piccola sala gremita cala il silenzio. «Dobbiamo parlare di
remigrazione» tuona nel microfono, e dalla platea parte un fragoroso applauso.
Maximilian Maerkl, leader degli Identitari tedeschi, sa benissimo di infrangere
un tabù: appena due anni fa quella parola trascinò in piazza milioni di
tedeschi. Allora venne fuori che le deportazioni di massa erano state discusse
a una riunione sediziosa tra esponenti di primo piano dell’Afd, neonazisti
dichiarati e il capo degli Identitari europei, Martin Sellner.
Settimane fa è
scoppiata come una bomba la notizia di una nuova riunione sullo stesso tema,
stavolta organizzata da un parlamentare dell’Afd, Steffen Kotré e sua moglie
Lena, parlamentare del land Brandeburgo. E con il controverso Sellner come
ospite d’onore. Ci siamo messi in contatto con loro per avere dettagli
sull’evento. Per un po’ sono spariti, poi Lena Kotré ci ha scritto che la
riunione era confermata, ma in un posto diverso, «e da non comunicare a
nessuno». Nel frattempo, sui due esponenti dell’ultradestra tedesca si è
abbattuta una bufera. E i vertici dell’Afd, Tino Chrupalla e Alice Weide, li
hanno obbligati a cancellare l’incontro. Poi, il colpo di scena: Martin Sellner
ha organizzato lui la riunione, lo stesso giorno, ma in un luogo diverso e da
comunicare in modo selettivo. E Lena Kotré ha confermato che ci sarà. Una
provocazione, anzitutto per i suoi capi.
L’appuntamento è
alle cinque di pomeriggio in una concessionaria fallita, un vecchio edificio
bianco e scrostato nascosto tra un benzinaio e un ipermercato, allo svincolo
dell’autostrada per Cottbus, cento chilometri a sudest di Berlino. Fa un freddo
polare anche dentro la piccola sala ma ad accogliere gli invitati selezionati —
pochi giornalisti e un centinaio di militanti — ci sono un raggiante Martin
Sellner in giacca e cravatta e Lena Kotré, i capelli biondi raccolti, gli occhi
color ghiaccio nascosti dietro un paio di occhiali tondi. Fuori, una decina di
manifestanti che sono riusciti a sapere della riunione urlano «fuori i nazisti»
e sparano musica a tutto volume di fronte all’edificio.
Sellner agguanta
il microfono: «Benvenuti nel 2026, l’anno del crollo dei cordoni sanitari, del
multilateralismo e del globalismo!». Sellner è una calamita per gli estremisti
di destra e una dannazione per l’Afd. Bollato dai servizi segreti tedeschi come
“estremista di destra”, bandito temporaneamente o definitivamente da vari Paesi
tra cui il Regno Unito e gli Usa — era stato in contatto con lo stragista
neonazista di Christchurch — ma anche per un po’ dalla Germania, l’attivista
bruno è un dito nell’occhio per l’Afd, che sta tentando di evitare di essere
messa al bando. Ma stasera lui e Kotré vogliono spostare i confini del
dicibile, rendere la remigrazione un sinonimo di «milioni» di rimpatri,
sottolinea. E Sellner annuncia che ha appena fondato un “Institute for
Remigration”, una commissione internazionale per diffondere il verbo delle
deportazioni di massa. A Repubblica, Sellner conferma che «stiamo contattando
anche esponenti della Lega e di Fratelli d’Italia» per completarla.
Kotré, che è
ufficialmente “responsabile politica per le remigrazioni” dell’Afd
brandeburghese, parte cauta, «sono qui a rappresentare la posizione del mio
partito», che ufficialmente vuole solo rimpatriare i migranti col foglio di
via, circa 224mila persone. «Tuttavia — aggiunge — vorrei che si discutessero
anche altre opzioni: personalmente riesaminerei le richieste di asilo degli
ultimi dieci anni per capire chi mandare via». E se per Sellner dovrebbero
essere cacciati anche quelli «non assimilati», e chissà cosa vorrà dire, e
forse quelli con il passaporto tedesco, e Kotré ritiene insomma «che bisogna
parlarne». La parlamentare regionale, da sempre legata a Sellner, in passato è
assurta agli onori della cronaca per aver partecipato a un incontro in Svizzera
con i neonazisti di “Blood and Honor”.
A margine della
riunione la intercettiamo e le chiediamo cosa intenda con «privatizzazione
della remigrazione», uno slogan che aveva usato in campagna elettorale. «Se lo
Stato non riesce a rimpatriare i migranti, bisogna privatizzare il servizio»,
risponde. Le chiediamo se il suo modello è Ice, il brutale servizio anti
immigrazione americano introdotto da Trump. Lei svicola, ma neanche tanto: «Che
vuol dire il mio modello? Posso solo dire che molte persone mi hanno già
contattato, molti imprenditori della logistica sarebbero prontissimi a farlo».
Tonia Mastrobuoni,
LR 23
Gentile Redazione,
mi permetto di
sottoporvi un breve testo di riflessione culturale dal titolo Il gusto
dell’Etna, incentrato sul rapporto tra territorio, identità e sapore in
Sicilia.
Attraverso un
gesto semplice – il confronto tra due arance provenienti da aree diverse
dell’isola – il testo propone una lettura accessibile ma non superficiale della
pluralità siciliana, intesa come stratificazione storica e geografica.
Sono stato
insegnante per molti anni in ambito interculturale e mi occupo di scrittura,
traduzione e divulgazione culturale. Il testo è inedito ed è disponibile anche
in versione tedesca.
Se ritenuto di
vostro interesse, resto naturalmente a disposizione per eventuali adattamenti
redazionali.
Ringraziandovi per
l’attenzione, porgo cordiali saluti. Giuseppe Tizza
Il gusto dell'Etna
Mettere due arance
su un piatto è un gesto semplice. Eppure, se una viene dalle pendici dell’Etna
e l’altra dalla Sicilia occidentale, quel gesto diventa una lezione di
geografia, storia e identità. Sbucciatele con calma. La prima, figlia della
lava e dell’altitudine, sprigiona un profumo ferroso, quasi balsamico. La
seconda, cresciuta tra brezze marine e pianure assolate, è più solare, lineare,
immediata. Fate assaggiare gli spicchi a passanti qualunque: chi va di fretta,
chi ha tempo; chi ama il dolce, chi cerca l’acido. In pochi secondi, senza
mappe né parole difficili, scopriranno il gusto della Sicilia. Perché la
Sicilia non è una. È un arcipelago terrestre, un mosaico di microclimi e di
storie. L’arancia dell’Etna porta in bocca l’inverno che morde e il giorno che
scalda, la cenere che nutre e il freddo che colora di rosso la polpa. È un
frutto che ha imparato a resistere, che concentra zuccheri e carattere.
L’arancia occidentale, invece, racconta la lunga estate, la luce distesa, la
dolcezza che arriva presto e resta. È franca, generosa, diretta. Non c’è una
migliore dell’altra. C’è una verità più interessante: il sapore come documento.
In Sicilia, il territorio non si limita a fare da sfondo; entra nella materia,
la plasma. Le dominazioni passano, i confini si spostano, ma il suolo, il vento
e l’acqua continuano a scrivere la loro storia nei frutti. Assaggiando, si
capisce che l’identità non è una bandiera: è una stratificazione. Questo
esperimento improvvisato tra la gente vale più di mille discorsi. Mostra che la
differenza non divide: arricchisce. Che l’unità non è uniformità, ma dialogo
tra sapori. Che una terra può essere coerente proprio perché plurale. Alla
fine, sul piatto restano solo bucce e succo. Ma chi ha assaggiato porta via
qualcosa di più: la consapevolezza che la Sicilia si può spiegare anche così,
con due arance e un morso di realtà. Giuseppe Tizza, Düsseldorf (de.it.press)
Sull’Imposta
Municipale Unica (IMU) è stato scritto di tutto. Assai meno nota, anche sotto
il profilo impositivo, invece, è l’Imposta sul Valore degli Immobili di
Proprietà all’Estero (IVIE). Di cui alla Legge 214/2011.
Esaminati gli atti normativi, pur nei nostri
limiti interpretativi, l’IVIE interessa tutti i cittadini, indipendentemente
dalla nazionalità, residenti legalmente nel Bel Paese, che siano proprietari, a
qualunque titolo, di un bene immobile oltre confine. Con un’esenzione solo se
l’imponibile immobiliare non superi i 200 Euro di rendita catastale. Si tratta,
dunque, di un’imposta sul patrimonio immobiliare che interessa i soggetti
proprietari di fabbricati fuori d’Italia.
Tanto per chiarezza, dal computo IVIE è
detraibile l’imposta immobiliare pagata all’estero per evitare una doppia
imposizione fiscale. Questi, in sintesi, i contenuti della normativa della
quale s’è scritto poco. Il dilemma, che riteniamo importante, è quello di
stabilire il valore dell’immobile sul quale l’IVIE è calcolata. Senza
addentrarci nei meandri dei conteggi, la base imponibile e le rispettive
aliquote sono contenute nella Circolare 28/E del 2 luglio 2012.
Ne risulta, a conti fatti, che l’IVIE non solo
non è di facile computo, ma che possa avere differenti importi, a parità di
caratteristiche, in base alle normative immobiliari nello Stato ove il bene
immobile si trova. Dato che tale Imposta appare generalizzata, abbiamo ritenuto
opportuno segnalare la questione, anche ai Connazionali in Patria che
potrebbero avere, chissà, una proprietà immobiliare in uno dei tanti Paesi di
questo nostro mondo.
Giorgio Brignola,
de.it.press
Il museo storico di Francoforte: le nuove mostre fra passato e IA
Tre nuove mostre
al museo storico di Francoforte (Historische Museum Frankfurt) nel 2026:
* Damals 1410, un
viaggio nel tempo con la IA per districarsi in una città medievale fra fake
news, spam e altri pericoli. Nella sezione Junges Museum.
* Höchst erzählt! – Über das Museum im Bolongaropalast. Anticipazione del nuovo museo nel palazzo Bolongaro a
Höchst.
* Die Welt im Geld
– Monete con le loro effigi, testimoni di eventi e di relazioni internazionali.
Il piccolo che
comprende il grande, il locale che contiene il globale, così si presenta il
programma delle mostre temporanee del 2026 dell’Historisches Museum Frankfurt.
Uno dei maggiori musei storici in Germania resta in dialogo su temi urgenti e
complessi, come l’intelligenza artificiale. Con un’altra mostra prende la
vocazione commerciale e finanziaria della città per far parlare le monete, la
numismatica come racconto storico. Infine, ci sarà un’esposizione che presenta
il futuro Museo nel palazzo Bolongaro a Höchst che aprirà nel 2027.
Prima di vedere
più da vicino queste mostre facciamo qualche considerazione che tocca il lavoro
museale in genere e le nuove tecnologie in grado di generare dei falsi.
Nel presentare i
tre progetti per il 2026 la direttrice Doreen Mölders, al suo secondo anno alla
guida dell’Historisches Museum Frankfurt, ha sottolineato che il museo opera
consapevolmente nel mantenere e accrescere la credibilità e la fiducia del
pubblico perché “ci basiamo sui fatti” ha detto. Il punto cruciale: le
istituzioni museali godono di un grande capitale di credibilità che è al tempo
stesso una importante responsabilità. Il discorso vira inevitabilmente
sull’intelligenza artificiale. La pervasività dell’intelligenza artificiale
rende sempre più difficile distinguere ciò che è autentico da ciò che non lo è,
un’immagine o un video creati dall’intelligenza artificiale. Qual è allora un
criterio per orientarci nella babele di input mediatici? – La risposta di
Mölders è la fiducia che riponiamo nella fonte, nel mittente, e nella loro
opera continua di preservare e alimentare il capitale di credibilità. Così
Mölders: “Ci sono analisi scientifiche che possono dimostrare l’autenticità di
un oggetto, insieme ai documenti storici, il cosiddetto diritto di veto della
fonte. Tutto è basato sulla ricerca. Non si comincia nel museo a raccontare
senza avere delle prove. Dal momento che abbiamo molte scolaresche siamo il
luogo dove le persone giovani imparano a rapportarsi con la IA. Quando guardano
i reels (video brevi) sui social, e anche il museo storico ha i suoi canali
social con i suoi reels, è uno fra tantissimi. La garanzia di autenticità dei
reels del museo e la fiducia viene dal conoscere il “mittente” per essere stati
al museo e conoscerne il metodo di lavoro”.
Fra le diverse
istituzioni, i musei possiedono infatti un altissimo grado credibilità in
quanto il pubblico può fidarsi che ciò che vede e apprende è frutto di un
lavoro scientifico, documentato, verificato e, non ultimo, orientato al bene
comune. Mölders cita uno studio del 2024 dell’Istitut für Museumforschung di
Berlino. Dopo la famiglia e prima della chiesa e dei partiti, i musei sono le
istituzioni più credibili e degne di fiducia. Il lavoro si può scaricare online
ed è stato ispirato a un precedente studio americano. (Das
verborgene Kapital: Vertrauen in Museen in Deutschland | Institut für
Museumsforschung).
In sintesi i musei
possiedono la competenza scientifica nella ricerca, conservazione e
interpretazione delle collezioni, offrono trasparenza sulle scelte espositive e
sulle provenienze delle opere; hanno responsabilità pubblica, perché il museo
agisce nell’interesse della comunità e con coerenza etica, soprattutto nella
gestione dei beni culturali e nella comunicazione e infine offrono affidabilità
educativa con contenuti accurati e accessibili.
Le mostre dell’Historisches Museum Frankfurt 2026
Damals 1410
dal 28 marzo 2026
al 7 febbraio 2027 – Sezione Junges Museum
Mostra interattiva
sulla competenza digitale rivolta a ragazzi da partire dagli 8 anni.
I ragazzi fanno un
viaggio nel tempo fino all’anno 1410, accompagnati da un topo inventore. La
macchina del tempo resta senza energia e, per potere tornare al presente, i
partecipanti devono esplorare una città medievale, risolvere enigmi e aiutare i
suoi abitanti. Attraverso numerose stazioni i bambini svolgono attività come
costruire un castello con l’aiuto dell’IA, prendersi cura di un cavallo,
spegnere un incendio o creare contenuti come veri influencer. Con una carta di
gioco registrano i progressi e raccolgono distintivi che rappresentano nove
ambiti fondamentali della competenza mediatica:
1. Privacy e
condizioni d’uso
2. Pubblicità e
spam
3. Cooperazione e
autoefficacia
4. Essere
influencer
5. Comunicazione
sociale
6. Fonti di
informazione e fake news
7.
Autorappresentazione
8. Programmazione
9. Acquisti in app
Il percorso segue
la logica dei videogiochi, con missioni, ricompense e un narrativo che motiva i
bambini a continuare. Dopo la visita, l’esperienza prosegue online sul sito
www.damals1410.net, con una piattaforma interattiva per i bambini e una sezione
dedicata ad adulti ed educatori con materiali di approfondimento, attività
didattiche e risorse di education (formazione) ai media. La mostra era stata
inaugurata ed esposta al Kindermuseum FRida & freD di Graz.
Höchst erzählt! – Über das Museum im Bolongaropalast
dal 10 giugno 2026
al 28 febbraio 2027, sezione Stadtlabor. Offre un’anticipazione del futuro
Museo nel Bolongaropalast a Höchst che aprirà nell’estate 2027.
L’esposizione
racconta il processo di realizzazione del museo dove troverà spazio il museo
della porcellana di Höchst, mentre una sezione sarà dedicata alla storia dei
Bolongaro, famiglia di commercianti di tabacco di origine italiana (Stresa sul
Lago Maggiore). Fecero costruire il palazzo barocco (XVIII sec.) che porta il
loro nome, segno della loro ricchezza e influenza. Il Museo nel Bolongaro
Palast, sarà una dependance del Museo storico di Francoforte e pertanto uno
spazio sarà dedicato a Höchst (fino all’inizio del XX secolo città autonoma),
all’evoluzione culturale del quartiere, attraverso le voci degli stessi
abitanti. L’obiettivo è costruire una narrazione plurale e partecipativa della
storia urbana.
Un’attenzione
particolare sarà dedicata alle domande sul museo del XXI secolo:
partecipazione, accessibilità, collaborazione e ruolo sociale dell’istituzione
culturale. La mostra è accompagnata da un programma di eventi nel quartiere,
come workshop, visite guidate, tour urbani e ciclotour, oltre ad essere
arricchita da un simposio internazionale nel settembre 2026. I contenuti della
mostra Höchst erzählt sono organizzati in sette aree tematiche, come
Raccontare, Rappresentare, Aprire, Collezionare, Condividere, Trasformare,
Collaborare, che mostrano i processi interni del fare museo e riflettono i
principi che guideranno il futuro Museo del Bolongaropalast.
Die Welt im Geld – Globale Ereignisse im Spiegel Frankfurter
Finanzobjekte
dal 30 aprile 2026
al 31 gennaio 2027. Il denaro non solo come mezzo di pagamento, ma come
testimone della storia e delle relazioni globali.
Attraverso dodici
capitoli, l’esposizione racconta la storia dei commerci, del colonialismo,
delle innovazioni tecnologiche e delle sfide contemporanee come la
globalizzazione, il cambiamento climatico e le migrazioni. Oggetti finanziari
apparentemente semplici come medaglie, azioni o carte di credito rivelano
legami sorprendenti con eventi mondiali, catastrofi naturali e movimenti
sociali.
Francoforte è al
centro del percorso, presentata come nodo storico del commercio, della finanza
e delle reti globali. La mostra combina profondità storica e temi attuali,
utilizzando strumenti innovativi come modelli 3D, video brevi e mappe
interattive per rendere visibili le connessioni tra oggetti e storia mondiale.
Anna Tikhomirov,
Paola Colombo CdI 23
La Sicilia che resiste: meno giovani, più ritorni? Il paradosso demografico
dell’Isola
Tra denatalità,
emigrazione e nuovi rientri, l’Isola vive una trasformazione silenziosa che
cambia lavoro, paesi e identità.
La Sicilia
continua a perdere abitanti, ma non nel modo semplice che raccontano i numeri.
Dietro i dati sulla denatalità e sull’emigrazione giovanile si nasconde un
fenomeno più complesso: l’Isola si svuota, sì, ma allo stesso tempo cambia
pelle.
I giovani
continuano a partire. Laureati, tecnici, professionisti: il copione è noto.
Milano, l’estero, le grandi città. Eppure, negli ultimi anni, qualcosa si muove
in controtendenza. Piccoli flussi di ritorno, spesso invisibili alle
statistiche, stanno ridisegnando alcuni territori, soprattutto nei centri
minori e nelle aree interne.
Sono i
“ritornanti”: trentenni e quarantenni che rientrano dopo esperienze fuori,
spinti dal lavoro da remoto, dal costo della vita o semplicemente dal bisogno
di radici. Non è un’invasione, ma è un segnale. Case ristrutturate, nuove
attività ibride tra digitale e artigianato, agricoltura di qualità che incontra
l’innovazione.
Il problema è che
il sistema non sembra accorgersene. I servizi restano tarati su un modello
demografico che non esiste più: scuole che chiudono, trasporti insufficienti,
sanità distante. Così il ritorno rischia di restare un’esperienza individuale,
non una strategia collettiva.
Nel frattempo, i
paesi si trasformano. Meno bambini, più anziani, ma anche nuove presenze:
stranieri che tengono in vita settori chiave come l’agricoltura e l’assistenza,
e che spesso conoscono la Sicilia meglio delle istituzioni che li amministrano.
La vera domanda,
oggi, non è se la Sicilia stia perdendo popolazione. È che tipo di Sicilia stia
nascendo. Un’Isola più piccola può essere anche più vivibile, più sostenibile,
più giusta. Ma solo se la politica smette di inseguire slogan e comincia a leggere
i segnali deboli del cambiamento.
Perché il rischio
più grande non è lo spopolamento. È l’abitudine al declino.
Giuseppe Tizza,
de.it.press 10
TeleVideoItalia: la Corte di Appello di Colonia conferma la tutela del
titolo
Angela Saieva
vince la battaglia legale e difende il diritto al nome della storica emittente
italiana in Germania
Una vittoria
legale e simbolica per TeleVideoItalia: il Tribunale regionale superiore di
Colonia (Oberlandesgericht Köln) ha confermato, il 12 novembre 2025, la tutela
del titolo dell’emittente italiana tv stampa fondata e guidata da Angela
Saieva. La decisione mette fine a una controversia iniziata con accuse
infondate da parte di una ricorrente residente a Colonia, che aveva tentato di
appropriarsi del marchio e di minare la reputazione della testata.
La sentenza
stabilisce non solo la legittimità di TeleVideoItalia, ma anche il risarcimento
delle spese legali e processuali della prima istanza, riconoscendo Angela
Saieva come parte lesa e titolare del marchio. La conferma ufficiale è stata
pubblicata online il 29 dicembre 2025 dallo studio legale specializzato in
diritto dei marchi.
TeleVideoItalia,
nata nel 1989, rappresenta da oltre trent’anni un punto di riferimento per le
comunità italiane in Germania e all’estero. Attraverso la sua emittente, Angela
Saieva ha raccontato storie, informato e dato voce ai connazionali, difendendo la
cultura, la lingua e le origini italiane nel contesto tedesco.
La controversia
legale ha rappresentato un duro colpo per Saieva: vedere il proprio nome e il
lavoro di una vita messo in discussione è stato devastante, ma la giornalista
non si è lasciata intimidire. Con costanza e rigore, ha raccolto prove della
reale esistenza e continuità della testata, dimostrando che TeleVideoItalia non
è solo un marchio registrato, ma una storia di servizio, impegno e etica
professionale.
“È stato un
percorso faticoso ma necessario”, racconta Angela. “Ho sempre creduto nella
giustizia e nella verità, e oggi la sentenza del Tribunale di Colonia lo
conferma. Questo non è solo un successo personale, ma un riconoscimento del
valore del giornalismo etico e della responsabilità di chi informa.”
La vicenda
sottolinea quanto, nell’era digitale, sia fondamentale distinguere i fatti
dalle falsità. “Dove la tecnologia dovrebbe essere uno strumento di costruzione
e di condivisione del sapere, purtroppo spesso regnano le fake news”, osserva
Saieva. “Difendere un nome, una testata e una reputazione significa difendere
la credibilità stessa dell’informazione.”
La sentenza assume
un significato più ampio anche per la comunità italiana all’estero: conferma
l’importanza di preservare strumenti di comunicazione che raccontino le
esperienze di migranti, connazionali e giovani generazioni italiane all’estero.
TeleVideoItalia è un esempio di come la giornalista possa coniugare
professionalità, etica e identità culturale, contribuendo alla coesione sociale
e alla memoria storica delle comunità italiane in Germania.
“Questo successo è
un regalo di inizio anno 2026, una conferma del lavoro fatto con passione e
dedizione. Ringrazio mio marito, mio figlio e i miei legali, senza i quali
nulla sarebbe stato possibile”, conclude Saieva.
La storia di
TeleVideoItalia è dunque anche una storia di resilienza: di fronte a
ingiustizie e tentativi di appropriazione indebita, la testata italiana ha
dimostrato che la verità, la documentazione accurata e l’etica professionale
sono valori insostituibili. La sentenza di Colonia è un messaggio chiaro:
fatti, non parole, restano il fondamento della credibilità giornalistica. CdI 5
Rapporto Cnel: tra il 2011 e il 2024 emigrati dall’Italia 630mila giovani
ROMA – In Italia
tra il 2011 e il 2024 sono emigrati 630mila giovani (18-34enni), il 49% dalle
regioni del Nord e il 35% dal Mezzogiorno. Il saldo al netto degli immigrati è
pari a -441mila. Complessivamente, i giovani andati all’estero nel 2011-24
corrispondono al 7% dei giovani residenti in Italia nel 2024. È quanto emerge
dal Rapporto CNEL “L’attrattività dell’Italia per i giovani dei Paesi
avanzati”, approvato dall’Assemblea nelle scorse settimane e ampiamente
illustrato in una Guida uscita in edicola con il Sole 24 Ore
Nel solo 2024 i
giovani che hanno lasciato il Paese sono stati 78mila. Il saldo al netto degli
immigrati è pari a -61mila. Nel 2024 il numero degli expat è il 24% del numero
delle nascite; Nel triennio 2022-2024 tra i giovani emigrati la quota di
laureati è pari al 42,1%, in aumento rispetto al 33,8% dell’intero periodo
2011-24; Ammonta a circa 160 miliardi di euro il valore del capitale umano
uscito dal nostro Paese nel 2011-24. È il costo, stimato sul saldo migratorio,
sostenuto dalle famiglie e, per la sola istruzione, dal settore pubblico, per
crescere ed educare i giovani italiani emigrati. Le tre regioni con il valore
maggiore sono Lombardia (28,4 miliardi), Sicilia (16,7) e Veneto (14,8). In
termini di PIL il valore del capitale umano uscito dal Paese nel 2011-24 è pari
al 7,5%.
Le prime dieci
nazioni avanzate verso cui vanno i giovani italiani sono, in ordine alfabetico:
Austria, Belgio, Francia, Germania, Irlanda, Paesi Bassi, Regno Unito, Spagna,
Svizzera e USA. Nel 2011-24 sono espatriati in questi Paesi 486mila giovani
italiani. Nello medesimo periodo sono arrivati in Italia 55mila giovani
cittadini di questi stessi Paesi. Quindi, nove italiani in uscita per uno
straniero in entrata. Nel 2011-24 si sono trasferiti dal Mezzogiorno al
Centro-Nord, al netto di quelli che sono arrivati, 484mila giovani italiani. A
questo capitale umano corrisponde un valore di 147 miliardi di euro, di cui 79
miliardi relativo al trasferimento dei giovani laureati, 55 a quello dei
diplomati e 14 a quello dei non diplomati. L’Italia, come tutti i
Paesi avanzati, è destinataria di copiosi arrivi di persone originarie di Paesi
più poveri. Al tempo stesso partono dal nostro Paese decine di migliaia di
giovani cittadini italiani, diretti verso altri Paesi avanzati, senza che da
questi stessi Paesi arrivino altrettanti giovani. È quest’ultimo aspetto –
sottolinea il CNEL – che ci distingue. Così l’Italia sta perdendo una parte
quantitativamente e qualitativamente importante della sua generazione giovane e
qualificata: un esodo strutturale, non episodico, non compensato da arrivi
equivalenti dagli altri sistemi economico-sociali avanzati. Rendere l’Italia
più attrattiva per i giovani – conclude il CNEL – vuol dire risolvere i nostri
ritardi culturali ed economici e fare quel salto qualitativo che permetterebbe
al Paese sia maggiore crescita e sviluppo sia più alti standard di vita per
tutti. Il Rapporto CNEL riporta anche i risultati di un sondaggio
condotto tra i giovani in Italia, Spagna, Francia, Germania e Regno Unito,
relativamente sia alla spinta ad andare all’estero, che risulta molto più
elevata in Italia, sia all’attrattività dell’Italia, decisamente bassa,
soprattutto tra i giovani tedeschi. Il sondaggio conferma che i giovani
italiani mettono sì al primo posto le migliori opportunità lavorative come
motivazione per andare via, ma non molto sopra la maggiore efficienza dei
sistemi pubblici, il riconoscimento dei diritti civili e la superiore qualità
della vita. Il Paese più scelto dai giovani europei e statunitensi per
trasferirsi all’estero è la Germania, con una quota pari al 20%. Segue il Regno
Unito con il 16,9%, la Spagna con il 15,4%, la Francia con il 15,1%, la
Svizzera con il 14,7%. L’Italia è scelta solo dall’1,9%, preceduta da Danimarca
(3,2%) e Svezia (3,4%), che sono però molto più piccole per popolazione ed
economia. Prima destinazione dei giovani italiani emigrati è il Regno
Unito, con una quota pari al 26,5%. La seconda è la Germania, con il 21,2% e a
seguire Svizzera (13,0%), Francia (10,9%) e Spagna (8,2%). Le percentuali variano
molto tra le diverse Regioni italiane. Quasi la metà degli altoatesini vanno in
Austria e oltre un quarto in Germania. Dal Meridione si parte soprattutto per
la Germania (30,4%, con 39,1% dalla Sicilia) e il Regno Unito (24,5%), poi in
Svizzera (12,6%). (Inform/dip 5)
L’attuale fragilità sociale dovrebbe, pur col
tempo, essere sostituita col varo di nuovi programmi anche per ridurre le
carenze di un sistema politico che non avrebbe più ragione d’esistere senza
sostanziali mutamenti. La ripresa che immagino dovrebbe puntellarsi su fattori
di grande carisma economico. Dalla sanità, dall’occupazione e dal varo di un
piano finanziario capace di sostenere gli obiettivi prioritari di una Penisola
che vuole riemergere da una situazione che consente di fare programmi solo
teorici. Ci saranno dei beni comuni da potenziare; a discapito di quelli
personali che dovranno essere ridimensionati. L’Italia dovrebbe essere al
centro d’iniziative capaci d’ampliare l’immagine di bene comune. Questo
potrebbe essere l’anno buono.
Ricostituire una società del “rinnovamento”
non sarà facile. Ma le difficoltà potranno essere superate dall’impegno di
tutti nel seguire una strada condivisa. Le trasformazioni socio/economiche
hanno sempre avuto un loro prezzo che anche tutti saremo chiamati a pagare. La
volontà di riscatto nazionale dovrà fornirci la volontà per superare le
incertezze, le politiche ambigue e chi, tutto considerato, non ha ancora le
idee chiare sul futuro nazionale. Il rilancio dell’Italia chiederà,
indubbiamente, sacrifici. Questa volta, però, non dovrebbero a fondo perduto
come, invece, è stato per il passato.
Giorgio Brignola,
de.it.press
INPS. Dichiarazione dei redditi 2023 entro il 28 febbraio 2026
ROMA – I
pensionati titolari di prestazioni collegate al reddito sono tenuti a
trasmettere all’INPS la propria dichiarazione reddituale entro il termine del
28 febbraio 2026, al fine di evitare sospensioni con indebiti sulla propria
pensione.
L’Istituto ha
avviato la campagna di solleciti 2024 delle dichiarazioni reddituali dedicata
ai pensionati che devono ancora dichiarare i redditi del 2023. Circa 680.000
pensionati hanno ricevuto un Avviso depositato nella loro Area MyINPS con un
video interattivo personalizzato che spiega: •perché è necessario dichiarare i
redditi per non perdere prestazioni come: Quattordicesima, Integrazione al
minimo, Maggiorazioni sociali e ANF; •come usare il servizio RED precompilato
per confermare o correggere i dati già noti all’INPS; •come ricevere assistenza
da un “assistente virtuale” per evitare errori. I destinatari possono
visualizzare e utilizzare la propria videoguida fino al 28 febbraio 2026
accedendo con le credenziali SPID/CIE tramite: • Sito INPS www.inps.it
(MyINPS), cliccando sul link nelle notifiche; •App IO e App INPS Mobile:
tramite la notifica ricevuta; •In alternativa è possibile accedere al video
personalizzato senza autenticazione dalla lettera di sollecito inviata a fine
dicembre, inquadrando il QR Code sulla copertina con il proprio smartphone o
quello delle persone di fiducia (l’autenticazione è richiesta solo alla fine
per accedere e usare il servizio RED precompilato necessario ad inviare la
Dichiarazione Reddituale). La video-guida, oltre a ricordare la scadenza per
l’invio, le diverse modalità di trasmissione della dichiarazione per l’anno
reddito 2023, le modalità per gli espatriati prima e dopo il 2023, comunica
anche la possibilità di verificare – tramite il servizio Consulente digitale delle
pensioni – l’eventuale diritto ad ulteriori prestazioni. Grazie a questo
servizio di comunicazione digitale, progettato ed erogato per la prima volta
nel 2022 nell’ambito del progetto PNRR Sistema di comunicazione organizzativa
personalizzata per gli utenti, l’Istituto ha registrato un incremento
progressivo della percentuale delle dichiarazioni reddituali rientrate, con
conseguente significativa riduzione delle sospensioni e revoche delle
prestazioni collegate al reddito.
L’ incremento
delle dichiarazioni rientrate con la video guida personalizzata è collegato
alla crescita dell’uso del servizio RED Precompilato accessibile dal pulsante
in fondo al video: il tasso delle dichiarazioni reddituali pervenute online a
seguito delle campagne solleciti è cresciuto dal 4,20% (dato della campagna
solleciti anno reddito 2018, ante rilascio del servizio di video-guida
personalizzata) al 7.59% (dato campagna solleciti con video-guida anno reddito
2022). Per fornire informazioni e supporto anche ai figli dei Pensionati o
altre persone che con Delega SPID possono fruire del video per capire come
assolvere l’obbligo per conto della Pensionata o del Pensionato, è possibile
consultare la pagina dedicata del portale https://www.inps.it (Inform/dip 20)
Felicità e prosperità: il sentiero silenzioso della verità
Le persone parlano
di felicità e prosperità ogni giorno. Queste parole compaiono spesso nei
discorsi, nelle conversazioni, nei consigli, nelle preghiere e negli auguri. Ma
quando mi guardo intorno, noto che pochissime persone si sentono davvero felici
in modo stabile. Ancora meno persone si sentono in pace. Questo mi fa
riflettere: stiamo tutti inseguendo la stessa cosa, oppure stiamo semplicemente
ripetendo parole che suonano bene?
Dalla mia
osservazione personale, la felicità viene spesso immaginata come qualcosa di
spettacolare. Le persone si aspettano che arrivi con celebrazioni,
riconoscimenti o applausi. Anche la prosperità viene attesa come qualcosa di
rumoroso, che si manifesta attraverso il denaro, le proprietà, le storie di
successo o l’approvazione pubblica. Ma la vita raramente funziona in modo così
ordinato.
Le cose più
significative arrivano quasi sempre in silenzio, senza annunci. Ho visto
persone che hanno raggiunto ciò che la società definisce successo, ma che
appaiono tese e inquiete. Le loro giornate sono frenetiche; i loro calendari
sono pieni ventiquattr’ore su ventiquattro, eppure sembra che la loro mente non
abbia mai riposato. Sono continuamente impegnate a pianificare cosa verrà dopo,
quale sarà il prossimo obiettivo, quale il prossimo traguardo.
Quando un
obiettivo viene raggiunto, un altro appare immediatamente. Non c’è pausa. Non
c’è spazio per sentire appagamento. Con il tempo, questo movimento costante
crea stanchezza, non solo fisica ma interiore. Una stanchezza che il sonno non
riesce a curare. È qui che molte persone iniziano a sentire che manca qualcosa,
anche se non riescono a dire chiaramente che cosa sia.
La felicità, come
ho lentamente compreso, non è un evento. Non è una ricompensa che attende alla
fine dello sforzo. È piuttosto uno stato di fondo che cresce quando la vita
viene vissuta con onestà. Appare quando le azioni e i pensieri non sono in
conflitto. Appare quando c’è meno finzione e più accettazione. Anche la
prosperità deve essere vista in modo diverso. Il denaro conta, senza dubbio.
Una vita senza una sicurezza finanziaria di base è difficile. Ma oltre un certo
punto, il denaro non risolve i problemi interiori.
Ho osservato
persone con risorse sufficienti sentirsi comunque ansiose, diffidenti e
insoddisfatte. D’altra parte, ho visto persone con mezzi limitati vivere con
dignità e ricchezza emotiva. Questo ci dice che la prosperità non riguarda solo
ciò che possediamo. Non riguarda soltanto il modo in cui viviamo o ciò che
abbiamo. Riguarda il sapere quando “abbastanza” è davvero abbastanza. Riguarda
l’uso saggio delle risorse, piuttosto che il desiderio infinito di avere di
più.
Una delle
principali ragioni dell’insoddisfazione oggi è il confronto. Le persone
confrontano la propria vita con quella degli altri senza conoscerne la storia
completa. Vediamo momenti modificati, non le vere difficoltà. Confrontiamo il
nostro “dietro le quinte” con i momenti di gloria degli altri. Questo confronto
avvelena lentamente la mente. Quando il confronto diventa un’abitudine, la
felicità diventa impossibile. Il successo degli altri inizia a sembrare un
fallimento personale. La gioia degli altri inizia a sembrare una mancanza
personale. È un modo doloroso di vivere.
Credo che la pace
inizi quando si smette di competere inutilmente. La vita non è una corsa in cui
tutti devono arrivare alla stessa destinazione. Ogni persona porta
responsabilità diverse, capacità diverse, percorsi diversi. Accettare questa
verità porta sollievo. Vivere nella verità non è facile. Richiede affrontare le
proprie debolezze senza scuse. Richiede ammettere gli errori. Richiede lasciar
andare immagini false. Ma una volta che questa onestà comincia, la vita diventa
più leggera. Non c’è più bisogno di ricordare bugie o di mantenere apparenze.
Ho scoperto che le
persone che conducono una vita semplice vengono spesso fraintese. Vengono
considerate prive di ambizione. Eppure, essere semplici non significa non avere
una comprensione profonda della vita. Nella maggior parte delle situazioni, la
semplicità è trasparenza. È la capacità di comprendere ciò che è importante e
ciò che non lo è. Le relazioni influenzano profondamente la felicità. Non conta
il numero di persone intorno a noi, ma la qualità del legame. Una sola
relazione sincera può portare più pace di decine di relazioni superficiali.
Fiducia, rispetto
e sicurezza emotiva sono forme di ricchezza spesso ignorate. Anche una vita
etica modella il mondo interiore. Quando le azioni vanno contro la coscienza,
qualcosa dentro si indebolisce. Anche se nessun altro lo sa, la mente lo sa.
Con il tempo, questo conflitto interiore diventa stress. Vivere in modo etico
non significa essere perfetti; significa cercare di rimanere allineati ai
propri valori. Anche le emozioni hanno bisogno di attenzione. Molte persone
reprimono le emozioni per apparire forti. Ma le emozioni represse non
scompaiono. Aspettano in silenzio e poi si manifestano attraverso rabbia,
frustrazione o tristezza. Imparare a comprendere le emozioni invece di negarle
crea equilibrio.
Il tempo è
un’altra forma di prosperità che spesso viene sprecata. Le persone passano il
tempo inseguendo cose di cui non hanno realmente bisogno. Più tardi, si rendono
conto di non aver avuto tempo per se stesse, per la riflessione, per legami
significativi. Il tempo, una volta perduto, non ritorna. Nel mondo di oggi, il
rumore viene scambiato per importanza. Le voci forti vengono notate per prime.
La saggezza silenziosa viene spesso ignorata. Ma il rumore svanisce
rapidamente. La profondità rimane.
Una vita costruita
sulla verità può non attirare attenzione, ma offre stabilità. L’astuzia
colpisce per un momento. La sincerità dura più a lungo. Una vita brillante può
risplendere nel breve periodo, ma una vita retta dura sempre. La verità viene
ricompensata nella vita in modi che non sono sempre evidenti, ma che toccano
profondamente il cuore. La felicità non richiede perfezione. Richiede
accettazione.
La prosperità non
richiede eccessi. Ha bisogno di equilibrio. Quando la vita viene vissuta con
consapevolezza, anche le difficoltà diventano significative. Non è solo vuoto,
ma dolore. Non è una vita che possa essere percepita come di successo dagli
altri. È dentro di te, ed è tranquilla. È una vita in cui una persona può
sedersi in silenzio senza irrequietezza. Una vita del genere potrebbe non
essere mai rumorosa. Potrebbe non apparire mai brillante. Ma sarà reale. E la
realtà, anche quando è semplice, possiede una forza silenziosa che nessuna
falsa apparenza può sostituire.
Krishan Chand
Sethi, dip 8
I politici
dovrebbero, prima di tutto, riacquistare consapevolezze del loro ruolo. Anche
se nei prossimi mesi ben pochi dei problemi d’Italia troveranno una valida
soluzione. Lo confermano per di più certi bisticci in Parlamento. Se è vero che
l’economia nazionale è fragile, e le ricadute non si possono escludere a
priori, sarebbe sostanziale fare causa comune contro un pessimismo dilagante
che potrebbe, tra l’altro, essere strumentalizzato. Non è detto che si possa
affrontare, e risolvere, tutto.
L’importante è
evitare un ulteriore prolasso della nostra economia. E’ una realtà che, ora,
dovrebbe essere meglio considerata. L’Esecutivo è nelle condizioni di poter
garantire un anno privo di “sorprese” sgradite; pure se la situazione
internazionale resta complessa e le “alleanze” da riconsiderare.
Anche se il 2026
non sarà l’anno della “ripresa” nazionale, potrebbe essere quello delle
riorganizzazioni politiche. Lo scriviamo convinti che i tempi siano maturi per
“rivedere” certi ruoli. Con cambiamenti
che meriteranno, però, la massima attenzione. Le premesse, per un buon fine di
queste eventualità, ci sarebbero. Il tempo delle stime è maturato. Ora le
“riflessioni” dovrebbero essere
gestibili. Il tempo delle “riflessioni” è maturato.
Giorgio Brignola,
de.it.press
ROMA – Passaporto e servizi consolari: per i cittadini residenti all’estero
o che necessitano di servizi consolari, interoperabilità tra l’Anagrafe degli
Italiani Residenti all’Estero (AIRE) e i sistemi di rilascio dei documenti
d’identità, eliminando i tempi di attesa per lo scambio di nulla osta cartacei
tra uffici diversi. Lo prevede il decreto legge varato dal Consiglio dei
ministri che introduce ulteriori disposizioni urgenti per l’attuazione del
Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) e in materia di politiche di
coesione.
Tra le altre disposizioni, Carta d’identità a validità illimitata per gli
ultrasettantenni, Tessera elettorale digitale, gratuità e rilascio immediato
dei Certificati anagrafici e di stato civile, accessibilità ai dati per i
familiari (Deleghe Digitali). Il provvedimento – approvato su proposta
del Presidente Giorgia Meloni e del Ministro per gli affari europei, il PNRR e
le politiche di coesione Tommaso Foti – favorisce l’attuazione dei
progetti del PNRR e opera una generale revisione di oltre 400 adempimenti
amministrativi a carico di cittadini, famiglie e imprese, puntando con
decisione sulla digitalizzazione, sulla contrazione dei termini procedurali e
sull’interoperabilità delle banche dati pubbliche. Si rafforza il principio
cardine che il cittadino o l’impresa non debbano fornire alla pubblica
amministrazione dati di cui questa è già in possesso e lo scambio telematico
tra banche dati diventa l’unico canale di acquisizione documentale. Inoltre,
per le opere strategiche, restano confermati i termini ridotti per i pareri
ambientali (VIA) e paesaggistici. In caso di inerzia delle amministrazioni, il
decreto prevede il potenziamento dei poteri sostitutivi per sbloccare i
cantieri entro scadenze perentorie. Semplificazioni per cittadini e famiglie.
Il decreto interviene per facilitare l’accesso ai servizi essenziali, con
un’attenzione particolare alle fasce più vulnerabili.
Le disposizioni del decreto legge:
Semplificazioni per cittadini e famiglie
Carta d’identità a validità illimitata per gli ultrasettantenni: per i
cittadini che hanno compiuto il settantesimo anno di età, dal momento del
rilascio o del rinnovo, la carta d’identità avrà validità illimitata.
Tessera elettorale digitale: attraverso il rafforzamento dell’Anagrafe
Nazionale della Popolazione Residente (ANPR), sarà attivato un servizio per la
consultazione dei propri dati elettorali e per la richiesta di certificati di
iscrizione alle liste elettorali in modalità telematica, riducendo la necessità
di recarsi fisicamente presso gli uffici comunali.
Certificati anagrafici e di stato civile: viene estesa la gratuità e la
modalità di rilascio immediato tramite ANPR anche per i certificati storici e
per quelli destinati ad usi per i quali in precedenza era necessaria la marca
da bollo, laddove la digitalizzazione del processo permetta l’esenzione.
Accessibilità ai dati per i familiari (Deleghe Digitali): viene
semplificato il sistema delle deleghe per l’accesso ai servizi online (come
INPS o ANPR). Sarà possibile per un cittadino delegare un familiare o un
convivente alla gestione dei propri servizi digitali direttamente tramite l’app
IO o i portali istituzionali, riducendo la necessità di recarsi fisicamente
presso gli uffici per autenticare deleghe cartacee.
Passaporto e servizi consolari: per i cittadini residenti all’estero o che
necessitano di servizi consolari, il decreto prevede l’interoperabilità tra
l’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE) e i sistemi di rilascio
dei documenti d’identità, eliminando i tempi di attesa per lo scambio di nulla
osta cartacei tra uffici diversi.
Disabilità e fragilità: si accelera l’attuazione della riforma sulla
disabilità attraverso l’attivazione della Piattaforma Unica gestita dall’INPS.
Per la definizione del “Progetto di vita” individuale, vengono introdotti
meccanismi di sussidiarietà che impediscono i blocchi amministrativi,
garantendo al cittadino una risposta certa in tempi brevi.
Tutela della salute: per i pazienti affetti da patologie croniche o rare,
viene esteso il limite massimo di confezioni prescrivibili con una singola
ricetta medica, passando dalle attuali 3 fino a un massimo di 6 confezioni per
ricetta. Inoltre, le ricetta medica per la prescrizione delle terapie avrà una
validità temporale estesa fino a 12 mesi, consentendo al paziente di ritirare i
farmaci in farmacia in modo frazionato in base alle proprie necessità, senza
dover tornare dal medico per ogni rinnovo. La semplificazione passa per
l’alimentazione automatica del Fascicolo Sanitario Elettronico, che elimina
l’onere per il paziente di dover produrre e consegnare certificazioni cartacee
per accedere a benefici e assistenza domiciliare.
ISEE precompilato e automatico: viene potenziata la modalità di rilascio
dell’ISEE attraverso l’integrazione e l’interoperabilità delle banche dati tra
l’INPS e l’Agenzia delle entrate. L’obiettivo è minimizzare le discordanze e
accelerare il rilascio del documento, rendendo la DSU (Dichiarazione
Sostitutiva Unica) precompilata lo strumento principale e più semplice da
utilizzare.
Ricevute da conservare ai fini fiscali: si abolisce l’obbligo di
conservazione cartacea delle ricevute per i pagamenti effettuati verso la
Pubblica Amministrazione attraverso canali elettronici (come il sistema
pagoPA). L’amministrazione è tenuta a verificare l’avvenuto pagamento
consultando i propri flussi informatici o quelli della piattaforma nazionale,
senza poter richiedere al cittadino l’esibizione della ricevuta, anche a fini
fiscali e di detrazione.
Diritto allo studio: vengono snellite le procedure per l’erogazione delle
borse di studio universitarie e si rende operativo il sistema delle lauree
abilitanti, riducendo i passaggi burocratici tra il completamento degli studi e
l’accesso alle professioni.
Patenti di guida e circolazione stradale: si rende più efficiente e sicuro
il processo di rilascio delle patenti. Si autorizza l’uso di tecnologie per il
rilevamento e l’inibizione di segnali radio (jammer) durante le prove teoriche
per il conseguimento della patente di guida e delle abilitazioni professionali,
al fine di garantire l’integrità dei test su tutto il territorio nazionale.
Inoltre, si punta a una gestione più snella delle pratiche relative alla
motorizzazione civile, riducendo i tempi di attesa per i cittadini attraverso
l’integrazione delle banche dati tra le forze dell’ordine e il Ministero delle
infrastrutture e dei trasporti.
Housing universitario: si semplificano le procedure per il cambio di
destinazione d’uso degli immobili destinati a residenze per studenti, con
l’obiettivo di incrementare rapidamente l’offerta abitativa.
Semplificazioni per le imprese e il sistema produttivo
Le misure puntano a liberare risorse e tempo per le aziende, riducendo gli
adempimenti formali.
Supporto alle microimprese: il decreto dedica una sezione specifica alla
riduzione degli oneri amministrativi per le piccole realtà aziendali,
semplificando gli obblighi di comunicazione e pubblicità relativi agli aiuti di
Stato, laddove le informazioni siano già presenti nel Registro Nazionale degli
Aiuti (RNA).
Transizione digitale ed ecologica: per i crediti d’imposta legati a
“Transizione 4.0”, si semplifica l’iter di certificazione degli investimenti
attraverso una maggiore integrazione tra le banche dati del Ministero delle
Imprese e del Made in Italy e l’Agenzia delle entrate.
Infrastrutture e TLC: si potenzia il ricorso alla SCIA (Segnalazione
Certificata di Inizio Attività) per l’installazione di reti a banda
ultra-larga, facilitando il lavoro degli operatori e accelerando la copertura
digitale del Paese. (Inform/dip 30)
L'introduzione
dello Spid a pagamento sta cambiando le carte in tavola per l'autenticazione
digitale e sul web, validando alternative gratuite allo Spid stesso, come la
Carta d'Identità Elettronica (CIE), obbligatoria in Italia a partire dal
prossimo agosto.
Poste Italiane,
così come altri provider accreditati, ha infatti deciso di introdurre un canone
pari a 6 euro per utilizzare i servizi dello Spid, con il pagamento che
scatterà dal secondo anno di attivazione e consentendo agli utenti di recedere
a 30 giorni dalla scadenza del pagamento.
Come utilizzare la
Carta d'Identità Elettronica al posto dello Spid
Per attivare e
utilizzare la Carta d'Identità Elettronica al posto dello Spid, così da
accedere, ad esempio, alla propria pagina dell'Agenzia delle Entrate o
dell'INPS, serviranno codice Pin e il codice Puk, a seconda delle modalità
d'accesso previste. in fase di autenticazione sarà richiesto anche il numero di
serie sulla carta, facile da reperire perché scritto sulla carta stessa.
Discorso diverso
invece per Pin e Puk, che spesso vengono dimenticati o smarriti. Come
recuperarli lo spiega lo stesso Ministero dell'Interno, nella sezione dedicata
alla Carta d'Identità Elettronica, dove si spiega che il Pin serve per accedere
ai servizi online, mentre il Puk è necessario per sbloccare il Pin nel caso in
cui risulti bloccato o ci sia bisogno di crearne uno nuovo.
Come recuperare
Pin
Non essendo
scritti sulla carta, né Pin né Puk, possono essere difficili da reperire.
Entrambi i codici da otto cifre vengono consegnati all'utente insieme alla
Carta d'Identità Elettronica, venendo divisi a metà e non dati tutti insieme
(prime quattro cifre al momento della richiesta, le altre quattro direttamente
a casa alla consegna della carta).
In caso di
smarrimento del Pin, è facile recuperarlo se hai il codice Puk, che svolge come
detto proprio questa funzione. Si può andare sull'apposita app CieID e alla
sezione "sblocca carta", dove si potrà reimpostare, se necessario, il
Pin.
Come recuperare
Puk
In caso non si sia
in possesso del Puk c'è una strada possibile per recuperarlo. Nell'app CieID
c'è un'apposita sezione "recupero Puk", che funziona avvicinando la
Carta allo smartphone e inserendo il numero di serie della stessa. Poi si
dovranno inserire i dati forniti al Comune in fase di erogazione. Dopodiché
passeranno 48 ore e si riceverà, tramite Sms o mail, un link che permetterà di
ultimare la procedura e recuperare il Puk. Adnkronos 17
Manifesto civico essenziale per la Sicilia di oggi
1. La Sicilia non
è destino
Rifiutiamo l’idea
che il disordine, la corruzione o il fallimento siano “naturali”.
La storia
condiziona, non condanna.
2. La coscienza
viene prima della protesta
Denunciare non
basta.
Comprendere come
funzionano potere, caos e responsabilità è il primo atto politico.
3. Nessun
salvatore, nessun uomo provvidenziale
Diffidiamo delle
soluzioni facili e delle figure carismatiche.
Il cambiamento
nasce da responsabilità diffuse, non da eroi.
4. L’ordine è un
atto quotidiano
L’ordine non è
autoritarismo, ma cura continua del bene comune: strade, scuole, linguaggio
pubblico, relazioni.
5. La forza senza
coscienza è distruttiva
Rifiutiamo ogni
fascinazione per la forza brutale, legale o illegale.
Il potere è
legittimo solo quando è comprensibile e controllabile.
6. La cultura è
esercizio, non ornamento
La cultura non
serve a decorare il declino, ma a formare giudizio, responsabilità e visione.
7. I giovani non
sono il futuro, sono il presente
Ai giovani vanno
dati compiti reali, non ruoli simbolici.
Senza
responsabilità, non c’è appartenenza.
8. La legalità
senza giustizia è vuota
La legge va
rispettata, ma va anche compresa, spiegata, resa giusta e visibile.
9. Il piccolo
conta
Un quartiere
ordinato, una decisione chiara, una parola onesta valgono più di grandi
promesse irrealizzate.
10. Restare è una
scelta attiva
Restare in Sicilia
non è resistenza passiva, ma impegno consapevole a trasformare ciò che si è
ereditato.
Principio finale
Le forze negative
avanzano dove l’uomo rinuncia a capire.
La Sicilia cambia
quando i cittadini pensano, agiscono e rispondono.
Giuseppe Tizza,
de.it.press 7
Master Universitario di II livello in Economia, Diritto e Intercultura
delle Migrazioni
ROMA –“In un’epoca in cui le migrazioni rappresentano una delle sfide più
complesse e decisive per il nostro Paese e per l’Europa, comprendere, governare
e valorizzare questo fenomeno richiede competenze avanzate, visione
multidisciplinare e un forte radicamento nella realtà”: nasce da questa
esigenza il Master Universitario di Secondo Livello in Economia, Diritto e
Intercultura delle Migrazioni (MEDIM), promosso dall’Università degli Studi di
Roma “Tor Vergata”, Dipartimento di Economia e Finanza (DEF), per l’Anno
Accademico 2025–2026, con inizio delle lezioni il 23 aprile 2026. Scadenza
candidature: 15 marzo.
Si tratta di un progetto formativo di alto profilo: il Master MEDIM è
realizzato in collaborazione con importanti enti di ricerca e organizzazioni
attive sul tema delle migrazioni: il CREG – Centro di Ricerche Economiche e
Giuridiche, il Centro Studi e Ricerche IDOS e ONimpresa – Osservatorio
Nazionale Impresa, con la partecipazione di Intersos ONG e dell’Istituto
Diplomatico Internazionale (IDI). Il Master è rivolto a laureati in discipline
economiche, giuridiche e sociali in possesso di laurea quadriennale, magistrale
o specialistica (o titolo equipollente italiano o straniero). Le candidature
provenienti da altre aree disciplinari saranno valutate dal Collegio dei
Docenti. È ammessa l’iscrizione di studenti stranieri, comunitari e non
comunitari, nel rispetto della normativa vigente “Il fenomeno migratorio,
caratterizzato da flussi costanti e da profonde implicazioni sociali,
economiche, giuridiche e culturali, necessita di professionisti capaci di
analizzarlo e gestirlo con competenza e responsabilità – sottolineano i
promotori – Il Master MEDIM risponde a questa esigenza formando Esperti
dell’Immigrazione e delle Relazioni Interculturali, pronti a operare in ambiti
pubblici, privati e del terzo settore”. L’obiettivo è fornire strumenti
concreti per: “comprendere le dinamiche socio-economiche e normative
dell’immigrazione; progettare interventi e servizi; svolgere attività di
ricerca, orientamento e monitoraggio; promuovere l’inclusione e la cooperazione
interculturale”. A rendere il percorso ancora più ricco contribuisce la
partecipazione, durante le lezioni, di rappresentanti del Ministero
dell’Interno, dell’Ordine degli Avvocati di Roma, di ONG e di numerose
organizzazioni professionali, che portano in aula esperienze dirette e casi
reali. “Il MEDIM si distingue per un’impostazione innovativa rispetto ai
tradizionali corsi universitari: la didattica è fortemente orientata
all’esperienza sul campo e al confronto con professionisti che operano
quotidianamente nei settori di riferimento. Il linguaggio utilizzato è
accessibile e trasversale, con richiami tecnici mirati, per garantire una
formazione solida ma al tempo stesso chiara e fruibile”. . Il numero massimo di
partecipanti è 40, a garanzia di un’elevata qualità formativa e il percorso ha
durata annuale per un totale di 1.500 ore articolate in moduli tematici,
dall’area giuridica su diritto internazionale delle migrazioni, protezione
internazionale, cittadinanza, famiglia e minori, diritto penale
dell’immigrazione all’area economica, dedicata al rapporto tra immigrazione,
lavoro e imprenditoria, all’area statistica per l’analisi dei dati migratori,
sino all’area comunicazione e intercultura, con focus su aree geografiche,
dinamiche socio-culturali e associazionismo delle persone immigrate. Elemento
centrale del Master è lo stage conclusivo, svolto in Italia o all’estero presso
enti e istituzioni impegnati nel campo dell’immigrazione e del diritto di
asilo. La prova finale consisterà nella realizzazione e discussione di un
progetto di ricerca o di servizio. Il completamento del percorso consente di
ottenere 60 CFU, di cui 16 tramite stage, e il Diploma di Master Universitario
di Secondo Livello MEDIM, aprendo a numerosi sbocchi professionali: pubblica
amministrazione, organizzazioni internazionali, ONG, enti locali, imprese,
ambiti delle risorse umane e della responsabilità sociale. Le figure formate
includono docenti, ricercatori, operatori sociali, mediatori culturali,
giuristi, funzionari pubblici e professionisti del settore sicurezza. Per
maggiori dettagli è possibile consultare il bando ufficiale sul sito
dell’Università di Roma “Tor Vergata” (https://web.uniroma2.it) o contattare la
Segreteria del Master MEDIM all’indirizzo: master@medim.uniroma2.it (Inform/dip 30)
L’abitudine del rinvio: un esame psicologico e filosofico della
procrastinazione
1. Che cos’è la
procrastinazione?
La
procrastinazione non è l’assenza di lavoro, né la mancanza di conoscenza. È la
strana abitudine di sapere esattamente che cosa deve essere fatto e, nonostante
ciò, non farlo. Una persona che procrastina non è inconsapevole. Ricorda.
Pianifica. Si preoccupa. Spesso si sente in colpa. La pigrizia non si comporta
in questo modo. La pigrizia dorme serenamente. La procrastinazione no. Rimane
sveglia dentro la mente.
Si crea una
divisione scomoda. La mente è d’accordo con la responsabilità, ma il cuore
resiste al movimento. Una parte spinge in avanti mentre un’altra tira indietro
silenziosamente. All’esterno non accade nulla di drammatico, ma dentro c’è
attrito. Il tempo passa non perché il compito sia stato dimenticato, ma perché
iniziare sembra più pesante che aspettare. La procrastinazione non è un ritardo
accidentale. È un ritardo dovuto all’esitazione.
2. Perché
rimandiamo?
La paura sta
dietro alla maggior parte dei rinvii. A volte è evidente, a volte si nasconde.
La paura del fallimento è comune. La paura di essere giudicati è comune. La
paura di scoprire di non essere così capaci come si sperava è ancora più
comune. Quando la paura è presente, iniziare sembra un’esposizione. Rimandare
sembra più sicuro. Non agire fa meno male che rischiare la delusione.
Esiste anche la
paura del successo, anche se raramente viene ammessa. Il successo cambia le
cose. Porta aspettative, responsabilità e attenzione. Alcune persone rimandano
perché avvertono che il successo richiederà una versione diversa di se stesse.
Restare incompiuti è familiare. Il cambiamento è impegnativo. La
procrastinazione diventa un modo per restare dove già si sa come sopravvivere.
Il perfezionismo
aggiunge peso a questa abitudine. Si presenta come disciplina, ma spesso sotto
porta ansia. Il perfezionista aspetta. L’umore giusto. La chiarezza giusta. Il
momento giusto. L’azione viene rimandata finché tutto non sembra allineato. Ma l’allineamento
non arriva prima del movimento; arriva grazie al movimento. L’attesa si
trasforma lentamente in paralisi. La persona non rifiuta di lavorare. Rifiuta
di lavorare in modo imperfetto. Così facendo, rifiuta il progresso stesso.
La scarsa fiducia
in sé sostiene silenziosamente la procrastinazione. Quando la sicurezza è
debole, il rinvio diventa protezione. La persona dice a se stessa che inizierà
più tardi, quando la paura si sarà calmata. La paura non si calma. Cresce.
Lentamente, l’abitudine comincia a definire l’identità. “È così che sono”, dice
la persona. Una volta che questa frase si stabilisce nella mente, il
comportamento la segue obbedientemente.
La vita moderna
non aiuta. La distrazione è costante. Il comfort è immediato. Lo sforzo sembra
facoltativo. La mente viene addestrata a fuggire dal disagio. I compiti che
richiedono pazienza sembrano innaturali. La procrastinazione non appare più
come una decisione; appare come qualcosa di automatico.
3. L’aspetto
filosofico del rinvio
A un livello più
profondo, la procrastinazione rivela una distanza interiore. È la distanza tra
ciò che siamo ora e ciò che immaginiamo di diventare. Il sé presente cerca la
facilità. Il sé futuro chiede disciplina. Quando il sé futuro è poco chiaro o
debole, il sé presente vince. La persona vive nel presente, ma il presente
diventa ristretto quando è governato dalla paura. Il futuro rimane immaginato
ma intatto. Il rinvio diventa allora un modo per evitare la trasformazione
stessa.
4. Esempi
quotidiani
Uno studente
rimanda la scrittura della sua tesi. Conosce la scadenza. Ne comprende
l’importanza. Eppure aspetta. Il problema non è l’intelligenza. È il peso
emotivo. Scrivere significa esporsi. Significa essere giudicati. La tesi
diventa uno specchio. Lo studente evita lo specchio.
Un dipendente
rimanda la preparazione per una promozione. Le competenze esistono. Ma il
successo cambierebbe la vita. Le aspettative aumenterebbero. La responsabilità
si approfondirebbe. Rimandare sembra più sicuro che crescere. In entrambi i
casi, la procrastinazione non è pigrizia. È la paura che si comporta
educatamente.
5. La
procrastinazione secondo la comprensione sethiana
Dal punto di vista
sethiano, la procrastinazione non viene trattata come un difetto. Viene
trattata come un segnale. Gli esseri umani non sono costruiti solo per
produrre. Si muovono naturalmente quando il significato sostiene l’azione.
Quando la pressione sostituisce lo scopo, appare la resistenza. La psiche si
ferma, non per sabotare la vita, ma per proteggere l’equilibrio.
La disciplina
severa da sola non può guarire il rinvio. La disciplina senza comprensione crea
ribellione. La consapevolezza ammorbidisce la resistenza. Quando la
procrastinazione viene osservata senza vergogna, comincia a parlare. Rivela
dove manca il significato, dove la paura domina, dove il sé interiore si sente
inascoltato. In questo modo, la procrastinazione diventa un messaggero
piuttosto che un nemico.
6. Andare oltre
l’abitudine
Il cambiamento
inizia con l’osservazione. Quando compare il rinvio, fermati brevemente. Chiedi
senza accusa: che cosa sto evitando in questo momento? La paura, quando viene
nominata, perde forza. La stanchezza, quando viene rispettata, ritrova energia.
Il significato, quando viene riscoperto, restituisce movimento.
I grandi compiti
sopraffanno la mente. I piccoli inizi invitano all’azione. Suddividere il
lavoro in parti riduce la resistenza. Iniziare male è meglio che non iniziare
affatto. Il movimento crea fiducia. La fiducia porta avanti il lavoro.
Il tempo ha
bisogno di forma. Il tempo aperto invita al rinvio. La struttura dà direzione.
Le scadenze non sono punizioni; sono orientamenti.
Le distrazioni
devono essere ridotte con gentilezza. Il silenzio aiuta. Gli spazi calmi
calmano il pensiero. Quando la mente si placa, l’azione non appare più
violenta.
La gentilezza
verso sè stessi è importante. L’autocritica aumenta il rinvio. La compassione
costruisce coraggio. Parla interiormente come parleresti a qualcuno che lotta
ma è sincero. Il sostegno rende possibile l’azione.
Lo scopo dissolve
la resistenza. Quando il lavoro è collegato al significato, il rinvio perde la
sua logica. Non aspettare l’ispirazione. Inizia prima. L’ispirazione arriva
dopo.
Il tempo non è
qualcosa da sconfiggere. È la vita che si dispiega. Rispettare il tempo
significa rispettare l’esistenza. Quando la chiarezza ritorna, l’azione segue
naturalmente.
7. Conclusione
La
procrastinazione non è un destino, né è incisa nella natura umana. È appresa.
Ciò che è appreso può essere cambiato. Il rinvio non chiede punizione; chiede
comprensione. Quando la consapevolezza sostituisce l’evitamento e la gentilezza
sostituisce il giudizio, la procrastinazione allenta la sua presa. La vita
allora avanza silenziosamente — non forzata, non affrettata, ma onesta.
Krishan Chand
Sethi, dip 22
Cittadinanza: nuove misure per minori nati all’estero figli di cittadini
per nascita
ROMA - Con la
legge di bilancio 2026 sono state introdotte alcune modifiche in materia di
cittadinanza: a partire da ieri, primo gennaio 2026, infatti, le istanze e
le relative dichiarazioni rese dai genitori – di cui almeno uno cittadino per
nascita – possono essere presentate entro tre anni (e non più entro un anno)
dalla nascita del minore o dalla data successiva in cui è stabilita la
filiazione, anche adottiva, da parte del cittadino italiano.
Questo, ai sensi
dell’articolo 4, comma 1-bis, lettera b) della Legge n. 91/1992, e all'articolo
1, comma 1-ter del decreto-legge n.36/2025. Questi due comma hanno introdotto
due nuove fattispecie di acquisto di cittadinanza per beneficio di legge per i figli
minorenni nati all’estero da genitore cittadino per nascita che non trasmette
automaticamente la cittadinanza.
Non è pertanto
possibile far ricorso a questa procedura nel caso in cui il/i genitore/i
sia(no) diventato/i cittadino/i italiano/i per naturalizzazione (art. 9 della
legge n. 91/1992), per beneficio di legge (art. 4 della legge n. 91/1992), per
matrimonio (art. 5 della legge n. 91/1992 o art. 10 della legge n. 555/1912) o
per convivenza da minorenni con genitore che ha acquistato la cittadinanza
italiana (art. 14 della legge n. 91/1992).
In base a queste
nuove fattispecie il minore che ne beneficia non sarà cittadino per nascita o
iure sanguinis, ma acquisterà la cittadinanza dal giorno successivo in cui si
saranno verificate le condizioni previste dalla legge (per le dichiarazioni
presentate in Consolato: dal giorno successivo alla dichiarazione dei
genitori).
Queste
dichiarazioni, le cui istanze siano presentate a partire dal primo gennaio
2026, sono inoltre esenti dal pagamento del contributo di 250 Euro al Ministero
dell’Interno.
In particolare, il
comma 1-bis dell’articolo 4 della legge n. 91/1992 prevede che può acquistare
la cittadinanza il minore figlio di cittadino/a italiano/a per nascita se
entrambi i genitori (incluso il genitore straniero) o il tutore presentano una
dichiarazione di volontà di acquisto della cittadinanza entro tre anni dalla
nascita; la dichiarazione di volontà di acquisto della cittadinanza deve essere
formale e avvenire di persona, alla presenza di dipendente delegato
all’esercizio delle funzioni di stato civile.
Il comma 1-ter
dell’articolo 1 del decreto-legge n. 36/2025 è invece una norma transitoria e
si applica quando sussistono tre condizioni: a) persone minorenni alla data di
entrata in vigore della legge di conversione del decreto-legge n. 36/2025 (cioè
persone che non avevano compiuto il 18 anno di età al 24 maggio 2025); b) figli
di cittadini per nascita che si trovano nelle condizioni previste dalle lettere
a), a-bis) e b) dell’articolo 3-bis della legge n. 91/1992; c) la dichiarazione
dei genitori o del tutore deve essere presentata all’Ufficio consolare entro il
31 maggio 2026.
La dichiarazione
di volontà di acquisto della cittadinanza, si specifica, deve essere formale e
avvenire di persona, alla presenza di dipendente delegato all’esercizio delle
funzioni di stato civile.
Le indicazioni per
presentare domanda sono reperibili sui siti delle sedi diplomatiche. (aise/dip
2)
Italien: „EU-Migrationspolitik neu
ausrichten“
Zu einer Neuausrichtung der Migrationspolitik in Europa ruft
der Migrationsbeauftragte der italienischen Bischofskonferenz auf. Im Interview
mit Radio Vatikan unterstreicht Pierpaolo Felicolo, dass Integration möglich
ist und der Bedarf an ausländischen Arbeitskräften real. Das Mittelmeer sei
weiterhin ein „Ort des Schmerzes und großen Leides“ – das müsse sich ändern.
Anne Preckel und Marina Tomarro
Wie jetzt bekannt wurde, haben sich in der vergangenen Woche
erneut Dramen auf dem Mittelmeer abgespielt: Acht von Tunesien kommende
Migrantenschiffe kenterten infolge des Zyklons Harry, mindestens 380 Menschen
starben.
Großes Leid
Pierpaolo Felicolo ist seit 2022 der Generaldirektor der
„Fondazione Migrantes“, einem Organ der italienischen Bischofskonferenz, das
mit Migrantenpastoral und unterstützenden Maßnahmen für Mittelmeerflüchtlinge
befasst ist. De facto sei die Migration über das Mittelmeer in den letzten
Jahren nicht abgerissen, wenn auch weniger darüber berichtet werde, sagt er im
Interview mit Radio Vatikan. „Sie wird zwar stets als Notfall wahrgenommen, ist
aber in Wirklichkeit stabil – es handelt sich um kontinuierliche Migration. Das
Mittelmeer ist zu einem Ort des Schmerzes geworden, einerseits der Hoffnung für
die Ankommenden, aber auch des großen Leids für diejenigen, die dort ihr Leben
verlieren.“
Von diesen Toten gab es in den letzten Tagen wieder
unzählige – eine Katastrophe, die Italiens und Europas Politik-Elite kaum
erwähnt. Wenn Ministerpräsidentin Giorgia Meloni über „illegale Migration“
spricht, dann vor allem in Begriffen der Abschottung und Rückführung. Anders
die Kirche des Mittelmeerlandes Italien, das erste Anlaufstelle für viele
Menschen aus Afrika und Nahost ist.
Tote sind real
„Wir dürfen uns nicht mit der Logik des Todes abfinden“,
sagte der Vorsitzende der italienischen Bischofskonferenz, Matteo Zuppi, in
diesen Tagen. Der Präsident des römischen Jesuiten-Flüchtlingszentrums Astalli,
Camillo Ripamonti, ergänzte: „Die fortschreitende Reduzierung der Informationen
über Migrationsbewegungen im zunehmend patrouillierten Mittelmeer und über
Todesfälle auf See führt zu einer Haltung der Verantwortungslosigkeit, die an
Pilatus’ ‚Händewaschen‘ erinnert. Diese Ereignisse sind weder unvermeidlich
noch bloße Unfälle. Sie sind Teil eines Kontextes, der von restriktiver
Migrationspolitik, Behinderungen von Rettungsaktionen und der systematischen
Aussetzung von Migranten an tödliche Gefahren geprägt ist, da es für
diejenigen, die vor Konflikten, Gewalt und Menschenrechtsverletzungen fliehen,
keine sicheren Alternativen gibt.“
Rechtliche und moralische Verpflichtung
Vorrang vor jeglichen Sicherheitserwägungen und Grenzen
müsse der Schutz des Rechtes auf Leben haben, so Ripamonti über den Umgang mit
den Flüchtlingen. Das Mittelmeer dürfe nicht länger Schauplatz wiederkehrender
Tragödien sein. Migranten hätten Anspruch auf grundlegende Rechte, etwa auf
Asyl, erinnerte er, ihre Rettung und ihr Schutz auf See seien rechtliche und
moralische Verpflichtung, keine Option. Die Italienische Bischofskonferenz
spricht sich in diesem Kontext für eine gemeinsame Seenotrettungsaktion aller
27 EU-Staaten aus, um weitere Tote abzuwenden. Angesichts der zahlreichen
Schiffbrüche und Vermissten hat auch die Internationale Organisation für
Migration (IOM) die dringende Notwendigkeit betont, dass die internationale
Gemeinschaft ihre Anstrengungen zur Verhinderung weiterer Todesfälle verstärke.
Der Generaldirektor der „Fondazione Migrantes“ bei der
italienischen Bischofskonferenz, Pierpaolo Felicolo, kommentiert im Interview
mit Radio Vatikan: „Es wird geschwiegen, weil es bequemer ist, zu schweigen,
und oft ist es die Angst vor der Aufnahme anderer, die uns zum Schweigen
bringt.“ Felicolo wendet sich gegen falsche Allarmismen im Zusammenhang mit der
Aufnahme von Einwanderern und ruft zu einem Perspektivwechsel auf:
„In dieser Frage müssen wir mit Daten argumentieren und
zeigen, dass Integration möglich ist, dass der Bedarf an Arbeit real ist und
dass Europa den qualitativen Sprung der Migrationskorridore schaffen muss.
Migrationspolitik muss im europäischen Kontext entwickelt werden, aber mit
einem anderen Denken, mit einem anderen Herzen. Nicht mit Schweigen oder der
geäußerten Sorge vor Invasion oder Fremdenangst, sondern mit einer sachlichen
Kommunikation, die den anderen als Bereicherung aufzeigt und die bestehenden
Probleme anspricht, aber auch die Bereicherung für die Länder, die sich ihnen
entgegenstellen.“
Alternativen gibt es
Alternative Ansätze gibt es bereits: Beispiel einer
sicheren, legalen Immigration, die funktioniert, sind etwa die „Humanitären
Korridore“ für Flüchtlinge, die Kirchen in Italien in Kooperation mit dem
italienischen Innenministerium vorantreiben. Außerdem hatte Italien in den
letzten Jahren hunderttausenden Arbeitsmigranten eine legale Einreise samt
Arbeits- und Aufenthaltserlaubnis gewährt, um auf Anfragen von italienischen
Arbeitgeberverbänden und Gewerkschaften zu reagieren. Laut kirchennahen Asylexperten
war das ein Schritt in die richtige Richtung. (vn/avvenire 29)
Einwanderung eingebrochen:
Deutschland schrumpft
In den vergangenen Jahren hat Einwanderung meist
ausgeglichen, dass in Deutschland mehr Menschen sterben als geboren werden.
Nicht so im vergangenen Jahr. Da ist die Nettoeinwanderung eingebrochen.
Die Einwanderung gleicht den Geburtenrückgang nicht mehr
aus: Deutschland schrumpft. Zum Jahresende 2025 lebten nach einer ersten
Schätzung des Statistischen Bundesamtes rund 83,5 Millionen Menschen in
Deutschland. Die Bevölkerung war damit um etwa 100.000 Personen kleiner als am
Jahresende 2024.
Zuletzt hatte es in den Jahren 2003 bis 2010 sowie im ersten
Corona-Pandemiejahr 2020 Bevölkerungsrückgänge gegeben. Zwischen 2011 und 2024
war die Bevölkerung mit Ausnahme von 2020 jedes Jahr gewachsen.
Die Lücke ist zu groß
„Wie in allen Jahren seit der deutschen Vereinigung 1990
überstieg auch im Jahr 2025 die Zahl der Gestorbenen die Zahl der Geborenen“,
berichteten die Statistiker. Im Unterschied zu den Vorjahren nahm allerdings
die Differenz zwischen den Geburten und Sterbefällen (Geburtendefizit) zu,
während der Saldo aus Zu- und Fortzügen (Nettozuwanderung) deutlich abnahm.
Das bedeutet: „Die Lücke zwischen den Geburten und
Sterbefällen konnte erstmals seit 2020 nicht durch die Wanderungsgewinne
geschlossen werden.“ Für 2025 rechnet das Bundesamt nur noch mit 640.000 bis
660.000 Geborenen. Dem stehen gut eine Million Gestorbene gegenüber. Daraus
ergäbe sich für 2025 ein Geburtendefizit von 340.000 bis 360.000 Personen. In
den 2010er Jahren war das Defizit mit durchschnittlich 171.423 Menschen
deutlich niedriger.
Nettozuwanderung bricht ein
In den ersten zehn Monaten des Jahres 2025 gab es laut
Statistischem Bundesamt 220.000 mehr Zuzüge nach Deutschland als Fortzüge ins
Ausland. Damit war der Saldo deutlich geringer als im Vorjahreszeitraum, als
der Wert zwischen Januar und Oktober bei 391.500 lag. Für das Gesamtjahr 2025
wird die Nettozuwanderung nach den bisher vorliegenden Daten auf 220.000 bis
260.000 Personen geschätzt. „Damit war sie um mindestens 40 Prozent geringer
als im Jahr 2024“, berichteten die Statistiker.
Auf einem ähnlich niedrigen Niveau wie im Jahr 2025 hatte
die Nettozuwanderung zuletzt im Corona-Pandemiejahr 2020 gelegen. Im
Durchschnitt der Jahre 1990 bis 2024 war der jährliche Wanderungssaldo mit
356.000 Personen deutlich höher. (dpa/mig 29)
Schneller, digitaler, effizienter: Große Hoffnungen ruhen
auf dem Staat. Doch demokratisches Vertrauen entsteht nicht durch Leistung
allein. Von Kai Unzicker
Schnellere Verfahren, digitale Verwaltung und weniger
Bürokratie – derzeit ruhen große Hoffnungen auf einem handlungsfähigen Staat.
Er soll nicht nur konkrete Probleme lösen, sondern – so die dominante Erzählung
– zugleich auch das verloren gegangene Vertrauen in die Demokratie
zurückbringen. Doch diese Erwartung ist trügerisch. Sie verkennt, dass
Effizienz allein kein Garant für politische Legitimation ist. Deshalb lässt
sich die Vertrauenskrise der Demokratie auch nicht allein durch effizienteres
Regieren beheben.
In nahezu allen etablierten Demokratien ist die
Zufriedenheit mit dem Funktionieren des politischen Systems in den vergangenen
Jahren gesunken. Auch wenn in Italien, Spanien oder den USA die Stimmung
schlechter ist, zeigt sich dieser Trend ebenfalls in Deutschland. Laut einer
Umfrage der Körber-Stiftung aus dem Sommer 2025 geben nur noch rund 53 Prozent
der Befragten an, der Demokratie zu vertrauen. Gleichzeitig wächst der
Eindruck, dass der Staat zentrale Herausforderungen nicht mehr wirksam
bewältigen könne und die Demokratie an ihre Grenzen komme. Die Zweifel sind
groß, ob es überhaupt noch gelingt, mit demokratischen Entscheidungen konkrete
Veränderungen herbeizuführen. Die fehlende Digitalisierung der Verwaltung,
marode Brücken, die unpünktliche Bahn oder der große Aufwand, ein Haus oder
eine Windkraftanlage zu bauen, sind zu Sinnbildern des Versagens geworden.
Viele Menschen erleben den Staat, nicht nur in Deutschland,
sondern europaweit als dysfunktional, als Hindernis und nur selten als
Unterstützung. Dieses alltägliche Erleben befeuert, verbunden mit dem relativen
wirtschaftlichen und politischen Abstieg Europas, eine erfolgreich von
Populisten bewirtschaftete Niedergangserzählung. All dies erzeugt Frust,
Enttäuschung und mitunter Wut, die schließlich in der Abkehr von der Demokratie
münden. Diese Diagnose ist plausibel. Doch aus ihr folgt nicht zwingend der umgekehrte
Zusammenhang: dass bessere staatliche Leistungen automatisch neues Vertrauen
schaffen.
Es ist vielmehr zu befürchten, dass selbst deutliche
Verbesserungen staatlicher Leistungen weder automatisch noch kurzfristig zu
mehr Vertrauen führen. Denn schnell zerstören schlechte Leistungen Vertrauen.
Aber um Vertrauen wieder aufzubauen, reichen gute Leistungen allein nicht aus.
Es ist menschlich, schlechten Nachrichten mehr
Aufmerksamkeit zu schenken: Wiederholte negative Erfahrungen prägen sich
stärker ein als funktionierende Routinen. Wo solche Eindrücke dominieren,
entsteht nicht nur individuelle Frustration, sondern kollektiv verfestigte
Enttäuschung. Es bilden sich, wie der Soziologe Aladin El-Mafaalani es
beschreibt, regelrechte Misstrauensgemeinschaften, in denen staatliches Handeln
grundsätzlich skeptisch interpretiert wird.
Hinzu kommt eine Schieflage in der öffentlichen Wahrnehmung.
Jede einzelne schlechte Erfahrung taugt als Beleg staatlichen Versagens,
während Verbesserungen die Stimmung kaum heben. Insbesondere wenn die
Bürger davon kaum etwas erfahren. Selbst wenn ab morgen Bauanträge zügig
digital bearbeitet würden und die Züge pünktlicher führen, würde auch dies bald
als selbstverständlich gelten.
Forcierte Reformrhetorik kann diese Dynamik sogar
verschärfen. Wo die Politik ambitionierte Modernisierungsprogramme ankündigt,
steigen die Erwartungen oft schneller, als reale Verbesserungen greifen.
Bleiben sichtbare Erfolge aus oder überlagern neue Probleme die Fortschritte,
schlägt Hoffnung rasch in Enttäuschung um. Vollmundige Ankündigungen verstärken
in diesem Fall Skepsis und Ungeduld. Noch tragischer, aber kaum vermeidbar:
Eine Reformankündigung gesteht zugleich die Mängel ein und liefert Wasser auf
die Mühlen derer, die dem Niedergang das Wort reden. Reformpolitik allein
garantiert somit noch keinen Vertrauensgewinn, sondern birgt zusätzliche
Legitimitätsrisiken – etwa wenn große Ankündigungen nicht schnell genug
spürbare Verbesserungen bringen. Umso wichtiger ist die politische und
kommunikative Rahmung der Reformanstrengungen.
Zudem ist staatliche Handlungsfähigkeit kein neutraler,
technischer Zustand, sondern betrifft stets politische Entscheidungen und
Zielkonflikte. Zwar wünschen sich viele mehr Leistung vom Staat, aber
keineswegs alle dieselbe. Mag Einvernehmen über elementare Kernfunktionen des
Staates noch einfach herzustellen sein, wird dies in vielen Politikfeldern
schwierig: Wer Migration reguliert, die Verteidigung stärkt, klimaschädliche
Heizungen abschafft oder die Gesundheitsversorgung nach Effizienzkriterien neu
ordnet, erntet nicht nur Lob für Tatkraft und Entscheidungsfreude.
Entschlossenes staatliches Handeln heißt fast immer, widersprüchliche
Interessen abzuwägen und Zumutungen zu verteilen. Je pluraler Gesellschaften
werden, desto sichtbarer treten diese Konflikte zutage. Handlungsfähigkeit
meint deshalb nicht nur administrative Effizienz, sondern auch politische
Konflikt- und Entscheidungsfähigkeit.
Die Bewältigung großer politischer Herausforderungen gelingt
nur, wenn die Politik anerkennt, dass Menschen unterschiedliche Interessen,
Erfahrungen und Wertvorstellungen haben – und wenn sie die daraus
resultierenden Konflikte offen bearbeitet. Es geht deshalb nicht allein darum,
Entscheidungen zu treffen, sondern diese politisch, medial sowie
gesellschaftlich durchzuhalten.
Gerade dort, wo der Staat tatsächlich leistungsfähiger wird,
entstehen nämlich häufig neue Konflikte. Beschleunigte Genehmigungsverfahren
oder vereinfachte Bauvorschriften mögen gesamtgesellschaftlich sinnvoll sein.
Für einige Betroffene bedeuten sie jedoch stärkere Eingriffe, geringere
Mitsprache oder den Verlust etablierter Schutzstandards. Viele der heute als
übermäßig komplex kritisierten Regeln sind nicht zufällig entstanden, sondern
Ausdruck des Versuchs, widerstreitende Interessen auszubalancieren. Mehr Tempo
bedeutet daher nicht automatisch mehr Zustimmung, sondern kann neuen Widerstand
hervorrufen. Noch augenfälliger wird dies, wenn Handlungsfähigkeit nicht
lediglich Effizienzsteigerung, Modernisierung oder Bürokratieabbau heißt,
sondern ein aktiveres staatliches Handeln betrifft: Grenzschutz, Wehrdienst
oder umfangreiche Infrastrukturprojekte. Hier geht die Handlungsfähigkeit eines
starken Staates mit Freiheitseinschränkungen für selbstbestimmte Bürger einher,
die ebenfalls politisches Vertrauenskapital benötigen.
Bei alldem ist unstrittig, dass die verbreitete Skepsis
gegenüber dem Staat mit einem ausgeprägten Reformwunsch einhergeht. Und damit
steht Deutschland keineswegs allein: Weltweit sehen die Bürger die
Notwendigkeit tiefgreifender Veränderungen, sie trauen der Politik jedoch immer
weniger zu, diese verantwortungsvoll umzusetzen. Reformbereitschaft und
Politikverdrossenheit schließen sich also nicht aus, sondern verstärken sich
gegenseitig.
Entscheidend für Vertrauen ist nicht allein, ob Politik
Ergebnisse liefert, sondern ob Bürger das Gefühl haben, auf politische
Entscheidungen Einfluss nehmen zu können, ob sie ihre Interessen repräsentiert
sehen und die Ziele und Zwecke der handelnden Politiker nachvollziehen können.
Wo politische Prozesse intransparent, unzugänglich oder folgenlos erscheinen,
wächst das Gefühl demokratischer Ohnmacht. Beteiligung erschöpft sich dann in
symbolischen Verfahren, während die tatsächlichen Entscheidungen abgehoben oder
alternativlos erscheinen.
Dieser Zustand ließe sich noch ertragen, wenn die
gesellschaftliche Entwicklung insgesamt positiv erschiene und die Zukunft
Aussicht auf Verbesserung böte. Verheißt sie jedoch nur noch Krise, Verlust und
Niedergang, verliert dieses Arrangement zunehmend seine Akzeptanz. Dann gewinnt
der populistische Ruf Resonanz, Politik müsse endlich liefern, „was das Volk
will“.
Gleichzeitig wäre es verkürzt, die Vertrauenskrise allein
mit mehr Beteiligung beantworten zu wollen. Demokratische Verfahren müssen
nicht nur inklusiv, sondern auch entscheidungsfähig sein. Wo Prozesse sich
ziehen, Verantwortlichkeiten verschwimmen oder Kompromisse unverständlich
bleiben, wächst erneut Frust. Es bleibt ein unauflösbares Spannungsverhältnis:
In der Demokratie sollen die Bürger, gerade auch abseits von Wahlen, gute
Beteiligungsmöglichkeiten haben und zugleich sollen rasch und verlässlich kollektive
Entscheidungen hervorgebracht werden.
Hier verbinden sich Staats- und Demokratiereform.
Handlungsfähigkeit entsteht nicht im luftleeren Raum, sondern braucht
Verfahren, die legitimieren, Konflikte strukturieren und Zumutungen
verständlich machen. Wo diese Verfahren fehlen oder als unzureichend empfunden
werden, untergräbt selbst entschlossenes staatliches Handeln langfristig
Vertrauen. Demokratiereform ist damit keine Ergänzung der Staatsmodernisierung,
sondern ihre Voraussetzung.
Die aktuelle Vertrauenskrise ist deshalb nicht nur eine
Frage staatlicher Leistungsfähigkeit, sondern eine Frage demokratischer
Erwartungsbeziehungen. Es geht um das oft unausgesprochene Verhältnis zwischen
Bürgern und Politik darüber, was Politik leisten soll – und was Bürger bereit
sind mitzutragen. Was es braucht, ist eine gemeinsame Reform von Staat und
Demokratie. Ein Staat, der schneller entscheidet, aber politisch nicht erklärt,
zumutet und legitimiert, produziert neue Enttäuschungen. Umgekehrt bleibt
demokratische Beteiligung wirkungslos, wenn sie an einem überforderten oder
blockierten Staat ins Leere läuft. Vertrauen entsteht nur dort, wo staatliche
Leistungsfähigkeit und demokratische Einbindung konsequent zusammengedacht
werden. Wer Staatsmodernisierung gegen Demokratiereform ausspielt, schwächt
beides. Die entscheidende Frage lautet daher nicht allein, wie der Staat
effizienter wird, sondern wie demokratische Politik unter Bedingungen
zunehmender Pluralität handlungsfähig wird, ohne ihren legitimierenden Kern
preiszugeben. IPG 29
Spanien will 500.000 Migranten
Aufenthaltstitel geben
Spanien schlägt in der Migrationspolitik einen für Europa
inzwischen ungewöhnlichen Kurs: „Wir stärken ein auf Menschenrechten
basierendes Migrationsmodell“, sagt Regierungssprecherin Elma Saiz. Was sich
für Migranten in Spanien jetzt verbessert.
Spaniens linksgerichtete Regierung hat die Legalisierung des
Aufenthaltsstatus von rund 500.000 Migranten eingeleitet. Das habe das Kabinett
beschlossen, sagte Regierungssprecherin Elma Saiz bei einer im Fernsehen
übertragenen Pressekonferenz. „Wir stärken ein auf Menschenrechten basierendes
Migrationsmodell“, betonte Saiz, die auch Ministerin für Soziales und Migration
ist.
Spanien fährt damit einen anderen Kurs, als viele andere
westliche Länder, allen voran die USA unter Präsident Donald Trump, der alle
Ausländer ohne legalisierten Status abschieben lassen will. Auch in Deutschland
und weiteren Europäischen Ländern sind die Regierungen zunehmend bemüht, die
Migration zu kontrollieren und zu begrenzen.
Der Beschluss der spanischen Regierung sieht vor, dass alle
Einwanderer, die nachweisen, dass sie sich vor dem 31. Dezember 2025 in Spanien
aufgehalten und keine Straftaten begangen haben, auf Antrag eine vorläufige
Aufenthaltserlaubnis mit sofortiger Arbeitserlaubnis erhalten. Nach einem Jahr
kann sie in eine reguläre Aufenthaltserlaubnis umgewandelt werden.
Migration nach Spanien
Die Regierung optierte dafür, die Maßnahme per Dekret
umzusetzen, nachdem eine entsprechende Gesetzesinitiative im parlamentarischen
Verfahren stecken geblieben war und voraussichtlich keine Mehrheit gefunden
hätte. Die konservative Volkspartei PP und die rechtspopulistische Vox warnen
vor möglichen politischen Risiken und Belastungen für den Arbeitsmarkt sowie
die sozialen Sicherungssysteme.
Spanien hat in den vergangenen Jahren einen deutlichen
Anstieg der Zuwanderung erlebt. Nach jüngsten Daten des nationalen
Statistikamtes lebten im Jahr 2025 rund 9,8 Millionen Menschen im Land, die im
Ausland geboren wurden – knapp 20 Prozent der Gesamtbevölkerung. Die größten
Gruppen ausländischer Herkunft kamen aus Marokko, Kolumbien, Venezuela,
Rumänien und Ecuador. (dpa/mig 29)
Bundesagentur. Ohne ausländische
Beschäftigte geht es nicht mehr
In vielen Branchen und Betrieben geht es längst nicht mehr
ohne ausländische Fachkräfte. Auch Schutzsuchende werden immer wichtiger für
den Arbeitsmarkt. Die Zahlen zeigen klare Trends.
Zuwanderer spielen auf dem deutschen Arbeitsmarkt eine immer
größere Rolle. Das Beschäftigungswachstum der vergangenen Jahre wurde laut der
Bundesagentur für Arbeit (BA) nur noch durch Ausländerinnen und Ausländer
getragen, wie aus einer Zusammenstellung anlässlich der Konferenz „Migration
und Arbeit“ hervorgeht.
Während es immer weniger Beschäftigte mit deutscher
Staatsangehörigkeit gebe, wüchsen die Anteile bei Arbeitnehmerinnen und
Arbeitnehmern mit ausländischem Pass, heißt es in dem BA-Papier. Die Zahl der
sozialversicherungspflichtig Beschäftigten mit deutscher Staatsangehörigkeit
sinkt vor allem wegen der alternden Gesellschaft.
„Der arbeitslose Schweißer ersetzt nicht die fehlende
Pflegerin“
Entsprechend warb Bundesarbeitsministerin Bärbel Bas (SPD)
bei der Konferenz in Berlin für die Zuwanderung ausländischer Fachkräfte. Die
Wirtschaft benötige „Menschen, die neue Ideen entwickeln, den Bagger fahren
oder in der Produktion arbeiten“. In vielen Branchen und Regionen seien gute
Leute bereits heute Mangelware. „Selbst wenn wir alle inländischen
Fachkräftepotenziale heben, wird das nicht genügen.“
Als Konsequenz macht sich Bas dafür stark, Fachkräften aus
Nicht-EU-Staaten frühzeitig den Weg zu ebnen. Deutschland stehe nämlich im
harten internationalen Wettbewerb mit anderen Staaten, die ähnliche
demografische Probleme haben. Einen Widerspruch zwischen der Anwerbung
ausländischer Arbeitskräfte und der Zahl von knapp drei Millionen Arbeitslosen
sieht die Ministerin nicht: „Der arbeitslose Schweißer in Kiel ersetzt eben
nicht ohne weiteres die Pflegefachkraft in Konstanz.“
Anteil der Ausländer wächst
Laut Bundesagentur hatte im Jahr 2015 knapp jeder zehnte
Beschäftigte eine andere als die deutsche Staatsangehörigkeit. Aktuell liege
der Anteil bei 17 Prozent, also mittlerweile jeder sechste Beschäftigte. Dabei
verschieben sich die Herkunftsregionen, wie die Behörde feststellt.
Über viele Jahre hätten vor allem Beschäftigte aus der EU
zum Beschäftigungsplus beigetragen. Seit 2024 aber sinken die Zahlen demnach:
Übten 2023 noch 2,57 Millionen Arbeitnehmende aus der EU eine Beschäftigung in
Deutschland aus, lag die Zahl zuletzt 30.000 darunter. Im selben Zeitraum stieg
die Zahl der Beschäftigten aus Drittstaaten laut der Bundesagentur von 2,74
Millionen auf 3,29 Millionen an. Die Gründe für die Menschen sind dabei
Erwerbsmigration oder Flucht und Vertreibung.
Weniger Deutsche – mehr Ausländer
Mittlerweile sind laut BA 1,2 Millionen Menschen aus den
acht Asylherkunftsländern und mit ukrainischer Staatsangehörigkeit hierzulande
beschäftigt, gut eine Million in sozialversicherungspflichtiger Beschäftigung.
Die Zahl der sozialversicherungspflichtig Beschäftigten mit
deutscher Staatsangehörigkeit sinkt seit 2023, vor allem wegen der alternden
Gesellschaft. Gingen 2022 laut BA noch 29,5 Millionen Deutsche einer
Beschäftigung nach, sank die Zahl vergangenes Jahr auf 29,0 Millionen.
„Weniger Zuwanderung – weniger Wohlstand“
Die Bundesagentur fordert deshalb „klare Akzente“ bei der
Arbeitsmarktintegration Geflüchteter und der Erwerbsmigration aus Drittstaaten.
So spricht sich etwa Vanessa Ahuja vom BA-Vorstand für verbesserte
Rahmenbedingungen aus, damit auch qualifizierte Fachkräfte im Land bleiben.
„Wer nach Deutschland kommt, will hier arbeiten – aber auch sicher leben und
dazugehören“, sagte Ahuja der Deutschen Presse-Agentur.
Ihr Vorstandskollege Daniel Terzenbach unterstrich:
„Zuwanderung ist eine notwendige Voraussetzung für die wirtschaftliche
Leistungsfähigkeit und die soziale Stabilität unseres Landes.“ Keine
Zuwanderung bedeute weniger Wohlstand. „Vor dieser Realität kann man nicht
weglaufen.“
Menschen mit Einwanderungsgeschichte häufiger
überqualifiziert
Nach neuesten Zahlen des Statistischen Bundesamtes sind in
Deutschland allerdings viele Beschäftigte für ihren Job überqualifiziert – und
Menschen mit Migrationshintergrund sind besonders häufig davon betroffen: Von
den Beschäftigten, die aus Zuwandererfamilien stammen, gaben 18 Prozent an,
einen höheren Bildungsabschluss zu haben als für ihre Tätigkeit erforderlich.
(dpa/mig 28)
Mehrheit setzt auf Demokratie:
Deutsche vertrauen demokratischen Regierungen mehr als Autokratien
Hamburg – Die liberale Weltordnung steht unter Druck,
autoritäre Staaten gewinnen zunehmend an Macht. Doch wer löst die Probleme von
morgen besser – demokratische oder autokratische Regierungen? Laut einer
aktuellen Ipsos-Umfrage setzt die Mehrheit der deutschen Wahlbevölkerung auf
die Demokratie als das zukunftsfähigere Modell. Über Parteigrenzen hinweg
überwiegt das Zutrauen in demokratische Lösungen, zugleich bleibt ein
beträchtlicher Anteil unentschlossen.
Demokratie bleibt das bevorzugte Zukunftsmodell –
parteiübergreifend
Mehr als die Hälfte der Bundesbürger (55 %) ist der Ansicht,
dass demokratische Regierungen die Probleme der Zukunft besser lösen können als
autokratische Regierungen. Lediglich 9 Prozent sehen Autokratien im Vorteil, 28
Prozent sind unentschlossen.
Über alle Parteigrenzen hinweg überwiegt die Einschätzung,
dass demokratische Regierungen eher in der Lage sind, zukünftige Probleme zu
lösen. Die Stärke des Zuspruchs variiert jedoch deutlich zwischen den Parteien.
Am größten ist das Vertrauen in die Problemlösungskompetenz demokratischer
Regierungen bei den Anhängern von CDU/CSU, SPD, Grünen und Linken: 68 Prozent
der Unions- und 72 Prozent der SPD-Wähler halten Demokratien für
zukunftsfähiger als Autokratien. Auch bei Grünen (75 %) und Linken (72 %) überwiegt
der Zuspruch deutlich. In allen vier Lagern ist der Anteil der Skeptiker sehr
gering und bewegt sich zwischen 0 (Grüne) und 5 Prozent (SPD).
Unter den Anhängern von AfD und BSW ist das Verhältnis von
Zustimmung und Ablehnung ausgeglichener. Zwar liegt in beiden Wählerschaften
die Auffassung vorn, dass demokratische Regierungen die Probleme der Zukunft
besser lösen können, aber nicht so deutlich wie bei anderen Parteien: Von der
AfD-Wählerschaft entfallen 34 Prozent auf Demokratie-Befürworter und 23 Prozent
auf Skeptiker, beim BSW sind es 29 bzw. 20 Prozent – die geringste Differenz im
Parteienvergleich. Zugleich ist die Unentschlossenheit bei beiden Parteien
überdurchschnittlich hoch: Ein Drittel der AfD-Anhänger (34 %) kann sich nicht
entscheiden, beim BSW bildet die Gruppe der Unentschlossenen mit 44 Prozent
sogar mit Abstand die größte Gruppe.
Höhere Zustimmung im Westen, Ostdeutsche öfter
unentschlossen
Zwischen West- und Ostdeutschen zeigen sich nur moderate
Unterschiede: In Westdeutschland stimmt eine Mehrheit von 56 Prozent der
Aussage zu, dass demokratische Regierungen die Probleme der Zukunft besser
lösen können als autokratische. Im Osten liegt dieser Anteil bei 48 Prozent. In
beiden Regionen ist der Anteil derjenigen, die dieser Aussage nicht zustimmen,
nahezu gleich groß (9 % im Westen, 10 % im Osten). Deutlich größer ist in
Ostdeutschland hingegen die Gruppe der Unentschlossenen – 33 Prozent gegenüber
27 Prozent im Westen.
Bildung stärkt das Demokratievertrauen
Über alle Bildungsstufen hinweg herrscht breite Zustimmung
darüber, dass demokratische Regierungen die Probleme der Zukunft besser lösen
können als Autokratien. Mit steigendem Bildungsgrad wächst jedoch das
Vertrauen. Die meisten Befürworter gibt es unter Personen mit hoher Bildung (64
%), die meisten ablehnenden Stimmen unter Befragten mit niedrigem Abschluss (17
% ggü. 7 % bei hoher Bildung). Befragte mit mittlerem Abschluss sind zugleich
am häufigsten unentschlossen. Ipsos 27
Söder lehnt AfD-Idee einer
Abschiebe-Polizei à la Trump ab
Die bayerische AfD hätte gerne so etwas wie die umstrittene
US-Polizeieinheit ICE auch für Deutschland. CSU-Chef Markus Söder findet dafür
klare Worte.
CSU-Chef Markus Söder hat die AfD-Forderung scharf
zurückgewiesen, hierzulande eine ähnliche Polizeieinheit einzuführen wie die
umstrittene US-Einwanderungsbehörde ICE. Methoden wie die der ICE werde es in
Bayern und Deutschland nicht geben, sagte der bayerische Ministerpräsident nach
einer CSU-Vorstandssitzung in München. „Das ist ein typischer Fall, wie die AfD
sich vorstellt, das Land selbst zu verunsichern und kaputtzumachen.“
Die AfD-Landtagsfraktion hatte zuletzt die Schaffung einer
speziellen Asyl-, Fahndungs- und Abschiebegruppe der bayerischen Polizei
gefordert. Fraktionschefin Katrin Ebner-Steiner hatte nach einer
Fraktionsklausur erläutert, dass diese Einheit durchaus Parallelen zur
US-Behörde ICE haben solle.
Zorn auf ICE in den USA wächst
Nach zwei tödlichen Einsätzen von US-Bundesbeamten innerhalb
kurzer Zeit wächst auch in den USA die Wut auf die Behörde sowie auf
US-Präsident Donald Trump und dessen rigorose Abschiebepolitik.
Am Samstagmorgen war der weiße US-Bürger Alex Pretti durch
Schüsse von Bundesbeamten in Minneapolis im US-Bundesstaat Minnesota ums Leben
gekommen. Die US-Regierung stellt die tödlichen Schüsse als Selbstverteidigung
dar, Videomaterial im Netz von der Szene erweckt allerdings einen anderen
Eindruck. Anfang Januar war die US-Bürgerin Renée Good in derselben Stadt von
einem ICE-Beamten erschossen worden.
SPD: AfD-Idee ist menschenverachtend
Auch der parlamentarische Geschäftsführer der
SPD-Bundestagsfraktion, Dirk Wiese, wies die AfD-Idee als „menschenverachtend
und demokratiefeindlich“ zurück. „Während die Welt mit Schrecken auf die
hemmungslose Gewalt der US-Einwanderungsbehörde ICE in Minneapolis und in
anderen Bundesstaaten schaut und sich fragt, wie die Rechtsstaatlichkeit hier
so missachtet werden kann, sieht die AfD Bayerns ICE allen Ernstes als Vorbild
für eine künftige nationale ‚Abschiebepolizei’“, sagte er der Mediengruppe
Bayern. „Das außer Kontrolle geratene Vorgehen einer ICE will niemand auf
Deutschlands Straßen.“
Bayerische AfD verschärfte Rechtsaußen-Kurs
Sechs Wochen vor der Kommunalwahl hat die bayerische AfD
damit ihren Rechtsaußen-Kurs zuletzt noch einmal deutlich verschärft. Vor
Einbürgerungen soll nach dem Willen der AfD-Landtagsfraktion künftig die
Nützlichkeit eines Menschen für Staat und Volkswirtschaft ein entscheidendes
Kriterium sein.
„Den deutschen Pass soll es nur noch geben nach einer
gelungenen Integration, und diese Personen müssen auch Qualifikationen
aufweisen, die unserem Staat nützlich sind“, sagte Ebner-Steiner. Zudem fordert
die Landtags-AfD, dass Asylbewerber ihre Unterkünfte abends nicht mehr
verlassen dürfen – es solle eine abendliche Ausgangssperre für Asylbewerber
geben, sagte sie. (dpa/mig 27)
Zwei Orangen auf einen Teller zu legen, ist eine einfache
Geste. Und doch: Stammt die eine von den Hängen des Ätna und die andere aus dem
Westen Siziliens, wird diese Geste zu einer Lektion in Geografie, Geschichte
und Identität.
Schälen Sie sie in Ruhe. Die erste, ein Kind von Lava und
Höhe, verströmt einen eisenhaltigen, beinahe balsamischen Duft. Die zweite,
gewachsen zwischen Meeresbrisen und sonnenbeschienenen Ebenen, ist heller,
geradliniger, unmittelbarer. Lassen Sie beliebige Passanten die Spalten kosten:
den Eiligen und den, der Zeit hat; den Liebhaber des Süßen und den, der die
Säure sucht. In wenigen Sekunden, ohne Karten und ohne große Worte, werden sie
den Geschmack Siziliens entdecken.
Denn Sizilien ist nicht eins. Es ist ein terrestrischer
Archipel, ein Mosaik aus Mikroklimata und Geschichten. Die Orange vom Ätna
trägt im Mund den beißenden Winter und den wärmenden Tag, die nährende Asche
und die Kälte, die das Fruchtfleisch rot färbt. Sie ist eine Frucht, die
Widerstand gelernt hat, die Zucker und Charakter konzentriert. Die Orange aus
dem Westen hingegen erzählt vom langen Sommer, vom ausgebreiteten Licht, von
einer Süße, die früh kommt und bleibt. Sie ist offen, großzügig, direkt.
Keine ist besser als die andere. Es gibt eine interessantere
Wahrheit: Geschmack als Dokument. In Sizilien begnügt sich das Territorium
nicht damit, Kulisse zu sein; es tritt in die Materie ein, formt sie.
Herrschaften vergehen, Grenzen verschieben sich, doch Boden, Wind und Wasser
schreiben ihre Geschichte weiter in die Früchte. Beim Kosten begreift man, dass
Identität keine Fahne ist, sondern eine Schichtung.
Dieses improvisierte Experiment unter den Menschen ist mehr
wert als tausend Reden. Es zeigt, dass Unterschiedlichkeit nicht trennt,
sondern bereichert. Dass Einheit nicht Gleichförmigkeit ist, sondern Dialog der
Aromen. Dass ein Land gerade deshalb stimmig sein kann, weil es plural ist.
Am Ende bleiben auf dem Teller nur Schalen und Saft. Doch
wer gekostet hat, nimmt mehr mit: das Bewusstsein, dass man Sizilien auch so
erklären kann – mit zwei Orangen und einem Bissen Realität.
Giuseppe Tizza,
Düsseldorf, de.it.press
Europa macht sich durch seine Abhängigkeit von Öl und Gas
erpressbar – und wiederholt damit alte Fehler aus der Russlandpolitik. Von
Annika Joeres
„Drill, drill, drill!“ – Der Ruf von Donald Trump nach immer
mehr Öl und Gas ist nicht nur für den Planeten eine schlechte Nachricht. Seine
fossile Energiepolitik bedroht auch Europas Sicherheit. Der US-Präsident will
Amerika mit klimaschädlichen Brennstoffen fluten und den Rest der Welt davon
abhängig machen. Unter seiner sprunghaften Führung streben die USA an, die
globalen Energiemärkte zu beherrschen – nicht nur aus wirtschaftlichem Kalkül,
sondern auch aus machtpolitischem Interesse.
Die Entmachtung Maduros, das Schielen nach Grönlands
Bodenschätzen, die Drohgebärden gegenüber Verbündeten – all das folgt einer
Logik, die älter ist als Trumps Präsidentschaft, aber nie so unverblümt
formuliert wurde: Wer die fossilen Ressourcen kontrolliert, diktiert die
Regeln. Das Völkerrecht? Ein Hindernis. Die transatlantische Partnerschaft?
Verhandelbar. Die Würde anderer Staatschefs? Nebensache.
In den ersten Monaten seiner zweiten Amtszeit hat Trump im
eigenen Land alles abgeschafft, was mit Klima- und Umweltschutz zu tun hat – er
möchte sogar Satelliten im All verglühen lassen, die Klimadaten sammeln.
Windparks werden gestoppt, US-Öl- und -Gaskonzerne hofiert, Umweltstandards für
Bohrungen beseitigt. Nun will er auch den Rest der Welt auf seinen Kurs
bringen.
Energiepolitik ist Machtpolitik. Lange hatten deutsche
Politiker diese Binsenweisheit etwa mit Blick auf Russland nicht verstanden.
Der Glaube, den russischen Diktator Wladimir Putin zum Demokraten bekehren und
ihn durch ökonomische Interessen in Schach halten zu können, scheiterte. Diese
naive Idee vom „Wandel durch Handel“ und angeblich verlässliche Partnerschaften
haben Deutschland bereits 2022 eine der größten Energiekrisen seit Ende des
Zweiten Weltkriegs eingebracht. Nun sind die Europäer dabei, denselben Fehler
noch einmal zu machen. Spätestens jetzt sollten die geopolitischen Ereignisse
jedem von uns den Schlaf rauben.
Zwischen der EU und den USA gibt es viele Unterschiede.
Energiepolitisch jedoch einen entscheidenden: Die USA verfügen über Öl und
Flüssiggas, mit denen sie autark sind und viele Länder beliefern können.
Deutschland sowie die meisten der 27 EU-Länder besitzen keine fossilen
Rohstoffe und müssen über 90 Prozent importieren. Ohne den stetigen Nachschub
an Öl und Gas wäre auch Deutschland kein Exportweltmeister, sondern ein
Bauernland.
Für die fehlenden Ressourcen eines Landes trägt niemand die
Schuld. Doch dass Deutschland zu wenig Alternativen zu fossilen Energien
entwickelt hat, liegt in politischer Verantwortung. Unsere Abhängigkeit von Öl-
und Gasimporten zwingt uns, moralische und strategische Bedenken beiseite zu
schieben. In jeder Bundestagsdebatte pochen Abgeordnete auf Prinzipien, betonen
etwa unsere Pflicht, der ukrainischen Bevölkerung aus Menschlichkeit zu helfen.
Sie argumentieren, die Waffenlieferungen an die Ukraine schützten auch
Deutschland vor künftigen russischen Angriffen. Doch für Gas und Öl opfern wir
Moral und strategisches Denken.
Deutschland und die EU sind in eine Falle getappt, die
gerade zuschnappt. Abhängigkeiten werden in dieser neuen Welt – dominiert von
Männern wie Trump, Putin oder Xi Jinping – machtpolitisch gnadenlos ausgenutzt.
Deutschland und die EU hängen aber weiterhin an Importen, ohne die weder
Fabriken oder Autos noch Heizungen funktionieren würden. Damit macht sich
Europa erpressbar. Trotzdem dreht sich die Debatte über Sicherheit fast
ausschließlich um Aufrüstung, kaum um Energie-Unabhängigkeit.
Eine Erklärung ist, dass Europa darauf hofft, die Ära Trump
könnte bald enden. Aber der US-Präsident ist kein Unfall der Geschichte, der
bald wieder verschwindet. Seine politische Linie ist gekommen, um zu bleiben:
Seine mächtigsten Unterstützer schmieden bereits Pläne für die Zeit nach ihm,
mit J. D. Vance als Nachfolger.
Man kann davon ausgehen, dass sich die europäischen
Regierungen über die gravierenden Folgen unserer Abhängigkeit im Klaren sind.
Es liegen bereits viele warnende Berichte vor. Einer stammt von Mario Draghi,
dem früheren Chef der Europäischen Zentralbank. Sicherlich kein radikal linker
Denker. In seinem Report über Europas Wettbewerbsfähigkeit schreibt er: Europa
laufe Gefahr, zunehmend erpressbar zu werden. Draghi spricht von einer „slow
agony“ – einem langsamen Siechtum. Ein Grund dafür seien die 50 Prozent Importe
aus Ländern, mit denen Europäer keine strategische Partnerschaft pflegen, die
uns also im Zweifel höhere Preise abpressen oder ganz im Stich lassen. „Diese
Abhängigkeit kann zur geopolitischen Waffe werden“, heißt es in dem Bericht.
Solange die Europäer sich entscheiden, ihre Energie bei einem Old Boys Club aus
Öl-Autokraten, Trump-Anhängern und rückwärtsgewandten Wirtschaftsvertretern
einzukaufen, sind sie diesen ausgeliefert.
Das sind keine Prognosen, es passiert bereits. Vor vier
Jahren drehte Putin den russischen Gashahn zu. Jetzt setzen weitere, einst
zuverlässige Geschäftspartner, Europa unter Druck. Ein Weg ist die politische
Erpressung: EU-Kommissionspräsidentin von der Leyen musste im vergangenen Jahr
zusagen, 750 Milliarden Euro für fossile Brennstoffe aus den USA auszugeben, um
Trump bei den Zollverhandlungen zu besänftigen. Vor kurzem dann eine scharfe
Bedingung seitens der USA und Katar: Die EU solle ihr auf Klimaziele und
Menschenrechte zielendes Lieferkettengesetz schwächen, um weitere
LNG-Lieferungen zu bekommen.
Das zeigt: Exportländer können Deutschland jederzeit unter
Druck setzen. Ein weiteres mögliches Szenario: Die USA oder Länder des Nahen
Ostens drosseln ihre Lieferungen oder erhöhen willkürlich die Preise. Die
deutsche Industrie bricht ein, kann ihre Produkte kaum noch auf dem Weltmarkt
verkaufen. Viele Bürgerinnen und Bürger müssen schlagartig mehr bezahlen für
ihre Tankfüllung und warme Wohnungen, denn die deutschen Gas- und Ölspeicher
reichen nur für wenige Wochen. Eine Knappheit bedroht die gesamte Gesellschaft:
Es fährt kein Auto, kein Feld wird gedüngt, kein Stahl entsteht. Das ist ein
ernstes Sicherheitsproblem – unser Alltag funktioniert nur dank dieser Importe.
Ohne sie verschwinden Jobs, drohen Unruhen, Regierungskrisen und echte Not für
Geringverdiener.
Abhängigkeit ist Schwäche. Europa sollte es deshalb sehr
ernst nehmen, wenn die US-Regierung in ihrer neuen Sicherheitsstrategie
schreibt: „Die Wiederherstellung der amerikanischen Energiedominanz ist eine
strategische Hauptpriorität.“
Doch die Bundesregierung unter Kanzler Merz scheint die
Warnungen zu überhören – ebenso wie deutsche Politiker jahrzehntelang die
russische Abhängigkeit kleingeredet haben. Die CDU drängte in Brüssel darauf,
das Verkaufsverbot für neue Verbrenner-Autos ab 2035 zu lockern. Dadurch wird
die europäische Autoindustrie noch langsamer auf E-Autos umsteigen, die ohne
Benzin- und Dieselimporte auskommen. Wirtschaftsministerin Katherina Reiche
versucht seit Beginn ihrer Amtszeit, so viele Gaskraftwerke wie möglich zu
bauen – als Backup-Kapazitäten für Dunkelflauten –, ohne klimafreundliche
Alternativen wie Stromspeicher ausreichend zu berücksichtigen. Wann diese
geplanten Gaskraftwerke auf klimafreundlichen Wasserstoff umgestellt werden,
ist völlig offen. Gleichzeitig will sie weiterhin Gasheizungen protegieren und
schürt die falsche Behauptung eines Wärmepumpenzwangs, den es faktisch so nie
gegeben hat. Wie Deutschland mit dieser Politik die Klimaziele erreichen soll,
bleibt gänzlich unklar. Dabei stärkt die Einhaltung der Klimaziele unsere
Sicherheit, weil sie den Umstieg auf erneuerbare Energien vorantreibt.
Das große politische Missverständnis lautet: Solar- und
Windkraft werden, vornehmlich von der Union, aber auch von der AfD und anderen
europäischen Rechtspopulisten, als „grünes“ Projekt bezeichnet. Als hätten
diese günstigen und heimischen Energiequellen ein Parteibuch. Dabei machen sie
uns heute unabhängiger von Erpressungen aus den USA oder dem unsicheren Nahen
Osten.
Natürlich werden jetzt viele einwenden: Ja, aber unsere
Solarpaneele und Windräder kommen doch aus China! Und das ist richtig. Europa
hat in den letzten 30 Jahren zugesehen, wie fast die gesamte Technologie der
erneuerbaren Energien nach Asien abwanderte. Dort produzieren chinesische
Hersteller extrem günstig. Europäische Firmen melden deshalb seit Jahren
reihenweise Insolvenz an. Deshalb müssen wir die Abhängigkeit von China bei
Erneuerbaren ernst nehmen: Es geht in den nächsten Jahren nicht nur darum, fossile
Brennstoffe möglichst abzuschaffen und die Abhängigkeit von ihnen zu mindern.
Genauso wichtig ist es, Deutschland und die EU erneut zum führenden
Technologiestandort für Erneuerbare zu machen. Dennoch besteht ein
entscheidender Unterschied bei der Abhängigkeit von Erneuerbaren und Fossilen.
Gaskraftwerke, Autos sowie Öl- und Gasheizungen brauchen ständig Nachschub an
Brennstoffen, ohne diesen bleibt die Technik nutzlos. Die Energiequelle selbst
muss also dauerhaft importiert werden, solange das Auto fährt oder das
Gaskraftwerk läuft. Diese Abhängigkeit endet nie.
Ein Solarmodul hingegen nutzt die Sonne als Energiequelle –
kostenlos und unerschöpflich. Dauernde Importe entfallen. Weder LNG-Schiffe
noch Terminals, weder Öltanker noch ein aufwendig verlegtes Netz aus Öl- und
Gasleitungen unter unserem Boden sind nötig. Die Abhängigkeit ist einmalig
statt immerwährend. Die EU-Länder müssen sich deshalb auf ihre eigenen
Ressourcen besinnen. Mit über 65 000 Kilometern Küste, an denen täglich Wind
weht, und den täglichen Sonnenstunden in Südeuropa gibt es kostenlose heimische
Energiequellen, made in Europe. Man muss sie nur abrufen. Auch wenn
Konservative und Rechte gerade das Gegenteil fordern: Der Green Deal der
EU-Kommission ist nicht nur dringend nötiger Klimaschutz, sondern ein Stück
Patriotismus. Denn nicht erpressbar zu sein, schützt am Ende auch die
europäische Demokratie. IPG 27
Neue Entwicklungspolitik.
Deutschland gibt Kampf gegen Fluchtursachen auf
Ministerin Alabali Radovan richtet die deutsche
Entwicklungspolitik neu aus. Eine Folge: Für das Bekämpfen von Fluchtursachen
in Asien und in Lateinamerika fließt kein deutsches Geld mehr.
Das deutsche Entwicklungsministerium wird sich künftig in
Asien und in Lateinamerika nicht mehr beim Bekämpfen von Fluchtursachen
engagieren. Ministerin Reem Alabali Radovan (SPD) begründete das in einem
Interview mit der „Frankfurter Allgemeinen Zeitung“ mit veränderten Prioritäten
aufgrund von Etatkürzungen. Bei Krisenprävention und Fluchtursachen werde sich
ihr Ministerium konzentrieren auf Deutschlands „erweiterte Nachbarschaft – den
Nahen Osten, Nordafrika, den Sahel und das Horn von Afrika“.
„Die Einschnitte sind hart, aber aufgrund der
Mittelkürzungen notwendig“, sagte Alabali Radovan. Ihr sei insgesamt wichtig:
„Wir steigen aus keinem Partnerland aus.“ Die aktuelle Weltlage zeige mehr denn
je, wie wichtig partnerschaftliche Zusammenarbeit sei.
Wie das Ministerium bereits Anfang Januar mitteilte, soll
künftig stärker darauf geachtet werden, dass Projekte auch deutschen Interessen
dienen. Dazu zählt, dass wirtschaftliche Aspekte mehr Gewicht bekommen könnten
– etwa wenn deutsche Unternehmen bei Vorhaben beteiligt sind oder wenn
Maßnahmen auf Kooperationen zielen, die Deutschland strategisch oder ökonomisch
nützen.
Erwartungen an Deutschland
„Wir werden uns strategisch fokussieren“, sagte die
SPD-Politikerin und fügte hinzu: „Wir können nicht überall alles machen – dafür
fehlen schlicht die Mittel.“ Aber Deutschland spiele „eine zentrale Rolle in
Europa und gemeinsam mit Europa“. Ziel sei es, zusammen mit den Partnern das
multilaterale System zu stärken. Deutschland bleibe verlässlicher Partner und
stehe zur regelbasierten Weltordnung.
Nach den drastischen Kürzungen der USA im Bereich der
humanitären Hilfe und Entwicklungspolitik wird Deutschland nach Einschätzung
der Ministerin international stärker wahrgenommen. „Viele Blicke richten sich
auf uns. Aber klar ist auch: Wir können den Rückzug der USA nicht kompensieren
– weder allein noch als EU“, sagte sie.
An der Neuausrichtung gibt es Kritik. Hilfs- und
Entwicklungsorganisationen warnen, eine stärker an Eigeninteressen gekoppelte
Förderung könne in Partnerstaaten als Abkehr von gleichberechtigter
Zusammenarbeit verstanden werden. Gerade im Globalen Süden werde Deutschlands
weiter an Glaubwürdigkeit und Einfluss verlieren. (epd/mig 26)
EU-Staaten bereiten
Abschiebezentren in Drittstaaten vor
Fünf EU-Länder wollen Abschiebezentren außerhalb der EU
einrichten. Eine Arbeitsgruppe soll noch in diesem Jahr Vereinbarungen mit
Drittstaaten auf den Weg bringen. Menschenrechtsorganisationen kritisieren die
Pläne. Von Marlene Brey
Fünf EU-Staaten bereiten die Einrichtung von
Abschiebezentren in Drittstaaten vor. Bundesinnenminister Alexander Dobrindt
(CSU) sagte am Donnerstag nach einem Treffen mit Partnerländern am Rande der
EU-Innenministertagung in Nikosia, eine entsprechende Arbeitsgruppe sei
eingerichtet worden. Ziel sei es, einen Fahrplan zu entwickeln und noch in
diesem Jahr Vereinbarungen mit Drittstaaten zur Errichtung sogenannter Return
Hubs abzuschließen.
An der Arbeitsgruppe beteiligen sich nach Angaben Dobrindts
Deutschland, Österreich, Dänemark, die Niederlande und Griechenland. Die
Initiative könne später auf weitere Mitgliedstaaten ausgeweitet werden. Die
EU-Kommission sei eng eingebunden, die politische Verantwortung liege jedoch
bei den beteiligten Staaten, betonte der Minister.
Mögliche Standorte noch offen
Zu potenziellen Partnerländern außerhalb der EU machte
Dobrindt keine Angaben. Die Auswahl geeigneter Drittstaaten sei Teil der nun
beginnenden Planungsphase.
Grundlage für das Vorhaben seien die Beschlüsse zum neuen
Gemeinsamen Europäischen Asylsystem (GEAS), sagte Dobrindt. Diese eröffneten
die Möglichkeit, „innovative Modelle“ wie Return Hubs umzusetzen. Gemeint sind
Abschiebezentren außerhalb der EU, in denen Menschen untergebracht werden
sollen, deren Asylantrag als unzulässig gilt – etwa wegen der Einreise über
einen sicheren Drittstaat – oder die nach einer rechtskräftigen Ablehnung auf
ihre Rückführung warten. Parallel dazu seien auch Asylverfahren in Drittstaaten
denkbar, diese stünden jedoch erst in einem späteren Schritt zur Diskussion.
Kritik an den Plänen
Kritik an den Plänen für Return Hubs kommt von
Menschenrechtsorganisationen und Flüchtlingshilfswerken. Sie warnen vor einer
Auslagerung europäischer Verantwortung auf Drittstaaten, unklaren
Haftbedingungen in den Zentren sowie eingeschränktem Rechtsschutz für
Betroffene außerhalb der EU.
Luxemburgs Innenminister Léon Gloden stellte bei dem Treffen
die freiwillige Rückkehr in den Vordergrund. Luxemburg setze seit über einem
Jahr auf entsprechende Programme, die gut funktionierten, sagte er. Betroffene
wüssten, dass sie bei der Reintegration im Herkunftsland unterstützt würden –
zugleich sei klar, dass bei fehlender Kooperation auch Zwangsmaßnahmen drohten.
Das sei ein „ganzheitlicher Ansatz“.
EU-Migrationskommissar Magnus Brunner sprach in Nikosia von
einem „guten Jahr“ für das europäische Migrationsmanagement. Die Reform des
Asylsystems schreite voran. „Rückführungen bleiben eine zentrale
Herausforderung“, sagte der Kommissar. Die Rückführungsquote habe sich 2025 auf
27 Prozent erhöht, von 19 Prozent am Jahresanfang, aber „das ist noch lange
nicht genug“. (epd/mig 23)
Trumps Friedensrat als Ersatz für die UN? Macht und
Milliarden sind noch kein Rezept für nachhaltigen Frieden. Von Herbert Wulf
Im 20-Punkte-Friedensplan für Gaza ist ein Friedensrat
vorgesehen, der jetzt installiert werden soll. Aber Trumps Pläne gehen über
Gaza hinaus. Der von ihm initiierte Friedensrat soll sich, mit einem
umfassenden Mandat ausgestattet, um die Konflikte in der Welt kümmern und eine
neue Form des Peacekeeping organisieren. Es existiert bereits der Entwurf einer
Charta für den Friedensrat, in dem Gaza nicht explizit genannt wird. Es wurden
60 Regierungen eingeladen, sich zu beteiligen – für jeweils eine Milliarde
Dollar Barzahlung. In der Satzung heißt es: „Jeder Mitgliedstaat hat eine
Amtszeit von höchstens drei Jahren, die vom Vorsitzenden verlängert werden
kann.“ Wer länger Mitglied bleiben will, muss weitere Zahlungen leisten.
Vorsitzender des Gremiums wird natürlich Donald Trump.
Geht es nach dem Willen des Weißen Hauses, dann wird dieses
US-dominierte Gremium eine Alternative zu den Vereinten Nationen, vielleicht
sogar zum UN-Sicherheitsrat. „Dauerhafter Frieden erfordert pragmatisches
Urteilsvermögen, vernünftige Lösungen und den Mut, von Ansätzen und
Institutionen abzuweichen, die allzu oft gescheitert sind“, heißt es in der
Charta. Dies ist eine klare Absage an die Vereinten Nationen. Es sind von Trump
nominierte „Vereinte Nationen“, die die Grundsätze der UN-Charta ignorieren. Im
Einladungsschreiben zur ersten Sitzung, heißt es im Trump-üblichen vollmundigen
Stil: „Dieses Gremium wird einzigartig sein, so etwas hat es noch nie gegeben!“
Es gibt zwar gute Gründe, mit den Friedensbemühungen der
Vereinten Nationen unzufrieden zu sein. Peacekeeping ist nicht populär. Viele
Länder scheuen, Soldaten und Polizei oder auch finanzielle Ressourcen im
Auftrag der Vereinten Nationen einzusetzen. Der UN-Sicherheitsrat blockiert
sich wegen des Vetos der fünf Ständigen Mitglieder allzu oft selbst und kommt
seinen Verpflichtungen, für Frieden zu sorgen, nicht nach.
Doch kann der neue Friedensrat eine Alternative sein oder
wird er gar zur Gegen-UN? Nach den Vorstellungen des amerikanischen
Präsidenten, der sich um das Völkerrecht kaum schert, würden künftig finanziell
mächtige Staaten entscheiden, wo im Namen des Friedens interveniert wird. Wie
so oft in Konflikten hegen mächtige Nationen die Illusion, sie könnten die
Bedingungen für Friedensabkommen diktieren. Problematisch ist das Konzept des
Friedensrates, weil die mühsam nach dem Zweiten Weltkrieg etablierte Friedensordnung
mit der Souveränität der Völker ignoriert wird. Zwar wurde die regelbasierte
Weltordnung auch früher schon verletzt, aber dieser beklagenswerte Zustand
würde mit diesem Trump’schen Rat zum Normalfall. Maßgebend für künftige
Friedensmissionen wäre ein Gremium, dass ganz auf seinen Vorsitzenden
zugeschnitten ist und sich an pekuniären Vorgaben orientiert.
Bislang reagieren die eingeladenen Regierungen
zurückhaltend. Nur Viktor Orbán, Ungarns Regierungschef und Trump-Fan, hat die
Einladung bereits angenommen. Trump meint es ernst mit der Etablierung des
Friedensrates und drohte Frankreich mit Zöllen von 200 Prozent auf Champagner
und Wein, weil Präsident Macron eine Mitgliedschaft im Friedensrat ablehnte.
Abgesehen von dem völkerrechtlich problematischen Versuch, die UN zu
marginalisieren und die globale Friedenspolitik zu personalisieren, stellt sich
die Frage, was Trump dazu qualifiziert, eine derartig zentrale Rolle in Fragen
von Kriegen, Konflikten und deren Beilegung zu fordern. Hinlänglich bekannt
ist, dass Trump nach seiner eigenen Einschätzung der Friedensnobelpreis
zusteht. Auch behauptet er, bereits acht Kriege beendet zu haben. Was aber hat
Trump tatsächlich in Sachen Frieden geleistet? Schauen wir uns einige der
Kriege und Konflikte genauer an.
Ende September 2025 legte der US-Präsident seinen
Nahost-Friedensplan vor. Durch Druck auf Israel und die Hamas ist es Trump
gelungen, Bewegung in die festgefahrene Lage der letzten zwei Jahre zu bringen.
Doch der Plan kommt nicht recht voran, weil er von den unmittelbaren
Konfliktparteien nicht gänzlich akzeptiert wird. Ein Waffenstillstand erfordert
ebenso wie ein nachhaltiger Frieden die Einbeziehung der Kontrahenten des
Konflikts. Der Gaza-Friedensplan ist aber weitgehend ohne den Einbezug der
Palästinenser entstanden. Viele Palästinenser sehen in dem Plan eine
Fortsetzung der Besatzung. Hastig erzwungene Waffenstillstände schaffen selten
dauerhafte Lösungen. Viele Fragen bleiben offen: Wird die Entwaffnung der Hamas
gelingen? Ziehen sich Israels Truppen zurück? Wer übernimmt Polizei- und
Sicherheitsaufgaben? Obwohl es bei der Umsetzung der ersten Phase hakt, beginnt
jetzt der neue Friedensrat bereits mit der zweiten Phase. Ob der
Gaza-Friedensrat in dieser vertrackten Lage mehr erreichen kann als die Vereinten
Nationen in den vergangenen Jahrzehnten, bleibt abzuwarten. Ob die Trump’sche
Vorgehensweise zu einem gerechten und nachhaltigen Frieden führt, bleibt
fraglich.
Die Verhandlungen über eine Beendigung des Ukrainekrieges
sind derzeit in den Hintergrund gedrängt. Sämtliche Ultimaten Trumps hat
Wladimir Putin verstreichen lassen. Der 28-Punkte-Plan vom November 2025, der
eher einer Kapitulationserklärung der Ukraine als einem Friedensplan glich, ist
verändert worden, um ukrainische und europäische Interessen zu berücksichtigen.
Von einer Beendigung des Konflikts kann keine Rede sein. Offensichtlich
unvereinbare Standpunkte zwischen den Hauptkontrahenten, Russland und der
Ukraine, wie territoriale Fragen und Sicherheitsgarantien für die Ukraine,
stehen sich weiterhin gegenüber. Friedensverhandlungen gelingen am ehesten, so
lehrt die Erfahrung der Konfliktmediation, wenn beide Seiten erkannt haben,
dass ein militärischer Sieg nicht möglich ist. Der Konflikt muss „reif“ sein
für Verhandlungen. Diese Grunderkenntnis hat der US-Präsident bei seinen Plänen
der schnellen Beendigung des Ukrainekrieges nicht berücksichtigt. Auch in
diesem Konflikt sind die Vereinten Nationen weitgehend marginalisiert, weil der
UN-Sicherheitsrat nicht handlungsfähig ist. Auch der amerikanische Präsident
hat, trotz gegenteiliger Ankündigung, bislang keinen gangbaren Weg zur
Beendigung des Krieges gefunden. Ob ein speziell auf Trump zugeschnittener
Friedensrat bessere Ergebnisse erzielen würde, bleibt offen.
Ein Musterbeispiel für überschätzte Erwartungen an eine
personalisierte Friedenspolitik, wie Donald Trump sie gerne pflegt, sind seine
gescheiterten Versuche der Gipfeltreffen mit Kim Jong-un, dem nordkoreanischen
Diktator. Ziel verschiedener Gipfeltreffen war die Denuklearisierung der
koreanischen Halbinsel und die Aufhebung der Wirtschaftssanktionen. Die
Verhandlungen scheiterten. Nordkorea ignoriert UN-Verbote für Atom- und
Raketentests und lässt sich auch nicht von Trumps Drohung einschüchtern, das Land
mit „Zorn und Feuer“ zu vernichten. Durch enge Beziehungen zu Russland und
China hat das Regime an Einfluss gewonnen. Nordkorea betrachtet sein
Atomprogramm als existenzielle Absicherung, baut es weiter aus und verhandelt
nicht. Auch ein geldmächtiger Friedensrat dürfte daran wenig ändern.
Konflikte pragmatisch befrieden zu wollen, Mut für
vernünftige Lösungen aufzubringen und verkrustete Institutionen abzulösen, wenn
sie ihre Aufgaben nicht erfüllen, sind begrüßenswerte Anliegen. Kritik an der
unzureichenden Friedenspolitik der Vereinten Nationen ist berechtigt. Doch
warum sind den Vereinten Nationen oftmals die Hände gebunden? Finanzielle
Engpässe und Bürokratie sind nicht die Hauptgründe. Ursache für die Lähmung der
Organisation sind vor allem die globalen Gegensätze, die sich in vielen Konflikten
widerspiegeln, sowie die Konkurrenz der Großmächte, die sich im Sicherheitsrat
blockieren. Diese Gegensätze werden durch die Schaffung eines neuen,
US-geführten Friedensrates nicht beseitigt. Im Gegenteil, ein Friedensrat mit
dem amerikanischen Präsidenten an der Spitze, ist in der Friedenspolitik
strukturell zum Scheitern verurteilt, weil dieser Rat nicht als unparteiisch
angesehen wird. Neutrale und unparteiische Dritte, die dem Völkerrecht
verpflichtet sind, können jedoch als Moderator in Konflikten vertrauensbildend
wirken. Trump ist und will nicht unparteiisch sein; er bestimmt, wo es
langgeht.
Die bisherige Bilanz des amerikanischen Präsidenten in
seinem Bemühen um Frieden in der Welt ist wenig überzeugend. Seine unverhohlene
Missachtung des Völkerrechts, wie jüngst in Venezuela und Grönland, ist nicht
nur besorgniserregend. Er ist damit disqualifiziert, einem Gremium vorzustehen,
das laut seiner Satzung „zur Förderung der Stabilität, zur Wiederherstellung
einer verlässlichen und rechtmäßigen Regierungsführung und zur Sicherung eines
dauerhaften Friedens in von Konflikten betroffenen oder bedrohten Gebieten“
beitragen und Friedensmaßnahmen im Einklang mit dem Völkerrecht durchführen
soll. Donald Trumps erratisches Vorgehen – begleitet von Machtdemonstrationen,
Drohungen, Erpressungen – und seine Militäraktionen wie im Iran, gegen die
Huthis im Jemen oder in der Karibik bieten keine gute Grundlage für dauerhafte
Friedensabschlüsse. Vielmehr stellt seine Spektakelpolitik die gesamte
internationale Ordnung infrage. Der von ihm geleitete Friedensrat kann keine
Alternative zu den Vereinten Nationen sein. IPG 22
EU-Kommission legt neue Strategie
gegen Rassismus vor
Die EU will Diskriminierung im Alltag entschlossener
bekämpfen – in Schule, Job und bei der Wohnungssuche. Im Kern geht es um
härtere Durchsetzung bestehenden Rechts, besseren Opferschutz und Regeln gegen
Hass im Netz.
Die Europäische Kommission hat für die Jahre 2026 bis 2030
eine Strategie gegen Rassismus verabschiedet. „Heute geben wir allen
Europäerinnen und Europäern ein Versprechen: dass Gesetze konsequent
durchgesetzt, Strukturen verbessert werden und kein Kind jemals hören muss,
etwas sei nicht möglich – nur aufgrund seiner Herkunft“, erklärte die
EU-Kommissarin für Gleichstellung, Hadja Lahbib, am Dienstag im EU-Parlament in
Straßburg. Es sei die erste Strategie dieser Art.
Hintergrund ist, dass laut der jüngsten
Eurobarometer-Umfrage fast zwei Drittel der EU-Bürgerinnen und -Bürger
rassistische Diskriminierung weiterhin als weit verbreitetes Problem
wahrnehmen.
Kern der Strategie sei eine stärkere Umsetzung und Kontrolle
der bestehenden EU-Antidiskriminierungsgesetze, insbesondere der
Gleichbehandlungsrichtlinie von 2000. Zudem wolle die Kommission den Kampf
gegen Hassrede und Hasskriminalität verstärken und die Rechte der Betroffenen
sichern, erklärte Lahbib.
Schwerpunkte liegen demnach auf mehr Chancengleichheit in
Bildung, Beschäftigung, Wohnen und Gesundheitsversorgung. Geplant sind unter
anderem eine EU-weite Gleichstellungskampagne sowie zusätzliche Unterstützung
für zivilgesellschaftliche Organisationen.
Mehr Druck, strengere Sanktionen
Im Strategiepapier kündigt die Kommission an, die Anwendung
der einschlägigen Richtlinie genauer zu prüfen. In einem Bericht, der 2026
erscheinen soll, will sie Umsetzungs- und Vollzugslücken in den Mitgliedstaaten
sichtbar machen – und daraus ableiten, ob nationale Sanktionsregeln
„nachgeschärft“ werden müssen. Ziel: Diskriminierung soll nicht folgenlos
bleiben.
Bei Hasskriminalität und Hassrede etwa setzt die Kommission
auf zwei Schienen: Strafverfolgung und besseren Schutz der Betroffenen. Sie
verweist darauf, dass Vorfälle häufig nicht angezeigt würden. Deshalb sollen
Mitgliedstaaten ihre Datenerfassung verbessern und die Ausbildung von Polizei
und Justiz ausbauen – ausdrücklich auch mit Blick auf rassistische Vorurteile.
Auch das Internet rückt stärker in den Fokus: Weil ein
EU-Vorhaben, Hasskriminalität und Hassrede als „EU-Straftaten“ zu definieren,
politisch nicht vorankomme, prüft die Kommission eine andere
Gesetzesinitiative. Sie könnte über bestehende EU-Rechtsgrundlagen zu schweren
Straftaten ansetzen, um Definitionen von Online-Hassdelikten stärker zu
vereinheitlichen – bei gleichzeitiger Beachtung der Meinungsfreiheit.
Auch der Digital Services Act (DSA) spielt eine Rolle: Große
Online-Dienste müssen demnach gegen illegale Inhalte vorgehen und Risiken
bewerten. Die Kommission kündigt an, die Regeln weiter zu überwachen und den
freiwilligen „Code of Conduct“ gegen illegale Hassrede online (Code of
Conduct+) in der Umsetzung eng zu begleiten.
Struktureller Rassismus: gemeinsame Arbeitsdefinition
Die Kommission greift in der Strategie ausdrücklich den
Begriff „struktureller Rassismus“ auf. Gemeint sind nicht nur einzelne
Vorfälle, sondern Muster, die sich über Jahre verfestigen – und über
Generationen Chancen verbauen. Um hier vergleichbarer zu arbeiten, will die
Kommission in einer Expertengruppe der Mitgliedstaaten die Entwicklung einer
gemeinsamen Arbeitsdefinition unterstützen.
Zur Begründung nennt das Papier Beispiele, wie stark sich
Benachteiligung in Lebenslagen niederschlägt: Bestimmte Bevölkerungsgruppen wie
die Roma hätten demnach eine um bis zu 8 Jahre geringere Lebenserwartung als
die Gesamtbevölkerung. Bei Menschen afrikanischer Herkunft seien zwar 71
Prozent in bezahlter Arbeit – zugleich seien 46 Prozent für ihre Tätigkeit
überqualifiziert. Und muslimische Haushalte seien dreimal so häufig von Armut
betroffen (19 Prozent) wie Haushalte in der Gesamtbevölkerung (6 Prozent).
Alltagsschauplätze: Job, Wohnung, Gesundheit
Dass Rassismus sich im Alltag niederschlägt, zeigt die
Kommission mit mehreren Kennzahlen: In der Eurobarometer-Erhebung nennen 39
Prozent die Hautfarbe und 34 Prozent die ethnische Herkunft als zentrale
Gründe, warum Bewerberinnen und Bewerber auf dem Arbeitsmarkt benachteiligt
werden.
Beim Wohnen verweist das Papier auf besonders prekäre
Bedingungen: 40 Prozent der Musliminnen und Muslime in der EU lebten in
überbelegten Wohnungen – mehr als doppelt so häufig wie die Gesamtbevölkerung
(17 Prozent). Der Kommission zufolge soll deshalb eine Studie zur
Diskriminierung im Wohnungsbereich erarbeiten, welche Risiken und
Gegenmaßnahmen sich aus nationalen und lokalen Erfahrungen ableiten lassen.
Außerdem kündigt sie eine Empfehlung der EU-Staaten zur Bekämpfung von
Wohnungsausschluss an.
In der Gesundheitsversorgung will die Kommission
Mitgliedstaaten dabei unterstützen, rassistische Verzerrungen in Behandlung und
Versorgung abzubauen – auch, indem Daten zur gesundheitlichen Ungleichheit
besser erfasst werden.
KI und algorithmische Diskriminierung, Polizei und Behörden
Neu ist auch der Blick auf digitale Systeme: Wenn Software
über Kredit, Job-Vorauswahl oder Risiko-Einstufungen entscheidet, können sich
Vorurteile im Datensatz fortsetzen. Die Kommission kündigt an, dass der Bericht
2026 zur Gleichbehandlungsrichtlinie ausdrücklich auch Fälle „algorithmischer
Diskriminierung“ untersuchen soll. Parallel will sie die Umsetzung des
EU-KI-Gesetzes (AI Act) mit Leitlinien und Hilfen begleiten, um rassistische
Verzerrungen in Hochrisiko-Systemen zu verhindern.
Ein weiterer Baustein betrifft Institutionen – besonders
Polizei und Verwaltung. Die Kommission verweist auf Berichte der
EU-Grundrechteagentur (FRA), wonach rassistische Probleme in der Polizeiarbeit
unter anderem diskriminierendes Profiling, rassistische Kommunikation und
übermäßige Gewalt umfassen können. Als Reaktion will die Kommission ein
Kompendium guter Praxis zusammenstellen, das Mitgliedstaaten helfen soll,
diskriminierende Kontrollmuster zu verhindern. (epd/mig 22)
Mercosur Abkommen von zentraler
Bedeutung
Straßburg - Das Europäische Parlament hat heute einen
Aufschub der Ratifizierung des EU-Mercosur-Abkommens
herbeigeführt. Die
Präsidentin der überparteilichen Europa-Union Deutschland,
Andrea Wechsler,
und die Vizepräsidentin Gaby Bischoff, beide Mitglieder des
Europäischen
Parlaments, haben gegen diese Entschließungen gestimmt.
Beide sind überzeugt, dass das Mercosur-Abkommen für Europas
wirtschaftliche und strategische Zukunft von zentraler Bedeutung ist.
"Europa braucht verlässliche Handelspartner, die sich zu einer
regelbasierten
internationalen Ordnung bekennen", erklärt Andrea
Wechsler. "Mercosur steht
genau dafür - und ist deshalb wichtig für Europas
Handlungsfähigkeit und
strategische Autonomie."
Kritisch sehen Wechsler und Bischoff insbesondere den
Zeitpunkt und die
institutionelle Wirkung der Abstimmung. "Dass das
Parlament ausgerechnet
während des Weltwirtschaftsforums in Davos ein solches
Signal setzt, ist
problematisch", so Gaby Bischoff. "Dort steht ein
US-Präsident im Fokus, der
Bündnispartner und internationale Institutionen bedroht. In
dieser Lage hat
das Parlament sich zunächst selbst aus dem Spiel
genommen."
Zugleich betont Wechsler, dass die Entscheidung nicht aus
Gründen der
Rechtsstaatlichkeit notwendig gewesen sei. "Das
Europäische Parlament hat
über Jahrzehnte dafür gekämpft, bei internationalen Abkommen
echte
Mitentscheidungs- und Kontrollrechte zu erhalten", sagt
sie. "Diese Rechte
bestehen fort. Auch nachgelagert ist eine rechtliche
Überprüfung möglich.
Wer sie dennoch relativiert, schwächt das Parlament selbst -
und das ist das
falsche Signal."
Mercosur stehe dem aktuellen globalen Druck bewusst
entgegen. "Während
andernorts mit Machtpolitik und Drohungen gearbeitet wird,
setzt Mercosur
auf Regeln und Verlässlichkeit", so Bischoff.
"Gerade in einer Phase
wachsender geopolitischer Unsicherheit braucht Europa
Partner, die sich
langfristig binden wollen." E-U D 21
Knapp 30 Prozent der Schüler haben
Einwanderungsgeschichte
Fast ein Drittel der deutschen Schülerinnen und Schüler hat
ausländische Wurzeln. Der Deutsche Lehrerverband und die Gewerkschaft GEW
fordern höhere Investitionen in Schulen und frühkindliche Bildung. Von Susanne
Rochholz und Jürgen Prause
In Deutschland hat ein knappes Drittel der Schülerinnen und
Schüler eine Einwanderungsgeschichte. Im Jahr 2024 betrug ihr Anteil 29 Prozent
und damit drei Prozentpunkte mehr als im Durchschnitt der gesamten Bevölkerung,
wie das Statistische Bundesamt am Dienstag in Wiesbaden mitteilte. Der Deutsche
Lehrerverband forderte Bund und Länder dazu auf, Schulen beim Umgang damit
besser zu unterstützen.
„Kinder, die früh gut Deutsch lernen, haben einen besseren
Start in ihre Schullaufbahn und später deutlich bessere Bildungschancen“, sagte
der Präsident des Deutschen Lehrerverbands, Stefan Düll, der „Rheinischen
Post“. Auf Seiten der Länder sei entscheidend, dass sie in die frühkindliche
Sprachförderung sowie in verbindliche, qualitativ hochwertige
Sprachstands-Tests bereits vor der Einschulung investieren.
GEW: Mehr in Schulen und frühkindliche Bildung investieren
Die Gewerkschaft Erziehung und Wissenschaft (GEW) forderte,
dass Kinder mit Einwanderungshintergrund in Schulen und Kitas bestmöglich
integriert werden. „In die frühkindliche Bildung und in die Schulen muss mehr
Geld fließen, um die materiellen und personellen Ressourcen zu verbessern“,
sagte Anja Bensinger-Stolze, GEW-Vorstandsmitglied Schule, der Zeitung.
Von den Lehrkräften hatten nach Angaben der Statistiker elf
Prozent im Jahr 2024 eine Einwanderungsgeschichte. Eine Person hat nach der
maßgeblichen Definition eine Einwanderungsgeschichte, wenn sie selbst oder
beide Elternteile seit dem Jahr 1950 nach Deutschland gezogen sind.
Bei zusätzlichen zwölf Prozent der Schülerschaft war der
Mitteilung zufolge nur ein Elternteil nach Deutschland zugewandert, gut die
Hälfte (59 Prozent) hatte keine Einwanderungsgeschichte. Unter den Lehrkräften
hatten noch einmal fünf Prozent nur einen eingewanderten Elternteil und 84
Prozent gar keine Einwanderungsgeschichte.
Schulgemeinden sind internationaler geworden
Innerhalb von fünf Jahren seien die Schulgemeinden
internationaler geworden, hieß es von der Statistikbehörde: 2019 hätten noch 26
Prozent der Schülerinnen und Schüler an allgemeinbildenden Schulen eine
Einwanderungsgeschichte, 3 Prozentpunkte weniger als der jüngste verfügbare
Wert aus dem Jahr 2024. Unter den Lehrkräften lag der Anteil der Personen mit
Einwanderungsgeschichte 2019 bei 9 Prozent und war somit um 2 Prozentpunkte
geringer als 2024. Zu den Herkunftsländern machte das Bundesamt keine Angaben. (epd/mig
21)
Vatikan: Verbrechen gegen die
Menschlichkeit wirksam bekämpfen
Mehr als acht Jahrzehnte nach dem Zweiten Weltkrieg fehlt es
noch immer an wirksamen internationalen Instrumenten zur Ahndung und Prävention
von Verbrechen gegen die Menschlichkeit. Vor den Vereinten Nationen in New York
mahnte Vatikan-Diplomat Gabriele Caccia eindringlich zu rechtlicher Klarheit,
staatlicher Verantwortung und entschlossener internationaler Zusammenarbeit.
Silvia Kritzenberger
Im Rahmen der ersten Sitzung des Vorbereitungskomitees für
die UN-Konferenz zur Prävention und Ahndung von Verbrechen gegen die
Menschlichkeit hat der Ständige Beobachter des Heiligen Stuhls, Erzbischof
Gabriele Caccia, am Montag die anhaltende Aktualität dieses Themas
unterstrichen. Trotz bestehender völkergewohnheitsrechtlicher Verbote würden
schwere Menschenrechtsverletzungen weltweit fortbestehen, wenn nicht sogar
zunehmen.
Schon 1953 habe Papst Pius XII. angesichts der Gräueltaten
des Zweiten Weltkriegs internationale Abkommen gefordert, „die wirksamen Schutz
gewährleisten, die zu ahndenden Verbrechen klar benennen und ihre
Tatbestandsmerkmale mit juristischer Präzision bestimmen“ (Ansprache an die
Teilnehmer des 6. Kongresses für internationales Strafrecht, 3. Oktober 1953).
Diese Mahnung sei auch heute noch uneingeschränkt gültig, so Caccia.
„Besonders Frauen und Kinder, sowie Angehörige ethnischer
und religiöser Minderheiten werden auch weiter Opfer von Verfolgung und Gewalt“
Der Erzbischof verwies darauf, dass besonders Frauen, Kinder
und Angehörige ethnischer und religiöser Minderheiten auch weiter Opfer von
Verfolgung und Gewalt würden. Das Fehlen kollektiver Antworten verletze – wie
er betonte – nicht nur die Menschenwürde der Betroffenen, sondern auch „das
moralische Gewissen der Menschheit“.
Zentral sei dabei nicht die Frage, ob Verbrechen gegen die
Menschlichkeit verboten seien – dies sei im Völkergewohnheitsrecht längst
anerkannt –, sondern wie ihre Prävention und Ahndung wirksam gestaltet werden
könne. Ein künftiger Rechtsrahmen müsse auf dem bestehenden Recht aufbauen, um
„die Rechtskohärenz zu bewahren, das Vertrauen zwischen den Staaten zu fördern
und einen möglichst breiten Konsens zu ermöglichen“.
In diesem Zusammenhang zitierte der Erzbischof Papst Leo
XIV. wie folgt: „Um miteinander in Dialog zu treten, muss man sich über die
Worte und die Konzepte, die sie repräsentieren, verständigen. Die Bedeutung der
Worte wiederzuentdecken, ist möglicherweise eine der wichtigsten
Herausforderungen unserer Zeit“ (9. Januar 2026, Ansprache beim Neujahrsempfang
für das am Heiligen Stuhl akkreditierte Diplomatische Korps).
Die Hauptverantwortung bei der Verhinderung und Verfolgung
solcher Verbrechen liege bei den Staaten selbst. Nationale Gerichte seien der
primäre Ort für Ermittlungen und Strafverfolgung. Der internationalen
Zusammenarbeit komme jedoch eine unverzichtbare ergänzende Rolle zu, vor allem
bei grenzüberschreitenden Taten oder dort, wo Staaten nicht über ausreichende
Kapazitäten verfügten. Diese Zusammenarbeit müsse die Prinzipien der
Komplementarität, des fairen Verfahrens und der Achtung der Menschenrechte stärken,
und nicht untergraben.
Der Leid der Opfer ruft nach Gerechtigkeit, Schutz und
Unterstützung
Besondere Aufmerksamkeit widmete der Vertreter des Heiligen
Stuhls den Opfern. Ihr Leid rufe nach Gerechtigkeit, Schutz und Unterstützung.
Ein zukünftiges internationales Instrument müsse sicherstellen, dass ihre
Stimmen gehört und ihre Würde gewahrt werde, zugleich aber auch faire Verfahren
und die Rechte aller Beteiligten garantieren.
Abschließend bekräftigte Erzbischof Caccia noch die
Bereitschaft des Heiligen Stuhls zu einem offenen und konstruktiven Dialog.
Ziel sei es, gemeinsam mit allen Delegationen „eine wirksame und dauerhafte
Antwort auf Verbrechen gegen die Menschlichkeit“ zu entwickeln. (vn 20)
Sozialpsychologe Roland Imhoff im
Gespräch
Sozialpsychologe: „Kleiner Schritt vom Stereotyp zum
Vorurteil“
In Debatten um Migration, Gender oder Bürgergeldempfänger
kommen auch vorurteilsbeladene Töne vor. Sozialpsychologe Roland Imhoff forscht
zu Stereotypen. Im Gespräch erklärt er, wie sie entstehen und wann sie
problematisch werden. Von Nils Sandrisser
Migration wird überwiegend entlang des Bilds des kriminellen
Ausländers diskutiert, antisemitische Weltbilder gewinnen wieder an Boden,
rechtsgerichtete Online-Accounts propagieren traditionelle Geschlechterrollen,
Gendern wird bis weit in die Mitte hinein abgelehnt. In der Gesellschaft
scheinen sich festgefügte Kategorien darüber, wie die Welt zu verstehen ist, zu
verbreiten. Der Mainzer Stereotyp-Forscher Roland Imhoff erklärt, wie
Stereotype entstehen und worin ihr möglicherweise negativer Einfluss liegt.
Herr Imhoff, täuscht der Eindruck, oder gewinnen Stereotype
und Vorurteile wieder mehr Einfluss auf das Verhalten von Menschen?
Roland Imhoff: Stereotype sind immer da. Die
Sozialpsychologie geht davon aus, dass sie zwingend notwendig sind, um in der
sozialen Umwelt zu navigieren. Bei acht Milliarden Erdenbewohnern können wir
uns ja nicht alle merken. Eine kognitive Krücke ist hier, dass man versucht,
aus zugeschriebener Zugehörigkeit zu einer bestimmten Kategorie – Mann, Frau,
alt, Jude, Friseur – Informationen zu erschließen mit Überlegungen, wie Männer,
Frauen, Friseure ebenso sind. Und viele dieser Stereotype sind unverfänglich oder
unproblematisch.
Stereotype sind also eine Art Werkseinstellung des Gehirns,
um Komplexität zu reduzieren?
Genau. Man schreibt Individuen Eigenschaften zu aufgrund der
unterstellten Zugehörigkeit zu einer Kategorie. Das macht das Leben einfacher.
Wenn ich nachts nach Hause gehe und mir kommt jemand entgegen, den ich aufgrund
von visuellen Eindrücken als Skinhead oder Junkie identifiziere, dann tue ich
ihm vielleicht Unrecht, wenn ich die Straßenseite wechsle. Aber ich will ja gar
nicht jedes Mal Zeit investieren und vielleicht auch ein Risiko eingehen, um
diesen Menschen näher kennenzulernen und danach ein wohlabgewägtes Urteil zu
fällen. Wir sind auf solche kognitiven Abkürzungen angewiesen, um uns effizient
in der Welt zurechtzufinden. Es wäre also schwer zu belegen, dass es eine
Zunahme von Stereotypen gebe.
Wer den politischen oder gesellschaftlichen Diskurs
betrachtet, könnte das aber glauben. Geht es also nicht um die Frage, warum wir
Stereotype haben, sondern wann sie unser Verhalten stärker oder schwächer
beeinflussen?
Ja. Der politische Diskurs kann Verschiebungen erfahren. Das
Runterspielen von vermeintlichen Gegensätzen zwischen Männern und Frauen ist
ein Gegenbeispiel für Stereotypisierung. Wenn man die Auffassung stark macht,
dass Frauen und Männer sich in nichts unterscheiden außer in ihrem
Reproduktionsapparat, gibt es vielleicht einen Backlash von rechter Seite, der
behauptet, dass Männer eben mutig und Frauen fürsorglich sind.
Geschlechterrollenstereotype gut erforscht
Und aus welchen Gründen besteht man dann so darauf, dass die
eigenen Stereotype die Realität abbilden?
Mit am besten erforscht sind Geschlechterrollenstereotype.
Hier gibt es innerhalb der vergangenen Jahrzehnte eine stärkere
Selbststereotypisierung. Frauen beschreiben sich selbst mehr als fürsorglich
und Männer mehr als durchsetzungsfähig als noch vor 20 Jahren. Zumindest in der
Tendenz greifen Menschen also in ihrer Selbstwahrnehmung stärker auf Stereotype
zurück, die ihnen vielleicht einen Halt geben oder eine Idee, wer sie sein
sollen.
Gewinnen in den multiplen Krisen, die wir derzeit erleben,
unsere Stereotype auch deshalb Macht über unser Handeln, weil wir in dieser
Krise mit anderen Dingen beschäftigt sind, als unsere Wahrnehmung von der Welt
zu hinterfragen? Ist das Bedürfnis nach Halt vielleicht auf diese Krisen
zurückzuführen?
Beides muss nicht sein. Man könnte auch argumentieren, dass
das eine Pendelbewegung ist. Dass es immer Versuche gibt, die Gesellschaft zu
liberalisieren, die aber manchen Menschen zu schnell gehen, die das Pendel dann
in die andere Richtung zurückstoßen und eindeutige Sicherheit haben wollen.
Aber beide Modelle sind von der Logik her nicht unvereinbar. Das Pendel
zurückzuschubsen kann ja auch damit zu tun haben, dass man zumindest in einem
Bereich eine Sicherheit haben möchte. Wenn die Welt brennt und das Klima wärmer
wird, dann will ich ja vielleicht wenigstens wissen, wie ich mich als Mann oder
Frau so verhalten kann, dass ich hegemonialen Vorstellungen entspreche. So wie
ich die Forschung überblicke, gibt es aber keinen eindeutigen Beleg für das
eine oder das andere.
Wenn man davon ausgeht, dass Stereotype Repräsentationen
sind, die verstärkt werden, wenn man sie immer wieder anspricht, dann liegt
doch nahe, dass Medien eine Rolle für die Verbreitung dieser Stereotype
spielen.
Das kann ja gar nicht anders sein. Stereotype sind kulturell
geteilte Vorstellungen, und die können sich in einer komplexen
Wissensgesellschaft ja nicht nur Mund zu Mund weiterverbreiten. Es braucht also
einen geronnenen Wissensspeicher, und das sind natürlich Medien, aber auch
Literatur oder Filme. Interessant wäre, zu wissen, ob es bei den Medien
Eigendynamiken gibt, die zu einer noch stärkeren Überzeichnung neigen als
Menschen ohnehin schon, und die eine Eskalation der Stereotypisierung
vorantreiben. Die Forschung zu Algorithmen in den sozialen Medien hat sich aber
in der Vergangenheit stärker mit Desinformation und Fake News
auseinandergesetzt als mit der Frage, ob zum Beispiel besonders überzeichnete
Darstellungen von bestimmten Gruppen einen Vorteil bei den Algorithmen haben.
Politik könnte Einfluss von Vorurteilen mildern
Ist es ein Problem für uns als Gesellschaft, wenn der
Einfluss von Stereotypen größer wird?
Das kommt stark auf das jeweilige Stereotyp an. Es gibt ja
gewaltige Asymmetrien zwischen Männern und Frauen, zum Beispiel bei
Gewaltkriminalität oder bei riskantem Verhalten im Straßenverkehr. Wenn man
sich anschaut, wie Männlich- und Weiblichkeit traditionell konstruiert werden
und welche überdauernden gesellschaftlichen Kosten das verursachen kann, dann
geht damit schon eine Menge von Problemen einher. Aber das Problem ist nicht
die Beurteilung anderer. Sondern die Selbststereotypisierung, dass also Menschen
sich mit solchen Stereotypen gemein machen und sie als Norm verstehen, wie sie
sich zu verhalten haben.
Fremdstereotypisierung ist doch aber auch nicht
unproblematisch, wenn man an antijüdische oder antimuslimische Diskurse denkt
oder an Debatten um die Leistungsbereitschaft von Empfängerinnen und Empfängern
von Bürgergeld.
Der problematische Bruder des Stereotyps ist das Vorurteil,
und interreligiöse oder interethnische Stereotype sind von einer negativen
Bewertung selten ganz frei. Sie sind oft aufgeladen mit einer Abwertung und der
Bereitschaft, zu diskriminieren oder den Zugang zu gleichen Ressourcen zu
verweigern. Wenn ich der Meinung bin, dass Arbeitslose faul sind, legt das
nahe, dass es nicht angebracht ist, Bedürftige zu unterstützen, weil die an
ihrem Schicksal selbst schuld seien. Das ist natürlich ein problematischer
Schluss. All diese Prozesse können von Stereotypen befeuert werden, aber ich
würde nicht so weit gehen und sagen, das sei im Stereotyp automatisch angelegt.
Aber es ist ein kleiner Schritt vom Stereotyp zum Vorurteil.
Wie könnte die Politik den Einfluss von Vorurteilen
abschwächen?
Es gibt ja immer die Möglichkeit, dass unsere Vorstellungen,
wie die Welt ist, sich der Welt anpasst, wie sie wirklich ist. Wird die Welt
bunter, diverser, vielfältiger, sickert das irgendwann in unsere Köpfe ein. Da
gibt es Institutionen mit Signalwirkung. Wenn ich aber ein Kabinett vorstelle,
das zu 90 Prozent aus Männern besteht, dann ist das nicht hilfreich, um
Geschlechtsrollenstereotype aufzuweichen. Oder wenn ich nur Kabinettsmitglieder
habe, deren Familie seit 20 Generationen auf deutscher Scholle lebt.
Repräsentation aller gesellschaftlichen Gruppen in dem Maß, das ihrem Anteil
entspricht, ist also sicherlich anzustreben, damit sich Stereotype der Realität
anpassen. Wir werden nicht verändern können, dass wir uns auf Stereotype
verlassen. Aber wir können den Raum innerhalb dieser Stereotype reicher und
breiter gestalten. (epd/mig 20)
Trumps rabiates Vorgehen lässt die Säulen deutscher
Außenpolitik einstürzen. Fünf Ansatzpunkte für eine dringend nötige
Neuausrichtung. Von Christos Katsioulis
Spätestens mit der völkerrechtswidrigen Entführung Nicolás
Maduros aus Venezuela und den offenen Drohungen der USA gegenüber Grönland,
Dänemark und weiteren EU-Staaten ist klar, dass die bisherigen Gewissheiten
deutscher Außenpolitik nicht mehr tragen. Die Vorstellung, dass die USA ein
enger Verbündeter Deutschlands sein könnten und gemeinsam die sogenannte
regelbasierte internationale Ordnung gegen Aggressoren verteidigen, ist nur
noch Nostalgie.
Bis vor wenigen Jahren ruhte die deutsche Außenpolitik grob
gesagt auf vier vergleichsweise stabilen Säulen: der Westbindung, der
europäischen Integration, dem klaren Bekenntnis zum Völkerrecht und der
Ostpolitik. Alle vier dienten maßgeblich einer Orientierung am Frieden. Konkret
bedeutete dies: erstens ein enges transatlantisches Verhältnis mit den USA;
zweitens die enge wirtschaftliche und politische Verflechtung mit den
europäischen Nachbarn ganz im Sinne eines dauerhaften Friedensprojekts Europa;
drittens das klare Bekenntnis zum Völkerrecht und zur Einhaltung
internationaler Normen und Regeln, inklusive der Unterstützung multilateraler
Institutionen; viertens die Herstellung eines Systems der friedlichen
Koexistenz mit „dem Osten“, zunächst mit der Sowjetunion und den Staaten des
Warschauer Pakts, nach dem Fall der Mauer vornehmlich mit der Russischen
Föderation.
Der von Olaf Scholz geprägte Begriff der „Zeitenwende“ war
deshalb zunächst treffend. Der russische Angriff auf die Ukraine bedeutete den
Wegfall einer zentralen Säule deutscher Außenpolitik und erforderte eine neue
Form der Friedenssicherung mit Schwerpunkt auf Abschreckung. Die Verstärkung
der Landes- und Bündnisverteidigung wurde als Mittel zur Stabilisierung der
regelbasierten internationalen Ordnung und der europäischen Einigung gedeutet.
Gleichzeitig gewann die transatlantische Bindung zusätzlich an Bedeutung, nicht
zuletzt durch die enge Anbindung der Regierung Scholz an das Weiße Haus von Joe
Biden und die unmittelbaren Käufe von US-Waffen unter dem Eindruck des
Angriffs.
Diese Betrachtung vermittelte den Eindruck, dass der Rahmen
deutscher Außenpolitik trotz des Wegfalls einer Säule weitgehend stabil bleiben
könne, sofern die russische Aggression scheitert. Auch wenn die deutsche
Außenpolitik fortan nur noch auf drei statt vier Säulen stand, schienen diese
doch neu austariert und stabilisiert. Dieses Bild hat mit dem Amtsantritt
Trumps und seinen Avancen Richtung Russland schon leichte Fissuren bekommen,
sein Vorgehen in Venezuela und gegenüber Grönland lassen es komplett zerschellen.
Von den einst so stabilen Säulen der deutschen Außenpolitik ist nur noch die
europäische Integration übrig und auch da knirscht es gewaltig im Gebälk.
Viel gravierender als der Wegfall einzelner Säulen ist
jedoch die nun offen zutage tretende Fehlkonstruktion des Fundaments. Deutsche
Außenpolitik war nicht nur normativ, sondern auch strukturell auf diese vier
Säulen ausgerichtet, in der Sicherheitspolitik sogar nur auf eine. Die enge
Bindung an die USA hat eine Sicherheitsarchitektur hervorgebracht, die an allen
Ecken und Enden auf Washington ausgerichtet ist: von Waffensystemen und
Verteidigungsplanung bis hin zur Versorgung mit Geheimdienstinformationen.
Diese Abhängigkeit hat sich seit dem russischen Angriff auf die Ukraine weiter
vertieft.
Gleichzeitig war der deutsche Einsatz für die Geltung des
Völkerrechts erkennbar von Eigeninteressen und Partnerverpflichtungen geprägt.
Die vielfach kritisierten Doppelstandards im Umgang mit der Ukraine und mit
Gaza sind ein Beispiel dafür, ebenso wie das Zitat von der „Drecksarbeit“, mit
dem Kanzler Merz die israelischen Angriffe gegen den Iran kommentierte.
Mit Venezuela und den amerikanischen Gelüsten Richtung
Grönland steht die Regierung Merz vor einem massiven Dilemma. Sie muss einen
eigenen außenpolitischen Pfad finden, ist dabei aber auf eine institutionelle
Konstruktion angewiesen, die zu einem hohen Prozentsatz als Made in USA
bezeichnet werden könnte. Die sicherheitspolitischen Abhängigkeiten von den USA
sind bei der Suche nach Frieden in der Ukraine massiv. Ohne Washington wird es
weder einen Waffenstillstand mit Russland noch eine funktionierende Bündnisverteidigung
in der NATO geben. Die USA fungieren in der Allianz weiterhin als Rückgrat und
Gehirn, zudem stellen sie die wichtigsten Muskelgruppen. Zugleich sind der
außen- und sicherheitspolitische Denkapparat Deutschlands sowie die Bundeswehr
selbst in hohem Maße auf die USA gepolt – eine psychologische Abhängigkeit, die
jede Form von Eigenständigkeit erschwert.
Mit diesem Dilemma ist Deutschland nicht allein in Europa.
Daher ist es nachvollziehbar und ganz und gar nicht verwunderlich, dass sich
Kanzler Merz und der britische Premierminister Starmer in ähnlich
verschwurbelten Statements zur Entführung Maduros äußerten. Sie wollten
offenbar beide nicht an dem Ast sägen, auf dem sie aktuell noch sitzen. Das ist
auch klug so, denn die USA haben in ihrer Sicherheitsstrategie ausdrücklich
betont, dass sie Abhängigkeiten als Hebel für die Umsetzung ihrer Ziele ausnutzen
wollen – ein Schelm, wer dabei an Grönland denkt.
Die derzeitigen Reaktionen kommen daher vor allem als
Appelle daher. Europa müsse „die Sprache der Macht lernen“, endlich auf eigenen
Füßen stehen (das Gehen lernen wir offenbar später) oder Klartext mit Trump
reden. Das klingt gut, bleibt aber vage und verkennt die Zwickmühle, in der
Deutschland und seine europäischen Partner stecken.
Trotzdem ist das größte Land Europas nicht zur Untätigkeit
verdammt. Es gibt Ansatzpunkte, um den eigenen Handlungsspielraum zu erweitern
und die außenpolitischen Rahmenbedingungen zu stabilisieren. Mit fünf
Hebelpunkten muss Berlin versuchen, seine europäische Verankerung zum zentralen
Element deutscher Außenpolitik zu machen, um den aktuellen Herausforderungen
gerecht zu werden. Gemeint ist dabei ein Europa, das über den institutionellen
Rahmen der EU hinausreicht.
Erstens, wir müssen anerkennen, dass das Völkerrecht als
internationales Wertesystem immer weniger Bindungskraft für die selbst
ernannten big player hat. Es gibt aber dennoch viele Staaten, denen daran
liegt, dass internationale Politik nicht in die komplette Anarchie einer dog
eats dog- Welt abdriftet. Diese gilt es zu umwerben und einzubinden, wie es nun
Friedrich Merz richtigerweise in Indien versucht. Dazu müssen aber auch die
eigenen blinden Flecken anerkannt werden, insbesondere in Gaza.
Zweitens bedarf es einer eigenen europäischen Strategie mit
dem Ziel einer friedlichen Koexistenz mit Russland. Dazu gehört eine gestärkte
und damit glaubwürdige konventionelle Abschreckung, aber auch eine realistische
Einschätzung der russischen Fähigkeiten im Verhältnis zu den europäischen. Hier
ist das Kräfteverhältnis deutlich ausgeglichener, als es die öffentlichen
Debatten vermuten lassen. Mit zielgerichteten und schnell realisierten
Investitionen kann Europa hier die eigenen Handlungsspielräume erweitern. Das
hilft auch im Verhältnis zu den USA, denn je größer wir die russische Bedrohung
und unsere eigene Hilflosigkeit ihr gegenüber zeichnen, desto stärker ist die
Abhängigkeit von Washington.
Drittens und ergänzend dazu bedarf es eines europäischen
Plans für die Ukraine und eines Verhandlungspfades, wie dieser Plan Russland
abgerungen werden kann. Dabei wird die USA eine Rolle spielen müssen, aber
diese sollte sukzessive geringer werden. Daher ist es zu begrüßen, dass nun
endlich die Debatte darüber beginnt, einen Sondergesandten Europas für Russland
zu benennen.
Viertens muss die Aufrüstung Europas weiter vorangetrieben
werden, allerdings mit zwei entscheidenden Überlegungen. Zum einen sollten die
Abhängigkeiten von den USA reduziert werden, um die Druckpunkte für Washington
zu verringern. Die Debatte um den sogenannten Kill Switch gewinnt in Bezug auf
Grönland ganz neue Bedeutung. Zum anderen muss Europa für sich definieren,
welches militärische Fähigkeitsprofil es benötigt, um den Herausforderungen in
der eigenen Nachbarschaft gerecht zu werden, sprich: Was braucht es, um
Russland abzuschrecken? Dann wird deutlich, dass es nicht das Ziel sein kann,
die faktisch außerirdischen militärischen Fähigkeiten der USA zu replizieren,
sondern sich auf einem Niveau darunter einzupendeln, das für die eigenen Ziele
ausreicht. Beides zwingt Europa dazu, die eigene Kleinstaaterei in der
Rüstungsindustrie zu überdenken und lang gepflegte Prestigeprojekte aufzugeben.
Deutschland sollte hier als selbst ernannte Anlehnungsmacht vorangehen.
Fünftens führt der Weg in diese Richtung nur über ein
flexibleres Verständnis von Europa. Die EU der 27 ist auf Dauer blockiert und
bietet sowohl Trump, als auch Putin zu viele willige Helfer im Inneren. Die
Koalitionen der Willigen, die ad hoc einberufen werden, sind dafür aber zu
wenig und zu fragil. Die oben skizzierten Handlungsoptionen erfordern ein hohes
Maß an Solidarität miteinander und Vertrauen ineinander. Deutschland ist das
einzige europäische Land, das aufgrund seiner Kapazitäten als Katalysator für
den Schritt fungieren kann, den Europa bislang nicht zu gehen wagt: die
verteidigungspolitische Integration. Es wird die Rolle der USA als Rückgrat und
Hirn der NATO nicht ersetzen können, aber es kann den ersten Schritt dafür tun,
dass die Europäer sich gemeinsam auf dieses Experiment einlassen.
Auf diese Weise ließe sich die gegenwärtige Haltlosigkeit
durch eine klare Orientierung auf engere europäische Zusammenarbeit ersetzen.
Nur dann kann Deutschland dazu beitragen, dass sich Europa als Gestaltungsmacht
in der sich neu entwickelnden Welt-Unordnung behauptet. Ipg 20
Gericht bestätigt: Schule durfte
Praktikum bei AfD verbieten
Eine Schülerin möchte ein Schülerpraktikum bei einem
AfD-Abgeordneten machen. Ihre Schulleitung lehnt das ab, die Schülerin legt
Beschwerde ein. Jetzt hat das OVG Berlin-Brandenburg entschieden: Die Schule
hat recht.
Eine Schule darf einer Schülerin nach dem Beschluss des
Oberverwaltungsgerichts (OVG) Berlin-Brandenburg ein Schülerpraktikum bei einem
Mitglied der Brandenburger AfD-Landesspitze verbieten. Das Gericht wies eine
Beschwerde einer Schülerin zurück, die ihr Praktikum bei dem
AfD-Bundestagsabgeordneten und Brandenburger Landeschef René Springer machen
wollte (Az.: OVG 3 S 5/26). Der Verfassungsschutz stuft den Landesverband als
rechtsextremistisch ein.
Das Gericht gab der Entscheidung der Schulleitung recht.
„Sie konnte das von der Schülerin gewünschte Praktikum als ungeeignet ansehen,
weil die AfD Brandenburg vom Landesverfassungsschutz als gesichert rechtsextrem
eingestuft worden ist und der Bundestagsabgeordnete dem Vorstand des
Landesverbandes angehört“, teilte das OVG mit. Die Entscheidung verstoße weder
gegen den verfassungsrechtlichen Gleichheitsgrundsatz noch gegen das Recht der
Schülerin auf schulische Bildung.
Gericht: Schule muss Praktikum nicht zustimmen
Die Leitung der Schule sei nicht verpflichtet, der
Durchführung des Praktikums zuzustimmen, erklärte das Gericht. Der Schule, die
sich an einem Erlass des Bildungsministeriums orientiert habe, komme bei der
Ausgestaltung des Schülerbetriebspraktikums wegen ihres Bildungs- und
Erziehungsauftrags ein weiter pädagogischer Gestaltungsspielraum zu, der nicht
überschritten worden sei. Der Beschluss vom 16. Januar ist unanfechtbar.
AfD-Landeschef Springer warf dem Gericht eine politisch
motivierte Entscheidung vor: „Es ist ein bedenklicher Zustand unserer
Demokratie, wenn einer Schülerin ein Praktikum bei einem direkt gewählten
AfD-Bundestagsabgeordneten verwehrt wird“, erklärte er. „Noch bedenklicher ist,
dass solche offenkundig politisch motivierten Entscheidungen nun auch von
Teilen der Brandenburger Justiz bestätigt werden.“ Das könne zu einem
Vertrauensverlust in die Gerichte führen.
Der Fall ist nicht der einzig strittige um ein
Schülerpraktikum. Ein Schulleiter aus dem Kreis-Potsdam-Mittelmark hatte ein
Schülerbetriebspraktikum für einen Schüler einer zehnten Klasse in der
AfD-Landtagsfraktion untersagt. Die AfD-Fraktion hatte dies als inakzeptabel
kritisiert und den Fall in sozialen Medien öffentlich gemacht. Darauf folgte
eine Flut von Hasskommentaren und auch Drohungen gegen den Schulleiter.
Bildungsminister Steffen Freiberg (SPD) verteidigte die Entscheidung des
Schulleiters. (dpa/mig 19)
Saarland. Neue
Integrationsstrategie benennt Rassismus – unverbindlich
Jede vierte Person im Saarland hat ausländische Wurzeln.
Eine neue Strategie will Integration und Teilhabe erleichtern. Rassismus und
Diskriminierung werden als Problem benannt, Vieles bleibt aber ungenau.
Forderungen an Betroffene hingegen sind konkreter formuliert.
Wie kann es gelingen, die nach Deutschland gekommenen
Migranten so gut wie irgend möglich in die Gesellschaft und den Arbeitsmarkt zu
integrieren? Das ist nach Ansicht des saarländischen Sozialministers Magnus
Jung (SPD) eines der wichtigsten gesellschaftlichen Themen. Eine neue
Integrations- und Teilhabestrategie der Landesregierung will die
Voraussetzungen dafür schaffen, dass Zugewanderten künftig die Integration
erleichtert wird. Außerdem sollen sie einen gleichberechtigten Zugang zu
Chancen und gesellschaftlichen Angeboten erhalten.
Als „bundesweit einmalig“ bezeichnete es Jung, dass direkt
im Anschluss an die Strategie, der der Ministerrat jetzt zustimmte, ein
entsprechendes Gesetz aufgesetzt werden soll. „Der Referentenentwurf steht,
aktuell befindet er sich in der internen Anhörung“, sagte er vor Journalisten.
Im Saarland hätten rund 15 Prozent der Bevölkerung – etwa
150.000 Menschen – einen ausländischen Pass. Weitere 100.000 Bürger hätten die
deutsche Staatsbürgerschaft, aber einen Migrationshintergrund in der Familie.
Strategiepapier mit 100 Seiten
Die 100 Seiten umfassende neue Strategie richte sich nicht
nur an Menschen, die neu ins Land kommen, sondern auch an diejenigen, die schon
länger hier, aber immer noch nicht ausreichend integriert seien. Zudem sollen
Maßnahmen gefördert werden, die das interkulturelle Zusammenleben nach vorne
bringen.
In einem breiten Beteiligungsprozess in Zusammenarbeit mit
Bürgern und Experten seien dafür sieben Handlungsfelder erarbeitet worden. Dazu
zähle unter anderem eine „kultursensible“ Betreuung, die auf die besonderen
Bedürfnisse der Migranten eingestellt sei und ihnen einen schnellen Einstieg in
die Systeme ermögliche.
Rassismus und Diskriminierung bleibt oft vage
Auch Rassismus und Diskriminierung werden in dem
Strategiepapier ausdrücklich als Hindernis für Teilhabe benannt. Die
Landesregierung setzt dabei auch auf bereits laufende Strukturen: Dazu zählen
die Recherche- und Informationsstelle Antisemitismus (RIAS) sowie eine
Beratungs- und Clearingstelle, die Betroffene unterstützt und Fälle einordnet.
Zudem wird auf Angebote verwiesen, die sich speziell an Sinti und Roma richten.
In Schulen sollen angehende Lehrkräfte über verpflichtende
Praxismodule stärker für Diskriminierung und gruppenbezogene
Menschenfeindlichkeit sensibilisiert werden; auch in der Polizei sind Projekte
vorgesehen, die den Umgang mit Diskriminierung in Strukturen und Alltagspraxis
verbessern sollen. Als weiterer Schritt ist ein Landesaktionsplan gegen
Rassismus und Antisemitismus angekündigt, der 2026 vorgelegt werden soll;
außerdem wird eine Vereinbarung zur interkulturellen Öffnung der
Landesverwaltung in Aussicht gestellt.
Auffallend ist jedoch: Viele Vorhaben sind als
Absichtserklärungen formuliert, zahlreiche Maßnahmen stehen unter finanziellen
Vorbehalten. Zudem setzt die Landesregierung stark auf Projekte, Modellvorhaben
und Sensibilisierung, benennt aber vergleichsweise wenige durchsetzbare
Standards – es bleibt häufig bei allgemeinen Formulierungen. Es bleibt damit
unklar, welche neuen, verbindlichen Schritte das Land tatsächlich ergreifen
will, um Rassismus und Diskriminierung messbar zurückzudrängen.
Land setzt auch auf Eigenverantwortung
Weitere Schwerpunkte sind Sprachförderung, berufliche
Integration, politische Teilhabe, bürgerschaftliches Engagement und kulturelle
Partizipation, aber auch Gesundheitsversorgung mit psychosozialer Beratung und
ein respektvolles demokratisches Miteinander. Weil man auch auf die
Eigenverantwortung setze, stehe die gesamte Integrationsstrategie unter der
Überschrift des „Förderns und Forderns“, hieß es.
Eine große Priorität misst der Sozialminister dabei der
Sprache als ein Schlüssel der Integration zu. Vor diesem Hintergrund forderte
er, dass der Bund wieder ausreichend Mittel für Integrationskurse für
Erwachsene zur Verfügung stelle. Zudem kündigte Jung ein neues Förderkonzept
zur Sprachförderung schon für den Kita-Bereich an. (dpa/mig 17)
Hohe Heizkosten, angeschlagene Demokratie: Warum
Energiepolitik zur Schlüsselfrage für Europas Sicherheit wird. Claudia Detsch
Geostrategie wird im Heizungskeller gemacht. Das zeigt sich
gerade dieser Tage, da die US-Regierung in ihrer Nationalen
Sicherheitsstrategie zum Angriff auf die Europäische Union bläst. Europa muss
dringend sicherheitspolitisch unabhängiger werden – keine Frage. Aber das meint
eben nicht nur Waffen, Geheimdienste und die Unterstützung der Ukraine. Hier
geht es um weitaus mehr. Da kommt die öffentliche Daseinsvorsorge ins Spiel.
Gerade an den Beispielen Wohnen und Energieversorgung wird das deutlich.
Durch steigende Wohn- und Heizkosten wächst die Gefahr nach
innen und nach außen. Wo Lebenshaltungskosten aus dem Ruder laufen, sinkt das
Vertrauen in Regierung und Demokratie. Davon profitieren rechtspopulistische
Akteure innerhalb Europas ebenso wie autoritäre Regierungen vom Schlage
Russlands und der USA, die gemeinschaftlich an den Grundfesten des liberalen
Europas rütteln. Wo es um die Kosten der Lebenshaltung geht, hat Desinformation
gemeinhin ein leichtes Spiel. Wer verletzlich ist bei Preisschocks, wird
leichter zur Zielscheibe hybrider Attacken. Hier geht es um die Verknappung von
Energielieferungen ebenso wie um Meinungsmache gegen demokratische Parteien und
Regierungen. Wer eigenmächtig Preise manipulieren oder gar Lieferungen stoppen
kann, hat ein erhebliches Blockadepotential. Wohnungs- und Energiemärkte
verwandeln sich in ein Schlachtfeld, auf dem demokratische Prinzipien
untergraben werden.
Regierungen öl- und gasexportierender Staaten haben in aller
Regel ein starkes Interesse daran, Europas Abhängigkeit aufrecht und den
Verbrauch hoch zu halten – vor allem, wenn diese Regierungen autoritär sind. So
sichern sie nicht nur ihre Einnahmen, sondern können diese auch nutzen, um
hybride Angriffe und gezielte Desinformationskampagnen rund um Erneuerbare
Energien zu finanzieren. Was für diese Staaten und ihre Regierungen einen
mehrfachen Gewinn bedeutet, ist im Umkehrschluss ein erhebliches Risiko für
europäische Demokratien. Dieser nüchterne Blick auf die Ausgangslage macht das
aktuelle Zögern und Zurückrudern beim Ausbau der Erneuerbaren und der
Energieeffizienz noch unverständlicher. Was gewinnen wir, wenn wir uns länger
als unbedingt nötig dieser erdrückenden Erpressbarkeit hingeben?
Gebäude, die ausreichend erschwinglichen Wohnraum sichern
und gleichzeitig verlässlich bezahlbare Wärme und Kühlung ermöglichen, sind
Teil der kritischen Infrastruktur. Sie sind sicherheits- und
demokratierelevant. Gerade deshalb ist es ein Fehler, Wohnungsbau und
Energiepolitik gegeneinander auszuspielen. Wir haben derzeit zu wenig – zu
wenige Wohnungen, zu wenige eigene und vernetzte Energiequellen, zu wenig
Effizienz. Bezahlbares Wohnen braucht bezahlbare Energie und bezahlbare Energie
braucht effiziente Gebäude. Wer das trennt, verschärft am Ende beides.
Vor dem Hintergrund eines Rechtsrucks stehen ehrgeizige
progressive Ziele unter anhaltendem Beschuss. Insbesondere die Klimapolitik ist
zu einem willkommenen politischen Ziel geworden. Oft werden Haushaltszwänge und
Kostendruck angeführt, um zu argumentieren, dass Europa sich derzeit keine
ehrgeizigen Maßnahmen „leisten kann“. Diese Argumentation verkennt jedoch die
größeren Zusammenhänge.
Ein Blick auf Wohnungsbau und Energie zeigt: der
Klimabewegung muss trotz Backlash nicht bange sein. Es geht um Geopolitik und
Demokratie, um die Zukunft von Industrie und Arbeitsplätzen – mindestens so
sehr wie um die globale Temperatur. Eine saubere und effiziente
Energieversorgung in einem nicht den Gesetzen des Profits unterworfenen
Wohnungsmarkt ist eben nicht nur nice to have. Sie ist absolut notwendig.
Das macht den aktuell nachlassenden Ehrgeiz in den
Mitgliedstaaten so gefährlich. Ja, die Aufgaben und der Investitionsstau sind
groß – aber der Schaden bei Untätigkeit ist noch größer. Es geht hier nicht nur
um Pipelines und Stromnetze, sondern um die grundlegenden Energiequellen und
den Verbrauch selbst. Je höher der Verbrauch und je mehr fossile Quellen im
Mix, desto abhängiger und verwundbarer wird Europa für Erpressung und
Demütigung. Ist dies wirklich der richtige Zeitpunkt, um in Deutschland das sogenannte
Heizungsgesetz aufzuweichen? Man schützt die Bürger nicht, indem man die
Abhängigkeit von Öl und Gas fortführt. Man schützt sie, indem man eine
verlässliche und sozial gerechte Förderkulisse schafft, die auf unabhängigen
und sauberen Technologien basiert.
Ein einziger Blick auf die größten Gaslieferanten der EU
sagt hierzu alles aus: Europa verfügt über kaum eigene fossile Reserven. Eine
Ausnahme ist Norwegen, das bei den Pipeline-Importen führend ist. Aber Norwegen
wird uns nicht alle versorgen können. Auf dem zweiten Platz folgen bereits die
USA, die Weltmarktführer für Flüssigerdgas sind. Die Regierung Trump möchte das
ausbauen, denn Energie ist Macht. Wer würde einen steigenden Bezug von LNG aus
den USA nach einem Blick in deren Nationale Sicherheitsstrategie allen Ernstes
für einen soliden Schachzug halten? Der Ausbau der Erneuerbaren im Verbund mit
Speichertechnologien, einem konsequenten Netzausbau und einer effizienteren
Nutzung von Energie sichert uns dagegen außenpolitische Beinfreiheit.
Und es geht auch um Fragen der industriellen
Wettbewerbsfähigkeit. Eine europäische Industrie für effiziente Gebäudetechnik
schafft Jobs, stabilisiert Lieferketten und erhöht den außenpolitischen
Spielraum. Wenn wir diese Kapazitäten nicht aufbauen, füllen Importe die Lücke
– und damit wächst wiederum die Abhängigkeit, in diesem Falle gegenüber China.
Eine starke heimische Clean Tech-Industrie für Gebäude schafft dagegen zugleich
Exportchancen und geopolitisch relevante Industriepolitik. Einen Sanierungsstau
können wir uns nicht leisten – weder strategisch noch finanziell. Was wir heute
investieren, sparen wir morgen doppelt. Dafür aber muss endlich Schluss sein
mit dem Hin und Her, dem Stop and Go. Die beständige Unsicherheit über die
nächsten Schritte würgt unternehmerische und private Investitionen ab. Europa
braucht Stabilität und dafür braucht es Verlässlichkeit.
Gerade deshalb muss öffentliche Beschaffung neu gedacht
werden. Sie kann Märkte formen, Standards setzen und die nötige Skalierung
ermöglichen. Für die eigene Sicherheit und Stabilität zu sorgen, ist nicht
protektionistisch. Es ist gesunder Menschenverstand. Fördermittel und
öffentliche Aufträge kann es dabei nur für Unternehmen geben, die Tarifverträge
respektieren, gewerkschaftliche Rechte anerkennen und faire Arbeitsbedingungen
gewährleisten. Das ist kein Nebenschauplatz. Es schützt vor Lohndumping, sichert
Fachkräfte und erhöht die Akzeptanz der Sanierungsagenda.
Hier ließen sich derzeit gleich drei Fliegen mit einer
Klappe schlagen: Wenn Europa seine Housing- und Renovierungswelle mit klugen
Kriterien versieht, kann es gleichzeitig die Abhängigkeit vom Import fossiler
Energie senken, eine wettbewerbsfähige europäische Clean Tech-Industrie im
Gebäudebereich mit guten Arbeitsplätzen aufbauen und soziale Verwerfungen durch
hohe Wohn- und Energiekosten abfedern.
Wer jetzt zurückrudert, der spielt der autoritären
Fossillobby in die Hände und zwar mehrfach. Die Abhängigkeit bleibt bestehen.
Die Kostenfalle bleibt bestehen. Die soziale Schieflage bleibt bestehen. Die
soziale Krise bleibt bestehen. Man heizt fossile Energie zu den Ritzen raus,
dennoch es bleibt teuer und ungemütlich. Das sollen einem diejenigen, die
ausdauernd auf der Bremse stehen, erst einmal erklären. Nur ein unabhängiges
Europa kann entschieden für seine demokratischen Werte und geostrategischen Ziele
eintreten. IPG 17
Unser Rentensystem benachteiligt
Migranten
In der Rentendebatte geht es oft um Beitragssätze und
Haushaltslücken. Die Benachteiligung von Migranten sind kaum Thema. Dabei
spiegelt das Rentensystem Diskriminierung – und zementiert sie bis ins Alter.
Von Dr. Soraya Moket
In einer Zeit, in der gesellschaftliche Debatten immer
stärker durch ökonomische Kennzahlen bestimmt werden, geraten zentrale Werte
wie Solidarität, Respekt und Fairness zunehmend unter Druck. Diese Entwicklung
ist gefährlich – nicht nur für marginalisierte Gruppen, sondern für unsere
demokratische Grundordnung. Denn Demokratie und Menschenrechte lassen sich
nicht nach Effizienzlogiken verwalten. Sie verlangen Haltung, Verantwortung und
eine klare politische Positionierung.
Diese Haltung zeigt sich nicht nur im Engagement gegen
Rassismus, Sexismus oder koloniale Kontinuitäten, sondern auch in jenen
Feldern, die oft als technokratisch abgetan werden – etwa in der Rentendebatte.
Sie ist eine der wichtigsten Gerechtigkeitsfragen unserer Zeit. Und sie macht
deutlich, wie eng soziale Sicherheit und demokratische Stabilität miteinander
verwoben sind.
Der Generationenvertrag war einst das soziale Rückgrat
dieses Landes: Erwerbstätige tragen die Älteren, damit sie im Alter in Würde
leben können. Er beruhte auf gegenseitigem Vertrauen – und der Gewissheit, dass
jede Generation Verantwortung füreinander übernimmt. Heute jedoch bröckelt
dieses Vertrauen. Statt über faire Lastenverteilung zu sprechen, dominieren
Diskussionen über Beitragssätze, Haushaltslücken und demografische Kurven. Der
Mensch wird hinter Zahlen versteckt, als ginge es um ein reines Rechenexempel.
Doch die Zahlen erzählen nur einen Teil der Wahrheit.
Die zentrale Frage lautet: Wer trägt eigentlich die
Verantwortung für dieses System – und wer wird systematisch davon befreit?
„Die Bedingungen, unter denen Menschen arbeiten und altern,
sind tief ungleich verteilt.“
Ein zeitgemäßes Rentensystem, das Gerechtigkeit ernst nimmt,
kann es sich nicht leisten, ganze Berufsgruppen dauerhaft aus der solidarischen
Finanzierung herauszunehmen – darunter Politiker:innen und Beamt:innen. Wenn
soziale Sicherheit ein kollektives Versprechen ist, muss auch die Finanzierung
kollektiv sein. Eine zukunftsfähige Rentenversicherung kann nur funktionieren,
wenn wirklich alle einzahlen. Ohne Privilegien, ohne Sondersysteme, ohne
Schlupflöcher. Internationale Beispiele zeigen längst, dass das möglich und
erfolgreich ist.
Doch finanzielle Fairness allein reicht nicht. Denn die
Bedingungen, unter denen Menschen arbeiten und altern, sind tief ungleich
verteilt. Diskriminierung – ob rassistisch, geschlechtsspezifisch, sozial oder
transgenerational – beeinflusst Erwerbsbiografien unmittelbar und damit auch
die spätere Rentenhöhe.
„Viele verrichten körperlich belastende Tätigkeiten und
erreichen das Renteneintrittsalter oft nicht gesund.“
Besonders betroffen sind Menschen mit Migrationsbiografie,
vor allem Frauen, die überproportional in prekären Beschäftigungsverhältnissen
und im Niedriglohnsektor arbeiten. Für sie bedeutet das heutige Rentensystem
ein hohes Risiko – die fast sichere Altersarmut. Viele verrichten körperlich
belastende Tätigkeiten und erreichen das Renteneintrittsalter oft nicht gesund.
Nicht wenige müssen aus dem Beruf früher ausscheiden, sind im Alter – trotz
lebenslanger, harter Arbeit – auf Sozialhilfe angewiesen.
Eine Politik, die solche Realitäten ausblendet, ist weder
fair noch nachhaltig. Sie schwächt den Sozialstaat und verweigert Menschen ein
Altern in Würde. Diese Ungleichheiten sind keine individuellen Tragödien,
sondern Ausdruck institutioneller und struktureller Diskriminierung – oftmals
auch rassistisch geprägt.
„Die Rentenfrage ist deshalb kein rein finanzielles Thema.
Sie ist ein Prüfstein.“
Die Rentenfrage ist deshalb kein rein finanzielles Thema.
Sie ist ein Prüfstein dafür, wie wir als Gesellschaft mit Ungleichheit umgehen:
ob wir sie fortschreiben oder ob wir sie endlich abbauen wollen. Dass Kleidung,
Akzent, Herkunft oder vermeintliche Persönlichkeitsmerkmale häufig mehr über
berufliche Chancen entscheiden als tatsächliche Kompetenz, zeigt, wie sehr wir
noch im Mythos der Meritokratie gefangen sind. Eine faire Rentenpolitik
bedeutet deshalb immer auch eine Politik gegen Diskriminierung.
Führung spielt dabei eine zentrale Rolle. Diversität ist
keine moralische Kür, sondern eine politische Notwendigkeit. Ein
menschenzentrierter Führungsstil stärkt Resilienz, teilt Macht, reflektiert
Privilegien und bekämpft strukturelle Ungerechtigkeit. Und er anerkennt:
Neutralität im Angesicht von Menschenrechtsverletzungen ist keine Option.
„Verpflichtungen bleiben wertlos, wenn sie nicht konsequent
umgesetzt werden.“
Die Bundesregierung hat zahlreiche internationale Abkommen
unterzeichnet, die sie zu menschenrechtlichen und sozialen Standards
verpflichten. Doch Verpflichtungen bleiben wertlos, wenn sie nicht konsequent
umgesetzt werden. Gerade in Zeiten politischer Polarisierung braucht es eine
Regierung – und eine Zivilgesellschaft –, die klar und unmissverständlich für
Demokratie, soziale Gerechtigkeit und Menschenrechte einsteht. Das gilt im
Kampf gegen Diskriminierung ebenso wie in der Rentenpolitik.
Wer heute für eine faire, solidarische Rentenversicherung
kämpft, kämpft nicht nur für die Älteren. Er kämpft für junge Menschen, die in
eine ungleiche Arbeitswelt starten; für Familien, die zwischen Care-Arbeit und
Erwerbsarbeit zerrieben werden; für alle, die aufgrund struktureller
Benachteiligung nicht die gleichen Chancen haben; und letztlich für die Zukunft
einer Demokratie, die auf sozialer Stabilität fußt.
Die Frage lautet heute nicht, ob wir Haltung zeigen sollten.
Die Frage ist, ob wir es uns noch leisten können, es nicht zu tun. Mig 15
Wer verdient am meisten in
Deutschland?
Inder verdienen in Deutschland besonders gut – sogar besser
als Deutsche –, Bulgaren und Rumänen hingegen sehr wenig. Das geht aus einer
aktuellen IW-Auswertung hervor. Für die Lohnunterschiede gibt es mehrere
Gründe.
Indische Beschäftigte verdienen in Deutschland laut einer
Untersuchung am meisten Geld. Der Bruttomedianlohn lag 2024 bei 5.393 Euro, wie
das arbeitgebernahe Institut der deutschen Wirtschaft (IW) berichtet. Es folgen
Österreicher (5.322 Euro), US-Amerikaner (5.307 Euro), Iren und Briten (5.233
Euro) sowie China (4.888 Euro). Deutsche Arbeitnehmer kommen auf ein mittleres
Bruttoeinkommen von 4.177 Euro.
Mit großem Abstand sind ausländische Arbeiter mit
durchschnittlich 3.204 Euro ganz am Ende der Tabelle. „Vollzeitbeschäftigte aus
Bulgarien (2.681 Euro), Rumänien (2.762 Euro) und Syrien (2.750 Euro) weisen
deutlich niedrigere Medianlöhne auf“, heißt es im IW-Kurzbericht. Danach stehen
die Lohnniveaus auch hier in engem Zusammenhang mit der Art der Beschäftigung
dieser Gruppen: Helfertätigkeiten von bis zu 50 Prozent.
Inder oft in akademischen Mint-Berufen
Grund für die hohen Einkommen von indischen Beschäftigten
ist laut IW das höhere Verdienstniveau in technischen Positionen. Viele Inder
arbeiten in Deutschland in akademischen Mint-Berufen (Mathematik, Informatik,
Naturwissenschaften, Technik). Deren Zahl hat sich zwischen 2012 und 2024
demnach fast verneunfacht auf mehr als 32.800. Rund ein Drittel der 25- bis
44-jährigen vollzeitbeschäftigten Inder ist in diesem Bereich tätig.
Die Entwicklung ist der Studie zufolge auch auf den starken
Anstieg indischer Studierender hierzulande zurückzuführen. Viele beendeten ihr
Studium erfolgreich, blieben anschließend in Deutschland und leisteten Beiträge
zur Forschung, schreiben die Autoren. Die jährliche Zahl der Patentanmeldungen
von Erfinderinnen und Erfindern mit indischen Wurzeln verzwölffachte sich
zwischen 2000 und 2022.
Zuwanderung aus Indien „besondere Erfolgsgeschichte“
„Ohne qualifizierte Zuwanderung würde in der deutschen
Wirtschaft schon heute kaum noch Wachstum möglich sein – gerade in den
Mint-Berufen und bei der Innovationskraft“, sagt IW-Experte Axel Plünnecke. Die
Fachkräftezuwanderung aus Indien sei „eine besondere Erfolgsgeschichte“.
Ein weiterer Grund für die hohen Löhne – auch bei
Zugewanderten aus Österreich und den USA – sei, dass viele Beschäftigte in
wirtschaftsstarken, urbanen Zentren mit höherem Lohnniveau arbeiteten. Seit
2012 wirbt die Bundesregierung gezielt um Fachkräfte aus Drittstaaten, vor
allem für akademische Mint-Berufe.
Für die Analyse wurden Staatsangehörige berücksichtigt, von
denen hierzulande mehr als 5.000 Vollzeitbeschäftigte arbeiten. Grundlage waren
Statistiken der Bundesagentur für Arbeit. (dpa/mig 14)
Mehr Unternehmensgründungen durch
Zuzug von Geflüchteten
München – Der Zuzug von Geflüchteten erhöht die Anzahl der
Gewerbeanmeldungen und schafft zusätzliche Arbeitsplätze. Dies geht aus einer
neuen Studie des ifo Instituts hervor. Die neuen Unternehmen werden jedoch
nicht von Flüchtlingen oder anderen Ausländern, sondern überwiegend von
Deutschen gegründet. „Durch den Zuzug von Geflüchteten entsteht vielerorts
Bedarf für neue Geschäftsmodelle, zum Beispiel im Bereich Gesundheit oder
Finanzdienstleistungen“, sagt ifo-Forscher Sebastian Schirner. Dabei sei allerdings
zu beachten, dass der gestiegene Bedarf eine Folge steuerfinanzierter Transfers
sein könnte. In welchem Umfang das der Fall ist, untersucht die Studie nicht.
„Gleichzeitig steigt mittelfristig das Angebot an Arbeitskräften, was für
potenzielle Gewerbetreibende attraktiv ist.“
Der Studie zufolge führt ein Anstieg von 100 Geflüchteten
pro 10.000 Einwohner zu durchschnittlich sieben zusätzlichen Gewerbeanmeldungen
mit 27 neuen Arbeitsplätzen. Das entspricht einem Anstieg bei den
Gewerbeanmeldungen von 7,9 Prozent im Vergleich zu den durchschnittlichen
Anmeldungen in einem durchschnittlichen Landkreis. Die entstehenden Unternehmen
konzentrieren sich auf die Bereiche Verkehr, Gesundheit, das verarbeitende
Gewerbe sowie auf Finanzdienstleistungen. Durch neue Gewerbeanmeldungen und bestehende
Firmen entstehen durch den Zuzug von 100 Geflüchteten auf 10.000 Einwohner
insgesamt 109 zusätzliche Arbeitsplätze. Davon entfallen drei Viertel auf
bereits bestehende Unternehmen. Dabei handelt es sich vor allem um
Vollzeitstellen.
Die Studie basiert auf Daten einer Sonderauswertung der
Gewerbeanzeigenstatistik auf Kreisebene zwischen 2007 und 2021. Die Zahl der
Geflüchteten auf Landkreisebene wird mit Daten des Ausländerzentralregisters
gemessen. Die Forscher nutzten außerdem die offiziellen Zuteilungsquoten (nach
dem Königsteiner Schlüssel und Landesregeln). Diese Quoten bestimmen, wie viele
Geflüchtete ein Landkreis theoretisch aufnehmen sollte. Darauf basierend
bestimmt die Studie die kausalen Effekte des Zuzugs von Geflüchteten auf die
Zahl der Unternehmensgründungen und Arbeitsplätze. Ifo 14
Entwicklungsministerin will stärker auf deutsche Interessen
schauen
Vor dem Hintergrund sinkender Mittel und der Erschütterung
internationaler Zusammenarbeit will Ministerin Alabali Radovan ihre
Entwicklungspolitik stärker fokussieren. Das Geld soll dahin, wo die Not am
größten ist – und deutschen Interessen dient. Von Corinna Buschow
Bundesentwicklungsministerin Reem Alabali Radovan (SPD) will
die Strategie ihres Hauses neu ausrichten. Dazu soll auch eine stärkere
Orientierung an deutschen Interessen gehören, wie aus einem am Montag in Berlin
vorgestellten Strategiepapier Alabali Radovans hervorgeht. Zudem plant die
Ministerin, sich bei der Mittelvergabe stärker auf bestimmte Regionen sowie die
Themen Hunger- und Armutsbekämpfung zu fokussieren.
Mit Blick auf Kriege und Krisen sowie den Rückzug der USA
aus der Entwicklungszusammenarbeit sagte die Ministerin, die internationale
Solidarität stehe „massiv unter Druck“. Auch die deutsche Entwicklungspolitik
müsse sich „an neue Realitäten anpassen“.
Immerhin wurde auch im Bundeshaushalt für diesen Bereich in
den vergangenen Jahren der Rotstift angesetzt. 2023 lag der Etat des
Entwicklungsministeriums noch bei gut zwölf Milliarden Euro, in diesem Jahr
stehen wie im Vorjahr noch rund zehn Milliarden Euro zur Verfügung.
Hungerbekämpfung in Afrika künftig Schwerpunkt
In dem Papier wird das Ziel ausgegeben, die
Entwicklungspolitik „strategischer, fokussierter und partnerschaftlicher“
auszurichten. Unter Partnerschaftlichkeit versteht Alabali Radovan dabei, dem
globalen Süden stärker auf Augenhöhe zu begegnen. Partnerschaftlicher zu
handeln bedeute aber auch, „dass wir eigene Interessen klarer benennen“, heißt
es in dem Papier. Eine „wertebasierte Ausrichtung“ solle mit einer
„strategischen Orientierung an deutschen Interessen“ verbunden werden.
Ein größeres Gewicht soll dem Papier zufolge die Hunger- und
Armutsbekämpfung erhalten. Dies sei der „Kernauftrag“ der
Entwicklungszusammenarbeit, sagte Alabali Radovan. Konzentriert werden sollen
Mittel, die direkt aus dem Bundeshaushalt in Projekte gehen, auf die ärmsten
und am wenigsten entwickelten Länder in Afrika. Sogenannte Schwellenländer,
also aufstrebende Volkswirtschaften, sollen künftig grundsätzlich nur noch mit
rückzahlbaren Krediten unterstützt werden.
Fokus auf Regionen mit Bedeutung für Deutschland
Einen räumlichen Fokus soll es künftig auf Krisenregionen
geben, „die für Deutschland und Mitteleuropa von zentraler Bedeutung sind“, wie
die Entwicklungsministerin erläuterte. Konkret nennt das Papier die europäische
Nachbarschaft, den Nahen Osten, Nordafrika, die Sahelregion und das Horn von
Afrika. Das bedeute, dass Deutschland die Unterstützung im Themenfeld Flucht
und Krise in anderen Weltregionen „geordnet beenden“ werde, sagte Alabali
Radovan. An der Unterstützung des in der Kritik stehenden UN-Hilfswerks für
Palästina-Flüchtlinge (UNRWA) will sie entsprechend der Strategie nach eigenen
Worten festhalten.
Das Papier strebt zudem eine Stärkung der wirtschaftlichen
Zusammenarbeit mit Entwicklungsländern an. Konkret verwies sie auf das Ziel,
Vergabeverfahren zu verbessern. Sie wolle, dass sich die Chancen deutscher und
europäischer Unternehmen bei Auftragsvergaben in diesen Ländern verbessern,
sagte Alabali Radovan.
Nachdem die USA in der vergangenen Woche den Abschied aus
zahlreichen UN-Organisationen angekündigt hatten, sieht das Papier der
deutschen Ministerin eine Stärkung der multilateralen Zusammenarbeit vor, sieht
Deutschland gar in einer „sichtbaren Führungsrolle“. Themen wie Gesundheit und
Bildung sollen Alabali Radovan zufolge künftig vorrangig über solche
Kooperationen bearbeitet werden. (epd/mig 13)
Jahresbilanz. Zahl der
Asyl-Erstanträge um die Hälfte gesunken
Weniger Asylbewerber, mehr Abschiebungen – in der
Flüchtlingspolitik zeigt sich zum Jahresstart die härtere Gangart der Politik.
In der Diskussion sind weitere Verschärfungen. Von Basil Wegener
Nach Deutschland kommen deutlich weniger Asylbewerber. Die
Zahl der Erstanträge sank laut Bundesinnenministerium im Jahr 2025 im Vergleich
zu 2024 um 51 Prozent, im Vergleich zu 2023 um 66 Prozent. Zehntausende
Menschen – rund 20 Prozent mehr als im Vorjahr – wurden zugleich abgeschoben.
Die EU-Kommission meldete auch einen Rekord bei den Abschiebungen aus der
Europäischen Union insgesamt.
2025 sank die Zahl der Erstanträge um mehr als 116.000 auf
113.236. 2024 lag die Zahl noch bei 229.751. 2023 waren es 329.120. Im
Rekordjahr 2016 waren es laut Bundesamt für Migration und Flüchtlinge (Bamf)
722.370 solcher Anträge. Damals hatten viele vor allem aus dem Bürgerkriegsland
Syrien geflüchtete Menschen erst mit Verspätung einen Antrag stellen können –
das Bundesamt war durch den großen Zuzug 2015 überlastet gewesen. Damals lag
die Schutzquote bei über 60 Prozent. In Syrien tobte noch Krieg. In den
Folgejahren sank die Zahl der Erstanträge auf Asyl auf bis zu 102.581 2020, um
dann zunächst wieder anzusteigen.
Warum die Asylzahlen sinken
Ein Grund für den Rückgang der Zahlen sind offiziellen
Angaben zufolge die Grenzkontrollen. Sie wurden ab Oktober 2023 von der
damaligen Bundesinnenministerin Nancy Faeser (SPD) schrittweise eingeführt und
von ihrem Nachfolger Alexander Dobrindt (CSU) intensiviert. Experten zufolge
hat der Rückgang aber mit dem Ende der Ära des Langzeitmachthabers Baschar
al-Assad zu tun. Nach seinem Sturz kamen weniger Syrerinnen und Syrer nach
Deutschland. Auch Italiens restriktiverer Migrationspolitik werden Effekte zugeschrieben.
Das gilt in umgekehrter Weise auch für Spanien, wo sogenannte „irreguläre“
Migrantinnen und Migranten mit Jobaussichten eine Aussicht auf Legalisierung
haben.
Bundesinnenminister Alexander Dobrindt (CSU) macht vor allem
die Migrationswende der Bundesregierung für die sinkenden Zahlen
verantwortlich. Sie zeige Wirkung. Dobrindt sagte: „Das klare Signal aus
Deutschland heraus, dass sich die Migrationspolitik in Europa geändert hat, ist
in der Welt angekommen.“ Genannt werden unter anderem auch das umstrittene
Aussetzen des Familiennachzugs und das Ende der „Turboeinbürgerung“.
Erste Abschiebungen im neuen Jahr
Schon zu Beginn des neuen Jahres hat die Bundesregierung
auch ihre Abschiebungen fortgesetzt. Zwei afghanische Straftäter wurden nach
Afghanistan gebracht. Eine Sprecherin bestätigte einen Bericht des
Boulevardblattes „Bild“ über die Rückführung eines in Bayern wegen schwerer
Körperverletzung und Drogendelikten mehrfach verurteilten Mannes.
„Bundespolizisten übergaben den Mann und konsularische Papiere auf dem
Flughafen an Taliban-Offizielle“, hatte die Zeitung berichtet.
Angewendet worden ist laut dem Blatt ein neu etablierter
Mechanismus der Einzelabschiebung – laut der Sprecherin nun zum dritten Mal.
2025 wurden ihr zufolge 83 Straftäter nach Afghanistan zurückgeführt. „Es ist
geplant, dass Rückführungen nach Afghanistan und Syrien regulär und regelmäßig
mit Linienflügen stattfinden sollen.“ Mit weiteren Rückführungen sei zu
rechnen.
Verhandlungen mit Taliban
Die frühere Regierung von SPD, FDP und Grünen hatte
Afghanistan-Abschiebungen wegen der Machtübernahme der Taliban ausgesetzt,
unter Dobrindt wurden sie wieder aufgenommen. Ungeachtet von Kritik in
Deutschland hatte sich das Innenministerium laut Sprecher mit „Vertretern der
afghanischen De-facto-Regierung“ verständigt. Dobrindt hatte gesagt, die
Gesellschaft habe ein Interesse daran, dass Straftäter das Land verlassen. Die
Verhandlungen mit der Taliban sind umstritten, weil das einer Anerkennung von
Terroristen gleichkommt.
Insgesamt wurden aus Deutschland vergangenes Jahr – noch
ohne Dezemberzahlen – 21.311 Personen zurückgeführt. „Wir gehen für das Jahr
2025 von einer Steigerung von Abschiebungen gegenüber dem Vorjahr von 20
Prozent aus“, sagte eine Ministeriumssprecherin.
Weitere Verschärfung des Kurses?
Die CSU-Landesgruppe hatte zuletzt mit einem
Forderungskatalog für Widerspruch gesorgt, der vor ihrer Winterklausur
bekanntgeworden war. Die meisten Syrerinnen und Syrern sollen nach dem
Beschlussantrag für die CSU-Abgeordneten zurück in ihre Heimat.
Gefordert wird eine Abschiebeoffensive und ein
Abschiebeterminal am Flughafen München. Der Chef des CDU-Arbeitnehmerflügels,
Dennis Radtke, hatte in der „Süddeutschen Zeitung“ eingewandt, er verstehe
nicht, „warum man zwei Monate vor extrem wichtigen Landtagswahlen das
Nummer-1-Thema der AfD wieder groß macht (…)“. Dabei habe Dobrindt ja
geliefert. Gewählt wird 2026 in Baden-Württemberg (8. März), Rheinland-Pfalz
(22. März), Sachsen-Anhalt (6. September), Berlin und Mecklenburg-Vorpommern
(beide am 20. September). In den ostdeutschen Flächenländern ist die AfD in
Umfragen stärkste Kraft.
Erste Abschiebung nach Syrien
Die erste Abschiebung nach Syrien seit Beginn des
Bürgerkriegs hatte es vor Weihnachten gegeben. Auch hier saß ein Straftäter im
Flugzeug. In ihrem Koalitionsvertrag hatten Union und SPD angekündigt: „Nach
Afghanistan und Syrien werden wir abschieben – beginnend mit Straftätern und
Gefährdern.“
Insgesamt halten sich in Deutschland laut Ministerium
940.401 Personen mit syrischer und 448.744 mit afghanischer Staatsangehörigkeit
auf – jeweils mit unterschiedlichem Aufenthaltsstatus. Aus mehreren Branchen in
Deutschland waren Warnungen gekommen, ohne Arbeitskräfte auch aus Syrien
entstünden deutliche Lücken – etwa von der Ärzteschaft.
Auch EU will Abschiebungen forcieren
Deutschland ist nicht allein mit dem Abschiebe-Trend.
EU-Innenkommissar Magnus Brunner sagte der „Welt am Sonntag“ zur Situation in
der Europäischen Union: „Die Abschiebungsrate ist in den ersten drei Quartalen
von 19 Prozent im Jahr 2023 auf 27 Prozent im Jahr 2025 gestiegen. Damit werden
wir im Jahr 2025 voraussichtlich die höchste Abschiebungsrate seit 2019
erreichen.“
Dennoch sei dies „bei weitem noch nicht genug“. Nötig seien
konsequente Abschiebungen, eine rasche Abweisung von Personen mit geringer
Aussicht auf Asyl sowie Zusammenarbeit mit Drittstaaten, damit Menschen nicht
fliehen. Er sagte: „Wir müssen die illegale Migration auf allen Fronten
bekämpfen“.
Mit „illegaler“ Migration wird im politischen Sprachgebrauch
irreführend auch Fluchtbewegungen von Menschen bezeichnet, die Schutz suchen.
Weil sichere und legale Fluchtwege oft fehlen, bleibt vielen keine andere
Möglichkeit, als Grenzen zunächst ohne gültige Dokumente zu überqueren, um ihr
international garantiertes Recht auf Asyl geltend zu machen. Juristisch ist das
keine „illegale“ Handlung, sondern die Wahrnehmung eines verbrieften Rechts.
(dpa/mig 13)
Zahl internationaler Studierender
steigt weiter
Rund 420.000 internationale Studierende sind derzeit an
deutschen Hochschulen eingeschrieben – ein Plus von vier Prozent. Der Anstieg
trifft auf einen Hochschulalltag, der für viele Studierende zum Hürdenlauf
wird.
Die Zahl der ausländischen Studentinnen und Studenten an
deutschen Hochschulen ist im laufenden Wintersemester weiter gestiegen. Wie der
Deutsche Akademische Austauschdienst (DAAD) in Bonn auf Basis einer Umfrage
mitteilte, sind derzeit rund 420.000 internationale Studierende und
Promovierende an deutschen Hochschulen eingeschrieben. Das entspreche einem
Zuwachs von gut vier Prozent gegenüber dem Vorjahr.
Nach DAAD-Hochrechnung sind zudem rund 99.000 ausländische
Studienanfänger erstmals an deutschen Hochschulen eingeschrieben. Das
entspreche einem Zuwachs von neun Prozent gegenüber dem Vorjahr.
320 deutsche Hochschulen befragt
Für die Schnellabfrage zum Wintersemester hat der DAAD von
Anfang bis Mitte Dezember 320 staatlich anerkannte deutsche Hochschulen befragt
und 212 Rückmeldungen erhalten. Auf dieser Basis hat der DAAD eine Hochrechnung
der Studierendenzahl an diesen Hochschulen in Deutschland vorgenommen.
„Deutschland und
seine Hochschulen sind nachweislich ein attraktives Ziel für Studierende und
Promovierende aus aller Welt“, sagte DAAD-Präsident Joybrato Mukherjee. Der
akademische Nachwuchs aus dem Ausland bereichere die Hochschulen, trüge zur
Stärkung des Innovationsgeschehens bei und leiste nach dem Abschluss einen
wichtigen Beitrag für Wissenschaft, Wirtschaft und die Sozialsysteme.
Hohe Kosten trotz kostenloser Studienplätze
Dass Deutschland für viele attraktiv ist, bedeutet
allerdings nicht, dass der Start in Germany einfach ist. Für viele
internationale Studierende beginnen die Hürden bei den Lebenshaltungskosten.
Städte mit Universität sind in der Regel teurer und viele Studierende müssen
nebenbei jobben, um über die Runden zu kommen. Studierendenwerke weisen seit
Jahren darauf hin, dass finanzielle Engpässe bei internationalen Studierenden
überdurchschnittlich häufig sind.
Auch sprachlich erleben viele internationale Studierende
einen steilen Einstieg, weil in Deutschland Englischkenntnisse oft nicht als
ausreichend betrachtet werden. Kritik gibt es immer wieder an der Ausstattung
von Hochschulen: Beratungsangebote, Orientierung und Unterstützung seien je
nach Standort sehr unterschiedlich – und nicht überall ausreichend auf
internationale Studierende zugeschnitten.
Bürokratie: Ausländerbehörden als Flaschenhals
Für Studierende aus Staaten außerhalb der EU kommen auf dem
Weg durch das Studium oft weitere formale Hürden hinzu: Visa, Aufenthaltstitel,
Fristen, Nachweise. Hochschulen raten Studierenden deshalb teils ausdrücklich,
sich sehr früh um Termine bei der zuständigen Ausländerbehörde zu kümmern.
Betroffene berichten seit Jahren von langen Wartezeiten, schwer erreichbaren
Behörden und auch von Diskriminierung in Amtsstuben.
Wie verbreitet Diskriminierungserfahrungen im
Hochschulkontext sind, legen Auswertungen bundesweiter Studierendenbefragungen
nahe: In einer Veröffentlichung auf Basis des „Student Survey in Germany“ wird
berichtet, dass ein Teil der Studierenden selbst Diskriminierung erlebt und
viele Diskriminierung bei anderen beobachtet haben. (epd/mig 12)
Jeder dritte Eingewanderte denkt
übers Auswandern nach
Deutschland benötigt Einwanderung. Gleichzeitig kann sich
mehr als jede fünfte Person eine Auswanderung vorstellen. Besonders unter
Menschen mit Migrationsgeschichte erwägen erstaunlich viele, das Land zu
verlassen. Das zeigt eine neue Studie. Konkrete Pläne haben aber nur wenige.
Jeder Fünfte in Deutschland erwägt einer Umfrage zufolge,
das Land zu verlassen. Insgesamt geben dies 21 Prozent an, bei Deutschen ohne
Migrationsgeschichte 17 Prozent. Bei Menschen, die selbst eingewandert sind,
sind es mit 34 Prozent doppelt so viele, bei ihren Nachkommen sogar 37 Prozent.
Dies geht aus einer Kurzstudie des Deutschen Zentrums für Integrations- und
Migrationsforschung (Dezim) hervor.
Grund ist demnach am häufigsten die Hoffnung auf ein
besseres Leben – etwa bei jedem Zweiten mit Auswanderungsgedanken. Menschen mit
Migrationsgeschichte nennen oft auch die Erfahrung von Diskriminierung. Konkret
sind die Auswanderungspläne aber nur bei zwei Prozent der Befragten: Sie
planen, binnen eines Jahres wegzuziehen. Nach Daten des Statistischen
Bundesamts verließen 2024 tatsächlich 1,2 Millionen Menschen das Land.
Autoren: Auswanderung bedeutsam
„In Deutschland haben Debatten um Einwanderung seit Jahren
Konjunktur“, heißt es in dem Papier. „Weniger öffentliche Beachtung findet
dagegen die Tatsache, dass regelmäßig Menschen aus Deutschland auswandern.“
Dabei sei dies mit Blick auf den demografischen Wandel und die Engpässe bei
Arbeitskräften von Bedeutung.
Am häufigsten bejahen Menschen mit familiären Bezügen zur
Türkei, dem Nahen Osten und Nordafrika Auswanderungserwägungen – 39 Prozent. 31
Prozent sind es unter Menschen mit Einwanderungsgeschichte aus der ehemaligen
Sowjetunion, 28 Prozent bei Menschen aus EU-Staaten.
Kurz vor der Bundestagswahl gingen die Zahlen hoch
Die Migrationsforscher hatten 2.933 Personen zwischen Sommer
2024 und Sommer 2025 jeweils fünf Mal befragt, um Schwankungen zu
kontrollieren. Die Werte seien im Wesentlichen konstant geblieben, mit einer
Ausnahme: „Kurz vor der Bundestagswahl im Februar 2025 stiegen die
hypothetischen Auswanderungserwägungen unter Eingewanderten und ihren
Nachkommen um etwa 10 Prozentpunkte an“, schreiben die Autoren.
Die von Dezim gemessenen Werte der abstrakten
Auswanderungserwägungen liegen etwas höher als bei anderen Untersuchungen. So
hatte das Institut für Arbeitsmarkt- und Berufsforschung Mitte 2025 berichtet,
dass sich 26 Prozent der nach Deutschland eingewanderten Menschen mit Gedanken
trügen, das Land zu verlassen. Von diesen hätten 3 Prozent oder 300.000
Menschen konkrete Auswanderungspläne, hieß es damals. (dpa/mig 12)
Studie: Pflegekräftemangel erhöht
Sterblichkeit
Mannheim/München – Durch die Abwanderung von Pflegekräften
stieg die Sterblichkeit in grenznahen Krankenhäusern um 4,4 Prozent. Dies zeigt
eine neue Studie des Zentrums für Europäische Wirtschaftsforschung (ZEW) und
des ifo Instituts. „Der Pflegekräftemangel wirkte sich vor allem auf ältere
Patientinnen und Patienten sowie Notfälle aus. Bei ihnen erhöhte sich die
Sterberate. Damit verbunden ist eine stagnierende Lebenserwartung in den
betroffenen Grenzregionen zur Schweiz – während diese im Rest Deutschlands
stieg“, sagt Studienautor Oliver Schlenker, Research Associate am ZEW Mannheim
und stellvertretender Leiter des Ludwig Erhard ifo Zentrums für Soziale
Marktwirtschaft in Fürth.
Im Schnitt verloren deutsche Krankenhäuser in der
Grenzregion zur Schweiz rund 12 Prozent ihres Pflegepersonals im Vergleich zu
ähnlichen Kreisen im Landesinneren. Jeder Prozentpunkt dieses Rückgangs
verringerte die Pflegeintensivität um etwa 0,8 Prozent pro Patienten, die
Operationswahrscheinlichkeit um 1 Prozent und erhöhte die
Sterbewahrscheinlichkeit um 0,4 Prozent. „Bei Patienten mit Sepsis und
Herzinfarkt erhöhte sich die Sterblichkeit um 11,6 und 17,7 Prozent. Die
Lebenserwartung in der Grenzregion sank um etwa 0,3 statistische Lebensjahre im
Vergleich zu ähnlichen Kreisen im Landesinneren“, sagt Schlenker.
Im Jahr 2011 begannen viele in Grenznähe lebende deutsche
Pflegekräfte, in der Schweiz zu arbeiten. Der Grund: Ein gleichbleibend starker
Schweizer Franken bei gleichzeitig stagnierenden Tariflöhnen in Deutschland. In
Kombination mit gleichbleibenden Lebenshaltungskosten in Deutschland, einer
hohen Personalnachfrage in der Schweiz und stagnierenden Löhnen in deutschen
Krankenhäusern machte das einen Stellenwechsel, insbesondere für examinierte
Pflegefachkräfte, attraktiv. Durch den Mangel an Pflegekräften begannen
Krankenhäuser in den betroffenen deutschen Regionen zudem, Patientinnen und
Patienten nach ihren medizinischen Bedürfnissen zu priorisieren und
insbesondere nicht dringliche Operationen zu verringern („Triage“).
Als Datenbasis der Studie dienten verschiedene
repräsentative Datensätze der statistischen Bundesämter Deutschlands und der
Schweiz, darunter die Schweizer Grenzgänger-Statistik, die deutsche
Krankenhausstatistik, sowie regionale Daten. Die Studie untersuchte alle
stationären Krankenhausfälle über den Zeitraum von zwölf Jahren (2006 bis
2017), um die Auswirkungen des Fachkräftemangels auf die Sterblichkeit und
Lebenserwartung herauszufinden. Ifo 12
Die Entführung Maduros offenbart den imperialen Anspruch der
USA. Europas Dämmerzustand beschleunigt den Zerfall der internationalen
Ordnung. Von Maximilian Mayer
Die nächtliche Entführung des venezolanischen Präsidenten
Nicolás Maduro, die mehr als 80 Opfer forderte, macht unmissverständlich
deutlich, wie die hemisphärische Politik von US-Präsident Trump das Völkerrecht
zertrümmert. Die USA wollen in ihrem Einflussbereich unter willkürlicher
Anwendung von Gewalt Regierungen installieren und Rohstoffe unter ihre
Kontrolle bringen. Die Souveränität und Gleichheit von Nationalstaaten werden
zur Randnotiz, denn die USA müssen, wie Trump betonte, von „sicheren Ländern umgeben
sein“. Im Zweifel werden US-amerikanische Interessen im Post-Maduro-Venezuela
auch dauerhaft per Kanonenbootpolitik durchgesetzt.
Wie viel Appetit Trump tatsächlich auf weitere militärische
Einsätze und Regimewechsel hat, bleibt abzuwarten. Auf seiner Prioritätenliste
stehen zumindest Grönland und Panama. Trump hat in den letzten Tagen zudem
Mexiko, Kuba und Kanada bedroht. Die neue US-Sicherheitsstrategie sieht vor,
rechtspopulistische und ethno-nationalistische Parteien im Sinne der
MAGA-Ideologie in Europa zu unterstützen.
Nicht zuletzt deswegen sind die zurückhaltenden Reaktionen
der europäischen Regierungen auf Maduros Entführung bemerkenswert, da Brüssel
und andere Hauptstädte ansonsten keine Gelegenheit auslassen, die Wichtigkeit
der regelbasierten Ordnung zu betonen. Europäische Doppelstandards können nicht
darüber hinwegtäuschen: Die US-Militäraktion ist völkerrechtswidrig. Sie
verstößt gegen das in Artikel 2 der UN-Charta festgelegte Gewaltverbot.
Bundeskanzler Merz beweist schwarzen Humor, wenn er die rechtliche Einordnung
des US-Einsatzes als „komplex“ bezeichnet. Ähnlich verhält es sich bei den
völkerrechtlich illegitimen Angriffen auf zivile Boote und bei den Tötungen,
die das US-Militär in den letzten Monaten im karibischen Raum durchgeführt hat.
Auch zu diesen Normverletzungen haben die Europäer
geschwiegen, denn sie befinden sich in einem Dilemma. Eine offene Kritik an der
Verletzung des Völkerrechts würde den wichtigsten Sicherheitspartner gegen
Russland verärgern – und die Risse im transatlantischen Bündnis vertiefen. Die
Billigung der Maßnahmen der USA gegen das Maduro-Regime untergräbt hingegen
gerade jene rechtlichen Grundsätze, welche die Invasion Russlands in der
Ukraine illegal machen. Das Schweigen gegenüber Trump legitimiert mit anderen Worten
die Gewaltanwendung gegen souveräne Staaten – was die Existenz der Ukraine
gefährdet.
Die Botschaft der Trump-Regierung in diesem Kontext ist
alles andere als subtil: Lateinamerika gilt wieder als rechtsfreier Hinterhof.
Das Völkerrecht spielt in dieser Region keinerlei Rolle. Allein der entgrenzte
Wille des US-Präsidenten kann dort über den Ausnahmezustand entscheiden. Als
außenpolitische Konsequenz der unitary executive theory hält der
US-Präsident damit in der gesamten westlichen Hemisphäre die legislative,
exekutive und judikative Macht in der Hand.
In Venezuela geht es jedoch nicht um graue Theorie. Mit
seiner „Donroe-Doktrin“ verfolgt Trump handfeste Ziele. Der naheliegendste
innenpolitische Zweck, der selbstredend ungenannt bleibt, ist es, den
Epstein-Trump-Skandal kurzzeitig aus den Schlagzeilen zu verdrängen. Offen
benennt er hingegen ein zweites Ziel des Staatsstreichs: die Kontrolle über das
venezolanische Erdöl und die Rohstoffe des Landes zu erlangen. Amerikanische
Ölkonzerne, wichtige Geldgeber für Trumps Wahlkampf, sollen an der Ausbeutung der
venezolanischen Ölreserven beteiligt sein. Mit 300 Milliarden Barrel sind diese
die größten der Welt.
Die Nachkriegsordnung ist nicht erst am Zusammenbrechen –
sie ist faktisch kollabiert. Grundlegende Normen sind weitgehend erodiert. Wir
erleben aktuell die Reaktionen auf diesen institutionellen, moralischen und
normativen Kollaps. Der Druck zunehmender wechselseitiger Irritation und
Imitation zwischen den USA, Russland und China macht die Neuaufteilung der
weltweiten Einflusssphären zu einer hochexplosiven Angelegenheit. Trumps
Agieren legt nahe, dass auch die USA in Zukunft die nationale Souveränität anderer
Staaten nicht mehr anerkennen werden. Insbesondere kleinere Staaten werden so
zu bloßen Objekten degradiert. Nach dem Vorbild der amerikanischen
Militäraktion hat Russlands Ex-Präsident Dmitri Medwedew beispielsweise
Bundeskanzler Friedrich Merz mit seiner Entführung gedroht. Und in den
chinesischen sozialen Medien wird die Entführung von Taiwans Präsident Ching-te
Lai per Helikopter gefordert. Selbst unterhalb der Schwelle eines Krieges haben
die imperialen Imitationsdynamiken also enorme Auswirkungen auf die
zwischenstaatlichen Umgangsformen.
Was sich wie eine Rückkehr zum Imperialismus des 19.
Jahrhunderts anhört, ist in Wirklichkeit ein Konvergenz-Mechanismus, der die in
Scherben liegende internationale Ordnung in ein neues Gehäuse zwingen könnte.
Im Zusammenspiel mit Putin und Xi treibt Trump eine grundlegende Transformation
des internationalen Systems voran. Vereinfacht gesagt, versuchen drei
neo-imperiale Mächte, ihre Peripherien neu zu kontrollieren. Ziel sind
politische Systeme, Infrastrukturen, Lieferketten und Rohstoffausbeutung – mit
jeweils eigenen Machtinstrumenten. Die Zunahme von Militäreinsätzen,
Seeblockaden und anderen Formen der Machtprojektion, die der Abgrenzung von
Einflusssphären dienen, könnte zu mehr militärischen Konfrontationen führen.
Besonders gefährlich dabei ist, dass die Befehlsgewalt in der Hand autoritärer
Staatenlenker liegt, die innenpolitisch kaum nennenswerte Einschränkungen ihrer
imperialen Machtausübung fürchten müssen.
Die Machtdemonstration der Trump-Regierung in Südamerika ist
das eine. Wie diese medial mit einer überheblichen und machtbesoffenen Pose
zelebriert wird, ist das andere. Beides hat eine zersetzende Wirkung auf die
verbleibende multilaterale Verankerung des Staatensystems. Die Erosion
internationaler Normen auf globaler Ebene beschleunigt sich, da vor allem
Moskau und Washington die Allgemeingültigkeit völkerrechtlicher Prinzipien nun
grundsätzlich infrage stellen. Verhaltensleitend werden die Normalisierung von
Dominanzstreben und die Betonung regionaler Hierarchien. Die Tatsache, dass ein
De-facto-Staatschef, wie illegitim und autoritär er auch sei, in der eigenen
Hauptstadt gefangen genommen wird, um in New York unter dubiosen Vorwürfen vor
Gericht gestellt zu werden, ist ein Zeugnis dafür, dass ungezügeltes
Großmachtdenken und periphere Unterordnungslogik die Leitmotive der neuen
globalen Herrschaftsordnung bilden.
Die schroffe Ablehnung des Völkerrechts macht deutlich, dass
sich die gewohnte Missachtung völkerrechtlicher Grundsätze – wie die
langjährige Praxis von US-Interventionen in Lateinamerika – nicht einfach
intensiviert. Laut ihrer neuen Nationalen Sicherheitsstrategie haben die USA
das universale Völkerrecht vielmehr durch eine Carl-Schmitt-Doktrin regionaler
Großraum-Innenpolitik ersetzt. Die Regeln und Verfahren dieser
Herrschaftspraxis können nur von den Großmächten selbst festgelegt und
umgesetzt werden. Folgerichtig betrachtet die Trump-Regierung Venezuelas
Souveränität als konditional und die Entführung Maduros als bloße behördliche
Polizeiaktion; ähnlich wie Putin seine „militärische Spezialoperation“ in einer
aus seiner Sicht unsouveränen Ukraine fortsetzt.
Für Mittelmächte ist diese Demobilisierung von
Kernbestandteilen des internationalen Rechts existentiell beunruhigend. Der
rasante Zerfall der regelbasierten Weltordnung insgesamt macht schmerzlich
deutlich, dass weder auf fest etablierte Institutionen noch auf langjährige
Allianzen Verlass ist. Wenn völkerrechtliche Prinzipien von Großmächten
ungehindert mit Füßen getreten werden können, könnten viele Mittelmächte
letztlich zu dem Schluss kommen, dass sie eine anhaltende Unsicherheitsphase
neo-imperialistischer Globalpolitik nur mit eigenen Atomwaffen überleben
können. Trumps willkürlicher und unvorhersehbarer Umgang mit engsten
Verbündeten hat entsprechende Debatten beispielsweise in Südkorea und Japan
ausgelöst.
Kaum eine Region ist von dieser sich verschärfenden
tri-imperialen Dynamik so stark betroffen und gleichzeitig so vulnerabel wie
Europa. Durch Russlands Westexpansion und Trumps Drohungen, die NATO zu
verlassen, Grönland zu annektieren und die EU zu zerschlagen, sowie wegen des
Erfolgs von Chinas staatsgeleiteter Industrie- und Technologiepolitik, ist die
Existenz des politischen und ökonomischen Projekts Europa so stark bedroht wie
nie zuvor.
Dennoch fällt es den europäischen Staaten schwer, eine
koordinierte Antwort zu finden. Es fehlt ihnen der Mut zur strategischen
Eigenständigkeit. Zwar investieren die NATO-Mitglieder massiv in die
Aufrüstung, jedoch geschieht dies reaktiv und ohne eigene langfristige
Zielsetzung. Eine strategische Neuausrichtung, die den Ausbau europäischer Hard
Power als notwendige Bedingung für die zukünftige Sicherheit und politische
Selbstbestimmung der EU gegenüber allen drei imperialen Mächten formuliert,
wurde bislang versäumt. Ohne integrierte Rüstungsindustrien und technologische
Autonomie bleiben die europäischen Staaten Verschiebemasse. In einer neu
entstehenden Großraumordnung drohen sie politisch marginalisiert zu werden.
Die zurückhaltenden europäischen Reaktionen auf die
Entführung des venezolanischen Präsidenten erweisen sich somit als unklug. Wenn
sie keinen kritischen Standpunkt beziehen, untergraben sie nicht nur ihre
Glaubwürdigkeit bei der Zurückweisung von Trumps Ansprüchen auf Grönland. Sie
billigt damit indirekt die Dugin-Schmitt-Doktrin, mit der die russische Armee
in der Ukraine und ganz Osteuropa eine neue internationale Rechtsordnung
durchsetzen möchte. Die Europäer sollten hingegen trotz allem internationales
Recht verteidigen. Es wäre ein Fehler, zu Trumps ordnungszersetzender Politik
weiterhin zu schweigen. Der Umgang mit Maduro ist kein Ausnahmefall. Die
Schmitt-Doktrin könnte bald auch gegen europäische Staaten Anwendung finden. In
Kopenhagen hat man dies verstanden. Vielleicht erwachen auch die übrigen
europäischen Hauptstädte bald aus ihrem Dämmerzustand. Ipg 8
70 Jahre Anwerbeabkommen. 650.000
Menschen italienischer Herkunft leben in Deutschland
Vor 70 Jahren wurde das Anwerbeabkommen mit Italien
unterzeichnet. Heute leben weit mehr als eine halbe Million Menschen mit
italienischen Wurzeln in Deutschland. Aber: Jeder Dritte ist erst in den
vergangenen zehn Jahren eingewandert.
In Deutschland haben im vergangenen Jahr 650.000 Menschen
mit italienischer Einwanderungsgeschichte gelebt. Zum 70. Jahrestag des
Anwerbeabkommens mit Italien vom 20. Dezember 1955 teilte das Statistische
Bundesamt am Mittwoch in Wiesbaden mit, fast Dreiviertel von ihnen (465.000
oder 72 Prozent) seien selbst aus dem südeuropäischen Land eingewandert. Die
übrigen 185.000 oder 28 Prozent seien in Deutschland geboren.
Eine Einwanderungsgeschichte hat demnach „eine Person, die
entweder selbst seit 1950 nach Deutschland eingewandert ist oder bei der dies
auf beide Elternteile zutrifft“. 67.000 damals als „Gastarbeiter“ bezeichnete
Menschen, die zwischen 1955 und 1973 zum Arbeiten aus Italien nach Deutschland
kamen, lebten 2024 laut der Statistikbehörde noch hierzulande.
Fast ein Drittel seit 2014 zugewandert
Wer in Italien geboren wurde und selbst nach Deutschland
einwanderte, lebte demnach seit durchschnittlich 30,3 Jahren hier. Knapp ein
Viertel (113.000 oder 24 Prozent) kamen in der Zeit des Anwerbeabkommens
(1955-1973) in die Bundesrepublik. Knapp ein Drittel (147.000 oder 32 Prozent)
seien seit 2014 nach Deutschland gekommen.
Häufigste Gründe für den Umzug nach Deutschland seien
familiärer Art (44 Prozent) und Erwerbstätigkeit (41 Prozent). Der Anteil
italienischstämmiger Einwanderer an allen Erwerbstätigen im Alter von 15 Jahren
aufwärts betrug den Angaben zufolge im vergangenen Jahr 0,9 Prozent.
Wichtigstes Betätigungsfeld ist die Gastronomie (3,6 Prozent).
Schwerpunkte in NRW, Südwesten und Bayern
Das Geschlechterverhältnis war unausgewogen: 59 Prozent
aller Zuwanderinnen und Zuwanderer aus Italien waren laut den Statistikern
Männer, 41 Prozent Frauen. Auch die regionale Verteilung, wo
italienischstämmige Menschen sich niederließen, ist sehr ungleichmäßig: Mehr
als Zweidrittel (69 Prozent) von ihnen lebten in den drei Bundesländern
Baden-Württemberg (29 Prozent), Nordrhein-Westfalen (23 Prozent) und Bayern (18
Prozent). Die höchsten Anteile an der Gesamtbevölkerung stellten sie demnach im
Saarland (1,8 Prozent), Baden-Württemberg (1,7 Prozent) und in Hessen (1,1
Prozent). (dpa/mig 5)