Webgiornale 20 giugno – 3 luglio 2022

Inhaltsverzeichnis

1.     Rifugiati: una marea umana in fuga. In 100 milioni chiedono protezione. 1

2.     Draghi a Kiev: "Italia vuole Ucraina in Ue". 1

3.     Il mondo al crocevia si lasci guidare dai rifugiati 1

4.     20 giugno 2022: Giornata mondiale del rifugiato. Dalla politica alcuni passi avanti e molti indietro. 1

5.     Ucraina. Fermiamo la guerra, madre feconda dell’odio. 1

6.     Ucraina: Scaglione, “la guerra è la manifestazione più violenta e crudele del fatto che la Russia voglia tagliare i ponti con l’Occidente”. 1

7.     Una ‘exit strategy europea’ per il cessate il fuoco in Ucraina. 1

8.     I cinque referendum sulla giustizia non raggiungono il quorum. La partecipazione dei connazionali all’estero. 1

9.     Perché accogliere la sfida dell’Ucraina nell’Unione europea. 1

10.  Migranti: ok a pacchetto Ue, solidarietà per aiutare Stati di primo ingresso. 1

11.  Onu: un sistema imperfetto in un mondo ‘westfaliano’ 1

12.  Messaggio dell’ambasciatore d’Italia in Germania Armando Varricchio per la Festa della Repubblica italiana. 1

13.  Monaco di Baviera. Ricevimento del Consolato per la Festa della Repubblica. 1

14.  Francoforte: riparte con l’intervista al fisico Paolo Ferri la rubrica del Consolato. 1

15.  Cosmo (ex-radio Colonia), le ultime puntate. 1

16.  A Stoccarda uno sportello di ascolto e di consulenza per le donne. 1

17.  Monaco di Baviera. “Rinascita” celebra il 50° anniversario dei Giochi Olimpici del 1972. 1

18.  Benvenuti a Berlino: 2° incontro informativo con il Comites su fisco e tasse. 1

19.  IIC di Amburgo. “Andar per caffè”, viaggio virtuale attraverso alcuni caffè storici d’Italia. Prima tappa il Caffè Tommaseo di Trieste. 1

20.  Auto sulla folla a Berlino: morta insegnante, 12 feriti 1

21.  La necessità della difesa comune europea e il riarmo della Germania. 1

22.  Salario minimo. Passi avanti in Ue. Schmit (Commissione): “Non lo imponiamo all’Italia”. 1

23.  La realtà. 1

24.  Povera repubblica italiana. 1

25.  Positivo primo accordo per la ridistribuzione (volontaria) dei migranti che arrivano via mare. 1

26.  La guerra di Putin vista da Andrei Kolesnikov. 1

27.  Come da programma. 1

28.  L’Italia nella Nato tra deterrenza europea e necessità mediterranee. 1

29.  Iscritti Aire e residenza fiscale. 1

30.  I controsensi 1

31.  Per il ripristino all’estero delle prestazioni familiari per i figli a carico. 1

32.  22 teramani internati nei lager tedeschi insigniti della Medaglia d’Onore con decreto presidenziale il 2 giugno. 1

33.  L’Italia altrove. 1

34.  Riforma della giustizia e pietre d’inciampo. 1

35.  Referendum abrogativi 2022. Il rientro delle schede elettorali degli italiani all’estero. 1

36.  Le responsabilità. 1

37.  Riconciliazione a Filetto (L’Aquila), con gli auspici del Presidente tedesco Steinmeier e del cardinale Marx. 1

38.  Online il portale incentivi 1

39.  Facciamo il punto. 1

40.  “Italia in 10 selfie”, presentata alla Farnesina la pubblicazione curata da Symbola e Maeci sulle eccellenze italiane. 1

41.  Nascere in Puglia e ritornare. 1

42.  Positivo l’avvio del Disegno di Legge per l’Istituzione di una Commissione parlamentare per gli italiani nel mondo. 1

 

 

1.     Deutschland, Frankreich und Italien unterstützen EU-Kandidatenstatus für Ukraine. 1

2.     Studie zum Weltflüchtlingstag: Wachsende Offenheit und Hilfsbereitschaft gegenüber Geflüchteten. 1

3.     Ultimative Bürgerbeteiligung?. 1

4.     „Verarbeitung der Flutkatastrophe kann Jahre dauern“. 1

5.     Vereinte Nationen. Flüchtlingskrise von nie dagewesenem Ausmaß. 1

6.     Symbol- oder Innenpolitik? Scholz, Macron und Draghi besuchen die Ukraine. 1

7.     Infektionsschutzgesetz: Mehrheit für Verlängerung. 1

8.     NATO-Staaten gespalten, ob China eine Bedrohung darstellt 1

9.     Flüchtlingsrat skeptisch. Integrationsbeauftragte: Endlich Wege bieten aus der „unerträglichen Kettenduldung“. 1

10.  Kampf um grünes Label für Atomkraft, Erdgas: EU-Parlament forciert Kampfabstimmung. 1

11.  „Alarmierender Trend“. Friedensforscher warnen vor atomaren Wettrüsten. 1

12.  Ukraine-Krieg hat enorme Auswirkungen auf Afrika. 1

13.  EU-Innenminister-Treffen. Faeser: „Solidaritätserklärung“ zur Aufnahme von Flüchtlingen. 1

14.  Linke erschüttern Macrons Hoffnungen auf absolute Mehrheit. 1

15.  UNHCR. Zahl der toten und vermissten Bootsflüchtlinge stark gestiegen. 1

16.  Neue Studie zu den Trends der urbanen Mobilität in europäischen Großstädten. 1

17.  Ukraine. Schritt für Schritt in die EU. 1

18.  “Wir erleben, dass Getreide ein Kriegsmittel ist”. 1

19.  Eklat im Parlament: Reform des EU-Emissionshandelssystems gekippt 1

20.  Allen Kriegen zum Trotz. Feiern für ein transkulturelles Miteinander 1

21.  Die fünf Prioritäten der kommenden tschechischen Ratspräsidentschaft. 1

22.  Bleiberechtsreform. Faeser: Erstes Migrationspaket kommt vor Sommerpause ins Kabinett. 1

23.  „750.000 Menschen drohen zu verhungern“. 1

24.  Verfassungsschutzbericht 2021. 1

25.  Polens Vize-Premier Kaczy?ski scheidet wohl aus Regierung aus. 1

26.  Marken-Botschafter werben für Italien. ENIT mit internationaler Kampagne. 1

 

 

 

 

Rifugiati: una marea umana in fuga. In 100 milioni chiedono protezione

 

Roma – Più di una volta e mezzo la popolazione dell’Italia. Dodici volte quella della città di New York e quasi cinque volte di Pechino. Secondo i dati di maggio 2022, sarebbero oltre 100 milioni gli esseri umani in fuga nel mondo «a causa di persecuzioni, guerre e violazioni dei diritti umani». A mettere nero su bianco l’allarme, per un fenomeno in crescita esponenziale nell’ ultimo decennio, è il secondo report annuale dell’Acnur (Unhcr), ‘Global Trends’, relativo in particolare al 2021, che Avvenire ha letto in anteprima. Numeri che non riescono a raccontare le storie, le valigie di chi fugge, piene di drammi e speranze.

Alla fine dello scorso anno, la marea umana costretta a scappare dal proprio Paese si attestava attorno agli 89,3 milioni. Di questi, 27 milioni sono rifugiati, 53 milioni sfollati interni, 4,6 milioni richiedenti asilo e 4,4 milioni i venezuelani fuggiti all’ estero. Dal Paese governato da Nicolàs Maduro sono fuggite in totale 6 milioni di persone, circa un quinto della nazione. Per quanto riguarda le richieste di asilo, aumentate dell’11%, invece, gli Stati Uniti sono il Paese che ha ricevuto il numero più alto di domande (188.900).

In un anno, scrive l’Agenzia Onu per i rifugiati, c’ è stato «un aumento dell’8%», che ha visto più che raddoppiare, rispetto al 2011, i numeri di chi è fuggito. A imporre un’accelerazione forzata al trend, paragonabile solo agli esodi causati dal secondo conflitto mondiale, l’invasione russa in Ucraina dello scorso febbraio e, prima ancora, il riacutizzarsi di altri conflitti ed emergenze globali. Basti pensare che, secondo la Banca mondiale, nel 2021, 23 Paesi sono stati teatro di guerra.

Oltre ai conflitti armati, tra le cause di emigrazione forzata ci sono «carenze alimentari, inflazione ed emergenza climatica».

Ogni tre persone che hanno lasciato la propria casa nel 2021, perché in pericolo di vita, almeno due scappavano dalla guerra in Siria (6,8 milioni), dalla povertà del Venezuela (4,6 milioni), dalla violenza dei taleban in Afghanistan (2,4), o dai conflitti e dalle persecuzioni in Sud Sudan (2,4) e Myanmar (1,2). Se i minori costituiscono il 30% della popolazione mondiale, il 42% della popolazione globale che fugge è composta da bambini e ragazzi fino ai 17 anni. Tra i rifugiati su scala globale, 3,8 milioni sono accolti nella Turchia di Recep Tayyip Erdogan, che più di una volta ne ha fatto arma politica contro l’Europa. Mentre il Libano risulta essere il Paese che ha accolto il numero più elevato di rifugiati pro capite, 1 ogni 8 cittadini libanesi. Il 72% del totale, invece, compresi i rifugiati, venezuelani, è accolto in Paesi confinanti con scarse risorse.

Dunque, l’incremento costante delle fughe supera le soluzioni a disposizione dei migranti. Dai dati del report, però, in uno scenario estremamente cupo, anche qualche barlume di speranza. «Mentre registriamo sgomenti il succedersi di nuovi esodi forzati – ha dichiarato l’Alto commissario dell’Onu per i rifugiati, Filippo Grandi – dobbiamo riconoscere gli esempi di quei Paesi che lavorano insieme per individuare opportunità a favore di chi fugge». Il numero di rifugiati e di sfollati interni che hanno fatto ritorno a casa nel 2021, infatti, è aumentato, tornando ai livelli pre-pandemia, «con un incremento del 71% dei casi di rimpatrio volontario». Quasi sei milioni di persone «hanno fatto ritorno ai propri Paesi di origine nel 2021», e 57.500 rifugiati sono stati reinsediati, due terzi in più rispetto al 2020. Agnese Palmucci, Avvenire

 

 

 

 

Draghi a Kiev: "Italia vuole Ucraina in Ue"

 

Il premier: "Sarà l’Ucraina a scegliere la pace che vuole. A Irpin ho sentito orrore ma anche speranza per la ricostruzione"

 

"L'Italia vuole l'Ucraina in Ue". Lo ha detto il premier Mario Draghi a Kiev nel corso di una conferenza stampa congiunta con i leader di Ucraina, Francia, Germania e Romania all'interno del complesso della presidenza. Draghi si è recato a Kiev per una visita insieme al presidente francese, Emmanuel Macron, al cancelliere tedesco, Olaf Scholz, e al presidente della Romania, Klaus Iohannis. I leader, che questa mattina hanno visitato le rovine della città di Irpin, hanno avuto un incontro con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

"Oggi è una giornata storica per l’Europa. Italia, Francia e Germania, tre Paesi fondatori dell’Unione europea, e il presidente della Romania sono venuti in Ucraina per offrire il loro sostegno incondizionato al presidente Zelensky e al popolo ucraino. Un popolo che si è fatto esercito per respingere l’aggressione della Russia, per vivere in libertà" ha affermato il presidente del Consiglio.

"L’Unione europea ha dimostrato e dimostra oggi una straordinaria unità nel sostenere l’Ucraina in ogni modo, così come è stato chiesto dal presidente Zelensky" ha detto Draghi. "Voglio ricordare la grande solidarietà dimostrata dagli italiani e dagli europei che hanno accolto nelle loro case gli ucraini che scappavano dalla guerra", ha aggiunto il premier, per il quale la visita "conferma inequivocabilmente il nostro sostegno, quello dell'Europa e dei nostri alleati".

"ITALIA VUOLE UCRAINA IN UE" - "Il messaggio più importante della nostra visita è che l'Italia vuole l'Ucraina nell'Ue, vuole per l'Ucraina lo status di candidata e sosterrà questa posizione nel prossimo Consiglio europeo" ha sottolineato il premier. Il presidente Zelensky "naturalmente comprende che la strada da candidato a membro è una strada che dovrà vedere le riforme profonde della società ucraina e comprende che la via verso l'adesione all'Ue è un percorso, non un punto" ha affermato Draghi.

"La nostra presenza è una manifestazione di unità e come tale è una manifestazione di quella forza che l'unità mostra - ha aggiunto - Oggi tutti noi abbiamo detto che siamo pronti a sostenere la causa dell'Ucraina come candidata all'Ue nel prossimo Consiglio europeo. Siamo consapevoli che questo è uno sviluppo storico che richiederà una riflessione profonda sulle regole e sul funzionamento dell'Ue e richiederà una riflessione su tutti i Paesi, in particolare dei Balcani, che sono stati su una lista d'attesa per moltissimi anni prima di arrivare ad essere candidati all'Ue".

"Ma il fatto che oggi siamo qui è già un evento straordinario. Siamo qui per aiutare l'Ucraina a costruire il suo futuro, non solo la sua candidatura all'Ue ma anche la ricostruzione", perché dall'"orrore della visita di oggi", ha detto Draghi riferendosi alla visita a Irpin, emerge anche "il desiderio di futuro, la speranza".

LA VISITA A IRPIN - "Oggi ho visitato Irpin, un luogo di massacri compiuti dall’esercito russo. Sono fatti terribili, che turbano nel profondo e che condanniamo senza esitazioni - le parole del premier - Diamo il nostro completo sostegno alle indagini degli organismi internazionali sui crimini di guerra". "Ma oggi, sentendo la spiegazione di colui che ci ha accompagnato a vedere il risultato di questi bombardamenti, ho sentito orrore ma ho sentito anche speranza. Speranza per la ricostruzione, speranza per il futuro. E noi oggi siamo qui per questo, per aiutare l’Ucraina a costruire il suo futuro", ha spiegato Draghi.

"Vogliamo che si fermino le atrocità e vogliamo la pace - ha scandito il presidente del Consiglio - Ma l’Ucraina deve difendersi se vogliamo la pace, e sarà l’Ucraina a scegliere la pace che vuole. Qualsiasi soluzione diplomatica non può prescindere dalla volontà di Kiev, da quello che ritiene accettabile per il suo popolo. Soltanto così possiamo costruire una pace che sia giusta e duratura".

Il premier ha evidenziato che "siamo a un momento di svolta nella nostra storia. Il popolo ucraino difende ogni giorno i valori di democrazia e libertà che sono alla base del progetto europeo, del nostro progetto. Dobbiamo creare una comunità di pace, di prosperità e di diritti che unisca Kiev a Roma, a Parigi, a Berlino e a tutti gli altri Paesi che condividono questo progetto".

BLOCCO EXPORT GRANO - Poi, riferendosi al rischio per la sicurezza alimentare a causa del blocco dell'export di grano dall'Ucraina, Draghi ha detto che "ci sono due settimane per sminare i porti e il raccolto arriverà alla fine di settembre, sono scadenze che ci avvicinano inesorabilmente al dramma. Per evitare questo terribile evento occorre organizzare corridoi sicuri per il grano perché la crisi in Ucraina non deve" mettere a repentaglio la sicurezza alimentare, ha rimarcato il presidente del Consiglio, auspicando una "risoluzione Onu" per risolvere la questione, ma sottolineando che "la Russia finora l'ha rifiutata". Adnkronos 16

 

 

 

 

Il mondo al crocevia si lasci guidare dai rifugiati

 

Roma – Si avvicina il 20 giugno, l’anniversario dell’approvazione nel 1951 della Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati e, proprio per questo, la giornata che la comunità internazionale ha scelto di dedicare a chi è costretto a migrare dal timore di subire persecuzioni nel proprio Paese d’origine. Le iniziative per celebrarla sono già cominciate ovunque. A Roma, il Centro Astalli ha avviato una riflessione sugli interrogativi e sulle opportunità che queste persone mettono di fronte all’Europa, e l’ha coronata con il dialogo che si è tenuto martedì 14 giugno presso la Pontificia Università Gregoriana. Il messaggio era già nel titolo: “con i rifugiati” – accanto a loro, lì dove il papa, scegliendo il tema per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato celebrata dalla Chiesa il prossimo 25 settembre, ha significativamente collocato il futuro – “ai crocevia della Storia”. In un momento in cui ci sentiamo tutti in bilico su un confine, sull’orlo di crisi – quella climatica, energetica, alimentare e naturalmente quella bellica – che paiono ad un passo dal diventare irrecuperabili. I confini sono i luoghi in cui queste sfide si materializzano: ciò avviene in modo teatrale alla frontiera ucraina, scenario di già oltre cento giorni di una sanguinosissima guerra territoriale, ma avviene a ben vedere lungo ogni confine che divide le nazioni tra di loro e al loro interno. È sui confini che si fanno visibili le profondissime disuguaglianze di risorse, di opportunità, di prospettive di futuro. Per questo, quest’anno in modo speciale, è importante volgere lo sguardo a chi sull’attraversamento del confine ha costruito la propria intera esperienza di vita, a chi ha reso questi crocevia della Storia dei crocevia di esistenza individuale. Ai rifugiati, nell’anno in cui i dieci milioni di ucraini si sono aggiunti ai profughi di altre origini, segnando il massimo storico di cento milioni. Il Centro Astalli restituisce loro voce e la fa risuonare nell’Aula Magna della Gregoriana: voci da Mali, Bielorussia, Congo, Iraq, che raccontano di vite interrotte dall’irruzione della violenza o dalla vendetta di un potere autoritario, sradicate e costrette altrove, alla povertà, allo sfruttamento. Il loro personale crocevia, dicono, è stato l’arrivo in Italia, l’incontro con persone disposte ad aiutarle, l’abbraccio di un sistema che, per quanto imperfetto, le ha fatte sentire per la prima volta rispettate e al sicuro. Le democrazie, ha spiegato la politologa Nadia Urbinati, risolvono la propria contraddizione intrinseca, tra la necessaria limitazione territoriale e l’aspirazione universalistica alla tutela della dignità di ciascuno, proprio aprendo i confini e mettendosi in contatto tra loro: a questo l’Europa ha educato i propri cittadini, ad una concezione del confine che non è barriera ma luogo di incontro. Ma allora perché di recente ha praticato l’opposto? Perché ha prima inaugurato politiche escludenti e poi, pur di non vedere i propri confini trasformarsi in muri, ha cercato di allontanarli da sé, esternalizzando la gestione della migrazione in Turchia e in Libia? Il corso di formazione organizzato dal Centro Astalli in preparazione alla Giornata del rifugiato è stato dedicato all’“Europa ferita”: anch’essa oggi ad un crocevia, tra il volto nuovo mostrato alle famiglie in fuga dall’Ucraina e il pronto riemergere di tendenze che devono tristemente chiamarsi razziste, in quei criteri  per l’applicazione della protezione temporanea che distinguono, come ha ricordato il Direttore di Avvenire Marco Tarquinio, i cittadini ucraini dai profughi della stessa guerra ma di origine straniera. Questa ambiguità non è più accettabile. Al crocevia in cui ci troviamo occorre fare una scelta e aprire gli occhi sulle ingiustizie e sulle odiose disparità. Andare a vedere le regioni della povertà: le periferie delle città e del mondo, come ha proposto mons. Paul Gallagher, Segretario vaticano per i rapporti con gli Stati, o i fronti di guerra. Come ha fatto lui in Ucraina, messaggero della solidarietà della Santa Sede, ma anche promotore del dialogo e garante di un contatto da mantenere vivo, per evitare di distrarsi e di stancarsi. Ne ha riportato la sensazione che l’inverno che ci aspetta non lo dimenticheremo mai. Come prepararci, come rimediare? È ancora possibile evitarlo? Una bella proposta sta nel messaggio lanciato dal Centro Astalli: facciamoci guidare da chi ha già svoltato il crocevia della propria vita, da chi ha vissuto la guerra – generale o personale – e ha maturato un profondissimo, radicale desiderio di pace. “Costruiamo il nostro futuro con i rifugiati”: insieme a loro, seguendoli, varchiamo il confine dal lato giusto, entriamo nel mondo che loro sognavano quando sono partiti, nella dimensione di libertà, diritti e dignità per tutti che chiede anche il Papa, che è l’aspirazione di ogni democrazia e la condizione indefettibile per la pace. Livia Cefaloni, migr. On. 16

 

 

 

 

20 giugno 2022: Giornata mondiale del rifugiato. Dalla politica alcuni passi avanti e molti indietro

 

Quest’anno, probabilmente, il numero dei rifugiati stimato sarà il più alto degli ultimi 50 anni: ormai 100 milioni nel mondo. Le guerre, anche l’ultima in Ucraina con sei milioni e mezzo di rifugiati e altrettanti profughi interni, i 34 conflitti in corso nel mondo, i disastri ambientali, la fame, la tratta e lo sfruttamento stanno costringendo sempre più persone e famiglie a lasciare la propria terra per chiedere protezione e asilo altrove. Di fronte a questo fenomeno epocale, la politica continua a fare passi avanti, ma anche molti passi indietro.

Se da un lato è apprezzabile la proposta europea che finalmente impegna ogni Paese, seppur in forma diversa, diretta o volontaria, alla solidarietà nei confronti di richiedenti asilo e rifugiati, dall’altra non si può non denunciare il ritorno alle deportazioni di ucraini in Russia e di migranti, per lo più asiatici, dall’Inghilterra in Rwanda, nonostante le condanne della Corte europea dei Diritti umani; l’aumento del numero dei morti nel Mediterraneo, sebbene siano diminuiti gli arrivi; la diversa attenzione prestata a richiedenti asilo e rifugiati di diversi Paesi; i respingimenti in mare e in terra senza identificazione e tutela; la crescita di violenze nei campi profughi di Libia, Sud Sudan, Ciad.

L’auspicio è che la Giornata mondiale del rifugiato, che si celebra il 20 giugno, accenda i riflettori sulla imprescindibile esigibilità dei diritti dei richiedenti asilo e dei rifugiati, senza i quali non si può immaginare un futuro e un mondo fraterno.

 Mons. Gian Carlo Perego Presidente Cemi e Fondazione Migrantes (de.it.press)

 

 

 

 

Ucraina. Fermiamo la guerra, madre feconda dell’odio

 

Se mai esistesse un termometro dell’odio, segnalerebbe un febbrone. In questi anni più volte abbiamo ascoltato la giustissima denuncia delle "parole d’odio" che circolavano nella nostra società. Parole durissime e sconvenienti, talvolta volgari e certamente irrispettose rivolte verso persone considerate “diverse”. Ma sembra già una storia di ieri, figlia di un tempo già consumato, anche se il problema non è stato ancora rimosso e la questione educativa sollevata non abbia ancora trovato uno sbocco realmente positivo - Domenico Delle Foglie

 

Se mai esistesse un termometro dell’odio, segnalerebbe un febbrone. In questi anni più volte abbiamo ascoltato la giustissima denuncia delle “parole d’odio” che circolavano nella nostra società. Parole durissime e sconvenienti, talvolta volgari e certamente irrispettose rivolte verso persone considerate “diverse”. Ma sembra già una storia di ieri, figlia di un tempo già consumato, anche se il problema non è stato ancora rimosso e la questione educativa sollevata non abbia ancora trovato uno sbocco realmente positivo.

La verità è che l’odio trova sempre strade nuove.

Basti pensare che il Novecento è stato, a suo modo, il secolo dell’odio programmatico. Le ideologie del secolo scorso hanno fatto dell’odio una categoria necessaria alla loro affermazione fino a programmare lo sterminio sistematico di uomini e realtà a loro contrarie, costruendo terribili e disumane  macchine di distruzione di massa. Nessuno di noi (tanto meno i nostri giovani), dovrebbe mai dimenticare le immagini dei treni blindati, delle camere a gas, dei campi di concentramento e sterminio. E soprattutto le masse di corpi smagriti, i crani rasati a zero, i volti scavati, le bocche senza denti, gli occhi privi di luce. Un autentico incubo che solo ottanta anni fa ha percorso come una lama infuocata la nostra Europa. Deturpandone il volto e corrompendone la coscienza.

Ecco perché suonano sinistre le parole di Dmitry Medvedev, numero due di Mosca, che tanta eco hanno avuto in tutto il mondo e in particolare in Occidente: “Mi viene spesso chiesto perché i miei post su Telegram sono così duri. La risposta è che li odio. Sono bastardi e imbranati. Vogliono la nostra morte, quella della Russia. E finché sono vivo farò di tutto per farli sparire”. Se non si trattasse del vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo ed ex presidente della Federazione russa, potremmo tranquillamente pensare di trovarci dinanzi alle esternazioni sopra le righe di uno dei tanti leoni da tastiera che popolano i social. E invece no. Abbiamo a che fare con il secondo uomo forte (dopo Putin) di una potenza mondiale in guerra che utilizza con assoluta noncuranza la parola odio rivolta contro i propri presunti nemici. Ovviamente gli occidentali, come hanno inevitabilmente semplificato tutti i media internazionali.

Ecco dunque l’odio richiamato in campo per svolgere il suo orrendo lavoro, all’interno di una sanguinosa cornice di guerra di invasione, dentro i confini dell’Europa. La guerra non è solo una manifestazione dell’odio, purtroppo ne è anche la madre più feconda. Una madre in grado di costruire un orizzonte di senso negativo e disumano, di motivare e giustificare l’azione violenta e sconsiderata, di stravolgere il volto dell’altro attribuendogli solo le fattezze del nemico da eliminare, di rivolgere tutte le proprie energie alla distruzione dell’altro e del suo mondo, di desiderare la scomparsa definitiva del diverso da sé.

Non averne una lucida coscienza, anche da parte di noi occidentali e per di più cristiani, come lo sono anche i nostri fratelli ortodossi russi e ucraini, è un gravissimo errore prospettico. La valenza dell’odio è imponente, cioè può mettere radici così profonde da lasciare un segno tanto lacerante da necessitare secoli per essere superata, depurata e riconsegnata agli archivi della storia che raccolgono gli errori talvolta catastrofici delle generazioni che ci hanno preceduto. L’eco dell’odio e delle sue forme più malsane attraversa il tempo e restituisce ai contemporanei l’enorme inspiegabile stoltezza del genere umano che preferisce il rombo dei cannoni alle parole della pace.

Ecco perché la guerra scatenata nel cuore dell’Europa preoccupa e angoscia. Perché ogni giorno in più di uccisioni (da una parte e dall’altra delle barricate), di distruzioni e violenze, di parole minacciose versate nei fiumi già avvelenati del discorso pubblico, alimenta solo una causa: quella dell’odio. Bloccare questa spirale disumana è un dovere. E dunque, fermare la guerra al più presto e ripristinare una pace anche faticosa sono condizioni indispensabili per tagliare la strada all’odio. Dentro i cuori e nelle menti dei potenti. Ma non solo in loro. Anche le nostre coscienze e quelle dei nostri popoli vanno curate dal cancro dell’odio. Per non rispondere mai all’odio con l’odio. Sir 18

 

 

 

 

Ucraina: Scaglione, “la guerra è la manifestazione più violenta e crudele del fatto che la Russia voglia tagliare i ponti con l’Occidente”

 

“I tagli alle forniture del gas all’Europa attuati da Gazprom rientrano nella scelta che da anni la Russia ha fatto diminuendo il suo interesse a mantenere relazioni cordiali con l’Occidente. Anche la stessa invasione dell’Ucraina, che è strettamente legata alla questione del gas, segue questa logica. Da tempo la Russia si sta mostrando sempre più insofferente e refrattaria ad avere delle buone relazioni con l’Occidente”. Così Fulvio Scaglione, per anni corrispondente da Mosca, commenta le conseguenze che l’invasione russa in Ucraina ha generato nell’economia mondiale.

“Che Stati Uniti e Ue avrebbero pagato un prezzo alle sanzioni imposte alla Russia era prevedibile, per quanto molti abbiano cercato di sottostimarlo”, osserva il giornalista. “Noi europei – prosegue – importiamo gas russo dalla fine degli anni ’50; per 60 anni ci è arrivato in maniera regolare, salvo qualche piccola crisi immediatamente superata, e a prezzi economici. Comprare gas russo è stato per 60 anni un affare, una delle condizioni che ha permesso lo sviluppo economico dell’Unione europea, consentendo a Germania e Italia di prosperare”. “Non sappiamo calcolare l’effetto delle sanzioni sulla Russia perché a seguito di questo Mosca ha messo in campo politiche di reazione cercando nuovi mercati per gas e petrolio, nuovi fornitori di tecnologie e di quei beni che i russi non sono mai stati capaci di produrre”, aggiunge Scaglione, evidenziando che “bisogna vedere se è più veloce il processo di sostituzione che stanno mettendo in campo i russi o quello di scardinamento della loro struttura economica provocato dalle nostre sanzioni”.

Il giornalista invita a non considerare quanto sta succedendo con una “visione limitata” secondo cui “l’Occidente ha messo al bando la Russia per le sua cattive azioni”. In realtà, spiega, “c’è un processo in atto da anni attraverso il quale la classe dirigente russa ha pian piano lasciato gli ormeggi con l’Occidente, in particolare con l’Europa. E ha iniziato a costruire altre relazioni in Medio Oriente, con Cina, India e Turchia: un lavoro che va avanti da tempo”. Per Scaglione, “il taglio delle forniture di gas è la reazione tipicamente russa a quella che considerano l’ennesima ambiguità dell’Europa che dice di non essere in guerra con la Russia ma dà le armi all’Ucraina. Ci considerano schierati senza che noi abbiamo il coraggio di esserlo. E quindi ci colpiscono là dove sanno che ci possono far male”. Tra l’altro, osserva, “sono loro a colpirci, non siamo noi ad aver smesso di importare il loro gas”. “La stessa guerra in Ucraina è la manifestazione più clamorosa, violenta e crudele del fatto che la Russia voglia tagliare i ponti con l’Occidente”. Per quanto riguarda le visite effettuate nei giorni scorsi dai leader europei a Kiev, Scaglione ritiene abbiano significati diversi. Se da una parte Draghi, Macron e Scholz, a nome dell’Europa “hanno garantito armamenti ma soprattutto l’appoggio per il futuro ingresso dell’Ucraina nell’Unione” dall’altra “temo che Johnson, abbia invece di fatto invitato Kiev a non cedere e a prolungare la guerra, garantendo il sostegno incondizionato del Regno Unito “. Secondo Scaglione comunque, il futuro, soprattutto per l’Ucraina, non sembra affatto buono perché “se l’Ucraina continuerà a resistere nel tentativo di vincere e recuperare il territorio perduto, allora questo non potrà avvenire se non al prezzo di una guerra lunga e distruttiva che alla lunga potrebbe portare allo spezzettamento dell’Ucraina e, poi, forse anche il tracollo della Russia. Se invece l’Ucraina decidesse di ‘uscire dalla guerra’ – conclude Scaglione – dovrebbe sì accettare la soluzione umiliante di riconoscere alla Russia i territori conquistati ma consentirebbe a Kiev di mantenere un’integrità territoriale, non totale, ma consistente. Alberto Baviera sir 18

 

 

Una ‘exit strategy europea’ per il cessate il fuoco in Ucraina

 

Dopo i primi cento giorni, gli scenari della guerra in Ucraina sembrano evolvere in un ulteriore inasprimento. L’ipotesi di individuare “corridoi del grano” si scontra già con reciproche diffidenze, ma è possibile che la pressione internazionale – specie dei paesi africani e asiatici che finora non hanno aderito alle sanzioni contro la Russia – possa favorire la mediazione della Turchia e dell’Onu.

Tuttavia, sulla prospettiva più generale della guerra c’è il forte rischio di una nuova escalation. Da un lato l’Ucraina, che non vuole rinunciare ai territori che in questa fase ha dovuto cedere nel Donbass, punta a rilanciare presto l’offensiva all’annunciato arrivo di nuove armi con maggiori gittate, mobilità e volumi di fuoco. Dall’altro la Russia, secondo le ultime dichiarazioni di Putin, sarebbe pronta a rispondere più in profondità con il suo potenziale strategico, e un segnale ha voluto darlo iniziando nuovamente a bombardare Kyiv e inasprendo le tensioni diplomatiche con tutto l’Occidente.

In definitiva, non ci si può esimere dalla considerazione che la comunità internazionale deve porsi il problema di presentare ora una forte iniziativa diplomatica per parlare di pace, non limitandosi alle sole dichiarazioni di condanna della guerra. Ora più che mai è necessario che su questo obiettivo entrino in gioco con più determinazione organizzazioni internazionali come l’Onu, il G7 e il G20, ma anche l’Unione Europea prima di tutto, e ogni altro attore che abbia la volontà e la capacità di proporsi come mediatore, a cominciare da Cina, India, Turchia e Israele.

Le posizioni ‘istituzionali’ dell’Italia

Sul punto è bene che l’Italia faccia una riflessione profonda, per chiarirsi le idee sul da farsi, specie ora che la Russia ha iniziato ad attaccarla direttamente sul piano diplomatico per gli aiuti militari concessi all’Ucraina e per asserite campagne “antirusse” promosse dai media nazionali. L’auspicio è che all’annunciato nuovo dibattito parlamentare sulla guerra, Roma esca fuori da ogni equivoco sugli aiuti militari ed economici all’Ucraina, e valuti però anche le exit strategy da promuovere con più determinazione.

L’Italia della politica e della diplomazia non può affidarsi all’attendismo, o peggio ai talk show e alle posizioni pretenziose di pseudo-esperti che ancora declamano abusate tesi antieuropeiste e antiamericane. Né si può lasciare che il dibattito politico interno in vista delle elezioni si esasperi ancora al punto tale che il Paese non sia coeso nel sostenere una road map per la pace in Ucraina.

È stato dunque un bene che certe posizioni siano state più recentemente chiarite dal presidente del Consiglio Draghi al Consiglio europeo e dal presidente della Repubblica Mattarella nel discorso alla diplomazia internazionale intervenuta – tranne quella russa, non invitata – alle celebrazioni del 76° anniversario della Repubblica Italiana.

Draghi è stato netto nel sostenere una radicale revisione della politica energetica europea perché non sia più dipendente dalla Russia, ed ha affermato: “È essenziale che Putin non vinca questa guerra”.

Il presidente Mattarella ha confermato la linea dell’Italia al fianco degli alleati euroatlantici e dell’Ucraina: “L’aggressione all’Ucraina da parte della Federazione Russa pone in discussione i fondamenti stessi della nostra società internazionale, a partire dalla coesistenza pacifica”. Ed ha aggiunto: “Trovarsi, nel continente europeo, nuovamente immersi in una guerra di stampo ottocentesco, che sta generando morte e distruzioni, richiama immediatamente alla responsabilità”.

Da qui la linea dell’Italia: “La Repubblica italiana è convintamente impegnata nella ricerca di vie di uscita dal conflitto che portino al ritiro delle truppe occupanti e alla ricostruzione dell’Ucraina”. E quindi “con lucidità e con coraggio occorre porre fine all’insensatezza della guerra e promuovere le ragioni della pace”, e gli obiettivi prioritari per la comunità internazionale sono altrettanto ben definiti: “superare ogni volontà di sopraffazione”, e “ripristinare la legalità internazionale”.

La proposta italiana all’Onu

Se questa è dunque la linea “istituzionale”, sarebbe il caso di ritornare a parlare del “piano Italia” già presentato dal Ministero degli Affari esteri all’Onu, ed anticipato anche al G7 e al Quint, il  gruppo informale composto dagli Stati Uniti e dalle Big Four dell’ Europa occidentale, Francia, Germania, Italia e Regno Unito, che coordina le politiche di questi Stati in particolare nei rapporti con la Nato e l’Ocse.

I contenuti salienti della proposta si articolano su quattro punti: 1) il cessate il fuoco, a cominciare da alcune aree; 2) la neutralità dell’Ucraina, con la rinuncia ad aderire alla Nato; 3) ampie autonomie per Crimea e Donbass, confermando la sovranità dell’Ucraina; 4) un “nuovo patto” per la sicurezza europea e globale. La cornice dei vari punti prevede anche un sistema di “garanzie”, e un “Gruppo Internazionale di Facilitazione” (potrebbero esservi inclusi Turchia, Israele, Germania, Francia, ma anche Cina e India), che potrebbe prevedere anche lo schieramento di contingenti di pace, e gruppi di osservatori con poteri di monitoraggio sul rispetto degli accordi e un ruolo attivo nella ricostruzione.

I contenuti della proposta recano in sé indicazioni già elaborate da molti analisti internazionali nei mesi precedenti, e in alcuni tratti sembrano riproporre il modello di intesa su cui si sarebbe dovuto lavorare dopo gli accordi Minsk II del 2015. I “quattro punti” della proposta italiana rappresentano comunque le questioni da affrontare in qualunque negoziato sull’Ucraina, se si vuole che questo sia credibile nel tempo. Temi critici riguarderanno anche lo status dei nuovi territori ora occupati dai russi, le sorti dei prigionieri di Mariupol e dei vari cittadini ucraini costretti all’esodo forzato in sperdute regioni russe, nonché le responsabilità dei gravi crimini internazionali commessi nella condotta della guerra. Ma la questione centrale rimane la situazione di Crimea e Donbass, perché qui il diritto internazionale non consente divagazioni.

In base alle determinazioni dell’Onu e ai principi del diritto internazionale, i territori occupati dal 2014 permangono esclusivamente in una situazione di “occupazione de facto”, e la sovranità dell’Ucraina è stata sempre confermata de jure (Ronzitti), anche negli accordi di Minsk. In questi accordi già si parlava di iniziative referendarie per decidere solo forme di autonomia, e probabilmente su queste ipotesi c’è ancora spazio per negoziare. Ma è evidente che l’ostacolo sarà definire una cornice di garanzia, dove occorrerà decidere sull’occupazione russa.

Il pensiero corre dunque ai difficili modus vivendi di tanti scenari di occupazione territoriale, a cominciare da quello cipriota e quello israelo-palestinese, che occorrerà evitare. È certo, comunque, che da una guerra di aggressione non possono derivare “annessioni” o riconoscimenti territoriali, per cui sarà necessario giungere ad una intesa tra le parti, su cui solo l’Ucraina, liberamente, potrà decidere se fare concessioni. Altrimenti non rimangono che i “mezzi pacifici di risoluzione delle controversie” che sono ben disciplinati dalla Carta delle Nazioni Unite: una decisione dell’Assemblea Generale (dato che sarà difficile superare il veto russo nel Consiglio di Sicurezza), una mediazione terza, una inchiesta affidata a una Commissione di esperti indipendenti, un arbitrato o il deferimento alla Corte internazionale di giustizia.

Non va poi sottovalutato l’ultimo aspetto della proposta, dove si fa riferimento ad un  “accordo multilaterale sulla pace e la sicurezza in Europa”. È una apertura non di poco: la proposta dall’Italia prevede la ripresa delle misure di disarmo e controllo degli armamenti, di “prevenzione dei conflitti” e di “rafforzamento della fiducia”, modelli tipici del “processo di Helsinki” che può essere riaperto a nuove intese, di cui la Russia dovrebbe tenere debito conto.

Conclusioni: l’idea per una ‘exit strategy europea’

In definitiva, la proposta italiana ha ancora una sua ragion d’essere, ma perché non rimanga “sulla carta” occorre non fermarsi. Sta ora all’ Italia decidere se rilanciarla – stavolta con una maggiore coesione interna – magari puntando a proporla nel contesto di una leadership europea, costituita da Italia, Francia, Germania e Spagna, come base di discussione per una “exit strategy europea”, comunque necessaria. Sarà quindi più facile negoziarla con gli attori interessati – che ad una Unione europea coesa potrebbero dare maggiore credito – o portarla anche di fronte all’Assemblea Generale, per trovare convergenze sui punti in questione o individuarne altri: questo è il lavoro della diplomazia, e questo è quanto indispensabile fare, al più presto. Maurizio Delli Santi, AffInt 13

 

 

 

 

I cinque referendum sulla giustizia non raggiungono il quorum. La partecipazione dei connazionali all’estero

 

ROMA – Dopo la tornata elettorale di domenica i cinque referendum sulla giustizia, per cui votavano anche gli italiani all’estero, non hanno raggiunto il quorum necessario e si sono fermati al 20 ,94% dei votanti. Nonostante il nulla di fatto per il raggiungimento degli obbiettivi del referendum abbiamo cercato di inquadrare per grandi linee quanto è avvenuto all’estero. Secondo gli ultimi dati non definitivi del Ministero dell’Interno hanno espresso il voto per i referendum circa 16 % dei connazionali all’estero aventi diritto. Un dato, quello sull’affluenza, che varia leggermente a seconda dei quesiti referendari. Il dato più alto di partecipazione si è comunque registrato nella ripartizione America Meridionale.

Per quanto riguarda il quesito sull’incandidabilità dopo condanna hanno votato il 16,03% dei connazionali aventi diritto. Il 14,39% nella ripartizione Africa Asia Oceania Antartide; il 22,31% in America Meridionale; l’11,79% in America Settentrionale e Centrale; il 13,08% in Europa. Con 397.678 voti (58,44 %) hanno prevalso i NO. I SI sono stati 282.825 pari al (41,56 %).

Per il referendum sulla Limitazione delle misure cautelari hanno votato il 16,02%. Hanno espresso il loro suffragio il 14,35% nella ripartizione Africa Asia Oceania Antartide; il 22,20 % in America Meridionale; il 12,03% in America Settentrionale e Centrale e il 13,09% in Europa. Anche in questo referendum hanno prevalso i NO con 369.228 voti (54,46 %) rispetto ai SI 308.810 voti (45,54 %). Netta affermazione dei SI invece per la consultazione sulla Separazione delle funzioni dei magistrati che, con 430.201 voti ottengono il 63,53 %. Ai NO 246.933 voti (36,47 %). Per questo referendum hanno votato il 15,92% degli aventi diritto all’estero. 14,41% in Africa Asia Oceania Antartide; il 22,23% in America Meridionale; il 12,02% in America Settentrionale e Centrale; 12,41% in Europa.  Vince il SI (422.025 voti – 62,71 %) anche per il quesito sui Membri laici dei consigli giudiziari. Il NO ottiene 250.972 voti (37,29 %). Per il quesito hanno votato il 15,85% dei connazionali aventi diritto. Nelle varie ripartizioni si sono espressi il 14,28% (Africa Asia Oceania Antartide); il 22,13% (America Meridionale); l’11,98% (America Settentrionale e Centrale);  il 12,37% (Europa).  Altra affermazione del SI (406.769 voti – 60,10 %) per il referendum sull’Elezione dei componenti togati del CSM. . Il No si ferma al 39,90 %(270.022 voti). Su questo quesito si sono espressi il 15,92 degli aventi diritto all’estero. Il 14,35% per la ripartizione Africa Asia Oceania Antartide; il 22,26% per l’America Meridionale; il 12,02% per America Settentrionale e Centrale e il 12,38% per l’Europa. (Inform/dip 14)

 

 

 

Perché accogliere la sfida dell’Ucraina nell’Unione europea

 

Arrivati al quarto mese di guerra, il sostegno europeo all’Ucraina rischia di indebolirsi. La decisione sull’adesione dell’Ucraina all’Ue sarà fondamentale non solo per il futuro dell’allargamento europeo. Negare la candidatura all’Ucraina (o offrirle vuote alternative di candidatura potenziale) rappresenterebbe una debacle per Kyiv e per l’Ue, e una straordinaria vittoria simbolica per Putin.

Altrettanto importante, insieme al riconoscimento di una candidatura vera e propria, è la necessità di accompagnare il processo di adesione con benefici concreti nel breve termine. In questo caso non c’è bisogno di reinventare la ruota ricorrendo a concetti di comunità politiche e geopolitiche europee. Esistono già formule concrete come quella dello Spazio economico europeo che si sono dimostrate utili come gradini verso la piena adesione all’Ue. Prima di diventare Stati membri dell’Ue, Austria, Finlandia e Svezia erano stati membri del SEE e sono successivamente entrati nel mercato unico europeo. Come proposto dalla European Stability Initiative, la stessa traiettoria può essere immaginata per l’Ucraina. Infatti, avendo già fornito protezione temporanea ai cittadini ucraini, l’Ue è in pratica sulla via della liberalizzazione di una delle quattro libertà del singolo mercato: la libertà di circolare e lavorare in tutta l’Ue.

La guerra in Ucraina offre l’opportunità di rilanciare l’allargamento come progetto politico. Ci sono imperativi strategici e etici per coglierla. Questo è vero per l’Ucraina, la cui resistenza all’aggressione russa è indissolubilmente legata ai valori su cui si fonda l’Ue, ma vale anche al di fuori dell’Ucraina. Infatti, il processo di adesione aperto per i Balcani occidentali, piuttosto che essere utilizzato dagli scettici dell’allargamento come scusa per non procedere con l’Ucraina, dovrebbe servire a sostenere queste nuove domande di adesione.

L’Ue rifugio dall’imperialismo russo

L’Ucraina ha presentato la domanda di adesione all’Ue il 28 febbraio 2022, quattro giorni dopo l’inizio dell’invasione russa. Mentre i missili piovevano in tutto il paese e molti temevano che la capitale potesse cadere, il tempismo della domanda di Kyiv potrebbe essere sembrato strano. È vero il contrario. La domanda dell’Ucraina per l’adesione all’Ue è intimamente legata al vero significato che questa guerra e la resistenza ad essa hanno assunto. La Russia non ha invaso l’Ucraina a causa dell’espansione della Nato, dato che tali piani in realtà non esistevano. La Nato può anche essere una preoccupazione a Mosca, ma non è certo il primo, né tantomeno il secondo, al massimo lontanamente un terzo, motivo che spiega la guerra di scelta della Russia.

Questa è una guerra imperiale condotta per negare l’esistenza dell’Ucraina e al suo popolo il diritto all’autodeterminazione all’interno di uno Stato libero e democratico. La resistenza dell’Ucraina è una lotta anticoloniale per l’indipendenza e la libertà. Dato che l’Unione europea si fonda – o dovrebbe fondarsi – sulla protezione dei valori della libertà, dei diritti umani e della democrazia, questo è in definitiva il motivo per cui l’Ucraina vuole entrare nell’Unione, proprio quando le truppe russe hanno attraversato i suoi confini.

Sciogliere le reticenze 

Dopo i primi cinque pacchetti di sanzioni approvati alla velocità della luce (considerando gli standard Ue), i leader europei hanno trascorso settimane a litigare sul sesto pacchetto contenente sanzioni petrolifere, apparentemente ostaggio dell’autocrate interno all’Ue, il primo ministro ungherese Viktor Orban. Alla fine, è stato raggiunto un accordo sull’embargo petrolifero, ma pieno di esenzioni, ritardi e tecnicismi da risolvere lungo il percorso.

L’Ue non ha ancora trovato un’intesa sul price cap ai prezzi dell’energia, che richiederebbe una maggioranza qualificata tra gli Stati membri. Sul gas russo, alcuni Stati membri come Bulgaria, Danimarca, Paesi Bassi, Finlandia, Lituania e la Polonia o hanno interrotto le forniture o è stata Mosca a fare la prima mossa, ma nella maggior parte dei casi il gas continua a fluire e gli europei continuano a riempire la casse di Mosca, ora nei famigerati “conti K” in euro e rubli. In alcuni Stati membri, la reticenza a sostenere militarmente l’Ucraina è (ri)emersa, con i famigerati ritardi nelle consegne di armi tedesche, o con la sempre maggiore opposizione politica al sostegno militare a Kyiv tra i partiti populisti italiani.

La domanda di adesione all’Ue discussa al Consiglio europeo

Tutto questo sta accadendo in vista del Consiglio europeo del 23-24 giugno, nel quale i capi di Stato e di governo sono chiamati a decidere se l’Ucraina, la Moldova e la Georgia possono diventare candidati all’adesione all’Ue, tenendo conto della valutazione della Commissione europea sui tre paesi.

L’Ue si è spesso vantata del proprio potere di trasformare gli altri. In effetti, l’Ucraina, come altri candidati, può e vuole essere trasformata. Ma ora non è solo l’Ue che sta cambiando l’Ucraina, ma l’Ucraina che può cambiare l’Ue, in meglio. Mentre le bandiere europee sventolano a Kyiv e le bandiere ucraine sventolano in tutta l’Unione, i leader europei non possono nascondersi dietro l’indecisione pubblica e devono raccogliere la sfida. Nathalie Tocci, AffInt 13

 

 

 

Migranti: ok a pacchetto Ue, solidarietà per aiutare Stati di primo ingresso

 

Lamorgese (min. Interno), “si attiverà effettivo meccanismo di redistribuzione”

Via libera dal Consiglio Affari interni dell’Unione europea al pacchetto attuativo della prima fase dell’approccio graduale in materia di Migrazione e Asilo, comprendente un meccanismo di solidarietà per aiutare gli Stati membri di primo ingresso e due regolamenti per rafforzare la protezione delle frontiere esterne dell’Unione europea.

Per il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, che ha partecipato ai lavori svoltisi a Lussemburgo, “si tratta di un avanzamento di rilevanza strategica verso una politica europea di gestione condivisa dei flussi migratori equilibrata ed ispirata ai principi di solidarietà e di responsabilità”. “Voglio dare atto alla Presidenza francese e al ministro Gérald Darmanin – ha proseguito la titolare del Viminale – dell’impegno profuso per realizzare quell’approccio graduale, da tempo auspicato, che oggi concretizza e lega i progressi sulla responsabilità a quelli sulla solidarietà, attivando un effettivo meccanismo di redistribuzione di migranti”.

“L’intesa raggiunta favorisce principalmente gli Stati membri che devono affrontare gli sbarchi a seguito di operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo e lungo la rotta atlantica occidentale e si fonda sull’assicurazione di offerte di quote adeguate di ricollocazione, già manifestata da un numero significativo di Stati membri”, ha aggiunto Lamorgese a margine dei lavori del Consiglio Affari Interni.

Già nei prossimi giorni, informano dal Viminale, sarà operativa una piattaforma ad hoc, coordinata da Presidenza e Commissione, per dare attuazione al meccanismo di redistribuzione. A.B. sir 10

 

 

 

 

Onu: un sistema imperfetto in un mondo ‘westfaliano’

 

Oltre a mettere fine all’immane tragedia dei lutti e delle devastazioni, vi è un’altra ragione per fermare la guerra di aggressione all’Ucraina e far tacere le armi. Il blocco navale attuato dalla Russia nel Mar Nero e le mine disseminate dall’Ucraina per ostacolare uno sbarco russo a Odessa impediscono che 22 milioni di tonnellate di grano raggiungano i mercati africani e del Medio Oriente. Inoltre, essendo pieni tutti gli stoccaggi è impossibile ricevere il nuovo raccolto, con il rischio sempre più concreto di far schizzare verso l’alto il prezzo del pane in molti paesi.

Il segretario delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha espresso il timore che sia in arrivo “un uragano di fame” se il grano dell’Ucraina resta bloccato e ha annunciato la creazione di un Global Crisis Response Group on Food, Energy and Finance dell’Onu, affidato al Vicesegretario Generale Amina Mohammed. David Beasley, capo del Programma alimentare mondiale, Agenzia dell’Onu, il 20 maggio, intervenendo al Consiglio di Sicurezza, ha definito la mancata apertura dei porti nella regione di Odessa “una dichiarazione di guerra alla sicurezza alimentare globale e si tradurrà in carestia, destabilizzazione e migrazione di massa in tutto il mondo”. Russia e Ucraina esportano più di un quarto della produzione mondiale di grano e la Russia è il maggior esportatore di fertilizzanti.

Lo sforzo diplomatico internazionale

In occasione del viaggio a Washington di metà maggio il Presidente del consiglio italiano Mario Draghi per primo ha parlato della necessità di un’iniziativa umanitaria per evitare lo scenario di una crisi alimentare a livello globale. La mossa di Draghi ha avviato uno sforzo della diplomazia internazionale per trovare una soluzione condivisa, e definire un accordo che consenta la creazione di corridoi marittimi nel Mar Nero per far passare, sotto scorta, le navi cargo con il grano. Si è così aperta una partita diplomatica in cui si è abilmente inserita la Turchia, che in base alla Convenzione di Montreux del 1936 controlla il regime di navigazione degli Stretti dei Dardanelli.

Sono emersi subito alcuni ostacoli: Kiev teme che lo sminamento delle acque del Mar Nero possa consentire alle navi da guerra russe di tentare lo sbarco a Odessa, Mosca chiede garanzie che le navi non trasportino armi per l’Ucraina, e soprattutto, per approvare il corridoio navale, ha posto come condizione che siano revocate le sanzioni – non vi è nessuna sanzione all’export di beni alimentari – o l’offerta dei soli porti sotto controllo russo per sbloccare l’export di grano.

Rotte alternative, via terra verso i porti baltici o polacchi, o via fiume fino al porto romeno di Costanza comportano una sfida logistica non indifferente, oltre a essere una parziale soluzione per le quantità limitate che sarebbero coinvolte. L’incontro dell’8 giugno a Ankara tra il presidente turco Erdogan e il ministro degli Esteri russo Lavrov metterà alla prova la buona volontà di evitare una catastrofe umanitaria. L’intesa che sembra profilarsi potrebbe affidare alla Turchia sia il compito di sminare le acque davanti a Odessa, che di scortare le navi cargo con il grano. Un’operazione che comporta anche rischi militari ed è quindi importante garantirne l’attuazione in sicurezza. La Turchia ha proposto un centro di coordinamento a Istanbul, sotto egida Onu.

Il ruolo dell’Onu nelle crisi

Il presidente francese Emmanuel Macron ha proposto l’adozione di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza a favore di questo corridoio navale “umanitario”, per dare un quadro chiaro e copertura politica all’operazione. Come opzione alternativa è stata presa in considerazione una risoluzione dell’Assemblea generale, che però non sarebbe un atto giuridicamente vincolante.

Si rafforza quindi il coinvolgimento delle Nazioni Unite, che hanno fornito supporto e protezione a milioni di civili ucraini che subiscono le conseguenze del conflitto, ma si caratterizzano sempre più come un’agenzia umanitaria. Aiutare a sbloccare l’uscita del grano dai porti dell’Ucraina per l’Onu non è solo contribuire a risolvere il problema dell’approvvigionamento mondiale di cibo, ma una questione esistenziale.

I limiti delle Nazioni Unite sono ben noti da tempo. Lo scoppio della guerra fredda, che ha minato l’assunto di fondo del perdurare dell’intesa tra le grandi potenze su cui si basava la costruzione concepita dal presidente americano Roosevelt, ha impedito il raggiungimento degli obiettivi originari della Carta di San Francisco firmata il 26 giugno 1945. Nonostante abbia varato missioni di peace-keeping, creato regimi sanzionatori e autorizzato interventi militari, l’Onu, ha fallito nel suo compito primario: assicurare pace e sicurezza internazionale.

Una riforma del Consiglio di Sicurezza?

L’incapacità di affrontare le più recenti crisi internazionali ha messo in luce l’esigenza di una significativa riforma dei suoi meccanismi istituzionali, in primis del Consiglio di Sicurezza, dove il diritto di veto concesso ai cinque membri permanenti si traduce nella paralisi decisionale. Più che mediare tra i diversi interessi delle maggiori potenze, il metodo di votazione dell’organo esecutivo è finalizzato a impedire che possa funzionare contro una di esse.

Cina, Russia e Stati uniti hanno usato in misura maggiore il diritto di veto, mentre Francia e Regno unito, soprattutto dopo il 1989, ne hanno fatto minor uso. Il sempre più basso numero di risoluzioni approvate ha reso evidente l’impasse decisionale. Siria, Crimea, Yemen sono le principali crisi in cui negli ultimi anni si è manifestata l‘incapacità di raggiungere un consenso nell’aula del Palazzo di vetro.

Certamente Cina e Russia si sono trovate spesso alleate nel difendere regimi dittatoriali e impedire risoluzioni di condanna, ma anche gli Stati Uniti, già durante la presidenza di George Bush, aggirando il ruolo dell’Onu nell’intervento in Iraq del 2003, e successivamente con Donald Trump, che ha ritirato Washington dal Consiglio dei diritti umani e dall’Oms, hanno contribuito al declino delle Nazioni Unite come arbitro delle dispute internazionali.

Multilateralismo e spirito cooperativo 

In questo “momento westfaliano” del sistema internazionale, dove gli stati rivendicano la loro sovranità e prevale la rivalità tra potenze, lo spazio per il ruolo delle Nazioni Unite si riduce inevitabilmente. Ciononostante, l’obiettivo di un’organizzazione basata sul multilateralismo cooperativo per arginare l’anarchia del sistema internazionale resta da perseguire.

Difendere il multilateralismo alla base della Carta di San Francisco, che incarna il principio della legalità internazionale e rappresenta un valore universale, dovrebbe essere un interesse anche di quei paesi che contestano “l’ordine internazionale liberale” stabilito dopo il secondo conflitto mondiale, e reclamano nuovi equilibri geopolitici. Marinella Neri Gualdesi, AffInt. 9

 

 

 

 

Messaggio dell’ambasciatore d’Italia in Germania Armando Varricchio per la Festa della Repubblica italiana

 

BERLINO – L’ambasciatore d’Italia in Germania Armando Varricchio ha rivolto ai connazionali un messaggio di auguri per la Festa della Repubblica italiana, ricordando come anche oggi si stia vivendo “un cambio epocale in Europa”.

“La guerra in Ucraina, che ancora una volta riporta il fragore delle armi nella nostra Europa, ci ricorda che i valori che davamo per scontati e i rapporti pacifici tra le nazioni non possono essere dati per acquisiti. Come tragicamente ci dimostrano le immagini di Bucha, Mariupol e Kiev, come ci dicono le notizie che filtrano da Mosca e da San Pietroburgo, i concetti di democrazia e repubblica, di libertà di espressione e di sovranità che ci rendono cittadini a pieno titolo devono essere difesi, curati e alimentati – ricorda Varricchio.

Egli richiama poi come in questo contesto si sia riscoperto “il ruolo della diplomazia, quella forza gentile di chi sa di dover parlare anche con chi non la pensa come noi”. “Come Ambasciata d’Italia in Germania – prosegue – abbiamo un compito di cerniera in questa fase per creare spazi di dialogo a tutti i livelli nel cuore dell’Europa, che oggi, specialmente da Berlino, guarda inevitabilmente al nostro confine orientale. Ma guardiamo in profondità anche all’interno della Germania dove tantissimi italiani e italiane contribuiscono a costruire la comune casa europea basata sui valori di cittadinanza e democrazia, ma anche di solidarietà e integrazione culturale”.

Varricchio dedica pertanto “un pensiero speciale a tutti gli italiani e le italiane che vivono in Germania, una grande e bellissima comunità che ha contributo e continua a contribuire in maniera essenziale allo sviluppo del Paese che ci ospita”. “Anche oggi – sottolinea l’Ambasciatore – l’ingegno italiano è essenziale per i centri di eccellenza scientifica della Germania, ne arricchisce il vasto panorama culturale e costruisce con la sua rete articolata di imprese, dalle più grandi a quelle familiari, la spina dorsale dell’economia del nostro continente”.

“La storia della Germania in Italia – aggiunge Varricchio – va ben oltre la sehnsucht per il vivere all’italiana, per la dolce bellezza del nostro paesaggio e l’ineguagliabile eleganza dei nostri centri urbani che ancora oggi attirano i nostri amici tedeschi. Quali conoscitori della nostra penisola come pochi altri al mondo, siamo lieti di accogliere i nostri amici tedeschi su percorsi nuovi di turismo consapevole, attivo e attento alla sostenibilità”.

“Dinnanzi alle sfide su molteplici fronti, dalla preservazione della pace alla lotta al cambiamento climatico, l’amicizia di due paesi che hanno condiviso una storia democratica e repubblicana consolidatasi nei decenni rappresenta un bene prezioso su cui costruire per i nostri figli e nipoti – conclude l’Ambasciatore. (Inform/dip 12)

 

 

 

 

Monaco di Baviera. Ricevimento del Consolato per la Festa della Repubblica

 

Monaco di Baviera. Riuscitissimo il Ricevimento dello scorso 2 Giugno, offerto in occasione della Festa della Repubblica dal Console Generale d'Italia a Monaco di Baviera, Dr. Enrico De Agostini e dalla gentile Signora Susan.

Una cerimonia che – come nel 2019, prima, appunto, dell'arrivo della pandemia –ha rivestito un'importanza particolare,  anche per  il luogo in cui si sono tenuti i festeggiamenti: l'atrio e il cortile interno della Gliptoteca di Monaco di Baviera, uno dei più famosi Musei tedeschi, come – del resto – hanno tenuto a ribadire nei loro interventi: il Ministro Plenipotenziario, Dr. Enrico  De Agostini e il Ministro di Stato per gli Affari Federali e i Media, Dr. Florian Hermann.

Al loro arrivo i numerosi invitati sono stati accolti dal Console Generale e dalla sua Signora, coadiuvati impeccabilmente dal Vicario Dr. Alfredo Casciello, dall'Assistente Dr. Marchiello e da altre Collaboratrici e altri Collaboratori, tra cui il "factotum" Giuseppe Bosso, che  –  con la loro proverbiale cordialità – hanno messo subito a proprio agio tutti i convenuti.

Come da Programma, la festa, ha preso il via alle 18:00. Nel corso della serata sono stati eseguiti: l'Inno Europeo, l'Inno Nazionale Tedesco, l'Inno della Baviera, e l'Inno degli Italiani, cantati a fior di labbra da molti dei presenti.

All'inizio della serata ha preso  la parola il Console Generale De Agostini, che ha cominicato il suo corposo e articolato discorso – in tedesco e in italiano –  salutando calorosamente  le autorità e gli ospiti presenti; a cominciare dal Ministro di Stato Dr. Florian Hermann, e continuando con la Presidente del Comites di Monaco Dr.ssa Daniela Di Benedetto, con la Presidente del Comites di Norimberga, Dr.ssa Nicoletta De Rossi, con la Direttrice dell'Istituto Italiano di Cultura di Monaco, Dr.ssa Giulia Sagliardi; e continuando con i suoi Collaboratori, con i Corrispondenti Consolari, con alcuni  Diplomatici, e terminando con i Rappresentanti  delle Forze Armate presenti, con gli operatori di vari Enti Internazionali di stanza a Monaco e dintorni e  con  diversi Imprenditori, Dirigenti Scolastici e  liberi professionisti. E si è particolarmente dichiarato compiaciuto di poter accogliere gli intervenuti in un luogo così prestigioso, rendendo così omaggio all'amica Baviera.

Il Dr. De Agostini, ha sottolineato pure l'importanza rivestita dal 76° Anniversario della nascita della Repubblica e dei 74 anni della Costituzione Italiana,  non mancando di menzionare gli strettissimi rapporti che legano l'Italia alla Baviera, alla Germania; non dimenticando, altresì, di accennare ai malesseri che affliggono attualmente i nostri Paesi e la nostra Casa Comune Europea, che rischia di disfarsi a causa di diversi fattori per nulla contingenti, peraltro, come il perdurare della pandemia, ma soprattutto al pericolo connesso a una Eskalation  in concomitanza con la vicenda dell'invasione dell'Ucraina da parte della Federazione Russa e degli interventi da parte dell'Europa, della Nato e degli Stati Uniti: di tutto l'Occidente.

Il Diplomatico ha continuato quindi, ricordando l'importanza dell'Italia e della Germania come Paesi fondatori della UE, come le prime due potenze industriali del Continente, non dimenticando di accennare all'impellente necessità di rivedere alcuni trattati dell'Unione, al fine di rafforzarne l'efficacia operativa e, non da ultimo, il sostegno dei più deboli, come, appunto, e come già detto: il sostegno dell'Ucraina.

Il Console Generale ha ricordato pure gli intensissimi scambi tra i due Paesi, nel campo delle importazioni ed esportazioni, per i flussi d'investimento, per le aziende italiane che operano in Germania, citandone a mo' di esempio alcune.

Il Diplomatico, infine, non ha mancato, inoltre, di ricordare la presenza in Baviera di 130.000 connazionali, - diverse migliaia in più dal suo arrivo a Monaco - una presenza storica e diffusa in tutte le attività e in tutti i settori sociali, che ha contribuito e contribuisce al successo del Freistaat e che continua a crescere con l'arrivo di numerosi studenti, ricercatori, professionisti, imprenditori. Una comunità che ci si auspica – ha continuato De Agostini – si possa maggiormente integrare sempre di più nel tessuto sociale e politico del Paese di accoglienza.

Concludendo infine il suo intervento De Agostini, dopo aver ripetuto alcuni passaggi precedenti, già espressi in tedesco, ha promesso agli ospiti italiani che l'Amministrazione – malgrado l'aumento dell'utenza della Circoscrizione a fronte della vistosa riduzione dell'organico del Consolato Generale – fidando soprattutto sulle qualità dei  Collaboratori interni ed esterni, e sui più sofisticati sistemi telematici, si sforzerà – ulteriormente – di venire maggiormente incontro alle esigenze e alle richieste sempre più complesse della nuova emigrazione. Non è un caso che, malgrado tutti gli intoppi, dovuti, soprattutto, alla pandemia e alle esigenze di riduzione dei contatti, ha parlato con soddisfazione dell'aumento del 50% di emissione di documenti e del 70% di registrazioni nello stato civile.  E ha terminato il suo intervento ringraziando i presenti per l'attenzione, augurando a tutti un buon proseguimento della serata.

Dopo un intermezzo musicale è seguito quindi  un  cordialissimo intervento del Ministro Bavarese, che, dopo aver  ringraziato il Console Generale e la sua Signora per il graditissimo invito e salutato tutti i presenti anche a nome del Presidente della Baviera Markus Söder e del Governo,  si è dichiarato anche lui compiaciuto del luogo scelto dal Console Generale, ribadendo alcuni punti già citati dal Diplomatico e non mancando di ricordare – come già affermato in passate occasioni da altri parlamentari bavaresi – che Monaco può essere considerata per la sua architettura (Chiesa dei Teatini, Loggia dei Marescialli, sempre nella Odeonsplatz), i Palazzi, le Residenze e per la vita che vi si respira nei locali, nelle piazze e nelle vie della città, una città italiana. Commentando anche di considerare questa sua partecipazione alla Festa della Repubblica, un primo assaggio delle vacanze che, prossimamente, trascorrerà in Toscana. E aggiungendo anche che gli italiani che vivono in Baviera (solo a Monaco 28.000!) e i numerosi turisti italiani, che visitano la capitale bavarese, mostrano di gradire sempre di più la vita in Baviera.

Tutto ciò anche a motivo dei legami tra i nostri due Paesi, non solo nel ramo del turismo, della gastronomia, di molte Università e Scuole, ma anche per gli stretti rapporti in seno all'Unione Europea. Così questa Festa Nazionale che oggi festeggiamo insieme – ha concluso il Dr. Hermann – dovrà segnare il superamento delle numerose difficoltà che affliggono e dividono attualmente l'Europa. Un'Europa Unita, un'Europa dei Popoli. Così, sia l'Italia che la Germania, ma anche le loro Regioni, come la Lombardia e la Baviera, sono e dovranno continuare a essere importanti pilastri nella comune Casa Europea; un'Europa, come già detto dal Console Generale, che sostenga validamente chi, attualmente, è vittima dei soprusi di chi si crede il più forte, ha concluso alla fine il Ministro, ringraziando anche lui gli intervenuti per l'attenzione.  

Al termine di questa prima parte della Festa, che iniziata alle 18:00,  si è protratta, poi fino alle ore 21:30,  è seguito l'invito da parte del Console Generale e della sua gentile Signora di servirsi del delizioso e variegato buffet (deliziosi stuzzichini di vario tipo; si ricorda inoltre lo squisito Prosciutto di Parma e un eccezionale caciocavallo, un salame, che più salame non si può; in ogni caso, anche i vegetariani non sono rimasti a bocca asciutta,  anche a motivo delle bevande.

Nel corso del rinfresco i presenti hanno avuto modo, così, poi di assistere a una graditissima sorpresa: il Ministro De Agostini ha svelato anche una sua segreta passione, quella di provetto cuoco, cimentandosi personalmente ai fornelli e cucinando con un altro chef un ragù di agnello e un piatto di cime di räpe con cechitelli. Scroscianti gli applausi a questa esibizione e anche alla indovinatissima esibizione di giovani cantanti di Bäri.

Tra i numerosi ospiti, alcuni dei quali anche visibili nelle foto che seguono, e non ancora nominati sopra, alcuni Funzionari del Consolato. Erano presenti inoltre:  il Corrispondente Consolare, Ing. P. Benini; l'Ing. C. Cumani (già Presidente del Comites di Monaco) con la sua gentile Signora; l'Imprenditore Uff. R. Farnetani; il Corrispondente Consolare, Avv. Kreuzer (già Console Onorario di Norimberga);  il Corrispondente Consolare, nonché Vicepresidente Vicario delle ACLI Baviera, Dr. F. A. Grasso;   il Signor R. Salvatore, Presidente dell'Associazione Nazionale Alpini, ANA, Gruppo Monaco di Baviera; il Rettore della MCI di Monaco, Padre G. Parolin,    il Corrispondente Consolare, Comm. A. Tortorici;  la Dr.ssa P. Zuccarini; il Prof. Macrì e Consorte, la Dr.ssa M. Kiderle... Inoltre: diversi membri dei Comites di Monaco e di Norimberga; alcuni membri del Gruppo ANA, tra cui il già nominato G. Bosso; Lettori Universitari e Professori di Liceo, Direttori Scolastici, Responsabili di Musei e Gallerie di Monaco, e Scrittori, Registi (Dr. A. Melazzini). E tanti altri...

Fernando A. Grasso, de.it.press 13

 

 

 

 

Francoforte: riparte con l’intervista al fisico Paolo Ferri la rubrica del Consolato

 

Francoforte - Il Consolato Generale d’Italia a Francoforte riprende la rubrica online “10 minuti con…” con un’intervista al fisico Paolo Ferri, dedicata al suo ultimo fresco di stampa uscito pochi giorni fa dal titolo “Il lato oscuro del sole” (Laterza 2022). L’intervista è condotta da Michele Santoriello e Maria Cristina Belloni, dell’Ufficio culturale del Consolato, e si può vedere on line, sul canale YouTube del Consolato generale, ItalyinFFM.

L’avvento dell’era spaziale ha permesso agli scienziati di inviare sonde interplanetarie a studiare il Sole dallo spazio, al di sopra dell’atmosfera terrestre, e poi anche di andare a osservarlo da vicino, sfidando l’enorme flusso di calore e di radiazioni. L’Europa, attraverso l’Agenzia spaziale europea, ha partecipato fin dall’inizio all’enorme sforzo scientifico e tecnologico di inviare sonde spaziali sempre più sofisticate in missioni sempre più ambiziose: da Ulysses, Soho e Cluster, a Venus Express, poi a Bepi Colombo, diretta verso il pianeta Mercurio e infine a Solar Orbiter, la missione più ambiziosa mai ideata per lo studio ravvicinato della nostra stella.

Paolo Ferri, fisico teorico, ha lavorato per oltre 37 anni al centro di controllo dell’Agenzia spaziale europea a Darmstadt, in Germania. Nella sua carriera ha vissuto direttamente gran parte della storia dell’esplorazione spaziale europea ed è stato responsabile delle operazioni di volo di numerose missioni scientifiche, tra cui Cluster, direttore di volo di Venus Express, capo progetto del segmento di terra di Bepi Colombo e Solar Orbiter.

Il suo è dunque, un racconto in prima persona, che porta non solo a conoscere le scoperte e gli strumenti che le hanno rese possibili, ma anche a condividere le emozioni che hanno accompagnato lo sviluppo e il successo delle missioni spaziali.

Per il ciclo “Pier Paolo Pasolini 100”, invece, domani, 14 giugno, alle ore 19.30, nella sala conferenze del Deutsches Filmmuseum di Francoforte sul Meno verrà presentato il volume Pier Paolo Pasolini. Gespräche und Selbstzeugnisse, a cura e con prefazione di Gaetano Biccari (Wagenbach 2022).

L’incontro si iscrive nel ciclo “…si vive per sperimentare la vita/…man lebt, um das Leben auszuprobieren” Pier Paolo Pasolini (1922–1975) – Lyriker, Essayist, Filmemacher, frutto della collaborazione tra la Deutsch-Italienische Vereinigung di Francoforte, il Consolato Generale, il Filmmuseun, l’Italienzentrum dell’Università “Johann Wofgang Goethe”, La Frankfurter Stiftung für deutsch-italienische Studien. Il curatore del volume, il dr. Gaetano Biccari, dialogherà con il dr. Philip Stockbrugger. (aise/dip 13) 

 

 

 

 

Cosmo (ex-radio Colonia), le ultime puntate

 

03.06.2022 Germania e Italia fanno abbastanza per l'Ucraina?

Mentre la guerra in Ucraina arriva al suo centesimo giorno, il cancelliere Olaf Scholz risponde alle tante critiche di chi in Germania e all'estero accusa il governo federale di fare troppo poco per Kiev e annuncia l'invio di notevoli forniture militari agli ucraini. Ma sono giustificate le accuse delle ultime settimane a Scholz e al governo tedesco? Veramente la Germania ha fatto finora troppo poco per gli ucraini? Cerchiamo di rispondere a questa domanda con il nostro Enzo Savignano e con l'editorialista della Süddeutsche Zeitung, Daniel Brössler. Con il giornalista e autore Guido Rampoldi facciamo, invece, il punto sugli aiuti militari italiani all'Ucraina.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/germania-italia-fanno-abbastanza-per-ucraina-100.html

 

02.06.2022 AAA Personale cercasi in Germania

Il mondo del lavoro tedesco cerca urgentemente personale, specializzato e non: ma in quali settori? E quali sono le cause? Ci presenta dati e informazioni fondamentali Enzo Savignano. Ascoltiamo poi l'esperienza di un asilo italo-tedesco di Colonia, con Antonella Abbruscato, e di Stefano Bortolot che ha una gelateria a Cochem. Nel mondo dell'educazione e della ristorazione, oltre che nella sanità, la carenza di aspiranti lavoratori è infatti molto grave.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/cercare-trovare-lavoro-in-germania-100.html

 

01.06.2022 La Germania punta sull'eolico

È una vera e propria accelerata nel campo dell'energia eolica, quella che si sta osservando in Germania: per l'arrivo al governo dei Verdi ma anche per la necessità di smarcarsi dal gas russo. Enzo Savignano ci spiega come il governo tedesco vuole raggiungere i suoi obiettivi, mentre con due esperti del Fraunhofer Institut parliamo degli ostacoli da superare. Di eolico in Italia e di "Beleolico" parliamo invece con Davide Chiaroni del Politecnico di Milano.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/eolico-germania-ue-100.html

 

31.05.2022 Il mondo del calcio in Germania e non solo

Se negli ultimi anni è il calcio inglese a farla da padrone in ambito europeo, in Germania si assiste al predominio del Bayern Monaco. La squadra bavarese, infatti, quest’anno ha vinto per la decima volta consecutiva la Bundesliga, segnando così un record europeo, almeno tra i campionati maggiori. Allo stesso tempo abbiamo una squadra come l’Eintracht Francoforte, che in Bundesliga è solo undicesima e però vince l’Europa League.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/calcio-bayern-finanza-100.html 

 

30.05.2022 Referendum 2022 sulla giustizia. Si avvicina la scadenza referendaria a cui sono chiamati a partecipare anche gli italiani all'estero. Vi spieghiamo il contenuto dei quesiti referendari e le modalità di voto con Enzo Savignano in studio. A difendere le ragioni del sì Marco Bentivogli, sindacalista e co-fondatore di Base Italia. Per il no invece abbiamo sentito Alfonso Gianni del "Comitato per il no ai referendum sulla giustizia". https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/referendum-giustizia-100.html

 

27.05.2022 Dibattito sull'allargamento della Nato

A 25 anni dal "Patto fondatore" tra Russia e Nato che doveva garantire la pace in Europa, l'alleanza atlantica è in fase di espansione in seguito all'aggressione russa in Ucraina. Enzo Savignano ci spiega come funziona l'iter di adesione alla Nato, sul no di Erdogan all'ingresso di Svezia e Finlandia abbiamo parlato con la collega di Cosmo Fulya Cansen. Francesco Randazzo, docente di relazioni internazionali, ci parla dello stato delle forze armate russe.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/dibattito-sull-allargamento-nato-100.html 

 

25.05.2022 9-Euro-Ticket, rivoluzione nei viaggi in Germania. Per tre mesi sarà possibile viaggiare in tutta la Germania con un biglietto da 9 euro al mese, sui treni regionali e su bus e tram locali. Vi spieghiamo tutto quello che c'è da sapere sul 9-Euro-Ticket, ma anche quali sono le critiche, ad esempio di Pro Bahn, e i rischi di questa misura del governo tedesco contro il carovita e a favore di una mobilità più sostenibile. Con Roberto Boni, esperto di mobilità, parliamo poi della transizione al motore elettrico nei trasporti pubblici e nelle auto private.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/9-euro-ticket-biglietto-nove-euro-germania-100.html 

 

24.05.2022. Niente sanzioni: la fine di Hartz IV? Il Bundestag dice sì alla sospensione delle sanzioni previste per i percettori del sussidio di disoccupazione di lunga durata. La decisione è un primo passo verso la riforma del welfare tedesco? Discordanti le reazioni della politica e nei Jobcenter. Alessia Marusco, responsabile del Centro di Consulenza per migranti presso la Croce Rossa di Düsseldorf, racconta la sua esperienza di lavoro accanto ai disoccupati stranieri. Infine l’economista Mario Deaglio traccia un bilancio sul reddito di cittadinanza in Italia. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/hartziv-sanzioni-100.html

 

23.05.2022. 30 anni fa la strage di Capaci. La politica e la società tedesca ancora fanno fatica a comprendere il fenomeno mafioso, ne parliamo con Alessandro Bellardita, magistrato in Germania, giornalista e autore. Abbiamo chiesto a Giuseppe Ayala, amico e braccio destro di Falcone, di raccontarci il suo rapporto con il giudice palermitano a 30 anni dalla morte. Una delle principali attività della mafia è il controllo della filiera dei prodotti agricoli che finiscono sulle tavole dei consumatori europei: i dettagli da Enzo Savignano.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/falcone-agromafie-ger-100.html 

 

Vivere in Germania

Scopri il nostro formato video per rispondere alle domande più frequenti degli italiani che vivono in Germania. O che stanno pensando di trasferirsi. Guarda i video con Luciana Mella sulle cose più importanti da sapere sull’AIRE, sull’assicurazione sanitaria - la Krankenkasse -, sul sistema scolastico ma anche sul mondo del lavoro, su Hartz IV e altri sussidi e sulla ricerca di una casa:

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/dossier-e-speciali/vivere-in-germania-100.html

 

Musica italiana non stop. Il nostro web channel COSMO Italia inoltre ti offre due ore di musica non stop, che puoi ascoltare 24 ore su 24 sulla nostra pagina internet, sulla app di COSMO e su Spotify.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/channels/italia-channel-100.html

 

Ascolta COSMO italiano

Podcast:

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/index.html

App:

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Streaming e radio:

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Facebook https://www.facebook.com/cosmoitalienisch  de.it.press

 

 

 

 

A Stoccarda uno sportello di ascolto e di consulenza per le donne

 

Le ACLI Baden-Württemberg annunciano l’apertura di "Ti ascolto", "sportello di ascolto e consulenza psicologica” per le donne (senza distinzione di etnia, religione, orientamento sessuale) che vivono a Stoccarda e dintorni.

Il servizio, solo in lingua italiana, è “gratuito*” e viene svolto da Alessia De Carlo, psicologa dello sviluppo, iscritta all’albo degli psicologi della Regione Toscana.

Il servizio di ascolto e consulenza psicologica è rivolto a tutte coloro che necessitano di sostegno psicologico nei casi di: Stress ed emozioni,  Gestione dell’ansia, Abitudini nocive,  Rapporto genitori-figli adolescenti,   Autostima ed autoefficacia, Motivazioni ed obiettivi, Crescita personale.

Le consulenze si svolgeranno il lunedì dalle ore 14:00 alle ore 16:00 solo su appuntamento telefonico al numero 015223842070

Il servizio si svolge presso il FIZ – Fraueninformationszentrum – Moserstr. 10 - 70182 Stuttgart.

I colloqui si svolgeranno nel completo rispetto delle norme sulla privacy, in modo da garantire alle utenti la massima riservatezza.

*Gratuito: sono gratuiti i primi cinque colloqui per persona. Info presso: alessia@fuchwaldstrasse.de  -   aclibw@yahoo.de

Chi è Alessia De Carlo.

Alessia De Carlo è una psicologa dello sviluppo e dell'educazione con esperienza di insegnamento nella scuola italiana per oltre 10 anni. Psicologa dal 2007, iscritta all'albo degli Psicologi della Toscana e collabora con "Guida Psicologi. È specializzata nelle difficoltà di relazione, trattamento dello stress e dell'ansia. Si occupa inoltre di empowerment e crescita personale".

Pino Tabbì, ACLI Baden-Württemberg (de.it.press)

 

 

 

 

Monaco di Baviera. “Rinascita” celebra il 50° anniversario dei Giochi Olimpici del 1972

 

Monaco di Baviera - L’associazione “Rinascita”, in collaborazione con il Comites e il Circolo Cento Fiori, il prossimo 2 luglio parteciperà alle celebrazioni del 50° anniversario dei Giochi Olimpici di Monaco 1972.

“Con questa partecipazione vogliamo apportare il contributo degli italiani a Monaco di Baviera in un evento simbolo di condivisione di cultura, sport e pace tra i popoli”, spiega l’associazione rilanciando l’invito a partecipare a tutti i connazionali.

L'evento inizierà alle 10.30 con una parata dalla Alte Pinakothek alla Coubertinplatz. Il percorso esatto è di circa 4,2 km. In seguito, tutti i visitatori saranno invitati a partecipare alla celebrazione congiunta nel parco olimpico.

Sul lago del parco verrà offerto un ampio programma, naturalmente gratuito. Contemporaneamente, si svolgeranno il "Festival dei giochi, dello sport e dell'arte" e i "Giochi sportivi di Monaco". Ci sarà anche un'offerta gastronomica.

Al punto di partenza, dalle 9.30 circa, Simonetta Soliani distribuirà a ciascun partecipante 1 braccialetto, 1 bandierina italiana e 1 maglietta blu con la scritta "Italia" da indossare durante la sfilata [fino ad esaurimento].

La sfilata si svolgerà anche in caso di pioggia. (aise/dip 19) 

 

 

 

 

Benvenuti a Berlino: 2° incontro informativo con il Comites su fisco e tasse

 

Berlino. Si terrà il prossimo 30 giugno, alle ore 18.00, in diretta streaming sulla pagina Facebook del Comites Berlino, il secondo incontro informativo di quest’anno della serie “Benvenuti a Berlino” a tema Fisco e tasse.

Benvenuti a Berlino è il ciclo di incontri informativi organizzato dal Comites della circoscrizione consolare di Berlino, Brandeburgo, Sassonia, Sassonia alta e Turingia, dall'Ambasciata d'Italia e da Il Mitte - Quotidiano di Berlino per italofoni, per spiegare ai nuovi arrivati e non, tutto quello che c'è da sapere per una vera integrazione in Germania.

Il secondo incontro del nuovo ciclo, approfondisce le tematiche legate al tema della fiscalità in Germania. Introdotto dalla Presidente del Comites Berlino Katia Squillaci, si terrà in modalità online con una diretta streaming sulla pagina Facebook del Comites Berlino, per permettere la più ampia partecipazione possibile anche da parte dei tanti e delle tante connazionali che vivono fuori dalla capitale tedesca.

Quali sono le scadenze e i tempi per la dichiarazione dei redditi in Germania? Chi può svolgere questa mansione in Germania, a chi possiamo affidarci, e cosa possiamo fare da soli? Parlando di italiani in Germania: dove si ha la residenza fiscale e cosa la determina? Dove si è tenuti a pagare le tasse?

A queste domande e ad una serie di quesiti fondamentali in questo senso è Giorgio De Cesare, consulente fiscale aziendale.

A moderare l’incontro Lucia Conti direttrice de “Il Mitte”.

Nella prima parte dell’incontro, l’ospite fornirà una serie di informazioni generali sul tema della serata, mentre nella seconda parte si lascerà ampio spazio alle domande da parte del pubblico. (aise/dip) 

 

 

 

 

IIC di Amburgo. “Andar per caffè”, viaggio virtuale attraverso alcuni caffè storici d’Italia. Prima tappa il Caffè Tommaseo di Trieste

 

Aamburgo. L’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo ha lanciato lo scorso 1° giugno il nuovo progetto “Andar per caffè”, un viaggio virtuale attraverso alcuni dei caffè storici d’Italia.

Prima tappa di questa serie, che si inserisce nell’ampia programmazione digitale dell’Istituto, è il Caffè Tommaseo di Trieste.

Inaugurato nel 1830, il Caffè Tommaseo è il più antico caffè ancora in funzione nella città di Trieste. Il locale fu uno dei centri del movimento irredentista triestino, sviluppatosi in Italia a partire dal 1866, e ancora oggi è un luogo di ritrovo per commercianti, artisti e intellettuali triestini. Il palazzo che lo ospita fu costruito nel 1824 su iniziativa di due mercanti mantovani, i fratelli Felice e Vitale Vivante, che commissionarono all’architetto triestino Antonio Buttazzoni il progetto in piazza dei Negozianti, oggi chiamata piazza Niccolò Tommaseo. Sei anni più tardi, il padovano Tomaso Marcato aprì il Caffè Tomaso al piano terra dell’edificio, abbellendo la caffetteria con sedie realizzate dall’ebanista Michael Thonet e specchi da parete belgi; inoltre commissionò al pittore friulano Giuseppe Gatteri la decorazione murale. Marcato organizzò anche numerosi concerti e mostre d’arte di noti pittori e fu il primo a introdurre la tradizione del gelato a Trieste. Nel 1844 nel caffè venne introdotta l’illuminazione a gas, che per l’epoca era considerata all’avanguardia della tecnica. Nel 1848 il locale fu ribattezzato Caffè Tommaseo, in onore dello scrittore e patriota dalmata Niccolò Tommaseo. Dopo l’esecuzione a morte di Guglielmo Oberdan nel 1882, apice del movimento irredentista triestino, il nome della caffetteria fu cambiato in Caffè Tomaso per paura della reazione delle autorità austro-ungheresi. Solo quando le prime truppe italiane sbarcarono al molo Audace di Trieste il 3 novembre 1918, unendo così la città all’Italia, il locale venne nuovamente ridenominato Caffè Tommaseo. Il 7 aprile 1954 il locale è stato ufficialmente dichiarato monumento storico e artistico. Negli anni 1984-1986 il palazzo fu ristrutturato dalle assicurazioni Generali, mentre nel 1997, su iniziativa del nuovo proprietario, i locali sono stati completamente ristrutturati e gestiti secondo l’originale tradizione della caffetteria viennese. La decorazione interna originale è stata in gran parte conservata.

Il nuovo progetto online dell’IIC di Amburgo racconta un affascinante pezzo di storia italiana: luoghi dal libero accesso e preziosi scrigni di memoria collettiva, i caffè hanno rappresentato cruciali punti di incontro e importanti luoghi di elaborazione culturale per artisti e letterati, oltre che una tappa fondamentale per la definizione della nuova società borghese italiana. Attraverso la loro storia, gli arredi originali, le testimonianze fotografiche e letterarie, i caffè storici restituiscono un osservatorio sulla sfera pubblica del Paese, sulla definizione e sul cambiamento della percezione del tempo libero, sulla storia di imprese familiari e sul difficile tentativo di preservare l’identità storica e culturale.

Il progetto “Andar per caffè” è fruibile attraverso i canali social dell’Istituto e si avvale di una importante galleria di immagini, frutto del coinvolgimento degli enti proprietari, e della piattaforma openstreetmap, per offrire al pubblico una consultazione “geografica” delle tappe (13 in tutto con appuntamento fino alla fine di agosto una volta la settimana il mercoledì) e suggerimenti per un prossimo viaggio in Italia.

Il progetto e i testi sono stati curati da Anna Vittoria Aiello, studentessa del corso di laurea magistrale in Lingue Straniere per la Comunicazione Internazionale presso l’Università degli studi di Torino, che ha svolto un periodo di tirocinio presso l’IIC di Amburgo nell’ambito della convenzione Maeci-Miur-Crui.

Le prossime tappe del viaggio alla scoperta dei caffè storici italiani saranno: Caffè Florian, Venezia; Caffè Pedrocchi, Padova; Café Pasticceria Gamberini, Bologna; Caffe Gilli, Firenze; Caffè Meletti, Ascoli Piceno; Antico Caffè Greco, Roma; Gran Caffè Gamrbinus, Napoli; Caffè Pasticceria Stoppani, Bari; Gran Caffè Renzelli, Cosenza; Caffè Sicilia, Noto.

Il progetto segue i successi dei precedenti: Piccole fughe e Tesori di mare, alla scoperta di mete nascoste e di borghi pittoreschi, nel 2020; Andar per castelli, Piazza Dante e Andar per isole, nel 2021; e Andar per giardini, un viaggio attraverso l’Italia per scoprire alcuni dei giardini storici che da secoli arricchiscono e definiscono il territorio della Penisola, terminato da poco.

(Inform/dip 13)

 

 

 

Auto sulla folla a Berlino: morta insegnante, 12 feriti

 

Alcuni sono in gravi condizioni. Arrestato il conducente, un 29enne, bloccato dai passanti mentre tentava la fuga. Nell'auto trovati manifesti sulla Turchia

In Germania un'auto si è schiantata sulla folla a Berlino, provocando 1 morto e 12 feriti, 6 in condizioni molto gravi. La vittima è un'insegnante. La donna, scrive la Bild, si trovava con i suoi studenti sulla Tauentzienstrasse.

CHI E' L'ARRESTATO - Il conducente dell'auto, una Renault Clio, è stato fermato dalla folla mentre stava cercando di fuggire. E' stato consegnato alla polizia che lo sta interrogando. L'uomo arrestato ha 29 anni, è cittadino tedesco di origine armena e risiede nella capitale, ha reso noto la polizia. Era già noto alle forze dell'ordine per reati contro il patrimonio.

NELL'AUTO MANIFESTI SULLA TURCHIA - Nell'auto sono stati trovati dei manifesti relativi alla Turchia. Lo ha detto la ministra dell'Interno di Berlino, Iris Spranger, che avrebbe spiegato che nell'auto non sarebbe stata trovata una "lettera di confessione", come riportato da alcuni media, ma appunto questi cartelli.

I TESTIMONI - L'auto ha investito un gruppo di insegnanti e studenti proveniente dall'Assia, secondo quanto riporta Focus.de citando una testimone che ha cercato di prestare soccorso e sostegno al gruppo di ragazzi sotto shock dopo l'impatto.

L'auto che è piombata sulla folla prima di finire la sua corsa dentro una vetrina viaggiava ad alta velocità, circa 150 Km/h lungo la Tauentzienstrasse, ha detto a Berliner Morgenpost un testimone oculare, il cui veicolo è stato sfiorato dalla Renault coinvolta nell'incidente.

L'ATTACCO AL MERCATINO DEL 2016 - Il luogo in cui l'auto ha investito la folla è l'incrocio tra la Rankestrasse e la Tauentzienstrasse, in corrispondenza della Breitscheidplatz, dove il 19 dicembre 2016 un camion investì un mercatino di Natale uccidendo 12 persone e ferendone 56. Alla guida del mezzo Anis Amri, rimasto ucciso pochi giorni più tardi a Sesto San Giovanni durante un controllo della polizia. Adnkronos 8

 

 

 

La necessità della difesa comune europea e il riarmo della Germania

 

L’invasione dell’Ucraina è stato un brusco risveglio per chi pensava che un evento del genere non potesse mai verificarsi in Europa. Sulla spinta della tragedia in corso è tornata d’attualità l’esigenza di dotare l’UE di uno strumento adeguato per una difesa comune, ma raramente si va oltre l’auspicio di una svolta che, alla fine, lascia il tempo che trova.

La situazione attuale è tutt’altro che rassicurante: la Nato vede tuttora una preponderante presenza degli Stati Uniti, che però guardano soprattutto alla Cina come rivale da fronteggiare in questo momento storico. Nell’Unione Europea ci sono divergenze sostanziali tra i Paesi dell’Est, sfuggiti alla sfera d’influenza sovietica dopo la caduta del muro di Berlino, marcatamente nazionalistici e inclini a creare un rapporto preferenziale con Washington e, il nucleo degli Stati fondatori più portati a rafforzare l’integrazione.

La sfida di Putin, forte della dipendenza dal gas russo di importanti economie, come quella italiana e tedesca, si è inserita in un contesto già di per sé problematico. L’Europa non solo non può cedere ai ricatti di Putin, ma deve trattare alla pari, non su posizioni terzaforziste da nessuno giudicate credibili e, falsamente, autonome.

Se la politica di sicurezza e difesa dell’UE è uno stress-test per capire le difficoltà di un processo decisionale sempre più verticalizzato nel Consiglio Europeo e, se la difesa europea dipende dalla capacità di coordinare al meglio le difese nazionali, dove esiste non solo un problema di inefficienza e diseconomia nella spesa militare, ma anche di grave asimmetria, il massiccio riarmo della Germania, seppure necessario, è destinato ad ostacolare e non certo a rafforzare la difesa comune.

Come già avvenuto sul piano economico durante la crisi finanziaria del 2008, una Germania militarmente forte, in caso di crisi, è spinta a declinare la politica europea della difesa solo in funzione dei propri interessi geopolitici e geoeconomici.

Inaccettabile per i Paesi dell’Est europeo, la cui visione politica su come garantire la sicurezza europea non coincide con quella tedesca e dei Paesi centrali dell’Eurozona, Italia compresa. La militarizzazione separata rischia di essere messa così al servizio di interessi geopolitici e geoeconomici divergenti e di difficile ricomposizione, anzi, se ciò dovesse accadere ad opera della Nato, sarebbe sempre sulla base di priorità strategiche non europee.

Emerge, ancora una volta, l’ignoranza del passato, di quel XX secolo che dovrebbe insegnare proprio per l’atrocità di ben due guerre mondiali che, quando è in gioco la sicurezza, bisogna superare la logica intergovernativa, che genera solo divisioni difficili da ricomporre e capire, invece, che occorre dominare gli eventi e non lasciarsi dominare da essi nell’immediatezza del loro accadere. di Angela Casilli, de.it.press 14

 

 

 

 

Salario minimo. Passi avanti in Ue. Schmit (Commissione): “Non lo imponiamo all’Italia”

 

Al termine di un faticoso tour negoziale, nella notte è arrivata l’ufficialità dell’accordo provvisorio sulla nuova direttiva Ue. Ridurre le diseguaglianze sociali, combattere la povertà e migliorare la vita dei cittadini europei sono gli obiettivi di una norma che interviene sulle retribuzioni minime e sulla contrattazione collettiva - Alberto Baviera

 

Strasburgo. “In Italia c’è un ampio dibattito in atto in questo momento per vedere come rafforzare il sistema delle contrattazioni collettive. Dall’altro lato bisogna vedere se non sia arrivato il momento di introdurre un salario minimo, che noi non imponiamo all’Italia”. Lo ha chiarito Nicolas Schmit, commissario europeo per il Lavoro e i diritti sociali, intervenendo in conferenza stampa, a Strasburgo, per presentare l’accordo provvisorio al termine del Trilogo (Commissione, Consiglio e Parlamento europei) sulla nuova direttiva relativa ai salari minimi adeguati nei Paesi dell’Ue. Al suo fianco Dragos Pîslaru, europarlamentare romeno che presiede la Commissione per l’occupazione e gli affari sociali, e i correlatori del provvedimento, il tedesco Dennis Radtke e l’olandese Agnes Jongerius. I volti non nascondono stanchezza ma anche soddisfazione. L’accordo, infatti, è arrivato nella notte.

Un passo definito “storico” per i lavoratori europei anche se prima che diventi una realtà ci vorranno almeno un paio di anni: quanto siglato dovrà essere confermato dal Comitato dei rappresentanti permanenti dei governi degli Stati membri dell’Unione europea (Coreper) prima dell’approvazione sia del Consiglio che del Parlamento europeo. Successivamente gli Stati membri avranno due anni per recepire la direttiva nel diritto nazionale. Una volta adottata, la nuova legge promuoverà l’adeguatezza dei salari minimi legali e contribuirà a raggiungere condizioni di lavoro e di vita dignitose per i lavoratori europei tenendo conto, ha spiegato Pîslaru, “delle diversità esistenti nei Paesi e delle buone pratiche” già in atto. Reduci da un faticoso tour negoziale, gli europarlamentari hanno rimarcato come con questa direttiva “il pilastro sociale è realtà”. Per Jongerius, “i lavoratori sono i vincitori di tutto questo programma” perché “essere tutelati dalla contrattazione collettiva è la miglior protezione contro la povertà lavorativa”.

Il tasso fissato dalla direttiva è di almeno l’80%, “un aspetto che è molto vincolante”, ha precisato Radtke. Relativamente alle retribuzioni, l’europarlamentare tedesco ha spiegato che con la nuova norma “diciamo agli Stati membri che i salari minimi sono adeguati se rappresentano il 60% del salario medio” nel Paese.

Da un’analisi di questo indice, ha sottolineato Jongerius, “oltre ai Paesi Bassi ci sono altri 22 Stati membri a dover aumentare il salario minimo”, un intervento che “complessivamente riguarda 24 milioni di lavoratori in Europa”. Per questo tra Strasburgo e Bruxelles sono convinti che si tratti di una direttiva che “farà davvero la differenza”. E che, ha rilevato Schmit, è una prima risposta a ciò che emerso durante i lavori della Conferenza sul futuro dell’Europa quando i cittadini hanno chiesto l’introduzione dei salari minimi perché “nessuno deve vivere in povertà mentre lavora”. Il provvedimento compie un passo importante in una fase congiunturale difficile: in una situazione di forte inflazione – è stato rilevato – i salari bassi non devono risentire di questo aumento. Inoltre, l’imperativo del commissario, “non dobbiamo ridurre i salari reali perché ci portano a stagflazione”.

Le istituzioni europee sono convinte di aver trovato un buon punto di equilibrio tra le esigenze dei lavoratori – “anche i datori di lavoro hanno interesse a che ci siano salari minimi”, ha osservato Schmit – e le realtà dei singoli Paesi, dove non manca un dibattito a volte acceso. Dalla Svezia alla Danimarca, dalla Germania all’Italia non mancano le critiche, i timori, i rilievi. Ma europarlamentari e commissario si sono detti ottimisti per un esito positivo per la direttiva. Riguardo all’Italia, poi, Schmit ha affermato di essere “molto fiducioso che alla fine il governo italiano e le parti sociali, che hanno un ruolo importante, raggiungeranno un buon accordo per rafforzare le contrattazioni collettive, soprattutto per coloro che non sono ben tutelati. Per poi giungere alla conclusione che potrebbe essere importante introdurre il sistema del salario minimo in Italia. Ma spetta al governo italiano e alle parti sociali farlo”. Sir 7

 

 

 

La realtà

 

Questo quindicinale è una certezza che merita d’essere approfondita. Intendiamo valorizzarne le specifiche competenze. Non solo per una questione di criterio. Saremo, infatti, operativi nella misura in cui i Lettori intenderanno servirsene.

 

Il “Progetto” vuole essere un naturale polo d’informazione su quanto può interessare la nostra Comunità in Germania. I problemi, di norma, non hanno confini geografici; semmai politici. Ed è per questo motivo che il nostro impegno resta distribuito a livello internazionale.

 

In seguito, andremo a specificare anche distinte realtà continentali. La nostra disponibilità resta a tutto campo. Con l’opportunità di fornire un contributo informativo a chi è intenzionato a chiederlo.

 

Siamo sicuri che l’iniziativa non sarà messa in disparte; anche perché è l’unica a prendere atto dei molteplici settori che possono interessare i Connazionali all’estero e non solo. L’invito resta evidente: “Fateci conoscere ciò che vi può interessare sia nei Paesi ospiti, sia in Patria”.

 

La realtà è, riepilogando, come l’abbiamo rilevata. Siamo certi che l’operatività del “Progetto” continuerà ad avere utili riscontri. Intanto, invitiamo i Lettori a segnalarci i loro punti di vista; anche perché il nostro impegno non ha né confini politici né, tantomeno, territoriali. Questa realtà editoriale è, e rimane, un servizio.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Povera repubblica italiana

 

Premetto al lettore che questo articolo potrebbe “apparire” scorretto ma, mi creda, non lo è. E’ semplicemente empirico perché si basa sui dati e sui fatti. Pochi giorni fa siamo stati assaliti da innumerevoli e altisonanti peana in Tv, nelle radio e sulla carta stampata per la ricorrenza della festa della Repubblica del 2 giugno. Giustissimo onorarla e festeggiarla perché è stata una grande conquista dei nostri Padri. Però qualcosa di enorme le è stato caricato sulle spalle e che offusca e lede la sua forza intrinseca. Se questi fardelli non le saranno prima alleggeriti e, poi, tolti sarà difficile che essa potrà svilupparsi ma potrà, al massimo forse, sopravvivere. I fardelli sono di 4 tipi e tutti rilevanti. I primi due sono la “giustizia e la stampa” che marciano a braccetto da un trentennio fatte salve isolate eccezioni. Il fenomeno del processo mediatico vede all’opera alcune procure ed alcune testate che sbattono il mostro di turno in prima pagina e, senza che questi ne sia informato, si trova già esposto al pubblico ludibrio. L’opera viene completata nel pomeriggio e di sera dove, sedicenti talk show, distruggono completamente il povero malcapitato di turno. Purtroppo questa situazione, a dir poco illiberale, va avanti da 30 anni circa e la politica non è riuscita mai a tentare un riequilibrio basti guardare quello che va sotto l’abusato nome di “riforma Cartabia” che non riforma nulla sottoposta, come è stata, a un tirar di giacca da tutte le parti. Neanche le grandi denunce fatte da Palamara hanno smosso, sostanzialmente, le acque chete della nostra giustizia.

Il terzo punto riguarda il “fisco”. La questione fiscale in Italia è sempre stata, a dir poco, paradossale infatti da un lato si promulgano leggi, decreti, ordinanze e grida di manzoniana memoria e più la soluzione di far pagare a tutti il giusto si allontana sempre più. Si consente, ad esempio, alle grandi società che fatturano miliardi di euro di poter portare la residenza fiscale negli appositi “paradisi fiscali europei” come Lussemburgo, Olanda, Irlanda ecc. mentre i poderosi uffici dell’agenzia delle Entrate si scatenano su un’eventuale multa non pagata. A proposito, e senza vis polemica, mi chiedo perche si chiami solo delle Entrate e non anche delle Uscite, visto e considerato che è anche a tal ruolo preposta attraverso i rimborsi? L’attuale direttore dell’Agenzia delle Entrate, Ernesto Maria Ruffini, forse non si è reso conto di aver presentato la propria lettera di dimissioni quando, alla nell’autorevole Commissione parlamentare per il federalismo fiscale, ha affermato che negli ultimi 20 anni il suo ufficio ha accertato 1.100 miliardi di euro di crediti non riscossi. Di fronte a questo totale fallimento si dovrebbero pretendere dal Parlamento le dimissioni del Ruffini e di qualche migliaio fra dirigenti e funzionari. Invece niente, si divertono a perseguitare il pensionato che va a ritirare più di 1.000 euro in contanti. Proposta del direttore la solita: ci manca il personale! Ed è quello che tutti gli uffici, o quasi, della macchina pubblica affermano innanzi ai loro complessivi fallimenti. E’ inaccettabile! Avrei capito che, a fronte di 1.100 miliardi se ne fossero recuperati la metà, allora poteva anche essere comprensibile la richiesta di altro personale ma così è assurdo e fa perdere di fiducia nella Repubblica italiana e nei suoi valori.

Il quarto punto che ci pone fuori dalla competizione internazionale è quel mostro sacro che va sotto il nome di “Burocrazia”. Partiamo dal livello nazionale con i famigerati “decreti attuativi”. Fin dal suo insediamento, il governo Draghi ha riposto una grande attenzione nel cercare di risolvere l’annoso problema. Quelle norme che contengono le indicazioni operative e precise di dettaglio indispensabili affinchè vi possa essere l’applicazione pratica delle disposizioni stabilite da leggi, decreti legge e decreti legislativi. Lo stato dell’arte grazie ai dati messi a disposizione dall’ufficio per il programma di governo (Upg) possiamo osservare che, al 23 maggio scorso, le attuazioni richieste per le norme pubblicate nella XVIII legislatura sono 1.656, di cui 510 ancora da pubblicare. Mancano all’appello più del 30% di decreti e leggi già approvate che, però, non possono essere ancora applicate. Se si passa al tour de force a cui deve sottostare l’apertura di una nuova impresa, al di là del record europeo per gli alti costi, emerge il martirio asfissiante a cui sono sottoposti i nuovi imprenditori schiacciati dagli uffici dei Comuni, Asl, Provincia, eventuali Parchi, città metropolitane, vincoli paesaggistici, vincoli  urbanistici, ENAV, Vigili del Fuoco, ENAC, ASI, ARPA, ISPRA, VIA, SUAP e associazioni di ogni ordine e grado che si oppongono a tutto e a tutti per cui alla forte spesa si aggiungono mortificazioni e perdite di tempo infinite alla fine delle quali decidono di lasciar perdere oppure se ne vanno all’estero. Nella nostra inestricabile ragnatela burocratica i signori burocrati dispongono, a loro vantaggio e favore,  una discrezionalità impenetrabile che li pone al di sopra di tutto e tutti, un arcipelago di norme che ora consentono una cosa e nella legge successiva la mettono in dubbio, dei regolamenti inumani che sono, spesso, fuori da ogni logica, per non parlare di alcune misure stravaganti, molte sanzioni assurde, senza dimenticare la retrodatazione nell’applicazione di nuove norme, l’inversione dell’onere della prova per cui loro sbagliano ed il cittadino deve dimostrare di non aver sbagliato, le distorsioni sistemiche nel loro totale complesso, le persecuzioni senza senso e senza logica in cui il cittadino è di fatto retrocesso a suddito, continui  ricorsi al tar su tutto quanto viene approvato senza dimenticare certi strani e molto particolari arbitrati. I sevizi apparentemente costruiti per i cittadini sono costruiti, spesso e volentieri, per coloro che vi operano  e non per gli utenti (clienti). Il tutto è dominato da un esasperato ed inconcludente formalismo, da una demagogia persecutoria accompagnata e sorretta molto spesso da demenziali tortuosità e, purtroppo va segnalato ed evidenziato, anche da  una  particolare visione di fare un certo tipo di sindacato. Poi ci sono le corporazioni che, ovviamente, portano nomi diverse da quello che sono in realtà. Senza dimenticare che Italia esistono ben 19 ordini e 8 collegi professionali. In totale ci sono 27 diverse professioni che richiedono l’iscrizione a un albo, per un totale di oltre 2 milioni di iscritti ed aderenti. Oggi in Italia abbiamo poco più che gli stessi notai di un secolo fa. Nel 1914 erano 4.310, adesso sono circa 5.000 ed in molti Paesi non esistono neanche e non mi pare che da loro le cose vadano peggio che da noi. Pubblici dipendenti, notai, farmacisti, giornalisti, avvocati, magistrati, mondo accademico, medici, veterinari, ma anche psicologi, agronomi, consulenti del lavoro, ingegneri, commercialisti, architetti, giornalisti, farmacisti ecc. ecc. ognuno di questi gruppi mantiene il proprio fortilizio di interessi dentro il quale è costretto ad entrare il semplice cittadino che ne esce, spesso, triturato. Tutte queste corporazioni hanno adottato il N.I.M.B.Y.: Not in my back yard ovvero fate tutto quello che volete ma non nel mio cortile!

“Non  importa  che il gatto sia bianco o  nero; ciò  che importa è che acchiappi i topi”. Questo motto cinese che rivela tutta l’empirica sapienza di quel popolo lo dovremmo fare totalmente nostro ed invece, quasi sempre, ci accapigliamo per il colore da scegliere. Raffaele Romano, de.it.press 11

 

 

 

 

Positivo primo accordo per la ridistribuzione (volontaria) dei migranti che arrivano via mare

 

Roma – La Commissione europea e la presidenza francese del Consiglio si riuniscono nei prossimi giorni per mettere a punto la piattaforma di solidarietà approvata venerdì scorso in tema di richiedenti asilo. I ministri dell’Interno dei Paesi UE hanno raggiunto un primo accordo per la ridistribuzione (volontaria) dei migranti che arrivano via mare, con l’obiettivo di alleviare il peso sui Paesi di primo sbarco. La ricollocazione dei richiedenti asilo sarebbe volontaria ma chi si rifiuta di partecipare sarebbe obbligato a offrire un sostegno finanziario diretto ai Paesi di primo arrivo. Di segnale importante parla, alla Radio Vaticana e Vaticannews, mons. Gian Carlo Perego, presidente della Commissione Cei per le Migrazioni e della Fondazione Migrantes. Un “passo avanti significativo” in termini di messaggio offerto dai ministri degli Interni. Il presule sottolinea che servono altre decisioni a livello istituzionale per rendere operativa questa indicazione ma certamente – afferma – si tratta di un primo pronunciamento a nome dei governi importante anche perché chiarisce che i Paesi di primo approdo non possono essere lasciati soli nel gestire un’emergenza. Mons. Perego ricorda che da tempo se ne parla con precedenti di tensione e con tentativi di incoraggiare alla corresponsabilità. Un meccanismo che obbliga all’accoglienza o che impone comunque un contributo economico può aiutare nella sensibilizzazione dei Paesi che si sentono fuori dalle rotte. Peraltro monsignor Perego accenna alla questione ucraina come ad un tragico evento che ha aperto nuovi orizzonti di migrazioni per Paesi non toccati dalle rotte sul Mediterraneo”. Mig. On. 13

 

 

 

 

La guerra di Putin vista da Andrei Kolesnikov

 

Andrei Kolesnikov è ricercatore presso il Carnegie Endowment for International Peace.di Mosca, un istituto di ricerca che è stato chiuso poco dopo l’inizio della guerra russa contro l’Ucraina.  La ricerca di Kolesnikov si concentra sulle principali tendenze che plasmano la politica interna russa, con particolare attenzione ai cambiamenti ideologici all’interno della società russa.

Grazie Andrei per aver accettato il nostro invito. Mi permetta di chiederle direttamente: qual è il motivo principale per cui il Presidente Putin ha avviato la guerra su larga scala contro l’Ucraina?

Non vedo alcuna ragione razionale. È piuttosto la sua personale idea dell’ordine mondiale. L’Occidente non lo ha riconosciuto come un suo pari per diversi decenni e Putin ha deciso di iniziare a ricostruire il mondo per sé. Per farlo, aveva bisogno di azioni straordinarie, come questa guerra. E credo che anche mobilitare le masse a suo sostegno sia un obiettivo importante, ma secondario, perché l’obiettivo principale è creare, ricreare, rifare il mondo secondo le sue regole, secondo la sua visione del mondo. Tutto questo sembra irrazionale e orribile per il XXI secolo; ma lui è una persona della metà del XX secolo e per questo si è comportato così. E parlando di questioni razionali, direi che, non so se lo volesse o meno, ma ha rafforzato il suo potere personalistico, all’interno della Russia. Per i russi è diventato più forte, e per i russi intendo non solo il pubblico, ma anche l’elite.

Pur partendo dal presupposto che la Russia ha invaso l’Ucraina, qui in Italia c’è ancora un grande dibattito su chi debba essere incolpato in questa guerra. Un’ipotesi è che l’intenzione dell’Ucraina di entrare nella NATO o, più in generale, l’espansione della NATO verso est dal 1999 sia stata la motivazione che ha spinto il presidente Putin a invadere l’Ucraina. Ci sono poi altri gruppi di esperti che ritengono che questa politica estera assertiva abbia in realtà a che fare con la politica interna di Putin e sia più legata al rafforzamento dell’autoritarismo in Russia. Lei che ne pensa?

Si tratta più che altro della natura autoritaria del regime russo. Forse non è così visibile dall’Occidente, ma dal 2012, quando Putin è tornato al potere, e dal 2014, quando ha annesso la Crimea, ha provocato un’ondata senza precedenti di, diciamo, quasi-patriottismo. Dal 2020 poi, quando aveva quasi terminato il suo mandato presidenziale e annullato le conquiste democratiche della Russia, ha costruito un regime autoritario a tutti gli effetti, persino con elementi di totalitarismo, in termini di mobilitazione della gente, cercando di far sì che la gente si esprimesse maggiormente a sostegno di questo regime con la dura repressione non solo dell’opposizione politica, ma anche della società civile in quanto tale. Quindi, la Nato non è un motivo reale, è un motivo artificiale. Tutti capiscono che la Nato non era affatto una minaccia per la Russia.

Putin crede che l’Ucraina sia sempre stato il suo territorio, che gli appartiene e che l’Occidente dovesse allontanarsi da esso. E dopo anni di stallo, perché con i negoziati di Minsk ha semplicemente imitato l’attività pacifica, l’attività negoziale, ha deciso di compiere dei passi risoluti per raggiungere il suo obiettivo personale di rendere l’Ucraina parte della Russia. E, ancora una volta, in questo senso, l’Unione europea, la Nato, gli Stati Uniti d’America sono semplicemente delle ragioni artificiali per questo conflitto. Putin ha semplicemente perseguito i propri obiettivi.

Quando dice che voleva rendere l’Ucraina parte della Russia, cosa intende esattamente? Voglio dire, parte della Federazione Russa, o c’era qualche progetto per creare una confederazione tra Russia, Bielorussia e Ucraina?

Possiamo parlare in termini di territori, legalità, confini legali, qualcosa del genere, ma lui pensa in termini ideologici, filosofici, come “Russkiy Mir”, “il mondo russo”. E in questo senso, almeno il centro est, il sud dell’Ucraina, questi territori del mondo russo, forse in forma di Stato cuscinetto, forse in forma di territorio quasi legale della Russia, non importa. Vuole semplicemente controllare il territorio. In questo senso, vuole semplicemente ricreare, in qualche misura, l’impero russo. Putin è principalmente imperialista, non nazionalista russo. Per lui è importante ricreare la giustizia, restituire i territori. E in questo momento sta raggiungendo questo obiettivo. Quando ha occupato, ad esempio, i territori della regione di Kherson, le zone nella regione di Zaparojia, intendeva dire che non si trattava di un’occupazione, ma di una liberazione di questi territori. Sì, inizialmente non era il suo obiettivo. Intendeva solo Donetsk e Luhansk, ma in questa situazione, se l’esercito russo ha preso questi territori, è una buona ragione per tenerli sotto il controllo russo. Forse, secondo lui, potrebbero essere territori indipendenti. Potrebbero essere territori che fanno parte della Russia. Questa è una questione secondaria per lui, la storia più importante è il controllo su questi territori.

Quindi, seguendo la sua logica, Putin dovrebbe essere contrario non solo all’adesione dell’Ucraina alla Nato, ma anche all’adesione dell’Ucraina all’Ue, perché ciò implicherebbe la perdita di tutta l’Ucraina, della sua orbita geoeconomica e geoculturale?

Assolutamente sì, ha ragione. Questa è la sua interpretazione. E in alcuni discorsi il Ministro degli Esteri Lavrov ha affermato che l’adesione dell’Ucraina all’Unione europea è inaccettabile per la Russia. Quindi, possiamo parlare dell’argomento in termini culturali e storici. Per la Russia è davvero ideologicamente inaccettabile qualsiasi tipo di adesione dell’Ucraina a un’organizzazione europea. È impossibile ancorare l’Ucraina all’Occidente. E ricordiamo che nel 2014, il principale fattore scatenante dell’aggressione russa e dell’invasione della Crimea è stato il fatto che l’Ucraina avesse deciso di firmare gli accordi di associazione con Unione europea. Quindi, in questo senso, Putin continua semplicemente la sua strategia.

Quando Putin ha iniziato la guerra il 24 febbraio, sembrava che il suo obiettivo generale fosse quello di controllare l’intera Ucraina, per questo ha tentato di assaltare Kyiv. Poi abbiamo visto che l’Ucraina è riuscita a difendersi e ora Lavrov, alcuni giorni fa, ha detto che la priorità sarebbe stata quella di difendere o liberare la regione del Donbass. Ma ancora una volta, stiamo assistendo all’occupazione di Kherson, Melitopol e Mariupol. E ce chi sostiene che il Cremlino stia ancora considerando un altro assalto a Kyiev dopo aver completato la battaglia nel Donbass. Quindi, esiste un obiettivo finale in questa fase della guerra? Oppure, se sarà deciso sul campo di battaglia, quale sarà l’obiettivo finale?

Putin ripete continuamente che tutto va secondo il suo piano, ma nessuno conosce i dettagli del suo piano, né le fasi intermedie di questo piano. E direi che gli obiettivi di Putin sono opportunistici, dipendono dalle situazioni attuali, dalla situazione attuale dei campi di battaglia, dai negoziati impossibili che sono scomparsi. Il problema è che per lui non c’è modo di tornare indietro, perché impantanandosi nella guerra, espandendosi come territorio da occupare, non mostrando buona volontà, Putin sta tagliando la strada ai negoziati di pace. Questo è il problema principale. E in questo senso, non ha un obiettivo generale.

Ha solo obiettivi temporanei, intermedi, e cambia continuamente piano. Possiamo seguire qualsiasi uso, qualsiasi parola del Ministro degli Affari Esteri, del Ministro della Difesa, di diversi diplomatici, dello speaker della Duma, eccetera eccetera, ma solo Putin prende le decisioni finali. E può fermare questa guerra, in qualsiasi momento e anche se sarà considerata dall’Occidente o dall’Ucraina come una sconfitta della Russia, Putin troverà le parole per descrivere la sconfitta come una vittoria, e sarà accettata, percepita dalla maggioranza della popolazione come una vittoria. Quindi, tutto dipende dalla sua personale comprensione della situazione attuale.

Quindi, questo significa che in realtà non c’è alcun problema per lui ad avere una strategia di uscita, poiché qualsiasi tipo di risultato può essere venduto come una vittoria?

Sì, sì, assolutamente. Immaginiamo che domani voglia fermare questa guerra. Può dire: “Abbiamo liberato quasi tutto il territorio di Donetsk e Luhansk. Abbiamo dimostrato la nostra forza. Tutto il mondo era contro di noi, ma abbiamo difeso la nostra sovranità. Abbiamo la prova che siamo forti, che possiamo vivere senza l’Occidente. Siamo autosufficienti”. Può annunciare che, ad esempio sui territori di Kherson e Zaporizshia, ci saranno dei referendum, oppure può suggerire alla parte ucraina di iniziare i negoziati sullo status di questi territori, qualsiasi cosa. Quindi la gente dirà: Ok, questo è un risultato accettabile, questo è un buon momento per fermare la guerra e ricominciare a vivere come prima della guerra, cosi l’occidente può rimuovere le sanzioni perché vogliamo andare in vacanza in Europa”. Quindi, la gente è molto flessibile in termini di comportamento e di accettazione di qualsiasi risultato di questa campagna.

Ok. Ma cosa sta succedendo nella realtà? Voglio dire, c’è un piano reale per organizzare nei prossimi giorni -o forse più tardi, a settembre – dei referendum a Kherson per ripetere lo scenario di Donetsk-Luhansk?

È un’opzione possibile, perché per il momento, nonostante il nostro scenario immaginario di finire la guerra domani, Putin non ha alcuna intenzione di farlo nella realtà. Non credo che il Cremlino abbia una decisione definitiva su questo argomento, perché ci sono segnali molto contraddittori dal Cremlino e da diversi oratori. L’addetto stampa del presidente ha detto che il Cremlino non ha una decisione in merito, ma allo stesso tempo qui è il vecchio mantra del Cremlino che la gente di quel territorio è in grado, deciderà da sola, dove vuole vivere sul territorio del regime neonazista o in Russia, in libertà e avendo molte capacità di sviluppare questi territori. Tradotto dal linguaggio del Cremlino al linguaggio normale, significa che hanno intenzione di occupare i territori, imitando il referendum e dimostrando la volontà della maggioranza della popolazione dei territori. Quindi, significa che i normali colloqui di pace sono abbastanza problematici, perché capiamo che la parte ucraina non sarà pronta a discutere questi punti… i territori devono essere liberati dall’esercito russo, e potrebbe essere il primo punto di questi possibili negoziati di pace.

Quindi lei pensa che in questo momento non ci siano speranze realistiche per i negoziati?

Sì. E il problema principale è Putin stesso. È lui la principale fonte di problemi in senso generale – come nel caso dell’inizio dell’operazione speciale, dell’instaurazione del regime autoritario in Russia – ma è lui la fonte del fallimento del processo negoziale. Non ha alcun tipo di buona volontà, non dimostra la sua buona fede. Si comporta come una persona che semplicemente osserva la situazione. È stato così durante i negoziati di Istanbul, quando nessuno ha osservato alcun tipo di opinione di Putin su questo problema, se accettasse o meno i punti di questo accordo, un possibile accordo, [in quanto] è rimasto muto. E questo significa che vuole continuare, forse capisce i rischi economici per la Russia. Non è un folle, ma allo stesso tempo è molto più importante per lui continuare questo processo di conferma dei punti di forza della sua politica, di sé stesso, del suo Paese, della sua Russia.

Quindi tutto si deciderà sul campo di battaglia, ma quanto è realmente informato Putin su ciò che accade sul campo di battaglia? Perché ci sono state alcune voci secondo cui ha tutti questi yes-men e non ha informazioni reali sulla situazione in corso sulle operazioni militari.

Nel periodo prebellico ha ripetuto più volte che le informazioni dei servizi speciali sono particolarmente affidabili per lui. Ciò significa che ha avuto informazioni false per molti, molti, molti anni. Ed è stato un fallimento del intelligence. Si è trattato di una vera e propria comprensione sbagliata di ciò che è l’Ucraina nelle circostanze attuali, di ciò che è l’auto-identificazione ucraina, di ciò che è l’anima ucraina, la coscienza ucraina, ecc. Quindi ha commesso un errore, ma ora continua a insistere sulla sua posizione. Forse sta cercando di creare questo mondo artificiale, non solo per la popolazione russa, non solo per il pubblico interno, ma forse anche per sé stesso. Si tratta di una sorta di circolo vizioso di disinformazione [da] quando è stato disinformato dai suoi servizi speciali.

Poi, i suoi organi di propaganda hanno disinformato la popolazione russa. E ora tutta questa atmosfera di informazione rovina la sua stessa comprensione dell’attuale situazione sul campo di battaglia e, in generale, del conflitto russo-ucraino. Penso che, sì, in generale, sia davvero disinformato. E forse personalmente non è in grado di lavorare con le informazioni perché, sta continuando a comportarsi come un ufficiale del KGB, non di più ma con diversi pregiudizi. Ma, nelle attuali circostanze, deve lavorare in modo moderno con diversi tipi di informazioni da diverse fonti. Non ha questa capacità, diciamo.

Volevo tornare alla domanda iniziale, cioè se l’Occidente avrebbe potuto fare qualcosa per evitare questa guerra e se, più in generale, questa guerra avrebbe potuto essere evitata.

Penso che non fosse possibile evitare questa guerra, perché l’unica fonte di questa cosiddetta operazione speciale è Putin stesso, e l’Occidente ha fatto del suo meglio. Direi che tutti questi negoziati, tutti questi tentativi di capire la posizione di Putin, l’anima di Putin, diciamo, tutti questi tentativi di compiacere Putin sono stati tutti vani. Putin ha cercato di fermarsi ma la sua parte emotiva era molto più forte quando ha preso questa orribile decisione di iniziare l’ “operazione speciale”. Quindi non posso incolpare l’Occidente in questo senso. Il problema di Putin è Putin stesso. Il problema della Russia è Putin. La storia della Russia degli ultimi anni è fortemente personalizzata da Putin e dobbiamo ammetterlo.

La mia ultima domanda è: il putinismo è possibile senza Putin?

Sì e no. Da un lato temo che anche senza Putin la Russia manterrà lo status di Stato autoritario, ma allo stesso tempo la storia della Russia, la storia dell’Unione Sovietica dimostrano che la scomparsa del leader cambia quasi tutto, anche quando Stalin è morto da un giorno all’altro, i suoi più stretti alleati hanno iniziato la liberalizzazione del regime e del sistema. Quindi, credo che nel caso in cui gli alleati di Putin, per esempio uno come Patrushev, vengano mantenuti, la liberalizzazione di questo regime potrebbe essere molto modesta nei primi anni. Ma in generale questo processo è inevitabile. Nona Mikhelidze, AffInt 16

 

 

 

 

Come da programma

 

Vivere nel Bel Paese è sempre difficile. Questo Esecutivo ci riserverà passi imprevisti. La situazione è tanto anomala da non poter neppure supporre se l’attuale Governo sarà in grado di ridare stimolo a un’economia che è in declino per i vincoli di un progetto di non semplice attuazione. Ora una classe sociale è, in sostanza, sublimata. Tra “povertà” e “ricchezza” non esistono più vie interposte. Come a scrivere che la classe “borghese” è stata rimossa da una serie d’eventi che hanno anche impoverito il Paese.

 

 I redditi da lavoro dipendente o da vitalizio (pensioni) saranno ancora i più colpiti. La mancanza di liquidità è una delle peggiori piaghe che possono colpire un Paese. Quale garanzia ci potrà assicurare questo Governo? Ci sarebbero anche altri interrogativi da esporre. Preferiamo, però, evitarli perché non consentirebbero, al momento, nessuna risposta efficace.

 

Se, tuttavia, questo Esecutivo consentirà una sorta di “compromesso” politico responsabile, potremmo anche essere più disponibili a un riscontro meno contraddittorio. Però questa scelta non appare proprio praticabile perché questo Esecutivo, pur se a “muso duro”, non sembra in grado di programmare strategie veramente innovative avvalorate da un Potere Legislativo coerente. Insomma, imbastire un programma di governo, svincolato da legacci economici, resta d’improbabile attuazione.  Ma prima di tornare alle urne ci vuole una nuova legge elettorale. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

L’Italia nella Nato tra deterrenza europea e necessità mediterranee   

 

L’aggressione militare russa in Ucraina iniziata il 24 febbraio di quest’anno ha riacceso i riflettori sulla necessità, per l’Italia, di lavorare insieme ai partner transatlantici per gestire l’impatto che tale invasione – il tentativo russo di cambiare le fondamenta del sistema di sicurezza europea costruito negli ultimi 30 anni – ha avuto.

Questo sforzo, in realtà, è in atto già da alcuni anni. Gli eventi del 2014, con l’annessione illegale russa della Crimea e l’inizio del conflitto a bassa intensità nel Donbas, ridiedero già slancio alla necessità, per la Nato, di adottare misure diverse in Europa centro-orientale sia per rassicurare i paesi di tale spazio sia per mandare un messaggio di deterrenza alla Russia, e l’Italia da allora è partecipe di tali sforzi.

Le iniziative della Nato per la deterrenza

Al summit di Varsavia del luglio 2016, la Nato lanciò l’iniziativa Enhanced Forward Presence (EFP), forza di difesa e deterrenza schierata in Polonia, Lettonia, Lituania ed Estonia. Attraverso l’EFP, l’Alleanza ha schierato per la prima volta forze di combattimento a est dell’ex confine est-ovest della Germania, sebbene lo abbia fatto su base rotazionale piuttosto che permanente, in modo da rispettare una disposizione specifica dell’atto costitutivo NATO-Russia del 1997.

L’Italia decise di contribuire, pur sottolineando di averlo fatto “non [come] politica di aggressione nei confronti della Russia, ma di rassicurazione e difesa dei nostri confini come alleanza atlantica”, come rimarcato dall’allora ministro degli Esteri Paolo Gentiloni. Il contingente italiano è stato schierato in Lettonia. Nella stessa logica, l’Italia partecipa alla missione Enhanced Air Policing (EAP) in Romania. I caccia italiani sarebbero dovuti rientrare in Italia dopo che Roma ha consegnato il comando della missione ai britannici nell’aprile 2022, ma sono rimasti, raddoppiando (passando da quattro a otto.) Roma inoltre è tra i principali contributori ad altre missioni di polizia aerea della Nato, con supporto ad attività di pattugliamento aereo in Islanda, Bulgaria, Slovenia, Macedonia del Nord e Montenegro.

Dopo febbraio, l’Italia si è anche ulteriormente impegnata nel rafforzare il proprio supporto alle attività di deterrenza Nato. In tal senso, vi è una piena identità di veduta tra Draghi e Guerini. L’Italia ha annunciato l’intenzione di rafforzare i proprio contingenti – previa approvazione parlamentare – in Bulgaria e Ungheria, rispettivamente di 750 e 250 unità. In Bulgaria il passaggio è particolarmente importante, visto che l’Italia assumerà il ruolo di Framework Nation, con responsabilità di comando, controllo, e logistica. A tale sforzo sul fronte orientale, corrisponde anche una più marcata azione italiana rispetto alla cosiddetta sponda sud, sforzo che in realtà precede l’inizio della guerra d’aggressione russa in Ucraina.

L’impegno crescente dell’Italia

In questo contesto, l’Italia sta assumendo anche una serie di crescenti responsabilità militari. Nel febbraio 2021, la Nato ha annunciato che l’Italia avrebbe assunto il controllo della missione in Iraq dalla Danimarca nel 2022. Inoltre, insieme ad una presenza militare non combattente in Libia, l’Italia sta diventando sempre più coinvolta diplomaticamente, con l’apertura di nuove ambasciate, e militarmente nel Sahel, sebbene nelle ultime settimane ci sia incertezza sul futuro del ruolo europeo in questo spazio.

Tali decisioni sono conseguenza di una serie di interessi di fondo. In primis, la necessità, nata dopo il 2014 e rafforzatasi in maniera decisiva dopo il 24 febbraio di quest’anno, di prendere sul serio le paure degli alleati centro-orientali rispetto al revanscismo russo. Tale passaggio, in passato, non ha sempre incontrato orecchie attente a Roma. L’attuale governo, con un asse atlantista molto marcato centrato su Draghi e Guerini, ha lavorato sin dall’inizio della guerra in Ucraina per dimostrare coi fatti come l’Italia supporti tali attività di deterrenza sul fronte orientale.

Alcune di queste operazioni, come quelle in Lettonia e Romania, vanno avanti dal 2017, e non furono abbandonate neanche dal governo populista giallo-verde targato Movimento 5 Stelle e Lega nato nel 2018, partiti ad oggi tra le forze politiche più sensibili agli interessi di Mosca esistenti in Italia. A dimostrazione che, quando al governo, anche forze populiste – sebbene in maniera spesso silenziosa – restino ancorate ai capisaldi tradizionali dell’approccio italiano rispetto alla sicurezza europea e transatlantica.

L’Italia tra confine est e Mediterraneo

In questo ambito, però, l’Italia ha da sempre posto anche l’accento sulla necessità di bilanciare la deterrenza anti-russa e con un coinvolgimento Nato più deciso verso la sicurezza nel Mediterraneo. Questo fu uno dei cavalli di battaglia italici al summit di Varsavia, di Londra, e lo sarà probabilmente a Madrid tra qualche settimana. Le crescenti responsabilità prese in sede Nato in Iraq dimostrano che l’attuale governo supporta tale approccio non solo a parole, ma con azioni concrete.

Questo è anche un messaggio agli alleati, in particolare a Washington, a vari livelli. Sebbene l’Italia probabilmente aumenterà la spesa militare come risposta alla guerra in Ucraina, venendo incontro alle esigenze spesso espresse dagli americani in passato, tale attivismo dimostra che vi sono svariati modi per rafforzare il Burden-Sharing transatlantico, e che l’ossessione del 2% non debba essere necessariamente l’unico indicatore per misurare tale impegno.

Inoltre, con tali azioni, l’Italia dimostra un interesse atto a supportare un maggior protagonismo europeo in ambito Nato, con un doppio fine. Sia rafforzare l’alleanza in sé ma anche mostrare come l’attivismo europeo nel vicinato, in particolare quello meridionale dove gli americani faticano a tenere l’attenzione alta come in passato, sia un passaggio che possa anche aiutare il rafforzamento dell’autonomia strategica europea, vista non in opposizione alle logiche transatlantiche ma in termini di complementarietà e “sostenibilità transatlantica”. Dario Cristiani, AffInt 9

 

 

 

 

Iscritti Aire e residenza fiscale

 

Con l’importante Ordinanza n. 18009 del 6 giugno 2022 la Corte di Cassazione ha stabilito che la persona che è iscritta all’AIRE e contestualmente detiene all’estero il centro dei propri interessi vitali (centro inteso come la sede principale degli affari e degli interessi economici e delle relazioni personali) non può essere considerato fiscalmente residente in Italia, anche se in Italia ha un domicilio nel senso che vi svolge un’attività lavorativa.

 

A un cittadino italiano residente in Svizzera e che veniva a lavorare in Italia ogni giorno per poi tornare in Svizzera era stata contestata dall’Agenzia delle Entrate un’omessa presentazione della dichiarazione per redditi da lavoro percepiti in Italia e corrisposti da una società italiana.

 

La Commissione tributaria competente della Lombardia aveva in precedenza già evidenziato che non era legittimo, come invece riteneva l’Agenzia delle Entrate, considerare il cittadino residente fiscale in Italia alla luce dei fatti che egli aveva dimostrato di essere effettivamente residente in Svizzera dal 1997, di essere iscritto all'AIRE dal 1998, unitamente a moglie e figlio, di essere titolare del mutuo stipulato per l'acquisto dell'abitazione in Svizzera, di essere titolare di più utenze domestiche (elettricità, gasolio, telefono, acqua, televisione), che il figlio frequentava l'Università di Zurigo e la moglie lavorava in una scuola di Lugano.

 

La Corte ha ritenuto infine irrilevante ai fini fiscali, a fronte di tali numerosi elementi, che egli lavorasse presso una società con sede in Italia, avendo anche dimostrato (a mezzo estratti Telepass) di recarsi giornalmente al lavoro dalla propria abitazione in Svizzera, vista la poca distanza.

 

Il ricorso dell’Agenzia delle Entrate è stato quindi respinto dalla Corte di cassazione in questa sua recente e importante pronuncia con la quale, in estrema sintesi (si consiglia a chi è interessato di esaminare la approfondita e complessa Ordinanza), la Cassazione ha praticamente affermato che ai fini delle imposte sui redditi si considerano residenti in Italia le persone che per la maggior parte del periodo di imposta sono iscritte nelle anagrafi della popolazione residente o hanno nel territorio dello Stato il domicilio o la residenza ai sensi del codice civile.

 

Nel caso in questione il cittadino è residente in Svizzera (anche alla luce di quanto sopra evidenziato) ed è iscritto all'AIRE (Anagrafe degli italiani residenti all'estero), il criterio di attribuzione della residenza fiscale in Italia invocato dall'Agenzia sarebbe rappresentato dal domicilio fiscale in Italia (visto lo svolgimento in Italia della sua attività lavorativa).

 

Su questo punto, ha rilevato la Corte, una costante giurisprudenza di legittimità evidenzia che il domicilio debba essere inteso come la sede principale degli affari ed interessi economici nonché delle relazioni personali, come desumibile da elementi presuntivi da valutare in relazione al luogo in cui la persona intrattiene sia i rapporti personali che quelli economici.

 

Nel caso esaminato devono quindi essere valorizzati, secondo la Cassazione, gli elementi esibiti dal cittadino volti a provare che da molti anni egli aveva stabilito il proprio centro di interessi vitali in Svizzera, unitamente al proprio nucleo familiare.

In conclusione la Cassazione ha sottolineato che non vi erano elementi precisi, gravi e concordanti per dimostrare la fittizietà della residenza estera, tenuto conto che la vicinanza tra luogo di residenza e sede di lavoro non impedisse di considerare il centro di interessi vitali in Svizzera. Dip 16

 

 

 

I controsensi

 

E’ vano sperare nella stabilità politica italiana e, nella conseguente, governabilità del Paese. Ora ancor più complicato per la presenza di una pandemia le cui origini sono ancora da appurare. Se, per il passato, gli Esecutivi avessero operato in un ambito meno condizionato, parecchi problemi del Bel Paese non ci sarebbero stati. Per anni, è sempre venuto meno il “dialogo" con effetti dirompenti. Da una parte rimane, quindi, l’Italia degli impegni economici/sociali da realizzare e dall’altra una sorta di “incertezza” parlamentare.

 Come e con quali possibilità resta, per noi, un impenetrabile mistero. Se è vero, come già abbiamo scritto, che i nostri politici hanno più “anime”, dobbiamo anche riconoscere che, a livello alleanze certe incoerenze ci sono. Le intenzioni, in apparenza, sono tutte buone. I risultati assai meno. L’inconcludente atteggiamento dei singoli, non favorisce lo stabilirsi di propizie condizioni per intravedere cosa ci aspetterà per il futuro. I poli di “convergenza” non hanno fatto altro che accentuare le dispute politiche. Come primo passo, sarebbe stato opportuno favorire una “pax” politica. Soprattutto per ridare fiducia a tutti quelli che l’hanno perduta. Lo “zoccolo duro”, quello delle “Maggioranze” forti, è finito. Ci siamo arenati sulle cose importanti. Il tempo dei controsensi non ha più ragion d’essere. Spesso, è venuta meno anche l’onestà.

 C’è da ritrovare i fondamenti di una nuova equità che consenta di poter concorrere al futuro d’Italia. L’ipotesi di un Esecutivo a “contratto”, tanto cara alla formazione di Centro/Destra, stona ancor prima di vedere la luce. Si sono perdute di vista certe priorità da esaminare e alcune realtà da rivalutare. Insomma, c’è tutto uno stato politico che ha da ritrovare un’identità. Sono aumentati solo i sacrifici dei più deboli, mai compensati dal benessere di chi non ha dovuto rinunciare. Solo una prova di maggiore serietà politica, che oggi ancora ci sfugge, potrebbe consentire d’andare oltre il “ginepraio”. L’incongruenza resta, in ogni caso, sempre la stessa: in Italia ci si dimentica con facilità del passato che vincola il nostro presente e, probabilmente, anche il nostro futuro.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Per il ripristino all’estero delle prestazioni familiari per i figli a carico

 

Ritengo che l’abrogazione a partire dal 1° marzo 2022 delle prestazioni familiari per figli a carico (ANF e detrazioni) di cui beneficiavano gli italiani residenti all’estero sia stato un grave errore politico, economico e soprattutto umano. Per questa ragione, continuo a chiedere il ripristino di tali benefici fiscali e previdenziali a favore dei nostri connazionali, che purtroppo – giova sottolineare - avendo la residenza all’estero non potranno richiedere l’Assegno unico universale (la prestazione è infatti subordinata alla residenza in Italia). In occasione del decreto “Aiuti”, attualmente all’esame della Commissione Bilancio, ho presentato tre emendamenti.

 

Con un emendamento chiedo che ai dipendenti a contratto in servizio presso la rete estera del MAECI siano ripristinate le detrazioni per figli “under 21” a carico che erano state soppresse a partire dal 1° marzo u.s. Con gli altri due emendamenti chiedo di riattivare – solo per gli italiani residenti all’estero i quali non possono beneficiare dell’Assegno unico universale – il pagamento degli assegni familiari per figli a carico a cui hanno diritto e la possibilità di continuare a usufruire delle detrazioni per figli a carico sui loro stipendi o sulle loro pensioni. Si tratta di lavoratori e pensionati il cui reddito è (o è stato) prodotto in Italia e che per questo motivo (per la maggior parte dei casi) pagano le tasse in Italia. Sono insomma contribuenti fiscali italiani a tutti gli effetti anche se vivono all’estero e devono essere quindi protetti da ingiuste discriminazioni fiscali e previdenziali. Angela Schirò dip 8

 

 

 

22 teramani internati nei lager tedeschi insigniti della Medaglia d’Onore con decreto presidenziale il 2 giugno

 

TERAMO – In occasione della Festa della Repubblica, lo scorso 2 giugno, presso il Monumento ai Caduti di Viale Mazzini a Teramo, sono state consegnate 22 medaglie d’onore dal prefetto Massimo Zanni conferite con Decreto del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ai cittadini deportati e internati nei lager nazisti e destinati al lavoro coatto per l’economia di guerra, quale risarcimento soprattutto morale che la Repubblica Italiana riconosce per il sacrificio patito dai propri cittadini.

Questi i destinatari delle medaglie, consegnate ai familiari: Giuseppe Alleva, fante, nativo di Campli. Cacchiò Antonio, aviere, nativo di Colonnella; alla sua memoria è stato dato alle stampe un libro a cura di Danilo Massi dal titolo “Stalag II-B 30323”.  Ciarrocchi Rinaldo, operaio militarizzato, nativo di Tortoreto ma residente all’epoca dei fatti a Giulianova; muore a Bastia in Corsica il 12 settembre 1943, dopo essere stato catturato dai tedeschi e il suo corpo risulta disperso sull’isola. Cioschi Quintino, autiere, nativo di Teramo; il figlio e il nipote sono arrivati a Teramo da San Salvo per ricordare il loro congiunto (era prevista la consegna a Chieti). D’Andrea Bruno, fante, nativo di Forcella di Teramo; dopo la liberazione, ricoverato a Merano, morì per una grave patologia contratta sotto le miniere tedesche. De Berardinis Ermenegildo, aviere, nativo di Bellante; era già orfano di padre morto a seguito della Prima Guerra Mondiale. Del Nunzio Giuseppe, artigliere, nativo di Giulianova; muore sull’isola di Rodi il 13 novembre 1943 a causa di un incidente aereo durante il trasferimento da parte dei tedeschi sulla terra ferma in Grecia, il suo corpo riposa a Giulianova dopo la riesumazione. Di Emanuele Francesco, aviere, nativo di Canzano; muore in uno stalag di Berlino il 17 marzo 1944. Di Felice Mario, marinaio, nativo di Giulianova; viene catturato in Liguria e internato in Germania. Di Giovanni Pasquale, fante, nativo di Teramo; verrà catturato in Grecia. Di Ilio Ernesto, marinaio, nativo di Giulianova. Di Pietro Altobrando, autiere, nativo di Canzano; catturato in Albania finirà nello stalag IV-F in Sassonia fino al marzo 1945 quando arrivano le truppe americane. Falone Venanzio, artigliere, nativo di Mosciano Sant’Angelo; la nipote Sara Marranconi sta ricostruendo la sua vita militare. Feliziani Edmondo, sergente di fanteria, nativo di Giulianova; disperso il 31 ottobre 1944 nel campo di Bor in Serbia, alla sua memoria il nipote Flaviano ha realizzato una targa marmorea all’interno del cimitero di Giulianova che verrà scoperta il prossimo 24 giugno. Garzarelli Francesco detto Ciccillo, maresciallo di marina, nativo di Giulianova; dopo 72 anni è stata trovata una sua lettera originale della prigionia da un collezionista filatelico siciliano. Gramantieri Enio, fante, nativo di Alfonsine (Ravenna); la figlia da Roseto degli Abruzzi si sta occupando della ricostruzione storica. Ianni Umberto, fante, nativo di Mosciano Sant’Angelo. Lelii Antonio, aviere scelto, nativo di Nereto. Piozzi Antonio, Sottotenente di fanteria, nativo di Nereto; ufficiale del 17° fanteria della Acqui, verrà fucilato dai tedeschi ad Argostoli sull’isola di Cefalonia il 24 settembre 1943. Il suo nome compare in tantissimi libri di storia sui fatti dell’8 settembre a Cefalonia; a Nereto esiste una via dedicata, ma manca il riconoscimento di una medaglia al Valor Militare. Riccioni Vincenzo, fante, nativo di Fano Adriano; muore ad Hannover il 9 aprile 1944. Risoluti Giuseppe, artigliere, nativo di Fano Adriano. Sbei Luigi, artigliere, nativo di Colonnella ma residente all’epoca dei fatti a Giulianova; disperso sull’isola di Corfù dopo l’8 settembre, il suo caso rientra nell’ambito della rappresaglia dei tedeschi su Cefalonia. Il nipote, Delfino Sbei, ha condotto delle importanti ricerche sulla sua storia.

L’iniziativa è stata il frutto di un attento percorso di ricerca portato avanti negli anni dal giornalista e ricercatore storico sugli IMI – Internati Militari Italiani, Walter De Berardinis, il quale, documenti alla mano, ha saputo ricostruire con attenzione certosina le vicende dei cittadini cui è stata conferita l’alta onorificenza, dando ai familiari delle ulteriori notizie e informazioni relative ai propri cari, con ciò aprendo un dialogo di memoria tra i discendenti di chi, con il proprio sacrificio, ha dato un enorme contributo umano e ideale all’Italia. Oltre agli archivi privati familiari, per De Berardinis, è stato fondamentale incrociare i dati con: il portale dell’ANRP; Arolsen Archives – centro internazionale tedesco sulla persecuzione nazista e l’Archivio di Stato di Teramo diretto da Ottavio Di Stanislao, quest’ultimo detiene i fogli matricolari dell’ex distretto militare di Teramo. “Queste sono giornate memorabili per la storia degli IMI teramani – spiega De Berardinis – erano anni che non venivano insigniti così tanti ex internati alla memoria, con il 2 giugno siamo saliti a 36 medaglie d’onore solo nel 2022”. (Inform/dip 13)

 

 

 

L’Italia altrove

 

L’Italia non ha bisogno di nuovi sacrifici proiettati in un’ottica che ben poco andrebbe a migliorare la realtà nazionale. Se i politici dovessero continuare a dare un’importanza marginale agli italiani che vivono altrove, si potrebbe verificare quell’effetto “boomerang” che molti in Patria hanno, da sempre, intuito. I Parlamentari eletti nella Circoscrizione Estero, però, non hanno fatto nulla per aggiornare una legge sul voto già nata vecchia.

 

 Ovviamente, ci sono stati seguiti politici che hanno fatto slittare il cambiamento. Di ciò, dopo sessant’anni di giornalismo al servizio degli italiani che vivono altrove, prendiamo atto. Per migliorare ciò che riteniamo possibile, certe proposte dovrebbero maturare anche fuori d’Italia. Sempre che ci si creda veramente.

 

 Non è il caso d’aggiungere cenni personali. Chi vive oltre frontiera è già nelle condizioni per partecipare, più attivamente, al futuro della terra d’origine.

 Proprio sotto questo profilo, che riteniamo fondamentale, intendiamo fare chiarezza sullo “status” dei Connazionali nel mondo per coinvolgerli nelle decisioni che potrebbero cambiare il loro ruolo, che non è marginale, nella Penisola. Se lo scriviamo, significa che ci crediamo.

 

 Certe soluzioni, tuttavia, non dovrebbero essere prese senza una più approfondita analisi da parte di chi non vive in Italia; ma ne ha, a pieno diritto, la cittadinanza.

Gli Italiani “altrove” dovrebbero avere la stessa valenza politica che sollecitiamo, da qualche tempo, anche nella Penisola. Particolarmente sotto il profilo della rappresentatività attiva. Ma, ancora una volta, non c’è peggior sordo di chi non ha l'intenzione di sentire. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Riforma della giustizia e pietre d’inciampo

 

Quando si parla di riforma della giustizia vengono alla mente i versi di Dante nel canto X del Purgatorio: «Non v’accorgete voi che noi siam vermi / nati a formar l’angelica farfalla / che vola a la giustizia senza schermi?». Questo «volare a la giustizia senza schermi» che ispira le persone oneste è, però, diventata la pietra d’inciampo del sistema italiano. Lo sciopero dei magistrati lo testimonia, non era mai successo nella storia repubblicana. Eppure, la riforma Cartabia prevede l’aumento a trenta dei consiglieri del Consiglio superiore della magistratura (Csm), una nuova legge elettorale, novità nelle regole per arginare le correnti, l’incompatibilità tra politica-magistratura, la separazione delle funzioni e la riduzione dei fuori ruolo. Rimane un però: la credibilità della magistratura non può esaurirsi in una riforma, accelerata dagli scandali come quelli delle nomine pilotate ai vertici di alcuni uffici giudiziari e dalla perdita di fiducia dei cittadini.

«Nessuna riforma politica della giustizia può cambiare la vita di chi la amministra, se prima non si sceglie davanti alla propria coscienza “per chi”, “come” e “perché” fare giustizia. È una decisione della propria coscienza. Così insegnava santa Caterina da Siena, quando sosteneva che per riformare occorre prima riformare sé stessi». È ciò che ha affermato il Papa all’udienza con il Csm, lo scorso 8 aprile, quando li ha esortati contro «le lotte di potere, i clientelismi, le varie forme di corruzione, la negligenza e le ingiuste posizioni di rendita: questa problematica, queste situazioni brutte, voi le conoscete bene». Il segreto è quello di potare i rami secchi senza amputare l’albero della giustizia. Per il Papa «sono la credibilità della testimonianza, l’amore per la giustizia, l’autorevolezza, l’indipendenza dagli altri poteri costituiti e un leale pluralismo di posizioni gli antidoti per non far prevalere le influenze politiche, le inefficienze e le varie disonestà. Governare la magistratura secondo virtù», ha detto, «significa ritornare a essere presidio e sintesi alta dell’esercizio al quale siete stati chiamati».

È la Costituzione italiana ad affidare alla magistratura di amministrare la giustizia “in nome del popolo”. Il popolo chiede giustizia, e la giustizia ha bisogno di trasparenza e verità, fiducia e lealtà, purezza di intenti e bene comune: «Ascoltare, ancora oggi, il grido di chi non ha voce e subisce un’ingiustizia, vi aiuta a trasformare il potere ricevuto dall’Ordinamento in servizio a favore della dignità della persona umana e del bene comune». E ancora: «Nella tradizione la giustizia si definisce come la volontà di rendere a ciascuno secondo ciò che gli è dovuto». Ma oltre a «uguaglianza, giusta proporzione, imparzialità... secondo la Bibbia occorre anche amministrare con misericordia».

Il Papa, infine, chiede di guardare al sacrificio di Rosario Livatino, il primo magistrato Beato, che ispira a un’idea di giustizia e magistratura a cui tendere. «Nella dialettica tra rigore e coerenza da un lato, e umanità dall’altro», ha detto, «Livatino aveva delineato la sua idea di servizio nella magistratura pensando a donne e uomini capaci di camminare con la storia e nella società, all’interno della quale non soltanto i giudici, ma tutti gli agenti del patto sociale sono chiamati a svolgere la propria opera secondo giustizia. (...) Quando moriremo – sono le parole di Livatino – nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili». Per tutto questo è un dovere morale partecipare ai referendum sulla riforma della giustizia e scegliere secondo coscienza ciò che aiuta a rendere la magistratura non una casta ma un servizio da rendere a chi chiede giustizia. Francesco Occhetta, Vita pastorale, giugno

 

 

 

 

Referendum abrogativi 2022. Il rientro delle schede elettorali degli italiani all’estero

 

ROMA – Con il volo di linea che ha portato il materiale elettorale proveniente dal Venezuela e da Panama, domenica 12 giugno si è concluso il rientro in Italia delle schede votate dagli Italiani all’estero in occasione dei referendum abrogativi per il successivo scrutinio in Italia a cura della Corte d’Appello.

Ha accolto l’ultimo volo aereo all’aeroporto di Fiumicino il Direttore Generale per gli italiani all’estero della Farnesina, Min. Plen. Luigi Maria Vignali: “Abbiamo appena concluso le operazioni relative al voto di quasi 5 milioni di italiani all’estero. Le elezioni si sono tenute con regolarità, nonostante situazioni difficili per la pandemia e l’impatto della guerra, con l’invio delle schede dei referendum in ogni angolo del mondo, dalle Figi alle Barbados. Ringrazio di cuore il personale diplomatico e consolare della Farnesina, che con eccezionale spirito di servizio ha reso possibile questo fondamentale diritto costituzionale ai nostri cittadini nel mondo”.

Nei giorni scorsi sono state inviate le schede elettorali ai 4,8 milioni di elettori italiani all’estero in circa 180 Paesi nel mondo. Gli elettori avevano previamente ricevuto i plichi elettorali al proprio domicilio e restituito per posta le buste elettorali preaffrancate contenenti le 5 schede votate. Ambasciate e Consolati hanno successivamente organizzato i voli di rientro del materiale elettorale a Roma. Tra venerdì 10 e domenica 12 giugno sono arrivati presso gli scali aeroportuali di Fiumicino 107 funzionari consolari su circa un’ottantina di diversi voli.

Referendum all’estero: ha votato il 16% degli aventi diritto

Quasi il 16% degli italiani residenti all’estero ha votato al referendum sulla giustizia. Con una percentuale che si attesta appena sotto il dato nazionale (21% circa), gli iscritti all’Aire che hanno votato per corrispondenza hanno risposto “no” ai quesiti sull’abolizione della Legge Severino e sulla limitazione delle misure cautelari, e “sì” a quello che chiedeva la separazione delle carriere per i magistrati, così come ai due quesiti sui membri laici nei consigli giudiziari e sulla elezione dei componenti togati del Consiglio Superiore della Magistratura.

2.570.962 gli aventi diritto in Europa, 1.511.406 in America meridionale, 411.521 in America centrosettentrionale e 242.316 in Africa, Asia, Oceania e Antartide.

Al referendum, così come alle elezioni politiche, gli italiani all’estero votano per corrispondenza.

Il voto nel dettaglio

Si attesta intorno al 12% la percentuale di voto in America Settentrionale, per via di una media che va dal 50% dell’Honduras al quasi 10% degli Usa, passando per il 13% del Canada o il 23% della Repubblica Dominicana. In linea con il dato complessivo, per i primi due quesiti – legge Severino e limitazione delle misure cautelari – vince il “no”; per gli altri tre quesiti il “sì”

Sfiora il 14.5% la percentuale dei votanti nella ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide, dove spicca l’81% del Camerun, con l’Australia che si attesta a ridosso del 14%, il Sud Africa sul 19% e Israele a chiudere con il 2,83%.

Anche in questa ripartizione vince il “no” per i primi due quesiti – anche se di pochissimo per la limitazione delle misure cautelari – e il “sì” per gli altri tre.

È dall’America Latina che arriva il numero più cospicuo di voti: la percentuale in questa ripartizione sale al 22%, con i dati sui Paesi praticamente identici con la Bolivia che – sulla media dei 5 quesiti – arriva al 30%. Cambiano i numeri, ma identico è il risultato: anche qui, vince il “no” ai primi due quesiti, e il “sì” agli altri tre.

Infine l’Europa, la ripartizione con il maggior numero di votanti, che arriva quasi al 13%, media tra il 41% della Lettonia e il 7,23% del Belgio, con la Spagna al 10.42, il Lussemburgo al 18% e il Regno Unito al 17%. Vince il “no” ai primi due quesiti – con la Germania che riesce a fare 50-50 al quesito sulle misure cautelari, e con l’eccezione della Svizzera dove vince il “sì” anche per il secondo quesito anche se di misura (51,63) – e il “sì” agli altri tre. (aise/dip 13) 

 

 

 

 

Le responsabilità

 

Restano da affrontare ancora momenti difficili per l’Italia. Indipendentemente dagli eventi politici che matureranno. Fermo restando il concetto che il futuro della penisola sarà sempre nelle strategie di chi guiderà il potere esecutivo nazionale. Ovviamente, con una maggioranza parlamentare risultante da un nuovo criterio di “conta”. La ripresa, ora, resta delimitata. Anche se qualcosa si muove nel senso giusto. Questo è uno di quei “miracoli” all’italiana nei quali anche i politici arrivisti hanno confidato. Però, l’austerità non è finita. Da noi, come sempre, resta un problema di pesi e di misure. Quindi, non basta più dare solo il buon esempio. Tanti “privilegi” ci sono ancora e interessano tutto un mondo che orbita intorno ad una politica incapace.

 

 Questo potrebbe essere un anno costruito su un castello di carte destinato, purtroppo, a crollare sotto il peso di tanta illogicità. Siamo, tuttavia, convinti che una svolta autentica possa iniziare solo con un “rinnovamento” politico. Ci aspettiamo uomini e donne nuovi e meno compromessi col passato. Col prossimo Esecutivo, se e quando ci sarà, si dovrebbe dimostrare, a chiare lettere, d’avere imparato bene la lezione che ha impoverito il popolo italiano. Del resto, le responsabilità di quanto è capitato, sono note e ogni considerazione, atta a minimizzarne gli eventi, sarebbe inutile. Chi amministrerà l’Italia avrà nuove responsabilità.

 

 Potrà, però, contare sulla stima di una “nuova” maggioranza del Popolo italiano. Dopo la nefasta esperienza di governi di vertice e delle coercizioni sulla effimera “fiducia”. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Riconciliazione a Filetto (L’Aquila), con gli auspici del Presidente tedesco Steinmeier e del cardinale Marx

 

L’AQUILA - La piccola comunità abruzzese di Filetto, frazione del comune dell’Aquila, ha accolto Rainer Schnitzer, borgomastro di Pöcking, giunto in Abruzzo per partecipare alla commemorazione di 17 civili uccisi per rappresaglia il 7 giugno 1944, dopo l’uccisione di un tedesco nel corso di uno scontro a fuoco con un gruppo di partigiani della banda “Giovanni Di Vincenzo”. Accompagnava Schnitzer una qualificata delegazione, comprensiva di Wolfram Staufenberg e Albert Luppart, rispettivamente, secondo e terzo sindaco della cittadina bavarese.

 

Quella di Filetto è una vicenda intricata che racchiude molteplici aspetti umani e storici. Il dramma è stato sempre vissuto intensamente dalla piccola comunità, che soffrì anche la devastazione, l’incendio di molte case, razzie e furti. Ci vollero due giorni per spegnere l’incendio del povero paese di montagna, a 1.070 m. di altezza, situato a 18 km da L’Aquila, che allora contava 650 abitanti, in genere pastori e contadini. Molti per sopravvivere alla miseria emigrarono. Oggi sono rimaste poco più di cento persone, inevitabilmente legate a quei morti.

 

Il paese si sentì estraneo all’uccisione del militare tedesco perché non avvenuto per mano di uno della comunità che fino ad allora aveva stabilito buoni rapporti con tedeschi che vivevano a Filetto, tanto che viene tuttora ricordato come uno di loro il maresciallo Hermann Schafer, responsabile del presidio che, nel tentativo di fermare l’inizio della rappresaglia, venne ucciso da un commilitone, tra quelli giunti in forze da Paganica e altri centri. Peraltro, precedentemente non erano mancati gravi episodi. Tra questi si segnala l’uccisione a freddo, nel novembre 1943, di un pastore quindicenne al pascolo nei pressi del paese. 

 

Nel 1969 la storia dell’eccidio riemerse improvvisamente dall’oblio per effetto di un articolo pubblicato dal settimanale Der Spiegel del 7 luglio 1969 dal titolo “Crimini di guerra. Il vescovo Defregger. Piombo teutonico”, che metteva in evidenza il passato del capitano Matthias Defregger - presentato come criminale - che dopo il ritorno in Germania entrò in seminario per diventare sacerdote nel 1949. Una scelta conseguente al tormento seguito alle vicende della guerra e di quella strage. La consacrazione a vescovo e quindi a vicario dell’arcivescovo di Monaco di Baviera, cardinale Julius Döpfner, suo sostenitore, trasformò mons. Matthias Defregger in un bersaglio dei media.

 

Del paese abruzzese, in realtà, interessava molto meno. La lettura della stampa dell’epoca e del saggio “Morte a Filetto”, ed. Mursia, Milano, 1970, curato dal Aldo Rasero, maggiore degli alpini e comandante partigiano nell’area, si percepisce una strumentalizzazione dell’eccidio contro la chiesa tedesca. Se fosse rimasto un semplice sacerdote forse non si sarebbe più parlato dell’ex capitano e di Filetto.

 

Non è questa la sede per andare oltre ad un accenno a quelle vicende, ma è opportuno segnalare come da fonti tedesche riprese nell’autorevole saggio di Costantino Felice, “Dalla Maiella alle Alpi: guerra e resistenza in Abruzzo”, ed. Donzelli, Roma, 2014, l’ordine del maggiore, poi generale, Hans Boelsen a Defregger di “incendiare il paese e fucilare tutti gli abitanti maschi”, venne rifiutato, tanto da essere stato minacciato di morte. A quel punto la sorte dei filettesi era segnata. Seguì un ordine ufficiale, che Defregger delegò al sottotenente Paul Ehlert, il quale avrebbe a sua volta delegato un caporal maggiore, rimasto anonimo, che mise in atto la strage.

 

Pare che Defregger, che non era presente, abbia cercato di ridurre il numero delle vittime rispetto allo sterminio voluto da Hans Boelsen, primo responsabile della strage, che si ripeté solo quattro giorni dopo, ordinando un massacro nella vicina frazione di Onna.  Una vicenda dimenticata che riemerse solo dopo il terremoto del 2009 che sconvolse la piccola frazione, provocando morti e distruzioni, che non lasciarono indifferente la Germania. Il sanguinario Boelsen il 22 giugno 1944 si macchiò anche della strage di Gubbio, dove furono assassinati 40 civili. Der Spiegel e altri media ignorarono il ruolo determinante di Boelsen, deceduto nel 1960.

 

I media si occuparono di quel tragico eccidio avvenuto in quel “paesetto montano” (Der Spiegel), con molti giornalisti che cercarono invano di intervistare mons. Defregger e lo stesso card. Döpfner. Una cortina di silenzio si innalzò da parte della chiesa bavarese. Solo qualche dichiarazione si riuscì a strappare a Defregger pressato da giornalisti e tv che parlò di quella drammatica vicenda come di “un terribile peso per la sua anima”. La consegna del silenzio si estese addirittura dalla chiesa bavarese a quella aquilana. Tanto si evince dall’articolo di Gian Franco Vené pubblicato su L’Europeo del 14 agosto 1969. Il giornalista incontrò il parroco di Filetto, don Demetrio Gianfranceschi, che chiarì: “Il mio vescovo mi ha chiesto il silenzio”.

 

Si saprà invece che il parroco era impegnato affinché tra i filettesi emergesse il desiderio della riconciliazione. Ricevette anche la toccante lettera di Berta Schreiner, vedova del sergente rimasto ucciso, che a 25 anni dopo la morte del marito Adolf, insieme ai figli, Rudolf, Manfred e Hans, scrisse di perdonare chi aveva colpito a morte il marito. Don Demetrio si recò anche a Monaco insieme ad alcuni parenti delle vittime per incontrare lo stesso Defregger che aveva già dato la sua disponibilità a dimettersi da vescovo. La scelta del silenzio in ambito pubblico fu da ritenere inopportuna, tanto per i familiari dei civili morti che per l’immagine della chiesa bavarese e per lo stesso Defregger. I filettesi non intesero concedere alcun perdono senza un segno di pentimento, senza una richiesta di perdono e una parola di pietà per i morti.

 

Anche in quelle settimane, in cui la vicenda era all’attenzione dei media internazionali e poi durante la lavorazione del film “Quel giorno Dio non c’era” (Der Tag, an dem Gott nicht da war), di Osvaldo Civirani, la piccola comunità rimase dignitosamente chiusa nel suo dolore, non desiderando alcuna notorietà per quella tragedia.

 

Dopo la morte di Defregger, avvenuta nel 1995, il comune di Pöcking, cittadina di 5600 abitanti sul lago di Starnberg, dove l’ex capitano visse appartato in una proprietà di famiglia, decise di dedicargli una piccola strada vicina al cimitero per ricordare il religioso che era stato rispettato e stimato dalla popolazione. Lo scorso anno la storica Marita Krauss, scrivendo un saggio sulla storia della cittadina segnalò al sindaco come quella denominazione fosse discutibile per il controverso passato del vescovo. Da qui la decisione del sindaco di avviare contatti con Giovanni Altobelli e con il prof. Domenico Cupillari, presidente del Centro Sociale per Anziani di Filetto per sondare la possibilità di vedere accolta una delegazione guidata dallo stesso borgomastro in occasione della commemorazione del 7 giugno. Il prof. Cupillari, promosse un’assemblea che valutò positivamente la richiesta.

 

L’anniversario è stato quindi celebrato insieme alla rappresentanza tedesca, con la partecipazione della sezione alpini di Camarda, dalla delegazione dell’ANPI dell’Aquila e del consigliere Leonardo Scimia, su delega del sindaco dell’Aquila. La celebrazione della messa è stata presieduta da don Domenico Marcocci, nativo di Filetto. Nella sua omelia ha sottolineato i valori universali della pace e del perdono, facendo notare ai presenti che il calice con cui celebrava messa era stato donato dalla Arcidiocesi di Monaco. A seguire si è formato un corteo verso il cimitero preceduto dagli alpini che ha poi sostato davanti al modesto monumento che ricorda l’eccidio, realizzato grazie ai denari inviati dagli emigrati in America.

 

Dopo le note del silenzio, il sindaco Rainer Schnitzer ha deposto una corona d’alloro, con il picchetto di due carabinieri, per poi salutare i presenti, spiegando che da bambino era stato chierichetto di mons. Defragger e che a distanza di anni ha capito che l’ex capitano non si era mai recato a Filetto, né aveva chiesto perdono. Con voce commossa ha detto: “Questo gesto lo vogliamo recuperare oggi. Siamo qui per commemorare e onorare le vittime”.  Un gesto sentito, accompagnato dagli applausi e seguito dalla lettura dei messaggi del presidente della Repubblica federale tedesca e del cardinale di Monaco di Baviera, diretti al sindaco di Pöcking e alla comunità di Filetto, letti in italiano dalla prof.ssa Monika Hutmacher e dalla giornalista Sandra Sedlmaier.

 

Al termine della lettura il sindaco ha ricevuto l’abbraccio del giovane segretario dell’ANPI Tommaso Cotellessa che gli ha donato il suo fazzoletto tricolore. A seguire il pranzo preparato dalle donne e dagli uomini di Filetto. Piatti e bicchieri sono di plastica, le panche spartane, ma il calore umano e la sincera ospitalità della gente di Filetto sono senza pari. Palpabile l’impegno della v. presidente del Centro Sociale per Anziani, Antonella Marinelli, impegnata in prima persona, dopo la scomparsa del prof. Cupillari, avvenuta i primi di maggio. Nemmeno un manifesto ha segnalato lo storico evento che è stato volutamente vissuto in forma intima, ma non per questo meno solenne, dalla sola piccola comunità.

 

Tornando ai messaggi, parole nette quelle espresse dal presidente Frank-Walter Steinmeirer che ha scritto come “sappiamo sempre troppo poco dei crimini tedeschi commessi in Italia. Le vittime, i loro discendenti, i superstiti hanno il diritto di non essere dimenticati”, ammettendo di sentire “vergogna di fronte a crimini come quello di Filetto, ma anche gratitudine per il fatto che le nostre amiche ed i nostri amici italiani accettino così generosamente le nostre richieste di perdono e che ci invitino a piangere per le vittime insieme a loro.” Il suo messaggio va anche oltre l’eccidio di Filetto e fa pensare alla scia di sangue lasciata dai tedeschi in Abruzzo e in Italia.

 

Ma un rilievo specifico assume la lettera del cardinale Reinhard Marx diretta “ai cari cittadini di Filetto”, letta anche in chiesa, in cui, interrompendo il lungo silenzio della chiesa bavarese, ricorda - alludendo all’Ucraina - “come il significato della guerra ci appare ancora una volta terribilmente chiaro”, esprimendo il desiderio di essere idealmente con loro “nella commemorazione delle vittime innocenti, nelle sofferenze inflitte e nel rispetto di un faticoso percorso di comprensione tra tedeschi e italiani.” Il cardinale non evita di entrare nel merito della vicenda di mons. Defregger ponendosi l’angoscioso interrogativo “se non ci fosse una via d’uscita dal dilemma in cui si trovava” che resta senza risposta, ammettendo comunque come sia necessario “esaminare criticamente il comportamento del vescovo Defregger prima e dopo il suo percorso religioso e fare i conti con esso”. E con la storia.

 

Il lungo e travagliato cammino verso la pace e la riconciliazione è venuto a compiersi quando il paese è ormai spopolato, come tanti paesi della montagna abruzzese, mentre molti di quelli che avrebbero desiderato partecipare a questo atteso momento non ci sono più. 

 

Ma occorre dare merito al sindaco Rainer Schnitzer per aver promosso l’incontro e cercato di coinvolgere nell’iniziativa così importanti livelli istituzionali in Germania quando è riemerso ancora una volta il passato dell’ex vescovo.  Proprio per la stima e la sua conoscenza diretta ha sentito di farsi umilmente carico della richiesta di perdono in luogo del vescovo innanzi alla comunità di Filetto, mentre come borgomastro, ha inteso dare un segnale pubblico di attenzione che rendesse concreto e attuale il desiderio di pace tra Italia e Germania per una nuova cultura della memoria, dopo il nazismo e le tragedie della seconda guerra mondiale. Un gesto encomiabile, non solo perché non era tenuto a farlo, ma ancor più perché della seconda vita di Defregger aveva ed ha tuttora un ricordo positivo, di persona carismatica e di efficace predicatore che rimarrà senz’altro nella sua sfera personale e forse di molte altre persone.  A livello pubblico ha annunciato che in un prossimo consiglio comunale informerà della visita a Filetto e avanzerà la proposta di revocare la denominazione della strada. Una storia esemplare che induce a riflettere.   Antonio Bini, dip 14

 

 

 

 

 

Online il portale incentivi

 

ROMA – Online il portale incentivi.gov.it, un motore di ricerca che ha l’obiettivo di far conoscere e promuovere, in modo semplice e veloce, gli incentivi finanziati dal Ministero dello sviluppo economico, compresi quelli previsti dal PNRR, ad aspiranti imprenditori, alle imprese nuove e a quelle già attive, ai liberi professionisti, a enti e istituzioni. “É uno strumento agile e diretto a disposizione degli imprenditori che, con coraggio, creano nuove attività e per le quali possono richiedere agevolazioni per realizzare gli investimenti”, ha dichiarato il ministro Giorgetti. “Navigando nella piattaforma – prosegue il ministro – si possono trovare tutte le informazioni utili sugli incentivi del Mise. Una bussola che permette di orientarsi tra le agevolazioni previste da bandi e provvedimenti dedicati allo sviluppo del tessuto produttivo del Paese. È un’opportunità – conclude Giorgetti – per realizzare idee e progetti imprenditoriali, investire in competitività, valorizzare il territorio, coltivando e concretizzando i sogni imprenditoriali”. Dall’home page del portale, grazie ad una dettagliata classificazione delle varie misure e a procedure guidate, si può trovare o scegliere l’incentivo seguendo uno dei quattro percorsi: per profilo, adatto ad aspiranti imprenditori, imprese e professionisti, enti o cittadini; per parola chiave; per categorie di interesse, ad esempio startup, innovazione, digitalizzazione; esplorando l’intero catalogo anche con l’uso dei filtri. Ogni incentivo selezionato è corredato da una scheda sintetica, con le informazioni di dettaglio, che riporta in sintesi la misura, a chi si rivolge, cosa prevede, la data di chiusura e apertura del bando, la tipologia d’impresa che può richiedere il contributo, le specifiche tecniche e i costi ammessi, l’ambito territoriale, le indicazioni per consultare la modulistica necessaria e i riferimenti per agevolare la compilazione della domanda. In una prima fase il portale consente di trovare tutte le misure del Ministero dello sviluppo economico in continua interrelazione con il sito del Mise mentre in una seconda fase sarà aperto anche alle misure e le sovvenzioni di altre amministrazioni centrali o degli enti territoriali. È infine prevista un’area riservata alle pubbliche amministrazioni per offrire report e dati aggiornati utili alla programmazione e alla conoscenza dello stato delle misure in tempo reale. Dip 6

 

 

 

Facciamo il punto

 

In Italia non è agevole fare delle previsioni economiche; anche in considerazione della pandemia virale. Del resto, non ci sono costrutti che potrebbero indurci ad assumere posizioni cautamente ottimistiche. Sull’Esecutivo Draghi, vedremo col “tempo”. Con questa situazione, la politica non ha valenza. Quando sarà sconfitta la pandemia, sollevarci potrebbe essere arduo. Ci hanno abituato, giorno per giorno, ad avere meno e a sostenere l’insostenibile. Siamo stanchi di questa situazione che sfilaccia ogni iniziativa, ogni possibile via d’uscita. E’ ipotecato il futuro e non solo della nostra generazione.

 

Se risparmiare, è impossibile, tentare di spendere “bene” appare più difficile. La mancanza di liquidità ci ha spinto ai prestiti, ad acquistare a rate. Ipotecando per mesi, se non per anni, gli eventuali miglioramenti economici che potrebbero verificarsi. Ci sembra, a questo punto, eccessivo, fare dei raffronti.

 

 Il “superfluo” non esiste più da tempo, ora è iniziata la forzata rinuncia al “necessario”. Ce ne siamo accorti tutti. Sopravvivere è assai più difficile di quando lo era in Seconda Repubblica. Chi ancora “ha”, preferisce non investire. Chi non “ha” trova difficile guardare al futuro. C’è bisogno di un diffuso cambiamento. La “grave” malata è la nostra economia e la politica potrebbe non essere la “terapia” migliore. Giorgio Brignola de.it.press

 

 

 

 

“Italia in 10 selfie”, presentata alla Farnesina la pubblicazione curata da Symbola e Maeci sulle eccellenze italiane

 

ROMA – “Italia in 10 selfie” è un rapporto annuale prodotto da Symbola (insieme a Unioncamere e Assocamerestero) con la collaborazione del Maeci e parla dei dieci aspetti, a volte anche poco noti, nei quali l’Italia è un’eccellenza a livello globale. Si tratta di una raccolta di dieci micro-dossier che fungono da specchio di queste dieci virtù italiane. Tra tutti spiccano gli aspetti legati alla transizione ecologica ma anche alla sostenibilità, che vedono l’Italia tra le principali potenze nella cosiddetta economia circolare e nel recupero dei rifiuti. A prendo l’evento Lorenzo Angeloni (Direttore Generale Maeci per la Promozione del Sistema Paese) ha parlato di questa pubblicazione annuale ricordando come questo rapporto che racchiude dieci testimonianze sulle eccellenze italiane, si rivolga al mondo rappresentando un sistema in movimento e a misura d’uomo, tra digitalizzazione e transizione verde. Un’evoluzione che interessa ogni settore del Made in Italy. “Questi dieci selfie – ha aggiunto Angeloni – ci aiutano a conoscere primati poco noti del nostro Made in Italy e a creare ulteriori partenariati. I dieci selfie si pongono nel solco della promozione integrata di una campagna di national branding senza precedenti come BeIT che con linguaggi nuovi restituisce un’immagine innovativa dell’Italia e suoi talenti. Scienza, cultura e innovazione vengono messe insieme per massimizzare il processo di evoluzione in quello che può essere definito come uno straordinario compendio dell’attività stessa della Direzione generale per la Promozione del sistema Paese. L’efficacia di questi selfie induce a riconoscerci in questa esigenza di comunicazione a largo raggio. La Farnesina lavora  – ha concluso il Direttore Generale – per l’incremento dell’export: l’anno scorso c’è stato il record di 500 miliardi in esportazioni ma lavoriamo per incrementare sempre più anche i rapporti economici. Vogliamo più rapporti tra imprese”.

Ermete Realacci (fondatore Symbola) ha parlato delle finalità di questi dieci selfie: in primis raccontare in maniera sintetica cosa sia l’Italia e cosa abbia da dire non solo all’estero ma ai suoi stessi cittadini. Realacci ha sottolineato come ci siano sfide aperte: dai cambiamenti climatici alla sostenibilità. “Alcuni di questi selfie, così sintetici, hanno in realtà dietro di sé rapporti di decine di pagine”, ha spiegato Realacci ringraziando la Coldiretti, Federlegno e IILA per il supporto. “Questi selfie sono dentro le scelte strategiche europee: coesione, transizione verde e digitale. Siamo leader nel recupero dei materiali nell’economia circolare. L’Italia recupera oltre il 79% dei rifiuti prodotti mentre la media europea si attesta al 49%. Questi risultati sono figli, più che della politica, dei cromosomi produttivi di un Paese come il nostro povero di materie prime per cui dobbiamo essere più bravi a usare fonti di energia come l’intelligenza umana”, ha rilevato Realacci evidenziando il numero molto elevato di aziende medio-piccole in Italia che fanno la differenza ma l’impegno di un colosso come Enel che ha puntato sulle rinnovabili. “Avessimo già avuto più fonti rinnovabili avremo una situazione migliore rispetto alla crisi attuale”, ha poi sottolineato Realacci riferendosi al problema energetico generato dal conflitto in Ucraina. “Siamo primi nel mondo per siti Unesco e nei primi posti per la tecnologia dello spazio: l’Italia sarà leader nell’usare queste tecnologie nei mutamenti climatici. Abbiamo una leadership anche nel campo dei prodotti alimentari certificati, seguiti dalla Francia: i nostri prodotti sono legati ai territori incrociando un sapere antico con l’innovazione”, ha spiegato Realacci ricordando i 842 prodotti italiani per lo più legati ai piccoli comuni. Nella produzione di macchine utensili siamo al quarto posto dopo Germania, Giappone e Cina, mentre deteniamo il primato nella produzione ed esportazione di piastrelle. Anche nella produzione di occhiali di qualità l’Italia è al vertice: al secondo posto dopo la Cina.

Domenico Auricchio (Presidente Assocamerestero) ha ricordato che con Symbola le Camere di commercio italiane all’estero collaborano da tempo e lo faranno anche con la rete diplomatica. Auricchio si è soffermato sul selfie del mondo alimentare evidenziando che “quando si esporta un alimento si sta esportando un pezzo del modo di vivere italiano”. Maria Porro (Presidente Salone del Mobile) ha parlato di un settore che si raccoglie attorno a Federlegno: “una filiera molto radicata sul territorio italiano” . L’Italia è leader in Europa per il riciclo del legno e per l’uso di legno certificato. “Il nostro spirito è quello di essere portavoce del Made in Italy e della sua qualità nel mondo”, ha commentato Porro. Barbara Colombo (Fondazione UCIMU) ha ricordato che l’Italia è ai vertici per la produzione di macchine utensili, per la digitalizzazione e la sostenibilità: nel 2021 c’è stato un incremento rispetto al 2020 facendo meglio di Germania e Giappone. “Il segreto del successo? Risiede nella flessibilità delle imprese di dimensione medio-piccola e quindi più snelle”, ha spiegato Colombo. Lavinia Biagiotti (Comitato promotore Roma Expo 2030) ha parlato di come l’azienda di famiglia sia stata pioniera nel portare la bellezza italiana nel mondo con le sfilate di Laura Biagiotti. E’ stato evidenziato come non si sia mai tenuta una Expo Roma: “si tratta di un appuntamento per la rigenerazione e l’innovazione della città, un progetto per dare a Roma nuovo futuro”, ha commentato Biagiotti parlando dell’Expo di Roma come di un simbolico undicesimo selfie da aggiungere ai dieci già presentati dal report. (Inform/dip 6)

 

 

 

 

 Nascere in Puglia e ritornare

 

Il progetto “NASCERE IN PUGLIA” si propone di realizzare una promozione del brand Puglia e valorizzare i legami tra le Comunità di pugliesi nel mondo anche attraverso una PIATTAFORMA WEB con la collaborazione con gli istituti di cultura, scuole italiane all’estero, associazioni, ristoratori ed imprenditori.

Abbiamo individuato una linea strategica: quella della cultura e quella dell’enogastronomia, veri punti di forza dell’Italia e della Puglia.

Il progetto unirà la Cultura e la ristorazione.

I ristoratori sono gli ambasciatori delle nostre produzioni Made in Italia e all'estero. Il network favorirà il turismo incoming per la Puglia con pacchetti turistico culturali: Puglia, Cultura e Emozioni (corsi di lingua e cultura, di cucina Pugliese e tour di bellezze, emozioni e sapori) che saranno diffuse presso le Associazioni degli Italiani

nel mondo, gli Istituti di cultura, scuole italiane all’estero, Ambasciate, Comites, Consolati e Comuni e sui giornali-TV , su “Umanità Europa Mondo”, “Radici” e sui siti, social e i notiziari delle associazioni partner del progetto.

Il progetto è realizzato dall’AITEF, dall’ ANIM, dall’Associazione Giordano Bruno e dall’UPE e la collaborazione dell’AICCRE della Puglia e dei GAL.

Saranno organizzati eventi promozionali, informativi in Puglia e nel mondo. Il progetto ha l'obiettivo di coinvolgere i ristoratori di origine pugliese nel mondo, i professori, i ricercatori che lavorano in università, scuole di italiano, centri di cultura all'estero.

Saranno istituiti premi di riconoscenza e consegnati attestati di merito!

Staff Nascere in Puglia: G. Abbati Aitef, A. Peragine Anim, V. Marsano UPE Matino, V. Garofalo Ass.G.Bruno (de.it.press 31.5)

 

 

 

 

Positivo l’avvio del Disegno di Legge per l’Istituzione di una Commissione parlamentare per gli italiani nel mondo

 

ROMA – La terza Commissione Affari esteri del Senato ha iniziato ieri la discussione, del disegno di legge (A.S. 2368), già approvato dalla Camera dei deputati, recante l’Istituzione di una Commissione parlamentare per gli italiani nel mondo.

Verranno discussi congiuntamente i disegni di legge recanti l’istituzione di una Commissione parlamentare sull’emigrazione italiana nel mondo (A.S. 1851) a prima firma del senatore Giacobbe e il disegno di legge per l’istituzione di una Commissione parlamentare sull’emigrazione e la mobilità degli italiani nel mondo (A.S. 273) a prima firma Garavini.

“Siamo molto felici dell’avvio dell’iter” – dichiarano i due parlamentari del Partito Democratico eletti all’estero – “è un segnale positivo da parte del Parlamento e del Governo nei confronti delle nostre comunità all’estero anche circa il rilievo sempre più marcato sul piano economico, sociale e culturale, assunto dalle stesse nel corso di questi anni” – continuano Giacobbe e Porta –

Ricordiamo che l’ultimo Rapporto della Fondazione Migrantes, relativo all’anno 2021, segnala come gli italiani regolarmente iscritti all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE) siano quasi 5,6 milioni, con un aumento del 3 per cento nell’ultimo anno.

Lo stesso Rapporto evidenzia come il contributo fornito da tali cittadini sia prezioso, non solo dal punto di vista economico, stante anche la diretta correlazione esistente tra la loro presenza e l’aumento dell’export di prodotti italiani verso le rispettive aree di residenza, ma anche perché essi stessi rappresentano i primi ambasciatori della lingua e della cultura italiane oltre i confini nazionali.

“Le prossime settimane saranno cruciali affinché si possa arrivare all’approvazione del testo e come rappresentati delle nostre Comunità insieme al nostro Capogruppo in Commissione esteri il senatore Alfieri faremo da sentinelle vigili affinché si possa arrivare nel più breve tempo possibile all’approvazione di un testo condiviso” -concludono i Senatori Giacobbe e Porta -. (Inform/dip 15)

 

 

 

 

Deutschland, Frankreich und Italien unterstützen EU-Kandidatenstatus für Ukraine

 

Deutschland, Frankreich, Italien und Rumänien befürworten den „sofortigen“ offiziellen Status eines EU-Beitrittskandidaten für die Ukraine, wie die Staats- und Regierungschefs der vier EU-Länder am Donnerstag (16. Juni) bei einem Besuch in dem vom Krieg zerrütteten Land erklärten. Von: Alexandra Brzozowski, Charles Szumski und Julia Dahm

 

„Wir alle vier unterstützen den Status eines sofortigen Beitrittskandidaten“, sagte der französische Präsident Emmanuel Macron auf einer gemeinsamen Pressekonferenz mit Bundeskanzler Olaf Scholz, dem italienischen Premierminister Mario Draghi und dem rumänischen Präsidenten Klaus Iohannis, die alle am Donnerstag mit dem Zug nach Kyjiw gereist waren.

Es wird erwartet, dass die EU-Kommission ihre Stellungnahme zum Kandidatenstatus der Ukraine am Freitag (17. Juni) veröffentlicht.

Die Staats- und Regierungschefs der EU haben dann etwa eine Woche Zeit, das Dokument zu prüfen, bevor sie auf einem entscheidenden EU-Gipfel am 23. und 24. Juni über die Angelegenheit entscheiden.

„Die EU-Kommission wird den Rahmen für die Diskussion vorgeben, und der Rat wird nächste Woche Entscheidungen treffen“, sagte Macron.

Scholz und Macron gehörten zu den letzten Staats- und Regierungschefs der EU, die die Ukraine seit dem Beginn der russischen Invasion am 24. Februar besuchten, und wurden zuvor dafür kritisiert, zu vorsichtig zu sein und der Ukraine nicht genug Unterstützung zu bieten.

Der französische Präsident erklärte, er sei dafür, der Ukraine sofort den Kandidatenstatus zu gewähren, verbunden mit einem Fahrplan, der auch die Westbalkanstaaten und Moldawien berücksichtigen würde.

Auch Scholz sprach sich ausdrücklich dafür aus, der Ukraine – und zum ersten Mal auch Moldawien – den Kandidatenstatus zu gewähren. Der Bundeskanzler betonte zu Beginn des Tages, dass die Staats- und Regierungschefs nicht nur in die Ukraine reisen würden, um Solidarität zu zeigen, sondern auch, um konkrete Verpflichtungen einzugehen.

„Meine Kollegen und ich sind heute hier nach Kyjiw gekommen mit einer klaren Botschaft: Die Ukraine gehört zur europäischen Familie“, sagte er in einer Pressekonferenz.

„Das gilt auch für die Republik Moldau“, sagte Scholz und fügte hinzu, dass Deutschland 800.000 ukrainische Flüchtlinge aufgenommen habe und die Ukraine so lange unterstützen werde, wie es nötig sei.

Da eine Entscheidung für den Kandidatenstatus Einstimmigkeit unter den 27 Mitgliedsstaaten erfordert, sagte Scholz, er werde „auf eine gemeinsame Position“ in der EU hinarbeiten.

Gleichzeitig warnte er davor, die Westbalkanstaaten auf ihrem langsamen Weg zum EU-Beitritt zu vernachlässigen.

„Es ist eine Frage der europäischen Glaubwürdigkeit, dass wir gegenüber den Staaten des westlichen Balkan, die sich seit Jahren schon auf diesem Weg befinden, nun endlich unser Versprechen einlösen, jetzt und konkret“, sagte der Bundeskanzler.

Macron betonte außerdem, dass sich die EU auf die bevorstehenden Erweiterungen vorbereiten müsse, „indem sie ihre Strukturen und Verfahren modernisiert“.

Er erinnerte auch daran, dass Frankreich seine Versprechen in Bezug auf Waffenlieferungen „gewissenhaft“ einhalte und beabsichtige, noch mehr Waffen an die Ukraine zu liefern als ursprünglich geplant.

Zusätzlich zu den zwölf CAESAR-Kanonen, die Frankreich der Ukraine versprochen hat, wird Kyjiw „sechs weitere CAESAR-Kanonen“ erhalten, um sich vor Russland zu schützen.

„Selenskyj weiß, dass dies ein Schritt nach vorn ist, nicht nur ein Schritt“, sagte der italienische Premier Draghi.

An welche Bedingungen das Beitrittsgesuch der Ukraine geknüpft werden würde war nicht sofort klar, es ist aber wahrscheinlich, dass die EU strenge Anforderungen in Bezug auf Rechtsstaatlichkeit, institutionelle Reformen und Korruptionsbekämpfung stellen wird, bevor sie der formellen Aufnahme von Beitrittsgesprächen zustimmt.

In Brüssel bezeichnete NATO-Generalsekretär Stoltenberg den Besuch der Staats- und Regierungschefs in der Ukraine als eine „Botschaft der Solidarität“, die die bereits von den europäischen Regierungen unternommenen Unterstützungs- und Sanktionsmaßnahmen verstärken werde. EA 17

 

 

 

 

Studie zum Weltflüchtlingstag: Wachsende Offenheit und Hilfsbereitschaft gegenüber Geflüchteten

 

Hamburg. Vor dem Hintergrund des Ukraine-Krieges ist die Akzeptanz und Hilfsbereitschaft der Deutschen gegenüber Geflüchteten deutlich gestiegen. Laut einer anlässlich des Weltflüchtlingstags in 28 Ländern durchgeführten Studie des Markt- und Meinungsforschungsinstituts Ipsos zeichnet sich in Deutschland im Vergleich zu den Vorjahren ein gänzlich positiveres Stimmungsbild ab. Nicht nur die Offenheit gegenüber der Aufnahme von geflüchteten Menschen nimmt hierzulande zu, sondern auch der Optimismus, dass deren Integration in die neue Gesellschaft erfolgreich gelingen kann. Gleichzeitig wird seltener die Skepsis geäußert, dass Ausländer, die in der Bundesrepublik Zuflucht und Asyl suchen, in Wahrheit nur aus wirtschaftlichen Gründen nach Deutschland kommen wollen.

 

Mehr Akzeptanz fürs Asylrecht, weniger Skepsis gegenüber Geflüchteten

Mehr als drei Viertel (78%) aller Bundesbürger halten es grundsätzlich für richtig, dass Menschen die Möglichkeit haben sollten, in Deutschland Zuflucht zu suchen, um vor Krieg oder Verfolgung zu fliehen. Damit ist die allgemeine Zustimmung zum Grundrecht auf Asyl im Vergleich zur Vorjahresbefragung (71%) deutlich um sieben Prozentpunkte angestiegen. Gleichzeitig denken immer weniger Deutsche, dass die meisten Schutzsuchenden tatsächlich nur aus wirtschaftlichen Gründen nach Deutschland kommen. In der diesjährigen Befragung äußert nur noch knapp die Hälfte (51%) der Befragten diese Skepsis, fünf Prozentpunkte weniger als im Vorjahr (56%) und sieben Prozent weniger im Vergleich zum Jahr 2020 (58%).

 

Mehr Glaube an Integration, weniger Forderungen nach Grenzschließung

Auch der Glaube an eine erfolgreiche Integration von Geflüchteten hat in den letzten beiden Jahren stark zugenommen. Vor zwei Jahren war lediglich ein Drittel (35%) der Befragten davon überzeugt, dass die Integration der meisten Flüchtlinge, die nach Deutschland kommen, gelingen wird. 2021 stieg dieser Anteil bereits auf 41 Prozent, in der aktuellen Befragung zeigt sich sogar fast jeder zweite Bundesbürger (49%) zuversichtlich. Im Umkehrschluss fordern zurzeit auch deutlich weniger Deutsche (32%) eine vollständige Schließung der Grenzen für flüchtende Menschen – ein Rückgang um zehn Prozentpunkte gegenüber dem Vorjahr.

Aufnahmebereitschaft variiert je nach Fluchtgrund und Nationalität

Allerdings erfahren nicht alle Schutzsuchenden das gleiche Maß an Toleranz und Unterstützung. Während immerhin sechs von zehn Deutschen (60%) eine verstärkte Aufnahme von Menschen befürworten, die vor Krieg oder einem gewaltsamen Konflikt fliehen, sinkt die Akzeptanz bei Klimaflüchtlingen bereits deutlich. Weniger als die Hälfte der Befragten (46%) würden es unterstützen, wenn Deutschland mehr Menschen aufnehmen würde, die vor einer Naturkatastrophe oder den Auswirkungen des Klimawandels fliehen.

Bei Fluchtgründen, die persönliche Charakteristika betreffen, fällt die Aufnahmebereitschaft noch geringer aus. Nur etwa jeder Dritte befürwortet eine erhöhte Aufnahme von ausländischen Personen, die aufgrund ihrer sexuellen Orientierung oder Geschlechtsidentität (37%), ihres Geschlechts (36%), ihrer politischen Meinung (35%), ihrer Volkszugehörigkeit, Ethnie oder Nationalität (35%) oder ihrer Religion (33%) in Deutschland Zuflucht suchen.

Danach gefragt, inwieweit man die Aufnahme von mehr Flüchtlingen aus bestimmten Ländern mit starken Fluchtbewegungen unterstützen würde, wird die außergewöhnlich große Solidarität der deutschen Zivilbevölkerung mit den Menschen aus der Ukraine deutlich. Sechs von zehn Bundesbürgern (60%) befürworten eine vermehrte Aufnahme von Ukrainerinnen und Ukrainern, die vor dem Krieg in ihrer Heimat fliehen. Bei anderen krisengebeutelten Nationen wie Syrien (31%), Afghanistan (29%), Myanmar (27%), Venezuela (25%) oder dem Südsudan (23%) sinkt die Aufnahmebereitschaft der Deutschen um ein Vielfaches.

 

Große Hilfsbereitschaft für Geflüchtete aus der Ukraine

Folgerichtig hat sich seit der russischen Invasion in die Ukraine auch das Engagement der Zivilbevölkerung für Geflüchtete merklich erhöht. Mehr als jeder dritte Hilfeleistende (37%) aus Deutschland hat sich in den letzten zwölf Monaten zum ersten Mal ehrenamtlich für geflüchtete Menschen eingesetzt. Fast die Hälfte (49%) war laut eigener Aussage besonders durch die Lage in der Ukraine motiviert. Nur ein Viertel (24%) derjenigen Befragten, die im letzten Jahr Flüchtlingshilfe geleistet haben, taten dies auch in der Vergangenheit schon regelmäßig. Ipsos 17

 

 

 

 

Ultimative Bürgerbeteiligung?

 

Nicht demokratisch gewählt, aber beliebt: Bürgerräte können die Beteiligung der Bevölkerung in der EU stärken, sie dürfen aber nicht überhöht werden. Nils Meyer-Ohlendorf

 

Bürgerräte haben Konjunktur. Frankreich oder Deutschland hatten große Bürgerräte zur Klimapolitik. In Irland gab es einen einflussreichen Bürgerrat, der geholfen hat, den Abtreibungskonflikt beizulegen. Es gibt viele weitere Beispiele. Nun arbeitet auch die EU mit Bürgerräten.

Bei der Konferenz zur Zukunft Europas haben diese sogenannten Europäischen Bürgerforen eine zentrale Rolle gespielt. 800 Bürgerinnen und Bürger aus allen Mitgliedstaaten wurden per Zufallsalgorithmus ausgewählt. Sie haben Empfehlungen zu Themenfeldern erarbeitet, die für die Zukunft Europas relevant sind – von Klimaschutz, über Arbeitsmarktpolitik bis hin zu Sicherheitspolitik.

Die EU-Kommission betrachtet die EU-Bürgerforen als Erfolg. Nach dem Willen der Kommission sollen Bürgerforen deshalb in Zukunft für zentrale Gesetzesvorhaben der Europäischen Union Empfehlungen erarbeiten. Das Europäische Parlament drängt in die gleiche Richtung. Es spricht also viel dafür, dass Bürgerräte einen festen Platz in EU-Entscheidungsprozessen bekommen werden.

Was sind die Lehren aus den EU-Bürgerforen? Wie können diese künftig in Entscheidungsprozesse der EU eingebunden werden?

Ein beeindruckender Austausch zwischen Bürgerinnen und Bürgern aus allen Mitgliedstaaten, ein hohes Maß an Gemeinsamkeiten und sehr viel Einsatzbereitschaft waren echte Stärken der EU-Bürgerforen. Ihre Empfehlungen haben die Beschlüsse der Konferenz wesentlich geprägt. Paritätische Besetzung mit Frauen und Männern und große Beteiligung junger Menschen waren weitere Stärken. Dies ist ein großer Erfolg.

Aber es gab auch Schwächen. EU-Bürgerforen und europäische Bürgerinnen wurden zu oft gleichgesetzt. „Die Bürger Europas hätten gesprochen und werden nun gehört“ – sinngemäß war dies ein oft zu hörendes Statement von Politikern. Die Empfehlungen der EU-Bürgerforen würden die Erwartungen der Bevölkerung Europas spiegeln. Quasi als Vorgabe des Souveräns müssten sie umgesetzt werden. Damit wurden die EU-Bürgerforen überhöht und problematisch.

Diese Gremien sollen die Bevölkerung in ihren unterschiedlichen Facetten abbilden. Insofern sind sie repräsentativ, aber ungewählt vertreten sie niemanden. Ohne demokratische Legitimität haben sie keinen Anspruch auf Umsetzung ihrer Empfehlungen. Den Mitgliedern der Bürgerforen war dies meistens bewusst, aber viele Politikerinnen haben in ein großes Horn gestoßen: Wir haben die Europäer gehört und setzen ihre Wünsche um.

Damit sind Enttäuschungen vorprogrammiert – wenn Vorschläge nicht umgesetzt werden. Anstatt, wie beabsichtigt, einen zusätzlichen Austausch zwischen Vertretern und Vertretenen zu schaffen, wird das Narrativ „von denen da oben“ befeuert. Zudem entsteht Verwirrung, wenn sich die Beschlüsse der Konferenz manchmal auf Empfehlungen der EU-Bürgerforen berufen – und manchmal nicht. Haben die Beschlüsse deshalb unterschiedliche Legitimität? Diese Frage gewinnt an Dringlichkeit, weil sie politisch wichtige Beschlüsse der Konferenz betrifft, wie etwa die Direktwahl der Kommissionspräsidentin.

Die überhöhende Rhetorik suggeriert zudem, dass Bürgerforen die ultimative Form der Bürgerbeteiligung in der EU seien. Sie sind der missing link zwischen politischen Entscheidungsträgerinnen und der Bevölkerung. Bürgerforen heben Demokratie in der EU auf eine neue, sprich bessere Ebene.

Diese Überhöhung wischt andere Formen von Bürgerbeteiligung beiseite. Mitarbeit in politischen Parteien, Bürgerbewegungen wie etwa Fridays for Future, die Europäische Bürgerinitiative und Konsultationen der Öffentlichkeit bleiben unerwähnt. Die Verengung auf Bürgerforen suggeriert zudem, dass ohne sie die Demokratie in der EU auf einem alten und damit überkommenen Zustand verharre. Ohne sie gebe es keinen echten Austausch zwischen Bürgerinnen und Politik. Das Kind wird mit dem Bade ausgeschüttet.

Schließlich war die Themenstellung der EU-Bürgerforen – die Zukunft Europas – zu breit. Mit dieser uferlosen Themenstellung wurde es schwer, konkrete und damit handlungsleitende Empfehlungen zu erarbeiten – und zwar innerhalb kurzer Zeit und ohne großes Vorwissen. Viele Empfehlungen sind deshalb allgemein und wiederholen in der Sache bestehende Beschlüsse der Europäischen Union – womit ihr praktischer Mehrwert für die EU gering blieb.

Vor diesem Hintergrund bieten sich vier Lehren an für den Fall, dass Bürgerräte in EU-Entscheidungsprozessen einen festen Platz bekommen sollen.

Erstens: Politikerinnen und Politiker sollten ehrlicher und mit mehr Mut sagen, was Bürgerforen in Wirklichkeit sind: Beratungsgremien, keine Ersatzparlamente. Sie ergänzen andere Formen der Bürgerbeteiligung, sie sprechen aber nicht alleinig für das Volk.

Zweitens: Für Empfehlungen mit praktischem Mehrwert sollten die bürgerlichen Diskussionsplattformen eng begrenzte Themenfelder bearbeiten. Bürgerforen für bestimmte Gesetzgebungsvorhaben – wie die Kommission sie vorschlagen will – sind eine Möglichkeit für Themeneingrenzung. Bürgerforen zur strategischen Ausrichtung der EU laufen dagegen Gefahr, sich in abstrakten Aussagen zu verlieren.

Drittens: Für eine rechtzeitige und thematisch begrenzte Beteiligung am EU-Gesetzgebungsverfahren sollten Bürgerforen nach einer Mitteilung der Kommission, aber vor dem Gesetzgebungsvorschlag der Kommission einberufen werden. Damit es eine klare Abgrenzung zu den eigentlichen gesetzgeberischen Entscheidungen gibt, sollte die Arbeit der Bürgerforen mit der Kommentierung des Kommissionsvorschlags enden. Nach dem Gesetzgebungsverfahren sollten die Bürgerforen öffentlich und detailliert Feedback erhalten: Warum wurden Empfehlungen übernommen und warum nicht.

Da Bürgerforen zeitintensiv und teuer sind, sollten sie auf solche Gesetzgebungsvorhaben beschränkt werden, die richtungsweisend für die EU sind und bei denen Bürgerforen die Debatte voranbringen und inspirieren könnten. Festgefahrene Themen bieten sich hier an. Die Kommission sollte die Bürgerräte einberufen und dafür ein weiteres Ermessen haben. Bürgerforen sollten die ohnehin langsame und komplizierte Gesetzgebung in der EU nicht weiter verlangsamen.

Viertens: EU-Bürgerforen sollten so repräsentativ wie möglich sein. Das bedeutet nicht nur, dass die Bürgerforen ein Mini-Europa hinsichtlich des Geschlechts, der Herkunft, des Alters, der Bildung und des sozioökonomischen Hintergrunds abbilden, sondern auch hinsichtlich von Werten und politischen Überzeugungen. 

Werden diese Lehren umgesetzt, stärken Bürgerforen die Beteiligung von Bürgern an EU-Entscheidungen. Sie ergänzen dann die anderen Formen von Bürgerbeteiligung. IPG 18

 

 

 

 

„Verarbeitung der Flutkatastrophe kann Jahre dauern“

 

Fast ein Jahr nach der Flutkatastrophe in Nordrhein-Westfalen und Rheinland-Pfalz haben die Malteser die ersten größeren Einzelfallhilfen ausgezahlt.

Insgesamt seien 215 Einzelfallhilfen im Wert zwischen 2.000 und 90.000 Euro bewilligt worden, wie die Hilfsorganisation am Freitag in Köln mitteilte. Weitere 200 Anträge lägen vor. Es sei davon auszugehen, dass die Betroffenen noch über Jahre Hilfe in Anspruch nehmen würden.

Erheblich sei auch der Bedarf an psychosozialer Unterstützung gewesen: Mehr als 9.000 Kontakte für eine meist niederschwellige Beratung und Kurzzeitinterventionen bis hin zur Vermittlung von Therapieangeboten zählen die Malteser nach eigenen Angaben bis heute.

„Zunächst haben viele Menschen funktioniert...“

Zunächst hätten viele Menschen „funktioniert“, sagte der Psychotherapeut und Koordinator der Psychosozialen Nachsorge in NRW, Frank Waldschmidt. „Sie haben Schlamm geschippt, ein Dach über dem Kopf gefunden, sind zur Arbeit und Schule gegangen und haben Vorbereitungen für den Wiederaufbau getroffen. Doch irgendwann setzt Ruhe ein und die Psyche verlangt Antworten.“

Dieser Prozess könne Jahre dauern, sagte Waldschmidt. Die Fachkräfte versuchten, den Betroffenen „die Normalität zurückzugeben, die sie bis zum 14. Juli 2021 gewohnt waren“.

„Viele Menschen sind müde, ausgelaugt“

Berater gingen auch bezüglich der Einzelfallhilfe gezielt auf Bewohner von beschädigten Häusern zu, betonte der Präsident des Malteser Hilfsdienstes, Georg Khevenhüller. „Die Katastrophe wirkt nach. Viele Menschen sind müde, ausgelaugt, oder stecken fest zwischen Finanzierung und Handwerksarbeiten“, erklärte er. „Sie brauchen Zeit und jemanden, der ihnen über längere Zeit beisteht. Das werden wir Malteser tun.“

Nach der bereits geleisteten Soforthilfe, Versicherungsleistungen sowie staatlicher Unterstützung sind die Einzelfallhilfen der letzte mögliche Teil der Hilfe, so die Malteser. Sie finanzieren sich demnach aus Spenden und dienen dazu, den verbleibenden Eigenanteil von bis zu 20 Prozent der Wiederaufbau- und Hausratkosten zu decken. Finanziert werden damit Gebäudesanierungen und der Kauf etwa von Möbeln, Haushaltsgeräten und Geschirr.

„Es gilt Formulare auszufüllen, ja. Aber wir helfen dabei gerne“

Khevenhüller appellierte an weitere Betroffene, sich zu melden. „Es gilt Formulare auszufüllen, ja. Aber wir helfen dabei gerne und nehmen uns Zeit für die individuelle Beratung.“ Zehn „Fluthilfe-Büros“ berieten Betroffene vor Ort; die Bearbeitung der vollständigen Unterlagen erfolge binnen kurzer Zeit. Bisher seien zwölf Prozent der Anträge abgelehnt worden. „Leider sind manche Haushalte nach den für uns geltenden Bedingungen der Finanzbehörden nicht förderbar“, so der Malteser-Präsident. Man versuche jedoch, in jedem Einzelfall eine erfolgversprechende Lösung zu finden. (kna 17)

 

 

 

 

Vereinte Nationen. Flüchtlingskrise von nie dagewesenem Ausmaß

 

Mehr als 100 Millionen Menschen sind laut Vereinten Nationen auf der Flucht vor Gewalt, Unterdrückung und bewaffneten Konflikt. Der russische Angriffskrieg gegen die Ukraine hat in kürzer Zeit die Not drastisch verschärft.

 

Die UN schlagen Alarm: Die Welt müsse eine Flüchtlingskrise von nie dagewesenem Ausmaß bewältigen, warnte das Flüchtlingshilfswerk UNHCR am Donnerstag in Genf. Erstmals seien mehr als 100 Millionen Menschen auf der Flucht vor Menschenrechtsverletzungen, Gewalt und Konflikten. Der Angriffskrieg Russlands in der Ukraine und andere bewaffnete Konflikte hätten erheblich dazu beigetragen, erklärte das UNHCR in dem Bericht „Global Trends“, der anlässlich des Weltflüchtlingstages am 20. Juni erscheint.

In den vergangenen zehn Jahren sei die Zahl der Vertriebenen immer weiter gestiegen, beklagte der UN-Hochkommissar für Flüchtlinge Filippo Grandi. „Entweder kommt die internationale Gemeinschaft zusammen, um etwas gegen diese menschliche Tragödie zu unternehmen, Konflikte zu lösen und dauerhafte Lösungen zu finden, oder dieser schreckliche Trend wird sich fortsetzen.“

Grandi: Alle Krisen brauchen Ukraine-Mobilisierung

Neuen Daten des UNHCR zufolge ist die Zahl der weltweit vertriebenen Menschen bis Ende 2021 auf knapp 90 Millionen gestiegen. Wellen der Gewalt oder langwierige Konflikte in Ländern wie Äthiopien, Burkina Faso, Myanmar, Nigeria, Afghanistan und der Demokratischen Republik Kongo hätten dazu beigetragen. Ebenso habe der Krieg in der Ukraine in diesem Jahr mehrere Millionen Menschen innerhalb des Landes in die Flucht gezwungen. Zudem hätten mehr als sechs Millionen Flüchtlinge die Ukraine verlassen.

Zu den weltweit Vertriebenen zählen Flüchtlinge und Asylsuchende sowie 53 Millionen Menschen, die durch Konflikte innerhalb ihrer Heimatländer geflohen sind. „Die internationale Reaktion auf die Menschen, die vor dem Krieg in der Ukraine fliehen, war überwältigend positiv“, sagte Grandi. „Das Mitgefühl ist lebendig und wir brauchen eine ähnliche Mobilisierung für alle Krisen auf der Welt.“

Schulze: Schwerste Hungersnot seit dem Zweiten Weltkrieg droht

Bundesentwicklungsministerin Svenja Schulze (SPD) wies angesichts der erschreckenden Zahlen darauf hin, dass viele Flüchtlinge und Binnenvertriebene nun zusätzlich vom Hunger bedroht seien. „Die durch den russischen Angriffskrieg verursachten steigenden Nahrungsmittelpreise sind eine Katastrophe für Entwicklungsländer, die von Armut, Trockenheit und Hunger betroffen sind und zudem als Aufnahmeländer für Millionen geflüchteter Menschen zu sorgen haben“, erklärte Schulze am Donnerstag in Berlin. „Es droht die schwerste Hungersnot seit dem Zweiten Weltkrieg.“

Auch Gewalt und Repressionen gegen Geflüchtete nähmen weiter zu, erklärte „Brot für die Welt“. „Ob im Mittelmeer oder der Sahara, ob auf dem Balkan oder entlang der Fluchtrouten in Mittelamerika – überall werden die Rechte von Menschen, die aus unterschiedlichen Gründen ihre Heimat verlassen haben, mit Füßen getreten“, sagt Dagmar Pruin, Präsidentin des evangelischen Hilfswerks. „Viele bezahlen die unmenschliche Abschottungspolitik, wie sie etwa die EU und die USA betreiben, mit dem Tod.“

„Globales Systemversagen“

David Miliband, Präsident der Hilfsorganisation IRC, sprach mit Blick auf die Flüchtlingszahlen von einem „globalen Systemversagen“. Ohne konkretes Handeln der Entscheidungsträger werde die historische Zahl von 100 Millionen auf der Flucht nur der Vorläufer für immer höhere Zahlen sein. Reimund Reubelt, Erster Vorstand der Menschenrechts- und Hilfsorganisation Hoffnungszeichen, mahnte: „Die direkten und die indirekten Folgen des Klimawandels werden mit Sicherheit noch in diesem Jahrhundert mehr und mehr Menschen aus ihrer Heimat vertreiben.“

Der jüngste UNHCR-Bericht beinhaltet laut dem Verfasserteam auch Hoffnungsschimmer. Die Zahl der zurückgekehrten Flüchtlinge und Binnenvertriebenen habe im Jahr 2021 wieder das Niveau von vor der Corona-Pandemie erreicht. Dabei sei die Zahl der freiwilligen Rückkehrer um 71 Prozent gestiegen. (epd/mig 17)

 

 

 

Symbol- oder Innenpolitik? Scholz, Macron und Draghi besuchen die Ukraine

 

Die Staats- und Regierungschefs Deutschlands, Frankreichs und Italiens reisen am Donnerstag nach Kyjiw, um ihre Unterstützung zeigen und so der wachsenden Unzufriedenheit über mangelndes Engagement für die Ukraine entgegenzutreten. Von: Oliver Noyan

 

Analyst:innen weisen jedoch darauf hin, dass der Besuch innenpolitische Gründe haben könnte und die Politik Berlins, Paris‘ und Roms gegenüber der Ukraine kaum verändern werde.

Der Besuch von Olaf Scholz, Emmanuel Macron und Mario Draghi ist zwar noch nicht offiziell bestätigt, doch aus verschiedenen Quellen heißt es, dass die drei Staatschefs voraussichtlich heute nach Kyjiw reisen werden, um über die EU-Bewerbung der Ukraine und weitere finanzielle und militärische Unterstützung zu sprechen.

Ein am Donnerstagmorgen von der italienischen Nachrichtenagentur RAI veröffentlichtes Foto, das die drei Staats- und Regierungschefs in einem Zugabteil zeigt, scheint diese Berichte zu bestätigen.

Deutschland und Frankreich wurden in den letzten Wochen zunehmend von verschiedenen Vertreter:innen der Ukraine kritisiert, die den beiden größten EU-Mitgliedstaaten vorwarfen, Kyjiw nicht ausreichend in seinen Bemühungen zu unterstützen, die russische Invasion abzuwehren.

Außerdem seien die Länder zu zögerlich darin, ihre Beziehungen zu Russland zu kappen.

Der ukrainische Präsident Wolodymyr Selenskyj hat bereits betont, dass „kein Spagat zwischen der Ukraine und den Beziehungen zu Russland versucht werden sollte“, wie er am Dienstag im ZDF sagte.

Während die drei Staatschefs versuchen, ihre Unterstützung für die Ukraine zu zeigen, ist es unwahrscheinlich, dass der Besuch einen Kurswechsel einleitet.

„Ich denke, es ist eher eine Form von Symbolpolitik, dass die drei Staatsoberhäupter, die in Bezug auf Waffenlieferungen und im Umgang mit Russland eher vorsichtig und zögerlich sind, nun in die Ukraine reisen“, sagte Stefan Meister, Leiter des Programms für Internationale Ordnung und Demokratie bei der Deutschen Gesellschaft für Auswärtige Politik (DGAP) gegenüber EURACTIV.

Der Zeitpunkt des Besuchs ist nicht zufällig gewählt. Die Europäische Kommission wird am Freitag bekannt geben, ob sie der Ukraine den Status eines EU-Beitrittskandidaten verleihen wird.

Allerdings gibt es auch innenpolitische Gründe für den Besuch.

Besonders der Druck auf Scholz ist in den vergangenen Wochen kontinuierlich gewachsen. Noch im Mai hatte er gemeint, nicht „für ein kurzes Rein und Raus mit einem Fototermin“ in die Ukraine reisen zu wollen.

Seitdem ist er jedoch zunehmend ins Kreuzfeuer geraten, da er die vor einem Monat versprochenen schweren Waffen bisher nicht an die Ukraine geliefert hat und von der ukrainischen Seite wegen seines Zögerns zunehmend in der Kritik steht.

In Frankreich findet der Besuch derweil nur wenige Tage vor der zweiten Runde der Parlamentswahlen am Sonntag statt, bei der Macron seine Mehrheit in der Nationalversammlung gegen das Linksbündnis NUPES verteidigen will, das in den letzten Wochen immer mehr Zuspruch gewinnen konnte.

Friedensgespräche fördern?

Zusätzliche finanzielle und militärische Unterstützung sowie der EU-Kandidatenstatus der Ukraine dürften ganz oben auf der Tagesordnung stehen. Es ist jedoch sehr wahrscheinlich, dass die Staats- und Regierungschefs der größten EU-Länder auch über mögliche Friedensgespräche mit Russland diskutieren werden.

Macron hat sich zu diesem Thema besonders deutlich geäußert. Anfang Juni betonte er, dass der Westen „Russland nicht demütigen“ dürfe – und löste damit breite Kritik in der Ukraine aus.

Macron wiederholte diese Position am Mittwoch bei einem Besuch in Rumänien und Moldawien, wo er betonte, dass „der ukrainische Präsident und seine Beamten mit Russland verhandeln müssen.“

Die Europäer:innen schuldeten der Republik Moldau ein positives und klares Signal bezüglich ihres EU-Beitrittsantrags, sagte der französische Präsident Emmanuel Macron am Mittwoch in Chisinau.

Während Scholz nicht öffentlich auf Friedensgespräche drängte, sagte der Russland-Experte Stefan Meister, dass Frankreich und Deutschland „ähnliche Positionen in dieser Frage vertreten.“

„Ich denke, bei dem Besuch wird es auch darum gehen, auszuloten, was in Bezug auf einen Waffenstillstand möglich ist und wo die Ukraine hier steht“, so Meister.

‚Frieden‘ oder ‚Gerechtigkeit‘?

Neue Umfragen des European Council on Foreign Relations (ECFR), die am Mittwoch veröffentlicht wurden, könnten darauf hindeuten, dass sowohl Bundeskanzler Olaf Schoz als auch Macron den Puls ihrer jeweiligen heimischen Öffentlichkeit genau erfasst haben.

In allen befragten Ländern, mit Ausnahme Polens und Großbritanniens, überwiegt bei den europäischen Wähler:innen (35 Prozent) der Wunsch, den Krieg so schnell wie möglich zu beenden, während nur 22 Prozent glauben, dass nur eine klare Niederlage Russlands Frieden bringen kann.

Noch höher sind diese Zahlen in Italien, Deutschland und Frankreich, wo 52, 49 und 41 Prozent der Befragten einen sofortigen Frieden verlangen, selbst wenn dies mit Zugeständnissen der Ukrainer:innen an Russland verbunden wäre.

Nur jeweils 16, 19 und 20 Prozent glauben, dass nur eine Niederlage Russlands Frieden bringen könnte.

In der Zwischenzeit hat die Ukraine bereits die Idee eines möglichen, von Frankreich und Deutschland vermittelten Friedensplans abgelehnt – wie es bei den Minsker Vereinbarungen der Fall war, die den Konflikt in der Ukraine 2014 und 2015 einfroren.

„Ich fürchte, sie werden versuchen, ein Minsk-III zu erreichen“, sagte Selenskyjs wichtigster Berater, Oleksiy Arestovych, gegenüber Bild.

„Sie werden sagen, dass wir den Krieg beenden müssen, der zu Ernährungsproblemen und wirtschaftlichen Problemen führt“, erklärte er.

Für Arestowitsch ist das keine Option mehr. Putin hat in Butcha Menschen getötet, „und der Westen sagt, wir sollen sein Gesicht wahren.“ EA 16

 

 

 

 

Infektionsschutzgesetz: Mehrheit für Verlängerung

 

Hamburg. Das Infektionsschutzgesetz zur Bekämpfung des Coronavirus läuft zum September hin aus. Mehr als jeder zweite Deutsche (52%) wünscht sich laut einer aktuellen Umfrage des Markt- und Meinungs-forschungsinstituts Ipsos jedoch eine sofortige Verlängerung des Gesetzes. Nur knapp jeder Fünfte (19%) spricht sich dafür aus, künftig ganz auf das Gesetz zu verzichten. 29 Prozent der Befragten würden es wiederum bevorzugen, wenn die Bundesregierung diese Entscheidung erst trifft, falls sich die Corona-Situation wieder verschlechtert. Unter den Anhängern der Koalitionsparteien herrscht in dieser Frage Uneinigkeit. Während die Unterstützer von SPD und Grünen mehrheitlich eine sofortige Verlängerung des Infektionsschutzgesetzes begrüßen, zeigen sich die Sympathisanten der FDP tief gespalten.

 

Größte Zustimmung bei Grünen-Anhängern, FDP-Unterstützer gespalten

Die größte Zustimmung für eine Verlängerung findet sich unter den Grünen-Anhängern (68%), gefolgt von den Sympathisanten von Union (61%) und SPD (58%). Im Gegensatz zur Anhängerschaft der anderen Koalitionspartner, zeigen sich die Unterstützer der FDP jedoch unentschlossen. Lediglich 40 Prozent sprechen sich für eine Verlängerung des Gesetzes aus, weitere 40 Prozent bevorzugen eine Vertagung der Entscheidung auf einen späteren Zeitpunkt. Jeder fünfte Anhänger der Liberalen (20%) lehnt eine Fortsetzung der Infektionsschutzmaßnahmen vollständig ab. Bei den Unterstützern der Grünen (5%) und SPD (8%) tut dies nur eine kleine Minderheit, und auch unter den Unions-Anhängern wird diese Meinung nur von jedem Zehnten (10%) vertreten.

 

Sympathisanten der AfD mehrheitlich gegen Verlängerung

Bei der Anhängerschaft der Linken ergibt sich ein ähnlich gespaltenes Bild wie bei den Freien Demokraten. Während 37 Prozent eine Verlängerung präferieren würden, spricht sich ein Drittel (33%) dafür aus, dass die Entscheidung später getroffen wird. Weitere 30 Prozent sind der Meinung, dass man das Gesetz auslaufen lassen sollte. AfD-Sympathisanten sind als einzige mehrheitlich gegen eine Verlängerung des Infektionsschutzgesetzes. 58 Prozent sind dafür, zukünftig ganz darauf zu verzichten. Nur jeder Vierte (26%) wünscht sich eine Verlängerung und jeder Sechste (16%) eine Vertagung der Entscheidung.

Ipsos 15

 

 

 

 

 

NATO-Staaten gespalten, ob China eine Bedrohung darstellt

 

Während Amerikaner und Europäer immer noch geteilter Meinung darüber sind, ob sie China als „Bedrohung“ oder „Herausforderung“ für ihre Sicherheit betrachten sollen, versuchen die Verbündeten, sich auf das neue langfristige strategische Dokument der NATO zu einigen. Von: Alexandra Brzozowski, Oliver Noyan und Théo Bourgery |

 

„Der wachsende Einfluss Chinas verändert die Welt, mit direkten Folgen für unsere Sicherheit und unsere Demokratien“, so NATO-Generalsekretär Jens Stoltenberg am Dienstag gegenüber der Athen-Mazedonischen Nachrichtenagentur (ANA) und fügte hinzu, dass „Chinas Zwangspolitik“ eine „Bedrohung und Herausforderung“ für die Sicherheit des Westens darstelle.

Einige Wochen zuvor hatte Stoltenberg in Davos davor gewarnt, Sicherheit nicht gegen wirtschaftlichen Profit einzutauschen, und auf die Risiken hingewiesen, die entstehen, wenn die engen wirtschaftlichen Beziehungen zu Russland und China nicht überwacht werden.

Allerdings zeigen mehrere Mitgliedsstaaten, darunter Frankreich und Deutschland, bisweilen noch Bedenken, für China und Russland dieselbe Bezeichnung zu verwenden.

Stattdessen könnten sie es vorziehen, Moskau eindeutig als „Sicherheitsbedrohung“ zu benennen, während Peking als „Sicherheitsherausforderung“ angesehen wird.

Doch selbst die Einstufung Chinas als „Herausforderung“ würde eine schärfere Formulierung darstellen als im aktuellen strategischen Konzept der NATO aus dem Jahr 2010, in dem das Land überhaupt keine Erwähnung findet.

Letztes Jahr betonten die Staats- und Regierungschefs der NATO in einer historischen Wende, dass China eine Herausforderung darstelle, die es zu bewältigen gelte, teilweise auf Drängen der USA.

Übereinstimmende Sichtweisen auf China

„Die transatlantischen Ansichten über China gehen seit langem auseinander, aber in letzter Zeit nähern sie sich allmählich an“, erklärte Bruno Lété, Experte für Sicherheit und Verteidigung beim German Marshall Fund in Brüssel, gegenüber EURACTIV.

„Die EU-Mitgliedstaaten sind sich nicht einig, ob China eine Bedrohung darstellt, und bis auf Weiteres wird China im Allgemeinen als ’strategischer Konkurrent‘ bezeichnet“, sagte er und fügte hinzu, dass die neue Strategie der NATO dieser Linie folgen werde.

Die NATO wird wahrscheinlich auch versuchen, die Zusammenarbeit mit China beim Bau von Infrastrukturen und Lieferketten im NATO-Verbund zu minimieren.

Insbesondere unter dem ehemaligen US-Präsidenten Donald Trump hat Washington lange Zeit Druck auf europäische und andere Länder ausgeübt, chinesische Technologie, wie etwa den chinesischen Telekommunikationsausrüster Huawei, von 5G-Netzen auszuschließen.

„Die Trump-Administration hat die EU in eine Position gebracht, in der sie aufgefordert wurde, eine ‚Amerika zuerst und gegen China‘-Politik zu akzeptieren, was für Washington aber nicht gut gelaufen ist“, sagte Lété.

„Die Biden-Administration geht nuancierter vor und versteht, dass die Europäer:innen ihre eigenen Beziehungen zu Peking haben, drängt aber dennoch die Regierungen der EU-Länder, sich mit den von China ausgehenden Sicherheitsbedenken zu befassen – dies versetzt die Europäer:innen in eine viel komfortablere Position, um öffentlich eine transatlantische Annäherung an China in Betracht zu ziehen“, fügte er hinzu.

Deutschland: Abhängigkeiten in der Lieferkette abbauen

„Eine härtere Position der NATO und der EU gegenüber China spiegelt im Allgemeinen einen ähnlichen Trend in Deutschland wider“, sagte Tim Rühlig, wissenschaftlicher Mitarbeiter der Deutschen Gesellschaft für Auswärtige Politik (DGAP) gegenüber EURACTIV.

Derzeit arbeitet die Bundesregierung an einer neuen China-Strategie, die höchstwahrscheinlich diesen kritischeren Ansatz verdeutlichen und sich mit den Abhängigkeiten in der Lieferkette befassen wird – nicht zuletzt im Hinblick auf die jüngsten Erfahrungen in Bezug auf kritische Abhängigkeiten von Russland im Energiesektor, so Rühlig.

„Umstritten bleiben jedoch das Ausmaß, die Geschwindigkeit und die Methode der Loslösung“, sagte Rühlig und fügte hinzu, dass es sowohl in den wirtschaftlichen als auch in den politischen Kreisen Deutschlands unterschiedliche Positionen gäbe.

Dem deutschen Experten zufolge würde sich dies vor allem im starken deutschen Automobilsektor bemerkbar machen, für den China ein wichtiger Import- und Exportmarkt ist.

„Da China ein wichtiger Akteur im Bereich der E-Mobilität ist, wird China in den kommenden Jahren von einer Marktchance zu einem Konkurrenten für die deutsche Autoindustrie“, so Rühlig.

 „Die kritischen Abhängigkeiten von China zu reduzieren ist schwieriger und wird mehr Zeit in Anspruch nehmen als die Abkopplung von Russland, aber der Konsens, dass wir die Abhängigkeiten reduzieren und einen kritischeren Ansatz wählen müssen, wächst stetig.“

Frankreich: Ausländische Investitionen prüfen

In Frankreich wurde nach dem Amtsantritt des französischen Präsidenten Emmanuel Macron im Jahr 2017 der Ruf nach mehr Restriktionen laut. Chinesische Investitionen, mehr Vorsicht und die Schaffung einer Industriestrategie, die nach und nach auf chinesische Zulieferungen verzichtet.

Obwohl China nie direkt erwähnt wurde, steht es im Mittelpunkt der französischen Industriestrategie. Dies wurde nach der Krise bei der Versorgung mit Masken während der Corona-Pandemie und bei den Lieferengpässen von Halbleitern sehr deutlich.

„Die französische Regierung verfolgt gegenüber China einen Ansatz der Risikominderung, insbesondere wenn es um Technologietransfers und ausländische Direktinvestitionen geht“, erklärte Mathieu Duchâtel, Direktor des Asienprogramms am Institut Montaigne, gegenüber EURACTIV Frankreich.

„Der französische Ansatz ist offiziell länderneutral, obwohl er stark von den Realitäten der chinesischen Wirtschaftsmacht geprägt ist“, fügte Duchâtel hinzu.

In diesem Sinne war Frankreich ein entscheidender Akteur bei der Einigung auf die EU-Verordnung zur Schaffung eines Rahmens für die Überprüfung ausländischer Direktinvestitionen im Jahr 2020.

Dasselbe gilt für das PACTE-Gesetz von 2019, das die Bemühungen der Regierung zur Überprüfung ausländischer Direktinvestitionen verstärkt und französische Unternehmen dazu anhält, ihre gesamte Lieferkette zu überprüfen. EA 15

 

 

 

 

Flüchtlingsrat skeptisch. Integrationsbeauftragte: Endlich Wege bieten aus der „unerträglichen Kettenduldung“

 

Integrationsbeauftragte Alabali-Radovan verteidigt das geplante Chancen-Bleiberecht für langjährig Geduldete. Die Regierung wolle Wege aus den „unerträglichen Kettenduldungen“ bieten. Flüchtlingsräte sind skeptisch. Die Zahl der Begünstigten werde möglichst klein gehalten.

Die Integrationsbeauftragte der Bundesregierung, Reem Alabali-Radovan (SPD), hat die Pläne der Ampel-Koalition für ein sogenanntes Chancen-Bleiberecht für langjährig in Deutschland geduldete Ausländer verteidigt. „Wir wollen ein modernes Einwanderungsland sein. Das heißt auch, dass wir endlich Wege bieten aus der unerträglichen Kettenduldung für diejenigen, die bereits seit über fünf Jahren hier in Deutschland leben“, erklärte Alabali-Radovan am Dienstag in Berlin.

SPD, Grüne und FDP haben sich bei den Koalitionsverhandlungen auf eine Stichtagsregelung beim Bleiberecht für Menschen geeinigt, die seit Langem in Deutschland leben, dabei keinen gesicherten Aufenthaltstitel haben, zugleich aber auch nicht abgeschoben werden können. Das sogenannte Chancen-Bleiberecht sollen laut Koalitionsvertrag Menschen bekommen, die am 1. Januar dieses Jahres seit fünf Jahren in Deutschland leben, nicht straffällig geworden sind und sich zur freiheitlich-demokratischen Grundordnung bekennen.

Flüchtlingsrat skeptisch

Vorgesehen ist für sie eine einjährige Aufenthaltserlaubnis, um in der Zeit die übrigen Voraussetzungen für ein Bleiberecht zu erfüllen. Dazu gehört laut Koalitionsvertrag die Sicherung des Lebensunterhalts. Bundesinnenministerin Nancy Faeser (SPD) hat einen Gesetzentwurf zur Umsetzung der Regelung vor der Sommerpause angekündigt.

Flüchtlingsräte zeigten sich nach Vorlage des Referentenentwurfs skeptisch. „Denn der Gesetzentwurf ist so restriktiv formuliert, dass das eigentliche Ziel, mit diesem Instrument einer signifikanten Anzahl von Menschen aus der Duldung in einen robusten Daueraufenthalt zu bringen, als stark gefährdet erscheint“, kritisiert Martin Link, Geschäftsführer beim Flüchtlingsrat Schleswig-Holstein.

Passpflicht wird zum Verhängnis

Vielen Geflüchteten gelinge es nicht, der Passpflicht zu genügen. Das könne ihnen „zum Verhängnis werden“. Das lasse vermuten, „dass die Zahl der von der künftigen Bleiberechtsregelung Begünstigten möglichst klein gehalten“ sollen, befürchtet Link.

Alabali-Radovan zufolge könnten mehr als 100.000 Menschen vom Chancen-Bleiberecht profitieren. „Sie sind inzwischen hier zu Hause, wollen sich einbringen, ihren Lebensunterhalt selbst bestreiten“, sagte die Staatsministerin, die sich am Dienstag mit den Integrationsministern der Länder treffen wollte. Sie kündigte zudem für dieses Jahr auch einen Gesetzentwurf für schnellere Einbürgerungen an. Der Koalitionsvertrag sieht eine Herabsenkung der Hürden für die Erlangung der deutschen Staatsbürgerschaft vor. (epd/mig 15)

 

 

 

 

Kampf um grünes Label für Atomkraft, Erdgas: EU-Parlament forciert Kampfabstimmung

 

Die Abgeordneten des EU-Parlaments haben eine parteiübergreifende Koalition gebildet, um zu verhindern, dass Kernenergie und fossiles Gas als grüne Investitionen eingestuft werden. Von: Kira Taylor, Paul Messad und Valentina Romano

Die parteiübergreifende Koalition hat einen Einspruch gegen die Inklusion von Erdgas und Atomkraft in die EU-Taxonomie eingelegt. Am 14. Juni kommt der Einspruch zur Abstimmung in den relevanten Ausschüssen des EU-Parlaments, was als wichtiger Stimmungstest gesehen wird.

„Für uns ist es natürlich nicht akzeptabel, Gas und Kernenergie als nachhaltig einzustufen und sogar zuzulassen, dass grüne Finanzmittel für die Zukunft derartige Projekte fördern“, sagte Christophe Hansen, ein Abgeordneter der Europäischen Volkspartei (EVP), auf einer Pressekonferenz am 8. Juni, die er mit Kolleg:innen von Renew Europe, den Grünen, den Sozialisten und Demokraten (S&D) und der Linken gab.

„Das heißt nicht, dass wir in den nächsten Jahren kein Gas und keine Kernenergie brauchen werden, aber wir sind der Meinung, dass wir die nachhaltige Finanzierung dafür nicht missbrauchen sollten“, so Hansen weiter.

Es ist äußerst selten, dass sich ein so breites Spektrum von Fraktionen „mit der gleichen Stimme“ gegen etwas ausspricht, bemerkte Silvia Modig von der Linken und fügte hinzu: „Ich hoffe, das zeigt Ihnen, wie ernst das Parlament diese Forderung nimmt.“

Die Resolution wendet sich dagegen, Atomkraft und Gas als grün zu bezeichnen, insbesondere nach dem Ausbruch des Krieges in der Ukraine und dem Umgang der EU-Exekutive mit der Angelegenheit.

Dennoch ist es noch ungewiss, ob die Koalition die nötige Zahl an Abgeordneten aufbringen kann.

Inzwischen haben die Sozialdemokraten der S&D mitgeteilt, dass ihre gesamte Fraktion gegen das grüne Label für Atomkraft und Erdgas stimmen wird. Aus Reihen der Grünen/EFA war dies bereits seit Monaten bekannt.

Das liberale Renew Europe, die EVP und die Linke sind nach Angaben von Abgeordneten aus den jeweiligen Fraktionen in dieser Frage allerdings gespalten.

Die Abstimmung in den Ausschüssen ist ein wichtiger Stimmungstest vor der Plenarabstimmung.

„Wenn er durchgeht, dann ist das ein klares Signal“, sagte Martin Hojsík, ein slowakischer Abgeordneter von Renew Europe, gegenüber EURACTIV.

Auswirkungen des Krieges in der Ukraine

Während Fraktionen wie die S&D und die Grünen von Anfang an gegen die Einbeziehung von Atomenergie und fossilem Gas waren, hat der Krieg in der Ukraine mehr Parlamentarier:inen dazu gebracht, sich dagegen auszusprechen.

„Gas als Übergangslösung ist tot“, sagte Hojsík gegenüber EURACTIV und bezog sich dabei auf die Idee, dass fossiles Gas als Brücke weg von der Kohle dienen könnte.

Die liberale Emma Wiesner kritisierte die bisherige Politik der EU zur Verringerung der Abhängigkeit von russischem Gas nach der Annexion der Krim. Denn der erhoffte Effekt sei nicht eingetreten, vielmehr habe sich die Abhängigkeit der EU nach 2014 weiter erhöht.

„Wir können es uns nicht leisten, denselben Fehler zu wiederholen, und deshalb müssen wir uns gegen dieses illegale Greenwashing wehren“, sagte sie gegenüber Journalist:innen.

Die Möglichkeit, russisches Gas durch die Verleihung eines grünen Labels weiter zu begünstigen, ist in der Ukraine nicht unbemerkt geblieben.

„Gas und Atomkraft in der EU-Taxonomie sind ein klares Geschenk an Putin, um seine Kriegsmaschinerie gegen die Ukrainer zu füttern“, sagte Svitlana Romanko, eine Umweltanwältin aus der Ukraine und Koordinatorin der Kampagne „Stand With Ukraine“, gegenüber EURACTIV.

„Die EU sabotiert ihre eigenen Bemühungen, die Abhängigkeit von Russland zu verringern und den Krieg in der Ukraine zu beenden“, fuhr sie fort.

Sie wies auf die Tatsache hin, dass die EU-Parlamentarier bereits für ein Verbot aller russischen Energieimporte, einschließlich Gas und Kernbrennstoff, gestimmt haben, und forderte die Parlamentarier:innen auf, diesen Einwand zu unterstützen.

Auch die ukrainische Parlamentsabgeordnete Inna Sovsun schrieb auf Twitter: „Gas als klimafreundlich zu bezeichnen, ist [eine] Abkehr von der grünen Zukunft und ein Geschenk an Putin, seinen Krieg fortzusetzen.“

Ein delegierter Akt für Berlin und Paris?

Die Skepsis gegenüber der Einbeziehung von Atomkraft und fossilem Gas findet auch in der Finanzwelt Widerhall.

Während einer öffentlichen Anhörung am Montag (30. Mai) erklärte Nancy Saich, Chefexpertin für Klimawandel bei der Europäischen Investitionsbank (EIB), dass viele Investor:innen, die nach grünen Anlagemöglichkeiten suchen, nicht unbedingt ihr Geld in Atomkraft und Gas stecken wollen.

„Wir möchten unsere Ressourcen nutzen, um uns auf kohlenstoffarme Lösungen zu konzentrieren, denn die Klimakrise ist nach wie vor sehr dringlich“, fügte sie hinzu.

Seit der Aufnahme in die Liste wurde kritisiert, dass es sich dabei um einen politischen Schachzug handele, der nicht auf wissenschaftlichen Erkenntnissen oder den Vorstellungen des Marktes beruhe.

„Bei dieser Abstimmung geht es letztlich darum, ob wir die Taxonomie zu einem weniger wissenschaftlich und weniger marktorientierten Instrument machen und stattdessen zu einem politischen Instrument“, sagte Hojsík.

Es wird kritisiert, dass der delegierte Rechtsakt „zugunsten Deutschlands und Frankreichs manipuliert worden“ sei, so Tang.

„Dies ist privates Geld, das für den Übergang benötigt wird und an die größten Länder geht, die durchaus in der Lage sind, die Transformation zu finanzieren, weshalb mehr und mehr Delegationen in der S&D erkennen, dass dieses Vorgehen nicht zum Vorteil [ihrer Länder] ist“, fügte er hinzu.

Expert:innen zufolge kann die Kernenergie jedoch einen wesentlichen Beitrag zum Erreichen der Klimaziele der EU leisten.

So sprach sich der französische Abgeordnete von Renew Europe, Gilles Boyer, für die Kernenergie aus, da diese notwendig sei, um die Ziele der EU in Bezug auf die Energieunabhängigkeit und den Ausstieg aus fossilen Brennstoffen zu erreichen.

„Können wir uns wirklich vorstellen, dass wir in der Lage sein werden, unsere Ziele zu erreichen, ohne zusätzliche Mittel in die Kernenergie zu investieren“, sagte er.

Im Gespräch mit EURACTIV erklärte er, dass die EU-Verträge eindeutig besagen, dass jedes EU-Land seinen eigenen Energiemix wählen kann. Einige EU-Länder haben sich für die Kernenergie entschieden, weil sie kaum Kohlenstoffemissionen verursacht und die Versorgungssicherheit gewährleistet, fügte er hinzu.

Er verwies auf eine Bewertung des Forschungszentrums der Europäischen Kommission, in der untersucht wurde, ob die Kernenergie in die Taxonomie aufgenommen werden könnte, wonach die Auswirkungen des gesamten Lebenszyklus der Kernenergie auf Mensch und Umwelt unter den Grenzwerten für schädliche Auswirkungen liegen.

„Die Diskussion über Gas und Kernenergie, die schon seit einiger Zeit geführt wird, ist seit dem Beginn des Krieges in der Ukraine wohl zu einer Mainstream-Debatte geworden“, so Boyer gegenüber EURACTIV.

„Ich denke, dass einige Leute, die vielleicht die Vorteile einer zuverlässigen Versorgung mit emissionsfreier Kernenergie nicht in Betracht gezogen hatten, ihre Meinung überdacht haben“, fügte er hinzu.

In Frankreich könnte die Aufnahme der Kernenergie in die Taxonomie der alternden französischen Atomkraftwerkflotte zugutekommen. Das Land verfügt über 56 Reaktoren, von denen viele bald 40 Jahre alt werden oder sogar bereits sind.

Im Oktober 2022 schätzte der französische Energiekonzern EDF den Investitionsbedarf für die Modernisierung seiner Kernkraftwerke auf 49,4 Milliarden Euro. Wenn die Kernenergie nicht in die Taxonomie aufgenommen wird, könnte das Überleben von EDF in Gefahr sein und die Energiesicherheit Frankreichs gefährden, so das Unternehmen.

Deutschland hat unterdessen erklärt, dass es die Aufnahme von fossilem Gas und Kernenergie in die Taxonomie ablehnen wird. Allerdings hatte sich die SPD zuvor für die Inklusion von Erdgas eingesetzt, wobei ihr nachgesagt wurde, die Inklusion von Atomkraft in Kauf zu nehmen. EA 15

 

 

 

 

„Alarmierender Trend“. Friedensforscher warnen vor atomaren Wettrüsten

 

Ein Ende des nuklearen Wettrüstens ist nicht in Sicht - im Gegenteil. Friedensforschern zufolge sind die Atommächte weiter dabei, ihre Arsenale zu modernisieren oder auszubauen. Damit steige auch das Risiko für den Einsatz von Atomwaffen.

Friedensforscher warnen vor einem weiteren atomaren Wettrüsten. Zwar habe sich die Zahl nuklearer Sprengköpfe weltweit weiter verringert, erklärte das Friedensforschungsinstitut Sipri am Montag in Stockholm. Allerdings sei damit zu rechnen, dass die Bestände in den nächsten zehn Jahren wieder steigen. Zugleich seien die neun Atommächte kontinuierlich dabei, ihre Arsenale zu modernisieren und auszubauen. Sipri-Forscher Wilfred Wan sprach von einem „alarmierenden Trend“.

Laut einem am Montag veröffentlichten Bericht besaßen die USA, Russland, Großbritannien, Frankreich, China, Indien, Pakistan, Israel und Nordkorea zu Beginn dieses Jahres insgesamt 12.705 atomare Sprengköpfe und damit 375 weniger als Anfang 2021. Die Anzahl der operativ einsetzbaren Nuklearsprengköpfe schätzen die Friedensforscher aktuell auf 3.732. Davon würden etwa 2.000 Sprengköpfe auf hoher Alarmstufe bereitgehalten. Fast alle seien im Besitz Russlands oder der USA. Sipri-Forscher Wan sagte, die meisten Atommächte schärften „ihre nukleare Rhetorik und verdeutlichen die Rolle, die diese Waffen innerhalb ihrer militärischen Strategien spielen“.

Gemischte Signale

Anfang 2020 gab es weltweit noch 13.400 nukleare Sprengköpfe. Der Rückgang wird vor allem der Entsorgung ausrangierter Sprengköpfe durch Russland und die USA zugeschrieben. Zusammen besitzen beide Länder mehr als 90 Prozent aller Nuklearwaffen. Die Verringerung war im bilateralen Abrüstungsabkommen „New Start“ im Jahr 2010 vereinbart worden. Kurz vor dessen Auslaufen im Februar 2021 wurde es um fünf Jahre verlängert. Schon damals bemängelte Sipri, dass es kaum Aussichten auf eine zusätzliche bilaterale nukleare Rüstungskontrolle gebe.

Nun sprechen die Friedensforscher von „gemischten Signalen“ in der Nukleardiplomatie. Im Januar 2021 trat der UN-Vertrag zum Verbot von Atomwaffen in Kraft, der bis Mai von 86 Staaten unterzeichnet und von 61 Ländern ratifiziert wurde. Atommächte wie die USA, Russland, China, Frankreich und Großbritannien, die zugleich die fünf permanenten Mitglieder des UN-Sicherheitsrates sind, lehnen das Abkommen jedoch ab. Kritiker warnen schon länger, dass etwa die USA auf sogenannte „Mini-Nukes“ mit geringerer Sprengkraft setzen, die gezielter eingesetzt werden können, aber ähnlich zerstörerisch sind.

Gespräch ins Stocken geraten

Wegen des Ukraine-Krieges seien die bilateralen Gespräche zwischen Russland und den USA ins Stocken geraten, erklärten die Friedensforscher. Russland habe sogar offen mit dem möglichen Einsatz von Atomwaffen gedroht. Auch keiner der anderen Nuklearwaffen-Staaten führe Rüstungskontrollverhandlungen. „Das Risiko eines Einsatzes atomarer Waffen scheint heute höher als je zuvor seit dem Höhepunkt des Kalten Krieges“, sagte Institutsdirektor Dan Smith. Die sieben anderen Nuklearmächte verfügen Sipri zufolge zwar über deutlich kleinere Arsenale. Doch auch sie seien weiter dabei, diese zu modernisieren oder aufzustocken.

Nach Sipri-Angaben erweitert zum Beispiel China sein Arsenal – Satellitenbilder zeigten den Bau von mehr als 300 neuen Raketensilos. Großbritannien hatte 2021 angekündigt, die Obergrenze für seinen gesamten Vorrat an Sprengköpfen zu erhöhen. Während das Land China und Russland wegen mangelnder Transparenz kritisierte, kündigte es seinerseits an, keine Zahlen mehr über die eigenen Bestände offenzulegen. Frankreich startete derweil im Februar 2021 ein Programm zur Entwicklung strategischer Atom-U-Boote der dritten Generation mit ballistischen Raketen. (epd/mig 15)

 

 

 

Ukraine-Krieg hat enorme Auswirkungen auf Afrika

 

Der Krieg in der Ukraine betrifft nicht nur Russland und Europa, auch der afrikanische Kontinent ist davon direkt betroffen. Das hat vor allem mit dem ausbleibenden Getreideexport aus der Ukraine zu tun, wie im Interview mit Radio Vatikan die deutsche Kommunikationsmanagerin der NGO Human Rights Watch, Birgit Schwarz*, sagt.

RV: Wir haben einen Krieg in Europa, aber das hat ja auch Konsequenzen für den afrikanischen Kontinent. Wir sprechen bereits von Hungersproblemen, von Spannungen, sogar von Flüchtlingsströmen. Davon spricht die UNO. Wie sieht es aus ihrer Sicht aus? 

Schwarz: Es stimmt, der Krieg in der Ukraine hat enorme Auswirkungen auf Afrika. Und zwar deswegen, weil die russische Invasion in der Ukraine die Handelsströme unterbrochen hat und weil die russische Armee die Häfen im Schwarzen Meer blockiert. Und das bedeutet, dass die Weizen-Exporte das Land nicht verlassen können. Es stimmt auch, dass die afrikanischen Länder zu 40 Prozent Weizen aus der Ukraine und aus Russland importieren. Diese Importe fallen jetzt weg und das hat nicht nur zu einer Nahrungsmittel-Verknappung geführt, sondern auch zu enormen Preissteigerungen.

In Afrika leben aber viele unter der Armutsgrenze und diese Preissteigerungen können die meisten Menschen nicht mehr auffangen. Hinzu kommt, dass es auch keine sozialen Auffangsysteme gibt, so wie in Europa, dass also keine Mittel zur Verfügung stehen, um diese Preissteigerungen aufzufangen und Menschen zu helfen, trotzdem noch Brot und Öl kaufen zu können.

Und da sind jetzt auch die Geberländer gefragt, dass sie afrikanische Länder unterstützen, um diese Preissteigerungen finanziell aufzufangen, und dass auch keine Maßnahmen ergriffen werden, um die afrikanischen Länder zu zwingen, jetzt ihre Schuldenberge abzubauen. Das geht im Moment nicht. Die Länder sind ohnehin noch gebeutelt von der Covid-Krise.

RV: Wie sieht es diesbezüglich aus Sicht der Menschenrechte in Afrika aus?. Könnte der Krieg in der Ukraine auch hierzu Konsequenzen haben, also dass es noch Verschlechterungen geben wird? Oder sind wir an sich in einer eher schlechten Phase? 

Schwarz: Na ja, die Covid-Krise hat ja ohnehin schon negative Auswirkungen auf Freiheitsrechte gehabt. Und diese Hungerkrise könnte dazu führen, dass es weitere Migrationsströme gibt. Die UN spricht davon, wenn die Blockade nicht aufgehoben wird, dass es dann zu 1,4 Milliarden Flüchtlingen kommen könnte. Was in den Ländern selber passieren wird, müssen wir noch abwarten. Also im Tschad ist inzwischen schon der Notstand ausgerufen. In Südafrika gibt es Bestrebungen, einen Generalstreik auszurufen. Also es könnte dort zu Unruhen kommen. Wir wollen da auch nicht spekulieren, aber auf alle Fälle ist es so, dass natürlich durch die Covid-Krise schon alleine Freiheitsrechte eingeschränkt worden sind, und zwar erheblich teilweise.

RV: Gibt es noch etwas, was für Sie wichtig ist mitzuteilen, also was Sie unbedingt uns sagen wollen?

Schwarz: Es gibt natürlich auch noch enorm viele andere Krisen auf der Welt, die völlig vergessen werden. Denken wir an Äthiopien, wenn wir jetzt über Afrika reden. Der anhaltende Bürgerkrieg in der Region, wo auch erheblich Menschenrechte verletzt werden, wo es zu Vergewaltigungen, Vertreibungen und Exekutionen kommt. Das hat Human Rights Watch alles dokumentiert, doch ist das völlig vergessen in der westlichen Welt. Vergessen ist auch die ständige Krise in Somalia oder auch im Sudan, jetzt, wo wir ja im Prinzip wieder weitere Bestrebungen hin zu einem Zurück zu einem Militärregime haben.

„Natürlich muss auch Europa sich einigen auf andere Verteilungsmechanismus“

Vergessen ist auch die vom Westen verursachte Krise in Afghanistan, wo Frauen überhaupt keinerlei Selbstbestimmungsrecht mehr haben. Und das sind alles Krisen, die wir über dem Ukrainekonflikt auch weiterhin im Auge behalten müssen als westliche Länder. Und was man vielleicht auch noch sagen muss, ist: Es ist wahr, wir haben ukrainische Flüchtlinge mit offenen Armen in Europa aufgenommen. Aber jene Migrantenströmen und Flüchtlinge aus den Ländern in Afrika, die teilweise vor Verfolgung fliehen, teilweise aber eben natürlich auch vor schlimmen Hungersnöten fliehen, werden in Europa blockiert. Sie werden überhaupt nicht reingelassen, zurückgeschickt nach Libyen, wo sie Folter und Missbrauch ausgesetzt sind und teilweise sogar von Menschenhändlern gehandelt werden. Dass ukrainische Flüchtlinge hier integriert und aufgenommen werden, dass man dafür bestimmte Mechanismen in Kraft gesetzt hat, die das möglich machen, zeigt ja, dass es auch für andere Flüchtlinge möglich wäre. Und ich denke, wir müssen da auch wirklich unsere Politik ändern. Natürlich muss auch Europa sich einigen auf andere Verteilungsmechanismus, das ist auch klar.

Das Interview führte Mario Galgano.

*Birgit Schwarz ist für die Kommunikation bei Human Rights Watch tätig. Sie ist zuständig für die Medienstrategie in weiten Teilen Afrikas, aber auch für Italien, Polen und Griechenland. (vn13)

 

 

 

 

EU-Innenminister-Treffen. Faeser: „Solidaritätserklärung“ zur Aufnahme von Flüchtlingen

 

Im jahrelangen Ringen um eine gemeinsame Migrationspolitik gibt es offenbar Fortschritte. EU-Innenminister einigten sich auf einen Verteilmechanismus, um Mittelmeer-Länder zu entlasten. Das Vorhaben erntet auch Kritik.

Die meisten EU-Staaten tragen nach Angaben von Bundesinnenministerin Nancy Faeser (SPD) grundsätzlich eine neue „Solidaritätserklärung“ zur Aufnahme von Flüchtlingen mit. Dadurch könnten die Anrainerstaaten des Mittelmeeres künftig unterstützt werden, sagte Faeser nach einem Treffen mit ihrem Amtskollegen am Freitag in Luxemburg. Sie gehe davon aus, dass circa zwölf der 27 EU-Länder in diesem Rahmen Flüchtlinge aufnähmen. Der Text müsse noch im Detail ausgehandelt und beschlossen werden. Der Deal soll bis Monatsende stehen.

Die Länder, die die Erklärung mittragen, aber keine Menschen aufnehmen wollten, sollten sich finanziell beteiligen, sagte Faeser. Offen ist ihr zufolge nicht nur die Zahl der Aufnahmeländer, sondern auch die Zahl der Aufzunehmenden in diesem Rahmen sowie die Höhe der alternativen finanziellen Beteiligung. Diese Fragen solle Frankreich, das aktuell den EU-Ratsvorsitz innehat, in den kommenden zehn Tagen klären, sagte die Ministerin. Zugleich werde auch entschieden, wie viel Menschen Deutschland in diesem Rahmen aufnehme.

Auf Ablehnung stößt das Vorhaben unter anderem in Österreich. Innenminister Gerhard Karner sprach sich für mehr Überwachung der EU-Außengrenzen aus, sie müsse stärker und robuster werden, so Karner. Ein offenes Europa sei ein falsches Signal an die Schlepper.

Linke: Das ist Abwehr unerwünschter Schutzsuchender

Die Linkspartei bezeichnet die Einigung als im „Kern ein unverantwortliches ‚Weiter so‘“ in der EU-Asylpolitik. „Freiwilligen Umverteilungen in geringer Zahl steht die Vereinbarung zum verstärkten Schutz der EU-Außengrenzen gegenüber“, erklärt Linkspolitikerin Clara Bünger. Menschenrechte hätten in der EU keine wirksamen Fürsprecher mehr, kritisiert die Sprecherin für Flüchtlingspolitik ihrer Fraktion.

Die EU-Staaten streiten seit Jahren um die Aufnahme und Verteilung von Flüchtlingen und Migranten. Eine für alle Staaten verbindliche Neuregelung des bisherigen Dublin-Systems, bei dem in der Regel der Ersteinreise-Staat sich um die Ankömmlinge kümmern muss, ist bisher gescheitert. (epd/mig 13)

 

 

 

 

Linke erschüttern Macrons Hoffnungen auf absolute Mehrheit

 

In der ersten Runde der französischen Parlamentswahlen am Sonntag (12. Juni) liegen die Präsidentenbewegung Ensemble und das Linksbündnis NUPES mit 25,75 Prozent beziehungsweise 25,66 Prozent der Stimmen gleich auf. Von: Davide Basso und Théo Bourgery

 

Es ist keinesfalls sicher, dass Macrons Partei im zweiten Wahlgang am kommenden Sonntag (19. Juni) die absolute Mehrheit erringen wird.

Die rechtsextreme Partei Rassemblement National (RN) liegt mit 18,68 Prozent an dritter Stelle, gefolgt von Les Républicains (LR) mit 10,42 Prozent.

Der Wahlkampf verlief seit mehreren Wochen schleppend, wurde allerdings vor kurzem von einer Kontroverse über Polizeigewalt angeheizt.

In einer Fernsehansprache am Sonntagabend rief Premierministerin Elisabeth Borne, selbst Kandidatin in der Region Calvados, zu einer „starken und klaren Mehrheit“ auf, um „auf die Notlagen zu reagieren, die das tägliche Leben der Franzosen und Französinnen belasten.“

Jean-Luc Mélenchon, Vorsitzender der NUPES-Koalition, erklärte hingegen, dass „die Partei des Präsidenten besiegt wurde.“ Er rief die Wähler:innen dazu auf, sich im zweiten Wahlgang zahlreich an der Wahl zu beteiligen, um eine mögliche Regierungsmehrheit zu blockieren.

Schließlich wird diese Wahl durch eine Rekordhöhe beim Nichtwähleranteil (52,49 Prozent) getrübt, die im Vergleich zu den Parlamentswahlen 2017 um weitere 2 Prozent gestiegen ist und deutlich über der Quote von 2012 (42,78 Prozent) liegt.

Keine klare Mehrheit

Noch ist nicht sicher, ob Macrons Partei nach der zweiten Runde am kommenden Sonntag (19. Juni) eine absolute Mehrheit erreichen wird. Nach Angaben des Meinungsforschungsinstituts IPSOS France könnte Ensemble zwischen 255 und 295 Sitze erringen – die absolute Mehrheit in der Nationalversammlung liegt jedoch bei 289 Sitzen.

Die NUPES dagegen dürfte zwischen 150 und 210 Sitze erringen. Damit wäre das Linksbündnis letztlich die führende Oppositionskraft in der Nationalversammlung.

Allerdings ist der Vorschlag Mélenchons, im Falle eines hohen Ergebnisses im zweiten Wahlgang Premierminister zu werden, mittlerweile so gut wie auszuschließen.

Trotz des hohen Wahlergebnisses bleibt die NUPES hinter der Summe der Ergebnisse der Koalitionsparteien bei den Präsidentschaftswahlen im April zurück (30,61 Prozent).

Gleiches gilt für Macrons Partei, die im ersten Wahlgang der diesjährigen Präsidentschaftswahlen 27,85 Prozent erreichte, im ersten Wahlgang der Parlamentswahlen 2017 hingegen 28,21 Prozent der Stimmen erhielt.

Die rechtsextreme Rassemblement National hingegen verbesserte ihr Resultat gegenüber 2017.

Rechte erstarkt, Konservative resilient

Die drittplatzierte Rassemblement National (RN) schneidet mit 18,73 Prozent der Stimmen besser ab als 2017, hat jedoch Mühe, ein ähnliches Niveau wie bei den diesjährigen Präsidentschaftswahlen zu erreichen, als die Parteivorsitzende Marine Le Pen 23,15 Prozent der Stimmen erringen konnte.

Nächste Woche könnten zwischen 15 und 45 rechtsextreme Abgeordnete ins Parlament gewählt werden, was ihnen die Möglichkeit geben würde, eine Fraktion zu bilden. Seit 1986 hatte keine rechtsextreme Partei mehr so gut abgeschnitten.

Mit 10,42 Prozent der Stimmen zeigt sich die konservative Partei Les Républicains (LR) trotz ihrer historischen Niederlage von 4,8 Prozent bei den Präsidentschaftswahlen in den Umfragen robust. Sie verliert ihre Position als wichtigste Oppositionspartei, bestätigt aber die Zuverlässigkeit ihrer lokalen und regionalen Wählerbasis.

Die konservativen Abgeordneten könnten jedoch eine entscheidende Rolle spielen, wenn Macron die absolute Mehrheit verfehlt, da sie möglicherweise eine Koalition mit der Partei des Präsidenten eingehen könnten. EA 13

 

 

 

 

UNHCR. Zahl der toten und vermissten Bootsflüchtlinge stark gestiegen

 

Die Zahl der toten Bootsflüchtlinge hat sich UN-Angaben zufolge binnen drei Jahren mehr als verdoppelt. Im laufenden Jahr sind allein im Mittelmeer bereits mehr als 800 Menschen ums Leben gekommen. Eine staatliche Seenotrettung gibt es dennoch nicht.

Die Zahl der Bootsflüchtlinge, die im Mittelmeer und im Nordwestatlantik ums Leben gekommen sind, ist nach UN-Angaben in den vergangenen Jahren stark gestiegen. Im vergangenen Jahr seien im Mittelmeer und im Nordwestatlantik 3.231 Tote oder Vermisste registriert worden, teilte das Flüchtlingshilfswerk UNHCR am Freitag in Genf mit. Im Jahr 2020 seien es noch 1.881 Tote und Vermisste gewesen, im Jahr davor 1.510.

Seit Beginn des laufenden Jahres sind laut der Internationalen Organisation für Migration (IOM) bislang 817 Menschen bei der Überfahrt ums Leben gekommen oder werden vermisst. Die Dunkelziffer dürfte weit höher liegen. Das Mittelmeer zählt zu den gefährlichsten Fluchtrouten der Welt.

Keine staatliche Seenotrettung

Dennoch gibt es im Mittelmeer keine staatlich organisierte Seenotrettungsmission. Lediglich die Schiffe privater Organisationen halten Ausschau nach in Not geratenen Flüchtlingen und Migranten. Immer wieder dauert es viele Tage, bis die italienischen Behörden den Rettungsschiffen einen Hafen zuweisen. Malta gibt seit Jahren keine Erlaubnisse mehr.

Derweil sind mehr als 400 von zwei privaten Rettungsschiffen im Mittelmeer gerettete Flüchtlinge in Italien an Land gegangen. „Wir freuen uns, dass sie nun an Land sind“, teilte die Organisation Sea-Watch am Samstag auf Twitter mit. Zugleich kritisierte die Betreiberorganisation der „Sea-Watch 3“, dass es drei Tage gedauert habe, bis alle Menschen das Schiff in der sizilianischen Stadt Pozzallo verlassen konnten. Insgesamt mussten die Menschen bis zu neun Tage auf den Rettungsschiffen ausharren.

UN: Mehr Tote auf Landrouten

Die Besatzung der „Sea-Watch 3“ hatte die Menschen in sechs Einsätzen vom 2. bis 6. Juni an Bord genommen. Am Donnerstag hatten die Seenotretter die Erlaubnis bekommen, Pozzallo anzulaufen. Auch die 92 Geflüchteten an Bord der „Mare Jonio“ der italienischen Organisation Mediterranea Saving Humans konnten in der sizilianischen Stadt an Land gehen.

Wie die UN weiter mitteilt, seien möglicherweise weitaus mehr Menschen auf den Landrouten durch die Sahara und in abgelegenen Grenzgebieten gestorben oder würden vermisst. So seien die Flüchtlinge und Migranten in Eritrea, Somalia, Dschibuti, Äthiopien, Sudan und Libyen vielen Gefahren ausgesetzt. Die meisten Betroffenen stammen aus afrikanischen Ländern. Sie wollen Armut und Gewalt in ihren Heimatregionen entkommen und suchen ein besseres Leben in Europa. (epd/mig 13)

 

 

 

 

Neue Studie zu den Trends der urbanen Mobilität in europäischen Großstädten

 

Deutsche halten am stärksten an ihrem Verbrenner fest

Die Studie BEST XPERIENCE Mobility, für die in 50 Großstädten fünf europäischer Länder 10.744 Personen befragt wurden, zeigt eine relative Beharrlichkeit der Deutschen in Punkto Mobilitätsverhalten. Der Umstieg auf das E-Auto fällt den Deutschen schwerer als Kunden anderer Länder und auch ihren Automobilherstellern bleiben sie vergleichsweise treu. 80 Prozent erwägen selbst nach negativen Erfahrungen, ihre gewohnte Automarke erneut zu kaufen. Doch künftig droht den Unternehmen in Sachen Kundenbindung der Sprit auszugehen. Jüngere Kunden empfehlen ihre Automarke seltener weiter.

die Studie „Best-Xperience“ der Customer-Experience-Experten Buljan&Partners und Motorpress Iberica in Kooperation mit der PAWLIK Group erhebt die Präferenzen von Automobilkunden und Nutzern weiterer Mobilitätsservices in Deutschland, dem Vereinigten Königreich, Spanien, Italien und Frankreich. Die Ergebnisse zeigen teilweise erhebliche Diskrepanzen zwischen den Erwartungen und Angeboten an Mobilität. „Wir steuern auf einen epochalen Umbruch in der Mobilität zu und müssen uns mehr damit befassen, welche Wege die Kunden mitgehen“, so Joachim Pawlik, CEO der PAWLIK Group. Silvana Buljan, Initiatorin der Studie, erklärt: „Unsere Studie schließt als erste in Europa die Informationslücke der sich ändernden Kundenwünsche und deckt regionale Unterschiede auf.“

Die Studie gibt detailliert Auskunft über Trends, Vorlieben von Kunden und ihre Einstellung gegenüber Mobilitätsdienstleistern. Henrik Meyer-Hoeven, Geschäftsführer International der PAWLIK Group, hat sich insbesondere mit Besonderheiten Deutschlands im internationalen Vergleich auseinandergesetzt:

Die Deutschen sind im Ländervergleich am wenigsten von Elektromobilität überzeugt

Zum Trendthema Elektromobilität wurden Autohalter befragt, ob sie in den nächsten drei Jahren ein elektrisches oder hybrides Fahrzeug erwerben werden. Im Ländervergleich ist Deutschland mit 24 Prozent Schlusslicht. „Die Deutschen halten am stärksten an ihrem Verbrenner fest“, sagt Henrik Meyer-Hoeven. In Italien planen fast doppelt so viele (47 Prozent) den Kauf eines E-Cars. Frauen haben weniger Interesse an Elektromobilität als Männer.

Im Alter um 40 ist das Interesse an E-Cars am größten

Die meisten Interessenten finden Anbieter in Deutschland in der Altersklasse von 35 -44 Jahren. Hier hat immerhin jeder Dritte Interesse an einem Kauf (34 Prozent).

Alternative Mobilität entwickelt sich langsam – auch hier bildet Deutschland das Schlusslicht 

Alternative Mobilitätsangebote rücken stärker in den Fokus. Aufgrund der enorm gewachsenen Spritpreise wird das Auto zurzeit oftmals stehen gelassen. Trotzdem fällt bislang nur in Spanien der Net Promoter Score (NPS) für alternative Mobilität positiv aus. Das bedeutet: In allen anderen Ländern würden Kunden eher nicht empfehlen, auf Alternativen umzusteigen. Die Aufgabe des eigenen Autos zugunsten von alternativer Mobilität ist in Deutschland nur für 13 Prozent der Befragten eine Option. Die Wahrscheinlichkeit, eine Sharing-Dienstleistung als Haupttransportmittel zu verwenden liegt bei zehn Prozent (Spanien 14 %, UK 16 %, Frankreich 16 %. Italien 18 %)

In Spanien sind Öffentliche Verkehrsmittel der beliebteste Mobilitätsservice. Am schlechtesten werden sie in Italien bewertet. Deutschland liegt im Mittelfeld. Bevor wir hierzulande Wow-Erlebnisse für Kunden schaffen, müssen die Grundbedürfnisse abgedeckt und Sicherheit und Hygiene verbessert werden. In allen Ländern sind Verlässlichkeit und Nähe zum Start- und Zielort zudem besonders bedeutsam.

Sharinglösungen können von negativen Kundenerlebnissen in öffentlichen Verkehrsmitteln profitieren

Aufgrund des häufig schlechten Kundenerlebnisses mit öffentlichen Verkehrsmitteln suchen Nutzer zunehmend Alternativen in Sharing-Lösungen. Die klassische Mitfahrzentrale wird derzeit noch am häufigsten weiterempfohlen. Für neuere innerstädtische Dienstleistungen ist man weniger offen, da die Handhabung vielen nicht klar genug ist. Die Einfachheit des Vertragsabschlusses sowie die räumliche Nähe sind für Kunden unerlässlich – und hier liegt auch das größtes Verbesserungspotenzial. Silvana Buljan empfiehlt Mobilitätsdienstleistern: „Achten Sie auf Einfachheit, Nähe und Verfügbarkeit – die Grundlegenden Ansprüche der Kunden.“ In der Menge der Lösungen sei es noch keinem Anbieter gelungen, dem Privatfahrzeug im Stadtverkehr ernsthafte Konkurrenz zu bieten. 

Autohersteller sollten sich nicht auf der Kundentreue ausruhen

Die Studienmacher betonen, dass Kunden in Deutschland ihrer Automarke zwar noch stark vertrauen: 64 Prozent der Deutschen sind zufrieden mit dem Kundenerlebnis der Automobilindustrie. 35 Prozent sagen sogar, dass Automobilunternehmen ihre Erwartungen im Service und in der Betreuung übertreffen. 80 Prozent der deutschen Kunden erwägen laut der Studie, ihrer Marke auch nach einer schlechten Erfahrung treu zu bleiben. Im Gegensatz zu Italien laufen enttäuschte Kunden hierzulande nicht sofort zur Konkurrenz über. Dennoch sollten sich die Unternehmen nicht darauf ausruhen. Jüngere Kunden sind wechselbereiter als Ältere und auch die Weiterempfehlungsrate sinkt deutlich. Über 35-Jährige empfehlen ihre Automarke dreimal häufiger weiter als 18-34-Jährige.

Über BEST XPERIENCE Mobility 

Für „Best Xperience Mobility“ wurden Ende 2021 insgesamt 10.744 Personen in 50 Städten fünf europäischer Länder zu Automotive und alternativen Mobilitätsdienstleistungen befragt. Käufer der Studie können in beiden Bereichen zahlreiche Filterfunktionen nutzen, um ihre Position im Markt auf einen Blick zu erkennen. Zur Auswahl stehen Dienstleistung/Marke, Land, Altersgruppe, NPS-Score, und Geschlecht. Im Bereich Automotive können Durchschnittswerte mit den Ergebnissen einer Automarke verglichen werden, bei Mobility können Kunden die Durchschnittswerte mit den Ergebnissen für eine bestimmte Dienstleistung vergleichen. Die Studie wurde von Buljan & Partners initiiert und gemeinsam mit Motorpress Iberica durchgeführt. PAWLIK ist Partner der Studie. Dip 13

 

 

 

 

Ukraine. Schritt für Schritt in die EU

 

Gegen einen EU-Beitritt der Ukraine herrscht Skepsis. Alyona Getmanchuk und Leonid Litra schlagen deshalb eine Integration in Etappen vor. Das Interview führte Alexander Isele.

 

Von der Tagung des Europäischen Rates am 23. und 24. Juni in Brüssel fordern Sie ein deutliches Signal von der EU: der Ukraine den Kandidatenstatus zu gewähren. Warum ist das Ihrer Meinung nach jetzt so wichtig? Gibt es nicht andere Dinge, die angesichts des andauernden Krieges wichtiger sind, als über eine Mitgliedschaft zu debattieren, die vielleicht erst in vielen Jahren vollendet sein wird?

Getmanchuk: Während die Ukrainer heute heldenhaft für das Überleben ihres Staates kämpfen, sollten wir uns zeitgleich um die Zukunft der Ukraine kümmern. Diese ist aus der Sicht ihrer Bürger eng mit einem zukünftigen EU-Beitritt verbunden. Die Idee wird von 91 Prozent der ukrainischen Bevölkerung unterstützt, darunter 82 Prozent aus dem Osten der Ukraine, wo derzeit die schwersten Kämpfe stattfinden. Aber, um es deutlich auszudrücken, wir sprechen nicht über die sofortige Mitgliedschaft der Ukraine in der EU, sondern darüber, der Ukraine zunächst den Status eines EU-Beitrittskandidaten zu verleihen.

Um Putins Krieg gegen die Ukraine zu beenden, brauchen wir drei wichtige Maßnahmen. Erstens brauchen wir in großem Umfang Waffenlieferungen, insbesondere schwere Waffen. Bis vor kurzem gab es von den westlichen Ländern kein grünes Licht für schwere Waffen, und Zusagen wurden leider nicht immer in die Tat umgesetzt. Zweitens brauchen wir groß angelegte Sanktionen, die Putins Regime und seine Haupteinnahmequellen schmerzlich treffen. Selbst nach mehr als drei Monaten Krieg gibt es immer noch kein Embargo für russisches Öl und Gas. Und schließlich muss der Ukraine der Status eines vollwertigen Beitrittskandidaten zur Europäischen Union gewährt werden, nicht der eines potenziellen. Das ist etwas, was nur die EU der Ukraine bieten kann – nicht die USA oder das Vereinigte Königreich. Dies wäre ein sehr deutliches geostrategisches und sicherheitspolitisches Signal an Putin: Die Ukraine wird niemals ein Teil Russlands werden, denn sie wird in Zukunft ein Teil der Europäischen Union sein. Dies würde seinen Kampf und seine Strategie sinnlos machen, denn jetzt hofft er immer noch, die Ukraine irgendwann in Russland einzugliedern. Ein klares politisches Bekenntnis der Europäischen Union könnte ihn – früher oder später – dazu zwingen, seine Politik neu zu kalkulieren und seine Agenda zu überdenken.

Litra: Der Kandidatenstatus könnte eine Reformdynamik in der Ukraine auslösen – vielleicht die stärkste in der Geschichte der Ukraine. Durch den Kandidatenstatus wäre es für alle reformorientierten Kräfte, sowohl in der Regierung, im Parlament als auch in der Zivilgesellschaft, viel einfacher, Reformen voranzutreiben. Ohne den Kandidatenstatus, oder durch die Gewährung eines sogenannten potenziellen Status, würde dies die Reformagenda untergraben und Putin sicherlich ermutigen.

Getmanchuk: Nicht nur in der ukrainischen Gesellschaft gibt es eine noch nie dagewesene Unterstützung für eine künftige EU-Mitgliedschaft. Ein Kandidatenstatus wäre das bisher stärkste Signal europäischer Solidarität und auch ein enormer moralischer Impuls für uns Ukrainerinnen und Ukrainer im Kampf um unser Land. Wie wir in Kiew sagen, ist es besser, unter russischem Raketenbeschuss zu stehen, als unter russischer Besatzung. Diese Idee wird aber auch von den europäischen Gesellschaften stark unterstützt. In Deutschland beispielsweise befürworten laut der letzten Eurobarometer-Umfrage 61 Prozent der Bevölkerung eine EU-Mitgliedschaft der Ukraine, wenn Kiew so weit ist.

Viele Politiker in der EU sagen, dass es zwar möglich sei, der Ukraine den Kandidatenstatus zu gewähren, dass es aber keine Chance auf eine schnelle Mitgliedschaft gebe. Sind Sie dennoch optimistisch?

Getmanchuk: Wir sind nicht naiv. Ein Beitritt ist langwierig. Wir sind uns darüber im Klaren, dass die Ukraine noch nicht für eine Vollmitgliedschaft qualifiziert ist. Aber wir sind der Meinung, dass sie es sehr wohl für den Kandidatenstatus ist – sowohl unter dem Gesichtspunkt der Erfüllung der Kopenhagener Kriterien als auch in der praktischen Integration der Ukraine in vielen Bereichen der EU.

Litra: Wir haben den Kandidatenstatus verdient, weil wir mehr als die Hälfte des Assoziierungsabkommens zwischen der EU und der Ukraine bereits umgesetzt haben. Es herrscht jedoch eine Menge Skepsis. Deshalb wollen wir eine Vision vermitteln, die die Bestrebungen der Ukraine am Leben erhält, aber gleichzeitig den in der EU vorherrschenden Ängsten Rechnung trägt. Wir nehmen drei Befürchtungen wahr, und wir haben einen Vorschlag, wie man ihnen begegnen kann. Der erste Einwand ist die Problematik mit den westlichen Balkanländern. Es wird oft betont, dass die EU sich nicht auf einen weiteren Erweiterungsprozess in Osteuropa einlassen kann, solange der ins Stocken geratene Prozess auf dem Balkan nicht vorankommt. Der zweite Vorbehalt betrifft die interne Reform der EU. Wir haben gehört, dass zunächst die Integration der bestehenden EU-Mitgliedsstaaten vertieft werden muss, bevor mit einer Erweiterung der Union begonnen werden kann. Der dritte Einwand ist die Unwahrscheinlichkeit eines Schnellverfahrens einer Mitgliedschaft der Ukraine.

Lassen Sie uns mit dem westlichen Balkan beginnen.

Litra: Wir müssen das Balkan-Szenario vermeiden, die „Vollmitgliedschaft oder gar nichts“-Situation. Es gibt Länder auf dem Balkan, wie Nordmazedonien, die seit 2005 Kandidaten sind und nun 17 Jahre später kaum näher an der Mitgliedschaft sind. Ein weiteres Beispiel ist die Türkei, die 1999 den Kandidatenstatus erhielt – übrigens zu einer Zeit, als dort die Todesstrafe noch in Kraft war. Wir wollen diese Doppelmoral vermeiden. Deshalb schlagen wir eine EU-Integration in Etappen vor.

Können Sie das näher erläutern?

Litra: Bislang war die EU-Mitgliedschaft ein geschlossener Prozess. An einem Tag war man noch draußen, und am nächsten Tag dann volles Mitglied. Wir schlagen deshalb eine schrittweise Integration vor. In einem ersten Schritt begänne unsere Beitrittskandidatur im Juni mit einem vollen Zugang zum EU-Binnenmarkt. Die wirtschaftliche Integration wird einige Jahre dauern, wobei der Prozess teilweise bereits mit dem Assoziierungsabkommen begonnen hat. Danach erhalten wir sukzessive Zugang zu den vier Freiheiten – dem freien Warenverkehr, dem freien Personenverkehr, der Dienstleistungsfreiheit und dem freien Kapitalverkehr. Das bedeutet, dass wir zusammen mit allen aufstrebenden EU-Ländern etwas Ähnliches wie die Europäische Wirtschaftsgemeinschaft schaffen müssen. Anstatt also jahrelang auf die Vollmitgliedschaft zu warten, integrieren wir uns im Laufe der Zeit, indem wir immer mehr Eigenschaften der EU übernehmen und die erforderlichen Standards erfüllen. Am Ende dieses Prozesses sind wir dann ein Vollmitglied.

Diese Herangehensweise an die EU-Mitgliedschaft könnte auch den ins Stocken geratenen Integrationsprozess auf dem Balkan wieder in Gang bringen und das Thema auf konstruktive Weise angehen. Das ist eine Win-Win-Situation für die EU, den Balkan – und auch für die Ukraine. Das bringt uns zu Problemstellung Nummer zwei ...

... die Notwendigkeit, die EU zu reformieren.

Litra: Ja. Eine schrittweise Integration bis zur Vollmitgliedschaft wird der EU genügend Zeit geben, sich mit den internen Reformen zu befassen und gleichzeitig die praktische Integration der Beitrittskandidaten nicht zu verzögern.

Welche Reaktionen haben Sie innerhalb der EU erhalten?

Getmanchuk: Wir haben viel Interesse an diesem Vorschlag erhalten. Aber viele Entscheidungsträger, vor allem in Deutschland, brauchen mehr Zeit für die Debatte. Aber das Problem ist, dass die Entscheidung über den ersten Schritt – den Kandidatenstatus – jetzt getroffen werden muss, im Grunde in den nächsten Wochen. Es geht nicht darum, die Mitgliedschaft im Schnellverfahren zu erhalten, wie es manche in der EU befürchten. Es ist nur so, wir wissen nicht, wie die Situation in einem halben oder einem Jahr aussehen wird.

Was hat die EU zu verlieren? Die Ukraine wäre nur ein Beitrittskandidat, das heißt, wenn das Land seine Hausaufgaben nicht macht, wird nichts weiter passieren. Wenn sie jedoch ihre Verpflichtungen erfüllt und sich der europäischen Gesetzgebung erfolgreich anpasst, kann sie Fortschritte machen. Wir glauben an einen leistungsorientierten Beitrittsprozess.

Ich möchte betonen, dass der Kandidatenstatus nicht nur ein politisches Symbol ist – auch wenn das für eine Nation, die einem so brutalen militärischen Angriff ausgesetzt ist, natürlich äußerst wichtig ist. Beim EU-Beitrittskandidatenstatus geht es auch um ganz praktische Fragen, wie die Festigung der Reformagenda der Ukraine und den Wiederaufbau des Landes nach dem Krieg. An dieser Stelle sei daran erinnert, dass die ausschlaggebendsten Reformen im Bereich der Korruptionsbekämpfung und der Rechtsstaatlichkeit dank des europäischen Integrationsprozesses der Ukraine durchgeführt wurden. So wurden beispielsweise unsere unabhängigen Antikorruptionsinstitutionen im Rahmen der Visaliberalisierung der Ukraine mit der EU eingerichtet.

Litra: Die EU wurde als ein Projekt des Friedens, der gemeinsamen wirtschaftlichen Entwicklung und der Undenkbarkeit von Konflikten geboren. Die Mitgliedschaft der Ukraine würden auch bedeuten, dass der gegenwärtige Konflikt in Zukunft unmöglich sein wird. Wir haben ein historisches Fenster, das sich sehr bald schließen könnte. Wir müssen jetzt handeln. IPG 11

 

 

 

 

“Wir erleben, dass Getreide ein Kriegsmittel ist”

 

Vor dem Hintergrund des Ukrainekriegs sei Getreide zum Kriegsmittel geworden, sagt Swantje Nilsson, Abteilungsleiterin im Agrarministerium, im Interview mit EURACTIV Deutschland. Nun Rückschritte beim Umwelt- und Klimaschutz zu machen, wäre laut Nilsson aber “fatal.” Von: Julia Dahm

 

Weil die Ukraine, einer der wichtigsten globalen Weizenlieferanten, ihr Getreide wegen der Blockade ihrer Schwarzmeerhäfen durch Russland kaum exportieren kann, haben internationale Organisationen zuletzt immer wieder vor Nahrungsmittelknappheit in besonders importabhängigen Teilen der Welt gewarnt.

Die Frage der globalen Ernährungssicherung habe vor diesem Hintergrund “eine geopolitische Komponente” bekommen, die sich unter anderem darin zeige, dass das Thema nun immer wieder in hochrangigen Gesprächen vorkomme, so Nilsson, die im Bundeslandwirtschaftsministerium die Abteilung für EU-Angelegenheiten, internationale Zusammenarbeit und Fischerei leitet.

Erst am Mittwoch (8. Juni) rief beispielsweise Kommissionschefin Ursula von der Leyen vor dem Plenum des EU-Parlaments in Straßburg die Weltgemeinschaft dazu auf, in der Frage der weltweiten Lebensmittelversorgung Solidarität zu zeigen und Handelsflüsse am Laufen zu halten.

Derweil sprach Bundeskanzler Scholz in einem Telefonat mit dem ukrainischen Präsidenten Wolodymyr Selenskyj über den Export des ukrainischen Getreides und waren sich laut Regierungssprecher Steffen Hebestreit einig, dass alles getan werden müsse, um die Ausfuhr übers Schwarze Meer zu ermöglichen.

Russland, nicht westliche Sanktionen, heizt Krise an

“Wir erleben, dass Getreide wirklich gerade ein Kriegsmittel ist”, so Nilsson. Wichtig sei es deshalb, bei der Frage der globalen Ernährungssicherung mit allen Akteuren, auch der Zivilgesellschaft, zusammenzuarbeiten.

Als besonders heikel hat sich zuletzt die Frage erwiesen, wie die EU russische Propaganda in Bezug auf die Lebensmittelknappheit vor allem in afrikanischen Staaten entgegentreten kann.

Obwohl Russland selbst die Häfen in der Ukraine blockiert und Lebensmittelexporte von den Sanktionen gegen Russland ausgenommen sind, behauptet der Kreml, die globale Ernährungskrise sei auf westliche Sanktionen zurückzuführen.

“Der völkerrechtswidrige Angriffskrieg auf die Ukraine verschärft den Hunger in der Welt, nicht die westlichen Sanktionen. Wir unterstützen, um die Not zu lindern”, betonte Nilsson, die darauf hinwies, dass Deutschland zweitgrößter Geber des Welternährungsprogramms sei und zusätzlich 430 Millionen Euro für die Welternährung bereitgestellt habe.

Während der Schwerpunkt nun also zunächst darauf liege, humanitäre Hilfe bei der Nahrungsmittelversorgung zu leisten, könne dies aber nur ein erster Schritt sein. Auch langfristig müsse weltweit das Recht auf Nahrung gesichert werden, betonte die Beamtin.

Bisher stark importabhängige Weltregionen müssten in dem Zuge dabei unterstützt werden, selbst eine nachhaltige und resiliente Lebensmittelproduktion für die Eigenversorgung aufzubauen, erklärte sie.

Kein Rollback bei Umwelt- und Klimaschutz

Auch, was die Produktion innerhalb Europas angeht, drängte Nilsson darauf, die Wende hin zu nachhaltigen Ernährungssystemen nun nicht hintanzustellen.

Während die Solidarität mit der Ukraine “oberstes Gebot” sei, dürfe man “beim Klimaschutz jetzt keinen Pausenknopf drücken, denn Klimakrise und Artensterben pausieren auch nicht”, betonte die Beamtin, die dazu aufrief, verschiedene Krisen nicht gegeneinander auszuspielen.

Den Ansatz der EU-Kommission, den Mitgliedstaaten mehr Flexibilität beim Schutz von Brachflächen in der Landwirtschaft einzuräumen, sowie die Vorstöße einiger Mitgliedstaaten, Umwelt- und Klimaauflagen innerhalb der neuen Gemeinsamen Agrarpolitik im Namen der Produktionssteigerung zu lockern, sieht man im Bundesagrarministerium mit Sorge.

“Es ist kein Geheimnis, dass wir uns bei der GAP-Reform einen ambitionierten Neustart vorgestellt haben”, so Nilsson, die kurz nach Amtsantritt des grünen Bundesagrarminsiters Cem Özdemir die Abteilungsleitung übernommen hatte. “Von daher wäre ein Rollback beim Klima- und Artenschutz wirklich fatal.”

Dazu gehört aus Sicht der Beamtin auch, dass die Kommission nun rasch ihren Vorschlag für die Überarbeitung der EU-Pestizidverordnung vorlegen müsse, den sie im März angesichts des Ukrainekriegs verschoben hatte.

Weniger Tiere besser füttern

Die Folgen des Ukrainekriegs seien für die internationalen Getreidemärkte “ein Weckruf, zu schauen: Wie ist es denn wirklich sinnvoll, dass wir unsere Ernährung gestalten”, so Nilsson.

So müssten einerseits Flächenkonkurrenzen zwischen Tank, Teller und Trog, die zulasten der Lebensmittelerzeugung gingen, aufgelöst und Lebensmittelverluste entlang der Wertschöpfungskette vermieden werden. “Wenn wir weniger Tiere besser füttern, können mehr Menschen satt werden”, betonte sie.

Die Lebensmittelverschwendung zu reduzieren, ist auch als Ziel in der EU-Flaggschiffstrategie für den Ernährungsbereich, der Farm-to-Fork-Strategie verankert. 

Solche Schritte sind aus Sicht der Beamtin Ausdruck davon, dass sich die europäische Agrarpolitik langsam in Richtung eines ganzheitlicheren Ansatzes bewegt, der nicht nur die Produktion, sondern die gesamte Wertschöpfungskette bis hin zum Verbraucher in den Blick nimmt.

„Bei der Transformation der landwirtschaftlichen Produktion stehen wir alle gemeinsam in der Verantwortung”, schloss Nilsson. EA 10

 

 

 

 

Eklat im Parlament: Reform des EU-Emissionshandelssystems gekippt

 

Abgeordnete des linken und rechten Flügels des Europäischen Parlaments haben am Mittwoch (8. Juni) gegen die vorgeschlagene Reform des EU-Emissionshandelssystems (ETS) gestimmt. Von: Frédéric Simon

 

Parteien der extremen Rechten, die Grünen und die Sozialdemokraten, bildeten am Mittwoch eine ungewöhnliche Allianz und lehnten die vorgeschlagene Überarbeitung ab.

Der Vorschlag wurde mit einer klaren Mehrheit von 340 Gegenstimmen und 265 Ja-Stimmen bei 34 Enthaltungen abgewiesen.

Die Reform, die ursprünglich im Juli letzten Jahres vorgelegt wurde, wird nun an den Umweltausschuss des Europäischen Parlaments zurückverwiesen, der versuchen wird, einen neuen Kompromiss auszuarbeiten.

EU-Diplomaten erklärten jedoch, dass sich dadurch die Verhandlungen mit den EU-Ländern zur Fertigstellung der Reform verzögern könnten, da die Mitgliedsstaaten „wahrscheinlich abwarten müssen, bis das Europäische Parlament seinen Streit beigelegt hat.“

„Die Sozialdemokrat:innen und die Grünen sind ihrer Verantwortung für den Klimaschutz nicht gerecht geworden“, sagte der deutsche Europaabgeordnete Peter Liese von der Europäischen Volkspartei (EVP), der federführend an der vorgeschlagenen Reform mitgewirkt hat.

Laut Liese haben linke Parteien versucht, die Reform zu weit zu treiben, indem sie eine 67-prozentige Senkung der Emissionen im Rahmen des ETS forderten, während die EU-Kommission in ihrem Vorschlag vom letzten Jahr ursprünglich 61 Prozent vorsah.

„Für die Grünen und die Sozialdemokrat:innen ging dies einfach nicht weit genug. Sie wollten eine 67-prozentige Reduktion und eine höhere einmalige Reduktion und das in einer Zeit, in der wir durch den Ukrainekrieg und die Notwendigkeit, vom russischen Gas unabhängiger zu werden, herausgefordert sind“, sagte Liese.

„Ich finde das wirklich unanständig und hoffe, dass wir den Fehler korrigieren können.“

Die Grünen ihrerseits warfen Lieses EVP vor, dem Druck der fossilen Energiewirtschaft nachzugeben und die Reform zu verwässern.

„Peter Liese ist mit seiner fossilen Allianz gescheitert“, sagte Michael Bloss, ein deutscher Europaabgeordneter, der die Grünen bei der ETS-Reform vertritt. „Konservative, Liberale und Rechte wurden in ihre Schranken verwiesen“, fügte er in einer E-Mail hinzu.

„Für das 1,5-Grad-Klimaziel bedeutet dies eine große Hoffnung“, erklärte Bloss und merkte an, dass „die Verhandlungen wieder von vorne beginnen müssen.“

Martin Hojsík, ein slowakischer Abgeordneter der zentristischen Fraktion Renew Europe, stellte sich auf Twitter auf die Seite der Grünen und sagte, die EVP habe die Unterstützung der linken Parteien verloren.

Der Vorsitzende des Umweltausschusses des Parlaments, Pascal Canfin, unterstützte die Ansicht der EVP, dass der Krieg in der Ukraine die Energiepreise in die Höhe getrieben habe, was den Druck auf die europäischen Unternehmen und Verbraucher:innen erhöhe.

„Aber man kann zwei verschiedene Schlussfolgerungen ziehen: Auf der einen Seite muss man davon absehen, den Unternehmen zusätzliche Lasten aufzubürden, auf der anderen Seite müssen wir die grüne Wende vorantreiben.“

„Eigentlich ist beides richtig“, sagte er in einem Kommentar unmittelbar nach der Abstimmung.

Der französische Abgeordnete der Mitte erklärte, er werde „alles in meiner Macht Stehende tun“, um das Problem zu lösen und „den bestmöglichen Kompromiss“ für die ETS-Reform auszuhandeln.

„Ich glaube, ich muss jetzt gehen, denn wir werden jetzt sofort mit den Verhandlungen über diesen Kompromiss beginnen“, sagte er, bevor er den Raum verließ.

Die ersten Anzeichen für einen neuen Kompromiss sind jedoch nicht sehr positiv. „Wer es kaputt macht, muss es reparieren“, so ein hochrangiger Vertreter der EVP. „Wir hoffen, dass die Sozialdemokrat:innen einen Vorschlag präsentieren werden, um das Dossier unter Dach und Fach zu bringen.“

Canfin hat dem Umweltausschuss jetzt eine knappe Zeitfrist von 15 Tagen verschrieben, in denen ein Kompromiss gefunden werden soll. „Wir geben uns 15 Tage Zeit, um eine Einigung zu erzielen und am 23. Juni über diese wichtige Klimareform abzustimmen,“ sagte er auf Twitter.

Dies wird voraussichtlich in Form einer Mini-Plenarsitzung geschehen. EA 9

 

 

 

 

Allen Kriegen zum Trotz. Feiern für ein transkulturelles Miteinander

 

Es gibt viele Anlässe zum Feiern. In Zeiten des Krieges stellt sich aber die Frage, ob man feiern soll - sogar darf. Oder sollte man gerade deswegen feiern? Von Natalie Drewitz

 

Menschen aus Syrien, diversen afrikanischen Ländern, aus Afghanistan, aus der Ukraine und aus vielen anderen Ländern eint ein Schicksal: die Flüchtlingsbewegung nach Mittel- und Westeuropa. Die Bundesrepublik Deutschland stand und steht weiterhin vor der herausfordernden Aufgabe, Geflüchteten Zuflucht zu geben und Perspektiven aufzuzeigen, sie mit Toleranz und Unterstützung für eine aktive Teilhabe in der Gesellschaft zu integrieren. Doch wie gelingt das? Bevor wir dieser Frage nachgehen, möchte ich einen grundlegenden Gedanken in Worte fassen:

Eigenes Seelenheil

Mit Resignation, Verzicht und Vorwürfen für die eigene Person werden wir nicht weiterkommen. Die Sommersaison steht unmittelbar bevor und mit ihr die wohl beliebteste Zeit, Urlaub, Auszeit und Partys zu zelebrieren. Die Eventplanerin Amelie Borges wurde vom RND interviewt und beschreibt die aktuelle Gefühlslage und Zerrissenheit in Bezug auf ausgelassener Freizeit folgendermaßen: „[…] Viele sprechen auch den Krieg in der Ukraine an. Da ist dann auch manchmal die Rede davon, ein schlechtes Gewissen zu haben“ An vielen (medialen) Stellen wird gedankengleich die Frage thematisiert: „Dürfen wir es uns überhaupt gutgehen lassen in Anbetracht der ukrainischen Lage?“ – Ja! Es geht für das eigene Seelenheil zu weit, wenn man sich Vorwürfe macht ob der aktuellen eigenen (Urlaubs-)Lage gespiegelt an dem Kriegsleid in der Ukraine. Man benötigt die eigene Auszeit, einen Tapetenwechsel, um den Kopf freizukriegen. Demzufolge ist das aktive Seelenmedizin. Indem man sich jedoch in seiner sicheren Lage Vorwürfe macht, dass es einem selbst so gut geht, verwehrt man seiner Seele die wichtige und vielleicht sogar äußerst unterschätzte Hängematte, die Auszeit, die mentale Sendepause.

Erinnerung an die 1990er Jahre

Ich habe diesbezüglich einen Flashback in meine Grundschulzeit, als der Krieg in Jugoslawien wütete. Man hatte beschlossen, dass in diesem bestimmten Jahr die Faschingsfeierlichkeiten als Zeichen der Anteilnahme für die Kriegsopfer in Jugoslawien ausfielen. Was bedeutete dies für uns Kinder? Das war die mit Abstand größte Enttäuschung für alle – egal welcher Herkunft –, die hätte eintreffen können. Meine Grundschule war eine einfache, staatliche Schule in Berlin-Neukölln. Viele andere Kinder hatten einen Migrationshintergrund in meiner Klasse, viele von ihnen waren nicht in Deutschland geboren. Fasching also war DAS Fest, das nichts mit Religion zu tun hatte, es war DAS Fest, das uns Kinder einte, denn alle hatten Spaß am Verkleiden und Feiern. Es war einfach DAS Fest! Und es wurde jedes Jahr wirklich sehr schön in der Grundschule gefeiert. An diesem Tag hatten wir keinen Unterricht, jedoch Präsenzpflicht, aber das musste uns keiner zweimal sagen. Es gab leckeres Essen aus aller Herrenländer – also Mitgebrachtes von jedem Kind –, Musik, Spiele, Fotos, Begutachtungen eines jeden Kostüms. Selbst die Lehrkräfte waren verkleidet und hatten ihren Spaß. Alle Kulturen kamen zusammen und es gab Falafel von Ahmed und danach Zitronenkuchen von Daniela oder andersherum – wieso nicht? Wir fieberten alle jedes Jahr auf diesen einen Tag im Februar hin. Nun, also in diesem besagten Jahr nichts davon, Fasching sollte tatsächlich ausfallen …

Kindermund tut Wahrheit kund

Meine beste Schulfreundin zu der Zeit war Jugoslawin und was sie mir sagte, fand ich damals schon weise und es hatte mich nachdenklich gemacht: „Weißt du, Natalie, meine Familie und ich sind hier und in Sicherheit. Dieses Gefühl ist unbeschreiblich. Unseren Landsleuten in Jugoslawien geht es zurzeit sehr schlecht und das macht uns alle sehr traurig. Aber, weißt du, wir können den Krieg nicht stoppen, indem wir hier auf ein friedliches Fest verzichten, und weißt du, was das Schlimmste an dieser Idee ist? Ich wurde dadurch überhaupt erst wieder an alles Schlimme erinnert und es ist wieder so präsent in unserer Familie. Ich habe mit anderen gesprochen, die fühlen genauso. Sie sind trauriger als vorher. Mit einem Fest hier vor Ort würde man vieles, sehr vieles für die Menschen und ihre Lebensfreude tun, die hier sind, greifbar. Jetzt sind wir einfach alle überall traurig und denken nur an den Krieg.“

Allen Kriegen zum Trotz

Als kleine Untermauerung sei hier an der Stelle gesagt, dass zwar für das besagte Jahr die harte Kante tatsächlich durchgezogen wurde und es damals keinen Fasching, dafür allerdings sehr viel Krieg, Leid und Zerstörung in den Herzen und Gedanken aller Grundschulkinder gab, diese Idee aber in allen darauffolgenden Jahren trotz Anhalten des Jugoslawienkrieges nicht mehr verfolgt wurde, sodass seitdem vor Ort wieder an kleiner, konzentrierter (sicherer) Stelle gefeiert wurde, allen Kriegen zum Trotz!

Eine resignierende Haltung gespickt mit Vorwürfen hat mich so sehr an diese Episode aus der Grundschulzeit erinnert. Wir sollten nicht zulassen, dass diese Richtung eingeschlagen wird, denn sie ist tatsächlich sinnlos. Wenn es einem (mental) gut geht, ist man überhaupt erst in der Lage, anderen zu helfen. Freude und Wohlsein sind die größte Quelle für Kreativität, Positivität und Aktionismus – die Umkehrung ist eine negative Gedankenschleife, die einen herunterziehen kann und sonst nichts bewirkt außer Trübsal. Hey, womöglich fällt dem einen oder der anderen eine Option ein, wie man Geflüchteten helfen kann, gerade während er oder sie es sich gutgehen lässt, um (mentale) Kraft zu schöpfen. Im professionellen Umfeld kann die „kultur-identische Bürgschaft“ durch eine begleitete, gestützte Integration ins Aufnahmeland für den Einstieg in die berufliche Laufbahn eine Hilfestellung sein.

Aktualität

Von Natalie Drewitz „Die kultur-identische Bürgschaft – interkulturelle Kompetenz für ein transkulturelles Miteinander: Resultate einer empirischen Akkulturationsbeobachtung von unbegleiteten minderjährigen Flüchtlingen“ erschienen im RAM-Verlag, Taschenbuch: 300 Seiten, ISBN-10: 3942303906.

Der Krieg in der Ukraine und die daraus folgende Destabilisierung der Region führt(e) zu weiteren Migrationsbewegungen. Auch andere Teile der Welt sind nach wie vor von Hunger und Konflikten betroffen, die Menschen dazu zwingen, ihre Heimat zu verlassen und woanders neu anzufangen – der bevorstehende Klimawandel wird ebenfalls seinen Beitrag dazu leisten. Insgesamt wird die Welt weiterhin zusammenwachsen und Bevölkerungsgruppen werden aus diversen Gründen zu Migrationsbewegungen gezwungen sein.

Aktion

Interkulturelle Kompetenz ist ausschlaggebend, um diese gesellschaftlichen Umwälzungsprozesse in positive Bahnen zu lenken. Es bedarf einer Minimierung von Fehlern und Hemmschwellen im Umgang mit anderen Kulturen, eines Hinübergleitens von einer der „ethnozentrischen“ in die „ethnorelativen Phasen“ (Bennett, 2014), um ein transkulturelles Miteinander zu etablieren – und dies ist gar nicht so schwierig, wie man vielleicht annehmen würde … Welche Umgebung eignet sich besser, als ein Fest oder der ausländische Urlaubsort, um mit anderen Menschen unterschiedlicher Kulturen in Kontakt zu kommen? Dabei ist sowohl die Tatsache interessant, dass kulturelle Unterschiede auffallen mögen, als auch die Überraschung wundersam aufschlussreich, dass man sich ähnlicher ist als zuvor angenommen. Worauf warten wir also? Lassen Sie uns miteinander feiern, für ein transkulturelles Miteinander! MiG 9

 

 

 

 

Die fünf Prioritäten der kommenden tschechischen Ratspräsidentschaft

 

Ukraine, Energiesicherheit, Verteidigung und Cybersicherheit, wirtschaftliche und demokratische Resilienz – so lauten die fünf Themen, die ganz oben auf der politischen Agenda der kommenden tschechischen Ratspräsidentschaft stehen, wie aus einem Entwurf eines internen Dokuments hervorgeht, das EURACTIV vorliegt. Von: Luca Bertuzzi

 

Tschechien wird die rotierende EU-Ratspräsidentschaft vom 1. Juli bis zum Ende des Jahres übernehmen. Während dieses sechsmonatigen Zeitraums wird Prag die diplomatische Arbeit leiten, eine entscheidende Rolle bei der Gestaltung der EU-Agenda.

Tschechien hat sich mit der scheidenden französischen und der folgenden schwedischen Präsidentschaft auf ein Programm für eine Dreierpräsidentschaft geeinigt. Die im Februar beginnende russische Aggression gegen die Ukraine zwang Prag jedoch dazu, seine politischen Prioritäten anzupassen.

„Das übergeordnete Ziel der tschechischen Präsidentschaft ist es, so viel wie möglich zur Schaffung der Bedingungen für die Sicherheit und den Wohlstand der EU im Kontext der europäischen Werte Freiheit, soziale Gerechtigkeit, Demokratie und Rechtsstaatlichkeit sowie Umweltverantwortung beizutragen“, heißt es in dem Entwurf des Dokuments, das am 15. Juni veröffentlicht werden soll.

Krieg in der Ukraine

Es überrascht nicht, dass die Krise in der Ukraine ganz oben auf der tschechischen politischen Agenda steht. Dazu gehört, Russland mit allen EU-Instrumenten zu treffen, vor allem mit Wirtschaftssanktionen, und die Ukraine politisch und militärisch zu unterstützen.

Prag ist entschlossen, mit der Europäischen Kommission zusammenzuarbeiten, um EU-Mittel zugunsten der Mitgliedstaaten umzuverteilen, die ihre Türen für Flüchtlinge geöffnet haben. Sie sollen dabei unterstützt werden, die notwendigen Strukturen zur Bewältigung der humanitären Krise einzurichten.

Darüber hinaus wird sich die tschechische Präsidentschaft „dafür einsetzen, dass ein Konsens über die Gewährung des Kandidatenstatus für die Ukraine erzielt wird“, heißt es in dem Entwurf weiter.

Nach dem Ende des Konfliktes wird die entscheidende Aufgabe der Wiederaufbau der Ukraine sein.

EU-Länder, die in den letzten Monaten viele ukrainische Flüchtlinge aufgenommen haben, warnen, dass der derzeitige Finanzierungsansatz der EU, der vorsieht, die Regeln für die Ausgaben der Strukturfonds zu lockern, auf Dauer nicht ausreiche.

Energiesicherheit

„Die EU darf nicht von Ländern abhängig sein, die ihre Sicherheit direkt bedrohen, und muss daher ihre Abhängigkeit von russischem Gas, Öl und Kohle beenden. Die tschechische Präsidentschaft wird den Schwerpunkt auf die Fragen der Energiesicherheit in der EU legen, die derzeit dringender sind als die Energiewende“, heißt es in dem Text.

Die Beschleunigung der Umsetzung des REPowerEU-Programms wird als ein Weg zur Diversifizierung der Energiequellen gesehen, indem Fragen im Zusammenhang mit der Logistik, Energieeinsparungen sowie emissionsarmen und erneuerbaren Energiequellen behandelt werden.

Darüber hinaus hat die tschechische Präsidentschaft ihre Bereitschaft bekundet, an der Umsetzung der Regulierung der Gasreserven zu arbeiten, um beispielsweise die Gasspeicher vor dem Winter aufzufüllen und freiwillige gemeinsame Beschaffungen zu fördern. Dadurch soll das Verhandlungsgewicht der EU gestärkt werden, wie es bei den Corona-Impfstoffen der Fall war.

„Gleichzeitig wird die tschechische Ratspräsidentschaft an der Umsetzung eines angemessenen Instrumentenmixes arbeiten, um die negativen sozialen und wirtschaftlichen Auswirkungen der hohen Energiepreise zu verringern“, heißt es in dem Dokument.

Verteidigung und (Cyber-)Sicherheit

Prag setzt sich dafür ein, die europäischen Verteidigungs- und Sicherheitsfähigkeiten zu verbessern, mit außereuropäischen Partnern im Rahmen der NATO zusammenzuarbeiten und die Umsetzung des Strategischen Kompasses, der Militärstrategie der EU für 2030, zu unterstützen.

In diesem Zusammenhang wird sie an der raschen Entwicklung der sogenannten Hybrid Toolbox arbeiten, einer Reihe von freiwilligen Instrumenten zur Bekämpfung hybrider Bedrohungen wie Desinformation, ausländische Einmischung und Störungen im Cyberraum.

„Die tschechische Ratspräsidentschaft wird ihr Augenmerk auf die Zusammenarbeit und Investitionen zur Verringerung der technologischen Abhängigkeit richten, insbesondere im Hinblick auf neue und disruptive Technologien, sowie auf die Gewährleistung der Widerstandsfähigkeit der für diese Technologien erforderlichen kritischen Wertschöpfungsketten“, heißt es in dem Entwurf.

Ein weiteres Augenmerk wird auf den Umgang mit Cyber-Bedrohungen gelegt, insbesondere im Hinblick auf die Cybersicherheit der EU-Institutionen. Ein weiterer wesentlicher Punkt ist der geopolitische Kontext rund um den Weltraum und neue Technologien, mit dem Vorschlag für ein weltraumgestütztes Kommunikationssystem der EU.

Die tschechische EU-Ratspräsidentschaft will den Schwerpunkt auf hybride Bedrohungen legen, indem sie die Diskussionen über Desinformation und Einmischung vorantreiben möchte, so der stellvertretende Verteidigungsminister.

Wirtschaftliche Resilienz

„Die russische Invasion hat die größte Störung der Rohstoffmärkte in den letzten fünfzig Jahren verursacht. Die EU muss ihre Abhängigkeit von feindlichen oder instabilen Regimen drastisch reduzieren“, heißt es in dem Papier.

Für die tschechische Regierung besteht das Rezept zur Stärkung der wirtschaftlichen Resilienz in der gezielten Unterstützung der Wettbewerbsfähigkeit bei strategischen Technologien zur Förderung der inländischen Kapazitäten und in engeren Handelsbeziehungen mit demokratischen Ländern wie Neuseeland, Australien und Chile.

Diese Maßnahmen stehen im Einklang mit dem Chips Act, einem Vorschlag zur Förderung der Halbleiterproduktion in der EU. Halbleiter werden ausdrücklich als kritische Güter genannt, zusammen mit Lebensmitteln, Medikamenten und Rohstoffen.

In diesem Zusammenhang verpflichten sich die Tschechen auch zur Stärkung der transatlantischen Zusammenarbeit bei der Widerstandsfähigkeit der Lieferketten im Rahmen des EU-US-Handels- und Technologierates.

Zu den weiteren wirtschaftlichen Prioritäten gehört die Stärkung des Binnenmarktes, wobei insbesondere die Bedeutung der europäischen digitalen Identitäten und eines fairen Datenmarktes hervorgehoben wird, was das Ziel des Data Act darstellt.

Die EU-Kommission soll ein „Chips-Paket“ vorlegen, um Kapazitäten auszubauen, Regeln für staatliche Beihilfen zu lockern, Forschung zu finanzieren und internationale Partnerschaften zu schaffen.

Demokratische Werte

Im Hinblick auf die Aufrechterhaltung und Weiterentwicklung der demokratischen Werte und der Rechtsstaatlichkeit in der EU wird sich die tschechische Ratspräsidentschaft auf die transparente Finanzierung der politischen Parteien, die Unabhängigkeit der Massenmedien und den offenen Dialog mit den Bürgern konzentrieren und sich dabei insbesondere auf die Konferenz zur Zukunft Europas beziehen.

„Die Präsidentschaft wird sich dafür einsetzen, dass die Grundrechte und -freiheiten im digitalen Umfeld geachtet werden, und auf globale Standards drängen, die auf dem so genannten menschenzentrierten Ansatz aufbauen“, heißt es in dem Entwurf weiter.

In dem Dokument wird hervorgehoben, dass die EU bei neuen Technologien wie der künstlichen Intelligenz einen Vorsprung hat und die Gelegenheit nutzen sollte, globale Standards zu schaffen.

Außerdem wird die Notwendigkeit betont, Transparenzmaßnahmen festzulegen und den Missbrauch von Kryptowährungen zu verhindern.

Die Europäische Kommission meint, ihr vorgeschlagenes Gesetz über künstliche Intelligenz sollte zum weltweiten Standard werden, wenn es seine volle Wirkung entfalten soll. Der bevorstehende KI-Vertrag, der vom Europarat ausgearbeitet wird, könnte der EU helfen, genau das zu erreichen. EA 8

 

 

 

 

Bleiberechtsreform. Faeser: Erstes Migrationspaket kommt vor Sommerpause ins Kabinett

 

Neues Bleiberecht für gut Integrierte, Verbesserungen bei der Fachkräfteeinwanderung und ein schärferer Kurs bei Abschiebungen. Über die im Koalitionsvertrag angekündigte Reform des Bleiberechts soll noch vor der Sommerpause beraten werden.

Bundesinnenministerin Nancy Faeser (SPD) plant für gut integrierte Geduldete ein „Chancen-Aufenthaltsrecht“. Sie kündigte am Dienstag in Berlin an, dass sie ein erstes Migrationspaket, zu dem diese Reform gehört, noch vor der Sommerpause ins Bundeskabinett bringen wolle. Nach der Sommerpause könnte das Gesetzespaket somit im Bundestag beraten werden.

Das neue Bleiberecht ist für Migranten vorgesehen, die zwar nur geduldet sind, aber seit fünf Jahren oder länger gut integriert in Deutschland leben. Ferner soll eine erste Verbesserung bei der Fachkräfteeinwanderung vom Kabinett auf den parlamentarischen Weg gebracht werden.

Das Nachrichtenmagazin „Der Spiegel“ hatte zuerst über das Regelwerk berichtet und geschrieben, dass davon mehr als 100.000 Menschen profitieren könnten, die als Geduldete ohne sicheren Rechtsstatus sind. Demnach sollen die Betroffenen einmalig auf Probe eine einjährige Aufenthaltserlaubnis bekommen. Das Blatt schreibt unter Berufung auf den Gesetzentwurf, wenn sie in dieser Zeit nachwiesen, dass sie etwa die deutsche Sprache beherrschten und ihren Lebensunterhalt sichern könnten, bekämen sie ein langfristiges Bleiberecht.

Schärferer Kurs bei Abschiebungen

Straftäter sollten von dieser Möglichkeit ausgeschlossen bleiben, ebenso wie Männer und Frauen, die falsche Angaben über ihre Identität gemacht und so bisher ihre Abschiebung verhindert hätten. SPD, Grüne und FDP haben im Koalitionsvertrag eine Reform des Bleiberechts vereinbart, um für langjährig Geduldete eine Perspektive zu schaffen.

Laut Nachrichtenmagazin plant Faeser außerdem einen schärferen Kurs bei Abschiebungen von abgelehnten Asylbewerbern, die sich nicht gesetzestreu verhalten. „Insbesondere die Ausreise von Straftätern und Gefährdern muss konsequenter vollzogen werden“, zitiert das Blatt aus dem Gesetzentwurf. Dafür sollten unter anderem die Regeln zur Abschiebungshaft verschärft werden. (epd/mig 8)

 

 

 

 

 „750.000 Menschen drohen zu verhungern“

 

Die UNO-Landwirtschaftsbehörde FAO und das Welternährungsprogramm WFP schlagen Alarm: 750.000 Menschen weltweit droht der Hungertod, darunter allein 400.000 Menschen in der äthiopischen Provinz Tigray.

Die Gründe für die akute Lebensmittelkrise sind vielfältig: Sie haben mit dem Klimawandel, den Folgen der Corona-Pandemie, der Überschuldung armer Staaten und mit Konflikten – darunter dem Ukraine-Krieg – zu tun. Besonders kritisch ist die Lage in Äthiopien, Nigeria, Südsudan und dem Jemen, aber die beiden UNO-Behörden machen deutlich, dass sich die Liste noch beliebig verlängern ließe, etwa um Afghanistan, Somalia oder den Kongo.

Ein perfekter Sturm

„Hunger Hotspots“ heißt der Bericht, den FAO und WFP jetzt gemeinsam veröffentlicht haben. Er malt das Bild einer „neuen Normalität“ in vielen Ländern, die von Trockenheit, Überschwemmungen und Wirbelstürmen gezeichnet ist. So würden Ernten vernichtet und Menschen in den Hunger getrieben.

„Wir sind tief besorgt über die Wirkung, die die Kombination mehrerer Krisen hat“, so FAO-Generaldirektor Qu Dongyu, ein Chinese. Er spricht von einem „Rennen gegen die Zeit, um den Landwirten in den am meisten betroffenen Ländern zu helfen“. WFP-Chef David Beasley, ein Amerikaner, fürchtet einen „perfekten Sturm“. Es gebe ja Lösungen, aber man müsse schnell handeln.

(sir 7)

 

 

 

 

Verfassungsschutzbericht 2021

 

Faeser: Rechtsextremismus bleibt größte Bedrohung für die Demokratie

Der Verfassungsschutz schätzt den Rechtsextremismus weiterhin als größte Bedrohung ein. Corona-Pandemie und Ukraine-Krieg leisten zudem einer neuen Art von Staatsfeindlichkeit Vorschub. Über soziale Medien werden vermehrt Jugendliche radikalisiert.

Der Rechtsextremismus bleibt laut Verfassungsschutzbericht die größte extremistische Bedrohung für die Demokratie in Deutschland. Bundesinnenministerin Nancy Faeser (SPD) sagte am Dienstag in Berlin bei der Vorstellung des Berichts für das Jahr 2021, zwar sei die Gesamtzahl rechtsextremistischer Straf- und Gewalttaten um knapp 9,6 Prozent zurückgegangen – von 22.357 im Jahr 2020 auf 20.201 im vergangenen Jahr. „Das sind aber immer noch sehr, sehr viele.“ Der Präsident des Bundesamts für Verfassungsschutz, Thomas Haldenwang, wies auf das Problem „selbstradikalisierter und einzeln agierender Täter“ hin, die immer jünger würden. „Dass sich Minderjährige gewaltaffin äußern und Pläne für Gewalttaten schmieden, ist keine Seltenheit mehr“, sagte er.

Der Verfassungsschutz ordnet für das vergangene Jahr 33.900 Personen dem Phänomenbereich Rechtsextremismus zu. Als gewaltbereit wurden 13.500 eingeschätzt. Ziel von Rechtsextremisten sei die „Anschlussfähigkeit an bürgerlich-demokratische Kreise“, hieß es. Dazu instrumentalisierten sie etwa Proteste gegen Corona-Maßnahmen oder die Flutkatastrophe im Sommer des vergangenen Jahres in Nordrhein-Westfalen oder Rheinland-Pfalz.

Faeser: „Rechtsextremisten missbrauchen jede Krise“

„Und sie versuchen es jetzt wieder“, sagte Faeser und nannte dabei Aktivitäten zum russischen Angriff auf die Ukraine oder zu den stark steigenden Energiepreisen. Angesichts der Bedrohung des Friedens in Europa müsse der inneren Frieden in Deutschland gestärkt werden, fügte die Ministerin hinzu. „Denn wir wissen, Rechtsextremisten missbrauchen jede Krise für ihren Versuch, Menschen gegeneinander auszuspielen und die Gesellschaft zu destabilisieren.“

Haldenwang sagte, das Bedrohungspotenzial durch eine wachsende Online-Vernetzung und Radikalisierung der rechtsextremistischen Szene habe sich zudem verstetigt. So gebe es etwa eine „Amoktäter-Fanszene“, die Nachahmer suche. So würden im Netz Fälle diskutiert, die sich in den vergangenen Jahren ereignet hätten. Dabei werde darüber nachgegrübelt, wie diese Taten getoppt werden könnten. Es gebe auch eine „Siege“-Szene, die den englischen Begriff für Belagerung nutze und mit rassistischen und antisemitischen Ideologien einen führerlosen Widerstand zum Sturz des Systems propagiere. Dabei werde zu Anschlägen gegen Minderheiten und politische Repräsentanten aufgerufen.

In dem 366-Seiten umfassenden Verfassungsschutzbericht heißt es über die Täter von Halle und Hanau: Über sie lägen „diverse Bezüge zu Verschwörungstheorien und Onlinesubkulturen vor, die nicht zwangsläufig dem Rechtsextremismus zugeordnet werden.“ Es werde daher eine enorme Herausforderung bleiben, solche potenziellen Täter im Vorfeld eines geplanten Anschlags zu identifizieren. Der „Nationalsozialistische Untergrund (NSU)“ findet im Verfassungsschutzbericht keine Erwähnung.

Neue „Szene“

Faeser und Haldenwang wiesen zudem auf eine in den vergangenen Jahren neu entstandene „Szene“ hin, die das Ziel habe, den Staat zu delegitimieren. Diese Personen machten demokratische Entscheidungsprozesse und Institutionen verächtlich und riefen auf zum Ignorieren behördlicher oder gerichtlicher Anordnungen. Dadurch könne das Vertrauen in den Staat erschüttert und dessen Funktionsfähigkeit beeinträchtigt werden. Haldenwang sagte, auch hier müsse insbesondere der virtuelle Raum in den Blick genommen werden. Faeser betonte, dass oftmals eine Zuordnung dieser Gruppe zum Bereich Rechtsextremismus, Linksextremismus oder zu „Reichsbürgern“ und „Selbstverwaltern“ schwierig sei. Im Bericht wird das Phänomen daher unter dem Titel „verfassungsschutzrelevante Delegitimierung des Staates“ beschrieben.

Beim Linksextremismus geht der Verfassungsschutz von 34.700 Personen aus, wobei mehr als jeder vierte als gewaltorientiert eingeschätzt wurde. Haldenwang sagte, seit Beginn des Krieges in der Ukraine hätten die Gewaltorientierten auch Rüstungsunternehmen und die Bundeswehr im Fokus. Im Hinblick auf den G7-Gipfel der sieben größten demokratischen Industriestaaten im bayerischen Elmau in drei Wochen müsse ebenfalls mit bundesweiten Straftaten gerechnet werden. (epd/mig 8)

 

 

 

Polens Vize-Premier Kaczy?ski scheidet wohl aus Regierung aus

 

Der einflussreiche Spitzenpolitiker der Regierungspartei Recht und Gerechtigkeit (PiS), Jaros?aw Kaczy?ski, wird seinen Posten als Vize-Ministerpräsident aufgeben, wie Regierungssprecher Micha? Dworczyk mitteilte. Von: Aleksandra Krzysztoszek

 

Jaros?aw Kaczy?ski, der zwischen 2006 und 2007 als Premierminister war übernahm 2020 das Amt des stellvertretenden Premierministers im Kabinett von Mateusz Morawiecki. Ihm wurde eine Rolle als Diplomat zwischen Premier Morawiecki und Justizminister Zbigniew Ziobro nachgesagt.

Die Medien hatten Kaczy?skis Rückzug aus der Regierung zuvor zumindest angedacht, Gerüchte häuften sich seit längerem.

„Es sieht so aus, als würde dieser Moment kommen“, sagte Dworczyk gegenüber Radio Zet und fügte hinzu, dass die offizielle Ankündigung wahrscheinlich in ein paar Tagen erfolgen würde.

Angeblich will sich Kaczy?ski auf die Arbeit für die PiS-Partei konzentrieren.

Als Leiter des Regierungskomitees für nationale Sicherheit und Verteidigung habe Kaczy?ski „in den letzten Monaten eine wichtige Rolle gespielt“, sagte Dworczyk und bezog sich dabei auf die Migrationskrise an der Grenze zu Belarus im vergangenen Jahr und den Krieg in der Ukraine. Er bedauerte, dass der Rücktritt Kaczy?skis „eine Lücke in diesen Bereichen“ zur Folge haben werde.

Letzte Woche hatte der ukrainische Präsident Wolodymyr Selenskyj Kaczy?ski und Morawiecki mit dem Orden des Fürsten Jaroslaw des Weisen für die diplomatische Führungsrolle Polens als Reaktion auf den Einmarsch Russlands in die Ukraine und für die Aufnahme von fast vier Millionen ukrainischen Flüchtlingen ausgezeichnet.

Im März besuchte Kaczy?ski Kyjiw gemeinsam mit Morawiecki, dem tschechischen Premierminister Petr Fiala und dem damaligen slowenischen Premierminister Janez Janša. Damals schlug Kaczy?ski der NATO vor, eine „Friedensmission“ in der Ukraine zu starten, was jedoch von Selenskyj abgelehnt und von der polnischen Opposition kritisiert wurde.

Am Montag begannen Kaczy?ski und Morawiecki eine Tournee durch Polen, um die polnische Bevölkerung inmitten einer galoppierenden Inflation und rekordhoher Benzinpreise davon zu überzeugen, dass nur die PiS eine stabile Zukunft für sie gewährleisten kann.

„Keine vorherige Regierung hat so viel für Polen getan wie wir“, sagte Kaczy?ski am Samstag auf dem Parteitag in der Warschauer Vorstadt Marki. EA 7

 

 

 

 

Marken-Botschafter werben für Italien. ENIT mit internationaler Kampagne

 

Frankfurt am Main – Mit erfolgreichen italienischen Persönlichkeiten wirbt das italienische Tourismusministerium zusammen mit ENIT, der italienischen Zentrale für Tourismus, für das Belpaese. Unter den Marken-Botschaftern sind Schwimmerin und Olympiasiegerin Federica Pellegrini, Sternekoch Massimo Bottura oder auch Modeunternehmer Renzo Rosso. Internationale Plakat- und PR-Aktionen sollen auf die zahlreichen Vorzüge des Urlaubslandes aufmerksam machen und den Restart des Tourismus ankurbeln. 

Zudem nutzte ENIT Events von internationaler Größe wie den Eurovision Song Contest oder das Radrennen Giro d’Italia als Promotionbühne für die Destination Italien. Daran knüpft auch das Projekt „Scopri l’Italia che non sapevi“ (zu dt.: Entdecke Italien wie du es noch nicht kennst) an. Dabei verfolgen die Regionen des Landes eine gemeinsame Strategie und vermarkten vor allem kleine Dörfer, Slow Tourism wie Weinreisen oder Aktivtourismus wie Wandern und Radfahren. 

ENIT - CEO Roberta Garibaldi hob die Bedeutung der Kampagne für Italien hervor: „Diese Maßnahmen zielen darauf ab, die Sichtbarkeit und Positionierung italienischer Reiseziele in einem globalen Szenario zu stärken.“ Die Kampagne unterstütze zudem italienische Start-up-Unternehmen im Tourismus sowie in Zusammenarbeit mit Coni, dem italienischen Olympiaverband, ukrainische Sportler, die in Italien trainieren können.

Bewegte Bilder auf Monitoren sowie Plakate der Kampagne sind zwischen dem 13. Juni und 31. Juli am Frankfurter Flughafen zu sehen. Marken-Botschafter ist dabei der italienische Balletttänzer Roberto Bolle mit dem Claim „Italian gesture“.

Über die Italienische Zentrale für Tourismus 

Die Italienische Zentrale für Tourismus (ENIT) mit Hauptsitz in Rom ist für die touristische Bewerbung der Reisedestination im Ausland zuständig. Insgesamt verfügt ENIT über ein internationales Netzwerk von 26 Büros, eines davon in Frankfurt und eines in München. Von hier aus wird das Destinationsmarketing Italiens für den deutschen Markt koordiniert. 

Weitere Informationen zu ENIT sowie zu Italien als Urlaubsziel unter www.enit.de und www.italia.it.

Zur akustischen Reise nach Italien lädt das neue Visit Italy Web Radio von ENIT ein. Neben Reportagen, Kolumnen, Interviews und Branchen-Talk gibt es hier vor allem jede Menge italienische Musik. Zu hören ist das Webradio unter anderem über App, auf der Tourismuswebsite. Enit 9