WEBGIORNALE  10-11  Marzo  2010

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Berlino. “Leben in der Illegalität”. La sfida per i comuni delle migrazioni irregolari 1

2.       Il nuovo volto della migrazione:  il fenomeno al femminile  1

3.       Sì della Merkel, prende quota il Fondo monetario europeo  2

4.       Il Csm: il premier denigra. Democrazia a rischio  2

5.       Il commento. Una crisi di regime  3

6.       Referendum in Svizzera. Bloccato un disegno di previdenza restrittivo  3

7.       Africa. Migrazioni di ieri e di oggi. Su internet le relazioni svolte durante il viaggio di studio Caritas/Migrantes  4

8.       Stranieri come risorsa. Okaka e altri italiani del futuro  4

9.       Francoforte. Corriere d’Italia: “Il voto per corrispondenza non è più credibile”  5

10.   Lettera aperta di italiani in Germania al Presidente del Consiglio sulla “elezione” di Nicola Di Girolamo  5

11.   Berlino. Domenica 14 Marzo Lia Secci presenta il suo ultimo libro  5

12.   Monaco di Baviera e dintorni: le prossime iniziative per i connazionali 6

13.   Nuovi progetti: www.italoemigranti.com,   un portale per chi emigra  6

14.   Comites di Bruxelles: “Le recenti vicende non possano comportare un passo indietro sul voto all'estero”  6

15.   I deputati PdL: “Il Governo si impegni a migliorare la legge Tremaglia”  7

16.   Così la "banda Mokbel" organizzava la campagna elettorale di Di Girolamo  7

17.   Caso Di Girolamo. Lannutti (Idv): Chiarire rapporti con l’ambasciatore a Bruxelles Siggia  7

18.   Oscar a due italoamericani: M. Fiore per la miglior fotografia e M. Giacchino per la migliore colonna sonora  8

19.   Oggi a Roma Conferenza stampa per una migliore informazione nel mondo  8

20.   Presto un intervento per il ripristino dei fondi per la stampa all’estero  8

21.   Laura Garavini (PD): “Per le donne una pari opportunità dei fatti e non delle parole ”  9

22.   L'Iraq in massa alle urne, le elezioni sono un successo  9

23.   "Serve un Fondo monetario europeo"  10

24.   Finalmente l’Europa batte un colpo  10

25.   La Cina firma l'accordo sul clima  11

26.   Emergenza ambientale. Himalaya bene, il resto male  11

27.   Le incognite dopo il voto. Se l’Iraq è lasciato al suo destino  11

28.   Referendum in Svizzera. “Previdenza professionale, una valanga di no al furto delle rendite”  12

29.   Ciampi: "E' il massacro delle istituzioni, ora proteggiamo il Quirinale"  12

30.   Liste elettorali. Pasticcio (parte seconda) 13

31.   L'ultimo referendum   13

32.   Legalità e legittimità. Quanto vale la solitudine di un presidente  13

33.   "Barricate contro la legge ad personam". L'opposizione dà battaglia in Parlamento  14

34.   Pd e sinistra: la piazza è confermata  14

35.   Più politici e meno avvocati 15

36.   L’Aquila: chiavi, carriole e fiaccole  15

37.   Il Cavaliere alla resa dei conti con Fini. "Anche stavolta si è messo di traverso"  16

38.   A Bruxelles manifestazione per il rispetto delle regole democratiche e contro le truffe elettorali 16

39.   Rientri in Italia e abitazione  17

40.   Regionali. Alfano (IdV): Berlusconi fa terrorismo elettorale  17

41.   Trionfa la Bigelow, prima Lady Oscar. Batte l'ex marito e il tabù di Hollywood  17

42.   Schiaffo al kolossal 18

43.   Province inutili e sprecone ci costano 14 miliardi all'anno  18

44.   PD-Ticino: reagire al degrado, partecipare alle regionali 19

45.   Concorso Internazionale “Giornalisti del Mediterraneo”. Scadenza il 12 aprile  20

46.   Ad Anna Lanfranchi l’incarico di direttore dell’Associazione Trentini nel mondo  20

47.   Il Governo 'massacra' gli italiani all'estero. Ma adesso basta! 20

48.   Coldiretti. Senza gli immigrati a rischio settori lattiero caseario e ortofrutticolo  21

 

 

1.       Italien. Wahl von Berlusconis Gnaden  21

2.       Gerechtigkeit für Genua-Opfer 22

3.       Privat-TV. Migranten und Marktanteile  22

4.       Migrantinnen über deutsche Männer. "Schüchtern und asexuell"  23

5.       Einbürgerungszahlen in Berlin fallen auf Rekordtief 23

6.       Schäuble stimmt Pläne mit Frankreich ab. Deutschland will Eurofonds  24

7.       Regulierung der Finanzmärkte. Europa nimmt Kampf gegen Spekulanten auf 24

8.       Europäischer Währungsfonds. Geteiltes Echo auf Schäuble-Vorstoß  25

9.       EU-Außenbeauftragte Ashton. Allein in Europa  26

10.   Irak-Wahl. Leitartikel. Sehnsucht nach Freiheit 26

11.   Missbrauch an Schulen. Täglich neue Fälle - Ruf nach höheren Mindeststrafen  27

12.   Missbrauchsskandal. Trost oder Grenzübertretung?  27

13.   Streit über Verjährung. Klare Verhaltensregeln  28

14.   Missbrauchsdebatte. Unfreie Demokraten  28

15.   Sexuelle Missbrauch. Abwehr und Anteilnahme  28

16.   Missbrauch. Viel zu tun  29

17.   Kommentar. Hartz und die Straße  29

18.   Hartz IV. Wahrheit und Schneeschippen  29

19.   Krafts Hartz-IV-Vorstoß. Wie Westerwelle, nur anders  29

20.   Sozialstaat Deutschland Würde statt Abstellgleis  30

21.   Weltfrauentag. Amnesty: Der Krieg gegen die Taliban hat sich gelohnt 31

22.   Interview mit Leiterin der Odenwaldschule. "Es war ein Fehler, die Opfer auszublenden"  31

23.   Zukunft der Arbeit. Der rollende Mitarbeiter 32

24.   Schutz für Oppositionelle. Iran hält deutsche Asyl-Politik für rechtswidrig  33

25.   Exil-Armenier kritisieren Berlin wegen Haltung zu Völkermord  33

26.   Nazi-Beratungsprogramm in Sachsen. Die Ratlosigkeit der Mütter 33

27.   Kaum türkische Lehrer. Migranten lehren Migranten besser 34

28.   "Toleranz beginnt im Kindergarten"  34

29.   Oscar-Verleihung 2010. David schlägt Goliath  35

 

 

 

 

 

Berlino. “Leben in der Illegalität”. La sfida per i comuni delle migrazioni irregolari

 

Berlino. Il Convegno annuale sull’illegalità promosso a Berlino da Katholisches Forum “Leben in der Illegalität”, Rat für Migration e Katholische Akademie ha dedicato la sua sesta edizione alla sfida rappresentata per i comuni dalle migrazioni irregolari. Dal 3 al 5 marzo diverse conferenze e workshop hanno tratteggiato: la posizione in proposito di alcune grandi città europee come Londra, Atene e Milano, alcuni esempi di catene migratorie – latinoamericani a Colonia, ghaneani ad Amburgo, vietnamiti a Berlino -, diversi progetti realizzati o in via di attuazione a Francoforte, Monaco e Berlino per l’assistenza sanitaria ai migranti irregolari e la nuova problematica dei migranti europei provenienti da stati di recente ingresso nell’Unione, legalmente presenti ma non registrati e non assicurati. L’apertura del convegno è stata affidata al Card. Sterzinski che ha presieduto una messa in memoria del vescovo Voss - deceduto nel dicembre scorso - per anni impegnato in questo ambito in qualità di presidente della Commissione per le Migrazioni della Conferenza episcopale tedesca e del Forum cattolico “vita nell’illegalità”. Sterzinski, arcivescovo di Berlino, tenendo la relazione iniziale del convegno, ha espresso soddisfazione per l’intento dichiarato dal governo federale di creare le condizioni per la frequenza scolastica dei figli dei migranti senza permesso di soggiorno e nel contempo ha rivolto un accorato appello per una concretizzazione tempestiva di questo obbiettivo in tutto il paese, giacché “per ogni ragazzo e ragazza è importante poter frequentare al più presto possibile la scuole per avere prospettive di futuro e sfuggire al circolo vizioso di povertà e illegalità”. Positivamente sono state valutate le circolari amministrative del settembre 2009 riguardo la legge sul permesso di soggiorno, con le quali è stato chiarito che l’aiuto umanitario prestato a titolo professionale o volontario a migranti irregolari non integra di norma la fattispecie “favoreggiamento di soggiorno illegale” e che il segreto professionale dei medici, in caso di ricoveri d’emergenza, si estende fino anche al personale dell’ufficio di assistenza sociale addetto al pagamento delle fatture, che resta così esonerato dall’obbligo di denuncia. Peter Neher, presidente della Caritas tedesca, ha presentato gli interventi Caritas nel settore ed evidenziato come sebbene il fenomeno delle migrazioni irregolari costituisca una sfida concreta soprattutto per le autorità locali - confrontate con diversi aspetti della vita dei migranti - non sia possibile a questo livello trovare delle reali soluzioni alla problematica, la quale esige contemporaneamente un sostanziale cambio di mentalità da parte degli stati. Dirk Gebhard, esperto di migrazione e integrazione della rete delle città europee Eurocities, ha richiamato tra l’altro recenti approfondimenti che mettono in discussione la tesi secondo cui una regolarizzazione dello status dei clandestini costituirebbe un incentivo per nuovi migrazioni irregolari ed evidenziano invece perlopiù il vantaggio economico collegato con tali misure.

Dal 2004 la chiesa in Germania, promuovendo tra l’altro la nascita del Forum “Vita nell’illegalità”, ha costantemente sollecitato puntuali miglioramenti nella tutela dei diritti fondamentali dei migranti senza permesso di soggiorno. Nel dibattito politico e nella prassi dei comuni sono da registrare alcuni incoraggianti segni di apertura. Tuttavia molto resta ancora da perseguire riguardo il diritto alla salute e ad una giusta retribuzione per il lavoro svolto, nonché naturalmente sul piano delle politiche migratorie e di cooperazione internazionale. Felicina Proserpio/CSERPE (de.it.press)

 

 

 

                              

 

Il nuovo volto della migrazione:  il fenomeno al femminile

 

La migrazione è una parte dei fenomeni sorprendenti delle società moderne. In un mondo globalizzato, questi fenomeni continuano a crescere e diventare sempre più diversificati e complessi. Oltre 200 milioni di persone vivono al di fuori del loro paese d'origine, hanno lasciato volontariamente o sotto costrizione, e il loro numero è in costante aumento. Quasi la metà dei migranti nel mondo sono donne, e per questo motivo, negli ultimi anni, la femminizzazione della migrazione è stata spesso tematizzata. In alcuni Stati, la quota di donne supera addirittura il 50%.

 

In occasione dei 100 anni della Giornata internazionale della donna, 29 anni di parità nella Costituzione federale, 14 anni di parità nella Legge sulla parità dei sessi in Svizzera, le donne (e gli uomini sostenitori) si danno appuntamento il 13 marzo a Berna per ribadire che c’è ancora molto da fare per rendere la nostra società veramente equa ed inclusiva.

 

La migrazione è un fenomeno globale che si manifesta in forma di migrazioni transnazionali e migrazioni interne. Nel 2005, le Nazioni Unite (International Migration Stock 2008) quantificavano 195 milioni i migranti di tutto il mondo, di cui 64 milioni in Europa. Per l'anno 2010, si presumono circa 214 milioni di migranti in tutto il mondo, circa 70 milioni in Europa. Ciò significa che il 3% della popolazione mondiale vive al di fuori del paese di origine. Tutte queste persone hanno lasciato la loro patria da soli o con i loro famigliari, di loro spontanea volontà o sotto costrizione, con o senza speranza di ritorno. Sono rifugiati o in cerca di migliori condizioni di lavoro e di vita che seguono i loro mariti o le loro mogli, oppure nel tentativo di acquisire qualifiche professionali all'estero. Le donne costituiscono quasi la metà della popolazione migrante. Nel 2007, la loro percentuale è salita al 49,6% ed è rimasta in sostanza invariata fino ad oggi (United Nations Population Division: dati sulla migrazione femminile dal 1998, raccolti nei censimenti nazionali).

 

La femminizzazione delle migrazioni internazionali - Nonostante la stabilità sorprendente delle relazioni di genere nel corso degli ultimi 20 anni, nei recenti dibattiti sulla migrazione spesso si parla della femminizzazione della migrazione. Questa definizione fa intendere che la quota di donne migranti è in aumento. Certamente, a partire dal 1970, la quota di donne migranti in molte parti del mondo è cresciuta: dal 46,6% nel 1960 a circa il 49% alla fine del millennio.

La femminizzazione della migrazione è una realtà dal punto di vista statistico, ma non si verifica in tutto il mondo nella stessa misura. I flussi migratori variano, a seconda delle condizioni politiche, economiche e sociali del paese di origine e del paese di destinazione. Determinanti per la migrazione maschile o femminile sono inoltre le condizioni strutturali del mercato del lavoro globale e la ripartizione internazionale del lavoro, come anche le relazioni tra le regioni e i paesi interessati, e le qualifiche richieste.

 

La situazione dei migranti in Svizzera - Secondo le statistiche dell'Ufficio federale della migrazione, gli stranieri in Svizzera nel 2008 sono 1,77 milioni di persone su una popolazione totale di 7,8 milioni. Ciò corrisponde ad una quota del 22,7%. Per la Svizzera, le Nazioni Unite presumono un aumento del numero di stranieri a 1,8 milioni nel 2010 (International Migrant Stock 2008).

La quota di donne tra la popolazione straniera in Svizzera era del 47% nel 2007 (UST), al di sotto della media europea. Oggi, in Svizzera vivono più uomini che donne straniere. Le ultime cifre annuali sulla migrazione, pubblicate dall’Ufficio federale di statistica, ne danno conferma: nel 2008 i migranti erano complessivamente 157‘271; le donne erano 71’367, che corrisponde ad una quota del 45%.

 

Motivazioni diverse per la migrazione  - Negli ultimi due decenni assistiamo ad un cambiamento paradigmatico per quel che riguarda il motivo per la migrazione. Mentre durante il 1990 il ricongiungimento familiare rappresentava il 60% delle ragioni per la migrazione, nel 2007 la cifra era di poco più del 30%. Sempre nel 2007, la migrazione verso la Svizzera è stata motivata principalmente dal perseguimento di un'attività lucrativa. Diversa si presenta la situazione delle donne, che per la maggior parte, cioè nel 44% dei casi, si sono trasferite in Svizzera nel quadro del ricongiungimento familiare. Il 35% nel 2007 giunge in Svizzera per svolgere una attività professionale e circa l'11% ha indicato la formazione professionale e continua come motivo d’ingresso (UST).

 

Settori professionali e formazione professionale delle donne migranti  - La maggior parte delle donne migranti sono occupate nel settore dei servizi. Nel 2008, 72,7% dei dipendenti lavorava nel settore dei servizi, tra cui il 38,5% di donne. Nel 1991, 8,9% di tutte le donne impiegate nel settore dei servizi erano migranti, percentuale aumentata al 10,8% nel 2008. Analogamente al contesto internazionale, in Svizzera la maggior parte dei dipendenti migranti sono attivi nel settore dei servizi alla persona e nella ristorazione. Da alcuni anni, un quarto delle dipendenti in questo settore è rappresentato da donne migranti. La loro quota nella categoria delle "professioni sanitarie, nell'istruzione e nella ricerca scientifica" è poco più del 10% e in aumento.

 

Se si prende in esame la più alta qualifica conseguita dalle donne con background migratorio, ne risulta che il 28% delle migranti occupate sono laureate o con titolo di formazione professionale. Tra le donne svizzere, materia di occupazione, la quota è del 24. La percentuale dei migranti tra i lavoratori dipendenti con un titolo di studio accademico è del 33%. Tra le donne migranti che svolgono un lavoro altamente qualificato o di dirigenza, la percentuale è soltanto del 6,8. In comparazione, almeno il 30% delle donne svizzere ricopre un ruolo dirigenziale, e il 36% lavora nell’ambito accademico.

 

La situazione politico-sociale delle migranti in Svizzera - Da un recente studio della CFM si evince che la situazione di donne che non hanno passaporto svizzero è paragonabile a quella delle donne svizzere, anche se in numerosi casi i migranti vivono in condizioni peggiori e più difficili. Tuttavia, le donne migranti non sono affatto tutte povere, madri di bambini piccoli incolte, senza familiarità con la lingua del posto o che lavorano in situazioni precarie. Alcuni migranti sono molto qualificati, parlano diverse lingue, occupano posizioni di alto livello oppure sono imprenditori. La diversità delle condizioni di vita dei migranti deve tradursi in politiche e misure di integrazione. Pertanto, è necessario sviluppare offerte di formazione per i migranti con buone qualifiche, e semplificare il riconoscimento dei diplomi.

Per migliorare la situazione giuridica delle donne migranti,  bisogna rivedere o esaminare alcune procedure, in particolare: il diritto di soggiorno staccato dallo stato civile; il diritto ad un permesso di soggiorno per le vittime di violenza domestica, di matrimoni forzati o del traffico di donne, indipendentemente dalla loro disponibilità a testimoniare in un procedimento penale.

 

Prospettiva sociale: No alle pratiche discriminatorie delle donne migranti ed autoctone - Conflitti sui valori e le tradizioni della nostra società sono spesso descritti usando l'esempio di alcuni gruppi di popolazione. Il migrante è particolarmente visto come una vittima della comunità patriarcale di origine. Pratiche di discriminazione contro le donne risultanti da alcuni gruppi di migranti o di comunità religiose, al loro interno legittimati dalla tradizione e da precetti religiosi sono riprovevoli e vanno combattute. Bisogna tener presente che temi della parità tra donne e uomini deve applicarsi a tutta la popolazione svizzera. Mettere l’accento sulle pratiche di discriminazione contro le donne da parte di membri di alcune comunità religiose o migranti, oscura troppo il fatto che c'è ancora molto da fare in termini di parità di genere per le donne in Svizzera - per esempio sulla retribuzione - e che persistono anche concezioni tradizionali dei ruoli di genere all'interno della popolazione svizzera. La parità tra uomini e donne va affrontata evitando di stigmatizzare le diverse comunità migranti o comunità religiose, ma piuttosto, evidenziando le legittime richieste di donne in una prospettiva sociale complessiva.

Dr. Angela M. Carlucci, Syna (de.it.press)

 

 

 

 

Sì della Merkel, prende quota il Fondo monetario europeo

 

Juergen Stark boccia il progetto, ma la Bce precisa: parla a titolo personale

La Commissione farà una proposta: gli aiuti saranno vincolati - di ROSSELLA LAMA

 

ROMA L’idea di dar vita ad un Fondo monetario europeo ottiene il disco verde della cancelliera Angela Merkel. Un disco verde decisivo visto il peso che il paese più forte di Eurolandia ha nella partita del salvataggio della Grecia. Non a caso il commissario agli Affari economici della Ue, Olli Rehn ha lanciato domenica la sua proposta proprio sull’edizione tedesca del Financial Times. «Penso sia una buona idea», ha dichiarato la Merkel. Il Fondo monetario del vecchio continente con il rango di nuova istituzione europea, richiederebbe una modifica delle carte fondanti dell’Unione. Per la premier tedesca non è un problema: «Il Trattato dell’Ue non sarà la fine della storia perché in quel caso avremmo un sistema statico. Io non voglio questo, voglio che la Ue sia capace di rispondere alla nuove situazioni».

L’idea di Fondo monetario del vecchio continente ha avuto un’accelerazione nelle ultime quarantott’ore, e secondo il commissario Ue all’Industria, Antonio Tajani, la Commissione potrebbe affrontare oggi l’argomento. Ieri il portavoce di Olli Rehn ha confermato che Bruxelles è pronta a presentare una proposta per prevenire e gestire le crisi. Ma si è ancora ai discorsi preliminari. Comunque uno strumento di questa natura «dovrà implicare una forte condizionalità», avrà dunque voce in capitolo sulle politiche economiche dei diversi paesi, e gli aiuti saranno vincolati a condizioni molto rigide. L’interesse che il Fondo monetario sta suscitando in giro per l’Europa dipende dalla «volontà chiara di imparare la lezione» dal caso greco. Serve più sorveglianza sui conti pubblici e un maggior coordinamento delle politiche economiche degli Stati membri di Eurolandia. Su questo «la Commissione presentarà una comunicazione» entro fine giugno.

Nonostante il via libera di Berlino, il rappresentante tedesco nella Bce respinge l’idea del Fondo monetario europeo. Secondo Juergen Stark un fondo di salvataggio per i paesi in difficoltà «potrebbe creare incentivi sbagliati incoraggiando la spesa». La Bce ha subito precisato che il membro del board parlava a titolo personale. E ieri a Basilea il presidente Jean-Claude Trichet ha detto che i governatori del G20 non hanno proprio parlato del progetto.

Dopo aver incontrato venerdì la Merkel e poi domenica il presidente Sarkozy, il primo ministro greco George Papandreou ha attraversato l’Atlantico. Oggi sarà ricevuto da Obama. «Le stesse banche salvate di contribuenti ora stanno fecendo la loro fortuna sulle disgrazie della Grecia- ha detto-. Speculatori senza principi stanno guadagnando miliardi ogni giorno scommettendo sul default della Grecia». I credit default swap, quei derivati con cui ci si copre dal rischio che uno Stato non onori il proprio debito, sono diventati «una piaga che minaccia l’economia», ha insistito Papandreou. Un problema che i banchieri centrali conoscono bene, e ieri nelle stesse ore, a Basilea proprio di questo stavano parlando.

Di Fondo europeo scrive il Wall Street Journal: «idea intrigante ma difficile da realizzare». Diversamente dall’Fmi che interviene quando la crisi è esplosa, il Fondo europeo «dovrebbe cercare invece di prevenire i problemi». Ma «i governi accetteranno un’autorità sovranazionale per la propria politica di bilancio?»  IM 9

 

 

 

 

 

Il Csm: il premier denigra. Democrazia a rischio

 

«Episodi di denigrazione e di condizionamento della magistratura e di singoli magistrati» sono «del tutto inaccettabili» perchè cosi si mette «a rischio l'equilibrio stesso tra poteri e ordini dello Stato sul quale è fondato l'ordinamento democratico di questo Paese». È quanto scrive la Prima Commissione del Csm nella pratica a tutela di diversi magistrati accusati da Silvio Berlusconi di agire per finalità politiche.

 

Il documento, approvato all'unanimità e che sarà discusso domani pomeriggio dal plenum, contiene anche un «un pressante appello a tutte le Istituzioni perchè, sia ristabilito un clima di rispetto dei singoli magistrati e dell'intera magistratura, che è condizione imprescindibile di un'ordinata vita democratica».

 

«L'assunto di una magistratura requirente e giudicante che persegue finalità diverse da quelle sue proprie e, per di più volte a sovvertire l'assetto istituzionale democraticamente voluto dai cittadini costituisce la più grave delle accuse - scrive la Commissione - ed integra, anche per il livello istituzionale da cui tali affermazioni provengono, una obiettiva e incisiva delegittimazione della funzione giudiziaria nel suo complesso e dei singoli magistrati». E il «discredito» gettato «sulla funzione giudiziaria nel suo complesso e sui singoli magistrati», può produrre, «oggettivamente, nell'opinione pubblica la convinzione che la magistratura non svolga la funzione di garanzia che le è propria, così determinando una grave lesione del prestigio e dell'indipendente esercizio della giurisdizione».

 

Facendo proprie le preoccupazioni espresse in più occasioni dal Capo dello Stato, da ultimo nella sua lettera al vice presidente del Csm , i consiglieri affermano che per affrontare «serenamente le auspicate riforme in tema di giustizia è necessario il rispetto tra gli organi Istituzionali, che devono contribuire a garantire un clima sereno e costruttivo». «Non è ammissibile una delegittimazione di una Istituzione nei confronti dell'altra, pena - avverte la Commissione - la caduta di credibilità dell'intero assetto costituzionale». Ed «è indispensabile che non si ripetano episodi di denigrazione e di condizionamento della magistratura e di singoli magistrati», perchè «lo spirito di leale collaborazione Istituzionale - implica necessariamente che nessun organo Istituzionale denigri liberamente altra funzione di rilevanza costituzionale». L’U 9

 

 

 

Il commento. Una crisi di regime

 

Che cosa indica la decisione del Tar del Lazio che, ritenendo inapplicabile l'assai controverso decreto del Governo, ha confermato l'esclusione della lista del Pdl dalle elezioni regionali in questa regione? In primo luogo rivela l'approssimazione giuridica del Governo e dei suoi consulenti, incapaci di mettere a punto un testo in grado di superare il controllo dei giudici amministrativi. Ma proprio questa superficialità è il segno della protervia politica, che considera le regole qualcosa di manipolabile a proprio piacimento senza farsi troppi scrupoli di legalità. E, poi, vi è una sorta di effetto boomerang, che mette a nudo le contraddizioni di uno schieramento politico che, da una parte, celebra in ogni momento le virtù del federalismo e, dall'altra, appena la convenienza politica lo consiglia, non esita a buttarlo a mare, tornando alla pretesa del centro di disporre anche delle materie affidate alla competenza delle regioni.

 

Proprio su quest'ultima constatazione è sostanzialmente fondata la sentenza del Tar del Lazio. La materia elettorale, hanno sottolineato i giudici, è tra le competenze delle regioni e, partendo appunto da questo dato normativo, la Regione Lazio ha approvato nel 2008 una legge che ha disciplinato questa materia.Lo Stato non può ora invadere questo spazio, sostituendo con proprie norme quelle legittimamente approvate dal Consiglio regionale. Il decreto, in conclusione, non è applicabile nel Lazio. I giudici amministrativi, inoltre, hanno messo in evidenza come non sia possibile dimostrare alcune circostanze che, in base al decreto del 5 marzo, rappresentano una condizione necessaria per ritenere ammissibile la lista del Pdl. In quel decreto, infatti, si dice che il termine per la presentazione delle liste si considera rispettato quando "i delegati incaricati della presentazione delle liste, muniti della prescritta documentazione, abbiano fatto ingresso nei locali del Tribunale". Il Tar mette in evidenza due fatti. Il primo riguarda l'assenza proprio del delegato della lista che ha chiesto la riammissione. E, seconda osservazione, non è possibile provare che lo stesso delegato, presentatosi in ritardo, avesse con sé il plico contenente la documentazione richiesta.

 

Se il primo rilievo sottolinea l'approssimazione di chi ha scritto il decreto, il secondo svela la volontà di usare il decreto per coprire il "pasticcio" combinato dai rappresentanti del Pdl. Che non è frutto, lo sappiamo, di insipienza. È stato causato da un conflitto interno a quel partito sulla composizione della lista, trascinatosi fino all'ultimo momento, anzi oltre l'ultimo momento fissato per la presentazione della lista. È una morale politica, allora, che deve essere ancora una volta messa in evidenza. Per risolvere le difficoltà di un partito non si è esitato di fronte ad uno stravolgimento delle regole del gioco. La prepotenza ha impedito anche di avere un minimo di pazienza, visto che la riammissione da parte dei giudici dei listini di Formigoni e Polverini ha eliminato il rischio maggiore, quello di impedire in regioni come la Lombardia e il Lazio che il partito di maggioranza avesse un suo candidato. Si dirà che, una volta di più, i giudici comunisti hanno intralciato l'azione di Berlusconi e dei suoi mal assortiti consorti? È possibile. Per il momento, però, dobbiamo riconoscere che proprio i deprecati giudici hanno arrestato, sia pure provvisoriamente (si attende la decisione del Consiglio di Stato), una deriva verso la sospensione di garanzie costituzionali.

 

Non possiamo dimenticare, infatti, che la democrazia è anche procedura: e  il decreto del governo manipola proprio le regole del momento chiave della democrazia rappresentativa. La democrazia è tale solo se è assistita da alcune precondizioni: e le sciagurate decisioni della Commissione parlamentare di vigilanza e del Consiglio d'amministrazione della Rai hanno obbligato al silenzio una parte importante dell'informazione, rendendo così precaria proprio la precondizione che, nella società della comunicazione, ha un ruolo decisivo. Non dobbiamo aver paura delle parole, e quindi dobbiamo dire che proprio la congiunzione di questi due fatti, se dovesse permanere, altererebbe a tal punto le dinamiche istituzionali, politiche e sociali da rendere giustificata una descrizione della realtà italiana di oggi come un tempo in cui garanzie costituzionali essenziali sono state sospese. 

 

Comunque si concluda questa vicenda, il confine dell'accettabilità democratica è stato comunque varcato. Una crisi di regime era già in atto ed oggi la viviamo in pieno. Nella storia della Repubblica non era mai avvenuto che una costante della vita politica e istituzionale fosse rappresentata dall'ansiosa domanda che accompagna fin dalle sue origini gli atti di questo Governo e della sua maggioranza parlamentare: firmerà il Presidente della Repubblica? Questo vuol dire che è stata deliberatamente scelta la strada della forzatura continua e che si è deciso di agire ai margini della legalità costituzionale (un tempo, quando si diceva che una persona viveva ai margini della legalità, il giudizio era già definitivo). Questa scelta è divenuta la vera componente di una politica della prevaricazione, che Berlusconi ha fatto diventare guerriglia continua, voglia di terra bruciata, pretesa di sottomettere ogni altra istituzione. Da questa storia ben nota è nata l'ultima vicenda, dalla quale nessuno può essere sorpreso e che, lo ripeto, rivela piuttosto quanto profondo sia l'abisso nel quale stiamo precipitando,  

A questo punto, la scelta di Napolitano, ispirata com'è alla tutela di "beni" costituzionali fondamentali, deve assumere anche il valore di un "fin qui, e non oltre", dunque di un presidio dei confini costituzionali che arresti la crisi di regime. Ma non mi illudo che la maggioranza, dopo aver lodato in questi giorni l'essere super partes di Giorgio Napolitano, tenga domani lo stesso atteggiamento di fronte a decisioni sgradite in materie che già sono all'ordine del giorno.

 

Ora i cittadini hanno preso la parola, e bene ha fatto il Presidente della Repubblica a rispondere loro direttamente. Qualcosa si è mosso nella società e tutti sappiamo che la Costituzione vive proprio grazie al sostegno e alla capacità di identificazione dei cittadini. È una novità non da poco, soprattutto dopo anni di ossessivo martellamento contro la Costituzione. Oggi la politica dell'opposizione dev'essere tutta politica "costituzionale". Dopo tante ricerche di identità inventate o costruite per escludere, sarebbe un buon segno se la comune identità costituzionale venisse assunta come la leva per cercar di uscire da una crisi che, altrimenti, davvero ci porterebbe, in modo sempre meno strisciante, a un cambiamento di regime. STEFANO RODOTA' LR 9

 

 

 

 

Referendum in Svizzera. Bloccato un disegno di previdenza restrittivo

 

L’ennesimo fine settimana elettorale svizzero consegna dei risultati inequivocabili e delle limpide e chiare tendenze che riflettono, da una parte, la difficile fase economica e finanziaria che sta attraversando il paese, dall’altra fanno emergere il pragmatismo che da sempre, nei momenti delle grandi scelte, contraddistingue gli orientamenti del popolo svizzero.

 

Nella campagna referendaria invernale ha tenuto banco soprattutto l’argomento sulla modifica del tasso di conversione della previdenza professionale del secondo pilastro, che avrebbe continuato ad abbassare gradualmente l’aliquota minima dall’attuale 7% al 6,8% regolato fino al 2014, ad un ulteriore e successivo 6,4% a partire dal 2016, rendendo più magre le future rendite dei pensionandi affiliati alla previdenza obbligatoria, ovvero la maggioranza della popolazione. L'elettorato ha bocciato chiaramente l'abbassamento dell'aliquota di conversione della legge federale sulla previdenza professionale, bloccando un disegno di previdenza restrittivo e  quindi insostenibile. In  tutti i cantoni e stata sconfessata  sonoramente l’indicazione del Consiglio federale e del parlamento: a livello nazionale i «no» hanno prevalso col 72,7%. L'affluenza alle urne è stata del 45,6%. In tutti i cantoni i votanti hanno sostenuto il referendum lanciato da partiti di sinistra, sindacati, organizzazioni di pensionati e consumatori. 

Bene hanno fatto le forze sindacali, i partiti di sinistra e le organizzazioni dei consumatori, che hanno avuto ragione, a mettere in discussione il rischio di impoverimento a cui sarebbero andati incontro i futuri pensionati, e con loro i giovani lavoratori che con spirito solidaristico già oggi alimentano le casse della previdenza professionale e tengono in piedi la coesione sociale in un paese dominato dai poteri forti delle società assicurative attive in questo campo e delle banche.  

Anche il Partito democratico in Svizzera, che ha dato il proprio contributo all’affermazione di questo straordinario risultato, ha da sempre sostenuto che facendo leva sulla crescita economica e mantenendo invariata la contrazione progressiva del tasso in atto dal 2005, l’attuale sistema continua ad offrire garanzie sufficienti per sostenere l’erogazione delle rendite a breve e medio fino, almeno fino a quando provati mutamenti reali non renderanno necessario l’intervento di una riforma per rispondere all’allungamento della speranza di vita, argomento intimidatorio usato come uno spauracchio dal consiglio federale e dai gruppi borghesi in tutta la campagna referendaria. 

 

Per quanto riguarda gli altri due quesiti in votazione: E’ stata bocciata chiaramente la proposta di ancorare nella Costituzione federale l’obbligo dei cantoni di istituire un avvocato degli animali, per fronteggiare il maltrattamento e per una migliore protezione giuridica degli animali.  Contrariamente è stata approvata con un’alta percentuale la proposta elaborata dal governo e dal parlamento, di conferire alla Confederazione la competenza di legiferare in materia di ricerca sulle persone viventi, se sussistono rischi potenziali per la dignità e la personalità delle persone coinvolte a condizioni che:  sia salvaguardata la proporzionalità fra rischi e benefici, che ci sia il consenso informato,  che si faccia ricorso a persone prive di discernimento unicamente se non è possibile ottenere i risultati in altro modo, che ci sia l'approvazione da parte di un organo indipendente.

 

A differenza dei referendum dello scorso mese di novembre, in questa tornata, i quesiti non erano così controversi da dividere l’opinione pubblica, anche perché in alcuni cantoni si sono rinnovate le nuove assemblee di rappresentanza cantonale e locale, che hanno attenuato il dibattito pubblico nazionale.  De.it.press

 

 

 

 

Africa. Migrazioni di ieri e di oggi. Su internet le relazioni svolte durante il viaggio di studio Caritas/Migrantes

 

       Le sintesi delle relazioni presentate al convegno sulle migrazioni africane, svoltosi a Praia (Isola di Santiago, Capoverde, 20-26 febbraio 2010), sono disponibili sul sito www.dossierimmigrazione.it, mentre alla fine di giugno 2010 gli studi saranno pubblicati integralmente.

       I viaggi di studio del Dossier Statistico Immigrazione, che in precedenza hanno riguardato l’Europa (Romania, Polonia, Ungheria, Ucraina) e l’America Latina (Argentina), si basano sulla consapevolezza che le migrazioni vanno anche studiate nei Paesi di origine dei migranti in Italia, con la collaborazione delle autorità, degli studiosi locali e degli immigrati del luogo.

       A guidare la Delegazione dei 42 partecipanti dall’Italia è stato mons. Enrico Feroci, direttore della Caritas diocesana di Roma e membro del Comitato di Presidenza del Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes.

       Quattro migranti africani in Italia hanno fatto parte del gruppo degli studiosi in trasferta, dei quali due grazie al contributo economico di Western Union. Al finanziamento della trasferta hanno provveduto il Dossier per i suoi redattori centrali e regionali e le altre organizzazioni per i rispettivi rappresentanti: Ministero Pubblica Istruzione, Cnr-Istituto Ricerche Popolazione e Politiche Sociali, Italia Lavoro, Cna-Confederazione Nazionale Artigianato e Piccole e Medie Imprese, Ugl-Sindacato Emigrati Immigrati, Ugl-Università e Ricerca, Ong Ciscos, Lega nazionale delle Cooperative, Fondazione Ethnoland, Ong Cospe, Rivista “Africa e Mediterraneo”, Forum Intercultura della Caritas di Roma, “Circolo Africa” di Ancona e le agenzie di stampa Sir e Redattore Sociale.

       Attraverso lavori, appositamente redatti da docenti, ricercatori e dottorandi, hanno contribuito le università La Sapienza e Salesiana di Roma e quelle di Ancona, dell’Aquila, di Lecce, di Pisa, di Viterbo.

       Hanno inviato di specifici apporti anche rappresentanti dell’Unhcr-Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Banche di Credito Cooperativo, Inpdap, Misna, OIM, Radio Vaticana, le associazioni Tetazama e Lunaria di Roma, per cui le relazioni sono state più numerose rispetto ai 42 partecipanti partiti da Roma.

       Sul posto, oltre ad alcuni studiosi capoverdiani, si sono unite alla Delegazione le associazioni di migranti capoverdiani rientrati dall’Italia e anche le associazioni di migranti africani originari di altre nazioni e insediati a Capo Verde, diventato a sua volta – come l’Italia – Paese di immigrazione.

       Capo Verde è stato prescelto per l’alto valore simbolico che riveste. Questo piccolo Paese africano nel passato veniva utilizzato (nella Cidade Velha, vicina alla capitale Praia, naturalmente visitata dai convegnisti) come centro di smistamento degli schiavi da deportare in America, mentre negli anni ’60 è stato all’origine dei primi flussi di lavoratrici domestiche verso l’Italia. Oggi il tema centrale è quello di tutelare i flussi da ogni forma di oppressione così che possano essere un fattore di sviluppo per i Paesi di origine e quelli di accoglienza.

 

       Questa prospettiva è stata molto apprezzata dalle Autorità locali, tanto che la Delegazione italiana è stata ricevuta dal Presidente della Repubblica, dal Presidente dell’Assemblea Nazionale, dal Sindaco di Praia, mentre il Presidente dell’Instituto das Comunidades (che ha patrocinato l’iniziativa) e il Rettore dell’Università hanno aperto i lavori, prestando una continua assistenza fino alla sessione conclusiva.

       L’Africa conta attualmente circa un miliardo di persone, che secondo le previsioni raddoppieranno nel 2050: quanti diventeranno a metà secolo gli immigrati di questo continente in Italia, che attualmente sono circa un milione? Il futuro dell’immigrazione in Italia sarà senz’altro maggiormente segnato dall’Africa sub-sahariana e a questi sviluppi bisogna prepararsi, analizzando quanto avviene anche nei suoi aspetti più problematici, con stretto riferimento ai nuovi flussi di emigrati italiani e alla cooperazione allo sviluppo. De.it.press

 

 

 

Stranieri come risorsa. Okaka e altri italiani del futuro

 

Balotelli, Okaka e Ogbonna hanno appena giocato nella nazionale di calcio, quella degli “azzurrini”. Tutti e tre sono neri, e questa circostanza ha destato qualche malumore, in qualcuno che però non ha tenuto conto che i loro nomi sono rispettivamente Mario, Stefano e Angelo. Si tratta infatti di tre giocatori italiani, che sanno giocare molto bene al calcio e sono perciò approdati in nazionale. D’altra parte era già successo in atletica. Con 8 metri e 47 centimetri, Andrew Howe è primatista di salto in lungo ed è l’italiano che ha fatto il salto più lungo di sempre. Fiona May è stata un’atleta che ha gareggiato, al più alto livello mondiale, prima per il Regno Unito e poi per l’Italia; adesso fa l’attrice di successo.

In un mondo globalizzato dove circolano vorticosamente capitali, merci, idee, non possono non circolare anche le persone. E così che gli stranieri, ormai lo si sa bene, sono da noi una presenza consolidata che sfiora i cinque milioni; se, come è già stato sottolineato, vivessero tutti addensati in una stessa regione costituirebbero una delle regioni più grandi d’Italia. E quindi il loro contributo alla economia italiana è certamente di tutto rilievo potendosi far ascendere a circa il 10 per cento il Pil da loro prodotto. E pur tuttavia le paghe e i redditi sono inferiori a quelli italiani: in una recente indagine sui bilanci delle famiglie compiuta dalla Banca d’Italia risulta che fra quelle italiane il 43 per cento circa non supera un reddito disponibile equivalente fino a 16 mila euro l’anno, mentre questa soglia di reddito non è superata dal 70 per cento delle famiglie straniere.

Lo scopo principale della manifestazione degli immigrati di pochi giorni fa era quello, più che giusto, di riaffermare la loro presenza nel Paese, di richiedere qualche diritto e di manifestare contro tutte le forme di razzismo che ogni tanto da noi si affacciano. È servita quindi da un lato a mettere bene il luce il contributo della prima generazione di stranieri alla nostra economia e a manifestare per un bisogno di assoluta normalità nei rapporti con la comunità italiana, oltre che, naturalmente, con le altre comunità straniere.

La normalità che gli stranieri ricercano si basa su tre elementi: lavoro, alloggio, burocrazia. Riguardo al lavoro si è già fatto un cenno: più in generale le aspettative sono concentrate sulla parità di diritti sul luogo del lavoro, che deve derivare dalla parità dei doveri. In questa materia peraltro non è solo questione di immigrati, dal momento che anche le donne e i giovani italiani non sempre sono trattati al meglio nei contratti e nelle retribuzioni, il che testimonia della esigenza di un più equilibrato ed equo mercato del lavoro per tutte le fasce che spesso ne sono tenute al margine.

Anche riguardo agli alloggi non c’è una penalizzazione specifica nei confronti degli stranieri, ma è relativa a tutto il mercato abitativo delle famiglie meno abbienti. L’edilizia popolare, si sa, è assente da anni e certo a pagarne le conseguenze sono in primo luogo gli stranieri, spesso assoggettati a prezzi e condizioni vessatorie; una vera ripresa dell’edilizia popolare deve costituire quindi una reale priorità. Una politica che potenzi anche gli ostelli e gli alloggi, magari gestiti dalle istituzioni caritatevoli e da altre istituzioni di solidarietà, è necessaria dal momento che fra l’altro anche gli immigrati irregolari, finché sono qui, da qualche parte devono pur vivere.

E infine la burocrazia: non mette conto ritornare su qualcosa di molto noto, ma altrettanto insostenibile, come le enormi lungaggini per avere un permesso di soggiorno o il suo rinnovo o come il fastidioso adempimento, per fare un altro esempio, del certificato di abitabilità per una colf o una badante alloggiata presso il proprio datore di lavoro. È anche necessaria una semplificazione della burocrazia per gli imprenditori stranieri, che ormai assommano a varie centinaia di migliaia e che in molti casi danno lavoro anche a italiani.

Insomma, come si diceva, occorre per la prima generazione degli immigrati un po’ di normalità, che magari riguardi anche il voto amministrativo, facendo votare persone che vivono da molti anni nel nostro Paese nel quale hanno ormai la loro famiglia, tutti i loro interessi e nel quale pagano le tasse.

 

Ma il massimo della irrazionalità, fino quasi all’autolesionismo, si ha con i minori stranieri e in particolare per quelli nati, cresciuti e istruiti in Italia, che restano stranieri fino ai diciotto anni pur pagando l’Italia per loro la nascita (clinica ostetrica e parto), tutti gli anni dell’istruzione obbligatoria, l’assistenza sanitaria. Si tratta di cifre enormi: si può stimare che solo per istruire, dalla scuola dell’infanzia al termine dell’obbligo scolastico, i minorenni stranieri nati in Italia (519 mila al 2009) il nostro Paese ha speso, spende, e spenderà all’incirca 48 miliardi. Una cifra enorme che a lasciare stranieri questi ragazzi viene parzialmente buttata via insieme con il prezioso capitale umano costituito proprio dai ragazzi per i quali un tale oneroso investimento viene fatto. Dare loro la cittadinanza anche prima del 18° anno di età significa favorire il loro futuro e il futuro dell’intero Paese. ANTONIO GOLINI IM 5

 

 

 

Francoforte. Corriere d’Italia: “Il voto per corrispondenza non è più credibile”

 

Il redazionale del numero di marzo del Corriere d’Italia affronta il caso Di Girolamo e tutta la problematica che ne é mersa sul voto all’estero

 

La questione “Di Girolamo”, che sta insanguinando le cronache italiane di questi giorni, porta ancora gli italiani nel mondo ad essere nel mirino dei franchi tiratori della stampa e della informazione nazionali.

Oggetto delcontendere è l’affidabilità di questi italiani, che il voto non lo prendono evidentemente sul serio e le schede elettorali se le scambiano, le vendono, le fanno compilare al capofamiglia quando non se le mangiano. L’immagine che la stampa nazionale oggi crea, è quella di un italiano all’estero straccione, disinformato, che abita in qualche slang alla periferia di Stoccarda, disinteressato a tutto ciò che non è il suo tornaconto particolare.

Se fosse questo l’italiano all’estero, potremmo dire, un po’amaramente, che somiglia molto all’immagine che la stampa europea -tedesca, inglese, francese- ci dà dell’italiano in Italia. Ma c’è poco da ridere, il problema è serio. Il sistema elettorale non funziona e quello che sta emergendo è solo una piccola parte di quelle che effettivamente è successo.

E non solo alle elezioni per il parlamento, ma anche a quelle per i Comites. I sussurri di raccolte di schede e di complicità nei consolati, di impiegati che avevano una attenzione particolare per i sacchi di posta non consegnata, si sono sprecati in passato qui da noi in Germania, e in gnerale in Europa e in Sudamerica. Il voto per corrispondenza mostra tutto il suo limite, questo è il fatto. Se ne è accorto perfino il padre della legge per il voto all’estero, Tremaglia, che ora sembra consigliare la istituzione dei seggi elettorali. È una proposta valida in Europa, meno valida dove le distanze da coprire sono grandissime, comein Australia o in Sudamerica. La istituzione dei seggi taglierebbe fuori una buona parte degli aventi diritto. Ma, a questo punto, il voto per corrispondenza non è più credibile; bisogna sperimentare strade diverse.

Con il forte rischio di un indebolimento delle rappresentanze, già oggi assolutamente impotenti a frenare il dilagare di misure punitive contro gli italiani all’estero messe a punto dalla maggioranza in Parlamento. Essere ottimisti è difficile, anche tenendo conto che così come oggi funziona, con la scheda che ti arriva a casa soltanto da compilare e rispedire, le percentuali di voto sono ridicole: attorno al 30%. Peraltro tre volte superiori a quelle relativeal voto comunale in loco che, in Germania, non arrivano mediamente al 10%.

 

In questo modo la comunità continua a non contare niente, né di là e né di qua; né nella patria di origine né in quella di adozione. Questo lo stato tragico delle cose. Che tutti conoscono e che il caso “Di Girolamo” ha messo in evidenza.

Questo giornale si è sempre adoperato per favorire il voto degli italiani, e continueremo tenacemente a farlo, in particolare perciò che riguarda il voto comunale. Ma, certo, con quello che si viene a sapere adesso, ti cadono a terra quelle che a Natale stanno invece appese all’albero. Mauro Montanari, CdI marzo

 

 

 

 

Lettera aperta di italiani in Germania al Presidente del Consiglio sulla “elezione” di Nicola Di Girolamo

 

Cari tutti, sicuramente avete seguito in questi giorni le notizie relative ai sospetti di broglio elettorale nella zona di Stoccarda e di contatti mafiosi che riguardano Nicola Di Girolamo, che si è ora dimesso dalla carica di senatore (del Partito della Libertà). Penso, che come italiani residenti in Germania sia giusto e necessario far sentire pubblicamente la nostra voce su questo ennesimo scandalo, che – in questo caso – ci tocca in particolare. Tanto più che, in conseguenza di esso, ora si moltiplicano le voci che richiedono un'abolizione generale della possibilità di esercitare il diritto di voto per corrispondenza per gli italiani all' estero.

Per questo, accolgo con piacere l’invito di Antonio Riccò e Marcella Heine di sottoscrivere la seguente lettera aperta al Presidente del Consiglio da loro formulata da inviare alla stampa. Con la presente vi prego di fare altrettanto.

 

“Signor Presidente del Consiglio,

con costernazione abbiamo appreso che sussistono pesanti indizi

· che Nicola Di Girolamo, candidato nella lista del “Popolo della Libertà” nella circoscrizione degli italiani all' estero e ora dimessosi dalla carica di senatore, sia un emissario della 'ndragheta calabrese e

· che personaggi appartenenti alla 'ndragheta siano venuto in possesso di schede bianche di italiani residenti in Germania per inserirvi il nome di Di Girolamo e assicurarsi così la sua “elezione”.

Noi, cittadini italiani residenti in Germania, riteniamo che sia un nostro fondamentale diritto poter partecipare alle elezioni politiche nel nostro Paese. Abbiamo perciò accolto con soddisfazione la possibilità di poter finalmente realizzare questo diritto tramite le rappresentanze consolari. Un broglio elettorale come quello che pare sia stato effettuato nel caso di Di Girolamo costituisce non solo un atto criminale, ma anche un massiccio affronto ai cittadini italiani che risiedono all'estero e si sentono legati all' Italia, e una lesione dei nostri diritti. Finora infatti eravamo partiti dal presupposto che le elezioni a cui partecipiamo all'estero si svolgessero correttamente e democraticamente. Siamo perciò sconvolti e indignati, che si vada concretizzando il sospetto che il voto di italiani all' estero sia stato usato per aprire alla mafia calabrese le porte del Senato, uno degli organi legislativi del nostro Paese.

Signor Presidente del Consiglio, ci aspettiamo che Lei chiarisca con urgenza:

· come sia stato possibile che un personaggio come Nicola Di Girolamo venisse a far parte delle liste del “Popolo della Libertà” nella circoscrizione degli italiani all'estero,

· e quali misure Lei intende prendere per evitare il ripetersi di simili fatti in futuro.

Inoltre ci aspettiamo che Lei dia il Suo pieno appoggio alle autorità giudiziarie nello svolgimento delle indagini, per appurare se e in qual modo Di Girolamo e i suoi mandanti si siano appropriati di schede bianche di emigrati italiani per realizzare un massiccio broglio elettorale.

Se il sospetto di broglio elettorale dovesse confermarsi chiediamo

· che il PdL rinunci ad avvantaggiarsi di voti ottenuti in modo illecito e lasci vacante il seggio già di Di Girolamo, e

· che Lei esprima pubblicamente alle autorità giudiziarie il Suo riconoscimento per aver messo luce sul fatto.

Come cittadini italiani residenti in Germania crediamo sia nostro diritto ricevere al più presto una risposta alla nostra lettera e alle richieste da noi poste”.

 

Il testo della lettera è anche sul sito www.aussorgeumitalien.de  unitamente a un formulario per la raccolta delle adesioni.

Giovanni Pollice, Hannover (de.it.press)

 

 

 

 

Berlino. Domenica 14 Marzo Lia Secci presenta il suo ultimo libro

 

Berlino. Il libro di Lia Secci "Quirra. Storia del castello e della contessa 

Violant" verrà presentato domenica 14 marzo 2010 dalle ore 14:00 alle 

17:00 presso la sala conferenze dell'hotel Albrechtshof di Berlino

(Albrechtstraße 8 — 10117 Berlino, S-Bahn/U-Bahn Friedrichstraße).

Il libro - che traccia in modo documentato la storia di donna Violant 

dei Carroz (nata nel 1456, morta nel 1511) - parla del castello di 

Quirra (tra Villaputzu e Tertenia, sulla SS.

125), del conte Jaume, di Violant (delle sue galere, delle sue 

nozze), della guerra contro il marchese di Oristano, del testamento 

di Violant, della morte e del sepolcro. Un libro di storia, con 

l'avallo della scienza.

Introdurrà la presentazione del libro il Presidente del Circolo Sardo 

di Berlino, Fabrizio Palazzari. Sarà presente l'autrice.

Lia Secci, originaria di San Vito nel Sarrabus, ha insegnato 

Letteratura italiana all'università di Heidelberg e Letteratura 

tedesca all'università di Perugia e Tor Vergata di Roma.

Ha tradotto dal tedesco numerosi libri, tra cui Il tamburo di latta 

di Günter Grass e Gli dèi in esilio di Heinrich Heine. E.A., de.it.press

 

 

 

 

 

Monaco di Baviera e dintorni: le prossime iniziative per i connazionali

 

Monaco - Numerose le iniziative culturali e sociali organizzate per la comunità italiana di Monaco di Baviera e dintorni e in programma per i prossimi giorni.

Mercoledì 10, nell'ambito della rassegna "Il Cinema Italiano introdotto e commentato da Ambra Sorrentino" verrà proiettato "La caduta degli dei" di Luchino Visconti. Spazio quindi al venerdì di Emilia "Arrivederci Monaco", il 12 marzo, alle ore 19.30 nella Seidlvilla: dopo vent'anni di vita a Monaco, vent’anni di lezioni di serate e attività culturali, Emilia Sonni Dolce torna in Italia e saluta a Monaco amici e corsisti con una scelta di letture e testi teatrali dalle sue serate che hanno avuto più successo. Alle ore 19.30 nella sede dell’Istituto Italiano di Cultura l’incontro "Die politische und wirtschaftliche Situation Italiens" con Stefan Köppl, Politische Akademie Tutzing, organizzato dalla Società Dante Alighieri Monaco di Baviera e.V.

Il giorno seguente, sabato 13, alle ore 20 nell’Interim si terrà il concerto "Eine lustige Musikshow aus Süditalien. Ich habe auch Silvio Berlusconi eingeladen, Gottseidank kommt er nicht!" con Alfio alla voce chitarra e armonica a bocca, Loennia Dylane alla voce, Uwe Kamm al piano e James Sheridan al sassofono.

La settimana di iniziative si chiuderà domenica 14 marzo nella Haus-Olymp con il "Il laboratorio dell'italiano"; un’iniziativa organizzata da Rinascita e.V. con l’obiettivo di migliorare le competenze linguistiche, sociali e culturali dei bambini bilingue o plurilingue. Appuntamento alle ore 10.30 per i bambini fino a 5 anni e alle 11.15 per quelli dai 5 anni e mezzo ai 10. (aise) 

 

 

 

 

Nuovi progetti: www.italoemigranti.com,   un portale per chi emigra

 

Salve, sono Saul uno degli autori di ItaloEmigranti.com, vi scrivo per segnalarvi

il nostro progetto. Abbiamo realizzato un portale web 2.0 dedicato

interamente alla migrazione italiana verso l'estero. Desideriamo fondere

il sistema informatico, per questo ci ispiriamo a youtube, e quello

giornalistico, realizzando un grande reportage multimediale.

 

Premetto che non siamo un associazione, né un fondazione e né un partito

politico, è interamente un progetto no profit e stiamo cercando di

diffonderlo e farlo conoscere utilizzando il web e i social network.

 

Il nostro obiettivo è quello di concedere lo spazio a coloro che hanno

deciso di lasciare l'Italia, per gli svariati motivi personali e non di

ognuno di essi, e raccogliere le vostre testimonianze dirette e

condividerle con gli altri. Siamo convinti che il nostro Made in Italy non

sia solamente legato alle marche, ai prodotti o alle griff che vengono

vendute nel mondo, ma in realtà siano tutte le storie di semplici italiani

che lasciano il loro Paese per iniziare all'estero una nuova avventura,

portandosi dietro la loro italianità ed esportandola altrove.

 

Dietro ogni singola storia ci sono sacrifici, difficoltà, sudore e

pazienza di nostri connazionali che sono riusciti ad adattarsi ad un nuovo

stile di vita, ad una nuova lingua, ad una differente cultura, ma allo

stesso tempo, tutte queste difficoltà sono ripagate con enormi successi e

soddisfazioni. Ognuno di essi è un ambasciatore italiano!

 

D'altro lato, speriamo anche di riuscire a far parlare del grande flusso

di migrazione italiana verso l'estero, e delle motivazioni che li spingono

a lasciare tutto per ricominciare in un altro Paese e come viene vista

l'Italia al di fuori dai confini. Nella nostra homepage

(http://www.italoemigranti.com) troverete già alcuni contributi messi a

disposizione da connazionali che vivono in Spagna. Ci auguriamo che il

nostro progetto possa interessare il vostro portale informativo, saremmo

lieti se riusciste a contribuire anche voi con dei video e delle nuove

storie da raccontare, facendo inoltre conoscere il nostro progetto ad

altri connazionali in Germania. Un cordiale saluto

Saul & Tony, Staff ItaloEmigranti.com, info@italoemigranti.com

(de.it.press)

 

 

 

Comites di Bruxelles: “Le recenti vicende non possano comportare un passo indietro sul voto all'estero”

 

Il Comites di Bruxelles, Brabante e Fiandre, riunito in seduta ordinaria il 5 marzo 2010, ha discusso della vicenda parlamentare e giudiziaria legata a Nicola Di Girolamo e delle sue implicazioni per il diritto di voto degli Italiani all'estero.

Il Comites, che ha seguito con attenzione e preoccupazione la questione della falsa dichiarazione di residenza all'estero del suddetto fin dal giugno 2008, é sdegnato per la mancata decadenza del "senatore". Dopo aver inspiegabilmente ribaltato la decisione unanime della Giunta per le elezioni e l'immunità, il Senato ha ancora una volta "salvato" Di Girolamo, accettandone le dimissioni e non dichiarando la sua "decadenza'" dal mandato. In questo modo, il Senato considera Di Girolamo, almeno per i 18 mesi passati, eletto a tutti gli effetti, malgrado i gravissimi fatti di cui si sarebbe reso colpevole.

Il Comites, nell'ambito delle sue limitate possibilità, ha partecipato quale attento osservatore alle due tornate elettorali del voto all'estero, dando assoluta priorità alla sicurezza e alla certezza dell'esercizio del diritto di voto per la fase di stampa, invio e ricezione del materiale elettorale. Pur nel rispetto delle indagini in corso da parte della magistratura, alcune delle intercettazione già rese pubbliche rischiano fortemente di minare la fiducia degli Italiani del Belgio nelle rappresentanze diplomatiche in questo Paese. Non basta l'impegno volontario dei Comites locali, ben quanto determinati a vigilare sulla correttezza del voto. In futuro occorrerà stabilire all'estero delle vere e proprie Commissioni Elettorali locali, che contribuiscano a far rispettare, anche da parte delle autorità diplomatiche e consolari, la correttezza e la legalità delle elezioni anche nella fase precedente al voto, compresa la presentazione delle candidature.

Il Comites si riconosce nel recente comunicato stampa del Segretario Generale del CGIE; pur operando da sempre per l'integrazione politica nel paese di residenza, il Comites di Bruxelles, Brabante e Fiandre è profondamente convinto che le recenti vicende non possano comportare un passo indietro sul voto all'estero, per il quale i nostri connazionali hanno tanto lottato. Modifiche per migliorare l'esercizio del diritto di voto sono necessarie ed urgenti; ma non si deve rimettere in discussione il diritto di voto stesso.

Il Comites resta a disposizione delle autorità politiche ed amministrative per esaminare concrete revisioni nelle modalità di voto, al fine di dare all'espressione del voto stesso tutta la certezza, la sicurezza e la segretezza necessarie.

Il Comites ritiene che questa esperienza abbia, ancora una volta, dimostrato l’urgenza di provvedere ad una revisione e correzione della legge 459 del 2001, al fine di assicurare una corretta e sicura anagrafe elettorale.

Il Comites ha altresi considerato con preoccupazione le proposte di ridimensionamento dei Comitati che si stanno esaminando in Parlamento. La vicenda Di Girolamo dimostra ancora una volta come la natura del voto all'estero imponga di rafforzare, e non indebolire, le rappresentanze radicate nel territorio che possono e debbono agire da trasmissione fra i parlamentari e i paesi di riferimento, mettendo in opera meccanismi appropriati di controllo ove necessario.

Comites di Bruxelles, Brabante e Fiandre (de.it.press)

 

 

 

 

I deputati PdL: “Il Governo si impegni a migliorare la legge Tremaglia”

 

Roma – “E’ stata presentata in queste ore una mozione a prima firma di Aldo Di Biagio, Responsabile Italiani nel Mondo del PdL e sottoscritta da oltre quaranta parlamentari del PdL per sollecitare un impegno del Governo al fine di “fornire ogni elemento utile al Parlamento nell’ambito di un percorso di approfondimento delle criticità emerse con riferimento al diritto di elettorato attivo e passivo dei cittadini italiani residenti all’estero, nonché nell’elaborazione di una eventuale riforma legislativa che garantisca tali diritti, in armonia con il dettato della Costituzione”.

“Dato che – si legge nelle premesse dell’atto parlamentare – l’attualità sta ponendo sotto i riflettori, mediatici, politici e sociali la legge Tremaglia che è stata una conquista democratica e valoriale di un Paese e di un popolo, a cui si è giunti dopo anni di lavoro e di emancipazione professionale, sociale e culturale dei tanti italiani emigrati da ogni parte del Paese per giungere in territori a volte lontani migliaia di chilometri per una nuova vita ed una rinnovata dignità”. “L’immagine stessa degli italiani oltre confine – evidenziano i deputati del PdL - ha subito una vigorosa evoluzione nel corso degli ultimi decenni: si è passati da una connotazione iconografica del cittadino meridionale con annessa valigia di cartone, a quella del giovane professionista, che intende specializzarsi oltre confine per avere più possibilità ed eventualmente rientrare in Italia per mettere sul mercato del lavoro l’expertise maturata all’estero - espressione della cosiddetta nuova emigrazione professionale – che costituisce una percentuale crescente dei profili delle nostre comunità oltre confine”.

“Una legge ad hoc per riconoscere ai cittadini residente all’estero il diritto al voto in Italia  - continua il testo - è stata identificata unanimemente come il tentativo da parte del Paese di fare i conti con la sua storia, riconoscendo una sorta di riscatto civile a coloro che per anni si sono collocati a latere delle scelte politiche e sociali del Paese di cui erano e sono ancora cittadini e a cui si sentivano ancora visceralmente legati. Sebbene fin dalle prime battute è apparso evidente che la vastità del progetto legislativo con le sue complessità di natura organizzativa e gestionale che questa normativa avrebbe comportato, avrebbe sollecitato talune complessità: non si è inteso sottovalutare il rischio di possibili difficoltà nella gestione delle schede e nella possibilità di avvicinare i cittadini al voto, consapevoli che soltanto un’analisi in itinere avrebbe potuto eventualmente evidenziare i suindicati aspetti. A tal riguardo i problemi palesi si sono collocati nella macchina burocratico-amministrativa che ruota intorno a questa legge”. “Il diritto sancito dalla legge Tremaglia – concludono i proponenti – si colloca in un quadro molto più vasto di rinnovamento e di rinvigorimento del legame della Patria con i cittadini che vivono altrove, legittimato dall’esigenza di tracciare maggiori network di scambi e di contatti con relativi feedback in Italia, in una cornice internazionale economica, culturale e politica sempre più globalizzata”. De.it.press

 

 

 

 

Così la "banda Mokbel" organizzava la campagna elettorale di Di Girolamo

 

Andrini: «Io avevo scelto Bruxelles perché l’ambasciatore è un amico...». Le pressioni di Siggia per l’iscrizione di Di Girolamo all’Aire del consolato

 

Il viaggio l’organizza «Ciccione», alias Aurelio Gionta. Un volo privato da Ciampino destinazione ’ndrangheta, Crotone. E’ il 25 marzo 2008 e bisogna organizzare il voto di preferenza per Nic, Nicola Di Girolamo il senatore, in Germania. Gennaro Mokbel, l’avvocato Di Girolamo, Roberto Macori e l’avvocato Paolo Colosimo vanno giù a incontrare la cosca Arena. «La partita grossa grossa è quella di domani - dicono al telefono il giorno prima Mokbel e Di Girolamo - domani potrebbe essere una marcia in più. Se nel consesso di quelle persone c’è qualcuno che... l’ago della bilancia è tutto lì...».

 

Le fatture? A Gionta - Saranno tre i voli privati organizzati dalla banda per le elezioni. Roma-Crotone, per affidare alla ’ndrangheta la raccolta dei voti in Germania, Roma-Stoccarda, per fare la campagna elettorale. Mokbel chiede a Macori: «L’aereo a che ora parte?». Macori: «Quando vogliamo noi parte». «Ah, perché è privato questo? n’atra volta?». Eh sì, caro Mokbel, volo privato. Annotano gli investigatori del Ros: «Veniva effettivamente accertato che per i viaggi effettuati con l’aereo privato per recarsi in Calabria e Germania, Di Girolamo aveva utilizzato la compagnia aerea “Unyfly Servizi Aerei srl”, con fatture intestate a società riconducibile ad Aurelio Gionta, “We Connect”. Volo Ciampino-Crotone-Ciampino del 25 marzo, importo fattura 7.700 euro; Volo Ciampino-Crotone-Ciampino del 22 e 23 aprile fattura importo 8.800 euro; volo Ciampino-Stoccarda-Ciampino del 26 e del 27 marzo 2008 fattura importo 11.700 euro».

 

Per la missione a Crotone del ringraziamento, Mokbel dà un suggerimento a Di Girolamo: «Nic te lo dico subito e te lo dico al telefono: stasera non bere, fai finta d’appoggià le labbra al bicchiere, nun beve perché poi è na tarantella... gli fai un bel discorso a tutti quanti». E il neosenatore confida al capo Mokbel: «Ho fatto un incontro interessantissimo con Mantica (Alfredo, ndr) che si è messo a disposizione e mi ha presentato tutti i senatori di An e Matteoli, il capogruppo». Mokbel: «E’ lui il capogruppo? Non è Gasparri?».

 

Diplomatico inguaiato - E’ Gasparri, il capogruppo. Di Girolamo è alle prime armi, deve ancora imparare. E poi ha alle spalle una durissima campagna elettorale. Fatta di inganni e imbrogli. Di voti offerti dalla ’ndrangheta di Crotone. E la sua stessa candidatura nel collegio all’Estero è frutto di un imbroglio. Mette a verbale Filomena Ciannella, responsabile dell’Ufficio Anagrafe del Consolato d’Italia a Bruxelles: «Ho ricevuto delle pressioni per l’iscrizione nel registro Aire del Di Girolamo pure in mancanza della presentazione dei documenti necessari. Ho ricevuto delle pressioni già prima che arrivasse. Il Console mi ha chiamato dicendomi di iscriverlo...».

 

Ricorda il Console Sabato Franco Sorrentino: «Ricordo una conversazione telefonica tra me e l’ambasciatore relativa all’iscrizione del Di Girolamo all’Aire. Effettivamente ho telefonato alla Ciannella, a seguito della telefonata dell’ambasciatore...». L’ambasciatore d’Italia a Bruxelles, Sandro Maria Siggia: «Ho conosciuto Di Girolamo in quanto si è presentato da me in ambasciata accompagnato da una persona che conosco e che si chiama Ferretti. Non mi ha detto che viveva in Belgio ma neppure che non vi viveva, mi ha solamente detto che aveva intenzione di iscriversi all’Aire e di volersi presentare al Senato alle elezioni politiche».

 

Dichiarazioni per nulla convincenti: «Contrastavano con quanto era emerso dalle attività tecniche - denunciano gli investigatori del Ros - che evidenziavano invece che era stato proprio lui il referente principale del Di Girolamo, a seguito dell’intercessione di Stefano Andrini, che li aveva messi in contatto alla vigilia del viaggio in Belgio per iscriversi all’anagrafe consolare». E a sua volta Andrini intercettato spiega: «Io avevo scelto Bruxelles perché l’ambasciatore è un amico...».

Guido Ruotolo, CdI

 

 

 

 

Caso Di Girolamo. Lannutti (Idv): Chiarire rapporti con l’ambasciatore a Bruxelles Siggia

 

"I rapporti tra Gennaro Mokbel, il faccendiere arrestato nell'ambito dell'inchiesta che coinvolge Telecom Sparkle e Fastweb, e l'ambasciatore italiano a Bruxelles Sandro Maria Siggia; quelli tra lo stesso Mobkel, alcuni agenti della polizia di Stato, ufficiali di altre forze dell'ordine e personaggi dei servizi segreti; i rapporti che questi ultimi avevano con partiti politici romani legati all'estrema destra". Sono questi i punti centrali che il capogruppo dell'Italia dei valori in commissione Finanze al Senato, Elio Lannutti, chiede di chiarire in un'interrogazione ai Ministri degli esteri, degli interni, delle politiche comunitarie e dell'economia.

 

Riferendosi a recenti articoli di stampa che riportano i contenuti di alcune intercettazioni disposti nei confronti di Mokbel, Lannutti in particolare chiede di sapere "se risponda al vero la ricostruzione secondo la quale vi è stato un ruolo attivo dell'ambasciatore a Bruxelles, Sandro Maria Siggia, nelle procedure sulla falsa residenza necessaria per l'elezione dell'ex senatore Di Girolamo e, nel caso fosse così, a prescindere dai risvolti penali, se il suo comportamento risulti compatibile con l'alta funzione diplomatica che è chiamato a svolgere".

 

Tra l'altro, il senatore Idv fa presente che, stando a quanto riportato dai giornali, "gli uomini dei servizi e delle forze di polizia collegati a Mekbel avrebbero avuto rapporti perfino con il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, il quale oltre ad aver nominato alla guida della municipalizzata Ama Stefano Andrini (dimissionario dopo l'apertura dell'inchiesta Fastweb), avrebbe assunto anche alcuni collaboratori della rivista "L'Italiano", diretta da Gian Luigi Ferretti ed edita da una cooperativa di cui sono soci l'onorevole Zacchera (ex An), lo stesso Andrini e l'ex senatore Di Girolamo".

Italiachiamaitalia 8. Altri numerosi articoli sulla vicenda Di Gennaro al sito:

http://www.italiachiamaitalia.net/news/137/ARTICLE/20484/2010-03-08.html

(de.it.oress)

 

 

 

 

 

Oscar a due italoamericani: M. Fiore per la miglior fotografia e M. Giacchino per la migliore colonna sonora

 

Los Angeles – Anche  due italoamericani tra i premiati con l’Oscar. Una statuetta se l’è aggiudicata il calabrese Mauro Fiore per la miglior fotografia per “Avatar”. “Un gran saluto all’Italia. Viva l’Italia. Un grande abbraccio!” ha urlato dal palco Mauro Fiore ritirando il  premio. Nel suo discorso di ringraziamento Fiore, nato nel paese di Marzi nel 1964, ha reso omaggio “ai miei genitori Lorenzo e Romilda, che sono arrivati in America con quattro valige ed un sogno”. I genitori sono rientrati dopo alcuni anni in Calabria . Fiore ha invece continuato a vivere e studiare negli Usa.

L’altro Oscar lo ha vinto Michael Giacchino, per la miglior colonna sonora per “Up”. Giacchino è nato nel New Jersey nel 1967. I suoi nonni sono originari dell’Abruzzo da parte materna e della Sicilia da parte paterna. Giacchino ha ottenuto l’anno scorso la cittadinanza italiana. “Sono veramente orgoglioso – ha detto - di appartenere all’Italia e di avere in questo paese le mie radici e la mia famiglia. Ho ancora una grande quantità di cugini in Italia e per me è molto importante sapere da dove vengo”

 

“Sono sinceramente orgoglioso per gli oscar conferiti in queste ore a due italiani, Mauro Fiore per la miglior fotografia e Michael Giacchino per la migliore colonna sonora e il loro richiamare l’Italia e le loro origini in un momento così importante, emoziona l’intero Paese”. Lo dichiara Aldo Di Biagio, Responsabile Italiani nel Mondo del PdL. “In queste settimane in cui si è parlato di esasperazione dell’appartenenza dei discendenti di italiani nel Mondo, assistere ad una celebrazione del nostro Paese da chi ha lottato per riconquistare la cittadinanza italiana – soprattutto nel caso di Giacchino – invita a riflettere e a cogliere la profondità dei lacci che per sempre tengono legati gli emigrati e i loro figli alla terra che hanno dovuto lasciare. Un'immagine che bisogna tenere saldamente in mente soprattutto in questo momento in cui il mondo dell'emigrazione è sotto dei critici riflettori mediatici".

 

“Quella che ci arriva da Los Angeles è davvero una bella notizia – afferma Gennaro Maria Amoruso, presidente dell’Associazione dei Calabresi nel Mondo, aderente all’Unaie. – Da appassionato di cinema ho seguito tutta la vicenda di Mauro Fiore ed ho fatto il tifo per lui sin dalla nomination. Questo Oscar ci riempie di orgoglio e ci dà una grandissima emozione. Fiore rappresenta l’Italia e la Calabria. Il suo saluto all’Italia, al momento della consegna del riconoscimento, dimostra come il suo attaccamento alle origini ed alle radici sia fortissimo – aggiunge Amoroso, che ribadisce l’importanza di un premio “all’abnegazione all’umiltà e alla determinazione tutta calabrese, fattori che consentono di raggiungere grandi traguardi. In questo momento ci sentiamo vicini alla sua famiglia che è tornata in Calabria e aspettiamo Mauro Fiore a Marzi per esprimergli personalmente le nostro felicitazioni e orgogliosamente ci teniamo stretti il nostro Oscar”.

Amoruso evidenzia come di storie di successo come quella di Mauro Fiore ce ne siano a centinaia in giro per il mondo. “I nostri giovani ancora oggi per affermarsi sono costretti a lasciare la nostra Regione e a subire il distacco dalle origini. Ci auguriamo che, grazie a successi come quello di Fiore, - ha concluso il presidente dei Calabresi nel mondo - possa scaturire un modo nuovo di intendere l’emigrazione e che tutte le nostre istituzioni, soprattutto quelle locali, si sforzino insieme a proporre e sviluppare delle effettive politiche per contrastare la fuga dei giovani dalla nostra terra”.

 

“Quel suo ‘viva l’Italia’ è andato dritto al cuore. Era l’urlo di milioni di emigrati calabresi nel mondo. L’Oscar assegnato Mauro Fiore come migliore direttore della fotografia per il film Avatar ci riempie di orgoglio e suscita sentimenti di vera commozione”. Lo ha detto il presidente della Regione Calabria Agazio Loiero. “La sua storia - ha aggiunto Loiero - rappresenta quella di tanti calabresi che hanno abbandonato la propria terra d’origine per trovare affermazione, e in questo caso successo, al di là dell’oceano. Mi piace pensare che il premio a questo giovane direttore della fotografia, partito a soli sette anni con la sua famiglia da Marzi, piccolo centro in provincia di Cosenza, sia un riconoscimento all’ingegno di tanti calabresi emigrati in ogni angolo della terra. A Fiore - ha concluso il presidente Loiero – nella speranza di poterlo incontrare presto con la preziosa statuetta e festeggiare assieme all’amministrazione comunale e ai cittadini tutti, vanno i complimenti da parte di tutta la Calabria e miei personali”. Inform/De.it.press

 

 

 

 

Oggi a Roma Conferenza stampa per una migliore informazione nel mondo

      

Ha luogo oggi 10 marzo a Roma, presso la sala Conferenze Stampa della Camera dei Deputati (Via della Missione 4 - Roma), con inizio alle ore 12,30, una conferenza stampa con diveri punti all’ordine del giorno

Verrà presentata la proposta di legge n.  2776/09 che è stata approntata insieme al Gruppo di Lavoro Infoestero e di cui sono primi firmatari l’on. Franco Narducci e l’on. Aldo Di Biagio. Saranno inoltre illustrati alcuni “numeri zero”, vale a dire alcune proposte esecutive di programmi televisivi da sottoporre a Rai International e alle reti nazionali Rai. Verrà infine presentato il Convegno “Infoestero” che si terrà sugli stessi temi il giorno successivo, domani 11 Marzo, presso la Sala Conferenze della Camera dei Deputati, Via del Pozzetto 158, con inizio alle ore 15.00.

 

La proposta di Legge affronta diversi aspetti importanti, tra cui una maggior informazione verso le nostre comunità e il coordinamento tra i vari soggetti che si rivolgono agli italiani all’estero, dalla Presidenza del Consiglio alle Regioni. Infine per la prima volta affronta in termini concreti l’aspetto della cosiddetta “informazione di ritorno”, vale a dire l’informazione che proviene dalle nostre comunità all’estero e che per anni è stata richiesta inutilmente dagli italiani residenti nei vari Paesi del mondo. De.it.press

      

      

 

Presto un intervento per il ripristino dei fondi per la stampa all’estero

 

Roma – Si è svolto martedì 9 marzo nella cornice degli uffici di Montecitorio, un tavolo tecnico che ha coinvolto Aldo Di Biagio, Responsabile Italiani nel Mondo del PdL ed i referenti delle principali federazioni nonché editori di quotidiani e periodici italiani editi e diffusi all’estero.

Hanno preso parte referenti del mondo all’editoria italiana oltre confine: il referente del Corriere Canadese Elena Caprile, Mimmo Porpiglia per Gente d’Italia, Domenico Delli Carpini di America Oggi, Mariza Bafile della Voce d’Italia e Giuseppe Della Noce del Fusie.

“Ho sempre manifestato al Governo e ai referenti di maggioranza la mia totale insofferenza nei confronti delle scelte operate nell’ambito dell’esame del mille proroghe – commenta Di Biagio – sebbene avessi sostenuto l’emendamento che ripristinava il 'diritto soggettivo'' per i quotidiani di partito, gestiti da cooperative, appare incomprensibile oltre che palesemente discriminante riconoscere siffatta garanzia ai danni della nostra stampa all’estero che oltre a rappresentare l’indiscusso riferimento per le nostre comunità, rappresenta una fucina di menti e di professionisti che verrebbero inevitabilmente licenziati qualora dovesse permanere l’attuale formulazione normativa”. “Condivido le preoccupazioni e le ansietà espresse dai referenti della stampa estera – conclude – ed in ragione di tali evidenze ritengo doveroso quanto opportuno un intervento tendente a rettificare le disposizioni tracciate nel mille proroghe, in tempi rapidi al fine di salvaguardare la lodevole attività portata avanti dei nostri editori all’estero. Presenterò in questi giorni una mozione, sottoscritta dai deputati del PdL al fine di chiedere un impegno del Governo orientato al ripristino dei fondi previsti per la nostra editoria oltre confine, esorcizzando l’ipotesi di perseverare su un piano di palese discriminazione nella gestione delle risorse destinate al settore”.

 

Razzi (Idv) sulla decurtazione dei fondi pubblici per l’editoria all’estero - “Nel Decreto Milleproroghe approvato al Senato sono stati confermati i tagli alla stampa italiana all’estero, ai giornali delle associazioni dei consumatori e soprattutto alle radio e alle Tv locali. Il decreto ha decurtato i fondi destinati  ai quotidiani che si pubblicano nel mondo, strumenti di informazione che sono diffusi e radicati nelle nostre comunità e che hanno il semplice scopo di incoraggiare i beneficiari a conservare i legami con l’Italia”.

Lo ha affermato all’emittente televisiva Roma Uno il deputato dell’Italia dei Valori Antonio Razzi, eletto nella ripartizione Europa. “Questo atteggiamento è preoccupante - ha aggiunto Razzi -  perché si preclude la possibilità di dialogare con le nuove generazioni e di proiettare in avanti gli interessi dell’Italia, tra i protagonisti della vita sociale e culturale di oggi e di domani. Una riduzione del 50% dei fondi per i quotidiani italiani editi e diffusi all’estero, i tagli per le emittenti radio locali che si vedono ridimensionati i fondi per le tariffe elettriche e telefoniche e per gli abbonamenti alle agenzie, potrebbero inoltre portare importanti danni all’occupazione e al pluralismo dell’informazione.

Senza dubbio – ha proseguito il deputato della circoscrizione Estero - un’adeguata politica di risparmio potrebbe essere attuata tagliando i finanziamenti a quei giornali fasulli che nessuno legge, ma allo stesso tempo è indispensabile intervenire riequilibrando e razionalizzando gli interventi a favore dell’editoria vera e meritevole. Non potendo più contare su stanziamenti annuali certi, i piccoli giornali, al contrario dei grossi network, non avranno più la certezza di usufruire di prestiti da parte delle banche e saranno obbligati a chiudere, così facendo, s’introduce un’altra evidente disparità di trattamento tra piccoli e grandi soggetti editoriali. Io non dico – ha concluso Razzi - che vi debba essere uno sperpero di denaro pubblico, ma vorrei solamente che si facesse un uso corretto dei fondi destinati a tali settori”. (Inform/De.it.press)

 

 

 

 

Laura Garavini (PD): “Per le donne una pari opportunità dei fatti e non delle parole ”

 

“Una pari opportunità reale, fatta di iniziative concrete e non solo di parole, che permetta alle donne di contare di più e in ogni settore. Questo è il mio augurio ”. E’ quanto affermato dall’on. Laura Garavini, nella giornata della “Festa dell’8 marzo”.  “E’ necessario un maggiore protagonismo delle donne, che deve essere fatto di idee, progetti e risultati. Ed è quello che ha dimostrato di volere il Coordinamento Donne italiane in Germania – riunitosi recentemente a Berlino – dove abbiamo creato una rete di donne che serva a sostenere e valorizzare progetti al femminile in Germania e a dare loro maggiore voce presso le istituzioni tedesche e italiane. Queste sono le politiche concrete ed utili”.

Delle donne la Garavini ha voluto ricordare anche il coraggio. Riferendosi al tema dell’iniziativa organizzata da “Mafia? Nain danke“, “Donne e mafia”, a cui ha partecipato, a Berlino, nei giorni scorsi, la capogruppo PD in Commissione Antimafia ha affermato: “Il coraggio è donna. Le donne possono avere un ruolo fondamentale nella lotta alla criminalità organizzata nelle istituzioni, ma anche nella vita privata e sociale possono essere determinanti”. La deputata PD ha, inoltre, concluso con “un augurio a tutte le donne di riuscire, insieme, ad affermare e difendere ogni giorno i propri diritti e il proprio valore”. De.it.press

 

 

 

 

 

L'Iraq in massa alle urne, le elezioni sono un successo

 

Affluenza altissima, anche i sunniti alle urne dopo l'astensione di massa di 5 anni fa

A proteggere le operazioni c'è l'esercito nazionale, americani assenti

di BERNARDO VALLI

 

BAGDAD - La chiamo la "battaglia della democrazia" e credo proprio di avere ragione. Non si possono definire altrimenti gli avvenimenti, a tratti micidiali ma in complesso esemplari, a volte persino esaltanti, che hanno ritmato le elezioni di ieri. Un voto espresso sette anni dopo l'invasione americana. E questa volta sotto la protezione dell'esercito nazionale, con gli americani assenti dalle città e relegati tra le quinte della provincia.

 

La cronaca segue, ma il risultato merita la precedenza. La democrazia ha ampiamente vinto nonostante lo sbarramento iniziale che doveva dissuadere gli elettori dall'andare alle urne. L'affluenza è stata forte, importante, qualificante, più numerosa del previsto. Nelle zone sunnite, dove cinque anni or sono l'astensione era stata quasi totale, si sono raggiunte vette del 90 per cento di partecipazione, come a Diyala, o dell'82 per cento come a Samarra. Nell'Anbar, provincia a lungo insanguinata dalla guerriglia, i seggi sono stati affollati fino a tarda sera. L'affluenza è stata più forte che nelle zone sciite. Questo significa la fine del rifiuto sunnita, che ha alimentato l'opposizione armata. L'Iraq è diventato democratico? Certamente la volontà popolare gli ha fatto compiere un importante passo in quella direzione.

 

All'inizio, quando era da poco giorno, ci sono state le prime esplosioni. In verità esplosioni sorde, lontane, attutite dalle costruzioni fitte che si stendono per chilometri, sulle due sponde del Tigri. Poi una serie di schianti tipici dei mortai. E decine di razzi con le annesse sottili colonne di fumo. Tre delle quali si sono alzati dietro le alte mura in cemento armato che avvolgono la Zona Verde, il quartiere dei vip, dove abitano ministri, ambasciatori e via dicendo. Cominciavano le elezioni e debuttava un attacco terroristico in tutta regola. Le strade erano deserte, per via del coprifuoco imposto al traffico automobilistico. Passavano urlando soltanto le sirene delle autoambulanze e della polizia. Dalle abitazioni non spuntava neppure l'ombra di un elettore deciso a raggiungere a piedi, come voleva la regola, il vicino seggio presidiato dai militari.

 

 L'attacco concertato stava dunque per avere successo? L'obiettivo di "quelli di Al Qaeda", come sono genericamente definiti gli oppositori armati, era di dissuadere i diciannove milioni di iracheni chiamati alle urne dall'uscire di casa. Era quello di intimidire in particolare la minoranza sunnita. La quale, nel 2005, alle prime elezioni legislative, frustrata dal perduto potere, aveva rifiutato in massa di andare a votare, anche in segno di solidarietà con l'insurrezione armata contro la neo-Repubblica dominata dalla maggioranza sciita, sostenuta dagli americani. Ma passati cinque anni, e con l'insurrezione armata ormai spenta, ieri mattina i sunniti sembravano infine decisi a stare al gioco della democrazia. Bisognava dissuaderli. E "quelli di Al Qaeda", forse non tutti stranieri come dice la propaganda governativa, comunque i resti dell'opposizione armata, ci hanno provato. Il costo umano, in quelle prime ore ritmate dalle esplosioni, è stato di una quarantina di morti e di un centinaio di feriti.

 

La "battaglia della democrazia" ha subito una svolta quando il sole era ormai abbastanza alto sulla pianura tra il Tigri e l'Eufrate. Appena si sono diradate le esplosioni si sono formate colonne in direzione dei seggi elettorali. Uomini e donne sono usciti di casa. Hanno sfidato i terroristi. Hanno respinto l'offensiva intimidatoria. La scena non lasciava indifferenti. A Karrada, un quartiere centrale di Bagdad, donne col chador o con il semplice foulard, spesso cariche di bambini, dicevano che i razzi e i colpi di mortaio li sparavano gli "stranieri" e che il modo migliore per disperderli era di andare a votare.

Non erano dichiarazioni generiche, benché pronunciate nell'emozione. La campagna elettorale è stata rissosa, ritmata dalle violenze, invelenita dalle tradizionali rivalità di clan, ma meno dominata dallo scontro etnico (dico etnico, perché l'urto tra sunniti e sciiti ha assunto di rado un carattere strettamente religioso). Questo si è riflesso sulla composizione dei partiti. Il primo ministro, Nuri Kamal al-Maliki, ha trasformato il suo, un tempo essenzialmente sciita, in una formazione nazionalista (Alleanza per lo stato di diritto), in cui sunniti e sciiti convivono sia pur non senza difficoltà. Il partito laico dell'ex primo ministro Ayad Allawi (Movimento nazionale iracheno), in cui sono raccolti esponenti di tutte le confessioni, e in cui non mancano ex membri del Baath di Saddam Hussein non colpevoli di delitti e ravveduti, non ebbe negli anni scorsi l'udienza conquistata negli ultimi mesi, anche tra i quadri militari e la polizia.

 

Questa forte spinta ecumenica, favorita dalla volontà popolare di uscire dalla guerra civile, è alle origini della straordinaria reazione di ieri all'attacco terroristico concertato di "quelli di Al Qaeda". I quali sono stati indicati dagli elettori come "stranieri", cioè estranei al nuovo spirito nazionale, meno settario, meno fanatico, che sembra animare il Paese. Un Paese esausto. Il nuovo clima non dovrebbe favorire troppo l'Alleanza nazionale, in cui si ritrovano molti sciiti ortodossi; e dovrebbe penalizzare, quando si conosceranno tra pochi giorni i risultati, i piccoli partiti religiosi. Per ora si pensa che al-Maliki e Allawi potrebbero essere i due vincitori. Uno dei due sarà dunque il primo ministro? Una loro intesa non sarà facile. Li divide un'antica tenzone, politica e personale.

 

Amariyat al Falluja è una zona rurale non lontano da Falluja, la città sunnita più martoriata dalla guerra. Anzi rasa al suolo dai marines, che soltanto dopo settimane di combattimenti riuscirono ad annientare quella roccaforte dell'insurrezione armata. Nella mattina di ieri i seggi elettorali erano deserti. Le frequenti esplosioni tenevano chiusa in casa la gente, ma appena c'è stata una pausa le donne velate hanno raggiunto la scuola al-Imam dove era stato installato il seggio e non hanno esitato a rivelare per chi votavano. Anzitutto per un notabile locale, ma anche per il laico Ayad Allawi, gradito anche agli elettori della stessa città di Falluja. Allawi ha recuperato nel suo partito, tra accuse e contestazioni, ex membri del partito Baath, promuovendo quella che dovrebbe essere una riconciliazione nazionale. Lui è sciita ma per questa sua iniziativa raccoglie molti consensi sunniti.

 

La partecipazione al gioco democratico della minoranza sunnita rinnova il paesaggio politico iracheno. E favorisce la posizione del Paese nel mondo arabo, dove sussisteva la diffidenza delle grandi capitali sunnite (da Riad al Cairo) nei confronti di un Paese dominato dagli sciiti. E poiché questi ultimi conserveranno l'essenziale del potere, neppure il vicino e solforoso Iran sciita dovrebbe preoccuparsi. In quanto agli americani non possono che rallegrarsi del risultato, a neppure sei mesi dal ritiro delle loro truppe combattenti. I cinquantamila consiglieri e tecnici che si lasceranno alle spalle, fino al dicembre 2011, correranno meno rischi. Anche se nessun conflitto segue un tracciato sicuro. E in Iraq è facile prevedere che "quelli di Al Qaeda" si faranno ancora vivi, dopo la disfatta di ieri  LR 8

 

 

 

 

"Serve un Fondo monetario europeo"

 

Prende quota l'ipotesi di un maxi-ente per assistere i Paesi della zona euro

in difficoltà. Berlino e Parigi d'accordo

 

BRUXELLES - Prende quota l’ipotesi di creare un Fondo monetario europeo (Fme) per assistere i Paesi della zona euro in difficoltà. Con aiuti che potranno essere concessi solamente in base a condizioni draconiane di risanamento. Bruxelles ci sta lavorando con Berlino e Parigi e domani il commissario Ue agli affari economici e finanziari, Olli Rehn, informerà i colleghi dell’esecutivo europeo - riuniti a Strasburgo - sulle discussioni in corso.

 

La Commissione Ue «è pronta ad avanzare la proposta», hanno assicurato sia il vicepresidente Antonio Tajani sia il portavoce del commissario Rehn. Proprio Rehn, in un’intervista al Financial Times Deutschland, ha lanciato l’idea dell’Fme, nell’ambito di un pacchetto di misure volte a rafforzare sia il coordinamento delle politiche economiche di Eurolandia sia la sorveglianza sui singoli Stati membri. Obiettivo: garantire la stabilità dell’unione monetaria ed evitare che si verifichino di nuovo emergenze come quella della Grecia, che finiscono per mettere a rischio l’intera zona euro. L’auspicio di Bruxelles è di presentare tale pacchetto entro l’estate, prima della fine della presidenza spagnola della Ue.

 

«Siamo ancora in una fase di discussione preliminare», ha sottolineato il portavoce di Rehn, ma è chiaro che non c’è molto tempo da perdere. Tutto dipende dal consenso che l’ipotesi di creare un Fondo europeo avrà tra gli Stati membri. Solo questo frena la Commissione Ue dal presentare una proposta già oggi. E se Francia e Germania trainano il progetto, c’è da sondare ancora l’accoglienza che la proposta avrebbe in altri Paesi. Un’occasione potrebbe essere il duplice appuntamento di lunedì e martedì prossimi con le riunioni di Eurogruppo ed Ecofin. È soprattutto Berlino - che a suo tempo bocciò la creazione di un fondo non volendo pagare per altri - a spingere ora con Bruxelles per la creazione dell’Fme. Il ministro delle finanze, Wolfgang Schauble - alla luce dell’emergenza Grecia e del rischio contagio ad altri Paesi - ha parlato chiaramente della «necessità di un’istituzione che disponga dell’esperienza dell’Fmi e di poteri di intervento analoghi».

 

Secondo alcune fonti ci sarebbe già un piano tedesco ben dettagliato, che prevede anche la possibilità per l’Fme di comminare «sanzioni severe» per i Paesi della zona euro troppo lassisti sul piano dei conti pubblici. Come, ad esempio, la soppressione delle sovvenzioni europee, il ritiro temporaneo del diritto di voto nel corso delle riunioni ministeriali dell’Ue, e persino l’esclusione provvisoria dalla zona euro. La Germania, insieme alla Francia, sarebbe favorevole anche ad una limitazione del ricorso ai credit default swap, gli strumenti finanziari attraverso cui alcuni Paesi - vedi la Grecia - hanno potuto "assicurare" i propri titoli pubblici, mascherando di fatto l’entità del proprio debito. Questa misura potrebbe quindi andare a finire nell’altro pacchetto di interventi in fase di elaborazione a Bruxelles. Pacchetto a cui sta lavorando in particolare il commissario Ue ai servizi finanziari, Michel Barnier, con misure che vanno dall’attuazione della riforma della vigilanza finanziaria alla stretta sugli hedge fund e sui prodotti finanziari più a rischio. Intanto, mentre anche il Portogallo, dopo la Grecia, adotta nuove misure correttive del deficit congelando i salari dei dipendenti pubblici, Tajani assicura come «l’Italia non è un Paese a rischio, anche perchè - spiega - ha un buon sistema bancario e imprenditoriale». La valutazione del Programma di stabilità italiano da parte di Bruxelles è attesa per il 17 marzo. LS 8

 

 

 

Finalmente l’Europa batte un colpo

 

Un’Europa più coesa e determinata avrebbe risolto la crisi greca in pochi giorni. Purtroppo su questo fronte delicato l’Ue ha balbettato per troppo tempo e la situazione è stata lasciata degenerare, sicché sulla Grecia e sull’euro ha potuto scatenarsi anche la speculazione internazionale delle scommesse sul default.

Nelle ultime ore, però, si sta delineando uno scenario diverso. Infatti, sembra proprio che stia per manifestarsi quel segnale unitario dell’Europa più volte auspicato dal Presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano. Il premier greco Georges Papandreou si è incontrato venerdì con Angela Merkel in un clima meno teso e ha visto ieri il presidente francese Nicholas Sarkozy. Quest’ultimo ha dichiarato che l’Euro area deve essere pronta ad aiutare la Grecia ad affrontare i propri problemi di deficit, altrimenti “non valeva la pena fare l’euro”. Ed ha aggiunto: “Abbiamo le misure, siamo pronti, siamo determinati”. Sarkozy ha anche lanciato un monito preciso a chi gioca contro l’euro: “Gli speculatori devono sapere che la solidarietà significa qualcosa”.

Sull’onda di questi incontri, dell’approvazione di un piano nazionale di risanamento di 4,8 miliardi di euro e del positivo collocamento di 5 miliardi di debito (sia pure, come ha scritto su queste colonne Paolo Savona, “a tassi quasi di usura”), Papandreou, è sembrato rassicurato.

Nessuno vuole assolvere la Grecia per le sue gravi colpe. Ma a tutti sembra essere sempre più chiaro che il progetto dell’Europa unita, del mercato unico e dell’euro è assai più importante di qualunque questione di principio sulle manchevolezze greche. In questo clima spicca quanto ha dichiarato in un’intervista al “Financial Times Deutschland” il nuovo commissario Ue agli Affari economici, Olli Rehn, secondo il quale la Commissione Ue è pronta a proporre la creazione di un Fondo monetario europeo per aiutare i Paesi in difficoltà.

Ciò nonostante, il settimanale tedesco “Der Spiegel” questa settimana ha rappresentato in copertina una moneta da un euro in liquefazione. A noi queste rappresentazioni che in Germania cavalcano i sentimenti populistici più “euro-scettici” e contrari a qualunque forma di aiuto alla Grecia, appaiono molto forzate. Ricordiamoci che dopo la sua partenza l’euro arrivò a quotare meno di un dollaro. Oggi, nel pieno di una grave crisi economico-finanziaria di vari Paesi membri, la moneta unica continua a valere oltre il 35% in più del dollaro, i cui fondamentali restano debolissimi. Non parliamo poi della sterlina, che è allo sbando.

E forse “Der Spiegel” farebbe bene anche a ricordarsi che l’industria esportatrice tedesca in questi anni ha avuto grandi vantaggi a far parte del mercato unico europeo, presso cui ha collocato centinaia di miliardi di euro di autovetture di fascia alta, elettronica di consumo e chimica, mentre le banche tedesche facevano buoni affari finanziando i debiti degli stessi greci (oltre che di spagnoli, portoghesi e irlandesi).

C’è un tempo per la semina ed uno per la raccolta. I tedeschi finora nell’Euro area hanno raccolto più che seminato, anche se pensano che aver abbandonato il marco per l’euro sia stato un sacrificio enorme. E’ tempo che la Germania diventi un po’ più europea e meno euro-scettica.

Qualche giorno fa in un articolo sul “New York Times” Jacques Attali, ex presidente della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo, ricordava come l’abbandono delle sovranità monetarie fu il prezzo che tutti i Paesi europei pagarono per poter avere un mercato unico. Per Attali la crisi greca potrebbe essere oggi la levatrice per avere finalmente anche un’Europa con una politica economica e finanziaria comune. MARCO FORTIS IM 8

 

 

 

La Cina firma l'accordo sul clima

 

Pechino sottoscrive l'intesa raggiunta a Copenaghen lo scorso dicembre

è l'ultima delle economie emergenti ad approvare il piano

 

Milano - La Cina ha firmato l'accordo sul clima raggiunto al vertice di Copenaghen del dicembre scorso. La Cina è l'ultima delle economie emergenti ad approvare il piano.

La lettera - Una lettera ufficiale firmata dal negoziatore cinese sul clima Su Wei ha reso noto al Segretariato dell'Onu sul cambio climatico che può «procedere a includere la Cina nella lista» dei paesi che sostengono l'accordo raggiunto al summit di dicembre. L'accordo di Copenaghen sul clima, raggiunto nel dicembre scorso, prevede il limite di due gradi all'aumento della temperatura media della Terra e la creazione di un fondo di 30 miliardi di dollari l'anno nel triennio 2010-2013 e di 100 miliardi di dollari l'anno dal 2012 al 2020. Il documento però non fissa nessun passo vincolante per raggiungere l'obiettivo della limitazione del riscaldamento globale. L'accordo, fortemente sostenuto dal presidente Usa Obama, era stato giudicato dagli ambientalisti come estremamente limitato rispetto ai propositi iniziali del summit. Tuttavia, un certo numero di paesi all'ultimo minuto avevano avanzato nuove obiezioni e si era convenuto che gli stati avrebbero potuto aderire all'accordo anche successivamente. Anche l'India ha firmato il documento oggi, seguendo Indonesia, Brasile, Sudafrica e Messico. Fra i paesi grandi produttori di anidride carbonica (CO2), manca solo l'adesione della Russia. Il Protocollo di Kyoto secondo l'accordo non viene abbandonato e nel 2015 è prevista una revisione del documento, con la possibilità di portare il limite dell'aumento di temperatura a 1,5 gradi. Entro il 31 gennaio inoltre i paesi industrializzati dovevano rendere noti i propri impegni di tagli delle emissioni. A Copenaghen la Cina si era impegnata a ridurre del 40% le emissioni di anidride carbonica (CO2) nell'atmosfera entro il 2020.  Ansa 9

 

 

 

 

Emergenza ambientale. Himalaya bene, il resto male

 

Himalaya bene, il resto male. L'ultima novità ecologica è che i ghiacciai dell'Himalaya non si sciolgono più, che questa previsione dell’Ipcc (l'organizzazione che studia per l'Onu l'effetto serra) è stata sbagliata di grosso. E molti gongolano. Per l'India gongolo anch'io, perché senza l'acqua dei ghiacciai che alimentano i suoi maggiori fiumi centinaia di milioni di persone rischierebbero di morire di fame e di sete. Ma se anch'io sono lieto per l'India, è esageratissimo ricavare da questo episodio che la scienza «non sa», che vanta un sapere che non possiede, e anche che cerca di imbrogliare. Che esistano ricercatori che falsano i dati per fare carriera è noto a tutti. Ma di regola le frodi scientifiche sono facili da scoprire perché le scienze sono tali in quanto consentono la replicabilità delle ricerche. Il Signor Tizio ci dica come ha fatto, e il signor Caio farà la riprova. Torniamo all'Himalaya. Qual è stato l'errore?

È stato, in linea di principio, di attribuire una data, una scadenza temporale, a un trend, a un andamento di fondo. Essendo un po' del mestiere, io evito sempre di citare date e scadenze; registro soltanto linee di tendenza. Alcune delle quali sono, in ecologia, certe, anche certissime. Per esempio è certissimo che respiriamo aria sempre più inquinata. È meno certo, invece, se il surriscaldamento della Terra sia lineare e quali siano i fattori che lo possano rallentare. Dico rallentare perché se l'Himalaya tiene, l'Artico è tuttora in rapido scioglimento. È anche certissimo che le risorse naturali, a cominciare dal petrolio, finiranno. Quando? Non si sa, non è sicuro. Ma è sicuro che la tecnologia le potrebbe rimpiazzare per i 2 miliardi di viventi di quando io nascevo, ma non certo per i 9 miliardi di formiche umane previste dai demografi per la metà di questo secolo.

Senza contare che lo «sviluppismo » frenetico predicato dagli economisti ci prevede anche tutti egualmente benestanti in tutto il mondo. Mettiamo allora che la Cina, diventata opulenta come noi, consumi (è un calcolo che è stato fatto) trenta volte più di oggi. In tal caso il conteggio demografico sarebbe da moltiplicare per la quantità di consumo pro capite. Fantascienza? A questo punto sì. Anche perché a quel punto saremo, o saremmo, tutti estinti. Fantasticherie economiche a parte, il punto serio, e anche certissimo, sul quale tutti sorvolano è la scarsità dell'acqua. Che già manca endemicamente in Africa (specialmente all'Est), ma anche altrove. Come si sa, circa il 70-80 per cento dell'acqua dolce è assorbito dall’agricoltura; un assorbimento che può essere ridotto adottando colture che richiedono meno acqua. Anche così il problema resta drammatico perché da tempo consumiamo in eccesso acqua di falda che non si ricostituisce. GIOVANNI SARTORI CdS 8

 

 

 

Le incognite dopo il voto. Se l’Iraq è lasciato al suo destino

 

Le elezioni di ieri in Iraq, di cui probabilmente sapremo i risultati definitivi solo tra qualche giorno, vengono presentate dalla stampa anglosassone come un punto di arrivo e addirittura come la conclusione della vicenda irachena. Vicenda drammatica e assurda: drammatica per gli enormi costi in termini di perdite umane e di sofferenze che ha provocato, assurda perché con la guerra irachena gli americani hanno consegnato l’Iraq all’inevitabile influenza del loro peggior nemico e cioè al regime degli Ayatollah di Teheran. Comunque vadano le elezioni la guida del governo resterà in mano della maggioranza sciita che rappresenta il 60 per cento di un Paese che ha una frontiera comune di ben 14.000 chilometri con l’Iran dove la popolazione sciita raggiunge il 90 per cento. Che vinca al Maliki o Allawi o come più probabile tutti e due, l’influenza di Teheran, presenza invisibile ma invadente durante una campagna elettorale che si stima sia costata sui 2 miliardi di dollari, si farà sentire per il presente e per il futuro. Queste elezioni precedute da una vera e propria carneficina (da un anno a questa parte quando la campagna elettorale è cominciata in modo strisciante, il conto dei morti per azioni terroristiche si aggira sui 500) non segnano la fine del dramma iracheno ma piuttosto la fine di una sua parte: quella che ha visto le operazioni militari di una coalizione di 48 Paesi ma sostanzialmente di un corpo di spedizione americano di circa 130.000 uomini. Il conflitto raggiunse il suo momento di maggiore violenza fra il 2004 e il 2006 quando le azioni di guerriglia di varia natura e provenienza compivano una vera e propria “escalation”: da novembre a gennaio gli americani persero ben 316 uomini di cui 107 nel solo mese di gennaio (oggi ad operazione conclusa il conto delle perdite supera i 4.000 uomini senza contare le decine di migliaia di feriti e di coloro che dell’esperienza irachena porteranno il segno ancora per molti anni). Poi agli inizi del 2007 quando a Washington si era ormai imposta l’esigenza di una soluzione politica che giustificasse il ritiro venne la cosiddetta “surge” e il generale Petreus. La surge fu sostanzialmente un’operazione politica che approfittando del conflitto nato tra i sunniti della provincia di Anbar e i miliziani di al Qaeda, permise agli americani di costruire un vero e proprio esercito sunnita di circa 90.000 uomini profumatamente pagati che affiancò l’azione americana contro al Qaeda. A preparare e rendere possibile lo sganciamento delle forze americane vennero svolti una serie di adempimenti istituzionali che insieme alla preparazione di un esercito e di una polizia iracheni hanno permesso di trasferire gran parte del potere politico e la quasi totalità di quello amministrativo agli iracheni. Prima l’Assemblea legislativa eletta dalla sola popolazione sciita e curda nel 2005 poi la Costituzione sottoposta nello stesso anno al referendum ed infine, nel maggio 2006, la formazione di un governo relativamente stabile con un presidente del Consiglio sciita, Nouri al Maliki, e un capo dello Stato con ridotti poteri, il curdo Jalal Talabani. Fuori dal nuovo Stato rimanevano i sunniti (20 per cento della popolazione) che avevano in mano il Paese al tempo di Saddam Houssein e il partito Baath, una specie di socialismo islamico ma di impostazione laica già sciolto insieme all’esercito dagli americani al momento della caduta di Saddam nel 2006 ed i cui componenti sono stati perseguitati dagli sciiti prima in vere e proprie spedizioni di pulizia etnica e poi esclusi dall’organizzazione dello Stato e più recentemente dalle liste elettorali. Per di più i sunniti che avevano sostenuto il surge ed ai quali gli americani avevano promesso posizioni nel nuovo esercito e nella nuova polizia iracheni sono stati impietosamente discriminati dal governo di al Maliki o relegati in posizioni periferiche. Il terrorismo che ha rialzato la testa nell’ultimo anno e che viene attribuito ad al Qaeda che invece ha perso gran parte dei suoi militanti e dei sostenitori che era riuscita a raccogliere attorno a sé, rappresenta piuttosto la voce dei gruppi prevalentemente sunniti esclusi dal potere e, all’interno della comunità sciita, quella delle fazioni ostili al governo di al Maliki nel tentativo di destabilizzarlo. I pochi dati positivi della situazione irachena sono la candidatura delle donne, più di un terzo dei concorrenti molte delle quali di notevole cultura e preparazione, e la probabile partecipazione alle urne di una parte della popolazione sunnita che nelle precedenti consultazioni si era astenuta. Resta poi il mistero di una situazione economica ancora precaria per il limitato sfruttamento del petrolio che costituisce la risorsa principale del Paese e che potrebbe procurare quei mezzi di cui l’Iraq ha bisogno per rimettere in sesto un’economia e un Paese disastrati. Ma qui le ragioni vanno trovate nelle leggi del mercato e nell’interesse delle grandi compagnie petrolifere a mantenere alto il prezzo del petrolio. Ci sono quindi le condizioni che comunque vada la consultazione il nuovo governo che ne uscirà avrà vita difficile per la contestazione degli esclusi e quella dei perdenti, specie quando non potrà più contare sul sostegno delle truppe americane che stanno già lasciando i loro acquartieramenti nel deserto dopo aver lasciato le città e che entro l’estate prossima, secondo il programma deciso da Obama, dovrebbero ridursi a 50.000 unità per poi ritirarsi completamente entro il 2011.

C’è chi esprime l’ipotesi che l’Iraq possa ritornare alla normalità quando se ne sarà andato l’ultimo americano. Ma c’è anche un altro scenario che ad elezioni concluse la reazione degli esclusi e gli interessi dei vicini (Turchia, Arabia Saudita e Iran in primis) scateni qualcosa di simile ad una guerra civile che sarebbe destabilizzante per tutta l’area mediorientale. GIUSEPPE MAMMARELLA IM 8

 

 

 

 

Referendum in Svizzera. “Previdenza professionale, una valanga di no al furto delle rendite”

 

  ZURIGO - Giornata elettorale quella del 7 marzo in Svizzera, ma tra i diversi oggetti in votazione, anche su temi locali, l'attenzione di tutti, anche delle comunità straniere prive del diritto di voto,era rivolta al risultato del referendum sull'abbassamento al 6,4% dell'aliquota di conversione in rendita dell'avere di vecchiaia della Previdenza Professionale maturato all'atto del pensionamento.

  Ebbene, dall'elettorato elvetico (la partecipazione al voto è stata del 45,6%) è arrivata una valanga di no (72,7%)al furto delle rendite del Secondo Pilastro. Un trionfo per il sindacato UNIA che aveva lanciato questo referendum contro la decisione del Consiglio Federale e del Parlamento elvetici che avevano voluto ridurre ulteriormente al 6,4%, dal2016, l'aliquota di conversione dopo che già era stata abbassata gradualmente dal 7,2 al 6,8% nel 2014.

  Una riduzione che, unitamente alla riduzione dal 4 al 2% del tasso di interesse sul capitale di vecchiaia avvenuta in questi ultimi anni, avrebbe messo a grave rischio l'obiettivo costituzionale che le rendite del Primo (AVS) e del Secondo Pilastro debbono garantire complessivamente ai pensionati il 60% del salario percepito prima del pensionamento.

  Un risultato che, da un lato, premia il sindacato UNIA che ha vinto la sua battaglia per il no, nonostante la propaganda milionaria dei sostenitori del si, ovvero il sistema bancario ed assicurativo e, dall'altro,  è un segnale forte, molto forte, per quanti nel Consiglio Federale,nel Parlamento e tra la borghesia elvetica volesse insistere nel voler ridurre le prestazioni socioprevidenziali di questo Paese già oggi non certamente eccelse!  Dino Nardi, Coodinatore UIM in Europa

 

 

 

 

 

Ciampi: "E' il massacro delle istituzioni, ora proteggiamo il Quirinale"

 

L'amarezza del presidente emerito della Repubblica Ciampi - "Aberrante episodio di torsione del sistema democratico" di MASSIMO GIANNINI

 

ROMA - Benvenuti nella Repubblica del Male Minore. Cos'altro si può dire di un Paese che ormai, per assecondare i disegni plebiscitari di chi lo governa, è costretto ogni giorno ad un nuovo strappo delle regole della civiltà politica e giuridica, nella falsa e autoassolutoria convinzione di aver evitato un Male Maggiore? Carlo Azeglio Ciampi non trova altre formule: "La strage delle illusioni, il massacro delle istituzioni...". Ancora una volta, l'ex presidente della Repubblica parla con profonda amarezza di quello che accade nel Palazzo. Dopo il Lodo Alfano, il processo breve, lo scudo fiscale, il legittimo impedimento, il decreto salva-liste è solo l'ultimo, "aberrante episodio di torsione del nostro sistema democratico". Il "pasticciaccio di Palazzo Chigi" non è andato giù all'ex capo dello Stato, che considera il rimedio adottato (cioè il provvedimento urgente varato venerdì scorso) ad alto rischio di illegittimità costituzionale. E la clamorosa sentenza pronunciata ieri sera dal Tar del Lazio, che respinge il ricorso per la riammissione della lista del Pdl nel Lazio, non arriva a caso: "È la conferma che con quel decreto il governo fa ciò che la Costituzione gli vieta, cioè interviene su una materia di competenza delle Regioni. Speriamo solo che a questo punto non accadano ulteriori complicazioni...", dice.

 

Dopo il ricorso già avanzato da diverse giunte regionali, potrebbe persino accadere che, ad elezioni già svolte, anche la Consulta giudichi quel decreto illegittimo, con un verdetto definitivo e a quel punto davvero insindacabile. Questo preoccupa Ciampi: "Il risultato, in teoria, sarebbe l'invalidazione dell'intero risultato elettorale. Il rischio c'è, purtroppo. C'è solo da augurarsi che il peggio non accada, perché a quel punto il Paese precipiterebbe in un caos che non oso immaginare...". Il presidente emerito non lo dice in esplicito, ma dal suo ragionamento si evince che qualche dubbio lui l'avrebbe avuto, sulla percorribilità giuridica e politica di un decreto solo apparentemente "interpretativo", ma in realtà effettivamente "innovativo" della legislazione elettorale.

 

Ora si pone un interrogativo inquietante: questo disastro si poteva evitare? E se sì, chi aveva il potere di evitarlo? Detto più brutalmente: Giorgio Napolitano poteva non autorizzare la presentazione del decreto legge del governo? Ciampi vuole evitare conflitti con il suo successore, al quale lo lega un rapporto di affetto e di stima: "Non mi piace mai giudicare per periodi ipotetici dell'irrealtà. Allo stesso tempo, trovo sbagliato dire adesso "io avrei fatto, io avrei detto...". Ognuno decide secondo le proprie sensibilità e secondo le necessità dettate dal momento. Napolitano ha deciso così. Ora, quel che è fatto è fatto. Lo ripeto: a questo punto è stata imboccata una strada, e speriamo solo che ci porti a un risultato positivo...". Ma in questa occasione non si può negare che il Quirinale sia dovuto passare per la cruna di un ago particolarmente stretta, e che secondo molti ne sia uscito non proprio al meglio. In rete e sui blog imperversano le critiche: Scalfaro e Ciampi, si legge, non avrebbero mai messo la firma su questo "scempio". Al predecessore di Napolitano questo gioco non piace: "Queste sono cose dette un po' a sproposito". Come non gli piacciono le rischieste di impeachment che piovono sull'inquilino del Colle dall'Idv: "Ma che senso ha, adesso, sparare sul quartier generale? Al punto in cui siamo, è nell'interesse di tutti non alimentare la polemica sul Quirinale, e semmai adoperarsi per proteggere ancora di più la massima istituzione del Paese...".

 

Premesso questo, Ciampi non si nega una netta censura politica di quanto è accaduto: "Io credo che la soluzione migliore sarebbe stata quella di rinviare la data delle elezioni. Ma per fare questo sarebbe stata necessaria una volontà politica che, palesemente, nella maggioranza è mancata. Ma soprattutto io credo che sarebbe stato necessario, prima di tutto, che il governo riconoscesse pubblicamente, di fronte al Paese e al Parlamento, di aver commesso un grave errore. Sarebbe stato necessario che se ne assumesse la responsabilità, chiedendo scusa agli elettori e agli eletti. Da qui si doveva partire: a quel punto, ne sono sicuro, tutti avrebbero lavorato per risolvere il problema, e l'opposizione avrebbe dato la sua disponibilità a un accordo. Bisognava battersi a tutti i costi per questa soluzione della crisi, e inchiodare a questo percorso chi l'aveva causata. Ma purtroppo la maggioranza, ancora una volta, ha deciso di fuggire dalle sue responsabilità, e di forzare la mano". I risultati sono sotto gli occhi di tutti: "Di nuovo, assistiamo sgomenti al graduale svuotamento delle istituzioni, all'integrale oblio dei valori, al totale svilimento delle regole: questo è il male oscuro e profondo che sta corrodendo l'Italia".

 

Su questo piano inclinato, dove si fermeranno lo scivolamento civico e lo smottamento repubblicano? "Vede  -  osserva Ciampi  -  proprio poco fa stavo rileggendo il De senectute di Cicerone: ci sarebbe bisogno di quella saggezza, di quell'amore per la civiltà, di quell'attenzione al bene pubblico. E invece, se guardiamo alle azioni compiute e ai valori professati da chi ci governa vediamo prevalere l'esatto opposto". Aggressione agli organi istituzionali, difesa degli interessi personali: l'essenza del berlusconismo  -  secondo l'ex capo dello Stato - "è in re ipsa, cioè sta nelle cose che dice e che fa il presiedente del Consiglio: basta osservare e ascoltare, per rendersi conto di dove sta andando questo Paese". Già qualche mese fa Ciampi aveva rievocato, proprio su questo giornale, l'antico principio della Rivoluzione napoletana di Vincenzo Cuoco sulla felicità dei popoli "ai quali sono più necessari gli ordini che gli uomini", e poi il vecchio motto caro ai fratelli Rosselli, "non mollare", poi rideclinato da Francesco Saverio Borrelli nel celebre "resistere, resistere, resistere".

 

Oggi l'ex presidente torna su queste "urgenze morali", per ribadire che servono ancora tanti "atti di coraggio", se vogliamo difendere la nostra democrazia e la nostra Costituzione. "I miei sono lì, sono le firme che non ho voluto apporrre su alcune leggi che mi furono presentate durante il settennato, e che successivamente mi sono state rinfacciate in Parlamento, come se si fosse trattato di atti "sediziosi", o decisioni "di parte". E invece erano ispirati solo ai principi del vivere civile in cui ho sempre creduto, e che riposano sulla sintesi virtuosa dei valori e delle istituzioni". Tra i 2001 e il 2006 Ciampi non potè rinviare alle Camere tutte le leggi-vergogna del secondo governo Berlusconi, perché in alcune di esse mancava il vizio della "palese incostituzionalità" che solo può giustificare il diniego di firma da parte del capo dello Stato. Ma dalla riforma Gasparri sul sistema radiotelevisivo alla riforma Castelli sull'ordinamento giudiziario, Ciampi pronunciò alcuni "no" pesantissimi.

 

Nonostante questo, anche a lui tocca oggi constatare che quella forma di "pedagogia repubblicana", necessaria ma non sufficiente, è servita a poco o a nulla. "Cosa vuole che le dica? Purtroppo questo è il drammatico paesaggio italiano, né bello né facile. E questo è anche il mio più grande rimpianto di vecchio: sulla soglia dei 90 anni, mi accorgo con amarezza che questa non è l'Italia che vagheggiavo a 20 anni. Allora ci svegliavamo la mattina convinti che, comunque fossero andate le cose, avremmo fatto un passo avanti. Oggi ci alziamo la mattina, e ogni giorno ci accorgiamo di aver fatto un altro passo indietro. E' molto triste, per me che sono un nonuagenario. Ma chi è più giovane di me non deve perdersi d'animo, e soprattutto non deve smettere di lottare". Sabato prossimo Ciampi non andrà in piazza, per sfilare in corteo contro il "pasticciaccio" di Berlusconi: "Non ho mai aderito a manifestazioni, e comunque le gambe non mi reggerebbero...", dice. Ma chissà: magari con vent'anni di meno ci sarebbe andato anche lui. LR 9

 

 

 

 

Liste elettorali. Pasticcio (parte seconda)

 

La sensazione sconfortante è che il decreto sulle liste elettorali alla fine rischi di non servire a nulla. Finora non ha salvato quella del Pdl in provincia di Roma; e le altre due, di Roberto Formigoni in Lombardia e di Renata Polverini nel Lazio, sono state riammesse comunque dalla magistratura dopo i ricorsi. Insomma, la forzatura voluta dal centrodestra si è scontrata con il primato della legge regionale. La decisione presa ieri dal Tribunale amministrativo del Lazio complica la strategia di palazzo Chigi. Non è da escludersi per oggi un colpo di scena all’Ufficio elettorale di Roma, in attesa del Consiglio di Stato. Ma rimane la somma di pasticci giuridici e politici che la maggioranza è riuscita ad accumulare nella sua fretta di rimediare agli errori. L'obiettivo di far votare tutti era e rimane giusto. Il modo in cui Silvio Berlusconi e la sua coalizione hanno cercato di perseguirlo si è rivelato subito così segnato dall'affanno da diventare scomposto. Il provvedimento è stato chiesto e ottenuto dal Quirinale dopo un duro braccio di ferro, scartando soluzioni condivise arrivate anche su queste colonne. Il risultato accresce confusione e tensioni; e rispedisce intatta la questione ai mittenti. Le conseguenze più gravi, però, probabilmente sono altre. Intanto, il centrodestra non è riuscito ancora a garantire che ognuno possa esercitare il proprio diritto di voto: sebbene si tratti in primo luogo di sostenitori del Pdl. In più, questa vicenda a metà strada fra disprezzo delle regole e farsa ha l'effetto di dilatare l'immagine di una nomenklatura a dir poco pasticciona: incapace di dare soluzioni accettabili anche a problemi che dovrebbero essere i «fondamentali » delle sue competenze. Ormai non si tratta più soltanto delle liste respinte per irregolarità e ritardi. C'è anche il decreto legge fortemente voluto da Berlusconi e controfirmato dopo molte resistenze e limature dal presidente della Repubblica. Quando esponenti del governo rivelano con un candore sconcertante che non si aspettavano la decisione presa dal Tar, aggiungono perplessità a perplessità sulla strategia adottata dalla maggioranza. E questo mentre cominciano a circolare voci su un possibile rinvio delle elezioni regionali nel Lazio: indizi di una situazione che si cerca di riportare sotto controllo. Ma a dover preoccupare non è tanto l'eccesso di potere sfoggiato dal governo: il «golpe» inesistente evocato da un'opposizione rapida solo a imboccare la scorciatoia della «piazza» rivela in realtà un'imprevista fragilità del centrodestra. A colpire, semmai, è il vuoto che accomuna gli schieramenti; e la difficoltà a ritrovare un baricentro che rassicuri l'opinione pubblica. Il disorientamento nasce dalla sproporzione fra il problema tutto sommato minore delle liste e l'enormità del caos che ne è scaturito. Nessun nemico della Seconda Repubblica sarebbe riuscito ad inventare un piano per delegittimarla più perfetto di questa manifestazione involontaria di dilettantismo.  Massimo Franco CdS 9

 

 

 

L'ultimo referendum

 

E’ stato Napolitano a individuare subito il vero punto debole del centrosinistra sul pasticcio delle liste. Il Presidente della Repubblica, infatti, nella sua risposta alle lettere di due cittadini, ha osservato come l’opposizione fosse contraria al decreto, ma non avesse avanzato alcuna altra soluzione, «meno esente da vizi e dubbi», per eliminare un rischio che gli stessi Bersani e Di Pietro volevano evitare: quello di «vincere per abbandono dal campo dell’avversario».

 

Così il gioco di rimessa, la tattica attendista di limitarsi a denunciare lo scandalo di cambiare le regole del gioco mentre la partita è cominciata, senza proporre un compromesso per salvare un’esigenza alla quale si dice pur di tenere, potrebbero agevolare l’offensiva della destra. Un attacco, cominciato da alcuni giorni e inasprito ieri dallo stesso Berlusconi, che mira, con un capovolgimento delle responsabilità per l’accaduto, a indirizzare la campagna elettorale sulla rappresentazione preferita dal Cavaliere, quella della vittima. Con la contrapposta immagine di una sinistra ipocrita, formalista, amante dei cavilli e degli intoppi burocratici, istigatrice e complice di magistrati faziosi.

 

Ecco perché la vicenda delle liste potrebbe rivelarsi un imprevedibile boomerang per chi si aspettava di guadagnare consensi, sull’onda di una presunta indignazione popolare anche di una parte dei simpatizzanti del centrodestra, e, invece, rischia di perderli per la trasformazione improvvisa del vero tema di queste elezioni.

 

La consultazione amministrativa regionale sembra ormai ricalcare, in Italia, il significato che hanno le elezioni di mid-term negli Stati Uniti: quello di un giudizio sull’operato del governo a metà legislatura. Può essere deplorevole che il parere dei cittadini non si concentri soprattutto sull’operato dei governatori regionali uscenti, quando si ripresentano, o sulle promesse dei nuovi aspiranti a quella poltrona. Ma che, in queste elezioni, gli orientamenti di politica nazionale prevalgano nelle scelte degli elettori è un fatto ormai consolidato.

 

Fu così nel 2005, quando la delusione per i risultati governativi, dovuti al mancato abbassamento delle tasse e alle divisioni tra Berlusconi e l’asse Fini-Casini, punirono il centrodestra, al potere a Roma, con una sconfitta che consegnò all’opposizione 12 delle 14 Regioni in palio. Fu addirittura riconosciuto ufficialmente come il vero verdetto di questa consultazione, quando D’Alema, in modo inopinato, si dimise dalla presidenza del Consiglio per il risultato negativo delle elezioni regionali del 2000.

 

Anche questa volta, come un po’ tutti i sondaggi confermano, la soddisfazione degli italiani per il governo sta diminuendo, sia per il perdurare degli effetti della crisi economica, sia per l’ondata di scandali che hanno coinvolto personaggi del centrodestra, sia per le divisioni nell’ambito del neonato e ancora molto fragile Pdl. Ma il clima elettorale, in queste ultime tre settimane prima del voto, potrebbe improvvisamente mutare e la consultazione cambiare «natura»: da un giudizio prevalentemente dedicato ai risultati del governo al solito, ennesimo referendum su Berlusconi.

 

Le avvisaglie ci sono tutte e riguardano gli atteggiamenti di entrambi i poli. A sinistra, la vicenda del «decreto interpretativo» ha spezzato la precaria ma comunque inedita unità che, negli ultimi mesi, sembrava aver cancellato i contrasti che portarono alla caduta di Prodi e alla sconfitta di Veltroni. Il Pd è tornato a soffrire in mezzo all’opposta necessità di non lasciare a Di Pietro il monopolio della protesta e di non farsi coinvolgere nell’attacco a Napolitano. Mentre l’Udc di Casini si è distaccata subito dalla manifestazione di piazza prevista per sabato prossimo. A destra, l’effetto è speculare: Fini, seppur con toni diversi, si è dovuto riallineare sulla posizione del premier e anche Bossi che, con le prime valutazioni espresse dal suo ministro, Maroni, sembrava voler sostenere l’impossibilità di un decreto per sanare il famigerato «pasticcio», si è dovuto acconciare all’approvazione del provvedimento.

 

Berlusconi, con l’indubbia capacità di saper condurre le campagne elettorali sui temi che preferisce, ha colto immediatamente l’occasione e, ieri, intervenendo a sostegno del suo candidato in Campania, ha rilanciato lo slogan della «scelta di campo», sul fronte del collaudato motto «o con me o contro di me». Una massima che, da sempre, costringe gli alleati a rinunciare alle ambizioni di una certa autonomia e gli avversari ad unirsi nell’antiberlusconismo più scontato. Tra tre settimane, il voto per le regionali sarà l’ultima consultazione importante prima della fine della legislatura, prevista nel 2013. Forse sarà anche l’ultimo referendum su Berlusconi.

LUIGI LA SPINA LS 8

 

 

 

 

Legalità e legittimità. Quanto vale la solitudine di un presidente

 

La vicenda del cosiddetto decreto salvaliste più che il presunto attacco alla democrazia che è stato sbandierato con opposte ragioni dagli opposti versanti politici ha messo a nudo la perdita di un comune linguaggio costituzionale e di una cultura condivisa, con l’aggravante di aver tentato un coinvolgimento senza senso del Capo dello Stato in questa diatriba opaca, tale tentativo è tanto più censurabile se valutato dopo il verdetto del Tar che ha escluso la lista del Pdl dalla competizione elettorale nel Lazio, potendo esercitare in piena autonomia il potere-dovere della magistratura competente di esprimere l’ultima parola sulla vicenda.

Proviamo a fare un po’ di chiarezza in questa nebbia pesante. Primo rilievo: è sbagliato continuare a parlare del Presidente della Repubblica come di un “arbitro”. La politica non è una disfida a duello o una gara di qualche genere, per cui le regole servono per avere un “gioco cavalleresco”, il famoso fair play. La politica è un complesso di azioni che servono per far funzionare la gestione della cosa pubblica nel miglior modo possibile, e questo, nel costituzionalismo occidentale, è dato dal suo fondarsi sulla rappresentanza popolare.

Proprio perché non esiste alcun duello, non esiste alcun arbitro, ma invece un garante e custode della Costituzione, poiché quel che si deve salvaguardare sopra ogni cosa non sono le regole dello scontro, ma le finalità della Costituzione. In termini tecnici questo si esprime nella dialettica che sempre esiste nei sistemi politici fra legalità e legittimità. Legalità è il rispetto del modo di produzione del comando e del suo contenuto con il limite che questo non deve ordinare cose in contrasto con la costituzione medesima (e, al limite, col diritto naturale). Legittimità è il sentimento che porta alla obbedienza delle leggi non perché queste vengono fatte rispettare con la forza, ma perché le si ritiene “giuste”, cioè coerenti coi fini che la Costituzione stessa prescrive. In conseguenza legalità e legittimità in un sistema sano devono andare sempre in coppia.

Questi elementari principi sembrano sconosciuti a troppi protagonisti della vicenda politica attuale.

Cosa è infatti successo? Che nel caso in questione il rispetto della legalità (cioè il far pagare il conto della rottura di alcune regole elettorali) avrebbe comportato un vulnus alla legittimità (cioè avrebbe fatto venir meno il fondamento del potere politico nelle regioni su una radice compiutamente rappresentativa), ma al tempo stesso il ripristino della legittimità (consentire a tutti di orientare la propria delega scegliendo fra tutte le forze largamente rappresentative in campo) avrebbe comportato un vulnus alla legalità (perché si tendeva a dire che in fondo le regole sono un orpello poco significativo).

Il dilemma atroce, ci si consenta la parola, di fronte a cui si è trovato il presidente Napolitano sta tutto qui: come salvare insieme legalità e legittimità, che il garante della Costituzione (e, ci si permetta di aggiungere, un uomo politico saggio) non può consentire vengano separate.

C’era una soluzione migliore del decreto “interpretativo”? Ovviamente sì, ed era quella che lo stesso Capo dello Stato aveva in qualche modo fatta filtrare: una intesa fra maggioranza e opposizione per una leggina rapida che sanasse la situazione facendo vedere che sulla salvaguardia di uno dei fini supremi della Costituzione, cioè l’inclusione di tutti nei meccanismi rappresentativi, c’era un consenso generale. Ciò non è stato possibile per varie ragioni, ma la principale è che il confronto politico è arrivato in questo Paese a livelli di ferocia tali da impedire qualsiasi comunicazione ragionevole.

Farlo avrebbe significato per il centrodestra ammettere che aveva gravi responsabilità in quel che era successo e che chiedeva un aiuto all’opposizione, mentre per il centrosinistra significava ammettere che l’avversario era appunto un avversario e non il demonio, per cui era naturale agire perché rimanesse in campo.

Dopo mesi in cui abbiamo visto alzarsi in continuazione il livello dello scontro e con le lotte interne sempre più aspre dentro le coalizioni e dentro i due maggiori partiti che le governano una soluzione di quel genere non è stata possibile. È per questo che alla fine il Presidente della Repubblica è stato costretto, essendosi duramente opposto all’idea che si potesse compromettere molto il principio di legalità, ad accettare la soluzione della “interpretazione per via legislativa” che almeno provava a tenere insieme legalità e legittimità.

Al momento la soluzione non sembra affatto avere risolto il problema di fondo, che non era solo la restaurazione di un confronto elettorale “legittimo” fra maggioranza e opposizione (lasciando agli elettori di punire, eventualmente, coloro che avevano usato le regole in maniera disinvolta), ma quello di restaurare un clima politico in cui i temi del confronto fossero le cose da fare e non lo scambio di insulti e di accuse più o meno fantasiose.

Il presidente Napolitano ha compiuto sino in fondo il suo dovere e lo ha fatto al prezzo di quella solitudine pesante, che è spesso il compagno di strada della decisione politica quando è degna di questo nome. La speranza è che il Paese capisca il senso profondo di questa assunzione di responsabilità e che riscopra i valori della nostra Carta Costituzionale, che vediamo sempre più ridotta da molti ad una versione casereccia di quello che fu il “libretto di Mao” nella poco gloriosa rivoluzione culturale cinese. PAOLO POMBENI IM 9

 

 

 

 

"Barricate contro la legge ad personam". L'opposizione dà battaglia in Parlamento

 

Arriva in aula al Senato il legittimo impedimento. "Pronti 350 emendamenti"

Oggi l'udienza Mediaset a Milano, voci su una possibile presenza di Berlusconi

di LIANA MILELLA

 

ROMA - Pd e Idv affilano "le armi" sul legittimo impedimento, l'ennesima legge ad personam per Berlusconi. E si preparano a uno scontro duro in aula. La legge fotocopia del lodo Alfano, ma ancora senza la necessaria copertura costituzionale, non poteva capitare nella settimana peggiore. Stretta tra la polemica sul decreto salva-liste e la manifestazione in piazza di sabato. In mezzo, al Senato, tra domani e giovedì, ci sono le 14 ore di dibattito che la maggioranza ha concesso, col parere contrario di Pd e Idv, per varare il nuovo scudo per Berlusconi.

 

Il premier ha fretta. Incombono le udienze del processo Mediaset. "Non c'è più tempo da perdere", ha detto ai suoi, dopo quello che è avvenuto una settimana fa, quando il tribunale di Milano ha proseguito l'udienza e non ha ammesso la richiesta di rinvio per via del consiglio dei ministri dedicato al ddl sulla corruzione. Oggi ce n'è un'altra, l'avvocato del premier Niccolò Ghedini smentisce con un secco "no" la voce insistente che gira da giorni e che ancora ieri preannunciava un possibile blitz del premier per una testimonianza spontanea in cui ribadire la sua completa innocenza.

 

Sarebbe, per lui, l'ultima occasione. Perché il processo è di fatto destinato a un'interruzione, se non addirittura allo stralcio della sua posizione per non pregiudicare una sentenza in tempi giusti per l'altra dozzina di imputati. Ma quella di oggi, assicura Ghedini, sarà solo un confronto tecnico coi giudici per stabilire la futura lista dei testi della difesa. Quindi, assicura Ghedini, nessuno spazio per un intervento del Cavaliere. Poi il dibattimento finirà nel cono d'ombra del legittimo impedimento, una legge che consente al premier e ai ministri di chiedere il rinvio delle udienze sulla base di un'autocertificazione della presidenza del Consiglio. Stop fino a sei mesi, perché l'impegno istituzionale può anche essere "continuativo".

 

Una legge per cinque ragioni incostituzionale, ha scritto su Repubblica il costituzionalista Alessandro Pace (la presunzione "assoluta" dell'impedimento; l'attribuzione di una "prerogativa"; l'assenza di un supporto costituzionale; la prevaricazione della politica sulla giustizia; l'anomalia della legge ponte). Una legge su cui l'Udc, come conferma il capogruppo Gianpiero D'Alia, si asterrà perché non soddisfa appieno il leader Casini che pure l'ha proposta come alternativa al processo breve. Una legge che Pd e Idv si accingono a contestare in aula dove sono stati presentati 350 emendamenti. Dice il dipietrista Luigi Li Gotti: "Il decreto salva-liste è uno spartiacque, d'ora in avanti questa maggioranza dovrà "sudarsi" ogni riga dei suoi provvedimenti".

 

Non è da meno il Pd. La presidente dei senatori Anna Finocchiaro domani riunirà il gruppo per decidere la strategia. Che rispecchierà quanto la stessa Finocchiaro e l'omologo alla Camera Dario Franceschini hanno preannunciato in una lettera formale a Schifani e Fini. Dov'era scritto: "Il decreto costituisce un gravissimo precedente nella storia repubblicana. È evidente che esso avrà immediate conseguenze sul nostro atteggiamento parlamentare". A partire dal legittimo impedimento.  LR 8

 

 

 

 

Pd e sinistra: la piazza è confermata

 

D’Alema: Napolitano non si tocca. E Di Pietro abbassa i toni - di CLAUDIA TERRACINA

 

ROMA La bocciatura del Tar della lista Pdl rafforza le ragioni della manifestazione di sabato, «che è stata indetta per difendere il diritto e la legalità». E’ questa la prima riflessione, a caldo, dei vertici del Partito democratico, da Paolo Gentiloni ad Andrea Orlando che sottolinea: «La pronuncia del Tar dimostra che lo strappo prodotto con l’approvazione del decreto da parte del governo, oltre a costituire un atto di arroganza, non risolve neppure tecnicamente il problema, aggiungendo un pasticcio al pasticcio che avevano già combinato». Insomma, per dirla con Bersani «i trucchi sono all’ordine del giorno, quindi occorre tenere alta la denuncia». Ed esulta soprattutto il presidente della Regione Lazio, Esterino Montino, artefice del ricorso contro il decreto-legge del governo per conflitto di competenza. «Oggi il Tar ci ha dato pienamente ragione- afferma- perchè motiva la bocciatura della lista del Pdl spiegando che il governo non può invadere le competenze delle Regioni. Il che vale anche per la lista che il Pdl ha presentato ieri mattina». Chiarito questo punto, Montino ritiene «più che mai opportuna la manifestazione di sabato, che ribadisce le ragioni di quanti credono nel rispetto delle regole e che, non a caso, investe anche il tema del lavoro».

Riparte quindi la macchina organizzativa per la manifestazione di sabato a Roma, che vedrà la partecipazione di tutte le opposizioni, tranne l’Udc. Pier Ferdinando Casini non ha dubbi sul fatto che «con questo decreto Berlusconi sia dalla parte del torto», ma avvisa che «Di Pietro, con le sue invettive contro il capo dello Stato fornisce solo un grande alibi al centrodestra E oggi scendere in piazza è un aiuto a Berlusconi che, invece, deve essere chiamato a rispondere da una parte a questo atto di arroganza e dall’altro delle tante promesse mancate». Ma, dopo la tensione dei giorni scorsi, dovuta innanzitutto agli attacchi di Di Pietro al presidente della Repubblica, Democratici, Idv, Sinistra e libertà, Federazione della sinistra, Popolo viola e Radicali ritrovano l’accordo e manifesteranno insieme a piazza del Popolo e in tutto il Paese. Nella riunione di ieri pomeriggio i dipietristi hanno abbassato i toni ed è stato anche deciso che la protesta coinvolgerà le mille piazze d’Italia, anche perchè molti dirigenti politici sono impegnati con la campagna elettorale.

Le parole d’ordine della manifestazione, romana, che comincerà alle 14 a piazza del Popolo, saranno democrazia, legalità e lavoro e la protesta contro il dl salva-liste si coniugherà con la denuncia dell’inadeguatezza del governo di fronte alla crisi economica. Ma nella riunione di ieri, i leader del Pd hanno tenuto a chiarire che la protesta è diretta «esclusivamente contro il governo» e che «il Quirinale non deve essere coinvolto in nessun modo». I dipietristi hanno accettato questa pre-condizione. E la vittoria ottenuta al Tar non fa che rafforzare questa linea. «Non andremo mai in piazza per esprimere critiche al Capo dello Stato, anche se ognuno quando va in piazza grida quello che vuole», tiene a ribadire Massimo D’Alema. E il vicesegretario del partito, Enrico Letta, avverte: «Dobbiamo stare uniti, ma se quella sarà una piazza contro Napolitano, non sarà la nostra». E il veltroniano Tonini rincara la dose: «Se Di Pietro vuole portare alla manifestazione cartelli, insegne e parole contro Napolitano, noi in quella piazza non ci saremo». Di Pietro assicura senso di responsabilità, salvo assicurare da Firenze di essere intenzionato «innanzitutto a combattere Benito-Berlusconi, ma- avverte- non c’è nessun passo indietro per quanto riguarda le mie valutazioni sul mancato ruolo dell’arbitro, altrimenti dovremmo rivalutare il Nuovo Testamento, nella parte in cui si considera negativo il giudizio di Ponzio Pilato, e dire che lui svolgeva quel ruolo e non poteva fare diversamente...». IM 9

 

 

 

 

Più politici e meno avvocati

 

Questa del Tar di Roma, che doveva riammettere la lista del Pdl per le regionali del Lazio, sarà la quinta o sesta, tra ordinanze e sentenze, che in questa incredibile guerra giudiziaria che ha sostituito la campagna elettorale, finora sono servite solo a rendere incerto anche l'esito finale delle elezioni.

 

Se la vertenza ha avuto come epicentri le due capitali italiane, nessuno infatti può escludere un contagio e un’epidemia di ricorsi anche dopo i risultati. Nell’illusione, per la verità prevedibile fin dall’inizio di questo pasticcio, che a furia di rimettere in discussione - e se possibile annullare qua e là - le votazioni, si possa tornare alle urne e cambiare i risultati finché si vuole. A questo punto l'unica cosa chiara è che il famigerato «decreto interpretativo», che ha portato l’assedio fin sotto il Quirinale, s’è rivelato inutile oltre che controproducente. A Milano, approfittando del fatto che non era stato ancora pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, la magistratura ha preferito prescinderne esplicitamente.

 

A Roma, i giudici amministrativi hanno concluso che, seppure, come diceva il decreto, la presenza dei rappresentanti del Pdl doveva considerarsi sufficiente a presumere che la lista stava per essere presentata, non c’era nessuna prova né che la delegazione del partito fosse materialmente presente, né che fosse pronta a consegnare la documentazione. La verità può essere interpretata, ovviamente. Ma appunto, un’interpretazione vale l’altra, e quella dei giudici ha prevalso.

 

Ma siccome alla follia non c'è limite - e una sorta di tarlo ha ormai preso tutti i contendenti, facendoli sembrare fuori di senno - c’'è perfino chi pensa che la guerra giudiziaria debba continuare. Incuranti del monito del ministro dell'Interno Maroni, che ha consigliato di chiuderla qui, gli esponenti romani del partito di Berlusconi e i sostenitori della candidata Polverini si aspettano che oggi la lista cassata ieri dai giudici amministrativi - che a loro volta avrebbero dovuto contraddire i magistrati della Corte d’Appello - sia riammessa in extremis dall’ufficio elettorale del tribunale romano davanti al quale ieri intanto l’hanno ripresentata. A loro volta gli avversari del Pd - che tramite la giunta regionale di centrosinistra della Regione Lazio hanno fatto ricorso contro il decreto del governo davanti alla Corte Costituzionale - hanno annunciato che se il Tribunale riammetterà la nuova lista del Pdl, loro faranno un altro ricorso al Tar per ottenere la sospensione della riammissione.

 

Ecco perché tenere la contabilità delle istanze, dei ricorsi, degli appelli e delle sentenze - provvisorie perché c’è sempre un tempo supplementare della partita - ormai è impossibile. Non ci riuscirebbe neppure Kafka, lo scrittore che così mirabilmente descrisse la disperazione di un uomo davanti alle contraddizioni della giustizia. Il paradosso è che ciascuno loda, o impreca contro, i magistrati di varia estrazione a cui è stato affidato il destino politico di queste elezioni, secondo il tenore delle loro decisioni. E ognuno annuncia una carta segreta, una procedura particolare, una norma interposta, e insomma una mossa del cavallo, grazie alla quale il gioco può essere riaperto all’infinito.

 

Non ce n’è uno - uno solo basterebbe! - che invece sia capace di dire a voce alta quel che molti hanno già capito. E cioè che per questa strada, presto o tardi, non è un’esagerazione, si arriva alla morte della democrazia. Quando non c’è più nulla di definito, quando il rispetto dell’avversario sembra venuto meno per sempre, quando le regole non valgono più, tanto si possono cambiare, non c'è neppure chi vince e chi perde, perché nessuno sarà disposto a rispettare il verdetto delle urne. Tutti piuttosto penseranno a sovvertirlo in un modo o nell’altro, chiamando in causa alternativamente, e sperando che tra loro si contraddicano, ora il giudice amministrativo, ora quello civile o quello penale.

 

Di fronte a ciò c’è una sola cosa da chiedere ai politici: tornate a far politica. Sembra ovvio, ma non lo è. E’ assurda l’idea che la gente possa davvero appassionarsi alla telenovela delle aule di tribunale. E Berlusconi, che dice di conoscere la «sua» gente meglio degli altri, dovrebbe saperlo. Dovrebbe dire ai suoi elettori, non solo quello che ha fatto, ma quel che intende fare nel futuro. Ci sarà o no il taglio delle tasse? Il piano casa vedrà la luce? Le province saranno abolite? Queste sono le cose che gli elettori vogliono sapere. Allo stesso modo la Polverini, candidata dotata di buona immagine e carattere forte, potrà rimediare all’esclusione della lista del suo partito se sarà in grado di spiegare agli elettori di centrodestra cosa devono fare per farla vincere anche in una situazione anomala. Ce la farà, se riuscirà a convincerli che, malgrado l’imprevisto a cui è andata incontro, ha la grinta e la passione necessaria per affrontare i problemi del Lazio e far marciare l'elefantiaca macchina amministrativa della Regione. Infine, anche l'opposizione dovrebbe smetterla di passare il suo tempo con gli avvocati. Ora che il decreto salva-liste è diventato inutile, anche la manifestazione di sabato è incomprensibile. Bersani dia l’esempio e ci rinunci. MARCELLO SORGI  LS 9

 

 

 

 

 

L’Aquila: chiavi, carriole e fiaccole                                                              

 

La gente de L’Aquila è tornata a sciamare per il corso, non per lo struscio serale, ma sollecitata da motivazioni profonde che la portano tutta insieme a rivedersi per vie note e vissute. Incomincio queste cronache e piccole riflessioni citando una frase di Giustino Parisse, caporedattore de Il Centro che, tragicamente colpito dal sisma nei suoi affetti più cari, sta seguendo la attuali vicende cittadine con appassionata professionalità. “Vorrei raccontare a chi magari non è mai stato ad Aquila com’era la nostra città. Ci sono persone che dopo aver visto le new towns in tv dicono: che belle. Se hai vissuto a L’Aquila, non puoi dire una fesseria simile. Questa luce, questi colori, queste pietre…Io ci ho lavorato vent’anni…”  Anch’io ci ho vissuto e lavorato tanto fra quelle luci e quelle pietre: il Liceo Classico allora ospitato nella sede della Biblioteca “Salvatore Tommasi”, Palazzo Quinzi, via XX Settembre, via Campo di Fossa, Piazzale Pasquale Paoli, sono per me luoghi di vita e di memorie.

Mi sembra doveroso che lo stato abbia costruito in fretta e furia delle case popolari antisismiche per i senza tetto, peraltro pagate carissime a spese del contribuente. E’ solo questo e nient’altro il miracolo aquilano spettacolarizzato sui canali televisivi più frequentati, che ignorano la realtà più ampia della città martire. La città era un’altra cosa e la rivogliamo.

 Partecipo con passione a tutte le manifestazioni che in qualche modo sollecitano a tecnici e politici la ricostruzione del centro storico. Significative le due domeniche delle carriole, in cui, fra due ali di migliaia di aquilani per il corso hanno sfilato tanti volontari che hanno incominciato a portare via le macerie  giacenti in Piazza Palazzo. Uno stimolo per chi di dovere a cercare di superare le oggettive difficoltà della rimozione di cinque milioni di tonnellate di macerie, che riempiono vie e vicoletti spesso intransitabili dai mezzi pesanti necessari. Lavori difficili, rallentati anche da una rigorosa normativa europea per la selezione, lavorazione e  smaltimento di rifiuti speciali, perché di questo si tratta, la macerie delle nostre case, dei palazzi storici e delle chiese sono rifiuti speciali, che vanno portati da qualche parte.

 Le chiavi appese nelle transenne che chiudono il passaggio  dai quattro cantoni a Piazza Palazzo, stanno ancora lì, un mese dopo la manifestazione delle chiavi, a testimoniare la voglia di tanti di tornare a casa.  

Toccante la manifestazione organizzata dai genitori degli studenti morti nella casa dello studente. E’ stata bellissima, indimenticabile la fiaccolata di sabato 6 marzo, a presidio della memoria, per illuminare la verità ed onorare la memoria di tutti i morti di illegalità. Un serpentone di 4000 persone provenienti da tutta Italia in rappresentanza delle tante associazioni di parenti di vittime di illegalità, ha riempito il centro storico. Moltissime fiaccole ardenti hanno creato una scena di luce unica, mai vista a memoria di aquilano. Quando il corteo è giunto all’imbocco di Via XX Settembre, un gruppo si è recato alla Casa dello Studente, a ricordo di quei ragazzi, divenuti in mezzo minuto angeli di polvere. A Piazzale Collemaggio i rappresentanti delle tante associazioni, provenienti da tutta Italia hanno espresso le loro ragioni per la partecipazione a questa manifestazione, ragioni che si possono riassumere in poche parole: legalità, verità e giustizia per tutte le vittime dell’illegalità, in questo caso l’illegalità è avidità di danaro, corsa al profitto facile, superficialità nella progettazione e restauro di fabbricati, mancanza di rispetto delle norme di sicurezza, incertezza circa lo svolgimento dei processi in corso, ignoranza e diffusa complicità. Per solidarietà con le vittime di mafia e crimine organizzato in genere, tanti appartenenti al Popolo delle Agende Rosse. Schierati a semicerchio, hanno mostrato le loro agende, creando una specie di muro umano a difesa della legalità nella città, ora più che mai necessaria in vista del lungo processo di ricostruzione che ci attende.

 Perché questo sta a cuore agli aquilani, la ricostruzione della città, delle case esistenti tirate su con i sacrifici di generazioni, dei fabbricati religiosi e civili presenti nella mente di tutti come parte integrante della città. Le C.A.S.E. sono utili ai fortunati che le hanno avute, ma non bastano. Proprio in memoria degli angeli di polvere di tutta Italia, tutti dobbiamo credere che in tempi brevi ci saranno cantieri aperti e funzionanti nel centro della città, fonte di lavoro per tanti giovani con la creazione di nuove professionalità per il restauro di pietra, legno, affreschi e sculture. La ricostruzione può essere il motore primo della ripresa dell’economia locale. Cantieri puliti, se è possibile.   Emanuela Medoro, De.it.press

 

 

 

 

Il Cavaliere alla resa dei conti con Fini. "Anche stavolta si è messo di traverso"

 

Allarme sondaggi a Palazzo Chigi: Pdl vincente solo in cinque regioni

I finiani vogliono un chiarimento e non escludono la formazione di gruppi autonomi

Il capo del governo: "Gianfranco ormai lavora per il suo Partito della nazione" - di FRANCESCO BEI

 

ROMA - "Sono venuti allo scoperto, la loro rabbia dimostra che ci volevano escludere dalle elezioni in modo fraudolento". Silvio Berlusconi spera di essersi messo alle spalle la sgradevole vicenda del decreto salva-liste, ma la manifestazione comune del Pd e dell'Italia dei valori, spiega chi ci ha parlato, lo ha convinto del tutto che "c'è stato un tentativo, questo sì golpista, per impedire al Pdl di presentarsi in due regioni". Tentativo non del tutto sventato, se ancora ieri sera, tra gli uomini del premier, si manteneva una prudente attesa per la decisione del Tar del Lazio sulla riammissione del Pdl in provincia di Roma.

 

E in questo scontro all'arma bianca, che ha costretto il premier a uscire allo scoperto, rischiando un frontale con il presidente della Repubblica, Berlusconi non si è sentito sostenuto da Gianfranco Fini. Al contrario riemerge, nei ragionamenti fatti in queste ore con i fedelissimi, tutta la diffidenza per le mosse del presidente della Camera, per i presunti piani segreti del numero due del Pdl che prevedono, come sbocco finale, l'eliminazione del Cavaliere dalla scena politica. Sarà anche vero che ora entrambi, come dice Daniele Capezzone, "hanno a cuore il successo del Pdl alle regionali". Ma certo faceva impressione leggere ieri proprio sul Giornale di un progetto di Fini per la creazione di un "partito della Nazione", da far nascere per scissione dal Pdl.

 

A sondare il terreno tutto sembra ancora molto lontano, ma nessuna strada viene esclusa. Dopo le elezioni Fini chiederà al premier "cambiamenti sostanziali" nel partito, a partire dall'azzeramento dell'attuale triumvirato e da una gestione non più "monarchica" del Pdl, e solo in base alle risposte ottenute valuterà il da farsi. Ma i finiani più irrequieti si spingono oltre, descrivono la nascita di un "Pdl-Camera" (operazione analoga al Pdl-Sicilia), con sostegno esterno a Berlusconi, fino all'ipotesi più estrema di una crisi di governo. Il presidente della Camera insomma continua a tessere la sua tela e Berlusconi è consapevole dell'insidia: "In questa vicenda delle liste - osserva un uomo del Cavaliere - Fini formalmente ha tenuto un comportamento corretto, altrimenti si sarebbe tradito. Ma all'inizio ha detto di no al decreto che avrebbe consentito di riaprire i termini di presentazione delle liste".

 

Insomma, il clima di sospetti e accuse reciproche, anche con la sordina imposta dalla campagna elettorale, resta acceso. "Anche stavolta Fini ha provato a mettersi di traverso", si è sfogato Berlusconi con i suoi. Ad aumentare il nervosismo pesano inoltre i sondaggi, che da qualche settimana segnano un calo nella fiducia del governo. Per questo Berlusconi si trova a puntare tutto sul risultato delle regionali, vissute come un referendum sulla sua persona. Nel quartier generale di via dell'Umiltà l'asticella viene abbassata di continuo, tanto che ora se finisse 8 a 5 a favore del centrosinistra sarebbe considerato "già un successo".

 

I sondaggi del Pdl sulle singole regioni raccontano di un risultato tuttora aperto. In Campania Stefano Caldoro tira meno della coalizione, ma sarebbe comunque in vantaggio di 7 punti sul rivale De Luca. Tanto che il 20 marzo Berlusconi si farà vedere a Napoli, dove Nicola Cosentino gli ha già preparato una "sorpresa": il premier salirà sulla "Nave delle libertà", dove i "marinai" (i giovani del Pdl) gli metteranno in testa un berretto da comandante, stile Capitan Findus. In Piemonte tra Bresso e Cota è un testa a testa, con appena lo 0,8 per cento di svantaggio per il leghista. Nel Lazio ancora si deve misurare l'effetto caos provocato dall'esclusione del Pdl a Roma, mentre in Puglia Rocco Palese avrebbe recuperato su Nichi Vendola, piazzandosi ad appena 1-2 punti sotto. L'unico candidato in difficoltà è Sandro Biasotti in Liguria, regione data quasi per persa.

 

Con queste premesse a palazzo Chigi sembra a portata di mano il sogno di accaparrarsi la maggioranza nella Conferenza Stato-Regioni, ormai di fatto una vera "terza Camera" che spesso è riuscita a frenare i progetti del Cavaliere. Ma l'obiettivo principale resta quello di mettere a tacere i malpancisti interni, con un plebiscito sul "governo del fare" che tolga forza all'onda finiana. LR 8

 

 

 

 

A Bruxelles manifestazione per il rispetto delle regole democratiche e contro le truffe elettorali

 

Davide Pernice, Segretario del Circolo di Bruxelles del Partito Democratico, informa  che il circolo del Pd di Bruxelles aderisce alla manifestazione del 13 marzo a Bruxelles, per il rispetto delle regole democratiche e contro le truffe elettorali.

Scrive: “Prima, la maggioranza di destra applaude il Senatore plurinquisito per riciclaggio e violazione della legge elettorale con aggravante mafiosa: una vicenda che rischia di trasformarsi in un danno enorme all’immagine e alla dignità delle comunità all’estero, e a quelle europee in particolare.

Poi, il Governo cambia le regole del gioco in corsa, per far fronte al dilettantismo dei suoi rappresentanti sul territorio ed evitare il disastro elettorale. Vogliamo un Paese dove le regole possano valere per tutti, e non solo per i più deboli. Un Paese in cui anche il voto per gli italiani all’estero sia personale e segreto. Un Paese più europeo.

E’ per queste ragioni che le democratiche e i democratici di Bruxelles aderiscono alla manifestazione, che si terrà di fronte all’Ambasciata d’Italia in Belgio, in rue Emile Claus”.

Sabato 13 marzo Sinistra, Ecologia e Libertà - Belgio parteciperà alla manifestazione unitaria contro il decreto salva-liste che pretende di reinterpretare le norme elettorali per riammettere delle liste filogovernative alle elezioni regionali del Lazio e della Lombardia, nonostante tali liste non siano state presentate nei tempi previsti o non abbiano raccolto il numero di firme regolari.

Questo decreto è di una gravità inaudita. Siamo indignati e preoccupati per un atto che minaccia fortemente gli equilibri costituzionali, aggredisce la democrazia e crea un precedente pericoloso per il nostro Paese. Siamo per la legalità e lo stato di diritto. Non si può pensare per legge di sterilizzare altre leggi. Non si può istituire un “diritto dei molti” contro il diritto di tutti.

Manifesteremo anche a Bruxelles perché quanto è avvenuto costituisce un ulteriore sintomo di una democrazia malata e non ha paragoni a livello europeo. Il nostro paese, con questo decreto, si pone ancora una volta al di fuori dell'alveo delle democrazie del nostro continente.

La manifestazione si svolgerà Sabato 13 Marzo alle ore 11:00 avanti all'Ambasciata d'Italia a Bruxelles in Rue Emile Claus 28. de.it.press

 

 

 

 

Rientri in Italia e abitazione

 

Interrogazione a risposta scritta dell'On. Di Biagio al  Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali

 

Premesso che: nei decenni successivi al conflitto mondiale diversi connazionali , sono stati costretti ad emigrare all’estero, poiché vivevano in condizioni di estrema indigenza;

la stragrande maggioranza dei nostri connazionali all’estero ha sempre  rappresentato una risorsa per il nostro Paese e per i territori e i comuni dai quali provenivano, ma non tutti hanno avuto la fortuna di potersi costruire una dimora per l’agognato ritorno in Italia;

molti di loro, vorrebbero tornare nei luoghi in cui sono nati e cresciuti, ma non hanno la possibilità di investire nell’acquisto di una casa, poiché vivono condizioni economiche non floride;

il D.P.R. 30-12-1972 n. 1035 contenente le norme per l'assegnazione e la revoca nonché per la determinazione e la revisione dei canoni di locazione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica, indica tra i requisiti necessari all’assegnazione degli alloggi di residenza pubblica, acquisita cittadinanza italiana  nonché la residenza nel luogo in cui si presenta domanda di alloggio, oltre che requisiti di reddito minimo familiare;

tenuto conto che criteri così stringenti possono creare problemi di effettiva disparità di trattamento nei confronti di  cittadini italiani residenti all’estero nell’affermazione di un diritto generale riconosciuto alla generalità dei cittadini, come il diritto alla casa;

per sapere

- se non ritenga opportuno valutare l’ inserimento nel quadro normativo generale e nel rispetto delle competenze regionali e comunali, quale criterio di assegnazione ai connazionali residenti all’estero, solo quello della iscrizione all’AIRE, e valutare la possibilità di riservare, nelle adeguate percentuali di legge,  posti di alloggio a favore dei residenti all’estero che vogliono rientrare in Italia;

- se si possano rivedere in modo equo i vari parametri di calcolo del reddito tenendo conto della variante del reddito del richiedente all'estero;

- se si può attuare attraverso i consolati, adeguate forme di pubblicità per portare a conoscenza dei connazionali residenti all’estero i bandi di assegnazione di residenze pubbliche. De.it.press

 

 

 

Regionali. Alfano (IdV): Berlusconi fa terrorismo elettorale

 

Palermo. In merito alle affermazioni di ieri di Silvio Berlusconi durante un collegamento telefonico ad un incontro elettorale del PdL, l'europarlamentare IdV Sonia Alfano reagisce così: "Sembra un delirio eppure credo non lo sia, in realtà prende in giro i suoi stessi elettori con affermazioni che fanno gelare il sangue. Dire che il centro-sinistra vuole raddoppiare le tasse e limitare i pagamenti in contanti a 100 euro, equivale a fare terrorismo elettorale. Dire che con il centro-sinistra si avrebbe uno stato di polizia è una follia, non è stata quella parte politica a parlare di ronde e cercare in ogni modo di fermare qualsiasi genere di contestazione nei confronti del Governo. E' stato in grado di raccontare ai cittadini la barzelletta secondo cui le coalizioni di centro-sinistra - sottolinea - vorrebbero dare il via libera alle intercettazioni di tutti gli italiani. Sapevamo che Berlusconi straparla e crede di avere a che fare con un popolo di lobotomizzati, ma adesso sta superando ogni limite e questo gli costerà molto caro. I programmi elettorali - prosegue Sonia Alfano - sono a disposizione di tutti. Capezzone, poi, che chiede all'opposizione di rispettare gli elettori, dimentica che il suo partito, a colpi di decreto, ha imposto ad un intero Paese la propria arroganza per l'ennesima volta. Noi scenderemo in piazza sabato prossimo, per manifestare il nostro fermo dissenso nei confronti di una casta che sta massacrando il Paese riducendolo ad una cloaca, e saremo più di quanti il Premier possa immaginare". De.it.press

 

 

 

 

Trionfa la Bigelow, prima Lady Oscar. Batte l'ex marito e il tabù di Hollywood

 

L'ex moglie di Cameron prima donna premiata per la regia. «The hurt locker», 6 statutette, è anche il miglior film e lascia ad «Avatar» tre premi. Jeff Brigdes miglior attore protagonista, Sandra Bullock miglior attrice

 

MILANO - Un Oscar storico. Non cert soltanto perchè il grande favorito, Avatar, viee sconfitto. Altre volte era accaduto. Non era mai accaduto, invece, che una donna conquistasse il premio più ambito, quello che consacra la miglior regia. Kathryn Bigelow lo conquista trionfando, anche con il premio al miglior film per Hurt Locker. E la prima donna nella storia di Hollywood, d'ora in poi la vera «Lady Oscar». E' una festa particolare la sua, che quasi simbolicamente arriva alla viglia della Festa della donna. E nient'affatto simbolicamente coincide con la vittoria nel duello «in famiglia» con l'ex marito James Cameron, arrivato alla serata degli Oscar con il film campione d'incassi di sempre, e forse questo alla fine ha pesato sui riconoscimenti per Avatar, che ha colto solo tre premi «tecnici», tra i quali uno dei due Oscar italiani, quello meritatissmo a Mauro Fiore, per la fotografia che ha raccontato la storia fantastica dei mondi paralleli. L'altro, per la colonna sonora del cartoon Up (anche miglior film di categoria) l'ha conquistato Michael Giacchino.

SEI STATUETTE - A The Hurt Locker sono andate sei statuette. Oltre a regia e miglior film, quelle per la migliore sceneggiatura originale, miglior montaggio, miglior suono, miglior montaggio del suono. La strada per l'Oscar fatta dal film della Bigelow è molto lunga: uscito nel 2008 e presentato alla mostra del cinema di Venezia, è uscito in sordina in Italia ma ha costruito il proprio riscatto in un momento in cui la guerra in Iraq è un tema quasi tabù per Hollywood. The Hurt Locker racconta la storia di una squadra di artificieri impegnata in Iraq e in particolare la dipendenza di uno di loro dalla scarica di adrenalina che gli trasmette disinnescare gli ordigni preparati dalla guerriglia irachena.

LA DEDICA - «È il giorno più bello della mia vita» ha detto la Bigelow, che ha voluto dedicare il suo film «a tutti gli uomini e le donne che portano un'uniforme in ogni parte del mondo. E non soltanto i soldati ma anche i vigili del fuoco che sono sempre pronti per noi quando serve». Ad Avatar resta comunque il primato del botteghino: dalla sua uscita ha incassato più di due miliardi e mezzo di dollari ed è il film che ha incassato di più nella storia del cinema.

GLI ALTRI CANDIDATI - Gli altri candidati per miglior film - mai così tanti nella storia degli Oscar - erano il melodramma a sfondo sportivo The Blind Side; Inglourious Basterds di Quentin Tarantino; il cartone animato della Pixar Up; il fantascientifico sudafricano District 9; l'indipendente An Education; A serious man di Joel and Ethan Coen; «Tra le nuvole» la sorpresa di quest'anno: il dramma Precious.

I MIGLIORI ATTORI - I premi ai protagonisti vanno a due attori popolari ma che finora mai avevano avuto un Oosacr. La sorpresa, relativa, è la statuetta per l'attrice protagonista a Sandra Bullock, la cui carriera era data per spacciata a ogni flop e che invece nella notte del Kodak Theater si è portata a casa la statuetta di miglior attrice. Una festa ancora più singolare, dopo che soltanto un giorno prima l'attrice, com molto sense of humor, era andata personalmente a ritirare il premio «satirico» Golden Raspberry Awards, per la sua performance nel film «All About Steve». L'Oscar del miglior attore invece era atteso: come da pronostico è andato a Jeff Bridges, un attore spesso «borderline» per scelte e interpretazioni, con personaggi non convenzionali come anche il cantante di «Crazy Heart». Gli Oscar per gli attori non protagonisti sono andati al bravissimo Christoph Waltz , il tenente della gestapo di «Bastardi senza gloria», e MòNique per la partecipazione al dramma di «Precious».

GLI ITALIANI - I due premi italiani sono un omaggio,soprattutto, alle nuove generazioni di italoamericani. Ma il legame con le radci è forte, sincero e non nascosto. Anzi, Mauro Fiore, premiato per la fotografia di Avatar, ha gridato «Viva l'Italia» concludendo il suo breve intervento sul palco. Per lui si tratta del primo Oscar. Nato in Calabria, Fiore si è trasferito negli Stati Uniti a sette anni e ha vissuto a lungo a Chicago. I genitori erano poi tornati in Italia, mentre lui decise di restare negli States, dove ha cominciato la sua scalata ad Hollywood nella scuola di Janush Kaminsky. Ha attualmente al suo attivo una ventina di film, tra cui Training Day. Una statuetta è andata anche Michael Giacchino, per la miglior colonna sonora nel film «Up». Ritirando la statuetta, Giacchino ha sottolineato che il cinema «non è una perdita di tempo» e ha invitato tutti i giovani a non demordere nell'inseguire il sogno del cinema. «Quando ero piccolo - ha ricordato l'italoamericano - i miei genitori mi hanno sempre sostenuto. Tutti intorno a me mi sostenevano dicendo che quello che sognavo non era una perdita di tempo». «Molti ragazzi - ha concluso - non hanno lo stesso sostegno che ho avuto io. A loro dico: credeteci». Giacchino è nato nel New Jersey, ma nel 2009 ha ottenuto la cittadinanza italiana. I nonni sono infatti originari dell'Abruzzo e della Sicilia. Nel 2008 ha ottenuto una nomination all'Oscar per la colonna sonora di Ratatouille. In lizza per il premio quest'anno c'era anche un altro italiano, Marco Beltrami per la colonna sonora di The Hurt Locker.

Redazione Ondine CdS 8

 

 

 

 

Schiaffo al kolossal

 

Che sorpresa: per la prima volta nella sua storia l’Oscar per il miglior film va a una donna: Kathryn Bigelow.

Per la prima volta non lo ha vinto il previsto kolossal politicamente corretto già ricco di incassi inimmaginabili, ma un piccolo film di guerra perlopiù ignorato, di un’ambiguità discussa e sconcertante, presentato alla Mostra di Venezia nel 2008.

 

Forte, spietato, The Hurt Locker racconta i giorni in Iraq di una pattuglia di artificieri dell’esercito americano. Il compito dei militari consiste nello scoprire e disinnescare quegli ordigni esplosivi devastanti che hanno tanta parte nelle attuali guerre di guerriglia. Un corpo-bomba, il cadavere di un bambino nelle cui viscere è stato nascosto esplosivo, uno straccio sul selciato, un’automobile parcheggiata male possono nascondere bombe; ogni azione comporta rischi letali. Quando sono a riposo, i militari bevono, dormono, si picchiano, quasi impazziscono, piangono: «Se sei qui vuol dire che sei morto». Protagonista del film corale, tratto da articoli di Mark Boat sulla guerra in Iraq, è un sergente maggiore (Jeremy Renner) capo della pattuglia, molto bravo e coraggioso, indisciplinato. Però, dopo esser tornato a casa, si arruola di nuovo: ormai non può immaginare di fare qualcosa di diverso dalla guerra.

 

The Hurt Locker ha un doppio spessore: formalmente potrebbe anche sembrare un film patriottico, ma l’orrore che la guerra suscita nello spettatore è insopportabile. Forse in questa ambiguità sta il segreto della sua vittoria: molto interessante, è certo meno bello di Bastardi senza gloria di Tarantino, di Tra le nuvole di Reitman, di Avatar e di altri candidati; così come i premi a Jeff Bridges e a Sandra Bullock sembrano soprattutto stanchi riconoscimenti a carriere stanche.

 

Sulla sconfitta di Avatar le ipotesi sono molte: forse è una vendetta della gente di cinema votante contro il regista James Cameron che per gli infiniti effetti speciali del film ha usato la società neozelandese Weta di Peter Jackson; forse è una ritorsione per gli incassi vertiginosi ottenuti. Forse è un moto di rivolta contro chi «parla male» degli americani, un segno di sfiducia nella tecnologia e nel futuro. LIETTA TORNABUONI LS 9

 

 

 

 

 

Province inutili e sprecone ci costano 14 miliardi all'anno

 

L'inchiesta italiana. La fabbrica delle poltrone: dovevano sparire, ne stanno arrivando altre 21 - Si contano 19 enti con meno di 200 mila abitanti. Il record in Sardegna: ne ha 8, le più piccole - Per mantenerle 160 euro a carico di ciascun italiano - di CARMELO LOPAPA

 

ROMA - L'ultima occasione per nuove infornate milionarie l'ha fornita il decreto sulla Protezione civile appena approvato dal Parlamento. Alle Province colpite da calamità naturali e dichiarate in stato di calamità (ed è noto con quale frequenza accada in Italia) è assegnata in via straordinaria "una somma pari a euro 1,5 per ogni residente". Col decreto enti locali votato ieri con la fiducia alla Camera, arriva il taglio progettato dal ministro della Semplificazione Calderoli, ma il 20 per cento dei consiglieri in meno scatterà solo a cominciare da quelli che verranno eletti in futuro.

 

Dovevano essere soppresse, stando ai proclami del premier Berlusconi in campagna elettorale. Di quei proclami, due anni dopo, non si ha più traccia. E qualsiasi progetto di riforma fa ormai fatica a scalfire quei 110 centri di potere che sono le Province italiane. In compenso, com'è noto, di province ne sono nate di nuove anche negli ultimi anni: sette. Costano allo Stato 14 miliardi di euro l'anno. Danno lavoro a 61 mila persona.

Ma a chi fa gioco la loro sopravvivenza, dipendenti a parte? Quali interessi girano dietro questo giro vorticoso di finanziamenti e poltrone? Perché i politici di destra e sinistra sono tornati sui loro passi e ora difendono a spada tratta enti fino a poco tempo fa giudicati "inutili"?

 

GLI SPERPERI - Enti e poltrone da moltiplicare, nuove funzioni e fiumi di risorse in arrivo. La grande attesa adesso è tutta per i decreti attuativi del federalismo fiscale. Che delegherà agli enti intermedi tra Regioni e Comuni una buona fetta di competenze. Alle quali - mettono avanti le mani gli amministratori provinciali - dovranno corrispondere risorse adeguate. Gli enti gestiscono strade e immobili scolastici, promuovo i prodotti del territorio, certo. Garantiscono servizi che i cittadini nemmeno immaginano vengano forniti dalle Province. Queste sconosciute e comunque benemerite, per certi versi. Per altri, tuttavia, un po' meno. Su come vengano utilizzati i fondi a loro disposizione la pubblicistica è vastissima e si aggiorna ormai di settimana in settimana. Un mese fa, l'opposizione alla giunta provinciale di Venezia ha denunciato i 9.240 euro spesi per il lampadario in vetro di Murano del Palazzo (sede dell'ente) di Cà Corner, che ora fa bella mostra tra il quarto e il quinto piano vicino la sala di rappresentanza. Ma anche i 28mila euro spesi per le trasferte della sola giunta guidata dalla leghista Francesca Zaccariotto in novembre. Con la presidentessa, fresca di elezione nel giugno scorso, che sull'elegante pezzo d'arredamento si è giustificata: "Non ci trovo nulla di scandaloso. C'era bisogno di un lampadario, mica potevamo mettere un neon a Cà Corner" (Corriere veneto, 27 gennaio).

 

Proprio sotto la voce Province, si scopre che in tema di spese il virtuoso Nordest non ha nulla da invidiare alle bistrattate giunte meridionali, se è vero che a Trento ancora si chiacchiera del finanziamento da 300 mila euro erogato dalla Provincia autonoma a beneficio della fondazione universitaria dei Focolarini di Firenze, "Sophia". Oppure dei 439 mila euro stanziati dalla medesima giunta, guidata dal rutelliano Lorenzo Dellai, per la ristrutturazione della sala stampa dell'ente (48.592 solo per l'incarico all'architetto). Neanche fosse destinato alle conferenze stampa del prossimo G20. Il 22 febbraio, il capogruppo Pd alla Provincia di Napoli, Pino Capasso, attacca: "L'amministrazione Cesaro (centrodestra, ndr) ha promesso agli elettori sobrietà nelle spese, ma ha portato l'importo per contributi ad associazioni amiche fino 3 milioni e 144.414 euro. Tra le iniziative ritenute fondamentali, "Cogli l'attimo", euro 9.800, "C'è di più per te" o "Sognando di diventare campioni tirando la fune" euro 5.000. E Sant'Antimo, città di origine del presidente Cesaro, batte tutti con aiuti per euro 125.832".

 

LE MISSIONI D'ORO - Ma è storia di questi giorni anche la "generosa" spedizione di presidenti di province e assessori siciliani alla Bit di Milano. Roba che ha fatto gridare allo scandalo consiglieri regionali del Pdl. Alla prestigiosa Borsa del turismo si sono presentati, al seguito del governatore Raffaele Lombardo, e tre suoi assessori, tra gli altri i presidenti delle Province di Palermo (Giovanni Avanti), di Trapani (Girolamo Turano) e Ragusa (Francesco Antoci), tutti di centrodestra. "Di quante persone era composta la comitiva della Regione, a quale titolo erano presenti i partecipanti e poi, risponde al vero che la spesa sostenuta dalle casse regionali si è aggirata intorno al milione di euro" incalza un'interrogazione di queste ore del Pdl. Va detto che gli enti intermedi esistono in tutta Europa, anche il Pd si guarda bene dal proporne la soppressione delle Province.

Ma c'era davvero bisogno di nuovi enti? Di nuove amministrazioni locali, coi loro uffici, i loro consigli-mangiatoia dei partiti, con le nuove inevitabili poltrone? E che senso hanno le mini province, alcune delle quali nate di recente?

 

Se ne contano 19 con meno di 200 mila abitanti, sono il 17 per cento del totale. Isernia di abitanti ne conta addirittura 89 mila. Ma il record è della Sardegna. Non solo per averne 8 per un territorio da 1 milione 600 mila abitanti (andranno tutte a rinnovo a maggio). Ma anche perché in ultimo ne ha viste proliferare altre quattro. Tutte in versione short. Sono le province più piccole d'Italia: Medio Campidano (105.400 abitanti), Carbonia Iglesias (131.890 abitanti), Olbia Tempio (138.334 abitanti) e quella di Ogliastra (solo 58.389 abitanti). Le prime due nate nel territorio della provincia di Cagliari, la terza di Sassari e l'ultima in quello della provincia di Nuoro. Ognuna coi suoi consiglieri, i suoi assessori, i suoi presidenti. E i suoi dipendenti, almeno quelli, distaccati.

 

I TAGLI, DIMENTICATI -  La verità è che sulle Province non c'è giro di vite che tenga. Il decreto taglia-poltrone del ministro Roberto Calderoli ha dovuto fare i conti col muro di gomma della lobby degli amministratori (di destra e sinistra, senza distinzioni). Difficile incidere sul costo pro capite dell'ente Provincia su ciascun cittadino, stimato di recente in 160 euro l'anno (con picchi nell'Italia centrale: 178 euro, al Nord è 164, al Sud 143 euro). In Basilicata, si legge nella relazione al ddl di soppressione delle Province presentato dal dipietrista Massimo Donadi, la spesa pro capite - non si sa perché - sarebbe di oltre 240 euro. "Il nostro candidato sa bene che lavorerà per un ente che presto aboliremo" annunciava il 3 aprile 2008 Silvio Berlusconi al fianco del candidato Pdl alla presidenza della Provincia di Roma. E rincarava: "Dal momento della fondazione delle Regioni, tutti si aspettavano l'abolizione delle Province. Abbiamo calcolato che se ne ricaverebbe un risparmio di dodici miliardi di euro". Considerazioni che erano state prese sul serio da tutta la stampa di destra. "Appello a Berlusconi: elimina le Province", titola il 29 novembre 2008 Libero nel giorno in cui lancia la campagna conclusa con l'inutile raccolta di migliaia di firme ("Silvio batti un colpo, ricorda le tue promesse"). Di quella campagna, di quelle promesse, a inizio 2010 non vi è più traccia, anche se la spesa è cresciuta a 14 miliardi e le province sono diventate 110. Da dicembre, l'Unione delle province italiane è guidata dal presidente di quella di Catania, l'ex eurodeputato Giuseppe Castiglione, pidiellino. Detentore di uno dei pacchetti di voti più consistenti che Silvio Berlusconi possa contare nel granaio elettorale siciliano. "Non intendiamo fare una battaglia corporativa. Siamo anche disponibili al taglio delle poltrone, io stesso ho ridotto da 15 a 9 gli assessorati in Provincia di Catania, quasi azzerato le consulenze rispetto al mio predecessore Lombardo" racconta nello studio della sede Upi di Palazzo Cardelli nell'omonima piazza del centro storico di Roma. Edificio di prestigio che fino all'81 fungeva da ufficio della potente corrente dorotea Bisaglia-Rumor e che dall'87 l'Upi affitta, con i suoi 500 metri quadri, per un canone di 7 mila euro al mese. "Siamo disponibili anche a discutere di accorpamenti di Province  -  riprende Castiglione  -  quel che chiediamo è che col federalismo fiscale ci vengano garantite risorse adeguate alle nuove competenze, che si apra la strada per una nostra autonomia finanziaria. Forniamo servizi ai cittadini, è giusto poterlo fare al meglio". Rivendicazioni che il presidente Upi ha già avanzato negli incontri del 10 febbraio con i presidenti di Camera e Senato, Fini e Schifani. "Il problema non è la soppressione delle Province, soluzione semplicistica e improponibile - spiega Walter Vitali, senatore Pd, ex sindaco di Bologna, una vita spesa sulle politiche degli enti locali del suo partito - Sono enti intermedi che esistono in tutta Europa. Quel che noi proporremo con un ddl, in una chiave di riforma costituzionale, sarà l'introduzione del modello spagnolo. Mantenerle come istituzioni, ma eliminando il ceto politico provinciale: con consigli composti solo dai rappresentanti dei comuni e non da politici da eleggere". Il presidente Upi Castiglione alza già barricate: "Siamo pronti a discutere anche della revisione dei confini delle Province. Ma non a trattare sul tema della legge elettorale".

 

Come sopravvivono oggi le Province? Da dove provengono i 14 miliardi necessari a mantenerne strutture e dipendenti? Come si provvede alle indennità di giunte e consiglieri?

Oggi, le entrate tributarie incassate direttamente dalle Province ammontano a poco meno di 4 miliardi di euro (3 miliardi 748 milioni, a fine 2009), derivanti per lo più da Rc auto (1,5 miliardi), imposta di trascrizione (881 milioni) e addizionale energetica (682 milioni di euro). Per coprire il fabbisogno però ne occorro-no altri otto, di miliardi, stando al più recente report sullo stato della burocrazia e delle finanze delle Province, predisposto dall'Upi. Servono per le funzioni topiche di questi enti, ovvero la viabilità (3 miliardi), la tutela ambientale (900 milioni), l'edilizia scolastica (1,6 miliardi), lo sviluppo economico (1,2 miliardi). Ma anche tanto altro.

 

I CORSI DI FORMAZIONE - Ad esempio, pochi sanno che le Province ancora organizzano e gestiscono i corsi di formazione professionale per una spesa di 800 milioni di euro, sovrintendono ai Centri per l'impiego, per 500 milioni, gestiscono il trasporto pubblico extra urbano per 1,3 miliardi, si occupano di promozione turistica e sportiva dei loro territori per 550 milioni. E poi c'è il capitolo personale. I 61.000 dipendenti (il 23% laureato) assorbono 2 miliardi 450 milioni di euro del budget, pari al 25 per cento. E poi ci sarebbe l'altro capitolo, quello più dibattuto, i compensi dei 4.207 amministratori: ovvero i 107 presidenti, i 107 vice, gli 863 assessori, i 107 presidenti dei Consigli, i 3.023 consiglieri. Sono i "politici" provinciali, ai quali sono desinati 119 milioni di euro l'anno. Di questi, poco più della metà (53 milioni) assorbita dalle indennità di presidenti, vice, assessori e presidenti dei consigli. Il resto (65 milioni) a beneficio dei consiglieri e dei loro gettoni. Oggi, il presidente di una piccola provincia (sotto i 250 mila abitanti) gode di un'indennità di 4.130 euro lordi mensili, quello di una grande provincia (oltre il milione di abitanti) un'indennità da quasi 7 mila euro.

 

Oltre alle quattro miniprovince sarde, le ultime nate, com'è noto, sono quelle di Fermo (nelle Marche), di Barletta-Andria-Trani (in Puglia) e di Monza e Brianza. Solo per mettere in piedi quest'ultima sono stati necessari 47 milioni di euro. "Sprechi? Guardino altrove, le Province sono fondamentali" sbotta nel giugno scorso il sindaco leghista di Monza, Marco Mariani, entusiasta per la nascita del nuovo ente brianzolo. Le richieste ancora in piedi per istituire nuove province sono 21. Come dire: ventuno nuovi consigli provinciali (con relativi gettoni di presenza), ventuno nuovi presidenti di provincia, giunte provinciali, altrettanti nuovi prefetti e i loro dipendenti. Si spazia dalla provincia di Sibartide-Pollino a quella del Canadese e delle Valli di Lanzo. Da Lanciano-Vasto-Ortona a Frentania (una provincia con quattro capoluoghi). Qualche tempo addietro l'attuale ministro Gianfranco Rotondi ne ha presentate otto: Sulmona, Bassano del Grappa, Marsi, Sibartide-Pollino, Melfi, Aversa, Venezia Orientale e Avezzano.  LR 5

 

 

 

 

PD-Ticino: reagire al degrado, partecipare alle regionali

 

il nostro paese di origine attraversa una grave crisi politica, economica e dei valori civili. Lo scandaloso decreto salva liste testimonia che la classe dirigente, largamente corrotta ed incapace persino di adempiere alle regole da essa stabilite, non può continuare a guidare l’Italia.

Questa barbarie, che si è impadronita del nostro paese, è motivo delle risate di questa classe dirigente corrotta. Ridono per aver varato il decreto truffa, ridono sui brogli delle schede, ridono sui guai del terremoto abruzzese. Tutto ciò è inaccettabile! 

Questa corruzione, che coinvolge il mondo politico e imprenditoriale, crea un clima di crescente apatia e indifferenza verso la nostra politica e le nostre istituzioni.

      

Al degrado il PD reagisce con la consapevolezza di dover dare una forte risposta politica capace di ottenere il consenso popolare per un progetto di rinascita civile e sociale.     

                                          

Anche il risultato del voto degli Italiani all’estero è stato messo sotto accusa. L’elezione del Senatore Di Girolamo che è stata frutto dei brogli favoriti dai poteri mafiosi e le sue dimissioni sono fonte di accusa alla coalizione di Centro Destra che ha tollerato delle simili offese al voto democratico. È scandaloso l’applauso con il quale il gruppo dei senatori della maggioranza che ha accettato queste dimissioni.

 

Una prima risposta deve venire dal voto per le elezioni regionali.

Anche noi possiamo contribuirvi andando a votare nelle nostre regioni di origine.

Dobbiamo operare anche ragionando con i nostri parenti, i nostri amici e i nostri conoscenti affinché si possa dare un importante contributo, votando per il PD. 

 

Per illustrare i programmi, con i quali il nostro partito intende impegnarsi, organizziamo tre assemblee in Ticino:

 

Martedì 16 Marzo, ore 18.00 a Chiasso. Pizzeria il Carlino, Via Vela 5

Mercoledì 17 Marzo, ore 18.00 a Montecarasso. Ristorante Romitaggio Giovedì 18 Marzo, ore 18.00 a Lugano. Circolo Canvetto, Via Simen 1

 

Saranno presenti:  Luca Gaffuri, consigliere regionale Lombardia e Roberto Allevi, candidato alla regione Lombardia.

 

Siamo certi che, in questo momento così delicato per la nostra democrazia, la partecipazione al dibattito sarà un segno che la speranza anima ancora il nostro sentire democratico. PD-Ticino

 

 

 

 

 

Concorso Internazionale “Giornalisti del Mediterraneo”. Scadenza il 12 aprile

                   

BARI - Alto riconoscimento della Presidenza della Repubblica. Come già accaduto nella precedente edizione, anche quest’anno il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, ha riconosciuto l’alto valore internazionale del Concorso Internazionale “Giornalisti del Mediterraneo”, inviando una medaglia di bronzo da assegnare ad uno dei partecipanti quale “menzione speciale”.

E’ ancora possibile inviare gli elaborati per partecipare al Concorso, i termini per la presentazione scadono il 12 aprile 2010. L'iscrizione al concorso è gratuita e al vincitore di ogni sezione sarà assegnato un premio in denaro di €1000, mentre al vincitore assoluto sarà assegnato un premio di € 2000. Il concorso si articolerà in quattro sezioni: Missioni di Pace dell'Italia all'Estero (stampa e video); Solidarietà, Soccorso e Impegno Civile (video); Immigrazione, Integrazione e Accoglienza (video); Giovani Talenti e Web. E' possibile scaricare il bando dal sito www.terradelmediterraneo.it e ricevere informazioni chiamando il numero 346.82.62.198.

L’evento gode del patrocinio della Presidenza del Coniglio dei Ministri, Presidenza del Parlamento Europeo, Presidenza del Parlamento del Mediterraneo, del Ministero delle Politiche Europee, delle Ambasciate di Svezia, Turchia, Polonia, Spagna, Portogallo, Ungheria, Svezia e Cipro,  dell’Università Aldo Moro di Bari, dell’Università Luiss di Milano,  dell’Università degli Studi di Sassari, dell’Università del Salento,  della Rai-Segretariato Sociale,  nonché, di Centri Culturali e Istituzioni regionali, nazionali e internazionali.

       

Nell’ambito della manifestazione, riceveranno il Premio “Caravella del Mediterraneo” i giornalisti Toni Capuozzo, inviato di guerra e vice direttore del TG5; Domenico Nunnari, vice direttore del TGR; Antonio Fatiguso dell’Ansa di Tokyo; Gina Di Meo, inviata di guerra freelance; Arcangelo Moro, fondatore e primo direttore in Kosovo, durante la missione Joint Guardian, di Radio West  la prima emittente radiofonica nella storia delle Forze Armate Italiane; Oscar Iarussi, giornalista cinematografico; Leyla Tavsanoglu, capo redattore centrale del quotidiano turco Cumhuriyet, e l’Ambasciatore Onofrio Solari Bozzi che, ritirerà il Premio alla Memoria si suo padre “Giuseppe Solari Bozzi”, giornalista del Giornale d’Italia.

Tommaso Forte, de.it.press

 

 

 

 

Ad Anna Lanfranchi l’incarico di direttore dell’Associazione Trentini nel mondo

 

Per il presidente Tafner, aver individuato un direttore donna  rappresenta un’altra scelta lungimirante fatta dall’Associazione

 

  TRENTO - «Assumo questo incarico con emozione e consapevole della responsabilità che comporta e mi appresto a svolgerlo - da giovane donna quale sono - con un approccio ed una visione femminili»: Anna Lanfranchi ha sintetizzato così lo spirito con il quale dal 1° marzo ricopre la carica di direttore dell’Associazione Trentini nel mondo onlus.

  Durante la conferenza stampa che si è svolta giovedì 4 marzo presso la sede dell’Associazione per la presentazione ufficiale alla comunità trentina del nuovo direttore, Anna Lanfranchi ha detto che saranno la curiosità, la valorizzazione delle differenze, l’attenzione per le nuove generazioni. l’uso dei nuovi strumenti telematici, a caratterizzare il suo operato. Sarà poi rafforzata la presenza sul territorio provinciale, con l’obiettivo di rinsaldare i rapporti istituzionali già esistenti e di crearne di nuovi, per lavorare in una logica di rete, che metta in connessione la realtà provinciale con quella delle comunità trentine sparse in tutto il mondo.

  Anna Lanfranchi ha trentanove anni, è laureata in lingue e letterature straniere moderne, ha conseguito un master in comunicazione d’azienda, negli ultimi sei anni ha lavorato presso il CINFORMI, Centro Informativo per l’Immigrazione della Provincia Autonoma di Trento ed ha maturato una vasta competenza nel settore delle politiche sociali.

 

  Nel suo discorso Anna Lanfranchi ha ricordato Rino Zandonai, scomparso nell’incidente aereo del 1° giugno scorso: “Non l’ho conosciuto personalmente ma da quanto ho sentito e da quanto ho letto, so che era una persona eccezionale e la sua dedizione all’Associazione ed agli emigrati rappresenta un esempio da seguire».

  Il presidente Alberto Tafner ha ricordato la difficoltà che ha comportato individuare il successore di Rino Zandonai alla guida di un’Associazione importante e complessa come la Trentini nel mondo, che richiede una figura in grado di saper coniugare competenze gestionali e organizzative con doti umane quali la capacità di ascolto e la comunicatività.

  Tafner ha elogiato il personale ed i collaboratori dell’Associazione per l’impegno profuso nei mesi successivi alla scomparsa di Rino Zandonai ed in particolare ha ringraziato la vice presidente Maria Carla Failo: “Senza di lei, senza la sua costante presenza e la sua abnegazione, non saremmo arrivati fin qui», ha affermato.

 

  Anche Anna Lanfranchi ha rivolto un ringraziamento alle persone che - manifestandole stima e fiducia – hanno creduto nella sua idoneità ad assumere l’incarico: oltre al presidente Tafner ed al Consiglio di amministrazione della Trentini nel mondo, Anna Lanfranchi ha citato l’assessore provinciale Lia Beltrami, il suo segretario Gianfranco Conte e il coordinatore del CINFORMI, Pierluigi La Spada, con i quali ha lavorato in stretta connessione durante la sua più recente esperienza professionale.

 

  «Mi sembra importante sottolineare – ha poi affermato Tafner - come la Trentini nel Mondo abbia ancora una volta dato prova di lungimiranza, avendo individuato in una donna la persona più adatta ad accompagnare la non facile trasformazione che l’Associazione dovrà compiere per restare al passo con i tempi e una società globalizzata in rapidissimo cambiamento».

  Nel corso della conferenza stampa sono stati anche annunciati i seminari che si svolgeranno in Argentina, Uruguay e Paraguay fra il 20 ed il 27 marzo, che coinvolgeranno i Circoli trentini di quei paesi.

  Infine, Lara Olivetti, consulente legale dell’Associazione, ha fatto il punto