WEBGIORNALE  20   FEBBRaio 5 MARZO  2017

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Fermare le crescenti disparità si può  1

2.       L'Europa apre gli occhi? Migrazioni: conferme, novità e nodi irrisolti dopo il vertice di Malta  1

3.       Gli italiani sognano un lavoro all’estero, meglio in Germania  1

4.       Cattive coscienze. Migranti: ricordiamoci il dopoguerra  2

5.       Leader mondiali. Politica internazionale: serve una leadership di qualità finalizzata al bene  2

6.       Tra Usa e Ue. A che serve la politica estera italiana?  2

7.       Parole e lezioni della storia per interpretare il presente: divide et impera  3

8.       Svizzera. Ancora sui referendum del 12 febbraio  4

9.       C’è sempre qualcuno che scopre il voto all’estero  5

10.   Merkel, pace con Csu ma Spd balza prima nei sondaggi 5

11.   Il ministro Alfano in Germania per la riunione dei ministri degli esteri del G20 e la Conferenza sulla Sicurezza di Monaco  5

12.   La corsa record di Schulz: "Vi spiego io i rischi dell'Europa a due marce"  6

13.   21 febbraio, giornata mondiale della lingua madre. Una iniziativa del Comites di Dortmund  6

14.   Berlinale. Niente invito all’Amasciatore italiano  7

15.   Il Vice-Presidente CTA di Catania in visita in Baviera  7

16.   Berlinale. La costumista Milena Canonero dopo quattro premi Oscar conquista l’Orso d’Oro alla Carriera  7

17.   Laura Garavini a Francoforte all’Assemblea del PD Germania  7

18.   A Giovanni Pollice la croce al merito della Repubblica Federale Tedesca, conferita dal presidente Gauck  8

19.   Berlino. Il 14 marzo in Ambasciata la consegna del Premio Comites “L’Italiano del 2016”  8

20.   I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue COSMO  8

21.   Il 23 febbraio il terzo appuntamento. A Berlino “L’Ambasciata incontra…” l’arte contemporanea  9

22.   Olimpiadi di Italiano. Iscritte anche le scuole europee di Francoforte e di Monaco di Baviera  9

23.   Monaco di Baviera.  Italia defilata al forum delle partite geopolitiche  9

24.   Germania, Steinmeier eletto presidente della Repubblica: “Siamo noi la speranza”  9

25.   «Foto di Mussolini sui profili». La Germania non premia i due agenti che fermarono lo stragista di Berlino  10

26.   Rifugiati e xenofobi: la miscela esplosiva che spaventa Merkel. La Cancelliera rischia anche l’effetto «stanchezza»  10

27.   Germania, nei sondaggi Schulz supera Merkel di 11 punti 10

28.   Da Monaco di Baviera a Rimini, il treno diretto di fine settimana (dal 2 giugno al 10 settembre) 10

29.   Piëch contro tutti in casa Volkswagen: le accuse sul dieselgate imbarazzano i vertici di Wolfsburg  11

30.   La francese Psa potrebbe acquistare il marchio Opel 11

31.   Immigrazione e globalizzazione nelle riflessioni dell’OCSE e di IDOS  12

32.   Divario culturale. La freddezza degli svizzeri spinge molti tedeschi a tornare in patria  12

33.   Il Comitato per le questioni degli italiani all'estero prosegue l'esame della nuova disciplina delle scuole italiane all'estero  13

34.   Gestione delle crisi. Ue: come migliorare gli strumenti civili 13

35.   Le "Previsioni" di Bruxelles. Commissione Ue: “acque agitate, ma l’economia cresce”. Chi se n’è accorto?  14

36.   Mario Giro: “Adesso l’Africa agli africani”. La nuova Unione alla prova  14

37.   Il referendum. La svolta, cittadinanza svizzera più facile ai nipoti degli immigrati 15

38.   “Molto positivo il sì al referendum per acquisire la cittadinanza svizzera. Gli aventi diritto ne approfittino”  15

39.   Ue-Usa. Protezionismo à la Trump: ricetta anti-austerità tedesca  15

40.   Angelino Alfano: "La forza di un'Unione a cerchi concentrici". Lettera del ministro al Corriere della Sera  15

41.   Economia. Finlandia, reddito minimo per il centenario  16

42.   Commercio, il Parlamento europeo approva l’accordo con il Canada  17

43.   Migranti, l’accordo Ue-Turchia compie un anno. Amnesty: “Ha peggiorato le condizioni di migliaia di rifugiati”  17

44.   L’analisi 17

45.   Pd, dove sta il coraggio  17

46.   Il fronte anti-integrazione. I limiti dei populisti 18

47.   Le osservazioni del Cgie alla nuova disciplina della scuola italiana all'estero  18

48.   A causa dei cambiamenti climatici nuova ondata di profughi nel 2017  19

49.   Il Consiglio dei ministri ha approvato due decreti legge su gestione dell'immigrazione e sicurezza urbana  19

50.   Scissione Pd a un passo, l'Italia cresce (ma meno degli altri) 19

51.   Ancora difficoltà  19

52.   C'è bisogno di valori, non potete distruggere un partito  20

53.   Le aliquote Irpef 2017 rimangono immutate anche per i residenti all’estero  20

54.   Ecco perché è sempre più difficile fare quadrato intorno a Raggi 21

55.   Legge elettorale. Italicum: le motivazioni della Corte costituzionale  21

56.   Senato. Alle Commissioni Esteri e Istruzione l'audizione del direttore generale per la promozione del sistema Paese del Maeci 21

57.   I nipoti d'immigrati potranno diventare svizzeri più facilmente  22

58.   L’audizione del direttore generale del Maeci per la promozione del Sistema Paese sul progetto per la scuola italiana all’estero  22

59.   L’incertezza  23

60.   L’audizione del direttore della “Scuola per l'Europa” di Parma Carlo Cipollone sul decreto per la scuola italiana all’estero  23

61.   Il CIR sul Piano Minniti: necessaria la riforma del sistema asilo, con attenzione alla tutela dei diritti fondamentali 23

62.   Centro Astalli: sui migranti tutto sbagliato! Si ritorni all'asilo  24

63.   Ilaria del Bianco eletta presidente dell’UNAIE  24

64.   Progetto Lingua Italiana  24

 

 

1.       Außenministertreffen in Bonn. G20-Präsidentschaft 24

2.       Deutschland und der G20-Drahtseilakt 25

3.       G20-Aussenministertreffen. Gemeinsam Armut bekämpfen  25

4.       Flüchtlingspolitik: Was lässt sich aus Vergangenheit lernen?  26

5.       Juncker will kein zweites Mandat 26

6.       ifo-Präsident Fuest verlangt umfassende Reform der Eurozone  26

7.       EU-Kommission: Chinesische Übernahmen blockieren?  27

8.       Steinmeier gewählt "Lasst uns mutig sein"  27

9.       Zukunft der EU. Parlamentarier: Kein nordeuropäischer „Luxus-Club“ à la Merkel 27

10.   Mexiko: Keiner hat die Absicht, eine Mauer zu errichten  28

11.   Trump lässt sich nicht wegdemonstrieren. Die Proteste machen ihn nur stärker. 29

12.   Hunderte Einwanderer festgenommen. Razzien versetzen Migranten in den USA in Angst 29

13.   Ischinger warnt EU vor amerikanischer „Kriegserklärung ohne Waffen“  29

14.   Somalia. Sobald es neue Gewalt gibt, werden wir sofort wieder losrennen  29

15.   Enkelgeneration kriegt Schweizer Pass leichter 30

16.   „Von Flüchtlingen zu Fachkräften – die ddn-Kompetenzoffensive“  30

17.   Kardinal über Populismus: „Angst ist kein guter Ratgeber“  31

18.   CETA: Abkommen bleibt hinter Anforderungen einer ökologischen und sozialen Marktwirtschaft zurück  31

19.   „Miteinander in Vielfalt“ – Expertenkommission legt Leitbild für die deutsche Einwanderungsgesellschaft vor 31

20.   Studie. Arbeitsmarkt braucht mehr Einwanderer 32

21.   Darmspiegelung schon ab 50 - vor allem für Männer 32

22.   Verurteilungen 2015. Sieben von zehn Täter sind deutsche Staatsbürger 32

23.   Erwerbstätigen-Zahl schrumpft. Deutschland verliert Millionen Arbeitskräfte  32

24.   4,3 Millionen Menschen mit Migrationshintergrund in NRW. Fortschritte bei Bildung und Arbeit 33

25.   Integration und Chancengleichheit 33

26.   Philipp Schwartz-Initiative: Förderprogramm für verfolgte Forscher wird weiter ausgebaut 33

27.   Recycling schont Ressourcen. Abfall vermeiden - Ressourcen schonen  34

28.   Grüne Selbstverpflichtung für einen fairen Bundestagswahlkampf 2017  34

29.   Caritas. Einwanderungsgesetz muss Arbeitsmigration vereinfachen  34

30.   Gegen Populisten hilft nur eines: Wahlpflicht. 35

31.   Heute vor fünf Jahren setzte Landtag wichtigen Meilenstein für Integration in NRW   35

32.   Rita Süssmuth. Vordenkerin der Migrationspolitik wird 80 Jahre alt 35

33.   Gespräche auf Ministerebene. Bundesregierung steht zu Opel 36

34.   ifo Weltwirtschaftsklima hellt sich weiter auf 36

35.   Rentenangleichung Ost-West. Soziale Einheit bis 2025 vollendet 36

36.   Koalition einig über Verbot von Kinderehen  37

 

 

 

 

Fermare le crescenti disparità si può

 

Nel mondo aumentano i poveri e si allarga a dismisura la ricchezza dei benestanti. Una vergogna che deve essere eliminata

 

   L’economista Leonardo Becchetti commenta, su Avvenire del 17 gennaio scorso, l’ultimo rapporto Oxfam (Confederazione internazionale che lavora contro le ingiustizie e la povertà del pianeta) dal quale si appura che, tra il 1988 e il 2011, il reddito medio degli indigenti è aumentato di 65 dollari, meno di 3 dollari l’anno, mentre quello dei milionari è cresciuto di 11.800 dollari, ovvero 182 volte tanto. Quindi, secondo Becchetti, “per arrivare alla ricchezza della metà più povera del pianeta (oltre 3 miliardi e mezzo di persone)”, basterebbe che gli 8 più ricchi versassero parte del capitale a beneficio dei bisognosi.

  La Oxfam rileva anche che l’evasione fiscale, a livello mondiale, è di 100 miliardi di dollari, con ciò che ne consegue alla salute dei cittadini ed all’istruzione. “Soldi che basterebbero per mandare a scuola 124 milioni di bambini che ora non ci vanno. E per salvare la vita di 6 milioni di bambini con sistemi sanitari più accessibili”. Frode che danneggia la vita sociale e mette a rischio la tenuta della democrazia e delle popolazioni. Che abbandonano i loro Paesi sperando di trovare lavoro e cibo altrove, come constatiamo ogni giorno. 

  Disuguaglianze economiche tra gli individui di una Nazione e di Stati diversi che contrastano con quanto affermato dal Fondo monetario internazionale secondo il quale “il Pil mondiale cresce mediamente al 3,7% l’anno”. Diversità che dovrebbe spingere ad un mondo più giusto. In quanto causata dal consumismo e dal comportamento di chi non sa cosa sia la fame e non crea risorse per l’ambiente, per il territorio, con infrastrutture utili per la collettività. Un crescente divario fra super ricchi e poverissimi che ci sono sempre stati e che, per la Chiesa e non solo, è motivo di scandalo.

  Esistono pareri discordanti su quanta disuguaglianza sia necessaria o tollerabile in una società, e su come ci si debba comportare. Alcuni la ritengono utile perché spinge alla crescita economica, altri la giudicano necessaria al sistema capitalistico ed al suo ruolo. Molti, invece, pensano che sia un problema soprattutto sociale ed ingiusto, al quale occorre opporre politiche di contrasto che gioverebbero al sistema economico ed a chi potrebbe, di conseguenza, goderne i benefici. Questa opinione è ricollegabile alla dottrina comunista o socialdemocratica. Che, a volte, predica bene ma razzola male, quando si preoccupa dei vantaggi da elargire ai loro personaggi, ma non agli 800 milioni di persone, soprattutto giovani, che soffrono la fame.

  Sono 385 milioni i bambini, sotto i 5 anni d'età, che nel mondo vivono in condizioni di povertà estrema tanto che nel 2012 ne morirono 6,6 milioni, secondo il Rapporto Unicef del 2014. Da altre indagini si appura che, soprattutto nel Sud del mondo, i bimbi sottopeso siano circa 100 milioni, ai quali si aggiungono i 115 milioni di analfabeti, in quanto la miseria non permette ai loro genitori di mandarli a scuola.

  Dramma da sempre oggetto dell'impegno della Cesvi, organizzazione umanitaria che spinge alla solidarietà internazionale verso le vittime innocenti delle disuguaglianze sociali ed economiche interne ai singoli Paesi. Compresi quelli occidentali, in quanto il problema della povertà riguarda sempre di più anche il nostro Continente, e non solo. Secondo Save The Children 27 milioni di bambini sono a rischio in Europa, 1 milione dei quali in Italia. Un po’ meno in Svizzera, pare, dove solo un bambino su dieci, spesso figlio di immigrati o di divorziati, ne soffre.

  Drammi dovuti all’aumento della disoccupazione che, secondo l’Istat, nel 2016, ha registrato, nella Penisola, un tasso dell’11,6% per gli adulti, e del 40% dei giovani attivi (i non studenti liceali o universitari) tra i 15 e i 24 anni, mentre in altri Paesi europei era del 22%. Incremento che, secondo le statistiche, colpisce uomini e donne “e si distribuisce tra le diverse classi di età, ad eccezione degli ultracinquantenni”. Numeri che non fanno sperare. E scandalizzano, se compariamo la loro situazione a quella di quanti godono di stipendi favolosi, come i politici, le star dello sport e della televisive. Personaggi, questi ultimi, che guadagnano milioni di euro, benché la Rai pianga miseria.

  Un mondo, dunque, immorale. Che andrebbe totalmente modificato. Rendendoci conto che il contrasto tra ricchi e poveri è causato dal consumismo e dal comportamento anche nostro e di chi non investe i propri soldi su operazioni che aiutano l’ambiente, i territori e le collettività indigenti. Le quali, per fame o malattie, muoiono. Basta pensare che, secondo l'UNICEF, ogni giorno, 22.000 bambini cessano di vivere a causa della povertà. Un obbrobrio cui dobbiamo e possiamo porre rimedio. Egidio Todeschini, de.it.press

   

 

 

 

L'Europa apre gli occhi? Migrazioni: conferme, novità e nodi irrisolti dopo il vertice di Malta

 

Il premier italiano Gentiloni ha presentato ai capi di Stato e di governo l'accordo con Tripoli inteso a frenare i flussi attraverso il Mediterraneo. Via libera dal Consiglio Ue, ma restano sul tavolo parecchie perplessità e problemi da affrontare – di Gianni Borsa

 

Il Consiglio europeo “informale” (secondo una curiosa definizione ufficiale), svoltosi a Malta venerdì 3 febbraio, dove si è discusso principalmente di migrazioni e, a margine, del futuro dell’Ue, ha evidenziato alcune conferme, ha portato qualche novità e ha lasciato sul terreno molteplici nodi irrisolti.

Le conferme. Quando si affronta il tema migratorio ci sono di mezzo vite umane: per cui non sono consentite banalizzazioni, semplificazioni, levate di scudi o vuoti slogan razzisti, come accade sempre più spesso anche da dichiarazioni di politici irresponsabili. Inoltre si ha conferma che la complessità stessa del fenomeno ha cause remote ma ricadute urgenti: una risposta a tali, crescenti flussi di persone in fuga da povertà e violenza non può che considerare le une e le altre, prospettando interventi immediati e azioni di più lungo respiro. Terza conferma: i movimenti migratori sono un aspetto strutturale della nostra epoca e hanno orizzonti mondiali: vanno affrontate con tale visione e sono, in tal senso, “problema” di tutti gli Stati; forse a Malta se ne sono accorti anche quei – numerosi – governi di Paesi membri dell’Ue che hanno finora girato la faccia dall’altra parte, sperando di lasciare tutto il peso su Italia, Malta e Grecia.

La novità è duplice. L’Italia ha presentato a Malta, tramite il premier Paolo Gentiloni, l’accordo siglato il 2 febbraio con il governo libico di Fayez al Sarraj, per ridurre le partenze di migranti verso l’Europa attraverso il mar Mediterraneo; l’accordo – questo il secondo aspetto – è stato apprezzato e sostenuto da tutti i leader presenti, con un “sì” unanime. Il contenuto dell’accordo e l’appoggio Ue sono stati efficacemente riassunti dal presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk. “Abbiamo concordato misure operative immediate che dovrebbero contribuire a ridurre il numero dei migranti irregolari e nel contempo salvare vite umane”. “Forniremo – ha spiegato il politico polacco – formazione, equipaggiamento e supporto alla guardia costiera libica per fermare i trafficanti di esseri umani e rafforzare le operazioni di ricerca e salvataggio. Erogheremo assistenza economica alle comunità locali in Libia per migliorare la loro situazione e aiutarle a dare ricovero ai migranti bloccati. Collaboreremo inoltre con l’Organizzazione internazionale per le migrazioni al fine di intensificare i rimpatri volontari dalla Libia verso i Paesi di origine. Tali azioni prioritarie saranno attuate mediante ulteriori fondi europei. Ovviamente agiremo nel pieno rispetto dei diritti umani, del diritto internazionale e dei valori europei”. In questa direzione è stato “accolto con favore il memorandum d’intesa firmato dal primo ministro italiano e da quello libico come un ulteriore segnale importante e incoraggiante che la situazione sta per cambiare in meglio. L’Unione europea e le nostre azioni sosterranno l’Italia e la Libia. È una responsabilità che condividiamo”.

Non da ultimo i (tanti) nodi irrisolti. Qui l’elenco è davvero articolato. Anzitutto le obiezioni giunte da Migrantes, Caritas e ong di vario calibro che operano per l’accoglienza e integrazione dei migranti: l’accordo con la Libia è siglato con un governo che controlla solo una parte del territorio nazionale per cui le partenze dei barconi e la tratta potrebbero spostarsi geograficamente, lasciando però irrisolto il problema degli esodi via mare; resta poi tutto da approfondire il discorso dei campi profughi in Libia e in altri Paesi africani, in situazioni disumane; interrogativi suscitano quindi le modalità con le quali avverrebbero i rimpatri dalla Libia ai Paesi di partenza dei migranti.

Altre questioni aperte riguardano: il reale rispetto, sempre nel campo delle migrazioni di massa, del diritto internazionale e del diritto di asilo, che sono punti fermi di qualsiasi civiltà moderna; la necessità di trovare fondi e risorse umane per sostenere il pur ben disposto governo di Tripoli per frenare i flussi; la condivisione delle responsabilità circa l’accoglienza e l’integrazione delle centinaia di migliaia di migranti che in Europa sono già arrivati, senza scaricare tutto sull’Italia (è l’impegno dei ricollocamenti dinanzi ai quali i partner Ue fanno orecchie da mercante); la messa in moto di reali progetti di sostegno e di cooperazione allo sviluppo con l’Africa (ma non solo), per aiutare il continente più povero del pianeta a crescere ed emanciparsi, dove i suoi “figli” possano trovare un’esistenza degna, evitando loro di dover fuggire da casa per costruirsi una vita altrove. Sir 13

 

 

 

 

Gli italiani sognano un lavoro all’estero, meglio in Germania

 

Ma un lavoratore su tre ha problemi con le lingue -W.P.

 

I lavoratori italiani guardano alla Germania, i tedeschi all’Austria, gli inglesi alla Spagna. E’ questo segnale che emerge dalla ricerca di Adp, società leader mondiale nel campo delle risorse umane, «La forza del lavoro in Europa 2017», che indaga l’attitudine degli occupati nei confronti del futuro del lavoro, condotta su un campione di circa 10 mila lavoratori in Francia, Germania, Italia, Olanda, Polonia, Spagna, Svizzera e Regno Unito (il campione italiano comprende 1305 lavoratori). 

Coloro che hanno minori opportunità di impiego o di carriera nei loro paesi di origine sono i più propensi a prendere in considerazione un trasferimento all’estero e tra i lavoratori più interessati a quest’opzione vi sono proprio gli italiani (88%), seguiti da polacchi e spagnoli (86% e 85%).  

 

Per contro, i lavoratori nel Regno Unito e in Francia sono quelli che meno prendono in considerazione un trasferimento e quasi metà dichiara di non essere interessato a un’opportunità di lavoro all’estero (43% e 46%). 

 

Quanto alle mete, gli italiani preferirebbero un lavoro in Germania (30,7%), in seconda posizione nel Regno Unito (28,4%) e in terza posizione in Svizzera (22,2%). L’Italia è invece al 13esimo posto dei desideri dei tedeschi ( 3,1%), al quinto degli inglesi (4,6%) che vorrebbero tanto andarsene in Spagna (12,7% probabilmente per regioni climatiche), al sesto degli svizzeri (6%) che preferiscono la Francia (32,5%), al quinto della Spagna (10,3%) che guarda alla Germania (35%) e al sesto della Francia (6,5%) anch’essa proiettata verso la Germania (12,1%). E i tedeschi? Preferiscono l’Austria (12,1%) per ragioni linguistiche. 

 

In generale, il 74% dei lavoratori europei mostra un forte interesse per il lavoro internazionale. Essendo la maggiore economia in Europa, la Germania è considerata il paese più desiderabile complessivamente per le opportunità di carriera. Un dipendente europeo su cinque (21%) dichiara che prenderebbe in considerazione un trasferimento in Germania, percentuale che aumenta tra i lavoratori spagnoli (35%), polacchi (33%), italiani (30,7%) e olandesi (29%). Al secondo posto tra i più desiderati troviamo il Regno Unito (15%) e la Francia (12%). LS 14

 

 

 

Cattive coscienze. Migranti: ricordiamoci il dopoguerra

 

Le migrazioni dall’Africa e dall’Asia verso l’Europa hanno assunto dimensioni bibliche e costituiscono un problema gigantesco. In primo luogo, per tutti i Paesi di provenienza, in particolare dell’Africa, le cui popolazioni sono alla disperazione per le persecuzioni, le guerre civili o semplicemente la fame: Paesi che non hanno risorse per promuovere nuove attività economiche sufficienti ad offrire ai loro cittadini un minimo vitale, per indurli a restare.

 

E, in secondo luogo, anche per l’Unione europea, Ue, che non dispone, nell’immediato, di strutture di accoglienza adeguate per fare fronte al fenomeno. Attraversiamo, inoltre, da molti anni una crisi economica che ha messo a nudo la fragilità dei nostri sistemi produttivi e dell’organizzazione del lavoro. L’arrivo in massa di migranti, con una formazione talvolta solo rudimentale, trova il nostro mercato del lavoro chiuso o impreparato a creare nuove opportunità d’impiego.

 

Il cattivo esempio dell’accordo con la Turchia

Spendiamo cifre importanti per aiutare Paesi come la Turchia o il Libano a fare fronte al flusso dei migranti. Sembra, però,un gioco a scaricabarile, mentre tutti, noi europei per primi, riserviamo ai migranti condizioni di vita miserabili.

 

Per evitare il peggio l’Unione ha concluso un accordo con la Turchia che impegna Ankara, con un lauto corrispettivo economico, a bloccare il flusso di migranti in provenienza da quell’area. L’efficacia dell’intesa dipende quasi esclusivamente dal buon volere delle Autorità turche, la cui domanda di adesione è ancora oggetto di negoziati. L’intesa fu fatta prima che la deriva autoritaria spingesse la Turchia verso forme di governo che non sembrano più garantire una rappresentanza democratica pluralista.

 

Esiste attualmente nell’Unione una leadership in grado di proporre un’azione politica seria in tema d’immigrazione? All’evidenza, no! Dovremmo poter disporre di risorse finanziarie adeguate allo sviluppo di tutta l’area di provenienza. Le abbiamo? No.

 

È ora che l’Unione si svegli e metta in piedi iniziative consistenti, serie e credibili, per gestire il fenomeno delle migrazioni dal Medio Oriente e dall’Africa, con strumenti capaci di bloccare in partenza il traffico di esseri umani, senza farli arrivare sulle nostre coste e apprestando procedure di controllo e di identificazione di quanti fuggono le persecuzioni e hanno titolo per ottenere asilo, nella loro qualità di rifugiati politici o per ragioni umanitarie.

 

I flussi dal Medio Oriente e dall’Africa

Possiamo ritenere che le migrazioni in provenienza dal Medio Oriente possano cessare quando l’area sarà pacificata. Ma quelle che provengono dall’Africa sono destinate a crescere nel tempo. La fuga di quelle popolazioni dalle guerre, le persecuzioni e la miseria era già sufficiente a determinare l’esodo da quelle contrade. Ma vi si aggiunge l’istigazione di chi incoraggia quella gente a tentare l’avventura: una volta lasciate le loro terre, i mercanti di uomini hanno buon gioco a sfruttare la loro situazione,costringendoli, anche con la forza, a continuare il viaggio e ad imbarcarsi.

 

Sul fronte mediorientale, la deriva autoritaria delle Autorità turche non lascia prevedere niente di buono. Il flusso ininterrotto di migranti da quell’area, che la Turchia trattiene solo in parte, anche per dimostrare che se allentasse le briglie l’Europa sarebbe in una situazione senza via d’uscita, rappresenta una specie di spada di Damocle.

 

Sul fronte africano la situazione è peggiore , perché non disponiamo di un Paese nostro alleato , autorevole e serio, che si faccia carico di un compito tanto improbo, né si può sperare che lo faccia la Libia nelle sue attuali condizioni.

 

Un piano Marshall per l’Africa

Forse è giunto il momento per le Autorità dell’Unione di ripensare l’approccio al problema, con un massiccio programma di investimenti nei Paesi di origine, in tutta l’Africa, per creare in loco nuove occasioni di sviluppo e di lavoro. Questa operazione di mantenere in loco le popolazioni e costruire le condizioni per sventare migrazioni planetarie potrà riuscire solo coinvolgendo gli Stati dell’Ue, quelli che sono in grado di apportare un serio contributo e anche una partecipazione significativa alla costituzione di un Fondo.

 

A garanzia della riuscita del progetto, occorrerebbe convincere gli Stati Uniti a parteciparvi , così da potere raggiungere la massa d’urto necessaria a fare decollare un piano di sviluppo per l’Africa, dotandolo di risorse e strumenti adeguati e di un quadro di riferimento per la sua gestione che, senza innovare troppo, potrebbe essere un organismo sul modello di quello che fu l’Oece.

 

La stragrande maggioranza dei leader politici europei odierni, per ragioni di età, non hanno conosciuto gli orrori della Seconda Guerra Mondiale e magari ignorano che, per tirar fuori dal baratro le nazioni europee, gli Stati Uniti misero in piedi, nel 1948, il ‘Piano Marshall’, con risorse più o meno equivalenti a quelle di cui potremmo disporre noi oggi, se vi concorriamo tutti.

 

L’Ue potrebbe ispirarsene e prenderlo a modello tanto per definire la natura degli investimenti che le modalità e i criteri di intervento e gestione. Ciò potrebbe costituire il nocciolo duro di una politica dell’immigrazione, europea ed occidentale, finanziata con fondi comunitari e cofinanziata con fondi nazionali, pubblici e privati, di tutti coloro che vorranno e potranno, gestirlo secondo il medesimo modello dell’Oece.

 

Una diversa soluzione dei Paesi Ue, attraverso i Fondi europei esistenti , quale che ne sia il carattere, sembra di difficile attuazione e di aleatoria efficacia. Anche perché i Paesi dell’Europa centro-orientale, oggi nell’Unione, hanno tutti dimenticato lo sforzo di solidarietà che la Comunità e i Paesi che ne facevano parte compirono per venire loro incontro e lenire le loro difficoltà: una solidarietà che essi negano in blocco a tutti coloro che la invocano oggi.

Francesco Fresi, AffInt 16 

 

 

 

 

Leader mondiali. Politica internazionale: serve una leadership di qualità finalizzata al bene

 

Si moltiplicano in giro per il mondo leader muscolosi e forti o almeno che tali si propongono, come risposta ad una confusione sistemica. Allora il presidente degli Stati Uniti resta e sempre più si afferma come il Comandante in capo, per il presidente della Federazione Russa si rispolvera il titolo di zar, per il presidente della Turchia, che sta compiendo una rilevante riforma costituzionale, quello di “sultano”, per non parlare del presidente della Repubblica popolare cinese, che è insieme capo dello Stato, segretario del partito comunista e presidente della commissione militare centrale

 

Non è sempre guerreggiata questa “terza guerra mondiale a pezzi”, ma l’immagine ormai famosa proposta da Papa Francesco resta la chiave più persuasiva di spiegazione del quadro internazionale. La frontiera del Donbass lo dimostra: il conflitto cova sotto la cenere di una fragile tregua e viene riattizzato in relazione al quadro sistemico. Più strutturalmente nel disordine di una globalizzazione a propulsione finanziaria e delle crescenti diseguaglianze negli Stati tra le persone e i ceti e tra gli Stati – che il Papa denuncia spesso in solitaria – cresce il tasso di insoddisfazione e, dunque, di conflittualità.

Si moltiplicano così in giro per il mondo leader muscolosi e forti o almeno che tali si propongono, come risposta ad una confusione sistemica.

Allora il presidente degli Stati Uniti resta e sempre più si afferma come il Comandante in capo, per il presidente della Federazione Russa si rispolvera il titolo di zar, per il presidente della Turchia, che sta compiendo una rilevante riforma costituzionale, quello di “sultano”, per non parlare del presidente della Repubblica popolare cinese, che è insieme capo dello Stato, segretario del partito comunista e presidente della commissione militare centrale.

Specularmente alla rarefazione dei “ricchissimi”, passati ad otto, abbiamo la rarefazione dei “presidentissimi”, ormai meno dei G7 o G20 che pure continuano a riunirsi. A cascata si generano processi, su scala minore, ma della medesima intensità, di verticalizzazione e di concentrazione.

A tutti i livelli si moltiplicano le scuole di leadership.

Ottima cosa, a patto che si abbia una visione sistemica e umanistica, ovvero si lavori non solo sul vertice, ma anche sull’insieme del corpo sociale. La parola infatti che si accosta necessariamente a “leader” è “solitudine”. Per cui occorre lavorare su tutta la catena istituzionale e sociale, proprio per produrre una leadership di qualità, finalizzata al bene e allo sviluppo di tutti e di ciascuno.

Recentemente è stata riproposta una citazione di Giovanni Paolo II, visitando, il 3 novembre 1984, il collegio fondato da San Carlo Borromeo: “I capi non s’improvvisano, soprattutto in epoca di crisi. Trascurare il compito di preparare nei tempi lunghi e con severità d’impegno gli uomini che dovranno risolverla, significa abbandonare alla deriva il corso delle vicende storiche”.

Oltre trent’anni dopo, di crisi in crisi, il monito e la ricetta restano attualissimi.

Solo un tessuto vivo e un traguardo lungo genera leader, ovvero capi, capaci e responsabili, specchiati, che sappiano andare oltre la gestione degli interessi a breve.

Nella storia e nella storia europea recente, esempi ce ne sono, a cominciare dai padri delle Comunità europee, che ha senso oggi ricordare e festeggiare proprio in questa linea. Come fu per la seconda guerra mondiale, può essere un modo per porre fine anche a questa, a pezzi, e non meno cruenta e distruttiva, proprio e prima di tutto di risorse umane. Francesco Bonini, Sir 11

 

 

 

 

 

Tra Usa e Ue. A che serve la politica estera italiana?

 

L’Italia si trova in un momento di grande difficoltà. Per la prima volta entrambe le stelle che hanno orientato l’azione dei decisori italiani di politica estera negli ultimi settanta anni sono appannate. Stati Uniti e Unione europea, Ue non sono più gli ovvi e scontati riferimenti cui ispirare le scelte di politica estera.

 

Gli Stati Uniti proseguono, in forme con Trump imprevedibili, un processo di progressivo sganciamento dalle problematiche europee. L’Ue è in un travaglio in cui le spinte dissolutive sembrano prevalere su quelle integrative.Quali effetti ha tutto ciò sulla politica estera del nostro Paese?

 

Doppia sfera, concreta e simbolica

Se la politica estera di un Paese come il nostro serve essenzialmente a preservare l’ordine politico interno dalle pressioni internazionali, l’Italia lo ha fatto in forme particolari. La strategia adottata è stata quella di saldare la politica interna a quella estera, facendo dipendere la sopravvivenza dell’ordine interno dalla stabilità di quello internazionale.

 

La soluzione adottata dall’Italia per realizzare questo stretto collegamento tra interno ed esterno è stata quella di condurre la politica estera - con le sue implicazioni interne - su due tavoli paralleli e tra loro non comunicanti: il tavolo della politica concreta, quello sul quale le cose devono essere fatte, e il tavolo della politica simbolica, quello più proprio della politica politicienne o - appunto - simbolica.

 

La sfera della politica simbolica è il terreno dello scontro sul quale si è giocata la saldatura tra assetto interno ed internazionale, allo scopo di rendere impossibile modificare il primo e di rendere più facile accettare le richieste del secondo.

 

Nella sfera della politica concreta, la politica estera è stata caratterizzata da tre aspetti: “offuscare” l’esatto contenuto delle decisioni, sfruttando le asimmetrie informative tra Governo e Parlamento, tra élite politiche e opinione pubblica; delegare quanto più possibile ad altri attori, siano essi burocratici (ad es. i militari), religiosi (ad es. la Chiesa), economici (ad es. l’Eni) o sociali (ad es. la Comunità di Sant’Egidio) le cose che comunque dovevano essere fatte e i modi in cui farli; infine,vendere le decisioni inevitabili come “packages” pre-confezionati, che, se sfidati, assurgono a scelte esistenziali, oggetto di un referendum simbolico in cui le alternative sono solo due, accettarli in toto o rigettarli.

 

Le cose cambiano, gli stili restano?

Dagli anni ’50 ad oggi questo stile non è cambiato molto. Le principali scelte di oggi, si pensi a quelle economiche, come il fiscal compact, o militari, come l’intervento in Libia e in Iraq sono prese oggi in modo non dissimile da come lo erano in passato.Potrà la politica estera essere condotta con gli stessi obiettivi e modalità con cui era condotta in passato?

 

Molto è cambiato negli ultimi vent’anni e ciò rende difficile continuare come se nulla fosse. La convergenza tra gli interessi italiani e quelli dei nostri alleati è oggi meno ovvia di ieri e trovare un punto di equilibrio richiede uno sforzo di cooperazione che, come si è detto poc’anzi, costa. Mantenere la separazione tra il tavolo ideologico e quello decisionale è molto più problematico.

 

Per gli attori politici interni è più facile e maggiormente remunerativo politicizzare la politica estera. Infine, vi è un problema di reputazione. In un sistema congelato, come lo è stato per tanti anni quello italiano, la bassa reputazione può essere compensata apparendo con le mani legate; una strategia negoziale spesso efficace, come ricordò tanti anni fa Schelling. Quando i lacci si sciolgono, anche contro la nostra volontà,e la debolezza non è più una risorsa negoziale, la reputazione va costruita e conservata.

 

Quando la debolezza non è più una risorsa

Potrà allora l’Italia continuare con la strategia dei due tavoli ancora a lungo?Io credo di no, perché questo modo di fare politica estera ha costi elevati per il Paese. Per brevità, ne segnalo uno: la tendenza a non valutare con avvedutezza le conseguenze degli impegni che si prendono. Prendiamo ad esempio il negoziato sul fiscal compact. Sulla base delle ricostruzioni disponibili, appare chiaro che l’adesione all’accordo impone all’Italia costi potenzialmente devastanti per la stabilità sociale e politica del nostro Paese.

 

Come mai impegni di tale portata, per le presenti e future generazioni, sono stati presi con una tale indifferenza, se non sostanziale ed acritica adesione? Ovviamente la spiegazione è complessa ma, tra le ragioni, vi è la tendenza tutta italiana - e frutto di una consolidata tradizione - a enfatizzare gli aspetti simbolici e politici a scapito di quelli materiali e (re)distributivi, a oscurare le implicazioni di lungo termine delle scelte a favore dei vantaggi tattici e di breve periodo, a delegare ai ‘tecnici’ i problemi.

 

A fronte di questi problemi, l’Italia si sta rivelando però un Paese difficile da riformare. Il recente fallimento della riforma costituzionale e il dibattito che ne è seguito, a prescindere dal merito, evidenzia la tendenza a privilegiare la rappresentatività sulla accountability, i veto players a scapito dell’autonomia dell’Esecutivo dalle pressione delle forze sociali, il breve termine al lungo periodo.

 

In un crescendo di sfide esterne e con poche risorse interne, riesce sempre più difficile gestire lo spazio di manovra entro il quale il sistema politico italiano può operare, stretto tra le pressioni di coloro che usano l’Europa come strumento di mobilitazione politica anti-sistema e di coloro (sempre meno?) che ritengono sia ancora sufficiente invocare il “vincolo esterno” per passare riforme impopolari e i cui benefici effetti non sempre appaiono ovvi. Per quanto tempo ancora potremo permetterci un tale modo di fare politica estera? Pierangelo Isernia, AffInt 16

 

 

 

 

Parole e lezioni della storia per interpretare il presente: divide et impera

 

Un ripasso della storia recente per cercare di comprendere i motivi per cui i media occidentali da anni seminano in un crescendo pauroso un odio sempre più irrazionale contro la Russia, cercando in ogni modo di dividere ed inimicare la Federazione Russa dal resto d’Europa, senza badare ai costi enormi (vedi effetti deleteri delle contro-sanzioni, cioè alla risposta russa alle sanzioni  imposte dagli USA e fatte accettare ai governanti europei).

Alla più completa e cadaverica obbedienza e sottomissione di costoro non deve essere estraneo lo spionaggio NSA: evidentemente gli USA possiedono sufficiente materiale per ricattare tutti i governanti dell'UE, a cominciare dalla cancelliera Merkel, di cui avevano captato addirittura il telefono.

Ora, per ironia della storia, lo stesso metodo viene usato “in famiglia”, cioè all’interno degli USA fra i due partiti che si spartiscono quasi dinasticamente il potere. Credo che sia proprio questa una delle motivazioni principali dell’odio verso Trump:  ha interrotto una tradizione, l’alternanza dei clan Bush e Clinton.  Tutto sommato non tutto il male vien per nuocere: almeno avendo anche loro il “pazzo in famiglia” saranno costretti a preoccuparsi un pochino di più dei loro affari interni e il resto del mondo potrebbe godere di una piccola pausa per tirare il fiato.

 

Inizio dal noto detto attribuito fra i tanti a Machiavelli, di cui riporto la traduzione nelle maggiori lingue parlate nei 26 Paesi membri della NATO (1):

Divide and rule (inglese)

Divide og regla (islandese)

Splitt og hersk (norvegese)

Del og hersk (danese)

Verdeel en heers (olandese)

Aqsam u l-istat (Maltese)

Teile und herrsche, (Teedesco)

Divide y vencerás (Castigliano)

Divideix i venceràs (Catalano) *

Dividir para reinar (Portogallo)

Diviser pour régner: (Francia),

(Belgio), (Lussemburgo), (Canada)

Jaga ja valitse (estone)

Skaldi un valdi lettone)

Skaldyk ir valdyk (lituano)

Oszd meg és uralkodj (ungherese)

Böl ve yönet (turco)

Parve bike û hikm (curdo) **

(*) nell’auspicabile previsione di una secessione della Catatonia, di sicura fede antifranchista e antifascista (come repubblica, lasciando il re alla Pastiglia.)

(**) una secessione non appare desiderabile per ragioni storiche, geografiche e demografiche, ma una larga autonomia tipo scozzese sarebbe la soluzione migliore per porre fine al quasi secolare conflitto etnico altrimenti senza vie di uscita..

 

In realtà in tutti i Paesi sopraelencati i pappagalli ai rispettivi  governi ripetono nelle loro varie lingue una sola litania, quella appunto del  d?vide et ?mpera, la  vecchia e sempre nuova religione imposta dal capo-bastone della NATO (2), gli USA.

Questo mostro di organizzazione militare, sopravvissuto alla Guerra Fredda - erroneamente considerata conclusa con la dissoluzione dell’Unione Sovietica - ha la sua ragion d’essere unicamente grazie allo spauracchio di una fantomatica aggressione di uno di questi Stati da parte della Federazione Russa. Se il compito della NATO fosse stato veramente quello di proteggere l’Occidente da un attacco sovietico, con lo smembramento del Patto di Varsavia (3) sarebbe cessata la sua ragion d’essere. Al contrario, a partire dalla riunificazione tedesca, la NATO non ha fatto altro che inglobare altri Stati confinanti o comunque strategicamente rilevanti per vicinanza alla Federazione Russa.  Un argomento fasullo viene  spesso avanzato dai pirla per giustificare questo allargamento: Gorbaciov avrebbe ricevuto sì una promessa di non allargamento NATO ai confini russi, ma non venne mai stipulato alcun accordo vincolante in questo senso.

Per capire la stupidità di tale ragionamento basta immaginarsi il caso del vicino di casa che vi piazza una mitragliatrice di fronte alla porta e alle vostre rimostranze si giustifica dicendo che non avete stipulato con lui nessun accordo che glielo vieti.

Qualcuno potrebbe ribadire che in passato vi erano stati interventi dell’Unione Sovietica (Ungheria 1957, Repubblica Ceca 1968): chiaramente vanno letti nel loro terribile contesto di lotta per la sopravvivenza del blocco ex-comunista, che si confrontava attraverso “guerre per procura” con le invasioni USA di ben altra  portata in quasi tutto il resto del mondo: Corea, Vietnam, senza contarne  gli interventi diretti o pilotati in America Latina o altrove.

Chiaramente non vi sono stati interventi armati USA nell’area europea sotto l’egemonia statunitense: bastavano le truppe di occupazione NATO a garantire l’obbedienza cieca “perinde ac cadaver” di tutti i governi nell’Europa Occidentale. La Federazione Russa, certo perché non in grado di contestarle a causa della propria crisi interna in quel periodo, aveva rinunciato ad opporsi sia allo smembramento violento dell’Ex-Jugoslavia da parte dell’Occidente, USA e NATO  che alla successiva invasione criminale di tipo hitleriano dell’ Irak (una guerra preventiva basata su menzogne appositamente costruite dall'accoppiata Bush & Blair) per ingannare sia i propri cittadini che il resto del mondo .

E si era addirittura astenuta dall’impedire la distruzione della Libia, operazione giustificata con argomenti dello stesso valore di quelli usati per l’Irak. Soltanto nel caso più clamoroso e perfido, cioè lo sfruttamento delle cosiddette “primavere arabe” da parte del militarismo statunitense per destabilizzare la Siria, l’ultimo alleato russo rimasto nell’area, la Federazione Russa aveva finalmente posto il veto: a quel punto erano ben note  e documentate le manovre (finanziamenti, addestramento di mercenari, fornitura di armamenti) per destabilizzare il regime siriano (un regime né più né meno autoritario o se si vuole dittatoriale ma che almeno per lunga tradizione (orientamento religioso “alevitico”) rifiutava e combatteva il fondamentalismo islamico.

E non deve meravigliare che mentre l’Occidente soggiogato dalla narrazione del militarismo statunitense si stracciava ipocritamente le vesti  sulle repressioni siriane, nella più tetra e peggiore dittatura islamista-fondamentalista non si vedesse nemmeno l’ombra di un qualsivoglia movimento di protesta: un regime armato fino ai denti grazie alle forniture militari immense di Germania, Inghilterra e Stati Uniti: un ricco acquirente di armamenti, di sicura solvibilità grazie al petrolio non poteva certo essere accantonato e quindi il discorso sui diritti umani degli ipocriti governanti occidentali si è sempre fermato ai confini sauditi.

Il discorso sui diritti umani è un’utile arma contro i regimi detestati e quindi va benissimo contro Russia, Cina ed altri, ma non certo contro il cliente migliore (Saudi Arabia) o contro l’alleato più fedele (Israele).

 Il recente viaggio in Europa del nuovo commesso viaggiatore dell’industria bellica USA, nelle sue funzioni di ministro degli Esteri, ha un chiaro messaggio, “comprate più armi”, una parte maggiore del PIL dei Paesi europei deve essere destinata alla difesa, quasi che nella maggioranza di questi Paesi con truppe di occupazione NATO non vi fossero altri problemi e l’economia fosse in pieno sviluppo, senza la spaventosa disoccupazione ben nota.

 

Ovviamente come tutte le campagne pubblicitarie, anche questa è stata preparata professionalmente e da lunga data:  viste inutili le altre precedenti provocazioni antirusse, di cui cito qui  soltanto a titolo esemplificativo l’aggressione georgiana in Ossiezia (4), significativa poiché già allora, nel 2008, l’Ucraina aveva giocato una parte tanto vergognosa quanto importante: evidentemente per diktat USA aveva cercato di impedire alla flotta russa l’ingresso nei porti in Crimea (che la Russia aveva in affitto) durante il breve conflitto russo-georgiano.

 

Dunque non è difficile da comprendere perché quando nel 2014 il pericolo di perdere definitivamente le basi militari in Crimea – unica difesa russa nell’area- e vederle cedere alla flotta USA come apertamente programmato dai golpisti di Kiev, il governo della Federazione Russa fu costretto  a  riprendersi esattamente quella parte del territorio storicamente appartenente alla Russia dal 1783 e temporaneamente ceduta all’Ucraina – allora parte dell’UDSSR - da Kruscev nel 1954 (costui lo fece per i propri interessi di potere personali,  per i quali fra l’altro venne di conseguenza destituito).

 

La cosa che maggiormente colpisce è l’assoluta incapacità di USA e NATO (non è necessario menzionale l’UE, che in questi casi è semplicemente esecutrice degli ordini che riceve dagli suddetti) di imparare dagli errori e dai fallimenti ripetuti del più recente passato.

L’identico tentativo di destabilizzazione ed incorporamento dell’Ucraina, per la quale la NATO e gli USA avevano mandato avanti la prostituta UE sempre più vergognosamente al loro servizio, lungi dal consentire l’accerchiamento finale della Federazione Russa ha consentito ad essa di recuperare legittimamente un territorio che culturalmente, linguisticamente, etnicamente e storicamente era parte integrante della nazione russa.

Anche in questo caso i più servili difensori dell’imperialismo USA hanno gridato alla violazione del “diritto internazionale”, gli stessi vermi che avevano osannato all’invasione USA in Irak ed a tutte le ingerenze statunitensi nel mondo, benedicendo le secessioni “buone” come quelle del Kosovo, anche se ottenute con non poche vittime civili nei bombardamenti sulle città serbe, ma dichiarando illegali quelle avvenute con referendum e senza spargimento di sangue come appunto in Crimea.

E siccome non potevano mandar giù il rospo di aver perduto stupidamente l’occasione di soffiare le basi navali alla Russia,  eccoli  scatenare i loro fedeli cani da guardia ovvero i golpisti ucraini,  in larga misura di fede neonazista ed antisemita, oltre che guidati dal più acerbo odio razziale antirusso (ricordiamo per citarne una la Timoschenko, prima della rivolta “Maidan” immobilizzata su sedia a rotelle che si lamentava del duro carcere inflittole, poi dopo il golpe miracolata più che se fosse andata a Lourdes, e pronta nelle sue testuali parole ad annientare tutti i russi che le fossero capitati a tiro: questi gli eroi che in Occidente i media impongono ai cittadini di osannare.

Un’ultima obiezione, quella della violazione del trattato di Helsinki (5) da parte della Russia: già uno sguardo alla data di firma del trattato (1975, cioè quando ancora esisteva l’Unione Sovietica e quindi non c’era un confine fra Russia ed Ucraina) basterebbe a spiegare che talel trattato non può essere invocato per i fatti d'Ucraina. Ma va anche aggiunto che dei vari principi in esso stabiliti, tutti i seguenti sono stati per primi violati dagli USA e dalla NATO:

 

I. Integrità territoriale degli stati: (vedi: Irak)

II. Risoluzione pacifica delle controversie: (vedi Irak, Serbia, Kosovo)

III. Non intervento negli affari interni: l’elenco sarebbe lunghissimo, è più semplice elencare quel pugno di Stati nei quali non sono documentati interventi USA.

V. Eguaglianza dei diritti ed autodeterminazione dei popoli: ricordiamo che il Kosovo non soltanto venne strappato dal territorio nazionale serbo con atti di guerra, ma non venne nemmeno svolto un referendum, contrariamente al ritorno pacifico come conseguenza di un referendum della Crimea.

 

A rigore si potrebbe affermare che il vero attacco all’integrità territoriale è quello avvenuto con lo smembramento dell’UDSSR prima, e della Ex-Jugoslavia poi.

 

Ma anche formalmente, chi parla di violazione di diritto internazionale per la secessione della Crimea, dimostra di non conoscere la materia nemmeno per sentito dire, poiché nel diritto internazionale non è assolutamente contemplato il caso della “secessione”, e ciò per almeno una ragione indiscutibile: la secessione è un fatto “interno ad UNO Stato” e quindi non può logicamente essere regolata da norme che contemplano unicamente i rapporti fra “Stati diversi”.

Che poi alla secessione sia seguita un'annessione di comune accordo e senza guerra, nn si vede come e con quale diritto Stati da sempre aggressori ed invasori per rapina come gli USA possano aver il benché minimo diritto di contestare tali decisioni.

Che questa favola della violazione del diritto internazionale o prova di un' ignoranza profonda dei più elementari concetti giuridici sia stata ripresa da tutti i media Occidentali è un'ulteriore dimostrazione dello scadimento di questi servi del potere prezzolati per mentire e disorientare i cittadini spingendoli a credere le scemenze che diffondono agli ordini altrui.

 

Ma per concludere con una nota meno pessimista:  sia lo spauracchio di future uscite dall’UE, innescate dal Brexit come pure la prossima prevedibile crisi finanziaria (default delle banche italiane e trascinamento nel baratro di buona parte dell’economia europea e mondiale) potrebbero suggerire un cambiamento almeno provvisorio, cioè la fermata temporanea del meccanismo che inevitabilmente porta ad un conflitto militare di grandi dimensioni, per dedicarsi a risollevare le economie più colpite dall’insensata politica neoliberista.

Essa è  sí funzionalissima al disegno imperialista,  ma se sfugge al controllo rischia di compromettere il progetto perverso di assoggettamento del resto del mondo ad una sola super(pre)potenza.

 

Per quanto possano essere mal digeribili gli altri concorrenti nella lotta per il dominio globale, finché ce ne sono, non tutto è perduto. Per parafrasare il noto motto italico dei tempi delle dominazioni straniere della Penisola (“Francia o Spagna, purché se magna”), si è tentati di dire: “Russia o Cina, purché la guerra non sia vicina”.

Graziano Priotto, Radolfzell/Praga

 

 Annotazioni

 1) Belgio, Bulgaria, Canada, Danimarca, Estonia, Francia, Germania, Grecia, Islanda, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Repubblica Ceca, Romania, Slovenia, Slovacchia, Spagna, Stati Uniti, Turchia, Ungheria.

(2) Trattato stipulato nel 1949 fra:  Belgio, Bulgaria, Canada, Danimarca, Estonia, Francia, Germania, Grecia, Islanda, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Repubblica Ceca, Romania, Slovenia, Slovacchia, Spagna, Stati Uniti, Turchia, Ungheria. Scioglimento: non previsto, al contrario continuo allargamento probabile fino all’inizio della WWIII.

(3) Trattato stipulato nel 1955 fra: URSS, Polonia, Cecoslovacchia, Repubblica Democratica Tedesca, Romania, Bulgaria, Ungheria e Albania. Scioglimento:  definitivamente nel 1994 col ritiro delle truppe sovietiche da tutti i Paesi aderenti al patto (L’Albania era uscita già nel 1961, la RDT nel 1992).

(4) Sicuramente la più nota provocazione antirussa prima dei fatti d’Ucraina e ad essi molto simile. Commissionata nel 2008 presidente georgiano Mikhail Saakashvili, in concomitanza coi Giochi Olimpici di Pechino (si contava evidentemente sulla distrazione dell’opinione pubblica mondiale), fu una provocazione che causò moltissime  vittime ed ingenti distruzioni in Ossiezia, ma non ottenne lo scopo desiderato dai suoi mandanti, anzi piuttosto il contrario.

La regione era già stata teatro di conflitti etnici fra cittadini russo-etnici e governo georgiano negli anni 1991-92 (quando per scampare alle persecuzioni georgiane già erano fuggiti in Russia 100.000 cittadini) erano già presenti per trattato internazionale truppe di pacificazione to di pace  ora è praticamente sotto controllo russo . Saakaschwili dovette poi fuggire negli USA poiché ricercato in patria con mandato di cattura. Nonostante il sostegno di Hillary Clinton und John McCain, che lo avevano proposto per il Nobel della Pace (sarebbe stata una decisione perfettamente in linea col medesimo premio concesso ad  Obama !) invece del premio venne unicamente riciclato in Ucraina ed omaggiato di passaporto locale per combattere come governatore di Odessa la corruzione locale – anche questa una scelta logica, visto che il mandato di cattura nei suoi confronti è stato emesso esattamente per reati di corruzione).

L’articolo di Wikipedia ( https://it.wikipedia.org/wiki/Seconda_guerra_in_Ossezia_del_Sud)

in italiano è abbastanza equilibrato per una prima informazione, anche se  per meglio comprendere l’ipocrisia dei commentatori Occidentali si dovrebbero leggere i risultasti delle successive iniziative (commissioni per le indagini sui crimini di guerra attribuiti ad ambo le parti) che hanno confermato sostanzialmente che si era trattato di un’aggressione bella e buona da parte della Georgia. E poiché le forze di cui essa disponeva erano ridicole rispetto a quelle russe, evidentemente il presidente Saakashvili doveva aver ricevuto promesse di aiuto da parte degli USA /NATO, un aiuto che venne a mancare anche perché Gli USA si trovavano a loro volta molto mal messi in Irak. Evidentemente era stata un tentativo che se fosse andato a buon fine (occupazione dell’Ossiezia) avrebbe consentito di realizzare il disegno dell’espansione NATO in Georgia, vero obiettivo dell’operazione. E nel caso fosse andata male, come appunto avvenne, ne avrebbero pagato le conseguenze unicamente i georgiani. Una situazione “win-win” per  USA/ NATO, e questo dovrebbe far riflettere gli scimuniti e probabili futuri emuli di Saakashvili, cioè i governanti dei Paesi Baltici, che continuando ad angariare i cittadini russo-etnici nel loro territorio e ad ammassare armamenti e soldati NATO ai confini russi rischiano un intervento che potrebbe avvenire sul modello di azione USA in “Afganistan” (finanziamento ed armamento dei “patrioti” talibani”) o su quello “Siriano” (armando ribelli e definendoli ”moderati”, un neologismo questo della stessa valenza logica delle “vergini dai candidi manti, rotte di dietro ma sane davanti”.

(5) https://it.wikipedia.org/wiki/Accordi_di_Helsinki  (de.it.press 18)

 

 

 

 

Svizzera. Ancora sui referendum del 12 febbraio

 

Erano tre due dei quali sono stati approvati. Per alcuni  discutibili i motivi dei Sì e dell’unico No. E’ il caso di esaminarli

 

Domenica 12 febbraio il 46% degli Svizzeri ha espresso il suo parere su tre referendum: si o no alla concessione agevolata della cittadinanza agli stranieri di terza generazione, alla creazione di un finanziamento a favore delle strade nazionali e dei progetti in favore del traffico d'agglomerato ed infine alla riforma del sistema di tassazione delle aziende per adeguare il fisco svizzero agli standard internazionali. Non stupiscono i risultati: “si” ai primi due, “no” al terzo, essendo stato ritenuto insensato ridurre alle imprese le tasse che, in Svizzera, sono tra le più basse in Europa.

  La “naturalizzazione agevolata” ora permette lo snellimento delle procedure burocratiche per i 25'000 giovani stranieri di terza generazione. Ai quali risulterà più facile e meno costoso ottenere il passaporto elvetico, in quanto non saranno più sottoposti a test d'integrazione, pur restando necessari alcuni requisiti: i richiedenti dovranno “avere meno di 25 anni, essere nati in Svizzera, detenere un permesso C (di domicilio ) ed aver frequentato almeno 5 anni di scuola nella Confederazione”. Prescrizioni, le ultime due, che devono risultare soddisfatte anche da uno dei genitori, che deve essere residente in Svizzera da 10 anni, e da un nonno che dovrà dimostrare di aver avuto un permesso di dimora o di essere nato nella Confederazione.

  Il “si” è, secondo Simonetta Sommaruga, Ministra di giustizia e polizia, “un segnale importate a favore di questi giovani nati in Svizzera e ben integrati … che ora potranno naturalizzarsi più facilmente ed esercitare i loro diritti”, in quanto “fanno parte della nostra società”. Un’approvazione che ha reso “estremamente felice” la consigliera nazionale socialista, Ada Marra, figlia di immigrati Italiani che, dopo la sua elezione alla Camera bassa, nel 2008, aveva depositato l’iniziativa parlamentare perché “La Svizzera deve riconoscere gli stranieri che hanno costruito questo Paese con gli Svizzeri”.

  Negativo, invece, il giudizio Jean-Luc Addor. Il deputato dell’UDC, unico partito contrario alla riforma, la ritiene, invece, una “svendita del passaporto”. Egli pensa infatti che “tra qualche anno la problematica dell’Islam ci colpirà in pieno volto”, benché a beneficiare della riforma saranno soprattutto Italiani, Spagnoli o Turchi. Dello stesso parere anche il collega Andreas Glarner. Ne consegue, quindi, il rischio che le regole possano essere di nuovo inasprite, prima dell’entrata in vigore della nuova legge. Anche perché gli oppositori intendono presentare una mozione in Parlamento per ottenere che le persone che vogliono naturalizzarsi siano obbligate a rinunciare alla loro cittadinanza.  

  Non sono mancati neppure i disappunti sul risultato positivo del secondo referendum sulla creazione di un fondo destinato alla manutenzione delle strade (FOSTRA), predisposto nel 2014, quando il popolo e i Cantoni accettarono il decreto federale su un aumento del capitale necessario per finanziare ed ampliare l’infrastruttura ferroviaria (FAIF). Il che aveva spinto il Governo ed il Parlamento a prevederne uno anche per le strade, i cui lavori attualmente sono finanziati dal Fondo infrastrutturale, creato nel 2008 ed alimentato con i contributi dell’Imposta sugli oli minerali e del contrassegno autostradale.

  Convinti che nei prossimi anni ci sia il rischio di un’insufficienza dei finanziamenti, essendo diminuiti gli introiti, i socialisti ed i verdi non si sono opposti all’idea di attribuire, per lo sviluppo dell’infrastruttura stradale, 1 miliardo di franchi in più, spesa raggiungibile con un aumento del prelievo fiscale sui carburanti. Fondo che dovrebbe, inoltre, permettere di realizzare la circonvallazione tra Losanna e Morges, nel canton Vaud, e di costruire la nuova autostrada nella regione zurighese del Glattal.

  Progetto che aveva comunque spinto Evi Allemann, deputata del Partito socialista, a dire che “la soluzione adottata dalla maggioranza di centro e di destra rappresenta un saccheggio delle casse federali”. In effetti, la Svizzera dispone di una rete stradale molto estesa, il che comporta già un costo notevole per la manutenzione. Aumentare i fondi potrebbe avere come conseguenza uno spreco di risorse, con il rischio di toglierle  settori più importanti.

  Unico referendum bocciato è stato quello sulla riduzione delle tasse alle imprese che non ha convinto il popolo già tartassato dal fisco. Tanto da spingere un giornalista a scrivere: “Comincino a fare l'inverso: alleggerire le imposte della classe media e poi magari, solo in seguito, anche per le imprese”. Ottima opinione che ha invogliato molti Cantoni a chiedere a Berna di preparare al più presto un nuovo progetto. Al fine di ridurre le tasse a tutti. Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

 

 

 

C’è sempre qualcuno che scopre il voto all’estero

 

Non è una novità. Ogni volta che si parla di consultazione elettorale, salta qualcuno che scopre che votano anche i cittadini italiani residenti fuori d’Italia e non riuscendo a farsi una ragione del perché di questa presunta “anomalia”, allora si scaglia contro di esso o propone una riforma.

Immaginiamo che lo fanno subito dopo aver consultato nella web cliccando “voto degli italiani all’estero”, e allora - apriti cielo! - leggono i dotti trattati sulla questione da wikipedia, fattoquotidiano, corsera e via dicendo, sui presunti brogli elettorali commessi da “gente che non paga le tasse in Italia”, “per decidere sulla vita di chi vive in Italia” e roba del genere. Si tratta di articoli e informazioni che si trovano nella rete già da anni e che ogni volta vengono spolverati per mettere in discussione un diritto sancito dalla Costituzione della Repubblica, ben prima della riforma dell’articolo 48 approvata nell’anno 2000, a conclusione della grande battaglia nella quale Mirko Tremaglia coinvolse tutto l’arco politico italiano.

L’ultima volta è stata in occasione del referendum costituzionale di novembre, quando in tanti paventavano il “pericolo che il voto all’estero” fosse determinante per l’esito del risultato. Ora, in vista di eventuali elezioni anticipate, un’altra volta siamo sul tema.

Come dicevamo, il diritto al voto, era riconosciuto dalla Costituzione fin dal primo giorno anche ai cittadini italiani residenti all’estero. Non poteva essere diversamente perché si tratta di un diritto intrinseco alla condizione di cittadino. Infatti, anche prima della riforma del 2000 si poteva votare, ma per farlo bisognava recarsi in Italia (erano previsti sconti sui mezzi di trasporto dello Stato, per consentire ai cittadini residenti all’estero di raggiungere i seggi nelle proprie città e paesi) ma pochi avevano la possibilità e il tempo, specialmente tra i residenti oltreoceano. Naturalmente eleggevano tra i candidati che proponevano le liste presenti nel collegio elettorale dove l’interessato si recava a votare. Quel che fece nell’anno 2000 la riforma dell’articolo 48, fu creare la Circoscrizione estero, cioè, costituire un collegio che rappresentasse tutti i residenti fuori d’Italia. Completata con la riforma degli articoli 56 e 57 che assegnava a questa nuova circoscrizione dodici deputati e sei senatori, fu un punto di arrivo determinante per ottenere il consenso di tutte le forze politiche, perché fino ad allora, in genere partiti e politici si opponevano al nostro voto - tra l’altro- perché non volevano perdere il controllo dei “propri” collegi elettorali. Poi lo strumento indispensabile per rendere efficace all’estero l’esercizio del diritto di voto, fu la legge 459 del 2001, la legge Tremaglia, che stabilì il voto per corrispondenza.

Bisogna ricordare che questo sistema fu adoperato per due ragioni principali. La prima era che si rendeva politicamente difficile far svolgere una elezione in tanti paesi - circa una trentina - nei quali risiede una certa quantità di cittadini italiani, per una questione di extraterritorialità politica. E infatti, prima di far votare i propri cittadini, l’Italia ha dovuto ottenere l’assenso dei vari paesi, perché autorizzassero questa attività politica nei loro territori. Non ci sono stati problemi in Europa, dove da tempo c’era un progetto politico istituzionale comune, qual è la Comunità europea e dove ad ogni modo c’era già all’epoca una intensa attività politica che potremmo chiamare transfrontaliera. Non è stato molto difficile in paesi amici, come l’Argentina. Più complicato invece è stato ottenere il consenso in Canada e in Australia dove i governi, impegnati in politiche di integrazione degli immigrati, non hanno visto di buon occhio l’iniziativa, al punto che almeno nelle prime tornate elettorali, l’autorizzazione veniva data di volta in volta. Ma in definitiva, per la stragrande maggioranza dei paesi e dei cittadini italiani residenti in essi (quasi cinque milioni) l’accordo è stato trovato.

L’altra questione, in un certo senso legata alla prima, è la difficoltà pratica di aprire seggi dappertutto o di far votare i cittadini residenti all’estero presso le sedi diplomatiche e consolari. Solo chi non conosce il mondo o è in malafede, può proporre una soluzione di questo tipo. Quanti chilometri dovrebbe percorrere un cittadino per poter votare? Per citare l’esempio più eclatante in Argentina, quello di Bahía Blanca, la sede consolare più a sud del mondo. La sua circoscrizione comprende anche la Terra del Fuoco: Usuhaia è lontana ben 2.443 chilometri dalla sede consolare. Río Gallegos, 1.871 km. Gli italiani residenti nella “più vicina” Bariloche, dovrebbero percorrere 962 km. Nel nordovest, compreso nella circoscrizione consolare di Cordoba, la sede consolare è lontana 917 km da Jujuy, 891 km da Salta, 484 da La Rioja, 461 da Catamarca. Nella circoscrizione del consolato generale d’Italia a Rosario, Posadas è lontana 908 km.; Formosa 881 km.; Resistencia 715 km e così via. Lo stesso vale per le altre sei sedi consolari, comprese quelle di Buenos Aires, Lomas de Zamora e Morón, dove risiedono quasi quattrocentomila italiani. Nel paese, purtroppo, non ci sono treni di alta velocità, anzi ci sono pochi treni e il loro servizio è scadente. Anche i servizi di corriere è in crisi e la struttura stradale è in buona parte da rifare.

In Argentina - solo per parlare di uno dei paesi più estesi, dove risiedono oltre 700 mila italiani in condizioni di votare, tutte queste persone dovrebbero spostarsi verso le sedi consolari? E chi starebbe alla porta di quelle sedi ad attenderli e a ordinare le file? Forse il senatore Mauro che ha avuto la brillante idea (ultimo in ordine di tempo, perché l’idea non è originale)? Pensiamo al Brasile, al Venezuela, al Cile, ma anche agli Stati Uniti, al Canada, all’Australia o perfino all’Uruguay che, pur se territorialmente non molto esteso, ha una delle comunità più numerose al mondo e dove manca una sede consolare, chiusa qualche anno fa, nella foga dei governi italiani per “risparmiare”.

Vero è che l’on. Mauro e qualcun altro, propongono  anche il voto elettronico, ma la procedura per l’iscrizione, per ottenere la necessaria password, comporta gli spostamenti di cui parlavamo sopra. E non è detto che il sistema non sia messo in discussione, come avviene anche col sistema di voto per corrispondenza. Un sistema che certamente potrebbe essere migliorato, cominciando dal fatto di prevedere comitati elettorali in ogni sede consolare, dei quali farebbero parte i responsabili nominati da ogni lista, oltre naturalmente ai Consoli.

Un dibattito che, comunque, è legato alla cittadinanza, alla rappresentanza delle comunità all’estero e alla struttura consolare. E fondamentalmente alla risposta sul rapporto tra l’Italia e i suoi cittadini residenti oltreconfine.

Purtroppo la politica italiana continua a guardarsi l’ombelico e quando qualcuno cerca di alzare lo sguardo per vedere cosa succede altrove, viene combattuto dalla grande coalizione a difesa dello status quo, che va da destra a sinistra, dal vecchio al nuovo, dalla maggioranza all’opposizione. Una trasversalità degna di una causa migliore.

Ad ogni modo sembra che a possibilità del voto anticipato si sia allontanata. Per cui il dibattito sul voto degli italiani all’estero probabilmente sarà rimesso nel cassetto, in attesa delle elezioni. Marco Basti, Tribuna Italiana 15.2.

 

 

 

 

Merkel, pace con Csu ma Spd balza prima nei sondaggi

 

La cancelliera intanto punta a cercare un accordo con Trump su difesa e Nato, ma avverte: valuteremo una risposta se Trump impone dazi

 

Hanno litigato per quasi due anni, ma oggi è andata in scena la grande pace. Angela Merkel e Horst Seehofer, capo della Csu - i cristiano-sociali bavaresi «fratelli» della Cdu della cancelliera - si sono attaccati, criticati, fatti dispetti, principalmente sul tema dei migranti, ma non solo. Tanto da far pensare a distanze quasi insuperabili. Ma oggi la Csu e la Cdu, riunite a Monaco, hanno certificato che l’«ex ragazza dell’est» è la candidata comune dei due partiti nella corsa alla cancelleria. 

 

Il fuoco amico da parte del governatore bavarese, i ripetuti appelli a fare marcia indietro sulla politica «delle porte aperte» e i malcelati malumori della base della Csu hanno lasciato il passo agli abbracci e all’annuncio di una comune strategia, con tanto di programma elettorale da elaborare insieme. A ratificare l’accordo, la solenne consegna a Frau Merkel di una foto del leader storico dei cristiano-sociali, Franz Josef Strauss, ritratto in bianco e nero davanti alla Porta di Brandeburgo e al Muro di Berlino. Peccato che la «grande pace» - che a molti osservatori appare più tattica che di sostanza - arrivi in un giorno infausto dal punto di vista dei sondaggi: per la prima volta da anni, la Spd supera la Cdu nei favori degli elettori tedeschi. 

 

Sull’onda di un fenomeno imprevisto nelle sue dimensioni, ossia l’entusiasmo suscitato dalla nomina a candidato cancelliere di Martin Schulz, i socialdemocratici toccano il 31% dei consensi, con Cdu/Csu ferme al 30%. Sono quattro punti in più in una settimana, mentre la compagine guidata dalla cancelliera sul terreno ne perde tre. 

 

E intanto la cancelliera tedesca fa sapere che la Germania si oppone all’istituzione di tariffe doganali unilaterali sulle importazioni, precisando che se l’amministrazione Usa del nuovo presidente, Donald Trump, ne imporrà, Berlino studierà una contromossa in risposta. «Dobbiamo vedere ciò che l’amministrazione degli Stati Uniti farà e quindi decideremo se reagire o non reagire», ha affermato la cancelliera. «Ho detto spesso che sostengo gli accordi di multilateralismo e quelli di reciprocità commerciale. Credo che il mondo abbia avuto la meglio sulla crisi finanziaria e bancaria, perché ha reagito insieme in seno al G20». 

La cancelliera tedesca ha insistito però sulla necessità di cercare «punti d’incontro» con il presidente americano Donald Trump, in particolare sulla Nato e sulla difesa. «Ho già detto ciò che avevo da dire sulla politica migratoria» di Trump, ha affermato in conferenza stampa, in riferimento al divieto d’ingresso negli Usa i cittadini di sette Paesi a maggioranza musulmana. Ora, ha detto Merkel, è il momento di «cercare affinità». LS 6

 

 

 

 

Il ministro Alfano in Germania per la riunione dei ministri degli esteri del G20 e la Conferenza sulla Sicurezza di Monaco

 

ROMA - Il ministro degli Esteri e della Cooperazione Internazionale, Angelino Alfano, è rimasto fino al 18 febbraio in Germania per un doppio appuntamento istituzionale: la riunione informale dei ministri degli Esteri G20 a Bonn e l’annuale Conferenza sulla Sicurezza di Monaco di Baviera. Alfano è rimasto a Bonn il 16 e il 17 febbraio; il 17 pomeriggio partito per Monaco dove si è fermato fino alla sera del giorno dopo.

La ministeriale G20 si è concentrata sul ruolo della politica estera nella trattazione delle sfide globali. Presieduta dal ministro degli Esteri tedesco, Sigmar Gabriel, ha visto la partecipazione, tra gli altri, del segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, e del segretario di Stato americano, Rex Tillerson.

I lavori si sono articolati in tre sessioni, dedicate all’attuazione dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, alla prevenzione dei conflitti con particolare riferimento al ruolo delle donne e alla stabilizzazione e sviluppo dell’Africa.

Il ministro è intervenuto in quest'ultima sessione, per riaffermare l’attenzione italiana verso il continente - al centro anche della Presidenza italiana G7 - e sottolineare il ruolo di primo piano che il nostro Paese svolge in relazione ai flussi migratori e di rifugiati provenienti dall’Africa.

A margine della ministeriale G20, il ministro Alfano ha incontrato il Segretario di Stato statunitense, Rex Tillerson. Questo primo incontro dal momento dell’assunzione del nuovo incarico da parte di Tillerson, è stato un’occasione per riaffermare “la grande amicizia tra Italia e Stati Uniti”, come ha sottolineato il ministro Alfano. “Sulla base della nostra solidissima partnership – ha aggiunto Alfano - lavoreremo fianco a fianco per fornire risposte comuni alle sfide globali più urgenti, in particolare nel Mediterraneo”.

“I numerosi successi di questi mesi – ha detto il ministro a proposito della crisi libica - non sarebbero stati possibili senza una determinata azione congiunta di Italia e Stati Uniti. E’ fondamentale proseguire lungo questo percorso, poiché non possiamo permetterci che la Libia scivoli nuovamente nel caos. La riattivazione della nostra Ambasciata a Tripoli rappresenta un segno tangibile di una grande attenzione da parte nostro Paese, oltre che un messaggio di sostegno a tutto il popolo libico. Auspichiamo che altri Paesi decidano di ristabilire la propria presenza diplomatica in Libia”.

Il titolare della Farnesina ha inoltre illustrato all’omologo statunitense le priorità della Presidenza italiana del G7: “L’eccellente cooperazione dei nostri due Paesi in ambito G7 è di particolare importanza. Consideriamo il supporto statunitense un elemento chiave per il successo del programma della Presidenza italiana”.

Il colloquio ha infine rappresentato un’opportunità per un giro d’orizzonte sulle principali questioni di rilevanza internazionale dal contrasto al Daesh, rispetto al quale Alfano ha ribadito il pieno sostegno italiano alla Coalizione, alla crisi siriana, al dossier russo-ucraino, ai rapporti con la NATO, al tema del regime degli scambi nel commercio internazionale.

 

“Nell’ambito delle nostre eccellenti relazioni bilaterali, riteniamo di particolare importanza la fruttuosa cooperazione dei nostri due Paesi in ambito G7, anche per garantire continuità tra la Presidenza italiana e quella canadese del 2018”, così il ministro Alfano, al ministro degli Affari Esteri del Canada, Chrystia Freeland, nel corso dell’incontro a margine della ministeriale G20 a Bonn.

Alfano ha illustrato alla sua omologa candese le priorità della presidenza italiana del G7, con particolare riferimento alle iniziative in favore della sicurezza alimentare e dell’agricoltura sostenibile. “L’Italia propone ai partners G7 un’iniziativa – l’iniziativa Taormina – volta ad incrementare gli aiuti governativi allo sviluppo da parte dei Paesi G7, per la sicurezza alimentare e l’agricoltura sostenibile, in un selezionato gruppo di Paesi dell’Africa Sub-sahariana”, ha detto il titolare della Farnesina.

L’incontro è stato anche un’occasione per un giro d’orizzonte sui principali temi di rilevanza internazionale di interesse comune, dalle prospettive della nuova amministrazione statunitense, alle relazioni tra il Canada e l’Unione europea, alle politiche di sicurezza in ambito NATO e all’interno della coazione anti-Daesh.

Alfano ha avuto un incontro anche con il ministro degli Affari Esteri turco, Mevlut Cavusoglu. Questioni bilaterali, ma anche temi europei ed internazionali sono stati al centro del colloquio svoltosi a margine dei lavori della ministeriale Esteri del G20 in corso a Bonn. “Con la Turchia, l’Italia ritiene molto importante mantenere un dialogo aperto su tutte le principali questioni, come la stabilizzazione del Medio Oriente, la gestione dei flussi migratori e la lotta contro il terrorismo”, ha affermato Alfano.

I due ministri hanno affrontato il tema della cooperazione in materia di sicurezza. In agenda anche tematiche legate alle grandi sfide dell’area mediterranea, prima fra tutte quella migratoria. L’incontro è stato infine anche l’occasione per uno scambio di vedute sul dossier libico, alla luce del comune impegno a favore della stabilizzazione del Paese.

A margine della ministeriale G20, Alfano ha visto anche il ministro degli Esteri del Giappone, Fumio Kishida. “I rapporti tra Italia e Giappone attraversano una fase particolarmente positiva, condividiamo approcci simili su molti temi regionali e globali, tra cui l’empowerment delle donne e il contrasto al terrorismo internazionale”, ha detto il ministro Alfano.

"In particolare -  ha aggiunto -  Italia e Giappone condividono interessi e responsabilità nel consolidamento del rapporto tra Europa ed Asia. La staffetta in ambito G7 tra le nostre Presidenze rinsalderà tale impegno”. Alfano ha sottolineato che “il programma della Presidenza italiana, che si iscrive in un’ottica di ampia continuità con la Presidenza giapponese, pone al centro dell'agenda e dell'azione politica i cittadini e i loro bisogni, in termini di benessere sociale, economico, ambientale e di sicurezza”. Alfano ha inoltre auspicato l’ulteriore rafforzamento delle già ottime relazioni economiche, in particolare “l’intensificazione dei flussi di investimento giapponese in Italia e delle collaborazioni nel settore della sicurezza e nell’industria della difesa dove possono costruirsi fruttuose collaborazioni tra gruppi giapponesi e aziende italiane che dispongono di prodotti e soluzioni tecniche di elevatissimo livello”. 

 

La Conferenza sulla Sicurezza di Monaco di Baviera è stata aperta sabato 18 febbraio dalla cancelliera tedesca Angela Merkel. Il ministro Alfano è intervenuto alla tavola rotonda dedicata ai temi della sicurezza e dell’intelligence in risposta alla minaccia terroristica. A margine dei lavori, il ministro ha avuto colloqui bilaterali con alcuni omologhi sui temi della sicurezza e della lotta al radicalismo islamico. Dip 19

 

 

 

 

 

La corsa record di Schulz: "Vi spiego io i rischi dell'Europa a due marce"

 

Il reportage. Il candidato anti-Merkel ha già guadagnato dieci punti in dieci giorni. Puntando su euro e solidarietà – di Tonia Mastrobuoni

 

AMBURGO - Quando gli chiediamo cosa pensa dell'Europa a più velocità, Martin Schulz ci afferra per un braccio e avvicina la bocca al microfono. Vuol essere sicuro che nel caos di grida, applausi e risate non vada persa neanche una parola. "Abbiamo già un'Europa a diverse velocità", dice a Repubblica.

 

E giù esempi: l'euro, Schengen, la cooperazione rafforzata. Ma il politico socialdemocratico ha in mente anche le geometrie - e le ostilità - variabili che emergono da anni: "Ci sono Paesi che vogliono entrare nell'euro, altri che sono già dentro e vorrebbero buttare qualcuno fuori... Altri ancora che cercano di non farsi spingere fuori", sottolinea il candidato anti-Merkel della Spd. È importante, insomma, il modo in cui l'idea della cancelliera verrà declinato: "Se l'Europa a differenti velocità esiste già, dobbiamo chiederci se è sempre stata una soluzione per i nostri problemi. O se ne è stata piuttosto, a volte, la causa".

 

Schulz ci lascia, non prima di aver dedicato un pensiero all'Italia: "Va assolutamente sostenuta, con ogni mezzo". Poi continua sorridendo a stringere mani, ad annuire, a dare pacche sulle spalle, finché non raggiunge la sua macchina con lo staff e lascia il cortile della scuola. L'auto dietro di lui, una berlina blu, parte sgommando. A un militante stropicciato con una cartellina in mano scappa un'imprecazione: "Ma che imbecille quel fotografo. Ma che figura ci facciamo? 'Le auto di Schulz partono sgommando da una scuola'... Vedo già i titoli". E i titoli, di questi tempi, sono tutto. Soprattutto per il candidato che ha intrapreso la sfida del decennio: la rincorsa dell'immarcescibile Kanzlerin.

 

Siamo a Norderstedt, fuori Amburgo, nella scuola "Coppernicus", per indagare quello che i tedeschi hanno già battezzato lo "Schulz-Hype", l'incredibile ondata di entusiasmo che si è creata attorno al candidato Spd in sole tre settimane e che sta lasciando a bocca aperta l'Europa.

 

Schulz sta polverizzando la cancelliera nei sondaggi. E il partito ha guadagnato dieci punti in dieci giorni, lasciandosi la Cdu alle spalle. La Spd ci ha comunicato i dati più freschi: dal 24 febbraio ci sono 4.250 nuovi membri registrati online, e centinaia di iscrizioni al livello locale non ancora trasmesse al quartier generale. La metà dei nuovi iscritti ha meno di 35 anni.

 

Il Paese - basta passare un pomeriggio con Schulz per capirlo - è attraversato da un misto di sorpresa ed euforia. Sul palco del teatro del 'Coppernicus', gli studenti hanno appeso una ghirlanda colorata e lo incalzano con le loro domande. La platea è strapiena di studenti e genitori. Gli applausi sono tanti. Ma non tutti sono convinti. Konrad Heier ha 16 anni, le braccia incrociate sul petto, ammette di non aver capito "se Schulz continuerà a fare gli errori fatti da Merkel. In fondo, i loro partiti governano insieme da anni. Oggi non ho sentito niente di nuovo".

 

In realtà, Schulz non vuole essere affatto nuovo. Non schiva neanche domande micidiali, come quella sulla Germania che con l'euro "avrebbe svenduto i suoi interessi" al continente. Gli interrogativi che Merkel ha affrontato sempre con imbarazzo. L'ex presidente del Parlamento Ue, invece, va dritto al punto: "Non c'è Paese che abbia approfittato dell'euro più della Germania. Proteggere l'euro non è svendere gli interessi della Germania, è metterli in cassaforte ". Lo ribadisce in modo identico due ore dopo, durante un incontro con la cittadinanza a una trentina di chilometri, ad Ahrensburg, nel cuore dello Schleswig-Holstein. Lì vien fuori chiaramente quale potrebbe essere lo slogan di Schulz: niente di nuovo sul fronte socialdemocratico. La sua coraggiosa messa in discussione di alcuni punti dell'intoccabile totem di Schroeder, l'Agenda 2010, e le sue critiche al "turbocapitalismo", stanno chiaramente segnalando che la sua campagna elettorale sarà totalmente diversa da quelle dei suoi predecessori battuti da Merkel, Steinbrueck e Steinmeier. Ad Ahrensburg, Schulz riassume tutto in una battuta: "Mi hanno chiesto cosa c'è di nuovo nelle mie battaglie. Nulla! È da 150 anni che le idee socialdemocratiche sono quelle giuste". L'incontro è organizzato in un'altra scuola piena di gente. Il capo locale della Spd non riesce a togliersi il sorriso dalla faccia: un successo "senza precedenti", dice. Per Jochen Proske "i cittadini pensano di trovare qualcosa in Schulz che non si aspettano più da nessun altro. Risposte a domande che nessuno faceva più. A partire dal problema centrale della solidarietà sociale". Un cartello scritto a mano davanti al bar improvvisato informa che una birra costa 3 euro, un pretzel 1,5 e una barretta di cioccolato 80 centesimi. È impressionante il numero di giovanissimi venuti ad ascoltare un politico che ha passato l'ultimo quarto di secolo fuori dalla Germania. O fore il segreto è proprio questo.

Una signora elegante racconta di essere "venuta a capire se dopo tanti anni che voto Cdu, Schulz può farmi cambiare idea". Le chiediamo se è stata contagiata già dalla mania scoppiata anche sui giornali e sui social media, dove impazzano gli hashtag più incredibili (#gottkanzler, "dio candidato", è uno dei più

sobri). Ma la voce di Schulz ci sovrasta. Con un altro slogan che sentiremo spesso, nei prossimi mesi: "L'Afd non è 'l'alternativa per la Germania', è una vergogna per la repubblica", grida. La lunga corsa per la cancelleria è cominciata. LR 10

 

 

 

21 febbraio, giornata mondiale della lingua madre. Una iniziativa del Comites di Dortmund

In occasione della giornata internazionale della lingua madre che si tiene il 21 febbraio, il Comites di Dortmund sostiene, con una campagna informativa, i Corsi di lingua madre - HSU-Italienisch (Herkunftssprachlicher Unterricht) rivolti agli studenti della primaria e della secondaria, finanziati e organizzati dal Land Nordreno-Vestfalia. Perché mantenere un contatto con le proprie origini linguistiche e crescere bilingui è il primo passo verso una nuova consapevolezza europea.

Il 21 febbraio si celebra la giornata mondiale della lingua madre, istituita dall’Unesco nel 1999. L’obiettivo della giornata, che viene osservata ogni anno dal febbraio 2000, è quello di promuovere la diversità linguistica e culturale e il multilinguismo. Le lingue sono gli strumenti più potenti di conservazione e sviluppo del nostro patrimonio materiale e immateriale.

E proprio su questo si basa la campagna indetta dal Comites di Dortmund a sostegno dei corsi di lingua madre HSU-Italienisch (Herkunftssprachlicher Unterricht) rivolti agli studenti della primaria e della secondaria, finanziati e organizzati dal Land Nordreno-Vestfalia, un concetto dove materiale e immateriale si uniscono, enfatizzando il fatto che crescere bilingui è il primo passo verso una nuova identità europea, fatta di opportunità e di meraviglie.

Il gioco di questo doppia possibilità viene sottolineato da un’immagine che si può guardare in due direzioni, semplicemente capovolgendola. Un “HO” nel centro della foto può essere letto come verbo avere o come espressione di stupore. Simile al duplice destino della lingua madre che è fatto di identità e valori che si possono trasformare in doppie opportunità di convivenza e di sviluppo per chi la conosce.

È stato realizzato un cofanetto di promocard su questo concept creativo che verrà distribuito alle famiglie. Sono state selezionate 5 categorie di eccellenza italiana per cui vale la pena parlare l’italiano: la buona cucina, la grande arte, la grande letteratura, il grande design e le grandi scoperte. E per ognuna di queste viene spiegato come studiare l’italiano metta in connessione gli studenti con la doppia possibilità di partecipare sia da protagonista che da spettatore all’immensa cultura che li lega alle origini.

Marilena Rossi, Presidente del Com.It.Es. di Dortmund

 

 

 

Berlinale. Niente invito all’Amasciatore italiano

 

Berlino  - "Nessuna poltrona gratuita al Berlinale Palast dove si proiettano i film in concorso anche per molti dei suoi colleghi e di molti direttori degli Istituti di Cultura di altri Paesi presenti a Berlino. Le ragioni del provvedimento che il direttore della rassegna Kosslick reputa indispensabile. Una trentina di profughi tra il personale del festival". Questo, in sintesi, il contenuto dell’articolo a firma di Vincenzo Maddaloni pubblicato in prima pagina sul portale del Deutsche Italia, quotidiano diretto proprio a Berlino da Alessandro Brogani.

"L’Ambasciatore d’Italia a Berlino non è nell’elenco degli invitati della Berlinale, il Festival del Cinema che si concluderà domenica prossima nella capitale tedesca. Nella lista non vi è nemmeno il direttore dell’Istituto Italiano di Cultura. Naturalmente, non è precluso loro l’accesso in sala se hanno acquistato il biglietto al botteghino, come fanno centinaia e centinaia di berlinesi da settimane in coda, mi assicurano all’ufficio stampa.

Alla Mostra cinematografica di Venezia una vicenda simile non sarebbe pensabile, ancora di meno alla Festa del Cinema di Roma dove – raccontano – i biglietti omaggio rappresentano la stragrande maggioranza. A Berlino accade il contrario. Il bilancio della rassegna cinematografica è in attivo, seppure di poco; i biglietti in vendita, anche quest’anno sono pressoché esauriti, e i giornalisti accreditati sono sempre di più da quando il Festival è tornato alla sua vocazione più autoriale e il tappeto rosso è sempre più corto.

Sono dei risultati che Venezia e Cannes, San Sebastiàn e Roma, Torino e London Film Festival si sognano, tanto per citare le prime rassegne che vengono in mente. È tutt’altra storia questa della Berlinale tedesca, che segue le rigida regola della "partita doppia", delle entrate e delle uscite tutte documentate con scrupolosità.

Ma non pensateli maniacali e perversi, o peggio ancora che non godiamo della loro considerazione, al punto tale da non invitare l’Ambasciatore e il rappresentante culturale a uno dei festival cinematografici di maggior prestigio internazionale. Anche perché l’anno scorso ha vinto l’Orso d’oro il film su Lampedusa, "Fuocoammare", nel 2012 il massimo premio era andato a "Cesare non deve morire" dei fratelli Taviani.

Pertanto, tutto fa pensare che i mancati inviti sono soltanto una "questione di portafoglio". Infatti, siccome quest’anno alla Berlinale non è stato invitato in concorso nessun film italiano, sono saltati anche gli inviti ai rappresentanti del Belpaese. Non va tanto per il sottile Dieter Kosslick, 68 anni, dal 2001 patron del Festival del Cinema berlinese, con un contratto rinnovato fino al 2019. Il bilancio è prioritario, i conti sono i conti e bisogna raggiungere il pareggio. Non manca molto e, dunque, via con i tagli.

A Berlino ci sono 149 sedi diplomatiche, il che vuol dire 149 ambasciatori con rispettive consorti, per un totale di 298 poltrone da assegnare nel "Berlinale Palast", dove ogni sera vengono proiettati i film in concorso. Sono 149 pure gli Istituti culturali e quindi nel più o nel meno vanno calcolati altri 298 posti. Sebbene il Palast di poltrone ne abbia mille settecento cinquantaquattro – è il più grande teatro in Germania – cinquecento poltrone regalate sono davvero troppe, deve aver pensato il direttore Kosslick. D’ora in avanti saranno assegnate soltanto a coloro che rappresentano le nazioni dei film in concorso, deve aver concluso Kosslick. E ha lanciato l’ukase senza tanto clamore.

Naturalmente non ci sono eccezioni per gli ambasciatori europei, nemmeno un occhio di riguardo per i rappresentanti di quelle nazioni che hanno fondato l’Unione europea. Insomma, con la piuma o senza piuma sul cappello – così cantava il trio Lescano – l’Ambasciatore alla Berlinale arriva soltanto quand’è invitato, a meno che non si confonda tra il pubblico pagante.

Postilla. La Berlinale offre ingressi gratuiti o scontati al 50 per cento per i profughi. E una trentina di Flüchtlinge, fuggiaschi, come li chiamano in Germania, che parlano inglese sono stati assunti per svolgere diversi compiti durante il Festival. Kosslick medesimo, nell’ottobre scorso, ha preso in affidamento un bambino siriano di cinque anni per consentire la sua permanenza in Germania. Anche questo fa parte della cronaca". (Aise/dip 15) 

 

 

 

Il Vice-Presidente CTA di Catania in visita in Baviera

 

Il Vice-Presidente del CTA provinciale di Catania (Centro Turistico Acli) Gaeta Ciaccio, in cooperazione con il Presidente Macaluso delle ACLI  regionali locali, ha visitato dal 10 al 13 febbraio 2017 la realtá bavarese, soprattutto la cittá di Monaco di Baviera, per avviare rapporti turistico-commerciali.

In particolare il Vice-Presidente Ciaccio ha incontrato nella capitale bavarese una serie di operatori turistici, visitandone le strutture di riferimento,soprattutto situate nel zona centrale della Cittá nell'intento di proporre una presenza di gruppi italiani a Monaco durante i periodi, e non solo, delle edizioni dell'Oktoberfest  ed offrire la Sicilia, in particolare il territorio del catanese e dell'entroterra etneo quale meta di soggiorni per comitive tedesche.

Nel portare il saluto della Presidente CTA di Catania  Antonella Garofalo, il Vice-Presidente Ciaccio si é soffermato sull' appuntamento del prossimo maggio 2017 che vedrá  proprio Taormina,in Sicilia, ospitare  un appuntamento di livello mondiale quale in G7 rappresenta. Un palcoscenico, quindi, importante  per rilanciare a livello turistico un territorio che animato da rinnovate vocazioni imprenditoriali, realizzi in quel settore e nella  salvaguardia  di un ambiente unico, abbinato ad investimenti nel recupero idro-geofisico, un  reale e possibile rilancio dell'economia locale e oppurtunitá  di occupazione, soprattutto giovanile.

La proposta turistico-culturale, anche per la presenza numericamente piú significativa della componente di corregionali siciliani in Germania, si estende e si articola anche nella diffusione dell'apprendimento della lingua tedesca nel sistema scolastico regionale. Anche in tale direzione il CTA di Catania intende adoperarsi nella proposizione di concrete progettualitá d'intervento.

Un abbinamento imprescindibile risulta anche il fattore eno-gastronomico e l'interesse a diffondere in una realtá quale la Germania con le sue potenzialitá rappresenta,la produzione siciliana  nelle accezioni e connotati tipici regionali.

A Kaufbeuren, cittadina a circa 90 Km da Monaco di Baviera,il Vice-Presidente Ciaccio ha incontrato esponenti del Circolon ACLI locale ed assistito alle esibizioni del Folk-ACLI (Gruppo folclorico siciliano).

Anche il Presidente delle ACLI Baviera Macaluso, ringraziando per la visita,ha auspicato che tali incontri  costituiscano concreti e validi esempi di interazione della presenza aclista in Europa per affermare valenze ed intraprendenze che il meridione d'Italia, la Sicilia, é in grado di esprimere e proporre. Dip 17

 

 

 

 

Berlinale. La costumista Milena Canonero dopo quattro premi Oscar conquista l’Orso d’Oro alla Carriera

 

Berlino. Al via il 9 febbraio a Berlino una nuova edizione dello European Film Market, mercato che ogni febbraio apre la stagione industry del cinema europeo ed internazionale. Anche quest’anno ICE-Agenzia ha promosso la partecipazione delle aziende italiane, realizzando assieme ai propri partner -Luce Cinecittà e Anica - un Padiglione Italia presso il Martin Gropius Bau. Si tratta di un vero e proprio hub, un punto di riferimento essenziale per tutti gli operatori italiani presenti, le associazioni di categoria, le film commission nazionali e i vari rappresentanti istituzionali. Un’area, attrezzata con mini booth individuali, è stata interamente dedicata ai sales (Intramovies, Fandango, Filmexport, Variety, True Colors) mentre sono ben dodici le film commission che sono state presenti allo stand Italia con propri rappresentanti (Puglia, Campania, Valle d’Aosta, Calabria, Alto Adige, Lombardia, Lucana, Roma Lazio, Sardegna, Toscana, Torino-Piemonte, Trentino).

Fulcro business della Berlinale, lo European Film Market ospita in media 8.000 tra produttori, buyer, distributori, venditori e finanziatori internazionali in rappresentanza di circa 100 paesi. Molte e variegate le opportunità di confronto e di business: dal  Co-Production Market (dal 12 al 15 febbraio, quattro giorni di incontri tra produttori e finanziatori interessati a sviluppare e finanziare progetti selezionati), ai Drama Series Days (evento dedicato a sviluppare gli incontri tra produttori, broadcaster, compratori e distributori di prodotti seriali), da Meet the Docs (pensato per sviluppare il networking tra compratori, venditori e produttori di film documentari) a EFM Industry Debates (incontri con esperti internazionali sui temi più interessanti del settore). Al co-production market l’Italia è stata presente quest’anno con il progetto Figlia mia di Laura Bispuri (già in concorso alla Berlinale 2015 con il film Vergine Giurata) prodotto da Gregorio Paonessa e Marta Donzelli di Vivo Film. Nella sezione Panorama  del Festival troviamo invece Chiamami per nome di Luca Guadagnino in arrivo dal Sundance dove era l’unico italiano. Infine un riconoscimento alla creatività della nostra costumista Milena Canonero che, dopo quattro premi Oscar, conquista l’Orso d’Oro alla Carriera. Ita 19

 

 

 

 

Laura Garavini a Francoforte all’Assemblea del PD Germania

 

"E’ merito del Pd se si è arrivati velocemente alla parlamentarizzazione della riforma elettorale. A neanche un anno di distanza dalla scadenza naturale della legislatura il Paese ha bisogno di dotarsi di una legge elettorale. E’ si vero che i testi della legge, sia al Senato che alla Camera, usciti dalla Consulta, sono automaticamente applicabili - cosa che ha scritto la Corte costituzionale. Ma è anche vero che è compito del principale partito di maggioranza creare le condizioni affinché le leggi elettorali siano il più possibile armonizzate tra le due camere, cosi da garantire stabilità una volta votato, come ha richiesto peraltro il presidente Mattarella.

 

Adesso i partiti di opposizione sono chiamati a dimostrare nei fatti, attraverso un celere iter parlamentare della riforma, se vogliono davvero rispettare la volontà dei cittadini, permettendo di andare a votare in fretta”. Lo ha dichiarato Laura Garavini, della Presidenza del PD alla Camera, in occasione dell’Assemblea semestrale del PD Germania, svoltasi a Francoforte su iniziativa del Segretario del PD Germania Franco Garippo, della Presidente Giulia Manca e del Tesoriere Angelo Turano.

 

La Parlamentare PD eletta all’estero ha poi commentato positivamente i lavori dell’Assemblea. "Un’Assemblea partecipata, che ha visto Segretari e Presidenti motivati discutere delle attività realizzate ed in programma, della riforma dello Statuto, di promozione culturale e della situazione politica in Italia e in Europa. Il tutto in un clima costruttivo, che rappresenta le migliori basi per rafforzare la presenza del PD fra i connazionali residenti in Germania e in Europa e per fare conoscere il buon lavoro che stiamo facendo, sia sui territori che in Parlamento e al Governo, in favore degli italiani all’estero”.  De.it.press 6

 

 

 

 

A Giovanni Pollice la croce al merito della Repubblica Federale Tedesca, conferita dal presidente Gauck

 

Hannover. La consegna della onorificenza è avvenuta, a nome del Presidente della Repubblica, il 15. Febbraio scorso nella pittoresca sala “Ratsstube” del nuovo Municipio di Hannover tramite il Borgomastro della città, Stefan Schostock, il quale ha letto alcuni punti che hanno indotto il Presidente a conferire questa onorificenza a Pollice. Giovanni Pollice, presidente dell’associazione nazionale dei Sindacati Tedeschi contro il razzismo e la xenofobia -conosciuta come „La Mano Gialla“-, è stato rilevato dal Presidente Gauck, viene insignito della croce al merito per il suo decennale impegno a favore di un mondo del lavoro privo di discriminazioni, per la sua lotta contro il razzismo e l’estremismo di destra nonchè per il suo impegno sociale a favore dell’integrazione, per il rispetto della diversità e per la cultura.

        

Nel suo breve intervento di ringraziamento, Pollice ha sottolineato che l’impegno sociale è  l’elemento portante della società e che egli continuerà anche in futuro a lottare contro il razzismo e il populismo di destra e a battersi per i diritti umani e la democrazia. Nello tesso tempo ha esortato tutti i presenti a fare la stessa cosa.

Giovanni Pollice, originario di Capracotta (Isernia), in Germania dal 1966, quando all’età di 12 anni seguì il padre emigrato, ha ricoperto diverse cariche direttive all’interno del sindacato Tedesco (DGB), fino a diventare nel 2004 Direttore del Dipartimento "Migrazioni/Integrazione" della Segreteria Nazionale del Sindacato Industriale dei Settori Minerario, Chimico ed Energetico (IGBCE), con sede ad Hannover, carica conservata fino al suo recente pensionamento. È stato inoltre fondatore di diverse associazioni italo-tedesche. M.J. dip 18

 

 

 

 

Berlino. Il 14 marzo in Ambasciata la consegna del Premio Comites “L’Italiano del 2016”

 

Si terrà martedì 14 marzo 2017 dalle ore 19:00 presso l'Ambasciata d'Italia a Berlino (Hiroshimastraße 1, 10785 Berlin) la cerimonia pubblica di premiazione di consegna del Premio Comites "L'Italiano dell'anno 2016". 

 

Il Comites Berlino premierà quest'anno Amelia Massetti, fondatrice del progetto Artemisia, per l'impegno nell'inclusione delle persone diversamente abili, e Gianluca Segato, fondatore di Uniwhere, per la creatività imprenditoriale e la valorizzazione del made in italy digitale.

 

I due vincitori riceveranno in Premio le opere vincitrici del concorso di arti visive "Un'opera per l'italiano dell'anno": “Work on paper #1” di Margherita Pevere e "Betongold" di Giuseppe Fornasari (cosmomusivo mosaik). 

 

Consegna il premio l'Ambasciatore d'Italia Pietro Benassi, intervengono il Presidente dell'Istituto Italiano di Cultura di Berlino Luigi Reitani e il Presidente del Com.It.Es Berlino Simonetta Donà.

 

Una serata di festa che darà spazio anche all'italianità d'eccellenza a Berlino nei campi dell'arte e della musica, con la moderazione dell'attrice Elettra de Salvo e interventi artistici della cantante Etta Scollo e del Theater Thikwa.

 

In occasione del decennale del Premio, saranno presenti alla serata i vincitori delle dieci passate edizioni del Premio "L'italiano dell'anno". Ingresso libero, seguirà rinfresco.

 

I posti sono limitati, è strettamente obbligatoria la registrazione all'indirizzo: info@comites-berlin.de. Il Comites ringrazia la trattoria "I due Emigranti" per il Premio "Un'opera per l'Italiano dell'anno"

 

I vincitori - Amelia Massetti. A Berlino da quasi trent'anni, ha ideato nel 2015 l'associazione Artemisia, una rete di persone con o senza disabilità e le loro famiglie, principalmente italiane o italo-tedesche. L'obiettivo di Artemisia è quello di affrontare le problematiche quotidiane di inserimento sociale, scolastico e lavorativo delle persone diversamente abili in Germania. Nel suo primo anno di attività, Artemisia è riuscita a diventare, grazie alla guida della sua fondatrice Massetti, un vero punto di riferimento per le persone diversamente abili, i genitori e i professionisti del settore che vivono a Berlino. Non solo sostegno alla famiglia ma anche la volontà di rafforzare l’autonomia delle persone diversamente abili attraverso gruppi di incontro, attività culturali e corsi di formazione, per favorirne l'inclusione nei vari settori della vita sociale in Germania e migliorarne la qualità della vita. www.artemisiaprojekt.de

 

Gianluca Segato. Padovano, classe 1993, è il fondatore di Uniwhere, una applicazione per studenti universitari con quasi 100.000 utenti registrati, che permette loro di entrare in contatto ed aiutarsi a vicenda, tenendo sotto controllo allo stesso tempo tutta la loro carriera universitaria: un singolo punto di riferimento per gli studenti fin dal primo giorno di lezioni. Uniwhere è nata a Padova nel 2013 fino ad espandersi in 51 atenei italiani. L'anno scorso è arrivato l'ingaggio dalla Germania: un fondo tedesco ha deciso di investire nella App attraverso un percorso di accelerazione, ed è così che gli headquarters di Uniwhere si sono trasferiti nel 2016 a Berlino, per poter cominciare il processo di trasformazione del progetto in una azienda di portata europea.www.uniwhere.com

Comites/de.it.press 19

 

 

 

 

I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue COSMO

  

16.02.2017. Il semaforo di qualità. Si chiama Hygiene-Ampel e dovrà essere esposto solo nel Nordreno-Vestfalia su locali, esercizi che producono o vendono cibo, affinché i consumatori siano facilmente infomati sulle condizioni igieniche.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/semaforo-qualita-102.html

 

Viaggio nell'italiano. L'Istituto Italiano di Cultura di Colonia offre un corso intensivo per bambini bilingui nel periodo delle ferie pasquali.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/corsi-italiano-colonia-102.html

 

15.02.2017. Verso il libero scambio. Il Parlamento europeo ha votato a larga maggioranza il trattato di libero scambio fra Unione europea e Canada, il Ceta. Ora dovranno esprimersi i parlamenti nazionali

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/ceta-parlamento-europeo-102.html

 

Ereditare in Germania. I beni dei cittadini italiani domiciliati in Germania, in caso di decesso, vengono divisi in base alla legge tedesca. A meno che non si siano lasciate indicazioni testamentarie specifiche.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/ereditare-germania-102.html

 

14.02.2017. Mani pulite, 25 anni dopo. Antonio Di Pietro, il magistrato simbolo dell'operazione "mani pulite" del 1992, racconta l'eredità di quel lavoro e che cosa oggi si dovrebbe fare per combattere la corruzione sistemica del nostro Paese.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/mani-pulite-dipietro-100.html

 

Violenti sulle donne. Per proteggere le donne dalla violenza, si lavora anche sugli uomini. Con gruppi di ascolto moderati da psicologi, gruppi di autoaiuto e corsi ad hoc per futuri psichiatri.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/donne-violenza-100.html

  

13.02.2017. Più coraggio per la democrazia. Eletto a stragrande maggioranza con 931 voti al primo turno, Frank-Walter Steinmeier è il nuovo presidente federale. Nel suo discorso c'è l'esortazione a difendere la democrazia.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/steinmeier-presidente-federale-100.html

 

Francesco Gabbani. Riproponiano l'intervista a Francesco Gabbani, vincitore della sessantasettesima edizione del Festival di Sanremo.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/francesco-gabbani-100.html

 

10.02.2017. L'oro di Riace. Il sindaco di Riace riceve a Dresda il Premio Internazionale per la Pace. Il documentario audio curato da Nicola Agostinetti racconta come il paese di Riace, in Calabria, sia rinato sostituendo i migranti nuovi arrivati, dal mare, ai migranti che se ne erano andati. Tutto cominciò nel 1998.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/l-oro-di-riace-100.html

 

Suicidi per mancanza di futuro? Il caso di Michele, giovane trentenne suicida stanco del precariato, è solo uno dei tanti casi che spesso non fanno notizia. La sociologa Anna Simone ci spiega perché.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/suicidarsi-assenza-futuro-100.html

 

#UsciteVessicchio? Eccolo qui! Il direttore d'orchestra più popolare d'Italia (e della rete) racconta di come la musica contribuisca a far "crescere i pomodori", e naturalmente di Sanremo, e confessa: "Mi manca la ritualità, la bottiglia di sambuca dell'attesa e le battute velenose dei musicisti sulle esibizioni".

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/vessicchio-100.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti. Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/index.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati. I commenti sportivi di Agnese Franceschini

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html RC/dip 18 

 

 

 

 

 

Il 23 febbraio il terzo appuntamento. A Berlino “L’Ambasciata incontra…” l’arte contemporanea

 

Berlino  - L’Ambasciata d’Italia a Berlino e l’associazione non-profit Peninsula organizzano per il 23 febbraio, ore 19, il terzo appuntamento de “L’Ambasciata incontra…” Si parlerà di arte contemporanea in questo terzo evento.  “L’Ambasciata incontra …” è un ciclo di appuntamenti che vuole favorire lo scambio tra giovani professionisti e i nuovi arrivati nella città di Berlino, una serie di eventi dedicati al dialogo e alla condivisione di esperienze e idee.

Il 23 febbraio la storica dell’arte e curatrice Elena Agudio, il gallerista Mario Mazzoli e l’artista Luca Trevisani, figure attive nel panorama dell’arte contemporanea berlinese, si confronteranno sul tema Berlino: Wunderkammer per l’arte italiana, moderate da Loris Cecchini - artista e presidente fondatore di Peninsula. Tre professionalità artistiche a confronto, invitate da Peninsula per approfondire insieme al pubblico percorsi di vita e di lavoro differenti e complementari.

L’incontro - con ingresso gratuito - avrà la forma dell’intervista pubblica in italiano, aperta alle domande dei partecipanti.

Elena Agudio è curatrice indipendente, storica dell’arte e scrittrice. Attualmente è direttrice artistica dell’Association of Neuroesthetics – (AoN)_Platform for Neuroscience and Art, progetto in collaborazione con l’Università di Medicina Charité, la Berlin School of Mind and Brain della Humboldt Universität e l’Institut für Raumexperimente. Dal 2013 è co-direttrice di SAVVY Contemporary, spazio indipendente per l’arte contemporanea con la missione di favorire il dialogo fra l’occidente e i paesi non considerati occidentali.

Mario Mazzoli è musicista e compositore, scrive colonne sonore e lavora come sceneggiatore e produttore di corti e lungometraggi. Nel 2009 ha fondato e tutt’oggi dirige la Galerie Mario Mazzoli (GMM), spazio dedicato all’arte contemporanea specializzato in Sound Art con sede a Berlino. Grazie all'idea pionieristica di Mazzoli, la GMM è diventata la prima galleria commerciale per l’esplorazione e la promozione dei diversi modi in cui il suono può essere usato come mezzo artistico.

Luca Trevisani è artista visivo, vincitore di numerosi premi internazionali. Trevisani ha esposto in prestigiosi musei e centri d’arte contemporanea, tra cui: MAXXI, Roma; Haus am Waldsee, Berlino; Magasin, Grenoble; Biennale d’Architettura Venezia; Manifesta7, Trentino-Sud Tirolo; Museum of Contemporary Art Tokyo e la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino. La sua ricerca spazia tra scultura e video, coinvolgendo altre discipline quali l’arte performativa, il design, il cinema e l’architettura.  Per accedere all’evento si veda http://www.ambberlino.esteri.it/ambasciata_berlino/it/ambasciata/news/dall_ambasciata/2017/02/l-ambasciata-incontra-l-arte-contemporanea.html. (Inform/Dip 6)

 

 

 

 

Olimpiadi di Italiano. Iscritte anche le scuole europee di Francoforte e di Monaco di Baviera

 

Roma - Sono 20 le scuole all’estero che si sono iscritte alla settima edizione delle Olimpiadi di Italiano, la competizione organizzata dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca per rafforzare e migliorare la conoscenza e la padronanza della nostra lingua tra le ragazze e i ragazzi.

In Italia le prime gare si sono svolte martedì e mercoledì - 57.424 gli studenti in competizione; per le scuole italiane all’estero, per le sezioni italiane presso scuole straniere e internazionali all'estero e per le scuole straniere in Italia, la selezione dei finalisti (categorie JUNIOR ESTERO e SENIOR ESTERO) avverrà in un’unica fase, coincidente con la data delle semifinali, fissata per il giorno martedì 7 marzo (salvo eventuali necessità di adattamenti, che saranno concordati con il MAECI, anche tenendo conto delle differenze di fuso orario e di particolari esigenze poste dai diversi calendari scolastici).

All’estero le scuole iscritte, come detto, sono 20; gli alunni iscritti 313: si tratta dell“I.M.I.” di Istanbul; del Centre International de Valbonne; dell’Europäische Schule di Francoforte; della Fundacao Torino di Belo Horizonte; del Gimnazija di Nova Gorica; del Ginnasio 1576 di Mosca; dle Ginnasio Gian Rinaldo Carli di Capodistria; dell Gjimnazi 28 Nëntori di Scutari; del Gymnazium Ladislava Saru di Bratislava; dell’IPIA Don Bosco di Alessandria d'Egitto; del Liceo scientifico Amal di Barcellona; del 'Leonardo da Vinci' di Parigi; del Lycée H. de Balzac di Parigi; del Lycée International Saint Germain en Laye (Sezione Italiana) di Saint Germain en Laye; della Scuola Europea di Monaco di Baviera, della Scuola italiana di Atene; della Scuola Statale 1950 di Mosca; della Scuola Statale Italiana di Madrid e della SMSI Dante Alighieri di Pola.

Le Olimpiadi di Italiano e le Giornate della lingua italiana sono promosse dal Miur e si avvalgono in questa settima edizione della collaborazione, oltre che dell’Accademia della Crusca, del Ministero degli Esteri, del Comune di Torino, del Ministero della Difesa, degli Uffici Scolastici Regionali, del Premio Campiello Giovani, con il supporto organizzativo quest'anno del Liceo Massimo D'Azeglio di Torino. (aise 9)

 

 

 

 

Monaco di Baviera.  Italia defilata al forum delle partite geopolitiche

 

A parte il ministro degli Esteri Angelino Alfano nessun rappresentante del governo italiano era presente alla Conferenza sulla Sicurezza che si è tenuta a Monaco - di Danilo Taino

 

«Dov’è l’Italia?», chiedevano ieri alcuni diplomatici internazionali quando incontravano un giornalista italiano, durante la Conferenza sulla Sicurezza di Monaco. In effetti era invisibile. Anzi, se si eccettua la presenza del ministro degli Esteri Angelino Alfano e dell’amministratore delegato di Leonardo (ex Finmeccanica) Mauro Moretti, l’Italia non c’era. Non che fosse obbligatorio esserci e farsi notare. Forse, però, era consigliabile. Negli ultimi tempi, la «Münchner Sicherheitskonferenz» è diventata un appuntamento di geopolitica che non si dovrebbe perdere.

Dieci anni fa, Vladimir Putin vi sostenne che gli Stati Uniti stavano minando la stabilità globale e di fatto annunciò il cambio della dottrina strategica della Russia: ciò che si è poi sviluppato nel crescere delle tensioni con l’Occidente. E ogni anno i punti caldi della politica internazionale vengono discussi ad alto livello. Partecipare al discorso globale di questo forum è un fatto politico che un Paese farebbe bene a considerare. Quest’anno, 53esima edizione, partecipano 35 capi di Stato e di governo, più di 80 tra ministri degli Esteri e della Difesa, generali, ambasciatori, esperti militari: in tutto più di 500 decisori in fatto di politiche, strategie e affari.

Ieri, Alfano ha tenuto una serie di incontri bilaterali — 18, ne ha contati, tra Monaco e Bonn dove venerdì ha partecipato a una riunione del G20 — per parlare di Europa, di Libia, di Nato da sostenere finanziariamente. Importanti probabilmente. Nel complesso, però, sul palco centrale, nei dibattiti a latere, persino nelle chiacchiere dei corridoi, nemmeno un italiano. C’erano rappresentanti di tutta Europa, soprattutto Nord e Est. Mediorientali, russi, asiatici, parecchi americani. Ma nella conversazione globale sul futuro dell’ordine internazionale l’Italia non c’era. Forse è troppo concentrata su se stessa e sulla politica interna. Forse pensa di fare a meno del resto del mondo. Forse non ha niente da dire. Così eccentrica da essere finita fuori dalla cornice. CdS 18

 

 

 

 

Germania, Steinmeier eletto presidente della Repubblica: “Siamo noi la speranza”

 

Ha guardato all’Europa e ai populismi, Frank-Walter Steinmeier, nel suo primo discorso da presidente federale: Dobbiamo mostrare coraggio”. È stato un discorso di circa dieci minuti, quello tenuto subito dopo la proclamazione, ma dal messaggio chiarissimo: la Germania rappresenta, e continuerà a farlo, «un’ancora di speranza in tutto il mondo», in una fase così «tumultuosa» a livello globale, a cominciare dal Vecchio Continente. «E se noi intendiamo incoraggiare gli altri, di coraggio dobbiamo averne noi per primi». 

 

Il successore di Joachim Gauck non ha citato espressamente Donald Trump, né lo tsunami di stampo populista che scuote l’Unione europea. Ha ricordato che la Germania dopo la seconda guerra mondiale si è ricostruita sulle fondamenta dei valori occidentali, «ma se altrove le fondamenta tremano, sta a noi difenderle a maggior ragione». E ancora: «Dobbiamo avere il coraggio di preservare quello che abbiamo: la libertà e democrazia in un’Europa unita». E si tratta di conquiste che non sono inattaccabili, dice il nuovo inquilino di Castello Bellevue, e che dunque «dobbiamo difendere insieme». In sostanza, una lezione di pratica democratica, quella del neo-presidente, in tempi velenosi di «alternative facts»: dice Steinmeier all’aula plaudente che è necessaria «una cultura del confronto in cui si possano distinguere pretese, fatti e bugie» e che «la fiducia nella capacità di giudizio è l’orgoglioso privilegio di ogni cittadino ed il presupposto di ogni democrazia», laddove «la lotta per trovare delle soluzioni non va presa per una debolezza». Anche in Germania molte persone sono rese «insicure» di fronte alle grandi crisi del presente, e sono preoccupazioni che lui intende «prendere sul serio». Però è giusto ricordare, sottolinea, «che in pochi altri luoghi del mondo vi sono tante opportunità quante in Germania». 

 

Per quanto lo riguarda, l’ex ministro degli Esteri lavorerà per «conquistare la fiducia» non solo di chi l’ha votato oggi, tra i 1260 grandi elettori che esprimono il capo dello Stato tedesco, ma anche, «nel rispetto della molteplicità della democrazia», di chi non l’ha sostenuto. Al Bundestag si tratta di una minoranza: Steinmeier è stato infatti eletto con ben 931 voti sui 631 necessari, ossia dalla Cdu/Csu (ma secondo alcuni conteggi gli sarebbero venuti meno alcuni voti proprio dai due partiti vicini alla cancelliera), ovviamente dalla sua Spd, dai liberali dell’Fdp e da una fetta non esigua dei Verdi. Non l’hanno votato i populisti di destra dell’Afd, i deputati della Linke, i Pirati e la formazione dei «Liberi elettori». 

 

Il nuovo presidente prenderà formalmente il posto di Gauck il prossimo 19 marzo. Sul tipo di presidenza che Steinmeier intenda delineare ci sono pochi dubbi. In un’intervista fatta a caldo alla Deutsche Welle, Steinmeier ha fatto di nuovo riferimento a Trump senza nominarlo: «Non credo proprio che la politica si risolva con 140 battute: al contrario, io vedo quale mio compito quello di spiegarla, la politica». Il contrario dell’inquilino della Casa Bianca, insomma. Non si governa via Twitter, nel mondo del nuovo presidente tedesco. Angela Merkel, da parte sua, si è detta certa che il suo ex ministro degli Esteri «è in grado di affrontare le situazioni più complicate», anche grazie alle sue capacità di mediatore messe alla prova nella sua lunga esperienza internazionale. Perché, in tutto l’entusiasmo che sta accompagnando l’elezione di Steinmeier al primo colpo una cosa appare evidente, anche alla cancelliera: «Sarà capo di Stato in tempi molto difficili».  LS 12

 

 

 

 

 

«Foto di Mussolini sui profili». La Germania non premia i due agenti che fermarono lo stragista di Berlino

 

Il governo tedesco voleva dare una medaglia ai due «eroi di Sesto San Giovanni» ma ha preferito rinunciare dopo aver scoperto che nei loro profili c’erano «frasi di estrema destra e foto di Mussolini» - di Danilo Taino

 

Gli «eroi» di Sesto San Giovanni sono stati declassati nella considerazione delle autorità tedesche. I due poliziotti che il 23 dicembre scorso intercettarono e uccisero, durante uno scontro a fuoco, il terrorista del mercatino di Natale di Berlino non riceveranno alcuna onorificenza in Germania. Gli agenti sono considerati tendenti all’apologia di fascismo, quindi meglio lasciare perdere.

Ieri, il quotidiano Bild ha rivelato che il governo tedesco stava considerando l’idea di dare una medaglia a Cristian Movio e a Luca Scatà. In effetti, le autorità della Germania avevano tirato un respiro di sollievo quando avevano avuto la notizia che il ventiquattrenne Anis Amri – il quale quattro giorni prima, alla guida di un camion, aveva ucciso 12 persone e ferite altre 55 - era stato fermato alle porte di Milano. Le sollevava da una ricerca della quale avevano perso il filo. Permetteva loro di tranquillizzare i cittadini. Le toglieva da un notevole imbarazzo.

La stessa Angela Merkel aveva subito ringraziato la polizia italiana e i due agenti. Ora, però, la Bild dice che, secondo due ministri dei quali non cita i nomi, l’onorificenza è fuori questione. Sui profili di Facebook e di Instagram, presto oscurati dalla Questura di Milano dopo lo scontro di Sesto San Giovanni, i due poliziotti avevano pubblicato fotografie e commenti di chiara ispirazione di estrema destra, qualcosa su cui nessun governo tedesco può passare sopra.

Scatà – 29 anni, l’agente che ha sparato ad Amri - aveva mostrato su Istagram una sua fotografia in cui fa il saluto romano (mentre indossa una maglia con la bandiera britannica, curiosamente); una fotografia di Mussolini dove definiva il Duce «tradito» e i traditori «infami»; e un post scritto in occasione di un 25 aprile nel quale diceva che non avrebbe festeggiato perché lui è «dalla parte di quella Italia, di quegli italiani, che non tradirono e non si arresero».

Movio – 36 anni, il poliziotto ferito da un colpo sparato da Amri – pare invece che condividesse su Facebook post tratti da siti razzisti e anti-immigrati, in più avrebbe pubblicato la fotografia di una bottiglia di Coca-Cola, quelle con i nomi propri sull’etichetta, con la scritta Adolf (il nome meno apprezzato in Germania).

Stephan Mayer, un esperto di affari interni della Csu (il partito gemello bavarese della Cdu di Merkel), ha commentato che «la decisione del governo federale di non dare un’onorificenza a questi due poliziotti è assolutamente corretta a causa della loro ovvia attitudine neofascista».

A Berlino si evitano così polemiche e scivoloni imbarazzanti. Da semplici fotografie e post è difficile stabilire quali siano gli orientamenti politici dei due poliziotti italiani. E difficile è chiederglielo ora: quando i loro nomi sono stati resi noti – immediatamente dopo la sparatoria del 23 dicembre, dal ministro dell’Interno Marco Minniti – sono stati trasferiti e protetti per ragioni di sicurezza.

Ma non è questo il problema: le loro opinioni politiche sono un fatto personale. La questione vera è che non le hanno tenute per se stessi ma le hanno rese pubbliche sui social network. Anche qui, in fondo, niente di straordinario se non fosse che Scatà e Movio sono membri delle forze dell’ordine. E che la pubblicazione di loro opinioni estreme possa dare l’idea che certi poliziotti non sono sereni quando affrontano alcune delle questioni di ordine pubblico più delicate del momento, per esempio quelle che riguardano gli immigrati. Più in generale, anche la reputazione della Polizia può subirne un danno. Per non prendere nessun rischio, i tedeschi hanno comprensibilmente rinunciato a rendere loro onore. Peccato ma inevitabile. CdS 11

 

 

 

 

Rifugiati e xenofobi: la miscela esplosiva che spaventa Merkel. La Cancelliera rischia anche l’effetto «stanchezza»

 

Nessuna novità, la proposta politica della cancelliera Angela Merkel per le prossime elezioni si limita a un generico «avanti così» - di Alessandro Alviani

 

BERLINO - C’è una frase che ritorna in molti interventi di Angela Merkel da quel 20 novembre in cui annunciò la sua candidatura a un quarto mandato alle prossime politiche: «Sarà la campagna elettorale più difficile dalla riunificazione». Una frase inusuale per una cancelliera che ricorre raramente ai superlativi. Ma di usuale, questo 2017, ha ben poco per la Germania: un Paese che ha fatto del realismo una delle sue costanti («chi ha delle visioni dovrebbe andare dal medico», amava ripetere Helmut Schmidt) e della stabilità politica uno dei suoi valori portanti, deve fare ora i conti con una fase densa di incognite e trasformazioni. Un dato su tutti: nel prossimo Bundestag potrebbero sedere per la prima volta sette partiti.  

 

Una cesura che si innesta su un quadro internazionale zeppo di rischi per Berlino: con la vittoria di Marine Le Pen alle presidenziali francesi la Germania potrebbe ritrovarsi senza il suo partner storicamente più importante nell’Eurozona; la Brexit non rischia solo di accelerare lo sfaldamento della Ue, ma priverà Berlino di un alleato chiave a Bruxelles sui temi del libero scambio; l’ennesimo record del surplus commerciale tedesco consegna nuovi argomenti a Trump per giustificare eventuali barriere doganali, che colpirebbero pesantemente la Germania. Per non parlare del pericolo cyberattacchi e fake news, che incombe sulla campagna elettorale. In questo contesto la Germania andrà alle urne, il 24 settembre. Un contesto le cui direttrici possono essere riassunte in tre parole chiave: Merkel-Müdigkeit («stanchezza nei confronti di Merkel»), Projektionsfläche («superficie di proiezione») e Provokationen. 

 

STANCHEZZA  - Quanto, del vento del 1998, spira in questo 2017? A spazzar via Helmut Kohl dopo 16 anni di Cancelleria contribuì quella che venne chiamata «Kohl-Müdigkeit». Dopo 12 anni la Germania è davvero stanca di Merkel? E quanto è stanca la stessa Merkel? Tra percezione esterna e interna si è aperta una frattura: se all’estero la Bundeskanzlerin viene celebrata – suo malgrado – come ultimo difensore dei valori occidentali, in patria dici Merkel e pensi a «crisi dei rifugiati» e «politica delle porte aperte», due temi che nell’estate-autunno 2015 hanno risuscitato un partito allora in declino come la AfD.  

 

Merkel ha diverse difficoltà strategiche. Per vincere ha bisogno del voto bavarese, ma il leader della Csu, Horst Seehofer, ha un problema di credibilità: dopo averla attaccata per un anno e mezzo sui rifugiati, deve convincere i suoi elettori che la cancelliera è la candidata ideale. Non tutti lo seguiranno. Inoltre, nell’attuale contesto, Merkel non può più ricorrere alla strategia della «smobilitazione asimmetrica» che le aveva assicurato la rielezione nel 2009 e 2013: evitare qualsiasi scontro, per non mobilitare gli elettori Spd. Il messaggio che la Cdu/Csu trasmette oggi si limita a un generico «avanti così», versione moderna del «Keine Experimente» di Konrad Adenauer nel 1957: i conservatori rischiano all’improvviso di apparire vetusti di fronte a un candidato dinamico come Martin Schulz, proprio quello che era successo nel 1998 a Kohl con Gerhard Schröder. 

 

LA NOVITÀ DELL’AVVERSARIO  - I non pochi tedeschi tentati di votare per la prima volta la Cdu per sostenere Merkel in funzione anti-AfD hanno ora una seria alternativa. Schulz è riuscito a ridare alla Spd qualcosa che la socialdemocrazia aveva dimenticato dai tempi di Schröder: l’euforia della campagna elettorale. Ma quanto durerà la sua ascesa nei sondaggi? Il candidato cancelliere ha un vantaggio: non ha mai fatto politica a livello nazionale, viene percepito come volto nuovo. In tedesco si parla di unbeschriebenes Blatt, letteralmente un «foglio non scritto». E, siccome ha evitato finora con abilità di precisare le sue posizioni, Schulz è assurto a Projektionsfläche, cioè una superficie su cui si può proiettare di tutto, a partire dalle aspettative di chi spera in una maggiore giustizia sociale. Presto dovrà però chiarire i suoi piani.  

 

LA PROVOCAZIONE  - La AfD viaggia nei sondaggi al 10-12%. Una vittoria di Geert Wilders in Olanda (metà marzo) e Le Pen in Francia potrebbe dare nuovo slancio ai populisti tedeschi. I quali, rivela un documento interno, vogliono costruire la campagna intorno a «provocazioni pianificate». Il partito vuole essere «in modo continuo, cosciente e mirato politicamente scorretto». Una strategia che la AfD – più divisa al suo interno di quanto voglia apparire – ha affinato, sconfinando nel vocabolario di sapore nazista («traditori del popolo»), scandalizzando gli altri partiti e aumentando la fama di formazione anti-sistema. Un’altra novità per un Paese da sempre attento a non violare tabù verbali.  LS 11

 

 

 

 

Germania, nei sondaggi Schulz supera Merkel di 11 punti

 

Secondo il 'Politbarometer' dell'emittente pubblica Zdf il 49% lo vuole cancelliere. A fine gennaio Angela era ancora avanti di quattro punti, 44 a 40. Il candidato della Spd è avanti anche nella classifica della simpatia – di Tonia Mastrobuoni

 

Berlino - L'ondata di popolarità che ha proiettato Martin Schulz in cima ai sondaggi da settimane non sembra intaccata dal presunto scandalo delle spese folli. Anzi, sta crescendo. E il tabloid Bild, che Angela Merkel legge sempre con grande attenzione, titola: "Nuovo sondaggio-martello: Schulz supera la cancelliera". L'ultima rilevazione lo incorona politico più amato dai tedeschi: secondo il 'Politbarometer' dell'emittente pubblica Zdf il 49% lo vuole cancelliere, contro il 38% che gli preferisce Angela Merkel. A fine gennaio Merkel era ancora avanti di quattro punti, 44 a 40. Adesso Schulz la supera di undici. Anche nella classifica della simpatia il candidato dei socialdemocratici è avanti alla rivale (il 36% contro il 22%). 

 

Guardando alle singole formazioni politiche - va sempre tenuto presente che in Germania non si vota la coalizione ma il partito - secondo lo stesso sondaggio la Spd è al 30% contro la Cdu, data al 34%. Per i socialdemocratici, è un salto di sei punti. Tuttavia, a parte l'istituto INSA, che già il 6 gennaio aveva certificato il primo sorpasso della Spd e continua

a rilevarla al 31% contro la Cdu che sarebbe un punto indietro, tutti i principali sondaggisti (FORSA, IPSOS, EMNID, GMS, TREND RESEARCH) danno ancora i cristianodemocratici avanti, con percentuali che oscillano tra il 30 e il 34%. La Spd si muove tra il 29 e il 32%. LR 17

 

 

 

 

Da Monaco di Baviera a Rimini, il treno diretto di fine settimana (dal 2 giugno al 10 settembre)

 

In treno da Germania e Austria alla Riviera romagnola: dopo Rimini nuova fermata a Cesena - Dal 2 giugno al 10 settembre in vigore il nuovo accordo tra Deutsche Bahn, Österreichische Bundesbahnen e Regione Emilia-Romagna

 

Da Monaco a Rimini passando per Cesena. Si arricchisce di una nuova fermata la tratta ferroviaria dell’EC 85, il convoglio che nei fine settimana dal 2 giugno al 10 settembre porterà i turisti tedeschi e austriaci nelle località della riviera romagnola. Il tutto grazie ad un accordo tra Deutsche Bahn, Österreichische Bundesbahnen e Regione Emilia-Romagna che, ad un anno di distanza dal lancio della prima tratta Monaco-Rimini premiata da 6mila passeggeri, hanno deciso di aumentare il numero di fermate per favorire l’accesso ai turisti alle località nord della riviera romagnola. 

“Prosegue il nostro impegno per rendere sempre più attrattiva anche sul piano internazionale l’Emilia-Romagna - afferma l’assessore regionale a Turismo e commercio, Andrea Corsini-. Questo accordo, raggiunto anche grazie al buon lavoro svolto già lo scorso anno da Apt sul mercato tedesco con la campagna di promozione turistica ‘Ciao mamma sono in Romagna’, conferma che la strada imboccata è quella giusta. E lo dicono anche i dati 2016 sul turismo che, nel dettaglio, hanno registrato un segno positivo sia degli arrivi (+1,2%) che delle presenze (+1,5%) in Riviera per quanto riguarda la clientela tedesca, austriaca e svizzera, in quadro generale di boom per la nostra regione premiata da 48,2 milioni di presenze, oltre 1 milione in più rispetto al 2015”. 

"Siamo molto felici di poter annunciare questa novità - ribatte l’amministratore delegato di DB Bahn Italia, Marco Kampp - che segna un ulteriore passo in avanti verso lo sviluppo e la crescita dei treni DB-ÖBB in Italia. Visto il riscontro positivo del 2016 e l’accoglienza entusiasta da parte dei nostri passeggeri del servizio Bologna-Rimini, abbiamo deciso di aggiungere Cesena tra le fermate previste su questa tratta. Siamo certi che ciò rafforzerà il collegamento dalla Germania verso la riviera romagnola, che da sempre rappresenta una meta ambita dal turismo tedesco”.

A un anno dalla sua prima operatività l’EC 85, proveniente il venerdì e il sabato da Monaco di Baviera con arrivo a Bologna Centrale alle ore 16:20, ripartirà alle ore 16:25 dal capoluogo emiliano per raggiungere Cesena alle ore 17:10 e finire la corsa a Rimini alle ore 17:40. L’EC 84, operativo invece il sabato e la domenica, lascerà Rimini alle ore 10.35 per raggiungere Cesena alle ore 10:52, ripartire alle ore 10:54, arrivare a Bologna alle ore 11:48, e infine approdare a Monaco di Baviera alle 18:27.

Tra le azioni previste dal nuovo accordo tra Deutsche Bahn e Regione Emilia-Romagna, la produzione di materiale informativo sulla tratta e sulle offerte ER con immagine coordinata, la promozione della tratta e delle offerte durante le più importanti fiere di turismo in Germania e attraverso i canali DB/ÖBB, un'azione di comunicazione congiunta sul più diffuso quotidiano della Baviera e azioni rivolte al consumatore finale di diffusione delle offerte per la stagione 2017 (sui siti della DB, newsletter e altri materiali informativi) e la promozione sul mercato italiano da parte di DB per chi viaggia dal Nord Italia verso la Romagna.

 

Dichiara Laura Garavini, Presidente dell’Intergruppo parlamentare di amicizia italo-tedesco: “Il grande successo riscosso nel suo primo anno di servizio dalla tratta ferroviaria che collega la Germania alla Riviera romagnola è un fatto molto positivo, non solo per le relazioni italo-austro-tedesche, ma anche per le conseguenti ricadute in termini occupazionali sul settore turistico. Grazie alla sua tradizionale vocazione all’accoglienza l’Emilia-Romagna ha storicamente attratto milioni di turisti, austriaci, tedeschi e di altre nazionalità. Mi congratulo del fatto che la cooperazione fra Deutsche Bahn, Österreichische Bundesbahnen e Regione Emilia-Romagna continui a produrre moderni apprezzabili risultati. Anzi, è un esperimento che andrebbe a mio parere preso a modello anche in altre realtà”.

Per informazioni: www.emiliaromagnawelcome.com e www.megliointreno.it.

Dip 17

 

 

 

Piëch contro tutti in casa Volkswagen: le accuse sul dieselgate imbarazzano i vertici di Wolfsburg

 

Lo storico patriarca della casa automobilistica davanti ai magistrati ha sostenuto che i massimi dirigenti della società fossero a conoscenza della manipolazione delle emissioni, coinvolgendo di fatto anche l'odiato cugino Wolfgang Porsche. L'ultimo atto di una rivalità lunga almeno 50 anni: due capi famiglia che ancora oggi non si chiamano nemmeno per nome – di Tonia Mastrobuoni

 

BERLINO - Sono i Montecchi e i Capuleti del capitalismo tedesco e non riescono a smettere di farsi la guerra neanche nel momento più tragico della loro storia. L’odio antico tra le due grandi famiglie dell’industria dell'auto tedesca, i Piëch e i Porsche, è scoppiato di nuovo in queste ore. Il vecchio patriarca della Volkswagen, Ferdinand Piëch ha sguainato la spada e sta tagliando la testa a tutti. Davanti ai magistrati, nei giorni scorsi, ha dichiarato che i vertici della Volkswagen sapevano tutti delle emissioni manipolate, ben prima dello scoppiare dello scandalo. Le sue affermazioni potrebbero far crollare la tesi principale del colosso di Wolfsburg, quella che i top manager e i proprietari fossero venuti a conoscenza della truffa nell’autunno del 2015. E rischiano di mettere un cappio al collo all’intero consiglio di sorveglianza. Dove siede anche l’odiato cugino, Wolfgang Porsche.

 

I Piëch e i Porsche, discendenti di Ferdinand Porsche, il geniale inventore del maggiolino ma anche della “macchina del popolo” tanto amata da Hitler, hanno trasformato l’azienda nel maggiore colosso automobilistico del mondo senza mai smettere di tramare l’uno contro l’altro, di riempire i rotocalchi di aneddoti sulle loro faide, di sorprendere la sobria Germania con le loro eccentricità. 

 

Wolfgang neanche nomina Ferdinand per nome, lo chiama “mio cugino” o “F.” o “il nome che non pronuncerò”. L’innominato, dal canto suo, ama prendere il giro il ramo nemico per la frequentazione delle Waldorf Schulen, le scuole sterineriane dove i parenti, secondo lui, avrebbero imparato a “fare lavori manuali, l’uncinetto e a cantare” mentre lui avrebbe frequentato “un liceo per diventare tosti”.

 

I due clan si insultano da sempre come “contro-famiglia” (Piëch sui Porsche) o “il ramo senza nome” (Porsche sui Piëch). E la guerra è talmente antica da risalire ai figli del fondatore, Ferry e Louise. Le cronache narrano di diverbi ferocissimi, anche fisici, tra i due. Louise ha poi sposato Anton Piëch, che ha costruito lo stabilimento Volkswagen a Wolfsburg, a tutt’oggi il quartier generale del colosso. Suo fratello Ferry si è dedicato alle macchine da corsa e ha sviluppato, tra le altre, la mitica Porsche 911.

 

Quando Ferry e Louise Porsche cominciarono negli anni ’70 a suddividere l’impero tra gli otto nipoti, le guerre tra di loro (e il giovane Ferdinand, all’epoca capo sviluppatore della Porsche, si distinse subito per gli scontri frontali con il cugino Hans-Peter) raggiunsero un livello tale da richiedere un intervento esterno. La famiglia decise di tentare una terapia di gruppo. In Austria, nella loro villa Schüttgut, si sottoposero a lunghe sedute che nei ricordi di Ferdinand furono litigiosissime. Alla fine, tuttavia, raggiunsero una tregua e presero una decisione che vale ad oggi. Nessun membro della famiglia avrebbe più potuto assumere un ruolo ai vertici della Porsche. 

 

I due capi-tribù, però, trovarono comunque il modo di continuare a guerreggiare e a occupare i vertici delle controllate come Audi o, molto più tardi della casa madre Volkswagen. Peraltro, quando VW ha inglobato Porsche, quello che è sembrato l’assorbimento del marchio delle macchine da corsa da parte del produttore delle Golf, si è rivelata invece l’Opa delle due famiglie sul colosso di Wolfsburg. La holding di famiglia Porsche SA ne controlla il 50,7%

 

Nella saga dei super-ego, come la chiamano i tedeschi, anche gli amministratori delegati sono diventati carne da macello. Noto per essere un maniaco dei dettagli e della qualità, Ferdinand Porsche ama liquidare i top manager con una sola, affilata frase, buttata in pasto alla stampa al momento giusto. Il patriarca del colosso di Wolfsburg è anche famoso per divorare le sue creature come Saturno. L’esempio più recente è proprio l’amministratore delegato dello scandalo, Martin Winterkorn. Peraltro, la tesi di un complotto di oscuri ingegneri del middle management che avrebbero manipolato undici milioni di motori è incredibile, ma è tuttora quella ufficiale di Wolfsburg. 

 

Prima di cadere per le emissioni manipolate, Winterkorn aveva già subito un brutale tentativo di defenestrazione da parte del suo mentore. Per decenni Piëch era stato il king maker dell’uomo che ha battuto i giapponesi della Toyota trasformando il brand dai dodici marchi - tra cui Lamborghini, Audi, Seat, Skoda, Porsche - nel maggiore gruppo automobilistico del mondo. Per molti anni Winterkorn gli fu sempre a fianco, anche nei momenti del “pollice verso” verso altri top manager. Nel 2008, ad esempio, i due andarono a presentare la nuova Polo in Sardegna. I giornalisti chiesero a Piëch dell’amministratore delegato di Porsche, Wendelin Wiedeking. Lui rispose che “Il signor Wiedeking gode ancora della mia fiducia. Cancellate ‘ancora’”. Era il segnale. Anche se il cugino Wolfgang si oppose, il top manager era morto: si dimise poco dopo. 

 

Nella primavera del 2015, Piëch tentò un colpo simile con Winterkorn. Stando alle indiscrezioni, perché era insoddisfatto dei risultati raggiunti sul mercato statunitense. Col senno di poi - e con le dichiarazioni di questi giorni ai magistrati - quel tentativo sta assumendo un significato diverso. Secondo i rumors, Winterkorn sarebbe stato informato sulle indagini degli americani già a febbraio. E avrebbe deciso di non reagire. Il 10 aprile Piëch fece l’ormai famosissima telefonata allo Spiegel e pronunciò le sei parole che avrebbero dovuto bruciare il capo di VW: “Prendo le distanze da Winterkorn”. Un caso? 

 

Quella mossa, per la prima volta nella lunga carriera di Piëch, andò storto. Il cugino Wolfgang Porsche e il resto del consiglio si strinsero attorno al top manager e lo salvarono, anche se per pochi mesi. Il patriarca, invece, fu costretto a lasciare la guida del Consiglio di sorveglianza. I giornali titolarono con frasi pompose, “fine di un’era”, fioccarono i commenti sulla fine di un mito. Ma dalle cronache di questi giorni è evidente che non se n’è andato a mani vuote.

 

Nel secolo delle auto, l’unico elemento che è sempre riuscito a far rinsavire i due capi tribù di Porsche e Piëch, è stato il timore di perdere il controllo dell’azienda. Ne sa qualcosa il fratello maggiore di Ferdinand, Ernst Piëch: all’inizio degli anni ’80 minacciò di vendere le sue quote agli arabi. Le due famiglie fecero fronte comune e lo accompagnarono alla porta liquidandolo con 100 milioni di marchi. Oggi quelle quote valgono miliardi.

 

I Montecchi e i Capuleti delle macchine hanno anche avuto i loro Romeo e Giulietta, ma senza il pathos e la catarsi shakespeariana. Quando aveva già cinque figli, Piëch si innamorò di sua cognata Marlene Porsche, moglie del cugino Gerd. Ebbero due figli, non si sposarono mai. E fu Marlene ad assumere come governante quella che forse è stata la donna della vita di Ferdinand, Ursula Plasser. Ferdinand lasciò

la cognata e sposò la governante. Da lei, detta “Uschi”, da Marlene e dalle altre donne, Piëch ha avuto dodici figli. Il cugino Wolfgang ne ha quattro. E viene in mente un’altra citazione famosa di Ferdinand: “non mi piace arrivare secondo”.  LR 12

 

 

 

 

La francese Psa potrebbe acquistare il marchio Opel

 

Le indiscrezioni confermate dai due gruppi. General Motors potrebbe cedere le operazioni europee, da anni in perdita - Psa, il gruppo francese proprietario dei marchi Peugeot, Citroen e DS, sta valutando la possibilità di acquisire il marchio tedesco Opel, parte della galassia dell’americana General Motors.  

 

Dopo una serie di indiscrezioni, arriva la conferma ufficiale dei due gruppi. Il comunicato congiunto recita così: “Dal 2012, General Motors e il gruppo PSA hanno messo in atto un’alleanza che riguarda tre progetti (un’utilitaria e due Suv, ndr) e che ha generato sostanziali sinergie per i due gruppi. (...) GM e PSA confermano che stanno esaminando numerose iniziative strategiche al fine di migliorare la profittabilità e l’efficienza, fra cui anche il potenziale acquisto di Opel e Vauxhall (marchio con cui le Opel sono vendute nel regno Unito, ndr) da parte di PSA”.  

 

Alla Borsa di Parigi il titolo Psa sta guadagnando il 5% a 18,8 euro. Gli analisti, in generale, definiscono positivamente l’integrazione tra i due partner, che potrebbe aiutare la casa francese a raggiungere una dimensione critica, essenziale per un settore con margini deboli e che necessita di elevati capitali e investimenti in ricerca e sviluppo. Opel è da tempo una fonte di preoccupazione per GM, perché le attività in Europa sono in rosso da anni, con una perdita accumulata di 15 miliardi di euro dal 2000. Già nel 2009, quando era vicina al fallimento, GM aveva avviato colloqui per cedere Opel; la canadese Magna sembrava avere il favore delle autorità tedesche sull’altro candidato in lizza, Fiat, ma l’operazione non andò comunque in porto. 

 

Psa ha immatricolato l’anno scorso 3,15 milioni di unità, una cifra ben lontana da quella dei primi quattro leader del settore, che si aggira intorno a 10 milioni di unità (Volkswagen, Toyota, General Motors e Renault-Nissan). Le vendite di Opel e Vauxhall, invece, si sono fermate a 1,2 milioni nel 2016. Secondo fonti citate da Dow Jones l’annuncio ufficiale delle nozze potrebbe anche essere questione di pochi giorni. LS 14

 

 

 

 

Immigrazione e globalizzazione nelle riflessioni dell’OCSE e di IDOS

 

ROMA - La presentazione a Roma, presso l’Associazione Stampa Estera, del rapporto che l’OCSE ha curato sulle prospettive delle migrazioni internazionali, ha offerto al Centro Studi e Ricerche IDOS di collocare i risultati delle sue ricerche nazionali nel contesto internazionale.

Jonathan Chaloff dell’OCSE, nel riassumere gli aspetti più rilevanti del volume pubblicato a Parigi in inglese e francese sull’andamento riscontrato nei Paesi aderenti a questa Organizzazione,  ha posto in evidenza che nel 2016 sono emigrati in questi Paesi, per risiedervi stabilmente, 4 milioni e 800 mila persone, un livello superiore a quello rilevato negli anni precedenti la grande  crisi del 2008. Se mai ve ne fosse ancora bisogno, questo aumento sottolinea come le migrazioni costituiscano uno dei segni più caratteristici del mondo globalizzato, secondo le previsioni destinato a perdurare.

In uno scenario così delineato Ugo Melchionda, presidente di IDOS, ha inserito le riflessioni sull’Italia, da considerare uno degli esempi più significativi del rapporto tra globalizzazione e migrazioni per diversi motivi.

Il deficit demografico italiano è così elevato, per cui la popolazione residente, pur nella continua diminuzione degli italiani (nel 2015, tra gli italiani, le morti sono prevalse sulle nascite di 228.000 unità), sono gli stranieri ad aumentare per nascite sul posto (72.000) e arrivo dall’estero (250.000). I nuovi arrivi sono avvenuti  in prevalenza per motivi familiari e umanitari e meno per motivi di lavoro. Dall’inizio del secolo i cittadini stranieri sono cresciuti di oltre 3,5 milioni e lo faranno ancora: l’Istat ha previsto, tra il 2011 e il 2065, 18 milioni di ingressi dall’estero per mantenere inalterato il livello della popolazione a fronte del declino degli italiani, stranieri che arriveranno a incidere per un terzo sulla popolazione totale (attualmente l’incidenza è dell’8,3%).

Le ragioni demografiche si intrecciano con quelle lavorative, anche se il dinamismo risulta rallentato. I lavoratori stranieri occupati sono diventati 2.350.000, aumentati di 65.000 unità nel corso di un anno ma non in misura tale da ridimensionare sostanzialmente la massa dei disoccupati stranieri (450.000).

Anche i cittadini non comunitari sono diventati per lo più lungo soggiornanti (62,5), senza essere più costretti a lasciare l’Italia in caso di perdita del posto di lavoro. Ma non si tratta di una  massa di assistiti, tenuto conto che è maggiore l’apporto che essi assicurano al sistema fiscale italiano rispetto alle spese pubbliche sostenute a loro favore: il bilancio è di 2,2 miliardi a favore dell’Italia.

Peraltro, diventa sempre più difficile una rigida suddivisione tra italiani e stranieri e sarebbe più corretto parlare di residenti di origine straniera. Si stima, infatti, che i cittadini italiani di origine straniera siano già oltre 1 milione e 150mila, dei quali 178.000 diventati tali nel 2015.

Un altro aspetto fortemente legato alla globalizzazione è la provenienza dai più diversi Paesi del mondo (più di quanto avvenga in altri Paesi europei), con un protagonismo differenziato sia nel mercato occupazionale (dove i romeni sono la prima collettività) sia nell’ambito delle 550.000 imprese a gestione immigrata, dove la prima collettività è quella marocchina e la seconda è quella cinese, mentre i romeni sono solo terzi.

Nel 2015, in ambito OCSE, sono stati 1 milione e 650mila i richiedenti asilo. Anche l’Italia è stata fortemente caratterizzata da questi flussi. Tra i 153.000 sbarcati sulle sue coste, spesso salvati dall’intervento delle navi italiane e di quelle comunitarie dell’Agenzia  del Frontex, sono stati in 83.540 a presentare domanda d’asilo. Tra i cittadini  presenti in Italia in provenienza da Mali, Gambia, Somalia, Nigeria, Costa d’Avorio, Ghana e Burkina Faso, la maggior parte lo è per ragioni di protezione umanitaria.

Come riassumere i temi dell’incontro? Una presenza che non pone solo problemi, ma assicura dei vantaggi, una consistenza in aumento e destinata ancora a crescere, una realtà lavorativa (dipendente e autonoma) in grado di favorire i rapporti con i paesi di origine, una dimensione multiculturale e multireligiosa che di per sé avvalora le ragioni della convivenza.

A presiedere l’incontro sono stati il giornalista tedesco Tobias Piller, presidente dell’Associazione Stampa Estera, e a coordinare i lavori il giornalista pakistano Ejaz Ahmad, quasi a rappresentare visivamente che la globalizzazione del fenomeno migratorio unisce l’Europa agli altri continenti.  (Inform 17)

 

 

 

Divario culturale. La freddezza degli svizzeri spinge molti tedeschi a tornare in patria

 

La relazione tra svizzeri e tedeschi non è delle più facili, con reticenze da entrambe le parti. Dopo un periodo di forte immigrazione, sono sempre di più i giovani che decidono di tornare in Germania, poiché hanno l’impressione di non essere ben accetti. Le differenze culturali rappresentano talvolta un ostacolo all’integrazione. Di Petra Krimphove, Berlino

 

Philip Korn ha trascorso cinque anni a Zurigo. Poi un giorno ha sentito il bisogno di partire. Non tanto per la mancanza di amici, ma semplicemente perché Zurigo era diventata troppo piccola per i suoi gusti. «È una bella città, ma alla fine non è più di un grande villaggio», spiega il 37enne matematico, esperto d’economia. Dalle serate con gli amici ai week-end sugli sci, Philip Korn ha bei ricordi del suo soggiorno in Svizzera. Alla ricerca di maggior urbanità, nel 2011 ha però deciso di trasferirsi a Londra, per poi tornare a Berlino dove oggi lavora per una start-up. «Qui ho la possibilità di scoprire cose nuove ogni week-end», racconta. 

 (Petra Krimphove)

Tra coloro che negli ultimi anni hanno voltato le spalle alla Svizzera figurano molti giovani come Philip Korn. Hanno una carriera più internazionale rispetto a quella dei genitori e per molti la Svizzera rappresenta solo una tappa di passaggio, non un paese dove costruire il proprio futuro. Vogliono accumulare esperienza e approfittare di salari mediamente più alti. Non è stato così per Philip Korn: «Nel settore delle banche e della finanza, si guadagna bene anche in altri paesi», fa notare. Zurigo era per lui una stazione intermedia, prima di continuare la sua strada verso altri lidi.

L’amore, la chiave del successo?

A spingere i giovani tedeschi a stabilirsi in modo permanente in Svizzera, spesso è l’amore. Questo crea un legame emotivo con il nuovo paese: chi fa parte della grande famiglia elvetica non ha bisogno di preoccuparsi della propria integrazione.

È l’esperienza vissuta da Benjamin Schupp, partito nel 2008 da Berlino con la compagna zurighese. «Avevo voglia di provare a vivere in Svizzera». Oggi il 43enne tornerebbe però volentieri in Germania se i suoi figli, frutto di una relazione ormai finita, non avessero qui le loro radici. La diversità culturale e sociale della capitale, così come l’abitudine dei berlinesi di parlare in modo schietto e aperto, gli mancano molto. Non sente alcuna ostilità da parte degli svizzeri, ma una certa distanza, quella sì.

In quanto compagno di una svizzera, Benjamin Schupp non ha avuto difficoltà a farsi degli amici a Zurigo, anche perché conosceva già diversa gente prima di arrivare. Sul lavoro ha però dovuto imparare nuove regole e mettere da parte le vecchie abitudini. Stringere la mano, presentarsi, osservare, ricordarsi tutti i nomi: «Qui funziona tutto attraverso i contatti personali», afferma. Nel frattempo ritiene di aver imparato come deve comportarsi un tedesco per non essere giudicato male, ma non si sente ancora del tutto a casa. Lo stesso vale per molti suoi amici, che negli ultimi anni hanno scelto di rientrare in Germania.

Nei forum o sulle reti sociali, i tedeschi raccontano di essere vittime di un’avversione non dissimulata da parte degli svizzeri. Dalle cassiere che li guardano storti, ai colleghi che restano a distanza: sono solo alcuni esempi di un atteggiamento negativo nei loro confronti.

Il risentimento di alcuni svizzeri può anche spingersi oltre, soprattutto quando sono protetti dall’anonimato di internet. «Vengono qui, ci rubano il lavoro, ogni mese incassano salari da nababbi, ma continuano a fare la spesa in Germania e si permettono ancora di lamentarsi», si può leggere sui forum. O ancora: «Gli spacconi della nazione che si fanno strada senza vergogna a suon di parole e gomitate, mentre noi restiamo umili e modesti per evitare i conflitti».

A volte basta tacere

Non farne una questione personale e non lamentarsi troppo: è il consiglio che alcuni tedeschi danno ai loro compatrioti. Anche Philip Korn ha percepito una certa riluttanza tra gli svizzeri. Farsi degli amici non è facile, la gente è riservata, afferma il giovane di Amburgo, sottolineando però di non essersi mai sentito ferito. Anche la lingua ha un ruolo importante. «Ho imparato un po’ di dialetto, ma non lo parlo mai». Dal suo punto di vista è una questione di rispetto nei confronti degli svizzeri: «Non voglio dar l’impressione che mi prendo gioco di loro».

Michael Wiederstein, 33 anni, è pienamente soddisfatto della sua vita in Svizzera. Il giornalista tedesco è arrivato a Zurigo nel 2010 per uno stage al giornale liberale “Schweizer Monatsheften” (oggi “Schweizer Monat”), dove da sei mesi ricopre la carica di caporedattore. La sua compagna è zurighese e hanno due bambini. Pensa di tornare in Germania nei prossimi anni? No, risponde. «In Svizzera ho la mia vita, la mia famiglia, il mio lavoro». Parla con entusiasmo di Zurigo, elogiando in particolare la qualità di vita, l’offerta culturale e la perfezione con cui viene gestita la cosa pubblica.

Da quando è arrivato, il giovane ha cercato di mettersi in gioco e di andare oltre il distacco iniziale degli svizzeri. «Non bisogna pensare che ogni commento negativo sia legato alle nostre origini tedesche», afferma. Il consiglio di Michael Wiederstein è semplice: «Cercare di essere umili e ascoltare prima di intervenire in una discussione. E soprattutto imparare il dialetto svizzero-tedesco».

Non molto divertenti

Michael Wiederstein ha sempre trovato sospetto il mondo parallelo nel quale vivono alcuni tedeschi. Una volta è andato a vedere una partita di calcio con alcuni compatrioti, conosciuti su Facebook. «È stata una serata assurda. Si sono lamentati tutto il tempo, cercando una conferma ai loro stereotipi e ripetendo continuamente quanto fosse difficile vivere in Svizzera».

Ciò non significa, però, che Michael Wiederstein non percepisca delle differenze culturali: «Gli svizzeri non sono particolarmente divertenti», soprattutto rispetto agli abitanti della Renania, la regione dove è nato e cresciuto. «A Zurigo se ridi un po’ più forte sul tram, si girano tutti a guardarti».

Chi arriva in un paese nuovo, deve avere pazienza e lasciare anche tempo agli altri di adattarsi, ritiene dal canto suo Katharina, che preferisce mantenere l’anonimato. Non si può pretendere di trovare nuovi amici e sentirsi a casa da un giorno all’altro. Di formazione medico, la 55enne è arrivata a Basilea nel 2015 attraverso un’agenzia professionale e oggi lavora in una clinica psichiatrica. Malgrado abbia mantenuto un pied-à-terre a Berlino, dove trascorre metà del suo tempo, Katharina ritiene fondamentale integrarsi anche a Basilea. Per questo ha assistito alle cerimonie di benvenuto organizzate dalla città e dal suo quartiere, partecipa regolarmente ad aperitivi coi vicini e pian piano sta iniziando a farsi degli amici.

«Pensavo che sarebbe stato più facile», ammette. Alla clinica, non ha però molto opportunità di fare amicizia. «Gli svizzeri sono davvero maniaci del lavoro. Non c’è spazio per l’ozio o la lentezza», dice ridendo. E poi uscire a bere qualcosa in un bar o in un ristorante non è sempre così facile, visti i prezzi elevati. Katharina si sforza di capire il carattere più riservato degli svizzeri, anche se a volte vorrebbe essere accolta con la stessa cortesia riservata agli autoctoni, quando ad esempio entra in panetteria per comprare qualcosa. Questo la aiuterebbe a sentirsi a casa.

Ginevra è un terreno neutrale

Malgrado la differenza linguistica, alcuni tedeschi si sentono più a loro agio nella Svizzera francese. Anche perché non sono confrontati con gli stessi ostacoli: buon tedesco o dialetto, attitudine riservata o schietta, sentimento di superiorità o inferiorità linguistica.

«Qui non ha importanza se sono tedesca», afferma Anja von Moltke, che dal 1999 vive a Ginevra e lavora per le Nazioni Unite. Fin dall’inizio, lei e suo marito – anch’egli tedesco – hanno cercato di non rinchiudersi nella comunità internazionale che gravita attorno all’ONU. I loro due bambini sono iscritti alla scuola svizzera e non a quella tedesca.

Anja von Moltke ritiene che i suoi compatrioti restino troppo spesso tra loro. Suo figlio Jona gioca da anni in una squadra di calcio locale, mentre sua figlia è iscritta a una società di ginnastica e a un corso di musica. La famiglia ha amici provenienti dal mondo intero, tra i quali figurano anche molti svizzeri. Anja von Moltke ritiene che Ginevra sia molto più vicina alla Francia che a Basilea o a Zurigo. «Per i tedeschi, è per così dire un territorio neutrale». 

Traduzione dal tedesco, Stefania Summermatter (swissinfo.ch)

 

 

 

 

Il Comitato per le questioni degli italiani all'estero prosegue l'esame della nuova disciplina delle scuole italiane all'estero

 

Nuova fase di approfondimento con gli interventi dei rappresentanti del Cgie Gianluca Lodetti (Cdp) e Norberto Lombardi (Commissione Lingua e cultura)

Lodetti: “Gli enti gestori sono, oltre agli IIC, la rete più estesa e competente dedicata all'insegnamento della nostra lingua nel mondo, con all'attivo un bacino di 300 mila alunni”

 

ROMA – Il Comitato per le questioni degli italiani all'estero del Senato ha approfondito questa mattina con alcuni membri del Cgie le osservazioni formulate da quest'ultimo sullo schema di decreto relativo alle scuole italiane all'estero, ed emerse in ultimo con l'audizione del direttore generale per la Promozione del sistema Paese del Maeci, Vincenzo De Luca alle Commissioni riunite Affari esteri e Istruzione pubblica la scorsa settimana (vedi http://comunicazioneinform.it/alle-commissioni-riunite-esteri-e-istruzione-laudizione-del-direttore-generale-per-la-promozione-del-sistema-paese-del-maeci-vincenzo-de-luca/).

Un supplemento di riflessione in vista di un nuovo incontro con De Luca programmato oggi e in particolare – segnala il presidente del Comitato, Claudio Micheloni – alla luce della “preoccupazione emersa per la definizione del ruolo degli enti gestori” in questo contesto.

Il primo ad intervenire è stato Gianluca Lodetti, membro del Comitato di presidenza del Cgie, che ha ringraziato il Cqie per la sensibilità dimostrata nei confronti del parere formulato dal Consiglio generale sul provvedimento e ribadito come “senza pregiudiziali il Cgie abbia salutato con favore l'intenzione di riorganizzare in modo organico la normativa sulla promozione di lingua e cultura italiana nel mondo”, “perchè riteniamo che questa sia una componente strategica rispetto all'immagine del nostro Paese all'estero e alla sua internazionalizzazione”. Segnala poi come il Cgie abbia “indagato la diverse domande provenienti dal territorio”, così da rispondere all'esigenza – più volte richiamata anche nel corso dell'audizione di De Luca - di “avere una rappresentazione aggiornata e realistica del sistema di formazione italiana all'estero, in cui compaiono diversi soggetti”: le diverse generazioni di emigrati italiani, le nuove mobilità, gli stranieri interessati al nostro Paese. “La domanda di lingua e cultura italiana oggi ha un carattere molto più eterogeneo di un tempo e deve rispondere alle differenti necessità di questi diversi soggetti – precisa Lodetti, pur ribadendo come il “punto di forza” della nostra promozione culturale sia costituito dalla “massa di discendenti che potrebbero essere perno per un'azione di promozione molto ampia”. Richiama inoltre la pluralità di organismi coinvolti nel sistema di formazione italiano all'estero: scuole italiane, paritarie, IIC, dipartimenti di Italianistica nelle Università ed “una vastissima rete di soggetti, anche privati, come gli enti gestori che offrono ad un'utenza molto ampia una formazione linguistica e culturale molto solida e ben integrata nelle realtà locali”. “Gli enti gestori – rileva Lodetti – oggi sono, oltre agli IIC,  la rete più estesa e competente dedicata all'insegnamento della nostra lingua nel mondo, con all'attivo un bacino di 300 mila alunni, un dato stimato per difetto e che testimonia la loro importanza, visto che si tratta di 10 volte gli utenti delle altre realtà scolastiche e di formazione che afferiscono a questo settore”. Essi hanno inoltre “un rapporto con le realtà locali ancora più stretto e sono integrati in tale sistema”, caratteristiche che ne evidenziano la “valenza strategica per la politica estera, commerciale ed economica del nostro Paese”.

“In questo tentativo di riordino del sistema crediamo non sia stato sufficientemente messo in luce proprio il ruolo di tali enti, definiti genericamente soggetti attivi senza scopo di lucro nella diffusione della nostra lingua e cultura – ribadisce Lodetti, spiegando come tale profilo – stante così il testo – ne risulterebbe “sminuito”, mentre “secondo noi dovrebbe essere valorizzato e richiamato in articolo specifico del decreto, così come avviene per gli altri soggetti”. Si richiama dunque la necessità di una definizione “chiara e trasparente” di aspetti amministrativi, organizzativi, finanziari e formativi degli enti gestori, una precisazione “che consentirebbe anche di venire incontro ad osservazioni critiche che a volte sono state mosse in proposito e che possa valorizzare la funzione di questa parte importante del sistema di promozione della nostra cultura”. “Il fatto che in questa bozza di decreto gli enti risultino diluiti nella fattispecie dei soggetti privati ci fa venire dubbi sulla reale intenzione del legislatore in merito a questa realtà – afferma ancora Lodetti, associando tale interrogativo “alle difficoltà costanti che di anno in anno abbiamo per assicurare un budget adeguato a tali enti” - richiama nello specifico la decurtazione del 20% di risorse subita quest'anno.

Sono dinamiche che “non ci rassicurano in merito alla considerazione attribuita a queste realtà che a nostro avviso – conclude Lodetti - dovrebbe essere maggiore; per questo riteniamo che debbano essere esplicitati ruolo e funzioni in articolo specifico del provvedimento in esame”.

Di seguito l'intervento di Norberto Lombardi, membro anche della Commissione Lingua e cultura italiana del Cgie, che, dopo aver ringraziato il Comitato “per l'interlocuzione costante con il Cgie”, richiama e approfondisce le osservazioni già esposte la scorsa settimana. In primo luogo segnala come nonostante si sia più volte puntualizzata la limitazione dell'ambito del decreto alle scuole italiane all'estero esso coinvolga il sistema di promozione di lingua e cultura italiana, toccandone dunque i soggetti partecipi e la legge n.153 del 1971, che era stata – ricorda Lombardi - “strumento sostanziale dell'insegnamento della lingua italiana, come allora si diceva, ai figli dei lavoratori italiani all'estero”. Egli ricorda a questo proposito come, con il mutare del profilo dell'emigrazione italiana – un progressivo “scolorimento” della prospettiva del rientro in Italia e una sempre più profonda integrazione nei Paesi di accoglienza – gli strumenti messi in campo da quella legge siano cambiati adattandosi alle circostanze, di “generazioni inserite nel tessuto sociale e culturale dei Paesi di insediamento e sempre meno in bilico tra permanenza all'estero e ritorno in Italia”. Con questi cambiamenti si è modificata anche “la strumentazione di cui Stato e associazionismo si erano dotati e il concetto stesso della nostra promozione linguistica e culturale, soprattutto dove l'italianità è più legata alla condizione familiare che non ad una prospettiva di riorganizzazione dell'esistenza”, trasformazione cui è seguito un approccio all'italiano quale lingua seconda più che lingua madre. E la trasformazione è in corso ancora oggi con i nuovi flussi, con “ragazzi che seguono le famiglie all'estero e sono interessati a conservare l'italiano ma anche all'integrazione nei sistemi scolastici locali, all'acquisizione non di una lingua fondamentale e madre, ma di un apparato linguistico che è perlomeno duplice”.

“Proprio gli enti gestori, scoloriti nella dizione proposta dal testo iniziale di questo decreto, sono quelli che hanno accompagnato in modo più flessibile tali trasformazioni, diventando, su sollecitazione del Maeci stesso, enti di natura privata che rispondono al diritto dei Paesi in cui si trovano, e questo per evitare ipoteche a carico dello Stato italiano – segnala Lombardi, rilevando come a loro si debba riconoscere il merito anche delle esperienze innovative più riuscite in materia di bilinguismo e l'interlocuzione con le istituzioni locali che in alcuni contesti – fa notare - investono in essi più risorse di quanto non faccia l'Italia. Per questi motivi “porre le condizioni per un loro indebolimento o non riconoscerli potrebbe rappresentare una partita in perdita per il nostro Paese, anche dal punto di vista finanziario, oltre che culturale e formativo – ribadisce Lombardi, che condivide il richiamo alla necessità di formulare un articolo loro dedicato nello schema di decreto o, almeno, precisare meglio la loro definizione all'interno del testo.

Egli ribadisce poi come non sia coerente il recepimento solo di parte degli articoli del Testo unico in materia di istruzione del 1994 che applicano la legge n.153 nello schema di decreto; sollecita una maggiore “valorizzazione delle professionalità che si sono sviluppate all'estero nella comunità italiana ma non solo” assicurando un maggiore spazio di autonomia agli istituti scolastici; raccomanda una gestione oculata e graduale della transizione prevista ad una co-gestione della materia da parte di Maeci e Miur; una maggiore flessibilità nella definizione del ruolo delle 50 unità di personale scolastico aggiuntivo destinato all'estero; una assimilazione contrattuale del personale assunto a tempo determinato con chi è assunto a tempo indeterminato. 

Il presidente Micheloni sottolinea da parte sua l'utilità della riflessione e delle osservazioni presentate al Comitato, e assicura l'impegno a rappresentare tali istanze nel corso dell'esame del provvedimento, impegno che scaturirà la prossima settimana in un parere espresso sulla materia da parte delle Commissioni Affari esteri e Istruzione pubblica del Senato. Si interroga inoltre sull'annuncio dei 50 milioni di euro da destinare alla diffusione di lingua e cultura italiana a fronte del taglio del 20% dei contributi agli enti gestori. Conclude infine assicurando la sua condivisione delle considerazioni svolte, cui aggiunge quella sull'insostenibilità dei tagli finanziari decisi in corso d'opera, quando la programmazione dei corsi da parte degli enti è già stata stabilita per l'intero anno scolastico.

Di seguito anche l'intervento di Maria Mussini (Misto) che definisce il testo “deludente e un'occasione persa” perché, a suo dire, è “il risultato di una totale mancanza di ascolto della realtà che invece il Comitato si era sforzato in questi anni di rappresentare”. Rileva inoltre “una mancanza di chiarezza di visione” sulla promozione culturale che a suo avviso si sarebbe potuta colmare con un più attivo coinvolgimento del Miur. Infine, Pippo Pagano (Ap) ribadisce come il Comitato abbia constatato l'importanza degli enti gestori e assicura un impegno maggiore “per individuare la soluzione dei problemi rilevati dal Cgie”. (Viviana Pansa – Inform 15)

 

 

 

 

Gestione delle crisi. Ue: come migliorare gli strumenti civili

 

Con la nuova Strategia Globale e il Piano di Implementazione, l’Ue continua a dare rilevanza e priorità agli strumenti civili per la gestione delle crisi a livello internazionale.

 

 L’Unione ha un potenziale civile da primato mondiale, in particolare nel suo vicinato e in Africa, grazie alle possibilità offerte dalla presenza sul terreno delle sue Delegazioni, dal dispiegamento di missioni civili in ambito Psdc e dai programmi di sviluppo e cooperazione dalla Commissione europea, senza dimenticare i possibili interventi in campo umanitario e di protezione civile in caso di disastri naturali e non.

 

 L’Ue ha già sviluppato strumenti e infrastrutture per la promozione della pace, ma, come emerso da una recente ricerca condotta dallo IAI nel contesto del progetto EU-CIVCAP, per raggiungere i propri obiettivi in questo campo l’Ue deve migliorare in procedure, personale e tecnologie.

 

Le sfide della formazione e del reclutamento

 La disponibilità di personale adeguatamente formato è cruciale per rendere pienamente effettive le capacità civili dell’Ue, per esempio in compiti specifici come il confidence buiding o la riforma del settore di sicurezza.

 

 Per questo, negli ultimi anni l’Unione ha incrementato il numero di corsi online e in aula per il proprio personale a Bruxelles e nelle Delegazioni con compiti collegati alla prevenzione dei conflitti ed al peace building. Per esempio, in collaborazione con alcune Ong e centri di formazione del settore, l’Ue sta organizzando corsi e training su analisi dei conflitti e conflict sensitivity.

 

 Un discorso diverso vale per le missioni civili in ambito Pesc/Psdc. Il sistema di formazione ha fatto passi avanti in termini di coordinamento e qualità dei corsi, grazie soprattutto al lavoro della rete ENTRi, ma alcune lacune appaiono ancora da colmare, come i corsi pre-missione, con più attenzione ai contesti locali o un’attenzione più spiccata all’ownership locale.

 

 In aggiunta, la standardizzazione delle procedure di formazione e reclutamento tra gli Stati membri è ben lontana dall’essere realizzata e dallo studio dello IAI emerge che Paesi come Svezia e Germania hanno un’organizzazione decisamente più strutturata e standardizzate di Francia e Italia.

 

 Il sistema unificato di formazione e reclutamento Goalkeeper, lanciato nel lontano 2007, ha visto un parziale rilancio lo scorso anno e potrebbe essere lo strumento privilegiato per avvicinarsi a questo ambizioso obiettivo, per quanto non l’unico. Sempre che le recenti reticenze della Germania non nascondano un suo passo indietro, nel qual caso tutto diventerebbe più difficile.

 

Tecnologia ancora da sfruttare a pieno

 Connettività e strumenti ICT possono essere strumenti formidabili al servizio della pace, come già scritto in un precedente articolo. In particolare la ricerca IAI si è soffermata sulle possibilità che questi offrono nel contesto dei sistemi di “early warning”, meccanismi che hanno lo scopo di prevenire conflitti sulla base dell’analisi di diversi indicatori.

 

 Grazie ad una serie di interviste con alcuni attori nazionali, lo studio IAI ha scoperto che, fortunatamente, i principali Paesi dell’Ue in campo civile (Francia, Germania, Italia e Svezia) possiedono importanti risorse tecnologiche.

 

 Tuttavia, il problema è che i vari addetti nazionali non sembravano essere a conoscenza di come queste risorse possano essere utili all’Ue nelle sue attività di promozione della pace. Quindi, di conseguenza, non si capisce fino a che punto questi strumenti tecnologici nazionali vengano poi sfruttati a Bruxelles e per lo specifico scopo della prevenzione dei conflitti e del consolidamento della pace.

 

 Ci siamo dati tre spiegazioni: 1) a livello nazionale si contribuisce prevalentemente alle missioni civili di Psdc, mentre non è chiaro fino a che punto gli Stati membri contribuiscano al sistema di early warning europeo; 2) è possibile che gli Stati membri utilizzino i suddetti strumenti nella raccolta dati per raggiungere i proprio obbiettivi di sicurezza nazionale e non siano disposti a condividerli; 3) prevenzione dei conflitti e consolidamento della pace non sono priorità assolute rispetto a difesa e sicurezza nazionale.

 

 Un gran peccato, visto che sono numerosi i documenti ufficiali in cui si considera il rafforzamento del sistema di early warninge una maggiore condivisione dei dati a livello europeo come obiettivi prioritari.

 

Le sfide future

 Training e reclutamento possono essere migliorati attraverso un crescente coordinamento e un’adeguata standardizzazione tra gli Stati dell’Unione. Il sistema di formazione ha bisogno di un coordinamento unico, procedure comuni per tutti gli Stati, maggiori sinergie tra le componenti civili, militari e di polizia, un aumento delle risorse finanziarie e maggiore attenzione alla specifica formazione per ciascun contesto di dispiegamento.

 

 Il sistema di reclutamento, da parte sua, deve andare verso una maggiore uniformità. Il sistema Goalkeeper può rappresentare uno strumento valido per questo, ma, a dieci anni dal suo lancio, deve diventare pienamente operativo entro l’anno, altrimenti è meglio lasciare spazio ad altre soluzioni che ricevano adeguato sostegno politico.

 

 L’Ue dovrebbe poi aumentare la propria consapevolezza sui benefici che determinate tecnologie potrebbero avere nella promozione della pace. Tenuto conto della fattibilità tecnica e delle inevitabili limitazioni economiche, l’Ue potrebbe aspirare alla creazione di un sistema comprensivo di early warning/situational awareness che integri dati da vari sistemi ICT e diverse fonti.

 

 Anche alla luce dell’Approccio Comprensivo, la volontà dell’Ue di sapere gestire un conflitto o potenziale tale in tutti le sue varie fasi, tale sistema porterebbe a dei vantaggi innegabili. Infine, si dovrebbe dare un’accelerata ad una maggiore integrazione delle strutture per la raccolta dati all’interno dell’Ue e fare in modo che la timidezza degli Stati membri nella condivisione di informazioni si trasformi in audacia al servizio della promozione della pace.

Tommaso De Zan, Bernardo Venturi, AffInt 7

 

 

 

 

Le "Previsioni" di Bruxelles. Commissione Ue: “acque agitate, ma l’economia cresce”. Chi se n’è accorto?

 

Secondo gli esperti, il sistema produttivo e commerciale del Vecchio continente si è rimesso in marcia e in effetti vari Paesi registrano dati positivi per Pil, occupazione, investimenti e consumi. Ma l'Europa procede con diverse velocità: se la Germania corre, l'Italia arranca – di Gianni Borsa

 

Bruxelles, 13 febbraio: il commissario Pierre Moscovici illustra le "Previsioni economiche". Bisogna avere la pazienza di sfogliare le centinaia di pagine, tabelle e infografiche, con relativi commenti tecnici e politici, per comprendere la profondità delle analisi macroeconomiche svolte dagli uffici della Commissione europea, riepilogate nelle “Previsioni economiche” periodicamente pubblicate a Bruxelles. Il corposo documento per “addetti ai lavori”, con un quadro di livello Ue e specifici affondi sui 28 Stati aderenti, propone in sostanza alcune conferme: la ripresa, pur se contenuta, c’è; alcuni Paesi viaggiano in quarta e altri hanno appena innestato la prima; gli attesi riflessi sull’occupazione – e quindi sui redditi delle famiglie – si registrano abbondantemente nelle economie più spedite (Germania, Paesi Bassi, Regno Unito, Polonia…) mentre latitano in quelle appesantite da ritardi strutturali e mancate riforme (l’Italia, manco a dirlo, si colloca in quest’area).

Ma anzitutto i numeri. Il Prodotto interno lordo dell’area euro (19 Stati della moneta unica) è previsto all’1,6% quest’anno e all’1,8% nel 2018; nell’Ue28 il Pil si attesta all’1,8% sia nel 2017 che nei prossimi 12 mesi. È chiaro, si tratta di “previsioni”, ma in genere il consuntivo si discosta di pochi decimi dalle valutazioni della Commissione.

Questo dice, in pratica, che la crisi è alle spalle e l’economia reale è in marcia. Ma la crisi ha lasciato pesanti strascichi:

migliaia di imprese hanno abbassato la saracinesca e milioni di persone sono rimaste a spasso. Le previsioni presentate dalla Commissione il 13 febbraio segnalano però che nell’area euro i senza impiego saranno quest’anno il 9,6% della forza lavoro totale, mentre l’anno prossimo dovrebbero scendere al 9,1%. Nell’Ue i dati sono, rispettivamente, all’8,1% e al 7,8%. In questo caso, più che in altri, si vede chiaramente come alcuni Stati hanno ridotto ai minimi termini la disoccupazione negli anni seguiti alla crisi (la Germania è al 4,1%); altrove essa resta un male endemico (in Italia siamo stabilmente sopra l’11%).

Le Previsioni dell’Esecutivo puntualizzano inoltre – e volendo riassumere – che il rapporto deficit/Pil è in calo, così pure quello relativo al debito pubblico (ma almeno tre Stati sono fuori controllo: Grecia, Italia, Portogallo); l’inflazione sale leggermente, è questo può essere un bene; i consumi privati sono un elemento che “tira” la ripresa; gli investimenti hanno il segno più.

Tutto bene, dunque? Nient’affatto. Lo conferma lo stesso commissario Ue all’economia, Pierre Moscovici, che dichiara:

“si naviga in acque turbolente”

e “le prospettive sono avvolte da un’incertezza più fitta del solito”. Le ragioni potrebbero essere molteplici, ma la prima addotta da Moscovici riguarda l’“incertezza politica” che deriva dalle prossime mosse di politica economica di Donald Trump, dalle ricadute del Brexit e dagli interrogativi legati alle imminenti elezioni olandesi, francesi e tedesche. Senza trascurare, come spesso accade, una postilla riguardante l’Italia: l’instabilità politica di Roma è una nota ormai risaputa nelle istituzioni Ue. Qui si aggiunge una riflessione indiretta: e cioè la politica può influire in maniera benefica sul dato economico (stabilità, riforme, spinta agli investimenti…) oppure frenandone il cammino.

Un secondo punto si può porre in evidenza: le Previsioni della Commissione pongono in luce una non corrispondenza fra dati macroeconomici e percezione della realtà.

Difficile, infatti, spiegare cosa sta succedendo a chi ha perso il posto di lavoro per “colpa” della crisi e oggi sente dire che l’economia “cresce”.

Un ultimo appunto. Si è molto discusso, nei giorni scorsi, dell’Europa a due o più velocità. I risultati e le previsioni in materia economica presentati dalla Commissione dimostrano come l’Ue stia già procedendo a velocità diverse, mentre la forbice tra Paesi più e meno solidi si va allargando. Sir 13

 

 

 

 

Mario Giro: “Adesso l’Africa agli africani”. La nuova Unione alla prova

 

ROMA - II nuovo presidente della Commissione dell'Unione Africana, eletto pochi giorni fa ad Addis Abeba, è il ciadiano Moussa Faki, ex ministro degli Esteri ciadiano. È una conferma dell'accresciuto ruolo del Ciad come fattore di stabilizzazione in particolare nella lotta al terrorismo jihadista. La tradizione militare ciadiana è nota da tempo. Moussa Faki ne rappresenta la parte politica, anch'essa capace di influenza crescente. La prima sfida che si troverà ad affrontare il neopresidente è la riforma dell'organizzazione.

Unione Africana da riformare? Il documento del presidente ruandese Paul Kagame - a cui i suoi pari hanno affidato la responsabilità di dare indicazioni - risponde affermativamente, pena la perdita di influenza. Si raccomanda che l'Ua si occupi di meno cose, ma in maniera più approfondita, che si raccordi meglio con le organizzazioni regionali (Ecowas, Cemac, Sadeec, ecc.), che spenda meno e bene; che diventi autonoma finanziariamente (oggi oltre il 60% del suo bilancio è finanziato dai donatori come la Ue); che sia più efficace nelle crisi. Si tratta di un auspicio che hanno in molti: liberarsi da tutti i condizionamenti esterni per dare l'«Africa agli africani» e «soluzioni africane ai problemi africani». Nel documento infatti si sottolinea che gli inviti a Paesi e organizzazioni terze ai vertici debbono essere eccezionali. Già la presidente della Commissione uscente, la sudafricana Dlamini Zuma, aveva fatto suoi tali argomenti, restringendo - ad esempio - la possibilità degli europei di essere presenti ad Addis Abeba durante le riunioni. Ma poi era a loro che ci si rivolgeva per il finanziamento delle attività. Per Kagame ciò è contraddittorio e umiliante.

Certamente la nuova assertività africana si fa sentire: l'uscita di tre Paesi - Gambia, Burundi e Sudafrica - dalla Corte penale internazionale (Cpi) è un segnale forte. All'ultimo vertice, la Ua ha deciso l'interruzione di qualunque dialogo con il Consiglio di sicurezza dell'Onu su tale argomento, adottando una "strategia del ritiro", anche se alcuni Paesi ancora frenano (Nigeria, Senegal, Malawi, Tanzania e Tunisia, per esempio). Questo anche se la procuratrice generale della Cpi è un'africana, la gambiana Fatou Bensouda. Gli africani accusano la Corte di occuparsi solo dei casi di violazioni nel continente, e non di altri. Di essere in qualche modo «razzialmente orientata», ma c'è chi pensa che si tratta di una scusa per interrompere le indagini in corso.

Parallelamente la Ua di Dlamini Zuma si è interposta in alcune crisi, come quella del Burundi, proteggendo il presidente Nkurunziza dalle critiche della comunità internazionale per violazioni dei diritti umani e dispotismo. L'affermarsi delle "democrature" e dei regimi forti (come in Turchia e Russia) diviene un modello che rafforza quanti nel continente, dove pure si vota quasi ovunque ormai, preferiscono una "forte" gestione del potere. Ancora non è sorta in Africa una reale forma di bilanciamento dell'esecutivo, né in campo legislativo né giudiziario ne mediatico. E, salvo eccezioni, l'Unione Africana non è divenuta quella cassa di risonanza dei popoli che si sperava, un modo cioè per supervisionare i regimi. Rimane per ora un "sindacato dei capi di Stato" come dicono gli africani stessi.

Certo una maggior "africanizzazione" della Ua dovrà fare i conti con le crisi in atto nel continente: sono sette le operazioni di peacekeeping a guida Onu contro solo una della Ua, a parte le iniziative regionali (in particolare in Africa Occidentale e centrale). Ciò nonostante, il continente ha ancora bisogno dell'Onu e dei suoi partner internazionali. Tra questi ultimi la parte del leone la fa ovviamente la Cina, sempre molto presente soprattutto per ragioni geopolitiche. La sua recente minor crescita ha avuto effetti anche in Africa, dove i cinesi hanno ridotto le loro importazioni del 30% nel 2016. Accanto ai cinesi, si è di nuovo rafforzata in questi anni la presenza europea, sul piano sia economico sia politico. In Mali, il Ciad è stato protagonista della cooperazione anti-terrorismo tra Francia, altri Paesi europei e africani. Nella regione del lago Ciad, alla frontiera tra Nigeria, Niger e Camerún, le truppe di N'Djamena hanno svolto una gran parte del lavoro in funzione anti-Boko Haram.

Gli europei si sono risvegliati grazie alla corsa all'Africa iniziata da Pechino. Molte sono state le viste di capi di Stato e di governo, assieme a quelle dei ministri degli Esteri. Oltre a Hollande, anche Merkel, l'allora premier Renzi e lo stesso presidente Mattarella ed altri leader europei sono stati per la prima volta sul continente, complice anche la crisi dei migranti. La Ue ha stanziato fondi. Nuovi programmi vedono la luce, come quelli per l'elettrificazione (sono ancora 600 milioni gli africani senza corrente). L'Africa è rimasta al centro degli interessi di altre potenze grandi o medie, come l'India, la Corea del Sud, il Giappone, la Turchia, Israele... Ma soprattutto in questi ultimi anni abbiamo assistito all'arrivo in massa del settore privato, incoraggiato dai governi. Oltre alla tradizionale presenza delle imprese francesi e inglesi, sono tornate quelle italiane e sono giunte per la prima volte quelle tedesche, spagnole, turche ecc.

Per fare un esempio: a parte l'Eni (da anni primo operatore "oil & gas" in Africa), l'Enel sta inserendosi molto bene attraverso la politica delle rinnovabili, vincendo gare in Sudafrica, Kenya o Zambia. L'idea di successo delle mini-grid (cioè reti autosostenibili localmente, in  contrasto con quella delle grandi centrali ritenute costose e inefficienti), sta prendendo piede proprio grazie a Enel. Il neo presidente di turno dell'assemblea dell'Unione Africana, il Presidente guineano Alpha Condé, è interessato all'iniziativa che lui stesso sponsorizza e per la quale l'Ue si è impegnata. Altri settori di grande interesse per le imprese europee sono l'agro-industria e le infrastrutture, ove gli italiani sono ben inseriti, ad iniziare da Salini. L'idea dei partner africani è di poter dare impulso alla nascita di un settore manifatturiero sul continente, per uscire dalla servitù delle mere esportazioni di materie prime. Resta il fatto tuttavia, che l'Africa è l'ultimo continente dove esiste terreno fertile non utilizzato. Si tratta di milioni di ettari da mettere in produzione ma il problema che si pone è quale modello sarà utilizzato: latifondismo stile land-grabbing o la nascita di un settore agro-industriale endogeno?

Un punto interrogativo riguarda gli Stati Uniti. Con il presidente Obama è venuta meno la politica africana molto aggressiva di Clinton e Bush junior. Sono stati chiusi grandi programmi e la politica commerciale si è infiacchita. La presenza americana c'è da sempre e rimane, ma non si è rafforzata. Ora occorrerà vedere che cosa farà il presidente Trump, del quale sono note solo le intemerate contro «l'Africa corrotta e gli africani da mandar via» della campagna elettorale. L'unico segnale è che nella sua squadra c'è un miliardario nigeriano come consulente.

Infine, la nuova leadership della Ua dovrà occuparsi delle crisi politico-etniche. Accanto a quelle di vecchia data - Somalia, Repubblica democratica del Congo, conflitto Etiopia-Eritrea a cui si aggiunge ora il malessere Oromo... - occorre vigilare su crisi rinascenti, come quella costituzionale della Costa d'Avorio che ha provocato un ammutinamento, o il default del Mozambico che ha trascinato alla crisi armata. Una buona notizia viene dal successo dell'Ecowas (e quindi anche di Alpha Condé) nella gestione della crisi elettorale gambiana. Altro segnale positivo è in Africa centrale dove la Chiesa cattolica ha dato inizio ad una mediazione accettata dalle parti nella Repubblica democratica del Congo. Evitare una nuova grande guerra in Congo è assolutamente necessario. In Africa dell'est rimane aperta la guerra in Sud Sudan, dove sembra che nessuna mediazione sia possibile, e che sta assumendo aspetti da genocidio. L'Unione Africana di domani si prepara dunque a grandi mutamenti, e ne ha bisogno.

Mario Giro, Avvenire del 16 febbraio

 

 

 

 

Il referendum. La svolta, cittadinanza svizzera più facile ai nipoti degli immigrati

 

Passa a larga maggioranza un provvedimento che rende più veloce la naturalizzazione degli stranieri sotto i 25 anni: dovranno condividere i valori della Costituzione - di Claudio Del Frate

 

Svizzera (all’apparenza) sulle montagne russe in tema di immigrazione: con il 60,4% circa dei consensi gli elettori della Confederazione hanno detto sì a una riforma che renderà più facile le naturalizzazioni degli immigrati più giovani residenti in Svizzera. Una presa di posizione che sembra contraddire altri pronunciamenti recenti del popolo elvetico che aveva manifestato atteggiamenti di chiusura nei confronti degli stranieri. Il più eclatante di questi fu il voto del 9 febbraio del 2014 con la quale venne chiesto di introdurre un tetto annuale per gli immigrati e i lavoratori stranieri. Volontà passata tra la sorpresa generale ma da allora rimasta praticamente inattuata, anche per l’altolà posto al governo di Berna da parte dell’Unione Europea che con la Svizzera ha sottoscritto accordi di libera circolazione delle persone.

Sì anche dal Canton Ticino

Il provvedimento passato oggi, domenica, riguarda in particolare gli stranieri di terza generazione: i nipoti di quanti immigrarono in Svizzera potranno ottenere la cittadinanza prima dei 25 anni con una procedura molto più semplificata rispetto a quella attuale : dovranno dimostrare di essere ben integrati, di accettare i valori della Costituzione, aver frequentato scuole locali per almeno cinque anni, parlare correntemente una delle tre lingue nazionali e non dipendere da aiuti pubblici per il mantenimento. In precedenza la naturalizzazione doveva passare per un processo burocratico lento e spesso dispendioso economicamente per lo straniero. Il governo aveva preso posizione favorevole alla riforma, non così l’Udc, il partito della destra nazionalista elvetica che rappresenta la maggioranza relativa dell’elettorato. L’Udc aveva fatto campagna elettorale ritenendo le naturalizzazioni più facili una minaccia per la sicurezza nazionale; aveva fatto ricorso anche a manifesti in cui mostrava una donna coperta da un burqa. Il sì è passato, seppur di stretta misura (5o,2%) anche in Canton Ticino, regione dove nel recente passato si era manifestata con più forza la contrarietà a presenze straniere. CdS 11

 

 

 

 

“Molto positivo il sì al referendum per acquisire la cittadinanza svizzera. Gli aventi diritto ne approfittino”

 

“In un periodo di ondate populiste in tutto il mondo, fa piacere che in Svizzera si affermino principi che invece vanno a favore dell’integrazione e del multiculturalismo. Grazie al referendum approvato ieri, infatti, i minori di venticinque anni, nipoti dei tanti italiani emigrati in Svizzera, potranno acquisire la cittadinanza elvetica in modo celere e agevolato. Senza dovere rinunciare alla cittadinanza italiana.

 

Invito tutti i nostri giovani connazionali aventi diritto, all’incirca 15.000, ad approfittare di questa occasione, e diventare cittadini della Confederazione. Questo significa essere integrati a tutti gli effetti nel paese in cui si vive e potere usufruire di tutti i diritti, compresi quelli di voto, senza essere a rischio di misure xenofobe. I requisiti richiesti sono i seguenti: bisogna essere nati in Svizzera, avere frequentato le scuole per almeno cinque anni, avere un valido permesso di residenza, pagare le tasse nel Paese, avere uno dei propri genitori che abbia vissuto in Svizzera per almeno 10 anni, aver frequentato anche lui almeno cinque anni di scuola ed essere in possesso di un permesso di residenza valido. Infine, bisogna essere in grado di provare che uno dei propri nonni abbia ottenuto un permesso di residenza, oppure sia nato in Svizzera”.

 

Lo dichiara Laura Garavini, della Presidenza del PD alla Camera, che aggiunge: “Visto che referendum analoghi erano stati bocciati nel 1994 e nel 2004 vale ancora di più la pena di usufruire di questo importante diritto. Perchè se è vero che si tratta di una significativa battuta d’arresto per i partiti di destra, come il Svp (Schweizerische Volkspartei), non si puó mai escludere che questi si rendano promotori di nuove iniziative di chiusura verso gli stranieri, italiani compresi”. De.it.press 13

 

 

 

 

Ue-Usa. Protezionismo à la Trump: ricetta anti-austerità tedesca

 

I veri conoscitori del nuovo presidente americano e della sua personalità non si sono certo fatti stupire dalla prontezza con cui Donald Trump ha tenuto fede alla sua promessa di ritirare gli Stati Uniti dal Trans Pacific Partnership (Tpp).

 L’inasprimento dei rapporti commerciali con le economie a bassi salari da cui provengono molte delle merci importante dagli Usa è sempre stato uno dei punti nodali nella sua offensiva volta a favorire le imprese statunitensi che producono sul territorio nazionale e danno lavoro ai cittadini americani.

 Molti però pensavano che questo non implicasse un peggioramento dei rapporti commerciali tra Stati Uniti e Unione europea, Ue. Tuttavia, le recenti dichiarazioni di Peter Navarro, appena nominato alla guida del Consiglio nazionale sul Commercio della Casa Bianca, hanno messo in dubbio questa visione ottimistica: il professore dell’Università della California si è espresso duramente contro la Germania e l’Euro, descritto come “un implicito marco tedesco svalutato volutamente per favorire le esportazioni”.

Le tesi di Navarro: realistiche o esagerate?

 Le parole di Navarro hanno suscitato dure reazioni da parte del governo tedesco e da parte di alcun esponenti europei quali il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem.

 Allo stesso tempo, va riconosciuto come nelle dichiarazioni del consigliere di Trump riecheggiano molte delle argomentazioni usate da diversi Paesi membri dell’Eurozona (e, più recentemente, dalla stessa Commissione europea) per chiedere alla Germania un comportamento diverso nella gestione della propria politica fiscale.

 Certamente non si può accusare la Germania di aver spinto o supportato Mario Draghi nel mettere in atto le politiche iper-espansive di questi anni. Anzi, l’establishment tedesco si è schierato più volte pubblicamente contro le mosse della Banca centrale europea, Bce, ritenute dannose per i risparmiatori tedeschi e pericolose per gli squilibri e le bolle finanziarie che potrebbero favorire.

 Tuttavia, seppure la Germania non abbia mai sostenuto le misure monetarie alla base del deprezzamento nominale dell’Euro, lo Stato mitteleuropeo è senza dubbio quello che ne ha tratto maggior vantaggio, anche grazie al netto deprezzamento del suo cambio reale.

Le ragioni del surplus tedesco

 Le ragioni dello sproporzionato surplus tedesco vanno cercate nei primi anni 2000, quando quello che veniva definito “il grande malato d’Europa” intraprese una riforma radicale del mercato del lavoro, la riforma Hartz, che portò a una marcata riduzione del tasso di crescita del costo del lavoro in Germania rispetto agli partner europei.

 

 Questa dinamica negli anni ha aumentato sensibilmente la competitività delle imprese tedesche. Non si può certo imputare come una colpa alla Germania il successo di una strategia politica difficile e dolorosa. Tuttavia, se lo stato governato da Angela Merkel avesse avuto una propria moneta, si sarebbe assistito a un apprezzamento nominale della stessa causato dalla crescente domanda per le merci tedesche. Ma, a causa dell’appartenenza della Germania alla moneta unica europea, ciò non è accaduto, permettendole di continuare ad avere avanzi commerciali record per molto tempo.

 La Germania dal canto suo ha sempre visto il suo surplus commerciale come un merito e un segno di forza della sua economia. Non ci si può quindi realisticamente aspettare che il governo tedesco metta in atto politiche volte a ridurlo, andando così contro il suo interesse nazionale.

 Va notato però che questo avanzo della bilancia dei pagamenti si accompagna all’avanzo dei conti pubblici, rafforzando le dinamiche contrarie alla crescita dei prezzi. Il risultato è che questo “twin surplus” continua a favorire la competitività delle imprese tedesche, anche a scapito del rapido depauperamento dello stock di capitale fisico (soprattutto infrastrutturale) dello Stato federale tedesco.

Trump e Renzi, due leve diverse

 L’Italia, soprattutto durante il governo Renzi, è assurta al ruolo di rappresentante del malcontento europeo contro le politiche tedesche. Non potendo costringere la Germania a vedere i danni che il suo surplus commerciale ha arrecato ai Paesi del Sud Europa, l’invito, raccolto recentemente anche dalla Commissione, era quello di mettere in atto delle politiche economiche che si rivelassero sì più congeniali agli altri membri dell’Eurozona, ma che primariamente non fossero contrarie ai suoi interessi nazionali.

 Ciò si concretizzava nello spingere la Germania a una politica di investimenti pubblici che, date le condizioni attuali, non solo non appesantisse la dinamica del debito tedesco, ma migliorasse la produttività del lavoro nel lungo termine, ravvivando anche l’anemica domanda interna.

 Ciò, a sua volta, spingerebbe al rialzo i salari tedeschi, diminuendo la competitività tedesca attraverso un apprezzamento del suo cambio reale. Inoltre, l’aumento della domanda aggregata della maggiore economia europea avrebbe effetti positivi sull’economie dei maggiori partner europei attraverso gli effetti di spillover.

 Tuttavia, sino ad ora, la Germania ha respinto senza troppo fatica ogni offensiva, venisse essa dal governo italiano o dalla Commissione europea. Ora però queste argomentazioni sono state raccolte da un Paese che può vantare un peso totalmente diverso in termini di interesse nazioale tedesco, essendo in assoluto il più importante mercato di sbocco delle merci tedesche.

 Nelle prime settimane da presidente in esercizio, Trump ha dimostrato come, se ritiene che un Paese stia avendo un atteggiamento dannoso nei confronti dell’economia statunitense, non si faccia scrupoli nell'osteggiarlo.

 La minaccia di uno spregiudicato protezionismo à la Trump verso le merci tedesche e europee costituisce certamente un’eventualità non molto probabile, ma tuttavia in grado di scuotere maggiormente l’establishment tedesco dato il suo potenziale impatto sugli interessi nazionali.

 Sarà forse Trump il fattore in grado di spingere finalmente la Germania verso un cambiamento delle politiche economiche? Per rispondere bisognerà attendere il risultato elettorale e la formazione del nuovo esecutivo federale. Nel frattempo però prepariamoci a un G7 a presidenza italiana e a un G20 a presidenza tedesca decisamente interessanti. Simone Romano, AffInt 13

 

 

 

 

 

Angelino Alfano: "La forza di un'Unione a cerchi concentrici". Lettera del ministro al Corriere della Sera

 

ROMA - “Caro Direttore, sono sorpreso che tanto scalpore abbiano suscitato le recenti dichiarazioni della cancelliera tedesca Angela Merkel, sull'Europa a due velocità. In Europa, le diverse velocità, i cerchi concentrici e la differenziazione nelle diverse accezioni, sono già una realtà. Il tema, quindi, non è «se», ma come e in quali tempi fare i conti con questa realtà” Inizia così la lettera inviata ieri al Corriere della Sera dal mnistro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Angelino Alfano.

“Dei ventotto Stati membri dell'Unione Europea, solo diciannove adottano l'euro - prosegue Alfanp -. La libera circolazione nell'area Schengen riguarda solo ventisei Paesi europei, di cui ventidue della UE e quattro associati. Quanto alla difesa e sicurezza comune, ventotto Stati aderiscono alla Nato (di cui ventisei europei) mentre cinquantasette Paesi partecipano all'Osce e quarantasette al Consiglio d'Europa. Chi si è concentrato solo sull'Unione in questi anni, ha forse guardato solo a una parte della realtà.

È da questa intera realtà che dobbiamo partire per conservare e rilanciare il progetto europeo. In un mondo nel quale cresce la domanda di sicurezza dei nostri cittadini, ci siamo dati un obiettivo prioritario: potenziare il cerchio della sicurezza e della difesa europea. Vi lavoriamo a Bruxelles con l'ambizione di realizzare quanto prima risultati concreti in termini di maggiore efficacia ed efficienza delle nostre forze armate, anche con ricadute importanti sulle nostre industrie europee.

Sessant'anni di integrazione europea non hanno cancellato le nostre diversità, ma le hanno rese una ricchezza capace di superare le divisioni del passato. Vogliamo continuare a costruire un'Europa basata sulla democrazia, sullo Stato di diritto, sulla tutela dei diritti fondamentali. E soprattutto sulla libertà di credo e religiosa in un'Europa che non può, come affermò Benedetto Croce, non dirsi cristiana.

Il nostro primo obiettivo è offrire risposte efficaci alle preoccupazioni più pressanti dei cittadini europei: crescita economica, sicurezza e flussi migratori. Di qui, l'enfasi sul lavoro per i giovani, sugli investimenti paneuropei, sull'innovazione, sul digitale, l'energia e le reti.

Ma anche le strutture istituzionali contribuiscono all'efficienza operativa e alla capacità di governo. Per questo, nell'anno in cui ricorrono i 60 anni dei Trattati di Roma, lavoriamo per proporre ai nostri partner una nuova visione per un'Europa a «cerchi concentrici» in grado di fare avanzare un progetto comune con gli Stati che ci stanno. Solo in questo modo, possiamo superare la stasi attuale ed esser più rapidi nelle decisioni, rispondere alle esigenze dei cittadini e contare di più sulla scena internazionale.

Se non possiamo andare avanti tutti insieme, la strada da percorrere è pertanto quella di un'«integrazione differenziata», fondata sul principio di flessibilità. Solo così ogni Stato membro potrà trovare il proprio livello di integrazione all'interno di una cornice comune, nel rispetto della volontà dei propri cittadini. Solo così sarà possibile conciliare la volontà di chi desidera continuare il percorso di integrazione, con quella di chi preferisce non condividere altre quote di sovranità nazionale”.

“E’ questa la nuova architettura di governance istituzionale che abbiamo in mente - conclude Alfano -. Faremo la nostra parte per essere protagonisti di un tentativo serio e rigoroso di conservazione e rilancio dell'ideale europeo. Una sfida cruciale e appassionante che ha bisogno, per essere compiutamente affrontata, di tempi e di un orizzonte politico di adeguata durata”. (Inform 6)

 

 

 

 

Economia. Finlandia, reddito minimo per il centenario

 

Il 2017 rappresenta per la Finlandia un anno molto particolare, in cui ricorre il centenario dell’indipendenza del Paese dall’impero russo: un anniversario che Helsinki “festeggerà” sperimentando - primo paese dell’Unione europea, Ue - il reddito minimo garantito.

 

L’avvicinamento del centenario coincide con l’emersione di segnali positivi per un’economia che negli ultimi anni ha subito i colpi della recessione internazionale. Secondo una recente analisi previsionale del Ministero delle Finanze, il Pil nazionale fa registrare una crescita dell’1,6% nel 2016 e una previsione di più 0,9% nel 2017 e di più 1% nel 2018.

 

Nell’anno appena trascorso, la crescita è stata agevolata dalla domanda interna, in particolare grazie all’incremento dei consumi privati; gli investimenti nel settore delle costruzioni sono aumentati rapidamente, mentre la situazione del mercato del lavoro è migliorata, portando a una riduzione del tasso di disoccupazione all’8,6%.

 

Nel 2017, l’aumento dei consumi privati dovrebbe subire una battuta d’arresto, in risposta all’accelerazione dell’inflazione ed al conseguente rallentamento della crescita del reddito reale. La crescita degli investimenti privati diminuirà temporaneamente nell’anno corrente, con l'inversione di tendenza nella crescita degli investimenti in costruzioni.

 

Nei prossimi mesi, il volume dei consumi pubblici scenderà dello 0,5% e la spesa per gli stessi calerà a causa di tagli su bonus vacanza, riduzioni dei contributi previdenziali da parte del datore di lavoro e prolungamenti degli orari di lavoro annuali concordati dalle parti sociali nel patto di competitività. La crescita delle esportazioni accelererà nel 2017 e nel 2018, guidata da consegne di mezzi di trasporto già programmate.

 

Ma il patto di competitività prevede anche modifiche ai contributi previdenziali e tagli fiscali che comporteranno un deterioramento a breve termine delle finanze pubbliche. Il governo centrale e quelli locali sono saldamente in deficit, il settore delle pensioni legate al reddito è in surplus ed altri fondi di previdenza sociale marginalmente in deficit. Il debito pubblico in rapporto al Pil continuerà inevitabilmente a crescere nel prossimo futuro.

 

Se, da una parte, l’intesa fra le parti sociali rafforza la fiducia nella politica economica interna; dall’altra, ci vorrà tuttavia del tempo perché i benefici derivanti dal patto si trasformino in vero e proprio sviluppo economico.

 

Crescita e cauto ottimismo

Le prospettive dell’export restano significative, nonostante il rallentamento della crescita: anche se non ci sarà una forte domanda per le esportazioni finlandesi, la situazione appare migliorata rispetto agli ultimi anni.

 

Il patto stimolerà la competitività dei prezzi misurati in termini di costi unitari del lavoro, il che faciliterà la crescita delle esportazioni. Tuttavia, ci sarà un ritardo prima di vedere gli effetti positivi dell’intesa sui risultati economici; e il patto potrebbe finire per indebolire sia i consumi privati sia quelli pubblici nel 2017.

 

La crescita in molte delle economie emergenti è rallentata in modo significativo. Nei Paesi industriali, il recupero è ancora modesto, perché i livelli di investimento sono bassi, gli utili aumentano ma lentamente e, di conseguenza, la domanda dei consumatori è debole.

 

I consumi privati cresceranno ad un tasso più lento in quanto ci sarà solo un moderato aumento del livello dei redditi e l'inflazione intensificherà la propria pressione. L'andamento dei consumi privati potrebbe rivelarsi più favorevole di quanto previsto se l’indebitamento delle famiglie continuasse a crescere al ritmo degli ultimi anni.

 

Ma vi sono rischi negativi associati a i consumi privati che possono materializzarsi se la tendenza occupazionale risultasse più debole del previsto. Gli effetti frenanti sui consumi sarebbero evidenti attraverso la formazione del reddito e delle aspettative dei consumatori, che potrebbero sviluppare cautela.

 

Debito e disoccupazione

Lo scorso anno, la ripresa dell'economia finlandese ha sostenuto la finanza pubblica. Tuttavia, la lenta crescita economica dei prossimi anni non sarà sufficiente a correggere lo squilibrio tra entrate e spese, il che significa che le finanze pubbliche rimarranno in modo significativo in deficit.

 

Le misure di adeguamento, nell'ambito del programma di governo, rafforzeranno le finanze pubbliche durante il periodo di previsione; tuttavia, la crescita della spesa connessa continuerà ad essere rapida, ostacolando gli sforzi per raggiungere un equilibrio delle casse pubbliche, mentre i prossimi anni potranno far registrare al Helsinki un ulteriore aumento del rapporto debito pubblico-Pil.

 

Con la disoccupazione all’8,6% (e previsioni di lievi contrazioni), l’occupazione è in aumento, in particolare nel settore edile, e continuerà a migliorare; ma un suo ulteriore rapido miglioramento è impedito da problemi strutturali: i disoccupati in cerca di lavoro potrebbero non avere le competenze professionali necessarie per le offerte disponibili sul mercato, oppure i posti di lavoro potrebbero essere disponibili in luoghi diversi da quelli di residenza dei non occupati.

 

Reddito di base a sostegno della ripresa

È in questo quadro economico che il governo di centrodestra ha avviato un periodo sperimentale di due anni per la concessione di un reddito di base che era fra i punti del programma del premier Juha Sipilä. L’esperimento è operativo dal 1° gennaio scorso.

 

A questa prima fase partecipano 2000 persone di età compresa tra 25 e 58 anni: un campione di disoccupati scelti a caso fra quelli che già ricevono sussidi pagati dal Kela, l’istituto nazionale per le assicurazioni sociali (omologo dell’Inps italiano).

 

L’esperimento prevede l’erogazione di 560 euro al mese, esentasse e ininfluenti sul reddito complessivo eventuale. L’obiettivo dichiarato è l’esplorazione degli effetti generali dell’istituzione di un reddito minimo garantito, e in particolare, delle conseguenze sullo status occupazionale dei partecipanti.

 

Secondo il Kela, il reddito di base incoraggia i beneficiari a cercare un’occupazione e riduce la burocrazia. Una particolarità di questo test è il fatto che l'importo del reddito di base rimarrà lo stesso per tutto il biennio: esso non viene ridotto da qualsiasi altro reddito da lavoro che i beneficiari possano avere; mentre i partecipanti che trovano lavoro durante l'esperimento continueranno a ricevere il reddito di base.

 

I guadagni saltuari, inoltre, non riducono l’importo del bonus, a sottolinearne la validità slegata dal lavoro, dipendente o autonomo: è questa l'idea chiave a sostegno del reddito minimo garantito finlandese, e la sua caratteristica innovativa rispetto alle tradizionali misure di sostegno ai disoccupati.

Gianfranco Nitti, AffInt 8

 

 

 

 

Commercio, il Parlamento europeo approva l’accordo con il Canada

 

L’obiettivo del Ceta è di eliminare i dazi e di agevolare scambi commerciali e investimenti per beni e servizi. Le protezioni per le Igt europee, sì al Prosciutto di Parma - di Fausta Chiesa

 

Il Parlamento europeo ha approvato il trattato di libero scambio fra Unione europea e Canada, noto come Ceta (Comprehensive Economic and Trade Agreementr). Il via libera è giunto con ampia maggioranza, con 408 voti a favore, 254 contrari e 33 astenuti. Si tratta dello stesso che nell’ottobre del 2016 era stato temporaneamente bloccato dal parlamento della Vallonia, una delle tre regioni in cui è diviso il Belgio. Manifestazioni con centinaia di migliaia di persone, petizioni con milioni di firmatari, proteste nell’aula della plenaria di Strasburgo al grido di «No Ceta»: il patto di libero scambio siglato da Ue e Canada il 30 ottobre scorso ha dovuto superare infiniti ostacoli prima della sua approvazione. Il Ceta dovrà essere ratificato per alcuni aspetti dal Parlamento di ciascuno Stato membro, ma nelle sue parti fondamentali entrerà in vigore già da aprile.

Via i dazi

L’obiettivo del Ceta è di eliminare i dazi con il Canada e di agevolare scambi commerciali e investimenti per beni e servizi. L’accordo intenderebbe anche creare opportunità per l’agricoltura, ma ha introdotto protezioni per indicazioni geografiche specifiche europee. I negoziati per il Ceta sono cominciati nel 2009; non poteva essere approvato senza il benestare dell’Europarlamento, ma per l’approvazione definitiva è necessaria la ratifica dei Parlamenti nazionali, punto su cui confidano i gruppi contrari all’accordo per mettere in difficoltà l’ingresso in vigore definitivo.

Made in Italy, protetti 41 prodotti

I produttori canadesi potranno continuare a utilizzare il termine Parmesan ma anche produrre e vendere, come già fanno, Gorgonzola, Asiago, Fontina dove dovrà essere aggiunta l’indicazione Made in Canada, ma finalmente entrerà sul mercato canadese il prosciutto di Parma Dop finora precluso, in coesistenza però con quello dell’azienda privata che ne ha registrato il marchio, analizza la Coldiretti sugli effetti del Ceta. Nel dettaglio riceveranno protezione nel Paese dell’acero un elenco con 171 prodotti ad indicazione geografica dell’Unione Europea tra cui figurano 41 nomi italiani rispetto alle 289 denominazioni Made in Italy registrate.

Prosciutto di Parma e Fontina

Il Prosciutto di Parma, il Prosciutto San Daniele, il Prosciutto Toscano e il Prosciutto di Modena potranno entrare nel mercato canadese con il loro nome ma dovranno coesistere con i marchi canadesi registrati. Mentre Gorgonzola, Asiago e Fontina sono considerati generici dall’accordo e i canadesi potranno continuare a produrli e venderli con tale denominazione che sarà però accompagnata dall’indicazione obbligatoria dell’origine in etichetta (esempio Asiago Made in Canada), senza però possibili evocazioni (quali bandiere o immagini di posti notoriamente riconosciuti).

Tajani: «Creerà posto di lavoro»

«Si tratta di un buon accordo per i nostri cittadini. Permetterà di creare nuovi posti di lavoro e di stimolare la crescita portando vantaggi a imprese e consumatori e tenendo conto delle loro preoccupazioni», ha detto il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani. «L’accordo garantisce standard Ue elevati di protezione della salute, dell’ambiente e del lavoro prosegue Tajani, che domani a Strasburgo terrà una riunione bilaterale con il primo ministro del Canada, Justin Trudeau. Gli imprenditori europei sono leader dell’eccellenza e della qualità. Molte delle nostre PMI esportano nei mercati globali. L’Unione europea ha un forte interesse a promuovere una politica commerciale intelligente che punti all’apertura dei mercati nel rispetto delle regole e a parità di condizioni». CdS 15

 

 

 

 

 

Migranti, l’accordo Ue-Turchia compie un anno. Amnesty: “Ha peggiorato le condizioni di migliaia di rifugiati”

 

Il rapporto dell’ong: “I profughi rimangono bloccati come in un limbo” - di

Davide Lerner

 

“L’accordo fra Ue e Turchia ha portato migliaia di rifugiati e migranti a vivere in condizioni squallide e pericolose, e non deve essere riprodotto con altri Paesi”. Lapidario il giudizio con cui Amnesty International, la Ong che si occupa di tutela dei diritti umani, condanna il patto fra Ankara e Bruxelles che compie un anno fra poche settimane.  

 

Il baratto era semplice: tre miliardi di euro di aiuti al governo turco per accogliere i migranti che le autorità di Ankara avrebbero bloccato prima che potessero raggiungere l’Europa. E addirittura altri 3 miliardi qualora i primi andassero esauriti, purché sulle coste dell’Egeo la Guardia Costiera turca continuasse a garantire i controlli. Cosa avvenuta, visto che con l’accordo il numero di migranti arrivati sulle coste greche dalla Turchia è presto sceso a nemmeno un centinaio al giorno dai precedenti 2.000 circa al giorno. “Nel 2015 circa 800.000 rifugiati sono arrivati sulle isole greche, mentre nei dieci mesi trascorsi dall’accordo il numero è sceso a 27.000”, dice l’autrice del rapporto di Amnesty Irem Arf . “Il problema è che mentre prima del patto i migranti venivano immediatamente trasferiti dalle isole greche alla terraferma, ora rimangono bloccati come in un limbo in attesa di un ritorno in Turchia. Le isole Lesbos, Samos e Kos sono particolarmente sovraffollate”.  

 

Soltanto 865 migranti sono stati traferiti in Turchia dalle autorità greche in coordinamento con Frontex, come pattuito nell’accordo entrato in vigore il 20 marzo scorso. “Amenesty condanna anche questi rimpatri: l’assunto che la Turchia sia un paese sicuro è erroneo, queste persone dovrebbero essere redistribuite fra gli stati dell’UE secondo il piano europeo di ricollocamento”, insiste Irem Arf. L’accordo è stato messo in discussione più volte anche dal Presidente turco Erdogan, che nel Novembre scorso ha minacciato di farlo saltare “spalancando le porte ai migranti diretti in Europa”.  

 

Alla base della sua polemica c’era il voto del Parlamento Europeo a favore di interrompere il processo d’ingresso della Turchia nell’Unione Europea, sulla scia delle misure repressive adottate dal “Rais” contro il partito filo-curdo HDP (il cui leader Demirtas è tutt’ora in carcere) e i giornalisti del giornale dissidente Cumhuriyet. Un voto consultivo, senza nessuna ricaduta pratica sul processo di accessione, ma tanto bastava ad irritare Erdogan che si era già lamentato più volte della lentezza con cui i famosi 3 miliardi di aiuti arrivano nelle tasche della Turchia. Finora solo 677 milioni di euro sono stati effettivamente sborsati dall’Unione Europea. 

 

Proprio in queste settimane, tuttavia, prende piede programma d’intervento umanitario più grande che l’Unione europea abbia mai finanziato nella sua storia, proprio nell’ambito dell’accordo. Si chiama ESSN, che sta per Emergency Social Safety Net, e prevede la distribuzione di carte prepagate a un milione di rifugiati siriani. I beneficiari verranno selezionati fra i rifugiati che non vivono nei campi profughi (oltre il 90 per cento vive fuori dai campi) secondo criteri di vulnerabilità. Ognuno di loro riceverà l’equivalente di 30 euro al mese (100 lire turche) da usare a propria discrezione, un ammontare per nulla trascurabile per le famiglie numerose. Lo spiegano i responsabili di Ankara del World Food Programme, che ha soffiato l’implementazione del progetto da 348 milioni di euro all’Alto Commissariato Onu per i rifugiati.  

 

Jane Lewis, la responsabile degli aiuti umanitari della Commissione europea in Turchia che qualcuno ad Ankara chiama scherzosamente “signora tre miliardi”, spiega a “La Stampa” che l’accordo sui 30 euro è arrivato dopo “lunghe trattative con il Ministero della famiglia turco”. Il timore del governo di Ankara era infatti che gli aiuti europei ai siriani superassero l’assistenza sociale garantita dallo stato agli stessi cittadini turchi, provocando tensione sociale fra le due comunità. “Secondo noi i rifugiati siriani avrebbero bisogno di più denaro, e noi avremmo le risorse per dargliene, speriamo di poterlo fare più avanti”.  LS 14

 

 

 

 

L’analisi

 

La nostra Emigrazione merita tuttora un’accurata analisi. Noi la monitoriamo da oltre mezzo secolo. Anche questa è una garanzia di continuità. Tanto per evitare confusione, facciamo relazione su periodi trentennali; con inizio dal 1900. La prima Generazione Migrante è terminata nel 1930, la seconda nel 1960, la terza nel 1990 e questa quarta raggiungerà la meta nel 2020. L’evoluzione generazionale è più che affidabile. Negli anni Trenta non eravamo nati. Per gli anni Sessanta ci rammentiamo, però, delle valigie di cartone, dei treni superaffollati che portavano per l’Europa uomini e donne d’Italia alla ricerca di quel futuro che in Patria non potevano realizzare. Tempi difficili. Chi li ha vissuti potrà dare conferma di quest’oggettività che, ora, sembra tanto lontana.

 

 L’Emigrazione italiana, dopo il secondo conflitto mondiale, si è riversata nel Vecchio Continente. Le mete erano Paesi vicini all’Italia; ma, per chi partiva, sempre lontanissimi. Con la Seconda generazione, il processo d’integrazione, con la realtà dei Paesi ospiti, si poteva considerare iniziato. Con i nati in terra straniera, già si profilava la Terza generazione. Perfettamente adattata allo stile di vita della terra che l’ha vista nascere. Dei milioni d’italiani, figli d’italiani e loro nipoti nel mondo, solo poco più di quattro milioni hanno mantenuto la nostra cittadinanza, magari acquisendo anche quella del Paese ospite. Questa premessa l’abbiamo voluta sintetizzare per evidenziare che, indipendentemente dai tempi e dalle generazioni, gli italiani oltre confine hanno dovuto fare i conti anche con le normative partorite per i residenti nel Bel Paese.

 

Il voto politico è sempre stato consentito; ma chi l’ha esercitato non è riuscito a prospettare nessun cambiamento per l’Italia da oltre confine. La legge che permette il voto dei Connazionali direttamente dalla loro residenza all’estero, è stata l’ultima “goccia” che non poteva riempire un “mare”. Sono passati anni dalla sua approvazione. Gli eletti nella Circoscrizione Estero non sono altro che parlamentari inquadrati nella scacchiera dei partiti politici nazionali. Dei quali, gioco forza, sono tenuti a seguire i vincoli. Insomma, per gli italiani all’estero si sono spese poche parole, ma per i fatti la prospettiva non è stata migliore. Ci siamo resi conto che, pur mancando l’equiparazione di certi diritti, l’adeguamento ai doveri è stato rapido. Solo riteniamo che gli italiani all’estero, che non sono degli ingenui, faranno comprendere, a chi li rappresenta, che la riforma elettorale, se ci sarà, non li deve subordinare. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Pd, dove sta il coraggio

 

Rimettete insieme una forza degna di questo nome, in cui ci sia spazio per il pluralismo e il rispetto reciproco, e non sprecate quest'ultimo anno di governo - di Mario Calabresi

 

Non esiste un solo motivo razionale per spaccare il Pd. Sarebbe una scelta irresponsabile che la stragrande maggioranza degli elettori del più grande partito della famiglia socialista rimasto in Europa non comprende e non comprenderebbe.

 

Viviamo tempi davvero difficili, in cui le democrazie e la coesione sociale sono sempre più fragili, tempi di polarizzazione e barbarie, di muri, di paure e rabbia. Tempi che richiedono generosità, pazienza, capacità di alzare lo sguardo e coraggio. Il coraggio, prima di tutto, di mettere da parte gelosie, rancori antichi, calcoli di piccola bottega e ridicole prove di forza.

 

Dividere un partito che governa città, regioni e che guida l’Italia significa soltanto una cosa: consegnare il Paese alla sfida tra una destra che non nasconde le sue pulsioni xenofobe e un Movimento che cavalca qualunque malumore speculando sulla rabbia e sull’esasperazione. Di questo porteranno la responsabilità Matteo Renzi, Pierluigi Bersani e Massimo D’Alema. I danni della loro guerra intestina, della loro incapacità di trovare una sintesi sono sotto gli occhi di tutti.

 

Farebbero bene a non scambiare il silenzio dei loro elettori per assenso, quel silenzio è invece pieno di preoccupazione, di angoscia, di smarrimento. Farebbero bene a non calcolare possibili vantaggi elettorali contando su quelle donne e quegli uomini, perché molti di loro non li seguiranno, né da una parte né dall'altra. E a nessuno interesserà il rimpallo delle accuse.

 

Non vincerà questa sfida chi terrà il punto fino all'ultimo, chi si mostrerà più risoluto e deciso, ma chi sarà capace di un gesto di apertura, di generosità e di composizione. Lasciate stare le vostre aritmetiche e aprite gli occhi, guardatevi in giro, uscite di casa, alzatevi da quei tavoli su cui fate strategie perdenti e mettetevi in ascolto. Basterebbe una passeggiata di un'ora per capire, basterebbe osservare il piano inclinato su cui sta scivolando il continente per rinsavire.

 

Rimettete insieme una forza degna di questo nome, in cui ci sia spazio per il pluralismo e il rispetto reciproco, e non sprecate quest'ultimo anno di governo. Non per fare campagna elettorale ma per dare risposte alla disperazione dei giovani, alla richiesta di sicurezza (mostrando che è possibile coniugare legalità e umanità) e per completare un programma di diritti sociali che rischia di perdere l'ultimo treno.

 

Un compromesso alto è possibile se i contendenti faranno un passo indietro. In questo senso la prima responsabilità dovrebbe averla Matteo Renzi. Spetta prima di tutto a lui il compito di tenere unito il suo partito, lui deve farsi carico delle esigenze di un grande movimento in cui devono coesistere sensibilità diverse. È lui che deve avere l'elasticità di rappresentare le diverse culture presenti nel Pd. È il segretario del partito che ha l'onere di trovare in prima istanza una soluzione che rimetta i democratici in condizione di essere vincenti e un punto di riferimento culturale e sociale per il Paese. Ed è dovere della minoranza non arroccarsi dietro la rigidità delle richieste. Soprattutto non può permettersi di lasciarsi accecare dalla voglia di una resa dei conti finale né chiedere a Renzi di rinunciare alla ricandidatura per la segreteria.

 

Il popolo della sinistra a cui dovete le vostre fortune vi guarda, vi osserva forse per l'ultima volta, perché non c'è dubbio che se romperete vi volterà le spalle, lasciandovi al vostro destino e alle vostre responsabilità storiche. LR 17

 

 

 

 

 

Il fronte anti-integrazione. I limiti dei populisti

 

Non esiste una Internazionale capace di una stessa strategiacontro l’Ue - di Sergio Romano

 

Vi sono Paesi della Unione Europea (la Grecia, l’Italia, ma anche, per qualche aspetto, la Francia) che sembrano incapaci di rispettare i parametri fissati dal Trattato di Maastricht sul livello consentito del debito e del deficit. I rimedi sono noti e sono quelli che la Commissione di Bruxelles ricorda pazientemente ogni anno ai loro governi: ridurre la spesa pubblica soprattutto in materia di previdenza, sanità e altre elargizioni clientelari. Ma se questi rimedi venissero accettati e applicati, i primi a trarne vantaggio, nelle prossime elezioni, sarebbero le opposizioni nazionaliste e populiste. Durante la campagna elettorale non mancherebbero di denunciare il trattamento «inumano» delle istituzioni europee e l’atteggiamento «servile» di coloro che non hanno il coraggio di respingerne i diktat.

Nell’interesse della costruzione europea, quindi, i Paesi che rispettano Maastricht, e hanno i conti in ordine, dovrebbero adottare una linea più comprensiva e conciliante. Se lo facessero, tuttavia, diventerebbero anch’essi bersaglio dei loro rispettivi movimenti nazionalisti e populisti. Il caso della Germania è particolarmente eloquente. Il governo tedesco ha un forte interesse a preservare un’Europa di cui ha bisogno per evidenti ragioni politiche ed economiche. Ma Angela Merkel sa che ogni cedimento alle esigenze delle imprevidenti cicale europee aumenterebbe il consenso popolare del movimento nazional-populista di Afd (Alternative für Deutschland). Le stesse considerazioni valgono per altri Paesi dell’Unione Europea.

Siamo quindi, apparentemente, in una trappola. I membri della Ue hanno esigenze diverse, ma uno stesso nemico, il nazionalpopulismo, che può colpire contemporaneamente tutti (cicale e formiche) anche se con motivazioni diverse. Vi è tuttavia in questa asimmetria un fattore che può giovare alla nostra causa. Mentre noi, bene o male, siamo uniti dalla appartenenza alle stesse istituzioni, nell’altro campo non esiste una Internazionale populista capace di mettere all’opera contro la Ue una stessa strategia. Non può esistere perché i movimenti populisti sono tutti nazionalisti e quindi incapaci di formulare una strategia comune. Marine Le Pen, nel suo discorso di Lione, ha detto che intende denominare in franchi francesi i 1700 miliardi di euro a cui ammonta il debito pubblico del suo Paese: ma le maggiori agenzie finanziarie internazionali prevedono, in questo caso, una colossale insolvenza. Beppe Grillo ha ribadito che il suo movimento, quando andrà al governo, proporrà agli italiani un referendum sull’euro; ma non ci ha detto come verrebbero pagati i debiti internazionali in euro degli italiani. La Signora May ci ha detto che Brexit è Brexit; ma nei sei mesi passati dalla formazione del suo governo non ci ha ancora detto come si fa a uscire dal Mercato Unico senza perdere i vantaggi commerciali che garantisce ai suoi membri.

Fare l’Europa, in queste circostanze, richiede certamente una straordinaria combinazione di ingegno, fantasia e pazienza. Ma nessuno dei suoi nemici ci ha ancora detto come si fa a disfare quello che siamo riusciti a costruire nei sei decenni passati dalla firma dei Trattati di Roma. CdS 13

 

 

 

 

Le osservazioni del Cgie alla nuova disciplina della scuola italiana all'estero

 

“Il Cgie ha accolto con favore l'idea di mettere mano complessivamente alla materia, ma occorre uno sforzo per una rappresentazione realistica dello stato della lingua italiana all'estero – afferma Lombardi, che richiama ruolo e flessibilità necessarie all'attività degli Enti gestori

 

ROMA - Nel corso dell'audizione informale sulla nuova disciplina delle scuole italiane all'estero del direttore generale per la Promozione del sistema Paese del Maeci, Vincenzo De Luca svoltasi ieri alle Commissioni riunite Affari Esteri e Pubblica istruzione del Senato (vedi http://comunicazioneinform.it/alle-commissioni-riunite-esteri-e-istruzione-laudizione-del-direttore-generale-per-la-promozione-del-sistema-paese-del-maeci-vincenzo-de-luca/), sono intervenuti per il Consiglio generale degli italiani all'estero anche Fernando Marzo, presidente della Commissione tematica Lingua e cultura italiana, e Norberto Lombardi, del Comitato di presidenza. I due hanno in questo modo sottoposto anche ai presenti le osservazioni formulate dal Cgie sulla materia e già esposte in un'analoga audizione al Comitato per gli italiani all'estero e la promozione del sistema Paese della Camera dei Deputati alcuni giorni fa.

Marzo in particolare ha ribadito come il Cgie saluti positivamente una legge che "inquadra in forme generali tutta la problematica della promozione di lingua e cultura italiana all'estero", cui la collettività tiene quale "strumento identitario e di appartenenza alla madre patria". Tuttavia le osservazioni già formulate ritengono che il testo non attribuisca in particolare "agli Enti gestori il ruolo che essi si meritano" tacendo dell'importanza di "comunità, famiglie e anche missioni italiane al cui impegno si deve la diffusione della nostra lingua, anche e soprattutto nei momenti di profonda difficoltà dello Stato italiano". Il consigliere del Cgie tiene dunque a ribadire come occorra evitare i "toni troppo trionfalistici", evidenziando anche situazioni di arretramento della diffusione della nostra lingua all'estero o ampi spazi di miglioramento e cita in particolare la situazione delle università italiane in Belgio, con dipartimenti di italianistica “in ristrutturazione”.

“Il Cgie ha più volte sollecitato la revisione della normativa e una riforma del sistema in termini anche più strutturali rispetto a quelli che si evidenziano nel decreto - afferma Lombardi, ricordando la formulazione all'indirizzo del Parlamento di alcune proposte relative a tale riorganizzazione da parte del Consiglio generale.

In premessa dunque, “il favore con cui il Cgie ha accolto l'idea di mettere mano complessivamente alla materia”, tuttavia, rileva Lombardi "rinnovare l'impianto normativo, che risale al Testo unico del 94 o ancora alla legge n.153 del 1971 significa compiere uno sforzo per avere una rappresentazione realistica dello stato della lingua italiana all'estero, sia per quanto concerne la sua domanda, che l'offerta". "Il decreto oggi in esame è invece sfasato rispetto alla forte e complessa articolazione che tale realtà ha assunto nel coso degli anni, dovuta alla diversità geopolitica dei contesti ma anche ad una profonda evoluzione delle comunità italiane presenti in essi, che non sono più comunità di emigranti ma profondamente integrate nei tessuti sociali dei Paesi di insegnamento e che contribuiscono alla formazione della classe dirigente di quei Paesi – prosegue, ribadendo come ora "più che pensare all'insegnamento dell'italiano all'estero come lingua materna, sia più opportuno valutarlo sotto l'ottica dell'apprendimento di una lingua seconda". Oltre a questa caratteristica, occorre poi considerare e valorizzare i diversi interventi e strumenti operativi sino ad oggi adottati, "una ricchezza - sostiene Lombardi - che ci consente di adattare la nostra offerta a contesti diversi, utilizzando gli strumenti che caso per caso si rivelano più efficaci". "Si tratta quindi di spostarsi con gradualità verso un modello policentrico, che tenga conto delle realtà e degli strumenti che abbiamo e anche di tutte le trasformazioni che sono avvenute" piuttosto che "adottare modello di tipo gerarchico, piramidale, che potrebbe non adattarsi a realtà fortemente articolate". In direzione di questo modello le osservazioni sugli Enti gestori formulate dal Cgie e ribadite da Lombardi: "vogliamo richiamare l'attenzione sull'esigenza che il ruolo di tali Enti sia specificamente richiamato ed enucleato nel testo oggi in esame e mi riferisco in particolare alla definizione qui indicata di soggetti senza fini di lucro che operano per la diffusione della lingua italiana, che per noi - precisa - è una definizione troppo generica". Considerando che proprio tali Enti possono permettere un collegamento "in termini di prospettiva tra la nostra vecchia emigrazione e la realtà di oggi" e il fatto che essi "sul campo hanno dimostrato di saper integrare i loro corsi nei sistemi scolastici locali adattandosi alle esigenze via via emerse, come quella del bilinguismo e del multiculturalismo", la richiesta al Governo è di "definire in modo più completo questa presenza e questo ruolo" nel testo in esame.

Si evidenzia dunque la necessità di "allargare lo spazio per la valorizzazione delle professionalità in loco", che consentirebbe un risparmio ma anche un giusto riconoscimento a ciò che di eccellente si è prodotto e si produce all'estero nello studio e nell'insegnamento della nostra lingua. Lombardi rileva in aggiunta come la legge n.153 non risulti di fatto abrogata, anzi permangano gli articoli del Testo unico che si riferiscono alla sua applicazione. "La transizione al nuovo sistema inoltre non deve comportare un blocco del servizio - avverte il consigliere del Cgie, rilevando come tale pericolo sia elevato considerando i diversi piani che essa coinvolge: quello normativo, quello istituzionale, con la cogestione di Maeci e Miur, e quello della gestione diretta del servizio sottoposta anche ad una ridefinizione delle competenze tra la Direzione generale per gli Italiani all'estero e per la Direzione per la Promozione del sistema Paese all'interno dello stesso Maeci. Una fase assai delicata il cui passaggio si auspica graduale e oculato.

Di seguito anche l'intervento di Maria Mussini (Misto) che si ritiene non soddisfatta del testo in esame, che a suo avviso ribadisce una prevalenza del Maeci nella gestione della materia e in questo modo non consente il maggior collegamento auspicato più volte in sede di Comitato per le questioni degli italiani all'estero del Senato delle scuole italiane all'estero con il sistema scolastico italiano, né di rispondere all'esigenza di offrire all'estero “l'approccio di disciplina e formativo” del sistema italiano, al di là dell'insegnamento linguistico. Mussini chiede inoltre chiarimenti sui risparmi annunciati con la semplificazione del trattamento economico del personale della scuola italiana all'estero – teme che non vengano reinvestiti nel sistema stesso, - sul tema delle scuole bilingui, e sulla proposta del servizio civile, che ritiene possa non giovare alla qualità dell'insegnamento offerto. Stefania Giannini (Pd) ricorda come in qualità di ministro dell'Istruzione del precedente Governo abbia contribuito a redigere il provvedimento in esame, che ritiene “un primo importante passo organico a seguire dal Testo unico del 94”. Segnala tuttavia come la promozione della lingua italiana nel mondo non sia obiettivo di questo decreto delegato, pur restando nodo centrale e “responsabilità ineludibile del Maeci” e che merita un intervento ad hoc includente la necessaria revisione della legge 153 più volte menzionata.

Una precisazione cui segue quella del presidente del Comitato per le questioni degli italiani all'estero, Claudio Micheloni, che ribadisce come il tema della promozione linguistica e del ruolo degli Enti gestori siano comunque affrontati nel testo. Micheloni contesta “il quadro idilliaco” sulla diffusione della lingua italiana emerso nell'audizione e ritiene indispensabile invece uno sguardo realistico per predisporre interventi adeguati, che devono coinvolgere molto più di quanto non risulti dal testo in esame “il Cgie e gli Enti gestori” o affrontare questioni come quella delle scuole bilingui, “che stanno nascendo in tutto il mondo- dice, - per lo più su iniziativa dei genitori”. Micheloni ricorda infine quanto gli Enti gestori abbiano contribuito alla diffusione della nostra lingua all'estero e ritiene che una gestione “romanocentrica” degli interventi non gioverebbe al proseguimento efficace della loro attività. Annuncia quindi un parere del Cqie su questi temi, per sollecitare il Governo a rispondere nel merito. In ultimo l'intervento di Antonio Razzi (Fi) che ribadisce la necessità di prevedere una modalità di insegnamento telematica dell'italiano all'estero.

In sede di replica, De Luca precisa come i dati sulla lingua italiana siano stati richiamati per evidenziare lo sforzo di conoscenza messo in atto a partire dagli Stati generali, un impegno che ribadisce essere stato “di tutti, compreso degli Enti gestori” per fornire “un primo quadro da cui partire”- e quindi perfezionabile, - per elaborare una strategia di promozione culturale integrata. Ribadisce come il tema del testo in esame sia il sistema scolastico italiano all'estero per cui si è lavorato e si continua a lavorare “nell'attuazione a stretto contatto con il Miur”. Concorda, infine, con la flessibilità richiesta e con la precisazione e sottolineatura del ruolo degli Enti gestori nella promozione culturale dell'Italia nel mondo. Viviana Pansa, Inform 9

 

 

 

 

A causa dei cambiamenti climatici nuova ondata di profughi nel 2017

 

Quarantadue milioni di persone costrette ad abbandonare le loro case nel 2016: nel 2017 questo numero salirà a 48 milioni.

 

Secondo i dati elaborati da Avvenia (www.avvenia.com), uno dei maggiori player italiani nell'ambito dell'efficienza energetica e della sostenibilità ambientale, a causa dei cambiamenti climatici 42 milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le loro case nel 2016.

 

Nel 2011 i migranti climatici ed ambientali erano "appena" 18 milioni, un numero che è raddoppiato nel 2015 passando a 36 milioni e che secondo le stime di Avvenia salirà ancora superando i 48 milioni nel 2017 a causa delle inevitabili alluvioni, siccità ed altri eventi metereologici estremi.

 

In merito ai Paesi di origine, circa la metà di loro proviene da Siria, Yemen e Iraq, e l'altra metà altri da vari Paesi africani e dall'Asia meridionale ed orientale, con India, Cina e Nepal in testa. «E se le migrazioni ambientali sono per la stragrande maggioranza migrazioni interne, una parte sempre maggiore di loro rischia la vita per raggiungere le coste europee» commentano gli analisti di Avvenia.

 

Sempre a causa dei cambiamenti climatici si stima che nei prossimi 30 anni il Fiume Giallo, lo Yangtze, il Gange, l'Indo, l'Eufrate, il Giordano, il Nilo e molti altri fiumi soffriranno una riduzione di portata d'acqua del 30%, a fronte di un aumento della domanda di acqua per energia, agricoltura ed usi domestici.

 

Se non si implementeranno adeguate politiche di efficientamento energetico, secondo le stime di Avvenia entro il 2050 si potrebbero superare i 250 milioni di rifugiati climatici. E non vi saranno solo i migranti ambientali, ma anche coloro che migreranno a causa delle guerre che nasceranno dall'insorgere degli squilibri ambientali.

 

É possibile fare marcia indietro? Gli esperti di Avvenia sono sicuri di sì, se si adottassero maggiori programmi di efficientamento energetico nei Paesi più industrializzati. «Se invece non faremo nulla per limitare i cambiamenti climatici, dovremo attenderci migrazioni sempre più numerose» avverte l'ingegner Giovanni Campaniello, fondatore e amministratore unico di Avvenia.De.it.press

 

 

 

 

 

Il Consiglio dei ministri ha approvato due decreti legge su gestione dell'immigrazione e sicurezza urbana

 

Sostituzione dei Cie con nuovi Centri di permanenza per il rimpatrio ed un solo grado di giudizio per i ricorsi nel riconoscimento del diritto d'asilo. Più poteri ai sindaci in materia di sicurezza. Il ministro dell'Interno, Marco Minniti: “favorire un nuovo modello di accoglienza, il più possibile diffusa”

 

ROMA - Il Consiglio dei ministri ha approvato due decreti legge su immigrazione e sicurezza urbana. Prevista, come annunciato alcuni giorni fa dal ministro dell'Interno, Marco Minniti, la sostituzione dei Cie con nuovi Centri di permanenza per il rimpatrio ed un solo grado di giudizio per i ricorsi nel riconoscimento del diritto d'asilo. Nella conferenza stampa svoltasi in proposito Minniti ha ribadito come immigrazione e sicurezza urbana siano “questioni che hanno una grandissima rilevanza sulla vita pubblica del nostro Paese”.

“Sui temi dell'immigrazione – ha aggiunto - abbiamo quattro capisaldi: intervenire sui flussi, nuovo modello di accoglienza, rimpatri, integrazione. Severità con chi non è nelle regole, integrazione con chi le rispetta”.

L'obiettivo è quello di “favorire un nuovo modello di accoglienza, il più possibile diffusa”, un orientamento – assicura il Ministro - “concordato con l'Anci e che passa attraverso la riduzione, in tempi ragionevoli, dei grandi Centri d’accoglienza, che sono più esposti proprio per una questione di numeri a criticità”. “I vecchi Cie non ci saranno più - ha confermato Minniti, spiegando come i nuovi Centri di Permanenza per il rimpatrio “saranno una cosa totalmente diversa, uno per regione, per complessivi 1.600 posti” e sorgeranno fuori dei centri abitati ma vicino ad ‘hub’ di comunicazione stradale. “Il mio ministero - ha aggiunto - ha deciso di raddoppiare i fondi anche per i rimpatri volontari assistiti”.

Poiché “non c’è una politica di accoglienza vera - ha sottolineato Minniti - se non sono praticati i rimpatri, il giudizio sui richiedenti asilo deve avvenire nei tempi più rapidi possibili. Bisogna abbattere i tempi di riconoscimento del diritto, gli attuali 2 anni sono troppi: abbiamo quindi deciso di sopprimere un grado di giudizio per i ricorsi e di assumere 250 unità di personale altamente qualificato per rafforzare le Commissioni territoriali”.

“Le nuove norme approvate prevedono inoltre la possibilità per i comuni, di intesa con le prefetture, di impiegare i richiedenti asilo, su base volontaria, in attività di utilità sociale in favore delle collettività locali” per colmare così il “vuoto dell'attesa” che si determina nell'iter di riconoscimento del diritto di protezione.

“La sicurezza urbana va intesa come un grande bene pubblico che riguarda la vivibilità e il decoro urbano, attraverso interventi di riqualificazione delle aree più degradate, l’eliminazione dei fattori di marginalità sociale, la prevenzione della criminalità e dei fenomeni antisociali per favorire la legalità e la coesione sociale. Il decreto – afferma Minniti - introduce strumenti ed interventi amministrativi, amplia i poteri di ordinanza dei sindaci: avranno poteri autonomi e la possibilità di firmare patti tra territori e ministero dell'Interno che prima non avevano una cornice legislativa”. Minniti ha ribadito infine come il nostro “modello di sicurezza funziona” e non vi sia “un'emergenza sicurezza” in Italia, annunciando poi l'introduzione di nuove misure come il “daspo”  per “reiterati elementi di violazioni di alcune regole in un determinato territorio”. “Oltre al  modello di sicurezza nazionale servono politiche più attente di controllo da Bolzano ad Agrigento – ha concluso. (Inform/dip 13)

 

 

 

 

Scissione Pd a un passo, l'Italia cresce (ma meno degli altri)

 

La notizia che il Pil 2016 è cresciuto di un decimale più del previsto fa naturalmente piacere al governo Gentiloni che ne trae motivo per dire che bisogna proseguire sulla strada delle riforme. È vero, ma c'è anche da chiedersi perché il Pil italiano registra una crescita così modesta, la metà di quella tedesca e addirittura un terzo della crescita spagnola. Si dice: è colpa dell'incertezza politica. Sarà anche vero, ma cosa dire allora della Spagna che è stata più di sei mesi senza governo e adesso ne ha uno di minoranza? Per la modesta crescita italiana ci sono sicuramente motivi strutturali che sono stati individuati da tempo e che l'incertezza politica contribuisce a peggiorare. La Direzione del Pd è servita solo in parte a fare chiarezza, almeno sui tempi. La tappa dell'Assemblea nazionale di sabato o domenica prossima metterà un punto con le dimissioni di Renzi da segretario e la convocazione del Congresso. Per il resto, però, la nave Pd incrocerà in un mare molto tempestoso, con il rischio concreto di sbattere contro gli scogli. La scissione è a un passo. Questo non vuol dire che alla fine la minoranza uscirà veramente dal Partito democratico, ma l'ipotesi è molto concreta. Nella relazione e nella replica di ieri il segretario (e i suoi uomini nei commenti) hanno cercato di esorcizzare la scissione. Le parole più sferzanti, questa volta il segretario le ha riservate solo a D'Alema, anche senza nominarlo. Ma la scissione potrebbe avvenire ineluttabilmente sui fatti concreti, come si è capito dalle parole di un ministro dei governi Renzi e Gentiloni come Orlando. È la velocità con cui Renzi vuole andare a Congresso che mette la minoranza sulla strada della scissione: Bersani, Speranza, Cuperlo vedono il Congresso che vuole Renzi come una conta è non una riflessione sul partito e la sua sconfitta al referendum. Emiliano - candidato contro Renzi al Congresso - ha detto che sarà il de profundis per il governo Gentiloni. Addirittura si sente dire che la minoranza potrebbe disertare l'Assemblea di questo fine settimana. La data delle elezioni sarà la conseguenza delle decisioni che saranno prese da Renzi nei prossimi giorni, tenendo conto delle posizioni di Orlando e Franceschini. Prima saldamene nella maggioranza e ora impegnati a tenere unito il partito. Conviene osservare giorno per giorno le drammatiche turbolenze in cui è sballottato il Pd per capire, alla fine, cosa ne resterà e quando si andrà a votare. A settembre o alla fine della legislatura, fra un anno. I mercati stanno a guardare per decidere se e quando sarà il caso di attaccare la nostra fragile economia. GIANLUCA LUZI LR 14

 

 

 

 

 

Ancora difficoltà

 

Scrivere sullo stato di salute “economico/sociale” italiano resta un dilemma. Soprattutto quando si vuole dare spazio alla realtà dei fatti quotidiani. Sono mesi che provano a lusingarci con prese di posizione politiche che, per obiettività, non hanno illuso nessuno. Non ci credono neppure i partiti che consentono la vita di questo Esecutivo atipico nei progetti e nelle strategie.

 

Essere obiettivi non significa essere né ottimisti, né pessimisti. Basta attenersi alla realtà dei fatti per comprendere che le difficoltà del Bel Paese sono ben lontane dall’essere risolte. La realtà della Penisola è lontana da quella degli altri Stati UE e l’Italia del “malessere” continua a tenere lontana quella del “benessere”.

 

Nel nostro realismo, non ci sono soluzioni alternative al degrado nazionale. E’ la politica che sarebbe proprio da modificare. Però, senza elezioni politiche generali, ogni riflessione ha il sapore dell’azzardo. Se la coerenza avesse un seguito logico, avremmo altri scenari da esaltare. Invece, non ce ne sono.

 

Quando abbiamo salutato il 2017, come l’anno dell’impegno senza benefici, avevamo visto giusto. Con la premessa che non ci siamo sentiti menagrami né, tanto meno, presaghi. Hanno fatto testo le realtà che pesano come macigni. Ci sono, ancora, troppi “interrogativi” ai quali sarebbe necessario rispondere. Eccedenti dubbi che dovrebbero essere chiariti.

 

Allora: quali difficoltà? Certamente almeno come quelle dello scorso anno. Il 2017 appare già compromesso dai fallimenti irreversibili di quello che l’ha preceduto. Per cambiare “registro”, oltre alla determinazione politica, ci vorrebbero uomini nuovi che, purtroppo, non riusciamo a identificare.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

C'è bisogno di valori, non potete distruggere un partito

 

C'è un problema logico e filosofico che ha il suo punto centrale nella speranza. L'ha trattato la nostra collaboratrice Benedetta Tobagi citando un ebreo tedesco, George L. Mosse, che nacque nel 1918 e morì nel 1999. Lui credeva nella speranza come elemento fondamentale della vita e come conforto di fronte alla morte, la fede dell'Aldilà garantita da un Dio trascendente. Ma credeva anche nella politica, suscitata dall'Io, dalla ricerca del potere a tutti i livelli. Il potere coincide con la volontà di potenza studiata da Nietzsche, che può diventare un ideale condiviso dalla masse se i detentori del potere riescono a diffondere l'amor di Patria. Mosse chiamava l'amor di Patria la nazionalizzazione delle masse e tutti i fenomeni che a quell'amor di Patria somigliano, perfino il tifo sportivo per una squadra o per un campione.

 

C'è una quantità di fenomeni che possono mobilitare le masse, dai più impegnativi ai più banali, ma non c'è dubbio che la nazionalizzazione delle masse intesa nel senso più vasto sia il concetto essenziale per chi, come Mosse, vede positivamente la vita e perfino la morte. Ma c'è anche un concetto opposto: quello che concepisce la disperazione come il sentimento dominante. Si spera ma alla fine ci si dispera. Machiavelli si domandava: "Come può l'uomo virtuoso sopravvivere in un mondo malvagio?".

 

Ma il medesimo Machiavelli indicava nel "Principe" il grande rimedio e dedicò infatti quel suo libro non già al Borgia di cui aveva raccontato tutte le malefatte, ma a Lorenzo il Magnifico che agì in tutta la sua breve vita per il bene del popolo, con gli interventi di governo, la bontà, la democrazia visti insieme pur avvertendo: "Chi vuol esser lieto sia/ del doman non v'è certezza".

 

L'incertezza, ecco la vera chiave della nostra esistenza. Il caso o il destino. Due concetti sulla cui antitesi o identità ha scritto più volte e di cui parla spesso in modi diversi Giacomo Leopardi nelle sue "Operette Morali". Leopardi era un nichilista, ma si elevò con i suoi Canti ad un livello tale da convivere con felicità-infelicità, "Alla fioca lucerna poetando".

 

Perché parlo di questi valori e disvalori, speranze e disperazione? Ne parlo perché la società globale, rinforzando sempre di più la forza della sua globalità, ha creato e sempre più diffonde un mondo nuovo che contiene un dato positivo ed uno negativo, la pace e la guerra, l'amore e l'odio, su scala universale. E la minuscola dimensione (ma per noi estremamente importante perché direttamente ci riguardano) di queste contraddizioni hanno ridotto la nostra politica ad un campo di battaglia che rischia di deformare la nostra già debole democrazia dove si confrontano progetti che ogni giorno cambiano, peggiorano i rapporti delle forze in campo, gli interessi, le alleanze. L'Europa soffre di analoghi malanni. La lucerna leopardiana è fioca, non è spenta: si alimenta dalla bellezza della speranza e dalla drammaticità della disperazione. Quanto alla vicenda politica la sua debolezza è terribilmente moderna. Che c'è di peggio della modernità? Di un Paese e di un continente che è stato per secoli il fulcro della civiltà nel mondo intero?

 

In Italia le forze in gioco sono numerose. La prima è Grillo e i cinquestellati: vorrebbero il voto immediato, non importa con quale legge elettorale. Se si vota al più tardi a giugno resta un sistema tripolare che rappresenta la forza grillina indipendentemente dalle vicende della Raggi.

 

La seconda forza in gioco è il duo Mattarella-Gentiloni. Entrambi vorrebbero arrivare alla fine della legislatura e nell'anno che ancora resta vogliono portare a termine quelle riforme più che mai necessarie: l'Appenino terremotato, il rilancio del Pil, la lotta contro le diseguaglianze reddituali e patrimoniali, la questione libica e africana, i rapporti con la Germania e con la Commissione europea, l'appoggio a Draghi e da Draghi.

 

La terza di queste forze in gioco è Renzi, il Pd e la sinistra italiana. Come si vede ce n'è abbastanza.

 

Grillo: per rafforzare la nostra fragile democrazia occorre abolire il sistema tripolare. Si ottiene rinviando le elezioni al 2018 creando a quel punto un meccanismo che non solo non ceda altri voti a Grillo ma anzi li prenda da lui. Non è impossibile: bisogna togliergli voti sia a sinistra (pochi) sia al centro (molti) sia a destra (moltissimi). Non è impossibile anche se Grillo e i suoi possono allearsi con la Lega di Salvini. I due non sono in concorrenza, un'alleanza è possibile con le due liste distinte ma unite dalla stessa politica: togliere voti soprattutto a destra e comunque non cederli, utilizzare l'eventuale appoggio del populismo di Donald Trump. Salvini ci sta provando e con successo.

 

Ed ora veniamo a Renzi e alla sinistra italiana. Le voci che riguardano l'attuale segretario del Pd oscillano in continuazione. Un giorno si parla di un congresso rapido del Pd con il suo attuale segretario che si dimette ma trasformando la sua attuale segreteria in una "reggenza" fino all'esito congressuale. Un'eventuale reggenza renziana sembra tuttavia impossibile, un segretario dimissionario non può trasformarsi in reggente, non è mai accaduto in nessun Paese dell'Occidente.

 

Un altro giorno il congresso può essere lungo e il voto potrebbe avvenire ad ottobre o addirittura a dicembre. Ma in quel caso il presidente della Repubblica potrebbe affidare all'attuale presidente del Consiglio l'incarico dell'ordinaria amministrazione che potrebbe protrarsi per pochi mesi fino alla scadenza della legislatura.

 

Infine un altro giorno ancora, si attribuisce a Renzi il proposito di riformare il partito, con o senza congresso, preparandosi alle elezioni come leader del Pd, con la dissidenza interna riassorbita e quella esterna alleata, cambiando la legge elettorale con la possibilità di coalizioni con la sinistra esterna e con il centro moderato. In questo caso il sistema diventerebbe bipolare con un centrosinistra molto forte e i cinquestelle più Salvini. Bipolare, con maggior peso al centrosinistra rispetto al populismo antieuropeo del duo Grillo-Salvini. È auspicabile questo scenario? Ed è probabile la sua realizzazione oppure no?

 

Questo tema riguarda soprattutto Renzi. Ha carisma? Sì, ce l'ha. Ha voglia di usarlo? Sì, ce l'ha ed è anche molto evidente. Ha la capacità di usarlo a favore del popolo italiano e dell'Europa? Sì e no. Non più di Gentiloni, ma neanche meno. I caratteri di questi due protagonisti sono molto diversi, ma le capacità si equivalgono.

 

La settimana scorsa su queste pagine ho dato un'immagine storica per rispondere a questa domanda: Renzi deve creare nel Pd una vecchia guardia e una giovane guardia. La prima si compone di quelli che nel Pd, con lui o contro di lui, hanno usato e possono ancor più usarla per dare al partito la loro esperienza già collaudata e ancor più negli anni nel frattempo trascorsi. La giovane guardia è fatta da trentenni o poco più, che devono rappresentare la generazione che tra dieci anni guiderà il partito.

 

Renzi e Gentiloni sono per età anagrafica a metà del percorso. Ma c'è un altro personaggio che sembra essere di nuovo in corsa ed è Walter Veltroni. Se bisognasse scommettere su uomini migliori per l'Italia e per l'Europa bisognerebbe puntare su Veltroni, su Draghi, su Renzi e su Gentiloni. Draghi ha una forza propria ed essenziale, europea e quindi anche italiana; Veltroni discende dalla Bolognina di Occhetto, dall'Ulivo di Prodi, e poi da se stesso quando fondò il Partito democratico dove utilizzò con successo la vecchia e la giovane guardia.

 

Insomma è un partito ricco di esperienze, capacità, carisma. Si mettano tutti d'accordo, facciano un'équipe che operi per l'Italia e per l'Europa: due patrie che s'identificano; senza l'una, l'altra crolla. Questo sì, va ad ogni costo. EUGENIO SCALFARI, LR 19

 

 

 

Le aliquote Irpef 2017 rimangono immutate anche per i residenti all’estero

 

ROMA - Dal 1° gennaio 2017 è in vigore la Legge di bilancio per l’anno 2017 (Legge n. 232 dell’11 dicembre 2016) pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 21 dicembre dello scorso anno. Tra le nuove misure di rilevanza fiscale introdotte ricordiamo per i nostri connazionali la modifica della disciplina delle detrazioni Irpef spettanti ai titolari di redditi da pensione (articolo 1, comma 210, Legge n. 232/2016). Si tratta di un intervento sulla cosiddetta “no tax area” per i pensionati. Si stabilisce, infatti, una disciplina uniforme tra lavoratori e pensionati per le detrazioni dall'imposta lorda IRPEF spettanti con riferimento ai redditi, estendendo ai soggetti pensionati di età inferiore a 75 anni la misura delle detrazioni già prevista per gli altri soggetti, per cui il reddito da pensione non tassabile passerà da 7.800 a 8.174 euro. Dell’innalzamento della “no tax area” saranno beneficiati anche i nostri pensionati residenti all’estero.

Vogliamo inoltre ricordare a chi, per varie ragioni, paga le tasse in Italia nonostante risieda all’estero, che le aliquote fiscali (ma anche gli scaglioni) per il 2017 sono praticamente rimaste invariate tra il 23 e il 43% (in attesa della riforma annunciata per il 2018 che dovrebbe modificare – eventuale nuovo Governo permettendo – sia le aliquote che i criteri applicativi).

Infatti, il primo scaglione IRPEF interessa i contribuenti con un reddito compreso tra 0 euro e 15.000 euro: in questo caso l’aliquota IRPEF è del 23%, che corrisponde – nel caso di massimo reddito per questa fascia – ad una tassazione di 3.450 euro. Nulla è dovuto per i redditi inferiori ad 8.174,00 euro (no tax area).

Il secondo scaglione IRPEF è quello che comprende i redditi tra da 15.001 euro a 28.000 euro. L’aliquota da applicare a questo gruppo è del 27%, con una tassazione – nel caso di reddito più alto – di 6.960 euro. La no tax area ovviamente si applicherà a tutti i redditi; redditi che saranno tassati invece per gli importi superiori a seconda dello scaglione a cui appartengono.

Il terzo scaglione di reddito è quello compreso tra 28.001 euro e 55.000 euro. L’aliquota IRPEF da applicare è pari al 38% sulla soglia eccedente la seconda, (ossia si applica il 38% solo per la quota di reddito che supera i 28 mila euro, ai quali si applica l’aliquota precedente del 27%). In questo caso, la quota da tassazione sarà pari a 17.220 euro nel caso di reddito massimo.

Il quarto scaglione è per i redditi che vanno tra 55.001 e 75.000 euro e l’aliquota è del 41%. Il quinto scaglione interessa i redditi superiori ai 75.000 euro e l’aliquota Irpef corrisponde al 43%. Ricordiamo di nuovo che a partire dal secondo scaglione Irpef in poi, ossia in caso di reddito superiore a quello con aliquota Irpef base, l’aliquota successiva viene applicata solo per la parte di reddito eccedente.

Ovviamente ai redditi, per calcolare l’imponibile finale, vanno detratti o dedotti varie spese ed oneri previsti, e non, dal TUIR (detrazioni per carichi di famiglia, versamenti contributivi, spese sanitarie, bonus Renzi 80 euro per i redditi fino a 26.000 euro, etc.).

I soggetti passivi dell’IRPEF (art. 2, D.P.R. 917/1986) sono le persone residenti sul territorio italiano, per i cespiti posseduti ed i redditi prodotti in patria o all’estero; le persone non residenti sul territorio italiano, per i redditi prodotti nel territorio italiano (fermo restando le convenzioni contro le doppie imposizioni fiscali); i soggetti passivi impropri, ossia le società di persone le società di capitali i cui soci hanno adottato la cosiddetta “tassazione per trasparenza ”.

L'IRPEF è dovuta in Italia da tutti i contribuenti con redditi derivati dalla seguenti attività: lavoro dipendente; lavoro autonomo e d’impresa; pensioni, assegni di mantenimento e altri assegni assimilabili; immobili (terreni, edifici, appartamenti, box, garage); redditi di capitale e redditi diversi di natura finanziaria.

Marco Fedi e Fabio Porta, Deputati del Pd-Estero

 

 

 

 

Ecco perché è sempre più difficile fare quadrato intorno a Raggi

 

Il caos del Campidoglio si complica sempre di più. I giudizi che l'assessore all'Urbanistica Berdini ha lanciato contro la sindaca Raggi, definita una "impreparata" circondata "da una banda", hanno avuto l'effetto di una bomba nucleare sganciata su una giunta e su un movimento già sotto shock per le vicende giudiziarie che si sono abbattute sulla sindaca e i suoi collaboratori più stretti. Inutilmente Berdini ha cercato di fare marcia indietro, senza peraltro smentire i giudizi sulla sindaca e il suo giro di amici e collaboratori, ma insultando pesantemente il giornalista che aveva riportato sulla Stampa le affermazioni dell'assessore. Un vizio - l'insulto, l'attacco e la minaccia alla stampa - che accomuna i Cinquestelle e i loro collaboratori, come ha dimostrato ieri Luigi Di Maio. Nel tentativo di rendere meno traumatiche le sue parole, Berdini mette anche se stesso nel mazzo degli "impreparati", ma ormai il danno è fatto e l'effetto è catastrofico. Raggi vuole una smentita e aspetta di incontrare l'assessore con cui già ci sono state divergenze sullo stadio della Roma. Un consigliere chiede che Berdini valuti le dimissioni. Forse gli toglieranno la delega sui lavori pubblici. Insomma sempre più caos in attesa che Marra parli con i magistrati e mentre le inchieste che hanno coinvolto Raggi e Romeo promettono nuovi sviluppi. L'ordine tassativo di Grillo è sempre quello di fare quadrato per salvare a qualsiasi costo la sindaca di Roma, ma ogni giorno è un obiettivo che si fa sempre più difficile. Mentre Roma è sempre più senza governo, prosegue il braccio di ferro tra il governo italiano e le istituzioni economiche della Ue sulla manovra aggiuntiva da 3,4 miliardi. Il ministro Padoan vuole scongiurare il pericolo di una procedura di infrazione per deficit eccessivo che costituirebbe una grave ferita all'immagine del Paese. Non sarebbe solo una questione "estetica", ma un pericolo per la tenuta sui mercati. È un primo assaggio si è avuto in questi giorni con la spread schizzato ai livelli di tre anni fa. Con l'incertezza politica imperante è un rischio che l'Italia non si può permettere. GIANLUCA LUZI  LR 8

 

 

 

 

Legge elettorale. Italicum: le motivazioni della Corte costituzionale

 

Depositata la sentenza con cui la Corte costituzionale spiega perché, il 25 gennaio scorso, sancì la parziale illegittimità dell'Italicum. Ecco le motivazioni... di Stefano De Martis

 

Chi sperava che la Corte costituzionale potesse togliere le castagne dal fuoco ai partiti, sciogliendo per via giuridica tutti i nodi più intricati della legge elettorale, sarà rimasto deluso. La Consulta, infatti, nella sentenza sull’Italicum depositata nella serata del 9 febbraio, ha rilanciato la palla nel campo della politica.

Dovrà essere il Parlamento, e quindi i partiti rappresentati in esso, ad assumersi la responsabilità di decidere con quale sistema elettorale gli italiani andranno alle urne, al massimo tra un anno.

Tuttavia, nelle cento pagine firmate dal presidente della Corte, Paolo Grossi, e dal giudice relatore, Nicolò Zanon, ci sono molte indicazioni importanti per il legislatore. Se il contenuto delle decisioni era già noto dal 25 febbraio, infatti, le motivazioni con cui i giudici costituzionali hanno argomentato quelle decisioni sono tutt’altro che irrilevanti.

Innanzitutto il no al ballottaggio, che secondo l’Italicum avrebbe visto le due liste più votate contendersi al secondo turno un robusto premio di maggioranza. La Consulta precisa che di per sé non ci sono ostacoli costituzionali a un meccanismo del genere, ma è il modo in cui è stato congegnato nell’Italicum a essere lesivo dei principi della Carta. Non essendo stata prevista una soglia minima di voti per passare al secondo turno, i giudici osservano che “una lista può accedere al turno di ballottaggio anche avendo conseguito al primo turno un consenso esiguo e ciononostante ottenere il premio, vedendo più che raddoppiati i seggi che avrebbe conseguito sulla base dei voti ottenuti al primo turno”. È stato invece giudicato legittimo il premio di maggioranza attribuito alla lista capace di ottenere il 40% dei consensi nella prima tornata di voto. In questo caso la sentenza valuta ragionevole la soglia individuata e considera proporzionato il sacrificio di rappresentatività rispetto all’esigenza di governabilità. Analogo ragionamento rende compatibili le soglie di sbarramento pensate per ridurre la frammentazione della rappresentanza parlamentare.

L’altro argomento forte che ha portato alla bocciatura del ballottaggio è, per così dire, “di sistema”. Infatti, dopo la vittoria del no al referendum costituzionale, i due rami del Parlamento hanno conservato identiche funzioni, compreso il voto di fiducia al governo, e sarebbe insensato avere una legge elettorale fortemente maggioritaria per la sola Camera. A questo proposito la Corte scrive il passaggio politicamente più rilevante della sentenza: “La Costituzione, se non impone al legislatore di introdurre, per i due rami del Parlamento, sistemi elettorali identici, tuttavia esige che, al fine di non compromettere il corretto funzionamento della forma di governo parlamentare, i sistemi adottati, pur se differenti, non devono ostacolare, all’esito delle elezioni, la formazione di maggioranze parlamentari omogenee”.

C’è un punto in cui la sentenza chiede in modo piuttosto esplicito al legislatore di intervenire ed è a proposito delle pluricandidature. La norma bocciata prevedeva che il candidato eletto in più collegi potesse scegliere a piacimento in quale collegio risultare eletto, “in contraddizione manifesta – osserva la Consulta – con la logica dell’indicazione personale dell’eletto da parte dell’elettore”. Dichiarato incostituzionale tale meccanismo, per consentire che la legge elettorale fosse comunque immediatamente applicabile, la Corte non ha potuto fare altro che riesumare una vecchia norma (del 1957) già presente nell’ordinamento e che introduceva il metodo del sorteggio. Con un’avvertenza: “Appartiene con evidenza alla responsabilità del legislatore sostituire tale criterio con altra più adeguata regola, rispettosa della volontà degli elettori”.

La Consulta, che nel 2014 aveva censurato le lunghe liste interamente bloccate previste dalla legge elettorale del 2005, il cosiddetto Porcellum, stavolta ha invece lasciato in vigore i capilista bloccati introdotti dall’Italicum. Rispetto all’altra legge, i giudici hanno sottolineato tre differenze essenziali: “Le liste sono presentate in cento collegi plurinominali di dimensioni ridotte, e sono dunque formate da un numero assai inferiore di candidati; l’unico candidato bloccato è il capolista, il cui nome compare sulla scheda elettorale (ciò che valorizza la sua preventiva conoscibilità da parte degli elettori); l’elettore può, infine, esprimere sino a due preferenze, per candidati di sesso diverso tra quelli che non sono capilista”. Sir 10

 

 

 

 

 

Senato. Alle Commissioni Esteri e Istruzione l'audizione del direttore generale per la promozione del sistema Paese del Maeci

 

Illustrate caratteristiche e innovazioni del testo elaborato in seguito alla delega disposta dalla “Buona scuola”. Alla base una nuova idea di “promozione integrata e culturale dell'Italia all'estero” che coinvolge Miur, Mibact, Società Dante Alighieri, Cgie, Enti gestori e Rai

 

ROMA – Nell'ambito dell'esame dell'Atto del Governo che disciplina la scuola italiana all'estero, elaborato in seguito alla delega disposta dalla legge sulla “Buona scuola”, si è svolta questa mattina una audizione informale del direttore generale per la Promozione del sistema Paese del Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, Vincenzo De Luca alle Commissioni riunite Affari esteri e Istruzione pubblica del Senato della Repubblica.

De Luca ha evidenziato in premessa come alla base del testo in esame ci sia una nuova idea di “promozione integrata e culturale dell'Italia all'estero”, concordata con il Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca e con i soggetti che rientrano a pieno titolo nel sistema chiamato ad articolare tale strategia – il direttore generale richiama in particolare il Ministero dei Beni, le Attività culturali e il Turismo, la Società Dante Alighieri, il Cgie, gli Enti gestori e la Rai. “Si tratta dunque per la prima volta di un quadro unitario della promozione culturale del nostro Paese nel mondo, in cui abbiamo voluto inserire tutte le dimensioni, compresa la sua proiezione economica – afferma De Luca, precisando come in tale contesto l'aggiornamento della normativa sulle scuole italiane potrà rafforzarne il ruolo e insieme la capacità di promozione linguistica e culturale.

A testimonianza di questa nuova fase di promozione integrata, il direttore generale richiama iniziative come gli Stati generali della Lingua italiana nel mondo, da cui è scaturita anche l'idea e la realizzazione del nuovo portale dedicato alla lingua italiana all'estero che ha consentito il primo abbozzo di un quadro generale dell'offerta linguistica, oggi fruita da 2.233.000 studenti in tutto il mondo, e di cui ci si propone un costante aggiornamento.

Passando all'oggetto specifico dell'Atto in esame, esso riguarda il “sistema di formazione italiano all'estero che intende inserirsi in un sistema di promozione integrato dell'Italia nel mondo” e che include 8 scuole statali italiane – presenti ad Addis Abeba, Asmara, Atene, Barcellona, Madrid, Istanbul, Parigi e Zurigo - e 43 istituti paritari, cui si aggiungono le sezioni di italiano attivate in scuole estere o internazionali e le realtà che localmente si occupano della diffusione dell'italiano attraverso l'attività degli enti gestori. L'obiettivo è un aggiornamento delle norme che tenga conto delle diverse necessità, così come della loro razionalizzazione, in particolare di quelle riferite al personale di tale comparto facendo fronte ad alcune criticità, “indicando un percorso per rendere il tutto più razionale ed efficiente possibile – precisa De Luca, anche attraverso una nuova suddivisione e coordinamento delle competenze di Maeci e Miur.

Per quanto concerne proprio tale suddivisione, al Miur saranno affidati l'individuazione del profilo professionale e culturale del personale delle scuole italiane all'estero, la selezione del personale da destinarvi, la sua formazione, la destinazione e la valutazione del sistema; al Maeci spetterà invece la definizione del contingente del personale in accordo con il Ministero dell'Economia, la gestione delle 8 scuole amministrate dallo Stato italiano, il riconoscimento della parità scolastica a istituzioni all'estero, la tenuta degli elenchi delle non paritarie, il riconoscimento delle sezioni italiane in scuole di ordinamento misto, l'organizzazione degli esami di Stato, il trattamento economico del personale della scuola in servizio all'estero e il reclutamento in loco del personale docente e non per le scuole statali. Alla luce di questa ripartizione, il contingente del personale scolastico prima collocato al Maeci viene suddiviso ora tra Maeci e Miur in 35 unità per ciascun Ministero.

Il direttore generale passa dunque in rassegna i diversi capi in cui è suddiviso il testo, segnalandone caratteristiche e innovazioni rispetto la Testo unico in materia di istruzione del 1994. Continuerà ad essere affidata allo Stato la gestione delle 8 scuole statali, cui viene assegnato un dirigente scolastico deciso dal Maeci e per cui si prevede un unico bilancio, mentre si prevede la disciplina delle sezioni di italiano in scuole pubbliche o private straniere – che non fanno capo all'amministrazione diretta italiana - introducendo forme di partenariato pubblico e privato e prevedendo il rilascio di una certificazione di conoscenza della lingua italiana; le scuole statali potranno poi decidere l'istituzione di sezioni ad ordinamento misto in collaborazione con soggetti pubblici o privati, una partnership di cui si auspica il ricorso e l'incremento in tutti i settori.

Per quanto riguarda le associazioni di scuole e le iniziative su lingua e cultura italiana all'estero “si supera l'impostazione prevista dal Testo unico del 1994 che dava priorità all'assistenza scolastica degli emigranti e ai loro familiari puntando invece sull'inserimento dei corsi di italiano nei percorsi scolastici locali e qui – sottolinea De Luca – con un ruolo fondamentale degli Enti gestori come ho già ribadito in un'analoga audizione che ho svolto alla Camera”.

Alcune novità sono introdotte anche con la valutazione del sistema di formazione del personale e con norme per la trasparenza e la pubblicità che prevedono una apposita sezione sulle scuole italiane all'estero da inserire nel portale unico sulla scuola.

In particolare, De Luca richiama la formazione propedeutica prevista per il personale da inviarsi all'estero, per cui sono stati stanziati 170 mila euro a decorrere dal 2017, e il sistema di valutazione introdotto che riguarderà la qualità dell'offerta, l'impatto degli interventi, la qualità dell'insegnamento offerto dai docenti, la performance dei dirigenti e del personale amministrativo – per la valutazione le risorse preventivate sono di 200 mila euro per il 2017. Segnala poi “un'inversione di tendenza” rispetto alla progressiva diminuzione del personale di ruolo del comparto scuola all'estero, ridotto in questi anni a 624 unità e che verrà ora incrementato di 50 unità, raggiungendo così le 674 unità di personale, un dato che secondo il direttore generale merita un approfondimento anche comparativo, considerando quanto messo in atto da altri Paesi europei in proposito e cita il caso francese, in cui la prevalenza – sostiene – è dei docenti assunti in loco.

Richiamate poi le specifiche del servizio all'estero: la durata, modificata in 6 anni e in un'unica sede; i trasferimenti, previsti solo per gravi motivi e ragioni di servizio e solo se finanziariamente compatibili; la selezione a cura del Miur sentito il Maeci e cui sarà dedicato un apposito bando e in cui si prevede, anche per il personale non docente, un colloquio per via telematica; la possibilità di assegnazioni temporanee per gli esami di Stato o per esigenze impreviste cui non è stato possibile far fronte in altro modo; le norme sul trattamento economico che vengono semplificate e uniformate a quelle del personale del Maeci.

Per quanto riguarda le scuole statali si sta valutando – fa sapere De Luca - anche la possibilità di reclutare personale in loco per discipline o insegnamenti specifici, mentre viene meno il sistema delle supplenze, per “limiti normativi riscontrati”; prevista anche la possibilità di tirocini in servizio civile per giovani che vogliano fare esperienza all'estero, mentre si precisa che il contingente di personale destinato alle scuole europee è aggiuntivo rispetto a quello sopramenzionato. Infine, un richiamo alla progressiva digitalizzazione delle scuole amministrate dallo Stato, in linea con quanto avviene anche nella scuola italiana. (Inform 8)

 

 

 

 

I nipoti d'immigrati potranno diventare svizzeri più facilmente

 

Gli stranieri di terza generazione potranno ottenere il passaporto rossocrociato più facilmente: il 60,4% dei votanti e 19 cantoni hanno detto sì al progetto di naturalizzazione agevolata. L’Unione Democratica di Centro, unico partito di governo contrario alla riforma, registra una sconfitta sul suo terreno di battaglia, la migrazione

La Svizzera ha fatto un piccolo passo a favore dei nipoti degli immigrati, nati e cresciuti in Svizzera: con il 60,4% di sì il popolo ha infatti accettato di iscrivere nella Costituzione il principio della naturalizzazione agevolata per gli stranieri di terza generazione. Per i giovani sarà dunque un po' più facile e meno costoso ottenere il passaporto rossocrociato, anche se le condizioni per accedere alle procedure restano severe. La riforma – sostenuta da tutti i partiti di governo ad eccezione dell‘Unione democratica di centro (Udc, destra conservatrice) – è stata approvata anche da una maggioranza dei cantoni. Solo sette si sono opposti, San Gallo (50.2%), Thurgau (50%), Appenzello interno (56,4%), Uri (53,5%) Svitto (54,2%), Glarono (50,4) e Obvaldo (53,6%). Sul fronte opposto, il sì più netto è giunto senza sorpresa dalla Svizzera francese, con Ginevra (74%) e Vaud (72,8%) in testa. Malgrado i sondaggi avessero previsto un sì nelle urne, il risultato era tutt‘altro che scontato. Non solo era necessaria la doppia maggioranza di popolo e cantoni, trattandosi di una modifica costituzionale, ma in passato la Svizzera aveva già respinto per ben quattro volte dei progetti di naturalizzazione facilitata per i discendenti degli immigrati. L‘ultimo caso risale al 2004, quando il 51,6% dei cittadini aveva bocciato il rilascio automatico del passaporto agli stranieri di terza generazione. Anche una semplificazione della procedura per la seconda generazione era stata respinta

25’000 nuovi svizzeri

Quasi 25‘000 giovani potrebbero presentare una domanda di naturalizzazione facilitata secondo uno studio realizzato da Philippe Wanner, professore all‘Università di Ginevra. La cifra corrisponde a circa 2‘200 persone all‘anno. La maggior parte possiede la nazionalità italiana, ma a essere interessati sarebbero anche numerosi giovani originari dalla Turchia e dai Balcani.

Naturalizzazione agevolata, ma con criteri severi

Il testo approvato il 12 febbraio dal popolo è il frutto di un compromesso politico: per raggiungere una maggioranza in parlamento, le condizioni per accedere alla procedura sono state rese più severe e a differenza del 2004 oggi non si parla più di un automatismo. Gli stranieri dovranno ancora candidarsi, ma non saranno più sottoposti a dei test d'integrazione e la procedura sarà gestita a livello federale. I candidati dovranno però rispettare diversi criteri: avere meno di 25 anni, essere nati in Svizzera, detenere un permesso di domicilio (permesso C) e aver frequentato almeno 5 anni di scuola dell‘obbligo nella Confederazione. E non è tutto. Questi ultimi due criteri dovranno essere soddisfatti anche da almeno uno dei genitori, che dovrà aver vissuto in Svizzera per 10 anni. Per quanto riguarda i nonni del candidato, uno dei due dovrà poter dimostrare di aver avuto un permesso di dimora o di essere nato nella Confederazione.

Il governo saluta i vantaggi di un compromesso

All‘origine del progetto, la consigliera nazionale socialista Ada Marra si è detta "estremamente felice". "Il mio pensiero va a tutti gli stranieri che hanno costruito questo paese con gli svizzeri. Si tratta di una riforma in miniatura, di un piccolo passo, ma indispensabile". L‘avallo di popolo e cantoni rappresenta anche una vittoria personale per questa figlia di immigrati italiani, che poco dopo la sua elezione alla Camera bassa, nel 2008, aveva depositato l‘iniziativa parlamentare ?La Svizzera deve riconoscere i propri figli?, all'origine del testo approvato oggi.

L’UDC denuncia una “svendita della nazionalità”

Unico partito di governo contrario alla riforma, l‘Udc ha invece denunciato "una svendita del passaporto". "Eravamo soli contro tutti. Ora c‘è il pericolo che i cantoni abbassino ulteriormente la guardia per quanto riguarda le procedure di naturalizzazione": ha affermato il deputato Jean-Luc Addor (UDC/Vallese), fra i principali oppositori al progetto. Nota per le sue campagne provocatorie sul tema degli stranieri, l'Udc non ha mancato di suscitare polemica. Alcuni esponenti, tra cui lo stesso Addor, hanno fatto tappezzare le città di manifesti che ritraevano una donna col burka accompagnata dallo slogan "Naturalizzazioni incontrollate? No". Dello stesso avviso anche il collega di partito Andreas Glarner, che ha già annunciato l'intenzione di presentare una mozione in parlamento affinché le persone che intendono naturalizzarsi siano obbligate a rinunciare alla loro cittadinanza.  Stefania Summermatter, Solidali & Insieme 14

 

 

 

 

L’audizione del direttore generale del Maeci per la promozione del Sistema Paese sul progetto per la scuola italiana all’estero

 

De Luca: “Abbiamo cercato di stabilizzare la situazione degli enti gestori che negli anni hanno subito forti tagli delle risorse” - Micheloni: “La gestione delle nostre politiche di diffusione della lingua e cultura italiana che non sia una sola per l’intero mondo, ma si richiami a visioni continentali”

 

 ROMA – Nell’ambito dell’indagine conoscitiva sulla valorizzazione del reciproco contributo economico, culturale e civile tra la madrepatria e le comunità italiane all’estero, si è svolta al Senato, presso il Comitato per le questioni degli italiani all’estero l’audizione del direttore generale del Maeci per la promozione del Sistema Paese Vincenzo De Luca. Il dirigente era accompagnato dal consigliere Roberto Nocella.

La seduta è stata aperta dal presidente del Comitato Claudio Micheloni che ha sottolineato come il decreto per la scuola italiana all’estero non dia adeguata rilevanza agli enti gestori e alle scuole bilingue. Un’esperienza , quest’ultima, spesso promossa in maniera spontanea dalle famiglie degli studenti, la cui positive potenzialità il Comitato  ha potuto sperimentare direttamente a Londra e in altre città . Micheloni ha inoltre ricordato come, al fine di sostenere queste scuole bilingue, i senatori del collegio estero abbiano tentato di inserire nella finanziaria uno specifico emendamento che destinava a questo settore modeste risorse. Un tentativo fallito a causa della fiducia posta dal Governo sulla finanziaria. Il presidente del Comitato ha anche chiesto informazioni sulla diversità di trattamento economico e di indennità di sede del contingente dei docenti all’estero e dei docenti assunti in loco.

“Questo provvedimento – ha esordito il direttore generale De Luca - va effettivamente, grazie a nuovi strumenti, verso un  ampliamento delle possibilità di penetrazione del sistema formativo italiano e della lingua italiana nei sistemi scolastici locali internazionali. Dobbiamo considerare questo strumento della ‘buona scuola’ all’estero come un processo che vede coinvolti tutti i soggetti e se nel disegno iniziale forse non era esplicitato direttamente il ruolo degli enti gestori a noi non può che fare che piacere comprenderli direttamente come soggetti fondamentali che devono intervenire in questo sforzo di sistema per ampliare le capacità di penetrazione del sistema formativo italiano”.

“Non soltanto – ha proseguito De Luca - noi cerchiamo di incrementare la capacità di proiezione del sistema formativo italiano, ma tentiamo anche di inserire , con un sistema che deve essere flessibile e articolato sulla base dei contesti  locali,  più sezioni di lingua italiana nelle scuole internazionali. La nostra rete all’estero è composta da 8 istituti statali, 43 scuole italiane paritarie, 7 sezioni italiane presso le scuole europee, 79 sezioni italiane presso scuole straniere. Vi sono poi due scuole non paritarie e i corsi di lingua e cultura italiani gestiti dagli enti gestori. Noi oggi abbiamo ad un numero delle sezioni italiane che è quasi doppio rispetto alle scuole paritarie. Questo ci dice che abbiamo una grande possibilità di crescita ulteriore”. Il direttore generale, dopo aver segnalato la prossima realizzazione di scuole bilingue a Dubai, negli Emirati Arabi e a Pechino, ha rilevato l’intenzione , una volta approvato il progetto di decreto, di  attivare la rete diplomatica per un coinvolgimento dei soggetti interessati, fra cui anche le associazioni, gli enti gestori e i Comites,  per la migliore attuazione delle disposizioni sulla scuola italiana all’estero e per individuare ulteriori opportunità di crescita di sezioni di lingua italiana cosi come di eventuali scuole paritarie.  “Io ritengo – ha spiegato De Luca - che le sezioni di lingua italiana possano avere tanto uno sviluppo nei paesi dove c’è una comunità italiana di storica e lunga permanenza, quanto in nazioni  in cui comincia ad articolarsi una nuova comunità italiana che si proietta all’estero e che è collegata alle nostre imprese e alla proiezione economica”. Il direttore generale ha anche posto in evidenza sia l’elevazione del contingente dei docenti, che passa da 624 a 674 unità, sia la necessità di aiutare, ove richiesto, lo sviluppo delle scuole bilingue. De Luca ha inoltre sottolineato l’esigenza di muoversi in una prospettiva nella quale le sezioni di lingua italiana divengano una parte della crescita del nostro sistema formativo all’estero ed ha rilevato come le distorsioni di pagamento fra i docenti inviati dall’Italia e quelli assunto in loco per motivi contingenti continueranno ad esistere . “Noi stiamo aspettando – ha poi ribadito De Luca - l’azione definitiva del provvedimento in questione per poter lanciare su tutta la rete una sorta di campagna di sistema che da qui ai prossimi anni ci deve portare ad un incremento della nostra presenza formativa e anche della promozione della lingua italiana. Stiamo inoltre predisponendo anche un nuovo progetto per definire una strategia di promozione del sistema universitario all’estero. Una strategia che finora è mancata. Abbiamo tante università che si promuovono all’estero ma manca un  approccio di sistema”.

Nel rilevare come al momento non esista alcun accordo specifico per la promozione culturale tra Maeci, Miur e Dante Alighieri, De luca ha però posto in evidenza come in questo ambito vi sia una convergenza di risorse volta a promuovere un’azione integrata ed unitaria. Un programma, finalizzato ad integrare tutti i soggetti interessati, che si prefigge di ottenere un approccio di sistema che superi la frammentarietà della promozione della lingua e della cultura italiana all’estero.

“Abbiamo – ha continuato il direttore generale - delle risorse aggiuntive per la promozione culturale complessiva. Abbiamo anche cercato di stabilizzare la situazione degli enti gestori che negli anni hanno subito forti tagli delle risorse ..  Però è interessante notare che quando abbiamo ridotto i contributi agli enti gestori non abbiamo ridotto della stessa misura i corsi. Questo è avvenuto grazie agli stessi enti gestori che soffrendo hanno compiuto  uno sforzo per salvaguardare le attività.  Noi quest’anno manterremo 11 milioni e 800 euro per gli enti gestori. Inoltre proprio per proseguire questo sforzo di promozione integrata quest’anno abbiamo portato la gestione di questi enti nella direzione generale Sistema Paese… Quindi anche gli enti gestori sono dentro questa azione unitaria e stiamo facendo di tutto perché nel passaggio da una direzione all’altra non vi sia neanche un attimo di ritardo per l’assegnazione dei finanziamenti”. De Luca ha infine segnalato che la prossima “Settimana della lingua italiana” sarà dedicata al cinema.

Ha poi preso la parola la senatrice Maria Mussini (Misto) che, associandosi alle richieste presentate dal presidente Micheloni sulle risorse destinate agli insegnanti all’estero , ha chiesto al riguardo di sapere quale sia l’onere relativo ad ogni unità di personale del contingente e quanti siano gli insegnanti nelle scuole europee. Per quanto riguarda la valutazione sul decreto la Mussini ha rilevato come in questo contesto la grande assente risulti essere la scuola. Per la senatrice infatti nelle scuole all’estero vi è una grande richiesta non solo dell’insegnamento della nostra lingua, ma anche del modello formativo della scuola italiana che, una volta esportato, deve avere un retroterra con la scuola italiana. Al riguardo la senatrice rileva anche come i docenti italiani inviati all’estero quasi sempre vivano un’esperienza individuale senza alcun contatto con la scuola di provenienza. Questi docenti inoltre, una volta rientrati in Italia con il loro prezioso bagaglio di esperienze,  non sono messi nelle condizioni di apportare alcun beneficio al nostro sistema scolastico. Dalla Mussini è stato anche rilevata l’inadeguatezza dei  criteri di selezione del contingente dei docenti per l’estero . Criteri che, per la senatrice , non tengono conto né della reale competenza linguistica né della conoscenza della lingua del paese locale. Al riguardo, secondo la senatrice, appare  indispensabile che i docenti all'estero presentino una certificazione linguistica. Dal canto suo il senatore del Pd Francesco Giacobbe, eletto nella ripartizione Asia-Africa- Oceania e Antartide, ha espresso una valutazione positiva nei confronti del progetto strategico individuato dalla riforma della scuola italiana all’estero. Per Giacobbe sarebbe opportuno concentrare le risorse disponibili sullo sviluppo delle sezioni di italiano negli ordinamenti scolastici delle nazioni in cui si vuole promuovere la lingua italiana. Sezioni che, a suo avviso, rispondono in modo più efficace e flessibile all’obiettivo della promozione . Giacobbe si è inoltre detto favorevole  alle scuole bilingue verso le quali ritiene sia necessario un maggior sostegno da parte delle istituzioni. Per quanto riguarda l’integrazione tra i soggetti partecipi della promozione della lingua italiana, il senatore ritiene anche fondamentale il coinvolgimento del ministero dello Sviluppo Economico e conseguentemente la responsabilizzazione delle aziende italiane. Per Giacobbe inoltre un effetto moltiplicatore potrebbe essere realizzato attraverso la destinazione delle risorse disponibili alla formazione piuttosto che all’insegnamento. Il senatore ha infine espresso grande apprezzamento nei confronti dei progetti di gemellaggio tra scuole e università, ricordando però che il successo di un gemellaggio si basa sul riconoscimento dei rispettivi sistemi formativi. 

 “Questi insegnanti che vanno all’estero – ha affermato il presidente Micheloni richiamando le riflessioni della senatrice Mussini - quando tornano in Italia ricominciano la loro vita di sempre e il bagaglio professionale che hanno acquisito viene completamente ignorato, si tratta di un investimento che non è messo a rendimento. Credo che questa sia una riflessione che vada fatta collegandolo al discorso scuole. … Queste missioni che il Comitato ha compiuto all’estero – ha proseguito Micheloni -  hanno messo in evidenza la necessità di una gestione delle nostre politiche di diffusione della lingua e cultura italiana che non sia una sola per l’intero mondo, ma si richiami a visioni continentali. Ci sono diverse scuole private in Argentina e in Brasile – ha spiegato il presidente - che non chiedono risorse , ma di far venire in loco ogni tanto degli insegnanti italiani che possano raccontare il nostro paese di oggi.  Non è la stessa cosa in Europa dove c’è una mobilità tale dei giovani che consente di reperire in loco tranquillamente delle competenze. …. Sulle scuole bilingue – ha continuato Micheloni - siamo tutti d’accordo che si tratta di una strada importante, ma anche qui ’è bisogno di avere delle sensibilità continentali o locali”. Da Micheloni è stata anche rilevata la necessità sia di indicare chiaramente nel decreto attuativo gli enti gestori, sia di evitare con dei tagli improvvisi delle risorse, come è già avvenuto in passato,  gravi difficoltà economiche a questi enti i cui fondi, che dovranno essere erogati dal Maeci,  non sono stati ancora integrati al livello dello scorso anno. Da Micheloni è stato infine evidenziato come il ruolo dei comitati all’estero della  Dante Alighieri,di grande utilità per le loroi iniziative di livello culturale, non possa però essere confuso con quello svolto dagli enti gestori a favore delle collettività italiane all’estero.

In sede di replica ha ripreso la parola il direttore generale De Luca che, oltre a ribadire il coinvolgimento di tutti i soggetti interessati nel processo di attuazione della normativa sulla scuola italiana all’estero, si è detto molto interessato alle osservazioni svolte dalla senatrice Mussini sulla necessità di avere un raccordo tra la scuola italiana e le scuole all’estero e di far in modo di portare alla scuola italiana il bagaglio professionale acquisito dai nostri docenti nel mondo. Il direttore generale ha parlato dell’esigenza di affinare il procedimento di reclutamento dei docenti per l’estero ed ha smentito l’ipotesi di poter sostituire gli enti gestori con la Dante Alighieri o della possibilità di scegliere un solo soggetto su cui puntare per la nuova strategia. (G. M. – Inform 16)   

 

 

 

L’incertezza

 

Questo 2017 resta un’incognita. Non tanto perché la crisi socio/ economica è sempre lontana da una soluzione, quanto per un fronte politico che non promette nulla di buono e sembra regredire. Del resto, almeno secondo noi, per governare non ci vogliono solo i numeri, ma anche precise mete da raggiungere. Con prospettive nuove, più europee che nazionali, si potrebbe tentare di superare un’involuzione socio/economica che ci trasciniamo dietro da anni.  E’ il sistema che non regge.

 

 Tutti ci siamo resi conto della necessità di cambiarlo; difficile è, però, stabilire come e quando. L’incertezza di questo Esecutivo è proprio determinata dalle alleanze che non riescono a garantire profili politici certi. Riteniamo, invece, che i tempi siano maturi per rendere meno blindato l’organigramma di questo “Centro/Sinistra”, che nulla ha da condividere con simili alleanze già vissute per il passato. In politica niente è sicuro. Ancor meno lo sono le alleanze che poggiano solo sui numeri e non sulla capacità degli elementi che ne permettono la vita. Ancora una volta, riteniamo che non siano state evidenziate le mete raggiungibili entro questa Legislatura che, in teoria, dovrebbe durare sino alla primavera del 2018. Più di un anno non è poco per un Esecutivo d’emergenza. Anche perché non è detto che l’attuale governo sia, effettivamente, in grado di rimettere la nostra economia a posto. Lo abbiamo già scritto e lo riconfermiamo: tra politica e produttività le coordinate non combaciano. Qui, come in qualsiasi altra parte del mondo.

 

 Se l’economia è “sana”, la politica ne segue l’evoluzione. Ma non è vero il contrario. Non è solo una questione di logicità, ma anche di programmi che non sono stati evidenziati nel loro complesso. La fiducia, quella che conta, non può essere solo di facciata. Le verifiche si fanno in Parlamento, ma l’economia del Paese non segue la stessa via.

 

 Il difficile, ma non impossibile, è cambiare il registro di un’alleanza che non consente, pur con motivi d’apparente coesione, di fare chiarezza su quanto conta e su quanto è secondario. Prima dell’estate, parecchie verifiche saranno ultimate. Vedremo se, poi, questa Legislatura, seconda della Terza Repubblica, supererà l’attuale incertezza. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

L’audizione del direttore della “Scuola per l'Europa” di Parma Carlo Cipollone sul decreto per la scuola italiana all’estero

 

Positivo il giudizio sul progetto di decreto. Auspicata, per l’attuazione della normativa, l’istituzione di una unità di coordinamento che metta a sistema tutti gli strumenti di promozione della lingua

 

ROMA – Nell’ambito dell’indagine conoscitiva sulla valorizzazione del reciproco contributo economico, culturale e civile tra la madrepatria e le comunità italiane all'estero, si è svolta, presso il Comitato del Senato per le questioni degli italiani all’estero, l’audizione del professor Carlo Cipollone, direttore della “Scuola per l’Europa” di Parma e già direttore dell’ufficio scolastico consolare di Boston. L’incontro, come ha spiegato il presidente del Comitato Claudio Micheloni in apertura di seduta, si colloca nel quadro della riflessione sul progetto di decreto sulla scuola italiana all’estero all’esame delle Commissioni Istruzione e Affari Esteri riunite.

Cipollone ha esordito esprimendo una valutazione molto positiva sull’Atto del Governo n. 383 recante “disciplina della scuola italiana all’estero” e segnalando la capacità di questo provvedimento di coinvolgimento strutturale dei soggetti preposti alla promozione e valorizzazione del sistema di formazione e diffusione della lingua italiana. Secondo Cipollone inoltre gli strumenti individuati nel decreto appaiono flessibili ed aggiornati e contribuiranno a rafforzare la missione di promozione della cultura italiana all’estero. Per il direttore della Scuola per l’Europa di Parma il coordinamento sinergico previsto tra il Maeci e Miur nella gestione della rete scolastica e nell’attività di promozione della lingua e della cultura italiana non potrà che portare effetti positivi. Da Cipollone è stato altresì espresso un giudizio positivo sulle disposizioni relative alle associazioni di scuole, così come sulle disposizioni del progetto di decreto che riguardano le sezioni di italiano, il partenariato pubblico e privato e il superamento della legge n. 153 del 1971. Secondo Cipollone l’individuazione di requisiti aggiornati per i profili professionali del personale, il potenziamento dell’offerta formativa, la possibilità di estendere i contratti di lavoro al personale locale, l’unificazione al minimo e al massimo di permanenza nella stessa sede, l’introduzione di un sistema di valutazione e la valorizzazione del servizio civile e dei tirocini contribuiranno con efficacia alla promozione del sistema formativo e della lingua italiana nel mondo. Per il direttore della Scuola per l’Europa di Parma sarebbe utile sia l’individuazione di  strumenti di valutazione dell’efficacia dell’insegnamento all’estero anche nei confronti del sistema italiano, sia un aumento della relazione strutturale tra i partner locali per l’attivazione di corsi e di scuole bilingue. Per Cipollone inoltre un maggior raccordo con le università potrà favorire il conseguimento dell’abilitazione all’insegnamento da parte degli studenti locali, presupposto per il mantenimento di un corpo docente in grado di perpetuare lo studio dell’italiano. Secondo il direttore anche l’utilizzazione di periodi di interruzione dell’attività didattica degli insegnanti, prevista nel progetto di decreto, potrà essere destinata a iniziative di condivisione dell’esperienza, di formazione e culturali. Cipollone ha infine raccomandato, per l’attuazione della normativa, l’istituzione di una unità di coordinamento che metta a sistema tutti gli strumenti di promozione della lingua.

Dal canto suo la senatrice Maria Mussini (Misto), intervenendo sui periodi di interruzione dell’attività didattica, ha rilevato come la definizione oraria della lezione venga stabilita, anche in base alle consuetudini del paese, dal consiglio di istituto. La senatrice ritiene inoltre che un eventuale uso delle ore eccedenti potrebbe determinare un contenzioso con i docenti. Dalla Mussini è stato infine domandato quali possano essere gli strumenti più efficaci per far si che l’attività all’estero di un docente non sia un’esperienza solitaria ma coordinata e condivisa. Ha poi preso la parola il senatore del Pd Renato Turano, eletto nella ripartizione America settentrionale e centrale, che ha segnalato alcune iniziative di successo per lo scambio di studenti universitari tra l’Italia e gli Stati Uniti e altre, di minor successo, per lo scambio di docenti. Turano ha poi osservato come solo pochi studenti americani riescano a svolgere un intero corso accademico in Italia per mancanza di competenze della lingua italiana. Su questo punto il senatore ha chiesto quali possano essere le iniziative per incentivare lo studio dell’italiano nelle università americane.

In sede di replica Cipollone ha sottolineato la necessità di distinguere tra orario di lavoro e orario di insegnamento, tenendo presente che molti dei docenti all’estero sono distaccati presso i consolati. A suo avviso l’integrazione tra i docenti all’estero e tra questi e le scuole di provenienza si può ottenere attraverso la condivisione dei programmi di lavoro e della metodologia di valutazione. Tale condivisione, secondo Cipollone, potrà essere realizzata anche attraverso il portale unico della lingua italiana. Cipollone, nel ricordare che negli Stati Uniti solo l’1% degli studenti universitari si laureano in italiano, ha evidenziato su questo punto la necessità di favorire i tirocini in Italia e di intervenire in sede anche con una buona conoscenza della normativa locale. (Inform 17) 

 

 

 

 

 

Il CIR sul Piano Minniti: necessaria la riforma del sistema asilo, con attenzione alla tutela dei diritti fondamentali

 

ROMA - Il Consiglio Italiano per i Rifugiati accoglie il Piano Minniti con interesse, auspicando che si traduca in proposte normative che rendano il Sistema Asilo più efficace sempre nella piena tutela dei diritti di protezione.

“E’ positivo il fatto che il Ministro Minniti affronti il tema dei rifugiati e migranti, ormai diventato da diversi anni un problema strutturale e di massa, con un piano organico presentato al Parlamento ed articolato in diverse proposte legislative che affrontano la complessità dei vari aspetti: accoglienza, protezione, tutela dei diritti, senza trascurare la legittima necessità di garantire la sicurezza dei cittadini” dichiara Roberto Zaccaria presidente del Consiglio Italiano per i Rifugiati (CIR).

Riforma della procedura d’asilo

Condividiamo la necessità di riformare il ricorso contro la decisione di diniego sulla protezione internazionale rendendolo più efficiente e aumentando l’effettività della giustizia. La tempistica tra il giudizio di primo grado e l’appello può durare anni, le decisioni a livello territoriale sono fortemente disomogenee. Questo crea un impianto inefficiente e produce un appesantimento del sistema di accoglienza. Crediamo sia necessario rendere più efficace e più rapido tutto il processo di accertamento della protezione, sia nella fase amministrativa che in quella giurisdizionale, nel pieno rispetto dei diritti e delle garanzie procedurali e senza introdurre discriminazioni.

“Per quanto riguarda i gradi del giudizio, fermo restando il rispetto delle direttive europee a garanzia dei richiedenti asilo e rifugiati, si dovrà valutare attentamente il sistema complessivo sotto il profilo dell’eguaglianza e dell’efficacia della tutela. Per questo crediamo sia essenziale aumentare in primo luogo le sedi e specializzare coloro che sono chiamati a giudicare una materia così complessa. Allo stesso tempo vogliamo sottolineare che al sistema d’asilo si deve però affiancare una politica migratoria che preveda ingressi legali anche per ragioni lavorative e di studio. In passato questi ingressi erano molto ampi. Oggi in considerazione degli arrivi via mare e dei rifugiati, questi numeri possono essere più contenuti, ma non troppo. Senza una politica di ingressi e visti, la procedura d’asilo si espone al rischio di strumentalizzazione in quanto unico canale per entrare in Italia: questo svilisce un istituto fondamentale e allo stesso tempo rende il sistema dispendioso e inefficiente ” dichiara Zaccaria.

Accoglienza e lavori socialmente utili

Un altro capitolo affrontato dal Piano, tema che è stato nei mesi scorsi al centro del lavoro del Ministero dell’Interno, e ripreso nel corso dell’audizione, è quello dell’accoglienza  dei richiedenti asilo. E’ evidente che il passaggio più rapido possibile a forme di micro accoglienza distribuita capillarmente sul territorio è essenziale. L’intento di coinvolgere un numero crescente di comuni attraverso la loro adesione al Sistema SPRAR incentivata attraverso diverse forme, così come condiviso nel piano ANCI, è assolutamente positiva.

E’ giusto favorire l’integrazione dei richiedenti asilo, oltre che attraverso l’apprendimento della lingua e della formazione professionale anche attraverso la proposta di lavori socialmente utili e altre tipologie di impiego: l’inattività allontana i richiedenti asilo dal loro potenziale di integrazione. Il Ministro ha parlato di lavori socialmente utili non retribuiti, in questo caso crediamo sarebbe opportuno parlare di attività di volontariato. Più in generale diciamo che non si può concordare su nessuna ipotesi che renda il lavoro socialmente utile obbligatorio ai fini dell’accoglienza. Inoltre, non si può assolutamente legare il riconoscimento dello status di rifugiato o della protezione sussidiaria al presupposto di un lavoro del richiedente o del suo impiego in lavori socialmente utili. Questi sono principi incompatibili con le normative internazionali e nazionali.

Effettività del ritorno

Infine il piano, include delle previsioni per rendere effettivo il ritorno di quanti si trovino in condizioni di irregolarità sul territorio. “È essenziale innanzitutto abolire il reato di immigrazione clandestina che, a giudizio degli stessi magistrati, crea più problemi di quanti non ne risolva. Realizzare i rimpatri di coloro che non hanno diritti di soggiorno in Italia rendendo effettivi gli ordini di allontanamento dal territorio è un tema di grande complessità, basti ricordare che anche a livello europeo solamente il 40% degli ordini di lasciare il territorio dell’Unione sono rispettati: per questo crediamo siano necessarie diverse tipologie di interventi” continua Zaccaria.

Per il Consiglio Italiano per i Rifugiati i rimpatri dovrebbero essere effettuati nella misura maggiore possibile attraverso le forme di ritorno volontarie e assistite, con lo sviluppo di programmi di reintegrazione. Sono forme che rispettano la dignità del migrante, rendono il ritorno più sostenibile e sono più economici dei rimpatri forzati (studi internazionali stimano che il RVA costi circa 5 volte in meno dei rimpatri forzati; in Svizzera hanno stimato che il costo dei rimpatri forzati si aggiri intorno a 16mila euro per migrante). Accogliamo con favore la dichiarazione del ministro Minniti circa la proposta di raddoppiare i fondi dedicati a questa misura.

Crediamo sia necessario ripartire dai principi stabiliti dalla Commissione De Mistura, che prevedeva la diversificazione delle risposte per le differenti categorie di persone; la gradualità e proporzionalità delle misure di intervento e forme per incentivare la collaborazione tra migrante e autorità. Crediamo ci siano intere categorie per cui è inutile il trattenimento nei CIE o nei nuovi Centri Permanenti per il Rimpatrio. Gli ex detenuti, ad esempio, che dovrebbero essere identificati e, se espulsi, rimpatriati a fine pena direttamente dal carcere. Le vittime di tratta e sfruttamento lavorativo che dovrebbero essere orientati verso la protezione sociale. Per le persone cui è venuta meno la regolarità del soggiorno dovrebbero essere pensate misure per permettere la loro regolarizzazione sia attraverso legami familiari che nuove possibilità lavorative. “Siamo convinti che il trattenimento debba essere l’ultima ratio per i migranti irregolarmente presenti sul territorio e applicato solo qualora le altre misure non siamo eseguibili e vengano rifiutate. Del resto il numero dei trattenimenti che vengono ipotizzati 1.600, assai più bassi del numero degli irregolari, fa pensare che lo stesso Ministero pensi al trattenimento nei casi estremi” continua Zaccaria.

Minori stranieri non accompagnati

Siamo assolutamente concordi con il ministro Minniti quando sottolinea la centralità del tema della protezione e accoglienza dei minori stranieri non accompagnati. Auspichiamo - conclude Zaccaria - che venga rapidamente approvata al Senato la proposta di Legge Zampa e che siano messe in atto misure specifiche e adeguate. (Inform 9)

 

 

 

 

Centro Astalli: sui migranti tutto sbagliato! Si ritorni all'asilo   

 

Roma - Oggi a Roma il Governo ha siglato l'accordo sul controllo dei flussi migratori tra Italia e Tunisia, che rafforza quello già firmato nel 2011 dal governo Berlusconi. Il Centro Astalli esprime “seria preoccupazione per questo accordo firmato a pochi giorni da quello con la Libia. Si continua a bloccare i migranti senza dar loro alcuna possibilità di arrivare in Europa in sicurezza”. P. Camillo Ripamonti, presidente Centro Astalli commenta: “Perché si parla esclusivamente di immigrazioni irregolari o persino clandestine senza mai nominare i rifugiati? Istituzioni nazionali e sovranazionali diano conto delle ripetute violazioni del diritto internazionale e della Convenzione di Ginevra sullo status di rifugiato”. Gli ultimi arrivi via mare descrivono Iraq, Nigeria, Afghanistan. Eritrea, Pakistan come nazionalità prevalenti dei migranti, con un aumento significativo di donne e bambini. “Non sono – spiega il Centro dei Gesuiti - né irregolari né clandestini, i cui diritti umani dovrebbe essere comunque tutelati, ma sono persone in fuga da guerra, persecuzioni e terrorismo che la costituzione italiana e le convenzioni internazionali ci impongono di accogliere e proteggere. Si stanno mettendo in atto politiche miopi e demagogiche che vanno interrotte immediatamente. L’Italia faccia di più e meglio”.  “Lavori socialmente utili, hot spot, CIE sono misure disordinate, volte più a mostrare un apparente efficientismo politico che a gestire in maniera serie e lungimirante un fenomeno complesso che potrebbe avere effetti e ricadute positive nella nostra società” conclude  Ripamonti. MO 9

 

 

 

 

Ilaria del Bianco eletta presidente dell’UNAIE

 

Per la prima volta una donna al vertice della storica Unione delle associazioni regionali e provinciali, dopo 10 anni di presidenza di Franco Narducci

 

VENEZIA - L’assemblea elettiva dell’UNAIE (Unione nazionale associazioni immigrati ed emigrati), convocata a Mestre-Venezia sabato 4 febbraio, ha rinnovato le cariche statutarie per il mandato che andrà a scadenza nel mese di febbraio 2020. Alla presidenza della storica unione delle associazioni regionali e provinciali - che nel 2016 ha festeggiato il suo 50mo compleanno – è stata eletta Ilaria del Bianco, presidente in pari tempo della benemerita Associazione Lucchesi nel Mondo, che all’epoca era nel gruppo delle associazioni fondatrici dell’UNAIE.

Per la prima volta la presidenza dell’UNAIE è stata affidata a una donna, ma anche nel neoeletto Consiglio Direttivo, completamente rinnovato, che affiancherà la presidente vi è un’equilibrata rappresentanza di genere.

“Raccolgo un’eredità pesante – ha dichiarato Ilaria Del Bianco – dopo i dieci anni di presidenza di Franco Narducci, che tanto si è prodigato e tanto ha fatto per le associazioni che rappresentano le comunità italiane all’estero, legate profondamente ai loro luoghi di origine, spesso coincidenti con il proprio Comune di nascita oltre che con la Regione di appartenenza. Tutti noi abbiamo ringraziato Franco Narducci e riteniamo che il miglior riconoscimento per lui sia proseguire con la stessa forza con cui ha guidato l’UNAIE.

 Ho ben presente le sfide che mi attendono – ha proseguito Ilaria del Bianco – perché sono quelle che affronto già come presidente della Lucchesi nel Mondo, potendo contare sulla lunga esperienza di tanti collaboratori e sullo straordinario patrimonio storico, artistico e produttivo della nostra Regione. Un patrimonio che ci accomuna a tante altre Regioni italiane”.

La neoeletta Presidente dell’UNAIE è stata molto attiva durante la lunga fase degli Stati Generali dell’associazionismo italiano nel mondo e a lei fu affidata la relazione introduttiva di quell’assemblea mondiale svoltasi a Roma. Ma anche il suo qualificato attivismo con la Lucchesi nel Mondo, che spesso l’ha vista fianco a fianco delle istituzioni, delle fondazioni bancarie e delle forze politiche per promuovere Lucca, i suoi tesori e il suo territorio, sarà un buon punto di riferimento.

“Ho la fortuna di poter contare su due pesi massimi che mi affiancheranno, ha evidenziato Ilaria Del Bianco, cioè i due vice presidenti eletti, Alberto Tafner (presidente della Trentini nel Mondo) e Oscar De Bona (presidente della Bellunesi nel Mondo e già assessore della Regione Veneto con delega all’emigrazione). Ma anche sull’entusiasmo e la professionalità dei membri del Consiglio Direttivo: Mario Algeo (Trevisani nel Mondo), Lia Di Menco (Abruzzo Mondo), Federica Merlo (Fondazione Verga), Luigi Papais (Ente Friuli nel Mondo) e Stefania Schipani (Filitalia)”. (Inform 6)

 

 

 

 

Progetto Lingua Italiana

 

Mi chiamo Elisabetta Gaglione, sono originaria di Genova ma vivo da oltre 10 anni in Finlandia dove lavoro per la Lionbridge Oy di Tampere (http://www.lionbridge.com/).

 

Lionbridge Technologies Inc. è stata scelta da Forbes come una delle 100 aziende più affidabili in America. Formatasi nel 1996, l'azienda offre una vasta gamma di servizi linguistici come traduzioni e localizzazioni, marketing digitale, gestione dei contenuti globali, application testing.

 

Faccio parte del Recruitment e Vendor Management Team e al momento mi sto occupando di trovare italiani madrelingua per dei progetti linguistici retribuiti di lavoro a distanza.

 

Vi contatto sperando possiate condividere questa opportunita’ con il Vostro network.

 

Il primo progetto e‘ una raccolta di dati vocali, e‘ un progetto semplice e davvero adatto a tutti. Lo scopo e’ lo sviluppo delle tecnologie di riconoscimento vocale che, ad esempio, abbiamo nei cellulari.

 

I requisiti richiesti per lavorare con noi sono: essere di madrelingua italiana, essere maggiorenne, avere un computer e/o tablet/cellulare Android e connessione internet stabile. Non esiste limite di eta’, non e’ richiesta alcuna esperienza specifica e i partecipanti possono risiedere all’estero.

 

Per questo progetto, abbiamo bisogno di centinaia e centinaia di partecipanti. Il progetto andra’ avanti fino a fine febbraio e qualsiasi persona e’ piu’ che benvenuta a parteciparvi. Il progetto dura 2 ore ed e' retribuito tramite una Gift Card del valore di 25€ (ad esempio, di Amazon.com/it)

 

Per prendere parte al progetto, basta registrarsi seguendo questo link (basta fare copia/incolla nel browser): http://datacollection_it-IT.register-lionbridge.com

Per maggiori informazioni: datacollectionresourcing.tre@lionbridge.com

Elisabetta Gaglione, de.it.press

 

 

 

 

 

 

Außenministertreffen in Bonn. G20-Präsidentschaft

 

"Außenpolitik ist mehr als Krisenmanagement und muss mehr sein. Deshalb ist es so wichtig, sich im Kreise der 20 größten Staaten gemeinsam den Ursachen von Konflikten und den Möglichkeiten friedlicher Krisenprävention und Konfliktbeilegung zu widmen", sagte Außenminister Gabriel zu Beginn des G20-Außenministertreffens am 16. und 17. Februar in Bonn.

 

Das Treffen dient der Vorbereitung auf den G20-Gipfel im Juli in Hamburg. Die Außenminister werden sich mit der Umsetzung der Agenda 2030, der Krisenprävention und Friedenskonsolidierung sowie der Zusammenarbeit mit Afrika befassen.

Umsetzung der Agenda 2030

Nach der Verabschiedung der Agenda 2030 für nachhaltige Entwicklung im September 2015 steht die Entwicklung konkreter nationaler und globaler Maßnahmen zur Umsetzung des G20-Aktionsplans im Fokus. Hierzu sollen Maßnahmenpakete sowohl auf nationaler als auch auf globaler Ebene

ausgearbeitet werden.

Neben den globalen Zielen für nachhaltige Entwicklung werden unter der deutschen G20-Präsidentschaft Maßnahmen zur Steigerung der Ressourceneffizienz auf der Agenda stehen.

Krisenprävention und Friedenskonsolidierung

Um langfristig Frieden zu sichern und Krisen künftig effizienter zu begegnen, strebt die G20 eine vorausschauende Außenpolitik an, die auf Prävention statt auf Krisenmanagement setzt. Die Verbesserung des Lebensumfelds der Menschen in Konfliktregionen soll dabei zur Bekämpfung von Fluchtursachen und Vertreibung beitragen.

Schwerpunktthema Afrika

Die G20 will durch die Vertiefung der Partnerschaft mit Afrika noch stärker als bisher zu nachhaltigem Wirtschaftswachstum und Stabilität in der afrikanischen Region beitragen.

In Kooperation mit interessierten afrikanischen Partnerländern sollen dabei die

Rahmenbedingungen für nachhaltige Privatinvestitionen, Investitionen in Infrastruktur und erneuerbare Energien gestärkt werden. Auch wird es um Armutsbekämpfung und eine bessere Teilhabe der afrikanischen Bevölkerung an der wirtschaftlichen Entwicklung, insbesondere in Form von Beschäftigungsmöglichkeiten gehen.

Dazu wird im Juni eine Fachkonferenz in Berlin stattfinden, die sich konkret mit dem Thema "Compact mit Afrika" befassen wird.

Die G20 ist das zentrale Forum zur internationalen Zusammenarbeit in Finanz- und Wirtschaftsfragen. Der informelle Zusammenschluss besteht aus Staaten, die zusammen zwei Drittel der Weltbevölkerung, über vier Fünftel des weltweiten Bruttoinlandsprodukts und drei Viertel des weltweiten Handels repräsentieren. Seit 2008 tauscht sich die G20 jährlich zu Fragen im Zusammenhang mit der Entwicklung der Weltwirtschaft, dem internationalen Handel und zu anderen Themen von globaler Bedeutung aus.

Deutschland hat die G20-Präsidentschaft im Dezember 2016 übernommen. Der G20-Gipfel steht unter dem Motto "Eine vernetzte Welt gestalten" und findet am 7. und 8. Juli in Hamburg statt. Auf der Agenda stehen drei Schwerpunktthemen: "Stabilität sichern", "Zukunftsfähigkeit verbessern" und "Verantwortung übernehmen".

Die Deutsche G20-Präsidentschaft.G20-Außenminister treffen sich in Bonn. Mehr

http://www.auswaertiges-amt.de/DE/Aussenpolitik/GlobaleFragen/G8_G20_Gestaltungsmaechte/G20/170215_G20_Bonn.html    (pib 16)

 

 

 

 

Deutschland und der G20-Drahtseilakt

 

Der deutsche Vorsitz der Gruppe der 20 großen Industrie- und Schwellenländer steht vor einem Drahtseilakt

 

Der neue US-Präsident Donald Trump könnte, wenn es schlecht läuft, das in den vergangenen Jahren mühsam geknüpfte Netz von Gemeinsamkeiten in der weltweiten Wirtschafts- und Finanzpolitik zerreißen. „Wenn dieses Jahr im G20-Kommunique etwa zur Finanzregulierung am Ende Ähnliches steht wie beim letzten Mal, dann ist das schon ein Riesenerfolg“, beschreibt ein hochrangiger G20-Mann die Stimmungslage. Dabei geht es nicht nur um den einen oder anderen Diskussionspunkt – es geht um das gesamte Gerüst. „Alles ist möglich“, sagen die Beteiligten. Von Fortschritten träumt kaum einer mehr. Bewahren des Erreichten heißt die Devise. Nimmt man etwa das Kommunique des Finanzministertreffens der G20 vom Juli im chinesischen Chengdu zur Hand, lassen sich die Konfliktfelder mit der neuen US-Regierung minutiös abstecken.

Solidarisches Miteinander versus Eigeninteresse 

Gleich im ersten Kapitel des Chengdu-Kommuniques wird das enge Miteinander der G20-Länder „im Geiste von Kooperation und Solidarität“ beschworen. Das sind Vokabeln, die mit Trumps Motto „Amerika zuerst“ nicht so leicht in Einklang zu bringen sind. Von Solidarität mit anderen Ländern spricht Trump wenig. Das überragende G20-Ziel „eines starken, nachhaltigen, ausgewogenen und inklusiven Wachstums“ in der Welt ist eines, zu dem sich Trump so bislang nicht bekannt hat. Er will vor allem, wie er sagt, ein „Superwachstum“ in den USA schaffen, das mit vier Prozent etwa doppelt so hoch wie zuletzt ausfallen sollte. Ansonsten will er die größte Job-Maschine in der US-Geschichte anschieben – auch auf Kosten von Stellen in anderen Ländern. Dabei soll eine wachstumsfreundliche Ausgaben- und Steuerpolitik helfen – die findet auch die G20 gut. Die möchte dabei aber auch die Schulden in Grenzen halten, und davon hat wiederum der neue US-Präsident bislang nichts gesagt.

Schon immer streitträchtig war in der G20 das Thema Ungleichgewichte in Warenhandel und Dienstleistungsverkehr. Das könnte mit Trump rasant Zunehmen. Der betrachtet riesige Überschüsse, wie sie etwa China oder Deutschland aufweisen, als unfaire Bereicherung auf Kosten der Partner mit hohen Defiziten, wie die USA. In der Forderung, dass die betreffenden Staaten alles dafür tun müssen, diese Überschüsse abzubauen, kann sich Trump sogar auf G20-Positionen zu den globalen Ungleichgewichten berufen: eine Achillesferse für die Deutschen.

Streit um Wechselkurse und Handelspolitik 

Äußerst streitträchtig könnte auch die Wechselkurspolitik werden. Die G20-Länder haben sich in Kommuniques immer wieder versprochen, Wechselkurse ihrer Währungen nicht zu manipulieren, um sie dann als Instrument für unfaire Handelsvorteile zu nutzen. Für Trump aber sind diese unfairen Praktiken Realität – etwa in Deutschland oder China. Andererseits: Weicht man die G20-Position zu diesem Thema auf, so sagt ein langjähriger Insider, schafft man dauerhafte Unsicherheit an den Märkten – und daran könnten auch die USA kein Interesse haben. Noch strittiger ist das Thema Handelspolitik. „Wir werden jeder Form von Protektionismus widerstehen“, hieß die Festlegung zuletzt im G20-Kommunique von Chengdu. An anderer Stelle wird auf die Bedeutung einer offenen Handelspolitik verwiesen. Trump denkt und plant ganz anders. Er will den Wirtschaftsstandort USA mit Strafzöllen, Strafsteuern oder anderen Schutzmitteln gegen Konkurrenten aus dem Ausland schützen.

Dass die G20 multinationalen Organisationen wie dem IWF, der Weltbank, der OECD, der Welthandelsorganisation WTO und anderen eine zentrale Rolle bei der Steuerung der globalen Wirtschaft gibt, dürfte Trump ebenfalls kaum passen. Er erklärt die eine oder andere dieser multilateralen Institutio

Trump setzt eigene Akzente 

Auch beim Thema schärferer Regeln und Auflagen für Banken und andere Finanzfirmen, wie sie nach der Finanzkrise vor knapp zehn Jahren in der G20 geschaffen worden waren, segelt Trump einen anderen Kurs als die Ländergruppe. Während die Gruppe selbst noch an der Ergänzung der einen oder anderen schärferen Banken-Regel arbeitet, heißt bei Trump das Motto Deregulierung. Geht er diesen Weg in den USA, in der größten Volkswirtschaft weltweit, dann verändert sich auch für alle anderen Banken das Konkurrenzumfeld. Vielleicht, so hofft so mancher G20-Vertreter, könne man sich wenigstens auf eine Pause einigen.

Zudem droht der G20-Initiative zur Schließung von Steuerschlupflöchern durch mehr Harmonisierung der jeweiligen nationalen Steuersystemen weltweit (BEPS) Ungemach. Zu Trumps Schwerpunkten gehört dieses Feld nicht – er will vor allem niedrigere Steuersätze, um der US-Wirtschaft zu helfen. Das heißt eher Steuerwettbewerb als Steuerkooperation. Und schließlich bleibt das Thema Klimaschutz: Während die G20 nachdrücklich den Kurs des Pariser Klimaschutzabkommens mit seinen ehrgeizigen Emissionsminderungszielen unterstützt, findet Trump diese Vereinbarung schlicht überflüssig. Er will, so tat er im Wahlkampf kund, schnellstmöglich raus aus dem Vertrag.

EurActiv mit rtr  17

 

 

 

G20-Aussenministertreffen. Gemeinsam Armut bekämpfen

 

Armutsbekämpfung müsse eine gemeinsame Aufgabe der G20 werden, sagte Außenminister Gabriel beim Treffen mit seinen Amtskollegen in Bonn. Krisenprävention, nachhaltige Entwicklung und die Zusammenarbeit mit Afrika sollen stärker in den Mittelpunkt rücken.

 

"Gestaltung globaler Ordnung – Außenpolitik jenseits des Krisenmanagements" – so lautete das Motto des G20-Außenministertreffens in Bonn. Mit seinen G20-Amtskollegen erörterte Außenminister Sigmar Gabriel, wie globale Krisen verhindert werden können, noch bevor sie entstehen.

Das Außenministertreffen ist das zweite Fachministertreffen im Rahmen der deutschen G20-Präsidentschaft. Bereits im Januar sind die Agrarminister zusammengekommen. Im kommenden Monat treffen sich die Finanzminister. Die Fachministertreffen dienen auch der Vorbereitung des G20-Gipfels der Staats- und Regierungschefs, der am 7. und 8. Juli in Hamburg stattfinden wird.

Besondere Verantwortung für die Welt

Bereits vor dem Treffen der Außenminister betonte Gabriel, dass kein Staat "die großen internationalen Probleme unserer Zeit alleine angehen" könne. "Terrorismus, Wasserknappheit, Klimawandel, Flucht, Vertreibung und humanitäre Notlagen lassen sich nicht durch Abschottung bekämpfen, sondern durch Kooperation und gemeinsame Strategien", so der Minister.

Die G20 stehen für rund zwei Drittel der Weltbevölkerung, vier Fünftel des weltweiten Bruttoinlandsprodukts und drei Viertel des Welthandels. Daher tragen die G20 eine besondere Verantwortung, sagte Gabriel. Gemeinsam müssten sich die G20 den grundlegenden Ursachen von Konflikten und den Möglichkeiten friedlicher Krisenprävention und Konfliktbeilegung widmen.

Klassische Sicherheitspolitik reicht nicht

Die Armutsbekämpfung, so Gabriel, sei für die Teilnehmer vorrangiges Ziel gewesen. Dabei sei deutlich geworden, dass "wir nirgendwo auf der Welt Frieden und Stabilität alleine durch die klassischen Instrumente der Sicherheitspolitik oder gar der Erhöhung von Verteidigungsetats bekommen werden".

Im Kern werde es darauf ankommen, dass die Staatengemeinschaft zusammenarbeite, damit Menschen nicht wegen Armut oder Kriegen ihr Land verlassen müssten, sondern vor Ort Perspektiven für ein besseres Leben bekommen.

Wegen dieser Überlegungen habe der "Zusammenhang zwischen Entwicklungszusammenarbeit, wirtschaftlichem Wohlstand, sozialer Gerechtigkeit und Sicherheit" dabei im Mittelpunkt der Diskussion der Außenminister gestanden.

Um eine stabile Weltordnung zu schaffen, sagte Gabriel, bedürfe es der "Zusammenarbeit bei Themen wie Klimawandel, Terrorismus und Flucht und Migration. Diese könnten "nur durch multilaterale Zusammenarbeit und Offenheit bewältigt werden, statt sich in nationale Schneckenhäuser und Wagenburgen zurückzuziehen".

Schwerpunkt Afrika

Deutschland habe der Entwicklung des afrikanischen Kontinents schon während seiner G7-Präsidentschaft im Jahr 2015 einen zentralen Stellenwert eingeräumt, sagte Gabriel in der Abschluss-Pressekonferenz.

Im Rahmen seiner G20-Präsidentschaft werde Deutschland im Juni eine Konferenz durchführen, die ganz dem Thema "Partnerschaft mit Afrika" gewidmet sein werde. Afrika, so hob der Außenminister hervor, stehe vor vielen Herausforderungen, sei aber auch "ein Kontinent der Chancen und der Zukunft". Pib 17

 

 

 

 

Flüchtlingspolitik: Was lässt sich aus Vergangenheit lernen?

 

Was lässt sich aus der Zeit des Holocaust für die aktuelle Flüchtlingskrise lernen? Dieser Frage geht eine internationale Konferenz ab diesem Donnerstag in Rom nach, die der Heilige Stuhl mitorganisiert hat. Historiker sowie Vertreter aus Politik, Kirche und von Hilfsorganisationen beleuchten dort Flüchtlingspolitiken weltweit ab 1933 und nach dem Zweiten Weltkrieg bis heute. Initiiert wurde die Tagung „Refugee Policies from 1933 until Today: Challenges and Responsibilities“ von der „International Holocaust Remembrance Alliance“ (IHRA). Die internationale politische Organisation kümmert sich weltweit um Bildungsprojekte, Erinnerungsarbeit und Forschung rund um den Holocaust und das Thema Antisemitismus.

Was lehrt die Geschichte?

„Die Konferenz möchte Strategien untersuchen seit 1933, wie mit Flüchtlingen umgegangen worden ist, welche Probleme es gegeben hat, wie man diese Dinge gelöst hat, ob es in der Politik überhaupt da Parameter gibt, wie man die Dinge angehen kann, ob wir aus der Geschichte lernen können, um die heutige Situation besser in den Griff bekommen zu können“, fasst Pater Norbert Hofmann das Anliegen der zweitägigen Veranstaltung zusammen. Hofmann ist Sekretär für den Dialog mit dem Judentum im Päpstlichen Einheitsrat und Kontaktperson des Vatikan für die „International Holocaust Remembrance Alliance“; auf der Tagung tritt er u.a. als Moderator eines Panels zur Flüchtlingskrise der 1930er Jahre in Erscheinung.

Judentum erlebte Flucht und Ausgrenzung

Der vatikanische Dialogmann erinnert daran, dass die Erfahrungen des Judentums in der Geschichte eng mit Flucht und Abweisung verknüpft sind – nicht erst seit der Judenverfolgung zur Zeit des Holocaust. Hier böten sich Anknüpfungspunkte für die Situation heute: „Eigentlich ist es ja so, dass die Juden die Erfahrung der Flucht über die Jahrhunderte hin haben, und davon auch von dieser Erfahrung auch berichten können, wie man damit umgegangen ist. Und, sagen wir, das Schicksal der Juden könnte auch ein Beispiel sein, wie man heute mit Flüchtlingen umgeht.“

Sind die heutigen Kriegs- und Armutsflüchtlinge also, um es einmal verkürzt auszudrücken, die verfolgten Juden von gestern? Und tauchen heute alte Tendenzen des Nationalismus, der Abschottung, des Protektionismus in neuem Gesicht wieder auf? Pater Hofmann plädiert hier für eine differenzierte Sicht – die Motive der Flucht und des Ausschlusses müssten mit berücksichtigt werden. Im Kern der Flüchtlingsfrage gibt es für den Sekretär im päpstlichen Einheitsrat aber auch Gemeinsamkeiten: „Ich denke, man muss die Ursachen der Flucht beobachten. Bei den Juden war es natürlich die Politik der Nationalsozialisten, die Endlösung anzustreben. Und das ist natürlich eine andere Fluchtursache als die wir heute sehen können. Also Armuts- und Kriegsflüchtlinge, da ist ein anderes Motiv da. Aber: Flüchtlinge sind Menschen in Not, und da gilt es einfach zu helfen.“ 

Damals wie heute lasse sich zudem in Staaten eine „Spannung" beobachten - „zwischen dem Anspruch, den Menschen in Not zu helfen, und gleichzeitig auch die eigene Gesellschaft zu schützen" und eine „Überforderung des eigenen Gemeinwesens" zu verhindern. 

Vatikanische Flüchtlingspolitik: Schutz für Verfolgte

Eröffnet wird die Konferenz an diesem Donnerstagabend vom vatikanischen „Außenminister“, Erzbischof Paul Richard Gallagher, zusammen mit IHRA-Vertretern im „Palazzo della Cancelleria“ in der römischen Altstadt. Von Vatikanseite ist Erzbischof Silvano Maria Tomasi vom neuen Dikasterium zur Förderung der ganzheitlichen Entwicklung des Menschen vertreten. Am Freitag referiert dann der Archivar des vatikanischen Staatssekretariats, Johan Ickx, über den Vatikan als Helfer und Zufluchtsort für verfolgte Juden zur Zeit des Holocaust. Dazu Hofmann: „Es ist offenkundig auch aus den Archiven des Vatikan, dass zur Zeit des Holocaust hier viele Verfolgte Schutz gefunden haben, und das wird auch aufgezeigt werden in der Konferenz, also der Archivar des Staatssekretariats wird einen Vortrag halten, indem er aufzeigt, wie der Vatikan wirklich die Tür geöffnet hat für Juden, für verfolgte Menschen zur Zeit des Holocaust, das ist teilweise gar nicht so bekannt.“

Über diese Zusammenhänge werde auch die Öffnung der Vatikanarchive zu Papst Pius XII. in den Weltkriegsjahren weiter Aufschluss geben, zeigt sich Hofmann überzeugt. Die Freigabe der Dokumente hatte sich zuletzt verzögert, weil die Sichtung Dutzender Bestände vatikanischer Botschaften noch nicht abgeschlossen sei, wie das vatikanische Geheimarchiv bekanntgegeben hatte. Während andere Staaten ihre Flüchtlingspolitik im Laufe der Geschichte änderten, könne man beim Heiligen Stuhl in dieser Hinsicht eine Konstante beobachten, so Pater Hofmann: „Der Vatikan hat immer versucht; Flüchtlingen zu helfen, zum Beispiel nach dem Zweiten Weltkrieg, als viele Menschen verschollen waren, da gab es hier im Vatikan ein Büro, um Menschen ausfindig zu machen, die verschollen waren. Der Vatikan hat in dieser Hinsicht, was Flüchtlingspolitik betrifft oder Menschen in Not zu helfen, immer eine Rolle gespielt.“

Konkreter Output: Empfehlungen für die heutige Politik

Um konkrete Lösungen geht es auch bei der aktuellen Konferenz über Flüchtlingspolitiken in Rom. Ziel der Veranstaltung ist es laut den Veranstaltern, „positive“, „ethisch verantwortliche“ und „pragmatische“ Empfehlungen für die internationale Politik und Hilfsarbeit auszusprechen, um das Phänomen heute bewerten und ihm begegnen zu können. „Ich denke und hoffe, dass da auch der Ratschlag erteilt wird, eben diesen Menschen in Not Hilfe anzubieten und nicht die Türen zu verschließen“, so Pater Hofmann: „Nicht Protektionismus und Ausgrenzung sind die Lösungen für die Probleme unserer Tage, sondern Hilfe, Integration, Hinschauen auf die Not der Menschen und entsprechend reagieren.“

In diesem Kontext gebe es heute auch positive Beispiele von Ländern, in denen Immigration gefruchtet hat, gibt er zu bedenken. Das dürfe man nicht vergessen: „Die USA ist eigentlich eine Immigrationsgesellschaft. Israel ist eine Immigrationsgesellschaft. Und diese Gesellschaften haben es eigentlich sehr gut geschafft, ein blühendes Gemeinwesen initiieren zu können. Insofern sind Flüchtlinge nicht nur eine Bedrohung, Flüchtlinge, Menschen, Migrationsströme können auch eine Bereicherung sein.“

 

Hintergrund - Initiiert wurde die Tagung mit dem Titel „Refugee Policies from 1933 until Today: Challenges and Responsibilities“ von der „International Holocaust Remembrance Alliance“ (IHRA). Die internationale politische Organisation kümmert sich weltweit um Bildungsprojekte, Erinnerungsarbeit und Forschung rund um den Holocaust und das Thema Antisemitismus. Die Allianz umfasst 31 Mitgliedsländer und elf Länder mit Beobachterstatus sowie sieben internationale Partnerorganisationen wie etwa die Vereinten Nationen und der Europarat. Der Heilige Stuhl ist zwar kein Mitglied, hat aber seit zwei Jahren eine Kontaktperson zur Allianz: Es handelt sich dabei aktuell um Pater Norbert Hofmann, den Sekretär im Päpstlichen Einheitsrat für den Dialog mit dem Judentum. (rv/international holocaust remembrance alliance 16.02.)

 

 

 

 

Juncker will kein zweites Mandat

 

Jean-Claude Juncker bestätigt in einem Interview mit Radio Deutschlandfunk, dass er keine zweite Amtszeit als EU-Kommissionspräsident anstrebe. EurActiv Brüssel berichtet.

„Ich habe Wahlkampf geführt in vielen europäischen Ländern und habe mich dann auch wieder neu in Europa verliebt, weil ich dann diesen Farbenreichtum der Europäischen Union wiederentdeckt habe, die Stimmungen, die nationalen Traditionen, das regionale Miteinander und Durcheinander. Ein schöner Wahlkampf war das. Es wird aber keinen zweiten in der Form geben, weil ich nicht noch einmal antreten werde“, so der Kommissionschef im Gespräch mit Deutschlandfunk.

Brexit – „eine kontinentale Tragödie“

Der ehemalige Premierminister Luxemburgs habe Europa neue Hoffnung geben wollen. Jetzt sei die EU-Kommission jedoch zu sehr mit dem Brexit beschäftigt –  einer „kontinentalen Tragödie“. Er befürchtet, der EU-Ausritt Großbritanniens könne die übrigen EU-Länder „ohne große Anstrengung“ auseinander dividieren. „Die anderen 27 wissen das noch nicht, aber die Briten wissen schon sehr genau, wie sie das in Angriff nehmen können: Man verspricht dem Land A dieses, und man verspricht dem Land B jenes, und man verspricht dem Land C etwas Anderes, und in der Summe entsteht daraus keine europäische Front.“

Die Meinungen innerhalb der EU gehen ihm zufolge immer weiter auseinander und „[sind] nicht unbedingt miteinander vereinbar“, warnt er mit Blick auf Ungarn und Polen. „Wollen die Ungarn und die Polen genau das Gleiche wie die Deutschen und wie die Franzosen? Da habe ich erhebliche Zweifel. Also muss man irgendwo wieder den Grundkonsens herstellen. Das ist eigentlich eine Aufgabe für die nächsten zwei, drei Jahre: Während wir mit den Briten verhandeln, müssen wir uns, wenn wir Endzeitstimmung vermeiden möchten, über die endgültigen Vorstellungen des Kontinentes über sich selbst verständigen.“

US-Präsident Donald Trumps protektionistische Handelspolitik stelle hingegen eine große Chance für Europa dar, neue Handelsabkommen mit Drittstaaten abzuschließen.

Und wir sollten es den Briten eigentlich nicht erlauben, jetzt schon so zu tun, als ob sie eigenmächtig Handelsverträge mit anderen abschließen könnten, weil das dürfen sie nicht“, kritisiert Juncker.

„So lange Großbritannien Mitglied der Europäischen Union ist, liegt die Außenhandelspolitik im Zuständigkeitsbereich der Europäischen Union – und ergo der Kommission.“ Im Januar hatte die britische Premierministerin Theresa May Washington besucht, um dort die Grundlage für ein neues Handelsabkommen mit den USA zu schaffen, das nach dem Brexit in Kraft treten könnte. Auch in anderen Ländern warb sie bereits um potenzielle Deals.

Neue Dominanz

Der Kommissionspräsident wird vom EU-Parlament ins Amt gewählt. Juncker war der erste Anwärter, der im Rahmen des Spitzenkandidaten-Verfahrens ernannt wurde, bei dem jede EU-Fraktion einen eigenen Kandidaten vorschlägt. 2014 setzte er sich schließlich gegen den ehemaligen Parlamentspräsidenten Martin Schulz (SPD) durch und wurde Kommissionspräsident. Schulz tritt nun am 24. September als Frontmann der Sozialdemokraten gegen Kanzlerin Angela Merkel in den Bundestagswahlen an.

Juncker selbst ist Mitglied der konservativen Europäischen Volkspartei (EVP). Seit Schulz letzten Monat als EU-Parlamentsspitze zurücktrat, genießt die EVP als stärkste Partei Europas neue politische Dominanz in Brüssel. Denn Schulz‘ Nachfolger Antonio Tajani und EU-Ratspräsident Donald Tusk gehören ebenfalls zur rechts-konservativen Mitte – eine Tatsache, die zu Spekulationen führte, dass Tusk aus seinem Amt gedrängt werden könnte.

Catherine Stupp. Übersetzt von: Jule Zenker  EA 14

 

 

 

 

ifo-Präsident Fuest verlangt umfassende Reform der Eurozone

 

Berlin -  Der ifo-Präsident Clemens Fuest hat eine umfassende Reform der Eurozone gefordert. „Die Eurozone ist dringend reformbedürftig. Um dauerhafte Stabilität in der Währungsunion erreichen zu können, müssen jetzt Abläufe und Zuständigkeiten geändert werden“, sagte er am Dienstag in Berlin bei der Vorstellung seines neuen Buches „Der Odysseus-Komplex“, das er zusammen mit dem Finanzwissenschaftler Johannes Becker aus Münster geschrieben hat. „Wir wollen den Auftrag für die Europäische Zentralbank klarer definieren, sie sollte sich allein auf die Geldpolitik konzentrieren. Das Verbot von Staatsfinanzierung sollte schärfer formuliert sein, die Rettung von Staaten sollte dem Europäischen Stabilitätsmechanismus ESM vorbehalten sein, für die Bankenaufsicht sollte mittelfristig eine eigenständige Behörde geschaffen werden. Der Bankensektor sollte robuster werden und wenig engagiert sein in der Staatenfinanzierung.“

 

Der Rettungsmechanismus ESM sollte weniger von der Zustimmung der Staaten abhängen, sondern vielmehr schnellere Routinemaßnahmen selbst ergreifen könne, die vorher beschlossen würden. Eine automatische Verlängerung der Laufzeit der Anleihen, die während eines EMS-Programm auslaufen, würde verhindern, dass die Gläubiger ausgezahlt werden auf Kosten der Steuerzahler. „Sollte ein Land nach drei Jahren ESM-Hilfen nicht an den Kapitalmarkt zurückkehren können, muss es eine Konferenz mit Schuldenschnitten geben, so dass ein nachhaltiger Schuldendienst möglich wird“, sagte Fuest.

 

Zur Begrenzung des Schuldenmachens schlagen Fuest und Becker vor, dass Staaten nur noch 0,5 Prozent ihrer Jahreswirtschaftsleistung mit normalen Anleihen finanzieren dürfen. Sollten sie höhere Schulden machen, müssten diese Anleihen nachrangig sein, also als erste ausfallen, sie dürfen nicht von der EZB gekauft werden und auch von Banken nur mit hoher Eigenkapitalunterlegung gehalten werden. „Das würde deutlich höhere Zinsen für diese Anleihen bedeuten, weil die Kosten der Verschuldung nicht auf andere Länder abgewälzt werden können. Die derzeitige Subventionierung des Schuldenmachens durch Elemente der Solidarhaftung würde abgeschafft“, sagte Fuest. 

Buch: „Der Odysseus-Komplex“ von Clemens Fuest und Johannes Becker, Hanser-Verlag, München 2017. Mehr dazu: www.ifo.de/de/w/4XyUQooPv 

ifo 14

 

 

 

EU-Kommission: Chinesische Übernahmen blockieren?

 

Die EU-Kommission begrüßt den Vorschlag Deutschlands, Italiens und Frankreichs, chinesische Firmenübernahmen in Europa in bestimmten Fällen zu stoppen. Man habe selbst nur „begrenzten Zugang“ zum chinesischen Markt. EurActiv Brüssel berichtet.

 

Mitgliedsstaaten und Kommission sind sich einig: Man muss etwas gegen das große Ungleichgewicht unternehmen zwischen Europas Offenheit für Auslandsinvestitionen und den schweren Einschränkungen für europäische Unternehmen in China. Nach zwölf europäisch-chinesischen Verhandlungsrunden sind noch immer keine Fortschritte in Sicht – ganz zu schweigen von dem geplanten Investitionsabkommen.

Daher suchen Berlin, Paris und Rom nun nach alternativen Wegen, ihre Unternehmen zu schützen. „[Die Mitgliedsstaaten] sollten über mehr Spielraum verfügen, einzelne Übernahmen zu prüfen und wenn nötig zu blockieren“, fordern sie in einem von der DPA eingesehenen Schreiben an die Kommission. Besondere Sorgen machen sich die Drei um staatlich geförderte Akquisitionen und den „Aufkauf wichtiger Technologien“.

Letztes Jahr absorbierte Chinas Midea den führenden deutschen Roboterhersteller Kuka für 4,5 Milliarden Euro – ein Schock für die deutsche Politik und darüber hinaus. „Kuka ist ein erfolgreiches Unternehmen in einem strategischen Sektor mit wichtiger Bedeutung für die digitale Zukunft der europäischen Industrie“, betonte Günther Oettinger damals. Er forderte europäische Unternehmen auf, Gegenangebote zu machen, um Mideas Deal zu verhindern.

Die Kommission stimme von und ganz mit den vorgebrachten Sorgen über den begrenzten Marktzugang in einigen Drittländern überein, bestätigte Daniel Rosario, Sprecher der Institution, am gestrigen Mittwoch. Der Vorschlag der drei größten EU-Volkswirtschaften sei daher durchaus „eine Diskussion wert“.

„Die Kommission ist der Ansicht, dass die EU prüfen sollte, ob sie über alle notwendigen Instrumente verfügt, um auf die Herausforderungen der Globalisierung reagieren zu können“, erklärte er der Presse gegenüber. Handelskommissarin Cecilia Malmström werde laut Rosario noch auf das Schreiben antworten. Anfang März findet auf Malta ein informelles Treffen der Handelsminister statt.

In der Zwickmühle

Deutschland, Frankreich, Großbritannien und Italien sind Chinas Hauptinvestitionsziele. Welche Form das geforderte Instrument annehmen soll, wird in dem Brief an die Kommission nicht genau beschrieben. Jedweder Vorschlag müsse aber auf EU-Ebene beschlossen werden und den EU-Verträgen sowie internationalen Abkommen entsprechen, betont Rosario.

Parallel zu den Verhandlungen mit China über ein bilaterales Investitionsabkommen legte die Kommission im Januar 2016 einen überarbeiteten Vorschlag für ein internationales Beschaffungsinstrument vor. Das neue Gesetz soll Drittländern besondere Bedingungen auferlegen, wenn sie europäischen Firmen den Zugang zu ihrem nationalen Markt erschweren. Widersprüchliche Interessen innerhalb der EU und einzelnen Länder behindern jedoch den Fortschritt im Rat, erklären EU-Vertreter.

Die nationalen Regierungen befinden sich in einer Zwickmühle. Einerseits unterstützen sie den Freihandel und brauchen Investitionen aus dem Ausland, andererseits bringt Chinas wachsender Einfluss auf ihren nationalen Märkten Risiken mit sich. Darüber hinaus fürchten sie sich vor potenziellen Vergeltungsmaßnahmen, sollten sie Strafmaßnahmen gegen das Reich der Mitte ergreifen.

Als sei die Angelegenheit noch nicht kompliziert genug, sind die Folgen von Handels- und Auslandsübernahmen zu einem umstrittenen Wahlkampfthema in der EU geworden. Sowohl in Deutschland, Frankreich, den Niederlanden als auch in Italien finden dieses Jahr Wahlen statt. Dabei dient die Globalisierung den aufstrebenden populistischen Kräften immer wieder als Sündenbock. Jorge Valero. Übersetzt von: Jule Zenker EU16

 

 

 

 

Steinmeier gewählt "Lasst uns mutig sein"

 

Frank-Walter Steinmeier wird neuer Bundespräsident. Die Bundesversammlung wählte ihn im ersten Wahlgang ins höchste Staatsamt. Steinmeier will um Vertrauen werben und Mut machen für den demokratischen Staat.

Der künftige Bundespräsident heißt Frank-Walter Steinmeier. Die Bundesversammlung wählte den 61-jährigen SPD-Politiker im ersten Wahlgang zum Staatsoberhaupt.

Der bisherige Außenminister erhielt 931 der 1.239 abgegebenen gültigen Stimmen der Bundesversammlung. Die große Koalition, die Steinmeier als gemeinsamen Kandidaten aufgestellt hatte, hatte allein 923 Stimmen zu vergeben. 103 Wahlmänner und -frauen enthielten sich.

Der von der Linkspartei nominierte Armutsforscher Christoph Butterwegge erhielt 128 Stimmen. Für den AfD-Kandidaten Albrecht Glaser stimmten 42 Wahlleute, für den Vertreter der Freien Wähler, Alexander Hold, 25 Wahlmänner und -frauen. Der fünfte Kandidat Engelbert Sonneborn bekam zehn Stimmen. Die Bundesversammlung ist aus den 630 Bundestagsabgeordneten und ebenso vielen Wahlleuten, die die Länder entsenden, zusammengesetzt.

Nutzungsbedingungen Embedding Tagesschau: Durch Anklicken des Punktes „Einverstanden“ erkennt der Nutzer die vorliegenden AGB an. Damit wird dem Nutzer die Möglichkeit eingeräumt, unentgeltlich und nicht-exklusiv die Nutzung des tagesschau.de Video Players zum Embedding im eigenen Angebot. Der Nutzer erkennt ausdrücklich die freie redaktionelle Verantwortung für die bereitgestellten Inhalte der Tagesschau an und wird diese daher unverändert und in voller Länge nur im Rahmen der beantragten Nutzung verwenden. Der Nutzer darf insbesondere das Logo des NDR und der Tageschau im NDR Video Player nicht verändern. Darüber hinaus bedarf die Nutzung von Logos, Marken oder sonstigen Zeichen des NDR der vorherigen Zustimmung durch den NDR.

Der Nutzer garantiert, dass das überlassene Angebot werbefrei abgespielt bzw. dargestellt wird. Sofern der Nutzer Werbung im Umfeld des Videoplayers im eigenen Online-Auftritt präsentiert, ist diese so zu gestalten, dass zwischen dem NDR Video Player und den Werbeaussagen inhaltlich weder unmittelbar noch mittelbar ein Bezug hergestellt werden kann. Insbesondere ist es nicht gestattet, das überlassene Programmangebot durch Werbung zu unterbrechen oder sonstige online-typische Werbeformen zu verwenden, etwa durch Pre-Roll- oder Post-Roll-Darstellungen, Splitscreen oder Overlay. Der Video Player wird durch den Nutzer unverschlüsselt verfügbar gemacht. Der Nutzer wird von Dritten kein Entgelt für die Nutzung des NDR Video Players erheben. Vom Nutzer eingesetzte Digital Rights Managementsysteme dürfen nicht angewendet werden. Der Nutzer ist für die Einbindung der Inhalte der Tagesschau in seinem Online-Auftritt selbst verantwortlich.

Der Nutzer wird die eventuell notwendigen Rechte von den Verwertungsgesellschaften direkt lizenzieren und stellt den NDR von einer eventuellen Inanspruchnahme durch die Verwertungsgesellschaften bezüglich der Zugänglichmachung im Rahmen des Online-Auftritts frei oder wird dem NDR eventuell entstehende Kosten erstatten

Das Recht zur Widerrufung dieser Nutzungserlaubnis liegt insbesondere dann vor, wenn der Nutzer gegen die Vorgaben dieser AGB verstößt. Unabhängig davon endet die Nutzungsbefugnis für ein Video, wenn es der NDR aus rechtlichen (insbesondere urheber-, medien- oder presserechtlichen) Gründen nicht weiter zur Verbreitung bringen kann. In diesen Fällen wird der NDR das Angebot ohne Vorankündigung offline stellen. Dem Nutzer ist die Nutzung des entsprechenden Angebotes ab diesem Zeitpunkt untersagt. Der NDR kann die vorliegenden AGB nach Vorankündigung jederzeit ändern. Sie werden Bestandteil der Nutzungsbefugnis, wenn der Nutzer den geänderten AGB zustimmt.

Einverstanden

Zum einbetten einfach den HTML-Code kopieren und auf ihrer Seite einfügen.

Zum Fundament der Demokratie stehen

Steinmeier sagte, er nehme die Wahl zum Bundespräsidenten mit "großer Freude" an. Denjenigen, die ihn nicht unterstützt hätten, verspreche er: "In Respekt vor dem Vielklang der Stimmen in unserer Demokratie werde ich dafür arbeiten, auch ihr Vertrauen zu gewinnen."

Der künftige Bundespräsident warb um Vertrauen in die Demokratie. Wenn das Fundament der Werte des Westens anderswo wackele, "müssen wir umso fester zu diesem Fundament stehen", sagte er. Steinmeier forderte Mut, einander zuzuhören und warnte davor, das Ringen um Lösungen in einer Demokratie als Schwäche zu empfinden. "Liebe Landsleute, lasst uns mutig sein", rief er den Wahlleuten zu.

Bundeskanzlerin Angela Merkel zeigte sich nach der Wahl überzeugt, dass Steinmeier ein hervorragender Bundespräsident sein wird. Er übernehme das Amt in schwierigen Zeiten, sagte sie. Steinmeier wird als zwölfter Bundespräsident Nachfolger von Joachim Gauck, der sich nicht noch einmal zur Wahl stellte. Steinmeier tritt sein Amt am 19. März an.

CSU-Chef Horst Seehofer sagte, es sei der CSU sei darauf angekommen, dass der Nachfolger Gaucks mit der gleichen Qualität sein Amt ausüben werde. "Das wird bei Frank-Walter Steinmeier der Fall sein."

Stehender Applaus für Gauck

Steinmeier würdigte Gauck als Präsidenten, der dem Land gut getan habe. In seiner Begrüßungsansprache hob auch Bundestagspräsident Norbert Lammert Gaucks Verdienste hervor, was langen Applaus der Bundesversammlung auslöste. Gauck verfolgte die Bundesversammlung von der Besuchertribüne und zeigte sich sichtlich bewegt.

Stehenden Applaus erntete auch Lammerts Plädoyer gegen Abschottung, Protektionismus und Populismus. Einzig Wahlleute der AfD versagten den Beifall. Lammert maß dem Bundespräsidenten in der heutigen Zeit wachsende Bedeutung zu. "Den demokratischen Grundkonsens zu artikulieren ist schwieriger geworden", sagte er. Es gebe immer mehr Einzelinteressen und es werde eher das Trennende als das Einigende betont. "Das macht die Aufgabe des Bundespräsidenten nicht einfacher, aber seine Bedeutung im Verfassungsgefüge umso größer", sagte er.

Kirchen gratulieren Steinmeier

Auch die Spitzen der beiden großen Kirchen in Deutschland gratulierten Steinmeier. Der Vorsitzende der katholischen Deutschen Bischofskonferenz, Kardinal Reinhard Marx, würdigte Steinmeier als überzeugten Europäer und sicherte ihm Unterstützung zu. "Freiheit und Verantwortung sind für Sie keine bloßen Worte, sondern Verpflichtung und Grundlage Ihres politischen Handelns", schrieb Marx an den künftigen Bundespräsidenten.

Die Evangelische Kirche in Deutschland (EKD) verwies auf Steinmeiers Popularität. "Ich gratuliere ihm herzlich zur Wahl und wünsche ihm Gottes Segen im höchsten Amt unseres Landes", schrieb der EKD-Ratsvorsitzende, der bayerische Landesbischof Heinrich Bedford-Strohm. Steinmeier führe seit über 50 Wochen die Beliebtheitsskala deutscher Politiker an. Nun stehe er auch an der Spitze des Staates. Der SPD-Politiker ist evangelisch-reformierter Christ.

Kreml hofft auf produktive Zusammenarbeit

Auch aus dem Ausland erhielt Steinmeier viele Glückwünsche. Russlands Staatschef Wladimir Putin hofft mit der Wahl von Frank-Walter Steinmeier zum Bundespräsidenten auf stabile bilaterale Beziehungen und eine produktive Zusammenarbeit. Putin sei zuversichtlich, dass dessen Arbeit zur Entwicklung der russisch-deutschen Beziehungen beitragen werde, teilte die Präsidialverwaltung mit. Der Präsident lud Steinmeier zu einem Besuch nach Russland ein, "wann immer es ihm passt". Putin sei daran interessiert, "den konstruktiven Dialog wie aktuelle Fragen der bilateralen und internationalen Tagessordnung fortzusetzen."

Tagesschau 12

 

 

 

 

Zukunft der EU. Parlamentarier: Kein nordeuropäischer „Luxus-Club“ à la Merkel

 

SPD-Chef Gianni Pittella: "Wir dürfen nicht hinnehmen, dass man Europa in

Puristen aus dem Norden und Sünder aus dem Süden, wie Merkel es sieht,

einteilt."

 

EU-Bürger brauchen einen Wandel in der Sparpolitik und nicht etwa das von Merkel geforderte Europa mehrerer Geschwindigkeiten, kritisieren hochrangige

Sozialdemokraten, Grüne und Linke in Brüssel. EurActiv Brüssel berichtet.

 

Bundeskanzlerin Angela Merkel schlug vergangene Woche beim Gipfeltreffen in Malta vor, die europäischen Spitzenpolitiker könnten sich in ihrer Erklärung

über die Zukunft der EU, die nächsten Monat in Rom aufgesetzt werden soll, einem Europa „unterschiedlicher Geschwindigkeiten“ verschreiben.

 

Ihre Aussage empörte vor allem die linke Mitte. Sie wirft Merkel vor, sie wolle

Europas reichen Norden vom armen Süden abspalten. Doch damit nicht genug. Die Sozialisten gehen sogar noch einen Schritt weiter. Ihr Argument: Ein solcher Vorschlag könne genauso gefährlich sein wie die Zukunftsvisionen der

Nationalisten und Europagegner.

 

Das Rad neu erfinden

Ob Merkels Vorschlag einen Wendepunkt für Europa darstellt? Die Bundeskanzlerin habe scheinbar das Rad neu erfunden, so die Antwort des Fraktionsvorsitzenden der Sozialisten und Demokraten (S&D), Gianni Pittella. Es gebe bereits ein Europa mehrerer Geschwindigkeiten, lenkt er ein. Die Euro-Zone und der Schengen-Raum seien hierfür die besten Beispiele.

 

„Die Tatsache, dass Merkel während ihres Wahlkampfes mit dieser nicht gerade

neuen Idee daherkommt, sollte uns eine Warnung sein“, kritisiert er. „Vor allem,

weil […] das Aufwärmen der Idee eines Europas der zwei Geschwindigkeiten nicht aus einer weitläufigen und tiefgreifenden europäischen Debatte hervorgeht.“

 

Die Sozialisten der EU würden laut Pittella nicht zulassen, dass man einen

“Luxus-Club“ der leistungsstärksten Länder Nordeuropas gründet, in dem die

Sparpolitik und „Falken wie [Bundesfinanzminister Wolfgang] Schäuble gegenüber den weniger starken Ländern Südeuropas die Rolle des absoluten Königsmachers übernehmen“.

 

Die Sozialdemokraten lehnen tiefere Integration durch eine verstärkte

Zusammenarbeit gewisser Mitgliedsstaaten nicht kategorisch ab. Diese Kooperation müsse sich in ihren Augen jedoch an einer gemeinsamen, wachstumsorientierten Haushaltspolitik ausrichten mit einem „wirklich europäischen Finanzminister, einer gemeinsamen Sozialagenda oder einer gemeinsamen Verteidigungs-, Sicherheits- und Migrationspolitik. Dann sind wir natürlich bereit an so etwas zu arbeiten und einen Beitrag zu leisten“, betont der Fraktionschef.

Wir dürfen nicht hinnehmen, dass man Europa in Puristen aus dem Norden und

Sünder aus dem Süden, wie sie es sieht, einteilt.“

 

Vertragsverletzungsverfahren gegen Deutschland

Für die Sozialdemokraten geht es nicht darum, ob sich die leistungsstärkere

Gruppe für andere Länder öffnen sollte, sondern um die notwendigen politischen Maßnahmen. „Wichtig ist, welche Art von Maßnahmen man integrieren möchte und wie. Erst wenn Inhalt und Verfahren feststehen, können wir unsere Haltung abschätzen“, so Pittella.

 

„Wir brauchen also eine politische Führung, die die wirtschaftliche, finanzielle

und politische Situation bewerten kann. Wir dürfen den riesigen Fehler, der in

Griechenland begangen wurde, nicht wegen der Unbelehrbarkeit einer einzigen

Person wiederholen. […] Wenn wir schon die dummen Regeln [des Stabilitäts- und Wachstumspaktes] befolgen, dann sollten wir auch ein

Vertragsverletzungsverfahren gegen Deutschland einleiten wegen seines

Handelsbilanzüberschusses. Das sind die Vorschriften. Wir wollen das nicht; wir wollen die Regeln ändern.“

 

Linke: Schluss mit der „Erpressung“

Auch Gabriele Zimmer (Die Linke), Vorsitzende der linksgerichteten GUE/NGL im EU-Parlament geht hart mit Merkel und Schäuble ins Gericht. Sie müssten damit aufhören, südeuropäische Länder wie Griechenland zu erpressen und europäische Partner für ihren eigenen Wahlkampf in Deutschland auszunutzen.

 

„Es ist einfach scheinheilig, jetzt eine EU der unterschiedlichen

Geschwindigkeiten vorzuschlagen, nachdem die Politik von Merkel und Co die

sozialen und wirtschaftlichen Ungleichheiten zwischen den Zentrums- und

Peripheriestaaten verstärkt hat“, so die deutsche Politikerin. Die aggressive

Exportpolitik von Ländern wie der Bundesrepublik habe erheblich dazu

beigetragen, die Kluft zwischen den EU-Mitgliedstaaten zu vertiefen.

 

„Statt unterschiedliche Geschwindigkeiten zu fördern, sollten wir den

politischen Kurs umkehren und uns für neue gerechtigkeitsfördernde Maßnahmen einsetzen wie zum Beispiel die Begrenzung von Handelsbilanzüberschüssen. Wir müssen uns für eine Sozialunion stark machen, um für mehr Konvergenz auf hohem Niveau zu sorgen“, fordert Zimmer.

 

Europa à la carte

Die beiden Fraktionschefs der Europäischen Grünen Partei, Monica Frassoni und Reinhard Bütikofer, reagierten in einer gemeinsamen Stellungnahme auf Merkels Vorschlag. Darin stellen sie sich entschieden gegen ein Europa à la carte, in dem „jeder tun kann was er will und das Parlament sowie die Kommission offensichtlich umgangen werden würden. […] Wir sagen nein zu einem Kerneuropa, das auf einem starken Euro und Sparvorschriften fußt.“

 

Die Grünen sind dafür, eine weitreichende, offene Gesprächsrunde zu

organisieren, in der alle politischen Intentionen vorgestellt werden. „Diese

Debatte wird klarstellen, wer alles eine politische Union möchte, die auf

Rechtsstaatlichkeit beruht, auf Innovationsgeist, dem Willen die europäische

Wirtschaft nachhaltig zu transformieren sowie auf der Notwendigkeit, für mehr

Demokratie, mehr Transparenz und Effizienz in den gemeinsamen Institutionen zu sorgen“, so die Grünen. „Sicher können wir damit beginnen, stärker in Fragen wie der Flüchtlingsverteilung, Besteuerung etc. zusammenzuarbeiten. Letzten Endes müssen wir jedoch mit unseren Differenzen fertig werden oder alles geht in die Luft.“ Sarantis Michalopoulos. Übersetzt von: Jule Zenker. EA 12

 

 

 

 

Mexiko: Keiner hat die Absicht, eine Mauer zu errichten

 

Nur kosten darf sie nicht zuviel, die Mauer zwischen den USA und Mexiko. Genau: die Mauer, die Mexiko bezahlen soll, laut US-Präsident Trump. Der Herr Präsident ist nicht zufrieden, weil er gelesen hat, dass die „große Grenz-MAUER mehr kosten wird als ursprünglich von der Regierung gedacht“ – so, damit haben wir jetzt auch mal einen Tweet von „The Donald“ zitiert. Sobald er in die Planungen einbezogen werde, wolle er die Kosten deutlich drücken. Was eigentlich nett ist, denn wie gesagt: Zahlen sollen für das Opus ja die Mexikaner.

Die Nachrichtenagentur Reuters hatte aus einem internen Bericht der US-Heimatschutzbehörde zitiert, in dem von 21,6 Milliarden Dollar die Rede ist. Trump hatte im Wahlkampf von etwa 12 Milliarden Dollar gesprochen. An diesem Sonntag werden in etwa zwanzig Städten Mexikos Großkundgebungen gegen Trump und seine Mauer stattfinden.

Höchste Zeit, um mal in Mexiko anzurufen. Zum Beispiel bei Pater Armando Javier Prado Flores: Das ist der Bischofsvikar für die Laien im Erzbistum Puebla. „Unser Erzbistum ist, was die Zahl der katholischen Gläubigen betrifft, das sechstgrößte“, sagt er uns. „Wir haben sechs Millionen Katholiken... und dann noch zwei Millionen in den USA. Das ist der Grund, warum das, was in den USA passiert, uns von nahem betrifft. Wir rechnen mit der zwangsweisen Rückführung von 30.000 Menschen aus den USA, und zwar direkt in die ärmste Region unseres Bistums; das macht uns Sorgen. Das Geld, das die Einwanderer in die USA in die Heimat schicken, war bisher jedes Jahr mehr, und das ist für Mexiko eigentlich sehr wichtig...“

Also – was tun Sie in Puebla, um auf die neuen, beunruhigenden Töne aus Washington zu reagieren? Prado Flores lässt erkennen, dass er schon fest mit massenweiser Abschiebung illegaler mexikanischer Einwanderer aus den USA zurück in ihre Heimat rechnet. „Das Erzbistum hat seine Einwanderer-Kommission gebeten, die Hotels und Pensionen um ein Beherbergen der Rückkehrer zu bitten. Und sie soll sich auch an die Gesellschaft, an die Regierung, NGOs und Unternehmer wenden, da geht es um Spenden und das Schaffen von Arbeitsplätzen. Wir sind nicht darauf vorbereitet, auf einmal 30.000 Menschen wieder bei uns aufzunehmen, das braucht eine große Anstrengung – nicht nur zu ihrer Aufnahme, sondern vor allem um gute Lebens- und Arbeitsmöglichkeiten herzustellen.“

Pater Prado Flores verrät uns nicht, ob er an diesem Sonntag ebenfalls  gegen Trump demonstrieren will. Aber wie die Stimmung unter den Leuten ist, das sagt er uns gern. „Die, die in die USA gegangen sind, haben das getan, weil sie mussten: Es ging ihnen um das pure Überleben. Und jetzt sind sie tief entmutigt. Auch hier spürt man im Moment vor allem Unsicherheit. Trump hat einiges angekündigt, aber man wird noch abwarten müssen, wie sich die Politik in den USA tatsächlich entwickelt.“

Dabei ist es in der neuen US-Einwanderungspolitik gar nicht nur bei Worten geblieben. Letzte Woche haben Beamte in mehreren US-Bundesstaaten  bei Razzien mehrere Hundert Einwanderer ohne Aufenthaltspapiere festgenommen. Es war nach Zeitungsangaben die größte Aktion dieser Art seit einer Anordnung des Präsidenten Donald Trump vom 26. Januar zum härteren Vorgehen gegen illegale Einwanderer. Offiziell richteten sich die Razzien gegen bekannte Straftäter, doch wurden auch Einwanderer ohne Vorstrafen festgenommen. In den USA leben Schätzungen zufolge rund elf Millionen Menschen ohne die nötigen Dokumente. Viele von ihnen sind Mexikaner.

„Die katholische Kirche von Puebla und von Denver hat ein gemeinsames Hilfs- und Seelsorgeprogramm für die Migranten entwickelt. Die Leitung der mexikanischen Bischofskonferenz hat sich außerdem mit dem Staatspräsidenten getroffen und ihm gesagt, in der jetzigen Zeit müssten wir unbedingt geeint bleiben, kreativ sein und vor allem den Bedürftigen noch näher sein. In Mexiko zirkuliert auf Whatsapp ein kleines Video, in dem Papst Franziskus Klartext redet: Alle Mauern fallen. Man sollte stattdessen Brücken der Freundschaft, der Arbeit, des Dienstes bauen, so der Papst. Das ermutigt viele Menschen sehr.“

(rv 12.02.)

 

 

 

 

Trump lässt sich nicht wegdemonstrieren. Die Proteste machen ihn nur stärker.

 

Es könnte doch so schön sein: Irgendwann in den kommenden Wochen – vielleicht schon früher als gedacht – wird Donald Trump Geschichte sein. Angewidert von immer neuen grotesken Politikfehlgriffen im Weißen Haus wird sich nicht nur eine breite Koalition progressiver US-Bürger, sondern endlich auch das republikanische Parteienestablishment gegen den Präsidenten wenden. Der Schulterschluss von Bürgerrechtlern über Minderheitenvertreter bis hin zu liberalen Kulturschaffenden und Aktivisten wird Trump aus dem Amt jagen und die Fackel der Freiheit in den Vereinigten Staaten neu entflammen. Deshalb gilt als Gebot der Stunde: Auf die Straße! Sich einmischen und protestieren, wo immer es geht.

Das Problem ist nur: So wird es nicht geschehen. Davon jedenfalls zeigt sich Julian E. Zelizer in einem aktuellen Meinungsbeitrag für die Washington Post überzeugt.

Zelizer ist politischer Historiker an der Universität Princeton und seine historische Perspektive erweist sich als ein für Trump-Gegner deprimierendes Stelldichein mit der Realität. Denn für Zelizer lautet die bittere Wahrheit, dass sich Donald Trump ebenso wenig von Plakate schwenkenden Demonstranten ins Bockshorn jagen lassen wird, wie der Prototyp republikanischer Hauruck-Präsidenten – Ronald Reagan.

Tatsächlich sind die Ähnlichkeiten zwischen beiden Amtsinhabern frappierend. Auch Reagan galt fortschrittlichen Amerikanern – und bei weitem nicht nur ihnen – seinerzeit geradezu als Inkarnation des Bösen. Breitbeinig, ganz bewusst anti-intellektuell und aggressiv-draufgängerisch mutierte er zum Lieblingsfeind progressiver Kräfte dies- und jenseits des Atlantiks. Ebenso wie Trump war auch Reagan fast fortwährend mit katastrophal niedrigen Zustimmungswerten konfrontiert. 34 Prozent der US-Bürger unterstützten ihn im Jahre 1982, eine Kette von Anti-Reagan Protestmärschen inbegriffen. Wo Reagan auch hinkam, die Protestierenden warteten schon. Zehntausenden demonstrierten regelmäßig in Europa, Millionen in den USA. Was folgte aber war weder ein Impeachment noch eine Abstrafung an der Wahlurne. Im Gegenteil: Die Konsequenz des Reagan-Bashings war ein triumphaler Erdrutschsieg bei den Wahlen 1984. Medien und progressive Kreise waren fassungslos. Wie konnte das nur passieren? Ein Schuft, wer Böses dabei denkt.

Denn was die Reagan-Gegner damals geflissentlich übersahen, war der nicht ganz unwesentliche Umstand, dass der Präsident zwar bei Ihnen verschrien, bei Republikanern aber gerade deshalb hochgradig beliebt blieb. Für Zelizer wiederholt sich diese Geschichte derzeit eins zu eins. Nur an die Stelle der Reagan-Gegner von einst sind nun die Trump-Verächter von heute getreten.

Denn die Meinungsforschung zeigt, dass das Entsetzen über die präsidialen Verordnungen aus dem Weißen Haus alles ist, aber nicht universell. So verweist Zelizer auf Umfragen, denen zufolge der Trump-Ansatz von seiner Kernwählerschaft und darüber hinaus von fast 90 Prozent der Republikaner nach wie vor mitgetragen wird. Lediglich 10 Prozent der Republikaner zeigen sich bislang mit Trump unzufrieden. Und immer noch 88 Prozent der Republikaner verteidigen selbst die umstrittenen Verordnungen über Flüchtlinge, die nicht nur in deutschen Medien nahezu unisono abgelehnt werden. Das Bild spiegelt sich bei den Demokraten, die Trump geschlossen ablehnen. Das Resultat: „Die Koalition, die Trump 2016 den Wahlsieg eingebracht hat, zeigt sich bisher alles andere als unzufrieden“, schreibt Zelizer. „Deshalb stehen seine Chancen für eine Wiederwahl 2020 nicht schlecht.“

Besonders bedenklich an dieser Entwicklung: Gerade die schrillen Proteste könnten dazu beitragen, dass sich die Reihen der Republikaner im Kongress und Senat noch fester um Trump schließen. Denn die Demonstrationen und der anhaltende polarisierende Kulturkampf, so meint jedenfalls Zelizer, könnten zwar die allgemeinen Zustimmungsraten beeinträchtigen, Trumps Wahlkoalition von 2016 aber umso stärker zusammenschweißen. Und auf die kommt es zumindest einem geborenen Polarisierer wie Trump ohnehin lediglich an. Wenn Zelizer Recht hat, ist mit dem Abtritt Trumps vor diesem Hintergrund für’s erste nicht zu rechnen. Leider. IPG 8

 

 

 

 

Hunderte Einwanderer festgenommen. Razzien versetzen Migranten in den USA in Angst

 

US-Präsident Trump macht Ernst und lässt die Behörden demonstrativ gegen illegale Einwanderer vorgehen. Mexikos Regierung spricht von einer neuen Realität und warnt seine Bürger in den USA.

Zahlreiche Razzien und verschärfte Kontrollen haben Migranten in den USA in Angst und Schrecken versetzt. Bei Durchsuchungen in mindestens sechs US-Bundesstaaten seien Hunderte Einwanderer ohne gültige Papier festgenommen worden, berichtete die Tageszeitung „Washington Post“ am Wochenende unter Berufung auf die US-Einwanderungsbehörde.

Es ist die bisher größte Aktion der US-Regierung unter Donald Trump seit seiner Anordnung, härter gegen illegale Einwanderer vorzugehen. Die mexikanische Regierung hat ihre Bürger in den USA zu besonderer Vorsicht aufgerufen. Sie sollten Kontakt zu ihrem zuständigen mexikanischen Konsulat aufnehmen, hieß es in einer Erklärung.

Die meisten sind Mexikaner

Bei einer Protestkundgebung am Samstag vor dem Weißen Haus in Washington berichtete eine junge Frau, sie fürchte auf dem Weg zur Arbeit jeden Tag, sie werde nicht wieder zu ihrem Kind zurückkehren. Eine weitere Frau sagte, ihre Mutter traue sich nicht mehr aus dem Haus. In den USA leben Schätzungen zufolge elf Millionen Einwanderer ohne gültige Papiere. Die meisten von ihnen sind Mexikaner.

Das mexikanische Außenministerium sprach von einer „neuen Realität“, auf die sich ihre Bürger in den USA einstellen müssten. Am Donnerstag hatte der Fall von Guadalupe García de Rayos in beiden Ländern Empörung ausgelöst. Die Mexikanerin war nach 21 Jahren in den USA abgeschoben worden. Die zweifache Mutter hatte eine gefälschte Sozialversicherungsnummer benutzt. Ihre Kinder haben die amerikanische Staatsbürgerschaft.

Familien auseinandergerissen

Laut der Washington Post betrafen die aktuellen Festnahmen auch Menschen, die bisher nicht oder nur wegen geringer Vorfälle polizeilich aufgefallen waren. „Dies ist offensichtlich die erste Welle von Attacken unter der Trump-Regierung und wir wissen, dass es nicht die einzige sein wird“, sagte Cristina Jiménez, Geschäftsführerin der Organisation „United We Dream“, die sich für Migranten einsetzt.

 Auch Politiker protestierten. Familien würden auseinandergerissen, und es sei „untragbar, dass unschuldige Kinder sehen, wie ihre Eltern abgeschoben werden“, beklagte die demokratische Politikerin Michelle Lujan Grisham, Vorsitzende des Rates hispanischer Kongressabgeordneter.

960.000 Abschiebebeschlüsse

Die Einwanderungs- und Zollbehörde erklärte in der New York Times, die kritisierten Razzien bedeuteten keine Beschleunigung. Die 100 Teams für flüchtige Migranten arbeiteten wie gewohnt. Zielgruppe bei den Festnahmen seien Straftäter. Gegen 960.000 Migranten lägen Abschiebebeschlüsse vor.

Auch unter Barack Obamas Präsidentschaft waren Abschiebungen Routine. Nach Regierungsangaben sind von 2009 bis 2016 mehr als 2,5 Millionen Menschen aus den USA abgeschoben worden. Mehr als die Hälfte davon war angeblich vorbestraft. Im Haushaltsjahr 2016 hat die Einwanderungsbehörde nach eigenen Angaben 240.000 Abschiebungen vorgenommen. (epd/mig 14)

 

 

 

 

Ischinger warnt EU vor amerikanischer „Kriegserklärung ohne Waffen“

 

Der Organisator der Münchner Sicherheitskonferenz, Wolfgang Ischinger, hat vor einer EU-feindlichen Politik der neuen US-Regierung gewarnt.

Sollte sie die EU wirklich zerstören wollen, wäre dies das Schlimmste, was passieren könne, sagte Wolfgang Ischinger am Montag in Berlin. „Das würde ich für den GAU in den transatlantischen Beziehungen halten. Das wäre – ohne Waffen – eine Kriegserklärung.“

Hintergrund sind Äußerungen von US-Präsident Donald Trump, wonach er den Brexit für richtig hält und er damit rechnet, dass weitere EU-Staaten folgen. Er hoffe deshalb, dass Trumps Stellvertreter Mike Pence dies bei seinem Auftritt in München am Samstag klarstellen werde. Die US-Regierung habe auch andere Äußerungen von Trump etwa über die Nato relativiert. Die Münchner Sicherheitskonferenz beginnt am Freitag.

Ischinger sagte, es mache ihm Angst, wenn Trump sage, er vertraue Kanzlerin Angela Merkel wie dem russischen Präsidenten Wladimir Putin gleichermaßen. Dies zeuge von keinem besonders entwickelten Weltbild. „Wir wissen nicht, ob sich der Präsident mit seinen teils haarsträubenden Aussagen durchsetzen wird.“ Er setze darauf, dass auch die neue US-Regierung kein Interesse an absehbaren Anti-Trump-Wahlkämpfen in Europa haben werde. Allerdings sei die Forderung nach höheren Verteidigungsausgaben der Europäer richtig.

Auf der Konferenz werden Dutzende Präsidenten und Regierungschefs erwartet. Allein 47 Außenminister und rund 30 Verteidigungsminister sollen anreisen. Auch die Außenminister der UN-Vetomächte China, Russland, Frankreich und Großbritannien sowie UN-Generalsekretär Antonio Guterres nehmen laut Ischinger teil. Kanzlerin Angela Merkel wird ebenfalls nach München kommen.

EurActiv mit Agenturen  13

 

 

 

 

 

Somalia. Sobald es neue Gewalt gibt, werden wir sofort wieder losrennen

 

Das Oberste Gericht in Kenia hat die Schließung des weltweit größten Flüchtlingslagers Dadaab verboten. Dort leben 260.000 Menschen, vornehmlich Somalier. Mohamed Shiekuna und Sahra Ulow Abdi das Lager freiwillig verlassen. Doch ihre Rückkehr nach Somalia bedauern zutiefst. VON Bettina Rühl

 

Als Mohamed Shiekuna auf dem Lkw zurück nach Hause saß, empfand er keinerlei Vorfreude. „Ich war voller Sorge“, erzählt der 50-jährige Vater von sechs Kindern. Aber weil seine Mutter in Somalia krank war, entschied er, mit seiner Familie das Flüchtlingslager Dadaab in Kenia nach zwölf Jahren zu verlassen. Nun hocken Shiekuna und seine Frau Sahra Ulow Abdi auf dem lehmigen Boden vor ihrer Wellblechhütte in der Hauptstadt Mogadischu und fühlen sich sichtbar unwohl.

Auch die Hütten ihrer Nachbarn sind notdürftig zusammengezimmert aus Wellblech, Pappe, Holz und Stoff. Das wilde Vertriebenenlager ist im „Universitätsviertel“ Mogadischus, benannt nach der staatlichen Uni gleich nebenan. Das Gebäude liegt seit vielen Jahren in Trümmern – eine von vielen Ruinen des langjährigen Bürgerkriegs. Auf und neben dem Campus leben Tausende Flüchtlinge. Einige sind ebenfalls aus Kenia zurückgekommen, aber die meisten fliehen in Somalia von Ort zu Ort, sind seit Jahren vor den immer wieder irgendwo neu ausbrechenden Kämpfen auf der Flucht.

Gericht verbietet Schließung des Lagers

Das Lager Dadaab im benachbarten Kenia entstand kurz nach Beginn des Bürgerkriegs 1991, zeitweise lebten dort mehr als 500.000 Menschen, vornehmlich Somalier. Die kenianische Regierung wollte den Lagerkomplex bis Ende November 2016 schließen, verlängerte die Frist dann um sechs Monate. Bewohner berichteten, sie würden unter Druck gesetzt, Dadaab zu verlassen.

Nun verbot Kenias Oberster Gerichtshof die Schließung, sie sei unverhältnismäßig und willkürlich, die Abschiebung der Bewohner verfassungswidrig. Die Reaktion der Regierung auf das Urteil bleibt abzuwarten. Aber die verbliebenen rund 260.000 Bewohner Dadaabs können wieder hoffen.

Abschiebungshilfe für Kenia?

Das UN-Flüchtlingshilfswerk UNHCR bringt freiwillige Rückkehrer nach Somalia, immer betonend, dass es keine Abschiebungshilfe für die kenianische Regierung leistet. Mehr als 40.000 nahmen die Hilfe bislang in Anspruch. Shiekuna und seine Familie kehrten jedoch auf eigene Faust zurück. Für die Plätze auf dem Lkw nach Somalia verkaufte er den Besitz der Familie: zwei Matratzen, Matten, Kochgeschirr. Druck sei auf ihn keiner ausgeübt worden, sagt der erschöpft und mutlos wirkende Mann.

Der Familienvater hätte vermutlich selbst ohne seinen Flüchtlingsausweis, den Shiekuna, wie er sagt, verloren hat, Anspruch auf Unterstützung gehabt. Er wusste es jedoch nicht. Seit drei Monaten ist die Familie nun in Mogadischu. „Bevor ich die Hütte hier bauen konnte, musste ich zwei Wochen lang auf Baustellen arbeiten.“ Jetzt stößt er die Wellblechtür zu der kleinen, fensterlosen Unterkunft auf, in der er mit seiner Frau und fünf ihrer sechs Kinder lebt. Im Dämmerlicht sind zwei Betten auszumachen, auf denen die Eltern nachts schlafen. Für die Kinder werden Matten auf den sandigen Boden gelegt. Genauso haben sie es schon in Dadaab gemacht.

Geflohen, um zur Ruhe zu kommen

Während Shiekuna sagt, er habe sich in Dadaab nie zu Hause gefühlt, sehnt sich seine Frau nach der Sicherheit des Lagers zurück. Sahra Ulow Abdi war in Mogadischu von einer Granate verletzt worden, ehe sie über die Grenze nach Kenia floh. In Dadaab fand sie so etwas wie Frieden. „Es gab da keine Gefechte, keinen Krieg, keine Kugeln“, erzählt Abdi mit hoffnungslosem Blick. „Ich war dahin geflohen, um zur Ruhe zu kommen, und das konnte ich in Dadaab.“ Mit dem Umzug nach Mogadischu kehrte ihre Angst zurück.

Auch ihr Mann ist inzwischen von Mogadischu enttäuscht. Er war gerade zwei Wochen zurück, da ging schon jemand mit dem Messer auf ihn los. „Wir warteten mit anderen Männern auf Arbeit. Jemand kam und bot einigen Leuten einen Job an, aber er konnte nicht alle von uns gebrauchen“, erinnert er sich. „So entstand Streit, und jemand stach auf mich ein, um mich aus dem Weg zu schaffen.“ Mohameds rechte Schulter schmerzt noch immer.

Einkommen reicht für eine Mahlzeit täglich

Weil er deshalb keine Jobs annehmen kann, lebt die Familie von dem, was seine Frau gelegentlich als Wäscherin verdient. Ihr mageres Einkommen reicht nur für eine Mahlzeit täglich. In Dadaab hatten sie immerhin drei Mal täglich etwas zu essen. Wenigstens können die Kinder weiter lernen, dank einer Hilfsorganisation, die nahe der zerstörten Universität eine Schule betreibt.

„Ich bedaure, dass ich zurückgekommen bin“, sagt Shiekuna. „Ich habe keinen Job, wir haben nicht genug zu Essen – in Dadaab ging es uns besser.“ Gleichzeitig weiß die Familie, dass es noch schlimmer werden kann. „Sobald es neue Gewalt gibt, werden wir sofort wieder losrennen“, sagt Shiekuna. Auch wenn er keine Ahnung hat, wohin. (epd/mig 14)

 

 

 

 

Enkelgeneration kriegt Schweizer Pass leichter

 

Enkelkinder von Einwanderern können den roten Pass künftig schneller und billiger beantragen. Das Schweizer Stimmvolk sagt Ja zur Reform des Einbürgerungsverfahrens und zwar deutlich. Für die rechtskonservative Partei SVP bedeutet das eine weitere Niederlage in ihrem Kernthema, der Ausländerpolitik. Von Kathrin Ammann

 

Nun also doch: Im vierten Anlauf stimmen Volk und Kantone für eine erleichterte Einbürgerung von Ausländerinnen und Ausländern der dritten Generation. 60,4 Prozent der Stimmenden und 17 Kantone sagten Ja.

 

Der Bundesbeschluss "über die erleichterte Einbürgerung von Personen der dritten Ausländergeneration" erfordert eine Verfassungsänderung. Hierfür ist das doppelte Mehr von Volk und Kantonen (Ständen) nötig. Die Kantone, die aufgrund früherer Abstimmungen zum Thema als Kipp-Kantone galten, stimmten alle zu.

Bundesrat zeigt sich zufrieden

"Der Bundesrat nimmt das Ja der Bevölkerung mit grosser Genugtuung zur Kenntnis", sagte Justizministerin Simonetta Sommaruga am Abend vor den Medien. "Heute freue ich mich vor allem für diese jungen Menschen, die bei uns bestens integriert sind – sie gehören zu uns.» Es werde sich nun zeigen, wieviele der Drittgeneratiönler von der erleichterten Einbürgerung Gebrauch machen würden.

In den nächsten Tagen beginne die Referendumsfrist zu laufen. Wenn kein Referendum eingehe, könne sich der Bundesrat an die Umsetzung des Gesetzes machen. «Ich gehe davon aus, dass die erleichterte Einbürgerung spätestens in einem Jahr in Kraft ist.»

Der Kompromiss

Eine ausländische Person dritter Generation darf ein Gesuch nur bis zu ihrem 25. Geburtstag einreichen. Sie muss in der Schweiz geboren und im Besitz einer Niederlassungsbewilligung (Ausweis C) sowie während mindestens fünf Jahren hier zur Schule gegangen sein. Auch ein Elternteil muss mindestens zehn Jahre in der Schweiz gelebt und hier mindestens fünf Jahre die Schule besucht sowie eine Niederlassungsbewilligung erworben haben. Schliesslich muss auch ein Grosselternteil schon das Aufenthaltsrecht in der Schweiz gehabt haben.

Resultat eines Kompromisses

Die Vorlage war das Resultat eines Kompromisses. Im Verlauf der parlamentarischen Debatten wurden die Bedingungen für eine erleichterte Einbürgerung verschärft. Ausser der rechtskonservativen Schweizerischen Volkspartei SVP waren alle Parteien mit dem Kompromiss zufrieden.

 

Für die SVP bedeutet das heutige Ja eine weitere Niederlage in der Ausländerpolitik. Im letzten Jahr hatte sie bereits die Abstimmungen zur Durchsetzungsinitiative und zum neuen Asylgesetz verloren. Das Stimmvolk habe den Versprechungen Glauben geschenkt, dass die "sogenannte" dritte Generation immer gut integriert sei und es keine Kontrollen mehr auf Gemeindeebene brauche, lautete die Reaktion der Partei nach dem heutigen Ja.

Linke sieht Signal für offene Schweiz

Aus Sicht der Befürworter ist das klare Ja zur erleichterten Einbürgerung ein Signal für eine offene und tolerante Schweiz. Trotz einer "unehrlichen" und "rassistisch" geprägten Kampagne der Gegner hätten sich die Stimmbürger nicht täuschen lassen, schrieb die sozialdemokratische Partei SP. Von einem "grossartigen Sieg" sprach die SP-Abgeordnete Ada Marra, welche die Verfassungsänderung vor acht Jahren angestossen hatte.

Noch deutlicher äussertenn sich die Grünen. Die erleichterte Einbürgerung der dritten Generation sei "überfällig" gewesen. Nun müsse der Zugang auch für andere Gruppen von Ausländerinnen und Ausländern erleichtert werden. Zufrieden zeigten sich auch die bürgerlichen Mitteparteien. Junge Ausländerinnen und Ausländer der dritten Generation seien meist nicht von gleichaltrigen Schweizerinnen und Schweizern zu unterscheiden, so die Christlichdemokratische Volkspartei CVP. Wichtig sei aber, dass es keinen Automatismus gebe. Als "Selbstverständlichkeit" für eine fortschrittliche Schweiz bezeichnet die BDP den Entscheid.

Vierter Anlauf erfolgreich

Dreimal hatte das Schweizer Stimmvolk Vorlagen zur erleichterten Einbürgerung bachab geschickt, das letzte Mal 2004. Damals stimmte eine knappe Mehrheit gegen die automatische Einbürgerung von Ausländern und Ausländerinnen der dritten Generation. Auch eine erleichterte Einbürgerung für die zweite Generation wurde abgelehnt.

 

Die heutige Vorlage ging weniger weit: Sie betrifft nur die dritte Generation und sieht keine automatische Einbürgerung vor. Darin sieht gfs.bern denn auch einen der Hauptgründe für das heutige Ja: "Wir sehen weniger einen grossen Wandel in der Sache. Vielmehr war die Vorlage moderater als alle bisherigen", heisst es auf der Internetseite des Forschungsinstituts. swissinfo.ch 12

 

 

 

 

 

 

 „Von Flüchtlingen zu Fachkräften – die ddn-Kompetenzoffensive“

 

Dortmund – Wie Flüchtlinge zu Fachkräften für den deutschen Arbeitsmarkt werden und welche betrieblichen Erfolgsbeispiele und zielführenden Hilfestellungen es für Unternehmen gibt, vermittelt das Demographie Netzwerk e.V. (ddn) auf seinem Demographie-Forum am 16. Februar 2017 auf der didacta Bildungsmesse in Stuttgart.

 

Unternehmensvertreter und Fachleute aus Bildungseinrichtungen und Expertengremien berichten aktuelle Erfahrungen und Erkenntnisse aus der Praxis und zeigen, wie die Integration erfolgreich für beide Seiten gelingen kann. Die einleitende Keynote hält ddn Vorstand Christoph Zeckra, Gesamtverantwortlicher des Generali Zukunftsfonds.

 

Unter der Überschrift „Lesson Learned“ diskutieren Connie Voigt (Inter Cultural Center, Potsdam) Dr. Otmar Döring (IQ-Netzwerk, Forschungsinstitut betriebliche Bildung, Nürnberg) und Christina Mersch, (Netzwerk Unternehmen integrieren Flüchtlinge, Berlin), erfolgreiche Wege zum Ziel.

 

Die Unternehmen Boehringer Ingelheim Pharma GmbH & Co KG, Ingelheim, die AOK Baden-Württemberg und die Lapp GmbH, beide Stuttgart, stellen ihre erfolgreich laufenden Integrationsprogramme vor und berichten aus der Praxis.

 

Im Open Panel werden die ddn-Vorstände Siegmar Nesch, stellvertretender Vorsitzender des Vorstandes der AOK Baden-Württemberg und Christoph Zeckra mit weiteren Teilnehmern Ansätze für eine konzertierte Kompetenzoffensive erörtern, die es Betrieben, Bildungseinrichtungen und Behörden ermöglicht, neue Allianzen zu schmieden und systematisch Synergien zu nutzen.

 

Hintergrund: Deutschlands Bevölkerung wächst wieder. Das Statistische Bundesamt geht in seiner Langzeitprognose von einer jährlichen Nettozuwanderung von 200.000 Menschen aus. Das weckt Hoffnungen, die kontinuierliche Alterung der Belegschaften zu bremsen und den Fachkräftemangel abzumildern. Ob dies gelingt und wie sich Einkommen und Wohlstand künftig in Deutschland entwickeln, hängt jedoch vor allem davon ab, die Ankommenden erfolgreich in Bildungs- und Ausbildungsinstitutionen zu integrieren. Entscheidend ist, die Flüchtlinge so zu qualifizieren, dass sie in dieser Gesellschaft einen produktiven Beitrag leisten können. Hier setzt das ddn-Demographie-Forum an.

 

Das ddn-Demographie-Forum findet statt am Donnerstag, 16. Februar 2017, 11.30 bis 16.00 Uhr, Bildungsmesse didacta, Forum Qualifizierung, Messe Stuttgart, Halle 6, Stand 6D89. Weitere Informationen über das demographie-Forum sowie zur Anmeldung finden Interessierte unter www.demographie-netzwerk.de

 

Studie. Stimmung gegenüber Flüchtlingen in Deutschland stabil

Skepsis und Zuversicht halten sich die Waage bei der Frage, ob Deutschland die Herausforderungen der Flüchtlingskrise bewältigen kann. Eine neue Studie der evangelischen Kirche belegt aber: Ein „Kippen“ der Stimmung gibt es nicht.

Die Deutschen begegnen den Flüchtlingen im Land offenbar zu etwa gleichen Teilen mit Zuversicht und Skepsis. Die Einstellung in der Bevölkerung sei nach wie vor geteilt, aber stabil, lautet das Ergebnis einer am Mittwoch in Hannover veröffentlichten Studie des Sozialwissenschaftlichen Instituts der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD). Die Erhebung beruht auf telefonischen Befragungen zu vier Zeitpunkten zwischen November 2015 und August 2016.

Entgegen mancher Befürchtung sei die Stimmung in Deutschland demnach nicht gekippt, heißt es in der Studie mit dem Titel „Skepsis und Zuversicht – Wie blickt Deutschland auf Flüchtlinge?“ Beide Stimmungslagen hielten sich die Waage. „Die Meinungen darüber, ob Deutschland die Herausforderungen aufgrund der Flüchtlingssituation bewältigen wird, waren bereits zu Beginn der Umfrage geteilt. Und daran hat sich bis August 2016 praktisch nichts geändert.“

Persönliche Erfahrungen stimmen zuversichtlich

An die 15 Prozent der Befragten zeigten sich durchweg sicher, dass Deutschland die Herausforderungen meistern würde. Etwa ebenso viele waren zu allen Zeitpunkten überzeugt, dass es nicht funktionieren würde. Jeweils rund 20 Prozent antworteten mit „eher nicht“ und „eher ja“. Die übrigen 30 Prozent mit „teils – teils“. Regionale Tendenzen waren dabei auszumachen: Im Westen bewege sich die Stimmungslage leicht zum Positiven, im östlichen Bundesgebiet überwiege die Skepsis.

Zu einer zuversichtlichen Perspektive tragen den Befragungen zufolge am stärksten positive Erfahrungen in der persönlichen Begegnung mit Geflüchteten bei. Das Engagement in der Bevölkerung sei insgesamt leicht gestiegen. Im November 2015 setzten sich den Zahlen zufolge 10,9 Prozent für Flüchtlinge ein, im Mai 2016 waren es 11,9 Prozent. Ohne Berücksichtigung von Sach- oder Geldspenden waren es im November 2015 7,3 Prozent der Bevölkerung, im Mai 2016 knapp neun Prozent.

Willkommenskultur kein Strohfeuer

Diese Ergebnisse zeigten, „dass das beeindruckende Engagement der Bevölkerung keineswegs das Strohfeuer einer nur vorübergehenden ‚Willkommenskultur‘ ist“, wird in der Studie betont. Der Einsatz der Bevölkerung müsse aber gewürdigt und weiter gefördert werden. Das gelte besonders im östlichen Bundesgebiet, wo die Engagierten weniger mit sozialer Anerkennung rechnen könnten.

Unterm Strich verbinde die Mehrheit der Deutschen mit der Zuwanderung anhaltend auch positive Entwicklungen, lautet ein weiteres Ergebnis. Deutlich mehr als vier Fünftel der Befragten bejahten die Aufnahme von Flüchtlingen in Deutschland als humanitäre Hilfeleistung. Auch die kulturelle Bereicherung wurde unterstrichen.

Sorgen kaum verändert

Zugleich hätten sich jedoch auch die Sorgen kaum verändert. An erster Stelle stehe die Sorge vor wachsendem Rechtsextremismus (mehr als 80 Prozent), gefolgt von befürchteter Konkurrenz auf dem Wohnungsmarkt (fast 80 Prozent). Auch Angst vor mehr extremistischen Muslimen im Land wurde vielfach geäußert (rund 70 Prozent).

Die Befragungen erfolgten im Rahmen bundesweiter telefonischer Mehrthemenumfragen des Meinungsforschungsinstituts Kantar Emnid. Zielgruppe waren deutschsprachige Befragte ab 14 Jahren. Zeitpunkte der Umfragen waren November 2015 sowie Februar, Mai und August 2016.

(epd/mig 9)

 

 

 

 

Kardinal über Populismus: „Angst ist kein guter Ratgeber“

 

 „Angst ist kein guter Ratgeber.“ Das gibt Kardinalstaatssekretär Pietro Parolin mit Blick auf populistische Tendenzen in Europa und in den USA zu bedenken. „Es besteht die Gefahr, dass sich die Geschichte wiederholt“, sagte der Kardinal im Interview mit der italienischen Nachrichtensendung TG 1. Das Gespräch wurde am Montagabend ausgestrahlt. „Sich einzuschließen ist kein gutes Zeichen, das rührt von Angst her“, so der vatikanische Staatssekretär. Der Heilige Stuhl sehe diese Entwicklungen mit Sorge.

Mit Blick auf die Wirtschaftskrise und die hohe Arbeitslosigkeit in Italien rief der Kardinal die Politik zu mehr Realismus und Effizienz auf: Die Politik sei „weit entfernt von den Menschen. Mit den Worten von Papst Franziskus: das ist eine selbstbezogene Welt.“ Die Politiker müssten dagegen „die Bedürfnisse der echten Menschen aufgreifen“ und „konkrete Antworten“ geben, so Parolin, der an die Bedeutung der Solidarität als „Basis des zivilen Zusammenlebens“ erinnerte.

Anlass des Interviews war der Jahrestag der Lateranverträge am 11. Februar. Das Konkordat zwischen dem Heiligen Stuhl und Italien unterzeichneten Mussolini und Papst Pius XII. im Februar 1929.  (rv/rai 1 14.02.)

 

 

 

 

CETA: Abkommen bleibt hinter Anforderungen einer ökologischen und sozialen Marktwirtschaft zurück

 

Zur Verabschiedung von CETA im Europäischen Parlament erklären Katrin

Göring-Eckardt und Cem Özdemir, SpitzenkandidatInnen von BÜNDNIS 90/DIE

GRÜNEN:

 

"Die informelle Große Koalition im Europäischen Parlament hat heute CETA

zugestimmt. Das Handelsabkommen tritt damit zu großen Teilen vorläufig

in Kraft. Die Grünen im Europaparlament haben heute zurecht CETA

abgelehnt, denn das vorliegende Abkommen bleibt hinter unseren

Anforderungen einer ökologischen und sozialen Marktwirtschaft zurück.

Sonderklagerechte für Konzerne oder Stillstands-Klauseln bei

Privatisierungen lehnen wir weiter entschieden ab. Fairer Handel basiert

auf hohen ökologischen und sozialen Standards für alle Beteiligten. CETA

treibt die internationale Öffnung der Märkte voran, ohne gleichzeitig

starke soziale, ökologische und demokratische Regeln zu verankern.

 

Damit taugt CETA nicht als Blaupause für eine europäische

Handelspolitik, die dem Protektionismus von Trump unser Ziel eines

internationalen Handels entgegenstellt, der den Menschen dient und hohe

ökologische und soziale Standards setzt. Gerade mit Kanada, einem

transatlantischen Partnerland, mit dem uns so viel verbindet wie mit

wenigen Staaten in der Welt, sollte ein echtes Zukunftssignal für solche

faire Handelsabkommen möglich sein. Europa muss zudem alles daran

setzen, die mulitlateralen Handelsverhandlungen im Rahmen der WTO in

Gang zu bringen.

 

Ob nach der Verabschiedung CETAs auf europäischer Ebene nun alle

Regional- und Nationalparlamente zustimmen, ist ungewiss. Auch in

Belgien, Österreich und Griechenland gibt es starke Vorbehalte gegen das

Abkommen. In der Bundesrepublik steht ein Urteil des

Bundesverfassungsgerichtes aus. Solange der Ratifizierungsprozess nicht

abgeschlossen ist, gelten die Klageregeln für Investoren nicht. Kanada

und die EU haben nun Zeit zu überdenken, wie sie ein faires

Investitionsschutzsystem aufbauen und starke soziale und ökologische

Standards den gemeinsamen Handel regeln können. Dies geschieht im

Idealfall durch Neuverhandlungen der problematischen Aspekte und muss im

Notfall durch nationale Vorbehalte eben dieser konditioniert werden. Wir

sehen im Prozess der mitgliedstaatlichen Ratifikation die Möglichkeit,

die kritischen Punkte des Abkommens neu zu verhandeln."

Buendnis 90/Die Gruenen 15

 

 

 

 

„Miteinander in Vielfalt“ – Expertenkommission legt Leitbild für die deutsche Einwanderungsgesellschaft vor

 

Unter dem Vorsitz von Staatsministerin Aydan Özoguz erarbeitete eine Expertenkommission der Friedrich-Ebert-Stiftung ein Leitbild für die deutsche Einwanderungsgesellschaft. Das Leitbild unter dem Motto „Miteinander in Vielfalt“ wurde nun der Öffentlichkeit präsentiert. Der Bundesvorsitzende der Arbeitsgemeinschaft Migration und Vielfalt in der SPD Aziz Bozkurt erklärt dazu:

 

Mit dem Leitbild unter dem Motto „Miteinander in Vielfalt“ schafft die Expertenkommission der Friedrich-Ebert-Stiftung eine wichtige Basis für eine sachliche Diskussion um das Selbstverständnis Deutschlands als Einwanderungsland. Das Ergebnis ist die beste Antwort auf die ewig gestrigen Rassisten, die das gesellschaftliche Klima vergiften. Respekt vor den Unterschieden, aber auch das Bewusstsein dafür, dass uns vieles verbindet, ist, was unsere Gesellschaft zusammenhält. Diese Haltung bringt das Leitbild zum Ausdruck.

 

Es führt darüber hinaus vor Augen, wie absurd die Leitkultur-Debatten der Konservativen waren und sind. Einen Beleg dafür gab es fast zeitgleich mit der Gründung der Expertenkommission. Die CDU in Schleswig-Holstein stieß im Frühjahr 2016 eine Diskussion zur Leitkultur an; Kern der Diskussion war die Erklärung, dass der Verzehr von Schweinefleisch ein Bestandteil unserer Kultur sei. Das Leitbild „Miteinander in Vielfalt“ beweist eindrücklich, dass Kultur mehr als nur ein Stück Fleisch ist.

 

Wir danken der Friedrich-Ebert-Stiftung für die Möglichkeit zur Teilnahme am Erstellungsprozess, den Kommissionmitgliedern und insbesondere der Vorsitzenden Aydan Özo?uz für die hervorragende Arbeit. Mit der Leitbild-Kommission wurden die Anregungen zahlreicher Organisationen wie dem Rat für Migration oder der Jungen Islamkonferenz aufgegriffen. Wir freuen uns auf kontroverse, aber auch verbindende Diskussionen. SPD 14

 

 

 

 

 

Studie. Arbeitsmarkt braucht mehr Einwanderer

 

Um das Arbeitskräfteangebot bis 2060 auf dem heutigen Niveau zu halten, ist eine jährliche Nettoeinwanderung von 400.000 Personen erforderlich. Das geht aus einer aktuellen Studie des Instituts für Arbeitsmarkt- und Berufsforschung hervor.

Trotz Einwanderung sinkt das Arbeitskräfteangebot laut einer neuen Studie bundesweit langfristig deutlich ab. „Liegt die jährliche Nettoeinwanderung in den nächsten Jahrzehnten bei rund 200.000 Personen, dann würde die Arbeitskräftezahl von heute 46 Millionen bis 2060 auf unter 40 Millionen sinken“, erklärte das Institut für Arbeitsmarkt- und Berufsforschung (IAB) am Donnerstag in Nürnberg. Dabei seien die längere Erwerbsbeteiligung Älterer sowie die steigende Berufstätigkeit von Frauen schon eingerechnet.

Um das Arbeitskräfteangebot bis 2060 auf dem heutigen Niveau zu halten, wäre eine jährliche Nettoeinwanderung von 400.000 Personen erforderlich, betonten die Forscher der zur Bundesagentur für Arbeit gehörenden Einrichtung.

Weniger junge Arbeitskräfte

Künftig sinkt den Angaben nach auch die Zahl der Arbeitskräfte jüngeren und mittleren Alters. So waren im Jahr 2015 9,5 Millionen Erwerbspersonen jünger als 30 Jahre. Den Berechnungen zufolge wären es trotz des Zuzuges von jährlich rund 200.000 Personen, was dem langjährigen Durchschnitt entspricht, 2030 gut 8 Millionen und 2060 rund 7,5 Millionen. Die Zahl der 30- bis 49-jährigen Beschäftigten ginge von 20,2 Millionen auf 19,6 Millionen im Jahr 2030 zurück.

In ihrem Fazit halten die Arbeitsmarktforscher fest: „Die Anerkennung Älterer in der Gesellschaft, die Vereinbarkeit von Familie und Beruf sowie die Integration von Migranten sind Ziele, deren Stellenwert aus der Arbeitsmarktperspektive heraus noch zunimmt.“ (epd/mig 17)

 

 

 

Darmspiegelung schon ab 50 - vor allem für Männer

 

Stuttgart - Ab dem Alter von 55 Jahren haben gesetzlich Krankenversicherte Anspruch auf eine Darmspiegelung zur Früherkennung von Darmkrebs. Eine gemeinsame Studie vom Deutschen Krebsforschungszentrum (DKFZ), der AOK Baden-Württemberg, der Bosch BKK und MEDI Baden-Württemberg legt nun nahe, diese Altersgrenze zu senken: Die Untersuchung ist routinemäßig schon ab dem Alter von 50 sinnvoll - insbesondere für Männer.

2002 wurde die Vorsorge-Darmspiegelung in das Krebs-Früherkennungsprogramm der gesetzlichen Krankenkassen aufgenommen. Ab dem Alter von 55 Jahren haben Versicherte Anspruch auf die Untersuchung, bei der eventuell entdeckte Krebsvorstufen sogleich entfernt werden können. Seither ist die Darmkrebs-Neuerkrankungsrate deutlich zurückgegangen - und zwar ausschließlich in der Altersgruppe, der das Screening angeboten wird.

"In den ersten zehn Jahren haben mehr als vier Millionen Menschen an einer Vorsorge-Darmspiegelung teilgenommen. Das hat nach unseren Berechnungen etwa 180.000 Darmkrebsfälle verhindert", sagt Hermann Brenner vom Deutschen Krebsforschungszentrum. Bei Menschen ohne familiäre Belastungen tritt Darmkrebs vor dem Alter von 50 Jahren äußerst selten auf. Danach steigt die Erkrankungsrate kontinuierlich an. Nationale und internationale Leitlinien empfehlen daher die Krebsvorsorge bereits ab 50 Jahren. "Durch die Zusammenarbeit mit der AOK Baden-Württemberg, der Bosch BKK und MEDI Baden-Württemberg hatten wir erstmals die Möglichkeit, an einer großen Bevölkerungsgruppe zu prüfen, welche Ergebnisse mit dem Angebot der Vorsorge-Darmspiegelung ab 50 Jahren zu erzielen sind", so Brenner.

Seit 2017 ist ein Einladungsverfahren für die Früherkennung durch die Darmspiegelung ab dem Alter von 55 gesetzlich vorgesehen. Bundesweiter Vorreiter ist dabei seit Jahren das Facharztprogramm Gastroenterologie von AOK Baden-Württemberg und Bosch BKK. Dort wird das Einladungsschreiben bereits seit 2011 für Teilnehmer ab dem 55. Geburtstag und seit 2014 für Teilnehmer ab dem 50. Geburtstag umgesetzt.

Die Studienergebnisse bestätigen den Beteiligten die Richtigkeit des Weges: "Es wird eindeutig belegt, wie unverzichtbar Früherkennung bei Darmkrebs gerade auch bei Jüngeren ist. Wer an unserem Haus- und Facharztprogramm teilnimmt, kann die kostenlose Darmspiegelung bereits ab 50 Jahren in Anspruch nehmen. Ich empfehle dies nachdrücklich", so der Vorstandschef der AOK Baden-Württemberg, Dr. Christopher Hermann.

Insgesamt 84.726 Versicherte der AOK Baden-Württemberg im Alter zwischen 50 und 54 Jahren erhielten in den Jahren 2014 und 2015 eine persönliche Einladung zu einer Früherkennungs-Darmspiegelung. Eingeladen wurden ausschließlich Personen, die in den Jahren zuvor keine Darmspiegelung beansprucht hatten, nicht an Krebs erkrankt und in das Hausarzt- oder das Facharztprogramm der AOK eingeschrieben waren.

1,9 Prozent der Angeschriebenen leisteten der Einladung Folge. Bei den insgesamt 1396 Untersuchungen wurden in 6,8 Prozent der Fälle Darmkrebs oder Darmkrebsvorstufen, so genannte fortgeschrittene Adenome, entdeckt und abgetragen.

Die Untersuchung offenbarte einen deutlichen Unterschied zwischen den Geschlechtern: Während bei nur 4,5 Prozent der Frauen dieser Altersgruppe Darmkrebs oder Vorstufen gefunden wurden, traten sie bei Männern mit 8,6 Prozent fast doppelt so häufig auf. Das heißt, die Ärzte entdeckten bei jeder zwölften Untersuchung von Männern zwischen 50 und 54 eine verdächtige Gewebeveränderung. Dagegen müssten bei Frauen dieser Altersgruppe 22 Darmspiegelungen durchgeführt werden, um einen relevanten Befund zu entdecken.

"Damit sind Darmkrebs und seine Vorstufen bei Männern dieser Altersgruppe sogar häufiger als bei den 55 bis 69-jährigen Frauen, bei denen die Darmspiegelung ganz selbstverständlich zum Krebsfrüherkennungsangebot gehört. Das ist ein überzeugender Grund dafür, die Altersgrenze für die Vorsorge-Koloskopie zumindest bei Männern schon vom 50. Geburtstag an routinemäßig anzubieten", ist das Fazit Hermann Brenners. Andere Länder, etwa Österreich, haben die Vorsorgeuntersuchung bereits ab 50 Jahren in ihr Krebsfrüherkennungsprogramm aufgenommen. GA 10

 

 

 

 

Verurteilungen 2015. Sieben von zehn Täter sind deutsche Staatsbürger

 

Die Zahl der Verurteilten in Deutschland sinkt. 2015 wurden rund 740.000 Personen verurteilt, davon waren 530.000 deutsche Staatsbürger. Haftstrafen ohne Bewährung wurden in 32.000 Fällen verhängt.

Die Gerichte in Deutschland verurteilen immer weniger Menschen wegen einer Straftat. 2015 wurden rund 739.500 Personen rechtskräftig verurteilt. Das waren 1,2 Prozent weniger als im Vorjahr, wie das Statistische Bundesamt am Donnerstag in Wiesbaden mitteilte. Die Verurteiltenzahl sei seit 2007, als die Strafverfolgungsstatistik erstmals in allen Bundesländern erhoben wurde, kontinuierlich zurückgegangen. Sie habe 2015 um rund 18 Prozent unter dem Stand von 2007 gelegen.

Besonders viele Menschen wurden 2015 demnach wegen Eigentums- und Vermögensdelikten belangt (353.000 Verurteilte), gefolgt von Straftaten im Straßenverkehr (151.000) und Straftaten gegen die Person wie beispielsweise Körperverletzung oder Tötungsdelikte (109.500). Die überwiegende Mehrheit der Verurteilten waren männlich (593.000 Personen), wie die Behörde weiter mitteilte. Die meisten Täter hatten die deutsche Staatsangehörigkeit (530.000).

32.000 Haftstrafen ohne Bewährung

Bei 91 Prozent der Verurteilten wandten die Gerichte das allgemeine Strafrecht an, bei 9 Prozent das Jugendstrafrecht. Das stärker am Erziehungsgedanken ausgerichtete Jugendstrafrecht kann auch für Heranwachsende (18 bis 20 Jahre) herangezogen werden, wenn das Gericht eine verzögerte Reife feststellt.

Innerhalb des allgemeinen Strafrechts überwog den Angaben zufolge mit 84 Prozent die Geldstrafe als Hauptsanktionsart. 107.100 Personen (16 Prozent) wurden zu einer Freiheitsstrafe verurteilt, die bei der Mehrheit (75.300 Personen) zur Bewährung ausgesetzt wurde. Innerhalb des Jugendstrafrechts verhängten die Richter bei 84 Prozent der Verurteilten sogenannte Zuchtmittel und Erziehungsmaßregeln wie beispielsweise Jugendarrest oder Arbeitsauflagen. 10.600 Personen (16 Prozent) erhielten eine Jugendstrafe, die bei 6.400 zur Bewährung ausgesetzt wurde. (epd/mig 10)

 

 

 

 

Erwerbstätigen-Zahl schrumpft. Deutschland verliert Millionen Arbeitskräfte

 

Auch mit massiver Zuwanderung ist es laut einer Studie kaum möglich, die sinkende Zahl der Erwerbspersonen in Deutschland auszugleichen. Für Unternehmen gibt es allerdings Strategien, mit dem zu wartenden Arbeitskräftemangel umzugehen.

Deutschland muss sich nach Prognosen von Arbeitsmarktforschern in den nächsten vier Jahrzehnten auf einen massive Arbeitskräfte-Rückgang einstellen. Das geht aus einer in Nürnberg veröffentlichten Langzeitprognose des Instituts für Arbeitsmarkt- und Berufsforschung (IAB) zum so genannten Erwerbspersonenpotenzial hervor.

Die Abwärtsentwicklung lasse sich selbst mit Zuwanderern allenfalls abmildern, schreiben die Fachleute. Selbst bei 200.000 Zuwandern im Jahr werde die Zahl der Männer und Frauen im erwerbsfähigen Alter im Jahr 2060 um rund 6,9 Millionen niedriger liegen als heute. Sie werde voraussichtlich von 45,832 Millionen im Jahr 2015 auf 38,9 Millionen zurückgehen, haben die Nürnberger Wissenschaftler errechnet.

In der Rechnung ist bereits einkalkuliert, dass künftig mehr Frauen auf den Arbeitsmarkt drängen werden und ältere Beschäftigte länger in ihrem Beruf bleiben. Ohne Zuwanderung würde es nach der IAB-Prognose mit der Zahl der Erwerbspersonen noch deutlich schneller bergab gehen, heißt es. Bereits im Jahr 2030 würde die Zahl der Arbeitskräfte um 3,8 Millionen sinken, im Jahr 2050 gäbe es bereits knapp 11,4 Millionen weniger Arbeitskräfte; bis zum Jahr 2060 würde die Lücke auf rund 15 Millionen steigen.

Um das Arbeitskräfteangebot auf dem heutigen Niveau zu halten, bräuchte Deutschland nach Berechnungen der Denkfabrik der Bundesagentur für Arbeit in den kommenden Jahrzehnte jährlich eine Zuwanderung von 400.000 ausländischen Arbeitskräften.

Digitalisierung kann Unternehmen helfen

Hauptgrund für die wachsende Arbeitskräfte-Lücke ist nach Feststellungen der Forscher neben der Überalterung der deutschen Gesellschaft die niedrige Geburtenrate: Allein zwischen 2015 und 2030 gingen auf das Konto des demografischen Effekts mehr als 6 Millionen Arbeitskräfte, bis 2060 seien es 18,1 Millionen. Diesem werden voraussichtlich nur knapp 3 Millionen zusätzliche erwerbsfähige Frauen und Ältere gegenüberstehen und die Entwicklung abmildern.

Der Arbeitskräftemangel müsse dennoch nicht zwangsläufig in einen Fachkräftemangel münden, geben die Forscher zu bedenken. Volkswirtschaften seien in der Lage, sich an solche veränderten Situationen anzupassen. Abgefedert werden könnte die sinkende Zahl der Erwerbspersonen auch von der zunehmenden Digitalisierung der Wirtschaft. Trotzdem werde künftig Zuwanderung notwendig sein. Auch müsse mehr dafür getan werden, Müttern die Rückkehr ins Berufsleben und Älteren den längeren Verbleib in ihrem Job zu ermöglichen.

Ende 2016 war die Erwerbstätigenzahl in Deutschland indes dank der guten Konjunktur und mehr Jobs in Dienstleistungsberufen auf einen Höchststand gestiegen. Mit 43,7 Millionen Menschen mit Arbeitsort in der Bundesrepublik zählte das Statistische Bundesamt im vierten Quartal einen Rekord seit der Wiedervereinigung, wie es in Wiesbaden mitteilte.

Allerdings legte die Beschäftigung mit einem Plus von 0,6 Prozent gemessen am Vorjahresquartal langsamer zu. Im ersten Quartal 2016 hatte das Plus binnen Jahresfrist noch 1,3 Prozent betragen, im zweiten Quartal 1,2 Prozent und im dritten Quartal 0,8 Prozent. Während mehr Arbeitsplätze in der Dienstleistungsbranche entstanden, sank die Zahl der Jobs im Produzierenden Gewerbe (ohne Baugewerbe) sowie in der Land- und Forstwirtschaft und der Fischerei.   n-tv.de, mbo/dpa 17

 

 

 

 

4,3 Millionen Menschen mit Migrationshintergrund in NRW. Fortschritte bei Bildung und Arbeit

 

Jeder vierte Einwohner in Nordrhein-Westfalen hat einen Migrationshintergrund. Bei den Kindern von drei bis sechs Jahren sind es sogar 40 Prozent, bei den über 65-Jährigen nur 11,7 Prozent. Das ist das Ergebnis der aktuellen Zuwanderungs- und Integrationsstatistik, die Integrationsminister Rainer Schmeltzer in Düsseldorf vorgestellt hat. Die höchste Zuwanderung hatten Düsseldorf und Hamm (jeweils 34,3 Prozent), die niedrigste der Kreis Coesfeld (13,2 Prozent).

 

Durch die starke Zuwanderung der vergangenen Jahre ist die Zahl der Ausländer in NRW bis Jahresende 2015 auf 2,27 Millionen angestiegen, eine Steigerung von 200.000 gegenüber dem Vorjahr: „NRW war und ist eine der wichtigsten europäischen Einwanderungsregionen. Das gilt für die Fachkräfte und die Flüchtlinge gleichermaßen“, sagte Schmeltzer.

 

2015 sind 485.000 Personen aus dem Ausland nach NRW zugewandert, 211.000 verließen das Land wieder. Der Wanderungsgewinn von 274.000 war der höchste seit 1995. Wichtigstes Herkunftsland war 2015 Syrien mit 77.000 Zu- und 5.800 Fortzügen. Die Wanderungsbilanz mit der Türkei war erneut negativ. Knapp 8.300 türkische Staatsangehörige wanderten aus NRW ins Ausland ab, 8.000 wanderten zu.

 

Positiv äußerte sich Minister Schmeltzer zu den Fortschritten bei Bildung und Erwerbstätigkeit. „Viele Migranten sind hervorragend qualifiziert. Jeder Dritte zwischen 18 und 65 Jahren hat die Fachhochschulreife oder sogar Hochschulreife. Das sind Fachkräfte, die unsere Wirtschaft braucht“, betonte der NRW-Integrationsminister. „Aber es gibt auch überproportional viele ohne Schulabschluss – 13,9 Prozent verglichen mit nur 2,1 Prozent bei den Personen ohne Migrationshintergrund.“

 

Gut entwickelt hat sich in den vergangenen Jahren die Verankerung auf dem Arbeitsmarkt. Die Erwerbstätigenquote von Migranten ist von 2005 bis 2015 von 53,1 auf 60,8 Prozent angestiegen. Bestätigt wird der Aufwärtstrend durch die Halbierung der Erwerbslosenquote bei den Migranten von rund 19 Prozent 2005 auf 9,2 Prozent 2015. Damit liegt sie aber immer noch doppelt so hoch wie bei den Menschen ohne Migrationshintergrund. Die höchsten Erwerbstätigenquoten haben Migrantinnen und Migranten in den eher ländlich geprägten Regionen. An erster Stelle steht der Kreis Olpe (73,2 Prozent). Am niedrigsten ist sie vor allem in den Städten des Ruhrgebiets.

 

Der Schwerpunkt der diesjährigen Veröffentlichung liegt auf Frauen mit Migrationshintergrund. Laut Statistik verfügen 33,9 Prozent der Frauen mit Migrationshintergrund in NRW über die (Fach-)Hochschulreife und damit mehr als bei den Männern (30,8 Prozent). Auf der anderen Seite sind 15,2 Prozent der Frauen mit Migrationshintergrund ohne allgemeinbildenden Abschluss und somit ein etwas größerer Teil als bei den Männern. Groß ist nach wie vor der Abstand zu den Frauen ohne Migrationshintergrund, hier haben nur 1,9 Prozent keinen Abschluss.

 

„Insgesamt liefert unsere Statistik ein differenziertes Bild“, resümierte Integrationsminister Schmeltzer. „Wir sehen Fortschritte bei Bildung und Arbeit, aber immer noch einen deutlichen Rückstand zu den Menschen ohne Migrationshintergrund. Diesen Schritt für Schritt abzubauen, das ist das Ziel unserer Integrationspolitik in Nordrhein-Westfalen“, betonte Schmeltzer.

 

Weitere Ergebnisse im Einzelnen: - 18,4 Prozent der ausländischen, aber 41,4 Prozent der deutschen Schulabgängerinnen und -abgänger erlangten 2015 die Hochschulreife. Gegenüber 2005 bedeutet dies einen Anstieg um 8,2 Prozentpunkte bei ausländischen Schulabgängerinnen und -abgängern, allerdings war der Anstieg bei der entsprechenden deutschen Gruppe mit 13,6 Prozentpunkten deutlich höher.

- Die Erwerbstätigenquote der Frauen mit Migrationshintergrund ist mit 53,3 Prozent deutlich niedriger als bei Frauen ohne Migrationshintergrund (70,3 Prozent). Vergleichsweise hohe Erwerbstätigenquoten weisen deutsche Frauen mit Migrationshintergrund (60,2 Prozent) und ausländische Frauen aus EU-Ländern (61,0 Prozent) auf.

Weitere Informationen auf der Homepage des Integrationsmonitorings Nordrhein-Westfalen unter: www.integrationsmonitoring.nrw.de. dip

 

 

 

 

 

Integration und Chancengleichheit

 

Özoguz und SPD-Stiftung stellen Leitbild für Einwanderung vor

Eine Expertenkommission der Friedrich-Ebert-Stiftung hat ein Leitbild für die Einwanderungsgesellschaft entwickelt. In dem Papier sind ein Bündel an Maßnahmen formuliert, unter anderem ein Einwanderungs- und ein Bundespartizipationsgesetz.

 

Eine Expertenkommission der SPD-nahen Friedrich-Ebert-Stiftung facht die Debatte über ein Einwanderungsgesetz neu an. Deutschland sei faktisch ein Einwanderungsland, dazu müsse es klare Regeln für alle Formen der Migration geben, sagte die Integrationsbeauftragte der Bundesregierung, Aydan Özo?uz (SPD), am Dienstag bei der Vorstellung des „Leitbilds für die Einwanderungsgesellschaft„. Özoguz ist Vorsitzende der 38-köpfigen Kommission, die auf Einladung der Friedrich-Ebert-Stiftung das neue Leitbild entwickelte.

Özo?uz betonte, mit den Leitlinien wolle die Kommission die Debatte über Chancengleichheit von Migranten forcieren und die Wahrnehmung von Migration in der Gesellschaft verbessern. „Vermeintliche Obergrenzen oder Deckelungen der Einwanderung sind keine wirkliche Lösung“, sagte sie. Vielmehr müssten Strukturen geschaffen werden, um Zuwanderung zu bewältigen und Konkurrenzdenken zwischen gesellschaftlichen Gruppen zu überwinden.

BRD eines der größten Einwanderungsländer der Welt

Der Berliner Arbeitsmarktexperte und Kommissions-Ko-Vorsitzende Herbert Brücker unterstrich, Deutschland sei eines der größten Einwanderungsländer der Welt. Dies sei aber keine Bedrohung für die Gesellschaft, sondern ein Prozess, der gestaltet werden müsse. „Für Volkswirtschaften ist Vielfalt eine wesentlich Quelle für Wohlstand“, sagte er. Brücker sprach sich deshalb für einen leichteren Zugang von Migranten zum Arbeitsmarkt, bessere kommunale Mitbestimmungsrechte und einen leichteren Zugang zur deutschen Staatsbürgerschaft aus.

Die Kommission plädierte außerdem dafür, das Grundgesetz um ein Bekenntnis zur Chancengleichheit bei Einwanderung zu erweitern und ein Bundespartizipationsgesetz auf den Weg zu bringen, das Regeln für die weitere interkulturelle Öffnungen von Verwaltungen des Bundes regeln soll. Außerdem schlug sie einen Nationaler Rat für Integration und verstärkte politische Bildung ähnlich dem Nationalen Ethikrat vor.

Auch eine Enquete-Kommission im Bundestag zu Fragen der Integration und Chancengleichheit von Migranten und der Notwendigkeit eines Einwanderungsministeriums sei denkbar, sagte Özoguz. „Auf kurz oder lang“ werde es in Deutschland ein solches Ministerium geben müssen, betonte sie. (epd/mig 15)

 

 

 

 

Philipp Schwartz-Initiative: Förderprogramm für verfolgte Forscher wird weiter ausgebaut

 

Bis zu 30 weitere gefährdete Wissenschaftlerinnen und Wissenschaftler können ab August 2017 an deutschen Universitäten und Forschungseinrichtungen forschen.

 

Die Alexander von Humboldt-Stiftung startet heute mit Unterstützung des Auswärtigen Amts die dritte Runde der Philipp Schwartz-Initiative. Mit dem Programm unterstützt sie Forscher, die Schutz in Deutschland suchen, weil ihnen in ihren Heimatländern Krieg oder Verfolgung drohen.

Die Initiative versetzt Universitäten und Forschungseinrichtungen in Deutschland in die Lage, gefährdete ausländische Forscher für zwei Jahre bei sich aufzunehmen, damit diese ihre Arbeit fortsetzen können.

Die neue Ausschreibung für die Philipp Schwartz-Initiative beginnt heute. Hochschulen und Forschungseinrichtungen, die gefährdete Wissenschaftler bei sich aufnehmen möchten, können sich bis zum 21. April 2017 bei der Humboldt-Stiftung bewerben. Nähere Informationen zum Programm finden Sie hier.

Außenminister Sigmar Gabriel: „In vielen Teilen der Welt werden Wissenschaftler weiterhin für ihre Ansichten verfolgt oder durch Kriege bedroht. Die bewegenden Schicksale der bisherigen Philipp Schwartz-Stipendiaten haben uns gezeigt, wie wichtig unsere Unterstützung für gefährdete Forscher ist. Diese Wissenschaftler sind auch ein Gewinn für unsere Hochschulen. Sie leisten nicht nur wertvolle Beiträge für die Forschung, sie helfen auch, bei Studierenden ein Bewusstsein dafür zu entwickeln, wie wichtig die akademische Freiheit ist.“

Bisher haben 69 Wissenschaftler aus Syrien, der Türkei, dem Irak, Burundi, Jemen, Libyen, Pakistan, Sudan, Tadschikistan und Usbekistan durch die Philipp Schwartz-Initiative die Möglichkeit, an den ausgezeichneten Institutionen in Deutschland zu forschen. Mit der neuen Runde der Initiative wird die Gesamtzahl der Geförderten ab August auf etwa 100 Stipendiaten steigen.

„Wir freuen uns, dass wir die Unterstützung gefährdeter Forscher in Deutschland auf eine immer breitere Basis stellen können“, betont Enno Aufderheide, Generalsekretär der Alexander von Humboldt-Stiftung. „Inzwischen haben Hochschulen und Forschungseinrichtungen aus fast dem ganzen Bundesgebiet gefährdete Forscher aufgenommen. Unter den Gastinstitutionen finden sich zunehmend auch kleinere Institute und Fachhochschulen, was wir besonders begrüßen“, so Aufderheide.

Die Alexander von Humboldt-Stiftung kooperiert bei der Philipp Schwartz-Initiative mit erfahrenen Partnerorganisationen wie dem Scholars at Risk Network, dem Scholar Rescue Fund des Institute of International Education sowie dem Council for At-Risk Academics.

Die Zuwendungen des Auswärtigen Amts zur Finanzierung der Philipp Schwartz-Initiative werden durch private Zuwendungen ergänzt. Bisher haben die Alfried Krupp von Bohlen und Halbach-Stiftung, die Fritz Thyssen Stiftung, die Gerda Henkel Stiftung, die Klaus Tschira Stiftung, die Robert Bosch Stiftung und die Stiftung Mercator die Initiative mit Mitteln in Höhe von fast 1,7 Millionen Euro unterstützt.

Die Initiative ist nach dem Pathologen jüdischer Abstammung Philipp Schwartz benannt, der 1933 vor den Nationalsozialisten aus Deutschland fliehen musste und die „Notgemeinschaft deutscher Wissenschaftler im Ausland“ gründete.

 

Die Alexander von Humboldt-Stiftung

Jährlich ermöglicht die Humboldt-Stiftung über 2.000 Forschern aus aller Welt einen wissenschaftlichen Aufenthalt in Deutschland. Die Stiftung pflegt ein Netzwerk von weltweit mehr als 28.000 Humboldtianern aller Fachgebiete in über 140 Ländern – unter ihnen 54 Nobelpreisträger.   

Innenministerium

Zahl der Asylsuchenden weiter rückläufig

Im Januar 2017 sind rund 14.500 neue Asylsuchende nach Deutschland eingereisten. Die meisten kamen aus Syrien, Irak, Eritrea und Afghanistan. Damit ist die Zahl der Asylsuchenden weiter rückläufig: Im Januar 2016 wurde noch von 90.000 Schutzsuchenden ausgegangen.

Im ersten Monat des Jahres wurden rund 14.500 neue Asylsuchende in Deutschland erfasst. Das Bundesinnenministerium veröffentlichte am Mittwoch in Berlin die Asylstatistik für Januar. Erstmals fußen die Angaben auf dem neuen Kerndatensystem, mit dem alle neuen Flüchtlinge registriert werden und das Mehrfacherfassungen ausschließen soll.

Hauptherkunftsländer der Asylsuchenden waren Syrien (rund 2.700), Irak (rund 1.100) und Eritrea (rund 1.000). Mit 963 Asylgesuchen landete Afghanistan auf Platz vier der Hauptherkunftsländer.

Im Januar 71.000 Anträge entschieden

Das Bundesamt für Migration und Flüchtlinge entschied den Angaben zufolge im Januar über fast 71.000 Asylanträge. 23,3 Prozent der Antragsteller erhielten den Schutz nach der Genfer Flüchtlingskonvention oder Asylrecht nach dem Grundgesetz. Für weitere 18,4 Prozent wurde der untergeordnete subsidiäre Schutz erteilt, der den Familiennachzug ausschließt. Für 5,7 Prozent der Antragsteller wurden Abschiebungsverbote ausgestellt.

Die Zahl unerledigter Asylanträge beim Bundesamt lag Ende Januar bei rund 385.000 und ist damit erstmals wieder unter die 400.000er-Marke gesunken. Der Antragsberg war durch die große Fluchtbewegung seit dem Spätsommer 2015 angewachsen. (epd/mig 9)

 

 

 

 

Recycling schont Ressourcen. Abfall vermeiden - Ressourcen schonen

 

Abfall vermeiden, wiederverwerten und beseitigen: Das reduziert die Abfallmenge in den privaten Haushalten und senkt den Verbrauch von Rohstoffen. Und: Deutschland wird weniger abhängig von Rohstoffimporten.

Mit dem Ressourceneffizienzprogram (ProgRress), dem Verpackungsgesetz und dem Elektro- und Elektronikgerätegesetz hat die Bundesregierung die Voraussetzungen dafür geschaffen, dass natürliche Ressourcen nachhaltiger genutzt und Umweltbelastungen verringert werden.

Das Verpackungsgesetz setzt die Recyclingquoten hoch. Bis 2020 wird bei  Kunststoff eine Wiederverwertung von 63 Prozent angestrebt, bei Metall sogar 90 Prozent. Die Recyclingquoten steigen bei Papier (70) und Glas (75) auf 90 Prozent an.

Dafür ist Mülltrennung wichtig: Wertstoffe werden recycelt, Hausmüll aufbereitet, Bioabfall kompostiert und immer mehr Siedlungsabfall energetisch genutzt.

Der durchschnittliche Anteil verwerteter Elektro-Altgeräte liegt mit einer Recyclingquote von 84 Prozent und einer Verwertungsquote von 96 Prozent über den europäischen Vorgaben von 65 bzw. 76 Prozent.

Wenn in Deutschland ausschließlich Recyclingpapier verwendet würde, ließen sich jährlich rund 146.000 Tonnen CO2-Emissionen einsparen. In ihrem Maßnahmenprogramm Nachhaltigkeit hat sich die Bundesregierung deshalb das Ziel gesetzt, den Einsatz von Recyclingpapier bis 2020 möglichst auf 95 Prozent zu steigern.

Die Verwertung von Bauschutt reduziert den Bedarf an Rohstoffen und Wasser pro Jahr im Vergleich zur Primärbetonherstellung um jeweils um 75.000 Tonnen. Er findet sich in Straßendecken, aber auch in neuen Gebäuden wieder.

Die Bundesregierung verstärkt außerdem das Recycling von Wertstoffen aus kommunalen Abwässern und Klärschlämmen, vor allem des immer knapper werdenden Rohstoffs Phosphor. Die Rückgewinnung aus Phosphor wird laut Hendricks künftig Pflicht.

"In Zukunft werden wir mit deutlich weniger Rohstoffen auskommen müssen", so

Bundesumweltministerin Barbara Hendricks. Ressourceneffizienz sei der Schlüssel für nachhaltigen Klimaschutz. Nur mit einer globalen Ressourcenwende werde das 2-Grad-Ziel im Klimaschutz zu erreichen sein. Pib 13

 

 

 

 

Grüne Selbstverpflichtung für einen fairen Bundestagswahlkampf 2017

 

Wir streiten leidenschaftlich für unsere Werte und Ziele. Wir sind uns sicher: politischer Streit und die Auseinandersetzung über den besten Weg und die beste Idee sind Lebenselixiere unserer De-mokratie. Dieser Streit kann kontrovers und auch mal zugespitzt in den Botschaften ausgetragen werden – aber er sollte immer fair bleiben. Dafür setzen wir uns ein. Schon in einem Länderratsbeschluss vom 9. April 2016 haben wir auf Diskursverschiebungen im Netz aufmerksam gemacht. Die anderen Parteien haben wir aufgefordert, Wählerinnen und Wähler während des Wahlkampfes nicht unlauter zu beeinflussen. In Richtung Bundesregierung haben wir gefordert, sich endlich mit der Thematik und einer möglichen Regulierung zu beschäftigen (http://gruenlink.de/1bmo).

In den vergangenen Monaten haben Hass und Hetze, Fake News und die Nutzung von Social Bots weiter an Brisanz gewonnen und drohen mittlerweile zu einer Gefahr für unsere Demokratie zu werden. Dem wollen und müssen wir etwas entgegensetzen.

 

Für das Wahljahr 2017 beschließen wir deshalb folgende Leitlinien für einen fairen Wahlkampf:

 

1. Demokratie lebt vom Mitmachen. Wir werden unsere Mitglieder und Unterstützerinnen und Unterstützer bitten, sich aktiv in die Diskussionen einzubringen. Dabei soll in gegenseiti-gem Respekt voreinander um die richtige Lösung gerungen und mit offenem Visier gestritten werden. Das bedeutet für uns auch: wenn Parteien die Absenderinnen einer Botschaft sind, muss dies klar erkennbar sein. Sei es in der Online-Diskussion, beim Teilen von Inhalten oder auch bei bezahlter Werbung.

 

2. Mit Hilfe von technischen Möglichkeiten wie Meinungsrobotern (Social Bots) wird oft vorgetäuscht, dass Positionen von Menschen geteilt werden. In Wirklichkeit nutzen aber einige wenige technisches Wissen und Algorithmen, um Zuspruch vieler zur eigenen Meinung vorzutäuschen und Inhalte weit im Netz zu streuen. Das lehnen wir ab. Unser Ziel ist es, eine intransparente Beeinflussung demokratischer Willensbildungsprozesse zu verhindern. Selbstverpflichtungen sind ein erster, wichtiger Schritt. Sie reichen aber nicht aus. Wir sprechen uns für eine gesetzliche Regelung aus, die den intransparenten Einsatz von Social Bots ausschließt.

 

3. Die bestehenden gesetzlichen Regelungen zur Parteienfinanzierung und zum Datenschutz geben unserem Handeln im Wahlkampf einen klaren Rahmen vor. Darüber hinaus fordern wir auch weiterhin, die Veröffentlichungsgrenzen für Parteispenden abzusenken und diese Regeln auch für das Parteisponsoring einzuführen. Die Sponsoring-Einnahmen unserer Bundesparteitage sowie Sponsoring-Einnahmen über 10 000 Euro veröffentlichen wir. Dass Parteien ihre Wählerinnen und Wähler zielgruppengerecht ansprechen, gehört zu einem professionellen Wahlkampf dazu. Wir gehen transparent damit um. Auswüchse wie im ver-gangenen US-Wahlkampf beim Profiling und Targeting sind aber nicht nur durch die deut-sche Datenschutzgesetzgebung untersagt, sondern wir lehnen sie als Wahlkampfinstrumente auch aus Überzeugung ab.

 

4. Wir führen den Wahlkampf mit Fakten und Argumenten – gerne auch zugespitzt. Dies soll auch so bleiben. Lügen und bewusste Falschaussagen sowie das Verbreiten von nachweislich und eindeutig falschen Meldungen, Zitaten und Behauptungen lehnen wir entschieden ab. Diese haben in der demokratischen Auseinandersetzung nichts zu suchen. Wir werden entschlossen dagegen vorgehen, dass sie Teil der Wahlkampfauseinandersetzung werden.

 

5. Das Gleiche erwarten wir von allen Parteien, die zur Wahl antreten.

Unsere Wahlkämpferinnen und Wahlkämpfer werden wir im Fall der Fälle darüber informieren, damit sie nicht auf solche Meldungen hereinfallen und mit unserer „grünen Netzfeuerwehr“ selbst aktiv dazu beitragen, dass Gegendarstellungen weiterverbreitet werden.

Wir informieren unsere Gliederungen, unsere Mitglieder und Unterstützerinnen und Unterstützer über diese Vereinbarung und sensibilisieren sie für die Anforderungen eines fairen Wahlkampfs. Grüne 14

 

 

 

 

Caritas. Einwanderungsgesetz muss Arbeitsmigration vereinfachen

 

Die Caritas wirbt in einem Arbeitspapier für die Vereinfachung von Arbeitsmigration. Zugleich dürfe die Arbeitsmigration nicht nur auf Fachkräfte verengt werden. Das Ausländerrecht habe lange dazu gedient, den Arbeitsmarkt vor Einwanderung zu schützen. Das gelte in Teilen heute noch. VON Dirk Baas

Der Deutsche Caritasverband hat in einem Diskussionspapier die Rahmenbedingungen beschrieben, unter denen Einwanderung nach Deutschland künftig erfolgen sollte. Hauptziel sei es, die Arbeitsmigration von außerhalb der EU zu vereinfachen, sagte die Migrationsexpertin des Verbandes, Elke Tießler-Marenda, dem Evangelischen Pressedienst. Einwanderung dürfe nicht primär eine Frage der Qualifizierung sein: „Wenn ein Gesetz mehr Möglichkeiten für gegebenenfalls nur temporäre Migration Geringqualifizierter brächte, könnte es auch den Druck zur illegalen Migration mindern.“

Ein Einwanderungsgesetz wird in unterschiedlichen Spielarten von allen etablierten Parteien diskutiert. Doch den Korridor dessen, was geregelt werden soll, hält der katholische Wohlfahrtsverband für zu breit. „Wir konzentrieren uns auf die Arbeitsmigration und plädieren auch nicht für ein umfassendes Einwanderungsgesetzbuch, das alles neu regelt, sondern für gezielte Änderungen im bestehenden ausländerrechtlichem System.“

Ausländerrecht war Arbeitsmarktschutz

Lange diente in Deutschland das Ausländerrecht vor allem dazu, den Arbeitsmarkt vor Einwanderung zu schützen. Das habe sich mit Blick auf den Fachkräftemangel zwar geändert. „Doch die rechtlichen Regelungen sind noch immer sehr kompliziert.“ Und: Für Geringqualifizierte gebe es praktisch keine Optionen: „Ein Einwanderungsgesetz muss daher unbedingt die Regeln zur Arbeitsmigration vereinfachen.“ Zudem sollte das Gesetz auch regeln, welche Rechte die Eingewanderten haben – zum Beispiel, um zwischen Deutschland und dem Herkunftsland zu pendeln.

Tießler-Marenda warnte auch davor, Flüchtlingsschutz, humanitäre Einwanderung und Arbeitsmigration zu vermischen: „Flüchtlingsschutz ist eine humanitäre Verantwortung. Ob Arbeitsmigration zugelassen wird, ist hingegen eine politische Frage. Wird beides vermischt, geht das zulasten der Schutzsuchenden.“

Nicht nur Fachkräfte

Bei der humanitären Aufnahme sei nach dem Bedarf, nicht nach der Eignung zu fragen. „In vielen Branchen finden sich für gering qualifizierte und entlohnte Tätigkeiten keine geeigneten Arbeitskräfte. „Deshalb meinen wir, dass Arbeitsmigration nicht nur auf Fachkräfte verengt werden darf“, betonte die Expertin.

Die stellte zugleich klar, dass ein neues Gesetz Einwanderung nur begrenzt regeln könne. Aber es sei wichtig, dass ein Einwanderungsgesetz die Angebote zur Integration im Blick habe. Es könne ein Signal sein, „aber Zugehörigkeit und Offenheit können nicht verordnet, sondern müssen gelebt werden. Und das können wir auch ohne ein neues Gesetz tun, wie wir es mit unserer Kampagne ‚Zusammen sind wir Heimat‘ gerade versuchen.“ (epd/mig 15)

 

 

 

 

Gegen Populisten hilft nur eines: Wahlpflicht.

 

Wahltag oder Zahltag: Die Wahlen in den USA und die Referenden des vergangenen Jahres zeigen, dass einiges dafür spricht, das Wahlrecht in eine Bürgerpflicht zu verwandeln.

 

Während die großen Vereinfacher in Europa – und andernorts – von Wahlerfolg zu Wahlerfolg eilen, bekommen die Populisten anderswo keinen Fuß auf den Boden.  Zum Beispiel in Australien. Dort fanden im Sommer Parlamentswahlen statt, bei denen die rechtspopulistische One Nation Partei keinen einzigen Parlamentssitz und gerade einmal vier Senatssitze für sich erobern konnte.

Die Ursache hierfür liegt nicht in politisch paradiesischen Zuständen in Down Under, sondern vielmehr an den Besonderheiten des dortigen Wahlsystems: einer komplexen Präferenzwahl, die kleinere Parteien benachteiligt, und einer gesetzlichen Pflicht, wählen zu gehen. „Beides zusammengenommen ist der Grund, weshalb Unterstützung für Rechtspopulisten in Australien bislang stets regional begrenzt geblieben ist”, erläutert Peter Brown vom Swinburne Institute for Social Research das Phänomen.

Tatsächlich formuliert der 1924 ergänzte australische Commonwealth Electoral Act so unzweideutig wie knapp „die Pflicht, in jeder Wahl zu wählen”. Das darauf beruhende Modell ist weltweit ein Sonder- aber kein Einzelfall. Tatsächlich besteht in einer ganzen Reihe von Staaten Wahlpflicht, zumindest auf dem Papier. Doch anders als etwa in den Niederlanden, Italien oder Thailand wird das Fernbleiben von der Wahlurne in Australien tatsächlich mit einem Bußgeld geahndet – derzeit in Höhe von umgerechnet rund 15 Euro. Die Folge: eine Beteiligung, von der man anderswo nur träumen kann. 95 Prozent waren es im Juli – noch drei Prozent mehr als in den Wahlen 2013.

Wahlrecht in eine Bürgerpflicht umwandeln

Angesichts des Anwachsens populistischer Bewegungen und des immer größer werdenden Vertrauensverlustes gegenüber etablierten politischen Parteien in Europa diskutiert auch die deutsche Politik seit geraumer Zeit, wie auf niedrige Wahlbeteiligungen und Populismus zu reagieren ist. Die Vorschläge reichen dabei von der Senkung des Wahlalters über die Verlängerung der Wahltermine bis zu Wahllokalen im Supermarkt. Doch weshalb eigentlich die verbreitete Skepsis gegenüber einer Wahlpflicht?

Internationale Erfahrungen, nicht zuletzt in den zurückliegenden Wahlen in den Vereinigten Staaten und in den Referenden des vergangenen Jahres, zeigen, dass einiges dafür spricht, das Wahlrecht in eine Bürgerpflicht zu verwandeln. Die Folge wäre nicht zuletzt eine Transformation des politischen Systems, die den populistischen Vereinfachern auf dem rechten und linken Spektrum den Wind aus den Segeln nehmen könnte.

Zunächst das Offensichtliche: Wenn 95 Prozent der Wahlberechtigten tatsächlich wählen gehen, liefert das ein sehr viel genaueres Abbild des öffentlichen Willens als Voten, an denen sich nur die Hälfte der Bevölkerung beteiligt – wie zuletzt in Bremen. Somit wäre der Zwang zur Stimmabgabe nicht anti-demokratisch, sondern ein Zugewinn an politischer Legitimität. Denn Wahlpflicht – auch das zeigt der internationale Vergleich – egalisiert die politische Beteiligung. Sie relativiert den Einfluss von Protestwählern und schmälert die Macht organisierter Interessensgruppen, die an Wahlen stets überproportional teilnehmen.

Wahlpflicht stützt Interessen derjenigen, die sonst der Wahlurne häufig fernbleiben

Dies betrifft auch die Frage der Schichten- und Generationengerechtigkeit. So zeigt eine Untersuchung von Armin Schäfer, dass die Beteiligung junger Wähler siebenmal niedriger ausfällt, wenn eine Wahl ohne Beteiligungspflicht abgehalten wird. Dagegen führe eine Wahlpflicht „zu Entscheidungen, die sich stärker an den Interessen derjenigen ausrichten, die sonst der Wahlurne besonders häufig fernbleiben“.

Die Pflicht zur Stimmenabgabe jedoch würde auch die Wahlkämpfe positiv beeinflussen. Klientelistische Versprechen lediglich an die eigene Stammwählerschaft wären ebenso unpassend wie Versuche, die Anhänger der politischen Konkurrenz durch asymmetrische Demobilisierung von der Stimmabgabe abzuhalten. Zudem könnten sich Parteien in ihren Botschaften stärker auf Inhalte konzentrieren, anstatt darauf, die eigenen Anhänger am Wahltag vom Sofa in die Wahlkabine zu befördern.

Damit aber könnte die Wahlpflicht zugleich die Verankerung politischer Parteien in der Bevölkerung stärken. Geht es also darum, über die Wahlpflicht die Bevölkerung durch die Hintertür in Parteien zu zwingen? Keineswegs. Hier widerlegt das Beispiel Australien jeden direkten Effekt. Wie in Deutschland ist auch in Down Under die Mitgliedschaft in einer Partei die Ausnahme. Tatsächlich spotten australische Beobachter gern über die Tatsache, dass trotz Wahlpflicht alle Parteien des fünften Kontinents zusammengenommen weit weniger Namen in ihren Mitgliederverzeichnissen aufweisen als der Cricket Club von Melbourne auf seiner Beitrittswarteliste.

Der Effekt wäre eher in der Gegenrichtung zu beobachten: nämlich in einer inhaltlichen Wiederannäherung der Parteien an den Mainstream. „Eine Wahlpflicht würde das strategische Kalkül von Parteien verändern“, meint so etwa Thorsten Faas, Professor für Politikwissenschaft an der Universität Mainz. „Die Parteien müssten sich wieder um Wähler kümmern, ihnen ein attraktives Angebot machen“. Die weitgehende Entkoppelung der politisch Organisierten von der Mehrheitsgesellschaft und das Füllen dieser Lücke durch Populisten, wie derzeit in zahlreichen westlichen Demokratien zu beobachten, wäre so deutlich erschwert.

In vielerlei Hinsicht haben sich nicht zuletzt die zurückliegenden US-Präsidentschaftswahlen als Gegenprogramm zur australischen Wahlpflicht erwiesen. Denn statt wie in Australien die Partizipation der Bevölkerung per Gesetz zu fördern, setzte auch im vergangenen Wahlgang eine Vielzahl von US-Staaten auf sogenannte Voter Suppression Laws, die Kritikern zufolge vielen Wählern faktisch das Stimmrecht entzogen.

Der Ausschluss breiter Bevölkerungsschichten durch selbstgewähltes Fernbleiben der Wähler oder per Gesetz verstößt jedoch nicht nur gegen das Prinzip von allgemeinen und gleichen Wahlen, sondern verzerrt im Resultat auch die politische Agenda. Gerade in den Vereinigten Staaten ist zu beobachten, wie Entscheidungen die politische Debatte bestimmen, die entweder nur für eine mobilisierte Minderheit relevant sind oder von einer Mehrheit abgelehnt werden.

Ein Beispiel hierfür ist etwa der gut dokumentierte Wunsch der meisten Amerikaner nach schärferen Waffengesetzen, der politisch nicht umzusetzen ist. Die Situation ist inzwischen so kritisch, dass Präsident Obama im Sommer höchstpersönlich die Einführung einer Wahlpflicht ins Spiel brachte. Vor Studierenden der Universität Chicago pries Obama die australische Wahlpflicht als „transformativ“ und lobte unmissverständlich das australische Modell.

Doch ist die Einführung einer Wahlpflicht nicht ein Angriff auf die Freiheit? Gehört zum Wahlrecht nicht auch das Privileg, sich der Stimmabgabe zu entziehen? Sicher, doch die Wahlpflicht muss sich eben nicht zwangsläufig auf das tatsächliche Abgeben eines korrekt ausgefüllten Stimmzettels erstrecken. Protestverhalten, etwa durch das Ungültigmachen des Stimmzettels, wäre weiterhin möglich – auch das zeigt das Beispiel Australien. Dort allerdings hält sich selbst dieses als „informal voting“ bezeichnete Phänomen sehr in Grenzen: Im Sommer machten lediglich fünf Prozent der Wähler davon Gebrauch. Wie hoch der Anteil in Deutschland wäre, ist zwar unklar. Doch selbst ein deutlich höherer Anteil wäre allemal besser als ein fortgesetzter Siegeszug der Populisten.

Michael Bröning, IPG/EA 15

 

 

 

 

Heute vor fünf Jahren setzte Landtag wichtigen Meilenstein für Integration in NRW

 

Heute vor fünf Jahren wurde das Teilhabe- und Integrationsgesetz im Landtag beschlossen. „Das war ein Meilenstein in der nordrhein-westfälischen Integrationspolitik und sogar – das sage ich sehr selbstbewusst – in der deutschen Integrationspolitik“, so Integrationsminister Rainer Schmeltzer beim Festakt zu fünf Jahren Teilhabe- und Integrationsgesetz NRW.

„Damit haben wir damals das Signal von NRW aus in die gesamte Republik ausgestrahlt: Integration kann nur gelingen, wenn man sie vernünftig und verbindlich gestaltet“, erinnerte Minister Schmeltzer. Seit 2012 hat das Ministerium das Geld für Integrationsmaßnahmen mehr als verdoppelt: Für 2017 stehen 62,6 Millionen Euro zur Verfügung. Das ist ein Plus von 35 Millionen gegenüber 2012.

 

Unter den 200 anwesenden Gästen beim Festakt waren unter anderem der damalige Integrationsminister Guntram Schneider sowie der Staatsekretär für Integration Thorsten Klute, integrationspolitische Sprecher der Landtagsfraktionen und Akteure aus der Integrationspolitik und -praxis aus ganz NRW.

 

In zweierlei Hinsicht ist das Gesetz etwas Besonderes: Erstmals wurde die Förderung von Teilhabe und Integration in einem Flächenland verbindlich geregelt, getreu dem Prinzip Integrationsbereitschaft einfordern, aber durch entsprechende öffentliche Angebote den Prozess der Integration zugleich fördern. „Ohne Gegenstimmen hat der Landtag damals – Regierung und Opposition Hand in Hand – das Gesetz verabschiedet“, sagte Schmeltzer weiter. „Das hat deutlich gemacht, dass wir uns in NRW bei diesem Thema im Grundsatz einig sind, und nur im Umsetzungsdetail streiten wir sachlich. Um diesen integrationspolitischen Grundkonsens beneiden uns viele in Deutschland.“

 

Das Land hat eine deutschlandweit einmalige Integrationsstruktur geschaffen: Organisationen wie die 53 Kommunalen Integrationszentren mit der Landesweiten Koordinierungsstelle (LAKI), die Spitzenverbände der Freien Wohlfahrtsverbände, die 163 Integrationsagenturen, der Landesintegrationsrat sowie die inzwischen 83 Integration Points in NRW repräsentieren beispielhaft die gute Umsetzung des nordrhein-westfälischen Teilhabe- und Integrationsgesetzes. Staatssekretär Klute erklärte in einer Gesprächsrunde über Integrationsstrukturen und -angebote: „Das Gesetz war ein Startschuss. Wir haben seitdem eine bundesweit einzigartige, leistungsstarke und flächendeckende Integrationsinfrastruktur aufgebaut, von der wir heute bei der Arbeit für das gute Zusammenleben im Land sehr profitieren.“

 

Das Gesetz hat gute Voraussetzungen dafür geschaffen, die 2012 noch gar nicht absehbaren Herausforderungen der gestiegenen Neuzuwanderung gemeinsam mit den Kommunen, freien Trägern, Organisationen der Zugewanderten und den vielen ehrenamtlich Engagierten zu meistern. Und es war ein wichtiger Schritt als Vorbereitung für den Integrationsplan für NRW, den der Landtag im vergangenen Herbst verabschiedet hat – ebenfalls eine Einmaligkeit in ganz Deutschland. Damit ist NRW gut aufgestellt für weiterhin gut gelingende Integration von zugewanderten und geflüchteten Menschen. Pnrw 8

 

 

 

 

Rita Süssmuth. Vordenkerin der Migrationspolitik wird 80 Jahre alt

 

Rita Süssmuth, ehemalige Bundesministerin und viele Jahre Präsidentin des Bundestages, wird 80. In ihrer Partei, der CDU, eckte sie oft an. Vor allem in der Migrationspolitik. Doch nicht nur hier war die Unionsfrau ihrer Zeit voraus. VON Dirk Baas

Sie hatte in den Medien schnell ihren inoffiziellen Namen weg: die Süssmuth-Kommission, ins Leben gerufen im Jahr 2000. Untrüglicher Hinweis darauf, wer der „Unabhängigen Kommission Zuwanderung“ das Gesicht verlieh. Deren Vorschläge für eine geregelte Einwanderung verteidigte sie gegen Anfeindungen jeglicher Couleur: Rita Süssmuth (CDU), ehemalige Professorin, Bundestagsabgeordnete, Ex-Ministerin und einstige Bundestagspräsidentin. Sie war die erste Frau der Union in diesem Amt. Am 17. Februar wird Rita Süssmuth 80 Jahre alt.

Die populäre Quereinsteigerin in die Politik bezeichnete sich selbst einmal als katholische Feministin. Sie eckte oft an in der Union. Nicht ohne Kalkül: Denn dabei schärfte sie ihr Profil als streitbare soziale Denkerin mit weitem Geist – und später als erklärte Gegnerin ihres einstigen Förderers Helmut Kohl.

„Eine der markantesten Politikerinnen Deutschlands“

Andreas Grau von der Konrad-Adenauer-Stiftung nennt Süssmuth „eine der markantesten Politikerinnen Deutschlands“. Auch Jahre nach ihrem Ausscheiden aus der Politik gelte sie noch als Inbegriff einer modernen Frauen- und Familienpolitik der CDU.

Rita Kickuth wird am 17. Februar 1937 in Wuppertal geboren, als zweites von fünf Kindern. Ihr Vater ist Rektor einer Volksschule, die Mutter arbeitet im elterlichen Uhren- und Schmuckgeschäft – und erzieht die Kinder im katholischen Geist. Auf ihrer Abiturfeier lernt sie ihren späteren Mann Hans Süssmuth kennen.

Vorsitzende der umstrittenen Zuwanderungskommission

Kickuth will zunächst Lehrerin werden, studiert Romanistik, Geschichte und Pädagogik an der Universität Münster. Es folgt ein Postgraduiertenstudium in Erziehungswissenschaften, Soziologie und Psychologie. 1971 wird sie Professorin für Erziehungswissenschaften an der Pädagogischen Hochschule Ruhr, später erste Direktorin des Forschungsinstituts „Frau und Gesellschaft“ in Hannover.

1981 tritt Süssmuth der CDU bei und wird nur zwei Jahre später Vorsitzende des Bundesfachausschusses Familienpolitik der Union, 1985 dann Bundesfamilienministerin. Sie führt das Erziehungsgeld und den Erziehungsurlaub ein, erreicht einen höheren Kinderfreibetrag im Steuerrecht und die Anerkennung der Babyjahre in der Rentenberechnung.

Viele bringen die Frau mit dem dunklen Kurzhaarschopf und den auffälligen Brillen jedoch vor allem mit einem Posten in Verbindung: mit dem Vorsitz der heftig umstrittenen Zuwanderungskommission.

Kommission seiner Zeit voraus

Schon deren Einsetzung durch Innenminister Otto Schily (Grüne) sorgte für mächtig Unruhe im politischen Berlin. Die Besetzung des Chefpostens mit Süssmuth geriet vollends zum Paukenschlag: Dass sie den Job übernahm, sorgte für blankes Entsetzen in der Union. Die CDU/CSU lehnte die Mitarbeit strikt ab.

Die Kommission legte im Juli 2001 ihren Bericht vor. Kernaussage: Deutschland braucht schon aus arbeitsmarktpolitischen Gründen vor allem hoch qualifizierte Zuwanderer. Die Experten warben unter anderem für ein Punktesystem, über das Bewerber nach verschiedenen Kriterien wie etwa Alter, Sprachkenntnisse und Ausbildung ausgewählt werden sollten. Die Rede war von zunächst 50.000 Menschen jährlich.

Zudem plädierte die Kommission für bessere Integrationshilfen, die etwa als Sprach- und Orientierungskurse angeboten werden sollten. Es handele sich nicht um ein Zuwanderungsbegrenzungs-, sondern um ein Zuwanderungserweiterungskonzept, kritisierten die Unionspolitiker – und lehnten die Pläne ab.

Vom Zuwanderungsland zum Einwanderungsland

Über Kreuz mit ihrer Partei lag Süssmuth in schöner Regelmäßigkeit, so auch, als sie eine Frauenquote für die Union anregte. Ihr Auftreten als fortschrittlich denkende Sozialpolitikerin wurzelt in der katholischen Soziallehre: „Auch eine rein pragmatische Politik braucht eine Grundlage, auch sie muss wissen, wohin sie will, was ihr Ideal, was ihre Vision ist.“

Zum offenen Bruch mit Teilen der eigenen Partei kam es, als sie im Frühjahr 1988 massive Kritik am Unions-Entwurf des Beratungsgesetzes zum Abtreibungsparagrafen 218 im Strafgesetzbuch übte. Auch als Bundestagspräsidentin zwischen 1988 und 1998 hielt Süssmuth mit ihrer Meinung nur selten hinter dem Berg, etwa zu frauenpolitischen Fragen. Sie führte das Amt „mit einer schwer bekämpfbaren, stillen Ernsthaftigkeit und manchmal ätzend konsequent“, wie der verstorbene SPD-Politiker Peter Glotz einmal anerkennend bemerkte.

Dass sie einst beim Streitthema Zuwanderung die Konfrontation nicht scheute, hat sich aus ihrer heutigen Sicht sehr wohl gelohnt. Nach anfänglicher „Ablehnung und vielen Widerwärtigkeiten“ habe ein Umdenken eingesetzt, sagte Süssmuth rückblickend. Und sie schreibt in ihrem Buch „Das Gift des Politischen“ (2015): „Immerhin sind wir inzwischen vom gequälten Zuwanderungsland zum notwendig offenen Einwanderungsland geworden.“ (epds/mig 17)

 

 

 

 

Gespräche auf Ministerebene. Bundesregierung steht zu Opel

 

Der Bundesregierung ist an einer erfolgreichen Zukunft von Opel sehr gelegen. Das betonte Regierungssprecher Seibert. Die zuständigen Ressorts führten nun Gespräche mit der französischen Regierung. Kanzlerin Merkel werde dabei "über alle Schritte im Bilde sein".

 

"Die Bundeskanzlerin schließt selbstverständlich nicht aus, auch auf ihrer Ebene Gespräche zu führen, aber jetzt sind erst mal die zuständigen Minister dran", sagte Regierungssprecher Steffen Seibert am Mittwoch in Berlin. Es gelte, sich "mit einiger Dringlichkeit an diese Gespräche" zu machen.

Bundeskanzlerin über alle Schritte im Bilde

Sprecher des Wirtschafts-, Verkehrs- und Arbeitsministeriums kündigten Gespräche ihrer Minister mit der französischen Regierung an. Bundeskanzlerin Angela Merkel werde dabei "über alle Schritte stets im Bilde sein", sagte Seibert. Der Bundesregierung sei an einer "erfolgreichen Zukunft von Unternehmen und Standorten sehr gelegen".

Eine offizielle Anfrage für ein Gespräch mit Merkel gebe es allerdings noch nicht. Der französische Autobauer PSA hatte der Kanzlerin zuvor ein Gespräch über die mögliche Übernahme von Opel angeboten. Danach wolle die PSA-Spitze möglichst bald die Kanzlerin sowie Arbeitnehmervertreter des Unternehmens treffen.

Vorgehen bei Opel "nicht akzeptabel"

Das Bundeswirtschaftsministerium bestätigte, dass Bundesministerin Brigitte Zypries nun mit Betriebsrat, Gewerkschaften und Opel-Management spreche. Ziel sei es, die Arbeitnehmer in die weiteren Verhandlungen voll einzubeziehen und Arbeitsplätze zu sichern. Zypries selbst halte das Vorgehen im Fall Opel für "nicht akzeptabel".

Der Opel-Mutterkonzern General Motors verhandelt mit dem französischen Autohersteller PSA über eine Opel-Übernahme. Ein möglicher Deal würde "die PSA-Gruppe sowie Opel in die Lage versetzen, ihre Position auf dem sich rasch verändernden europäischen Markt zu verbessern", so GM-Chefin Mary Barra.

Pib 15

 

 

 

 

ifo Weltwirtschaftsklima hellt sich weiter auf

 

München  – Das ifo Weltwirtschaftsklima hat sich weiter verbessert. Der Indikatorstieg im ersten Quartal von -1,2 auf +2,6 Punkte. Die Experten beurteilten die aktuelle Lage nichtmehr ganz so ungünstig wie zuvor. Auch die Konjunkturerwartungen hellten sich etwas auf. Diesdeutet auf eine moderate Erholung der Weltwirtschaft.

Das ifo Wirtschaftsklima verbesserte sich allen voran in den entwickelten Volkswirtschaften. Insbesonderein Japan hat sich die Stimmung deutlich aufgehellt. Auch für Großbritannien hat sich das Klima verbessert,

allerdings ist die Mehrheit der Experten weiterhin pessimistisch gestimmt. Das Wirtschaftsklima fürSchwellen- und Entwicklungsländer blieb ungünstig. Im Nahen Osten und Nordafrika, in Afrika südlich derSahara und in den GUS-Staaten verbesserte sich die Stimmung auf einem niedrigen Niveau. In der Türkei

hingegen sackte der Indikator ab.

Die kurz- und langfristigen Zinsen werden den Experten zufolge in den nächsten sechs Monaten steigen.In den USA erwarten sogar alle Befragten einen Anstieg der kurzfristigen Zinsen. Der Kurs des US-Dollardürfte im Laufe der nächsten sechs Monate weiter zulegen. Ifo 13

 

 

 

 

Rentenangleichung Ost-West. Soziale Einheit bis 2025 vollendet

 

Ab 2025 wird die Rente in ganz Deutschland einheitlich berechnet. Der Rentenwert Ost wird an den im Westen geltenden Rentenwert schrittweise angeglichen. Das hat die Bundesregierung mit dem Rentenüberleitungs-Abschlussgesetz beschlossen.

 

Fast 30 Jahre nach dem Mauerfall wird nun auch in der Rente die Einheit vollendet. Gut sechs Millionen Menschen aus den neuen Bundesländern zahlen derzeit in die gesetzliche Rentenversicherung ein. Sie werden davon profitieren, dass es künftig keine Unterschiede mehr bei der Rente gibt.

Ab dem 1. Juli 2018 wird der Rentenwert Ost an den im Westen geltenden Rentenwert in sieben Schritten angeglichen: im ersten Schritt auf 95,8 Prozent des Westwertes, dann in den darauffolgenden Jahren um jeweils 0,7 Prozent. Zum 1. Juli 2024 beträgt demzufolge der Rentenwert Ost 100 Prozent des Rentenwerts West.

Der Rentenwert (Ost) soll im Verhältnis zum aktuellen Rentenwert betragen:

  zum 1. Juli 2018  95,8 Prozent

  zum 1. Juli 2019  96,5 Prozent

  zum 1. Juli 2020  97,2 Prozent

  zum 1. Juli 2021  97,9 Prozent

  zum 1. Juli 2022  98,6 Prozent

  zum 1. Juli 2023  99,3 Prozent

  zum 1. Juli 2024  100 Prozent

 

Ab dem 1. Januar 2019 wird schrittweise auch die Bewertung der Arbeitsentgelte angepasst. Damit verringert sich nach und nach die Hochwertung der Verdienste in den neuen Bundesländern, so dass zum 1. Januar 2025 die Hochwertung ganz entfällt.

Ab 2025 wird die Rentenanpassung also auf der Grundlage der gesamtdeutschen Lohnentwicklung erfolgen – und zwar für ganz Deutschland. Die Angleichung wird auf die gesetzliche Unfallversicherung und die Alterssicherung der Landwirte übertragen. Angeglichen werden auch die Beitragsbemessungsgrenzen – ebenfalls in sieben Schritten.

Solide Finanzierung der Rentenanpassung

Die Rentenversicherung wird in den ersten Jahren die zusätzlichen Kosten der Angleichung selbst übernehmen. Ab dem Jahr 2022 wird der Bundeshaushalt einen Zuschuss leisten: in 2022 zunächst 200 Millionen Euro, von 2023 bis 2025 jährlich jeweils 600 Millionen Euro mehr. Ab dem Jahr 2025 wird

somit der Bundeszuschuss dauerhaft jährlich zwei Milliarden Euro höher ausfallen.

Die Kosten der Rentenangleichung steigen mit den Angleichungsschritten von 600 Millionen Euro im Jahr 2018 auf voraussichtlich 3,9 Milliarden Euro im Jahr 2025. Der Bundeszuschuss wird also ab 2025 rund die Hälfte der jährlichen Mehrausgaben decken. Ziel ist es, dass die Beiträge zur Rentenversicherung stabil bleiben.

Ost-Rente durch gute Lohnentwicklung gestiegen

Die DDR-Alterssicherung wurde zum 1. Januar 1992 in die gesetzliche Rentenversicherung der Bundesrepublik mit dem Renten-Überleitungsgesetz einbezogen. Im Renten-Überleitungsgesetz wurde damals festgelegt: Bis zur Herstellung einheitlicher Einkommensverhältnisse in ganz Deutschland

werden für die neuen Bundesländer andere Berechnungsgrößen als für die alten Bundesländer gelten.

Der aktuelle Rentenwert (Ost) ist seit dem 1. Juli 1991 von 10,79 Euro auf 28,66 Euro am 1. Juli 2016 gestiegen. Er hat sich also fast verdreifacht.

Der für die alten Bundesländer maßgebende aktuelle Rentenwert hat sich in demselben Zeitraum von 21,19 Euro auf 30,45 Euro um 44 Prozent erhöht. Der aktuelle Rentenwert (Ost) hat sich damit seit der Rentenüberleitung von rund 51 Prozent auf 94,1 Prozent des Westwerts erhöht.

Ausgleich für unterschiedliche Lohnentwicklung

Maßgeblich für die Berechnung der Renten ist die Entwicklung der Löhne. Im Osten werden für die Berechnung die Arbeitsentgelte am Durchschnittsentgelt (West) gemessen. Sie wurden für die Rentenberechnung mit dem Hochwertungsfaktor aufgewertet. Damit wirkte sich das geringere Lohnniveau

in den neuen Bundesländern nicht nachteilig auf die Rentenhöhe aus.

Die bis zum 31. Dezember 2024 hochgewerteten Verdienste bleiben erhalten. Daraus bereits ermittelte

Entgeltpunkte (Ost), zum Beispiel bei laufenden Renten oder im Versorgungsausgleich, werden zum 1. Juli 2024 durch Entgeltpunkte ersetzt. Sie werden mit dem bundeseinheitlichen aktuellen Rentenwert

bewertet.

Vereinbart und jetzt umgesetzt

Bereits im Koalitionsvertrag 2013 wurde vereinbart, den Renten-Angleichungsprozess fortzusetzen. Darin heißt es: "Zum Ende des Solidarpaktes, also 30 Jahre nach Herstellung der Einheit Deutschlands, wenn die Lohn- und Gehaltsangleichung weiter fortgeschritten sein wird, erfolgt in

einem letzten Schritt die vollständige Angleichung der Rentenwerte. Zum 1. Juli 2016 wird geprüft, wie weit sich der Angleichungsprozess bereits vollzogen hat und auf dieser Grundlage entschieden, ob mit Wirkung ab 2017 eine Teilangleichung notwendig ist."

Am 24. November 2016 hatten sich die Spitzen der Koalitionsfraktionen auf die Vereinheitlichung der Renten in Ost und West und das Abschmelzen der Hochwertung der Ostentgelte geeinigt.  Schrittweise wird nun die Anpassung erfolgen und im Jahr 2025 abgeschlossen sein. Inkrafttreten soll das Gesetz

zum 1. Juli 2018. Pib 15

 

 

 

Koalition einig über Verbot von Kinderehen

 

Nach Monatelang Streit hat sich die Regierungskoalition auf ein Gesetz gegen Kinderehen geeinigt: Alle Ehen von Personen unter 16 Jahren sollen nichtig sein. Unklar ist noch, wie mit Ehen von 16- und 17-Jährigen umgegangen wird.

Union und SPD haben sich einem Zeitungsbericht zufolge nach langen Diskussionen grundsätzlich auf ein Verbot von Minderjährigen-Ehen geeinigt. Wie Die Welt berichtet, sollen demnach alle Ehen mit Personen unter 16 Jahren für „nichtig“ erklärt werden. Sie gälten damit als nie geschlossen. Beim Alter soll der Zeitpunkt der Verheiratung herangezogen werden und die Regelung soll auch für im Ausland geschlossene Ehen gelten.

Differenzen gibt es dem Bericht zufolge noch beim Umgang mit Ehen von 16- und 17-Jährigen, die in Ausnahmefällen auch im deutschen Recht erlaubt sind. Nach den Plänen der Union sollen die Jugendämter verpflichtet werden, bei Familiengerichten die Aufhebung dieser Ehen zu beantragen. Das Justizministerium halte es aus verfassungsrechtlichen Gründen hingegen für geboten, Ausnahmen für besondere Härtefälle zuzulassen. Allerdings soll auch die Ehemündigkeit in Deutschland mit dem neuen Gesetz prinzipiell auf 18 Jahre angehoben werden.

Die Verständigung im Grundsatz erfolgte nach Informationen der Welt zwischen den Fraktionschefs Volker Kauder (CDU) und Thomas Oppermann (SPD) sowie der Vorsitzenden der CSU-Landesgruppe, Gerda Hasselfeldt. Die Koalitionsfraktionen streiten seit Monaten über ein Verbot von Kinderehen. Durch die Fluchtbewegung stieg die Zahl verheirateter Minderjähriger in Deutschland. Im Sommer waren 1.475 Minderjährige als „verheiratet“ registriert, 481 von ihnen unter 16 Jahren. (epd/mig 16)