Webgiornale, febbraio 2026

 

Inhaltsverzeichnis

1.     “I vecchi schemi non valgono più. E l’Europa deve cambiare”. 1

2.     Referendum: si vota il 22 e 23 marzo. 1

3.     Referendum sulla giustizia. Cosa devono sapere gli italiani all’estero. 1

4.     Forum Italia-Germania. Circa duemila imprese italiane in Germania. 1

5.     Italia-Germania e il patto che ridisegna il futuro dell’Europa. 1

6.     Italia-Germania: a Roma il vertice Meloni - Merz. 1

7.     La Memoria che ci riguarda. 1

8.     Forum imprenditoriale Italia-Germania, gli interventi conclusivi di Meloni e del Cancelliere Merz. 1

9.     Referendum giustizia 2026: cosa si vota il 22 e 23 marzo. 1

10.  Solo il Congresso può arginare Trump. 1

11.  Vivere in Italia. 1

12.  Così i decreti flussi “producono” migranti irregolari 1

13.  “Trump vuole il controllo dell’emisfero occidentale”. 1

14.  Consiglio europeo: “pieno sostegno a Groenlandia e Danimarca”. 1

15.  La scadenza del Trattato New START e il rischio di un vuoto strategico. 1

16.  Cittadinanza e servizi all’estero, via libera dal Senato. Ma le crepe restano. 1

17.  Il ritorno della forza. Il diritto internazionale è regredito a logiche pre‑1945. 1

18.  Corriere d’Italia – 75 Anni di storia, memoria e futuro. 1

19.  Per una leva europea. 1

20.  27 gennaio. Un'infinita storia di dolore. Un monito perenne per la memoria. 1

21.  Cosmo italiano. I temi delle ultime puntate. 1

22.  Francoforte. Addio a Giancarlo De Simoi 1

23.  Germania 2026: tutte le novità spiegate punto per punto. 1

24.  Brevi di politica e cronaca tedesca. 1

25.  L’offensiva di Trump in Venezuela e il calo di consensi 1

26.  La seconda edizione del premio “Italia radici nel Mondo. Donne in Emigrazione”. 1

27.  Italia-Germania: il Ministro Urso ha incontrato al Mimit le Ministre Reiche e Bär 1

28.  Una regola d’oro. 1

29.  Quale debito per la Germania?. 1

30.  L’identità che manca agli Europei 1

31.  Approvato il disegno di legge per la revisione dei servizi per cittadini e imprese all’estero. 1

32.  Grazie al Pd risorse concrete agli italiani all'estero in legge di bilancio. 1

33.  La via del riscatto. 1

34.  Il contrasto alla guerra ibrida, nuova priorità della difesa italiana. 1

35.  Italiani all’estero. Intervista a Cenini (Cgie – Fi) 1

36.  Trump e l’Europa nel nuovo disordine internazionale. 1

37.  Lettera aperta al Primo Ministro. 1

38.  Premio Italia Radici nel mondo: presentata la seconda edizione. 1

39.  Intervista al Sottosegretario all’Editoria Alberto Barachini. La sfida digitale. 1

40.  La sveglia che voleva dormire. 1

41.  Il cambio di regime forzato in Venezuela e le sue conseguenze. 1

42.  Dall’Ue la prima strategia in materia di visti 1

43.  Il raduno anti migranti che imbarazza l’Afd. “Cacciamone milioni”. 1

44.  Il gusto dell’Etna. 1

45.  L’imposta IVIE. 1

46.  Il museo storico di Francoforte: le nuove mostre fra passato e IA. 1

47.  La Sicilia che resiste: meno giovani, più ritorni? Il paradosso demografico dell’Isola. 1

48.  TeleVideoItalia: la Corte di Appello di Colonia conferma la tutela del titolo. 1

49.  Rapporto Cnel: tra il 2011 e il 2024 emigrati dall’Italia 630mila giovani 1

50.  Il rilancio. 1

51.  INPS. Dichiarazione dei redditi 2023 entro il 28 febbraio 2026. 1

52.  Felicità e prosperità: il sentiero silenzioso della verità. 1

53.  Tempo di riflessioni 1

54.  Interoperabilità tra l’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE) e i sistemi di rilascio dei documenti d’identità. 1

55.  Carta d'Identità Elettronica al posto dello Spid? Come utilizzarla e come recuperare codici Pin e Puk. 1

56.  Manifesto civico essenziale per la Sicilia di oggi 1

57.  Master Universitario di II livello in Economia, Diritto e Intercultura delle Migrazioni 1

58.  L’abitudine del rinvio: un esame psicologico e filosofico della procrastinazione. 1

59.  Cittadinanza: nuove misure per minori nati all’estero figli di cittadini per nascita. 1

 

 

1.     Italien: „EU-Migrationspolitik neu ausrichten“. 1

2.     Einwanderung eingebrochen: Deutschland schrumpft. 1

3.     Retter in der Not 1

4.     Spanien will 500.000 Migranten Aufenthaltstitel geben. 1

5.     Bundesagentur. Ohne ausländische Beschäftigte geht es nicht mehr. 1

6.     Mehrheit setzt auf Demokratie: Deutsche vertrauen demokratischen Regierungen mehr als Autokratien. 1

7.     Söder lehnt AfD-Idee einer Abschiebe-Polizei à la Trump ab. 1

8.     Der Geschmack des Ätna. 1

9.     Am Tropf 1

10.  Neue Entwicklungspolitik. Deutschland gibt Kampf gegen Fluchtursachen auf 1

11.  EU-Staaten bereiten Abschiebezentren in Drittstaaten vor. 1

12.  Kauf dich ein. 1

13.  EU-Kommission legt neue Strategie gegen Rassismus vor. 1

14.  Mercosur Abkommen von zentraler Bedeutung. 1

15.  Knapp 30 Prozent der Schüler haben Einwanderungsgeschichte. 1

16.  Vatikan: Verbrechen gegen die Menschlichkeit wirksam bekämpfen. 1

17.  Sozialpsychologe Roland Imhoff im Gespräch. 1

18.  Nur noch Nostalgie. 1

19.  Gericht bestätigt: Schule durfte Praktikum bei AfD verbieten. 1

20.  Saarland. Neue Integrationsstrategie benennt Rassismus – unverbindlich. 1

21.  Kalt erwischt 1

22.  Unser Rentensystem benachteiligt Migranten. 1

23.  Wer verdient am meisten in Deutschland?. 1

24.  Mehr Unternehmensgründungen durch Zuzug von Geflüchteten. 1

25.  „Neue Realitäten“. 1

26.  Jahresbilanz. Zahl der Asyl-Erstanträge um die Hälfte gesunken. 1

27.  Zahl internationaler Studierender steigt weiter. 1

28.  Jeder dritte Eingewanderte denkt übers Auswandern nach. 1

29.  Studie: Pflegekräftemangel erhöht Sterblichkeit. 1

30.  Machtbesoffen. 1

31.  70 Jahre Anwerbeabkommen. 650.000 Menschen italienischer Herkunft leben in Deutschland. 1

 

 

 

 

 

 

“I vecchi schemi non valgono più. E l’Europa deve cambiare”

 

Siamo di fronte a “una rottura nel sistema delle relazioni internazionali uscito dalla Seconda guerra mondiale”. Le istituzioni multilaterali abbandonate al loro destino, i diritti umani feriti, mentre avanza un nuovo ordine basato sui rapporti di forza… Secondo lo studioso dell’Università Cattolica l’Ue deve “dotarsi di una reale capacità di decisione comune in materia di politica estera, sicurezza e difesa”, con un maggiore grado di integrazione. E occorre reinterpretarne il patrimonio culturale e spirituale dell'Europa “per metterlo a servizio di un progetto di convivenza e di civiltà” – di Gianni Borsa

Putin e Trump, Israele e Hamas, il Venezuela, l’Iran e la Groenlandia… La cronaca internazionale impone figure e temi attorno ai quali si misura un profondo “cambiamento d’epoca”. Anzi, ogni giorno si è spiazzati dagli avvenimenti che si succedono, da parole e decisioni che fino a ieri non avremmo nemmeno immaginato. Ne parliamo con Sebastiano Nerozzi, professore ordinario di Storia del pensiero economico presso l’Università Cattolica di Milano. Nerozzi è segretario del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane sociali dei cattolici in Italia e fra i promotori e gli estensori del Codice per una nuova Europa.

Professore, esiste una chiave di lettura per orientarci in questa fase storica?

La chiave di lettura è quella di un cambiamento profondo, anzi, una vera e propria rottura, nel sistema delle relazioni internazionali uscito dalla Seconda guerra mondiale. Questo significa che parole come “alleanza”, “cooperazione”, “istituzioni internazionali”, “diritti umani”, “diritto internazionale” vengono fortemente depotenziate e devono essere totalmente ripensate. Le alleanze perdono il loro carattere di relazioni stabili di lungo termine focalizzate su un sistema ampio e coerente di materie, per essere sostituite da accordi a breve termine, funzionali a specifici interessi e limitati a singole questioni. La cooperazione fra Paesi è limitata al raggiungimento di finalità immediate e disegnata secondo linee fortemente asimmetriche. Le istituzioni multilaterali sono abbandonate al loro destino, apertamente dileggiate e sostituite da coalizioni convocate dalla superpotenza egemone sulla base di obiettivi e meccanismi decisionali che ne esaltano il potere di comando più che la capacità di persuasione e una visione condivisa. Diritti umani e diritto internazionale sono apertamente scavalcati oppure invocati in modo selettivo e strumentale, per legittimare ex-post l’uso della forza al servizio dell’interesse nazionale. In generale le forme tipiche della diplomazia vengono abbandonate in favore di una ostentazione della propria forza economica, tecnologica e militare per ottenere vantaggi e compensazioni che alimentano il consenso del leader in patria e assecondano gli interessi di imprese, cordate affaristiche ed élite sociali ad esso legati. Una politica di potenza estera al servizio di una deriva autoritaria interna che baratta la riduzione degli spazi di democrazia in cambio di promesse di sicurezza e benessere economico in realtà riservato a pochi.

Una questione pare assodata: l’eurocentrismo, semmai fosse esistito, è terminato. E l’Europa – che, va riconosciuto, complessivamente rimane terra di democrazia, diritti e sviluppo – appare spiazzata, afona, imbrigliata. L’Unione europea può ancora avere un ruolo sulla scena internazionale? Quali i passi da intraprendere in tal senso?

L’Unione europea può ancora avere un ruolo sulla scena internazionale, ma non per inerzia né per semplice evocazione del proprio passato. Deve piuttosto riconoscere che il contesto in cui era riuscita a esercitare influenza – un ordine multilaterale relativamente stabile, fondato su regole condivise e sulla progressiva integrazione economica – è profondamente mutato. In questo nuovo scenario l’Europa rischia l’irrilevanza non tanto per mancanza di risorse, quanto per l’assenza di una visione politica comune e di strumenti adeguati a sostenerla. Il primo passo è dunque politico: superare l’illusione che la forza normativa e l’attrattività del proprio modello siano sufficienti in un mondo sempre più strutturato intorno a rapporti di potenza. Questo implica dotarsi di una reale capacità di decisione comune in materia di politica estera, sicurezza e difesa, riducendo il peso dei veti nazionali e accettando un maggiore grado di integrazione sovrana. Senza una credibile capacità di deterrenza e di proiezione, l’Europa continuerà a essere un attore prevalentemente reattivo. Al tempo stesso, il ruolo europeo non può essere una semplice imitazione delle logiche di potenza altrui. La sua specificità potrebbe risiedere nella capacità di coniugare interessi e valori, pragmatismo e tutela di beni pubblici globali, a partire dal commercio, dal clima, dalla regolazione tecnologica e dalla cooperazione allo sviluppo. Ma perché questa ambizione non resti retorica, è necessario investire in strumenti comuni, parlare con una sola voce e accettare che l’unità abbia un costo politico immediato: ciò rappresenta l’unica possibilità di contare nel medio-lungo periodo.

Sicurezza e difesa, economia e welfare, sfida digitale, crisi demografica, pressioni migratorie, cambiamento climatico: sono solo alcuni dei dossier sul tavolo del leader europei. A suo avviso, quali sono le prime e reali urgenze cui porre mano?

Le urgenze che i leader europei si trovano ad affrontare non sono compartimenti stagni, ma elementi interconnessi di una stessa crisi strutturale. La sicurezza esterna e interna, la sostenibilità dei sistemi di welfare, la competizione economica e tecnologica, la transizione ecologica, la crisi demografica e la gestione dei flussi migratori si alimentano reciprocamente e non possono essere affrontate efficacemente a livello puramente nazionale. La prima urgenza è riconoscere questa interdipendenza e tradurla in politiche comuni stabili, non emergenziali. In particolare, sicurezza e difesa non possono più essere pensate come un ambito separato dalle politiche industriali, tecnologiche ed energetiche. Investire in autonomia strategica significa rafforzare la capacità produttiva europea, ridurre dipendenze critiche, sostenere l’innovazione e proteggere la coesione sociale.

Si possono dunque immaginare risposte comuni a problemi comuni?

Risposte comuni a problemi comuni sono non solo possibili, ma necessarie. Tuttavia, richiedono un salto di qualità nella solidarietà interna e nella condivisione dei costi e dei benefici dell’integrazione. Questo vale in modo particolare per la gestione delle migrazioni e per le politiche sociali, dove l’assenza di soluzioni europee alimenta tensioni interne e narrazioni nazionaliste. Senza un rafforzamento del pilastro sociale dell’Unione, il progetto europeo rischia di perdere legittimità proprio mentre avrebbe più bisogno di consenso. In questa linea si muove il “Codice per una nuova Europa” recentemente formulato da un gruppo di 120 studiosi ed esperti e presentato a settembre 2025 nel Monastero di Camaldoli. Il Codice propone che un gruppo di Stati aprano una fase costituente per la creazione di un’autentica federazione. Non è possibile, infatti, oggi pensare a un governo federale che raccolga fin da subito tutti i 27 paesi della Ue. D’altra parte, la formazione di un nucleo federale fra alcuni Paesi non è in contraddizione con la partecipazione all’attuale Unione europea e agevolerebbe il necessario allargamento della stessa Ue ad altri Paesi (Ucraina in primis). La federazione stessa sarebbe nucleo attrattore, aperto alla collaborazione con tutti e all’inclusione di quanti vorranno aderirvi.

Non ultimo: è possibile “pescare” nel patrimonio culturale e spirituale dell’Europa elementi utili – e valori condivisi – per decifrare questa nostra epoca e magari individuare possibili “vie d’uscita”?

Attingere al patrimonio culturale e spirituale dell’Europa non significa rifugiarsi in una nostalgia identitaria né rivendicare una presunta superiorità morale. Significa piuttosto recuperare alcune categorie di pensiero che storicamente hanno consentito al continente di affrontare crisi profonde: il valore del limite, la centralità e inviolabilità della persona umana, l’importanza del dialogo e della partecipazione, l’idea che il potere debba essere sottoposto a regole e che il conflitto possa essere istituzionalizzato anziché assolutizzato. In un’epoca segnata dalla brutalizzazione del linguaggio politico e dalla riduzione della complessità a slogan, questa tradizione può offrire strumenti critici preziosi. L’idea di pluralismo, l’importanza della ricerca della verità attraverso il dialogo e il confronto di esperienze diverse, la tensione – mai completamente risolta – tra libertà e giustizia sociale sono elementi che possono ancora orientare l’azione politica e impedire derive autoritarie presentate come inevitabili. Le “vie d’uscita” non risiedono quindi in un ritorno al passato, ma nella capacità di reinterpretare questo patrimonio per metterlo a servizio di un progetto di convivenza e di civiltà. Un’Europa che sappia riconoscere la propria fragilità, senza rinunciare ai propri principi fondamentali, potrebbe offrire non un modello da imporre, ma uno spazio politico in cui potenza e responsabilità tornino a essere tenute insieme. È una scommessa difficile, ma probabilmente l’unica coerente con la storia e con le ambizioni dichiarate del progetto europeo. Sir 29

 

 

 

 

 

Referendum: si vota il 22 e 23 marzo

 

La data del referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati, l’atteso provvedimento sui caregiver familiari, il disegno di legge delega per la riforma del sistema sanitario. Il Consiglio dei ministri ha deliberato su questi temi. Di Stefano De Martis

La data del referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati, l’atteso provvedimento sui caregiver familiari, il disegno di legge delega per la riforma del sistema sanitario. Il Consiglio dei ministri ha deliberato su questi temi, ma bisognerà attendere ancora per una valutazione puntuale e approfondita. Anche sulla notizia più circoscritta, infatti, bisogna infatti usare il condizionale: il governo ha fissato per il 22 e 23 marzo la data del referendum costituzionale, contando i termini dal via libera della Cassazione alla consultazione richiesta dai parlamentari, ma è ancora in corso la raccolta di firme a livello popolare e i promotori chiedono che si rispetti la prassi di attendere il compimento di tutti i termini relativi. La norma intorno a cui si discute è l’articolo 15 della legge 352 del 1970, secondo cui il referendum va indetto entro 60 giorni dalla comunicazione dell’ordinanza dell’Ufficio centrale per il referendum presso la Cassazione, che ha ammesso le richieste referendarie. La stessa norma prevede che il referendum si svolga in una domenica compresa tra il cinquantesimo e il settantesimo giorno successivo all’emanazione del decreto di indizione. Ci sarà dunque una battaglia di ricorsi.

Per quanto riguarda i caregiver, si tratta di un disegno di legge che quindi dovrà essere approvato dal Parlamento prima di produrre degli effetti. Peraltro avrà una corsia preferenziale e dovrebbe godere di un ampio consenso trasversale. Il punto più importante del ddl – un aspetto che potrebbe non a torto essere definito “storico” – è il riconoscimento pubblico del ruolo di questa figura, cioè di chi si prende cura di un familiare in condizioni gravi e di non autosufficienza (la stima è di circa 7 milioni di persone). Vengono individuati quattro profili a tutele differenziate a cominciare dal “caregiver familiare convivente e prevalente che sta 24 ore su 24 con la persona assistita”. Al riconoscimento del ruolo, secondo le procedure previste, sono connessi diritti e benefici importanti. Ma resta molto debole la parte economica: il contributo massimo è di 400 euro mensili esentasse erogati ogni 3 mesi con Isee entro 15mila euro ed è riservato solo al ruolo più impegnativo con almeno 91 ore settimanali (13 ore al giorno).

Le risorse sono un problema al momento irrisolto anche per il disegno di legge che delega il governo a riformare il sistema sanitario. Il testo parla infatti di “neutralità finanziaria” e quindi se non ci saranno stanziamenti ad hoc bisognerà provvedere con l’esistente. Oltre a questa incognita tutt’altro che irrilevante, c’è da considerare che in quando ddl delega il testo indica soltanto le coordinate della riforma, mentre l’attuazione sarà affidata di norma a una serie di decreti legislativi. Approvata la delega dal Parlamento, il governo avrà tempo fino al 31 dicembre per emanare i provvedimenti attuativi. Secondo il comunicato di Palazzo Chigi, “la delega individua, tra i principi e criteri direttivi, il potenziamento dell’integrazione tra ospedale e territorio, l’aggiornamento della classificazione delle strutture ospedaliere, l’introduzione di nuove reti assistenziali tempo-dipendenti e specialistiche, l’aggiornamento del dimensionamento delle unità operative complesse in relazione al bacino di utenza, la promozione dell’appropriatezza dell’offerta ospedaliera anche attraverso la definizione di standard minimi per le attività di ricovero, articolati per area di attività e per ambito territoriale di riferimento, definiti ed implementati in coerenza con la disciplina in materia di ospedale di comunità, il riconoscimento del valore delle buone pratiche clinico-assistenziali e organizzative, il miglioramento dell’assistenza alle persone non autosufficienti e a quelle affette da patologie croniche complesse, il rafforzamento dell’integrazione socio-sanitaria e la valorizzazione del ruolo della medicina generale e dei pediatri di libera scelta”. Sir 13

 

 

 

 

Referendum sulla giustizia. Cosa devono sapere gli italiani all’estero

 

La data ora è ufficiale. Con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del 14 gennaio, il referendum costituzionale confermativo sulla riforma della giustizia entra nel vivo. Gli italiani, in patria e fuori dai confini nazionali, saranno chiamati a votare domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026 su un tema che tocca l’assetto stesso dell’ordinamento giudiziario e l’istituzione della Corte disciplinare

Per chi vive all’estero, però, il calendario corre un po’ più veloce. E conviene fare attenzione alle scadenze, perché alcune finestre si chiudono in fretta.

Come già avviene per le elezioni politiche, anche per il referendum gli iscritti all’AIRE voteranno in linea generale per corrispondenza. Il plico elettorale arriverà direttamente a casa, all’indirizzo registrato presso il Consolato. Un dettaglio tutt’altro che secondario: chi ha cambiato residenza o non ha aggiornato i propri dati rischia semplicemente di non ricevere nulla. La Farnesina lo ricorda con chiarezza, invitando a controllare subito la propria posizione anagrafica, meglio ancora tramite il portale Fast It.

C’è poi l’alternativa, prevista dalla legge: votare in Italia. Una scelta che va comunicata per iscritto al proprio Consolato entro dieci giorni dall’indizione ufficiale del referendum. In pratica, entro il 24 gennaio. Non oltre. Chi decide di rientrare per esprimere il voto lo farà nel Comune italiano di iscrizione elettorale e riceverà la consueta cartolina-avviso dal Comune stesso.

La comunicazione al Consolato non richiede formalismi complicati. Va bene anche una semplice lettera, purché contenga nome e cognome, data e luogo di nascita, indirizzo di residenza e firma, accompagnata da una copia del documento d’identità. Si può inviare per email, anche PEC, per posta oppure consegnare a mano. I moduli ufficiali saranno comunque disponibili sui siti delle Ambasciate e dei Consolati.

Attenzione a un altro aspetto spesso sottovalutato: la scelta di votare in Italia vale solo per questo referendum. E può essere revocata, sempre entro il 24 gennaio, con una comunicazione scritta inviata al Consolato con le stesse modalità.

Chi pensa di tornare in Italia per votare deve però mettere in conto un elemento poco popolare ma chiarissimo nella normativa: non è previsto alcun rimborso per le spese di viaggio. Sono previste soltanto agevolazioni tariffarie all’interno del territorio italiano.

Il quadro normativo di riferimento è quello della legge 459 del 2001, che tutela il diritto di voto dei cittadini italiani residenti o temporaneamente all’estero. Un diritto, appunto, che resta tale solo se esercitato con attenzione e nei tempi giusti. Perché i plichi elettorali, per legge, partono quasi un mese prima del voto in Italia. E una comunicazione arrivata in ritardo, specie se spedita per posta, semplicemente non viene presa in considerazione.

Per dubbi, chiarimenti o casi particolari, la strada resta una: contattare il proprio Ufficio consolare di riferimento. Meglio farlo ora, senza aspettare l’ultimo momento. Marzo, in fondo, non è poi così lontano.

Voto per corrispondenza

Chi può: cittadini italiani iscritti all’AIRE.

Come funziona: il plico elettorale arriva all’indirizzo registrato al Consolato.

Aggiorna subito l’indirizzo se hai cambiato residenza, meglio tramite Fast It.

Scadenza fondamentale: i plichi devono partire quasi un mese prima del voto. Indirizzi non aggiornati = rischio di non ricevere il plico.

Alternativa: puoi scegliere di votare in Italia (vedi sotto), comunicandolo entro il 24 gennaio 2026.

Votare in Italia

Come fare: invia una comunicazione scritta al Consolato.

Cosa indicare: nome, cognome, data e luogo di nascita, indirizzo di residenza, firma, copia documento identità.

Modalità invio: email, PEC, posta o consegna a mano. Moduli disponibili online sui siti dei Consolati o del MAECI.

Scadenza: entro il 24 gennaio 2026. Dopo non è più possibile.

Cambio idea: revoca possibile entro la stessa data, con le stesse modalità.

Cartolina dal Comune: se scegli l’Italia, il tuo Comune invierà l’avviso con il seggio.

Viaggio: nessun rimborso per spese di viaggio; solo agevolazioni tariffarie interne.

Promemoria rapido

Controlla subito i tuoi dati anagrafici e indirizzo presso il Consolato.

Scadenza opzione Italia: 24 gennaio 2026.

Per dubbi: rivolgiti al tuo Consolato di riferimento. LLD, CdI 17

 

 

 

 

 

Forum Italia-Germania. Circa duemila imprese italiane in Germania 

 

ROMA – Si è aperto oggi Roma, presso l’hotel Parco dei Principi, il Forum imprenditoriale tra Italia e Germania. Il Forum si prefigge di sostenere le imprese italiane e prevede panel settoriali dedicati all’industria avanzata (con focus su automotive, siderurgia e farmaceutica), alle infrastrutture e alla connettività, all’energia, alla difesa, alla sicurezza e all’aerospazio, di come accrescere la competitività delle industrie italiane e tedesche, fortemente integrate. Il business forum sarà completato anche da incontri B2B. L’incontro, moderato dalla giornalista del “Sole 24 Ore” Isabella Bufacchi, è stato introdotto dall’intervento del Ministro degli Esteri Antonio Tajani. Il Ministro ha in primo luogo sottolineato come Italia e Germania rappresentino al momento le due realtà industriali più importanti dell’UE, sottolineando la centralità di una politica industriale che sappia favorire anche la politica commerciale per dare maggior sbocco alle attività produttive. Tajani ha poi precisato come, anche per queste motivazioni Italia e Germania, abbiano visto favorevolmente l’accordo tra UE e Mercosur: si tratta di un’intesa che, secondo il Ministro, varrà 14 miliardi in più per l’export italiano. Tajani ha anche evidenziato come con la Germania vi sia unità di visione su questi aspetti e sull’agenda europea. “Questa è la prova del positivo stato di salute dei rapporti tra Italia e Germania”, ha precisato il Ministro annunciando la firma di un’intesa congiunta proprio con la Germania sulle politiche comunitarie e su alcuni settori strategici per la competitività: “un vero e proprio manifesto per rilanciare il mercato unico”, ha precisato Tajani parlando dell’obiettivo dei 700 miliardi di export italiano entro fine legislatura. Il Ministro  ha poi definito la Germania come Paese chiave per la promozione della strategia della crescita in quanto mercato di destinazione proprio del nostro export: nel 2025 l’interscambio bilaterale tra i due Paesi è stato di oltre 146 miliardi con una crescita del 2%. Attualmente ci sono circa duemila imprese italiane in Germania. “Siamo anche pronti a ricevere più imprenditori tedeschi nel nostro Paese”, ha precisato Tajani.  Il Ministro ha poi parlato dell’importanza dell’internazionalizzazione, uno strumento, che va nella direzione opposta rispetto alla delocalizzazione, e che si trova la centro della crescita. Tajani si è poi soffermato della necessità di avere una visione comune europea anche sul fronte della difesa, delle politiche migratorie e del contrasto ai cambiamenti climatici. “Quando si fissano regole inapplicabili però esse tarpano le ali a industria e agricoltura: non ce lo possiamo permettere”, ha aggiunto il Ministro riferendosi ad alcune normative che erano state adottate a livello comunitario sulla questione climatica. Secondo Tajani è fondamentale anche risolvere la questione del costo dell’energia, per poter competere meglio a livello globale e proteggere le proprie filiere. “Il nuovo pacchetto automotive della Commissione Europea va nella direzione giusta, ma non è sufficiente e resta ancora molto da fare”, ha poi sottolineato il Ministro auspicando un salto di qualità anche nel settore delle infrastrutture su scala continentale. In tal senso ha quindi menzionato anche il corridoio IMEC che sarà importante come porta europea verso l’Indo-Pacifico e l’Oriente. Tajani ha inoltre auspicato una politica industriale europea più incisiva nel settore farmaceutico, nonché una politica di difesa comune orientata al mantenimento della pace. In questo senso il Ministro ha ribadito l’importanza di rinforzare il pilastro europeo all’interno della Nato. In ultimo ha ricordato due personalità storiche che hanno rappresentato le fondamenta della moderna Europa: un italiano e un tedesco, De Gasperi e Adenauer. “Sono i padri dell’Europa e della collaborazione tra Italia e Germania”, ha concluso Tajani. Ha poi preso la parola il Ministro dell’Economia tedesco, Katherina Reiche, che ha sottolineato, a sua volta, l’importanza della collaborazione tra i due Paesi, soprattutto in un anno nel quale ricorrono i 75 anni delle relazioni diplomatiche tra Italia e Germania. “Questo forum è espressione di queste relazioni”, ha precisato Reiche esprimendo soddisfazione per la partecipazione e l’interesse verso questo momento d’incontro. Il Ministro tedesco ha inoltre ricordato un altro anniversario che riguarda il viaggio italiano di Goethe che, nel 1786, cominciò la sua esperienza di due anni nel nostro Paese. Lo stesso già menzionato Adenauer si è recato spesso in Italia. “Adenauer aveva una visione che non poteva essere più attuale”, ha rilevato Reiche parlando di una partnership che, oggi più che mai, si consolida fra i due Paesi sotto l’aspetto economico ma anche culturale. Il Ministro tedesco ha rimarcato a sua volta come i due Paesi siano le due maggiori potenze industriali e livello continentale, evidenziando anche il ruolo delle piccole e medie imprese. Reiche ha anche espresso la consapevolezza come, nello scenario globale attuale, la stessa Europa abbia bisogno di coltivare nuove partnership; in tal senso ha espresso apprezzamento per l’accordo raggiunto tra Ue e il Mercosur e auspicato che si possano stabilire relazioni più forti anche con il Sudest asiatico. A seguire è intervenuto il Ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, che ha ricordato come Italia e Germania siano due delle principali potenze industriali europee. “Condividete lo stesso bacino industriale”, ha rilevato Urso rivolgendosi alla platea tedesca presente in sala, sottolineando che se per l’Italia la Germania è il primo Paese di destinazione per l’export, al contrario la Germania rappresenta il primo Paese in entrata da noi per turisti. “Abbiamo gli stessi interessi”, ha aggiunto Urso auspicando a sua volta che l’accordo UE-Mercosur possa essere operativo quanto prima. Urso ha indicato nel 2026 un anno fondamentale per le grandi riforme economiche e industriali dell’Europa, menzionando quanto emerso nello stesso vertice di Davos su questi temi, in funzione di un’autonomia strategica europea. Urso ha poi sottolineato l’importanza degli incentivi per lo sviluppo tecnologico, al fine di contrastare la concorrenza altrui e sostenere il comparto industriale interno con l’obiettivo di competere ad armi pari in contesti globali. E’ stata poi la volta del Ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul, ha spiegato l’importanza di promuovere, in un abito di responsabilità comune, stabilità e un orientamento congiunto. “Ci appoggiamo su una grande tradizione di relazioni”, ha aggiunto Wadephul che, a sua volta, ha ricordato la celebrazione dei 75 anni delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi. “L’Europa non è un’idea astratta ma una necessità”, ha evidenziato il Ministro degli Esteri tedesco facendo eco ad un pensiero che era anche di Adenauer. “Il fatto che le imprese italiane e tedesche collaborino in questo modo ci rende più forti”, ha sottolineato Wadephul. (Inform/dip 23)

 

 

 

 

 

Italia-Germania e il patto che ridisegna il futuro dell’Europa

 

L'asse Roma-Berlino punta alla competitività industriale con un manifesto per il mercato unico europeo

Mentre i venti di instabilità soffiano sui confini globali, Roma e Berlino scelgono di blindare il cuore del continente con un’alleanza che va ben oltre la diplomazia formale. Il 23 gennaio 2026, la cornice di Villa Doria Pamphilj è stata il teatro di un evento storico: la firma di un Piano d’Azione bilaterale di 32 pagine tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il cancelliere tedesco Friedrich Merz.

Un accordo definito “senza precedenti”, volto a trasformare il rapporto tra le due potenze in un motore di sovranità, sicurezza e competitività per l’intera Unione europea. “Italia e Germania sono più vicine che mai”, ha dichiarato Merz, sottolineando una “speciale sintonia di valori e interessi” in una nuova era di grandi potenze.

Difesa, l’asse europeo nella Nato

Il cuore strategico del vertice è stato l’“Accordo sulla cooperazione potenziata in materia di sicurezza, difesa e resilienza”. Questo protocollo impegna le due nazioni a rafforzare il pilastro europeo all’interno della Nato, mirando a colmare le lacune capacitive attraverso una deterrenza credibile. Per rendere operativo questo impegno, è stato istituito un meccanismo di consultazione annuale “2+2” che coinvolgerà i ministri degli Esteri e della Difesa.

Sul piano industriale, la collaborazione mira a creare campioni europei come l’iniziativa “Bromo” nel settore spaziale, sviluppata da Leonardo, Airbus e Thales. La cooperazione coprirà progetti massicci: dai sistemi di artiglieria Panzerhaubitze 2000 alle munizioni Vulcano, passando per l’aeromobile militare Eurofighter, l’Eurodrone, gli elicotteri NH-90, i caccia F-35 e i sottomarini classe 212. Resta incrollabile il sostegno all’Ucraina, a cui Roma e Berlino promettono “robuste garanzie di sicurezza” e supporto continuo tramite il Meccanismo di Tallinn, l’iniziativa internazionale avviata nel 2023 dai partner di Kiev per coordinare lo sviluppo della difesa cibernetica del Paese.

Competitività e industria: un manifesto per l’Ue

Con un interscambio che ha sfiorato i 153 miliardi di euro nel 2024 e investimenti incrociati per oltre i 100 miliardi, Italia e Germania si confermano i motori produttivi d’Europa. Durante il vertice è stato adottato un documento congiunto sulla competitività da trasmettere alla Commissione europea, un vero “manifesto” per rilanciare il mercato unico. Tra le proposte più innovative figura il “28esimo regime” di diritto societario europeo, volto a superare la frammentazione normativa e favorire la mobilità dei talenti.

La premier Meloni ha espresso parole nette sulla transizione ecologica, affermando che essa “ha finito per mettere in ginocchio le nostre industrie” e invocando il coraggio di “correggere gli errori” per evitare il declino industriale del continente. Il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha inoltre annunciato un’intesa per connettere il Fondo Strategico per il Made in Italy con il fondo tedesco per le materie prime critiche, per sottrarre il controllo dei prezzi al monopolio di nazioni come la Cina.

Sicurezza energetica e la nuova frontiera dell’Artico

Il settore energetico vede le due nazioni protagoniste del “SoutH2 Corridor”, il corridoio meridionale dell’idrogeno che collegherà l’Italia e la Germania alle risorse del Nord Africa e della regione Mena che comprende anche il Medio Oriente. Il ministro italiano dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin e l’omologa ministra tedesca Reiche hanno discusso il ruolo del gas e del nucleare di nuova generazione nel processo di decarbonizzazione, ribadendo un approccio basato sulla neutralità tecnologica.

Un segnale forte è arrivato anche sulla sicurezza dell’Artico: l’Europa ha parlato con “una sola voce” di solidarietà verso Danimarca e Groenlandia contro le interferenze esterne, con Merz che ha elogiato la nuova strategia italiana per l’Artico.

Migrazione e Africa: la sinergia con il Piano Mattei

In linea con il nuovo Patto Ue su Migrazione e Asilo, il Piano d’Azione promuove un approccio globale che unisce la protezione delle frontiere esterne a partnership con i Paesi di origine. È stata annunciata una massima sinergia tra il “Piano Mattei” italiano e le iniziative tedesche in Africa, con il lancio di progetti comuni nel Sahel e nella regione del Lago Ciad.

Il “Processo di Roma” rimane il quadro di riferimento per combattere il traffico di esseri umani e promuovere canali legali.

Le 7 intese bilaterali e il legame culturale

Oltre ai grandi dossier politici, il vertice ha prodotto lo scambio di sette accordi specifici che toccano la vita dei cittadini e delle imprese:

1. Premio letterario “Mazzucchetti-Gschwend”: per incentivare le traduzioni di opere tra le due lingue.

2. “Goethe Cultural Route in Italy”: un itinerario contemporaneo e digitale sui passi del viaggio di Goethe nel 1786.

3. Innovazione e Start-up: collaborazione tra ecosistemi di ricerca tra Invitalia e i partner tedeschi.

4. Materie prime critiche: coordinamento tra i fondi strategici nazionali.

5. Settore delle alghe: cooperazione per lo sviluppo sostenibile di questa industria emergente.

6. Ricerca e istruzione: intesa per rafforzare la collaborazione accademica.

7. Trasporto combinato: per potenziare l’intermodalità e la sostenibilità logistica.

Il vertice si è concluso con un richiamo ai padri fondatori dell’Ue. Il ministro italiano degli Esteri Antonio Tajani ha citato De Gasperi e Adenauer, ricordando che l’unità europea, un tempo sogno di pochi, è oggi una “necessità per tutti”. E con questa intesa, i due Paesi hanno designato la roadmap politica che sarà monitorata da vertici intergovernativi regolari per un’Europa sovrana e competitiva. Adnkronos 23

 

 

 

 

 

Italia-Germania: a Roma il vertice Meloni - Merz

 

Roma. "Oggi abbiamo deciso di rafforzare la cooperazione tra Italia e Germania dove ciascuno porterà il suo valore aggiunto. Italia e Germania oggi sono più vicine che mai. Ci sono le condizioni per ottenere ottimi risultati”. Ad affermarlo è stata la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, a margine del vertice intergovernativo Italia-Germania che l’ha vista accogliere, oggi pomeriggio a Villa Doria Pamphilii, il Cancelliere tedesco Friedrich Merz e la sua delegazione ministeriale.

Il vertice di oggi, ha ricordato Meloni, è stato il “secondo in poco più di due anni”, dopo quello di Berlino del novembre 2023. Un appuntamento che “apre anno un significativo per i nostri rapporti bilaterali”, visto che nel 2026 sarà celebrato anche il 75° anniversario della ripresa delle relazioni diplomatiche tra Roma e Berlino.

Il vertice, ha aggiunto Meloni, cade in una “congiuntura storica molto complessa che impone all’Europa di scegliere se vuole esser protagonista del proprio destino o subirlo”.

In questa situazione, per Meloni bisogna avere “lucidità, responsabilità, coraggio e l’intelligenza che serve per trasformare le crisi in opportunità”.

Italia e Germania “hanno una responsabilità particolare, per storia, peso, leadership”. Si tratta, ha aggiunto, di “due grandi Nazioni europee, fondatrici dell’Ue” oltre che “le due maggiori produttrici manifatturiere d’Europa” i cui sistemi economici sono “interconnessi”.

L’Europa ha bisogno di “un deciso cambio di passo in materia di competitività”, ha detto la Premier, prima di ribadire le sue critiche alla politica verse dell’Europa.

Italia e Germania oggi hanno “rafforzato il loro partenariato lavorando su sfide cruciali per il nostro tempo”.

Tra queste la politica dei dazi. “Ci difenderemo con tutti gli strumenti possibili”, ha affermato il cancelliere tedesco. “Siamo in grado di convocare il Consiglio europeo straordinario e l’azione dimostrata in questa settimana è la dimostrazione di quello che possiamo fare”, ha aggiunto riferendosi al passo indietro del Presidente Usa.

Quanto a Trump, Meloni ha confermato che “la nostra volontà di cooperazione con gli Usa rimane salda, Italia e Germania sono tra le nazioni che in Europa intrattengono con gli Usa relazioni privilegiate, date anche dal fatto che nei loro Paesi ci sono basi americane, e possono aiutare in questo rapporto, particolarmente se lavorano insieme anche grazie a un approccio pragmatico e non istintivo” alle relazioni con gli Stati Uniti.

A margine del vertice sono stati firmati diversi accordi bilaterali e un accordo di cooperazione rafforzata in materia di sicurezza, difesa e resilienza.

In quest’ultimo documento si stabilisce l’impegno a “coordinare una risposta congiunta alle minacce alla sicurezza euro-atlantica” e “rafforzare il pilastro europeo della Nato per rafforzare ulteriormente la posizione di deterrenza e difesa della Nato”. Roma e Berlino riaffermano poi l’impegno pieno a “rafforzare la deterrenza e la difesa della Nato e a promuovere la prontezza difensiva dell’Ue” e, al tempo stesso, “l’importanza fondamentale di un forte legame transatlantico tra Europa e Stati Uniti, basato su valori comuni e interessi condivisi”.

Difesa, sicurezza e resilienza, ha detto Meloni, sono "ambiti nei quali l’Italia e la Germania possono contare su realtà industriali di assoluta eccellenza, che generano un altissimo valore aggiunto. Vogliamo rafforzare la nostra cooperazione su questa materia, riteniamo che i nostri sistemi produttivi possano dare un contributo significativo alla costruzione di quel solido pilastro europeo dell’alleanza atlantica, che per tanti anni abbiamo invocato senza mai realmente fare dei passi avanti, ed agire di conseguenza. A questo fine ho anche comunicato al Cancelliere Merz la decisione italiana di aderire all’accordo multilaterale, che già esiste tra Germania, Francia, Spagna e Gran Bretagna, sull’esportazione di armamenti".

Richiamato l'incontro dei Ministri degli esteri e della difesa, svolto oggi alla Farnesina, la Premier ha confermato che anche "sui principali dossier internazionali, a partire dall’Ucraina e dal Medio Oriente" tra Italia e Germania c'è "forte sintonia". "Continueremo a fare la nostra parte sia per arrivare a una pace giusta e duratura in Ucraina, sia per costruire un quadro stabile di sicurezza e di prosperità in Medio Oriente", ha aggiunto.

Al centro del vertice anche "la valorizzazione della nostra cooperazione su molti altri fronti" tra cui quelli "delle interconnessioni energetiche, delle interconnessioni economiche e infrastrutturali che sono sempre più decisive per quest’epoca".

"Il lavoro che abbiamo fatto e che abbiamo ancora da fare è molto ampio, ma nella giornata di oggi non solo Italia e Germania confermano il loro partenariato, ma decidono di rafforzarlo a ogni livello lavorando fianco a fianco su sfide che sono cruciali per il nostro tempo. In queste ore ho letto alcuni commenti, qualche osservatore diceva che il ‘26 sarà “l’anno di Italia e Germania”. Io non so dire se questa previsione corrisponde alla realtà. Quello che posso dire - ha concluso - è che intendiamo mettercela tutta, che intendiamo assolutamente fare la nostra parte per consolidare un’amicizia che è strategica non solo per le nostre Nazioni, ma che è strategica per l’Europa intera". (aise/dip 23)

 

 

 

 

 

La Memoria che ci riguarda

 

Dall’Olocausto alle guerre di oggi: ricordare non basta, serve vigilare contro l’odio e l’indifferenza

C’è una parola che torna ogni anno, il 27 gennaio, e che rischia di scivolare via come una formula rituale: Memoria. La Giornata della Memoria non dovrebbe essere un appuntamento di calendario, ma un esercizio scomodo, vivo, quotidiano. Perché ricordare l’Olocausto non significa soltanto guardare indietro, ma avere il coraggio di guardare dentro il nostro presente.

L’Olocausto non è nato all’improvviso. Non è stato solo il prodotto di un regime o di una guerra. È stato preparato lentamente, con parole avvelenate, con la disumanizzazione dell’altro, con l’indifferenza trasformata in normalità. Prima dei campi di sterminio ci sono stati gli sguardi che si voltavano altrove, le battute accettate, l’odio tollerato perché “non ci riguarda”.

Ed è qui che la Memoria ci interroga oggi.

Viviamo in un tempo in cui l’odio torna a circolare con inquietante facilità. Lo vediamo nelle guerre che devastano intere popolazioni, nei civili trasformati in bersagli, nei bambini che crescono sotto le bombe. Lo vediamo nel linguaggio pubblico sempre più aggressivo, nella polarizzazione, nel bisogno di trovare un nemico per sentirsi dalla parte giusta. Lo vediamo nell’intolleranza verso chi è diverso per origine, religione, orientamento, idee. Lo vediamo anche nelle nostre comunità, nelle nostre città europee, nei social, nei commenti che feriscono più delle armi perché preparano il terreno alla violenza.

La Memoria dell’Olocausto non serve se resta confinata nei musei o nelle cerimonie ufficiali. Serve solo se ci costringe a porci domande scomode:

quando oggi accettiamo l’odio senza reagire, da che parte stiamo?

quando riduciamo una persona a un’etichetta, non stiamo ripetendo un meccanismo già visto?

quando giustifichiamo la violenza “perché è lontana da noi”, cosa stiamo insegnando ai nostri figli?

Ricordare significa anche riconoscere che nessuna società è immune. Che la democrazia non è garantita per sempre. Che i diritti possono essere erosi poco alla volta, senza rumore. E che l’intolleranza non nasce solo nei grandi eventi storici, ma nei piccoli gesti quotidiani: nel rifiuto dell’ascolto, nel disprezzo dell’altro, nel cinismo che ci fa dire “è sempre stato così”.

Per chi vive fuori dall’Italia, come molti lettori del Corriere d’Italia, la Memoria assume un significato ancora più profondo. Vivere tra culture diverse è una ricchezza, ma anche una responsabilità. Significa scegliere ogni giorno se costruire ponti o alzare muri. Se difendere la dignità umana anche quando non conviene. Se ricordare che l’Europa, nata dalle macerie della Shoah, ha senso solo se resta fedele ai suoi valori di pace, pluralismo e rispetto.

La Giornata della Memoria non ci chiede di essere perfetti. Ci chiede di essere vigili. Di non abituarci all’odio. Di non considerare normale ciò che normale non è. Di avere il coraggio, quando serve, di dire “no”, anche a voce bassa, anche da soli.

Perché la Memoria non è solo un dovere verso il passato.

È una responsabilità verso il presente.

Ed è, soprattutto, una promessa verso il futuro.

Morti nei campi di concentramento e di sterminio nazisti

Durante la Seconda Guerra Mondiale, i campi di concentramento e di sterminio nazisti furono teatro di una tragedia senza precedenti. Milioni di persone furono deportate, sfruttate come forza lavoro o assassinate sistematicamente in base alla loro origine, religione, appartenenza politica o condizioni fisiche. I numeri che seguono aiutano a comprendere l’immane portata di questa catastrofe umana, ricordando che dietro ogni cifra ci sono vite spezzate, famiglie distrutte e storie personali che non possono essere dimenticate.

1. Ebrei – circa 6 milioni – Provenienza principale: Polonia, Unione Sovietica, Ungheria, Germania, Romania, Cecoslovacchia, Paesi Bassi, Francia, altri.

2. Polacchi non ebrei – circa 1,8–2 milioni – Vittime della politica di sterminio dei civili e deportazioni nei campi di concentramento.

3. Sovietici – circa 2,5–3 milioni – Principalmente prigionieri di guerra catturati sul fronte orientale. Molti morirono nei campi di prigionia o di lavoro forzato.

4. Rom e Sinti (Zingari) – circa 220.000–500.000 – Tra deportazioni, fame e esperimenti medici nei campi.

5. Persone con disabilità fisiche o mentali – circa 200.000–250.000 – Vittime del programma di eugenetica “Aktion T4” e dei campi.

6. Oppositori politici, partigiani, altre religioni – circa 100.000–150.000 – Deportati per motivi politici o religiosi, molti nei campi di lavoro forzato.

7. Altri gruppi (omosessuali, prigionieri comuni, cittadini di varie nazionalità) – Deportati principalmente in Germania o Polonia, con tassi di mortalità elevati.

I numeri riportati non sono precisi al singolo: molti registri sono incompleti o distrutti, e le stime possono variare leggermente tra gli storici.

Totale stimato: circa 11–12 milioni di morti, di cui circa 6 milioni erano ebrei.

I campi principali dove avvenivano stermini di massa erano Auschwitz-Birkenau, Treblinka, Sobibor, Majdanek, Belzec, Dachau, Bergen-Belsen, Mauthausen, e molti altri.  Licia Linardi, CdI 27

 

 

 

 

 

Forum imprenditoriale Italia-Germania, gli interventi conclusivi di Meloni e del Cancelliere Merz

 

Roma. Con gli interventi del Il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e del Cancelliere della Repubblica Federale di Germania, Friedrich Merz si è concluso a Roma il Forum imprenditoriale Italia-Germania. “Questo Business Forum – ha esordito il Premier Meloni – segna il momento conclusivo di una giornata che io penso rappresenti l’inizio di una stagione nuova nei rapporti tra Italia e Germania. Questo vertice intergovernativo infatti non è stato pensato semplicemente per fare il punto sullo stato delle nostre relazioni bilaterali, ma è stato pensato soprattutto con l’obiettivo di interrogarci su come Italia e Germania, lavorando insieme, possano dare alle loro relazioni e all’Europa nel suo complesso la spinta che serve per tornare a guardare con fiducia a un futuro di stabilità, di crescita, di benessere. Quelli che ci siamo dati, – ha proseguito il Presidente del Consiglio – sono obiettivi molto ambiziosi. La Germania, lo sapete meglio di me, è il primo partner commerciale dell’Italia. Le nostre nazioni condividono una relazione economica talmente solida e profonda che sarebbe quasi riduttivo definirla speciale. Parliamo di una interconnessione che di fatto ha plasmato i nostri tessuti industriali, che ha forgiato catene del valore complementari e integrate, all’interno delle quali si collocano peraltro circuiti di subfornitura. Sono i numeri a restituire la forza di questo legame. Nel 2024 il nostro interscambio ha superato i 150 miliardi di euro. Nei primi nove mesi del 2025 le esportazioni italiane verso la Germania sono cresciute del 2,9%, le importazioni sono cresciute a loro volta dell’1,6%. Oggi oltre 2.000 imprese italiane operano stabilmente in Germania, generando un fatturato complessivo che ha quasi raggiunto i 90 miliardi di euro e dando chiaramente lavoro a decine di migliaia di persone. Si tratta quindi di un partenariato economico e produttivo che è strategico, ovviamente non solamente per le nostre economie, ma, per l’intera Europa”.  “Se Italia e Germania collaborano, se le due principali economie manifatturiere d’Europa trovano sempre maggiori punti di contatto e lavorano su una piattaforma comune di azione, possono raggiungere – ha poi rilevato Meloni – risultati estremamente significativi per le nostre imprese, per i nostri lavoratori, per i nostri cittadini. Noi dobbiamo essere pienamente coscienti di questo ruolo, soprattutto in una fase tanto complessa dello scenario globale, dove l’incertezza diventa sostanzialmente sistema e dove la velocità delle trasformazioni, non solamente economiche e produttive, ci impone una straordinaria capacità di adattamento e di reazione”.  Il Premier ha poi sottolineato la necessità che Italia e Germania debbano assumersi la responsabilità di promuovere sui temi strategici un cambio di passo dell’Unione europea per tracciare nuove prospettive di azione. Meloni ha anche rilevato come Italia e Germania insieme abbiano ottenuto in Europa risultati importati:  “una maggiore flessibilità e il superamento del tutto elettrico per auto e furgoni al 2035, l’affermazione del principio di neutralità tecnologica, l’apertura ai biocarburanti e ai carburanti sintetici, oltre che all’idrogeno” . “Penso che ci sia un elemento fondamentale in comune nella produzione delle nostre due nazioni, – ha aggiunto Meloni dopo aver segnalato l’importanza del prossimo vertice informale sulla competitività del 12 febbraio a Bruxelles – ed è la qualità riconosciuta dei nostri prodotti. Made in Germany e Made in Italy sono marchi che significano prodotti di alta qualità. Se volessimo seguire dei cliché semplificati, si direbbe che il prodotto tedesco è garanzia di affidabilità e di solidità, il prodotto italiano è garanzia di attenzione ai dettagli, di creatività, di bellezza. Possono sembrare semplificazioni, ma non lo sono, perché il punto è che la forza della nostra produzione industriale, in un contesto globalizzato non può che essere la riconoscibilità del marchio come garanzia di alta qualità. E su questo Italia e Germania sono un modello per l’intero continente europeo”.  Meloni ha inoltre segnalato come nel documento sottoscritto insieme al Cancelliere Merz si auspichi la semplificazione e la cancellazione di norme europee inutili e controproducenti, il rafforzamento del mercato unico europeo, il rilancio dell’industria europea e la costruzione di una politica commerciale ambiziosa.  “Italia e Germania – ha poi sottolineato il Premier – possono dare un contributo decisivo alla costruzione di un solido pilastro dell’Alleanza Atlantica che sappia dialogare con il pilastro nordamericano da pari a pari, in un’ottica di complementarietà strategica. È anche questo un obiettivo alla nostra portata, è certamente un obiettivo che intendiamo perseguire, perché da qui passa un pezzo importante della nostra autorevolezza, della nostra sovranità, della nostra autonomia e del ruolo che l’Europa può giocare sullo scenario globale. L’accordo sulla cooperazione in materia di sicurezza e difesa – ha inoltre spiegato Meloni – che oggi abbiamo firmato con il Cancelliere tedesco, riafferma questo obiettivo strategico, punta a valorizzare le eccellenze che le nostre realtà industriali sono in grado di sviluppare nei diversi domini, dalla cantieristica fino allo spazio. La competitività – ha aggiunto – è per noi la priorità assoluta, perché senza un’industria forte non può esserci coesione sociale, non è possibile garantire la sicurezza dei nostri cittadini”.

Nel suo intervento il Cancelliere tedesco Merz ha ricordato i 75 anni di rapporti diplomatici tra Italia e Germania e ha sottolineato il positivo andamento delle relazioni fra i due Paesi che sul contesto generale si trovano su posizioni convergenti. Il Cancelliere, dopo aver segnalato la capacità di reazione mostrata dall’Unione europea rispetto alla recente sfida dei dazi Usa, ha rilevato come Italia e Germania, i due maggiori paesi industriali dell’Ue, siano concordi sulla necessità di aumentare la propria capacità difensiva in risposta alle minacce alla sicurezza sia di natura militare che ibrida. “Abbiamo sottoscritto – ha ricordato in proposito Merz – un accordo bilaterale italo – tedesco sulla sicurezza e la difesa.  Entrambi i governi partono dal presupposto che al centro del nostro impegno vi sia la competitività economica” . Una competitività che, per il Cancelliere, dovrà basarsi sull’innovazione al fine di riconquistare la leadership tecnologica. Nuove tecnologie che, anche nel settore dell’Automotive, permetteranno di proteggere il clima senza perdere competitività.  Merz si è anche soffermato sull’alto costo dell’energia e della necessità di lavorare per approdare ad un approvvigionamento energetico tecnologicamente neutrale, sostenibile e competitivo, anche attraverso l’intensificazione della cooperazione energetica. Sempre per quanto riguarda il potenziamento della competitività europea il Cancelliere ha sottolineato l’esigenza di semplificare la burocrazia europea, ad esempio attraverso la soppressione di norme superate, e di potenziare e utilizzare al meglio il mercato unico dell’Ue. Merz, dopo aver posto in evidenza che non si possono attendere 25 anni per la ratifica di un accordo come quello tra Unione europea e Mercosur, ha rilevato l’importanza che un’Unione europea sempre più coesa si apra sempre di più verso nuovi e grandi mercati, come ad esempio quello indiano, che in questo momento di crisi internazionale guadano con interesse all’Ue. (Inform/dip 23)

 

 

 

 

 

Referendum giustizia 2026: cosa si vota il 22 e 23 marzo

 

Il 22 e 23 marzo 2026 gli italiani saranno chiamati a esprimersi su una riforma che tocca uno dei pilastri dello Stato: la giustizia. Si tratta del referendum costituzionale sulla cosiddetta separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, un tema tecnico solo in apparenza, ma dalle conseguenze politiche e istituzionali profonde.

Per chi vive all’estero, e voterà per corrispondenza, orientarsi non è semplice. Per questo è utile andare oltre gli slogan e capire che cosa prevede davvero la riforma, che cosa significa votare SÌ o NO e quali scenari si aprirebbero dopo il voto.

Quello di marzo non è un referendum abrogativo, ma un referendum costituzionale confermativo, previsto dall’articolo 138 della Costituzione. I cittadini non sono chiamati a cancellare una legge, ma a dire se una riforma costituzionale già approvata dal Parlamento debba entrare in vigore oppure no.

Il passaggio referendario è scattato perché il testo non ha raggiunto la maggioranza dei due terzi in entrambe le Camere. In questi casi, la Costituzione affida la decisione finale agli elettori.

C’è un elemento da tenere bene a mente: non esiste quorum. Qualunque sia l’affluenza, il risultato sarà valido. Vince semplicemente chi ottiene più voti.

La scheda elettorale chiederà:

«Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025?»

Votare SÌ significa confermare la riforma e permetterne l’entrata in vigore.

Votare NO significa respingerla e mantenere l’attuale assetto costituzionale.

Non è possibile scegliere singole parti del testo: il voto riguarda l’intero impianto della riforma.

Il cuore della riforma è la separazione costituzionale delle carriere. Giudici e pubblici ministeri resterebbero parte di un ordine autonomo e indipendente, ma seguirebbero percorsi distinti, con due Consigli superiori della magistratura: uno per i giudici e uno per i PM. Il Presidente della Repubblica continuerebbe a presiederli entrambi, mantenendo un ruolo di garanzia.

La riforma, però, non cambia le regole dei processi, non modifica i codici e non promette di rendere la giustizia più veloce. Non tocca nemmeno l’equilibrio tra accusa e difesa nel processo penale.

Va inoltre ricordato che il passaggio da una funzione all’altra è già oggi quasi inesistente: riguarda meno dello 0,5 per cento dei magistrati. Il dibattito, quindi, è soprattutto di principio e di assetto istituzionale.

Il punto che divide di più è il nuovo sistema di composizione dei Csm, basato in larga parte sul sorteggio

Una quota dei membri “laici” verrebbe estratta da elenchi di professori e avvocati predisposti dal Parlamento; la maggioranza dei membri togati sarebbe invece sorteggiata tra i magistrati, secondo criteri di anzianità e professionalità. L’obiettivo dichiarato è ridurre il peso delle correnti e delle logiche associative.

Per i sostenitori, è un modo per scardinare equilibri consolidati. Per i critici, il rischio è introdurre casualità, ridurre la rappresentanza interna e aumentare indirettamente l’influenza della politica.

Infine, la riforma istituisce anche una Alta Corte disciplinare, che sottrarrebbe ai Csm il potere di giudicare i magistrati sotto il profilo disciplinare. L’organo avrebbe rango costituzionale e sarebbe composto da magistrati e giuristi esterni.

Anche in questo caso, molti dettagli sono rinviati a leggi ordinarie future. Un aspetto che per alcuni è un punto di forza, per altri una fonte di incertezza.

Uno degli aspetti più rilevanti del referendum costituzionale sulla giustizia è che il confronto non si sviluppa solo lungo linee politiche tradizionali, ma attraversa il mondo giuridico, accademico e istituzionale. Le ragioni del SÌ e del NO riflettono due diverse visioni del ruolo della magistratura, del suo autogoverno e dell’equilibrio tra poteri dello Stato. Approfondirle aiuta a comprendere perché questo referendum non sia né scontato né riducibile a uno scontro ideologico.

Le ragioni del SÌ: chiarezza dei ruoli e riforma dell’autogoverno

Chi sostiene il SÌ parte da un presupposto centrale: giudicare e accusare sono funzioni diverse, che richiedono ruoli, responsabilità e percorsi distinti. Secondo questa impostazione, mantenere giudici e pubblici ministeri all’interno della stessa carriera e dello stesso sistema di autogoverno rischia di offuscare la percezione di imparzialità del giudice, soprattutto nel processo penale.

1. Rafforzare la terzietà del giudice

Il primo argomento a favore della riforma riguarda la terzietà del giudice. Pur essendo già garantita sul piano giuridico, i sostenitori del SÌ ritengono che essa debba essere rafforzata anche sul piano simbolico e ordinamentale. La separazione delle carriere renderebbe più evidente che il giudice non appartiene allo stesso percorso professionale di chi esercita l’azione penale, rafforzando la fiducia dei cittadini nel processo.

2. Chiarezza organizzativa senza toccare l’autonomia

Un punto spesso sottolineato è che la riforma non mette in discussione l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, che restano sancite dalla Costituzione. La separazione riguarda l’organizzazione interna, non il rapporto con gli altri poteri dello Stato. I due nuovi Consigli superiori sarebbero visti come strumenti di maggiore coerenza funzionale: ciascuna carriera gestirebbe se stessa, evitando interferenze e sovrapposizioni.

3. Superare il correntismo con il sorteggio

Un’altra ragione forte del SÌ è la critica al funzionamento attuale del Csm. Secondo i favorevoli alla riforma, il sistema elettivo ha favorito nel tempo un correntismo strutturato, con effetti negativi sulla gestione delle nomine e delle carriere. Il sorteggio viene presentato come un rimedio per spezzare equilibri consolidati, ridurre il peso delle appartenenze associative e favorire decisioni più neutrali.

4. Separare governo delle carriere e disciplina

L’istituzione dell’Alta Corte disciplinare è vista come un passo avanti in termini di garanzia e imparzialità. Affidare il giudizio disciplinare a un organo distinto rispetto ai Consigli superiori eviterebbe commistioni tra valutazioni di carriera e responsabilità disciplinari. Per i sostenitori del SÌ, questa separazione rafforza la credibilità complessiva del sistema.

In sintesi, il SÌ esprime la convinzione che la riforma renda la giustizia più chiara nei ruoli e più trasparente nei meccanismi di autogoverno, senza compromettere l’indipendenza della magistratura.

Le ragioni del NO: unità della magistratura e timori sistemici

Chi si oppone alla riforma muove da una lettura diversa della Costituzione e del ruolo della magistratura. Il NO non nega l’esistenza di criticità, ma ritiene che la soluzione proposta rischi di produrre effetti collaterali rilevanti.

1. Difendere l’unità dell’ordine giudiziario

Il primo argomento del NO riguarda l’unità della magistratura. Secondo i contrari, giudici e pubblici ministeri fanno parte di un unico ordine proprio per garantire una cultura comune della giurisdizione e dell’indipendenza. La separazione delle carriere, pur mantenendo formalmente l’autonomia, potrebbe introdurre una frammentazione interna che indebolisce il sistema nel suo complesso.

2. Il ruolo del Pubblico Ministero

Un punto particolarmente sensibile riguarda la posizione del Pubblico Ministero. I critici temono che una carriera requirente completamente separata possa, nel tempo, risultare più esposta a pressioni esterne, soprattutto se venisse meno il legame ordinamentale con la funzione giudicante. In questa prospettiva, l’assetto attuale è visto come una garanzia aggiuntiva per l’indipendenza di chi esercita l’azione penale.

3. Critiche al sorteggio

Il sorteggio è forse l’elemento più contestato. Secondo i sostenitori del NO, ridurre la componente elettiva significa limitare la rappresentanza democratica interna della magistratura. Il rischio non sarebbe solo quello di selezionare componenti meno preparati, ma anche di introdurre un sistema in cui la responsabilità delle decisioni risulta più difficile da attribuire. Per i critici, il correntismo andrebbe contrastato con correttivi mirati, non con un cambiamento così radicale.

4. Troppe deleghe alle leggi ordinarie

Un’ulteriore preoccupazione riguarda i numerosi rinvii a future leggi ordinarie. Secondo il fronte del NO, questo aspetto rende la riforma incompleta e potenzialmente rischiosa, perché lascia al legislatore ordinario ampi margini di intervento su nodi delicati, come la composizione degli organi e le procedure disciplinari. Il timore è che, nel tempo, possano essere introdotte modifiche lesive dell’equilibrio costituzionale.

In sintesi, il NO esprime la preferenza per il modello attuale, ritenuto ancora capace di garantire autonomia e indipendenza, pur riconoscendo la necessità di miglioramenti.

In pratica, se vince il SÌ, la riforma entrerà in vigore, ma serviranno tempo e leggi specifiche per far funzionare le nuove strutture, come i due Consigli separati e l’Alta Corte disciplinare. Se invece prevarrà il NO, tutto resterà com’è: il Parlamento potrà solo fare piccoli aggiustamenti, ma non potrà modificare l’assetto costituzionale della magistratura.

Questo referendum non riguarda partiti o governi, né è una risposta ai problemi quotidiani dei tribunali. È una scelta sul modello di autogoverno della magistratura e sull’equilibrio tra i poteri dello Stato.

Capire le ragioni del SÌ e del NO è il primo passo per un voto consapevole. Perché, questa volta, a decidere non saranno i numeri del quorum, ma solo la volontà espressa nelle urne. Licia Linardi, CdI 20

 

 

 

 

 

Solo il Congresso può arginare Trump

 

Il Minnesota si è imposto come epicentro di una crisi che va ben oltre i confini dello stato e che riguarda direttamente gli equilibri costituzionali degli Stati Uniti. Nel giro di due settimane, due cittadini americani – Renée Good e Alex Pretti – sono stati uccisi da membri federali dell’Agenzia per le Dogane e l’Immigrazione, l’ormai famigerata Ice (Immigration and Customs Enforcement). In entrambi i casi, video divenuti virali hanno smentito la versione iniziale dell’Amministrazione, secondo cui gli agenti avrebbero agito per legittima difesa. La risposta della Casa Bianca è stata di difesa a spada tratta di Ice e attacco frontale a oppositori politici e critici. Trump non farà quindi marcia indietro, ma il Congresso può arginarlo.

L’unica difesa è l’attacco

Dopo l’uccisione di Pretti, Trump ha dichiarato al Wall Street Journal che avrebbe “esaminato attentamente” la situazione. Ma più significativi di queste parole di cautela sono stati, ancora una volta, gli strali via social contro il governatore (Democratico) del Minnesota Tim Walz, il sindaco di Minneapolis Jacob Frey (pure Dem) e più in generale contro tutti i Democratici, indicati come responsabili del caos e della violenza per aver ostacolato i rastrellamenti di Ice. È una reazione coerente con lo stile politico del presidente, che non ammette mai responsabilità proprie e individua sistematicamente negli avversari il capro espiatorio di ogni crisi. Tuttavia, ridurre quanto accade in Minnesota a una polemica partigiana sarebbe un errore: ciò che emerge è qualcosa di più profondo e inquietante.

Sotto la guida politica della Casa Bianca e, in particolare, del vicecapo di gabinetto Stephen Miller, Ice si è trasformata di fatto in una milizia presidenziale con tratti para-militari: agenti a volto coperto e privi di insegne identificative, pretese di giurisdizione praticamente illimitata, scarsa o nulla cooperazione con le autorità locali e un senso di impunità rafforzato da una retorica ufficiale che parla apertamente di immunità.

Le dichiarazioni di Miller, che ha associato le proteste anti-Ice a “terrorismo” e “insurrezione”, sostenuto che qualunque ostacolo all’operato dell’agenzia debba essere considerato un reato e preteso che Ice goda di immunità, sono rivelatrici di questa visione. Il bilancio monstre di 75 miliardi di dollari assegnato a Ice dal Big Beautiful Bill Act approvato dai Repubblicani a luglio – una cifra grosso modo pari al bilancio della difesa di un Paese come la Francia – dà la misura delle ambizioni dell’Amministrazione.

In questo quadro, l’idea che Trump possa accettare indagini che mettano realmente in discussione l’operato di Ice non è credibile. La militarizzazione del contrasto all’immigrazione non è soltanto una bandiera ideologica per galvanizzare la base elettorale di destra. È diventata uno strumento centrale di una più ampia campagna politica contro gli stati e le municipalità a guida democratica e, al tempo stesso, un mezzo di accentramento dell’autorità presidenziale.

Non a caso la mancata collaborazione con Ice è il pretesto usato da Trump per schierare – o promettere di farlo – la Guardia Nazionale in città democratiche come Los Angeles, Portland, Chicago e Minneapolis e sospendere trasferimenti federali per miliardi di dollari a quattordici stati governati dai Democratici (l’unica eccezione è il Vermont, dove il governatore è Repubblicano ma i Democratici hanno un’ampia maggioranza parlamentare).

I blocchi temporanei imposti dai tribunali ad alcune di queste misure non saranno sufficienti ad allentare la pressione dell’esecutivo. I casi Good e Pretti, così come il rifiuto del Dipartimento di Giustizia di indagare sugli agenti coinvolti e la scelta di rivolgere invece l’attenzione investigativa contro le vittime, i loro familiari e le autorità locali, confermano che l’Amministrazione non ha alcun interesse a porre limiti all’azione di Ice. L’eventualità che il presidente, come ha più volte dichiarato, possa invocare l’Insurrection Act del 1807 e schierare truppe federali per sedare “rivolte” o “insurrezioni” è tutt’altro che remota.

Diga bipartisan o cedimento partigiano

La strada per arginare questa deriva passa per il Congresso. Democratici e Repubblicani alla Camera avevano faticosamente raggiunto un’intesa per rifinanziare il governo federale per il 2026 ed evitare un nuovo shutdown dopo quello lunghissimo dell’autunno scorso. Ma al Senato i Democratici hanno bloccato l’approvazione del bilancio in assenza di cambiamenti sostanziali al sistema di regole che disciplina l’operato di Ice. È una mossa rischiosa, ma politicamente e istituzionalmente coerente con la posta in gioco.

Le riforme devono ricondurre Ice entro normali standard democratici: agenti a volto scoperto e con segni di riconoscimento visibili; uso sistematico di videocamere operative (dashcam) per documentare la condotta degli agenti; obbligo di comunicare le ragioni del fermo e dell’arresto; divieto di metodi inutilmente brutali e, anzi, obbligo di evitare escalation; cooperazione con le autorità locali. Necessaria è anche una revisione profonda delle prassi di assunzione, addestramento e schieramento degli agenti. Molte delle violenze documentate sembrano infatti derivare da impreparazione e incompetenza, oltre che da un clima politico che incoraggia l’uso della violenza. A ciò devono accompagnarsi inchieste indipendenti sui casi Good e Pretti, con il coinvolgimento dell’Fbi in collaborazione con le autorità di Minneapolis.

I Democratici, da soli, possono forzare un nuovo shutdown. Ma per approvare riforme incisive è necessario il sostegno di almeno una parte di Repubblicani, la cui maggioranza è risicata alla Camera (218 a 213) e solo un po’ più ampia al Senato (53 a 47). Finora il Partito Repubblicano al Congresso è stato largamente supino di fronte alle prevaricazioni dell’Amministrazione. Tuttavia, una serie di fattori può incrinarne la compatta subordinazione al presidente: le sconfitte elettorali di fine 2025 a New York, Miami, Virginia e New Jersey; lo scontro di Trump col presidente della Fed Jay Powell; la crescente insofferenza della popolazione per l’elevato costo della vita; i metodi arbitrari e brutali di Ice e la retorica iper-aggressiva di figure come Miller; il limitato entusiasmo per una politica estera interventista; e, sullo sfondo, il sopito, ma mai del tutto superato, caso Epstein.

Un treno chiamato ultima occasione

La crisi in Minnesota offre ai Repubblicani un’occasione rara. Possono scegliere di continuare a sostenere senza riserve le prevaricazioni presidenziali, assumendosene la responsabilità politica, oppure possono usare il Congresso per ristabilire gli equilibri costituzionali, rilanciare le proprie chance in vista delle elezioni di mid-term – dove i Democratici sono largamente favoriti alla Camera e hanno qualche possibilità anche al Senato – e recuperare, almeno in parte, le loro credenziali democratiche.

I prossimi giorni saranno decisivi. In gioco non c’è solo il rifinanziamento del governo federale o il destino di Ice, ma l’equilibrio tra Amministrazione e Congresso, tra il presidente e il suo partito, tra l’argine democratico e una deriva illiberale sempre meno dissimulata negli Stati Uniti. In questo passaggio, solo il Congresso può davvero arginare Trump. Riccardo Alcaro, AffInt 27

 

 

 

 

 

 

Vivere in Italia

 

In economia, almeno da noi, non è facile fare delle previsioni serie. Il 2026 è iniziato con un costo della vita almeno maggiore del + 0,9 % rispetto all’anno precedente. Sempre che non si “aggiornino” ancora certe gabelle. IVA per prima.

Eppure c’è ancora qualcosa che non c’è chiaro. Oltre agli aumenti “evidenti”, potrebbero “lievitare” anche le imposte indirette che contribuirebbero a falcidiare i nostri redditi da lavoro o da pensione in una Penisola la cui salute è messa a dura prova. Non mancheranno altri sacrifici. I sacrifici, invece, non contribuiranno al rilancio produttivo. Adesso non è più pensabile ridare fiducia all’economia nazionale perseverando nei tagli oggettivamente variegati.

 Quando si è imboccata una strada come quella che stiamo percorrendo, ogni “sterzata” potrebbe essere peggiore del successivo “sbandamento”. Manca, ancora, una politica di militanza verso le classi meno abbienti che sono la maggioranza del Popolo italiano. La ripresa del Bel Paese dipende da troppe variabili; anche a livello internazionale. Essere in UE è una responsabilità che sarebbe saggio non sottovalutare. Perché l’economia degli Stati membri non riuscirà mai a essere compensata solo da interventi della Banca Centrale che chiederebbe, poi, un conto difficilmente sostenibile.

 L’Italia ha fame e non solo di giustizia. Purtroppo, anche il mutamento delle strategie politiche è una realtà alla quale abbiamo dovuto adeguarci. Ora c’è aria di “crisi”. Non ci sentiamo, però, di fare previsioni. Ma i fatti sono questi. Essere superficiali significherebbe mostrarsi sconsiderati. Quest’anno resterà, comunque, di complessa evoluzione. Il superamento reale della crisi, anche internazionale, potrà avvenire solo col tempo. Lo scriviamo sicuri che non sia solo una nostra sensazione.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

 

Così i decreti flussi “producono” migranti irregolari

 

Le denunce degli ultimi mesi – tra cui quella del Centro studi Idos dello scorso ottobre anche su dati della campagna “Ero straniero” – sono diventate l’oggetto di una bella inchiesta firmata da Leonardo Passeri su l’Espresso di questa settimana. Con una coralità di voci e dati, il settimanale fa emergere il ritratto di una gestione dei flussi di lavoratori stranieri sempre più distante dalla realtà che pretende di governare. I numeri ufficiali parlano di programmazione e apertura: 452mila ingressi previsti nel triennio 2023-2025 e altri 497mila per il periodo 2026-2028. Ma dietro le cifre si nasconde un sistema che funziona a singhiozzo e produce soprattutto precarietà, attese infinite e irregolarità non volute.

Secondo i dati raccolti da “Ero straniero”, il tasso di successo – cioè la percentuale di persone che riescono effettivamente a entrare in Italia e a completare l’intero iter – è stato appena del 13 per cento nel 2023 e addirittura del 7,8 per cento nel 2024. Un fallimento strutturale che non dipende dalla mancanza di domanda di lavoro, ma da una procedura farraginosa in cui ogni passaggio si trasforma in un potenziale punto di blocco.

Il nodo più critico è il rilascio dei visti di ingresso per motivi di lavoro da parte delle ambasciate italiane all’estero. Come spiega Francesco Mason dell’Asgi, l’accesso ai servizi consolari è spesso filtrato da sistemi di prenotazione gestiti da soggetti privati, privi di adeguati controlli pubblici. Un collo di bottiglia che paralizza migliaia di progetti migratori prima ancora che possano iniziare. E anche per chi riesce a entrare in Italia, il percorso è tutt’altro che concluso. Occorre presentarsi in prefettura per sottoscrivere il contratto di soggiorno insieme al datore di lavoro, che spesso risulta irreperibile. Se l’iter non si chiude, il lavoratore diventa irregolare sul territorio, pur non avendo alcuna responsabilità nei vizi della procedura. Resta così senza garanzie occupazionali e senza tutele.

È su questo punto che l’analisi di Idos assume un rilievo centrale. Come sottolinea a l’Espresso Ginevra Demaio, nel 2023 sono stati rilasciati appena 179 permessi temporanei per attesa occupazione, a fronte di migliaia di potenziali lavoratrici e lavoratori stranieri colpiti dalla disfunzione burocratica. Un dato che fotografa l’assenza quasi totale di strumenti di salvaguardia per chi rimane intrappolato nei meccanismi amministrativi, pur avendo seguito le regole. Come racconta Gennaro Santoro dell’associazione Antigone, capita che lavoratori in regola restino per anni in attesa di un appuntamento in prefettura. Trascorso il termine massimo, nonostante stipendi pagati e contributi versati, scivolano nell’irregolarità.

Una distorsione che, secondo Luca Di Sciullo, presidente di Idos, non viene corretta neppure dagli interventi più recenti del governo. «Persino il nuovo decreto flussi del 1° dicembre 2025», osserva, «vara solo leggeri correttivi formali che non sfiorano neanche la gravità sostanziale del problema e mantengono di fatto un meccanismo che favorisce immigrazione irregolare, lavoro nero, sfruttamento, evasione ed economia sommersa». Una denuncia che ribalta la narrazione ufficiale: non è l’assenza di regole a produrre irregolarità, ma il loro cattivo funzionamento. idos 23

 

 

 

 

 

“Trump vuole il controllo dell’emisfero occidentale”

 

L’arresto di Maduro non rappresenta un vero rovesciamento di regime, bensì un cambio forzato al vertice privo di una spinta popolare interna. Secondo il direttore della Nato defense college Foundation (Ndcf), l’intervento americano non corrisponde a necessità economiche, energetiche e di sicurezza – di M. Elisabetta Gramolini

L’arresto di Maduro in Venezuela non rappresenta un vero rovesciamento di regime, bensì un cambio forzato al vertice privo di una spinta popolare interna. Secondo Alessandro Politi, direttore della Nato defense college Foundation (Ndcf), l’intervento americano non corrisponde a necessità economiche, energetiche e di sicurezza: il petrolio venezuelano è stato sempre consegnato puntualmente agli Usa e, riguardo al narcotraffico, ci sono rischi ben più rilevanti in Messico. Infatti ieri Trump ha menzionato il Paese attribuendo ai cartelli la responsabilità di 200-300.000 morti annui (nel 2024 le morti da overdose accertate erano 80.000) e ventilando attacchi terrestri.

Il fulcro della strategia di Donald Trump risiede in una riedizione moderna della dottrina Monroe, volta a stabilire un controllo indiscutibile sull’emisfero occidentale. Questa visione trasforma il Venezuela e la Groenlandia in tasselli di una sfera d’influenza, dove gli Stati Uniti operano per eliminare ogni presenza di esterna, ricalcando le dinamiche delle sfere d’influenza, tipiche della guerra fredda.

L’approccio però segna una profonda rottura, portando la tensione persino all’interno della rete di alleanze storiche. Le minacce indirette verso la Danimarca per la questione della Groenlandia, presentano una questione seria all’interno della Nato e pongono l’Europa di fronte alla necessità di valutare concretamente la sua politica di sicurezza e difesa comune. In poche parole, ci troviamo in una fase di transizione pericolosa, simile al periodo tra le due guerre mondiali, che sancisce definitivamente la fine dell’ordine globale così come lo abbiamo conosciuto.

Direttore, l’arresto di Maduro in Venezuela va letto come un rovesciamento del regime?

C’è stato un cambio di guida, non di regime. Il regime non vede nessun tipo di movimento popolare di rivolta e le dichiarazioni di Trump per ora hanno isolato Maria Corina Machado, il cui proclama non è stato quello di una persona che si sta preparando ad assumere la guida di un Paese.

Delcy Rodríguez, presidente ad interim, dovrebbe preparare il terreno per un governo favorevole a Trump specie per gli scambi commerciali fra i due Paesi?

Sì, Rodríguez è ben nota a Washington, ma è un curioso modo di correlare fini e mezzi. Maduro ha sempre venduto il petrolio agli Stati Uniti e, con Petrocaribe, il Venezuela ha fornito in passato una piccola quota di petrolio a condizioni agevolate a 18 Paesi dell’America Latina e dei Caraibi.

Il petrolio venezuelano tuttavia non è essenziale né per il bilancio energetico Usa, né per quello cinese, per quanto Pechino sia al momento il maggior importatore. È abbastanza sorprendente che, per avere delle risorse, già fornite peraltro, fosse necessario montare un’operazione di polizia internazionale, secondo la definizione Usa.

Cos’è allora che interessa a Trump?

L’unica spiegazione concreta, affermata anche nella strategia di sicurezza nazionale, è il controllo dell’emisfero Ovest, quindi il famoso corollario della dottrina Monroe. Nel 1823 era una dottrina difensiva per evitare che altre potenze europee possano mettere in pericolo la sicurezza degli Stati Uniti nell’emisfero, ben sapendo che allora gli Stati Uniti erano totalmente incapaci di farla rispettare. Man mano che gli Stati Uniti sono diventati una potenza, la capacità d’intervento e deterrenza nell’America Latina si è avverata, con 41 interventi in totale. Trump è in linea di continuità, con la differenza che in passato c’era una tolleranza per i regimi che non erano ideologicamente allineati al capitalismo.

Non è nemmeno una manovra per fermare il traffico di droga?

Intanto, lo stesso tribunale, che sta giudicando Maduro, ha lasciato perdere l’accusa che fosse il capo del Cartello dei Soli, di cui si parlava gergalmente negli anni ’90 e che prendeva il nome dal simbolo sulle mostrine degli alti ufficiali che lo componevano. Anche i collegamenti con la mafia del Tren de Aragua sono inconsistenti, per non parlare del fatto che il gruppo non fa grandi spedizioni di coca. Poi, se si dovesse seguire questo tipo di logica, Trump potrebbe mettere sotto pressione massima il Messico e non aver perdonato e liberato Juan Orlando Hernández, ex presidente honduregno, condannato nel 2024 per traffici di armi, droga e riciclaggio. Infine, il Venezuela è un Paese di transito, come altri, e poco rilevante per gli Usa.

L’unica ragione concreta è di tipo ideologico che lo porta a voler avere una sfera di influenza indiscussa e indiscutibile nell’emisfero occidentale.

L’Unione Sovietica lo faceva correntemente nel Patto di Varsavia e anche gli Stati Uniti durante la guerra fredda proprio in America Latina.

In campagna elettorale, Donald Trump al popolo Maga aveva fatto credere che gli Stati Uniti avrebbero abbracciato un periodo isolazionista.

L’isolazionismo americano, almeno nelle dichiarazioni, è sicuramente cambiato anche nella strategia di sicurezza nazionale. Quando affermano che non vogliano lasciare la Nato è perché non vogliono abbandonare un’importante rendita di posizione.

Anche le forti dichiarazioni che riguardano l’annessione della Groenlandia rientrano nella strategia?

Sì: la Groenlandia ne è considerata parte. Gli Stati Uniti hanno comunque una base, mantenuta senza problemi, come anche tutte le altre 14 anche durante tutta la guerra fredda. Se ci fosse stata una minaccia, gli Usa avrebbero potuto aumentare le basi e la presenza militare, ma non è stato fatto. In realtà la Russia non minaccia la Groenlandia e nemmeno la Cina. Quando il segretario di Stato, Marco Rubio, dice che nessun presidente esclude l’uso della forza è vero, anche se in passato si trattava di Paesi terzi.

Rubio sa bene che la Danimarca è un Paese alleato.

Si può naturalmente pensare ad una tattica di comunicazione aggressiva che alterna il poliziotto cattivo con quello buono, che invece offre di acquistare il territorio o comunque un accordo. Tuttavia nessuno ignora che le dichiarazioni possano avere effetti controproducenti, specie se si pensa che Kopenhagen è nella Nato e nell’Unione europea, dunque interessata dagli articoli 4 e 5 del Trattato atlantico e dall’articolo 42, comma 7 del trattato dell’Unione europea (ancor più stringente). Abbiamo la dichiarazione di 10 Paesi europei, quelle dei tre vertici dell’Ue (von der Leyen, Kallas, Costa), ma non di tutti e ventisette i membri. Quanto agli approvvigionamenti militari, sinora giustificati da una futura invasione russa dei Paesi baltici, restano frammentati come sempre e la coscrizione assente in quasi tutti i Paesi. Parliamo di questioni assai concrete. Siamo in una situazione simile agli anni ’20 e ’30, gli anni tra le due guerre, spero che non sia un periodo interbellico tra la guerra fredda ed una possibile prossima guerra mondiale, perché ci sono dinamiche estremamente simili. Sir 9

 

 

 

 

 

 

Consiglio europeo: “pieno sostegno a Groenlandia e Danimarca”

 

“L’Unione europea e gli Stati Uniti sono da tempo partner e alleati. Abbiamo costruito una comunità transatlantica forgiata dalla storia, ancorata a valori comuni e dedita alla prosperità e alla sicurezza dei nostri popoli. Riteniamo che le relazioni tra partner e alleati debbano essere gestite in modo cordiale e rispettoso”. È notte a Bruxelles quando Antonio Costa, presidente del Consiglio europeo, e Ursula von der Leyen, alla guida della Commissione, riferiscono gli esiti del summit informale svoltosi in serata a Bruxelles. Convocazione urgente e ultima tappa di una giornata carica di tensioni e di eventi: a Davos Trump battezza il suo Board of Peace (sorta di anti-Onu che, fra l’altro, pretende di privatizzare Gaza per farne un resort di lusso), mentre Zelensky attacca l’Europa (trascurando il fatto che l’Ue ha finora costosamente appoggiato l’Ucraina nella guerra di difesa dall’aggressione russa). Nel frattempo, da Bruxelles si lancia lo sguardo verso il primo confronto, che avverrà oggi, fra rappresentanze di Ucraina, Russia e Stati Uniti: risultati ovviamente incerti.

Una Ue che rischia, dunque, di essere spiazzata. Costa, davanti ai giornalisti, commenta il summit (nessuna conclusione scritta): “Europa e Stati Uniti condividono un interesse comune per la sicurezza della regione artica, in particolare attraverso la Nato. Anche l’Unione europea svolgerà un ruolo più incisivo in questa regione”. Nessuna specificazione sull’eventuale accordo Rutte (segretario generale dell’Alleanza atlantica) con il Presidente Usa, anche perché Rutte ha agito senza un mandato.

“In questo contesto, desidero essere molto chiaro: il Regno di Danimarca e la Groenlandia – sottolinea Costa – godono del pieno sostegno dell’Unione europea. Solo il Regno di Danimarca e la Groenlandia possono decidere su questioni che li riguardano”. Quindi: “Ciò riflette il nostro fermo impegno nei confronti dei principi del diritto internazionale, dell’integrità territoriale e della sovranità nazionale, che sono essenziali per l’Europa e per la comunità internazionale nel suo complesso. Questi principi continueranno a guidare la nostra azione”.

Nel riferire, questa notte, delle discussioni avutesi durante il summit informale dei Ventisette a Bruxelles, il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, ha affermato: “L’annuncio che non ci saranno nuovi dazi statunitensi sull’Europa è positivo. L’imposizione di dazi aggiuntivi sarebbe stata incompatibile con l’accordo commerciale Ue-Usa. Il nostro obiettivo deve ora essere quello di procedere con l’attuazione di tale accordo. L’obiettivo rimane l’effettiva stabilizzazione delle relazioni commerciali tra Unione europea e Stati Uniti. Allo stesso tempo, l’Unione europea continuerà a difendere i propri interessi e difenderà se stessa, i suoi Stati membri, i suoi cittadini e le sue aziende da qualsiasi forma di coercizione. Ha il potere e gli strumenti per farlo e lo farà se e quando necessario”. Quindi una necessaria apertura verso Washington: “Guardando al futuro, rimaniamo pronti a continuare a collaborare in modo costruttivo con gli Stati Uniti su tutte le questioni di interesse comune, inclusa la creazione delle condizioni per una pace giusta e duratura in Ucraina”.

Poi, il tema della giornata: “Nutriamo seri dubbi su diversi elementi dello statuto del Board of Peace relativi al suo ambito di applicazione, alla sua governance e alla sua compatibilità con la Carta delle Nazioni Unite”. Salvo poi affermare: “Siamo pronti a collaborare con gli Stati Uniti all’attuazione del Piano di pace globale per Gaza, con un Consiglio per la pace che svolga la sua missione di amministrazione transitoria, in conformità con la Risoluzione 2803 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite”.

Costa, infine, torna sui temi di politica interna: “L’Unione europea è impegnata a realizzare un’agenda ambiziosa per i nostri cittadini: difesa, competitività, costruzione di un’Europa più autonoma dal punto di vista strategico. Per questo motivo, la prossima riunione dei leader, il 12 febbraio, sarà un brainstorming strategico dedicato al rafforzamento del Mercato unico in un nuovo contesto geoeconomico”. Sir 23

 

 

 

 

La scadenza del Trattato New START e il rischio di un vuoto strategico

 

Il 5 febbraio prossimo scadrà il Trattato strategico New START tra Russia e Stati Uniti, che stabilisce un limite massimo di 1.550 testate atomiche e 700 vettori strategici per ciascuno dei due Paesi. Pochi leader osano affrontare una questione così delicata, che riguarda la stabilità strategica tra le due maggiori potenze nucleari. Ma se non si farà nulla, verrà meno l’unico accordo ancora in vigore in campo nucleare tra le due maggiori potenze, lasciando ad ambedue la libertà di aumentare a piacimento i propri arsenali strategici, già ampiamente ridondanti.

Bisogna dare credito a Papa Leone XIV, che nel suo recente discorso agli ambasciatori accreditati presso la Santa Sede e sulla scia della coraggiosa azione a favore del disarmo di Papa Francesco, ha interpellato tutti – a cominciare dai Paesi che detengono arsenali nucleari – a effettuare “uno sforzo continuo e paziente” a favore della pace, pensando in particolare “all’importante seguito da dare al Trattato New START in scadenza il prossimo mese di febbraio”. In Italia, l’Unione degli Scienziati Italiani per il Disarmo (USPID), in coincidenza con l’incontro internazionale ISODARCO sul disarmo che si tiene ogni anno a Andalo (TN), ha lanciato un appello al Parlamento e Governo.

Un rinnovo difficile tra ostacoli politici e sfiducia reciproca

La questione di un rinnovo del New START è complicata anzitutto perché, nel suo articolo 14, il trattato prevede esplicitamente che esso possa essere prorogato per cinque anni una volta sola, e tale proroga è già avvenuta nel 2021. Ma non si tratta del solo ostacolo. In realtà né Trump né Putin amano il New START: il primo, perché l’accordo è stato negoziato e poi rinnovato dai suoi odiati predecessori Obama e Biden; il secondo, perché non apprezza le stringenti misure di verifica e ispezioni previste dall’accordo.

Non a caso, Putin, più astutamente, ha proposto nel settembre scorso un’intesa parziale non giuridicamente vincolante sul solo mantenimento degli attuali tetti previsti per le testate e per i vettori, lasciando però da parte le importanti disposizioni di verifica e controllo previste dal trattato. Si tratterebbe, in sostanza, di prorogare quella che è già l’attuale situazione di fatto, poiché è dai tempi del Covid che i russi non hanno più consentito le ispezioni americane sui propri arsenali: una situazione mantenuta anche dopo la fine della pandemia. Per reciprocità, gli americani hanno fatto altrettanto. Non risulta tuttavia che, sinora, le parti abbiano scavalcato i massimali previsti dal trattato. Nulla impedirebbe più che ciò avvenisse, se il trattato dovesse decadere.

Le reazioni di Washington e il rischio di un vuoto nucleare globale

La proposta di Putin è stata sostanzialmente ignorata dall’amministrazione Trump. In un primo momento, la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, definì “pretty good” (abbastanza buona) la proposta russa, ma preannunciò anche una risposta più elaborata da parte del presidente stesso. Dopo mesi, è giunta nei giorni scorsi una risposta che certo elaborata non è. Nel corso di un’intervista con il New York Times, Trump si è limitato a sentenziare “If it expires, it expires”. Ha aggiunto che, se l’intesa verrà meno, sarà sostituta da un accordo migliore. Trump si era già espresso negli stessi termini all’inizio del suo primo mandato, otto anni fa, senza ottenere alcun risultato e rifiutando un rinnovo che allora sarebbe stato consentito. Per salvare il trattato dal decadimento dovette intervenire in extremis il suo successore Biden nei primissimi giorni del suo mandato.

Se il Presidente Usa non cambierà idea nei prossimi giorni, si troverà con il “cerino in mano”, come colui che ha affossato l’unico residuo trattato strategico ancora in vigore, senza aver ottenuto un’altra soluzione. Per la prima volta in 35 anni non vi sarà più alcuna forma di disciplina degli arsenali delle due maggiori potenze nucleari. Un mondo più insicuro. Certo non un titolo di merito per chi aspira al Nobel per la pace. Carlo Trezza, AffInt 26

 

 

 

 

 

 

Cittadinanza e servizi all’estero, via libera dal Senato. Ma le crepe restano

 

Settantasei favorevoli, cinquantacinque contrari. Nessun astenuto. Così, nel pomeriggio del 14 gennaio, l’Aula del Senato ha dato il via libera definitivo al disegno di legge sulla revisione dei servizi per i cittadini e le imprese all’estero

Numeri netti, che però non raccontano tutto. Perché il provvedimento, approvato dopo le modifiche introdotte a Montecitorio, continua a dividere profondamente chi vive – e rappresenta – l’Italia oltre confine.

A illustrare il testo in Aula è stato il relatore Roberto Menia (Fratelli d’Italia). Il cuore della riforma sta soprattutto nell’articolo 1: nasce un nuovo ufficio dirigenziale generale al Ministero degli Affari esteri, incaricato di gestire in modo centralizzato le pratiche di ricostruzione della cittadinanza italiana iure sanguinis. Un cambio di rotta deciso. Finora erano i consolati a occuparsene, ora il loro ruolo viene ridimensionato: resterà loro soltanto il compito di accertare il mantenimento della cittadinanza.

Una centralizzazione che, nelle intenzioni della maggioranza, dovrebbe razionalizzare e velocizzare. Ma che per l’opposizione rischia di fare l’esatto contrario.

Gli articoli successivi intervengono su vari fronti: dall’iter per la legalizzazione delle firme sugli atti esteri destinati all’Italia (articolo 2), fino alle modifiche alla legge sull’AIRE del 1988 (articolo 3). Poi passaporti e carte d’identità valide per l’espatrio, con gli articoli 4 e 5. Un pacchetto ampio, tecnico, che però incide sulla vita quotidiana di milioni di italiani nel mondo.

Ed è proprio da lì che arrivano le critiche più dure. Il Partito democratico parla apertamente di passo indietro. Francesco Giacobbe, senatore dem eletto all’estero, non usa giri di parole: «Questo provvedimento rischia di riportare indietro nel tempo i servizi per gli italiani all’estero». Tre, secondo lui, le storture principali. La prima è la distanza. «Lo Stato si allontana dai suoi cittadini. Nei Paesi lontani o complessi, i consolati sono spesso l’unico presidio dello Stato italiano. Centralizzare significa spezzare quel rapporto umano».

Poi la disuguaglianza. Vivere in Africa, Asia o Oceania diventa, nei fatti, uno svantaggio. «Alcune norme pesano di più in certi Paesi. Più sei lontano, più paghi». Infine la contraddizione: si parla di innovazione, ma si introducono procedure analogiche; si promette semplificazione, ma arrivano tetti numerici alle domande. «Il rischio – avverte Giacobbe – è la normalizzazione del ritardo».

Il suo non è, dice, un “no” ideologico. Piuttosto un avvertimento. «Possiamo ancora migliorare questa riforma. Altrimenti ai miei pronipoti racconterò che c’era una volta l’Italia degli italiani nel mondo, sparita in una sola legislatura».

Sulla stessa linea Francesca La Marca, anche lei eletta all’estero nelle file del Pd. Per la senatrice il ddl è «obsoleto, anacronistico, privo di lungimiranza». Altro che politiche per incentivare il rientro: «Si introducono nuovi ostacoli burocratici che creano solo distacco». In particolare, La Marca contesta la richiesta di documentazione cartacea. «Una procedura figlia di un altro secolo, mentre il governo continua a indicare la digitalizzazione come pilastro». Una scelta che giudica imprudente, considerando l’estensione dei territori coinvolti e i numeri dell’emigrazione italiana.

C’è poi il nodo dei consolati. «Strutture già sotto stress – denuncia – che verranno ulteriormente depotenziante». E torna il tema, mai risolto, dei consoli onorari: oltre 3.000 uffici che offrono supporto concreto, ma il cui ruolo continua a non essere riconosciuto pienamente.

Critiche arrivano anche da Italia Viva. Ivan Scalfarotto, responsabile esteri del partito, parla di «confusione estrema» da parte del governo sul tema della cittadinanza. «Per anni l’abbiamo attribuita per discendenza, mentre persone che vivono e lavorano in Italia, producendo ricchezza, restano fantasmi. Ora si interviene, ma in modo pasticciato».

Secondo La Marca uno degli aspetti più gravi è la drastica riduzione della platea di chi potrà chiedere o riacquistare la cittadinanza. «La maggioranza parla di progresso, ma fa dieci passi indietro». Emblematico, dice, l’assurdo paradosso: documenti cartacei inviati al Maeci, risposta via e-mail. Con il risultato di allungare ulteriormente i tempi e aggravare il lavoro dei consolati.

Non solo. La Marca ricorda che il suo testo sulla riforma della rete consolare onoraria è stato accorpato al ddl. «Una riforma necessaria e improrogabile. Ma l’accorpamento è servito solo a non entrare nel merito». Per questo, conclude, il Pd ha votato contro.

La legge ora è realtà. Ma il dibattito, tra gli italiani all’estero, è tutt’altro che chiuso. E forse è proprio lì, lontano dai Palazzi, che questa riforma verrà davvero messa alla prova. CdI 17

 

 

 

 

 

Il ritorno della forza. Il diritto internazionale è regredito a logiche pre‑1945

 

Regressione del diritto internazionale a logiche pre‑1945, primato della forza, riarmo e deterrenza, crisi della sovranità territoriale e degli organismi multilaterali. Per Vincenzo Buonomo, il Mare Artico diventa terreno di competizione tra potenze, mentre l’Ue resta frammentata e priva di sicurezza comune. In questo scenario, l’appello del Papa al “risveglio delle coscienze” indica l’unica via per una pace autentica – di Giovanna Pasqualin Traversa

Contraddizioni, inerzie, fallimenti del sistema internazionale: al “soft power” della diplomazia si sostituiscono multipolarismo e una sorta di “normalizzazione” della forza. Che fine ha fatto il diritto internazionale? Ne parliamo con Vincenzo Buonomo, professore di diritto internazionale alla Pontificia Università Lateranense, affrontando crisi degli Stati, ruolo di Onu e Nato, geopolitica artica, Venezuela e fragilità dell’Unione europea. Sullo sfondo, l’esortazione incessante di Papa Leone XIV ad una “pace disarmata e disarmante”.

Professore, alla luce dei conflitti in Ucraina e a Gaza, del blitz militare Usa in Venezuela che ha portato all’arresto di un capo di Stato in carica come Nicolás Maduro e delle rivendicazioni di Trump sulla Groenlandia, molti osservatori parlano di un “declino” se non addirittura di una scomparsa del diritto internazionale. È una percezione corretta?

Più che scomparso, il diritto internazionale è profondamente cambiato. Siamo regrediti ad un modello che assomiglia più a quelli pre‑Prima e pre‑Seconda guerra mondiale.

Le acquisizioni maturate dopo il 1945 – diritto umanitario, diritti umani, crimini internazionali – sembrano essersi indebolite. Un primo segnale è stato il ritorno alla “battaglia dei dazi”, che ripristina logiche di trattamento differenziato tra Stati, superate con la nascita dell’Organizzazione mondiale del commercio nel 1995.

Oggi il diritto internazionale rischia di essere usato come arma politica?

Il rischio esiste. Ucraina, Gaza o l’operazione statunitense contro Maduro mostrano come il diritto possa essere piegato a logiche di forza. Ma questo non è un fenomeno isolato: rientra nella regressione sistemica che stiamo vivendo, nel ritorno ad un mondo dove la forza prevale sul diritto.

Anche il principio di sovranità territoriale appare in crisi…

Sì. Si è indebolito il divieto per uno Stato di modificare con la forza i confini di un altro Stato secondo la logica del “fait accompli” (fatto compiuto). Lo vediamo in Ucraina e a Gaza: acquisizioni territoriali manu militari, spostamenti forzati di popolazione, assenza di garanzie sulla composizione etnica dei territori. E’ il primato della forza e della deterrenza attraverso il riarmo, a scapito della diplomazia legale.

In questo scenario le istruzioni internazionali sembrano paralizzate e impotenti. Le Nazioni unite e il multilateralismo sono in crisi?

Nate per garantire una visione comune, le istituzioni internazionali appaiono oggi quasi inerti. Vedo una sorta di “accanimento terapeutico” nell’insistenza a volerle far funzionare a tutti i costi pur sapendo che non ne hanno più la capacità. Una crisi duplice: strumenti giuridici inadeguati e volontà politica degli Stati, che da quattro anni – dall’inizio della guerra in Ucraina – hanno di fatto esternalizzato i conflitti dal contesto Onu, riducendo la centralità del multilateralismo.

Qual è oggi, invece, il ruolo della Nato?

La Nato respira con due polmoni: quello politico e quello militare. Ma oggi predomina il pilastro militare. L’Alleanza esprime valutazioni su armamenti e sistemi di difesa, dando indicazioni agli Stati sui requisiti di sicurezza. La funzione politica preventiva è invece in crisi o molto limitata, schiacciata dagli aspetti tecnico‑militari. È un segnale della crisi più ampia della diplomazia multilaterale.

Passiamo all’Artico. La Groenlandia, pur essendo indipendente ma con sovranità ancora in capo alla Danimarca, è tornata oggetto di mire geopolitiche da parte di Trump che non ha usato giri di parole sui possibili mezzi da adottare. Dopo il blitz in Venezuela e considerando lo scenario peggiore, quali sarebbero le conseguenze di un intervento militare Usa (Paese Nato) contro la Danimarca, altro membro Nato?

L’interesse statunitense per la Groenlandia nasce da esigenze di sicurezza e dalla volontà di contenere Russia e Cina nell’Artico. Le opzioni sul tavolo possono essere molte: intervento militare, acquisto in stile Alaska, accordi con il governo locale. Ma porre opzioni non significa rompere l’Alleanza, è piuttosto un voler dimostrare la propria potenza. Una frattura della Nato – i cui confini oggi si spingono ben oltre il progetto originario del 1949 – per l’interesse di un singolo Paese sarebbe pericolosa e destabilizzante. Molto dipenderebbe dalla reazione degli altri attori artici, Russia in primis.

L’Artico è privo di una regolazione internazionale?

Sì. A differenza dell’Antartide, territorio regolato da uno specifico trattato del 1959, riformulato 50 anni dopo, l’Artico non ha un quadro normativo generale. Esistono solo i cosiddetti “settori circolari” assegnati agli Stati che si affacciano sul Circolo polare, ad esempio le Isole Svalbard. Per le grandi potenze – Usa, Russia, Cina, forse anche Giappone – la vera posta in gioco non sono solo le terre rare, ma il passaggio marittimo a nord‑ovest, corridoio strategico per le rotte commerciali globali, una sorta di nuova via della seta.

Intanto, sullo scenario internazionale l’Unione europea continua a presentarsi fragile, divisa – ad oggi solo la Spagna ha espresso ferma condanno per il blitz Usa in Venezuela – e priva di una politica estera e di difesa comune… Il problema è antico. Già nel 1954 fallì il progetto di Comunità europea di difesa perché la Francia non voleva rinunciare alla propria autonomia in ambito militare e in politica estera. Ancora oggi la voce isolata di alcuni Paesi impedisce all’Ue una politica estera unica e una difesa comune.

Anche le spinte al riarmo cui stiamo assistendo non rispondono solo agli impegni Nato, ma alla volontà di singoli Stati di rafforzare la propria autonomia nazionale, e questo compromette la costruzione di una sicurezza comune che si può costruire solo sulla base di intenti condivisi. Come l’unione doganale tra i Paesi Ue protegge gli spazi commerciali ed economici interni, così una politica di sicurezza comune dovrebbe permettere a Bruxelles di parlare con una sola voce. Il caso Venezuela mostra, appunto, l’assenza di una visione comune.

In questo scenario sempre più polarizzato, Papa Leone XIV non si stanca di invocare una “pace disarmata e disarmante”. È un appello realistico?

Nel Messaggio per la 59ª Giornata mondiale della pace dello scorso 1° gennaio, il Papa richiama al “risveglio delle coscienze” come unica condizione per la pace. La pace non nasce dal riarmo, ma da dialogo, comprensione, accoglienza, coesistenza, coesione. Richiede un rinnovamento dell’intelligenza e del cuore. Contro la logica della violenza, la voce del Papa invita al disarmo dei cuori e alla riscoperta dell’umanità, da tradurre in scelte concrete. Sir 9

 

 

 

 

 

 

Corriere d’Italia – 75 Anni di storia, memoria e futuro

 

In questo primo mese del 2026 il Corriere d’Italia celebra un traguardo che va ben oltre la semplice longevità editoriale: settantacinque anni di presenza costante accanto alla comunità italiana in Germania. Settantacinque anni di storie, volti, fatiche, speranze, conquiste e trasformazioni. Una storia che corre parallela a quella dell’Europa del dopoguerra e che, in molti passaggi, ne anticipa le tensioni, le domande e le risposte

Le origini: nascere tra le macerie

Il Corriere d’Italia nasce nel 1951, in una Germania ancora segnata dalle rovine materiali e morali della guerra. È il tempo della Trümmerzeit, delle città distrutte, delle “Trümmerfrauen” che ricostruiscono mattone dopo mattone, e di una società che cerca di ritrovare un equilibrio politico, economico e spirituale nella nuova Repubblica Federale di Germania.

Anche la Chiesa cattolica vive una fase di profonda riorganizzazione. Accanto alla ricostruzione materiale, emerge con forza il bisogno di ricucire comunità ferite, disperse, impoverite. In questo scenario si colloca anche la presenza italiana: circa 30.000 persone all’inizio degli anni Cinquanta, reduci, lavoratori isolati, artigiani, piccoli commercianti, spesso soli e privi di riferimenti.

Era evidente che servisse una voce. Un punto di contatto. Uno strumento capace di unire, informare, accompagnare.

Don Aldo Casadei e la nascita di una voce

Su impulso della Missione Apostolica Vaticana per la Germania, guidata da Monsignor Alois Muench, nel 1950 arriva a Francoforte don Aldo Casadei. Il suo compito è chiaro: comprendere le reali dimensioni della comunità italiana e porre le basi per una presenza pastorale stabile.

Attorno a lui si forma presto una piccola rete di sacerdoti italiani: don Luigi Fraccari a Berlino, don Mecheroni a Colonia, il passionista don Giulio Valentinelli a Monaco. Il 12 dicembre 1950, a Francoforte, matura una decisione destinata a segnare la storia dell’emigrazione italiana in Germania: fondare una rivista.

Il 1° gennaio 1951 esce il primo numero di La Squilla. Nell’editoriale inaugurale, don Casadei scrive parole che ancora oggi suonano attuali: una campana che chiama, che unisce, che ricorda valori morali e spirituali, che dice agli italiani dispersi “non siete soli”. Da quel piccolo foglio nasce il Corriere d’Italia.

Il 1955 e i patti bilaterali: lavoro, dignità, contraddizioni

Con il patto bilaterale tra Italia e Germania del dicembre 1955, la storia dell’emigrazione cambia radicalmente. La Germania ha bisogno di manodopera per sostenere il proprio sviluppo industriale; l’Italia, ancora prevalentemente agricola, vede nell’emigrazione una valvola di sfogo economica e sociale.

Ma dietro l’accordo si nasconde una profonda asimmetria: i lavoratori italiani sono considerati forza lavoro temporanea, Gastarbeiter, non cittadini in via di integrazione. Dormitori, baracche, isolamento linguistico, precarietà contrattuale segnano la vita quotidiana di migliaia di persone.

Il Corriere d’Italia diventa allora qualcosa di più di una testata informativa: si fa coscienza critica dei patti bilaterali. Ne riconosce l’importanza economica, ma ne denuncia i limiti etici e sociali. Racconta le condizioni di lavoro, spiega i diritti, dà voce a chi non ne ha. È un giornalismo che accompagna, educa, protegge.

Nella mia relazione dell’ottobre 2025 sui patti bilaterali italo-tedeschi ho voluto sottolineare proprio questo punto: quegli accordi furono una condizione necessaria per la ricostruzione europea, ma nacquero come contratti ineguali, in cui la persona veniva prima del cittadino solo grazie all’azione di corpi intermedi – Missioni Cattoliche, sindacati, patronati – e anche grazie al lavoro costante del Corriere d’Italia. Senza questa rete, l’evoluzione verso una maggiore dignità e stabilità sarebbe stata molto più lenta.

Gli anni Sessanta e Settanta: famiglie, scuola, integrazione

Con i ricongiungimenti familiari degli anni Sessanta, l’emigrazione diventa più stabile e più umana, ma emergono nuovi problemi: la casa, la scuola, l’istruzione dei figli. Molti bambini italiani finiscono nelle Sonderschulen, spesso per difficoltà linguistiche più che per reali limiti cognitivi.

Il Corriere d’Italia segue da vicino queste battaglie. Spiega le leggi, informa sulle riforme, denuncia le discriminazioni. Diventa un ponte pedagogico tra due culture, aiutando gli italiani a comprendere la società tedesca e, allo stesso tempo, chiedendo alla Germania di riconoscere il valore delle differenze.

Dall’emergenza all’identità: anni Ottanta e Novanta

Negli anni Ottanta molti italiani rientrano in patria, ma cresce una nuova generazione: figli e nipoti dell’emigrazione, nati o cresciuti in Germania. Giovani bilingui, europei prima ancora che italiani o tedeschi.

Negli anni Novanta, con la riunificazione tedesca e le tensioni sociali che ne seguono, riaffiora anche la xenofobia. Rostock, Mölln, Solingen segnano ferite profonde. Il Corriere d’Italia non tace: denuncia, prende posizione, difende il valore della convivenza e guarda all’Europa che nasce con Maastricht e Schengen. È tra le prime voci a parlare di cittadinanza europea come orizzonte comune.

Dal 2000 a oggi: nuove migrazioni, stessa missione

Il nuovo millennio porta con sé una nuova ondata migratoria, soprattutto dopo il 2008. Giovani laureati, professionisti, famiglie che lasciano l’Italia non per fame, ma per mancanza di prospettive. Cambiano i profili, ma non le difficoltà: lingua, riconoscimento dei titoli, precarietà.

Il Corriere d’Italia risponde rinnovando la propria missione: promuovere un’integrazione interculturale consapevole, in cui l’identità italiana non sia un ostacolo ma una risorsa. In questa direzione si inseriscono anche esperienze come la rubrica di Pasquale Marino, “Io ce l’ho fatta! Storie italiane di successi accademici e professionali in Germania”, che racconta un’emigrazione capace di costruire futuro.

Una voce che continua

In settantacinque anni il Corriere d’Italia ha attraversato crisi economiche, cambiamenti politici, rivoluzioni tecnologiche. È rimasto però fedele a se stesso: indipendente, pluralista, vicino alle persone. Presente nelle scuole bilingui, nelle università, nei ristoranti, nelle aziende, nelle parrocchie.

In un’epoca dominata dalla velocità digitale, la scelta di continuare a credere anche nella carta stampata è stata a lungo un atto culturale: significava dare tempo alle notizie, profondità alle storie, rispetto ai lettori. Oggi, pur non stampando più il giornale in forma cartacea, il Corriere d’Italia continua a essere pienamente presente e attivo attraverso il suo sito online.

La trasformazione digitale non ha rappresentato una rinuncia, ma un’evoluzione coerente con la nostra storia: cambiano i mezzi, non la missione. Anche sul web, il Corriere d’Italia resta uno spazio di approfondimento, di memoria e di servizio, capace di raggiungere nuove generazioni senza perdere il legame con quelle che hanno costruito questa comunità.

Come scrisse don Aldo Casadei nel 1951, “la nostra voce vuole essere come una campana che chiama, che unisce, che infonde coraggio”. Settantacinque anni dopo, sento la responsabilità – e l’orgoglio – di poter dire che quella campana continua a suonare.

Come detto, oggi il Corriere d’Italia non esce più in forma cartacea. È una scelta che non nasce da una mancanza di volontà o di visione, ma da condizioni oggettive che negli ultimi anni sono diventate insostenibili. I costi di stampa e di spedizione sono aumentati enormemente, rendendo sempre più difficile mantenere una diffusione regolare su carta. A questo si è aggiunta la cancellazione dei fondi che per molti anni la Conferenza Episcopale Tedesca aveva destinato al giornale e che, nell’ambito di una più ampia politica di risparmio, non vengono più erogati.

Dirlo con chiarezza è un atto di onestà verso i nostri lettori. La fine dell’edizione cartacea non rappresenta una sconfitta, ma una scelta responsabile per garantire la sopravvivenza e l’indipendenza del Corriere d’Italia. Abbiamo preferito concentrare le poche risorse disponibili sul lavoro giornalistico, sui contenuti, sulla qualità dell’informazione.

Continuiamo così a essere presenti ogni giorno attraverso il nostro sito online, che rappresenta la naturale evoluzione di una storia lunga e coerente. Cambia il supporto, non cambia la sostanza: restare accanto agli italiani in Germania, raccontarne la vita, le difficoltà, le conquiste, le trasformazioni.

Credo profondamente che il valore di una testata non stia nella carta o nello schermo, ma nella credibilità, nella libertà di pensiero, nella capacità di dare voce a chi spesso non ne ha. Anche nel digitale, il Corriere d’Italia vuole prendersi il tempo dell’approfondimento, della memoria, del rispetto per i lettori, senza inseguire la superficialità o il rumore.

Il Corriere d’Italia resta così custode di memoria e laboratorio di futuro. In un’Europa che rischia di ridursi a una semplice somma di interessi economici, continuiamo a ricordare che l’integrazione vera nasce dai diritti, dalla reciprocità e dalla dignità delle persone. “Uniti nella diversità” non è per noi uno slogan, ma una storia vissuta, raccontata e condivisa da 75 anni. Licia Linardi, CdI 7.1.

 

 

 

 

 

Per una leva europea

 

“La tendenza degli Stati Uniti ad adottare una politica di sacro egoismo è ogni giorno più marcata. La tradizione isolazionista dei repubblicani, le promesse elettorali di riduzione dei carichi fiscali… contribuiscono allo stesso risultato: un progressivo distacco spirituale, ma che un giorno potrà anche diventare politico e militare, dall’Europa”.

Questo scriveva Luigi Einaudi, Presidente della Repubblica, al Primo Ministro italiano Scelba nel marzo del 1954, invitandolo a non perder tempo nella ratifica del Trattato istitutivo della Comunità europea di difesa (allora sostenuto con forza dall’amministrazione statunitense). Per un uomo, che era nato nel 1881 e si era formato a cavallo dei due secoli, l’isolazionismo è la naturale tendenza di quel paese; rovesciata dopo il secondo conflitto mondiale dalla scelta di puntare sul processo di integrazione europea che doveva partire proprio dalla costruzione di una capacità militare comune, Forze europee di difesa inquadrate nella Nato.

Nel paragrafo dedicato all’Europa della National Security Strategy of the United States of America del novembre 2025 si legge tra l’altro che la politica statunitense va orientata al fine di “enabling Europe to stand on its own feet and operate as a group of aligned sovereign nations, including by taking primary responsibility for its own defense, without being dominated by any adversarial power”. Nello stesso documento si afferma: “we want Europe to remain European, to regain its civilizational self-confidence, and to abandon its failed focus on regulatory suffocation”. Un giudizio certo abrasivo, ma che non può essere archiviato in modo semplicistico. In un celebre discorso del 1951 all’Assemblea del Consiglio d’Europa, Alcide De Gasperi avvertiva: “se noi costruiremo soltanto amministrazioni comuni, senza una volontà politica superiore […], noi rischieremo che questa attività europea appaia, a confronto dell’attività nazionale, particolare, senza calore, senza vita ideale, potrebbe anche apparire a un certo momento una sovrastruttura superflua e forse anche oppressiva”.

Difesa comune come fondamento dell’identità europea

Proprio questa considerazione motivava allora la scelta di mettere al centro del processo d’integrazione elementi fondamentali come la difesa. In quello stesso discorso De Gasperi ricordava che “le forze armate sono anche un corpo morale tra i più elevati delle Nazioni, la scuola delle più alte virtù militari e civili”. Per De Gasperi “occorre fare qualche cosa che presenti attrattive per la gioventù europea”, ed in questa prospettiva l’unità delle forze militari era vista dallo statista trentino come lo strumento giusto per costruire “una mentalità europea di massa e non solo una convinzione di pochi uomini d’avanguardia”.

Le sfide di oggi ripropongono l’urgenza di una dimensione europea della difesa. E qui possiamo ricordare le attualissime parole di nuovo di Luigi Einaudi alla vigilia della mancata ratifica della CED da parte dall’Assemblea nazionale francese: “gli Stati esistenti sono polvere senza sostanza. Nessuno di essi è in grado di sostenere il costo di una difesa autonoma. Solo l’unione può farli durare. Il problema non è tra l’indipendenza e l’unione: è tra l’esistere uniti e lo scomparire”. Allora Einaudi ricordava l’esperienza della storia italiana, “l’esitazione e le discordie degli Stati della penisola della fine del ‘400 costarono agli italiani la perdita dell’indipendenza lungo tre secoli.” Ed è stata anche la consapevolezza di questa storia di umiliazione nazionale ad ispirare l’europeismo delle classi dirigenti dell’Italia repubblicana.

La Commissione europea ha promosso una complessa strategia “per garantire la prontezza della difesa e il mantenimento della pace”. Ma inevitabilmente, anche per i limiti dei trattati, gli sforzi congiunti a livello europeo sono innanzitutto volti a costruire una dimensione europea dell’industria della difesa. Per garantire questa prontezza serve però anche un complessivo rafforzamento degli organici delle forze armate. Un tema sul quale i grandi Paesi europei, che da tempo hanno abbandonato la leva obbligatoria, stanno ragionando.

Il ritorno della leva in Europa: Germania, Francia e i paesi nordici

A dicembre il governo tedesco ha approvato un nuovo modello di reclutamento militare. Da quest’anno tutti i diciottenni riceveranno un questionario per valutare la loro disponibilità a prestare il servizio militare e, dal 2027, saranno sottoposti a una visita medica. Ciò consentirà di creare un database delle persone che potrebbero essere mobilitate in caso di necessità.

Il mese precedente il Presidente Macron ha proposto dieci mesi di servizio militare volontario retribuito per i giovani dai 18 ai 25 anni, a partire dal 2026 (il servizio di leva è stato abolito in Francia nel 1997).

La Finlandia e la Norvegia hanno il servizio militare obbligatorio invece da decenni. Tutti i finlandesi vengono chiamati alle armi a 18 anni e ci si aspetta che contribuiscano alla difesa collettiva del paese. Nel 2018, nell’ambito della sua strategia di “difesa totale”, la Svezia ha reintrodotto un sistema in base al quale tutti gli uomini e le donne devono registrarsi all’età di 18 anni. Le forze armate ne arruolano una piccola parte per un periodo di servizio militare di 11 mesi.

Dal 1° gennaio 2005 l’Italia ha sospeso il servizio di leva (senza però abolirlo perché previsto in Costituzione). Guido Crosetto, ministro della Difesa, ha dichiarato l’intenzione di presentare al Parlamento un disegno di legge per reintrodurre una forma di servizio militare, seppur su base volontaria, anche per colmare la carenza di personale delle forze armate.

Verso una leva europea

Ora che si è aperto il dibattito nei principali Paesi europei sulla opportunità di reintrodurre forme di servizio di leva, perché non pensare a un servizio di leva coordinato a livello europeo? Già oggi esistono forme di scambio tra ufficiali delle diverse forze armate: una sorta di Erasmus della difesa. Ma si potrebbe andare oltre prevedendo che i giovani di leva, inquadrati in contingenti nazionali, vengano destinati a formare corpi più ampi, multinazionali (vestendo divise comuni che affianchino alla bandiera nazionale quella con le dodici stelle emblema più di ogni altro di una storia di pace e di superamento dei conflitti). La leva – nei Paesi ove è presente – è uno strumento politico e sociale di coesione nazionale e democratica. Potrebbe diventare dunque questa leva ‘europea’, lo strumento per costruire quel senso di appartenenza legato alla difesa comune. Un primo embrione di un esercito di pace dunque che, unendo giovani di nazioni che per secoli si sono combattute, sia la testimonianza visibile della coesione europea e in prospettiva uno strumento di deterrenza.

Un obiettivo certo ambizioso, di cui non si può nascondere la difficoltà di attuazione; ma il fatto che i principali Paesi europei stiano proprio ora ragionando sulla reintroduzione della leva, renderebbe sicuramente meno difficile, se ve ne fosse una chiara volontà politica, ragionare su una prospettiva anche europea.

Potrebbe essere un passo verso la costruzione visibile di una vera autonomia strategica, che si produce non dall’alto ma dalla esperienza concreta dei giovani europei.

L’Italia come leader della difesa europea: stabilità politica e visione strategica

Con la scelta di dare il via al trattato per il Mercosur, il governo italiano il 9 gennaio 2026 ha mostrato di saper contribuire in modo decisivo a un atto di grande valore geopolitico, che rafforza il ruolo dell’Unione nel mondo. Lo ha potuto fare grazie alla stabilità e alla forza politica che gli hanno permesso di superare le pur legittime resistenze di alcuni settori produttivi nazionali. Macron, che ha fatto dell’impegno per l’autonomia strategica dell’Europa la cifra della sua presidenza, per l’estrema debolezza sua e del suo governo all’interno del paese non ha potuto compiere una scelta pure sostanzialmente coerente con l’obiettivo di un’Europa più forte in un settore così importante come quello delle relazioni commerciali.

Nella strategia nazionale di sicurezza americana si legge: “The Trump Administration finds itself at odds with European officials who hold unrealistic expectations for the war perched in unstable minority governments”. Certo, è un passaggio durissimo, tanto più perché riferito all’atteggiamento europeo sul conflitto in Ucraina; dove anche da ultimo i leader dei maggiori paesi europei hanno mostrato invece di saper tenere una posizione sostanzialmente coesa. Un passaggio tanto più duro quello della strategia USA e per certi versi aggressivo, poiché si arriva a dire che molti di questi governi europei “trample on basic principles of democracy to suppress opposition”.

Ma provando ad andare oltre un atteggiamento di semplice polemica, il cuore di questo passaggio del documento statunitense mostra paradossalmente una prospettiva: la possibilità per il governo più stabile di uno dei grandi Stati europei di farsi promotore di soluzioni più coraggiose e lungimiranti nel processo di costruzione di una vera difesa europea. Sarebbe una scelta perfettamente coerente, con la tradizione italiana, nel segno della lezione di Alcide De Gasperi, che ha guidato il governo italiano per un’intera legislatura, la legislatura che pose le basi dello straordinario progresso economico e sociale dell’Italia repubblicana. Luigi Gianniti, AffInt 26

 

 

 

 

 

 

27 gennaio. Un'infinita storia di dolore. Un monito perenne per la memoria

 

Le Acli Baviera, Associazioni cristiane dei lavoratori italiani, nel giorno della Memoria dello sterminio degli Ebrei durante la dittatura nazista in Germania, nella giornata del 27 gennaio che ricorda la liberazione dagli orrori nel campo di concentramento di Auschwitz, elevano la propria voce, all'unisono con tutte le forze della vita politica e della società civile, che si identificano con i valori della democrazia e del rispetto della dignità umana, affinché, attraverso una maturazione culturale, il genere umano, in nessun'altra parte del mondo, si macchi di un crimine che non trova paralleli, quale il massacro razziale ebreo pianificato.

É fondamentale ricordare, ristabilire sempre e dovunque il ruolo della memoria perché siano evitate forme ormai inaccettabili di ipocrisia che coinvolgono la società moderna, per la quale, oggi, fenomemi come quelli dei flussi migratori non possono, non devono essere catalogati come episodi circoscritti e dimenticati tra l'indifferenza generale. La cultura é il faro che guida ed interroga ogni nostro comportamento etico e civile.

Nella pianificazione del genocidio sistematico nazista, gli Ebrei subirono un trattamento, un destino aberrante: le ACLI, le coscienze vive ed operose sono chiamate a vigilare ed opporsi vigorosamente allo scempio della ragione e alla negazione della dignità dell'essere umano.

Carmine Macaluso, Acli Baviera 27.1.

 

 

 

 

 

 

Cosmo italiano. I temi delle ultime puntate

 

Alfonso Pantisano, figlio di Gastarbeiter in lotta per i diritti

(23.01) La sua è un'infanzia complicata, sospesa tra Italia e Germania. Viene mandato anche in un collegio per figli di lavoratori italiani emigrati all'estero. Da queste esperienze e dal difficile coming out, a causa del quale da adolescente viene allontanato dalla famiglia, Alfonso sviluppa la forza di battersi per i diritti dei più piccoli. Oggi è un attivista politico e Queerbeauftragter di Berlino.

Le novità sulla Carta d'identità elettronica per iscritti AIRE

(22.01) Se hai una carta d'identità italiana in forma cartacea, attenzione: tra pochi mesi non sarà più valida. Ecco perché può essere più difficile del solito ottenere un appuntamento nei Consolati italiani in Germania per fare la carta d'identità elettronica, la CIE. Ma c'è una buona notizia e ci sono novità, ad esempio per gli over 70. Dopo gli approfondimenti di Luciana Mella e Cristina Giordano, Luciana Caglioti parla della situazione a Colonia con il Console Generale Massimo Cipolletti.

Tasse, pensioni e cittadinanza: novità per chi vive all'estero

(21.01) Prima puntata del nostro speciale sulle novità per gli italiani in Germania in tema di tasse, cittadinanza e servizi consolari. Cristina Giordano ci spiega cosa è cambiato dal primo gennaio 2026, mentre con Federica Onori, deputata eletta nella circoscrizione Estero-Europa, parliamo della stretta sulle regole della cittadinanza per i figli degli expat.

Nell'era Trump la Germania resta cauta, più dell'UE

(20.01) Come reagiscono la Germania e in particolare il cancelliere Merz, da sempre sostenitore dei rapporti transatlantici, alle pretese avanzate da Trump sulla Groenlandia, ai dazi minacciati a chi non si allinea e al disprezzo per il diritto internazionale dimostrato in Venezuela? Luciana Caglioti parla di questo e delle reazioni europee da Davos con Cristina Giordano, e chiede poi una valutazione a Michele Valensise, già ambasciatore in Germania ed ora a capo dell'Istituto Affari Internazionali.

Expat e depressione invernale: come affrontarla

(19.01) Gennaio e febbraio sono i mesi più bui dell'anno e anche quelli in cui ci si sente particolarmente a corto di energia, specialmente noi expat. È un fenomeno molto diffuso in Germania, facciamo il punto con Cristina Giordano in occasione del "Blue monday". La psicoterapeuta Sabrina Gabriele ci dà dei cosnigli semplici ed efficaci per mantenersi attivi e concentrati anche nei mesi invernali.

Berlino, fonte di ispirazione per i film di Alice Rohrwacher

(16.01) Alice Rohrwacher, regista di film come "La Chimera", "Lazzaro felice" o "Futura" si è appena aggiudicata l'EFA European Achievement in World, premio che le verrà consegnato domani (17 gennaio) a Berlino. In questa intervista Rohrwacher racconta a Cristina Giordano della sua famiglia, comprese le sue radici italiane e tedesche, di come ha scoperto il cinema e della sua scelta di lavorare con "lentezza" e prestare attenzione alle storie di "confine". E di come l'Italia, in alcune cose, possa imparare da Berlino.

Lo spettacolare furto in banca a Gelsenkirchen

(15.01) Cassette di sicurezza svuotate per 100 milioni di euro: oltre duecento poliziotti stanno indagando dopo il furto alla Sparkasse di Gelsenkirchen di fine dicembre. Come hanno fatto i ladri a lavorare indisturbati per creare il buco nel muro del caveau? E cosa sappiamo finora? Ce ne parla Agnese Franceschini, mentre Cristina Giordano parla di tutele per chi usa le cassette di sicurezza con Elke Weidenbach, dell'associazione consumatori tedesca, e Mario Comana, professore di economia bancaria a Roma.

Meno alcolici per iniziare bene l'anno?

(14.01) Si diffonde anche in Germania il "dry january", un mese senza alcolici come pausa salutare o utile per ripensare un consumo a volte eccessivo. Ma basta per cambiare una cultura per cui è quasi obbligatorio bere alcolici in compagnia e nel finesettimana? Cristina Giordano parla del consumo fra Germania e Italia con Agnese Franceschini e con Carmelo Casucci, proprietario di un bar a Berlino Mitte. Antonio Celiberti, medico a Leverkusen, ci spiega gli effetti positivi a breve e lungo termine per chi rinuncia agli alcolici.

La Germania ha (ancora) un problema di arte rubata dai nazisti

(13.01) A inizio dicembre è nato in Germania il "Tribunale arbitrale per i beni rubati dai nazisti" che ha l'obiettivo di restituire le tante opere d'arte rubate durante la dittatura nazista ai discendenti dei legittimi proprietari. La novità? Non serve il consenso della controparte, necessaria fino ad oggi. Anche il nuovo Tribunale arbitrale potrà decidere però solo in merito alle opere in possesso di istituzioni pubbliche. Ne parliamo con Agnese Franceschini e l'esperto d'arte Paolo Zorzi.

Dietro il blackout di Berlino: cosa non ha funzionato

(12.01) Dietro al blackout più lungo della storia di Berlino dalla fine della guerra ci sono una serie di errori nella gestione delle infrastrutture critiche e della macchina dei soccorsi, oltre a un gruppo di estrema sinistra che ha già colpito più volte. Il nostro approfondimento con la collega Agnese Franceschini, il ristoratore italiano a Berlino Mario Veglia e voci della protezione civile in Germania.

SPECIALE: 70 anni di italiani in Germania

Per la prima volta nel dicembre 1955 la Germania stipula un accordo con un altro Paese per reclutare manodopera per le sue fabbriche: arrivano così dall'Italia, soprattutto dal Sud, moltissimi giovani uomini e poi anche donne, che da ospiti utili ma discriminati diventano parte integrante della società tedesca. Un viaggio fra le generazioni, i clichè e chi oggi cerca di smontarli. La puntata speciale, tante storie e la serie "7 video per 70 anni".

Un po' di italianità all'Antikensammlung di Berlino

(09.01) Da inizio gennaio Martin Maischberger è il nuovo direttore della Antikensammlung degli Staatlichen Museen di Berlino. Maischberger conosce perfettamente l'italiano e l'Italia per averci vissuto da bambino e aver in seguito studiato a Perugia. Francesco Marzano ha parlato con lui del suo rapporto col Belpaese, della sfida di guidare un'istituzione culturale in tempi di tagli economici, dei lasciti dell'archeologia coloniale e della collaborazione tra musei italiani e tedeschi.

Ciao Germania, me ne torno in Italia!

(08.01) Hai mai pensato di tornare in Italia? In questa puntata scopriamo due storie legate a "I Ritornati", comunità di professionisti rientrati a Matera in Basilicata, con diversi progetti: c'è chi proviene da un'altra regione, c'è chi lavora da remoto per l'estero, chi si crea un'attività completamente nuova, e tutti insieme fanno rete e si scambiano consigli ed esperienze. Francesco Marzano ne parla con Toara Frantechi e Michele Vivilecchia, ed Enzo Savignano ci fa una panoramica degli aiuti fiscali.

La crisi dell’industria in Germania

(07.01) Rincari energetici, peso della burocrazia, sorpasso cinese sull'auto elettrica e instabilità geopolitica: l'intero sistema industriale tedesco è entrato in crisi. Aumenta la disoccupazione e il numero di fallimenti delle imprese mentre gli aiuti del governo Merz ancora non producono effetti. Ne parliamo con il nostro collega Enzo Savignano, la giornalista del Corriere Giuliana Ferraino e l'avvocato e curatore fallimentare di Reutlingen Alessandro Tedesco.

Le novità del 2026: dal salario minimo al servizio militare

(06.01) Cosa cambia in Germania col nuovo anno? Fra aumenti e rincari, ad esempio delle casse malattia e del Deutschlandticket, ci sono anche novità positive, come il salario minimo e il Kindergeld più alti. Arriva l'Aktivrente, mentre in vista ma non ancora decise sono le sanzioni più severe per il Bürgergeld, che diventerà Grundsicherung. Francesco Marzano parla di queste e altre novità con Enzo Savignano, e chiede ad un esperto del nuovo servizio militare e dell'obiezione di coscienza.

150 anni di Adenauer: le radici dell’Europa moderna

(05.01) Konrad Adenauer è stato la figura chiave della rinascita della Germania dalle macerie della guerra e del suo ritorno come potenza politica ed economica di primo piano nel contesto transatlantico ed europeo. In occasione dei 150 anni dalla nascita dello statista coloniese ne ripercorriamo la biografia con Enzo Savignano e il lascito politico con lo storico Federico Niglia.

Menu delle feste: Italia e Germania a confronto

(22.12) Quanto sono vicine Italia e Germania quando parliamo di menu natalizi? Lo abbiamo chiesto a Veronica Veneziano, da anni attiva in Slow food. Per chi sceglie il ristorante è in arrivo dal nuovo anno l'iva più bassa: spenderemo di meno? Ne parliamo con il ristoratore Angelo Cannata di Dormagen. E poi qualche consiglio dal dietista Giuseppe Coco per godersi pranzi e cenoni senza farsi del male. Cosmo italiano/de.it.press

 

 

 

 

 

Francoforte. Addio a Giancarlo De Simoi

 

“L’aspetto che più mi ha appassionato è stato il ricordo di quello che hanno passato questi ragazzi coinvolti in una tragedia assurda ed è anche una questione di rispetto umano per queste vite ‘non vissute’”. (De Simoi).

Giancarlo era un amico e un collaboratore del Corriere d’Italia. Era un appassionato ricercatore storico che con la sua acribia e profonda pietà umana ha fortemente contribuito a far conoscere la storia degli Internati Militari Italiani sepolti nel Cimitero Westhausen di Francoforte.

Ha dato il suo impegno volontario alla Caritas di Francoforte. Ha collaborato come supervisore al volume sui cinquant’anni della Missione cattolica italiana di Francoforte curato da Pasquale Marino.

Era socio della sezione ANPI di Francoforte. Queste le parole di Andrea Fontana, presidente ANPI Francoforte:

Stamattina (13 gennaio), dopo una breve malattia, ci ha lasciati il nostro socio e membro del Consiglio di sezione allargato dell’ANPI di Francoforte, Giancarlo De Simoi.

Giancarlo è stato una persona preziosissima per la nostra sezione: un ricercatore storico instancabile e uno dei principali fautori del progetto più importante che abbiamo realizzato, ovvero la ricostruzione delle storie dei numerosi I.M.I. sepolti nel cimitero militare di Westhausen a Francoforte.

Gli I.M.I. (Internati Militari Italiani) erano soldati italiani catturati dai tedeschi sui vari fronti di guerra in Europa e deportati in Germania come lavoratori forzati dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, perché rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo della Repubblica di Salò.

Con devozione e grande caparbietà, insieme a un gruppo di lavoro italo-tedesco (fra cui anche le nostre socie Silvia Zavagnin e Rosanna Maccarone), Giancarlo ha consultato documenti, confrontato elenchi e scandagliato archivi per ricostruire storie e restituire dignità a nomi spesso riportati in modo errato. Grazie al suo lavoro è stato possibile dare un volto a tanti di questi italiani e, in alcuni casi, permettere ai nipoti — che ne avevano perso ogni traccia — di riportarne le ceneri in Italia.

Grazie, Giancarlo, per tutto ciò che hai fatto e, soprattutto, per aver sempre divulgato e condiviso le tue conoscenze, partecipando attivamente anche a progetti scolastici, come quello con la scuola Freiherr-vom-Stein di Francoforte.

Ci auguriamo di essere capaci di portare avanti i progetti a cui ti stavi dedicando con la stessa passione.

Che la terra ti sia lieve, caro Giancarlo.

Un ricordo personale. Mi venne a prendere in auto dopo il lavoro per un’intervista. Nel suo ufficio telefonammo a Klaus Jungermann, testimone oculare dell’eccidio di Kassel (31-03.2025). Ne facemmo un articolo per il Corriere d’Italia (qui). Aveva lui preso i contatti con Jungermann, aveva avuto l’idea di intervistarlo e ha curato la trascrizione e traduzione italiana dell’intervista. La sua stanza di lavoro è un archivio storico di documenti, libri, testimonianze raccolte nel tempo sulle vicende della fine della Seconda guerra mondiale in Germania, dove i nazisti si accanirono brutalmente contro i militari italiani, ma anche uomini e donne civili, diventati prigionieri di guerra dopo l’8 settembre. Animato da profonda pietas per il destino di quelle giovani vite spezzate aveva fatto proprio il compito di fare memoria di quegli eventi e di quei destini.

Centrale è stato il suo contributo, come ricorda Andrea Fontana, per la ricostruzione di storie di IMI che portarono alla realizzazione dell’audio tour del cimitero di Westhausen, insieme al Museo storico di Francoforte (qui).

Dal 2008 al 2019 ha collaborato al progetto della Caritas di Francoforte Wegbegleiter, un servizio di accompagnamento per persone anziane italiane e di altre nazionalità. Divenne presto uno dei due coordinatori per il numeroso gruppo italiano. Così lo ricorda Gabriella Zanier del Beratungsteam Älterwerden della Caritas Verband Frankfurt e.V.: „Impegnato, interessato e autonomo. Noi, io e gli altri Wegbegleiter abbiamo sempre molto ammirato e apprezzato la sua preziosa competenza“. Una competenza anche in campo finanziario acquisita nella sua professione, continua Nazier, che metteva a disposizione degli assistiti per risolvere questioni di carattere economico, come debiti o assicurazioni, o, semplicemente, per sbrigare la corrispondenza burocratica degli assistiti. Negli anni ha approfondito e messo a disposizione degli assistiti anche una competenza in campo della salute e dell’assistenza risolvendo non pochi problemi.

Aveva 79 anni ed era arrivato in Germania con i genitori a 5 anni. Di professione era bancario. Con Giancarlo De Simoi ci lascia una persona discreta, affidabile e generosa. Paola Colombo, CdI 14

 

 

 

 

 

Germania 2026: tutte le novità spiegate punto per punto

 

Nuovo anno, nuove regole. Il 2026 in Germania non sarà soltanto l’anno dei Mondiali di calcio ospitati per la prima volta da tre Paesi, ma anche un passaggio denso di cambiamenti normativi che toccheranno famiglie, lavoratori, pensionati, imprese e artigiani. Alcuni interventi sono già definitivi, altri ancora in via di perfezionamento, ma il quadro che emerge è chiaro: più trasparenza, più digitale, qualche alleggerimento fiscale mirato e nuove responsabilità sociali.

Economia e politica: un anno decisivo

Bilancio federale 2026

Il governo federale ha approvato un bilancio da 524,5 miliardi di euro, con 58,3 miliardi destinati agli investimenti. Il debito cresce: quasi 98 miliardi di nuova indebitamento, dovuti soprattutto al sostegno all’Ucraina e al sistema di assistenza. Sommando i fondi speciali per Bundeswehr e infrastrutture, l’indebitamento complessivo supera i 180 miliardi.

Elezioni in cinque Länder

Il 2026 è anche un anno elettorale:

* 8 marzo: Baden-Württemberg

* 22 marzo: Renania-Palatinato

* 6 settembre: Sassonia-Anhalt

* 20 settembre: Meclemburgo-Pomerania Anteriore

* 20 settembre: elezioni nei distretti di Berlino

Tasse, redditi e welfare

Aumento della no tax area

Il Grundfreibetrag sale a 12.348 euro: sotto questa soglia non si pagano imposte sul reddito. Una misura pensata per neutralizzare l’effetto dell’inflazione ed evitare aumenti fiscali “mascherati”.

Aliquota massima

L’aliquota del 42% scatterà dal 2026 a partire da 69.879 euro annui, leggermente più in alto rispetto al 2025.

Schufa più trasparente

Da fine marzo 2026, ogni cittadino potrà consultare gratuitamente il proprio Schufa-Score online o tramite app. Il sistema sarà semplificato: dodici criteri, punteggio da 100 a 999, più comprensibile anche per i non addetti ai lavori.

Sanità e assicurazioni

* Assicurazione sanitaria pubblica: il contributo aggiuntivo medio consigliato sale al 2,9%, ma nella pratica il valore reale medio supererà probabilmente il 3,3%.

* Assistenza (Pflege): aliquota invariata al 3,6%.

* Assicurazioni sanitarie private: aumenti medi intorno al 13%, con circa il 60% degli assicurati coinvolti.

Lavoro, salari e pensioni

Salario minimo e minijob

* Salario minimo: 13,90 euro l’ora

* Limite minijob: 603 euro al mese

Apprendisti

La retribuzione minima per gli apprendisti al primo anno sale a 724 euro lordi.

Pensioni

Dal 1° luglio 2026 è prevista una rivalutazione del 3,7%, soggetta a conferma definitiva in primavera.

Attivrente

Chi ha raggiunto l’età pensionabile e continua a lavorare potrà guadagnare fino a 2.000 euro al mese esentasse, ma solo da lavoro dipendente soggetto a contributi.

Nuova previdenza aziendale

Entra in vigore la riforma che rende la previdenza complementare aziendale più accessibile anche per piccole e medie imprese, con iscrizione automatica e incentivi fiscali.

Famiglie e istruzione

* Assegno per i figli (Kindergeld): 259 euro al mese per figlio

* Diritto al tempo pieno scolastico: dal 1° agosto 2026 per tutti i bambini di prima elementare

* Frühstart-Rente: contributo statale di 10 euro al mese per bambini dai 6 ai 18 anni, destinato a un fondo pensione individuale

Trasporti e mobilità

Auto e tasse

* Tassa auto: pagamento solo annuale, niente più rate

* Revisione 2026: bollino blu

* Auto elettriche: esenzione dalla tassa prorogata fino al 2035

* Nuovo incentivo all’acquisto: fino a 5.000 euro, per famiglie con redditi medio-bassi (in attesa del via libera UE)

Biglietti e pendolari

* Deutschlandticket: sale a 63 euro al mese

* Detrazione pendolari: 38 centesimi al km dal primo chilometro, per tutti i mezzi di trasporto

Energia, ambiente e imprese

* CO?: prezzo tra 55 e 65 euro a tonnellata, con rincari moderati su carburanti

* Abolita la tassa sui depositi di gas

* IVA ristorazione: scende al 7% per i cibi, resta al 19% per le bevande

* Prezzo agevolato dell’energia per l’industria: circa 5 cent/kWh, in attesa dell’ok europeo

Sociale e diritti

Dal Bürgergeld alla Grundsicherung

Da metà 2026 cambia nome e filosofia: più sanzioni, meno tolleranza, ritorno alla priorità dell’inserimento lavorativo. Confermata però la “nullrunde”: nessun aumento degli importi.

Servizio militare

I giovani uomini maggiorenni dovranno compilare un questionario obbligatorio online sulla disponibilità al servizio. Il servizio resta volontario, ma il governo si riserva ulteriori passi.

Scadenze da segnare in agenda

* 12 gennaio: sostituzione obbligatoria delle tubature in piombo

* 19 gennaio: cambio patente (rilasciate 1999–2001)

* 31 marzo: dichiarazione annuale lavoratori con disabilità

Il 2026 non è l’anno delle rivoluzioni fragorose, ma delle trasformazioni strutturali: meno carta, più digitale; più incentivi mirati, ma anche più controlli; più attenzione alla sostenibilità, senza scosse improvvise ai prezzi.

Per cittadini e imprese, la parola chiave sarà preparazione. Conoscere per tempo le nuove regole significa evitare sorprese e, in molti casi, cogliere opportunità che – silenziosamente – il nuovo anno porta con sé. CdI 14

 

 

 

 

 

Brevi di politica e cronaca tedesca

 

Vertice italo-tedesco: Merz e Meloni uniti per difesa e industria

Germania e Italia puntano a rafforzare la loro collaborazione. Lo ha ribadito a Roma, nella cornice di Villa Pamphili, il Cancelliere tedesco Friedrich Merz, intervenendo al vertice italo-tedesco il 23 gennaio scorso. Il cancelliere ha definito gli attuali rapporti bilaterali come i migliori degli ultimi decenni. Al centro del dibattito due priorità: rafforzare la difesa comune e aumentare la competitività industriale europea. “La sicurezza non è più solo militare. Oggi include minacce ibride e digitali”, ha detto Merz, sottolineando la necessità di strategie comuni per proteggere infrastrutture e dati sensibili.

Nel corso del vertice, Germania e Italia hanno firmato un accordo bilaterale su sicurezza e difesa e un piano d’azione congiunto. L’industria automobilistica, la chimica, il macchinario e il settore spaziale saranno i settori chiave su cui i due Paesi punteranno per mantenere la leadership tecnologica europea. “Innovazione e nuove tecnologie sono fondamentali per restare competitivi nel XXI secolo”, ha aggiunto il Cancelliere.

Merz ha sottolineato anche l’urgenza di ridurre la burocrazia e rafforzare il mercato unico europeo, insieme a una politica commerciale più veloce ed efficace. L’obiettivo è portare a termine accordi globali in tempi brevi, come il Mercosur e i negoziati con l’India. Sul fronte energetico, la priorità è contenere i costi e sostenere la ricerca, garantendo competitività e sostenibilità.

Il Cancelliere ha invitato a vedere le trasformazioni globali come un’opportunità. Dall’Asia all’America Latina, l’Europa deve dimostrare credibilità e capacità di costruire alleanze durature. “La cooperazione tra Germania e Italia resta un pilastro fondamentale per libertà, pace e prosperità in Europa”, ha concluso Merz, ricordando che unità e determinazione sono la chiave per affrontare le sfide del XXI secolo.

 

Giorno della Memoria, Merz: “L’antisemitismo non ha posto in Germania”

Nel Giorno della Memoria, celebrato lo scorso 27 gennaio, il cancelliere Friedrich Merz ha ricordato sul social X la responsabilità storica della Germania: “Resta la nostra responsabilità storica: l’antisemitismo non ha posto in Germania”. Ed aggiunge: "ricordiamo lo sterminio sistematico degli ebrei oggi, Giorno della Memoria, come ogni altro giorno. A Berlino, la Porta di Brandeburgo si è illuminata con la scritta “Nie wieder” - mai più - un monito a non dimenticare.

 

Amburgo ospita il Vertice del Mare del Nord      

Ad Amburgo si è svolto il terzo vertice del Mare del Nord. Insieme alla Germania, erano presenti Belgio, Danimarca, Francia, Irlanda, Islanda, Lussemburgo, Paesi Bassi, Norvegia e Regno Unito, i rappresentanti delle istituzioni europee e oltre 140 delegati tra aziende e ONG.

Al centro dei lavori la transizione energetica, la sicurezza degli approvvigionamenti e la cooperazione transfrontaliera. È stata firmata la “Hamburg Declaration”, con l’obiettivo di sviluppare 100 GW di energia eolica offshore condivisa entro il 2050, parte del più ampio piano da 300 GW nel Mare del Nord. In parallelo, il “Joint Offshore Wind Investment Pact” vuole mobilitare investimenti e ridurre i rischi finanziari, favorendo la creazione di nuovi posti di lavoro. Il vertice segna un passo concreto verso un hub energetico europeo sostenibile e sicuro.

 

Sachsen-Anhalt cambia guida: Haseloff lascia, Schulze nuovo presidente

Reiner Haseloff (CDU) si dimette da Ministro-Presidente di Sachsen-Anhalt: l’annuncio ufficiale è arrivato il 22 gennaio, con effetto dal 27 gennaio. Haseloff spiega che la decisione mira a rafforzare la “coalizione di centro” tra CDU, SPD e FDP e a garantire la stabilità del Land.

Il successore designato è Sven Schulze, attuale Ministro dell’Economia e leader regionale della CDU. Schulze entra così in carica per dare slancio alla CDU nella campagna elettorale per le elezioni regionali di settembre, dove l’AfD continua a guadagnare terreno nei sondaggi.

Il 2026 sarà un anno cruciale per la politica tedesca: oltre a Sachsen-Anhalt, sono previste altre quattro elezioni regionali e tre comunali, che potrebbero ridefinire gli equilibri tra i partiti a livello locale e nazionale. Con questo cambio alla guida del Land, la CDU punta a consolidare la propria posizione e a presentare un volto nuovo in vista del voto.

 

Sulle tracce di Goethe: nuovo dialogo culturale italo-tedesco

Nella cornice del vertice italo-tedesco, lo scorso 23 gennaio il Ministro federale per la Cultura e i Media, Wolfram Weimer e il Ministro della Cultura Alessandro Giuli hanno illustrato, nella casa di Goethe a Roma, il nuovo progetto di cooperazione culturale italo-tedesca: "Sulle tracce del Viaggio in Italia di Goethe". Il Ministro della cultura tedesco Weimer ha sottolineato: «In questo modo riviviamo il Viaggio in Italia e diamo vita a un vero e proprio percorso di pellegrinaggio sulle orme di Goethe, offrendo alla Italiensehnsucht, la nostalgia per l’Italia, una nuova fonte di ispirazione».

Il primo passo sarà lo sviluppo di un gioco digitale che permetterà di esplorare l’itinerario di Goethe da diverse prospettive. A questo si affiancherà, nell’autunno del 2026, una mostra dedicata alla ricezione di Goethe nell’arte e nella letteratura italiane, un ponte tra l’epoca goethiana e il presente.

 

Kramp-Karrenbauer alla guida della Fondazione Adenauer

Inizia un nuovo capitolo per la Konrad-Adenauer-Stiftung: la già ministro della Difesa, Annegret Kramp-Karrenbauer ha preso il timone della fondazione il 27 gennaio 2026, succedendo a Norbert Lammert, alla guida dal 2018 e già Presidente del Bundestag.

Alla cerimonia nell'auditorium della sede centrale della KAS, era presente anche il cancelliere e presidente della CDU, Friedrich Merz, che ha ringraziato il Prof. Lammert per il suo lungo impegno.

Con Kramp-Karrenbauer, la fondazione punta a rafforzare formazione politica e attività internazionale, mentre Lammert resterà presidente onorario.

Germania: 520 miliardi per il budget record 2026Lo scorso dicembre la Germania ha approvato un budget record da 520 miliardi di euro per il 2026. Con un ricorso al debito pari a 174,3 miliardi, più del triplo rispetto al 2024, investimenti pubblici concentrati su infrastrutture, la manovra approvata introduce un nuovo approccio alla finanza pubblica con 126,7 miliardi di euro di investimenti destinati a modernizzare la rete ferroviaria, stradale, ad attuare la transizione energetica e digitale e al rafforzamento della difesa.

Di questi, 58,9 miliardi saranno finanziati da un fondo speciale per le infrastrutture da 500 miliardi di euro, escluso temporaneamente dal freno al debito costituzionale, una novità che segna una cesura rispetto al passato.

 

L'Asse Roma-Berlino riparte del Forum Imprenditoriale Italia-Germania

Il prossimo 23 gennaio a Roma si terrà il Forum Imprenditoriale Italia-Germania all'Hotel Parco dei Principi. L'incontro rappresenta il consolidamento dei rapporti economici tra due delle principali potenze industriali dell’Eurozona. L'evento si inserisce nella cornice del Vertice intergovernativo bilaterale e costituisce l'attuazione pratica del Piano d'Azione firmato per rafforzare la cooperazione strategica tra i due Paesi, in un contesto in cui l'interscambio commerciale ha ormai stabilmente superato i 160 miliardi di euro.

Ad inaugurare i lavori sarà il Ministro degli Esteri Antonio Tajani insieme al Ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso e alla Ministra federale tedesca dell’Economia e dell’Energia, Katherina Reiche. A seguire una serie di panel tematici sulla gestione della transizione ecologica e digitale, con particolare attenzione alla competitività industriale.

Nel settore dell'industria avanzata, il dibattito si concentrerà sulla filiera dell'automotive e della siderurgia, cercando soluzioni comuni per la neutralità tecnologica attraverso l'uso di e-fuels e idrogeno, oltre a potenziare l'asse farmaceutico per ridurre la dipendenza europea dai mercati esteri.

Parallelamente, il tema delle infrastrutture e dell'energia vedrà protagonista il progetto del SoutH2 Corridor, il corridoio dell'idrogeno destinato a collegare il Nord Africa alla Germania passando per l'Italia. Questa iniziativa strategica è l’occasione per trasformare la penisola in un hub energetico mediterraneo capace di rifornire l'industria pesante tedesca con energia pulita. Allo stesso tempo, si discuterà dell'efficientamento della logistica e dei valichi alpini, elementi vitali per garantire la fluidità delle catene del valore che integrano i due Paesi.

Un altro attore fondamentale sarà il tema della difesa, aerospazio e sicurezza. In una fase di forte instabilità internazionale, la collaborazione tra i grandi gruppi industriali del settore diventa strategica per lo sviluppo di sistemi di difesa comuni e per garantire l'accesso autonomo allo spazio. Un ambito dove la partnership tra le agenzie spaziali italiana e tedesca è già consolidata.

Il forum vedrà inoltre la presenza dei vertici di Confindustria e della BDI, oltre ai CEO delle principali multinazionali dei due Paesi, e si concluderà con l'intervento del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e del Cancelliere tedesco Friedrich Merz. I due firmeranno nuovi protocolli d'intesa per massicci investimenti congiunti.

 

Il Cancelliere Merz vola in India                               

Con la visita in India, il Cancelliere Friedrich Merz inaugura il suo primo viaggio istituzionale in Asia: un segnale chiaro della volontà di Berlino di ampliare i propri orizzonti strategici e rafforzare l'intesa sulla difesa. La tappa ad Ahmedabad, patria di Gandhi, ha sottolineato il legame profondo tra la Germania e la più grande democrazia del mondo.

In occasione del Settantacinquesimo anniversario delle relazioni diplomatiche, Merz e il Primo Ministro Modi hanno riaffermato una partnership basata su valori condivisi. Al centro dei colloqui è emersa la necessità di proteggere un ordine internazionale libero dai conflitti e dalle mire delle grandi potenze. La cooperazione si intensificherà sensibilmente nel settore della sicurezza, con nuove esercitazioni militari congiunte nell’Indopacifico.

È stata inoltre siglata un'intesa per favorire la produzione comune nell'industria della difesa, riducendo le dipendenze da fornitori esterni. Sul piano economico, il commercio bilaterale ha raggiunto la cifra record di cinquanta miliardi di dollari, segnando un momento di massimo vigore. Nuovi investimenti saranno indirizzati verso l'intelligenza artificiale, la digitalizzazione e l’idrogeno verde per guidare la transizione ecologica. Il Cancelliere ha esortato l'Unione Europea a concludere rapidamente l'accordo di libero scambio con l'India per sbloccare ulteriori potenzialità. 

Una delegazione di imprenditori ha accompagnato la visita, confermando l'attrattività del dinamico mercato indiano per le aziende tedesche. La gestione della manodopera qualificata rappresenta un altro pilastro fondamentale dell'intesa raggiunta tra i due governi. La Germania punta ad accogliere giovani talenti indiani per sostenere la propria crescita industriale e il sistema sanitario nazionale. Procedure di visto più agili e nuovi canali di migrazione legale favoriranno l'inserimento di professionisti altamente formati.

Con oltre sessantamila iscritti, gli studenti indiani costituiscono già oggi il principale gruppo universitario straniero in Germania. La collaborazione scientifica sarà potenziata attraverso la creazione di centri d'eccellenza per l'innovazione tecnologica. I due leader hanno concordato di lavorare insieme per lo sviluppo del Sud del mondo e per la riforma delle istituzioni internazionali.

Durante i colloqui è stata ribadita la ferma condanna del terrorismo e la ricerca di soluzioni pacifiche per i conflitti in Ucraina e Gaza. Merz ha approfittato dell'occasione per lanciare un messaggio di solidarietà ai manifestanti in Iran che lottano per la libertà. Il dialogo proseguirà a Berlino entro la fine dell'anno con le prossime consultazioni intergovernative tra le due potenze.

 

Steinmeier proclama il 23 maggio giornata dell'impegno civile

Lo scorso 9 gennaio, durante il ricevimento omaggio ai cittadini meritevoli nella cornice del Castello di Bellevue, il Presidente Steinmeier ha ribadito come l'impegno civile sia la pietra angolare della democrazia liberale. Ricordando i disagi causati dall'attacco alla rete elettrica berlinese, il Capo dello Stato ha espresso profonda gratitudine verso le forze dell'ordine e i servizi di soccorso. La loro efficienza, unita al supporto reciproco tra i cittadini, rappresenta per Steinmeier quel modello di partecipazione attiva necessario per promuovere un cambiamento positivo e affrontare con determinazione le sfide del nostro tempo.

Steinmeier si è poi rivolto alle numerose associazioni di volontariato in Germania, spaziando dal supporto ai giovani e agli anziani fino alla tutela dell'ambiente e all'integrazione dei rifugiati. Questi sforzi, spesso compiuti lontano dai riflettori, sono stati descritti come: "Elementi essenziali che mantengono vivo il tessuto sociale e favoriscono il rispetto reciproco in un periodo storico segnato da conflitti internazionali e crescenti tensioni interne". Tuttavia, il Presidente ha evidenziato una criticità legata al cambiamento demografico, notando come l'invecchiamento della popolazione stia concentrando le responsabilità su un numero sempre più esiguo di volontari. Per contrastare questa tendenza e dare nuovo slancio alla partecipazione, è stata annunciata l'istituzione della Giornata del Merito Civile, prevista il prossimo 23 maggio, in coincidenza con l'anniversario della Legge Fondamentale.

L'iniziativa è rivolta a cittadini, associazioni e istituzioni impegnati in azioni concrete per il bene comune, con l'obiettivo di rendere visibile il valore del volontariato e incoraggiare le nuove generazioni ad agire per gli altri. Steinmeier ha ribadito che l'impegno civico non è solo un atto di generosità, ma una necessità politica urgente per rafforzare la coesione interna e garantire un futuro pacifico e dignitoso a tutto il Paese contro le derive e le forze antidemocratiche.

 

Dalla KAS...                                   

Il 5 gennaio 2026 segna l’inizio dell’anno giubilare dedicato al 150° anniversario della nascita del nostro fondatore, il Cancelliere Konrad Adenauer. Le celebrazioni, intitolate "150 anni di Konrad Adenauer" sono state inaugurate a Bonn con l'evento “Adenauer come europeo” dando il via a un ricco programma di conferenze, mostre, pubblicazioni e iniziative online rivolte ai giovani e disponibili sul nostro sito.

Nell'ambito di questo anniversario, il 12 febbraio 2026 dalle ore 19.00 alle ore 20.00 si terrà a Roma l'evento: “150 anni di Konrad Adenauer – Uomo di Pace, cattolico, europeo" alla presenza di S.E. l'Ambasciatore tedesco presso la Santa Sede, Dr. Bruno Kahl. L'incontro organizzato in stretta collaborazione con l'Ambasciata della Repubblica Federale di Germania presso la Santa Sede, sarà ospitato nella residenza dell'ambasciatore tedesco della Santa Sede. Kas/de.it.press

 

 

 

 

 

 

L’offensiva di Trump in Venezuela e il calo di consensi

 

Donald Trump ha festeggiato il primo Capodanno della sua seconda presidenza ostentando una sicurezza da fare invidia ad altri autocrati come lui, che lo ha spinto ad ordinare un drammatico attacco al Venezuela che, anche se definito dal tycoon un successo, moltiplica i rischi perché lascia irrisolte pesanti incognite sul futuro del Paese sud-americano e della politica estera di Washington.

Trump ha dichiarato, anzi, che saranno gli Usa, o meglio un gruppo di funzionari americani, che gestiranno la politica del Venezuela, a tempo indeterminato, fino ad una transizione ordinata, senza chiarire cosa si aspetti da Caracas.

Ma né la piaggeria, né il rivendicare “il coraggio e la potenza dei soldati americani“, come ha fatto il Segretario della Difesa, possono nascondere il calo di consensi del tycoon negli ultimi sondaggi e la necessità di rilanciare una popolarità in caduta libera.

I sondaggi non hanno certamente lo stesso effetto delle urne e Trump ci ha abituato alle riscosse e ad una leadership aggressiva, fondata sulla polarizzazione dell’elettorato; tuttavia sono importanti, perché all’orizzonte ci sono le elezioni di mezzo-termine che, rinnovando il Congresso, possono consolidare o rimettere in discussione le sue ambizioni politiche.

Parliamo di sondaggi veri non ritoccati, che bocciano il Presidente in doppia cifra percentuale, evidenziando uno scivolone di oltre dieci punti dall’insediamento alla Casa Bianca, penalizzando i punti fermi della sua agenda Maga e America First, dal protezionismo, all’immigrazione, alle guerre.

Il mandato di Trump era per una profonda rivoluzione, dai dazi alla deregulation, dalla cultura no-vax fino alla concentrazione dei poteri nella persona del Presidente, costruito in parte sull’immagine di un uomo che non conosceva e non aveva conosciuto mai sconfitte.

Ora quell’immagine si è appannata agli occhi di un Paese irrequieto e palesemente in preda ad un malessere sociale ed economico, che stenta a risolversi.

A fronte di un’espansione dell’economia, solo auspicata ma non ottenuta finora, c’è chi parla apertamente di recessione, perché mentre c’è chi guadagna miliardi di business, continuando ad arricchirsi, altri guadagnano meno o non guadagnano nulla.

La disoccupazione è al 4,6%, la più alta dal 2021, con picchi nella popolazione di colore e tra i laureati, in barba alle promesse fatte in campagna elettorale; il che spiega l’erosione dei consensi e il timore di chi pensa che Trump trascuri il disagio di tanti per perseguire obiettivi di grandezza, com’è nella sua natura di tycoon. Angela Casilli, dip 5    

 

 

 

 

 

La seconda edizione del premio “Italia radici nel Mondo. Donne in Emigrazione”

 

Roma. Nella Sala stampa della Camera dei deputati è stata presentata la seconda edizione del Premio Italia Radici nel Mondo -Toto Holding, concorso per racconti inediti rivolto agli italiani e alle italiane residenti all’estero e agli/alle italodiscendenti. Tema dell’edizione 2025-2026 è “Donne in emigrazione” . Il bando si chiuderà il prossimo 31 marzo.  Il Premio è organizzato dal Comune di Torricella Peligna (Chieti), come una delle iniziative della manifestazione John Fante Festival “Il dio di mio padre”, insieme al Piccolo Festival delle Spartenze e con il contributo della Toto Holding e della Fondazione Pescarabruzzo. La presentazione è stata moderata da Gianni Lattanzio (Direttore di MeridianoItalia). “Questo Premio – ha spiegato Lattanzio – è particolarmente rilevante, perché mette al centro il ruolo della donna. Un ruolo che è stato spesso accantonato nella narrazione della storia degli emigrati italiani all’estero. Questo premio – ha aggiunto – nasce dall’incontro tra due realtà, quella del John Fante Festival ideato da Giovanna Di Lello e quella del Piccolo Festival delle Spartenze ideato da Giuseppe Sommario”. È poi intervenuto il deputato del Pd Toni Ricciardi, eletto nella Ripartizione Europa. “La scelta del tema per questo concorso, – ha rilevato il deputato anche nella sua veste di storico  – ovvero il ruolo delle donne nell’emigrazione, non è banale, perché dal punto di vista storico la figura della donna emigrata è stata spesso vista in maniera marginale, soprattutto durante il secondo dopoguerra, dove si è sempre immaginato che la storia della emigrazione italiana, fosse composta, dal punto di vista iconografico, perlopiù dall’uomo con la valigia di cartone che viveva in baracche. In realtà in quel periodo la figura femminile è stata molto presente e forte, e ci sono addirittura paesi e ambiti in cui le direttrici erano prettamente femminili”. In proposito Ricciardi si è soffermato sui vari ruoli ricoperti dalle donne all’estero, ad esempio nell’ambito dell’industria tessile. Vi erano donne che partivano da giovanissime per lavorare, per poi essere educate nelle parrocchie tramite accordi tra la stessa industria e la chiesa. Da segnalare anche le tante donne coinvolte nel programma di ricongiungimento delle famiglie durante la seconda ondata migratoria verso l’America Latina. Ha poi preso la parola il deputato del Pd Fabio Porta, eletto nella Ripartizione America Meridionale. “Questo premio – ha sottolineato Porta – rappresenta un’occasione straordinaria per conoscere e riconoscere le nostre collettività all’estero.  Questo premio nasce dall’incontro di 2 realtà culturali, che affondano non soltanto numericamente, ma anche qualitativamente in un tessuto emblematico della storia migratoria italiana, cioè l’Abruzzo e la Calabria, rappresentate da due iniziative importanti: il John Fante Festival ed il Piccolo Festival delle Spartenze. Voglio insieme a voi riconoscere  – ha proseguito il deputato – non soltanto il ruolo fondamentale di questi territori, ma anche delle persone emigrate, perché sono le protagoniste non soltanto di un passato, ma anche dell’attualità con una presenza vivacissima che è quella dell’Italia nel mondo”. Porta ha poi evidenziato come le donne emigrate all’estero abbiano avuto un ruolo fondamentale nella nostra diaspora, favorendo il mantenimento del valore della famiglia e quindi l’integrazione della comunità all’interno di molti Paesi. “L’Obiettivo – ha concluso il deputato – è quello di costruire, a partire dai due Festival coinvolti nell’iniziativa, una rete sempre più solida di luoghi, eventi e progetti, che consentano ai nostri discendenti all’estero di ritrovare le proprie radici, ma anche di sentirsi pienamente parte dell’Italia di oggi e di domani”. È poi intervenuto il sindaco di Torricella Peligna Carmine Ficca che si è soffermato sull’emigrazione abruzzese del secondo dopoguerra e ha ricordato come, per celebrare gli abruzzesi nel mondo, nel 2006 sia nato il John Fante Festival. “Attraverso il Premio Italia Radici nel Mondo – ha spiegato il Sindaco – si cerca anche di far conoscere a Torricella il bagaglio di esperienze che hanno gli abruzzesi nel mondo”. È stata poi la volta del Consigliere Comunale di Torricella Peligna Nicola Di Pietrantonio che ha ribadito l’importanza del John Fante Festival per il Comune di Torricella Peligna, e il crescente impegno del comune nell’organizzazione di questo evento che ha acquisito caratura internazionale.  A seguire ha preso la parola l’organizzatrice del John Fante Festival, Giovanna Di Lello. “Il Premio Italia Radici nel Mondo Toto Holding – ha spiegato Di Lello – si inserisce all’interno del programma John Fante festival che si tiene da 20 anni. Tutto questo è stato fatto grazie al Comune di Torricella Peligna, che crede nella promozione della cultura sul proprio territorio. Questo premio è nato in collaborazione con il Piccolo Festival delle Spartenze, perché volevamo dare voce agli italiani all’estero e agli oriundi. Per la partecipazione al Premio richiediamo racconti inediti, scritti in italiano, ai nostri connazionali nel mondo e ai discenti italiani. Racconti brevi dalle 10mila alle 20mila battute. Nel premio da quest’anno abbiamo due categorie: la categoria nuova emigrazione, per i nuovi emigrati ma nati in Italia, e quella per gli italo discendenti”.  Di Lello ha poi rilevato come il tema del premio sia stato scelto per dare luce alla storia delle donne che hanno contribuito in maniera importante allo sviluppo delle nostre comunità all’estero. Il vincitore del premio potrà pubblicare la sua opera. I finalisti, che verranno annunciati a Torricella Peligna durante il John Fante Festival che avrà luogo dal 20 al 23 agosto 2026, saranno scelti dalla giuria, che è composta da Vito Teti (presidente), Giovanna Di Lello, Giuseppe Sommario, Antonio Bini, Maria Concetta Costantini, Giovanna Chiarilli, Roberta Sibona, Toni Ricciardi e Gianni Lattanzio. È poi intervenuto il Direttore del Piccolo Festival delle Spartenze Giuseppe Sommario che ha parlato della necessità di insegnare la storia dell’emigrazione italiana all’interno delle scuole, in maniera che questo contesto sia sempre più conosciuto nell’ambito del territorio nazionale. Sommario ha poi rilevato l’importanza della donna nell’ambito del fenomeno della nostra emigrazione, in quanto esportatrice delle radici italiane nel mondo. “Sono molto contento di questa seconda edizione del Premio – ha poi sottolineato Sommario – perché la prima edizione ha avuto un grande successo, raccogliendo l’entusiasmo di tutti coloro che hanno potuto raccontare la propria storia. La maggior parte dei racconti sono infatti stati narrati in prima persona. Questo premio – ha concluso Sommario – vuole dare voce alle tante radici italiane sparse in tutto il mondo, che si sono contaminate e diffuse, ma nonostante ciò hanno mantenuto un legame fortissimo con il nostro paese”. Ha infine preso la parola il Presidente del Museo Nazionale dell’Emigrazione di Genova Paolo Masini, che ha segnalato la preparazione entro la fine di marzo di una mostra sull’emigrazione italiana incentrata su personaggi femminili. Masini ha poi parlato della figura di Madre Francesca Saverio Cabrini e della sua importanza negli Stati Uniti. Masini  si è anche soffermato sul lavoro svolto dal comune di Torricella Peligna per riuscire a portare avanti il John Fante Festival. “Io definisco l’emigrazione – ha poi aggiunto Masini – come la più grande narrazione popolare e collettiva di questo paese, una narrazione che è fatta di miliardi storie di donne e uomini coraggiose e coraggiosi”. (Lorenzo Morgia – Inform/dip 11)

 

 

 

 

 

Italia-Germania: il Ministro Urso ha incontrato al Mimit le Ministre Reiche e Bär

 

ROMA – Nell’ambito del vertice intergovernativo tra Italia e Germania, il Ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha ricevuto nei giorni scorsi al Mimit, in due diversi incontri, la Ministra federale dell’Economia e dell’Energia della Germania, Katherina Reiche, e la Ministra federale della Ricerca, della Tecnologia e dello Spazio, Dorothee Bär. Nel primo bilaterale Urso e Reiche hanno sottoscritto due intese: la prima in ambito di materie prime critiche con l’obiettivo di favorire iniziative di investimento comune. La seconda intesa, siglata anche dall’AD di Invitalia, Bernardo Mattarella, è finalizzata a rafforzare la cooperazione in materia di ricerca, sviluppo e innovazione per sostenere partenariati tra start-up, PMI e istituti di ricerca attraverso i rispettivi programmi di finanziamento, con l’obiettivo di sviluppare tecnologie avanzate, favorire l’internazionalizzazione e accrescere la competitività. Le iniziative saranno sostenute, per i partner italiani, con l’incentivo Smart&Start Italia, promosso dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy e gestito da Invitalia, e per i partner tedeschi, con il Programma di innovazione per le Pmi, gestito dal Ministero federale dell’Economia e dell’Energia della Germania. “Con la Dichiarazione congiunta sottoscritta a dicembre e le due intese di oggi, Italia e Germania inviano insieme un messaggio chiaro e forte alle istituzioni europee: la competitività del continente va rilanciata subito. Non possiamo più permetterci di stare fermi e subire il cambiamento”, ha dichiarato Urso. “È urgente difendere e promuovere le industrie strategiche, dall’automotive alle imprese energivore, sostenendo le filiere innovative e semplificando il panorama normativo, così da dare certezze agli investimenti e al futuro industriale dell’Europa”, ha concluso. “La Germania e l’Italia sono partner industriali forti e motori centrali dell’economia europea. In un periodo caratterizzato da profonde sfide geopolitiche ed economiche, stiamo intensificando la nostra cooperazione per rafforzare la competitività, la resilienza e la capacità innovativa dell’Europa. È più importante che mai rafforzare i partenariati esistenti e promuoverne insieme di nuovi per una crescita sostenibile, posti di lavoro sicuri e un’Europa forte”, ha dichiarato la Ministra Reiche. Sul fronte delle proposte della Commissione europea in materia di automotive e CBAM, Urso e Reiche hanno ribadito la necessità di fare di più, sottolineando l’importanza di una reale neutralità tecnologica e di certezze normative per attrarre investimenti e sostenere lo sviluppo industriale in Europa, evidenziando come l’industria abbia bisogno di strumenti chiari per pianificare il proprio futuro. Roma e Berlino guardano inoltre con attenzione all’Industrial Accelerator Act, che la Commissione dovrebbe presentare il prossimo mese, un’iniziativa destinata a diventare un elemento chiave per rafforzare la competitività europea. La cooperazione aerospaziale è stata invece al centro del secondo bilaterale che il ministro Urso, in qualità di Autorità delegata allo Spazio del Governo italiano, ha avuto con l’omologa tedesca Bär. Durante l’incontro, Urso e Bär hanno entrambi accolto con favore gli sforzi verso l’interoperabilità e la standardizzazione dei satelliti, in particolare per quanto riguarda i progetti di costellazioni satellitari nazionali ed europee. Tali costellazioni satellitari rafforzeranno la sicurezza e la resilienza delle infrastrutture critiche, comprese le telecomunicazioni, consentendo così un accesso sicuro e la trasmissione dei dati via satellite, in particolare dei dati di origine e di utilizzo istituzionale. “L’incontro di oggi rappresenta un primo importante tassello per sviluppare in sintonia con gli altri paesi europei, a partire dalla Germania, programmi satellitari volti a rafforzare la sovranità tecnologica del continente. Come Paese presidente del Consiglio Ministeriale dell’ESA, vogliamo dare impulso ad un’Europa più solida, autonoma e capace di guidare l’innovazione industriale del comparto per affrontare con efficacia le sfide globali del futuro”, ha dichiarato il Ministro Urso. “Germania e Italia rafforzano insieme il continente spaziale europeo: alla Conferenza ministeriale dell’ESA dello scorso novembre abbiamo ceduto la Presidenza all’Italia. Una joint venture italo-tedesca gestisce con successo i satelliti Galileo e consente una navigazione satellitare europea sovrana. Questo dimostra che senza la stretta cooperazione tra Germania e Italia non è concepibile la sovranità europea nello spazio, ma anche nella tecnologia e nella ricerca”, ha dichiarato la Ministra Bär. Con questo incontro, nel rispetto e in simbiosi con le cooperazioni in atto a livello europeo e con i programmi dell’ESA, si dà impulso all’ASI – Agenzia Spaziale Italiana e all’Agenzia Spaziale tedesca per approfondire la cooperazione valutando, tra le possibili ipotesi, la fattibilità di un eventuale progetto congiunto. (Inform/dip 27)

 

 

 

 

 

Una regola d’oro

 

La crisi economico/sociale non è finita. Anche se, nel complesso, il ristagno dell’occupazione non si è ancora trasformato in palude. Aumenta la disoccupazione e restano ridotte le certezze sociali. Sono i salienti aspetti che si notano in quest’intricata situazione all’alba di questo 2026. Allora, cosa sta succedendo? L’Italia vive un sistema economico incoerente e maggiormente esposto alla concorrenza internazionale. Essere in UE non è solo un vantaggio; anche i rischi sono presenti. Sarebbe bene tenerlo presente.

 Chi è stato formica, nel passato, oggi rischia di fare la tragica fine della cicala. Il Paese resta privo dell’iniziativa “agevolata” e con colori regionali “mutanti”. In altri Paesi UE il problema è stato affrontato prima che da noi e, in parte, anche risolto. C’è chi ha consentito al capitale privato di sostenere le mancanze di quello pubblico; in cambio d’infrastrutture capaci di compensare, anche nel tempo, gli investimenti.

 Da noi, è assai improbabile che l’auspicata ripresa possa trovare le sue radici dando maggior spazio all’iniziativa privata che è, poi, quella che influenza realmente i mercati. Per superare la crisi bisognerebbe garantire uno scambio tra prodotti elaborati e materie prime. Attraverso una remunerazione non solo di natura economica, ma anche sotto forma d’investimento a medio termine. Come a scrivere che se l’Azienda Italia procedesse bene, i vantaggi ci sarebbero per tutti e in proporzione allo “sforzo” economico utilizzato. Sempre che ci sia l’impegno politico ed il tempo d’attuazione.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

 

Quale debito per la Germania?

 

Il 12 novembre, il German Council of Economic Experts (GCEE) — organo indipendente chiamato a valutare le politiche economiche implementate dal governo di Berlino — ha presentato il suo report 2025/2026, offrendo un’analisi della traiettoria di evoluzione delle finanze pubbliche tedesche. La disamina firmata dai cinque accademici che compongono il GCEE mette in evidenza un’economia in affanno che, nel 2025, dovrebbe crescere dello 0,2% e, nel 2026, dello 0,9%.

Nel loro rapporto, gli economisti pongono grande attenzione sui potenziali effetti dati dalla riforma del freno al debito approvata alcuni mesi fa, segnalando delle criticità che hanno attratto l’attenzione di diversi analisti. Criticità da cui possono conseguire effetti negativi in termini di crescita del Pil e di sostenibilità delle finanze pubbliche teutoniche.

La riforma del freno al debito

Il freno al debito (Schuldenbremse) venne introdotto nella Costituzione tedesca nel 2009, durante una fase storica in cui il contenimento della spesa pubblica era percepito dalla maggioranza dei politici di Berlino come un elemento di fondamentale importanza. Con tale norma, la Germania veniva sostanzialmente vincolata a perseguire il pareggio di bilancio, con la possibilità di aumentare l’indebitamento che veniva limitata unicamente a situazioni di emergenza al di là del controllo dello Stato.

I problemi dati dall’aver introdotto un rigido vincolo alla spesa all’interno del Grundgesetz sono divenuti evidenti con l’inizio del decennio, quando il modello economico tedesco — trainato dall’export — è andato in crisi e la minaccia portata dalla Russia alla sicurezza del vecchio continente si è fatta tangibile. In tal senso, negli ultimi anni, sono andate via via moltiplicandosi le richieste di riforma dello strumento; sollecitazioni che sono state avanzate anche dalla Bundesbank e dallo stesso German Council of Economic Experts.

Ecco quindi che, nei giorni immediatamente successivi alle elezioni legislative di quest’anno, il governo del cancelliere Merz — impiegando i voti del parlamento uscente — ha portato a una drastica revisione dello Schuldenbremse. Con tale modifica, la Germania ha istituito un fondo speciale (dall’importo complessivo di 500 miliardi di euro) indirizzato agli investimenti infrastrutturali e verdi e, al contempo, ha scorporato le spese in difesa superiori all’1% del Pil dal calcolo del deficit: due previsioni normative che danno la possibilità all’attuale esecutivo di aumentare la spesa pubblica come mai fatto negli ultimi decenni.

Spesa o investimenti?

L’approvazione della riforma dello Schuldenbremse ha fatto inevitabilmente sorgere un quesito: sarà la Germania capace di impiegare questo maggior debito per investimenti strategici o, invece, finirà anch’essa, come molti altri Paesi, per “sprecare” risorse finanziando spese improduttive?

Stando all’analisi formulata dal German Council of Economic Experts, ad ora, la risposta a tale quesito non è pienamente incoraggiante.

Nel report redatto dai cinque economisti è infatti scritto in maniera esplicita come una non trascurabile parte delle risorse del fondo speciale sia indirizzata verso spese non classificabili come investimenti (come l’aumento delle pensioni per le madri non lavoratrici). Da tale allocazione — mette in guardia il report — rischia di derivare un impatto sulla crescita più contenuto rispetto a quello preventivato, oltre che un aumento dell’indebitamento più difficile da assorbire negli anni a venire. Il GCEE sottolinea in tal senso come sarebbe opportuno ripensare la programmazione del fondo speciale verso investimenti capaci di sostenere l’innovazione, nella consapevolezza che maggior spazio fiscale può essere creato solo «attraverso riforme che favoriscono la crescita e aumentano la base imponibile» («additional fiscal space should be created through reforms that generate growth and broaden the tax base»).

La pressione dell’AfD

Nel ricevere il report dalle mani della chair del GCEE, Merz ha lasciato intendere in modo piuttosto chiaro come non prevedesse particolari variazioni ai programmi di spesa fino a quel momento elaborati. Tali dichiarazioni non risultano sorprendenti per due ragioni in particolare.

La prima è che il cancelliere guida un governo di grosse-koalition in cui rimettere mano al bilancio, una volta che su di esso si è trovato un accordo, può risultare politicamente molto complicato. La seconda è che varie spese sociali messe in campo da CDU ed SPD servono a rispondere a un’opinione pubblica scontenta e sfiduciata che, in maniera sempre maggiore, guarda ad Alternative für Deutschland come soluzione ai propri problemi. A tal riguardo, non è da escludersi che, per assistere a un riorientamento della spesa che segua le indicazioni dei cinque economisti, sia necessario aspettare che la Germania esca dall’attuale stagnazione economica e che il consenso verso i partiti di governo torni — almeno un poco — a crescere.

Le speranze dell’Europa

Dal versante europeo, non si può che guardare con grande attenzione quanto accade a Berlino: la Germania è d’altronde la principale economia del vecchio continente e dal modo in cui essa spenderà la rilevante quantità di fondi presa a debito dipenderà la crescita dell’Unione nel suo insieme.

Un grado di dipendenza accresciuto negli ultimi anni dalle decisioni assunte in materia di governance economica, posta la scelta di tornare a limitare la spesa dei Paesi a debito elevato — attraverso la definizione del nuovo Patto di Stabilità e Crescita — senza procedere a ulteriori emissioni di bond comuni, sul modello del Next Generation EU.

Emissioni di debito comune che avrebbero probabilmente rappresentato la migliore opzione per sostenere la produttività del vecchio continente — così come il ruolo internazionale dell’euro — ma che la politica e l’opinione pubblica tedesca, evidentemente, continuano a vedere con (eccessivo) scetticismo.

Matteo Bursi, AffInt 7

 

 

 

 

 

 

L’identità che manca agli Europei

 

L’Unione Europea ha un solo grande problema, quello della mancanza di un’identità, che solo il trascorrere del tempo e la storia possono creare.

E’ un organismo politico a tutti gli effetti, nato dal consenso di tanti europei, ma verso il quale i suoi membri non sentono di appartenere, per cui non riuscirà mai ad avere la sovranità necessaria a decidere, ad esempio, sulla pace o la guerra, decisioni difficili perché riguardano la vita stessa dei suoi cittadini.

Presi singolarmente, i cittadini europei sanno bene cosa vuol dire appartenere al proprio Paese, rispettare le sue leggi e la sua Costituzione. L’Unione Europea, al contrario, manca di una Costituzione che spieghi ai suoi cittadini, quali sono i suoi valori, i suoi principi fondanti, a cui fare riferimento nei momenti di maggiore “empasse”.

Non ha un passato l’Unione Europea e, soffre della mancanza di “identità“ che, per i progressisti, è una parola pericolosa, in quanto capace di instillare il germe del nazionalismo, del suprematismo, del razzismo, per via dell’esclusione dell’altro, del diverso.

In sintesi, la cultura progressista, pur avendo fatto dell’europeismo la propria bandiera ideologica, non smette di stigmatizzare il concetto di identità e si suoi pericolosi effetti.

L’unica cosa che poteva vagamente somigliare ad una identità europea è stato il programma Erasmus che, poco o nulla, è servito a formare una coscienza europea nelle nuove generazioni, e di cui ci si è resi conto solo quando la Russia ha aggredito l’Ucraina e Trump ha rinnegato l’Europa.

La prima condizione, quindi, perché si possa parlare di un vero soggetto politico europeo, operante in tal senso, è che gli stessi europei ne sentano la necessità e lo vogliano, consapevoli di avere tutti un passato comune, un passato che ha significato grandi conquiste dell’ingegno e dello spirito umano.

Grazie all’Europa, alla sua storia, al suo patrimonio spirituale, il mondo intero ha potuto conoscere e far suoi concetti e idee straordinari, come quelli di libertà, eguaglianza, tolleranza ed avvalersi di scoperte scientifiche che hanno avuto il merito di migliorare la vita di molti.

Solamente la consapevolezza della propria comune identità storica, può essere strutturalmente funzionale a fare dell’Unione un vero soggetto politico.

Tutto ciò sarà possibile solo quando l’Europa, i suoi intellettuali, i suoi politici, non avranno più paura della propria identità, del proprio passato e dei grandi valori che esso ci ha lasciato.

Se l’Europa ha un futuro possibile, questo deve iniziare dal suo passato: occorre riappropriarsi di esso. E questo solo la politica è in grado di farlo.

Angela Casilli, dip 14

 

 

 

 

 

Approvato il disegno di legge per la revisione dei servizi per cittadini e imprese all’estero

 

ROMA – L’Aula del Senato ha approvato il disegno di legge (1683) per la revisione dei servizi per cittadini e imprese all’estero: si tratta di una disposizione già passata alla Camera e collegata alla manovra di finanza pubblica. È stato poi assorbito il testo (1478) di La Marca ed altri riguardante la delega al governo in materia di disciplina della rete consolare onoraria. Il relatore Roberto Menia (FdI) ha spiegato come il provvedimento sulla revisione dei servizi per cittadini e imprese all’estero giunga in Senato dopo essere stato approvato dalla Camera e dopo essere stato esaminato dalla III Commissione. Per Menia si tratta di un provvedimento abbastanza semplice che però risponde alle esigenze delle comunità italiane all’estero e quindi serve a favorire una serie di servizi. Il testo, più in dettaglio, si articola in una prima parte di disposizioni in materia di cittadinanza, di anagrafe e di legalizzazione di firme. Il relatore ha ricordato che alcuni mesi fa era stato convertito in legge un importante decreto-legge, che è stato anche migliorato, dopo l’esame del Parlamento e in particolare del Senato, per quanto riguarda il tema del regime della cittadinanza. Un secondo blocco di norme, agli articoli 4 e 5, reca disposizioni in materia di passaporti e di validità della carta di identità ai fini dell’espatrio. Infine, l’ultima parte è dedicata alle norme organizzative e finanziarie finali. L’articolo 1, che è stato parzialmente modificato dall’esame alla Camera, contiene disposizioni volte all’istituzione di un nuovo ufficio dirigenziale generale presso il Ministero degli Esteri, che è dedicato alla gestione centralizzata dei procedimenti di ricostruzione della cittadinanza iure sanguinis, tale mansione fino ad oggi era affidata agli uffici consolari. Quindi queste nuove disposizioni riducono le competenze degli uffici consolari in materia di riconoscimento della cittadinanza, stabilendo come essi abbiano la sola competenza di accertare il mantenimento della cittadinanza italiana, rilasciando il relativo certificato. Le nuove disposizioni prevedono altresì che, ferme restando le competenze dell’autorità giudiziaria dei sindaci in merito al riconoscimento della cittadinanza italiana, le domande di cittadinanza avanzate dai richiedenti maggiorenni residenti all’estero siano ora presentate direttamente presso l’ufficio di livello dirigenziale generale istituito all’interno del Ministero degli Esteri. L’articolo 2 introduce invece una modifica di carattere procedurale alla disciplina in materia di legalizzazione delle firme degli atti esteri da far valere in Italia. L’articolo 3 prevede una serie di modifiche alla legge n. 470 del 1988, istitutiva dell’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (AIRE) e al relativo regolamento di attuazione. Dal relatore è stato anche segnalato come il Capo II, parzialmente modificato dalla Camera, detti  disposizioni per l’adeguamento della normativa in materia di passaporti e di validità della carta d’identità per l’espatrio. In particolare, l’articolo 4 introduce modifiche di carattere procedurale al fine di aggiornare la disciplina, tenendo conto delle evoluzioni normative nel frattempo intercorse. All’articolo 5, si parla del documento ai fini dell’espatrio ed è una norma che già in realtà era disposta a livello regolamentare, per cui la carta d’identità è titolo valido per l’espatrio se non sussiste una condizione che legittimi il diniego e il ritiro del passaporto. Il III e ultimo Capo, agli articoli 6 e 7, contiene disposizioni organizzative, finali e finanziarie. Secondo Menia infine il testo non presenta profili di incompatibilità con la normativa nazionale, né con l’ordinamento dell’Unione europea e gli altri obblighi internazionali sottoscritti dal nostro Paese. Dopo il dibattito l’Aula di Palazzo Madama ha approvato il provvedimento. (Inform/dip 18)

 

 

 

 

 

Grazie al Pd risorse concrete agli italiani all'estero in legge di bilancio

 

ROMA - "Nella legge di bilancio il Partito Democratico ha ottenuto risultati concreti e misurabili a favore degli italiani all’estero, nonostante una manovra finanziaria priva di visione complessiva da parte del governo Meloni". Così Christian Di Sanzo, deputato Pd eletto in Nord e Centro America, nel suo intervento alla Camera alle 4 di notte di martedì 30 dicembre, durante la maratona di approvazione della legge di bilancio.

"Grazie al nostro impegno parlamentare sono stati ottenuti importanti e significativi interventi a favore delle comunità all'estero”, ha evidenziato. “Sono stati stanziati 500 mila euro annui per il 2026 e il 2027 per rafforzare la rete dei consoli onorari, che spesso sono il primo presidio dello stato per tanti connazionali e la cui rete riceve pochissimi fondi. Sono state incrementate di 500 mila euro annui per il 2026 e il 2027 le risorse per la promozione della lingua e della cultura italiana nel mondo con fondi aggiuntivi agli enti gestori, ed è stato garantito 1,5 milione di euro annuo in più per ciascuno degli anni 2026 e 2027 a sostegno delle scuole paritarie italiane all’estero perché la lingua e la cultura rimangono uno dei più grandi strumenti di soft power dell'Italia nel mondo e hanno bisogno di un adeguato supporto. Inoltre – ha aggiunto Di Sanzo – abbiamo rinnovato l'impegno per la rappresentanza degli italiani all'estero: 500 mila euro per il 2026 a favore del Consiglio generale degli italiani all’estero e 700 mila euro per il 2026 per i Comitati degli italiani all’estero (i Comites), che senza questo finanziamento avrebbero visto decrescere i propri fondi a un livello più basso del 2025, anno nel quale erano stati aumentati grazie a un emendamento a mia prima firma. Inoltre, un aumento di 1 milione di euro per il 2026 del finanziamento per le Camere di commercio italiane all’estero perché non si può parlare di Made in Italy senza supportare chi promuove il Made in Italy nel mondo ogni giorno. Infine, abbiamo ottenuto l'eliminazione della tassa di 250 euro per registrare la nascita alla quale erano sottoposti i nuovi nati da genitori che non hanno vissuto in Italia e i minori al momento dell'approvazione della nuova legge; noi avevamo proposto di rimuoverla per i nuovi nati e per i minori, ma il governo ha accettato di rimuoverla solo per i nuovi nati - in ogni caso un passo avanti”.

“Questi risultati – ha concluso Di Sanzo – dimostrano che il Pd, come in ogni legge di bilancio, difende con serietà i diritti e i servizi per gli italiani nel mondo, trasformando le parole in risorse concrete. Noi per gli italiani nel mondo ci saremo sempre!”. (aise/dip 2) 

 

 

 

 

 

 

 

La via del riscatto

 

Anche molti Connazionali all’estero sono critici nei confronti delle posizioni politiche che sono maturate in Italia. La mancanza di progetti realizzabili non ci consente di modificare certe nostre sensazioni. Ci sono, sempre, troppi coni d’ombra per sperare di rivedere presto la luce. Prima di tutto, ma non siamo i soli a segnalarlo, non sono ancora note le reali strategie politiche che dovranno evidenziarsi. A ben osservare, è difficile distinguere il “nuovo” dal “rinnovato”. La Penisola continua a essere in fibrillazione. Meglio intenderlo da subito, perché per i mesi a venire le nostre disfunzioni potrebbero aggravarsi. Insomma, la politica dovrà essere meglio focalizzata.

Quella dei compromessi ha fatto il suo tempo. Ma su come e su quando ci saranno “cambiamenti” non è possibile fare previsioni. Con questo Esecutivo di Centro/Destra, i nostri destini muteranno? Mentre ci preoccupa la crisi economica, non possiamo sottacere anche l’aspetto burocratico del malessere nazionale.

 Anche in questo 2026, pensare al “nuovo”, senza tener conto dell’ ”attuale” è la teoria del serpente che si mangia la coda. Sappiamo che sarà dura, ma riteniamo che l’Italia, in pratica il suo meraviglioso Popolo, troverà la strada della risalita. Perché per tornare a contare è indispensabile uscire dal ginepraio dell’ipocrisia che ancora delimitala nostra politica. E’ indispensabile tenerne conto.

 Non basta, quindi, riconoscere ciò che si poteva fare e non è stato fatto. Dopo tanto travaglio politico, mancano ancora le opportunità per riprogrammare la rotta della nave Italia. Così, pur auspicando di sostenere il “nuovo”, non ci sentiamo d’essere possibilisti. Solo ci rinfranca che “Politica” e “Riscatto” hanno, per supporto, una comune matrice inalienabile: la Democrazia.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Il contrasto alla guerra ibrida, nuova priorità della difesa italiana

 

A valle del Consiglio Supremo di Difesa dello scorso 17 novembre, il ministro Guido Crosetto ha diffuso un documento sulla minaccia ibrida, definita come una delle più subdole minacce che ogni giorno erode in modo silente la sicurezza delle nostre società, attribuendole una nuova priorità e rilevanza dal punto di vista della difesa.

Cosa, dove, come

Il “Non-paper sul contrasto alla guerra ibrida” è un’analisi corposa e dettagliata, che si sviluppa su tre elementi principali: che cosa, dove e come. Il documento si apre con un inquadramento della minaccia ibrida, descritta come l’insieme di azioni coordinate in più domini (diplomatico, informativo/intelligence, militare, economico).

Elemento centrale del non-paper è lo spazio cibernetico: nelle parole del ministro, il dominio cyber è “il moltiplicatore che tiene insieme tutto”, è quella dimensione che consente campagne di disinformazione, forme di interferenza elettorale, attacchi alle infrastrutture, rendendo complessa l’attribuzione grazie all’impiego di proxy e alla plausible deniability.

L’analisi fornisce anche una chiara lista di attori statali e non, responsabili delle azioni di guerra ibrida: Russia, Cina, Iran, Corea del Nord, ma anche Houthi, Hezbollah, milizie sciite. Attori che si distinguono per le loro modalità di attacco, ma sono accomunati dall’obiettivo di destabilizzare i Paesi bersaglio sfruttando debolezze sistemiche, dipendenze economiche, vulnerabilità infrastrutturali e influenzando l’opinione pubblica.

Il quadro italiano ed europeo

L’Italia è particolarmente esposta a diversi profili di rischio. La dipendenza dalle importazioni di energia, l’ampia rete di infrastrutture critiche (trasporti e reti elettriche) e il sistema politico-sociale, la rendono vulnerabile a ingerenze straniere, campagne di disinformazione e sfruttamento di divisioni sociali. Inoltre, il documento sottolinea la dipendenza italiana dalle importazioni di materie critiche: circa il 47%, oltre il doppio della media dell’Ue.

Grande attenzione è riservata ai cosiddetti choke points marittimi: il canale di Suez e Bab el-Mandeb, oggi teatri di guerra ibrida e oggetto di attacchi. Particolare rilievo è dato alle nuove vulnerabilità che caratterizzano tutta l’Ue, che dipende quasi totalmente da fornitori extraeuropei per le materie critiche, ed è colpita da attacchi alle infrastrutture come il sabotaggio dei gasdotti Nord Stream 1 e 2 nel settembre 2022.

Le misure da attuare

La conseguenza è che un’azione efficace di fronte alla minaccia ibrida non può prescindere da un approccio integrato e coordinato che combini la sicurezza cyber, la sicurezza fisica e la cooperazione internazionale. Una risposta a compartimenti stagni non può funzionare: serve una visione d’insieme che coinvolga tutti i settori della società in un approccio integrato whole-of-society.

Fra le misure da attuare, il ministro inserisce come primo passo l’identificazione di uno spazio cyber di interesse nazionale, che funzioni da campo operativo per la difesa. Un secondo elemento è la creazione di un’Arma Cyber, composta da personale civile e militare, continuamente operativa e composta da un adeguato numero di esperti in grado di intervenire su tutto lo spettro delle minacce. Un’arma che, come primo obiettivo, dovrebbe puntare a dotarsi di una capacità iniziale di 1.200–1.500 unità, di cui circa il 75% dedicato a compiti operativi, così da garantire continuità d’azione secondo il modello già consolidato in altri settori della difesa.

Seguendo l’esempio di altri Paesi, si prevede la creazione di un centro per il contrasto alla guerra ibrida, che riunisca personale della difesa, intelligence, ministeri, agenzie civili e istituzioni europee. Infine, per rafforzare la resilienza della società, il non-paper propone campagne di alfabetizzazione digitale, programmi di educazione civica contro la disinformazione e strumenti per identificare fake news e deepfake.

La cooperazione in ambito NATO, UE e G7

L’Italia non può cavarsela da sola di fronte a questa minaccia. Il documento sottolinea la natura transnazionale della guerra ibrida, da cui deriva la necessità di una risposta coordinata con alleati e partner. Il non-paper richiama i numerosi strumenti già messi in atto dalla Nato, dall’Unione europea e dal G7.

La Nato sta lavorando a una nuova strategia anti-ibrida. L’Unione Europea dispone di strumenti come le direttive sulla sicurezza delle reti informatiche NIS2 e il Cyber Resilience Act, oltre a gruppi di risposta rapida.

Il G7, nelle dichiarazioni ministeriali dello scorso anno, ha riconosciuto la disinformazione e l’ingerenza come minacce globali, condannando le azioni russe in questo senso e impegnandosi a rafforzare l’azione comune per rispondere alla manipolazione informativa, mirando a creare un meccanismo di risposta collettiva con il mandato al contrasto alle forme di coercizione economica, oltre alla disinformazione e alle interferenze straniere nei processi democratici.

Non solo difesa ma prevenzione

La strategia proposta per fare fronte a questa minaccia non è solo di difesa, ma di prevenzione. La chiave della risposta elaborata nel documento è la creazione di una struttura operativa in grado di anticipare e respingere attacchi sotto-soglia, di rafforzare, sebbene indirettamente, la coesione democratica e di dotarsi degli strumenti per contrastare le guerre del futuro.

Questa strategia potrebbe rappresentare un passo avanti per rendere l’Italia un attore ancora più credibile e proattivo nella sicurezza europea e transatlantica, capace di proteggere non solo il proprio territorio, ma anche la sua società e le sue istituzioni. Paola Tessari, AffInt 7

 

 

 

 

 

Italiani all’estero. Intervista a Cenini (Cgie – Fi)

 

BRUXELLES - All’inizio del nuovo anno abbiamo voluto fare un bilancio dell’anno appena concluso sulla situazione degli italiani residenti all’estero con Antonio Cenini, membro del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (CGIE) e coordinatore europeo di Forza Italia per gli italiani all’estero.

D. Si é appena concluso un anno importante per gli italiani all’estero, che ha visto la riforma della legge sulla cittadinanza. Possiamo ora attenderci una revisione profonda di tutto il sistema di rappresentanza dei milioni di italiani residenti all’estero?

R. Sì, la coraggiosa riforma della cittadinanza italiana promossa dal Governo nel 2025 mira a porre fine al cosiddetto "mercato dei passaporti", limitando lo ius sanguinis (diritto di sangue) e introducendo l'obbligo di un legame effettivo con l'Italia, rendendo più difficile per i discendenti lontani (oltre i nipoti) ottenerla automaticamente, centralizzando le procedure e aumentando i costi. L'obiettivo è combattere gli abusi e valorizzare il legame reale con il Paese, non interrompendo lo ius sanguinis ma rendendolo più selettivo, con nuovi requisiti come la dimostrazione di legami culturali, familiari e la partecipazione civica. É naturale che il prossimo passo dovrà essere una riforma del sistema elettorale per l’estero, che dovrà seguire lo stesso principio guida della riforma della cittadinanza: combattere gli abusi e valorizzare il legame reale con il Paese, sin dal prossimo Referendum costituzionale sulla separazione delle carriere dei giudici.

D. I partiti di sinistra e alcuni partiti regionali sudamericani hanno criticato duramente questa riforma, considerandola lesiva dei diritti degli italodiscendenti e criticandone aspramente i contenuti. Cosa prevede possa accadere se la maggioranza di Centrodestra mettesse mano alla legge elettorale?

R. É prevedibile e fisiologico che forze politiche che, sul voto estero, vivono da sempre di rendita non vogliano perdere un privilegio così importante, ma è inevitabile che ciò accada per diverse ragioni non più rinviabili. Prima di tutto perché l’attuale legge presenta forti profili di incostituzionalità, soprattutto al Senato. In secondo luogo, perché non rispetta i principi chiave della segretezza e della personalità del voto, aprendo la porta a possibili controlli o coercizioni (come evidenziato anche da sentenze costituzionali tedesche su sistemi simili). L’esperienza maturata sinora con l’attuale sistema postale è inequivocabile e conferma che il voto all’estero non è “genuino” né trasparente, né libero, bensì gestito da gruppi di interesse che manipolano il voto durante tutto il processo, dalla distribuzione alla raccolta dei plichi elettorali.

D. Ma con questo stesso sistema che lei definisce “gestito” ci accingiamo a cambiare la Costituzione in occasione del prossimo referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati.

R. Purtroppo sì, ma sono fiducioso che si possa intervenire in tempo con una legge per modificare le cose. Gli allarmi che stiamo lanciando da settimane sembra siano stati recepiti da Forza Italia e dal centrodestra e una soluzione è a portata di mano.

D. Quale soluzione?

R. Il voto in presenza nei Consolati sarebbe la soluzione più naturale, ma bisogna anche essere realisti quanto alle difficoltà operative di mettere in piedi un tale sistema in tempi così rapidi. Il voto per il referendum dovrebbe tenersi entro fine marzo. Per questo, senza fare annunci, abbiamo predisposto un possibile piano B, del quale sarebbe però prematuro parlare ora. Vedremo nei prossimi giorni come procederà la riflessione in merito nel centrodestra.

D. Oltre al sistema di rappresentanza e alla legge elettorale, nei giorni scorsi durante le discussioni sulla legge di bilancio vi sono stati diversi annunci da parte di esponenti della sinistra, ma anche del centrodestra, relativamente all’abolizione dell’IMU e alla riforma dell’assistenza sanitaria per i residenti AIRE. Cosa c’è di vero?

R. La verità è che gli italiani all’estero avrebbero bisogno di maggiore serietà, verità e concretezza, non di annunci che creano aspettative poi destinate ad essere frustrate. Sull’IMU per i residenti all’estero, ad esempio, abbiamo assistito al rincorrersi di annunci trionfalistici sulla sua abolizione, da parte di parlamentari eletti all’estero di entrambi gli schieramenti. Purtroppo, basterà aspettare le prossime scadenze fiscali in giugno per rendersi conto che l’IMU si continuerà a pagare. Allora con i colleghi di Forza Italia responsabili per gli italiani all’estero, Fucsia Nissoli e Luigi Billè, chiediamo più serietà e verità e una moratoria degli annunci farlocchi. Basta prendere per i fondelli i nostri connazionali residenti all’estero! Meglio una verità amara piuttosto che annunci infondati che creano aspettative poi disattese. Le bugie hanno le gambe corte e presto tutti vedranno se l’IMU è stata abolita oppure no.

D. Può essere più preciso? A chi e a che cosa si riferisce?

R. Sull’IMU per gli italiani all’estero, allo stato, è stato solo approvato un disegno di legge alla Camera (il 956 per la precisione) che dovrà proseguire l’iter parlamentare e che, se mai venisse approvato così com’è ora, verrebbe a creare una situazione ingiusta e fortemente discriminatoria per gli italiani all’estero. La norma ridurrebbe l’IMU solo per pochissimi privilegiati, tra i quali sembra alcuni degli stessi parlamentari che hanno proposto la norma, possessori di una sola casa, in comuni con meno di 5.000 abitanti, e soltanto per chi ha vissuto in Italia almeno cinque anni. A fronte di pochi, selezionati beneficiari, milioni di cittadini italiani all’estero rimarrebbero completamente esclusi e penalizzati, senza alcuna ragione legata al merito o all’effettivo bisogno. È una scelta politica ingiusta, che favorisce pochi eletti e ignora la maggioranza dei connazionali, violando i principi di equità e di uguaglianza sanciti dalla Costituzione. Con Forza Italia chiederemo al Parlamento di intervenire immediatamente per correggere questa ingiustizia, garantendo pari trattamento e rispetto per tutti gli italiani all’estero. Non devono esistere italiani di serie A e italiani di serie B! (Alessandro Butticé, aise/dip 2) 

 

 

 

 

 

 

Trump e l’Europa nel nuovo disordine internazionale

 

L’avventura venezuelana di Trump è un utile punto di partenza per valutare l’effettiva portata pratica del recente documento sulla strategia di sicurezza degli Usa. In primo luogo, essa permette di dare una conferma concreta all’indicazione che il rafforzamento del controllo americano sull’emisfero occidentale e in particolare sull’America Latina, la nuova “dottrina Monroe”, rappresenta la principale priorità dell’amministrazione Trump. L’obiettivo è doppio: l’esclusione dal continente di influenze politiche ed economiche straniere potenzialmente ostili e il controllo e lo sfruttamento delle risorse naturali, in particolare degli idrocarburi. Il tutto nella totale indifferenza rispetto alla natura, democratica o meno, dei governi chiamati a conformarsi ai voleri di Washington.

Esposto in questi termini, si tratterebbe dell’enunciazione di un chiaro disegno neocoloniale o imperiale. L’esperienza ci insegna però che le avventure imperiali non comportano solo gloria e vantaggi per chi ne è protagonista, ma anche grandi rischi e notevoli sacrifici. Sono sforzi collettivi che, per avere successo, devono appoggiarsi su una narrativa nazionale condivisa. Virgilio, cantore del destino imperiale di Roma, era più popolare dell’anti-imperialista Tacito. In tempi più recenti personaggi come Kipling, Jules Ferry o Carl Schmitt toccavano corde molto sensibili nell’opinione pubblica. Lo stesso è vero per gli ideologi che stanno oggi intorno a Putin, come pure per i “neo-con” che predicavano l’esportazione della democrazia come grande missione dell’America.

Il problema è che Trump è stato eletto anche perché si è fatto portatore di una critica senza riserve proprio sul rovinoso fallimento delle avventure afgane e irachene. Una svolta nella visione del rapporto fra l’America e il mondo che era già cominciata con Obama e che accomuna oggi non solo molte delle tribù che compongono il variegato elettorato MAGA, ma anche settori di quello democratico. È difficile immaginare un nuovo Tennyson capace di sedurre gli americani di oggi con l’equivalente della “Carica della brigata leggera”. Per poter essere accettata dall’opinione pubblica, la nuova versione dell’imperialismo deve essere quindi a “costo politico zero” e non implicare alcun impegno militare duraturo.

Il presupposto è quindi che l’oggetto a cui si richiede un certo comportamento si pieghi alle richieste americane di fronte al semplice dispiegamento dell’immensa forza degli Stati Uniti, o con un minimo esercizio della stessa. Il problema è che più le richieste diventano estreme e lontane dalle accettate norme internazionali, più rischia di diventare ineludibile un nuovo massiccio e duraturo uso della forza.

Il Venezuela come banco di prova dell’imperialismo

Le prossime settimane ci diranno come Trump intende dar senso al progetto di “governare” il Venezuela. Le prime indicazioni ci dicono che l’intenzione è di servirsi di pezzi del regime di Maduro. L’operazione è tuttavia ad altissimo rischio. Lo stato disastroso in cui versa il Venezuela dopo decenni di dittatura chavista è ampiamente noto, come pure le condizioni dell’industria petrolifera. Un simile disegno avrebbe richiesto mesi di accurata preparazione che invece non sembra esistere.

Ogni miracolo è possibile, ma che Washington sia capace di sfornare, in tempi rapidissimi, un convincente piano di rilancio e di riforme e, soprattutto, che i resti dell’amministrazione Maduro siano capaci di darvi seguito sfiora i limiti dell’immaginazione. Lo stesso si può dire del settore petrolifero dove le compagnie americane avranno bisogno di notevoli incentivi e garanzie per essere indotte a rientrare in un contesto da cui furono brutalmente espulse alcuni decenni fa.

Se tutto ciò non produrrà in tempi rapidi visibili effetti benefici per la popolazione, si può temere che le tensioni sociali e politiche si riaccenderanno rendendo la situazione ingovernabile. La responsabilità percepita ricadrebbe inevitabilmente sugli Usa, i quali potrebbero allora essere costretti a un nuovo intervento, questa volta visibile e duraturo. Il contrario di quanto Trump promette agli americani.

Considerazioni analoghe valgono per il resto del Continente, considerando che è improbabile che l’azione di Trump si limiti al Venezuela. È un fatto che i regimi di sinistra esistenti siano piuttosto screditati e il vento soffia attualmente nel senso di governi più favorevoli all’America. Ciò non toglie che l’intero Continente sia afflitto da squilibri strutturali, tradizionale malgoverno e tensioni sociali le cui difficoltà di gestione si scaricheranno direttamente sull’America.

Il tutto sullo sfondo di un profondo e storico antiamericanismo che serpeggia ovunque nel Continente, e che la propaganda russa e cinese non mancheranno di incoraggiare attivamente. Perché, se Mosca e Pechino non possono fare nulla per contrastare la nuova “dottrina Monroe”, possono fare molto per sabotarne la messa in opera.

Yalta planetaria: un’illusione geopolitica

Queste obiettive difficoltà dell’ipotesi di un nuovo disegno imperiale incoraggiano un’altra tesi: che l’obiettivo di Trump sia quello di proporre a Cina e Russia una nuova “Yalta planetaria”, una spartizione delle sfere di influenza. L’idea stessa richiede però una certa simmetria di un rapporto di forza stabilizzato e riconoscimenti reciproci. La Yalta che chiuse la guerra mondiale era fondata sulla presa d’atto della situazione creata sul terreno dagli avvenimenti bellici.

Oggi la situazione è molto diversa. Riconoscere una sfera d’influenza americana sull’emisfero occidentale non costa molto a Cina e Russia che non sono in condizioni di contrastare i progetti trumpiani. La Russia sarà costretta a subire la fine della sua influenza politica su alcuni paesi, che del resto era già molto compromessa. La Cina dovrà limitare le sue ambizioni economiche, sapendo comunque che non potrà essere completamente esclusa dal Continente. La situazione in Asia e in Europa è del tutto diversa. L’America è perfettamente in grado di contrastare l’espansionismo russo e cinese.

Il riconoscimento di sfere di influenza, quale che sia la loro ampiezza, comporterebbe quindi da parte americana concessioni senza vera contropartita. Ciò avrebbe il risultato non solo di indebolirne l’autorità e la credibilità presso gli alleati e i non allineati, ma anche di creare un contesto in cui la possibilità di nuovi conflitti e rivendicazioni resterebbe elevata.

Inoltre non si vede come questo processo potrebbe escludere l’Africa, per cui si aprirebbe dunque una nuova corsa alla spartizione. Una situazione molto lontana dalla relativa stabilità che era comunque garantita dalla Yalta che abbiamo conosciuto. In sostanza, l’America indebolirà la sua autorità morale, rinunciando a un soft power in passato rivendicato con successo anche se non sempre esercitato in modo coerente, mentre non otterrà in cambio nessuna vera garanzia di sicurezza.

L’Europa tra pressione americana e sfida esistenziale

Ciò ci porta a concludere questa analisi valutando le implicazioni per l’Europa che si trova sottoposta a una molteplice pressione e forse alla più difficile sfida esistenziale degli ultimi 80 anni.

In primo luogo, il grave colpo portato da Trump ai residui del sistema multilaterale che gli Usa avevano creato con il nostro aiuto dopo la Seconda Guerra Mondiale e che gli europei avevano trasformato in una causa quasi identitaria. Ciò ci obbliga a rivedere la nostra visione del mondo e delle relazioni internazionali.

In secondo luogo, la pressione per accettare una conclusione della guerra in Ucraina a condizioni che molti giudicano troppo favorevoli a Putin. Una pressione questa che gli europei stanno però finora dimostrando di saper contrastare con un certo successo, anche se è troppo presto per trarre conclusioni definitive.

In terzo luogo, alla pressione strategica si aggiunge un confronto che si può solo definire ideologico. Una parte del mondo trumpiano, di cui l’esponente più visibile è il vicepresidente Vance, accusa apertamente l’Europa di decadenza politica e morale se non di un preteso tradimento dei “valori occidentali”. Un’accusa che è accompagnata da un aperto sostegno ai movimenti di estrema destra.

Ciò che colpisce in questa posizione è quanto sia ideologicamente simile a quella di Putin. La verità è che probabilmente questo doppio attacco, oltre ad avere lo stesso contenuto, ha anche la stessa motivazione: che il modello europeo di democrazia liberale costituisce un pericoloso rischio per le basi ideologiche del sistema putiniano, ma anche per l’evoluzione che alcuni definiscono “post liberale” o “nazionalista cristiana”, promossa da una parte del movimento MAGA. I suoi sostenitori a Washington potrebbero però trovarsi di fronte a una spiacevole sorpresa. In un contesto di crescente antiamericanismo presente anche in Europa, una parte delle forze estremiste, a destra come a sinistra, si sentirà in effetti molto più vicina a Putin che a Trump.

La Groenlandia: dal paradosso della convergenza al rischio di conflitto

Infine, c’è la novità costituita dalla riproposizione, in termini particolarmente violenti, della rivendicazione sulla Groenlandia. È troppo presto per formulare a questo proposito un’analisi completa. Si può tuttavia constatare che ci troviamo di fronte a un perverso paradosso.

Da un lato, se c’è un caso in cui è evidente una potenziale convergenza, è proprio questo. Data l’importanza strategica della Groenlandia e il suo immenso, ma difficile da sfruttare, potenziale di materie prime, il buon senso e l’interesse comune suggerirebbero infatti una accresciuta collaborazione fra Europa e Usa. Porre invece, come fa Trump, la questione in termini di sovranità, rende il compromesso impossibile e porta direttamente al conflitto. Come ha giustamente osservato la prima ministra danese, il ricorso alla forza da parte di Trump avrebbe effetti imprevedibili e devastanti per la Nato e le relazioni transatlantiche.

In queste condizioni, agli europei consapevoli dell’impossibilità di poter resistere a un attacco militare, si apre solo la strada di cercare con ogni mezzo disponibile di alzare il prezzo politico interno ed esterno che Trump dovrebbe pagare se volesse ricorrere alla forza; con la diplomazia, ma anche con il rafforzamento della presenza sul territorio. È del resto ciò che le prime mosse lasciano intravedere.

Come scrisse Brecht, “Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi”. Riccardo Perissich, AffInt 13

 

 

 

 

 

 

Lettera aperta al Primo Ministro

 

On. Meloni,

Non sarò il primo, ma neppure l’ultimo, che indirizza alla Sua Persona, quale Capo di questo Esecutivo, una riflessione che non vuole essere polemica, ma che dovrebbe essere presa in considerazione. Anche sotto il profilo socio/economico. Sono uno, dei tanti, italiani che si duole per una situazione nazionale sempre complessa. La politica d’urgenza, malauguratamente, non è sempre la cura migliore per sanare i “mali” di un Paese. Tra contese a tutti i livelli, mi chiedo, e Le chiedo, dove andranno a parare le sorti della Penisola in questo problematico 2026. Anche perché l’Italia è parte di un complesso internazionale in “evoluzione”. Con tutti i conseguenti coinvolgimenti.

Da parte mia, mi limiterò alla cronaca dei fatti più recenti per esporli, poi, nella loro completezza; con la speranza di trovare termini realistici per manifestare, successivamente, un pensiero che non vuole essere inteso come giudizio. Certo è che il “buon senso”, se non l’oggettiva necessità, ha aperto gli occhi a molti anche alla politica più “ottimistica”.

 Il Bel Paese, ora, ha bisogno di certezze. Pochi ed inderogabili. Quando ci saranno? L’interrogativo è il punto focale di questo “novello” 2026. Una “risposta” concreta potrebbe avere una risposta nei prossimi mesi. Sempre che lo si voglia veramente.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Premio Italia Radici nel mondo: presentata la seconda edizione

 

ROMA. È stato presentato oggi, 9 gennaio, nella Sala Stampa della Camera dei Deputati il Bando della seconda edizione del Premio Italia Radici nel Mondo-Toto Holding, concorso di racconti inediti rivolto agli italiani e alle italiane residenti all’estero e agli/alle italodiscendenti, nato dalla sinergia tra il John Fante Festival “Il dio di mio padre” e il Piccolo Festival delle Spartenze. Migrazioni e Cultura. Il Premio gode del patrocinio del gruppo di ricerca L&gend Letteratura & Identità di Genere dell'Università “G. d’Annunzio” di Chieti-Pescara, della Società Dante Alighieri e del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

Tema dell’edizione 2026 sarà “Donne in emigrazione”.

Il Premio - organizzato dal Comune di Torricella Peligna (Chieti), ente organizzatore del John Fante Festival, con la partnership di Toto Holding, la collaborazione della Fondazione Pescarabruzzo e del Piccolo Festival delle Spartenze - intende dare voce alle tante radici italiane sparse per il mondo, a quanto gli autori italiani e italodiscendenti abbiano contribuito alla vita culturale e artistica delle nuove patrie, al modo in cui hanno fatto i conti con le radici italiane. Il Premio è anche un modo per valorizzare scrittori e scrittrici italiani che vivono all’estero, alla ricerca di nuovi talenti.

Dopo i saluti e l’introduzione di Fabio Porta, Commissione Affari esteri e comunitari – Vice Presidente Comitato italiani all’estero, di Carmine Ficca, Sindaco del Comune di Torricella Peligna, e di Nicola Di Pietrantonio, Consigliere del Comune di Torricella Peligna, sono intervenuti Giovanna Di Lello, ideatrice del premio e direttrice del John Fante Festival, Giuseppe Sommario, ideatore del premio e direttore del Piccolo Festival delle Spartenze, Giovanni Maria De Vita, Cons. Amb. responsabile Progetto PNRR del Turismo delle radici, Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale, Toni Ricciardi, Deputato eletto nella Circoscrizione Estero-Europa, Paolo Masini, Presidente del Museo Nazionale dell’Emigrazione di Genova (MEI). Ha moderato l’incontro Gianni Lattanzio, Direttore editoriale di “MeridianoItalia”.

“È per me motivo di grande orgoglio presentare la seconda edizione del Premio “Italia Radici nel Mondo”, un’iniziativa nata nell’ambito del John Fante Festival, presso la Camera”, ha detto il Sindaco di Torricella Peligna Carmine Ficca. “Questo premio rappresenta un ponte vivo tra l’Italia e le comunità di italiani e discendenti di italiani nel mondo, valorizzando storie, percorsi e contributi che rafforzano il legame profondo con le nostre radici culturali e identitarie. Torricella Peligna, terra di emigrazione ma anche di cultura e di visione, continua così a farsi promotrice di un dialogo internazionale fondato sulla memoria, sulla creatività e sull’appartenenza. Il John Fante Festival, che da anni racconta con autorevolezza il tema delle radici e dell’emigrazione attraverso la letteratura, è il contesto ideale per dare voce a questo bando, che vuole essere non solo un riconoscimento, ma anche un invito a riscoprire e raccontare l’Italia nel mondo. Ringrazio tutti coloro che rendono possibile questa prestigiosa ed importante iniziativa”.

La II edizione del Premio, ha aggiunto Giovanna Di Lello, “si propone di dare voce a storie di donne che, attraverso le loro esperienze di emigrazione, hanno contribuito in modo significativo alla costruzione delle nostre società. Il tema di quest'anno, Donne in Emigrazione è un invito a riflettere su un aspetto spesso trascurato della storia migratoria: il ruolo centrale delle donne, che con il loro coraggio, resilienza e creatività, hanno saputo affrontare sfide immense, portando con sé non solo le loro speranze, ma anche un enorme bagaglio culturale che ha arricchito le comunità che queste hanno abbracciato”.

Giuseppe Sommario si è detto “molto contento di presentare la seconda edizione del Premio Italia-Radici nel Mondo. Una seconda edizione direi quasi inevitabile dopo le risposte avute alla prima edizione che ci dicono dell’urgenza degli italiani all’estero, sia di prima seconda o terza generazione, di raccontare la propria versione, di cementare il legame fortissimo che ancora li unisce all’Italia e ai valori che ad essa rimandano. Dedicare la seconda edizione alle donne è un atto necessario: troppo spesso sono narrate come figure ancillari al seguito di mariti, padri, fratelli. Invece, hanno avuto un ruolo decisivo nella storia dell’emigrazione italiana, anzi i numeri ci dicono che oggi sono più le italiane ad emigrare, seguendo spesso un percorso migratorio autonomo e di successo”.

La giuria del premio è composta da Vito Teti (presidente), Giovanna Di Lello, Giuseppe Sommario, Antonio Bini, Maria Concetta Costantini, Giovanna Chiarilli, Roberta Sibona, Toni Ricciardi e Gianni Lattanzio.

Tutte le opere finaliste saranno raccolte e pubblicate in un volume, le opere vincitrici riceveranno un premio in denaro per le due categorie previste: “Nuova Emigrazione” e “Italodiscendenti”.

La categoria “Nuova Emigrazione” è dedicata a riconoscere e valorizzare le storie, le esperienze e i contributi degli italiani che, in tempi recenti, hanno scelto di stabilirsi all'estero. La categoria “Italodiscendenti”, invece, celebra i discendenti di italiani emigranti, che, pur vivendo in contesti culturali differenti, continuano a mantenere vive le radici italiane. Entrambe le categorie mirano a promuovere l'importanza della diaspora italiana e a rafforzare i legami tra l'Italia e le comunità italiane nel mondo. Il testo integrale del bando è disponibile a questo link https://www.johnfante.org/premio-italia-radici-nel-mondo-toto-holding-ii-edizione-bando-2025/?fbclid=IwY2xjawNxgLFleHRuA2FlbQIxMABicmlkETBQZ1hlc3RzOUVOOG9iUnVZAR4Sxf2u77iNbhScTPmaCY-Muqx-q76Cej0Ym6fgssSe37CJk3pWYqL83UNUBQ_aem_j8wVbi1d6oJwEMloVUuamQ   (aise/dip 9) 

 

 

 

 

 

Intervista al Sottosegretario all’Editoria Alberto Barachini. La sfida digitale

 

Informazione, democrazia e sfida digitale. In un tempo in cui fake news, intelligenza artificiale e crisi economica mettono sotto pressione il sistema dei media, il Governo rivendica una linea di sostegno all’informazione professionale e al pluralismo. Con il Sottosegretario all’Editoria Alberto Barachini abbiamo affrontato i nodi centrali: il valore del giornalismo come argine alla disinformazione, il futuro dei contributi pubblici, l’impatto dell’IA e il legame profondo tra informazione di qualità e partecipazione democratica.  Il ruolo che può e deve svolgere l’Unione Europea.

Sottosegretario, lei ripete spesso che bisogna sostenere l’informazione professionale. La definisca.

Viviamo una fase di grande confusione informativa: il cittadino è immerso in una “nube” di contenuti in cui diventa sempre più difficile distinguere ciò che è verificato da ciò che non lo è. Il giornalismo professionale, con la verifica delle fonti e la responsabilità personale del giornalista, è il principale argine a fake news e deepfake. Sostenere l’informazione significa quindi difendere questo presidio.

Qual è il rischio se ciò non accade?

Il consumo della fiducia. L’informazione falsa o non verificata mina la credibilità complessiva del sistema e allontana i cittadini dall’informazione professionale. Se perdiamo la fiducia, perdiamo anche l’interesse e, alla lunga, la partecipazione democratica.

Quali strumenti avete messo in campo per contrastare questa situazione?

Abbiamo introdotto criteri di sostegno che valorizzano il lavoro giornalistico, come il cosiddetto “valore giornalista”: più giornalisti significa più informazione professionale. Inoltre, abbiamo avviato una Commissione sull’impatto dell’intelligenza artificiale nel settore informativo, per comprenderne rischi e opportunità.

L’intelligenza artificiale sta già cambiando il modo di informarsi?

Sì. Oggi molti cittadini si fermano alle sintesi generate dall’IA senza andare alle fonti. Non dimentichiamo mai che l’informazione è un bene costoso da produrre, mentre la disinformazione costa pochissimo.

È quindi una questione culturale?

Assolutamente. Difendere un sistema informativo pluralista significa anche difendere la capacità di un Paese di raccontare sé stesso. Senza un’informazione radicata nei territori, rischiamo che la narrazione dell’Italia venga affidata ad altri.

Un giornale di qualità deve essere disponibile per il lettore, come contrastate la chiusura delle edicole?

Abbiamo sostenuto la distribuzione, soprattutto nelle aree remote, e aiutato a mantenere aperti punti vendita fondamentali per le comunità. E’ molto complesso incidere sul calo delle vendite, ma possiamo rallentare le chiusure e garantire un presidio sul territorio. Le edicole non sono solo luoghi di vendita, ma presìdi civili, soprattutto per le fasce più anziane della popolazione.

Il valore dell’informazione locale resta quindi centrale?

L’informazione locale è il primo contatto tra il cittadino e la notizia, è quella che costruisce gli anticorpi contro la disinformazione. Racconta le comunità, dà un volto al giornalismo e rende riconoscibile chi informa. Senza questo tessuto connettivo perdiamo non solo informazione, ma identità culturale.

Il digitale può sostituire la carta?

No, almeno non completamente. I lettori più fedeli sono over 55 e spesso preferiscono la carta. Inoltre il mercato editoriale digitale, da solo, non riesce a sostenere il settore. La carta resta centrale nel dibattito pubblico.

Che futuro vede per i contributi diretti all’editoria?

Li consideriamo uno strumento essenziale per il pluralismo. Stiamo lavorando a un aggiornamento del regolamento che premi il lavoro giornalistico e la presenza sul territorio, mantenendo i livelli di sostegno e valorizzando le realtà più attive e radicate.

In questa partita che ruolo può giocare l’Europa?

Un ruolo decisivo. In Europa sta crescendo la consapevolezza che senza un intervento pubblico l’informazione di qualità rischia di non reggere l’impatto dei grandi player digitali. Servono regole comuni e forme di contribuzione da parte delle piattaforme che redistribuiscano il valore prodotto dai contenuti giornalistici. Io credo anche che l’Europa dovrebbe pensare a un vero e proprio PNRR per l’editoria e per l’informazione, un fondo europeo dedicato a sostenere il pluralismo, l’innovazione e l’occupazione nei singoli Paesi. L’obiettivo è passare dalla logica delle sanzioni a quella degli accordi strutturali.

Qual è il rapporto tra informazione e democrazia?

Strettissimo. Dove cala l’informazione di qualità, cala anche la partecipazione democratica. Un cittadino informato è un cittadino che partecipa.

 

Come coinvolgere le nuove generazioni in questo percorso?

La scuola è un passaggio fondamentale. Abbiamo messo a disposizione risorse perché gli istituti possano abbonarsi a quotidiani e periodici, ma queste misure sono ancora poco utilizzate. Quando però l’informazione viene raccontata ai ragazzi con passione, l’interesse è altissimo. Informare significa anche formare cittadini consapevoli.

Un’ultima domanda: cosa risponde alle cassandre che  discettano sulla fine della carta stampata?

Lo sento dire da trent’anni. Eppure, libri e giornali continuano a essere letti. La carta resta uno strumento di profondità e attenzione. Finché ci saranno cittadini che vorranno capire, la carta avrà un futuro.

Chiara Genisio, vicepresidente vicario Fisc

Stefano Stimamiglio, direttore Famiglia Cristiana (Fisc/de.it.press 26)

 

 

 

 

 

La sveglia che voleva dormire

 

C’era una volta una sveglia molto educata che faceva drin drin solo per dovere.

In realtà, lei avrebbe preferito dormire fino a tardi come tutti gli altri oggetti della casa: il cuscino, la coperta e perfino la sedia della cucina, che russava piano piano.

Ogni mattina, alle sette precise, la sveglia sospirava e diceva:

— Scusate tanto… — e poi suonava.

Un giorno, però, decise di scioperare.

— Oggi no — disse. — Anche io ho bisogno di riposare.

Così non suonò.

Il bambino non si svegliò, il papà arrivò tardi al lavoro, la mamma uscì con una scarpa nera e una marrone, e il gatto fece colazione due volte, molto soddisfatto.

Quando finalmente la sveglia si destò, vide il gran pasticcio che aveva combinato.

Si vergognò un pochino e pensò a lungo. Poi ebbe un’idea geniale.

Da quel giorno suonò sempre, ma con gentilezza:

una mattina cantava piano,

un’altra raccontava una barzelletta,

un’altra ancora diceva:

— Dai, su, il sole ti aspetta.

E nessuno si arrabbiò più con lei.

Perché anche le cose che devono svegliarci, ogni tanto, hanno bisogno di essere capite. Giuseppe Tizza, de.it.press 25

 

 

 

 

 

Il cambio di regime forzato in Venezuela e le sue conseguenze

 

Dopo mesi di minacce esplicite, schieramenti militari senza precedenti nei Caraibi e una serie di operazioni contro imbarcazioni definite da Washington come coinvolte nel narcotraffico — operazioni che hanno causato oltre un centinaio di morti in circostanze riconducibili a esecuzioni extragiudiziali —, gli Stati Uniti hanno dato seguito a quanto annunciato. Con un’azione militare definita “esemplare”, forze Usa hanno catturato ed esfiltrato con la forza il presidente venezuelano Nicolás Maduro e sua moglie, trasferendoli negli Stati Uniti. Poche ore dopo, Donald Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti “will run Venezuela”, chiarendo che Washington governerà il paese presumibilmente attraverso un governo locale chiamato a seguire le istruzioni americane. A due giorni di distanza dagli eventi, è possibile avanzare alcune considerazioni di carattere generale sulle ragioni dell’intervento e sulle sue probabili conseguenze.

Le ragioni dietro il cambio di regime

Tre appaiono le ragioni centrali dell’operazione.

La prima riguarda le risorse, in particolare il petrolio. Trump ha esplicitamente affermato che l’intervento mira a recuperare beni espropriati alle compagnie americane e ad assicurare agli Stati Uniti un accesso pieno e diretto alle riserve petrolifere venezuelane, tra le più grandi al mondo. Si tratta di una giustificazione apertamente affaristica, che richiama pratiche di estrazione coloniale più che argomentazioni di sicurezza o di promozione della democrazia.

La seconda ragione è geopolitica: l’obiettivo di ridurre la presenza cinese in America Latina. Il Venezuela è stato negli ultimi anni uno dei principali partner regionali di Pechino, sia sul piano finanziario sia su quello energetico. Il cambio di regime offre a Washington l’occasione di colpire un perno della proiezione cinese nell’emisfero occidentale.

La terza riguarda la migrazione. Sotto Maduro circa otto milioni di venezuelani hanno lasciato il paese, molti dei quali sono arrivati negli Stati Uniti. Un controllo diretto o indiretto del Venezuela consentirebbe a Washington di favorire rimpatri, un argomento politicamente spendibile presso la base MAGA, alla quale non era stata promessa una politica estera interventista.

Non appare invece credibile la motivazione legata al narcotraffico. Il Venezuela non produce fentanyl e la gran parte della cocaina che transita dal paese è destinata ai mercati europei. A togliere ulteriore legittimità a questa giustificazione contribuisce la grazia concessa da Trump a un ex presidente honduregno condannato negli Stati Uniti per traffico di droga.

Conseguenze per il Venezuela

Le prospettive per una transizione democratica appaiono incerte. Trump ha liquidato senza esitazioni la leader dell’opposizione María Corina Machado, fresca premio Nobel per la pace, e non ha nemmeno menzionato il candidato che, secondo gli stessi Stati Uniti, avrebbe vinto le elezioni presidenziali dello scorso anno poi manipolate dal regime di Maduro. Questo chiarisce che la transizione democratica del Venezuela non sia una priorità dell’Amministrazione Trump.

Più plausibile è lo scenario di un “regime di Maduro senza Maduro” e allineato agli Stati Uniti. Le dichiarazioni di Trump e del Segretario di Stato Marco Rubio indicano aspettative precise nei confronti di Delcy Rodríguez, vicepresidente del regime e ora apparentemente figura di riferimento del nuovo assetto di potere, soprattutto sul fronte petrolifero e sul disallineamento dalla Cina.

Resta infine il rischio di destabilizzazione. Se il nuovo governo non riuscirà a costruire una base di consenso interna, potrebbe essere travolto da dinamiche centrifughe: rivalità tra fazioni del vecchio regime, organizzazioni paramilitari a cui era stato appaltato parte del controllo della sicurezza e forze di opposizione desiderose di sfruttare il vuoto di autorità.

Conseguenze per gli Stati Uniti

Sul piano della politica estera, l’intervento consolida un approccio che combina affarismo e coercizione, con tratti riconducibili a una logica di estrazione coloniale. Lo standing morale degli Stati Uniti subisce un ulteriore crollo, anche perché l’operazione è stata condotta senza alcuna autorizzazione del Congresso, accentuando una deriva pseudo-autoritaria interna.

Al tempo stesso, l’intervento rischia di generare tensioni all’interno del movimento MAGA, ostile all’interventismo militare all’estero.

Conseguenze per l’America Latina

L’azione in Venezuela rafforza una versione coercitiva della Dottrina Monroe, o “Donroe” nella formulazione trumpiana. Cuba, Colombia e Messico subiscono una pressione crescente, mentre si rafforza l’allineamento con governi di destra apertamente pro-Usa, come quelli di Honduras, El Salvador, Ecuador e Argentina.

Un ulteriore effetto riguarda il cosiddetto triangolo del litio e dei minerali critici — Cile, Argentina e Bolivia — destinato a diventare un nuovo terreno di competizione strategica. In parallelo, i governi di sinistra, con il Brasile in testa, cercano forme di contro-bilanciamento, probabilmente verso la Cina, anche se le prossime scadenze elettorali a Brasilia introducono elementi di incertezza.

L’allineamento pro o anti-statunitense, o anche il semplice non-allineamento, rischia di diventare la principale linea di faglia politica regionale, con un aumento delle interferenze americane che rischia di creare violenze e nuocere ai processi democratici o di democratizzazione endogeni.

Conseguenze per il mondo

L’intervento americano a Caracas, senza alcuna giustificazione legale, infligge un altro colpo al sistema di regole, norme e istituzioni internazionali. Esso fornisce una legittimazione ex post alle politiche imperiali della Russia nel proprio vicinato e, potenzialmente, una legittimazione ex ante a future azioni su Taiwan da parte della Cina. Anche se Mosca e Pechino non avevano bisogno di precedenti, l’episodio indebolisce gli argomenti normativi contro l’uso della forza e rafforza una logica di potenza che peraltro costituisce una fonte primaria di legittimazione interna per i regimi autoritari.

Conseguenze per l’Europa

Salvo la Spagna e, in misura minore, la Francia, le reazioni europee si collocano nel consueto mix di ipocrisia e ambiguità, senza una condanna esplicita di un’azione illegale sotto il profilo del diritto interno e internazionale. Ciò riduce ulteriormente la credibilità europea nel Sud Globale e la capacità di costruire una coalizione di medie potenze — come Canada, Giappone, Corea del Sud, Nuova Zelanda e Australia — interessate a preservare ciò che resta dell’ordine internazionale.

Gli europei sperano di mantenere gli Stati Uniti coinvolti nel sostegno all’Ucraina, ma lo spazio di manovra si riduce. Anche perché la dottrina “Donroe” si applica a un territorio sotto giurisdizione di un paese europeo, la Groenlandia, parte del Regno di Danimarca, che Trump ha più volte dichiarato di voler annettere.

Resta da capire se, dietro dichiarazioni sempre più contorte per evitare critiche a Washington, i leader europei stiano preparando contromisure per quando questa logica di potenza si manifesterà anche direttamente ai loro danni.

Riccardo Alcaro, AffInt 7

 

 

 

 

 

Dall’Ue la prima strategia in materia di visti

 

BRUXELLES - Rafforzare la sicurezza dell'Ue, promuovere la prosperità e la competitività e adottare strumenti moderni per i visti: questi i tre pilastri su cui poggia la prima strategia europea in materia dei visti adottata oggi dalla Commissione Ue.

Obiettivo dell’Unione è quello di attuare una politica dei visti più strategica e in grado di promuovere gli interessi a lungo termine dell'Ue, consentendole di essere meglio attrezzata per la crescente mobilità e le conseguenze dell'instabilità regionale e della concorrenza geopolitica.

La strategia, evidenzia Bruxelles, mira a rendere l'Europa più sicura, rafforzando la prima linea di controlli di sicurezza; più prospera e competitiva, facilitando l'accesso per coloro che contribuiscono alla sua economia e alla crescita della società; più influente a livello mondiale, attraverso la promozione di interessi strategici, dei valori e della posizione globale dell'Ue; e più efficiente, attraverso una politica dei visti più intelligente, moderna e coerente.

Allo stesso tempo, la Commissione è a lavoro per adottare una raccomandazione sull'attrazione dei talenti per l'innovazione, per rendere l'Ue più attraente per i professionisti, gli studenti, i ricercatori e gli imprenditori innovativi altamente qualificati e per sostenere la competitività dell'Ue in un contesto globale.

RAFFORZARE LA SICUREZZA DELL'UE

Tra le misure concrete per far leva sulla politica dei visti, la strategia comprende: un sistema moderno per la concessione dello status di esenzione dal visto ai paesi partner, compreso un nuovo quadro di valutazione con criteri chiari per valutare i potenziali candidati (nel 2026); un monitoraggio più rigoroso dei regimi di esenzione dall'obbligo del visto esistenti nell'ambito del meccanismo di sospensione dei visti per garantire il costante rispetto delle norme e prevenire gli abusi dell'esenzione dall'obbligo del visto.

Previsto anche il rafforzamento dell'effetto leva dei visti, potenziando l'attuale meccanismo previsto all'articolo 25 bis, che consente all'UE di adottare misure mirate in caso di mancanza di cooperazione in materia di rimpatrio e riammissione, e introducendo misure ad hoc per incentivare la cooperazione in materia di sicurezza e contro la migrazione illegale. Ciò avverrà mediante una revisione del codice dei visti nel 2026.

Previste anche possibili misure restrittive per sospendere, rifiutare o limitare le domande di visto in risposta ad azioni ostili da parte di paesi terzi che compromettono la sicurezza dell'Ue, nell'ambito della revisione del codice dei visti, in consultazione con gli Stati membri.

La strategia contempla, infine, nuove misure per rafforzare la sicurezza dei documenti di viaggio per contrastare le frodi documentali, con nuove definizioni e sanzioni armonizzate a livello dell'UE.

PROMUOVERE LA PROSPERITÀ E LA COMPETITIVITÀ

I viaggi e la mobilità sono uno dei principali motori dell'economia europea, con lo spazio Schengen che rimane la destinazione più visitata al mondo. La strategia propone nuove misure per sostenere la competitività globale dell'UE, attrarre e trattenere i talenti e rendere i viaggi consentiti più facili, rapidi e prevedibili per i turisti e i viaggiatori d'affari.

In questo senso, la strategia prevede nuove procedure digitali sia per i viaggiatori esenti dall'obbligo del visto che per i viaggiatori soggetti a tale obbligo: l'ETIAS semplificherà e automatizzerà in parte i controlli prima della partenza per i viaggiatori esenti a partire dal quarto trimestre del 2026. Le procedure di visto digitale consentiranno ai richiedenti l'obbligo del visto di completare l'intera procedura di domanda di visto online.

Previsti visti per ingressi multipli con una validità più lunga per i “viaggiatori fidati”, per stimolare l'attività economica e premiare i visitatori “abituali” e aziende “verificate” e, così facendo, facilitare le procedure di visto per i viaggiatori d'affari invitati da sponsor di fiducia.

Migliori condizioni per i talenti: potranno essere esaminate eventuali modifiche alle norme dell'Ue relative a studenti e ricercatori e a lavoratori altamente qualificati, così come per i fondatori di start-up e scale-up e per imprenditori innovativi. La strategia prevede anche un sostegno supplementare ai cittadini di paesi terzi e ai datori di lavoro per affrontare le sfide connesse alla procedura di rilascio dei visti attraverso gli uffici dello sportello giuridico europeo. Il documento contempla anche ulteriori finanziamenti dell'UE a sostegno del trattamento dei visti per i cittadini di paesi terzi altamente qualificati e qualificati.

STRUMENTI MODERNI PER I VISTI

Ogni anno milioni di viaggiatori arrivano alle frontiere esterne dello spazio Schengen, con visti per soggiorni di breve durata o da paesi esenti dall'obbligo del visto. Gestirlo in modo efficiente richiede sistemi moderni che rafforzino la sicurezza facilitando al contempo i viaggi legittimi. Per questo l'UE sta utilizzando strumenti digitali avanzati per modernizzare la gestione dei visti e delle frontiere. I sistemi informatici dell'UE saranno interoperabili entro il 2028, consentendo di interrogare più banche dati contemporaneamente e, attraverso un'unica ricerca centrale, migliorare la condivisione delle informazioni e prevenire gli abusi. (aise/dip 29)

 

 

 

 

 

Il raduno anti migranti che imbarazza l’Afd. “Cacciamone milioni”

 

VETSCHAU (BRANDEBURGO) – Quando sale sul podio un biondino smilzo con i capelli da Rommel, nella piccola sala gremita cala il silenzio. «Dobbiamo parlare di remigrazione» tuona nel microfono, e dalla platea parte un fragoroso applauso. Maximilian Maerkl, leader degli Identitari tedeschi, sa benissimo di infrangere un tabù: appena due anni fa quella parola trascinò in piazza milioni di tedeschi. Allora venne fuori che le deportazioni di massa erano state discusse a una riunione sediziosa tra esponenti di primo piano dell’Afd, neonazisti dichiarati e il capo degli Identitari europei, Martin Sellner.

Settimane fa è scoppiata come una bomba la notizia di una nuova riunione sullo stesso tema, stavolta organizzata da un parlamentare dell’Afd, Steffen Kotré e sua moglie Lena, parlamentare del land Brandeburgo. E con il controverso Sellner come ospite d’onore. Ci siamo messi in contatto con loro per avere dettagli sull’evento. Per un po’ sono spariti, poi Lena Kotré ci ha scritto che la riunione era confermata, ma in un posto diverso, «e da non comunicare a nessuno». Nel frattempo, sui due esponenti dell’ultradestra tedesca si è abbattuta una bufera. E i vertici dell’Afd, Tino Chrupalla e Alice Weide, li hanno obbligati a cancellare l’incontro. Poi, il colpo di scena: Martin Sellner ha organizzato lui la riunione, lo stesso giorno, ma in un luogo diverso e da comunicare in modo selettivo. E Lena Kotré ha confermato che ci sarà. Una provocazione, anzitutto per i suoi capi.

L’appuntamento è alle cinque di pomeriggio in una concessionaria fallita, un vecchio edificio bianco e scrostato nascosto tra un benzinaio e un ipermercato, allo svincolo dell’autostrada per Cottbus, cento chilometri a sudest di Berlino. Fa un freddo polare anche dentro la piccola sala ma ad accogliere gli invitati selezionati — pochi giornalisti e un centinaio di militanti — ci sono un raggiante Martin Sellner in giacca e cravatta e Lena Kotré, i capelli biondi raccolti, gli occhi color ghiaccio nascosti dietro un paio di occhiali tondi. Fuori, una decina di manifestanti che sono riusciti a sapere della riunione urlano «fuori i nazisti» e sparano musica a tutto volume di fronte all’edificio.

Sellner agguanta il microfono: «Benvenuti nel 2026, l’anno del crollo dei cordoni sanitari, del multilateralismo e del globalismo!». Sellner è una calamita per gli estremisti di destra e una dannazione per l’Afd. Bollato dai servizi segreti tedeschi come “estremista di destra”, bandito temporaneamente o definitivamente da vari Paesi tra cui il Regno Unito e gli Usa — era stato in contatto con lo stragista neonazista di Christchurch — ma anche per un po’ dalla Germania, l’attivista bruno è un dito nell’occhio per l’Afd, che sta tentando di evitare di essere messa al bando. Ma stasera lui e Kotré vogliono spostare i confini del dicibile, rendere la remigrazione un sinonimo di «milioni» di rimpatri, sottolinea. E Sellner annuncia che ha appena fondato un “Institute for Remigration”, una commissione internazionale per diffondere il verbo delle deportazioni di massa. A Repubblica, Sellner conferma che «stiamo contattando anche esponenti della Lega e di Fratelli d’Italia» per completarla.

Kotré, che è ufficialmente “responsabile politica per le remigrazioni” dell’Afd brandeburghese, parte cauta, «sono qui a rappresentare la posizione del mio partito», che ufficialmente vuole solo rimpatriare i migranti col foglio di via, circa 224mila persone. «Tuttavia — aggiunge — vorrei che si discutessero anche altre opzioni: personalmente riesaminerei le richieste di asilo degli ultimi dieci anni per capire chi mandare via». E se per Sellner dovrebbero essere cacciati anche quelli «non assimilati», e chissà cosa vorrà dire, e forse quelli con il passaporto tedesco, e Kotré ritiene insomma «che bisogna parlarne». La parlamentare regionale, da sempre legata a Sellner, in passato è assurta agli onori della cronaca per aver partecipato a un incontro in Svizzera con i neonazisti di “Blood and Honor”.

A margine della riunione la intercettiamo e le chiediamo cosa intenda con «privatizzazione della remigrazione», uno slogan che aveva usato in campagna elettorale. «Se lo Stato non riesce a rimpatriare i migranti, bisogna privatizzare il servizio», risponde. Le chiediamo se il suo modello è Ice, il brutale servizio anti immigrazione americano introdotto da Trump. Lei svicola, ma neanche tanto: «Che vuol dire il mio modello? Posso solo dire che molte persone mi hanno già contattato, molti imprenditori della logistica sarebbero prontissimi a farlo».

Tonia Mastrobuoni, LR 23

 

 

 

 

 

Il gusto dell’Etna

 

Gentile Redazione,

mi permetto di sottoporvi un breve testo di riflessione culturale dal titolo Il gusto dell’Etna, incentrato sul rapporto tra territorio, identità e sapore in Sicilia.

Attraverso un gesto semplice – il confronto tra due arance provenienti da aree diverse dell’isola – il testo propone una lettura accessibile ma non superficiale della pluralità siciliana, intesa come stratificazione storica e geografica.

Sono stato insegnante per molti anni in ambito interculturale e mi occupo di scrittura, traduzione e divulgazione culturale. Il testo è inedito ed è disponibile anche in versione tedesca.

Se ritenuto di vostro interesse, resto naturalmente a disposizione per eventuali adattamenti redazionali.

Ringraziandovi per l’attenzione, porgo cordiali saluti. Giuseppe Tizza

Il gusto dell'Etna

Mettere due arance su un piatto è un gesto semplice. Eppure, se una viene dalle pendici dell’Etna e l’altra dalla Sicilia occidentale, quel gesto diventa una lezione di geografia, storia e identità. Sbucciatele con calma. La prima, figlia della lava e dell’altitudine, sprigiona un profumo ferroso, quasi balsamico. La seconda, cresciuta tra brezze marine e pianure assolate, è più solare, lineare, immediata. Fate assaggiare gli spicchi a passanti qualunque: chi va di fretta, chi ha tempo; chi ama il dolce, chi cerca l’acido. In pochi secondi, senza mappe né parole difficili, scopriranno il gusto della Sicilia. Perché la Sicilia non è una. È un arcipelago terrestre, un mosaico di microclimi e di storie. L’arancia dell’Etna porta in bocca l’inverno che morde e il giorno che scalda, la cenere che nutre e il freddo che colora di rosso la polpa. È un frutto che ha imparato a resistere, che concentra zuccheri e carattere. L’arancia occidentale, invece, racconta la lunga estate, la luce distesa, la dolcezza che arriva presto e resta. È franca, generosa, diretta. Non c’è una migliore dell’altra. C’è una verità più interessante: il sapore come documento. In Sicilia, il territorio non si limita a fare da sfondo; entra nella materia, la plasma. Le dominazioni passano, i confini si spostano, ma il suolo, il vento e l’acqua continuano a scrivere la loro storia nei frutti. Assaggiando, si capisce che l’identità non è una bandiera: è una stratificazione. Questo esperimento improvvisato tra la gente vale più di mille discorsi. Mostra che la differenza non divide: arricchisce. Che l’unità non è uniformità, ma dialogo tra sapori. Che una terra può essere coerente proprio perché plurale. Alla fine, sul piatto restano solo bucce e succo. Ma chi ha assaggiato porta via qualcosa di più: la consapevolezza che la Sicilia si può spiegare anche così, con due arance e un morso di realtà. Giuseppe Tizza, Düsseldorf (de.it.press)

 

 

 

 

 

L’imposta IVIE

 

Sull’Imposta Municipale Unica (IMU) è stato scritto di tutto. Assai meno nota, anche sotto il profilo impositivo, invece, è l’Imposta sul Valore degli Immobili di Proprietà all’Estero (IVIE). Di cui alla Legge 214/2011.

 Esaminati gli atti normativi, pur nei nostri limiti interpretativi, l’IVIE interessa tutti i cittadini, indipendentemente dalla nazionalità, residenti legalmente nel Bel Paese, che siano proprietari, a qualunque titolo, di un bene immobile oltre confine. Con un’esenzione solo se l’imponibile immobiliare non superi i 200 Euro di rendita catastale. Si tratta, dunque, di un’imposta sul patrimonio immobiliare che interessa i soggetti proprietari di fabbricati fuori d’Italia.

 Tanto per chiarezza, dal computo IVIE è detraibile l’imposta immobiliare pagata all’estero per evitare una doppia imposizione fiscale. Questi, in sintesi, i contenuti della normativa della quale s’è scritto poco. Il dilemma, che riteniamo importante, è quello di stabilire il valore dell’immobile sul quale l’IVIE è calcolata. Senza addentrarci nei meandri dei conteggi, la base imponibile e le rispettive aliquote sono contenute nella Circolare 28/E del 2 luglio 2012. 

 Ne risulta, a conti fatti, che l’IVIE non solo non è di facile computo, ma che possa avere differenti importi, a parità di caratteristiche, in base alle normative immobiliari nello Stato ove il bene immobile si trova. Dato che tale Imposta appare generalizzata, abbiamo ritenuto opportuno segnalare la questione, anche ai Connazionali in Patria che potrebbero avere, chissà, una proprietà immobiliare in uno dei tanti Paesi di questo nostro mondo.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

 

Il museo storico di Francoforte: le nuove mostre fra passato e IA

 

Tre nuove mostre al museo storico di Francoforte (Historische Museum Frankfurt) nel 2026:

* Damals 1410, un viaggio nel tempo con la IA per districarsi in una città medievale fra fake news, spam e altri pericoli. Nella sezione Junges Museum.

* Höchst erzählt! – Über das Museum im Bolongaropalast. Anticipazione del nuovo museo nel palazzo Bolongaro a Höchst.

* Die Welt im Geld – Monete con le loro effigi, testimoni di eventi e di relazioni internazionali.

Il piccolo che comprende il grande, il locale che contiene il globale, così si presenta il programma delle mostre temporanee del 2026 dell’Historisches Museum Frankfurt. Uno dei maggiori musei storici in Germania resta in dialogo su temi urgenti e complessi, come l’intelligenza artificiale. Con un’altra mostra prende la vocazione commerciale e finanziaria della città per far parlare le monete, la numismatica come racconto storico. Infine, ci sarà un’esposizione che presenta il futuro Museo nel palazzo Bolongaro a Höchst che aprirà nel 2027.

Prima di vedere più da vicino queste mostre facciamo qualche considerazione che tocca il lavoro museale in genere e le nuove tecnologie in grado di generare dei falsi.  

Nel presentare i tre progetti per il 2026 la direttrice Doreen Mölders, al suo secondo anno alla guida dell’Historisches Museum Frankfurt, ha sottolineato che il museo opera consapevolmente nel mantenere e accrescere la credibilità e la fiducia del pubblico perché “ci basiamo sui fatti” ha detto. Il punto cruciale: le istituzioni museali godono di un grande capitale di credibilità che è al tempo stesso una importante responsabilità. Il discorso vira inevitabilmente sull’intelligenza artificiale. La pervasività dell’intelligenza artificiale rende sempre più difficile distinguere ciò che è autentico da ciò che non lo è, un’immagine o un video creati dall’intelligenza artificiale. Qual è allora un criterio per orientarci nella babele di input mediatici? – La risposta di Mölders è la fiducia che riponiamo nella fonte, nel mittente, e nella loro opera continua di preservare e alimentare il capitale di credibilità. Così Mölders: “Ci sono analisi scientifiche che possono dimostrare l’autenticità di un oggetto, insieme ai documenti storici, il cosiddetto diritto di veto della fonte. Tutto è basato sulla ricerca. Non si comincia nel museo a raccontare senza avere delle prove. Dal momento che abbiamo molte scolaresche siamo il luogo dove le persone giovani imparano a rapportarsi con la IA. Quando guardano i reels (video brevi) sui social, e anche il museo storico ha i suoi canali social con i suoi reels, è uno fra tantissimi. La garanzia di autenticità dei reels del museo e la fiducia viene dal conoscere il “mittente” per essere stati al museo e conoscerne il metodo di lavoro”.

Fra le diverse istituzioni, i musei possiedono infatti un altissimo grado credibilità in quanto il pubblico può fidarsi che ciò che vede e apprende è frutto di un lavoro scientifico, documentato, verificato e, non ultimo, orientato al bene comune. Mölders cita uno studio del 2024 dell’Istitut für Museumforschung di Berlino. Dopo la famiglia e prima della chiesa e dei partiti, i musei sono le istituzioni più credibili e degne di fiducia. Il lavoro si può scaricare online ed è stato ispirato a un precedente studio americano. (Das verborgene Kapital: Vertrauen in Museen in Deutschland | Institut für Museumsforschung).

In sintesi i musei possiedono la competenza scientifica nella ricerca, conservazione e interpretazione delle collezioni, offrono trasparenza sulle scelte espositive e sulle provenienze delle opere; hanno responsabilità pubblica, perché il museo agisce nell’interesse della comunità e con coerenza etica, soprattutto nella gestione dei beni culturali e nella comunicazione e infine offrono affidabilità educativa con contenuti accurati e accessibili.

Le mostre dell’Historisches Museum Frankfurt 2026

Damals 1410

dal 28 marzo 2026 al 7 febbraio 2027 – Sezione Junges Museum

Mostra interattiva sulla competenza digitale rivolta a ragazzi da partire dagli 8 anni.

I ragazzi fanno un viaggio nel tempo fino all’anno 1410, accompagnati da un topo inventore. La macchina del tempo resta senza energia e, per potere tornare al presente, i partecipanti devono esplorare una città medievale, risolvere enigmi e aiutare i suoi abitanti. Attraverso numerose stazioni i bambini svolgono attività come costruire un castello con l’aiuto dell’IA, prendersi cura di un cavallo, spegnere un incendio o creare contenuti come veri influencer. Con una carta di gioco registrano i progressi e raccolgono distintivi che rappresentano nove ambiti fondamentali della competenza mediatica:

1. Privacy e condizioni d’uso

2. Pubblicità e spam

3. Cooperazione e autoefficacia

4. Essere influencer

5. Comunicazione sociale

6. Fonti di informazione e fake news

7. Autorappresentazione

8. Programmazione

9. Acquisti in app

Il percorso segue la logica dei videogiochi, con missioni, ricompense e un narrativo che motiva i bambini a continuare. Dopo la visita, l’esperienza prosegue online sul sito www.damals1410.net, con una piattaforma interattiva per i bambini e una sezione dedicata ad adulti ed educatori con materiali di approfondimento, attività didattiche e risorse di education (formazione) ai media. La mostra era stata inaugurata ed esposta al Kindermuseum FRida & freD di Graz.

Höchst erzählt! – Über das Museum im Bolongaropalast

dal 10 giugno 2026 al 28 febbraio 2027, sezione Stadtlabor. Offre un’anticipazione del futuro Museo nel Bolongaropalast a Höchst che aprirà nell’estate 2027.

L’esposizione racconta il processo di realizzazione del museo dove troverà spazio il museo della porcellana di Höchst, mentre una sezione sarà dedicata alla storia dei Bolongaro, famiglia di commercianti di tabacco di origine italiana (Stresa sul Lago Maggiore). Fecero costruire il palazzo barocco (XVIII sec.) che porta il loro nome, segno della loro ricchezza e influenza. Il Museo nel Bolongaro Palast, sarà una dependance del Museo storico di Francoforte e pertanto uno spazio sarà dedicato a Höchst (fino all’inizio del XX secolo città autonoma), all’evoluzione culturale del quartiere, attraverso le voci degli stessi abitanti. L’obiettivo è costruire una narrazione plurale e partecipativa della storia urbana.

Un’attenzione particolare sarà dedicata alle domande sul museo del XXI secolo: partecipazione, accessibilità, collaborazione e ruolo sociale dell’istituzione culturale. La mostra è accompagnata da un programma di eventi nel quartiere, come workshop, visite guidate, tour urbani e ciclotour, oltre ad essere arricchita da un simposio internazionale nel settembre 2026. I contenuti della mostra Höchst erzählt sono organizzati in sette aree tematiche, come Raccontare, Rappresentare, Aprire, Collezionare, Condividere, Trasformare, Collaborare, che mostrano i processi interni del fare museo e riflettono i principi che guideranno il futuro Museo del Bolongaropalast.

Die Welt im Geld – Globale Ereignisse im Spiegel Frankfurter Finanzobjekte

dal 30 aprile 2026 al 31 gennaio 2027. Il denaro non solo come mezzo di pagamento, ma come testimone della storia e delle relazioni globali.

Attraverso dodici capitoli, l’esposizione racconta la storia dei commerci, del colonialismo, delle innovazioni tecnologiche e delle sfide contemporanee come la globalizzazione, il cambiamento climatico e le migrazioni. Oggetti finanziari apparentemente semplici come medaglie, azioni o carte di credito rivelano legami sorprendenti con eventi mondiali, catastrofi naturali e movimenti sociali.

Francoforte è al centro del percorso, presentata come nodo storico del commercio, della finanza e delle reti globali. La mostra combina profondità storica e temi attuali, utilizzando strumenti innovativi come modelli 3D, video brevi e mappe interattive per rendere visibili le connessioni tra oggetti e storia mondiale.

Anna Tikhomirov, Paola Colombo CdI 23

 

 

 

 

 

 

La Sicilia che resiste: meno giovani, più ritorni? Il paradosso demografico dell’Isola

 

Tra denatalità, emigrazione e nuovi rientri, l’Isola vive una trasformazione silenziosa che cambia lavoro, paesi e identità.

La Sicilia continua a perdere abitanti, ma non nel modo semplice che raccontano i numeri. Dietro i dati sulla denatalità e sull’emigrazione giovanile si nasconde un fenomeno più complesso: l’Isola si svuota, sì, ma allo stesso tempo cambia pelle.

I giovani continuano a partire. Laureati, tecnici, professionisti: il copione è noto. Milano, l’estero, le grandi città. Eppure, negli ultimi anni, qualcosa si muove in controtendenza. Piccoli flussi di ritorno, spesso invisibili alle statistiche, stanno ridisegnando alcuni territori, soprattutto nei centri minori e nelle aree interne.

Sono i “ritornanti”: trentenni e quarantenni che rientrano dopo esperienze fuori, spinti dal lavoro da remoto, dal costo della vita o semplicemente dal bisogno di radici. Non è un’invasione, ma è un segnale. Case ristrutturate, nuove attività ibride tra digitale e artigianato, agricoltura di qualità che incontra l’innovazione.

Il problema è che il sistema non sembra accorgersene. I servizi restano tarati su un modello demografico che non esiste più: scuole che chiudono, trasporti insufficienti, sanità distante. Così il ritorno rischia di restare un’esperienza individuale, non una strategia collettiva.

Nel frattempo, i paesi si trasformano. Meno bambini, più anziani, ma anche nuove presenze: stranieri che tengono in vita settori chiave come l’agricoltura e l’assistenza, e che spesso conoscono la Sicilia meglio delle istituzioni che li amministrano.

La vera domanda, oggi, non è se la Sicilia stia perdendo popolazione. È che tipo di Sicilia stia nascendo. Un’Isola più piccola può essere anche più vivibile, più sostenibile, più giusta. Ma solo se la politica smette di inseguire slogan e comincia a leggere i segnali deboli del cambiamento.

Perché il rischio più grande non è lo spopolamento. È l’abitudine al declino.

Giuseppe Tizza, de.it.press 10

 

 

 

 

 

 

TeleVideoItalia: la Corte di Appello di Colonia conferma la tutela del titolo

 

Angela Saieva vince la battaglia legale e difende il diritto al nome della storica emittente italiana in Germania

Una vittoria legale e simbolica per TeleVideoItalia: il Tribunale regionale superiore di Colonia (Oberlandesgericht Köln) ha confermato, il 12 novembre 2025, la tutela del titolo dell’emittente italiana tv stampa fondata e guidata da Angela Saieva. La decisione mette fine a una controversia iniziata con accuse infondate da parte di una ricorrente residente a Colonia, che aveva tentato di appropriarsi del marchio e di minare la reputazione della testata.

La sentenza stabilisce non solo la legittimità di TeleVideoItalia, ma anche il risarcimento delle spese legali e processuali della prima istanza, riconoscendo Angela Saieva come parte lesa e titolare del marchio. La conferma ufficiale è stata pubblicata online il 29 dicembre 2025 dallo studio legale specializzato in diritto dei marchi.

TeleVideoItalia, nata nel 1989, rappresenta da oltre trent’anni un punto di riferimento per le comunità italiane in Germania e all’estero. Attraverso la sua emittente, Angela Saieva ha raccontato storie, informato e dato voce ai connazionali, difendendo la cultura, la lingua e le origini italiane nel contesto tedesco.

La controversia legale ha rappresentato un duro colpo per Saieva: vedere il proprio nome e il lavoro di una vita messo in discussione è stato devastante, ma la giornalista non si è lasciata intimidire. Con costanza e rigore, ha raccolto prove della reale esistenza e continuità della testata, dimostrando che TeleVideoItalia non è solo un marchio registrato, ma una storia di servizio, impegno e etica professionale.

“È stato un percorso faticoso ma necessario”, racconta Angela. “Ho sempre creduto nella giustizia e nella verità, e oggi la sentenza del Tribunale di Colonia lo conferma. Questo non è solo un successo personale, ma un riconoscimento del valore del giornalismo etico e della responsabilità di chi informa.”

La vicenda sottolinea quanto, nell’era digitale, sia fondamentale distinguere i fatti dalle falsità. “Dove la tecnologia dovrebbe essere uno strumento di costruzione e di condivisione del sapere, purtroppo spesso regnano le fake news”, osserva Saieva. “Difendere un nome, una testata e una reputazione significa difendere la credibilità stessa dell’informazione.”

La sentenza assume un significato più ampio anche per la comunità italiana all’estero: conferma l’importanza di preservare strumenti di comunicazione che raccontino le esperienze di migranti, connazionali e giovani generazioni italiane all’estero. TeleVideoItalia è un esempio di come la giornalista possa coniugare professionalità, etica e identità culturale, contribuendo alla coesione sociale e alla memoria storica delle comunità italiane in Germania.

“Questo successo è un regalo di inizio anno 2026, una conferma del lavoro fatto con passione e dedizione. Ringrazio mio marito, mio figlio e i miei legali, senza i quali nulla sarebbe stato possibile”, conclude Saieva.

La storia di TeleVideoItalia è dunque anche una storia di resilienza: di fronte a ingiustizie e tentativi di appropriazione indebita, la testata italiana ha dimostrato che la verità, la documentazione accurata e l’etica professionale sono valori insostituibili. La sentenza di Colonia è un messaggio chiaro: fatti, non parole, restano il fondamento della credibilità giornalistica. CdI 5

 

 

 

 

 

Rapporto Cnel: tra il 2011 e il 2024 emigrati dall’Italia 630mila giovani

 

ROMA – In Italia tra il 2011 e il 2024 sono emigrati 630mila giovani (18-34enni), il 49% dalle regioni del Nord e il 35% dal Mezzogiorno. Il saldo al netto degli immigrati è pari a -441mila. Complessivamente, i giovani andati all’estero nel 2011-24 corrispondono al 7% dei giovani residenti in Italia nel 2024. È quanto emerge dal Rapporto CNEL “L’attrattività dell’Italia per i giovani dei Paesi avanzati”, approvato dall’Assemblea nelle scorse settimane e ampiamente illustrato in una Guida uscita in edicola con il Sole 24 Ore

Nel solo 2024 i giovani che hanno lasciato il Paese sono stati 78mila. Il saldo al netto degli immigrati è pari a -61mila. Nel 2024 il numero degli expat è il 24% del numero delle nascite; Nel triennio 2022-2024 tra i giovani emigrati la quota di laureati è pari al 42,1%, in aumento rispetto al 33,8% dell’intero periodo 2011-24; Ammonta a circa 160 miliardi di euro il valore del capitale umano uscito dal nostro Paese nel 2011-24. È il costo, stimato sul saldo migratorio, sostenuto dalle famiglie e, per la sola istruzione, dal settore pubblico, per crescere ed educare i giovani italiani emigrati. Le tre regioni con il valore maggiore sono Lombardia (28,4 miliardi), Sicilia (16,7) e Veneto (14,8). In termini di PIL il valore del capitale umano uscito dal Paese nel 2011-24 è pari al 7,5%.

Le prime dieci nazioni avanzate verso cui vanno i giovani italiani sono, in ordine alfabetico: Austria, Belgio, Francia, Germania, Irlanda, Paesi Bassi, Regno Unito, Spagna, Svizzera e USA. Nel 2011-24 sono espatriati in questi Paesi 486mila giovani italiani. Nello medesimo periodo sono arrivati in Italia 55mila giovani cittadini di questi stessi Paesi. Quindi, nove italiani in uscita per uno straniero in entrata.  Nel 2011-24 si sono trasferiti dal Mezzogiorno al Centro-Nord, al netto di quelli che sono arrivati, 484mila giovani italiani. A questo capitale umano corrisponde un valore di 147 miliardi di euro, di cui 79 miliardi relativo al trasferimento dei giovani laureati, 55 a quello dei diplomati e 14 a quello dei non diplomati.   L’Italia, come tutti i Paesi avanzati, è destinataria di copiosi arrivi di persone originarie di Paesi più poveri. Al tempo stesso partono dal nostro Paese decine di migliaia di giovani cittadini italiani, diretti verso altri Paesi avanzati, senza che da questi stessi Paesi arrivino altrettanti giovani. È quest’ultimo aspetto – sottolinea il CNEL – che ci distingue. Così l’Italia sta perdendo una parte quantitativamente e qualitativamente importante della sua generazione giovane e qualificata: un esodo strutturale, non episodico, non compensato da arrivi equivalenti dagli altri sistemi economico-sociali avanzati. Rendere l’Italia più attrattiva per i giovani – conclude il CNEL – vuol dire risolvere i nostri ritardi culturali ed economici e fare quel salto qualitativo che permetterebbe al Paese sia maggiore crescita e sviluppo sia più alti standard di vita per tutti.  Il Rapporto CNEL riporta anche i risultati di un sondaggio condotto tra i giovani in Italia, Spagna, Francia, Germania e Regno Unito, relativamente sia alla spinta ad andare all’estero, che risulta molto più elevata in Italia, sia all’attrattività dell’Italia, decisamente bassa, soprattutto tra i giovani tedeschi. Il sondaggio conferma che i giovani italiani mettono sì al primo posto le migliori opportunità lavorative come motivazione per andare via, ma non molto sopra la maggiore efficienza dei sistemi pubblici, il riconoscimento dei diritti civili e la superiore qualità della vita.  Il Paese più scelto dai giovani europei e statunitensi per trasferirsi all’estero è la Germania, con una quota pari al 20%. Segue il Regno Unito con il 16,9%, la Spagna con il 15,4%, la Francia con il 15,1%, la Svizzera con il 14,7%. L’Italia è scelta solo dall’1,9%, preceduta da Danimarca (3,2%) e Svezia (3,4%), che sono però molto più piccole per popolazione ed economia.  Prima destinazione dei giovani italiani emigrati è il Regno Unito, con una quota pari al 26,5%. La seconda è la Germania, con il 21,2% e a seguire Svizzera (13,0%), Francia (10,9%) e Spagna (8,2%). Le percentuali variano molto tra le diverse Regioni italiane. Quasi la metà degli altoatesini vanno in Austria e oltre un quarto in Germania. Dal Meridione si parte soprattutto per la Germania (30,4%, con 39,1% dalla Sicilia) e il Regno Unito (24,5%), poi in Svizzera (12,6%). (Inform/dip 5)

 

 

 

 

 

 

Il rilancio

 

 L’attuale fragilità sociale dovrebbe, pur col tempo, essere sostituita col varo di nuovi programmi anche per ridurre le carenze di un sistema politico che non avrebbe più ragione d’esistere senza sostanziali mutamenti. La ripresa che immagino dovrebbe puntellarsi su fattori di grande carisma economico. Dalla sanità, dall’occupazione e dal varo di un piano finanziario capace di sostenere gli obiettivi prioritari di una Penisola che vuole riemergere da una situazione che consente di fare programmi solo teorici. Ci saranno dei beni comuni da potenziare; a discapito di quelli personali che dovranno essere ridimensionati. L’Italia dovrebbe essere al centro d’iniziative capaci d’ampliare l’immagine di bene comune. Questo potrebbe essere l’anno buono.

 Ricostituire una società del “rinnovamento” non sarà facile. Ma le difficoltà potranno essere superate dall’impegno di tutti nel seguire una strada condivisa. Le trasformazioni socio/economiche hanno sempre avuto un loro prezzo che anche tutti saremo chiamati a pagare. La volontà di riscatto nazionale dovrà fornirci la volontà per superare le incertezze, le politiche ambigue e chi, tutto considerato, non ha ancora le idee chiare sul futuro nazionale. Il rilancio dell’Italia chiederà, indubbiamente, sacrifici. Questa volta, però, non dovrebbero a fondo perduto come, invece, è stato per il passato.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

INPS. Dichiarazione dei redditi 2023 entro il 28 febbraio 2026 

 

ROMA – I pensionati titolari di prestazioni collegate al reddito sono tenuti a trasmettere all’INPS la propria dichiarazione reddituale entro il termine del 28 febbraio 2026, al fine di evitare sospensioni con indebiti sulla propria pensione.

L’Istituto ha avviato la campagna di solleciti 2024 delle dichiarazioni reddituali dedicata ai pensionati che devono ancora dichiarare i redditi del 2023. Circa 680.000 pensionati hanno ricevuto un Avviso depositato nella loro Area MyINPS con un video interattivo personalizzato che spiega: •perché è necessario dichiarare i redditi per non perdere prestazioni come: Quattordicesima, Integrazione al minimo, Maggiorazioni sociali e ANF; •come usare il servizio RED precompilato per confermare o correggere i dati già noti all’INPS; •come ricevere assistenza da un “assistente virtuale” per evitare errori. I destinatari possono visualizzare e utilizzare la propria videoguida fino al 28 febbraio 2026 accedendo con le credenziali SPID/CIE tramite: • Sito INPS www.inps.it (MyINPS), cliccando sul link nelle notifiche; •App IO e App INPS Mobile: tramite la notifica ricevuta; •In alternativa è possibile accedere al video personalizzato senza autenticazione dalla lettera di sollecito inviata a fine dicembre, inquadrando il QR Code sulla copertina con il proprio smartphone o quello delle persone di fiducia (l’autenticazione è richiesta solo alla fine per accedere e usare il servizio RED precompilato necessario ad inviare la Dichiarazione Reddituale). La video-guida, oltre a ricordare la scadenza per l’invio, le diverse modalità di trasmissione della dichiarazione per l’anno reddito 2023, le modalità per gli espatriati prima e dopo il 2023, comunica anche la possibilità di verificare – tramite il servizio Consulente digitale delle pensioni – l’eventuale diritto ad ulteriori prestazioni. Grazie a questo servizio di comunicazione digitale, progettato ed erogato per la prima volta nel 2022 nell’ambito del progetto PNRR Sistema di comunicazione organizzativa personalizzata per gli utenti, l’Istituto ha registrato un incremento progressivo della percentuale delle dichiarazioni reddituali rientrate, con conseguente significativa riduzione delle sospensioni e revoche delle prestazioni collegate al reddito.

L’ incremento delle dichiarazioni rientrate con la video guida personalizzata è collegato alla crescita dell’uso del servizio RED Precompilato accessibile dal pulsante in fondo al video: il tasso delle dichiarazioni reddituali pervenute online a seguito delle campagne solleciti è cresciuto dal 4,20% (dato della campagna solleciti anno reddito 2018, ante rilascio del servizio di video-guida personalizzata) al 7.59% (dato campagna solleciti con video-guida anno reddito 2022). Per fornire informazioni e supporto anche ai figli dei Pensionati o altre persone che con Delega SPID possono fruire del video per capire come assolvere l’obbligo per conto della Pensionata o del Pensionato, è possibile consultare la pagina dedicata del portale https://www.inps.it (Inform/dip 20)

 

 

 

 

 

Felicità e prosperità: il sentiero silenzioso della verità

 

Le persone parlano di felicità e prosperità ogni giorno. Queste parole compaiono spesso nei discorsi, nelle conversazioni, nei consigli, nelle preghiere e negli auguri. Ma quando mi guardo intorno, noto che pochissime persone si sentono davvero felici in modo stabile. Ancora meno persone si sentono in pace. Questo mi fa riflettere: stiamo tutti inseguendo la stessa cosa, oppure stiamo semplicemente ripetendo parole che suonano bene?

Dalla mia osservazione personale, la felicità viene spesso immaginata come qualcosa di spettacolare. Le persone si aspettano che arrivi con celebrazioni, riconoscimenti o applausi. Anche la prosperità viene attesa come qualcosa di rumoroso, che si manifesta attraverso il denaro, le proprietà, le storie di successo o l’approvazione pubblica. Ma la vita raramente funziona in modo così ordinato.

Le cose più significative arrivano quasi sempre in silenzio, senza annunci. Ho visto persone che hanno raggiunto ciò che la società definisce successo, ma che appaiono tese e inquiete. Le loro giornate sono frenetiche; i loro calendari sono pieni ventiquattr’ore su ventiquattro, eppure sembra che la loro mente non abbia mai riposato. Sono continuamente impegnate a pianificare cosa verrà dopo, quale sarà il prossimo obiettivo, quale il prossimo traguardo.

Quando un obiettivo viene raggiunto, un altro appare immediatamente. Non c’è pausa. Non c’è spazio per sentire appagamento. Con il tempo, questo movimento costante crea stanchezza, non solo fisica ma interiore. Una stanchezza che il sonno non riesce a curare. È qui che molte persone iniziano a sentire che manca qualcosa, anche se non riescono a dire chiaramente che cosa sia.

La felicità, come ho lentamente compreso, non è un evento. Non è una ricompensa che attende alla fine dello sforzo. È piuttosto uno stato di fondo che cresce quando la vita viene vissuta con onestà. Appare quando le azioni e i pensieri non sono in conflitto. Appare quando c’è meno finzione e più accettazione. Anche la prosperità deve essere vista in modo diverso. Il denaro conta, senza dubbio. Una vita senza una sicurezza finanziaria di base è difficile. Ma oltre un certo punto, il denaro non risolve i problemi interiori.

Ho osservato persone con risorse sufficienti sentirsi comunque ansiose, diffidenti e insoddisfatte. D’altra parte, ho visto persone con mezzi limitati vivere con dignità e ricchezza emotiva. Questo ci dice che la prosperità non riguarda solo ciò che possediamo. Non riguarda soltanto il modo in cui viviamo o ciò che abbiamo. Riguarda il sapere quando “abbastanza” è davvero abbastanza. Riguarda l’uso saggio delle risorse, piuttosto che il desiderio infinito di avere di più.

Una delle principali ragioni dell’insoddisfazione oggi è il confronto. Le persone confrontano la propria vita con quella degli altri senza conoscerne la storia completa. Vediamo momenti modificati, non le vere difficoltà. Confrontiamo il nostro “dietro le quinte” con i momenti di gloria degli altri. Questo confronto avvelena lentamente la mente. Quando il confronto diventa un’abitudine, la felicità diventa impossibile. Il successo degli altri inizia a sembrare un fallimento personale. La gioia degli altri inizia a sembrare una mancanza personale. È un modo doloroso di vivere.

Credo che la pace inizi quando si smette di competere inutilmente. La vita non è una corsa in cui tutti devono arrivare alla stessa destinazione. Ogni persona porta responsabilità diverse, capacità diverse, percorsi diversi. Accettare questa verità porta sollievo. Vivere nella verità non è facile. Richiede affrontare le proprie debolezze senza scuse. Richiede ammettere gli errori. Richiede lasciar andare immagini false. Ma una volta che questa onestà comincia, la vita diventa più leggera. Non c’è più bisogno di ricordare bugie o di mantenere apparenze.

Ho scoperto che le persone che conducono una vita semplice vengono spesso fraintese. Vengono considerate prive di ambizione. Eppure, essere semplici non significa non avere una comprensione profonda della vita. Nella maggior parte delle situazioni, la semplicità è trasparenza. È la capacità di comprendere ciò che è importante e ciò che non lo è. Le relazioni influenzano profondamente la felicità. Non conta il numero di persone intorno a noi, ma la qualità del legame. Una sola relazione sincera può portare più pace di decine di relazioni superficiali.

Fiducia, rispetto e sicurezza emotiva sono forme di ricchezza spesso ignorate. Anche una vita etica modella il mondo interiore. Quando le azioni vanno contro la coscienza, qualcosa dentro si indebolisce. Anche se nessun altro lo sa, la mente lo sa. Con il tempo, questo conflitto interiore diventa stress. Vivere in modo etico non significa essere perfetti; significa cercare di rimanere allineati ai propri valori. Anche le emozioni hanno bisogno di attenzione. Molte persone reprimono le emozioni per apparire forti. Ma le emozioni represse non scompaiono. Aspettano in silenzio e poi si manifestano attraverso rabbia, frustrazione o tristezza. Imparare a comprendere le emozioni invece di negarle crea equilibrio.

Il tempo è un’altra forma di prosperità che spesso viene sprecata. Le persone passano il tempo inseguendo cose di cui non hanno realmente bisogno. Più tardi, si rendono conto di non aver avuto tempo per se stesse, per la riflessione, per legami significativi. Il tempo, una volta perduto, non ritorna. Nel mondo di oggi, il rumore viene scambiato per importanza. Le voci forti vengono notate per prime. La saggezza silenziosa viene spesso ignorata. Ma il rumore svanisce rapidamente. La profondità rimane.

Una vita costruita sulla verità può non attirare attenzione, ma offre stabilità. L’astuzia colpisce per un momento. La sincerità dura più a lungo. Una vita brillante può risplendere nel breve periodo, ma una vita retta dura sempre. La verità viene ricompensata nella vita in modi che non sono sempre evidenti, ma che toccano profondamente il cuore. La felicità non richiede perfezione. Richiede accettazione.

La prosperità non richiede eccessi. Ha bisogno di equilibrio. Quando la vita viene vissuta con consapevolezza, anche le difficoltà diventano significative. Non è solo vuoto, ma dolore. Non è una vita che possa essere percepita come di successo dagli altri. È dentro di te, ed è tranquilla. È una vita in cui una persona può sedersi in silenzio senza irrequietezza. Una vita del genere potrebbe non essere mai rumorosa. Potrebbe non apparire mai brillante. Ma sarà reale. E la realtà, anche quando è semplice, possiede una forza silenziosa che nessuna falsa apparenza può sostituire.

Krishan Chand Sethi, dip 8

 

 

 

 

 

Tempo di riflessioni

 

I politici dovrebbero, prima di tutto, riacquistare consapevolezze del loro ruolo. Anche se nei prossimi mesi ben pochi dei problemi d’Italia troveranno una valida soluzione. Lo confermano per di più certi bisticci in Parlamento. Se è vero che l’economia nazionale è fragile, e le ricadute non si possono escludere a priori, sarebbe sostanziale fare causa comune contro un pessimismo dilagante che potrebbe, tra l’altro, essere strumentalizzato. Non è detto che si possa affrontare, e risolvere, tutto.

L’importante è evitare un ulteriore prolasso della nostra economia. E’ una realtà che, ora, dovrebbe essere meglio considerata. L’Esecutivo è nelle condizioni di poter garantire un anno privo di “sorprese” sgradite; pure se la situazione internazionale resta complessa e le “alleanze” da riconsiderare.

Anche se il 2026 non sarà l’anno della “ripresa” nazionale, potrebbe essere quello delle riorganizzazioni politiche. Lo scriviamo convinti che i tempi siano maturi per “rivedere” certi ruoli.  Con cambiamenti che meriteranno, però, la massima attenzione. Le premesse, per un buon fine di queste eventualità, ci sarebbero. Il tempo delle stime è maturato. Ora le “riflessioni” dovrebbero essere  gestibili. Il tempo delle “riflessioni” è maturato.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Interoperabilità tra l’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE) e i sistemi di rilascio dei documenti d’identità

 

ROMA – Passaporto e servizi consolari: per i cittadini residenti all’estero o che necessitano di servizi consolari, interoperabilità tra l’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE) e i sistemi di rilascio dei documenti d’identità, eliminando i tempi di attesa per lo scambio di nulla osta cartacei tra uffici diversi. Lo prevede il decreto legge varato dal Consiglio dei ministri che introduce ulteriori disposizioni urgenti per l’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) e in materia di politiche di coesione.

Tra le altre disposizioni, Carta d’identità a validità illimitata per gli ultrasettantenni, Tessera elettorale digitale, gratuità e rilascio immediato dei Certificati anagrafici e di stato civile, accessibilità ai dati per i familiari (Deleghe Digitali). Il provvedimento –  approvato su proposta del Presidente Giorgia Meloni e del Ministro per gli affari europei, il PNRR e le politiche di coesione Tommaso Foti –  favorisce l’attuazione dei progetti del PNRR e opera una generale revisione di oltre 400 adempimenti amministrativi a carico di cittadini, famiglie e imprese, puntando con decisione sulla digitalizzazione, sulla contrazione dei termini procedurali e sull’interoperabilità delle banche dati pubbliche. Si rafforza il principio cardine che il cittadino o l’impresa non debbano fornire alla pubblica amministrazione dati di cui questa è già in possesso e lo scambio telematico tra banche dati diventa l’unico canale di acquisizione documentale. Inoltre, per le opere strategiche, restano confermati i termini ridotti per i pareri ambientali (VIA) e paesaggistici. In caso di inerzia delle amministrazioni, il decreto prevede il potenziamento dei poteri sostitutivi per sbloccare i cantieri entro scadenze perentorie. Semplificazioni per cittadini e famiglie. Il decreto interviene per facilitare l’accesso ai servizi essenziali, con un’attenzione particolare alle fasce più vulnerabili.

Le disposizioni del decreto legge:

Semplificazioni per cittadini e famiglie

Carta d’identità a validità illimitata per gli ultrasettantenni: per i cittadini che hanno compiuto il settantesimo anno di età, dal momento del rilascio o del rinnovo, la carta d’identità avrà validità illimitata.

Tessera elettorale digitale: attraverso il rafforzamento dell’Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente (ANPR), sarà attivato un servizio per la consultazione dei propri dati elettorali e per la richiesta di certificati di iscrizione alle liste elettorali in modalità telematica, riducendo la necessità di recarsi fisicamente presso gli uffici comunali.

Certificati anagrafici e di stato civile: viene estesa la gratuità e la modalità di rilascio immediato tramite ANPR anche per i certificati storici e per quelli destinati ad usi per i quali in precedenza era necessaria la marca da bollo, laddove la digitalizzazione del processo permetta l’esenzione.

Accessibilità ai dati per i familiari (Deleghe Digitali): viene semplificato il sistema delle deleghe per l’accesso ai servizi online (come INPS o ANPR). Sarà possibile per un cittadino delegare un familiare o un convivente alla gestione dei propri servizi digitali direttamente tramite l’app IO o i portali istituzionali, riducendo la necessità di recarsi fisicamente presso gli uffici per autenticare deleghe cartacee.

Passaporto e servizi consolari: per i cittadini residenti all’estero o che necessitano di servizi consolari, il decreto prevede l’interoperabilità tra l’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE) e i sistemi di rilascio dei documenti d’identità, eliminando i tempi di attesa per lo scambio di nulla osta cartacei tra uffici diversi.

Disabilità e fragilità: si accelera l’attuazione della riforma sulla disabilità attraverso l’attivazione della Piattaforma Unica gestita dall’INPS. Per la definizione del “Progetto di vita” individuale, vengono introdotti meccanismi di sussidiarietà che impediscono i blocchi amministrativi, garantendo al cittadino una risposta certa in tempi brevi.

Tutela della salute: per i pazienti affetti da patologie croniche o rare, viene esteso il limite massimo di confezioni prescrivibili con una singola ricetta medica, passando dalle attuali 3 fino a un massimo di 6 confezioni per ricetta. Inoltre, le ricetta medica per la prescrizione delle terapie avrà una validità temporale estesa fino a 12 mesi, consentendo al paziente di ritirare i farmaci in farmacia in modo frazionato in base alle proprie necessità, senza dover tornare dal medico per ogni rinnovo. La semplificazione passa per l’alimentazione automatica del Fascicolo Sanitario Elettronico, che elimina l’onere per il paziente di dover produrre e consegnare certificazioni cartacee per accedere a benefici e assistenza domiciliare.

ISEE precompilato e automatico: viene potenziata la modalità di rilascio dell’ISEE attraverso l’integrazione e l’interoperabilità delle banche dati tra l’INPS e l’Agenzia delle entrate. L’obiettivo è minimizzare le discordanze e accelerare il rilascio del documento, rendendo la DSU (Dichiarazione Sostitutiva Unica) precompilata lo strumento principale e più semplice da utilizzare.

Ricevute da conservare ai fini fiscali: si abolisce l’obbligo di conservazione cartacea delle ricevute per i pagamenti effettuati verso la Pubblica Amministrazione attraverso canali elettronici (come il sistema pagoPA). L’amministrazione è tenuta a verificare l’avvenuto pagamento consultando i propri flussi informatici o quelli della piattaforma nazionale, senza poter richiedere al cittadino l’esibizione della ricevuta, anche a fini fiscali e di detrazione.

Diritto allo studio: vengono snellite le procedure per l’erogazione delle borse di studio universitarie e si rende operativo il sistema delle lauree abilitanti, riducendo i passaggi burocratici tra il completamento degli studi e l’accesso alle professioni.

Patenti di guida e circolazione stradale: si rende più efficiente e sicuro il processo di rilascio delle patenti. Si autorizza l’uso di tecnologie per il rilevamento e l’inibizione di segnali radio (jammer) durante le prove teoriche per il conseguimento della patente di guida e delle abilitazioni professionali, al fine di garantire l’integrità dei test su tutto il territorio nazionale. Inoltre, si punta a una gestione più snella delle pratiche relative alla motorizzazione civile, riducendo i tempi di attesa per i cittadini attraverso l’integrazione delle banche dati tra le forze dell’ordine e il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti.

Housing universitario: si semplificano le procedure per il cambio di destinazione d’uso degli immobili destinati a residenze per studenti, con l’obiettivo di incrementare rapidamente l’offerta abitativa.

Semplificazioni per le imprese e il sistema produttivo

Le misure puntano a liberare risorse e tempo per le aziende, riducendo gli adempimenti formali.

Supporto alle microimprese: il decreto dedica una sezione specifica alla riduzione degli oneri amministrativi per le piccole realtà aziendali, semplificando gli obblighi di comunicazione e pubblicità relativi agli aiuti di Stato, laddove le informazioni siano già presenti nel Registro Nazionale degli Aiuti (RNA).

Transizione digitale ed ecologica: per i crediti d’imposta legati a “Transizione 4.0”, si semplifica l’iter di certificazione degli investimenti attraverso una maggiore integrazione tra le banche dati del Ministero delle Imprese e del Made in Italy e l’Agenzia delle entrate.

Infrastrutture e TLC: si potenzia il ricorso alla SCIA (Segnalazione Certificata di Inizio Attività) per l’installazione di reti a banda ultra-larga, facilitando il lavoro degli operatori e accelerando la copertura digitale del Paese. (Inform/dip 30)

 

 

 

 

 

Carta d'Identità Elettronica al posto dello Spid? Come utilizzarla e come recuperare codici Pin e Puk

 

L'introduzione dello Spid a pagamento sta cambiando le carte in tavola per l'autenticazione digitale e sul web, validando alternative gratuite allo Spid stesso, come la Carta d'Identità Elettronica (CIE), obbligatoria in Italia a partire dal prossimo agosto.

Poste Italiane, così come altri provider accreditati, ha infatti deciso di introdurre un canone pari a 6 euro per utilizzare i servizi dello Spid, con il pagamento che scatterà dal secondo anno di attivazione e consentendo agli utenti di recedere a 30 giorni dalla scadenza del pagamento.

Come utilizzare la Carta d'Identità Elettronica al posto dello Spid

Per attivare e utilizzare la Carta d'Identità Elettronica al posto dello Spid, così da accedere, ad esempio, alla propria pagina dell'Agenzia delle Entrate o dell'INPS, serviranno codice Pin e il codice Puk, a seconda delle modalità d'accesso previste. in fase di autenticazione sarà richiesto anche il numero di serie sulla carta, facile da reperire perché scritto sulla carta stessa.

Discorso diverso invece per Pin e Puk, che spesso vengono dimenticati o smarriti. Come recuperarli lo spiega lo stesso Ministero dell'Interno, nella sezione dedicata alla Carta d'Identità Elettronica, dove si spiega che il Pin serve per accedere ai servizi online, mentre il Puk è necessario per sbloccare il Pin nel caso in cui risulti bloccato o ci sia bisogno di crearne uno nuovo.

Come recuperare Pin

Non essendo scritti sulla carta, né Pin né Puk, possono essere difficili da reperire. Entrambi i codici da otto cifre vengono consegnati all'utente insieme alla Carta d'Identità Elettronica, venendo divisi a metà e non dati tutti insieme (prime quattro cifre al momento della richiesta, le altre quattro direttamente a casa alla consegna della carta).

In caso di smarrimento del Pin, è facile recuperarlo se hai il codice Puk, che svolge come detto proprio questa funzione. Si può andare sull'apposita app CieID e alla sezione "sblocca carta", dove si potrà reimpostare, se necessario, il Pin.

Come recuperare Puk

In caso non si sia in possesso del Puk c'è una strada possibile per recuperarlo. Nell'app CieID c'è un'apposita sezione "recupero Puk", che funziona avvicinando la Carta allo smartphone e inserendo il numero di serie della stessa. Poi si dovranno inserire i dati forniti al Comune in fase di erogazione. Dopodiché passeranno 48 ore e si riceverà, tramite Sms o mail, un link che permetterà di ultimare la procedura e recuperare il Puk. Adnkronos 17

 

 

 

 

 

Manifesto civico essenziale per la Sicilia di oggi

 

1. La Sicilia non è destino

Rifiutiamo l’idea che il disordine, la corruzione o il fallimento siano “naturali”.

La storia condiziona, non condanna.

2. La coscienza viene prima della protesta

Denunciare non basta.

Comprendere come funzionano potere, caos e responsabilità è il primo atto politico.

3. Nessun salvatore, nessun uomo provvidenziale

Diffidiamo delle soluzioni facili e delle figure carismatiche.

Il cambiamento nasce da responsabilità diffuse, non da eroi.

4. L’ordine è un atto quotidiano

L’ordine non è autoritarismo, ma cura continua del bene comune: strade, scuole, linguaggio pubblico, relazioni.

5. La forza senza coscienza è distruttiva

Rifiutiamo ogni fascinazione per la forza brutale, legale o illegale.

Il potere è legittimo solo quando è comprensibile e controllabile.

6. La cultura è esercizio, non ornamento

La cultura non serve a decorare il declino, ma a formare giudizio, responsabilità e visione.

7. I giovani non sono il futuro, sono il presente

Ai giovani vanno dati compiti reali, non ruoli simbolici.

Senza responsabilità, non c’è appartenenza.

8. La legalità senza giustizia è vuota

La legge va rispettata, ma va anche compresa, spiegata, resa giusta e visibile.

9. Il piccolo conta

Un quartiere ordinato, una decisione chiara, una parola onesta valgono più di grandi promesse irrealizzate.

10. Restare è una scelta attiva

Restare in Sicilia non è resistenza passiva, ma impegno consapevole a trasformare ciò che si è ereditato.

Principio finale

Le forze negative avanzano dove l’uomo rinuncia a capire.

La Sicilia cambia quando i cittadini pensano, agiscono e rispondono.

Giuseppe Tizza, de.it.press 7

 

 

 

 

 

Master Universitario di II livello in Economia, Diritto e Intercultura delle Migrazioni

 

ROMA –“In un’epoca in cui le migrazioni rappresentano una delle sfide più complesse e decisive per il nostro Paese e per l’Europa, comprendere, governare e valorizzare questo fenomeno richiede competenze avanzate, visione multidisciplinare e un forte radicamento nella realtà”: nasce da questa esigenza il Master Universitario di Secondo Livello in Economia, Diritto e Intercultura delle Migrazioni (MEDIM), promosso dall’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, Dipartimento di Economia e Finanza (DEF), per l’Anno Accademico 2025–2026, con inizio delle lezioni il 23 aprile 2026. Scadenza candidature: 15 marzo.

Si tratta di un progetto formativo di alto profilo: il Master MEDIM è realizzato in collaborazione con importanti enti di ricerca e organizzazioni attive sul tema delle migrazioni: il CREG – Centro di Ricerche Economiche e Giuridiche, il Centro Studi e Ricerche IDOS e ONimpresa – Osservatorio Nazionale Impresa, con la partecipazione di Intersos ONG e dell’Istituto Diplomatico Internazionale (IDI). Il Master è rivolto a laureati in discipline economiche, giuridiche e sociali in possesso di laurea quadriennale, magistrale o specialistica (o titolo equipollente italiano o straniero). Le candidature provenienti da altre aree disciplinari saranno valutate dal Collegio dei Docenti. È ammessa l’iscrizione di studenti stranieri, comunitari e non comunitari, nel rispetto della normativa vigente “Il fenomeno migratorio, caratterizzato da flussi costanti e da profonde implicazioni sociali, economiche, giuridiche e culturali, necessita di professionisti capaci di analizzarlo e gestirlo con competenza e responsabilità – sottolineano i promotori  – Il Master MEDIM risponde a questa esigenza formando Esperti dell’Immigrazione e delle Relazioni Interculturali, pronti a operare in ambiti pubblici, privati e del terzo settore”. L’obiettivo è fornire strumenti concreti per: “comprendere le dinamiche socio-economiche e normative dell’immigrazione; progettare interventi e servizi; svolgere attività di ricerca, orientamento e monitoraggio; promuovere l’inclusione e la cooperazione interculturale”. A rendere il percorso ancora più ricco contribuisce la partecipazione, durante le lezioni, di rappresentanti del Ministero dell’Interno, dell’Ordine degli Avvocati di Roma, di ONG e di numerose organizzazioni professionali, che portano in aula esperienze dirette e casi reali. “Il MEDIM si distingue per un’impostazione innovativa rispetto ai tradizionali corsi universitari: la didattica è fortemente orientata all’esperienza sul campo e al confronto con professionisti che operano quotidianamente nei settori di riferimento. Il linguaggio utilizzato è accessibile e trasversale, con richiami tecnici mirati, per garantire una formazione solida ma al tempo stesso chiara e fruibile”. . Il numero massimo di partecipanti è 40, a garanzia di un’elevata qualità formativa e il percorso ha durata annuale per un totale di 1.500 ore articolate in moduli tematici, dall’area giuridica su diritto internazionale delle migrazioni, protezione internazionale, cittadinanza, famiglia e minori, diritto penale dell’immigrazione all’area economica, dedicata al rapporto tra immigrazione, lavoro e imprenditoria, all’area statistica per l’analisi dei dati migratori, sino all’area comunicazione e intercultura, con focus su aree geografiche, dinamiche socio-culturali e associazionismo delle persone immigrate. Elemento centrale del Master è lo stage conclusivo, svolto in Italia o all’estero presso enti e istituzioni impegnati nel campo dell’immigrazione e del diritto di asilo. La prova finale consisterà nella realizzazione e discussione di un progetto di ricerca o di servizio. Il completamento del percorso consente di ottenere 60 CFU, di cui 16 tramite stage, e il Diploma di Master Universitario di Secondo Livello MEDIM, aprendo a numerosi sbocchi professionali: pubblica amministrazione, organizzazioni internazionali, ONG, enti locali, imprese, ambiti delle risorse umane e della responsabilità sociale. Le figure formate includono docenti, ricercatori, operatori sociali, mediatori culturali, giuristi, funzionari pubblici e professionisti del settore sicurezza. Per maggiori dettagli è possibile consultare il bando ufficiale sul sito dell’Università di Roma “Tor Vergata” (https://web.uniroma2.it) o contattare la Segreteria del Master MEDIM all’indirizzo: master@medim.uniroma2.it  (Inform/dip 30)

 

 

 

 

 

L’abitudine del rinvio: un esame psicologico e filosofico della procrastinazione

 

1. Che cos’è la procrastinazione?

La procrastinazione non è l’assenza di lavoro, né la mancanza di conoscenza. È la strana abitudine di sapere esattamente che cosa deve essere fatto e, nonostante ciò, non farlo. Una persona che procrastina non è inconsapevole. Ricorda. Pianifica. Si preoccupa. Spesso si sente in colpa. La pigrizia non si comporta in questo modo. La pigrizia dorme serenamente. La procrastinazione no. Rimane sveglia dentro la mente.

Si crea una divisione scomoda. La mente è d’accordo con la responsabilità, ma il cuore resiste al movimento. Una parte spinge in avanti mentre un’altra tira indietro silenziosamente. All’esterno non accade nulla di drammatico, ma dentro c’è attrito. Il tempo passa non perché il compito sia stato dimenticato, ma perché iniziare sembra più pesante che aspettare. La procrastinazione non è un ritardo accidentale. È un ritardo dovuto all’esitazione.

2. Perché rimandiamo?

La paura sta dietro alla maggior parte dei rinvii. A volte è evidente, a volte si nasconde. La paura del fallimento è comune. La paura di essere giudicati è comune. La paura di scoprire di non essere così capaci come si sperava è ancora più comune. Quando la paura è presente, iniziare sembra un’esposizione. Rimandare sembra più sicuro. Non agire fa meno male che rischiare la delusione.

Esiste anche la paura del successo, anche se raramente viene ammessa. Il successo cambia le cose. Porta aspettative, responsabilità e attenzione. Alcune persone rimandano perché avvertono che il successo richiederà una versione diversa di se stesse. Restare incompiuti è familiare. Il cambiamento è impegnativo. La procrastinazione diventa un modo per restare dove già si sa come sopravvivere.

Il perfezionismo aggiunge peso a questa abitudine. Si presenta come disciplina, ma spesso sotto porta ansia. Il perfezionista aspetta. L’umore giusto. La chiarezza giusta. Il momento giusto. L’azione viene rimandata finché tutto non sembra allineato. Ma l’allineamento non arriva prima del movimento; arriva grazie al movimento. L’attesa si trasforma lentamente in paralisi. La persona non rifiuta di lavorare. Rifiuta di lavorare in modo imperfetto. Così facendo, rifiuta il progresso stesso.

La scarsa fiducia in sé sostiene silenziosamente la procrastinazione. Quando la sicurezza è debole, il rinvio diventa protezione. La persona dice a se stessa che inizierà più tardi, quando la paura si sarà calmata. La paura non si calma. Cresce. Lentamente, l’abitudine comincia a definire l’identità. “È così che sono”, dice la persona. Una volta che questa frase si stabilisce nella mente, il comportamento la segue obbedientemente.

La vita moderna non aiuta. La distrazione è costante. Il comfort è immediato. Lo sforzo sembra facoltativo. La mente viene addestrata a fuggire dal disagio. I compiti che richiedono pazienza sembrano innaturali. La procrastinazione non appare più come una decisione; appare come qualcosa di automatico.

3. L’aspetto filosofico del rinvio

A un livello più profondo, la procrastinazione rivela una distanza interiore. È la distanza tra ciò che siamo ora e ciò che immaginiamo di diventare. Il sé presente cerca la facilità. Il sé futuro chiede disciplina. Quando il sé futuro è poco chiaro o debole, il sé presente vince. La persona vive nel presente, ma il presente diventa ristretto quando è governato dalla paura. Il futuro rimane immaginato ma intatto. Il rinvio diventa allora un modo per evitare la trasformazione stessa.

4. Esempi quotidiani

Uno studente rimanda la scrittura della sua tesi. Conosce la scadenza. Ne comprende l’importanza. Eppure aspetta. Il problema non è l’intelligenza. È il peso emotivo. Scrivere significa esporsi. Significa essere giudicati. La tesi diventa uno specchio. Lo studente evita lo specchio.

Un dipendente rimanda la preparazione per una promozione. Le competenze esistono. Ma il successo cambierebbe la vita. Le aspettative aumenterebbero. La responsabilità si approfondirebbe. Rimandare sembra più sicuro che crescere. In entrambi i casi, la procrastinazione non è pigrizia. È la paura che si comporta educatamente.

5. La procrastinazione secondo la comprensione sethiana

Dal punto di vista sethiano, la procrastinazione non viene trattata come un difetto. Viene trattata come un segnale. Gli esseri umani non sono costruiti solo per produrre. Si muovono naturalmente quando il significato sostiene l’azione. Quando la pressione sostituisce lo scopo, appare la resistenza. La psiche si ferma, non per sabotare la vita, ma per proteggere l’equilibrio.

La disciplina severa da sola non può guarire il rinvio. La disciplina senza comprensione crea ribellione. La consapevolezza ammorbidisce la resistenza. Quando la procrastinazione viene osservata senza vergogna, comincia a parlare. Rivela dove manca il significato, dove la paura domina, dove il sé interiore si sente inascoltato. In questo modo, la procrastinazione diventa un messaggero piuttosto che un nemico.

6. Andare oltre l’abitudine

Il cambiamento inizia con l’osservazione. Quando compare il rinvio, fermati brevemente. Chiedi senza accusa: che cosa sto evitando in questo momento? La paura, quando viene nominata, perde forza. La stanchezza, quando viene rispettata, ritrova energia. Il significato, quando viene riscoperto, restituisce movimento.

I grandi compiti sopraffanno la mente. I piccoli inizi invitano all’azione. Suddividere il lavoro in parti riduce la resistenza. Iniziare male è meglio che non iniziare affatto. Il movimento crea fiducia. La fiducia porta avanti il lavoro.

Il tempo ha bisogno di forma. Il tempo aperto invita al rinvio. La struttura dà direzione. Le scadenze non sono punizioni; sono orientamenti.

Le distrazioni devono essere ridotte con gentilezza. Il silenzio aiuta. Gli spazi calmi calmano il pensiero. Quando la mente si placa, l’azione non appare più violenta.

La gentilezza verso sè stessi è importante. L’autocritica aumenta il rinvio. La compassione costruisce coraggio. Parla interiormente come parleresti a qualcuno che lotta ma è sincero. Il sostegno rende possibile l’azione.

Lo scopo dissolve la resistenza. Quando il lavoro è collegato al significato, il rinvio perde la sua logica. Non aspettare l’ispirazione. Inizia prima. L’ispirazione arriva dopo.

Il tempo non è qualcosa da sconfiggere. È la vita che si dispiega. Rispettare il tempo significa rispettare l’esistenza. Quando la chiarezza ritorna, l’azione segue naturalmente.

7. Conclusione

La procrastinazione non è un destino, né è incisa nella natura umana. È appresa. Ciò che è appreso può essere cambiato. Il rinvio non chiede punizione; chiede comprensione. Quando la consapevolezza sostituisce l’evitamento e la gentilezza sostituisce il giudizio, la procrastinazione allenta la sua presa. La vita allora avanza silenziosamente — non forzata, non affrettata, ma onesta.

Krishan Chand Sethi, dip 22

 

 

 

 

 

 

Cittadinanza: nuove misure per minori nati all’estero figli di cittadini per nascita

 

ROMA - Con la legge di bilancio 2026 sono state introdotte alcune modifiche in materia di cittadinanza: a partire da ieri, primo gennaio 2026, infatti, le istanze e le relative dichiarazioni rese dai genitori – di cui almeno uno cittadino per nascita – possono essere presentate entro tre anni (e non più entro un anno) dalla nascita del minore o dalla data successiva in cui è stabilita la filiazione, anche adottiva, da parte del cittadino italiano.

Questo, ai sensi dell’articolo 4, comma 1-bis, lettera b) della Legge n. 91/1992, e all'articolo 1, comma 1-ter del decreto-legge n.36/2025. Questi due comma hanno introdotto due nuove fattispecie di acquisto di cittadinanza per beneficio di legge per i figli minorenni nati all’estero da genitore cittadino per nascita che non trasmette automaticamente la cittadinanza.

Non è pertanto possibile far ricorso a questa procedura nel caso in cui il/i genitore/i sia(no) diventato/i cittadino/i italiano/i per naturalizzazione (art. 9 della legge n. 91/1992), per beneficio di legge (art. 4 della legge n. 91/1992), per matrimonio (art. 5 della legge n. 91/1992 o art. 10 della legge n. 555/1912) o per convivenza da minorenni con genitore che ha acquistato la cittadinanza italiana (art. 14 della legge n. 91/1992).

In base a queste nuove fattispecie il minore che ne beneficia non sarà cittadino per nascita o iure sanguinis, ma acquisterà la cittadinanza dal giorno successivo in cui si saranno verificate le condizioni previste dalla legge (per le dichiarazioni presentate in Consolato: dal giorno successivo alla dichiarazione dei genitori).

Queste dichiarazioni, le cui istanze siano presentate a partire dal primo gennaio 2026, sono inoltre esenti dal pagamento del contributo di 250 Euro al Ministero dell’Interno.

In particolare, il comma 1-bis dell’articolo 4 della legge n. 91/1992 prevede che può acquistare la cittadinanza il minore figlio di cittadino/a italiano/a per nascita se entrambi i genitori (incluso il genitore straniero) o il tutore presentano una dichiarazione di volontà di acquisto della cittadinanza entro tre anni dalla nascita; la dichiarazione di volontà di acquisto della cittadinanza deve essere formale e avvenire di persona, alla presenza di dipendente delegato all’esercizio delle funzioni di stato civile.

Il comma 1-ter dell’articolo 1 del decreto-legge n. 36/2025 è invece una norma transitoria e si applica quando sussistono tre condizioni: a) persone minorenni alla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto-legge n. 36/2025 (cioè persone che non avevano compiuto il 18 anno di età al 24 maggio 2025); b) figli di cittadini per nascita che si trovano nelle condizioni previste dalle lettere a), a-bis) e b) dell’articolo 3-bis della legge n. 91/1992; c) la dichiarazione dei genitori o del tutore deve essere presentata all’Ufficio consolare entro il 31 maggio 2026.

La dichiarazione di volontà di acquisto della cittadinanza, si specifica, deve essere formale e avvenire di persona, alla presenza di dipendente delegato all’esercizio delle funzioni di stato civile.

Le indicazioni per presentare domanda sono reperibili sui siti delle sedi diplomatiche. (aise/dip 2) 

 

 

 

 

 

 

Italien: „EU-Migrationspolitik neu ausrichten“

 

Zu einer Neuausrichtung der Migrationspolitik in Europa ruft der Migrationsbeauftragte der italienischen Bischofskonferenz auf. Im Interview mit Radio Vatikan unterstreicht Pierpaolo Felicolo, dass Integration möglich ist und der Bedarf an ausländischen Arbeitskräften real. Das Mittelmeer sei weiterhin ein „Ort des Schmerzes und großen Leides“ – das müsse sich ändern. Anne Preckel und Marina Tomarro

Wie jetzt bekannt wurde, haben sich in der vergangenen Woche erneut Dramen auf dem Mittelmeer abgespielt: Acht von Tunesien kommende Migrantenschiffe kenterten infolge des Zyklons Harry, mindestens 380 Menschen starben.

Großes Leid

Pierpaolo Felicolo ist seit 2022 der Generaldirektor der „Fondazione Migrantes“, einem Organ der italienischen Bischofskonferenz, das mit Migrantenpastoral und unterstützenden Maßnahmen für Mittelmeerflüchtlinge befasst ist. De facto sei die Migration über das Mittelmeer in den letzten Jahren nicht abgerissen, wenn auch weniger darüber berichtet werde, sagt er im Interview mit Radio Vatikan. „Sie wird zwar stets als Notfall wahrgenommen, ist aber in Wirklichkeit stabil – es handelt sich um kontinuierliche Migration. Das Mittelmeer ist zu einem Ort des Schmerzes geworden, einerseits der Hoffnung für die Ankommenden, aber auch des großen Leids für diejenigen, die dort ihr Leben verlieren.“

Von diesen Toten gab es in den letzten Tagen wieder unzählige – eine Katastrophe, die Italiens und Europas Politik-Elite kaum erwähnt. Wenn Ministerpräsidentin Giorgia Meloni über „illegale Migration“ spricht, dann vor allem in Begriffen der Abschottung und Rückführung. Anders die Kirche des Mittelmeerlandes Italien, das erste Anlaufstelle für viele Menschen aus Afrika und Nahost ist.

Tote sind real

„Wir dürfen uns nicht mit der Logik des Todes abfinden“, sagte der Vorsitzende der italienischen Bischofskonferenz, Matteo Zuppi, in diesen Tagen. Der Präsident des römischen Jesuiten-Flüchtlingszentrums Astalli, Camillo Ripamonti, ergänzte: „Die fortschreitende Reduzierung der Informationen über Migrationsbewegungen im zunehmend patrouillierten Mittelmeer und über Todesfälle auf See führt zu einer Haltung der Verantwortungslosigkeit, die an Pilatus’ ‚Händewaschen‘ erinnert. Diese Ereignisse sind weder unvermeidlich noch bloße Unfälle. Sie sind Teil eines Kontextes, der von restriktiver Migrationspolitik, Behinderungen von Rettungsaktionen und der systematischen Aussetzung von Migranten an tödliche Gefahren geprägt ist, da es für diejenigen, die vor Konflikten, Gewalt und Menschenrechtsverletzungen fliehen, keine sicheren Alternativen gibt.“

Rechtliche und moralische Verpflichtung

Vorrang vor jeglichen Sicherheitserwägungen und Grenzen müsse der Schutz des Rechtes auf Leben haben, so Ripamonti über den Umgang mit den Flüchtlingen. Das Mittelmeer dürfe nicht länger Schauplatz wiederkehrender Tragödien sein. Migranten hätten Anspruch auf grundlegende Rechte, etwa auf Asyl, erinnerte er, ihre Rettung und ihr Schutz auf See seien rechtliche und moralische Verpflichtung, keine Option. Die Italienische Bischofskonferenz spricht sich in diesem Kontext für eine gemeinsame Seenotrettungsaktion aller 27 EU-Staaten aus, um weitere Tote abzuwenden. Angesichts der zahlreichen Schiffbrüche und Vermissten hat auch die Internationale Organisation für Migration (IOM) die dringende Notwendigkeit betont, dass die internationale Gemeinschaft ihre Anstrengungen zur Verhinderung weiterer Todesfälle verstärke.

Der Generaldirektor der „Fondazione Migrantes“ bei der italienischen Bischofskonferenz, Pierpaolo Felicolo, kommentiert im Interview mit Radio Vatikan: „Es wird geschwiegen, weil es bequemer ist, zu schweigen, und oft ist es die Angst vor der Aufnahme anderer, die uns zum Schweigen bringt.“ Felicolo wendet sich gegen falsche Allarmismen im Zusammenhang mit der Aufnahme von Einwanderern und ruft zu einem Perspektivwechsel auf:

„In dieser Frage müssen wir mit Daten argumentieren und zeigen, dass Integration möglich ist, dass der Bedarf an Arbeit real ist und dass Europa den qualitativen Sprung der Migrationskorridore schaffen muss. Migrationspolitik muss im europäischen Kontext entwickelt werden, aber mit einem anderen Denken, mit einem anderen Herzen. Nicht mit Schweigen oder der geäußerten Sorge vor Invasion oder Fremdenangst, sondern mit einer sachlichen Kommunikation, die den anderen als Bereicherung aufzeigt und die bestehenden Probleme anspricht, aber auch die Bereicherung für die Länder, die sich ihnen entgegenstellen.“

Alternativen gibt es

Alternative Ansätze gibt es bereits: Beispiel einer sicheren, legalen Immigration, die funktioniert, sind etwa die „Humanitären Korridore“ für Flüchtlinge, die Kirchen in Italien in Kooperation mit dem italienischen Innenministerium vorantreiben. Außerdem hatte Italien in den letzten Jahren hunderttausenden Arbeitsmigranten eine legale Einreise samt Arbeits- und Aufenthaltserlaubnis gewährt, um auf Anfragen von italienischen Arbeitgeberverbänden und Gewerkschaften zu reagieren. Laut kirchennahen Asylexperten war das ein Schritt in die richtige Richtung. (vn/avvenire 29)

 

 

 

 

 

Einwanderung eingebrochen: Deutschland schrumpft

 

In den vergangenen Jahren hat Einwanderung meist ausgeglichen, dass in Deutschland mehr Menschen sterben als geboren werden. Nicht so im vergangenen Jahr. Da ist die Nettoeinwanderung eingebrochen.

Die Einwanderung gleicht den Geburtenrückgang nicht mehr aus: Deutschland schrumpft. Zum Jahresende 2025 lebten nach einer ersten Schätzung des Statistischen Bundesamtes rund 83,5 Millionen Menschen in Deutschland. Die Bevölkerung war damit um etwa 100.000 Personen kleiner als am Jahresende 2024.

Zuletzt hatte es in den Jahren 2003 bis 2010 sowie im ersten Corona-Pandemiejahr 2020 Bevölkerungsrückgänge gegeben. Zwischen 2011 und 2024 war die Bevölkerung mit Ausnahme von 2020 jedes Jahr gewachsen.

Die Lücke ist zu groß

„Wie in allen Jahren seit der deutschen Vereinigung 1990 überstieg auch im Jahr 2025 die Zahl der Gestorbenen die Zahl der Geborenen“, berichteten die Statistiker. Im Unterschied zu den Vorjahren nahm allerdings die Differenz zwischen den Geburten und Sterbefällen (Geburtendefizit) zu, während der Saldo aus Zu- und Fortzügen (Nettozuwanderung) deutlich abnahm.

Das bedeutet: „Die Lücke zwischen den Geburten und Sterbefällen konnte erstmals seit 2020 nicht durch die Wanderungsgewinne geschlossen werden.“ Für 2025 rechnet das Bundesamt nur noch mit 640.000 bis 660.000 Geborenen. Dem stehen gut eine Million Gestorbene gegenüber. Daraus ergäbe sich für 2025 ein Geburtendefizit von 340.000 bis 360.000 Personen. In den 2010er Jahren war das Defizit mit durchschnittlich 171.423 Menschen deutlich niedriger.

Nettozuwanderung bricht ein

In den ersten zehn Monaten des Jahres 2025 gab es laut Statistischem Bundesamt 220.000 mehr Zuzüge nach Deutschland als Fortzüge ins Ausland. Damit war der Saldo deutlich geringer als im Vorjahreszeitraum, als der Wert zwischen Januar und Oktober bei 391.500 lag. Für das Gesamtjahr 2025 wird die Nettozuwanderung nach den bisher vorliegenden Daten auf 220.000 bis 260.000 Personen geschätzt. „Damit war sie um mindestens 40 Prozent geringer als im Jahr 2024“, berichteten die Statistiker.

Auf einem ähnlich niedrigen Niveau wie im Jahr 2025 hatte die Nettozuwanderung zuletzt im Corona-Pandemiejahr 2020 gelegen. Im Durchschnitt der Jahre 1990 bis 2024 war der jährliche Wanderungssaldo mit 356.000 Personen deutlich höher. (dpa/mig 29)

 

 

 

 

Retter in der Not

 

Schneller, digitaler, effizienter: Große Hoffnungen ruhen auf dem Staat. Doch demokratisches Vertrauen entsteht nicht durch Leistung allein. Von Kai Unzicker

 

Schnellere Verfahren, digitale Verwaltung und weniger Bürokratie – derzeit ruhen große Hoffnungen auf einem handlungsfähigen Staat. Er soll nicht nur konkrete Probleme lösen, sondern – so die dominante Erzählung – zugleich auch das verloren gegangene Vertrauen in die Demokratie zurückbringen. Doch diese Erwartung ist trügerisch. Sie verkennt, dass Effizienz allein kein Garant für politische Legitimation ist. Deshalb lässt sich die Vertrauenskrise der Demokratie auch nicht allein durch effizienteres Regieren beheben.

In nahezu allen etablierten Demokratien ist die Zufriedenheit mit dem Funktionieren des politischen Systems in den vergangenen Jahren gesunken. Auch wenn in Italien, Spanien oder den USA die Stimmung schlechter ist, zeigt sich dieser Trend ebenfalls in Deutschland. Laut einer Umfrage der Körber-Stiftung aus dem Sommer 2025 geben nur noch rund 53 Prozent der Befragten an, der Demokratie zu vertrauen. Gleichzeitig wächst der Eindruck, dass der Staat zentrale Herausforderungen nicht mehr wirksam bewältigen könne und die Demokratie an ihre Grenzen komme. Die Zweifel sind groß, ob es überhaupt noch gelingt, mit demokratischen Entscheidungen konkrete Veränderungen herbeizuführen. Die fehlende Digitalisierung der Verwaltung, marode Brücken, die unpünktliche Bahn oder der große Aufwand, ein Haus oder eine Windkraftanlage zu bauen, sind zu Sinnbildern des Versagens geworden.

Viele Menschen erleben den Staat, nicht nur in Deutschland, sondern europaweit als dysfunktional, als Hindernis und nur selten als Unterstützung. Dieses alltägliche Erleben befeuert, verbunden mit dem relativen wirtschaftlichen und politischen Abstieg Europas, eine erfolgreich von Populisten bewirtschaftete Niedergangserzählung. All dies erzeugt Frust, Enttäuschung und mitunter Wut, die schließlich in der Abkehr von der Demokratie münden. Diese Diagnose ist plausibel. Doch aus ihr folgt nicht zwingend der umgekehrte Zusammenhang: dass bessere staatliche Leistungen automatisch neues Vertrauen schaffen.

Es ist vielmehr zu befürchten, dass selbst deutliche Verbesserungen staatlicher Leistungen weder automatisch noch kurzfristig zu mehr Vertrauen führen. Denn schnell zerstören schlechte Leistungen Vertrauen. Aber um Vertrauen wieder aufzubauen, reichen gute Leistungen allein nicht aus.

Es ist menschlich, schlechten Nachrichten mehr Aufmerksamkeit zu schenken: Wiederholte negative Erfahrungen prägen sich stärker ein als funktionierende Routinen. Wo solche Eindrücke dominieren, entsteht nicht nur individuelle Frustration, sondern kollektiv verfestigte Enttäuschung. Es bilden sich, wie der Soziologe Aladin El-Mafaalani es beschreibt, regelrechte Misstrauensgemeinschaften, in denen staatliches Handeln grundsätzlich skeptisch interpretiert wird.

Hinzu kommt eine Schieflage in der öffentlichen Wahrnehmung. Jede einzelne schlechte Erfahrung taugt als Beleg staatlichen Versagens, während Verbesserungen die Stimmung kaum heben. Insbesondere wenn die Bürger davon kaum etwas erfahren. Selbst wenn ab morgen Bauanträge zügig digital bearbeitet würden und die Züge pünktlicher führen, würde auch dies bald als selbstverständlich gelten.

Forcierte Reformrhetorik kann diese Dynamik sogar verschärfen. Wo die Politik ambitionierte Modernisierungsprogramme ankündigt, steigen die Erwartungen oft schneller, als reale Verbesserungen greifen. Bleiben sichtbare Erfolge aus oder überlagern neue Probleme die Fortschritte, schlägt Hoffnung rasch in Enttäuschung um. Vollmundige Ankündigungen verstärken in diesem Fall Skepsis und Ungeduld. Noch tragischer, aber kaum vermeidbar: Eine Reformankündigung gesteht zugleich die Mängel ein und liefert Wasser auf die Mühlen derer, die dem Niedergang das Wort reden. Reformpolitik allein garantiert somit noch keinen Vertrauensgewinn, sondern birgt zusätzliche Legitimitätsrisiken – etwa wenn große Ankündigungen nicht schnell genug spürbare Verbesserungen bringen. Umso wichtiger ist die politische und kommunikative Rahmung der Reformanstrengungen.

Zudem ist staatliche Handlungsfähigkeit kein neutraler, technischer Zustand, sondern betrifft stets politische Entscheidungen und Zielkonflikte. Zwar wünschen sich viele mehr Leistung vom Staat, aber keineswegs alle dieselbe. Mag Einvernehmen über elementare Kernfunktionen des Staates noch einfach herzustellen sein, wird dies in vielen Politikfeldern schwierig: Wer Migration reguliert, die Verteidigung stärkt, klimaschädliche Heizungen abschafft oder die Gesundheitsversorgung nach Effizienzkriterien neu ordnet, erntet nicht nur Lob für Tatkraft und Entscheidungsfreude. Entschlossenes staatliches Handeln heißt fast immer, widersprüchliche Interessen abzuwägen und Zumutungen zu verteilen. Je pluraler Gesellschaften werden, desto sichtbarer treten diese Konflikte zutage. Handlungsfähigkeit meint deshalb nicht nur administrative Effizienz, sondern auch politische Konflikt- und Entscheidungsfähigkeit.

Die Bewältigung großer politischer Herausforderungen gelingt nur, wenn die Politik anerkennt, dass Menschen unterschiedliche Interessen, Erfahrungen und Wertvorstellungen haben – und wenn sie die daraus resultierenden Konflikte offen bearbeitet. Es geht deshalb nicht allein darum, Entscheidungen zu treffen, sondern diese politisch, medial sowie gesellschaftlich durchzuhalten.

Gerade dort, wo der Staat tatsächlich leistungsfähiger wird, entstehen nämlich häufig neue Konflikte. Beschleunigte Genehmigungsverfahren oder vereinfachte Bauvorschriften mögen gesamtgesellschaftlich sinnvoll sein. Für einige Betroffene bedeuten sie jedoch stärkere Eingriffe, geringere Mitsprache oder den Verlust etablierter Schutzstandards. Viele der heute als übermäßig komplex kritisierten Regeln sind nicht zufällig entstanden, sondern Ausdruck des Versuchs, widerstreitende Interessen auszubalancieren. Mehr Tempo bedeutet daher nicht automatisch mehr Zustimmung, sondern kann neuen Widerstand hervorrufen. Noch augenfälliger wird dies, wenn Handlungsfähigkeit nicht lediglich Effizienzsteigerung, Modernisierung oder Bürokratieabbau heißt, sondern ein aktiveres staatliches Handeln betrifft: Grenzschutz, Wehrdienst oder umfangreiche Infrastrukturprojekte. Hier geht die Handlungsfähigkeit eines starken Staates mit Freiheitseinschränkungen für selbstbestimmte Bürger einher, die ebenfalls politisches Vertrauenskapital benötigen.

Bei alldem ist unstrittig, dass die verbreitete Skepsis gegenüber dem Staat mit einem ausgeprägten Reformwunsch einhergeht. Und damit steht Deutschland keineswegs allein: Weltweit sehen die Bürger die Notwendigkeit tiefgreifender Veränderungen, sie trauen der Politik jedoch immer weniger zu, diese verantwortungsvoll umzusetzen. Reformbereitschaft und Politikverdrossenheit schließen sich also nicht aus, sondern verstärken sich gegenseitig.

Entscheidend für Vertrauen ist nicht allein, ob Politik Ergebnisse liefert, sondern ob Bürger das Gefühl haben, auf politische Entscheidungen Einfluss nehmen zu können, ob sie ihre Interessen repräsentiert sehen und die Ziele und Zwecke der handelnden Politiker nachvollziehen können. Wo politische Prozesse intransparent, unzugänglich oder folgenlos erscheinen, wächst das Gefühl demokratischer Ohnmacht. Beteiligung erschöpft sich dann in symbolischen Verfahren, während die tatsächlichen Entscheidungen abgehoben oder alternativlos erscheinen.

Dieser Zustand ließe sich noch ertragen, wenn die gesellschaftliche Entwicklung insgesamt positiv erschiene und die Zukunft Aussicht auf Verbesserung böte. Verheißt sie jedoch nur noch Krise, Verlust und Niedergang, verliert dieses Arrangement zunehmend seine Akzeptanz. Dann gewinnt der populistische Ruf Resonanz, Politik müsse endlich liefern, „was das Volk will“.

Gleichzeitig wäre es verkürzt, die Vertrauenskrise allein mit mehr Beteiligung beantworten zu wollen. Demokratische Verfahren müssen nicht nur inklusiv, sondern auch entscheidungsfähig sein. Wo Prozesse sich ziehen, Verantwortlichkeiten verschwimmen oder Kompromisse unverständlich bleiben, wächst erneut Frust. Es bleibt ein unauflösbares Spannungsverhältnis: In der Demokratie sollen die Bürger, gerade auch abseits von Wahlen, gute Beteiligungsmöglichkeiten haben und zugleich sollen rasch und verlässlich kollektive Entscheidungen hervorgebracht werden.

Hier verbinden sich Staats- und Demokratiereform. Handlungsfähigkeit entsteht nicht im luftleeren Raum, sondern braucht Verfahren, die legitimieren, Konflikte strukturieren und Zumutungen verständlich machen. Wo diese Verfahren fehlen oder als unzureichend empfunden werden, untergräbt selbst entschlossenes staatliches Handeln langfristig Vertrauen. Demokratiereform ist damit keine Ergänzung der Staatsmodernisierung, sondern ihre Voraussetzung.

Die aktuelle Vertrauenskrise ist deshalb nicht nur eine Frage staatlicher Leistungsfähigkeit, sondern eine Frage demokratischer Erwartungsbeziehungen. Es geht um das oft unausgesprochene Verhältnis zwischen Bürgern und Politik darüber, was Politik leisten soll – und was Bürger bereit sind mitzutragen. Was es braucht, ist eine gemeinsame Reform von Staat und Demokratie. Ein Staat, der schneller entscheidet, aber politisch nicht erklärt, zumutet und legitimiert, produziert neue Enttäuschungen. Umgekehrt bleibt demokratische Beteiligung wirkungslos, wenn sie an einem überforderten oder blockierten Staat ins Leere läuft. Vertrauen entsteht nur dort, wo staatliche Leistungsfähigkeit und demokratische Einbindung konsequent zusammengedacht werden. Wer Staatsmodernisierung gegen Demokratiereform ausspielt, schwächt beides. Die entscheidende Frage lautet daher nicht allein, wie der Staat effizienter wird, sondern wie demokratische Politik unter Bedingungen zunehmender Pluralität handlungsfähig wird, ohne ihren legitimierenden Kern preiszugeben. IPG 29

 

 

 

 

 

Spanien will 500.000 Migranten Aufenthaltstitel geben

 

Spanien schlägt in der Migrationspolitik einen für Europa inzwischen ungewöhnlichen Kurs: „Wir stärken ein auf Menschenrechten basierendes Migrationsmodell“, sagt Regierungssprecherin Elma Saiz. Was sich für Migranten in Spanien jetzt verbessert.

Spaniens linksgerichtete Regierung hat die Legalisierung des Aufenthaltsstatus von rund 500.000 Migranten eingeleitet. Das habe das Kabinett beschlossen, sagte Regierungssprecherin Elma Saiz bei einer im Fernsehen übertragenen Pressekonferenz. „Wir stärken ein auf Menschenrechten basierendes Migrationsmodell“, betonte Saiz, die auch Ministerin für Soziales und Migration ist.

Spanien fährt damit einen anderen Kurs, als viele andere westliche Länder, allen voran die USA unter Präsident Donald Trump, der alle Ausländer ohne legalisierten Status abschieben lassen will. Auch in Deutschland und weiteren Europäischen Ländern sind die Regierungen zunehmend bemüht, die Migration zu kontrollieren und zu begrenzen.

Der Beschluss der spanischen Regierung sieht vor, dass alle Einwanderer, die nachweisen, dass sie sich vor dem 31. Dezember 2025 in Spanien aufgehalten und keine Straftaten begangen haben, auf Antrag eine vorläufige Aufenthaltserlaubnis mit sofortiger Arbeitserlaubnis erhalten. Nach einem Jahr kann sie in eine reguläre Aufenthaltserlaubnis umgewandelt werden.

Migration nach Spanien

Die Regierung optierte dafür, die Maßnahme per Dekret umzusetzen, nachdem eine entsprechende Gesetzesinitiative im parlamentarischen Verfahren stecken geblieben war und voraussichtlich keine Mehrheit gefunden hätte. Die konservative Volkspartei PP und die rechtspopulistische Vox warnen vor möglichen politischen Risiken und Belastungen für den Arbeitsmarkt sowie die sozialen Sicherungssysteme.

Spanien hat in den vergangenen Jahren einen deutlichen Anstieg der Zuwanderung erlebt. Nach jüngsten Daten des nationalen Statistikamtes lebten im Jahr 2025 rund 9,8 Millionen Menschen im Land, die im Ausland geboren wurden – knapp 20 Prozent der Gesamtbevölkerung. Die größten Gruppen ausländischer Herkunft kamen aus Marokko, Kolumbien, Venezuela, Rumänien und Ecuador. (dpa/mig 29)

 

 

 

 

 

Bundesagentur. Ohne ausländische Beschäftigte geht es nicht mehr

 

In vielen Branchen und Betrieben geht es längst nicht mehr ohne ausländische Fachkräfte. Auch Schutzsuchende werden immer wichtiger für den Arbeitsmarkt. Die Zahlen zeigen klare Trends.

Zuwanderer spielen auf dem deutschen Arbeitsmarkt eine immer größere Rolle. Das Beschäftigungswachstum der vergangenen Jahre wurde laut der Bundesagentur für Arbeit (BA) nur noch durch Ausländerinnen und Ausländer getragen, wie aus einer Zusammenstellung anlässlich der Konferenz „Migration und Arbeit“ hervorgeht.

Während es immer weniger Beschäftigte mit deutscher Staatsangehörigkeit gebe, wüchsen die Anteile bei Arbeitnehmerinnen und Arbeitnehmern mit ausländischem Pass, heißt es in dem BA-Papier. Die Zahl der sozialversicherungspflichtig Beschäftigten mit deutscher Staatsangehörigkeit sinkt vor allem wegen der alternden Gesellschaft.

„Der arbeitslose Schweißer ersetzt nicht die fehlende Pflegerin“

Entsprechend warb Bundesarbeitsministerin Bärbel Bas (SPD) bei der Konferenz in Berlin für die Zuwanderung ausländischer Fachkräfte. Die Wirtschaft benötige „Menschen, die neue Ideen entwickeln, den Bagger fahren oder in der Produktion arbeiten“. In vielen Branchen und Regionen seien gute Leute bereits heute Mangelware. „Selbst wenn wir alle inländischen Fachkräftepotenziale heben, wird das nicht genügen.“

Als Konsequenz macht sich Bas dafür stark, Fachkräften aus Nicht-EU-Staaten frühzeitig den Weg zu ebnen. Deutschland stehe nämlich im harten internationalen Wettbewerb mit anderen Staaten, die ähnliche demografische Probleme haben. Einen Widerspruch zwischen der Anwerbung ausländischer Arbeitskräfte und der Zahl von knapp drei Millionen Arbeitslosen sieht die Ministerin nicht: „Der arbeitslose Schweißer in Kiel ersetzt eben nicht ohne weiteres die Pflegefachkraft in Konstanz.“

Anteil der Ausländer wächst

Laut Bundesagentur hatte im Jahr 2015 knapp jeder zehnte Beschäftigte eine andere als die deutsche Staatsangehörigkeit. Aktuell liege der Anteil bei 17 Prozent, also mittlerweile jeder sechste Beschäftigte. Dabei verschieben sich die Herkunftsregionen, wie die Behörde feststellt.

Über viele Jahre hätten vor allem Beschäftigte aus der EU zum Beschäftigungsplus beigetragen. Seit 2024 aber sinken die Zahlen demnach: Übten 2023 noch 2,57 Millionen Arbeitnehmende aus der EU eine Beschäftigung in Deutschland aus, lag die Zahl zuletzt 30.000 darunter. Im selben Zeitraum stieg die Zahl der Beschäftigten aus Drittstaaten laut der Bundesagentur von 2,74 Millionen auf 3,29 Millionen an. Die Gründe für die Menschen sind dabei Erwerbsmigration oder Flucht und Vertreibung.

Weniger Deutsche – mehr Ausländer

Mittlerweile sind laut BA 1,2 Millionen Menschen aus den acht Asylherkunftsländern und mit ukrainischer Staatsangehörigkeit hierzulande beschäftigt, gut eine Million in sozialversicherungspflichtiger Beschäftigung.

Die Zahl der sozialversicherungspflichtig Beschäftigten mit deutscher Staatsangehörigkeit sinkt seit 2023, vor allem wegen der alternden Gesellschaft. Gingen 2022 laut BA noch 29,5 Millionen Deutsche einer Beschäftigung nach, sank die Zahl vergangenes Jahr auf 29,0 Millionen.

„Weniger Zuwanderung – weniger Wohlstand“

Die Bundesagentur fordert deshalb „klare Akzente“ bei der Arbeitsmarktintegration Geflüchteter und der Erwerbsmigration aus Drittstaaten. So spricht sich etwa Vanessa Ahuja vom BA-Vorstand für verbesserte Rahmenbedingungen aus, damit auch qualifizierte Fachkräfte im Land bleiben. „Wer nach Deutschland kommt, will hier arbeiten – aber auch sicher leben und dazugehören“, sagte Ahuja der Deutschen Presse-Agentur.

Ihr Vorstandskollege Daniel Terzenbach unterstrich: „Zuwanderung ist eine notwendige Voraussetzung für die wirtschaftliche Leistungsfähigkeit und die soziale Stabilität unseres Landes.“ Keine Zuwanderung bedeute weniger Wohlstand. „Vor dieser Realität kann man nicht weglaufen.“

Menschen mit Einwanderungsgeschichte häufiger überqualifiziert

Nach neuesten Zahlen des Statistischen Bundesamtes sind in Deutschland allerdings viele Beschäftigte für ihren Job überqualifiziert – und Menschen mit Migrationshintergrund sind besonders häufig davon betroffen: Von den Beschäftigten, die aus Zuwandererfamilien stammen, gaben 18 Prozent an, einen höheren Bildungsabschluss zu haben als für ihre Tätigkeit erforderlich.

(dpa/mig 28)

 

 

 

 

 

Mehrheit setzt auf Demokratie: Deutsche vertrauen demokratischen Regierungen mehr als Autokratien

 

Hamburg – Die liberale Weltordnung steht unter Druck, autoritäre Staaten gewinnen zunehmend an Macht. Doch wer löst die Probleme von morgen besser – demokratische oder autokratische Regierungen? Laut einer aktuellen Ipsos-Umfrage setzt die Mehrheit der deutschen Wahlbevölkerung auf die Demokratie als das zukunftsfähigere Modell. Über Parteigrenzen hinweg überwiegt das Zutrauen in demokratische Lösungen, zugleich bleibt ein beträchtlicher Anteil unentschlossen.

 

Demokratie bleibt das bevorzugte Zukunftsmodell – parteiübergreifend

Mehr als die Hälfte der Bundesbürger (55 %) ist der Ansicht, dass demokratische Regierungen die Probleme der Zukunft besser lösen können als autokratische Regierungen. Lediglich 9 Prozent sehen Autokratien im Vorteil, 28 Prozent sind unentschlossen.

Über alle Parteigrenzen hinweg überwiegt die Einschätzung, dass demokratische Regierungen eher in der Lage sind, zukünftige Probleme zu lösen. Die Stärke des Zuspruchs variiert jedoch deutlich zwischen den Parteien. Am größten ist das Vertrauen in die Problemlösungskompetenz demokratischer Regierungen bei den Anhängern von CDU/CSU, SPD, Grünen und Linken: 68 Prozent der Unions- und 72 Prozent der SPD-Wähler halten Demokratien für zukunftsfähiger als Autokratien. Auch bei Grünen (75 %) und Linken (72 %) überwiegt der Zuspruch deutlich. In allen vier Lagern ist der Anteil der Skeptiker sehr gering und bewegt sich zwischen 0 (Grüne) und 5 Prozent (SPD).

Unter den Anhängern von AfD und BSW ist das Verhältnis von Zustimmung und Ablehnung ausgeglichener. Zwar liegt in beiden Wählerschaften die Auffassung vorn, dass demokratische Regierungen die Probleme der Zukunft besser lösen können, aber nicht so deutlich wie bei anderen Parteien: Von der AfD-Wählerschaft entfallen 34 Prozent auf Demokratie-Befürworter und 23 Prozent auf Skeptiker, beim BSW sind es 29 bzw. 20 Prozent – die geringste Differenz im Parteienvergleich. Zugleich ist die Unentschlossenheit bei beiden Parteien überdurchschnittlich hoch: Ein Drittel der AfD-Anhänger (34 %) kann sich nicht entscheiden, beim BSW bildet die Gruppe der Unentschlossenen mit 44 Prozent sogar mit Abstand die größte Gruppe.

Höhere Zustimmung im Westen, Ostdeutsche öfter unentschlossen

Zwischen West- und Ostdeutschen zeigen sich nur moderate Unterschiede: In Westdeutschland stimmt eine Mehrheit von 56 Prozent der Aussage zu, dass demokratische Regierungen die Probleme der Zukunft besser lösen können als autokratische. Im Osten liegt dieser Anteil bei 48 Prozent. In beiden Regionen ist der Anteil derjenigen, die dieser Aussage nicht zustimmen, nahezu gleich groß (9 % im Westen, 10 % im Osten). Deutlich größer ist in Ostdeutschland hingegen die Gruppe der Unentschlossenen – 33 Prozent gegenüber 27 Prozent im Westen.

Bildung stärkt das Demokratievertrauen

Über alle Bildungsstufen hinweg herrscht breite Zustimmung darüber, dass demokratische Regierungen die Probleme der Zukunft besser lösen können als Autokratien. Mit steigendem Bildungsgrad wächst jedoch das Vertrauen. Die meisten Befürworter gibt es unter Personen mit hoher Bildung (64 %), die meisten ablehnenden Stimmen unter Befragten mit niedrigem Abschluss (17 % ggü. 7 % bei hoher Bildung). Befragte mit mittlerem Abschluss sind zugleich am häufigsten unentschlossen. Ipsos 27

 

 

 

 

Söder lehnt AfD-Idee einer Abschiebe-Polizei à la Trump ab

 

Die bayerische AfD hätte gerne so etwas wie die umstrittene US-Polizeieinheit ICE auch für Deutschland. CSU-Chef Markus Söder findet dafür klare Worte.

CSU-Chef Markus Söder hat die AfD-Forderung scharf zurückgewiesen, hierzulande eine ähnliche Polizeieinheit einzuführen wie die umstrittene US-Einwanderungsbehörde ICE. Methoden wie die der ICE werde es in Bayern und Deutschland nicht geben, sagte der bayerische Ministerpräsident nach einer CSU-Vorstandssitzung in München. „Das ist ein typischer Fall, wie die AfD sich vorstellt, das Land selbst zu verunsichern und kaputtzumachen.“

Die AfD-Landtagsfraktion hatte zuletzt die Schaffung einer speziellen Asyl-, Fahndungs- und Abschiebegruppe der bayerischen Polizei gefordert. Fraktionschefin Katrin Ebner-Steiner hatte nach einer Fraktionsklausur erläutert, dass diese Einheit durchaus Parallelen zur US-Behörde ICE haben solle.

Zorn auf ICE in den USA wächst

Nach zwei tödlichen Einsätzen von US-Bundesbeamten innerhalb kurzer Zeit wächst auch in den USA die Wut auf die Behörde sowie auf US-Präsident Donald Trump und dessen rigorose Abschiebepolitik.

Am Samstagmorgen war der weiße US-Bürger Alex Pretti durch Schüsse von Bundesbeamten in Minneapolis im US-Bundesstaat Minnesota ums Leben gekommen. Die US-Regierung stellt die tödlichen Schüsse als Selbstverteidigung dar, Videomaterial im Netz von der Szene erweckt allerdings einen anderen Eindruck. Anfang Januar war die US-Bürgerin Renée Good in derselben Stadt von einem ICE-Beamten erschossen worden.

SPD: AfD-Idee ist menschenverachtend

Auch der parlamentarische Geschäftsführer der SPD-Bundestagsfraktion, Dirk Wiese, wies die AfD-Idee als „menschenverachtend und demokratiefeindlich“ zurück. „Während die Welt mit Schrecken auf die hemmungslose Gewalt der US-Einwanderungsbehörde ICE in Minneapolis und in anderen Bundesstaaten schaut und sich fragt, wie die Rechtsstaatlichkeit hier so missachtet werden kann, sieht die AfD Bayerns ICE allen Ernstes als Vorbild für eine künftige nationale ‚Abschiebepolizei’“, sagte er der Mediengruppe Bayern. „Das außer Kontrolle geratene Vorgehen einer ICE will niemand auf Deutschlands Straßen.“

Bayerische AfD verschärfte Rechtsaußen-Kurs

Sechs Wochen vor der Kommunalwahl hat die bayerische AfD damit ihren Rechtsaußen-Kurs zuletzt noch einmal deutlich verschärft. Vor Einbürgerungen soll nach dem Willen der AfD-Landtagsfraktion künftig die Nützlichkeit eines Menschen für Staat und Volkswirtschaft ein entscheidendes Kriterium sein.

„Den deutschen Pass soll es nur noch geben nach einer gelungenen Integration, und diese Personen müssen auch Qualifikationen aufweisen, die unserem Staat nützlich sind“, sagte Ebner-Steiner. Zudem fordert die Landtags-AfD, dass Asylbewerber ihre Unterkünfte abends nicht mehr verlassen dürfen – es solle eine abendliche Ausgangssperre für Asylbewerber geben, sagte sie. (dpa/mig 27)

 

 

 

 

 

Der Geschmack des Ätna

 

Zwei Orangen auf einen Teller zu legen, ist eine einfache Geste. Und doch: Stammt die eine von den Hängen des Ätna und die andere aus dem Westen Siziliens, wird diese Geste zu einer Lektion in Geografie, Geschichte und Identität.

Schälen Sie sie in Ruhe. Die erste, ein Kind von Lava und Höhe, verströmt einen eisenhaltigen, beinahe balsamischen Duft. Die zweite, gewachsen zwischen Meeresbrisen und sonnenbeschienenen Ebenen, ist heller, geradliniger, unmittelbarer. Lassen Sie beliebige Passanten die Spalten kosten: den Eiligen und den, der Zeit hat; den Liebhaber des Süßen und den, der die Säure sucht. In wenigen Sekunden, ohne Karten und ohne große Worte, werden sie den Geschmack Siziliens entdecken.

Denn Sizilien ist nicht eins. Es ist ein terrestrischer Archipel, ein Mosaik aus Mikroklimata und Geschichten. Die Orange vom Ätna trägt im Mund den beißenden Winter und den wärmenden Tag, die nährende Asche und die Kälte, die das Fruchtfleisch rot färbt. Sie ist eine Frucht, die Widerstand gelernt hat, die Zucker und Charakter konzentriert. Die Orange aus dem Westen hingegen erzählt vom langen Sommer, vom ausgebreiteten Licht, von einer Süße, die früh kommt und bleibt. Sie ist offen, großzügig, direkt.

Keine ist besser als die andere. Es gibt eine interessantere Wahrheit: Geschmack als Dokument. In Sizilien begnügt sich das Territorium nicht damit, Kulisse zu sein; es tritt in die Materie ein, formt sie. Herrschaften vergehen, Grenzen verschieben sich, doch Boden, Wind und Wasser schreiben ihre Geschichte weiter in die Früchte. Beim Kosten begreift man, dass Identität keine Fahne ist, sondern eine Schichtung.

Dieses improvisierte Experiment unter den Menschen ist mehr wert als tausend Reden. Es zeigt, dass Unterschiedlichkeit nicht trennt, sondern bereichert. Dass Einheit nicht Gleichförmigkeit ist, sondern Dialog der Aromen. Dass ein Land gerade deshalb stimmig sein kann, weil es plural ist.

Am Ende bleiben auf dem Teller nur Schalen und Saft. Doch wer gekostet hat, nimmt mehr mit: das Bewusstsein, dass man Sizilien auch so erklären kann – mit zwei Orangen und einem Bissen Realität.

Giuseppe Tizza, Düsseldorf, de.it.press

 

 

 

 

 

Am Tropf

 

Europa macht sich durch seine Abhängigkeit von Öl und Gas erpressbar – und wiederholt damit alte Fehler aus der Russlandpolitik. Von Annika Joeres

„Drill, drill, drill!“ – Der Ruf von Donald Trump nach immer mehr Öl und Gas ist nicht nur für den Planeten eine schlechte Nachricht. Seine fossile Energiepolitik bedroht auch Europas Sicherheit. Der US-Präsident will Amerika mit klimaschädlichen Brennstoffen fluten und den Rest der Welt davon abhängig machen. Unter seiner sprunghaften Führung streben die USA an, die globalen Energiemärkte zu beherrschen – nicht nur aus wirtschaftlichem Kalkül, sondern auch aus machtpolitischem Interesse.

Die Entmachtung Maduros, das Schielen nach Grönlands Bodenschätzen, die Drohgebärden gegenüber Verbündeten – all das folgt einer Logik, die älter ist als Trumps Präsidentschaft, aber nie so unverblümt formuliert wurde: Wer die fossilen Ressourcen kontrolliert, diktiert die Regeln. Das Völkerrecht? Ein Hindernis. Die transatlantische Partnerschaft? Verhandelbar. Die Würde anderer Staatschefs? Nebensache.

In den ersten Monaten seiner zweiten Amtszeit hat Trump im eigenen Land alles abgeschafft, was mit Klima- und Umweltschutz zu tun hat – er möchte sogar Satelliten im All verglühen lassen, die Klimadaten sammeln. Windparks werden gestoppt, US-Öl- und -Gaskonzerne hofiert, Umweltstandards für Bohrungen beseitigt. Nun will er auch den Rest der Welt auf seinen Kurs bringen.

Energiepolitik ist Machtpolitik. Lange hatten deutsche Politiker diese Binsenweisheit etwa mit Blick auf Russland nicht verstanden. Der Glaube, den russischen Diktator Wladimir Putin zum Demokraten bekehren und ihn durch ökonomische Interessen in Schach halten zu können, scheiterte. Diese naive Idee vom „Wandel durch Handel“ und angeblich verlässliche Partnerschaften haben Deutschland bereits 2022 eine der größten Energiekrisen seit Ende des Zweiten Weltkriegs eingebracht. Nun sind die Europäer dabei, denselben Fehler noch einmal zu machen. Spätestens jetzt sollten die geopolitischen Ereignisse jedem von uns den Schlaf rauben.

Zwischen der EU und den USA gibt es viele Unterschiede. Energiepolitisch jedoch einen entscheidenden: Die USA verfügen über Öl und Flüssiggas, mit denen sie autark sind und viele Länder beliefern können. Deutschland sowie die meisten der 27 EU-Länder besitzen keine fossilen Rohstoffe und müssen über 90 Prozent importieren. Ohne den stetigen Nachschub an Öl und Gas wäre auch Deutschland kein Exportweltmeister, sondern ein Bauernland.

Für die fehlenden Ressourcen eines Landes trägt niemand die Schuld. Doch dass Deutschland zu wenig Alternativen zu fossilen Energien entwickelt hat, liegt in politischer Verantwortung. Unsere Abhängigkeit von Öl- und Gasimporten zwingt uns, moralische und strategische Bedenken beiseite zu schieben. In jeder Bundestagsdebatte pochen Abgeordnete auf Prinzipien, betonen etwa unsere Pflicht, der ukrainischen Bevölkerung aus Menschlichkeit zu helfen. Sie argumentieren, die Waffenlieferungen an die Ukraine schützten auch Deutschland vor künftigen russischen Angriffen. Doch für Gas und Öl opfern wir Moral und strategisches Denken.

Deutschland und die EU sind in eine Falle getappt, die gerade zuschnappt. Abhängigkeiten werden in dieser neuen Welt – dominiert von Männern wie Trump, Putin oder Xi Jinping – machtpolitisch gnadenlos ausgenutzt. Deutschland und die EU hängen aber weiterhin an Importen, ohne die weder Fabriken oder Autos noch Heizungen funktionieren würden. Damit macht sich Europa erpressbar. Trotzdem dreht sich die Debatte über Sicherheit fast ausschließlich um Aufrüstung, kaum um Energie-Unabhängigkeit.

Eine Erklärung ist, dass Europa darauf hofft, die Ära Trump könnte bald enden. Aber der US-Präsident ist kein Unfall der Geschichte, der bald wieder verschwindet. Seine politische Linie ist gekommen, um zu bleiben: Seine mächtigsten Unterstützer schmieden bereits Pläne für die Zeit nach ihm, mit J. D. Vance als Nachfolger.

Man kann davon ausgehen, dass sich die europäischen Regierungen über die gravierenden Folgen unserer Abhängigkeit im Klaren sind. Es liegen bereits viele warnende Berichte vor. Einer stammt von Mario Draghi, dem früheren Chef der Europäischen Zentralbank. Sicherlich kein radikal linker Denker. In seinem Report über Europas Wettbewerbsfähigkeit schreibt er: Europa laufe Gefahr, zunehmend erpressbar zu werden. Draghi spricht von einer „slow agony“ – einem langsamen Siechtum. Ein Grund dafür seien die 50 Prozent Importe aus Ländern, mit denen Europäer keine strategische Partnerschaft pflegen, die uns also im Zweifel höhere Preise abpressen oder ganz im Stich lassen. „Diese Abhängigkeit kann zur geopolitischen Waffe werden“, heißt es in dem Bericht. Solange die Europäer sich entscheiden, ihre Energie bei einem Old Boys Club aus Öl-Autokraten, Trump-Anhängern und rückwärtsgewandten Wirtschaftsvertretern einzukaufen, sind sie diesen ausgeliefert.

Das sind keine Prognosen, es passiert bereits. Vor vier Jahren drehte Putin den russischen Gashahn zu. Jetzt setzen weitere, einst zuverlässige Geschäftspartner, Europa unter Druck. Ein Weg ist die politische Erpressung: EU-Kommissionspräsidentin von der Leyen musste im vergangenen Jahr zusagen, 750 Milliarden Euro für fossile Brennstoffe aus den USA auszugeben, um Trump bei den Zollverhandlungen zu besänftigen. Vor kurzem dann eine scharfe Bedingung seitens der USA und Katar: Die EU solle ihr auf Klimaziele und Menschenrechte zielendes Lieferkettengesetz schwächen, um weitere LNG-Lieferungen zu bekommen.

Das zeigt: Exportländer können Deutschland jederzeit unter Druck setzen. Ein weiteres mögliches Szenario: Die USA oder Länder des Nahen Ostens drosseln ihre Lieferungen oder erhöhen willkürlich die Preise. Die deutsche Industrie bricht ein, kann ihre Produkte kaum noch auf dem Weltmarkt verkaufen. Viele Bürgerinnen und Bürger müssen schlagartig mehr bezahlen für ihre Tankfüllung und warme Wohnungen, denn die deutschen Gas- und Ölspeicher reichen nur für wenige Wochen. Eine Knappheit bedroht die gesamte Gesellschaft: Es fährt kein Auto, kein Feld wird gedüngt, kein Stahl entsteht. Das ist ein ernstes Sicherheitsproblem – unser Alltag funktioniert nur dank dieser Importe. Ohne sie verschwinden Jobs, drohen Unruhen, Regierungskrisen und echte Not für Geringverdiener.

Abhängigkeit ist Schwäche. Europa sollte es deshalb sehr ernst nehmen, wenn die US-Regierung in ihrer neuen Sicherheitsstrategie schreibt: „Die Wiederherstellung der amerikanischen Energiedominanz ist eine strategische Hauptpriorität.“

Doch die Bundesregierung unter Kanzler Merz scheint die Warnungen zu überhören – ebenso wie deutsche Politiker jahrzehntelang die russische Abhängigkeit kleingeredet haben. Die CDU drängte in Brüssel darauf, das Verkaufsverbot für neue Verbrenner-Autos ab 2035 zu lockern. Dadurch wird die europäische Autoindustrie noch langsamer auf E-Autos umsteigen, die ohne Benzin- und Dieselimporte auskommen. Wirtschaftsministerin Katherina Reiche versucht seit Beginn ihrer Amtszeit, so viele Gaskraftwerke wie möglich zu bauen – als Backup-Kapazitäten für Dunkelflauten –, ohne klimafreundliche Alternativen wie Stromspeicher ausreichend zu berücksichtigen. Wann diese geplanten Gaskraftwerke auf klimafreundlichen Wasserstoff umgestellt werden, ist völlig offen. Gleichzeitig will sie weiterhin Gasheizungen protegieren und schürt die falsche Behauptung eines Wärmepumpenzwangs, den es faktisch so nie gegeben hat. Wie Deutschland mit dieser Politik die Klimaziele erreichen soll, bleibt gänzlich unklar. Dabei stärkt die Einhaltung der Klimaziele unsere Sicherheit, weil sie den Umstieg auf erneuerbare Energien vorantreibt.

Das große politische Missverständnis lautet: Solar- und Windkraft werden, vornehmlich von der Union, aber auch von der AfD und anderen europäischen Rechtspopulisten, als „grünes“ Projekt bezeichnet. Als hätten diese günstigen und heimischen Energiequellen ein Parteibuch. Dabei machen sie uns heute unabhängiger von Erpressungen aus den USA oder dem unsicheren Nahen Osten.

Natürlich werden jetzt viele einwenden: Ja, aber unsere Solarpaneele und Windräder kommen doch aus China! Und das ist richtig. Europa hat in den letzten 30 Jahren zugesehen, wie fast die gesamte Technologie der erneuerbaren Energien nach Asien abwanderte. Dort produzieren chinesische Hersteller extrem günstig. Europäische Firmen melden deshalb seit Jahren reihenweise Insolvenz an. Deshalb müssen wir die Abhängigkeit von China bei Erneuerbaren ernst nehmen: Es geht in den nächsten Jahren nicht nur darum, fossile Brennstoffe möglichst abzuschaffen und die Abhängigkeit von ihnen zu mindern. Genauso wichtig ist es, Deutschland und die EU erneut zum führenden Technologiestandort für Erneuerbare zu machen. Dennoch besteht ein entscheidender Unterschied bei der Abhängigkeit von Erneuerbaren und Fossilen. Gaskraftwerke, Autos sowie Öl- und Gasheizungen brauchen ständig Nachschub an Brennstoffen, ohne diesen bleibt die Technik nutzlos. Die Energiequelle selbst muss also dauerhaft importiert werden, solange das Auto fährt oder das Gaskraftwerk läuft. Diese Abhängigkeit endet nie.

Ein Solarmodul hingegen nutzt die Sonne als Energiequelle – kostenlos und unerschöpflich. Dauernde Importe entfallen. Weder LNG-Schiffe noch Terminals, weder Öltanker noch ein aufwendig verlegtes Netz aus Öl- und Gasleitungen unter unserem Boden sind nötig. Die Abhängigkeit ist einmalig statt immerwährend. Die EU-Länder müssen sich deshalb auf ihre eigenen Ressourcen besinnen. Mit über 65 000 Kilometern Küste, an denen täglich Wind weht, und den täglichen Sonnenstunden in Südeuropa gibt es kostenlose heimische Energiequellen, made in Europe. Man muss sie nur abrufen. Auch wenn Konservative und Rechte gerade das Gegenteil fordern: Der Green Deal der EU-Kommission ist nicht nur dringend nötiger Klimaschutz, sondern ein Stück Patriotismus. Denn nicht erpressbar zu sein, schützt am Ende auch die europäische Demokratie. IPG 27

 

 

 

 

 

Neue Entwicklungspolitik. Deutschland gibt Kampf gegen Fluchtursachen auf

 

Ministerin Alabali Radovan richtet die deutsche Entwicklungspolitik neu aus. Eine Folge: Für das Bekämpfen von Fluchtursachen in Asien und in Lateinamerika fließt kein deutsches Geld mehr.

Das deutsche Entwicklungsministerium wird sich künftig in Asien und in Lateinamerika nicht mehr beim Bekämpfen von Fluchtursachen engagieren. Ministerin Reem Alabali Radovan (SPD) begründete das in einem Interview mit der „Frankfurter Allgemeinen Zeitung“ mit veränderten Prioritäten aufgrund von Etatkürzungen. Bei Krisenprävention und Fluchtursachen werde sich ihr Ministerium konzentrieren auf Deutschlands „erweiterte Nachbarschaft – den Nahen Osten, Nordafrika, den Sahel und das Horn von Afrika“.

„Die Einschnitte sind hart, aber aufgrund der Mittelkürzungen notwendig“, sagte Alabali Radovan. Ihr sei insgesamt wichtig: „Wir steigen aus keinem Partnerland aus.“ Die aktuelle Weltlage zeige mehr denn je, wie wichtig partnerschaftliche Zusammenarbeit sei.

Wie das Ministerium bereits Anfang Januar mitteilte, soll künftig stärker darauf geachtet werden, dass Projekte auch deutschen Interessen dienen. Dazu zählt, dass wirtschaftliche Aspekte mehr Gewicht bekommen könnten – etwa wenn deutsche Unternehmen bei Vorhaben beteiligt sind oder wenn Maßnahmen auf Kooperationen zielen, die Deutschland strategisch oder ökonomisch nützen.

Erwartungen an Deutschland

„Wir werden uns strategisch fokussieren“, sagte die SPD-Politikerin und fügte hinzu: „Wir können nicht überall alles machen – dafür fehlen schlicht die Mittel.“ Aber Deutschland spiele „eine zentrale Rolle in Europa und gemeinsam mit Europa“. Ziel sei es, zusammen mit den Partnern das multilaterale System zu stärken. Deutschland bleibe verlässlicher Partner und stehe zur regelbasierten Weltordnung.

Nach den drastischen Kürzungen der USA im Bereich der humanitären Hilfe und Entwicklungspolitik wird Deutschland nach Einschätzung der Ministerin international stärker wahrgenommen. „Viele Blicke richten sich auf uns. Aber klar ist auch: Wir können den Rückzug der USA nicht kompensieren – weder allein noch als EU“, sagte sie.

An der Neuausrichtung gibt es Kritik. Hilfs- und Entwicklungsorganisationen warnen, eine stärker an Eigeninteressen gekoppelte Förderung könne in Partnerstaaten als Abkehr von gleichberechtigter Zusammenarbeit verstanden werden. Gerade im Globalen Süden werde Deutschlands weiter an Glaubwürdigkeit und Einfluss verlieren. (epd/mig 26)

 

 

 

 

 

EU-Staaten bereiten Abschiebezentren in Drittstaaten vor

 

Fünf EU-Länder wollen Abschiebezentren außerhalb der EU einrichten. Eine Arbeitsgruppe soll noch in diesem Jahr Vereinbarungen mit Drittstaaten auf den Weg bringen. Menschenrechtsorganisationen kritisieren die Pläne. Von Marlene Brey

Fünf EU-Staaten bereiten die Einrichtung von Abschiebezentren in Drittstaaten vor. Bundesinnenminister Alexander Dobrindt (CSU) sagte am Donnerstag nach einem Treffen mit Partnerländern am Rande der EU-Innenministertagung in Nikosia, eine entsprechende Arbeitsgruppe sei eingerichtet worden. Ziel sei es, einen Fahrplan zu entwickeln und noch in diesem Jahr Vereinbarungen mit Drittstaaten zur Errichtung sogenannter Return Hubs abzuschließen.

An der Arbeitsgruppe beteiligen sich nach Angaben Dobrindts Deutschland, Österreich, Dänemark, die Niederlande und Griechenland. Die Initiative könne später auf weitere Mitgliedstaaten ausgeweitet werden. Die EU-Kommission sei eng eingebunden, die politische Verantwortung liege jedoch bei den beteiligten Staaten, betonte der Minister.

Mögliche Standorte noch offen

Zu potenziellen Partnerländern außerhalb der EU machte Dobrindt keine Angaben. Die Auswahl geeigneter Drittstaaten sei Teil der nun beginnenden Planungsphase.

Grundlage für das Vorhaben seien die Beschlüsse zum neuen Gemeinsamen Europäischen Asylsystem (GEAS), sagte Dobrindt. Diese eröffneten die Möglichkeit, „innovative Modelle“ wie Return Hubs umzusetzen. Gemeint sind Abschiebezentren außerhalb der EU, in denen Menschen untergebracht werden sollen, deren Asylantrag als unzulässig gilt – etwa wegen der Einreise über einen sicheren Drittstaat – oder die nach einer rechtskräftigen Ablehnung auf ihre Rückführung warten. Parallel dazu seien auch Asylverfahren in Drittstaaten denkbar, diese stünden jedoch erst in einem späteren Schritt zur Diskussion.

Kritik an den Plänen

Kritik an den Plänen für Return Hubs kommt von Menschenrechtsorganisationen und Flüchtlingshilfswerken. Sie warnen vor einer Auslagerung europäischer Verantwortung auf Drittstaaten, unklaren Haftbedingungen in den Zentren sowie eingeschränktem Rechtsschutz für Betroffene außerhalb der EU.

Luxemburgs Innenminister Léon Gloden stellte bei dem Treffen die freiwillige Rückkehr in den Vordergrund. Luxemburg setze seit über einem Jahr auf entsprechende Programme, die gut funktionierten, sagte er. Betroffene wüssten, dass sie bei der Reintegration im Herkunftsland unterstützt würden – zugleich sei klar, dass bei fehlender Kooperation auch Zwangsmaßnahmen drohten. Das sei ein „ganzheitlicher Ansatz“.

EU-Migrationskommissar Magnus Brunner sprach in Nikosia von einem „guten Jahr“ für das europäische Migrationsmanagement. Die Reform des Asylsystems schreite voran. „Rückführungen bleiben eine zentrale Herausforderung“, sagte der Kommissar. Die Rückführungsquote habe sich 2025 auf 27 Prozent erhöht, von 19 Prozent am Jahresanfang, aber „das ist noch lange nicht genug“. (epd/mig 23)

 

 

 

 

 

 

Kauf dich ein

 

Trumps Friedensrat als Ersatz für die UN? Macht und Milliarden sind noch kein Rezept für nachhaltigen Frieden. Von Herbert Wulf

Im 20-Punkte-Friedensplan für Gaza ist ein Friedensrat vorgesehen, der jetzt installiert werden soll. Aber Trumps Pläne gehen über Gaza hinaus. Der von ihm initiierte Friedensrat soll sich, mit einem umfassenden Mandat ausgestattet, um die Konflikte in der Welt kümmern und eine neue Form des Peacekeeping organisieren. Es existiert bereits der Entwurf einer Charta für den Friedensrat, in dem Gaza nicht explizit genannt wird. Es wurden 60 Regierungen eingeladen, sich zu beteiligen – für jeweils eine Milliarde Dollar Barzahlung. In der Satzung heißt es: „Jeder Mitgliedstaat hat eine Amtszeit von höchstens drei Jahren, die vom Vorsitzenden verlängert werden kann.“ Wer länger Mitglied bleiben will, muss weitere Zahlungen leisten. Vorsitzender des Gremiums wird natürlich Donald Trump.

Geht es nach dem Willen des Weißen Hauses, dann wird dieses US-dominierte Gremium eine Alternative zu den Vereinten Nationen, vielleicht sogar zum UN-Sicherheitsrat. „Dauerhafter Frieden erfordert pragmatisches Urteilsvermögen, vernünftige Lösungen und den Mut, von Ansätzen und Institutionen abzuweichen, die allzu oft gescheitert sind“, heißt es in der Charta. Dies ist eine klare Absage an die Vereinten Nationen. Es sind von Trump nominierte „Vereinte Nationen“, die die Grundsätze der UN-Charta ignorieren. Im Einladungsschreiben zur ersten Sitzung, heißt es im Trump-üblichen vollmundigen Stil: „Dieses Gremium wird einzigartig sein, so etwas hat es noch nie gegeben!“

Es gibt zwar gute Gründe, mit den Friedensbemühungen der Vereinten Nationen unzufrieden zu sein. Peacekeeping ist nicht populär. Viele Länder scheuen, Soldaten und Polizei oder auch finanzielle Ressourcen im Auftrag der Vereinten Nationen einzusetzen. Der UN-Sicherheitsrat blockiert sich wegen des Vetos der fünf Ständigen Mitglieder allzu oft selbst und kommt seinen Verpflichtungen, für Frieden zu sorgen, nicht nach.

Doch kann der neue Friedensrat eine Alternative sein oder wird er gar zur Gegen-UN? Nach den Vorstellungen des amerikanischen Präsidenten, der sich um das Völkerrecht kaum schert, würden künftig finanziell mächtige Staaten entscheiden, wo im Namen des Friedens interveniert wird. Wie so oft in Konflikten hegen mächtige Nationen die Illusion, sie könnten die Bedingungen für Friedensabkommen diktieren. Problematisch ist das Konzept des Friedensrates, weil die mühsam nach dem Zweiten Weltkrieg etablierte Friedensordnung mit der Souveränität der Völker ignoriert wird. Zwar wurde die regelbasierte Weltordnung auch früher schon verletzt, aber dieser beklagenswerte Zustand würde mit diesem Trump’schen Rat zum Normalfall. Maßgebend für künftige Friedensmissionen wäre ein Gremium, dass ganz auf seinen Vorsitzenden zugeschnitten ist und sich an pekuniären Vorgaben orientiert.

Bislang reagieren die eingeladenen Regierungen zurückhaltend. Nur Viktor Orbán, Ungarns Regierungschef und Trump-Fan, hat die Einladung bereits angenommen. Trump meint es ernst mit der Etablierung des Friedensrates und drohte Frankreich mit Zöllen von 200 Prozent auf Champagner und Wein, weil Präsident Macron eine Mitgliedschaft im Friedensrat ablehnte. Abgesehen von dem völkerrechtlich problematischen Versuch, die UN zu marginalisieren und die globale Friedenspolitik zu personalisieren, stellt sich die Frage, was Trump dazu qualifiziert, eine derartig zentrale Rolle in Fragen von Kriegen, Konflikten und deren Beilegung zu fordern. Hinlänglich bekannt ist, dass Trump nach seiner eigenen Einschätzung der Friedensnobelpreis zusteht. Auch behauptet er, bereits acht Kriege beendet zu haben. Was aber hat Trump tatsächlich in Sachen Frieden geleistet? Schauen wir uns einige der Kriege und Konflikte genauer an.

Ende September 2025 legte der US-Präsident seinen Nahost-Friedensplan vor. Durch Druck auf Israel und die Hamas ist es Trump gelungen, Bewegung in die festgefahrene Lage der letzten zwei Jahre zu bringen. Doch der Plan kommt nicht recht voran, weil er von den unmittelbaren Konfliktparteien nicht gänzlich akzeptiert wird. Ein Waffenstillstand erfordert ebenso wie ein nachhaltiger Frieden die Einbeziehung der Kontrahenten des Konflikts. Der Gaza-Friedensplan ist aber weitgehend ohne den Einbezug der Palästinenser entstanden. Viele Palästinenser sehen in dem Plan eine Fortsetzung der Besatzung. Hastig erzwungene Waffenstillstände schaffen selten dauerhafte Lösungen. Viele Fragen bleiben offen: Wird die Entwaffnung der Hamas gelingen? Ziehen sich Israels Truppen zurück? Wer übernimmt Polizei- und Sicherheitsaufgaben? Obwohl es bei der Umsetzung der ersten Phase hakt, beginnt jetzt der neue Friedensrat bereits mit der zweiten Phase. Ob der Gaza-Friedensrat in dieser vertrackten Lage mehr erreichen kann als die Vereinten Nationen in den vergangenen Jahrzehnten, bleibt abzuwarten. Ob die Trump’sche Vorgehensweise zu einem gerechten und nachhaltigen Frieden führt, bleibt fraglich.

Die Verhandlungen über eine Beendigung des Ukrainekrieges sind derzeit in den Hintergrund gedrängt. Sämtliche Ultimaten Trumps hat Wladimir Putin verstreichen lassen. Der 28-Punkte-Plan vom November 2025, der eher einer Kapitulationserklärung der Ukraine als einem Friedensplan glich, ist verändert worden, um ukrainische und europäische Interessen zu berücksichtigen. Von einer Beendigung des Konflikts kann keine Rede sein. Offensichtlich unvereinbare Standpunkte zwischen den Hauptkontrahenten, Russland und der Ukraine, wie territoriale Fragen und Sicherheitsgarantien für die Ukraine, stehen sich weiterhin gegenüber. Friedensverhandlungen gelingen am ehesten, so lehrt die Erfahrung der Konfliktmediation, wenn beide Seiten erkannt haben, dass ein militärischer Sieg nicht möglich ist. Der Konflikt muss „reif“ sein für Verhandlungen. Diese Grunderkenntnis hat der US-Präsident bei seinen Plänen der schnellen Beendigung des Ukrainekrieges nicht berücksichtigt. Auch in diesem Konflikt sind die Vereinten Nationen weitgehend marginalisiert, weil der UN-Sicherheitsrat nicht handlungsfähig ist. Auch der amerikanische Präsident hat, trotz gegenteiliger Ankündigung, bislang keinen gangbaren Weg zur Beendigung des Krieges gefunden. Ob ein speziell auf Trump zugeschnittener Friedensrat bessere Ergebnisse erzielen würde, bleibt offen.

Ein Musterbeispiel für überschätzte Erwartungen an eine personalisierte Friedenspolitik, wie Donald Trump sie gerne pflegt, sind seine gescheiterten Versuche der Gipfeltreffen mit Kim Jong-un, dem nordkoreanischen Diktator. Ziel verschiedener Gipfeltreffen war die Denuklearisierung der koreanischen Halbinsel und die Aufhebung der Wirtschaftssanktionen. Die Verhandlungen scheiterten. Nordkorea ignoriert UN-Verbote für Atom- und Raketentests und lässt sich auch nicht von Trumps Drohung einschüchtern, das Land mit „Zorn und Feuer“ zu vernichten. Durch enge Beziehungen zu Russland und China hat das Regime an Einfluss gewonnen. Nordkorea betrachtet sein Atomprogramm als existenzielle Absicherung, baut es weiter aus und verhandelt nicht. Auch ein geldmächtiger Friedensrat dürfte daran wenig ändern.

Konflikte pragmatisch befrieden zu wollen, Mut für vernünftige Lösungen aufzubringen und verkrustete Institutionen abzulösen, wenn sie ihre Aufgaben nicht erfüllen, sind begrüßenswerte Anliegen. Kritik an der unzureichenden Friedenspolitik der Vereinten Nationen ist berechtigt. Doch warum sind den Vereinten Nationen oftmals die Hände gebunden? Finanzielle Engpässe und Bürokratie sind nicht die Hauptgründe. Ursache für die Lähmung der Organisation sind vor allem die globalen Gegensätze, die sich in vielen Konflikten widerspiegeln, sowie die Konkurrenz der Großmächte, die sich im Sicherheitsrat blockieren. Diese Gegensätze werden durch die Schaffung eines neuen, US-geführten Friedensrates nicht beseitigt. Im Gegenteil, ein Friedensrat mit dem amerikanischen Präsidenten an der Spitze, ist in der Friedenspolitik strukturell zum Scheitern verurteilt, weil dieser Rat nicht als unparteiisch angesehen wird. Neutrale und unparteiische Dritte, die dem Völkerrecht verpflichtet sind, können jedoch als Moderator in Konflikten vertrauensbildend wirken. Trump ist und will nicht unparteiisch sein; er bestimmt, wo es langgeht.

Die bisherige Bilanz des amerikanischen Präsidenten in seinem Bemühen um Frieden in der Welt ist wenig überzeugend. Seine unverhohlene Missachtung des Völkerrechts, wie jüngst in Venezuela und Grönland, ist nicht nur besorgniserregend. Er ist damit disqualifiziert, einem Gremium vorzustehen, das laut seiner Satzung „zur Förderung der Stabilität, zur Wiederherstellung einer verlässlichen und rechtmäßigen Regierungsführung und zur Sicherung eines dauerhaften Friedens in von Konflikten betroffenen oder bedrohten Gebieten“ beitragen und Friedensmaßnahmen im Einklang mit dem Völkerrecht durchführen soll. Donald Trumps erratisches Vorgehen – begleitet von Machtdemonstrationen, Drohungen, Erpressungen – und seine Militäraktionen wie im Iran, gegen die Huthis im Jemen oder in der Karibik bieten keine gute Grundlage für dauerhafte Friedensabschlüsse. Vielmehr stellt seine Spektakelpolitik die gesamte internationale Ordnung infrage. Der von ihm geleitete Friedensrat kann keine Alternative zu den Vereinten Nationen sein. IPG 22

 

 

 

 

 

EU-Kommission legt neue Strategie gegen Rassismus vor

 

Die EU will Diskriminierung im Alltag entschlossener bekämpfen – in Schule, Job und bei der Wohnungssuche. Im Kern geht es um härtere Durchsetzung bestehenden Rechts, besseren Opferschutz und Regeln gegen Hass im Netz.

Die Europäische Kommission hat für die Jahre 2026 bis 2030 eine Strategie gegen Rassismus verabschiedet. „Heute geben wir allen Europäerinnen und Europäern ein Versprechen: dass Gesetze konsequent durchgesetzt, Strukturen verbessert werden und kein Kind jemals hören muss, etwas sei nicht möglich – nur aufgrund seiner Herkunft“, erklärte die EU-Kommissarin für Gleichstellung, Hadja Lahbib, am Dienstag im EU-Parlament in Straßburg. Es sei die erste Strategie dieser Art.

Hintergrund ist, dass laut der jüngsten Eurobarometer-Umfrage fast zwei Drittel der EU-Bürgerinnen und -Bürger rassistische Diskriminierung weiterhin als weit verbreitetes Problem wahrnehmen.

Kern der Strategie sei eine stärkere Umsetzung und Kontrolle der bestehenden EU-Antidiskriminierungsgesetze, insbesondere der Gleichbehandlungsrichtlinie von 2000. Zudem wolle die Kommission den Kampf gegen Hassrede und Hasskriminalität verstärken und die Rechte der Betroffenen sichern, erklärte Lahbib.

Schwerpunkte liegen demnach auf mehr Chancengleichheit in Bildung, Beschäftigung, Wohnen und Gesundheitsversorgung. Geplant sind unter anderem eine EU-weite Gleichstellungskampagne sowie zusätzliche Unterstützung für zivilgesellschaftliche Organisationen.

Mehr Druck, strengere Sanktionen

Im Strategiepapier kündigt die Kommission an, die Anwendung der einschlägigen Richtlinie genauer zu prüfen. In einem Bericht, der 2026 erscheinen soll, will sie Umsetzungs- und Vollzugslücken in den Mitgliedstaaten sichtbar machen – und daraus ableiten, ob nationale Sanktionsregeln „nachgeschärft“ werden müssen. Ziel: Diskriminierung soll nicht folgenlos bleiben.

Bei Hasskriminalität und Hassrede etwa setzt die Kommission auf zwei Schienen: Strafverfolgung und besseren Schutz der Betroffenen. Sie verweist darauf, dass Vorfälle häufig nicht angezeigt würden. Deshalb sollen Mitgliedstaaten ihre Datenerfassung verbessern und die Ausbildung von Polizei und Justiz ausbauen – ausdrücklich auch mit Blick auf rassistische Vorurteile.

Auch das Internet rückt stärker in den Fokus: Weil ein EU-Vorhaben, Hasskriminalität und Hassrede als „EU-Straftaten“ zu definieren, politisch nicht vorankomme, prüft die Kommission eine andere Gesetzesinitiative. Sie könnte über bestehende EU-Rechtsgrundlagen zu schweren Straftaten ansetzen, um Definitionen von Online-Hassdelikten stärker zu vereinheitlichen – bei gleichzeitiger Beachtung der Meinungsfreiheit.

Auch der Digital Services Act (DSA) spielt eine Rolle: Große Online-Dienste müssen demnach gegen illegale Inhalte vorgehen und Risiken bewerten. Die Kommission kündigt an, die Regeln weiter zu überwachen und den freiwilligen „Code of Conduct“ gegen illegale Hassrede online (Code of Conduct+) in der Umsetzung eng zu begleiten.

Struktureller Rassismus: gemeinsame Arbeitsdefinition

Die Kommission greift in der Strategie ausdrücklich den Begriff „struktureller Rassismus“ auf. Gemeint sind nicht nur einzelne Vorfälle, sondern Muster, die sich über Jahre verfestigen – und über Generationen Chancen verbauen. Um hier vergleichbarer zu arbeiten, will die Kommission in einer Expertengruppe der Mitgliedstaaten die Entwicklung einer gemeinsamen Arbeitsdefinition unterstützen.

Zur Begründung nennt das Papier Beispiele, wie stark sich Benachteiligung in Lebenslagen niederschlägt: Bestimmte Bevölkerungsgruppen wie die Roma hätten demnach eine um bis zu 8 Jahre geringere Lebenserwartung als die Gesamtbevölkerung. Bei Menschen afrikanischer Herkunft seien zwar 71 Prozent in bezahlter Arbeit – zugleich seien 46 Prozent für ihre Tätigkeit überqualifiziert. Und muslimische Haushalte seien dreimal so häufig von Armut betroffen (19 Prozent) wie Haushalte in der Gesamtbevölkerung (6 Prozent).

Alltagsschauplätze: Job, Wohnung, Gesundheit

Dass Rassismus sich im Alltag niederschlägt, zeigt die Kommission mit mehreren Kennzahlen: In der Eurobarometer-Erhebung nennen 39 Prozent die Hautfarbe und 34 Prozent die ethnische Herkunft als zentrale Gründe, warum Bewerberinnen und Bewerber auf dem Arbeitsmarkt benachteiligt werden.

Beim Wohnen verweist das Papier auf besonders prekäre Bedingungen: 40 Prozent der Musliminnen und Muslime in der EU lebten in überbelegten Wohnungen – mehr als doppelt so häufig wie die Gesamtbevölkerung (17 Prozent). Der Kommission zufolge soll deshalb eine Studie zur Diskriminierung im Wohnungsbereich erarbeiten, welche Risiken und Gegenmaßnahmen sich aus nationalen und lokalen Erfahrungen ableiten lassen. Außerdem kündigt sie eine Empfehlung der EU-Staaten zur Bekämpfung von Wohnungsausschluss an.

In der Gesundheitsversorgung will die Kommission Mitgliedstaaten dabei unterstützen, rassistische Verzerrungen in Behandlung und Versorgung abzubauen – auch, indem Daten zur gesundheitlichen Ungleichheit besser erfasst werden.

KI und algorithmische Diskriminierung, Polizei und Behörden

Neu ist auch der Blick auf digitale Systeme: Wenn Software über Kredit, Job-Vorauswahl oder Risiko-Einstufungen entscheidet, können sich Vorurteile im Datensatz fortsetzen. Die Kommission kündigt an, dass der Bericht 2026 zur Gleichbehandlungsrichtlinie ausdrücklich auch Fälle „algorithmischer Diskriminierung“ untersuchen soll. Parallel will sie die Umsetzung des EU-KI-Gesetzes (AI Act) mit Leitlinien und Hilfen begleiten, um rassistische Verzerrungen in Hochrisiko-Systemen zu verhindern.

Ein weiterer Baustein betrifft Institutionen – besonders Polizei und Verwaltung. Die Kommission verweist auf Berichte der EU-Grundrechteagentur (FRA), wonach rassistische Probleme in der Polizeiarbeit unter anderem diskriminierendes Profiling, rassistische Kommunikation und übermäßige Gewalt umfassen können. Als Reaktion will die Kommission ein Kompendium guter Praxis zusammenstellen, das Mitgliedstaaten helfen soll, diskriminierende Kontrollmuster zu verhindern. (epd/mig 22)

 

 

 

 

 

 

Mercosur Abkommen von zentraler Bedeutung

 

Straßburg - Das Europäische Parlament hat heute einen

Aufschub der Ratifizierung des EU-Mercosur-Abkommens herbeigeführt. Die

Präsidentin der überparteilichen Europa-Union Deutschland, Andrea Wechsler,

und die Vizepräsidentin Gaby Bischoff, beide Mitglieder des Europäischen

Parlaments, haben gegen diese Entschließungen gestimmt.

 

Beide sind überzeugt, dass das Mercosur-Abkommen für Europas wirtschaftliche und strategische Zukunft von zentraler Bedeutung ist. "Europa braucht verlässliche Handelspartner, die sich zu einer regelbasierten

internationalen Ordnung bekennen", erklärt Andrea Wechsler. "Mercosur steht

genau dafür - und ist deshalb wichtig für Europas Handlungsfähigkeit und

strategische Autonomie."

Kritisch sehen Wechsler und Bischoff insbesondere den Zeitpunkt und die

institutionelle Wirkung der Abstimmung. "Dass das Parlament ausgerechnet

während des Weltwirtschaftsforums in Davos ein solches Signal setzt, ist

problematisch", so Gaby Bischoff. "Dort steht ein US-Präsident im Fokus, der

Bündnispartner und internationale Institutionen bedroht. In dieser Lage hat

das Parlament sich zunächst selbst aus dem Spiel genommen."

Zugleich betont Wechsler, dass die Entscheidung nicht aus Gründen der

Rechtsstaatlichkeit notwendig gewesen sei. "Das Europäische Parlament hat

über Jahrzehnte dafür gekämpft, bei internationalen Abkommen echte

Mitentscheidungs- und Kontrollrechte zu erhalten", sagt sie. "Diese Rechte

bestehen fort. Auch nachgelagert ist eine rechtliche Überprüfung möglich.

Wer sie dennoch relativiert, schwächt das Parlament selbst - und das ist das

falsche Signal."

Mercosur stehe dem aktuellen globalen Druck bewusst entgegen. "Während

andernorts mit Machtpolitik und Drohungen gearbeitet wird, setzt Mercosur

auf Regeln und Verlässlichkeit", so Bischoff. "Gerade in einer Phase

wachsender geopolitischer Unsicherheit braucht Europa Partner, die sich

langfristig binden wollen." E-U D 21

 

 

 

 

 

Knapp 30 Prozent der Schüler haben Einwanderungsgeschichte

 

Fast ein Drittel der deutschen Schülerinnen und Schüler hat ausländische Wurzeln. Der Deutsche Lehrerverband und die Gewerkschaft GEW fordern höhere Investitionen in Schulen und frühkindliche Bildung. Von Susanne Rochholz und Jürgen Prause

In Deutschland hat ein knappes Drittel der Schülerinnen und Schüler eine Einwanderungsgeschichte. Im Jahr 2024 betrug ihr Anteil 29 Prozent und damit drei Prozentpunkte mehr als im Durchschnitt der gesamten Bevölkerung, wie das Statistische Bundesamt am Dienstag in Wiesbaden mitteilte. Der Deutsche Lehrerverband forderte Bund und Länder dazu auf, Schulen beim Umgang damit besser zu unterstützen.

„Kinder, die früh gut Deutsch lernen, haben einen besseren Start in ihre Schullaufbahn und später deutlich bessere Bildungschancen“, sagte der Präsident des Deutschen Lehrerverbands, Stefan Düll, der „Rheinischen Post“. Auf Seiten der Länder sei entscheidend, dass sie in die frühkindliche Sprachförderung sowie in verbindliche, qualitativ hochwertige Sprachstands-Tests bereits vor der Einschulung investieren.

GEW: Mehr in Schulen und frühkindliche Bildung investieren

Die Gewerkschaft Erziehung und Wissenschaft (GEW) forderte, dass Kinder mit Einwanderungshintergrund in Schulen und Kitas bestmöglich integriert werden. „In die frühkindliche Bildung und in die Schulen muss mehr Geld fließen, um die materiellen und personellen Ressourcen zu verbessern“, sagte Anja Bensinger-Stolze, GEW-Vorstandsmitglied Schule, der Zeitung.

Von den Lehrkräften hatten nach Angaben der Statistiker elf Prozent im Jahr 2024 eine Einwanderungsgeschichte. Eine Person hat nach der maßgeblichen Definition eine Einwanderungsgeschichte, wenn sie selbst oder beide Elternteile seit dem Jahr 1950 nach Deutschland gezogen sind.

Bei zusätzlichen zwölf Prozent der Schülerschaft war der Mitteilung zufolge nur ein Elternteil nach Deutschland zugewandert, gut die Hälfte (59 Prozent) hatte keine Einwanderungsgeschichte. Unter den Lehrkräften hatten noch einmal fünf Prozent nur einen eingewanderten Elternteil und 84 Prozent gar keine Einwanderungsgeschichte.

Schulgemeinden sind internationaler geworden

Innerhalb von fünf Jahren seien die Schulgemeinden internationaler geworden, hieß es von der Statistikbehörde: 2019 hätten noch 26 Prozent der Schülerinnen und Schüler an allgemeinbildenden Schulen eine Einwanderungsgeschichte, 3 Prozentpunkte weniger als der jüngste verfügbare Wert aus dem Jahr 2024. Unter den Lehrkräften lag der Anteil der Personen mit Einwanderungsgeschichte 2019 bei 9 Prozent und war somit um 2 Prozentpunkte geringer als 2024. Zu den Herkunftsländern machte das Bundesamt keine Angaben. (epd/mig 21)

 

 

 

 

 

Vatikan: Verbrechen gegen die Menschlichkeit wirksam bekämpfen

 

Mehr als acht Jahrzehnte nach dem Zweiten Weltkrieg fehlt es noch immer an wirksamen internationalen Instrumenten zur Ahndung und Prävention von Verbrechen gegen die Menschlichkeit. Vor den Vereinten Nationen in New York mahnte Vatikan-Diplomat Gabriele Caccia eindringlich zu rechtlicher Klarheit, staatlicher Verantwortung und entschlossener internationaler Zusammenarbeit. Silvia Kritzenberger

Im Rahmen der ersten Sitzung des Vorbereitungskomitees für die UN-Konferenz zur Prävention und Ahndung von Verbrechen gegen die Menschlichkeit hat der Ständige Beobachter des Heiligen Stuhls, Erzbischof Gabriele Caccia, am Montag die anhaltende Aktualität dieses Themas unterstrichen. Trotz bestehender völkergewohnheitsrechtlicher Verbote würden schwere Menschenrechtsverletzungen weltweit fortbestehen, wenn nicht sogar zunehmen.

Schon 1953 habe Papst Pius XII. angesichts der Gräueltaten des Zweiten Weltkriegs internationale Abkommen gefordert, „die wirksamen Schutz gewährleisten, die zu ahndenden Verbrechen klar benennen und ihre Tatbestandsmerkmale mit juristischer Präzision bestimmen“ (Ansprache an die Teilnehmer des 6. Kongresses für internationales Strafrecht, 3. Oktober 1953). Diese Mahnung sei auch heute noch uneingeschränkt gültig, so Caccia.

„Besonders Frauen und Kinder, sowie Angehörige ethnischer und religiöser Minderheiten werden auch weiter Opfer von Verfolgung und Gewalt“

Der Erzbischof verwies darauf, dass besonders Frauen, Kinder und Angehörige ethnischer und religiöser Minderheiten auch weiter Opfer von Verfolgung und Gewalt würden. Das Fehlen kollektiver Antworten verletze – wie er betonte – nicht nur die Menschenwürde der Betroffenen, sondern auch „das moralische Gewissen der Menschheit“.

Zentral sei dabei nicht die Frage, ob Verbrechen gegen die Menschlichkeit verboten seien – dies sei im Völkergewohnheitsrecht längst anerkannt –, sondern wie ihre Prävention und Ahndung wirksam gestaltet werden könne. Ein künftiger Rechtsrahmen müsse auf dem bestehenden Recht aufbauen, um „die Rechtskohärenz zu bewahren, das Vertrauen zwischen den Staaten zu fördern und einen möglichst breiten Konsens zu ermöglichen“.

In diesem Zusammenhang zitierte der Erzbischof Papst Leo XIV. wie folgt: „Um miteinander in Dialog zu treten, muss man sich über die Worte und die Konzepte, die sie repräsentieren, verständigen. Die Bedeutung der Worte wiederzuentdecken, ist möglicherweise eine der wichtigsten Herausforderungen unserer Zeit“ (9. Januar 2026, Ansprache beim Neujahrsempfang für das am Heiligen Stuhl akkreditierte Diplomatische Korps).

Die Hauptverantwortung bei der Verhinderung und Verfolgung solcher Verbrechen liege bei den Staaten selbst. Nationale Gerichte seien der primäre Ort für Ermittlungen und Strafverfolgung. Der internationalen Zusammenarbeit komme jedoch eine unverzichtbare ergänzende Rolle zu, vor allem bei grenzüberschreitenden Taten oder dort, wo Staaten nicht über ausreichende Kapazitäten verfügten. Diese Zusammenarbeit müsse die Prinzipien der Komplementarität, des fairen Verfahrens und der Achtung der Menschenrechte stärken, und nicht untergraben.

Der Leid der Opfer ruft nach Gerechtigkeit, Schutz und Unterstützung

Besondere Aufmerksamkeit widmete der Vertreter des Heiligen Stuhls den Opfern. Ihr Leid rufe nach Gerechtigkeit, Schutz und Unterstützung. Ein zukünftiges internationales Instrument müsse sicherstellen, dass ihre Stimmen gehört und ihre Würde gewahrt werde, zugleich aber auch faire Verfahren und die Rechte aller Beteiligten garantieren.

Abschließend bekräftigte Erzbischof Caccia noch die Bereitschaft des Heiligen Stuhls zu einem offenen und konstruktiven Dialog. Ziel sei es, gemeinsam mit allen Delegationen „eine wirksame und dauerhafte Antwort auf Verbrechen gegen die Menschlichkeit“ zu entwickeln. (vn 20)

 

 

 

 

Sozialpsychologe Roland Imhoff im Gespräch

 

Sozialpsychologe: „Kleiner Schritt vom Stereotyp zum Vorurteil“

In Debatten um Migration, Gender oder Bürgergeldempfänger kommen auch vorurteilsbeladene Töne vor. Sozialpsychologe Roland Imhoff forscht zu Stereotypen. Im Gespräch erklärt er, wie sie entstehen und wann sie problematisch werden. Von Nils Sandrisser

Migration wird überwiegend entlang des Bilds des kriminellen Ausländers diskutiert, antisemitische Weltbilder gewinnen wieder an Boden, rechtsgerichtete Online-Accounts propagieren traditionelle Geschlechterrollen, Gendern wird bis weit in die Mitte hinein abgelehnt. In der Gesellschaft scheinen sich festgefügte Kategorien darüber, wie die Welt zu verstehen ist, zu verbreiten. Der Mainzer Stereotyp-Forscher Roland Imhoff erklärt, wie Stereotype entstehen und worin ihr möglicherweise negativer Einfluss liegt.

Herr Imhoff, täuscht der Eindruck, oder gewinnen Stereotype und Vorurteile wieder mehr Einfluss auf das Verhalten von Menschen?

Roland Imhoff: Stereotype sind immer da. Die Sozialpsychologie geht davon aus, dass sie zwingend notwendig sind, um in der sozialen Umwelt zu navigieren. Bei acht Milliarden Erdenbewohnern können wir uns ja nicht alle merken. Eine kognitive Krücke ist hier, dass man versucht, aus zugeschriebener Zugehörigkeit zu einer bestimmten Kategorie – Mann, Frau, alt, Jude, Friseur – Informationen zu erschließen mit Überlegungen, wie Männer, Frauen, Friseure ebenso sind. Und viele dieser Stereotype sind unverfänglich oder unproblematisch.

Stereotype sind also eine Art Werkseinstellung des Gehirns, um Komplexität zu reduzieren?

Genau. Man schreibt Individuen Eigenschaften zu aufgrund der unterstellten Zugehörigkeit zu einer Kategorie. Das macht das Leben einfacher. Wenn ich nachts nach Hause gehe und mir kommt jemand entgegen, den ich aufgrund von visuellen Eindrücken als Skinhead oder Junkie identifiziere, dann tue ich ihm vielleicht Unrecht, wenn ich die Straßenseite wechsle. Aber ich will ja gar nicht jedes Mal Zeit investieren und vielleicht auch ein Risiko eingehen, um diesen Menschen näher kennenzulernen und danach ein wohlabgewägtes Urteil zu fällen. Wir sind auf solche kognitiven Abkürzungen angewiesen, um uns effizient in der Welt zurechtzufinden. Es wäre also schwer zu belegen, dass es eine Zunahme von Stereotypen gebe.

Wer den politischen oder gesellschaftlichen Diskurs betrachtet, könnte das aber glauben. Geht es also nicht um die Frage, warum wir Stereotype haben, sondern wann sie unser Verhalten stärker oder schwächer beeinflussen?

Ja. Der politische Diskurs kann Verschiebungen erfahren. Das Runterspielen von vermeintlichen Gegensätzen zwischen Männern und Frauen ist ein Gegenbeispiel für Stereotypisierung. Wenn man die Auffassung stark macht, dass Frauen und Männer sich in nichts unterscheiden außer in ihrem Reproduktionsapparat, gibt es vielleicht einen Backlash von rechter Seite, der behauptet, dass Männer eben mutig und Frauen fürsorglich sind.

Geschlechterrollenstereotype gut erforscht

Und aus welchen Gründen besteht man dann so darauf, dass die eigenen Stereotype die Realität abbilden?

Mit am besten erforscht sind Geschlechterrollenstereotype. Hier gibt es innerhalb der vergangenen Jahrzehnte eine stärkere Selbststereotypisierung. Frauen beschreiben sich selbst mehr als fürsorglich und Männer mehr als durchsetzungsfähig als noch vor 20 Jahren. Zumindest in der Tendenz greifen Menschen also in ihrer Selbstwahrnehmung stärker auf Stereotype zurück, die ihnen vielleicht einen Halt geben oder eine Idee, wer sie sein sollen.

Gewinnen in den multiplen Krisen, die wir derzeit erleben, unsere Stereotype auch deshalb Macht über unser Handeln, weil wir in dieser Krise mit anderen Dingen beschäftigt sind, als unsere Wahrnehmung von der Welt zu hinterfragen? Ist das Bedürfnis nach Halt vielleicht auf diese Krisen zurückzuführen?

Beides muss nicht sein. Man könnte auch argumentieren, dass das eine Pendelbewegung ist. Dass es immer Versuche gibt, die Gesellschaft zu liberalisieren, die aber manchen Menschen zu schnell gehen, die das Pendel dann in die andere Richtung zurückstoßen und eindeutige Sicherheit haben wollen. Aber beide Modelle sind von der Logik her nicht unvereinbar. Das Pendel zurückzuschubsen kann ja auch damit zu tun haben, dass man zumindest in einem Bereich eine Sicherheit haben möchte. Wenn die Welt brennt und das Klima wärmer wird, dann will ich ja vielleicht wenigstens wissen, wie ich mich als Mann oder Frau so verhalten kann, dass ich hegemonialen Vorstellungen entspreche. So wie ich die Forschung überblicke, gibt es aber keinen eindeutigen Beleg für das eine oder das andere.

Wenn man davon ausgeht, dass Stereotype Repräsentationen sind, die verstärkt werden, wenn man sie immer wieder anspricht, dann liegt doch nahe, dass Medien eine Rolle für die Verbreitung dieser Stereotype spielen.

Das kann ja gar nicht anders sein. Stereotype sind kulturell geteilte Vorstellungen, und die können sich in einer komplexen Wissensgesellschaft ja nicht nur Mund zu Mund weiterverbreiten. Es braucht also einen geronnenen Wissensspeicher, und das sind natürlich Medien, aber auch Literatur oder Filme. Interessant wäre, zu wissen, ob es bei den Medien Eigendynamiken gibt, die zu einer noch stärkeren Überzeichnung neigen als Menschen ohnehin schon, und die eine Eskalation der Stereotypisierung vorantreiben. Die Forschung zu Algorithmen in den sozialen Medien hat sich aber in der Vergangenheit stärker mit Desinformation und Fake News auseinandergesetzt als mit der Frage, ob zum Beispiel besonders überzeichnete Darstellungen von bestimmten Gruppen einen Vorteil bei den Algorithmen haben.

Politik könnte Einfluss von Vorurteilen mildern

Ist es ein Problem für uns als Gesellschaft, wenn der Einfluss von Stereotypen größer wird?

Das kommt stark auf das jeweilige Stereotyp an. Es gibt ja gewaltige Asymmetrien zwischen Männern und Frauen, zum Beispiel bei Gewaltkriminalität oder bei riskantem Verhalten im Straßenverkehr. Wenn man sich anschaut, wie Männlich- und Weiblichkeit traditionell konstruiert werden und welche überdauernden gesellschaftlichen Kosten das verursachen kann, dann geht damit schon eine Menge von Problemen einher. Aber das Problem ist nicht die Beurteilung anderer. Sondern die Selbststereotypisierung, dass also Menschen sich mit solchen Stereotypen gemein machen und sie als Norm verstehen, wie sie sich zu verhalten haben.

Fremdstereotypisierung ist doch aber auch nicht unproblematisch, wenn man an antijüdische oder antimuslimische Diskurse denkt oder an Debatten um die Leistungsbereitschaft von Empfängerinnen und Empfängern von Bürgergeld.

Der problematische Bruder des Stereotyps ist das Vorurteil, und interreligiöse oder interethnische Stereotype sind von einer negativen Bewertung selten ganz frei. Sie sind oft aufgeladen mit einer Abwertung und der Bereitschaft, zu diskriminieren oder den Zugang zu gleichen Ressourcen zu verweigern. Wenn ich der Meinung bin, dass Arbeitslose faul sind, legt das nahe, dass es nicht angebracht ist, Bedürftige zu unterstützen, weil die an ihrem Schicksal selbst schuld seien. Das ist natürlich ein problematischer Schluss. All diese Prozesse können von Stereotypen befeuert werden, aber ich würde nicht so weit gehen und sagen, das sei im Stereotyp automatisch angelegt. Aber es ist ein kleiner Schritt vom Stereotyp zum Vorurteil.

Wie könnte die Politik den Einfluss von Vorurteilen abschwächen?

Es gibt ja immer die Möglichkeit, dass unsere Vorstellungen, wie die Welt ist, sich der Welt anpasst, wie sie wirklich ist. Wird die Welt bunter, diverser, vielfältiger, sickert das irgendwann in unsere Köpfe ein. Da gibt es Institutionen mit Signalwirkung. Wenn ich aber ein Kabinett vorstelle, das zu 90 Prozent aus Männern besteht, dann ist das nicht hilfreich, um Geschlechtsrollenstereotype aufzuweichen. Oder wenn ich nur Kabinettsmitglieder habe, deren Familie seit 20 Generationen auf deutscher Scholle lebt. Repräsentation aller gesellschaftlichen Gruppen in dem Maß, das ihrem Anteil entspricht, ist also sicherlich anzustreben, damit sich Stereotype der Realität anpassen. Wir werden nicht verändern können, dass wir uns auf Stereotype verlassen. Aber wir können den Raum innerhalb dieser Stereotype reicher und breiter gestalten. (epd/mig 20)

 

 

 

 

Nur noch Nostalgie

 

Trumps rabiates Vorgehen lässt die Säulen deutscher Außenpolitik einstürzen. Fünf Ansatzpunkte für eine dringend nötige Neuausrichtung. Von Christos Katsioulis

Spätestens mit der völkerrechtswidrigen Entführung Nicolás Maduros aus Venezuela und den offenen Drohungen der USA gegenüber Grönland, Dänemark und weiteren EU-Staaten ist klar, dass die bisherigen Gewissheiten deutscher Außenpolitik nicht mehr tragen. Die Vorstellung, dass die USA ein enger Verbündeter Deutschlands sein könnten und gemeinsam die sogenannte regelbasierte internationale Ordnung gegen Aggressoren verteidigen, ist nur noch Nostalgie.

Bis vor wenigen Jahren ruhte die deutsche Außenpolitik grob gesagt auf vier vergleichsweise stabilen Säulen: der Westbindung, der europäischen Integration, dem klaren Bekenntnis zum Völkerrecht und der Ostpolitik. Alle vier dienten maßgeblich einer Orientierung am Frieden. Konkret bedeutete dies: erstens ein enges transatlantisches Verhältnis mit den USA; zweitens die enge wirtschaftliche und politische Verflechtung mit den europäischen Nachbarn ganz im Sinne eines dauerhaften Friedensprojekts Europa; drittens das klare Bekenntnis zum Völkerrecht und zur Einhaltung internationaler Normen und Regeln, inklusive der Unterstützung multilateraler Institutionen; viertens die Herstellung eines Systems der friedlichen Koexistenz mit „dem Osten“, zunächst mit der Sowjetunion und den Staaten des Warschauer Pakts, nach dem Fall der Mauer vornehmlich mit der Russischen Föderation.

Der von Olaf Scholz geprägte Begriff der „Zeitenwende“ war deshalb zunächst treffend. Der russische Angriff auf die Ukraine bedeutete den Wegfall einer zentralen Säule deutscher Außenpolitik und erforderte eine neue Form der Friedenssicherung mit Schwerpunkt auf Abschreckung. Die Verstärkung der Landes- und Bündnisverteidigung wurde als Mittel zur Stabilisierung der regelbasierten internationalen Ordnung und der europäischen Einigung gedeutet. Gleichzeitig gewann die transatlantische Bindung zusätzlich an Bedeutung, nicht zuletzt durch die enge Anbindung der Regierung Scholz an das Weiße Haus von Joe Biden und die unmittelbaren Käufe von US-Waffen unter dem Eindruck des Angriffs.

Diese Betrachtung vermittelte den Eindruck, dass der Rahmen deutscher Außenpolitik trotz des Wegfalls einer Säule weitgehend stabil bleiben könne, sofern die russische Aggression scheitert. Auch wenn die deutsche Außenpolitik fortan nur noch auf drei statt vier Säulen stand, schienen diese doch neu austariert und stabilisiert. Dieses Bild hat mit dem Amtsantritt Trumps und seinen Avancen Richtung Russland schon leichte Fissuren bekommen, sein Vorgehen in Venezuela und gegenüber Grönland lassen es komplett zerschellen. Von den einst so stabilen Säulen der deutschen Außenpolitik ist nur noch die europäische Integration übrig und auch da knirscht es gewaltig im Gebälk.

Viel gravierender als der Wegfall einzelner Säulen ist jedoch die nun offen zutage tretende Fehlkonstruktion des Fundaments. Deutsche Außenpolitik war nicht nur normativ, sondern auch strukturell auf diese vier Säulen ausgerichtet, in der Sicherheitspolitik sogar nur auf eine. Die enge Bindung an die USA hat eine Sicherheitsarchitektur hervorgebracht, die an allen Ecken und Enden auf Washington ausgerichtet ist: von Waffensystemen und Verteidigungsplanung bis hin zur Versorgung mit Geheimdienstinformationen. Diese Abhängigkeit hat sich seit dem russischen Angriff auf die Ukraine weiter vertieft.

Gleichzeitig war der deutsche Einsatz für die Geltung des Völkerrechts erkennbar von Eigeninteressen und Partnerverpflichtungen geprägt. Die vielfach kritisierten Doppelstandards im Umgang mit der Ukraine und mit Gaza sind ein Beispiel dafür, ebenso wie das Zitat von der „Drecksarbeit“, mit dem Kanzler Merz die israelischen Angriffe gegen den Iran kommentierte.

Mit Venezuela und den amerikanischen Gelüsten Richtung Grönland steht die Regierung Merz vor einem massiven Dilemma. Sie muss einen eigenen außenpolitischen Pfad finden, ist dabei aber auf eine institutionelle Konstruktion angewiesen, die zu einem hohen Prozentsatz als Made in USA bezeichnet werden könnte. Die sicherheitspolitischen Abhängigkeiten von den USA sind bei der Suche nach Frieden in der Ukraine massiv. Ohne Washington wird es weder einen Waffenstillstand mit Russland noch eine funktionierende Bündnisverteidigung in der NATO geben. Die USA fungieren in der Allianz weiterhin als Rückgrat und Gehirn, zudem stellen sie die wichtigsten Muskelgruppen. Zugleich sind der außen- und sicherheitspolitische Denkapparat Deutschlands sowie die Bundeswehr selbst in hohem Maße auf die USA gepolt – eine psychologische Abhängigkeit, die jede Form von Eigenständigkeit erschwert.

Mit diesem Dilemma ist Deutschland nicht allein in Europa. Daher ist es nachvollziehbar und ganz und gar nicht verwunderlich, dass sich Kanzler Merz und der britische Premierminister Starmer in ähnlich verschwurbelten Statements zur Entführung Maduros äußerten. Sie wollten offenbar beide nicht an dem Ast sägen, auf dem sie aktuell noch sitzen. Das ist auch klug so, denn die USA haben in ihrer Sicherheitsstrategie ausdrücklich betont, dass sie Abhängigkeiten als Hebel für die Umsetzung ihrer Ziele ausnutzen wollen – ein Schelm, wer dabei an Grönland denkt.

Die derzeitigen Reaktionen kommen daher vor allem als Appelle daher. Europa müsse „die Sprache der Macht lernen“, endlich auf eigenen Füßen stehen (das Gehen lernen wir offenbar später) oder Klartext mit Trump reden. Das klingt gut, bleibt aber vage und verkennt die Zwickmühle, in der Deutschland und seine europäischen Partner stecken.

Trotzdem ist das größte Land Europas nicht zur Untätigkeit verdammt. Es gibt Ansatzpunkte, um den eigenen Handlungsspielraum zu erweitern und die außenpolitischen Rahmenbedingungen zu stabilisieren. Mit fünf Hebelpunkten muss Berlin versuchen, seine europäische Verankerung zum zentralen Element deutscher Außenpolitik zu machen, um den aktuellen Herausforderungen gerecht zu werden. Gemeint ist dabei ein Europa, das über den institutionellen Rahmen der EU hinausreicht.

Erstens, wir müssen anerkennen, dass das Völkerrecht als internationales Wertesystem immer weniger Bindungskraft für die selbst ernannten big player hat. Es gibt aber dennoch viele Staaten, denen daran liegt, dass internationale Politik nicht in die komplette Anarchie einer dog eats dog- Welt abdriftet. Diese gilt es zu umwerben und einzubinden, wie es nun Friedrich Merz richtigerweise in Indien versucht. Dazu müssen aber auch die eigenen blinden Flecken anerkannt werden, insbesondere in Gaza.

Zweitens bedarf es einer eigenen europäischen Strategie mit dem Ziel einer friedlichen Koexistenz mit Russland. Dazu gehört eine gestärkte und damit glaubwürdige konventionelle Abschreckung, aber auch eine realistische Einschätzung der russischen Fähigkeiten im Verhältnis zu den europäischen. Hier ist das Kräfteverhältnis deutlich ausgeglichener, als es die öffentlichen Debatten vermuten lassen. Mit zielgerichteten und schnell realisierten Investitionen kann Europa hier die eigenen Handlungsspielräume erweitern. Das hilft auch im Verhältnis zu den USA, denn je größer wir die russische Bedrohung und unsere eigene Hilflosigkeit ihr gegenüber zeichnen, desto stärker ist die Abhängigkeit von Washington.

Drittens und ergänzend dazu bedarf es eines europäischen Plans für die Ukraine und eines Verhandlungspfades, wie dieser Plan Russland abgerungen werden kann. Dabei wird die USA eine Rolle spielen müssen, aber diese sollte sukzessive geringer werden. Daher ist es zu begrüßen, dass nun endlich die Debatte darüber beginnt, einen Sondergesandten Europas für Russland zu benennen.  

Viertens muss die Aufrüstung Europas weiter vorangetrieben werden, allerdings mit zwei entscheidenden Überlegungen. Zum einen sollten die Abhängigkeiten von den USA reduziert werden, um die Druckpunkte für Washington zu verringern. Die Debatte um den sogenannten Kill Switch gewinnt in Bezug auf Grönland ganz neue Bedeutung. Zum anderen muss Europa für sich definieren, welches militärische Fähigkeitsprofil es benötigt, um den Herausforderungen in der eigenen Nachbarschaft gerecht zu werden, sprich: Was braucht es, um Russland abzuschrecken? Dann wird deutlich, dass es nicht das Ziel sein kann, die faktisch außerirdischen militärischen Fähigkeiten der USA zu replizieren, sondern sich auf einem Niveau darunter einzupendeln, das für die eigenen Ziele ausreicht. Beides zwingt Europa dazu, die eigene Kleinstaaterei in der Rüstungsindustrie zu überdenken und lang gepflegte Prestigeprojekte aufzugeben. Deutschland sollte hier als selbst ernannte Anlehnungsmacht vorangehen.

Fünftens führt der Weg in diese Richtung nur über ein flexibleres Verständnis von Europa. Die EU der 27 ist auf Dauer blockiert und bietet sowohl Trump, als auch Putin zu viele willige Helfer im Inneren. Die Koalitionen der Willigen, die ad hoc einberufen werden, sind dafür aber zu wenig und zu fragil. Die oben skizzierten Handlungsoptionen erfordern ein hohes Maß an Solidarität miteinander und Vertrauen ineinander. Deutschland ist das einzige europäische Land, das aufgrund seiner Kapazitäten als Katalysator für den Schritt fungieren kann, den Europa bislang nicht zu gehen wagt: die verteidigungspolitische Integration. Es wird die Rolle der USA als Rückgrat und Hirn der NATO nicht ersetzen können, aber es kann den ersten Schritt dafür tun, dass die Europäer sich gemeinsam auf dieses Experiment einlassen.

Auf diese Weise ließe sich die gegenwärtige Haltlosigkeit durch eine klare Orientierung auf engere europäische Zusammenarbeit ersetzen. Nur dann kann Deutschland dazu beitragen, dass sich Europa als Gestaltungsmacht in der sich neu entwickelnden Welt-Unordnung behauptet. Ipg 20

 

 

 

 

 

Gericht bestätigt: Schule durfte Praktikum bei AfD verbieten

 

Eine Schülerin möchte ein Schülerpraktikum bei einem AfD-Abgeordneten machen. Ihre Schulleitung lehnt das ab, die Schülerin legt Beschwerde ein. Jetzt hat das OVG Berlin-Brandenburg entschieden: Die Schule hat recht.

Eine Schule darf einer Schülerin nach dem Beschluss des Oberverwaltungsgerichts (OVG) Berlin-Brandenburg ein Schülerpraktikum bei einem Mitglied der Brandenburger AfD-Landesspitze verbieten. Das Gericht wies eine Beschwerde einer Schülerin zurück, die ihr Praktikum bei dem AfD-Bundestagsabgeordneten und Brandenburger Landeschef René Springer machen wollte (Az.: OVG 3 S 5/26). Der Verfassungsschutz stuft den Landesverband als rechtsextremistisch ein.

Das Gericht gab der Entscheidung der Schulleitung recht. „Sie konnte das von der Schülerin gewünschte Praktikum als ungeeignet ansehen, weil die AfD Brandenburg vom Landesverfassungsschutz als gesichert rechtsextrem eingestuft worden ist und der Bundestagsabgeordnete dem Vorstand des Landesverbandes angehört“, teilte das OVG mit. Die Entscheidung verstoße weder gegen den verfassungsrechtlichen Gleichheitsgrundsatz noch gegen das Recht der Schülerin auf schulische Bildung.

Gericht: Schule muss Praktikum nicht zustimmen

Die Leitung der Schule sei nicht verpflichtet, der Durchführung des Praktikums zuzustimmen, erklärte das Gericht. Der Schule, die sich an einem Erlass des Bildungsministeriums orientiert habe, komme bei der Ausgestaltung des Schülerbetriebspraktikums wegen ihres Bildungs- und Erziehungsauftrags ein weiter pädagogischer Gestaltungsspielraum zu, der nicht überschritten worden sei. Der Beschluss vom 16. Januar ist unanfechtbar.

AfD-Landeschef Springer warf dem Gericht eine politisch motivierte Entscheidung vor: „Es ist ein bedenklicher Zustand unserer Demokratie, wenn einer Schülerin ein Praktikum bei einem direkt gewählten AfD-Bundestagsabgeordneten verwehrt wird“, erklärte er. „Noch bedenklicher ist, dass solche offenkundig politisch motivierten Entscheidungen nun auch von Teilen der Brandenburger Justiz bestätigt werden.“ Das könne zu einem Vertrauensverlust in die Gerichte führen.

Der Fall ist nicht der einzig strittige um ein Schülerpraktikum. Ein Schulleiter aus dem Kreis-Potsdam-Mittelmark hatte ein Schülerbetriebspraktikum für einen Schüler einer zehnten Klasse in der AfD-Landtagsfraktion untersagt. Die AfD-Fraktion hatte dies als inakzeptabel kritisiert und den Fall in sozialen Medien öffentlich gemacht. Darauf folgte eine Flut von Hasskommentaren und auch Drohungen gegen den Schulleiter. Bildungsminister Steffen Freiberg (SPD) verteidigte die Entscheidung des Schulleiters. (dpa/mig 19)

 

 

 

 

 

Saarland. Neue Integrationsstrategie benennt Rassismus – unverbindlich

 

Jede vierte Person im Saarland hat ausländische Wurzeln. Eine neue Strategie will Integration und Teilhabe erleichtern. Rassismus und Diskriminierung werden als Problem benannt, Vieles bleibt aber ungenau. Forderungen an Betroffene hingegen sind konkreter formuliert.

Wie kann es gelingen, die nach Deutschland gekommenen Migranten so gut wie irgend möglich in die Gesellschaft und den Arbeitsmarkt zu integrieren? Das ist nach Ansicht des saarländischen Sozialministers Magnus Jung (SPD) eines der wichtigsten gesellschaftlichen Themen. Eine neue Integrations- und Teilhabestrategie der Landesregierung will die Voraussetzungen dafür schaffen, dass Zugewanderten künftig die Integration erleichtert wird. Außerdem sollen sie einen gleichberechtigten Zugang zu Chancen und gesellschaftlichen Angeboten erhalten.

Als „bundesweit einmalig“ bezeichnete es Jung, dass direkt im Anschluss an die Strategie, der der Ministerrat jetzt zustimmte, ein entsprechendes Gesetz aufgesetzt werden soll. „Der Referentenentwurf steht, aktuell befindet er sich in der internen Anhörung“, sagte er vor Journalisten.

Im Saarland hätten rund 15 Prozent der Bevölkerung – etwa 150.000 Menschen – einen ausländischen Pass. Weitere 100.000 Bürger hätten die deutsche Staatsbürgerschaft, aber einen Migrationshintergrund in der Familie.

Strategiepapier mit 100 Seiten

Die 100 Seiten umfassende neue Strategie richte sich nicht nur an Menschen, die neu ins Land kommen, sondern auch an diejenigen, die schon länger hier, aber immer noch nicht ausreichend integriert seien. Zudem sollen Maßnahmen gefördert werden, die das interkulturelle Zusammenleben nach vorne bringen.

In einem breiten Beteiligungsprozess in Zusammenarbeit mit Bürgern und Experten seien dafür sieben Handlungsfelder erarbeitet worden. Dazu zähle unter anderem eine „kultursensible“ Betreuung, die auf die besonderen Bedürfnisse der Migranten eingestellt sei und ihnen einen schnellen Einstieg in die Systeme ermögliche.

Rassismus und Diskriminierung bleibt oft vage

Auch Rassismus und Diskriminierung werden in dem Strategiepapier ausdrücklich als Hindernis für Teilhabe benannt. Die Landesregierung setzt dabei auch auf bereits laufende Strukturen: Dazu zählen die Recherche- und Informationsstelle Antisemitismus (RIAS) sowie eine Beratungs- und Clearingstelle, die Betroffene unterstützt und Fälle einordnet. Zudem wird auf Angebote verwiesen, die sich speziell an Sinti und Roma richten.

In Schulen sollen angehende Lehrkräfte über verpflichtende Praxismodule stärker für Diskriminierung und gruppenbezogene Menschenfeindlichkeit sensibilisiert werden; auch in der Polizei sind Projekte vorgesehen, die den Umgang mit Diskriminierung in Strukturen und Alltagspraxis verbessern sollen. Als weiterer Schritt ist ein Landesaktionsplan gegen Rassismus und Antisemitismus angekündigt, der 2026 vorgelegt werden soll; außerdem wird eine Vereinbarung zur interkulturellen Öffnung der Landesverwaltung in Aussicht gestellt.

Auffallend ist jedoch: Viele Vorhaben sind als Absichtserklärungen formuliert, zahlreiche Maßnahmen stehen unter finanziellen Vorbehalten. Zudem setzt die Landesregierung stark auf Projekte, Modellvorhaben und Sensibilisierung, benennt aber vergleichsweise wenige durchsetzbare Standards – es bleibt häufig bei allgemeinen Formulierungen. Es bleibt damit unklar, welche neuen, verbindlichen Schritte das Land tatsächlich ergreifen will, um Rassismus und Diskriminierung messbar zurückzudrängen.

Land setzt auch auf Eigenverantwortung

Weitere Schwerpunkte sind Sprachförderung, berufliche Integration, politische Teilhabe, bürgerschaftliches Engagement und kulturelle Partizipation, aber auch Gesundheitsversorgung mit psychosozialer Beratung und ein respektvolles demokratisches Miteinander. Weil man auch auf die Eigenverantwortung setze, stehe die gesamte Integrationsstrategie unter der Überschrift des „Förderns und Forderns“, hieß es.

Eine große Priorität misst der Sozialminister dabei der Sprache als ein Schlüssel der Integration zu. Vor diesem Hintergrund forderte er, dass der Bund wieder ausreichend Mittel für Integrationskurse für Erwachsene zur Verfügung stelle. Zudem kündigte Jung ein neues Förderkonzept zur Sprachförderung schon für den Kita-Bereich an. (dpa/mig 17)

 

 

 

 

 

Kalt erwischt

 

Hohe Heizkosten, angeschlagene Demokratie: Warum Energiepolitik zur Schlüsselfrage für Europas Sicherheit wird. Claudia Detsch

Geostrategie wird im Heizungskeller gemacht. Das zeigt sich gerade dieser Tage, da die US-Regierung in ihrer Nationalen Sicherheitsstrategie zum Angriff auf die Europäische Union bläst. Europa muss dringend sicherheitspolitisch unabhängiger werden – keine Frage. Aber das meint eben nicht nur Waffen, Geheimdienste und die Unterstützung der Ukraine. Hier geht es um weitaus mehr. Da kommt die öffentliche Daseinsvorsorge ins Spiel. Gerade an den Beispielen Wohnen und Energieversorgung wird das deutlich.

Durch steigende Wohn- und Heizkosten wächst die Gefahr nach innen und nach außen. Wo Lebenshaltungskosten aus dem Ruder laufen, sinkt das Vertrauen in Regierung und Demokratie. Davon profitieren rechtspopulistische Akteure innerhalb Europas ebenso wie autoritäre Regierungen vom Schlage Russlands und der USA, die gemeinschaftlich an den Grundfesten des liberalen Europas rütteln. Wo es um die Kosten der Lebenshaltung geht, hat Desinformation gemeinhin ein leichtes Spiel. Wer verletzlich ist bei Preisschocks, wird leichter zur Zielscheibe hybrider Attacken. Hier geht es um die Verknappung von Energielieferungen ebenso wie um Meinungsmache gegen demokratische Parteien und Regierungen. Wer eigenmächtig Preise manipulieren oder gar Lieferungen stoppen kann, hat ein erhebliches Blockadepotential. Wohnungs- und Energiemärkte verwandeln sich in ein Schlachtfeld, auf dem demokratische Prinzipien untergraben werden.

Regierungen öl- und gasexportierender Staaten haben in aller Regel ein starkes Interesse daran, Europas Abhängigkeit aufrecht und den Verbrauch hoch zu halten – vor allem, wenn diese Regierungen autoritär sind. So sichern sie nicht nur ihre Einnahmen, sondern können diese auch nutzen, um hybride Angriffe und gezielte Desinformationskampagnen rund um Erneuerbare Energien zu finanzieren. Was für diese Staaten und ihre Regierungen einen mehrfachen Gewinn bedeutet, ist im Umkehrschluss ein erhebliches Risiko für europäische Demokratien. Dieser nüchterne Blick auf die Ausgangslage macht das aktuelle Zögern und Zurückrudern beim Ausbau der Erneuerbaren und der Energieeffizienz noch unverständlicher. Was gewinnen wir, wenn wir uns länger als unbedingt nötig dieser erdrückenden Erpressbarkeit hingeben?

Gebäude, die ausreichend erschwinglichen Wohnraum sichern und gleichzeitig verlässlich bezahlbare Wärme und Kühlung ermöglichen, sind Teil der kritischen Infrastruktur. Sie sind sicherheits- und demokratierelevant. Gerade deshalb ist es ein Fehler, Wohnungsbau und Energiepolitik gegeneinander auszuspielen. Wir haben derzeit zu wenig – zu wenige Wohnungen, zu wenige eigene und vernetzte Energiequellen, zu wenig Effizienz. Bezahlbares Wohnen braucht bezahlbare Energie und bezahlbare Energie braucht effiziente Gebäude. Wer das trennt, verschärft am Ende beides.

Vor dem Hintergrund eines Rechtsrucks stehen ehrgeizige progressive Ziele unter anhaltendem Beschuss. Insbesondere die Klimapolitik ist zu einem willkommenen politischen Ziel geworden. Oft werden Haushaltszwänge und Kostendruck angeführt, um zu argumentieren, dass Europa sich derzeit keine ehrgeizigen Maßnahmen „leisten kann“. Diese Argumentation verkennt jedoch die größeren Zusammenhänge.

Ein Blick auf Wohnungsbau und Energie zeigt: der Klimabewegung muss trotz Backlash nicht bange sein. Es geht um Geopolitik und Demokratie, um die Zukunft von Industrie und Arbeitsplätzen – mindestens so sehr wie um die globale Temperatur. Eine saubere und effiziente Energieversorgung in einem nicht den Gesetzen des Profits unterworfenen Wohnungsmarkt ist eben nicht nur nice to have. Sie ist absolut notwendig.

Das macht den aktuell nachlassenden Ehrgeiz in den Mitgliedstaaten so gefährlich. Ja, die Aufgaben und der Investitionsstau sind groß – aber der Schaden bei Untätigkeit ist noch größer. Es geht hier nicht nur um Pipelines und Stromnetze, sondern um die grundlegenden Energiequellen und den Verbrauch selbst. Je höher der Verbrauch und je mehr fossile Quellen im Mix, desto abhängiger und verwundbarer wird Europa für Erpressung und Demütigung. Ist dies wirklich der richtige Zeitpunkt, um in Deutschland das sogenannte Heizungsgesetz aufzuweichen? Man schützt die Bürger nicht, indem man die Abhängigkeit von Öl und Gas fortführt. Man schützt sie, indem man eine verlässliche und sozial gerechte Förderkulisse schafft, die auf unabhängigen und sauberen Technologien basiert.

Ein einziger Blick auf die größten Gaslieferanten der EU sagt hierzu alles aus: Europa verfügt über kaum eigene fossile Reserven. Eine Ausnahme ist Norwegen, das bei den Pipeline-Importen führend ist. Aber Norwegen wird uns nicht alle versorgen können. Auf dem zweiten Platz folgen bereits die USA, die Weltmarktführer für Flüssigerdgas sind. Die Regierung Trump möchte das ausbauen, denn Energie ist Macht. Wer würde einen steigenden Bezug von LNG aus den USA nach einem Blick in deren Nationale Sicherheitsstrategie allen Ernstes für einen soliden Schachzug halten? Der Ausbau der Erneuerbaren im Verbund mit Speichertechnologien, einem konsequenten Netzausbau und einer effizienteren Nutzung von Energie sichert uns dagegen außenpolitische Beinfreiheit.

Und es geht auch um Fragen der industriellen Wettbewerbsfähigkeit. Eine europäische Industrie für effiziente Gebäudetechnik schafft Jobs, stabilisiert Lieferketten und erhöht den außenpolitischen Spielraum. Wenn wir diese Kapazitäten nicht aufbauen, füllen Importe die Lücke – und damit wächst wiederum die Abhängigkeit, in diesem Falle gegenüber China. Eine starke heimische Clean Tech-Industrie für Gebäude schafft dagegen zugleich Exportchancen und geopolitisch relevante Industriepolitik. Einen Sanierungsstau können wir uns nicht leisten – weder strategisch noch finanziell. Was wir heute investieren, sparen wir morgen doppelt. Dafür aber muss endlich Schluss sein mit dem Hin und Her, dem Stop and Go. Die beständige Unsicherheit über die nächsten Schritte würgt unternehmerische und private Investitionen ab. Europa braucht Stabilität und dafür braucht es Verlässlichkeit. 

Gerade deshalb muss öffentliche Beschaffung neu gedacht werden. Sie kann Märkte formen, Standards setzen und die nötige Skalierung ermöglichen. Für die eigene Sicherheit und Stabilität zu sorgen, ist nicht protektionistisch. Es ist gesunder Menschenverstand. Fördermittel und öffentliche Aufträge kann es dabei nur für Unternehmen geben, die Tarifverträge respektieren, gewerkschaftliche Rechte anerkennen und faire Arbeitsbedingungen gewährleisten. Das ist kein Nebenschauplatz. Es schützt vor Lohndumping, sichert Fachkräfte und erhöht die Akzeptanz der Sanierungsagenda.

Hier ließen sich derzeit gleich drei Fliegen mit einer Klappe schlagen: Wenn Europa seine Housing- und Renovierungswelle mit klugen Kriterien versieht, kann es gleichzeitig die Abhängigkeit vom Import fossiler Energie senken, eine wettbewerbsfähige europäische Clean Tech-Industrie im Gebäudebereich mit guten Arbeitsplätzen aufbauen und soziale Verwerfungen durch hohe Wohn- und Energiekosten abfedern.

Wer jetzt zurückrudert, der spielt der autoritären Fossillobby in die Hände und zwar mehrfach. Die Abhängigkeit bleibt bestehen. Die Kostenfalle bleibt bestehen. Die soziale Schieflage bleibt bestehen. Die soziale Krise bleibt bestehen. Man heizt fossile Energie zu den Ritzen raus, dennoch es bleibt teuer und ungemütlich. Das sollen einem diejenigen, die ausdauernd auf der Bremse stehen, erst einmal erklären. Nur ein unabhängiges Europa kann entschieden für seine demokratischen Werte und geostrategischen Ziele eintreten. IPG 17

 

 

 

 

Unser Rentensystem benachteiligt Migranten

 

In der Rentendebatte geht es oft um Beitragssätze und Haushaltslücken. Die Benachteiligung von Migranten sind kaum Thema. Dabei spiegelt das Rentensystem Diskriminierung – und zementiert sie bis ins Alter. Von Dr. Soraya Moket

In einer Zeit, in der gesellschaftliche Debatten immer stärker durch ökonomische Kennzahlen bestimmt werden, geraten zentrale Werte wie Solidarität, Respekt und Fairness zunehmend unter Druck. Diese Entwicklung ist gefährlich – nicht nur für marginalisierte Gruppen, sondern für unsere demokratische Grundordnung. Denn Demokratie und Menschenrechte lassen sich nicht nach Effizienzlogiken verwalten. Sie verlangen Haltung, Verantwortung und eine klare politische Positionierung.

Diese Haltung zeigt sich nicht nur im Engagement gegen Rassismus, Sexismus oder koloniale Kontinuitäten, sondern auch in jenen Feldern, die oft als technokratisch abgetan werden – etwa in der Rentendebatte. Sie ist eine der wichtigsten Gerechtigkeitsfragen unserer Zeit. Und sie macht deutlich, wie eng soziale Sicherheit und demokratische Stabilität miteinander verwoben sind.

Der Generationenvertrag war einst das soziale Rückgrat dieses Landes: Erwerbstätige tragen die Älteren, damit sie im Alter in Würde leben können. Er beruhte auf gegenseitigem Vertrauen – und der Gewissheit, dass jede Generation Verantwortung füreinander übernimmt. Heute jedoch bröckelt dieses Vertrauen. Statt über faire Lastenverteilung zu sprechen, dominieren Diskussionen über Beitragssätze, Haushaltslücken und demografische Kurven. Der Mensch wird hinter Zahlen versteckt, als ginge es um ein reines Rechenexempel. Doch die Zahlen erzählen nur einen Teil der Wahrheit.

Die zentrale Frage lautet: Wer trägt eigentlich die Verantwortung für dieses System – und wer wird systematisch davon befreit?

„Die Bedingungen, unter denen Menschen arbeiten und altern, sind tief ungleich verteilt.“

Ein zeitgemäßes Rentensystem, das Gerechtigkeit ernst nimmt, kann es sich nicht leisten, ganze Berufsgruppen dauerhaft aus der solidarischen Finanzierung herauszunehmen – darunter Politiker:innen und Beamt:innen. Wenn soziale Sicherheit ein kollektives Versprechen ist, muss auch die Finanzierung kollektiv sein. Eine zukunftsfähige Rentenversicherung kann nur funktionieren, wenn wirklich alle einzahlen. Ohne Privilegien, ohne Sondersysteme, ohne Schlupflöcher. Internationale Beispiele zeigen längst, dass das möglich und erfolgreich ist.

Doch finanzielle Fairness allein reicht nicht. Denn die Bedingungen, unter denen Menschen arbeiten und altern, sind tief ungleich verteilt. Diskriminierung – ob rassistisch, geschlechtsspezifisch, sozial oder transgenerational – beeinflusst Erwerbsbiografien unmittelbar und damit auch die spätere Rentenhöhe.

„Viele verrichten körperlich belastende Tätigkeiten und erreichen das Renteneintrittsalter oft nicht gesund.“

Besonders betroffen sind Menschen mit Migrationsbiografie, vor allem Frauen, die überproportional in prekären Beschäftigungsverhältnissen und im Niedriglohnsektor arbeiten. Für sie bedeutet das heutige Rentensystem ein hohes Risiko – die fast sichere Altersarmut. Viele verrichten körperlich belastende Tätigkeiten und erreichen das Renteneintrittsalter oft nicht gesund. Nicht wenige müssen aus dem Beruf früher ausscheiden, sind im Alter – trotz lebenslanger, harter Arbeit – auf Sozialhilfe angewiesen.

Eine Politik, die solche Realitäten ausblendet, ist weder fair noch nachhaltig. Sie schwächt den Sozialstaat und verweigert Menschen ein Altern in Würde. Diese Ungleichheiten sind keine individuellen Tragödien, sondern Ausdruck institutioneller und struktureller Diskriminierung – oftmals auch rassistisch geprägt.

„Die Rentenfrage ist deshalb kein rein finanzielles Thema. Sie ist ein Prüfstein.“

Die Rentenfrage ist deshalb kein rein finanzielles Thema. Sie ist ein Prüfstein dafür, wie wir als Gesellschaft mit Ungleichheit umgehen: ob wir sie fortschreiben oder ob wir sie endlich abbauen wollen. Dass Kleidung, Akzent, Herkunft oder vermeintliche Persönlichkeitsmerkmale häufig mehr über berufliche Chancen entscheiden als tatsächliche Kompetenz, zeigt, wie sehr wir noch im Mythos der Meritokratie gefangen sind. Eine faire Rentenpolitik bedeutet deshalb immer auch eine Politik gegen Diskriminierung.

Führung spielt dabei eine zentrale Rolle. Diversität ist keine moralische Kür, sondern eine politische Notwendigkeit. Ein menschenzentrierter Führungsstil stärkt Resilienz, teilt Macht, reflektiert Privilegien und bekämpft strukturelle Ungerechtigkeit. Und er anerkennt: Neutralität im Angesicht von Menschenrechtsverletzungen ist keine Option.

„Verpflichtungen bleiben wertlos, wenn sie nicht konsequent umgesetzt werden.“

Die Bundesregierung hat zahlreiche internationale Abkommen unterzeichnet, die sie zu menschenrechtlichen und sozialen Standards verpflichten. Doch Verpflichtungen bleiben wertlos, wenn sie nicht konsequent umgesetzt werden. Gerade in Zeiten politischer Polarisierung braucht es eine Regierung – und eine Zivilgesellschaft –, die klar und unmissverständlich für Demokratie, soziale Gerechtigkeit und Menschenrechte einsteht. Das gilt im Kampf gegen Diskriminierung ebenso wie in der Rentenpolitik.

Wer heute für eine faire, solidarische Rentenversicherung kämpft, kämpft nicht nur für die Älteren. Er kämpft für junge Menschen, die in eine ungleiche Arbeitswelt starten; für Familien, die zwischen Care-Arbeit und Erwerbsarbeit zerrieben werden; für alle, die aufgrund struktureller Benachteiligung nicht die gleichen Chancen haben; und letztlich für die Zukunft einer Demokratie, die auf sozialer Stabilität fußt.

Die Frage lautet heute nicht, ob wir Haltung zeigen sollten. Die Frage ist, ob wir es uns noch leisten können, es nicht zu tun. Mig 15

 

 

 

 

Wer verdient am meisten in Deutschland?

 

Inder verdienen in Deutschland besonders gut – sogar besser als Deutsche –, Bulgaren und Rumänen hingegen sehr wenig. Das geht aus einer aktuellen IW-Auswertung hervor. Für die Lohnunterschiede gibt es mehrere Gründe.

Indische Beschäftigte verdienen in Deutschland laut einer Untersuchung am meisten Geld. Der Bruttomedianlohn lag 2024 bei 5.393 Euro, wie das arbeitgebernahe Institut der deutschen Wirtschaft (IW) berichtet. Es folgen Österreicher (5.322 Euro), US-Amerikaner (5.307 Euro), Iren und Briten (5.233 Euro) sowie China (4.888 Euro). Deutsche Arbeitnehmer kommen auf ein mittleres Bruttoeinkommen von 4.177 Euro.

Mit großem Abstand sind ausländische Arbeiter mit durchschnittlich 3.204 Euro ganz am Ende der Tabelle. „Vollzeitbeschäftigte aus Bulgarien (2.681 Euro), Rumänien (2.762 Euro) und Syrien (2.750 Euro) weisen deutlich niedrigere Medianlöhne auf“, heißt es im IW-Kurzbericht. Danach stehen die Lohnniveaus auch hier in engem Zusammenhang mit der Art der Beschäftigung dieser Gruppen: Helfertätigkeiten von bis zu 50 Prozent.

Inder oft in akademischen Mint-Berufen

Grund für die hohen Einkommen von indischen Beschäftigten ist laut IW das höhere Verdienstniveau in technischen Positionen. Viele Inder arbeiten in Deutschland in akademischen Mint-Berufen (Mathematik, Informatik, Naturwissenschaften, Technik). Deren Zahl hat sich zwischen 2012 und 2024 demnach fast verneunfacht auf mehr als 32.800. Rund ein Drittel der 25- bis 44-jährigen vollzeitbeschäftigten Inder ist in diesem Bereich tätig.

Die Entwicklung ist der Studie zufolge auch auf den starken Anstieg indischer Studierender hierzulande zurückzuführen. Viele beendeten ihr Studium erfolgreich, blieben anschließend in Deutschland und leisteten Beiträge zur Forschung, schreiben die Autoren. Die jährliche Zahl der Patentanmeldungen von Erfinderinnen und Erfindern mit indischen Wurzeln verzwölffachte sich zwischen 2000 und 2022.

Zuwanderung aus Indien „besondere Erfolgsgeschichte“

„Ohne qualifizierte Zuwanderung würde in der deutschen Wirtschaft schon heute kaum noch Wachstum möglich sein – gerade in den Mint-Berufen und bei der Innovationskraft“, sagt IW-Experte Axel Plünnecke. Die Fachkräftezuwanderung aus Indien sei „eine besondere Erfolgsgeschichte“.

Ein weiterer Grund für die hohen Löhne – auch bei Zugewanderten aus Österreich und den USA – sei, dass viele Beschäftigte in wirtschaftsstarken, urbanen Zentren mit höherem Lohnniveau arbeiteten. Seit 2012 wirbt die Bundesregierung gezielt um Fachkräfte aus Drittstaaten, vor allem für akademische Mint-Berufe.

Für die Analyse wurden Staatsangehörige berücksichtigt, von denen hierzulande mehr als 5.000 Vollzeitbeschäftigte arbeiten. Grundlage waren Statistiken der Bundesagentur für Arbeit. (dpa/mig 14)

 

 

 

 

 

Mehr Unternehmensgründungen durch Zuzug von Geflüchteten

 

München – Der Zuzug von Geflüchteten erhöht die Anzahl der Gewerbeanmeldungen und schafft zusätzliche Arbeitsplätze. Dies geht aus einer neuen Studie des ifo Instituts hervor. Die neuen Unternehmen werden jedoch nicht von Flüchtlingen oder anderen Ausländern, sondern überwiegend von Deutschen gegründet. „Durch den Zuzug von Geflüchteten entsteht vielerorts Bedarf für neue Geschäftsmodelle, zum Beispiel im Bereich Gesundheit oder Finanzdienstleistungen“, sagt ifo-Forscher Sebastian Schirner. Dabei sei allerdings zu beachten, dass der gestiegene Bedarf eine Folge steuerfinanzierter Transfers sein könnte. In welchem Umfang das der Fall ist, untersucht die Studie nicht. „Gleichzeitig steigt mittelfristig das Angebot an Arbeitskräften, was für potenzielle Gewerbetreibende attraktiv ist.“ 

Der Studie zufolge führt ein Anstieg von 100 Geflüchteten pro 10.000 Einwohner zu durchschnittlich sieben zusätzlichen Gewerbeanmeldungen mit 27 neuen Arbeitsplätzen. Das entspricht einem Anstieg bei den Gewerbeanmeldungen von 7,9 Prozent im Vergleich zu den durchschnittlichen Anmeldungen in einem durchschnittlichen Landkreis. Die entstehenden Unternehmen konzentrieren sich auf die Bereiche Verkehr, Gesundheit, das verarbeitende Gewerbe sowie auf Finanzdienstleistungen. Durch neue Gewerbeanmeldungen und bestehende Firmen entstehen durch den Zuzug von 100 Geflüchteten auf 10.000 Einwohner insgesamt 109 zusätzliche Arbeitsplätze. Davon entfallen drei Viertel auf bereits bestehende Unternehmen. Dabei handelt es sich vor allem um Vollzeitstellen. 

Die Studie basiert auf Daten einer Sonderauswertung der Gewerbeanzeigenstatistik auf Kreisebene zwischen 2007 und 2021. Die Zahl der Geflüchteten auf Landkreisebene wird mit Daten des Ausländerzentralregisters gemessen. Die Forscher nutzten außerdem die offiziellen Zuteilungsquoten (nach dem Königsteiner Schlüssel und Landesregeln). Diese Quoten bestimmen, wie viele Geflüchtete ein Landkreis theoretisch aufnehmen sollte. Darauf basierend bestimmt die Studie die kausalen Effekte des Zuzugs von Geflüchteten auf die Zahl der Unternehmensgründungen und Arbeitsplätze. Ifo 14

 

 

 

 

 

 

„Neue Realitäten“

 

Entwicklungsministerin will stärker auf deutsche Interessen schauen

Vor dem Hintergrund sinkender Mittel und der Erschütterung internationaler Zusammenarbeit will Ministerin Alabali Radovan ihre Entwicklungspolitik stärker fokussieren. Das Geld soll dahin, wo die Not am größten ist – und deutschen Interessen dient. Von Corinna Buschow

Bundesentwicklungsministerin Reem Alabali Radovan (SPD) will die Strategie ihres Hauses neu ausrichten. Dazu soll auch eine stärkere Orientierung an deutschen Interessen gehören, wie aus einem am Montag in Berlin vorgestellten Strategiepapier Alabali Radovans hervorgeht. Zudem plant die Ministerin, sich bei der Mittelvergabe stärker auf bestimmte Regionen sowie die Themen Hunger- und Armutsbekämpfung zu fokussieren.

Mit Blick auf Kriege und Krisen sowie den Rückzug der USA aus der Entwicklungszusammenarbeit sagte die Ministerin, die internationale Solidarität stehe „massiv unter Druck“. Auch die deutsche Entwicklungspolitik müsse sich „an neue Realitäten anpassen“.

Immerhin wurde auch im Bundeshaushalt für diesen Bereich in den vergangenen Jahren der Rotstift angesetzt. 2023 lag der Etat des Entwicklungsministeriums noch bei gut zwölf Milliarden Euro, in diesem Jahr stehen wie im Vorjahr noch rund zehn Milliarden Euro zur Verfügung.

Hungerbekämpfung in Afrika künftig Schwerpunkt

In dem Papier wird das Ziel ausgegeben, die Entwicklungspolitik „strategischer, fokussierter und partnerschaftlicher“ auszurichten. Unter Partnerschaftlichkeit versteht Alabali Radovan dabei, dem globalen Süden stärker auf Augenhöhe zu begegnen. Partnerschaftlicher zu handeln bedeute aber auch, „dass wir eigene Interessen klarer benennen“, heißt es in dem Papier. Eine „wertebasierte Ausrichtung“ solle mit einer „strategischen Orientierung an deutschen Interessen“ verbunden werden.

Ein größeres Gewicht soll dem Papier zufolge die Hunger- und Armutsbekämpfung erhalten. Dies sei der „Kernauftrag“ der Entwicklungszusammenarbeit, sagte Alabali Radovan. Konzentriert werden sollen Mittel, die direkt aus dem Bundeshaushalt in Projekte gehen, auf die ärmsten und am wenigsten entwickelten Länder in Afrika. Sogenannte Schwellenländer, also aufstrebende Volkswirtschaften, sollen künftig grundsätzlich nur noch mit rückzahlbaren Krediten unterstützt werden.

Fokus auf Regionen mit Bedeutung für Deutschland

Einen räumlichen Fokus soll es künftig auf Krisenregionen geben, „die für Deutschland und Mitteleuropa von zentraler Bedeutung sind“, wie die Entwicklungsministerin erläuterte. Konkret nennt das Papier die europäische Nachbarschaft, den Nahen Osten, Nordafrika, die Sahelregion und das Horn von Afrika. Das bedeute, dass Deutschland die Unterstützung im Themenfeld Flucht und Krise in anderen Weltregionen „geordnet beenden“ werde, sagte Alabali Radovan. An der Unterstützung des in der Kritik stehenden UN-Hilfswerks für Palästina-Flüchtlinge (UNRWA) will sie entsprechend der Strategie nach eigenen Worten festhalten.

Das Papier strebt zudem eine Stärkung der wirtschaftlichen Zusammenarbeit mit Entwicklungsländern an. Konkret verwies sie auf das Ziel, Vergabeverfahren zu verbessern. Sie wolle, dass sich die Chancen deutscher und europäischer Unternehmen bei Auftragsvergaben in diesen Ländern verbessern, sagte Alabali Radovan.

Nachdem die USA in der vergangenen Woche den Abschied aus zahlreichen UN-Organisationen angekündigt hatten, sieht das Papier der deutschen Ministerin eine Stärkung der multilateralen Zusammenarbeit vor, sieht Deutschland gar in einer „sichtbaren Führungsrolle“. Themen wie Gesundheit und Bildung sollen Alabali Radovan zufolge künftig vorrangig über solche Kooperationen bearbeitet werden. (epd/mig 13)

 

 

 

 

 

 

Jahresbilanz. Zahl der Asyl-Erstanträge um die Hälfte gesunken

 

Weniger Asylbewerber, mehr Abschiebungen – in der Flüchtlingspolitik zeigt sich zum Jahresstart die härtere Gangart der Politik. In der Diskussion sind weitere Verschärfungen. Von Basil Wegener

Nach Deutschland kommen deutlich weniger Asylbewerber. Die Zahl der Erstanträge sank laut Bundesinnenministerium im Jahr 2025 im Vergleich zu 2024 um 51 Prozent, im Vergleich zu 2023 um 66 Prozent. Zehntausende Menschen – rund 20 Prozent mehr als im Vorjahr – wurden zugleich abgeschoben. Die EU-Kommission meldete auch einen Rekord bei den Abschiebungen aus der Europäischen Union insgesamt.

2025 sank die Zahl der Erstanträge um mehr als 116.000 auf 113.236. 2024 lag die Zahl noch bei 229.751. 2023 waren es 329.120. Im Rekordjahr 2016 waren es laut Bundesamt für Migration und Flüchtlinge (Bamf) 722.370 solcher Anträge. Damals hatten viele vor allem aus dem Bürgerkriegsland Syrien geflüchtete Menschen erst mit Verspätung einen Antrag stellen können – das Bundesamt war durch den großen Zuzug 2015 überlastet gewesen. Damals lag die Schutzquote bei über 60 Prozent. In Syrien tobte noch Krieg. In den Folgejahren sank die Zahl der Erstanträge auf Asyl auf bis zu 102.581 2020, um dann zunächst wieder anzusteigen.

Warum die Asylzahlen sinken

Ein Grund für den Rückgang der Zahlen sind offiziellen Angaben zufolge die Grenzkontrollen. Sie wurden ab Oktober 2023 von der damaligen Bundesinnenministerin Nancy Faeser (SPD) schrittweise eingeführt und von ihrem Nachfolger Alexander Dobrindt (CSU) intensiviert. Experten zufolge hat der Rückgang aber mit dem Ende der Ära des Langzeitmachthabers Baschar al-Assad zu tun. Nach seinem Sturz kamen weniger Syrerinnen und Syrer nach Deutschland. Auch Italiens restriktiverer Migrationspolitik werden Effekte zugeschrieben. Das gilt in umgekehrter Weise auch für Spanien, wo sogenannte „irreguläre“ Migrantinnen und Migranten mit Jobaussichten eine Aussicht auf Legalisierung haben.

Bundesinnenminister Alexander Dobrindt (CSU) macht vor allem die Migrationswende der Bundesregierung für die sinkenden Zahlen verantwortlich. Sie zeige Wirkung. Dobrindt sagte: „Das klare Signal aus Deutschland heraus, dass sich die Migrationspolitik in Europa geändert hat, ist in der Welt angekommen.“ Genannt werden unter anderem auch das umstrittene Aussetzen des Familiennachzugs und das Ende der „Turboeinbürgerung“.

Erste Abschiebungen im neuen Jahr

Schon zu Beginn des neuen Jahres hat die Bundesregierung auch ihre Abschiebungen fortgesetzt. Zwei afghanische Straftäter wurden nach Afghanistan gebracht. Eine Sprecherin bestätigte einen Bericht des Boulevardblattes „Bild“ über die Rückführung eines in Bayern wegen schwerer Körperverletzung und Drogendelikten mehrfach verurteilten Mannes. „Bundespolizisten übergaben den Mann und konsularische Papiere auf dem Flughafen an Taliban-Offizielle“, hatte die Zeitung berichtet.

Angewendet worden ist laut dem Blatt ein neu etablierter Mechanismus der Einzelabschiebung – laut der Sprecherin nun zum dritten Mal. 2025 wurden ihr zufolge 83 Straftäter nach Afghanistan zurückgeführt. „Es ist geplant, dass Rückführungen nach Afghanistan und Syrien regulär und regelmäßig mit Linienflügen stattfinden sollen.“ Mit weiteren Rückführungen sei zu rechnen.

Verhandlungen mit Taliban

Die frühere Regierung von SPD, FDP und Grünen hatte Afghanistan-Abschiebungen wegen der Machtübernahme der Taliban ausgesetzt, unter Dobrindt wurden sie wieder aufgenommen. Ungeachtet von Kritik in Deutschland hatte sich das Innenministerium laut Sprecher mit „Vertretern der afghanischen De-facto-Regierung“ verständigt. Dobrindt hatte gesagt, die Gesellschaft habe ein Interesse daran, dass Straftäter das Land verlassen. Die Verhandlungen mit der Taliban sind umstritten, weil das einer Anerkennung von Terroristen gleichkommt.

Insgesamt wurden aus Deutschland vergangenes Jahr – noch ohne Dezemberzahlen – 21.311 Personen zurückgeführt. „Wir gehen für das Jahr 2025 von einer Steigerung von Abschiebungen gegenüber dem Vorjahr von 20 Prozent aus“, sagte eine Ministeriumssprecherin.

Weitere Verschärfung des Kurses?

Die CSU-Landesgruppe hatte zuletzt mit einem Forderungskatalog für Widerspruch gesorgt, der vor ihrer Winterklausur bekanntgeworden war. Die meisten Syrerinnen und Syrern sollen nach dem Beschlussantrag für die CSU-Abgeordneten zurück in ihre Heimat.

Gefordert wird eine Abschiebeoffensive und ein Abschiebeterminal am Flughafen München. Der Chef des CDU-Arbeitnehmerflügels, Dennis Radtke, hatte in der „Süddeutschen Zeitung“ eingewandt, er verstehe nicht, „warum man zwei Monate vor extrem wichtigen Landtagswahlen das Nummer-1-Thema der AfD wieder groß macht (…)“. Dabei habe Dobrindt ja geliefert. Gewählt wird 2026 in Baden-Württemberg (8. März), Rheinland-Pfalz (22. März), Sachsen-Anhalt (6. September), Berlin und Mecklenburg-Vorpommern (beide am 20. September). In den ostdeutschen Flächenländern ist die AfD in Umfragen stärkste Kraft.

Erste Abschiebung nach Syrien

Die erste Abschiebung nach Syrien seit Beginn des Bürgerkriegs hatte es vor Weihnachten gegeben. Auch hier saß ein Straftäter im Flugzeug. In ihrem Koalitionsvertrag hatten Union und SPD angekündigt: „Nach Afghanistan und Syrien werden wir abschieben – beginnend mit Straftätern und Gefährdern.“

Insgesamt halten sich in Deutschland laut Ministerium 940.401 Personen mit syrischer und 448.744 mit afghanischer Staatsangehörigkeit auf – jeweils mit unterschiedlichem Aufenthaltsstatus. Aus mehreren Branchen in Deutschland waren Warnungen gekommen, ohne Arbeitskräfte auch aus Syrien entstünden deutliche Lücken – etwa von der Ärzteschaft.

Auch EU will Abschiebungen forcieren

Deutschland ist nicht allein mit dem Abschiebe-Trend. EU-Innenkommissar Magnus Brunner sagte der „Welt am Sonntag“ zur Situation in der Europäischen Union: „Die Abschiebungsrate ist in den ersten drei Quartalen von 19 Prozent im Jahr 2023 auf 27 Prozent im Jahr 2025 gestiegen. Damit werden wir im Jahr 2025 voraussichtlich die höchste Abschiebungsrate seit 2019 erreichen.“

Dennoch sei dies „bei weitem noch nicht genug“. Nötig seien konsequente Abschiebungen, eine rasche Abweisung von Personen mit geringer Aussicht auf Asyl sowie Zusammenarbeit mit Drittstaaten, damit Menschen nicht fliehen. Er sagte: „Wir müssen die illegale Migration auf allen Fronten bekämpfen“.

Mit „illegaler“ Migration wird im politischen Sprachgebrauch irreführend auch Fluchtbewegungen von Menschen bezeichnet, die Schutz suchen. Weil sichere und legale Fluchtwege oft fehlen, bleibt vielen keine andere Möglichkeit, als Grenzen zunächst ohne gültige Dokumente zu überqueren, um ihr international garantiertes Recht auf Asyl geltend zu machen. Juristisch ist das keine „illegale“ Handlung, sondern die Wahrnehmung eines verbrieften Rechts. (dpa/mig 13)

 

 

 

 

 

 

Zahl internationaler Studierender steigt weiter

 

Rund 420.000 internationale Studierende sind derzeit an deutschen Hochschulen eingeschrieben – ein Plus von vier Prozent. Der Anstieg trifft auf einen Hochschulalltag, der für viele Studierende zum Hürdenlauf wird.

Die Zahl der ausländischen Studentinnen und Studenten an deutschen Hochschulen ist im laufenden Wintersemester weiter gestiegen. Wie der Deutsche Akademische Austauschdienst (DAAD) in Bonn auf Basis einer Umfrage mitteilte, sind derzeit rund 420.000 internationale Studierende und Promovierende an deutschen Hochschulen eingeschrieben. Das entspreche einem Zuwachs von gut vier Prozent gegenüber dem Vorjahr.

Nach DAAD-Hochrechnung sind zudem rund 99.000 ausländische Studienanfänger erstmals an deutschen Hochschulen eingeschrieben. Das entspreche einem Zuwachs von neun Prozent gegenüber dem Vorjahr.

320 deutsche Hochschulen befragt

Für die Schnellabfrage zum Wintersemester hat der DAAD von Anfang bis Mitte Dezember 320 staatlich anerkannte deutsche Hochschulen befragt und 212 Rückmeldungen erhalten. Auf dieser Basis hat der DAAD eine Hochrechnung der Studierendenzahl an diesen Hochschulen in Deutschland vorgenommen.

 „Deutschland und seine Hochschulen sind nachweislich ein attraktives Ziel für Studierende und Promovierende aus aller Welt“, sagte DAAD-Präsident Joybrato Mukherjee. Der akademische Nachwuchs aus dem Ausland bereichere die Hochschulen, trüge zur Stärkung des Innovationsgeschehens bei und leiste nach dem Abschluss einen wichtigen Beitrag für Wissenschaft, Wirtschaft und die Sozialsysteme.

Hohe Kosten trotz kostenloser Studienplätze

Dass Deutschland für viele attraktiv ist, bedeutet allerdings nicht, dass der Start in Germany einfach ist. Für viele internationale Studierende beginnen die Hürden bei den Lebenshaltungskosten. Städte mit Universität sind in der Regel teurer und viele Studierende müssen nebenbei jobben, um über die Runden zu kommen. Studierendenwerke weisen seit Jahren darauf hin, dass finanzielle Engpässe bei internationalen Studierenden überdurchschnittlich häufig sind.

Auch sprachlich erleben viele internationale Studierende einen steilen Einstieg, weil in Deutschland Englischkenntnisse oft nicht als ausreichend betrachtet werden. Kritik gibt es immer wieder an der Ausstattung von Hochschulen: Beratungsangebote, Orientierung und Unterstützung seien je nach Standort sehr unterschiedlich – und nicht überall ausreichend auf internationale Studierende zugeschnitten.

Bürokratie: Ausländerbehörden als Flaschenhals

Für Studierende aus Staaten außerhalb der EU kommen auf dem Weg durch das Studium oft weitere formale Hürden hinzu: Visa, Aufenthaltstitel, Fristen, Nachweise. Hochschulen raten Studierenden deshalb teils ausdrücklich, sich sehr früh um Termine bei der zuständigen Ausländerbehörde zu kümmern. Betroffene berichten seit Jahren von langen Wartezeiten, schwer erreichbaren Behörden und auch von Diskriminierung in Amtsstuben.

Wie verbreitet Diskriminierungserfahrungen im Hochschulkontext sind, legen Auswertungen bundesweiter Studierendenbefragungen nahe: In einer Veröffentlichung auf Basis des „Student Survey in Germany“ wird berichtet, dass ein Teil der Studierenden selbst Diskriminierung erlebt und viele Diskriminierung bei anderen beobachtet haben. (epd/mig 12)

 

 

 

 

 

 

 

Jeder dritte Eingewanderte denkt übers Auswandern nach

 

Deutschland benötigt Einwanderung. Gleichzeitig kann sich mehr als jede fünfte Person eine Auswanderung vorstellen. Besonders unter Menschen mit Migrationsgeschichte erwägen erstaunlich viele, das Land zu verlassen. Das zeigt eine neue Studie. Konkrete Pläne haben aber nur wenige.

Jeder Fünfte in Deutschland erwägt einer Umfrage zufolge, das Land zu verlassen. Insgesamt geben dies 21 Prozent an, bei Deutschen ohne Migrationsgeschichte 17 Prozent. Bei Menschen, die selbst eingewandert sind, sind es mit 34 Prozent doppelt so viele, bei ihren Nachkommen sogar 37 Prozent. Dies geht aus einer Kurzstudie des Deutschen Zentrums für Integrations- und Migrationsforschung (Dezim) hervor.

Grund ist demnach am häufigsten die Hoffnung auf ein besseres Leben – etwa bei jedem Zweiten mit Auswanderungsgedanken. Menschen mit Migrationsgeschichte nennen oft auch die Erfahrung von Diskriminierung. Konkret sind die Auswanderungspläne aber nur bei zwei Prozent der Befragten: Sie planen, binnen eines Jahres wegzuziehen. Nach Daten des Statistischen Bundesamts verließen 2024 tatsächlich 1,2 Millionen Menschen das Land.

Autoren: Auswanderung bedeutsam

„In Deutschland haben Debatten um Einwanderung seit Jahren Konjunktur“, heißt es in dem Papier. „Weniger öffentliche Beachtung findet dagegen die Tatsache, dass regelmäßig Menschen aus Deutschland auswandern.“ Dabei sei dies mit Blick auf den demografischen Wandel und die Engpässe bei Arbeitskräften von Bedeutung.

Am häufigsten bejahen Menschen mit familiären Bezügen zur Türkei, dem Nahen Osten und Nordafrika Auswanderungserwägungen – 39 Prozent. 31 Prozent sind es unter Menschen mit Einwanderungsgeschichte aus der ehemaligen Sowjetunion, 28 Prozent bei Menschen aus EU-Staaten.

Kurz vor der Bundestagswahl gingen die Zahlen hoch

Die Migrationsforscher hatten 2.933 Personen zwischen Sommer 2024 und Sommer 2025 jeweils fünf Mal befragt, um Schwankungen zu kontrollieren. Die Werte seien im Wesentlichen konstant geblieben, mit einer Ausnahme: „Kurz vor der Bundestagswahl im Februar 2025 stiegen die hypothetischen Auswanderungserwägungen unter Eingewanderten und ihren Nachkommen um etwa 10 Prozentpunkte an“, schreiben die Autoren.

Die von Dezim gemessenen Werte der abstrakten Auswanderungserwägungen liegen etwas höher als bei anderen Untersuchungen. So hatte das Institut für Arbeitsmarkt- und Berufsforschung Mitte 2025 berichtet, dass sich 26 Prozent der nach Deutschland eingewanderten Menschen mit Gedanken trügen, das Land zu verlassen. Von diesen hätten 3 Prozent oder 300.000 Menschen konkrete Auswanderungspläne, hieß es damals. (dpa/mig 12)

 

 

 

 

 

 

Studie: Pflegekräftemangel erhöht Sterblichkeit

 

Mannheim/München – Durch die Abwanderung von Pflegekräften stieg die Sterblichkeit in grenznahen Krankenhäusern um 4,4 Prozent. Dies zeigt eine neue Studie des Zentrums für Europäische Wirtschaftsforschung (ZEW) und des ifo Instituts. „Der Pflegekräftemangel wirkte sich vor allem auf ältere Patientinnen und Patienten sowie Notfälle aus. Bei ihnen erhöhte sich die Sterberate. Damit verbunden ist eine stagnierende Lebenserwartung in den betroffenen Grenzregionen zur Schweiz – während diese im Rest Deutschlands stieg“, sagt Studienautor Oliver Schlenker, Research Associate am ZEW Mannheim und stellvertretender Leiter des Ludwig Erhard ifo Zentrums für Soziale Marktwirtschaft in Fürth.

Im Schnitt verloren deutsche Krankenhäuser in der Grenzregion zur Schweiz rund 12 Prozent ihres Pflegepersonals im Vergleich zu ähnlichen Kreisen im Landesinneren. Jeder Prozentpunkt dieses Rückgangs verringerte die Pflegeintensivität um etwa 0,8 Prozent pro Patienten, die Operationswahrscheinlichkeit um 1 Prozent und erhöhte die Sterbewahrscheinlichkeit um 0,4 Prozent. „Bei Patienten mit Sepsis und Herzinfarkt erhöhte sich die Sterblichkeit um 11,6 und 17,7 Prozent. Die Lebenserwartung in der Grenzregion sank um etwa 0,3 statistische Lebensjahre im Vergleich zu ähnlichen Kreisen im Landesinneren“, sagt Schlenker. 

Im Jahr 2011 begannen viele in Grenznähe lebende deutsche Pflegekräfte, in der Schweiz zu arbeiten. Der Grund: Ein gleichbleibend starker Schweizer Franken bei gleichzeitig stagnierenden Tariflöhnen in Deutschland. In Kombination mit gleichbleibenden Lebenshaltungskosten in Deutschland, einer hohen Personalnachfrage in der Schweiz und stagnierenden Löhnen in deutschen Krankenhäusern machte das einen Stellenwechsel, insbesondere für examinierte Pflegefachkräfte, attraktiv. Durch den Mangel an Pflegekräften begannen Krankenhäuser in den betroffenen deutschen Regionen zudem, Patientinnen und Patienten nach ihren medizinischen Bedürfnissen zu priorisieren und insbesondere nicht dringliche Operationen zu verringern („Triage“). 

Als Datenbasis der Studie dienten verschiedene repräsentative Datensätze der statistischen Bundesämter Deutschlands und der Schweiz, darunter die Schweizer Grenzgänger-Statistik, die deutsche Krankenhausstatistik, sowie regionale Daten. Die Studie untersuchte alle stationären Krankenhausfälle über den Zeitraum von zwölf Jahren (2006 bis 2017), um die Auswirkungen des Fachkräftemangels auf die Sterblichkeit und Lebenserwartung herauszufinden. Ifo 12

 

 

 

 

 

Machtbesoffen

 

Die Entführung Maduros offenbart den imperialen Anspruch der USA. Europas Dämmerzustand beschleunigt den Zerfall der internationalen Ordnung. Von Maximilian Mayer

Die nächtliche Entführung des venezolanischen Präsidenten Nicolás Maduro, die mehr als 80 Opfer forderte, macht unmissverständlich deutlich, wie die hemisphärische Politik von US-Präsident Trump das Völkerrecht zertrümmert. Die USA wollen in ihrem Einflussbereich unter willkürlicher Anwendung von Gewalt Regierungen installieren und Rohstoffe unter ihre Kontrolle bringen. Die Souveränität und Gleichheit von Nationalstaaten werden zur Randnotiz, denn die USA müssen, wie Trump betonte, von „sicheren Ländern umgeben sein“. Im Zweifel werden US-amerikanische Interessen im Post-Maduro-Venezuela auch dauerhaft per Kanonenbootpolitik durchgesetzt.

Wie viel Appetit Trump tatsächlich auf weitere militärische Einsätze und Regimewechsel hat, bleibt abzuwarten. Auf seiner Prioritätenliste stehen zumindest Grönland und Panama. Trump hat in den letzten Tagen zudem Mexiko, Kuba und Kanada bedroht. Die neue US-Sicherheitsstrategie sieht vor, rechtspopulistische und ethno-nationalistische Parteien im Sinne der MAGA-Ideologie in Europa zu unterstützen.

Nicht zuletzt deswegen sind die zurückhaltenden Reaktionen der europäischen Regierungen auf Maduros Entführung bemerkenswert, da Brüssel und andere Hauptstädte ansonsten keine Gelegenheit auslassen, die Wichtigkeit der regelbasierten Ordnung zu betonen. Europäische Doppelstandards können nicht darüber hinwegtäuschen: Die US-Militäraktion ist völkerrechtswidrig. Sie verstößt gegen das in Artikel 2 der UN-Charta festgelegte Gewaltverbot. Bundeskanzler Merz beweist schwarzen Humor, wenn er die rechtliche Einordnung des US-Einsatzes als „komplex“ bezeichnet. Ähnlich verhält es sich bei den völkerrechtlich illegitimen Angriffen auf zivile Boote und bei den Tötungen, die das US-Militär in den letzten Monaten im karibischen Raum durchgeführt hat.

Auch zu diesen Normverletzungen haben die Europäer geschwiegen, denn sie befinden sich in einem Dilemma. Eine offene Kritik an der Verletzung des Völkerrechts würde den wichtigsten Sicherheitspartner gegen Russland verärgern – und die Risse im transatlantischen Bündnis vertiefen. Die Billigung der Maßnahmen der USA gegen das Maduro-Regime untergräbt hingegen gerade jene rechtlichen Grundsätze, welche die Invasion Russlands in der Ukraine illegal machen. Das Schweigen gegenüber Trump legitimiert mit anderen Worten die Gewaltanwendung gegen souveräne Staaten – was die Existenz der Ukraine gefährdet.

Die Botschaft der Trump-Regierung in diesem Kontext ist alles andere als subtil: Lateinamerika gilt wieder als rechtsfreier Hinterhof. Das Völkerrecht spielt in dieser Region keinerlei Rolle. Allein der entgrenzte Wille des US-Präsidenten kann dort über den Ausnahmezustand entscheiden. Als außenpolitische Konsequenz der unitary executive theory hält der US-Präsident damit in der gesamten westlichen Hemisphäre die legislative, exekutive und judikative Macht in der Hand.

In Venezuela geht es jedoch nicht um graue Theorie. Mit seiner „Donroe-Doktrin“ verfolgt Trump handfeste Ziele. Der naheliegendste innenpolitische Zweck, der selbstredend ungenannt bleibt, ist es, den Epstein-Trump-Skandal kurzzeitig aus den Schlagzeilen zu verdrängen. Offen benennt er hingegen ein zweites Ziel des Staatsstreichs: die Kontrolle über das venezolanische Erdöl und die Rohstoffe des Landes zu erlangen. Amerikanische Ölkonzerne, wichtige Geldgeber für Trumps Wahlkampf, sollen an der Ausbeutung der venezolanischen Ölreserven beteiligt sein. Mit 300 Milliarden Barrel sind diese die größten der Welt.

Die Nachkriegsordnung ist nicht erst am Zusammenbrechen – sie ist faktisch kollabiert. Grundlegende Normen sind weitgehend erodiert. Wir erleben aktuell die Reaktionen auf diesen institutionellen, moralischen und normativen Kollaps. Der Druck zunehmender wechselseitiger Irritation und Imitation zwischen den USA, Russland und China macht die Neuaufteilung der weltweiten Einflusssphären zu einer hochexplosiven Angelegenheit. Trumps Agieren legt nahe, dass auch die USA in Zukunft die nationale Souveränität anderer Staaten nicht mehr anerkennen werden. Insbesondere kleinere Staaten werden so zu bloßen Objekten degradiert. Nach dem Vorbild der amerikanischen Militäraktion hat Russlands Ex-Präsident Dmitri Medwedew beispielsweise Bundeskanzler Friedrich Merz mit seiner Entführung gedroht. Und in den chinesischen sozialen Medien wird die Entführung von Taiwans Präsident Ching-te Lai per Helikopter gefordert. Selbst unterhalb der Schwelle eines Krieges haben die imperialen Imitationsdynamiken also enorme Auswirkungen auf die zwischenstaatlichen Umgangsformen.

Was sich wie eine Rückkehr zum Imperialismus des 19. Jahrhunderts anhört, ist in Wirklichkeit ein Konvergenz-Mechanismus, der die in Scherben liegende internationale Ordnung in ein neues Gehäuse zwingen könnte. Im Zusammenspiel mit Putin und Xi treibt Trump eine grundlegende Transformation des internationalen Systems voran. Vereinfacht gesagt, versuchen drei neo-imperiale Mächte, ihre Peripherien neu zu kontrollieren. Ziel sind politische Systeme, Infrastrukturen, Lieferketten und Rohstoffausbeutung – mit jeweils eigenen Machtinstrumenten. Die Zunahme von Militäreinsätzen, Seeblockaden und anderen Formen der Machtprojektion, die der Abgrenzung von Einflusssphären dienen, könnte zu mehr militärischen Konfrontationen führen. Besonders gefährlich dabei ist, dass die Befehlsgewalt in der Hand autoritärer Staatenlenker liegt, die innenpolitisch kaum nennenswerte Einschränkungen ihrer imperialen Machtausübung fürchten müssen.

Die Machtdemonstration der Trump-Regierung in Südamerika ist das eine. Wie diese medial mit einer überheblichen und machtbesoffenen Pose zelebriert wird, ist das andere. Beides hat eine zersetzende Wirkung auf die verbleibende multilaterale Verankerung des Staatensystems. Die Erosion internationaler Normen auf globaler Ebene beschleunigt sich, da vor allem Moskau und Washington die Allgemeingültigkeit völkerrechtlicher Prinzipien nun grundsätzlich infrage stellen. Verhaltensleitend werden die Normalisierung von Dominanzstreben und die Betonung regionaler Hierarchien. Die Tatsache, dass ein De-facto-Staatschef, wie illegitim und autoritär er auch sei, in der eigenen Hauptstadt gefangen genommen wird, um in New York unter dubiosen Vorwürfen vor Gericht gestellt zu werden, ist ein Zeugnis dafür, dass ungezügeltes Großmachtdenken und periphere Unterordnungslogik die Leitmotive der neuen globalen Herrschaftsordnung bilden.

Die schroffe Ablehnung des Völkerrechts macht deutlich, dass sich die gewohnte Missachtung völkerrechtlicher Grundsätze – wie die langjährige Praxis von US-Interventionen in Lateinamerika – nicht einfach intensiviert. Laut ihrer neuen Nationalen Sicherheitsstrategie haben die USA das universale Völkerrecht vielmehr durch eine Carl-Schmitt-Doktrin regionaler Großraum-Innenpolitik ersetzt. Die Regeln und Verfahren dieser Herrschaftspraxis können nur von den Großmächten selbst festgelegt und umgesetzt werden. Folgerichtig betrachtet die Trump-Regierung Venezuelas Souveränität als konditional und die Entführung Maduros als bloße behördliche Polizeiaktion; ähnlich wie Putin seine „militärische Spezialoperation“ in einer aus seiner Sicht unsouveränen Ukraine fortsetzt.

Für Mittelmächte ist diese Demobilisierung von Kernbestandteilen des internationalen Rechts existentiell beunruhigend. Der rasante Zerfall der regelbasierten Weltordnung insgesamt macht schmerzlich deutlich, dass weder auf fest etablierte Institutionen noch auf langjährige Allianzen Verlass ist. Wenn völkerrechtliche Prinzipien von Großmächten ungehindert mit Füßen getreten werden können, könnten viele Mittelmächte letztlich zu dem Schluss kommen, dass sie eine anhaltende Unsicherheitsphase neo-imperialistischer Globalpolitik nur mit eigenen Atomwaffen überleben können. Trumps willkürlicher und unvorhersehbarer Umgang mit engsten Verbündeten hat entsprechende Debatten beispielsweise in Südkorea und Japan ausgelöst.

Kaum eine Region ist von dieser sich verschärfenden tri-imperialen Dynamik so stark betroffen und gleichzeitig so vulnerabel wie Europa. Durch Russlands Westexpansion und Trumps Drohungen, die NATO zu verlassen, Grönland zu annektieren und die EU zu zerschlagen, sowie wegen des Erfolgs von Chinas staatsgeleiteter Industrie- und Technologiepolitik, ist die Existenz des politischen und ökonomischen Projekts Europa so stark bedroht wie nie zuvor.

Dennoch fällt es den europäischen Staaten schwer, eine koordinierte Antwort zu finden. Es fehlt ihnen der Mut zur strategischen Eigenständigkeit. Zwar investieren die NATO-Mitglieder massiv in die Aufrüstung, jedoch geschieht dies reaktiv und ohne eigene langfristige Zielsetzung. Eine strategische Neuausrichtung, die den Ausbau europäischer Hard Power als notwendige Bedingung für die zukünftige Sicherheit und politische Selbstbestimmung der EU gegenüber allen drei imperialen Mächten formuliert, wurde bislang versäumt. Ohne integrierte Rüstungsindustrien und technologische Autonomie bleiben die europäischen Staaten Verschiebemasse. In einer neu entstehenden Großraumordnung drohen sie politisch marginalisiert zu werden.

Die zurückhaltenden europäischen Reaktionen auf die Entführung des venezolanischen Präsidenten erweisen sich somit als unklug. Wenn sie keinen kritischen Standpunkt beziehen, untergraben sie nicht nur ihre Glaubwürdigkeit bei der Zurückweisung von Trumps Ansprüchen auf Grönland. Sie billigt damit indirekt die Dugin-Schmitt-Doktrin, mit der die russische Armee in der Ukraine und ganz Osteuropa eine neue internationale Rechtsordnung durchsetzen möchte. Die Europäer sollten hingegen trotz allem internationales Recht verteidigen. Es wäre ein Fehler, zu Trumps ordnungszersetzender Politik weiterhin zu schweigen. Der Umgang mit Maduro ist kein Ausnahmefall. Die Schmitt-Doktrin könnte bald auch gegen europäische Staaten Anwendung finden. In Kopenhagen hat man dies verstanden. Vielleicht erwachen auch die übrigen europäischen Hauptstädte bald aus ihrem Dämmerzustand. Ipg 8

 

 

 

 

 

70 Jahre Anwerbeabkommen. 650.000 Menschen italienischer Herkunft leben in Deutschland

 

Vor 70 Jahren wurde das Anwerbeabkommen mit Italien unterzeichnet. Heute leben weit mehr als eine halbe Million Menschen mit italienischen Wurzeln in Deutschland. Aber: Jeder Dritte ist erst in den vergangenen zehn Jahren eingewandert.

In Deutschland haben im vergangenen Jahr 650.000 Menschen mit italienischer Einwanderungsgeschichte gelebt. Zum 70. Jahrestag des Anwerbeabkommens mit Italien vom 20. Dezember 1955 teilte das Statistische Bundesamt am Mittwoch in Wiesbaden mit, fast Dreiviertel von ihnen (465.000 oder 72 Prozent) seien selbst aus dem südeuropäischen Land eingewandert. Die übrigen 185.000 oder 28 Prozent seien in Deutschland geboren.

Eine Einwanderungsgeschichte hat demnach „eine Person, die entweder selbst seit 1950 nach Deutschland eingewandert ist oder bei der dies auf beide Elternteile zutrifft“. 67.000 damals als „Gastarbeiter“ bezeichnete Menschen, die zwischen 1955 und 1973 zum Arbeiten aus Italien nach Deutschland kamen, lebten 2024 laut der Statistikbehörde noch hierzulande.

Fast ein Drittel seit 2014 zugewandert

Wer in Italien geboren wurde und selbst nach Deutschland einwanderte, lebte demnach seit durchschnittlich 30,3 Jahren hier. Knapp ein Viertel (113.000 oder 24 Prozent) kamen in der Zeit des Anwerbeabkommens (1955-1973) in die Bundesrepublik. Knapp ein Drittel (147.000 oder 32 Prozent) seien seit 2014 nach Deutschland gekommen.

Häufigste Gründe für den Umzug nach Deutschland seien familiärer Art (44 Prozent) und Erwerbstätigkeit (41 Prozent). Der Anteil italienischstämmiger Einwanderer an allen Erwerbstätigen im Alter von 15 Jahren aufwärts betrug den Angaben zufolge im vergangenen Jahr 0,9 Prozent. Wichtigstes Betätigungsfeld ist die Gastronomie (3,6 Prozent).

Schwerpunkte in NRW, Südwesten und Bayern

Das Geschlechterverhältnis war unausgewogen: 59 Prozent aller Zuwanderinnen und Zuwanderer aus Italien waren laut den Statistikern Männer, 41 Prozent Frauen. Auch die regionale Verteilung, wo italienischstämmige Menschen sich niederließen, ist sehr ungleichmäßig: Mehr als Zweidrittel (69 Prozent) von ihnen lebten in den drei Bundesländern Baden-Württemberg (29 Prozent), Nordrhein-Westfalen (23 Prozent) und Bayern (18 Prozent). Die höchsten Anteile an der Gesamtbevölkerung stellten sie demnach im Saarland (1,8 Prozent), Baden-Württemberg (1,7 Prozent) und in Hessen (1,1 Prozent). (dpa/mig 5)