WEBGIORNALE 10-11 Marzo
2010
Berlino. “Leben in der
Illegalität”. La sfida per i comuni delle migrazioni irregolari
Berlino. Il
Convegno annuale sull’illegalità promosso a Berlino da Katholisches Forum
“Leben in der Illegalität”, Rat für Migration e Katholische Akademie ha
dedicato la sua sesta edizione alla sfida rappresentata per i comuni dalle
migrazioni irregolari. Dal 3 al 5 marzo diverse conferenze e workshop hanno
tratteggiato: la posizione in proposito di alcune grandi città europee come
Londra, Atene e Milano, alcuni esempi di catene migratorie – latinoamericani a
Colonia, ghaneani ad Amburgo, vietnamiti a Berlino -, diversi progetti
realizzati o in via di attuazione a Francoforte, Monaco e Berlino per
l’assistenza sanitaria ai migranti irregolari e la nuova problematica dei
migranti europei provenienti da stati di recente ingresso nell’Unione,
legalmente presenti ma non registrati e non assicurati. L’apertura del convegno
è stata affidata al Card. Sterzinski che ha presieduto una messa in memoria del
vescovo Voss - deceduto nel dicembre scorso - per anni impegnato in questo
ambito in qualità di presidente della Commissione per le Migrazioni della
Conferenza episcopale tedesca e del Forum cattolico “vita nell’illegalità”.
Sterzinski, arcivescovo di Berlino, tenendo la relazione iniziale del convegno,
ha espresso soddisfazione per l’intento dichiarato dal governo federale di
creare le condizioni per la frequenza scolastica dei figli dei migranti senza
permesso di soggiorno e nel contempo ha rivolto un accorato appello per una
concretizzazione tempestiva di questo obbiettivo in tutto il paese, giacché
“per ogni ragazzo e ragazza è importante poter frequentare al più presto
possibile la scuole per avere prospettive di futuro e sfuggire al circolo
vizioso di povertà e illegalità”. Positivamente sono state valutate le
circolari amministrative del settembre 2009 riguardo la legge sul permesso di
soggiorno, con le quali è stato chiarito che l’aiuto umanitario prestato a
titolo professionale o volontario a migranti irregolari non integra di norma la
fattispecie “favoreggiamento di soggiorno illegale” e che il segreto
professionale dei medici, in caso di ricoveri d’emergenza, si estende fino
anche al personale dell’ufficio di assistenza sociale addetto al pagamento
delle fatture, che resta così esonerato dall’obbligo di denuncia. Peter Neher,
presidente della Caritas tedesca, ha presentato gli interventi Caritas nel settore
ed evidenziato come sebbene il fenomeno delle migrazioni irregolari costituisca
una sfida concreta soprattutto per le autorità locali - confrontate con diversi
aspetti della vita dei migranti - non sia possibile a questo livello trovare
delle reali soluzioni alla problematica, la quale esige contemporaneamente un
sostanziale cambio di mentalità da parte degli stati. Dirk Gebhard, esperto di
migrazione e integrazione della rete delle città europee Eurocities, ha
richiamato tra l’altro recenti approfondimenti che mettono in discussione la
tesi secondo cui una regolarizzazione dello status dei clandestini
costituirebbe un incentivo per nuovi migrazioni irregolari ed evidenziano
invece perlopiù il vantaggio economico collegato con tali misure.
Dal 2004 la chiesa
in Germania, promuovendo tra l’altro la nascita del Forum “Vita
nell’illegalità”, ha costantemente sollecitato puntuali miglioramenti nella
tutela dei diritti fondamentali dei migranti senza permesso di soggiorno. Nel
dibattito politico e nella prassi dei comuni sono da registrare alcuni
incoraggianti segni di apertura. Tuttavia molto resta ancora da perseguire
riguardo il diritto alla salute e ad una giusta retribuzione per il lavoro
svolto, nonché naturalmente sul piano delle politiche migratorie e di
cooperazione internazionale. Felicina Proserpio/CSERPE (de.it.press)
Il nuovo volto della migrazione: il fenomeno al femminile
La migrazione è
una parte dei fenomeni sorprendenti delle società moderne. In un mondo globalizzato,
questi fenomeni continuano a crescere e diventare sempre più diversificati e
complessi. Oltre 200 milioni di persone vivono al di fuori del loro paese
d'origine, hanno lasciato volontariamente o sotto costrizione, e il loro numero
è in costante aumento. Quasi la metà dei migranti nel mondo sono donne, e per
questo motivo, negli ultimi anni, la femminizzazione della migrazione è stata
spesso tematizzata. In alcuni Stati, la quota di donne supera addirittura il
50%.
In occasione dei
100 anni della Giornata internazionale della donna, 29 anni di parità nella
Costituzione federale, 14 anni di parità nella Legge sulla parità dei sessi in
Svizzera, le donne (e gli uomini sostenitori) si danno appuntamento il 13 marzo
a Berna per ribadire che c’è ancora molto da fare per rendere la nostra società
veramente equa ed inclusiva.
La migrazione è un
fenomeno globale che si manifesta in forma di migrazioni transnazionali e
migrazioni interne. Nel 2005, le Nazioni Unite (International Migration Stock
2008) quantificavano 195 milioni i migranti di tutto il mondo, di cui 64
milioni in Europa. Per l'anno 2010, si presumono circa 214 milioni di migranti
in tutto il mondo, circa 70 milioni in Europa. Ciò significa che il 3% della
popolazione mondiale vive al di fuori del paese di origine. Tutte queste
persone hanno lasciato la loro patria da soli o con i loro famigliari, di loro
spontanea volontà o sotto costrizione, con o senza speranza di ritorno. Sono
rifugiati o in cerca di migliori condizioni di lavoro e di vita che seguono i
loro mariti o le loro mogli, oppure nel tentativo di acquisire qualifiche
professionali all'estero. Le donne costituiscono quasi la metà della
popolazione migrante. Nel 2007, la loro percentuale è salita al 49,6% ed è
rimasta in sostanza invariata fino ad oggi (United Nations Population Division:
dati sulla migrazione femminile dal 1998, raccolti nei censimenti nazionali).
La femminizzazione
delle migrazioni internazionali - Nonostante la stabilità sorprendente delle
relazioni di genere nel corso degli ultimi 20 anni, nei recenti dibattiti sulla
migrazione spesso si parla della femminizzazione della migrazione. Questa
definizione fa intendere che la quota di donne migranti è in aumento.
Certamente, a partire dal 1970, la quota di donne migranti in molte parti del
mondo è cresciuta: dal 46,6% nel 1960 a circa il 49% alla fine del millennio.
La femminizzazione
della migrazione è una realtà dal punto di vista statistico, ma non si verifica
in tutto il mondo nella stessa misura. I flussi migratori variano, a seconda
delle condizioni politiche, economiche e sociali del paese di origine e del
paese di destinazione. Determinanti per la migrazione maschile o femminile sono
inoltre le condizioni strutturali del mercato del lavoro globale e la ripartizione
internazionale del lavoro, come anche le relazioni tra le regioni e i paesi
interessati, e le qualifiche richieste.
La situazione dei
migranti in Svizzera - Secondo le statistiche dell'Ufficio federale della
migrazione, gli stranieri in Svizzera nel 2008 sono 1,77 milioni di persone su
una popolazione totale di 7,8 milioni. Ciò corrisponde ad una quota del 22,7%.
Per la Svizzera, le Nazioni Unite presumono un aumento del numero di stranieri
a 1,8 milioni nel 2010 (International Migrant Stock 2008).
La quota di donne
tra la popolazione straniera in Svizzera era del 47% nel 2007 (UST), al di
sotto della media europea. Oggi, in Svizzera vivono più uomini che donne
straniere. Le ultime cifre annuali sulla migrazione, pubblicate dall’Ufficio
federale di statistica, ne danno conferma: nel 2008 i migranti erano
complessivamente 157‘271; le donne erano 71’367, che corrisponde ad una quota
del 45%.
Motivazioni
diverse per la migrazione - Negli ultimi
due decenni assistiamo ad un cambiamento paradigmatico per quel che riguarda il
motivo per la migrazione. Mentre durante il 1990 il ricongiungimento familiare
rappresentava il 60% delle ragioni per la migrazione, nel 2007 la cifra era di
poco più del 30%. Sempre nel 2007, la migrazione verso la Svizzera è stata
motivata principalmente dal perseguimento di un'attività lucrativa. Diversa si
presenta la situazione delle donne, che per la maggior parte, cioè nel 44% dei
casi, si sono trasferite in Svizzera nel quadro del ricongiungimento familiare.
Il 35% nel 2007 giunge in Svizzera per svolgere una attività professionale e
circa l'11% ha indicato la formazione professionale e continua come motivo
d’ingresso (UST).
Settori
professionali e formazione professionale delle donne migranti - La maggior parte delle donne migranti sono
occupate nel settore dei servizi. Nel 2008, 72,7% dei dipendenti lavorava nel
settore dei servizi, tra cui il 38,5% di donne. Nel 1991, 8,9% di tutte le
donne impiegate nel settore dei servizi erano migranti, percentuale aumentata
al 10,8% nel 2008. Analogamente al contesto internazionale, in Svizzera la
maggior parte dei dipendenti migranti sono attivi nel settore dei servizi alla
persona e nella ristorazione. Da alcuni anni, un quarto delle dipendenti in
questo settore è rappresentato da donne migranti. La loro quota nella categoria
delle "professioni sanitarie, nell'istruzione e nella ricerca
scientifica" è poco più del 10% e in aumento.
Se si prende in
esame la più alta qualifica conseguita dalle donne con background migratorio,
ne risulta che il 28% delle migranti occupate sono laureate o con titolo di
formazione professionale. Tra le donne svizzere, materia di occupazione, la
quota è del 24. La percentuale dei migranti tra i lavoratori dipendenti con un
titolo di studio accademico è del 33%. Tra le donne migranti che svolgono un
lavoro altamente qualificato o di dirigenza, la percentuale è soltanto del 6,8.
In comparazione, almeno il 30% delle donne svizzere ricopre un ruolo
dirigenziale, e il 36% lavora nell’ambito accademico.
La situazione
politico-sociale delle migranti in Svizzera - Da un recente studio della CFM si
evince che la situazione di donne che non hanno passaporto svizzero è
paragonabile a quella delle donne svizzere, anche se in numerosi casi i
migranti vivono in condizioni peggiori e più difficili. Tuttavia, le donne
migranti non sono affatto tutte povere, madri di bambini piccoli incolte, senza
familiarità con la lingua del posto o che lavorano in situazioni precarie.
Alcuni migranti sono molto qualificati, parlano diverse lingue, occupano
posizioni di alto livello oppure sono imprenditori. La diversità delle
condizioni di vita dei migranti deve tradursi in politiche e misure di
integrazione. Pertanto, è necessario sviluppare offerte di formazione per i
migranti con buone qualifiche, e semplificare il riconoscimento dei diplomi.
Per migliorare la
situazione giuridica delle donne migranti, bisogna rivedere o esaminare
alcune procedure, in particolare: il diritto di soggiorno staccato dallo stato
civile; il diritto ad un permesso di soggiorno per le vittime di violenza
domestica, di matrimoni forzati o del traffico di donne, indipendentemente
dalla loro disponibilità a testimoniare in un procedimento penale.
Prospettiva
sociale: No alle pratiche discriminatorie delle donne migranti ed autoctone -
Conflitti sui valori e le tradizioni della nostra società sono spesso descritti
usando l'esempio di alcuni gruppi di popolazione. Il migrante è particolarmente
visto come una vittima della comunità patriarcale di origine. Pratiche di
discriminazione contro le donne risultanti da alcuni gruppi di migranti o di
comunità religiose, al loro interno legittimati dalla tradizione e da precetti
religiosi sono riprovevoli e vanno combattute. Bisogna tener presente che temi
della parità tra donne e uomini deve applicarsi a tutta la popolazione
svizzera. Mettere l’accento sulle pratiche di discriminazione contro le donne
da parte di membri di alcune comunità religiose o migranti, oscura troppo il
fatto che c'è ancora molto da fare in termini di parità di genere per le donne
in Svizzera - per esempio sulla retribuzione - e che persistono anche
concezioni tradizionali dei ruoli di genere all'interno della popolazione
svizzera. La parità tra uomini e donne va affrontata evitando di stigmatizzare
le diverse comunità migranti o comunità religiose, ma piuttosto, evidenziando
le legittime richieste di donne in una prospettiva sociale complessiva.
Dr. Angela M.
Carlucci, Syna (de.it.press)
Sì della Merkel, prende quota il Fondo monetario europeo
Juergen Stark
boccia il progetto, ma la Bce precisa: parla a titolo personale
La Commissione
farà una proposta: gli aiuti saranno vincolati - di ROSSELLA LAMA
ROMA L’idea di dar
vita ad un Fondo monetario europeo ottiene il disco verde della cancelliera
Angela Merkel. Un disco verde decisivo visto il peso che il paese più forte di
Eurolandia ha nella partita del salvataggio della Grecia. Non a caso il commissario
agli Affari economici della Ue, Olli Rehn ha lanciato domenica la sua proposta
proprio sull’edizione tedesca del Financial Times. «Penso sia una buona idea»,
ha dichiarato la Merkel. Il Fondo monetario del vecchio continente con il rango
di nuova istituzione europea, richiederebbe una modifica delle carte fondanti
dell’Unione. Per la premier tedesca non è un problema: «Il Trattato dell’Ue non
sarà la fine della storia perché in quel caso avremmo un sistema statico. Io
non voglio questo, voglio che la Ue sia capace di rispondere alla nuove
situazioni».
L’idea di Fondo
monetario del vecchio continente ha avuto un’accelerazione nelle ultime
quarantott’ore, e secondo il commissario Ue all’Industria, Antonio Tajani, la
Commissione potrebbe affrontare oggi l’argomento. Ieri il portavoce di Olli
Rehn ha confermato che Bruxelles è pronta a presentare una proposta per
prevenire e gestire le crisi. Ma si è ancora ai discorsi preliminari. Comunque
uno strumento di questa natura «dovrà implicare una forte condizionalità», avrà
dunque voce in capitolo sulle politiche economiche dei diversi paesi, e gli
aiuti saranno vincolati a condizioni molto rigide. L’interesse che il Fondo
monetario sta suscitando in giro per l’Europa dipende dalla «volontà chiara di
imparare la lezione» dal caso greco. Serve più sorveglianza sui conti pubblici
e un maggior coordinamento delle politiche economiche degli Stati membri di
Eurolandia. Su questo «la Commissione presentarà una comunicazione» entro fine
giugno.
Nonostante il via
libera di Berlino, il rappresentante tedesco nella Bce respinge l’idea del
Fondo monetario europeo. Secondo Juergen Stark un fondo di salvataggio per i
paesi in difficoltà «potrebbe creare incentivi sbagliati incoraggiando la
spesa». La Bce ha subito precisato che il membro del board parlava a titolo
personale. E ieri a Basilea il presidente Jean-Claude Trichet ha detto che i
governatori del G20 non hanno proprio parlato del progetto.
Dopo aver
incontrato venerdì la Merkel e poi domenica il presidente Sarkozy, il primo
ministro greco George Papandreou ha attraversato l’Atlantico. Oggi sarà
ricevuto da Obama. «Le stesse banche salvate di contribuenti ora stanno fecendo
la loro fortuna sulle disgrazie della Grecia- ha detto-. Speculatori senza
principi stanno guadagnando miliardi ogni giorno scommettendo sul default della
Grecia». I credit default swap, quei derivati con cui ci si copre dal rischio
che uno Stato non onori il proprio debito, sono diventati «una piaga che
minaccia l’economia», ha insistito Papandreou. Un problema che i banchieri
centrali conoscono bene, e ieri nelle stesse ore, a Basilea proprio di questo
stavano parlando.
Di Fondo europeo
scrive il Wall Street Journal: «idea intrigante ma difficile da realizzare».
Diversamente dall’Fmi che interviene quando la crisi è esplosa, il Fondo
europeo «dovrebbe cercare invece di prevenire i problemi». Ma «i governi
accetteranno un’autorità sovranazionale per la propria politica di
bilancio?» IM 9
Il Csm: il premier denigra. Democrazia a rischio
«Episodi di
denigrazione e di condizionamento della magistratura e di singoli magistrati»
sono «del tutto inaccettabili» perchè cosi si mette «a rischio l'equilibrio
stesso tra poteri e ordini dello Stato sul quale è fondato l'ordinamento
democratico di questo Paese». È quanto scrive la Prima Commissione del Csm
nella pratica a tutela di diversi magistrati accusati da Silvio Berlusconi di
agire per finalità politiche.
Il documento,
approvato all'unanimità e che sarà discusso domani pomeriggio dal plenum, contiene
anche un «un pressante appello a tutte le Istituzioni perchè, sia ristabilito
un clima di rispetto dei singoli magistrati e dell'intera magistratura, che è
condizione imprescindibile di un'ordinata vita democratica».
«L'assunto di una
magistratura requirente e giudicante che persegue finalità diverse da quelle
sue proprie e, per di più volte a sovvertire l'assetto istituzionale
democraticamente voluto dai cittadini costituisce la più grave delle accuse -
scrive la Commissione - ed integra, anche per il livello istituzionale da cui
tali affermazioni provengono, una obiettiva e incisiva delegittimazione della
funzione giudiziaria nel suo complesso e dei singoli magistrati». E il
«discredito» gettato «sulla funzione giudiziaria nel suo complesso e sui singoli
magistrati», può produrre, «oggettivamente, nell'opinione pubblica la
convinzione che la magistratura non svolga la funzione di garanzia che le è
propria, così determinando una grave lesione del prestigio e dell'indipendente
esercizio della giurisdizione».
Facendo proprie le
preoccupazioni espresse in più occasioni dal Capo dello Stato, da ultimo nella
sua lettera al vice presidente del Csm , i consiglieri affermano che per
affrontare «serenamente le auspicate riforme in tema di giustizia è necessario
il rispetto tra gli organi Istituzionali, che devono contribuire a garantire un
clima sereno e costruttivo». «Non è ammissibile una delegittimazione di una
Istituzione nei confronti dell'altra, pena - avverte la Commissione - la caduta
di credibilità dell'intero assetto costituzionale». Ed «è indispensabile che
non si ripetano episodi di denigrazione e di condizionamento della magistratura
e di singoli magistrati», perchè «lo spirito di leale collaborazione
Istituzionale - implica necessariamente che nessun organo Istituzionale denigri
liberamente altra funzione di rilevanza costituzionale». L’U 9
Il commento. Una crisi di regime
Che cosa indica la
decisione del Tar del Lazio che, ritenendo inapplicabile l'assai controverso
decreto del Governo, ha confermato l'esclusione della lista del Pdl dalle
elezioni regionali in questa regione? In primo luogo rivela l'approssimazione
giuridica del Governo e dei suoi consulenti, incapaci di mettere a punto un
testo in grado di superare il controllo dei giudici amministrativi. Ma proprio
questa superficialità è il segno della protervia politica, che considera le
regole qualcosa di manipolabile a proprio piacimento senza farsi troppi
scrupoli di legalità. E, poi, vi è una sorta di effetto boomerang, che mette a
nudo le contraddizioni di uno schieramento politico che, da una parte, celebra
in ogni momento le virtù del federalismo e, dall'altra, appena la convenienza
politica lo consiglia, non esita a buttarlo a mare, tornando alla pretesa del
centro di disporre anche delle materie affidate alla competenza delle regioni.
Proprio su
quest'ultima constatazione è sostanzialmente fondata la sentenza del Tar del
Lazio. La materia elettorale, hanno sottolineato i giudici, è tra le competenze
delle regioni e, partendo appunto da questo dato normativo, la Regione Lazio ha
approvato nel 2008 una legge che ha disciplinato questa materia.Lo Stato non
può ora invadere questo spazio, sostituendo con proprie norme quelle
legittimamente approvate dal Consiglio regionale. Il decreto, in conclusione,
non è applicabile nel Lazio. I giudici amministrativi, inoltre, hanno messo in
evidenza come non sia possibile dimostrare alcune circostanze che, in base al
decreto del 5 marzo, rappresentano una condizione necessaria per ritenere
ammissibile la lista del Pdl. In quel decreto, infatti, si dice che il termine
per la presentazione delle liste si considera rispettato quando "i
delegati incaricati della presentazione delle liste, muniti della prescritta
documentazione, abbiano fatto ingresso nei locali del Tribunale". Il Tar
mette in evidenza due fatti. Il primo riguarda l'assenza proprio del delegato
della lista che ha chiesto la riammissione. E, seconda osservazione, non è
possibile provare che lo stesso delegato, presentatosi in ritardo, avesse con
sé il plico contenente la documentazione richiesta.
Se il primo
rilievo sottolinea l'approssimazione di chi ha scritto il decreto, il secondo
svela la volontà di usare il decreto per coprire il "pasticcio"
combinato dai rappresentanti del Pdl. Che non è frutto, lo sappiamo, di
insipienza. È stato causato da un conflitto interno a quel partito sulla
composizione della lista, trascinatosi fino all'ultimo momento, anzi oltre
l'ultimo momento fissato per la presentazione della lista. È una morale politica,
allora, che deve essere ancora una volta messa in evidenza. Per risolvere le
difficoltà di un partito non si è esitato di fronte ad uno stravolgimento delle
regole del gioco. La prepotenza ha impedito anche di avere un minimo di
pazienza, visto che la riammissione da parte dei giudici dei listini di
Formigoni e Polverini ha eliminato il rischio maggiore, quello di impedire in
regioni come la Lombardia e il Lazio che il partito di maggioranza avesse un
suo candidato. Si dirà che, una volta di più, i giudici comunisti hanno
intralciato l'azione di Berlusconi e dei suoi mal assortiti consorti? È
possibile. Per il momento, però, dobbiamo riconoscere che proprio i deprecati
giudici hanno arrestato, sia pure provvisoriamente (si attende la decisione del
Consiglio di Stato), una deriva verso la sospensione di garanzie
costituzionali.
Non possiamo
dimenticare, infatti, che la democrazia è anche procedura: e il decreto
del governo manipola proprio le regole del momento chiave della democrazia
rappresentativa. La democrazia è tale solo se è assistita da alcune
precondizioni: e le sciagurate decisioni della Commissione parlamentare di
vigilanza e del Consiglio d'amministrazione della Rai hanno obbligato al
silenzio una parte importante dell'informazione, rendendo così precaria proprio
la precondizione che, nella società della comunicazione, ha un ruolo decisivo.
Non dobbiamo aver paura delle parole, e quindi dobbiamo dire che proprio la
congiunzione di questi due fatti, se dovesse permanere, altererebbe a tal punto
le dinamiche istituzionali, politiche e sociali da rendere giustificata una
descrizione della realtà italiana di oggi come un tempo in cui garanzie
costituzionali essenziali sono state sospese.
Comunque si
concluda questa vicenda, il confine dell'accettabilità democratica è stato
comunque varcato. Una crisi di regime era già in atto ed oggi la viviamo in
pieno. Nella storia della Repubblica non era mai avvenuto che una costante
della vita politica e istituzionale fosse rappresentata dall'ansiosa domanda che
accompagna fin dalle sue origini gli atti di questo Governo e della sua
maggioranza parlamentare: firmerà il Presidente della Repubblica? Questo vuol
dire che è stata deliberatamente scelta la strada della forzatura continua e
che si è deciso di agire ai margini della legalità costituzionale (un tempo,
quando si diceva che una persona viveva ai margini della legalità, il giudizio
era già definitivo). Questa scelta è divenuta la vera componente di una
politica della prevaricazione, che Berlusconi ha fatto diventare guerriglia
continua, voglia di terra bruciata, pretesa di sottomettere ogni altra
istituzione. Da questa storia ben nota è nata l'ultima vicenda, dalla quale
nessuno può essere sorpreso e che, lo ripeto, rivela piuttosto quanto profondo
sia l'abisso nel quale stiamo precipitando,
A questo punto, la
scelta di Napolitano, ispirata com'è alla tutela di "beni"
costituzionali fondamentali, deve assumere anche il valore di un "fin qui,
e non oltre", dunque di un presidio dei confini costituzionali che arresti
la crisi di regime. Ma non mi illudo che la maggioranza, dopo aver lodato in
questi giorni l'essere super partes di Giorgio Napolitano, tenga domani lo
stesso atteggiamento di fronte a decisioni sgradite in materie che già sono
all'ordine del giorno.
Ora i cittadini
hanno preso la parola, e bene ha fatto il Presidente della Repubblica a
rispondere loro direttamente. Qualcosa si è mosso nella società e tutti
sappiamo che la Costituzione vive proprio grazie al sostegno e alla capacità di
identificazione dei cittadini. È una novità non da poco, soprattutto dopo anni
di ossessivo martellamento contro la Costituzione. Oggi la politica
dell'opposizione dev'essere tutta politica "costituzionale". Dopo
tante ricerche di identità inventate o costruite per escludere, sarebbe un buon
segno se la comune identità costituzionale venisse assunta come la leva per
cercar di uscire da una crisi che, altrimenti, davvero ci porterebbe, in modo
sempre meno strisciante, a un cambiamento di regime. STEFANO RODOTA' LR 9
Referendum in Svizzera. Bloccato un disegno di previdenza restrittivo
L’ennesimo fine
settimana elettorale svizzero consegna dei risultati inequivocabili e delle
limpide e chiare tendenze che riflettono, da una parte, la difficile fase
economica e finanziaria che sta attraversando il paese, dall’altra fanno
emergere il pragmatismo che da sempre, nei momenti delle grandi scelte, contraddistingue
gli orientamenti del popolo svizzero.
Nella campagna
referendaria invernale ha tenuto banco soprattutto l’argomento sulla modifica
del tasso di conversione della previdenza professionale del secondo pilastro,
che avrebbe continuato ad abbassare gradualmente l’aliquota minima dall’attuale
7% al 6,8% regolato fino al 2014, ad un ulteriore e successivo 6,4% a partire
dal 2016, rendendo più magre le future rendite dei pensionandi affiliati alla
previdenza obbligatoria, ovvero la maggioranza della popolazione. L'elettorato
ha bocciato chiaramente l'abbassamento dell'aliquota di conversione della legge
federale sulla previdenza professionale, bloccando un disegno di previdenza
restrittivo e quindi insostenibile.
In tutti i cantoni e stata sconfessata sonoramente l’indicazione del Consiglio
federale e del parlamento: a livello nazionale i «no» hanno prevalso col 72,7%.
L'affluenza alle urne è stata del 45,6%. In tutti i cantoni i votanti hanno
sostenuto il referendum lanciato da partiti di sinistra, sindacati,
organizzazioni di pensionati e consumatori.
Bene hanno fatto
le forze sindacali, i partiti di sinistra e le organizzazioni dei consumatori,
che hanno avuto ragione, a mettere in discussione il rischio di impoverimento a
cui sarebbero andati incontro i futuri pensionati, e con loro i giovani
lavoratori che con spirito solidaristico già oggi alimentano le casse della
previdenza professionale e tengono in piedi la coesione sociale in un paese
dominato dai poteri forti delle società assicurative attive in questo campo e
delle banche.
Anche il Partito
democratico in Svizzera, che ha dato il proprio contributo all’affermazione di
questo straordinario risultato, ha da sempre sostenuto che facendo leva sulla
crescita economica e mantenendo invariata la contrazione progressiva del tasso
in atto dal 2005, l’attuale sistema continua ad offrire garanzie sufficienti
per sostenere l’erogazione delle rendite a breve e medio fino, almeno fino a
quando provati mutamenti reali non renderanno necessario l’intervento di una
riforma per rispondere all’allungamento della speranza di vita, argomento
intimidatorio usato come uno spauracchio dal consiglio federale e dai gruppi
borghesi in tutta la campagna referendaria.
Per quanto
riguarda gli altri due quesiti in votazione: E’ stata bocciata chiaramente la
proposta di ancorare nella Costituzione federale l’obbligo dei cantoni di
istituire un avvocato degli animali, per fronteggiare il maltrattamento e per
una migliore protezione giuridica degli animali. Contrariamente è stata approvata con un’alta
percentuale la proposta elaborata dal governo e dal parlamento, di conferire
alla Confederazione la competenza di legiferare in materia di ricerca sulle
persone viventi, se sussistono rischi potenziali per la dignità e la personalità
delle persone coinvolte a condizioni che:
sia salvaguardata la proporzionalità fra rischi e benefici, che ci sia
il consenso informato, che si faccia
ricorso a persone prive di discernimento unicamente se non è possibile ottenere
i risultati in altro modo, che ci sia l'approvazione da parte di un organo
indipendente.
A differenza dei
referendum dello scorso mese di novembre, in questa tornata, i quesiti non
erano così controversi da dividere l’opinione pubblica, anche perché in alcuni
cantoni si sono rinnovate le nuove assemblee di rappresentanza cantonale e
locale, che hanno attenuato il dibattito pubblico nazionale. De.it.press
Le sintesi delle relazioni presentate al
convegno sulle migrazioni africane, svoltosi a Praia (Isola di Santiago,
Capoverde, 20-26 febbraio 2010), sono disponibili sul sito
www.dossierimmigrazione.it, mentre alla fine di giugno 2010 gli studi saranno
pubblicati integralmente.
I viaggi di studio del Dossier
Statistico Immigrazione, che in precedenza hanno riguardato l’Europa (Romania,
Polonia, Ungheria, Ucraina) e l’America Latina (Argentina), si basano sulla
consapevolezza che le migrazioni vanno anche studiate nei Paesi di origine dei
migranti in Italia, con la collaborazione delle autorità, degli studiosi locali
e degli immigrati del luogo.
A guidare la Delegazione dei 42
partecipanti dall’Italia è stato mons. Enrico Feroci, direttore della Caritas
diocesana di Roma e membro del Comitato di Presidenza del Dossier Statistico
Immigrazione Caritas/Migrantes.
Quattro migranti africani in Italia
hanno fatto parte del gruppo degli studiosi in trasferta, dei quali due grazie
al contributo economico di Western Union. Al finanziamento della trasferta
hanno provveduto il Dossier per i suoi redattori centrali e regionali e le
altre organizzazioni per i rispettivi rappresentanti: Ministero Pubblica
Istruzione, Cnr-Istituto Ricerche Popolazione e Politiche Sociali, Italia
Lavoro, Cna-Confederazione Nazionale Artigianato e Piccole e Medie Imprese,
Ugl-Sindacato Emigrati Immigrati, Ugl-Università e Ricerca, Ong Ciscos, Lega
nazionale delle Cooperative, Fondazione Ethnoland, Ong Cospe, Rivista “Africa e
Mediterraneo”, Forum Intercultura della Caritas di Roma, “Circolo Africa” di
Ancona e le agenzie di stampa Sir e Redattore Sociale.
Attraverso lavori, appositamente redatti
da docenti, ricercatori e dottorandi, hanno contribuito le università La
Sapienza e Salesiana di Roma e quelle di Ancona, dell’Aquila, di Lecce, di
Pisa, di Viterbo.
Hanno inviato di specifici apporti anche
rappresentanti dell’Unhcr-Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i
Rifugiati, Banche di Credito Cooperativo, Inpdap, Misna, OIM, Radio Vaticana,
le associazioni Tetazama e Lunaria di Roma, per cui le relazioni sono state più
numerose rispetto ai 42 partecipanti partiti da Roma.
Sul posto, oltre ad alcuni studiosi
capoverdiani, si sono unite alla Delegazione le associazioni di migranti
capoverdiani rientrati dall’Italia e anche le associazioni di migranti africani
originari di altre nazioni e insediati a Capo Verde, diventato a sua volta –
come l’Italia – Paese di immigrazione.
Capo Verde è stato prescelto per l’alto
valore simbolico che riveste. Questo piccolo Paese africano nel passato veniva
utilizzato (nella Cidade Velha, vicina alla capitale Praia, naturalmente
visitata dai convegnisti) come centro di smistamento degli schiavi da deportare
in America, mentre negli anni ’60 è stato all’origine dei primi flussi di
lavoratrici domestiche verso l’Italia. Oggi il tema centrale è quello di
tutelare i flussi da ogni forma di oppressione così che possano essere un
fattore di sviluppo per i Paesi di origine e quelli di accoglienza.
Questa prospettiva è stata molto
apprezzata dalle Autorità locali, tanto che la Delegazione italiana è stata
ricevuta dal Presidente della Repubblica, dal Presidente dell’Assemblea
Nazionale, dal Sindaco di Praia, mentre il Presidente dell’Instituto das
Comunidades (che ha patrocinato l’iniziativa) e il Rettore dell’Università
hanno aperto i lavori, prestando una continua assistenza fino alla sessione
conclusiva.
L’Africa conta attualmente circa un
miliardo di persone, che secondo le previsioni raddoppieranno nel 2050: quanti
diventeranno a metà secolo gli immigrati di questo continente in Italia, che
attualmente sono circa un milione? Il futuro dell’immigrazione in Italia sarà
senz’altro maggiormente segnato dall’Africa sub-sahariana e a questi sviluppi
bisogna prepararsi, analizzando quanto avviene anche nei suoi aspetti più
problematici, con stretto riferimento ai nuovi flussi di emigrati italiani e
alla cooperazione allo sviluppo. De.it.press
Stranieri come risorsa. Okaka e altri italiani del futuro
Balotelli, Okaka e
Ogbonna hanno appena giocato nella nazionale di calcio, quella degli
“azzurrini”. Tutti e tre sono neri, e questa circostanza ha destato qualche
malumore, in qualcuno che però non ha tenuto conto che i loro nomi sono
rispettivamente Mario, Stefano e Angelo. Si tratta infatti di tre giocatori
italiani, che sanno giocare molto bene al calcio e sono perciò approdati in
nazionale. D’altra parte era già successo in atletica. Con 8 metri e 47
centimetri, Andrew Howe è primatista di salto in lungo ed è l’italiano che ha
fatto il salto più lungo di sempre. Fiona May è stata un’atleta che ha
gareggiato, al più alto livello mondiale, prima per il Regno Unito e poi per
l’Italia; adesso fa l’attrice di successo.
In un mondo
globalizzato dove circolano vorticosamente capitali, merci, idee, non possono
non circolare anche le persone. E così che gli stranieri, ormai lo si sa bene,
sono da noi una presenza consolidata che sfiora i cinque milioni; se, come è
già stato sottolineato, vivessero tutti addensati in una stessa regione
costituirebbero una delle regioni più grandi d’Italia. E quindi il loro
contributo alla economia italiana è certamente di tutto rilievo potendosi far
ascendere a circa il 10 per cento il Pil da loro prodotto. E pur tuttavia le
paghe e i redditi sono inferiori a quelli italiani: in una recente indagine sui
bilanci delle famiglie compiuta dalla Banca d’Italia risulta che fra quelle
italiane il 43 per cento circa non supera un reddito disponibile equivalente
fino a 16 mila euro l’anno, mentre questa soglia di reddito non è superata dal
70 per cento delle famiglie straniere.
Lo scopo
principale della manifestazione degli immigrati di pochi giorni fa era quello,
più che giusto, di riaffermare la loro presenza nel Paese, di richiedere
qualche diritto e di manifestare contro tutte le forme di razzismo che ogni
tanto da noi si affacciano. È servita quindi da un lato a mettere bene il luce
il contributo della prima generazione di stranieri alla nostra economia e a
manifestare per un bisogno di assoluta normalità nei rapporti con la comunità
italiana, oltre che, naturalmente, con le altre comunità straniere.
La normalità che
gli stranieri ricercano si basa su tre elementi: lavoro, alloggio, burocrazia.
Riguardo al lavoro si è già fatto un cenno: più in generale le aspettative sono
concentrate sulla parità di diritti sul luogo del lavoro, che deve derivare
dalla parità dei doveri. In questa materia peraltro non è solo questione di
immigrati, dal momento che anche le donne e i giovani italiani non sempre sono
trattati al meglio nei contratti e nelle retribuzioni, il che testimonia della
esigenza di un più equilibrato ed equo mercato del lavoro per tutte le fasce
che spesso ne sono tenute al margine.
Anche riguardo
agli alloggi non c’è una penalizzazione specifica nei confronti degli
stranieri, ma è relativa a tutto il mercato abitativo delle famiglie meno
abbienti. L’edilizia popolare, si sa, è assente da anni e certo a pagarne le
conseguenze sono in primo luogo gli stranieri, spesso assoggettati a prezzi e
condizioni vessatorie; una vera ripresa dell’edilizia popolare deve costituire
quindi una reale priorità. Una politica che potenzi anche gli ostelli e gli
alloggi, magari gestiti dalle istituzioni caritatevoli e da altre istituzioni
di solidarietà, è necessaria dal momento che fra l’altro anche gli immigrati
irregolari, finché sono qui, da qualche parte devono pur vivere.
E infine la
burocrazia: non mette conto ritornare su qualcosa di molto noto, ma altrettanto
insostenibile, come le enormi lungaggini per avere un permesso di soggiorno o
il suo rinnovo o come il fastidioso adempimento, per fare un altro esempio, del
certificato di abitabilità per una colf o una badante alloggiata presso il proprio
datore di lavoro. È anche necessaria una semplificazione della burocrazia per
gli imprenditori stranieri, che ormai assommano a varie centinaia di migliaia e
che in molti casi danno lavoro anche a italiani.
Insomma, come si
diceva, occorre per la prima generazione degli immigrati un po’ di normalità,
che magari riguardi anche il voto amministrativo, facendo votare persone che
vivono da molti anni nel nostro Paese nel quale hanno ormai la loro famiglia,
tutti i loro interessi e nel quale pagano le tasse.
Ma il massimo
della irrazionalità, fino quasi all’autolesionismo, si ha con i minori
stranieri e in particolare per quelli nati, cresciuti e istruiti in Italia, che
restano stranieri fino ai diciotto anni pur pagando l’Italia per loro la
nascita (clinica ostetrica e parto), tutti gli anni dell’istruzione
obbligatoria, l’assistenza sanitaria. Si tratta di cifre enormi: si può stimare
che solo per istruire, dalla scuola dell’infanzia al termine dell’obbligo
scolastico, i minorenni stranieri nati in Italia (519 mila al 2009) il nostro
Paese ha speso, spende, e spenderà all’incirca 48 miliardi. Una cifra enorme
che a lasciare stranieri questi ragazzi viene parzialmente buttata via insieme
con il prezioso capitale umano costituito proprio dai ragazzi per i quali un
tale oneroso investimento viene fatto. Dare loro la cittadinanza anche prima
del 18° anno di età significa favorire il loro futuro e il futuro dell’intero
Paese. ANTONIO GOLINI IM 5
Francoforte. Corriere d’Italia: “Il voto per corrispondenza non è più
credibile”
Il redazionale del
numero di marzo del Corriere d’Italia affronta il caso Di Girolamo e tutta la
problematica che ne é mersa sul voto all’estero
La questione “Di
Girolamo”, che sta insanguinando le cronache italiane di questi giorni, porta
ancora gli italiani nel mondo ad essere nel mirino dei franchi tiratori della
stampa e della informazione nazionali.
Oggetto
delcontendere è l’affidabilità di questi italiani, che il voto non lo prendono
evidentemente sul serio e le schede elettorali se le scambiano, le vendono, le
fanno compilare al capofamiglia quando non se le mangiano. L’immagine che la
stampa nazionale oggi crea, è quella di un italiano all’estero straccione,
disinformato, che abita in qualche slang alla periferia di Stoccarda, disinteressato
a tutto ciò che non è il suo tornaconto particolare.
Se fosse questo
l’italiano all’estero, potremmo dire, un po’amaramente, che somiglia molto
all’immagine che la stampa europea -tedesca, inglese, francese- ci dà
dell’italiano in Italia. Ma c’è poco da ridere, il problema è serio. Il sistema
elettorale non funziona e quello che sta emergendo è solo una piccola parte di
quelle che effettivamente è successo.
E non solo alle
elezioni per il parlamento, ma anche a quelle per i Comites. I sussurri di
raccolte di schede e di complicità nei consolati, di impiegati che avevano una
attenzione particolare per i sacchi di posta non consegnata, si sono sprecati
in passato qui da noi in Germania, e in gnerale in Europa e in Sudamerica. Il
voto per corrispondenza mostra tutto il suo limite, questo è il fatto. Se ne è
accorto perfino il padre della legge per il voto all’estero, Tremaglia, che ora
sembra consigliare la istituzione dei seggi elettorali. È una proposta valida
in Europa, meno valida dove le distanze da coprire sono grandissime, comein
Australia o in Sudamerica. La istituzione dei seggi taglierebbe fuori una buona
parte degli aventi diritto. Ma, a questo punto, il voto per corrispondenza non
è più credibile; bisogna sperimentare strade diverse.
Con il forte
rischio di un indebolimento delle rappresentanze, già oggi assolutamente
impotenti a frenare il dilagare di misure punitive contro gli italiani
all’estero messe a punto dalla maggioranza in Parlamento. Essere ottimisti è
difficile, anche tenendo conto che così come oggi funziona, con la scheda che
ti arriva a casa soltanto da compilare e rispedire, le percentuali di voto sono
ridicole: attorno al 30%. Peraltro tre volte superiori a quelle relativeal voto
comunale in loco che, in Germania, non arrivano mediamente al 10%.
In questo modo la
comunità continua a non contare niente, né di là e né di qua; né nella patria
di origine né in quella di adozione. Questo lo stato tragico delle cose. Che
tutti conoscono e che il caso “Di Girolamo” ha messo in evidenza.
Questo giornale si
è sempre adoperato per favorire il voto degli italiani, e continueremo
tenacemente a farlo, in particolare perciò che riguarda il voto comunale. Ma,
certo, con quello che si viene a sapere adesso, ti cadono a terra quelle che a
Natale stanno invece appese all’albero. Mauro Montanari, CdI marzo
Cari tutti, sicuramente
avete seguito in questi giorni le notizie relative ai sospetti di broglio
elettorale nella zona di Stoccarda e di contatti mafiosi che riguardano Nicola
Di Girolamo, che si è ora dimesso dalla carica di senatore (del Partito della
Libertà). Penso, che come italiani residenti in Germania sia giusto e
necessario far sentire pubblicamente la nostra voce su questo ennesimo
scandalo, che – in questo caso – ci tocca in particolare. Tanto più che, in
conseguenza di esso, ora si moltiplicano le voci che richiedono un'abolizione
generale della possibilità di esercitare il diritto di voto per corrispondenza
per gli italiani all' estero.
Per questo,
accolgo con piacere l’invito di Antonio Riccò e Marcella Heine di sottoscrivere
la seguente lettera aperta al Presidente del Consiglio da loro formulata da
inviare alla stampa. Con la presente vi prego di fare altrettanto.
“Signor Presidente
del Consiglio,
con costernazione
abbiamo appreso che sussistono pesanti indizi
· che Nicola Di
Girolamo, candidato nella lista del “Popolo della Libertà” nella circoscrizione
degli italiani all' estero e ora dimessosi dalla carica di senatore, sia un
emissario della 'ndragheta calabrese e
· che personaggi
appartenenti alla 'ndragheta siano venuto in possesso di schede bianche di
italiani residenti in Germania per inserirvi il nome di Di Girolamo e
assicurarsi così la sua “elezione”.
Noi, cittadini
italiani residenti in Germania, riteniamo che sia un nostro fondamentale
diritto poter partecipare alle elezioni politiche nel nostro Paese. Abbiamo
perciò accolto con soddisfazione la possibilità di poter finalmente realizzare
questo diritto tramite le rappresentanze consolari. Un broglio elettorale come
quello che pare sia stato effettuato nel caso di Di Girolamo costituisce non
solo un atto criminale, ma anche un massiccio affronto ai cittadini italiani
che risiedono all'estero e si sentono legati all' Italia, e una lesione dei
nostri diritti. Finora infatti eravamo partiti dal presupposto che le elezioni
a cui partecipiamo all'estero si svolgessero correttamente e democraticamente.
Siamo perciò sconvolti e indignati, che si vada concretizzando il sospetto che
il voto di italiani all' estero sia stato usato per aprire alla mafia calabrese
le porte del Senato, uno degli organi legislativi del nostro Paese.
Signor Presidente
del Consiglio, ci aspettiamo che Lei chiarisca con urgenza:
· come sia stato
possibile che un personaggio come Nicola Di Girolamo venisse a far parte delle
liste del “Popolo della Libertà” nella circoscrizione degli italiani all'estero,
· e quali misure
Lei intende prendere per evitare il ripetersi di simili fatti in futuro.
Inoltre ci
aspettiamo che Lei dia il Suo pieno appoggio alle autorità giudiziarie nello
svolgimento delle indagini, per appurare se e in qual modo Di Girolamo e i suoi
mandanti si siano appropriati di schede bianche di emigrati italiani per
realizzare un massiccio broglio elettorale.
Se il sospetto di
broglio elettorale dovesse confermarsi chiediamo
· che il PdL
rinunci ad avvantaggiarsi di voti ottenuti in modo illecito e lasci vacante il
seggio già di Di Girolamo, e
· che Lei esprima
pubblicamente alle autorità giudiziarie il Suo riconoscimento per aver messo
luce sul fatto.
Come cittadini
italiani residenti in Germania crediamo sia nostro diritto ricevere al più
presto una risposta alla nostra lettera e alle richieste da noi poste”.
Il testo della
lettera è anche sul sito www.aussorgeumitalien.de unitamente a un formulario per la raccolta
delle adesioni.
Giovanni Pollice,
Hannover (de.it.press)
Berlino. Domenica 14 Marzo Lia Secci presenta il suo ultimo libro
Berlino. Il libro
di Lia Secci "Quirra. Storia del castello e della contessa
Violant"
verrà presentato domenica 14 marzo 2010 dalle ore 14:00 alle
17:00 presso la
sala conferenze dell'hotel Albrechtshof di Berlino
(Albrechtstraße 8 — 10117 Berlino, S-Bahn/U-Bahn
Friedrichstraße).
Il libro - che
traccia in modo documentato la storia di donna Violant
dei Carroz (nata
nel 1456, morta nel 1511) - parla del castello di
Quirra (tra
Villaputzu e Tertenia, sulla SS.
125), del conte
Jaume, di Violant (delle sue galere, delle sue
nozze), della
guerra contro il marchese di Oristano, del testamento
di Violant, della
morte e del sepolcro. Un libro di storia, con
l'avallo della
scienza.
Introdurrà la
presentazione del libro il Presidente del Circolo Sardo
di Berlino,
Fabrizio Palazzari. Sarà presente l'autrice.
Lia Secci,
originaria di San Vito nel Sarrabus, ha insegnato
Letteratura
italiana all'università di Heidelberg e Letteratura
tedesca
all'università di Perugia e Tor Vergata di Roma.
Ha tradotto dal
tedesco numerosi libri, tra cui Il tamburo di latta
di Günter Grass e
Gli dèi in esilio di Heinrich Heine. E.A., de.it.press
Monaco di Baviera e dintorni: le prossime iniziative per i connazionali
Monaco - Numerose
le iniziative culturali e sociali organizzate per la comunità italiana di
Monaco di Baviera e dintorni e in programma per i prossimi giorni.
Mercoledì 10,
nell'ambito della rassegna "Il Cinema Italiano introdotto e commentato da
Ambra Sorrentino" verrà proiettato "La caduta degli dei" di
Luchino Visconti. Spazio quindi al venerdì di Emilia "Arrivederci
Monaco", il 12 marzo, alle ore 19.30 nella Seidlvilla: dopo vent'anni di
vita a Monaco, vent’anni di lezioni di serate e attività culturali, Emilia
Sonni Dolce torna in Italia e saluta a Monaco amici e corsisti con una scelta
di letture e testi teatrali dalle sue serate che hanno avuto più successo. Alle
ore 19.30 nella sede dell’Istituto Italiano di Cultura l’incontro "Die
politische und wirtschaftliche Situation Italiens" con Stefan Köppl,
Politische Akademie Tutzing, organizzato dalla Società Dante Alighieri Monaco
di Baviera e.V.
Il giorno
seguente, sabato 13, alle ore 20 nell’Interim si terrà il concerto "Eine
lustige Musikshow aus Süditalien. Ich habe auch Silvio Berlusconi eingeladen,
Gottseidank kommt er nicht!" con Alfio alla voce chitarra e armonica a
bocca, Loennia Dylane alla voce, Uwe Kamm al piano e James Sheridan al
sassofono.
La settimana di
iniziative si chiuderà domenica 14 marzo nella Haus-Olymp con il "Il
laboratorio dell'italiano"; un’iniziativa organizzata da Rinascita e.V.
con l’obiettivo di migliorare le competenze linguistiche, sociali e culturali
dei bambini bilingue o plurilingue. Appuntamento alle ore 10.30 per i bambini
fino a 5 anni e alle 11.15 per quelli dai 5 anni e mezzo ai 10. (aise)
Nuovi progetti: www.italoemigranti.com,
un portale per chi emigra
Salve, sono Saul
uno degli autori di ItaloEmigranti.com, vi scrivo per segnalarvi
il nostro
progetto. Abbiamo realizzato un portale web 2.0 dedicato
interamente alla
migrazione italiana verso l'estero. Desideriamo fondere
il sistema
informatico, per questo ci ispiriamo a youtube, e quello
giornalistico,
realizzando un grande reportage multimediale.
Premetto che non
siamo un associazione, né un fondazione e né un partito
politico, è
interamente un progetto no profit e stiamo cercando di
diffonderlo e
farlo conoscere utilizzando il web e i social network.
Il nostro
obiettivo è quello di concedere lo spazio a coloro che hanno
deciso di lasciare
l'Italia, per gli svariati motivi personali e non di
ognuno di essi, e
raccogliere le vostre testimonianze dirette e
condividerle con
gli altri. Siamo convinti che il nostro Made in Italy non
sia solamente
legato alle marche, ai prodotti o alle griff che vengono
vendute nel mondo,
ma in realtà siano tutte le storie di semplici italiani
che lasciano il
loro Paese per iniziare all'estero una nuova avventura,
portandosi dietro
la loro italianità ed esportandola altrove.
Dietro ogni
singola storia ci sono sacrifici, difficoltà, sudore e
pazienza di nostri
connazionali che sono riusciti ad adattarsi ad un nuovo
stile di vita, ad
una nuova lingua, ad una differente cultura, ma allo
stesso tempo,
tutte queste difficoltà sono ripagate con enormi successi e
soddisfazioni.
Ognuno di essi è un ambasciatore italiano!
D'altro lato,
speriamo anche di riuscire a far parlare del grande flusso
di migrazione
italiana verso l'estero, e delle motivazioni che li spingono
a lasciare tutto
per ricominciare in un altro Paese e come viene vista
l'Italia al di
fuori dai confini. Nella nostra homepage
(http://www.italoemigranti.com)
troverete già alcuni contributi messi a
disposizione da
connazionali che vivono in Spagna. Ci auguriamo che il
nostro progetto
possa interessare il vostro portale informativo, saremmo
lieti se riusciste
a contribuire anche voi con dei video e delle nuove
storie da
raccontare, facendo inoltre conoscere il nostro progetto ad
altri connazionali
in Germania. Un cordiale saluto
Saul &
Tony, Staff ItaloEmigranti.com, info@italoemigranti.com
(de.it.press)
Il Comites di
Bruxelles, Brabante e Fiandre, riunito in seduta ordinaria il 5 marzo 2010, ha
discusso della vicenda parlamentare e giudiziaria legata a Nicola Di Girolamo e
delle sue implicazioni per il diritto di voto degli Italiani all'estero.
Il Comites, che ha
seguito con attenzione e preoccupazione la questione della falsa dichiarazione
di residenza all'estero del suddetto fin dal giugno 2008, é sdegnato per la
mancata decadenza del "senatore". Dopo aver inspiegabilmente
ribaltato la decisione unanime della Giunta per le elezioni e l'immunità, il
Senato ha ancora una volta "salvato" Di Girolamo, accettandone le
dimissioni e non dichiarando la sua "decadenza'" dal mandato. In
questo modo, il Senato considera Di Girolamo, almeno per i 18 mesi passati,
eletto a tutti gli effetti, malgrado i gravissimi fatti di cui si sarebbe reso
colpevole.
Il Comites,
nell'ambito delle sue limitate possibilità, ha partecipato quale attento
osservatore alle due tornate elettorali del voto all'estero, dando assoluta
priorità alla sicurezza e alla certezza dell'esercizio del diritto di voto per
la fase di stampa, invio e ricezione del materiale elettorale. Pur nel rispetto
delle indagini in corso da parte della magistratura, alcune delle
intercettazione già rese pubbliche rischiano fortemente di minare la fiducia
degli Italiani del Belgio nelle rappresentanze diplomatiche in questo Paese.
Non basta l'impegno volontario dei Comites locali, ben quanto determinati a
vigilare sulla correttezza del voto. In futuro occorrerà stabilire all'estero
delle vere e proprie Commissioni Elettorali locali, che contribuiscano a far
rispettare, anche da parte delle autorità diplomatiche e consolari, la
correttezza e la legalità delle elezioni anche nella fase precedente al voto,
compresa la presentazione delle candidature.
Il Comites si
riconosce nel recente comunicato stampa del Segretario Generale del CGIE; pur
operando da sempre per l'integrazione politica nel paese di residenza, il
Comites di Bruxelles, Brabante e Fiandre è profondamente convinto che le
recenti vicende non possano comportare un passo indietro sul voto all'estero,
per il quale i nostri connazionali hanno tanto lottato. Modifiche per
migliorare l'esercizio del diritto di voto sono necessarie ed urgenti; ma non
si deve rimettere in discussione il diritto di voto stesso.
Il Comites resta a
disposizione delle autorità politiche ed amministrative per esaminare concrete
revisioni nelle modalità di voto, al fine di dare all'espressione del voto
stesso tutta la certezza, la sicurezza e la segretezza necessarie.
Il Comites ritiene
che questa esperienza abbia, ancora una volta, dimostrato l’urgenza di
provvedere ad una revisione e correzione della legge 459 del 2001, al fine di
assicurare una corretta e sicura anagrafe elettorale.
Il Comites ha
altresi considerato con preoccupazione le proposte di ridimensionamento dei
Comitati che si stanno esaminando in Parlamento. La vicenda Di Girolamo
dimostra ancora una volta come la natura del voto all'estero imponga di
rafforzare, e non indebolire, le rappresentanze radicate nel territorio che
possono e debbono agire da trasmissione fra i parlamentari e i paesi di riferimento,
mettendo in opera meccanismi appropriati di controllo ove necessario.
Comites di
Bruxelles, Brabante e Fiandre (de.it.press)
I deputati PdL: “Il Governo si impegni a migliorare la legge Tremaglia”
Roma – “E’ stata
presentata in queste ore una mozione a prima firma di Aldo Di Biagio,
Responsabile Italiani nel Mondo del PdL e sottoscritta da oltre quaranta
parlamentari del PdL per sollecitare un impegno del Governo al fine di “fornire
ogni elemento utile al Parlamento nell’ambito di un percorso di approfondimento
delle criticità emerse con riferimento al diritto di elettorato attivo e
passivo dei cittadini italiani residenti all’estero, nonché nell’elaborazione
di una eventuale riforma legislativa che garantisca tali diritti, in armonia
con il dettato della Costituzione”.
“Dato che – si
legge nelle premesse dell’atto parlamentare – l’attualità sta ponendo sotto i
riflettori, mediatici, politici e sociali la legge Tremaglia che è stata una
conquista democratica e valoriale di un Paese e di un popolo, a cui si è giunti
dopo anni di lavoro e di emancipazione professionale, sociale e culturale dei
tanti italiani emigrati da ogni parte del Paese per giungere in territori a
volte lontani migliaia di chilometri per una nuova vita ed una rinnovata
dignità”. “L’immagine stessa degli italiani oltre confine – evidenziano i
deputati del PdL - ha subito una vigorosa evoluzione nel corso degli ultimi
decenni: si è passati da una connotazione iconografica del cittadino meridionale
con annessa valigia di cartone, a quella del giovane professionista, che
intende specializzarsi oltre confine per avere più possibilità ed eventualmente
rientrare in Italia per mettere sul mercato del lavoro l’expertise maturata
all’estero - espressione della cosiddetta nuova emigrazione professionale – che
costituisce una percentuale crescente dei profili delle nostre comunità oltre
confine”.
“Una legge ad hoc
per riconoscere ai cittadini residente all’estero il diritto al voto in
Italia - continua il testo - è stata
identificata unanimemente come il tentativo da parte del Paese di fare i conti
con la sua storia, riconoscendo una sorta di riscatto civile a coloro che per
anni si sono collocati a latere delle scelte politiche e sociali del Paese di
cui erano e sono ancora cittadini e a cui si sentivano ancora visceralmente
legati. Sebbene fin dalle prime battute è apparso evidente che la vastità del
progetto legislativo con le sue complessità di natura organizzativa e
gestionale che questa normativa avrebbe comportato, avrebbe sollecitato talune
complessità: non si è inteso sottovalutare il rischio di possibili difficoltà
nella gestione delle schede e nella possibilità di avvicinare i cittadini al
voto, consapevoli che soltanto un’analisi in itinere avrebbe potuto
eventualmente evidenziare i suindicati aspetti. A tal riguardo i problemi
palesi si sono collocati nella macchina burocratico-amministrativa che ruota
intorno a questa legge”. “Il diritto sancito dalla legge Tremaglia – concludono
i proponenti – si colloca in un quadro molto più vasto di rinnovamento e di
rinvigorimento del legame della Patria con i cittadini che vivono altrove,
legittimato dall’esigenza di tracciare maggiori network di scambi e di contatti
con relativi feedback in Italia, in una cornice internazionale economica,
culturale e politica sempre più globalizzata”. De.it.press
Così la "banda Mokbel" organizzava la campagna elettorale di Di
Girolamo
Andrini: «Io avevo
scelto Bruxelles perché l’ambasciatore è un amico...». Le pressioni di Siggia
per l’iscrizione di Di Girolamo all’Aire del consolato
Il viaggio
l’organizza «Ciccione», alias Aurelio Gionta. Un volo privato da Ciampino
destinazione ’ndrangheta, Crotone. E’ il 25 marzo 2008 e bisogna organizzare il
voto di preferenza per Nic, Nicola Di Girolamo il senatore, in Germania.
Gennaro Mokbel, l’avvocato Di Girolamo, Roberto Macori e l’avvocato Paolo
Colosimo vanno giù a incontrare la cosca Arena. «La partita grossa grossa è
quella di domani - dicono al telefono il giorno prima Mokbel e Di Girolamo -
domani potrebbe essere una marcia in più. Se nel consesso di quelle persone c’è
qualcuno che... l’ago della bilancia è tutto lì...».
Le fatture? A
Gionta - Saranno tre i voli privati organizzati dalla banda per le elezioni.
Roma-Crotone, per affidare alla ’ndrangheta la raccolta dei voti in Germania,
Roma-Stoccarda, per fare la campagna elettorale. Mokbel chiede a Macori:
«L’aereo a che ora parte?». Macori: «Quando vogliamo noi parte». «Ah, perché è
privato questo? n’atra volta?». Eh sì, caro Mokbel, volo privato. Annotano gli
investigatori del Ros: «Veniva effettivamente accertato che per i viaggi
effettuati con l’aereo privato per recarsi in Calabria e Germania, Di Girolamo
aveva utilizzato la compagnia aerea “Unyfly Servizi Aerei srl”, con fatture
intestate a società riconducibile ad Aurelio Gionta, “We Connect”. Volo
Ciampino-Crotone-Ciampino del 25 marzo, importo fattura 7.700 euro; Volo
Ciampino-Crotone-Ciampino del 22 e 23 aprile fattura importo 8.800 euro; volo
Ciampino-Stoccarda-Ciampino del 26 e del 27 marzo 2008 fattura importo 11.700
euro».
Per la missione a
Crotone del ringraziamento, Mokbel dà un suggerimento a Di Girolamo: «Nic te lo
dico subito e te lo dico al telefono: stasera non bere, fai finta d’appoggià le
labbra al bicchiere, nun beve perché poi è na tarantella... gli fai un bel
discorso a tutti quanti». E il neosenatore confida al capo Mokbel: «Ho fatto un
incontro interessantissimo con Mantica (Alfredo, ndr) che si è messo a
disposizione e mi ha presentato tutti i senatori di An e Matteoli, il
capogruppo». Mokbel: «E’ lui il capogruppo? Non è Gasparri?».
Diplomatico
inguaiato - E’ Gasparri, il capogruppo. Di Girolamo è alle prime armi, deve
ancora imparare. E poi ha alle spalle una durissima campagna elettorale. Fatta
di inganni e imbrogli. Di voti offerti dalla ’ndrangheta di Crotone. E la sua
stessa candidatura nel collegio all’Estero è frutto di un imbroglio. Mette a
verbale Filomena Ciannella, responsabile dell’Ufficio Anagrafe del Consolato
d’Italia a Bruxelles: «Ho ricevuto delle pressioni per l’iscrizione nel
registro Aire del Di Girolamo pure in mancanza della presentazione dei
documenti necessari. Ho ricevuto delle pressioni già prima che arrivasse. Il
Console mi ha chiamato dicendomi di iscriverlo...».
Ricorda il Console
Sabato Franco Sorrentino: «Ricordo una conversazione telefonica tra me e
l’ambasciatore relativa all’iscrizione del Di Girolamo all’Aire. Effettivamente
ho telefonato alla Ciannella, a seguito della telefonata dell’ambasciatore...».
L’ambasciatore d’Italia a Bruxelles, Sandro Maria Siggia: «Ho conosciuto Di
Girolamo in quanto si è presentato da me in ambasciata accompagnato da una
persona che conosco e che si chiama Ferretti. Non mi ha detto che viveva in
Belgio ma neppure che non vi viveva, mi ha solamente detto che aveva intenzione
di iscriversi all’Aire e di volersi presentare al Senato alle elezioni
politiche».
Dichiarazioni per
nulla convincenti: «Contrastavano con quanto era emerso dalle attività tecniche
- denunciano gli investigatori del Ros - che evidenziavano invece che era stato
proprio lui il referente principale del Di Girolamo, a seguito
dell’intercessione di Stefano Andrini, che li aveva messi in contatto alla
vigilia del viaggio in Belgio per iscriversi all’anagrafe consolare». E a sua
volta Andrini intercettato spiega: «Io avevo scelto Bruxelles perché
l’ambasciatore è un amico...».
Guido Ruotolo, CdI
Caso Di Girolamo. Lannutti (Idv): Chiarire rapporti con l’ambasciatore a
Bruxelles Siggia
"I rapporti
tra Gennaro Mokbel, il faccendiere arrestato nell'ambito dell'inchiesta che
coinvolge Telecom Sparkle e Fastweb, e l'ambasciatore italiano a Bruxelles
Sandro Maria Siggia; quelli tra lo stesso Mobkel, alcuni agenti della polizia
di Stato, ufficiali di altre forze dell'ordine e personaggi dei servizi
segreti; i rapporti che questi ultimi avevano con partiti politici romani
legati all'estrema destra". Sono questi i punti centrali che il capogruppo
dell'Italia dei valori in commissione Finanze al Senato, Elio Lannutti, chiede
di chiarire in un'interrogazione ai Ministri degli esteri, degli interni, delle
politiche comunitarie e dell'economia.
Riferendosi a
recenti articoli di stampa che riportano i contenuti di alcune intercettazioni
disposti nei confronti di Mokbel, Lannutti in particolare chiede di sapere
"se risponda al vero la ricostruzione secondo la quale vi è stato un ruolo
attivo dell'ambasciatore a Bruxelles, Sandro Maria Siggia, nelle procedure
sulla falsa residenza necessaria per l'elezione dell'ex senatore Di Girolamo e,
nel caso fosse così, a prescindere dai risvolti penali, se il suo comportamento
risulti compatibile con l'alta funzione diplomatica che è chiamato a
svolgere".
Tra l'altro, il
senatore Idv fa presente che, stando a quanto riportato dai giornali, "gli
uomini dei servizi e delle forze di polizia collegati a Mekbel avrebbero avuto
rapporti perfino con il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, il quale oltre ad
aver nominato alla guida della municipalizzata Ama Stefano Andrini (dimissionario
dopo l'apertura dell'inchiesta Fastweb), avrebbe assunto anche alcuni
collaboratori della rivista "L'Italiano", diretta da Gian Luigi
Ferretti ed edita da una cooperativa di cui sono soci l'onorevole Zacchera (ex
An), lo stesso Andrini e l'ex senatore Di Girolamo".
Italiachiamaitalia
8. Altri numerosi articoli sulla vicenda Di Gennaro al sito:
http://www.italiachiamaitalia.net/news/137/ARTICLE/20484/2010-03-08.html
(de.it.oress)
Los Angeles –
Anche due italoamericani tra i premiati con l’Oscar. Una statuetta se l’è
aggiudicata il calabrese Mauro Fiore per la miglior fotografia per “Avatar”.
“Un gran saluto all’Italia. Viva l’Italia. Un grande abbraccio!” ha urlato dal
palco Mauro Fiore ritirando il premio. Nel suo discorso di ringraziamento
Fiore, nato nel paese di Marzi nel 1964, ha reso omaggio “ai miei genitori
Lorenzo e Romilda, che sono arrivati in America con quattro valige ed un
sogno”. I genitori sono rientrati dopo alcuni anni in Calabria . Fiore ha
invece continuato a vivere e studiare negli Usa.
L’altro Oscar lo
ha vinto Michael Giacchino, per la miglior colonna sonora per “Up”. Giacchino è
nato nel New Jersey nel 1967. I suoi nonni sono originari dell’Abruzzo da parte
materna e della Sicilia da parte paterna. Giacchino ha ottenuto l’anno scorso
la cittadinanza italiana. “Sono veramente orgoglioso – ha detto - di
appartenere all’Italia e di avere in questo paese le mie radici e la mia
famiglia. Ho ancora una grande quantità di cugini in Italia e per me è molto
importante sapere da dove vengo”
“Sono sinceramente
orgoglioso per gli oscar conferiti in queste ore a due italiani, Mauro Fiore
per la miglior fotografia e Michael Giacchino per la migliore colonna sonora e
il loro richiamare l’Italia e le loro origini in un momento così importante,
emoziona l’intero Paese”. Lo dichiara Aldo Di Biagio, Responsabile Italiani nel
Mondo del PdL. “In queste settimane in cui si è parlato di esasperazione
dell’appartenenza dei discendenti di italiani nel Mondo, assistere ad una
celebrazione del nostro Paese da chi ha lottato per riconquistare la
cittadinanza italiana – soprattutto nel caso di Giacchino – invita a riflettere
e a cogliere la profondità dei lacci che per sempre tengono legati gli emigrati
e i loro figli alla terra che hanno dovuto lasciare. Un'immagine che bisogna
tenere saldamente in mente soprattutto in questo momento in cui il mondo
dell'emigrazione è sotto dei critici riflettori mediatici".
“Quella che ci
arriva da Los Angeles è davvero una bella notizia – afferma Gennaro Maria
Amoruso, presidente dell’Associazione dei Calabresi nel Mondo, aderente
all’Unaie. – Da appassionato di cinema ho seguito tutta la vicenda di Mauro
Fiore ed ho fatto il tifo per lui sin dalla nomination. Questo Oscar ci riempie
di orgoglio e ci dà una grandissima emozione. Fiore rappresenta l’Italia e la
Calabria. Il suo saluto all’Italia, al momento della consegna del
riconoscimento, dimostra come il suo attaccamento alle origini ed alle radici
sia fortissimo – aggiunge Amoroso, che ribadisce l’importanza di un premio
“all’abnegazione all’umiltà e alla determinazione tutta calabrese, fattori che
consentono di raggiungere grandi traguardi. In questo momento ci sentiamo
vicini alla sua famiglia che è tornata in Calabria e aspettiamo Mauro Fiore a
Marzi per esprimergli personalmente le nostro felicitazioni e orgogliosamente
ci teniamo stretti il nostro Oscar”.
Amoruso evidenzia
come di storie di successo come quella di Mauro Fiore ce ne siano a centinaia
in giro per il mondo. “I nostri giovani ancora oggi per affermarsi sono
costretti a lasciare la nostra Regione e a subire il distacco dalle origini. Ci
auguriamo che, grazie a successi come quello di Fiore, - ha concluso il
presidente dei Calabresi nel mondo - possa scaturire un modo nuovo di intendere
l’emigrazione e che tutte le nostre istituzioni, soprattutto quelle locali, si
sforzino insieme a proporre e sviluppare delle effettive politiche per contrastare
la fuga dei giovani dalla nostra terra”.
“Quel suo ‘viva
l’Italia’ è andato dritto al cuore. Era l’urlo di milioni di emigrati calabresi
nel mondo. L’Oscar assegnato Mauro Fiore come migliore direttore della
fotografia per il film Avatar ci riempie di orgoglio e suscita sentimenti di
vera commozione”. Lo ha detto il presidente della Regione Calabria Agazio
Loiero. “La sua storia - ha aggiunto Loiero - rappresenta quella di tanti
calabresi che hanno abbandonato la propria terra d’origine per trovare
affermazione, e in questo caso successo, al di là dell’oceano. Mi piace pensare
che il premio a questo giovane direttore della fotografia, partito a soli sette
anni con la sua famiglia da Marzi, piccolo centro in provincia di Cosenza, sia
un riconoscimento all’ingegno di tanti calabresi emigrati in ogni angolo della
terra. A Fiore - ha concluso il presidente Loiero – nella speranza di poterlo
incontrare presto con la preziosa statuetta e festeggiare assieme
all’amministrazione comunale e ai cittadini tutti, vanno i complimenti da parte
di tutta la Calabria e miei personali”. Inform/De.it.press
Oggi a Roma Conferenza stampa per una migliore informazione nel mondo
Ha luogo oggi 10
marzo a Roma, presso la sala Conferenze Stampa della Camera dei Deputati (Via
della Missione 4 - Roma), con inizio alle ore 12,30, una conferenza stampa con
diveri punti all’ordine del giorno
Verrà presentata
la proposta di legge n. 2776/09 che è
stata approntata insieme al Gruppo di Lavoro Infoestero e di cui sono primi
firmatari l’on. Franco Narducci e l’on. Aldo Di Biagio. Saranno inoltre
illustrati alcuni “numeri zero”, vale a dire alcune proposte esecutive di
programmi televisivi da sottoporre a Rai International e alle reti nazionali
Rai. Verrà infine presentato il Convegno “Infoestero” che si terrà sugli stessi
temi il giorno successivo, domani 11 Marzo, presso la Sala Conferenze della
Camera dei Deputati, Via del Pozzetto 158, con inizio alle ore 15.00.
La proposta di
Legge affronta diversi aspetti importanti, tra cui una maggior informazione
verso le nostre comunità e il coordinamento tra i vari soggetti che si
rivolgono agli italiani all’estero, dalla Presidenza del Consiglio alle
Regioni. Infine per la prima volta affronta in termini concreti l’aspetto della
cosiddetta “informazione di ritorno”, vale a dire l’informazione che proviene
dalle nostre comunità all’estero e che per anni è stata richiesta inutilmente
dagli italiani residenti nei vari Paesi del mondo. De.it.press
Presto un intervento per il ripristino dei fondi per la stampa all’estero
Roma – Si è svolto
martedì 9 marzo nella cornice degli uffici di Montecitorio, un tavolo tecnico
che ha coinvolto Aldo Di Biagio, Responsabile Italiani nel Mondo del PdL ed i
referenti delle principali federazioni nonché editori di quotidiani e periodici
italiani editi e diffusi all’estero.
Hanno preso parte
referenti del mondo all’editoria italiana oltre confine: il referente del
Corriere Canadese Elena Caprile, Mimmo Porpiglia per Gente d’Italia, Domenico
Delli Carpini di America Oggi, Mariza Bafile della Voce d’Italia e Giuseppe
Della Noce del Fusie.
“Ho sempre
manifestato al Governo e ai referenti di maggioranza la mia totale insofferenza
nei confronti delle scelte operate nell’ambito dell’esame del mille proroghe –
commenta Di Biagio – sebbene avessi sostenuto l’emendamento che ripristinava il
'diritto soggettivo'' per i quotidiani di partito, gestiti da cooperative,
appare incomprensibile oltre che palesemente discriminante riconoscere siffatta
garanzia ai danni della nostra stampa all’estero che oltre a rappresentare
l’indiscusso riferimento per le nostre comunità, rappresenta una fucina di
menti e di professionisti che verrebbero inevitabilmente licenziati qualora
dovesse permanere l’attuale formulazione normativa”. “Condivido le
preoccupazioni e le ansietà espresse dai referenti della stampa estera –
conclude – ed in ragione di tali evidenze ritengo doveroso quanto opportuno un
intervento tendente a rettificare le disposizioni tracciate nel mille proroghe,
in tempi rapidi al fine di salvaguardare la lodevole attività portata avanti
dei nostri editori all’estero. Presenterò in questi giorni una mozione,
sottoscritta dai deputati del PdL al fine di chiedere un impegno del Governo
orientato al ripristino dei fondi previsti per la nostra editoria oltre
confine, esorcizzando l’ipotesi di perseverare su un piano di palese
discriminazione nella gestione delle risorse destinate al settore”.
Razzi (Idv) sulla
decurtazione dei fondi pubblici per l’editoria all’estero - “Nel Decreto
Milleproroghe approvato al Senato sono stati confermati i tagli alla stampa
italiana all’estero, ai giornali delle associazioni dei consumatori e
soprattutto alle radio e alle Tv locali. Il decreto ha decurtato i fondi
destinati ai quotidiani che si pubblicano nel mondo, strumenti di
informazione che sono diffusi e radicati nelle nostre comunità e che hanno il
semplice scopo di incoraggiare i beneficiari a conservare i legami con
l’Italia”.
Lo ha affermato
all’emittente televisiva Roma Uno il deputato dell’Italia dei Valori Antonio
Razzi, eletto nella ripartizione Europa. “Questo atteggiamento è preoccupante -
ha aggiunto Razzi - perché si preclude la possibilità di dialogare con le
nuove generazioni e di proiettare in avanti gli interessi dell’Italia, tra i
protagonisti della vita sociale e culturale di oggi e di domani. Una riduzione
del 50% dei fondi per i quotidiani italiani editi e diffusi all’estero, i tagli
per le emittenti radio locali che si vedono ridimensionati i fondi per le
tariffe elettriche e telefoniche e per gli abbonamenti alle agenzie, potrebbero
inoltre portare importanti danni all’occupazione e al pluralismo
dell’informazione.
Senza dubbio – ha
proseguito il deputato della circoscrizione Estero - un’adeguata politica di
risparmio potrebbe essere attuata tagliando i finanziamenti a quei giornali
fasulli che nessuno legge, ma allo stesso tempo è indispensabile intervenire
riequilibrando e razionalizzando gli interventi a favore dell’editoria vera e
meritevole. Non potendo più contare su stanziamenti annuali certi, i piccoli
giornali, al contrario dei grossi network, non avranno più la certezza di
usufruire di prestiti da parte delle banche e saranno obbligati a chiudere,
così facendo, s’introduce un’altra evidente disparità di trattamento tra
piccoli e grandi soggetti editoriali. Io non dico – ha concluso Razzi - che vi
debba essere uno sperpero di denaro pubblico, ma vorrei solamente che si
facesse un uso corretto dei fondi destinati a tali settori”. (Inform/De.it.press)
Laura Garavini (PD): “Per le donne una pari opportunità dei fatti e non
delle parole ”
“Una pari
opportunità reale, fatta di iniziative concrete e non solo di parole, che
permetta alle donne di contare di più e in ogni settore. Questo è il mio
augurio ”. E’ quanto affermato dall’on. Laura Garavini, nella giornata della
“Festa dell’8 marzo”. “E’ necessario un
maggiore protagonismo delle donne, che deve essere fatto di idee, progetti e
risultati. Ed è quello che ha dimostrato di volere il Coordinamento Donne
italiane in Germania – riunitosi recentemente a Berlino – dove abbiamo creato
una rete di donne che serva a sostenere e valorizzare progetti al femminile in
Germania e a dare loro maggiore voce presso le istituzioni tedesche e italiane.
Queste sono le politiche concrete ed utili”.
Delle donne la
Garavini ha voluto ricordare anche il coraggio. Riferendosi al tema
dell’iniziativa organizzata da “Mafia? Nain danke“, “Donne e mafia”, a cui ha
partecipato, a Berlino, nei giorni scorsi, la capogruppo PD in Commissione
Antimafia ha affermato: “Il coraggio è donna. Le donne possono avere un ruolo
fondamentale nella lotta alla criminalità organizzata nelle istituzioni, ma
anche nella vita privata e sociale possono essere determinanti”. La deputata PD
ha, inoltre, concluso con “un augurio a tutte le donne di riuscire, insieme, ad
affermare e difendere ogni giorno i propri diritti e il proprio valore”.
De.it.press
L'Iraq in massa alle urne, le elezioni sono un successo
Affluenza
altissima, anche i sunniti alle urne dopo l'astensione di massa di 5 anni fa
A proteggere le
operazioni c'è l'esercito nazionale, americani assenti
di BERNARDO VALLI
BAGDAD - La chiamo
la "battaglia della democrazia" e credo proprio di avere ragione. Non
si possono definire altrimenti gli avvenimenti, a tratti micidiali ma in
complesso esemplari, a volte persino esaltanti, che hanno ritmato le elezioni
di ieri. Un voto espresso sette anni dopo l'invasione americana. E questa volta
sotto la protezione dell'esercito nazionale, con gli americani assenti dalle
città e relegati tra le quinte della provincia.
La cronaca segue,
ma il risultato merita la precedenza. La democrazia ha ampiamente vinto
nonostante lo sbarramento iniziale che doveva dissuadere gli elettori dall'andare
alle urne. L'affluenza è stata forte, importante, qualificante, più numerosa
del previsto. Nelle zone sunnite, dove cinque anni or sono l'astensione era
stata quasi totale, si sono raggiunte vette del 90 per cento di partecipazione,
come a Diyala, o dell'82 per cento come a Samarra. Nell'Anbar, provincia a
lungo insanguinata dalla guerriglia, i seggi sono stati affollati fino a tarda
sera. L'affluenza è stata più forte che nelle zone sciite. Questo significa la
fine del rifiuto sunnita, che ha alimentato l'opposizione armata. L'Iraq è
diventato democratico? Certamente la volontà popolare gli ha fatto compiere un
importante passo in quella direzione.
All'inizio, quando
era da poco giorno, ci sono state le prime esplosioni. In verità esplosioni
sorde, lontane, attutite dalle costruzioni fitte che si stendono per
chilometri, sulle due sponde del Tigri. Poi una serie di schianti tipici dei
mortai. E decine di razzi con le annesse sottili colonne di fumo. Tre delle
quali si sono alzati dietro le alte mura in cemento armato che avvolgono la
Zona Verde, il quartiere dei vip, dove abitano ministri, ambasciatori e via
dicendo. Cominciavano le elezioni e debuttava un attacco terroristico in tutta
regola. Le strade erano deserte, per via del coprifuoco imposto al traffico
automobilistico. Passavano urlando soltanto le sirene delle autoambulanze e
della polizia. Dalle abitazioni non spuntava neppure l'ombra di un elettore
deciso a raggiungere a piedi, come voleva la regola, il vicino seggio
presidiato dai militari.
L'attacco
concertato stava dunque per avere successo? L'obiettivo di "quelli di Al
Qaeda", come sono genericamente definiti gli oppositori armati, era di
dissuadere i diciannove milioni di iracheni chiamati alle urne dall'uscire di
casa. Era quello di intimidire in particolare la minoranza sunnita. La quale,
nel 2005, alle prime elezioni legislative, frustrata dal perduto potere, aveva
rifiutato in massa di andare a votare, anche in segno di solidarietà con
l'insurrezione armata contro la neo-Repubblica dominata dalla maggioranza
sciita, sostenuta dagli americani. Ma passati cinque anni, e con l'insurrezione
armata ormai spenta, ieri mattina i sunniti sembravano infine decisi a stare al
gioco della democrazia. Bisognava dissuaderli. E "quelli di Al Qaeda",
forse non tutti stranieri come dice la propaganda governativa, comunque i resti
dell'opposizione armata, ci hanno provato. Il costo umano, in quelle prime ore
ritmate dalle esplosioni, è stato di una quarantina di morti e di un centinaio
di feriti.
La "battaglia
della democrazia" ha subito una svolta quando il sole era ormai abbastanza
alto sulla pianura tra il Tigri e l'Eufrate. Appena si sono diradate le
esplosioni si sono formate colonne in direzione dei seggi elettorali. Uomini e
donne sono usciti di casa. Hanno sfidato i terroristi. Hanno respinto
l'offensiva intimidatoria. La scena non lasciava indifferenti. A Karrada, un
quartiere centrale di Bagdad, donne col chador o con il semplice foulard,
spesso cariche di bambini, dicevano che i razzi e i colpi di mortaio li
sparavano gli "stranieri" e che il modo migliore per disperderli era
di andare a votare.
Non erano
dichiarazioni generiche, benché pronunciate nell'emozione. La campagna
elettorale è stata rissosa, ritmata dalle violenze, invelenita dalle tradizionali
rivalità di clan, ma meno dominata dallo scontro etnico (dico etnico, perché
l'urto tra sunniti e sciiti ha assunto di rado un carattere strettamente
religioso). Questo si è riflesso sulla composizione dei partiti. Il primo
ministro, Nuri Kamal al-Maliki, ha trasformato il suo, un tempo essenzialmente
sciita, in una formazione nazionalista (Alleanza per lo stato di diritto), in
cui sunniti e sciiti convivono sia pur non senza difficoltà. Il partito laico
dell'ex primo ministro Ayad Allawi (Movimento nazionale iracheno), in cui sono
raccolti esponenti di tutte le confessioni, e in cui non mancano ex membri del
Baath di Saddam Hussein non colpevoli di delitti e ravveduti, non ebbe negli
anni scorsi l'udienza conquistata negli ultimi mesi, anche tra i quadri
militari e la polizia.
Questa forte
spinta ecumenica, favorita dalla volontà popolare di uscire dalla guerra
civile, è alle origini della straordinaria reazione di ieri all'attacco
terroristico concertato di "quelli di Al Qaeda". I quali sono stati
indicati dagli elettori come "stranieri", cioè estranei al nuovo
spirito nazionale, meno settario, meno fanatico, che sembra animare il Paese.
Un Paese esausto. Il nuovo clima non dovrebbe favorire troppo l'Alleanza
nazionale, in cui si ritrovano molti sciiti ortodossi; e dovrebbe penalizzare,
quando si conosceranno tra pochi giorni i risultati, i piccoli partiti
religiosi. Per ora si pensa che al-Maliki e Allawi potrebbero essere i due
vincitori. Uno dei due sarà dunque il primo ministro? Una loro intesa non sarà
facile. Li divide un'antica tenzone, politica e personale.
Amariyat al
Falluja è una zona rurale non lontano da Falluja, la città sunnita più
martoriata dalla guerra. Anzi rasa al suolo dai marines, che soltanto dopo
settimane di combattimenti riuscirono ad annientare quella roccaforte
dell'insurrezione armata. Nella mattina di ieri i seggi elettorali erano
deserti. Le frequenti esplosioni tenevano chiusa in casa la gente, ma appena
c'è stata una pausa le donne velate hanno raggiunto la scuola al-Imam dove era
stato installato il seggio e non hanno esitato a rivelare per chi votavano.
Anzitutto per un notabile locale, ma anche per il laico Ayad Allawi, gradito
anche agli elettori della stessa città di Falluja. Allawi ha recuperato nel suo
partito, tra accuse e contestazioni, ex membri del partito Baath, promuovendo
quella che dovrebbe essere una riconciliazione nazionale. Lui è sciita ma per
questa sua iniziativa raccoglie molti consensi sunniti.
La partecipazione
al gioco democratico della minoranza sunnita rinnova il paesaggio politico
iracheno. E favorisce la posizione del Paese nel mondo arabo, dove sussisteva
la diffidenza delle grandi capitali sunnite (da Riad al Cairo) nei confronti di
un Paese dominato dagli sciiti. E poiché questi ultimi conserveranno
l'essenziale del potere, neppure il vicino e solforoso Iran sciita dovrebbe
preoccuparsi. In quanto agli americani non possono che rallegrarsi del
risultato, a neppure sei mesi dal ritiro delle loro truppe combattenti. I
cinquantamila consiglieri e tecnici che si lasceranno alle spalle, fino al
dicembre 2011, correranno meno rischi. Anche se nessun conflitto segue un
tracciato sicuro. E in Iraq è facile prevedere che "quelli di Al Qaeda"
si faranno ancora vivi, dopo la disfatta di ieri LR 8
"Serve un Fondo monetario europeo"
Prende quota
l'ipotesi di un maxi-ente per assistere i Paesi della zona euro
in difficoltà.
Berlino e Parigi d'accordo
BRUXELLES - Prende
quota l’ipotesi di creare un Fondo monetario europeo (Fme) per assistere i
Paesi della zona euro in difficoltà. Con aiuti che potranno essere concessi
solamente in base a condizioni draconiane di risanamento. Bruxelles ci sta
lavorando con Berlino e Parigi e domani il commissario Ue agli affari economici
e finanziari, Olli Rehn, informerà i colleghi dell’esecutivo europeo - riuniti
a Strasburgo - sulle discussioni in corso.
La Commissione Ue
«è pronta ad avanzare la proposta», hanno assicurato sia il vicepresidente
Antonio Tajani sia il portavoce del commissario Rehn. Proprio Rehn, in
un’intervista al Financial Times Deutschland, ha lanciato l’idea dell’Fme,
nell’ambito di un pacchetto di misure volte a rafforzare sia il coordinamento
delle politiche economiche di Eurolandia sia la sorveglianza sui singoli Stati
membri. Obiettivo: garantire la stabilità dell’unione monetaria ed evitare che
si verifichino di nuovo emergenze come quella della Grecia, che finiscono per
mettere a rischio l’intera zona euro. L’auspicio di Bruxelles è di presentare
tale pacchetto entro l’estate, prima della fine della presidenza spagnola della
Ue.
«Siamo ancora in
una fase di discussione preliminare», ha sottolineato il portavoce di Rehn, ma
è chiaro che non c’è molto tempo da perdere. Tutto dipende dal consenso che
l’ipotesi di creare un Fondo europeo avrà tra gli Stati membri. Solo questo
frena la Commissione Ue dal presentare una proposta già oggi. E se Francia e
Germania trainano il progetto, c’è da sondare ancora l’accoglienza che la
proposta avrebbe in altri Paesi. Un’occasione potrebbe essere il duplice
appuntamento di lunedì e martedì prossimi con le riunioni di Eurogruppo ed
Ecofin. È soprattutto Berlino - che a suo tempo bocciò la creazione di un fondo
non volendo pagare per altri - a spingere ora con Bruxelles per la creazione
dell’Fme. Il ministro delle finanze, Wolfgang Schauble - alla luce
dell’emergenza Grecia e del rischio contagio ad altri Paesi - ha parlato
chiaramente della «necessità di un’istituzione che disponga dell’esperienza
dell’Fmi e di poteri di intervento analoghi».
Secondo alcune
fonti ci sarebbe già un piano tedesco ben dettagliato, che prevede anche la
possibilità per l’Fme di comminare «sanzioni severe» per i Paesi della zona
euro troppo lassisti sul piano dei conti pubblici. Come, ad esempio, la
soppressione delle sovvenzioni europee, il ritiro temporaneo del diritto di
voto nel corso delle riunioni ministeriali dell’Ue, e persino l’esclusione
provvisoria dalla zona euro. La Germania, insieme alla Francia, sarebbe
favorevole anche ad una limitazione del ricorso ai credit default swap, gli
strumenti finanziari attraverso cui alcuni Paesi - vedi la Grecia - hanno
potuto "assicurare" i propri titoli pubblici, mascherando di fatto
l’entità del proprio debito. Questa misura potrebbe quindi andare a finire
nell’altro pacchetto di interventi in fase di elaborazione a Bruxelles.
Pacchetto a cui sta lavorando in particolare il commissario Ue ai servizi
finanziari, Michel Barnier, con misure che vanno dall’attuazione della riforma
della vigilanza finanziaria alla stretta sugli hedge fund e sui prodotti
finanziari più a rischio. Intanto, mentre anche il Portogallo, dopo la Grecia,
adotta nuove misure correttive del deficit congelando i salari dei dipendenti
pubblici, Tajani assicura come «l’Italia non è un Paese a rischio, anche perchè
- spiega - ha un buon sistema bancario e imprenditoriale». La valutazione del
Programma di stabilità italiano da parte di Bruxelles è attesa per il 17 marzo.
LS 8
Finalmente l’Europa batte un colpo
Un’Europa più
coesa e determinata avrebbe risolto la crisi greca in pochi giorni. Purtroppo
su questo fronte delicato l’Ue ha balbettato per troppo tempo e la situazione è
stata lasciata degenerare, sicché sulla Grecia e sull’euro ha potuto scatenarsi
anche la speculazione internazionale delle scommesse sul default.
Nelle ultime ore,
però, si sta delineando uno scenario diverso. Infatti, sembra proprio che stia
per manifestarsi quel segnale unitario dell’Europa più volte auspicato dal
Presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano. Il premier greco
Georges Papandreou si è incontrato venerdì con Angela Merkel in un clima meno
teso e ha visto ieri il presidente francese Nicholas Sarkozy. Quest’ultimo ha
dichiarato che l’Euro area deve essere pronta ad aiutare la Grecia ad
affrontare i propri problemi di deficit, altrimenti “non valeva la pena fare
l’euro”. Ed ha aggiunto: “Abbiamo le misure, siamo pronti, siamo determinati”.
Sarkozy ha anche lanciato un monito preciso a chi gioca contro l’euro: “Gli
speculatori devono sapere che la solidarietà significa qualcosa”.
Sull’onda di
questi incontri, dell’approvazione di un piano nazionale di risanamento di 4,8
miliardi di euro e del positivo collocamento di 5 miliardi di debito (sia pure,
come ha scritto su queste colonne Paolo Savona, “a tassi quasi di usura”),
Papandreou, è sembrato rassicurato.
Nessuno vuole
assolvere la Grecia per le sue gravi colpe. Ma a tutti sembra essere sempre più
chiaro che il progetto dell’Europa unita, del mercato unico e dell’euro è assai
più importante di qualunque questione di principio sulle manchevolezze greche.
In questo clima spicca quanto ha dichiarato in un’intervista al “Financial
Times Deutschland” il nuovo commissario Ue agli Affari economici, Olli Rehn,
secondo il quale la Commissione Ue è pronta a proporre la creazione di un Fondo
monetario europeo per aiutare i Paesi in difficoltà.
Ciò nonostante, il
settimanale tedesco “Der Spiegel” questa settimana ha rappresentato in
copertina una moneta da un euro in liquefazione. A noi queste rappresentazioni
che in Germania cavalcano i sentimenti populistici più “euro-scettici” e
contrari a qualunque forma di aiuto alla Grecia, appaiono molto forzate.
Ricordiamoci che dopo la sua partenza l’euro arrivò a quotare meno di un
dollaro. Oggi, nel pieno di una grave crisi economico-finanziaria di vari Paesi
membri, la moneta unica continua a valere oltre il 35% in più del dollaro, i
cui fondamentali restano debolissimi. Non parliamo poi della sterlina, che è
allo sbando.
E forse “Der
Spiegel” farebbe bene anche a ricordarsi che l’industria esportatrice tedesca
in questi anni ha avuto grandi vantaggi a far parte del mercato unico europeo,
presso cui ha collocato centinaia di miliardi di euro di autovetture di fascia
alta, elettronica di consumo e chimica, mentre le banche tedesche facevano
buoni affari finanziando i debiti degli stessi greci (oltre che di spagnoli,
portoghesi e irlandesi).
C’è un tempo per
la semina ed uno per la raccolta. I tedeschi finora nell’Euro area hanno
raccolto più che seminato, anche se pensano che aver abbandonato il marco per
l’euro sia stato un sacrificio enorme. E’ tempo che la Germania diventi un po’
più europea e meno euro-scettica.
Qualche giorno fa
in un articolo sul “New York Times” Jacques Attali, ex presidente della Banca
Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo, ricordava come l’abbandono delle
sovranità monetarie fu il prezzo che tutti i Paesi europei pagarono per poter
avere un mercato unico. Per Attali la crisi greca potrebbe essere oggi la
levatrice per avere finalmente anche un’Europa con una politica economica e
finanziaria comune. MARCO FORTIS IM 8
La Cina firma l'accordo sul clima
Pechino
sottoscrive l'intesa raggiunta a Copenaghen lo scorso dicembre
è l'ultima delle economie
emergenti ad approvare il piano
Milano - La Cina
ha firmato l'accordo sul clima raggiunto al vertice di Copenaghen del dicembre
scorso. La Cina è l'ultima delle economie emergenti ad approvare il piano.
La lettera - Una
lettera ufficiale firmata dal negoziatore cinese sul clima Su Wei ha reso noto
al Segretariato dell'Onu sul cambio climatico che può «procedere a includere la
Cina nella lista» dei paesi che sostengono l'accordo raggiunto al summit di
dicembre. L'accordo di Copenaghen sul clima, raggiunto nel dicembre scorso,
prevede il limite di due gradi all'aumento della temperatura media della Terra
e la creazione di un fondo di 30 miliardi di dollari l'anno nel triennio
2010-2013 e di 100 miliardi di dollari l'anno dal 2012 al 2020. Il documento
però non fissa nessun passo vincolante per raggiungere l'obiettivo della
limitazione del riscaldamento globale. L'accordo, fortemente sostenuto dal
presidente Usa Obama, era stato giudicato dagli ambientalisti come estremamente
limitato rispetto ai propositi iniziali del summit. Tuttavia, un certo numero
di paesi all'ultimo minuto avevano avanzato nuove obiezioni e si era convenuto
che gli stati avrebbero potuto aderire all'accordo anche successivamente. Anche
l'India ha firmato il documento oggi, seguendo Indonesia, Brasile, Sudafrica e
Messico. Fra i paesi grandi produttori di anidride carbonica (CO2), manca solo
l'adesione della Russia. Il Protocollo di Kyoto secondo l'accordo non viene
abbandonato e nel 2015 è prevista una revisione del documento, con la
possibilità di portare il limite dell'aumento di temperatura a 1,5 gradi. Entro
il 31 gennaio inoltre i paesi industrializzati dovevano rendere noti i propri
impegni di tagli delle emissioni. A Copenaghen la Cina si era impegnata a
ridurre del 40% le emissioni di anidride carbonica (CO2) nell'atmosfera entro
il 2020. Ansa 9
Emergenza ambientale. Himalaya bene, il resto male
Himalaya bene, il
resto male. L'ultima novità ecologica è che i ghiacciai dell'Himalaya non si
sciolgono più, che questa previsione dell’Ipcc (l'organizzazione che studia per
l'Onu l'effetto serra) è stata sbagliata di grosso. E molti gongolano. Per
l'India gongolo anch'io, perché senza l'acqua dei ghiacciai che alimentano i
suoi maggiori fiumi centinaia di milioni di persone rischierebbero di morire di
fame e di sete. Ma se anch'io sono lieto per l'India, è esageratissimo ricavare
da questo episodio che la scienza «non sa», che vanta un sapere che non
possiede, e anche che cerca di imbrogliare. Che esistano ricercatori che falsano
i dati per fare carriera è noto a tutti. Ma di regola le frodi scientifiche
sono facili da scoprire perché le scienze sono tali in quanto consentono la
replicabilità delle ricerche. Il Signor Tizio ci dica come ha fatto, e il
signor Caio farà la riprova. Torniamo all'Himalaya. Qual è stato l'errore?
È stato, in linea
di principio, di attribuire una data, una scadenza temporale, a un trend, a un
andamento di fondo. Essendo un po' del mestiere, io evito sempre di citare date
e scadenze; registro soltanto linee di tendenza. Alcune delle quali sono, in
ecologia, certe, anche certissime. Per esempio è certissimo che respiriamo aria
sempre più inquinata. È meno certo, invece, se il surriscaldamento della Terra
sia lineare e quali siano i fattori che lo possano rallentare. Dico rallentare
perché se l'Himalaya tiene, l'Artico è tuttora in rapido scioglimento. È anche
certissimo che le risorse naturali, a cominciare dal petrolio, finiranno.
Quando? Non si sa, non è sicuro. Ma è sicuro che la tecnologia le potrebbe
rimpiazzare per i 2 miliardi di viventi di quando io nascevo, ma non certo per
i 9 miliardi di formiche umane previste dai demografi per la metà di questo
secolo.
Senza contare che
lo «sviluppismo » frenetico predicato dagli economisti ci prevede anche tutti
egualmente benestanti in tutto il mondo. Mettiamo allora che la Cina, diventata
opulenta come noi, consumi (è un calcolo che è stato fatto) trenta volte più di
oggi. In tal caso il conteggio demografico sarebbe da moltiplicare per la
quantità di consumo pro capite. Fantascienza? A questo punto sì. Anche perché a
quel punto saremo, o saremmo, tutti estinti. Fantasticherie economiche a parte,
il punto serio, e anche certissimo, sul quale tutti sorvolano è la scarsità
dell'acqua. Che già manca endemicamente in Africa (specialmente all'Est), ma
anche altrove. Come si sa, circa il 70-80 per cento dell'acqua dolce è
assorbito dall’agricoltura; un assorbimento che può essere ridotto adottando
colture che richiedono meno acqua. Anche così il problema resta drammatico
perché da tempo consumiamo in eccesso acqua di falda che non si ricostituisce.
GIOVANNI SARTORI CdS 8
Le incognite dopo il voto. Se l’Iraq è lasciato al suo destino
Le elezioni di
ieri in Iraq, di cui probabilmente sapremo i risultati definitivi solo tra
qualche giorno, vengono presentate dalla stampa anglosassone come un punto di
arrivo e addirittura come la conclusione della vicenda irachena. Vicenda
drammatica e assurda: drammatica per gli enormi costi in termini di perdite
umane e di sofferenze che ha provocato, assurda perché con la guerra irachena
gli americani hanno consegnato l’Iraq all’inevitabile influenza del loro
peggior nemico e cioè al regime degli Ayatollah di Teheran. Comunque vadano le
elezioni la guida del governo resterà in mano della maggioranza sciita che
rappresenta il 60 per cento di un Paese che ha una frontiera comune di ben
14.000 chilometri con l’Iran dove la popolazione sciita raggiunge il 90 per
cento. Che vinca al Maliki o Allawi o come più probabile tutti e due, l’influenza
di Teheran, presenza invisibile ma invadente durante una campagna elettorale
che si stima sia costata sui 2 miliardi di dollari, si farà sentire per il
presente e per il futuro. Queste elezioni precedute da una vera e propria
carneficina (da un anno a questa parte quando la campagna elettorale è
cominciata in modo strisciante, il conto dei morti per azioni terroristiche si
aggira sui 500) non segnano la fine del dramma iracheno ma piuttosto la fine di
una sua parte: quella che ha visto le operazioni militari di una coalizione di
48 Paesi ma sostanzialmente di un corpo di spedizione americano di circa
130.000 uomini. Il conflitto raggiunse il suo momento di maggiore violenza fra
il 2004 e il 2006 quando le azioni di guerriglia di varia natura e provenienza
compivano una vera e propria “escalation”: da novembre a gennaio gli americani
persero ben 316 uomini di cui 107 nel solo mese di gennaio (oggi ad operazione
conclusa il conto delle perdite supera i 4.000 uomini senza contare le decine
di migliaia di feriti e di coloro che dell’esperienza irachena porteranno il
segno ancora per molti anni). Poi agli inizi del 2007 quando a Washington si
era ormai imposta l’esigenza di una soluzione politica che giustificasse il
ritiro venne la cosiddetta “surge” e il generale Petreus. La surge fu
sostanzialmente un’operazione politica che approfittando del conflitto nato tra
i sunniti della provincia di Anbar e i miliziani di al Qaeda, permise agli
americani di costruire un vero e proprio esercito sunnita di circa 90.000
uomini profumatamente pagati che affiancò l’azione americana contro al Qaeda. A
preparare e rendere possibile lo sganciamento delle forze americane vennero
svolti una serie di adempimenti istituzionali che insieme alla preparazione di
un esercito e di una polizia iracheni hanno permesso di trasferire gran parte
del potere politico e la quasi totalità di quello amministrativo agli iracheni.
Prima l’Assemblea legislativa eletta dalla sola popolazione sciita e curda nel
2005 poi la Costituzione sottoposta nello stesso anno al referendum ed infine,
nel maggio 2006, la formazione di un governo relativamente stabile con un
presidente del Consiglio sciita, Nouri al Maliki, e un capo dello Stato con
ridotti poteri, il curdo Jalal Talabani. Fuori dal nuovo Stato rimanevano i
sunniti (20 per cento della popolazione) che avevano in mano il Paese al tempo
di Saddam Houssein e il partito Baath, una specie di socialismo islamico ma di
impostazione laica già sciolto insieme all’esercito dagli americani al momento
della caduta di Saddam nel 2006 ed i cui componenti sono stati perseguitati
dagli sciiti prima in vere e proprie spedizioni di pulizia etnica e poi esclusi
dall’organizzazione dello Stato e più recentemente dalle liste elettorali. Per
di più i sunniti che avevano sostenuto il surge ed ai quali gli americani
avevano promesso posizioni nel nuovo esercito e nella nuova polizia iracheni
sono stati impietosamente discriminati dal governo di al Maliki o relegati in
posizioni periferiche. Il terrorismo che ha rialzato la testa nell’ultimo anno
e che viene attribuito ad al Qaeda che invece ha perso gran parte dei suoi
militanti e dei sostenitori che era riuscita a raccogliere attorno a sé,
rappresenta piuttosto la voce dei gruppi prevalentemente sunniti esclusi dal
potere e, all’interno della comunità sciita, quella delle fazioni ostili al
governo di al Maliki nel tentativo di destabilizzarlo. I pochi dati positivi
della situazione irachena sono la candidatura delle donne, più di un terzo dei
concorrenti molte delle quali di notevole cultura e preparazione, e la
probabile partecipazione alle urne di una parte della popolazione sunnita che
nelle precedenti consultazioni si era astenuta. Resta poi il mistero di una
situazione economica ancora precaria per il limitato sfruttamento del petrolio
che costituisce la risorsa principale del Paese e che potrebbe procurare quei
mezzi di cui l’Iraq ha bisogno per rimettere in sesto un’economia e un Paese
disastrati. Ma qui le ragioni vanno trovate nelle leggi del mercato e
nell’interesse delle grandi compagnie petrolifere a mantenere alto il prezzo
del petrolio. Ci sono quindi le condizioni che comunque vada la consultazione
il nuovo governo che ne uscirà avrà vita difficile per la contestazione degli
esclusi e quella dei perdenti, specie quando non potrà più contare sul sostegno
delle truppe americane che stanno già lasciando i loro acquartieramenti nel
deserto dopo aver lasciato le città e che entro l’estate prossima, secondo il
programma deciso da Obama, dovrebbero ridursi a 50.000 unità per poi ritirarsi
completamente entro il 2011.
C’è chi esprime
l’ipotesi che l’Iraq possa ritornare alla normalità quando se ne sarà andato
l’ultimo americano. Ma c’è anche un altro scenario che ad elezioni concluse la
reazione degli esclusi e gli interessi dei vicini (Turchia, Arabia Saudita e
Iran in primis) scateni qualcosa di simile ad una guerra civile che sarebbe
destabilizzante per tutta l’area mediorientale. GIUSEPPE MAMMARELLA IM 8
Referendum in Svizzera. “Previdenza professionale, una valanga di no al
furto delle rendite”
ZURIGO - Giornata elettorale quella del 7
marzo in Svizzera, ma tra i diversi oggetti in votazione, anche su temi locali,
l'attenzione di tutti, anche delle comunità straniere prive del diritto di
voto,era rivolta al risultato del referendum sull'abbassamento al 6,4%
dell'aliquota di conversione in rendita dell'avere di vecchiaia della
Previdenza Professionale maturato all'atto del pensionamento.
Ebbene, dall'elettorato elvetico (la partecipazione
al voto è stata del 45,6%) è arrivata una valanga di no (72,7%)al furto delle
rendite del Secondo Pilastro. Un trionfo per il sindacato UNIA che aveva
lanciato questo referendum contro la decisione del Consiglio Federale e del
Parlamento elvetici che avevano voluto ridurre ulteriormente al 6,4%, dal2016,
l'aliquota di conversione dopo che già era stata abbassata gradualmente dal 7,2
al 6,8% nel 2014.
Una riduzione che, unitamente alla riduzione
dal 4 al 2% del tasso di interesse sul capitale di vecchiaia avvenuta in questi
ultimi anni, avrebbe messo a grave rischio l'obiettivo costituzionale che le
rendite del Primo (AVS) e del Secondo Pilastro debbono garantire
complessivamente ai pensionati il 60% del salario percepito prima del
pensionamento.
Un risultato che, da un lato, premia il
sindacato UNIA che ha vinto la sua battaglia per il no, nonostante la
propaganda milionaria dei sostenitori del si, ovvero il sistema bancario ed
assicurativo e, dall'altro, è un segnale forte, molto forte, per quanti
nel Consiglio Federale,nel Parlamento e tra la borghesia elvetica volesse
insistere nel voler ridurre le prestazioni socioprevidenziali di questo Paese
già oggi non certamente eccelse! Dino
Nardi, Coodinatore UIM in Europa
Ciampi: "E' il massacro delle istituzioni, ora proteggiamo il
Quirinale"
L'amarezza del
presidente emerito della Repubblica Ciampi - "Aberrante episodio di
torsione del sistema democratico" di MASSIMO GIANNINI
ROMA - Benvenuti
nella Repubblica del Male Minore. Cos'altro si può dire di un Paese che ormai,
per assecondare i disegni plebiscitari di chi lo governa, è costretto ogni
giorno ad un nuovo strappo delle regole della civiltà politica e giuridica,
nella falsa e autoassolutoria convinzione di aver evitato un Male Maggiore?
Carlo Azeglio Ciampi non trova altre formule: "La strage delle illusioni,
il massacro delle istituzioni...". Ancora una volta, l'ex presidente della
Repubblica parla con profonda amarezza di quello che accade nel Palazzo. Dopo
il Lodo Alfano, il processo breve, lo scudo fiscale, il legittimo impedimento,
il decreto salva-liste è solo l'ultimo, "aberrante episodio di torsione
del nostro sistema democratico". Il "pasticciaccio di Palazzo
Chigi" non è andato giù all'ex capo dello Stato, che considera il rimedio
adottato (cioè il provvedimento urgente varato venerdì scorso) ad alto rischio
di illegittimità costituzionale. E la clamorosa sentenza pronunciata ieri sera
dal Tar del Lazio, che respinge il ricorso per la riammissione della lista del
Pdl nel Lazio, non arriva a caso: "È la conferma che con quel decreto il
governo fa ciò che la Costituzione gli vieta, cioè interviene su una materia di
competenza delle Regioni. Speriamo solo che a questo punto non accadano
ulteriori complicazioni...", dice.
Dopo il ricorso
già avanzato da diverse giunte regionali, potrebbe persino accadere che, ad
elezioni già svolte, anche la Consulta giudichi quel decreto illegittimo, con
un verdetto definitivo e a quel punto davvero insindacabile. Questo preoccupa
Ciampi: "Il risultato, in teoria, sarebbe l'invalidazione dell'intero
risultato elettorale. Il rischio c'è, purtroppo. C'è solo da augurarsi che il
peggio non accada, perché a quel punto il Paese precipiterebbe in un caos che
non oso immaginare...". Il presidente emerito non lo dice in esplicito, ma
dal suo ragionamento si evince che qualche dubbio lui l'avrebbe avuto, sulla
percorribilità giuridica e politica di un decreto solo apparentemente
"interpretativo", ma in realtà effettivamente "innovativo"
della legislazione elettorale.
Ora si pone un
interrogativo inquietante: questo disastro si poteva evitare? E se sì, chi
aveva il potere di evitarlo? Detto più brutalmente: Giorgio Napolitano poteva
non autorizzare la presentazione del decreto legge del governo? Ciampi vuole
evitare conflitti con il suo successore, al quale lo lega un rapporto di
affetto e di stima: "Non mi piace mai giudicare per periodi ipotetici
dell'irrealtà. Allo stesso tempo, trovo sbagliato dire adesso "io avrei
fatto, io avrei detto...". Ognuno decide secondo le proprie sensibilità e
secondo le necessità dettate dal momento. Napolitano ha deciso così. Ora, quel
che è fatto è fatto. Lo ripeto: a questo punto è stata imboccata una strada, e
speriamo solo che ci porti a un risultato positivo...". Ma in questa
occasione non si può negare che il Quirinale sia dovuto passare per la cruna di
un ago particolarmente stretta, e che secondo molti ne sia uscito non proprio
al meglio. In rete e sui blog imperversano le critiche: Scalfaro e Ciampi, si
legge, non avrebbero mai messo la firma su questo "scempio". Al
predecessore di Napolitano questo gioco non piace: "Queste sono cose dette
un po' a sproposito". Come non gli piacciono le rischieste di impeachment
che piovono sull'inquilino del Colle dall'Idv: "Ma che senso ha, adesso,
sparare sul quartier generale? Al punto in cui siamo, è nell'interesse di tutti
non alimentare la polemica sul Quirinale, e semmai adoperarsi per proteggere
ancora di più la massima istituzione del Paese...".
Premesso questo,
Ciampi non si nega una netta censura politica di quanto è accaduto: "Io
credo che la soluzione migliore sarebbe stata quella di rinviare la data delle
elezioni. Ma per fare questo sarebbe stata necessaria una volontà politica che,
palesemente, nella maggioranza è mancata. Ma soprattutto io credo che sarebbe
stato necessario, prima di tutto, che il governo riconoscesse pubblicamente, di
fronte al Paese e al Parlamento, di aver commesso un grave errore. Sarebbe
stato necessario che se ne assumesse la responsabilità, chiedendo scusa agli
elettori e agli eletti. Da qui si doveva partire: a quel punto, ne sono sicuro,
tutti avrebbero lavorato per risolvere il problema, e l'opposizione avrebbe
dato la sua disponibilità a un accordo. Bisognava battersi a tutti i costi per questa
soluzione della crisi, e inchiodare a questo percorso chi l'aveva causata. Ma
purtroppo la maggioranza, ancora una volta, ha deciso di fuggire dalle sue
responsabilità, e di forzare la mano". I risultati sono sotto gli occhi di
tutti: "Di nuovo, assistiamo sgomenti al graduale svuotamento delle
istituzioni, all'integrale oblio dei valori, al totale svilimento delle regole:
questo è il male oscuro e profondo che sta corrodendo l'Italia".
Su questo piano
inclinato, dove si fermeranno lo scivolamento civico e lo smottamento
repubblicano? "Vede - osserva Ciampi - proprio
poco fa stavo rileggendo il De senectute di Cicerone: ci sarebbe bisogno di
quella saggezza, di quell'amore per la civiltà, di quell'attenzione al bene
pubblico. E invece, se guardiamo alle azioni compiute e ai valori professati da
chi ci governa vediamo prevalere l'esatto opposto". Aggressione agli
organi istituzionali, difesa degli interessi personali: l'essenza del
berlusconismo - secondo l'ex capo dello Stato - "è in re ipsa,
cioè sta nelle cose che dice e che fa il presiedente del Consiglio: basta
osservare e ascoltare, per rendersi conto di dove sta andando questo
Paese". Già qualche mese fa Ciampi aveva rievocato, proprio su questo
giornale, l'antico principio della Rivoluzione napoletana di Vincenzo Cuoco
sulla felicità dei popoli "ai quali sono più necessari gli ordini che gli
uomini", e poi il vecchio motto caro ai fratelli Rosselli, "non
mollare", poi rideclinato da Francesco Saverio Borrelli nel celebre
"resistere, resistere, resistere".
Oggi l'ex
presidente torna su queste "urgenze morali", per ribadire che servono
ancora tanti "atti di coraggio", se vogliamo difendere la nostra
democrazia e la nostra Costituzione. "I miei sono lì, sono le firme che
non ho voluto apporrre su alcune leggi che mi furono presentate durante il
settennato, e che successivamente mi sono state rinfacciate in Parlamento, come
se si fosse trattato di atti "sediziosi", o decisioni "di
parte". E invece erano ispirati solo ai principi del vivere civile in cui
ho sempre creduto, e che riposano sulla sintesi virtuosa dei valori e delle
istituzioni". Tra i 2001 e il 2006 Ciampi non potè rinviare alle Camere
tutte le leggi-vergogna del secondo governo Berlusconi, perché in alcune di
esse mancava il vizio della "palese incostituzionalità" che solo può
giustificare il diniego di firma da parte del capo dello Stato. Ma dalla
riforma Gasparri sul sistema radiotelevisivo alla riforma Castelli
sull'ordinamento giudiziario, Ciampi pronunciò alcuni "no"
pesantissimi.
Nonostante questo,
anche a lui tocca oggi constatare che quella forma di "pedagogia
repubblicana", necessaria ma non sufficiente, è servita a poco o a nulla.
"Cosa vuole che le dica? Purtroppo questo è il drammatico paesaggio
italiano, né bello né facile. E questo è anche il mio più grande rimpianto di
vecchio: sulla soglia dei 90 anni, mi accorgo con amarezza che questa non è
l'Italia che vagheggiavo a 20 anni. Allora ci svegliavamo la mattina convinti
che, comunque fossero andate le cose, avremmo fatto un passo avanti. Oggi ci
alziamo la mattina, e ogni giorno ci accorgiamo di aver fatto un altro passo
indietro. E' molto triste, per me che sono un nonuagenario. Ma chi è più
giovane di me non deve perdersi d'animo, e soprattutto non deve smettere di
lottare". Sabato prossimo Ciampi non andrà in piazza, per sfilare in
corteo contro il "pasticciaccio" di Berlusconi: "Non ho mai
aderito a manifestazioni, e comunque le gambe non mi reggerebbero...",
dice. Ma chissà: magari con vent'anni di meno ci sarebbe andato anche lui. LR 9
Liste elettorali. Pasticcio (parte seconda)
La sensazione
sconfortante è che il decreto sulle liste elettorali alla fine rischi di non
servire a nulla. Finora non ha salvato quella del Pdl in provincia di Roma; e
le altre due, di Roberto Formigoni in Lombardia e di Renata Polverini nel
Lazio, sono state riammesse comunque dalla magistratura dopo i ricorsi.
Insomma, la forzatura voluta dal centrodestra si è scontrata con il primato
della legge regionale. La decisione presa ieri dal Tribunale amministrativo del
Lazio complica la strategia di palazzo Chigi. Non è da escludersi per oggi un
colpo di scena all’Ufficio elettorale di Roma, in attesa del Consiglio di
Stato. Ma rimane la somma di pasticci giuridici e politici che la maggioranza è
riuscita ad accumulare nella sua fretta di rimediare agli errori. L'obiettivo
di far votare tutti era e rimane giusto. Il modo in cui Silvio Berlusconi e la
sua coalizione hanno cercato di perseguirlo si è rivelato subito così segnato
dall'affanno da diventare scomposto. Il provvedimento è stato chiesto e
ottenuto dal Quirinale dopo un duro braccio di ferro, scartando soluzioni
condivise arrivate anche su queste colonne. Il risultato accresce confusione e
tensioni; e rispedisce intatta la questione ai mittenti. Le conseguenze più
gravi, però, probabilmente sono altre. Intanto, il centrodestra non è riuscito
ancora a garantire che ognuno possa esercitare il proprio diritto di voto:
sebbene si tratti in primo luogo di sostenitori del Pdl. In più, questa vicenda
a metà strada fra disprezzo delle regole e farsa ha l'effetto di dilatare
l'immagine di una nomenklatura a dir poco pasticciona: incapace di dare
soluzioni accettabili anche a problemi che dovrebbero essere i «fondamentali »
delle sue competenze. Ormai non si tratta più soltanto delle liste respinte per
irregolarità e ritardi. C'è anche il decreto legge fortemente voluto da
Berlusconi e controfirmato dopo molte resistenze e limature dal presidente
della Repubblica. Quando esponenti del governo rivelano con un candore
sconcertante che non si aspettavano la decisione presa dal Tar, aggiungono
perplessità a perplessità sulla strategia adottata dalla maggioranza. E questo
mentre cominciano a circolare voci su un possibile rinvio delle elezioni regionali
nel Lazio: indizi di una situazione che si cerca di riportare sotto controllo.
Ma a dover preoccupare non è tanto l'eccesso di potere sfoggiato dal governo:
il «golpe» inesistente evocato da un'opposizione rapida solo a imboccare la
scorciatoia della «piazza» rivela in realtà un'imprevista fragilità del
centrodestra. A colpire, semmai, è il vuoto che accomuna gli schieramenti; e la
difficoltà a ritrovare un baricentro che rassicuri l'opinione pubblica. Il
disorientamento nasce dalla sproporzione fra il problema tutto sommato minore
delle liste e l'enormità del caos che ne è scaturito. Nessun nemico della
Seconda Repubblica sarebbe riuscito ad inventare un piano per delegittimarla
più perfetto di questa manifestazione involontaria di dilettantismo. Massimo Franco CdS 9
E’ stato
Napolitano a individuare subito il vero punto debole del centrosinistra sul
pasticcio delle liste. Il Presidente della Repubblica, infatti, nella sua
risposta alle lettere di due cittadini, ha osservato come l’opposizione fosse
contraria al decreto, ma non avesse avanzato alcuna altra soluzione, «meno
esente da vizi e dubbi», per eliminare un rischio che gli stessi Bersani e Di
Pietro volevano evitare: quello di «vincere per abbandono dal campo dell’avversario».
Così il gioco di
rimessa, la tattica attendista di limitarsi a denunciare lo scandalo di
cambiare le regole del gioco mentre la partita è cominciata, senza proporre un
compromesso per salvare un’esigenza alla quale si dice pur di tenere,
potrebbero agevolare l’offensiva della destra. Un attacco, cominciato da alcuni
giorni e inasprito ieri dallo stesso Berlusconi, che mira, con un
capovolgimento delle responsabilità per l’accaduto, a indirizzare la campagna
elettorale sulla rappresentazione preferita dal Cavaliere, quella della
vittima. Con la contrapposta immagine di una sinistra ipocrita, formalista,
amante dei cavilli e degli intoppi burocratici, istigatrice e complice di
magistrati faziosi.
Ecco perché la
vicenda delle liste potrebbe rivelarsi un imprevedibile boomerang per chi si
aspettava di guadagnare consensi, sull’onda di una presunta indignazione
popolare anche di una parte dei simpatizzanti del centrodestra, e, invece,
rischia di perderli per la trasformazione improvvisa del vero tema di queste
elezioni.
La consultazione
amministrativa regionale sembra ormai ricalcare, in Italia, il significato che
hanno le elezioni di mid-term negli Stati Uniti: quello di un giudizio
sull’operato del governo a metà legislatura. Può essere deplorevole che il
parere dei cittadini non si concentri soprattutto sull’operato dei governatori
regionali uscenti, quando si ripresentano, o sulle promesse dei nuovi aspiranti
a quella poltrona. Ma che, in queste elezioni, gli orientamenti di politica
nazionale prevalgano nelle scelte degli elettori è un fatto ormai consolidato.
Fu così nel 2005,
quando la delusione per i risultati governativi, dovuti al mancato abbassamento
delle tasse e alle divisioni tra Berlusconi e l’asse Fini-Casini, punirono il
centrodestra, al potere a Roma, con una sconfitta che consegnò all’opposizione
12 delle 14 Regioni in palio. Fu addirittura riconosciuto ufficialmente come il
vero verdetto di questa consultazione, quando D’Alema, in modo inopinato, si
dimise dalla presidenza del Consiglio per il risultato negativo delle elezioni
regionali del 2000.
Anche questa
volta, come un po’ tutti i sondaggi confermano, la soddisfazione degli italiani
per il governo sta diminuendo, sia per il perdurare degli effetti della crisi
economica, sia per l’ondata di scandali che hanno coinvolto personaggi del
centrodestra, sia per le divisioni nell’ambito del neonato e ancora molto
fragile Pdl. Ma il clima elettorale, in queste ultime tre settimane prima del
voto, potrebbe improvvisamente mutare e la consultazione cambiare «natura»: da
un giudizio prevalentemente dedicato ai risultati del governo al solito,
ennesimo referendum su Berlusconi.
Le avvisaglie ci
sono tutte e riguardano gli atteggiamenti di entrambi i poli. A sinistra, la
vicenda del «decreto interpretativo» ha spezzato la precaria ma comunque
inedita unità che, negli ultimi mesi, sembrava aver cancellato i contrasti che
portarono alla caduta di Prodi e alla sconfitta di Veltroni. Il Pd è tornato a
soffrire in mezzo all’opposta necessità di non lasciare a Di Pietro il
monopolio della protesta e di non farsi coinvolgere nell’attacco a Napolitano.
Mentre l’Udc di Casini si è distaccata subito dalla manifestazione di piazza
prevista per sabato prossimo. A destra, l’effetto è speculare: Fini, seppur con
toni diversi, si è dovuto riallineare sulla posizione del premier e anche Bossi
che, con le prime valutazioni espresse dal suo ministro, Maroni, sembrava voler
sostenere l’impossibilità di un decreto per sanare il famigerato «pasticcio»,
si è dovuto acconciare all’approvazione del provvedimento.
Berlusconi, con
l’indubbia capacità di saper condurre le campagne elettorali sui temi che
preferisce, ha colto immediatamente l’occasione e, ieri, intervenendo a
sostegno del suo candidato in Campania, ha rilanciato lo slogan della «scelta
di campo», sul fronte del collaudato motto «o con me o contro di me». Una
massima che, da sempre, costringe gli alleati a rinunciare alle ambizioni di
una certa autonomia e gli avversari ad unirsi nell’antiberlusconismo più scontato.
Tra tre settimane, il voto per le regionali sarà l’ultima consultazione
importante prima della fine della legislatura, prevista nel 2013. Forse sarà
anche l’ultimo referendum su Berlusconi.
LUIGI LA SPINA LS
8
Legalità e legittimità. Quanto vale la solitudine di un presidente
La vicenda del
cosiddetto decreto salvaliste più che il presunto attacco alla democrazia che è
stato sbandierato con opposte ragioni dagli opposti versanti politici ha messo
a nudo la perdita di un comune linguaggio costituzionale e di una cultura
condivisa, con l’aggravante di aver tentato un coinvolgimento senza senso del
Capo dello Stato in questa diatriba opaca, tale tentativo è tanto più
censurabile se valutato dopo il verdetto del Tar che ha escluso la lista del
Pdl dalla competizione elettorale nel Lazio, potendo esercitare in piena
autonomia il potere-dovere della magistratura competente di esprimere l’ultima
parola sulla vicenda.
Proviamo a fare un
po’ di chiarezza in questa nebbia pesante. Primo rilievo: è sbagliato
continuare a parlare del Presidente della Repubblica come di un “arbitro”. La
politica non è una disfida a duello o una gara di qualche genere, per cui le
regole servono per avere un “gioco cavalleresco”, il famoso fair play. La
politica è un complesso di azioni che servono per far funzionare la gestione
della cosa pubblica nel miglior modo possibile, e questo, nel costituzionalismo
occidentale, è dato dal suo fondarsi sulla rappresentanza popolare.
Proprio perché non
esiste alcun duello, non esiste alcun arbitro, ma invece un garante e custode
della Costituzione, poiché quel che si deve salvaguardare sopra ogni cosa non
sono le regole dello scontro, ma le finalità della Costituzione. In termini
tecnici questo si esprime nella dialettica che sempre esiste nei sistemi
politici fra legalità e legittimità. Legalità è il rispetto del modo di
produzione del comando e del suo contenuto con il limite che questo non deve
ordinare cose in contrasto con la costituzione medesima (e, al limite, col
diritto naturale). Legittimità è il sentimento che porta alla obbedienza delle
leggi non perché queste vengono fatte rispettare con la forza, ma perché le si
ritiene “giuste”, cioè coerenti coi fini che la Costituzione stessa prescrive.
In conseguenza legalità e legittimità in un sistema sano devono andare sempre
in coppia.
Questi elementari
principi sembrano sconosciuti a troppi protagonisti della vicenda politica
attuale.
Cosa è infatti
successo? Che nel caso in questione il rispetto della legalità (cioè il far pagare
il conto della rottura di alcune regole elettorali) avrebbe comportato un
vulnus alla legittimità (cioè avrebbe fatto venir meno il fondamento del potere
politico nelle regioni su una radice compiutamente rappresentativa), ma al
tempo stesso il ripristino della legittimità (consentire a tutti di orientare
la propria delega scegliendo fra tutte le forze largamente rappresentative in
campo) avrebbe comportato un vulnus alla legalità (perché si tendeva a dire che
in fondo le regole sono un orpello poco significativo).
Il dilemma atroce,
ci si consenta la parola, di fronte a cui si è trovato il presidente Napolitano
sta tutto qui: come salvare insieme legalità e legittimità, che il garante
della Costituzione (e, ci si permetta di aggiungere, un uomo politico saggio)
non può consentire vengano separate.
C’era una
soluzione migliore del decreto “interpretativo”? Ovviamente sì, ed era quella
che lo stesso Capo dello Stato aveva in qualche modo fatta filtrare: una intesa
fra maggioranza e opposizione per una leggina rapida che sanasse la situazione
facendo vedere che sulla salvaguardia di uno dei fini supremi della
Costituzione, cioè l’inclusione di tutti nei meccanismi rappresentativi, c’era
un consenso generale. Ciò non è stato possibile per varie ragioni, ma la
principale è che il confronto politico è arrivato in questo Paese a livelli di
ferocia tali da impedire qualsiasi comunicazione ragionevole.
Farlo avrebbe
significato per il centrodestra ammettere che aveva gravi responsabilità in
quel che era successo e che chiedeva un aiuto all’opposizione, mentre per il
centrosinistra significava ammettere che l’avversario era appunto un avversario
e non il demonio, per cui era naturale agire perché rimanesse in campo.
Dopo mesi in cui
abbiamo visto alzarsi in continuazione il livello dello scontro e con le lotte
interne sempre più aspre dentro le coalizioni e dentro i due maggiori partiti
che le governano una soluzione di quel genere non è stata possibile. È per
questo che alla fine il Presidente della Repubblica è stato costretto,
essendosi duramente opposto all’idea che si potesse compromettere molto il
principio di legalità, ad accettare la soluzione della “interpretazione per via
legislativa” che almeno provava a tenere insieme legalità e legittimità.
Al momento la
soluzione non sembra affatto avere risolto il problema di fondo, che non era
solo la restaurazione di un confronto elettorale “legittimo” fra maggioranza e
opposizione (lasciando agli elettori di punire, eventualmente, coloro che
avevano usato le regole in maniera disinvolta), ma quello di restaurare un
clima politico in cui i temi del confronto fossero le cose da fare e non lo
scambio di insulti e di accuse più o meno fantasiose.
Il presidente
Napolitano ha compiuto sino in fondo il suo dovere e lo ha fatto al prezzo di
quella solitudine pesante, che è spesso il compagno di strada della decisione
politica quando è degna di questo nome. La speranza è che il Paese capisca il
senso profondo di questa assunzione di responsabilità e che riscopra i valori
della nostra Carta Costituzionale, che vediamo sempre più ridotta da molti ad
una versione casereccia di quello che fu il “libretto di Mao” nella poco
gloriosa rivoluzione culturale cinese. PAOLO POMBENI IM 9
"Barricate contro la legge ad personam". L'opposizione dà
battaglia in Parlamento
Arriva in aula al
Senato il legittimo impedimento. "Pronti 350 emendamenti"
Oggi l'udienza
Mediaset a Milano, voci su una possibile presenza di Berlusconi
di LIANA MILELLA
ROMA - Pd e Idv
affilano "le armi" sul legittimo impedimento, l'ennesima legge ad
personam per Berlusconi. E si preparano a uno scontro duro in aula. La legge
fotocopia del lodo Alfano, ma ancora senza la necessaria copertura
costituzionale, non poteva capitare nella settimana peggiore. Stretta tra la polemica
sul decreto salva-liste e la manifestazione in piazza di sabato. In mezzo, al
Senato, tra domani e giovedì, ci sono le 14 ore di dibattito che la maggioranza
ha concesso, col parere contrario di Pd e Idv, per varare il nuovo scudo per
Berlusconi.
Il premier ha
fretta. Incombono le udienze del processo Mediaset. "Non c'è più tempo da
perdere", ha detto ai suoi, dopo quello che è avvenuto una settimana fa,
quando il tribunale di Milano ha proseguito l'udienza e non ha ammesso la
richiesta di rinvio per via del consiglio dei ministri dedicato al ddl sulla
corruzione. Oggi ce n'è un'altra, l'avvocato del premier Niccolò Ghedini
smentisce con un secco "no" la voce insistente che gira da giorni e
che ancora ieri preannunciava un possibile blitz del premier per una
testimonianza spontanea in cui ribadire la sua completa innocenza.
Sarebbe, per lui,
l'ultima occasione. Perché il processo è di fatto destinato a un'interruzione,
se non addirittura allo stralcio della sua posizione per non pregiudicare una
sentenza in tempi giusti per l'altra dozzina di imputati. Ma quella di oggi,
assicura Ghedini, sarà solo un confronto tecnico coi giudici per stabilire la
futura lista dei testi della difesa. Quindi, assicura Ghedini, nessuno spazio
per un intervento del Cavaliere. Poi il dibattimento finirà nel cono d'ombra
del legittimo impedimento, una legge che consente al premier e ai ministri di
chiedere il rinvio delle udienze sulla base di un'autocertificazione della
presidenza del Consiglio. Stop fino a sei mesi, perché l'impegno istituzionale
può anche essere "continuativo".
Una legge per
cinque ragioni incostituzionale, ha scritto su Repubblica il costituzionalista
Alessandro Pace (la presunzione "assoluta" dell'impedimento;
l'attribuzione di una "prerogativa"; l'assenza di un supporto
costituzionale; la prevaricazione della politica sulla giustizia; l'anomalia
della legge ponte). Una legge su cui l'Udc, come conferma il capogruppo Gianpiero
D'Alia, si asterrà perché non soddisfa appieno il leader Casini che pure l'ha
proposta come alternativa al processo breve. Una legge che Pd e Idv si
accingono a contestare in aula dove sono stati presentati 350 emendamenti. Dice
il dipietrista Luigi Li Gotti: "Il decreto salva-liste è uno spartiacque,
d'ora in avanti questa maggioranza dovrà "sudarsi" ogni riga dei suoi
provvedimenti".
Non è da meno il
Pd. La presidente dei senatori Anna Finocchiaro domani riunirà il gruppo per
decidere la strategia. Che rispecchierà quanto la stessa Finocchiaro e
l'omologo alla Camera Dario Franceschini hanno preannunciato in una lettera
formale a Schifani e Fini. Dov'era scritto: "Il decreto costituisce un
gravissimo precedente nella storia repubblicana. È evidente che esso avrà
immediate conseguenze sul nostro atteggiamento parlamentare". A partire
dal legittimo impedimento. LR 8
Pd e sinistra: la piazza è confermata
D’Alema:
Napolitano non si tocca. E Di Pietro abbassa i toni - di CLAUDIA TERRACINA
ROMA La bocciatura
del Tar della lista Pdl rafforza le ragioni della manifestazione di sabato,
«che è stata indetta per difendere il diritto e la legalità». E’ questa la
prima riflessione, a caldo, dei vertici del Partito democratico, da Paolo
Gentiloni ad Andrea Orlando che sottolinea: «La pronuncia del Tar dimostra che
lo strappo prodotto con l’approvazione del decreto da parte del governo, oltre
a costituire un atto di arroganza, non risolve neppure tecnicamente il
problema, aggiungendo un pasticcio al pasticcio che avevano già combinato».
Insomma, per dirla con Bersani «i trucchi sono all’ordine del giorno, quindi
occorre tenere alta la denuncia». Ed esulta soprattutto il presidente della
Regione Lazio, Esterino Montino, artefice del ricorso contro il decreto-legge
del governo per conflitto di competenza. «Oggi il Tar ci ha dato pienamente
ragione- afferma- perchè motiva la bocciatura della lista del Pdl spiegando che
il governo non può invadere le competenze delle Regioni. Il che vale anche per
la lista che il Pdl ha presentato ieri mattina». Chiarito questo punto, Montino
ritiene «più che mai opportuna la manifestazione di sabato, che ribadisce le
ragioni di quanti credono nel rispetto delle regole e che, non a caso, investe
anche il tema del lavoro».
Riparte quindi la
macchina organizzativa per la manifestazione di sabato a Roma, che vedrà la
partecipazione di tutte le opposizioni, tranne l’Udc. Pier Ferdinando Casini
non ha dubbi sul fatto che «con questo decreto Berlusconi sia dalla parte del
torto», ma avvisa che «Di Pietro, con le sue invettive contro il capo dello
Stato fornisce solo un grande alibi al centrodestra E oggi scendere in piazza è
un aiuto a Berlusconi che, invece, deve essere chiamato a rispondere da una
parte a questo atto di arroganza e dall’altro delle tante promesse mancate».
Ma, dopo la tensione dei giorni scorsi, dovuta innanzitutto agli attacchi di Di
Pietro al presidente della Repubblica, Democratici, Idv, Sinistra e libertà,
Federazione della sinistra, Popolo viola e Radicali ritrovano l’accordo e
manifesteranno insieme a piazza del Popolo e in tutto il Paese. Nella riunione
di ieri pomeriggio i dipietristi hanno abbassato i toni ed è stato anche deciso
che la protesta coinvolgerà le mille piazze d’Italia, anche perchè molti
dirigenti politici sono impegnati con la campagna elettorale.
Le parole d’ordine
della manifestazione, romana, che comincerà alle 14 a piazza del Popolo,
saranno democrazia, legalità e lavoro e la protesta contro il dl salva-liste si
coniugherà con la denuncia dell’inadeguatezza del governo di fronte alla crisi
economica. Ma nella riunione di ieri, i leader del Pd hanno tenuto a chiarire
che la protesta è diretta «esclusivamente contro il governo» e che «il
Quirinale non deve essere coinvolto in nessun modo». I dipietristi hanno
accettato questa pre-condizione. E la vittoria ottenuta al Tar non fa che
rafforzare questa linea. «Non andremo mai in piazza per esprimere critiche al
Capo dello Stato, anche se ognuno quando va in piazza grida quello che vuole»,
tiene a ribadire Massimo D’Alema. E il vicesegretario del partito, Enrico
Letta, avverte: «Dobbiamo stare uniti, ma se quella sarà una piazza contro
Napolitano, non sarà la nostra». E il veltroniano Tonini rincara la dose: «Se
Di Pietro vuole portare alla manifestazione cartelli, insegne e parole contro
Napolitano, noi in quella piazza non ci saremo». Di Pietro assicura senso di
responsabilità, salvo assicurare da Firenze di essere intenzionato
«innanzitutto a combattere Benito-Berlusconi, ma- avverte- non c’è nessun passo
indietro per quanto riguarda le mie valutazioni sul mancato ruolo dell’arbitro,
altrimenti dovremmo rivalutare il Nuovo Testamento, nella parte in cui si
considera negativo il giudizio di Ponzio Pilato, e dire che lui svolgeva quel
ruolo e non poteva fare diversamente...». IM 9
Questa del Tar di
Roma, che doveva riammettere la lista del Pdl per le regionali del Lazio, sarà
la quinta o sesta, tra ordinanze e sentenze, che in questa incredibile guerra
giudiziaria che ha sostituito la campagna elettorale, finora sono servite solo
a rendere incerto anche l'esito finale delle elezioni.
Se la vertenza ha
avuto come epicentri le due capitali italiane, nessuno infatti può escludere un
contagio e un’epidemia di ricorsi anche dopo i risultati. Nell’illusione, per
la verità prevedibile fin dall’inizio di questo pasticcio, che a furia di
rimettere in discussione - e se possibile annullare qua e là - le votazioni, si
possa tornare alle urne e cambiare i risultati finché si vuole. A questo punto
l'unica cosa chiara è che il famigerato «decreto interpretativo», che ha
portato l’assedio fin sotto il Quirinale, s’è rivelato inutile oltre che
controproducente. A Milano, approfittando del fatto che non era stato ancora
pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, la magistratura ha preferito prescinderne
esplicitamente.
A Roma, i giudici
amministrativi hanno concluso che, seppure, come diceva il decreto, la presenza
dei rappresentanti del Pdl doveva considerarsi sufficiente a presumere che la
lista stava per essere presentata, non c’era nessuna prova né che la
delegazione del partito fosse materialmente presente, né che fosse pronta a
consegnare la documentazione. La verità può essere interpretata, ovviamente. Ma
appunto, un’interpretazione vale l’altra, e quella dei giudici ha prevalso.
Ma siccome alla
follia non c'è limite - e una sorta di tarlo ha ormai preso tutti i
contendenti, facendoli sembrare fuori di senno - c’'è perfino chi pensa che la
guerra giudiziaria debba continuare. Incuranti del monito del ministro
dell'Interno Maroni, che ha consigliato di chiuderla qui, gli esponenti romani
del partito di Berlusconi e i sostenitori della candidata Polverini si
aspettano che oggi la lista cassata ieri dai giudici amministrativi - che a loro
volta avrebbero dovuto contraddire i magistrati della Corte d’Appello - sia
riammessa in extremis dall’ufficio elettorale del tribunale romano davanti al
quale ieri intanto l’hanno ripresentata. A loro volta gli avversari del Pd -
che tramite la giunta regionale di centrosinistra della Regione Lazio hanno
fatto ricorso contro il decreto del governo davanti alla Corte Costituzionale -
hanno annunciato che se il Tribunale riammetterà la nuova lista del Pdl, loro
faranno un altro ricorso al Tar per ottenere la sospensione della riammissione.
Ecco perché tenere
la contabilità delle istanze, dei ricorsi, degli appelli e delle sentenze -
provvisorie perché c’è sempre un tempo supplementare della partita - ormai è
impossibile. Non ci riuscirebbe neppure Kafka, lo scrittore che così
mirabilmente descrisse la disperazione di un uomo davanti alle contraddizioni
della giustizia. Il paradosso è che ciascuno loda, o impreca contro, i
magistrati di varia estrazione a cui è stato affidato il destino politico di
queste elezioni, secondo il tenore delle loro decisioni. E ognuno annuncia una
carta segreta, una procedura particolare, una norma interposta, e insomma una
mossa del cavallo, grazie alla quale il gioco può essere riaperto all’infinito.
Non ce n’è uno -
uno solo basterebbe! - che invece sia capace di dire a voce alta quel che molti
hanno già capito. E cioè che per questa strada, presto o tardi, non è
un’esagerazione, si arriva alla morte della democrazia. Quando non c’è più
nulla di definito, quando il rispetto dell’avversario sembra venuto meno per
sempre, quando le regole non valgono più, tanto si possono cambiare, non c'è
neppure chi vince e chi perde, perché nessuno sarà disposto a rispettare il
verdetto delle urne. Tutti piuttosto penseranno a sovvertirlo in un modo o
nell’altro, chiamando in causa alternativamente, e sperando che tra loro si
contraddicano, ora il giudice amministrativo, ora quello civile o quello
penale.
Di fronte a ciò
c’è una sola cosa da chiedere ai politici: tornate a far politica. Sembra ovvio,
ma non lo è. E’ assurda l’idea che la gente possa davvero appassionarsi alla
telenovela delle aule di tribunale. E Berlusconi, che dice di conoscere la
«sua» gente meglio degli altri, dovrebbe saperlo. Dovrebbe dire ai suoi
elettori, non solo quello che ha fatto, ma quel che intende fare nel futuro. Ci
sarà o no il taglio delle tasse? Il piano casa vedrà la luce? Le province
saranno abolite? Queste sono le cose che gli elettori vogliono sapere. Allo
stesso modo la Polverini, candidata dotata di buona immagine e carattere forte,
potrà rimediare all’esclusione della lista del suo partito se sarà in grado di
spiegare agli elettori di centrodestra cosa devono fare per farla vincere anche
in una situazione anomala. Ce la farà, se riuscirà a convincerli che, malgrado
l’imprevisto a cui è andata incontro, ha la grinta e la passione necessaria per
affrontare i problemi del Lazio e far marciare l'elefantiaca macchina
amministrativa della Regione. Infine, anche l'opposizione dovrebbe smetterla di
passare il suo tempo con gli avvocati. Ora che il decreto salva-liste è
diventato inutile, anche la manifestazione di sabato è incomprensibile. Bersani
dia l’esempio e ci rinunci. MARCELLO SORGI
LS 9
L’Aquila: chiavi, carriole e fiaccole
La gente de
L’Aquila è tornata a sciamare per il corso, non per lo struscio serale, ma
sollecitata da motivazioni profonde che la portano tutta insieme a rivedersi
per vie note e vissute. Incomincio queste cronache e piccole riflessioni
citando una frase di Giustino Parisse, caporedattore de Il Centro che,
tragicamente colpito dal sisma nei suoi affetti più cari, sta seguendo la
attuali vicende cittadine con appassionata professionalità. “Vorrei raccontare
a chi magari non è mai stato ad Aquila com’era la nostra città. Ci sono persone
che dopo aver visto le new towns in tv dicono: che belle. Se hai vissuto a
L’Aquila, non puoi dire una fesseria simile. Questa luce, questi colori, queste
pietre…Io ci ho lavorato vent’anni…”
Anch’io ci ho vissuto e lavorato tanto fra quelle luci e quelle pietre:
il Liceo Classico allora ospitato nella sede della Biblioteca “Salvatore
Tommasi”, Palazzo Quinzi, via XX Settembre, via Campo di Fossa, Piazzale
Pasquale Paoli, sono per me luoghi di vita e di memorie.
Mi sembra doveroso
che lo stato abbia costruito in fretta e furia delle case popolari antisismiche
per i senza tetto, peraltro pagate carissime a spese del contribuente. E’ solo
questo e nient’altro il miracolo aquilano spettacolarizzato sui canali
televisivi più frequentati, che ignorano la realtà più ampia della città
martire. La città era un’altra cosa e la rivogliamo.
Partecipo con passione a tutte le
manifestazioni che in qualche modo sollecitano a tecnici e politici la
ricostruzione del centro storico. Significative le due domeniche delle
carriole, in cui, fra due ali di migliaia di aquilani per il corso hanno
sfilato tanti volontari che hanno incominciato a portare via le macerie giacenti in Piazza Palazzo. Uno stimolo per
chi di dovere a cercare di superare le oggettive difficoltà della rimozione di
cinque milioni di tonnellate di macerie, che riempiono vie e vicoletti spesso
intransitabili dai mezzi pesanti necessari. Lavori difficili, rallentati anche
da una rigorosa normativa europea per la selezione, lavorazione e smaltimento di rifiuti speciali, perché di
questo si tratta, la macerie delle nostre case, dei palazzi storici e delle
chiese sono rifiuti speciali, che vanno portati da qualche parte.
Le chiavi appese nelle transenne che chiudono
il passaggio dai quattro cantoni a
Piazza Palazzo, stanno ancora lì, un mese dopo la manifestazione delle chiavi,
a testimoniare la voglia di tanti di tornare a casa.
Toccante la
manifestazione organizzata dai genitori degli studenti morti nella casa dello
studente. E’ stata bellissima, indimenticabile la fiaccolata di sabato 6 marzo,
a presidio della memoria, per illuminare la verità ed onorare la memoria di
tutti i morti di illegalità. Un serpentone di 4000 persone provenienti da tutta
Italia in rappresentanza delle tante associazioni di parenti di vittime di
illegalità, ha riempito il centro storico. Moltissime fiaccole ardenti hanno
creato una scena di luce unica, mai vista a memoria di aquilano. Quando il
corteo è giunto all’imbocco di Via XX Settembre, un gruppo si è recato alla
Casa dello Studente, a ricordo di quei ragazzi, divenuti in mezzo minuto angeli
di polvere. A Piazzale Collemaggio i rappresentanti delle tante associazioni,
provenienti da tutta Italia hanno espresso le loro ragioni per la
partecipazione a questa manifestazione, ragioni che si possono riassumere in
poche parole: legalità, verità e giustizia per tutte le vittime
dell’illegalità, in questo caso l’illegalità è avidità di danaro, corsa al
profitto facile, superficialità nella progettazione e restauro di fabbricati,
mancanza di rispetto delle norme di sicurezza, incertezza circa lo svolgimento
dei processi in corso, ignoranza e diffusa complicità. Per solidarietà con le
vittime di mafia e crimine organizzato in genere, tanti appartenenti al Popolo
delle Agende Rosse. Schierati a semicerchio, hanno mostrato le loro agende,
creando una specie di muro umano a difesa della legalità nella città, ora più
che mai necessaria in vista del lungo processo di ricostruzione che ci attende.
Perché questo sta a cuore agli aquilani, la
ricostruzione della città, delle case esistenti tirate su con i sacrifici di
generazioni, dei fabbricati religiosi e civili presenti nella mente di tutti
come parte integrante della città. Le C.A.S.E. sono utili ai fortunati che le
hanno avute, ma non bastano. Proprio in memoria degli angeli di polvere di
tutta Italia, tutti dobbiamo credere che in tempi brevi ci saranno cantieri
aperti e funzionanti nel centro della città, fonte di lavoro per tanti giovani
con la creazione di nuove professionalità per il restauro di pietra, legno,
affreschi e sculture. La ricostruzione può essere il motore primo della ripresa
dell’economia locale. Cantieri puliti, se è possibile. Emanuela Medoro, De.it.press
Il Cavaliere alla resa dei conti con Fini. "Anche stavolta si è messo
di traverso"
Allarme sondaggi a
Palazzo Chigi: Pdl vincente solo in cinque regioni
I finiani vogliono
un chiarimento e non escludono la formazione di gruppi autonomi
Il capo del
governo: "Gianfranco ormai lavora per il suo Partito della nazione" -
di FRANCESCO BEI
ROMA - "Sono
venuti allo scoperto, la loro rabbia dimostra che ci volevano escludere dalle
elezioni in modo fraudolento". Silvio Berlusconi spera di essersi messo
alle spalle la sgradevole vicenda del decreto salva-liste, ma la manifestazione
comune del Pd e dell'Italia dei valori, spiega chi ci ha parlato, lo ha
convinto del tutto che "c'è stato un tentativo, questo sì golpista, per
impedire al Pdl di presentarsi in due regioni". Tentativo non del tutto
sventato, se ancora ieri sera, tra gli uomini del premier, si manteneva una
prudente attesa per la decisione del Tar del Lazio sulla riammissione del Pdl
in provincia di Roma.
E in questo
scontro all'arma bianca, che ha costretto il premier a uscire allo scoperto,
rischiando un frontale con il presidente della Repubblica, Berlusconi non si è
sentito sostenuto da Gianfranco Fini. Al contrario riemerge, nei ragionamenti
fatti in queste ore con i fedelissimi, tutta la diffidenza per le mosse del
presidente della Camera, per i presunti piani segreti del numero due del Pdl
che prevedono, come sbocco finale, l'eliminazione del Cavaliere dalla scena
politica. Sarà anche vero che ora entrambi, come dice Daniele Capezzone,
"hanno a cuore il successo del Pdl alle regionali". Ma certo faceva
impressione leggere ieri proprio sul Giornale di un progetto di Fini per la
creazione di un "partito della Nazione", da far nascere per scissione
dal Pdl.
A sondare il
terreno tutto sembra ancora molto lontano, ma nessuna strada viene esclusa.
Dopo le elezioni Fini chiederà al premier "cambiamenti sostanziali"
nel partito, a partire dall'azzeramento dell'attuale triumvirato e da una
gestione non più "monarchica" del Pdl, e solo in base alle risposte
ottenute valuterà il da farsi. Ma i finiani più irrequieti si spingono oltre,
descrivono la nascita di un "Pdl-Camera" (operazione analoga al
Pdl-Sicilia), con sostegno esterno a Berlusconi, fino all'ipotesi più estrema
di una crisi di governo. Il presidente della Camera insomma continua a tessere
la sua tela e Berlusconi è consapevole dell'insidia: "In questa vicenda
delle liste - osserva un uomo del Cavaliere - Fini formalmente ha tenuto un
comportamento corretto, altrimenti si sarebbe tradito. Ma all'inizio ha detto
di no al decreto che avrebbe consentito di riaprire i termini di presentazione
delle liste".
Insomma, il clima
di sospetti e accuse reciproche, anche con la sordina imposta dalla campagna
elettorale, resta acceso. "Anche stavolta Fini ha provato a mettersi di
traverso", si è sfogato Berlusconi con i suoi. Ad aumentare il nervosismo
pesano inoltre i sondaggi, che da qualche settimana segnano un calo nella
fiducia del governo. Per questo Berlusconi si trova a puntare tutto sul risultato
delle regionali, vissute come un referendum sulla sua persona. Nel quartier
generale di via dell'Umiltà l'asticella viene abbassata di continuo, tanto che
ora se finisse 8 a 5 a favore del centrosinistra sarebbe considerato "già
un successo".
I sondaggi del Pdl
sulle singole regioni raccontano di un risultato tuttora aperto. In Campania
Stefano Caldoro tira meno della coalizione, ma sarebbe comunque in vantaggio di
7 punti sul rivale De Luca. Tanto che il 20 marzo Berlusconi si farà vedere a
Napoli, dove Nicola Cosentino gli ha già preparato una "sorpresa": il
premier salirà sulla "Nave delle libertà", dove i "marinai"
(i giovani del Pdl) gli metteranno in testa un berretto da comandante, stile
Capitan Findus. In Piemonte tra Bresso e Cota è un testa a testa, con appena lo
0,8 per cento di svantaggio per il leghista. Nel Lazio ancora si deve misurare
l'effetto caos provocato dall'esclusione del Pdl a Roma, mentre in Puglia Rocco
Palese avrebbe recuperato su Nichi Vendola, piazzandosi ad appena 1-2 punti
sotto. L'unico candidato in difficoltà è Sandro Biasotti in Liguria, regione
data quasi per persa.
Con queste
premesse a palazzo Chigi sembra a portata di mano il sogno di accaparrarsi la
maggioranza nella Conferenza Stato-Regioni, ormai di fatto una vera "terza
Camera" che spesso è riuscita a frenare i progetti del Cavaliere. Ma
l'obiettivo principale resta quello di mettere a tacere i malpancisti interni,
con un plebiscito sul "governo del fare" che tolga forza all'onda
finiana. LR 8
A Bruxelles manifestazione per il rispetto delle regole democratiche e
contro le truffe elettorali
Davide Pernice,
Segretario del Circolo di Bruxelles del Partito Democratico, informa che il circolo del Pd di Bruxelles aderisce
alla manifestazione del 13 marzo a Bruxelles, per il rispetto delle regole
democratiche e contro le truffe elettorali.
Scrive: “Prima, la
maggioranza di destra applaude il Senatore plurinquisito per riciclaggio e
violazione della legge elettorale con aggravante mafiosa: una vicenda che rischia
di trasformarsi in un danno enorme all’immagine e alla dignità delle comunità
all’estero, e a quelle europee in particolare.
Poi, il Governo
cambia le regole del gioco in corsa, per far fronte al dilettantismo dei suoi
rappresentanti sul territorio ed evitare il disastro elettorale. Vogliamo un
Paese dove le regole possano valere per tutti, e non solo per i più deboli. Un
Paese in cui anche il voto per gli italiani all’estero sia personale e segreto.
Un Paese più europeo.
E’ per queste
ragioni che le democratiche e i democratici di Bruxelles aderiscono alla
manifestazione, che si terrà di fronte all’Ambasciata d’Italia in Belgio, in
rue Emile Claus”.
Sabato 13 marzo
Sinistra, Ecologia e Libertà - Belgio parteciperà alla manifestazione unitaria
contro il decreto salva-liste che pretende di reinterpretare le norme
elettorali per riammettere delle liste filogovernative alle elezioni regionali
del Lazio e della Lombardia, nonostante tali liste non siano state presentate
nei tempi previsti o non abbiano raccolto il numero di firme regolari.
Questo decreto è
di una gravità inaudita. Siamo indignati e preoccupati per un atto che minaccia
fortemente gli equilibri costituzionali, aggredisce la democrazia e crea un
precedente pericoloso per il nostro Paese. Siamo per la legalità e lo stato di
diritto. Non si può pensare per legge di sterilizzare altre leggi. Non si può
istituire un “diritto dei molti” contro il diritto di tutti.
Manifesteremo
anche a Bruxelles perché quanto è avvenuto costituisce un ulteriore sintomo di
una democrazia malata e non ha paragoni a livello europeo. Il nostro paese, con
questo decreto, si pone ancora una volta al di fuori dell'alveo delle
democrazie del nostro continente.
La manifestazione
si svolgerà Sabato 13 Marzo alle ore 11:00 avanti all'Ambasciata d'Italia a
Bruxelles in Rue Emile Claus 28. de.it.press
Rientri in Italia e abitazione
Interrogazione a
risposta scritta dell'On. Di Biagio al
Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali
Premesso che: nei
decenni successivi al conflitto mondiale diversi connazionali , sono stati
costretti ad emigrare all’estero, poiché vivevano in condizioni di estrema
indigenza;
la stragrande
maggioranza dei nostri connazionali all’estero ha sempre rappresentato una risorsa per il nostro Paese
e per i territori e i comuni dai quali provenivano, ma non tutti hanno avuto la
fortuna di potersi costruire una dimora per l’agognato ritorno in Italia;
molti di loro,
vorrebbero tornare nei luoghi in cui sono nati e cresciuti, ma non hanno la
possibilità di investire nell’acquisto di una casa, poiché vivono condizioni
economiche non floride;
il D.P.R.
30-12-1972 n. 1035 contenente le norme per l'assegnazione e la revoca nonché
per la determinazione e la revisione dei canoni di locazione degli alloggi di
edilizia residenziale pubblica, indica tra i requisiti necessari
all’assegnazione degli alloggi di residenza pubblica, acquisita cittadinanza
italiana nonché la residenza nel luogo
in cui si presenta domanda di alloggio, oltre che requisiti di reddito minimo
familiare;
tenuto conto che
criteri così stringenti possono creare problemi di effettiva disparità di
trattamento nei confronti di cittadini
italiani residenti all’estero nell’affermazione di un diritto generale
riconosciuto alla generalità dei cittadini, come il diritto alla casa;
per sapere
- se non ritenga
opportuno valutare l’ inserimento nel quadro normativo generale e nel rispetto
delle competenze regionali e comunali, quale criterio di assegnazione ai connazionali
residenti all’estero, solo quello della iscrizione all’AIRE, e valutare la
possibilità di riservare, nelle adeguate percentuali di legge, posti di alloggio a favore dei residenti
all’estero che vogliono rientrare in Italia;
- se si possano
rivedere in modo equo i vari parametri di calcolo del reddito tenendo conto
della variante del reddito del richiedente all'estero;
- se si può
attuare attraverso i consolati, adeguate forme di pubblicità per portare a
conoscenza dei connazionali residenti all’estero i bandi di assegnazione di
residenze pubbliche. De.it.press
Regionali. Alfano (IdV): Berlusconi fa terrorismo elettorale
Palermo. In merito
alle affermazioni di ieri di Silvio Berlusconi durante un collegamento
telefonico ad un incontro elettorale del PdL, l'europarlamentare IdV Sonia
Alfano reagisce così: "Sembra un delirio eppure credo non lo sia, in
realtà prende in giro i suoi stessi elettori con affermazioni che fanno gelare
il sangue. Dire che il centro-sinistra vuole raddoppiare le tasse e limitare i
pagamenti in contanti a 100 euro, equivale a fare terrorismo elettorale. Dire
che con il centro-sinistra si avrebbe uno stato di polizia è una follia, non è
stata quella parte politica a parlare di ronde e cercare in ogni modo di
fermare qualsiasi genere di contestazione nei confronti del Governo. E' stato
in grado di raccontare ai cittadini la barzelletta secondo cui le coalizioni di
centro-sinistra - sottolinea - vorrebbero dare il via libera alle
intercettazioni di tutti gli italiani. Sapevamo che Berlusconi straparla e
crede di avere a che fare con un popolo di lobotomizzati, ma adesso sta
superando ogni limite e questo gli costerà molto caro. I programmi elettorali -
prosegue Sonia Alfano - sono a disposizione di tutti. Capezzone, poi, che chiede
all'opposizione di rispettare gli elettori, dimentica che il suo partito, a
colpi di decreto, ha imposto ad un intero Paese la propria arroganza per
l'ennesima volta. Noi scenderemo in piazza sabato prossimo, per manifestare il
nostro fermo dissenso nei confronti di una casta che sta massacrando il Paese
riducendolo ad una cloaca, e saremo più di quanti il Premier possa
immaginare". De.it.press
Trionfa la Bigelow, prima Lady Oscar. Batte l'ex marito e il tabù di
Hollywood
L'ex moglie di
Cameron prima donna premiata per la regia. «The hurt locker», 6 statutette, è
anche il miglior film e lascia ad «Avatar» tre premi. Jeff Brigdes miglior
attore protagonista, Sandra Bullock miglior attrice
MILANO - Un Oscar
storico. Non cert soltanto perchè il grande favorito, Avatar, viee sconfitto.
Altre volte era accaduto. Non era mai accaduto, invece, che una donna
conquistasse il premio più ambito, quello che consacra la miglior regia.
Kathryn Bigelow lo conquista trionfando, anche con il premio al miglior film
per Hurt Locker. E la prima donna nella storia di Hollywood, d'ora in poi la
vera «Lady Oscar». E' una festa particolare la sua, che quasi simbolicamente
arriva alla viglia della Festa della donna. E nient'affatto simbolicamente
coincide con la vittoria nel duello «in famiglia» con l'ex marito James
Cameron, arrivato alla serata degli Oscar con il film campione d'incassi di
sempre, e forse questo alla fine ha pesato sui riconoscimenti per Avatar, che
ha colto solo tre premi «tecnici», tra i quali uno dei due Oscar italiani,
quello meritatissmo a Mauro Fiore, per la fotografia che ha raccontato la
storia fantastica dei mondi paralleli. L'altro, per la colonna sonora del
cartoon Up (anche miglior film di categoria) l'ha conquistato Michael Giacchino.
SEI STATUETTE - A
The Hurt Locker sono andate sei statuette. Oltre a regia e miglior film, quelle
per la migliore sceneggiatura originale, miglior montaggio, miglior suono,
miglior montaggio del suono. La strada per l'Oscar fatta dal film della Bigelow
è molto lunga: uscito nel 2008 e presentato alla mostra del cinema di Venezia,
è uscito in sordina in Italia ma ha costruito il proprio riscatto in un momento
in cui la guerra in Iraq è un tema quasi tabù per Hollywood. The Hurt Locker
racconta la storia di una squadra di artificieri impegnata in Iraq e in
particolare la dipendenza di uno di loro dalla scarica di adrenalina che gli
trasmette disinnescare gli ordigni preparati dalla guerriglia irachena.
LA DEDICA - «È il
giorno più bello della mia vita» ha detto la Bigelow, che ha voluto dedicare il
suo film «a tutti gli uomini e le donne che portano un'uniforme in ogni parte
del mondo. E non soltanto i soldati ma anche i vigili del fuoco che sono sempre
pronti per noi quando serve». Ad Avatar resta comunque il primato del
botteghino: dalla sua uscita ha incassato più di due miliardi e mezzo di
dollari ed è il film che ha incassato di più nella storia del cinema.
GLI ALTRI
CANDIDATI - Gli altri candidati per miglior film - mai così tanti nella storia
degli Oscar - erano il melodramma a sfondo sportivo The Blind Side; Inglourious
Basterds di Quentin Tarantino; il cartone animato della Pixar Up; il
fantascientifico sudafricano District 9; l'indipendente An Education; A serious
man di Joel and Ethan Coen; «Tra le nuvole» la sorpresa di quest'anno: il
dramma Precious.
I MIGLIORI ATTORI
- I premi ai protagonisti vanno a due attori popolari ma che finora mai avevano
avuto un Oosacr. La sorpresa, relativa, è la statuetta per l'attrice
protagonista a Sandra Bullock, la cui carriera era data per spacciata a ogni
flop e che invece nella notte del Kodak Theater si è portata a casa la
statuetta di miglior attrice. Una festa ancora più singolare, dopo che soltanto
un giorno prima l'attrice, com molto sense of humor, era andata personalmente a
ritirare il premio «satirico» Golden Raspberry Awards, per la sua performance
nel film «All About Steve». L'Oscar del miglior attore invece era atteso: come
da pronostico è andato a Jeff Bridges, un attore spesso «borderline» per scelte
e interpretazioni, con personaggi non convenzionali come anche il cantante di
«Crazy Heart». Gli Oscar per gli attori non protagonisti sono andati al
bravissimo Christoph Waltz , il tenente della gestapo di «Bastardi senza
gloria», e MòNique per la partecipazione al dramma di «Precious».
GLI ITALIANI - I
due premi italiani sono un omaggio,soprattutto, alle nuove generazioni di
italoamericani. Ma il legame con le radci è forte, sincero e non nascosto.
Anzi, Mauro Fiore, premiato per la fotografia di Avatar, ha gridato «Viva
l'Italia» concludendo il suo breve intervento sul palco. Per lui si tratta del
primo Oscar. Nato in Calabria, Fiore si è trasferito negli Stati Uniti a sette
anni e ha vissuto a lungo a Chicago. I genitori erano poi tornati in Italia, mentre
lui decise di restare negli States, dove ha cominciato la sua scalata ad
Hollywood nella scuola di Janush Kaminsky. Ha attualmente al suo attivo una
ventina di film, tra cui Training Day. Una statuetta è andata anche Michael
Giacchino, per la miglior colonna sonora nel film «Up». Ritirando la statuetta,
Giacchino ha sottolineato che il cinema «non è una perdita di tempo» e ha
invitato tutti i giovani a non demordere nell'inseguire il sogno del cinema.
«Quando ero piccolo - ha ricordato l'italoamericano - i miei genitori mi hanno
sempre sostenuto. Tutti intorno a me mi sostenevano dicendo che quello che
sognavo non era una perdita di tempo». «Molti ragazzi - ha concluso - non hanno
lo stesso sostegno che ho avuto io. A loro dico: credeteci». Giacchino è nato
nel New Jersey, ma nel 2009 ha ottenuto la cittadinanza italiana. I nonni sono
infatti originari dell'Abruzzo e della Sicilia. Nel 2008 ha ottenuto una
nomination all'Oscar per la colonna sonora di Ratatouille. In lizza per il
premio quest'anno c'era anche un altro italiano, Marco Beltrami per la colonna
sonora di The Hurt Locker.
Redazione Ondine
CdS 8
Che sorpresa: per
la prima volta nella sua storia l’Oscar per il miglior film va a una donna:
Kathryn Bigelow.
Per la prima volta
non lo ha vinto il previsto kolossal politicamente corretto già ricco di
incassi inimmaginabili, ma un piccolo film di guerra perlopiù ignorato, di
un’ambiguità discussa e sconcertante, presentato alla Mostra di Venezia nel
2008.
Forte, spietato,
The Hurt Locker racconta i giorni in Iraq di una pattuglia di artificieri
dell’esercito americano. Il compito dei militari consiste nello scoprire e
disinnescare quegli ordigni esplosivi devastanti che hanno tanta parte nelle
attuali guerre di guerriglia. Un corpo-bomba, il cadavere di un bambino nelle
cui viscere è stato nascosto esplosivo, uno straccio sul selciato,
un’automobile parcheggiata male possono nascondere bombe; ogni azione comporta
rischi letali. Quando sono a riposo, i militari bevono, dormono, si picchiano,
quasi impazziscono, piangono: «Se sei qui vuol dire che sei morto».
Protagonista del film corale, tratto da articoli di Mark Boat sulla guerra in
Iraq, è un sergente maggiore (Jeremy Renner) capo della pattuglia, molto bravo
e coraggioso, indisciplinato. Però, dopo esser tornato a casa, si arruola di
nuovo: ormai non può immaginare di fare qualcosa di diverso dalla guerra.
The Hurt Locker ha
un doppio spessore: formalmente potrebbe anche sembrare un film patriottico, ma
l’orrore che la guerra suscita nello spettatore è insopportabile. Forse in
questa ambiguità sta il segreto della sua vittoria: molto interessante, è certo
meno bello di Bastardi senza gloria di Tarantino, di Tra le nuvole di Reitman,
di Avatar e di altri candidati; così come i premi a Jeff Bridges e a Sandra
Bullock sembrano soprattutto stanchi riconoscimenti a carriere stanche.
Sulla sconfitta di
Avatar le ipotesi sono molte: forse è una vendetta della gente di cinema
votante contro il regista James Cameron che per gli infiniti effetti speciali
del film ha usato la società neozelandese Weta di Peter Jackson; forse è una
ritorsione per gli incassi vertiginosi ottenuti. Forse è un moto di rivolta
contro chi «parla male» degli americani, un segno di sfiducia nella tecnologia
e nel futuro. LIETTA TORNABUONI LS 9
Province inutili e sprecone ci costano 14 miliardi all'anno
L'inchiesta
italiana. La fabbrica delle poltrone: dovevano sparire, ne stanno arrivando
altre 21 - Si contano 19 enti con meno di 200 mila abitanti. Il record in
Sardegna: ne ha 8, le più piccole - Per mantenerle 160 euro a carico di ciascun
italiano - di CARMELO LOPAPA
ROMA - L'ultima
occasione per nuove infornate milionarie l'ha fornita il decreto sulla
Protezione civile appena approvato dal Parlamento. Alle Province colpite da
calamità naturali e dichiarate in stato di calamità (ed è noto con quale
frequenza accada in Italia) è assegnata in via straordinaria "una somma
pari a euro 1,5 per ogni residente". Col decreto enti locali votato ieri
con la fiducia alla Camera, arriva il taglio progettato dal ministro della
Semplificazione Calderoli, ma il 20 per cento dei consiglieri in meno scatterà
solo a cominciare da quelli che verranno eletti in futuro.
Dovevano essere
soppresse, stando ai proclami del premier Berlusconi in campagna elettorale. Di
quei proclami, due anni dopo, non si ha più traccia. E qualsiasi progetto di
riforma fa ormai fatica a scalfire quei 110 centri di potere che sono le
Province italiane. In compenso, com'è noto, di province ne sono nate di nuove
anche negli ultimi anni: sette. Costano allo Stato 14 miliardi di euro l'anno.
Danno lavoro a 61 mila persona.
Ma a chi fa gioco
la loro sopravvivenza, dipendenti a parte? Quali interessi girano dietro questo
giro vorticoso di finanziamenti e poltrone? Perché i politici di destra e
sinistra sono tornati sui loro passi e ora difendono a spada tratta enti fino a
poco tempo fa giudicati "inutili"?
GLI SPERPERI -
Enti e poltrone da moltiplicare, nuove funzioni e fiumi di risorse in arrivo.
La grande attesa adesso è tutta per i decreti attuativi del federalismo
fiscale. Che delegherà agli enti intermedi tra Regioni e Comuni una buona fetta
di competenze. Alle quali - mettono avanti le mani gli amministratori
provinciali - dovranno corrispondere risorse adeguate. Gli enti gestiscono
strade e immobili scolastici, promuovo i prodotti del territorio, certo.
Garantiscono servizi che i cittadini nemmeno immaginano vengano forniti dalle
Province. Queste sconosciute e comunque benemerite, per certi versi. Per altri,
tuttavia, un po' meno. Su come vengano utilizzati i fondi a loro disposizione
la pubblicistica è vastissima e si aggiorna ormai di settimana in settimana. Un
mese fa, l'opposizione alla giunta provinciale di Venezia ha denunciato i 9.240
euro spesi per il lampadario in vetro di Murano del Palazzo (sede dell'ente) di
Cà Corner, che ora fa bella mostra tra il quarto e il quinto piano vicino la
sala di rappresentanza. Ma anche i 28mila euro spesi per le trasferte della
sola giunta guidata dalla leghista Francesca Zaccariotto in novembre. Con la
presidentessa, fresca di elezione nel giugno scorso, che sull'elegante pezzo
d'arredamento si è giustificata: "Non ci trovo nulla di scandaloso. C'era
bisogno di un lampadario, mica potevamo mettere un neon a Cà Corner"
(Corriere veneto, 27 gennaio).
Proprio sotto la
voce Province, si scopre che in tema di spese il virtuoso Nordest non ha nulla
da invidiare alle bistrattate giunte meridionali, se è vero che a Trento ancora
si chiacchiera del finanziamento da 300 mila euro erogato dalla Provincia
autonoma a beneficio della fondazione universitaria dei Focolarini di Firenze,
"Sophia". Oppure dei 439 mila euro stanziati dalla medesima giunta,
guidata dal rutelliano Lorenzo Dellai, per la ristrutturazione della sala stampa
dell'ente (48.592 solo per l'incarico all'architetto). Neanche fosse destinato
alle conferenze stampa del prossimo G20. Il 22 febbraio, il capogruppo Pd alla
Provincia di Napoli, Pino Capasso, attacca: "L'amministrazione Cesaro
(centrodestra, ndr) ha promesso agli elettori sobrietà nelle spese, ma ha
portato l'importo per contributi ad associazioni amiche fino 3 milioni e
144.414 euro. Tra le iniziative ritenute fondamentali, "Cogli
l'attimo", euro 9.800, "C'è di più per te" o "Sognando di
diventare campioni tirando la fune" euro 5.000. E Sant'Antimo, città di
origine del presidente Cesaro, batte tutti con aiuti per euro 125.832".
LE MISSIONI D'ORO
- Ma è storia di questi giorni anche la "generosa" spedizione di
presidenti di province e assessori siciliani alla Bit di Milano. Roba che ha
fatto gridare allo scandalo consiglieri regionali del Pdl. Alla prestigiosa
Borsa del turismo si sono presentati, al seguito del governatore Raffaele
Lombardo, e tre suoi assessori, tra gli altri i presidenti delle Province di
Palermo (Giovanni Avanti), di Trapani (Girolamo Turano) e Ragusa (Francesco
Antoci), tutti di centrodestra. "Di quante persone era composta la
comitiva della Regione, a quale titolo erano presenti i partecipanti e poi,
risponde al vero che la spesa sostenuta dalle casse regionali si è aggirata
intorno al milione di euro" incalza un'interrogazione di queste ore del
Pdl. Va detto che gli enti intermedi esistono in tutta Europa, anche il Pd si
guarda bene dal proporne la soppressione delle Province.
Ma c'era davvero
bisogno di nuovi enti? Di nuove amministrazioni locali, coi loro uffici, i loro
consigli-mangiatoia dei partiti, con le nuove inevitabili poltrone? E che senso
hanno le mini province, alcune delle quali nate di recente?
Se ne contano 19
con meno di 200 mila abitanti, sono il 17 per cento del totale. Isernia di
abitanti ne conta addirittura 89 mila. Ma il record è della Sardegna. Non solo
per averne 8 per un territorio da 1 milione 600 mila abitanti (andranno tutte a
rinnovo a maggio). Ma anche perché in ultimo ne ha viste proliferare altre
quattro. Tutte in versione short. Sono le province più piccole d'Italia: Medio
Campidano (105.400 abitanti), Carbonia Iglesias (131.890 abitanti), Olbia
Tempio (138.334 abitanti) e quella di Ogliastra (solo 58.389 abitanti). Le
prime due nate nel territorio della provincia di Cagliari, la terza di Sassari
e l'ultima in quello della provincia di Nuoro. Ognuna coi suoi consiglieri, i
suoi assessori, i suoi presidenti. E i suoi dipendenti, almeno quelli,
distaccati.
I TAGLI,
DIMENTICATI - La verità è che sulle
Province non c'è giro di vite che tenga. Il decreto taglia-poltrone del
ministro Roberto Calderoli ha dovuto fare i conti col muro di gomma della lobby
degli amministratori (di destra e sinistra, senza distinzioni). Difficile
incidere sul costo pro capite dell'ente Provincia su ciascun cittadino, stimato
di recente in 160 euro l'anno (con picchi nell'Italia centrale: 178 euro, al
Nord è 164, al Sud 143 euro). In Basilicata, si legge nella relazione al ddl di
soppressione delle Province presentato dal dipietrista Massimo Donadi, la spesa
pro capite - non si sa perché - sarebbe di oltre 240 euro. "Il nostro
candidato sa bene che lavorerà per un ente che presto aboliremo"
annunciava il 3 aprile 2008 Silvio Berlusconi al fianco del candidato Pdl alla
presidenza della Provincia di Roma. E rincarava: "Dal momento della
fondazione delle Regioni, tutti si aspettavano l'abolizione delle Province.
Abbiamo calcolato che se ne ricaverebbe un risparmio di dodici miliardi di
euro". Considerazioni che erano state prese sul serio da tutta la stampa
di destra. "Appello a Berlusconi: elimina le Province", titola il 29
novembre 2008 Libero nel giorno in cui lancia la campagna conclusa con
l'inutile raccolta di migliaia di firme ("Silvio batti un colpo, ricorda
le tue promesse"). Di quella campagna, di quelle promesse, a inizio 2010
non vi è più traccia, anche se la spesa è cresciuta a 14 miliardi e le province
sono diventate 110. Da dicembre, l'Unione delle province italiane è guidata dal
presidente di quella di Catania, l'ex eurodeputato Giuseppe Castiglione,
pidiellino. Detentore di uno dei pacchetti di voti più consistenti che Silvio
Berlusconi possa contare nel granaio elettorale siciliano. "Non intendiamo
fare una battaglia corporativa. Siamo anche disponibili al taglio delle
poltrone, io stesso ho ridotto da 15 a 9 gli assessorati in Provincia di
Catania, quasi azzerato le consulenze rispetto al mio predecessore
Lombardo" racconta nello studio della sede Upi di Palazzo Cardelli nell'omonima
piazza del centro storico di Roma. Edificio di prestigio che fino all'81
fungeva da ufficio della potente corrente dorotea Bisaglia-Rumor e che dall'87
l'Upi affitta, con i suoi 500 metri quadri, per un canone di 7 mila euro al
mese. "Siamo disponibili anche a discutere di accorpamenti di
Province - riprende Castiglione - quel che chiediamo è
che col federalismo fiscale ci vengano garantite risorse adeguate alle nuove
competenze, che si apra la strada per una nostra autonomia finanziaria. Forniamo
servizi ai cittadini, è giusto poterlo fare al meglio". Rivendicazioni che
il presidente Upi ha già avanzato negli incontri del 10 febbraio con i
presidenti di Camera e Senato, Fini e Schifani. "Il problema non è la
soppressione delle Province, soluzione semplicistica e improponibile - spiega
Walter Vitali, senatore Pd, ex sindaco di Bologna, una vita spesa sulle
politiche degli enti locali del suo partito - Sono enti intermedi che esistono
in tutta Europa. Quel che noi proporremo con un ddl, in una chiave di riforma
costituzionale, sarà l'introduzione del modello spagnolo. Mantenerle come
istituzioni, ma eliminando il ceto politico provinciale: con consigli composti
solo dai rappresentanti dei comuni e non da politici da eleggere". Il
presidente Upi Castiglione alza già barricate: "Siamo pronti a discutere
anche della revisione dei confini delle Province. Ma non a trattare sul tema
della legge elettorale".
Come sopravvivono
oggi le Province? Da dove provengono i 14 miliardi necessari a mantenerne
strutture e dipendenti? Come si provvede alle indennità di giunte e
consiglieri?
Oggi, le entrate
tributarie incassate direttamente dalle Province ammontano a poco meno di 4
miliardi di euro (3 miliardi 748 milioni, a fine 2009), derivanti per lo più da
Rc auto (1,5 miliardi), imposta di trascrizione (881 milioni) e addizionale
energetica (682 milioni di euro). Per coprire il fabbisogno però ne occorro-no
altri otto, di miliardi, stando al più recente report sullo stato della
burocrazia e delle finanze delle Province, predisposto dall'Upi. Servono per le
funzioni topiche di questi enti, ovvero la viabilità (3 miliardi), la tutela
ambientale (900 milioni), l'edilizia scolastica (1,6 miliardi), lo sviluppo
economico (1,2 miliardi). Ma anche tanto altro.
I CORSI DI
FORMAZIONE - Ad esempio, pochi sanno che le Province ancora organizzano e
gestiscono i corsi di formazione professionale per una spesa di 800 milioni di
euro, sovrintendono ai Centri per l'impiego, per 500 milioni, gestiscono il
trasporto pubblico extra urbano per 1,3 miliardi, si occupano di promozione
turistica e sportiva dei loro territori per 550 milioni. E poi c'è il capitolo
personale. I 61.000 dipendenti (il 23% laureato) assorbono 2 miliardi 450
milioni di euro del budget, pari al 25 per cento. E poi ci sarebbe l'altro
capitolo, quello più dibattuto, i compensi dei 4.207 amministratori: ovvero i
107 presidenti, i 107 vice, gli 863 assessori, i 107 presidenti dei Consigli, i
3.023 consiglieri. Sono i "politici" provinciali, ai quali sono desinati
119 milioni di euro l'anno. Di questi, poco più della metà (53 milioni)
assorbita dalle indennità di presidenti, vice, assessori e presidenti dei
consigli. Il resto (65 milioni) a beneficio dei consiglieri e dei loro gettoni.
Oggi, il presidente di una piccola provincia (sotto i 250 mila abitanti) gode
di un'indennità di 4.130 euro lordi mensili, quello di una grande provincia
(oltre il milione di abitanti) un'indennità da quasi 7 mila euro.
Oltre alle quattro
miniprovince sarde, le ultime nate, com'è noto, sono quelle di Fermo (nelle
Marche), di Barletta-Andria-Trani (in Puglia) e di Monza e Brianza. Solo per
mettere in piedi quest'ultima sono stati necessari 47 milioni di euro.
"Sprechi? Guardino altrove, le Province sono fondamentali" sbotta nel
giugno scorso il sindaco leghista di Monza, Marco Mariani, entusiasta per la
nascita del nuovo ente brianzolo. Le richieste ancora in piedi per istituire
nuove province sono 21. Come dire: ventuno nuovi consigli provinciali (con
relativi gettoni di presenza), ventuno nuovi presidenti di provincia, giunte
provinciali, altrettanti nuovi prefetti e i loro dipendenti. Si spazia dalla
provincia di Sibartide-Pollino a quella del Canadese e delle Valli di Lanzo. Da
Lanciano-Vasto-Ortona a Frentania (una provincia con quattro capoluoghi).
Qualche tempo addietro l'attuale ministro Gianfranco Rotondi ne ha presentate
otto: Sulmona, Bassano del Grappa, Marsi, Sibartide-Pollino, Melfi, Aversa,
Venezia Orientale e Avezzano. LR 5
PD-Ticino: reagire al degrado, partecipare alle regionali
il nostro paese di
origine attraversa una grave crisi politica, economica e dei valori civili. Lo
scandaloso decreto salva liste testimonia che la classe dirigente, largamente
corrotta ed incapace persino di adempiere alle regole da essa stabilite, non può
continuare a guidare l’Italia.
Questa barbarie,
che si è impadronita del nostro paese, è motivo delle risate di questa classe
dirigente corrotta. Ridono per aver varato il decreto truffa, ridono sui brogli
delle schede, ridono sui guai del terremoto abruzzese. Tutto ciò è
inaccettabile!
Questa corruzione,
che coinvolge il mondo politico e imprenditoriale, crea un clima di crescente
apatia e indifferenza verso la nostra politica e le nostre istituzioni.
Al degrado il PD
reagisce con la consapevolezza di dover dare una forte risposta politica capace
di ottenere il consenso popolare per un progetto di rinascita civile e
sociale.
Anche il risultato
del voto degli Italiani all’estero è stato messo sotto accusa. L’elezione del
Senatore Di Girolamo che è stata frutto dei brogli favoriti dai poteri mafiosi
e le sue dimissioni sono fonte di accusa alla coalizione di Centro Destra che
ha tollerato delle simili offese al voto democratico. È scandaloso l’applauso
con il quale il gruppo dei senatori della maggioranza che ha accettato queste
dimissioni.
Una prima risposta
deve venire dal voto per le elezioni regionali.
Anche noi possiamo
contribuirvi andando a votare nelle nostre regioni di origine.
Dobbiamo operare
anche ragionando con i nostri parenti, i nostri amici e i nostri conoscenti
affinché si possa dare un importante contributo, votando per il PD.
Per illustrare i
programmi, con i quali il nostro partito intende impegnarsi, organizziamo tre
assemblee in Ticino:
Martedì 16 Marzo,
ore 18.00 a Chiasso. Pizzeria il Carlino, Via Vela 5
Mercoledì 17
Marzo, ore 18.00 a Montecarasso. Ristorante Romitaggio Giovedì 18 Marzo, ore
18.00 a Lugano. Circolo Canvetto, Via Simen 1
Saranno
presenti: Luca Gaffuri, consigliere
regionale Lombardia e Roberto Allevi, candidato alla regione Lombardia.
Siamo certi che,
in questo momento così delicato per la nostra democrazia, la partecipazione al
dibattito sarà un segno che la speranza anima ancora il nostro sentire democratico.
PD-Ticino
Concorso Internazionale “Giornalisti del Mediterraneo”. Scadenza il 12
aprile
BARI - Alto
riconoscimento della Presidenza della Repubblica. Come già accaduto nella
precedente edizione, anche quest’anno il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano,
ha riconosciuto l’alto valore internazionale del Concorso Internazionale
“Giornalisti del Mediterraneo”, inviando una medaglia di bronzo da assegnare ad
uno dei partecipanti quale “menzione speciale”.
E’ ancora
possibile inviare gli elaborati per partecipare al Concorso, i termini per la
presentazione scadono il 12 aprile 2010. L'iscrizione al concorso è gratuita e
al vincitore di ogni sezione sarà assegnato un premio in denaro di €1000,
mentre al vincitore assoluto sarà assegnato un premio di € 2000. Il concorso si
articolerà in quattro sezioni: Missioni di Pace dell'Italia all'Estero (stampa
e video); Solidarietà, Soccorso e Impegno Civile (video); Immigrazione,
Integrazione e Accoglienza (video); Giovani Talenti e Web. E' possibile
scaricare il bando dal sito www.terradelmediterraneo.it e ricevere informazioni
chiamando il numero 346.82.62.198.
L’evento gode del
patrocinio della Presidenza del Coniglio dei Ministri, Presidenza del
Parlamento Europeo, Presidenza del Parlamento del Mediterraneo, del Ministero
delle Politiche Europee, delle Ambasciate di Svezia, Turchia, Polonia, Spagna,
Portogallo, Ungheria, Svezia e Cipro, dell’Università Aldo Moro di Bari,
dell’Università Luiss di Milano, dell’Università degli Studi di Sassari,
dell’Università del Salento, della Rai-Segretariato Sociale,
nonché, di Centri Culturali e Istituzioni regionali, nazionali e
internazionali.
Nell’ambito della
manifestazione, riceveranno il Premio “Caravella del Mediterraneo” i giornalisti
Toni Capuozzo, inviato di guerra e vice direttore del TG5; Domenico Nunnari,
vice direttore del TGR; Antonio Fatiguso dell’Ansa di Tokyo; Gina Di Meo,
inviata di guerra freelance; Arcangelo Moro, fondatore e primo direttore in
Kosovo, durante la missione Joint Guardian, di Radio West la prima
emittente radiofonica nella storia delle Forze Armate Italiane; Oscar Iarussi,
giornalista cinematografico; Leyla Tavsanoglu, capo redattore centrale del
quotidiano turco Cumhuriyet, e l’Ambasciatore Onofrio Solari Bozzi che,
ritirerà il Premio alla Memoria si suo padre “Giuseppe Solari Bozzi”,
giornalista del Giornale d’Italia.
Tommaso Forte,
de.it.press
Ad Anna Lanfranchi l’incarico di direttore dell’Associazione Trentini nel
mondo
Per il presidente
Tafner, aver individuato un direttore donna rappresenta un’altra scelta
lungimirante fatta dall’Associazione
TRENTO - «Assumo questo incarico con emozione
e consapevole della responsabilità che comporta e mi appresto a svolgerlo - da
giovane donna quale sono - con un approccio ed una visione femminili»: Anna
Lanfranchi ha sintetizzato così lo spirito con il quale dal 1° marzo ricopre la
carica di direttore dell’Associazione Trentini nel mondo onlus.
Durante la conferenza stampa che si è svolta
giovedì 4 marzo presso la sede dell’Associazione per la presentazione ufficiale
alla comunità trentina del nuovo direttore, Anna Lanfranchi ha detto che
saranno la curiosità, la valorizzazione delle differenze, l’attenzione per le
nuove generazioni. l’uso dei nuovi strumenti telematici, a caratterizzare il
suo operato. Sarà poi rafforzata la presenza sul territorio provinciale, con
l’obiettivo di rinsaldare i rapporti istituzionali già esistenti e di crearne
di nuovi, per lavorare in una logica di rete, che metta in connessione la
realtà provinciale con quella delle comunità trentine sparse in tutto il mondo.
Anna Lanfranchi ha trentanove anni, è
laureata in lingue e letterature straniere moderne, ha conseguito un master in
comunicazione d’azienda, negli ultimi sei anni ha lavorato presso il CINFORMI,
Centro Informativo per l’Immigrazione della Provincia Autonoma di Trento ed ha
maturato una vasta competenza nel settore delle politiche sociali.
Nel suo discorso Anna Lanfranchi ha ricordato
Rino Zandonai, scomparso nell’incidente aereo del 1° giugno scorso: “Non l’ho
conosciuto personalmente ma da quanto ho sentito e da quanto ho letto, so che
era una persona eccezionale e la sua dedizione all’Associazione ed agli
emigrati rappresenta un esempio da seguire».
Il presidente Alberto Tafner ha ricordato la
difficoltà che ha comportato individuare il successore di Rino Zandonai alla
guida di un’Associazione importante e complessa come la Trentini nel mondo, che
richiede una figura in grado di saper coniugare competenze gestionali e
organizzative con doti umane quali la capacità di ascolto e la comunicatività.
Tafner ha elogiato il personale ed i
collaboratori dell’Associazione per l’impegno profuso nei mesi successivi alla
scomparsa di Rino Zandonai ed in particolare ha ringraziato la vice presidente
Maria Carla Failo: “Senza di lei, senza la sua costante presenza e la sua
abnegazione, non saremmo arrivati fin qui», ha affermato.
Anche Anna Lanfranchi ha rivolto un
ringraziamento alle persone che - manifestandole stima e fiducia – hanno
creduto nella sua idoneità ad assumere l’incarico: oltre al presidente Tafner
ed al Consiglio di amministrazione della Trentini nel mondo, Anna Lanfranchi ha
citato l’assessore provinciale Lia Beltrami, il suo segretario Gianfranco Conte
e il coordinatore del CINFORMI, Pierluigi La Spada, con i quali ha lavorato in
stretta connessione durante la sua più recente esperienza professionale.
«Mi sembra importante sottolineare – ha poi
affermato Tafner - come la Trentini nel Mondo abbia ancora una volta dato prova
di lungimiranza, avendo individuato in una donna la persona più adatta ad
accompagnare la non facile trasformazione che l’Associazione dovrà compiere per
restare al passo con i tempi e una società globalizzata in rapidissimo cambiamento».
Nel corso della conferenza stampa sono stati
anche annunciati i seminari che si svolgeranno in Argentina, Uruguay e Paraguay
fra il 20 ed il 27 marzo, che coinvolgeranno i Circoli trentini di quei paesi.
Infine, Lara Olivetti, consulente legale dell’Associazione, ha fatto il punto