Webgiornale luglio-settembre 2026
Carta d'identità cartacea, slitta l'addio: fino a quando è valida e cosa
cambia
Il Consiglio dei ministri ha stabilito che i documenti non ancora scaduti
resteranno validi fino alla loro naturale scadenza, anche oltre il termine del
3 agosto 2026 inizialmente fissato per il passaggio alla sola Carta d’identità
elettronica (CIE)
Prolungata 'in zona Cesarini' la validità delle carte d'identità cartacee.
Per loro era stato deciso uno stop al prossimo 3 agosto: da quella data l'unico
documento di identità valido sarebbe stato la Carta d’Identità Elettronica
(CIE), la cui emissione tuttavia in alcuni comuni procede a rilento. Di qui la
decisione del Consiglio dei Ministri secondo cui le vecchie carte non ancora
scadute mantengono la propria validità fino alla naturale scadenza, anche oltre
il termine del 3 agosto, "per determinate finalità e nei rapporti con la
pubblica amministrazione e con i soggetti che erogano pubblici servizi".
La decisione arriva per sostenere i Comuni, che in molti casi stanno
registrando ritardi e difficoltà operative nel rilascio della CIE a causa
dell’elevato numero di richieste. Le carte cartacee continueranno dunque a
essere utilizzabili nei rapporti con la pubblica amministrazione e con i
soggetti che erogano servizi pubblici. Laddove il Comune non riesca a fornire
una carta d'identità elettronica, ad esempio ai titolari di carte scadute, i
comuni potranno inoltre rilasciare un documento di identità provvisorio.
Cosa sapere
Il passaggio alla CIE rientra nel processo di digitalizzazione e
adeguamento dell’Italia agli standard europei. La carta d’identità elettronica
viene rilasciata dal Comune di residenza o dimora su appuntamento. La validità
varia in base all’età del titolare: tre anni per i minori di tre anni, cinque
anni per i cittadini tra i 3 e i 18 anni, dieci anni per i maggiorenni.
Per i cittadini temporaneamente impossibilitati alla rilevazione delle
impronte digitali, la CIE ha una validità limitata a 12 mesi.
Per richiederla è necessario presentare una fototessera, in formato
cartaceo o digitale a seconda delle modalità di prenotazione, ed eventualmente
la tessera sanitaria o il codice fiscale per velocizzare le operazioni di
registrazione. Il costo è di 16,79 euro, a cui possono aggiungersi eventuali
diritti di segreteria stabiliti dal Comune.
Occhio all'espatrio
"In queste ore stanno circolando informazioni fuorvianti sulla
presunta proroga della validità delle carte d’identità cartacee", avverte
però Simone Billi, capogruppo della Lega in commissione Esteri della Camera e
presidente del Comitato per gli Italiani nel mondo.
"È importante chiarire che l’eventuale estensione prevista dal Governo
riguarda esclusivamente alcuni utilizzi sul territorio nazionale e nei rapporti
con la Pubblica Amministrazione. Non riguarda invece l’espatrio. Dal 3 agosto
2026 la carta d’identità cartacea non sarà più valida come documento di
viaggio, in applicazione del Regolamento (UE) 2019/1157. Pertanto gli italiani
residenti all’estero non devono considerare questa proroga come un rinvio
dell’obbligo di dotarsi di una Carta d’Identità Elettronica o di un altro
documento valido per l’espatrio. Invito quindi tutti i connazionali a
verificare per tempo la validità dei propri documenti e a procedere al
rinnovo", spiega il leghista. Adnkronos 18
Regolamento Ue sui rimpatri, l’Europa piegata dal sovranismo
Il 17 giugno scorso il Parlamento europeo ha approvato d’urgenza il nuovo
regolamento sui rimpatri. La Conferenza dei vescovi europei e Caritas Europa
esprimono profonda preoccupazione: detenzione fino a trenta mesi anche per i
minori, hub in paesi terzi, deriva neocolonialista. Norme irrazionali e
controproducenti che apparecchiano un futuro plumbeo – di Maurizio Ambrosini
Il 17 giugno rischia di essere ricordato come un brutto giorno per la sorte
dei diritti umani dei più fragili. Proprio nella settimana in cui si celebra la
giornata mondiale dei rifugiati, il 20 giugno, e in molte città si tengono
iniziative per attrarre l’attenzione dell’opinione pubblica, il Parlamento di
Bruxelles ha approvato il nuovo regolamento sui rimpatri con una procedura
d’urgenza. E con una maggioranza schiacciante: 418 favorevoli contro 218
contrari e 30 astenuti. È il frutto della convergenza tra i conservatori
moderati del Partito popolare europeo e i raggruppamenti della destra radicale,
con l’aggiunta di voti liberali e sparsi. L’approvazione è stata celebrata dal
coro ritmato “Rimandiamoli indietro”. L’estrema destra si trova legittimata e
confermata nella validità delle sue posizioni sull’argomento.
La Conferenza dei vescovi europei, in un lungo e articolato commento, ha
espresso “profonda preoccupazione” per l’indebolimento della protezione dei
diritti fondamentali e della dignità di persone vulnerabili. Il prolungamento
della possibilità di detenzione, che potrà arrivare a trenta mesi, anche per i
minori, l’istituzione di hub di “rimpatrio” in paesi terzi, le accresciute
possibilità di perquisizione domiciliare, il sequestro di apparecchi
elettronici e altri effetti personali: tutto questo suscita gli interrogativi
dei vescovi. Caritas Europa, a sua volta, ha evocato il rischio di accresciuta
stigmatizzazione e criminalizzazione dei migranti, incluse le famiglie. Molte
Ong e associazioni di tutela dei diritti umani si sono pronunciate nello stesso
senso. Le norme introdotte in effetti avvicinano l’Ue, un passo dopo l’altro,
all’impostazione delle politiche migratorie dell’esecrato Donald Trump.
Gli hub di “rimpatrio”, che rimpatrio non è, perché si tratta di spedire i
migranti indesiderati in luoghi lontani, con cui non hanno nessun legame, e la
subordinazione degli accordi commerciali con i paesi in via di sviluppo alla
collaborazione nei rimpatri, rivelano il ritorno di una mentalità
neocolonialista: l’Ue intende approfittare della sua forza economica per
piegare paesi più deboli e dipendenti all’accettazione delle sue politiche.
Anche da questo punto di vista, gli Usa di Trump non sono molto lontani.
Senonché, come è già avvenuto più volte negli ultimi anni, l’Ue si esporrà ai
ricatti dei suoi riluttanti alleati: non potrà fiatare sul mancato rispetto
della democrazia o dei diritti umani in quei paesi, per non vederli ritrattare
la loro collaborazione sul dossier migranti. Di nuovo, l’abbandono
dell’aspirazione dell’Ue a diffondere valori democratici al di là delle sue frontiere,
in nome della priorità assoluta della repressione dell’immigrazione
indesiderata, richiama la logica di The Donald.
Anche prescindendo da considerazioni ispirate a valori etici, le nuove
norme sono irrazionali e controproducenti, per almeno due ragioni. In primo
luogo, adottando nella sostanza la visione e le soluzioni dell’estrema destra,
la indurranno ad alzare ancora di più il tiro. La stessa concorrenza a destra
conduce a esasperare i toni. I recenti disordini scatenati in Irlanda del Nord
dalla destra unionista e cavalcati da Musk suggeriscono dove si arriva se si
accetta l’idea che l’immigrazione sia una minaccia per l’ordine sociale: se un
immigrato fa qualcosa di male, tutti sono colpevoli e vanno puniti. La
disumanità legalizzata attizza una violenza incendiaria e indiscriminata.
Per la stessa ragione, i cittadini incattiviti non distingueranno
facilmente immigrati irregolari, semiregolari o legali: quelli che i governi
dell’Ue stanno facendo entrare con discrezione, perché le loro economie ne
hanno bisogno, famiglie comprese. Finito l’orario di lavoro, questi immigrati
si raduneranno in qualche luogo, si renderanno visibili in piazze, parchi,
luoghi di ritrovo. S’insedieranno nei quartieri popolari. Faranno code per
accedere ai servizi pubblici. Riesce difficile credere che gli elettori
europei, nutriti di pregiudizi e ostilità, diventeranno buoni vicini dei nuovi
arrivati. Non basterà raccontare che questi immigrati sono regolari per
scacciare la xenofobia. L’integrazione diventerà ancora più difficile che in
passato. Piegata dal sovranismo, l’Ue sta apparecchiando un futuro plumbeo per
i suoi cittadini. Sir 19
Fame nel mondo, l’allarme del Wfp
Alla vigilia della visita del Papa al Wfp di Roma, il direttore della
Divisione Programmi del World food programme Marco Cavalcante lancia al Sir
l’allarme: con risorse ridotte del 59% negli ultimi anni, l’agenzia è costretta
a scelte drammatiche sugli aiuti da distribuire. Sudan, Sud Sudan, Yemen e
Somalia tra le emergenze più gravi, con il rischio di carestie e milioni di
persone in più senza assistenza. “La causa principale della fame oggi sono le
guerre”: il Wfp chiede pace e sostegno internazionale per evitare che la crisi
alimentare venga dimenticata. Per Cavalcante la fame resta una sfida enorme ma
affrontabile: “Sappiamo cosa fare, non è una speranza impossibile”.
“Dopo la seconda guerra mondiale questo è uno dei periodi più bui per la
fame nel mondo: 320 milioni di persone soffrono di insicurezza alimentare
acuta”. È questo lo scenario di crisi alimentare globale alla vigilia della
visita di Papa Leone XIV nella sede del World food programme a Roma, il 22
giugno. Ce ne parla Marco Cavalcante, direttore della Divisione Programmi del
World food programme, il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite (Wfp
o Pam in italiano), la più grande agenzia umanitaria al mondo, specializzata
nell’assistenza alimentare nelle emergenze e nei conflitti. Lunedì Papa Leone
incontrerà, in una visita che durerà due ore (dalle 11 alle 13), i 36
rappresentanti dell’Executive Board e i dipendenti, con videocollegamenti in
diretta con gli operatori sul campo nei diversi Paesi del mondo, soprattutto
dove l’emergenza alimentare è più grave. Il Wfp impiega circa 20mila persone e
il 90% del personale lavora negli uffici dei Paesi. La visita del Papa
rappresenta per l’organizzazione “un grande onore”, anche perché “siamo di
fronte a una crisi della fame con pochi precedenti”, afferma al Sir il
rappresentante del Wfp. Papa Leone visiterà anche lo spazio dove è custodita la
medaglia del Premio Nobel per la Pace ricevuto dal Wfp nel 2020. Accanto si
trova un muro commemorativo dedicato ai colleghi dell’organizzazione che hanno
perso la vita durante le missioni.
La visita arriva mentre il sistema umanitario affronta una grave crisi di
finanziamenti. Negli ultimi anni, ha spiegato il direttore dei Programmi,
“tutti i Paesi occidentali che tradizionalmente sono stati i nostri principali
donatori hanno diminuito le donazioni”.
La riduzione dei fondi, calati del 59% nel triennio 2022-2025, “non segue
lo stesso trend dei numeri della fame nel mondo, che invece stanno aumentando”.
L’ultimo report diffuso nei giorni scorsi insieme alla Fao individua 13
aree a rischio peggioramento: a destare maggiore preoccupazione sono Sudan, Sud
Sudan, Yemen e Somalia, seguite dal nord est della Nigeria (nello Stato di
Borno) e dalla Somalia (nella regione di Bay), dove si intravede lo spettro
della carestia.
Il calo delle risorse costringe l’organizzazione a decisioni difficili.
“Dobbiamo scegliere se mandare convogli di aiuti alimentari verso una direzione
piuttosto che verso un’altra. Sono scelte impossibili quando si è sul campo”.
In questi Paesi, ha spiegato, “i nostri operatori devono fare
quotidianamente scelte difficilissime su chi aiutare e chi non aiutare”.
Ogni anno vengono raggiunte in totale 120 milioni di persone. Il timore è
che quest’anno il Wfp potrà assistere 1 milione e mezzo di persone in meno e
altri 9 milioni sono a rischio.
Tra le emergenze più gravi c’è quella del Sudan, dove il conflitto iniziato
nell’aprile 2023 rende complesso raggiungere la popolazione, a causa della
grave insicurezza. Gli aiuti alimentari in questi contesti diventano merce rara
e spesso vengono rubati. Oppure viene impedito ai camion di entrare nei
territori per affamare volutamente la popolazione. Ma il problema non è
soltanto logistico e operativo. “Il più grande ostacolo è non avere le risorse.
I nostri magazzini sono spesso vuoti.
A volte non raggiungiamo le popolazioni che hanno bisogno non perché non
siano raggiungibili fisicamente, ma perché non abbiamo abbastanza fondi”.
Come opera il Wfp? Il Wfp dispone di una rete logistica globale fatta di
aerei, camion e navi, ma la carenza di finanziamenti limita infatti la capacità
di intervento. Come modalità di azione gli operatori sul campo distribuiscono
in primis “denaro quando il cibo è disponibile nei mercati. In questo modo
aiutiamo le persone a comprare ciò di cui hanno bisogno e sosteniamo anche le
economie locali”. Nei contesti dove reperire cibo è più difficile il Wfp
distribuisce pacchetti alimentari composti da carboidrati, proteine vegetali e
grassi, adattati alle esigenze dei diversi Paesi. C’è chi consuma
prevalentemente riso, chi grano, chi miglio. Poi vengono portati avanti anche
programmi per la resilienza climatica o di assistenza alimentare scolastica.
La fame dei bambini. Il rappresentante del Wfp racconta di aver visitato
recentemente campi profughi e centri di cura dove ha visto scene terribili.
Difficile, a livello emotivo, sostenere la vista di tanto dolore e ingiustizia,
soprattutto quando tocca l’infanzia: “Ci sono bambini che arrivano nei centri
nutrizionali così magri da non riuscire ad alzare il collo, perché i muscoli
sono stati consumati dalla fame.
Sono bambini con nomi e cognomi, che potrebbero diventare medici,
ingegneri, insegnanti e che invece si trovano sotto una tenda o in una clinica
aspettando un aiuto per sopravvivere”.
I conflitti, causa principale della fame. “La cosa più importante per
risolvere la fame nel mondo è attaccare le cause della fame – sottolinea
Cavalcante -.
E la causa principale, oggi, sono le guerre”.
Per questo il messaggio del Papa sulla necessità di fermare i conflitti e
costruire percorsi di pace è “essenziale”. “Fame e pace sono profondamente
collegate – conclude il rappresentante del Wfp –. La sicurezza alimentare è un
elemento chiave per la pace nel mondo e la pace nel mondo è un elemento chiave
per la sicurezza alimentare”.
“La fame può essere affrontata”.
L’auspicio finale è che la visita di Papa Leone possa riportare attenzione su
una crisi alimentare globale che rischia di essere dimenticata. “La fame è un
problema enorme, ma è anche il problema più grande che possiamo risolvere,
perché sappiamo cosa fare. Non è una speranza impossibile: è una speranza
concreta”. Patrizia Caiffa, Sir 22
Festa della Repubblica Italiana all’Ambasciata a Berlino
BERLINO – L’Ambasciata a Berlino ha celebrato la Festa della Repubblica
Italiana con il consueto ricevimento alla presenza di ospiti e rappresentanti
del mondo istituzionale, politico, economico e culturale tedesco, nonché della
comunità italiana. Quest’anno i festeggiamenti sono stati inseriti nel
programma dell’ “Italian Week”, un formato che ha visto l’organizzazione di
oltre cento eventi in tutta la Germania, anche per celebrare al meglio non solo
l’80° anniversario della Repubblica Italiana, ma anche il 75° dalla ripresa
delle relazioni diplomatiche tra Italia e Germania.
“La Festa della Repubblica è il momento simbolicamente più alto della
nostra identità nazionale. È l’occasione per rinnovare quei valori di libertà,
democrazia e pace che il popolo italiano scelse con coraggio il 2 giugno 1946”,
ha affermato l’Ambasciatore Fabrizio Bucci nel suo discorso di benvenuto agli
ospiti. L’attrice Martina Klier, moderatrice della serata, ha salutato gli
ospiti nel cortile dello storico edificio dell’Ambasciata, lasciando poi spazio
ad un intermezzo musicale del violinista Olem Cesari, accompagnato dal
pianista Michael Rodi. Dopo gli inni nazionali di Germania e Italia e quello
dell’Unione Europea, eseguiti dal soprano Francesca Martini accompagnata da
Cecilia Ferròn, al violino, e Martina Biondi, al violoncello, sono intervenuti
l’Ambasciatore Bucci e in rappresentanza del Governo tedesco, il Segretario di
Stato, Géza Andreas von Geyr. Hanno poi preso la parola Marina Chiarelli,
Assessore alla Cultura, Pari opportunità e Politiche giovanili della Regione
Piemonte, e Christian Wiermer, Segretario di Stato per gli affari europei del
Land Nord Reno-Vestfalia, entrambi partner dell’edizione 2026 dei
festeggiamenti in Ambasciata. Il Segretario di Stato Wiermer nel suo intervento
ha evocato l’importanza del partenariato tra la regione Piemonte e il Land Nord
Reno-Vestfalia in settori chiave come l’intelligenza artificiale, l’energia, la
mobilità autonoma, i semiconduttori e l’aerospazio, temi al centro della tavola
rotonda con le aziende delle due regioni, tenutasi questo pomeriggio presso la
Rappresentanza del Land Nord Reno-Vestfalia, come ha ricordato anche
l’Assessore Chiarelli.
“Il dialogo tra Berlino e Roma non è semplicemente utile: è indispensabile.
E questo dialogo non appartiene solo ai governi centrali. Esso vive e si
alimenta attraverso i governi regionali, le comunità imprenditoriali, gli
accademici, i ricercatori e, soprattutto, i giovani e gli studenti” ha
ricordato l’Ambasciatore Bucci. A questo proposito, nell’edificio
dell’Ambasciata sono stati installati alcuni totem interattivi che raccontano
“l’Italia che innova”, vale a dire tutte quelle imprese che lavorano in settori
di importanza strategica, dall’aerospazio ai trasporti all’energia. “Italia e
Germania hanno il dovere e la responsabilità storica di stimolare le
istituzioni di Bruxelles. Dobbiamo individuare soluzioni rapide, efficaci e
concrete a sostegno dei milioni di piccoli e medi imprenditori che
costituiscono l’ossatura economica e l’anima sociale dei nostri territori e
dell’intero continente”. Dopo gli interventi istituzionali, Martina Klier ha
invitato gli ospiti presenti a visitare la mostra di arte contemporanea
“Ore piccole”, realizzata in collaborazione con la Fondazione Sandretto Re
Rebaudengo di Torino. Come sottolineato dalla presidente Patrizia Sandretto Re
Rabaudengo, la mostra presenta una selezione di opere della Fondazione – dalla
fotografia alla pittura, dalla scultura all’installazione – che valorizzano la
relazione artistica tra Italia e Germania, “attraverso le pratiche di artisti
italiani, tedeschi e internazionali che, in modi differenti, hanno costruito un
legame con Berlino, città che rappresenta da molti anni un laboratorio
culturale straordinario”. Il progetto espositivo si affianca alle opere di arte
contemporanea già esposte in Ambasciata. L’edificio rappresenta un concentrato
di storia nel cuore della capitale tedesca e continua ad affascinare un vasto
pubblico, come dimostra il successo delle visite organizzate sabato scorso in
occasione della Festa di Strada, uno degli appuntamenti dell’Italian Week. “A
partire da ora l’Ambasciata aprirà regolarmente le sue porte al pubblico una
volta al mese. Abbiamo iniziato il 30 maggio e continueremo in futuro, affinché
questa sede sia sempre meno un palazzo separato dalla città e sempre più la
casa condivisa della diplomazia, dell’incontro e delle idee utili a disegnare
il nostro comune futuro europeo” ha ricordato l’Ambasciatore.
Infine, il palco è stato liberato per fare spazio agli acrobati della
compagnia italiana Fabbrica C con lo spettacolo “Pillole di bellezza” e alla
musica funk-jazz di Lab 32 e del dj Alessandro Cozzolino, in arte Cioz.
L’Ambasciata rivolge un sincero ringraziamento ai partner e agli sponsor che
hanno contribuito alla realizzazione della Festa della Repubblica Italiana. Il
loro sostegno conferma, ancora una volta – sottolinea la Rappresentanza
diplomatica – il valore della collaborazione tra settore pubblico e
privato nella promozione dell’Italia nel contesto internazionale. (Inform 5)
Proroga espatrio: chiarimenti su validità CIE
Roma - “In seguito alle numerose richieste ricevute da cittadini italiani
residenti all’estero, ritengo opportuno fornire alcuni chiarimenti sulla
validità delle carte d’identità cartacee dopo il 3 agosto 2026.
Nel comunicato relativo al Consiglio dei Ministri n. 178 del 16 giugno
2026, il Governo ha annunciato una misura che consentirà alle carte d’identità
cartacee non ancora scadute di mantenere la propria validità oltre il 3 agosto
2026 per determinate finalità e nei rapporti con la Pubblica Amministrazione e
con i soggetti che erogano pubblici servizi.
Tale misura non modifica tuttavia il quadro normativo europeo relativo ai
documenti validi per l’attraversamento delle frontiere tra gli Stati europei.
Per questo motivo, allo stato attuale, la carta d’identità cartacea non può
essere considerata valida per l’espatrio oltre il 3 agosto 2026.
A mio avviso appare inoltre molto difficile che possa essere introdotta
unilateralmente dall’Italia una validità della carta d’identità cartacea per
l’espatrio oltre tale data, poiché una simile decisione dovrebbe essere
riconosciuta e accettata anche dagli altri Paesi europei che applicano le
medesime regole sui documenti di viaggio.
Per i cittadini iscritti all’AIRE che rinnovano la carta d’identità presso
il proprio Consolato di riferimento, la situazione non cambia rispetto a quanto
già previsto oggi.
Diverso è invece il caso degli italiani residenti all’estero che
approfittano di un soggiorno temporaneo in Italia per richiedere la Carta
d’Identità Elettronica presso qualsiasi Comune italiano.
In questi casi può accadere che il cittadino sia entrato in Italia avendo
con sé solo la propria carta d’identità cartacea ma, al momento della richiesta
della nuova CIE, tale documento viene ritirato dal Comune secondo quanto
previsto dalla normativa vigente. Se il cittadino non dispone anche di un
passaporto o di un altro documento valido per l’espatrio, può trovarsi
nell’impossibilità di rientrare nel proprio Paese di residenza. Il problema
riguarda i residenti nei Paesi dell’area Schengen, dove è normalmente possibile
viaggiare utilizzando la sola carta d’identità.
Tra le possibili soluzioni che personalmente intravedo, e che indico
esclusivamente a titolo esemplificativo, lasciando naturalmente ai tecnici del
Ministero la valutazione della soluzione migliore, vi sono il rilascio di un
documento provvisorio chiaramente riconosciuto oppure il mantenimento della
disponibilità del documento precedente fino alla consegna della nuova CIE.
Quest’ultima soluzione potrebbe tuttavia avere efficacia pratica soltanto fino
al 3 agosto 2026, poiché da quella data la carta d’identità cartacea non sarà
più valida per l’espatrio.
Un eventuale documento provvisorio potrebbe essere concepito in modo
analogo all’ETD (Emergency Travel Document), il documento di emergenza
rilasciato dalle rappresentanze consolari italiane o di altri Paesi dell’Unione
Europea per consentire il rientro verso il Paese di destinazione in situazioni
particolari. Si tratta tuttavia soltanto di un esempio teorico e non di una
proposta tecnica già definita.
È inoltre opportuno evidenziare che il problema riguarda essenzialmente il
periodo antecedente al 3 agosto 2026. Fino a tale data, infatti, gli italiani
residenti all’estero possono ancora viaggiare verso l’Italia utilizzando la
carta d’identità cartacea. Dopo il 3 agosto 2026 ciò non sarà più possibile:
per entrare in Italia sarà comunque necessario disporre di una Carta d’Identità
Elettronica o di un altro documento valido per l’espatrio. Di conseguenza, dopo
tale data, chi si reca in Italia dall’estero avrà normalmente già con sé un
documento idoneo anche per il viaggio di ritorno.
Occorre inoltre prestare particolare attenzione a un caso specifico. Un
cittadino italiano residente all’estero potrebbe entrare in Italia prima del 3
agosto 2026 utilizzando legittimamente la propria carta d’identità cartacea e
programmare il rientro nel Paese di residenza dopo tale data. Qualora durante
il soggiorno richiedesse la nuova Carta d’Identità Elettronica e la carta
cartacea venisse ritirata, potrebbe trovarsi privo di un documento valido per
il viaggio di ritorno. Anche questa situazione merita quindi un adeguato
approfondimento e una soluzione chiara da parte delle amministrazioni
competenti.
Continuerò a seguire la questione affinché siano fornite indicazioni chiare
e uniformi a tutti i cittadini, in particolare agli italiani residenti
all’estero.” - On. Simone Billi, Capogruppo Lega in Commissione Esteri e
Presidente del Comitato per gli Italiani nel Mondo. De.it.press 17.6.
Le Acli Baviera incontrano il nuovo console di Monaco dr. Panebianco
Monaco. Martedì, 9 Giugno scorso, una Delegazione delle ACLI
Baviera, è stata ricevuta dal Ministro Plenipotenziario, nuovo Console Generale
d'Italia Dr. Fausto Panebianco nella sede del Consolato Generale d'Italia di
Monaco di Baviera. Delegazione ricevuta molto cordialmente al suo arrivo
dalla Dr.ssa Alessia Doronzio, Assistente del Diplomatico
Altrettanto aperti il saluto di benvenuto e l'accoglienza agli Aclisti
da parte del Console Generale Panebianco, che –da subito– ha messo
a proprio agio la Delegazione con grandissima cordialità.
A questo punto il Comm. Carmine Macaluso, Presidente delle ACLI
Baviera e Vicepresidente delle ACLI Germania, dopo aver formulato –a sua volta–
il saluto di tutte le ACLI al Diplomatico, gli ha immediatamente
presentato gli altri intervenuti: il Presidente Emerito delle ACLI
Baviera, Maestro del Lavoro, Giuseppe Rende, da tutta una vita in Germania; il
Vicepresidente Vicario, Dr. Fernando A. Grasso, Responsabile del sito
delle ACLI Baviera e Corrispondente Consolare per il Circondario di Kempten, città
in cui egli vive dal lontano 1965; e inoltre: il Consigliere Nazionale Pasquale
Bibbò, Vicepresidente del Circolo ACLI di Kaufbeuren.
Macaluso ha continuato quindi presentando al Console Generale un excursus
della presenza delle ACLI in Germania, dell'Enaip, dei corsi di recupero della
Licenza di III Media, dei corsi di informatica, di meccanica, nel settore
tessile, e –non da ultimo– dell'insegnamento della lingua e cultura italiana,
spesso con il collega Grasso con il quale ha frequentato l'Università.
Macaluso, ha parlato inoltre di alcuni eventi degli anni scorsi, tra
cui quello legato alle celebrazioni per i 70 Anni degli Accordi Bilaterali tra
Germania e Italia per l'invio della prima manodopera italiana in Germania,
consegnando al Console Generale un opuscolo pubblicato per l'occasione,
insieme un altro pubblicato per i 60 Anni; e non ha mancato inoltre di
parlare al Diplomatico delle loro comuni origini partenopee e della lunga
presenza delle ACLI in seno al Comites (allora Coemit) di Monaco di Baviera
negli anni passati.
Molto cordiali ed esaustive le parole del Console Generale a commento di
quanto appena udito e che ha promesso un significativo potenziamento del lavoro
dell'Amministrazione nei confronti della comunità; a cominciare con il notevole
aumento degli sportelli e –quindi– degli appuntamenti giornalieri ai
connazionali, e continuando con il progetto di una creazione di altri
collegamenti telefonici e telematici, –già in atto– che –in prospettiva anche
di un auspicato miglioramento del sistema di prenotazione– dovranno migliorare
e accorciare significativamente i tempi di attesa per l'ottenimento di un
documento o di un incontro.
Anche i brevi interventi di Rende e di Grasso, intercalatisi in quello
molto più corposo di Macaluso, sono serviti a far conoscere al Console
Generale altri aspetti del'Associazionismo, altri particolari
sulle ACLI e sulla partecipazione degli Italiani in Baviera alla vita pubblica
locale, specie da parte delle giovani leve. Soprattutto Rende, del Circolo ACLI
di Karlsfeld, cittadina poco distante del Campo di Concentramento di Dachau.
Circolo che servirà da punto di riferimento per il Congresso delle ACLI Baviera
in autunno, nel corso del quale –tra l'altro– si esibirà il Gruppo
Folk-ACLI di Kaufbeuren. Di questo gruppo folcloristico Macaluso non ha mancato
di donare al Console Generale un bellissimo CD contenente appassionati brani in
siciliano.
In analogia, poi, a quanto fatto negli anni scorsi, in occasione
dei primi incontri ( 1 2 3 4) con i Consoli Generali
precedenti, Grasso, nelle vesti di webmaster delle ACLI Baviera, ha
consegnato al Diplomatico il Vademecum delle ACLI Baviera –scaricabile da
internet– e costantemente aggiornato insieme agli altri documenti del
sito da lui amministrato, insieme a quelli suoi e di quelli di altri amici.
Grasso ha mostrato inoltre al Ministro alcune pagine dell'opuscolo che
poco prima gli era stato consegnato da Macaluso, indicandogli insieme con
lui alcune interviste effettuate a connazionali e qualche foto loro zone di
loro competenza.
Grasso, dopo aver mostrato al Console Generale un suo articolo scritto in
occasione dell'incontro con il Ministro degli Interni bavarese Joachim Herrmann,
in occasione delle Celebrazioni dei Patti bilaterali di cui sopra, non ha
dimenticato inoltre di menzionare una delle sue pagine internet: Appuntamenti
in cui compaiono foto e video che si riferiscono a resoconti su diversi eventi
promossi dall'Amministrazione, pubblicati nel suo sito principale e ripresi
dalla stampa d'emigrazione (Inform, Webgiornale, Corriere d'Italia, Aise...).
Nelle vesti di Corrispondente Consolare Grasso ha rinnovato la sua
intenzione di continuare a collaborare fattivamente con l'Amministrazione al
servizio dei connazionali, come –del resto– ribadito da tutti i convenuti. E ha
indicato al Diplomatico un link in cui egli posta regolarmente notizie e
comunicazioni dell'Amministrazione.
Prima del commiato –come nel passato– è stata effettuata una foto a ricordo
dell'avvenimento con il coinvolgimento anche dell'altrettanto cordialissimo
Console Aggiunto Dr. Giacomo Bampini, già da anni in servizio al
Consolato. All'uscita i convenuti non hanno mancato di salutare –seppur
brevissimamente– un dipendente dell'Amministrazione, già impiegato del
Patronato ACLI.
Fernando A. Grasso, de.it.press 11
Sul ruolo dei Com.It.Es. (Comitati
degli Italiani all’Estero) torniamo a presentare alcune nostre riflessioni;
anche a fronte di una situazione socio/economica sempre complessa. Se non
altro, con la speranza che il nostro scrivere possa essere motivo per un più
organizzato confronto circa la tutela dei Connazionali lontani dal Bel Paese.
Per una questione di metodo, lasciamo da parte gli aspetti ”tecnici” del
problema, per provare ad affrontare quelli ”pratici”. Noi c’eravamo anche
quando di rappresentatività ufficiale italiana all’estero neppure s’ipotizzava.
Varati con specifiche finalità, con gli anni, i Com.It.Es. hanno,
progressivamente, modificato il loro ruolo. Pur se organismi elettivi, non
rappresentano più la “maggioranza” degli italiani all’estero. Basta prendere in
esame la percentuale di chi ha votato per il rinnovo di questi organismi nel
mondo.
Fare politica, anche dall’estero, ci sembra legittimo. L’importante è
mantenere ciò che si promette. Allo stato attuale, la cultura del ”sembrare”,
più che dell’”essere”, s’è fatta norma. Se i Com.It.Es. intendono restare una
risorsa, come auspichiamo, sarebbe vantaggioso se presentassero progetti
innovativi. Sul fronte della
rappresentatività all’estero, la strada da fare ci sembra ancora molta. Per
poterla percorrere, però, sarebbe necessario un migliore impegno e più
specifici obiettivi.
Insomma, crediamo che per i milioni d’italiani nel mondo sia essenziale
mostrare, ora più che per il passato, idee innovative sul ruolo politico, ma
non solo, dei Comitati degli Italiani all’Estero. Ovviamente, con fatti
concreti che, però, non siamo in grado d’evidenziare.
Giorgio Brignola, de.it.press
Gli italiani a Colonia: un legame che viene da lontano
Quando si parla della presenza italiana a Colonia, si pensa subito
all'emigrazione del secondo dopoguerra, ai lavoratori arrivati in Germania
negli anni del miracolo economico e alle generazioni che hanno contribuito allo
sviluppo della città. Esiste però anche un altro legame, meno noto ma
altrettanto significativo: quello che unisce gli italiani alle radici romane di
Colonia.
La città fu fondata dai Romani oltre duemila anni fa con il nome di Colonia
Claudia Ara Agrippinensium. Per secoli il suo passato romano rimase in gran
parte nascosto sotto gli edifici moderni. Fu un tragico evento della Seconda
guerra mondiale a riportarne alla luce una parte importante. Durante i
bombardamenti alleati, una bomba colpì una zona nei pressi del Duomo facendo
emergere straordinari resti archeologici, tra cui il celebre mosaico di
Dioniso, uno dei più importanti ritrovamenti romani dell'intera Germania.
La scoperta suscitò grande interesse e portò successivamente alla
realizzazione del Museo Romano-Germanico, costruito proprio accanto al Duomo e
sul luogo stesso del ritrovamento. Ancora oggi il museo rappresenta una
testimonianza eccezionale delle profonde radici romane della città e del legame
storico tra il territorio tedesco e la civiltà mediterranea.
Per molti italiani residenti in Germania, visitare il museo significa anche
riscoprire una parte della propria storia culturale. Camminando tra mosaici,
iscrizioni latine, statue e reperti archeologici, si percepisce come la
presenza romana abbia lasciato tracce profonde ben oltre le Alpi. La storia
europea appare allora non come la somma di culture separate, ma come il
risultato di secoli di incontri, scambi e influenze reciproche.
Ho visitato più volte Colonia e ogni volta ho provato una particolare
emozione entrando nel Museo Romano-Germanico. Vedere nel cuore della Germania
testimonianze così importanti della civiltà romana aiuta a comprendere quanto
profonde siano le radici comuni dell'Europa. Per un italiano che vive da molti
anni in Germania, questa continuità storica assume un significato speciale.
Non è un caso che molti italiani residenti a Colonia sentano un forte
interesse per la storia della città. Accanto alla normale integrazione nella
società tedesca esiste infatti la consapevolezza di appartenere a una
tradizione culturale che ha contribuito, insieme a molte altre, alla formazione
dell'Europa moderna.
La presenza italiana a Colonia non è quindi soltanto una vicenda iniziata
nel Novecento. In un certo senso essa affonda le proprie radici in una storia
molto più antica, che risale all'epoca in cui il latino era la lingua della
città e le legioni romane percorrevano le rive del Reno.
Forse è anche per questo che molti italiani si sentono particolarmente a
loro agio a Colonia: perché dietro la modernità di una grande metropoli tedesca
continua a vivere una parte importante della comune eredità europea.
Giuseppe Tizza, Düsseldorf, de.it.press 31.5.26
Alla terza edizione la guida “Primi Passi in Germania”
L’unica cosa che forse non convince pienamente di questa pubblicazione,
giunta felicemente alla sua terza edizione, è proprio il titolo. Basta infatti
leggerne l’indice per rendersi conto che non si tratta soltanto di una guida
per i “primi passi” in Germania. Qui siamo piuttosto davanti a uno strumento
prezioso anche per coloro che vivono da anni nella Repubblica Federale Tedesca
e desiderano comprendere meglio la società che li ospita.
Probabilmente la stessa curatrice, Luciana Mella – docente, giornalista e
ricercatrice – non si è resa pienamente conto di aver gestito un’opera che
possiede anche un significativo valore sociologico. La guida offre, infatti,
una lettura approfondita della Germania, utile sia a chi vi approda per la
prima volta sia a chi vi risiede da tempo.
Perfino i tedeschi possono trovare in questa Guida interessanti spunti di
riflessione, osservando il proprio Paese attraverso uno sguardo italiano.
L’opera, che supera le 250 pagine, è ricca di contenuti ma al tempo stesso
di agevole consultazione. La struttura, chiara e ben organizzata, consente al
lettore di approfondire i singoli argomenti in modo autonomo, passando da un
capitolo all’altro senza difficoltà. Una caratteristica che rivela l’esperienza
professionale della curatrice, abituata nel suo lavoro giornalistico a
individuare gli aspetti essenziali di un tema e a presentarli con chiarezza,
precisione e immediatezza.
Parlando della pubblicazione - edita dai Comites della Germania e con il
patrocinio dell’Ambasciata d’Italia a Berlino - Luciana Mella sottolinea: «È
sempre molto difficile riuscire a immaginare come sarà la nostra nuova vita
quando prendiamo la decisione di andare a vivere all’estero. Se scegliamo di
trasferirci in Germania, che continua a essere una meta molto amata da chi
lascia l’Italia, dobbiamo mettere in conto di confrontarci con una lingua non
immediatamente comprensibile e con una cultura e una mentalità molto diverse
dalle nostre. Ma non solo. Dal sistema sanitario a quello scolastico, dalla
regolamentazione del mondo del lavoro al sistema sociale, le differenze con
l’Italia sono spesso enormi».
Particolarmente utili risultano le schede inserite in appendice e curate
dai singoli presidenti Comites, coordinati dall’Intercomites, che sono
organizzate per circoscrizione consolare con la raccolta di una
vasta gamma di contatti e riferimenti utili: dagli enti culturali ai servizi
per il lavoro, fino alle strutture di assistenza sociale.
L’autrice evidenzia inoltre: «Avere le idee chiare ci aiuterà a capire
meglio ciò che ci attende, a evitare delusioni e, in molti casi, anche problemi
e difficoltà. Questa nuova edizione della guida Primi Passi in Germania,
pubblicata per la prima volta nel 2013, vuole essere un contributo concreto, un
supporto e un aiuto per chi, per un motivo o per l’altro, sceglie di vivere in
questa nazione».
La guida è consultabile online attraverso i siti web dell’Ambasciata
d’Italia a Berlino e dei singoli Consolati italiani presenti sul territorio
tedesco. Pasquale Marino, CdI 1
Il destino di COSMO Italiano è appeso a un filo
COSMO (WDR, Westdeutscher Rundfunk), l’unico programma radiofonico
multilingue e interculturale del servizio pubblico tedesco, rischia la chiusura
definitiva a partire dal 1° aprile 2027. Di Paola Colombo
La scorsa settimana il Consiglio di amministrazione del WDR, che produce il
programma, ha deciso, a maggioranza risicata (25 su 21, uno si è astenuto), di
chiudere il canale radiofonico COSMO. Ciò significa che anche Cosmo
Italiano, il podcast della redazione di lingua italiana, che tempo fa era Radio
Colonia, non ci sarà più.
C’è una petizione che nel frattempo ha raggiunto le 100.000 firme e che si
può ancora firmare per esprimere solidarietà e tentare di fare pressione ai
piani alti. Vedi link qui sotto.
https://innn.it/savecosmoradio
E c’è in corso una raccolta di firme (fino al 9 giugno) di associazioni,
istituzioni a sostegno di Cosmo che verranno consegnate con una lettera aperta
a tutti i direttori e direttrici di ARD nel tentativo anche qui di fare
pressione e far rivedere la decisione presa dal WDR.
Più lunga è la lista, maggiore sarà il peso della richiesta.
La decisione lascia allibiti. Il WDR è l’ultimo baluardo dei programmi in
lingua madre che da 65 anni hanno accompagnato e accolto molti connazionali in
Germania.
Stupisce la miopia politica e culturale proprio in un momento storico di
crescente estremismo di destra di tagliare un servizio pubblico di informazione
in madrelingua che accompagna persone con background migratorio; un servizio
anche di intrattenimento con musica alternativa e non mainstream, espressione
di un panorama musicale vivace e creativo.
Cosmo è la voce pubblica dell’informazione che oggi orienta in Germania i
nuovi venuti: dall’Italia sono circa 25.000, uomini e donne, che ogni anno
arrivano in Germania, non conoscono la lingua né il „sistema Germania“. I
servizi informativi di Cosmo italiano sono una bussola e un salvagente in mare
aperto. Una fonte autorevole di informazione garantita dal servizio pubblico,
fondata sulla professionalità di giornaliste e giornalisti.
Oltre a essere uno strumento di informazione prezioso Cosmo e Cosmo
Italiano sono anche un spazio in cui sentirsi a casa, nella propria lingua di
origine. Un terzo della popolazione tedesca ha poi una storia di migrazione
personale o familiare e le trasmissioni in lingua madre sono un modo per
sentirsi a casa, fare comunità. Ciò ha a che fare con la dimensione emotiva. Lo
sanno molto bene anche le comunità cattoliche quanto sia importante la madrelingua,
la lingua delle origini che ha che fare con l’interculturalità. I programmi in
lingua madre sostengono l‘integrazione non ne sono uno ostacolo
all’integrazione.
Ma il mandato di un servizio pubblico radio televisivo non è quello di
servire con l’informazione e con la prossimità dei temi tutte le parti della
società? Questa si chiama democrazia.
Nello statuto di Cosmo c‘è scritto che il mandato è l’integrazione, la
convivenza. Questo è spirito democratico e di convivenza per il bene
comune.
Di questo spirito si vuole ora fare carta straccia?
Quali formati sostituiranno Cosmo? I temi trattati da Cosmo e dai suoi
podcast troveranno spazi nel palinsesto di altre emittenti del WDR?
Che cosa faranno le giornaliste e giornalisti che collaborano con Cosmo?
Quelli senza contratto di assunzione e che vivono di questo lavoro da anni,
alcuni da decenni, avranno le stesse possibilità di lavoro presso altre
redazioni, dove i loro stessi colleghi tedeschi faticano?
Mi sembra una storia già vissuta e sentita, come quando il Bayerischer
Rundfunk chiuse Radio Monaco nel 2002 insieme alla redazione greca e
serbo-bosniaco-croata. Ci fu una diaspora dei liberi collaboratori e
collaboratrici. La creazione di un programma multiculturale in lingua tedesca
non poteva assorbire le professionalità di tutte e tutti e, a dire il vero, il
programma aveva un carattere folcloristico.
Perdere Cosmo significa perdere programmi e podcast in madrelingua e con
essi la pregnanza delle tematiche. A chi dovrebbero interessare temi sulle
community turche, italiane, serbo croate, bosniache eccetera, trattati in
lingua tedesca?
Ben venga questa lettera a tutti i direttori e a tutte le direttrici di
ARD, probabilmente è ora necessario che una voce come quella di Cosmo sia
sostenuta da tutto l’ente radio radiotelevisivo pubblico tedesco.
C’è da sperare che la lettera aperta trovi occhi attenti a leggerla e ad
accogliere le richieste. Paola Colombo
Pubblichiamo la lettera dell’on. Simone Billi a sostegno di COSMO Italiano
Germania, Billi (Lega): Prosegua il prezioso lavoro di COSMO Italiano
Roma, 30/05/2026 – “Apprendo con forte preoccupazione la notizia che COSMO
Italiano, unica offerta informativa in lingua italiana del servizio pubblico
tedesco, rischia di essere chiusa nei prossimi mesi.
La comunità italiana in Germania conta oggi oltre 900.000 persone ed è in
costante crescita. Per molti connazionali, soprattutto tra i più recenti
arrivati, la redazioneitaliana del WDR rappresenta un punto di riferimento
essenziale per comprendere la realtà tedesca attraverso un’informazione
pubblica, autorevole e accessibile nella propria lingua.
Come già avveniva con Radio Colonia, COSMO Italiano svolge un’importante
funzione di collegamento tra Italia e Germania, contribuendo all’integrazione
dei nostri connazionali e al dialogo tra le due culture.
Per questo rivolgo un appello ai vertici del Westdeutscher Rundfunk
affinché riconsiderino questa decisione e consentano a COSMO Italiano di
proseguire il proprio prezioso lavoro al servizio della comunità italiana
in Germania”
Lo comunica l’On. Simone Billi, presidente del Comitato sugli Italiani nel
Mondo.
Qui la lettera del Comites di Colonia:
Radio Colonia, prima, e COSMO Italiano, dopo, sono da sempre un luogo che
ha promosso e che promuove il dialogo e la ricchezza del
multiculturalismo. Radio Colonia è stata importantissima per il sostegno e
l’aiuto all’integrazione dei nostri connazionali e dopo la trasformazione in
COSMO Italiano ha continuato la sua attività di informazione e sostegno ai
vecchi e nuovi arrivati. Con i podcast in diverse lingue, COSMO è
stata fino ad oggi un’emittente che ha rappresentato le tante persone e le
tante comunità che vivono in Germania. Permettere ora la cancellazione di tutti
questi podcast significherebbe cancellare un patrimonio di esperienze,
conoscenze e inclusione costruito nel corso degli anni, riportando
indietro di molto i progressi compiuti nella promozione della mobilità, del
multilinguismo e del senso di comunità.
Proprio per questo è importante che ciascuno di noi faccia la propria parte
e contribuisca a dare visibilità a questa mobilitazione in favore di
COSMO. Solo attraverso un impegno collettivo sarà possibile far sentire la voce
delle tante persone che riconoscono il valore di COSMO e del suo lavoro.
Grazie fin d’ora per il vostro sostegno e per il vostro impegno nella
diffusione di questo appello.
Un caro saluto, Simonetta Del Favero (dip)
La Paranza di Augsburg: dinamo di interculturalità
AUGSBURG - L’associazione culturale italiana La Paranza nasce ad Augsburg
(Baviera) già nell’ottobre del 2012 come semplice Compagnia Teatrale,
debuttando con un pezzo di cabaret “I Re Magi napoletani”. L’inaspettato
successo spinge il fondatore Daniele De Filippis ad alzare il tiro e a proporre
agli adepti di mettere in scena commedie napoletane, e non solo, da offrire ad
un pubblico sempre più numeroso. L’apprezzamento porta la Compagnia ad “uscire”
da Augsburg e a rendere partecipe del divertimento anche connazionali residenti
a Ingolstadt, Ulm, Regensburg (Ratisbona) e Bamberg.
Il successo sconfina la Baviera grazie ad un particolare rapporto di
reciproca stima e simpatia, nato con la Compagnia Le Maschere di Stoccarda, su
piazza già da alcuni decenni. Nasce un patto di amicizia e di concreta
collaborazione: La Paranza si esibisce nel capoluogo svevo-badense e Le
Maschere ad Augusta (Augsburg).
Questa riuscita ed arricchente esperienza di scambio di “piazza” sfocia nel
passato autunno nella realizzazione del Primo Festival del Teatro Italiano in
Germania. Nella realizzazione 4 Compagnie si esibiscono ad Augsburg e 4 a
Monaco. Il successo riscontrato è talmente allettante che spinge gli
organizzatori a promuovere per il 2028 una Seconda Edizione del Festival.
Intanto il 20 giugno, alla presenza del nuovo Console Generale a Monaco di
Baviera, Fausto Panebianco, La Paranza festeggia i suoi primi 10 anni di
Associazione registrata all’Albo della Associazioni del Comune di Augsburg,
occasione importante per dar voce a diversi attori, impegnati nella
realizzazione delle diverse proposte in programma.
Daniele De Filippis, presidente, fondatore, anima e regista de La Paranza,
ci sottolinea così la necessità di differenziare la loro proposta culturale in
terra bavarese: “La caratteristica che più distingue La Paranza e.V. dalle
altre associazioni italiane in Germania è la sua identità esplicitamente
culturale e interculturale, non legata a un territorio d’origine specifico né a
un orientamento politico. La Paranza non si limita a “riprodurre” l’italianità
all’estero, ma la mette in dialogo con la cultura tedesca e con le altre
comunità presenti ad Augsburg. L’obiettivo non è solo quello di mantenere le
tradizioni, ma anche di creare scambio e contaminazione culturale”.
D. La Paranza nasce come gruppo di cabaret debuttando nel 2013 con “I Re
Magi napoletani”. Grazie all’inaspettato grande apprezzamento del pubblico, la
compagnia si consolida come entità e individua nel coinvolgimento di italiani e
tedeschi la sua linfa vitale. Che cosa cambia o è cambiato nella proposta
culturale?
R. Nino Marciano – scenografo
Quando La Paranza debutta nel 2013 con I Re Magi napoletani, l’obiettivo
principale era far ridere, creare un momento di leggerezza e di riconoscimento
tra italiani ad Augsburg. Il successo inatteso dello spettacolo, però, rivela
qualcosa di più profondo: il pubblico — italiano e tedesco — risponde non solo
alla comicità, ma alla narrazione culturale che la compagnia porta in scena. Da
lì nasce un cambio di prospettiva. La comicità resta un tratto identificativo,
ma si affianca a testi teatrali, performance, letture sceniche e progetti che
esplorano temi sociali, linguistici e interculturali.
D. Quale trasformazione ha dovuto operare la Compagine per poter arricchire
l’offerta culturale, non più limitata alla sola recita?
R. Greta Umilio – direttrice di scena
La trasformazione principale è stata passare da un gruppo che “mette in
scena uno spettacolo” a una struttura capace di progettare, produrre e
condividere contenuti artistici diversificati. Con musica, ballo e cucina, La
Paranza è cresciuta velocemente in diversi ambiti e questo ha richiesto un
cambiamento sia organizzativo sia creativo. Oggi ogni area dell’associazione ha
un proprio responsabile, che dialoga in modo costante e strutturato con il
direttivo, garantendo coordinamento, continuità e una visione condivisa dei
progetti. Io per esempio sono la direttrice di scena per i nostri spettacoli,
per cui mi occupo di allestire il palco in ogni dettaglio; è un gran lavoro, ma
mi dà anche tanta soddisfazione.
D. Che cosa vi ha spinto a registrarvi come Kulturverein all’Albo delle
Associazioni tedesche della Città di Augsburg?
R. Giulio Milighetti – giochi e magia
La decisione di registrarsi come Kulturverein non è stato un atto formale,
ma un passo naturale per la crescita dell’associazione. Ci siamo accorti che La
Paranza non era più soltanto un gruppo teatrale: era diventata una presenza
culturale attiva nella città con progetti, collaborazioni e un pubblico sempre
più ampio. La registrazione ha risposto a tre esigenze fondamentali: diventare
un’associazione riconosciuta per essere riconosciuti come promotori culturali,
partecipare a reti, tavoli e iniziative promosse dal Comune e dialogare con
istituzioni, scuole, teatri e associazioni con maggiore legittimità. In altre
parole, ha dato alla Paranza una voce più forte nel panorama culturale locale.
D. Chi sono gli artefici della nuova proposta che con un “fil rouge” riesce
a legare e ad entusiasmare un pubblico sempre più vario per età, estrazione
sociale ed appartenenza linguistica e culturale?
R. Francesca Bombaci – pubbliche relazioni
Nel corso degli anni le persone si sono avvicinate a noi con delle idee, a
volte con proposte di collaborazione, a volte con progetti ben strutturati. Da
questo movimento sono nate quasi tutte le nuove iniziative della nostra
associazione; dai corsi di cucina siamo passati alla Masterclass di Pizza
Napoletana; con la musica classica abbiamo collaborato con la spanische Ballett
Schule di Augburg; insieme alla VHS proponiamo degli Speed Coffee mensili per
incoraggiare l’incontro linguistico tra italiani e tedeschi. Inoltre la Dante
Alighieri di Augsburg ci supporta in tutte le nostre attività, collaborando in
progetti dedicati alla legalità, alla letteratura italiana contemporanea e
classica, accompagnandoci in vernissage, presentazioni artistiche ed eventi
culturali che hanno ampliato il nostro pubblico e arricchito la nostra
proposta.
D. Chi sono i vostri “specialisti” di musica, danza, cucina, promotori e
organizzatori anche di visite guidate alla città?
R. Antonio Sigillò – vicepresidente, attore e rappresentante Sezione musica
Ti faccio solo alcuni nomi. Roberta Pisaniello è la nostra esperta di danze
popolari. Lei e le sue ragazze si esibiscono anche alla nostra festa dei 10
anni dell’Associazione. Alessandro Lazzarini è un tenore che collabora
stabilmente con La Paranza, portando nei suoi progetti la sua esperienza vocale
e la sua sensibilità artistica. La nostra guida ufficiale è Livia
Arena-Schönberger, che rende ogni visita un’esperienza culturale ricca e
coinvolgente. E poi ci sono anch’io che mi occupo di cantautorato d’autore;
Vincenzo Viscusi che è il nostro esperto per le masterclass di pizza; Fabio
Nardelli che è il nuovo responsabile del gruppo “Cucina”; Giulio che si occupa
delle serate con giochi e organizza anche dei corsi di magia per grandi e
piccoli… insomma offriamo molteplici attività, soprattutto grazie ai tanti
altri soci che rendono possibile tutto questo.
D. Con quali proposte riuscite ad entusiasmare anche ragazzi del
Maria-Theresia-Gymnasium?
R. Barbara Balletta – responsabile per rapporti con scuole
I ragazzi del Maria-Theresia-Gymnasium rispondono con entusiasmo a proposte
che uniscono teatro partecipativo e lingua italiana, vissuta in modo creativo.
Non mancano temi vicini alla loro quotidianità, con esperienze che ci
permettono di accompagnarli in viaggi studi come a Napoli, a conclusione di un
laboratorio su questa città.
D. Qual è il vostro rettangolo di gioco? Solo Augsburg e dintorni?
R. Vincenzo Viscusi – sezione Masterclass Pizza
Augsburg è il cuore dell’attività della Paranza, ma non il suo confine. La
Paranza oggi è ospite regolarmente a Stoccarda, Bamberga, Ingolstadt,
Regensburg, Monaco, Wolfbsurg e nell’autunno 2026 sarà a Bologna e Milano.
Insomma, più che di un rettangolo di gioco si tratta di una vera e propria
mappa culturale in continua espansione, che segue le persone, le collaborazioni
e le opportunità di dialogo interculturale. La Paranza non si muove per
“territori” ma per relazioni: ovunque ci sia un pubblico curioso, una scuola
interessata, un’associazione aperta allo scambio, lì nasce una nuova esperienza
e di conseguenza un nuovo punto sulla nostra geografia artistica. La nostra
scena non ha confini rigidi: è un percorso itinerante, un viaggio che porta la
cultura italiana — e il suo spirito giocoso, teatrale, musicale — in città
diverse, dentro e fuori la Germania, costruendo ogni volta un nuovo ponte tra
comunità.
D. Come reagisce la comunità italiana? Avete un vivaio da cui attingere
forze nuove?
R. Fabio Nardelli – responsabile Gruppo Cucina
La comunità italiana reagisce con grande affetto e partecipazione. Molti
vedono nella Paranza un luogo dove ritrovare lingua, tradizioni e senso di
appartenenza. Ma è anche un’occasione per condividere tutto questo con amici
tedeschi e internazionali. Quanto al vivaio: sì, esiste. Ogni anno nuovi
italiani — studenti, famiglie, giovani professionisti — si avvicinano
all’associazione, portando energie fresche. E non solo italiani: anche tedeschi
e persone di altre nazionalità entrano a far parte dei progetti, arricchendo
ulteriormente il gruppo.
D. Passione e caparbietà sono il vostro binomio vincente?
R. Silvio Cabrele - Cineforum
Assolutamente sì! La Paranza è nata da un atto di passione e si è
consolidata grazie alla caparbietà di chi ha creduto in questo progetto!
Passione e caparbietà sono il motore che ha permesso all’associazione di
crescere, reinventarsi e restare fedele alla propria missione.
D. Qual è il messaggio che scaturisce dalla vostra decennale esperienza di
forieri della lingua e cultura italiana in terra svevo-bavarese?
R. Daniele De Filippis – presidente e fondatore
Il messaggio è semplice e potente: la cultura è un ponte che funziona
sempre, ovunque e con chiunque. In dieci anni La Paranza ha dimostrato che:
l’italiano può essere amato anche da chi non lo parla e che l’arte può superare
ogni barriera linguistica.
Il successo e lo sviluppo della poliedricità del ventaglio dell’offerta
sono nella famosa massima “tutti per uno e uno per tutti”. Per questa speciale
ricorrenza dei 10 anni abbiamo ritenuto doveroso coinvolgere più voci per una
vera ed autentica coralità. Tony Màzzaro, aise 22
Preso atto della mancanza di lavoro si potrebbe fondare il Partito dei
Disoccupati d’Italia. Come a scrivere che la “trovata” non è, poi,
improponibile, ma anche provocatoria.
La nostra non vuole, però, essere una sfida. Ma una semplice, quanto
onesta, valutazione. Scoraggiati, e senza prospettive per il futuro, la
politica potrebbe essere una strada da battere, dato il numero dei senza
lavoro. Tant’è che le stesse Forze Sociali si sono rese conto del reale
scollamento tra il mondo dell’occupazione e quello dei partiti.
Tutti i politici vorrebbero “cambiare” la nostra realtà involutiva. Il
difficile è stabilire il “come” e “quando”. Ostinarsi con un progetto
”alternativo” resta complicato. Se, per assurdo, le varie anime di governo si
fondessero, all’unisono, col varo di un nuovo Movimento d’Opinione, ben lontano
dall’essere un nuovo partito, le previsioni sarebbero sempre congetturate.
Almeno per una nostra esperienza in diretta.
Per ora, è solo fantapolitica; ma
sino a quando? Sopravvivere è una necessità. La deflazione, se mancano i
liquidi, aiuta poco. Non basta vendere di più e a prezzo più basso per
garantire un’omogenea distribuzione del necessario. C’è, infatti, chi comprerà
di più con la stessa somma e chi continuerà a privarsi di tutto per mancanza di
moneta. La situazione nazionale è questa. Non ci devono trarre in inganno le
“ostentazioni” che, purtroppo, ci sono ancora. Anche se sono più di facciata
che applicabili.
Anche dopo il rinnovo politico governativo, L’Italia dovrà riconfigurare il
suo ruolo in ambito comunitario; evitando prese di posizione che sul fronte
politico europeo non significherebbero nulla. Insomma, la realtà nazionale non
è nella condizione d’essere “ribaltata” a livello UE. Il miraggio di un Bel
Paese all’altezza politica dei tempi persistente.
Giorgio Brignola, de.it.press
Brevi di cronaca e politica tedesca
La Germania prepara la grande riforma delle pensioni
Mentre i più recenti sondaggi mostrano come molti elettori guardino con
scetticismo alla capacità del cancelliere Friedrich Merz di portare a termine
entro l’estate il pacchetto di riforme annunciato, il governo federale accelera
su uno dei dossier più delicati della legislatura: la riforma del sistema
pensionistico.
Dopo sei mesi di lavoro, la commissione federale incaricata dal governo ha
presentato una serie di raccomandazioni destinate a ridisegnare il sistema
previdenziale nei prossimi decenni. L’obiettivo è garantire la sostenibilità
del welfare in un Paese che invecchia rapidamente e che dovrà fare i conti con
il progressivo pensionamento della generazione dei baby boomer.
Il punto più controverso riguarda l’età pensionabile. La commissione
propone di collegarla all’aumento dell’aspettativa di vita, prevedendo un
graduale innalzamento oltre gli attuali 67 anni a partire dal 2032. Secondo le
simulazioni, i lavoratori potrebbero andare in pensione a 67 anni e mezzo nel
2041 e a 68 anni nel 2051. Parallelamente verrebbe progressivamente superata la
possibilità di pensionamento anticipato oggi garantita dalla cosiddetta “Rente
mit 63”.
L’altra novità riguarda l’introduzione di una pensione integrativa basata
sugli investimenti finanziari, sul modello svedese. Una quota delle risorse
verrebbe investita sui mercati per affiancare il sistema a ripartizione e
generare rendimenti aggiuntivi nel lungo periodo. La proposta si inserisce in
una più ampia strategia volta a rafforzare anche la previdenza privata e
aziendale. Per Merz, la riforma rappresenta un passaggio inevitabile per
preservare il modello sociale tedesco senza gravare eccessivamente sulle nuove
generazioni.
Sindacati e opposizioni contestano invece il rischio che il costo ricada
sui lavoratori più giovani e su chi svolge professioni particolarmente
usuranti. Il confronto è appena iniziato, ma il dossier pensioni si profila già
come uno dei principali test politici del governo nei prossimi mesi.
Merkel difende Merz e mette in guardia contro il nazionalismo
La lunga intervista di Angela Merkel, rilasciata recentemente al quotidiano
tedesco Die Zeit, in occasione della pubblicazione del secondo volume delle sue
memorie, ha offerto un aperto sostegno a Friedrich Merz. L’ex cancelliera ha
espresso forte preoccupazione per la crescita dei movimenti nazionalisti in
Europa e negli Stati Uniti, ribadendo che pensare di poter prosperare
perseguendo esclusivamente i propri interessi nazionali è un’illusione
destinata a tradursi in conseguenze negative per tutti: “Questo non finirà
bene”, ha avvertito Merkel, richiamando l’importanza della cooperazione
internazionale e delle istituzioni multilaterali.
Nel corso dell’intervista, Merkel ha affrontato anche il tema del ritorno
di Donald Trump alla Casa Bianca, sottolineando la necessità che l’Europa si
prepari ad assumere maggiori responsabilità nella difesa dei propri interessi
strategici e nella salvaguardia dell’ordine internazionale liberale. L’ex
cancelliera ha ribadito che le sfide globali, dalla sicurezza alla
competitività economica, non possono essere affrontate con logiche
nazionalistiche. Merkel ha difeso la necessità di adottare misure incisive per
modernizzare il Paese e rafforzarne la capacità competitiva.
Le sue parole in favore di Merz assumono un forte valore politico in un
momento in cui il governo è chiamato a tradurre le promesse in riforme
concrete.
La Germania cambia passo: al via la riforma dell’intelligence
Per decenni la Germania ha mantenuto un cauto rapporto con il mondo
dell’intelligence. Il peso storico delle esperienze del nazismo e della Stasi
della Germania orientale ha contribuito a limitare il ruolo operativo dei
servizi segreti, sottoposti a rigorosi controlli politici e parlamentari. Oggi,
però, il mutato contesto internazionale sta spingendo Berlino a rivedere questo
approccio.
Il governo di Merz ha avviato una profonda riforma del BND, il
Bundesnachrichtendienst il servizio di intelligence esterna tedesco, che con
circa 6.500 dipendenti rappresenta una delle maggiori strutture informative
europee.
Alla base della svolta la crescente percezione della minaccia russa,
aggravata dall’aggressione in Ucraina, e la consapevolezza che l’Europa debba
rafforzare la propria autonomia strategica senza poter fare affidamento
esclusivamente sulla protezione americana. La riforma prevede un aumento del
bilancio di circa il 25%, un ampliamento delle competenze operative e una
maggiore flessibilità nelle attività di sorveglianza e raccolta delle
informazioni.
Particolare attenzione viene riservata all’impiego dell’intelligenza
artificiale per l’analisi dei dati e all’integrazione delle banche dati con
quelle dei principali partner europei, nel tentativo di rendere più rapida ed
efficace la condivisione delle informazioni.
Consiglio Europeo, Merz: «L’UE ha dimostrato di saper agire»
Al termine del Consiglio europeo del 18-19 giugno, il cancelliere Merz ha
sottolineato nel corso di una conferenza stampa che i leader europei hanno
discusso questioni «di grande importanza per l'Unione europea».
Tra le priorità il rafforzamento della competitività economica, la
riduzione degli oneri burocratici e il sostegno all'Ucraina. Merz ha inoltre
accolto con favore i progressi nel percorso di adesione di Ucraina e Moldova
all'UE, sottolineando la necessità di accelerare il processo di allargamento
come risposta alle sfide geopolitiche del continente.
Sul conflitto russo-ucraino, il cancelliere ha ribadito il sostegno europeo
a Kiev e ha affermato che spetta ora a Mosca dimostrare una reale disponibilità
a negoziati di pace. Commentando l'esito del vertice, Merz ha dichiarato che
l'Europa ha dimostrato di essere «capace di agire», evidenziando il ruolo
dell'Unione come attore sempre più rilevante sul piano politico e strategico.
La Germania festeggia Settantacinque anni di Goethe-Institut
Nato nel 1951, nel pieno della ricostruzione della Germania del Secondo
dopoguerra, il Goethe-Institut celebra il suo Settantacinquesimo anniversario.
L’istituzione è uno dei principali strumenti della diplomazia culturale
tedesca, impegnata a diffondere la lingua e la cultura tedesca.
Con oltre 150 sedi distribuite in quasi cento Paesi, il Goethe-Institut ha
accompagnato le trasformazioni della Germania, promuovendo il dialogo culturale
anche in aree segnate da tensioni politiche, conflitti o restrizioni delle
libertà civili. Un canale privilegiato di incontro tra società civili,
università, artisti e istituzioni.
Come ha ricordato il Presidente Frank-Walter Steinmeier - in occasione
della cerimonia per il 75° anniversario della fondazione del Goethe-Institut
- lo scorso 23 giugno, a Giacarta: "il Goethe-Institut è un figlio
della Repubblica Federale di Germania. I suoi genitori sono stati, da un lato,
una politica coraggiosa e lungimirante, e dall'altro una società civile
responsabile e, soprattutto, profondamente impegnata. Quando oggi celebriamo i
75 anni del Goethe-Institut, rendiamo quindi omaggio alla lungimiranza e, a mio
avviso, anche al coraggio dei padri e delle madri fondatori della Repubblica
Federale. Affidare l'attività culturale all'estero a un'istituzione libera e
autonoma è stata, e continua a essere, una scelta praticamente unica al mondo
nella sua forma".
E In un’epoca caratterizzata da crescenti rivalità e da una competizione
sempre più intensa anche sul piano culturale, il suo ruolo appare oggi più
rilevante che mai.
CDU: smentite le ipotesi di un cambio Merz-WüstLe indiscrezioni su un
possibile passaggio di consegne tra Friedrich Merz e l'attuale presidente del
Nordreno-Vestfalia Hendrik Wüst, alla carica di cancelliere, hanno occupato il
dibattito politico tedesco degli ultimi giorni.
Sebbene l’ipotesi di un cambio alla Cancelleria sia stata prontamente
smentita dai principali esponenti dell’Unione, la vicenda ha riportato al
centro i timori di chi guarda con preoccupazione all’andamento dei sondaggi e
alla crescente forza dell’AfD.
Alcuni ritengono che l’esecutivo non sia ancora riuscito a tradurre in
risultati concreti le promesse di rilancio economico, riduzione della
burocrazia e controllo dell’immigrazione che avevano caratterizzato la campagna
elettorale di Merz. Le critiche rivolte al cancelliere non riguardano la
politica estera, dove Merz continua a godere di forte credibilità, quanto la
sua capacità di imporre una chiara agenda politica interna. Alcuni esponenti
della CDU lamentano una leadership percepita come troppo condizionata dai
compromessi di coalizione e temono che ciò favorisca ulteriormente la crescita
dell’opposizione populista.
Dalla Cancelleria le indiscrezioni sono state respinte come dannose e
irresponsabili, mentre Merz avrebbe espresso forte irritazione per il modo in
cui le speculazioni sono state alimentate nel dibattito pubblico. Diversi
esponenti di primo piano della CDU, tra cui Daniel Günther, Sven Schulze e l’ex
presidente dell’Assia Roland Koch, hanno preso pubblicamente posizione in sua
difesa, escludendo qualsiasi discussione interna su un avvicendamento alla
guida del governo.
A rendere il dibattito ancora più sensibile è il calendario elettorale. Il
2026 è considerato in Germania un vero e proprio “super anno elettorale”, con
importanti elezioni regionali a Berlino, Sassonia-Anhalt e
Meclemburgo-Pomerania Anteriore previste per settembre. Questi appuntamenti
saranno un test politico per il governo federale e per la leadership di Merz,
soprattutto nei Länder orientali dove l’AfD punta a risultati particolarmente
significativi.
A porre fine alle polemiche, il recente incontro programmato da mesi tra
Merz e Wüst a Meschede, nel Sauerland. Doveva essere un ordinario incontro a
porte chiuse della CDU della Renania Settentrionale-Vestfalia dedicato alle
prospettive politiche del partito. Si è trasformato invece in un importante
segnale di unità per il partito.
All'incontro di due giorni che ha riunito deputati regionali, federali ed
europei, Merz e Wüst sono apparsi fianco a fianco. L'evento ha assunto una
rilevanza politica particolare perché è stato il primo faccia a faccia pubblico
tra i due leader dopo le indiscrezioni del possibile Kanzlertausch, il cambio
di Cancelliere. Durante l'incontro, Wüst ha definito le speculazioni Quatsch,
sciocchezze, e ha assicurato a Merz il suo «pieno sostegno personale» e quello
dell'intera CDU del Nordreno-Vestfalia. Merz, dal canto suo, ha elogiato il
lavoro del governo regionale e la forza della CDU NRW, mostrando unità e
chiudendo il dibattito mediatico sulla leadership dell'Unione.
Il Baden-Württemberg estende il divieto di fumo negli spazi pubblici
Dal 1° giugno è entrata in vigore in Baden-Württemberg una delle più ampie
riforme regionali tedesche in materia di tutela dal fumo passivo. Il Land,
governato da una coalizione tra Verdi e CDU guidata dal presidente Winfried
Kretschmann, ha esteso il divieto di fumo a numerosi spazi pubblici frequentati
da bambini e famiglie, tra cui fermate di autobus e tram, parchi giochi,
piscine all’aperto, zoo e parchi divertimento.
Le nuove norme si applicano anche a sigarette elettroniche,
indipendentemente dalla presenza di nicotina. La riforma, promossa dal governo
regionale e dal ministro della Salute Manne Lucha (Verdi), punta a rafforzare
la protezione dei minori e a ridurre l’esposizione al fumo passivo negli spazi
pubblici. Restano possibili aree riservate ai fumatori in alcune strutture
ricreative, mentre scuole e edifici pubblici diventano completamente
smoke-free. Per i trasgressori sono previste multe fino a 500 euro in caso di
recidiva.
L’introduzione delle nuove regole ha riacceso il dibattito sul rapporto tra
salute pubblica e libertà individuali. In questo contesto si inseriscono le
recenti critiche del sindaco indipendente di Tubinga, Boris Palmer noto per le
sue posizioni anticonformiste. Palmer ha annunciato che a Tubinga non si
effettueranno controlli sul fumo alle fermate del trasporto pubblico,
contestando una legge che giudica poco chiara e difficilmente applicabile.
Berlino festeggia Vent’anni della Hauptbahnhof
Vent’anni fa, il 26 maggio 2006, Berlino inaugurava la sua nuova
Hauptbahnhof, una delle stazioni ferroviarie più moderne d’Europa. Costruita in
vetro e acciaio nel cuore della capitale, sull’area dell’antica Lehrter
Bahnhof, la struttura è diventata in pochi anni più di un semplice nodo
ferroviario: oggi rappresenta uno dei simboli della Germania riunificata.
Ogni giorno oltre 300.000 persone transitano attraverso i suoi cinque
livelli e le sue linee ad alta velocità che collegano il Nord e il Sud, l’Est e
l’Ovest del Paese. La stazione è il risultato di una scelta politica e
urbanistica maturata dopo il 1990, quando Berlino tornò a essere la capitale
della Germania unita. L’obiettivo era creare un nuovo centro della mobilità
nazionale in grado di superare le divisioni infrastrutturali ereditate dalla
Guerra Fredda.
Il governo federale apre le porte ai cittadini
Il 20-21 giugno si terrà a Berlino il tradizionale Tag der offenen Tür , la
Giornata delle porte aperte, che consente ai cittadini di visitare la
Cancelleria federale, i ministeri e le principali istituzioni dell’esecutivo.
Per la prima volta l’evento è stato anticipato a giugno, dopo essersi
svolto per anni alla fine dell’estate. Nel corso del fine settimana saranno
aperti al pubblico la Cancelleria, i 16 ministeri federali e l'ufficio stampa
del governo, con visite guidate, dibattiti, incontri con esponenti del governo
e numerose iniziative rivolte alle famiglie.
Tra gli appuntamenti più attesi l’incontro pubblico con Friedrich Merz,
previsto domenica 21 giugno alla Cancelleria.
Dalla KAS: i Balcani occidentali e il futuro dell’allargamento europeo
La Rappresentanza della Konrad-Adenauer-Stiftung a Roma ha ospitato nei
giorni scorsi il Direttore dell’Ufficio KAS per Serbia e Montenegro, Jakov
Dev?i?, e la ricercatrice Milena Deni? per la presentazione dello studio
“Quanto mi costano i Balcani?”, dedicato alle implicazioni economiche di un
possibile allargamento dell’Unione europea ai Paesi dei Balcani occidentali.
L’analisi esamina costi, opportunità e benefici derivanti dall’integrazione
graduale della regione nel mercato e nelle politiche dell’UE, in una fase in
cui il tema dell’allargamento è tornato al centro del dibattito europeo anche
alla luce delle trasformazioni geopolitiche in corso. Durante l’incontro,
rappresentanti del mondo politico, accademico e della società civile hanno
discusso il valore strategico del processo di adesione e il suo impatto sui
Paesi membri.
Lo studio è stato successivamente presentato anche alla European University
Institute di Firenze, dove ha offerto l’occasione per un confronto con studiosi
e studenti provenienti da diversi Paesi europei sul futuro dell’integrazione
dell'area balcanica. Kas 5 e 26
Una differenza culturale tra Sicilia e Germania
Chi vive tra culture diverse impara presto che le parole non hanno lo
stesso significato ovunque. Non perché cambino i vocaboli, ma perché cambia il
modo di usarli.
In Germania ho osservato una tendenza diffusa a esprimere apertamente ciò
che si pensa. Se qualcosa piace, si dice. Se non piace, si dice ugualmente. Se
una proposta convince, si approva. Se non convince, si respinge. La chiarezza è
considerata una forma di rispetto verso l'interlocutore.
In Sicilia, almeno nella cultura tradizionale che ho conosciuto durante la
mia giovinezza, la situazione è spesso diversa. Non sempre si esprime
direttamente ciò che si pensa, ciò che si desidera o ciò che si rifiuta. Le
relazioni umane sono spesso accompagnate da sfumature, allusioni, silenzi e
sottintesi.
Un "vedremo" può significare un rifiuto. Un silenzio può
esprimere dissenso. Un consenso apparente può nascondere una riserva che non
viene manifestata apertamente.
Questa differenza non nasce da una maggiore o minore sincerità delle
persone. Si tratta piuttosto di due modelli culturali differenti.
La cultura tedesca tende a privilegiare la trasparenza e la chiarezza. La
cultura siciliana tradizionale ha spesso privilegiato l'armonia del rapporto e
l'evitamento del conflitto diretto.
Entrambi gli approcci presentano vantaggi e limiti. La comunicazione
diretta può risultare efficace ma talvolta brusca. Quella indiretta può essere
più diplomatica ma rischia di generare incomprensioni.
Per chi vive tra le due culture, come molti italiani emigrati in Germania,
questa differenza rappresenta una continua occasione di apprendimento.
Comprendere che dietro lo stesso comportamento possono esistere logiche
culturali diverse aiuta a costruire ponti tra persone e popoli.
Forse il futuro appartiene a una sintesi tra i due modelli: la chiarezza
tedesca accompagnata dalla sensibilità relazionale mediterranea. Dire ciò che
si pensa senza rinunciare al rispetto per gli altri potrebbe essere una delle
competenze interculturali più importanti del nostro tempo.
Giuseppe Tizza, de.it.press 6
L’ambasciatore Bucci a Dresda per rafforzare la cooperazione italo-tedesca
BERLINO - L’ambasciatore d’Italia in Germania, Fabrizio Bucci, si è recato
a Dresda, in Sassonia, l’8 e il 9 giugno per una serie di incontri con
rappresentanti delle istituzioni, del mondo imprenditoriale, della ricerca
scientifica e della cultura.
La collaborazione tra Italia e Germania, anche a livello comunale e
regionale, è stata anche al centro degli incontri con il sindaco Dirk
Hebert e con il ministro presidente della Sassonia, Michael Kretschmer. Sulla
scia del Vertice intergovernativo fra Italia e Germania dello scorso gennaio,
sono state discusse concrete possibilità di rafforzare la collaborazione in
settori strategici per entrambi i Paesi.
Ampio spazio è stato dedicato alla candidatura congiunta della Regione
Sardegna e del Land della Sassonia per ospitare il telescopio europeo di terza
generazione per la rilevazione delle onde gravitazionali “Einstein”. Già nel
gennaio scorso Sardegna e Sassonia avevano firmato un Memorandum of
Understanding volto a rafforzare la cooperazione scientifica e a sostenere
congiuntamente la candidatura dei rispettivi territori, puntando sull’ipotesi
della configurazione del telescopio “a doppia L”, con due osservatori gemelli
per massimizzare la sensibilità nella ricerca dei deboli segnali
gravitazionali.
Per l’ambasciatore Bucci la cooperazione tra Sardegna e Dresda è la prova
della “capacità di innovazione di regioni lontane e diverse per storia e
tradizioni, capaci tuttavia di fare squadra per progetti scientifici di primo
piano e che guideranno il progresso tecnologico dei prossimi decenni”.
Il Memorandum siglato fra le due ragioni, punta inoltre a aumentare la
cooperazione scientifica tra l’Università della Tecnica di Dresda, le
Università di Cagliari e Sassari e gli altri enti di ricerca coinvolti nel
campo dell’astrofisica e della fisica delle onde gravitazionali e di rafforzare
le due candidature per il Telescopio Einstein.
I temi della cooperazione nel campo della ricerca scientifica sono stati
discussi dall’ambasciatore Bucci con la prorettrice per
l’Internazionalizzazione dell’Università della Tecnica di Dresden (TU) Roswitha
Böhm. Nel corso dell’incontro, molto cordiale, è stato messo in valore l’ampio
numero di progetti di cooperazione con le Università italiane avviato da Dresda
anche nel campo dello studio della lingua italiana.
A seguire, l’ambasciatore ha visitato il laboratorio del Professor
Gianaurelio Cuniberti, punto di riferimento internazionale nel campo delle
nanotecnologie e Presidente di SIGN, la rete di scienziati italiani attivi in
Germania. Ha inoltre incontrato i numerosi ricercatori e dottorandi italiani
che hanno brevemente illustrato i loro progetti di ricerca e i loro percorsi di
studio.
“La presenza di numerosi ricercatori e ricercatrici come pure di tanti
studenti italiani è la dimostrazione della vitalità della nostra comunità
scientifica, un tassello indispensabile per rafforzare ulteriormente anche la
cooperazione industriale tra i nostri due Paesi, ha affermato l’ambasciatore,
aggiungendo: “Siete i migliori rappresentanti dell’Italia all’estero”.
Il tema della cooperazione industriale, con speciale riferimento ai
semi-conduttori, è stato approfondito durante una colazione di lavoro con
rappresentanti del network imprenditoriale Silicon Saxony e di aziende leader
del settore tecnologico quali Tokyo Electron Europe e Infineon.
Nel corso della sua visita, l’ambasciatore Bucci ha incontrato anche
esponenti del mondo culturale e artistico di Dresda, che vanta un prestigioso
patrimonio di arte italiana.
È stato infine accolto dal preside del Liceo Dresden-Pieschen, David Obst,
e dal corpo docente per un incontro con gli allievi che studiano la lingua
italiana come insegnamento curriculare e che partecipano ai progetti promossi
dalla Deutsch-Italienische Gesellschaft Dresden e.V. – Società Dante Alighieri
(DIG). (aise 11)
In Ambasciata le associazioni italiane a Berlino
BERLINO – L’Ambasciata d’Italia a Berlino ha aperto le proprie porte al
mondo dell’associazionismo italiano attivo nella capitale tedesca.
Nell’accogliere i presenti, l’Ambasciatore Fabrizio Bucci ha definito le realtà
presenti “una ricchezza per tutti: per la comunità che ci accoglie, per i
nostri connazionali e anche per l’Ambasciata”. Proprio l’associazionismo
rispecchia la vivacità e la pluralità della comunità italiana: accanto ad
associazioni storiche e attente alle questioni sociali direttamente legate alla
quotidianità di chi decide di trasferirsi in Germania, come ad esempio i
patronati del lavoro, si sono affiancate negli ultimi anni organizzazioni per
la promozione della cultura e della lingua italiana, per l’inserimento
lavorativo, per la tutela dei diritti delle donne e di quelli delle
persone con disabilità. Sono inoltre presenti associazioni per la promozione
della legalità e il contrasto alla mafia, nonché per la preservazione della
memoria collettiva. Un’evoluzione che rispecchia la crescita della comunità
italiana nella capitale tedesca. Come ha ricordato l’Ambasciatore Bucci tutte
queste realtà “sono espressione di una comunità ben integrata e radicata, che è
molto cresciuta e cambiata nel corso degli anni”. L’obiettivo dell’iniziativa è
fare dell’Ambasciata un luogo dove possano essere rafforzate le sinergie per
progetti comuni: in questo modo il palazzo diplomatico diventa davvero “Casa
Italia”, dove associazioni diverse per storia e interessi, segnando persino
differenti generazioni, possono confrontarsi e definire una progettualità
condivisa, ciascuno secondo il proprio ruolo e le proprie competenze. La
possibilità di connettere queste realtà e di offrire loro un’occasione di
confronto e di discussione concretizza il lavoro dell’Ambasciata di sostegno
agli italiani a Berlino. All’iniziativa ha preso anche parte una rappresentanza
da Roma dell’organizzazione “La ruota internazionale”, attiva dal 1999 e che si
occupa di diversi progetti di solidarietà internazionale, in particolare per
sostegno all’istruzione e l’accesso all’acqua potabile. Al termine del
confronto, gli ospiti hanno avuto la possibilità di una visita guidata dell’edificio
e in particolare delle opere di arte contemporanea attualmente esposte. (Inform
19)
Cgie. Riunita la Continentale Europa. Elezione dei Comites
MADRID - Con l’intervento del vicesegretario Giuseppe Stabile sono iniziati
oggi pomeriggio al Consolato generale d’Italia a Madrid i lavori della
Commissione continentale Europa – Nord Africa del Consiglio generale degli
italiani all’estero. Presenti ai lavori l’Ambasciatore italiano in Spagna,
Giuseppe Buccino, il Console generale Spartaco Calderaro, la segretaria
generale del Cgie, Maria Chiara Prodi, e in collegamento il Console generale a
Barcellona Luca Fava, il viceconsole ad Arona Gianluca Cappelli Bigazzi e
Antonio Moscatello, Viceprefetto della Direzione centrale per i Servizi
demografici del Ministero dell’Interno. Intervenuti da Roma i senatore Menia
(FdI) e Crisanti (Pd).
Espressa “soddisfazione” per la scelta della Spagna come sede dei lavori –
paese dove risiede, lavora ed è stato eletto al Cgie – Stabile ha voluto
ricordare la “significativa presenza” della comunità italiana nel Paese e
sottolineare come la rete diplomatico-consolare “qui sia esempio concreto di
come professionalità e spirito di servizio e capacità di ascolto si traducono
in una efficace vicinanza ai cittadini”.
“Viviamo una fase internazionale particolarmente complessa”, caratterizzata
da una “crescente polarizzazione del dibattito pubblico”, spesso vittime di
“dinamiche che alimentano le contrapposizione anziché favorire il confronto”,
ha aggiunto Stabile secondo cui il “ruolo delle istituzioni assume un valore
sempre più importante”, così come è importante usare sempre “un linguaggio
rispettoso” e lavorare ad una “cultura del dialogo che anteponga la ricerca di
soluzioni alla logica dello scontro”. Le parole “non sono mai neutre,
costruiscono ponti o creano conflitti”.
Richiamata l’importanza del rispetto delle istituzioni, Stabile ha
richiamato il recente episodio che ha coinvolto una pagina facebook di italiani
a Barcellona a dimostrazione di quanto “determinati atteggiamenti possano
oltrepassare i limiti del confronto civile”. Il vicesegretario ha poi citato il
“significativo miglioramento” dei servizi consolari in Spagna; “sono risultati
oggettivamente riscontrabili che devono essere riconosciuti” seppur nella
consapevolezza che “ogni servizio pubblico possa e debba migliorarsi”.
La Continentale vuole dunque essere uno “spazio di confronto” che tratterà
“temi di grande rilevanza, dalla diplomazia scientifica alle relazioni
economico-commerciali tra Italia e Spagna ai servizi consolari”, un luogo di
“proposta e sintesi” a lavoro per “rafforzare il rapporto tra istituzioni e
comunità”.
Trattenuto a Roma, il sottosegretario agli esteri Massimo Dell’Utri ha
inviato un videomessaggio in cui ha sottolineato la “sincera dedizione e la
costante, ammirevole responsabilità” con cui il Cgie si impegna “in nome e per
conto delle nostre collettività”. Nel rapporto con i connazionali, “il dialogo
e la collaborazione tra Governo e Consiglio generale rappresentano strumenti
fondamentali per affrontare con efficacia le sfide che abbiamo davanti, per
proseguire insieme il lavoro avviato negli ultimi anni e per porci nuovi e
ancor più ambiziosi obiettivi”.
Richiamata la risposta “pronta ed efficace” della Farnesina nelle diverse
crisi nel mondo – dalle guerre alla tragedia di Crans Montana, dai detenuti
italiani in Venezuela alla guerra nel Golfo – Dell’Utri ha richiamato l’impegno
della Farnesina per l’erogazione di servizi consolari “sempre più rapidi,
efficienti e di qualità”, a fronte dell’aumento dei connazionali che, al 30
aprile scorso, erano saliti a 7.438.236 unità (74.723 in più - pari all’1% -
nel solo primo quadrimestre dell’anno).
I servizi consolari, ha detto Dell’Utri, sono stati impegnati in questi
mesi nel rilascio delle Cie in vista del termine del 3 agosto (il Governo ha
prorogato la validità delle carte di identità oltre il 3 agosto, ma non per
l’espatrio – ndr): nel 2025 ne sono state rilasciate più di 202 mila, ha
informato il sottosegretario, più di 90mila nei primi quattro mesi dell’anno.
Il tutto, ha aggiunto, ”in un quadro di iniziative di innovazione digitale
promosse dall’Amministrazione, dall’ormai completato percorso di migrazione dei
Portali sui servizi consolari al Polo Strategico Nazionale, allo sviluppo dei
nuovi applicativi Ge.Co. (Gestione Consolare) e Fast It”.
Certo, ha riconosciuto, “vi sono e vi saranno criticità fisiologiche legate
alla rapida transizione digitale ed alla di modernizzazione senza precedenti
della Rete consolare. Tuttavia, si tratta di processi irrinunciabili e ad oggi
non più rimandabili nell’ottica di costruire servizi più semplici, trasparenti
e pienamente digitalizzati, capaci di sostenere una comunità italiana
all’estero in costante crescita”.
Richiamata la recente Conferenza dei Consoli d'Italia nel mondo, Dell’Utri
ha citato le prossime elezioni dei Comites in programma entro la fine di
quest’anno: “le interlocuzioni interne tese all’approvazione delle date di
indizione e di votazione, passaggio preliminare indispensabile per l’avvio
formale delle attività organizzative, sono state completate. Come previsto
dalla normativa vigente, sulle date individuate, è stato acquisito dal CGIE il
parere di Legge”, ha detto Dell’Utri riferendosi alla data del 3 settembre
quando sarà emanato il decreto di indizione delle elezioni.
L’Amministrazione, ha assicurato, “si impegna ad una capillare azione di
sensibilizzazione dei connazionali all’estero riguardo all’evento elettorale.
Sarà in ogni caso fondamentale il vostro coinvolgimento, con lo scopo condiviso
di incrementare quanto più possibile il bacino elettorale attivo e passivo. Gli
organismi rappresentativi degli italiani all’estero – ha concluso – dovranno
difatti confermare la propria capacità di essere ampia espressione reale di
tutti i connazionali aventi diritto di voto e di tutte le variegate componenti
delle nostre comunità all’estero, di più recente e di più vecchia emigrazione”.
In collegamento dal Senato, trattenuto da lavori parlamentari, Roberto
Menia (FdI) ha salutato i consiglieri richiamando il “rispetto e la
consapevolezza antica” che lo lega agli italiani all’estero. “Qualcuno ha un
approccio misto tra doverosa nostalgia e pietistica solidarietà, mentre altri
hanno consapevolezza del valore dell’Italia all’estero”, ha detto Menia che
anche in questa occasione ha ribadito che “l’Italia non è solo dentro i confini
nazionali”, ma “ovunque sono i suoi valori”. L’augurio ai consiglieri, ha
concluso, è di “continuare a seminare italianità in ogni luogo del mondo”.
Presente alla sessione inaugurale anche l’Ambasciatore italiano a Madrid,
Giuseppe Buccino. Il Cgie “assolve ad una funzione precisa nell’architettura
della Repubblica: assicura il collegamento tra l’Italia e i connazionali
all’estero sul piano della rappresentanza e della partecipazione democratica”.
Citato il filosofo spagnolo José Ortega y Gasset che ad alcuni studenti di
Berlino, ben prima della nascita della Comunità europea, spiegò che “l’uomo
europeo ha sempre vissuto in due spazi storici contemporaneamente: l’Europa e
la propria nazione”, l’Ambasciatore ha sostenuto che questa definizione “ancora
descrive gli italiani in Spagna: non lasciano l’Italia per entrare in un
altrove, abitano due spazi insieme, e li vivono in modo pieno, senza che l’uno
tolga nulla all’altro, pienamente radicati in entrambi paesi”. Richiamato lo
“straordinario contributo degli italiani all’economia spagnola” – lo 0,5% del
totale degli stipendi in Spagna è pagato da imprenditori italiani – ma anche
nella ricerca, nella scienza, nell’insegnamento e nelle professioni.
La mobilità - “un tratto distintivo della nostra storia nazionale” – oggi
continua in forme nuove, “partenza e ritorni sono due vasi comunicanti come
dice il Presidente Mattarella” e sempre più verso la Spagna che è una delle
mete principali degli italiani, “soprattutto dopo la Brexit”. Una comunità
dalla “varia composizione”, arricchita anche “da quanti arrivano dall’America
Latina, memoria di percorsi migratori molti più lunghi”, composta da più di
360mila connazionali, erano 300mila quando Buccino è arrivato a Madrid 3 anni
fa. A questi si aggiungono circa 5 milioni di turisti italiani l’anno.
Numeri importanti che, ha sottolineato l’Ambasciatore, danno la misura del
lavoro dei Consolati. Anche per questo occorre contrastare la “pervicace azione
diffamatoria di pochi soggetti che, attraverso una pagina Fb hanno rivolto
minacce esplicite al personale”. Sul punto, Buccino, così come i consoli
generali Spartaco Calderaro (Madrid) e Gabriele Luca Fava (Barcellona), ha
ringraziato il Cgie per il messaggio di “solidarietà e condanna” per quanto
accaduto nei mesi scorsi. Quanto alle Canarie, consapevoli dell’importanza di
fornire sevizi consolari efficienti, l’Ambasciatore ha anticipato che proporrà
al Maeci l’elevazione a Consolato del vice consolato ad Arona vista la
“crescita della collettività” che ad oggi sfiora i 50mila iscritti Aire.
Fondamentale proseguire anche nella digitalizzazione dei servizi anche in vista
della “preparazione delle elezioni” dei Comites affinchè “la partecipazione
democratica possa esercitarsi davvero ovunque si viva”.
“Essere italiani in Spagna – ha concluso l’Ambasciatore - non significa
vivere altrove, ma abitare due spazi. La nostra comunità rappresenta una
ricchezza per entrambi i Paesi e per l’Europa”.
In collegamento da Roma ha portato i saluti all’assemblea anche il senatore
Pd Andrea Crisanti che ha richiamato il “forte impegno” del Partito democratico
“sia nella legge di bilancio che in altre occasioni per garantire risorse
adeguate a Comites, Cgie ed enti gestori”. I consolati “sono l’immagine della
nostra Italia” e quindi devono essere “in grado di funzionare e rappresentare
adeguatamente lo Stato”, ha aggiunto il senatore prima di richiamare un recente
incontro con il sottosegretario Dell’Utri cui ha segnalato “i problemi degli
enti gestori nella rendicontazione: il sottosegretario ha promesso che stanno
valutando un sistema più semplice per la validazione della documentazione”.
Quanto ai Comites, Crisanti ha sostenuto che “l’inversione dell’opzione
impatta sull’affluenza” al voto; le risorse stanziate, ha concluso, “servono sì
per l’esercizio del voto, ma anche per informare i cittadini: serve una
campagna di sensibilizzazione adeguata” perché “più persone votano, più è alta
la legittimazione degli organismi”.
Di elezioni ha parlato anche la segretaria generale del Cgie, Maria Chiara
Prodi: “tutti noi dobbiamo impegnarci al massimo”, ha sottolineato. “Durante la
nostra ultima plenaria abbiamo richiamato la storia della rappresentanza:
apprezziamo come cifra dei nostri valori il fatto che siamo stati pionieri
della istituzionalizzazione della diaspora”, che ora “chiede un nuovo sguardo e
nuovi strumenti”. Per questo bisogna essere “pionieri anche oggi, cercando di
dare indicazioni” utili su “come approcciarsi al rinnovo dei Comites,
coinvolgendo l’elettorato sia attivo che passivo”. Il Cgie deve “rendere più
desiderabili queste forme di partecipazione e proteggerle, spiegando bene cosa
sono e cosa no”.
Per un voto “che sia il più partecipato possibile” occorre “l’aiuto
reciproco tra Amministrazione e comunità”, ha sostenuto Prodi citando in
particolare l’inversione dell’opzione (per votare i connazionali devono
iscriversi nel registro degli elettori – ndr) e le procedure per la
registrazione delle firme come “due grosse difficoltà” che rischiano di oberare
ancora di più i Consolati “in un mese mezzo”.
Quanto, infine, alla “situazione incresciosa creata a Barcellona” dalle
minacce espresso nella pagina Facebook citata anche da Stabile e Buccino, Prodi
ha sostenuto che “le comunità virtuali non sono la stessa cosa rispetto a
quelle reali; ci sono persone pronte a capire che esiste un “conflitto
positivo” dove il confronto fa superare le difficoltà e si arriva ai risultati;
e poi ci sono strumenti sempre più potenti che simulano presenza, connessioni e
amicizia ma che non si prendono la responsabilità della soluzione dei
conflitti”.
I Consoli generali di Madrid, Barcellona e il viceconsole ad Arona hanno
infine illustrato il lavoro nelle rispettive sedi, soffermandosi nel dettaglio
dei servizi consolari. (ma.cip.\aise 18)
L’opinione è uno stato mentale correlato a uno o più, problemi che si
prestano a essere discussi e interpretati; anche se non, necessariamente,
condivisi. Ne consegue che i nostri
interventi su questo quotidiano internazionale lasciano, sempre, spazio per
aderire, o no, alle nostre tesi. L’argomento non ha importanza.
L’ha, invece, il modo col quale proponiamo le nostre opinioni. Le scriviamo
in modo da consentire a chi ci segue di replicare, in tutta libertà, il suo
punto di vista su quanto ha letto. I convincimenti non sono decisivi, come non
lo sono le opinioni. Almeno secondo un nostro modo d’interpretare i “pareri”.
In politica, ci comportiamo nello stesso modo. Senza sopportare nessuno.
L’opinione è libera e, di conseguenza, non vediamo motivo non prendere atto di
chi si mostra interessato. Ci preme evidenziarlo proprio nello spirito
d’autonomia che caratterizza questo giornale. Insomma, “stiamo con tutti e con
nessuno”. Posizione, tutto considerato, che lascia l’opportunità di
partecipare, con un proprio contributo d’idee, all’informazione.
Pensiamo che non ci sia modo migliore per mostrare, con poche riflessioni,
un modo di fare giornalismo al servizio di un’informazione indipendente. Del
resto, tanto per chiarire ancor più il concetto, il nostro è sempre stato un
servizio esplicitamente d’opinione che portiamo avanti anche in questo “web
giornale”.
Giorgio Brignola, de.it.press
Tempi stretti per le elezioni dei Comites: il dibattito alla Continentale
Europa del Cgie
ROMA - Caporetto o no, i tempi sono stretti: le elezioni dei Comites hanno
tenuto banco nell’ultima parte dei lavori della Commissione continentale Europa
– Nord Africa del Consiglio generale degli italiani all’estero da ieri riunita
a Madrid. I consiglieri, moderati dal vicesegretario d’area Giuseppe Stabile,
si sono confrontati dopo che ieri, nel suo videomessaggio, il sottosegretario
agli esteri Massimo Dell’Utri ha confermato che il decreto di indizione delle
elezioni verrà emanato il 3 settembre. Le votazioni, quindi, si terranno
presumibilmente il 4 dicembre.
Date che, è stato ricordato, ricalcano quasi pedissequamente quelle del
2021; di diverso c’è che, cinque anni fa, la Direzione generale per gli
italiani all’estero a fine maggio aveva già inviato indicazioni alla rete
consolare, mentre ad oggi, su quel fronte, tutto tace.
A preoccupare i consiglieri, quindi, sarebbe “l’ingolfamento” dei consolati
che, in autunno, sarebbero alle prese con gli strascichi del rilascio della Cie
(dal 3 agosto le carte di identità cartacee non saranno più valide, perché il
decreto del Consiglio dei ministri limita la proroga della validità ad alcune
funzioni - ndr) ma anche con la sottoscrizione delle firme e con tutti gli
altri adempimenti che precedono le elezioni.
La segretaria generale Maria Chiara Prodi ha spiegato ai colleghi che,
subito dopo la plenaria, il Comitato di presidenza ha inviato alla Dgit il suo
parere negativo, votato a maggioranza, sulle date proposte per le elezioni e il
documento redatto dalla III Commissione approvato dall’assemblea. Nella lettera
alla Dg Limoncini, ha riportato Prodi, abbiamo “sollecitato un percorso
condiviso” per la “definizione di quadro operativo chiaro” così da poter
“supportare il Maeci e i consolati nella presentazione delle liste” auspicando
che possa essere compiuta “digitalmente” attraverso Fast it. Nel documento si
fa riferimento anche alla “essenziale mappatura Paese per Paese delle diverse
modalità di autentica disponibili” e alla necessità di “costituire una task
force nelle circoscrizioni (sarebbero 14 - ndr) che quest’anno eleggeranno i
Comites per la prima volta” così da “accompagnare adeguatamente le comunità”.
Nel documento inviato alla Dgit, ha spiegato Prodi, si annuncia poi che il
“Cgie sottoporrà al Consiglio di stato la questione del disallineamento della
durata della consiliatura di Comites e Cgie” sottolineando come le elezioni dei
Comites “incida sull’espletamento del mandato del Consiglio generale” che
rimarrebbe in carica 4 anni invece di 5.
Ancora in attesa della risposta della Dgit, Prodi ha spiegato che risposte
non sono state date neanche durante la Conferenza dei Consoli cui hanno
partecipato lei e Lodetti.
Due le questioni presentate da Stabile: la prima sulla opportunità di “rivedere
gli scaglioni” sul numero delle sottoscrizioni necessarie per la presentazione
delle liste; la Continentale, ha aggiunto, alla luce di quanto accaduto a
Barcellona - dove gli animatori di una pagina facebook hanno finito per
minacciare i dipendenti consolari, persone che, ha detto Stabile, si
presenteranno alle prossime elezioni - potrebbe proporre a chi si prepara a
presentare delle liste per i prossimi Comites “di fare un controllo molto
specifico sui nuovi candidati, che dovrebbero rispecchiare minimi requisiti di
conoscenza sul diritto consolare e di decoro nell’esercizio delle loro
funzioni”.
Una proposta che ha lasciato perplessi molti consiglieri: Scigliano
(Germania) ha sostenuto che “quando ci sono le elezioni i criteri sono altri” e
cioè si privilegia “chi porta i voti”. Di diverso avviso la collega Rossi
(Germania) secondo cui “la lista non si fa in base ai voti, ma per
rappresentare la collettività, rispettando il genere, inserendo giovani e
professionisti”.
Per Conte (Germania) “non si possono mettere paletti alle liste, ciascun
iscritto Aire ha diritto di presentarsi”.
Stabile ha quindi precisato che il suo era “un auspicio non una
imposizione: che poi le liste non lo facciano è un’altra questione, ma secondo
me il richiamo va fatto. Sarebbe un segnale di maturità del Cgie”.
Secondo Prodi più che di “controllo qualità” si dovrebbe parlare di
“pedagogia” nel senso di formazione, ripartendo dalle “best practices” come
quella avviata in occasione del voto del 2021 dalla Commissione VII che
organizzò webinar formativi che portarono alla formazione di nuove liste in
Thailandia, Cile e Austria, soprattutto per affiancare i 14 nuovi Comites che
si costituiranno per la prima volta.
Il vicesegretario non è stato l’unico a chiedere di votare una proposta:
Conte ha rilanciato sostenendo l’opportunità che la Commissione votasse il
documento approvato dal Cdp illustrato da Prodi per dare un segnale e
sollecitare una risposta dalla Dgit. Con questa tempistica, il voto “sarà una
grande Caporetto”, ha detto Conte secondo cui si potrebbe “votare all’inizio
del 2027 insieme alle politiche”.
“Perché rinviare le elezioni quando oggi due Consoli generali hanno detto
che non hanno difficoltà e che non si tirano indietro?”, gli ha risposto
Stabile, ricordando la diversa posizione sul rinvio che Prodi e Conte
sostennero nella Continentale di Dortmund, l’ultima con il Dg Vignali che, tra
le righe, chiese al Cgie di chiedere un rinvio delle elezioni.
“Certo che i Consoli faranno il loro dovere, così come lo faremo noi, ma
non riusciremo a coinvolgere tante persone”, ha affermato Scigliano. “Vogliamo
solo che la Dgit avvii la macchina, perchè così rimaniamo in stand by. Ci sono
stati tutti i Consoli a Roma, si è parlato di tutto tranne che di questo”.
Romagnoli (Belgio) è tornato sulla proposta di Stabile, “lodevole”, ma “non
possiamo imporre nulla”. Avere consiglieri preparati è a vantaggio di tutta la
collettività, ha detto Romagnoli che ha portato ad esempio il Comites di
Bruxelles, “che presenta tanti progetti che il Maeci finanzia” e quello di Mons
“che non prende contributi perché non sa neanche come scriverli. È chiaro che
il valore dei consiglieri va alzato, ma senza fare discriminazioni, anche in
Parlamento c’è di tutto”. Quanto alle
elezioni “io sono pronto a partire con qualsiasi legge, basta che votiamo”.
Anche Sorce (Svizzera) ha condiviso la considerazione sul fatto che “è
diritto di tutti far parte di un Comites: anzi, dobbiamo considerarci fortunati
a trovare gente disposta a dedicare tempo alla rappresentanza. Noi siamo a
disposizione per accompagnarli”. Sulle elezioni sarebbe “auspicabile
rimandarle, ma se si faranno ben venga: faremo il dovuto per coinvolgere tutti,
come Cgie e Comites, attraverso progetti di comunicazione”. Sulla stessa linea
la consigliera Remigi (Uk) che ha chiesto un testo scritto della proposta di
Stabile.
Sui candidati, Campanale (Austria) ha osservato che “ciascuno di noi può
fare formazione sui territori per arrivare alle elezioni preparati. Però è
importante non far passare il messaggio che il Cgie vuole una selezione: la
rappresentanza è un diritto e quindi aperta a tutti”.
Il dibattito si è quindi incagliato sulle due votazioni: quella di
riprendere e rivotare il documento del Cdp – contrari Stabile e Billè – e
quella proposta dal vicesegretario che si è impegnato a scrivere un testo da
sottoporre ai colleghi.
Entrambi i voti si terranno domani, nell’ultima giornata di lavori. In
questa occasione, la Commissione deciderà anche se prendere posizione a
sostegno dell’Ugl cui è stato impedito di apporre una targa commemorativa a
Marcinelle. (m.c.\aise 19)
Ricercatori italiani nel mondo: un ruolo sempre più operativo
ROMA - Il ruolo delle Associazioni di ricercatori italiani all’estero
continua ad essere sempre più operativo. Collaborazione come primo obiettivo,
ma anche divulgazione, connessioni, aiuto nella mobilità e unità.
Se ne è parlato durante la prima sessione della XX Conferenza dei
Ricercatori Italiani nel Mondo, organizzata dalla Texas Scientific Italian
Community, in corso di svolgimento nella Sala Polifunzionale della Presidenza
del Consiglio, a Roma.
La prima ad intervenire è stata Carla Molteni, Presidente dell’Associazione
degli Scienziati Italiani nel Regno Unito, un’associazione che conta 900 membri
in varie discipline. La comunità accademica italiana nelle università in UK, ha
spiegato, è una delle più numerose, con più di 6 mila accademici. Fino a poco
tempo fa, era la comunità accademica straniera più numerosa in UK, ma da poco è
stata superata dai cinesi. C’è stato un lievissimo declino ultimamente (-1%)
tra i ricercatori italiani nel Regno Unito. Ciò, secondo quanto riportato da
Molteni, è dovuto agli effetti della Brexit, che ha portato “cambiamenti
sostanziali”. Gli studenti italiani sono quelli che hanno subito una variazione
maggiore (sono più che dimezzati) rispetto ai ricercatori, che hanno visto solo
una “lieve diminuzione”. Però, la Brexit ha portato al centro delle
problematiche delle “barriere” che sono emerse: “ci sono difficoltà dovute a
ritardi nella ri-associazione dei programmi europei e dei programmi Erasmus”.
L’associazione italiana nel Regno Unito si è detta dunque impegnata a
mantenere stretti i legami tra l’Europa e l’UK della ricerca. Tra gli obiettivi
elencati dalla Presidente Molteni, connettere, fare networking, informare sulle
possibilità di mobilità tra Italia e UK, incentivare la collaborazione fra i
due paesi e realizzare workshop ed eventi divulgativi. Nell’ultimo periodo
hanno incontrato l’astronauta Samantha Cristoforetti, per fare un esempio.
Inoltre, si sono stretti molto i rapporti con le altre associazioni di
ricercatori europei in UK. L’obiettivo, in ultima analisi, è quello di
“rimanere connessi” in un momento di ridefinizione.
A seguire è intervenuto Fernando Ciaramitaro, che ha presentato
l’Associazione Ricercatori Italiani in Messico, di cui è Presidente: ci sono
450 ricercatori italiani. Per lo più, sono attivi nelle scienze sociali e nelle
materie umanistiche. L’idea di creare un’associazione “è molto antica”, a
quanto ha spiegato Ciaramitaro. Nasce agli inizi degli anni 2000 ma si è
concretizzata poi nel 2016. “Ci siamo riformati e abbiamo approvato un nuovo
statuto dal quale emerge la nostra, chiara missione: consolidarci come spazio
collaborativo multidisciplinare che contribuisca al dibattito nazionale e
internazionale sulla ricerca scientifica e umanistica, attraverso ricerca,
didattica, divulgazione e attività di sensibilizzazione politica e sociale.
Anche queste associazioni sono strumenti di democratizzazione della scienza e
della società”.
L’Associazione italiana in Messico ha quindi spiegato i due obiettivi
principali, tra gli altri: ricerca e innovazione da un lato e la promozione di
nuovi approcci all’analisi e alla ricerca scientifica dall’altro. Il tutto
pensato come un dialogo “collaborativo, riflessivo e produttivo che metta in
discussione i paradigmi a favore di uno sviluppo sostenibile”.
“Il nostro speciale associazionismo offre all’Italia un valore aggiunto –
ha concluso Ciaramitaro -: la capacità di costruire reti scientifiche mondiali,
promuovere collaborazioni e relazioni dirette tra istituzioni, sostegno ai
giovani e meno giovani per la ricerca scientifica e creare diplomazia
scientifica italiana. Proseguiremo su questa strada”, ha assicurato cedendo la
parola.
A seguire, ha parlato Ignazio Scimemi, Vicepresidente dell’Associazione dei
Ricercatori Italiani in Spagna. “Ci sono 3 mila ricercatori italiani su una
popolazione di 300 mila italiani in Spagna. Dunque, l’1% ha un alto valore
scientifico”. La Spagna, infatti, “è molto ambita dagli italiani che vogliono
fare ricerca all’estero”, ha spiegato. L’associazione è nata nel 2015 per
volontà dell’Ambasciata. Dal 2023 “abbiamo avuto l’impulso per un nuovo gruppo
dirigente. E la nostra storia è cominciata quindi l’anno scorso”. Il gruppo
conta una cinquantina di persone sparse in quasi tutto il territorio spagnolo.
Tutte orientate su alcuni obiettivi chiari: “connettere, nel senso di
collaborare con enti internazionali e autorità spagnole, promuovere la
multidisciplinarità, la diversità e l’educazione giovanile anche nella ricerca,
e sostenere la mobilità”. Fino ad adesso, ha informato in conclusione Scimeni,
“siamo riusciti ad organizzare un evento al mese (da circa 7 mesi)”.
A chiudere, Vincenzo Di Bartolo, Vicepresidente della Rete dei Ricercatori
Italiani in Francia, e Chiara Sarcini, Vicepresidente dell’Associazione
Ricercatori e Studiosi Italiani in Cile.
Il primo è intervenuto da remoto portando i saluti di Rossana De Angelis,
la Presidente. Ha poi spiegato: “siamo un’associazione senza scopi di lucro che
è stata creata nel 2014 con l’incoraggiamento delle istituzioni”. Parole chiave
dell’associazione: “persone, idee e progetti”. Un’Associazione nata con
l’intento di riunire i ricercatori ma anche professionisti italiani operanti
oltre che nella ricerca, nei campi dell'impresa e della cultura in Francia.
La seconda, ha parlato della nascita, nel 2022, dell’associazione che aveva
come obiettivo quello di “sostenere i ricercatori, favorire la nascita di
progetti multidisciplinari bilaterali e fungere da ponte per nuove iniziative a
livello istituzionale, sia nel campo della ricerca che in quello della didattica
e della formazione”. Tra gli obiettivi dell’Associazione elencati dalla
Vicepresidente Sarcini, figurano quello di promuovere rapporti scientifici e
culturali tra le comunità professionali e accademiche italiane in Cile e la
controparte cilena, promuovere collaborazioni bilaterali tra istituzioni sulla
ricerca e sulla gestione e politica universitaria, creare un ponte tra
istituzioni scientifiche dei due pasi e costruire una piattaforma di
orientamento e di appoggio per facilitare l’inserimento di studenti o giovani
ricercatori italiani nel mondo accademico-scientifico cileno. (l.m.\aise 18)
Le ultime puntate di Cosmo italiano
I festival musicali in Germania, tra crisi e prezzi pazzi
(25.06)Da Rock am Ring a Lollapalooza, da Fusion a Wacken, non si contano i
festival open air tedeschi, spesso esauriti in poche ore. Eppure in Germania si
parla di crisi dei festival, ci spiega Cristina Giordano. Di prezzi impazziti,
fra algoritmi e rivenditori, e dei danni per chi fa e ama la musica parliamo
con Claudio Trotta, produttore artistico che chiede all'Europa di intervenire.
E in un festival tutto all'italiana a Leverkusen ci sarà Pietro Basile,
cantautore italo-tedesco di schlager-pop.
L'Italia delle vacanze delude i turisti tedeschi?
(24.06)Stabilimenti costosi, concessioni balneari poco chiare, spiagge
libere ridotte al minimo, servizi spesso inadeguati o peggiorati: molti
tedeschi si lamentano della qualità delle nostre strutture turistiche che
starebbero peggiorando. Le solite esagerazioni? Ne parliamo con Cristina
Giordano e con Marina Lalli di Federturismo.
La scalata di Unicredit a Commerzbank non piace ai tedeschi
(23.06)Da due anni il gruppo bancario Unicredit sta cercando di scalare la
tedesca Commerzbank. Di recente Unicredit, che detiene già circa il 30% delle
azioni di Commerzbank, ha presentato una nuova offerta di acquisizione per
ulteriori quote. Ma in Germania crescono le resistenze contro il gruppo
italiano, sia da parte della politica che dei sindacati che temono pesanti
tagli al personale e ai servizi. Ne parliamo con Cristina Giordano e con
Isabella Bufacchi, corrispondente del Sole 24 ore.
Ancora troppi problemi nel sistema educativo tedesco
(22.06)Il sistema educativo tedesco ha ampliato l'accesso all'istruzione e
all'assistenza educativa, ma non è riuscito a migliorare in modo significativo
le competenze di base né a ridurre il legame tra successo scolastico e origine
sociale. Lo dice il rapporto 2026 sull'istruzione in Germania. Ne parliamo con
Cristina Giordano e con Luigi Giunta, preside di un liceo a Mönchengladbach.
La scuola professionale in Germania e la storia di Claudia Casu
(19.06)Claudia Casu, originaria di Sassari, vive da molto tempo a Colonia,
dove ha svolto diversi mestieri per approdare infine all'insegnamento. Il
Berufskolleg, la scuola professionale, in cui Claudia lavora è per molti
ragazzi, specie quelli con biografia internazionale, un po' l'ultima spiaggia
per ottenere un titolo di studio. Con Claudia Casu parliamo dei limiti del
sistema scolastico tedesco, ma anche di tutto quello che la Germania le ha dato
e che lei vorrebbe restituire.
Occhio alla carta d'identità cartacea per l'estero!
(18.06) Le carte d'identità italiane cartacee avranno validità molto
limitata dopo il 3 agosto 2026: varranno solo in Italia, quindi se vivi o vai
all'estero è ora di fare la CIE, la carta d'identità elettronica. Da giugno è
possibile nei comuni italiani anche per gli iscritti AIRE, ma attenzione ai
tempi d'attesa. I dettagli da Luciana Caglioti, Luciana Mella e Agnese
Franceschini.
Come difendersi dagli affitti troppo alti in Germania?
(17.06)Una notizia che fa ben sperare chi è inquilino in Germania: la causa
vinta dagli studenti di Francoforte per un affitto troppo alto, con un
sostanzioso rimborso. Cosa fare se ci aumentano l'affitto o se pensiamo che sia
troppo alto per la zona in cui viviamo? Ne parliamo con Enzo Savignano e con
Jutta Hartmann del Deutscher Mieterbund. Consigli anche da un'italiana di
Colonia che da anni lotta per non perdere l'appartamento: grazie a un vecchio
contratto paga ancora un affitto basso.Violenza politica in costante crescita
in Germania
(16.06)A dirlo è il rapporto presentato dal ministro federale degli
Interni, Alexander Dobrindt. Secondo i dati raccolti dal Bundeskriminalamt, nel
2025 sono stati commessi oltre 85.000 reati di matrice politica. Si va dalle
scritte sui muri alle aggressioni. Il grosso di questi crimini viene commesso
da persone legate all'estrema destra ma anche i reati legati all'estremismo di
sinistra sono in notevole crecita. Ne parliamo con Agnese Franceschini e con il
ricercatore Giovanni De Ganthuz Cubbe.
La SPD alla ricerca di un nuovo profilo sociale
(15.06) Dopo risultati elettorali deludenti e l'estrema destra in crescita
nei sondaggi, la SPD cerca di presentarsi come partito delle riforme economiche
e della modernizzazione dello Stato sociale lanciando una serie di riforme
dall'esito incerto. Ne parliamo con Agnese Franceschini e con la corrispondente
di Repubblica Tonia Mastrobuoni.
Manuel de Teffé e il mondo degli italo-western
(12.06) Western all'italiana, italo-western o spaghetti-western: film
bistrattati per decenni dalla critica, ma amati dal pubblico anche in Germania,
prodotti nella Roma degli anni Sessanta e riscoperti dalla Hollywood di
Tarantino. In "C'era una volta a Roma - la dolce vita si tinge di
West", Manuel de Teffé racconta la storia romanzata di quegli anni e del
padre, protagonista col nome di Anthony Steffen di oltre 25 western
all'italiana. Film, eventi e concerti festeggiano quel mondo ora a Düsseldorf.
SPECIALE: 70 anni di italiani in Germania. Hai già ascoltato il nostro
speciale e guardato i 7 video? Scopri subito tante storie di italiani e
italiane di diverse generazioni e professioni, che raccontano come la Germania
ha cambiato la loro storia - la nostra storia.
Sport o politica: cosa ci aspettiamo da questi mondiali?
(11.06) Partono i Mondiali di calcio dei record in Stati Uniti, Messico e
Canada, ma con poco entusiasmo e un divario enorme fra intenti e realtà: il
mondiale "più inclusivo di sempre" promesso da Infantino della FIFA
respinge persino protagonisti accreditati e offre biglietti a prezzi stellari.
Quali aspettative ci sono in Germania per i Mondiali e per la Nazionale di
Nagelsmann? E per chi tifa l'Italia, che non si è qualificata? Ne parliamo con
Giulio Galoppo e con il giornalista sportivo Paolo Condò.
Mobilità autostradale tra Italia e Germania
(10.06) A un anno dalla sua approvazione il fondo straordinario per
infrastrutture, clima e difesa (Sondervermögen), non è arrivato a finanziare
alcuni settori, tra cui le reti stradali, ce ne parla Giulio Galoppo. Intanto
la procura di Berlino apre un’inchiesta sulle responsabilità dell’ex ministro
Scheuer sui pedaggi autostradali bocciati dall’UE. Ma quale ruolo giocano le
strade europee nei trasporti del futuro? Lo abbiamo chiesto a Cesare San Mauro
docente di diritto economico.
Merz, un cancelliere sull'orlo di una crisi (anche di nervi)
(09.06) Popolarità a picco, continue liti nella maggioranza, crisi
economica interna e sconfitte in politica estera: il bilancio dei primi tredici
mesi di governo del cancelliere Merz è semplicemente disastroso. E forse per
questo iniziano a circolare voci incontrollate si una sua possibile
sostituzione in corsa con altri esponenti cristianodemocratici. Ne parliamo con
Giulio Galoppo e con la corrispondente del Corriere della sera da Berlino, Mara
Gergolet.
Germania e Italia unite su centri extra-UE per rimpatri di migranti
(08.06) L'Europa trova l'accordo sui centri per migranti extra-europei. Il
modello italiano in Albania ha fatto scuola? Come è stato accolto in Germania?
I dettagli da Giulio Galoppo, una valutazione di Wiebke Judith di Pro Asyl e
tutte le problematiche del governo Meloni raccontate dalla giornalista Eleonora
Camilli.
Treni fra Italia e Germania: novità in arrivo
(03.06) Aumentano i collegamenti su rotaie tra Italia Germania, Enzo
Savignano ci spiega quali tratte verranno potenziate. E sicuramente anche il
caro-carburanti e l'impennata delle tariffe aeree spingono molti a rivalutare
le ferrovie, come ci spiega Andrea Giuricin, docente di Economia dei Trasporti.
E scopriamo anche il fascino del viaggio lento in treno con Tino Mantarro,
giornalista del Touring club.
80 anni di Repubblica italiana: quali valori festeggiamo?
(02.06)Il referendum del 2 giugno 1946 segna l'inizio di una nuova epoca
per l'Italia, che pone fine alla monarchia. Ma quanto sono attuali o invece
minacciati i valori e principi proclamati nella Costituzione e su cui la
Repubblica si fonda? Risponde il costituzionalista Stefano Ceccanti. Anche in
Germania si festeggia la Repubblica: Alfonso Tagliaferri, Capo Ufficio Cultura
dell'Ambasciata a Berlino, ci parla dell'"Italian Week", Neville
Rowley invece di visite guidate in italiano alla Gemäldegalerie.
Patenti di guida meno care in Germania?
(01.06) La patente in Germania può arrivare a costare diverse migliaia di
euro e per molti è quasi un lusso. Anche per questo il governo tedesco sta
portando avanti una riforma che renda l'esame di guida più accessibile e più
digitale. I dettagli da Agnese Franceschini. Sentiamo anche il parere di
Domenico Lagala, proprietario di tre scuole guida in Assia, nella zona di
Gross-Gerau.
L'Italia di Daniel Speck, fra "Villa Rivolta" e "Bella
Germania"
(29.05) È una saga familiare che racconta la Milano industriale del
dopoguerra, "Villa Rivolta": partendo dalla storia reale di Piero
Rivolta, cognome legato all'industria dell'automobile, l'autore Daniel Speck
racconta decenni segnati da conflitti di classe e profonde trasformazioni
sociali, ma anche percorsi personali per emanciparsi dalle convenzioni. Luciana
Caglioti parla di questo e altro con l'autore di Monaco, divenuto noto al
grande pubblico con "Bella Germania / Volevamo andare lontano".
SPECIALE: 70 anni di italiani in GermaniaHai già ascoltato il nostro
speciale e guardato i 7 video? Scopri subito tante storie di italiani e
italiane di diverse generazioni e professioni, che raccontano come la Germania
ha cambiato la loro storia - la nostra storia.
Berlino: in Ambasciata il German-Italian eurospace Forum
BERLINO - L’Ambasciata d’Italia a Berlino ha ospitato mercoledì sera il
German-Italian eurospace Forum, un evento organizzato dalla Camera di commercio
italiana per la Germania (Itkam) in occasione dell’inizio dei lavori di ILA a
Berlino, una delle fiere aerospaziali più importanti al mondo.
Come è stato ribadito da più interventi lo spazio è diventato un elemento
essenziale per il progresso scientifico ma anche per l’economia e per la
competitività industriale, come pure per la salvaguardia dell’ambiente. Ed è
soprattutto un campo nel quale declinare una sovranità europea. Lo ha
sottolineato nei suoi saluti iniziali l’ambasciatore d’Italia in Germania,
Fabrizio Bucci.
“L’accesso autonomo e affidabile allo spazio è un elemento chiave della
capacità tecnologica e strategica dell’Europa. Si tratta inoltre di un settore
in cui convergono innovazione, politica industriale e interessi di sicurezza”,
ha detto Bucci, sottolineando come anche nel settore specifico dei vettori
spaziali il nostro continente deve riuscire a coniugare il progresso
scientifico e tecnologico con la crescita industriale. L’ambasciatore ha poi
ricordato che, “fin dal lancio della San Marco 1 nel 1964, l’Italia ha svolto
un ruolo di primo piano nelle attività spaziali internazionali. Oggi,
l’industria e la ricerca italiane contribuiscono ad alcuni dei programmi
europei e internazionali più avanzati, dai voli spaziali con equipaggio
all’osservazione della Terra, dall’esplorazione alle telecomunicazioni e ai sistemi
di lancio”.
L’ambasciatore Bucci ha ribadito poi come sia stato un grande piacere e
un’opportunità ospitare il Forum anche perché si presta perfettamente a
incarnare quella diplomazia economica che si mette al servizio di settori
strategici: le ambasciate possono fungere da piattaforme in cui istituzioni,
imprese, ricercatori e innovatori si incontrano, individuano interessi comuni e
costruiscono nuove forme di cooperazione.
Presente anche il direttore generale dell’ESA Josef Aschbacher che ha
ricordato il recente accordo, firmato proprio nell’Ambasciata italiana, tra
l’Agenzia spaziale europea e quella giapponese poche settimane fa. Soprattutto,
il direttore Aschbacher ha ringraziato Italia e Germania per il contributo al
vertice di Brema di fine novembre 2025 e per aver sottoscritto diversi
programmi dell’Agenzia spaziale europea, “una dimostrazione di grande fiducia
verso l’ESA”, ha detto.
Ospite d’onore della serata è stata l’astronauta Samantha Cristoforetti,
che ha tenuto un intervento con il quale ha posto le sfide prossime per il
nostro continente. A suo avviso, l’Europa non deve puntare all’autarchia ma
deve essere capace di “essere un partner affidabile, sì, ma un partner forte.
Un partner che ha voce in capitolo quando si prendono le decisioni. Un partner
che ha delle opzioni. Un partner che ha libertà strategica, ancora una volta,
di tracciare la propria strada”.
Samantha Cristoforetti ha affascinato il pubblico presente mostrando anche
delle splendide foto della Terra scattate dall’equipaggio che di recente ha
sorvolato la Luna e ha concluso: “c’è un’autonomia tecnologica europea e c’è
una solida industria europea in grado di portare equipaggi sulla Luna. Non
succederà in quattro o cinque anni. Sarebbe folle, no, pensarlo. Ma spero che
almeno, quando ci poniamo la domanda: dov’è l’Europa? Possiamo dire: siamo
sulla buona strada e stiamo procedendo velocemente”.
Dopo il suo intervento si è tenuta una discussione tra alcune imprese del
settore: Hélènen Huby (The Exploration Company), Giuseppe La Marca (MHP –
Porsche Company), Lorenzo Rossi (Technologycom) e Giovanni Zoccali (ELT Group).
Non poteva mancare un riconoscimento a Luca Parmitano, l’astronauta
italiano che è stato scelto dalla Nasa come pilota della Missione Artemis IV
prevista per il prossimo anno, step decisivo per riportare l’umanità sulla
Luna. (aise 12)
Servizi consolari in Europa: il personale fa miracoli ma servono risorse
ROMA - Nei consolati italiani il personale “fa miracoli”, ma in alcune sedi
la gestione dei servizi è in emergenza da tempo e la prossima data di scadenza
della validità delle carte di identità cartacee non farà che aumentarla.
Questo, in sintesi, quanto emerso dalla sessione dedicata ai servizi consolari
discussa dalla Commissione continentale Europa – Nord Africa del Consiglio
generale degli italiani all’estero riunita a Madrid. Moderati da Giuseppe
Stabile, vicesegretario d’area, i lavori sono proseguiti nel pomeriggio, alla
presenza dei Consoli generali di Madrid, Spartaco Caldararo, in presenza, e a
Barcellona, Luca Fava, collegato da remoto. Assente la Direzione generale per i
servizi agli italiani all’estero, come evidenziato da alcuni consiglieri,
amareggiati per la mancanza di un interlocutore dell’Amministrazione.
Diversi i consiglieri intervenuti al dibattito per sottolineare le
criticità prodotte dalla mancanza di un organico adeguato.
Scigliano (Germania) ha prima ricordato l’istituzione, all’interno del
Cgie, del gruppo di lavoro sui servizi consolari che ha presentato diverse
proposte, alcune delle quali divenute realtà, e ordini del giorno e poi
rilanciato quella per “togliere la territorialità ai consolati solo per il
rilascio dei documenti: in Italia puoi fare la carta di identità in ogni
comune, potrebbe essere lo stesso anche per gli Aire nei Consolari”.
Conte (Germania) ha riferito delle sedi in Germania, tra cui la sua
Stoccarda, in affanno per le Cie ribadendo più volte di aver chiesto
all’Ambasciata, senza successo, i dati sui cittadini con la sola Carta di
identità cartacea. Annotazione replicata anche dalla collega Rossi.
Dati, ha spiegato loro Fava, che lui ha ricavato grazie alla campagna
avviata a maggio 2025, grazie alle email inviate a ciascun iscritto Aire
estrapolato dai dati del Consolato da cui emergeva un numero consistente di
connazionali senza Cie.
A Manchester, ha detto D’Angelo il Consolato è sotto organico tanto che a
maggio hanno “fatto 56 Cie, 287 da inizio anno. Serve più personale per far
migliorare i servizi”.
Secondo Stabile, non è solo questione di numeri ma anche di qualità del
lavoro fatto: “alla plenaria e in Comitato di presidenza ci hanno informato che
sarebbe stato operativo l’organico di nuovi diplomatici; si tratta di personale
giovane e preparato”.
Tutte le amministrazioni pubbliche, ha aggiunto Mariani (Spagna), “in base
ai servizi hanno parametri sul personale necessario”.
Un punto, ha spiegato Caldararo – che prima di arrivare a Madrid è stato
alla Dg risorse e personale della Farnesina – che non è scontato: “gli organici
delle sedi da un lato si cristallizzano nel tempo, dall’altra crescono insieme
alle collettività. Ci sono questioni tecniche non semplici: è difficile
togliere risorse ad una sede perché ha meno servizi ma è altrettanto difficile
darle ad una nuova. La DG lavora sugli organici sulle segnalazioni, ma
soprattutto sulle disponibilità. Se crei posti in una sede li devi chiudere in
un’altra”. Serve “tanta diplomazia interna”, ha spiegato. Certo “ci sono le
nuove assunzioni” e certo “ci vogliono più risorse umane”, ma, come ha detto
anche alla Conferenza dei consoli, “le risorse vanno anche governate: la cura e
la gestione del personale vanno di pari passo alla qualità del servizi”.
Tornando alla proporzione iscritti Aire – personale consolare “non c’è un
parametro numerico. Shanghai non ha una elevata presenza di italiani Aire,
Casablanca neanche, ma erogano altri servizi”.
Su questo punto, Conte ha interpellato direttamente la DG Falcinelli per
chiedere quale sarebbe l’organico “ideale” in un Consolato, ma senza risposta.
La console a Stoccarda “ha chiesto 4 impiegati a tempo, non ne ha avuto
nessuno”.
Sorce (Svizzera) ha chiesto se ci sono incentivi per attrarre funzionari
consolari in sedi poco “attrattive” tra cui anche quelle svizzere.
“Gli incentivi ci sono”, le ha risposto Calderarao, nel senso di “punteggio
aggiuntivo” oppure per “fare domande in deroga” praticamente a tutto; c’è poi
il fronte economico, ma “la coperta è corta”. I nuovi assunti, ha osservato,
“manifestano più volontà a mettersi in gioco anche con assegnazioni brevi e ciò
lascia ben sperare” per la copertura di sedi poco appetibili.
In Svizzera, ha aggiunto Vaccaro, ci sono 117 funzionari suddivisi nelle 4
sedi ma a Basilea su 18 persone (per 115 mila Aire) “fattivamente lavorano in
8).
A Manchester, ha aggiunto D’Angelo, “si è passati da 80mila Aire nel 2022
ai 125mila di oggi e l’organico è rimasto lo stesso. Nell’ultima riunione di
coordinamento consolare in Ambasciata ho chiesto al Console di quante persone
avesse bisogno, mi ha risposto almeno 4/5 unità in più: è su questo dato che
dobbiamo lavorare” per fornire servizi migliori a tutti i connazionali, a
cominciare dai più fragili.
Sul punto, Scigliano ha auspicato che i nuovi mezzi informatici non
sostituiscano del tutto quelli cartacei, a beneficio dei più anziani che non
riescono ad usare le nuove tecnologie, mentre Vaccaro ha sottolineato
l’opportunità di istituzionalizzare le “corsie preferenziali” per gli anziani
attivate da alcune sedi. Dovrebbe “diventare un obbligo” per tutti, ha
aggiunto. Ma il punto è sempre lo stesso: avere personale sufficiente da
dedicare a questi sportelli. (m.c.\aise 19)
Trump delegittima i leader europei, ma il boomerang colpisce in patria
Dopo gli affondi social contro Meloni e Starmer, Trump apre una frattura
con gli alleati europei. La strategia però produce più resistenze che risultati
e ricompatta le opposizioni attorno alla sovranità nazionale. Sul fronte
interno, guerre tariffarie e crisi iraniana fanno crescere il malcontento,
anche tra gli agricoltori – di Maddalena Maltese, da New York
(da New York) Il primo affondo di domenica mattina Donald Trump lo ha
riservato a Keir Starmer, annunciando sui social le dimissioni del primo
ministro britannico. Era il seguito di un weekend trascorso a picconare i
leader europei. Sabato era toccato al primo ministro italiano Giorgia Meloni,
descritta come una premier in cerca di una foto con il commander in chief e
accusata di aver perso consenso perché avrebbe rifiutato il sostegno americano
contro il programma nucleare iraniano.
Contro Starmer Trump ha scritto che il premier laburista “ha fallito
miseramente” su immigrazione ed energia. Da Londra sono arrivate repliche
misurate. Più dura la risposta italiana: Meloni ha definito “inventate” le
affermazioni del presidente americano e gli ha ricordato che la popolarità di
un capo di governo non dipende dall’amicizia con lui. Anzi gli ha suggerito di
guardare prima ai propri numeri, in calo anche tra settori che erano stati una
base affidabile del trumpismo. Il punto politico è proprio questo: gli attacchi
ai governi europei non restano confinati alla diplomazia.
Aprono una crisi di fiducia con alleati storici e, al tempo stesso,
rimbalzano sul fronte interno americano. L’amministrazione è esposta alle
conseguenze delle sue scelte: guerre commerciali, dazi, aumento dei costi
dell’energia e tensioni internazionali. Anche tra gli agricoltori,
tradizionalmente vicini al presidente, il malcontento è visibile. Secondo
Reuters-Ipsos, nelle aree rurali il giudizio sulle politiche economiche di
Trump è passato da un lieve saldo positivo a inizio d’anno (45%) a una
bocciatura netta, con il 61% degli agricoltori di Iowa, Texas, Ohio, Michigan e
Carolina del Nord, zoccolo duro del presidente, che lo disapprovano.
Sono stati proprio loro a pagare parte del prezzo delle guerre tariffarie.
Già nel primo mandato, la risposta cinese ai dazi aveva spostato gli acquisti
di soia verso il Brasile, costringendo Washington ad aiuti miliardari. La nuova
stretta ha riaperto la ferita: meno vendite, costi più alti per acciaio,
alluminio, fertilizzanti e carburanti. I campi non possono attendere la fine di
una crisi geopolitica.
Le crepe attraversano anche la Casa Bianca. Susie Wiles, capo dello staff,
è stata costretta a distinguere tra il lasciare che “Trump faccia Trump” e la
necessità che l’amministrazione continui a governare. Ma governare significa
anche tenere insieme le alleanze. I rapporti con l’Europa si erano deteriorati
da tempo: prima per la politica commerciale americana, poi per le minacce sulla
Groenlandia, infine per la decisione di attaccare l’Iran senza costruire un
consenso solido tra i partner.
Qui sta, come ha osservato Alexander Burns sul sito Politico, l’errore di
valutazione del secondo mandato: sottovalutare il patriottismo fuori dagli
Stati Uniti. Più Trump prova a delegittimare i leader in carica, più rischia di
ricompattare maggioranze e opposizioni attorno alla difesa della sovranità
nazionale. Ammirarlo da lontano è una cosa; accettare che Washington detti
linea e convenienze politiche è un’altra.
Il paradosso è evidente. Dieci anni fa Trump costruì la sua ascesa
invocando frontiere più rigide e piena sovranità americana. Oggi pretende di
comprimere quella degli altri. In Ucraina, il tentativo di spingere Volodymyr
Zelensky verso un accordo fragile, tra rimproveri nello Studio Ovale e
richieste minerarie, ha rafforzato anziché indebolire il presidente ucraino.
Anche altrove, dal Brasile all’Ungheria, le interferenze hanno prodotto più
resistenze che risultati.
Il dossier più pericoloso resta l’Iran. L’idea di colpire la leadership di
Teheran, piegare il Paese con la forza e favorire un governo compiacente senza
truppe di terra ha prodotto uno stallo logorante, un’impennata dei prezzi
dell’energia e nuove incertezze sull’economia globale. Così la crisi esterna
diventa crisi interna: famiglie, imprese e agricoltori misurano alla pompa e
nei bilanci il costo di una politica estera condotta a colpi di ultimatum,
violando la promessa elettorale di non impantanarsi in guerre infinite.
Nel decennale della Brexit, di cui Trump fu sostenitore entusiasta, anche
l’umore europeo appare cambiato. L’idea che l’identità nazionale possa bastare
da sola, sopra le istituzioni internazionali e contro i trattati, mostra crepe
profonde. Affidare a Truth Social il destino delle alleanze rischia di
consumare proprio quella lunga pace europea che la diplomazia, più dei post, ha
reso possibile. Sir 22
La diaspora scientifica italiana
ROMA - La diaspora scientifica italiana crea ponti “invisibili ma
solidissimi” tra l’Italia e il mondo. Grazie alla curiosità che spinge gli
esseri umani verso il sapere, rende le persone più coscienti. Ma non solo,
perché nonostante la distanza tra il Belpaese e i ricercatori italiani e le
ricercatrici italiane nei 5 continenti, rende anche l’Italia un Paese più
forte, più dinamico, più competente, più innovativo. Perché il “made in Italy
più autentico sta nelle persone”. E quelle persone, ovunque siano,
rappresentano l’Italia. E per questo, agli studiosi italiani e alle studiose
italiane in giro per il mondo, andrebbe detto sempre “grazie”.
Così, dopo l'esecuzione dell'Inno nazionale, si è aperta questa mattina a
Roma, presso la Sala Polifunzionale della Presidenza del Consiglio, la XX
Conferenza dei Ricercatori Italiani nel Mondo, organizzata dalla Texas
Scientific Italian Community, e in particolare dal suo chairman, Vincenzo
Arcobelli (anche consigliere CGIE per gli Stati Uniti).
Per i saluti iniziali, sono intervenuti diversi esponenti del mondo della
ricerca e del made in Italy. Tra questi, il viceministro delle Imprese e del
Made in Italy, Valentino Valentini, che rivolgendosi alla platea di scienziati
e scienziate, ha spiegato: “la scienza non ha patria, lo scienziato ne ha una.
E voi avete scelto di portare questa patria ovunque siate andati”.
Salutando con favore la Conferenza tornata a Roma per la sua 20esima
edizione, l’esponente del Governo ha aggiunto: “20 anni di incontri, di idee,
di Italia nel mondo attraverso la ricerca”. “Oggi non è una ricorrenza
qualunque: è un traguardo”. Il made in Italy non è solo enogastronomia, motori,
o altre eccellenze che conosciamo: “il made in Italy più autentico sta nelle
persone. Nell'approccio al lavoro, che trasforma un compito in un'opera”. E di
nuovo rivolgendosi a ricercatori e ricercatrici: “voi siete il made in Italy”.
Per Valentini, infatti, gli scienziati italiani nel mondo sono “i nostri
ambasciatori più credibili”. Per questo, ha esortato a restare “uniti”. “Alcuni
sono andati via per necessità, altri per scelta. Le ragioni per chi ha dovuto
lasciare l'Italia sono note. Ma ci deve essere sinergia. Non solo slogan. Ci
deve essere riconoscimento: la diaspora scientifica è importante per il nostro
paese. E deve diventare fattuale. Il fatto di essere tornati, per questa
ventesima edizione della Conferenza, nella città dove si prendono decisioni, a
Roma, è importante”. Per concludere, il Viceministro ha chiesto a tutti e tutte
le partecipanti di “portate la vostra franchezza”. “Diteci cosa vi serve e cosa
potete continuare a dare all’Italia”.
Intervenuta anche Antonella Polimeni, Rettrice dell’Università di Roma “La
Sapienza”, che dal canto suo ha manifestato tutto il suo apprezzamento per
questa “iniziativa di straordinaria rilevanza” che rappresenta uno dei “principali
appuntamenti per la valorizzazione del lavoro di ricercatori e ricercatrici e
il legame con il mondo scientifico internazionale”. Polimeni ha anche spiegato
di apprezzare il programma dell’iniziativa, che ha una “panoramica ampia”. Non
sono mancati anche dei suggerimenti da parte sua: “Questo network va
socializzato e diffuso”. E la politica deve lavorare per “sostenere la mobilità
scientifica e il rientro dei talenti”. Attrazione e tecnologia sono infatti “temi
fondamentali per lo sviluppo del paese. E le università hanno un ruolo
rilevante” perché “la capacità di innovazione fa la differenza”. E per farla
serve un obiettivo chiaro: “coniugare la responsabilità scientifica e
l’avanzamento della conoscenza del Paese”. Una Conferenza come quella di oggi,
secondo Polimeni, “è importante per consolidare la rete con i nostri
ricercatori”. E fare rete è “una condizione essenziale per il progresso
scientifico e sociale. Viva i ricercatori italiani nel mondo”.
A seguire, Angela Lombardi, componente della Texas Scientific Italian
Community, ha letto il messaggio di soddisfazione e orgoglio del presidente,
Andrea Giuffrida, impossibilitato a partecipare. Ma dal messaggio non poteva
mancare un grande senso di orgoglio per il traguardo dei 20 anni della
Conferenza e del ritorno a Roma. Infine, gli auguri per “una conferenza
stimolante”.
Prima del Chairman della Conferenza, che ha definitivamente aperto i
lavori, la moderatrice Incoronata Boccia ha letto anche il saluto d’auguri del
Presidente della Camera dei Deputati, Lorenzo Fontana, poi introdotto il
video-messaggio della Ministra dell’Università e della Ricerca, Anna Maria
Bernini, che si è rivolta direttamente a ricercatori e ricercatrici: “siete una
risorsa strategica per il Paese”. E la dimostrazione è che “la cooperazione
scientifica è sempre più importante”, specie quella con gli USA, definita come
“la più importante”. Bernini ha quindi affermato: “vi ringraziamo uno a uno.
Siete un Pezzo d'Italia che guarda avanti con il vostro lavoro”.
A seguire anche un altro video-messaggio, quello di Francesca Mariotti,
Presidente dell’Enea, secondo la quale questo “lungo percorso” fatto di
“scienza” e di “comunità” “continua a crescere con gli italiani”. La Presidente
dell’ENEA ha quindi ricordato come l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie,
l'energia e lo sviluppo economico sostenibile abbia accompagnato questo
percorso in passato, dicendosi però “lieta di farlo ancora”, in particolare in
qualità di “ponte tra comunità scientifica internazionale e paese”.
Da ultimo, prima dell’intervento finale, un omaggio al fisico e divulgatore
scientifico, Antonino Zichichi, e al Professor Lucio Ubertini, della Texas
Scientific Italian Community.
A chiudere la sessione inaugurale è stato Arcobelli, che, in un
appassionato intervento, si è detto pieno di orgoglio e di gratitudine per
questo “percorso straordinario: 20 anni di impegno, passione e visioni
condivise”. Arcobelli ha quindi ricordato come in questi 20 anni la conferenza
sia diventata “punto di riferimento essenziale per migliaia di italiani che pur
operando oltre i confini nazionale hanno continuato a sentirsi parte viva del
nostro paese”.
Arrivare alla ventesima edizione, secondo Arcobelli, “non è stato scontato,
né facile”. Per questo “è un grande risultato”. In questi 20 anni “avete
costruito ponti invisibili e solidissimi tra l’Italia e il mondo, avete
trasformato distanza geografica in ricchezza di prospettive, la diaspora in una
rete di eccellenza e la lontananza in un’opportunità di crescita collettiva”.
Per Arcobelli, ogni edizione della Conferenza ha rappresentato “un momento
di incontro autentico, di scambio nel mondo e di rinnovato amore per la
ricerca, per l’innovazione e per la cultura italiana”. Con il loro lavoro,
“tante storie personali si sono intrecciate alla storia italiana, una storia
che non si ferma nei suoi confini ma vive, crea e brilla ovunque ci siano
intelligenza, curiosità e dedizione al sapere. Avete dimostrato che essere
italiani nel mondo significa portare competenze, creatività e quel genio che da
sempre ci caratterizza”.
È per questo che Arcobelli, in ultima analisi, ha voluto dire una cosa in
particolare ai ricercatori e alle ricercatrici: “grazie. Grazie per aver tenuto
alta la bandiera della ricerca italiana all'estero. Per aver creato uno spazio
di dialogo aperto e inclusivo, per aver investito il vostro talento per
costruire un futuro migliore per l’Italia e per il mondo. Che i prossimi 20
anni siano ancora più luminosi, ricchi di sfide e ambizioni, collaborazioni
internazionali sempre più feconde e risultati che riempiono di orgoglio le
generazioni future – ha concluso -. In ogni angolo del Mondo, ovunque ci sia un
italiano, lì c'è l'Italia”. (aise 18)
La Repubblica Italiana compie 80 anni
In un mondo che vive un cambiamento epocale, fatto di guerre e mancato
rispetto del diritto internazionale, dove la capacità dell’AI di penetrare
capillarmente ovunque fino a condizionare sistemi, reti, dispositivi e
soprattutto menti, la nostra Repubblica, che ha attraversato momenti
difficilissimi, è ancora in piedi e merita rispetto e orgoglio per aver retto e
superato tutto.
Le stragi di massa, l’assassinio di magistrati e giornalisti, il sequestro
e l’assassinio di un uomo dello Stato, Aldo Moro, sono ferite che stentano a
rimarginarsi, ma le Istituzioni e la forza morale di tanti italiani e italiane
che non si sono mai arresi hanno reso possibile il superamento di momenti così
bui.
Le contrapposizioni di allora continuano ad esistere, ancora si parla di
fascismo e antifascismo, ma mentre la Germania con il processo di Norimberga ha
affrontato e condannato il legame con il nazismo, noi abbiamo scelto
l’amnistia, assolutamente necessaria ma non in grado di dichiarare superato il
fascismo e condannarlo.
La nostra Repubblica, la nostra Costituzione e la gran maggioranza degli
italiani e delle italiane, oggi, sono antifascisti e il neofascismo è
abbastanza se non del tutto marginale, mentre non si può dire altrettanto della
Germania, dove l’Afd, nelle prossime elezioni del 6 settembre nella
Sassonia-Anhalt, terra natale di Martin Lutero, rischia di avere la maggioranza
assoluta creando così un pericoloso precedente.
Tuttavia, pur avendo una Costituzione considerata tra le migliori del
mondo, per averci assicurato la libertà e la democrazia, il nostro sistema
istituzionale non riesce a riformarsi, a stare al passo con i tempi che non
sono più quelli del 1948, quando la nostra Carta nacque.
Già Giuseppe Dossetti, ex membro dell’Assemblea Costituente della nostra
Repubblica, denunciava un sistema parlamentare incapace di scegliere tra i due
schieramenti, quello filosovietico e quello filooccidentale, proprio
all’indomani della nascita della Costituzione, temendo - ognuno degli
schieramenti - che la vittoria elettorale avrebbe portato ad una deriva
autoritaria e ad un abuso consequenziale delle Istituzioni.
Fu così sottratto il potere decisionale alle Istituzioni, preferendo darlo
ai partiti, che non hanno saputo gestirlo e non hanno capito che era necessario
il reciproco riconoscimento dei due schieramenti, per il superiore interesse
generale e per stare al passo con i tempi.
Tutti i tentativi di riforma, sono andati a vuoto: sul sistema di governo,
sul superamento del bicameralismo perfetto, su una legge elettorale che
dovrebbe accompagnare entrambe e non anticiparle.
Il nostro è un sistema afflitto dal “Complesso del tiranno”, che non è
stato mai superato dalla Costituente in poi, cioè la paura di avere un
esecutivo con maggiori poteri, come nelle altre Cancellerie europee, che fa
dell’Italia “la Repubblica del potere di veto” dove prevalgono, propaganda e
tatticismi, una forma di governo che risale al 1948 e un Parlamento con due
Camere che fanno le stesse cose.
Il risultato, chiaro a tutti, è quello di una paralisi istituzionale, di
un’incapacità sostanziale di riforma del nostro sistema, che ha prodotto in
pochi anni ben quattro leggi elettorali e, se ce ne sarà una quinta, poco o
nulla cambierà, perché da sola nessuna legge elettorale sarà in grado di
assicurare stabilità e governabilità al nostro Paese.
Gli italiani e le italiane si augurano, visti i tanti fallimenti, che le
regole vengano cambiate insieme, da maggioranza e opposizione, come nel 1948:
semplice a dirsi, difficile a farsi.
Angela Casilli, de.it.press 5
La storica e scrittrice Anna Foa, commentando il famigerato video del
ministro Ben Gvir con gli attivisti della Flotilla, in un recente articolo su
La Stampa, scriveva così: «Di fronte a fatti del genere, gli ebrei della
diaspora non possono che rivoltarsi, gridare che queste pratiche, volute sì da
un ministro estremista ma messe in atto senza proteste dai soldati di quello
che ama definirsi “l’esercito più morale del mondo”, sono aberranti. Se non lo
fanno, non possono che esserne complici. Ma se non lo fanno, lasceranno anche
che ovunque il mondo ebraico sia assimilato a questo orrore. Lasceranno che
tutta la diaspora sia trascinata nell’abisso».
Queste parole – in particolare quell’ultima frase col riferimento
all’abisso – mi hanno fatto pensare ad un libro recentemente pubblicato in
Italia da Laterza, che si intitola Nell’abisso. Dal sionismo al genocidio: la
sconfitta morale di Israele. L’autore è Omer Bartov, un ebreo-americano nato in
un Kibbutz israeliano in una famiglia che, come racconta, è sempre stata
sionista.
Ragionando di sionismo
Anche Bartov, come Anna Foa, è uno storico. Insegna “Storia dell’Olocausto”
alla Brown University ed è considerato, come ricorda il risvolto di copertina,
«una delle principali autorità in materia di genocidio».
In una recente intervista al giornale israeliano Haaretz, Bartov ha
dichiarato: «Il sionismo è diventato qualcosa che non riconosco. È diventato l’ideologia
dello Stato. Ed è diventato non solo militarista ed espansionista, ma anche
razzista, estremamente violento e, in definitiva, un’ideologia che danneggia
profondamente sia l’individuo che la collettività». Questa è anche, in buona
sostanza, la tesi del suo libro il cui titolo originale, non a caso, è Israel:
What Went Wrong (Israele, cosa è andato storto).
Bartov non punta il dito contro il sionismo tout court, bensì contro
l’involuzione che lo avrebbe snaturato. Un movimento che, nelle parole dell’autore,
era «nato per affrancare gli ebrei d’Europa dall’oppressione e dalle
persecuzioni, si è trasformato in un’ideologia di Stato di matrice
etno-nazionalistica, sempre più orientata all’estromissione dei palestinesi e
alla loro brutale sottomissione al dominio israeliano».
Un nodo centrale, nell’analisi dello storico, è l’assenza di una carta
costituzionale. A questo tema Bartov dedica il capitolo intitolato La
Costituzione mancante. «Se, prima del 1948 – scrive nelle pagine
dell’introduzione – il movimento [sionista] aveva posseduto due facce, una di
liberazione dall’oppressione e l’altra di colonialismo d’insediamento e
nazionalismo etnico, una volta fondato lo Stato, fu quest’ultima a prevalere
sulla politica israeliana. In maniera non dissimile da altre concezioni e
filosofie politiche, quali, ad esempio, il socialismo e il fascismo che, dopo
aver assunto il potere dello Stato, mutarono radicalmente, anche il sionismo
cominciò a trasformarsi non appena divenne l’ideologia ufficiale di Israele».
La tesi centrale del libro è che una Costituzione fondata sui princìpi
progressisti della Dichiarazione di indipendenza israeliana avrebbe contribuito
a contenere gli impulsi peggiori del sionismo e avrebbe aperto la strada verso
una società liberale per tutti i suoi cittadini».
Un capitolo molto interessante è quello intitolato La sindrome del
mai più. In queste pagine Bartov parte dalla presunta unicità storica della
Shoah: questa idea, sostiene, è un’ovvietà, poiché nessun fatto storico è
perfettamente identico ad un altro; allo stesso tempo, è una contraddizione,
perché «qualsiasi evento storico si verifica in un determinato contesto e può
essere compreso unicamente ricostruendone le cause, confrontandolo con gli
eventi ad esso correlati ed esaminandone il rapporto con altri sviluppi
paralleli».
Questo punto dell’unicità storica o meno della Shoah è un nodo cruciale.
Infatti, la politica israeliana, indicativamente dopo il processo ad Adolf
Eichmann e dopo gli anni ’70, ha iniziato a coltivare l’ossessione di una nuova
Shoah e, di conseguenza, ha sviluppato l’idea dell’unicità storica della Shoah.
Questa constatazione conduce Bartov a parlare del «mai più», ovvero di quella
«onnipresente promessa diffusasi in tutta l’Europa dopo la fine della guerra».
Il “mai più” affermato dopo la Shoah deve intendersi rivolto a difesa di
tutti gli esseri umani, oppure riguarda solo gli ebrei?
Proprio da questa domanda prende spunto l’ultimo libro scritto da Anna Foa,
titolato appunto Mai più. L’autrice vi riscostruisce la storia
dell’antisemitismo e lo analizza in rapporto all’antisionismo: due cose
distinte che, però – sottolinea l’autrice – hanno pure dei nessi che «non
possono essere negati; ad esempio, come giudicare la scelta del terrorismo
palestinese negli anni Settanta-Ottanta di attaccare la diaspora ebraica, come
nel Marais parigino, o come a Roma nel 1982? E che dire dell’attacco
terroristico compiuto a Sidney il 14 dicembre 2025 contro un gruppo di ebrei
che celebravano il primo giorno di Hanukkah?».
È innegabile il fatto che l’antisemitismo è stato assunto dalla politica
israeliana come scudo contro qualsiasi critica. È proprio per questo motivo che
«l’accusa di antisemitismo, fino ad un secolo fa calzante e aderente alla
realtà, è oggi screditata perché viene rivolta, in maniera sistematica e
generalizzata, a chiunque accusi il governo israeliano di aver realizzato un
genocidio a Gaza e di stare realizzando in Cisgiordania la pulizia etnica dei
palestinesi».
Il nodo attorno al quale si sviluppa il libro della Foa è riassunto da
queste frasi nelle ultime pagine del libro: «Se non ci si richiama al valore di
monito universalistico che questa memoria [della Shoah] deve avere, se le si
attribuisce un valore solo ed esclusivamente per gli ebrei, se la si vede come
una commemorazione, un risarcimento, e non come un forte strumento volto a
combattere i genocidi ovunque si realizzano, questa memoria perde valore,
importanza, senso».
Parlando con Anna Foa
Dopo aver letto questi due importanti libri, ho avuto l’opportunità di
rivolgere alcune domande ad Anna Foa per approfondirne alcuni aspetti e
ampliare la riflessione.
– Gideon Levy, in un suo articolo sul quotidiano israeliano Haaretz, ha
parlato del libro di Omer Bartov. Il giornalista critica la posizione dello
storico dicendo che, sebbene molte affermazioni siano condivisibili, il
sionismo non è mutato nel tempo, come sostiene Bartov, perché, in realtà,
sarebbe sempre stato improntato al razzismo e al nazionalismo. Lei cosa ne
pensa?
Su molte cose sono d’accordo con Levy e lo trovo un grandissimo
personaggio. Resta il fatto che io sono ancora un po’ dubbiosa – sempre meno ma
un po’ dubbiosa – sul fatto che si possa definire comunque, fin dall’inizio, il
sionismo in maniera totalmente negativa.
Si sono date possibilità che ora non si danno più. Spero, comunque, che
possano tornare, che ci possa essere una rinascita, non tanto del sionismo in
sé, bensì dello Stato di Israele e dei suoi abitanti, ma in un altro modo.
Spero che ci possa essere un reale cambiamento, non una piccola riverniciatura
come si prospetta con le prossime elezioni.
– La prima accusa che viene mossa a coloro che criticano Israele è quella
di antisemitismo. Dall’altra parte, si sostiene di essere antisionisti e non
antisemiti. A me sembra che oggi siamo giunti ad un livello superiore: il
problema del sionismo, quando parliamo della politica in Israele, è stato
superato dal fondamentalismo.
Sono totalmente d’accordo; però c’è anche una critica del sionismo
affiorata in questi due anni: oggi molti storici, partendo da quello che è
successo, stanno riaffrontando la storia di Israele in maniera molto più
critica. C’è proprio una rivisitazione della storia di Israele in cui, al di là
degli aspetti propagandistici che cercano di salvare l’anima di Israele fin
dall’inizio, si analizzano i momenti coloniali, gli eccidi e anche il rapporto
con i paesi arabi. In Israele c’è una storiografia accademica molto
approfondita e molto impegnata su questo fatto della rivisitazione della storia
del Paese.
Certamente, parlare di sionismo oggi in qualche modo non ha senso. Il
sionismo ha raggiunto il suo obiettivo che era la costruzione dello Stato,
adesso ci sono solo le politiche – lo dico al plurale – dei vari governi di
Israele nel tempo, che si possono criticare o accettare. Credo che si debba
superare il sionismo, se si vuole salvare Israele e i palestinesi insieme.
Bisogna, dunque, superare il sionismo e pensare che Israele è uno Stato in
cui tutti hanno gli stessi diritti di cittadini e in cui non esiste lo Stato
degli ebrei, ma lo Stato di Israele o lo “Stato di Palisraele” o
“Israelopalestina”, chiamiamolo come vogliamo; ma non deve più essere uno Stato
confessionale.
Potrà avere varie forme – ne sono state proposte di straordinarie di cui
parla appunto Bartov – che prevedono la cooperazione di due Stati diversi che
però si collegano e presentano unità su alcuni aspetti. Sono varie, infatti, le
possibilità politiche di uno Stato che non vuole essere uno “Stato del tutto”
sotto tutti i punti di vista. Si può dare una confederazione dei due Stati
sotto vari aspetti, ma non su tutti, come alcuni osservatori dicono.
Dopodiché, in questo momento, siamo completamente spostati dall’altra
parte: siamo di fronte a uno Stato che si prospetta come uno Stato degli ebrei
e solo degli ebrei, possibilmente sbattendo fuori il maggior numero di
palestinesi possibile.
– Ho notato nel libro di Bartov quelle pagine ove si parla della soluzione
confederale avanzando varie ipotesi. Mi sono soffermato perché, per
SettimanaNews, lo scorso anno ho intervistato il prof. Riccardo Bocco in merito
ad un suo libro dedicato alla soluzione confederale. Ovviamente parlarne in
questo momento sembra assurdo, tuttavia il prof. Bocco diceva dell’importanza
di parlarne, comunque, affinché l’argomento entri nel dibattito pubblico.
Io penso che anche solo il fatto del riconoscimento dei palestinesi – da
parte di più Stati di quanto non siano ora e parlo in particolare degli Stati
europei – conferirebbe loro una legittimazione della quale hanno assoluto
bisogno. Dopodiché, bisogna andare avanti, evidentemente su altre strade.
– Gad Lerner, in un recente post nel quale criticava le azioni contro la
Flotilla, chiedeva di smetterla di considerare ebraico lo Stato di Israele. Ciò
mi fa pensare che, nel suo libro, lei evidenzia le profonde divergenze
esistenti tra la diaspora in America e in Europa. Tra gli ebrei in America c’è
un dibattito culturale e politico vivace. Al contrario, nell’ebraismo europeo
il dibattito si è affievolito e appiattito su Israele.
Penso che la diaspora europea abbia perso ogni forma di vitalità, di
innovazione e di cultura. Dopo il 1945 è difficile trovare un’autonomia
culturale della diaspora europea. Nel mio ultimo articolo su La Stampa ho
praticamente detto alla diaspora italiana e alle organizzazioni ebraiche
italiane: “se non vi muovete adesso, ne siete responsabili”.
– Quale è il suo parere in merito alle responsabilità della diaspora
relativamente ai rischi che ci sono non solo per l’Israele ma anche per
l’ebraismo stesso?
Ciò che è successo ai membri della Flotilla – picchiati e torturati – è
purtroppo “solo” emblematico della situazione che ai palestinesi tocca
quotidianamente. Quando tocca ai bianchi europei, il mondo si muove e mi auguro
continui. Gli stessi attivisti della Flotilla, mi sembra che abbiano dichiarato
di accettare le torture su di loro perché queste possono servire a sollevare il
velo che copre quelle sui palestinesi.
Di fronte alla situazione su cui il velo è stato sollevato, le comunità
ebraiche devono dire molto di più rispetto alla semplice affermazione che Ben
Gvir è un pazzo. Ben Gvir può anche essere pazzo, ma che dire dei militari che
hanno eseguito i suoi ordini? Non possono essere tutti pazzi, come Ben Gvir. E
che dire dell’intero governo?
– L’ho ascoltata alla trasmissione “Otto e Mezzo” in cui ha parlato anche
di cose positive che ci sono nella società civile israeliana. Ma ho la
sensazione, però, che i partiti politici – anche quelli che si oppongono a
Netanyahu – non siano all’altezza della società civile. L’opposizione si sta
appiattendo sul governo e sta inseguendo le posizioni di Netanyahu: ad esempio,
per il solo fatto che Lapid e Bennett, i leaders dell’opposizione, abbiano già
annunciato di voler escludere i partiti arabi da qualsiasi futura coalizione di
governo.
Certo, questo è un fatto gravissimo, perché l’unica possibilità di cambiare
la società israeliana è rinunciare al sionismo, ma per questo c’è paura. Anche
Yair Golan, che è quello più a sinistra, recentemente ha detto che non è ancora
il momento di riconoscere uno Stato di Palestina. Ma, “se non ora, quando?”.
Io penso che le prossime elezioni, al massimo, potranno mettere fuori gioco
il governo di Netanyahu ed eliminare qualche frangia troppo estremista. Forse
potrà essere sospesa la legge sulla pena di morte, ma non lo so.
Non penso, tuttavia, che le elezioni possano rinnovare radicalmente la
società di Israele. Credo che l’unica spinta, per ora insufficiente, possa
venire dal basso, dalle organizzazioni che lavorano con i palestinesi, da
quelli che vanno nei territori occupati, dalle organizzazioni come “Standing
Together” o “B’Tselem” (*); è solo dal basso che può venire il rinnovamento,
non dai politici tradizionali.
(*) B’Tselem in ebraico significa “a immagine di” nel senso di Genesi 1,27,
è una ONG che si occupa di diritti umani nei territori occupati. di: Andrea
Piazza, SettNews 16
Il consolato come municipio d’Italia all’estero
ROMA - Formazione, documenti, corsi di lingua,
cittadinanza, comunicazione e Comites: questi i temi scelti per il
confronto a distanza tra connazionali e consoli al centro de “Il Consolato come
Municipio d’Italia all’estero: servizi e solidarietà”, secondo panel della
Conferenza dei consoli italiani nel mondo aperta questa mattina alla Farnesina.
Condotto da Francesca Santoro (Capo dell’Unità per la semplificazione e il
coordinamento della Segreteria generale) alla presenza del sottosegretario
Massimo Dell’Utri, il panel si è svolto sotto forma di “talk show” per dare
risposta ad alcune delle domande raccolte dalla Farnesina attraverso l’indirizzo
email attivato in occasione della Conferenza.
Al sottosegretario Dell’Utri – che ha ereditato le deleghe di Giorgio Silli
tra cui quella agli italiani nel mondo – il compito di spiegare qual è il ruolo
e valore della funzione consolare, in un momento così complesso come l’attuale,
per far sentire i connazionali vicini al loro Paese.
“Rispondo con un “grazie” a voi consoli perché è importante quello che
fate”, ha detto il sottosegretario. “Per gli italiani all’estero siete momento
di incontro e confronto con lo Stato. Rappresentate la municipalità, siete
mini-amministratori che si occupano di tutto: dal civile al notariato,
dall’amministrazione al momento di raccordo con imprese” e che devono farlo con
“organici non dico ridotti, ma che rendono difficile raggiungere gli obiettivi
e dare servizi ai cittadini”.
Ringraziata al Direttrice generale per gli italiani all’estero, Silvia
Limoncini, “con cui ci confrontiamo quotidianamente”, Dell’Utri è intervenuto
su una delle “emergenze” che ad oggi interessano consolati e cittadini, cioè il
rilascio della Cie entro il 3 agosto. Ricordato che, attraverso il Commissario
Fitto l’Italia ha provato a chiedere una proroga, senza successo, Dell’Utri ha
sostenuto che “dobbiamo fare tutti uno sforzo, soprattutto i consolati nell’Ue”
e poi annunciato che “sono partite le assegnazioni brevi trimestrali” e che
quindi “14 funzionari partiranno a breve” per diverse destinazioni all’estero.
“Ricordo che dopo una riduzione organico che in alcuni casi ha prodotto vacanze
del 30%, negli ultimi due anni ci sono state alla Farnesina quasi 2mila
assunzioni: questo personale potrà partecipare alle assegnazioni brevi” ma i
consoli “dovranno formarli”.
Proprio sulla formazione la prima domanda scelta, cui ha risposto Santoro:
al connazionale che chiedeva se ci fossero programmi di formazione per il
personale amministrativo dei consolati, la Capo dell’Unità per la
semplificazione e il coordinamento ha risposto che “la formazione è centrale
nella PA, per essere sempre aggiornati e dare servizi efficienti” e che “la
riforma della Farnesina ha creato una DG dedicata a dimostrazione della
centralità del tema” per l’amministrazione.
Sulle modalità di rilascio di passaporto e Cie ai più fragili, disabili e
pensionati in primis, ha risposto Mario Baldi, console generale a Zurigo dove
hanno dedicato un numero di telefono per le prenotazioni degli over 70 che
“hanno poca dimestichezza con i mezzi informatici” e dove ci sono “sette
sportelli consolari” con funzionari itineranti che, da 1 a 4 volte al mese,
raccolgono i dati biometrici di chi ha bisogno di nuovo passaporto. Una
modalità che, come noto, non si può ancora estendere al rilascio delle Cie.
Inoltre, ha aggiunto Baldi, la sua sede ha introdotto un’apertura straordinaria
l’ultimo sabato di ogni mese per i connazionali che hanno documenti in
scadenza. “Come termine di paragone noi abbiamo l’amministrazione svizzera, che
è molto efficienze, così come lo sono posta e trasporti e questo ci aiuta nella
prossimità al connazionale”.
Sulla questione Cie – postazioni mobili è intervenuto anche Dell’Utri,
chiamato a rispondere ad una domanda sui canali di coordinamento tra consolati
e comuni: il sottosegretario ha ribadito l’importante sforzo prodotto dalla
Farnesina per la digitalizzazione che potrebbe avere migliori risultati se i
sistemi informatici dei due Ministeri fossero compatibili: “unificando i
sistemi informatici anche le strutture mobili dei consoli onorari potrebbero
rilasciare le Cie”, ma ancora non è possibile. “Ci sono difficoltà e criticità
innegabili rispetto alle quali il Maeci ha responsabilità veramente marginali”.
Il Viminale “solleva questioni di tutela dei dati, privacy e cybersicurezza.
Noi abbiamo l’esigenza pratica di fornire un servizio. Speriamo di risolvere in
tempi brevi”.
Console generale a Madrid, Spartaco Caldararo ha prima elencato l’offerta
dei corsi di italiano a disposizione di quanti vogliano avvinarsi alla nostra
lingua – scuole, corsi negli IIC, nelle associazioni, lettorati nelle
università – e poi risposto ad una domanda su come fa il Consolato a lavorare
quando la comunità italiana all’estero aumenta e si trasforma.
“La crescita della collettività non deve essere “subita” né vissuta come un
problema da risolvere, è un dato oggettivo che esiste”, ha osservato il Console
che ha individuato nella digitalizzazione, nelle risorse e nel “discernimento”
le direttrici su cui muoversi. La prima “per dare al cittadino la possibilità
di ottenere da remoto non solo risposte, ma proprio il servizio”; le risorse
umane con “i nuovi assunti che, dopo la conoscenza interna del Maeci, potranno
affrontare la sfida delle sedi all’estero”, dando loro una “adeguata formazione
che spetta anche al dirigente responsabile della struttura”; infine il
“discernimento rispetto alle reale esigenze dei connazionali: una cosa è
rilasciare un documento un’altra fornire assistenza in situazione di
particolare serietà”.
Ma cosa succede nei momenti di crisi? Lo ha spiegato Priscilla Zanetto (Abu
Dhabi) che ha risposto al connazionale che chiedeva perché “i consolati non
rispondono”.
“Nella recente crisi del Golfo la prima esigenza dei connazionali è stata
quella di tornare a casa: la sede si è impegnata molto nella comunicazione, che
è essenziali, ma è difficile rispondere a migliaia di cittadini e ai loro
familiari”. La cancelleria consolare “ha aumentato i numero di cellulari di
emergenza e, con l’Unità di crisi, ha attivato un canale whatsapp per
comunicazioni massive”. Poi “i canali social sono stati fondamentali”, così
come lo è stata la “presenza fisica del personale negli aeroporti e nei valichi
di frontiera per dare un segno “fisico” di assistenza”. Il personale di
Ambasciata e Consolato generale è stato “travolto dai servizi consolari da
erogare, dando priorità a quelli essenziali: passaporti (impennata del 50%
rispetto al mese precedente per le richieste dei connazionali che volevano
lasciare il paese), procure (per chi voleva continuare a gestire affari dall’Italia),
registrazioni di nascita. Da aprile abbiamo ripreso l’operatività per tutti i
servizi consolari, sempre assicurando la sicurezza sia del personale che
dell’utenza: l’Ambasciata si trova in una zona “sensibile” di Abu Dhabi, per
questo la cancelleria si è trasferita prima nella Residenza e poi all’IIC”.
Quanto ai funzionari che non rispondono, “il personale è stato coinvolto notte
e giorno, abbiamo fatto i turni notturni per rispondere il più possibile e
erogare servizi in primis per fragili e minori”.
Sul tema cittadinanza sono intervenuti Valerio Caruso (Porto Alegre) e
Gianluca Rubagotti (Sydney).
Al connazionale che chiedeva quali criteri siano utilizzati per definire la
residenza effettiva degli utenti che richiedono la cittadinanza iure sanguinis,
Caruso ha risposto che il criterio è quello della “effettiva e stabile
residenza nella circoscrizione consolare”, il criterio “più pratico” perchè “chiedi
la cittadinanza al consolato a cui poi chiederai i servizi”. Il tempo massimo
per la pratica è di 24 mesi, “ma in Brasile cerchiamo di metterci meno”.
Rubagotti, invece, si è soffermato sulla comunicazione con la collettività:
“la riforma della cittadinanza ha provocato reazione molto aspre. A Sydney, e
in Auastralia, era necessario illustrare con precisione e chiarezza l’assetto
della nuova legge, valorizzando gli aspetti positivi passati sotto silenzio” o
comunque “sopraffatti” in un primo momento dalle critiche. Tra questi
“l’ipotesi del riacquisto, molto ben accolto in Australia, dove molti italiani
hanno rinunciato alla cittadinanza dopo la naturalizzazione”. Nella campagna di
comunicazione sono stati “coinvolti Comites, associazioni e giornali locali”
anche per “organizzare incontri in varie zone della circoscrizione” con
maggiore presenza di connazionali, “per spiegare e facilitare la comprensione
della nuova legge”. La legge ha prodotto una “riorganizzazione in consolato”
per “creare dal nulla due nuovi servizi”. Modifica “resa possibile grazie al
supporto della Farnesina e della Dgit in particolare”.
A Caruso, infine, il compito di ricordare che entro l’anno saranno indette
le elezioni per il rinnovo dei Comites per i quali i connazionali votano per
corrispondenza solo se si registrano nell’elenco degli elettori. “Il Comites
rappresenta il connazionale nel rapporto con il consolato, è l’anello di
congiunzione tra comunità e autorità consolare”, l’organismo che “ci fa avere
cognizione dei nostri problemi in consolato”. Quest’anno verranno rinnovati: i
consolari “daranno ampia divulgazione alle modalità di iscrizione alle liste
degli elettori”.
Il panel si è concluso con la rassicurazione che la Dgit risponderà
privatamente ai quesiti posti dai connazionali che non hanno avuto risposta
oggi. (ma.cip\aise 12)
Lingua e cultura: scuole ed enti gestori alla Continentale Europa del Cgie
ROMA - Dopo una sessione dedicata una sessione dedicata alla presenza
imprenditoriale italiana e ai rapporti commerciali tra Italia e Spagna, la
Commissione continentale Europa – Nord Africa del Consiglio generale degli
italiani all’estero, riunita da ieri a Madrid, ha affrontato il tema della
diffusione della lingua e cultura italiana in un panel che ha favorito il
confronto tra consiglieri e addetti ai lavori. Moderati da Giuseppe Stabile,
vicesegretario d’area, ai lavori sono infatti intervenuti i dirigenti
scolastici delle Scuole italiane di Madrid e Barcellona e i referenti degli
enti gestori delle scuole materne attive in entrambe le città.
Ad avviare la sessione è stato, invece, il consigliere Tommaso Conte,
membro del Comitato di presidenza e della Commissione tematica lingua e
cultura, che ha criticato l’agenda dei lavori della Commissione – troppo piena
di interventi, a suo dire, e con poco spazio al confronto – per poi entrare nel
vivo delle questioni annunciando che l’anno prossimo ci sarà un nuovo taglio
del personale docente che l’Italia invierà all’estero, che la priorità del
Governo, in base al Piano Mattei, è attivare corsi in Africa, a discapito delle
altre parti del mondo (8 i posti tagliati in Europa) perché “le risorse sempre
quelle sono”, e che, in questo scenario, la Spagna rimane comunque un’isola
felice visto che dei 683 insegnati di ruolo totali impiegati all’estero, 80
sono assegnati a Madrid e Barcellona.
Nota positiva il nuovo canale di comunicazione “molto efficiente” con
l’ufficio V della Direzione generale per gli italiani all’estero e la ministra
plenipotenziaria Samuela Isopi: operativo, infatti, il tavolo di lavoro
che – ha informato Conte - sta organizzando i webinar dedicati agli enti
gestori, annunciati nella plenaria di maggio.
A inizio luglio si terrà quello dedicato agli enti in Europa, in una data
tra il 10 e il 13 luglio quello per il Nord America, a settembre quello per Sud
America e Australia. I webinar “saranno importantissimi per la predisposizione
del decreto direttoriale, che quest’anno sarà pubblicato entro metà settembre e
l’anno prossimo all’inizio di settembre”, ha spiegato Conte. I webinar saranno
diretti dall’ufficio V della Dgit e dalla consigliera Adriana Apollonio alla
presenza dei dirigenti scolastici, dei coordinatori consolari e dei consiglieri
Cgie della Commissione competente (oltre a lui, la presidente Campanale e il
consigliere Nesti e gli altri membri interessati), ma soprattutto degli enti
gestori: “saranno loro – ha assicurato Conte – ad avere la parola: Cgie,
consolati e dirigenti dobbiamo ascoltare le loro richieste e capire come
risolverle”.
Procede anche il lavoro per la messa in rete del Portale tematico, ha
aggiunto Conte, ed è vicina la pubblicazione della graduatoria per i contributi
degli enti, “rallentata” dalla mancata risposta di due di essi al soccorso
istruttorio. “Dovrebbe uscire al massimo la prossima settimana”, ha detto
Conte, rassicurato sul punto dall’Ufficio V che per l’anno prossima pensa ad
una “misura draconiana” e cioè “tagliare fuori gli enti gestori che non
risponderanno subito alle richieste di soccorso istruttorio per evitare
ritardi” per tutti gli altri.
Quanto alla Spagna, Conte ha stigmatizzato più volte nel corso della
sessione la presenza “ufficiale” dell’Italia solo a Madrid e Barcellona.
In entrambe le città sono attive due Scuole Italiane (delle 8 in totale nel
mondo) a nome delle quali sono intervenuti i dirigenti Massimo Giuseppe Bonelli
(Madrid) e Patrizia Carfagna (Barcellona) che hanno illustrato le attività
degli Istituti e i contesti in cui operano.
La parola è poi passata a Maurizio D’Ubaldo, dell’ente gestore che gestisce
la Scuola materna italiana di Madrid e ad Antonio Gucciardo, capo dell’ente
gestore che gestisce la Scuola dell’infanzia a Barcellona: entrambi hanno
criticato la “distanza” mantenuta dall’Amministrazione, sottolineato le
difficoltà che hanno affrontato, soprattutto durante e dopo il covid,
l’importanza di avere un sostegno concreto al loro operato ma anche di avere
sedi belle e adeguate come le altre scuole internazionali.
Interventi che, ha sintetizzato la presidente della Commissione lingua e
cultura del Cgie Lidia Campanale, dimostrano quanto il tema sia “molto
complesso e trasversale”. Ricordata la particolare “attrattività della lingua
italiana”, Campanale ha invitato a “non perdere questa ricchezza per difficoltà
organizzative e amministrative”. L’Italia ha prodotto “modelli educativi
apprezzati in tutto il mondo”, che per essere promossi all’estero hanno bisogno
di “risorse finanziarie mirate”. Serve, ha aggiunto, anche “un sistema
funzionale che supporti piani pluriennali: i corsi di lingua e cultura non si
esauriscono in un semestre, le scuole non programmano attività in mesi o anni,
c’è una verticalità dall’infanzia al liceo. Oggi gestire una scuola significa
gestire un’azienda con sfide legate a inclusione, multilinguismo”, servono
“docenti esperti” ma anche “collaborazioni con le associazioni perché la lingua
non si apprende solo in classe, ma soprattutto grazie ad attività extra
scolastiche che creano comunità”.
Il Cgie, ha aggiunto, in questi anni “ha iniziato a dialogare con la Dgit,
che ora è molto aperta ai nostri suggerimenti e collabora con noi tramite il
tavolo tecnico che accorcia la lontananza tra amministrazione enti e scuole”.
La Commissione ha “lavorato su assegnazioni e percentuali per gli enti”, un
“sistema che si sviluppa su tranche e momenti diversi” e che rappresenta una
sfida “perché le scuole all’estero fanno i conti anche con i diversi sistemi
scolastici dei paesi dove operano”. Quanto alla pubblicazione delle
graduatorie, Campanale ha lanciato un appello agli enti gestori che fanno
richiesta di contributi per i progetti affinchè rispondano “in modo tempestivo
ai soccorsi istruttori”. Ricordata infine l’importanza della digitalizzazione,
Campanale ha concluso sottolineando che “investire nella cultura e nella
formazione linguistica significa investire nella partecipazione attiva, in un
Sistema attivo e coordinato che dà crescita all’Italia”.
Nel dibattito sono intervenuti il consigliere Pietro Mariani (Spagna), che
ha ricordato il tentativo fallito di inserire l’italiano come terza lingua elle
scuole a Toledo perché l’Italia “non rispose alla richiesta delle autorità
spagnole”; Barbara Sorce (Svizzera), che ha lodato i progetti di inclusione
attivi nelle Scuole italiane in Spagna e posto l’accento sulla opportunità di
trovare risorse per attuare percorsi di sostegno negli istituti, soprattutto
nei Paesi dove storicamente la scuola non è inclusiva per chi ha esigenze
particolari; Marilena Rossi (Germania), che ha criticato la mancanza di corsi
ed enti fuori da Madrid e Barcellona, dove l’encomiabile lavoro delle Scuole
rimane riservato ad utenitun una “elite”, e chiesto come mai non ci sia mai
stata una iniziativa di famiglie o dei Comites in tal senso.
Conte ha ripreso la parole per criticare l’approccio di quanti vorrebbero
indirizzare risorse solo alle scuole (8 nel mondo) a discapito di tutti gli
altri attori che si occupano di lingua e cultura: “parliamo di identità
culturale o di promozione culturale? Perché i fondi non ci sono” e se si
tolgono agli enti gestori “questi chiudono”.
A favore delle scuole bilingui si è detto Silvestro Gurrieri (Germania),
che ha richiamato la scuola italo-tedesca nata a Wolfsburg negli anni 90,
perché favoriscono meglio l’integrazione; dello stesso parere Luigi Billè (Uk).
Ultima ad intervenire, la segretaria generale del Cgie, Maria Chiara Prodi,
ha citato il dualismo del sistema pubblico-privato, richiamate le eccellenze
delle scuole italiane anche nel mondo prima di sottolineare l’importanza della
sussidiarietà: “gli enti gestori rappresentano una forma di sussidiarietà che
esercita una funzione pubblica ed è sottoposta ad un controllo pubblico. La
difficoltà risiede nel fatto che si chiede un’amministrazione pubblica a
strumenti di volontariato, che devono esser duttili”. Su questo Cgie e
Farnesina devono lavorare per trovare una soluzione che non penalizzi nessuno.
(m.c.\aise 19)
Karlsfeld. Giuseppe Rende ha festeggiato i 90 anni
Veramente riuscitissima la festa, che le figlie Erminia e
Venera –coadiuvate da tutta la famiglia– hanno organizzato in onore dei
primi novantanni del loro amatissimo papà, Giuseppe, in un ristorante di
Karlsfeld, dove i Rende –in genere– festeggiano eventi della famiglia o del
Circolo ACLI locale, di cui è presidente il genero di Giuseppe: Mauro Sansone,
e Segretaria per l'organizzazione, Venera.
Tant'è che le ACLI Baviera –sentiti Mauro e Giuseppe– hanno deciso di
celebrare il loro XV Congresso proprio in questa città; città d'adozione
del festeggiato, per decenni Presidente delle ACLI Baviera.
Per me e per i cari amici Ursula e Carmine e Macaluso (da anni
Presidente delle ACLI Baviera), con i quali mi sono recato alla festa, era
veramente una grande gioia osservare gli soddisfatti visi di tutti i familiari
–a cominciare dalla capostipite Assunta e continuando con i nipoti–
mentre assistevamo alle espressioni di sincero affetto esternate al
festeggiato da tutti noi invitati.
Che dire del racconto –letto in tedesco e in italiano dalle figlie– della
vita di questo Maestro del Lavoro? di questo Maestro di vita? di questo
Presidente Emerito delle ACLI, che –per decenni– ha diretto con grande saggezza
le ACLI in Baviera, ammirato e apprezzato da tutti noi Aclisti? E della
sua Presidenza del Coemit (adesso Comites)? Non ci sono parole! E non ci
sono parole per tutti i riconoscimenti giustamente conferitigli in tutti questi
anni!
E non ci sono commenti e ringraziamenti per l'accoglienza che ci è stata
riservata da tutta la grande famiglia! E nemmeno per il pranzo, nel vero senso
della parola: calabro-rinascimentale, che abbiamo gustato con diverse
succulente portate, e con diverse, opportune pause, –tra cui: il racconto della
vita di Giuseppe e della sua famiglia, la famosa famiglia dei sogni, il
ballo degli Sposi Giuseppe e Assunta e il taglio della torta.
Purtroppo i Macaluso e io, a un certo momento della festa, ci siamo dovuti
accomiatare dall'allegra compagnia, dato che avevamo un'altra graditissima
visita da fare: io non conoscevo ancora la sposa e la nipotina del cadetto dei
miei amici Macaluso: il Professor Marcello, che ha seguito le orme di cotanto
genitore, il Prof. Carmine, Commendatore della Repubblica Italiana e
Commendatore della Repubblica Federale Tedesca.
Due giorni dopo la festa, però, ci siamo rifatti e, insieme con Giuseppe,
Carmine e io siamo andati ad incontrare –come di consueto– il Ministro
Plenipotenziario, nuovo Console Generale a Monaco di Baviera, Dr. Fausto
Panebianco, che ha ascoltato con molto interesse i racconti d'emigrazione di
Giuseppe e quelli degli altri componenti della delegazione, ringraziandoci per
la visita e le notizie da noi fornitegli. Con il Ministro ci eravamo già
incontrati in occasione della Festa della Repubblica nel Castello di
Schleißheim.
Dr. Fernando A. Grasso, dip 12
Tracce.de, iniziativa editoriale online per autori italiani in Germania
Nel Saarland nasce una piattaforma editoriale indipendente che punta a
valorizzare le storie degli italiani in Germania, offrendo nuove opportunità di
pubblicazione a chi resta ai margini dell’editoria tradizionale
Pubblicare un libro non è mai stato semplice. Lo sanno bene gli autori
esordienti che si confrontano con un mercato editoriale sempre più selettivo,
orientato da logiche commerciali e da un’offerta sempre più ampia. Tra
manoscritti respinti, richieste di modifiche sostanziali ai testi e costi
spesso elevati per chi sceglie percorsi alternativi, trovare uno spazio per la
propria voce può diventare una sfida complessa.
È proprio da questa esigenza che nasce Tracce.de, una nuova iniziativa
editoriale online che si propone di offrire opportunità di pubblicazione ad
autori italiani in Germania e, più in generale, a chi desidera raccontare storie,
esperienze e riflessioni che difficilmente troverebbero spazio nei tradizionali
circuiti editoriali.
Il progetto prende forma nel Saarland, regione tedesca situata nel cuore
dell’Europa e storicamente caratterizzata dall’incontro tra lingue e culture
diverse. Una posizione geografica e culturale che ben si presta alla missione
dichiarata della casa editrice: favorire il dialogo tra esperienze, identità e
percorsi di vita che attraversano confini nazionali e linguistici.
Come si legge nella presentazione del sito, Tracce è «aperta a temi, idee e
collaborazioni oltre i confini regionali e nazionali» con l’obiettivo di «far
dialogare le voci tra di loro – tra lingue, paesi ed esperienze».
Alla base dell’iniziativa vi è la convinzione che le nuove tecnologie e le
piattaforme di pubblicazione digitale possano offrire oggi strumenti efficaci
per realizzare progetti editoriali indipendenti, mantenendo al tempo stesso
elevati standard qualitativi. Grazie alla stampa on demand e alla distribuzione
online, infatti, è possibile contenere i costi e raggiungere lettori
interessati anche a pubblicazioni di nicchia, legate a specifici territori,
comunità o percorsi culturali.
Particolare attenzione è rivolta alla comunità italiana in Germania, una
presenza storica che continua a rappresentare una componente importante del
tessuto sociale e culturale del Paese. Attraverso libri, saggi e racconti,
Tracce intende dare spazio a temi come l’identità, l’emigrazione, le radici, il
viaggio e il rapporto tra le diverse generazioni di italiani all’estero.
L’iniziativa è promossa da Rolando Pettinari, figura da molti anni
impegnata nel Saarland sui temi dell’integrazione e dell’identità culturale
degli italiani in Germania, con un’attenzione particolare rivolta alle nuove
generazioni.
Tra i primi progetti pubblicati figura Ohlio. Diario (quasi) storico di
un’estate in Germania, considerato una sorta di manifesto dell’approccio
editoriale di Tracce. Il volume racconta il viaggio di due ragazze italiane –
una delle quali nata e cresciuta in Germania – alla scoperta delle tracce
lasciate dagli italiani nel Saarland dall’epoca romana fino ai giorni nostri.
Un percorso che intreccia storia, memoria, luoghi e incontri, ma che diventa
anche una riflessione sul significato dell’appartenenza culturale per chi vive
quotidianamente tra due lingue e due realtà nazionali.
Il libro è disponibile sia in italiano sia in tedesco, in formato cartaceo
ed elettronico attraverso Amazon. È inoltre prevista a breve la distribuzione
tramite Tolino, la principale piattaforma tedesca per gli e-book collegata alle
maggiori catene librarie del Paese.
Con Tracce.de prende così forma un nuovo spazio editoriale indipendente che
guarda al mondo degli italiani in Germania e alle loro storie, nella
convinzione che la cultura e la narrazione possano ancora rappresentare
strumenti preziosi per comprendere il presente e costruire ponti tra comunità
diverse. CdI on 19
Il difficile cammino per la parità dei diritti femminili è concluso?
Il voto consentito alle donne, 80 anni fa, ha segnato una demarcazione
storica; una tappa basilare di recupero della dignità e inclusione sociale, nel
lungo e faticoso cammino femminile verso l’acquisizione dei diritti, negati per
secoli, per non dire millenni. Il passo successivo si è verificato con
l’inserimento dei ventuno elementi femminili nella rosa dei costituenti la
Carta Costituzionale italiana. Il loro apporto, nell’introdurre norme di
sensibilizzazione sociale, attenzione verso temi quali l’istruzione,
l’ambiente, la tutela delle minoranze e dei diritti femminili, è stato un salto
di qualità, poiché la loro presenza ha mitigato rigidezze riguardo alle
tematiche suddette e non solo.
Caldeggiata agli inizi del secolo
XX, anche dalla regina Elena di Savoia, la formalizzazione per il voto alle
donne, fra contrasti concettuali e situazioni politiche, non produsse risposte
concrete. Eppure già dal 1848 la statunitense Elizabeth Cady Stanton assieme a
300 donne aveva formulato una dichiarazione sui diritti all’eguaglianza, avendo
il Creatore dotato i due sessi di diritti uguali e irrinunciabili. Ne era
derivato il movimento delle suffragette che coinvolse varie nazioni e,
trasversalmente, ogni categoria femminile; oltre al voto si chiedeva di
esercitare l’insegnamento nelle scuole superiori, richiesta che andò in porto
nel 1874. Questa forza propositiva proviene in gran parte dall’ottica avanzata
illuminista, i cui concetti, pur subendo flessioni nel tempo, hanno reso
l’opinione pubblica più sensibile al tema. Ma se si vuole avere minima
cognizione della pesante condizione femminile nei secoli, è necessario un pur
veloce profilo storico. Fin dai tempi antichi essa è collocata all’interno di
una visione maschio-centrica; posizione marginale, esclusa dalla storia, o
meglio all’ombra della storia, eccezioni a parte, in famiglia e in ogni tipo di
relazione, politica, economica, sociale.
Secondo Friedrich Engels in tempi
preistorici il rovesciamento del matriarcato segnò la sconfitta del sesso
femminile che fu umiliato, asservito, reso schiavo delle voglie maschili,
strumento per produrre figli. Ippocrate, il più grande medico dell’antichità e
forse di tutti i tempi, formulò il concetto della incompletezza e instabilità
femminile, interferente con le sue capacità intellettuali. Poche eccezioni:
nella società cretese, tra il 1700 e l’800 a. C. le donne partecipavano alla
vita pubblica. Presso Etruschi e Romani non c’era il concetto di inferiorità
genetica o intellettuale. Seneca ne fu strenuo sostenitore. Invece in Grecia
Aristotele influenzò l’ottica sociale attribuendo alla donna il concetto
biologico di natura passiva che riproduce, non produce; mentre il maschio, di
natura più nobile e divina, possiede l’essenza e la forma.
Questa discriminazione ha fatto
scuola e ancora oggi ci sono formule
condizionanti il nostro linguaggio come sesso forte / sesso debole;
principio attivo maschile / principio passivo femminile. Anche in Persia e
molte altre società si ripete lo schema. Gioca in questo una sorta di paura
verso le capacità riproduttrici della donna, che incarna un potere precluso
all’uomo. Spesso è vista come figura ambigua, sacra, ma anche demoniaca. Ha
influito la scarsa conoscenza dell’anatomia femminile; quella maschile era poco
nota, essendo l’autopsia dei cadaveri giudicata sacrilega, ma meno misteriosa.
L’ignoranza favorisce criteri aberranti, come attribuire ogni aspetto
fisiopsicologico all’isteria, quale specifica femminile. Bisogna attendere la
prima guerra mondiale per dare un colpo serio al tabù. Il cristianesimo,
dimentico della lezione di Cristo, ne facilitò la “svalutazione”, in accordo
con la tradizione aristotelica di imperfezione: se l’anima segue la
costituzione del corpo, il corpo molle della donna la rende instabile, incapace
di volontà e capacità intellettive. Tra le vittime dell’intolleranza, Ipazia,
straordinaria scienziata – filosofa, parte della scuola alessandrina che godeva
di libertà di pensiero; matematica, fisica, astronoma. Pagò soprattutto per
essere donna; uccisa barbaramente nel 415.
La donna del medioevo aveva una vita
gravosa, soggetta all’autorità del padre, del marito, in sostanza di tutte le
figure maschili; chiusa tra le mura domestiche assolveva compiti plurimi; fuori
casa impiegata in attività agricole, allevamento del bestiame; cura dell’orto,
degli animali da cortile. Trascorrere la vita in convento le avvantaggiava come
ruolo e cultura; infatti le donne non dovevano imparare a leggere e scrivere,
se non nei monasteri, poiché solo la lettura a carattere sacro le era
consentita, essendo incapace di discernere. In convento si entrava portando una
buona dote, o si avevano ruoli subalterni. Non meraviglia la massa di giovani
donne che confluirono nel movimento francescano delle clarisse, di Santa
Chiara. Si allontanavano dalla pesante ingerenza maschile, avevano, vivevano
una impensabile autonomia. Le eccezioni, donne colte, poetesse, filosofe
riguardano solo classi sociali molto elevate.
Lo studio della mistica religiosa e altre discipline produce donne di
altissimo livello culturale, come Eloisa, Hrosvita, Ildegarda de Bingen. La
poetessa e scrittrice di origine veneta, Cristine de Pizan, XIV sec. poté
dimostrare il suo valore culturale essendo il padre medico personale del re di
Francia. Rimasta vedova, giovanissima, le si accanirono contro. Il divieto di
insegnamento era giustificato dall’idea ch’essa fosse priva dei requisiti
basilari: costanza, efficacia, autorità, vivacità. Si arriva a dubitare che
possegga un’anima. Fior di teologi ne dibattono, tra essi Tommaso d’Aquino.
Ancora nel ‘500 un sacerdote in Venezia ardì aprire una scuola elementare per
bambine, ma fu bloccato dal vescovo: “le donne non devon né legger, né scriver,
né balar”; anche se già intorno al XII secolo il sensibile sviluppo economico
in Europa aveva assorbito le donne nel mondo lavorativo; erano state istituite
le prime scuole elementari femminili.
Intorno al XIV secolo incontriamo la figura della docente, o dirigente,
purché sposata. Ma la palese malevolenza verso le donne veniva fuori in più
occasioni; il minorita Andrea di Resensburg paragonava le aspirazioni femminili
allo studio e alla imprenditoria come a un inutile volo di galline al di là
dello steccato. Invece la pratica
medica, non essendo allora la medicina branca universitaria fu concessa alle
donne, in quanto non era permesso al maschio l’approccio alle pudenda
femminili. Abbiamo medichesse
importanti, presso la famosa scuola medica Salernitana, in primis Trotula de
Ruggero; in Germania la già citata Ildegarda de Bingen; poco altrove. Ma
quest’apertura si esaurisce sul finire del XV secolo; il deprezzamento
riemerge, vengono guardate con pregiudizio le donne esperte di erbe curative.
Fin dall’antichità spesso erano le donne a curare con medicina empirica altre
donne; poiché su di loro non c’erano terapie mirate. Le cosiddette sapienze
femminili talvolta si ammantavano di superstizioni, e le medicatrici erano
malviste. Ma neanche la conoscenza dell’anatomia migliorò di tanto le
valutazioni.
La storia, però, nonostante oscurantismi, conservatorismi determinati da
opportunità di ottiche di potere, cammina, ed è sempre la cultura l’asse
portante. Il Rinascimento non ebbe una specifica attenzione alla donna, ma
mettendo al centro la dignità dell’uomo inteso come essere umano, incluse anche
lei permettendole visibilità su più fronti. È da qui probabilmente che partono
i primi germi di un femminismo ante litteram. In Francia nel ‘600 fiorì
l’associazione delle Preziose, donne che arrivarono perfino a rifiutare il
matrimonio che impediva loro autonomia e cultura. In realtà, però, furono
l'Illuminismo e la rivoluzione industriale, nel ‘700, a sdoganarle.
L’industrializzazione portò grandi masse rurali in città, modificò il modo di
vivere e produrre, venendo a incidere sui ruoli tradizionali e familiari;
l’Illuminismo ebbe grande attenzione verso i problemi sociali, mostrando che la
tanto sbandierata inferiorità femminile non era altro che il risultato dei
limiti ad essa imposti. Ma se le
valutazioni sono mutate, se nascono i primi salotti letterari che discutono
problemi culturali e politici, e le donne prendono parte a dibattiti, scrivono
pamphlet, in termini giuridici poco o niente si realizza.
C’erano anche uomini di grandissimo livello, contrari: Voltaire le riteneva
incapaci di scelte innovative. Rousseau era convinto che la donna, per
tipologia sessuale, era interessata solo a piacere agli uomini, procreare e
allevare figli. E durante la Rivoluzione francese, nonostante che le donne
invocassero l'estensione universale dei diritti di libertà, uguaglianza e
fraternità, senza preclusioni di sesso, niente venne attuato. E non sempre per
volontà maschile. Emblematico il caso di Olympe de Gouges che nel 1791 pone i
concittadini di fronte al ruolo negato alla donna nella vita pubblica. La de
Gouges era una moderata e pagò per questo; furono le donne repubblicane le sue
più feroci avversarie. Finì ghigliottinata nel 1793 con l’accusa di essersi
immischiata nelle cose della Repubblica, dimentica delle virtù che convengono
al suo sesso.
Nel 1792 Mary Wollstoncraft scrive in Gran Bretagna la prima opera
femminista, intitolata Rivendicazione dei diritti delle donne in cui denuncia
la forte discriminazione in atto. Ma l’‘800 porta le lancette dell’orologio
indietro, a causa forse dei troppi problemi a carattere politico che prendono
il sopravvento. L’Ottocento è rivoluzionario da un lato, dall’altro tende a
collocare l’immaginario femminile nella fattispecie materna. La si descrive
come l’angelo del focolare, incatenandola, di nuovo, a un ruolo ben preciso.
La donna però, ha respirato aria
nuova, ha conosciuto la partecipazione sociale e non è più disposta a
rinunciare; cresce il numero di quelle che cercano un ruolo attivo nella
società; il Risorgimento è vissuto anche con il contributo femminile;
attivissime come Cristina di Belgioioso, straordinaria patriota e scrittrice,
che nel 1866 chiede il riconoscimento dei diritti, facendo anche un’amara
riflessione sulla penalizzante rivalità fra donne. Ma le leggi restano quelle:
non hanno il diritto di esercitare la tutela sui figli legittimi, né vengono
ammesse ai pubblici uffici. Se sposate non possono gestire il frutto del
proprio lavoro. Hanno bisogno dell’autorizzazione maritale per gestire beni
immobili, ipotecarli, cedere o riscuotere capitali. Le donne occupate
nell’agricoltura non vengono riconosciute come lavoratrici, a meno che non
siano proprietarie o affittuarie; e comunque lo stipendio percepito è meno
della metà di quello percepito dagli uomini. Per le donne di classe medio alta
parlare di lavoro fuori casa è disonorevole. La si giudicava ancora inadatta a
frequentare scuole superiori e Università. Negli ultimi decenni del XIX secolo,
tuttavia, il movimento per l'emancipazione della donna, grazie in specie ad Anna
Maria Mozzoni e Anna Kuliscioff, si intrecciò con quello operaio e socialista.
Il fulcro del problema restava il diritto di voto; per esso si batté tra le
altre Maria Montessori.
La prima guerra mondiale ‘15-18
sottrae in massa braccia maschili al lavoro, lasciando vuoti che le donne
riempiono nei campi e nelle fabbriche. Alla fine della guerra niente può
tornare come prima. La donna ha dimostrato capacità di tenuta enorme; si riapre
il dibattito sul voto alle donne che il Partito popolare di Don Sturzo
appoggia. I passi avanti, con il fascismo si bloccano; inizia una campagna di
reintegro delle donne nella casalinghità, secondo lo slogan: “la maternità sta
alla donna come la guerra all’uomo”. Lo si legge sui quaderni delle piccole
italiane. Nel libro Politica della famiglia il teorico del fascismo Ferdinando
Loffredo scrive: “La donna deve ritornare sotto la sudditanza assoluta
dell’uomo, padre e marito; sudditanza e quindi inferiorità spirituale,
culturale ed economica” e perché questo avvenga si consiglia di limitare
l’istruzione professionale a favore di quella domestica, che la renda cioè una
perfetta madre e padrona di casa.
Il discorso è lungo e complesso. Si
deve attendere la fine della seconda guerra mondiale. L’ottica è mutata. Nel
1945, grazie a De Gasperi e Togliatti, Umberto di Savoia approva il voto alle
donne. Nel ’59 nasce il Corpo di polizia femminile con compiti sulle donne e
minori. Nel ’61 si apre per loro la carriera diplomatica e l’accesso alla
magistratura. Il periodo definito
sessantottino è troppo noto per soffermarcisi; va solo detto che la donna
prende coscienza, anche grazie agli stereotipi televisivi, del fatto che i
diritti conquistati non l’hanno affrancata sul serio, cioè è sempre vista tra
frivola e casalinga. Una sorta di prigione da cui decide di uscire con la
rivoluzione. E anche se, come in tutte le rivoluzioni, ci sono state forzature,
esasperazioni che, col senno di poi, non sempre hanno giovato alla causa,
bisogna dire che molti problemi posti sono stati dibattuti e risolti. Nel ’70
viene concesso il divorzio. Nel ’75 riformato il diritto di famiglia,
garantendo parità legale dei beni e possibilità della comunione dei beni; nel
’77 è legalizzato l’aborto. In seguito è abolita la legge che comprendeva lo
stupro e l’incesto fra i delitti contro la morale e non contro la persona.
Quindi tanto cammino è stato fatto.
Oggi la donna può raggiungere posizioni sociali e lavorative alla pari con
l’uomo. Tutto bene quindi? In buona parte …
ma, essa continua a subire vessazioni, vittima di pregiudizi, violenze.
La depressione, l’ansia, i sintomi psico-somatici sono correlati alla disparità
fra le sue possibilità e i ruoli plurimi, di cui la carica la società. La
violenza sessuale è all’ordine del giorno, consumata, assieme ad altre
violenze, il femminicidio, molto spesso tra le mura domestiche; è
statisticamente accertato che l’80% delle violenze proviene dalla cerchia
familiare. In questi ultimi tempi l’involuzione sembra progredire, specie a
causa del razzismo risorgente, con conseguente lievitazione d’intolleranza e
aggressività unidirezionale. C’è sempre stato il razzismo, ma fino a che viene
messo a tacere da una società civile che lo penalizza, lo denigra, è in parte
tenuto a freno pur controvoglia, da chi ne è invaso, poiché c’è il pudore di
proclamarlo.
Succede anche che, mettendo in atto
i freni inibitori, riesce perfino a operare un’evoluzione costruttiva per la
comunità e può capitare che ci si apra a concetti di tolleranza, e in questa
ritrovata ariosità del vivere si ritrovi il sorriso, si allontanino odio e
brutalità. Se però i governi sono i primi a diffondere l’odio per il diverso,
tollerare e forse anche istigare alla violenza, eventualmente adoperarla solo a
fini propagandistici contro gli strati più svantaggiati, gli indifesi, si
arriva alla famosa “banalità del male” in cui ogni più turpe azione è
minimizzata. Si dà la stura al peggio che è in noi, si allargano le maglie
della morale, imbrigliati dentro un benessere o ricerca di esso che alla fine
produce spesso una svendita di sé. Si ritorna al coltello, fra poco alla clava.
Anche la donna, (non solo i
migranti) rientra in questo clima; risorge con protervia la prepotenza maschile
che si ritiene il proprietario della donna, e a un rifiuto la malmena e la
uccide. Come i migranti per i quali non c’è interesse perché seguano un
percorso di studi in grado di collocarli in manodopera specializzata, non c’è
interesse a sistemarli in paesi abbandonati con un incentivo iniziale, perché
producano, arricchendo invece alberghi che
vengono lautamente pagati per tenerli inoperosi, vaganti, con pochi euro
in tasca ( e poi è chiaro di chi saranno preda), e si crea per loro una cattedrale miliardaria
nel deserto in Albania, con sapore detentivo, è chiaro che non si vuole
integrarli; così la donna, in quest’ottica è sempre più preda da cacciare e
possedere, spesso le denunce per stupro si vanificano riemergendo l’antico
costume di strapazzarle e non prestar loro fede.
L’aver sostituito il “non consenso”
con il “dissenso” penalizza ancor più; si crea l’obbligo in chi è magari
impedita, timida, debole, frastornata dal bere impostole, di non contrastare a
sufficienza. Un brutto segnale, una involuzione tristissima. Il fatto è che
l’emancipazione in ogni senso passa per l’etica la cultura; lo ripeto da
sempre, ho cercato di inculcarlo nei miei alunni; sono esse che la mettono in
grado di affrontare problemi lavorativi, giuridici, tecnici. Se non si trova la
forza di dare una spallata agli incolti e prevaricatori la nostra civiltà, in
mano a gente di cui è inutile far nomi, che ignora e disprezza il diritto
internazionale, e tutti zitti, prostrati quasi, è destinata a un rapido
declino. Questi 80 anni di storia sono stati un traguardo, non vanifichiamolo.
Gabriella Izzi Benedetti,
de.it.press 1.6.
Esiste, da anni, un Parlamento UE, eletto suffragio universale, che
rappresenta oltre ottocento milioni di cittadini dei Paesi che hanno aderito
all’ Unione. Esiste, inoltre, una Corte i Giustizia e una Banca Europea (BCE).
Insomma, l’UE rappresenta un’imprescindibile realtà socio/politica. Ma anche
economica, non solo nel Vecchio Continente. Il nostro Paese è stato uno dei
primi a credere in una Federazione Europea. A Roma sono nate tutte quelle
premesse che hanno portato all’attuale realtà. Che l’idea sia stata buona è
anche confermato dal fatto che altri Paesi d’Europa intenderebbero farne parte.
L’Italia, però, ha ancora da affrontare suoi problemi interni e
internazionali. Certo è che ci sono, tuttora, delle mete interiori da
conquistare. Tuttavia essere europei è importante. Sotto ogni profilo. Del
resto, oltre tre milioni di cittadini italiani vivono in altri Paesi UE e la
loro integrazione si è realizzata in termini ormai più che fisiologici. Quindi,
italiani sì, ma anche cittadini d’Europa. Senza preconcetti di sorta.
La nostra Comunità nel Vecchio Continente è, ora, più numerosa di quella in
essere nelle Americhe. Mostrarsi europei, quindi, significa anche condividere
una realtà ben più articolata di quella vissuta sul territorio nazionale e nel
resto del mondo. Mentre riteniamo che in questo nuovo Millennio la società
europea sarà ampiamente multi etnica, potrebbe essere varata anche una
Costituzione Europea e, dati i tempi, un esercito comunitario. Il tutto
“rafforzato” da una Costituzione Europea.
Pur se ci vorrà ancora tempo per superare alcuni comportamenti tipicamente
“nazionalisti”, non verrà meno l’impegno per andare oltre. Superati i
compromessi, il futuro che ci attende favorirà anche il rilancio dello sviluppo
socio/economico tra gli Stati membri. L’Italia ne ha estremo bisogno. Perché
essere “parte” di un “, tutto” resta una garanzia che, oggi, non ci può
trascurare. Insomma, essere cittadini d’Europa, a nostro avviso, resta una
garanzia imprescindibile.
Giorgio Brignola, de.it.press
Patronati. Il diritto alla disoccupazione in Europa: requisiti e
trasferibilità
In cerca di lavoro. Si portano alcuni diritti con sé. Foto: magnific.com
Rubrica a cura dei patronati Acli Germania, Inca Cgil e ItalUil. Questo
mese a cura di Lara Galli di Inca Cgil.
Silvano Ardemagni vive e lavora in Italia. È stato licenziato perché
l’azienda dove lavora chiude. È una storia fittizia ma verosimile. Lui ha
diritto al sussidio di disoccupazione in Italia, vuole però trasferirsi
all’estero perché, con le sue qualifiche, spera di trovare rapidamente un nuovo
impiego. Ma nei periodi in cui è senza lavoro può prendere il sussidio se sta
in Germania?
Il sussidio di disoccupazione rappresenta uno dei principali strumenti di
tutela sociale previsti dai sistemi previdenziali europei. La libera
circolazione dei lavoratori nell’Unione europea comporta la necessità di
garantire la tutela dei diritti sociali anche in caso di mobilità tra Stati
membri. Per assicurare questa continuità di tutela nel caso specifico della
disoccupazione, l’UE ha introdotto un sistema di coordinamento basato sul
Regolamento (CE) n. 883/2004 e sul relativo regolamento di applicazione n.
987/2009, che stabiliscono le norme comuni per armonizzare le prestazioni tra i
diversi Paesi membri.
Il Regolamento non crea un sistema unico europeo di Welfare, non uniforma
le legislazioni nazionali vigenti. Lo scopo di questo regolamento è garantire
la tutela della protezione in caso di disoccupazione coordinando i sistemi
nazionali in base a tre principi fondamentali:
* unicità della legislazione
applicabile
* totalizzazione dei periodi
assicurativi
* esportabilità delle
prestazioni
Andiamoli a vedere uno per uno.
1. Unicità della legislazione applicabile ovvero quale Stato paga la
disoccupazione?
È lo Stato dell’ultima occupazione che ha la competenza sul sussidio di
disoccupazione. Chi ha lavorato da ultimo in Germania dovrà presentare domanda
per il sussidio tedesco (ALG I Arbeitslosengeld I), anche se ha lavorato in
precedenza in altri Paesi UE. Il nostro Silvano Ardemagni invece lo farà in
Italia.
Esistono, naturalmente, delle eccezioni; ad esempio per i lavoratori
frontalieri.
2. Totalizzazione dei contributi: un diritto fondamentale
Uno degli strumenti più importanti previsti dal diritto europeo è la
totalizzazione dei contributi. Questo significa che i periodi di lavoro
maturati in diversi Stati membri vengono sommati per raggiungere il requisito
minimo e perfezionare il diritto.
Facciamo un esempio:
* 8 mesi di prestazione di
attività lavorativa in Italia
* 4 mesi in Germania
possono essere sommati per ottenere il diritto alla disoccupazione in
Germania.
Per poter dimostrare i periodi di lavoro in un altro Paese e dunque farli
valere, è necessario presentare il Modello U1 (riassunto dei periodi di lavoro
degli ultimi 30 mesi). In Germania si chiama Bescheinigung U1.
Attenzione: è comunque necessario almeno che l’ultimo periodo di lavoro sia
stato svolto nello Stato nel quale si presenta domanda.
In Germania il sussidio di disoccupazione principale si chiama
“Arbeitslosengeld I (ALG I)”. Le condizioni per poterlo ricevere o, come si
dice in gergo, per il perfezionamento del diritto sono:
* almeno 12 mesi (anche non
consecutivi) di contributi negli ultimi 24 mesi
* perdita involontaria del
lavoro
* iscrizione presso l’ufficio di
collocamento (Bundesagentur für Arbeit)
* disponibilità immediata al
lavoro.
Qui interviene il diritto UE: i contributi esteri possono essere
conteggiati tramite il modulo U1.
3 Esportabilità della prestazione
Il diritto europeo consente di continuare a percepire la disoccupazione
mentre si cerca lavoro in un altro Paese UE a queste condizioni:
* essere già titolari del
sussidio
* essere iscritti come
disoccupati da almeno quattro settimane
* richiedere autorizzazione
prima di partire (modello U2).
Durata del sussidio di disoccupazione è di tre mesi, prorogabili fino a sei
mesi.
Nel Paese di destinazione è obbligatorio:
* iscriversi entro 7 giorni al
centro per l’impiego locale
* rispettare le regole di
controllo (colloqui, disponibilità, ecc.)
Il pagamento continua a essere effettuato dallo Stato di partenza (es.
Germania o Italia per Silvano Ardemagni).
Come procedere per la richiesta di esportazione del sussidio di
disoccupazione?
Innanzitutto, il trasferimento da uno Stato all’altro non è automatico ma è
necessario richiedere il modello U2 all’ente che eroga il sussidio. L’U2 va
presentato al Paese di destinazione. Silvano Ardemagni deve presentare il suo
U2 in Germania all’ufficio di collocamento tedesco.
Viceversa, dalla Germania all’Italia il lavoratore che perde il lavoro in
Germania, deve iscriversi come disoccupato in Germania, richiedere il modulo
U2, poi si trasferisce in Italia ed entro sette giorni deve recarsi al centro
per l’impiego locale. Trascorsi i tre è necessario tornare in Germania per
poter continuare a percepire i mesi di prestazione ancora spettante. Lara
Galli, CdI 20.5.
Dal 1° giugno CIE nei Comuni italiani per gli iscritti AIRE
Roma. “Grande vittoria per gli
italiani all’estero: dal 1° giugno 2026 i cittadini italiani residenti
all’estero e iscritti all’AIRE possono finalmente richiedere la Carta
d’Identità Elettronica anche presso qualsiasi Comune italiano, e non più
soltanto tramite il Consolato competente”.
Lo afferma l’On. Simone Billi, Presidente del Comitato per gli Italiani nel
Mondo della Camera dei Deputati.
“È un risultato concreto del lavoro che ho portato avanti in Parlamento e
del positivo confronto con il Governo per dare una risposta pratica a una
richiesta molto sentita dai nostri connazionali iscritti AIRE. La Circolare
DAIT n. 54/2026 del Ministero dell’Interno, pubblicata il 29 maggio 2026,
conferma che gli adeguamenti tecnologici sono stati completati e che la nuova
funzionalità è operativa dal 1° giugno”.
Il quadro è ora chiaro. La Legge 19 gennaio 2026, n. 11 è la base normativa
che ha introdotto questa nuova possibilità. La Circolare DAIT n. 35 del 27
marzo 2026 aveva già illustrato le principali novità della legge. La Circolare
DAIT n. 54 del 29 maggio 2026 rappresenta invece il passaggio operativo
decisivo, perché comunica ai Prefetti, ai Comuni e alle amministrazioni
coinvolte che la procedura è pronta e utilizzabile.
Alla Circolare n. 54 sono allegati anche due documenti tecnici molto
importanti. Il primo spiega il procedimento per gli iscritti AIRE:
prenotazione, eventuale nulla osta del Comune di iscrizione AIRE, verifica dei
dati anagrafici, acquisizione degli elementi biometrici, produzione e
spedizione della CIE. Il secondo riguarda le nuove funzionalità di Agenda CIE,
tra cui l’obbligo di indicare un indirizzo e-mail, l’estensione del tempo per
completare la prenotazione e la possibilità di appuntamenti prioritari anche
per chi ha un viaggio imminente.
Per gli italiani all’estero questo significa una cosa molto semplice: chi è
iscritto AIRE può rivolgersi al proprio Comune AIRE oppure a un altro Comune
italiano. La prenotazione può avvenire tramite Agenda CIE o secondo le modalità
previste dal singolo Comune. La carta potrà poi essere consegnata in Italia,
presso l’indirizzo indicato o presso il Comune, oppure all’estero, presso l’indirizzo
di residenza AIRE o, in alcuni casi, presso il Consolato competente.
“Invito tutti i connazionali interessati a verificare subito la propria
situazione, soprattutto in vista della cessazione della validità delle carte
d’identità cartacee. Gli avvisi pubblicati anche da numerose sedi consolari
confermano l’importanza di questa novità e aiutano i cittadini a orientarsi tra
i due canali disponibili: Consolato o Comune italiano”.
“Questa non è solo una semplificazione amministrativa: è un segnale
concreto di attenzione verso milioni di italiani che vivono fuori dai confini
nazionali, ma che restano pienamente parte della nostra comunità nazionale”.
On. Simone Billi, de.it.press 6
La Conferenza dei Consoli d’Italia nel mondo
ROMA – Il Ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha aperto alla Farnesina
la Conferenza dei Consoli d’Italia nel mondo, il principale appuntamento
dedicato alla rete consolare italiana e all’assistenza in favore degli oltre 7
milioni di cittadini italiani residenti all’estero. Si tratta della prima
Conferenza dei Consoli dopo otto anni: l’ultima edizione si è svolta nel 2018.
Alla sessione inaugurale è intervenuto anche il Ministro dell’Interno, Matteo
Piantedosi, insieme a rappresentanti del settore privato, tra cui gli
Amministratori delegati e dirigenti di ITA Airways, Poste Italiane e
Trenitalia. Alla Conferenza sono stati previsti 172 partecipanti tra Consoli
Generali, Consoli, Coordinatori consolari e Capi delle Cancellerie consolari
delle Ambasciate, in rappresentanza di gran parte delle sedi consolari italiane
nel mondo. È stata inoltre coinvolta una rappresentanza di Consoli onorari. Nel
2025 la Rete consolare ha rilasciato oltre mezzo milione di passaporti, oltre
200mila Carte d’Identità Elettroniche (+18% rispetto all’anno precedente), ed
effettuato 4.085 interventi di assistenza consolare coordinando 125 rimpatri
sanitari. Nel quadro della Conferenza dei Consoli d’Italia nel mondo, sono
state presentate nuove iniziative volte a rafforzare l’erogazione di servizi
sempre più efficaci e vicini alle esigenze dei cittadini italiani all’estero.
Il Ministro degli Esteri Antonio Tajani e il Presidente di ITA Airways
Sandro Pappalardo hanno firmato la Convenzione tra il MAECI e ITA Airways
relativa al progetto “Turismo delle Radici”, finalizzato a promuovere i viaggi
di ritorno degli italiani e degli italo-discendenti residenti all’estero verso
i territori di origine, nonché a favorire le missioni commerciali, attraverso
specifiche agevolazioni. Tajani ha altresì annunciato l’entrata in funzione, a
partire da oggi, della nuova “Sala Servizi ai Cittadini”, i cui lavori sono
stati completati. La Sala costituisce una struttura all’avanguardia per
l’erogazione dei servizi consolari e per l’assistenza ai connazionali in
difficoltà all’estero, con l’obiettivo di rispondere in modo sempre più
efficace alla crescente domanda di servizi e di rafforzare il coordinamento con
la rete consolare all’estero.
Nel suo intervento il Ministro Antonio Tajani ha in primo luogo ricordato
come alla sfilata del 2 giugno abbia partecipato anche una rappresentanza della
rete diplomatica e consolare insieme all’Unità di Crisi. “Siete un po’ i
sindaci d’Italia nel mondo facendovi carico dei problemi dei nostri
connazionali”, ha rilevato Tajani rivolgendosi direttamente ai consoli e
menzionando la riforma del Maeci in vigore da inizio 2026 che ha apportato
anche un incremento dell’attività per i servizi ai cittadini, nonché per la
sicurezza dei dati conservati negli archivi digitali. “Non si tratta di
cambiamenti burocratici ma di un nuovo modo di fare politica estera guardando
ai cittadini italiani nel mondo puntando a una maggiore efficienza. Ogni
Consolato è una sorta di municipio dove ogni italiano può trovare un punto di
riferimento”, ha aggiunto il Ministro ricordando l’importanza anche di quello
che si sta facendo a livello economico con la creazione di una Direzione
generale per la crescita. Tajani ha poi espresso soddisfazione per i dati Istat
sull’export che rappresenta circa il 40% del nostro Pil ed è quantificabile in
circa 650 miliardi con l’obiettivo di raggiungere i 700 miliardi entro fine
legislatura: l’export vede una crescita costante, ad esempio lo scorso anno
l’incremento è stato di circa il 3,3% e la tendenza sembrerebbe continuare. Una
priorità per Tajani è comunque quella di dare più servizi e assistenza ai
connazionali all’estero, garantendo anche maggiore sostegno alle imprese che
esportano e vogliono internazionalizzarsi. “Il nostro compito è servire i
cittadini con disponibilità”, ha precisato il Ministro ricordando il momento di
crisi causato in primis dai conflitti nel Golfo e in Ucraina, nonché il grande
lavoro svolto da tutta la rete diplomatica e consolare, con l’ausilio anche
delle forze militari, per far rientrare migliaia di connazionali che si erano
trovati bloccati nel momento dello scoppio del conflitto tra Iran e USA. Tajani
ha poi ringraziato particolarmente i Consoli onorari il cui contributo, di
natura volontaria, integra il lavoro dei dipendenti del Ministero degli Esteri.
Il Ministro ha anche ricordato il positivo contributo dato della Console
Onoraria d’Italia a Malé Giorgia Marazzi per il rientro in Italia dei tanti
connazionali rimasti bloccati nell’area per la crisi nel Golfo : “è un modello
di Console onorario per come ha incarnato il ruolo”, ha commentato Tajani. Il
Ministro ha anche ricordato il lavoro svolto in favore degli italiani in
Venezuela e delle vittime della tragedia di Crans Montana. “La digitalizzazione
dei servizi consolari è un’altra priorità: stiamo accogliendo tutte le
opportunità offerte dalle nuove tecnologie”, ha spiegato Tajani ricordando che
sono aumentati anche i controlli e le ispezioni all’insegna della legalità e
della sicurezza. Il Ministro poi ringraziato le aziende partner presenti per il
contributo dato anche nel progetto PNRR del turismo delle radici, dedicato agli
italo-discendenti e particolarmente incentrato nel rilancio dei borghi e delle
aree interne: ci sarà un evento della Farnesina proprio su tale tematica la
prossima domenica; una menzione per il supporto agli italiani all’estero è
andata poi al ruolo dei Comites e del CGIE. Sul fronte della cultura, Tajani ha
elogiato l’incremento dello studio della lingua italiana nel mondo, con una
crescita delle borse di studio concesse; infine è stato ricordato il lancio
della comunità dell’Italofonia, un’esperienza che verrà ripetuta a breve.
Tajani ha quindi parlato del turismo ricordando che nel 2025 si sono registrati
circa 477milioni di presenze nel nostro Paese e nel primo trimestre di
quest’anno i valori continuano a essere positivi con riflessi interessanti
anche sul fronte dell’occupazione. “La cittadinanza è una cosa seria: essere
cittadini significa conoscere la storia e la lingua del nostro Paese”, ha
spiegato Tajani parlando della recente riforma sulla cittadinanza. Il Ministro
Tajani ha voluto anche ricordare il Sergente Mohamed Mahudhee, sub delle Forze
di Difesa delle Maldive, deceduto durante le operazioni di ricerca dei corpi
dei cinque connazionali periti durante un’immersione lo scorso 14 maggio. Il
titolare della Farnesina ha ribadito l’impegno per conferire una ricompensa al
valore civile e ad avviare una sottoscrizione in favore della famiglia del
Sergente. “Proteggete i nostri connazionali e promuovere l’interesse
nazionale: sono compiti molto delicati che richiedono equilibro, ascolto e
competenza amministrativa”, ha spiegato il Ministro Matteo Piantedosi ponendo
in parallelo il ruolo dei Prefetti in Italia e quello dei Consoli all’estero,
dando prossimità allo Stato rispetto al cittadino. Per il Ministro il raccordo
tra Esteri e Interni appare fondamentale anche nel contrasto ai flussi
migratori irregolari, considerando poi il nuovo piano europeo dedicato al
fenomeno migratorio. Piantedosi ha anche richiamato il lavoro svolto dalla rete
diplomatica e consolare per l’esercizio del diritto di voto all’estero. C’è
stato inoltre il potenziamento del ruolo degli esperti di sicurezza nelle sedi
estere. “Considero il nostro rapporto non solo una necessità operativa ma un
valore strategico per il Paese, rafforzando la sicurezza nazionale e rendendo
più efficace la proiezione internazionale dell’Italia”, ha aggiunto il Ministro
dell’Interno. Matteo Del Fante, Amministratore delegato di Poste Italiane, ha espresso
apprezzamento ai Consoli per il lavoro svolto in favore anche delle imprese
italiane esportatrici. Poste Italiane ha inoltre realizzato un annullo
filatelico speciale per la Conferenza dei Consoli 2026. Sandro
Pappalardo, Presidente di ITA Airways, ha ricordato che turismo e trasporti
rappresentano un binomio ormai imprescindibile, “in un’ottica di sistema
Paese”. Ad oggi la compagnia conta su una flotta di 106 aeromobili: il 74% è di
nuova generazioni. “Abbiamo l’ambizione di arrivare al 2030 come compagnia più
giovane d’Europa, in termini di vita di aeromobili”, ha spiegato Pappalardo
definendo poi il turismo delle radici come “una grande opportunità” e la
compagnia intende essere “un ponte facilitatore per queste persone che vogliono
andare a visitare dove sono nati nonni e genitori”, ha precisato Pappalardo.
Stefano Cuzzilla, Presidente di Trenitalia, ha spiegato che i Consoli sono per
molte persone “il primo volto dell’Italia” sottolineando la funzione del
sistema Paese che porta risultati quando lavora all’unisono. Cuzzilla ha
ricordato che Trenitalia rappresenta invece spesso il primo mezzo di trasporto
a disposizione di coloro che toccano il suolo italiano. “Non parliamo più di
trasporto aereo e ferroviario come mondi separati ma di un’unica grande
esperienza intermodale”, ha aggiunto il Presidente di Trenitalia sostenendo che
l’intermodalità è indispensabile per “un turismo moderno e all’avanguardia”.
Cuzzilla ha anche ricordato che la stazione è spesso il simbolo di quella
emigrazione storica che viene oggi rievocata con il turismo delle radici che
“non è solo uno spostamento ma viaggio emotivo”. Ministro Tajani ha infine
conferito alla Console Onoraria d’Italia a Malé, Giorgia Marazzi,
l’onorificenza di Commendatore dell’Ordine della Stella d’Italia, in
riconoscimento dell’assistenza prestata ai connazionali durante la recente
crisi nel Golfo. Marazzi, ricevendo l’onorificenza ha ricordato i suoi 20 anni
di servizio “svolto con impegno, dedizione e profondo senso delle istituzioni”
ringraziando l’Ambasciatore Salvatore Zotta che nel 2002 la scelse sul campo
per questo incarico. “La sua fiducia è stata per me l’inizio di un percorso”,
ha sottolineato Marazzi evocando la grande responsabilità del ruolo di Console
onorario quale parte integrante di una rete che contribuisce a rendere l’Italia
più vicina ai cittadini sui territori. “Siamo una presenza fisica, una voce e
una sicurezza per i connazionali nei momenti di difficoltà”, ha aggiunto
Marazzi parlando di relazioni che si costruiscono negli anni. (Inform 12)
ROMA - Il Ministro degli Esteri Antonio Tajani ha aperto questa mattina la
Conferenza dei Consoli d’Italia nel mondo.
Composta da 176 Consolati di carriera e 330 Consolati onorari, distribuiti
in tutti i continenti, la rete consolare rappresenta il principale punto di
contatto tra lo Stato e le comunità italiane nel mondo. Offre servizi e
assistenza a oltre 7,3 milioni di cittadini italiani residenti all’estero.
Argentina, Brasile e Germania ospitano le più numerose comunità italiane. Un
cittadino italiano residente all’estero su sei vive in America Latina.
“Priorità” della Farnesina è migliorare l’accessibilità e l’efficienza dei
servizi ai cittadini attraverso la digitalizzazione delle procedure consolari.
La digitalizzazione – precisa il Maeci – è realizzata in stretto raccordo con
il Ministero dell’Interno, per consentire la gestione integrata delle procedure
anagrafiche, documentali ed elettorali degli italiani all’estero.
Nel 2025 la Rete consolare ha rilasciato 554.083 passaporti e ha emesso
202.026 Carte d’Identità Elettroniche (CIE). Circa il 90% delle iscrizioni AIRE
viene inoltre gestito attraverso il portale digitale Fast It, che ha raggiunto
2.707.260 utenti registrati.
Oltre 5 milioni di elettori residenti all’estero hanno votato per
corrispondenza in occasione del Referendum costituzionale del 22 e 23 marzo
2026, coinvolgendo oltre 200 sedi diplomatico-consolari nella gestione delle
procedure elettorali. Sono stati organizzati 80 voli dedicati per il trasporto
in Italia delle schede votate all’estero.
Nel 2025 sono stati effettuati 4.085 interventi di assistenza consolare a
favore di cittadini italiani all’estero, di cui 125 rimpatri sanitari. Le sedi
consolari hanno poi svolto un ruolo cruciale nella gestione della crisi del
Golfo del marzo 2026, organizzando il rimpatrio di circa 10.000 cittadini
italiani dai Paesi del Golfo.
Altro importante compito della rete consolare consiste nella promozione
della lingua, della cultura e della formazione italiana nel mondo. Nel 2025
sono stati finanziati 304 contributi universitari in 66 Paesi e sono state
assegnate 1.368 borse di studio a studenti internazionali e italiani residenti
all’estero. Sono stati inoltre concessi 387 contributi per la traduzione e
diffusione di opere italiane nel mondo, rafforzando così i legami tra l’Italia
e le comunità di cittadini all’estero. (aise 12)
Il dibattito sulla nuova legge elettorale sul voto all’estero
ROMA – Prosegue alla Commissione Affari Costituzionali della Camera dei
Deputati l’esame del provvedimento recante disposizioni in materia di elezioni
della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica. Nel corso dei
lavori dal relatore Angelo Rossi (FdI) è stato proposto un nuovo testo base C.
2822 Bignami che, dopo un breve ciclo di audizioni informali previste per il 3
giugno, potrebbe essere adottato dalla Commissione. Nel testo vi è anche
uno specifico articolo, il numero 4, dedicato al voto degli italiani
all’estero. “Ai sensi dell’articolo 26 della legge 27 dicembre 2001, n. 459,
entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, – si legge
nel testo – sono apportate modifiche al decreto del Presidente della Repubblica
2 aprile 2003, n. 104, volte a garantire la libertà, la sicurezza e la
segretezza del voto degli italiani all’estero, nell’osservanza dei seguenti
princìpi: introduzione di misure per garantire che il processo di stampa delle
schede e dei certificati elettorali si svolga in modo da evitare la stampa di
schede e certificati non autorizzati; disciplina della spedizione dei plichi
dai Consolati al domicilio degli elettori, con introduzione di misure per
contrastare i fenomeni di furto o smarrimento del materiale elettorale;
disciplina delle modalità del voto per corrispondenza con l’introduzione di
modalità volte a consentire la verifica dell’identità di chi compila le schede
elettorali e a contrastare ogni forma di condizionamento o coercizione
nell’esercizio del voto e la possibilità che gli elettori esprimano un voto
multiplo; introduzione di misure per rendere più efficace ed agevole la
verifica della validità del voto espresso per corrispondenza in occasione delle
operazioni di scrutinio delle schede elettorali pervenute dall’estero. Lo
schema di regolamento – prosegue il testo – di cui al comma 1 è corredato di
una relazione tecnica che dia conto della neutralità finanziaria del medesimo
ovvero dei nuovi o maggiori oneri da esso derivanti e dei corrispondenti mezzi
di copertura. Si applica l’articolo 17, comma 2, della legge 31 dicembre 2009,
n. 196. Qualora, alla data di convocazione dei comizi elettorali per le nuove
elezioni della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica, non sia
entrato in vigore il regolamento di cui al comma 1, trovano comunque
applicazione le disposizioni di cui al decreto del Presidente della Repubblica
2 aprile 2003, n. 104, vigenti alla data di entrata in vigore della presente
legge”. Nel corso del dibattito in Commissione il deputato del Pd
Federico Fornano ha sottolineato come nella parte del provvedimento riguardante
il voto degli italiani all’estero vi sia un alto livello di incertezza e
imprevedibilità. Ai dubbi sollevati dal deputato ha risposto il Presidente della
I Commissione Nazario Pagano che ha evidenziato come l’intervento sul voto
degli italiani all’estero sia volto a contrastare il rischio di contraffazione
e non a modificare il sistema di voto. Dal canto suo il relatore Rossi ha
rilevato come nel corso delle audizioni siano state date indicazioni chiare
circa la necessità di contrastare i rischi di contraffazione del voto degli
italiani all’estero. In questo ambito, per il relatore, appare necessario
introdurre elementi di certezza del voto, anche con l’ausilio di supporti
informatici, con riguardo al processo di stampa delle schede e dei certificati
elettorali, alla disciplina della spedizione dei plichi dai Consolati al
domicilio degli elettori, alla verifica dell’identità di chi compila le schede
elettorali, al contrasto ad ogni forma di condizionamento o coercizione
nell’esercizio del voto e alla possibilità che gli elettori esprimano un voto
multiplo, nonché alla verifica della validità del voto espresso per
corrispondenza in occasione delle operazioni di scrutinio delle schede
elettorali pervenute dall’estero. Il relatore ha ribadito in conclusione la
convinzione che tutti siano d’accordo su tale esigenza. Su questo punto i
deputato Filiberto Zaratti (AVS) ha espresso preoccupazione per le spiegazioni
fornite dal relatore sul voto degli italiani all’estero, in quanto si rischia
di introdurre con il nuovo testo una vera e propria delega in bianco al
Governo. Secondo il deputato, al contrario, sull’argomento andrebbero dettate
norme precise e non esclusivamente principi, trattandosi di una proposta di
legge elettorale. Da segnalare anche l’intervento del deputato del Pd Toni
Ricciardi, eletto nella ripartizione Europa, che, in riferimento alla questione
della mancata certezza del voto degli italiani all’estero, ha fatto presente
come ci siano già diverse proposte da parte del Poligrafico dello Stato e del
Consiglio generale degli italiani all’estero in relazione, per esempio, alla
garanzia del processo di stampa e di spedizione dei plichi. Nel sottolineare
che su tali aspetti la questione non si ponga, il deputato ha evidenziato come
tuttavia che anche ad una lettura superficiale del nuovo testo emergano
elementi di preoccupazione. In primo luogo per la parte del nuovo testo della
proposta di legge C. 2822 in cui si fa riferimento alla disciplina delle
modalità del voto per corrispondenza con l’introduzione di procedure volte a
consentire la verifica dell’identità di chi compila le schede elettorali e a
contrastare ogni forma di condizionamento o coercizione nell’esercizio del voto
e la possibilità che gli elettori esprimano un voto multiplo. Un aspetto che,
per il deputato, potrebbe portare all’introduzione dell’inversione dell’opzione
di voto con previa registrazione dell’elettore. Una modifica che comporterebbe
il rischio di un abbattimento della partecipazione. Ricciardi ha quindi infine
ribadito che un conto sono gli interventi di natura tecnico organizzativa e un
altro conto è la modifica delle modalità del voto. Dal canto suo la deputata
Carmela Auriemma (M5S) ha rilevato come le disposizioni, volte a garantire la
sicurezza e l’integrità del voto degli italiani all’estero, sembrino porsi in
contraddizione con la clausola di invarianza finanziaria contenuta nel nuovo
testo. Su questo tema è intervenuto anche il deputato Giovanni Donzelli (FDI)
che ha osservato come le disposizioni sul voto degli italiani all’estero non
incidano sul sistema elettorale ma si limitino a intervenire sulle modalità di
esercizio del voto. Ha poi di nuovo ripreso la parola il relatore Rossi che
sulle nuove norme relative al voto degli italiani all’estero, ha sottolineato
come non si tratti di una delega, ma di una soluzione che si colloca nel solco
di quanto previsto dalla legge n. 459 del 2001, vale a dire un decreto del
Presidente della Repubblica, previo parere del Consiglio di Stato e delle
Commissioni parlamentari competenti. Il relatore ha inoltre condiviso il
richiamo del deputato Ricciardi alle proposte del Poligrafico dello Stato sulla
stampa delle schede e l’invio dei plichi per il voto degli italiani all’estero
e ha sottolineato come tale aspetto, al pari anche di ogni elemento utile a
delineare la cornice dell’intervento governativo, potranno costituire oggetto
di proposte emendative. (Inform 30.5.)
L’assistenza consolare ed il ruolo dei Consoli Onorari
ROMA – Nell’ambito della Conferenza dei Consoli Italiani nel Mondo si
svolto alla Farnesina il panel sul tema “L’assistenza consolare ed il ruolo dei
Consoli Onorari”. Ha moderato l’incontro la Direttrice Generale per i Servizi
ai Cittadini all’Estero e le Politiche Migratorie Silvia Limoncini, la quale ha
ringraziato l’Ambasciatore Guariglia per l’attenzione che ha dedicato alla
materia consolare. Ha poi preso la parola lo stesso Segretario Generale della
Farnesina Riccardo Guariglia che dopo aver ringraziato la Direttrice Limoncini
e tutta la squadra organizzatrice dell’evento ha affermato rivolgendosi ai
consoli: “Il vostro è un lavoro estremamente formativo con un’assunzione di
responsabilità da parte di tutti voi per la gestione di un ufficio e delle
varie mansioni: da quella della gestione del personale, a quella contabile. Ma
soprattutto il bello del vostro del lavoro è quello del valore umano del lavoro
che viene svolto, perché voi vi rapportate con i nostri connazionali
all’estero. Che siano di passaggio o residenti, bisogna comunque risolvere i
loro problemi, perché questo è quello che facciamo. Avete posto in essere con
successo – ha proseguito Guariglia – la riforma della Farnesina che è
entrata in vigore il primo gennaio di quest’anno. Con la nuova riforma è ancora
più diretto il nostro servizio verso il cittadino”. “Nel mondo – ha continuato
il Segretario Generale – ci sono 7,4 milioni di italiani residenti all’estero e
altri luoghi dove tanti nostri connazionali sono di passaggio, ad esempio alle
Canarie dove abbiamo aperto un Consolato, che serve una collettività che è
composta da circa 50mila connazionali, però ogni anno passano in quest’area più
di mezzo milione di italiani. Questi italiani sono quelli che hanno più bisogno
di noi, perché il connazionale residente ha necessità di rinnovare il
passaporto o di ricevere i plichi elettorali, tutti servizi prevedibili. Invece
i connazionali di passaggio hanno le esigenze più disparate, dall’incidente con
la criminalità, alla perdita dei documenti ”. “La riforma della Farnesina – ha
poi spiegato Guariglia dopo aver segnalato che la popolazione italiana
all’estero sta crescendo – non è solo una scelta amministrativa, ma anche
una scelta di priorità, che vuole porre il servizio al cittadino al centro del
Ministero. In questo ambito l’attenzione dell’amministrazione è mirata molto
all’apertura di nuove sedi consolari al fine di offrire migliori servizi ai
nostri connazionali”. “Poche settimane fa sono stato – ha ricordato il
Segretario Generale – ad inaugurare la sede di Porto Alegre. Sono stati
acquistati tre piani di un edificio, sono stati fatti dei lavori per renderlo
ben fruibile al pubblico, ovviamente anche per renderlo più sicuro. Questi sono
investimenti che l’amministrazione fa proprio per migliorare il servizio al
cittadino”. “Il vostro lavoro – ha poi rilevato Guariglia rivolgendosi ai
consoli- deve ben visualizzato e trasparente. I connazionali devono conoscere i
servizi anche nuovi che vengono offerti, per far sì che il connazionale quando
si reca in consolato non perda la fiducia nella pubblica amministrazione e per
questo è molto importante lo strumento della comunicazione… I consoli – ha
aggiunto – devono essere sempre disponibili e pronti, devono avere equilibrio,
devono avere sensibilità”. “I consoli onorari sono delle vere e proprie
antenne delle ambasciate, che lavorano nelle proprie circoscrizioni, e talvolta
sono gli unici presidi presenti in un Paese, come nel caso delle Maldive”, ha
continuato il Segretario Generale sottolineando come i consoli onorari siano
parte integrante della capacità di risposta della Farnesina alle esigenze della
nostra collettività. “Mi compiaccio anche io – ha aggiunto – per i
risultati che sono stati conseguiti in termini di assistenza alla collettività
da parte di tutti voi. Nel 2025 oltre 4mila interventi di assistenza sono stati
effettuati e dietro ad ognuno di questi ci sono delle persone, famiglie che
sono state assistite dai nostri consolati. 2600 detenuti all’estero sono stati
assistiti con visite regolari da parte del personale. 90 evacuazioni, 500
minori sottratti, sono tutti casi che ovviamente impegnano tutti quanti voi e
vanno gestiti con molta determinazione”. “Io credo – ha poi rilevato Guariglia
– che ci siano margini di miglioramento, abbiamo anche istituito questa Unità
per la semplificazione, ed ogni suggerimento è preso in considerazione sia da
parte del personale del ministero sia da parte dei cittadini. Stiamo anche
pensando di inserire l’intelligenza artificiale all’interno dei servizi
consolari per migliorare l’assistenza al cittadino”. “Come Farnesina – ha
poi segnalato il Segretario Generale – ci stiamo avvalendo tantissimo anche del
lavoro dei consoli stranieri in Italia…Noi adesso stiamo lanciando tutte queste
meravigliose iniziative di turismo delle radici ed i consoli onorari stranieri
possono lavorare da sponda per promuovere il territorio”. Per Guariglia inoltre
“la promozione del territorio, grazie all’iniziativa del turismo delle radici,
è diventata una nuova frontiera delle attività della Farnesina, perché fino ad
ora la Farnesina non si era mai occupata di promuovere un territorio italiano,
invece adesso questo viene fatto con i fondi del PNRR che passano per il
Ministero”. “L’amministrazione centrale – ha concluso Gauriglia – anche con la
creazione della Sala per l’assistenza consolare, è intenzionata a supportare
sempre di più i consolati ed invita a giocare di squadra con tutti noi, perché
giocando di squadra si è vincenti”. Ha poi preso la parola Giulia De
Nardis Capo cancelleria consolare al Cairo. “L’Egitto – ha esordito De Nardis
– è un paese molto amato dagli italiani. Abbiamo 7mila iscritti AIRE, ma
soprattutto la nostra attività di assistenza si concentra sui turisti. Abbiamo
in Egitto oltre un milione di turisti l’anno, questo significa circa 20mila
visite a settimana, quindi 3mila italiani che ogni giorno atterrano in Egitto.
Si tratta di dati parziali forniti dai tour operator ufficiali, ma in realtà
molti turisti ormai arrivano al di fuori dei canali ufficiali e fanno molti
viaggi fai da te grazie anche ai numerosi voli che collegano l’Italia
all’Egitto”. De Nardis ha proseguito spiegando i molti italiani, che si recano
in Egitto per le vacanze, frequentano le zone balneari, le grandi città ed i
siti archeologici. Questo comporta una grande quantità di operazioni per la
cancelleria consolare che spesso riguardano lo smarrimento o il furto di
documenti. De Nardis ha anche parlato della necessità di stipulare, da parte de
turisti, adeguate coperture assicurative sanitarie. È poi intervenuta Valeria
Reggio, Capo della Cancelleria Consolare ad Atene. “Abbiamo – ha spiegato-
14mila iscritti all’Aire e più di 2 milioni di turisti che vengono in Grecia,
la maggior parte durante i mesi estivi. E’ un afflusso molto importante che
dobbiamo gestire”. Oggi – ha continuato Reggio – abbiamo 23 referenti sul posto
tra uffici consolari di seconda categoria e corrispondenti consolari, che ci aiutano
moltissimo come antenne e a fornire prontezza d’intervento durante le
situazioni urgenti. Gran parte dei turisti sono giovani che non hanno copertura
sanitaria, e i nostri consoli onorari ci aiutano moltissimo. Abbiamo quindi
cercato di investire molto nella formazione dei consoli onorari, perché è un
aspetto che ci sta particolarmente a cuore. Abbiamo inoltre
introdotto una guida con le indicazioni principali su come gestire le
emergenze, ma anche un sistema di reportistica digitale dato a tutti gli
operatori”. A seguire il Console Onorario d’Italia a Malaga Marcello Memoli ha
affermato: “La prima regola che uso nel mio quotidiano è quella che bisogna
esserci. Quando un connazionale chiama bisogna rispondere, non bisogna mai
lasciare un connazionale senza una risposta, perché in quel momento è lo Stato
che manca, questo ha molto più senso quando il Consolato di carriera è
geograficamente distante”. “Abbiamo bisogno – ha aggiunto – di esser
integrati nei flussi informativi del Ministero e di una osmosi con le altre
sedi per poter fare meglio il nostro lavoro”. E’ poi intervenuto il
Console Onorario a Sharm El Sheikh Fabio Brucini. “Quello che ci dà la forza –
ha spiegato Brucini – è la conoscenza del territorio. Ho creato la mia rete di
conoscenze sul territorio, che metto a disposizione dei connazionali. Poi c’è
bisogno di pazienza comprensione, rispetto. Sono qualità che non devono mai
mancare”. Da segnalare anche l’intervento del Console Onorario a Malindi in
Kenia Ivan Del Prete che ha ribadito l’importanza di saper ascoltare i problemi
dei connazionali e non solo in ambito amministrativo, ma su questioni
riguardanti il territorio e nei casi di emergenza. “Lo scorso anno – ha
ricordato – più di 110mila connazionali sono arrivati sulle coste del Kenia. Le
casistiche dei problemi variano: dallo smarrimento dei documenti, ovvero la
necessità di ottenere documenti di viaggio di emergenza, alle richieste di
assistenza sanitaria urgente, difficoltà economiche improvvise, o
problemi di rapporto con le autorità locali”. Del Prete ha concluso il
suo intervento rilevando come il lavoro sarebbe agevolato da una maggiore digitalizzazione,
da uno snellimento delle procedure e da momenti periodici di confronto. Da
segnalare anche la riflessione di Riccardo Dalla Costa, Console Generale a
Calcutta. “Nella nostra sede – ha rilevato Dalla Costa – si è realizzato un
accordo particolare con il Nepal, perché c’è un consolato onorario che lavora
con noi e perché il turismo italiano in Nepal è in crescita. Questa rappresenta
un’opportunità ma anche una sfida dal punto di vista consolare”. Ha seguire ha
preso la parola il Console Generale d’Italia a Barcellona Gabriele Luca Fava
che ha segnalato la grande quantità di turisti che ogni anno giungono in questa
città e la varietà degli interventi effettuati che vanno dallo smarrimento dei
documenti ai casi più gravi. “In tutto questo – ha proseguito Fava dopo
aver ricordato che il Consolato Generale a Barcellona ha il maggior numero di
documenti erogati – la rete consolare onoraria, che è molto diffusa e
capillare, è essenziale, sia per la prossimità, che per l’immediatezza
dell’azione. Il ruolo del console onorario che si trova sul posto e ha i
contatti con le autorità del luogo è fondamentale, anche se ovviamente deve
lavorare in stretto coordinamento con l’ufficio di carriera sia all’inizio del
caso, dove la raccolta delle notizie deve essere condivisa per assumere le
determinazioni, sia per dare corpo alle comunicazioni rituali”. “Lo
stesso coordinamento – ha aggiunto Fava – è indispensabile per identificare le
misure specifiche di assistenza che devono essere fatte in coordinamento con
l’ufficio di carriera, ma che poi vengono messe a terra attraverso il ruolo
fondamentale del console onorario. La stessa cosa vale per la fase di
gestazione dei casi che ha volte hanno fasi molto lunghe e quindi il ruolo del
console onorario è essenziale per garantire quella continuità dell’azione che è
indispensabile per la soluzione”. Ha infine ha ripreso la parola il Segretario
Generale Guariglia: “Una delle cose fondamentali che è stata detta – rilevato
Guariglia – è la necessità di esserci, di essere presenti. Perché quasi sempre
i problemi si risolvono con una stretta di mano. Sembra una banalità, però è
vero ci sono tanti problemi che si risolvono a voce. Quindi i consoli siano
essi di carriera o onorari, devono essere presenti nella comunità in maniera
permanente e così facendo la collettività li ringrazierà sempre di più”.
(Lorenzo Morgia – Inform 15)
IA nella gestione della rete per evitare sprechi di elettricità rinnovabile
Monaco di Baviera/Pforzheim, 03 giugno2026 – L’intelligenza artificiale
(IA) sta trasformando il sistema energetico: mentre l’espansione dell’eolico e
del solare continua in tutta Europa, l’IA garantirà l’utilizzo efficiente di
ogni chilowattora prodotto. Algoritmi intelligenti sincronizzano la produzione
e il consumo in tempo reale, stabilizzando così le reti ed evitando costose
limitazioni alla produzione. Il software diventa lo strumento decisivo per un
approvvigionamento energetico economico, affidabile e rinnovabile. Dal 23 al 25
giugno a Messe München si terrà EM-Power Europe, la fiera specialistica
internazionale dedicata alla gestione dell’energia e alle soluzioni energetiche
interconnesse, dove numerosi espositori presenteranno soluzioni basate sull’IA
e innovazioni digitali. Qui i visitatori potranno confrontarsi con i
rappresentanti di aziende, start-up e altri pionieri del settore. Per la prima
volta sarà presente anche lo stand condiviso "AI for Smart Energy".
La fiera settoriale è organizzata nell’ambito di The smarter E Europe, la più
grande alleanza fieristica europea per il settore energia. Sono attesi circa
2.800 espositori e oltre 100.000 visitatori da tutto il mondo.
Il sistema energetico sta diventando sempre più decentralizzato e
complesso, con migliaia di punti di immissione e consumo flessibili. Di
conseguenza, i flussi di carico cambiano costantemente. L’IA aiuta a gestire la
situazione: può analizzare grandi quantità di dati in tempo reale e riconoscere
i modelli ricorrenti. Con il suo aiuto è possibile creare previsioni su meteo,
potenza e rendimento, ad esempio per identificare tempestivamente le
congestioni nella rete e preparare contromisure. Può contribuire a gestire in
modo intelligente la produzione e il consumo di energia elettrica e a evitare
misure di ridispacciamento. Gerard Reid, cofondatore e partner della società di
finanziamento Alexa Capital, con sede a Londra, definisce questo sviluppo come
“il più grande cambiamento tecnologico nella storia dell’umanità”. Soprattutto
nelle reti elettriche, la digitalizzazione sta cambiando il sistema energetico
dall’interno verso l’esterno.
GridFM e gemelli digitali: la simulazione accelera il funzionamento della
rete
Gli sviluppi tecnici attuali, come i modelli Grid Foundation (GridFM),
vanno oltre le simulazioni tradizionali. Addestrati con enormi set di dati,
accelerano enormemente la pianificazione, la gestione e il miglioramento delle
reti. Parallelamente, i gemelli digitali riproducono virtualmente le reti
elettriche reali. In Germania, ad esempio, il Ministero tedesco dell’economia e
dell’energia (BMWE) sta finanziando il progetto di ricerca AMAZING, diretto dal
Forschungszentrum Informatik (FZI). Insieme a cinque gestori di infrastrutture
elettriche, il FZI sta sperimentando come i gemelli generati dall’IA possano
fungere da modello per un impiego su larga scala. Questo controllo intelligente
consente di risparmiare tempo, capitale e risorse e ottimizza la necessità di
ampliamento fisico.
Nonostante i progressi tecnologici, però, dati incompleti e infrastrutture
obsolete frenano l’implementazione a livello europeo. Mentre alcuni mercati
sono in testa nel lancio degli smart meter, i ritardi in paesi come la Germania
evidenziano la necessità di accelerare la penetrazione digitale. Inoltre,
l’implementazione richiede nuove competenze da parte dei gestori di rete e
rigide normative UE per respingere gli attacchi informatici. In questo scenario
l’IA non sostituisce le persone, ma le assiste nel prendere decisioni molto
complesse.
Cosa prevede l’Unione europea
Nell’Unione europea le reti elettriche devono essere digitalizzate,
diventare più dinamiche e intelligenti per garantire un approvvigionamento
affidabile e compensare le fluttuazioni delle energie rinnovabili. L’impiego
dell’intelligenza artificiale dovrebbe contribuire a ridurre le perdite di
sistema e a evitare limitazioni di immissione, ad esempio controllando le fonti
energetiche diffuse come gli impianti solari e gli accumulatori a batteria in
modo utile per il sistema. Inoltre, l’intelligenza artificiale dovrebbe aiutare
a individuare le minacce derivanti da attacchi informatici. Sono già in corso
progetti pilota e dal 2030 le reti dovrebbero essere controllate dall’IA. L’UE
avrebbe così una posizione all’avanguardia in questo settore.
Dove l’IA è già utilizzata
In alcuni settori l’IA è già utilizzata. Ad esempio, per ottenere
previsioni più accurate sulla produzione di elettricità da impianti solari ed
eolici. Ciò aiuta non solo i gestori di rete a mantenere stabile il sistema ed
evitare costosi interventi, ma anche il commercio di energia elettrica a
ridurre i rischi sui prezzi e a commercializzare l’energia rinnovabile in modo
più efficiente. Nell’ispezione delle linee elettriche e nella manutenzione
predittiva degli impianti energetici, l’IA aiuta ad aumentare l’efficienza e a
ridurre i costi operativi. Gli studi dimostrano che l’impiego dell’IA potrebbe
ridurre la spesa per le riserve operative fino al 15 per cento.
EM-Power Europe informa sull’uso dell’IA
EM-Power Europe copre l’intero spettro del mondo delle reti digitali. Gli
espositori presentano prodotti per gestione della rete, monitoraggio e smart
grid. I visitatori specializzati troveranno qui software basati sull’IA per
analizzare e simulare con precisione i sistemi energetici e per ancorare con
soluzioni tecnologiche la sicurezza informatica. Un punto di riferimento
centrale è il nuovo stand condiviso “AI for Smart Energy”, che presenta la
varietà di possibili impieghi dell’intelligenza artificiale. La concomitante
EM-Power Europe Conference approfondirà il tema dell’intelligenza operativa il
23 giugno nella sessione “Can We Trust AI to Run the Grid?”. Gli esperti
presenteranno risultati misurabili sul campo e definiranno quali infrastrutture
di dati e quali contesti normativi siano necessari affinché l’IA supporti in
modo affidabile l’operatività della rete nella quotidianità.
Il 24 giugno, The smarter E Forum (padiglione C5, stand C5.550) illustrerà
come l’IA generi un reale valore aggiunto a partire dai dati. I relatori
mostreranno, sulla base di applicazioni concrete in reti, edifici e mercati
energetici, come le aziende utilizzano in modo mirato le flessibilità
esistenti. L’obiettivo è gestire in modo trasparente sistemi complessi e
aumentare la resilienza lungo l’intera filiera dell’industria energetica.
EM-Power Europe e le fiere concomitanti Intersolar Europe, ees Europe e
Power2Drive Europe si terranno dal 23 al 25 giugno 2026 presso Messe München
nell’ambito di The smarter E Europe, la più grande alleanza fieristica europea
per il settore energia.
Per maggiori informazioni consultare il sito web: www.em-power.eu,
www.TheSmarterE.de
EM-Power Europe
EM-Power Europe è la fiera specialistica internazionale dedicata alla
gestione dell’energia e alle soluzioni energetiche interconnesse. Fedele al
motto “Empowering Grids and Prosumers”, abbraccia l’intero sistema energetico:
dalle reti di trasmissione e distribuzione fino alle singole utenze e ai
prosumer allacciati. Argomenti centrali sono l’ammodernamento, la
digitalizzazione e la gestione intelligente delle reti elettriche, nonché
l’integrazione di impianti diffusi, la cui flessibilità è determinante per un
approvvigionamento elettrico stabile, affidabile e rinnovabile.
Grazie alla sua ampia gamma tematica, EM-Power Europe si rivolge a gestori
di reti, fornitori di energia e aziende municipalizzate, sviluppatori di
progetti, installatori, consulenti e manager energetici, fornitori di servizi
per il trading di energia e la gestione della flessibilità, nonché a decision
maker dell’industria e del settore immobiliare.
EM-Power Europe apre i battenti dal 23 al 25 giugno 2026, per la prima
volta in un nuovo formato che va da martedì a giovedì. Si svolge presso Messe
München nell’ambito di The smarter E Europe, la più grande alleanza fieristica
europea per il settore energia. All’insegna di un approvvigionamento energetico
rinnovabile 24/7 per l’elettricità, il riscaldamento e i trasporti, in
concomitanza con EM-Power Europe si tengono le seguenti tre fiere
specialistiche:
Intersolar Europe – la fiera leader mondiale per l’industria solare
ees Europe – il salone specialistico per batterie e sistemi di accumulo
energetico più grande e internazionale d’Europa
Power2Drive Europe – la fiera specialistica internazionale dedicata alle
infrastrutture di carica e all’elettromobilità
A complemento della manifestazione fieristica, la EM-Power Europe
Conference offre l’opportunità di confrontarsi con esperti internazionali sul
sistema energetico del futuro. I temi trattati spaziano dall’ampliamento e
ammodernamento delle infrastrutture alla gestione intelligente della rete fino
all’integrazione della flessibilità nel sistema energetico, con applicazioni
che coinvolgono elettromobilità, accumulatori a batteria, power-to-heat,
attività industriali e commerciali.
EM-Power Europe è organizzata
da Solar Promotion GmbH e da Freiburg Wirtschaft Touristik und Messe GmbH &
Co. KG
(FWTM). Dip 3
Rinnovo CIE. Soluzione urgente
Roma - «Sempre più connazionali iscritti all'AIRE che si trovano
temporaneamente in Italia per le vacanze o per motivi familiari richiedono la
nuova Carta d'Identità Elettronica presso i Comuni italiani. Al momento della
richiesta però viene ritirata la vecchia carta cartacea e il cittadino non
riceve alcun documento immediatamente utilizzabile per il viaggio di ritorno.
Il risultato è che alcuni italiani residenti all'estero rischiano di
trovarsi nell'impossibilità di rientrare nel proprio Paese di residenza, quando
non hanno con sé un passaporto valido e utilizzano normalmente la carta
d'identità per gli spostamenti, come succede spesso all'interno dell'area
Schengen.
Il fenomeno è inoltre destinato ad aumentare nelle prossime settimane. Dal
1° giugno 2026 gli iscritti all'AIRE possono infatti richiedere la Carta
d'Identità Elettronica presso qualsiasi Comune italiano, una misura molto
importante e attesa da anni, che rivendico come mio successo personale, avendo
contribuito attivamente alla sua attivazione. A questo si aggiunge il fatto che
le carte cartacee non saranno più valide per l'espatrio dal 1° agosto
2026 a causa di una Direttiva europea, spingendo molti cittadini ad
anticiparne il rinnovo durante il soggiorno in Italia.
Per questo motivo sollecito il Governo con questo mio intervento oggi qui
in Aula ad individuare rapidamente una soluzione per risolvere tale problema.
Tra le possibili soluzioni vi sono il rilascio di un documento provvisorio di
viaggio oppure una certificazione sostitutiva. Si potrebbe inoltre valutare di
lasciare nelle mani del cittadino la carta cartacea già in suo possesso, almeno
fino al 1 agosto» - ha dichiarato in un intervento in Aula a Montecitorio l’On.
Simone Billi, unico eletto nella Circoscrizione Estero-Europa per la Lega e
Presidente del Comitato per gli Italiani nel Mondo. Dip 16
Progetti educativi. I dati rielaborati dalla piattaforma InClasse
Uno studente su tre, in Italia, vive in comuni senza scuole superiori,
mentre il 34,1% dei ragazzi tra gli 11 e i 19 anni abita in zone prive di
cinema, teatri e luoghi per spettacoli dal vivo e il 13,7% dei ragazzi tra gli
11 e i 19 anni dichiara di non avere amici con cui confidarsi. Questo il quadro
elaborato dalla piattaforma InClasse su dati Istat e presentato oggi alla
Camera durante l’evento promosso da Fondazione Articolo 49 in collaborazione
con l’Ufficio del Parlamento europeo in Italia e con il patrocinio della
Commissione Ue, dedicato proprio ai giovani e alle scuole. Al centro della
giornata la premiazione dei progetti educativi sviluppati attraverso la
piattaforma InClasse nell’anno scolastico 2025-2026 a cui hanno partecipato
oltre 40mila studenti.
Le analisi. In Italia, in media, uno studente su tre vive in comuni
senza scuole superiori In Veneto questo dato sale al 56,7%, con punte del 93%
nelle aree rurali e in Valle d’Aosta la percentuale arriva al 63%, con il 91,5%
nelle zone scarsamente popolate. A questo dato si aggiunge che il 26,4% delle
scuole statali non è raggiungibile con i mezzi pubblici (con picchi che
sfiorano il 50% in Campania e Calabria) e il 22,5% delle scuole statali
(primaria e secondarie di I grado) è privo di collegamenti tramite scuolabus.
Non solo. Anche per quanto riguarda gli “Indicatori di povertà educativa”
(contesto territoriale, sociale e culturale) le cose non vanno meglio. Il 34,1%
dei ragazzi tra gli 11 e i 19 anni vive in zone prive di cinema, teatri e
luoghi per spettacoli dal vivo. Una percentuale che sale a oltre il 50% in
Molise e Basilicata e al 45,1% in Sardegna. Stando ai dati, inoltre, 1 under 17
su 2 abita in comuni senza musei con spazi e/o attività organizzati per bambini
e ragazzi. Tra le regioni peggiori anche la Lombardia (62,9%) e il Veneto
(62,2%). Sono invece solo il 15,1% gli under 17 che vivono in comuni senza
biblioteche con spazi e/o attività organizzati per bambini e ragazzi, ma questo
dato presenta forti disparità territoriali, visto che arriva al 53,9% in
Basilicata, al 53,3% in Molise e al 51,6% in Calabria. Preoccupano anche gli
indicatori legati alla socialità e alla partecipazione civica dei giovani: il
13,7% dei ragazzi tra gli 11 e i 19 anni dichiara di non avere amici con cui
confidarsi, mentre 1 giovane su 10 frequenta gli amici meno di una volta a
settimana. Sulla solitudine dei ragazzi pesa anche la distanza dalla politica:
il 50% non svolge attività di partecipazione civica o politica, 9 su 10 nella
fascia 14-19 anni non svolgono attività di volontariato.
I progetti educativi. È in questo contesto che si inseriscono i progetti
educativi della Fondazione Articolo 49 che oggi sono stati al centro della
giornata di premiazioni per 16 classi provenienti da tutta Italia e anche da
una scuola italiana all'estero (Egitto). Le classi premiate hanno ricevuto in
totale 8700 euro di cui 4200 euro in materiali didattici e 4500 in buoni
viaggio d’istruzione. Per VIVA LA COSTITUZIONE – Contest “Evviva la libertà!”,
che ha invitato gli alunni delle classi quarte e quinte della scuola primaria a
riflettere sui valori di pace, democrazia, libertà e uguaglianza, fondamentali
per la convivenza civile e la cittadinanza attiva, sono stati premiati i
progetti della classe 5B della scuola primaria I.C. Bozzano - Centro (Brindisi,
Puglia), la classe 4A della scuola primaria di Masone (Genova, Liguria) e le
classi 5A e 5B della scuola primaria Manta di Saluzzo (Cuneo, Piemonte). Per
GEA EDU – Contest “Idee per il futuro”, un programma di educazione alla
sostenibilità e all’economia circolare dedicato alle scuole secondarie di II
grado, hanno vinto le classi 5D del Liceo Laura Bassi di Sant’Antimo (Napoli,
Campania), la 3H e 5H dell’IIS F. Patetta di Cairo Montenotte (Savona, Liguria)
e la 2B, 2ME e 2A dell’Istituto Don Bosco di Alessandria d’Egitto (Egitto). Per
MI PIACE UN MONDO – contest “Buone abitudini”, che ha invitato i bambini e le
bambine delle scuole primarie a concentrarsi sulle buone abitudini che rendono
l'alimentazione un atto sano e sostenibile anche per il pianeta, hanno vinto la
classe 5A della scuola primaria IC di Bozzano di Brindisi (Puglia), la classe
2B della scuola primaria P. Scuderi IC Santo Calì di Linguaglossa (Catania,
Sicilia) e la classe 2A della scuola primaria Giovanni XXIII di San Fior
(Treviso, Veneto). I tre progetti vincitori del contest “#NEXT STEP”, che ha
aiutato ragazzi e ragazze delle scuole secondarie di I grado a scoprire
sé stessi e i propri talenti e aspirazioni, accompagnandoli verso una scelta
consapevole del percorso di studi e di vita, sono quelli della classe 3F
dell’IC Michelangelo Augusto di Napoli (Campania), la classe 2A dell’ICS Diaz
di Laterza (Taranto, Puglia) e la classe 1M dell’IC Cassola di Cecina (Livorno,
Toscana). Infine, per ONLINE, ONLIFE – contest “Pay AttentiON”, che ha invitato
i ragazzi e le ragazze delle scuole secondarie di primo e secondo grado ad
approfondire temi legati alla sicurezza e al benessere digitale attraverso
elaborati creativi e originali, hanno vinto la classe 1A dell’IC Iacampo -
Matese di Vinchiaturo (Campobasso, Molise), la 1A dell’IC Maria Montessori di
Cardano al Campo (Varese, Lombardia), la 2B del Liceo Scientifico Galilei di
Potenza (Basilicata) e la classe 1E dell'IC G. Cardano di Gallarate (Varese,
Lombardia).
L’iniziativa. I progetti premiati godono dei patrocini del Ministero
dell’Agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste e, tra gli altri,
del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), APRE, ISPRA, ASviS, Symbola,
Forum per lo Sviluppo sostenibile e 17 regioni italiane. I progetti sono stati
sviluppati con il supporto di Bitron, iN’s Mercato, Q8 Italia, Almaviva e
Boeing, Altroconsumo, Unirima. E.G. dip 4
Migranti: un futuro di disumanità
Quanto è accaduto a Modena ha dato modo ai sovranisti nostrani di invocare
l’espulsione degli stranieri colpevoli di reati. Punizione anziché
integrazione.
Ogni avvenimento predatorio o di sangue, il cui autore abbia una assonanza
aliena, scatena immediatamente l’alzata in volo degli avvoltoi patriottici che
invocano punizioni esemplari e scacciate di massa, ribadendo l’equazione:
straniero, potenziale portatore di devianze delinquenziali.
A partire da quanto è accaduto a Modena
Quello che è accaduto a Modena ha dato modo ai cosiddetti sovranisti
nostrani di invocare l’espulsione degli stranieri colpevoli di reati, o persino
la revoca della cittadinanza italiana acquisita sin dalla nascita da genitori
stranieri naturalizzati italiani.
Questo governo continua ad emettere decreti sicurezza “a raffica” – come
quello approvato il 25 aprile scorso, legge 24 aprile 2026 nr. 54 – e pensa
che, incarcerando ragazzi e ragazzini, oltre che fustigare i loro genitori, si
possa risolvere un disagio diffuso, frutto di carenza di strutture e di
interventi educativi. Ma le galere non sono mai state in grado di risolvere i
disagi sociali o le marginalizzazioni criminogene.
La città di Modena, dopo la tragedia dell’investimento dei passanti da
parte di un giovane di seconda generazione, sta reagendo con dignità e
pacatezza a quanto è accaduto: una tragedia dovuta probabilmente ad un disagio
che ha causato altre tragedie e dolore in persone e famiglie, segnandone la
vita per sempre.
Da parte sua, la magistratura affronterà il caso ed emetterà un giudizio
sul responsabile. Ma il fatto, che ha messo in gioco la sicurezza della
comunità, va affrontato non solo e unicamente con strumenti repressivi,
punitivi e vendicativi: va promossa la tutela della coesione sociale.
La risposta della politica
La sicurezza non è la costruzione minuziosa di uno stato di polizia in cui
i controlli preventivi e i processi alle intenzioni prendono il sopravvento
sulla ragionevolezza. La legge citata prevede l’assunzione di 4.000 agenti di
polizia, ma di nessun educatore di strada. Nei dibattiti in corso prende il
sopravvento un impianto che trasuda ricette repressive e risolutrici dei
problemi di convivenza, comprimendo il tempo in un presente “dal fiato corto”,
senza prospettive di lungo termine necessariamente pensate e realizzate su più
anni e con più risorse.
Non si tratta di risolvere la questione della devianza mettendo sotto la
lente del giudizio e della riprovazione il singolo caso e il singolo autore, ma
approfondendo lo sguardo sul contesto in cui i fenomeni si manifestano.
Esistono colpevolezze individuali spesso connesse e latenti, ovvero patenti
colpevolezze sociali, collettive.
Le politiche migratorie attuali, sia in Europa che in Italia, sono sotto
l’effetto dell’ossessione compulsiva di trovare una soluzione definitiva,
immediata, alle trasformazioni sociali, culturali e religiose che le migrazioni
contemporanee portano con sé. Nuove migrazioni nascono da spinte connesse alle
tendenze economiche di squilibrio tra continenti e stati, in un’epoca di
trapasso di un ordine mondiale sinora dominato da assetti di stampo
occidentale, e emergono nuove potenze economiche e militari.
L’Europa, anche se in declino, rappresenta pur sempre un luogo di alta
capacità di consumo e di benessere diffuso, superiore ad almeno ai 2/3
dell’umanità. Non siamo perciò attrattivi solo per le élites che apprezzano la
nostra cultura o la nostra industria della moda, ma lo siamo anche per chi
pensa di avere chances di vita e di crescita, acquisendo competenze da poter
spendere anche altrove.
Il rancore contro i migranti contemporanei, non si discosta molto dal
rancore subìto dai migranti europei del passato, come quelli tedeschi, italiani
o irlandesi, nonché svizzeri, diretti verso le Americhe.
Ogni ondata migratoria è lo specchio in cui riverberano le fragilità delle
società di arrivo, oltre che di partenza: fragilità nella costruzione di
equilibrati rapporti sociali, in una logica di interdipendenza; fragilità di
sostenibilità generazionale delle dinamiche di sviluppo e di tenuta dei sistemi
socioeconomici; fragilità – molto attuali – connesse all’invecchiamento delle
popolazioni europee.
Gli “indici di vecchiaia” nell’Europa dei 27 – dati Eurostat e Istat –
superano in media il 150%, con 150/160 anziani (over 65), per ogni 100 giovani;
l’età media è di 44,9 anni. L’Italia, secondo il rapporto ISTAT 2026, nel 2025
ha contato un 11,9% di giovani a fronte di un 24,7% di anziani: per ogni
giovane sotto i 14 anni ci sono, cioè, 2 anziani over 65, con un indice di
vecchiaia del 200%. Inoltre, l’età media in Italia ha raggiunto i 47,1 anni,
mentre l’età media del pianeta è di 31,1 anni; quella degli ultimi immigrati in
Europa è di 29,7 anni. L’invito del ministro degli esteri italiano a fare più
figli per ridurre i migranti, risuona solo per qualche discussione durante una
partita di carte al bar.
Perché dunque questo rancore nei confronti dei migranti, mentre lamentiamo
la mancanza dei giovani? Non è forse l’istinto di sopravvivenza di “noi”
anziani a giocare un ruolo non indifferente nelle dinamiche sociopolitiche
attuali? Autoconservazione? Abbiamo paura del futuro?
Normative insensate
Ecco allora che le ultime decisioni normative della Commissione e del
Parlamento Europeo in materia di asilo e di immigrazione hanno eretto un buon
piedistallo all’ideologia della remigrazione, nata nella Germania impoverita
che, disorientata, ha dato spazio e visibilità ad un populismo dallo sguardo
rivolto verso i regimi autoritari del passato, sia di sinistra, che,
soprattutto di destra, mentre tutti i discorsi politici si stanno spostando
sugli armamenti e le leadership militari. La concausa dei rigurgiti è
certamente da individuare nelle guerre scatenate negli ultimi quattro anni e
tuttora in corso.
Il 12 giugno 2026 entrerà, dunque, in vigore il Patto Europeo sulla
migrazione e l’asilo, un dispositivo normativo che andrà a sostituire i
cosiddetti Regolamenti di Dublino: un insieme di misure mirate a restringere
gli spazi di legalità che invece andrebbero sempre garantiti ai migranti e
richiedenti asilo.
L’accelerazione dei meccanismi decisionali, da attuare già in frontiera
sulle richieste di asilo, legittimerà, sempre più, la possibile esclusione
aprioristica dalle procedure di riconoscimento della protezione internazionale
per i cittadini dei cosiddetti paesi sicuri (Bangladesh, Egitto, Marocco,
Tunisia, India, Kosovo, Colombia). È prevista una eventuale deportazione in un
paese terzo, cioè non quello da cui provengono, bensì in un paese di transito,
come la Libia, o in uno non europeo in cui esistano relazioni parentali (e se
ne avessero in Europa?).
Se non collaboranti alla definizione della propria identificazione, i
migranti potranno essere trattenuti, da 12 a 18 mesi, in Centri per il
Rimpatrio, ove è previsto il sequestro di ogni mezzo di comunicazione con
l’esterno: lasciati – dunque – alla mercé del sistema carcerario senza aver
commesso reati. Ci si affida a trattenimenti ad alto costo economico a fronte di
poche possibilità effettive di espulsione/deportazione.
Nel 2025 l’Italia ha emesso circa 25 mila decreti di espulsione riuscendo a
realizzarne a malapena, secondo dati Eurostat, 4.780. milioni di euro buttati
al vento. Come non pensare – legittimamente – che un’operazione di questo tipo
non porti ad angherie e deportazioni illegittime, nella “liberale” e
“democratica Europa”? Strategie tipo ICE – l’agenzia governativa per il
controllo dell’immigrazione statunitense – in versione europea?
Ricordiamo, nel recente passato, l’esempio fallimentare dell’ex premier
inglese Sunak, che voleva portare i richiedenti asilo e irregolari in Ruanda,
gettando al vento centinaia di milioni di sterline. E ricordiamo pure i Centri
predisposti dall’attuale governo italiano in Albania; oppure, ancor peggio, i
Centri – o, meglio, i lager – libici finanziati dall’Italia con il nefasto
Memorandum Italia-Libia del 2017 tuttora in vigore.
La disponibilità a pagare degli autocrati per detenere – con ogni strumento
e modalità – i migranti deportati dall’Europa aprirà, dunque, un moderno
mercato degli schiavi, in cui a pagare sarà chi “vende” e non chi “compra”.
Facile prevedere che questa postura sottoporrà l’Europa a continui e facili
ricatti. Si tratta di sperperare soldi col solo obiettivo di disincentivare le
migrazioni verso l’Europa, offrendone un’immagine cattiva e inospitale: un
investimento suicida per un continente vecchio, incapace di pensare al futuro,
senza più equilibri generazionali e con squilibri sempre più divaricanti di
tenuta sociale.
Domande di asilo e attraversamenti irregolari delle frontiere in calo
Stando agli ultimi dati consolidati del 2025, l’agenzia europea, EUAA,
European Union Agency for Asylum, dichiara che i dati delle domande di asilo in
Europa sono state 822.000, calate di un quinto rispetto al 2024 (-19%). Ora,
qual è l’emergenza, se c’è uno 0,18% di richiedenti asilo su una popolazione di
450 milioni?
Nello stesso anno sono stati respinte alla frontiera 80.865 persone, nel
2024 sono state 120.000, mentre gli attraversamenti irregolari sono stati
239.000, in calo del 38% rispetto all’anno precedente.
Quale ingresso regolare? Decreti flussi inefficienti
La carenza di capitale umano nell’Unione viene rabboccata con i decreti
flussi, strumenti che dovrebbero permettere alle imprese di reperire manodopera
all’estero e favorire l’ingresso di personale da dedicare all’assistenza
domiciliare di anziani e diversamente abili: un dispositivo che, da anni, “fa
acqua da tutte le parti”.
Il Decreto flussi 2024 aveva programmato in Italia 146.850 ingressi per
altrettante posizioni: si sono registrate 720.000 domande, i nulla osta
rilasciati sono stati 72.704, mentre i visti di ingresso effettivi sono
risultati solo 35.287, cioè il 48,5% dei nulla osta concessi.
Le quote 2025 sono state previste nella misura di 165.000 su 181.450
istanze complessive da parte dei potenziali datori di lavoro, ma, ad oggi, solo
il 7,9% della quota ha ottenuto il visto di ingresso. Il sistema, così,
evidentemente, non funziona e le aziende, soprattutto piccole-medie, aspettano
un incontro tra domanda e offerta di lavoro che non trova, quasi mai, il
“luogo” dell’appuntamento.
Remigrazioni?
Le migrazioni moderne hanno dimostrato una grande mobilità tra continenti e
stati. Una circolarità sempre in aumento. Già in passato gli emigranti italiani
approdati dapprima in Francia o in Svizzera sono riemigrati in Germania o in
Inghilterra, o viceversa. I giovani migranti italiani dei nostri giorni
scelgono, in maggior parte, i paesi dell’Europa Occidentale, favoriti dalla
libera circolazione degli “spazi Schengen”: si muovono ormai, liberamente, da
un paese all’altro in base alle opportunità.
Nel 2025 sono espatriati 144.000 italiani, di cui 1 su 5 è cittadino
italiano con retroterra migratorio. È già in atto, quindi, una forma di
remigrazione di neoitaliani verso altri paesi europei e oltre. Il passaporto
italiano favorisce questa circolarità in quanto permette di entrare in 194
paesi senza bisogno di particolari visti. Per assurdo, se venisse favorita
l’acquisizione della cittadinanza italiana ai nati in Italia, probabilmente,
molti altri neocittadini utilizzerebbero il passaporto italiano per spostarsi
in altri paesi: una remigazione volontaria senza scomodare nessuno.
Se poi prendessimo per fattibile la “purificazione etnica” in ogni paese
europeo, da taluni auspicata, dovremmo considerare che – dati Eurostat febbraio
2026 alla mano – i cittadini residenti all’interno dell’UE al 1° gennaio 2025,
nati in uno stato non-UE, erano 46,7 milioni su 450,6, ossia il 10,4% del
totale; da aggiungere altri 18 milioni, nati in un altro stato UE, ancora un
4%. Sommando i due dati si raggiungono 64,7 milioni, il 14,4 % della
popolazione dell’Unione; i cittadini residenti stranieri, erano 30,6 milioni
ossia il 6,8% della popolazione totale.
Dunque, perseguire la fantomatica remigrazione vuol dire ritenere buona
parte dalla popolazione europea minus habens. Ma, per chi propugna la
remigrazione, l’importante è fomentare la paura e raccogliere consensi
attraverso un’opera di manipolazione della realtà. Alcune formazioni politiche
europee e italiane non aspettano altro, perciò, che accada qualche tragedia da
attribuire a cittadini “stranieri”, ancor meglio se islamici, come nel caso di
Modena.
Organi apicali dello stato italiano si sono dati ben da fare per utilizzare
il teorema della paura indotta invece di espletare una funzione di vero governo
di una comunità per renderla più coesa e solidale. La funzione di servizio è
stata tranquillamente tramutata in strumentalizzazione del potere.
Un governante che non ha a cuore la costruzione solidale delle relazioni
tra i cittadini – tutti i cittadini a vario titolo – non ha alcuna visione
della convivenza civile quale bene primario, tramutando tutto in sospetto e
odio, indebolendo così la struttura stessa dello stato.
Chissà come mai quando le vittime sono di altro colore e passaporto,
l’esecrazione si attutisce e le responsabilità vengono addossate alle vittime,
perché si sono trovate in un posto o in una situazione che avrebbero dovuto
evitare.
Il barbaro e gratuito omicidio di Bakari Sako, 35 anni, un bracciante nero,
colto sulla via del lavoro e massacrato da giovani bianchi locali –
giustificati da una colpevole indifferenza di adulti – non ha destato grandi
reazioni istituzionali: solo un parroco e alcuni “buonisti” hanno alzato lo
sguardo.
I tragici naufragi che, anche in questi giorni, accadono nel Mediterraneo
vengono ancora presentati dai ministri come esecrabili incidenti, di cui gli
stessi naufraghi portano la “colpa”, mentre nulla più si sta dicendo delle
impostazioni ideologiche – disumane e senza scrupoli – che hanno portato
persino a “fare la guerra” alle Organizzazioni umanitarie che cercano di
salvare vite in mare. Così, l’Europa e l’Italia stanno preparando il loro
futuro di disumanità, nella decadenza etica. I decenni a venire presenteranno
il conto.
Franco Valenti, SettNews 28.5.
Hamm: gemellaggi e made in Italy sotto l’egida del Consolato onorario
HAMM - Scambi culturali e vetrina per il made in Italy: nelle prime
settimane di giugno la città tedesca di Hamm ha ospitato due diversi eventi per
iniziativa del Console onorario d'Italia Markus Kreuz.
All’inizio del mese, infatti, nell’ambito del progetto “Ieri. Oggi. Domani.
Un’amicizia crescendo e in azione” il centro giovanile “Bockelweg” del Comune –
che da 15 anni coopera con l’associazione “Amici del tedesco” di Crotone, in
Calabria – 25 giovani crotonesi dai 13 ai 20 anni sono giunti in città per uno
scambio culturale con i coetanei di Hamm. L’incontro – dal 2 al 6 giugno – è
stato inserito nei festeggiamenti per gli 800 anni del Comune tedesco. I gruppi
sono stati accompagnati da insegnanti, assistenti pedagogici e dal personale
del centro giovanile “Bockelweg”.
I giovani, riporta il console Kreuz, si sono confrontati su storia,
cultura, migrazioni e valore dell’Europa. In questa occasione l’artista Matteo
Lupia di Cropani (Catanzaro) ha realizzato un murales sull’importanza delle
diversità nelle Nazioni.
In contemporanea – e sempre nell’ambito dei festeggiamenti per gli 800 anni
del Comune – nel centro di Hamm è stata installata una grande illuminazione
giunta dalla Puglia in onore dell’emigrazione italiana in Germania. “Le Notti
Spettacolari” sono state inaugurate dalla Vice-Presidente della Regione
Nordreno-Vestfalia, la Ministra Mona Neubaur, dal Sindaco di Hamm, Marc Herter,
dal Console Onorario Kreuz, promotore del progetto, e dall’ad dell’azienda
“Lumino Creative Design” di Maglie (Lecce), Giuseppe de Cagna, che ha portato
l’illuminazione ad Hamm.
Parallelamente all’illuminazione è stato allestito un grande mercato
italiano in centro città a cui hanno partecipato con i loro prodotti
imprenditori italiani e tedeschi. Protagonista dei festeggiamenti anche la
musica italiana.
Presenti al mercato anche il centro giovanile “Bockelweg”, associazioni e
gli altri partner oltre che i giovani protagonisti dello scambio culturale.
Partner delle due collaborazioni sono stati il Comune e il Consolato
Onorario d’Italia ad Hamm, l’associazione “Amici del tedesco” di Crotone e
l’associazione “Ginevra” di Cropani (CZ). (aise 15)
La cronaca riporta, ancora, fatti correlati all'emigrazione verso l’Europa.
Viaggi che implicano seguiti politici spesso contrastanti con precedenti
normative per dare un futuro a chi il suo, in Patria, l’ha smarrito. Non siamo
nuovi a queste realtà; anche perché l’Italia è stata un Paese di forte
emigrazione. Soprattutto nei primi sessant’anni del secolo scorso.
Sarebbe meglio, per tutti, non dimenticarlo. Che, ora, i flussi immigratori
siano da disciplinare è corretto; lo è meno essere incoerenti a un’umanità che
non dovrebbe conoscere frontiere. Di fatto, il teatro di tanti drammi è il Mare
Mediterraneo. Non solo, esistevano accordi politici bilaterali che favorivano
le emigrazioni a condizioni, certamente, non vantaggiose per chi le affrontava.
Oggi, la questione s’è capovolta ed è, soprattutto, l’Africa, quella per secoli
sfruttata, fonte per una “realtà” non sempre coordinata.
Non per incapacità degli addetti, ma per la cocciutaggine dei politici che
dell’Emigrazione non hanno mai provato i rischi e le rinunce. Questo è quanto.
D’Emigrazione, ci occupiamo da sessant’anni e ci siamo resi conto che, ora,
siamo arrivati a un livello di guardia non facilmente gestibile.
Con la buona volontà e un impegno generale a livello UE molti problemi
potrebbero trovare una ragionevole soluzione. Basta capirci, per intendere cosa
è indispensabile e cosa possiamo offrire. Sotto questo profilo, la politica
italiana ed europea dovrebbe essere adeguata alle necessità. Almeno, lo
speriamo.
Giorgio Brignola, de.it.press
La Fune Azzurra, il primo censimento globale dello sport dell’emigrazione
italiana
GENOVA - In occasione della Giornata Nazionale dello Sport, il MEI - Museo
Nazionale dell’Emigrazione Italiana ha presentato "La Fune Azzurra – Lo
sport italiano nei cinque continenti", un progetto di ricerca portato
avanti insieme a Fondazione Migrantes e realizzato con i fondi dell’8xmille CEI
che punta a ricostruire per la prima volta la storia e l'attualità dello sport
praticato dagli emigrati italiani e dai loro discendenti nel mondo, oltre a una
parte specifica riservata al ruolo dello sport per gi immigrati nel nostro
Paese.
La ricerca, che si concluderà nella primavera del 2027, coinvolgerà i
principali Paesi di emigrazione italiana nei cinque continenti e si avvarrà di
una rete di contatti costruita negli ultimi anni dal Museo. Grazie ad un
database che raccoglie già oltre quaranta società sportive italiane attive
all'estero, che si aggiungono ai 130 protocolli di intesa con realtà museali,
associative e archivistiche nelle varie parti del mondo, con le quali il Mei
collabora attraverso vari progetti, la ricerca realizzerà una approfondita
mappatura internazionale di club, associazioni e realtà sportive nate
dall'iniziativa delle comunità italiane e italo-discendenti dalla fine
dell'Ottocento fino ai giorni nostri.
L'obiettivo è comprendere come lo sport abbia accompagnato le vicende
migratorie degli italiani, contribuendo non solo alla costruzione di momenti di
aggregazione e socialità, ma anche ai processi di integrazione, inclusione e
mantenimento dei legami con i territori d'origine.
Esperienze che hanno portato sin dal secolo scorso alla nascita di club
divenuti poi simbolo mondiale come il Boca Junior, il Penarol che deve il suo
nome ai suoi fondatori di Pinerolo o a individualità come quella di Giuseppe
Paolo “Joe” Di Maggio divenuto icona del baseball a livello mondiale. Ma il
lavoro si concentrerà anche sull’emigrazione italiana ai giorni nostri con le
tante realtà che stanno sorgendo nei vari continenti proprio grazie all’impulso
dei nostri connazionali.
"La Fune Azzurra è la naturale prosecuzione del lavoro fatto in questi
anni - ha spiegato Paolo Masini, presidente della Fondazione MEI -. Vogliamo
dare la giusta rilevanza, in maniera rigorosa e organica, ad un aspetto
rilevante nella storia delle migrazioni. Lo sport, per generazioni di emigrati
ha rappresentato un luogo di incontro, integrazione e costruzione dell'identità
collettiva. Un patrimonio diffuso che accompagna i migranti nei cinque
continenti e che continua ancora oggi a creare legami tra comunità, territori e
generazioni diverse".
La ricerca si concentrerà su tre diversi ambiti: le associazioni sportive
italiane all'estero, i giovani italiani iscritti all'AIRE tra i 6 e i 25 anni e
le persone recentemente immigrate in Italia. Attraverso questionari, raccolta
di testimonianze e analisi qualitative e quantitative, il progetto studierà il
ruolo dello sport nella costruzione delle relazioni sociali, nel benessere
psicofisico, nella partecipazione associativa e nei percorsi di integrazione.
Particolare attenzione sarà dedicata alle nuove generazioni di italiani nel
mondo, per comprendere se e come l'attività sportiva possa rappresentare uno
strumento efficace per rafforzare il legame con le comunità italiane all'estero
e favorire una partecipazione più attiva alla vita associativa. Lo studio
cercherà di fotografare il rapporto tra i giovani italiani all’estero e lo
sport: chi pratica attività sportiva, in quali Paesi, con quale frequenza e in
quali contesti. L’obiettivo è comprendere quanto lo sport possa incidere sul
benessere psicofisico, sulla socializzazione e sul senso di appartenenza delle
nuove generazioni di italiani nel mondo.
Per la ricerca in Italia, si esplorerà il ruolo dello sport nelle
esperienze delle persone recentemente immigrate in Italia, analizzando il modo
in cui le pratiche sportive contribuiscono ai processi di appartenenza,
inclusione ed esclusione sociale. I risultati di questa indagine saranno poi
comparati con quelli degli italiani all’estero.
La ricerca si avvale di una rete di partner istituzionali, accademici e
sportivi che comprende il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (CGIE),
il CONI con la rete dei delegati sportivi italiani nel mondo, l’Università di
Genova, l’Università di Roma Tor Vergata e la Società Italiana di Storia dello
Sport. Per l'analisi del rapporto tra sport, inclusione e nuove migrazioni in
Italia collaborano inoltre UISP, CSI e US ACLI. Considerata l'ampiezza
internazionale del progetto e la volontà di coinvolgere il maggior numero
possibile di realtà sportive italiane e italo-discendenti presenti all'estero,
il MEI ha anche invitato associazioni, società sportive, ricercatori e singoli
interessati a contribuire alla ricerca scrivendo all'indirizzo sport@museomei.it.
La presentazione completa del progetto e i questionari, disponibili in
italiano, inglese, spagnolo, portoghese e francese, sono consultabili sul sito
del Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana.
I risultati confluiranno nella realizzazione di una pubblicazione, di un
convegno internazionale e di un documentario che racconterà la straordinaria
storia dello sport dell'emigrazione italiana, mettendo in luce il contributo
delle comunità italiane alla diffusione della cultura sportiva nel mondo.
Il responsabile del progetto è Paolo Masini; il coordinatore è invece
Andrea Pedemonte; responsabile della ricerca sociologica Agostino Massa
(Professore associato di sociologia presso Università degli studi di Genova),
della ricerca storica Lorenzo Venuti (dottore di ricerca presso l’Università di
Bologna), e della ricerca su gli immigrati in Italia, Davide Valeri (dottore di
ricerca in sociologia presso l'Università di Padova). (aise 8)
Convention CCIE: Pozza confermato Presidente Assocamerestero
GENOVA - Mario Pozza è stato confermato alla Presidenza del nuovo Consiglio
Generale di Assocamerestero per il triennio 2026-2029. Come Vice Presidente,
Fabio Morvilli, Presidente Camera di Commercio Belgo-Italiana e Presidente
Camera di Commercio Italo lussemburghese.
La nomina è avvenuta durante la 35ª Convention Mondiale delle Camere di
Commercio Italiane all’Estero, iniziato sabato scorso a Genova, e che si
concluderà oggi, 15 giugno. L’evento ha riunito 160 delegati in rappresentanza
di 86 CCIE attive in 64 paesi.
Delegato permanente del Presidente di Unioncamere, Mario Pozza ha guidato
Assocamerestero anche nel precedente mandato.
Aprendo la Convention, il Presidente Pozza ha sottolineato il valore
strategico della presenza delle Camere italiane all'estero nei mercati
internazionali e il legame tra la vocazione internazionale di Genova e la
missione della rete camerale. "Valorizzare la nostra Italia e portarla nel
mondo è la missione che caratterizza le nostre Camere", ha affermato,
evidenziando come l'export italiano continui a mostrare segnali di tenuta
nonostante uno scenario internazionale complesso.
Intervenuto in apertura anche il Presidente della Camera di Commercio di
Genova, Luigi Attanasio, che ha evidenziato come l'attuale fase internazionale
richieda alle imprese una crescente capacità di adattamento e apertura verso
nuovi mercati. "Genova è una città di mare e ha da sempre le antenne
alzate per captare quello che succede nel mondo. Di fronte a conflitti,
tensioni geopolitiche e nuove barriere commerciali, le imprese devono sapersi
reinventare, diversificare i mercati e diventare ancora più resilienti".
L’edizione 2026 della Convention è risultata essere tra le partecipate
degli ultimi anni. Tanti i temi sul tavolo discussi, tra cui i numeri del 2025:
nell’anno passato le Camere di Commercio Italiane all'Estero hanno assistito
circa 67 mila imprese, registrando una crescita del 12% rispetto all'anno
precedente. La rete conta inoltre 160 punti di assistenza nel mondo, quasi 300
mila contatti d'affari generati e oltre 19.500 associati, in larga parte
imprese estere interessate a sviluppare rapporti commerciali e di investimento
con l'Italia.
Per quanto concerne le esportazioni, invece, nel 2025 hanno raggiunto il
valore di 643 miliardi di euro e i dati del primo trimestre 2026 confermano una
crescita superiore al 7%, nonostante l'impatto di tensioni geopolitiche, guerre
commerciali e nuove barriere agli scambi. Una dinamica che richiede alle
imprese una crescente capacità di diversificare i mercati, gestire il rischio e
cogliere le opportunità offerte dalle nuove geografie dell'economia globale.
Intervenuto anche il Viceministro delle Imprese e del Made in Italy,
Valentino Valentini, che ha richiamato il ruolo delle Camere di Commercio
Italiane all'Estero come componente essenziale del Sistema Italia sui mercati
internazionali. Valentini ha evidenziato l'importanza di rafforzare il
coordinamento tra istituzioni, ICE e rete camerale, valorizzando la capacità
delle CCIE di operare nei territori attraverso relazioni consolidate e una
conoscenza diretta dei mercati.
La Convention è poi proseguita con incontri istituzionali, tavole rotonde e
sessioni di approfondimento dedicate al tema "Nuove rotte o nuove regole
per gli scambi internazionali".
Ieri, 14 giugno, l’elezione del nuovo Consiglio Generale di
Assocamerestero, che ha visto la conferma di Pozza alla presidenza e Morvilli
alla vicepresidenza. Oltre a loro, sono stati nominati nel Consiglio Generale:
Pietro Alba, Consigliere Presidente CCIE Izmir – Turchia; Klaus Algieri,
Consigliere Presidente CCIAA Cosenza; Giorgio Alliata di Montereale Consigliere
Presidente CCIE Buenos Aires; Luigi Attanasio Consigliere Presidente CCIAA
Genova; Mauro Battocchi Consigliere Direttore Generale Crescita e Promozione
Esportazioni MAECI; Riccardo Breda Consigliere Presidente CCIAA Maremma e
Tirreno; Roberto Costa Consigliere Presidente CCIE Londra; Carmine D’Argenio
Consigliere Presidente CCIE Montreal; Patrizia Dalmasso Consigliere Presidente
CCIE Nizza; Tommaso De Simone Consigliere Presidente CCIAA Caserta; Aldo Di
Biagio Consigliere Presidente CCIE Zagabria; Claudio Farabola Consigliere
Segretario Generale CCIE Buenos Aires; Jorge Luis Fittipaldi Consigliere
Presidente CCIE Rosario – Argentina; Alessandro Giuliani Consigliere Presidente
CCIE Mumbai; Giorgio Mencaroni Consigliere Presidente CCIAA Umbria; Rob Monzu
Consigliere Presidente CCIE Perth; Giovanni Musella Consigliere Presidente CCIE
Città del Guatemala; Furio Pietribiasi Consigliere Presidente CCIE Dublino e
Consigliere delegato dal Ministro delle Imprese e del Made in Italy; Gino
Sabatini Consigliere Presidente CCIAA Marche; Simone Santi Consigliere
Presidente CCIE Maputo – Mozambico; Giuseppe Tripoli Consigliere Segretario
Generale Unioncamere.
Fanno parte del Consiglio anche Gianluca Baldoni Consigliere Rappresentante
Conferenza delle Regioni, Giulio Donato Consigliere Direttore Generale MIMIT,
Mario Erba Consigliere Responsabile Direzione Global Transaction Banking, e
Matteo Zoppas Consigliere Presidente ITA - Italian Trade Agency. (aise
15)
Quando i costrutti economici non quadrano, la soluzione è sempre la stessa.
Ci saranno altri sacrifici per gli italiani. Il deprezzamento dei redditi da
lavoro dipendente, quando ancora c’è, e da pensione sono una realtà che è
possibile riscontrare senza fallo. In Italia, per la carità, di “fame” non si
muore.
Dato, però, che non si vive di solo pane, sono certe piccole cose del
quotidiano, alle quali c’eravamo abituati, a farsi proibitive. Il contenimento
della spesa non è, però, la terapia migliore. Se manca la liquidità, è
difficile fare delle previsioni per il futuro e non solo per quello immediato.
Non possiamo neppure prendercela col Parlamento. C’è una maggioranza politica
che dovrebbe armonizzare le “regole” di vita nazionale. Sembra, però,
impossibile verificare le strategie della politica.
I sacrifici, sia chiaro, non assicureranno per nulla la ripresa economica.
Fiaccheranno, semmai, gli sforzi per tirare avanti. Non sappiamo se tutti ce la
faremo. Lo speriamo; ma non basta. L’Unione Europea non è un contenitore ancora
“vuoto”. Come, per ora, lo sono le nostre tasche. Non tanto per il superfluo,
quanto per il necessario. Questo sarà il primo anno di lenta ripresa economica?
Si troverà, almeno, un accordo di mutua assistenza UE? Senza del quale non ci
sarà contenimento economico. Anche sotto il profilo politico. Solo tenendo
conto di quanto evidenziato, un’ipotetica “dieta” nazionale potrebbe avere una
valida motivazione sul fronte della concretezza.
Giorgio Brignola, de.it.press
Smarriti nel labirinto del consumo: una visita all’Ikea
Entrare all'IKEA significa spesso vivere un'esperienza che va ben oltre
l'acquisto di un mobile o di un semplice oggetto per la casa. Osservando i
visitatori, ciò che colpisce maggiormente è una certa espressione di
smarrimento che si legge negli occhi di molti di loro. Non è la confusione di
chi non sa cosa comprare, ma quella di chi viene progressivamente assorbito da
un percorso obbligato che sembra avere poco a che fare con il motivo originario
della visita.
L'edificio è concepito come un moderno labirinto. Come nel celebre
labirinto di Dedalo della mitologia greca, l'uscita non appare mai vicina e il
visitatore è costretto a seguire un itinerario prestabilito. Ogni svolta
propone nuovi oggetti, nuove idee, nuovi desideri. Si entra con l'intenzione di
acquistare una lampada, una sedia o una libreria; si esce con candele
profumate, contenitori, tovaglioli, piante decorative e decine di altri
articoli che fino a poche ore prima non sembravano indispensabili.
All'ingresso si potrebbe affiggere un cartello ironico ma sincero: «Qui si
può comprare tutto ciò che si vuole e soprattutto ciò che non si vuole». In
questa battuta si nasconde forse il segreto del successo commerciale del grande
magazzino svedese. Il visitatore viene continuamente invitato a trasformare
desideri latenti in bisogni immediati.
Il risultato è paradossale: molti clienti terminano il percorso con il
carrello pieno, ma non sempre con l'oggetto che li aveva spinti a entrare. Il
labirinto ha compiuto la sua funzione. L'obiettivo iniziale è stato sostituito
da una serie di desideri indotti lungo il cammino.
Anche il ristorante sembra svolgere un ruolo preciso in questo percorso
psicologico. Dopo ore di cammino tra corsie, frecce e percorsi obbligati, il
visitatore giunge in un ambiente in cui gli odori del cibo e il piacere del
palato producono una sensazione di sollievo. I volti appaiono più rilassati. Le
famiglie si siedono, i bambini si calmano, gli adulti interrompono
momentaneamente la ricerca dell'uscita. Per qualche minuto il labirinto lascia
spazio a un'oasi di conforto sensoriale.
Forse il vero prodotto venduto dall'IKEA non è il mobile. È l'esperienza
stessa del consumo. Ogni elemento, dall'architettura del percorso
all'esposizione degli oggetti, fino all'area ristorazione, sembra studiato per
guidare il comportamento del visitatore e trasformare un bisogno concreto in
una lunga esplorazione di desideri.
Uscendo dal negozio, con le borse cariche e la mente affaticata, molti
provano una sensazione difficile da definire. Non è insoddisfazione, ma neppure
autentica soddisfazione. È piuttosto la consapevolezza di aver attraversato uno
dei più sofisticati labirinti commerciali del nostro tempo.
Confesso che, al termine della visita, mi è venuta persino un'idea
commerciale. La battuta che mi è nata spontaneamente – «Qui si può comprare
tutto ciò che si vuole e soprattutto ciò che non si vuole» – potrebbe essere
venduta direttamente all'IKEA. In fondo è una forma di pubblicità
particolarmente raffinata. Non promette prezzi bassi, qualità o convenienza:
descrive semplicemente ciò che accade realmente. E forse proprio per questo
sarebbe uno slogan irresistibile.
Se l'azienda decidesse di adottarlo, mi aspetterei almeno una piccola
percentuale sui futuri acquisti impulsivi dei clienti. Del resto, riconoscere
con autoironia il proprio successo è spesso la forma più intelligente di
marketing. Giuseppe Tizza, de.it.press 4
Continentale Cgie: nessun interlocutore su elezioni Comites e servizi
consolari
MADRID - Dopo una sessione dedicata alla presenza imprenditoriale italiana
e ai rapporti commerciali tra Italia e Spagna, che ha visto la partecipazione
di numerosi interlocutori ed esperti del settore, la Commissione Continentale
Europa–Nord Africa del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (CGIE),
riunita a Madrid dal 18 giugno, ha affrontato ieri il tema della diffusione
della lingua e della cultura italiana.
Il panel dedicato all’argomento ha favorito un ampio confronto tra i
consiglieri e gli operatori del settore. Ai lavori hanno infatti partecipato i
dirigenti scolastici delle Scuole Italiane di Madrid e Barcellona, nonché i
rappresentanti degli enti gestori delle scuole dell’infanzia attive nelle due
città.
Gli interventi si sono protratti fino alle ore 15.30, lasciando
successivamente spazio ad altri due temi di particolare rilevanza per le
comunità italiane all’estero: i servizi consolari e le prossime elezioni dei
Comites.
Su questi argomenti, alcuni consiglieri del CGIE hanno espresso forte
rammarico per l’assenza di interlocutori istituzionali, nonostante le ripetute
sollecitazioni avanzate dal Vicesegretario del CGIE, Giuseppe Stabile, affinché
fosse garantita la presenza di rappresentanti della Direzione Generale per gli
Italiani all’Estero e le Politiche Migratorie (DGIT).
Sollecitata sulla questione, la Segretaria Generale del CGIE, Maria Chiara
Prodi, ha condiviso il testo del parere che il Comitato di Presidenza (CdP) ha
trasmesso alla Direttrice Generale Silvia Limoncini, rispetto al quale si
attende un riscontro sulle criticità sollevate e le possibili soluzioni
L’assenza di un confronto diretto su due temi così rilevanti ha suscitato
perplessità tra diversi consiglieri, soprattutto alla luce dell’importanza che
rivestono sia il funzionamento della rete consolare sia il rinnovo degli
organismi di rappresentanza degli italiani all’estero. Questioni che
coinvolgono direttamente milioni di connazionali e che richiederebbero un
dialogo costante tra le istituzioni e gli organismi rappresentativi delle
collettività italiane nel mondo.
Molti cittadini italiani residenti all’estero non conoscono ancora
pienamente il ruolo e le funzioni dei Comites e del CGIE, organismi
democraticamente eletti o designati per rappresentare le istanze delle comunità
italiane fuori dai confini nazionali. Eppure, i loro componenti operano
quotidianamente sul territorio, spesso a titolo volontario, fungendo da punto
di raccordo tra i connazionali e le istituzioni italiane, raccogliendo
segnalazioni, individuando criticità e formulando proposte su temi che spaziano
dai servizi consolari alla promozione della lingua italiana, dall’assistenza
sociale alle nuove mobilità.
Proprio per questo motivo appare sempre più evidente la necessità di
rafforzare il ruolo del CGIE, riconoscendone maggiormente il valore consultivo
e propositivo nell’ambito delle politiche rivolte agli italiani all’estero. Un
organismo che rappresenta una realtà composta da oltre 7,5 milioni di cittadini
iscritti all’AIRE non può essere considerato soltanto un soggetto da consultare
occasionalmente, ma dovrebbe essere coinvolto in maniera sistematica nei
processi decisionali che riguardano le comunità italiane nel mondo.
La stessa assenza di interlocutori istituzionali durante una sessione di
lavoro dedicata a temi strategici come i servizi consolari e le elezioni dei
Comites è stata interpretata da diversi consiglieri come il segnale di una
insufficiente attenzione verso gli organismi di rappresentanza degli italiani
all’estero. Una percezione che rischia di indebolire ulteriormente il rapporto
tra le istituzioni e una parte sempre più significativa della collettività
nazionale.
In questa prospettiva, oltre a una revisione della normativa sui Comites,
viene ritenuta sempre più urgente l’approvazione di una nuova legge istitutiva
del CGIE, capace di aggiornare competenze, funzioni e strumenti operativi dell’organismo
alla luce delle profonde trasformazioni intervenute negli ultimi decenni nel
fenomeno migratorio italiano. Un CGIE più autorevole, maggiormente ascoltato e
dotato di strumenti adeguati potrebbe contribuire in modo significativo alla
definizione delle politiche per gli italiani all’estero, lavorando in sinergia
con il Parlamento, il Governo e gli eletti nella Circoscrizione Estero.
Il rafforzamento del CGIE non rappresenta una rivendicazione corporativa,
ma una necessità democratica: dare voce a milioni di cittadini italiani
residenti all’estero significa riconoscere pienamente il loro contributo alla
crescita economica, culturale e sociale del Paese e garantire loro una
rappresentanza all’altezza delle sfide del presente e del futuro.
Carmelo vaccaro, consigliere Cgie Svizzera dip20
CGIE: la storia della rappresentanza degli italiani all’estero
ROMA – Nella settimana delle celebrazioni per la Festa della Repubblica
Italiana, il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero richiama l’attenzione
sul valore storico, civile e democratico della rappresentanza degli italiani
nel mondo, elemento essenziale per il rafforzamento degli ideali di unità
nazionale e per il pieno riconoscimento del contributo delle comunità italiane
oltre confine. A questo tema è dedicato il documento “Il lungo percorso della
rappresentanza degli italiani all’estero”, redatto dalla Vicesegretaria
generale del CGIE per i Paesi anglofoni extraeuropei, Silvana Mangione, e
illustrato nel corso dei lavori dell’Assemblea plenaria del CGIE, svoltasi lo
scorso 15 maggio presso il CNEL. Il testo ricostruisce, con rigore storico e
memoria istituzionale, le tappe che hanno condotto alla nascita degli organismi
di rappresentanza delle collettività italiane all’estero, fino all’istituzione
del CGIE e al riconoscimento dell’esercizio del voto per i cittadini italiani
residenti fuori dai confini nazionali. Il percorso delineato nel documento
evidenzia come la rappresentanza degli italiani all’estero non sia il risultato
di un atto improvviso, ma l’esito di una lunga e complessa maturazione
democratica: dalle prime previsioni contenute nella legge consolare del 1866,
passando per le Conferenze sull’emigrazione, per il ruolo propulsivo del CNEL,
per l’istituzione dei Comitati dell’Emigrazione Italiana, fino alla legge
istitutiva del CGIE del 1989 e alla successiva conquista del voto all’estero.
Nel tempo le comunità italiane nel mondo hanno saputo custodire lingua,
cultura, memoria e appartenenza, contribuendo al prestigio dell’Italia e
mantenendo vivo un legame profondo con il Paese. In questo senso, gli italiani
all’estero rappresentano una componente fondamentale della comunità nazionale:
non una realtà periferica, ma una parte integrante della Repubblica, capace di
rafforzarne la proiezione internazionale e il senso stesso dell’unità.
La Festa della Repubblica richiama ogni anno i valori fondativi della
democrazia italiana: partecipazione, cittadinanza, diritti, responsabilità e
coesione. Il CGIE sottolinea che tali valori trovano piena espressione anche
nella storia degli italiani all’estero, donne e uomini che hanno contribuito,
con il lavoro, l’impegno associativo, culturale e civile, alla costruzione di
un’Italia più ampia, plurale e presente nel mondo. Il documento costituisce
dunque – sottolinea il Cgie – un contributo prezioso alla memoria collettiva
del Paese e invita a guardare alla rappresentanza non solo come a uno strumento
istituzionale, ma come a una conquista democratica da custodire, rafforzare e
rinnovare. In questi giorni di celebrazioni repubblicane, il Consiglio Generale
degli Italiani all’Estero ribadisce il proprio impegno affinché le comunità
italiane nel mondo continuino a essere ascoltate, valorizzate e coinvolte nei
processi decisionali che riguardano il futuro dell’Italia e della sua presenza
internazionale. La storia della rappresentanza degli italiani all’estero è, a
pieno titolo, parte della storia della Repubblica. Questo il link alla
relazione: https://www.cgieonline.it/wp-content/uploads/2026/06/Mangione.pdf
(Inform 4)
Lettera ai parla-mentari d’Italia
Gentili Parla-mentari,
ho volutamente separato la parola "parlamentari" in
"parla-mentari", perché la vostra funzione è inseparabile dalla
parola.
Le leggi nascono dalle parole.
Le istituzioni vivono di parole.
La democrazia si alimenta di parole.
Eppure sembra che proprio la parola, strumento fondamentale della vita
pubblica, sia spesso trascurata, impoverita o ridotta a mezzo di scontro e
propaganda.
L'Italia non è soltanto una nazione. È la terra che ha dato al mondo una
delle più grandi tradizioni linguistiche e oratorie della storia. Nella Roma di
Cicerone la parola divenne arte civile, strumento di persuasione fondata sulla
ragione e mezzo per costruire il bene comune.
Da allora sono trascorsi più di duemila anni, ma il principio rimane
immutato: la qualità della vita democratica dipende anche dalla qualità delle
parole con cui essa viene esercitata.
Per questo mi permetto di proporre un semplice Manifesto del buon
Parla-mentare.
Prima di parlare, ascolta.
Leggi prima di scrivere.
Studia prima di decidere.
Cerca la verità prima dell'applauso.
Usa parole che illuminano, non parole che confondono.
Non insultare quando mancano gli argomenti.
Ricorda che ogni parola lascia una traccia.
Parla ai cittadini, non alle telecamere.
Non trasformare il dissenso in inimicizia.
Abbi il coraggio di dire: "Mi sono sbagliato".
Considera la lingua italiana un bene comune.
Ricorda che una legge nasce da una frase scritta bene o male.
Coltiva l'arte dell'argomentazione, non quella della provocazione.
Onora la tradizione di Cicerone e dei grandi maestri dell'oratoria.
Ricorda che il Parlamento non è uno stadio.
Chi rappresenta il popolo dovrebbe rappresentare anche il meglio della sua
lingua.
Da insegnante, traduttore e interprete, dopo quarant'anni di attività
professionale, desidero inoltre mettere a disposizione la mia esperienza
attraverso incontri, conferenze e corsi dedicati alla lettura ad alta voce e
alla comunicazione efficace.
Sono convinto che parlare bene non sia un privilegio di pochi, ma una
competenza che può essere appresa e sviluppata.
La lettura ad alta voce educa all'ascolto, alla riflessione, all'empatia e
al rispetto delle parole. Per questo considero la sua diffusione una questione
non soltanto culturale, ma anche civile e democratica.
Se la qualità delle nostre parole migliorerà, forse migliorerà anche la
qualità del nostro confronto pubblico.
E con essa, la qualità della nostra Repubblica.
Giuseppe Tizza, Düsseldorf (dip 11)
La longevità è una conquista e va considerata una sfida e un’opportunità,
non un problema o un costo. È questo il messaggio principale emerso dal panel
dedicato all’invecchiamento che si è svolto nell’ambito del nuovo appuntamento
Adnkronos Q&A, dal titolo ‘La demografia cambia la società’, che si è
tenuto oggi (18 giugno) a Roma presso il Palazzo dell’Informazione. Il punto di
partenza è la consapevolezza delle trasformazioni in atto, ma adottando una
visione positiva. È Cecilia Tomassini, professoressa ordinaria di Demografia
presso l’Università del Molise e membro del consiglio direttivo di Age-It, a
spiegare perché possiamo avere un approccio più ottimista.
Anziani diversi da quelli di 50 anni fa
“I nuovi anziani sono completamente diversi da quelli di 50 anni fa.
Intanto sono più istruiti e dunque fanno maggiore prevenzione, sono più in
salute, vivono più a lungo (chi ha una laurea vive in media 6 anni in più). Poi
sono più digitali, quindi possono intervenire su vari aspetti della salute,
dall’accesso alle conoscenze a strumenti come la telemedicina”. Insomma, per
Tomassini “c’è una nuova fase della vita con persone istruite, ancora in piena
salute, che fanno volontariato e possono ancora dare molto”. Non va dimenticato
poi che “i cinque pilastri dell’invecchiamento attivo fanno bene anche nella
terza e quarta età”, ha proseguito.
Premesso questo, per affrontare le sfide legate all’allungamento della vita
è necessario innanzitutto capirle meglio. Si inserisce qui il progetto
‘AGE-IT’, che ha visto “un grosso investimento in termini di soldi (nell’ambito
del Pnrr) ma anche di personale” e che si basa sull’essere “un programma che
non finisce con la fine del Pnrr ma che continua a portare nel dibattito l’idea
di una demografia positiva e che l’invecchiamento è una sfida e non problema”.
Nel concreto, ha spiegato Tomassini, “misuriamo le diseguaglianze ad
esempio territoriali o tra generazioni: abbiamo creato indici per capire se gli
anziani hanno lo stesso peso politico e di risorse rispetto ai giovani, e per i
carichi di cura: perché le donne passano il 30% della loro vita come caregiver
e gli uomini molto meno”?
Le aziende a sostegno della buona salute
Anche per Giovanni Marcantonio, vicepresidente del Consiglio nazionale
Ordine Consulenti del Lavoro, “la longevità non può essere un costo ma deve
essere anche una risorsa, un’opportunità”. Sicuramente c’è un tema di “quando
andrò in pensione”, ma anche di “come ci andrò”. Sostenibilità del sistema
previdenziale, dunque, ma allo stesso tempo cosa può fare un’azienda per
“accompagnare le parsone a mantenersi in buona salute”. Molte cose, ha spiegato
il vicepresidente Cnl, attraverso “strumenti efficaci quali la contrattazione
collettiva e il welfare aziendale che si aggiunge alla retribuzione, come i
fondi sanitari integrativi che consentono un certo benessere e i controlli
medici”.
Anche perché, ha precisato il manager, le pensioni sono pagate da chi è
attivo, quindi anche per queste persone vale il discorso di essere accompagnati
nel mantenersi in buona salute, in modo da contribuire al sistema e non
mandarlo in crisi.
Prevenzione per la buona salute: i vaccini
Un aspetto che si allaccia con la prevenzione, di cui ha parlato Anna
Odone, professoressa ordinaria di Sanità pubblica dell’Università di Pavia. Se
è vero che “l’aspettativa di vita in Italia è di quasi 85 anni”, va anche
considerato che “l’aspettativa di vita in buona salute si ferma a 58-60 anni”.
“Quindi l’obiettivo di sanità pubblica è preservare la buona salute attraverso
la prevenzione primaria, che ha impatto sia sulla salute individuale (vaccini,
stili di vita sani, screening) sia a livello di popolazione, quindi con un
beneficio per la società”.
La prevenzione, compresi i vaccini, diventa così “uno strumento di
invecchiamento in salute e attivo anche per la popolazione adulta, anziana, e
fragile” e “di protezione collettiva”. In tal senso è importante avere servizi
di prossimità e modelli di cura che si avvicinino loro ai cittadini.
La salute finanziaria
Ma se preservare la salute fisica è fondamentale, altrettanto è pensare a
mantenere la salute finanziaria in quello che può essere il momento di maggiore
vulnerabilità, ha sottolineato Roberto De Agostini, head of Media&Public
Relations di Banca Mediolanum. “Il rischio è un ‘terzo o quarto tempo’ dove non
si hanno i mezzi per continuare a vivere bene”.
“La variante tempo è la principale: prima si inizia prima si arriva
preparati; più si arriva tardi più si deve compensare con investimenti e anche
con la previdenza complementare”, ha spiegato De Agostini. E mentre è in atto
una trasformazione nella consulenza finanziaria per rispondere alle nuove
esigenze, allo stesso tempo “serve uno sforzo di informazione”, ha precisato il
manager.
L’educazione finanziaria diventa fondamentale
Ovvero serve l’educazione finanziaria, come ha evidenziato Paola Ansuini,
responsabile Comunicazione cultura finanziaria e tutela clientela della Banca
d’Italia. “Siamo abituati all’idea del risparmio accumulato per quando saremo
anziani, ma con la longevità dovremo coprire un periodo più lungo. Quindi,
dovremo pensarci prima e in modo diverso”. Infatti, ha spiegato, “dobbiamo
prevedere valenze di long term care e la cura prolungata di figli e nipoti”,
senza considerare che “in una società che invecchia non si può fare affidamento
solo sul pubblico”.
Cosa si può fare dunque? “Risparmiare di più, prolungare la vita
lavorativa, investire meglio con strumenti che consentano di iniziare presto”.
Riguardo quest’ultima opzione, l’educazione finanziaria diventa fondamentale,
insieme all’affidabilità di giornali e piattaforme. Bankitalia è attiva in
questo senso attraverso il sito economiapertutti, progetti nelle scuole e con
la Caritas”. “Solo 1 italiano su quattro conosce l’home banking: con le
competenze siamo molto indietro e servono punto di contatto con i cittadini”,
ha concluso la responsabile Bankitalia.
A proposito di competenze, Marcantonio ha offerto un ulteriore spunto di
riflessione parlando di intelligenza artificiale. La domanda che va per la
maggiore è se sostituirà i lavoratori ma, posta in questo modo, la questione
“testimonia quello che non va fatto: attendere ciò che succede”. La domanda va
invece posta “per capire cosa vogliamo governare”, ha affermato. Un
suggerimento valido anche per la longevità e la sfida demografica. Adnkronos 18
Il viaggio della vita umana è un percorso ricco di esperienze che si
imprimono nella mente e nell’anima. Alcune esperienze portano gioia, amore,
successo e celebrazione. Altre giungono come delusione, perdita, cuore
spezzato, solitudine, fallimento e sofferenza. Tra tutte le esperienze, il
dolore è forse la più fraintesa e al tempo stesso la più trasformativa
dell’esistenza umana. È un’esperienza che può essere vista e interpretata
dall’esterno, ma che può essere davvero compresa solo dall’interno.
Da qui nasce una comprensione profonda: siamo tutti posti davanti a una
grande opportunità esistenziale, chi lo vive conosce la sua verità più
profonda, la sua agonia più autentica. Il dolore non è soltanto un fatto della
vita. È un linguaggio. È un dialogo silenzioso tra la vita e lo spirito umano,
un dialogo che non si esprime a voce alta. È un maestro che talvolta non è
desiderato, ma che non si dimentica mai. Soprattutto, è un fenomeno che non si
può trasferire né spiegare completamente: deve essere vissuto.
Un uomo può descrivere il mare come chi osserva dalla riva: può ammirarne
le onde, misurarne la profondità, apprezzarne la bellezza. Ma è solo il
marinaio, attraversando le tempeste, a conoscere la vera natura del mare. Allo
stesso modo, molti parlano della sofferenza, ma solo pochi - coloro che l’hanno
attraversata - possono comprenderne gli aspetti più nascosti.
Oggi la società possiede una grande conoscenza del dolore: gli psicologi lo
studiano, i filosofi lo discutono, i medici lo trattano, gli scrittori lo
descrivono, e le religioni lo interpretano. Tuttavia, esiste ancora una
differenza essenziale tra conoscenza e comprensione.
Si può conoscere la definizione del lutto, e tuttavia non essere pronti
quando si perde una persona amata.
Si può conoscere la solitudine, e rimanere sorpresi dal silenzio di una
stanza vuota.
Si può conoscere il fallimento nei libri, e crollare quando anni di lavoro
svaniscono in un istante.
Il sapere appartiene alla mente. L’esperienza appartiene all’essere.
In questo consiste una delle chiavi della Filosofia Sethiana. Il Dr. Sethi
K. C. afferma che esistono verità che non possono essere insegnate, ma soltanto
vissute. Una delle espressioni della Filosofia Sethiana recita: esiste
un’università senza muri, senza finestre, senza porte né cancelli, e questa
università è l'esperienza; il maestro è il “dolore”, e l’esame è la “vita”. I
certificati di questa università sono invisibili, ma tra i più preziosi che un
essere umano possa possedere.
I Watsonites parlarono con una sola voce:
“Pain: The Great Revealer.” (I Watsonites sono un gruppo di persone che
condividono una visione unitaria sul dolore.)
La maggior parte delle persone crede di conoscersi. Si definisce attraverso
successi, professioni, beni, relazioni e status sociale. Poi arriva il dolore.
E improvvisamente molte ipotesi interiori si dissolvono.
Il forte incontra la fragilità.
Il ricco incontra il dubbio.
Il sano incontra la malattia.
Il sicuro incontra la perdita.
Il vincente incontra il fallimento.
Il dolore elimina le illusioni. Strappa le maschere e rivela ciò che si
cela sotto di esse.
Il peso invisibile
Uno dei grandi fraintendimenti del dolore è che non può essere riconosciuto
dall’apparenza. Spesso si pensa che la sofferenza si manifesti solo nelle
lacrime o nelle ferite visibili. Ma i dolori più profondi sono spesso nascosti.
Ci sono persone che sorridono nelle fotografie portando dentro un lutto
silenzioso.
Ci sono persone che festeggiano mentre si sentono profondamente sole.
Ci sono persone che aiutano gli altri mentre cercano aiuto per sé stesse.
A volte si ride ad alta voce per non affrontare il silenzio del proprio
dolore. A volte si ride ad alta voce per non affrontare il silenzio del proprio
dolore. Non tutte le ferite sono visibili. E proprio questo comprende solo chi
ha sofferto davvero. Per questo, chi ha attraversato il dolore diventa spesso
più sensibile al dolore degli altri. Impara a vedere oltre ciò che è visibile.
Comprende che ogni persona può portare un peso sconosciuto al mondo.
Il Dr. Sethi K. C. afferma: “Una frattura ossea si vede, ma un cuore
spezzato no. Eppure entrambi devono essere guariti.”
Il dolore come scultore silenzioso
Il dolore è uno scultore silenzioso. Non aggiunge soltanto materia, ma
rimuove ciò che è superfluo.
Elimina le illusioni.
Spegne l’arroganza.
Dissolve le certezze false.
Sottrae superficialità.
Lentamente, rivela la parte più autentica dell’essere umano. Secondo la
Filosofia Sethiana, il dolore scolpisce la coscienza: ogni perdita porta una
lezione, ogni ferita nasconde una forza.
Empatia e trasformazione
La sofferenza può diventare un dono, se compresa. Non come simpatia - “mi
dispiace per te” - ma come empatia: “io comprendo”.
Chi è stato tradito comprende il tradimento.
Chi ha perso comprende la perdita.
Chi ha vissuto la povertà comprende il valore della sicurezza.
Chi ha sofferto comprende il linguaggio silenzioso degli altri.
Il Dr. Sethi K. C. osserva: “Un cuore che ha imparato il linguaggio del
silenzio sa ascoltare meglio.”
Il paradosso del dolore
Il dolore è un paradosso: toglie e dona allo stesso tempo.
Ferisce, ma insegna.
Rompe, ma ricostruisce.
Indebolisce, ma rafforza.
Nessuno desidera la sofferenza. Eppure spesso proprio da essa nascono le
lezioni più profonde della vita.
Le cicatrici come filosofia
Nella cultura moderna le cicatrici sono viste come difetti. Nella Filosofia
Sethiana, invece, ci sono prove di sopravvivenza.
Il Dr. Sethi K. C. afferma: “La ferita è la firma del dolore; la cicatrice
è la firma della resilienza.”
Le ferite appartengono al passato.
Le cicatrici appartengono al futuro.
Una indica il dolore.
L’altra indica la sopravvivenza.
L’università del dolore
Ogni essere umano frequenta, prima o poi, la “Università del Dolore”.
Nessuno vi si iscrive, ma tutti vi entrano.
Le lezioni includono perdita, fallimento, solitudine e delusione.
I diplomi sono le cicatrici.
Il voto più alto è la compassione.
Chi ha studiato in questa università diventa più umano, meno giudicante,
più paziente e più consapevole.
Conclusione
Alla fine, solo chi ha portato il dolore ne conosce il vero peso. Lo
studioso può analizzare, il filosofo può spiegarlo, ma solo chi lo ha vissuto
ne comprende la verità. Eppure, il dolore non è soltanto sofferenza. È ciò che
ci rende profondamente umani. È ciò che trasforma la conoscenza in saggezza, e
la ferita in consapevolezza.
Dr. Sethi K. C., de.it.press 17
Il permanere degli atti di guerra nel mondo, stimola l’urgenza d’esporre
una riflessione sull’importanza della Democrazia al confronto della violenza
che è sempre stato l’arma dei prepotenti. Solo la “Democrazia” è una
tangibilità esercitata dal Popolo tramite i suoi Rappresentanti.
Essa si fonde sul concetto, inscindibile, di “sovranità”. Tutto ciò che
capita al di fuori di questo costrutto, può anche essere “destabilizzazione”.
Idea che pretende d’imporre un sistema sotto la dipendenza con la violenza.
Purtroppo, non siamo nuovi a fatti di guerra, la cui matrice, qualunque essa
sia, è sempre riprovevole.
Non è con la violenza, a fronte di tante vittime innocenti, che un’idea
potrà trovare spazio in una società che fonda le sue radici nella libera
convivenza. Il dialogo ha da subentrare alla coercizione, i segni di buona
volontà, alle armi e alla violenza. I progetti non si possono affermare in
altro modo. Subirli, col terrore, non è una soluzione; ma solo l’acuirsi di un
problema. La convivenza dei Popoli, senza sconfinamenti di territorio e di
potere estorto, traccia la via per garantire la vita e la pace. Cioè la
Democrazia.
Ne deriva che è meglio affrontare, con la certezza d’essere nel giusto,
ogni azione atta a non confondere gli equilibri socio/politici del mondo in
essere. La vita, in tutte le sue manifestazioni, è sacra. La guerra, alla fine,
ricade su chi l’ha cagionata. La storia è la testimone di quanto abbiamo
rilevato. Sarebbe meglio non dimenticarlo mai.
Giorgio Brignola, de.it.press
Giovanni D’Onofrio, da manovale a imprenditore ad Aalen (Stoccarda)
La prima parte della sua biografia è ricca di difficoltà, decisioni
drastiche da prender e scogli da superare. Come decine di migliaia di
connazionali anche lui avverte il peso della miseria e della necessità
impellente di andare in cerca di un futuro migliore o comunque meno traumatico,
affrontando l’ignoto dell’emigrazione.
Negli anni ’50 sia nel Meridione che nell’Arco Alpino regnava la miseria ed
erano decine di migliaia i giovani che lasciavano l’Italia. Le mete erano
Francia, Benelux, Svizzera e soprattutto la Germania che, a causa dell’ignobile
guerra, si ritrovava con un paese da ricostruire.
Alla luce di queste necessità, la Germania bisognosa di manodopera, e
l’Italia, ricca di braccia ma duramente colpita dalla povertà, nel dicembre del
1955 decidono di sottoscrivere un accordo che consentisse alla Germania di
istituire a Verona un Centro di reclutamento di manodopera italiana da
destinare principalmente ad industrie metalmeccaniche e a imprese edili.
Come migliaia di connazionali così anche Giovanni D’Onofrio, nonostante i
disperati pianti della mamma, decide di voltare le spalle alla sua molisana
Colletorto che allora contava 3.900 abitanti contro i 1.600 di oggi.
L’allora 17enne Giovanni raggiunge prima Milano dove trova subito lavoro in
alcuni ristoranti riuscendo a spedire ai genitori 18mila lire delle 27mila che
guadagnava mensilmente.
Anche gli altri due fratelli decidono di emigrare: uno in Francia e l’altro
in Olanda. Da questi due paesi per leggi vigenti di allora, non era consentito
spedire soldi in Italia; dalla Germania invece era possibile.
Questa opportunità contribuisce a far maturare l’idea-necessità di avere
come nuova meta d’emigrazione Schönaich/Stoccarda, sia per il fratello che
aveva scelto la Francia e sia per Giovanni che aveva preferito Milano come
prima esperienza lavorativa.
Oggi è inimmaginabile capire ciò che la nostra prima generazione ha vissuto
al primo impatto con un paese, una lingua, usi e usanze così tanto diversi, ci
racconta Giovanni:
“Grazie ad un italiano che incontrai alla Stazione Centrale di Stoccarda
presi un bus per Schönaich. Di fronte alla Fermata del bus c’era un negozio la
cui proprietaria mi consentì gentilmente di telefonare. Dieci minuti dopo venne
a prendermi una gentile ragazza che mi accompagnò agli alloggi dove c’era già
anche mio fratello. Giuseppe subito il giorno dopo mi consegnarono: pala,
piccone e stivaloni fino al ginocchio per lavorare in un canale.
La paga oraria non era male: 2,23 marchi. Dopo un paio di mesi ci venne a
trovare un parente che lavorava all’Alfing, una fabbrica metalmeccanica di
Aalen-Wasseralfingen, e ci convinse a cambiare azienda prima dell’autunno, in
modo da poter passare ad un lavoro più stabile e al sicuro da intemperie. Così
con mio fratello Giuseppe ed altri tre compagni di lavoro ci trasferimmo a
Wasseralfingen.
Ma il lavoro in fabbrica ti soddisfaceva?
Per la verità era monotono. Il caporeparto se ne accorse e mi propose di
imparare a tornire. Questo salto mi consentì di guadagnare molto di più e
con il mio amico e compagno di lavoro Gino Barbieri riuscivamo in fase alterne
a fare una rimessa alle nostre famiglie di 300 marchi ogni 15 giorni.
Si guadagnava così tanto in fabbrica?
No, però per aiutare la famiglia il sabato lavoravo in edilizia abitativa.
Grazie a questo lavoro straordinario riuscii a fare anche la patente di guida e
a comprare una vecchia Lloyd 600.
L’acquisto di una “vecchia carretta” ti consentì però di essere già più
autonomo?
Certamente. Così potevo migliorare la mia capacità di guida. Mi chiese un
favore il mio parente Sante Simone. Lui aveva comprato per 150 marchi un
vecchio Käfer/maggiolino. Dovendo però ritornare in Italia per andare a fare il
militare, mi chiese di comprarmi la sua auto per la stessa somma. Accettai di
fargli questo favore. Il mio amico, Domenico Apostoli, al quale insegnavo a
tornire, avendo già un po’ di esperienza meccanica, abbiamo riparato quel
vecchio Käfer.
Avevate un garage per le riparazioni?
Si, la cascina dei genitori della mia futura moglie, una bella ragazza
bionda di nome Ida che avevo conosciuto a carnevale. Fu la classica scintilla
che mi capovolse la vita. Mi sposai, divenni padre di due splendidi figli:
Sandro e Christina e nel 1967, quindi 6 anni dopo il mio arrivo in Germania,
d’accordo con mia moglie, fondai con il mio compagno di avventura la Ditta D’Onofrio
e Compagno (Domenico Apostoli). Pian piano ci siamo ingranditi e oltre alle
riparazioni, ci siamo dedicati con successo alla compravendita dell’usato. Per
distrarmi un po’ dal lavoro misi su un complessino, formato da batteria,
fisarmonica, sassofono e chitarra. Io cantavo brani italiani e il batterista
quelli tedeschi.
Ma come arrivasti alla Concessione dell’Alfa Romeo, la prima in tutto il
territorio di Aalen e provincia?
Io ero innamorato della linea dell’Alfa; per cui manifestai alla succursale
di Francoforte il mio interesse per la compravendita e assistenza del marchio
milanese. Il 12 maggio del 1972 mi fu concesso per 6 mesi di vendere Alfa. Ne
vendetti 18, ovviamente tutte nuove e le lodi dell’Alfa Romeo furono veramente
tantissime.
Fu difficile inserirsi in un mercato dominato da VW, NSU, Opel, Ford,
Mercedes e Porsche?
La prima clientela fu ovviamente quella dei nostri connazionali. Alla festa
dell’apertura invitai anche molti tedeschi ma ne vennero soltanto 8, i quali
guardando il motore e la carrozzeria mi dissero di non aver interesse a
comprare un ‘Alfa Romeo.
Però grazie ad una crescente clientela, squisitamente italiana, la Ditta
D’Onofrio potè crescere.
Sì, proprio così. La D’Onofrio attirava italiani da località di tutta la
provincia di Aalen ed oltre. La richiesta fu talmente forte che mi consentì non
solo di assumere meccanici qualificati ed un giovane Meister (capoofficina), ma
anche di costruire un salone, una grande officina e un grande parcheggio di
800mq. Nel frattempo l’azienda, che per limiti di età (ho 85 anni) ho passato a
mio figlio Sandro, dà oggi lavoro ad una quindicina di persone.
L’attività è stata sempre “rose e fiori”?
Magari! Nel 1981 attraversai un momento veramente buio. Come è giusto che
sia affidai la contabilità ad uno Steuerberater (Consulente fiscale). Il
Finanzamt accusò la nostra azienda di non aver versato per 3 anni la
Mehrwertsteuer (IVA tedesca) delle auto vendute. Perciò mi fu inflitta una
multa di ben 330mila marchi. Di fronte a questa ingiunzione di pagamento anche
la banca tentennò a lanciare il “salvagente”. Fortunatamente l’allora direttore
della banca con cui lavoravo da oltre una decina d’anni, decise di non farmi
annegare. Mi concesse un credito straordinario, pagai i debiti e ovviamente
cambiai subito Steuerberater. Fu per me una lezione di vita. Da allora vale
anche per me: “Vertrauen ist gut, Kontrolle ist besser!“
A parte l’incidente di percorso col Finanzamt, che sviluppo ha avuto
l’azienda D’Onofrio?
Io ho cambiato lo Steuerberater, ho fatto molta attenzione alla
documentazione e attuato un meticoloso controllo. Infatti non ho avuto più
problemi col Finanzamt.
Di che cosa vai particolarmente orgoglioso?
Fortunatamente la ditta D’Onofrio, con tutti gli alti e bassi, dell’economia
che viviamo, ancora oggi naviga in acque sicure.
Hai mai avuto nostalgia della tua natia Colletorto?
Ma certo! Mi sono preso sempre il tempo per andare con tutta la famiglia
due o tre volte all’anno al mio paese nativo. Mi è servito e mi serve ancora
oggi per ricaricare le classiche batterie.
Che cosa sei riuscito a trasmettere di italianità a tua moglie, figli e
nipoti?
Mio figlio ha tutt’e due le nazionalità. Però si sente più italiano. Anche
i suoi figli hanno due passaporti ed anche loro si sentono orgogliosamente più
italiani. Quando c’è una partita di calcio tra la Germania e l’Italia fanno un
tifo sfegatato per gli Azzurri.
Anche linguisticamente se la cavano molto bene con l’Italiano. Sul piano
culinario, poi, non ci sono tentennamenti, amano mangiare italiano.
Perché non hai acquistato anche la cittadinanza tedesca, senza perdere
quella italiana?
Nonostante mi sia un po’ tedeschizzato col lavoro, sono italiano al cento
per cento!
Con quali occhi vedi la „tua“ Germania?
Ho sempre visto la Germania con occhi positivi, anche quando si registrano
momenti di difficoltà sociali. Per me la Germania è e resta un grande paese,
capace di dare prospettive anche a milioni di non tedeschi. Qui molte cose
funzionano meglio, anche rispetto all’Italia; però entrambi e paesi sono
sussidiari e possono apprendere l’uno dall’altro, ciascuno a modo suo.
Se tu potessi tornare indietro che cosa non faresti?
Io rifarei tutto. L’unica cosa che non farei più: lavorare 70 ore alla
settimana. Ne lavorerei al massimo 50, in modo da trascorrere più tempo con la
famiglia. Tony Màzzaro, CdI 19
Nella Capitale il sistema per il riconoscimento della protezione
internazionale appare cronicamente paralizzato e vessatorio, facendo scivolare
sempre più migranti nell’emarginazione abitativa e sanitaria. La denuncia del
21° Rapporto dell’“Osservatorio sulle migrazioni a Roma e nel Lazio”.
Presentazione il 24 giugno al Teatro Rossini
N.B. Per i giornalisti sono disponibili su richiesta i capitoli integrali
del Rapporto qui richiamati.
A Roma il sistema d’asilo “sta scivolando in una paralisi cronica”: un vero
e proprio abisso burocratico nel quale l’Ufficio immigrazione della Questura e
la Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione
internazionale si distinguono per una “condotta omissiva e impenetrabile” che
ostacola gravemente l’esercizio dei diritti dei migranti.
È una delle denunce più nette contenute nel 21° Rapporto dell’Osservatorio
sulle migrazioni a Roma e nel Lazio, a cura del Centro Studi e Ricerche IDOS e
dell’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”, che sarà presentato il prossimo 24
giugno alle ore 16.00 presso il Teatro Rossini (qui il programma).
Una denuncia ancora più grave se si considera che proprio nella Capitale si
concentra il numero più elevato di richieste di protezione internazionale del
Paese. Il contributo dedicato da A Buon diritto al tema parte da una premessa
semplice: secondo la normativa italiana lo status di richiedente asilo si
acquisisce nel momento in cui una persona manifesta la volontà di chiedere
protezione, indipendentemente dalla formalizzazione della domanda, e l’accesso
alla procedura dovrebbe essere garantito senza ritardi. La realtà, invece, è
che per esercitare questo diritto i richiedenti asilo devono affrontare una
seconda estenuante “traversata” di terra fatta di pratiche vessatorie, tempi
volutamente dilatati e procedure spesso incomprensibili. Una via crucis in 10
tappe:
L’Ufficio immigrazione riceve solo 20 persone al giorno e, diversamente da
altre città italiane, non dispone di un sistema di prenotazione online; il
Tribunale di Roma ha censurato più volte questa prassi di contingentamento,
nulla è cambiato.
Gli interessati sono così obbligati a stazionare per giorni consecutivi sui
marciapiedi davanti agli uffici, spesso in condizioni climatiche difficili,
alimentando il mercato nero delle file e fenomeni di sfruttamento ormai
tristemente noti.
Chi riesce finalmente ad accedere e a manifestare la propria volontà di
chiedere asilo riceve generalmente solo un appuntamento differito per il
fotosegnalamento e il rilascio del cedolino, seguito da un’ulteriore
convocazione per la formalizzazione della domanda.
Anche il fotosegnalamento presenta notevoli criticità: la prassi è infatti
di convocare il richiedente non presso lo stesso Ufficio, ma in commissariati
periferici situati a Ostia, Tivoli o persino Civitavecchia, con un preavviso
che può limitarsi a un solo giorno. Chi non riesce a presentarsi deve ripartire
dal via, “reiterando” la domanda con gravose conseguenze procedurali.
Prima della formalizzazione della richiesta, quindi, possono trascorrere
diversi mesi, una “zona d’ombra giuridica” nella quale i richiedenti rimangono
privi di un titolo valido e non possono accedere all’accoglienza, al lavoro,
alle cure mediche o alla formazione.
Una volta formalizzata la richiesta viene rilasciato un “attestato
nominativo” che non riporta chiaramente una data di scadenza, rendendo spesso
impossibile per il richiedente aprire un conto bancario, firmare un contratto
di lavoro o iscriversi all’anagrafe.
Tra la manifestazione della volontà di chiedere asilo e il rilascio del
permesso di soggiorno possono così trascorrere complessivamente fino a tre o
quattro anni (durata destinata ad allungarsi ulteriormente con le nuove
procedure introdotte dal recente “Decreto Paesi sicuri”, che lasceranno
indietro le pratiche di asilo “ordinarie”).
A ciò fa da cornice il carattere “impenetrabile” del sistema: l’Ufficio
immigrazione ha eliminato qualsiasi contatto diretto con l’utenza e per ogni
necessità (dalla verifica dello stato della pratica alla richiesta di un
appuntamento) si può comunicare solo via Pec. Una “barriera tecnologica”
(digital gap) che di fatto incoraggia l’inerzia e la discrezionalità degli
uffici pubblici.
Inoltre si corre il rischio di essere considerati irreperibili solo perché,
pur avendo comunicato via Pec la propria nuova residenza, la Questura
“frequentemente” non registra l’aggiornamento e continua ad inviare le
comunicazioni al vecchio indirizzo. E anche chi perde una convocazione deve
ricominciare da capo.
Tempi così dilatati richiederebbero, nel frattempo, l’accesso a una rete di
accoglienza (Cas e Sai) in grado di garantire condizioni di vita dignitose;
accesso che però i richiedenti asilo, anche i più vulnerabili, spesso non
riescono ad avere a causa di un “sistema perennemente saturo”.
La trappola della protezione speciale cancellata
A queste deviazioni si aggiungono, dopo l’entrata in vigore del “Decreto
Cutro” (Dl n. 20/2023), le crescenti difficoltà nell’ottenere o rinnovare la
protezione speciale, riconosciuta ai cittadini stranieri che, pur non avendo i
requisiti per ottenere la protezione internazionale, non possono essere
rimpatriati perché a rischio di persecuzione, tortura o trattamenti inumani e
degradanti. Il decreto ha ridotto significativamente i presupposti per il
rilascio del permesso, tra cui la valutazione dei legami familiari e del
percorso di integrazione costruito in Italia, ha limitato le possibilità di
rinnovo ed eliminato la convertibilità in permesso per lavoro. Nella pratica,
gran parte dei titolari di questo permesso rischiano di restare “intrappolati
in uno status precario” e di cadere nel circuito della marginalità, nonostante
i legami sociali e lavorativi intessuti spesso in anni di permanenza in Italia.
In crescita le persone migranti senza una dimora stabile o adeguata
Forse non è allora un caso che nel Lazio si concentri quasi il 27% delle
oltre 100mila persone senza fissa dimora o in marginalità abitativa registrate
nelle anagrafi comunali italiane (+4,6% rispetto al 2021); che 4 su 10 di
queste persone siano straniere, con una netta prevalenza di africani; e che, a
livello regionale, la quasi totalità si trovi a Roma: 25mila persone iscritte
all’anagrafe presso una via virtuale, con una incidenza di stranieri (giovani)
ben oltre il 60%. Numeri di altra scala, ma più allarmanti, riguardano gli
homeless deceduti, la cui incidenza più alta in rapporto alla popolazione
riguarda ancora il Lazio: 59 nel 2025 (+9 rispetto all’anno prima); 48 morti
sono stati registrati in provincia di Roma e l’80% dei casi ha riguardato
cittadini stranieri.
Anche tra i migranti in transito (area della Stazione Tiburtina) o che
vivono nelle periferie più fragili (Bastogi e Idroscalo di Ostia), la
precarietà indotta dalla burocrazia contribuisce ad aggravarne le condizioni di
vulnerabilità. In questi contesti la clinica mobile di Medu evidenzia come la
marginalità sociale e abitativa sia causa primaria del mancato accesso ai
servizi sanitari. Nel 2025 l’associazione ha realizzato 569 interventi nell’area
della Stazione Tiburtina verso 303 persone, generalmente giovani uomini
provenienti da Africa sub-sahariana e Corno d’Africa: metà di essi si dichiara
“in transito”, ma un 30% vive in Italia da più di 3 anni. Anche tra di essi 6
su 10 dormono per strada, la quasi totalità non ha un medico di riferimento e
non utilizza i servizi sanitari, due terzi sono privi di un documento
sanitario.
Eleonora de Nardis, comunicazione@dossierimmigrazione.it; 333
3033936.
Il 21° Rapporto dell’“Osservatorio sulle migrazioni a Roma e nel Lazio” si
compone di 53 capitoli, redatti da 93 ricercatori ed esperti del mondo
istituzionale, accademico e associativo, oltre a una vasta serie di tabelle e
infografiche. Il volume fornisce gli ultimi aggiornamenti sul fenomeno dal
punto di vista statistico e sociale scegliendo ogni anno alcuni temi da
approfondire.
Il giorno della presentazione verrà rilasciato un nuovo comunicato stampa
con i dati principali, corredato da un’ampia sintesi dell’intera pubblicazione.
Idos/Dip 18
ROMA - Il Tavolo Asilo e Immigrazione esprime forte preoccupazione
e sconcerto per l’adozione di un nuovo decreto-legge in materia
di migrazione e asilo, inserito all’ordine del giorno del Consiglio dei
Ministri
del 4 giugno, mentre è ancora in corso l’esame parlamentare del disegno di
legge relativo già approvato dal Consiglio dei Ministri nei mesi scorsi.
Ancora una volta, e nonostante ci siano stati due anni di tempo per il
recepimento delle normative europee, il Governo, che ha tenuto nascosti i
Piani
di implementazione, sceglie la strada della decretazione d’urgenza e
dell’intervento emergenziale, comprimendo il dibattito democratico e
svuotando
il ruolo del Parlamento. Il ricorso a un decreto-legge per l’attuazione del
Patto
europeo su migrazione e asilo conferma una prassi ormai consolidata di
intervenire su diritti fondamentali attraverso strumenti normativi che
limitano il
confronto pubblico e la possibilità di incidere sui contenuti delle
riforme.
Questa accelerazione appare ancora più grave alla luce delle criticità già
emerse
nel processo di recepimento del Patto. I testi finora circolati mostrano il
rischio
concreto di un ampliamento degli spazi di discrezionalità amministrativa
che
possono riguardare pericolosi automatismi incompatibili con il principio di
valutazione individuale, imposto dal Patto UE, relativo alle richieste
d’asilo e
riduzioni delle garanzie giurisdizionali effettive. In gioco vi è il
rispetto di
principi fondamentali: il diritto d’asilo, la libertà personale, la tutela
della salute,
la dignità delle persone e il divieto di refoulement, tutelati dalla
Costituzione
italiana, dal diritto dell’Unione europea e dagli obblighi internazionali.
Queste criticità si sommano all’assenza, pressoché totale nel percorso di
implementazione del Patto, di un adeguato processo di consultazione
pubblica.
Le organizzazioni della società civile, gli enti territoriali e gli attori
direttamente
coinvolti nei sistemi di accoglienza e tutela dei diritti non sono stati
messi nelle
condizioni di potersi confrontare sui testi preparatori del Piano,
documento
essenziale per comprendere le scelte organizzative, le tempistiche e gli
impatti
concreti delle misure previste, rimasto ad oggi nascosto. L’assenza di
trasparenza impedisce un confronto informato e limita la possibilità di
valutare
preventivamente le conseguenze delle nuove disposizioni.
Il Tavolo Asilo e Immigrazione richiama con forza il Parlamento a
esercitare
pienamente la propria funzione di indirizzo e controllo. Il recepimento del
Patto
non deve tradursi in un abbassamento delle garanzie costituzionali e
convenzionali. È necessario ricondurre ogni intervento normativo entro un
quadro di trasparenza e partecipazione, assicurando che le politiche
migratorie
siano costruite nel rispetto dei diritti fondamentali e non piegate a
logiche
emergenziali e propagandistiche.
Il rispetto dello Stato di diritto non può essere considerato un ostacolo,
ma è la
condizione imprescindibile per la legittimità e l’efficacia delle politiche
pubbliche.
Per il Tavolo Asilo e Immigrazione:
A Buon Diritto, ACLI, ActionAid International Italia, Amnesty International
Italia, ARCI, ASGI, Casa dei Diritti Sociali, CIR, CGIL, CIES ETS, CNCA -
Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti, Commissione Migrantes
Missionari Comboniani Provincia Italiana, Emergency, Europasilo, FCEI -
Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, Fondazione Migrantes, Forum
per Cambiare l’Ordine delle Cose, International Rescue Committee Italia,
Italiani Senza Cittadinanza, Medici del Mondo, Oxfam Italia, Recosol - Rete
delle comunità solidali, Refugees Welcome Italia, Save the Children Italia,
SIMM, UIL. Dip 5
Gutachten: AfD-Verbotsverfahren
hätte gute Chancen
Die GFF sieht bei der AfD mehrere Kriterien der
Verfassungswidrigkeit erfüllt und stützt sich auf mehr als 30.000 öffentliche
Belege. Im Zentrum stehen rassistische Konzepte, die Menschen mit
Migrationsgeschichte und Musliminnen abwerten.
Rassistische Ideologie, Einschüchterung politischer Gegner,
Abwertung ganzer Menschengruppen: Die AfD erfüllt einem Gutachten zufolge
mehrere Kriterien der Verfassungswidrigkeit. Sie verstoße gegen das
Demokratieprinzip und die Menschenwürde, heißt es in der Ausarbeitung der
Gesellschaft für Freiheitsrechte (GFF), die am Donnerstag in Berlin vorgestellt
wurde. Der Verein will zwar keine Empfehlung bezüglich eines Verbotsverfahrens
aussprechen, hält es aber für wahrscheinlich, dass ein solcher Schritt Erfolg
hätte.
Projektleiter Bijan Moini verwies zur Frage der Missachtung
der Menschenwürde auf ein „rassistisch geprägtes politisches Konzept“ der AfD.
Die Partei habe ein „ethnisch-kulturelles Volksverständnis“, definiere
„unterschiedliche Klassen von Menschen“ und werte insbesondere Menschen mit
Migrationshintergrund ab. Als Beispiele nannte der Chefjurist der GFF den Plan
der AfD, Musliminnen mit Kopftuch das Betreten öffentlicher Gebäude zu
verbieten, und das Konzept einer Geburtenprämie nur für Kinder, bei denen beide
Elternteile die deutsche Staatsangehörigkeit haben.
Moini: Drohungen können Menschen einschüchtern
Außerdem wolle die AfD politische Gegner unterdrücken, was
das Demokratieprinzip verletze, sagte Moini. Dies zeige sich etwa in der
Ankündigung, Politikerinnen und Politiker anderer Parteien strafrechtlich zu
verfolgen. Eine solche Drohung sei „hochgradig einschüchternd“ und geeignet,
Menschen vom politischen Diskurs fernzuhalten. Dies stehe im Widerspruch zur
freien Demokratie.
Für das 1.500 Seiten lange, spendenfinanzierte Gutachten
werteten acht Juristinnen und Juristen mehr als 30.000 Belege ausschließlich
aus öffentlichen Quellen aus. Dazu gehörten etwa Partei- und Wahlprogramme,
parlamentarische Initiativen, Pressemitteilungen und Social-Media-Posts. Das
Gutachten wurde vom Staatsrechtler Christoph Möllers und von der
Staatsrechtlerin Sophie Schönberger überprüft, unter anderem auf
Ergebnisoffenheit und die Einhaltung wissenschaftlicher Standards.
Debatte nach Verfassungsschutz-Einstufung 2025
Ein Parteiverbotsantrag kann von Bundestag, Bundesrat oder
der Bundesregierung gestellt werden. Das Verfahren würde dann vor dem
Bundesverfassungsgericht geführt. Zuletzt wurde im Frühsommer 2025 intensiv
über einen solchen Schritt diskutiert – damals stufte das Bundesamt für
Verfassungsschutz (BfV) die Partei auf Grundlage eines eigenen Gutachtens als
„gesichert rechtsextremistische Bestrebung“ ein. Nach juristischer Intervention
der AfD setzte das Kölner Verwaltungsgericht die Einstufung im Eilverfahren
zunächst aus; das Hauptsacheverfahren läuft noch.
GFF-Vorstandsmitglied Dana-Sophia Valentiner sagte in
Berlin, der Verein positioniere sich nicht zu einem möglichen Verbotsverfahren.
Sie wünsche sich aber, „dass das Gutachten ernst genommen wird in Politik und
Gesellschaft“. Es liefere eine „bessere Entscheidungsbasis“ als nur das
BfV-Gutachten, sagte Valentiner. „Das Argument, ein Verbotsantrag werde
scheitern, ist nach unserer Einschätzung nicht mehr haltbar.“ Moini ergänzte,
unabhängig von der Verbotsfrage könne die GFF-Analyse zivilgesellschaftlichen
Organisationen helfen, die sich gegen die AfD positionierten und deshalb davon
bedroht seien, den Status der Gemeinnützigkeit oder Fördermittel zu verlieren.
AfD-Politiker wegen Hitlergruß-Vorwurf in Kritik
Zuletzt machten AfD-Politiker erneut negative Schlagzeilen
mit Bezügen zum Nationalsozialismus. Der AfD-Bundestagsabgeordnete Martin
Reichardt ist wegen eines Fotos mit erhobenem Arm in die Kritik geraten.
Reichardt habe im Beisein von Parteikollegen den Hitlergruß gezeigt, heißt es
im Politico-Podcast „Inside AfD“. Die Partei wies die Darstellung des Magazins
zurück. Reichardt ist sachsen-anhaltischer AfD-Chef und auch Mitglied im
Bundesvorstand der Partei.
Das Foto stammt aus dem Jahr 2020. Auf dem Bild ist zu
sehen, wie Reichardt den linken Arm ausstreckt. Zwei Augenzeugen hätten
gegenüber „Inside AfD“ bestätigt, es habe sich um einen Hitlergruß gehandelt,
hieß es. „Die fragliche Geste war kein ‚Hitlergruß‘, sondern ein angedeuteter
Ritterschlag“, sagte ein Sprecher der AfD Sachsen-Anhalt auf Anfrage.
Goebbels-Zitat als Klingelton?
Für eine AfD-Gemeinderätin aus Böblingen soll ein Vorfall
Konsequenzen haben. Sie soll ein Zitat des nationalsozialistischen Propagandaministers
Joseph Goebbels als Klingelton verwendet haben. Nach Angaben der AfD hat sie
die Partei bereits verlassen. Zuvor sei der Parteiausschluss beschlossen
worden, hieß es aus dem AfD Landesverband.
Beobachter sehen in diesem Verhalten ein bekanntes Muster.
Vorfälle mit rechtsextremen Bezügen würden innerhalb der Partei so lange
geduldet und gedeckt, bis sie nicht bekannt werden. Sobald sie öffentlich
würden, würden Ausschlussverfahren und Maßnahmen eingeleitet, um weiteren
Schaden von der AfD abzuwenden. Juristen sehen darin auch ein juristisches
Manöver für den Fall eines Verbotsverfahrens. (epd/dpa/mig 26)
Die KI-Welle lässt sich nicht aufhalten. Entscheidend ist,
ob ihr Wohlstand bei wenigen Konzernen bleibt oder allen zugutekommt. Philipp
Mattheis
Ein Bonus von 300 000 Euro – pro Mitarbeiter und Jahr. Eine
solche Gewinnbeteiligung haben sich Ende Mai die Beschäftigten des südkoreanischen
Konzerns Samsung erstritten. Die rund 78 000 Mitarbeiter in der
Halbleitersparte hatten mit Streik gedroht, falls der Konzern nicht einen Teil
seiner exorbitanten Gewinne an die Belegschaft ausschüttet. Hintergrund:
Samsung stellt sogenannte Speicherchips her. Aufgrund des KI-Booms in den USA
ist die Nachfrage nach diesen Chips in letzter Zeit explodiert. Der Aktienkurs
von Samsung hatte sich innerhalb weniger Monate verachtfacht. Bei den
Mitarbeitern kam davon bislang jedoch wenig an.
Wie hoch genau der Produktivitätsschub ist, den künstliche
Intelligenz in den kommenden Jahren auslösen wird, ist noch nicht endgültig
klar. Eher konservative Schätzungen gehen von einem zusätzlichen Wachstum des
Bruttoinlandsprodukts von etwa vier Prozent pro Jahr aus. Andere Studien, etwa
Could Advanced AI Drive Explosive Economic Growth? von Open Philanthropy,
taxieren den Boom für hoch entwickelte Volkswirtschaften wie die USA oder China
sogar auf bis zu 30 Prozent jährlich. Doch selbst wenn der Ausstoß von Fabriken
nur um drei Prozent steigt, wäre das ein gewaltiges Konjunkturprogramm für die
Weltwirtschaft. Es gleicht einer zweiten Industriellen Revolution – und zwar im
Positiven wie im Negativen.
Mit der kommerziellen Vermarktung der Dampfmaschine im Jahr
1776 begann in Großbritannien die Industrialisierung. Von nun an trieben nicht
mehr Menschen die Webstühle an, sondern Maschinen. Das erhöhte den Ausstoß von
Textilien um ein Vielfaches. Dampfbetriebene Pumpen erleichterten den Kohle-
und Eisenabbau, was den Bau und Betrieb von Dampfmaschinen weiter
beschleunigte. Dies wiederum ermöglichte den Bau der Eisenbahn, die Güter
schneller und günstiger transportierte. 1760 importierte Großbritannien 1 130
Tonnen Baumwolle zur Textilherstellung. Bis 1830 hatte sich diese Menge auf 119
300 Tonnen erhöht – eine Verhundertfachung. Die Exporte stiegen von 0,7
Millionen Pfund im Jahr 1760 auf 31 Millionen Pfund Sterling im Jahr 1830. Ein
exponentielles Wachstum setzte ein, welches das Vereinigte Königreich innerhalb
weniger Jahrzehnte von einem unbedeutenden Inselkönigtum am Rand Europas zum
größten Reich der Weltgeschichte machte. Auf seinem Höhepunkt in den 1920er
Jahren kontrollierte das Britische Empire etwa 25 Prozent der Landmasse der
Erde und rund 20 Prozent der Weltbevölkerung.
Niemand würde heute ernsthaft behaupten, die Industrielle
Revolution sei eine negative Entwicklung für die Menschheit gewesen. Sie hat
den globalen Lebensstandard um ein Vielfaches erhöht – auch wenn das Problem
der Verteilung dieses Wohlstands in den ersten Jahrzehnten gravierend war. Das
zeigte sich sowohl auf nationaler als auch auf globaler Ebene. Weil die
industrialisierten Gesellschaften Europas Absatzmärkte für ihre Produktion
brauchten, nahm der Kolonialismus richtig Fahrt auf. Mit ihren günstig
produzierten Textilien zerstörte das Vereinigte Königreich die Wirtschaft
Indiens. Aus einer der reichsten Regionen der Welt wurde innerhalb weniger
Jahrzehnte ein Armenhaus. Gleichzeitig ist aber auch wahr: Die Welt wurde durch
die Industrielle Revolution insgesamt reicher, nicht ärmer.
Ein jährliches Wirtschaftswachstum von 30 Prozent würde
bedeuten, dass sich die Welt von einer Mangel- zu einer Überflussgesellschaft
entwickeln würde. Es gäbe in diesem Szenario keine Knappheit mehr an
Nahrungsmitteln, Wohnraum, Energie oder medizinischer Versorgung – die Preise
würden gegen Null tendieren. Millionen Arbeitsplätze würden überflüssig oder
durch Roboter ersetzt. Studien der Europäischen Zentralbank und anderer
Institute gehen davon aus, dass ein Viertel aller Jobs in den EU-Ländern direkt
betroffen sein wird und weitere 30 Prozent indirekt. In erster Linie handelt es
sich dabei um White Collar-Jobs wie Verwaltungs- und Büroaufgaben. Die Welt würde
also zwar reicher werden, zunächst aber würde die Arbeitslosigkeit steigen.
Das bedeutet nicht, dass wir alle unsere Arbeit verlieren.
Arbeit ist mehr als nur eine Tätigkeit zum Geldverdienen. Arbeit bedeutet
Identität, soziale Interaktion und Selbstwert. Jeder Mensch braucht Arbeit.
Wenn jedoch die materielle Notwendigkeit zur Arbeit schwindet, können wir uns
stärker den Tätigkeiten widmen, die uns erfüllen.
Außerdem gibt es zahlreiche Aufgaben, die wir nicht oder nur
teilweise an Roboter abgeben werden. Die meisten Menschen lassen sich lieber
von einem Menschen die Haare schneiden und bevorzugen ein Restaurant, in dem
Menschen arbeiten. Diese Berufe werden daher künftig besser bezahlt werden als
heute.
Trotzdem wird der Weg in diese schöne neue KI-Welt holprig
verlaufen. Die ersten Anzeichen sind bereits sichtbar. Es kommt schon heute zu
Entlassungen in immer mehr Branchen. Allein im ersten Quartal 2026 strich die
Bankenbranche in den USA 15 000 Stellen. In der IT- und Tech-Branche ist die
Entwicklung noch drastischer: Hier haben in den ersten Monaten des Jahres
bereits mehr als 90 000 Menschen ihren Job verloren.
Auch die KI-Revolution droht also ein neues Proletariat zu
schaffen, ähnlich wie die Industrialisierung im 19. Jahrhundert. Einige wurden
damals sehr reich, andere verelendeten. Erst nach Jahrzehnten von Revolten,
Revolutionen und politischen Kompromissen gelang es, den neu entstandenen
Reichtum besser zu verteilen. Dieses Problem ist real und wird für erhebliche
gesellschaftliche Unruhe sorgen. Die KI-Revolution lässt sich jedoch genauso
wenig aufhalten wie die Industrielle Revolution vor 200 Jahren. Die
Maschinenstürmer und Ludditen blieben ein historisches Randphänomen.
Es geht also darum, das Verteilungsproblem kreativ zu lösen.
Ansätze dafür gibt es bereits. So forderte Bernie Sanders kürzlich
beispielsweise eine einmalige Abgabe von 50 Prozent auf KI-Unternehmen, andere
plädieren für eine Art Übergewinnsteuer. Das Problem all dieser Ansätze ist,
dass sie das Wachstum hemmen könnten.
Ideen kommen deshalb auch aus dem Silicon Valley selbst. Sam
Altman von OpenAI brachte jüngst einen öffentlichen Vermögensfonds ins Spiel,
in den KI-Unternehmen Eigenkapital einbringen könnten. Die Erträge oder Anteile
würden dann der amerikanischen Bevölkerung zugutekommen. Auch den Anthropic-Gründer
Dario Amodei treiben solche Gedanken um. Sowohl OpenAI als auch Anthropic
werden wohl noch in diesem Jahr an die Börse gehen und gigantische Bewertungen
erzielen. Amodei hat bereits angekündigt, mindestens 80 Prozent seiner Aktien
zu verschenken.
US-Präsident Trump griff diese Idee auf und sprach davon,
Teile von KI-Unternehmen „der amerikanischen Öffentlichkeit“ zu geben. Im
wahrscheinlichsten Szenario ginge es dabei nicht um eine klassische
Verstaatlichung, sondern um freiwillige kleine Aktienbeiträge der Unternehmen,
angeführt möglicherweise von OpenAI. Diese könnten etwa über Anlagekonten für
Kinder oder einen Staatsfonds verteilt werden.
Ganz konkret ist von einem Anlagekonto mit 1 000 Dollar die
Rede, das jedes amerikanische Kind bei seiner Geburt erhält. Das klingt
zunächst nach Hyperkapitalismus. Dabei ist die Idee nicht schlecht. Denn im
Gegensatz zu höheren Steuern, einem Grundeinkommen oder Bürgergeld macht sie
die Menschen zu Miteigentümern und fördert so die Eigenverantwortung.
Auch in Südkorea wird die Frage inzwischen politisch
diskutiert. Die 300 000 Euro Gewinnbeteiligung für die Beschäftigten der
Samsung-Chipsparte war dabei nur ein Vorgeschmack auf eine größere Debatte. Der
südkoreanische Arbeitsminister fordert die Einführung einer KI-Dividende, die
in einen Nationalfonds fließen soll.
Und so unrealistisch ist die Idee nicht. Ein ähnliches
Konzept verfolgt beispielsweise Norwegen mit seinem Staatsfonds, der sich aus
Öl-Gewinnen speist. Ähnliches macht auch Alaska mit seinen Öl-Einnahmen. Das
ist vielleicht nicht der klassische sozialdemokratische Weg. Es wäre aber eine
Möglichkeit, eine breitere Beteiligung am neuen Wohlstand zu gewährleisten.
Die Sozialdemokratie hat die Industrialisierung nicht
verhindert, sondern dafür gesorgt, dass ihr Wohlstand breiter verteilt wurde.
Vor derselben Aufgabe steht sie heute erneut. IPG 25
Strandbadbesucherin darf nicht mit
in Männerbereich: „Wie im Mittelalter“
Triest. Im italienischen Strandbad „El Pedocin“ teilt eine
Mauer den Bereich für Frauen und Männer auf. Einem Touristenpärchen gefiel das
gar nicht. Von Micaela Taroni
Im italienischen Triest lädt ein Strandbad zum Besuch ein,
in dem man sich einer anderen Welt fühlt: Männer und Frauen sind hier komplett
unter sich. Kein Witz – sie sind tatsächlich durch eine Mauer voneinander
getrennt. Das Bagno „La Lanterna – El Pedocin“ gilt als das letzte seiner Art
in Europa. Und für manche ist es sogar das Allerletzte. Geschlechtertrennung in
Zeiten von Unisex? Für ein Touristenpaar war das die reine Provokation. In der
Wut ließ das Pärchen alle Hemmungen fallen und regte sich auf: Die Pöbeleien
schlugen weit über das Strandbad hinaus hohe Wellen.
No-Go in berühmtem Schwimmbad: Italien-Urlauberin wollte mit
in den Männerbereich
Den Anlass des Badezoffs beschreibt die Triester
Tageszeitung „Il Piccolo“ wie folgt: Als die Touristin an der Seite ihres
Begleiters den Männerbereich betreten hatte, wurde es turbulent. Ein weiblicher
Gast aus Triest habe das Paar deutlich darum gebeten, die Regeln des Strandbads
zu respektieren und zu befolgen. Männer rechts, Frauen links. Was hieß: Die
beiden sollten schön getrennt voneinander ihren Tag verbringen.
Das Urlauberpaar glaubte, wohl nicht recht gehört zu haben.
Trennung auf Zeit? Im Schwimmbad? Das könne doch nicht wahr sein! Laut
Zeitungsbericht hätten die beiden losgelegt und geschimpft: „Ihr lebt im
Mittelalter!“ Und damit nicht genug: So eine Regelung sei für sie Ausdruck von
Diskriminierung und Sexismus. „Wer solche Gewohnheiten hat, ist kein
Italiener“, wetterte die wütende Frau.
Ein Wort gab das andere, die Diskussion eskalierte. Und aus
dem verbalen Streit entwickelte sich laut Bericht ein Tumult mit gegenseitigen
Beschuldigungen. Sogar zu Rangeleien sei es gekommen, sodass Mitarbeiter des
Strandbads eingreifen mussten, damit die Situation nicht komplett außer
Kontrolle geriet. Das Paar, so schien es, verstand die Welt nicht mehr und
verlangte das Eintrittsgeld (etwa zwei Euro für beide) zurück.
Geplaudert wird nur über die Absperrung hinweg: Der „El
Pedocin“-Strand gilt mit der Geschlechtertrennung per Mauer als letzter seiner
Art in Europa. © picture alliance / Alvise Armellini/dpa | Alvise Armellini
Strandbad hat viele Fans: „Frauen lieben die Privatsphäre“
Was für eine befremdliche Szene – zumindest für die vielen
Einheimischen, die ihr Bad lieben und für die es viel mehr als ein
Aufenthaltsort unter blauem Himmel, sondern längst richtig Kult ist. „El
Pedocin“ gilt in Triest als Highlight, das sich tiefe Sympathien erworben hat:
Vor allem Frauen lieben diesen Platz, an dem Bikinis den Badehosen den Rang
ablaufen. Warum? Als Frau könne sich so einfach besser entspannen. „Frauen
lieben diesen Ort, weil er ihnen Privatsphäre bietet“, sagte kürzlich die
Triester Autorin Micol Brusaferro.
Das Bad hat reichlich Freunde: Pensionäre lieben es, genau
wie Arbeiter und Angestellte, die gern hier ihre Mittagspause verbringen. Auch
Kinder sind zahlreich vertreten, für die die Grenze übrigens nicht gilt: Bis
zum Alter von zwölf Jahren dürfen sie zwischen der Männer- und Frauenzone hin und
herflitzen. Teenager und junge Erwachsene allerdings suchen lieber Strandclubs
auf, wo sie einander den Rücken eincremen können.
Mauer als Blickschutz: 25 Meter lang, drei Meter hoch
Frauenzone, Männerzone, wo gibt es denn sowas? Kritiker
betrachten die Trennung tatsächlich als überholt. Immer wieder, nicht nur durch
den Wirbel des Touristenpaars, sorgt das Strandbad für Diskussionen über
Tradition, gesellschaftlichen Wandel und den Umgang mit historischen
Besonderheiten im öffentlichen Raum.
Befremdlich sieht das Ganze ja schon aus: 25 Meter lang,
drei Meter hoch, weiß gestrichen, so ragt die Mauer wie ein überdimensionaler
Steg ins Meer. 1903 war es, als eine Barriere zwischen den Geschlechtern
errichtet wurde. Damals war Triest unter österreich-ungarischer Herrschaft.
Die Mauer, die erst ein Zaun war, wurde zur Institution und
überdauerte die K.u.k.-Monarchie, zwei Jahrzehnte Faschismus, zwei Weltkriege,
die Besatzung durch die Alliierten und alle weiteren Umwälzungen der
vergangenen Dekaden. Wobei es durchaus auch eine Veränderung gab: Im Jahr 1959
musste die Mauer niedergerissen und versetzt werden, weil man den Frauenbereich
zulasten des Männerbereichs vergrößern musste. Der Platz wurde knapp, der
Andrang war einfach zu groß.
Namensherkunft sorgt für Schmunzler
Das Strandbad war und ist eine Art Mittelpunkt der Stadt:
Ganzjährig geöffnet, freut es sich über reichlich Besucher. Im Sommer kommen
etwa 3000 Badegäste am Tag, um sich unter ihresgleichen abzukühlen. Besucher
schwärmen auch von der Nähe zum Stadtzentrum und von dem Eintrittspreis von
einem Euro.
Eine Art Kuriosum, das ist „El Pedocin“ auf jeden Fall.
Selbst der Name sorgt noch für einen kleinen heiteren Nebeneffekt. Den
Einheimischen zufolge leite der sich entweder von der Triester
Dialektbezeichnung für Muscheln (pedoci) ab. Oder aber für Läuse (pedocio). So
soll es in der Nähe früher eine Muschelfarm gegeben haben. Zudem hätten
österreich-ungarische Soldaten den Strand für ihre Körperpflege genutzt.
Morgenpost 25
Die Nationalmannschaft und die
deutsche Frage
Deutschland jubelt einer Mannschaft zu, die sichtbar
gewordene Realität Deutschlands ist: Kinder und Enkel von Eingewanderten tragen
den Adler, gewinnen Spiele und widersprechen dem ewiggestrigen Gerede. Von
Nasim Ebert-Nabavi
Was sehen wir eigentlich, wenn die deutsche
Nationalmannschaft spielt? Elf Fußballer? Neunzig Minuten Unterhaltung? Ein
paar Tore und am Ende ein Ergebnis? Oder sehen wir vielleicht etwas viel
Größeres?
Wer die deutsche Nationalmannschaft dieser Tage beobachtet,
blickt nicht nur auf Fußball. Er blickt auf Deutschland.
Auf ein Land, dessen Wirklichkeit oft weiter ist als die
Debatten, die über sie geführt werden. Auf ein Land, in dem Menschen
unterschiedlichster Herkunft längst gemeinsam leben, arbeiten, lernen und ihre
Kinder großziehen. Und auf ein Land, das noch immer mit der Frage ringt, wer
eigentlich dazugehört.
Es gehört zu den Merkwürdigkeiten der Gegenwart, dass
Deutschland seiner Nationalmannschaft zujubelt und gleichzeitig immer lauter
darüber diskutiert, wer deutsch genug ist, um sie zu repräsentieren.
Dabei genügt ein Blick auf den Rasen. Sie tragen denselben
Adler auf der Brust, singen dieselbe Hymne und vertreten dasselbe Land. Für
Millionen Zuschauer ist das längst eine Selbstverständlichkeit. Für andere
offenbar noch immer eine Provokation.
„Außerhalb des Stadions wird erneut eine Debatte geführt,
die längst überwunden sein sollte.“
Während die Nationalmannschaft auf dem Platz überzeugt, wird
außerhalb des Stadions erneut eine Debatte geführt, die längst überwunden sein
sollte. Wer daran zweifelt, musste in den vergangenen Wochen nur einen Blick in
die sozialen Netzwerke werfen.
Als Deniz Undav und Nadiem Amiri maßgeblich dazu beitrugen,
Deutschland zum Sieg zu führen, hätte sich die öffentliche Aufmerksamkeit auf
ihre Leistung richten können. Auf die Spielintelligenz zweier Nationalspieler.
Auf die Entwicklung einer Mannschaft, die bei diesem Turnier bislang zu den
positiven Überraschungen zählt.
Stattdessen ging es in Teilen der Kommentarspalten um etwas
anderes. Nicht um Tore, Pässe oder Taktik. Sondern um Namen, Herkunft und die
Frage, wer in Deutschland als selbstverständlich zugehörig gelten darf. Wer
glaubt, dabei handele es sich um einen Einzelfall, musste Anfang Juni nur einen
Blick auf ein harmloses Trainingsvideo der Nationalmannschaft werfen.
Zu sehen waren Antonio Rüdiger, Jonathan Tah, Malick Thiaw,
Deniz Undav und Nadiem Amiri beim sogenannten Eckchen. Sie lachten,
diskutierten über Regeln und verhielten sich exakt so, wie sich Fußballer auf
tausenden Sportplätzen zwischen Flensburg und Freiburg jeden Tag verhalten.
„Wo sind die Deutschen?“
Was als unverstellter Einblick in den Alltag einer
Mannschaft gedacht war, entwickelte in den sozialen Netzwerken jedoch eine
bemerkenswerte Eigendynamik. Plötzlich ging es nicht mehr um Fußball. Nicht um
die Atmosphäre innerhalb des Teams. Nicht um die Nahbarkeit von Spielern, die
trotz Weltmeisterschaft dieselben Diskussionen führen wie Hobbykicker am
Sonntagnachmittag. Stattdessen tauchten Fragen auf, die weniger über die
Nationalspieler aussagen als über jene, die sie stellen: „Wo sind die
Deutschen?“
Man muss sich die Absurdität dieses Vorgangs vor Augen
führen. Ausgerechnet einige der besten Fußballer, die dieses Land derzeit
hervorgebracht hat, werden nicht an ihren Leistungen gemessen, sondern an ihren
Namen, ihrer Hautfarbe oder der Herkunft ihrer Eltern.
Dabei tragen sie nicht nur das Trikot Deutschlands. Sie
repräsentieren Deutschland auf der größten Bühne des Weltfußballs. Und dennoch
scheint für manche ihre Zugehörigkeit selbst dort noch unter Vorbehalt zu
stehen.
„Wer die deutsche Nationalmannschaft betrachtet, sieht keine
Ausnahmeerscheinung. Er sieht Deutschland.“
Das eigentlich Bemerkenswerte an dieser Debatte ist jedoch
nicht ihre Lautstärke. Es ist ihre Realitätsferne. Denn wer den Kader der
deutschen Nationalmannschaft betrachtet, sieht keine Ausnahmeerscheinung. Er
sieht Deutschland.
Er sieht Familiengeschichten, die nach Ghana, Afghanistan,
Serbien, Nigeria, Polen, in die Türkei oder nach Syrien reichen. Er sieht
Kinder und Enkel jener Menschen, die in Fabriken gearbeitet, Unternehmen
gegründet, Steuern gezahlt, Schichtdienste übernommen und dieses Land über
Jahrzehnte mit aufgebaut haben.
Vor allem aber sieht er Deutsche. Nicht Deutsche mit
Sternchen. Nicht Deutsche auf Bewährung. Nicht Deutsche unter Vorbehalt.
Sondern Deutsche.
Dass diese Feststellung im Jahr 2026 noch immer
erklärungsbedürftig scheint, sagt mehr über die Debatte aus als über die
Menschen, die Gegenstand dieser Debatte sind.
„Die Geschichte von Einwanderung gehört längst zur
Geschichte der Bundesrepublik.“
Dabei gehört die Geschichte von Einwanderung längst zur
Geschichte der Bundesrepublik. Millionen Menschen kamen nach Deutschland, weil
Arbeitskräfte gebraucht wurden, weil Kriege sie zur Flucht zwangen oder weil
sie sich hier eine Zukunft aufbauen wollten. Ihre Kinder und Enkel sitzen heute
in Hörsälen, führen Unternehmen, arbeiten in Krankenhäusern, Gerichten,
Handwerksbetrieben und Ministerien.
Und einige von ihnen tragen eben das Trikot der
Nationalmannschaft. Warum sollte das überraschen? Die eigentliche Überraschung
ist vielmehr, dass Teile der Öffentlichkeit noch immer so tun, als handle es
sich dabei um eine Ausnahme.
Genau darin liegt die gesellschaftliche Bedeutung des
Fußballs. Denn der Fußball interessiert sich nicht für Abstammung. Ein Pass
wird nicht präziser, weil die Großeltern aus dem richtigen Dorf stammen. Ein
Zweikampf wird nicht gewonnen, weil jemand den vermeintlich richtigen Nachnamen
trägt. Und ein Tor zählt nicht mehr oder weniger, je nachdem, welche Sprache am
heimischen Esstisch gesprochen wurde. Auf dem Platz gelten andere Maßstäbe.
Dort zählen Talent, Disziplin, Vertrauen und die Fähigkeit, gemeinsam
erfolgreich zu sein.
„Zusammenhalt entsteht dort, wo Menschen ein gemeinsames
Ziel verfolgen.“
Der Fußball erinnert uns damit an etwas, das in
gesellschaftlichen Debatten gelegentlich verloren geht: Zusammenhalt entsteht
nicht dort, wo Menschen identisch sind. Zusammenhalt entsteht dort, wo Menschen
trotz unterschiedlicher Erfahrungen und Hintergründe ein gemeinsames Ziel
verfolgen.
Genau das verkörpert diese Nationalmannschaft. Sie ist kein
Integrationsprojekt. Sie ist kein politisches Symbol. Sie ist die sichtbar
gewordene Realität eines modernen Deutschlands.
Und genau das macht manche Menschen nervös. Denn jeder
Erfolg dieser Mannschaft widerlegt die Vorstellung, nationale Identität müsse
auf Abstammung beruhen. Jeder Sieg widerspricht der Idee, Zugehörigkeit sei
vererbbar. Jedes Tor erinnert daran, dass eine demokratische Nation nicht durch
Blutlinien zusammengehalten wird, sondern durch gemeinsame Werte, gemeinsame
Regeln und die Bereitschaft, Verantwortung füreinander zu übernehmen.
„Patriotismus freut sich über ein Tor für Deutschland.
Nationalismus fragt, wer es geschossen hat.“
Der Unterschied zwischen Patriotismus und Nationalismus wird
selten deutlicher als auf einem Fußballplatz. Patriotismus liebt das eigene
Land, ohne andere auszuschließen. Nationalismus definiert Zugehörigkeit über
Herkunft und Abstammung – und über den Ausschluss „anderer“. Patriotismus freut
sich über ein Tor für Deutschland. Nationalismus fragt, wer es geschossen hat.
Genau deshalb ist die Debatte um Spieler wie Deniz Undav,
Nadiem Amiri oder Antonio Rüdiger mehr als eine Diskussion über Fußball. Sie
ist eine Debatte darüber, ob Deutschland seine eigene Gegenwart akzeptiert.
Vielleicht ist das die eigentliche Botschaft dieser Mannschaft.
Nicht, dass Deutschland vielfältig ist. Das ist seit Langem
Realität. Sondern, dass Vielfalt und Zusammenhalt keine Gegensätze sind. Dass
Menschen unterschiedliche Geschichten haben können und dennoch dieselbe Zukunft
teilen. Und dass die deutsche Nationalmannschaft heute etwas zeigt, woran viele
politische Debatten scheitern: Wie dieses Land tatsächlich aussieht – nicht in
Wahlprogrammen, nicht in Kommentarspalten, nicht in ideologischen
Wunschvorstellungen, sondern im Alltag von Millionen Menschen.
Die Nationalmannschaft hat die deutsche Frage nicht
erfunden. Aber sie beantwortet sie. (mig 25)
"Sicherheit". Freibad
prüft Sprachkenntnisse am Eingang
Nach einem Rettungseinsatz für ein Kleinkind verschärft das
Heidebad in Halle den Einlass. Wer die Baderegeln nicht auf Deutsch versteht,
kann abgewiesen werden. Rechtlich ist die Einlassregel heikel.
Wer nicht gut genug Deutsch spricht, wird unter Umständen
nicht hineingelassen: Diese umstrittene Regel ist in einem Strandbad in
Sachsen-Anhalt eingeführt worden. Nachdem der Chef des Heidebades, Mathias
Nobel, im sachsen-anhaltischen Halle am vergangenen Wochenende ein Kleinkind
aus metertiefem Wasser retten musste, führte er eine Regel ein, wonach
Menschen, die nicht ausreichend Deutsch sprechen und die Baderegeln nicht
verstehen, im Einzelfall nicht mehr hereingelassen werden. Diese Entscheidung
sorgt laut Nobel auch für Kritik.
„An unserem Eingang wird Deutsch gesprochen. Wenn am Eingang
auffällt, dass es Verständigungsprobleme gibt, entscheiden wir im Einzelfall,
wie verfahren wird“, sagte der Badbetreiber der Deutschen Presse-Agentur. „Wir
müssen uns sicher sein, dass die Besucherinnen und Besucher unsere Baderegeln
verstehen und so konsequent sein, um die Sicherheit der Badegäste gewährleisten
zu können.“
Einlass nach Sprachtest juristisch auf dünnem Eis
Rechtlich steht diese Einlasskontrolle auf dünnem Eis. Die
Regel knüpft zwar nicht ausdrücklich an Herkunft oder Nationalität an, kann
aber faktisch besonders Menschen treffen, die neu in Deutschland sind, wenig
Deutsch sprechen oder deren Muttersprache nicht Deutsch ist. Die
Antidiskriminierungsstelle des Bundes (ADS) weist darauf hin, dass das
Allgemeine Gleichbehandlungsgesetz (AGG) Menschen auch bei Alltagsgeschäften
vor Diskriminierung schützt und dass Sprache im Zusammenhang mit ethnischer
Herkunft rechtlich relevant werden kann.
Dies gilt umso mehr, wenn mildere Mittel vorhanden sind:
mehrsprachige Baderegeln, gut sichtbare Piktogramme, eine kurze
Sicherheitsbelehrung oder die Pflicht, dass Kinder und Nichtschwimmer von einer
verantwortlichen Person beaufsichtigt werden, die die Regeln versteht. Solche
Alternativen gibt es bereits. Die DLRG stellt Baderegeln in mehr als zwanzig
Sprachen bereit, darunter Englisch, Arabisch, Türkisch, Russisch und
Ukrainisch. Zusätzlich bietet sie sprachfreie Piktogramme mit Warn- und
Verhaltenshinweisen an Gewässern an.
Auf der Internetseite des Freibades sind Haus- und
Badeordnung sowie die Baderegeln nur in deutscher Sprache abrufbar.
Linke: „Es ist ein durchsichtiges Manöver“
Die Linke in Halle forderte die Prüfung und Rücknahme dieser
neuen Einlassregel. „Was das Heidebad hier macht, ist keine
Sicherheitsmaßnahme, sondern klare Diskriminierung“, erklärte das
Stadtratsmitglied Hendrik Lange. Wer Menschen nach ihrer Sprache vom Schwimmbad
ausschließt, schreibe ihnen ab, dass sie zu dieser Stadt gehören. „Es ist ein
durchsichtiges Manöver. Denn in letzter Konsequenz müssten auch gehörlose
Menschen ausgeschlossen werden“, so Lange.
„Sicherheitsvorfälle in Bädern seien ernst zu nehmen, aber
sie rechtfertigten unter keinen Umständen die pauschale Ausgrenzung ganzer
Bevölkerungsgruppen aus rassistischen Motiven“, erklärte der
Linken-Stadtverband weiter. Um Problemen entgegenzutreten, forderte er unter
anderem alternativ mehrsprachige Badeordnungen und Durchsagen.
Berufskollege sieht gleiches Problem
In den sozialen Medien äußern ebenfalls Menschen Kritik,
andere befürworten Nobels Entscheidung. So auch ein Bademeister aus der Region,
der nicht namentlich genannt werden will. Auch er habe schon mehrfach
Situationen erlebt, in denen fehlende oder schlechte Deutschkenntnisse zu
gefährlichen Situationen geführt hätten. „Wenn jemand nur auf seiner
Heimatsprache um Hilfe ruft, verstehe ich das unter Umständen nicht“, sagte er
der Deutschen Presse-Agentur.
Auch er habe schon einmal ein junges Mädchen aus dem Wasser
gerettet. „Es geht einfach darum, dass die Menschen nicht wissen, wie sie sich
zu verhalten haben“, sagte der Bademeister. Bestimmtes Verhalten könne man als
Wasserretter aber einfach nicht tolerieren. Deshalb unterstütze er Nobels Idee
– auch wenn es möglicherweise andere Wege gegeben hätte, sie durchzusetzen.
Das Landesnetzwerk Migrantenorganisationen Sachsen-Anhalt
sieht die Entscheidung von Nobel hingegen kritisch. „Die Teilhabe am
gesellschaftlichen Leben darf Menschen nicht aufgrund ihrer Sprachkenntnisse
verwehrt werden“, sagte Geschäftsführerin Undra Dreßler. Sie sei überzeugt,
dass sich Sicherheit und Teilhabe nicht gegenseitig ausschließen. „Statt
Ausgrenzung braucht es Lösungen, die allen Menschen den Zugang ermöglichen und
gleichzeitig den Schutz der Badegäste gewährleisten.“
Kleinkind aus tiefem Wasser gerettet
Nobel betont, ihm gehe es vor allem darum, dass die
Badegäste wüssten, wie sie sich am und im Wasser verhalten müssten. Dabei
spiele die Sprache eine wichtige Rolle, aber nicht nur. Anlass, die Regel ins
Leben zu rufen, sei ein Vorfall vom vergangenen Wochenende gewesen. Nobel –
selbst Rettungsschwimmer – musste ein Kleinkind aus dem Wasser retten, das in
viel zu tiefem Wasser war. „Unser See ist zum Teil 13 Meter tief. Das ist
einfach gefährlich.“
Ob dieser Einsatz einen pauschalen Sprachausschluss eines
unbestimmten Personenkreises begründet, darf mit Verweis auf das AGG und
milderer Mittel bezweifelt werden. Rettungseinsätze sind im Badebetrieb kein
außergewöhnlicher Einzelfall. Nach ihrer Jahresbilanz rettete die DLRG im
vergangenen Jahr bundesweit 1.154 Menschen das Leben, mehr als 700 davon im
Wasser. Fachleute verweisen seit Jahren auch auf mangelnde Schwimmfähigkeit,
fehlende Aufsicht, Selbstüberschätzung und riskantes Verhalten als Ursachen für
Badeunfälle. Mit Sprachkenntnissen wurde das Problem bislang nicht in
Zusammenhang gebracht.
Nobel sieht das anders. Vor allem die Kinder müssten
verstehen, wie sie sich am Wasser zu verhalten hätten und in Aufsicht von
Personen sein, die ebenfalls wüssten, wie sie zu handeln hätten. Außerdem
müssten die Menschen von den Rettungsschwimmern angesprochen werden können.
Komme zum Beispiel eine Gruppe ohne auch nur eine Person, die ausreichend
Deutsch verstehe, kämen bei ihm und seinem Team Bedenken auf, sagte Nobel ohne
weitere Begründung.
Stadtwerke Jena mit anderem Ansatz
In Jena beispielsweise wird das Thema anders gehandhabt:
„Die Jenaer Bäder stehen grundsätzlich allen Gästen offen“, betonte eine
Sprecherin der Stadtwerke, die in Jena mehrere Bäder und einen Badesee
betreiben. „Ein Zutrittsverbot oder ein Verweis aus dem Bad erfolgt
ausschließlich bei Verstößen gegen die Haus- und Badeordnung. Herkunft,
Nationalität oder Sprache spielen dabei keine Rolle.“
Die Sprecherin erklärte, dass es dort keinerlei Überlegungen
gebe, vergleichbare Regelungen einzuführen. Bisher seien dort keine Fälle
bekannt, in denen es aufgrund mangelnder Deutschkenntnisse zu gefährlichen
Situationen im Badebetrieb gekommen ist.
DLRG: Kommunikation ist nicht nur Sprache
Für die Wasserrettung sei Kommunikation ein wichtiger
Faktor, sagte der Geschäftsführer der Deutschen Lebens-Rettungs-Gesellschaft
(DLRG) in Sachsen-Anhalt, Holger Friedrich. „Unsere Arbeit wird deutlich
erschwert, wenn der Badegast nicht versteht – oder verstehen will.“
Die Kräfte der DLRG entschieden zwar nicht, wer in
Schwimmbäder gelassen wird, könnten den Betreibern aber durchaus darstellen, wo
und warum es zu Problemen kommt. Besonders an beliebten Punkten in Bädern, wie
zum Beispiel Sprüngtürme oder Rutschen, komme es immer häufiger dazu, dass
Badegäste Regeln nicht befolgen, so Friedrich. „Da für Ordnung zu sorgen, ist
eigentlich gar nicht die Aufgabe der DLRG und lenkt von der eigentlichen Arbeit
ab.“
Immer häufiger gebe es Badegäste, die von Regeln nichts
wissen wollen, so der DLRG-Geschäftsführer. „Das hat dann in erster Linie gar
nicht mit der Sprache an sich zu tun. Aber natürlich wird es umso
komplizierter, wenn es Sprachbarrieren gibt.“ (dpa/mig 24)
Die nächste industrielle Revolution basiert auf Künstlicher
Intelligenz. Ohne eigene Infrastruktur droht uns die Abhängigkeit von fremden
Mächten. Von Lutz Frühbrodt
SpaceX hat dieser Tage den bisher größten Börsengang aller
Zeiten hingelegt. Interessant dabei: Das Raumfahrtunternehmen von Elon Musk
verfügt mit xAI über einen wichtigen KI-Strang. Auch die ChatGPT-Mutter OpenAI
und der Rivale Anthropic mit seinem Sprachmodell Claude streben an die Börse.
Beide Unternehmen werden von den Kapitalmärkten aktuell mit 850 beziehungsweise
965 Milliarden US-Dollar bewertet. Zum Vergleich: Der größte europäische
Konkurrent Mistral mit seinem Chatbot Vibe (zuvor Le Chat) wird auf gerade
einmal elf Milliarden Euro taxiert.
Zwar ist immer wieder vom amerikanischen KI-Hype die Rede.
Doch die Goldgräberstimmung an den Kapitalmärkten hat ein realwirtschaftliches
Fundament. Das Zauberwort lautet „agentische KI“. Bisher haben Chatbots vor
allem recherchiert, formuliert und programmiert. In der nächsten
Entwicklungsstufe führen sie nun eigenständig Aufgaben aus – nicht nur für
Privatpersonen, sondern zunehmend auch für Unternehmen. Als „Agenten“
übernehmen sie ganze Geschäftsprozesse, organisieren Arbeitsabläufe, optimieren
Lieferketten und bereiten Entscheidungen vor.
Insbesondere Anthropic gilt hier als Vorreiter. Auf der
Verliererseite hat SAP, deutscher Anbieter von Unternehmenssoftware, diesen
Trend bereits schmerzhaft zu spüren bekommen. Der Aktienkurs des europäischen
Vorzeigekonzerns hat innerhalb eines Jahres massiv an Wert verloren. SAP steht
dabei sinnbildlich für das, was auf die europäischen Volkswirtschaften
insgesamt zukommen dürfte. Denn KI als Produktivitätsbooster für
Unternehmensprozesse verteilt die Karten der industriellen Infrastruktur von
Staaten grundlegend neu.
Das Konzept der digitalen Souveränität beschränkt sich dabei
nicht auf die private Nutzung sozialer Medien oder den Einsatz von
Microsoft-Programmen in der öffentlichen Verwaltung. Im erweiterten Sinne geht
es darum, ob europäische Unternehmen künftig auf ausländischen
„Betriebssystemen“ laufen und daraus eine fundamentale wirtschaftliche und
politische Abhängigkeit entsteht. Und zwar nicht nur auf Ebene der Anwendungen.
Denn das KI-Ökosystem der USA wirkt schon heute wie ein digitales Spinnennetz,
in dem sich die Europäer verfangen haben.
Bei den Mega-Clouds dominieren Amazon und Microsoft.
Europäische Anbieter besetzen bestenfalls eine Nische. Ein ähnliches Bild zeigt
sich bei den Rechenzentren, in denen die KI-Prozesse stattfinden. Und bei
Hochleistungs-Mikrochips hat der US-Riese Nvidia klar die Nase vorn, während
sich der Münchner Hersteller Infineon dagegen wie ein Zwerg ausnimmt.
Setzt sich diese Entwicklung fort, müssten europäische
Unternehmen ihre Prozesse künftig auf fremden KI-Betriebssystemen laufen
lassen, deren Regeln andere vorgeben. Auf diese Weise könnte die Europäische
Union mittelfristig zu einer US-amerikanischen KI-Kolonie werden. Die Landnahme
erfolgte dann nicht auf physischer, sondern auf virtueller Ebene. Eine Art
digitales Grönland.
Was also tun? Alternative Nummer eins: den USA nacheifern.
Das wird jedoch kaum funktionieren. Europa verfügt weder über die riesigen
Investmentfonds, die ohne Weiteres Milliardenbeträge für risikoreiche Start-ups
bereitstellen, noch über einen weitgehend unregulierten Markt, auf dem sich
neue Geschäftsmodelle austoben können. Hinzu kommt, dass Europa keine
Big-Tech-Konzerne wie Google, Amazon oder Microsoft hervorgebracht hat, die als
Großinvestoren bei OpenAI, Anthropic & Co. eingestiegen sind und genau
wissen, wie man Weltmärkte strategisch erschließt.
Alternative Nummer zwei wäre die Orientierung an China. Laut
dem Stanford AI Index liegen chinesische Sprachmodelle bei ihrer
Leistungsfähigkeit inzwischen nur noch knapp hinter den US-Chatbots. Die
dortigen Unternehmen arbeiten hoch effizient. So soll die Entwicklung der
ersten Version von DeepSeek, des bekanntesten KI-Modells aus China, angeblich
weniger als 300 000 US-Dollar gekostet haben. Abgesehen vom Start-up DeepSeek
zeigt sich in China fast ein Spiegelbild zu den USA: Die KI-Platzhirsche sind
dort der E-Commerce-Gigant Alibaba, die TikTok-Mutter ByteDance sowie der
Social-Media-Konzern Tencent mit seiner Plattform WeChat.
All diese milliardenschweren Unternehmen konkurrieren zwar
miteinander, müssen sich letztlich aber dem Staat und damit der Kommunistischen
Partei unterordnen. Und die hat Großes vor: In den kommenden Jahren soll KI
konsequent in allen wichtigen Branchen eingesetzt werden – von der
Abfallwirtschaft bis zur Zuckerindustrie. Um dieses Ziel voranzutreiben,
investiert der Staat massiv in eine KI-Infrastruktur aus günstiger
Energieversorgung, riesigen Rechenzentren, Mega-Clouds und der Produktion
leistungsfähiger Chips.
Ein weiterer Eckpfeiler der Strategie lautet: Die
Unternehmen sollen chinesische KI-Produkte kaufen. Der Staat geht mit gutem
Beispiel voran. Die öffentliche Verwaltung kurbelt die Nachfrage kräftig an,
allerdings auch durch hohe Investitionen in „Sicherheitsprogramme“. Auch wenn
einzelne Elemente dieses Ansatzes erwägenswert erscheinen, kann die chinesische
KI keine vollwertige Alternative für ein demokratisches Europa sein.
Damit bleibt nur die dritte Option: eine autonome
strategische Industriepolitik, bei der der Staat – sprich die EU – gezielt und
koordiniert eine europäische KI-Infrastruktur aufbaut, eigene Betriebssysteme
entwickelt und demokratische Vertrauensstandards etabliert.
Sicher, die EU hat die Hände auch bisher nicht in den Schoß
gelegt. Dennoch ist vieles Stückwerk geblieben und von Rückschlägen geprägt.
Das wichtigste Maßnahmenpaket ist Invest AI, mit dem die EU-Kommission 200
Milliarden Euro an KI-Investitionen mobilisieren will. Dabei handelt es sich um
ein Hebelprogramm: EU-Gelder fließen nur in großem Umfang, wenn auch private
Investoren aktiv werden. Bislang hat jedoch lediglich die japanische Softbank
mit einem größeren Engagement reagiert.
Im Zentrum von Invest AI steht der Bau von Rechenzentren.
Einige kleinere Anlagen sind bereits entstanden, die deutlich größeren Giga
Factories existieren bislang jedoch nur auf dem Papier. Bereits 2023 versuchte
die EU zudem, vor allem mithilfe von Subventionen die Chipproduktion
anzukurbeln. Dass der US-Konzern Intel seine Pläne für eine große Chipfabrik in
Magdeburg inzwischen wieder begraben hat, kann als Sinnbild für die Grenzen,
wenn nicht gar das Scheitern dieses Programms gelten.
Ansätze sind also vorhanden, doch der Nachholbedarf bleibt
enorm. Er beginnt bereits bei der Finanzierung. Der Draghi-Bericht zur
Wettbewerbsfähigkeit Europas hatte schon 2024 jährlich zusätzliche öffentliche
und private Investitionen von 800 Milliarden Euro gefordert, damit die
EU-Staaten wirtschaftlich und technologisch mit den USA und China mithalten
können. Diese Summe mag illusorisch erscheinen, macht aber deutlich, dass die
bisherigen Dimensionen viel zu klein gedacht sind.
Von europäischer Seite wäre deshalb ein wirklich großer Wurf
nötig, um eine wirksame strategische Industriepolitik zu finanzieren. In den
USA und China sind bereits KI-Riesen entstanden, die ihre Größenvorteile auch
international ausspielen können. Deshalb sollte die EU gezielt einen European
Champion aufbauen. Als einziger realistischer Kandidat drängt sich derzeit
Mistral AI auf.
Ein zweiter europäischer Champion wäre im Bereich der
Hochleistungs-Mikrochips denkbar. Der aussichtsreichste Kandidat hierfür ist
Infineon. Das Unternehmen konzentriert sich bislang auf Spezialchips, etwa für
die Automobilindustrie, wäre von seiner Größe her jedoch am ehesten geeignet
und könnte ein deutsches Pendant zum französischen Mistral bilden.
Ein weiterer zentraler Punkt: Die Skepsis gegenüber KI nimmt
spürbar zu. Nach einer Gallup-Umfrage vom April dieses Jahres in den USA gab
fast ein Drittel der Befragten aus der Generation Z an, wütend auf KI zu sein.
Die Kritik reicht von Datenklau und Kreativitätsraub über halluzinierte
Ergebnisse bis hin zur Gefahr der Verdummung und politischer Manipulation.
Auch diesseits des Atlantiks wächst die Skepsis. Diese
Entwicklung kann als Signal verstanden werden, Regulierung nicht als
bürokratisches Hindernis, sondern als Chance und damit als Wettbewerbsvorteil
zu begreifen. „AI made in Europe“ könnte zu einem Goldstandard für transparente
Modelle, fairen Datenschutz, klare Haftungsregeln sowie verlässliche und
industriesichere Lösungen werden.
Grundvoraussetzung dafür ist allerdings ein grundlegender
Mentalitätswandel in der europäischen Politik. Immer wieder wird in Brüssel und
Straßburg argumentiert, das große Rennen sei ohnehin längst verloren. Europa
solle sich lieber auf industriespezifische KI konzentrieren, etwa für die
Automobilindustrie oder den Anlagenbau. Gewiss liegen hier europäische Stärken.
Doch wenn nicht zugleich an den Schwächen gearbeitet wird, werden europäische
Unternehmen dauerhaft zu teuer zahlenden Abonnenten der großen Allzweckmodelle
von Anthropic, Google & Co. sowie der Cloud-Dienste eines Jeff Bezos oder
Bill Gates. Denn die großen Sprachmodelle werden künftig das
betriebswirtschaftliche Grundrauschen in den Unternehmen bestimmen.
Wer auf europäische Stärke und digitale Souveränität setzt,
muss sich allerdings auch von dem Mythos verabschieden, eine Welt des freien
Handels könne fortbestehen, während die USA und China längst nach anderen
Regeln spielen. Die digitale Infrastruktur der Zukunft gehört deshalb nicht in
fremde Hände. Schon gar nicht in die Hände von Mächten, die Handel als
politischen Hebel einsetzen. Diese Erkenntnis ist keine nationalistische
Kraftmeierei, sondern ein Akt wirtschaftlicher Selbstermächtigung. IPG 23
Zu viel Bürokratie? Eher die falsche. Die Schwäche der EU
liegt nicht in Regeln, sondern in Institutionen, die zu selten Ergebnisse
produzieren. Rainer Kattel & Wolfgang Drechsler & Erkki Karo
Europas Problem ist nicht zu viel Bürokratie. Europas
Problem ist, dass die Bürokratie an den falschen Stellen sitzt. Deshalb mangelt
es ausgerechnet dort an staatlicher Handlungsfähigkeit, wo sie am dringendsten
gebraucht wird. Diese Unterscheidung klingt technisch, ist aber wichtig und politisch
brisant: Sie bedeutet, dass die aktuelle Debatte über Wettbewerbsfähigkeit,
Verteidigungsausgaben und strategische Autonomie in dieser Hinsicht am
eigentlichen Kern vorbeigeht. Europa scheitert oft weder am politischen Willen
noch am Geld, sondern daran, dass Institutionen fehlen, falsch aufgestellt sind
oder strukturell gelähmt bleiben – die Institutionen, die ambitionierte Ziele
in konkrete Ergebnisse übersetzen müssten.
Seit Jahren lautet die gängige Diagnose zur europäischen
Regierungsführung, dass sie unter zu viel Bürokratie leide. Zu viele
Vorschriften, zu viele Ausschüsse, zu viel Vorsicht. Auf der anderen Seite des
Atlantiks hat die zweite Trump-Regierung diesen Instinkt zur
Regierungsphilosophie erklärt. Das Ergebnis ist kein schlankerer Staat, sondern
ein kaputter. In Europa hat dieselbe Logik eine politische Landschaft
hervorgebracht, in der die Ambitionen groß sind – ob Missionen oder
langfristige Strategien –, die Umsetzung jedoch systematisch hinterherhinkt.
Anstatt die Bürokratie wegzuwünschen, sollten wir uns eine
bessere zum Ziel setzen. Das ist das Argument unseres Buchs: Wie man einen
unternehmerischen Staat schafft: Innovationen brauchen Bürokratie. Die deutsche
Ausgabe erschien vier ereignisreiche Jahre nach dem Original und gab uns
Anlass, unsere Kernthese für eine Welt zu schärfen, die sich tiefgreifend
verändert hat.
Unsere These ist einfach: Seit der Industriellen Revolution
hängen erfolgreiche Volkswirtschaften nicht allein von Märkten oder heroischer
politischer Führung ab, sondern von kompetenten staatlichen Institutionen – von
dem, was wir Innovationsbürokratien nennen. Das sind Organisationen, die
langfristige Verlässlichkeit und Fachkompetenz mit der Fähigkeit verbinden, zu
lernen, sich anzupassen und auf veränderte Bedingungen zu reagieren. Wir nennen
diese Kombination agile Stabilität. Das ist kein Widerspruch in sich – sie ist
das institutionelle Kennzeichen jeder erfolgreichen Phase technologischen und
wirtschaftlichen Wandels in der modernen Geschichte.
Die Trump-II-Regierung wird oft als chaotisch oder
beispiellos beschrieben. Aus Sicht der Verwaltungswissenschaft ist sie weder
das eine noch das andere. Max Weber hat diese Herrschaftsform längst
beschrieben: Patrimonialismus – ein System, in dem Loyalität gegenüber dem
Herrscher fachliche Kompetenz verdrängt und persönliche Beziehungen
regelgebundenes Regieren ersetzen. Die DOGE-Initiative war kein Versuch, Kosten
zu senken oder Effizienz zu steigern. Sie war die Zerstörung von
Regulierungskapazität durch diejenigen, die am meisten daran interessiert sind,
Regulierung zu vermeiden.
Europa blickt darauf mit einer Mischung aus Entsetzen und
stiller Selbstbestätigung. Doch Selbstzufriedenheit wäre gefährlich. Europa hat
sein eigenes institutionelles Defizit: nicht zu viel Bürokratie, sondern die
falsche Art, und noch dazu schlecht verteilt.
Drei Herausforderungen definieren heute, wozu europäische
Staaten in der Lage sein müssen: künstliche Intelligenz regulieren,
Klimapolitik aufrechterhalten und Verteidigung sowie strategische Autonomie
wiederaufbauen. Oberflächlich betrachtet sehen diese drei wie separate
Politikfelder aus. In Wirklichkeit teilen sie dieselbe strukturelle Diagnose.
KI als Allzwecktechnologie verändert das Regieren, noch
bevor das Regieren die Fähigkeit hat, sie zu gestalten. Das EU-KI-Gesetz ist
ein wichtiger Regulierungsversuch – doch ein Gesetzestext schafft noch keine
Kapazitäten. Das KI-Büro der EU verfügt derzeit über rund 125 Mitarbeiter, von
denen nur wenige über technische KI-Expertise verfügen. Zum Vergleich: Das
britische AI Safety Institute beschäftigt bereits 250 Personen, davon 90
technische Fachkräfte. Die Gründung des europäischen Büros innerhalb der GD
Connect war zwar ein Novum, doch sein Instrumentarium – von der Durchsetzung
der Regulierung bis zur Umsetzung des Aktionsplans – bleibt eingebettet in und
begrenzt durch die traditionellen Strukturen der EU-weiten Haushaltsplanung,
durch die Politikkoordination und die Rechtsdurchsetzung. Die ambitionierten
Vorhaben – etwa der Aufbau von KI-Gigafabriken – bleiben daher vorerst Ankündigungen.
Während die USA und China bauen, plant die EU noch. Zudem entsprechen ihre
finanziellen und rechnerischen Ambitionen eher denen einzelner amerikanischer
Unternehmen.
Im Bereich Klima hatte Europa legitime internationale
Rahmenwerke, nationale Politiken und zielorientierte Ambitionen – und in
erheblichem Maße hat es diese noch immer. Jüngste Studien zeigen jedoch, dass
Beamte unter solchen Mandaten oft daran gehindert werden, wirklich
transformative Maßnahmen zu ergreifen – etwa den verbindlichen Ausstieg aus
nicht nachhaltigen Technologien. Der Übergang vom Europäischen Green Deal zum
enger gefassten Clean Industrial Deal und der Rückbau weitergehender
transformativer Ambitionen – kaschiert als „Vereinfachung“ unter von der Leyen
II – ist kein bloßer Kurswechsel, sondern Symptom eines institutionellen
Flaschenhalses: fehlende Kapazität zur Umsetzung, nicht fehlender politischer
Wille.
In der Verteidigung ist die Herausforderung am
augenfälligsten. Die Kluft zwischen Europa und den Vereinigten Staaten ist
nicht primär finanzieller, sondern organisatorischer Natur: Europas Verteidigungsinnovation
ist auf nationale Silos verteilt, eingeengt von Beschaffungssystemen, die auf
Risikovermeidung ausgelegt sind, nicht auf Risikosteuerung. Ein Beispiel: Wenn
europäische Streitkräfte heute schnell neue Drohnentechnologien beschaffen
wollen, stoßen sie auf Vergabeverfahren, die für den Kauf standardisierter
Güter konzipiert wurden – nicht für Entwicklungszyklen unter Unsicherheit. Die
Munitionsproduktion, die nach Kriegsbeginn in der Ukraine massiv hochgefahren
werden sollte, stockte nicht wegen fehlenden Geldes, sondern wegen fehlender
industrieller Koordinationskapazität. Der Reflex, ein „europäisches DARPA“ zu
gründen, ist verständlich, aber er zieht die falsche Lehre aus der Geschichte.
Die Stärke der amerikanischen Forschungsagentur DARPA lag nicht in einer
symbolischen Behörde, sondern in einem verteilten Ökosystem: Programmmanager
mit echter Autorität, Beschaffungsroutinen, die Scheitern tolerierten, und ein
breiteres bürokratisches Umfeld, das Forschung in Einsatzfähigkeit übersetzen
konnte. Genau das braucht Europa – nicht bloß ein neues Logo.
Europas institutionelles Problem ist nicht schlicht „zu
wenig Kapazität“. Es ist ein Missverhältnis der Kapazitäten zwischen den
Ebenen. Auf EU- und nationaler Ebene herrscht oft übermäßige Stabilität:
Mehrjahresprogramme, die von Organisationen mit begrenzter Anpassungsfähigkeit
verwaltet werden. Auf der Ebene von Städten, Regionen und Projekten gibt es oft
zu viel Agilität: eine Vielzahl von Pilotprojekten, Innovationslabors und
kurzlebigen Initiativen, die sich nicht skalieren lassen, weil die nationalen
und europäischen Systeme darüber unflexibel bleiben. Das Ergebnis ist eine
fehlende Mitte: ein dauerhaftes Defizit an Institutionen, die politischen
Ehrgeiz in operative Koordination übersetzen, Experimente mit Skalierungspfaden
verknüpfen und dabei demokratische Rechenschaftspflicht wahren können.
Missionen sind hierfür nur ein Beispiel. Trotz fast eines
Jahrzehnts missionsbasierter Politik gelingt es europäischen Regierungen nach
wie vor nicht, die versprochenen Ergebnisse zu erzielen. Das Problem ist selten
mangelnder Ehrgeiz. Es liegt vielmehr daran, dass Beamte fehlen, die mit
ausreichender Autorität, Ressourcen und organisatorischer Rückendeckung
ausgestattet sind, um zwischen politischem Auftrag und praktischer Wirkung zu
vermitteln. Missionen scheitern nicht an fehlenden Bekenntnissen, sondern an
fehlender Handlungsfähigkeit.
Das ist es, was agile Stabilität in der Praxis bedeutet –
und genau das leisten die meisten europäischen Governance-Strukturen nicht. Die
Europäische Kommission kann auf politischer Ebene experimentieren, schenkt aber
dem Design der Organisationsökosysteme, die ihre Politiken umsetzen müssen, zu
wenig Aufmerksamkeit.
Unsere Schlussfolgerung lautet: Die institutionelle Aufgabe,
vor der wir stehen, besteht nicht darin, für jeden dieser drei Bereiche eine
neue mächtige Behörde zu schaffen. Sie besteht darin, ein Netz
handlungsfähiger, professioneller Institutionen aufzubauen, die als Ökosystem
zusammenarbeiten – spezialisiert und legitimiert, aber fähig zur Koordination über
Grenzen hinweg. KI, Klima und Verteidigung sind keine drei separaten Probleme.
Sie sind drei Gesichter derselben strukturellen Herausforderung: Wie lässt sich
transformativer Wandel steuern, wenn Geschwindigkeit, Unsicherheit und
politische Konflikte gleichzeitig zunehmen?
Solche Institutionen müssen vier Dinge gleichzeitig leisten:
erstens Lernfähigkeit aufbauen und teilen – nicht als Managementjargon, sondern
als konkrete organisatorische Praxis: Karrierewege, Standards, Ausbildung, die
über einzelne Behörden hinausgehen. Zweitens als Ökosysteme funktionieren,
nicht als Silos – mit bewussten Schnittstellen zwischen Agenturen, die das
Gesamtsystem belastbarer machen. Drittens nach Wirkung steuern –
Evaluierungssysteme, die Reflexion und das Skalieren wirksamer Maßnahmen
belohnen, statt Audit-Kulturen, die Risikovermeidung incentivieren. Und
viertens diese Bereiche in der Praxis verbinden: KI-Governance, Klimapolitik
und Verteidigungsinnovation überschneiden sich in Infrastruktur, Daten und
industriellen Kapazitäten – sie müssen auch institutionell zusammen gedacht
werden.
Nichts davon ist Wunschdenken. Es ist eine Beschreibung
dessen, was die erfolgreichsten Innovationsstaaten – vom Nachkriegsamerika bis
zum heutigen Ostasien – tatsächlich aufgebaut haben. Die aktuelle Situation –
Trump II baut Verwaltungskapazitäten in Washington ab, Europa sucht nach
strategischer Autonomie, KI verändert das Regieren schneller als das Regieren
reagieren kann – ist genau der Moment, der institutionellen Ernst verlangt.
Europa diskutiert über Wettbewerbsfähigkeit, Verteidigung und strategische
Autonomie. Solange Europa seine staatlichen Kapazitäten nicht erneuert, wird es
in allen drei Bereichen hinter seinen eigenen Ansprüchen zurückbleiben. IPG 23
Zehn Jahre Brexit, Großbritannien
versprach Kontrolle – und bekam mehr Migration
Die Brexit-Kampagne versprach weniger Migration und mehr
Souveränität. Zehn Jahre nach dem Referendum steht Großbritannien vor neuen
Fluchtrouten, hohen Zuwanderungszahlen und einem Rechtspopulismus, der aus den
ungelösten Folgen weiter politisches Kapital schlägt.
Von Christoph Meyer, Patricia Bartos und Jan Mies Montag,
22.06.2026, 12:52 Uhr|zuletzt aktualisiert: Montag, 22.06.2026, 12:59 Uhr
Lesedauer: 4 Minuten |
„The British
people have spoken and the answer is, we’re out“. Mit
diesen Worten verkündete BBC-Moderator David Dimbleby am Morgen nach dem
Brexit-Referendum vom 23. Juni 2016 das haarscharf ausgegangene Ergebnis. Mit
52 zu 48 Prozent hatten die Briten für den Austritt gestimmt. Der Schock war
groß und hallt bis heute nach.
Was folgte, war ein endloses Gezerre um die Modalitäten des
EU-Austritts und politisches Chaos. Und auch wenn die Mehrheit der Briten laut
Umfragen längst wieder in die EU will, ist das Land nach wie vor tief gespalten
in „Remainer“ und „Leaver“. „Brexit bedeutet Brexit“, sagte
Ex-Premierministerin Theresa May gebetsmühlenhaft. Doch was bedeutete der
Brexit wirklich?
Einwanderer und neue Flüchtlingsroute
Die Kontrolle über die eigenen Grenzen wiederzuerlangen, war
eines der wichtigsten Versprechen der Brexit-Befürworter. Doch obwohl die
Freizügigkeit für EU-Bürger endete, gingen mit dem Austritt die
Einwandererzahlen nicht runter, sondern steil nach oben – es kamen einfach mehr
Menschen aus Nicht-EU-Ländern. Ihren bisherigen Höchststand erreichte die
Netto-Zuwanderung in den zwölf Monaten bis Mitte 2023. In diesem Zeitraum
reisten mehr als 900.000 Menschen mehr nach Großbritannien ein als aus. Die
jüngsten Zahlen lagen mit 204.000 Menschen deutlich darunter.
Erst mit dem Brexit begannen die Überfahrten irregulärer
Migranten über den Ärmelkanal. Insgesamt mehr als 200.000 Menschen erreichten
so die englische Küste seit 2018, um Asyl zu beantragen. Hintergrund dürfte
unter anderem sein, dass durch den Austritt der Briten eine Rückführung der
irregulären Migranten in EU-Staaten nicht mehr ohne Weiteres möglich ist.
Ironischerweise wurden die Boote zum wichtigsten
Wahlkampfthema für Brexit-Vorkämpfer Nigel Farage, der mit seiner Partei Reform
UK inzwischen die Umfragen anführt und damit auf Kurs ist, Premierminister zu
werden.
Handel – Freihandelsabkommen
Obwohl der ganz große Schock für die britische Wirtschaft
ausblieb, was auch daran lag, dass bis zum eigentlichen Austritt am 31. Januar
2020 alles beim Alten blieb, hat etwa der Handel stark gelitten.
Von Brexit-Befürwortern waren die Warnungen als „Project
Fear“ (Projekt Angst) verunglimpft worden. Doch der Denkfabrik Centre for
European Reform zufolge sind die Importe aus der EU um 16 Prozent geringer als
sie es ohne Brexit wären. Bei den Ausfuhren liegt demnach das Minus bei 12
Prozent. Zeitweise rutschte das Vereinigte Königreich gar von der Liste der
zehn wichtigsten Handelspartner Deutschlands.
Und auch die vollmundigen Versprechungen der Brexiteers
trafen nicht ein. Weder kam ein weitreichendes Freihandelsabkommen mit den USA
zustande, noch wurde der Traum eines von lästigen Regelungen befreiten
Finanzplatzes nach dem Vorbild Singapurs zur Wirklichkeit. Viele
Handelsabkommen, die London nach dem Brexit schloss, traf es mit Ländern, über
die es bereits mit der EU ein Abkommen gab.
Politisches Chaos
Ob nun Ursache oder Folge: Ab dem Brexit-Referendum herrscht
in der britischen Politik Chaos. Seit 2016 gaben sich die Premierministerinnen
und Premierminister die Klinke in die Hand. Sollte es, wie erwartet, bald zum
Sturz des Labour-Premiers Keir Starmer kommen, wäre die Nachfolgerin oder der
Nachfolger der siebte Regierungschef seit dem EU-Referendum. Das sind so viele
wie in den 40 Jahren davor.
Als Erbe der Volksabstimmung gilt auch, dass die
Wählerschaft seitdem tief in „Remainer“ und „Leaver“ anstatt in Links und
Rechts gespalten ist. Die Brexit-Gegner sind zudem jünger und eher akademisch
gebildet als die Befürworter des Austritts. Dass inzwischen in Umfragen eine
klare Mehrheit der Briten für einen Wiedereintritt in die EU ist, liegt nach
Einschätzung des Politikprofessors Anand Menon vom King’s College in London vor
allem daran, dass viele Brexit-Anhänger inzwischen gestorben sind.
Die politische Landschaft in Großbritannien hat das
Referendum grundlegend verändert. Die sozialdemokratische Labour-Partei verlor
einen Großteil ihrer Anhänger aus der Arbeiterschaft an die Konservativen
(Tories) und die Rechtspopulisten von Reform UK. Die Tories wiederum können
sich nicht mehr auf einen Großteil der Akademiker und der Mittelschicht
stützen. Beide großen Wählergruppen, „Remainer“ und „Leaver“ verteilen sich
inzwischen auf mehr als eine Partei. Das faktische Zweiparteiensystem gilt
damit als so gut wie passé.
Abspaltungstendenzen
Als Folge des Brexits gilt auch, dass die kleineren
Landesteile des Vereinigten Königreichs nach Unabhängigkeit streben. Inzwischen
sind die Chefposten der Regierungen von Nordirland, Schottland und Wales
allesamt mit Mitgliedern von Unabhängigkeitsparteien besetzt. Besonders in
Nordirland, wo der Brexit alte Ängste vor einer harten Grenze zwischen den
beiden Teilen der Insel schürte, erscheint eine Abspaltung von Großbritannien
nicht mehr als futuristisches Szenario.
Treten die Briten irgendwann wieder ein?
Lange Zeit war diese Frage ein Tabu, das niemand im
politischen Großbritannien ansprechen wollte. Zu groß war die Angst davor, dem
Rechtspopulisten Farage in die Hände zu spielen, der allzu gern Verrat am Wählerwillen
anprangert. Insbesondere Premierminister Keir Starmer scheute das Thema.
Doch das änderte sich in den vergangenen Wochen.
Ex-Gesundheitsminister Wes Streeting bezeichnete den Austritt nach seinem
Rücktritt aus dem Kabinett Starmers als „katastrophalen Fehler“ und empfahl
sich dabei als Nachfolger des glücklosen Regierungschefs. „Wir brauchen eine
neue besondere Beziehung zur EU, denn die Zukunft Großbritanniens liegt in
Europa – und eines Tages wieder in der Europäischen Union“, sagte Streeting und
ging damit noch einen Schritt weiter als der Favorit auf die Starmer-Nachfolge
Andy Burnham, der sich eine Rückkehr in seiner Lebenszeit wünschte. (dpa/mig
23)
Zum Weltflüchtlingstag, 275
Organisationen kritisieren restriktive Asylpolitik
Zum Weltflüchtlingstag warnen 275 Organisationen vor einer
restriktiveren Asylpolitik in Deutschland und Europa. Sie kritisieren, dass
Geflüchtete im Wahlkampf zu Feindbildern gemacht und grundlegende Rechte
infrage gestellt werden.
Zum Weltflüchtlingstag am 20. Juni zeigen sich
Menschenrechtsorganisationen, Sozialverbände und Kirchen besorgt über eine
zunehmend restriktive Asylpolitik in Deutschland und Europa. Flucht und
Migration würden gezielt zu Wahlkampfzwecken instrumentalisiert, Geflüchtete zu
Feindbildern und als Gefahr für die Sicherheit oder den Wohlstand des eigenen
Landes dargestellt, heißt es in einem am Freitag veröffentlichten Papier. In
der Folge würden ihnen grundlegende Rechte verweigert. Ein spaltendes „Wir
gegen die Anderen“ werde „zum politischen Prinzip erhoben“. Laut dem
Flüchtlingshilfswerk der Vereinten Nationen sind derzeit rund 118 Millionen
Menschen weltweit auf der Flucht.
Das Papier haben unter anderem Amnesty International
Deutschland, die AWO, der Paritätische Wohlfahrtsverband und die Diakonie
herausgegeben. Unterstützt wird es von rund 275 Organisationen, darunter die
Evangelische Kirche in Deutschland (EKD), Seenotrettungsorganisationen und
zahlreiche Flüchtlingsräte.
Abschaffung des Drittstaaten-Konzepts gefordert
Das Papier fordert eine Kehrtwende im globalen und
nationalen Flüchtlingsschutz. Konkret fordert es unter anderem die Abschaffung
des Konzepts sicherer Drittstaaten, das als Grundlage für sogenannte Return
Hubs zur Abschiebung von Flüchtlingen dienen soll, die Wiederaufnahme
humanitärer Aufnahmeprogramme sowie Zugang zu Asylberatung und
Integrationskursen. Die Organisationen verweisen dabei auf eigene Erfahrungen
aus der Arbeit mit Flüchtlingen in den jeweiligen Beratungs- und
Betreuungsangeboten.
Das Memorandum mit dem Titel „Es geht auch anders!“ verweist
auf die vor 75 Jahren völkerrechtlich verankerte Genfer Flüchtlingskonvention,
die Staaten zum Flüchtlingsschutz verpflichtet und eine Abweisung
Schutzsuchender verbietet. In Zeiten wie heute sei die Einlösung des
Versprechens der Konvention „eine große Herausforderung“, heißt es in dem
Papier. Man sei überzeugt: „Ein Flüchtlingsschutz, der diesem Anspruch gerecht
wird, ist möglich.“
„Wer sein Kind in Sicherheit bringen will, tut alles dafür.“
Der EKD-Beauftragte für Flüchtlingsfragen, der Berliner
Bischof Christian Stäblein, mahnte Solidarität für Menschen auf der Flucht an:
„Es gibt eine Erfahrung, die die Menschheit eint, durch alle Kulturen, durch
alle Zeiten hinweg: Wer in Gefahr gerät, sucht Schutz. Wer verfolgt wird,
flieht. Wer sein Kind in Sicherheit bringen will, tut alles dafür.“
Die Präsidentin der evangelischen Hilfswerke „Brot für die
Welt“ und Diakonie Katastrophenhilfe, Dagmar Pruin, warnte vor mangelnder
politischer und gesellschaftlicher Unterstützung für den Flüchtlingsschutz und
forderte: „Deutschland muss sich mit dafür einsetzen, dass der globale
Flüchtlingsschutz nicht kollabiert.“
UN-Kommissar mahnt: Flüchtlinge nicht nur als Last sehen
Der Berliner Bischof und Beauftragte für Flüchtlingsfragen
der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), Christian Stäblein, erklärte am
Samstag im RBB-Radio 88.8 die christliche Haltung dazu: „Man lässt keinen
Menschen ertrinken, Punkt“, bekräftigte Stäblein. Dass es trotzdem passiere,
sei „eine furchtbare Realität“.
Der UN-Hochkommissar für Flüchtlinge, Barham Salih, rief
dazu auf, Geflüchtete nicht nur als Bürde und Last anzusehen. „Flüchtlinge
leisten jeden Tag einen Beitrag in den Gesellschaften, die sie aufgenommen
haben – als Arbeiterinnen, Studierende, Nachbarn, Künstler, Sportlerinnen,
Unternehmer und Führungspersönlichkeiten“, erklärte er. „Wenn man ihnen die Möglichkeit
gibt, bauen sie ihr Leben wieder auf und stärken zugleich die Gemeinschaften um
sie herum.“
Greenpeace-Studie: Mehr Menschen fliehen vor
Naturkatastrophen
Die Umweltorganisation Greenpeace rückte zum
Weltflüchtlingstag klimabedingte Extremwetterereignisse und Naturkatastrophen
als Fluchtursachen in den Blick. Die Zahl der Menschen, die aus diesen Gründen
ihre Heimat verlassen, erhöhte sich im Jahr 2025 auf 13,6 Millionen Menschen,
nach 9,9 Millionen Menschen im Vorjahr, wie es in einer Studie der Universität
Hamburg im Auftrag von Greenpeace heißt.
Klimakrise, gekürzte Entwicklungsgelder, Kriege und hohe
Preise für fossile Energie und Kunstdünger verstärken laut dem Report die
Vertreibungskrise im globalen Süden. Das weltweite Budget für Entwicklung und
humanitäre Hilfe sei 2025 im Vergleich zum Vorjahr demnach um fast ein Viertel
auf 175 Milliarden US-Dollar zusammengestrichen worden. (epd/mig 22)
Standortproblem. Rassismus bremst
Deutschlands Suche nach Fachkräften
Deutschland wirbt in Indonesien, auf den Philippinen und in
Usbekistan um Personal. Doch im Wettbewerb um Fachkräfte zählen nicht nur Jobs
und Löhne, sondern auch Anerkennung, Familie, Sprache – und Schutz vor
Rassismus.
Von Martina Herzog, Michael Donhauser und Carola
Frentzen Sonntag,
Ein Selbstläufer ist die Gewinnung ausländischer Fachkräfte
für Deutschland nicht – das geben selbst Leute zu, die ihr Geld damit
verdienen. „Die Personen kommen aus anderen Kulturkreisen“, zählt Thomas
Awiszus auf. „Tolles Wetter haben wir in Deutschland nicht immer. Deutsche
Mentalität ist eine andere. Da muss man die Leute vorbereiten.“
Awiszus ist Geschäftsführer der Hamburger Hanseatic Connect
GmbH, die Arbeitskräfte für Pflege und Gastgewerbe rekrutiert. Fast jede fünfte
der zwei Millionen Pflegekräfte in Deutschland kommt laut Bundesagentur für
Arbeit inzwischen aus dem Ausland.
Der Bedarf ist riesig angesichts einer alternden
Bevölkerung. Das arbeitgebernahe Institut der deutschen Wirtschaft (IW) rechnet
damit, dass im Jahr 2036 insgesamt 4,3 Millionen Arbeitskräfte fehlen, wie die
„Rheinische Post“ vor Kurzem berichtete.
Deutsche Erwerbsbevölkerung schrumpft
Der Zuwachs an Erwerbstätigen kam schon in den vergangenen
Jahren ausschließlich aus Drittländern, während die Erwerbsbevölkerung mit
deutschem Pass stetig schrumpft. Der Mangel an Personal – vom Bäckereitresen
bis zum Chemielabor – wird von Wirtschaftsfachleuten längst als Wachstumsbremse
Nummer 1 definiert.
Beim Zuzug aus dem Nicht-EU-Ausland ist zumindest eine
Beschleunigung zu beobachten: Die Arbeitsmigration nach Deutschland hat sich
laut Bundesagentur für Arbeit seit 2020 von 200.000 auf 420.000 im Juni 2025
mehr als verdoppelt.
Was beim Start in Deutschland hilft
Und so spielt das Thema auch bei der Reise von Bundespräsident
Frank-Walter Steinmeier nach Indonesien, auf die Philippinen und nach
Usbekistan eine Rolle. Awiszus reist mit als Teil der Wirtschaftsdelegation,
ebenso Fritz Audebert. Sein Passauer Unternehmen ICUnet sucht im Ausland zum
Beispiel Servicetechniker für Windräder.
Indonesien habe eine lange Tradition in der Vermittlung der
deutschen Sprache, ein großes Plus, wie Audebert anmerkt. Die Sprachhürde wird
als großer Nachteil Deutschlands im weltweiten Wettbewerb um Arbeitskräfte
angesehen. Englisch- oder spanischsprachige Länder haben Vorteile.
Weitere Kriterien: Finden neue Arbeitskräfte in Deutschland
Anschluss bei Landsleuten? Darf die Familie mit einreisen? Unterstützt die
Heimatregierung den Gang ins Ausland? Um die 500 Menschen finden nach seinen
Angaben pro Jahr über sein Unternehmen den Weg nach Deutschland.
Den Neuankömmlingen empfiehlt Audebert ehrenamtliches
Engagement, um in der deutschen Gesellschaft anzukommen. „Wir sagen den Leuten
ganz schnell Feuerwehr oder dort, wo ich mich ehrenamtlich engagieren kann.“
Die mehrheitlich christlichen Filipinos könnten oft auch in der Kirche
andocken.
„Stabile und geordnete Gesellschaft“
Der philippinische Präsident Ferdinand Marcos Jr. sagt, man
höre viel Gutes über Deutschland von ausgewanderten Landsleuten: „Es ist eine
stabile und geordnete Gesellschaft, und das macht es zu einem guten Ort nicht
nur zum Leben und Arbeiten, sondern sogar, um Kinder großzuziehen – was viele
von ihnen auch getan haben.“
Etwa zehn Millionen Filipinos leben im Ausland. Ihre
Rücküberweisungen sind ein zentraler Stützpfeiler der philippinischen
Gesellschaft und ein wichtiger Teil der Wirtschaftsleistung. Was
Auslands-Philippinos an ihre Familien im Heimatland zurückschicken, macht einen
Anteil von bis zu zehn Prozent am Bruttoinlandsprodukt des Landes aus.
Die Philippinen gehören wie auch Indonesien zu den
Triple-Win-Ländern, aus denen etwa die Bundesagentur für Arbeit versucht,
Personal zu gewinnen. Heißt: Eine Anwerbung soll zum Gewinn werden für
Deutschland, für die Fachkräfte – aber eben auch für das Heimatland, wo es
einen Personalüberschuss in den jeweiligen Berufen gibt.
Viele Arbeitskräfte aus EU, der Türkei und vom Westbalkan
Unter den ausländischen Arbeitskräften in Deutschland
spielen allerdings zahlenmäßig eher EU-Bürger sowie Menschen aus der Türkei
oder vom Westbalkan eine wichtige Rolle.
Steinmeier räumt ein, die Verfahren zur Anerkennung ausländischer
Qualifikationen müssten beschleunigt werden. Er habe die Frage aufgeworfen bei
seinem Besuch in der philippinischen Hauptstadt Manila, ob Deutschland mehr für
sich werben müsse. „Und die Antwort war, dass die 40.000, 45.000 Filipinos, die
in Deutschland bereits arbeiten, ihre eigene Werbung für Arbeitsaufnahme in
Deutschland machen. Weil sie dort Arbeitsbedingungen vorfinden, die besser sind
als an vielen anderen Stellen der Welt und Sicherheit gewährleistet wird für
ihre persönliche Situation.“
Wo es hakt
Doch nicht jeder, der ankommt, wird mit offenen Armen
empfangen. „Das ist ganz bitter, muss man wirklich sagen: Das ist natürlich
auch von der Hautfarbe abhängig“, sagt Audebert. Menschen aus Kenia oder Ghana
hätten es da besonders schwer. Die schwierige Aussprache indonesischer Namen,
auch das sei eine Hürde.
Awiszus meint: „Ich würde nicht sagen, dass wir ein
Rassismusproblem haben.“ Aber: „Es ist ein sensibles Thema. Und in Deutschland
nun leider mittlerweile auch mehr als es das vielleicht vor fünf oder zehn oder
fünfzehn Jahren war.“ Die Deutschen müssten sich bewusst machen, dass die
Bundesrepublik nicht die einzige und vielleicht auch nicht die beste Option sei
für Nachwuchskräfte aus anderen Ländern. „Da muss sich was tun in unserer
Gesellschaft. Am Ende brauchen wir die Leute und wir können froh sein, dass wir
sie finden.“ Dass die Bundesregierung die Mittel für Integrationskurse gekürzt
habe, sei nicht hilfreich, sagt er.
10-15 Prozent gehen zurück – frustriert
Mangelnde Wertschätzung, ein Gefühl der Fremdheit, eine
größere Gefahr von Arbeitsplatzverlusten, wenn die Wirtschaft schwächele – das
alles mache es ausländischen Fachkräften schwer in Deutschland, sagt Audebert.
„Unser Ziel ist eigentlich, dass möglichst 100 Prozent bleiben. Aber wenn man
ehrlich ist, gehen 10, 15 Prozent über die Laufzeit von drei Jahren wieder
zurück, und zwar auch wirklich frustriert.“
Zumindest an den kleinen Dingen soll es nicht scheitern.
„Weil, in Indonesien weiß man nicht so richtig, wie sich minus 5 Grad anfühlen.
Und das kann man erzählen, wie man will, kommt dann trotzdem nicht so an“, sagt
Awiszus. Wer im Winter einreist, der bekomme von seinem Unternehmen eine dicke
Jacke. (dpa/mig 22)
Psychotherapeutin. Neues Asylrecht
verstärkt Ängste bei Geflüchteten
Psychotherapeutin Amira Sultan sieht wachsende Angst unter
Geflüchteten. Neben Kriegen in den Herkunftsregionen belasten auch
Asylverschärfungen, fehlende Therapieplätze und das Gefühl, in Deutschland
nicht ankommen zu dürfen. Von Karen Miether
Mit den sich verschärfenden Kriegen und Konflikten in der
Welt nimmt nach Beobachtungen der Psychologin Amira Sultan auch der psychische
Druck auf geflüchtete Menschen in Deutschland zu. Die Psychotherapeutin leitet
in Hannover eines von sieben psychosozialen Zentren des Netzwerks für
traumatisierte Flüchtlinge in Niedersachsen. In ihrer offenen Sprechstunde
beobachte sie unmittelbar die Reaktionen, etwa nach den US-Angriffen auf den
Iran. „Wir erwarten dann schon, dass mehr Farsi, also persischsprachige
Personen wiederkommen“, sagte Sultan.
Zudem sorge die Verschärfung des deutschen Asylrechts für
Verunsicherung – selbst bei geflüchteten Personen, die über eine
Aufenthaltserlaubnis oder sogar Niederlassungserlaubnis verfügen, rechtlich
also nicht direkt von den Verschärfungen betroffen sind. Eine Einordnung, ob
sie selbst von diesen Verschärfungen betroffen ist, falle vielen schwer,
aufgrund von Sprachbarrieren oder fehlendem Verständnis von Gesetzestexten. Das
sorge bei den ohnehin traumatisierten Menschen für Ängste, etwa vor
Abschiebung.
Zentren können nur einem Bruchteil helfen
Insgesamt haben die psychosozialen Zentren in Niedersachsen
im vergangenen Jahr laut ihren Angaben mehr als 3.000 Menschen betreut. In ganz
Deutschland gibt es laut dem Bundesverband Psychosozialer Zentren 51 dieser
Einrichtungen, die zumeist finanziert aus öffentlichen Geldern kostenlose
Hilfen anbieten. Doch laut dem Verband decken sie nur einen Bruchteil des
Bedarfs ab.
Flüchtlinge seien bereits jetzt in diesem Bereich stark
benachteiligt. Für den Aufenthalt in einer psychiatrischen Klinik oder eine
ambulante Psychotherapie würden zunächst einmal keine Kosten übernommen,
erläuterte Sultan. Gleiches gelte für die Kosten von Dolmetschern. „Was laut
Asylbewerberleistungsgesetz übernommen wird, ist nur die Akutversorgung.“ Wer
etwa Suizidgedanken habe sei, werde nach wenigen Tagen auf einer geschlossenen
Station wieder entlassen. Eine anschließende Therapie werde nicht finanziert.
Erneut traumatisierende Erfahrungen
Die Menschen in ihrer Beratung litten unter
posttraumatischer Belastung, Depressionen, Sucht oder Psychosen. Symptome seien
unter anderem Schlafstörungen oder eine nicht endende innere Unruhe, sagte die
Therapeutin. In Deutschland kämen für viele erneut traumatisierende Erfahrungen
hinzu, etwa durch Konflikte in den Gemeinschaftsunterkünften. Das
gesellschaftliche Klima sorge dafür, dass sich Menschen nicht willkommen
fühlten. „Es ist ganz häufig so, dass die Menschen das Gefühl haben, sie dürfen
hier gar nicht ankommen.“ (epd/mig 19)
Trumps Ukraine-Initiative ist festgefahren. Diese
Kurskorrekturen könnten den Friedensprozess neu beleben. Jennifer Kavanagh
Als Donald Trump im Januar 2025 ins Weiße Haus zurückkehrte,
stand eine schnelle Beendigung des Krieges in der Ukraine weit oben auf seiner
außenpolitischen Agenda. Trotz politischen Gegenwinds verfolgte er dieses Ziel
zu Beginn seiner zweiten Amtszeit entschlossen weiter: Er nahm den Dialog mit
dem russischen Präsidenten Wladimir Putin wieder auf und leitete parallele
diplomatische Gespräche mit Kiew und Moskau ein.
18 Monate später sind die Friedensgespräche jedoch
festgefahren, während der Krieg weiter eskaliert ist. Für den jüngsten Rückschlag
ist sicherlich die Ablenkung der USA durch die Entwicklungen im Nahen Osten
verantwortlich, doch das Scheitern von Trumps Initiative hat tiefere Ursachen.
Um es auf den Punkt zu bringen: Trumps Bemühungen in der
Ukraine waren bislang kontraproduktiv. Sie haben den Frieden nicht
nähergebracht, sondern sogar in weitere Ferne gerückt. Grundlegende Fehler im
Verhandlungsprozess haben dabei die Bemühungen um eine Waffenruhe untergraben
und neue Hindernisse für einen kurzfristigen Waffenstillstand geschaffen, die
zukünftig nur schwer zu überwinden sein werden.
Wenn die Trump-Regierung den Krieg in der Ukraine
tatsächlich beenden will, muss sie ihren Ansatz grundlegend überdenken. Dies
bedeutet, den Fokus von territorialen Fragen wegzulenken, beiden Seiten nur
realistische Zusagen zu machen und die Verhandlungen aus den bestehenden Silos
herauszuführen, sodass sowohl alle Beteiligten als auch die politisch
heikelsten Themen einbezogen werden. Die laufenden Friedensbemühungen neu
auszurichten wird sicherlich nicht einfach sein. Doch angesichts des sich
schließenden Zeitfensters für eine Einigung ist Eile geboten.
Der erste Fehler der amerikanischen Unterhändler bestand
darin, die Territorialfrage ins Zentrum der Verhandlungen über ein Kriegsende
zu rücken. Als Russland seine „militärische Spezialoperation“ begann, ging es
Moskau nicht um territoriale Eroberungen. Vielmehr verfolgte der Kreml
politische Ziele, darunter die Verhinderung einer schrittweisen Annäherung der
Ukraine an den Westen sowie ihrer Integration in westliche Militärstrukturen,
insbesondere der NATO. Tatsächlich kamen sich Russland und die Ukraine bei
ihren frühen Gesprächen in Istanbul einer Einigung bereits erstaunlich nahe.
Damals stand ein Abkommen im Raum, das politische Zugeständnisse der Ukraine
gegen einen vollständigen russischen Rückzug aus den im Jahr 2022 besetzten
Gebieten getauscht hätte.
Die Bedeutung territorialer Fragen nahm erst später zu.
Ausschlaggebend waren Putins Verfassungsänderungen zur Eingliederung der
während des Krieges beanspruchten Oblaste sowie die Entwicklung des Konflikts
zu einem Abnutzungskrieg, der Russlands ambitioniertere politische Ziele
zunehmend außer Reichweite geraten ließ.
Dennoch verstärkten und förderten amerikanische Vertreter
die Vorstellung, territoriale Kompromisse seien der Schlüssel zur Beendigung
des Krieges. Zunächst drängten sie die ukrainische Verhandlungsdelegation,
territoriale Zugeständnisse als Voraussetzung für Frieden zu akzeptieren. Nach
dem Gipfel von Anchorage im August 2025 brachten sie zudem ins Spiel, die
Ukraine solle sich aus dem von ihr noch kontrollierten Teil des Donbass
zurückziehen, um eine Waffenruhe zu ermöglichen. Infolgedessen wurde der Tausch
von „Territorium gegen Sicherheitsgarantien“ zum zentralen Paradigma der
Friedensgespräche. Die Trump-Regierung stellte der Ukraine dabei vage
Sicherheitszusagen in Aussicht, falls sie sich aus den betreffenden Gebieten
tatsächlich zurückziehen würde.
Inzwischen ist die zentrale Rolle der Territorialfrage
selbst zu einem erheblichen Hindernis für den Frieden geworden. Die
eigentlichen Ursachen des Krieges – die außenpolitische Ausrichtung der Ukraine
und die NATO-Ausdehnung bis an Russlands Grenzen – lassen durchaus Raum für
Kompromisse und gegenseitige Zugeständnisse. Bei der Territorialfrage hingegen
scheinen die Positionen beider Seiten unvereinbar. Russland und die Ukraine
können nicht gleichzeitig dieselben Gebiete kontrollieren. Selbst eine
Konstruktion geteilter Souveränität würde letztlich eine einzige
Verwaltungsinstanz für Rechts- und Steuerfragen voraussetzen.
Doch die Fokussierung auf territoriale Fragen war nicht der
einzige Fehler der amerikanischen Vermittler. Eine tragfähige Vereinbarung zur
Beendigung des Krieges muss die Realitäten auf dem Schlachtfeld widerspiegeln.
Keine der beiden Konfliktparteien kann vernünftigerweise ein Ergebnis erwarten,
das sie militärisch nicht durchgesetzt hat. Anstatt beide Seiten auf ein
solches Abkommen zuzubewegen, hat Washington sie jedoch davon abgebracht, indem
es unrealistische Versprechen machte, auf die weder Russland noch die Ukraine
nun bereit sind zu verzichten.
Gegenüber der Ukraine sprach die Trump-Regierung zeitweise
von Sicherheitsgarantien nach dem Vorbild von Artikel 5 des NATO-Vertrags –
obwohl sie diese vermutlich nie zu gewähren beabsichtigte. Seit George H. W.
Bush haben alle Präsidenten deutlich gemacht, dass ein Krieg mit Russland um
die Ukraine – was eine solche Garantie implizieren würde – nicht im
amerikanischen Interesse liegt.
Gegenüber Russland wiederum scheint Washington angedeutet zu
haben, es könne die Ukraine im Rahmen der sogenannten Anchorage-Formel zum
Rückzug aus den verbliebenen, von Kiew kontrollierten Teilen des Donbass
bewegen. Ein solches Versprechen war jedoch nie realistisch. Für die
ukrainische Führung wäre die Abtretung von Territorium am Verhandlungstisch
politisch hochgefährlich. Selbst ein Verlust dieser Gebiete auf dem
Schlachtfeld wäre innenpolitisch leichter zu verkraften – so hoch die Kosten
auch wären. Zudem verfügen die Vereinigten Staaten schlicht nicht über den
Einfluss auf die Ukraine, der nötig wäre, um ein solches Zugeständnis zu
erzwingen.
Da beiden Seiten jedoch derart günstige Bedingungen in
Aussicht gestellt wurden, sind weder Russland noch die Ukraine bereit,
realistischere Optionen zu akzeptieren. Hinzu kommen die politischen Kosten,
die mit einem Zurückrudern gegenüber der eigenen Öffentlichkeit verbunden
wären. Bevor ein erreichbares Friedensabkommen zustande kommen kann, werden die
USA daher ihre unerfüllbaren Versprechen zurücknehmen müssen.
Obwohl Washington einige trilaterale Gipfeltreffen mit
Russland, der Ukraine und den Vereinigten Staaten organisiert hat, setzte die
US-Regierung überwiegend auf getrennte Gesprächsformate. Mal wurde mit Russland
verhandelt, mal mit der Ukraine oder mit einer Kombination aus ukrainischen und
europäischen Vertretern. Bis heute hat es kein Treffen gegeben, an dem
europäische Vertreter gemeinsam mit beiden Kriegsparteien und den Vereinigten
Staaten teilgenommen haben.
Dieser Ansatz hat die Friedensbemühungen auf verschiedene
Weise erschwert. So kosteten die zahlreichen Gesprächsrunden zwischen den USA,
Europa und der Ukraine viel Zeit, trugen aber aufgrund der Abwesenheit
Russlands nur wenig zur Lösung des Konflikts bei. Zwar hat Moskau keinen
rechtlichen Anspruch darauf, über Fragen wie die Sicherheitszusagen an die
Ukraine nach dem Krieg mitzuentscheiden. Praktisch betrachtet können der
Ukraine jedoch nur solche Garantien langfristige Sicherheit bieten, die auch
von Russland akzeptiert werden. Da Moskau den Krieg jederzeit fortsetzen kann,
verfügt es faktisch über ein Vetorecht gegenüber jedem vorgeschlagenen
Abkommen.
Indem die amerikanischen Unterhändler auf Formate setzten,
die wichtige Akteure bewusst ausschlossen, schürten sie bei allen Beteiligten
Ängste und Misstrauen. Die Europäer sorgten sich, die Vereinigten Staaten und
Russland könnten über ihre Köpfe hinweg eine Vereinbarung treffen, die ihre
Sicherheit unmittelbar beträfe. Russland wiederum befürchtete, die USA und
Europa könnten der Ukraine Sicherheitszusagen machen, die eine Stationierung
von NATO-Truppen auf ukrainischem Territorium nach dem Krieg ermöglichen
würden. Und die Ukraine fürchtete Absprachen zwischen Trump und Putin, die zu
erzwungenen ukrainischen Zugeständnissen oder tiefen Einschnitten bei der
amerikanischen Militärhilfe führen könnten.
Nichts davon ist bislang eingetreten. Dennoch hat der
amerikanische Ansatz die Verhandlungspositionen aller Beteiligten verhärtet,
statt sie zu Kompromissen zu bewegen.
Die schlechte Nachricht lautet daher: Der diplomatische
Prozess, den die USA im vergangenen Jahr angestoßen haben, ist in seiner
derzeitigen Form zum Scheitern verurteilt. Die gute Nachricht ist jedoch, dass
die grundlegenden Probleme, die die Friedensbemühungen bislang ausgebremst
haben, mit den richtigen Anpassungen lösbar sind.
Drei Veränderungen sind dabei besonders dringlich. Erstens
sollte das amerikanische Verhandlungsteam territoriale Fragen vorerst
zurückstellen und sich auf die politischen und sicherheitspolitischen
Kernfragen konzentrieren, die dem Krieg zugrunde liegen. Die Territorialfrage
wird natürlich irgendwann behandelt werden müssen. Die Unterhändler könnten
jedoch feststellen, dass die Flexibilität auf beiden Seiten größer ist, wenn
die jeweiligen zentralen Sicherheitsinteressen als gewahrt angesehen werden.
Zweitens muss Washington beiden Seiten eine realistische
Einschätzung der möglichen Bedingungen eines Friedensabkommens vermitteln und
auf deren Akzeptanz hinwirken. Die Ukraine mag gewisse Sicherheitszusagen der
Vereinigten Staaten erhalten, diese werden jedoch vermutlich weit hinter
Garantien nach Artikel 5 zurückbleiben. Gleichzeitig wird auch Russland beim
künftigen Status jener Gebiete im Donbass Kompromisse eingehen müssen, die es
nicht militärisch erobern kann.
Drittens müssen künftige Verhandlungsrunden alle relevanten
Akteure einbeziehen. Dabei muss Inklusivität mit Praktikabilität in Einklang
gebracht werden. Europa muss nicht an Gesprächen teilnehmen, die seine
Interessen nicht berühren, genauso wie an bilateralen Fragen ausschließlich
Russland und die Vereinigten Staaten beteiligt sein sollten. Ein solches Format
würde allerdings voraussetzen, dass die europäischen Staaten zunächst klären,
wer für sie spricht und worin ihre Interessen liegen, die über jene der Ukraine
hinausgehen.
Diese Änderungen vorzunehmen und den Dialog kurzfristig
wieder aufzunehmen, sollte für die Trump-Regierung oberste Priorität haben.
Zwar sind viele Beobachter derzeit davon überzeugt, dass die Ukraine auf dem
Schlachtfeld wieder die Initiative übernommen hat. Doch das Momentum dürfte
früher oder später wieder auf die russische Seite zurückschlagen. Im Grunde
genommen arbeitet die Zeit inzwischen jedoch für niemanden mehr. Für alle
Beteiligten gilt: Die Vereinbarung, die morgen möglich ist, wird schlechter
sein als diejenige, die heute auf dem Tisch liegt. Ipg 18
Mikrozensus. Vier Millionen
Geflüchtete und Vertriebene leben in Deutschland
In Deutschland lebten 2025 rund vier Millionen Geflüchtete
und Vertriebene. Seit 1950 kamen etwa 3,3 Millionen als Opfer von Flucht und
Vertreibung ins Land. Ukraine und Syrien prägen die Fluchtstatistik.
Im vergangenen Jahr haben in Deutschland etwa vier Millionen
Geflüchtete und Vertriebene gelebt. Davon seien seit 1950 etwa 3,3 Millionen
Opfer von Flucht und Vertreibung nach Deutschland gekommen, teilte das
Statistische Bundesamt in Wiesbaden mit. Weitere etwa 713.000 Menschen seien
Vertriebene des Zweiten Weltkriegs, die vor 1950 zugewandert seien.
Die Zahlen beruhen auf dem Mikrozensus. Erfasst wurden nur
Geflüchtete in privaten Hauptwohnsitzhaushalten; Menschen in Flüchtlingsheimen
und anderen Gemeinschaftsunterkünften wurden nicht berücksichtigt. Zudem
umfasst die Statistik nur Geflüchtete, die 2025 noch in Deutschland lebten –
nicht Menschen, die abgewiesen wurden, selbst wegzogen oder starben.
Viele Geflüchtete aus zwei Ländern
Die geflüchteten Zugewanderten waren 2025 laut Statistikamt
durchschnittlich 39 Jahre alt. 45 Prozent waren Frauen, 55 Prozent Männer. 25
Prozent der 3,3 Millionen Geflüchteten wurde demnach in der Ukraine geboren, 22
Prozent in Syrien. „Damit stellen diese beiden Herkunftsländer bereits knapp
die Hälfte aller im Jahr 2025 in Deutschland lebenden und seit 1950
eingewanderten Geflüchteten“, schreibt das Statistische Bundesamt.
Gemessen an der Bevölkerung sei der Anteil der seit 1950
geflüchteten Eingewanderten in Bremen mit 7,3 Prozent am höchsten, hieß es
weiter. Es folgten Hamburg mit 6,3 Prozent und das Saarland mit 5,7 Prozent. Am
niedrigsten war der Anteil in Bayern mit 3,0 Prozent sowie in
Mecklenburg-Vorpommern und Brandenburg mit jeweils 2,5 Prozent.
Mehr vertriebene Frauen als Männer
„Vertriebene des Zweiten Weltkriegs sind Personen, die in
ehemaligen deutschen Gebieten als deutsche Staatsangehörige geboren und vor
1950 auf das heutige Staatsgebiet Deutschlands zugewandert sind“, schrieb das
Amt. Die 713.000 in Deutschland lebenden Vertriebenen waren 2025 im Schnitt 85
Jahre alt.
Nach Angaben der Statistikerinnen und Statistiker waren 61
Prozent von ihnen Frauen und 39 Prozent Männer. Die meisten lebten gemessen an
ihrem Anteil an der Bevölkerung mit 2,3 Prozent in Mecklenburg-Vorpommern,
gefolgt von Sachsen-Anhalt mit 1,5 Prozent. (dpa/mig 18)
Innenminister reden über Sicherheit
– TGD vermisst Schutz für Migranten
Zum Start der Innenministerkonferenz fordert die Türkische
Gemeinde mehr Schutz für Menschen mit Migrationsgeschichte. Wer über Sicherheit
spreche, dürfe Betroffene rechter Gewalt nicht nur als Problem in
Migrationsdebatten behandeln. Auf der Tagesordnung der Minister stehen ganz
andere Punkte.
Zum Start ihrer Frühjahrskonferenz sehen sich die
Innenminister von Bund und Ländern (IMK) mit verschiedenen Erwartungen
konfrontiert. Die Deutsche Polizeigewerkschaft (DPolG) fordert eine Absenkung
der Strafmündigkeit von derzeit 14 Jahren auf 12 Jahre. Die Türkische Gemeinde
in Deutschland (TGD) wünscht sich, dass Bedrohungen, die insbesondere Menschen
mit Migrationshintergrund betreffen, von den Sicherheitsbehörden ernster
genommen werden.
„Ich habe bisher noch keine Innenpolitiker gehört, die sich
Sorgen um die Sicherheit von Menschen mit Migrationsgeschichte in Deutschland
machen“, sagt TGD-Bundesvorsitzender Gökay Sofuo?lu. Wer über die Sicherheit
des Landes spreche, dürfe Menschen mit Migrationsgeschichte nicht
ausschließlich als Problem in Migrations- und Sicherheitsfragen behandeln.
Nötig sei eine Integrationspolitik, die Zugehörigkeit stärke, anstatt diese
ständig neu zu hinterfragen.
Verweis auf anstehende Landtagswahlen
Auch unter Verweis auf die anstehenden Landtagswahlen in
Sachsen-Anhalt und Mecklenbug-Vorpommern, bei denen die AfD lauf Umfragen auf
Stimmengewinne hoffen kann, sagt er: „Gerade in einer Zeit, in der rechte
Gewalt stark zunimmt und eine rechtsextremistische Partei erstmals in
Regierungsverantwortung kommen könnte, mache ich mir große Sorgen um unsere
Sicherheit in Deutschland, und insbesondere in Ostdeutschland.“
Alarmierende Zahlen zu antimuslimischen und antisemitischen
Vorfällen verdeutlichten, dass Ausgrenzung und gruppenbezogene
Menschenfeindlichkeit reale Bedrohung darstellen. „Umso problematischer ist es,
dass sich die integrationspolitische Debatte in den vergangenen Jahren
zunehmend auf Migration, Grenzkontrollen und Begrenzung verengt hat“, so
Sofuo?lu. Fragen der Teilhabe, Chancengerechtigkeit und des Zusammenhalts
gerieten dabei immer stärker aus dem Blick. Das trage dazu bei, dass sich viele
Menschen mit Migrationsgeschichte nicht als Teil der Lösung, sondern als
Gegenstand gesellschaftlicher Problemdebatten wahrnehmen.
Während es vor allem aus dem Kreis der SPD-Ministerinnen und
Minister zuletzt den Wunsch gab, sich mit Blick auf die Landtagswahlen über
Sicherheitsfragen im Kontext einer etwaigen AfD-Regierungsverantwortung
auszutauschen, halten dies andere Ressortchefs – vor allem aus den Reihen der
CDU – für unnötig. Auf der Tagesordnung findet sich dazu nichts.
Was tun gegen kriminelle Kinder?
Bei ihrem dreitägigen Treffen in Hamburg, das am
Mittwochabend eröffnet wird, wollen die Ministerinnen und Minister laut
Tagesordnung unter anderem über die „steigende Entwicklung tatverdächtiger
Kinder im Bereich der Gewaltkriminalität sprechen“. Bundesjustizministerin
Stefanie Hubig (SPD) hält nichts von einer Absenkung des Strafmündigkeitsalters
auf zwölf Jahre. Sie ist überzeugt, Kinder gehörten nicht ins Gefängnis und das
Strafrecht sei kein Allheilmittel.
Der DPolG-Bundesvorsitzende, Heiko Teggatz, sagt: „Wir
beobachten eine besorgniserregende Entwicklung, bei der Täter immer jünger
werden und gezielt von kriminellen Netzwerken instrumentalisiert werden.“ Der
Rechtsstaat müsse darauf reagieren können. Eine Absenkung der Strafmündigkeit
bedeutet nicht pauschale Bestrafung, vielmehr steht der Erziehungscharakter des
Jugendstrafrechts im Vordergrund. Mit Sanktionen wie richterlichen Weisungen,
Verwarnungen und Auflagen sollten straffälligen Kindern frühzeitig Grenzen
aufgezeigt werden.
Weitere Themen der Innenministerkonferenz (IMK) sind unter
anderem Gewalt im Umfeld von Fußballstadien, der Schutz der Stromversorgung und
anderer Einrichtungen der kritischen Infrastruktur sowie die Höhe von
Bußgeldern für Verkehrsverstöße und Verbesserungen im Bevölkerungsschutz.
Sowohl die Bundeswehr als auch die großen Hilfsorganisationen dringen seit
Jahren auf eine bessere Vorbereitung für die Bewältigung von Krisen und
Katastrophen – auch im Spannungs- und Verteidigungsfall. (dpa/mig 18)
Rechte Mehrheit macht Weg für
EU-Abschiebezentren frei
Das EU-Parlament hat mit Stimmen von Christdemokraten und
Rechtsextremen schärfere Abschieberegeln beschlossen. Geplant sind
Abschiebezentren in Drittstaaten. Das stößt auf scharfe Kritik von Opposition
und Menschenrechtsorganisationen.
Das Europäische Parlament hat eine deutliche Verschärfung
der EU-Abschieberegeln beschlossen und damit den Weg frei gemacht für
Abschiebezentren in Drittstaaten. Eine Mehrheit aus Christdemokraten, rechten
und rechtsextremen Fraktionen, darunter auch die AfD, nahm sie mit 418 Ja-, 218
Nein-Stimmen und 30 Enthaltungen an. Sozialdemokraten, Grüne und Linke lehnten
diese am Mittwoch in Straßburg ab.
Die Abstimmung wurde von Jubel und Pfiffen begleitet. Nach
der Annahme klatschten Abgeordnete des rechten Spektrums – darunter auch
deutsche AfD-Europaabgeordnete – und riefen „Send them back“ (in etwa: „Schickt
sie zurück“), was mit „Shame on you“-Chören (in etwa: „Schande“) beantwortet
wurde.
Abschiebung in Return Hubs
Kern des Gesetzes sind Rückführungszentren außerhalb der EU,
sogenannte Return Hubs. Dorthin sollen Menschen ohne Aufenthaltsrecht gebracht
werden, die nicht in ihre Herkunftsländer zurückgeführt werden können, etwa
weil Staaten die Rücknahme verweigern. Wo solche Zentren entstehen könnten, ist
bislang unklar. Im Gespräch sind unter anderem Staaten in Afrika.
Die Einrichtungen können nach der Vereinbarung sowohl als
End- als auch als Transitstandort genutzt werden. Unbegleitete Minderjährige
sollen ausgenommen bleiben. Mehrere EU-Staaten, darunter Deutschland, prüfen
derzeit entsprechende Abkommen.
Sanktionen, Inhaftierung, Durchsuchung
Liegt ein Rückführungsbescheid vor, müssen Personen laut den
neuen Regeln mit den zuständigen Behörden zusammenarbeiten. Andernfalls drohen
Sanktionen bis hin zu Freiheitsentzug. Die maximale Dauer der Abschiebehaft
wird auf bis zu 24 Monate angehoben, in bestimmten Fällen auch darüber hinaus.
Zur Vorbereitung von Rückführungen können Behörden zudem Hausdurchsuchungen
vornehmen sowie persönliche Gegenstände beschlagnahmen.
Die EU erhofft sich von den neuen Regeln eine deutlich
höhere Zahl tatsächlicher Rückführungen. Bislang wird nach EU-Angaben nur rund
jeder vierte Mensch mit einer Rückkehrentscheidung tatsächlich in sein
Herkunftsland zurückgeführt.
Debatte um „Brandmauer“
Der Abstimmung war ein heftiger Streit über den Bruch der
sogenannten Brandmauer im EU-Parlament vorausgegangen. Die Christdemokraten in
der EVP sowie rechte und rechtsextreme Fraktionen, darunter auch die
AfD-Fraktion ESN, hatten im parlamentarischen Verfahren gemeinsam abgestimmt.
„Mit den überhasteten Verhandlungen zur
Rückführungsverordnung haben die Konservativen gemeinsame Sache mit den Rechten
gemacht und den Umgang mit Migrantinnen und Migranten zum politischen Spielball
erklärt“, sagte die Europaabgeordnete Birgit Sippel (SPD). Das Gesetz werde
grundlegenden europäischen Standards beim Grundrechtsschutz nicht gerecht.
Vorgesehen seien „lange Masseninhaftierungen, auch von Familien mit Kindern und
unbegleiteten Minderjährigen, sowie Hausdurchsuchungen“, um Abschiebungen
durchzusetzen. Die freiwillige Rückkehr werde dagegen nicht ausreichend
gefördert.
Kritik von Pro Asyl
Die Menschenrechtsorganisation Pro Asyl warf dem
Europaparlament vor, „migrationspolitische Forderungen der extremen Rechten
übernommen“ zu haben. Das gefährde nicht nur die Rechte von Schutzsuchenden,
sondern auch die rechtsstaatlichen und demokratischen Grundlagen der
Europäischen Union.
Lena Düpont (CDU), innenpolitische Sprecherin der
EVP-Fraktion, widersprach. Ein Asylsystem, das Rückkehrentscheidungen nicht
durchsetze, verliere seine Glaubwürdigkeit. Die Rückführungsverordnung schließe
eine zentrale Lücke im Gemeinsamen Europäischen Asylsystem (Geas). Sie schaffe
klare Mitwirkungspflichten, verbessere die gegenseitige Anerkennung von
Rückkehrentscheidungen zwischen EU-Staaten und ermögliche eine engere
Zusammenarbeit mit Drittstaaten.
Die EU-Staaten müssen das Gesetz noch bestätigen. Dies gilt
als Formsache. Die Verordnung tritt nach Veröffentlichung im Amtsblatt der
Europäischen Union in Kraft. Während die meisten Bestimmungen nach zwölf
Monaten gelten sollen, sollen die Regelungen zu Rückführungszentren unmittelbar
nach Inkrafttreten anwendbar sein. (epd/dpa/mig 18)
EU-Bischöfe und Caritas Europa
kritisieren Abschiebeverschärfung
Das EU-Parlament hat grünes Licht für ein schärferes und
schnelleres Vorgehen bei Abschiebungen gegeben. Mit einer Parlamentsmehrheit
von konservativen und rechten Fraktionen stimmten die Abgeordneten am Mittwoch
in Straßburg der sogenannten Rückführungsverordnung zu. Mit der Neu-Regelung
werden auch spezielle Rückkehrzentren außerhalb der Union möglich. Caritas
Europa nannte das ein Auslagern von Verantwortung.
Migranten ohne Bleiberecht können mit der neuen Regelung
unter bestimmten Umständen bis zu 30 Monate in Abschiebehaft genommen werden.
Auch Kindern kann Abschiebehaft drohen, wenngleich der Gesetzgeber betont,
Abschiebehaft sei hier das letzte Mittel. In spezielle Rückkehrzentren
außerhalb der Union sollen abgelehnte Asylbewerber gebracht werden, die nicht
in ihre Heimatländer abgeschoben werden können - etwa, weil ihr Herkunftsland
nicht eindeutig festzustellen ist oder keine diplomatischen Beziehungen
bestehen. Menschen könnten also in Staaten landen, zu denen sie keine
Verbindung haben. Caritas Europa kritisierte die Entscheidung. Sie forderte,
freiwillige Rückkehr müsse im Vordergrund stehen. Menschen, die aus humanitären
Gründen oder wegen familiärer Bindungen nicht zurückgeführt werden können,
sollten eine Aufenthaltsgenehmigung erhalten. „Diese Verordnung birgt die
Gefahr, Migranten weiter zu stigmatisieren und zu kriminalisieren und damit die
Polarisierung zu schüren - und das in einer Zeit, in der unsere Gesellschaften
dringend mehr Zusammenhalt brauchen", sagte die Generalsekretärin von
Caritas Europa, Maria Nyman.
Die Caritas kritisierte auch, dass Behörden nun mehr Rechte
haben, um Wohnungen von Migranten und gegebenenfalls auch soziale Unterkünfte
zu durchsuchen, um Rückführungen durchzusetzen. Dies könne Menschen ohne
Aufenthaltsgenehmigung davon abhalten, Hilfe in Anspruch zu nehmen und Helfer
gefährden. Zu befürchten seien Durchsetzungspraktiken nach dem Vorbild
US-amerikanischer ICE-Einsätze, hieß es.
Rat muss noch zustimmen
Die EU regelt nun auch klarer, wie abgelehnte Asylbewerber
bei ihrer eigenen Abschiebung mitwirken müssen, wenn sie Strafen entgehen
wollen. Außerdem verschärft die Richtlinie die Regeln für Personen, die ein
Sicherheitsrisiko darstellen. Nach Angaben der EU-Kommission hat im vergangenen
Jahr nur etwa jeder vierte Ausreisepflichtige die EU verlassen. Dem Gesetz muss
formell nun noch der Rat zustimmen. Ein Teil der Verordnung wird unmittelbar
danach gelten. Andere Aspekte sollen erst nach einem Jahr angewendet werden, da
die Staaten Vorbereitungszeit brauchen.
Bischöfe vermissen Solidarität
Kritik kommt auch von den katholischen Bischöfen in der EU.
„Migration ist nicht nur eine Frage von Verfahren, Statistiken oder
Grenzmanagement", so der Präsident der EU-Bischofskommission COMECE,
Mariano Crociata. „Es geht um Menschen: Frauen, Männer und Kinder, von denen
jeder eine unantastbare Würde besitzt, die im Mittelpunkt jeder politischen
Entscheidung stehen muss." Auch Solidarität unter den Völkern sei „kein
optionales Ideal, sondern eine grundlegende Verantwortung". Auf diesen
Werten sei die EU begründet.
„Migration ist nicht nur eine Frage von Verfahren,
Statistiken oder Grenzmanagement“
COMECE erkenne zwar die Verantwortung der Behörden für die
Steuerung von Migration, Grenzen und die Bekämpfung von Menschenhandel an, aber
Aspekte der neuen Verordnung drohten den Schutz der Grundrechte und der Würde
verletzlicher Personen zu schwächen. „Insbesondere die Ausweitung der
Inhaftierung, die Einschränkungen bei wirksamen Rechtsbehelfen und
Rechtsmitteln sowie die zunehmende Auslagerung von Zuständigkeiten in
Drittländer werfen schwerwiegende ethische und humanitäre Fragen auf", so
Crociata.
„Ausweitung der Inhaftierung, die Einschränkungen bei
wirksamen Rechtsbehelfen und Rechtsmitteln sowie die zunehmende Auslagerung von
Zuständigkeiten in Drittländer werfen schwerwiegende ethische und humanitäre
Fragen auf“ (kap/kna 17)
Rassismus. Uni Jena: Internationale
Studierende zweifeln an Thüringen
Thüringen braucht internationale Studierende, doch viele
erleben den Freistaat als wenig weltoffen. Beleidigungen, Mikroaggressionen und
politische Verunsicherung wirken sich direkt darauf aus, ob sie ihre Zukunft im
Land sehen.
Ausländische Studierende erleben Thüringen oft als wenig
weltoffen. Sie tun sich deshalb häufig schwer damit, nach dem Ende ihres
Studiums im Freistaat zu bleiben. Das geht aus Forschungsergebnissen der Uni
Jena hervor.
„Internationale Studierende zu gewinnen reicht nicht aus –
entscheidend ist, ob Thüringen für sie ein Ort ist, an dem sie sich sicher
fühlen, passende berufliche Perspektiven haben und politisch sowie
wirtschaftlich mitgestalten können“, sagte Laura Dellagiacoma,
wissenschaftliche Mitarbeiterin des Zentrums für Rechtsextremismusforschung,
Demokratiebildung und gesellschaftliche Integration der Universität Jena
(KomRex). Sie war an einem Forschungsprojekt beteiligt, bei dem internationale
Studierende sowie nicht deutsche Absolventen der Universität befragt worden
sind.
Die politische und gesellschaftliche Situation in Thüringen
sei für die Betroffenen kein abstraktes Thema, sagte Dellagiacoma. Dass sie
etwa rassistische Erfahrungen im Alltag machten, habe „konkrete Auswirkungen
auf Sicherheitsgefühl, Zugehörigkeit und Bleibeperspektiven“.
Studierende äußern Sorgen wegen AfD-Zustimmungswerten
Im Rahmen des Forschungsprojektes wurden im Zeitraum von
Januar bis Mai 2025 insgesamt 37 Studierende und Absolventen auf Deutsch oder
Englisch befragt. Auf die Forschungsergebnisse wird auch in einem Aufsatz
verwiesen, der als Teil der aktuellen „Thüringer Zustände“ erscheint. Dabei
handelt es sich um einen seit 2020 jährlich veröffentlichten Sammelband, der
von den Demokratieberatern von Mobit, den Opferberatern von ezra, dem Institut
für Demokratie und Zivilgesellschaft sowie dem KomRex gemeinsam herausgegeben
wird.
In diesem Aufsatz heißt es etwa, die hohen Zustimmungswerte
für die AfD würden von vielen internationalen Studierenden als
besorgniserregend empfunden. „Mehrere Befragte berichteten von einer Zunahme
sowohl subtiler rassistischer Handlungen – etwa Mikroaggressionen wie
übergriffige Blicke oder unfreundliches Verhalten – als auch manifester rassistischer
Vorfälle“, sagte Dellagiacoma.
Beleidigt, weil sie nicht Deutsch gesprochen haben
Vor allem in öffentlichen Verkehrsmitteln hätten sich solche
Situationen ereignet. Aber auch außerhalb von Bussen und Bahnen kommt es laut
den Schilderungen der Studierenden zu solchen Übergriffen. „So wurde
geschildert, dass eine Gruppe beim Spazieren im Zentrum Jenas von Jugendlichen
angeschrien und rassistisch beleidigt wurde, weil sie sich nicht auf Deutsch
unterhielt.“
Mehrere der Befragten, die schon längere Zeit in Thüringen
leben, berichteten demnach, dass mehr Menschen im Freistaat ihren Rassismus
heute offener zeigten als noch vor einiger Zeit. Rassismus habe an
gesellschaftlicher Akzeptanz gewonnen. Angesichts dieser Lage spielten immer
mehr internationale Studierende oder Absolventen mit dem Gedanken, Thüringen
und Deutschland zu verlassen.
Fachinteresse bringt ausländische Studierende nach Thüringen
Dellagiacoma sagte der dpa, aus den Interviews werde auch
deutlich, dass viele Studierende wegen sehr konkreter fachlicher Interessen
nach Thüringen kämen, etwa wegen sehr spezifischer Master-Programme oder weil
bestimmte Forschungsinstitute im Freistaat angesiedelt seien.
„Viele haben vor ihrer Ankunft nur begrenzte Vorkenntnisse
über die politische Lage in Thüringen“, sagte Dellagiacoma. „Deshalb würde ich
vorsichtig damit sein, zu sagen, dass internationale Studierende wegen der
politischen Lage grundsätzlich nicht mehr nach Thüringen kommen werden.“
Ob die jungen Menschen dann aber in Thüringen blieben, hänge
davon ab, welche Erfahrungen sie während des Studiums machten und ob sie im
Land eine passende Arbeitsstelle fänden. „Genau diese beiden Aspekte sind in
unseren Interviews stark mit dem politischen und gesellschaftlichen Kontext
verbunden.“
Angriff in Ilmenau
In der diesjährigen Ausgabe der „Thüringer Zustände“ findet
sich auch ein Aufsatz, der sich mit dem Angriff auf mehrere internationale
Studierende der Technischen Universität Ilmenau im April 2025 befasst. Diese
waren damals aus einem Auto heraus mit Hartgummimunition beschossen worden. In
dem Aufsatz heißt es, auch dieser Angriff sei nicht völlig überraschend
gekommen. Viele nicht deutsche Studierende seien mit Alltagsrassismus
konfrontiert.
An den Thüringer Hochschulen studieren tausende Menschen aus
dem Ausland. Nach Angaben des Landesamtes für Statistik gab es im
Wintersemester 2024/25 alleine an der Universität Jena etwa 2.400 ausländische
Studierende, an der Technischen Universität Ilmenau waren es fast 2.000.
(dpa/mig 17)
Das Recht auf Asyl verteidigen –
Menschenrechte dürfen nicht zur Verhandlungsmasse werden.
(Resolution der hessischen Ausländerbeiräte - verabschiedet
auf der Delegiertenversammlung am 13.06.2026 in Fulda)
Mit dem Inkrafttreten des Gemeinsamen Europäischen
Asylsystems (GEAS) erreicht eine Entwicklung ihren vorläufigen Höhepunkt, die
wir seit Jahren mit Sorge beobachten: die schrittweise Aushöhlung des
europäischen Flüchtlingsschutzes.
Die Europäische Union wurde als Friedens- und
Wertegemeinschaft gegründet. Zu diesen Werten gehören die Achtung der
Menschenwürde, die Wahrung der Menschenrechte und das Recht auf Schutz vor
Verfolgung. Mit GEAS entfernt sich Europa jedoch weiter von diesem Anspruch.
Die europäische Menschenrechtskonvention muss als Garant für die gesetzlichen
Anpassungen des Asylrechts gelten. Dies ist mit GEAS nicht gewährleistet.
Die Reform steht für einen Paradigmenwechsel. Weg vom
individuellen Schutzanspruch des Menschen, hin zu einer Politik der
Abschreckung, Auslagerung und Abschottung. Beschleunigte Grenzverfahren, haftähnliche
Unterbringung an den Außengrenzen und erleichterte Abschiebungen in sogenannte
sichere Drittstaaten setzen das Signal, dass Schutzsuchende in erster Linie als
Problem und nicht als Menschen mit Rechten betrachtet werden.
Das Recht auf Asyl ist jedoch kein Gnadenakt von Staaten und
keine Frage politischer Opportunität. Es ist die Konsequenz aus den Erfahrungen
von Krieg, Vertreibung und staatlicher Verfolgung. Es gehört zu den
grundlegenden Lehren des 20. Jahrhunderts. Wer dieses Recht einschränkt, greift
einen zentralen Pfeiler der internationalen Menschenrechtsordnung an.
Besonders kritisch sehen wir, dass mit GEAS Verfahren
etabliert werden, die unter erheblichem Zeitdruck stattfinden und das Risiko
fehlerhafter Entscheidungen erhöhen. Menschen, die vor Krieg, Folter,
politischer- und religiöser Verfolgung oder existenzieller Not fliehen,
benötigen individuelle und sorgfältige Verfahren. Rechtsstaatlichkeit darf
nicht an Europas Außengrenzen enden.
Mit Sorge stellen wir fest, dass auch die Bundesregierung in
den vergangenen Jahren wiederholt Verschärfungen des Asyl- und
Aufenthaltsrechts mitgetragen oder selbst vorangetrieben hat. Viele Maßnahmen
wurden mit dem Verweis auf gesellschaftliche Akzeptanz oder europäische
Kompromisse begründet. Doch Grund- und Menschenrechte dürfen nicht dem
politischen Zeitgeist unterworfen werden. Humanität ist keine
Verhandlungsmasse.
Deutschland trägt aufgrund seiner Geschichte eine besondere
Verantwortung für die Verteidigung von Menschenrechten und internationalem
Schutz. Diese Verantwortung endet nicht an den europäischen Außengrenzen.
Gerade Deutschland müsste innerhalb Europas eine Stimme für
Rechtsstaatlichkeit, Solidarität und den Schutz von Geflüchteten sein.
Die Arbeitsgemeinschaft der Ausländerbeiräte Hessen warnt
davor, migrationspolitische Herausforderungen vor allem durch Restriktionen und
Abschreckung beantworten zu wollen. Fluchtbewegungen verschwinden nicht, weil
Schutzrechte eingeschränkt werden. Die Folgen sind vielmehr gefährlichere
Fluchtrouten, mehr Leid und eine weitere Erosion internationaler
Schutzstandards.
Wir stellen uns entschieden gegen die Normalisierung einer
Politik, die Schutzsuchende als Sicherheitsproblem behandelt und humanitäre
Verpflichtungen zunehmend relativiert. Eine demokratische Gesellschaft misst
sich nicht daran, wie sie mit den Starken umgeht, sondern wie sie den Schutz
der Schwächsten gewährleistet.
Die agah fordert daher:
* die konsequente Wahrung des individuellen Rechts auf Asyl
und ein Ende von Verfahren, die eine umfassende Prüfung von Schutzgründen
erschweren,
* den Schutz von Kindern, Familien und anderen besonders
schutzbedürftigen Personen vor Grenz- und Haftverfahren,
* keine Abschiebungen in Drittstaaten, in denen ein
wirksamer Schutz von Menschenrechten nicht zweifelsfrei gewährleistet werden
kann,
* den Ausbau sicherer und legaler Fluchtwege nach Europa,
* eine gerechte Verteilung von Schutzsuchenden innerhalb
Europas auf Grundlage von Solidarität statt Abschottung,
* eine deutsche und europäische Flüchtlingspolitik, die sich
an Menschenrechten, Humanität und internationaler Verantwortung orientiert.
Die agah steht an der Seite all jener Menschen, die Schutz
vor Krieg, Verfolgung und Gewalt suchen. Wir werden nicht schweigen, wenn
fundamentale Rechte schrittweise eingeschränkt werden. Das Recht auf Asyl ist
ein Menschenrecht. Es zu verteidigen ist eine Verpflichtung. Agah 16
Schweiz lehnt SVP-Plan zur
Begrenzung der Zuwanderung ab
Die Schweiz hat die 10-Millionen-Initiative der
rechtskonservativen SVP mit rund 55 Prozent abgelehnt. Der Vorstoß hätte
Zuwanderung, Asyl, Familiennachzug und letztlich auch die EU-Freizügigkeit
begrenzen können.
Die Schweizer haben einem Vorstoß von Rechtskonservativen
zur Begrenzung der Migration klar abgelehnt. Der Forderung, dass die Schweiz
als einziges Land der Welt ihre Bevölkerungszahl deckelt, erteilten bei einer
Volksabstimmung rund 55 Prozent eine Absage, rund 45 Prozent sprachen sich
dafür aus, wie aus Hochrechnungen hervorging. Es ging der Schweizerischen
Volkspartei (SVP) um eine Begrenzung der Ausländer.
In ländlichen Regionen wie dem Kanton Appenzell Innerrhoden,
wo es wenig Ausländer gibt, wurde die Initiative mit fast 66 Prozent
angenommen. In Städten hingegen, wo zahlenmäßig die meisten Ausländer leben,
zeichnete sich dagegen eine deutliche Ablehnung ab.
Die SVP kämpft gegen Ausländer und die EU
Die SVP positioniert sich seit Jahrzehnten vehement gegen
Ausländer und die Europäische Union. Mit vielen Vorstößen ist sie bei
Volksabstimmungen „t, andere, wie 2009 ein Minarettverbot und 2021 ein
Verhüllungsverbot (Burka-Initiative), setzte sie durch.
Dieses Mal hatte sie die Vorlage als
„Nachhaltigkeitsinitiative“ dargestellt, mit der Ressourcen geschont, eine
weitere Überbauung, volle Busse und Bahnen und die Kriminalität nach ihrer
Darstellung bekämpft werden könnten. Sie stellte immer klar, dass der Fokus die
Begrenzung Ausländer waren.
Wieso Annahme auch Deutsche betroffen hätte
Die SVP wollte die Bevölkerungszahl bis 2050 auf zehn
Millionen begrenzen. Dafür sollten, wenn es auf den Grenzwert zugeht, zunächst
Asyl und Familiennachzug eingeschränkt werden, in letzter Konsequenz auch die
Personenfreizügigkeit für EU-Bürger.
Dann wäre es auch für Deutsche schwieriger geworden, in der
Schweiz zu leben und zu arbeiten. Derzeit hat die Schweiz 9,1 Millionen
Einwohner, davon 340.000 Deutsche.
Stephanie Gartenmann, für die SVP im Parlament des Kantons
Bern und Verfechterin der 10-Millionen-Initiative, stellte die 45 Prozent
Zustimmung als Erfolg dar. „Das ist ein klares Signal, dass wir etwas machen
müssen“, sagte sie dem Sender SRF. Man müsse auf „qualitative Zuwanderung“
setzen, „damit wir die Schweiz noch so haben, wie sie eben ist: lebenswert, mit
Wohlstand und Lebensqualität.“
Wie das Schweizer System die SVP ausbremst
Die SVP ist zwar seit 1999 die wählerstärkste Partei. Aber
auf Bundesebene regieren seit Jahrzehnten die vier größten Parteien in einer
Koalition, deshalb kann die SVP ihre Politik nicht voll durchsetzen.
Sie stellt zurzeit zwei der sieben Regierungsmitglieder
(Bundesräte), ebenso wie die Sozial- und die freien Demokraten, die
Mitte-Partei stellt ein Mitglied. Weil der Bundesrat die Initiative gesamthaft
abgelehnt hat, mussten auch die beiden SVP-Mitglieder nach außen gegen ihre
eigene Partei argumentieren.
Einwanderung bleibt schwieriges Thema
Die Chefin des Wirtschaftsverbandes Economiesuisse, Monika
Rühl, begrüßte das Ergebnis. „Wir brauchen weiter Zugang zu Fachkräften“, sagte
sie. „Es braucht den unkomplizierten Zugang über die Personenfreizügigkeit mit
der EU.“ Sie verwies auch auf die drohende Überalterung der Bevölkerung, wenn
die Zuwanderung begrenzt wird.
Gleichwohl sind Parteien und Verbände sich einig, dass das
Thema Einwanderung die Bevölkerung beschäftigt. „Wir müssen das
Inlandspotenzial stärker nutzen“, sagte die Parlamentsabgeordnete der Mitte,
Yvonne Bürgin. Dabei geht es zum Beispiel um die Qualifizierung der ansässigen
Bevölkerung. Die Wirtschaft müsse in die Tiefe, nicht in die Breite wachsen. So
wachse die Wertschöpfung pro Kopf – „damit es weniger Zuwanderung braucht“,
sagte sie. (dpa/mig 16)
Militärisch unterlegen, politisch oft unterschätzt:
Mittelmächte verfügen über mehr Einfluss, als viele glauben. Von Herbert Wulf
Vor einem halben Jahr rüttelte der kanadische
Premierminister Mark Carney die Regierungen mittlerer Mächte mit einer
emotionalen Rede in Davos wach und forderte sie auf, sich von den Großen dieser
Welt nicht herumschubsen zu lassen. Ohne ihn beim Namen zu nennen, war allen
klar, dass er den amerikanischen Präsidenten Donald Trump meinte, der mit
seiner unverschämten Forderung, Grönland und Kanada zu annektieren, für Unruhe
gesorgt hatte. „Mittelmächte müssen gemeinsam handeln, denn wer nicht am Tisch
sitzt, steht auf der Speisekarte“, prophezeite er.
Die jüngsten US-Militäreinsätze, die Verhängung von Zöllen
und die Herabwürdigung von Partnern haben die alte Ordnung über den Haufen
geworfen. Viele Mittelmächte fühlen sich durch die Politik der Trump-Regierung
politisch und wirtschaftlich verunsichert, an den Rand gedrängt und bedroht.
Doch gerade jetzt eröffnet sich ihnen eine Chance. Wenn sie ihre
wirtschaftliche Stärke und ihre Soft Power bündeln, könnten sie dem zunehmenden
Großmachtdenken etwas entgegensetzen. Die entscheidende Frage lautet
allerdings: Können Staaten mit so unterschiedlichen Interessen überhaupt
dauerhaft und wirksam zusammenarbeiten?
Klar ist, dass Mittelmächte militärisch weder mit den USA
und China noch mit Russlands Atomwaffenarsenal mithalten können. Deshalb
sollten sie sich auf ihre Stärken besinnen. Wirtschaftskraft und Soft Power
sind Trümpfe, die sie durchaus ausspielen können. In seinem wegweisenden Werk,
das vor mehr als 20 Jahren erschien, unterscheidet der amerikanische
Politikwissenschaftler Joseph Nye drei Arten von Macht: militärische Macht
(Zwang und Drohungen), wirtschaftliche Macht (Anreize) und Soft Power
(Anziehungskraft). Militärische und wirtschaftliche Macht werden häufig von
größeren Akteuren eingesetzt. Da Mittelmächte weder machtlos sind noch als
globale Supermächte agieren können, müssen sie sich – idealerweise gemeinsam
mit anderen – auf ihre wirtschaftliche Stärke und ihre Soft Power stützen. Das
heißt nicht, dass sie die Verteidigung ihrer Souveränität vernachlässigen
sollten. Gleichzeitig können sie wirtschaftlichen Druck ausüben, etwa durch
Sanktionen oder Handelsbeschränkungen. Soft Power ist laut Nye die Fähigkeit,
das zu erreichen, was man will, indem man durch Anziehungskraft überzeugt,
statt Zwang auszuüben.
Dennoch gibt es Grenzen. Kritiker argumentieren
beispielsweise, die Soft Power der EU habe völlig versagt, den größten
Flächenbrand in Europa seit dem Zweiten Weltkrieg – Russlands Angriff auf die
Ukraine – zu verhindern. Dieser Interpretation lässt sich entgegenhalten, dass
die Signale der EU und mancher Mitgliedstaaten an Russland nach der Annexion
der Krim im Jahr 2014 eher symbolischen Charakter hatten. Bis heute ist es der
EU nicht gelungen, sämtliche Energieimporte aus Russland zu stoppen. Das
wirtschaftliche Potenzial der Union bleibt damit unausgeschöpft, und die EU
trägt weiterhin dazu bei, Russlands Kriegskasse zu füllen.
Großmächte neigen dazu, Soft Power zu unterschätzen. Wie
sich derzeit am US-Krieg gegen den Iran zeigt, laufen sie leicht Gefahr, sich
zu stark auf ihre militärische Stärke zu verlassen, um anderen Staaten ihren
Willen aufzuzwingen. Wenn sie jedoch zu sehr auf Hard Power oder gar Gewalt
setzen, provozieren sie Gegenreaktionen. Selbst die militärisch und
wirtschaftlich mächtigsten Nationen müssen bei ihrem außenpolitischen Handeln
internationale Normen und die öffentliche Meinung berücksichtigen, auch wenn
Völkerrecht und Normen in den vergangenen Jahren eklatant verletzt wurden, wie
Russlands Krieg gegen die Ukraine verdeutlicht. Die Folgen treffen nicht nur
die angegriffene Ukraine. Auch Russland selbst ist international zu großen
Teilen isoliert, und die negativen Auswirkungen auf Gesellschaft und Wirtschaft
werden mit der Dauer des Krieges immer deutlicher.
Es hat den Anschein, als fühlten sich die Mächtigen nicht
mehr an die internationale Rechtsordnung gebunden. Darauf deuten die
wiederholten Forderungen der US-Regierung hin, Kanada in die USA zu integrieren
oder Grönland zu annektieren, ebenso wie ihre militärischen Maßnahmen gegen
mutmaßliche Drogenboote sowie gegenüber Venezuela und Iran. Doch auch für die
USA werden die Folgen der destruktiven Politik der Trump-Administration noch
lange nachwirken. Denn sie haben selbst bei Partnern und Verbündeten viel von
ihrer Verlässlichkeit eingebüßt.
Bereits heute existieren Zusammenschlüsse
unterschiedlichster Art, die das internationale System verändern wollen. Dazu
gehört etwa die BRICS+-Gruppe, die bislang allerdings kaum über die Rolle eines
„Beschwerdeclubs“ hinausgekommen ist. Auch die OPEC taugt als
„Ein-Produkt-Kartell“ nur bedingt als Modell für die Zusammenarbeit von
Mittelmächten. Die EU ist womöglich die vielversprechendste Koalition von
Mittelmächten.
Die Soft Power Europas gründet auf seiner Geschichte, seinen
Institutionen, seiner Kultur und seinen Werten. Die EU ist ein einzigartiges
supranationales Gebilde. Anders als traditionelle Großmächte hat sie in der
Vergangenheit versucht, Einfluss nicht durch militärische Stärke auszuüben.
Stattdessen setzt sie auf wirtschaftliche Zusammenarbeit und Diplomatie sowie
auf Demokratie, Menschenrechte und Rechtsstaatlichkeit. Insbesondere durch ihre
Erweiterungspolitik hat die EU zur Konfliktlösung und Friedensförderung in
Europa beigetragen. Die Attraktivität eines EU-Beitritts hat die
Beitrittskandidaten dazu ermutigt, Demokratie, Minderheitenrechte und
Rechtsstaatlichkeit zu stärken. Auf diese Weise hat die EU Reformen über ihre
Grenzen hinaus angestoßen, ohne Gewalt anzuwenden. Für ihren Beitrag zur
Förderung von Frieden, Versöhnung, Demokratie und Menschenrechten in Europa
wurde ihr 2012 der Friedensnobelpreis verliehen.
Aber hat die EU ihr Potenzial als „Friedensmacht“ wirklich
ausgeschöpft? Grundsätzlich bringt sie mit ihrer wirtschaftlichen Stärke und
ihrem politischen Ansehen alle Voraussetzungen mit, um selbstbewusst gegenüber
den Supermächten aufzutreten. Sie ist ein attraktiver Partner für viele andere
Mittelmächte. Selbst die Großmächte können den EU-Binnenmarkt nicht ignorieren.
Nach dem Willen ihrer wichtigsten politischen Akteure strebt Europa nach
strategischer Autonomie. So lautet zumindest die Theorie. Die Realität sieht
jedoch anders aus. Nationale Interessen prägen nach wie vor viele Politikfelder
der EU, nicht zuletzt die Sicherheits- und Verteidigungspolitik, wie die jüngste
Luftnummer um das Future Combat Air System (FCAS) eindrücklich zeigt. Auch die
langwierigen und oft halbherzigen Entscheidungen über Sanktionen gegen Russland
zeugen von den inneren Widersprüchen der EU.
Gerade an den Schwierigkeiten der EU, zu einer gemeinsamen
Außen-, Sicherheits- und Handelspolitik zu finden, zeigen sich die Grenzen
solcher Kooperationsmodelle. Befürworter einer Reform der EU haben für die
Überwindung dieses Dilemmas eine Formel gefunden: das Europa der verschiedenen
oder der zwei Geschwindigkeiten. Dahinter steht die Idee, dass sich
verschiedene Teile der EU auf unterschiedlichen Politikfeldern und in
unterschiedlichem Tempo integrieren sollten. Die Struktur der EU erschwert
häufig eine zügige Entscheidungsfindung. Kompromisse, mit denen kaum einer der
Mitgliedstaaten zufrieden ist, kommen meist erst nach langwierigen
Verhandlungen zustande. Regierungen, die etwas bewirken wollen – etwa
Sanktionen gegen Russland verschärfen oder die Abhängigkeit von den USA
verringern –, werden durch die komplexen Entscheidungsstrukturen der EU und das
Erfordernis der Einstimmigkeit ausgebremst.
Zugleich hat der zunehmende Wettbewerb zwischen den
Großmächten politische Entwicklungen beschleunigt, die noch vor wenigen Jahren
kaum vorstellbar schienen. Nach Jahrzehnten mühsamer und erfolgloser
Verhandlungen war nicht zuletzt Trumps Zollpolitik dafür verantwortlich, dass die
EU im Jahr 2026 sowohl ein Handelsabkommen mit den Mercosur-Staaten als auch
mit Indien abschließen konnte.
Die EU verdeutlicht sowohl die Möglichkeiten als auch die
Grenzen von Mittelmachtskooperation. Sie zeigt, dass Staaten durch gemeinsames
wirtschaftliches Gewicht und koordinierte Politik Einfluss gewinnen können, den
sie allein nicht hätten. Gleichzeitig macht sie deutlich, wie schwierig eine
solche Zusammenarbeit angesichts unterschiedlicher nationaler Interessen
bleibt.
Mit sporadischen Kooperationen sind Mittelmächte jedoch noch
weit davon entfernt, strategische Autonomie zu erreichen oder eine
funktionsfähige Allianz gegenüber den Supermächten aufzubauen.
Für Mittelmächte mit unterschiedlichen Interessen bieten
Partnerschaften eine attraktive Form der Zusammenarbeit. Ähnlich wie bei einem
Europa der unterschiedlichen Geschwindigkeiten ermöglicht selektive Kooperation
die Wahl strategischer Partner, deren Interessen in bestimmten Bereichen mit
den eigenen übereinstimmen – etwa beim Klimawandel, der Energiesicherheit, bei
Seltenen Erden, der öffentlichen Gesundheit, der Entwicklungszusammenarbeit
oder dem Datenschutz.
Regierungen von Mittelmächten treten in der Regel
selbstbewusst auf und räumen innenpolitischen Belangen Vorrang vor der
Solidarität innerhalb einer Partnerschaft ein. Ihre Außenpolitik orientiert
sich an den jeweils wahrgenommenen nationalen Interessen. Der finnische
Präsident Alexander Stubb bezeichnete dies als „wertebasierten Realismus“. Er
betonte, dass Zusammenarbeit auch zwischen Staaten möglich sein müsse, die
nicht zwangsläufig alle Werte teilen. Politische Entscheidungsträger müssten
täglich Entscheidungen treffen, bei denen es gleichermaßen um Werte und
Interessen gehe.
Was die Mittelmächte zusammenschweißt, ist die Erkenntnis,
dass sie gemeinsam über mehr Einfluss verfügen als allein. Doch ihr Erfolg ist
keineswegs garantiert. Unterschiedliche Interessen, politische Systeme und
außenpolitische Prioritäten erschweren eine geschlossene Front. Gerade deshalb
wird die Fähigkeit zur selektiven Zusammenarbeit zu einer der entscheidenden
Fragen der kommenden Jahre.
Über die neue Weltordnung wird nicht allein in Washington
oder Peking entschieden. Die wirtschaftliche und politische Kraft der
Mittelmächte ist groß genug, um Regeln zu setzen, Märkte zu gestalten und
Koalitionen zu formen. Ob sie dieses Potenzial nutzen können, hängt jedoch
davon ab, ob sie bereit sind, ihre Unterschiede zugunsten gemeinsamer
Interessen zurückzustellen. Andernfalls droht Mark Carneys Warnung Realität zu
werden: Wer nicht mit am Tisch sitzt, landet auf der Speisekarte.IPG 15
„Italien den Italienern“. Rechts
von Meloni: Neue Partei mobilisiert mit „Remigration“
In Rom haben Tausende Rechte und Rechtsextreme unter dem
Motto „Remigration und Rückeroberung“ demonstriert. Zugleich gründete Roberto
Vannacci seine Partei Futuro Nazionale – rechts von Meloni, mit harter
Migrationspolitik und nationalistischer Parole.
Eine Demonstration unter dem Motto „Remigration und
Rückeroberung“ und der Gründungsparteitag einer neuen Rechtspartei haben am
Wochenende in Rom Tausende Menschen mobilisiert. Während Anhänger einer
schärferen Migrationspolitik durch die italienische Hauptstadt zogen, traf sich
die neue Partei Futuro Nazionale (Nationale Zukunft) des Ex-Armeegenerals und
Politikers Roberto Vannacci zu ihrem ersten Parteitag.
Nach Angaben der Behörden zogen etwa 4.000 Menschen am
Samstag mit einem Banner mit der Aufschrift „Remigration und Rückeroberung“
durch die römische Innenstadt. Einige Teilnehmer streckten ihre rechten Arme
zum faschistischen Gruß in die Höhe und riefen „Duce! Duce!“ (zu Deutsch:
Führer), eine Anspielung auf den faschistischen Diktator Benito Mussolini
(1883-1945). Zu der Demonstration aufgerufen hatten unter anderem rechtsextreme
Gruppierungen.
Kritik an der Kundgebung
Wenn Rechtsextremisten den Begriff Remigration verwenden,
meinen sie in der Regel, dass eine große Zahl von Menschen ausländischer
Herkunft das Land verlassen soll – auch unter Zwang. An der Demonstration
nahmen auch Vertreter der neofaschistischen Bewegung CasaPound teil. Deren
Sprecher Luca Marsella sagte nach Angaben italienischer Medien, man wolle
„irreguläre Migranten und auch reguläre loswerden, weil wir politisch nicht
korrekt sind“.
Die Demonstration bewegte sich langsam und unter starkem
Polizeiaufgebot durch das Viertel Prati. Jede Seitenstraße war durch
Polizeifahrzeuge blockiert, am Himmel kreisten Hubschrauber und Drohnen. Gegen
die Demonstration formierte sich auch Protest. Vorm Kolosseum versammelten sich
Teilnehmer einer Gegendemo und zeigten ein Banner mit der Aufschrift „Fuck
remigration“.
Von der linken Opposition gab es starke Kritik an der
Kundgebung und den dort gerufenen Parolen. Der Abgeordnete Angelo Bonelli
sprach von „abscheulichen Parolen“ und warf Ministerpräsidentin Giorgia Meloni
Schweigen vor. Meloni ist seit mehr als dreieinhalb Jahren mit einer rechten
Koalition an der Regierung.
Vannacci: „Italien den Italienern!“
Zeitgleich fand in Rom der Gründungsparteitag der neuen
rechten Partei Futuro Nazionale (Nationale Zukunft) des ehemaligen Generals
Roberto Vannacci statt. Er sagte: „Früher durfte man das Wort Remigration nicht
sagen, jetzt sagen sie uns, man könne es nicht machen, weil man keine Staatsbürgerschaft
entziehen könne.“ Etwa 1.500 Delegierte nahmen an der Veranstaltung teil. Am
Sonntag sollte der Parteitag fortgesetzt werden und mit einer Rede Vannaccis
enden.
In den Umfragen liegt die Bewegung, die auch Verbindungen
zur AfD pflegt, aktuell bei etwa vier Prozent. Vannacci machte klar, seine
Positionen sowie die der Partei nicht abschwächen zu wollen. Gerade wegen
dieser Positionen erfahre die Bewegung Zustimmung, sagte er. „Wir schämen uns
nicht, es zu sagen, und ich bitte euch sogar, es auch zu sagen: Italien den
Italienern!“
Anfang des Jahres war Vannacci im Streit aus der
rechtspopulistischen Lega-Partei von Vize-Ministerpräsident Matteo Salvini
ausgetreten. Seitdem habe die Partei fast 100.000 zahlende Mitglieder gewonnen,
sagte Vannacci.
Bekannt für rassistische und homophobe Äußerungen
Zuletzt machte er Stimmung gegen die Meloni-Koalition.
Vannacci bezeichnete seine Bewegung als die „wahre Rechte“ und warf der
Regierung von Meloni vor, eine zu weiche Politik zu machen. Meloni wies die
Vorwürfe scharf zurück.
Vannacci wurde im rechten Lager unter anderem mit Äußerungen
gegen Migranten und Homosexuelle populär. Vannacci ist auch durch sein Buch „Il
mondo al contrario“ (zu Deutsch: „Verkehrte Welt“) bekannt. In dem Buch
behauptete er unter anderem, Minderheiten hätten eine Diktatur errichtet.
(dpa/mig 15)
EU-Asylpolitik. Geas startet mit
Streit über Schutz und Abwehr
Das neue Gemeinsame Europäische Asylsystem ist in Kraft.
Innenminister Dobrindt spricht von Kontrolle und Klarheit, Kirchen und
Menschenrechtsorganisationen warnen vor mehr Abwehr und weniger Schutz für
Asylsuchende.
Die einen hoffen auf eine bessere Steuerung von
Fluchtbewegungen, die anderen befürchten eine Beschneidung von
Flüchtlingsrechten: Das Inkrafttreten des neuen Gemeinsamen Europäischen
Asylsystems (Geas) ist am Freitag unterschiedlich bewertet worden. Bundesinnenminister
Alexander Dobrindt (CSU) begrüßte die neuen Regeln. Es sei „das Ende eines
Systems der Dysfunktionalität und des Zuständigkeitschaos und der Beginn von
Kontrolle, Klarheit und Konsequenz“, erklärte er. Organisationen kritisieren,
dass die Regeln vor allem der Abwehr Schutzsuchender dienten.
Seit der großen Fluchtbewegung aus Syrien hatten die
EU-Staaten um eine Reform ihres Asylsystems gerungen. 2024 kam es zur Einigung,
am Freitag endete die Frist für die Umsetzung der neuen Regeln. Im Kern bleibt
das Grundprinzip der europäischen Asylpolitik bestehen: Für die Aufnahme sind
die Staaten zuständig, über die Asylbewerber in die EU kommen. Neue Verfahren
für Registrierung und Anträge mit geringer Aussicht auf Erfolg sowie ein
Solidaritätsmechanismus sollen aber dafür sorgen, dass es künftig geordneter
und gerechter zugeht.
Migrationsexperte Maximilian Pichl hat Zweifel, dass der
Pakt hält. Echte Solidarität zeige sich besonders durch die Übernahme von
Asylbewerbern. Doch dazu seien bisher kaum Länder bereit, sagt der Rechts- und
Politikwissenschaftler von der Frankfurt University of Applied Sciences.
„Dieser Streit geht hinter den Kulissen weiter“, sagte Pichl – auch mit Verweis
auf Länder wie Ungarn, die bisher weder bereit waren, Asylverfahren zu
übernehmen, noch Geld zu zahlen.
Ausnahme von EU-Pakt: Polen nimmt nicht mehr Flüchtlinge auf
Tatsächlich meldete Polen bereits eine erste Ausnahme von
der Regel. Das Land wird keine zusätzlichen Flüchtlinge aufnehmen und den
EU-Migrationspakt nur in Teilen umsetzen. Das teilte das Innenministerium in
Warschau mit. Polen sei von der Umverteilung von Flüchtlingen in der EU und den
damit verbundenen Kosten ausgenommen. In zweijährigen Verhandlungen mit Brüssel
sei es gelungen, den Migrationspakt an „polnische Gegebenheiten“ anzupassen.
„Polen wird nur jene Bestimmungen anwenden, die den
Grenzschutz stärken, die Migrationspolitik verschärfen und den Zugang zu Daten
verbessern, die zur Bekämpfung der illegalen Migration beitragen“, hieß es in
der Mitteilung. Begründet werden die Zugeständnisse an Polen mit der Last, die
das Land an der Ostgrenze von EU und Nato zu tragen hat.
Der Begriff „irreguläre Migration“ (teilweise auch „illegale
Migration“) wird in Debatten über Grenzen, Asyl, Rückkehr, Abschiebung und
EU-Migrationspolitik oft irreführend als Überbegriff verwendet. Eine häufige
Verkürzung besteht darin, irreguläre Migration mit fehlender
Schutzbedürftigkeit gleichzusetzen. Das führt zu Missverständnissen, weil Asyl-
bzw. Schutzsuchende mangels legaler Fluchtwege oft zunächst gezwungen sind,
ohne reguläre Dokumente einzureisen. Das Recht auf Asyl ist jedoch per
internationalem Recht verbrieft. Schutzsuchende haben ein Recht auf Prüfung
ihres Schutzgesuchs und sind mithin weder „irregulär“ noch „illegal“.
Neue Außengrenzeinrichtung am Flughafen Berlin-Brandenburg
In Deutschland indes wurde pünktlich zum Start von Geas am
Flughafen Berlin-Brandenburg (BER) eine neue Außengrenzeinrichtung in Betrieb
genommen. Nach den neuen Regeln sollen Asylanträge von Menschen aus Ländern,
deren Schutzquote bei maximal 20 Prozent liegt, bereits dort in maximal drei
Monaten entschieden werden. Für Deutschland ist diese neue Regel nur an Flug-
und Seehäfen relevant, weil das die einzigen EU-Außengrenzen sind. Weitere
Standorte für das EU-Grenzverfahren gibt es in Deutschland laut
Bundesinnenministerium in Hessen, Baden-Württemberg und Bayern. Auch in
Nordrhein-Westfalen ist ein Standort geplant, ein weiterer ist in Hamburg in
Prüfung.
Laut Brandenburgs Sozialminister René Wilke (SPD) stehen am
BER 40 Plätze für das neue Verfahren zur Verfügung. Schon vorher gab es dort
Flughafenverfahren für Asylbewerber, die Deutschland über den Luftweg
erreichen. Im Schnitt seien dafür zehn bis zwölf Plätze im Monat genutzt
worden.
Dobrindt will Binnengrenzen weiter kontrollieren
Parallel dazu sollen die umstrittenen Grenzkontrollen an
Deutschlands Außengrenzen zunächst weiterlaufen. Das hatte Dobrindt in den
vergangenen Tagen wiederholt erklärt. Sie seien ein Übergangssystem auf dem Weg
zu einem funktionierenden Außengrenzschutz, sagte er bei seinem Besuch am BER.
Dobrindt erwartet bis Jahresende eine erste Vereinbarung mit
einem Nicht-EU-Land über sogenannte Return Hubs, in die abzuschiebende Personen
gebracht werden sollen. Er gehe „davon aus, dass wir bis zum Ende dieses Jahres
eine Vereinbarung auch haben, die wir dann umsetzen können“, sagte der
CSU-Politiker im ZDF-“Morgenmagazin“. Danach müsse der Hub erst noch aufgebaut
werden: „Auch das dauert noch.“
Return Hubs sollen Menschen aufnehmen, die zwar kein
Bleiberecht besitzen, aber nicht abgeschoben werden können, weil ihre
Heimatländer nicht kooperieren. Die Zentren sollen außerhalb der EU entstehen.
Bis eine solche Einrichtung tatsächlich in Betrieb gehen könne, vergehe nach
einer Einigung jedoch noch erhebliche Zeit, sagte Dobrindt. Deutschland
verhandle gemeinsam mit einer Gruppe europäischer Länder über entsprechende
Abkommen. Welche Staaten konkret infrage kommen, sagte der Minister nicht.
SPD und Grünen kritisieren
Für den SPD-Innenpolitiker, Hakan Demir, steht fest: „Geas
darf nicht der Anfang für immer weitere Verschärfungen sein.“ Wichtig sei auch,
nicht den Fehler zu machen, Erfolg oder Misserfolg des neuen Systems daran zu
messen, ob die Zahl der Asylsuchenden steigt oder sinkt, sagt der
Bundestagsabgeordnete. Das entscheide sich an anderer Stelle und habe mehr
damit zu tun, ob es Frieden geben wird in der Ukraine und welchen Grad an
Unfreiheit die Menschen in Afghanistan im Alltag erleben.
Der Grünen-Vorsitzende, Felix Banaszak, sagt, die
Geas-Reform, die während der Zeit der Ampel-Regierung unter Dach und Fach
gebracht wurde, hätte „das Potenzial gehabt, mit klaren Regeln die Migration in
der EU besser und humaner zu organisieren“. Diese Chance habe die
Bundesregierung jedoch vertan. Sie habe stattdessen alle Möglichkeiten genutzt,
„um mit Verschärfungen Schutzsuchende einzuschüchtern und abzuwehren“. Er
kritisierte: „Die Bundesregierung scheint die Menschenwürde komplett aus dem
Auge zu verlieren.“
EKD: Fraglich, ob Geas Versprechen einlösen kann
Scharfe Kritik an den neuen Regeln kam aus der evangelischen
Kirche. Primäres Ziel sei es nicht, Menschen Schutz in der EU zu gewähren,
sondern möglichst vielen diesen Schutz zu verwehren, sagte die Präsidentin des
evangelischen Entwicklungswerks „Brot für die Welt“, Dagmar Pruin. Katrin
Hatzinger, Leiterin des Brüsseler Büros der Evangelischen Kirche in Deutschland
(EKD), sagte, die Reform werde sich daran messen lassen müssen, ob sie den
Anspruch einlösen kann, Solidarität zwischen den Mitgliedstaaten, effektive
Verfahren und den Schutz von Grund- und Menschenrechten ins Gleichgewicht zu
bringen.
Allerdings sprächen viele Anzeichen dafür, dass die
Mitgliedstaaten einen Schwerpunkt auf die repressiven Elemente setzen wollen,
teils auch über die EU-Vorgaben hinaus, sagte sie. Ihre Kritik an Geas hatten
in den vergangenen Tagen auch viele andere Organisationen, darunter Pro Asyl,
erneuert.
Menschenrechtsinstitut überwacht Anwendung neuer Asylregeln
Auch das Deutsche Institut für Menschenrechte (DIMR) hat die
Behörden von Bund und Ländern ermahnt, die neuen EU-Asylregeln
menschenrechtskonform anzuwenden. Das Institut hat gemeinsam mit der Nationalen
Stelle zur Verhütung von Folter den Auftrag erhalten, die Geas-Umsetzung in
Deutschland beobachtend zu begleiten. Ein solches Monitoring ist nach den neuen
Regeln für jedes Land verpflichtend.
Eine Mitarbeiterin des Instituts erklärte: „Eingriffe in die
Freiheit von Schutzsuchenden müssen auf das unbedingt notwendige Maß beschränkt
bleiben.“ Die Asylhaft von Kindern verstoße aus Sicht des Instituts immer gegen
das Kindeswohl. Das DIMR wies darauf hin, dass es Beschwerden von Betroffenen
entgegennehmen werde, die in ihren Grundrechten verletzt wurden.
„Genugtuung“: Seehofer fühlt sich bei Asylkurs bestätigt
Lob ernten die EU-Pläne indes von anderer Seite. Der frühere
Bundesinnenminister Horst Seehofer (CSU) sprach von „Genugtuung“ dafür, dass
sich seine Ideen nun doch durchsetzten. Er sieht in der Verschärfung des
Asylsystems eine Bestätigung seines früheren Kurses. „Ich bin für meinen
Vorschlag damals in der Tat scharf angegriffen worden“, sagte der 76-Jährige
der „Augsburger Allgemeinen“. „Aber in der Politik ist es oft so, dass die
richtige Idee sich erst durchsetzen muss. Insofern fühle ich jetzt schon ein
wenig Genugtuung.“ (epd/dpa/mig 15)
Cosmo-Radio. Die Lücke wird größer
Das Aus des Radiosenders Cosmo ist beschlossen, doch es gibt
öffentliche Gegenwehr. Es geht nicht zuletzt um den Raum für Minderheiten. Von
Ann-Kathrin Leclère
Die ARD steht unter Druck. Die Rundfunkanstalten müssen
sparen, und zwar so viel, dass Programme zusammengelegt und Stellen abgebaut
werden sollen.
Gleichzeitig hat der öffentlich-rechtliche Rundfunk den
Auftrag, ein vielfältiges Programmangebot bereitzustellen und gesellschaftliche
Gruppen abzubilden, die im kommerziellen Medienmarkt oft unterrepräsentiert
sind. Genau an diesem Spannungsfeld entzündet sich nun die Debatte um das Aus
von Cosmo.
Seit der Rundfunkratssitzung am 3. Juni ist klar: Der
interkulturelle Radiosender Cosmo wird schon kommendes Jahr in seiner
bisherigen Form eingestellt. An seine Stelle soll das deutlich reduzierte
Angebot 1Live Street treten. Mit Cosmo verschwinden auch die digitalen Kanäle
des Senders, darunter ein Instagram-Account mit mehr als 100.000 Followern. Wie
es mit den dort entstandenen Inhalten weitergeht, ist bislang unklar.
Cosmo ist ein Gemeinschaftsprojekt von WDR, Radio Bremen und
RBB. Die Redaktionen in Köln, Berlin und Bremen vereinten Journalist:innen aus
mehr als 20 Herkunftsländern. Das Programm gehörte zu den wenigen
öffentlich-rechtlichen Angeboten, die sich gezielt an ein internationales
Publikum richteten und migrantische sowie queere Perspektiven fest verankert
hatten.
Kleineres Angebot, weniger Budget, gleiche Vielfalt?
Aus wirtschaftlicher Sicht kommt die Entscheidung nicht
überraschend. Laut der Media-Analyse 2026 Audio I erreichte Cosmo lediglich
eine Reichweite von 0,3 bis 0,4 Prozent und liegt damit im unteren Bereich der
Gesamtreichweiten der ARD-Programme.
Ähnlich niedrige Reichweiten haben übrigens auch MDR
Schlagerwelt und Deutschlandfunk Nova. WDR-Programmdirektorin Andrea
Schafarczyk verteidigte die Pläne gegenüber dem Katholischen Nachrichtendienst
KNA mit dem Hinweis, das Angebot stamme aus einer „völlig anderen Zeit“.
Die Mediennutzung habe sich grundlegend verändert. Künftig
wolle man Menschen unterschiedlicher Herkunft mit passgenaueren Formaten
erreichen. Zudem sollen interkulturelle Themen stärker in junge Programme
integriert werden.
Doch genau hier setzt die Kritik an. Denn bislang ist
unklar, wie ein kleineres Angebot mit weniger Budget die gleiche Vielfalt
abbilden soll. Vor allem fehlt eine erkennbare Alternative zu einem
bundesweiten Programm, das migrantische Perspektiven ins Zentrum stellt.
Der Widerstand gegen die Entscheidung ist entsprechend groß.
Bereits im vergangenen Jahr hatten rund 300 Prominente, darunter Fatih Akin und
Herbert Grönemeyer, den Erhalt von Cosmo gefordert. Inzwischen haben mehr als
100.000 Menschen eine Petition unterzeichnet.
Zudem veröffentlichten die Neuen Deutschen
Medienmacher*innen einen offenen Brief, den nach eigenen Angaben über 500
Organisationen unterstützen. Darunter sind große migrantische Dachverbände,
aber auch die Deutsche Journalistinnen- und Journalisten-Union dju, das
Grimme-Institut und der Deutsche Musikrat.
In dem Brief heißt es: „Mehr als ein Viertel der Menschen in
Deutschland hat eine Migrationsgeschichte. Für diese Communitys ist Cosmo kein
Nischenprogramm.“ Fällt Cosmo weg, schrumpft ein Raum, der angesichts
gesellschaftlicher Polarisierung und eines erstarkenden Nationalismus
dringender gebraucht wird denn je.
Das Problem ist ja sowieso schon, dass sich viele Menschen
in den öffentlich-rechtlichen Programmen nicht repräsentiert fühlen. Das zeigt
zum Beispiel eine ARD-Umfrage aus 2025.
Nur 42 Prozent der Befragten in Ostdeutschland und 44
Prozent in Westdeutschland stimmten dort der Aussage zu: „Die ARD gibt Menschen
wie mir eine Stimme.“ Wenn nun eines der wenigen Programme verschwindet, das
migrantische und internationale Perspektiven gezielt sichtbar macht, stellt
sich die Frage, ob damit nicht genau jene Repräsentationslücke weiter wächst,
die die ARD eigentlich schließen sollte. Taz.de 11
UNHCR-Bericht. 14,7 Millionen
Menschen kehren heim, oft in unsichere Länder
Die Zahl der Geflüchteten und Vertriebenen ist laut UNHCR
erstmals seit einem Jahrzehnt gesunken. Ende 2025 waren weltweit 117,8
Millionen Menschen betroffen – viele Rückkehrer leben jedoch unter schweren und
unsicheren Bedingungen.
Zum ersten Mal seit einem Jahrzehnt ist laut
UN-Flüchtlingshilfswerk die Zahl der Menschen auf der Flucht im Jahresverlauf
gesunken. Ende 2025 habe es weltweit 117,8 Millionen Geflüchtete und
Vertriebene gegeben, erklärte das UNHCR am Donnerstag in Genf. Das seien 5,4
Millionen Männer, Frauen und Kinder oder vier Prozent weniger als Ende 2024.
In seinem Weltflüchtlingsbericht erklärt das UNHCR den
Rückgang der Zahl in erster Linie mit der Heimkehr von 14,7 Millionen Menschen.
Darunter seien 4,4 Millionen Flüchtlinge und 10,3 Millionen Binnenvertriebene
gewesen.
Rückkehr und neue Flucht
Vor allem seien Menschen nach Afghanistan, in die
Demokratische Republik Kongo, in den Sudan und nach Syrien zurückgekehrt.
Allerdings kehrten etliche Menschen nicht freiwillig zurück, betonte das UNCHR:
Auf sie warteten schwere und unsichere Bedingungen. Den Angaben zufolge mussten
2025 rund 5,4 Millionen Menschen neu vor Gewalt und Verfolgung in andere Länder
flüchten.
Insgesamt leben laut UNHCR 70 Prozent aller Flüchtlinge
weltweit seit Jahren im Exil und viele unterhalb der Armutsgrenze. Deshalb rief
der UN-Hochkommissar für Flüchtlinge, Barham Salih, die internationale
Gemeinschaft zur Unterstützung einer neuen Initiative auf. „Für Flüchtlinge
geht es zunächst ums Überleben, aber die Flucht bestimmt zu oft dauerhaft ihre
Lebensrealität“, sagte Salih.
Dauervertriebene im Blick
Er kündigte als Ziel an, die Zahl der Flüchtlinge, die schon
lange vertrieben und auf humanitäre Hilfe angewiesen sind, im nächsten
Jahrzehnt um mehr als die Hälfte zu senken. Der Fokus liegt laut UNHCR auf
Ländern mit niedrigem und mittlerem Einkommen, die weltweit die meisten Flüchtlinge
aufnehmen. Erreicht werden soll das Ziel durch freiwillige Rückkehr,
Aufnahmeprogramme, humanitäre Visa sowie durch den Übergang von reiner Nothilfe
zu wirtschaftlicher Eigenständigkeit. (epd/mig 11)
Migranten: Papst appelliert an das
Gewissen Europas
Leo XIV. hat auf Gran Canaria eindringlich auf das Drama von
Bootsflüchtlingen und Migranten aufmerksam gemacht. Stefan von Kempis -
Vatikanstadt
„Heute stellt uns hier am Ufer des Meeres jedes Leben, das
ankommt, die Frage, was von unserer Menschlichkeit übrigbleibt“, sagte ein
sichtlich bewegter Papst an diesem Donnerstag im Hafen von Arguineguín in Las
Palmas de Gran Canaria. Die Kanarischen Inseln sind ein Hotspot der
Flüchtlings- und Migrationskrise; von Afrika aus versuchen jedes Jahr
Zehntausende von Menschen in kaum seetauglichen Booten, die spanischen Kanaren
und damit Europa zu erreichen. Las Palmas de Gran Canaria liegt nur 150 km von
der marokkanischen Küste entfernt. Nach einer Schätzung der NGO Caminando
Fronteras starben allein in den ersten fünf Monaten des Jahres 2026 über 1.300
Bootsflüchtlinge bei dem Versuch, auf der sogenannten Atlantikroute Spanien zu
erreichen.
„Dieses Drama muss zu einer Gewissensprüfung werden“
„Dieses Drama (der Migranten) muss zu einer Gewissensprüfung
werden“, forderte Leo: „für die Herkunftsländer, die Bedingungen für Frieden,
Gerechtigkeit und Entwicklung schaffen müssen; für die Transitländer, die dazu
aufgerufen sind, die Schwachen zu schützen und sie nicht in die Hände
krimineller Netzwerke zu überlassen; für Europa, das nicht die Menschenwürde
proklamieren kann und sich dabei nicht daran gewöhnen darf, dass das Mittelmeer
und der Atlantik zu Friedhöfen ohne Grabsteine werden; für die internationale
Gemeinschaft, die zu einer wirksamen und beharrlichen Zusammenarbeit aufgerufen
ist.“ Nach dem Appell an Europa kam bei den Anwesenden spontaner Beifall auf.
Wie einst Franziskus
Auch die Kirche müsse sich dieser Frage stellen: Die
Aufnahme von Migranten dürfe „weder eine Nebensache sein noch allein einigen
Freiwilligen überlassen werden“. Wer vor dem Altar niederknie, dürfe danach
nicht gleichgültig an Flüchtlingsbooten vorbeigehen. Leo knüpfte im Ernst
seiner Mahnungen an seinen Vorgänger Franziskus (2013-25) an; dessen erste
Reise nach der Wahl zum Papst hatte im Sommer 2013 auf die Flüchtlingsinsel
Lampedusa vor Sizilien geführt. Wie sein Vorgänger in Lampedusa erinnerte auch
Leo XIV. auf Gran Canaria mit einem Blumengesteck, das er still betend in den
Atlantik warf, an alle, die den Versuch der Überfahrt nach Europa mit dem Leben
bezahlt haben. Vor allem aber appellierte der Papst an Behörden, Politiker,
internationale Organisationen, alle Konfessionen und Religionen sowie an alle
Menschen guten Willens: „Es reicht nicht aus, Ankünfte zu verwalten, Zahlen zu
verteilen, Grenzen verstärkt zu sichern oder Todesfälle zu beklagen, wenn sie
bereits eingetreten sind. Jedes Boot, das ankommt, bringt nicht nur Migranten
mit sich; es bringt eine Frage mit sich: Welche Welt haben wir geschaffen, wenn
so viele Brüder und Schwestern den Tod riskieren müssen, um Leben zu suchen?“
„Wir dürfen uns nicht daran gewöhnen, Tote zu zählen! Die
Menschenwürde hat keinen Reisepass“
Zentraler Ausgangspunkt für den Papst war, wie überhaupt in
den bisherigen Ansprachen seiner Spanienreise und namentlich im Parlament von
Madrid, die unveräußerliche Würde des Menschen. „Die Menschenwürde erfordert
legale und sichere Wege, Rettung und Hilfe, echte Zusammenarbeit gegen
Menschenhändler, wirksamen Opferschutz, ernsthafte Aufnahme- und
Integrationsprozesse sowie politische Maßnahmen, die es jedem Menschen ermöglichen,
in seiner Heimat in Würde zu leben… Wir dürfen uns nicht daran gewöhnen, Tote
zu zählen. Die Menschenwürde hat keinen Reisepass und verliert ihren Wert beim
Überqueren einer Grenze nicht.“
Auf die jüngsten Verschärfungen im Asylrecht und Grenzregime
der Europäischen Union ging der Papst nicht ein. Stattdessen erinnerte er wie
einst Johannes Paul II. bei seinem berühmten Aufruf gegen die Mafia 1993 in
Agrigent daran, dass wir uns alle dereinst vor Gott verantworten müssen. „Und
möge die Geschichte uns nicht vorwerfen, dass wir den Schmerz derer, die
leiden, zu einem alltäglichen Anblick an unseren Küsten gemacht haben. Denn
heute stellt uns hier am Ufer des Meeres jedes Leben, das ankommt, die Frage,
was von unserer Menschlichkeit übrigbleibt. Früher oder später wird sich
zeigen, ob wir diese Menschlichkeit zu bewahren wussten oder ob wir zuließen,
dass die Gleichgültigkeit uns gelenkt hat.“
Direkter Appell an Migranten
„Überlasst eure Existenz nicht denen, die damit Handel
treiben“
In seiner Rede beschrieb Papst Leo mafiöse Menschenschlepper
und Menschenhändler mit biblischen Bildern von Meeresungeheuern. Und er wandte
sich auch direkt an Flüchtlinge und Migranten: Er verneige sich vor ihrer
Würde. „Ihr seid keine Zahlen und keine Aktennummern. Ihr seid Menschen mit
einer Familie und einem Zuhause, das ihr zurückgelassen habt; mit Träumen, die
niemand das Recht hat, zu missachten. Aber ich möchte euch auch sagen, dass
euer Leben geschützt werden muss. Überlasst eure Existenz nicht denen, die
damit Handel treiben. Glaubt nicht denen, die euch ein leichtes Paradies im
Tausch für euren Körper, euer Geld, euer Schweigen oder eure Freiheit
versprechen. Diese falschen Versprechungen sind ‚Sirenengesänge‘, sie sind
Gewerbe des Todes.“
Hafen der Schande
Zu Beginn der Begegnung erinnerte der kanarische Bischof
José Mazuelos Pérez daran, dass die Medien den Hafen von Arguineguín wegen der
dramatischen Szenen, die sich in den letzten Jahren dort abspielten, „Hafen der
Schande“ getauft haben. Allein im Jahr 2020 landeten dort binnen einer Woche
3.000 Migranten. Wegen der Covid-Pandemie durften sie allerdings nicht in den
Hafen einlaufen; die Caritas brachte ihnen damals per Boot Nahrungsmittel und
sanitäres Material. „Hier kamen Tausende von Menschen an, die vor Hunger, Krieg
und Verzweiflung flohen – Männer, Frauen und Kinder, die auf der sogenannten
Atlantikroute, einer der gefährlichsten der Welt, vor allem aus Senegal,
Mauritanien, Gambia, Mali und Marokko in kleinen Booten hier anlangten, wobei
sie manchmal Routen von 1.600 km hinter sich hatten.“ Dass der Papst hierhin
gefunden habe, stelle „viel mehr als eine Geste“ dar, es sei „ein Licht, eine
Erinnerung daran, dass keiner unsichtbar ist, dass jedes Leben zählt und dass
Gleichgültigkeit niemals die Antwort sein kann“.
Der Kapitän, die Mutter, das Mädchen
Einige Teilnehmende an der Begegnung mit dem Papst gaben in
kurzen Ansprachen einen Einblick in das Drama der Migration. Ein Kapitän der
Seenotrettung erklärte, er habe zusammen mit seinem Team in den letzten Jahren
schätzungsweise mehr als 20.000 Menschen gerettet. „Ich werde nie eine Mutter
vergessen, die mit ihrem Kind in einem kleinen Boot unterwegs war, zwischen
Verletzten und leblosen Körpern. Als sie bereits sicher an Bord waren, näherte
sich die Frau dem etwa 14-jährigen Kind, nahm ihm die Mütze und die Jacke ab
und holte goldene Ohrringe hervor, um sie ihm anzustecken. Es war ein Mädchen.
Sie weinte und ich weinte, denn ich bin Vater von zwei Teenagern. Es hätten
meine Töchter sein können. Bei jeder Rettung sehen wir einen Menschen, dessen Leben
direkt von uns abhängt.“
„Wir haben gelernt, dass es nicht darum geht, alles zu
lösen“
Eine Caritas-Freiwillige erzählte, wie es ist, wenn auf
einmal ein Flüchtlingsboot im Hafen anlangt. „Wir haben gelernt, dass es nicht
darum geht, alles zu lösen, sondern einfach da zu sein. Zuhören, Gesten der
Nähe zeigen – ein Paar Turnschuhe, eine Jacke, ein Kaffee – oder dabei helfen,
die notwendigen Unterlagen zu beschaffen, das ist bereits eine Form der
Begleitung. Wir haben entdeckt, dass kleine Gesten, ein Lächeln oder ein Blick,
Hoffnung vermitteln und jemandem das Gefühl geben können, willkommen zu sein,
auch ohne gemeinsame Sprache.“
Mit 22 Jahren in den Fängen der Menschenschlepper
Bedrückend war die Rede einer Nigerianerin namens Blessing,
die aus Sicherheitsgründen nicht an der Begegnung teilnehmen konnte und deren
Text daher verlesen wurde. Da war davon die Rede, wie sie sich mit 22 Jahren in
die Hände einer Mafia-Organisation gab, um ihr Land zu verlassen. Was folgte,
waren Monate der Gefangenschaft noch in Nigeria, dann eine riskante Überfahrt
nach Europa.
„Während der Reise wurde ich von einem Mann aus der Mafia
schwanger. Als wir in Spanien ankamen, nahmen sie mir mein Baby weg, um mich
zur Prostitution zu zwingen. Sie behandelten mich sehr schlecht. Sie trennten
mich von meinem Sohn. Er war elf Monate alt, als die Polizei diejenigen
festnahm, die mich gefangen hielten, und ich ihn endlich bei mir haben konnte.“
Seitdem habe sich ihr Leben dank der sozialen Hilfe der Kirche langsam
verändert. „Es war nicht einfach, und es gibt Tage, an denen die Hoffnung sehr
klein wird. Aber ich habe gelernt, wieder an mich selbst zu glauben. Ich habe
gelernt, dass ich es schaffen kann.“
Abschließend warf Papst Leo XIV. eine Blumenkrone ins
Wasser, zu Ehren derjenigen, die die Suche nach einem besseren Leben mit dem
Tod bezahlt haben - und segnete ein Kreuz, das aus dem Holz eines Cayucos, also
eines schlichten Holzbootes, wie es teils von Migranten genutzt wird und das in
Arguineguín anlegte, gefertigt ist. (vn 11)
„Was lange als selbstverständlich
galt, ist es nicht mehr“
Matthias Miersch, Vorsitzender der SPD-Fraktion im
Bundestag, über Demokratie, Sicherheit und die Zukunft des Sozialstaats in
Europa. Die Fragen stellte Valentina Berndt.
Die Demokratie in Europa steht unter Druck. In den letzten
Monaten gab es die Berichterstattung, dass die sogenannte Brandmauer im
Europäischen Parlament gefallen sei. Wie wird dies in Berlin wahrgenommen? Und
welche Lehren sollten daraus gezogen werden?
Für die Sozialdemokratie ist klar, dass es keine Kooperation
mit Rechtsaußen geben kann. Deshalb haben wir das Thema auch im
Koalitionsausschuss angesprochen. Die Union hält sich dabei zurück und verweist
auf die Eigenverantwortung der Europaabgeordneten. Zwar lehnt sie ein
entsprechendes Vorgehen im Deutschen Bundestag kategorisch ab, sieht die
Verantwortung aber teilweise auch im Europaparlament, bei den Sozialdemokraten
und ihrem Verhältnis zur EVP. Für uns bleibt entscheidend: Eine Zusammenarbeit
mit der AfD darf es nicht geben. In einer Koalition mit der SPD wäre ein
solches Vorgehen nicht akzeptabel.
Gibt es unbequeme Wahrheiten über die Zukunft Deutschlands,
die derzeit zu wenig diskutiert werden?
Die Welt verändert sich massiv. Vieles, was lange als
selbstverständlich galt, ist es nicht mehr. Das transatlantische Bündnis hat
unter Donald Trump erheblich gelitten. Daraus folgt für uns die Notwendigkeit,
stärker in die eigene Verteidigungsfähigkeit zu investieren. Vor zehn Jahren
hätte ich mir nicht vorstellen können, dass wir in diese Situation kommen.
Ähnliches gilt für die Energie- und Klimapolitik. Die
Entwicklungen im Nahen Osten zeigen, wie wichtig größere Unabhängigkeit ist.
Gleichzeitig entstehen immer dann Konflikte, wenn konkrete Veränderungen
anstehen: Elektromobilität, klimafreundliches Heizen oder die Transformation
der Automobilindustrie. Viele Beschäftigte machen sich Sorgen um ihre Zukunft.
Hinzu kommt, dass es politische Kräfte gibt, die den
menschengemachten Klimawandel infrage stellen und notwendige Veränderungen
ablehnen. Deshalb müssen wir unbequeme Realitäten offen ansprechen.
Entscheidend ist dabei, wie man diese Veränderungen erklärt und welche Lösungen
man anbietet.
Wenn wir beim Thema Verteidigung bleiben: Mehr Sicherheit
bedeutet auch höhere Ausgaben. Viele Menschen befürchten, dass dies zulasten
des Sozialstaats geht. Was entgegnen Sie diesen Sorgen?
Genau deshalb haben wir eine Verfassungsänderung
beschlossen. Die Verteidigungsausgaben wurden in eine sogenannte
Bereichsausnahme überführt. Das bedeutet, dass diese Ausgaben nicht auf die
Schuldenbremse angerechnet werden. So verhindern wir, dass Sozialpolitik und
Verteidigungspolitik gegeneinander ausgespielt werden.
Die Behauptung, jede Investition in die Verteidigung gehe
automatisch zulasten sozialer Leistungen, stimmt daher nicht. Natürlich müssen
wir langfristig beachten, dass zusätzliche Schulden auch Zinskosten
verursachen. Darüber wird derzeit diskutiert. Gleichzeitig gilt: Wenn ein Staat
seine Verteidigungsfähigkeit nicht sicherstellen kann, ist auch der beste
Sozialstaat gefährdet.
Das heißt, beides ist möglich?
Ja. Wir haben uns sowohl zu einer starken Verteidigung als
auch zu einem starken Sozialstaat bekannt. Dennoch steht der Bundeshaushalt
unabhängig von den Verteidigungsausgaben unter Druck. Deshalb werden wir
darüber sprechen müssen, wo gespart werden kann und wo nicht. Das ist aktuell
eine zentrale Debatte innerhalb der Koalition.
Wo sollte aus Ihrer Sicht keinesfalls gespart werden?
Dort, wo der gesellschaftliche Zusammenhalt gestärkt wird.
Dazu gehören soziale Sicherungssysteme – etwa bei Krankheit oder
Arbeitslosigkeit –, aber auch Bildung, Forschung und Infrastruktur. Das sind
die Grundlagen für die Zukunftsfähigkeit eines Landes. Deshalb investieren wir
beispielsweise über das Sondervermögen in Bildungsinfrastruktur und Kultur.
Diese Bereiche sind für mich zentral.
Gleichzeitig müssen wir auch über die Einnahmeseite des
Staates sprechen. Die Vermögensungleichheit in Deutschland wächst. Deshalb
müssen wir Fragen nach großen Vermögen, Kapitaleinkünften und der Finanzierung
sozialer Sicherungssysteme diskutieren. Dazu gehören auch Themen wie
Beitragsbemessungsgrenzen oder die Behandlung sehr hoher Einkommen.
Wie realistisch ist es, dass sich in der Koalition bei
solchen Fragen etwas bewegt? Die Reaktionen auf entsprechende Vorschläge von
Finanzminister Klingbeil waren teilweise sehr kritisch.
Die nächsten Wochen werden entscheidend sein. Es gibt
zunehmend Stimmen auch innerhalb der Union, die die wachsende Vermögensungleichheit
kritisch sehen. Viele Menschen empfinden die Entwicklung als ungerecht. Deshalb
hoffe ich auf Bewegung, etwa bei einer stärkeren Besteuerung sehr hoher
Vermögen oder bei der Behandlung von Kapitaleinkünften. Auch die Frage des
Spitzensteuersatzes wird diskutiert: Denkbar wäre, ihn erst bei höheren
Einkommen greifen zu lassen und gleichzeitig anzupassen. Diese Debatten werden
intensiv geführt werden.
Gibt es Themenfelder, bei denen Sie sich innerhalb der SPD
mehr Mut wünschen?
In einer Koalition besteht immer die Herausforderung, das
eigene Profil zu bewahren, ohne als zerstritten wahrgenommen zu werden. Diese
Balance müssen wir weiterentwickeln. Gleichzeitig müssen wir deutlicher machen,
wofür die Sozialdemokratie steht, unabhängig von den Kompromissen einer
Koalition. Deshalb haben wir einen Grundsatzprogrammprozess begonnen. Dabei
geht es darum, unsere eigenen Vorstellungen für die Zukunft des Landes klarer
zu formulieren.
Wir leben in einer Zeit tiefgreifender Veränderungen: Das
transatlantische Bündnis steht unter Druck, künstliche Intelligenz verändert
Wirtschaft und Gesellschaft, und viele Gewissheiten der vergangenen Jahrzehnte
gelten nicht mehr. Dafür brauchen wir neue politische Antworten und
überzeugende Zukunftsbilder.
Wie können diese Ideen im Alltag der Menschen ankommen?
Viele Bürgerinnen und Bürger nehmen gar nicht wahr, was bereits umgesetzt wird.
Das ist auch eine Frage der Kommunikation. Wir müssen
Inhalte besser vermitteln und klarere Profile entwickeln. Wir haben die
Bedeutung sozialer Medien lange unterschätzt. Andere politische Kräfte waren
dort deutlich früher und erfolgreicher präsent. Deshalb müssen wir neue Wege
finden, politische Inhalte verständlich und sichtbar zu machen. Kommunikation
und politisches Profil hängen eng zusammen.
Für die Rechtspopulisten ist das allerdings leichter, wenn
Persönlichkeiten wie Elon Musk ihre Positionen unterstützen.
Das spielt sicherlich eine Rolle. Algorithmen und die
Eigentümer großer Plattformen beeinflussen die öffentliche Debatte.
Gleichzeitig wäre es zu einfach, sämtliche Probleme darauf zurückzuführen.
Unsere Aufgabe ist es, eigene Antworten zu entwickeln und den digitalen Raum
aktiv zu gestalten. Dazu gehört auch Regulierung. Es kann nicht sein, dass
Plattformen einen so großen Einfluss auf die öffentliche Meinungsbildung haben,
ohne dass Transparenz darüber besteht, wie ihre Algorithmen überhaupt
funktionieren. Hier ist insbesondere Europa gefordert. Nationale Lösungen
allein werden nicht ausreichen, um die großen digitalen Plattformen wirksam zu
regulieren und demokratische Prozesse zu schützen. Ipg 11
Atlantikroute. Papst besucht „Kai
der Schande“ und mahnt Menschenwürde an
Papst Leo XIV. besucht auf Gran Canaria den früheren
Krisenhafen Arguineguín und trifft Geflüchtete, die die Atlantikroute überlebt
haben. Mit einem Kranz im Meer erinnert er an Tausende Tote und mahnt
Menschenwürde an.
Von Robert Messer und Emilio Rappold Mittwoch, 10.06.2026,
12:10 Uhr|zuletzt aktualisiert: Mittwoch, 10.06.2026, 16:44 Uhr Lesedauer: 5
Minuten |
Wenn Papst Leo XIV. ab Donnerstag zum Ende seines
Spanien-Besuchs auf den Kanaren den 19-jährigen Mohammed Sellow Jallow aus
Gambia und weitere Migranten trifft, wird er nicht mehr die dichten
Ansammlungen von Booten sehen, die vor kurzem in alarmierender Regelmäßigkeit
vor den Küsten der Atlantik-Inseln ankamen – keine überfüllten Molen, keine
improvisierten Lager aus Holz und Planen direkt am Hafen.
Die Zahl der Migranten, die von der westafrikanischen Küste
aus über die Atlantikroute auf die Kanaren gelangten, ist 2025 im Vergleich zum
Vorjahr um fast 80 Prozent gesunken. Diese Tendenz setzt sich auch im laufenden
Jahr fort. Dennoch prägte die als eine der tödlichsten Fluchtrouten der Welt
bekannte Strecke die Inseln zwischen 2020 und 2024 nachhaltig.
Auf dem Höhepunkt der Krise kamen erst 2024 binnen eines
Jahres fast 50.000 Menschen auf den Kanaren an. Bei der Bevölkerung machte sich
Unmut breit, von einer „unhaltbaren“ Lage und einer „Invasion“ war die Rede.
Papst besucht damaligen Hotspot der Krise
Symbol der humanitären Notlage wurde der Hafen von
Arguineguín auf Gran Canaria – der sogenannte „Muelle de la Vergüenza“, der
„Kai der Schande“. Dort harrten im August 2020 zeitweise fast 3.000 Menschen
unter prekären Bedingungen aus, obwohl der Bereich nur für etwa 500 Personen
ausgelegt war. Sie schliefen auf Beton, die hygienischen Verhältnisse waren
entsetzlich.
Genau diesen Hafen wird der Papst, dem das Schicksal von
Migranten am Herzen liegt, am Donnerstag besuchen. Dort will der Pontifex mit
Vertretern von Aufnahmeeinrichtungen auf Gran Canaria zusammentreffen. Er
trifft aber auch mehrere Migranten, die einst in sogenannten Cayucos, also oft
kaum für den rauen Atlantik geeigneten, überfüllten Holzbooten, auf den
Kanarischen Inseln ankamen.
Aus erster Hand will Leo von den Migranten hören, was ihnen
widerfahren ist. Während seines Besuchs des Hafens von Arguineguín werden sie
zu Wort kommen. Anschließend will der Papst zum Gedenken an die Tausenden
Todesopfer der gefährlichen Atlantikroute einen Blumenkranz im Meer niederlegen
und ein Kreuz aus Holzresten eines gestrandeten Bootes segnen.
Auch nach der Überfahrt bleibt die Unsicherheit
Für viele Menschen, die die gefährliche Überfahrt über das
Meer zwar überlebt haben, endet die Unsicherheit allerdings nicht mit der
Ankunft an Land. Das zeigt auch die Geschichte von Sellow Jallow. Er erreichte
2023 als Minderjähriger nach einer mehrtägigen Überfahrt in einem Cayuco
Teneriffa. Der Übergang ins Erwachsenenalter brachte ihn erneut in eine prekäre
Lage. „Mit 18 war ich plötzlich auf der Straße“, erzählte er dem TV-Sender
RTVE.
Seine Geschichte ist kein Einzelfall. Viele junge
Geflüchtete fallen nach dem Erreichen der Volljährigkeit aus dem
Betreuungssystem und müssen sich im Behördenalltag zurechtfinden. Verschiedene
Einrichtungen versuchen, diese Lücke aufzufangen. Inzwischen lebt Sellow Jallow
in einer Caritas-Einrichtung, hat seine Aufenthaltspapiere erneuert und hofft auf
einen Ausbildungsplatz.
Migranten nicht „schlechter als Tiere“ behandeln
Auf Leos erster Reise in ein EU-Land außerhalb Italiens
richtet er seinen Blick auch auf das Thema Migration. Kaum eine Möglichkeit
ließ der erste US-Amerikaner auf dem Stuhl Petri bisher aus, um an das
Schicksal von Migranten zu erinnern. „In jedem Fall handelt es sich um
Menschen, und wir müssen Menschen menschlich behandeln – nicht schlechter als
Tiere“, sagte Leo angesprochen auf das Thema am Ende seiner jüngsten
Afrika-Reise.
Ein Land könne zwar sagen, dass es nicht mehr als eine
bestimmte Anzahl an Menschen aufnehmen könne, Migration dürfe auch nicht „ohne
Ordnung“ ablaufen, „aber wenn die Menschen ankommen, sind es Menschen, und sie
verdienen den Respekt, der jedem Menschen aufgrund seiner Würde zusteht“.
Mit seiner deutlichen Kritik an der unmenschlichen
Behandlung von Geflüchteten ließ Leo auch in seinem Heimatland aufhorchen und
zog auch schon den Zorn von US-Präsident Donald Trump auf sich. Auf dem
Höhepunkt der öffentlichen Entrüstung über das brutale Vorgehen der
Einwanderungsbehörde ICE vergangenes Jahr kritisierte er den Umgang mit
Migranten in den USA.
In der Migrationsfrage positioniert sich Leo in der
Tradition seines vor mehr als einem Jahr verstorbenen Vorgängers Franziskus.
Dieser rückte auch immer wieder das Schicksal von Migranten in den Fokus.
Franziskus äußerte zu Lebzeiten noch, auf die Kanaren reisen zu wollen. Dies
holt Leo nun mit seiner Reise nach.
In knapp einem Monat Besuch auf Lampedusa
Auf den Kanarischen Inseln verbringt der Papst gerade einmal
gut 24 Stunden, dennoch wird sein Besuch als starkes Zeichen gesehen, das Flüchtlingsdrama
auf den Kanaren sichtbar zu machen. Nach seinem Besuch auf Gran Canaria am
Donnerstag geht es für Leo am Freitag weiter nach Teneriffa. Dort besucht er
die Aufnahmeeinrichtung für Migranten Las Raíces, wo er Flüchtlinge trifft.
In der Inselhauptstadt von Gran Canaria, Las Palmas, ist die
Vorfreude auf den Besuch des Papstes bereits zu spüren: Im Zentrum weisen
Poster mit der Aufschrift „Willkommen in Las Palmas de Gran Canaria“ oder
„Geschichte. Hier und jetzt.“ mit Fotos von Leo auf den hohen Besuch hin. Das
lokale Verkehrsunternehmen Guaguas hat extra seinen Fahrplan geändert und
bietet insbesondere zum Stadion, in dem Leo am Donnerstagabend eine Messe
leiten wird, mehr Busfahrten an.
Nach seinem Besuch auf Gran Canaria am Donnerstag geht es
für Leo am Freitag weiter nach Teneriffa. Dort trifft er Flüchtlinge in der
Aufnahmeeinrichtung Las Raíces.
Später will er sich auf dem zentralen Platz Plaza del Cristo
erneut von Migranten – zwei Männern aus dem Senegal und Marokko sowie einer
Frau aus Kolumbien – von ihren Erfahrungen berichten lassen. Nach einer großen
Messe geht es für Leo am Nachmittag auch schon wieder zurück in den Vatikan.
Das Thema wird Leo aber nicht loslassen. In knapp einem
Monat will er die italienische Mittelmeerinsel Lampedusa besuchen. Die kleine
Insel südlich von Sizilien ist seit vielen Jahren eines der Zentren der
Fluchtbewegung von Nordafrika übers zentrale Mittelmeer nach Europa. Die Bilder
von ramponierten Migrantenbooten an der dortigen Mole und dem hoffnungslos
überfüllten Flüchtlingslager sorgten in der Vergangenheit auch schon für
Schlagzeilen. (dpa/mig 11)
EUAA-Jahresbericht. Asylanträge in
Europa sinken auf Tiefstand seit 2021
Die Zahl der Asylanträge in Europa ist auf den niedrigsten
Stand seit 2021 gesunken. Gleichzeitig bereiten sich die Mitgliedstaaten auf
neue EU-Asylregeln, Grenzverfahren und das Eurodac-Register vor. Ziel: Senkung
der Asylzahlen.
Die Zahl der Asylanträge in den EU-Staaten und anderen
europäischen Partnerstaaten ist im vergangenen Jahr auf den niedrigsten Stand
seit 2021 gesunken. Wie die EU-Asylagentur (EUAA) am Dienstag in ihrem
Jahresbericht mitteilte, wurden 2025 rund 822.000 Asylanträge registriert. Das
waren 19 Prozent weniger als im Vorjahr. Zugleich sank die Zahl der offenen
Asylverfahren in erster Instanz um 13 Prozent.
EU-Migrationskommissar Magnus Brunner erklärte: „Unser
Engagement in Partnerländern und die zunehmende Stabilität in wichtigen
Regionen haben zu einem weiteren Rückgang der Asylanträge geführt. Die
Mitgliedstaaten nutzen diese Situation, um bestehende Rückstände abzubauen, die
Aufnahmesysteme zu stärken und sich auf die neuen Regeln vorzubereiten. Schritt
für Schritt bringen wir unser europäisches Haus in Ordnung.“
Ab Freitag neue Regeln
Nach Angaben der EUAA bereiteten sich die Mitgliedstaaten
2025 intensiv auf die Umsetzung des neuen Gemeinsamen Europäischen Asylsystems
(Geas) vor, das am Freitag in Kraft tritt. Geas dient vor allem der
Eindämmung sogenannter „irregulärer“ Migration in die EU sowie der
Beschleunigung und Vereinheitlichung von Asylverfahren. Das mehr als 500 Seiten
starke Gesetzespaket enthält im Wesentlichen folgende Punkte:
Screening
Alle Personen, die irregulär in die EU einreisen, sollen
unabhängig von einem Asylverfahren innerhalb weniger Tage ein Screening
durchlaufen. Dies umfasst die Identifizierung von Personen, Gesundheits- und
Sicherheitskontrollen, die Abnahme von biometrischen Daten und die
Registrierung in der bereits bestehenden EURODAC-Datenbank. Diese soll zu einer
umfassenden Migrationsdatenbank ausgebaut werden. Personen, die nicht zur
Einreise berechtigt sind, sollen schnell identifiziert und zurückgewiesen
werden.
Verlagerung der Asylverfahren an die EU-Außengrenzen
Asylverfahren vor allem von Menschen mit einer geringen
Bleibeperspektive sollen in Zentren an den Außengrenzen der Europäischen Union
durchgeführt werden. Die Entscheidungen sollen innerhalb von zwölf Wochen
getroffen werden. Menschen aus Ländern mit einer Anerkennungsquote von unter 20
Prozent sollen so möglichst schnell zurückgeführt werden. Vom Grenzverfahren
ausgenommen sind unbegleitete Minderjährige, nicht jedoch Familien mit Kindern.
Auch eine Prüfung von Asylanträgen in Zentren außerhalb der EU in sogenannten
sicheren Drittstaaten ist möglich, wenn diese die Genfer Flüchtlingskonvention
ratifiziert haben.
Monitoring durch unabhängige Kommissionen
Für das Screening- und das gegebenenfalls sich anschließende
Asylverfahren an der EU-Außengrenze wird ein unabhängiger
Monitoring-Mechanismus eingerichtet, der sicherstellt, dass Grund- und
Menschenrechte gewahrt werden und die Mitgliedstaaten die geltenden Regeln
einhalten. In Deutschland ist dafür das Deutsche Institut für Menschenrechte
zuständig.
Solidaritätsmechanismus
Die EU-Staaten ohne Außengrenzen sollen sich beteiligen. Sie
sollen entweder Schutzsuchende aufnehmen oder finanzielle Unterstützung
leisten. EU-weit sollen künftig gleiche Mindeststandards für die Aufnahme,
Unterbringung und Versorgung von Schutzsuchenden gelten.
Begrenzung der Sekundärmigration
Durch die zentrale Registrierung in der EURODAC-Datenbank
soll die sogenannte Sekundärmigration, also das unkontrollierte Weiterziehen in
andere EU-Länder eingedämmt werden. Zuständig für die Verfahren bleibt wie
bisher der Mitgliedsstaat, in dem die Antragsteller zuerst die EU betreten.
Deutschland hat darüber hinaus beschlossen, Sekundärmigrationszentren
einzurichten. Dort werden Asylbewerber untergebracht, die in einem anderen
Mitgliedstaat registriert sind. Sie können unmittelbar aus den Einrichtungen in
den zuständigen Mitgliedstaat rückgeführt werden. (epd/mig 10)
Medienvielfalt. Cosmo-Reform: WDR
kürzt Mehrsprachigkeit
Der WDR benennt Cosmo in 1Live Street um und bündelt viele
mehrsprachige Angebote neu. Kritiker sehen darin den Rückbau eines
Radioprogramms, das kulturelle Vielfalt und Teilhabe in der
Einwanderungsgesellschaft abbilden sollte.
Der WDR benennt seine jungen Radiowellen Cosmo und 1Live
Diggi um und richtet die Programme neu aus. Der Rundfunkrat habe die
Reformvorhaben mit knapper Mehrheit gebilligt, teilte das Gremium vergangene
Woche nach seiner Sitzung mit. Damit soll Cosmo vom Frühjahr 2027 an als 1Live
Street und 1Live Diggi als 1Live Lounge auf Sendung gehen.
Die neuen Namen sollen wiedergeben, wofür die Sender stehen,
erklärte der Rundfunkrat. Bei 1Live Lounge werde es ruhiger zugehen:
Ein Sender zum „(mentalen) Abschalten mit entspannter Musik
und ohne die Krisen dieser Welt ständig zu thematisieren“. 1Live Street
hingegen solle die Hip-Hop-Kultur in den Mittelpunkt stellen und damit auch
Menschen mit internationaler Geschichte abholen.
Beschluss trotz gesetzlichem Auftrag
Der WDR hatte vor der Entscheidung erklärt, kulturelle
Vielfalt solle künftig in allen drei jungen Programmen stärker verankert werden
und zugleich Querschnittsthema für den gesamten Sender bleiben. Die
Sprachenangebote von Cosmo und WDRforyou sollen demnach in einer gemeinsamen
Fachredaktion zusammengeführt werden. Neben den WDRforyou-Angeboten in Arabisch
und Farsi sei ein weiterentwickeltes digitales Angebot in türkischer Sprache
geplant, erklärte der Sender in seiner Pressemitteilung zur Neuaufstellung.
Der gesetzliche Auftrag des WDR spielt in der Debatte eine
zentrale Rolle. Im WDR-Gesetz ist unter anderem ein Hörfunkprogramm vorgesehen,
das sich vor allem Themen des interkulturellen Zusammenlebens widmet. Zudem
soll das Programm das friedliche und gleichberechtigte Miteinander von Menschen
unterschiedlicher Kulturen und Sprachen im Land fördern und diese Vielfalt
konstruktiv abbilden.
Kontroverse Debatte
Bereits im Vorfeld der Sitzung seien die Veränderungen bei
Cosmo kontrovers diskutiert worden, hieß es. Dabei habe die Frage im Fokus
gestanden, ob der WDR seinem Auftrag zur Förderung des interkulturellen
Zusammenlebens mit dem neuen Konzept weiter nachkomme. Die Diskussion in der
Sitzung sei geprägt gewesen von Fragen zur Zukunft der fremdsprachigen
Angebote. Die Mitglieder stimmten den Angaben nach schließlich mit knapper
Mehrheit für die Programmschemaänderung zum April 2027.
Cosmo bietet derzeit Programme auf Türkisch, Italienisch,
Spanisch, Griechisch, Russisch, Kurdisch, Polnisch, Arabisch sowie
Bosnisch/Serbisch/Kroatisch an. Die muttersprachlichen Angebote wolle der WDR
wegen aus seiner Sicht zu geringer Nutzung in einer gemeinsamen Fachredaktion
mit WDRforyou bündeln. Künftig sollen danach vor allem Arabisch, Farsi und
Türkisch weitergeführt werden.
In Nordrhein-Westfalen hat die Frage nach mehrsprachigen
Angeboten auch demografisches Gewicht. Nach Daten des Statistischen Landesamtes
lebten 2024 rund 5,69 Millionen Menschen mit Migrationshintergrund in NRW. Von
ihnen lebten 54,8 Prozent in einem Haushalt, in dem neben Deutsch mindestens
eine weitere Sprache gesprochen wurde; 18,4 Prozent sprachen zu Hause gar kein
Deutsch. Türkisch, Russisch, Arabisch und Polnisch gehörten zu den häufigsten
Sprachen.
Kritik von Medienverband
Die Neuen deutschen Medienmacher kritisierten die
Entscheidung scharf. Der Verein sprach von einem Verlust des einzigen
interkulturellen und mehrsprachigen Radiosenders der ARD. Cosmo sei für
migrantische und queere Communitys ein verlässlicher Anknüpfungspunkt gewesen.
Mehrsprachige Formate auf Russisch, Italienisch, Kurdisch, Polnisch und
weiteren Sprachen seien öffentlich-rechtliche Informationsangebote in den
jeweiligen Erstsprachen, erklärte der Verband in einer Stellungnahme.
Die Berliner Integrationsbeauftragte Katarina Niewiedzial
forderte nach der Ankündigung des WDR den rbb auf, das mehrsprachige
Radioprogramm für Berlin und Brandenburg zu erhalten. Statt Vielfalt zurückzufahren,
brauche es den Mut, Cosmo als lineares wie digitales Angebot
weiterzuentwickeln, erklärte sie nach der Ankündigung des WDR. Auch sie verwies
auf die Bedeutung des Senders für Teilhabe und Repräsentation in einer
Einwanderungsgesellschaft.
Grüne gegen Kürzung
Kritik erntete der WDR-Beschluss auch von Frank Jablonski,
kulturpolitischer Sprecher der Grünen NRW-Landtagsfraktion. Dass die
„mehrsprachigen Angebote komplett gestrichen werden, lehnen wir ab“, erklärte
Jablonski, der auch Mitglied im WDR-Rundfunkrat ist. Die vorgestellten Pläne
seien keine Weiterentwicklung, sondern eine Abwicklung von Cosmo. Die
Grünen-Mitglieder im WDR-Rundfunkrat hätten daher geschlossen gegen die Pläne
gestimmt. „Als einziges mehrsprachiges ARD-Radioprogramm verlieren wir damit
ein Angebot, das wie kaum ein anderes kulturelle Vielfalt und gesellschaftliche
Teilhabe repräsentiert hat.“
Der Beschluss des WDR kommt nicht überraschend. Bereits im
vergangenen Jahr hatte es Überlegungen zur Zukunft von Cosmo gegeben, die nach
öffentlicher Kritik teilweise zurückgenommen wurden. Im Juni 2025 hatten mehr
als 65.000 Menschen eine Petition zum Erhalt des interkulturellen
Radioprogramms unterstützt. Zu den Erstunterzeichnenden zählten zahlreiche
prominente Medienschaffende, darunter Regisseur Fatih Akin oder Musiker Herbert
Grönemeyer. (epd/mig 9)
KAV Frankfurt begrüßt
integrationspolitische Signale im neuen Koalitionsvertrag
Die Kommunale Ausländerinnen- und Ausländervertretung (KAV)
Frankfurt begrüßt, dass zahlreiche integrations- und teilhabepolitische Themen
Eingang in den neuen Koalitionsvertrag der Stadt Frankfurt gefunden haben.
Besonders erfreulich ist, dass auch die langjährige Förderung und Stärkung der Arbeit
der KAV – des bundesweit zweitgrößten demokratisch gewählten Gremiums dieser
Art – ausdrücklich Erwähnung findet.
Diese und viele weitere Themen sind nicht zufällig
Bestandteil des Koalitionsvertrages geworden. Sie wurden über Jahre hinweg
durch die Arbeit der KAV, ihre Öffentlichkeitsarbeit und zahlreiche Anträge in
die politische Debatte eingebracht und haben so entscheidend dazu beigetragen,
sie in den Fokus der Stadtpolitik zu rücken. Diese und viele andere Punkte gehen
auf Initiativen der KAV zurück.
Dies ist ein wichtiges Signal für die Menschen in der
internationalsten Stadt Deutschlands.
Dazu zählen zentrale Bereiche der Integrations- und
Teilhabepolitik wie die Stärkung von Chancengleichheit, bessere
Ankommensstrukturen für Zugewanderte und Geflüchtete, Sprachförderung,
unabhängige Beratung, Arbeitsmarktintegration sowie demokratische Bildung.
Ebenso begrüßt die KAV das klare Bekenntnis zu Menschenwürde, Zusammenhalt und
zur Umsetzung der Istanbul-Konvention.
Positiv bewertet die KAV die geplante Weiterentwicklung des
Frankfurt Immigration Office (FIO) zu einem modernen Einwanderungsamt, den
Ausbau der Ankommensstrukturen sowie die Einrichtung eines Sprach- und
Teilhabepakts zur besseren Bündelung von kommunalen und europäischen
Fördermitteln.
Auch die vorgesehenen niedrigschwelligen Sprach-,
Alphabetisierungs- und Weiterbildungsangebote mit Kinderbetreuung sowie
wohnortnahe Kurse mit Teilhabefokus werden ausdrücklich begrüßt. Gleiches gilt
für die Anerkennung ausländischer Berufsabschlüsse, den Ausbau mehrsprachiger
und digitaler städtischer Angebote sowie die Bereitstellung von Informationen
in den wichtigsten Sprachen der Stadtgesellschaft.
Ebenfalls positiv hervorgehoben werden kommunale
Erasmus+-Programme, die Zusammenarbeit mit Partnerstädten sowie Maßnahmen zur
beruflichen Förderung von Frauen beim Wiedereinstieg durch Qualifizierung,
Coaching und Mentoring.
Positiv bewertet die KAV außerdem, dass die seit vielen
Jahren erhobene Forderung nach einer stärkeren Unterstützung ihrer Arbeit nun
Eingang in den Koalitionsvertrag gefunden hat. Gleichzeitig verbindet sie damit
eine klare Erwartung:
„Wir hoffen, dass es nicht bei einem Versprechen bleibt. Die
KAV erreicht mit ihrer Arbeit eine große Zahl von Menschen, die von klassischen
politischen Beteiligungsformaten häufig nicht erreicht werden. Sie übernimmt
eine wichtige Rolle bei Demokratieförderung, Teilhabe und Integration.“
Gerade in Zeiten, in denen Fördermittel gekürzt und
zahlreiche Projekte eingestellt werden, kommt der Arbeit der KAV eine immer
größere Bedeutung zu. Sie ist für viele Menschen erste Ansprechpartnerin,
Vermittlerin und Brückenbauerin zwischen Stadtgesellschaft, Verwaltung und
Politik.
Damit wäre die Stärkung der KAV – als städtische Institution
mit dem kleinsten Budget, das seit Jahrzehnten nicht erhöht wurde – ein längst
überfälliger Schritt.
Die KAV versteht den Koalitionsvertrag deshalb nicht als
Sammlung wohlklingender Absichtserklärungen, sondern als Auftrag zum Handeln.
Für die Menschen, die auf Unterstützung, Orientierung und
Teilhabe angewiesen sind, muss dieser Koalitionsvertrag der Beginn einer
verlässlichen Zusammenarbeit und einer nachhaltigen Stärkung der Teilhabe- und
Integrationsarbeit in Frankfurt sein. Den Worten müssen nun Taten folgen.
Mit freundlichen Grüßen
gez. Jumas Medoff (Vorsitzender der KAV) dip 12
Friedensgutachten. Putin, Trump,
Netanjahu greifen Völkerrecht an
Die führenden deutschen Friedensforschungsinstitute warnen
vor einer Normalisierung von Krieg als Mittel der Politik. Putin, Trump und
Netanjahu stünden für ein Muster, bei dem Machtinteressen das Völkerrecht
verdrängen. Auch Deutschland steht in der Kritik. Von Corinna Buschow
Die vier führenden deutschen Friedensforschungsinstitute
äußern sich in ihrem aktuellen Gutachten besorgt über die Normalisierung von
Kriegen zur Durchsetzung eigener Interessen. Neue „Warlords“ höhlten die
internationale Ordnung aus und scherten sich dabei nicht um das Völkerrecht,
sagte der Konfliktforscher Conrad Schetter vom Bonn International Centre for Conflict
Studies (BICC) am Montag in Berlin. Als Beispiele für moderne Kriegsfürsten
nannte er den russischen Präsidenten Wladimir Putin, US-Präsident Donald Trump
und Israels Regierungschef Benjamin Netanjahu.
„Der Krieg wird wieder als normales Mittel gefeiert, mit dem
man einfach Macht ausüben kann, mit dem man Interessen durchsetzen kann“, sagte
Nicole Deitelhoff vom Leibniz-Institut für Friedens- und Konfliktforschung
(PRIF). Dieses Interesse sei nicht am Allgemeinwohl ausgerichtet, sondern es
handele sich um persönliches oder Profitinteresse. Seit Jahren warne das
Friedensgutachten vor dem Zerfall der regelbasierten internationalen Ordnung.
Heute sei es so weit. „Wir befinden uns in diesem Verfall“, sagte Deitelhoff.
Forscher sehen gleiches Muster bei Putin, Trump und
Netanjahu
Ursula Schröder vom Institut für Friedensforschung und
Sicherheitspolitik an der Universität Hamburg (IFSH) betonte, die Fälle Putin,
Trump und Netanjahu stünden für sich und sollten nicht gleichgesetzt werden. In
ihrem Agieren zeige sich aber ein Muster. Gewalt werde als „normales Mittel von
Politik“ auch für die eigene Machtausdehnung genutzt, sagte sie.
Verstärkt würden Krisendynamiken dabei auch dadurch, dass
sich große Geber aus der Entwicklungszusammenarbeit und humanitären Hilfe
zurückziehen, ergänzte Schetter. „Schon jetzt verschärfen sich
Ernährungskrisen, erodieren Basisdienstleistungen und zerreißen Schutznetze“,
sagte er und verwies dabei auf die Ausbreitung von Ebola im Kongo.
Wissenschaftler: Bundesregierung muss Regelbrüche benennen
Staaten, die an der regelbasierten Ordnung und
internationalen Zusammenarbeit festhielten, sieht das Gutachten besonders stark
herausgefordert. Deutschland und der Europäischen Union empfehlen die
Forscherinnen und Forscher, die Abhängigkeit bei Verteidigung und Rüstung
gegenüber den USA zu verringern. Zudem sollte die Bundesregierung Regelbrüche
„konsequent benennen“. Wenn Völkerrechtsbrüche wie im Fall von Venezuela und
Iran toleriert würden, verspiele man Glaubwürdigkeit. „Das Scheitern der
deutschen Bewerbung für einen Sitz im UN-Sicherheitsrat sollte ein Warnschuss
sein“, sagte Schetter.
Kritik findet sich in dem Gutachten auch an der
Neuausrichtung der deutschen Entwicklungspolitik, die auch wegen der gekürzten
Mittel stärker auf deutsche Interessen fokussiert werden soll. Nur, wenn
Entwicklungszusammenarbeit „ihren normativen Kern“ verteidigt, könne sie „einen
Gegenpol zur Willkür der neuen Kriegsfürsten darstellen“, sagte Schetter. „Wo
Entwicklungszusammenarbeit bloß der Migrationsabwehr oder Rohstoffsicherung
dient, verliert sie ihren friedenspolitischen Sinn“, sagte er. Ihr Mehrwert
bestehe darin, das Vertrauen in Partnerschaften und in die internationale
Ordnung zu stärken.
Das Friedensgutachten erscheint jährlich seit 1987.
Beteiligt sind neben dem BICC, PRIF und IFSH das Institut für Entwicklung und
Frieden (INEF) der Universität Duisburg-Essen. (epd/mig 9)
Der Weltraum wird zur geopolitischen Schlüsselarena des 21.
Jahrhunderts. Europa droht mal wieder die Rolle des moralisierenden Zuschauers.
K.-P. Ludwig
In der ersten Junihälfte will Elon Musk mit SpaceX an die
Börse gehen. Mit einer erwarteten Bewertung von bis zu zwei Billionen US-Dollar
könnte sein Raumfahrtunternehmen zu den wertvollsten Konzernen der Welt
gehören. Zudem verdichten sich Gerüchte über eine spätere Fusion mit Tesla, die
ein Firmenimperium von bislang ungekanntem Ausmaß schaffen könnte. Das
Spektakel an der Wall Street markiert die endgültige Demontage einer
romantischen Illusion: Der Weltraum, der lange als friedvolle Domäne von
Wissenschaft, Forschung und eines „großen Menschheitstraums“ galt, ist jetzt
Schauplatz wirtschaftlicher, technologischer und geopolitischer Machtspiele um
eine neue Weltordnung.
Washington demonstriert der Welt gerade, wie man sich die
Gestaltung dieser Ordnung im 21. Jahrhundert vorstellt: nicht mehr durch
langwierige Vereinbarungen auf der Ebene internationaler Organisationen,
sondern durch die nationale Verknüpfung von entfesseltem Tech-Kapitalismus und
militärischer Schlagkraft und durch deren rücksichtslosen Einsatz zur
Durchsetzung eigener Interessen. Die USA stützen ihre geopolitische
Vorherrschaft im Wettlauf mit China bewusst auf Großkonzerne, die im
staatlichen Auftrag unter anderem orbitale Infrastrukturen als logistisches,
informationelles und militärisches Rückgrat moderner Staatlichkeit schaffen
sollen. Wir sehen uns aktuell daher einer „Unordnung“ gegenüber, die sich aber
zunehmend von der Unipolarität der vergangenen Jahrzehnte zu einer lockeren
Multipolarität entwickelt.
Derweil steckt Europa in einem strukturellen Dilemma. Der
Kontinent hat die strategische Bedeutung des Orbits zwar erkannt, verfügt
jedoch nur begrenzt über die politischen und industriellen Voraussetzungen, um
daraus Handlungsfähigkeit abzuleiten. Einig in der Zielsetzung versuchen
Brüssel, Berlin und Paris leidenschaftlich ihre eigenen Konzepte durchzusetzen.
Sie debattieren und generieren Prosa, während anderswo Fakten geschaffen
werden.
Europa tut sich schwer damit, das All nicht nur als Bühne für
Wirtschaft (Kommunikations-, Navigations- und Erdbeobachtungsdienste) und
Kultur (Wissenschaft, Forschung und Bildung) zu begreifen, sondern auch als
„Theater“ für politische und militärische Machtspiele. Wenn die Internationale
Raumstation am Ende der Dekade aus dem Orbit verschwindet, endet auch die
letzte friedliche Kooperation zwischen den USA und Russland. Den Weltraum
werden zukünftig wohl eher gnadenloser Wettbewerb, strategische Konkurrenz und
physische Überfüllung prägen.
Trotzdem ist und bleibt er wohl das Fundament und die
Achillesferse aller modernen Gesellschaften. Satellitensysteme koordinieren den
internationalen Zahlungsverkehr, steuern Lieferketten, synchronisieren
Stromnetze und sichern das Wachstum globaler Telekommunikation. Die
Abhängigkeit moderner Volkswirtschaften von dieser Infrastruktur ist so total,
dass ihr Ausfall innerhalb kürzester Zeit den Absturz in prä-industrielle
Zustände auslösen könnte. Angesichts der zunehmenden Erschütterungen der
internationalen Ordnung erscheint ein solches Szenario nicht mehr bloß als
dystopisches Feuilleton, sondern als reales Risiko. Folgerichtig behandeln
Staaten ihre orbitalen Systeme inzwischen als kritische Infrastruktur, zumal
ihre militärische Bedeutung massiv anwächst: Streitkräfte ohne
weltraumgestützte Kommunikation, Aufklärung und Navigation sind operativ blind.
Wer den Orbit kontrolliert, diktiert die Bedingungen des Lebens – und des
Sterbens – auf der Erde.
Die Struktur dieser – um die Dimension Kosmos erweiterten –
Weltordnung ist Gegenstand intensiver theoretischer Debatten. Eine Tendenz
zeigt dabei in Richtung einer lockeren Multipolarität, in der neben den beiden
systemischen Hauptrivalen China und USA weitere Gravitationszentren agieren.
Indien hat sich etwa durch hochpräzise, erstaunlich kosteneffiziente
Eigenentwicklungen und erprobte Antisatelliten-Fähigkeiten zu einem orbitalen
Schwergewicht emanzipiert, das sich weigert, als bloßer Juniorpartner anderer
Machtpole zu agieren. Gleichzeitig drängen auch die Golfstaaten und Brasilien
in den Orbit und bremsen damit den klassischen Duopol China und USA vorerst
aus. Der Weltraum ist schon jetzt zur umkämpften Front im Ringen um technologische,
militärische und politische Führung geworden
Besonders deutlich zeigt sich dies auch im
sino-amerikanischen Wettbewerb selbst. Washington und Peking konkurrieren nicht
nur um Marktanteile oder regionale Einflusssphären, sondern zunehmend um die
technologische und politische Ordnung des „neuen Theaters“. Jeder mit dem Ziel,
sie zu dominieren. Der Wettbewerb reicht von Antisatellitenwaffen und riesigen
Satellitenkonstellationen im niedrigen Erdorbit bis zum Kampf um strategische
Infrastruktur und Ressourcen im All.
Unterschätzt wird dabei oft auch die wirtschaftliche und
diplomatische Dimension orbitaler Macht. Vor allem China nutzt den Export von
Weltrauminfrastruktur gezielt als geopolitisches Instrument. Satellitensysteme
für Nigeria, Bodenstationen für andere afrikanische Staaten oder
Startkapazitäten für Partnerländer sind Teil einer Strategie, mit der Peking
langfristige technologische, finanzielle und operationelle Abhängigkeiten
schafft. Diese Beziehungen können sich später auch politisch auszahlen, etwa
bei Abstimmungen in internationalen Organisationen oder bei der Festlegung
globaler Standards. Der Weltraum dient damit nicht nur militärischen Zwecken,
sondern zunehmend auch der ökonomischen und politischen Einflussnahme.
Vor diesem Hintergrund zeigt sich Europas Lage besonders
deutlich. Europa befindet sich in einem strukturellen Dilemma, das durch die
Kluft zwischen strategischem Anspruch und realer Abhängigkeit geprägt ist.
Weder der Europäischen Union noch der Europäischen Weltraumorganisation fehlt
es an Strategien oder Grundsatzpapieren. Das eigentliche Problem liegt in der
Umsetzung.
Während die USA auf das erwähnte rücksichtslose
Zusammenspiel von Pentagon und Tech-Milliardären setzen und China seine
Raumfahrtpolitik mit planwirtschaftlicher Konsequenz vorantreibt, kultiviert
Europa seine institutionelle Zersplitterung. Die Quittung für diese
Kleinstaaterei zeigt sich etwa im Fehlen eines dauerhaft verlässlichen eigenen
Zugangs zum All. Die hausgemachten Krisen haben den „alten Kontinent“ zeitweise
in eine peinliche Abhängigkeit von eben jenen amerikanischen Privatanbietern
wie SpaceX gestürzt, deren Monopolbildung man in Sonntagsreden beklagt.
Die eigentliche Misere reicht jedoch tiefer und ist kein
reines Ressourcenproblem, sondern ein Mentalitätsproblem. Europa meidet das
Risiko, reguliert das Ungeborene und schaut staunend zu, wie Innovationen
anderswo den Sprung in die industrielle Masse schaffen. Der Kontinent verfügt
über glänzende technologische Intelligenz, aber es fehlt ihm an der Kraft,
daraus schnell robuste, markt- und vor allem sicherheitsfähige Systeme zu
schmieden. Damit bleibt Europa in seiner Lieblingsrolle gefangen: der des
moralisierenden Regelsetzers, ohne ausreichende Durch- und Umsetzungsmacht.
Immerhin deutet sich in den Brüsseler Amtsstuben ein spätes
Erwachen an. Die Europäische Kommission hat im Juni 2025 die Grundlagen einer
tatsächlichen strategischen Autonomie präzisiert. Die zentrale Erkenntnis
lautet: Souveränität im Weltraum existiert nicht ohne absolute Souveränität auf
der Erde. Resiliente Lieferketten, industrielle Kapazitäten, autonome
Produktionsmöglichkeiten und flexible Finanzstrukturen sind die banalen
Voraussetzungen dafür, dass Weltrauminfrastruktur überhaupt noch nach
europäischen Sicherheitsstandards entwickelt werden kann.
In diesem Zusammenhang hat die Kommission eine Anzahl
kritischer Weltraumtechnologien identifiziert, die drastischen geopolitischen
Risiken und Lieferkettenabhängigkeiten unterliegen. Dazu zählen unter anderem
Mikroelektronik, Halbleiterarchitekturen und Spezialmaterialien, die heute
vielfach aus den USA oder Asien importiert werden. Die Debatte macht deutlich:
Technologische Abhängigkeit im Weltraum ist keine theoretische Ökonomiefrage,
sondern eine nackte Frage europäischer Sicherheit.
Die Frage wirtschaftlicher Souveränität geht dabei weit über
das Sichern einzelner Mikrochips hinaus. Entscheidend ist die Kontrolle über
die Plattformen, die Datenströme und die Architekturen globaler Wertschöpfung.
Wer diese unsichtbaren Netze im Orbit kontrolliert, beeinflusst nicht nur
technische Systeme, sondern kontrolliert die zukünftigen Marktzugänge und die
Konditionen künftiger wirtschaftlicher Abhängigkeiten.
Die Erfahrungen der vergangenen Jahre zeigen zudem, dass die
Kontrolle über solche Systeme allein nicht ausreicht. Ebenso wichtig ist die
Fähigkeit, sie resilient und sicher zu betreiben. Strategische Autonomie
bedeutet deshalb nicht nur Zugang zu Technologien, sondern auch die Fähigkeit,
deren Funktionsfähigkeit im Krisen- oder Konfliktfall aufrechtzuerhalten.
Der Wettbewerb im Weltraum ist eben nicht nur technologisch
und militärisch, sondern zutiefst normativ. Die USA exportieren ein Modell
privatwirtschaftlich dominierter Infrastrukturen; China setzt auf staatlich
kontrollierte digitale Panoptiken. Europa gelingt es hingegen bislang kaum,
seine eigenen Prinzipien, wie Transparenz, Rechtsstaatlichkeit und institutionelle
Verlässlichkeit, in ein überzeugendes globales Angebot zu übersetzen. Daraus
erwächst ein Glaubwürdigkeitsproblem, da ein Akteur, der unentwegt
moralisierend „strategische Autonomie“ einfordert, sie aber operativ nicht
einlösen kann, auf der geopolitischen Bühne nicht respektiert, sondern
bemitleidet wird.
Für ein geopolitisch handlungsfähiges Europa kann die
Antwort freilich nicht darin liegen, sich gegenüber Dritten abzuschotten.
Strategische Autonomie ist keine Absage an die transatlantische Partnerschaft.
Sie ist deren notwendige materielle Ergänzung. Ein Partner, der bei Aufklärung,
Kommunikation oder beim Schutz der eigenen Lebensadern dauerhaft als Bettler vor
den Toren Washingtons oder privater Tech-Giganten steht, kann nicht auf
Augenhöhe agieren. Er ist kein Verbündeter, sondern ein nützlicher Vasall.
Der Lackmustest für Europas verbliebene Glaubwürdigkeit wird
daher nicht das nächste Strategiepapier sein, sondern die Fähigkeit, die eigene
institutionelle Zersplitterung zu überwinden. Strategische Autonomie entsteht
nicht auf dem Papier. Sie zeigt sich in der Fähigkeit, kritische Systeme
eigenständig zu entwickeln, zu finanzieren, zu produzieren und im Konfliktfall
zu verteidigen. Daran wird Europas Handlungsfähigkeit künftig gemessen werden.
IPG 8
Rechtsstaat unter Druck.
Richterbund warnt vor Einfluss der AfD auf Justiz
Vor der Justizministerkonferenz warnt der Richterbund vor
politischem Zugriff auf die Justiz. Ministerien könnten Staatsanwaltschaften
bis in einzelne Verfahren hinein Weisungen geben – für den Rechtsstaat wäre das
ein gefährliches Einfallstor, sobald die AfD regiert. Von Lukas Philippi
Der Deutsche Richterbund hat zum Schutz vor politischer
Einflussnahme von Bund und Ländern „wetterfeste Justizgesetze“ gefordert. Das
Risiko gezielter politischer Eingriffe in die Richterauswahl und in die
Strafverfolgung müsse minimiert werden, sagte der Bundesgeschäftsführer des
Richterbundes, Sven Rebehn, in Berlin dem „Evangelischen Pressedienst“: „Hier
sind die Gesetzgeber in Bund und Ländern gefordert, das Notwendige zum Schutz
des Rechtsstaats zu tun.“ Ab 11. Juni tagt die Justizministerkonferenz in
Hamburg.
Allerdings lasse sich durch Rechtsänderungen allein die
Justiz „nicht gegen jede Eventualität und gegen jedes mögliche Risiko
absichern“, sagte er weiter: „Einen gesetzlichen Vollkaskoschutz kann es nicht
geben.“ Am Ende des Tages liege es auch an der Justiz selbst, den Rechtsstaat
gegen seine Feinde zu verteidigen. Dabei komme es auf jede einzelne Richterin
und jeden Richter, auf jede einzelne Staatsanwältin und jeden Staatsanwalt an:
„Polen hat das auf bewundernswerte Weise gezeigt. Dort haben Kolleginnen und
Kollegen die Courage gehabt, dem Rückbau des Rechtsstaats entgegenzutreten und
der Politik Grenzen aufzuzeigen.“
Rechtsstaat in Deutschland unter Druck
Rebehn betonte, Angriffe auf die Unabhängigkeit der Justiz
seien in vielen Ländern der Welt zu beobachten. „Wir kritisieren das seit
Jahren vehement und sehen es mit Sorge, dass der Rechtsstaat auch in
Deutschland unter Druck geraten könnte.“ Schaue man sich das Vorgehen und die
Ziele rechtspopulistischer Parteien wie der AfD an, sei klar zu erkennen, „dass
die Justiz als unabhängige Kontrollinstanz für sie ein Bremsklotz ist“. „Das
destruktive Auftreten der AfD in Thüringen, wo sie gezielt die Neubesetzung der
Wahlausschüsse für Richter und Staatsanwälte blockiert, lässt erkennen, wie
wenig ihr an einer funktionsfähigen Justiz liegt“, sagte der Volljurist.
Dabei verwies Rebehn auf Möglichkeiten der politischen
Einflussnahme: „Die Justizministerien haben in Deutschland ein Weisungsrecht
gegenüber den Staatsanwaltschaften.“ Neben allgemeinen Vorgaben, zum Beispiel
welche Kriminalitätsfelder mit besonderer Priorität verfolgt werden sollen,
könne eine Ministerin oder ein Minister auch in konkrete Strafverfahren
hineinregieren: „Das kann bis zu Anweisungen an einzelne Ermittler reichen,
doch mal in die eine oder andere Richtung zu ermitteln.“ Das wäre das Ende
einer objektiven Strafverfolgung, sagte der Fachmann. (dpa/mig 8)
Erasmus+ ab 2028. 47 Milliarden:
DAAD begrüßt Budgetsignal des Europäischen Parlaments für Erasmus+
Der Deutsche Akademische Austauschdienst (DAAD) begrüßt den
Vorschlag des Europäischen Parlaments, Erasmus+ in der Programmgeneration 2028
bis 2034 mit rund 47,4 Milliarden Euro auszustatten. Aus Sicht des DAAD sendet
das Parlament damit ein starkes Signal an Studierende, Hochschulen und den
europäischen Bildungsraum. Gleichzeitig betont der DAAD, dass langfristig ein
höheres und verlässlicheres Budget nötig ist, um Mobilität und Hochschulkooperationen
in Europa weiter zu stärken. Bonn/Brüssel. „Erasmus+ steht wie kein anderes
EU-Programm für europäischen Zusammenhalt, gemeinsame Werte und die konkreten
Erfahrungen junger Menschen in Europa. Wir loben daher ausdrücklich, dass das
Europäische Parlament über ein Budget von nun über 47 Milliarden Euro für die
nächste Programmgeneration diskutiert“, erklärte DAAD-Präsident Prof. Dr.
Joybrato Mukherjee. „Das ist ein wichtiges Signal für Hochschulen in
Deutschland und Europa sowie für alle Studierenden, Lehrenden und
Hochschulangehörigen, die auf den europäischen Austausch setzen – auch wenn es
hinter den geforderten 60 Milliarden Euro zurückbleibt.“
Dr. Stephan Geifes, Direktor der Nationalen Agentur für
Erasmus+ Hochschulzusammenarbeit im DAAD, ergänzte: „Der Vorschlag des
Europäischen Parlaments ist ein Schritt in die richtige Richtung. Er hilft, das
hohe Niveau der Internationalisierung und des Austauschs zu sichern, das die
Hochschulen mit Erasmus+ in den vergangenen Jahren erreicht haben. Doch eines
bleibt klar: Wenn Europa seine ehrgeizigen Mobilitätsziele erreichen, die
Europäischen Hochschulallianzen weiterentwickeln und mehr jungen Menschen
internationale Erfahrungen ermöglichen will, braucht Erasmus+ im
Hochschulbereich langfristig eine substanzielle Aufstockung. Dazu passt nicht,
dass der nun geplante Budgetanteil für Bildung – und damit auch für
Hochschulbildung – um sieben Prozentpunkte gekürzt werden soll.“
Erasmus+ Budget
Das EU-Parlament hat am 3. Juni seinen ersten
Budgetvorschlag von über 47 Milliarden Euro für die weiteren Verhandlungen
veröffentlicht. Die Europäische Kommission hatte zuvor ein Budget von 40,8
Milliarden Euro für Erasmus+ von 2028 bis 2034 vorgeschlagen. Das Europäische
Parlament spricht sich mit dem Budgetvorschlag für eine Erhöhung um rund 6,6
Milliarden Euro aus.
Der DAAD fordert, dass auch bei 47 Milliarden Euro
Gesamtbudget der Budgetanteil für Bildung – und damit auch Hochschulbildung -
beibehalten wird. Bislang liegt der Anteil der Bildung am Erasmus+ Budget bei
83 Prozent.
Die DAAD-Mitgliedsversammlung hatte sich bereits 2025 dafür
ausgesprochen, dass die nächste Erasmus+ Programmgeneration bis 2034 mit
mindestens 60 Milliarden Euro budgetiert wird, um die geplanten Neuerungen und
Ausweitung zu ermöglichen. 46 Milliarden Euro waren demzufolge notwendig, um
das im Jahr 2027 geplante Niveau an Förderungen und Austausch zu erhalten.
Diesem Ansatz folgte nun das Europäische Parlament.
Die endgültige Höhe des Erasmus+-Budgets und die Aufteilung
nach Bildungsbereichen werden im Rahmen der Verhandlungen über den sogenannten
Mehrjährigen Finanzrahmen der Europäischen Union für die Jahre 2028 bis 2034
zwischen den Mitgliedsstaaten und dem Parlament 2027 festgelegt.
Der DAAD wird sich im Sinne seiner Mitgliedshochschulen und
-Studierendenschaften auf nationaler wie europäischer Ebene weiter in den
Prozess einbringen.
Erasmus+ im Hochschulbereich
Der DAAD ist in Deutschland Nationale Agentur für Erasmus+
im Hochschulbereich und setzt das EU-Bildungsprogramm für die deutschen
Hochschulen um. Erasmus+ fördert Studien- und Praxisaufenthalte von
Studierenden, die Mobilität von Lehrenden und Hochschulpersonal sowie
europäische Kooperationsprojekte und Hochschulallianzen. daad/dip 8
UN-Sicherheitsrat. Quittung für
außenpolitische Doppelmoral
Deutschland wollte in den UN-Sicherheitsrat zurückkehren –
und scheiterte. Viele Staaten sehen in Berlin keinen verlässlichen Hüter des
Völkerrechts mehr, sondern selektive Moral. Von Kiflemariam Gebre Wold
„Respect is our
compass“, „Justice is our foundation“, „Peace is our shared mission“: Mit
diesem moralischen Dreiklang bewarb sich Deutschland am 3. Juni
2026 für einen Sitz im UN-Sicherheitsrat. Die Generalversammlung entschied
anders. Portugal und Österreich wurden gewählt, Deutschland erhielt nur 104
Stimmen — bemerkenswert für ein Land, das zuvor bereits sechs Mal im
Sicherheitsrat vertreten war.
Das ist keine kleine diplomatische Panne. Es ist ein Signal.
Denn Deutschland ist nicht irgendein Bewerber. Es ist einer
der größten Beitragszahler der Vereinten Nationen, wirtschaftlich stark,
außenpolitisch ehrgeizig und seit Jahrzehnten bemüht, sich als Stimme für
Multilateralismus, Menschenrechte und regelbasierte Ordnung zu präsentieren.
Die deutsche Kandidatur stand offiziell unter dem Motto „Respect – Justice –
Peace“. Berlin versprach, im Sicherheitsrat Konfliktprävention, Krisenlösung,
Klima und Sicherheit voranzubringen — mit Völkerrecht, UN-Charta, Frieden und
Sicherheit als oberstem Bezugspunkt.
Gerade deshalb wiegt die Niederlage schwer. Sie trifft nicht
einen unbekannten Bewerber, sondern ein Land mit Vorgeschichte, Anspruch und
Selbsterzählung. Deutschland wollte nicht erstmals in den Sicherheitsrat. Es
wollte zurück. Dass dies misslang, hat deshalb eine historische Spur: Was
früher möglich war, ist heute nicht mehr selbstverständlich.
„Viele Staaten des Globalen Südens nehmen Deutschland nicht
mehr nur als Verteidiger einer regelbasierten Ordnung wahr.“
Außenminister Johann Wadephul verwies nach der Wahl auf
Deutschlands klare Unterstützung für die Ukraine, die besondere Nähe zu Israel
und auf russische Gegenmobilisierung. Das ist nicht falsch. Russland hatte
gewiss kein Interesse daran, Deutschland im Sicherheitsrat zu sehen. Auch die
deutsche Ukraine-Politik polarisiert. Und die deutsche Israel-Politik kostet
Stimmen in jenen Teilen der Welt, in denen Gaza nicht als Fußnote westlicher
Sicherheitspolitik gelesen wird, sondern als täglicher Prüfstein des Völkerrechts.
Aber wer die Niederlage vor allem mit Moskau erklärt, muss
nicht über Berlin sprechen. Wer sie nur mit Israel erklärt, unterschätzt die
tiefere Irritation. Viele Staaten des Globalen Südens nehmen Deutschland nicht
mehr nur als Verteidiger einer regelbasierten Ordnung wahr. Sie sehen eine
Außenpolitik, die Völkerrecht zur Ordnung der Doppelmoral verengt: hart
gegenüber Russland, vorsichtig gegenüber Verbündeten. Sie sehen ein Land, das
Menschenrechte betont, aber Rüstungsexporte, Migrationsabwehr und strategische
Interessen immer wieder als Ausnahmen behandelt. Und sie sehen eine
Entwicklungspolitik, in der „German Aid“ zunehmend unter Haushaltsdruck und
Sicherheitslogik gerät — ausgerechnet dort, wo Vertrauen entstehen müsste.
„Viele Staaten erinnern sich daran, wer bei Schuldenfragen
hart bleibt, wer Entwicklungsetats kürzt, wer Migration externalisiert, wer
Sanktionen predigt und Ausnahmen für Freunde findet.“
In der UN-Generalversammlung zählen nicht nur
Beitragszahlungen, Wirtschaftskraft und europäische Selbstgewissheit. Dort
zählt auch Erinnerung. Viele Staaten erinnern sich daran, wer bei
Schuldenfragen hart bleibt, wer Entwicklungsetats kürzt, wer Migration
externalisiert, wer Sanktionen predigt und Ausnahmen für Freunde findet. Sie
erinnern sich auch daran, wer sie in globalen Krisen als Partner behandelt —
und wer sie vor allem dann braucht, wenn Stimmen, Rohstoffe, Märkte oder
geostrategische Loyalität gefragt sind.
Deutschland unterschätzt diese Wahrnehmung regelmäßig. In
Berlin gilt Entwicklungspolitik gerne als Beleg moralischer Verantwortung. Doch
wer im Globalen Süden als Partner ernst genommen werden will, kann nicht
gleichzeitig Hilfen kürzen, Verfahren verschärfen, Migration abwehren und dann
erwarten, dass dieselben Staaten in New York aus Dankbarkeit die Hand heben.
„Deutschland spricht von Augenhöhe, entscheidet aber oft von
oben.“
Die Niederlage ist deshalb auch eine Quittung für eine
Sprache, die größer ist als die Praxis. Deutschland spricht von Augenhöhe,
entscheidet aber oft von oben. Es spricht von Ordnung, akzeptiert aber
Ausnahmen, wenn Verbündete sie brechen. Es spricht von Frieden, während die
eigene Politik immer stärker militarisiert wird. Es spricht von Respekt, hört
aber selten zu.
Portugal und Österreich haben Deutschland nicht besiegt,
weil sie mächtiger wären. Sie konnten gewinnen, weil sie für viele Staaten
weniger schwer, weniger belehrend, weniger widersprüchlich wirken. Sie treten
in multilateralen Räumen oft weniger mit dem Anspruch auf, die Welt den anderen
erklären zu müssen.
Man sollte aus der Abstimmung keine anti-deutsche Genugtuung
ziehen. Ein glaubwürdiges Deutschland wäre für die Vereinten Nationen wichtig.
Gerade in einer Zeit, in der der Sicherheitsrat durch Vetopolitik blockiert
ist, in der Kriege in der Ukraine, in Gaza, im Sudan und anderswo die
internationale Ordnung zerreißen, braucht es Staaten, die internationale Regeln
nicht nur zitieren, sondern auch dann ernst nehmen, wenn sie nicht der
Regierungspolitik entsprechen – oder der Staatsräson widersprechen.
„Wer in New York von Respekt spricht, muss in Gaza, in Addis
Abeba, in Windhoek, in Ramallah und in Berlin zeigen, dass mehr dahinter steckt
als eine bloße Kampagne.“
Genau daran wird auch Deutschland gemessen: An der Frage, ob
seine Politik für die Mehrheit der Welt noch nach Gerechtigkeit aussieht.
Die 104 Stimmen waren keine Absage an Deutschland als Land.
Sie waren eine Absage an die Illusion, dass moralische Rhetorik politische
Widersprüche dauerhaft überdeckt. Wer in New York von Respekt spricht, muss in
Gaza, in Addis Abeba, in Windhoek, in Ramallah und in Berlin zeigen, dass mehr
dahinter steckt als eine bloße Kampagne.
Deutschland ist nicht zu klein für den Sicherheitsrat. Es
widersprich seiner eigenen Erzählung. (mig 5)
EU-Gericht stoppt deutsche
Kürzungen für Asylsuchende
Bett, Brot und Seife – aber keine Kleidung, Haushaltsartikel
und Geld für den Alltag? Der EU-Gerichtshof erteilt den deutschen Regelungen zu
Leistungskürzungen für bestimmte Asylbewerber eine Absage. Dobrindt wiegelt ab,
Linkspartei widerspricht. Von Valeria Nickel und Leonie Asendorpf
Die Leistungskürzungen in Deutschland für abgelehnte
Asylbewerber verstoßen gegen EU-Recht. Grundlegende Leistungen wie Kleidung und
Haushaltsprodukte dürften auch Asylbewerbern, für die ein anderes EU-Land zuständig
ist, nicht gestrichen werden, entschied der Europäische Gerichtshof in
Luxemburg. Nach der derzeit geltenden EU-Aufnahmerichtlinie müssten die
Mitgliedstaaten einen „angemessenen Lebensstandard“ gewährleisten, der auch den
Schutz der physischen und psychischen Gesundheit von Antragstellern umfasst.
Ein Afghane hatte den bayerischen Landkreis Schweinfurt
verklagt, weil ihm im Januar und Februar 2022 Sozialleistungen gekürzt wurden,
nachdem sein Asylantrag in Deutschland wegen der Zuständigkeit von Rumänien
abgelehnt wurde. Grundsätzlich muss der erste EU-Staat, in dem ein
Antragsteller registriert wird, das Verfahren führen – das regelt die
Dublin-III-Verordnung.
Der junge Mann erhielt nach der Ablehnung in Deutschland nur
noch Sachleistungen in Form von Unterkunft, Verpflegung, Heizung, Körperpflege
und Gesundheit. Auf Leistungen wie Kleidung und Haushaltsgüter sowie Geld für
grundlegende persönliche Bedürfnisse, also etwa Ausgaben für Transport, Kultur
oder Kommunikation, musste er verzichten. Das deutsche
Asylbewerberleistungsgesetz sieht solche Kürzungen bei den Menschen vor, die
ihr Asylverfahren nach den Dublin-Regeln in einen anderen Mitgliedstaat führen
müssten.
Seit 2024 sehen deutsche Regelungen auch Leistungsausschluss
vor
Die Klage des Afghanen ging bis vor das Bundessozialgericht.
Dieses legte dem EuGH die Frage vor, ob die deutsche Regelung mit der
bisherigen EU-Aufnahmerichtlinie vereinbar ist. Die Richterinnen und Richter in
Luxemburg stellten klar: Nein, denn zum einen gehöre Kleidung zu den
„elementarsten Bedürfnissen“. Zum anderen seien Geldleistungen für den
täglichen Bedarf, etwa für Fahrkarten, Kommunikationsmittel oder
Körperpflegeprodukte, notwendig, um ein „Mindestmaß an Teilhabe am sozialen und
kulturellen Leben“ zu gewährleisten. Über den konkreten Fall müssen noch die
deutschen Gerichte entscheiden und dabei die Vorgaben aus Luxemburg beachten.
Die deutsche Kürzungsregelung, um die es nun vor dem
Gerichtshof ging, wurde 2024 sogar noch verschärft: Schutzsuchende, für die
nach den Dublin-Regeln ein anderer EU-Mitgliedstaat zuständig ist, sollen gar
keine Asylbewerberleistungen bekommen, wenn eine Ausreise für sie „rechtlich
und tatsächlich möglich“ ist. Sie können lediglich Überbrückungsleistungen für
zwei Wochen beziehen.
GEAS-Reform: Neue Asylregeln ab kommender Woche
Laut dem Asylexperten Constantin Hruschka ist auch die
verschärfte deutsche Regelung EU-rechtswidrig. Wenn man Leistungen schon nicht
kürzen dürfe, dann erst recht nicht komplett entziehen. „Die Behörden müssen
jetzt sofort aufhören, Leistungen einzuschränken und den Leistungsentzug
beenden“, sagt Hruschka. Bislang äußerten auch viele Sozialgerichte Zweifel an
der Vereinbarkeit des vollständigen Leistungsausschlusses mit EU-Recht und
Verfassungsrecht.
Die bisherige Aufnahmerichtlinie, die Vorgaben zu den Leistungen
macht, wird am 12. Juni mit der Reform des Gemeinsamen Asylsystems (GEAS) der
EU allerdings durch neue Regeln abgelöst. Diese erlauben
Leistungseinschränkungen explizit, wenn Asylbewerber sich in einem anderen
EU-Land aufhalten als dem für sie zuständigen – also für die sogenannten
Dublin-Fälle.
Muss das deutsche Recht nun angepasst werden?
Die jetzige Entscheidung bedeutet laut dem Rechtsexperten
Hruschka für die Zukunft, dass das menschenwürdige Existenzminimum
gewährleistet sein muss – dazu gehöre nach den Ausführungen des Gerichtshofs
die Deckung des Bedarfs an Kleidung und Haushaltsprodukten. „Auch in der neuen
Regelung steht drin, dass ein Mindeststandard im Einklang mit dem Unionsrecht
gewährleistet sein muss“, betont er. Bisher Betroffene könnten darüber hinaus
einen Nachzahlungsanspruch wegen gekürzter oder entzogener Leistungen haben.
Die Schwierigkeit dabei sei jedoch, den Betrag zu beziffern.
Laut dem zuständigen Bundesministerium für Arbeit und
Soziales bedarf es nun einer eingehenden Prüfung, ob und inwieweit sich aus der
EuGH-Entscheidung eine Notwendigkeit ergibt, die Rechtslage oder Rechtspraxis
in Deutschland anzupassen.
Dobrindt wiegelt ab, Bünger widerspricht
Bundesinnenminister Alexander Dobrindt (CSU) kommentierte,
dass Leistungskürzungen durch das Urteil erschwert würden. „Wir nehmen das zur
Kenntnis, sehen aber auch, dass wir mit GEAS eine komplett neue Rechtslage
haben.“ Daher habe das Urteil nur eine sehr beschränkte Wirkung, so Dobrindt.
Linke Bundestagsabgeordnete Clara Bünger widerspricht: „Nach
der GEAS-Reform wird es künftig zwar eine Regelung zu Leistungseinschränkungen
in Dublin-Fällen geben. Ein angemessener Lebensstandard muss aber auch nach den
neuen Vorschriften immer gewährleistet werden“, erklärte Bünger. Die Bundesregierung
könne sich deshalb nicht damit herausreden, dass das Urteil eine alte
Rechtslage betreffe.
Kritik an bestehender Praxis
Der asylpolitische Sprecher der Grünen im Europaparlament,
Erik Marquardt, teilte mit: „Das Urteil muss ein Weckruf für die
Bundesregierung sein, die Achtung von Grundrechten und Menschenwürde wieder zum
Leitbild ihrer Politik zu machen.“ Die rechtspolitische Sprecherin der
Organisation Pro Asyl, Wiebke Judith, merkte an, dass Deutschland jahrelang
Asylsuchenden ihnen zustehende Leistungen verweigert habe. „Jetzt ist klar: Das
ist europarechtswidrig und ein handfester Skandal“, so Judith. Die Entscheidung
sei eine „Klatsche für die Bundesregierung“.
Nach Angaben des Bundesamts für Migration und Flüchtlinge
wurden im vergangenen Jahr insgesamt gut 5.400 Menschen nach Dublin-Regeln in
andere EU-Länder überstellt, bei knapp 36.000 Übernahmeersuchen von
Deutschland. (dpa/mig 5)
Das EU-Programm Erasmus+ hat einen historischen Meilenstein
erreicht: Seit Programmstart 1987 sind eine Million Studierende aus Deutschland
mit Förderung von Erasmus+ zu einem Studien- oder Praktikumsaufenthalt ins
Ausland gegangen. Dies teilte die Nationale Agentur für Erasmus+
Hochschulzusammenarbeit im Deutschen Akademischen Austauschdienst (NA DAAD) in
Bonn mit. Mit einer Social-Media-Aktion unter dem Titel „One in One Million“
würdigt die NA DAAD ab Montag (8.6.) die Erfolgsgeschichte des europäischen
Austauschprogramms an deutschen Hochschulen. Bonn. „Seit fast 40 Jahren
verbindet Erasmus+ junge Menschen in Europa und darüber hinaus. Eine Million
Studierende aus Deutschland, die mit Erasmus im Ausland waren, sind ein starkes
Zeichen für die Kraft des Programms. Hinter dieser Zahl stehen eine Million
Bildungswege, prägende Auslandserfahrungen, persönliche Entwicklungen und
oftmals auch Partnerschaften. Erasmus+ eröffnet neue Perspektiven für Studium,
Beruf und Leben – und macht Europa konkret erfahrbar“, sagte DAAD-Präsident
Prof. Dr. Joybrato Mukherjee.
„Eine Million Erasmus+ Studierende aus Deutschland zeigen,
wie tief Erasmus+ an deutschen Hochschulen verankert ist. Möglich wurde diese
Erfolgsgeschichte durch das große Engagement der Hochschulen und ihrer
International Offices, Erasmus-Koordinatorinnen und -Koordinatoren sowie vieler
Partnerhochschulen in Europa und weltweit. Erasmus+ steht heute wie kaum ein
anderes Programm für gelebte europäische Zusammenarbeit und internationale
Hochschulkooperation“, ergänzte Dr. Stephan Geifes, Direktor der NA DAAD.
17 Millionen Menschen EU-weit – eine Million aus Deutschland
Seit dem Start des Programms 1987 haben europaweit mehr als
17 Millionen Studierende und Hochschulangehörige an Erasmus+ teilgenommen. Aus
Deutschland gingen seitdem eine Million Studierende mit einer Förderung von
Erasmus+ ins Ausland; zugleich kamen knapp eine Million internationale
Studierende über das Programm nach Deutschland. Zu den beliebtesten Zielländern
deutscher Erasmus-Studierender zählen seit Jahren Spanien, Frankreich und
Italien. Zählt man Studierende und Hochschulangehörige aus Deutschland, die von
Erasmus gefördert wurden, zusammen, so kommt man auf rund 1,1 Millionen
Menschen.
Die Marke von einer Million geförderten Studierenden aus
Deutschland wird nach Berechnungen der NA DAAD im laufenden Erasmus+
-Förderzeitraum erreicht. Grundlage der Berechnung sind die seit 1987 erfassten
Studierendenmobilitäten aus Deutschland. Die Millionengrenze wurde nach den
Berechnungen im März 2026 überschritten.
Programmstart und Weiterentwicklung
Das Erasmus-Programm startete im Wintersemester 1987/88.
Bereits im ersten Durchgang waren rund 70 deutsche Hochschulen beteiligt. Aus
dem vor 39 Jahren gestarteten Austauschprogramm für Studienaufenthalte ist
inzwischen ein breit angelegtes europäisches Bildungsprogramm geworden: Heute
fördert Erasmus+ an deutschen Hochschulen nicht nur Studienaufenthalte im
Ausland, sondern auch Praktika, Kurzzeit- und Blended-Mobility-Formate, Lehr-
und Weiterbildungsaufenthalte von Hochschulpersonal sowie internationale
Hochschulkooperationen.
Wirkung für Beruf, Karriere und persönliche Entwicklung
Die Wirkung von Erasmus+ reicht über Studium und Hochschule
hinaus: Ehemalige Erasmus-Geförderte berichten regelmäßig, dass ihre
Auslandserfahrungen neue Perspektiven auf Europa, auf ihre persönliche
Entwicklung und auf ihre beruflichen Chancen eröffnet haben. Auch im
Berufsleben sind internationale Erfahrungen gefragt: Sie stärken
Sprachkenntnisse, interkulturelle Kompetenzen, Eigenständigkeit und die
Fähigkeit, in internationalen Teams zu arbeiten.
Zudem wirkt Erasmus+ als europäisches Programm auch
gesellschaftlich: Eine Befragung der NA DAAD zur letzten Europawahl zeigte,
dass 85 Prozent der befragten ehemaligen Erasmus-Geförderten an der Wahl
teilnehmen wollten. Die Europäische Kommission schätzt zudem, dass aus
Partnerschaften, die während Erasmus-Aufenthalten entstanden sind, rund eine
Million Kinder hervorgegangen sind. Diese sogenannten „Erasmus-Babies“ gelten
bis heute als Sinnbild für gelebte europäische Begegnung.
Mitmachkampagne an den Hochschulen
Anlässlich des Meilensteins lädt die NA DAAD deutsche
Hochschulen dazu ein, stellvertretend ihren „einmillionsten
Erasmus-Studierenden“ oder ihre „einmillionste Erasmus-Studierende“ zu
benennen. Unter dem Titel „One in One Million“ sollen persönliche Auslandserfahrungen,
erworbene Kompetenzen und europäische Begegnungen sichtbar werden. Begleitet
wird die Aktion in den sozialen Medien unter dem Hashtag #OneInOneMillion. Daad
5
Die Niederlage im Rennen um den UN-Sicherheitsrat ist mehr
als eine Blamage. Sie offenbart Deutschlands schwindende Glaubwürdigkeit.
Marcus Schneider
Es ist der Absturz eines diplomatischen Superstars. Die
deutsche Niederlage bei der Wahl zum Weltsicherheitsrat ist die Quittung für
eine zuletzt desaströse Außenpolitik, die weder den Werten noch den Interessen
der Bundesrepublik gerecht wurde. Dass der zweitgrößte UN-Beitragszahler
gegenüber Portugal und Österreich so abgestraft wird, zeigt einen globalen
Vertrauensverlust, der bisher in der Deutlichkeit im politischen Berlin noch
nicht angekommen war.
„Wir werden gesehen als jemand, der die regelbasierte
Ordnung verteidigt; als Anwalt des Völkerrechts“, dozierte Außenminister Wadephul
noch Stunden vor der Wahl. Und offenbarte damit, wie Eigen- und
Fremdwahrnehmung Deutschlands international auseinanderklaffen. Ganz
offensichtlich gibt es genau bei dieser Frage – inwiefern die Bundesrepublik
tatsächlich für verbindliche Regeln und für Völkerrecht eintritt – einen
massiven Reputationsschaden, der nun erstmals politische Folgekosten zeitigt.
Die globale Entfremdung von Deutschland ist sehr genau
terminierbar auf den israelischen Krieg in Gaza, der die Gemüter international
wie kaum ein anderer Konflikt erhitzte. Nicht nur die in weiten Teilen der Welt
als sehr einseitig wahrgenommene Haltung ist hier das Problem. Sondern die
spürbare Diskrepanz zum Auftreten in der Ukraine und zur generellen
Selbstdarstellung eines Landes, das gerne mit besonders erhobenem moralischem
Zeigefinger durch die Welt läuft.
Wenn man im einen Fall – zu Recht – Kriegsverbrechen
lautstark verurteilt und die ganze Welt noch lautstärker auffordert, es einem
gleichzutun, in dem anderen Fall jedoch schweigt und den Tätern
diplomatisch-politischen Begleitschutz gewährt und sogar die Waffen liefert,
obgleich die Verbrechen nach allen objektiven Standards weitaus gravierender
sind, dann muss man sich nicht wundern, wenn einem Doppelstandards und
Heuchelei vorgeworfen werden.
Der deutsche Ansehensverlust wiegt auch deshalb so schwer,
weil das Land über Jahrzehnte hinweg als außenpolitisch sichere Bank galt. Wie
kaum ein anderer Staat stand die Bundesrepublik für die Stärkung multilateraler
Institutionen. Erst Bonn, dann Berlin unterstützten den Ausbau einer
internationalen Gerichtsbarkeit. Gerade als Lehre aus der eigenen Geschichte
und im wohlverstandenen Eigeninteresse als Land in der Mitte eines einst
kriegsversehrten Kontinents engagierte sich Deutschland mit Nachdruck und
Freigiebigkeit für Frieden und Interessenausgleich.
Lange Zeit reichte es übrigens auch im Nahostkonflikt zu
einer Haltung, die sowohl der historischen Verantwortung für Israel als auch
den berechtigten Anliegen der Palästinenser und Araber gerecht wurde. Erst in
jüngerer Zeit entstand die nun mantraartig beschworene „Staatsräson“, die als
nahezu sakral aufgeladenes außenpolitisches Glaubensbekenntnis über allem
thront. Gerade das Ausland, das die weitgehend selbstreferenziellen deutschen
Diskurse ja durchaus auch rezipiert, mag fragen: Hat diese Staatsräson
eigentlich auch sittliche Grenzen?
Oder deckt sie auch Kriegsverbrechen, ethnische Säuberung
und das ab, was durchaus sehr honorige Experten und Institutionen als –
vorsichtig ausgedrückt – völkermordartige Zustände bezeichnen? Denn die
Staatsräson ist ja kein Ausfluss realpolitischer Interessen, sondern wird als
eine Art höhere Moral verkündet, mithin als Lehre aus deutscher Geschichte, die
das Ausland doch bitte verstehen solle. Viele dort sehen eher ein deutsches
Scheitern, universelle Lektionen aus der eigenen Geschichte zu ziehen,
womöglich sogar eine Art unguter historischer Kontinuität.
Die Eigendarstellung als „Anwalt des Völkerrechts“ – mithin
das nach vorn gestellte Hauptargument für die nun gescheiterte deutsche
Kampagne für einen Sitz im Weltsicherheitsrat – mutet auch befremdlich an vor
dem Hintergrund einer Reihe von Äußerungen des Bundeskanzlers. So dankte Merz
Israel für die „Drecksarbeit“ mit Blick auf den Angriffskrieg gegen Iran – der
nach weit überwiegender Auffassung völkerrechtlich illegal ist. Die rechtliche
Bewertung des Kidnappings des venezolanischen Staatschefs nannte er „komplex“,
während er sich beim jüngsten israelisch-amerikanischen Angriffskrieg auf Iran
explizit mit völkerrechtlichen Belehrungen zurückhalten wollte. Über den
Haftbefehl gegen den mutmaßlichen israelischen Kriegsverbrecher Netanjahu, dem
schwere Verbrechen gegen die Menschlichkeit vorgeworfen werden, äußerte er noch
als Oppositionsführer Empörung. Schließlich sei der Internationale
Strafgerichtshof vermeintlich nur eingerichtet worden, um „Despoten und
autoritäre Staatsführer zur Rechenschaft zu ziehen“.
Es entsteht der Eindruck eines Bundeskanzlers, der –
durchaus stellvertretend für einen guten Teil der politisch-medialen Eliten des
Landes – das Recht durch eine Art höhere Moralordnung ersetzen will. In dieser
dürfen die vermeintlich Guten, also wir selbst und unsere demokratischen Verbündeten,
quasi alles. Sie sind an keine Regeln mehr gebunden. Es ist ein Völkerrecht,
wenn überhaupt noch, à la carte. Es ist vor allem eine Abkehr vom
jahrzehntelangen deutschen Glauben an die Zivilisierung der internationalen
Beziehungen durch ihre Verrechtlichung. Aus Sicht vieler Staaten, die Berlin
ihre Stimme verweigert haben, wird die Bundesrepublik hier zu einem zu
unsicheren Kantonisten für das höchste Gremium der globalen Rechtsordnung.
Die Wahlniederlage ist nicht nur eine Demütigung, sie geht
einher mit einem realen Einfluss- und Prestigeverlust für das immerhin größte
und wirtschaftsstärkste Land der Europäischen Union. Bei künftigen
internationalen Krisen sitzt Berlin nun am Katzentisch. Es sollte für
Deutschland im besten Falle ein Moment der Selbstbesinnung sein. Welche Werte
und Interessen sollten unsere Politik leiten? In einer Phase extremer
geopolitischer Verwerfungen, dem Aufstieg des Globalen Südens und der
Distanzierung der Amerikaner von ihrer einstmals durchgesetzten Weltordnung ist
Deutschland nicht auf weniger, sondern auf mehr und auf belastbare
internationale Kooperation angewiesen.
Klar ist die Völkerrechtsordnung nicht perfekt. Die Organe
der kollektiven Sicherheit sind häufig blockiert und es wird wie in der
Vergangenheit Dilemmata geben, wo Interessen und Werte es als notwendig
erscheinen lassen, Abwägungen zu treffen zwischen Politik und Recht.
Ein komplettes Abgleiten in die Wolfswelt aber, wo nur noch
militärische Stärke zählt, wo Angriffskriege nach Belieben vom Zaun gebrochen
werden, wo auch die Kriegsführung zunehmend verroht und die internationale
Gemeinschaft in globalen Kulturkämpfen versinkt, kann nicht im deutschen
Interesse sein. Eine solche Welt würde nämlich früher oder später auch den
ewigen Frieden innerhalb der EU bedrohen. Als rohstoffarmes, ökonomisch
hochintegriertes, von weltweiten Handelsströmen abhängiges Land ist die
Bundesrepublik auf eine leidlich funktionierende Weltordnung angewiesen, in der
Grundprinzipien auch über die Grenzen politischer Regime hinweg gelten.
Die Wiederherstellung verloren gegangener deutscher Soft
Power wird auch eine Neubewertung deutscher Nahostpolitik erforderlich machen.
Wohl niemand erwartet ein Wechseln mit fliegenden Fahnen ins Lager der
Palästina-Freunde. Aber mehr Maß und Mitte wären schon angebracht. Es ist
befremdlich, wie sehr diese Bundesregierung, insbesondere ihr konservativer
Teil, die Freundschaft mit einer israelischen Regierung zelebriert, in der
Kriegsverbrecher und Rechtsradikale den Ton angeben. Dass man sich in der
globalen Wahrnehmung derart eng an eine Truppe bindet, die ihr Land sehenden
Auges in einen internationalen Paria-Staat zu verwandeln droht, entzieht sich
jeder rationalen Erklärung. Die Kosten für diese Haltung sind sehr real, und
sie schaden Deutschland.
Die peinliche Niederlage in der UNO mag in dieser
Angelegenheit kein einmaliger Ausrutscher sein. In einigen Jahren wird der
Internationale Gerichtshof den Völkermordfall zu Gaza entscheiden. Es droht
hier weiteres Ungemach. Für diejenigen, die sich aus ethischen Gründen nicht
dazu aufraffen können, die völlig unhaltbaren Zustände in den besetzten
Gebieten einer international zustimmungsfähigen Lösung zuzuführen, sollte
spätestens dann das wohlverstandene deutsche Eigeninteresse den Ausschlag
geben.
Denn anders als bei so vielen Konflikten, bei denen sich
Berlins Beitrag lediglich auf den Ausdruck tiefer Besorgnis beschränkt, hätte
die Bundesrepublik hier tatsächlich Einfluss. Dieser Einfluss wird bisher sehr
erfolgreich dazu genutzt, jeglichen europäischen Druck auf eine Regierung
abzublocken, die viel will, aber sicher keinen belastbaren Frieden. Sobald sich
das ändert, wären zwei Dinge gleichzeitig wieder im Aufwind: der Frieden – und
Deutschlands angeknackste Reputation. IPG 4
Danke, Cosmoland. Was jetzt kommt
Danke für jede Unterschrift, jedes geteilte Statement, jeden
Kommentar – und ganz besonders danke an alle, die sich die Zeit genommen haben,
eine persönliche E-Mail an die Mitglieder des WDR-Rundfunkrats zu schreiben.
Diese Mails haben etwas bewirkt. Sie wurden gestern in der Sitzung mehrfach
erwähnt.
Rundfunkratsmitglieder berichteten, manche hätten bis zu
1.000 Mails erhalten – und betonten ausdrücklich, dass es keine Standardmails
waren, sondern differenzierte, persönliche, leidenschaftliche Stellungnahmen.
Genau das hat dazu beigetragen, dass sich die Zahl unserer Unterstützerinnen
und Unterstützer im Rundfunkrat von 2 auf 20 erhöht hat.
Jetzt das Ergebnis: Der WDR-Rundfunkrat hat gestern der
Reform zugestimmt.
25 Ja-Stimmen, 20 Nein-Stimmen, eine Enthaltung.
Das ist die knappste Entscheidung dieser Art beim
WDR-Rundfunkrat seit mindestens zehn Jahren. Ein Gremium, das Reformen
normalerweise mit großer Mehrheit durchwinkt, war gestern fast gespalten.
20 von 46 Mitgliedern haben Nein gesagt – das ist kein
kleines Signal, das ist ein starkes Zeichen. Und das in einem Gremium, in dem
die fast 30 Prozent Menschen mit Migrationsgeschichte in diesem Land leider
nicht annähernd repräsentiert sind. Umso bedeutsamer ist dieses Ergebnis.
Es hat nicht gereicht, um COSMO zu retten.
Das müssen wir klar sagen, und das tut weh.
Aber der Rundfunkrat hat der WDR-Leitung Hausaufgaben
mitgegeben – vier offene Fragen, die ausdrücklich als verbindliche Leitplanken
für den weiteren Prozess formuliert wurden:
Wie werden
interkulturelle Themen künftig in der Breite des WDR-Programms aufgegriffen –
altersübergreifend und für alle?
In welcher Form
werden mehrsprachige Angebote weitergeführt, und welche Sprachen bleiben
erhalten?
Wie wird die einzigartige Musikfarbe von COSMO – eine
musikalische Vielfalt, die es im deutschen Radio kein zweites Mal gibt – in den
WDR-Programmen erhalten?
Wie wird die interkulturelle Kompetenz der
COSMO-Mitarbeitenden für das gesamte WDR-Programm nutzbar gemacht?
Die WDR-Leitung hat sich dazu bekannt, an diesen Punkten zu
arbeiten. Wir werden als save COSMOradio-Initiative ganz genau darauf schauen,
ob und wie diese Versprechen eingelöst werden. Wir werden berichten, nachfragen
und – wenn nötig – wieder laut werden.
Die Geschichte von COSMO ist noch nicht zu Ende geschrieben.
Sie geht in eine neue Phase. Cosmo/Dip 4
Brutaler Mord an Erntehelfern in
Italien: Basta, es reicht!
Der grausame Mord an vier zugewanderten Erntehelfern in
Süditalien, die gegen ihre Ausbeutung aufbegehrten, hat über das Land hinaus
für Empörung gesorgt. Francesco Savino, Bischof von Cassano All’Jonio und
Vizepräsident der Italienischen Bischofskonferenz, prangert im Interview mit
Radio Vatikan an: „Illegale Vermittlung von Arbeitskräften ist kein
Kavaliersdelikt. Es ist ein System. Es ist eine Herrschaftsstruktur. Wir müssen
sagen: Es reicht!“ Federico Piana, Alessandro
Guarasci und Stefanie Stahlhofen
Eine Überwachungskamera an der Tankstelle hat die
schreckliche Tat dokumentiert: Zwei Männer pumpen Benzin ins Innere eines Fiat,
setzen das Fahrzeug in Brand, halten von außen die Türen zu, dann laufen sie
weg. Im Auto: fünf Erntehelfer aus Afghanistan und Pakistan, einer
von ihnen kann sich aus dem in Flammen stehenden Auto befreien, er überlebt mit
schweren Verbrennungen, die anderen sterben. Die beiden Täter, die wohl selbst
aus Pakistan stammen, sitzen inzwischen in Untersuchungshaft.
Zum Hören: Der grausame Mord an vier zugewanderten
Erntehelfern in Süditalien hat über das Land hinaus für Empörung gesorgt.
Francesco Savino, Bischof von Cassano All’Jonio und Vizepräsident der
Italienischen Bischofskonferenz, prangert im Interview mit Radio Vatikan das
Schweigen gegenüber der dahintersteckenden Mafia an (Audio-Beitrag für Radio
Vatikan)
Erste Ermittlungsergebnisse zeigen, dass die Mafia eine
dominierende Rolle spielt. Für das Schweigen und Wegschauen, das vielerorts bei
kriminellen Aktionen der Mafia herrscht, gibt es im Italienischen ein eigenes
Wort: Omertà. Damit muss endlich Schluss sein, fordert der Vizepräsident der
italienschen Bischofskonferenz, Bischof Francesco Savino:
„Basta, Schluss mit dem schmutzigen Schweigen der
Bequemlichkeit! Es braucht eine zivilgesellschaftliche Mobilisierung, die mehr
ist als bloße Rituale, Auftritte oder momentane Emotionen, die nach ein paar
Tagen wieder verpuffen. Ich rufe zu einem Aufstand des Gewissens auf, zu einem
moralischen Aufbegehren der Bürgerinnen und Bürger, der Gläubigen und
Nichtgläubigen – hier steht wahrhaftig die Menschenwürde auf dem Spiel.“
„Ich rufe zu einem Aufstand des Gewissens auf, zu einem
moralischen Aufbegehren der Bürgerinnen und Bürger, der Gläubigen und
Nichtgläubigen – hier steht wahrhaftig die Menschenwürde auf dem Spiel“
Staat muß endlich wirksam gegen illegale Arbeitsverhältnisse
vorgehen
Der Bischof von Cassano All’Jonio findet für die Horror-Tat
selbst kaum Worte, wird aber deutlich in Richtung Politik. Hintergrund der Tat
sind nämlich Menschenhandel und Ausbeutung durch illegale Arbeitsverhältnisse.
Bischof Savino fordert daher neben Zivilcourage auch politische
Maßnahmen:
„Ich denke, dass der Staat – in seinen verschiedenen
Bereichen und Zuständigkeiten – vor allem auch auf dem Land präsent sein
sollte, in den landwirtschaftlichen Produktionsketten, an den Orten der
Arbeitskräfteanwerbung, in den unwürdigen Unterkünften, bei den
undurchsichtigen Transporten, bei den irregulären Arbeitsverhältnissen, in den
Nischen der Schutzlosigkeit, in denen das illegale Vermittlungswesen Fuß
fasst.“
Ausbeutung und Gewalt
Der überlebende Erntehelfer will nun vor Gericht aussagen.
Seinen Angaben zufolge war der Mord an seinen vier Kollegen eine Reaktion
darauf, dass sie gewagt hatten, gegen die menschenunwürdigen Arbeits- und
Lebensbedingungen aufzubegehren. Die Männer seien für die Arbeit auf den
Erdbeerfeldern nicht wie vereinbart entlohnt worden und sollten zudem noch für
den Transport auf die Felder bezahlen. Untergebracht waren sie auf engstem
Raum.
Bischof Savino prangert die „menschenwürdigen
Lebensbedingungen“ der Erntehelfer an. Und er fragt: „Ist uns denn bewusst,
dass zehn Menschen in einem winzigen, beengten Haus lebten? Wie ist es
überhaupt möglich, dass wir auch heute noch solche Lebensformen sehen müssen,
die wir nicht als menschlich bezeichnen können?“
„Wie ist es überhaupt möglich, dass wir auch heute noch
solche Lebensformen sehen müssen, die wir nicht als menschlich bezeichnen
können?“
Vorherrschaft der Mafia
Auf den Feldern herrsche „eine mächtige Mafia der
Vorarbeiter“, sagt der einzige überlebende des Massakers den Ermittlern.
Insbesondere die pakistanische Mafia sei im Zusammenhang mit der illegalen
Vermittlung ausländischer Arbeitskräfte auf den Feldern aktiv. Ein Phänomen,
das in der Region schon seit langem Gegenstand gerichtlicher Ermittlungen ist.
So kam ein kriminelles System ans Licht, das die Schutzlosigkeit ausländischer
Arbeiter und die Schwierigkeit, die Ausbeuter anzuzeigen, ausnutzt. Die Mafia
hat offenbar die Oberhand gewonnen, ohne dass es bisher wirklich gelingt,
dieser modernen Form der Sklaverei ein Ende zu setzen.
„Auch die Käufer müssen in der Lage sein, aus
Gewissensgründen bestimmte Produkte abzulehnen, die nicht das Ergebnis legaler
und wirtschaftlich-finanziell transparenter Prozesse sind“
Der Vizepräsident der italienschen Bischofskonferenz,
Bischof Savino, sieht allerdings auch die Konsumenten in der Pflicht: „Auch die
Käufer müssen in der Lage sein, aus Gewissensgründen bestimmte Produkte
abzulehnen, die nicht das Ergebnis legaler und wirtschaftlich-finanziell
transparenter Prozesse sind." (vn 4)
Einbürgerung. Fast alle deutschen
Neubürger wählen den Doppelpass
Seit der Reform im Juni 2024 dürfen Eingebürgerte ihre
bisherige Staatsangehörigkeit grundsätzlich behalten – damit wurde eine frühere
Ungleichbehandlung beseitigt. Neue Zahlen zeigen: Die Mehrstaatigkeit wird nun
noch breiter genutzt. Die Zahl der Einbürgerungsanträge ist aber rückläufig.
Von Anne-Béatrice Clasmann
Von der neuen Möglichkeit der doppelten Staatsbürgerschaft
hat der überwiegende Teil der Menschen Gebrauch gemacht, die im vergangenen
Jahr Deutsche wurden. Das zeigen die Ergebnisse einer Umfrage des
Mediendienstes Integration.
Demnach lag die Quote der Mehrstaatigkeit in den Städten,
die hierzu Daten gesammelt haben, zwischen 85 Prozent und 98 Prozent. Die
wenigen Neubürger, die keinen Doppelpass wählten, taten dies den Angaben
zufolge in den meisten Fällen, weil sie entweder vor der Einbürgerung
staatenlos waren oder weil ihr Herkunftsland die Mehrstaatigkeit grundsätzlich
nicht oder nur in Ausnahmefällen gestattet. Das gilt etwa für Indien, Äthiopien
und Eritrea.
Reform ermöglicht Doppelpass für alle
Die Koalition von SPD, Grünen und FDP hatte eine Reform des
Staatsangehörigkeitsrecht beschlossen, die Ende Juni 2024 in Kraft trat.
Seither darf, wer Deutscher wird, generell die bisherige Staatsangehörigkeit
behalten. Vorher war das nur für EU-Bürger möglich, sowie in bestimmten
Ausnahmefällen und wenn der Herkunftsstaat die Entlassung aus der alten
Staatsangehörigkeit verweigert.
Seit der Reform reichen für die Einbürgerung fünf statt
bisher acht Jahre rechtmäßiger, gewöhnlicher Aufenthalt in Deutschland.
Besonders gut integrierte Ausländer konnten sich nach der Reform bereits nach
drei Jahren einbürgern lassen – diese sogenannte Turbo-Einbürgerung hat die
schwarz-rote Bundesregierung aber im vergangenen Jahr wieder gekippt.
Dass die Mehrstaatigkeit früher in Deutschland nicht
generell erlaubt war, hielt vor allem Menschen, die sich dem Herkunftsland
beziehungsweise der alten Heimat ihrer Eltern emotional und kulturell verbunden
fühlen, davon ab, sich einbürgern zu lassen. Doch auch praktische Gründe spielen
eine Rolle, etwa erleichterte Reisen, Erbrechts- und Eigentumsfragen oder die
Möglichkeit, in beiden Staaten zu arbeiten.
Doppelpass war schon lange Regel
Ginge es nach der AfD, würde die doppelte Staatsbürgerschaft
nur in begründeten Einzelfällen zugelassen. Die Union steht ihr im Gegensatz
zum Koalitionspartner SPD auch eher skeptisch gegenüber. Vor allem Politiker
wie Fraktionschef Jens Spahn und der innenpolitische Sprecher der
Unionsfraktion, Alexander Throm (beide CDU), äußern Skepsis. Gegner des
Doppelpasses bringen etwa mögliche Loyalitätskonflikte sowie die vermutete
Gefahr von „Parallelgesellschaften“ als Argumente vor.
Dabei war auch schon lange vor der Reform im Jahr 2024 die
Hinnahme von Mehrstaatigkeit die Regel. EU-Bürger und Staatsbürger zahlreicher
weiterer Staaten durften ihren alten Pass bei der Einbürgerung beibehalten.
Weit mehr als die Hälfte aller eingebürgerten machten davon Gebrauch.
Ausgenommen von dieser Privilegierung waren in der Praxis lediglich einzelne
Herkunftsgruppen wie Menschen aus der Türkei. Allerdings galten auch für sie
zahlreiche Ausnahmen.
Andrang etwas niedriger als 2024
Insgesamt sank die Zahl der neu gestellten
Einbürgerungsanträge laut Mediendienst 2025 – um rund zehn Prozent auf rund
189.000 Anträge. Die meisten Anträge wurden demnach in Berlin gestellt (rund
36.100). Auf Platz zwei unter den Großstädten war München mit etwa 17.800
Anträgen. In der bayerischen Landeshauptstadt ist nicht nur der Andrang groß,
sondern auch der Bearbeitungsstau. Dort lagen laut Mediendienst Anfang Mai mehr
als 40.200 Anträge, über die noch entschieden werden muss.
Im vergangenen Jahr dürften es deutlich mehr als 300.000
Einbürgerungen gewesen sein, wie schon veröffentlichte Zahlen aus einigen
Bundesländern und Recherchen der „Welt am Sonntag“ nahelegen. Am häufigsten
wurden 2025 Menschen aus Syrien eingebürgert, vor Menschen aus der Türkei,
Afghanistan, Iran und Russland.
Sprachkenntnisse und Bekenntnis
Wer den deutschen Pass möchte, muss die deutsche Sprache
beherrschen, seinen Lebensunterhalt durch eigenes Einkommen bestreiten sowie
mindestens fünf Jahre rechtmäßig und ohne straffällig geworden zu sein, in
Deutschland gelebt haben. Hinzu kommen unter anderem ein Nachweis der Identität
und Kenntnisse der deutschen Gesellschaftsordnung.
Gefordert wird auch ein Bekenntnis zur freiheitlichen
demokratischen Grundordnung und zur historischen Verantwortung Deutschlands für
die nationalsozialistische Unrechtsherrschaft und ihre Folgen, insbesondere für
den Schutz jüdischen Lebens.
Anfrage beim Verfassungsschutz
Vor der Entscheidung über die Einbürgerung gibt es zudem
eine Anfrage beim Verfassungsschutz, etwa ob es zum Antragsteller Hinweise auf
Extremismus gibt. In weniger als einem Prozent der Fälle hat der
Verfassungsschutz im vergangenen Jahr Erkenntnisse zu Antragstellern
übermittelt.
Laut Mediendienst Integration lag die Zahl der Ablehnungen
aufgrund von Hinweisen des Verfassungsschutzes 2025 in den Städten, die dazu
Daten erhoben haben, im niedrigen einstelligen Bereich. Beispielsweise lagen
dem Landesamt für Verfassungsschutz in Thüringen nur zu zwei von 4.542
überprüften Antragstellern entsprechende Erkenntnisse vor.
Kein Bekenntnis zu Israel: Antrag abgelehnt
In zwölf Fällen wurden den Angaben zufolge in Sachsen-Anhalt
Anträge auf Einbürgerung abgelehnt, weil ein Ausländer kein Bekenntnis zum
Existenzrecht Israels abgeben wollte. Diese Anforderung gibt es in dem
Bundesland seit Anfang 2023.
Mitte 2025 wurde eine entsprechende Regelung auch in
Brandenburg eingeführt. Angaben von dort zu diesem Themenkomplex lagen dem
Mediendienst nach eigenen Angaben aber nicht vor. (dpa/mig 3)
Jahresbericht. Diskriminierung
erreicht neuen Höchststand
Die Antidiskriminierungsstelle des Bundes registrierte 2025
insgesamt 13.067 Beratungsfälle, 15 Prozent mehr als im Vorjahr. Besonders
häufig geht es um Rassismus, Behinderung, Religion und Benachteiligung im
Arbeitsumfeld. Von Verena Schmitt-Roschmann
Ein elfjähriges Mädchen kauft sich ein Eis, doch die Verkäuferin
will ihr das Wechselgeld nicht geben. „Menschen wie dir traue ich nicht“, sagt
die Frau. Das Kind hat eine dunkle Hautfarbe. Das Geld reicht die
Eisverkäuferin lieber der Freundin des Mädchens.
Es ist einer von 13.067 Fällen, die die
Antidiskriminierungsstelle des Bundes im vergangenen Jahr registrierte – 15
Prozent mehr als 2024 und so viele wie nie zuvor. Der Anstieg kann auch daran
liegen, dass mehr Menschen Expertenrat suchen, wenn sie sich wegen Hautfarbe,
Religion, Behinderung, Geschlecht, Alter oder anderen Merkmalen benachteiligt
sehen.
Doch für die unabhängige Antidiskriminierungsbeauftragte
Ferda Ataman zeigt gerade das eine „besorgniserregende Entwicklung“.
Diskriminierung werde heftiger erlebt, weil sie offener als noch vor wenigen
Jahren geäußert werde, sagte Ataman bei der Vorstellung ihres Jahresberichts
2025. Der Leidensdruck sei größer geworden.
43 Prozent der Anfragen betreffen Rassismus
Anfragen wegen rassistischer oder antisemitischer
Diskriminierung haben den größten Anteil in der Statistik: 4.571 oder 43
Prozent aller Fälle fielen in diese Kategorie. In Atamans Jahresbericht ist es
diesmal der Schwerpunkt. Seit 2021 hätten sich die Zahlen hier mehr als
verdoppelt.
Ein weiteres Beispiel im Bericht: Ein Herr kauft sich im
Laden einer großen Bekleidungskette ein Hemd, doch der Ladendetektiv stoppt
ihn. Obwohl die Kassiererin den Kauf bestätigt, wird der Kunde durchsucht. Er
sieht asiatisch aus – und sieht den Grund der falschen Verdächtigung in einer
rassistischen Zuschreibung.
Nachteile für Menschen mit Behinderungen
Ataman stellte klar, dass Diskriminierung nicht nur
Randgruppen treffe. „Jeder Mensch kann im Laufe seines Lebens Benachteiligung
erfahren“, sagte sie. „Dafür reicht es manchmal schon, zu jung zu sein oder zu
alt, schwanger zu werden oder eine chronische Krankheit zu bekommen.“
Von allen Anfragen bezogen sich 27 Prozent – 3.015 Fälle –
auf Benachteiligung wegen einer Behinderung oder einer chronischen Krankheit.
2.407 Menschen sahen sich wegen des Geschlechts benachteiligt, etwa 22 Prozent
der Fälle. Altersdiskriminierung spielte in 1.261 Anfragen eine Rolle, Religion
in 733 und sexuelle Identität in 386. Bisweilen kommen mehrere Punkte zusammen,
so etwa bei muslimischen Frauen, die Kopftuch tragen.
Geht es um Situationen, in denen Diskriminierung erlebt
wird, liegt das Arbeitsumfeld an Nummer eins (3.600 Anfragen), zum Beispiel
wegen diskriminierender Stellenausschreibungen oder Absagen. Zweite große
Gruppe sind Benachteiligungen beim „Zugang zu Gütern und Dienstleistungen“,
also etwa das Einkaufen oder die Wohnungssuche.
„Alle Menschen sind vor dem Gesetz gleich“
Das alles ist in Deutschland verfassungsrechtlich verboten.
„Alle Menschen sind vor dem Gesetz gleich“, heißt es in Artikel 3 des
Grundgesetzes. „Niemand darf wegen seines Geschlechtes, seiner Abstammung,
seiner Rasse, seiner Sprache, seiner Heimat und Herkunft, seines Glaubens,
seiner religiösen oder politischen Anschauungen benachteiligt oder bevorzugt
werden. Niemand darf wegen seiner Behinderung benachteiligt werden.“
Das sogenannte Allgemeine Gleichbehandlungsgesetz AGG von
2006 soll helfen, das praktisch durchzusetzen. Demnach kann man bei
Diskriminierung in bestimmten Fällen zivilrechtlich auf Entschädigung klagen.
Die Beratung bei der Antidiskriminierungsstelle des Bundes soll eine rechtliche
Ersteinschätzung geben und Handlungswege aufzeigen.
In der Praxis warten aber viele Hürden, wie Eva Andrades vom
Antidiskriminierungsverband erläuterte. Die Menschen hätten nur zwei Monate
Zeit, ihre Ansprüche geltend zu machen. Klagende müssten selbst Nachweise
führen und etwa Zeugen suchen. Dabei sei es offen, ob ein Gericht das
anerkenne. Als Entschädigung gebe es am Ende oft nur 500 bis 1.000 Euro. „Das
Problem ist das Rechtssystem, das die Verantwortung fast vollständig auf die
Betroffenen verlagert“, sagte die Verbandsvertreterin.
Staatliche Stellen außen vor
Wie Andrades forderte auch Ataman eine umfassende Reform des
AGG: eine Fristverlängerung auf mindestens zwölf Monate; das Recht für
Verbände, Klagen stellvertretend für viele zu führen; ein Schutz vor
KI-gestützten Formen der Diskriminierung wie die Vorauswahl von
Bewerbungsunterlagen. Besonders wichtig ist Ataman die Einbeziehung von
Diskriminierung durch staatliche Stellen. Letzteres mache ein Viertel der
Beratungsanfragen aus, doch seien solche Fälle vom AGG nicht abgedeckt, sagte
Ataman.
Anfang Mai hatte das Bundeskabinett eine AGG-Reform auf den
Weg gebracht, die unter anderem eine Fristverlängerung vorsieht: Künftig soll
man vier statt zwei Monate Zeit haben, um Ansprüche geltend zu machen. Ataman
hält dies für zu kurz und die Novelle für unzureichend. Sie appellierte an den
Bundestag, sie nachzuschärfen. Sorge vor einer Belastung von Unternehmen wies
sie zurück. „Das AGG hat der Wirtschaft noch nie geschadet“, sagte Ataman.
Auch die Türkische Gemeinde in Deutschland drang auf eine
umfassendere Reform des AGG statt nur „kosmetischer Verbesserungen“. Der
Deutsche Caritasverband forderte auch in der Gesellschaft eine aktive
Gegenwehr: „Populistisch aufgeheizte Debatten bergen das Potenzial neu
entfachter und zunehmender Diskriminierungen – oft auf dem Rücken der
Schwächsten.“ (dpa/mig 3)
Der Krieg konnte Teheran nicht in die Knie zwingen.
Geschwächt wurde hingegen die Fähigkeit der USA, weltweit Einfluss zu nehmen.
Dan Smith
Der Ausgang des aktuellen Irankrieges ist noch ungewiss,
doch eine Folge zeichnet sich bereits ab: Er hat die Fähigkeit der USA zur
globalen Machtprojektion deutlich geschwächt. Viele fragen sich, wer gewonnen
hat. Die wichtigere Frage ist jedoch möglicherweise, welchen Preis dieser Krieg
hatte.
Die geoökonomische Lage des Golfs sorgt dafür, dass dieser
Krieg – historisch betrachtet ein relativ kurzer und begrenzter – langfristige
globale Auswirkungen haben wird. Eine der wichtigsten betrifft die künftige
Fähigkeit der USA zur Machtprojektion. Ein kurzer Blick auf die bisherige
Bilanz zeigt, wie sich dies auswirken könnte.
Zu den allgemeinen Kosten des Krieges zählen natürlich die
Schäden an der Umwelt sowie die Folgen für die Menschen im Iran und in den
Golfstaaten. Auch weit über die Region hinaus werden die Auswirkungen spürbar
sein: In anderen Teilen der Welt dürfte die Ernährungsunsicherheit zunehmen,
besonders für die Ärmsten.
Auf geopolitischer Ebene gibt es hingegen auch Profiteure.
Russland unter Wladimir Putin hat am Rande des Konflikts davon profitiert, mehr
Öl verkaufen zu können. Seine Unterstützung für Iran dürfte Moskau jedoch
Freunde und Investitionskapital aus den Golfstaaten kosten. Gleichzeitig hat
auch die Ukraine profitiert, weil mehrere Golfstaaten an ihren Drohnen und
ihrer technischen Expertise interessiert sind.
Für die eigentlichen Kriegsparteien fällt die Bilanz jedoch
gemischter aus. Israel hat etwas mehr Handlungsspielraum in Gaza und im Libanon
gewonnen. Zugleich häuft das Land jedoch Probleme für die Zukunft an – ähnlich
wie nach der Eskalation im Libanon Anfang der 1980er Jahre. Der Iran hat
gewissermaßen gewonnen, indem er nicht verloren hat. Umgekehrt verlieren die
USA, indem sie nicht gewinnen. Das wird in den kommenden Jahren erhebliche
Auswirkungen auf ihre Fähigkeit haben, Macht zu projizieren.
Dabei sind zwei Dimensionen zu unterscheiden. Die eine ist
materieller Natur und betrifft die Fähigkeit, den eigenen Willen zur Not mit
Zwang durchzusetzen; die andere ist immateriell und betrifft Einfluss. Der
materielle Aspekt wäre selbst dann von Bedeutung, wenn der Krieg erfolgreicher
verlaufen wäre.
Die USA griffen während der 39 Kriegstage mehr als 13 000
Ziele im Iran an. Dabei verbrauchten sie mehr als die Hälfte ihrer
Tarnkappen-Marschflugkörper. Beim derzeitigen Produktionstempo wird es fünf bis
sechs Jahre dauern, diese Bestände wieder aufzufüllen. Zudem setzten sie so
viele Tomahawk-Marschflugkörper ein, wie sie in zehn Jahren produzieren, sowie
Patriot-Abfangraketen im Umfang von rund zwei Jahresproduktionen.
Es überrascht daher nicht, dass viele davon ausgehen, dass
die militärische Fähigkeit der USA, auf eine weitere Krise zu reagieren,
geschwächt wurde. Ebenso wenig überrascht es, dass hochrangige US-Militärs und
Regierungsvertreter Verbündeten wie Gegnern versichern, die USA könnten
weiterhin auf jede denkbare Entwicklung reagieren und ihre Macht nach Belieben
ausüben.
Kritiker betonen das enorme Ausmaß des eingesetzten
Waffenarsenals, weil sie darin keinen erkennbaren Gewinn für die USA sehen.
Doch selbst wenn der von Präsident Trump immer wieder ausgerufene Sieg
tatsächlich real wäre, die Waffen sind weg. Wenn verringerte Waffenbestände ein
Problem darstellen, dann tun sie das unabhängig vom Ausgang des Krieges.
Sowohl die Besorgnis als auch die Selbstzufriedenheit sind
jedoch übertrieben. Die Vereinigten Staaten verfügen weiterhin über enorme
militärische Fähigkeiten. Allerdings könnten sie gezwungen sein, diese künftig
anders einzusetzen, sollte der Präsident einen neuen Bedarf oder eine neue
Gelegenheit für militärisches Handeln sehen. Sicherlich: Die USA bleiben eine
militärische Supermacht – allerdings fortan mit geringeren Spielräumen,
schwierigeren Abwägungen und weniger Freiheit, gleichzeitig auf Krisen in
verschiedenen Weltregionen zu reagieren.
Die immaterielle Dimension ist sogar noch bedeutender.
Einfluss kann viele Formen annehmen – politische, wirtschaftliche oder
kulturelle. Eine Quelle politischen Einflusses ist militärische Überlegenheit.
Staaten, die als überwältigend mächtig wahrgenommen werden, gewinnen häufig
Verbündete und können Gegner zum Einlenken bewegen. Der Krieg am Golf hat
jedoch die Grenzen dieser Logik offengelegt.
Präsident Trump hat nicht Unrecht, wenn er die militärische
Stärke der USA lobt. Doch seine Prahlereien während des Irankrieges haben die
Aufmerksamkeit auf den äußerst begrenzten Nutzen all dieser Gewalt gelenkt.
Irans militärische Fähigkeiten wurden zwar geschwächt, und die Wirtschaft des
Landes befindet sich in einem desolaten Zustand. Das Regime ist jedoch
weiterhin an der Macht – nun mit einer härteren Linie und noch strafferer
Kontrolle. Als die Waffenruhe in Kraft trat, verfügte es noch über 70 Prozent
seines Vorkriegsbestands an Raketen und es hat inzwischen zweifellos weitere
produziert.
Die USA sind hingegen heute ihrem Ziel, Irans angereichertes
Uran außer Landes zu schaffen, keinen Schritt näher als am Tag vor
Kriegsbeginn. Erreichen können sie es nur mit Zustimmung Teherans – ein
Prozess, der Zeit erfordern und amerikanische Zugeständnisse bei den Sanktionen
voraussetzen wird. Und während die Schifffahrt vor dem Krieg die Straße von
Hormus frei passieren konnte, ist das heute nicht mehr der Fall. Iran hat
daraus ein politisches Druckmittel gemacht.
Die Lehre daraus lautet: Überlegene militärische Macht kann
Zerstörung anrichten und Menschen töten. Sie verleiht ihrem Besitzer jedoch
nicht automatisch die Fähigkeit, politische Ziele zu erreichen. Dies zeigt sich
im Übrigen derzeit auch in einem anderen Operationsgebiet. Im amerikanischen
Kampf gegen Drogenhändler in der Karibik und im Pazifik gab es mehr als 60
Angriffe auf kleine Boote, bei denen über 200 Menschen getötet wurden. Den
jüngsten Studien zufolge hatte dies jedoch keinerlei Auswirkungen auf den
Straßenpreis oder die Verfügbarkeit von Kokain in amerikanischen Städten.
Das Problem im Fall Iran besteht darin, dass Trump seine
Regierung in eine Lage manövriert hat, aus der kaum ein Ausweg erkennbar ist.
Eine solche Situation haben wir in der Vergangenheit bereits erlebt. Es handelt
sich um das klassische Dilemma einer Großmacht, die einem widerstandsfähigen
Gegner gegenübersteht. Man denke nicht nur an Iran, sondern auch an die
Ukraine. Oder an Vietnam.
Im März 1968, auf dem Höhepunkt des Vietnamkrieges, als sich
die amerikanische Öffentlichkeit zunehmend gegen den Krieg wandte, beschrieb
Theodore Sorensen, der frühere Redenschreiber von Präsident Kennedy, die Lage
der USA als Gefangenschaft in einer „sechsseitigen Box“ – einer ausweglosen
strategischen Konstellation –, die er in drei einfachen Sätzen zusammenfasste.
Erstens: Die militärische Vormachtstellung Amerikas konnte keinen Sieg
herbeiführen, während seine politische Führungsrolle einen Rückzug demütigend
erscheinen ließ. Zweitens: Die USA konnten weder Südvietnam ihren Willen
aufzwingen noch den Willen Nordvietnams brechen. Drittens: Eine Eskalation
drohte eine chinesische oder sowjetische Intervention auszulösen, während
ernsthafte Verhandlungen die Möglichkeit eines kommunistischen Südvietnams
hätten akzeptieren müssen.
Es fällt nicht schwer, diese Analyse mit einigen Anpassungen
auf die amerikanische Konfrontation mit dem Iran zu übertragen: Der Krieg ist
nicht zu gewinnen, doch ein Rückzug wäre demütigend; kein Verbündeter leistet
nennenswerte Hilfe, und der Gegner ist zu widerstandsfähig; eine vollständige
Eskalation ist undenkbar, während ernsthafte Verhandlungen bedeuten würden,
einzugestehen, dass der Krieg von Anfang an ein Fehler war.
Den USA gelang es in Vietnam nie, aus dieser „Box“
auszubrechen – und wahrscheinlich wird ihnen das auch am Golf nicht gelingen.
Dieses Scheitern – ein anderes Wort dafür gibt es nicht – untergräbt die
Fähigkeit der Vereinigten Staaten zu strategischer Führung. Ihre Verbündeten
sehen sich mit leichtfertigem Handeln, wiederholter Missachtung und
Geringschätzung seitens der US-Regierung konfrontiert. Sie sollen Maßnahmen
unterstützen, zu denen sie nicht konsultiert wurden und denen sie auch nicht
zugestimmt haben. Hinzu kommen widersprüchliche und irreführende Erklärungen
sowie ein Krieg ohne Strategie, ohne rechtliche Grundlage und ohne moralische
Legitimation.
Es ist schwer vorstellbar, wie die USA das moralische
Kapital und die Führungsfähigkeit zurückgewinnen wollen, die sie in diesem Jahr
verloren haben. Noch mehr martialische Rhetorik wird daran sicherlich nichts
ändern. Ebenso wenig eine Wiederaufnahme des Krieges oder ein Abkommen, das
Iran weitreichende Zugeständnisse macht. Und derzeit ist nicht erkennbar, warum
Iran seinerseits den Vereinigten Staaten überhaupt Zugeständnisse machen
sollte.
Die USA bleiben der mächtigste militärische Akteur der Welt.
Doch selbst das stärkste Militär der Welt kann seine Überlegenheit nicht
automatisch in politischen Erfolg ummünzen. Die Gefahr besteht jedoch darin,
dass künftige Entscheidungsträger weiterhin das Gegenteil glauben.
Möglicherweise wird in Zukunft wieder ein strategisch kluger Präsident ins Amt
kommen, der Verbündete nicht beiläufig beschimpft und bedroht. Doch da die
amerikanischen Wähler sich zweimal für einen solchen Kurs entschieden haben,
können sie es auch ein drittes Mal tun – wenn nicht mit Trump (dagegen sprechen
sein Alter und die Verfassung), dann mit Vance, Rubio, Hegseth oder jemand
anderem.
Deshalb wird die Absicherung gegen die Unzuverlässigkeit der
Vereinigten Staaten auf Jahre hinaus – vielleicht sogar dauerhaft – Teil der
Politik Europas und anderer amerikanischer Verbündeter sein. Je unabhängiger
sie von den USA werden, desto weniger werden sie sich ihren Wünschen fügen. In
einigen Jahren können die Vereinigten Staaten einen Großteil ihrer materiellen
Macht wiederherstellen. Ihr Verlust an Einfluss und Glaubwürdigkeit wird sich
hingegen, wenn überhaupt, nur langsam beheben lassen.
Darin liegt das größte Risiko: dass Trump oder ein künftiger
Präsident trotz aller gegenteiligen Erfahrungen weiterhin glaubt, militärische
Gewalt sei gleichbedeutend mit Macht – und sie destruktiv, verzweifelt und
letztlich sinnlos einsetzt. IPG 2
Fluchtforscher warnen vor Abschottung und schwächerem
Asylschutz
Der „Report Globale Flucht 2026“ sieht eine wachsende
politische Abwehr gegen Geflüchtete. Während Fluchtzahlen weltweit steigen,
bauen Staaten legale Wege ab; zugleich drohen durch die EU-Asylreform neue
Verschlechterungen für Schutzsuchende. Von Christina Neuhaus
Migrationsfachleute beobachten weltweit eine ablehnende
Haltung der Politik gegen Geflüchtete. Sowohl die internationale Gemeinschaft
als auch die EU und Deutschland „übernehmen immer weniger Verantwortung“, sagte
Petra Bendel von der Universität Erlangen-Nürnberg am Montag in Berlin bei der
Vorstellung des „Reports Globale Flucht 2026“. Von der bevorstehenden
EU-Asylreform befürchten die beteiligten Forscherinnen und Forscher weitere
Verschlechterungen für Schutzsuchende.
Bendel wies darauf hin, dass die Zahl der Geflüchteten
weltweit auf mehr als 117 Millionen geschätzt wird, was eine Verdoppelung
innerhalb von zehn Jahren bedeutet. Die Abschottungspolitik, auf die immer mehr
Staaten setzten, „verschärft die Krise“, sagte die Forscherin. Zum einen würden
legale Migrationswege, etwa Resettlement-Programme, „vielfach systematisch
abgebaut“. Zum anderen hätten Schutzsuchende in den Ländern, in denen sie auf
anderem Wege eintreffen, kaum Aussicht auf einen legalen Aufenthalt auf Dauer.
Die Möglichkeit zur Rückkehr in den Herkunftsstaat sei für viele Betroffene
ebenfalls „sehr begrenzt“.
Zurückweisung Asylsuchender „rechtlich unzulässig“
Auch die Migrationspolitik der Bundesregierung kommt in dem
Report nicht gut weg. Die Zurückweisung von Asylsuchenden an den deutschen
Grenzen werde als „rechtlich unzulässig“ eingestuft, sagte Bendel. Benjamin
Etzold vom Bonn International Centre for Conflict Studies kritisierte
übertriebene Erwartungen an eine „massenhafte Rückkehr“ von Geflüchteten nach
Syrien. Dort sei die Lage nach wie vor sehr schwierig. Förderprogramme für die
freiwillige Rückkehr sollten von der Situation im Herkunftsland, etwa
rechtsstaatlichen Standards und dem Schutz von Minderheiten, abhängig gemacht
werden, empfahl Etzold.
Sorge bereiten den Expertinnen und Experten die Änderungen
am europäischen Asylrecht. Das Gemeinsame Europäische Asylsystem (Geas) tritt
am 12. Juni in Kraft. „Rechtsbrüche an Europas Grenzen werden durch die
bevorstehende Geas-Reform verschärft“, sagte Bendel. Unter anderem sei eine
„Ausweitung haftähnlicher Unterbringungen“ an den Außengrenzen zu befürchten.
Auch werde eine weitere Marginalisierung von besonders schutzbedürftigen
Gruppen erwartet, da die Schutzzusagen in dem neuen Regelwerk unzureichend
seien. Auf die Frage nach positiven Ansätzen von Geas sagte Bendel, sie sehe
hier nur „ganz kleine Sternchen in einem überwiegend dunklen Himmel“.
Franck Düvell von der Universität Osnabrück sagte, Geas sei
eine Reaktion auf eine Situation mit sehr vielen Geflüchteten in Europa, „die
eigentlich überholt ist“. Genau das mache die Reform so problematisch.
Flucht wegen des Klimawandels „keine Zukunftsfrage“
Als eine aktuelle „Treibkraft“ internationaler
Fluchtbewegungen identifiziert der Report den Klimawandel. Dies sei „keine
Zukunftsfrage mehr“, betonte Bendel. Das bestehende Flüchtlingsrecht reiche für
diese Art der Flucht aber nicht aus. Hier müssten Schutzlücken geschlossen
werden.
Hinter dem „Report Globale Flucht“, der zum vierten Mal
erstellt wurde, steht das Projekt „Flucht- und Flüchtlingsforschung: Vernetzung
und Transfer“. Das Netzwerk will die interdisziplinäre Flucht- und
Flüchtlingsforschung in Deutschland stärken. Es wird vom
Bundesforschungsministerium gefördert. (epd/mig 2)