Webgiornale 23 maggio – 6 giugno 2022

Inhaltsverzeichnis

1.     I tempi ‘geopolitici’ dell’unità europea. 1

2.     Guerra in Ucraina. Viaggio in un Paese in guerra, dove tutti sono al fronte. 1

3.     La Russia di Alessandro I e quella di Putin, la Russia di ieri e quella di oggi 1

4.     Ucraina: l’altra “ferita” della guerra, commessi più di 200 “ecocidi”. A rischio il futuro di questa terra. 1

5.     Costituita la consulta permanente degli italiani in Germania. 1

6.     Amburgo: aperta fino al 31 luglio la mostra “Formafantasma” nell'ambito della Triennale di Fotografia. 1

7.     Riunito il Consiglio delle Acli Germania. 1

8.     COSMO italiano ha preso il posto di Radio Colonia, la trasmissione italiana. Le ultime puntate. 1

9.     Düsseldorf. Collettiva di ICE-Agenzia alla ProWein 2022. 1

10.  Brevi di cronaca e di politica in Germania. 1

11.  Francoforte. Festival dedicato alla divulgazione di temi scientifici 1

12.  Berlino: all’ambasciata il concerto "Tandem" del duo Fabrizio Bosso e Julian Oliver Mazzariello. 1

13.  Il Premio per la costruzione europea a Ursula von der Leyen. 1

14.  Il primo processo per crimini di guerra all’esercito russo. 1

15.  La percentuale della crisi 1

16.  Stato e le prospettive dei corsi di lingua e cultura italiana nel mondo. 1

17.  Riforma del voto degli italiani all’estero: proposte utili, ma non sufficienti 1

18.  Ministero del Turismo ed Enit lanciano le campagne internazionali di promozione dell’Italia nel mondo. 1

19.  Saper scrivere. 1

20.  Conto in rubli per pagare il gas russo, perché l'Eni si adegua. 1

21.  Voto degli italiani all’estero: audizione del Sottosegretario alla Giustizia Sisto e dei rappresentanti CGIE. 1

22.  Veneto. Approvati i bandi per contributi ad associazioni e un premio per tesi di laurea sull’emigrazione veneta. 1

23.  Nessuno è perfetto. 1

24.  Voto estero e astensionismo apparente: D’Inca alla Giunta delle elezioni 1

25.  Il bonus di 200 euro e i pensionati italiani all’estero. 1

26.  Le strategie. 1

27.  Voto all’estero: audizione del Sottosegretario all’Interno Scalfarotto e del Prefetto Orano sulla Legge Tremaglia. 1

28.  L’IMU e le rivendicazioni degli italiani all’estero. 1

29.  L’opinione. 1

30.  Serve un’Europa che parli di futuro. 1

31.  Cardinale Parolin, il no ad una nuova guerra fredda, il sì ad una vera riconciliazione. 1

32.  C’era una volta il sindacato. Il punto sulla profonda crisi della triplice e sulle sue cause. 1

33.  Profeti 1

34.  Inaugurato a Genova il MEI, Museo dell’Emigrazione Italiana. 1

35.  I Parlamentari PD sulla inaugurazione a Genova del museo dell’emigrazione. 1

36.  Il Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana salutato da tante testimoninte. 1

37.  Per Cie e Spid necessario semplificare le procedure. 1

38.  Pensionati italiani all’estero e bonus di 200 euro. All’ultimo momento esclusi 1

 

 

1.     Mehrheit der Deutschen setzt auf erneuerbare Energien. 1

2.     Ukraine. Schuld und Sühne. 1

3.     Ukraine-Krieg. Afrika-Experten werfen Europa Doppelmoral vor 1

4.     Tagung gegen Menschenhandel im Vatikan – Vernetzung hilft. 1

5.     Karlsruhe vs. EU-Wahlrechtsreform könnte in die dritte Runde gehen. 1

6.     Produktivität und Kreativität. Studie: Unternehmen profitieren von Geflüchteten. 1

7.     Baerbock und Habeck beliebteste Minister, Ansehensverlust für Scholz, Lauterbach und Lambrecht. 1

8.     Kein Krieg. Ukrainer und Russen im Klassenzimmer. 1

9.     Schwedens Sozialdemokraten sagen Ja zur NATO, Nein zur nuklearen Teilhabe. 1

10.  IW-Studie. Deutschkenntnisse der Eltern entscheidend für Bildungserfolg. 1

11.  Finnen glauben nicht daran, sich allein verteidigen zu können. 1

12.  Gespräch des Zentralrats der Juden mit Staatsministerin Roth über den gemeinsamen Kampf gegen Antisemitismus sowie die documenta fifteen. 1

13.  Diskriminierung von Sprache. Eine internationale Betrachtung der Welt des Linguizismus. 1

14.  Wachsende Ressentiments gegen ukrainische Flüchtlinge in Mittel- und Osteuropa. 1

15.  Europa. Sündenbock. 1

16.  UNO-Chef Guterres würdigt Caritas. 1

17.  LEAK: EU-Kommission will höhere EU-Ziele bei den Erneuerbaren. 1

18.  DIHK. Unternehmen brauchen Flüchtlinge als Arbeitskräfte. 1

19.  Parolin: Projekt Europa bleibt ein Projekt des Friedens. 1

20.  UN-Bericht. Weltweiter Hunger nimmt weiter zu. 1

21.  Italien stellt sich hinter Macrons Pläne zur Reform der EU. 1

22.  Erstmals eine Frau zur DGB-Chefin gewählt – mit Migrationshintergrund. 1

23.  DIW-Studie. Flüchtlinge fühlten sich in der Corona-Pandemie stark diskriminiert 1

24.  Mücken und Zecken ein Schnippchen schlagen. 1

25.  Deutsche Hochschulbildung weltweit. 20 Jahre Transnationale Bildung. 1

26.  Weltweiter Hungerkrise. Millionen Kinder sind akut unterernährt und könnten in den nächsten Wochen verhungern. 1

 

 

I tempi ‘geopolitici’ dell’unità europea

 

A seguito dell’invasione russa dell’Ucraina, si è registrata tra i 27 Stati membri dell’Unione Europea (Ue) un’unità d’intenti e soprattutto di vedute rara, considerando i maggiori eventi di politica internazionale degli ultimi anni.

L’allineamento storico dei governi europei

Questo allineamento può essere considerato storico alla luce di due fattori. Il primo è il costo pesante che – forse per la prima volta – viene chiesto di pagare ai governi nazionali a vantaggio di una posizione comune europea. Per qualche Stato questo sacrificio è in primis politico perché mette in discussione vecchi assiomi di politica estera, come il neutralismo o l’adozione di un basso profilo nel campo della sicurezza e della difesa. Per altri è, invece, soprattutto economico e richiede un ripensamento dell’intero sistema nazionale delle catene del valore o dell’approvvigionamento energetico. In alcuni casi, come quello tedesco, il prezzo richiesto è su entrambi i fronti.

Il secondo motivo per cui la sintonia dei 27 è rimarchevole è la tempistica. L’Unione Europea è stata spesso accusata, come in occasione dell’emergenza pandemica, di reagire agli eventi invece che governarli. La sua lentezza e l’apparente ‘bizantinismo’ di alcuni processi decisionali hanno spinto diversi movimenti populisti ad accusare Bruxelles di eccessiva burocratizzazione e, in ultimo, di inefficienza.

Nel caso delle sanzioni alla Russia questo non si è potuto dire: dall’inizio dello sconfinamento dei carri armati russi in direzione di Kyiv all’approvazione del primo pacchetto di sanzioni da parte del Consiglio sono passate, infatti, meno di 24 ore. Anche se la tempestività di tale decisione è in parte certamente imputabile al fatto che essa andava ad inserirsi nel filone di un procedimento sanzionatorio già iniziato nel 2014, questo nulla toglie alla coerenza politica dell’azione congiunta di Consiglio e Commissione. Molti osservatori si sono stupiti di questo “cambio di passo”, arrivando a definire l’assenza di divisioni a Bruxelles come la prima sconfitta per Mosca, ancor prima che le vittorie militari ucraine arrivassero sul campo.

Un lungo processo storico

In realtà, l’unità d’intenti europea non si è concretizzata improvvisamente, ma è frutto di uno sforzo decennale, non sempre tangibile ma che non dovrebbe essere sottovalutato, da parte di tutti gli Stati di allineare indirizzi di politica estera spesso divergenti nei confronti delle crisi internazionali. L’unità europea, figlia del compromesso (o della non belligeranza) tra Stati membri, si è ottenuta talvolta con enormi difficoltà, per esempio nel caso delle Primavere arabe e del conflitto in Libia, e talaltra più facilmente costruendo una narrativa comune, come accaduto con il JCPOA o gli accordi di Minsk.

In tal senso, la risposta di oggi deriva sia da un lento processo storico che passa da vistosi fallimenti sia della volontà politica di far giocare all’Unione, almeno sul continente, finalmente un ruolo di prima linea. Appare facile, in altre parole, definire la solidarietà intra-Ue sull’Ucraina nel 2022 come il riscatto di quanto avvenuto durante la dissoluzione dell’ex-Jugoslavia, quando gli europei non erano riusciti, per mancanza di strumenti ma soprattutto di esperienza nell’“europeizzare” la propria politica estera, a prendere una posizione forte sul conflitto.

Il fatto che l’Ue abbia in parte soddisfatto le proprie ambizioni “geopolitiche” (citando un termine che sembra caro non solo all’ attuale Commissione ma a tutti gli analisti dei nostri tempi) aiutando l’Ucraina non significa che non ci siano importanti questioni di politics e di policy da osservare attentamente e la cui evoluzione resta incerta.

Una posizione in prima linea per la Commissione

Un tema irrisolto resta, ad esempio, quello dell’evoluzione del rapporto politico tra le istituzioni Ue e tra queste ultime e gli Stati membri. Non è sfuggito, infatti, agli osservatori più attenti che, sebbene ci si muova sia nel contesto sanzionatorio sia nel coordinamento diplomatico all’interno del quadro Pesc, la Commissione sembra avere un ruolo molto più proattivo delle altre istituzioni arrivando di fatto a fungere da crocevia decisionale e assicurando così coerenza tra le diverse misure intraprese a sostegno dell’Ucraina.

Si possono citare a questo riguardo molti esempi: dal negoziato per congelare gli asset russi in Europa al contenuto dei cinque pacchetti di sanzioni, fino all’ultima battaglia per uscire dagli accordi petroliferi. Insieme a questo, non si possono omettere i molti gesti altamente simbolici compiuti da Ursula von der Leyen per delineare chiaramente la posizione della Commissione sul conflitto in corso, come l’emblematica visita a Kiev del mese scorso o l’apertura all’allargamento verso i tre candidati del Partenariato Orientale.

La posizione della Commissione oggi è perfettamente opposta a quella del 2014, quando l’allora presidente Barroso aveva tentato una linea di equidistanza e di basso profilo in occasione della crisi in Donbass, mettendo, tuttavia, in guardia su come Putin fosse pronto a prendere l’Ucraina “in due settimane” in caso di mancato accordo (un’affermazione che tra l’altro prefigura tragicamente l’errore di valutazione compiuto dalla Russia lo scorso febbraio).

Un’altra indubbia novità rispetto al passato è la scelta di coinvolgere l’Ue in un dominio di hard power tradizionalmente appannaggio degli Stati come l’invio di armi. Su questo si segnala certamente l’attivismo del Consiglio e del suo presidente Charles Michel, a cui è spettato il delicato compito di tenere, per conto delle istituzioni Ue, i rapporti con Vladimir Putin e di trovare al contempo il consenso dei 27 sulla procedura da seguire per gli aiuti militari.

Alcune scelte storiche, come quella di affidare all’European Union Military Staff (EUMS) un ruolo nella selezione degli armamenti utili per le forze armate ucraine o di usare i fondi dello European Peace Facility per passare sistemi da un Paese all’altro, dimostrano una flessibilità di compiti e strumenti che non si credeva possibile fino a pochi mesi fa e che è stata realizzata solo grazie alla volontà di muoversi ad un livello superiore al Coreper. Ma è proprio il rapporto tra il “centro” e la “periferia” dell’Ue il tassello potenzialmente debole del circolo virtuoso che, in occasione del conflitto ucraino, sembra essersi creato.

Una sintonia fragile

Il primo pericolo è che la sintonia europea sia messa alla prova, ancora una volta, dalla scarsa credibilità dell’Ue come organismo capace di assicurare copertura in caso di shock asimmetrici. Questi shock possono essere militari o economici, ma in entrambi i casi portano i cittadini europei a dubitare dell’esistenza dell’Ue come attore politico. Il fatto che Paesi come la Finlandia e la Svezia non si sentano tutelati dall’Ue nella propria sicurezza e sentano di dover ricorrere alla Nato, o che la Germania, l’Italia e l’Ungheria dubitino che si possa arrivare a una solidarietà energetica e quindi tergiversino su un ulteriore inasprimento delle sanzioni, sono tutti fattori che indeboliscono la posizione negoziale delle istituzioni comunitarie.

Il secondo pericolo è invece il protagonismo degli Stati membri. Questi ultimi, comprensibilmente anche alla luce di quanto detto, appaiono sempre tentati da spinte centrifughe di protagonismo o fine a sé stesso o, ancor peggio, animato da altri fini.

Questo pericolo riguarda Paesi “centrali” dell’Unione come la Francia, dove l’Eliseo ha ereditato la posizione di interlocutore privilegiato del Cremlino dopo le dimissioni di Angela Merkel, e in egual modo Stati “periferici” come la Polonia e l’Ungheria, con posizioni diametralmente opposte sull’Ucraina ma ugualmente interessate a marcare un proprio distinguo rispetto a Bruxelles. Proprio la frammentazione nazionale, ultimo e, ad oggi, inevitabile tallone d’Achille della Pesc, potrebbe tuttavia essere al centro delle prossime riforme in Europa.

Il Parlamento di Strasburgo la scorsa settimana ha infatti approvato le raccomandazioni finali della Conferenza sul futuro dell’Europa; tra queste, un punto centrale è l’abolizione dell’unanimità del Consiglio e un processo decisionale meno parcellizzato sulle grandi decisioni di politica estera. I parlamentari hanno ipotizzato una riforma dei Trattati che inevitabilmente – dati i tempi – metterebbe la (geo)politica internazionale al centro, stabilendo nuovi meccanismi e nuove competenze per gli organi di Bruxelles. Se veramente una riforma di questa portata è all’orizzonte, i rapporti di potere interni ed esterni di questi mesi sembrano particolarmente significativi e destinati a segnare il futuro dell’Unione. Federico Castiglioni, AffInt 12

 

 

 

 

Guerra in Ucraina. Viaggio in un Paese in guerra, dove tutti sono al fronte

 

Da una dozzina d’anni il mottense Mario Po’ segue le vicende e la realtà quotidiana del popolo ucraino. Un’attenzione che non si è interrotta dopo l’invasione da parte dell’esercito russo. L’ultimo viaggio Mario Po’ l’ha intrapreso qualche settimana fa, la sera di Pasqua, transitando per l’Ungheria, viaggiando da solo con Flixbus e con i bus ucraini, visitando alcune località dell’oblast transcarpatico, proseguendo verso nord, giungendo nella Galizia ucraina poi a Leopoli; facendo poi ritorno attraverso la Polonia e l’Austria. Franco Pozzebon (“L’Azione” di Vittorio Veneto)

 

Come è nato questo legame, questa frequentazione con l’Ucraina?

Nel 2010 è arrivato in santuario a Motta di Livenza padre Benedikt Sviderskij, frate ucraino che studiava ecumenismo a Venezia, con cui abbiamo subito fraternizzato, anche perché ho sempre considerato interessante umanamente e culturalmente il mondo europeo orientale. Avevo già letto molto sulla realtà slava e visitato grandi Paesi come la Russia, la Serbia, la Bielorussia, ma conoscevo poco l’Ucraina. Per la verità credo che fino a due mesi fa gran parte degli italiani non sapessero collocare geograficamente l’Ucraina.Con padre Benedikt ho avuto il privilegio di conoscere l’Ucraina, anche attraverso la memoria delle persecuzioni subite dai cattolici durante il comunismo sovietico e attraverso le criticità del post-comunismo. Ricordo che nel primo viaggio mi mostrò che sotto il pavimento della chiesa di Husyatin c’erano ancora i resti umani dei cattolici fucilati o sepolti vivi dai comunisti. Quel viaggio si aprì anche ad una prospettiva di speranza, perché poi mi fece conoscere il villaggio di Ulianivka, sperduto nella vastità della pianura ucraina, che mi è rimasto nel cuore. Era il giorno di sant’Antonio; una minuscola casetta di legno conteneva un mucchio gente in ginocchio che pregava a mezzogiorno. Era la loro chiesa. Ho pensato alle nostre grandi chiese vuote e mi sono vergognato.

Una scossa forte, quindi?

Molto forte, ma così è iniziato un articolato progetto di aiuto alla comunità cattolica di rito latino, coordinato da padre Benedikt. Prima cento letti, cento materassi e cento comodini per un loro ospedale; poi una bella chiesa in muratura a Ulianivka; la sistemazione delle aule del catechismo nel convento di Zhitomyr saccheggiato dall’Armata rossa; la ricostruzione dell’altare demolito dai sovietici a Baranivka; la realizzazione delle cinque campane già fuse dai sovietici a Zhitomyr; le nuove finestre di un vicino monastero di benedettine di clausura; un nuovo edificio nel bosco per il camposcuola estivo dei bambini e altro ancora, coniugando sempre fede, formazione religiosa, primarie necessità umane.

Si sente parlare spesso dei legami storici forti tra Russia e Ucraina. Lei quale idea si è fatto al riguardo?

Da questa mia conoscenza dell’Ucraina dall’interno ho tratto presto la convinzione che è vero che Russia e Ucraina hanno la loro storia nella Rus’ di Kiev, ma è altrettanto vero che un abisso ormai le separa. Restano vicine, ma un terremoto politico ha creato una faglia profonda tra di loro. Questo terremoto sono i settant’anni di comunismo che ha congelato violentemente i problemi territoriali, economici, sociali e persino ecclesiali e la ricerca delle soluzioni. Si parla poco in Italia di questa tremenda parentesi, non riuscendo a capire pertanto i fatti di oggi. La gente in Ucraina, invece, ne parla sempre.

Ci faccia degli esempi.

Per gli ucraini l’invasione russa non è stata una sorpresa. Padre Benedikt me ne parlava a luglio dello scorso anno come di un evento molto probabile, non credendo a quanto io gli riferivo sulle analisi degli esperti italiani, che oggi definiscono Putin un matto per giustificare la loro incapacità di analisi. Invece, gli ucraini definiscono Putin in altro modo e, comunque, è il loro nemico strategico.

Noi non riusciamo a capire il nazionalismo ucraino, che consideriamo una forma di fascismo. Ma dopo una visita a Kiev al mausoleo dell’Olocausto ucraino – quello della carestia pianificata da Stalin per “domare” l’Ucraina, che provocò milioni di morti –, possiamo comprendere meglio il significato di nazione e patria, che da noi è piuttosto frainteso. Credo che se l’Ucraina entrerà nell’Unione europea ci aiuterà a capire che l’appartenenza alla propria patria non contraddice l’europeismo.

Nel suo recente viaggio cosa l’ha colpita?

Ho visto in vari luoghi il ritorno a casa di giovani soldati morti al fronte. L’accoglienza nelle strade era quasi di festa e i funerali erano, direi, composti; nessuno piangeva, perché ogni soldato morto è un eroe. La famiglia si consola così.

Tutto il Paese è militarizzato; nel senso che tutta la società ucraina è, direttamente o indirettamente, al fronte.

Quale situazione religiosa ha trovato?

Anche le parrocchie sono partecipi di questa tragedia: nelle chiese di rito latino, ad esempio, sfidando il coprifuoco notturno si fa spesso l’adorazione eucaristica fino alle 6 del mattino, così la gente sta in chiesa tutta la notte; i bambini mandano le loro preghiere ai giovani parrocchiani al fronte; si fa di tutto per mantenere le cadenze della prima comunione, della festa del santo patrono, degli incontri pastorali per le coppie, anche se sono rimaste solo le donne. La gente si confessa e si comunica molto di più e i fedeli sono aumentati nelle parrocchie dell’ovest per la presenza degli sfollati da Kiev. A Sharhorod, ove è parroco padre Benedikt, su una popolazione di fedeli di duemila persone, la Messa domenicale dei bambini di solito ha circa 350-400 ragazzi presenti. I vescovi di rito latino hanno autorizzato i parroci a confessare gli uomini che vanno in guerra anche per i peccati non remissibili ordinariamente, ma soltanto per una volta.

Ho visitato il monastero benedettino di Leopoli, dove la giovanissima badessa madre Klara ha revocato la clausura per accogliere oltre cento profughi, mamme e bambini. Le monache sono contente che la sala del capitolo sia diventata una sala giochi e la biblioteca una stireria.Sulla situazione ecclesiale ucraina, in Italia c’è scarsa informazione: ad esempio, pochi sanno che i cattolici che hanno il nostro rito latino sono oltre due milioni; dovremmo sostenere di più la Chiesa cattolica latina ucraina, che è vista male perché fedele al Papa e liturgicamente polacca-occidentale.

In Ucraina la gente comune come sta vivendo questa guerra?

Credo che la parola giusta per definire l’atteggiamento della gente ucraina sia serietà. A Mukacevo una bambina per la strada mi ha chiesto, con serietà, se acquistavo le bamboline fatte da lei per sostenere l’Ucraina: tutti hanno un compito, anche i bambini sono consapevoli che vivono la storia.

Lungo le strade ci sono grandi poster del governo che sostengono psicologicamente la popolazione con vari slogan. Uno di questi diceva: “Il Signore salverà l’Ucraina come l’Ucraina guarirà l’Europa”.

Tutti i ponti sono minati e presidiati, anche nelle strade di campagna ci sono i check point, le sirene degli allarmi aerei suonano ovunque, di notte e di giorno, e bisogna andare nei rifugi, come ho dovuto fare anch’io ripetutamente. Alcuni villaggi sono troppo poveri per permettersi una sirena, così con i rifugi antiaerei si arrangiano come possono; a volte però arrivano troppo tardi.

Ha incontrato altri occidentali in Ucraina?

Nel mio viaggio ho visto solo mamme che cercavano i loro figli o mamme incinte in fuga; alle frontiere ungherese e polacca, nelle città e nei paesi, nelle chiese non ho incontrato altri stranieri come me. Non ho incrociato né esperti, giornalisti, politici o studiosi. Ho visto soltanto ucraini lasciati al loro destino di salvare la loro nazione e di fare da guardiani del nostro Occidente ipocrita, dissoluto e senza identità.Io credo molto alla visione di Giovanni Paolo II dell’Europa che respira con i due polmoni dell’Est e dell’Ovest; invece questa guerra mostra con infinita tristezza la dissoluzione culturale della vera Europa, quella che comprende Dostoevskij, Gogol, Manzoni, Proust, Cervantes, ma anche la Chiesa ortodossa e la Chiesa cattolica. Eppure gli ucraini con orgoglio dicono che il centro geografico dell’Europa è proprio nel loro Paese, in una località dei Carpazi centrali, tra gli Urali russi e l’Atlantico. Forse confidando in questa “geografia della speranza” non tutto è perduto. Sir 21

 

 

 

 

La Russia di Alessandro I e quella di Putin, la Russia di ieri e quella di oggi

 

L’invasione dell’Ucraina ordinata da Putin, inattesa e di cui purtroppo ignoriamo l’esito finale, ha richiamato alla memoria di chi scrive, le parole di Pavel Ivanovic Pestel, giovane combattente nella guerra napoleonica del 1812 e autore anche di una costituzione conosciuta con il nome di Russkaja Pravda.

 

L’epoca è quella dello zar Alessandro I, la Russia di cui parla Pestel è invece la grande madre Russia, il russkjimir, il mondo russo, quello invocato nel 2014 da Putin per giustificare l’annessione della Crimea e, oggi, l’invasione dell’Ucraina.

 

Il pensiero di Pestel si può riassumere: la Russia è immensa ma, accanto al popolo russo, convivono numerose altre nazionalità, altre etnie. Se le frontiere sono tranquille, assicurano la pace e la prosperità della grande madre Russia, ma può accadere che le piccole nazioni sottomesse a un grande popolo, come il popolo russo, mirino spesso ad essere indipendenti. E può a sua volta accadere che una grande nazione come la Russia desideri frontiere sicure e cerchi di impedire che le piccole nazioni, che vivono ai suoi margini, finiscano nell’orbita di altri grandi Stati. 

 

Pestel, fatta salva la Polonia, nega ai paesi baltici, alla Crimea, alla Georgia, alle regioni del Caucaso e della Siberia il diritto di nazionalità. Sono popoli troppo piccoli, appartenenti da tempo alla Russia e senza una storia di vera indipendenza, come oggi accade con il Donbass e la Transnistria, quest’ultima appartenente alla Moldavia, ma autoproclamatasi indipendente e con riconoscimento internazionale solo parziale. Sono nazioni che, a causa della loro scarsa estensione territoriale e conseguente debolezza geopolitica, non potranno mai essere indipendenti.

 

A distanza di due secoli le parole di Pestel sono terribilmente attuali, ma non tali da legittimare i disegni espansionistici di Putin; testimoniano invece la storicità di tensioni, di problemi che, ora palesi ora sottesi, segnano il cammino di un popolo, il suo destino.

 

Sottolineano, anzi, la necessità che le decisioni, le scelte di un governo, come il dire e l’agire di chi guida un grande Paese, e la Russia lo è, nascano da una profonda consapevolezza storica, si interroghino sul perché del riprodursi nel tempo, di avvenimenti tanto dolorosi e tragici come sono le guerre.

 

Tutto ciò, non è per giustificare quanto avvenuto nella sua crudezza, ma per ricostruire un passato utile per l’oggi e il domani.

 

Chi ignora il passato ignora anche il presente e si lascia dominare solo dall’istinto di sopraffazione. Invece un’azione politica che duri nel tempo e abbia un peso nella vita di un popolo, nasce dalla lucida consapevolezza di non dover ripetere gli errori del passato, ma di dover costruire un futuro di pace e prosperità.   

 

E’ quanto viene chiesto all’uomo politico che abbia vigore e prestigio di statista, che abbia energia e volontà, capacità di sintesi, lungimiranza che è vedere lontano e da lontano, tutte qualità che Putin non ha, equiparabile com’è ai dittatori di ieri e di oggi. Angela Casilli, de.it.press 21

 

 

 

 

Ucraina: l’altra “ferita” della guerra, commessi più di 200 “ecocidi”. A rischio il futuro di questa terra

 

Emissioni di rifiuti tossici dalle grandi imprese industriali. Incendi. Migliaia di carri armati e veicoli blindati russi abbandonati. Emergenza acqua e più di 80.000 chilometri quadrati dell'Ucraina che devono essere ripuliti da mine e resti di esplosivi. “Le ferite inflitte dall'esercito russo alle foreste, alle steppe e ai bacini idrici dell'Ucraina rimarranno per decenni e l'eredità della guerra sarà minacciata anche dopo che le armi tacceranno”. È l’ufficio per l’ecologia della Chiesa greco-cattolica ucraina, a lanciare l’allarme e a pubblicare sul suo sito un Report dettagliato sui “danni” ambientali provocati durante la guerra – di M. Chiara Biagioni

Non solo crimini di guerra e crimini contro l’umanità. In Ucraina si stanno compiendo anche “crimini contro l’ambiente” e sono gravissimi perché come avvertono gli ambientalisti, “le ferite inflitte dall’esercito russo alle foreste, alle steppe e ai bacini idrici dell’Ucraina rimarranno per decenni e l’eredità della guerra sarà minacciata anche dopo che le armi tacceranno”. È l’ufficio per l’ecologia della Chiesa greco-cattolica ucraina, a lanciare l’allarme e a pubblicare sul suo sito un Report dettagliato sui “danni” ambientali provocati durante la guerra, stilati grazie al lavoro di una ong l’Ekodia. La “devastazione” è totale tante che Ekodia ha già registrato più di 200 “ecocidi”. Il maggior numero di questi crimini si è verificato a Kiev, Slobozhanshchyna, Donetsk e nell’Ucraina meridionale. Tuttavia, quasi tutte le regioni dell’Ucraina subiscono le azioni dell’esercito russo e il quadro completo sarà disponibile solo dopo la guerra. Dall’inizio della guerra, le truppe russe hanno bombardato depositi di petrolio e grandi impianti industriali in tutta l’Ucraina. I metalli pesanti dei proiettili e in genere delle armi utilizzate, sono entrati nel suolo e nelle falde acquifere. A questo vanno poi aggiunti gli incendi nelle foreste e nelle steppe che hanno distrutto l’ambiente naturale di specie rare. Secondo l’Onu, l’Ucraina è uno dei paesi più minati al mondo. Più di 80.000 chilometri quadrati dell’Ucraina devono essere ripuliti da mine e resti di esplosivi. La guerra, insomma, distrugge spietatamente tutta la natura: aria, acqua, terra, piante e animali. E l’Ucraina – a detta del ministro della Protezione ambientale Ruslan Strelets – potrebbe diventare il primo paese al mondo a ricevere risarcimenti per crimini contro l’ambiente per un danno che ammonta già a centinaia di miliardi di grivne.

Emissioni di rifiuti tossici dalle imprese industriali. L’ultimo allarme, in senso cronologico, parte dal Mar d’Azov e a lanciarlo è l’amministrazione cittadina di Mariupol su Telegram. “C’è una minaccia di completa estinzione del Mar d’Azov”, si legge nel post. “Il bombardamento dell’Azovstal potrebbe danneggiare una struttura tecnica che trattiene decine di migliaia di tonnellate di soluzione concentrata di idrogeno solforato. La perdita di questo fluido ucciderà completamente la flora e la fauna del Mar d’Azov. Quindi queste sostanze pericolose possono entrare nel Mar Nero e nel Mar Mediterraneo. Secondo il sindaco di Mariupol Vadym Boychenko, è necessario l’ingresso immediato alla struttura di esperti internazionali e delle Nazioni Unite per “studiare la situazione e prevenire una catastrofe ambientale di livello mondiale”. L’Ekodia conferma: oltre al rischio radioattivo, i bombardamenti e l’occupazione aumentano il rischio di emissioni di rifiuti tossici dalle imprese industriali ucraine. La maggior parte di loro si trova nella parte orientale del paese, dove sono in corso le ostilità attive.

Incendi. Il fuoco mette a rischio ampie aree dell’Ucraina meridionale e orientale e questa minaccia sta crescendo con l’avvicinarsi dell’estate. Gli incendi boschivi si stanno verificando a causa dei combattimenti all’interno e intorno alle foreste e a causa della guerra in corso, non c’è praticamente nessuno che può intervenire per spegnere le fiamme. Pericolosi sono poi gli incendi che emanano dai depositi di petrolio. Le truppe russe – si legge nel report – hanno colpito dozzine di volte depositi di petrolio e distributori di benzina e gli incendi hanno emesso colonne di fumo nero tossico per giorni. Il bombardamento ad impianti chimici, come quello di Rubizhne nella regione di Luhansk o quello di Sumy, ha portato a perdite di azoto e ammoniaca. Per non parlare delle sostanze chimiche rilasciate durante l’esplosione di bombe e missili. I loro frammenti, cadendo nel terreno, lo avvelenano così come le acque sotterranee.

Rottami metallici. Migliaia di carri armati e veicoli blindati russi stanno inquinando il territorio. “Quando la guerra sarà finita, lo smaltimento di questa quantità di rottami metallici sarà un’altra sfida. Il riciclaggio dei rottami militari è un processo complesso che richiede tempo”, spiega Yevhenia Zasyadko di Ecodia.

Emergenza acqua. Anche prima della guerra, l’Ucraina soffriva di acqua insufficiente e di scarsa qualità. Il Paese si è classificato al 125° posto (su 180 paesi) in termini di fornitura di acqua potabile. In particolare, le regioni orientali e meridionali, che si affacciano sul Mar d’Azov, hanno subito una carenza. La situazione purtroppo è destinata a peggiorare. Il bombardamento agli impianti di trattamento, come quello di Vasylkiv, la distruzione della rete idrica e di altre infrastrutture idriche, l’impossibilità di ripararle rapidamente, influenzeranno la qualità e la quantità dell’acqua.

Minaccia sulla fauna. L’allarme è del Wwf Ucraina. La guerra sta alterando gli habitat naturali e i corridoi migratori di numerose specie animali, anche rare. Siamo tra l’altro nel periodo più delicato dell’anno e “il rumore” della guerra e la devastazione degli ambienti così come lo stress possono interrompere i cicli vitali di vita di uccelli e mammiferi. L’Ucraina si trova al crocevia di importanti rotte migratorie degli uccelli nelle regioni del Paleartico occidentale e dell’afro-eurasiatica, da cui dipendono più di 400 specie di uccelli. 30.000 coppie di cicogne bianche e circa 500 coppie di rare cicogne nere stanno attualmente arrivando in Ucraina per la nidificazione e sono in pericolo. La guerra ha gravemente interferito anche con l’ecosistema del Mar Nero tanto che di recente sono stati trovati delfini morti sulle rive del Parco naturale nazionale degli estuari di Tuzla nella regione di Odessa. Sir 20

 

 

 

 

Costituita la consulta permanente degli italiani in Germania

 

Martedì 10 maggio, alle ore 20, sulla piattaforma zoom, si è tenuta la prima riunione costitutiva della Consulta permanente degli italiani in Germania.

È stato approvato il seguente Regolamento che spiega nei dettagli i delicati compiti che questo nuovo organismo andrà a svolgere e nello stesso tempo chiarisce la necessità per cui è stato chiamato in vita.

Regolamento

La Consulta è un organo costituito dai Consiglieri eletti al CGIE per la Germania, nella V° consiliatura del Consiglio Generale degli Italiani all'Estero.

La Consulta è uno strumento di lavoro che ha lo scopo di individuare, ricercare, promuovere e realizzare politiche a favore della Comunità italiana residente in Germania; per favorire la sua partecipazione attiva nel sistema sociale, culturale, accademico ed economico italiano e per la sua completa integrazione in quello tedesco e dell'Unione europea.                                                                         

Collabora nello scambio permanente e mirato alla formulazione di pareri e prese di posizione a favore della migliore integrazione degli italiani di Germania. La Consulta è il luogo di ricerca e di elaborazione in cui vengono interpretate e discusse, le proposte per le politiche a favore della Comunità italiana in Germania; coinvolge le numerose esperienze e professionalità espresse e diffuse in Germania, con il fine di armonizzarle e valorizzarle, per evidenziarle quali importanti risorse del sistema italo-tedesco in Germania, in Europa e nel mondo.                                                             

Le attività della Consulta non creano costi, non hanno scopo di lucro né finalità partitiche.                            

La funzione primaria della Consulta, è quella di mettere insieme quanti più profili professionali possibili, attivi nei vari comparti della società civile, accademica e politica, atti al miglioramento dell’integrazione e della partecipazione degli Italiani di Germania e nell'Unione Europea. 

La Consulta si prefigge l’obiettivo di monitorare le politiche messe in atto in Italia e in Germania in tutti gli aspetti che riflettono la crescita socio-culturale della collettività italiana, con l’intento di analizzarle, di metterle in discussione e di vigilare sulla loro effettiva aderenza con le esigenze dei connazionali in Germania.

La Consulta formula proprie tesi, avanza proposte, stimola la discussione, cerca e cura il dialogo con tutti i soggetti istituzionali con poteri, interessi e funzioni nei confronti della collettività italiana in Germania. 

La Consulta si definisce interprete, rappresentante e collettore di tutte le esperienze, professionalità e volontariato per e tra gli italiani di Germania, nel tentativo di rendere maggiormente univoca la definizione delle questioni della nostra collettività, nei confronti dello stesso CGIE e nei confronti di tutti gli interlocutori istituzionali.

La Consulta s’impegna a coinvolgere nelle proprie riflessioni le numerose professionalità, capacità e competenze comunque già presenti e attive all’interno dei Comites, delle associazioni italiane e italo-tedesche, nella società civile in generale.

Essa assume il compito di favorire i rapporti tra il mondo associativo, gli enti italiani e i Comites, con la rappresentanza diplomatico-consolare italiana, per risolvere questioni di carattere amministrativo e per la funzionalità dei Servizi Consolari.                                                                                                         

La Consulta si impegna a creare una rete di rapporti con gli amministratori locali, i parlamentari regionali e nazionali di origine italiana eletti in Germania, nel Parlamento europeo e italiano.

Si riunisce in assemblea in presenza almeno una volta l'anno e in modalità telematica almeno due volte l'anno, nonché alla vigilia delle riunioni dell'Intercomites e/o delle riunioni Continentali e della plenaria del CGIE. 

La Consulta si articola in gruppi di lavoro tematici, che si riuniscono seguendo una propria agenda temporale. Gli obiettivi dei gruppi di lavoro sono definiti dall'assemblea plenaria della Consulta.I costituenti sono cinque donne e cinque uomini: Tommaso Conte, Simonetta Del Favero, Gianluca Errico, Silvestro Gurrieri, Luisa Mantovani, Edith Pichler, Marilena Rossi, Giuseppe Scigliano,

Luciana Stortoni e Giulio Tallarico. Le consultrici e i consultori che compongono questo organismo hanno i medesimi diritti e doveri. La consulta è coordinata da Tommaso Conte.     

Consulta Permanente del CGIE-Germania (de.it.press 15)

 

 

 

 

Amburgo: aperta fino al 31 luglio la mostra “Formafantasma” nell'ambito della Triennale di Fotografia

 

Amburgo. Nell’Ambito della Triennale della Fotografia di Amburgo si è aperta il 20 maggio la mostra “Formafantasma: Seeing the Wood for the Trees”, visitabile fino al 31 luglio. Lo annuncia l’Istituto italiano di Cultura di Amburgo sul suo sito.

Il legno non è semplicemente fibra morta. In ogni albero è riportato un pezzo di storia del clima terrestre. Gli alberi registrano ogni cambiamento ambientale, non importa quanto piccolo sia, e memorizzano ciò che l’uomo fa sulla terra, si legge.

Ma da quando abbiamo dichiarato la foresta una merce, abbiamo trascurato il fatto che gli alberi non solo forniscono combustibile e materiale da costruzione, ma costituiscono la base essenziale della nostra atmosfera.

La mostra “Seeing the Wood for the Trees” alla Kunsthaus Hamburg mostra tre parti dell’ampio progetto di ricerca “Cambio” del duo italiano di design Formafantasma (Andrea Trimarchi e Simone Farresin).

Sotto forma di saggi di immagini a collage cinematografico, essi tracciano lo sviluppo e la regolamentazione dell’industria globale del legname emersa nel XIX secolo, soprattutto nelle regioni colonizzate.

La rappresentazione della natura come materia prima e merce di scambio così come il rapporto dell’uomo con il suo habitat ecologico viene raffigurato in questi spazi con fotografie storiche, scientifiche e documentaristiche, con frammenti di film e testi.

Programma laterale

Presentazione del libro “The Town” 2 giugno 2022, alle ore 18:00 Stefan Canham (fotografo). Colloquio con gli artisti: Formafantasma 3 giugno 2022, 18:00 (online via Zoom) Moderazione: Tulga Beyerle (Direttrice del Museo Kunst und Gewerbe di Amburgo). Conferenza: The Mediated Plant 3 giugno 2022, 19:30 Teresa Castro (Professoressa associata, Studi cinematografici, Université Sorbonne Nouvelle). Conferenza: La salvaguardia della foresta e la lunga influenza delle colonizzazioni 23 giugno 2022, ore 19 Jutta Kill (biologa)

 

La comprensione della natura come materia prima e merce, così come il rapporto dell’uomo con il suo habitat ecologico, è qui illuminata nello specchio di fotografie storiche, scientifiche e documentarie, brani di film e fonti di testo.

I due saggi cinematografici Cambio 2020 e Seeing the Wood for the Trees, 2020, che danno il titolo alla mostra, chiariscono quale ruolo svolgono le normative e le autorità internazionali nel controllo dell’industria del legno e quale significato hanno per la crisi climatica globale.

I lavori esplorano la questione di come una comprensione più ampia della materialità possa portare a un’affermazione di design sostenibile e influenzare il nostro rapporto con l’ambiente. I film tracciano una linea di demarcazione dalle proprietà naturali del legno alle sue implicazioni astratte ma onnipresenti di sfruttamento, colonialismo e cultura del consumo.

 

Un ulteriore film (Quercus, 2020) realizzato prettamente con tecnologia laser è stato realizzato in collaborazione con il filosofo Emanuele Coccia. Dal punto di vista della foresta, usa la sua narrativa filosofica per mettere in discussione il senso umano di superiorità e descrive piuttosto quanto sia diversa la dipendenza dell’uomo stesso dagli alberi.

Lo scanner laser utilizzato per creare il materiale visivo di quest’opera era originariamente utilizzato per la cartografia e l’archeologia, ma recentemente è stato utilizzato anche per lo sgombero selettivo nell’industria del legno. Il film immerge lo spettatore in un’installazione audiovisiva nel mondo delle piante.

 

Formafantasma è uno studio di design guidato dalla ricerca che esamina i fattori ambientali, storici, politici e sociali che plasmano il design oggi. Sia per i lavori su commissione che per i progetti auto-iniziati, la sua attenzione è rivolta alla ricerca del contesto, al processo e al dettaglio. Sviluppano concetti di design, prodotti e strategie.

Da quando lo studio è stato fondato nel 2009, gli italiani Andrea Trimarchi e Simone Farres hanno sentito un senso di responsabilità e hanno perseguito un approccio olistico al design thinking. Vendite e ulteriori informazioni su hamburg-tourism.de/triennale. (IIC/dip 20)

 

 

 

 

Riunito il Consiglio delle Acli Germania

 

Stoccarda. Il 14 Maggio scorso ha avuto luogo una Riunione in presenza del Consiglio Nazionale delle ACLI Germania nei locali della Katholische Pfarramt Christus König di Stoccarda, siti nella Fanny-Leicht-Str. 27.  Particolarmente importanti i punti all'ordine del giorno trattati nel corso della conferenza, che, come appena annunciato, questa volta, finalmente, si è  potuta svolgere in presenza, dalle 10:30 alle 17:00.

Presenti Consiglieri Nazionali provenienti dal Baden-Württemberg, dalla Baviera e dal Nordreno-Westfalia, tra cui: Duilio Zanibellato, Giuseppe Tabbì, Daniela Bertoldi, Norbert Kreuzkamp, Carmine Macaluso, Fernando A. Grasso, Patrizia Mariotti, Pasquale Bibbò,  Calogero Mazzarisi, Giuseppe Sortino, Elio Pulerà e altri due Soci.

I lavori sono cominciati puntualmente con un saluto di benvenuto da parte del Presidente Nazionale Zanibellato, che, qualche minuto prima, aveva accolto all'entrata della sala i partecipanti, insieme con il Presidente Regionale Tabbì. Quindi Zanibellato, dopo aver fatto rilevare la regolarità della seduta, letto le giustificazioni giunte, proposto un pensiero di Don Tonino Bello e diretto la recita della preghiera del Padre Nostro, ha aperto ufficialmente la Conferenza, annunciando l'ordine concordato nell'ultima Videoconferenza del 29 Aprile 2022, inviato a tutti i Consiglieri, e qui di seguito riportato:

1) Comunicazioni sulla situazione delle ACLI Germania, dall'inizio della pandemia Covid a oggi e prospettive future, da parte del Presidente Nazionale Duilio Zanibellato e da parte dei Presidenti Regionali: Pino Tabbì (BW), Carmine Macaluso (BY) e Calogero Mazzarisi (NRW);

2) Relazione sulla situazione delle sedi del Patronato ACLI in Germania, da parte della Responsabile del Patronato ACLI in Germania Daniela Bertoldi;

3) Intervento del Vicepresidente della Federazione delle ACLI Internazionali (FAI) Matteo Bracciali;

4) Relazione sul Tesseramento delle ACLI Germania dal 2018 al 2021, da parte del Segretario per le Risorse Pino Tabbì;

5) Rendicontazione della situazione finanziaria delle ACLI Germania, da parte del Segretario per le Risorse Pino Tabbì;

6) Prospettive, programmazione e Proposte in preparazione del Congresso Nazionale ACLI Germania;

7) Varie ed eventuali.

Il Presidente Nazionale, il Vicepresidente Nazionale Sortino, i Presidenti Regionali e alcuni degli altri convenuti non hanno mancato pure di dedicare un momento al ricordo degli Aclisti e alle persone vicine alle ACLI, che, in questi anni, sono passate a miglior vita.  E hanno fatto anche una retrospettiva della situazione del ACLI Germania — con cifre alla mano — rimarcando il vertiginoso calo del numero dei soci. Riduzione, peraltro, che - purtroppo - può essere notata ovunque. Si è anche accennato alla chiusura dell'Enaip in Germania, ma anche al vistoso ridimensionamento dei fondi destinati al Patronato. E, inoltre, si è parlato dei problemi legati alla pandemia e, recentemente, delle restrizioni in concomitanza con le sanzioni alla Federazione Russa, che – inesorabilmente - ritornano, come un bumerang, verso l'Occidente. Senza dimenticare, inoltre,  le enormi somme destinate all'acquisto di armamenti da parte di alcuni Paesi.

Ache il Presidente delle ACLI del Baden-Württemberg Tabbì non ha potuto che rimarcare quanto appena detto da Zanibellato, parlando dei progetti iniziati nella regione di sua competenza: le persone, alcune istituzioni locali, si avvicinano, apprezzano quanto viene offerto loro, ma non aderiscono, non si rendono veramente disponibili a una fattiva collaborazione. Per ciò che riguarda la composizione dei nuovi Membri del Consiglio Generale degli Italiani all'Estero (CGIE) eletti per la Germania, Tabbì (Grande Elettore convocato dall'Ambasciata a Berlino), ha espresso un moderato compiacimento per la nomina di uno di essi, vicino alle ACLI.

Il Presidente Mazzarisi, parlando della situazione nel Nordreno-Westfalia ha poi confermato, purtroppo, quanto appena detto dai colleghi, soffermandosi, soprattutto sul fatto delle vistose limitazioni, dovute alla pandemia, dei servizi del Patronato. Limitazioni che, tra l'altro, disincentivano le adesioni. Ha annunciato di essere riuscito recentemente — e dopo una lunga pausa — a creare un momento di aggregazione in occasione della Festa della Mamma.

Macaluso, il Presidente delle ACLI Baviera, accennando a un recente avvenimento — ripreso più volte dalla stampa — e legato a un episodio avvenuto al termine della seconda guerra mondiale, ha raccontato che, malgrado le difficoltà che aumentano di giorno in giorno a causa delle attuali restrizioni causate dalla situazione contingente accennate dagli altri colleghi, qualche cosa si è mossa, malgrado le delusioni, per esempio, legate alla scarsa partecipazione alle elezioni per il rinnovo dei Comites.  O anche del mancato coinvolgimento del Movimento in occasione dell'elezione dei nuovi Membri del CGIE, per la quale egli aveva anche preparato un documento approvato dalla Presidenza delle ACLI Germania, rivolto alla Rappresentanza Diplomatica. Sia lui che Grasso, inoltre,  erano stati anche nominati Grandi Elettori da parte dal Consolato Generale d'Italia di Monaco di Baviera e convocati dall'Ambasciata a Berlino; ma —  per diversi motivi —  non era stato loro possibile partecipare all'elezione...

 

In ogni caso, e qui Macaluso,  come anche gli altri Presidenti che lo avevano preceduto, rivolgendosi anche al Vicepresidente della FAI Matteo Bracciali, che —  non potendo essere presente a causa di diverse situazioni contingenti —  seguiva quasi dall'inizio i lavori dell'assemblea da remoto, gli ha chiesto, appunto, di far sì che le ACLI Italia seguano più da vicino le realtà all'estero, augurandosi —  come già espresso più volte —  un ricambio generazionale in occasione del prossimo Congresso delle ACLI Germania, in cui —  tra altre priorità —  dovrà venir presa in considerazione l'opportunità di una più equa distribuzione delle quote del tesseramento tra le ACLI Regionali, quelle Nazionali  e la parte da versare al Movimento Cattolico dei Lavoratori (KAB) che ci sostiene in diverse realtà.

Anche Norbert Kreuzkamp nelle vesti di Responsabile per il collegamento con il KAB ha fatto diverse proposte riguardo alla questione economica tra le ACLI e il KAB, rispondendo a questo riguardo al Presidente Nazionale Zanibellato, al suo Vice Giuseppe Sortino, a Patrizia Mariotti e ad altri. Kreuzkamp si è lamentato, peraltro di una certa perdita di visibilità delle ACLI, ha parlato però di interessanti progetti da lui realizzati anche in collaborazione con altre istituzioni.

Daniela Bertoldi, dal canto suo, ha parlato di un lento ritorno dell'offerta dei servizi del Patronato nelle varie sedi anche se non più come negli anni passati. Rispondendo a varie domande riguardanti anche la collaborazione del Patronato ACLI Germania con quello del Belgio, per ciò che concerne questioni fiscali come IMU, Tarsi, ecc., ha detto che con i mezzi a disposizione in Germania non si può fare altrimenti; rispondendo anche a certe perplessità su eventuali pericoli di defenestrazione espressi da alcuni presenti, tra cui Pulerà. Per i servizi mensili in alcune zone ha comunicato di sperare  in un possibile ripristino, rispondendo anche a precise comunicazioni e domande da parte di: Grasso, Mazzarisi e Mariotti

Bracciali, al termine del suo intervento, prima di accomiatarsi, rispondendo anche a precise domande e commentando diverse considerazioni espresse dai convenuti, ha promesso una maggiore disponibilità e attenzione nei riguardi delle ACLI Germania e delle altre ACLI nel mondo da parte delle ACLI Italia, del Patronato ACLI Italia e della Federazione delle ACLI Internazionali.

Subito dopo questi interventi c'è stata una meritata pausa dei lavori. Pausa arricchita da lasagne degne di questo nome, da una ricchissima insalata mista, da gustoso formaggio e da rinfrescanti bibite. È chiaro, che sin dal loro arrivo, i convenuti si erano potuti servire di brezel, focaccine, bibite varie e caffè.

Nel pomeriggio i lavori sono ripresi con le comunicazioni  riguardanti i tesseramenti dal 2018 al 2021 da parte Tabbì, con la rendicontazione finanziaria, con notizie riguardanti la creazione dell'archivio centrale, per il quale si dovrà trovare una collocazione confacente. Il tutto, provvisto di documentazione preventivamente inviata ai consiglieri è stato approvato all'unanimità. A questo proposito Tabbì ha lanciato l'idea della creazione di una costante presenza in rete delle ACLI Germania, proponendo social network come: Facebook, Instagram, ecc. Grasso, che amministra vari siti statici e dinamici, si è detto disponibile a ospitare, nel sito o nel Forum delle ACLI Baviera, una pagina con notizie delle ACLI Germania, in analogia con quanto fa da tempo per la Missione Cattolica Italiana di Kempten. È chiaro che in un forum statico o in una home page statica i contributi vanno mandati prima all'amministratore che provvederà a lanciarli in rete, mentre su Facebook, Instagram, che sono dinamici, si scrive e si pubblica direttamente.

Inoltre è stata brevemente ripresa la discussione sui rapporti di natura finanziaria tra KAB e ACLI e, all'unanimità Kreuzkamp è stato incaricato di chiarire la questione definitivamente.

Riprendendo una comunicazione data da Bracciali durante il suo collegamento da remoto, si è pure deciso di contribuire all'acquisto di un'ambulanza da donare all'Ucraina.

Sull'ultimo punto riguardante la scelta del luogo del Congresso ACLI si è pensato ad Augburg, anche perché un buon numero di consiglieri provengono dalla Baviera. Si dovranno prendere contatti con alcune istituzioni e verificare la loro disponibilità per il giorno scelto (22 ottobre), sentiti i pareri e le proposte dei Consiglieri presenti. È chiaro che prima del Congresso ACLI Germania le varie Regioni e i relativi Circoli, in base alle proprie possibilità e disponibilità, dovranno procedere al rinnovo delle cariche e alla nomina del propri Delegati in ragione di un Delegato per ogni dieci soci.

Esauriti i punti all'ordine del giorno, dopo altre brevi richieste di chiarimenti e di scambi di idee e informazioni, l'assemblea - come previsto - si è sciolta alle 17:00. E i Consiglieri, dopo essersi accomiatati e scambiati tanti auguri per le vacanze alle porte, in attesa di incontrarsi - magari virtualmente - prima del Congresso di ottobre, si sono messi sulla strada di ritorno verso le proprie città, distanti - per alcuni - qualche centinaio di chilometri.

Fernando A. Grasso, dip 19

 

 

 

 

COSMO italiano ha preso il posto di Radio Colonia, la trasmissione italiana. Le ultime puntate

 

06.05.2022. La pubblicità di ieri e di oggi. Rivoluzionò la pubblicità con immagini che in Germania furono persino vietate: il grande fotografo Oliviero Toscani è ospite del nostro podcast. "Sono sensibile ai comportamenti sociali e umani –sostiene. Essere fotografo significa essere testimone del proprio tempo". Alcune delle sue immagini più controverse sono esposte al museo Folkwang di Essen in una mostra che racconta la storia dei manifesti: la ripercorre con noi Cristina Giordano. E, infine, la pubblicità nel web. Cos'è il Digital Services Act? Ce lo spiega Francesco Micozzi, docente di informatica giuridica.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/pubblicita-ieri-e-oggi-100.html

 

05.05.2022. Qual è il ruolo della Germania nel conflitto ucraino?

Dopo il "no" di Kiev a Steinmeier, Zelensky ha telefonato al presidente della repubblica federale per invitarlo a recarsi in Ucraina insieme al cancelliere Scholz. Gli sviluppi dell’incidente diplomatico e la politica tedesca sulla guerra nel punto di Cristina Giordano. Con David Carretta da Bruxelles parliamo di come l'Europa guarda alla Germania in questa crisi. E facciamo chiarezza sulle armi fornite o promesse all'Ucraina con Gianandrea Gaiani, direttore di "Analisi difesa". https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/ruolo-germania-nel-conflitto-ucraino-100.html

 

04.05.2022. Pandemia e tossicodipendenze

Dal Robert Koch Institut arriva la raccomandazione a ridurre i giorni di isolamento per chi è positivo al Covid: i dettagli da Cristina Giordano. La pandemia ha aumentato le dipendenze da alcol e droghe in Germania, ne abbiamo parlato con Mirco Seekamp, autore di un reportage per l’emittente NDR. Sulle nuove tossicodipendenze abbiamo sentito anche Simona Pichini dell’Istituto Superiore di Sanità di Roma.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/pandemia-quarantena-nuove-regole-droghe-alcol-100.html

 

03.05.2022. Stranieri in politica in Germania

Una persona su quattro in Germania ha origini straniere, eppure sono ancora pochi gli stranieri che partecipano attivamente alla vita politica del paese. I dati di una ricerca presentati da Cristina Giordano. Toni Vetrano, fino a pochi giorni fa sindaco di Kehl, ci racconta la sua esperienza. Isabella Venturini è invece stata eletta nel consiglio comunale di Colonia.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/stranieri-politica-germania-100.html

 

02.05.2022. Lavorare in Germania dopo la pandemia

Disoccupazione scesa ai livelli pre-pandemia e tra le più basse in Europa. Il mercato del lavoro in Germania ha retto la crisi e si è ripreso, ma restano problemi strutturali, come la mancanza di manodopera specializzata: il punto di Cristina Giordano. Com’è la vita di un rider a Berlino? La testimonianza di Mattia. E infine l’analisi di Evelyn Räder della confederazione dei sindacati tedeschi DGB sulle chance di lavoro per i profughi ucraini.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/mercato-del-lavoro-germania-100.html

 

29.04.2022. Musica e spettacolo ripartono dopo due anni di pandemia

L'incidenza settimanale delle infezioni da Coronavirus è nuovamente diminuita e ora è 758,5 per 100.000 abitanti. Numeri che fanno sperare di poter riprendere definitivamente una vita normale e che, soprattutto, permettono ad artisti e musicisti di esibirsi nuovamente dal vivo, davanti al loro pubblico. Marco Carrà, di Stile Italiano e organizzatore delle "Notti italiane" a Remscheid, in NRW, ci spiega come sono stati questi anni di pandemia per il suo settore. Il cantautore Eugenio Bennato che ieri ci è venuto a trovare a Colonia, dove ha tenuto un magnifico concerto con la sua band, ci racconta, invece, di difficoltà e stimoli legati alla situazione vissuta negli ultimi due anni.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/musica-spettacolo-dopo-due-anni-pandemia-102.html

 

28.04.2022. Guerra in Ucraina: dove va l'SPD? Il Bundestag ha approvato oggi a grande maggioranza l'invio di armamenti pesanti in Ucraina e il piano del governo è stato appoggiato anche da CDU/CSU, il più forte partito di opposizione. Eppure il dibattito che ha preceduto la votazione ha visto l'Unione guidata da Merz attaccare la gestione del cancelliere Olaf Scholz e dell’Spd. I Socialdemocratici sono accusati di frenare nell'aiuto all'Ucraina. Ma il vero problema è nei tradizionali rapporti tra socialdemocratici e Russia. Daniela Di Benedetto racconta come vive questo momento particolare del suo partito, mentre l’esperto di politica Ubaldo Villani-Lubelli spiega i problemi di comunicazione del cancelliere.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/spd-ucraina-russia-armi-100.html 

 

27.04.2022. Profughi: le due facce dell'accoglienza

Finora in Germania sono stati registrati quasi 380.000 rifugiati dall'Ucraina. Per affrontare l’emergenza il governo tedesco ha organizzato una tavola rotonda e si stanno approvando in questi giorni delle misure di accoglienza particolari. Altri profughi arrivano ancora via mare, dimenticati dall'Europa, racconta Annalisa Camilli, giornalista esperta di migrazioni. Infine con Nando Sigona, ricercatore, parliamo del piano britannico di portare in Ruanda chi entra illegalmente nel Paese. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/profughi-ucraini-mediterraneo-100.html 

 

26.04.2022. Il triangolo Germania-Francia-Italia

La rielezione di Emmanuel Macron a presidente della Francia ha avuto reazioni entusiaste in Europa, soprattutto tra le istituzioni che guidano la Ue. Ma come hanno reagito le istituzioni e i partiti tedeschi? E quali conseguenze avrà la rielezione di Macron nel panorama politico italiano? Con Angelo Bolaffi analizziamo a quale punto è il rapporto tra Francia e Germania, mentre Carlo Pelanda fa il punto sulla collaborazione, non solo economica, tra Francia e Italia.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/macron-rielezione-reazioni-100.html

 

25.04.2022. Un 25 aprile di polemiche

Una festa della liberazione sotto il segno della guerra in Ucraina. Il 77esimo anniversario del 25 aprile è carico di tensioni soprattutto per le polemiche sorte intorno alle posizioni del presidente dell'Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI), Gianfranco Pagliarulo, accusato di essere filo-russo e critico sull'invio di armi a Kiev. Una ricorrenza in cui, anche in Germania, si discute sul significato della Resistenza e sul ruolo dei partigiani oggi.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/anpi-ucraina-armi-100.html

 

Vivere in Germania 

Scopri il nostro formato video per rispondere alle domande più frequenti degli italiani che vivono in Germania. O che stanno pensando di trasferirsi. Guarda i video con Luciana Mella sulle cose più importanti da sapere sull’AIRE, sull’assicurazione sanitaria - la Krankenkasse -, sul sistema scolastico ma anche sul mondo del lavoro, su Hartz IV e altri sussidi e sulla ricerca di una casa:

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/dossier-e-speciali/vivere-in-germania-100.html

 

Musica italiana non stop. Il nostro web channel COSMO Italia inoltre ti offre due ore di musica non stop, che puoi ascoltare 24 ore su 24 sulla nostra pagina internet, sulla app di COSMO e su Spotify.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/channels/italia-channel-100.html

 

Ascolta COSMO italiano

Podcast: https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/index.html

App: https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/dossier-e-speciali/nuova-app-cosmo-100.html

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Düsseldorf. Collettiva di ICE-Agenzia alla ProWein 2022

 

All'insegna del motto " Get inspired by Italian Wine ", 28 produttori di vino provenienti da dieci regioni italiane hanno presenteranno i loro vini di punta e spiriti selezionati. Dal 15 al 17 maggio 2022, 28 viticoltori provenienti dalle dieci regioni Puglia, Abruzzo, Friuli Venezia Giulia, Calabria, Lombardia, Veneto, Piemonte, Toscana, Sardegna e Sicilia sono stati presenti alla collettiva di ICE-Agenzia (ITA). Le aziende vinicole partecipanti spaziano dalle piccole boutique alle nuove leve della scena internazionale dei "newscomer" alle tradizionali aziende esportatrici. L'assortimento comprende vini bianchi, rosé e rossi, spumante e prosecco, oltre a varie specialità di grappa.

L’invito di un Bacco creativo.

Quest'anno, Bacco, il dio del vino, presenta la collettiva di ICE-Agenzia.

"Con la colorata reinterpretazione dell'omonimo dipinto a olio di Michelangelo Merisi da Caravaggio (1571-1610), intendiamo esprimere la nostra gioia che la più grande fiera del vino a livello mondiale possa finalmente tornare a svolgersi dopo una pausa pandemica di due anni", afferma Francesco Alfonsi, Direttore di ICE Berlino.

"Inoltre, in molti luoghi i vini italiani sono considerati dei classici senza tempo. Il

nostro Bacco vuole trasmettere la creatività dei produttori italiani e dimostrare che

tradizione e modernità, innovazione e sostenibilità non si escludono a vicenda.”

Viva la diversità: i vini e gli spiriti italiani non lasciano nulla a desiderare.

L'Italia vanta una delle gamme di uve più differenziate d'Europa. La diversità deriva dalle varie condizioni climatiche e del suolo: nel nord alpino troviamo un clima montano, mentre nella parte meridionale. Attualmente vengono coltivati circa 400 vitigni autoctoni, alcuni dei quali a livello nazionale, altri solo in alcune regioni.

Anche l'anno scorso i vini italiani hanno ottenuto numerosi riconoscimenti nei concorsi internazionali. 408 vini sono attualmente classificati come DOP (DOCG/DOC) e 118 come IGT. La produzione totale di vino in Italia è di 49 milioni di ettolitri.

I tedeschi amano il vino italiano.

Dopo un calo legato alla pandemia nel 2020, le importazioni tedesche di vino hanno raggiunto nuovamente un volume di 14,7 milioni di ettolitri nel 2021. L'Italia mantiene la prima posizione con un volume di 5,4 milioni di ettolitri (+2%) e una quota del 36,9% delle importazioni tedesche di vino. Il valore delle importazioni di vini italiani è in forte aumento: con un valore di circa 1.151 milioni di euro nel 2021, l'Italia rimane quindi il più importante Paese fornitore della Germania. La quota dei vini italiani sulle importazioni tedesche ammonta al 40,76%.

La viticoltura biologica italiana è in crescita.

Secondo l'ultima indagine, nel 2019 la superficie coltivata a vite biologica copre 109.423 ettari, che rappresentano quasi un quarto (23%) della superficie globale coltivata a vite biologica. Nel periodo 2010-2019, la superficie viticola biologica in Italia è più che raddoppiata con un aumento del 109%. In confronto, la quota di vigneti biologici in Germania è solo dell'8%. In Italia, 2.139 cantine biologiche hanno prodotto 2.251.062 ettolitri nel successivo anno 2020.

ProWein 2022: meno 38% di visitatori

ProWein 2022, la più importante fiera del vino d'Europa, ospitata a Düsseldorf dal 15 al 17 maggio, si è chiusa registrando un calo significativo di visitatori ed espositori. Un ritorno fiacco per una delle fiere più importanti del settore vitivinicolo che in tre giorni ha attirato oltre 5.700 espositori da 62 paesi e oltre 38.000 visitatori professionali da 145 paesi. Il dato significativo però è un altro: il calo dei visitatori, meno 38% rispetto ai 61.500 dell'ultima edizione 2019, ovvero 23.500 persone che non hanno varcato i cancelli della Messe Düsseldorf. I dati ufficiali registrano anche un calo importante di espositori: 1.200 in meno.

Tra i motivi più evidenti lo slittamento della fiera al mese di maggio “Una fiera rinviata più volte - spiega Erhard Wienkamp, amministratore delegato di Messe Düsseldorf –, un impegno che ha dato comunque i suoi frutti, perché sono stati numerosi gli affari conclusi segnalati dagli espositori".

Secondo Vino Joy News le prime 3 categorie di visitatori che hanno preso parte alla fiera appartenevano al commercio al dettaglio specializzato: 28% ristoranti, 17% caffè e bar, 10% importatori ed esportatori. Due terzi dei 38.000 professionisti provenivano dall'estero. Tra i primi 5 paesi visitatori Europa, Nord e Sud America, Asia, Africa e Australia. Pochi quelli provenienti da Cina e Hong Kong a causa delle rigide restrizioni di viaggio per il Covid. Gli operatori hanno lamentato il mancato arrivo di diversi buyer sia dall’Asia che dall’Est Europa. Anche la guerra in Ucraina ha avuto il suo peso.

“La qualità degli operatori professionali internazionali, che provenivano principalmente dalla regione europea, è stata molto apprezzata”, ha evidenziato Monika Reule, amministratore delegato del German Wine Institute, in rappresentanza degli espositori tedeschi.

Dopo un’edizione più volte posticipata, ProWein tornerà il prossimo anno nelle canoniche date di marzo. Appuntamento a Düsseldorf dal 19 al 21 marzo 2023.

Adnkronos/de.it.press 20

 

 

 

 

Brevi di cronaca e di politica in Germania

 

 CDU: vittoria in Renania Settentrionale-Vestfalia Le elezioni nel “NRW”, l'acronimo del Land del Reno e del bacino della Ruhr, valgono come prova generale del sentimento politico della nazione. I Cristiano-democratici hanno conseguito una netta vittoria nel più popoloso Land della Germania, la Renania Settentrionale-Vestfalia. Gli ultimi sondaggi avevano previsto testa a testa tra CDU e SPD, ma con circa il 35,7% dei voti, l'Unione, guidata dal suo giovane governatore Hendrik Wüst, si è posizionata al 9% davanti alla SPD, che con il 26,7% hanno subito la peggior sconfitta dalla Seconda guerra mondiale. Il secondo vincitore sono i Verdi, che con il 18,2% hanno triplicato i loro voti. Anche i Liberali dell'FDP, che finora avevano governato nel parlamento della capitale del Land Düsseldorf in coalizione con la CDU, hanno subito perdite, raggiungendo solo il 5,9% dei voti, mettendo fine alla maggioranza dell’alleanza “nero-gialla”.

 

Per il futuro quindi, la maggior parte degli osservatori prevede una coalizione formata dai due vincitori delle elezioni, vale a dire CDU e Verdi, con Hendrik Wüst come governatore. L'AfD, il partito di estrema destra, ha ottenuto solo il 5,4% dei voti, risultato che gli ha consentito di entrare nel nuovo Parlamento regionale. In Germania, anche nelle elezioni regionali si applica la soglia di sbarramento del 5%. Dopo la disfatta alle elezioni federali di fine settembre 2021, per la CDU il mantenimento del potere in questa regione ha avuto grande importanza dal punto di vista politico. Fino a quasi dieci anni fa, la Renania Settentrionale-Vestfalia, regione dell’industria pesante e dei giacimenti del bacino della Ruhr, era considerata il Land roccaforte della socialdemocrazia in Germania.

   

 Berlino: forte delusione per SPD e FDP

 Anche la politica nazionale a Berlino ha analizzato il risultato delle elezioni nel Land sul Reno. Dopo le elezioni regionali nello Schleswig-Holstein, dove la CDU ha trionfato con il 43,4%, nel giro di una settimana la SPD ha dovuto subire una pesante seconda sconfitta. I media hanno espresso forti dubbi sulle qualità della leadership del Cancelliere Olaf Scholz, che si era presentato spesso in Renania Settentrionale-Vestfalia per sostenere la campagna elettorale. Quello che in Germania viene definito Kanzlerbonus, ovvero il vantaggio politico riservato al Cancelliere e al suo partito al momento delle elezioni, stando alla stampa tedesca si è trasformato in un Kanzlermalus. Ma anche i Liberali dell'FDP sono stati puniti dai loro elettori più moderati per il loro ingresso nella poco amata “coalizione semaforo”. Almeno questo è quanto emerso dagli analisti politici.

 

A trarre quindi beneficio dall'alleanza di governo rosso-verde-gialla sono soprattutto i Verdi, che grazie al loro Vicecancelliere Robert Habeck e al ministro degli Esteri Annalena Baerbock sono considerati il partito più forte della coalizione. I cittadini invece percepiscono il Cancelliere Scholz come un temporeggiatore, mentre l'FDP è ritenuto poco incisivo. Per la CDU, invece, la doppia vittoria nel Land del nord del Paese e nella regione del Reno rappresenta una sorta di rinascita. Anche nei sondaggi condotti a livello nazionale, il partito è tornato a essere ormai da settimane la forza politica più forte sotto la guida del suo nuovo Presidente Friedrich Merz, lui stesso originario della Renania Settentrionale-Vestfalia.

   

 Crollo per gli estremisti dell’AfD e della Sinistra

 Tutti i partiti democratici hanno accolto con soddisfazione il crollo elettorale dei populisti di destra e sinistra. L'estrema destra, rappresentata dall'AfD, che la scorsa domenica è uscita dal Landtag di Kiel, è riuscita a entrare nel parlamento di Düsseldorf solo con molta difficoltà. La reazione immediata dei risultati ha innescato una lotta per la leadership nel partito, con l’ala nazionalista che spera di prendere il potere in occasione del prossimo congresso di partito. Anche nella Linke, al cui interno sono raggruppati populisti di sinistra, oppositori del capitalismo e comunisti dell'ex DDR, la rabbia è grande. In tutte e tre le elezioni regionali di quest'anno il partito ha mancato l'ingresso nei Landtag, tanto che ora è il suo stesso futuro a essere messo in discussione.

 

Si prospettano quindi future scissioni in quella che è una formazione politica in parte già divisa. Ciò che sorprende è che sia all'interno dell'AfD sia nella Sinistra vi siano molti amici di Putin che si oppongono alle sanzioni. I media tedeschi commentano come gli elettori tedeschi, posti davanti a grandi incertezze, stiano optando politicamente per il centro, dominato rispettivamente da CDU, SPD e Verdi.

  

 NATO: Berlino accoglie l'adesione di Svezia e Finlandia

 In occasione del vertice svoltosi a Berlino, i 30 Ministri degli Esteri della NATO hanno discusso della guerra in Ucraina e dell'adesione di Finlandia e Svezia all'alleanza. Il ministro degli Esteri Annalena Baerbock ha promesso ai due Paesi scandinavi un ingresso rapido, con la Germania che si dichiara pronta a ratificare l'adesione dei due Paesi all'alleanza per la difesa “in tempi molto rapidi”. Il governo federale ha intanto già avviato colloqui in merito con tutti i partiti democratici del Bundestag.

Secondo il ministro Baerbock, anche molti altri Paesi della NATO si sono impegnati nel garantire un rapido processo di ratifica. Dopo la richiesta di adesione di Finlandia e Svezia non dovrà quindi verificarsi una “situazione di stallo”, ha ammonito il ministro riferendosi chiaramente alla Turchia. “La NATO è un'alleanza di porte aperte ed è per questo che siamo felici di dare un caloroso benvenuto a Finlandia e Svezia”. Riferendosi al leader russo, il ministro Baerbock ha affermato che è stato lo stesso Putin con la sua brutale guerra di aggressione contro l'Ucraina a “spingere” la Svezia e la Finlandia in direzione della NATO.

  

 Caso Schröder: l'Unione vuole togliere tutti i privilegi all'ex Cancelliere

 Tre mesi dopo l'aggressione di Putin in Ucraina, nonostante i molti appelli provenienti anche dal suo stesso partito, l’ex Cancelliere Gerhard Schröder (SPD), non ha ancora preso le distanze dal suo amico Putin e mantiene le sue posizioni apicali nelle compagnie energetiche russe. Ora però CDU e CSU vogliono cancellare quasi completamente le dotazioni d'ufficio riservate all'ex Cancelliere proprio per le sue attività di lobbista al soldo della Russia.

Questa decisione intaccherebbe quasi tutti i finanziamenti pubblici a favore di Schröder: oltre ai 5 dipendenti, verrebbero meno gli stanziamenti in bilancio per la pensione e per le spese di viaggio. L’unica cosa che Schröder potrà mantenere sarà la scorta personale. Dai gruppi parlamentari dei partiti di governo arrivano i primi segnali di sostegno per l'azione della CDU e della CSU. Tra le file dei Socialdemocratici cresce l’ipotesi che sia stato anche il comportamento di Schröder a influenzare negativamente l’esito elettorale dell’SPD nelle ultime elezioni regionali.

   

 Il gelato è aumentato in Germania

 Gli amanti del gelato passeranno un'estate “amara” in Germania. Non solo al supermercato il prezzo del gelato è aumentato vertiginosamente, ma anche le gelaterie artigianali, dovendo pagare di più per le materie prime, l'imballaggio, la produzione e la refrigerazione, sono state costrette ad adeguare i prezzi e applicare un rincaro che sfiora l'euro. Di conseguenza, in molti luoghi la coppetta è arrivata a costare il doppio rispetto all'anno precedente, quando i prezzi comunque non erano a buon mercato. Secondo un sondaggio, nel 2021 una pallina di gelato nelle città di Stoccarda, Berlino o Lipsia è costata più di 1,85 euro, a Colonia invece 1,50 euro. Monaco è stata la città più costosa per il gelato, con un costo medio per pallina di gelato di 2,10 euro. La media nazionale è stata di 1,47 euro. A Monaco di Baviera, ora le gelaterie chiedono fino a 2,20 euro per la classica pallina alla stracciatella. Nella media, le gelaterie hanno aumentato i loro prezzi di 30 centesimi. Kas 19

 

 

 

 

Francoforte. Festival dedicato alla divulgazione di temi scientifici 

 

Francodorte sul Meno. Il Consolato Generale di Francoforte presenta il programma della seconda edizione del festival sulla divulgazione scientifica.

Dal 10 al 12 giugno 2022 è in programma a Darmstadt, la città della scienza a 25 chilometri da Francoforte, nella sede di ESA-ESOC (Robert-Bosch-Str. 5), la seconda edizione del “Galileo Galilei Science&Space Festival”, un festival dedicato alla divulgazione di temi scientifici e alla valorizzazione della straordinaria rete di scienziati e ricercatori italiani presenti in Italia e in Germania.

Questa rassegna, aperta al pubblico, vuole essere una testimonianza concreta del ruolo di primissimo piano svolto dall’Italia nel campo della scienza e della ricerca tecnologica.

L’edizione di quest’anno del Festival si articola in tre giornate, che vedranno come relatori scienziati e ricercatori italiani impegnati in università e centri di ricerca di primissimo piano, anche provenienti dalla comunità scientifica della circoscrizione consolare del Consolato Generale d’Italia di Francoforte, il quale, con il suo ufficio culturale, è ideatore ed organizzatore, insieme al centro ESA-ESOC e al Club culturale italiano di ESOC, dell’iniziativa.

Saranno ospiti della kermesse scientifica, con relazioni e presentazioni, sia in italiano che in inglese, Guido Tonelli (Prof. all’ Univ. di Pisa e fisico al CERN di Ginevra), Francesca Cipollini (Earth Observation Programm – ESA), Telmo Pievani (Prof. all’Univ. di Padova), Livio Mastroddi (Direttore di Dipartimento a EUMETSAT – Darmstadt), Walter Tinganelli (Ricercatore e Group Leader al GSI-FAIR di Darmstadt), Paolo Ferri (a lungo responsabile delle operazioni spaziali di ESOC, ora autore e presidente del Circolo culturale italiano di ESOC) ed Alberica Toia (Prof.ssa all’Univ. J.W. Goethe di Francoforte).

Guido Tonelli aprirà i lavori venerdì 10 giugno con una lectio magistrali sulle ultimissime scoperte nella fisica delle particelle elementari e cosa avvenne fin dagli albori anche nell’universo, mentre Francesca Cipollini parlerà dei programmi e delle attività prossime di ESA riguardanti l’osservazione della terra e le questioni ambientali. Nei giorni successivi vi saranno interventi su come far viaggiare gli astronauti che nel futuro dovrebbero poter arrivare anche sul pianeta  Marte, quali nuove attività spettano a EUMETSAT nel campo della meteorologia e del cambiamento climatico. Domenica, invece, l’autore Paolo Ferri presenterà, chiacchierando con l’astrofisico Luciano Rezzolla, il suo nuovissimo libro in uscita a fine mese dal titolo “Il lato oscuro del sole – L’esplorazione spaziale della nostra stella” (Laterza,2022) e la professoressa Toia affronterà il tema di letteratura e scienza con un dialogo impossibile tra Bertolt Brecht e Galileo Galilei.

Sabato vi sarà una sezione speciale pomeridiana – dedicata alle  alunne e agli alunni delle scuole bilingui di Francoforte – Freiherr-vom-Stein-Schule e Scuola Europea – che prevede alcune relazioni in italiano ed una visita guidata al centro europeo di operazioni spaziali ESOC. Incontri pensati per coinvolgere le giovani generazioni e avvicinarle ai temi della fisica della materia primordiale e al mondo delle missioni nello spazio, nonché allo studio del quanto mai interessante ed avvincente ambito della scienza e delle materie scientifiche.

La dr. Sara Melloni (ESA-ESOC) e la dr. Federica Cappellino (GSI-FAIR Darmstadt) dialogheranno con gli studenti delle scuole in una sezione del festival dal titolo: Giovani ricercatori incontrano le scuole.

Un programma intenso e plurale che si collega idealmente e volutamente all’anniversario e ai festeggiamenti per gli 800 anni dell’Università di Padova, ateneo nel quale Galileo Galilei, padre del metodo scientifico, ottenne la prima cattedra di matematica e fisica ed insegnò per 18 anni. Di questo anniversario così come dell’inatteso nella scienza ci parlerà Telmo Pievani con un excursus sugli anni di Galileo a Padova e di perché la ricerca e la scoperta scientifica si nutre della Serendipità (titolo anche del suo ultimo libro, edito da Raffaello Cortina editore) ovverosia di scoprire qualcosa di cui non si stava cercando e che ci svela che non sapevamo di non sapere, cambiando in tal modo la nostra visione del mondo.

Per partecipare agli incontri è obbligatoria la prenotazione e l’indicazione dell’evento (o eventi) a cui si desidera partecipare, scrivendo a: francoforte.culturale@esteri.it.

Il pieghevole e la brochure con il programma bilingue (italiano-inglese) completo del festival sono scaricabili sul sito del Consolato di Francoforte.

Un ringraziamento particolare del Consolato va ai partner: ESA-ESOC, Circolo culturale italiano ESOC, GSI-FAIR, EUMETSAT, Università degli Studi di Padova, Camera di Commercio italiana per la Germania, Società Dante Alighieri – Circolo di Darmstadt, Editori Laterza, Raffaello Cortina Editore, Feltrinelli editore, C.H. Beck Verlag, nonché agli sponsor italiani per il catering: ristorante InCantina di Francoforte e Italia 100% – Export italian food. (Inform/dip 18)

 

 

 

Berlino: all’ambasciata il concerto "Tandem" del duo Fabrizio Bosso e Julian Oliver Mazzariello

 

Berlino - L’Ambasciata d’Italia a Berlino ha ospitato la sera di martedì, 17 maggio, un concerto jazz del duo composto da Fabrizio Bosso alla tromba e Julian Oliver Mazzariello al pianoforte. All’evento hanno partecipato il vice ministro agli Affari Esteri e alla Cooperazione internazionale, Marina Sereni, a Berlino per la riunione ministeriale del G7, il presidente del Gruppo parlamentare di amicizia italo-tedesco e deputato del Bundestag, Axel Schaefer, e numerosi esponenti di spicco del mondo culturale ed economico tedesco.

“Sono molto orgoglioso di ricordare che la cultura musicale italiana ha contribuito in modo decisivo alla nascita del jazz”, ha osservato l’ambasciatore Armando Varricchio citando la storia di Dominick "Nick" La Rocca, arrivato all'inizio del XX secolo dalla Sicilia in Louisiana, dove formò una band rievocata dal grande Louis Armstrong: all'epoca, gli immigrati provenienti dall'Africa e dalla Sicilia trascorrevano molto tempo insieme.

Il jazz, ha proseguito l’ambasciatore, “è un dialogo tra stili musicali, è il risultato di un gioco, di una competizione artistica che esalta l'improvvisazione: una dote creativa decisamente italiana”. La libertà che il jazz dà ai musicisti è qualcosa di molto moderno, ha aggiunto Varricchio: “Mi piace ricordare queste caratteristiche oggi, giornata dedicata alla lotta contro l'omofobia, la transfobia e la bifobia in tutto il mondo”. Il ministro italiano degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Luigi di Maio, ha ricordato infine Varricchio, ha nominato un diplomatico come Inviato Speciale per le persone LGTBIQ+" e sta sfidando attivamente i pregiudizi nei loro confronti nelle sedi internazionali. (aise/dip 20)

 

 

 

 

Il Premio per la costruzione europea a Ursula von der Leyen

 

Pubblichiamo la laudatio della direttrice IAI Nathalie Tocci alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, destinataria del “Premio Cercle d’Economia per la costruzione europea”, tenuto in occasione della giornata di premiazione a Barcellona il 6 maggio 2022.

 

Presidente Sánchez, Stimati ospiti,

È un grande privilegio e un’immensa gioia introdurvi alla destinataria del “Premio Cercle d’Economia per la costruzione europea”, la presidente Ursula von der Leyen, una cittadina europea, una donna e un essere umano che impersona l’essenza di cosa significa essere leader oggi.

Ursula von der Leyen è la cittadina europea per eccellenza. Nata in Belgio – figlia di uno dei primi funzionari europei – ha frequentato la Scuola europea a Bruxelles, è cresciuta in una famiglia tedesca e bilingue in tedesco e francese. Ha poi studiato nel Regno Unito, nella mia stessa università, la London School of Economics, che lei ricorda – come qualsiasi studente europeo degno di questo nome dovrebbe – come un periodo in cui ha “vissuto più di aver studiato”.

Oggi Ursula von der Leyen è a capo della Commissione Europea, l’istituzione che aveva servito suo padre. Attraverso la sua guida, il progetto europeo sta attraversando una radicale rinascita. Sia chiaro: per oltre un decennio, l’Ue è passata da una crisi esistenziale all’altra. Dalla crisi costituzionale del 2005 e la crisi dell’Eurozona, fino alla cosiddetta crisi migratoria e alla Brexit, il progetto europeo è apparso costantemente sull’orlo del collasso. Non è stato così: come europei eravamo disposti a “do whatever it takes” per salvare la nostra Unione, per citare le parole indimenticabili del primo destinatario del premio del Cercle, il presidente del Consiglio Mario Draghi. 

Eppure l’Unione ha fatto poco più che sopravvivere in quegli anni. Di fronte alle minacce esterne e a un’ondata interna di populismo nazionalista ed euroscettico, l’Unione ha resistito ma ha perso il suo carisma. Sembrava non avere più quell’innata capacità di vedere e cogliere l’opportunità durante i periodi di crisi, di balzare in avanti proprio mentre cadeva.

Con la guida della Presidente von der Leyen, l’Unione ha riscoperto il suo Dna. Abbiamo riscoperto la solidarietà – la parola magica che sta al centro della nostra Unione – e il profondo riconoscimento che, nonostante le nostre differenze, siamo fondamentalmente una comunità del destino. Prima attraverso la nostra risposta alla pandemia e ora con la guerra criminale della Russia in Ucraina, l’Unione non è semplicemente sopravvissuta; si è ripresa in modo inedito. Le crisi hanno creato il contesto; la leadership ha fornito la capacità di cogliere l’opportunità. Perché cogliere l’attimo non è mai scontato, anzi.

La pandemia ha minacciato di dividerci ulteriormente, avrebbe potuto essere una crisi di troppo per l’Ue. Grazie alla leadership della Presidente von der Leyen, non solo abbiamo affrontato la crisi, ma lo abbiamo fatto insieme, sia attraverso l’approvvigionamento comune dei vaccini, sia attraverso la storica decisione di Next Generation EU che ci ha permesso di superare insieme la crisi economica scatenata dalCovid-19. Guidata dalla presidente von der Leyen, l’Ue è uscita dalla crisi pandemica sia compiendo un importante passo avanti nell’integrazione europea sia fornendo agli europei, in particolare ai giovani, una nuova narrazione europea verde e digitale.

La guerra in Ucraina ha portato più unità e determinazione. Ancora una volta, questa non è una conclusione scontata. Sotto la guida della presidente von der Leyen, l’Unione ha aperto la strada a sanzioni senza precedenti, il primo pacchetto di assistenza militare dell’Ue a uno Stato terzo, la prima attivazione del meccanismo di protezione temporanea per i rifugiati e il rilancio dell’allargamento come progetto politico. Lo ha fatto restando ferma sul principio: agendo sulla base del riconoscimento che la democrazia e lo Stato di diritto sono i valori non negoziabili al centro della nostra Unione.

Signore e signori, stimati ospiti, Ursula von der Leyen non è “solo” una leader europea, è anche una donna. E in un’epoca di rottura e disgregazione, in un’epoca di guerra, il valore della leadership di una donna come la presidente von der Leyen è essenziale. Ursula von der Leyen è stata la prima donna ministro della Difesa della Germania e la prima donna presidente della Commissione europea. Sotto la sua guida, la Bundeswehr ha subito una trasformazione radicale. Ha affrontato gli scandali frontalmente, ha invertito il calo della spesa per la difesa tedesca e ha aperto la strada alla storica decisione di fornire assistenza militare ai Peshmerga nella loro lotta contro Da’esh. Le decisioni che ha preso in quegli anni precorrono ciò che vediamo oggi.

Senza le basi da lei preparate – a livello organizzativo, finanziario e soprattutto in termini di cultura politico-strategica – la Germania avrebbe faticato ad agire sul cambiamento epocale che stiamo vivendo, che richiede un forte aumento della spesa per la difesa, la difesa dell’Ucraina come paese libero e democratico e il riconoscimento che tutti i nostri sforzi di difesa devono essere integrati in un quadro europeo e transatlantico. Ursula von der Leyen è sempre stata decisa in questo senso, essendo un’appassionata promotrice della difesa europea con un credo incrollabile nel valore della Nato, e vedendo la difesa europea e la difesa dell’Europa come due facce della stessa medaglia. 

Si tratta di quella capacità femminile – che naturalmente anche gli uomini possono avere – di accogliere la contraddizione conciliando fermezza e flessibilità, risolutezza e riflessività, di cui la nostra Europa, nell’agonia della guerra, ha così drammaticamente bisogno. È proprio la capacità femminile di ascoltare, ammettere errori, scusarsi e cambiare rotta, mostrando empatia e comprensione, che la vera leadership richiede. Raramente abbiamo visto queste qualità in una dimostrazione così elegante, quando la presidente von der Leyen si è scusata per il silenzio iniziale dell’Unione nei confronti dei paesi in prima linea della prima ondata di Covid-19 come l’Italia, segnalando la sua determinazione a cambiare decisamente rotta.

Infine, e forse la cosa più importante, Ursula von der Leyen è una leader profondamente umana. Madre di sette figli, è entrata in politica nei suoi quarant’anni e ha dedicato il primo decennio della sua carriera politica alle questioni sociali. Conosciuta come la coscienza sociale del suo partito, la CDU, durante il suo periodo come ministro della Famiglia e della gioventù, e poi ministro del Lavoro e degli affari sociali, von der Leyen ha difeso fermamente i diritti civili, le quote femminili nei consigli di amministrazione, ha supportato i matrimoni gay e promosso l’integrazione dei migranti nel mercato del lavoro.

Signore e signori, non posso affermare di conoscere bene Ursula von der Leyen, avendo avuto il privilegio di incontrarla di persona solo poche volte negli ultimi anni. Eppure ho guardato, come suppongo molti di voi, il video diventato virale della sua visita a Bucha alcune settimane fa. Ho visto quel video una volta, e poi l’ho guardato ancora e ancora. Ho visto lo shock e la vergogna, la rabbia e il dolore nei suoi occhi. Ho visto una leader, una donna e un essere umano la cui espressione valeva più di un milione di parole. In mezzo alle atrocità della guerra, di fronte a ferite che questo continente non conosceva dalla Seconda guerra mondiale, nell’ora più buia, mi sono sentita orgogliosa, orgogliosa che Ursula von der Leyen sia la mia Presidente. Nathalie Tocci, AffInt 9

 

 

 

 

Il primo processo per crimini di guerra all’esercito russo

 

Il 13 maggio scorso, è comparso dinanzi alla corte del distretto di Solomianskyi, a Kiev, il sergente russo Vadim Shysimarin, chiamato a rispondere dell’omicidio volontario di un civile, commesso nel villaggio di Chupakhivka, nell’Ucraina nordorientale, alla fine di febbraio.

Shysimarin avrebbe deliberatamente ucciso a colpi di fucile un uomo di sessantadue anni, disarmato, che percorreva in bicicletta una via del villaggio, sparandogli dal finestrino dell’auto rubata su cui fuggiva con alcuni commilitoni, dopo l’attacco della sua unità da parte delle forze ucraine.

Il divieto di attaccare la popolazione civile o singoli civili non partecipanti direttamente alle ostilità è un principio fondamentale del diritto dei conflitti armati e la sua violazione è un crimine di guerra. Il Codice penale ucraino prevede per l’omicidio volontario di civili da un minimo di dieci anni di reclusione all’ergastolo (art. 438, para. 2).

Nessuna impunità

Quello nei confronti di Shysimarin sarà il primo processo per i crimini di guerra perpetrati dalle forze russe nell’ambito della dichiarata “operazione militare speciale” – di fatto l’invasione su larga scala dell’Ucraina – lanciata il 24 febbraio scorso.

La rapidità con cui si è giunti all’udienza preliminare del 13 maggio conferma la determinazione delle autorità ucraine di processare e punire i russi responsabili delle atrocità che, giorno dopo giorno, stanno venendo alla luce in numero sempre maggiore. Nella stessa giornata, la Procuratrice Generale, Iryna Venediktova, ha annunciato di aver aperto un fascicolo su oltre undicimila casi di crimini di guerra e di avere già quaranta sospettati di tali crimini.

Prigionieri di guerra

A Shysimarin e agli altri prigionieri di guerra russi accusati di crimini di guerra dovranno essere riconosciuti i diritti previsti dalla III Convenzione di Ginevra del 1949 sul trattamento dei prigionieri di guerra, di cui sia l’Ucraina che la Federazione Russa sono parti. Questa impone che le indagini siano condotte con la massima rapidità consentita dalle circostanze e che il processo si svolga il prima possibile (art. 103, par. 1). Il prigioniero di guerra ha diritto di essere processato da un tribunale che presenti garanzie di indipendenza e imparzialità, di difendersi dalle accuse e di essere assistito da un avvocato qualificato e un interprete competente (artt. 84, 99, 105).

Tribunali nazionali e Corte penale internazionale

La celebrazione di processi per crimini di guerra dinanzi a tribunali interni non è in contrasto con l’accettazione da parte dell’Ucraina della giurisdizione della Corte penale internazionale (Cpi). Sulla base di tale accettazione, il 2 marzo scorso, il Procuratore della Cpi, Karim Khan, ha aperto un’indagine sui crimini di guerra e i crimini contro l’umanità commessi sul suolo ucraino fin dal 21 novembre 2013 (al riguardo si rinvia al nostro articolo Quale giustizia per i crimini delle forze russe in Ucraina?). Tuttavia, la Cpi è soltanto complementare ai tribunali nazionali. La celebrazione di un processo dinanzi alla Corte presuppone che lo Stato che ha giurisdizione sul caso non intenda o non sia in grado di condurre le indagini o esercitare l’azione penale.

Una condanna potrà essere emessa dai tribunali interni, così come dalla Cpi, solo se la colpevolezza dell’imputato risulterà provata “oltre ogni ragionevole dubbio”. Di qui la necessità di raccogliere e preservare ogni possibile prova dei crimini perpetrati: attività oltremodo complessa, data la vastità dei luoghi interessati e la prosecuzione delle ostilità. Non meno difficile l’identificazione dei responsabili, vista la scontata mancanza di collaborazione da parte delle autorità russe.

Peraltro, i giudici dovranno pronunciarsi sulla rilevanza dell’ordine del superiore, che Shysimarin e gli altri imputati con ogni probabilità invocheranno a loro discolpa.

Sostegno alle indagini

Gli Stati Uniti, il Regno Unito e diversi Paesi membri dell’Unione Europea stanno fornendo assistenza agli inquirenti ucraini nelle attività di indagine. In particolare, con il supporto di Eurojust, l’Agenzia dell’Unione Europea per la cooperazione giudiziaria penale, Lituania, Polonia e Ucraina hanno creato una squadra investigativa congiunta, a cui il 25 aprile scorso si è unito il Procuratore della Cpi.

E l’Italia? Il 6 maggio, la Ministra della giustizia, Marta Cartabia, ha annunciato l’invio di un gruppo di esperti interforze, incluso un contingente della polizia penitenziaria, coordinato da un magistrato, a sostegno della Procura generale ucraina.

Quanto al caso Shysimarin, la prossima udienza è prevista il 18 maggio. Il processo sarà seguito dai media di tutto il mondo e costituirà un test sulla capacità dell’Ucraina di assicurare un equo processo ai prigionieri di guerra accusati di crimini internazionali. Si spera possa avere anche un effetto deterrente sui militari russi ancora impegnati sul campo. Marina Mancini AffInt 19

 

 

 

 

La percentuale della crisi

 

Farci i conti in tasca è impresa spiacevole. Spesso, però, necessaria per tentare d’intendere come si evolverà l’economia italiana. In altri termini, quella di tutti i giorni. Per avere precisi termini di raffronto, abbiamo preso in esame i prezzi di merci comuni. Limitando la nostra indagine tra maggio 2020 e maggio 2022.  Le percentuali si riferiscono alla media nazionale; anche se le stesse differiscono tra regione e regione.

 

Gli stipendi e le pensioni, per il periodo considerato, hanno subito un aggiornamento dell’ 1,5 % (al lordo d’imposta). Insomma, gli adeguamenti delle retribuzioni e dei trattamenti previdenziali, nella maggioranza dei casi, restano inferiori al costo della vita. Oggi, con stipendi e pensioni, spesso, non si riesce ad arrivare alla fine del mese. Gli italiani vivono di “promesse” e con un’”allerta” sanitaria ancora in atto. Riprendere la via di una libera economia, in un’Europa senza vincoli territoriali, appare effimero. Per di più, le “stelle” dell’UE non brillano all’unisono. Il ruolo d’Italia resta da quantificare nella misura in cui si riuscirà a sanare, prima di tutto, l’economia interna. Compito difficile anche per questo Governo anche a fronte di una situazione bellica ad est d’Europa.

 

La penisola s’è svenduta i pezzi migliori per tentare d’evitare il collasso. Che ci sia riuscita è una tangibilità ancora tutta da verificare. Intanto, gli investimenti internazionali nel nostro Paese restano limitati. Nel 2002, ci siamo mossi in modo sconveniente. La conversione Lira/Euro doveva essere meglio negoziata. In UE, tanto per capirci, chi decide la politica monetaria sono i Paesi con un’economia interna forte. Il nostro, nonostante i migliori propositi, continua a non essere tra questi. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Stato e le prospettive dei corsi di lingua e cultura italiana nel mondo

 

Il Governo, tramite il Sottosegretario agli esteri On. Benedetto Della Vedova, ha risposto alla mia interrogazione, presentata nel mese di marzo di quest’anno, sullo stato e le prospettive dei corsi di lingua e cultura italiana nel mondo.

Nell’interrogazione, come si ricorderà, chiedevo di promuovere un’azione di monitoraggio per verificare lo stato delle cose dopo le ricadute degli effetti della pandemia sulle attività formative e a seguito delle criticità che si erano manifestate nell’applicazione della circolare n. 3, in attuazione del Decreto 64/2017, sulla vita degli enti. A quest’ultimo proposito, insistevo sull’esigenza di tenere conto delle richieste degli enti soprattutto in tema della semplificazione delle procedure e di puntualità da parte del MAECI nelle erogazioni dei contributi riconosciuti nei piani annuali di finanziamento.  

 

In essa, chiedevo ancora di farsi carico per tempo della necessità di colmare il vuoto di circa 2,2 milioni che in base bilancio triennale si sarebbe verificato nel capitolo 3153, destinato al finanziamento dei corsi degli enti gestori, negli anni 2023 e 2024.

 

Il Sottosegretario, nella sua risposta, ha dato atto delle criticità che si sono evidenziate in sede di applicazione della circolare n. 3, di cui io stessa avevo chiesto la sospensione di un anno, e ha annunciato le novità contenute nella nuova circolare – la n. 4 del 2022 – che, aggiungo, è stata anch’essa già oggetto di osservazioni critiche sia da parte degli enti gestori che del CGIE. Per questo, ribadisco ancora l’esigenza di un rapporto non unidirezionale ma di effettivo dialogo tra enti e strutture di indirizzo e di controllo, tenendo soprattutto presente l’estrema diversità normativa e culturale delle situazioni ambientali e le non piccole differenze esistenti tra gli stessi enti promotori.

 

Per quanto riguarda il monitoraggio della situazione e, in particolare, del numero di coloro che nel mondo studiano l’italiano (di cui di recente si è discusso ampiamente nel corso del recente convegno organizzato da me e dalla collega Ciampi sulla ricerca Italiano 2020), da un lato si è fatto un ovvio rinvio ai dirigenti scolastici operanti localmente, dall’altro si è annunciato l’attivazione di una nuova piattaforma di raccolta dati che dovrebbe entrare presto in funzione. In ogni caso, attendiamo di conoscerne i risultati.

 

Circa la reintegrazione dei fondi del cap. 3153, si è fatto rinvio, a dire il vero in modo abbastanza scontato, alla definizione della prossima legge di bilancio. Mi sarei aspettato quantomeno un riconoscimento di priorità nelle richieste che il MAECI avanzerà in vista sia dell’assestamento di bilancio che del prossimo bilancio triennale, tanto più che il Governo ha accolto un mio ordine del giorno in tal senso. Vuol dire che continueremo a insistere su questo passaggio chiave, nella speranza che un po’ tutti si convincano del suo valore strategico.

Angela Schirò, dip 16

 

 

 

Riforma del voto degli italiani all’estero: proposte utili, ma non sufficienti

 

ROMA – Qualche giorno fa, nell’ambito dell’indagine conoscitiva sulle modalità applicative della Legge sull’esercizio del voto all’estero (L.359/01), di fronte alla Giunta delle elezioni della Camera, il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha avanzato alcune proposte per riformare le condizioni organizzative e procedurali del voto degli italiani nel mondo. Si tratta a nostro avviso di proposte di buon senso e utili, mirate ad apportare correttivi già a partire dalla prossima scadenza elettorale per il rinnovo del Parlamento italiano.

Nel pacchetto del governo è prevista in particolare la «inversione dell’opzione», cioè l’impegno degli italiani all’estero a dichiarare prima delle elezioni di voler votare. Condividiamo l’introduzione di questa procedura non solo e non tanto per ridurre i costi e le difficoltà connesse all’invio dei plichi, quanto piuttosto per definire preventivamente la platea elettorale. L’esperienza sul campo ci dice che le terze e quarte generazioni di nostri emigrati, pur avendo il passaporto italiano, non dispongono di adeguate conoscenze del Paese di origine dei loro antenati e sono persino a disagio nell’assumere scelte che impattano sulla vita politica dell’Italia. Al di là delle difficoltà organizzative dei Consolati, delle carenze nelle campagne di informazione, la bassa partecipazione agli ultimi referendum, lo scarsissimo interesse nel voto per il rinnovo dei COMITES, confermano questa evidente, ormai fisiologica disaffezione verso gli appuntamenti elettorali italiani. E comunque occorre sottolineare che l’opzione inversa del voto non può essere interpretata come una riduzione del diritto di voto, per nessuna categoria di italiani all’estero! Anzi, per rendere più forte l’inversione dell’opzione, sarebbe opportuno che il governo specifichi strumenti e risorse per garantire una capillare campagna di informazione che arrivi a tutti i connazionali che detengono il diritto di voto.

Le proposte del governo e della maggioranza del Parlamento costituiscono un primo utile passo per introdurre procedure per una migliore definizione della platea elettorale all’estero. Ma siamo convinti che queste misure, che si limitano a modificare le modalità applicative del voto, non siano sufficienti. E’ urgente intervenire sulla stessa Circoscrizione estero, secondo noi ormai assolutamente inadeguata a rappresentare la complessità delle nostre comunità nel mondo. L’aumento del trend migratorio dovrebbe essere un tema politico assolutamente centrale nell’agenda italiana, invece è oggi del tutto marginale e la rappresentanza degli italiani all’estero si è rivelata funzionale a questa marginalizzazione. Per questo noi sosteniamo una proposta molto netta: abolire la Circoscrizione estera e garantire agli italiani all’estero il pieno esercizio del diritto di voto nelle circoscrizioni italiane! Inserire il voto degli italiani all’estero nelle circoscrizioni italiane vuol dire tirar fuori questo tema dalla riserva indiana in cui ormai è relegato.

Senza mettere in discussione l’esercizio del voto dall’estero, con il voto espresso nei collegi di origine l’intero Parlamento dovrà farsi carico della rappresentanza degli italiani nel mondo. Basta, quindi, con la riserva indiana: se ne gioverebbe il sistema Italia e siamo certi che aumenterebbe il peso politico degli stessi italiani all’estero! (Cesidio Celidonio, Claudio Marsilii (Basilea); Enrico Pugliese (Ginevra): Catia Porri, Maurizio Nappa (Zurigo), già membri del Laboratorio per la Sinistra e impegnati in diverse organizzazioni della sinistra italiana e svizzera. (Inform/dip 11)

 

 

 

 

Ministero del Turismo ed Enit lanciano le campagne internazionali di promozione dell’Italia nel mondo

 

ROMA – L’Italia turistica riparte e guarda lontano. Il Ministero del Turismo ed Enit puntano a raggiungere il grande pubblico internazionale, in collaborazione con le Regioni, con le partnership con Eurovision e Giro d’Italia e il supporto del Coni, grazie ad una campagna di promozione turistica destinata a molteplici nazioni del mondo. Al centro del progetto, in qualità di ambassador, alcuni tra i volti più noti rappresentanti le eccellenze dell’Italia: dallo sport all’arte, dal food alla cultura, con testimonal di settori rappresentativi dell’iconografia del Bel Paese, ritratto dalla macchina fotografica dell’italianissimo Julian Hargreaves (per Federica Pellegrini, Massimo Bottura, Stefano Boeri, Renzo Rosso), e di Luciano Romano (che ha firmato i bellissimi scatti di Roma e Agrigento con Roberto Bolle). E ancora gli scatti offerti da Bebe Vio, immortalata dagli amici durante una vacanza all’Isola d’Elba o Marco Balich, scattato dal figlio nella splendida Piazza del Plebiscito della sua Napoli. L’iniziativa, presentata di fronte al Ministro del Turismo Massimo Garavaglia e al Presidente di regione Lombardia, Attilio Fontana, oltre a diffondere le bellezze dell’Italia, contribuirà anche a promuovere un progetto triennale di accompagnamento alle giovani imprese, alle startup del turismo e della cultura cui saranno devoluti i compensi e i diritti d’immagine degli ambassador. Inoltre la campagna vedrà Enit al fianco del Coni e delle Federazioni Sportive Nazionali in un programma di solidarietà volto a supportare gli atleti di Kiev ad allenarsi in Italia, nei centri federali e il Centro di Preparazione Olimpica dell’Acqua Acetosa.  “E’ un momento importante per l’Italia. Queste azioni puntano a rafforzare visibilità e posizionamento delle destinazioni italiane in uno scenario globale che vede positive prospettive di ripresa” dichiara l’Amministratore Delegato Enit Roberta Garibaldi. “Enit è in percorso espansivo di ampio respiro iniziato in questi lunghi anni insieme e ora amplificato da ulteriori metodi e standard che vanno ad affinare il lavoro. L’ampio respiro è anche quello che sentiamo di condividere con tutta la filiera turistica in un approccio partecipativo che continuerà ad infondere valore e credibilità al brand Italia” commenta il Presidente Enit Giorgio Palmucci. La campagna vivrà anche sul palcoscenico internazionale di Eurovision: la seconda trasmissione al mondo per numero di telespettatori dopo le Olimpiadi (180 milioni di persone). Enit in collaborazione con la Rai lancia infatti le postcards che appariranno dietro ogni esibizione degli artisti permettendo a chiunque di scoprire un’Italia inedita con l’invito a scoprila direttamente dal portale Italia.it. A questo contribuirà anche la partecipazione al Giro d’Italia e al Giro-E: grazie a un percorso di 3500 km l’Italia entrerà nelle case di oltre 758 milioni di telespettatori nel mondo e 10 milioni di italiani lungo le strade con più di 24mila ore di trasmissioni. Tra le iniziative in campo anche 25 guide digitali, raccontante da un videomaker e un giornalista coordinati dall’Enit, dedicate alle ciclovie più significative che troveranno spazio sul portale italia.it per invitare i cicloturisti a percorrere il nostro Paese sulle tracce del Giro, oltre a gustare videoricette web locali per amplificare le tradizioni e le specifiche identità territoriali: ogni giorno un menù italiano per esaltare le eccellenze culturali ed enogastronomiche con le biodiversità di ogni regione. Con il Giro Express, poi, uno storyteller belga realizzerà 18 tappe di approfondimento entrando nel tessuto connettivo del lifestyle e delle produzioni locali da condividere sui social. E ancora talk di approfondimento per vedere e testare i prodotti che rendono le due ruote, a trazione elettrica ma non solo, uno dei pilastri della mobilità di oggi e domani. “Siamo orgogliosi di questo gioco di squadra istituzionale, che ci vede scendere in campo con il Ministero del Turismo e con l’Enit per dare impulso al rilancio del Paese attraverso il contributo delle eccellenze che lo rappresentano nel mondo. I nostri campioni sono la formidabile espressione dei valori autentici che fanno dello sport un motore di sviluppo e di benessere, una locomotiva di successo felice di contribuire a promuovere le bellezze e la competitività dell’Italia nel mondo anche sotto il profilo turistico” secondo il Presidente Coni Giovanni Malagò, che ha seguito il progetto con Manuela Di Centa, consigliere del Ministro del Turismo proprio sulle tematiche sportive. “È fondamentale per l’Italia recuperare uno scatto d’orgoglio del proprio valore dopo anni difficili. Fare il punto sulla propria grandiosità con una miriade di eccellenze da mostrare al mondo, per far ripartire questo importante pilastro della nostra economia che è il turismo” dichiara il consigliere Enit Sandro Pappalardo. Su tutto questo si innesta il progetto “Scopri l’Italia che non sapevi”, dove le tematiche centrali, lungo un viaggio di cinque mesi, sono i borghi e i paesaggi italiani, il turismo lento (cammini, enogastronomia, arte e beni culturali) e il turismo attivo (bike, nautica, nordic walking e attività outdoor per l’estate e l’inverno). Questa strategia comune delle regioni italiane, frutto di un accordo di programma tra Ministero del Turismo e commissione politiche per il turismo della Conferenza delle regioni e delle province autonome, vede il coordinamento di quattro regioni: Umbria (turismo lento), Emilia-Romagna (borghi), Marche (turismo attivo) e Abruzzo (Tourism Digital Hub). Questo articolato progetto di promozione e valorizzazione del nostro Paese punta ai mercati di prossimità e a quelli per i quali, anche in fase post pandemia, sono previste riprese interessanti per il settore turistico e agli hub internazionali che permettono un effetto moltiplicatore, come aeroporti internazionali, testate di pregio e affissioni in capitali europee. I mercati di riferimento sono il Dach (Germania, Austria e Svizzera), il Benelux (Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo), la Francia, Uk, Usa ed il mercato Nordics (Svezia, Finlandia, Norvegia e Danimarca) e le parole chiave sono sostenibilità, inclusione, diversità e innovazione. Il progetto è stato reso possibile dal lavoro coordinato internamente ad Enit da Maria Elena Rossi, Direttore Marketing e Promozione dell’Ente, con la collaborazione di Accenture per la strategia e il concept, Paolo Iabichino con la sua creatività nella regia della campagna firmata insieme ad Accenture Song e con la produzione di Luz About Stories. La campagna “Scopri l’Italia che non sapevi” è invece firmata da Dilemma mentre i video di Eurovision sono una produzione RaiCom. (Inform/dip 9)

 

 

 

 

Saper scrivere

 

Statisticamente, gli italiani leggono meno giornali rispetto agli altri europei e sono propensi a scrivere ancor in misura minore. E’ una questione di complessione mentale che, non sempre, consente di rendere pubblico un proprio pensiero o una propria opinione.

 

 Conoscere, a fondo, il lessico italiano, non sempre è sufficiente per saper trasmettere ad altri, tramite uno scritto, le proprie sensazioni. Se esercitare la professione di Giornalista, è sancita da specifiche leggi, saper scrivere in modo “interessante” è un’opportunità per tutti. Di fatto, però, bisogna saperlo fare. Una simile “dote” si evidenzia proprio sentendo l’opinione di chi legge su ciò di cui si scrive. Chi giudica è il lettore; del quale chi scrive ha da tener sempre conto. Perché “meglio” si può sempre fare. Quindi, “libera” penna non significa “buona” penna. Ci sono delle doti che, se non sono innate, difficilmente si acquisiscono con l’esperienza degli anni. A nostro avviso, chi sa scrivere è in grado d’interessare anche i distratti. Tanto da concretare opinioni che, prima, potevano essere solo latenti.

 

Chi riesce ad’esprimere proprie riflessioni ed hanno la determinazione di renderle trasmissibili tramite scritti, ha fatto il primo passo sul fronte dell’opinionismo. Tutto il resto, che non è poco, può venire in un secondo tempo. Tuttavia, se mancano certe prerogative è inutile rischiare.

 In buona sintesi, chi è in grado di scrivere “bene” può essere certo d’essere “letto” e compreso nello stesso modo. Ciò non significa, però, condividerne, necessariamente, i concetti. Ma questa è tutta un’altra storia.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Conto in rubli per pagare il gas russo, perché l'Eni si adegua

 

Non c'era altra strada, come era già chiaro da ieri. L'Eni si adegua all’incertezza normativa, e all'ambiguità in cui anche la Commissione Ue ha scelto di rimanere, e apre il doppio conto presso GazpromBank, uno in euro e l’altro in rubli, per pagare le forniture di gas alla Russia. Lo fa con tutti i dubbi legati alle variabili e alle incognite che una situazione senza precedenti impone. E lo fa in accordo con il governo e tutelandosi, soprattutto dal punto di vista legale, in vista del possibile contenzioso che potrebbe nascere, con Mosca ma anche con le autorità europee.

La nota ufficiale che annuncia la decisione è scritta in maniera tale da prevenire qualsiasi scenario avverso. Eni, "in vista delle imminenti scadenze di pagamento previste per i prossimi giorni, ha avviato in via cautelativa le procedure relative all'apertura presso Gazprom Bank dei due conti correnti denominati K, uno in euro ed uno in rubli, indicati da Gazprom Export secondo una pretesa unilaterale di modifica dei contratti in essere, in coerenza con la nuova procedura per il pagamento del gas disposta dalla Federazione Russa". Si agisce in via cautelativa e in seguito a una pretesa unilaterale.

Le parole hanno un senso e sono scelte con cura anche nel passaggio successivo. Eni," tuttavia, ha già da tempo rigettato tali modifiche. Pertanto, l'apertura dei conti avviene su base temporanea e senza pregiudizio alcuno dei diritti contrattuali della società, che prevedono il soddisfacimento dell'obbligo di pagare a fronte del versamento in euro. Tale espressa riserva accompagnerà anche l'esecuzione dei relativi pagamenti". Le modifiche contrattuali chieste da Mosca sono rigettate e l'apertura dei conti è una soluzione solo temporanea.

Eni chiarisce anche che, di certo, non agisce da sola. "La decisione, condivisa con le istituzioni italiane, è stata presa nel rispetto dell'attuale quadro sanzionatorio internazionale e nel contesto di un confronto in corso con Gazprom Export per confermare espressamente l'allocazione a carico di Gazprom Export stessa di ogni eventuale costo o rischio connesso alla diversa modalità esecutiva dei pagamenti". È la formula che serve a puntualizzare la responsabilità russa di quello che di fatto è un passaggio che aggira le sanzioni internazionali.

Segue un aggiornamento dettagliato delle decisioni assunte da Mosca. Da un lato, a oggi, Gazprom Export e le autorità federali russe competenti hanno confermato che: la fatturazione (effettivamente giunta ad Eni nei giorni scorsi nella valuta contrattualmente corretta) e il relativo versamento da parte di Eni continueranno a essere eseguiti in euro, così come contrattualmente previsto; che le attività operative di conversione della valuta da euro a rubli saranno svolte da un apposito clearing agent operativo presso la Borsa di Mosca entro 48 ore dall'accredito e senza coinvolgimento della Banca Centrale Russa; e che nel caso di ritardi o impossibilità tecniche nel completare la conversione nei tempi previsti non ci saranno impatti sulle forniture".

Ma non basta. È necessario anche puntualizzare quale sia il quadro delle comunicazioni intercorse con Bruxelles. Dall'altro lato, "l'esecuzione dei pagamenti con queste modalità 2 non riscontra al momento nessun provvedimento normativo europeo che preveda divieti che incidano in maniera diretta sulla possibilità di eseguire le suddette operazioni (peraltro Eni, in linea con le indicazioni della Commissione Europea, ha già chiarito da tempo a Gazprom Export che l'adempimento degli obblighi contrattuali si intende completato con il trasferimento in euro, e rinnoverà il chiarimento all'atto di apertura dei conti K)".

La conclusione a cui arriva Eni spiega perché il passo di oggi è sostanzialmente obbligato. "Se la nuova procedura appare quindi neutrale in termini di costi e rischi, non incompatibile con il quadro sanzionatorio in vigore e con adempimento che avviene al momento del trasferimento degli euro, un mancato pagamento esporrebbe Eni sia al rischio di violazione dell'obbligo di dar corso in buona fede ad eventuali richieste contrattuali di Gazprom Export imposte alla stessa dalla propria autorità, sia al rischio per Eni di inadempimento dei propri impegni di vendita con i clienti a valle in caso di interruzione delle forniture".

Il braccio di ferro con la Russia, comunque, non finisce qui. Eni, tuttavia, "in assenza di future risposte complete, esaustive e contrattualmente fondate da parte di Gazprom Export, avvierà un arbitrato internazionale sulla base della legge svedese (come previsto dai contratti in essere) per dirimere i dubbi rispetto alle modifiche contrattuali richieste dalla nuova procedura di pagamento e alla corretta allocazione di costi e rischi". In ogni caso, Eni "ribadisce fermamente che rispetterà qualsiasi eventuale futuro provvedimento normativo che dovesse intervenire a sanzionare il trading del gas o le attuali controparti".

L'intera comunicazione dimostra quanto sia delicato, in questa fase e con la guerra in Ucraina che continua a prolungarsi, gestire la partita del gas. Perché l'Italia, ancora per un periodo di tempo lungo, resta dipendente dalle forniture da Mosca e perché la risposta europea su questo fronte è ancora incerta e ambigua.

Adnkronos 17

 

 

 

 

Voto degli italiani all’estero: audizione del Sottosegretario alla Giustizia Sisto e dei rappresentanti CGIE

 

ROMA – La Giunta delle elezioni, in merito all’indagine conoscitiva sulle modalità applicative ai fini della verifica elettorale, della legge 459/2001 recante “Norme per l’esercizio del diritto di voto dei cittadini italiani residenti all’estero”, ha svolto le audizioni di Francesco Paolo Sisto, Sottosegretario alla Giustizia, e dei rappresentanti del CGIE. Sisto si è soffermato sull’analisi dalle problematiche di agibilità relative a Castelnuovo di Porto, dove fino ad oggi si è svolto in via esclusiva lo scrutinio del voto degli italiani all’estero, nonché sulle difficoltà di raggiungimento di questo sito in occasione degli scrutini per le congestioni stradali; a questo si è aggiunta la consapevolezza del numero di elettori esteri aumentati negli anni fino ad arrivare a oltre 4 milioni, secondo i dati aggiornati ad aprile 2022. Sisto ha evidenziato le problematiche del sistema per lo spoglio attualmente vigente, risolvibile con la suddivisione delle operazioni di spoglio tra più Corti d’Appello, in aggiunta a quella di Roma. Come ricordato da Sisto le operazioni di spoglio si svolgeranno in futuro (ad eccezione del prossimo referendum per il quale non ci sono ormai i tempi organizzativi per cambiare) su più Corti d’Appello benché i plichi debbano comunque continuare a giungere dall’estero a Roma: infatti i funzionari del Maeci sono gli unici a poter rimuovere i sigilli diplomatici ai plichi una volta giunti n Italia.  Le altre sedi da affiancare a Roma saranno Napoli, Firenze, Bologna e Milano, perché munite di aeroporto e collegate alla Capitale da una rete ferroviaria ad alta velocità. Roma in particolare si occuperà delle schede della ripartizione America meridionale; la ripartizione Europa spetterà a Milano, Bologna e Firenze; Napoli infine avrà competenza sulla ripartizione America settentrionale-centrale più Africa, Oceania e Antartide. Come evidenziato da Sisto la nuova norma riguarderà le operazioni successive al prossimo referendum di giugno. Secondo il Sottosegretario, la Giunta per le elezioni potrebbe su questa materia con il suo lavoro favorire la sinergia fra i vari Ministeri coinvolti. Per Sisto inoltre occorre poi risolvere rapidamente il problema dei tempi troppo lunghi, a volte anni, per la legittimazione definitiva delle situazioni dei parlamentari in bilico.  Il deputato Gregorio Fontana (FI) ha riflettuto sul fatto che i locali per gli scrutini debbano essere reperiti per tempo da qui alle prossime elezioni politiche: “la distribuzione dell’onere finora era gravato solo sulla Corte d’Appello di Roma, con queste nuove modalità molti dei problemi finora riscontrati in fase di scrutinio e spoglio saranno superabili”, ha commentato Fontana. Roberto Giachetti (Presidente della Giunta) ha invitato ad agire affinché nella prossima legislatura la Giunta entri in possesso dei dati delle votazioni per le verifiche in tempi immediati al fine di dare risposte altrettanto rapide. Michele Schiavone (Segretario Generale CGIE) ha ricordato che il CGIE è l’organismo di rappresentanza degli italiani all’estero. Attualmente il CGIE effettua l’attività in via ordinaria dopo l’avvenuto rinnovo dell’organismo nell’aprile scorso. “Bisogna garantire rappresentanza e partecipazione elettorale mettendo al sicuro il voto: il voto all’estero fu una conquista per i connazionali e come tale va tutelato e adattato in base alle situazioni sedimentate nel tempo. Per preservare tale diritto al voto si rende necessario renderlo fruibile ovunque, proteggendolo da interferenze esterne”, ha spiegato Schiavone ricordando che finora, in questi ultimi 20 anni, si sono tenute 4 elezioni politiche e si sono svolti 8 referendum e nel frattempo sono più che raddoppiati i numeri degli italiani all’estero. Si vota infatti in 196 Paesi con un corpo elettorale passato da 2,3 milioni ad inizio millennio agli attuali 5 milioni previsti per il referendum di giugno. “I connazionali sono volenterosi nel contribuire al sistema Italia anche attraverso il diritto al voto, necessario per costruire relazioni forti anche con le nuove migrazioni. Bisogna apportare correttivi alle procedure facendo leva sull’uso di strumenti tecnologici”, ha evidenziato Schiavone che, sull’inversione dell’opzione, ha invitato a mantenere l’universalità del voto con il sistema attuale per corrispondenza garantendo una massima partecipazione. Secondo Schiavone i costi per le elezioni all’estero sono comunque nettamente inferiori a quelli per il territorio nazionale. Il Segretario CGIE ha quindi invitato a ragionare sulla garanzia di un’informazione capillare per gli elettori. Schiavone ha concluso l’intervento anticipato l’invio di un documento del CGIE alla Giunta. Anche Silvana Mangione (Vicesegretario generale CGIE per i Paesi anglofoni extra UE) si è detta contraria all’introduzione dell’inversione dell’opzione di voto a suo giudizio contrastante con gli art. 3 e 48 della Costituzione. Mangione ha rilevato come le problematiche legate all’inversione dell’opzione, con il netto calo della partecipazione, si siano evidenziate nella doppia sperimentazione delle elezioni dei Comites. Mangione ha altresì rilevato come il taglio del numero dei parlamentari abbia colpito anche coloro che all’estero rappresentano la cosiddetta ‘21esima regione d’Italia’ togliendo voce al mondo dei nostri connazionali. Mariano Gazzola (Vicesegretario generale CGIE America Latina) ha puntualizzato che “gli italiani all’estero non sono un numero ma persone e neppure una variabile economica da aggiustare quando i conti non tornano”. (Inform/dip 10)

 

 

 

 

Veneto. Approvati i bandi per contributi ad associazioni e un premio per tesi di laurea sull’emigrazione veneta

 

Venezia.Approvate dalla Giunta della Regione Veneto quattro delibere con le quali viene rinnovato l’impegno a favore dei veneti nel mondo, finanziando iniziative culturali e associazioni di promozione dell’identità veneta per l’emigrazione, stanziando contributi per le spese di chi sceglie di rientrare in Veneto e un premio per tre tesi di laurea sul tema dell’emigrazione veneta e delle sue ricadute.

“Con le quattro delibere di nuova approvazione la Regione conferma il suo impegno al fianco di quei veneti che ora vivono all’estero”, rimarca l’assessore regionale ai Flussi Migratori Cristiano Corazzari che le ha proposte alla Giunta. “Questi veneti ora sono i nostri ambasciatori nel mondo e a loro dedichiamo numerosi progetti. Un sostegno particolare non può che andare all’associazionismo che consente alla nostra cultura e alle nostre tradizioni venete di diventare veicolo per mantenere il legame con le comunità venete nel mondo”.

Come sostegno all’associazionismo di settore la Giunta Regionale con delibera ha confermato lo stanziamento previsto dal Programma Annuale degli interventi della somma di 80 mila euro a titolo di contributi annuali per spese di funzionamento delle Associazioni venete di emigrazione e di Comitati e Federazioni all’estero iscritti al registro regionale come previsto dalla L.R. n.2/2003, e ha approvato il relativo Avviso pubblico che fissa le modalità per richiedere il contributo e la scadenza al 31 luglio 2022. Vi rientrano le spese sostenute nel corso del 2021 per locazioni delle sedi, utenze, materiali di consumo, personale amministrativo e spese di viaggio per i componenti degli organi direttivi per la partecipazione alle riunioni degli stessi.

Per la realizzazione di iniziative culturali al fine di valorizzare l’identità veneta presso le comunità venete all’estero è destinato uno stanziamento di 75 mila euro. Le modalità sono state definite dalla Giunta con l’approvazione del relativo Avviso Pubblico. Possono accedere al finanziamento iniziative – da concludersi entro il 15 novembre 2022- come mostre, convegni, festival, celebrazioni, ogni evento che abbia come tema l’emigrazione veneta o la finalità di conservare e valorizzare la cultura e l’identità veneta nelle comunità all’estero.

È stato approvato ancora l’Avviso pubblico per la presentazione delle domande di rimborso delle spese sostenute per il rientro e la prima sistemazione in Veneto dedicato a chi dopo la permanenza all’estero, sceglie di tornare. In totale per il 2022 è stata stanziata la somma di 42.500 euro per consentire di poter rientrare in Veneto a chi ne ha la volontà ma non ha le necessarie capacità economiche: sono coperte da contributo le spese del trasloco e di viaggio sia con mezzi pubblici che privati oltre che le spese di prima sistemazione come affitti e utenze. Si potrà ottenere un massimo di 5 mila euro di rimborso, la cifra verrà quantificata in base alla dichiarazione ISEE familiare. Potranno beneficiare del contributo i cittadini italiani e i loro discendenti entro la terza generazione, emigrati nati in Veneto o che per almeno tre anni prima dell’espatrio vi abbiano risieduto e che abbiano vissuto all’estero almeno cinque anni. I contributi verranno erogati con modalità a sportello in due riparti: il primo prevede come termine di presentazione delle domande il 31 luglio 2022 e il secondo il 31 ottobre 2022

Infine è stato approvato il Bando di concorso per l’assegnazione del Premio tesi di laurea sulle tematiche dell’Emigrazione Veneta 4°edizione al fine di per mantenere viva la memoria di quell’importante periodo della nostra storia costituito dalla grande emigrazione e per comprenderne gli aspetti di ricaduta economica nella nostra regione, in termini di risultati economici e imprenditoriali. Alla tesi vincitrice andranno in premio 3000 euro, alla seconda classificata 1500 euro e alla terza 500 euro. (Inform/dip 9)

 

 

 

 

 

Nessuno è perfetto

 

Mentre si dibattere sull’Italia che sarà, gli antagonisti, prese le loro “posizioni”, intendono andare oltre. Sul campo del “dire” e del non “fare”, resta un’economia esanime. Se si escludono le sceneggiate, anche abilmente realizzate, non c’è nulla di veramente nuovo sul fronte politico nazionale. Per governare, occorre un programma che non abbiamo ancora rilevato. Certo è che tutti i partiti, piccoli, grandi, vecchi e nuovi, sembrano avere molto da dire. Ma poco da realizzare nel concreto.

 Perché bisogna, essere anche messi nelle condizioni di poter favorire quelle riforme istituzionali che dovrebbero traghettare l’Italia dal vecchio al nuovo. Anche dopo la Pandemia. Il nostro sistema è minato da una patologia compromissoria che, per nostra buona sorte, può essere cambiata. Basta volerlo. Quello che ci indispettisce sono le posizioni di studiata “imparzialità”. O si è “pro” o si è “contro”. Dopo il rinnovo della legge elettorale, meglio tornare al voto.

 

Resta l’incognita dei milioni di voti dall’estero che avranno un loro peso sugli equilibri politici nazionali. Di fatto, le prospettive politiche ci sembrano “rivissute”. Vale a dire scadenti. A decidere sarà l’affluenza al voto e le preferenze che ne deriveranno. Ritornerà la politica dei piccoli passi? Anche perché la strada da percorrere sarà ancora in salita. Con la teoria che è meglio un “uovo” oggi, che una “gallina” domani, si tirerà avanti. Anche i politici, si sa, non sono immutabili. Non a caso, c’è chi ha deciso di “rinnovare” la sua attività. A quelli che, invece, intendono “lasciare”, offriamo, da subito, il nostro plauso.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Voto estero e astensionismo apparente: D’Inca alla Giunta delle elezioni

 

Roma - L’incidenza degli iscritti Aire sul cosiddetto “astensionismo apparente”, la possibile inversione dell’opzione e l’introduzione di una tessera elettorale elettronica sono stati i temi al centro dell’intervento del Ministro per i Rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà, oggi pomeriggio di fronte alla Giunta delle elezioni che, con la sua audizione, ha concluso l’indagine conoscitiva sulle modalità applicative, ai fini della verifica elettorale, della legge 27 dicembre 2001, n. 459, recante “Norme per l’esercizio del diritto di voto dei cittadini italiani residenti all’estero”.

Alla base dell’intervento del Ministro il “libro bianco” sulla partecipazione al voto redatto dalla Commissione Bassanini, cioè il gruppo di lavoro composto da politologi, statistici, costituzionalisti rappresentanti del Servizio studi della Camera, ma anche dei ministeri dell’Interno e della innovazione tecnologica.

Un testo che tratta, anche se marginalmente, anche la partecipazione al voto degli iscritti Aire soprattutto perché incide sull’astensionismo apparente.

Mentre alle politiche e al referendum gli italiani all’estero votano per corrispondenza e la comunicazione sulla loro partecipazione è fornita dal Viminale separatamente rispetto ai dati del territorio nazionale, per le amministrative – a cui gli iscritti Aire possono partecipare soltanto tornando in Italia – essi sono conteggiati negli elenchi elettorali del comune di ultima residenza. Comune dove magari non sono mai stati ma che ha dato i natali “a nonni o bisnonni”. La mancata partecipazione dei residenti all’estero, dunque, “gonfia” il dato sull’astensionismo che appare più alto di quello che è in realtà. Lo dimostra il fatto che questo dato “ha cominciato ad aumentare dal 2001”, ha detto il ministro, cioè dall’entrata in vigore della Legge Tremaglia, e non potrà che aumentare visto che, nel frattempo, sono aumentati gli aventi diritto che oggi “rappresentano il 9% del corpo elettorale”.

L’astensionismo apparente colpisce soprattutto le amministrative: “la differenza risultata pari al 5,5% in molti comuni medi sopra i 15.000 abitanti; supera il 10% nei comuni piccoli sotto i 5.000 abitanti” dove l'astensionismo apparente “può avere effetti molto importanti” se alle elezioni si presenta una sola lista che ha bisogno di superare lo sbarramento del 50% per governare.

Ne deriva una “distorsione informativa” quando vengono diffusi i risultati sull’affluenza alle urne che a sua volta potrebbe provocare una “disaffezione al voto” per emulazione, ha detto D’Incà riportando le conclusioni del “libro bianco”, dove, poi, si sottolinea l’importanza di aggiornare gli elenchi degli elettori, visto che tanti iscritti Aire risultano “irreperibili” anche per la mancata comunicazione al comune del certificato di morte.

È questa una delle indicazioni della Commissione Bassanini, insieme a quella di indicare separatamente i voti Aire nelle comunicazioni dei dati sull’affluenza, anche “nella prospettiva della proposta emersa nel corso delle vostre audizioni dell'inversione dei termini delle opzione”.

Il “tema di fondo” per D’Incà è “approfondire il tema dell'elettorato attivo dei cittadini residenti all'estero nelle elezioni amministrative ed eventualmente che per quelle regionali”, presupponendo che alle politiche in base ad un legame “nazionale” che non percepiscono per la politica locale.

Certamente potrebbe essere d’aiuto la tessera elettorale elettronica, evocata da Fontana (Fi), al momento – ha chiarito D’Incà – allo studio di una Commissione tecnica istituita dal Viminale a seguito delle previsioni del decreto Semplificazioni.

Di grande aiuto per la lista degli aventi diritto potrà essere il collegamento con l’Anpr – l’Anagrafe nazionale della popolazione residente – sempre per garantire personalità e segretezza del voto, come previsto dall’articolo 48 della Costituzione, senza abbattere la partecipazione, con ipotesi (molto) di là da venire su voto presidiato anticipato. La tessera elettorale potrebbe essere dunque sperimentata con gli Aire per poi essere diffusa sul territorio nazionale, ma, ha precisato ancora una volta D’Incà, si tratta ancora di ipotesi su cui confrontarsi non solo tra dicasteri coinvolti, ma soprattutto tra forze politiche.

Confronto politico che servirà anche per la eventuale riduzione delle ripartizioni, ha confermato il ministro rispondendo ad una domanda di Ferri (Iv), che ha anche evocato la moglie di Lula – quando disse di aver votato in Italia senza averci mai messo piede – per chiedere se non sia il caso di collegare il voto non solo alla cittadinanza, ma anche all’essere contribuenti.

Un tema caro anche a Siragusa (Ev), che infatti è tornata a ribadire la inderogabilità di riformare la legge sulla cittadinanza: “io sono assolutamente convinta che debba essere mantenuto il diritto di voto agli italiani all’estero, ma bisogna più che altro decidere chi noi definiamo “italiano””, ha sostenuto l’eletta all’estero.

Un tema che esula dalle competenze della Giunta, le ha fatto eco Melicchio (M5S), tornato a sua volta a perorare la causa dell’inversione dell’opzione e del voto elettronico.

Sul fronte della cittadinanza, D’Incà ha convenuto sul fatto che ci siano italiani di passaporto che non hanno legami con il Paese, ma ha pure ricordato alcuni suoi rapporti con “associazioni di nostri connazionali all'estero” da cui è emersa “una certa vicinanza nei confronti del paese, ed io credo che non debba andare persa” perché “sono persone che hanno un forte sentimento” nei riguardi dell’Italia e che “diventano per certi versi ambasciatore dell'Italia all'estero”.

Certo, correzioni vanno fatte soprattutto per le amministrative, ha ribadito il ministro citando il caso del comune di Soverzene, nel bellunese, che ha 350 cittadini sul territorio e 930 iscritti Aire.

Quanto infine alla digitalizzazione, nel libro bianco vengono citati il caso dell’Estonia, che lo usa, e del Canada, che lo applica per le “comunali”.

“Come detto è a lavoro una Commissione del Ministero dell’interno su indicazione del Parlamento” che si sta occupando soprattutto della “sicurezza” del voto, perché “l'articolo 48 per noi è fondamentale”. Obiettivo del Governo, ha concluso, “è garantire sicurezza nel momento di massima espressione della democrazia, cioè il voto”.

Concluso il ciclo di audizioni, la Giunta la prossima settimana dovrà decidere sul seguito dei lavori e su come sintetizzare quanto emerso finora. (ma.cip.\aise 10) 

 

 

 

 

Il bonus di 200 euro e i pensionati italiani all’estero

 

Pensato per sostenere il potere di acquisto degli italiani il Bonus di 200 euro è una apprezzabile “indennità una tantum” che arriverà automaticamente nelle buste paghe e nei ratei di pensione di luglio (a favore di lavoratori dipendenti e autonomi, pensionati, disoccupati, percettori del Reddito di cittadinanza, con redditi fino a 35.000 euro).

 

A noi ovviamente interessa sapere se anche i pensionati italiani residenti all’estero e titolari di pensione erogate da un Ente italiano possono averne diritto. Giova ricordare inoltre che anche alcune specifiche categorie di lavoratori residenti all’estero potrebbero beneficiarne, considerato che il provvedimento, che è stato inserito nel Decreto legge “Aiuti”, non subordina il diritto al Bonus alla residenza in Italia (requisito che invece è esplicitamente richiesto, per ottenere – ad esempio – il Reddito di cittadinanza o l’Assegno unico).

 

Questa volta il legislatore non ha escluso con esplicita citazione normativa i residenti all’estero dal beneficio.

 

Ciò dovrebbe significare che anche i nostri connazionali emigrati – dovessero essi soddisfare i requisiti richiesti – ne avrebbero diritto. Ma vediamo cosa dice la legge. L’art. 32 del Decreto “Aiuti”, intitolato “Indennità una tantum per pensionati e disoccupati”, recita che: “a favore dei soggetti titolari di uno o più trattamenti pensionistici, a carico di qualsiasi forma previdenziale obbligatoria, di pensione o assegno sociale nonché di trattamenti di accompagnamento alla pensione, con decorrenza entro il 30 giugno 2022 e reddito personale complessivo non superiore a 35.000 euro lordi annui, è corrisposta d’ufficio con la mensilità di luglio 2022 un’indennità una tantum di importo pari a euro 200”.

 

Ci sembra evidente che i requisiti utili e imprescindibili per avere diritto al Bonus sono due: la titolarità di un trattamento pensionistico italiano e un reddito non superiore a 35.000 euro. A prescindere dalla residenza.

 

Pertanto si desume che anche le pensioni in convenzione internazionale rientrino nella casistica della norma. Sia quelle erogate in Italia che quelle erogate all’estero. Si tratta nel complesso di circa 700.000 pensioni in regime internazionale di cui poco più della metà erogate all’estero. Crediamo che ovviamente anche le pensioni erogate in regime autonomo ed erogate all’estero debbano ottenere il beneficio. Discorso più complesso e da verificare è quello del diritto al Bonus da parte dei lavoratori residenti all’estero ma dipendenti da un datore di lavoro con sede in Italia (ad esempio tutti gli impiegati statali, come i nostri contrattisti).

 

Sarebbe auspicabile un urgente chiarimento da parte del Ministero del Lavoro: non mancherà da parte nostra una adeguata iniziativa perché siamo convinti che chi paga le tasse in Italia non deve subire disparità di trattamento solo perché risiede all’estero.

 

Sarà in ogni caso nostro impegno prioritario sollecitare il Governo e le opportune autorità competenti (come l’Inps nel caso dei pensionati) ad applicare la legge nel rispetto del suo dettato e senza discriminazioni alcune nei confronti dei nostri connazionali residenti all’estero e potenzialmente aventi diritto al Bonus.

 

Non va dimenticato infine che sebbene si tratti della versione definitiva del Decreto “Aiuti” varata il 5 maggio dal Consiglio dei Ministri la norma non è ancora in vigore perché in attesa della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale che dovrebbe avvenire in questi giorni.

Angela Schirò e Fabio Porta, dip 10

 

 

 

 

Le strategie

 

Resta difficile fare una relazione oggettiva sulla politica italiana. Intanto, i risultati non cambierebbero e il fatto mi preoccupa non poco. Sembra che ora decida solo l’Esecutivo. La pandemia ha rimandato ogni controversia politica.

 

La mancanza di proposte veramente accessibili resta la“croce”nazionale. Non ci sono più uomini che abbiano mantenuto la loro linea politica originaria. L’unica certezza, ma non è poca cosa, è l’impossibilità di un “ribaltone. La parola d’ordine resta “riformare”. Ma come? Su questo interrogativo, almeno per ora, s’infrangono tutte le tesi più percorribili. La possibilità d’apertura di più “strade” non mi hanno convinto. Oggi più che per il passato.

 

Ridimensionata la pandemia, si rivedano, almeno, i termini della Legislatura Draghi. Rispetto a prima, questi potrebbero essere più attuabili senza scomodare, più di tanto, i piani dei Partiti d’Italia oggi più “pro”, che “contro” questo Governo. Anche se, “le strategie” politiche dovranno essere rivisitate, anche per evitare certe “mutazioni” dei partiti politici nazionali.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Voto all’estero: audizione del Sottosegretario all’Interno Scalfarotto e del Prefetto Orano sulla Legge Tremaglia

 

ROMA – Si è tenuta presso la Giunta delle Elezioni della Camera l’audizione del Sottosegretario all’Interno Ivan Scalfarotto e del Prefetto Fabrizio Orano, in merito all’indagine conoscitiva sulle modalità applicative, ai fini della verifica elettorale, della legge 459/2001 recante “Norme per l’esercizio del diritto di voto dei cittadini italiani residenti all’estero”. Scalfarotto ha sottolineato anzitutto come per sua natura la questione implichi il coinvolgimento di più Ministeri; quindi si è soffermato sulla possibilità di un’introduzione di strumenti digitali. Scalfarotto ha brevemente ricordato l’impostazione della cosiddetta Legge Tremaglia che ha introdotto il voto per gli italiani all’estero esercitabile in quattro macro circoscrizioni poste fuori dai confini nazionali. Scalfarotto ha quindi ricordato la recente riforma costituzionale che ha previsto la riduzione del numero dei parlamentari, compresi quelli eletti nella circoscrizione Estero. Nelle prossime elezioni politiche saranno assegnati 8 seggi alla Camera e 4 al Senato: il Sottosegretario ha evidenziato una sproporzione in termine di rappresentatività. Non è stata esclusa un’ipotesi di un futuro accorpamento tra circoscrizioni per riportare un po’ di equilibrio. Scalfarotto ha sottolineato come il diritto di voto spetti tanto agli iscritti Aire quanto alle persone temporaneamente all’estero che ne facciano richiesta: il voto all’estero si esercita tramite corrispondenza, salvo che la situazione del Paese ospite non imponga per ragioni di sicurezza un rientro in Italia. Il Sottosegretario ha parlato delle cifre risultanti dall’ultimo aggiornamento degli elenchi elettorali: circa 4 milioni e 800mila i connazionali iscritti Aire e con diritto al voto nella circoscrizione Estero secondo i dati dell’aprile scorso. La ripartizione Europa si conferma quella di gran lunga più numerosa con oltre 2 milioni di aventi diritto al voto. L’iter amministrativo del voto prevede diverse fasi che vanno dal deposito dei simboli presso il Ministero dell’Interno al deposito delle liste dei candidati alla Corte d’Appello di Roma; a seguire c’è la dichiarazione di ammissione delle liste ed eventualmente la possibilità di presentare dei ricorsi. Poi, per quanto riguarda il voto all’estero, la responsabilità passa dal Ministero dell’Interno al Ministero degli Esteri che deve organizzare il tutto per l’invio dei plichi elettorali per esercitare il voto per corrispondenza: schede che devono rientrare in Italia entro le ore 16 del giovedì precedente alle votazioni in territorio nazionale. Scalfarotto ha spiegato che il termine per far pervenire alle sedi estere le schede da parte degli elettori è tassativo, così come tassative sono le regole per votare e reinserire la scheda nel plico. Scalfarotto ha ricordato come in questi ultimi venti anni i numeri degli aventi diritto siano più che raddoppiati passando da poco più di 2 milioni nel 2003 agli attuali 4 milioni e 800mila: elemento che ha contribuito a creare sovraccarico di lavoro alla Corte d’Appello di Roma fino ad oggi unica a gestire lo spoglio del voto estero. Quindi si è deciso di affiancare le Corti di Napoli, Firenze, Bologna e Milano a quella di Roma. Per la messa in sicurezza del voto, Scalfarotto non ha escluso l’ipotesi del QR code identificativo all’interno del plico. Tra gli interventi segnaliamo quello di Elisa Siragusa (Misto- ripartizione Europa) che ha sottolineato la mancanza di un tracciamento del plico anche nell’iter di rientro dove chi ha votato non sa se il suo voto sia andato a buon fine. Siragusa ha invitato a ragionare intorno all’introduzione di strumenti tecnologici proprio per il tracciamento. Sulla questione di una possibile riduzione della partecipazione Siragusa ha posto al centro come priorità la regolarità del voto. La deputata ha parlato del rischio che possano giungere plichi elettorali a  indirizzi non aggiornati : secondo Siragusa una possibile soluzione al problema potrebbe derivare proprio dall’inversione dell’opzione. Il Prefetto Orano, altresì direttore centrale per i servizi elettorali del Ministero dell’Interno, ha affrontato alcuni argomenti tecnici come la formazione degli elenchi degli italiani all’estero. “Sono stati fatti passi in avanti facendo colloquiare di più i Comuni coi Consolati. Abbiamo ottenuto dei grandi progressi”, ha rilevato Orano sottolineando come l’elenco degli elettori all’estero non possa essere facilmente cristallizzato in una data, essendo per sua natura un qualcosa in costante aggiornamento. Orano ha parlato della nota questione dell’allineamento dei dati tra Ministero dell’Interno e schedari consolari: è possibile ‘congelare’ la posizione elettorale di quei cittadini che, da elenco provvisorio, appaiano in una posizione di dubbio reperimento. L’ammissione definitiva al voto deriva dalla consultazione tra sedi consolari e amministrazioni nazionali. Orano ha evidenziato come certamente uno scrutinio centralizzato in un’unica sede possa risultare problematico; al contempo Orano ha posto in rilievo come lo smistamento delle schede nelle diverse sedi delle Corti d’Appello individuate, che sarà possibile in futuro, andrebbe a sua volta ponderato dal punto di vista logistico. (Inform/dip 9)

 

 

 

 

 

L’IMU e le rivendicazioni degli italiani all’estero

 

Credo che sia opportuno ricordare che per l’anno 2022 l’imposta IMU da pagare per i soggetti titolari di pensione in regime di convenzione internazionale con l’Italia residenti all’estero scende al 37,5% grazie alle disposizioni della Legge di Bilancio per il 2022 (art. 1, co. 743, L. n. 234/2021).

È bene ricordare che per gli stessi immobili è stato ribadito dalla legge che la tassa sui rifiuti “Tari” è dovuta in misura ridotta di due terzi.

 

Si tratta – l’ulteriore riduzione dell’Imu – di una disposizione temporanea valida solo per l’anno in corso.

Dal prossimo anno, se non interverranno nel frattempo modifiche legislative, verrà ripristinata la riduzione al 50% così come stabilito dal comma 48 dell’articolo 1 della Legge di Bilancio per il 2021 (la n. 178/20).

 

L’Imu è ridotta per i soggetti non residenti titolari di pensione “in regime di convenzione internazionale con l’Italia” ma comunque residenti in uno Stato di assicurazione diverso dall’Italia.

 

Per pensione in regime di convenzione internazionale si intende una pensione maturata tramite la totalizzazione di contributi versati in Italia con quelli versati all’estero in un Paese convenzionato, comunitario (in virtù dei regolamenti comunitari di sicurezza sociale) ed extracomunitario (che abbia stipulato con l’Italia una convenzione bilaterale di sicurezza sociale).

 

I titolari di sola pensione estera o di sola pensione italiana residenti all’estero sono quindi esclusi dal regime di riduzione.

 

Come si ricorderà il regime agevolativo previsto per l’IMU, la TASI e la TARI dall’art. 9-bis, del D. L. n. 47 del 2014, era stato eliminato con la Legge di bilancio per il 2020, che aveva appunto abolito la norma che prevedeva l’esenzione a favore dei pensionati italiani iscritti all’Aire e titolari di una pensione estera. Grazie anche all’impegno del Partito democratico siamo riusciti con la Legge di Bilancio per il 2021 a reintrodurre la parziale esenzione dell’Imu al 50% a favore dei pensionati residenti all’estero titolari di pensione in convenzione internazionale, proprietari di immobile in Italia (una sola unità immobiliare a uso abitativo non locata o data in comodato d’uso).

 

Solo a causa della mancanza di risorse non siamo riusciti ad ottenere una esenzione totale (è stato istituito un fondo nello stato di previsione del Ministero dell’Interno con una dotazione su base annua di 12 milioni di euro, ora incrementato dall’ultima Legge di bilancio di 3 milioni di euro per consentire la riduzione al 37,5% per il 2022).

 

Va comunque rilevato che la riduzione dell’Imu per i soli titolari di pensione in convenzione internazionale è stata contestata da molti nostri connazionali residenti all’estero i quali ritengono più giusto estendere il regime agevolativo ad altri soggetti (compresi i non pensionati) proprietari di immobili in Italia.

 

Credo che sia opportuna una seria e responsabile verifica della normativa sull’Imu che, compatibilmente con le risorse e la disponibilità economica dello Stato e con i vincoli giuridici imposti dal diritto comunitario, possa prefigurare la possibilità di venire incontro alle giuste rivendicazioni delle nostre collettività all’estero.

Angela Schirò Deputata PD - Rip. Europa – dip 10

 

 

 

 

L’opinione

 

L’opinione è uno stato mentale correlato a uno o più, problemi che si prestano a essere discussi e interpretati; anche se non, necessariamente, condivisi.  Ne consegue che i nostri interventi su questo quotidiano internazionale lasciano, sempre, spazio per aderire, o no, alle nostre tesi. L’argomento non ha importanza.

 

 L’ha, invece, il modo col quale proponiamo le nostre opinioni. Le scriviamo in modo da consentire a chi ci segue di replicare, in tutta libertà, il suo punto di vista su quanto ha letto. I convincimenti non sono decisivi, come non lo sono le opinioni. Almeno secondo un nostro modo d’interpretare i “pareri”.

 

In politica, ci comportiamo nello stesso modo. Senza sopportare nessuno. L’opinione è libera e, di conseguenza, non vediamo motivo non prendere atto di chi si mostra interessato. Ci preme evidenziarlo proprio nello spirito d’autonomia che caratterizza questo giornale. Insomma, “stiamo con tutti e con nessuno”. Posizione, tutto considerato, che lascia l’opportunità di partecipare, con un proprio contributo d’idee, all’informazione.

 

 Pensiamo che non ci sia modo migliore per mostrare, con poche riflessioni, un modo di fare giornalismo al servizio di un’informazione indipendente. Del resto, tanto per chiarire ancor più il concetto, il nostro è sempre stato un servizio esplicitamente d’opinione. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Serve un’Europa che parli di futuro

 

“La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano.” Si apriva così la Dichiarazione Schuman del 9 maggio 1950.

Oggi, a più di 70 anni di distanza durante i quali il progetto di integrazione europea ha garantito la pace sul nostro continente, l’Unione europea si trova a fare i conti con una nuova guerra, scatenata dall’aggressione russa dell’Ucraina. Coerentemente con gli ideali fondatori, l’Unione europea è ancora una volta tenuta a mettere in campo strumenti innovativi che possano rilanciare il suo ruolo pacificatore.

Condivisione del rischio e progetti futuri

Oggi l’Unione può anche contare su una legittimazione ulteriore che arriva dai suoi cittadini, che nel corso di un anno si sono consultati e hanno espresso le loro preferenze nella Conferenza sul futuro dell’Europa. Le proposte che sono scaturite dai panel nazionali ed europei, e raccolte sulla piattaforma multilingue e multimediale, sono state raccolte da nove gruppi di lavoro e saranno presentate a Strasburgo ai tre presidenti – Ursula con Der Leyden, Roberta Metsola e Emmanuel Macron. Toccherà poi alle istituzioni di Bruxelles darvi risposta attraverso iniziative concrete.

Se vuole imporsi come attore credibile nel nuovo (dis)ordine internazionale e rispondere alle aspettative dei suoi cittadini, l’Unione deve portare a termine importanti riforme, alcune delle quali richiederanno una modifica dei Trattati. In primo luogo, è necessario che le istituzioni possano intervenire in quei settori che sono ancora appannaggio degli esecutivi nazionali, ma che per la loro natura richiedono soluzioni condivise e una risposta collettiva: salute, difesa, energia. Questo implica nuove cessioni di sovranità dalle capitali a Bruxelles, ma garantisce anche la condivisione del rischio e la moltiplicazione della capacità di azione.

Nuove forme di integrazione

Per poter agire in maniera tempestiva ed efficace, occorre individuare nuove forme di integrazione e differenziazione. Un’Europa a 27, alla quale presto, sperabilmente, si uniranno nuovi membri, non può funzionare senza rafforzare modalità di cooperazione flessibile tra gli Stati e procedure decisionali più snelle. Forme di integrazione differenziata sono già previste nei Trattati, in particolare attraverso le cooperazioni rafforzate, e fanno già parte del DNA europeo. Ne sono esempi l’eurozona, l’area Schengen e la Cooperazione strutturata permanente in materia di difesa.

L’Unione potrebbe giovarsi di forme di collaborazione più strette tra quei paesi che possono e vogliono andare avanti in settori specifici come la politica estera e di sicurezza, o quella migratoria. Per garantire la coesione politica e la coerenza istituzionale, questi progetti dovrebbero tenere le porte aperte per chi potrà e vorrà contribuire in seguito, e stabilire collegamenti stabili con la governance europea, ad esempio attraverso la partecipazione diretta o una funzione di supervisione per le istituzioni. In nessun caso, la differenziazione dovrebbe riguardare i valori fondanti dell’Unione, come lo stato di diritto o il rispetto dei diritti umani, che aprono al rischio di eccessiva frammentazione o addirittura di disintegrazione.

Di fronte alla guerra in corso in Ucraina e alle richieste di adesione di Ucraina, Georgia e Moldova, il concetto di flessibilità può assumere un significato diverso e più strategico, per esempio offrendo modelli multipli di cooperazione tra l’unione europea e i paesi candidati, vicini o partner.

Soprattutto, la regola del consenso dovrà lasciare spazio alla procedura di voto a maggioranza qualificata, impedendo il ricorso ai veti incrociati da parte degli Stati membri. Questo deve riguardare in particolare quegli ambiti in cui l’unanimità è spesso non raggiungibile e si è rivelata sinonimo di inazione, come ad esempio la politica estera, di sicurezza e di difesa, a partire dalle decisioni relative ai diritti umani e alle sanzioni. Anche in questo caso, i Trattati offrono delle opportunità non ancora utilizzate, come la clausola passerella prevista all’articolo 31, paragrafo 3 TUE. Ma una riforma complessiva richiederà la modifica dei Trattati.

Il modello Conferenza sul futuro dell’Europa

È in linea con questi ragionamenti che il Parlamento europeo ha chiesto la convocazione di una Convenzione, che dovrebbe aprire una fase costituente in linea con l’articolo 48 dei Trattati. Il momento è propizio, ma richiederà una forte iniziativa delle istituzioni, la volontà politica degli Stati membri, e un coinvolgimento costante dei cittadini. Più di qualsiasi cambiamento istituzionale, lo sforzo principale dei prossimi mesi ed anni sarà quello di ripristinare in Europa uno spazio pubblico fondato sui valori, dando continuità a canali di democrazia partecipativa sul modello della Conferenza sul futuro dell’Europa e vigilando sulla resilienza delle nostre società.

È questa la forza del progetto europeo che ha ispirato le generazioni passate e che può continuare a parlare alle generazioni del futuro. Nicoletta Pirozzi, AffInt 9

 

 

 

 

Cardinale Parolin, il no ad una nuova guerra fredda, il sì ad una vera riconciliazione

 

ROMA. La guerra nel cuore dell’Europa, in Ucraina, ha messo di nuovo in luce la straordinaria attualità della dichiarazione di Robert Schumann, il padre dell’Europa. Il quale – ha spiegato il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano – comprese che l’unica via per allontanare il pericolo di un nuovo conflitto non era nella deterrenza, né nel “costruire una pace armata come la Guerra Fredda”, ma nella “solidarietà reciproca e la condivisione delle risorse”, che avrebbero portato ad una riconciliazione autentica”.

Il 9 maggio è il giorno dell’Europa, perché fu il 9 maggio 1950 che Robert Schumann, allora ministro degli Esteri francese, fece la dichiarazione che portò alla costituzione della CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio), da cui poi sarebbe scaturito il grande progetto europeo. Un progetto per la pace, che puntava alla riconciliazione dei popoli, e che oggi si rivela in tutta la sua attualità con la guerra scoppiata in Ucraina e lo spettro di una nuova “guerra fredda”.

Per la Giornata dell’Europa di quest’anno, l’ambasciata dell’Unione Europea presso la Santa Sede ha voluto una celebrazione nella Basilica di Santa Sofia, la casa dei greco cattolici ucraini a Roma (la loro cattedrale è Santi Sergio e Bacco invece), fatta costruire dal Cardinale Josip Slipyi subito dopo il suo ritorno dalla prigionia in un gulag siberiano, modellata sulla Santa Sofia di Kyiv, e oggi anche centro di raccolta per gli aiuti alla madre patria sotto attacco. Un modo per dimostrare, ancora una volta, la vicinanza dell’Europa all’Ucraina.

A celebrare, è stato chiamato il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, che nella sua omelia ha ripercorso proprio la profezia di Schumann – oggi venerabile – per delineare quello che deve essere il futuro dell’Europa, progetto di pace piuttosto che alle prese con l’ospite indesiderato della guerra.

“Imploriamo da Dio – ha detto il Cardinale - il dono della pace per l’Ucraina, il conforto materiale e spirituale per le vittime della guerra e specialmente per i profughi, per i bambini, per chi ha perso tutto, per le persone rimaste sole. Il Signore illumini i cuori dei governanti perché si adoperino per ristabilire la pace e la concordia”.

L’omelia del Cardinale ha preso le mosse dalla liturgia del giorno, dalla morte di Cristo che in realtà è una apertura alla vita, in un mondo in cui “la vittoria di Cristo sembra stentare a mostrare il suo trionfo, quasi offuscata da un mondo in cui il peccato e la mortte sembrano avere il sopravvento”, come ricordano le notizie dall’Ucraina.

Ed è qui che il Cardinale ha guardato indietro alla dichiarazione di Schumann, il quale aveva intuito che solo “la solidarietà reciproca e la condivisione delle risorse” potevano portare alla “riconciliazione autentica”, mettendo le basi di una idea e un progetto che cambiarono “il destino di regioni che per lungo tempo si sono dedicate alla fabbricazione di strumenti bellici”.

L’ispirazione di Schumann era figlia – ha spiegato il Cardinale – di un impegno “politico e sociale intessuto dalla fede cristiana coltivata nella fede quotidiana”, una fede totalizzante che portò il ministro a lavorare “per l’Europa unita e riconciliata”, e che trovò compagni di viaggio che condividevano la sua fede prima di tutto cristiana, come Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi.

 

Erano tutti statisti consapevoli che “non si sconfigge la morte con altra morte, ma che solo la vita sconfigge la morte”, e che compresero, “dinanzi alla tentazione umana di far prevalere la discordia”, che l’unico modo di affrontare le sfide era “ascoltarsi, ponendo con onestà e semplicità le proprie ragioni, disponibili nel contempo a cogliere le ragioni degli altri”.

Sono padri fondatori – ha detto il Cardinale Parolin – perché “hanno posto le basi per un edificio nuovo” e “nella vita si sono adoperati per costruire laddove altri che li avevano preceduti avevano saputo solo distruggere”.  Il loro lascito è stato “ascoltare e accogliere”, quelli che “sono ancora oggi i punti di forza dell’Europa”.

Una posizione da mantenere viva “nell’assordante rimbombo del nostro tempo”, ha concluso il Segretario di Stato vaticano.

Nel suo discorso al termine della Messa, Alexandra Valkenburg, ambasciatore dell’Unione Europea presso la Santa Sede, ha rimarcato “il sogno della pace in Europa” di Robert Schuman, una visione che ha permesso alle 27 nazioni dell’Unione di “andare oltre un ciclo di guerra e conflitti, sostituendolo con una visione di unità, solidarietà e speranza”.

Mentre la guerra è tornata nel nostro continente, “dobbiamo lavorare verso la visione di Schuman ancora più di prima”, perché “l’aggressione russa dell’Ucraina continua a causare grande sofferenza per milioni di ucraini, per i nostri compagni europei”, in una guerra “senza senso, ingiustificata e ingiustificabile”.

L’ambasciatore Valkenburg ha ricordato che l’Unione Europea fa eco agli appelli del Papa per la pace, ha sottolineato la vicinanza all’Ucraina per la quale si continuerà a mostrare solidarietà, ha riconosciuto “l’incredibile coraggio del popolo ucraino”.

In questa situazione, ha concluso, è ancora più importante l’unione strategica tra Unione Europea e Santa Sede, “partner con le stesse vedute” su pace, solidarietà, diritti umani clima, lotta alla povertà, ma anche sul supporto al multilateralismo.

Andryi Yurash, ambasciatore di Ucraina presso la Santa Sede, ha mostrato gratitudine per la scelta di celebrare la Giornata dell'Europa a Santa Sofia, ringraziato per il supporto all'Ucraina in questo tempo "culturalmente difficile", ribadito che Ucraina ed Europa "appartengono allo stesso spazio culturale e spirituale", con gli stessi valori e principi "basati sul rispetto della dignità umana, della liberà scelta e un indubitabile riconoscimento del diritto di ciascuno Stato di costruire e sperimentare la loro identità". 

Sono valori messi a rischio da una aggressione "ingiustificata a barbarica da parte della Russia imperialista di Putin", ed è un rischio che non riguarda "solo l'Ucraina, ma tutto il continente europeo".

Yurash ha ricordato che dai tempi del suo battesimo, 1034 anni fa, "l'Ucraina è stata pare della comunità europea", e dunque "l'Europa è nel cuore di ciascun ucraino" e la messa celebrata a Santa Sofia dimostra che "l'Ucraina è nel cuore dell'Europa". Andrea Gagliarducci, Aci 10

 

 

 

 

C’era una volta il sindacato. Il punto sulla profonda crisi della triplice e sulle sue cause

 

La crisi dei sindacati è manifesta. Il declino delle organizzazioni nate per tutelare i diritti dei lavoratori, è drammaticamente evidente. Le due principali organizzazioni sindacali (ma nell’insieme, tutta la triplice) hanno fatto registrare, solo dal 2000 al 2017, una perdita che supera i 300.000 iscritti (Fonte dati: Pietro Ichino). La CGIL è il sindacato che ha avuto il calo maggiore, ma “la fuga” delle deleghe è importante anche per la CISL.  Una curva la cui discesa non si arresta e che coinvolge tutte le sigle in un vero e proprio crollo, che nel suo ammontare complessivo riguardante il dato unitario CGIL CISL E UIL, ha portato alla perdita di oltre mezzo milione di tesserati. 

Vale la pena interrogarsi sulle cause di tanta disaffezione. Certo la crisi ha radici profonde, arriva dagli anni 80 e da una concertazione politica basata soprattutto sulla contrattazione reddituale e relazioni industriali volte a disarmare il dissenso, lo scontro, la critica, la “lotta”. La concertazione sembrava la soluzione ideale per evitare il rapporto conflittuale tra sindacati e governo, attraverso consultazioni preventive con le parti sociali, prima di operare scelte economiche. Lavoro, salari, previdenza sociale, politiche fiscali, finanza pubblica e politiche economiche, tutto avveniva attraverso la pratica della concertazione.

Per i sindacati inizia così un periodo di corresponsabilità in tutte queste scelte, dove il ruolo della critica o dell’opposizione deve per forza essere calmierato per poter partecipare ai tavoli di contrattazione. Diminuiscono gli ambiti e le modalità di intervento. Si ritrovano così a presidiare un territorio sempre più limitato, grazie anche a scelte opinabili come le limitazioni agli scioperi. Il sindacato si trova, a mano a mano, confinato alla “fabbrica”, alla conservazione dei posti già tutelati e dei diritti già acquisiti, come le pensioni. L’azione sindacale si ingabbia sempre più in una “coltivazione di orticello” dai confini sempre più ristretti. Si gioca in difesa, nella convinzione che “difendere il fortino” sia l’unica imprescindibile priorità.  

Nel frattempo però, è esplosa la globalizzazione, la rete, il mondo si è ritrovato tutto insieme e contemporaneamente nello stesso luogo, anche se virtuale. E in questo nuovo luogo sono nati, grazie alla tecnologia, nuovi modelli di lavoro, di impresa, di attività, di necessità, di opportunità.

I sindacati invece sono rimasti fermi, a guardare un mondo cambiare vorticosamente, a presidiare i cancelli delle ultime fabbriche sopravvissute alla crisi economica del 2009. A mantenere posizioni che in fondo hanno esaurito il loro ruolo in questo nuovo contesto sociale. I paradigmi su cui poggiava tutta la concertazione del ‘900 sono velocemente stati superati da una realtà che non avendo precedenti ha disorientato non solo i sindacati ma l’intero apparato sociale.

Ad aggravare la situazione, i due anni di pandemia che per necessità si è trovato a spingere fortemente l’acceleratore sulla transizione al digitale di tutto ciò che può essere digitabile. Dalla scuola alla PA alle imprese pubbliche e private, tutti hanno dovuto attrezzare in pochissimo tempo una tecnologia che consentisse il proseguimento delle attività e delle produzioni anche in lockdown.

Questo, se da un lato ha consentito il salto quantico necessario all’avvento della nuova era e l’evoluzione della società da un punto di vista tecnologico, dall’altra ha lasciato una classe dirigente, amministratori e decisori pubblici, non propriamente “nativi digitali”, spiazzata e inadeguata a gestire la mutazione.

Sono nate categorie di lavoratori e mestieri che non esistevano fino a 3 anni fa, oppure non rappresentavano una platea così vasta. Il cosiddetto smartworking o lavoro agile, gli orari flessibili, la rete internet che prepotentemente prende in mano la gestione del mondo del lavoro e delle prestazioni fuori dagli schemi e dagli strumenti abituali.

Questo è un modo di lavorare difficilmente comprensibile per una generazione che ha impostato la vita sociale di intere nazioni sulla mobilità per raggiungere fabbriche o uffici. Talmente difficile da capire che non riesce a chiedere (ma neanche a riconoscere quali siano) nuovi diritti e nuove tutele per chi invece, obtorto collo, è stato costretto ad adeguarvisi. La scuola, la PA, i trasporti, le aziende, per non essere travolti dallo tsunami della pandemia hanno dovuto attingere a tutte le opportunità delle nuove tecnologie, ma il nuovo ambiente non ha regole ed è quindi impossibile (al momento) definirne limiti e abusi o sfruttamenti.

I sindacati, in cui la componente generazionale è determinante vista la scarsissima partecipazione dei giovani, si sono ritirati “sull’Aventino”, a presidiare gli ultimi territori: pensioni e fabbriche. Due luoghi destinati inevitabilmente a profonde trasformazioni e non troppo lontane. Faticano a riconoscere e capire le nuove competenze, le nuove esigenze, sia del mondo datoriale che di quello operativo. CGIL, CISL e UIL hanno così perso i loro riferimenti di sicurezza, il senso del loro ruolo.

L’emorragia di iscritti deriva da questo. Le nuove generazione che soffrono la mancanza di una seria politica attiva non hanno nessuna fiducia in un istituto culturalmente lontano dalla loro realtà.  In questi anni la generazione dei giovani è stata praticamente ignorata dalle scelte governative, dalle politiche attive. Nonostante le retoriche denunce sulle fughe dei cervelli, sui giovani globetrotter che seguono il lavoro in ogni posto del mondo, la questione giovani rimane IL nodo irrisolto dell’azione sindacale.

Arroccati su pensioni e lavoratori dipendenti – soprattutto di grandi aziende- dopo aver contribuito all’approvazione di leggi lavoricide come la famigerata “Fornero”, con un’idea dell’Europa cancellata dal recente colpo di spugna della guerra in Ucraina, i sindacati sono di fronte a un bivio.

L’estinzione è inevitabile per la specie che non trova adattamento al nuovo contesto - sosteneva Darwin - e per fermare la fuga degli iscritti e ritrovare il ruolo che gli compete, occorre adeguarsi, adattare il sindacato ai nuovi lavori, alle nuove realtà, alle nuove necessità, prima fra tutte i criteri di valutazione dei quesiti e delle competenze.

Quindi cambiare si può, anzi si dovrà, per forza di cose, ma occorre rivedere i ruoli di una istituzione che rappresenta il grado di civiltà di un Paese e il baluardo alle derive restauratrici o revisioniste della storia e del lavoro. Ogni sfida deve perseguire obiettivi e risultati, ma per ottenere il cambiamento occorre, semplicemente e banalmente, cambiare: addendi, paradigmi, modalità, principi, altrimenti, come diceva Einstein il risultato sarà sempre lo stesso.

Mira Carpineta, dip 20

 

 

 

 

Profeti

 

Il ventiduesimo anno del nuovo millennio è contrassegnato da eventi che lasceranno il segno. In altri termini, oltre alla pandemia, esiste uno stato di guerra tra Russia e Ucraina. Questi eventi hanno “invecchiato”, oltre ogni ragionevole profilo fisiologico, la nostra Italia. Invecchiata nelle Istituzioni, nelle leggi non varate, nelle ingiustizie, che hanno cambiato nome, ma che sono rimaste tali.

 

 In Italia, nel bene e nel male, i fatti non sempre rispettano la cronologia di quando sono maturati. Anche noi ne abbiamo preso atto. Quando sono solo le previsioni a contare, allora ci sentiamo d’esprimere qualche nostra valutazione. Parecchi problemi che credevamo d’esserci lasciati alle spalle, ci sono ancora tutti. Del resto, non ci sono razionali presupposti capaci di farci sperare per il meglio.

 

 Sopra ogni altra considerazione, resta una realtà che non riesce a evolversi. Dopo di tante, troppe, privazioni, una classe sociale è in via d’estinzione. Tra “ricchi” e “poveri”, non ci sono più classi intermedie. Senza dubbio, non c’è italiano che non abbia chiaro il concetto che abbiamo espresso. Certo è che la speranza, per qualcuno, resta l’ultima spiaggia da poter, in ogni modo, mettere in campo. Sbagliando da subito, ma non rinunciando a diffondere illusioni là dove servirebbero certezze.

 

 Per questo motivo, ci chiediamo perché fare delle promesse che già hanno la consistenza delle illusioni. Riformare, costi quel che costi, non è bastato per il passato e non basterà per il futuro. “Buona Volontà” e “Fiducia” sono i mezzi ma non i fini da conseguire. Più che la carica di questi politici “rampanti” ci servirebbe una maggiore coerenza su una struttura confusa con  tante polemiche palesi o, peggio, celate. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Inaugurato a Genova il MEI, Museo dell’Emigrazione Italiana

 

GENOVA. “Sono stati sette anni di lavoro intenso e oggi è bello essere qui. Ed è ancora più bello farlo in questa primavera che ci rivede tutti insieme, con la possibilità di stare fianco a fianco. In questa struttura avevamo messo uno dei primi centri per tamponi durante una delle crisi del Covid che abbiamo affrontato e superato. Oggi vederlo trasformato in un luogo non solo di cultura, ma anche di svago, di memoria e di racconto, è un passo importante, che lo valorizza ancora di più”. Lo ha detto il Presidente della Regione Liguria Giovanni Toti in occasione dell’inaugurazione a Genova alla Commenda di Prè del MEI – Museo dell’Emigrazione Italiana.

“L’anima di Genova – ha proseguito il governatore – è fatta dalle tante persone che da questo porto, dalle nostre banchine, sono partite per andare dall’altra parte del mondo, in terre lontane, a commerciare, a portare la Repubblica Marinara prima, il Regno d’Italia e la Repubblica poi, a costruirsi una vita altrove, tenendo però nel cuore il ricordo di questa città. Se il museo nazionale dell’emigrazione doveva avere una sede non poteva che essere Genova: la compagnia Rubattino, i grandi transatlantici, il palazzo della Regione che è stato sede di una delle più grandi compagnie di navigazione”.

“Questo non solo è un museo dell’emigrazione, – ha continuato Toti – ma è anche un museo che racchiude un po’ dell’anima di Genova. Ricordare quel pezzo di storia è un buon punto di partenza su cui tracciare il futuro. E io mi auguro che questo luogo ispiri tutti noi a tracciare un futuro sempre migliore e sempre più chiaro nonostante le ombre che si allungano sul nostro mondo”.

“Oggi – ha concluso il presidente – recuperiamo un pezzo del centro storico della nostra città, recuperiamo un palazzo di straordinaria bellezza, recuperiamo un’area della città, tra il porto e l’abitato, che merita di essere valorizzata, recuperiamo un pezzo della memoria, ma recuperiamo e costruiamo soprattutto anche un pezzo del futuro. Grazie a tutti quelli che si sono impegnati per arrivare dove siamo oggi”.

“È un museo che racconta tante storie passate, ma anche storie di ritorno con uno sguardo in avanti e fa tutto questo in maniera innovativa – ha dichiarato l’assessore alla Cultura della regione Ilaria Cavo  – Oggi si inaugura in maniera a molto rapida rispetto a quando questo progetto era partito. Si apre perché siamo stati pronti come istituzione a dire sì. Io ero presente all’incontro con il ministro della Cultura quando ci ha chiesto se accettavamo la sfida: non abbiamo esitato a dare una risposta affermativa. È stata una corsa contro il tempo, oggi siamo qui a tagliare il nastro. Chiaramente questo museo – ha concluso l’Assessore dovrà essere costantemente aggiornato nei contenuti, ma si parla di una realtà che vive, che vive di flussi che arriveranno qui riportando questa parte di Genova al centro, la cultura diventerà ancora una volta anche un fattore di promozione turistica”. (Inform/dip 11)

 

 

 

I Parlamentari PD sulla inaugurazione a Genova del museo dell’emigrazione

 

L’inaugurazione del Museo nazionale dell’emigrazione italiana (MEI), avvenuta ieri a Genova dopo un lungo percorso iniziato nel 2008, è sicuramente un evento positivo e atteso, che salutiamo con convinzione ed emozione per le implicazioni storiche, sociali, culturali ed etiche che esso comporta.

 

Genova è indubbiamente una delle porte fondamentali verso le destinazioni transoceaniche, anche se non va trascurato il ruolo che storicamente hanno avuto Napoli, Palermo, Trieste per i viaggi di mare e altre località, come Verona e Milano, per quelli ferroviari quando l’emigrazione italiana si è massicciamente rivolta verso l’Europa.  

 

L’Italia, rispetto ai maggiori paesi di immigrazione/emigrazione, con l’istituzione di un museo nazionale recupera il suo ritardo e, almeno sotto il profilo del riconoscimento e del tributo di memoria, paga il suo debito verso la sua grande diaspora, calcolata in poco meno di 30 milioni di espatriati, una delle più consistenti del mondo.

 

Poiché nell’enfasi delle inaugurazioni spesso si perdono i dati reali delle situazioni, ci piace ricordare che la scelta di realizzare un museo nazionale dell’emigrazione fu fatta dall’ultimo Governo Prodi, quando su richiesta del Viceministro Franco Danieli furono iscritti in bilancio 2,8 milioni da destinare al museo e con decreto del Ministro degli esteri fu istituito un comitato scientifico che ne avrebbe dovuto delineare il percorso. I governi successivi hanno continuato su quella traccia inaugurando il Museo a Roma nei locali provvisori del Vittoriano e, dopo la chiusura di quella esperienza, il Ministro Franceschini ha accolto l’istanza delle autorità genovesi e liguri di trasformare in Museo nazionale l’esperienza avviata al Galata dalle autorità genovesi.

 

Dal momento che nelle cronache non compaiono nemmeno tra gli invitati i nomi di coloro che hanno permesso la realizzazione dell’istituzione, desideriamo ringraziare noi tutti coloro che nel tempo hanno creduto e operato per la realizzazione di questo progetto. Soprattutto, insistiamo sulla opportunità di rispettarne l’ispirazione iniziale, vale a dire di perseguire un impianto a rete sia con i musei locali dell’emigrazione, disseminati in molte località italiane, che con i grandi musei dei paesi di immigrazione degli italiani, che custodiscono e narrano le storie degli insediamenti e dei percorsi di integrazione. Solo così, tra l’altro, si potrà dare un contributo reale al turismo di ritorno.

 

Un’ultima annotazione. Nell’enfasi dell’inaugurazione, il MEI è stato descritto come la “casa” di tutti gli italiani nel mondo. Peccato che ci si sia dimenticati di invitare coloro che oggi, in base alla Costituzione e alle leggi in vigore, gli italiani nel mondo li rappresentano, vale a dire gli eletti al Parlamento nella circoscrizione Estero. Con la nostra presenza forse avremmo potuto portare un elemento in più di consenso e un valore simbolico non marginale. Ma – si sa – tra il dire e il fare spesso c’è di mezzo il mare, anzi, trattandosi di emigrazione, c’è di mezzo l’Oceano.

Angela Schirò, Francesca La Marca, Nicola Carè (deputati PD Estero); Fabio Porta, Francesco Giacobbe (senatori PD Estero) dip 12

 

 

 

 

Il Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana salutato da tante testimoninte

 

GENOVA – L’inaugurazione del Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana nel centro storico di Genova, nel palazzo della Commenda di Pré, è stato salutato da diverse testimonianze online, provenienti da varie parti del mondo, di persone da anni impegnate a trasmettere la memoria storica dell’emigrazione italiana. Tra loro segnaliamo le testimonianze di Daniele Marconcini (Presidente Mantovani e Lombardi nel Mondo) che ha parlato di “mondo italico e visione glocal della migrazione”; Fabiola Cechinel (Segretaria Nazionale AIM Brasile) che si è detta “orgogliosa di poter collaborare con il MEI”; Marco Crepaz (Direttore MIM Belluno) che ha espresso un sentito augurio al nuovo Museo genovese che sarà “una porta d’accesso alla storia dell’emigrazione”; Marco Fedi (COASIT Melbourne) ha parlato di “emigrazione come di umanità che si muove nel mondo e produce storia ricca di passioni e civiltà”; Mico Licastro (Delegato CONI USA) ha associato la parola ‘emigrazione’ alle foto d’epoca della grande emigrazione con persone stipate nella navi che partivano da Genova; Enzo Badalotti (Presidente Veronesi nel Mondo) ha parlato di emigrazione come di contributo apportato dagli italiani altrove; Delfina Licata (Fondazione Migrantes) che ha inquadrato il Museo di Genova come “luogo per capire chi siamo incontrando storia e attualità”.

C’erano naturalmente anche altri luoghi che si erano proposte per ospitare questo museo: Napoli, Palermo e la Regione Veneto. Alla fine il Ministro della Cultura Dario Franceschini ha assegnato a Genova questo compito: l’ufficializzazione c’è stata nel gennaio 2018. “Questo è un museo che è stato costruito con gli italiani nel mondo, non è un museo genovese ma di tutti gli italiani che si occupano di emigrazione e che se ne sono andati dall’Italia”, ha rilevato durante la presentazione Nicoletta Viziano (Presidente del MUMA di Genova), sottolineando come adesso ci sia bisogno di integrare il museo non solo a livello nazionale e internazionale ma anche cittadino. “Deve essere il museo di tutti: la casa degli italiani che vengono a scoprire la storia dei propri nonni”, ha aggiunto Viziano ringraziando quanti hanno lavorato in questi anni per riuscire nell’impresa di aprire in tempi record questo polo museale. Il Ministro Franceschini nel suo videomessaggio ha ricordato il suo viaggio a Ellis Island che è luogo di commemorazione dell’emigrazione, non solo italiana, e si è chiesto perché in Italia non ci fosse ancora un luogo simile. Franceschini ha sottolineato la necessità di trovare un luogo davvero simbolico per ricordare la nostra diaspora. “La scelta non poteva che ricadere su Genova per quello che ha rappresentato nella storia dell’emigrazione”, ha spiegato il Ministro evidenziando i tempi record per la creazione di questo luogo unico che fa rivivere, anche in maniera multimediale, queste pagine di storia italiana. L’europarlamentare Pina Picierno (PD) ha ricordato come “siamo figli di processi migratori, di dolore e speranza, di disillusione e ricerca di un posto migliore”. Paolo Masini (Presidente del Comitato di indirizzo del Museo) ha parlato di grande lavoro di squadra. “E’ un lavoro che parte da lontano: un lavoro partecipato e di condivisione con più di 40 protocolli d’intesa mettendo dentro le varie ‘Case Italia’ che sono nel mondo. Questo è il museo degli italiani nel mondo: abbiamo ragionato insieme a loro per capire come raccontare questa meravigliosa storia. Questa è la più grande operazione di memoria popolare del Paese: il fenomeno dell’emigrazione è importante. Rispetto agli italo-discendenti si parla tanto di turismo delle radici e speriamo che questa possa essere una tappa fondamentale per loro; un altro obiettivo è quello formativo rivolto alle scuole”, ha rilevato Masini invitando a guardare con occhi diversi il fenomeno migratorio sia in entrata che in uscita. Marco Bucci (Sindaco di Genova) ha ricordato con emozione la sua esperienza migratoria. “A tutte le persone che hanno sperimentato nella loro vita cosa vuol dire essere emigrati o immigrati dedichiamo questo Museo nazionale che diventerà d’importanza internazionale. Questo luogo ha la tradizione di avere ospitato tutti quelli che se ne andavano in altri Paesi, imbarcandosi sulle navi”, ha spiegato Bucci. Giovanni Toti (Presidente della Regione Liguria) ha parlato di quello che sarà un luogo di cultura e di memoria. “Se Genova ha un’anima, essa è fatta dalle tante persone che da queste banchine sono partite per andare in altre terre per commerciare o per costruirsi una vita altrove. Se un Museo come questo doveva avere una sede, essa non poteva che essere Genova”, ha spiegato Toti. Alberto Anfossi (Segretario Generale Fondazione Compagna San Paolo) ha espresso soddisfazione per questo risultato ricordando come a volte le migrazioni possono anche evidenziare un aspetto romantico, ma spesso sono forzate. Pierangelo Campodonico (Direttore MEI) ha evidenziato come il percorso espositivo rappresenti un viaggio nell’emigrazione. Si è parlato di un percorso museale di visita che si snoda dalla relazione problematica tra emigrazione e Stato; quindi si passa per la scelta del memoriale per ricordare questa storia tra incidenti ed episodi di intolleranza; infine c’è il ‘labirinto’ che dà il senso dell’impatto del divenire emigrato. In un percorso ascendente si termina con ‘chi ce l’ha fatta’ nella sua sfida. (Inform/dip 16)

 

 

 

 

Per Cie e Spid necessario semplificare le procedure

 

Roma.  "Digitalizzare la pubblica amministrazione vuol dire renderla più equa. Per questo è importante non lasciare indietro nessuno, a causa di ostacoli tecnologici o burocratici. Come sta invece accadendo agli italiani residenti all'estero e iscritti all'Aire. Molti non riescono a creare la propria identità digitale, necessaria per accedere ai servizi della Pa, per via dei limiti tecnici degli stessi provider. Che spesso prevedono requisiti incompatibili con quelli dei cittadini Aire. Chiedendo, ad esempio, esclusivamente una tessera sanitaria italiana in fase di iscrizione oppure non prevedendo l'opzione di residenza all'estero". Lo ha dichiarato la senatrice Laura Garavini, Presidente dell’Intergruppo di amicizia Parlamentare Italia-Benelux, incontrando la comunità italiana in Olanda, nel corso della missione che l’Intergruppo sta svolgendo nei Paesi Benelux.

"È perciò importante che si intervenga proprio con le società di identity provider, sensibilizzandole affinché aprano la possibilità di iscrizione anche ai connazionali che non risiedono in Italia. Parallelamente, è utile avviare una campagna di informazione presso gli stessi connazionali. In collaborazione con l'intera rete diplomatico consolare e i Comites. Entro il prossimo marzo, infatti, tutti i servizi consolari saranno accessibili solamente in formato digitale. È fondamentale che i cittadini Aire siano informati in tempo utile" ha concluso la senatrice, che in merito ha depositato un'interrogazione al Ministro per l'Innovazione tecnologica e digitale. Dip 17

 

 

 

 

 

Pensionati italiani all’estero e bonus di 200 euro. All’ultimo momento esclusi

 

Per ora le nostre segnalazioni e sollecitazioni rimangono senza risposta ma i tempi stringono e il Decreto Aiuti sta per essere pubblicato nella Gazzetta Ufficiale. I nostri connazionali titolari di pensioni italiane (in convenzione o autonome) residenti all’estero vogliono sapere se i 200 euro di bonus, in arrivo insieme alle Quattordicesime con i ratei pensionistici di luglio, spettano anche a loro.

Saranno oltre 28 milioni i lavoratori italiani dipendenti e autonomi e  i pensionati con un reddito fino a 35.000 euro che riceveranno il bonus una tantum. Il Decreto Aiuti vale 14 miliardi di euro ed è stato introdotto per affrontare il caro-vita e cioè l’accelerazione dei prezzi che è dipesa in larghissima misura dai prezzi dell’energia, con misure molto ampie che spaziano dalla proroga dello “sconto” sui carburanti alla riduzione di una serie di balzelli sulle bollette di luce e gas per chi è in maggiore difficoltà all’allungamento dei termini per accedere al Superbonus per le villette (misura che interessa potenzialmente anche gli italiani residenti all’estero proprietari di immobili in Italia), dagli aiuti alle imprese più colpite dalla guerra in Ucraina a misure per far fronte agli aumenti eccezionali dei materiali.

In particolare il bonus di 200 euro (per una spesa totale di 6 miliardi di euro) è stato finanziato con un prelievo straordinario sulle aziende importatrici e distributrici di energia che hanno realizzato extra-profitti grazie ai prezzi energetici.  Noi crediamo che in virtù di quanto disposto, chiaramente, dal testo normativo il bonus di 200 euro deve essere corrisposto anche ai titolari di pensioni italiane residenti all’estero con un reddito inferiore ai 35.000 euro. Infatti la norma di riferimento, articolo 32 del Decreto, recita testualmente che “A favore dei soggetti titolari di uno o più trattamenti pensionistici, a carico di qualsiasi forma previdenziale obbligatoria, di pensione o assegno sociale nonché di trattamenti di accompagnamento alla pensione, con decorrenza entro il 30 giugno 2022 e reddito personale complessivo non superiore a 35.000 euro lordi annui, è corrisposta d’ufficio con la mensilità di luglio 2022 un’indennità una tantum di importo pari a euro 200.”

Il riferimento ai trattamenti pensionistici a carico di qualsiasi forma previdenziale obbligatoria deve ovviamente includere anche i titolari di pensioni italiane, in convenzione e autonome, residenti all’estero visto che la norma non vincola il bonus alla residenza in Italia.

Per il diritto alla indennità non rilevano: il reddito della casa di abitazione e le sue pertinenze; i trattamenti di fine rapporto comunque denominati e le competenze arretrate sottoposte a tassazione separata; l’assegno al nucleo familiare, gli assegni familiari e l’assegno unico universale; l’importo aggiuntivo di cui all’articolo 70, comma 10, della legge 23 dicembre 2000 n. 388, gli assegni di guerra, gli indennizzi ai soggetti danneggiati da vaccinazioni obbligatorie, trasfusioni e somministrazione di emoderivati; le indennità di accompagnamento, le indennità previste per i ciechi parziali e le indennità di comunicazione per i sordi prelinguali.

Giova infine ricordare che il bonus di 200 euro, che non costituisce reddito ai fini fiscali, è erogato sulla base dei dati disponibili all’Istituto al momento dell’erogazione ed è soggetta alla successiva verifica del reddito complessivo annuo lordo.

All’ultimo momento esclusi

All’ultimo momento il Governo ha cambiato idea ed ha deciso, come risulta dal testo del Decreto Aiuti pubblicato in questi giorni nella Gazzetta Ufficiale, e nonostante i nostri auspici e le nostre sollecitazioni, di non concedere il Bonus di 200 euro ai pensionati italiani residenti all’estero.

Infatti nel Decreto Aiuti pubblicato nella Gazzetta Ufficiale è stato inserito, modificando così il testo originale approvato dal Consiglio dei Ministri, il vincolo della residenza in Italia ai fini del diritto al Bonus per i pensionati. All’articolo 32 intitolato “Indennità una tantum per pensionati e altre categorie di soggetti” il legislatore ha aggiunto la frase “In favore dei soggetti residenti in Italia… etc.”.

Siamo certamente consapevoli che il Decreto Aiuti è stato varato con l’obiettivo di adottare misure urgenti di sostegno economico agli italiani residenti in Italia (individui ed imprese) per contenere gli aumenti dei costi del carburante e delle bollette di luce e gas, ma speravamo che il Bonus di 200 euro potesse essere esteso anche e soprattutto ai pensionati italiani residenti all’estero, la cui grande maggioranza percepisce importi irrisori di pensione (e un numero non esiguo di loro  paga le tasse in Italia).

Speravamo che un Bonus che a luglio verrà erogato in Italia a 30 milioni di persone potesse diventare appannaggio anche di 400.000 pensionati italiani residenti all’estero. Così non è stato (ma quando il Decreto arriverà Parlamento non mancheremo di presentare emendamenti correttivi) e, come in altre circostanze, siamo costretti fare i conti con l’ennesima disattenzione dello Stato italiano che troppo spesso non dimostra la necessaria sensibilità per i diritti e le aspettative dei nostri connazionali.

Ci aspettiamo infine che il Governo chiarisca se i lavoratori italiani residenti all'estero i quali sono alle dipendenze di un datore di lavoro italiano (come ad esempio i contrattisti) possano avere diritto al Bonus visto che l'articolo 31 del Decreto che ne disciplina l'erogazione non introduce, come invece l’articolo 32, il vincolo della residenza in Italia.

Angela Schirò (deputata PD estero) - Fabio Porta (senatore PD estero) dip 20

 

 

 

 

 

Mehrheit der Deutschen setzt auf erneuerbare Energien 

 

Osnabrück. Russlands Angriffskrieg gegen die Ukraine hat nicht nur unermessliches menschliches Leid verursacht, sondern auch eine intensive Debatte um Energiewende, Versorgungssicherheit und künftige Energieträger ausgelöst. Ein Aspekt: Kernenergie schien trotz des in Deutschland beschlossenen Atomausstiegs an Zuspruch zu gewinnen. Eine überraschende Erkenntnis fördert vor diesem Hintergrund eine aktuelle – repräsentative – Umfrage des Meinungsforschungsinstituts „forsa Gesellschaft für Sozialforschung und statistische Analysen“ im Auftrag der Deutschen Bundesstiftung Umwelt (DBU) zutage: Laut forsa-Erhebung für den DBU-Umweltmonitor „Energiewende und Wohnen“ erteilt eine klare Mehrheit der Deutschen (75 Prozent) der Renaissance von Atomkraft eine Absage; breite Unterstützung (65 bis 75 Prozent) finden hingegen erneuerbare Energien (EE).

Unabhängiger von Energieimporten wie russisches Gas oder Öl

Lediglich ein Viertel der Befragten ist laut forsa dafür, künftig Kernenergie stärker zu nutzen, um Deutschland unabhängiger von Energieimporten wie russisches Gas oder Öl zu machen. „Die Zukunft der Energieversorgung gehört den erneuerbaren Energien. Dieses Signal vermittelt auch die jetzige forsa-Umfrage“, sagt DBU-Generalsekretär Alexander Bonde. „Wir müssen den Ausbau der Erneuerbaren beherzt vorantreiben. Das allein reicht aber nicht. Neben einem schnelleren EE-Ausbau brauchen wir zugleich mehr Energieeffizienz – also kluge Maßnahmen vom Dämmen bis zum Heizen, besonders im alten Gebäudebestand.“ Tatsächlich bestätigt die forsa-Erhebung einen starken Rückhalt in der Bevölkerung für ein solches strategisches Vorgehen: Eine überwältigende Mehrheit der Deutschen – insgesamt zwischen 65 und 75 Prozent – fordert, in Zukunft vor allem auf Solar- und Windenergie sowie Wasserstoff aus regenerativer Energie zu setzen, damit Deutschland nicht mehr wie bislang von Energieimporten abhängig ist. Energieträgern wie Gas (6 Prozent Zustimmung) und Kohle (5 Prozent) trauen nur noch wenige Deutsche eine Zukunft im Energiemix zu.

Lediglich 14 Prozent der 18- bis 29-Jährigen für Kernenergie

Bei der repräsentativen forsa-Erhebung zwischen dem 14. bis 30. April dieses Jahres wurden neben 1.000 Bürgerinnen und Bürger ab 18 Jahren auch 1.011 Hauseigentümerinnen und Hauseigentümer in Deutschland befragt. Die ermittelten Ergebnisse können sowohl auf die Gesamtheit der erwachsenen Bevölkerung als auch auf die Hauseigentümer in Deutschland übertragen werden. Auffallend in der aktuellen forsa-Umfrage zur Kernenergie als Option für größere Unabhängigkeit von Energieimporten bei gleichzeitiger Vermeidung von Versorgungsengpässen sind die Unterschiede zwischen den Altersgruppen: Unter den 18- bis 29-Jährigen sehen darin lediglich 14 Prozent eine Lösung für die Zukunft. Bei den 30- bis 44-Jährigen (28 Prozent), den 45- bis 59-Jährigen (27 Prozent) sowie den 60-Jährigen und Älteren (26 Prozent) liegt dieser Wert nahezu doppelt so hoch. In den genannten Altersgruppen ist hingegen die Zustimmung zur Solar- und Windenergie sowie Wasserstoff aus erneuerbaren Energien mit zwei Dritteln bis drei Vierteln der Befragten nahezu gleich groß.

„Enormes Einsparpotenzial für mehr Energieeffizienz“

Welche Herausforderung auf den Energiemarkt allein in Deutschland wartet, macht eine andere Erkenntnis der forsa-Umfrage deutlich: Denn noch heizen ihr Haus oder ihre Wohnung insgesamt 52 Prozent der Befragten mit Gas und 18 Prozent mit Öl. Luft-Wärmepumpe (3 Prozent), Erd-Wärmepumpe (2 Prozent) und Solarenergie (1 Prozent) verharren dagegen derzeit noch im unteren einstelligen Bereich. Etwas mehr genutzt wird im Moment lediglich Fernwärme; das gaben elf Prozent der Befragten an. Hausbesitzer, deren Haus vor 1978 gebaut wurde, nutzen weitaus häufiger (31 Prozent) eine Öl-Heizung als solche mit Häusern, die erst nach 1978 errichtet wurden (15 Prozent). Das Jahr markiert eine Zäsur in der bundesdeutschen Energiepolitik, denn Ende 1977 trat in Deutschland die erste Wärmeschutzverordnung in Kraft – mit der Folge, dass nicht nur das Dämmen von Dächern, Wänden und Decken an Bedeutung gewann, sondern auch effizientere Heizungstechniken. Hinzu trugen seinerzeit die noch spürbaren Auswirkungen der Ölkrise Anfang der 1970er-Jahre zu einem Umdenken bei. Dazu DBU-Generalsekretär Bonde: „Dieses forsa-Ergebnis ist als Appell für dringendes Handeln zu verstehen. Denn fast zwei Drittel der Gebäude in Deutschland sind vor der ersten Wärmeschutzverordnung gebaut worden. Das birgt enormes Einsparpotenzial für mehr Energieeffizienz.“ Dbu 20

 

 

 

 

Ukraine. Schuld und Sühne

 

Die Kriegsverbrechen in der Ukraine müssen aufgeklärt, die Täter zur Rechenschaft gezogen werden. Es ist moralisch geboten und stärkt das Völkerrecht. Patricia Schneider

 

Der Ruf nach Aufklärung der mutmaßlichen Kriegsverbrechen insbesondere gegen Zivilisten in der Ukraine ist laut. Das Abstreiten jeglicher Verantwortung durch den Kreml bleibt unglaubwürdig und wirkt zynisch. Dabei ist das Problem nicht die Dokumentation der Verbrechen. Die ukrainischen Behörden befragen vor Ort, sammeln Beweise und obduzieren Leichen – auch aus den Massengräbern –, soweit Zugang zu den umkämpften Gebieten besteht. Die ukrainische Generalstaatsanwaltschaft kündigte Anfang Mai den ersten Prozess gegen einen gefangenen russischen Soldaten an, welcher aus einem Auto auf Zivilisten geschossen haben soll.

Lokale und internationale Nichtregierungsorganisationen und Medien tragen zur Dokumentation bei. Videoaufnahmen werden überprüft. Mithilfe von Satellitenbildern wurden Angriffe auf zivile Objekte sowie Leichenfunde belegt, um dem Vorwurf einer „Inszenierung“ entgegenzuwirken. In Deutschland werden im Rahmen von Ermittlungen des Generalbundesanwalts Geflüchtete befragt. Nicht nur das BKA, sondern auch der BND arbeiten hierbei zu. Letzterer weist zum Beispiel durch das Abhören von Funksprüchen die Verantwortlichkeit von russischen Streitkräften und Sicherheitsdiensten nach.

Russischen Akteuren werden Angriffe auf Wohnhäuser, Schulen, Krankenhäuser, Theater, Einkaufszentren und Bahnhöfe vorgeworfen. Werden diese nicht militärisch, sondern zivil genutzt, dürfen diese laut Völkerrecht nicht angegriffen werden. Angriffe während der Evakuierung von Zivilisten auf Fluchtwegen sind verboten. Genauso ist es ein Verbrechen, Menschen auf der Flucht auf feindliches Territorium zu treiben. Viele ukrainische Soldaten aus Mariupol fürchten in russischer Kriegsgefangenschaft um ihr Leben. Auch ukrainischen Streitkräften wird die Misshandlung oder Tötung von Kriegsgefangenen vorgeworfen. Vorwürfe, dass Russland biologische oder chemische Waffen eingesetzt habe, konnten bisher nicht unabhängig bestätigt werden.

Bei späteren Gerichtsverfahren – sei es in der Ukraine, in Deutschland oder vor dem Internationalen Strafgerichtshof in Den Haag – stellen sich vor allem zwei Probleme: erstens persönliche Verantwortlichkeit und damit politische und militärische Befehlsketten für geplante und systematische Verbrechen gerichtsfest nachzuweisen und zweitens des Hauptschuldigen habhaft zu werden.

Hierzu sind Einsichten in die politischen und militärischen Führungsprozesse notwendig. Solange das Regime Putin an der Macht bleibt, ist ein solcher Zugang unwahrscheinlich. Bei den Nürnberger Einsatzgruppen-Prozessen war es möglich, die Beschuldigten schnell zu verurteilen, da das Nazi-Regime selbst seine Gräueltaten akribisch dokumentiert hatte und Aktenzugang bestand. Bei den Verhandlungen des Internationalen Straftribunals für das ehemalige Jugoslawien (ICTY) zeigte sich, wie schwierig, langwierig und aufwändig es ist, zur historischen Wahrheitsfindung beizutragen.

Mit dem Internationalen Strafgerichtshof (ICC) wurde ein ständiger Gerichtshof geschaffen, der es erlaubt, Kriegsverbrechen, Verbrechen gegen die Menschlichkeit, Völkermord und Aggression zu verurteilen. Dies kann er tun, wenn eine der drei Bedingungen erfüllt ist: Die Verbrechen finden auf dem Territorium eines Mitgliedsstaates statt, werden durch Angehörige eines Mitgliedsstaates ausgeführt oder der Fall wird durch den VN-Sicherheitsrat überwiesen.

Der ICC kann Haftbefehle erlassen und hierbei auf die Unterstützung der EU-Staaten zählen. Die Frage der Immunität von amtierenden Staatsoberhäuptern ist im Völkerrecht grundsätzlich umstritten. Die Statuten des ICC sehen jedoch gerade keine Immunität für Staatsoberhäupter vor. So klagte der ICTY Slobodan Miloševi? 1999 als erstes Staatsoberhaupt noch während seiner Amtsausübung wegen Völkermordes an. Ausgeliefert wurde er dann erst nach seinem Rücktritt. Der ICC erließ Haftbefehl gegen Omar al-Bashir, den damals amtierenden Präsidenten des Sudans, wegen Verbrechen im Darfur-Konflikt. Der Diktator wurde jedoch selbst nach seinem Sturz 2019 nicht ausgeliefert. Würde ein internationaler Haftbefehl gegen Wladimir Putin erlassen, wäre in jedem Fall seine Reisefähigkeit eingeschränkt, da ja stets eine Auslieferung drohen würde, wozu die 123 ICC-Mitgliedsstaaten verpflichtet wären. Dazu gezwungen werden könnten sie allerdings nicht.

Dies zeigt ein anderes Kernproblem auf: die eingeschränkte Reichweite des ICC. Der Internationale Strafgerichtshof ist nicht Teil der Vereinten Nationen, sondern basiert auf dem Römischen Statut als gesondertes Vertragswerk. Der Grundgedanke ist, dass es keine Straflosigkeit für die schwersten Verbrechen der Menschheit geben soll. Personen, die die meiste Verantwortung tragen, sollen sich nicht schützen können, sondern sollen verurteilt werden können, selbst wenn die nationale Gerichtsbarkeit dazu nicht in der Lage ist. Dies soll abschreckende Wirkung entfalten. Es sind aber nicht alle Staaten bereit, die politische Entscheidung zu treffen, sich dieser Gerichtsbarkeit zu unterwerfen, beispielsweise auch die Mitglieder des VN-Sicherheitsrats Russland, China und die USA. Es steht Staaten jedoch offen, die ICC-Gerichtsbarkeit ad-hoc bei einem konkreten Konflikt anzuerkennen. Das hat die Ukraine 2014 im Kontext der Krim-Annexion getan, sodass bereits Ermittlungen laufen, die nun um den aktuellen Konflikt erweitert wurden.

Internationale Strafgerichtsprozesse haben vor allem drei wichtige Funktionen: erstens Individuen zur Verantwortung zu ziehen und Opfer zu entschädigen, zweitens Verbrechen nach einem Konflikt aufzuklären und drittens zukünftige Verbrechen durch Abschreckung zu verhindern.

Um diese Abschreckungsfunktion zu stärken, ist der Chefankläger des ICC Karim Khan bereits Mitte März an die ukrainisch-polnische Grenze gereist und hat betont, dass der ICC Verantwortliche für Angriffe gegen Zivilisten sowie zivile Objekte vor Gericht bringen kann. Damit wurde ein klares Zeichen gesetzt, dass es keine Straflosigkeit geben werde – selbst wenn die russische Führung glaubt, den Krieg gewinnen und eine Marionettenregierung einsetzen zu können, von der sie nichts zu befürchten habe. Aber obwohl dies ein wichtiges Signal war, wurden auch danach weiter Kriegsverbrechen begangen.

Dies spiegelt die fehlende politische globale Unterstützung des Gerichts wider: Die Anzahl der Mitlieder des Strafgerichtshofs stagniert. Burundi und die Philippinen sind sogar wieder ausgetreten – aus Empörung über Untersuchungen im eigenen Land. Laufende Untersuchungen können dadurch allerdings nicht gestoppt werden. Mächtige Staaten wollen sich und ihre Alliierten vor Strafverfolgung schützen. Insbesondere im Sicherheitsrat wirkt sich der Machtunterschied aus, wenn entschieden wird, welche Fälle durch das Gremium überwiesen werden. Gleichzeitig finden weiterhin Verbrechen statt, für die lautstark Gerechtigkeit eingefordert wird, vor allem von zivilgesellschaftlicher Seite. Das führt dazu, dass immer mehr Situationen vom ICC untersucht werden. Und nicht nur – wie anfangs – geografisch konzentriert auf Afrika, sondern weltweit, etwa in Palästina, Georgien, Venezuela, Afghanistan und Bangladesch/Myanmar. Eine weitere Herausforderung besteht allerdings darin, dass nicht nur die Anzahl der Mitgliedsländer stagniert, sondern auch das Budget, das in der Regel von den Mitgliedern bereitgestellt wird. So ist das Gericht gar nicht in der Lage, alle untersuchten Fälle auch zum Prozess zu bringen.

Deutschland sollte dem Ruf des ICC nach mehr Mitteln und abgeordnetem Personal für Ermittlungen im Ukraine-Krieg Folge leisten und für breite Unterstützung werben. Denn die symbolische Wirkung der Untersuchungen stärkt das Völkerrecht und trotzt allen Auflösungstendenzen.

Die Spielregeln, die das Völkerrecht festlegt, sind politisch gesetzt. Völkerrecht ist also zutiefst politisch, wie auch seine Befolgung und Durchsetzung. Diese Spielregeln werden immer wieder neu ausgehandelt und Grenzen ausgetestet. Rückschritte sind nicht auszuschließen. Länder wie Russland und China, die diese Ordnung herausfordern, sind dennoch bedacht, juristische Rechtfertigungen für ihre Handlungen vorzulegen, indem sie das Recht in ihrem Sinne uminterpretieren.

Die Ukraine bedient sich in Gegenwehr aller gerichtlicher Mittel. Ein Beispiel ist die Anrufung des Internationalen Gerichtshofs (IGH), der für die Völkermordkonvention zuständig ist. Der Gerichtshof fand keine Anzeichen für einen gerechtfertigten Angriff und forderte als Eilmaßnahme die sofortige Einstellung der Kampfhandlungen. Russland argumentierte danach in einer Stellungnahme nicht mehr mit Völkermord, um den Angriff auf die Ukraine zu rechtfertigen. Es wurde also eine wichtige Legitimationsbasis entzogen. Die Aggression ging jedoch unvermindert weiter.

Es offenbart sich eine Krise der politischen Institutionen und der Weltpolitik. Dennoch: Der Abgesang auf das Völkerrecht als Ausdruck der geltenden Ordnung, in der Grenzen nicht gewaltsam verschoben und Kriegsverbrechen nicht ungestraft begangen werden können, ist zu früh. Solange die internationale Gemeinschaft diese Handlungen breit verurteilt, wird die Gültigkeit der Regeln gestärkt. Dagegen untermauert jede Enthaltung und jede Gegenstimme ein System der Straflosigkeit. Daher bedarf es weiterhin einer aktiven Unterstützung aller unterschiedlicher strafrechtlicher Bemühungen, der öffentlichen Verurteilung von Kriegsverbrechen und der Verteidigung des Völkerrechts. Es ist ein wichtiger symbolischer Baustein der Bemühungen, das Mittel der militärischen Gewalt in zwischenstaatlichen Beziehungen zu ächten, auch wenn sich die geopolitischen Machtkonstellationen und Bündnisse verändern.

Ob und wann es letztlich zu einer Verurteilung der russischen Führung kommt, ist zweitranging. Indem Desinformationspolitik und rechtliche Vorwände entschleiert werden, können die Kosten für die Reputation sowie für die innere und äußere Legitimation in die Höhe getrieben werden. Gleichzeitig gilt es, die Ukraine maximal und nachhaltig zu unterstützen. Die politische Isolation Russlands, gepaart mit wirtschaftlichen und militärischen Verlusten, kann dazu beitragen, eine Verhandlungslösung attraktiver zu machen sowie Nachahmer weltweit abzuschrecken. Ipg 20

 

 

 

Ukraine-Krieg. Afrika-Experten werfen Europa Doppelmoral vor

 

Experten sehen durch den Ukraine-Krieg das Verhältnis zwischen Europa und Afrika schwer belastet. Bei Konflikten in Afrika rühre sich Europa nicht, bei Konflikten in Europa erwarte die EU jedoch, dass ganz Afrika aufspringt. In der Kritik steht auch der unterschiedliche Umgang mit Flüchtenden aus der Ukraine und afrikanischen Ländern.

Der Ukraine-Krieg könnte nach Ansicht von Afrika-Experten das Verhältnis Europas zum Nachbarkontinent neu bestimmen. Bisher hätten europäische Reaktionen auf die Positionierung afrikanischer Staaten in dem Konflikt teils ein Ernstnehmen der südlichen Länder vermissen lassen, war die Einschätzung bei einem Diskussionsforum der Grünen-nahen Heinrich-Böll-Stiftung Hessen am Mittwochabend in Frankfurt am Main.

Es gebe Verbitterung über eine Doppelmoral, erklärte Ulf Terlinden, Leiter des Böll-Stiftungs-Büros in Nairobi, der per Video zugeschaltet war. Für Menschen in afrikanischen Kriegs- und Krisengebieten, wie in Tigray in Äthiopien, sei es nicht nachvollziehbar, dass die Welt dort praktisch tatenlos bleibe „und gleichzeitig erwartet, dass ganz Afrika aufspringt, wenn ein Konflikt in Europa ausbricht“.

Vor allem Kritik am Abstimmungsverhalten der Afrikaner bei der Verurteilung Russlands in der UN-Vollversammlung sei bei manchen afrikanischen Regierungen übel aufgestoßen, sagte Terlinden. Die Gründe für die Enthaltungen seien vielfältig und sie seien zu hinterfragen, statt die Positionierung zu verurteilen, waren sich die Fachleute bei der Diskussionsrunde einig. Dazu zähle auch eine Selbstreflexion der westlichen Haltung.

Doppelmoral im Ukraine-Russland Krieg

Eine neutrale Position bei der Abstimmung dürfe auch nicht mit einer moralischen Neutralität in den afrikanischen Ländern gleichgesetzt werden, betonte Antonia Witt von der Hessischen Stiftung Friedens- und Konfliktforschung. Eine Erklärung für die politische Enthaltung sei etwa, dass der Konflikt teils stark als einer zwischen West und Ost angesehen werde, in dem Regierungen eine neutrale Position einnehmen wollten.

Auch Boniface Mabanza Bambu von der Kirchlichen Arbeitsstelle Südliches Afrika verwies auf die Wahrnehmung einer Doppelmoral: Viele fühlten sich nicht respektiert, wenn Länder, die die Kriegskasse Russlands füllten, hart mit afrikanischen Staaten ins Gericht gingen, deren Unterstützung höchstens symbolisch sei. Nichtsdestotrotz gebe es natürlich auch Länder, die in ihrer aktuellen Lage auf eine Kooperation mit Russland setzten, wie etwa Mali.

Unterschiedlicher Umgang mit Flüchtenden

Zudem habe der Umgang mit Geflüchteten das Verhältnis zu Europa belastet: So sei die erste Solidaritätswelle in Afrika deutlich abgekühlt durch rassistische Vorfälle in der Ukraine und an Grenzen zum Westen. Aus der Ukraine fliehende Afrikaner und Asiaten hatten berichtet, bei der Flucht behindert und diskriminiert worden zu sein. „Hinzu kommt, dass die Art und Weise, wie EU-Länder mit Geflüchteten aus der Ukraine umgehen, deutlich kontrastiert mit dem Umgang mit Geflüchteten aus afrikanischen Ländern“, sagte Mabanza. Das werde registriert.

In dieser Konstellation sei die Frage nach einer integrativen, gleichberechtigten globalen Ordnung umso wichtiger, sagte Witt. Jetzt sei die Gelegenheit, „deutlich zu machen, dass man Doppelstandards entweder nicht hat oder überwinden will“, unterstrich Terlinden. (epd/mig 20)

 

 

 

Tagung gegen Menschenhandel im Vatikan – Vernetzung hilft

 

Zum Abschluss des dreitägigen Treffens der international besetzten Santa Marta Group wurden an diesem Donnerstag bei einer Pressekonferenz Einblicke in die Ergebnisse der Beratungen gegeben und erprobte Praktiken gegen Menschenhandel vorgestellt.

Mitglieder der Gruppe sind Polizeichefs, Ordensfrauen, Juristen, Bischöfe, NGO-Vertreter aus fünf Kontinenten, die Zwangsarbeit, -prostitution und Sklaverei bekämpfen. Nach Aussage ihres Koordinators, des englischen Kardinals Vincent Nichols, versteht sich die Gruppe „als Katalysator für die Arbeit zur Abschaffung von Menschenhandel“.

Laut Nichols ist diese Arbeit durch die Pandemie erheblich erschwert worden. Millionen Menschen seien verarmt und anfällig für Ausbeutung geworden. Im Kampf gegen Menschenhandel seien Aufklärung und das Verfolgen von Finanzströmen besonders wichtig. Zum einen müssten mögliche Opfer informiert und gewarnt werden; zum anderen müssten Verantwortliche in Unternehmen wie Behörden wissen, wie viel Menschenhandel sich in ihren Lieferketten verstecken könne.

Der Koordinator der Santa-Marta-Gruppe, Kevin Hyland, lobte in diesem Zusammenhang das deutsche Lieferkettengesetz. Dieses sei in gewisser Weise eine internationale Premiere im Kampf gegen Zwangsarbeit und Schattenwirtschaft. Aber auch die Kirchen müssten prüfen, woher genau die von ihnen bezogenen Produkte und Dienstleistungen stammten. Dazu hätten Australiens Bischöfe gerade eine Prüfung veranlasst.

Aktionsplan wird eigens gewürdigt

Hyland lobte zudem einen auf Initiative der Deutschen Bischofskonferenz im Frühjahr erarbeiteten Aktionsplan gegen Menschenhandel. Diesen hatte der Kölner Weihbischof Ansgar Puff bei dem dreitägigen Treffen im Vatikan vorgestellt und auch dem Papst übergeben. Der Plan enthält den Angaben zufolge neun Punkte zur Bekämpfung solcher Verbrechen, die je nach nationaler und individueller Ausgangslage zur eigenen Weiterarbeit angepasst und übernommen werden können.

Roselyn Nambuje, Richterin des Berufungsgerichts in Nairobi, hob die Rolle von Frauen im Kampf gegen Menschenhandel hervor. So habe man in Kenia spezielle Einheiten weiblicher Polizeikräfte eingerichtet; ihnen vertrauten sich Frauen und Kinder viel eher an. Auch gebe es spezielle Fortbildungen für Richterinnen und Staatsanwältinnen. Diese würden geschult, in Verfahren auf Menschenhandel zu achten und die Opfer zu schützen, anstatt sie weiter in die Arme von Menschenhändlern zu treiben.

Über eine besonders verwerfliche Form von Menschenhandel berichtete bei dem Treffen der aus Yangon/Myanmar zugeschaltete Kardinal Charles Bo. Der internationale Organhandel, der über Südostasien laufe, sei eine „moderne Form von Kannibalismus“.

„Heute drohen wir den Kampf zu verlieren“

Steve Francis von der US-Homeland-Security forderte mehr Konzentration auf die Opfer von Menschenhandel. Es müsse mehr getan werden, um diesen Verbrechen vorzubeugen. „Wir können das Problem nicht allein mit Festnahmen lösen“, so der Polizeioffizier. Hyland ergänzte: „Wir brauchen Wanderarbeiter weltweit; es geht nicht ohne - weder in Europa, Südostasien noch anderswo.“

Allerdings bräuchten diese Menschen Rechtssicherheit, Arbeitsschutz, Bankkonten und anderes mehr. Vor 20 Jahren, so Nichols, waren die Chancen im Kampf gegen Menschenhandel besser. „Heute drohen wir den Kampf zu verlieren.“

Wie wirksam vernetzte Vorbeugung trotzdem sein kann, berichteten bei der Tagung Teilnehmer aus Polen und Litauen. Dort hätten Grenzbeamte an ukrainische Flüchtlinge Info-Flyer mit Telefonnummern verteilt. Als ein Bus eine Gruppe von zwei Dutzend Frauen und Kindern in vermeintliche Sicherheit habe bringen wollen, sei eine Frau misstrauisch geworden und habe mit ihrem Handy angerufen. Daraufhin sei der Bus von der litauischen Polizei gestoppt worden.

(kna 19)

 

 

 

 

Karlsruhe vs. EU-Wahlrechtsreform könnte in die dritte Runde gehen

 

In einem neuen Anlauf zur Reform des EU-Wahlrechts steht dem Europäischen Parlament möglicherweise erneut das Bundesverfassungsgericht in Karlsruhe im Weg. Bereits 2011 und 2014 hatte es Reformen geblockt. Von: Nikolaus J. Kurmayer

 

Am 3. Mai hat sich das Europäische Parlament geeinigt. Die EU-Wahlrechtsreform soll paneuropäische Listen einführen. Allerdings enthält der Vorstoß auch eine 3,5-Prozent-Hürde exklusiv für deutsche Wählerstimmen.

Karlsruhe hatte ähnliche Vorstöße in der Vergangenheit bereits gekippt, immer auch wegen einer Sperrklausel, die als undemokratisch gewertet wurde. Auch manchen EU-Parlamentariern stößt die Hürde sauer auf.

Die 3,5-Prozent-Hürde sei “ein Diebstahl von Wählerstimmen, den ich auch einfach nicht gutheißen kann”, erklärte der Europaabgeordnete Damian Böselager, Mitglied der pro-europäischen Partei Volt, im Gespräch mit EURACTIV.

Böselager hatte für die EU-Grünen, denen auch Volt angehört, den Kompromiss zwischen den einflussreichsten EU-Parteien verhandelt. Mit am Tisch saßen die konservative EVP, die sozialdemokratische S&D und die Liberalen von Renew Europe. Das Abkommen der EU-Parteifamilien will eine Zweitstimme bei den Europawahlen schaffen. EU-Bürger könnten dann 28 transnationale Abgeordnete wählen. Auch das Spitzenkandidatensystem und gendergerechte Listen sollen festgeschrieben werden. 

Größtes Manko bleibt für Böselager die Sperrklausel, die vor allem deutsche Interessen geschuldet sei. “Das war eine rein deutsche Verhandlung”, so der MdEP.

“Das Gesetz ist eins zu eins nur für Deutschland geschrieben. Dementsprechend hat es auch nur Deutsche interessiert”, fügte er hinzu. Gemeint sind damit laut Böselager CDU und SPD, die den größten europäischen Parteifamilien angehören. 

CDU und SPD Liberalen wollen mithilfe der Liberalen damit einer Zersplitterung des Europäischen Parlaments vorbeugen. Allerdings bedeutet eine Sperrklausel für größere Parteien auch einen indirekten Vorteil.

“Es geht wirklich darum, dafür zu sorgen, dass die kleinen Parteien rausgeekelt werden und dass dafür mehr Sozialdemokraten und Konservative hereinkommen,” so Böselager.

Daher soll die EVP am Anfang der Verhandlungen über das EU-Wahlrecht sogar eine 5-Prozent-Hürde gefordert haben, fügte er hinzu. Letztendlich habe man sich aber auf die 3,5 Prozent geeinigt.

Bevor aus der Parlamentsposition gültiges Recht werden könnte, hat allerdings vor allem der Rat der EU noch einiges mitzureden. “Es ist dem Rat ganz klar, dass unsere Priorität diese Zweitstimme ist,” so Böselager, der vom erwarteten Widerstand der “üblichen Verdächtigen” in Nord- und Osteuropa spricht.

Unbeachtet des Widerstands im Rat, ist davon auszugehen, dass man in Karlsruhe den erneuten Vorstoß inklusive einer Sperrklausel allerdings bereits jetzt kritisch beäugt.

Zuletzt hatten die Richter des Bundesverfassungsgerichts 2014 eine Sperrklausel im EU-Wahlrecht gekippt. In einem Urteil hatte der Zweite Senat “die bei der Europawahl 2009 (7. Wahlperiode) geltende Fünf-Prozent-Sperrklausel” für “nichtig” erklärt.

Begründet wurde dies mit dem “Grundsatz der Wahlrechtsgleichheit” und dass eine Sperrklausel gegen die “Chancengleichheit der politischen Parteien verstößt”.

Allerdings ließ man in Karlsruhe einen erneuten Vorstoß inklusive Sperrklausel damals offen.

“Eine abweichende verfassungsrechtliche Beurteilung kann sich ergeben, wenn sich die Verhältnisse wesentlich ändern”, so der Urteilssatz.

Im Parlament ist man daher optimistisch. “Die Schwelle wird für Mitgliedsstaaten mit mehr als 60 Sitzen eingeführt, also auch für Italien und Frankreich, also nicht nur für Deutschland. Ich sehe keinerlei rechtliche Probleme”, sagte der Chefverhandler der Sozialdemokraten im EU-Parlament, Domenec Ruiz Devesa.

Allerdings besteht in Frankreich bereits eine gültige 5-Prozent-Hürde, während Italien in fünf verschiedenen Wahlbezirken abstimmt und somit nicht betroffen ist. Eine Parlamentsquelle beschreibt die Provision als eine, “die effektiv nur Deutschland” betreffe.

Sven Simon, der Chefverhandler der EVP, ließ EURACTIV auf Anfrage keine Einschätzung zukommen.

Eine Umgehung von Karlsruhe?

Laut Böselager stellt der Vorstoß somit eine versuchte Umgehung des Bundesverfassungsgerichts dar. Denn anstatt eines Vorstoßes des Bundestags handelt es sich diesmal um ein europäisches Gesetz im Sinne der europäischen Verträge (223 AUEV). 

“Im Gegensatz zur bisherigen Hürde, die über den Bundestag verabschiedet wurde und die vom Karlsruhe dementsprechend auch aufgehoben werden konnte”, handle es sich hierbei um ein “europäisches Gesetz”.

“Jetzt ist die Frage, wo im Prozess könnte Karlsruhe das aufhalten?” fügte er hinzu, mit dem Hinweis, dass dies noch “alles nicht so klar” sei.

“CDU und SPD hintergehen Karlsruhe aktiv und wissentlich”, meint daher der Verhandler für die Grünen.  EA 19

 

 

 

 

Produktivität und Kreativität. Studie: Unternehmen profitieren von Geflüchteten

 

Die Beschäftigung von Flüchtlingen führt in Betrieben zu einer Vielzahl von Vorteilen. Das geht aus einer aktuellen Studie hervor. Danach machen die meisten Unternehmer positive Erfahrungen. Das Institut für Wirtschaftsforschung sieht in Geflüchteten großes Potenzial für den Arbeitsmarkt.

Unternehmen in Deutschland profitieren einer Studie zufolge von der Integration Geflüchteter in ihre Belegschaft. Nach der am Dienstag in Berlin vorgestellten Analyse führt die Beschäftigung von Flüchtlingen zu einer Vielzahl von Vorteilen für die Betriebe wie erhöhter Produktivität und mehr Kreativität der Belegschaft. Die gemeinsame Studie der gemeinnützigen Organisation „Tent Partnership for Refugees und des Forschungsinstituts DIW Econ analysiert die Erfahrungen von 100 mittleren und großen deutschen Unternehmen, die seit dem Höhepunkt der großen Flüchtlingsbewegung im Jahr 2015 Geflüchtete eingestellt haben.

Trotz fehlender Sprachkenntnisse und Schwierigkeiten bei der Anerkennung ausländischer beruflicher Qualifikationen bewerten die befragten Unternehmen in der Umfrage die Integration von Geflüchteten in ihre Belegschaft als sehr erfolgreich: 64 Prozent gaben an, positive Erfahrungen gemacht zu haben. 60 Prozent der Unternehmen gaben an, dass sie nach der Anstellung von Geflüchteten auf internationalen Märkten erfolgreicher agierten. 78 Prozent stellten eine höhere Zufriedenheit in der gesamten Belegschaft fest.

57 Prozent sagten, dass sie von einer höheren Produktivität profitiert haben, die auch aus einer größeren Diversität der Belegschaft resultiere. 61 Prozent berichteten von einer gesteigerten Kreativität innerhalb des Unternehmens, da Geflüchtete beispielsweise Problemlösungen aus unterschiedlichen Perspektiven angehen. Als Ergebnis dieser Erfahrungen wollen 88 Prozent der Unternehmen im Jahr 2022 weitere Geflüchtete einstellen.

„Großes Potenzial für den deutschen Arbeitsmarkt“

Alexander Kritikos, Mitglied des Vorstands des Deutschen Instituts für Wirtschaftsforschung (DIW), sieht in Geflüchteten „ein großes Potenzial für den deutschen Arbeitsmarkt“. Viele von ihnen hätten sich zu erfahrenen Arbeitskräften entwickelt, die den Personalbedarf in vielen Bereichen der Wirtschaft ausgleichen könnten.

Andreas Wolter, Deutschland-Chef von „Tent Partnership for Refugees“, forderte die Unternehmen auf, ihr Engagement bei der Jobintegration von Geflüchteten weiter auszubauen. Mit ihnen „können Unternehmen ihr Personal diversifizieren und einen engagierten, qualifizierten Talentpool gewinnen“, sagte er.

(epd/mig 18)

 

 

 

 

Baerbock und Habeck beliebteste Minister, Ansehensverlust für Scholz, Lauterbach und Lambrecht

 

Hamburg. Außenministerin Annalena Baerbock kann ihr Ansehen in der Bevölkerung weiter verbessern und führt damit erstmals das Ranking der beliebtesten Bundesminister an. 29 Prozent der Deutschen bewerten Baerbocks Arbeit auf einer Skala von 1 bis 10 inzwischen als sehr zufriedenstellend (8-10), zu Jahresbeginn taten dies lediglich 16 Prozent. Gleichzeitig sank der Anteil der stark Unzufriedenen (1-3) von 39 Prozent im Januar auf aktuell 31 Prozent, so das Ergebnis einer repräsentativen Online-Umfrage des Markt- und Meinungsforschungsinstituts Ipsos. Wirtschaftsminister Robert Habeck kann seine Beliebtheitswerte ebenfalls steigern, im Gegensatz zu Kanzler Olaf Scholz, Verteidigungsministerin Christine Lambrecht und Gesundheitsminister Karl Lauterbach, die deutlich an Zustimmung verlieren.  

 

Habeck gewinnt am meisten Zuspruch

Neben Parteikollegin Baerbock ist Robert Habeck das einzige Regierungsmitglied, das zuletzt an Ansehen gewonnen hat. Waren im März nur 22 Prozent der Bundesbürger sehr zufrieden mit der Arbeit des Vize-Kanzlers, sind es im Mai ganze 27 Prozent – kein anderer Ressortinhaber verzeichnet gegenüber der letzten Erhebung einen größeren Zufriedenheitsgewinn. Seit Januar hat sich der Anteil der Zufriedenen sogar um elf Prozentpunkte erhöht. Damit rückt der Wirtschaftsminister in der Beliebtheitsskala von Platz 4 auf Platz 2 vor.

 

Bundeskanzler Scholz verliert an Beliebtheit

Von Bundeskanzler Olaf Scholz sind dagegen immer weniger Deutsche überzeugt. Inzwischen bezeichnet nur noch jeder fünfte Befragte (20%) Scholz‘ Arbeit als sehr zufriedenstellend, im März waren es noch 27 Prozent. Fast jeder Dritte (32%) bewertet die Arbeit des Kanzlers sehr negativ. Betrachtet man die Netto-Zufriedenheit, also die Differenz zwischen denjenigen, die sehr zufrieden und sehr unzufrieden sind, verzeichnet Scholz seit Jahresbeginn einen starken Rückgang um 19 Prozentpunkte, während Baerbock (+21%) und Habeck (+13%) im gleichen Zeitraum stark zulegen konnten.

 

Starker Gegenwind für Lauterbach und Lambrecht

Größter Verlierer in der aktuellen Beliebtheitsskala ist Gesundheitsminister Karl Lauterbach, der bei der letzten Erhebung im März noch beliebtester Bundesminister war. Im Mai fiel der Anteil der Befragten, die angeben, mit seiner Arbeit sehr zufrieden zu sein, jedoch deutlich von 31 auf 23 Prozent. Mehr als jeder Dritte (34%) bewertet Lauterbachs Arbeit inzwischen negativ.

Am wenigsten Zuspruch findet derzeit die Arbeit von Verteidigungsministerin Christine Lambrecht. 42 Prozent der Bundesbürger sind mit der Arbeit der SPD-Politikerin sehr unzufrieden, nur noch knapp jeder zehnte Befragte (11%) bewertet ihre Arbeit positiv. Finanzminister Christian Lindner (20% zufrieden | 31% unzufrieden) und Verkehrsminister Volker Wissing (11% zufrieden | 34% unzufrieden) verlieren gegenüber der März-Erhebung ebenfalls deutlich. Ipsos 17

 

 

 

 

Kein Krieg. Ukrainer und Russen im Klassenzimmer

 

Viktoria hat russische Wurzeln. Katarina kommt aus der Ukraine und geht seit kurzem in die gleiche Schulklasse am Hildesheimer Andreanum. Dass ihre Heimatländer Krieg gegeneinander führen, trennt die Mädchen nicht - im Gegenteil. Von Charlotte Morgenthal

 

Als Lehrer Thorben Trüter die zwölfjährige Katarina fragt, ob sie eine Rolle im Klassenmusical spielen möchte, schaut das ukrainische Mädchen Hilfe suchend zu Viktoria in der ersten Sitzreihe. „Viktoria, kannst Du übersetzen?“ Eine Frage, die Trüter häufiger im Unterricht an das elfjährige Mädchen mit russischen Wurzeln stellt. Viktoria steht von ihrem Platz auf und erklärt Katarina im russischen Flüsterton die Frage. Schließlich reckt Katarina mit einem siegessicheren Lächeln die Daumen nach oben. „Ich habe verstanden.“

Katarina ist eines von bundesweit mehr als 90.000 Kindern, die vor dem Krieg in der Ukraine geflüchtet sind und nun an eine deutsche Schule gehen. Allein in Niedersachsen gibt es derzeit knapp 12.000 ukrainische Schülerinnen und Schüler. Die 12-Jährige, die aus Kiew stammt, ist kurz vor den Osterferien in die Klasse 6-M des Hildesheimer Gymnasiums Andreanum gekommen. In der Ukraine hat sie schon etwas Deutsch-Unterricht gehabt. Und oft verständigt sie sich auch schon ohne Übersetzung. Wenn die Mitschüler Witze machen, kichert auch Katarina mit. „Die Kinder hier haben mich sehr freundlich aufgenommen“, sagt sie.

Am Tag ihrer Ankunft in Deutschland organisierten die Andreanum-Schüler gerade einen Spendenlauf für die Ukraine und sammelten mehr als 55.000 Euro. Damit haben sie unter anderem einen Krankenwagen für ein Krankenhaus in Kiew finanzieren und die Tafeln in der Region unterstützen können, erzählt Schulleiter Dirk Wilkening stolz. Die Solidarität an der evangelischen Schule ist spürbar groß.

Übersetzungs-App im Unterricht

Trüter hat zwei Tage vor Katarinas Aufnahme in die Klasse mit den Schülern Übersetzungskarten gestaltet und laminiert. „Wie geht es Dir?“ und „Tut Dir etwas Weh?“ steht in deutscher und ukrainischer Sprache darauf. Anfangs haben Katarina und ihre ukrainische Mitschülerin diese Karten noch oft in die Hand genommen, nun sind sie kaum noch im Gebrauch. Viktoria ist allerdings nicht immer zum Übersetzen da. „Manchmal nervt das auch ein bisschen, denn auch in den Pausen werde ich ständig gefragt“, sagt sie.

Dann hilft im Unterricht auch eine Übersetzungs-App vom Smartphone. Nur das von Trüter an diesem Tag ausgewählte Gedicht von Mascha Kaleko will sich nicht so recht übersetzen lassen. „Bei Lyrik funktioniert es nicht so gut“, sagt er schmunzelnd. Katarina und ihre ukrainische Mitschülerin bekommen die Aufgabe, selbst ein ukrainisches Frühlingsgedicht in den Unterricht mitzubringen.

Erstmal ankommen

Die insgesamt zehn ukrainischen Schüler am Andreanum sollen möglichst gemeinsam mit russischsprachigen Schülern am Regelunterricht teilnehmen und lernen nur in besonderen Stunden Deutsch als Zweitsprache. Die Kriegs-Erfahrungen der Schüler thematisieren die Lehrer nicht, erstmal gehe es um das Ankommen.

Dass Viktoria russische Wurzeln hat und Katarina aus der Ukraine kommt, ist für die Mädchen nicht wichtig. Über den Krieg sprechen sie untereinander kaum, sagen beide. „Was soll man auch dazu sagen?“, fragt Katarina. Viktoria stört es allerdings schon, dass im Zuge des Ukraine-Konflikts immer öfter Russen diskriminiert werden. „Viele Leute sind nicht für den Krieg, das ist einfach Quatsch. Nicht alle sind wie Putin.“ Katarina sagt schließlich zögerlich und mit ernster Miene, ihr größter Wunsch sei es, dass ihre Familie wieder vereint sei. Sie vermisse ihren Vater. Auch ihr kleiner Dackel „Puma“ sei in Kiew geblieben.

Vermittlung ukrainischer Lehrkräfte

„Eigentlich bräuchten wir für diese Themen einen ukrainischen Sozialpädagogen“, sagt Trüter. Demnächst wird eine ukrainische Lehrerin am Andreanum die Schüler auch mit Unterrichtsstoff aus ihrem Heimatland versorgen. Landesweit vermittelt das niedersächsische Kultusministerium mit einem Online-Portal ukrainische Lehrkräfte. Somit können die Schüler bis zum Ende des ukrainischen Schuljahres Ende Mai am Online-Unterricht der Ukraine teilnehmen. Wie es danach weiter geht, ist ungewiss.

Für Mariia und Mariana aus der 11. Klasse steht allerdings schon fest, dass sie am Andreanum das Abitur machen wollen. Sie haben in Kiew schon lange Deutsch gelernt und helfen viel beim Übersetzen, denn die ukrainischen Schüler sprechen oft nur wenig Englisch und kaum Deutsch. Kürzlich haben die beiden 17-Jährigen mit ihren Klassenkameraden eine Video-Andacht gestaltet, die per Youtube verbreitet wurde. Darin bittet Mariana zum Schluss Gott um Hilfe: „Gib uns Geduld, auf unsere Väter zu warten, auf Frieden und Gerechtigkeit.“ (epd/mig 17)

 

 

 

Schwedens Sozialdemokraten sagen Ja zur NATO, Nein zur nuklearen Teilhabe

 

In einem historischen Schritt sprach sich der Parteivorstand der Sozialdemokraten am Sonntag in einer Pressemitteilung für einen NATO-Antrag mit „einseitigen Vorbehalten gegen die Stationierung von Atomwaffen“ aus.

Nach einer außerordentlichen Sitzung des Parteivorstandes am Sonntag (15. Mai) gab die regierende Sozialdemokratische Arbeiterpartei Schwedens offiziell bekannt, dass sie einen NATO-Beitritt befürworte und damit von ihrer langjährigen Politik der Blockfreiheit und Neutralität abweicht.

Die Partei wird sich jedoch „dafür einsetzen, dass Schweden, falls der Antrag von der NATO genehmigt wird, einseitige Vorbehalte gegen die Stationierung von Atomwaffen und ständigen Stützpunkten auf schwedischem Territorium äußert“, heißt es in der Pressemitteilung der Partei weiter.

Die Entscheidung wurde nach einer außerordentlichen Sitzung des Parteivorstandes am Sonntag (15. Mai) getroffen. Nach Angaben von Expressen wurde die Entscheidung ohne eine Abstimmung getroffen, und kein Mitglied äußerte Vorbehalte.

„Angesichts der Situation, die sich ergeben hat, ist es nur selbstverständlich, dass wir uns für einen NATO-Beitritt entscheiden müssen“, sagte Verteidigungsminister Peter Hultqvist, der sich zuvor gegen eine NATO-Mitgliedschaft ausgesprochen hatte.

„Die schwedischen Sozialdemokraten haben heute eine historische Entscheidung getroffen und Ja zu einem Antrag auf Mitgliedschaft in der NATO gesagt. Die russische Invasion in der Ukraine hat die Sicherheitslage für Schweden und ganz Europa verschlechtert“, schrieb Außenministerin Ann Linde auf Twitter.

„Wir Sozialdemokraten glauben, dass es für die Sicherheit Schwedens und des schwedischen Volkes das Beste ist, wenn wir der NATO beitreten“, sagte Ministerpräsidentin Magdalena Andersson auf einer Pressekonferenz nach der historischen NATO-Entscheidung der Partei.

Die Entscheidung sei „nach reiflicher Überlegung getroffen worden“, so die Ministerpräsidentin.

Schweden und das schwedische Volk „leben in einer neuen und gefährlichen Realität“, in der „wir glauben, dass Schweden die Sicherheitsgarantien braucht, die mit der Mitgliedschaft in der NATO einhergehen“, sagte sie weiter.

Andersson wies ferner darauf hin, dass Schweden während des NATO-Bewerbungsverfahrens verwundbar sei und forderte die Schwed:innen auf, sich von glaubwürdigen Quellen informieren zu lassen.

„Wir können nicht ausschließen, dass Russland versucht, uns einzuschüchtern. Behalten Sie einen kühlen Kopf angesichts der Versuche, uns einzuschüchtern und zu spalten“, sagte sie und nannte den Dialog mit Finnland „von unschätzbarem Wert“, da die Zukunft der beiden Länder „eng miteinander verwoben“ sei.

Der schwedische Plan sieht nun vor, am Dienstag (17. Mai) gemeinsam mit Finnland einen NATO-Antrag zu stellen, nachdem am Montag im Riksdag – dem schwedischen Parlament – über die NATO abgestimmt wurde, so SvD. Nach der Zustimmung der Sozialdemokraten unterstützt die überwiegende Mehrheit der schwedischen Parteien eine NATO-Mitgliedschaft.

Wenn das Parlament zustimmt, wird der Antrag an NATO-Generalsekretär Jens Stoltenberg weitergeleitet. Von: Charles Szumski, EA 16

 

 

 

 

IW-Studie. Deutschkenntnisse der Eltern entscheidend für Bildungserfolg

 

Je besser die Deutschkenntnisse von Eltern mit ausländischen Wurzeln sind, desto häufiger besuchen ihre Kinder ein Gymnasium. Das geht aus einer aktuellen IW-Studie hervor. Die Experten fordern mehr Sprachförderung über Ganztagsschulen.

Kinder mit Eltern, die zu Hause nicht fließend oder zumindest gut Deutsch sprechen, haben einer aktuellen Studie zufolge eine erheblich geringere Chance zum Besuch eines Gymnasiums. Während 40 Prozent aller Jugendlichen im Alter zwischen 13 und 15 Jahren in Deutschland ein Gymnasium besuchen, liegt der Anteil der Kinder aus fremdsprachigen Familien bei nur 15 Prozent, heißt es in einer Studie des Instituts der deutschen Wirtschaft (IW).

Für die IW-Studie wurden den Angaben zufolge Daten des Socio-Oekonomischen Panels am Deutschen Institut für Wirtschaftsforschung ausgewertet, eine auf Umfragen basierende soziologische Langzeit-Datenbank. Der Blick auf die Sprachverwendung in Familien und die Sprachkenntnisse der Eltern zeigt demnach, dass bei etwa zehn Prozent der Unter-16-Jährigen aus mehrsprachigen Familien weder Mutter noch Vater über gute deutsche Sprachkenntnisse verfügen. Bei den fremdsprachigen Familien – hier wird ausschließlich eine ausländische Sprache zu Hause gesprochen – ist das bei mehr als jedem vierten Kind der Fall. Das führe häufig zu Nachteilen in der schulischen Laufbahn, hieß es.

Sprache entscheidet über Schulform

Deutlich wird das laut Studienautoren beim Blick auf die besuchte Schulform der Kinder: Fast 40 Prozent der 13- bis 15-Jährigen besuchen demnach ein Gymnasium, fast 20 Prozent eine Gesamtschule und rund 40 Prozent eine sonstige Schulform. Für Kinder mit Eltern ohne gute Deutschkenntnisse sehen die Anteile deutlich anders aus. Nur 15,5 Prozent gehen auf ein Gymnasium, 25 Prozent besuchen eine Gesamtschule und 60 Prozent eine andere Schulform, etwa Sonder- oder Hauptschulen. Liegen hingegen bei fremdsprachigen Familien zumindest bei einem Elternteil gute Deutschkenntnisse vor, weichen die besuchten Schulformen laut der Studie kaum vom Gesamtdurchschnitt ab, wie die Studie ergab.

Die Studienautoren forderten für Kinder aus fremdsprachigen Familien eine verstärkte Sprachförderung über die Ganztagsschulen. Auch müssten Kindertagesstätten in Regionen, in denen viele Eltern mit geringen deutschen Sprachkenntnissen wohnen, diese gezielter ansprechen. So ergab die Studie des arbeitgebernahen Instituts zudem, dass Kinder aus fremdsprachigen Familien seltener eine Kita besuchen. Über den Ausbau von Kitas und Grundschulen zu Familienzentren und mehr Sprachkursen für Eltern könnten auch die Eltern gezielt unterstützt werden, hieß es. (epd/mig 16)

 

 

 

Finnen glauben nicht daran, sich allein verteidigen zu können

 

Obwohl Finnland über eine beträchtliche militärische Stärke verfügt, ist weniger als die Hälfte der Bevölkerung davon überzeugt, dass sich das Land allein gegen einen großen militärischen Angriff verteidigen könnte. Von: Pekka Vänttinen

Den Befragten zufolge hat sich die Wahrscheinlichkeit eines russischen Angriffs auf Finnland seit dem Beginn des Krieges in der Ukraine bereits in diesem Jahr auf 19 Prozent fast verdreifacht. Bis 2027 steige das Risiko solcher russischen Maßnahmen auf 30 Prozent, so die Einschätzung der 2.800 Finn:innen, die an der Umfrage des Think-Tanks Finnish Business and Policy Forum (EVA) teilnahmen.

Bei der Frage nach einem NATO-Beitritt Finnlands sprachen sich 76 Prozent der Befragten für einen Beitrittsantrag aus, da sie glaubten, dass dadurch die Wahrscheinlichkeit eines russischen Militärangriffs in diesem Jahr auf 14 Prozent sinken würde.

Präsident Sauli Niinistö und Ministerpräsidentin Sanna Marin erklärten am Donnerstag (12. Mai), Finnland solle so bald wie möglich einen Antrag auf Mitgliedschaft in der NATO stellen. Diese Äußerung hatte eine rasche Reaktion aus Moskau zur Folge.

Dmitri Peskow, der Pressesprecher von Präsident Wladimir Putin, bezeichnete den Beitritt Finnlands zur NATO als „Bedrohung“. „Natürlich muss dies alles speziell analysiert und die notwendigen Maßnahmen entwickelt werden, um die Situation auszugleichen und unsere Sicherheit zu gewährleisten“, sagte er laut der Nachrichtenagentur TASS.

Finnlands Präsident Sauli Niinistö und Ministerpräsidentin Sanna Marin haben am Donnerstag (12. Mai) offiziell die Idee eines NATO-Beitritts ihres Landes befürwortet.

Bis vor kurzem sah die finnische Führung die NATO-Mitgliedschaft als eine unnötige Provokation Russlands an, doch seit dem Ausbruch des Krieges in der Ukraine hat auch in der Bevölkerung die Unterstützung für die Mitgliedschaft zugenommen.

Unmittelbar vor der Ankündigung unterzeichneten Helsinki und Stockholm Abkommen, die gegenseitige Sicherheitsgarantien mit dem Vereinigten Königreich zusichern.

Bundeskanzler Olaf Scholz versprach am Donnerstag die „volle Unterstützung“ Deutschlands für den finnischen Antrag auf NATO-Beitritt, während der französische Präsident Emmanuel Macron sagte, ein solcher Schritt solle „ohne Verzögerung“ erfolgen.

In Brüssel nahm die Europäische Kommission eine neutralere Haltung ein und erklärte, es sei das souveräne Recht Finnlands, sich um eine NATO-Mitgliedschaft zu bewerben.

Das russische Außenministerium erklärte seinerseits, es werde „ernsthafte militärische und politische Konsequenzen“ geben. EA 13

 

 

 

Gespräch des Zentralrats der Juden mit Staatsministerin Roth über den gemeinsamen Kampf gegen Antisemitismus sowie die documenta fifteen

 

       

Der Präsident des Zentralrats der Juden in Deutschland, Dr. Josef Schuster, ist in dieser Woche mit der Staatsministerin für Kultur und Medien, Claudia Roth, im Leo-Baeck-Haus zu einem Gespräch über die Debatte rund um die documenta fifteen zusammengekommen.

 

In dem guten und konstruktiven Gespräch brachte Dr. Schuster das Anliegen des Zentralrats zum Ausdruck, eine ehrliche und differenzierte Debatte über Antisemitismus und Feindlichkeiten gegen Israel zu führen. Eine solche differenzierte und ausgewogene Debatte wäre aus Sicht des Zentralrates mit der von der documenta geplanten Gesprächsreihe nicht gegeben gewesen. Zudem sei der Zentralrat von der documenta in Bezug auf die Gestaltung dieser Gesprächsreihe nicht eingebunden gewesen.

 

Kulturstaatsministerin Claudia Roth machte deutlich, dass sie die von Herrn Dr. Schuster angesprochene Kritik, seine Sorgen und Anliegen in Bezug auf die documenta sehr ernst nimmt.

 

Der Präsident des Zentralrates der Juden Dr. Josef Schuster und Kulturstaatsministerin Claudia Roth erklären gemeinsam nach dem Treffen:

 

„Wir sind gemeinsam der Überzeugung, dass die documenta wichtig ist für Deutschland und für die Kunst weltweit. Sie erhält hohe Aufmerksamkeit und hat große Ausstrahlung als eine der weltweit bedeutendsten Ausstellungen. Deutschland hat eine besondere Verantwortung im Kampf gegen den Antisemitismus. Von daher ist auch eine besondere Sensibilität gefragt, wo es um Diskurse auf der und rund um die documenta geht.

 

Wir sind uns einig, dass Antisemitismus in seinen unterschiedlichsten Formen keinen Platz in Deutschland und weltweit haben darf, auch nicht auf der documenta.

 

Zugleich müssen wir feststellen, dass der bisherige Versuch einer konstruktiven öffentlichen Debatte gescheitert ist.

 

Wir sehen uns gemeinsam in der Verantwortung, durch vertrauliche Gespräche mit Expertinnen und Experten sowie mit den Verantwortlichen der documenta hierfür wieder die Grundlage zu schaffen.

    

Der klare Einsatz gegen Antisemitismus in seinen unterschiedlichen Formen und der Schutz der Kunstfreiheit, aber auch die Frage ihrer Grenzen müssen gemeinsam und unter Bezug sowohl auf Deutschland als auch die

internationale Dimension erörtert werden. Dazu gehören auch das Gespräch und die Debatte über postkolonialistische Diskurse und das bei manchen dahinter stehende Bild von Israel und antisemitische Tendenzen.

 

Darüber hinaus haben wir uns auch über Tendenzen von Boykotten gegen israelische Künstlerinnen und Künstler sowie Kulturschaffende in Deutschland ausgetauscht, die uns gemeinsam mit Sorge erfüllen. Wir haben eine enge

Zusammenarbeit vereinbart, um dem gemeinsam entgegenzutreten.“

 

Link zur Meldung im Webangebot: https://www.bundesregierung.de/breg-de/aktuelles/gespraech-des-zentralrats-der-juden-mit-staatsministerin-roth-ueber-den-gemeinsamen-kampf-gegen-antisemitismus-sowie-die-documenta-fifteen-2039338. pib 13

 

 

 

Diskriminierung von Sprache. Eine internationale Betrachtung der Welt des Linguizismus

 

Linguizismus ist strukturell und institutionalisiert. Zweitgenanntes lässt sich durch Zuhilfenahme eines Instruments verdeutlichen. Von Clemens Becker

Diskriminierungen treten unterschiedlich auf. Wenn eine Person den Akzent einer anderen – im Beisein dieser – garstig imitiert, handelt es sich um eine individuelle Diskriminierung. Der sprachliche Hintergrund ist dabei Gegenstand dieser Diskriminierung, die auch Linguizismus genannt wird und eine moderne, ausgeklügelte Form des Rassismus ist. Einer der Begriffsurheberinnen ist die Linguistin Skutnabb-Kangas. Wie alle Diskriminierungen hat auch diese unterschiedliche Gesichter – und oft gar keines. Der unpersönliche Linguizismus kann von institutioneller Seite und auf struktureller Basis geschehen. Das sind alles keine Neuigkeiten – nur wurden sie bisher selten als Linguizismus deklariert. Betrachten wir also verschiedene Fälle strukturellen solcher Diskriminierungen der Vergangenheit und der Gegenwart.

Die erwähnte Skutnabb-Kangas stufte im Jahr 1995 verschiedene linguizistische Diskriminierungen und sprachliche Förderungen aus verschiedenen Ländern in einem zweidimensionalen Diagramm ein. Es ist ein Werkzeug, um institutionellen Linguizismus anschaulich einzuordnen. Und das soll auch hier wieder geschehen. Das Spektrum zum Umgang mit Sprachen reicht dabei auf der Horizontalen vom Verbot bis zur Förderung der Sprache, und auf der Vertikalen wird zwischen expliziter und impliziter Diskriminierung unterschieden. Das Kontinuum beginnt mit dem Verbot einer Sprache. Dessen Ziel darin besteht, die sprachliche Minderheit zur Assimilierung an die dominante Sprache zu zwingen. Es geht weiter über die Duldung, d. h. eine Situation, in der die Sprache nicht verboten ist, aber eben auch nicht ihre Diskriminierung. Anschließend folgt das Gebot der Nichtdiskriminierung, was die Diskriminierung von Menschen aufgrund der Sprache untersagt. Der nächste Punkt auf dem Kontinuum ist die Autorisierung zur Verwendung der Minderheitensprache. Schließlich folgt die Förderung, die Ausrichtung den Erhalt der Sprache.

Einer der bekanntesten, da schwerwiegendsten Fälle war die systematische Unterdrückung des Kurdischen in der Türkei. Es fiel in die Kategorie des expliziten Verbots, denn genau das war es umfassend und landesweit. Nicht nur die Sprache, sondern gleich alles Kurdische war offiziell nicht existent, kurdischen Menschen war es nicht erlaubt, sich mit ihrer Erstsprache zu identifizieren. Auch wenn der institutionelle, hier vom Staat verordnete Linguizismus nach und nach zurückgefahren wurde, so besteht dennoch ein implizites Verbot des Kurdischen beispielsweise an staatlichen Schulen fort.

Linguizistische Diskriminierungen und sprachliche Förderungen in einem zweidimensionalen Diagramm

Denn in der türkischen Verfassung heißt es noch immer: Den türkischen Staatsbürgern darf in den Erziehungs- und Lehranstalten als Muttersprache keine andere Sprache beigebracht und gelehrt werden als Türkisch.

Das Kurdische ist hier somit Tabu, auch wenn es nicht konkret erwähnt wird. Hinzu kommt ein weiterer struktureller Linguizismus, denn das Kurdische hat in der Türkei noch immer einen äußerst schweren Stand. Der Zustand des Kurdischen in der Türkei ist insofern ein linguizistischer Fall der Vergangenheit, der Gegenwart, und da keine Aussicht auf Lockerungen bestehen, wohl auch in der Zukunft.

Russisch in der Ukraine

Wenden wir unseren Blick weiter Richtung Westen in die Ukraine, wo ein heftiger Angriffskrieg tobt.  Das macht eine Auseinandersetzung mit Diskriminierung nicht obsolet, denn sie muss angesprochen werden. Sonst legitimiert man implizit die Diskriminierung und sorgt so für ihr Forstbestehen, bis sie irgendwann salonfähig wird. In der Ukraine wurde die Sprache spätestens mit der Verabschiedung eines Gesetzes im April 2019 zu einem Politikum. Und es spiegelt einen Teil des Kampfes der Ukraine und Russland wider, in dem es um Einflusssphären durch die Sprache geht und was damit getan werden kann. Nach einer Übergangsphase gilt das Gesetz seit Januar 2022. Jahrzehnte zuvor wurde in der Sowjetunion das Ukrainische unterdrückt. Nun, lange nach ihrem Zusammenbruch wendete sich das Blatt und die ukrainische Regierung wurde Täterin, indem sie – als diskriminierende Institution – das Russische landesweit einschränkte. Ein linguizistischer Kampf auf beiden Seiten. Einerseits gewährleistet Artikel 10 der ukrainischen Verfassung die „freie Entfaltung und Schutz“ und nimmt dabei klaren Bezug auf das Russische. Dieser Artikel lässt sich also in dem Diagramm als explizite Autorisierung einordnen. Das Russische ist in der Ukraine zudem noch immer eine weit verbreitete Sprache in der Popkultur und in der informellen und geschäftlichen Kommunikation. Nun kommt allerdings das erwähnte Gesetz hinzu. Und das hat es in sich. In Artikel 1, den Allgemeinen Grundlagen, heißt es:

Der Status der ukrainischen Sprache als einzige Amtssprache bedingt ihre obligatorische Verwendung in der gesamten Ukraine bei der Ausübung der Befugnisse der Regierungsbehörden und der lokalen Selbstverwaltungsorgane sowie in anderen gemeinsamen Bereichen des öffentlichen Lebens, die in diesem Gesetz festgelegt sind.

Das Ukrainische ist also de jure alleinige Amtssprache, aber de facto nicht überall. Denn in Artikel 21 des Gesetzes von 2019 steht:

In Bildungseinrichtungen können je nach Lehrplan ein oder mehrere Fächer in zwei oder mehr Sprachen unterrichtet werden – in der Amtssprache [das Ukrainische], in Englisch oder in anderen Amtssprachen der Europäischen Union.

Ein Unterricht auf Englisch oder anderen Amtssprachen der Europäischen Union ist demzufolge möglich. Latent bemerkbar und aufgrund der vielen Russischsprechenden dennoch auffällig ist, dass dem Russischen solche Rechte nicht eingeräumt wurden. Auch andere Bereiche des Lebens sind betroffen, darunter die Presse. Medien dürfen zwar noch auf Russisch publizieren, aber eine ukrainische Version ist Pflicht, was die herausgebenden Institute finanziell belastet.

So schlimm dieser Linguizismus ist, er gerät durch das humanitäre Drama in der Ukraine in den Hintergrund. Und doch scheint es die gesellschaftliche Stellung der Russischen international nicht unberührt zu lassen. Allen voran der Angriffskrieg des russischen Regimes, aber auch das Sprachgesetz nehmen Einfluss auf Russischsprachige in Deutschland. Ein struktureller Linguizismus ist die Folge. Der Bayrische Rundfunk berichtet beispielsweise von Online-Hasskommentaren gegenüber einer russischsprachigen, in Lettland geborener Jugendlichen. Und in Berlin wurden zwei Russisch sprechende junge Männer beleidigt und körperlich angegriffen.

Die ukrainischen Lehrkräfte und die Unterrichteten setzen derzeit den Schulunterricht mitunter online tapfer fort und verschwenden dabei wohl keinen leisen Gedanken an die linguizistischen Umstände im Schulwesen. Das soll ihnen nicht aufgebürdet werden. Lösungsansätze können selbstverständlich dennoch benannt werden. Eine langfristige Möglichkeit für das Verhältnis vom Russischen und dem Ukrainischen ist um die Ecke gedacht: das Interslawische. Dabei handelt es sich um eine Plansprache, die auf mehreren slawischen Sprachen basiert und leicht von Menschen, die solch eine slawische Sprache sprechen, erlernt werden kann. Um sich auf diesem linguistischen Weg der Mitte zu treffen, braucht es gegenseitige Akzeptanz. Letztendlich muss man sich doch sagen: Es ist doch egal, auf welcher Sprache wir uns verstehen.

Ceutanisch-Arabisch in der spanischen Stadt Ceuta

Translanguaging? Ein pädagogisches Lernkonzept. Eine Aufgabe wird auf einer Sprache gestellt und in einer anderen bearbeitet. So ergibt sich durch die andere Sprache ein anderer Blickwinkel auf die Aufgabe, was sie verständlicher machen kann.

Ein anderer Fall, der zwischen institutionellem und individuellem Linguizismus schwankt, ist der Umgang mit dem Ceutanisch-Arabischen in der spanischen Stadt Ceuta auf dem afrikanischen Kontinent. Zumindest an einer Schule der Stadt ist die Sprache verboten. Einzige Sprache im Unterricht ist hier Spanisch, auch wenn die Erstsprache der Kinder und Jugendlichen Ceutanisch-Arabisch ist. Dabei könnte gerade hier die Zweisprachigkeit dienlich beim Lernprozess in gleich welchem Fach sein. Das Zauberwort heißt Translanguaging. Über den Grund, den Beschulten die Nutzung ihrer Erstsprache zu verwehren, kann nur spekuliert werden. Es mag sein, dass eine Unsicherheit, nicht mehr die Kontrolle über den Unterricht zu haben, hier eine Rolle spielt. Denn die betreffenden Lehrerinnen sprechen nur Spanisch.

Die Situation in Deutschland

Und sonst heute, in Deutschland? In Deutschland sind Friesisch, Sorbisch und Dänisch Minderheitensprachen, die anerkannt sind und nicht unterdrückt werden. Das Türkische und das Russische sind es nicht – womöglich auch (noch) nicht aufgrund ihrer kurzen historischen Präsenz in Deutschland. Untersuchungen zufolge wird ein russischer und türkischer Akzent deutlich schlechter bewertet als beispielsweise ein französischer. Hierbei handelt es sich nun um einen strukturellen Linguizismus, denn er geht nicht von einer Institution wie dem Staat aus.

Gerade dieser strukturelle Linguizismus ist viel schwerer greifbar und kann nicht einfach abgeschafft werden, wie die zuvor benannten linguizistischen Gesetze abgeschafft werden könnten. Das ist bei den eher geräuschlosen Missbilligungen von nichtdeutschen Akzenten grundsätzlich nicht anders als bei den jüngsten Anfeindungen gegenüber dem Russischen in Deutschland. Betrachtet man diese Anfeindungen, scheint es aber außerdem plausibel, dass struktureller Linguizismus aus seinem institutionellen Pendant erwächst.

Doch darf man eines nicht vergessen: Das Diagramm bietet auch die Möglichkeit, positive Fälle aufzuzeigen. Auf diese Weise können auch Lösungsansätze benannt werden. Toll ist beispielsweise, dass das Türkische immer mehr Einzug in den deutschen Schulunterricht hält, und zwar nicht mehr nur im Rahmen des Sprachenunterrichts, sondern auch als Unterrichtssprache. So wird die sprachliche Lebenswelt vieler mit Türkisch Aufwachsenden widergespiegelt. Und es fördert die gesellschaftliche Stellung des Türkischen – eine Methode, dem strukturellen Linguizismus zu begegnen. MiG 12

 

 

 

 

Wachsende Ressentiments gegen ukrainische Flüchtlinge in Mittel- und Osteuropa

 

Die Hilfsbereitschaft der Bürger:innen Mittel- und Osteuropas gegenüber ukrainischen Flüchtlingen lässt langsam nach, vor allem in eher pro-russischen Ländern wie der Slowakei und Bulgarien, wo Unmut über „Privilegien“ für Flüchtlinge laut wird. Von: Michal Hudec

 

Nach Angaben des UN-Flüchtlingshilfswerks (UNHCR) sind seit Beginn des Krieges fast sechs Millionen Menschen aus der Ukraine geflohen. Polen und Rumänien haben die meisten von ihnen aufgenommen (3,2 Millionen beziehungsweise 889.000), etwa 772.00 sind nach Russland und 577.000 nach Ungarn gekommen.

Polen und Rumänien haben die meisten Flüchtlinge aufgenommen (3,2 Millionen beziehungsweise 889.000).

Während die Regierungen zum großen Teil eine Willkommensrhetorik an den Tag legen und humanitäre Hilfe leisten, gab es in Mittel- und Osteuropa Straßenproteste gegen ukrainische Flüchtlinge, wenngleich in den meisten Ländern weiterhin eine grundsätzlich positive Einstellung ihnen gegenüber vorherrscht.

Besonders offen zeigt sich Bulgarien, wo 38 Prozent der Bürgerinnen und Bürger eine positive Einstellung zu Flüchtlingen haben, während 18 Prozent eine negative Haltung einnehmen, wie jüngste Umfragen zeigen.

„Es ist ein allgemeines Phänomen, dass die bedingungslose Solidarität mit Kriegsflüchtlingen in den benachbarten Aufnahmeländern mit der Zeit nachlässt. Sozioökonomische Spannungen können spontane Reaktionen in der Bevölkerung auslösen, auch gewalttätige“, sagte Zsolt Zádori, Pressesprecher der Menschenrechtsorganisation Hungarian Helsinki Committee (HHC), gegenüber EURACTIV.

Der Unmut wachse, während die Hilfsbereitschaft abnehme, sagte auch der slowakische Aktivist Branislav Tichý, der mehrere Wochen an der slowakisch-ukrainischen Grenze verbrachte.

„Die ersten Proteste und die öffentliche Ablehnung der Hilfe für Flüchtlinge aus der Ukraine sind in der ganzen Slowakei zu spüren. Das ‚Was ist mit uns und unseren slowakischen Kindern?‘- Narrativ beginnt an Dynamik zu gewinnen“, schrieb er in einem Facebook-Post.

Zu großzügige Leistungen?

Ein umstrittenes Thema in den mittel- und osteuropäischen Ländern sind die Leistungen, die die Geflüchteten erhalten. Das Narrativ, dass sich Regierungen mehr um die Flüchtlinge kümmern würden als um ihre Bürger:innen, ist in allen Ländern präsent und wird durch rechtsextreme Parteien angefeuert.

In der Slowakei beschweren sich Menschen über kostenlose öffentliche Verkehrsmittel und Essensgutscheine, die die Regierung ukrainischen Flüchtlingen gewährt hat.

In Bulgarien verbreitet die nationalistische, pro-russische Varazhdane-Partei, die von etwa 10 Prozent der Wähler:innen unterstützt wird, alle möglichen Falschnachrichten über ukrainische Flüchtlinge. Diese beruhen auf dem Vorwurf, dass der Staat und die EU sich nicht um die vielen in Armut lebenden Bulgar:innen kümmerten, sondern sich nur auf die Ukrainer:innen konzentrierten.

Auch die tschechische rechtsextreme Partei Freiheit und direkte Demokratie kritisierte die derzeitige Regierung für die Unterstützung der ukrainischen Flüchtlinge. Auf der Parlamentssitzung am Dienstag (10. Mai) sagte der Parteivorsitzende Tomio Okamura, dass die Qualität der Bildung für tschechische Kinder nach der Ankunft der ukrainischen Schüler:innen sinken und es nicht genügend Kindergartenplätze geben werde.

Selbst im traditionell russlandfeindlichen Polen behauptet die nationalistische Konfederacja, ukrainische Flüchtlinge genössen derzeit zu viele Privilegien in Polen, obwohl die Unterstützung für Flüchtlinge laut der jüngsten Umfrage immer noch von mehr als 90 Prozent der Pol:innen unterstützt wird.

Regierungen müssen Lösungen anbieten

Die flüchtlingsfeindliche Rhetorik und die zunehmenden Ressentiments haben bereits zu mehreren Zwischenfällen geführt. In Bulgarien fand eine ukrainische Frau, die mit ihrem kleinen Kind ins Land kam, ihr Auto mit einer Spitzhacke in der Motorhaube wieder. In der Slowakei wurde das Auto einer ukrainischen Familie mit dem russischen Z-Symbol besprüht. In Ungarn wurde ein Ziegelstein auf eine Flüchtlingsunterkunft geworfen.

Die gewalttätigen Zwischenfälle hielten sich jedoch in Grenzen. Vielmehr nimmt der wachsende Unmut in den meisten Fällen andere Formen an. In der Slowakei weigerten sich einige Busfahrer:innen, Flüchtlinge kostenlos einsteigen zu lassen, obwohl sie von der Regierung dazu verpflichtet wurden.

Sowohl Zádori als auch Tichý verweisen auf die Verantwortung der Politik bei der Verhinderung und Aufdeckung solcher Straftaten. „Die Regierung hat Einfluss darauf, wie sich die Situation entwickelt. Je mehr der Staat in der Lage ist, den Ukrainer:innen bei der Integration zu helfen, desto weniger Raum gibt es für Konflikt und Hass“, sagte Tichý.

„Aber wegen eines frittierten Blumenkohls und 69 Euro Härtefallregelung neidisch auf Flüchtlinge zu sein, ist einfach eine Schande“, fügte er hinzu.

EU-Migrationspakt

Kurz nachdem Russland in die Ukraine einmarschiert war, berichtete EURACTIV vor Ort über die Situation auf der Insel Lesbos, wo 2015 eine große Zahl von Menschen eintraf.

Die lokalen Gemeinden hießen 2015 auch Flüchtlinge aus dem Osten willkommen, doch angesichts eines fehlenden gemeinsamen EU-Ansatzes zur Migration schlug das Willkommensgefühl schnell in Ablehnung um.

Der linke Europaabgeordnete Stelios Kouloglou erklärte damals gegenüber EURACTIV, dass es ohne eine gemeinsame EU-weite Migrationspolitik nur eine Frage der Zeit sei, bis auch die „weißen“ Flüchtlinge aus der Ukraine langfristig in eine ähnliche Situation geraten würden.

Die Gespräche über eine gemeinsame Migrationspolitik, die von der Europäischen Kommission für das Jahr 2020 vorangetrieben wurde, sind jedoch ins Stocken geraten.

Der Vizepräsident der Kommission, Margaritis Schinas, sagte auf einer EURACTIV-Veranstaltung im September 2021, dass der neue Vorschlag voraussichtlich direkt nach den französischen Präsidentschaftswahlen fertiggestellt werde. EA 12

 

 

 

 

Europa. Sündenbock

 

Oft werde Deutschland aus gutem Grund nicht gemocht, so George Pagoulatos aus Athen. Die Kritik an der deutschen Russlandpolitik sei jedoch verfehlt. George Pagoulatos

 

Wladimir Putins brutaler Einmarsch in der Ukraine hat im Westen zu neuer Selbstreflexion geführt. Eine Reihe von Kommentatorinnen und Kommentatoren, die meisten aus den USA oder Großbritannien, haben ihren neuesten Sündenbock gefunden: Deutschland sei schuld mit seiner jahrzehntelangen Appeasement-Politik gegenüber Russland. Im Ernst? 

Deutschland wird sehr gerne nicht gemocht – oftmals aus gutem Grund. Die vier von Angela Merkel geführten Regierungen gaben sich bei der Bewältigung der Eurozonen-Krise knallhart und zwangen dem Süden Europas verheerende Austeritätsmaßnahmen auf. Ebenso hatten Deutschlands eigene und engstirnige wirtschaftliche Interessen Priorität beim Umgang mit illiberalen Regimen, beispielsweise einer aggressiven Türkei. Gegenüber Russland verfolgte Berlin eine ähnliche Politik und knüpfte ein enges Netz aus Wirtschaftsbeziehungen. Seit der Zäsur vom 24. Februar ist jedoch klar, dass diese Art der Politik nicht mehr zeitgemäß ist. Die Kritik an Deutschland steigert sich jedoch allmählich ins Extreme: „Putins nützliche Idioten“, so das Urteil eines jüngst bei Politico Europe erschienenen Artikels über das deutsche Führungspersonal. Bundespräsident Frank-Walter Steinmeier wurde ein Besuch in Kiew untersagt und er zur persona non grata erklärt. Hier wird über das Ziel hinausgeschossen.

Bei dieser extremen Kritik geht es nicht nur um Deutschland und darum, wie man mit brutalen Führern wie Putin umgehen sollte. Es geht auch um die Rolle Europas im internationalen System. Die Kritik geht zu weit – aus mindestens vier Gründen: 

Erstens: Geschichte. In Deutschland wurden die Verbrechen des Nationalsozialismus anerkannt und das Land nach 1945 auf neuen Fundamenten wiederaufgebaut. Kein anderer Staat hat historische Schuld so sehr zu einem integralen Bestandteil seines nationalen Selbstverständnisses gemacht. Es kam zur Ausarbeitung einer pazifistischen Verfassung, zur Verdrängung des deutschen Nationalismus an den gesellschaftlichen Rand und zu mehr als sieben Jahrzehnten Engagement für die europäische Integration. Wenn Deutsche den Bau der Nord Stream-Pipeline rechtfertigen und dabei an die Zerstörungen erinnern, die Hitlerdeutschland im heutigen Russland angerichtet hat, oder wenn gesagt wird, man wolle nicht, dass deutsche Panzer in die Ukraine rollen und russische Soldaten töten, dann hat das einen tieferen historischen Hintergrund. Man könnte derartige Haltungen als überholt abtun, aber diese Hintergründe sind nicht bedeutungslos – und sie sind auch kein vorgeschobenes Argument.

Zweitens: Ostpolitik. Die heutigen deutschen Sozialdemokraten stehen in der Tradition von Willy Brandts Politik der Zusammenarbeit, des Dialogs und der Entspannung gegenüber der Sowjetunion und dem Ostblock ab den 1960er Jahren. Diese Politik, an der seither jede Bundesregierung festgehalten hat, trug zum Fall der Berliner Mauer 1989 und zur friedlichen Wiedervereinigung der beiden deutschen Staaten bei. Als Mitglied der NATO hatte Deutschland zwar stets eine aktive Rolle bei der Einhegung des sowjetischen Blocks gespielt; aber es ergänzte diese Rolle mit einer weitsichtigen Politik der Öffnung gegenüber der Sowjetunion. Letztendlich war es eine kluge Politik, die sich als die richtige erwiesen hat.

Drittens: Realpolitik. Es besteht kein Zweifel daran, dass die tiefgehenden Handelsbeziehungen und Deals mit Putins Russland für Deutschland von wirtschaftlichem Nutzen waren. Es ist allerdings auch wenig überraschend, dass ein Staat entsprechend seiner wirtschaftlichen Interessen handelt. Und in der Tat führt der Merkantilismus einer exportorientierten deutschen Wirtschaft – deren Rückgrat der Außenhandel ist – dazu, dass in der deutschen Außenpolitik häufig Beziehungen zu autoritären Regimen aufgebaut werden.

Mit Nord Stream 2 hätte sich Deutschland komplett abhängig von russischem Gas gemacht. Allerdings hat die Regierung von Olaf Scholz die Pipeline unmittelbar nach dem russischen Einmarsch in die Ukraine gestoppt. Ebenso wurden alle schweren Sanktionen gegen Moskau mitgetragen und der daraus resultierende wirtschaftliche Schaden für Deutschland in Kauf genommen. Der Knackpunkt ist folgender: Wenn Europas Hauptwaffe gegen Putins Aggression derartige Wirtschaftssanktionen sind, dann ist es doch gerade die Intensität der Handelsbeziehungen mit Russland, die die Sanktionen zu einem wirksamen Hebel macht. Dank der bisher engen Beziehungen kann echter Druck ausgeübt werden. Ohne die vorherigen Geschäfte hätte Putin nichts zu verlieren und Sanktionen wären völlig sinnlos. Die wirtschaftliche Verflechtung gibt Europa die Macht, durch härtere Sanktionen eine abschreckende Wirkung zu erzielen – auch wenn es einen guten Teil der Kosten und Schäden freilich selbst tragen muss.

Wenn man langfristig mit einem militaristischen, autoritären, atombewaffneten Konkurrenten verhandeln will, kann es kein reines Schwarz-Weiß geben. Es bedarf einer sich ständig weiterentwickelnden Mischung aus Anreizen und Sanktionen, um gewünschtes, positives Verhalten zu fördern, von negativen Handlungen abzuschrecken und unmittelbar auf Aggressionen reagieren zu können. Es braucht ein ganzes Paket von Instrumenten, das sowohl Engagement und Zusammenarbeit als auch Abgrenzung und Einschränkung umfasst, und das entsprechend der jeweiligen Lage angewandt werden kann. Die deutsche Handlungslogik im Umgang mit Russland trägt dazu bei, eine ausgewogene europäische Außenpolitik aufrechtzuerhalten. Wäre dies nicht der Fall, würden atavistische Kalter-Krieg-Ansichten überwiegen.

Viertens: Europa. Der Frieden in Nachkriegseuropa beruht vor allem auf der pragmatischen Zurückhaltung der Staatsführungen, der Eindämmung des Nationalismus und dem Aufbau einer für alle Seiten vorteilhaften Zusammenarbeit. Die EU verdankt ihren historischen Erfolg dem Bau von Brücken, nicht dem von Mauern. Um es mit Keynes zu formulieren: Wenn sich die Dinge aber ändern, ändert Europa (und Deutschland) natürlich auch seine Meinung. Die EU kann und darf ihre Doktrin der soft power nicht aufgeben. Vielmehr muss sie diese durch eine hard power und defensive Abschreckung ergänzen. Doch gerade diejenigen europäischen Staats- und Regierungschefs, die versucht haben, Russland als Partner zu gewinnen, nun für Putins Krieg verantwortlich zu machen, ist schlimmer als Revisionismus. Es ist schlichtweg eine Verzerrung jeglicher Logik. IPG 11

 

 

 

UNO-Chef Guterres würdigt Caritas

 

UNO-Generalsekretär Antonio Guterres hat der katholischen Hilfsorganisation Caritas für ihren Einsatz für Frieden, Gerechtigkeit und zur Bekämpfung von Armut und Ungleichheit in der Welt gedankt.

„Ihre Arbeit ist wichtiger denn je“, betonte Guterres in einer Video-Grußbotschaft an die noch bis Donnerstag in der griechischen Hauptstadt Athen tagende Regionalkonferenz von Caritas Europa. Der europäische Caritasverband veröffentlichte die Botschaft von Guterres via Twitter.

Der Krieg in der Ukraine verursache massive Verwüstungen, Tod und Leid und sende mit einem dramatischen Anstieg der Lebensmittel- und Energiepreise Schockwellen um die Welt, sagte der UNO-Chef. Die Covid-19-Pandemie habe tiefe Ungleichheiten offenbart und verschärft. Zudem bedrohe die Dreifach-Krise aus Klimastörung, Umweltverschmutzung und dem katastrophalen Verlust an Biodiversität überall Menschen und ihre Lebensgrundlagen.

Papst Franziskus habe diese Herausforderungen in seiner „bahnbrechenden“ Enzyklika Laudato si‘ klar erkannt, so Guterres. „Lassen Sie uns mutig handeln, um unser gemeinsames Haus zu schützen. Ich zähle auf Sie“, wandte sich der UNO-Chef an die Caritas-Spitzen der europäischen Staaten.

Ukrainehilfe ist Hauptthema

Zu den zentralen Themen der dreitägigen Caritas-Konferenz in Athen zählt die humanitäre Hilfe für die Opfer des Krieges in der Ukraine. Auch die Leiter der beiden Caritas-Verbände in der Ukraine, Tetiana Stawnychy von der griechisch-katholischen Caritas Ukraine und Vyacheslav Grynevych von der römisch-katholischen Caritas-Spes, nehmen an den Beratungen teil.

Mit 49 Mitgliedsorganisationen in 46 Ländern ist Caritas Europa eines der größten Hilfsnetzwerke weltweit und repräsentiert eine von insgesamt sieben Regionen des Caritas-Weltverbands „Caritas Internationalis“. In Athen findet auch die turnusmäßige Neuwahl des Präsidiums statt. Präsident von Caritas Europa ist seit 2020 der österreichische Caritas-Präsident Michael Landau (61).

(kap 11)

 

 

 

LEAK: EU-Kommission will höhere EU-Ziele bei den Erneuerbaren

 

Die EU-Kommission will das Ziel für erneuerbare Energien für 2030 erhöhen – unter anderem durch schnellere Genehmigungsregeln und eine mögliche Pflicht zur Installation von Solaranlagen auf allen Neubauten zu installieren, wie aus Vorschlägen hervorgeht, die EURACTIV vorliegen. Von: Kira Taylor

Die Vorschläge werden voraussichtlich am 18. Mai als Teil der EU-Pläne zur Verringerung der Abhängigkeit von russischer Energie veröffentlicht.

Eine Beschleunigung der Energiewende wird die Emissionen und die Abhängigkeit Europas von Energieimporten verringern und den EU-Bürger:innen und -Unternehmen erschwingliche Energiepreise bieten, heißt es in dem Entwurf, der EURACTIV vorliegt.

Angesichts der dringenden Notwendigkeit, den Einsatz von erneuerbaren Energien zu beschleunigen, solle das EU-Ziel für erneuerbare Energien erhöht werden, heißt es weiter. Allerdings steht das neue Ziel noch nicht fest. Der neue Prozentsatz wird in dem Vorschlag, der die EU-Richtlinie über erneuerbare Energien ändern würde, als „XX“ in eckigen Klammern angegeben.

Die Europäische Kommission hatte bereits im vergangenen Jahr vorgeschlagen, das EU-Ziel für erneuerbare Energien bis 2030 von derzeit 32 Prozent auf 40 Prozent zu erhöhen. Der Vorschlag war Teil eines im Juli vorgelegten Pakets von Klimagesetzen, das darauf abzielt, die Treibhausgasemissionen der EU bis zum Ende des Jahrzehnts um mindestens 55 Prozent zu senken.

Angesichts des Krieges in der Ukraine überlegt die Kommission jedoch, wie sie diese Pläne beschleunigen kann. Im März forderte sie das Europäische Parlament und die EU-Länder auf, „höhere oder frühere Ziele für erneuerbare Energien und Energieeffizienz“ in Betracht zu ziehen, wenn sie das Juli-Paket mit dem Titel „Fit für 55“ diskutieren.

Im Europäischen Parlament gibt es bereits große Zustimmung für die Erhöhung des Anteils erneuerbarer Energien auf 45 Prozent bis 2030. Auch bei einigen EU-Regierungen gibt es Bestrebungen, ein höheres Ziel für erneuerbare Energien zu fördern, obwohl unklar ist, ob es dafür bereits eine Mehrheit gibt.

Die Europäische Kommission äußert sich nicht zu den Leaks.

Als Reaktion auf den Einmarsch Russlands wird das Europäische Parlament nun darauf drängen, dieses Ziel auf 45 Prozent zu erhöhen.

Solarstrategie

Im Rahmen der Bemühungen, Europas Abhängigkeit von russischen fossilen Brennstoffen zu verringern, wird die EU voraussichtlich am 18. Mai mehrere Vorschläge vorlegen, darunter einen neuen Leitfaden für Genehmigungen und eine Strategie für Solarenergie, heißt es aus der Industrie.

Laut einer durchgesickerten Strategie, die EURACTIV zugespielt wurde, hat die Solarenergie ein erhebliches Potenzial, schnell zu einem Hauptbestandteil der Strom- und Heizsysteme in Europa zu werden, was der EU helfen würde, ihre Klimaziele zu erreichen und ihre Abhängigkeit von Russland zu verringern.

Der Strategieentwurf enthält einen Vier-Punkte-Fahrplan zur Förderung der Solarenergie für europäische Bürger:innen und die Industrie, der auf der im März veröffentlichten Empfehlung REPowerEU der Kommission aufbaut.

Ein Teil dieser Strategie ist die Europäische Solardach-Initiative, die im Falle ihrer Umsetzung bereits im ersten Jahr 17 TWh Strom erzeugen würde – 17 Prozent mehr als die derzeitigen EU-Prognosen – und bis 2025 42 TWh zusätzlichen Strom erzeugen würde, wie aus dem Leak hervorgeht, obwohl keine endgültigen Zahlen vorliegen.

In diesem Zusammenhang schlägt die Strategie vor, den Einsatz von Solarenergie mit Dachsanierungen zu kombinieren, bis 2025 alle dafür geeigneten öffentlichen Gebäude mit Solarenergie auszustatten und bis 2025 in jedem Bezirk mit 10.000 oder mehr Einwohnern mindestens eine Gemeinde mit erneuerbaren Energien zu haben.

Darüber hinaus erwägt die EU-Kommission, die Installation von Solaranlagen auf Dächern für alle neuen Gebäude verbindlich vorzuschreiben, obwohl dies derzeit noch diskutiert wird. Zudem beabsichtigt sie, die Genehmigungsverfahren für Solaranlagen auf Dächern bestehender Gebäude auf drei Monate zu begrenzen.

Die Strategie schlägt auch eine EU-Qualifikationspartnerschaft für erneuerbare Energien an Land vor, um sicherzustellen, dass es genügend ausgebildete Arbeitskräfte für die Einführung erneuerbarer Energien gibt. Außerdem soll eine Europäische Allianz der Solarindustrie ins Leben gerufen werden, um eine innovationsorientierte, widerstandsfähige solare Wertschöpfungskette in Europa aufzubauen.

Laut Walburga Hemetsberger, der Geschäftsführerin des Branchenverbands SolarPower Europe, braucht die Branche bis 2030 eine Gesamtkapazität von 1 Terawatt, einen Fonds für die Solarproduktion und neue Maßnahmen zur Ausschöpfung des Potenzials von Solardächern.

Bewältigung von Genehmigungsfragen

Genehmigungen sind der Branche der erneuerbaren Energien schon lange ein Dorn im Auge. Sie sind ein häufiges und vermeidbares Hindernis für den Einsatz von Solarenergie und erneuerbaren Energien, so Hemetsberger.

„Die Wartezeiten und Verwaltungsverfahren sind unnötig aufwändig und variieren in der EU – und oft haben die Behörden nicht die Ressourcen, um effizient auf Genehmigungsanträge zu reagieren“, sagte sie gegenüber EURACTIV.

Um dieses Problem zu lösen, bereitet die EU die Veröffentlichung eines neuen Leitfadens für Genehmigungen in den EU-Ländern sowie eines Gesetzesvorschlags vor, der Projektträgern und Investoren mehr Sicherheit geben soll.

Wie in Deutschland werden die EU-Länder sicherstellen müssen, dass Genehmigungsverfahren als übergeordnetes öffentliches Interesse betrachtet werden. Dies gilt für die Planung, den Bau und den Betrieb von Anlagen zur Nutzung erneuerbarer Energien, für Speicher und Netzanschlüsse.

Der durchgesickerte Gesetzesvorschlag, der EURACTIV vorliegt, fordert strenge Fristen für Genehmigungsverfahren. So soll das Verfahren für neue Projekte im Bereich der erneuerbaren Energien ein Jahr und für Repowering-Genehmigungen in diesen Bereichen für Kapazitäten unter 150 kW nicht länger als sechs Monate dauern.

Außerhalb dieser Bereiche sollten Projektgenehmigungen nicht länger als zwei Jahre und Repowering-Genehmigungen für Projekte unter 150 kW nicht länger als ein Jahr dauern.

Der Entwurf sieht außerdem vor, dass die EU-Staaten innerhalb eines Jahres nach Inkrafttreten des Gesetzes bestimmte Land- und Seegebiete ausweisen müssen, die für die Installation von Infrastrukturen für erneuerbare Energien erforderlich sind.

Darüber hinaus müssen die EU-Staaten mindestens eine Kontaktstelle einrichten oder benennen, die Antragsteller auf Anfrage durch das Verwaltungsverfahren führen und dieses erleichtern soll.

Dies entspricht den Forderungen der Windindustrie nach Genehmigungsfristen von 1-2 Jahren, besserer Raumplanung und One-Stop-Shops. Es entspricht auch der Forderung der Branche, dass eine nicht rechtzeitige Antwort der Behörden eine positive Antwort darstellt, wenn auch nur in bestimmten Gebieten. EA 11

 

 

 

 

DIHK. Unternehmen brauchen Flüchtlinge als Arbeitskräfte

 

Angesichts des Fachkräftemangels sind Betriebe laut DIHK auf die Integration von Geflüchteten angewiesen. Das Bundeswirtschaftsministerium verspricht Erleichterungen beim Aufenthaltsrecht von Geflüchteten.

Betriebe sind nach Angaben des „Netzwerks Unternehmen integrieren Flüchtlinge“ angesichts des Fachkräftemangels auf die Integration von Flüchtlingen angewiesen. Der Erfolg bei der Integration sei für deutsche Unternehmen in Zukunft essenziell, sagte Sofie Geisel von der Hauptgeschäftsführung des Deutschen Industrie- und Handelskammertags, Gründer und Träger des Netzwerks, am Dienstag in Frankfurt am Main.

Die Coronakrise habe einen Schock für die Unternehmen und noch mehr für die frisch integrierten Flüchtlinge bedeutet, sagte Geisel. Viele Bemühungen seien steckengeblieben, viele Hilfsstrukturen aber in Unternehmen bewahrt worden. Das Netzwerk gehe davon aus, dass die Integration von Flüchtlingen in den Arbeitsmarkt im Eigeninteresse der Unternehmen auch in Zukunft erfolgreich sein werde. Menschen aus der Ukraine hätten den von Unternehmen gewünschten Bildungsstand. Viele dieser Flüchtlinge seien jüngere Frauen mit Kindern und daher auf Kinderbetreuung angewiesen. Sie seien allerdings von Kriegserlebnissen belastet, und viele wollten in ihr Heimatland zurückkehren.

Ministerium: Wollen Aufenthaltsrecht von Flüchtlingen vereinfachen

Der Staatssekretär des Bundeswirtschaftsministeriums und Bundesbeauftragte für den Mittelstand, Michael Kellner (Grüne), sicherte dem Netzwerk von mehr als 3.000 Unternehmen weiter die Unterstützung der Bundesregierung zu. Die Ampelkoalition wolle in drei Gesetzespaketen das Aufenthaltsrecht von Flüchtlingen vereinfachen. Die Praxis der Kettenduldung solle beendet und nach fünf Jahren Aufenthalt ein dauerhaftes Aufenthaltsrecht verliehen werden. Duldungen sollten großzügiger erteilt und die Einwanderung von Fachkräften erleichtert werden.

Mehrere Unternehmensvertreter betonten in einer Gesprächsrunde, dass eine umfassende und intensive Betreuung von Flüchtlingen durch die Unternehmen erforderlich sei. Dazu gehörten Sprachkurse, Praktika, die Begleitung des Schulunterrichts oder Unterstützung hinsichtlich des Aufenthaltsrechts.

(epd/mig 11)

 

 

 

 

Parolin: Projekt Europa bleibt ein Projekt des Friedens

 

Der vatikanische Kardinalstaatssekretär Pietro Parolin hat anlässlich des Europatages am Dienstag in der Basilika Santa Sofia, der Nationalkirche der Ukrainer in Rom, eine Messe gefeiert. Die Erinnerung an die Gründerväter, die „im Leben daran gearbeitet haben, dort aufzubauen, wo andere nur zerstört hatten“, sei auch heute noch ein Ansporn. Sein besonderes Gebet galt der Ukraine. Mario Galgano und Salvatore Cernuzio – Vatikanstadt

 

Ein Europa, das trotz des Schreckens des andauernden Ukraine-Kriege jenes „Friedensprojekt“ fortführt, das Robert Schumanns Inspiration und Wunsch war und aus den Trümmern des Zweiten Weltkriegs entstand. Das ist die Vision, von der Kardinalstaatssekretär Pietro Parolin hofft, dass sie in der Zukunft des europäischen Kontinents zum Normalfall werde. Am Dienstagnachmittag feierte der Kardinal anlässlich des Europatages eine Messe in der Basilika Santa Sofia in Rom. Unter den byzantinischen Gewölben der Nationalkirche der Ukrainer in der italienischen Hauptstadt, die seit Ausbruch des Krieges zu einer Sammelstelle für Hilfsgüter für die Bevölkerung geworden ist, erinnerte Parolin – von Liedern und Applaus begrüßt – an die vielen Toten, die die Ukraine zu beklagen hat. Einen Krieg, den Papst Franziskus als „grausam“ und „frevelhaft“ stigmatisiert hatte, wie Parolin hinzufügte.

Das Gebet für die Opfer des Krieges

„Wir erbitten von Gott das Geschenk des Friedens für die Ukraine, materiellen und geistlichen Trost für die Opfer des Krieges und besonders für die Flüchtlinge, für die Kinder, für die, die alles verloren haben, für die Alleingelassenen. Möge der Herr die Herzen der Regierenden erleuchten, damit sie daran arbeiten, Frieden und Harmonie wiederherzustellen“, sagte der Kardinal in Anwesenheit zahlreicher, beim Heiligen Stuhl akkreditierter Botschafter.

Der Tod ist überwunden

In seiner Predigt kommentierte der Staatssekretär das von der heutigen Liturgie vorgeschlagene Wort Gottes „voller wertvoller Ideen, die uns helfen, tief in das österliche Geheimnis des Herrn einzudringen“. Dann ging er auf die Bedeutung des Todes ein, besiegt von Christus, dem Guten Hirten, der das Leben zurückgibt. „Zu Ostern öffnet uns der Herr Jesus die Türen zum ewigen Leben. Der Tod hat keine Macht mehr, er wurde im Fleisch des Erlösers besiegt. Jesus öffnet uns einen Durchgang zum Ewigen, Er ist der Durchgang, die Tür, durch die wir gehen müssen, um in das wahre Leben einzutreten. Der Sieg Christi "scheint sich jedoch zu mühen, seinen Triumph zu zeigen", fast "verschwommen" in dieser Welt, in der "Sünde und Tod die Oberhand zu haben scheinen".

Die „denkwürdige“ Schuman-Erklärung

Die Bilder aus der Ukraine erinnern uns jeden Tag an das, wofür Parolin um Gebete bittet. Angesichts der durch den Krieg verursachten Tragödien erinnert der Kardinal an den Geist, der die „denkwürdige“ Erklärung des ehrwürdigen Robert Schumann am 9. Mai 1950 beseelte, fünf Jahre nach dem „größten und blutigsten“ Konflikt, den Europa bis dahin erlebt hatte.

Der französische Außenminister Schuman – erinnerte Parolin – verstand damals, dass der einzige Weg, die Gefahr eines neuen Konflikts zu beseitigen, weder die Abschreckung noch der „Schaffung eines bewaffneten Friedens wie im Kalten Krieg“ war; vielmehr spürte er, dass nur „gegenseitige Solidarität und das Teilen von Ressourcen“ zu „authentischer Versöhnung“ führen könnten. Und so wurde der Weg zur europäischen Föderation beschritten, und das veränderte „das Schicksal der Regionen, die sich seit langem der Herstellung von Kriegsinstrumenten verschrieben haben“.

Einsatz für ein geeintes und versöhntes Europa

Grundlage der Schumann-Erklärung sei „das ganze politische und gesellschaftliche Engagement“ des Staatsmanns, „verwoben mit dem im täglichen Leben gepflegten christlichen Glauben“. „Für Schumann war Christus wirklich auferstanden“, sagt der Kardinal: Es war kein abstrakter Gedanke, sondern eine aktive Präsenz in der Welt. Und gerade aufgrund dieses allumfassenden Glaubens verpflichtete sich der damalige Minister dazu, „für ein geeintes und versöhntes Europa zu arbeiten“. Auf seiner Reise begegnete er Persönlichkeiten, „die den gleichen Glauben, den gleichen Blick auf das Dasein, das gleiche politische Engagement, die gleiche Leidenschaft für das Gemeinwohl teilten“: Konrad Adenauer und Alcide de Gasperi.

Hört einander zu

Sie alle „waren sich bewusst, dass der Tod nicht mit einem anderen Tod besiegt wird, sondern dass nur das Leben den Tod besiegt“. Angesichts der „menschlichen Versuchung, Zwietracht walten zu lassen“, verstanden die Gründer auch, dass der einzige Weg, den sich stellenden Herausforderungen zu begegnen, darin bestand, „einander zuzuhören, die eigenen Gründe mit Ehrlichkeit und Einfachheit zu formulieren und gleichzeitig die Gründe anderer greifbar zu machen“, sagte Parolin. Deshalb nennen wir sie „Gründerväter“, weil „sie den Grundstein für ein neues Gebäude legten“ und „im Leben daran arbeiteten, dort aufzubauen, wo andere vor ihnen nur zu zerstören wussten“. Ihr Vermächtnis sei es, „zuzuhören und willkommen zu heißen“, diejenigen, die „noch heute die Stärken Europas sind“. Heute, so der Kardinal abschließend, „ist es wertvoll, diese Position im ohrenbetäubenden Getümmel unserer Zeit am Leben zu erhalten“.

EU-Botschafterin und Ukraine-Botschafter bedankten sich

Die EU-Botschafterin beim Heiligen Stuhl, Alexandra Valkenburg, dankte dem Kardinalstaatssekretär für die Worte und erinnerte daran, dass sich die gesamte EU hinter der Ukraine stehe. Auch der ukrainische Botschafter beim Heiligen Stuhl, Andrii Yurash, dankte für das Gebet und die Unterstützung aus Europa.

In ihrer Ansprache am Ende der Messe erinnerte EU-Botschafterin Valkenburg an Robert Schumans „Traum vom Frieden in Europa“, eine Vision, die es den 27 Nationen der Union ermöglichte, „den Kreislauf von Krieg und Konflikt zu durchbrechen und ihn durch eine Vision der Einheit, Solidarität und Hoffnung zu ersetzen“.

Während der Krieg auf unseren Kontinent zurückgekehrt ist, „müssen wir noch mehr als zuvor auf Schumans Vision hinarbeiten“, denn „die russische Aggression gegen die Ukraine verursacht weiterhin großes Leid für Millionen von Ukrainern, für unsere europäischen Mitbürger“, in einem Krieg, der „sinnlos und nicht zu rechtfertigen“ ist.

Botschafterin Valkenburg erinnerte daran, dass sich die Europäische Union den Friedensappellen des Papstes anschließe, unterstrich die Verbundenheit mit der Ukraine, für die man sich weiterhin solidarisch zeigen werde, und würdigte „den unglaublichen Mut des ukrainischen Volkes“. In dieser Situation, so schloss sie, sei die strategische Union zwischen der Europäischen Union und dem Heiligen Stuhl in den Bereichen Frieden, Solidarität, Menschenrechte, Klima, Armutsbekämpfung, aber auch bei der Unterstützung des Multilateralismus „Partner mit den gleichen Ansichten“, noch wichtiger.

Der ukrainische Botschafter beim Heiligen Stuhl bedankte sich insbesondere für die Entscheidung, den Europatag in der Basilika Santa Sofia zu begehen. Er dankte für die Unterstützung der Ukraine in dieser „kulturell schwierigen“ Zeit und betonte erneut, dass die Ukraine und Europa „zum selben kulturellen und geistigen Raum gehören“, mit denselben Werten und Grundsätzen, „die auf der Achtung der Menschenwürde, der Entscheidungsfreiheit und der unbestreitbaren Anerkennung des Rechts eines jeden Staates, seine Identität aufzubauen und zu leben, beruhen“.

Dies seien Werte, die durch eine „ungerechtfertigte und barbarische Aggression von Putins imperialistischem Russland“ gefährdet seien, und dies sei eine Gefahr, die „nicht nur die Ukraine, sondern den gesamten europäischen Kontinent“ betreffe.

Yurash erinnerte daran, dass die Ukraine seit ihrer Taufe vor 1034 Jahren „Teil der europäischen Gemeinschaft“ sei und die in der Basilika Santa Sofia gefeierte Messe zeige, dass „die Ukraine im Herzen Europas liegt“. (vn 10)

 

 

 

 

UN-Bericht. Weltweiter Hunger nimmt weiter zu

 

Die Zahl der Hungernden ist im vergangenen Jahr laut UN weiter gestiegen: Knapp 193 Millionen Menschen benötigten dringend Hilfe. Besonders dramatisch ist die Lage in Äthiopien, Madagaskar, im Südsudan und im Jemen.

Immer mehr Menschen leiden laut den Vereinten Nationen weltweit unter Hunger und Lebensmittelknappheit. Hunderte Millionen Menschen hätten 2021 nicht genügend zu essen gehabt, teilten die UN mit. Fast 193 Millionen Menschen in 53 Ländern und Territorien waren laut einem von verschiedenen UN-Agenturen und Partnerorganisationen veröffentlichen Bericht über Nahrungskrisen von Ernährungsunsicherheit betroffen und benötigten dringend Hilfe – 40 Millionen Menschen mehr als im Vorjahr. Die Bundesregierung sagte den betroffenen Ländern Unterstützung zu.

Weitere 236 Millionen Menschen in 41 Ländern und Territorien befanden sich dem Bericht zufolge in einer angespannten Lage und hätten Unterstützung für ihren Lebensunterhalt und Hilfe zur Verringerung des Katastrophenrisikos gebraucht.

Hunger nimmt wegen Krisen und Konflikten zu

„Millionen von Menschenleben und Existenzen stehen auf dem Spiel“, erklärte UN-Generalsekretär António Guterres in einem Vorwort. Der Direktor des UN-Welternährungsprogramms, David Beasley, rief die internationale Gemeinschaft zu einem entschlossenen Gegensteuern auf. Andernfalls werde sich die Krise weiter verschlimmern. Der Hunger nehme wegen der Corona-Pandemie, den Folgen des Klimawandels sowie der vielen Konflikte zu.

Besonders besorgniserregend ist laut dem Report die Lage in Äthiopien, Madagaskar, dem Südsudan und im Jemen. In diesen vier Ländern seien 570.000 Menschen vom Hungertod bedroht gewesen. Demnach dürften sich die Aussichten für die weltweite akute Ernährungsunsicherheit auch für das laufende Jahr weiter verschlechtern. Der Krieg in der Ukraine werde ungünstige Auswirkungen auf die weltweiten Preise und Lieferungen von Nahrungsmitteln, Energie und Düngemitteln haben.

Preise für Grundnahrungsmittel stark gestiegen

Zuletzt waren die Preise für Grundnahrungsmittel weltweit stark gestiegen, auch wegen der Furcht vor dem Ausfall von Weizenlieferungen aus der Ukraine und Russland. Die beiden Länder sind für etwa 30 Prozent der Weizenexporte verantwortlich und zählen damit neben Staaten wie den USA, Frankreich und Deutschland zu den größten Weizenlieferanten der Welt. Vor allem nordafrikanische Länder wie Libyen, Tunesien und Ägypten beziehen einen Großteil ihres Weizens aus der Region.

Bundeskanzler Olaf Scholz (SPD) sicherte den betroffenen Ländern Hilfe zu. Deutschland könne die Staaten, die wegen des Ukraine-Krieges von der Ernährungskrise bedroht seien, nicht alleine lassen, sagte er am Mittwoch nach einer zweitägigen Kabinettsklausur in Meseberg. Es müsse dafür gesorgt werden, dass die Getreideexporte auch weiterhin gelingen. Bundeswirtschaftsminister Robert Habeck (Grüne) sagte, „die Nahrungsmittelknappheit wird die Welt hart treffen, und zwar Teile der Welt, die sowieso schon politisch unruhig sind“.

Schulze: Ärmere Länder unabhängiger machen

Bundesentwicklungsministerin Svenja Schulze (SPD) rief dazu auf, ärmere Länder von Lebensmittelimporten unabhängiger zu machen. „Kurzfristig sind Nahrungsmittelhilfen überlebenswichtig“, sagte sie. Ziel müsse jedoch sein, „dass die Menschen in den ärmsten Ländern sich selbst versorgen können, damit steigende Weltmarktpreise nicht mehr automatisch zu mehr Hunger führen“. Bereits im April hatte Schulze bei der Weltbank-Frühjahrstagung in Washington ein neues Bündnis für globale Ernährungssicherheit vorgeschlagen, um die Verteilung von Getreide so zu organisieren, dass Hungerkatastrophen möglichst vermieden werden.

Der Bericht wurde im Auftrag des Globalen Netzwerks gegen Ernährungskrisen erstellt. UN-Institutionen wie die Ernährungs- und Landwirtschaftsorganisation (FAO) und das Welternährungsprogramm (WFP) sowie Partner stehen dahinter. (epd/mig 10)

 

 

 

Italien stellt sich hinter Macrons Pläne zur Reform der EU

 

Italien unterstützt die ehrgeizigen EU-Reformvorschläge des französischen Präsidenten Emmanuel Macron zur Erweiterung. Dies erklärte der italienische Europaminister Vincenzo Amendola am Montag auf der Abschlussveranstaltung der Konferenz zur Zukunft Europas in Straßburg. Von: Margherita Montanari

 

In seiner Rede vor dem EU-Parlament am Europatag schlug Macron den Aufbau einer neuen „europäischen politischen Gemeinschaft“ vor und erläuterte seine Reformvorschläge.

Die Initiative des französischen Präsidenten entspricht den Vorschlägen einiger italienischer Politiker, darunter der ehemalige Ministerpräsident und derzeitige Vorsitzende der Demokratischen Partei, Enrico Letta.

Italien „schließt sich dem ehrgeizigen Vorschlag des französischen Präsidenten Emmanuel Macron an, einen größeren politischen Raum für die Erweiterung der Europäischen Union zu schaffen“, sagte Amendola vor den Abgeordneten in Straßburg.

„Es wird erwartet, dass die EU in der Zusammenarbeit im Energiebereich und in Bereichen wie der Außen- und Verteidigungspolitik einen entscheidenden Schritt nach vorne macht. Nur durch den Zusammenhalt der EU in diesem historischen Moment können wir uns vor der Gefahr eines Krieges schützen“, so Amendola weiter.

Der italienische Staatssekretär stellte auch klar, dass „die Zukunft der EU von der Vertragsreform abhängt“ und fügte hinzu, dass es dringend notwendig sei, „das bisherige Zögern in Bezug auf die Erweiterung zu lassen, insbesondere für einige Länder wie Albanien und Nordmazedonien“.

Zuvor, am Montag (9. Mai), erinnerte Premierminister Mario Draghi an die Bedeutung des „föderalistischen Idealismus beim Aufbau eines europäischen Bewusstseins“.

„Wir müssen den Pragmatismus einbeziehen, der der Schaffung der ersten europäischen Institutionen und ihrer Entwicklung zugrunde lag“, sagte er per Videokonferenz auf dem Ventotene Europa Festival. EA 10

 

 

 

 

Erstmals eine Frau zur DGB-Chefin gewählt – mit Migrationshintergrund

 

Ein Novum. Erstmals sitzt mit Yasmin Fahimi eine Frau – mit Migrationshintergrund – an der Spitze des Deutschen Gewerkschaftsbundes. Die Halbiranerin kündigt der Diskriminierung von Frauen in der Arbeitswelt den Kampf an.

Yasmin Fahimi ist neue Vorsitzende des Deutschen Gewerkschaftsbundes (DGB). Auf dem DGB-Bundeskongress in Berlin stimmten am Montag 358 der 398 Delegierten für die frühere SPD-Generalsekretärin, die als einzige zur Wahl stand. 26 Delegierte votierten gegen die 54-Jährige. Zehn enthielten sich.

Damit steht erstmals eine Frau an der Spitze des 1949 gegründeten DGB. Fahimi löst Reiner Hoffmann ab, der den Gewerkschaftsbund seit 2014 geführt hatte. Vor ihrer Wahl hatte Fahimi in einer Vorstellungsrede angekündigt, der DGB werde unter ihrer Führung unter anderem verstärkt gegen die Diskriminierung von Frauen in der Arbeitswelt kämpfen.

Fahimi hat sich als SPD-Politikerin für eine gleichberechtigte Teilhabe von Menschen mit ausländischen Wurzeln eingesetzt und sich in der Integrationspolitik von Einwanderern und Geflüchteten engagiert. Fahimi selbst hat einen Migrationshintergrund. Sein Vater, ein Chemiker aus dem Iran, war noch vor ihrer Geburt gestorben. Als Halbwaise sie bei ihrer deutschen Mutter auf.

Fahimi will Bundestagsmandat niederlegen

Die studierte Chemikerin Fahimi studierte an der Universität Hannover zunächst Elektrotechnik und war von 2000 bis 2013 Gewerkschaftssekretärin bei der Industriegewerkschaft Bergbau, Chemie, Energie. 2014 und 2015 amtierte sie als SPD-Generalsekretärin. Von 2016 bis 2017 war sie beamtete Staatssekretärin im Bundesarbeitsministerium. Seit 2017 gehört sie dem Deutschen Bundestag an. Sie hat angekündigt, ihr Bundestagsmandat nach der Wahl zur DGB-Chefin niederzulegen.

Der DGB umfasst acht Mitgliedsgewerkschaften mit insgesamt rund sechs Millionen Mitgliedern. Der Bundeskongress, der noch bis 12. Mai tagt, ist das höchste Gremium des Gewerkschaftsbundes. Er tritt alle vier Jahre zusammen. (epd/mig 9)

 

 

 

 

DIW-Studie. Flüchtlinge fühlten sich in der Corona-Pandemie stark diskriminiert

 

Bildung, Behörde, Alltag, Arbeits- und Wohnungsmarkt - Geflüchtete haben sich in der Corona-Pandemie stärker diskriminiert gefühlt als zuvor. Das ist das Ergebnis einer aktuellen DIW-Studie. Experten warnen vor den gesundheitlichen Folgen von Diskriminierung.

Geflüchtete, die in den Jahren 2013 bis 2016 nach Deutschland gekommen sind, fühlten sich im ersten Jahr der Corona-Pandemie einer Studie zufolge stärker diskriminiert als zuvor. Das traf insbesondere auf die Arbeitssuche und in Bildungseinrichtungen zu, wie aus der kürzlich in Berlin veröffentlichten Untersuchung des Deutschen Instituts für Wirtschaftsforschung (DIW) hervorgeht. Befragt wurden fast 4.000 Flüchtlinge.

Neben der Arbeitssuche und Bildungseinrichtungen wurden vom DIW auch die Bereiche Wohnungssuche, Alltag, Behördengänge und Kontakt mit der Polizei unter die Lupe genommen. Am häufigsten diskriminiert fühlten sich demnach Geflüchtete, die in Ostdeutschland lebten, jünger als 40 Jahre alt waren, schlechte Kenntnisse der deutschen Sprache aufwiesen sowie erwerbstätige Frauen.

Geflüchtete verloren in der Corona-Krise ihren Job

„Verantwortlich für die Zunahme der wahrgenommenen Diskriminierung waren wohl die ökonomischen und sozialen Verwerfungen im Zuge der Corona-Pandemie“, erklärte DIW-Forscherin Adriana Cardozo Silva. Geflüchtete arbeiten besonders häufig in prekären Arbeitsverhältnissen und in Branchen wie der Gastronomie oder im Tourismus, die von den Maßnahmen zur Eindämmung der Pandemie besonders betroffen waren. Dementsprechend häufig verloren Geflüchtete in der Corona-Krise ihren Job.

Bei der Arbeit fühlten sich der Studie zufolge im Jahr 2020 insgesamt 31 Prozent manchmal oder häufig benachteiligt – sechs Prozentpunkte mehr als ein Jahr zuvor. Bei der Suche nach einer Erwerbstätigkeit empfanden 39 Prozent der Geflüchteten Diskriminierungen. Das waren acht Prozentpunkte mehr als ein Jahr zuvor.

Diskriminierung führt zu Stress

Die Analyse von Diskriminierung sei besonders wichtig, wenn es um die Integration von Geflüchteten in die Gesellschaft geht, erläuterten die Studienautoren. Forschung im Bereich der Psychologie zeige außerdem, dass ein höheres Maß an Diskriminierung mit einem höheren Maß an psychischem Stress verbunden sei und die Gesundheit von Menschen gefährde, erklärten die Wissenschaftler.

Umso schwerwiegender erscheine es, dass zu Beginn der Corona-Pandemie im Frühjahr 2020 Sprach- und Integrationskurse mindestens vorübergehend eingestellt wurden oder für viele Geflüchtete nur schwer bis gar nicht über digitale Wege zugänglich waren. Dass derzeit viele Ukrainerinnen und Ukrainer nach Deutschland flüchten, vergrößere die künftigen Herausforderungen noch, erwarten die Studienautoren. Wichtig sei, sich um die Integration aller Geflüchteten zu kümmern und nicht die Bedürfnisse einzelner Gruppen zurückzustellen. (epd/mig 9)

 

 

 

Mücken und Zecken ein Schnippchen schlagen

Aham - The same procedure as every year: Steigende Temperaturen lassen nicht nur die Pflanzen sprießen, sondern leider auch unliebsame Wegbegleiter wie Mücken und Zecken. Bedingt durch den Klimawandel gehen Forscher davon aus, dass Infektionen durch Mückenstiche oder Zeckenbisse zunehmen werden. Mit den Stichfrei Pflegeprodukten von BALLISTOL bleiben Sie geschützt.

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Deutsche Hochschulbildung weltweit. 20 Jahre Transnationale Bildung

 

Über 35.000 Studierende sind derzeit an 55 Hochschulstandorten in Afrika, dem Nahen Osten, Asien und Lateinamerika in den vom Deutschen Akademischen Austauschdienst (DAAD) geförderten transnationalen Bildungsprojekten eingeschrieben. Der DAAD blickt anlässlich des zwanzigjährigen Jubiläums des Programms mit einer Tagung in Berlin am 17. und 18. Mai auf Themen, Erfolge und Herausforderungen bei der Transnationalen Bildung. Bonn, 17.05.2022

„Der Bedarf an qualifizierter Hochschulbildung wächst weltweit seit vielen Jahren. Immer mehr junge Menschen wollen von der Ausbildungsqualität renommierter internationaler Hochschulen profitieren, ohne für ein ganzes Studium ins Ausland zu gehen. Mit dem DAAD-Programm zur Transnationalen Bildung (TNB) bieten wir seit zwei Jahrzehnten ein attraktives Angebot für Studierende in aller Welt, für die ein ganzes Studium in Deutschland nicht in Frage kommt. Unsere Mitgliedshochschulen ermöglichen ihnen mit hochwertigen Bildungsangeboten an ausländischen Partnerhochschulen den Erwerb eines deutschen Hochschulabschlusses. So können Studierende beispielsweise in Singapur einen Masterabschluss der TU München erwerben oder erhalten an der ‚German-Jordanian University‘ im Fachstudium fundierte Deutschland-Kompetenz, die auf dem jordanischen Arbeitsmarkt sehr gefragt ist“, sagte DAAD-Präsident Prof. Dr. Joybrato Mukherjee anlässlich der Tagung.

Weltweit gibt es zahlreiche Angebote transnationaler Bildung (TNB). Besonderheiten des deutschen TNB-Modells sind das Fehlen der gewinnorientierten Ausrichtung und der kooperative Ansatz. In dem vom Bundesministerium für Bildung und Forschung (BMBF) finanzierten Programm entwickeln deutsche Hochschulen in enger Zusammenarbeit mit ihren ausländischen Partnerinstitutionen Lehrinhalte, die spezifische regionale Bedarfe einbeziehen. Auch die Integration eines Deutschlandbezugs ist ein wichtiges Merkmal, sei es als Sprachunterricht, Praktikum in einem deutschen Unternehmen mit Sitz im Gastland oder auch als integrierter Deutschland-Aufenthalt. Stipendien des Auswärtigen Amts für die eingeschriebenen Studierenden ergänzen die TNB-Projekte.

Das Spektrum der insgesamt rund 330 Projekte ist breit: Es reicht von Zusatzqualifikationen über einzelne Studiengänge bis hin zur Gründung ganzer Fakultäten oder binationaler Hochschulen. Sieben binationale Hochschulen feiern in diesem Jahr ebenfalls Jubiläen: die Andrássy-Universität in Budapest (AUB, 20 Jahre), die deutschsprachige Fakultät für Ingenieur- und Betriebswissenschaften an der Universität Sofia in Bulgarien (FDIBA, 30 Jahre), die German University in Cairo (GUC, 20 Jahre), die German-Jordanian University (GJU, 15 Jahre), die German University of Technology in Oman (GUtech, 15 Jahre), das Heidelberg Center Lateinamerika (HCLA, 20 Jahre) und der TUM Asia-Campus der TU München in Singapur (20 Jahre). Daad 17

 

 

 

Weltweiter Hungerkrise. Millionen Kinder sind akut unterernährt und könnten in den nächsten Wochen verhungern

 

Friedrichsdorf/Berlin. In immer mehr Ländern weltweit leiden Menschen und insbesondere Kinder unter akuter Mangel- und Unterernährung. Aus diesem Grunde hat die internationale Kinderhilfsorganisation World Vision zum zweiten Mal in ihrer Geschichte die höchste weltweite Katastrophen-Warnstufe ausgerufen und aktiviert damit die internationale Partnerschaft, sich für umfangreiche Hilfsmaßnahmen einzusetzen. World Vision ruft die internationale Gemeinschaft auf, umgehend und schnell Gelder für die betroffenen Länder bereit zu stellen. „Die Welt kann nicht länger einfach zuschauen wie Millionen Kinder krank werden oder sterben, weil sie nicht ausreichend oder nur nährstoffarmes Essen haben“, betont Fiona Uellendahl, World Vision Expertin für Ernährung und Klimawandel. „Zudem müssen Gelder flexibel und langfristig bereitgestellt werden, nicht nur im Krisenmodus, um Mangelernährung wirklich zu beseitigen.“

Fünfundvierzig Millionen Menschen in 43 Ländern leiden aktuell unter akuter Mangelernährung und könnten in den nächsten Wochen und Monaten sterben. Besonders betroffen sind viele Kinder unter 5 Jahren. World Vision weitet seine Hilfsmaßnahmen aus und will im Rahmen seiner Katastrophenhilfe mindestens 11,5 Millionen Menschen erreichen. Andrew Morley, Präsident und CEO von World Vision International, sagt: „Millionen Kinder leiden unter dieser furchtbaren Hungerkrise, die durch eine tödliche Kombination von Konflikten, Klimawandel und Covid-19 verursacht wird."

Steigende Kosten für z.B. Treibstoff, Dünger und Weizen, die durch Engpässe und Sanktionen sowie Exportstopps infolge des Krieges in der Ukraine verursacht werden, verschärfen die Hungerkrise. In vielen Ländern wächst die Zahl der Menschen, die in Gefahr sind zu verhungern. World Vision konzentriert seine Hilfsmaßnahmen auf 24 Länder, in denen die Situation am schlimmsten ist, darunter Afghanistan, Äthiopien, Burkina Faso, Mali, Kenia, Niger, Somalia und Südsudan. Weitere Länder im südlichen Afrika und im südasiatisch-pazifischen Raum werden derzeit beobachtet und könnten in die Liste mit aufgenommen werden. Viele Länder, darunter Libanon und Haiti, sind neben der verschärften Ernährungssituation auch noch von Wirtschaftsproblemen und zunehmender Gewalt betroffen.

Während einer Reise nach Kenia zeigte sich Morley schockiert von den Berichten der Menschen. „Ich sprach mit einer jungen Mutter, die nachts immer wieder nach ihren schwer unterernährten Kindern schaute, um sich zu vergewissern, dass sie noch leben. Die Hungerkrise wirkt sich auf alle Lebensbereiche aus.“

In Ostafrika erreichen die aktuellen Nothilfeprogramme von World Vision bereits mehrere Millionen Menschen. Rund 2100 besonders stark betroffene Haushalte in Nord-Kenia und in Zentral-Somalia erhalten beispielsweise flexibel einsetzbare finanzielle Hilfen durch ein gemeinsames Projekt von World Vision Deutschland und „Aktion Deutschland Hilft“. Das Projekt stärkt außerdem gezielt die Einflussmöglichkeiten und das Wissen von Frauen, da sie die aktivste Rolle bei der Bekämpfung von Unterernährung haben, und es fördert lokales Engagement gegen Ausbeutung, Kinderarbeit und geschlechtsspezifische Gewalt, die als Folge der Krise zunehmen. Gemeinsam mit dem Bundesentwicklungsministerium und weiteren Partnern arbeitet World Vision auch daran, bisher wenig unterstützte Regionen in Ostafrika widerstandsfähiger gegen Ernährungskrisen zu machen, etwa durch klimasmarte Landwirtschaftspraktiken, regenerative Aufforstung und nachhaltigeres Weidemanagement, bessere Kommunikation mit der Regierung und Zugängen zu Finanzdienstleistungen.

Die Kinderhilfsorganisation World Vision ist seit vielen Jahren sowohl in der langfristigen Entwicklungszusammenarbeit als auch in der Katastrophenhilfe in den Ländern des Südens aktiv und beschäftigt eine Vielzahl von MitarbeiterInnen, die über umfangreiches Fachwissen auf diversen Gebieten verfügen. Als größter Partner des Welternährungsprogramms ist World Vision in der Lage, schnell und umfangreich zu helfen. Dennoch wird dringend weitere Hilfe benötigt.

 

Spendenaufruf: Helfen Sie dabei, Kinder zu ernähren und ihnen die Chance auf eine gesunde Zukunft zu geben.

PAX-Bank eG. BAN DE72370601934010500007. Stichwort: Hunger 1050

Oder online: worldvision.de/nothilfe.  WV 19