WEBGIORNALE  24  aprile – 14 maggio  2017

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Il dl migranti è legge: ecco cosa prevede  1

2.       Migrazioni: le contraddizioni della politica. Approvate due leggi che vanno in direzioni diverse  1

3.       Riforma costituzionale. Turchia: per Erdogan una 'non vittoria' 1

4.       Alla Farnesina la conferenza “Migrazioni e sviluppo”  2

5.       Il disequilibrio che frena la Ue. Verità europee e ostacoli tedeschi 3

6.       Il match con Schulz. Germania: elezioni, la Merkel a rischio  3

7.       Attentato di Dortmund, arrestato l’autore dell’attacco: «Il movente è economico»  4

8.       L'ultradestra tedesca boccia la svolta 'moderata' di Frauke Petry  4

9.       Anche in Germania domenica 30 aprile si vota per le Primarie PD  5

10.   Riunito ad Augsburg il Consiglio di presidenza delle Acli Baviera  5

11.   Intervistato da Avvenire Emanuele Gatti, dal 2012 presidente della Camera di commercio italiana in Germania  5

12.   A Francoforte la decima edizione del Festival della Poesia Europea  6

13.   Ad Amburgo la manifestazione “Fantasie d’Italia”  6

14.   Le recenti trasmissioni di Radio Colonia  7

15.   Programmato per settembre a Stoccarda un grande evento di Forza Italia  8

16.   Lettera aperta ai Parlamentari eletti all’estero, in Europa. Oggetto: IMU seconda casa  8

17.   Hannover. Quali occasioni di lavoro offre la DB?  8

18.   Corrispondenza. Monaco di Baviera. Il dibattito nel PD  9

19.   Una legge sull’Islam: la Cdu ci pensa, Merkel perplessa  9

20.   Il 24 aprile scioperano i dipendenti del Ministero degli Esteri. Prevedibili disagi nei Consolati 9

21.   Il parere Del Cgie su riforma dell'editoria e contributi per la stampa italiana all'estero  9

22.   Verso il Vertice G7. La tappa di Lucca dei Grandi in Italia  10

23.   Elezioni anticipate in Gb, May: "Si vota l'8 giugno"  10

24.   La May cambia idea. GB: voto anticipato causa Brexit 11

25.   Bombardando la Siria. L’intervento Usa e la legalità internazionale  11

26.   In Italia 35mila bambini attendono l’adozione  12

27.   Alfano: “L’ingresso di Ankara nella Ue ora non è un’ipotesi sul tavolo”  13

28.   Trump, un Presidente in divenire  13

29.   Gli insulti e la memoria. Il 25 aprile e i meriti degli ebrei 13

30.   Mano tesa  14

31.   In vigore il servizio civile universale  14

32.   Biotestamento, il paziente potrà rinunciare a terapie  15

33.   Presidenziali in Francia: cronaca fine bipolarismo annunciata  15

34.   A vent'anni dalla legge sull’immigrazione Turco-Napolitano  16

35.   Mario Giro: “Giovani e lavoro, non solo fuga all'estero”  16

36.   Il Cir sulle nuove disposizioni. “Sistema di asilo più efficace, ma dubbi sulla pienezza della tutela”  16

37.   Vivere senza pace  17

38.   Sentenze spesso tardive o assurde  17

39.   Studio Usa: "Più usi Facebook più starai male"  17

40.   La circolare dell’on. Laura Garavini. Cari democratici in Europa  18

41.   Parere favorevole in Commissione alla proposta di legge che istituisce la Giornata nazionale degli italiani nel mondo  18

42.   I Patronati all’estero. Interrogazione a risposta scritta. Ai Ministri del Lavoro e degli Esteri 19

43.   La fibrillazione continua  19

44.   Uscito in Germania “Non essere cattivo” di Claudio Caligari 19

45.   Premiati i vincitori della XIII edizione del concorso video dedicato all’emigrazione italiana  20

46.   Trento: Università a colori, borse di studio a discendenti di trentini all’estero. Scadenza del bando il 15 maggio 2017  20

 

 

1.       Europa der zwei Geschwindigkeiten: Der neue „Eiserne Vorhang“?  20

2.       Franzosen fürchten Arbeitslosigkeit und Terror 21

3.       Frankreich: Die Qual der Wahl 21

4.       Schuldenprobleme. Italiens Finanzminister sucht 35 Milliarden Euro  21

5.       Italiener an der Saar 22

6.       Visa-Dekret. Trump sperrt die Fachkräfte aus  22

7.       Aufruf. Enquete-Kommission zur Bekämpfung von Fluchtursachen gefordert 23

8.       Syriza: Europäertum ohne Föderalismus macht keinen Sinn  23

9.       Willkommenskultur besteht „Stresstest“, aber Skepsis gegenüber Migration wächst 23

10.   Studie. Bereitschaft zur Aufnahme von Flüchtlingen sinkt 24

11.   NGO-Bericht: Misshandlung von Migranten an Europas Grenzen alltäglich  24

12.   Hunger bedroht das Leben der Kinder in Äthiopien  25

13.   Europäischer Abschlussbericht der europaweiten Jugendstudie "Generation What?"  25

14.   Wenig Vertrauen in Institutionen  25

15.   Amnesty-Bericht: Weniger Hinrichtungen aber mehr Todesurteile  26

16.   Absage. Bundesregierung plant kein Islamgesetz  26

17.   Warum sind Europas Türken so Erdogan-fixiert?  26

18.   Volksabstimmung in der Türkei. Staatsministerin Özoguz warnt vor pauschaler Kritik an Deutsch-Türken  27

19.   Interview mit Prof. Klaus J. Bade. „Es geht nicht um Migrationspolitik, sondern um grundlegende Systemfragen.“  27

20.   Debatte um Doppelpass. Vererbung der zweiten Staatsangehörigkeit steht infrage  28

21.   Grüne präsentieren Vorschlag für Einwanderungsgesetz  29

22.   Jugendarbeitslosigkeit in Italien: Ein Netzwerk zur beruflichen Bildung  29

23.   Ehe nur noch ab 18. Kabinett bringt Verbot von Kinderehen auf den Weg  30

24.   NRW. Mehr als sieben Millionen Euro für ehrenamtliches Engagement in der Flüchtlingshilfe  30

25.   Kabinettsbeschluss. Bundesregierung will Kindergeld für viele EU-Ausländer kürzen  30

26.   Islamgesetz. Staatsrechtler Di Fabio: „Sonderregelungen sind immer ein Problem“  30

27.   Sprachbarrieren & Kulturschocks: Nährstoffmangel bei Schwangeren und Müttern in Flüchtlingsheimen  31

28.   Appetitlosigkeit, Sprachbarrieren und unbekannte Lebensmittel 31

29.   Türkei-Referendum. Deutschtürken fühlen sich ausgegrenzt 31

30.   Zur Bertelsmann-Studie. Kein Abschied von der Willkommenskultur, sondern „Willkommensrealismus“  32

31.   NRW. Minister Schmeltzer: Integration gelingt über Bildung und Arbeit 32

32.   All’Opera: Das Original aus Italien live im Kino  33

 

 

Il dl migranti è legge: ecco cosa prevede

 

Una soluzione strutturale di lungo periodo secondo la maggioranza, un provvedimento autoritario che lede le garanzie giuridiche per l'opposizione. Il decreto Minniti-Orlando sul contrasto all'immigrazione irregolare, supera con 240 voti a favore, 176 voti contrari e 12 astenuti il passaggio alla Camera e viene definitivamente approvato, dopo il sì dato dal Senato lo scorso 29 marzo.

E a Montecitorio, come era avvenuto due settimane fa a palazzo Madama, il governo ha blindato il decreto ponendo la fiducia, per scongiurare incidenti di percorso, visto che l'effetto del provvedimento, emanato dal Cdm il 17 febbraio, sarebbe scaduto la prossima settimana. Mai in questa legislatura una votazione sulla fiducia alla Camera aveva ottenuto un numero di consensi così ridotto.

Composto da 23 articoli, la cui finalità principale, come hanno precisato il ministro dell'Interno e della Giustizia, è rendere più rapido l'esame delle domande di asilo, istituendo delle sezioni di tribunale specializzate in materia di immigrazione e asilo. Molto discussa e contestata dall'opposizione è stata un'altra norma-cardine del decreto: l'abolizione del secondo grado di giudizio nel caso la richiesta di protezione internazionale sia stata respinta dal tribunale competente.

Contro i paragrafi F e G dell'articolo 6, si sono schierati infatti diversi giuristi (oltre che le associazioni di volontariato che assistono i migranti) dichiarando che la norma collide sia con gli articoli 24 e 111 della Costituzione (Giusto processo con i tre gradi di giudizio e diritto alla difesa), sia con l'articolo 6 della Convenzione europea sui diritti umani (diritto al contraddittorio).

Per la determinazione dell'accoglimento della domanda di asilo, le nuove disposizioni prevedono inoltre un rito camerale senza udienza, nel corso della quale il giudice si limiterà a prendere visione della videoregistrazione del colloquio del richiedente asilo davanti alla commissione territoriale.

La legge attribuisce al Csm il compito di predisporre un piano straordinario di applicazioni di magistrati per coprire le esigenze delle nuove sezioni specializzate. In ciascun tribunale distrettuale potranno essere applicati al massimo 20 magistrati per 18 mesi, rinnovabili di ulteriori 6 mesi.

Inoltre il ministero dell'Interno sarà autorizzato a assumere fino a 250 impiegati a tempo indeterminato per il biennio 2017-2018, da destinare agli uffici delle Commissioni territoriali o nazionale. Il ministero della Giustizia potrà a bandire concorsi per l'assunzione di 60 funzionari da assegnare al Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità.

Sarà incrementato di 20 unità il personale per l'Africa delle sedi diplomatiche e consolari, per le accresciute esigenze connesse al potenziamento della rete nel continente africano, derivanti anche dall'emergenza migratoria. E' previsto inoltre un aumento di spesa per l'invio in Africa di personale dei Carabinieri per la sicurezza delle ambasciate. Adnkronos 12

 

 

 

 

 

Migrazioni: le contraddizioni della politica. Approvate due leggi che vanno in direzioni diverse

 

Nello stesso giorno - lo scorso 29 marzo - sono state approvate la nuova legge “in materia di misure di protezione dei minori stranieri non accompagnati” e le “Disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto dell’immigrazione illegale”… Due provvedimenti opposti che confermano, ancora una volta, una sorta di strabismo nella politica migratoria - di Gian Carlo Perego 

 

Il 29 marzo il Parlamento ha approvato la nuova legge “in materia di misure di protezione dei minori stranieri non accompagnati” e il Governo ha posto la fiducia su “Disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto dell’immigrazione illegale”. Da una parte, considerando la situazione difficile e la spesso mancata tutela e idonea accoglienza di oltre 50.000 minori non accompagnati sbarcati in Italia tra il 2014 e i primi mesi del 2017, il Parlamento nel nostro Paese ha voluto adeguare la situazione, perché fosse esteso a tutti i minori, senza distinzione, il trattamento riservato ai minori di cittadinanza italiana o dell’Unione europea, ponendo il sistema italiano in una posizione di eccellenza nell’accoglienza e nella tutela dei minori migranti stranieri non accompagnati; dall’altra, il Governo ha voluto di fatto considerare i migranti che sbarcano in Italia- oltre 500.000 negli ultimi tre anni – e che chiedono asilo – 123.000 nel 2016 -, come soggetti per i quali è possibile derogare a un sistema di giustizia – costruito su tre gradi (Primo grado, Appello, Cassazione) che in Italia vale per tutti – ma anche riproporre una nuova forma di “detenzione amministrativa” in nuovi Centri che somigliano molto ai vecchi e vergognosi Cpt e poi Cie.

Questa sorta di strabismo nella politica migratoria, dimostrato nello stesso giorno, fa comprendere come si è lontani dal considerare l’attuale stagione migratoria come una “sfida” che dovrebbe determinare una nuova prospettiva politica, sociale e culturale nel governo delle migrazioni. Forse in questo momento, concretamente e realisticamente, sarebbe stato importante guardare alle storie, ai viaggi dei migranti, alle fatiche delle nostre comunità nel vedere la direzione in cui si sta andando nella tutela dei migranti e, al tempo stesso, del territorio e prendere la strada di risposte organiche, fedeli alla identità sociale, culturale e religiosa del nostro Paese.

In questo senso, sarebbe stato importante, accanto alla legge per i minori non accompagnati, una legge che considerasse la possibilità di un titolo di soggiorno premiale (protezione temporanea o umanitaria) a dei giovani che sono tra noi da almeno due anni, che hanno fatto percorsi di alfabetizzazione, di scolarizzazione, di lavoro; oppure una legge che favorisse l’estensione del servizio civile ai richiedenti asilo e rifugiati, per usare al meglio le risorse a beneficio dei giovani migranti e del territorio. Sarebbe stato importante valorizzare il mondo dell’associazionismo immigrato – che oggi esprime, ad esempio, la realtà di oltre 1 milione di africani presenti in Italia – per favorire una collaborazione per conoscere e accompagnare i nuovi migranti che arrivano tra noi, anche nelle Commissioni territoriali, che dovrebbero avere meno burocrati e più persone competenti nell’esame di una domanda d’asilo, accelerando così i tempi di risposta, ma soprattutto la qualità di una risposta a una domanda di protezione.

Sarebbe stato importante proporre una campagna di sensibilizzazione nei Comuni italiani per passare realmente ad un’accoglienza diffusa, come esperienza di miglior sicurezza dei migranti e del territorio; come anche ricordare la possibilità, attraverso canali legali d’ingresso, corridoi umanitari, di percorsi sicuri per i migranti e perché le persone arrivino e vengano distribuite sul territorio, così da favorire una maggiore consapevolezza europea. Non da meno sarebbe stato lungimirante dare dei segnali importanti per una cooperazione internazionale che percorra strade nuove a partire dagli 85 Paesi da cui provengono i migranti che sbarcano sulle nostre coste; come pure un maggiore impegno nella politica estera in Italia e in Europa per ricercare la pace in 35 Paesi del mondo, a partire dalla scelta di sospendere la vendita delle armi in alcuni Paesi.

La vera sicurezza nel nostro Paese e in Europa nasce dalla sicurezza sociale, di tutti. Politiche che precarizzano sempre di più la situazione dei migranti, rendono discrezionale la tutela dei diritti, con misure discriminanti che alimentano solo irregolarità ci rendono tutti insicuri. Sir 3

 

 

 

 

Riforma costituzionale. Turchia: per Erdogan una 'non vittoria'

 

Passa con il 51,3% il referendum costituzionale che trasformerà la Turchia in una Repubblica presidenziale. La riforma introduce super-poteri per il presidente, che sarà detentore unico del potere esecutivo con facoltà di sciogliere il Parlamento, nominare i ministri ed emettere decreti e leggi; inoltre, potrà nominare giudici e avrà il controllo delle forze armate.

 

La carica sarà rinnovabile per due mandati e sarà compatibile con quella di segretario di partito. La riforma diventerà operativa a partire dal 3 novembre 2019, per permettere al Parlamento di fare le necessarie modifiche legislative, ma non è escluso che il Parlamento stesso decida di indire consultazioni anticipate.

 

Per Erdogan una non-vittoria

La riforma costituzionale è passata, ma è difficile definire questa come una vittoria netta per il presidente RecepTayyip Erdo?an e per il suo partito. Il 51,3% di consenso per il sì rasenta la sconfitta, considerando che il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (Akp) e il Partito del Movimento nazionalista (Mhp), che insieme sostenevano la riforma, nelle scorse elezioni politiche del novembre 2015 raggiungevano insieme più del 60% dell’elettorato.

 

Inoltre, la campagna elettorale è stata completamente sbilanciata a favore della riforma. I due co-leader del partito filo kurdo Hdp, fervente oppositore della riforma presidenziale, sono ancora in carcere, accusati di favoreggiamento all’attività terroristica del Pkk.

 

Anche il Chp ha avuto forti difficoltà a condurre la sua campagna per il no, mentre il fronte del si ha potuto contare sul controllo totale dei mezzi di informazione e di stampa. Per mesi, televisioni e giornali hanno passato il messaggio del referendum come una riforma che avrebbe portato stabilità nel Paese ed aiutato il governo a sconfiggere la minaccia terroristica. Insomma, Erdo?an e l’Akp avevano il coltello dalla parte del manico, ma non sono comunque riusciti ad aggiudicarsi una schiacciante vittoria.

 

Il no ha vinto nelle grandi città

Erdo?an raggiunge la vittoria nel momento in cui il suo popolo gli volta le spalle. Questo è ancora più ovvio se si analizza la distribuzione del voto e in particolare il fatto che il no ha vinto ad Istanbul, dove la carriera politica di Erdo?an era iniziata, e anche ad Ankara e Smirne. Tre città che non solo sono le maggiori metropoli del Paese, ma sono anche ideologicamente tra loro molto diverse: Ankara più conservatrice; Smirne più progressista e storicamente roccaforte del partito kemalista Chp; Istanbul, moderna e cosmopolita.

 

Nonostante il basso margine, Erdo?an prende per buono il risultato del referendum, ma il suo disappunto è evidente nella conferenza durante la quale ha annunciato la “vittoria” della sua riforma. Di certo il referendum ha ulteriormente spaccato il Paese e distrutto la coesione sociale: Erdo?an userà la mano dura per imporre questa vittoria.

 

Brogli e schede contestate

Già durante lo spoglio, sono scoppiate le prime polemiche per scorrettezze durante il voto. La decisione della Commissione elettorale di accettare schede non validate, in contrasto con una norma elettorale approvata nel 2010, ha scatenato la reazione dei maggiori partiti di opposizione.

 

Sarebbero circa 1.5 milioni le schede non stampigliate conteggiate nel computo totale: un numero rilevante se consideriamo che la differenza tra il sì e il no è stata di meno di 1,3 milioni di elettori. Le opposizioni contestano l’andamento del voto in almeno il 60% dei seggi. Inoltre, decine di video sui social network testimoniano brogli e pressioni nei seggi.

 

Anche il rapporto preliminare degli osservatori Osce ha confermato che il referendum si è svolto in un contesto politico polarizzato, nel quale le due parti non hanno avuto eguali opportunità durante la campagna. Commentando la decisione della Commissione elettorale turca di validare le schede non timbrate, l’Osce ha affermato che questo ha minato le garanzie contro le frodi.

 

Un futuro incerto

La nuova riforma avrebbe dovuto consegnare ai turchi un Paese più stabile (nelle dichiarate intenzioni di chi l’ha proposta). Ma l’obiettivo non è stato di certo raggiunto. Oltre alla già citata polarizzazione e divisione della società con cui il governo dovrà fare i conti, resta un’incredibile incertezza sulle sorti del Paese da oggi al giorno in cui la riforma verrà realmente attuata.

 

Sul piano internazionale, il referendum rischia di minare le già precarie relazioni tra la Turchia e l’Unione europea. Oltre alla decisione dell’Osce di bocciare il risultato elettorale, il ministro degli Esteri austriaco Sebastian Kurz ha già chiesto di interrompere le trattative per l’ingresso di Ankara nell’Ue. Più attendiste le posizioni della Germania e di Bruxelles, che chiedono al governo turco di impegnarsi in un dialogo rispettoso di tutte le parti civili.

 

Preoccupa, inoltre, la decisioni del presidente turco di accennare alla reintroduzione della pena di morte proprio nel discorso in cui ha confermato ai suoi sostenitori i risultati del referendum: se Erdo?an decidesse di proseguire veramente per questa strada, nessuna posizione attendista reggerebbe.

Bianca Benvenuti, AffInt 17

 

 

 

 

Alla Farnesina la conferenza “Migrazioni e sviluppo”

 

Iniziativa promossa dalla Cooperazione italiana per fare il punto sulle azioni intraprese e stimolare un confronto partecipativo ed inclusivo sul futuro. In apertura gli interventi del vice ministro Mario Giro, del direttore generale per la Cooperazione allo sviluppo, Pietro Sebastiani e di Luigi Maria Vignali, direttore centrale per le Politiche migratorie e i visti del Maeci

 

ROMA – Si è svolta ieri alla Farnesina la conferenza su “Migrazioni e sviluppo”, iniziativa di confronto promossa dalla Cooperazione italiana per fare il punto sulle azioni intraprese in questo ambito e stimolare un confronto partecipativo ed inclusivo sul futuro guardando in particolare alla complessità dei fenomeni migratori. A sottolineare il grande interesse suscitato dalle migrazioni il direttore generale per la Cooperazione allo sviluppo del Maeci, Pietro Sebastiani, che rimarca in particolare la portata che il tema riveste per la cooperazione. “Le questioni migratorie sono in cima all'agenda politica ma anche a quella della cooperazione, visto il nesso tra migrazioni e sviluppo cui abbiamo dedicato il nostro incontro e  che vogliamo approfondire – afferma Sebastiani, che rileva come tale interconnessione sia multisettoriale e densa di implicazioni che richiedono uno sguardo d'insieme, non semplicistico e capace di considerare il lungo periodo delle dinamiche messe in atto o sostenute dalle politiche, e non solo quelle specificatamente rivolte alla cooperazione. Egli ricorda come l'investimento dell'Italia in cooperazione includa “risorse e progettualità che mettono insieme i diversi attori della cooperazione”, richiamando un sempre più vivo interesse al coinvolgimento di società civile e settore privato, su cui è improntata anche la nuova legge italiana che ha riformato la materia.

Di seguito è intervenuto il vice ministro agli Esteri, Mario Giro, che ha tra le sue deleghe la cooperazione allo sviluppo, il quale ha sottolineato come il nesso migrazioni e sviluppo sia un legame spesso “contoverso” su cui invita alla riflessione, ribadendo come esso sia al centro “della nostra cooperazione e della nostra azione politica, specie in ambito europeo”. “Da maggio scorso l'Italia ha posto il tema al centro del Consiglio europeo e su di esso si concentreranno anche i lavori del G7 - afferma Giro, rilevando come stampa e opinione pubblica siano sempre più sensibili all'argomento, al nesso che è “una grande sfida dei nostri giorni”. “La questione migratoria – prosegue – non è solo emergenza, ma fenomeno di lungo periodo che ha a che fare con molteplici ragioni: le guerre, le crisi da cui fuggono i rifugiati; motivazioni economiche e culturali legate alla globalizzazione. Si tratta di un fenomeno dunque dalla natura multidimensionale che incrocia tutti gli obiettivi di sviluppo dell'agenda 20-30 e si lega anche ai temi della pace e della stabilità internazionale che, così come i flussi, interessano tutti i continenti, nessuno escluso”. Per Giro è dunque “illusorio pensare che le migrazioni siano fenomeno transitorio cui si possa rispondere da soli erigendo cancelli o muri, tanto più che la globalizzazione, ancorchè oggi messa in discussione da amministrazioni come quella americana in riferimento in particolare al commercio internazionale, non si fermerà – avverte il vice ministro. “In questo mondo fluido, liquido ed estremamente interconnesso abbiamo bisogno di cercare soluzioni flessibili e insieme solide – afferma Giro, rilevando come tale sforzo debba coinvolgere i Paesi di accoglienza, ma anche quelli di transito e di origine dei flussi, prospettando quindi la necessità di articolare un “vero partenariato” che guardi alla complessità dei fenomeni e al lungo periodo. Tale sguardo deve individuare soluzioni per contrastare la povertà estrema e nello stesso tempo investire sulle giovani generazioni, consentendo loro un ritorno nei Paesi di origine, considerare gli effetti dell'urbanizzazione e i problemi ambientali legati allo sviluppo.

Questo nuovo partenariato, promosso dall'Italia anche in ambito europeo, “va oltre l'aiuto allo sviluppo, che si limita a microcifre, se paragoniamo i fondi in esso investiti, anche in ambito europeo, alle rimesse dei migranti, per questo – aggiunge il vice ministro - l'idea è di coinvolgere sempre più il settore privato e gli investimenti nelle dinamiche di sviluppo delle aree più vulnerabili”. “Occorre oggi uno sforzo creativo e di intelligenza, che nasca dalla consapevolezza che le migrazioni sollevano istanze che non sono unicamente legate al tema della sicurezza e quindi risolvibili con il controllo dei flussi – rileva Giro, rimarcando come sia lo stesso tema della sicurezza ad essere oggi diventato estremamente complesso, così che “pensare a muri o respingimenti non ha futuro”. Oltre all'imperativo etico di salvare vite umane – e Giro ricorda come si debba intervenire anche sulla rotta desertica, interna all'Africa, oltre che nel Mediterraneo – è necessario pensare a strumenti di sviluppo e accordi bilaterali e multilaterali che mettano in campo “politiche ordinarie di gestione delle migrazioni di tipo win-win”, ossia che creino beneficio sia ai Paesi di accoglienza che a quelli di origine, e che guardino al lungo periodo. “L'Italia ha una lunga esperienza di emigrazione – afferma il vice ministro – e sa in un certo qual modo anche come è possibile recuperare ciò che si è perso, come mantenere il legame con le collettività presenti in tutto il mondo e che ci aiutano a comprenderlo meglio”. Temi centrali della politica di sicurezza e sviluppo devono quindi essere quello della gioventù – visto l'altissimo numero di giovani oggi presenti nel continente africano - e del lavoro, temi che possono essere affrontati al meglio con il coinvolgimento delle diaspore, “valore aggiunto e ponte tra due mondi”. “Dobbiamo essere capaci ogni giorno di fare la differenza, con programmi innovativi di cooperazione, fare sistema e raccogliere idee sulle buone pratiche, discutere con i nostri partner europei senza paura, essere testimoni di uno sguardo sereno e senza paura sulle migrazioni – afferma Giro, ricordando anche il lavoro da fare sulla cooperazione delegata (in capo all'Unione Europea nel suo insieme) e l'importanza del microcredito per innescare processi di sviluppo virtuosi, che possono giovare a tutti i soggetti coinvolti. Infine, invita a “trarre il meglio della nuova legge sulla cooperazione”, ribadendo come essa non sia un campo riservato a “specialisti”, ma debba essere invece “momento di connessione civile” per individuare quale futuro costruire.

Sul ruolo dell'informazione nella costruzione di uno sguardo obiettivo sulle migrazioni si è soffermato il giornalista Giampiero Gramaglia, che ha ricordato gli strumenti deontologici elaborati allo scopo e rilevato un “sussulto di responsabilità” dimostrato dai media mainstream negli ultimi tempi, specie di fronte agli attacchi terroristici di cui siamo sempre più spesso testimoni. Paola Alvarez, dell'ufficio di coordinamento per il Mediterraneo dell'Organizzazione internazionale per le Migrazioni, ha rilevato come il fenomeno migratorio sia connaturato con la storia dell'umanità e “l'impatto determinante” che le politiche hanno su sviluppo ed effetti che i flussi generano in tutti i Paesi coinvolti. Ha ribadito l'importanza delle migrazioni interregionali e sottolineato il tema della coerenza delle politiche: essendo i flussi legati a contesti trasversali e multidimensionali, occorre considerare ciò che le diverse politiche messe in campo possono produrre sulle diverse società, per intervenire in maniera intelligente su integrazione da un lato e cooperazione allo sviluppo dall'altro.

Il direttore centrale per le Politiche migratorie e i visti del Maeci, Luigi Maria Vignali, ha illustrato invece il Fondo per l'Africa, istituito dall'Italia come “strumento di partenariato migratorio”, e per rispondere al carattere complesso, strutturale, multidimensionale e trasversale dei flussi soprarichiamato. Le iniziative messe in atto attraverso il Fondo rispondono infatti “al forte impegno  di partenariato con i Paesi di origine, transito e destinazione dei flussi – spiega Vignali, ricordando come l'Italia si sia fatta portatrice di tale impegno in ambito europeo con il migration compact.

L'obiettivo è dunque stabilire “un partenariato dialogante, capace di mettere insieme tutti gli attori, ma anche fatto di progetti concreti e di coinvolgimento del settore privato – afferma il direttore centrale, chiarendo in questo modo come il Fondo riassuma i nuovi orientamenti in materia di cooperazione assunti dalla nuova legge italiana adattandosi alle complessità delle numerose sfide presenti, attraverso una “pluralità di azioni”. Tra gli esempi di iniziative avviate, si citano quella destinata al Niger e finalizzata alla lotta dei trafficanti di esseri umani, oppure l'assistenza ai migranti nel Sahel – Vignali ricorda come l'attraversamento del deserto determini oggi la morte di tre volte le vittime delle traversate in mare, -  in Niger, in Libia (in fase di elaborazione). Le azioni non si limitano dunque alla cooperazione allo sviluppo, ma comprendono le istanze securitarie – lotta ai trafficanti, - le protezione degli migranti – assistenza, - ma anche la prospettiva dei Paesi di origine, promuovendo lo sviluppo di comunità attraverso programmi che possano anche incentivare il rimpatrio volontario assistito e che guardano alle fasce di popolazione più vulnerabile (ad esempio in Nigeria ed Etiopia), oppure che mirano al sostegno delle diaspore nel loro ruolo di attore di sviluppo dei Paesi di origine (a questo proposito è allo studio un intervento in Tunisia). Altri obiettivi sono “attivare canali di consapevolezza migratoria”, e “sostituire, specie nei Paesi di transito, i modelli economici di sviluppo basati in qualche misura sullo sfruttamento dei migranti, sostenendo modelli alterantivi”. Le risorse investite nel Fondo sono al momento 200 milioni di euro e Vignali, per rimarcare l'importanza del coinvolgimento del settore privato, ricorda come a tale somma corrispondano le rimesse della diaspora senegalese presente in Italia.

Nel corso della conferenza, insieme all'illustrazione di esperienze della società civile impegnata sul campo, anche l'intervento di Laura Frigenti, direttore dell'Agenzia italiana per la Cooperazione allo sviluppo, istituita dalla nuova legge, che ha ribadito come le politiche siano importanti così come i “tanti microinterventi” di ong e settore privato nei diversi contesti di cooperazione. “Il nostro approccio è quello di promuovere una migrazione sostenibile – conclude Frigenti – nei Paesi di origine, transito e destinazione dei flussi”.

Viviana Pansa, Inform 11.4.

 

 

 

Il disequilibrio che frena la Ue. Verità europee e ostacoli tedeschi

 

Dagli anni Settanta ai primi Novanta, Italia, Francia e Germania crescevano di pari passo. Poi hanno cominciano a divergere. La contraddizione tra il progetto federale dei padri fondatori e la natura imperiale dei rapporti tra Paesi dell’Unione è ora l’ostacolo maggiore al processo d’integrazione politica - di Lucrezia Reichlin

 

Tradizionalmente i governi soffrono quando l’economia va male. Nonostante la ripresa, l’Europa risente ancora dell’eredità di una lunga crisi che ha lasciato debito, disoccupazione e povertà. Non è quindi sorprendente che i partiti populisti siano in crescita dovunque e che propongano un’agenda nazionale in opposizione a Bruxelles. Si capisce anche che in molti Paesi, inclusa l’Italia, i partiti tradizionali si lascino tentare dalla retorica della sovranità nazionale. Ma l’idea della rinuncia progressiva alla sovranità nazionale è sempre stata centrale nel progetto dell’Unione Europea (Ue). Il risorgere del nazionalismo suggerisce quindi che quest’ultimo stia attraversando una crisi di legittimità. È questa la realtà?

Semplificando al massimo si può ricostruire la logica del progetto dell’Ue nel modo seguente: alle origini la creazione del mercato unico fu vista come uno strumento necessario a facilitare la convergenza dell’economia europea verso quella degli Stati Uniti. L’integrazione economica richiedeva un alto grado di coordinamento politico che fu reso possibile dal fatto che i Paesi fondatori più grandi — Germania, Francia e Italia — avevano interessi e anche un peso economico simile. È impressionante constatare come dall’inizio degli anni Settanta, quando si concluse il periodo di alta crescita della ricostruzione e del miracolo economico, all’inizio degli anni Novanta, le performance economiche dei tre grandi Paesi europei siano state simili e il tasso di crescita pro-capite praticamente lo stesso.

Ma all’inizio degli anni Novanta le cose cambiano. Sono due i fattori fondamentali. L’Italia entra in un periodo di stagnazione che la discosta da Germania e Francia e la Germania, grazie all’unificazione, acquista 20 milioni di cittadini. Da quel momento l’equilibrio di potere tra i tre Paesi muta radicalmente. La crisi ha poi fatto il resto poiché i meccanismi di aggiustamento all’interno dell’eurozona hanno sfavorito i Paesi più fragili, tra i quali l’Italia.

Questo rende molto difficile intraprendere le trasformazioni che la Ue deve affrontare per rafforzarsi. Ancor più difficile per l’eurozona che deve completare pezzi del suo governo economico, ma che non può farlo a meno di non approfondire l’integrazione politica. Non è chiaro se si avrà la forza di andare in questa direzione, ma se veramente si rilanciasse questo processo la politica più che l’economia ne sarebbe, necessariamente, il fulcro. Sarebbe inevitabile, quindi, che siano le capitali nazionali a guidarlo, relegando Bruxelles a un ruolo tecnico.

Con l’equilibrio economico tra i tre grandi Paesi che — come abbiamo visto — è così profondamente mutato, quale alleanza stabile è possibile tra Berlino, Parigi e Roma? Realisticamente, la Germania e i suoi tradizionali alleati del Nord sarebbero destinati alla cabina di comando consolidando l’asimmetria europea. Tuttavia è proprio a questo fondamentale disequilibrio che i cittadini europei rispondono negativamente, non alla Ue in se stessa. Non è sorprendente, infatti, che il Paese più favorevole all’Europa sia oggi la Germania.

La contraddizione tra il progetto federale dei padri fondatori e la natura imperiale dei rapporti tra Paesi dell’Unione è ora l’ostacolo maggiore sulla via del processo d’integrazione.

Un problema da affrontare con lucidità se si vuole, davvero, ridare slancio al cammino europeo recuperando il consenso dei cittadini. CdS 5

 

 

 

 

Il match con Schulz. Germania: elezioni, la Merkel a rischio

 

Il prossimo 24 settembre la Germania è chiamata alle urne: le elezioni politiche vedranno numerosi partiti scendere in campo, ma l’attenzione si concentra sullo scontro tra l’Spd - socialdemocratici - e la Cdu/Csu – cristiano sociali. Con il voto, i cittadini andranno a determinare la composizione del Bundestag, il Parlamento e, di conseguenza, eleggeranno solo indirettamente il loro cancelliere.

 

Essendo il sistema elettorale tedesco un sistema misto, c’è un doppio metodo di conteggio delle preferenze per i 598 membri del Bundestag. Ogni cittadino, infatti, può compiere due scelte di eguale importanza. La prima va a determinare la metà dei membri del Parlamento (299), tramite la scelta diretta del candidato di circoscrizione, il cui seggio viene assegnato a maggioranza dei conteggi elettorali.

 

Con il secondo voto si sceglie invece la distribuzione dei seggi tra i partiti, che determinerà la composizione di possibili maggioranze di governo. Dal conteggio dei secondi voti vengono ignorate le preferenze per partiti che non raggiungono la soglia di sbarramento del 5% o che non riescano a guadagnare almeno tre seggi uninominali tramite il primo voto. In altre parole, i cittadini eleggono il/la cancelliere/a solo indirettamente e attraverso le preferenze date al partito di appartenenza dei candidati.

 

Al di sopra della soglia di sbarramento del 5%, per la prima volta dalla sua fondazione nel 2013 l’Alternative für Deutschland (AfD) potrebbe entrare nel Bundestag. L’AfD, partito xenofobo e di estrema destra, che al momento registra attorno all’8 % delle preferenze, potrebbe risultare il terzo maggiore partito, se riuscirà a superare la Linke (attualmente al 9%), mentre i Verdi (7.5%) e l’Fdp, i liberali (5%), non raccolgono al momento grandi consensi. Ciò sarebbe una novità per Berlino, ma l’incertezza dei sondaggi e i recenti sviluppi vedono l’AfD subire oscillazioni nelle intenzioni di voto: la partita resta aperta.

 

La quarta candidatura della Merkel

Il congresso della Cdu ha confermato la cancelliera Angela Merkel come candidata del partito per le elezioni del prossimo autunno con il 95 per cento dei consensi all’interno dell’Union. Nonostante l’alta percentuale di suffragi, bisogna evidenziare che il consenso all’interno del partito per la cancelliera che si prepara ad affrontare la quarta candidatura, dopo 12 anni ininterrotti di governo, diminuisce.

 

Dall’elettorato tedesco la Merkel è valutata positivamente date le sue capacità di governo e la sua esperienza nel gestire le crisi. Nel periodo di incertezza dettata dalla Brexit e dalla nuova presidenza statunitense, essere rappresentati da qualcuno che conosca gli interlocutori interni ed internazionali e che sia in grado di far valere i propri interessi nazionali e regionali risulta essere di primaria importanza.

 

Certo, il rischio che si corre dopo così tanti anni di governo è la necessità di doversi reinventare e di adattarsi alle esigenze di rinnovamento interno.

 

Schulz, l’alternativa ad Angela

In risposta a quest’esigenza di rinnovamento politico, Martin Schulz, ex presidente del Parlamento europeo, è stato eletto con il 100% dei consensi alla guida dell’Spd, evento unico nella storia del partito. La decisione del vice cancelliere Sigmund Gabriel di dimettersi dalla guida del partito a favore di Schulz è stata innegabilmente una scelta politica vincente, indipendentemente dal risultato elettorale.

 

Il nuovo candidato ha infatti avuto un effetto positivo sull’elettorato tedesco facendo registrare un aumento degli iscritti fin dai primi giorni successivi alla sua candidatura ,particolarmente tra i giovani nella fascia d’età compresa tra i 18-29 anni (+15% negli ultimi due mesi). La Spd non riuscirebbe però a raggiungere da sola il numero dei seggi necessario a governare, avendo quindi la necessità di formare una coalizione.

 

Le recenti elezioni nel Saarland segnalano la possibilità di una coalizione rosso-rosso-verde con i Verdi e i Linke, sebbene al momento non siano venute dichiarazioni ufficiali in tal senso dallo sfidante della Merkel. Un senso di aleatorietà permane anche attorno al suo programma di governo, che verrà reso esplicito solamente in giugno in occasione di un congresso straordinario di partito. Per il momento, Schulz ha indicato il tema della giustizia sociale come centrale nella sua campagna elettorale.

 

La collocazione in Europa

Non è possibile al momento fare alcun pronostico attendibile sui risultati elettorali. Bisognerà attendere almeno le elezioni nel Nordrhein-Westfalen del prossimo 14 maggio per avere un quadro più completo delle possibilità di partiti e candidati. Ad ogni modo, è già possibile delineare delle linee di discontinuità con le passate elezioni.

 

La prima è rappresentata senz’altro dalla crescita della destra in Germania. Gli attacchi terroristici e la politica di accoglienza della Merkel hanno generato malcontento in un parte della popolazione che si vede rappresentata dall’AfD. Dovesse verificarsi un nuovo attentato di matrice islamica in Germania, la Merkel potrebbe anche uscire sconfitta dal confronto elettorale del prossimo autunno. Ciò non darebbe all’AfD la capacità di raggiungere la maggioranza, ma la sua influenza politica aumenterebbe senza dubbio.

 

Ad ogni modo, dovesse uno qualsiasi dei due maggiori sfidanti vincere le elezioni, la presenza e l’importanza di Berlino a Bruxelles rimarrebbero a grandi linee immutate, essendo sancito in Costituzione l’impegno che il Paese deve assumere per la promozione dell’Ue.

 

La Merkel e Schulz hanno però opinioni (leggermente) differenti sulla posizione che l’Ue deve assumere nei negoziati sulla Brexit, posizione che influenzerà l’Unione non solo per i prossimi due anni a venire, ma anche per le future relazioni con il Regno Unito una volta conclusi gli accordi.

Ester Sabatino, AffInt 6.4.

 

 

 

 

Attentato di Dortmund, arrestato l’autore dell’attacco: «Il movente è economico»

 

Fermato un tedesco di 28 anni: speculava sul calo del prezzo delle azioni in borsa del club Tedesco - di Danilo Taino

 

BERLINO – Potrebbe essere una prima nella storia del terrorismo internazionale. Un attentato finanziario. Non rosso, non nero, non islamista: terrorismo a scopo di speculazione in Borsa. Questa potrebbe essere la motivazione che ha spinto Sergei W., 28 anni, a organizzare l’attacco con tre bombe contro il pullman che portava i calciatori del Borussia Dortmund, l’11 aprile scorso. Potrebbe. La polizia criminale tedesca lo ha arrestato a Tubinga: dice che il giorno dell’attentato era nell’hotel L’Arrivée, dove erano stati anche gli atleti che si preparavano alla partita con il Monaco, in una stanza con vista sulla strada in cui poi avvenne l’esplosione e da dove potrebbe avere azionato il detonatore.

Le piste «escluse»

L’ipotesi dell’azione finalizzata a far scendere in Borsa le azioni del Borussia è però così nuova, esagerato il rapporto tra bomba e fine, che va considerata con prudenza. Arriva tra l’altro dopo che altre piste erano state seguite dagli investigatori, rivelatesi evidentemente fallaci: quella islamista, quella della sinistra radicale, quella della destra estrema, quella degli hooligan. Le autorità, inoltre, dicono che l’uomo, di nazionalità russa, ha due passaporti, uno tedesco e uno russo: altro elemento che, in un clima caratterizzato da una certa confusione, fa ora correre un’ulteriore ipotesi, del tutto non provata e non citata dagli inquirenti, dell’attentatore mosso da motivi politici tesi a destabilizzare la campagna elettorale nel Land del Nord Reno-Vestfalia, dove si trova Dortmund e dove si terranno elezioni locali in maggio.

Vendite allo scoperto

La polizia ha iniziato a indagare su Sergei W. la settimana scorsa e avrebbe scoperto che, da un computer dell’albergo stesso, ha comprato opzioni per vendere allo scoperto 15 mila azioni del Borussia, per 78 mila euro. Avrebbe fatto un profitto se il prezzo del titolo fosse sceso; come in effetti è sceso, da 5.738 a 5.421 euro subito e ulteriormente dopo che il Borussia è stato eliminato dalla Champions. L’opzione permette di guadagnare un multiplo della variazione di Borsa: se l’attentato avesse provocato danni maggiori ai calciatori (ha solo ferito Marc Bartra e un poliziotto) il valore dei titoli sarebbe sceso ancora di più e il profitto sarebbe aumentato. Se questa fosse la vera motivazione delle tre bombe, sarebbe probabilmente una prima volta anche dal punto di vista delle tecniche di speculazione in Borsa. Ci sarà però da stabilire se l’acquisto delle opzioni sia stato la ragione dell’attentato oppure se si sia trattato di un beneficio laterale, supplementare a quello che era il motivo primo dell’attacco. La storia è così strana e la realizzazione dell’attentato e dell’acquisto delle azioni così improbabile da suscitare parecchi dubbi. A cominciare dalla stabilità mentale del sospettato. Si vedrà: in un mondo in confusione, forse anche l’avidità si radicalizza. CdS 21

 

 

 

 

L'ultradestra tedesca boccia la svolta 'moderata' di Frauke Petry

 

BERLINO - Praticamente Frauke Petry è sembrata una sfinge nelle quattro ore in cui la sua strategia, il suo programma e anche il suo ruolo di leader sono stati sistematicamente smontati dal partito di cui in teoria è ancora la guida. La sconfitta incassata al primo giorno del congresso nazionale dell'Afd in corso a Colonia è completa: una schiacciante maggioranza dei 600 delegati si è rifiutata di mettere ai voti il suo documento programmatico, che doveva indurre la formazione nazional-populista ad una svolta "centrista", da "partito popolare borghese", arginando in qualche modo le spinte della destra più rabbiosa. Che invece ha avuto la meglio: niente discussione "strategica", come voleva Petry, nessun segno che metta limiti alle spinte più smaccatamente populiste e alle sirene dell'estrema destra.

 

Non solo: quasi certamente verrà lanciato in prima fila un "trittico" di candidati capilista per la corsa al Bundestag che probabilmente sarà composto dal suo antagonista Alexander Gauland, dalla stella in ascesa dell'Afd Alice Weidel e dalla pasionaria dell'ala destra Beatrix von Storch.

 

"Il partito ha commesso un grave errore", è stato il laconico commento di Petry, che pure aveva cercato una mediazione, affermando che il suo documento poteva essere corretto in alcune sue parti. D'altronde, la 41enne ex imprenditrice per ora non intende mollare: "Sono e resto la presidente dell'Afd", ha detto a margine dei lavori congressuali, aggiungendo che per decidere "se questo sarà ancora il mio partito" vedrà come andranno i prossimi mesi di campagna elettorale.

 

Il voto federale è fissato per il 24 settembre. Bisogna vedere, però, se resisterà sulla plancia di comando. Una cosa è stata chiara oggi: Frauke Petry non ha più il partito alle sue spalle. Cosa che appariva lampante durante il discorso del co-presidente dell'Afd, Juergen Meuthen, il cui attacco frontale alla leader del partito è stato accolto da fragorosi applausi. "Questa discussione su una presunta ala 'realista' contro i 'fondamentalisti' rappresenta una visione ingannevole e non ci porta avanti nemmeno di un passo", ha detto Meuthen riferendosi esattamente alla tesi di fondo di Frauke Petry.

 

Al tempo stesso, l'esponente Afd ha ritirato fuori l'armamentario classico dell'ultra-destra tendenzialmente xenofoba, parlando della "patria tedesca", ormai "invasa dai quantità immense di migranti", con una Germania che finirà per essere "marchiata dall'Islam", se non "si agirà al più presto e con decisione".

 

Insomma, l'Afd resterà quella che è: un partito populista molto sensibile alle sirene dell'estrema destra, che non ci pensa proprio a diventare una formazione "borghese" capace di coalizzarsi con altri partiti, come vorrebbe colei che ne è, ancora, la leader. Meuthen l'ha detto chiaramente: "Con quei figuri non ci alleiamo di sicuro", intendendo tutti gli altri partiti, nessuno escluso.

 

L'unico punto che finora è riuscita a mettere a segno la "corrente" di Petry è che non è stato fermato il procedimento di espulsione del capogruppo Afd in Turingia, Bjorn Hoecke - vero e proprio "convitato di pietra" del congresso - le cui posizioni considerate ai limiti del neo-nazismo hanno provocate grande indignazione in Germania: tanto che è stato proprio l'albergo che sta ospitando il congresso, il Maritim, a vietargli l'accesso per questo congresso. Il problema per Petry è che Hoecke ha l'appoggio più o meno esplicito sia di Gauland che von Storch nonchè di una vasta parte della base.

 

La 41enne prestata alla politica, che meno di due anni a sua volta spodestò dalla guida del partito il fondatore Bernd Lucke, ora è sola. Sul suo futuro alla guida di Alternative fuer Deutschland non scommette nessuno. Finora, in buona parte

proprio a causa delle sue lacerazioni interne, l'Afd è progressivamente scivolata sempre più in basso nei sondaggi, ormai stabilmente intorno all'8% dei consensi. La battaglia per entrare al Bundestag (bisogna superare lo sbarramento del 5%) non sarà una passeggiata. LR 23

 

 

 

 

Anche in Germania domenica 30 aprile si vota per le Primarie PD

 

Anche in Germania sarà possibile votare per le primarie del Partito Democratico il 30 aprile p.v. Il PD Germania allestirà seggi a Berlino, Francoforte, Friburgo, Karlsruhe, Ludwigshafen, Mannheim, Metzingen, Monaco di Baviera, Saarlouis, Stoccarda, Villingen, Wolfsburg.

Per votare è necessario essere cittadini italiani, avere compiuto 16 anni, presentarsi al seggio con un documento di identità, versare un contributo di 2€ e dichiarare il proprio sostegno al progetto del Partito Democratico. Non è necessaria l'iscrizione AIRE. Possono votare anche turisti e temporaneamente all'estero.

Ecco le città dove sono istituiti i seggi, con indirizzo e orari di aperture:

BERLINO: dalle 8 alle 20 presso SPD-Berlino, Müllerstr.163 Erika-Hess-Saal al primo piano.

FRANCOFORTE: dalle 10 alle 18:30 presso Saalbau Bornheim, Arnsburger Str. 24, Clubraum 3. 

FRIBURGO: dalle 10 alle 17 presso SPD-Regionalzentrum Südbaden, Merzhauserstrasse 4.

KARLSRUHE: dalle 10:30 alle 14:30 presso la sede dell'associazione "50 +", Adlerstr. 33 76133 Karlsruhe 10:30-14:30. 

LUDWIGSHAFEN: dalle 10 alle 19 presso l'associazione "CIAO",Schmale-Gasse 19.

MANNHEIM: dalle 15 alle 20 presso la sala Ricreativa ( 2^ Piano - comunità cattolica) D6. 

METZINGEN: dalle 8:30 alle 13:30 presso Gewölbekeller, Schlossstr. 3.

MONACO DI BAVIERA: dalle 9 alle 20 presso SPD Belgradstr. 15a.

SAARLOUIS: dalle 10:30 alle 16:30 presso Giardini Saarlangen, Hunert Schreinerstr.

STOCCARDA: dalle 10 alle 17 presso CENTRO ARCES e.V., Lohäckerstr. 11. 

VILLINGEN: dalle 9 alle 20 presso Centro Italiano Steinkreuzweg 6/1. 

WOLFSBURG: dalle 10 alle 19 presso Centro Italiano, Am Hasselbach 1.

Edoardo Toniolatti (de.it.press)

 

 

 

 

Riunito ad Augsburg il Consiglio di presidenza delle Acli Baviera

 

Monaco di Baviera – Si è svolto sabato 1° aprile presso i locali del patronato Acli di Augsburg il Consiglio di presidenza e direzione regionale delle Acli Baviera, con numerosi e importanti punti all’ordine del giorno. 

Erano presenti - si legge nella nell’articolo del vice presidente vicario delle Acli Baviera, Fernando A. Grasso - il presidente delle Acli Baviera, Carmine Macaluso, anche nelle vesti di presidente del circolo Acli di Kaufbeuren-Marktoberdorf, il revisore dei Conti delle Acli Baviera, Salvatore Finazzo del circolo di Kaufbeuren, lo stesso Grasso, che è anche corrispondente consolare per il circondario di Kempten e coordinatore del circolo di Kempten, in rappresentanza della presidente Emma Grenci e tre soci del medesimo circolo: Paolo Franco, Corrado Mangano e Fabrizio Tozzo. Presenti inoltre Patrizia Mariotti, segretario organizzativo delle Acli Baviera e intervenuta in rappresentanza del circolo Acli di Augsburg, e l’operatore del patronato Acli di Augsburg Marco Orlandi.

Assenti la Presidenza del circolo di Karlsfeld, impegnata, nella stessa giornata, in una attività di carattere sociale promossa dall’amministrazione comunale locale, il circolo di Hozkirchen per impegni pregressi e la struttura di Monaco in via di ricostituzione.

In apertura il presidente Macaluso ha informato i presenti sui recenti incontri avvenuti in Italia e in Germania e riguardanti il futuro di Movimento e patronato, anche in riferimento ai tagli previsti e alla ventilata eliminazione di alcune sedi di quest’ultimo. Egli ha richiamato, in particolare, l’incontro avuto con mons. Alessandro Perego, incaricato della Diocesi di Augsburg per le Missioni straniere, e delineato a grandi linee il calendario delle prossime attività, a cominciare da quelle attese per la fine di quest’anno: le elezioni delle presidenze nelle varie strutture di base, le elezioni dei delegati per il Congresso delle Acli Baviera, lo svolgimento del XIII Congresso regionale, con elezioni del nuovo esecutivo e dei delegati per il Congresso delle Acli Germania e, infine, le elezioni della nuova Presidenza federale.

Di seguito gli interventi di Mariotti per il circolo di Augsburg, che ha annunciato l’indizione della prossima assemblea per la prima decade di maggio, nel corso della quale verrà eletta la nuova presidenza; di Macaluso con aggiornamenti su quelli di Holzkirchen (anche qui è annunciata per maggio l’assemblea per l’elezione della nuova presidenza) e Monaco di Baviera; di Grasso in rappresentanza del presidente del circolo di Kempten, di cui ha segnalato attività e incontri, in particolare i rapporti con la Missione Cattolica Italiana locale e le nuove adesioni, gli incontri che hanno visto coinvolti anche il Movimento Cattolico Tedesco e il Consiglio per l’Integrazione della città. Aggiornamenti sul circolo di Kaufbeuren da parte del presidente Macaluso, che ha segnalato la crescita delle adesioni, anche grazie al successo dello spettacolo “Siamo tutti Migranti” realizzato dal Gruppo Folk-Acli, e le ottime relazioni instauratesi con l’amministrazione comunale e le altre realtà associative locali. In merito alla situazione di cassa, Macaluso ne ha rilevato l’attivo.

Tra gli altri argomenti affrontati anche i rapporti con il Comites e la gestione degli immobili sede del Consolato e dell’Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera, su cui viene annunciata una raccolta firme per scongiurare il rischio di una loro dismissione, ipotesi smentita in ogni caso dal sottosegretario agli Esteri Vincenzo Amendola nel corso dell’ultima assemblea plenaria del Cgie. dip

 

 

 

 

Intervistato da Avvenire Emanuele Gatti, dal 2012 presidente della Camera di commercio italiana in Germania

 

«Io mi sento di Crema, leggo sempre il notiziario del mio Rotary che ricevo settimanalmente». Emanuele Gatti è in Germania da 20 anni, ma non rinnega le sue radici. A lungo amministratore delegato per Europa, Medio Oriente e America Latina di Fresenius medical care, multinazionale di apparecchi per dialisi, dal 2012 I’ambasciatore italiano a Berlino l’ha chiamato a Francoforte quale presidente della Camera di commercio italiana per la Germania: «Una sorta di società di consulenza sull’esportazione italiana—spiega— che, pure, aiuta le aziende tedesche a posizionarsi sul mercato italiano». Insomma: è il numero uno dell’ente che favorisce l’interscambio commerciale tra i due Paesi e, quindi, quello lombardo-tedesco, il più fiorente d’Italia.

Quali sono i maggiori settori d’esportazione?

Quello della chimica farmaceutica e della meccanica. Basti pensare che buona parte delle multinazionali tedesche ha sede in Lombardia.

Un esempio virtuoso?

La bergamasca Brembo, per esempio: i suoi freni rossi sono su quasi tutte le macchine e moto tedesche, è una grande azienda che ha saputo entrare nel mercato estero e rimanervi stabilmente.

Una strada non percorribile da tutte le imprese…

Vero. Molte aziende lombarde sono dotate di grandi potenzialità, ma per dimensioni o cultura non perseguono l’internazionalizzazione.

Come aiutarle?

Potenziando le reti d’impresa. Se vuoi spendere il vantaggio della creatività e flessibilità portate dalle aziende lombarde, non serve a niente parlare con l’acquisitore del prodotto: devi interfacciarti con la parte tecnica che ha dato l’ordine di acquisizione, ma se sei piccolo non riesci. Ecco allora l’importanza di costituire consorzi o comunque sinergie.

Quali altri problemi limitano l’export lombardo?

I limiti che si autoimpongono le aziende, per esempio: vincoli di personale, di fatturato… ma se vuoi esportare non puoi pensare di bloccare la tua crescita.

Si esportano solo merci, o anche servizi?

I servizi delle imprese lombarde sarebbero richiestissimi in Germania, solo che queste non sono ancora attrezzate per internazionalizzarsi. Eppure, dobbiamo pensare che tra servizi e fornitura industriale sarebbe possibile una grande integrazione.

Oltralpe come sono viste le università lombarde?

Hanno un’ottima reputazione. Quando nomini a un tedesco Bocconi o Politecnico, spesso ti senti dire che sono come o superiori agli atenei tedeschi. Però hanno un problema: a differenza di altre, finora non hanno voluto internazionalizzarsi. Cultura e sapere scientifico dovrebbero essere internazionalizzati tanto quanto beni e servizi. L’hanno capito i francesi: a Berlino esistono diverse loro sedi universitarie.

Internazionalizzazione fa rima con integrazione. Solo a parole?

No. Sono convinto che la fabbrica può diventare luogo in cui promuovere la cultura di socializzazione e integrazione. Lontano da questa prospettiva, mai avremo un mondo socialmente corretto e civile.

Marcello Palmieri, Avvenire, 17.3.

 

 

 

 

A Francoforte la decima edizione del Festival della Poesia Europea

 

Dal 3 al 6 maggio 2017 a Francoforte sul Meno si terrà la decima edizione del Festival della Poesia Europea. Ospiti: Dacia Maraini, l’artista Ferdinando Ambrosino e il regista Cosimo Damiano Damato - Maria Guarracino

        

Francoforte sul Meno - Uno spazio particolare, nel fitto calendario culturale francofortese, ha saputo ritagliarsi il Festival della Poesia Europa che quest’anno celebra la sua decina edizione e che si terrà dal 03 al 06 maggio 2017, patrocinato dal Comune di Francoforte sul Meno guidato dal Sindaco Peter Feldmann, dal Consolato Generale d’Italia di Francoforte sul Meno, diretto dal Dr. Maurizio Canfora e dall’Istituto Italiano di Cultura di Colonia condotto dal Dr Lucio Izzo.

         Numerosi e importanti gli ospiti, come gli eventi di assoluta qualità e spessore artistico. Oltre i già citati Patrikios e Ambrosino gli altri poeti ospiti del Festival sono: Dacia Maraini, Andrè Ughetto, Reinhart Moritzen, Horst Samson, Milan Richter, Eva Bourke e il regista Cosimo Damiano Damato.

         L’apertura dell’evento, 03 maggio ore 19.00 alla Galleria Am Park, sarà affidata al patriarca della poesia greca Titos Patrikios, presidente del Comitato del Festival, che è stato più volte presente al Festival sia come poeta sia come Presidente del Comitato, noto a livello internazionale e in Italia gli sono stati assegnati l’onorificenza di Cavaliere al merito della Repubblica e il premio ligure alla carriera, i suoi libri sono editi da Crocetti, Milano e ad affiancarlo ci sarà l’artista napoletano Ferdinando Ambrosino che illustrerà le sue opere sul Mito e sulla Sibilla che resteranno esposte fino al 03 giugno 2017.

        Tra i temi “Mito e Poesia”: mercoledì 03 maggio ore 20.00 “In viaggio con la Sibilla”.  A nobilitare il tutto la “lesung” di testi dedicati alla Sibilla del poeta tedesco Reinhart Moritzan.

         Poesia d’autore, prevede “l’incontro” con Dacia Maraini, che ritorna per la seconda volta al Festival. La Maraini, grande scrittrice, tradotta in 24 lingue, con numerosi riconoscimenti e premi internazionali alle spalle, è come poeta poco nota, almeno all’estero. Così, sarà un’occasione importante questa sua “lesung” al Goethe Museum dove sarà presentata dalla prof. Cristina Giaimo, giovedì 04 maggio ore 19.00. L’evento è in collaborazione con il Goethe Museo.

           Abbiamo letto in anteprima i suoi versi così intensi, impregnati d’amore è la vita raccontata che le circola nel sangue: I miei giorni color delle ortensie/, Le sue notti all’arancia amara/, dondolando su un ramo secco/, Se amando troppo/, questo ragazzo/, scarpe di cartone/, Nel ventre delle arcate gotiche fino a guerra dentro un piatto poesia attuale e vera nel suo crudo realismo. E, poi seguiranno, i versi così teneri e pieni di pudore nel ricordare Alberto Moravia e quelli dedicati a Pier Paolo Pasolini. Le sue parole ripercorrono storie insieme a un ritmo musicale sempre presente.

         Apre la serie degli “Omaggi” quello dedicato a Pablo Picasso, giovedì 04 maggio ore 12.00 al Café am Dom nell’ambito della sezione “Poesia e Arte”, verranno lette le sue poesie la cui ricchezza verbale è la stessa da cui sorgono le immagini della sua pittura in cui vivono emozioni sensoriali, sentimenti d’amore, di rivolta, memorie dell’infanzia e passioni del suo vissuto. In scaletta, vari interventi tra cui citiamo Barbara Zeizinger, Marcella Continanza e soprattutto si converserà Ferdinando Ambrosino che interagirà con il pubblico.

         Venerdì 05 maggio ore 18.00 lo spazio dedicato ai “Poeti d’Europa” comprenderà la lettura corale dei poeti provenienti da varie città europee: Titos Patrikios (Grecia) Andrè Ughetto (Francia) Eva Bourke (Irlanda) Milan Richter (Slovenia) Horst Samson (Germania) che si caratterizza come momento d’incontro e di condivisione tra diverse culture e dove sarà possibile cogliere il segno di quanto si stia muovendo nel mondo della cultura europea contemporanea. Rilettura in tedesco del poeta Eric Giebel e la poeta Barbara Zeizinger modererà la serata.

         In un’atmosfera carica di suggestione ci sarà la presentazione, al Caffè del Museo del Cinema venerdì 05 maggio ore 11.00 del libro bilingue “Poesia al Cinema”, (puntoacapo Editrice, Pasturana 2017) a cura di Marcella Continanza. Raffinate le traduzioni di Caroline Lüderssen, Barbara Zeizinger, Barbara Höhfeld.  Schede tecniche di Alessandra Dagostini. Il libro è una antologia di testi inediti di Dacia Maraini, Paolo Ruffilli, Matilde Lucchini, Rino Mele, Alberto Pesce, Nadia Cavalera, Marcella Continanza, Vincenzo Guarracino che parlano di film o di registi che hanno lasciato un segno del loro sguardo poetico. Interveranno Dacia Maraini, Barbara Höhfeld, Barbara Zeizinger, Reinhart Moritzen. Moderazione: Barbara Neeb, Weltlesebühne e.V. mentre le citazioni delle poesie nei film saranno recitate dal poeta Reinhart Moritzen.

      Si conclude sabato 06 maggio ore 11.00 con la suggestiva passeggiata goethiana nel Giardino Botanico con i poeti presenti al Festival, manifestazione felicemente testata nelle passate edizioni mentre alle ore 16.00 al Filmforum Höchst, ci sarà  l‘Omaggio alla poeta Alda Merini con la proiezione del docu-film di Cosimo Damiano Damato “Una donna sul palcoscenico”. Il film venne girato in presa diretta nella casa milanese della poetessa dove si lasciò andare ad un vibrante racconto in cui mise a nudo la propria anima. Il docu-film è stato proiettato alla Biennale di Venezia del 2009. Al Filmforum Höchst sarà presente il regista. Moderatrice: Anna Picardi. 

Il Festival è promosso dall’Associazione “Donne e Poesia Isabella Morra”, dal Giornale “Clic Donne 2000” e dal Comitato del Festival e la direzione artistica è affidata alla giornalista Marcella Continanza. De.it.press

 

 

 

 

Ad Amburgo la manifestazione “Fantasie d’Italia”

 

In occasione del terzo appuntamento del 65° Anniversario di Fondazione della Missione Cattolica Italiana di Amburgo (Germania), si è tenuto nei giorni 22-23 l'evento denominato “Fantasie d’Italia”, che ha coinvolto direttamente Palazzo Italia Bucarest. L’evento è stato promosso dall’Associazione “Prima Persona e.V.”, dal Consolato Generale d’Italia in Hannover, dal ComItEs di Hannover, da Palazzo Italia – Bucarest, Movimento Lucani nel Mondo, dall’Associazione Campania Europa Mediterraneo e dall’ ITAL-UIL Germania.

Attiva da un paio di anni, con già un nutrito programma realizzato alle spalle, l’Associazione Prima Persona, che ha sede all’interno della Missione Cattolica Italiana, è sorta con lo scopo di sostenere e organizzare i cittadini italiani che vivono nella città anseatica e nei dintorni. Dare valore alla vita e alla dignità delle persone, qualsiasi sia la loro provenienza: è questo il principio ispiratore. Se da una parte il tentativo è quello di sollecitare la comunità ad essere più attiva e più partecipe ad ogni livello, dall’altra l’idea è anche quella di creare in dialogo a tutto campo con altre culture, per conoscerle e per favorire un arricchimento reciproco.

All’interno dell’evento è stata organizzata la degustazione di prodotti tipici della Regione Basilicata elaborati e presentati da “Palazzo Italia – Germania”, Ristorante “Origini Lucane” in Bucarest e Movimento Lucani nel Mondo. In apertura, la presentazione del Dr. Don Pierluigi Prof. Vignola, Presidente Associazione Prima Persona e Leiter della Missione Cattolica Italiana in Hamburg.

Le celebrazioni per il 65° anniversario di fondazione della Missione Cattolica Italiana di Amburgo, in Germania, sono state aperte in gennaio dal Cardinale Francesco Monterisi. La Missione Cattolica Italiana, infatti, è stata fondata nel gennaio del 1952. Primo missionario il sacerdote comasco don Alfredo Prioni, inviato dalla Sacra Congregazione Concistoriale ad Amburgo col compito di accogliere gli italiani che si spingevano fino al Nord della Germania in cerca di lavoro.  Era sprovvisto di tutto e senza alloggio, ma la sua grande fede e il suo bagaglio di umanità gli permisero di gettare le basi della Missione Cattolica Italiana (Mci) di Amburgo, ricorda oggi il missionario don Pierluigi Vignola. Dedicata alla Madonna di Loreto grazie all’iniziata di Don Silvestro Gorczyca, predecessore di don Vignola, quella di Amburgo fu la seconda Missione Italiana, dopo Berlino, fondata dopo l’ultimo conflitto mondiale in terra tedesca, e che oggi opera in un vasto territorio del Nord della Germania e della Bassa Sassonia dove vivono circa 30mila italiani tra le diocesi di Amburgo, Osnabrück, Hildesheim e Münster. Da allora molti gli italiani che raggiunsero le regioni settentrionali della Germania per motivi di lavoro. E anche oggi – dice don Vignola – sono tanti gli italiani, soprattutto giovani, che bussano alla Missione alla ricerca di un aiuto per un lavoro o l’alloggio. Ma anche tanti stranieri che arrivano qui dopo aver vissuto in Italia: “da quando è stato chiuso il Consolato Generale d’Italia ad Amburgo, la Missione rimane quasi l’unico riferimento d’informazione e di aiuto necessario per gli ultimi arrivati”.

Per Palazzo Italia - l’incubatore multifunzionale con sede centrale a Bucarest, dove viene promosso il Made in Italy, realizzato dall’Associazione Regionale dei “Lucani nel Mondo - Asociatia Lucani nei Balcani” – è un’occasione per rilanciare il proprio impegno  in Germania. L’iniziativa – sottolinea Giovanni Baldantoni, Presidente di Palazzo Italia – ha una rilevanza strategica in quanto la Germania da sola assorbe una quota di export del “made in Basilicata” pari al 12%.  L’eccellenza agroalimentare della Basilicata, non solo l’Aglianico del Vulture – aggiunge Baldantoni – è già diffusa sui mercati tedeschi. Le merci italiane esportate sul mercato tedesco che vantano le quote maggiori sul totale delle importazioni della Germania dall’estero sono i metalli di base ed i prodotti in metallo (15,6%), i macchinari e gli apparecchi (14,5%), i mezzi di trasporto (11%), i prodotti tessili e dell´abbigliamento (8,8%) e le sostanze ed i prodotti chimici (8%). Questi dati – commenta Baldantoni - fanno ben sperare e sembrano promettere una ulteriore crescita per l’anno in corso, soprattutto se pensiamo che la diminuzione del deficit commerciale italiano e la registrazione di un livello record per le esportazioni sono avvenute progressivamente durante gli anni di crisi. I rapporti commerciali tra i due Paesi costituiscono la base per lo sviluppo di una proficua joint production e di un’efficace cooperazione industriale Palazzo Italia intende sviluppare le relazioni fra Germania-Italia-Romania e il resto dei Paesi Balcanici. Si aprono buone opportunità di business – afferma ancora il responsabile dell’Associazione Lucani nel Mondo – per le pmi lucane e del Sud in vari comparti di attività mentre stiamo completando il progetto di estendere la rete di Palazzo Italia Bucarest nei Balcani che ha aperto uffici di delegazione in Ungheria, Serbia, Bulgaria, Moldavia. PV, de.it.press 23

 

 

 

 

Le recenti trasmissioni di Radio Colonia

 

20.04.2017. Troppo bullismo nelle scuole. Un quindicenne su sei è vittima di bullismo in Germania. Lo dice il rapporto Pisa dell'Ocse. Intanto aumentano le iniziative contro il bullismo come MaBasta in Italia o il progetto Olweus in Germania.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/bullismo-104.html

 

19.04.2017. Effetti collaterali mediatici. Il vaccino contro il papilloma virus è nell'occhio del ciclone dopo le denunce della trasmissione Report della Rai. I benefici del vaccino sono enormi, dicono gli esperti.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/vaccino-hpv-102.html

 

Sinergie italo-tedesche. “Vivere e lavorare in Germania” è il nome del progetto attivo nella regione di Stoccarda pensato per dare una mano ai nuovi arrivati dall‘Italia. Ora potrebbe arrivare anche a Friburgo.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/lavorare-in-germania-100.html

 

18.04.2017. Una vittoria che spacca a metà

Forte l'astensionismo dei cittadini turchi in Germania, nonostante la maggioranza dei voti per il sì. In Italia la comunità turca è divisa come in patria.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/referendum-turchia-100.html

 

Europa: cosa cambia con Tajani. L'elezione di Antonio Tajani a Presidente del Parlamento europeo ha già determinato la fine della grande coalizione tra popolari e socialisti, ma sono tanti i problemi da risolvere.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/parlamento-europeo-tajani-100.html

 

Una direttrice all'Interpol. Roraima Andriani combatte il crimine a livello mondiale. È la prima donna nella storia dell'Interpol a ricoprire funzioni talmente elevate. Un ritratto di Mimmo Sambuco.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/terramia/roraima-andriani-interpol-100.html

 

13.04.2017. Pacifismo in crisi? Nonostante le guerre, la crisi dei rifugiati e la minaccia di nuovi conflitti, in Germania alle tradizionali marce della pace pasquali si prevede una scarsa partecipazione.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/marce-pasquali-per-la-pace-100.html

 

Totò, il principe della risata. Antonio De Curtis, in arte Totò, il più celebre attore comico italiano, ci lasciava cinquant'anni fa.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/toto-principe-della-risata-100.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-154.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati

I commenti sportivi di Agnese Franceschini

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html

 

Speciale. Il Parlamento europeo. Quinta puntata della nostra storia d'Europa. L'assemblea parlamentare dell'Unione europea è l'unica istituzione europea ad essere eletta direttamente dai cittadini. Ma quando è nato il Parlamento europeo?

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/speciale/storia-europa-cinque-100.html

 

12.04.2017. Sotto i piedi dei gigantic. Estro, ironia, testi che guardano alla complessità dei tempi e un pizzico di musica popolare. Sono gli ingredienti del giovane artista di origini siciliane Jimmy Ingrassia.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/jimmy-ingrassia-102.html

 

Terrore a Dortmund. Tre esplosioni hanno colpito ieri il pullman del Borussia proprio mentre stava portando i giocatori allo stadio, dov’era in programma la partita con il Monaco per i quarti di finale di Champions League

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/dortmund-bombe-102.html

 

11.04.2017. Venti di guerra? decisione degli Stati Unti di inviare una portaerei e navi da guerra al largo della penisola coreana ha scatenato un'immediata reazione da parte del governo di Pyongyang

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/corea-nord-100.html

 

Lo Stato Sociale. A distanza di due anni dal loro ultimo album, i cinque musicisti della band bolognese pubblicano un disco dal titolo emblematico: „Amore, lavoro ed altri miti da sfatare“.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/stato-sociale-100.html

 

10.04.2017. Nuove misure sull'immigrazione. Dopo l'approvazione del Senato, la Camera discute il decreto Minniti che mira a rendere più veloci le procedure in materia di asilo e a contrastare l’immigrazione cosiddetta irregolare.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/decreto-minniti-100.html

 

A rischio gli aiuti alla Siria. Grande lo sdegno per le vittime in Siria, ma in calo gli stanziamenti umanitari. Il blog Linkiesta lancia l'allarme e punta il dito anche contro l'Italia.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/aiuti-siria-100.html

 

07.04.2017. G8: l'Italia ammette la colpa

L'Italia, a Strasburgo, riconosce piena responsabilità negli abusi di Bolzaneto. Offerti 45mila euro a sei cittadini per i danni materiali e morali.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/g-otto-italia-100.html

 

Non è una guerra. Lo scontro tra lo storico Salone del Libro di Torino, con il neonato Tempo di Libri a Milano raddoppia gli appuntamenti culturali. In un Paese che ne ha fortemente bisogno.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/pagine-scelte/concorrenza-saloni-del-libro-100.html

 

Tornano gli Afterhours. Afterhours, band italiana nata negli anni '80 da un'idea di Manuel Agnelli, cantante del gruppo, è portabandiera dell'indie rock. A partire dal 19 aprile, si esibirà in sette fra i più rinomati club europei.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/tornano-gli-afterhours-100.html

 

06.04.2017. L’educazione… provvisoria. A 8 anni dal terremoto, L’Aquila non ha ancora nessun edificio scolastico riscostruito nonostante 44 miliardi stanziati nel 2013. E per i licei è vulnerabilità sismica.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/laquila-erdbeben-100.html

 

Cecenia omofoba. Oltre 150 omosessuali sarebbero stati rinchiusi in una prigione segreta in Cecenia e torturati. Il Consiglio d'Europa vuole indagare. Ne parliamo con Amnesty.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/tschetschenien-schwulenverfolgung-100.html

 

05.04.2017. Un crimine contro l’umanità. Riunione d'emergenza del Consiglio di sicurezza Onu sulla Siria, dopo che più di 100 persone, tra cui moltissimi bambini, sono state uccise dal gas sarin. Come reagirà la comunità internazionale?

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/syrien-giftgasanschlag-100.html

 

In difesa dei minori. Approvata in Italia la legge relativa alla tutela dei minori stranieri non accompagnati. Una svolta, secondo Save the children: i diritti dell'infanzia prevalgono sulle norme relative ai profughi e ai migranti.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/schutz-minderjaehrige-migranten-100.html

 

I conti non tornano. Sono ben oltre un milione le persone che hanno lasciato l‘Italia per trasferirsi all‘estero dal 2007 al 2015. Lo rivela un nuovo studio che mette in discussione i dati Istat. Anche in Germania enorme discrepanza.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/italiener-ausland-100.html

 

04.04.2017. Terrore in Russia

Dopo l'attentato a San Pietroburgo parliamo dei legami fra il terrorismo ceceno e il Califfato. Il kamikaze avrebbe avuto legami con militanti siriani.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/russland-anschlag-100.html

 

La rinascita di Castelluccio. Camion dell’esercito a Castelluccio di Norcia per permettere la semina della famosa lenticchia locale nonostante la devastazione del terremoto.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/castelluccio-linsen-100.html

 

03.04.2017. Viaggio in Italia

Il turismo italiano dipende sempre più dagli stranieri, anche se spendono meno. Lo rivela uno studio di Confturismo-Confcommercio.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/tourismus-italien-100.html

 

Microfono ai migranti

Dopo l'esperienza positiva del progetto pilota, "Nois" il notiziario web dei migranti guarda al futuro con una nuova puntata. Ma il progetto ancora vacilla, perché mancano i finanziamenti. Il racconto della libanese Nadine Nasereddine.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/nois-migranti-sardegna-100.html  

 

31.03.2017. Amerigo Verardi. Chiacchierata a 360° con il cantautore brindisino: dal suo ultimo lavoro solista "Hippie Dixit", al revisionismo sulla storia del Sud.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/cantautore-amerigo-verardi-100.html

 

Vinci con noi: arriva Gianna Nannini!

Gianna Nannini arriva a Düsseldorf il 5 aprile. Vi avevamo promesso 5 coppie di biglietti, alla fine siamo riusciti a regalarvene di più.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/gianna-nannini-sorteggio-100.html  R.C. De.it.press

 

 

 

 

 

Programmato per settembre a Stoccarda un grande evento di Forza Italia

 

Si è tenuto il 18 aprile l’incontro tra il senatore Vittorio Pessina, responsabile nazionale del dipartimento Italiani all’estero di Forza Italia, e il coordinatore azzurro Vito Fagiolino, residente in Germania. È quanto si apprende da una nota in cui si legge che alla riunione, tenutasi negli uffici milanesi di Pessina, ha partecipato anche il padre di Vito.

Così, dopo l’incontro organizzato a Francoforte da Fagiolino e Carmelo Pignataro (Coordinatori per la Germania di Fi), prosegue il lavoro di Forza Italia, che ha intenzione di essere ancora più presente sul territorio. In Europa, in particolare, il partito guidato da Silvio Berlusconi sta lavorando, tra le altre cose, alla organizzazione di un grande evento, da tenersi il prossimo settembre, probabilmente nella terza settimana del mese, al quale lo stesso Pessina parteciperà.

“L’incontro si terrà nella città di Stoccarda e sarà l’occasione per discutere dei temi che più da vicino interessano gli italiani residenti nel Vecchio Continente, ma anche di strategie in vista delle prossime sfide elettorali”, ha spiegato il senatore, che rappresenta Forza Italia al Cgie.

Durante la riunione tra Pessina e Fagiolino, si è anche affrontato l’argomento tesseramento.

“Tra gli italiani in Germania – ha assicurato Vito Fagiolino – è ancora molto forte e presente il sostegno al presidente Silvio Berlusconi, considerato ancora oggi l’unico in grado di contrapporsi allo strapotere dei Patronati, al Partito Democratico e al populismo dei 5stelle”.  Dip 20.4. 

 

 

 

 

Lettera aperta ai Parlamentari eletti all’estero, in Europa. Oggetto: IMU seconda casa

 

Egg. Onorevoli, mi permetto di sottoporre alla vostra attenzione (per alcuni di voi per l´ennesima volta) la incomprensibile discriminazione fiscale che la legge di cui sopra opera tra pensionati italiani emigrati, oltretutto a svantaggio di chi e´fiscalmente fedele allo Stato Italiano.

La norma, la cui ratio vorrei comprendere e che fino ad oggi nessuna autorita´mi ha declinato, e´scritta in modo tale per cui un cittadino pensionato in Italia, che emigra all´estero e ivi vive in affitto (iscritto regolarmente all´Aire), che paga le tasse in Italia e che e´proprietario di un solo alloggio situato in patria, deve corrispondere al Comune di ex residenza l´IMU seconda casa, mentre un cittadino italiano, emigrato e pensionato all´estero, che paga le tasse all´estero e che ha un alloggio in Italia, viene esonerato dal pagamento dell´IMU.

Dalla assoluta indifferenza dimostrata da tutte le autorita´cui fino ad ora mi sono rivolto e dall´imbarazzo mostrato nel fornire una qualsiasi spiegazione ad un cittadino con la fedina penale intonsa e che ha pagato le tasse fino all´ultimo centesimo per tutta la vita, credo di capire che gli estensori della norma e coloro che l´hanno votata non abbiano tenuto conto minimamente della eventualita´del caso che vi sottopongo, altrimenti avrebbero proceduto ad una diversa formulazione.

E´con questo ottimismo cui non voglio rinunciare e rinnovando la mia fiducia nelle istituzioni, francamente un poco logorata da questa vicenda, che rinnovo la mia richiesta a voi che siete stati eletti all´estero, affinche´rispondiate a due quesiti:

* esiste una ragione per la quale si possa definire equa la norma in questione? Se si´qualcuno potrebbe spiegarmela al fine di convincermi che ho torto?

* Se condividete le valutazioni del sottoscritto, intendete porre mano al problema, oppure no?

Sono certo del vostro interessamento e vi ringrazio in anticipo per la sensibilita´ politica che non mancherete di dimostrare, augurandovi buon lavoro e restando a vostra disposizione per ogni chiarimento.

Franco Di Giangirolamo, Andreasstrasse 22, Berlino  fdigiang@yahoo.it 

 

 

 

 

Hannover. Quali occasioni di lavoro offre la DB?

 

Hannover. Venerdì 31 marzo, alle ore 14,00, il Presedente del Comites di Hannover Giuseppe Scigliano  insieme  all'avvocato Elena Sanfilippo, membro del Comites,  hanno  incontrato l'ingegnere Friedrich Pech (technisches Hochschulmanagement Regionalbereich Nord) per discutere delle occasioni di lavoro che offre la DB (ferrovia tedesca).

In effetti ci sono possibilità non solo per manuali, impiegati, ingegneri etc..ma anche per posti di apprendistato, Praticantato e per lo studio duale.... 

Alla base di tutto, naturalmente c'è la lingua tedesca e la qualifica professionale nel settore in cui si vuole lavorare.

Come Comites cercheremo di informare i nostri giovani, utilizzando i nostri canali, di tali opportunità.

È stato un incontro veramente interessante. Oltretutto ci ha fatto visitare la centrale che dirige il traffico dei treni di tutto il nord della Germania e ci ha fatto parlare con gli operatori....veramente impressionante...tantissimi monitor......tanti pannelli......tantissima responsabilità....da quì viene Controllato tutto: dai ritardi ai guasti, al blocco dei treni per suicidi (sui binari in Germania si suicidano circa 1.000 persone all'anno), alle deviazioni per lavori in corso.....

Per maggior informazione: https://karriere.deutschebahn.com/de/de/jobs

Dott. Giuseppe Scigliano

 

 

 

 

Corrispondenza. Monaco di Baviera. Il dibattito nel PD

 

Per molto tempo ho letto che il calo degli iscritti del PD sia dipeso dall'ingresso di Renzi e della sua politica, cosi ci viene spiegato dalla minoranza del PD ed in particolar modo da quelli usciti dal Partito. Ho fatto parte sin dall'inizio di questo Partito (fondandolo a Monaco insieme a pochissimi altri...inferiori alle dita di una mano). Ho appoggiato (votandolo) Bersani alle prime primarie, ho appoggiato Renzi (votandolo) alle seconde. Mi ricordo perfino di quando insieme ad altri due iscritti al Partito (Orazio e Cetti ambedue ex DS come me) scrivemmo nelle ns e-mail che l'avremmo tenuto sotto osservazione, non eravamo sicuri della ns scelta che fu dettata da uno stato di necessità (chi non ricorda come fu trattato Bersani quando chiese l'aiuto del M5S per formare il governo, lo chiese quasi implorandoli, ci fece apparire degli elemosinanti e questo ancora mi scotta, ricordo che Grillo - che è uno dei più colpevoli nell'uso smodato delle volgarità che ora vengono usate anche in politica - dava del "morto che parla" a Bersani, lo chiamava "Zombi" "Gargamella"). Ora sono circa tre anni che Renzi è alla guida del Partito e diversi dirigenti hanno deciso da tempo di farlo fuori cosi come cercarono in passato di far fuori Prodi e poi Veltroni. Sempre più mi sto convincendo (ormai da tempo) che questa scelta dei fuorusciti non è dovuta alla linea politica seguita da Renzi (che pur ha le sue pecche) ma da risentimenti personali, da incompatiblità di carattere (e in questo Renzi è abbastanza deficitario) ed anche per alcune scelte politiche di tipo economico. E sufficiente ciò per continuare ad attaccare Renzi ùn giorno  si e l'altro pure? Chi viene favorito da questi attacchi continui? Cosa pensò Bertinotti quando iniziò "Critica Continua" contro Prodi? Pensò di spostare l'asse politico del governo più a sinistra e cosa accadde veramente? L'arrivo di Berlusconi. Come allora non è difficile capire che questi attacchi continui a Renzi e al PD favoriranno il M5S. Per chi ha conflitto d'interessi, ossia prendere il posto di Renzi  (vedi i fuorusciti del PD) ne può valer la pena, forse per questo che ai pochi dirigenti fuorusciti non è seguita l'uscita in massa dei semplici iscritti  e simpatizzanti PD. Poi se andiamo a controllare quando iniziò la caduta degli iscritti? questa inizia già ai tempi di Bersani (vedi articolo di sotto). Sembra che questa perdita accada al PD e a nessun altro, un modo come un altro per attaccare Renzi. Se fossimo TUTTI più sinceri dovremmo convenire che non siamo più ai tempi della DC e del PCI dove quest'ultimo veniva recepito come la Chiesa di sinistra al quale si era devoti cosi come lo erano quelli che guardavano alla DC come fosse un'emanazione della Chiesa stessa. Buona parte di quella gente è passata a miglior vita e le nuove generazioni sono troppo prese da ciò che la vita e la società di oggi offre. Fortunatamente ci sarà sempre gente che anela ad un mondo migliore, lo farà in maniera diversa da allora e da oggi, si tratta di farne parte, quella di appartenere al PD è per me ancora valida.

Tutto questo per ricordare che il 30 Aprile ci saranno anche a Monaco di Baviera le primarie del PD. Gianfranco Tannino, Monaco di Baviera

 

 

 

 

Una legge sull’Islam: la Cdu ci pensa, Merkel perplessa

 

Jens Spahn ha proposto che nel manifesto programmatico del partito per le elezioni di settembre sia introdotta la proposta di una legge sull’Islam. La sua idea sta trovando seguito considerevole tra i cristiano-democratici

di Danilo Taino

 

Basta il dialogo e la stipula di alcuni accordi per realizzare l’integrazione degli immigrati musulmani? Oppure serve la forza della legge? Finora, l’Italia ha scelto la prima strada, come ha confermato il ministro dell’Interno Marco Minniti nell’intervista di ieri al Corriere. In Germania, invece, la questione è stata improvvisamente aperta da un leader emergente della Cdu di Angela Merkel. Jens Spahn ha proposto che nel manifesto programmatico del partito per le elezioni di settembre sia introdotta la proposta di una Legge sull’Islam. La sua idea sta trovando seguito considerevole tra i cristiano-democratici, anche se Frau Merkel fino a questo momento non si è espressa e indiscrezioni parlino di una sua perplessità.

In sostanza, si tratterebbe di stabilire d’imperio una serie di regole: registrazione formale delle moschee e impossibilità per esse di ricevere finanziamenti dall’estero; status legale per le organizzazioni musulmane; obbligo per i predicatori di attenersi a certe regole nelle prigioni, negli ospizi e negli ospedali; regolamentazione delle sepolture. In generale, il provvedimento – che sarebbe approvato solo nella legislatura prossima se la Cdu vincerà le elezioni — dovrebbe stabilire il primato della legge tedesca sulle pratiche islamiche. Ora, invece, i musulmani devono naturalmente rispettare le leggi esistenti della Germania ma il rapporto tra loro e lo Stato è regolato dal dialogo tra le comunità islamiche e le autorità, ma senza un’istituzionalizzazione e senza forza di legge.

La proposta è forte e controversa. Chi la sostiene vi individua sia un modo per controllare le spinte radicali nelle comunità musulmane sia un veicolo per stabilire che l’integrazione non è un’opzione e può avvenire solo a condizioni certe. Chi vi si oppone o è semplicemente scettico ritiene che regolare per legge il dettaglio di attività spesso eminentemente religiose sia un passo autoritario che per di più potrebbe spingere verso un’intensificazione del radicalismo invece che verso una sua limitazione. L’idea di Spahn avrà gambe per correre? Mah. Per ora, a inizio di campagna elettorale, ha soprattutto l’obiettivo di presentare la Cdu come partito dell’ordine e dei valori tedeschi e di mettere in difficoltà gli avversari socialdemocratici. CdS 2

 

 

 

 

 

Il 24 aprile scioperano i dipendenti del Ministero degli Esteri. Prevedibili disagi nei Consolati

 

ROMA - “Lo sciopero indetto per il solo ministero degli Esteri rappresenta un’assoluta novità: mai in passato si era scioperato per questioni riguardanti esclusivamente la Farnesina”. Così il sindacato FLP sullo sciopero indetto per l’intera giornata di lunedì prossimo 24 aprile.

In quella giornata, spiega il sindacato, “i dipendenti non diplomatici del ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale protestano per: la scellerata politica adottata dal governo di decimare gli impiegati delle Aree Funzionali per sostituirli con impiegati locali stranieri, che mettono a rischio la sicurezza nazionale, mentre ci sarebbe tanta necessità di assumere giovani italiani; contro la riforma delle indennità estere, che hanno penalizzato soprattutto i dipendenti non diplomatici e ha mantenuto i privilegi della casta; contro l’iniqua tassazione del contributo al trasporto delle masserizie, a seguito dell’invio all’estero dei dipendenti, a prestare servizio nelle ambasciate e nei consolati; contro l’introduzione del profilo unico, che ha azzerato ogni professionalità, sia quella posseduta al momento dell’assunzione che quella acquisita con anni di esperienza sul campo; contro la volontà dell’amministrazione di gestire i trasferimenti all’estero del personale in maniera assolutamente discrezionale, ignorando i criteri di funzionalità, di trasparenza e sicurezza”.

La FLP si dice “consapevole che tanti connazionali all’estero, bisognosi di assistenza, e tanti cittadini stranieri, che vorrebbero il visto d’ingresso per l’Italia, subiranno inevitabili disagi, però a fronte dell’atteggiamento di netta chiusura da parte dell’amministrazione degli Esteri, non si è potuta evitare la proclamazione dello sciopero”. (aise 20) 

 

 

 

 

Il parere Del Cgie su riforma dell'editoria e contributi per la stampa italiana all'estero

 

Il Cgie esprime apprezzamento per l'impianto generale dello schema di decreto e il riconoscimento della specificità della stampa diffusa fuori dai confini nazionali.

 

ROMA – Tra gli argomenti affrontati nel corso dell'ultima giornata di lavori dell'assemblea plenaria del Consiglio generale degli italiani all'estero, terminata venerdì scorso alla Farnesina, la riforma dell'editoria e la normativa riguardante i contributi per la stampa italiana all'estero.

Al Cgie viene infatti richiesto un parere sullo schema di decreto attuativo della riforma, che reca anche le modalità per la ripartizione dei contributi destinati a quotidiani e periodici italiani e in lingua italiana editi e diffusi all'estero o editi in Italia e diffusi prevalentemente all'estero, tema su cui l'assemblea si è confrontata il 30 marzo (http://comunicazioneinform.it/il-dibattito-dellassemblea-plenaria-e-lapprovazione-del-parere-sui-decreti-attuativi-per-la-stampa-italiana-allestero-della-nuova-legge-sulleditoria/) e il cui esito è riportato nel parere illustrato dal presidente della Commissione Informazione e Comunicazione, Giangi Cretti, in vista della votazione definitiva da parte dei consiglieri.

In esso si evidenzia l'apprezzamento del Cgie per “l'impianto generale della norma che conferma il riconoscimento delle specificità della stampa italiana diffusa prevalentemente all'estero” e si esprime invece “disappunto” per l'articolo che prevede il parere del Console sull'interesse rivestito dalla testata per la collettività di riferimento, di cui si chiede lo stralcio. Il Cgie formula inoltre “due raccomandazioni: affinché sia mantenuta la Commissione che attualmente affianca il Dipartimento dell'editoria della Presidenza del Consiglio dei Ministri nella verifica e valutazione dei requisiti d'accesso ai contributi per la stampa italiana all'estero e si definisca la percentuale di quanto della quota parte del fondo per il pluralismo e l'innovazione spettante alla Presidenza del Consiglio sia destinato al contributo per il sostegno alla stampa italiana diffusa prevalentemente all'estero, auspicando che non sia inferiore agli stanziamenti erogati nel 2016”.

Su quest'ultima precisazione Cretti aveva sollevato le sue perplessità, chiedendo il parere ai presenti, per via dell'incertezza delle somme previste: sarà il governo – spiega - ad indicare di volta in volta sia la ripartizione dei contributi che la somma totale del fondo (che per quest'anno si aggira complessivamente sui 150 milioni di euro, ma probabilmente si attesterà in futuro a 120 milioni). Nel 2016 i fondi destinati ai periodici editi e diffusi all'estero sono stati 3 milioni di euro, ma Cretti fa notare come lo schema di decreto modifichi la classificazione dei periodici in quella di “quotidiani e periodici italiani e in lingua italiana editi e diffusi all'estero o editi in Italia e diffusi prevalentemente all'estero”, per cui ritiene difficile, oltre che poco rispondente ad un parere “politico”, la determinazione di una cifra in proposito.

Sull'indicazione di una percentuale o cifra minima concordano invece Norberto Lombardi, Franco Dotolo (Migrantes/Italia), Riccardo Pinna (Sud Africa) e Luigi Papais (Ucemi/Italia). Quest'ultimo suggerisce anche di segnalare come lo stanziamento per il comparto sia in generale insufficiente, mentre Gian Luigi Ferretti (Maie/Italia) ricorda come si parli di “piccole realtà”, in cui spesso i costi di gestione e certificazione superano il contributo percepito.

Anche grazie alla mediazione del segretario generale, Michele Schiavone, si concorda per inserire l'indicazione che i contributi non siano inferiori a quelli stanziati nel 2016, ossia 3 milioni di euro. Il parere viene quindi approvato – con un astenuto – dall'assemblea.

Dopo la votazione Salvo Iavarone e Nadia Pedicino dell'Associazione Mezzogiorno e Futuro (Asmef) hanno presentato alcune iniziative dedicate alla storia dell'emigrazione italiana che contribuiscono a tessere i contatti con i connazionali residenti all'estero: le Giornate dell'Emigrazione, rassegna itinerante giunta alla sua XII edizione – la prossima manifestazione sarà presentata ufficialmente il 14 giugno – e il premio dedicato alla cucina italiana “Capitan Cooking”. Viviana Pansa, Inform

 

 

 

 

Verso il Vertice G7. La tappa di Lucca dei Grandi in Italia

 

Dopo Firenze e Roma, i riflettori del mondo si sono da poco spenti su Lucca, in attesa di riaccendersi sulla nuova tappa del G7 sotto la presidenza italiana, Bari, per la Ministeriale Finanze.

 

L’incontro più atteso di questa carovana diplomatica e mediatica è il Vertice di Taormina che si terrà nella cittadina siciliana a fine maggio, il 26 e 27. Gli incontri annuali del Gruppo dei Sette sono da sempre fonti di riflessione, punti di partenza per nuove politiche, momenti di confronto e talora di decisione. Questo G7 cade in un momento in cui, più che altre volte, si paga il prezzo della mancanza di vero dialogo tra le maggiori potenze.

 

Tra la Cultura - bene - e l’Energia – male

Proprio su questo tema si è basata la prima riunione dei ministri della Cultura nell’ambito del G7, intitolata ‘La cultura come strumento di dialogo tra i popoli’, che si è conclusa con la firma della Dichiarazione di Firenze.

 

Azzeccata la scelta logistica e tematica di questo primo incontro, dato il ruolo preminente dell’Italia nell’ambito della tutela dei patrimoni artistici e culturali a livello internazionale. Posizione di rilievo confermata dall’appoggio dato alla cosiddetta ‘diplomazia culturale’ e, in particolare, dalla creazione dei ‘caschi blu della cultura’.

 

Questa iniziativa è, infatti, uno degli elementi cardini della politica estera italiana e uno dei punti saldi dell’agenda del ministro Dario Franceschini, presidente di turno dell’incontro. Oltre ai rappresentanti dei Sette Grandi, hanno preso parte ai lavori delle sessioni tecniche anche organizzazioni intergovernative e non-governative collegate al settore.

 

Meno positivo l’andamento della ministeriale Energia di Roma che, risentendo dei ripensamenti interni all’Amministrazione Trump, non ha prodotto un documento finale condiviso. Gli Stati Uniti, rappresentati dal segretario all’Energia Rick Perry, hanno infatti precisato che, a causa delle revisioni in corso da parte della nuova presidenza, chiariranno solo nei prossimi giorni la loro posizione ufficiale sui temi energetici, bloccando di fatto la stesura di un testo congiunto.

 

Si è fatta notare l’assenza della Russia, importante attore energetico internazionale, ma soprattutto fornitore chiave di Germania, Italia, Francia e Giappone, nonché pezzo fondamentale sul fronte ucraino, non solo politico, ma anche energetico - c’è unanimità fra i Sette sullo sviluppo di un piano energetico autonomo ucraino.

 

Alcune organizzazioni come RES4 Africa, Enel Foundation, e Africa-EU Energy Partnership (AEEP) hanno organizzato un side-event dedicato al rafforzamento energetico del Continente africano attraverso l’innovazione e soluzioni green-tech, denominato Africa 2030. Per ricordare che il surriscaldamento globale non aspetta le lente dinamiche delle convenienze politiche, Greenpeace ha donato ai rappresentanti dei Sette un enorme termometro, a memento degli accordi di Parigi sul clima rimessi in discussione dall’Amministrazione Trump.

 

Il tema dell’energia non s’è certamente esaurito con l’incontro di Roma: le prossime occasioni di dibattito saranno Bologna e Torino, sedi delle tre ministeriali su Ambiente, Industria e Scienza.

 

Gli Esteri con lo sguardo strabico tra la Siria e la Corea

Sicuramente è risultato più movimentato, per tematiche e partecipazioni, l’incontro di Lucca tra i ministri degli Esteri. La Farnesina, nel quadro del summit straordinario sulla Siria, ha coinvolto nella partecipazione ai lavori anche le delegazioni di Turchia, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Qatar. Con l’Iran, ci sono stati contatti telefonici.

 

I lavori sono stati preceduti da una visita a Sant’Anna di Stazzema, luogo simbolo della Seconda Guerra Mondiale, dove il segretario di Stato Usa Rex Tillerson, ha spiegato l’attacco di venerdì 7 contro il governo di Damasco come un atto punitivo nei confronti di chiunque commetta crimini contro innocenti.

 

La Siria è stata, come era facile prevedere, il principale focus del dibattito della ministeriale: un consenso è stato raggiunto sull’esigenza di evitare una soluzione militare, a favore di una negoziale.

 

Il ricordo del disastro libico, rievocato dal ministro italiano Angelino Alfano, fa apparire impraticabile la proposta del ministro franceseJean-Marc Ayrault di rovesciare il regime di Assad. Nuovamente, il dibattito è stato condizionato dall’assenza della Federazione russa, il cui peso nello scenario siriano non può certo essere ignorato.

 

È stata rigettata la proposta britannica, appoggiata in sede bilaterale dagli Stati Uniti, di aumentare le sanzioni contro Mosca: il ministro tedesco Sigmar Gabriel considera un importante segnale positivo il fatto che la Russia abbia chiesto un’indagine internazionale indipendente in Siria, mentre Alfano, nella prospettiva delle visite in successione al presidente Putin del presidente Mattarella e del premier Gentiloni, definisce un errore isolare il Cremlino, condividendo la posizione dell’Alto Rappresentante dell’Unione europea Federica Mogherini.

 

Tra gli altri temi in agenda, la Nord Corea, l’Iraq, la Libia, il Sahel, il Corno d’Africa e lo Yemen, in rilievo la situazione ucraina, rispetto alla quale i Grandi ribadiscono la condanna all’adesione della Crimea da parte di Mosca e affermano che la crisi può essere risolta soltanto per vie diplomatiche. Viene risollevata inoltre la necessità di raggiungere la pace e di porre fine al conflitto israelo-palestinese, che da troppo tempo ormai affligge il Medio Oriente.

 

La strada per Taormina è ormai tracciata e sembra già chiaro quali temi potranno essere riproposti in sede di Vertice, sebbene l’incontro barese sulla finanza potrebbe aggiungerne uno ulteriore: il libero mercato e la minaccia protezionista. Sempre a prescindere dalla imprevedibilità di molti degli attuali attori sulla scena mondiale. Daniela Giordano e Francesca Voce,  AffInt 14

 

 

 

 

Elezioni anticipate in Gb, May: "Si vota l'8 giugno"

 

L'8 giugno il Regno Unito andrà al voto per elezioni politiche anticipate. Lo ha annunciato la premier Theresa May in una dichiarazione da Downing Street. May ha deciso di convocare elezioni anticipate "per garantire certezza e stabilità negli anni a venire".

"Abbiamo bisogno di queste elezioni adesso per assicurare una leadership forte e stabile di cui il Paese ha bisogno" dopo la Brexit, che venne votata nel giugno di un anno fa, ha spiegato la May, secondo la quale "ogni voto per i conservatori rafforzerà la posizione del Regno Unito nei negoziati" con Bruxelles sull'uscita del Paese dall'Unione europea.

"Abbiamo bisogno di elezioni generali", ha aggiunto la premier, denunciando l'atteggiamento dell'opposizione, che altrimenti "continuerà i suoi giochi politici".

"Mentre il Paese si sta unendo, Westminster non lo sta facendo", ha sottolineato May, ammettendo di essere arrivata "con riluttanza" alla decisione di convocare il voto anticipato, che finora aveva sempre escluso, prevedendo una fine della legislatura al 2020.

"La scelta - ha scandito ancora - è tra una leadership forte e stabile nell'interesse nazionale con Theresa May e i conservatori o una coalizione di governo debole e instabile guidata da Jeremy Corbyn", leader dei laburisti. Adnkronos 18

 

 

 

 

La May cambia idea. GB: voto anticipato causa Brexit

 

La domanda se la pongono in tanti: dopo avere ripetutamente detto che mai e poi mai si sarebbe rivolta alle urne per avere una conferma della sua visione politica, perché la premier britannica Theresa May ha improvvisamente cambiato idea, portando il Paese a elezioni anticipate?

 

Nel dare l’annuncio formale della consultazione generale convocata per il prossimo 8 giugno, la May ha spiegato che era necessario un chiarimento definitivo, non sopportando più di essere ostacolata da varie forze di opposizione, anche dentro il suo stesso partito conservatore.

 

Molti hanno suggerito che la premier non resisteva più alla tentazione di approfittare della manifesta debolezza politica del partito laburista di Jeremy Corbyn per ottenere una maggioranza schiacciante in Parlamento e procedere così indisturbata per la sua strada.

 

Altri ancora hanno fatto notare che, mentre sulla Brexit la premierpuò contare sul sostegno di gran parte dei parlamentari Tories, su certi temi economici e sociali (tra cui le riforme della scuola, del sistema pensionistico e degli enti locali), l’attuale maggioranza assoluta di 17 seggi (comprensivi anche di 10 unionisti nordirlandesi) alla Camera dei Comuni non è affatto sufficiente per permetterle di imporre le sue politiche.

 

Un forte mandato per la Brexit

Diversi commentatori hanno notato che un mandato rinnovato - e si presume rafforzato - permetterebbe a Theresa May di presentarsi ai negoziati sulla Brexit di prossima apertura con un capitale politico aumentato, e quindi in una posizione contrattuale più solida rispetto alla situazione attuale.

 

Ma con un ritorno alle urne fissato per il 2020 (tale era la prospettiva fino a due giorni fa), la parte finale del periodo di due anni previsto dall’articolo 50 del Trattato di Lisbona per la conclusione dei negoziati sull’uscita dall’Unione europea (Ue) sarebbe stata inevitabilmente condizionata dalla scadenza elettorale.

 

Con l’avvicinarsi del voto, infatti, la squadra negoziale britannica sarebbe stata potenzialmente sempre più ricattabile dagli interlocutori di Bruxelles. Ora, nessuno crede neanche per un istante che le trattative con l’Ue saranno concluse in un tempo così breve, ma chi si assumerà la responsabilità del loro prolungamento?

 

Scozia ai margini

Chi comunque è stato preso in contropiede più di ogni altro protagonista della scena politica nazionale è stata Nicola Sturgeon, first minister di Edimburgo e leader del partito nazionalista scozzese (Snp). La sua insistenza quotidiana sulle priorità della Scozia, a partire da un secondo referendum per l’indipendenza, è stata brutalmente spinta ai margini dalla mossa dellaMay.

 

La Sturgeon ha ragione da vendere quando accusa la premier di ipocrisia e di doppiezza, ma c’è poco da fare: con 56 su 59 dei deputati scozzesi che siedono a Westminister appartenenti al Snp, per i nazionalisti sembra impossibile poter migliorare il risultato nelle urne dell’8 giugno; anzi, tutt’altro.

 

In generale, inoltre, la Scozia mostra segni sempre più evidenti di insofferenza per queste ondate continue di consultazioni elettorali: la prossima sarà la settima chiamata alle urne dal 2014 ad oggi. A nessuno sfugge che i risultati della gestione nazionalista dell’economia scozzese, e della cosa pubblica in generale, sono tutt’altro che brillanti, e che il martellamento sul chiodo fisso dell’indipendenza ha incontrato solo insofferenza e disprezzo a Londra.

 

Tuttavia, Nicola Sturgeon rimane l’unico personaggio politico in tutta la nazione britannica ad avere un solido seguito popolare, e può contare sull’estrema debolezza di tutti i suoi rivali nel Parlamento di Edimburgo. Il fatto, poi, che da anni è al potere a Westminster un partito capace di eleggere solo un deputato in Scozia (sui 59 seggi in palio) favorirà sempre chiunque rivendichi un distacco radicale da Londra.

 

Malcontento in Irlanda del Nord

Se gli scozzesi hanno votato tanto, in Irlanda del Nord la situazione è persino peggiore: con l’8 giugno, gli elettori delle sei contee della provincia saranno stati chiamati alle urne tre volte in poco più di un anno, con una quarta elezione per il Parlamento locale più che possibile, dopo l’esito incerto del voto di marzo. Crollata l’intesa che faceva funzionare un governo composto da unionisti e repubblicani, nessuno ha trovato finora una via d’uscita dalla paralisi, e l’agonia si prolungherà per altri due mesi almeno.

 

Su una sola cosa i cinque partiti principali possono essere d’accordo: in questa circostanza particolare il governo di Londra li ha totalmente ignorati, e con loro ha voltato le spalle a tutta la popolazione della provincia. Come ha scritto il quotidiano più autorevole dell’Irlanda del Nord, il Belfast Telegraph, “la nostra gente è la più attiva politicamente e la meno rappresentata di tutti nell’intero arcipelago britannico”.

 

Vincitori e vinti del confronto politico

Forse solo adesso i britannici cominciano a rendersi conto dell’immensità dello sconvolgimento messo in moto da quel gesto stizzito che è stato il voto a favore della Brexit. Senza il referendum spensieratamente voluto dall’allora premier David Cameron, niente di quello a cui si assiste in questi giorni sarebbe successo.

 

È altrettanto chiaro, poi, che la totale incapacità dell’opposizione laburista di Corbyn di condurre la campagna politica per rimanere nell’Ue ha reso possibile il successo della Brexit. Un fallimento da cui Corbyn stesso ha imparato poco o niente (al 20 aprile, il sito web del partito risultava aggiornato l’ultima volta 16 giorni prima).

 

Chi ha votato per la Brexit in nome della sacra sovranità del Parlamento di Westminster, dopo l’8 giugno si renderà con ogni probabilità conto che la suprema istanza della democrazia rappresentativa britannica conterà ancora meno di ora, e che la “dittatura elettiva” (espressione di un vecchio giurista e Lord degli anni ’60) di Downing Street regnerà incontrastata.

 

I parlamentari, quindi, si troveranno costretti ad accettare qualsiasi esito dei negoziati con l’Ue portati avanti da Theresa May. Toccherà a gruppi di pressione extra-parlamentari come Best for Britain e 38 Degrees, o think tank come il Center for European Reforme Demos, offrire qualche punto di riferimento politico e culturale alternativo al centralismo poco democratico che sembra l’esito più probabile per il Regno Unito dopo le elezioni anticipate di giugno.

David Ellwood, AffInt 20

 

 

 

 

Bombardando la Siria. L’intervento Usa e la legalità internazionale

 

Il lancio di missili americani contro la Siria del 7 aprile ha sollevato numerosi commenti, che tuttavia non hanno affrontato il problema della legalità internazionale.

 

Taluni hanno visto nell’intervento la fine della politica isolazionista più volte enunciata da Trump e un riposizionamento della politica americana nei confronti della Siria. Altri hanno addirittura salutato l’intervento come benefico, poiché avrebbe rimesso in moto i negoziati. Concorde, almeno tra gli occidentali, è il giudizio secondo cui gli Stati Uniti sono finalmente rientrati nel gioco siriano, che era diventato appannaggio della sola Russia.

 

Nessuno, almeno nella grande stampa, s’è chiesto se lo strike Usa fosse conforme al diritto internazionale. Probabilmente il quesito è stato considerato non meritevole di approfondimento e lasciato alle elucubrazioni dei siti specializzati, dove si esercitano i giuristi, le cui opinioni sono tenute in considerazione, spiace dirlo, solo quando fanno comodo per avvalorare calcoli e ragionamenti esclusivamente politici.

 

Ma così facendo si trascurano i principi della legalità internazionale, che dovrebbero guidare l’azione politica, e si finisce per sminuire l’opera delle Nazioni Unite che, finché esistono, dovrebbero costituire il fondamento del multilateralismo e dell’ordine mondiale.

 

Le giustificazioni degli Stati Uniti

Quale giustificazione hanno dato gli Stati Uniti? Si è trattato di una reazione all’uso, secondo loro provato, di armi chimiche da parte di Assad in occasione del bombardamento, il 4 aprile, della località di Khan Shaykun in mano ai ribelli siriani. Il bombardamento ha fatto numerose vittime, tra cui molti bambini, suscitando lo sdegno e l’emozione del presidente americano. Di regola quando si usa la forza, la giustificazione viene data con una lettera al Consiglio di Sicurezza (CdS) o al segretario generale delle Nazioni Unite, da cui si evince la motivazione giuridica dell’intervento.

 

Questa volta le motivazioni sono desumibili dalla lettera di Trump al Congresso. Si afferma che quando la comunità internazionale viene meno al suo dovere di agire collettivamente, gli Stati sono obbligati ad agire. Un intervento individuale diventa quindi legittimo. L’azione degli Usa è stata incondizionatamente condivisa dagli alleati europei. Non solo dal Regno Unito, ma anche da Francia e Germania. La Germania ha quindi abbandonato la sua cautela che, nel 2003, l’aveva portata ad esprimersi contro l’intervento in Iraq. Quanto all’Italia, il premier Gentiloni ha dichiarato che si è trattato di “una risposta motivata a un crimine di guerra”.

 

Quali sono le regole del diritto internazionale

Il diritto internazionale, attraverso la Carta delle Nazioni Unite e il suo art. 2, par. 4, proibisce l’uso della forza armata. Il ricorso alla coercizione militare è ammesso solo in due ipotesi: in caso di legittima difesa contro un attacco armato oppure qualora esso sia autorizzato dal CdS. Si discute se l’uso della forza armata sia ammissibile in caso di intervento d’umanità, cioè per far fronte a trattamento inumani e degradanti della sua popolazione da parte dello Stato contro cui s’interviene.

 

Ma l’intervento d’umanità, se non autorizzato dalle Nazioni Unite, non è giuridicamente giustificabile secondo la maggior parte dei giuristi. In secondo luogo, come è stato sottolineato, un’azione limitata quale quella degli Stati Uniti non può essere considerata per la sua portata circoscritta come un intervento umanitario (si pensi all’intervento in Kossovo nel 1999). Piuttosto lo strike Usa può essere inquadrato nel novero delle rappresaglie armate, essendo volto allo scopo, come hanno detto gli Usa, di degradare la capacità militare siriana di effettuare ulteriori attacchi chimici e di dissuadere il regime siriano all’uso della proliferazione chimica.

 

Gli Stati Uniti non hanno subito direttamente il bombardamento chimico. Tuttavia si tratta di una violazione di un obbligo internazionale posto a tutela di tutti gli Stati membri della comunità internazionale. Ciascuno è abilitato ad adottare una contromisura, ma essa non può consistere nell’uso della forza armata.

 

La violazione della Convenzione sul disamo chimico

La Siria è divenuta parte della Convenzione sul disarmo chimico del 1993 solo nel 2013, essendo stata praticamente costretta ad aderire da una pressione congiunta di Russia e Stati Uniti, in seguito agli orrori suscitati dal ricorso dell’esercito siriano alle armi chimiche. La risoluzione 2118 (2013) del CdS detta un piano per la distruzione delle armi chimiche e l’eliminazione delle fabbriche per la loro produzione.

 

L’arsenale chimico siriano è stato in larga parte distrutto, con l’attiva partecipazione di Danimarca, Norvegia, Italia e soprattutto Stati Uniti. Ci sono stati dei ritardi dovuti alla guerra civile e, come dimostrano i recenti episodi di uso di armi chimiche, non tutti gli stock sono stati distrutti. La responsabilità è di volta in volta attribuita al governo costituito, ai ribelli ed ai gruppi terroristici.

 

La Convenzione sul disarmo chimico prevede strumenti molto perfezionati per la verifica dell’esistenza di armi chimiche, su iniziativa degli stati parti e con l’invio di missioni indipendenti che fanno capo all’Organizzazione per il disarmo chimico, missioni che possono essere svolte nel territorio dello stato sospettato.

 

Altri strumenti e procedure sono previsti in caso di violazione, ma mai il ricorso alla forza armata, tranne che questo sia ovviamente autorizzato dal CdS o si versi in un’ipotesi di legittima difesa. Uno spiraglio è aperto dalla risoluzione 2118, il cui par. 21 stabilisce che in caso di uso di armi chimiche in Siria possono essere prese misure previste dal Capitolo VII della Carta?

 

Probabilmente sì, ma tali misure, che potrebbero comportare l’uso della forza, devono essere prese dal CdS. Sta di fatto che gli Usa non ne hanno fatto cenno, neppure in occasione del dibattito in CdS subito dopo l’intervento contro la Siria. Stesse considerazioni valgono per quella parte della risoluzione 2118, dove si afferma che coloro che fanno uso di armi chimiche saranno tenuti personalmente responsabili. La commissione di crimini di guerra non giustifica l’uso della forza armata.

 

Conclusioni: difficilmente giustificabile

L’intervento Usa è difficilmente giustificabile sotto il profilo del diritto internazionale, tranne che non si vogliano ammettere ipotesi strampalate, come quella secondo cui gli Usa avrebbero agito in legittima difesa a favore delle vittime colpite dalle armi chimiche. Anche lo slogan dell’intervento “illegale, ma legittimo”, coniato a proposito dell’intervento in Kossovo, non aiuta molto.

 

Chi voglia salvaguardare in qualche modo l’azione degli Stati Uniti, sempre sanabile in virtù di una successiva risoluzione del CdS per ora impensabile, deve porsi in un’ottica diversa: ad esempio ammettere che si è trattato di una minore violazione del diritto internazionale, che non costituisce aggressione e che, in quanto tale, non consentirebbe alla Russia di reagire in legittima difesa. Tanto più che essa era stata avvertita dell’imminenza dell’attacco. Ma ognuno vede come si tratti di un percorso irto di ostacoli. Natalino Ronzitti, AffInt 10

 

 

 

 

In Italia 35mila bambini attendono l’adozione

 

Solo un migliaio all’anno viene concesso a nuovi genitori. Anche a causa della lentezza dei tribunali che devono decidere in merito

 

  E’ risaputo che, nella nostra Penisola, i tempi della Giustizia sono estremamente lunghi. E non si abbreviano neanche quando c’è da decidere se dare o meno ad un orfano la gioia di avere un papà ed una mamma. Lentezze cui si aggiunge il fatto che ogni magistrato agisce a modo suo, secondo le proprie opinioni. Ne consegue che, in un anno, le adozioni si aggirano tra le 1.000 e le 1.300. Ciò ha spinto l’Ufficio dell’Aja addetta all’applicazione della Convenzione sulla protezione dei minori, ad ammonire l’Italia a causa del mancato rispetto delle sue linee guida e della mancanza di una banca dati sul numero di bambini dichiarati adottabili.

  In effetti sono i tribunali dei minorenni a decidere se sia idoneo al nuovo compito genitoriale chi vuole adottare uno o più orfani. E, siccome ogni magistrato delibera a modo suo, ne consegue che le adozioni nazionali sono pochissime. A vantaggio degli istituti di accoglienza, che hanno sostituito gli orfanotrofi aboliti per legge nel 2006. Enti, esistenti nei Comuni, dei quali manca un registro nazionale e che ricevono una paga, variabile da 40 a 400 euro giornaliere, per ogni bimbo accolto. Un sistema di strutture in cui circola tanto denaro e, quindi, molto interesse. Il che comporta alle Amministrazioni comunali una spesa annuale di circa 1 miliardo di euro. Cifra incerta in quanto non si hanno dati sicuri in merito.

  Non si sa neppure con certezza dove vivano ora gli adottandi. Mancano, infatti, dati ufficiali essendo diversi da Regione a Regione i criteri di scelta dei Centri. Dove, a volte, avvengono anche maltrattamenti, abusi e violenze contro i minori, anche disabili. Scandali, purtroppo frequenti, denunciati dall'Onu che si occupa della infanzia, ma che non riducono i guadagni di chi gestisce i diversi istituti. Ai quali giova l’eventuale rifiuto di affidare ad una coppia un bimbo in adozione, in quanto ciò comporta una riduzione, a volte notevole, dei soldi ricevuti dal Comune.

  Una quantità di denari versata mediamente per 3 anni, benché gli affidamenti dovrebbero durare al massimo 2 anni. Spesso, però, rinnovati all’infinito.  Al che si aggiunge la realtà scandalosa degli obbrobri che rimangono spesso impuniti per mancanza di controlli specifici sulle strutture di accoglienza. Le quali sono di tre tipi e sono scelte con criteri di accreditamento che variano nelle diverse Regioni. Esistono le “comunità educative”, che non possono ospitare più di 12 bambini; le “case famiglia” dove una coppia di coniugi può accogliere fino a 6 bambini; una singola persona cui sono riconosciute le qualità necessarie per occuparsi di un bambino o di un ragazzo fino alla sua adozione.

  Che non sempre avviene, in quanto a volte ai futuri genitori è rifiutata la realizzazione del loro desiderio per motivi incomprensibili, come ad esempio per eccesso di scolarizzazione, per un difetto di pronuncia, altri perché “coppia troppo unita”. Aspiranti bocciati, senza possibilità di appello, per motivi assurdi, benché armati di buona volontà e desiderosi di ottenere il “figlio” che, per età, malattie o infertilità non hanno potuto avere. Sono 10 mila le coppie che chiedono di adottare un minore, ma solo 1000 raggiungono l'obiettivo.

  Come è capitato a Maria che aveva tentato di assicurarsi un bambino, senza riuscirci. Delusione che le ha fatto creare il sito «volevoadottare.it» ove racconta i motivi per i quali i periti hanno bocciato la richiesta sua e del marito. Due ragioni alquanto assurde. La prima determinata dal fatto che c'era eccessivo amore nella coppia considerata “troppo affiatata per poter far posto a una creatura”. La seconda causata dal lavoro, valutato “bizzarro, troppo strano” del coniuge che fa il libraio antiquario. Come se fosse un rischio far crescere un bambino tra i libri.

   Insensatezze che scandalizzano. Specialmente se si pensa ai tanti omicidi compiuti o tentati ogni giorno, a spese di ragazzini. Non ultimo quello, per fortuna non riuscito, voluto da un uomo che, separato dalla moglie, voleva suicidarsi con il figlio che riteneva il suo “cucciolo”. Il bambino, però, è riuscito a scappare dall’auto piena di gas e a far chiamare la polizia. Un atto, quello del padre, evidentemente dettato da desiderio di vendetta nei confronti della ex consorte, non dall’affetto nei confronti del bambino. Sentimento, l’amore, che, - come ha detto Papa Francesco - “Dio ha effuso nei nostri cuori e che solo può dare quella speranza e gioia di cui tutti abbiamo bisogno, particolarmente gli orfani, sempre e soprattutto a Pasqua”. Festività che auguro felice e serena a tutti i miei lettori, in particolare agli orfani e a chi vorrebbe adottare un bimbo per dargli una famiglia e renderlo felice. Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

Alfano: “L’ingresso di Ankara nella Ue ora non è un’ipotesi sul tavolo”

 

ROMA - E adesso? Come si affronta il rapporto con la Turchia che torna a essere uno Stato con forti tratti di autoritarismo e resta allo stesso tempo un Paese che confina sia con l'Unione Europea sia con la Siria in guerra, che ha nella Nato le seconde forze armate per dimensioni ed è per le nostre esportazioni uno sbocco di rilievo? Chi in Italia si occupa di politica internazionale ha presente quanto la questione non si presti a risposte sommarie. Il ministro degli Esteri Angelino Alfano, in mezz'ora di intervista al Corriere, a un certo punto pronuncia due frasi. Riassumono con efficacia quello che, almeno nelle intenzioni, rimane l'approccio italiano anche dopo il referendum con il quale il presidente Recep Tayyip Erdogan ha posto le basi di un ulteriore rafforzamento dei propri poteri: «Un conto è la collaborazione con la Turchia, la cooperazione di comune interesse per esempio sull'anti-terrorismo e nella Nato. Altro conto è condividerne alcune metodologie». I due piani, a suo avviso, non andrebbero confusi.

Dopo aver vinto di misura il referendum di domenica, Erdogan si è ripromesso di reintrodurre nel suo Paese la pena di morte. Ministro, non lo trova un modo di rinunciare definitivamente al proposito di adesione turca all'Ue, la parte di mondo più vasta nella quale non si eseguono pene capitali?

«L'ingresso della Turchia nell'Unione Europea adesso non è sul tavolo. In ogni caso eventuali decisioni relative alla ipotesi di reintrodurre la pena di morte lo allontanerebbero ancora di più».

Ciò che accade ad Ankara non crea difficoltà alla Nato?

«La presenza nella Nato rafforza sistemi di collaborazione multidimensionali per cui ci sono livelli di collaborazione in ambito di sicurezza militare, di anti-terrorismo, su materie di comune interesse. Ma non significa ingresso nell'Ue o assenza di preoccupazione per quanto dichiarato dall'Osce».

Nell'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa si ritiene che durante la campagna referendaria turca «libertà fondamentali essenziali» siano state «limitate» dallo stato di emergenza in vigore. Lei fatica nel dialogare con la Turchia dopo la reazione al tentato golpe del 2016 che ha comportato circa 45 mila arresti e licenziamento o sospensione dal lavoro per 130 mila persone?

«Un conto è la collaborazione con la Turchia, la cooperazione di comune interesse per esempio sull'anti-terrorismo e nella Nato. Altro conto è condividerne alcune metodologie».

Da almeno un paio di decenni il nostro Paese ha un ruolo: promuove relazioni il più distese possibile tra Ankara e Bruxelles. Perfino l'irritazione contro Roma dovuta alla partenza dall'Italia per il Kenya del curdo Abdullah Ochalan, giudicato dalla Turchia terrorista da estradare, fu superata nel 1999 per volontà di settori di centro-sinistra e centro-destra. Per l'Italia questa funzione è finita?

«Siamo convinti che la Turchia, collocata tra Oriente e Occidente, abbia un ruolo fondamentale. Sento inviti a isolare Ankara e Mosca. Non voglio far ricorso a nobili principi e nobili ideali. Semplicemente, non ci conviene. Ci vuole realismo. Ricordo un episodio di quando ero ministro dell'Interno».

Quale episodio?

«Nel gennaio 2015 cominciammo a notare l'arrivo di grandi navi da porti turchi verso la Puglia. Fenomeno strano: i trafficanti le abbandonavano con il pilota automatico in direzione Italia aspettando che fossero soccorse. Sospettavamo che alcune contenessero non soltanto migranti, ma anche possibili terroristi. Incontrai i rappresentanti del governo turco. Dissi che avevamo informazioni sui loro porti. Risolvemmo il problema con il loro aiuto: non partirono più navi con quella rotta e quelle modalità. È un esempio: indica a che serve la collaborazione. Altra cosa è la condivisione di metodi o orientamenti legislativi».

Gabriele Del Grande, il giornalista fermato in una zona della Turchia nella quale non sarebbe consentito accesso a stranieri, risulta in detenzione amministrativa e dovrebbe essere espulso. Perché non viene ancora rimpatriato? E le pare congruo che un Paese alleato adotti misure del genere verso un giornalista?

«Abbiamo attivato tutti i nostri canali, sia in loco sia qui. Abbiamo ricevuto delle rassicurazioni, informato la famiglia e chiesto che tutto si concluda nel più breve tempo possibile».

Erdogan tira molto la corda. Prima con la Russia, spesso con l'Ue. Secondo lei dove vuole arrivare?

«La sua intenzione mi sembra chiara: è il tentativo di una crescente influenza nella dinamica globale. A cominciare da un ruolo significativo nella lotta al terrorismo internazionale. Candidarsi a essere in grado di discutere alla pari con le grandi potenze e volendo rappresentare una prospettiva di tradizione e al tempo stesso di innovazione. Vedo vari segnali secondo cui ciò viene favorito da vicende nelle quali altri non fanno fino in fondo il proprio lavoro, oltre che il proprio dovere».

Erdogan approfitta degli spazi vuoti lasciati dall'Ue e in generale dall'Occidente?

«Purtroppo si». Maurizio Caprara, CdS 18

 

 

 

 

 

Trump, un Presidente in divenire

 

Una rondine non fa primavera e un bombardamento, per quanto spettacolare, non fa una politica estera. Certo, questa azione contro Bashar al Assad e la sua strategia sembra contraddire precedenti affermazioni di Donald Trump e di esponenti della sua Amministrazione (come la sua rappresentante alle Nazioni Unite), ma la realtà è che il nuovo Presidente americano sta scoprendo ora le gioie, i dolori e soprattutto la complessità della politica estera, in particolare di quella della superpotenza americana.

 

Egli era arrivato alla Casa Bianca con poche idee semplici (e risposte molto semplicistiche): difendere il commercio americano, bloccare l’immigrazione clandestina, combattere il terrorismo, specie quello di matrice islamica, e rilanciare un accordo con la Russia di Vladimir Putin. In quest’ultimo caso probabilmente l’idea era che in tal modo egli avrebbe potuto diminuire l’impegno americano in Europa e in Medio Oriente, Ma la realtà è una dura maestra.

 

Le martellanti rivelazioni sugli indebiti contatti tra membri del suo staff e la Russia, già durante il periodo elettorale, e soprattutto il sospetto non infondato che Putin abbia cercato di influire sull’andamento delle elezioni presidenziali americane, hanno bruciato, almeno per ora, la prospettiva di un rapido accordo con Mosca, che comunque era tutt’altro che facile.

 

La decisione di stracciare il Tpp (il trattato commerciale con paesi dell’Asia-Pacifico) si è rapidamente rivelata un boomerang, finendo per apparire come un gratuito regalo alla Cina, che da quell’accordo era stata esclusa, e che ha rapidamente sposato la causa del libero commercio per attrarre nel suo cerchio le grandi potenze economiche filo-americane. Vedremo nei prossimi giorni se l’incontro con il Presidente cinese a Mar-a-Lago avrà permesso a Trump di recuperare il terreno perduto.

 

Ora, la decisione di Assad di usare nuovamente le armi chimiche (che forse è stata presa anche per vedere quale sarebbe stata la reazione di Washington) ha costretto Trump a mostrare i muscoli, preannunciando anche un possibile uso della forza contro la Corea del Nord se la diplomazia cinese si mostrasse troppo poco cooperativa o comunque impotente a controllare quel regime.

 

In altri termini, Trump sembra riscoprire il solco tradizionale della politica americana, forse resa più scabrosa da una punta in più di improvvisazione e di sfida. Come dicevamo però questa non è ancora una politica estera compiuta e coerente.

 

Nello scacchiere siriano la mossa di Trump ha ottenuto il sostegno europeo e soprattutto ha portato al recupero della Turchia, mettendo in forse la prosecuzione del processo negoziale di pace di Astana, a guida russo-iraniana. Ma non sappiamo ancora quale sarà, e se ci sarà, un’alternativa. Ritorniamo ai negoziati in ambito Onu, più volte falliti, oppure puntiamo ad un quadro diverso?

 

Idem per la Russia, che cerca di intimidire Washington sospendendo l’applicazione degli accordi per evitare incidenti tra aerei militari in azione sulla Siria. Vedremo il tentativo di negoziare un nuovo accordo tra Mosca e Washington oppure un ritorno al muro contro muro di obamiana memoria?

 

Il bombardamento della base aerea siriana ci rivela un Trump diverso da quello della campagna elettora e, un “President in the making”, ma quale sarà alla fine il Trump Presidente?  Stefano Silvestri, AffInt 8 

 

 

 

 

Gli insulti e la memoria. Il 25 aprile e i meriti degli ebrei

 

È più che giustificata la decisione della presidente della Comunità israelitica di Roma Ruth Dureghello di non aderire alla manifestazione promossa dall’Anpi in occasione della giornata della Liberazione e di promuoverne una propria - di Paolo Mieli

 

Appare più che giustificata la decisione della presidente della Comunità ebraica di Roma Ruth Dureghello di non aderire alla manifestazione promossa dall’Anpi in occasione del 25 Aprile e di promuoverne una propria. Eviterà così agli ebrei romani di essere coinvolti in quelli che il giorno dopo sarebbero stati definiti dai media «incidenti» e che sono invece aggressioni a coloro che sfilano dietro le bandiere della Brigata ebraica. Da moltissimo tempo la spregevole usanza delle offese (o peggio) alle insegne di quella Brigata inquina le cerimonie italiane in onore della Resistenza. In misura intermittente, per fortuna. C’è stato persino chi (Ugo Giannangeli su «Palestina rossa») ha messo in dubbio l’opportunità che quei vessilli, quasi fossero abusivi, vengano issati nei cortei in memoria della nostra guerra di Liberazione.

Ricordiamo brevemente di cosa stiamo parlando. La Jewish Brigade fu istituita il 20 settembre del 1944 per decisione del primo ministro britannico Winston Churchill e, al comando del canadese Ernest Frank Benjamin, fu inquadrata nell’esercito che combatteva contro i tedeschi. In realtà un Reggimento palestinese era nato molto prima, nel 1941, quando l’avanzata di Erwin Rommel pareva incontenibile e Londra fece appello a «tutte le forze disponibili» per contrastare l’attacco nazista nell’Africa settentrionale.

A quel tempo gli ebrei già stanziati in Palestina si divisero: la parte maggioritaria, inquadrata nell’Haganah (il nucleo militare costitutivo del futuro esercito di Israele), accolse l’appello del governo inglese. Sicché molti israeliti di Palestina si arruolarono per combattere i nazisti: in quei giorni del ‘41 - nel corso di un’operazione in Siria, Paese all’epoca controllato dalla Francia collaborazionista di Vichy - Moshè Dayan, l’uomo che nel ’67 avrebbe guidato i soldati israeliani nella «guerra dei sei giorni», perse l’ occhio sinistro, a coprire il quale portò poi una benda nera per il resto della vita. Altri, come Enzo Sereni e Hanna Senesh, persero eroicamente la vita in Europa. Fu, quella di schierarsi con gli alleati, una scelta sofferta per gli ebrei di Palestina. E, a suo modo, lacerante. Già nel ’41 la cosiddetta «Banda Stern» (in cui militava il futuro primo ministro israeliano Yitzhak Shamir) e, dopo il ’44, l’«Irgun» (che tra i suoi annoverava un altro futuro premier dello Stato ebraico, Menachem Begin) decisero di rompere con la maggioranza sionista e di non concedere alcuna tregua agli inglesi.

David Ben Gurion, invece - anche in considerazione del fatto che la parte prevalente dei palestinesi guidata dal mufti Amin al- Husseini si era schierata al fianco di Hitler - tenne duro e mandò migliaia dei suoi uomini a combattere contro il Terzo Reich. In Medio Oriente, ma anche nell’Europa orientale, in Olanda, Belgio, Francia, soprattutto in Italia. E qui siamo al motivo per cui molti ebrei (assieme beninteso a parecchi non ebrei) partecipano da anni alle manifestazioni che celebrano la Resistenza dietro le insegne della Jewish Brigade. Lo fanno per onorare la memoria dei loro correligionari provenienti dalla Palestina che nel 1944, a novembre, sbarcarono sul suolo italiano, furono riaddestrati a Taranto per imparare a guerreggiare nel nostro Paese e presero parte all’ultima, decisiva fase della lotta di Liberazione: dai combattimenti di Alfonsine (19 e 20 marzo 1945) alla «battaglia dei tre fiumi» (9 e 10 aprile 1945) che culminò con lo sfondamento della Linea gotica. Combatterono sotto una bandiera identitaria (tre strisce - azzurra, bianca e azzurra – con al centro una stella di Davide); molti persero la vita; varie lapidi, la più importante a Ravenna, ricordano quei caduti per la nostra libertà che ancora oggi riposano in cimiteri italiani, in particolare quello di Piangipane. Ed è assai significativo che proprio ieri, in Parlamento, sia giunta ad una tappa decisiva la meritoria proposta di legge (prima firmataria l’esponente Pd Lia Quartapelle) perché alla Brigata ebraica sia conferita la medaglia d’oro al valor militare per la Resistenza.

Questo spiega a quale titolo e in ricordo di cosa alcune persone sfileranno martedì prossimo sotto quelle bandiere. Vicende romane a parte, meno comprensibile (anche se nessuno si sognerebbe di mettere in discussione il diritto di chiunque a partecipare a qualsiasi genere di manifestazione) è il motivo per cui – ad esempio - alla sfilata milanese del 25 Aprile abbia aderito il Bds, un movimento nato nel luglio 2005 che promuove «boicottaggio, disinvestimento e sanzioni» contro lo Stato di Israele (una campagna da cui si sono dissociati persino intellettuali notoriamente filopalestinesi e ostili allo Stato ebraico come Norman Finkelstein e Noam Chomsky). I Bds hanno annunciato che parteciperanno alla sfilata con cartelli in cui verranno ricordati «i nomi dei villaggi distrutti da Israele dal 1948 in poi». Un modo per riproporre la rappresentazione (non nuova) degli israeliani di oggi come eredi dei nazisti di ieri.

E qui si capisce il loro scopo che con l’autentica Resistenza del ’43-‘45 - come hanno sottolineato ieri due storici assai sensibili ai valori dell’antifascismo, Guido Crainz e Giovanni Sabbatucci - non ha niente a che spartire. Appresa questa notizia, anche i rappresentanti milanesi della Jewish Brigade avevano deciso a ritirare le proprie insegne dalla manifestazione. Ma c’è Anpi e Anpi. Quella milanese, con una presa di posizione sorprendentemente ferma, ha indotto la comunità ebraica ad un ripensamento. Roberto Cenati, presidente del comitato provinciale milanese dell’Associazione nazionale partigiani italiani si è pubblicamente impegnato non solo a «isolare e respingere le provocazioni» contro i rappresentanti della Brigata ebraica ma ha tenuto a mettere in chiaro che chi offende il loro simbolo «ingiuria l’intero patrimonio storico della Resistenza italiana». Cenati ha fatto poi un assai significativo passo ulteriore invitando gli iscritti all’Anpi a «non aderire assolutamente all’appello del Bds». Un gesto di grande coraggio nel clima che si respira di questi tempi in Europa.

Sembra incredibile che, in alcune città del nostro continente, degli ebrei (i quali sulle politiche dello Stato di Israele avranno, come è ovvio che sia, le opinioni più disparate) debbano essere costretti a «trattare» per il diritto a prender parte con dignità a manifestazioni in ricordo di un supplizio di cui furono le principali vittime. Anche se c’è da aggiungere che in altre città d’Europa – soprattutto in Francia – agli israeliti accade di peggio. E per fortuna qui in Italia esistono uomini come Cenati che, nei momenti decisivi, sanno prendere decisioni che non lasciano spazio ad ambiguità. Persone per il cui operato confidiamo che stavolta le insegne della Brigata ebraica (assieme a tutte le altre che si richiamano alla lotta di Liberazione ) saranno accolte da applausi. In parziale risarcimento dei ben udibili fischi degli anni passati. E a far dimenticare quel che nel frattempo sarà accaduto a Roma. CdS 21

 

 

 

 

Mano tesa

 

Non ci siamo mai risparmiati nell’esporre fatti e vicende che hanno coinvolto la nostra Comunità nel mondo. Abbiamo principiato da oltre mezzo secolo tentando, nei limiti dei nostri mezzi, d’analizzare i “fatti” che hanno coinvolto l’Italia e il suo Popolo. Fuori e dentro i confini nazionali.

In un Mare Mediterraneo, ancora utilizzato come via verso un’apparente libertà di vita, i drammi si sono succeduti. Sul tema non ci siamo mai, apertamente, addentrati. L’hanno fatto altri e in tutte le ottiche possibili. “Giustificando” o “Condannando" i drammi di un’umanità alla ricerca di una perduta dignità.

Ora, però, esprimiamo anche una nostra opinione. Premettendo però che la vita è da tutelare sempre e la libertà non può essere mezzo di baratto. In primo luogo, ci siamo resi conto che la caduta di certi regimi non ha favorito la libertà, ma è stata la concausa di caos e di situazioni che durante le “dittature” non erano neppure ipotizzabili.

 Senza guide e con leggi non rispettate, uomini e donne hanno cercato altrove quelle certezze irreperibili nelle loro terre d’origine. Così, è iniziato l’esodo che ha portato il nostro Paese ad affrontare emergenze che dovevano, da subito, meglio ripartite con tutti i Pesi dell’Europa stellata. Senza”se” e senza”ma”. Invece, l’emergenza è stata più nostra che d’altri e la Penisola, in questo 2017, non è più in grado di far fronte alle necessità di un’Umanità che ha bisogno di tutto.

 Così, prima di esprimere pareri, bisognerebbe conoscere anche lo “status” dei tanti uomini che hanno ricevuto sempre poco, o nulla. Ogni parallelismo con altre situazioni analoghe, a nostro avviso, non regge; proprio perché sono molto differenti le cause scatenanti. Se proprio di “guerra” tra Poveri c’è da scrivere, non ci tireremo indietro. Preferiremmo, però, un dialogo aperto per essere, se possibile, propositivi.

Tuttavia, come spesso accade, se saranno ancora le polemiche a imporsi, incoraggiando l’inasprimento degli animi, senza favorire i diritti fondamentali, ogni consiglio resterebbe senza seguito. Con l'esclusione di progetti, che non tengono conto delle cagioni scatenanti, è impossibile proporre delle soluzioni concretizzabili.

 Nel frattempo, intendiamo schierarci su progetti d’accoglienza con un chiaro e condiviso protocollo d’emergenza europeo. L’UE ha da essere una realtà anche sotto il profilo umanitario. L’emergenza non ha bandiere. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

In vigore il servizio civile universale

 

Pubblicato in Gazzetta ufficiale il decreto legislative - Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti: “Un traguardo di rilievo, onora una promessa fatta ai giovani e consente la partecipazione attiva anche agli stranieri”

 

ROMA – Con la pubblicazione in Gazzetta ufficiale il 3 aprile scorso entra in vigore il decreto legislativo di istituzione e disciplina del servizio civile universale (40/2017), provvedimento frutto della riforma del terzo settore che ha conferito al Governo anche la delega per la revisione della disciplina in materia di servizio civile nazionale.

Per il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Giuliano Poletti, si tratta di “un passo avanti importante perché con il servizio civile universale si punta ad accogliere tutte le richieste di partecipazione attiva da parte dei giovani, compresi gli stranieri regolarmente soggiornanti in Italia, che intendono fare, nel nostro Paese o in uno degli Stati membri dell'Unione Europea, un'esperienza volontaria di indubbio valore formativo e civile, in grado anche di dare loro competenze utili a migliorare la propria occupabilità”.

Dello stesso avviso il sottosegretario al Lavoro Luigi Bobba, che ha espresso soddisfazione “per la conclusione di questo percorso con il quale nasce il servizio civile universale, occasione di formazione personale all'impegno civico e opportunità di conseguire nuove competenze in vista di una successiva attività lavorativa”.

Tra le altre materie, il decreto soprarichiamato regola gli ambiti operativi di intervento dove realizzare le finalità del servizio civile universale: assistenza; protezione civile; patrimonio ambientale e riqualificazione urbana; patrimonio storico, artistico e culturale; educazione e promozione culturale e dello sport; agricoltura in zona di montagna, agricoltura sociale e biodiversità; promozione della pace tra i popoli, della non violenza e della difesa non armata; promozione e tutela dei diritti umani; cooperazione allo sviluppo; promozione della cultura italiana all'estero e sostegno alle comunità di italiani all'estero.

Istituita anche la Consulta nazionale per il servizio civile universale, “organismo di consultazione, riferimento e confronto in ordine alle questioni concernenti il servizio civile universale” e previsto e regolato il rilascio di un'attestazione finale per i giovani volontari: il periodo di servizio civile effettivamente prestato potrà infatti essere valutato nei pubblici concorsi e consentire l'acquisizione di eventuali crediti formativi per gli studenti universitari. Un'opportunità in più per i giovani volontari – si legge nella nota diffusa dal Ministero del Lavoro in proposito - che potrà contribuire anche alla crescita della consapevolezza delle proprie capacità e competenze.

“Non sfugga il valore etico del servizio civile - ha concluso il ministro Poletti - che rientra a pieno titolo tra i progetti che sono reale strumento per rafforzare la coesione sociale”. (Inform 19)

 

 

 

 

Biotestamento, il paziente potrà rinunciare a terapie

 

Il paziente potrà avvalersi del diritto di abbandonare le cure. E' la facoltà che è stata riconosciuta con l'approvazione, da parte dell'aula della Camera, di un emendamento al ddl sulle Disposizioni anticipate di trattamento e sulle norme in materia di consenso informato, che ha soppresso il sesto comma dell'articolo 1 della legge. Il comma abrogato prescriveva che il "rifiuto del trattamento sanitario indicato dal medico o la rinuncia al medesimo, non possono comportare l'abbandono terapeutico. Sono quindi sempre assicurati il coinvolgimento del medico di famiglia e l'erogazione delle cure palliative".

Dal canto suo il medico potrà però rifiutarsi di 'staccare la macchina' che tiene in vita un paziente, nel momento in cui questo abbia deciso di rinunciare alle terapie sanitarie. Puno degli emendamenti-cardine (presentato dalla commissione Affari Sociali) della legge sul consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento.

L'emendamento - passato con 281 voti, 120 contrari e dieci astensioni - ha 'rotto' l'asse Pd-M5S, che aveva finora caratterizzato l'iter della legge, ed è stato votato da Pd, Ap, Lega, Udc, Ds-Cd e da una parte maggioritaria di Fi ma non dal M5S che si è opposto perché, come ha spiegato il deputato Matteo Mantero, "introduce una forma di obiezione di coscienza" per i medici. Ha votato no anche Articolo 1-Mdp.

"Il medico - recita l'emendamento approvato - è tenuto a rispettare la volontà espressa dal paziente di rifiutare il trattamento sanitario o di rinunciare al medesimo e, in conseguenza di ciò, è esente da responsabilità civile o penale. Il paziente non può esigere trattamenti sanitari contrari a norme di legge, alla deontologia professionale o alle buone pratiche clinico assistenziali". La relatrice Donata Lenzi (Pd) ne ha spiegato la ratio, ammettendo che l'emendamento era stato uno dei più discussi e sulla quale la commissione non era riuscita a trovare un punto di incontro. "Staccare' un paziente da una macchina - ha detto - richiede al medico un comportamento attivo, qualcosa che va oltre l'astensione". "Con questa norma, se il medico ritiene che una certa decisione vada contro le sue convinzioni, allora il medico può dire 'mi astengo' e, come stabilisce il codice deontologico, deve continuare a farsi carico delle cure del paziente, fino a che non arrivi un collega a sostituirlo. Non possiamo puntare il fucile alla tempia del medico e imporgli di staccare il paziente dalla macchina".

"Non è neanche vero - ha continuato Lenzi - che la struttura sanitaria non sia obbligata a dare seguito alle volontà del paziente, perché il comma 10 dell'articolo 1 dice chiaramente che le strutture devono dare piena attuazione alla legge e dovendo dare piena attuazione alla legge, le strutture sono chiamate a trovare una 'risposta attiva'", affinché la volontà del paziente sia rispettata. "Quello che noi non abbiamo voluto fare è una scelta esplicita che preveda un meccanismo analogo a quello della legge 194, con gente che prima ancora di trovarsi davanti al caso concreto anticipa già quello che farà, elenchi di persone disponibili o non disponibili, perché quel sistema ha mostrato di avere grandi limiti e che quindi non voglio si riproduca. In questo campo più di tutti gli altri, ogni scelta del medico e del paziente, rappresentano, hanno una loro storia", ha concluso Lenzi. Adnkronos 19

 

 

 

 

Presidenziali in Francia: cronaca fine bipolarismo annunciata

 

La campagna per le elezioni presidenziali in Francia - primo turno domenica 23 aprile - presenta una serie di novità. Il fatto che l’estrema destra figuri come il partito più votato al primo turno è già di per sé un elemento dirompente. E ciò dovrebbe fare saltare la tradizionale alternanza fra destra e sinistra, una regola che sembrava immutabile dopo la presidenza Sarkozy, con l’impossibilità per la parte al potere di riconquistare la poltrona.

 

Se consideriamo che la presenza del Front National al secondo turno è altamente probabile, allora, stando ai sondaggi, possiamo avere tre tipi di ballottaggio: Le Pen/Fillon, Le Pen/Macron, oppure Le Pen/ Mélenchon. Di questi quattro candidati, uno solo, Fillon, è l'espressione di una formazione politica, ‘LesRépublicains’, che si pone in linea di continuità con la destra classica. La sinistra di governo, quella socialista, sembra invece destinata a scomparire per la debolezza del suo candidato Benoit Hamon.

 

Sia il Front National sia ‘En Marche’ (il movimento di Macron, neo-centrista), ma anche ‘La France Insoumise’ (il partito di Mélenchon, sinistra radicale) si presentano come movimenti di rottura con l’establishment dei vecchi partiti.

 

Un rapporto presidenza-governo modificato

Questa situazione fa emergere una serie di preoccupazioni: le istituzioni della Quinta Repubblica francese e il sistema maggioritario a doppio turno sono stati creati con l'idea di una scelta fra un campo e l’altro, fra destra e sinistra, che spingesse poi l'elettorato a una scelta simile, a favore del partito del presidente, alle successive legislative.

 

Ora, con varie forze politiche che, nei sondaggi, s’aggirano intorno al 20%, l’effetto alle legislative potrebbe essere bizzarro, con un’Assemblea nazionale divisa in vari gruppi senza che nessuno abbia la maggioranza per formare un governo. Il che dovrebbe condurre a un governo di coalizione, ma anche modificare il rapporto fra il presidente e il governo.

 

Nelle ultime due presidenze, quella di Sarkozy e quella di Hollande, l’accoppiamento fra mandato presidenziale di cinque anni e una legislatura della stessa durata aveva di fatto modificato la prassi istituzionale, con un governo indebolito nei confronti di una presidenza della Repubblica che era il vero fulcro decisionale. Seguendo questa logica, il ruolo del primo ministro è risultato ridotto, con figure assai pallide che somigliavano più a un sottosegretario alla presidenza del Consiglio che a un vero e proprio capo del governo.

 

Lo scenario del 2017 spinge a una presidenza che non potrà avere un sostegno forte e unico in Parlamento. La natura composita della maggioranza parlamentare innescherà, quindi, una più forte autonomia del governo e potrebbe anche facilmente tradursi in una vera e propria coabitazione, se verranno eletti candidati non in grado di costruire una coalizione parlamentare che li sostenga (come la Le Pen, o Mélenchon).

 

Si può dunque prevedere una rivitalizzazione della funzione governativa, in un contesto di forze politiche frammentate in cui il presidente della Repubblica non riesce a dettare una linea a un governo che deve la sua legittimità al voto del Parlamento.

 

Fluidità e complessità del contesto francese

Ma questi scenari non esauriscono la fluidità e la complessità dell’attuale situazione francese. Anche se la Le Pen sembra destinata a passare al secondo turno, non si possono nemmeno escludere soprese come una sua eliminazione e il ritorno a un quasi classico duello Fillon/Macron, oppure di un inedito Macron/Mélenchon.

 

Il perché di questa fluidità sta nelle ridotte distanze che emergono dai sondaggi. Tutti e quattro i candidati sono valutati intorno al 20% nelle intenzioni di voto. I margini di errore sono quindi importanti, perché se una formazione che oggi sembra raccogliere il 18% dei consensi dovesse invece raggiungere il 20 o il 21%, dovremmo aspettarci scarti equivalenti in altre formazioni. Sono variazioni piccole, ma che possono cambiare completamente il risultato, modificando la classifica fra i quattro schieramenti.

 

Il grado di imprevedibilità è quindi piuttosto alto. Nell’attuale contesto, il binomio favorito per il passaggio al secondo turno sembra essere quello formato da Marine Le Pen e Emmanuel Macron. Ed anche in questo scenario risulta difficile prevedere con certezza il risultato finale, legato all’astensione e pure ai movimenti dell’elettorato degli altri candidati eliminati.

 

C’è quindi un complesso e assai fluido gioco delle probabilità che lascia intravedere un rischio importante per la stabilità della Francia e quindi dell’Europa. L’elezione alla presidenza della Repubblica francese di solito mette in ordine il Paese per i successivi cinque anni con una maggioranza chiara. Questa volta sembra molto più difficile che ciò avvenga.

 

Ci sarà per forza di cose un assestamento che passerà attraverso un ruolo e un rapporto diverso del Parlamento con il governo, con la costituzione di maggioranze composite o coalizioni, sia nel caso dell’elezione di Marine Le Pen che negli altri casi. Il sistema presidenziale francese ha dimostrato una certa stanchezza con le ultime presidenze, che sono spesso cadute nel degrado morale, e con la percezione di una mancanza di efficienza delle politiche svolte.

 

Al di là del risultato, queste elezioni trasformeranno il sistema e potrebbero avvicinare la Francia alla Germania oppure all’Italia. Potrebbe essere un segnale di blocco, se fosse ad esempio eletta la Le Pen che avesse poi un governo di colore diverso sostenuto dall’Assemblea, oppure di grande rinnovo, con presidenti obbligati a interagire con varie forze politiche e forse in grado poi di replicare questo sistema di alleanze a livello europeo. Comunque vada, sarà una svolta storica. Jean Pierre Darnis, AffInt 13

 

 

 

 

A vent'anni dalla legge sull’immigrazione Turco-Napolitano

 

ROMA   - Sono passati vent’anni dalla legge Turco-Napolitano, la cui approvazione e   discussione preparatoria   vide protagonisti, tra i soggetti della società civile, anche Caritas Italiana e la Fondazione Migrantes.

  Come Migrantes salutammo la legge come uno strumento di tutela della dignità della persona   immigrata nel nostro Paese, con un’attenzione particolare e unica alle vittime di tratta (art. 16), anche se notavamo alcune lacune o stralci: gli articoli sulla protezione umanitaria e il diritto d’asilo, il diritto di voto amministrativo, la riduzione da dieci a cinque anni per la richiesta della cittadinanza, l’espulsione per via amministrativa e non giurisdizionale, l’incognita dei centri di permanenza temporanea.

A vent’anni di distanza dalla legge, un cammino di riforma legislativa non può prescindere da due premesse. Anzitutto è importante ricordare di chi parliamo oggi, quali sono i soggetti delle migrazioni. Parliamo di 5.024.000 persone regolarmente soggiornanti nel nostro Paese (5 volte più del 1998), di cui 2.500.000 di lavoratori e imprenditori, di oltre 1.800.000 famiglie, di 814.000 studenti (10 volte più del 1998), di 176.000 richiedenti asilo e rifugiati oggi accolti in strutture. Ma parliamo anche di   almeno 500.000 irregolari, situazione   causata dalla scadenza del permesso di soggiorno, per i tempi   lunghi della ricerca di lavoro, perché non ci sono canali per un ingresso regolare, perché diniegati dopo aver presentato una domanda d’asilo. E’ un popolo che vive dentro e con il popolo italiano. E’ una risorsa di vita, di lavoro, di affetti, di intelligenza, di sofferenza.

In secondo luogo, non possiamo esimerci dal proporre per noi e per loro quale legislazione sull’immigrazione a vent’anni   da una legge, la 40/1998, la legge Turco-Napolitano, che ha iniziato a pensare il Paese non nonostante questo popolo, ma con questo popolo, anche se è la prima legge sull’immigrazione approvata non con l’apporto dell’ opposizione, come le prime due leggi del 1986 e del 1989, ma con il sostegno del mondo ecclesiale e del Terzo settore? Quale legge sull’immigrazione che interpreti la realtà e non sia viziata da pregiudizi ideologici o di interesse, che alimentano paure e derive securitarie? Quale legge che interpreti un fenomeno che comunque determinerà la vita e la storia del nostro Paese di domani? Certamente, è necessaria una legislazione con la capacità di regolare   i due volti delle   migrazioni oggi: le libere migrazioni e le migrazioni forzate, ampliando i titoli di soggiorni, con un’attenzione più ampia e non residuale alla protezione sociale e umanitaria di migranti per nuovi fenomeni   sociali, come le migrazioni forzate per ragioni ambientali o per ragioni religiose, per tratta. Una legge non strabica, che guardi solo alla sicurezza, ma che – come la Turco-Napolitano – sia frutto dei due occhi: la sicurezza e l’integrazione, di due Ministeri, dell’Interno e della Solidarietà sociale.

Questa nuova prospettiva chiede un ufficio migrazione e un servizio accoglienza migranti in ogni Comune o   consorzi di piccoli Comuni, nella logica della legge quadro 328/2000 che ha creato un sistema integrato di interventi e servizi sociali, con un tavolo territoriale, un piano di zona e forme condivise di accreditamento di alcuni servizi alla persona migrante, italiana e straniera. Strumenti di conoscenza, accompagnamento e prima accoglienza, diffusa e preparata sul territorio, è il primo passo di un buon governo delle migrazioni, che evita improvvisazione, superficialità, sfruttamento. La vita, la storia, la cultura del mondo, soprattutto di   molti Paesi poveri,  che si incontra con la vita sempre più debole, la storia, la cultura del nostro Paese e dell’Europa devono trovare una legge che aiuti un cammino intelligente di incontro, di scambio, di cittadinanza attiva.

Gian Carlo Perego, de.it.press

 

 

 

 

Mario Giro: “Giovani e lavoro, non solo fuga all'estero”

 

ROMA - Secondo il Consiglio Generale degli italiani all'Estero (CGIE), una delle istituzioni di rappresentanza delle nostre collettività nel mondo, dal 2007 ad oggi sono emigrati circa 1,5 milioni di italiani. Da tempo si parla della ripresa delle migrazioni dal nostro paese, soprattutto a riguardo ai giovani, rinverdendo una tradizione che sembrava essersi spenta a metà degli anni 70. Ma i dati confermano anche che è cambiata la natura di chi parte: ieri in maggioranza contadini analfabeti, oggi in prevalenza giovani provvisti di titoli di studio.

Il fenomeno è complesso e si legano varie cause: innanzi tutto la crisi che spinge a cercare opportunità altrove; poi la globalizzazione che ha insegnato ai giovani a muoversi facilmente; la maggior padronanza delle lingue; il cambiamento del lavoro che diviene spesso nomade e cambia più volte nel corso della vita. Possiamo aggiungere al capitolo dello spostarsi anche il ritorno dei giovani alla terra: i dati ci descrivono 50mila nuove aziende agricole in Italia tenute da under 35. A questo si lega anche l'affermazione dei prodotti "bio".

Anche da Spagna e Portogallo centinaia di migliaia sono emigrati durante questi anni, verso l'Africa (Mozambico, Angola) o l'America Latina, riprendendo le vecchie rotte. Ma stranamente l'emigrazione non è più solo un fenomeno del sud Europa: secondo l'istituto statistico tedesco 138.000 tedeschi hanno lasciato la Germania nel 2015, e si prevede un aumento per il 2016. Anche a Berlino c'è polemica sulla «fuga di cervelli e talenti», come a Roma. Forse i giovani si muovono perché è cambiata la generazione. In altre parole: andare senza andarsene, visto che il messaggio della globalizzazione è accettare di spostarsi e spostarsi ancora.

Resta che nel nostro Paese esiste comunque un problema in più come si vede al Sud, dove non c'è lavoro per i giovani. Per certe aree siamo ancora ingabbiati in una logica di non sviluppo, a cui partecipano attivamente le mafie. Se poi aggiungiamo il problema del NEET - senza lavoro ma anche non in formazione e non alla ricerca allora abbiamo un quadro grave. Giustamente il CGIE si fa ambasciatore di questa situazione e si propone come protagonista nel sostenere i giovani a stabilirsi all'estero: non sempre è facile come sembra. Ma laverà risposta è una politica nazionale di sviluppo che sfrutti tutte le possibilità.

Una prima linea di azione è stata quella del puntare su una maggior internazionalizzazione delle imprese; chi è più internazionale resiste meglio alle crisi. Road Show, missioni di sistema nel quadro di un piano straordinario voluto da Andrea Calenda, ministro dello Sviluppo Economico, che ha già dato i suoi frutti. Ora il MISE punta su Industria 4.0. Internazionalizzare significa anche attrarre investimenti da fuori e questo è sempre un tema delicato in Italia: appena qualcuno viene ad investire dall'estero si grida allo scandalo. Con le opportune garanzie, non è male che stranieri mettano qui i loro capitali, anzi si dovrebbe fare molto di più. Anche il settore della cooperazione allo sviluppo è un canale di opportunità: dal 2015 al 2016 il sistema delle ONG ha aumentato di circa il 20% le assunzioni. Spesso è un'occupazione all'estero, ma non una fuga. In termini generali lavorare nel sistema internazionale può rappresentare una soluzione per molti dei nostri giovani: l'ONU e le sue agenzie, la UE, il servizio civile internazionale, servizio volontario europeo, Junior Professional officers , programmi di fellowship... Le offerte sono numerose, anche temporanee, ma spesso difficili da scovare. Un giro per le università in ogni regione, che abbiamo iniziato da Napoli e Catania, permetterà di orientare ¡giovani in maniera più completa. Il mondo della ricerca è anche un universo che pochi conoscono: centri esistono in diverse regioni, spesso sconosciuti. Infine vi sono le opportunità offerte dai mestieri della cultura. È un settore in cui l'Italia è all'avanguardia ma non ne è abbastanza consapevole. Fino agli scorsi Stati generali della lingua e della cultura di Firenze, non esisteva nemmeno un sito che mettesse in fila le varie possibilità. Ora sono sul portale del MAECI, e l'abbiamo costruito assieme a MIBACT e MIUR. Cinema, media, arti, musica, restauro, gioielleria, archeologia, moda, archivistica, design, insegnamento della lingua ecc., in ognuno di tali settori vi sono molti mestieri possibili. Non è detto che tutti debbano fare le medesime facoltà o gli stessi studi. Stiamo provando a connettere tutte le potenzialità per renderle più fruibili e più attraenti. Molto si può fare anche solo scoprendo ciò che già esiste ma resta isolato e poco conosciuto.

Mario Giro, Vice ministro degli Affari Esteri, l’Unità del 5 aprile

 

 

 

Il Cir sulle nuove disposizioni. “Sistema di asilo più efficace, ma dubbi sulla pienezza della tutela”

 

ROMA – Dopo aver esaminato le disposizioni per l'accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale e il contrasto dell'immigrazione illegale approvate dal Parlamento (decreto legge Minniti-Orlando), il direttivo del Consiglio Italiano per i Rifugiati segnala come ricorrere al provvedimento di urgenza “abbia ridotto le possibilità di intervenire in sede parlamentare per assicurare la pienezza delle garanzie a favore dei rifugiati, come molte associazioni umanitarie avevano richiesto”.

Pur apprezzando il fatto che il Governo abbia voluto affrontare con un provvedimento ampio le numerose questioni poste dai procedimenti in materia di asilo e constatando il miglioramento apportato con esso al percorso amministrativo e giurisdizionale, grazie soprattutto all’introduzione delle sezioni specializzate nei Tribunale, il Cir evidenzia che “la riduzione di un grado di giudizio rischia di compromettere le garanzie per i rifugiati, soprattutto se non si assicura la pienezza del contraddittorio e del diritto di difesa. La certezza di poter essere sentito dal giudice è una garanzia ineliminabile – rileva - soprattutto per i soggetti vulnerabili”.

Per ciò che riguarda i nuovi Centri Permanenti per il Rimpatrio, ex Cie, il consiglio direttivo del Cir ritiene che il trattenimento in tali strutture debba costituire l’ultima ratio per i migranti irregolarmente presenti sul territorio, e applicato solo qualora le altre misure meno coercitive, peraltro previste dalla normativa comunitaria, non siano eseguibili e vengano rifiutate. In particolare, per le persone che si trovino in situazione d’irregolarità a causa della perdita del lavoro o del permesso di soggiorno, ritiene che debbano essere garantite misure per permettere la loro regolarizzazione sia attraverso legami familiari che nuove possibilità lavorative. Categorie vulnerabili come minori non accompagnati, vittime di tortura e violenza estrema non devono essere trattenute in nessun caso – precisa la nota del Cir, - ma orientate verso efficaci forme di protezione sociale. Si evidenzia inoltre come il numero di circa 1600 trattenimenti ipotizzati sia assai più basso del numero degli irregolari presenti nel nostro paese.

Secondo il Cir, inoltre, appare necessario, “de jure condendo, abolire il reato di immigrazione clandestina, del tutto anacronistico e portatore di effetti del tutto contraddittori”.

Dal presidente del Cir, Roberto Zaccaria, l'auspicio per “la valorizzazione dei ritorni attraverso forme volontarie e assistite, con lo sviluppo di programmi di reintegrazione, in conformità alla Direttiva rimpatri”. “Questa tipologia di rientro dei paesi di provenienza rispetta la dignità del migrante, rende il ritorno più sostenibile e risulta più economica dei rimpatri forzati. Studi internazionali – aggiunge - stimano che il Rimpatrio volontario assistito costi circa 5 volte in meno dei rimpatri forzati; in Svizzera hanno stimato che il costo dei rimpatri forzati si aggiri intorno a 16mila euro per migrante”. “Il fenomeno dell’immigrazione e dei rifugiati che giungono nel nostro paese e in Europa in fuga da persecuzioni, guerre, carestie e miserie è sempre più rilevante. È necessaria una risposta europea e nazionale, organica ed incisiva - conclude Zaccaria. (Inform)

 

 

 

Vivere senza pace

 

Nel mondo non c’è Pace. Quest’osservazione è una realtà che dovrebbe farci riflettere.  La Terra è troppo piccola perché non ci si debba interessare tutti del prezioso bene dell’armonia tra le genti. Premessa, indispensabile, per lo sviluppo di ogni società. Sembra un controsenso: si vuole la Pace, si pensa alla Pace ma, tuttavia, si ricorre alla violenza per affermare diritti che, proprio per come sono presentati, non sempre sono tali.

L’equilibrio della forza, che tanto incide sulla bilancia economica di ogni Paese, anche di quelli più poveri, non rappresenta che “il triste prezzo della pace”. Il credo in certe teorie, che tali però non sono, non può garantire una Pace durevole.

 

 Mentre si scrive di progresso, di riforme socio/economiche, l’instabile equilibrio, che dovrebbe garantire la Pace nel mondo, è sempre scosso da azione di guerra, anche se non dichiarata, che coinvolgono numerosi punti “caldi” in tutti i continenti. I focolai che minacciano la Pace non si sono spenti. Anzi, si sono ravvivati con atti di terrorismo in Europa e nel Mondo.

 Nonostante le condanne, le tensioni rimangono e, indubbiamente, rappresentano un fiero colpo ai fautori di una Pace incondizionata. I lutti che la cronaca riporta, con agghiacciante quotidianità, potrebbero essere evitati? L’interrogativo è grave e non esime nessuno.

 

 Attribuire responsabilità, che pure ci sono, non è semplice. Ciò che preoccupa è che la violenza è gestita dalla volontà di pochi. Gli altri uomini ne sono le potenziali vittime. Ci sono ancora troppi compromessi e irresponsabili superficialità da spazzare via. Le “cobelligeranze” e le “neutralità” non hanno mai risolto; anzi hanno complicato il problema. Non è più una questione di coesistenza, ma di sopravvivenza. La coesistenza, pur se con fini non sempre analoghi, è l’unico mezzo per garantirci prospettive di vita che non condizionino più quella degli altri.

 

Nel 2050, quando l’Umanità supererà i dodici miliardi d’individui, solo con la Pace si potrà tentare di garantire a tutti prospettive di vita non più soggette a pretese sconsiderate. Le idee e le religioni non hanno pregio senza la coerenza di una pacifica convivenza. Insomma, comunque s’osservi la situazione mondiale, la pace è sempre il male minore. In conclusione, vivere nel dubbio è favorire ciò, che invece, dovrebbe essere messo al bando. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Sentenze spesso tardive o assurde

 

La Mala Giustizia in Italia. A farne le spese sono persone innocenti o già morte mentre dei ritardi per prescrizione godono i malviventi

 

  Gli Italiani residenti all’estero, che seguono le vicende giudiziarie e sociali della nostra Penisola, sono più o meno al corrente di vigliaccherie, stupri, furti ed assassini che vi accadono. Ai quali a volte seguono sentenze discutibili, a volte politicizzate o tanto tardive da renderle inapplicabili per decadenza dei tempi giudiziari. O addirittura emesse a carico di chi è morto mentre effettuava il reato. Come successo, due anni fa, a Bernardino Budroni, ucciso dalla polizia mentre fuggiva dopo essersi impossessato della borsa dell’ex fidanzata. Il che non ha impedito alla Procura di Roma di condannarlo a 2 anni ed 1 mese di reclusione. 

  Un’ignoranza dovuta alla mancanza di sufficienti informazioni o a cattiva analisi dei fatti. Carenze che hanno fatto condannare a 24 anni di carcere il 51enne Angelo Massaro, benché non avesse ucciso uno spacciatore di droga. A coinvolgerlo c’era un’intercettazione telefonica e la dichiarazione di un collaboratore di giustizia. Ma al momento del delitto, Massaro era in una città diversa da quella in cui era avvenuto l’omicidio. Differenza affermata dalla difesa dall’accusato e dichiarata dall’accusato, ma giudicata inaccettabile dai Giudici che lo hanno condannato e fatto mettere in galera. Dove ha trascorso 21 anni in attesa della sentenza della Corte di Cassazione di Catanzaro che lo ha assolto.

  Certo, la giustizia è realizzata da uomini che, si sa, possono sbagliare perché errare è umano. Ma non sempre perdonabile. Soprattutto se i magistrati impiegano troppo tempo prima di emettere una sentenza, facendo così cadere in prescrizione il reato, a tutto vantaggio di chi lo ha commesso. Che non sconta nessuna pena, come capitato a chi, in Piemonte, aveva più volte violentato e stuprato la figlia settenne della convivente. La quale, fidandosi del compagno, gliela lasciava quando andava a lavorare ma poi non ha esitato a denunciarlo appena viene a conoscenza di quegli obbrobri. Il processo dura 20 anni e cade in prescrizione. Una “malagiustizia” che ha spinto Paola Dezani, giudice della Corte d’Appello, a chiedere scusa.

  Anche il presidente della Corte, Arturo Soprano, si sentì in dovere di affermare: “Si deve avere il coraggio di elogiarsi, ma anche quello di ammettere gli errori. Questa è un’ingiustizia per tutti, in cui la vittima è stata violentata due volte, la prima dal suo orco, la seconda dal sistema”. Il che non impedisce che restino impuniti, per un notevole ritardo della sentenza definitiva, anche i 5 medici dell’ospedale romano Sandro Pertini, accusati, e condannati in primo grado, di omissioni nei confronti del paziente Stefano Cucchi, al quale non avrebbero dato cibo né acqua.

  Lentezze giudiziarie che fanno perfino scarcerare delinquenti peggiori, come successo in Calabria dove alcuni esponenti della ‘ndrangheta, responsabili di omicidi, effettuati o tentati, nonché di un continuo sistema tangentizio, sono stati rimessi in libertà, benché già condannati, solo perché il magistrato competente non ha depositato in tempo utile le motivazioni della sentenza. Ritardo che ha impedito il passaggio in Cassazione, quindi del giudizio definitivo, ma permesso a quei criminali di continuare ad uccidere e rubare.

  Fatto grave cui, purtroppo, se ne aggiungono altri.  A volte peggiori, se coinvolgono persone innocenti indagate solo per motivi politici, come sanno molti esponenti del centrodestra, o per errori giudiziari. Motivo, quest’ultimo, che ha messo nei guai l’avvocato Calogero Dolce, denunciato per aver effettuato bonifici illeciti a suo favore. Accusa rivelatasi falsa, ma che rischia di fargli mettere all’asta la sua casa, avendogli la Procura di Aosta sequestrato i suoi conti correnti. Il che non gli permette più di pagarne il mutuo, benché sia stato, poi, assolto, essendo stata provata la sua non colpevolezza. 

  Errori, ritardi e, a volte, pregiudizi che hanno spinto il commercialista Mario Caizzone (nel 1993 accusato ingiustamente di aver fatto fallire la società Imprenori spa, sottoposto a processo e ad arresti domiciliari per 21 anni) a creare, nel 2012, l’associazione Aivm con l’obiettivo di aiutare tutte le vittime di sbagli giudiziari. Che, in meno di 5 anni, ammontano a 5mila. Motivo che ha spinto ad effettuare un sondaggio chiedendo ai Parlamentari: chi è vittima di un errore giudiziario a chi può rivolgersi? Varie le risposte: qualcuno disse “al Padre Eterno”, altri al Papa, al Presidente della Repubblica, al Consiglio superiore della Magistratura o al Consiglio Giudiziario presso la Corte d’appello. Risposte poco risolutive.

  Perché basta poco per far finire qualcuno nel tritacarne di un sistema Giustizia i cui rappresentanti, super pagati, lavorano male, impiegano troppo tempo prima di arrivare ad una sentenza, si fanno coinvolgere dalla propria opinione politica, e per superficialità, disattenzione o ragionamenti errati, compiono errori. Con il risultato di danneggiare la vita e la salute mentale dei cittadini. 

  Egidio Todeschini, de.it.press

 

  

 

 

 

 

Studio Usa: "Più usi Facebook più starai male"

 

Usare troppo Facebook può nuocere alla salute mentale. E' quanto rivelato da Holly B. Shakya e Nicholas A. Christakis, due ricercatori americani, che hanno realizzato uno studio per analizzare la relazione tra il benessere personale e il rapporto con i social media, pubblicato di recente sulla rivista scientifica Harvard Business Review. Mentre sappiamo che l'interazione sociale vecchio stile è sana, spiegano i ricercatori, non si conoscono ancora gli effetti che quella mediata da uno schermo elettronico può avere nella vita reale.

Alcune ricerche hanno dimostrato in passato che l'uso dei social media può sminuire i rapporti reali, far aumentare il comportamento sedentario, portare alla dipendenza da internet, e provocare un crollo dell'autostima. Altri studi hanno invece evidenziato che l'uso dei social media può avere un impatto positivo sul benessere mentale tramite il rafforzamento delle relazioni reali.

Per realizzare il loro studio, i ricercatori si sono serviti di un campione di 5.208 adulti e ne hanno analizzato l'utilizzo di Facebook per vedere come cambiava il loro benessere nel tempo. Tra i diversi aspetti presi in considerazione in relazione al benessere sono stati inclusi il livello di soddisfazione della vita, il benessere mentale, quello fisico e l'indice di massa corporea. Per Facebook è stato tenuto conto di like, condivisioni e messaggi privati. A ciascun partecipante allo studio è stato quindi chiesto di indicare fino a quattro amici con cui avevano discusso di questioni importanti e fino a quattro amici con i quali avevano trascorso del tempo libero.

I ricercatori hanno poi monitorato i dati per due anni: "Questo ci ha permesso di tenere traccia dei cambiamenti nell'uso dei social media - hanno spiegato - associati con i cambiamenti nel benessere". Nel complesso, i risultati dello studio hanno mostrato che, mentre nel mondo reale le relazioni sociali aumentano il benessere, quelle basate solo su Facebook lo fanno diminuire. Dati che valgono soprattutto per quanto riguarda la salute mentale. Il tempo passato a postare link, commentare gli status altrui e seminare like, insomma, ridurrebbe la soddisfazione di vita e comporterebbe un peggioramento della salute mentale.

"Anche se siamo in grado di dimostrare che l'uso di Facebook può comportare una diminuzione del benessere- hanno aggiunto i ricercatori - non possiamo dire con certezza come ciò si verifichi. L'esposizione alle immagini curate con attenzione della vita degli altri porta a un confronto negativo, e l'enorme quantità di interazione con i social media può sminuire esperienze di vita reale più significative". Adnkronos 14

 

 

 

 

La circolare dell’on. Laura Garavini. Cari democratici in Europa

 

È una buona notizia per i nostri figli. Con la definitiva approvazione del Decreto sulle scuole italiane all’estero sono state recepite tutte le proposte della relazione delle Commissioni Esteri e Cultura, predisposta da me e dalla collega Tamara Blazina. La conseguenza è un rafforzamento delle strutture che promuovono la lingua e cultura italiana all’estero. Fra le altre cose è prevista maggiore trasparenza e qualità, si introducono corsi di formazione per gli insegnanti e si ripristinano le graduatorie nazionali per le assunzioni. Gli enti gestori, che offrono numerosi corsi di italiano, vengono valorizzati a tutti gli effetti nel Decreto. E poi: vengono assunti cinquanta nuovi insegnanti di ruolo! Questo vuol dire che sempre più ragazzi avranno la possibilità di studiare la nostra lingua e conoscere meglio la nostra cultura. Studenti di origine italiana, a cui vogliamo dare la possibilità di imparare la loro madrelingua così da curare le loro radici. Ma anche ragazzi di origine straniera, attratti dai nostri istituti scolastici, che spesso sono dei veri e propri fiori all’occhiello dell’italianità nel mondo. Insomma: grazie a questo Decreto la nostra offerta formativa diventa più competitiva, all’insegna del merito.

 

Istituita la Giornata delle vittime delle mafie 

Era da anni che se ne parlava, ma finora non ci si era ancora riusciti. Adesso invece abbiamo istituito un Giorno ufficiale dedicato al ricordo delle vittime delle mafie. Il Parlamento ha appena colmato questa lacuna, e ne vado orgogliosa. Ne parlo in una mia breve intervista. Abbiamo scelto il 21 marzo, una data simbolo. Che è diventata per Legge la Giornata in memoria delle vittime delle mafie dopo che per anni l'avevamo condivisa con i familiari delle vittime, camminando con loro nel ricordo dei loro cari e ricordandone il nome, nel corso di un evento pubblico promosso dal meritevole impegno di Libera. Proprio Libera è riuscita, negli anni, a far maturare nella società civile l’esigenza di istituire una ricorrenza per rendere omaggio ai tanti servitori dello Stato e ai tanti innocenti caduti per mano della criminalità organizzata.

 

Ad Atene e a Colonia, per un`Europa migliore

I festeggiamenti dei 60 anni dei Trattati di Roma non si sono limitati a mere celebrazioni. Ne abbiamo parlato ad Atene a a Colonia, in un convegno organizzato dall'Istituto Italiano di Cultura e dalla Friedrich-Ebert-Stiftung. I capi di stato e di Governo dell’Europa, sotto la capace regia italiana, hanno fissato a Roma un percorso ambizioso e allo stesso tempo realistico per fare progredire l’integrazione europea e per contrastare i crescenti populismi. Si procederà a velocità variabili: chi sarà d’accordo nel cedere la propria sovranità all’Europa - su temi che riguardano la nostra vita quotidiana come l’integrazione, la sicurezza, la difesa, il lavoro, i diritti - potrà farlo, e chi non sarà d’accordo manterrà le proprie posizioni nazionali, ma senza potere rallentare o fermare gli altri. E’ questa la risposta vincente contro chi vuole un’Europa debole, rinchiusa in sé stessa e non più faro della democrazia.

 

A Lussemburgo, al Festival delle migrazioni

In un momento in cui in Europa si costruiscono muri e si moltiplicano gli atti di violenza contro gli stranieri è importante sottolineare che la strada da seguire è il sostegno allo sviluppo dei Paesi di provenienza, non lo scontro. Mi ha fatto piacere partecipare alla 34° edizione del Festival delle migrazioni del Lussemburgo, che è animato proprio da questo spirito. Si tratta di un'ottima manifestazione, che da anni offre una serie di eventi pensati come punto d’incontro per migranti di vecchia e nuova generazione, europei ed extra europei. Accanto a parlamentari locali e a referenti della società civile di altra nazionalità ci siamo confrontati sulle strategie che l'Europa deve saper mettere in campo per affrontare le questioni di questo secolo: la necessaria integrazione dei migranti e la conciliazione tra sicurezza ed accoglienza. Un grazie sincero agli organizzatori Mario Tommasi, Franco Barilozzi e Antonio Valente, non solo per l'invito, ma per la preziosa iniziativa.

 

A Nizza, per parlare di donne

Le discriminazioni e gli stereotipi sulle donne sono duri a morire. Al Consolato di Nizza, ospite del Comites locale, ho parlato di ciò che abbiamo fatto in questa legislatura per riconoscere maggiori tutele alle donne e diffondere modelli culturali che contrastino il sessismo e il maschilismo. Nell’ambito delle politiche sul lavoro, per esempio, abbiamo aumentato i tempi di congedo parentale, sia per le madri che per i padri e abbiamo fatto in modo di cancellare l’odiosa pratica delle dimissioni in bianco, fatte firmare prima di un’eventuale gravidanza. Abbiamo introdotto il cosiddetto Bonus Bebè, cioè 960 euro l’anno alle famiglie o alle singole mamme, sia lavoratrici che disoccupate. Non solo: da quest’anno, una futura madre può, al compimento del settimo mese di gravidanza o all’atto dell’adozione, chiedere all’Inps un premio di 800 euro. E sempre a partire da quest’anno c’è un buono di 1000 euro annui per il pagamento di rette di asili nido pubblici e privati. Si tratta di misure concrete, capaci di dare un supporto vero alle giovani famiglie e alle mamme, anche se single. Nei programmi scolastici abbiamo poi introdotto l’educazione alla parità tra uomo e donna e la prevenzione alla violenza. Perché il rispetto all’interno della coppia è una questione soprattutto culturale, che va trasmessa sin dalla tenera età.

 

Il Congresso del PD ed il mio sostegno a Matteo Renzi

Si avvicina il 30 aprile, la data delle primarie del Partito Democratico, in cui si vota il nostro nuovo Segretario e candidato premier. Io la mia scelta l’ho fatta da tempo. E da responsabile politica per l’Europa della Mozione Renzi, sono molto soddisfatta dei risultati raggiunti con la prima tornata delle primarie, riservata agli iscritti PD. Anche in Europa si è avuto un forte consenso per Matteo Renzi che è stato votato dal 54,8% degli aventi diritto. Il PD si conferma un Partito plurale e aperto al confronto. Un Partito che mobilita centinaia di migliaia di persone, in Italia e nel mondo, che sognano un’Italia più moderna e più giusta. L'ultima consultazione si terrà il 30 aprile prossimo, aperta anche ai non iscritti. Chi si rendesse disponibile ad organizzare un seggio in una città estera dove non è presente un Circolo PD può farlo. Vogliamo che le primarie siano una bella festa della democrazia, un avvenimento a cui possono partecipare tutti coloro che si identificano nel PD. Laura Garavini

 

 

 

 

Parere favorevole in Commissione alla proposta di legge che istituisce la Giornata nazionale degli italiani nel mondo

 

Prosegue l'iter parlamentare del provvedimento che proclama il 31 gennaio ricorrenza per valorizzare il contributo dei connazionali emigrati all'estero

 

ROMA – Il Comitato permanente per i pareri della Commissione Affari costituzionali della Camera dei Deputati ha dato parere favorevole alla proposta di legge che istituisce la Giornata nazionale degli italiani nel mondo.

Ad illustrare il provvedimento al Comitato, in qualità di relatore, Luigi Famiglietti (Pd), che ha segnalato come la proposta di legge disponga l'istituzione del 31 gennaio quale data finalizzata alla “creazione di una ricorrenza che rappresenti, divulghi e valorizzi le esperienze, le attività e il contributo sociale apportato dai cittadini italiani all'estero nel campo della cultura e della lingua italiane, della ricerca scientifica, dell'imprenditoria e delle professionalità nonché della solidarietà internazionale”. Il testo base adottato – ha ricordato – fa riferimento alla proposta presentata da Francesca La Marca (Pd, ripartizione America settentrionale e centrale), cui è stata abbinata una seconda proposta analoga e modificata la data prescelta per la Giornata nel 31 gennaio, in ricordo dalla prima legge italiana sull'emigrazione (n.23 del 1901).

La Giornata – precisa Famiglietti - non determina gli effetti civili previsti dalle disposizioni in materia di ricorrenze festive, non comporta oneri finanziari aggiuntivi e appare riconducibile nell'ambito della materia «ordinamento civile», che la Costituzione riserva alla competenza legislativa esclusiva dello Stato.  Parere favorevole al provvedimento anche quello della Commissione Cultura, scienza e istruzione, votato all'unanimità dopo l'esame del testo (vedi anche http://comunicazioneinform.it/alla-commissione-cultura-lesame-del-provvedimento-per-listituzione-della-giornata-nazionale-degli-italiani-nel-mondo/). (Inform 6)

 

 

 

I Patronati all’estero. Interrogazione a risposta scritta. Ai Ministri del Lavoro e degli Esteri

 

Per sapere, premesso che:

vale la pena segnalare che l’attività dei patronati italiani all’estero è svolta, prevalentemente, attraverso la costituzione nel Paese straniero di associazioni di diritto locale legate giuridicamente al patronato nazionale da una specifica convenzione nella quale sono sanciti i termini dell’attività, delle responsabilità, delle relazioni operative nonché di quelle amministrativo-contabili tra la struttura centrale e la specifica sede periferica;

in data 9 aprile 2017, nell'ambito del servizio della trasmissione "Le Iene" relativo alla truffa operata dal direttore dell'Inca-Cgil di Zurigo ai danni di centinaia di pensionati italiani residenti in Svizzera, è stata intervistata la Segretario Generale della CGIL, per ottenere riscontri circa il mancato coinvolgimento della CGIL nelle dinamiche di ristoro dei truffati, legittimate da specifiche sentenze elvetiche. La stessa,  per avvalorare la legittimità del mancato coinvolgimento e responsabilità del sindacato,  avrebbe asserito che le associazioni INCA/CGIL collocate oltre confine sono configurate come realtà autonome, non detenenti alcun rapporto con la CGIL, respingendo in tal modo ogni responsabilità diretta e indiretta del sindacato nella truffa dei pensionati,   al fine di esorcizzare - presumibilmente - il legittimo conferimento dell'onere di risarcimento della parte lesa a cui il Patronato INCA/CGIL  e' stato condannato con titoli esecutivi individuali in quanto organizzazione promotrice,  da parte del tribunale elvetico;

alla domanda posta nell'ambito del suddetto servizio, circa il rapporto diretto in essere tra la CGIL e le strutture estere di patronato che si qualificano con la sigla "Patronato INCA della CGIL", il Segretario della CGIL ha ribadito che le strutture in questione sarebbero autonome e indipendenti rispetto al sindacato;

a contraddire quanto invece proferito dalla Segretario Camusso nell'ambito del servizio de "Le Iene" risulta invece all'interrogante che diversi profili operanti nella struttura nazionale della CGIL siano stati comandati dalla Segretario Generale a presiedere ed operare in sedi INCA-CGIL estere a conferma della evidente correlazione e rispondenza operativa tra sindacato e sedi estere malgrado la configurazione organizzativa rispondente al diritto locale;

nello specifico risulta all'interrogante che di recente Carlo Ghezzi, dirigente nazionale della CGIL,  sia stato comandato a presiedere l'Associazione INCA/CGIL in Germania mentre  Andrea Malpassi, coordinatore estero presso la sede centrale a Roma del'INCA/CGIL,  sia stato inviato dalla presidenza dell'INCA/CGIL  a presiedere le Associazioni INCA/CGIL in Austria, Argentina e Regno Unito e, in fine,  Stefano Perini, dirigente presso la sede centrale a Roma dell'INCA/CGIL sia stato comandato all'estero a presiedere le associazioni INCA/CGIL negli Stati Uniti;

a conferma della evidente quanto imprescindibile correlazione tra patronato e sede nazionale si colloca il portato dell'articolo 8 dello Statuto del Patronato INCA della CGIL che prevede che" Il Presidente è nominato dal Comitato Direttivo della CGIL su proposta della Segreteria Confederale." Inoltre l'art. 9 dello Statuto del Patronato INCA della CGIL prevede che " Il Collegio di Presidenza è nominato dal Comitato Direttivo della CGIL su proposta della Segreteria Confederale definita in riunione congiunta con il Presidente dell’ INCA, in numero non superiore a sei componenti compreso il Presidente." A cui si aggiunge l'art.10 dello stesso statuto che prevede che "Il Consiglio d'Amministrazione è nominato dal Comitato Direttivo della CGIL in numero non superiore a diciannove su proposta della Segreteria confederale, compresi i componenti il Collegio di Presidenza."

La questione della correlazione tra sindacato nazionale e patronato collocato oltre confine rappresenta un argomento annoso e più volte oggetto di approfondimento, su cui la Segretario generale ha più volte dato riscontro nei suddetti medesimi termini asserendo ripetutamente di una estraneità del sindacato rispetto alla sede estera del patronato in ragione di una sorta di autonomia della struttura estera: pertanto alla opacità interpretativa derivante dall' approccio dei vertici della CGIL in disarmonia rispetto a quanto sancito dalle norme e dalle convenzioni richiamate solleva l'urgenza di una pronuncia da parte del Ministero del Lavoro in indirizzo al fine di dirimere un dubbio che al momento appare reiterato e rafforzato dal ripetersi di affermazioni e dichiarazioni che non si collocano della direzione di una risoluzione dell'impasse anche eventualmente attraverso l'ufficiale riconoscimento della giustezza di quanto asserito dalla Segretario Generale; 

la questione evidenziata afferente i rapporti tra Cgil e Inca estero non si configura come una semplice accusa verso quella struttura ma come la metafora di un sistema evidentemente fallato e che coinvolge tutto il comparto dei Patronati italiani oltre confine, sul quale appare opportuno ed inderogabile un intervento dei Ministeri in indirizzo, in ragione della configurazione di un pericoloso precedente che legittimerebbe una sorta di immunità del patronato estero, ritenuto  - presumibilmente a torto - autonomo rispetto alla struttura nazionale pertanto libero di commettere reati di qualsivoglia natura poiché svincolato dagli obblighi attualmente vigenti e detentore di strumenti di boicottaggio delle sentenze esecutive, così come accaduto in Svizzera con la chiusura dell'INCA-CGIL condannato e la successiva apertura del medesimo patronato con denominazione diversa;

Vale la pena segnalare ulteriormente che anche sul versante nazionale sono stati avviati procedimenti giudiziari, tutt'ora in corso, per individuare le responsabilità della suddetta truffa a tutela dei connazionali truffati: -

Alla luce delle disposizioni di cui alle Convenzioni che regolarizzano il rapporto tra INCA/CGIL Roma e INCA/CGIL all'estero, se si intende chiarire chi detiene la responsabilità di nomina del presidente dell'associazione estera afferente al patronato italiano.

Se si è a conoscenza dell'empasse di cui alla suddetta truffa operata dal patronato INCA-CGIL in Svizzera e se si intende avviare un'eventuale istruttoria/approfondimento volto all'individuazione di eventuali responsabilità ricadenti sulle strutture del sindacato o patronato nazionale alla luce di quanto sancito dalle convenzioni e dalla normativa vigente al fine di ottemperare ai legittimi ristori sanciti con sentenze del tribunale elvetico;

se si intende intervenire confermando o eventualmente chiarendo quanto proferito dalla Segretario Generale CGIL circa la totale autonomia tra sindacato, patronato nazionale e patronato oltre confine e la conformità di quanto attiene all'organizzazione di queste strutture con la normativa vigente.

Aldo Di Biagio e Claudio Micheloni, dip 14

 

 

 

 

La fibrillazione continua

 

In Italia si complica l’effetto del ridotto livello occupazionale. I dati ISTAT non fanno che confermare l’evoluzione di questo pernicioso fenomeno sociale. Mentre nel Paese i sacrifici continuano a gravare anche sull’economia spicciola, sul fronte dell’occupazione si continua a vedere ”buio”. Un buio preoccupante. Dati recenti offrono una visione d’insieme che non promette migliori attese. Più del 10% dei giovani (tra i 18 e i 25 anni) non è ancora riuscito a trovare un’occupazione stabile.

 

 Ma la realtà potrebbe essere peggiore se si prendesse in considerazione anche chi è occupato solo per pochi mesi l’anno. Incoraggiare il lavoro non è solo un impegno politico; ha anche delle profonde implicazioni sociali che non possono sfuggire. Se, dalle percentuali, si passa ai numeri, il quadro occupazionale è sconcertante: più di un milione e mezzo di senza lavoro e oltre cinquecentomila i sottoccupati (meno di venti ore settimanali d’attività retribuita). Ma non solo. E’ aumentato il numero d’ore di cassa integrazione a fronte di una crescita della produzione industriale sotto il 2% (2012/2016).

 

 Dietro la recessione, indubbiamente, c’è da ricercare una gestione errata delle risorse, favorita da una politica sempre meno interessata alla tutela del sociale. Il fenomeno, ora, ha una valenza generale e i giovani sono in difficoltà più che per il passato proprio per il rientro sul mercato del lavoro dei licenziati in età non ancora pensionabile. Certo è che dal 2010 trovare un’occupazione è sempre più difficile e il potere d’acquisto dei salari è tornato a essere un problema.

 

Con l’autunno 2017, riteniamo che, i prezzi dovrebbero non evidenziare altri picchi patologici. Certo è che, in economia spicciola, non sempre la proiezione dei grandi numeri trova oggettivo riscontro nel quotidiano. Pur senza voler fare del pessimismo a buon mercato, la fibrillazione economica nazionale continua. Sul fronte politico, poi, ogni previsione resta un azzardo sul quale preferiamo non cimentarci. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Uscito in Germania “Non essere cattivo” di Claudio Caligari

 

Amburgo – Ad Amburgo il 7 aprile presso il Cinema Metropolis (Kleine Theaterstraße 10), l’Istituto Italiano di Cultura in collaborazione con la MissingFilms di Berlino e il Cinema Metropolis di Amburgo, ha proiettato in prima assoluta in Germania il film “Non essere cattivo” (2015 ) di Claudio Caligari. Il film era in versione originale con sottotitoli in tedesco.

Ha partecipato alla serata inaugurale come ospite d'onore Giordano Meacci, sceneggiatore del film, intervenuto in pubblico per la presentazione e la discussione finale. La serata è satata moderata da Francesca Bravi dell'Università CAU di Kiel, che ha curato anche la traduzione in consecutiva.

Il film è stato tradotto in tedesco e dopo la prima di Amburgo verrà proiettato in molte altre città tedesche.

Il film è uscito nel 2015 in Italia con la partecipazione di: Luca Marinelli (Cesare), Alessandro Borghi (Vittorio), Silvia D’Amico (Vivana), Roberta Mattei (Linda), Alessandro Bernardini, Valentino Campitelli, Danilo Cappanelli. Nel settembre dello stesso anno è stato presentato fuori concorso alla 72ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, riscuotendo un buon successo.

La Periferia di Roma e Ostia, anni Novanta. I “ragazzi di vita”, un tempo descritti da Pasolini, appartengono ora a un mondo che ruota intorno all'edonismo. Un mondo in cui soldi, macchine potenti, locali notturni, droghe sintetiche e cocaina “girano facili”. Ed è in questo mondo che i 20enni Vittorio e Cesare si muovono, in cerca della loro affermazione. L'iniziazione ha però un costo altissimo: Vittorio, per salvarsi, prende le distanze dalla nuova “dolce vita”, mentre Cesare sprofonda inesorabilmente. Il loro forte legame, però, farà sì che Vittorio non abbandonerà mai veramente il suo amico, sperando sempre in un futuro migliore insieme.

Il regista Claudio Caligari appartiene agli outsider del cinema italiano. In 32 anni ha potuto realizzare solo tre film: “Amore tossico” nel 1983, “L’Odore della notte” nel 1998 e questo “Non essere cattivo”, opera finale, feroce summa della sua poetica di borgata. Autentici, carichi di energia e appassionati, i suoi film hanno per protagonisti i giovani che vivono ai margini della società. Nasce dunque una nuova forma di neorealismo contemporaneo. Gravemente malato, Claudio Caligari è morto all’età di 67 anni durante la fase di post-produzione del suo ultimo film. dip

 

 

 

 

Premiati i vincitori della XIII edizione del concorso video dedicato all’emigrazione italiana

 

Promosso dal Museo dell’Emigrazione “Pietro Conti” di Gualdo Tadino e dall’Istituto per la Storia dell’Umbria Contemporanea

 

GUALDO TADINO (Perugia) - Alla presenza di una vasta platea, si è conclusa la XIII edizione del concorso video “Memorie Migranti”, promosso dal Museo dell’Emigrazione “Pietro Conti” di Gualdo Tadino e dall’Istituto per la Storia dell’Umbria Contemporanea, con il patrocinio del Comune, della Regione Umbria e la partecipazione di Rai Teche.

Venerdì 7 aprile, presso il Cinema Teatro Don Bosco, il pubblico in sala ha potuto ammirare in anteprima i video vincitori: cortometraggi capaci di raccontare con trasporto le storie, i sentimenti, gli addii, le sofferenze, le delusioni ma anche i successi della grande epopea dell’emigrazione italiana.

“Un’emigrazione raccontata - spiega Catia Monacelli, direttrice del Museo - non solo attraverso i dati storici, ma anche dalle testimonianze di chi oggi torna a partire, giovani e meno giovani, laureati ed operai, alla ricerca di un futuro migliore all’estero”.

Ospite d’onore il giornalista Gianluca Picciotti, vice direttore delle Teche Rai, che ha ricordato con passione l’importanza dell’emigrazione italiana all’estero, non solo come fenomeno sociale, ma anche come momento di incontro culturale: “gli audiovisivi ed il cinema hanno saputo raccontare questa epopea storica e le Teche Rai costudiscono la memoria di un evento che oggi si rinnova, seppur con altre dinamiche”.

I vincitori di questa edizione. Per la categoria “Scuole” il video “Storie di una vita” dell’Istituto Tecnico Tecnologico Statale “Giacomo Chilesotti” di Thiene, in provincia di Vicenza, per l'importante lavoro di recupero di una testimonianza raccolta dalla voce della protagonista.

Manuela Ruggeri e Mattia Lento che oggi vivono a Zurigo, invece, per la sezione “Master” con il cortometraggio “Frammenti di un percorso urbano”, per la sensibilità con cui si traccia la storia della comunità italiana nella Svizzera Tedesca.

Infine, per la categoria “Andati in onda” ha vinto il documentario “88 giorni nelle farm australiane”, per la regia di Matteo Maffesanti, la ricerca di Michele Grigoletti e Silvia Pianelli, prodotto della Fondazione Migrantes. Un lavoro che presenta un’accurata descrizione del contesto attuale dell’emigrazione italiana in Australia in cui si inseriscono i diversi racconti personali di una nuova generazione che decide oggi di lasciare il Bel Paese.

Il primo cittadino di Gualdo Tadino di Massimiliano Presciutti, che ha vissuto in prima persona una storia d’emigrazione, si è complimentato con tutti i finalisti in sala: “E’ fondamentale non perdere la memoria, ecco perché ringrazio tutti voi che avete deciso d’impegnarvi con passione in questo progetto”. Sono inoltre intervenuti all’iniziativa il direttore dell’Isuc Alberto Sorbini, la dirigente Scolastica dell’Istituto Casimiri Francesca Cencetti, la dirigente dell’Istituto Comprensivo di Gualdo Tadino Francesca Pinna e il direttore responsabile della testata giornalistica Viewpoint, Barbara Maccari, che ha voluto mettere a disposizione, oltre ai premi del concorso, uno speciale approfondimento dedicato ai vincitori. Il Museo Pietro Conti ha pubblicato i lavori premiati in un cofanetto dvd. Tra i finalisti che si sono aggiudicati la pubblicazione ricordiamo: Giuseppe Barbato e Lorenzo Ricca per il video “E(migranti) – storie di chi va e chi viene”, Lorenzo Ferraro del Liceo Scientifico Giotto Ulivi di Borgo San Lorenzo, in provincia di Firenze, con il video “Report: migranti italiani”, Thomas Saglia, Simone Casciano e Monica Ronchini con il video “I capitali italiani” e Antonio Molfese con il video “Dalla Basilicata sotto tutti i cieli”. (Inform 10)

 

 

 

 

Trento: Università a colori, borse di studio a discendenti di trentini all’estero. Scadenza del bando il 15 maggio 2017

 

Trento - Indetta per l’anno accademico 2017/2018 dalla Provincia autonoma di Trento - in collaborazione con l’Università degli Studi e l’Opera Universitaria di Trento - una selezione per titoli ed esami per il conferimento di quattro borse di studio riservate a discendenti di emigrati trentini residenti all’estero per la frequenza di corsi di laurea magistrale presso l’Università, nell’ambito della sezione 1 del progetto Università a colori (Unicolor). L’età massima per partecipare alla selezione è 28 anni, alla data del 15 maggio 2017 .Il candidato deve essere in possesso di un’adeguata conoscenza della lingua italiana che verrà accertata attraverso il superamento delle prove di lingua italiana.

La borsa di studio ha decorrenza dall'1 ottobre 2017 al 30 settembre 2018.

La domanda di partecipazione alla selezione, sottoscritta con firma autografa, in conformità alla modulistica disponibile sul sito internet istituzionale della Provincia www.provincia.tn.it, nonché all’indirizzo www.mondotrentino.net, deve essere presentata all’Ufficio Emigrazione (via Romagnosi, 9 - 38122 Trento – Italia) e dovrà essere trasmessa entro le ore 24.00 (ora del paese di invio della domanda) del giorno lunedì 15 maggio 2017 unitamente alla documentazione richiesta. Il bando è disponibile alla pagina http://www.mondotrentino.net/binary/pat_mondotrentino/primo_piano/Bando_UNITN_2017_2018_def.1490084450.pdf )  dip

 

 

 

 

 

Europa der zwei Geschwindigkeiten: Der neue „Eiserne Vorhang“?

 

Die Idee eines Europas der zwei Geschwindigkeiten drohe Europa erneut zu spalten, warnt Rumäniens Senatspräsident im Gespräch mit Frans Timmermans. Die EU müsse aus den Erfahrungen der kommunistischen Vergangenheit lernen. EURACTIV Rumänien berichtet.

 

Am gestrigen Donnerstag traf sich der Erste Vize-Präsident der EU-Kommission, Frans Timmermans, mit Rumäniens Senatsvorsitzendem C?lin Popescu T?riceanu. Letzterer mahnte, ein Europa der unterschiedlichen Geschwindigkeiten könne wie schon zu Zeiten des Kommunismus und des Eisernen Vorhangs für neue Trennlinien innerhalb der EU sorgen.

Rumänien hinkt in Sachen Entwicklung im Vergleich zu den anderen Mitgliedsstaaten noch immer hinterher. Hierfür macht T?riceanu die Nachkriegszeit verantwortlich, in der die damaligen Mächte den Kontinent unter sich aufteilten. „Es gibt hitzige Gespräche über ein Europa der unterschiedlichen Geschwindigkeiten oder der konzentrischen Kreise“, erklärt er.

„Ich habe dem Vizepräsidenten meine Befürchtung mitgeteilt, dass diese Idee Europa erneut spalten könnte. Ich spreche von einer erneuten Spaltung, weil Europa nach dem Zweiten Weltkrieg schon vom Eisernen Vorhang zerteilt wurde.“

Vollwertige Mitgliedschaft

Der Senatspräsident hofft auch, dass Rumäniens Kooperations- und Kontrollverfahren (CVM) bis 2018 abgeschlossen sei und das osteuropäische Land somit als vollwertiges EU-Mitglied anerkannt werde. „Wir wollen vollwertiges EU-Mitglied werden. Daher habe ich dem Vize-Präsidenten gesagt, dass das CVM hoffentlich bald aufgehoben wird, damit die vielen Menschen in Rumänien nicht länger das Gefühl haben, in Europa gelten je nach Mitgliedskategorie unterschiedliche Bedingungen.“

T?riceanu habe das CVM erst kürzlich mit Timmermans’ Vorgesetztem, Jean-Claude Juncker, diskutiert. Der Kommissionspräsident habe daraufhin versprochen, sich noch während seiner Amtszeit dafür einzusetzen, den Beurteilungsmechanismus für Justizreformen und Korruptionsbekämpfung einzustellen.

Neun Jahre nach dem EU-Beitritt kämpft Rumänien noch immer erbittert gegen Korruption. Die aktuellen Justizreformen könnten künftigen EU-Mitgliedern als Beispiel dienen. EURACTIV Rumänien berichtet.

Dennoch habe es im diesjährigen Bericht eine Reihe von Fehlern gegeben, kritisiert der Senatspräsident. So habe man darin das rumänische Parlament gebeten, seine Entscheidungen zu erklären. „Kein Parlament und kein Unterhaus der Welt muss seine Entschlüsse rechtfertigen. Nur Gerichte.“ Timmermans habe ihn gebeten, seine Beobachtungen bei der Kommission einzureichen.

Was das CVM angehe, befinde sich Rumänien „auf den letzten Metern des langen Marathons“, so der Vize-Kommissionspräsident später bei einer Pressekonferenz noch vor seiner Teilnahme an einem Bürgerdialog. Er sei zuversichtlich, dass die rumänische Regierung das Land wieder „in die richtige Bahn“ lenken werde, um das Verfahren abzuschließen. Das CVM läuft bereits seit Rumäniens EU-Beitritt ihm Jahr 2007. Sobald das Monitoring endet, werden Menschenrechte und Rechtsstaatlichkeit dem Niederländer zufolge „unumkehrbar“ verankert sein.

T?riceanu habe nach eigenen Angaben mit dem Kommissionspolitiker auch über das kontroverse Anti-Korruptionsgesetz gesprochen, das die rumänische Regierung dieses Jahr verabschieden wollte, jedoch aufgrund von Massenprotesten im eigenen Land zurückziehen musste. Der beste Garant für den Kampf gegen Korruption seien die Rumänen selbst, so Timmermans der Presse gegenüber. EA.ro 21

 

 

 

Franzosen fürchten Arbeitslosigkeit und Terror

 

Hamburg. Arbeitslosigkeit, Terrorismus, Armut und soziale Ungleichheit: Diese Themen bereiten den Franzosen derzeit am meisten Sorgen. Das geht aus einer aktuellen Studie des Markt- und Meinungsforschungsinstituts Ipsos hervor. Auf Platz 1 im Ranking der größten Sorgen und Ängste steht mit 47 Prozent die Arbeitslosigkeit. Etwas weniger (42%) fürchten sich die Franzosen vor Terrorismus. Armut und soziale Ungleichheit beunruhigt immerhin noch ein Drittel (34%) der Befragten. Steuern (24%) und die Kontrolle der Migration (22%) fallen hingegen deutlich dahinter zurück.1

Über die Hälfte wünscht sich Politiker, die sich gegen die Eliten auflehnen

In Bezug auf das politische Spitzenpersonal würden 53 Prozent der Franzosen eher für einen Kandidaten stimmen, der sich für das Volk einsetzt und gegen die Eliten auflehnt. Auch das Vertrauen in bestehende Institutionen und Akteure ist gering. Den Medien misstrauen sieben von zehn Franzosen (68%) und der Regierung stehen ebenso viele (71%) skeptisch gegenüber. Das geringste Vertrauen bringen die Franzosen den politischen Parteien entgegen: 83 Prozent vertrauen ihnen nur wenig oder gar nicht.2

Mehrheit der Franzosen glaubt nicht, von der EU zu profitieren

Auch in ihren Meinungen zur Europäischen Union zeigt sich ein Großteil der französischen Wähler skeptisch. Die Mehrheit der Franzosen (54%) geht davon aus, dass vor allem die Reichen und Mächtigen von den Regelungen der EU profitieren. Und sogar 63 Prozent vermuten, dass die führenden EU-Politiker sich nicht für Menschen wie sie selbst interessieren.3

„Der nächste französische Präsident muss sich großen innenpolitischen Herausforderungen stellen. Das Land steckt in einer tiefen Identitätskrise, der Terror der letzten Jahre, die mangelnde soziale Integration junger Muslime, hohe Arbeitslosigkeit, eine stagnierende Wirtschaft und allgemeiner Reformstau bestimmen die französische Realität. Gleichzeitig ist das politische Zentrum fragmentiert und von Skandalen geprägt. Ob die Franzosen einer starken Rechtsaußen-Führerin wie Marine Le Pen oder dem Zentristen und Investmentbanker Emmanuel Macron mehr Vertrauen schenken, die Republik aus der Krise zu führen, wird sich in den nächsten Wochen entscheiden. Sicher ist, dass Europa mit Spannung auf die Grande Nation schaut, denn der Ausgang der Wahl wird auch die Zukunft der EU nachhaltig mitbestimmen“ kommentiert Dr. Robert Grimm, Leiter der Politik- und Sozialforschung bei Ipsos Deutschland, die Umfrageergebnisse. Ipsos 20

 

 

 

 

Frankreich: Die Qual der Wahl

 

Ein Großteil der Franzosen ist noch immer unsicher, wen sie in der ersten Runde der Präsidentschaftswahlen am Sonntag wählen sollen – laut Experten ein schlechtes Zeugnis für die Überzeugungskraft der Kandidaten. EURACTIV Frankreich berichtet.

 

Nur noch wenige Tage bis zu den Wahlen. Frankreichs Wähler sind gestresst, Staatsbedienstete fürchten um ihren Arbeitsplatz und Parteiaktivisten verbringen schlaflose Nächte. Die Meinungsumfragen sagen ein außergewöhnlich enges Kopf-an-Kopf-Rennen voraus, bei dem vier Kandidaten tatsächlich Chancen auf den Einzug in die Stichwahl haben.

Knapp eine Woche vor der Präsidentschaftswahl in Frankreich haben die in Umfragen führenden Kandidaten den Endspurt im Wahlkampf eingeläutet.

Mit 23 Prozent liegt der linksliberale Emmanuel Macron derzeit auf Platz eins, dicht gefolgt von Marine Le Pen vom rechtsextremen Front National (22,5 Prozent). Auf Rang drei und vier landen der konservative François Fillon und Linkspolitiker Jean-Luc Mélenchon mit 19,5 beziehungsweise 19 Prozent, so das Ergebnis der Prognosen von Ipsos Sopra-Steria, die im Auftrag von Le Monde und Cevipol durchgeführt wurden.

Was die meisten Statistiken jedoch nicht abbilden, ist die Verunsicherung der französischen Wähler. Serge, ein Regierungsmitarbeiter im Justizministerium, weiß noch immer nicht, wo er am kommenden Sonntag sein Kreuz setzen wird. Trotz seiner 25 Jahre Wahlerfahrung fühlt sich der eingefleischte Umweltschützer verloren. „Das passiert mir zum ersten Mal. Ich habe wirklich keine Ahnung, was ich machen soll. Es ist zum Haareraufen“, klagt er. Der Europabefürworter ist enttäuscht vom sozialistischen Anwärter Benoît Hamon, findet Macron „inhaltsschwach und opportunistisch“ und Mélenchon zu euroskeptisch.

Das Unbehagen der Wähler

Serges Unentschlossenheit ist bezeichnend für eine neue Welle des Unbehagens in der französischen Wählerschaft, insbesondere unter den traditionellen Linkswählern. Einer Odoxa-Umfrage zufolge sind 43 Prozent der sozialistischen Unterstützerbasis noch immer unentschieden; bei den Mitterechtswählern hingegen sind es 29 Prozent.

Die Ermittlungen gegen François Fillon im Skandal um das Beschäftigungsverhältnis seiner Ehefrau und Kinder laufen. Einer aktuellen Studie zufolge fordert die Mehrheit der Franzosen seinen Rücktritt. EURACTIV-Kooperationspartner Ouest France berichtet.

Hamon ist in seinem Wahlkampf ganz klar daran gescheitert, die sozialistischen Stammwähler von sich zu überzeugen. Viele von ihnen sind in das Lager des pro-europäischen Zentristen Macron übergelaufen. Selbst der amtierende sozialistische Präsident François Hollande, der sich nach eigenen Aussagen zwischen den Wahlrunden für einen der beiden Kandidaten entscheiden werde, scheint seinen ehemaligen Wirtschaftsberater Macron deutlich dem eigenen Parteikollegen vorzuziehen.

Mélenchon wiederum, der 2008 aus der Parti Socialiste austrat, um die radikalere Linksfront zu gründen, hat die jüngsten Meinungsfragen im Sturm erobert. Innerhalb eines einzigen Monats stiegen seine Zustimmungswerte von zwölf auf 19 Prozent. Bei der letzten TV-Debatte vom 22. März gelang es ihm sogar, zusätzlich zur Unterstützung durch die kommunistische Partei auch zahlreiche moderaten Wähler für sich zu gewinnen.

Wetterte Mélenchon 2016 noch gegen entsandte Arbeitnehmer – die Polen „ essen unser französisches Brot“ – und beschimpfte das EU-Parlament als Mogelpackung, so scheint er seinen Tonfall nun deutlich zurückgeschraubt zu haben. Und das mit offensichtlichem Erfolg.

Unglaubwürdig

Die weit verbreitete Unsicherheit sei ein klares Anzeichen für die Unfähigkeit der Kandidaten, Wähler zu überzeugen, kritisiert Madani Cherufa, Generaldirektor von Cevipol. In einem Leitartikel der Tageszeitung Le Monde schreibt er, dass vor allem die gut informierten Wähler mit ihrer Entscheidung hadern. Schon 2012 hätten viele Franzosen ihren Entschluss erst in letzter Minute gefasst.  Aline Robert  bei Jule Zenker  EA.fr 20

 

 

 

 

Schuldenprobleme. Italiens Finanzminister sucht 35 Milliarden Euro

 

Italiens Finanzminister steckt in der Klemme. Er muss sparen, um Ärger mit Brüssel zu umgehen. Zugleich steigt der Druck im eigenen Land. Mathematisch ist seine Lage schlimm, politisch eher noch schlimmer.  Von Hans-Jürgen Schlamp

 

Der stille Mann mit dem knautschigen Gesicht lehrte an Universitäten in aller Welt, war beim Internationalen Währungsfonds (IWF) für Südeuropa zuständig, später Chefvolkswirt der OECD, der Vereinigung der westlichen Wirtschaftsnationen. Alles schöne Arbeitsplätze.

Seit Februar 2014 ist er italienischer Minister für Wirtschaft und Finanzen - und das ist weit weniger schön: Man hat Dauerzoff mit dem Regierungschef und dessen Partei, weil man kleinkariert rechnet, statt politisch zu denken; man ist in ständigem Konflikt mit Brüssel, weil die Zusagen, weniger Schulden zu machen, nie eingehalten werden; und bekommt auch noch schlechte Noten vom Volk, weil man der Einzige ist, der die Steuern erhöhen will.

Dieses Jahr wird es vermutlich besonders schlimm für den römischen Kassenwart. Mathematisch ist seine Lage eigentlich aussichtslos und politisch eher noch schlimmer, denn im Februar nächsten Jahres stehen Wahlen an und die Parole der Regierungspartei heißt: keine Zumutungen für die Wähler.

Na dann viel Spaß, denn in der jetzt gerade vorgelegten Finanzplanung, im Italienischen: "Documento di Economia e Finanza", kurz DEF genannt, fehlen ungefähr 35 Milliarden Euro, damit das Zahlenwerk sich erfüllt.

Der Plan

Vor drei Jahren versprachen der Finanzminister und auch sein damaliger Regierungschef, Matteo Renzi, fürs Jahr 2017 einen "nahezu ausgeglichenen Haushalt", mit einem Defizit von nur noch etwa 0,3 Prozent, gemessen am Bruttoinlandsprodukt (BIP), also der gesamten Wirtschaftsleistung des schönen Südlandes. Tatsächlich nimmt der italienische Staat in diesem Jahr über zwei Prozent des BIP an neuen Krediten auf - etwa das Siebenfache des Annoncierten. Damit steigt natürlich auch die Gesamtverschuldung kräftig weiter, nach amtlichen italienischen Zahlen auf 132,5 Prozent des BIP - ein neuerlicher Negativrekord.

Doch nun soll es eine drastische Kurswende geben: Im nächsten Jahr liegt die neue Kreditaufnahme laut Padoans Finanzplan bei nur noch bei 1,2 Prozent des BIP, und soll danach, 2018, sogar auf sagenhaft niedrige 0,2 Prozent fallen. Damit wäre der italienische Staatshaushalt endlich "nahezu ausgeglichen". Auch die Gesamtverschuldung würde erstmals seit vielen Jahren nennenswert reduziert, um vier Prozentpunkte. Und das alles, obwohl das Wachstum auch in Padoans Zahlen eher mau bleibt.

Die Wirklichkeit

Nachrechnen sollte man die schönen Plandaten besser nicht so genau. Sonst findet man, wie die eher regierungsnahe Tageszeitung "La Repubblica", große schwarze Löcher. Wenn, zum Beispiel:

* 15 Milliarden Euro weniger Kredite in die Staatskasse fließen sollen, müssen dafür entweder entsprechend Ausgaben gestrichen und oder andere Einnahmen gefunden werden; beides summiert sich in Padoans Rechnung aber nur auf 5 Milliarden, mithin blieben 10 Milliarden Euro ungedeckt;

* die Anhebung der Mehrwertsteuer zwar im Finanzplan steht, aber schon jetzt klar ist, dass die Regierung die unpopuläre Maßnahme um mindestens ein Jahr verschieben will, fehlen weitere 19,5 Milliarden Euro;

* die Regierung zusätzliche "Impulse für mehr Wirtschaftswachstum" ankündigt, den Staatsangestellten höhere Gehälter und etwa 400.000 Familien "in absoluter Armut" einen Sozialscheck von bis zu 485 Euro im Monat verspricht, dann tut sich eine weitere Lücke von etwa fünf Milliarden Euro auf.

In der Summe, so die Rechnung, fehlten rund 35 Milliarden Euro.

Was tun?

Dass der Staat die stagnierende Volkswirtschaft anfeuern will, ist ja nicht grundsätzlich falsch. Italiens Wachstum ist zu niedrig, die Produktivität stagniert weit unter EU-Durchschnitt, viele Arbeitnehmer kommen mit ihrem Verdienst kaum über den Monat, beinahe die Hälfte der jungen Italiener ist arbeitslos, die Gutausgebildeten wandern in Scharen ab. Geeignete Maßnahmen gegen die Misere, die sich immer wieder selbst anfacht, sind dringend nötig.

Aber wenn die Effekte solcher Maßnahmen durch Korruption, Steuerbetrug und Bürokratie aufgefressen werden und am Ende nur die Verschuldung kräftig wächst, wird die ökonomische Lage des Landes dabei nur immer schlimmer.

Nun ist es ja nicht so, dass der Finanzminister sich zur Gegenfinanzierung nicht einiges vorgenommen hätte. Altbewährtes, wie die stete Anhebung der Steuern auf Tabak und Glücksspiele oder den alljährlichen "Kampf gegen Steuerbetrug". Dazu Originelles, wie sein "Split Payment": Die Mehrwertsteuer für Aufträge von Staatsbetrieben wird vom Staat nicht vom Unternehmer ans Finanzamt überwiesen. Das werde den Betrug um etwa eine Milliarde Euro reduzieren, hofft der Finanzminister. Aber letztlich ist das alles Klein-Klein, reicht alles nicht. Zumal weitere Wahlversprechen drohen, wenn der Wahlkampf nach den Sommerferien richtig Fahrt aufnimmt. Die "Fünf-Sterne"-Bewegung des Ex-Kabarettisten Beppe Grillo hat schon ein Bürgergeld für alle in Aussicht gestellt, wenn sie die Macht übernimmt.

Der Gang nach Brüssel

Am Ende führt der Weg erneut von Rom nach Brüssel. Wie in den Vorjahren, aber mit noch mehr politisch-motivierter Lautstärke wird Italiens Regierung auch in diesem Jahr bei der EU-Kommission vorstellig werden und "mehr Flexibilität" beim Schuldenmachen fordern. Das bringt was: 0,6 Prozentpunkte mehr Neuverschuldung ersparen Kürzungen oder Steuererhöhungen von 10 Milliarden Euro. Wenn man dann noch die Prognosen fürs Wachstum etwas aufhübscht, ist noch ein Schritt getan, um noch ein wenig weiterwursteln zu können, statt viel zu ändern.

Noch kämpft Finanzminister Padoan dafür, die Mehrwertsteuer wenigstens ein bisschen anzuheben, um nicht zu viele neue Schulden machen zu müssen. Er hat ja schon ein Verfahren aus Brüssel am Hals, wegen der Überschreitung der EU-Schuldengrenzen im laufenden Haushalt. Aber seine Chancen sind nahe null. Matteo Renzi, Chef der Regierungspartei PD ist erpicht darauf, im nächsten Jahr wieder Regierungschef zu werden. Keine Kürzungen, keine Steuererhöhungen, nix Böses vor den Wahlen, hat er "seinem" Finanzminister schon gesagt. Der hat, wie gesagt, einen ziemlichen Mistjob. Spiegel on. 19

 

 

 

 

Italiener an der Saar

 

Kein Thema beschäftigt zur Zeit die Öffentlichkeit so stark wie die Zuwanderung. Dabei gab es in den 50er und 60er Jahren schon einmal eine Einwanderungswelle nach Deutschland. Auch ins Saarland kamen viele Italiener um im Bergbau und der Stahlindustrie zu arbeiten. Die meisten von ihnen sind im Saarland geblieben und haben hier eine neue Heimat gefunden.

Sendung: Donnerstag 27.04.2017 20.15 Uhr SWR

In den Fünfziger Jahren kamen Tausende Italiener ins Saarland. Sie schafften auf dem Bau, auf der Hütte oder unter Tage. Fast alle wollten ursprünglich wieder zurück in ihre Heimat, aber die meisten italienischen Gastarbeiter fanden im Saarland eine neue Heimat, haben geheiratet, Kinder bekommen und sind irgendwann hier geblieben.

Im Herzen immer noch Azzuris

Mittlerweile lebt bereits die dritte Generation im Saarland, oft sind bei den Kindern und Enkeln die Verbindungen zur Heimat ihrer Großeltern oder das Beherrschen der Muttersprache - im ureigenen Sinn - verloren gegangen. Der Film von Alexander M. Groß blickt zurück auf und Geschichte und Geschichten der saarländischen Italiener. Einwanderer der ersten Generation kommen zu Wort und erzählen, wie sie im Saarland aufgenommen wurden und wie sie sich hier eine Existenz aufbauten. Hier geborene Italiener erzählen, wie es war, zwischen zwei Kulturen aufzuwachsen und welche Traditionen aus der alten Heimat hier noch aufrecht erhalten bleiben. Viele fühlen sich mittlerweile als Saarländer, wenn es nicht gerade um Fußball geht - dann schlagen alle ihre Herzen noch für die Azzurri. De.it.press 15

 

 

 

 

 

Visa-Dekret. Trump sperrt die Fachkräfte aus

 

Ausländische Fachkräfte sollen künftig schwerer ein befristetes US-Visum erhalten – das hat Präsident Donald Trump per Dekret verfügt. Amerikanische Tech-Konzerne fürchten nun um qualifiziertes Personal.

 

Washington. Schon vor Wochen hatte Donald Trump gedroht, nun macht er ernst: Am Dienstag unterzeichnete der US-Präsident ein Dekret, dass es ausländischen Fachkräfte erschweren soll, ein befristetes Visum zu bekommen. Die Maßnahme sende ein „kräftiges Signal an die Welt“, dass die USA ihre Arbeitskräfte und deren Jobs verteidigten, sagte Trump – ganz im Sinne seines Mottos „Amerika zuerst“.

Konkret geht es um die sogenannten H-1B-Visa: Ausländische Fachkräfte müssen dafür neben entsprechender Qualifikation die Stellenzusage eines US-Unternehmens vorweisen. Das Visum gilt zunächst für drei Jahre und kann bei Bedarf verlängert werden.

 

Eigentlich ist die Anzahl der Visa pro Jahr gesetzlich auf 85.000 beschränkt. Doch in der Praxis ist die Zahl dank verschiedener Ausnahmen deutlich größer: Vergangenes Jahr stellten die USA insgesamt rund 180.000 dieser Visa aus, der Großteil davon ging an Inder (etwa 127.000).

Trump möchte nun die Vergabepraxis überarbeiten lassen. „Im Moment werden H-1B-Visa bei einer komplett zufälligen Lotterie vergeben – das ist falsch“, sagte der Präsident am Rande seines Besuchs bei einem Werkzeughersteller in Wisconsin. Stattdessen sollten die qualifiziertesten und bestbezahltesten Bewerber die Visa bekommen. „Und sie sollten niemals dazu genutzt werden, Amerikaner zu ersetzen“, so Trump.

 

US-Präsident Donald Trump macht ernst und will die Vergabe der besonders in Silicon Valley beliebten H-1B-Visa erschweren. In der Technologiebranche dürfte das die Unsicherheit erhöhen. mehr…

 

Das Dekret weist die Heimatschutzbehörde, das Justiz-, das Arbeits- und das Außenministerium an, neue Regeln auszuarbeiten. Diese sollen laut dem Weißen Haus unterbinden, dass billigere Arbeitskräfte ins Land geholt werden. Vor allem soll das Dekret verhindern, dass amerikanische Tech-Konzerne wie Alphabet, Facebook, Apple oder Amazon die Visa ausnutzen, um mehr Mitarbeiter zu beschäftigen und die Gehälter zu drücken.

Tatsächlich werben gerade die Unternehmen aus dem Silicon Valley gezielt um gut ausgebildete Fachkräfte aus dem Ausland. Unter den 500 umsatzstärksten US-Unternehmen würden etwa drei Viertel auf indische Fachkräfte zurückgreifen. Das sagte R. Chandrashekhar, Präsident der indischen IT-Verbands National Association of Software and Services Companies (NASSCOM), der „New York Times“. „Sie spielen eine kritische Rolle dabei, dass die USA ein Jobmotor bleiben“, so Chandrashekhar.

Die Tech-Konzerne von der Westküste argumentieren, zu wenig qualifizierte Bewerber in den USA zu finden. Ihnen bleibe deshalb gar nichts anderes übrig, als auf internationale Fachkräfte zu setzen. Sollten das H-1B-Visa-Programm kippen, fürchten Unternehmen und Universitäten um die Innovationskraft der USA.

Einen ersten Vorgeschmack auf Trumps politischen Kurs hatten sie bereits zu Beginn seiner Präsidentschaft bekommen, als er ein Einreiseverbot für Muslime verhängte. Mehr als 30.000 Wissenschaftler, darunter 62 Nobelpreisträger, protestierten damals in einem offenen Brief gegen das Einreiseverbot. Zugleich zogen fast 100 Technologie-Unternehmen gegen das Verbot vor Gericht.

Mit seinem neuen Dekret „Kauft amerikanisch und stellt Amerikaner ein“ hat es Trump nun aber nicht nur auf ausländische Fachkräfte abgesehen – sondern auch auf ausländische Unternehmen. Er will künftig US-Firmen bei der Vergabe von Regierungsaufträgen bevorzugen. Zu viele Aufträge seien in der Vergangenheit ins Ausland gegangen, zu Lasten von Fabriken und Jobs in den USA.

Die USA würden nun aber ein „starkes Signal“ in die Welt senden, sagte Trump. Ein Signal, dass bei den Tech-Konzernen im Silicon Valley eher wie eine Alarmglocke klingt. Tobias Brunner, Handelsblatt.com 19

 

 

 

 

Aufruf. Enquete-Kommission zur Bekämpfung von Fluchtursachen gefordert

 

Weltweit sind derzeit 60 Millionen Menschen auf der Flucht. Hundert Bundesverdienstkreuz-Träger fordern die Politik auf, den Kampf gegen Fluchtursachen wieder stärker in den Fokus zu nehmen.

Mehr als 100 Träger des Bundesverdienstkreuzes fordern vom Bundestag die Einrichtung einer Enquete-Kommission zur Bekämpfung von Fluchtursachen. „Die Kommission soll untersuchen, wie Deutschland weltweit zu Fluchtursachen beiträgt und Maßnahmen sowie gesetzliche Initiativen vorschlagen, wie dies vermieden oder dem entgegengewirkt werden kann“, heißt es in einem aktuellen Aufruf. Die zur Bundestagswahl antretenden Parteien werden darin gebeten, diese Forderung in ihre Wahlprogramme aufzunehmen.

Deutschland habe 2015 fast eine Million Flüchtlinge aufgenommen, dies werde begrüßt, betonten die Initiatoren, zu denen unter anderem der frühere Bundesumweltminister und Exekutivdirektor des Umweltprogramms der Vereinten Nationen (UNEP), Klaus Töpfer (CDU), der Bürgerrechtler Ralf-Uwe Beck sowie die Ehrenvorsitzende des Bundes für Umwelt und Naturschutz (BUND), Angelika Zahrnt, gehören. Seitdem habe sich die Politik vor allem darauf konzentriert, „möglichst schnell die Flüchtlingszahlen in Deutschland zu reduzieren“. Eine umfassende und parteiübergreifende Initiative zur Bekämpfung der Fluchtursachen gebe es dagegen bislang nicht. Mit dem Start einer Enquete-Kommission nach der Bundestagswahl im Herbst 2017 solle diese längerfristige, komplexe Aufgabe umfassend in Angriff genommen werden.

Bei der Initiative handelt es sich den Angaben zufolge in der Geschichte der Bundesrepublik um den ersten Zusammenschluss von Bundesverdienstkreuzträgern. Die Geehrten aus verschiedenen Bereichen spiegelten somit einen breiten gesellschaftlichen Querschnitt wieder, hieß es. Neben Beck, Töpfer und Zahrnt zählen unter anderem der Unternehmer Claus Hipp, der Klimaforscher Joachim Schellnhuber, die Politikwissenschaftlerin Gesine Schwan sowie der frühere Bundestagspräsident Wolfgang Thierse (SPD) zu den mehr als 100 Unterzeichnern des Aufrufs. (epd/mig 12)

 

 

 

 

Syriza: Europäertum ohne Föderalismus macht keinen Sinn

 

Eine pro-europäische Haltung anzunehmen, ohne den Föderalismus zu unterstützen, sei „sinnlos“ – leere Worte, keine Taten, kritisiert Griechenlands Digitalisierungsminister. EURACTIV Brüssel berichtet.

 

Europa müsse in seinem Diskurs stärker für eine ernsthafte Integration werben, fordert Nikos Pappas, Griechenlands Minister für Digitalisierung, Medien und Telekommunikation und enger Vertrauter des Premierministers Alexis Tsipras, in einem Interview mit der griechischen Zeitung Avgi. „Das europäische Modell ist an seine Grenzen gestoßen und all die Kritik der letzten zwei Jahrzehnte hat sich als gerechtfertigt herausgestellt“, betont er.

Europäertum ohne Föderalismus sei „sinnlos“. Viele Menschen schließen sich ihm zufolge der „We remain Europe“-Bewegung an, ohne jedoch radikale Veränderungen durchsetzen zu wollen, wie zum Beispiel eine europäische Arbeitslosenversicherung, einen höheren EU-Haushalt, eine Bankenunion und mehr Kompetenzen für das EU-Parlament.

„[Sie] schwimmen in einem ideologisch flachen Bereich“, so der indirekte Seitenhieb auf die griechische Opposition.

„We remain Europe“ (Wir bleiben Europa) wurde kurz vor dem Referendum im Juli 2015 gegründet, als das griechische Volk entscheiden sollte, ob es die Bedingungen des dritten Rettungspakets annehme. Fast alle Oppositionsparteien Griechenlands schlossen sich der Bewegung an. Ein Nein im Volksentscheid sei mit einem Ja zum Grexit gleichzusetzen, lautete damals ihr Hauptargument. Viele führende EU-Politiker waren derselben Ansicht. Als die Nein-Stimmen letztendlich jedoch überwogen, schlugen sie einen anderen Ton an. Die Syriza-Regierung hatte von Anfang an betont, das Referendum beziehe sich ausschließlich auf die Bedingungen des Rettungspakets und nicht auf die EU-Mitgliedschaft.

Neoliberaler Konsens

Was in Europa die letzten zwanzig Jahre über geherrscht habe, könne man als „neoliberalen Konsens“ bezeichnen, so Pappas. Dieser sei im Grunde genommen das Ergebnis der Zusammenarbeit von Sozialdemokraten und mitterechts gerichteten konservativen Kräften. „Dieses Rezept ist in eine Sackgasse geraten.“ Europa befindet sich laut dem Digitalisierungsminister an einem Scheideweg und hat nun zwei Möglichkeiten: entweder weit nach rechts zu gehen und damit zum Nationalismus und der Ideologie des Hasses zurückzukehren oder sich hin zu einer progressiven Linksagenda zu wenden.

„Es scheint, als hätten einige Sozialdemokraten damit begonnen, die strategischen Entscheidungen der letzten zwei Jahrzehnte zu überprüfen“, unterstreicht Pappas. Der Zusammenbruch der großen Koalition im Europaparlament nach dem Wahlsieg des Präsidentschaftskandidaten der Europäischen Volkspartei (EVP), Antonio Tajani, könne als Chance verstanden werden, die Zusammenarbeit mit progressiven Kräften auf der linken Seite des politischen Spektrums voranzutreiben.

Die führenden Köpfe der Sozialisten und Demokraten (S&D) haben sich mit den Fraktionsspitzen der Grünen/Europäischen Freien Allianz (Grüne-EFA) getroffen – für erste Gespräche über Grundlagen einer progressiven Allianz. EURACTIV Brüssel berichtet.

In einem Interview mit EURACTIV sagte Gianni Pitella, Vorsitzender der Sozialisten und Demokraten (S&D), er könne gut mit Manfred Weber und Guy Verhofstadt zusammen daran arbeiten, die politische Integration der EU weiterzuentwickeln. Wenn es jedoch um die Sozialagenda und den Fiskalpakt gehe, sehe die Sache anders aus. „Mit den progressiven Kräften gibt es eher Gemeinsamkeiten in diesen Bereichen“, führte er an.

Die Erklärung von Rom werde ausbalanciert sein. Und sie werde sich dank des Einsatzes sozialistischer Politiker für soziale Themen stark machen, betont Gianni Pittella im Interview.

Ein Teil der sozialistischen Familie – vor allem in den osteuropäischen Staaten – steht einem solchen Vorstoß jedoch noch immer misstrauisch gegenüber. EU-Sozialisten stehen unter Linksdruck. Daher proklamieren sie nun eine neue EU-Narrative und verfolgen einen pro-föderalistischen Ansatz.

Letzten Monat schloss sich die S&D der pro-europäischen Demonstration in Rome an. Dort sprachen sich sozialistische Abgeordnete öffentlich für ein geeintes, föderalistisches Europa aus. Auch die Allianz der Liberalen und Demokraten für Europa war zugegen. Die EVP nahm nicht offiziell teil, auch wenn einige vereinzelte EU-Abgeordnete der Fraktion mitmarschierten. Einer von ihnen war Elmar Brok, Präsident der Union Europäischer Föderalisten (UEF). In seiner Ansprache ging er scharf mit nationalistischen Parteien in ganz Europa ins Gericht, verwies jedoch mit keiner Silbe auf ein föderalistisches Europa.

Med-Gipfel in Spanien

Am gestrigen Montag hielten die südlichen EU-Staaten ihr drittes Treffen in Madrid ab. Diese verstärkte Zusammenarbeit habe bereits greifbare Ergebnisse geliefert, so die griechische Regierung laut Athens News Agency. „Die Rolle der südlichen EU-Staaten gegenüber den Benelux- und Visegrád-Ländern wird gestärkt“, heißt es. „Die Initiative bringt zusätzliche Unterstützung […] auch nach dem Brexit.“ Sarantis Michalopoulos | by Jule Zenker, EA 11

 

 

 

 

 

Willkommenskultur besteht „Stresstest“, aber Skepsis gegenüber Migration wächst

 

Eine ausgeprägte Willkommenskultur hat in Deutschland noch keine lange Tradition. Trotzdem hat sie sich als erstaunlich robust erwiesen, als in den vergangenen zwei Jahren rund 1,2 Millionen Flüchtlinge nach Deutschland kamen. Doch die Stimmung in der Bevölkerung verändert sich: Viele sehen eine Belastungsgrenze erreicht, Vorteile von Einwanderung geraten aus dem Blick.

 

Gütersloh, 7. April 2017. Die Willkommenskultur in Deutschland hat ihren ersten großen „Stresstest“ bestanden, aber deutliche Kratzer abbekommen. Das zeigt eine Studie der Bertelsmann Stiftung auf Grundlage einer aktuellen Emnid-Umfrage. Deutschland präsentiert sich trotz der Rekordzuwanderung insbesondere von Flüchtlingen als offene und gereifte Einwanderungsgesellschaft. Allerdings geht die Bereitschaft zur weiteren Aufnahme von Flüchtlingen deutlich zurück. Insbesondere die Menschen in den ostdeutschen Bundesländern begegnen Migranten zunehmend skeptisch.

 

Eine deutliche Mehrheit der Befragten ist der Ansicht, dass sowohl staatliche Stellen (77 Prozent) als auch die Bevölkerung vor Ort (70 Prozent), Einwanderer willkommen heißen, die in Deutschland arbeiten oder studieren wollen. Diese Werte klettern kontinuierlich seit 2012 im Vergleich zu ähnlichen Befragungen. Es verfestigt sich somit der Eindruck, Deutschland öffne sich immer stärker für qualifizierte Einwanderer. Gegenüber Flüchtlingen wird die Willkommenskultur sowohl in Behörden (73 Prozent) als auch in der Bevölkerung (59 Prozent) allerdings als weniger ausgeprägt wahrgenommen als gegenüber Einwanderern. Aber für zügige Arbeitserlaubnis (88 Prozent) und erfolgreiche Integration (77 Prozent) von Flüchtlingen spricht sich eine konstant große Mehrheit aus.

 

Ost und West driften auseinander

Auffällig ist der Ost-West-Vergleich. Schon in der vorhergehenden Umfrage zur Willkommenskultur vor zwei Jahren hatte sich gezeigt, dass in den ostdeutschen Bundesländern entgegen dem Bundestrend die Skepsis gegenüber Einwanderung zugenommen hatte. Dieses Auseinanderdriften hat sich verschärft. Während im Osten mit 53 Prozent (West: 74 Prozent) immerhin noch eine knappe Mehrheit sagt, die Bevölkerung heiße Einwanderer willkommen, geht in der Flüchtlingsfrage ein Riss durchs Land: Im Osten meinen nur noch 33 Prozent, die Bevölkerung nehme Flüchtlinge offen auf. Davon hingegen sind im Westen doppelt so viele Bürger (65 Prozent) überzeugt.

 

Bundesweit gedreht hat sich die Bereitschaft zur weiteren Aufnahme von Flüchtlingen. Eine knappe Mehrheit der Befragten (54 Prozent) sieht Deutschland an seiner Belastungsgrenze angekommen. Vor zwei Jahren teilten diese Auffassung nur 40 Prozent. Dafür steigt die Zustimmung (von 76 auf 81 Prozent) zu der bislang nicht umgesetzten EU-Regelung, dass jedes Land, abhängig von Größe und Wirtschaftskraft, eine feste Anzahl an Flüchtlingen aufnehmen muss. „Die Menschen in Deutschland blicken selbstbewusst darauf zurück, so viele Flüchtlinge so freundlich empfangen zu haben. Sie sagen aber auch: Jetzt sind andere Länder ebenfalls an der Reihe“, sagt Jörg Dräger, Vorstand der Bertelsmann Stiftung.

 

Flüchtlingsthema drängt Vorteile von Einwanderung in den Hintergrund

Die Dominanz des Flüchtlingsthemas färbt stark auf die generelle Wahrnehmung von Einwanderung ab. Zwar gilt laut Emnid-Umfrage das Anwerben qualifizierter Arbeitskräfte aus dem Ausland nach wie vor für jeden Dritten als wichtigstes Instrument, um den Fachkräftemangel zu bekämpfen. Jedoch schreiben die Deutschen der Zuwanderung längst nicht mehr so positive Effekte zu wie vor zwei Jahren. Mehreinnahmen bei der Rentenversicherung (34 Prozent), Ausgleich des Fachkräftemangels (41 Prozent), Bedeutung für Ansiedlung internationaler Firmen (56 Prozent) – überall gehen die Zustimmungswerte um mehr als zehn Prozentpunkte zurück. Ähnlich stark steigen hingegen die Zustimmungswerte zu negativen Auswirkungen wie Belastung für den Sozialstaat (79 Prozent), Konfliktpotenzial (72 Prozent), Probleme in den Schulen (68 Prozent) und Verschärfung der Wohnungsnot (65 Prozent).

 

Im Generationenvergleich zeigt sich, dass die unter 30-Jährigen die Auswirkungen von Einwanderung positiver und gelassener betrachten als die älteren Befragten. Sie sehen kulturelle Vielfalt weitaus häufiger als Bereicherung und sehen deutlich seltener die Belastungsgrenze in Deutschland für eine Aufnahme zusätzlicher Flüchtlinge erreicht.

 

“Die Stimmung in der Bevölkerung gegenüber weiterer Zuwanderung verändert sich“, sagt Dräger. Drei Maßnahmen seien jetzt wichtig. Erstens müsse die EU endlich für Fairness und Gerechtigkeit bei der Verteilung der Geflüchteten sorgen. Zweitens müsse das Vertrauen der Bevölkerung in das Asylmanagement von Bund und Ländern von der Registrierung über die zentrale Unterbringung und zügige Verfahren bis zur möglichen Anerkennung beziehungsweise Rückkehr gestärkt werden. Drittens müssten die Kommunen noch stärker bei der Integration der Bleibeberechtigten unterstützt werden, so Dräger. „Konkurrenzsituationen zwischen Einheimischen und Einwanderer sind zu vermeiden, zum Beispiel durch neue Investitionen in den sozialen Wohnungsbau.“

 

Zusatzinformationen

Für die Untersuchung "Willkommenskultur in Deutschland" befragte im Januar das Meinungsforschungsinstitut Kantar Emnid im Auftrag der Bertelsmann Stiftung 2.014 Menschen ab 14 Jahren, die in Deutschland wohnen. Vorläuferstudien wurden von Emnid im August 2011, Oktober 2012 und Januar 2015 durchgeführt, so dass Entwicklungen von Einstellungen abgebildet werden können. BS 7

 

 

 

 

Studie. Bereitschaft zur Aufnahme von Flüchtlingen sinkt

 

Als vor zwei Jahren deutlich mehr Flüchtlinge ins Land kamen, stand Deutschland beispielhaft für eine Willkommenskultur. Mittlerweile wird die Bevölkerung eine Studie zufolge kritischer. Derweil dankt Merkel Flüchtlingshelfern.

 

Gut anderthalb Jahre nach der großen Fluchtbewegung nach Deutschland und der Hilfswelle der Bevölkerung sinkt offenbar die Bereitschaft zur Aufnahme von Flüchtlingen. Mehr als jeder zweite Deutsche sieht nach einer am Freitag veröffentlichten Studie der Bertelsmann Stiftung inzwischen eine Belastungsgrenze erreicht. Viele wünschen sich demnach eine gleichmäßigere Verteilung der Menschen in Europa.

Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) empfing am Freitag rund 140 Flüchtlingshelfer, um ihnen für das Engagement bei der Aufnahme zu danken. Auch die Kanzlerin mahnte die Hilfsbereitschaft der anderen Europäer an. Die EU habe „klare Werte“ und „klare Prinzipien“, sagte sie.

Ostdeutschland skeptischer

Während vor zwei Jahren noch 40 Prozent der Befragten Deutschland an der Grenze der Belastbarkeit sahen, sind es inzwischen 54 Prozent, heißt es in der Studie der Bertelsmann Stiftung. Besonders in den ostdeutschen Ländern hat die Skepsis demnach zugenommen. Im Osten halten nur halb so viele Bürger (33 Prozent) Flüchtlinge für willkommenen wie im Westen (65 Prozent). Für die repräsentative Studie wurden im Auftrag der Bertelsmann Stiftung im Januar bundesweit mehr als 2.000 Menschen ab 14 Jahren befragt.

81 Prozent vertreten bundesweit die Ansicht, dass jedes EU-Land abhängig von Größe und Wirtschaftskraft eine feste Zahl von Flüchtlingen aufnehmen müsste. Die Menschen in Deutschland blickten selbstbewusst darauf zurück, so viele Flüchtlinge so freundlich empfangen zu haben, erklärte Jörg Dräger vom Vorstand der Bertelsmann Stiftung. „Sie sagen aber auch: Jetzt sind andere Länder ebenfalls an der Reihe.“

Pro Asyl: Engagement weiter hoch

Die Organisation Pro Asyl sieht indes nach wie vor ein großes Engagement für Flüchtlinge. Er sei positiv überrascht, dass viele Menschen, die bis 2015 nichts mit Flüchtlingen zu tun hatten, jetzt immer noch aktiv dabei seien, sagte Sprecher Bernd Mesovic dem Evangelischen Pressedienst. Helfer fühlten sich aber zunehmend auch überfordert. „Ursachen dafür sind viele negativen Entscheidungen aus jüngster Zeit, wie etwa die Abschiebungen nach Afghanistan“, sagte Mesovic. Viele Helfer hätten auch den Eindruck, sie kämpften gegen Windmühlen, weil sich der Wind in Richtung einer Abschiebekultur gedreht habe.

Mit diesem Vorwurf konfrontierten Flüchtlingshelfer am Freitag auch Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU), die Menschen eingeladen hatte, die sich seit dem Andrang Schutzsuchender im Spätsommer 2015 für die Versorgung und Integration von Flüchtlingen engagieren. Merkel verteidigte die Haltung ihrer Regierung. Es sei notwendig, dass diejenigen das Land verlassen, die kein Aufenthaltsrecht in Deutschland haben. Nur dann könne denen geholfen werden, die Schutz benötigen.

Merkel rechtfertigt Abschiebungen nach Afghanistan

Auch die seit Dezember stattfindenden Abschiebungen nach Afghanistan rechtfertigte Merkel. Die Bundesregierung mache sich die Entscheidung nicht einfach. 45 Prozent der afghanischen Asylantragsteller erhielten keinen Schutzstatus.

Merkel sagte, seit 2015 habe sich viel getan und verbessert, auch wenn im Einzelnen noch Aufgaben blieben. Eine Neue nahm sie durch eine Flüchtlingshelferin mit auf den Weg: Die Frau beklagte in der Diskussion mit der Kanzlerin, dass neugeborene Kinder von Asylsuchenden in Deutschland einen eigenen Asylantrag stellen müssten und bis zum Entscheid – teilweise über viele Monate – von Leistungen ausgeschlossen seien. Das sei „ziemlich paradox“, sagte Merkel und versprach der Ehrenamtlichen, dem Problem nachzugehen.

(epd/mig 10)

 

 

 

 

NGO-Bericht: Misshandlung von Migranten an Europas Grenzen alltäglich

 

Elekroschocks, käfigartige Zellen, Zwingen zum Ablegen der Kleider: NGOs machen in einem Bericht auf die Brutalität gegen Migranten an Europas Grenzen aufmerksam.

Gewalt, Brutalität und unrechtmäßiger Behandlung prägen die Erfahrung von Flüchtlingen auf der so genannten Balkanroute: Ein von mehreren Nichtregierungsorganisationen (NGOs) in Berlin vorgelegter Bericht dokumentiert zahlreiche Flüchtlingsschicksale. Menschen, die vor Krieg, Verfolgung und Armut fliehen, wurden demnach geschlagen, ausgeraubt und unmenschlich behandelt. Sie hatten zudem keinen Zugang zu einem fairen Asylverfahren, vielfach kam es zu Sammelausweisungen.

Die drei NGOs – Oxfam, das Belgrader Menschenrechtszentrum (BCHR) und der Mazedonische Verband junger Anwälte (MYLA) – fordern Serbien, Mazedonien, Kroatien, Ungarn und Bulgarien auf, menschenrechtliche Standards einzuhalten. Die EU müsse dafür Sorge tragen, dass völkerrechtliche und menschenrechtliche Verpflichtungen in Europa eingehalten werden.

Die Menschenrechtsorganisation Human Rights Watch wirft Ungarn vor, Migranten an der ungarischen Grenze unter Gewalt zu zwingen, nach Serbien zurückzukehren.

EU-Ratspräsident Donald Tusk hatte in jüngster Zeit die Grenzsicherung durch Mazedonien, Bulgarien und Slowenien ausdrücklich gelobt. Bulgarien nannte er das „beste Beispiel, wie unsere Grenzen zu schützen seien“, und Mazedonien dankte er für seine Anstrengungen beim Schließen der Balkan-Route.

Für den Bericht mit dem Titel „A dangerous ‚game'“ wurden 140 Menschen befragt, die in Serbien und der ehemaligen jugoslawischen Republik Mazedonien Zuflucht suchten. Alle berichteten von Misshandlungen. In Ungarn wurden dem Bericht zufolge Migranten gezwungen, sich nackt auszuziehen und in den Schnee zu setzen, während Polizisten kaltes Wasser über sie gossen.

Der serbische Regierungschef Aleksandar Vucic hat eine Beteiligung der Armee an der Grenzsicherung angekündigt.

In Bulgarien nahmen Polizisten einer Gruppe von Menschen sämtliche Wertsachen ab und brachten sie zurück über die Grenze. Ein aus Afghanistan stammender Mann berichtet, gemeinsam mit anderen Flüchtlingen drei Tage ohne Essen in einer käfigartigen Zelle eingesperrt und mit Elektroschocks misshandelt worden zu sein.

Grenzpolizisten in Kroatien zwangen Migranten, ihre Kleidung und Schuhe auszuziehen und über die Grenze zurück nach Serbien zu laufen. Dabei schlugen die Polizisten die Migranten mit Knüppeln. EA con AFP 6

 

 

 

 

 

Hunger bedroht das Leben der Kinder in Äthiopien

 

Berlin - Äthiopien ist das Sinnbild für „Hunger in Afrika“. Die humanitäre Katastrophe in den Jahren 1984/85, bei der eine Million Menschen ihr Leben verloren haben, hat sich fest ins Gedächtnis der Äthiopier gebrannt. Nun ist die Lage noch viel schlimmer. Knapp zehn Millionen Menschen sind lebensbedrohlich von Hunger bedroht. Darunter 400.000 Kinder!  

 

Grund dafür ist das Klimaphänomen „El Niño“, das eine verheerende Dürre mit sich gebracht hat. Massive Ernteausfälle waren die Folge. Bis heute haben sich die Menschen nicht davon erholt. Hinzu kommt, dass auf Grund von Wassermangel nun auch die Tiere sterben. Vielen Familien wird so die Lebensgrundlage entzogen. Nichts zu essen, nichts zu trinken – Millionen Menschen werden dadurch krank und sterben. Besonders gefährdet sind die Kinder. 400.000 Mädchen und Jungen sind laut der Welthungerhilfe vom Tod bedroht. Sowieso schon unterernährt haben ihre Körper keine Kraft den steten Mangel auszugleichen.

 

„Die Lage ist dramatisch“, berichtet Matthias Floreck, Leiter der internationalen Projektarbeit und Vorstand der ora Kinderhilfe. „Viele Kinder sind apathisch, sitzen oder liegen herum und warten darauf, dass sie sterben. Das können wir nicht zulassen!“ Trotz umfangreicher staatlicher Hilfsprogramme braucht es an dieser Stelle internationale Unterstützung.  

 

ora Kinderhilfe gehört zu den Hilfsorganisationen, die unkompliziert und schnell Hilfe leisten. Seit Januar dieses Jahres unterstützt das christliche Kinderhilfswerk die Äthiopier im Kampf gegen den Hunger. Nahrungsmittel werden besonders an Kinder und Familien in der Nähe von Adama (Nazareth) verteilt. Auch Schulen erhalten Lebensmittel, um die tägliche Schulspeisung sicherzustellen. Im Mai ist ora Kinderhilfe wieder vor Ort in Äthiopien, um die Bedarfe mit dem lokalen Projektpartner noch besser abzustimmen und die Hilfsmaßnahmen zu optimieren. „Unser Fokus liegt darauf, möglichst viele Kinder und Familien zu retten. Danach werden wir schauen, wie wir auch Hilfe zur Selbsthilfe leisten können. Jetzt geht es darum, das Schlimmste abzuwenden“, erklärt Floreck. oraK 11

 

 

 

 

Europäischer Abschlussbericht der europaweiten Jugendstudie "Generation What?"

 

Europas Jugend hat nur wenig Vertrauen in Politik und Institutionen

18- bis 34-Jährige haben zudem Sorge vor wachsender Ungleichheit in Europa

 

Es ist die größte europäische Jugendstudie, die es jemals gab: An "Generation What?" haben sich fast eine Million junger Menschen zwischen 18 und 34 Jahren aus 35 Ländern Europas beteiligt. Die gesamteuropäischen Ergebnisse zeichnen das Bild einer jungen Generation, die sich Gedanken über soziale Ungleichheiten macht und gleichzeitig der Politik und anderen Institutionen nicht zutraut, gesellschaftliche Probleme zu lösen. "Generation What?" wurde von der EBU koordiniert und in Deutschland vom Bayerischen Rundfunk zusammen mit dem ZDF und dem SWR begleitet.

 

Das Ergebnis ist deutlich: 82 Prozent der jungen Menschen in Europa haben kein Vertrauen in die Politik (45 Prozent haben "überhaupt keines" und 37 Prozent haben "eher keines"). In Deutschland haben lediglich 23 Prozent überhaupt kein Vertrauen in die Politik. Das ist im Europavergleich der niedrigste Wert. Am stärksten unterscheiden sich die jungen Deutschen hier von den Griechen (67 Prozent), den Franzosen (62 Prozent) und den Italienern (60 Prozent).

 

Offenbar fühlen sich die bildungsferneren Schichten deutlich stärker von der Politik im Stich gelassen, denn je niedriger die Bildung, desto größer ist das Misstrauen. Während europaweit 50 Prozent der Befragten mit niedrigem Bildungsniveau der Politik völlig misstrauen, sind es bei den Hochgebildeten "nur" 41 Prozent. Auch das Alter spielt bei der Einschätzung, ob man der Politik vertrauen kann oder nicht, eine Rolle. Bei den 18- und 19-Jährigen sind es "nur" 37 Prozent, die der Politik völlig misstrauen, bei den 30- bis 34-Jährigen sind es dagegen 50 Prozent.

 

Ein Grund für das Misstrauen ist vermutlich die europaweite Zunahme sozialer Ungleichheiten: Fast neun von zehn Befragten nehmen eine wachsende Ungleichheit in ihrem jeweiligen Land wahr. Dieser Befund zieht sich durch alle Teilnehmerländer, er ist kein regionales Problem. Ebenfalls neun von zehn Befragten sind außerdem der Meinung, dass das Finanzsystem die Welt bestimmt. Zu diesem Eindruck der Befragten passt, dass in Deutschland die Angst vor sozialen Unruhen die am meisten verbreitete Zukunftsangst ist.

 

Wenig Vertrauen in Institutionen

 

Nicht nur die Politik hat einen schweren Stand bei der jungen Generation. Auch das Vertrauen in Medien und religiöse Institutionen ist nur gering ausgeprägt. Von allen Institutionen kommen die religiösen am schlechtesten weg: 58 Prozent der jungen Europäer vertrauen ihnen gar nicht und weitere 28 Prozent eher nicht. In keinem einzigen der befragten Länder finden sich mehr als drei Prozent junger Menschen, die religiösen Institutionen voll vertrauen. Besonders extrem fällt das Misstrauen in der Schweiz und Griechenland aus: Dort sagen 70 Prozent der jungen Leute, dass sie überhaupt kein Vertrauen in religiöse Institutionen haben.

 

Doch wer die junge Generation nur als "Nörgler" einschätzt, täuscht sich. Es gibt durchaus die Bereitschaft, sich aktiv einzubringen. Zum Beispiel in einer politischen Institution: Neun Prozent aller jungen Europäer haben hier bereits positive Erfahrungen gemacht. Für 31 Prozent ist institutionalisiertes politisches Engagement zwar Neuland, aber durchaus eine Überlegung wert. Dabei gibt es jedoch große Unterschiede zwischen den verschiedenen Ländern. Die Bereitschaft, in politischen Organisationen aktiv zu werden, ist in Deutschland mit Abstand am stärksten (44 Prozent) und am niedrigsten in Griechenland (13 Prozent). Unter den deutschen Befragten ist auch der Anteil derer am niedrigsten, die politisches Engagement grundsätzlich für sich ausschließen (32 versus 52 Prozent europaweit). Für eine Aktivität in einer NGO ist am meisten Bereitschaft vorhanden (51 Prozent vs. 31 Prozent). Besonders in der jüngsten befragten Altersgruppe (18 bis 19 Jahre) kann man sich mit dem Gedanken, sich in einer Nichtregierungsorganisation zu engagieren, überdurchschnittlich häufig anfreunden (61 Prozent).

Europa kein Herzensprojekt, EU-Austritt kommt aber nicht infrage

Das Verhältnis der jungen Generation zum europäischen Projekt ist von einem deutlichen Pragmatismus geprägt: Obwohl man wenig Vertrauen in Europa hat und sich weitaus stärker mit dem eigenen Land oder der eigenen Region identifiziert, spricht sich nicht mal jeder Sechste für einen EU-Austritt des eigenen Landes aus.

 

Die Soziologen des SINUS-Instituts bewerten diese Ergebnisse folgendermaßen: "Trotz ihrer Fehler wird die Europäische Union von dem Großteil der jungen Europäer als nützlich für das eigene Land wahrgenommen. Man verbindet mit der EU aber nicht die Hoffnung, dass sie Lösungen zu den drängenden Problemen unserer Zeit findet." So sind es vor allem die mit wirtschaftlichen Problemen konfrontierten jungen Griechen, die sich am ehesten einen Austritt des eigenen Landes aus der EU vorstellen könnten.

 

Junge Generation blickt vorsichtig optimistisch in die Zukunft

Die jungen Europäer wurden gefragt, ob sie sehr pessimistisch, eher pessimistisch, eher optimistisch oder sehr optimistisch an die Zukunft denken. Es zeigt sich, dass jeweils nur etwas weniger als zehn Prozent völlig optimistisch oder völlig pessimistisch sind. In der Tendenz ist ein etwas größerer Anteil optimistisch als pessimistisch (55 Prozent versus 43 Prozent). Vor dem Hintergrund der Sorgen um wachsende Ungleichheit und dem geringen Vertrauen in die Institutionen ist es überraschend, dass der Großteil der jungen Menschen positiv in die Zukunft blickt. Das SINUS-Institut erklärt dies mit einem "Bewältigungsoptimismus": "Das junge Europa ist mit zahlreichen Krisenerfahrungen aufgewachsen: dem 11. September 2001, dem Platzen der Internetblase, dem Crash der Finanzmärkte, der Klimaproblematik und zuletzt der Flüchtlingssituation. Die junge Generation hat gelernt, pragmatisch mit Ungewissheiten umzugehen."

 

Europabericht von "Generation What?"

Das mit der Auswertung der deutschen Ergebnisse betraute SINUS-Institut hat einen umfangreichen Europabericht vorgelegt, den Sie hier finden:

www.br.de/presse/generation-what-europaeischer-abschlussbericht-102.html

 

Die Umfrage umfasst 149 Fragen von Politik über Religion bis hin zu Sexualität und Lebensglück und gilt als größte vergleichende Studie dieser Art. Auch nach der Veröffentlichung der Endergebnisse können junge Menschen zwischen 18 und 34 Jahren auf www.generation-what.de noch bis Mitte April 2017 an der Umfrage teilnehmen und selbst ein Bild ihrer Generation zeichnen.

Weitere Infos unter: www.generation-what.de  br.de 5

 

 

 

 

Amnesty-Bericht: Weniger Hinrichtungen aber mehr Todesurteile

 

Die Zahl der Hinrichtungen weltweit ist im vergangenen Jahr zurückgegangen, die der Todesurteile gestiegen, das zeigen die aktuellen Zahlen von Amnesty International. Wie das zusammenhängt, erklärt Alexander Bojcevic gegenüber dem Kölner Domradio. Er ist Experte zur Todesstrafe bei Amnesty International.

Bojcevic: „Das liegt ganz einfach daran, dass Todesurteile nicht im selben Jahr vollstreckt werden müssen, in denen sie verhängt werden. Das ist das eine. Zum anderen werden auch nicht alle Todesurteile vollstreckt, es gibt durchaus Begnadigungen oder Urteils-Umwandlungen. All das kann es geben, sodass sich die Zahlen nicht entsprechen müssen.“

Die konkreten Zahlen: Von 1.634 Hinrichtungen im Jahr 2015 sank die Zahl auf 1.031. Ein gutes Zeichen, so Bojcevic von Amnesty International. China sei der „traurige Spitzenreiter“ bei den Tötungen. Bojcevic: „Das liegt daran, dass in China die Todesstrafe in sehr vielen Bereichen angewendet wird. Man kann nicht nur für Tötungsdelikte, sondern auch schon für Drogenhandel oder für wirtschaftliche Delikte wie etwa Steuerhinterziehung, Diebstahl im großen Maße oder Korruptionsdelikte zum Tode verurteilt und hingerichtet werden.“

Im Übrigen nutzt Amnesty International nur die offiziell veröffentlichten Zahlen. Die Dunkelziffer sei sehr hoch. „Aber wir versuchen auch durch Kontakte zu Angehörigen von zum Tode verurteilten, zu Verteidigerinnen und Verteidigern, oder zu Menschenrechtsorganisationen, die vor Ort arbeiten und überhaupt alle möglichen Kanäle seriöse Informationen zusammenzutragen“, so der Experte von Amnesty.

Nicht zu übersehen ist, dass die meisten Todesurteile bislang von den USA vollstreckt wurden. Von dort gibt es jetzt aber einigermaßen Erfreuliches zu vermelden… „Es hat im letzten Jahr 20 Hinrichtungen gegeben. Jede ist natürlich eine zu viel. Aber es ist immerhin ein 25-Jahrestief. Und das ist ja zumindest ein Etappenziel“, so Bojcevic.  (domradio 12.04.)

 

 

 

 

 

Absage. Bundesregierung plant kein Islamgesetz

 

Regierungssprecher Seibert hat der Forderung einiger CDU-Politiker nach einem sogenannten Islamgesetz eine Absage erteilt. Er verwies auf die Deutsche Islamkonferenz, in der Staat und Islamverbände über die institutionelle Verankerung des Islam in Deutschland beraten.

Die Bundesregierung sieht derzeit keinen Anlass für ein eigenes Islamgesetz. Solch ein Gesetz sei kein Thema des Regierungshandelns, sagte der Sprecher der Bundesregierung, Steffen Seibert, am Montag in Berlin. An der Debatte, die derzeit innerhalb der Parteien geführt werde, beteilige sich die Regierung nicht. Der CDU-Politiker Jens Spahn hatte sich für ein Islamgesetz ausgesprochen, das unter anderem Regeln für die Ausbildung von Imamen enthalten soll.

Einige Parteivertreter, darunter Partei-Vize Julia Klöckner, stellten sich hinter die Forderung. Andere prominente Christdemokraten wie Armin Laschet äußerten sich skeptisch. Ablehnung kam unter anderem aus der SPD und von den Grünen.

Regierungssprecher betont Religionsfreiheit

Regierungssprecher Seibert betonte, die Religionsfreiheit als eines der zentralen Freiheitsversprechen des Grundgesetzes werde von der Bundesregierung hochgehalten. Es gebe ein großes Interesse am guten Zusammenleben mit den Muslimen. Er verwies auf die Deutsche Islamkonferenz, in der Staat und Islamverbände seit 2006 über die institutionelle Verankerung des Islam in Deutschland beraten.

Das Gremium erarbeitete in der Vergangenheit unter anderem die wesentlichen Grundlagen für islamischen Religionsunterricht an Schulen und die Lehrstühle für islamische Theologie an deutschen Universitäten. Zuletzt legte die Islamkonferenz Empfehlungen für muslimische Seelsorge in Krankenhäusern, Gefängnissen und der Bundeswehr vor. Ein Gesetz, das explizit Rechte und Pflichten einer Religionsgemeinschaft regelt, gibt es in Deutschland bislang nicht. So gilt beispielsweise bei den Kirchen der Grundsatz, dass die Religionsgemeinschaften ihre inneren Angelegenheiten – darunter fällt auch die Ausbildung des Personals – selbst regeln. (epd/mig 4)

 

 

 

 

Warum sind Europas Türken so Erdogan-fixiert?

 

Österreich zählt in Europa zu den Hochburgen der Erdogan-Anhänger. Hier haben gleich drei von vier türkischen Wählern mit „Evet“ gestimmt.

24 Stunden nach Bekanntgabe des Wahlergebnisses in Ankara wird die Spaltung des Landes so richtig spürbar. Im EURACTIV-Gespräch mit türkischen Oppositionspolitikern zeigte sich dies mehr als deutlich: Auffallend dabei ist nicht nur das Stadt-Land-Gefälle – je städtischer die Bevölkerungsstruktur desto negativer das Stimmverhalten – sondern die Tatsache, dass die Stimmungslage in der Bevölkerung trotz massiver Regierungspropaganda und Behinderungen der Opposition äußerst kritisch war.

Angesichts eines knappen Votums sowie zahlreicher Berichte über die Behinderung von OSZE-Wahlbeobachtern, sprechen Oppositionspolitiker von „Wahlfälschung“ und einem „schamlosen“ Agieren des türkischen Präsidenten Recep Tayyip Erdogan. Sie raten den Politikern in Europa, sich nun nicht weiter provozieren zu lassen, sondern sich stattdessen etwas zurückzunehmen. Man rechne ohnehin damit, dass Ankara einen Schlussstrich unter die Verhandlungen mit Brüssel setzen werde, so die Oppositionspolitiker gegenüber EURACTIV. Wichtig wäre daher, das Augenmerk verstärkt auf die Achtung der Grund- und Freiheitsrechte zu legen. Hier sei jetzt Hilfestellung und Rückendeckung gefragt, da man damit rechne, dass sich die Machthaber jetzt noch härter gegen Dissidenten vorgehen werde.

In den Wahlergebnissen des türkischen Referendums in den EU-Staaten widerspiegelt sich letztlich die Einwanderungspolitik der letzten Jahrzehnte. Beim Großteil handelt es sich um Zuwanderer aus dem Landesinneren der Türkei und nicht aus den tendenziell weltoffenen Städten. Die Wahlergebnisse zeigen zwar keinen einheitlichen europäischen Trend, allerdings verzeichnen fünf Staaten, nämlich Deutschland, Frankreich, die Niederlande, Österreich und Belgien einen besonders hohen Anteil an Erdogan-gläubigen Wählern. Während in Deutschland und Frankreich zwei Drittel mit „Evet“, also „Ja“ stimmten, lag der Anteil der Befürworter in den übrigen drei Staaten noch höher. So votierten in Belgien 75,1 Prozent für die Verfassungsreform, in Österreich 73,23 und in den Niederlanden 71 Prozent.

Es wird noch einiger Analysen bedürfen, um den Ursachen für dieses Stimmverhalten nachzuspüren. Eine immer wieder gehörte Begründung, dass die Politik in den letzten Monaten und Wochen zu sehr die Person Erdogan attackiert habe und dadurch erst recht zu einer Art Soldarisierung beitrug, dürfte den Kern nicht wirklich treffen. Das Argument türkischer Oppositionspolitiker, wonach sich Europa durch viele Aussagen von Präsident Recep Tayyip Erdogan und insbesondere geplante Wahlkampfauftritte türkischer Regierungspolitiker provozieren ließ, ist allerdings auch nicht ganz von der Hand zu weisen. Fakt ist jedoch ebenfalls, dass schon vor zwei Jahren, bei den Parlamentswahlen etwa in Österreich die Regierungspartei AKP eine klare Stimmenmehrheit erzielte.

Viele wissen nicht, was hier politisch täglich passiert

Im Rahmen einer Diskussion auf „Servus TV“, dem Sender des Red-Bull-Produzenten Dietrich Mateschitz, fiel vor kurzem ein Schlüsselsatz, nämlich: „Viele der Türken, die bei uns und das schon seit einigen Jahren leben, wissen gar nicht, was hier in Europa täglich insbesondere auch in der Politik passiert.“ Tatsächlich wurde übersehen, dass ein Großteil der türkischen Community in der EU in einer eigenen Medienwelt lebt. Das reicht von türkischen Printmedien bis zum Satellitenfernsehen.

Hier kommt vor allem zum Tragen, dass die Regierung weitgehend die Kontrolle über die Nachrichten auf den TV-Sendern innehat. Vor allem in jenen EU-Staaten, wo der Anteil der Türken besonders hoch ist, hat man es völlig versäumt, gezielt Informationsangebote zu gestalten, um so zum besseren Verständnis der neuen und eben auch fremden Umwelt, der europäischen Gesellschaft an sich beizutragen. Ein Manko, das übrigens auch für andere Migrantengruppen zutrifft, die vor allem im Zuge des Flüchtlingsstroms der letzten beiden Jahre in einige EU-Staaten gekommen sind.

Die Reaktion der österreichischen Politik auf das türkische Verfassungsreferendum ist ziemlich einheitlich. Für Bundeskanzler Christian Kern (SPÖ) gibt es für die Türkei derzeit quasi keine Chance auf einen EU-Beitritt. Für ihn wurde mit dieser Abstimmung „de facto die Beitrittsperspektive begraben§. Vizekanzler Reinhold Mitterlehner (ÖVP) verlangt, dass die Europäische Union ihre Beziehungen zur Türkei endlich realistisch und ehrlich aufsetzen soll. Er will, dass das Festhalten an einer Beitrittsfiktion beendet wird und es stattdessen zu einem neuen Nachbarschaftsvertrag auf Augenhöhe kommt. Damit liegt Mitterlehner auf einer Linie mit seinem Außenminister Sebastian Kurz, der Ehrlichkeit im Verhältnis zwischen der EU und der Türkei verlangt. Er erhofft sich nach dem Referendum eine Bewusstseinsänderung bei jenen in der EU, die nach wie vor für einen Beitritt der Türkei sind und fordert einen Abbruch der EU-Beitrittsverhandlungen mit Ankara.

Der Delegationsleiter der ÖVP im Europäischen Parlament wehrt sich vor allem gegen Erdogans Behauptung, wonach in der Türkei nur ein Präsidialsystem wie in Frankreich oder den USA eingeführt würde. Karas zu EURACTIV: „Der Vergleich hinkt. Es wird weniger Checks and Balances geben. Das Parlament wird geschwächt. Der Präsident bekommt Super-Power über Minister, Verfassungsgericht und Gesetze“. Für den Europa-Parlamentarier geht es nun nicht nur darum, dass die Europäische Kommission prüft, ob die Türkei die Kopenhagener Kriterien überhaupt noch erfüllt, sondern dass auch der Europarat in Aktion tritt und die Ständige Monitoring Gruppe wiedereinsetzt. Deren Ziel wäre es, eine genaue und ständige Überprüfung der Umsetzung des Referendums in der Türkei in den nächsten Monaten vorzunehmen.  Herbert Vytiska EA 18

 

 

 

 

Volksabstimmung in der Türkei. Staatsministerin Özoguz warnt vor pauschaler Kritik an Deutsch-Türken

 

Kaum stand das Ergebnis der Volksabstimmung zur türkischen Verfassungsänderung fest, wurden in Deutschland lebende Türken für ihr Abstimmungsverhalten kritisiert. Unionspolitiker fordern ein Ende der EU-Beitrtittsgespräche. Integrationsbeauftragte Özoguz warnt vor pauschaler und vorschneller Kritik.

Integrations-Staatsministerin Aydan Özoguz (SPD) hat davor gewarnt, in Deutschland lebende Türken wegen ihres Abstimmungsverhaltens beim Referendum pauschal zu kritisieren. „Unter dem Strich haben nur etwa 14 Prozent aller hier lebenden Deutsch-Türken mit Ja gestimmt“, sagte Özoguz der Saarbrücker Zeitung. „Das ist klar nicht die Mehrheit. Das muss man mal zur Kenntnis nehmen.“ Die Politikerin wies darauf hin, dass die meisten Migranten gar nicht zur Wahl gegangen seien.

Das Auftreten von Nationalisten unter den Migranten sei darüber hinaus „keine Besonderheit der Deutsch-Türken, so wenig es uns gefallen kann“, erklärte Özo?uz. Das gebe es unter allen Migrantengruppen auch in anderen Ländern. Die Staatsministerin rief zur Mäßigung in der Debatte darüber auf: „Man kann das kritisieren, auch hart, aber man darf nicht immer wieder so tun, als kämen diese Menschen von einem anderen Stern.“

Forderungen aus der Union, die EU-Beitrittsgespräche zu stoppen, lehnte Özo?uz ab: „Noch bevor ein amtliches Ergebnis vorliegt, ist jede derartige Forderung überzogen und verfrüht.“ Zudem müsse abgewartet werden, was der türkische Präsident Recep Tayyip Erdo?an „mit der neuen Machtfülle macht“. Das Präsidialsystem allein sei kein Ausschlussgrund. „Die Frage ist, wie es weitergeht“, sagte die Integrationsbeauftragte der Bundesregierung.

Bundesregierung ruft Erdogan zu Dialog auf

Derweil appelliert die Bundesregierung an den türkischen Präsidenten Recep Tayyip Erdogan, „einen respektvollen Dialog mit allen politischen und gesellschaftlichen Kräften des Landes“ zu suchen. Der knappe Ausgang der Abstimmung zeige, wie tief die türkische Gesellschaft gespalten sei, hieß es in einer am Montag veröffentlichten gemeinsamen Erklärung von Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) und Außenminister Sigmar Gabriel (SPD): „Das bedeutet große Verantwortung für die türkische Staatsführung und für Präsident Erdogan persönlich.“

In dem Verfassungsreferendum am Sonntag waren die Türken aufgefordert, über eine Änderung ihrer Verfassung abzustimmen. Bereits zuvor hatten auch die in Deutschland lebenden Türken abstimmen können. Die neue Fassung räumt dem künftigen Präsidenten mehr Macht ein. Nach Auszählung aller Stimmen haben 51,4 Prozent der Wähler für eine Verfassungsänderung gestimmt. (epd/mig 18)

 

 

 

 

Interview mit Prof. Klaus J. Bade. „Es geht nicht um Migrationspolitik, sondern um grundlegende Systemfragen.“

 

Klaus J. Bade, Grenzgänger zwischen Migrationsforschung und Migrationspolitik, blickt in seinem neuen Buch zurück auf sein kritisches Engagement: von der Diskussion um die sogenannte „Gastarbeiterfrage“ in den 1980er Jahren bis zur angeblichen „Migrationskrise“ heute.

 

MiGAZIN: Sie blicken in Ihrem Buch zurück auf Ihr jahrzehntelanges Engagement als „Grenzgänger zwischen Migrationsforschung und Migrationspolitik“. Sie haben in diesem Grenzbereich mancherlei Strukturen geschaffen. Was war Ihnen dabei am wichtigsten und was wirkte am nachhaltigsten?

Klaus J. Bade: Ich lasse die vielen Enttäuschungen und Frustrationen auf diesem langen Weg hier mal weg, von denen mein Buch auch berichtet. Ich bin dankbar dafür, dass ich einige größere und bis heute existierende Organisationen ideell und konzeptionell anschieben durfte. Das reicht, um nur drei Beispiele zu nennen, von dem Osnabrücker Institut für Migrationsforschung und Interkulturelle Studien (IMIS) über den bundesweiten Rat für Migration (RfM) bis zu dem gleichermaßen bundesweit aufgestellten Sachverständigenrat deutscher Stiftungen für Integration und Migration (SVR) in Berlin. Das sind bis heute positionsstarke Strukturen, um mit unterschiedlichen Schwerpunktsetzungen und Prioritäten Migrationsforschung multi- und interdisziplinär zu vernetzen und wissenschaftlich fundierte Argumente öffentlichkeitswirksam in Stellung zu bringen.

Info: Am 21. April 2017 wird im Senatssaal der Humboldt-Universität zu Berlin das neue Buch von Klaus J. Bade „Migration – Flucht – Integration. Kritische Politikbegleitung von der ‚Gastarbeiterfrage‘ bis zur ‚Flüchtlingskrise‘. Erinnerungen und Beiträge“ vorgestellt. Es bietet einen autobiographischen Rückblick des Migrationsforschers, Politikberaters und Politikkritikers und eine Auswahl seiner publizistischen Beiträge: von der ‚Gastarbeiterfrage’ in den 1980er Jahren bis zur ‚Flüchtlingskrise’ heute. – Karlsruhe 2017 (Von Loeper Literaturverlag). 650 S., 32 EUR. (Subskriptionspreis bis 30.4.2017: € 25,-). Open Access ab 21.04.2017 unter www.imis.uni-osnabrück.de

Wir standen dabei nicht ganz allein. Es gab auch einige – anfangs sehr wenige – andere Kolleginnen und Kollegen, die sich hier früh teils wissenschaftlich, teils zusätzlich auch organisatorisch eingebracht haben. Neben den Grundlagenforschern Hartmut Esser und Hans-Joachim Hoffmann-Nowotny denke ich dabei zum Beispiel an Wilhelm Heitmeyer und Fridrich Heckmann. Heitmeyer hat das heute von Andreas Zick geleitete Bielefelder Institut für interdisziplinäre Konflikt- und Gewaltforschung (IKG) auf den Weg gebracht, Heckmann das europäischen Forum für Migrationsstudien (efms) an der Universität Bamberg. Trotz solcher Bemühungen kam die Förderung von Migrationsforschung innerhalb und außerhalb der Universitäten in Deutschland lange nur zögerlich voran…

Warum?

Bade: Anfang der 1980er Jahre galt Migrationsforschung in Deutschland noch als ein exotisches Randgebiet ohne besonderen Bedeutung, abgesehen einmal von der meist als ‚Ausländerforschung’ umschriebenen ‚Gastarbeiterforschung’, in der sich zum Beispiel die VolkswagenStiftung schon frühzeitig fördernd engagiert hatte. In den frühen 1980er Jahren war vieles von dem, was heute selbstverständlich ist, noch ein fernes Ziel: Das gilt für stabile Forschungsorganisationen, für starke Förderungen zuerst von Stiftungen, dann auch von staatlicher Seite. Es gilt für außeruniversitäre Thinktanks im Gebiet von Migration und Integration. Und es gilt an den Universitäten selbst für diverse Forschungsinstitute und heute sogar für Lehrstühle mit dem Aufgabenfeld Migrationsforschung – einem Feld, das es in den 1980er Jahren noch nicht einmal dem Namen nach gab.

Ich freue ich mich, dass es nun sogar gelungen zu sein scheint, über Stiftungsinitiativen hinaus auch mithilfe von zum Teil millionenstarken staatlichen Förderungen bundesweit vernetzte und belastbare Strukturen im Grenzfeld von Migrationsforschung, Politikberatung und kritischer Politikbegleitung zu sichern. Dabei soll das noch junge, vor allem durch die Namen Naika Foroutan, Wolfgang Kaschuba und Herbert Brücker bekannt gewordene Berliner Institut für empirische Integrations- und Migrationsforschung (BIM) eine wichtige Rolle spielen.

Das sind Verdienste von großen privaten Stiftungen und jetzt auch von staatlicher Seite. Dabei sind hier besonders die Integrationsbeauftragte der Bundesregierung Aydan Özo?uz und die Bundesfamilienministerin Manuela Schwesig hervorgetreten; übrigens sehr zum Missfallen des an sich für Forschungsförderung zuständigen Bundesministeriums für Bildung und Forschung, das hier zunächst zögerlich war, dann aber umso mehr andernorts aus eigenen Mitteln beisteuerte. Das sind Perspektiven, für die ich selber jahrzehntelang geworben habe – allerdings immer unter der Bedingung, dass dabei die Unabhängigkeit der Forschung gegenüber außerwissenschaftlichen Sponsoren gewahrt bleibt.

Also Grund zu ungeteilter Freude auf Ihrer Seite?

Bade: Nein, eben nicht ungeteilt; denn meine Freude über diesen starken Zugewinn an Forschungsförderung wird getrübt durch die Tatsache, dass dies, wieder einmal, weniger erkenntnisbegründet als krisenbedingt war: Hinter der sogenannten Flüchtlingskrise steht doch in Wahrheit eine Weltkrise, die Flüchtlinge vor die zunehmend geschlossenen Tore einer Festung Europa spült. Die Festung zielt immer mehr auf Begrenzung der Asylzuwanderung und trägt damit zu einer Art sozialdarwinistischen Migrantenauslese bei: Es gibt ohnehin eine Dominanz jener sozial besser gestellten Flüchtlinge und Wirtschaftswanderer, die sich, mit eigenen oder geliehenen Mitteln, die große Wanderung überhaupt leisten können. Die Elenden und Ärmsten der Armen haben dazu kaum eine Chance. Zu dieser sozialen kommt die physische Auslese im Blick auf den riskanten Weg zu den europäischen Grenzen und Küsten, den viele nicht überleben, die ‚erfolgreichen’ unter ihnen meist ausgeplündert, oft auch gequält und traumatisiert.

Vor einer solchen Krise und vor ihren auch für Europa selbst gefährlichen Folgen haben wir seit Jahrzehnten vergeblich gewarnt. Literaturkenntnis schützt vor Neuentdeckungen. Heute hat Politik in der Festung Europa die Folgen der globalen Krise auch für die Festung selbst entdeckt. Sie düngt vor diesem Krisenhintergrund die Forschungsfelder Migration und Integration mit wachstumsförderndem Geld. Das geschieht auch in der trügerischen Hoffnung, dass Forschung „Lösungen“ für die immer drängender werdenden Migrationsprobleme entwickeln möge.

Warum ist diese Hoffnung trügerisch?

Bade: Migration ist keine „Herausforderung“, die durch Migrationspolitik „gelöst“ oder sogar „bewältigt“ werden kann; denn „Migrationspolitik“ ist meist nur ein Kurieren an Symptomen, Begleitumständen und Folgeerscheinungen. Es geht doch um die weltwirtschaftlichen und weltgesellschaftlichen Ursachen dieser globalen Bewegungen und damit im Kern nicht um Migrationspolitik, sondern um grundlegende, genauer gesagt grundstürzende Systemfragen.

„Dieses System tötet“, hat der mutige, aus der nichtmarxistischen südamerikanischen Befreiungstheologie stammende Papst Franziskus gesagt. Vom „Raubtierkapitalismus“ hat der verstorbene sozialdemokratische Alt-Bundeskanzler Helmut Schmidt gesprochen. Beide ruderten wahrhaftig nicht im gleichen Boot. Aber ihre Worte zielten in die gleiche Richtung: Wir müssen zu globaler Fairness finden. Wir müssen global teilen lernen. Spenden kann Teilen nicht ersetzen. Denn Spenden hat mit Teilen so wenig zu tun wie Nächstenliebe und Barmherzigkeit mit sozialer Gerechtigkeit.

Erst recht keine „Lösung“, sondern ein historischer Skandal sind faule Verträge mit oft selbst fluchtgenerierenden Despoten in den Ausgangsräumen und mit kleptokratischen politischen „Eliten“ in den Transitstaaten. Gegen Geld, Förderungen im Sicherheitsbereich und andere zweifelhafte Leistungen sollen sie Wirtschaftswanderern und durch Krisen mobilisierten Flüchtlingen den Weg nach Europa verlegen und aus Europa abgeschobene „illegale“ Zuwanderer als menschliche Handelsware wieder „zurücknehmnen“. Der nordafrikanische Flüchtlingshändler Gaddafi und der Politmafioso Berlusconi lassen grüßen.

Außerdem gibt es hier eine Art Krisenschaukel: Die Angst vor Migration provoziert umso mehr den Einsatz von Migration als Waffe. Politik muss also noch einiges lernen in diesem viel zu lange sträflich vernachlässigten Handlungsfeld. Die neue Forschungsförderung kann im Ergebnis zu solchen Lernprozessen beitragen, wenn politisch-taktische Rechthaberei nicht die Lernfähigkeit blockiert. Überzeugungsarbeit wird hier nicht einfach sein, weil Lernbereitschaft auch das retrospektive Zugeständnis eigenen Versagens einschließt. Ich wünsche den jüngeren Kolleginnen und Kollegen Erfolg und viel Stehvermögen auf diesem Weg.

Sie haben im Bereich dessen, was Sie „Angewandte Migrationsforschung“ nennen, mancherlei Signalbegriffe geprägt…

Bade: „Angewandte Migrationsforschung“ meint im Deutschen das, was im anglophonen Sprachraum „Applied Migration Research“ genannt wird. Angewandte Migrationsforschung zielt auf die verschiedensten Bereiche der praktischen Gestaltung, zu denen auch, aber keineswegs nur die politische Gestaltung gehört. Diese stark interdisziplinäre Forschungsrichtung erhebt nicht den expertokratischen Anspruch, Wissenschaft könnte in Migrationsfragen „Lösungskonzepte“ erarbeiten, die dann auf kommunaler, nationaler, internationaler und globaler Ebene nur noch umzusetzen wären. Das wäre nicht nur verwegen, sondern auch absurd; denn Migration ist kein Problem, das man „lösen“ kann. Es ist eine Dynamik, die man nur gestaltend begleiten und in ihren Ursachen dort begrenzen kann, wo es um mehr oder minder unfreiwillige Wanderungen geht, also insbesondere bei Flucht aus Krisen- und Kriegsgebieten und bei wirtschaftlich oder zunehmend auch klimatisch bedingten Überlebenswanderungen.

Angewandte Migrationsforschung kann zum Beispiel für Politik und Kommunen vorhandene oder erwartbare Probleme in Sachen Migration, Flucht und Integration analysieren und die für anstehende Gestaltungsaufgaben unabdingbaren Bestandsaufnahmen liefern. Sie kann Interdependenzen in den Gestaltungsfeldern aufzeigen und Handlungsoptionen freilegen. Sie kann potentielle nichtintendierte Folgen politischen Handelns diskutieren. Sie kann ferner zeigen, dass wegen der Eigendynamik von Migrations- und Integrationsprozessen auch Wegducken und Nichthandeln bei Entscheidungs- und Handlungsbedarf sehr folgenreich sein können. Dabei geht es nicht nur um empirische Migrationsforschung. Historische Erfahrungen und die Kenntnis von aus der Vergangenheit in die Gegenwart hineinragenden Entwicklungslinien und Folgeproblemen sind nicht minder hilfreich für ein zureichendes Verständnis aktuell anstehender und erwartbarer Probleme.

Wichtig ist dabei, keine Erkenntnismonopole zu beanspruchen und die Regelsysteme, in denen praktische Gestaltung abläuft oder auch eingeklemmt ist, ebenso zu beachten wie die unterschiedlich ausgeprägten Grenzen der Gestaltbarkeit, sofern der Hinweis darauf nicht nur Ausflucht aus mangelnder Gestaltungsbereitschaft ist. Das heißt auch, Politik nicht wissenschaftlich gering zu achten, aber auch nicht zu überfordern; denn sie operiert in einem ganz anderen, von den verschiedensten Kräftekonkurrenzen, von schwer kalkulierbaren Gelegenheitsstrukturen und auch von schieren Zufällen beeinflussten und begrenzten Bewegungsfeld.

Was haben Sie in diesem Zusammenhang mit Ihrem Begriff des „doppelten Dialogs“ gemeint?

Bade: Gemeint war damit die in Sachen Migration und Integration zunächst lange wenig ausgeprägte interdisziplinäre Kommunikation zwischen verschiedenen wissenschaftlichen Fachgebieten bzw. Forschungsrichtungen. Gemeint war zusätzlich der Dialog zwischen interdisziplinär kommunizierender Wissenschaft und Vertretern der verschiedensten Praxisfelder, zu denen auch die politische Gestaltung gehört.

Im Auge behalten musste man dabei von Beginn an die Gefahr von Umarmungstendenzen auf beiden und zwischen beiden Seiten: Interdisziplinarität im Bereich der Wissenschaft darf nicht dazu führen, dass alle den multidisziplinären Kanon selber singen wollen, statt sich auf den eigenen Einsatz bzw. die eigene Melodie zu konzentrieren, anders gesagt: Wenn sich alle zum Beispiel gegenseitig bescheinigen, Rechts-, Wirtschafts-, Kultur- und Sozialwissenschaftler zugleich zu sein, dann können sie nichts mehr voneinander lernen. In der interdisziplinären Kommunikation haben Zugehörige unterschiedlicher Fachgebiete und Forschungsrichtungen mehr voneinander, wenn sie bleiben, was sie sind: Vertreter unterschiedlicher, sich aber multi- und interdisziplinär ergänzender wissenschaftlicher Ansätze und Forschungsfragen.

Das Gleiche gilt für einen unreflektierten Schulterschluss zwischen Wissenschaft und Praxis: Es nützt niemandem, wenn sich in kollektivem Mummenschanz Wissenschaftler als Praktiker und Praktiker als Wissenschaftler verkleiden. Viele von uns waren und sind zwar in beiden Feldern tätig, aber die Grenzen müssen dennoch gewahrt bleiben, um besser voneinander und miteinander lernen zu können.

Und wie kam es zu Ihrem Begriff der ‚Kritischen Politikbegleitung’?

Bade: Das war die Antwort auf Frustrationen durch die auch über die 1980er Jahre hinaus lange anhaltende politische Erkenntnisverweigerung: Was wissenschaftlich nachweisbar war, wurde von vermeintlich höherer politischer Warte aus oft borniert dementiert. Das galt zum Beispiel für die wissenschaftlich aber auch im interkulturellen Alltag unverkennbaren und auf der letztlich immer entscheidenden kommunalen Ebene auch durch pragmatische Integrationspolitik gestalteten Wege zu „Einwanderungsland“ und „Einwanderungsgesellschaft“. Diese Wege wurden auf der Bundesebene lange und im Grunde bis zur rotgrünen Koalition politisch oft nicht nur nicht fördernd begleitet, sondern sogar nachhaltig behindert. Wenn man in den 1980er Jahren einem Minister oder einem leitenden Ministerialbeamten sagte, man habe in Sachen Gesellschaftspolitik eine Idee, dann konnte man dem Sinne nach hören: Und ich habe ein Regal mit der Aufschrift “Wissenschaftliche Ideen“. Man spürte buchstäblich, dass man im Grunde nur für politische Archivregale schrieb.

Es gab unterschiedliche Reaktionen auf solche Erfahrungen: Der Soziologe Hartmut Esser hat sich einmal für längere Zeit ganz aus dem von ihm im Zusammenhang der „Gastarbeiterfrage“ schon frühzeitig beackerten Forschungs- und Beratungsfeld zurückgezogen und sich zunächst wieder auf die Grundlagenforschung konzentriert, weil, wie er mir mitteilte, Politik offenbar nicht lernfähig sei. Der Politologe Dieter Oberdörfer hat immer wieder politikkritische Eingaben in Sachen Migration und Integration “nur für die Akten“ geschrieben, damit, wie er mir einmal sagte, später nicht der Eindruck entstünde, Wissenschaft habe sich hier nicht rechtzeitig zu Wort gemeldet. Ich selber habe dafür votiert, die Strategie zu ändern und als Wissenschaftler nicht mehr direkte Politikberatung anzubieten, sondern kritische Informationen über und für Politik sowie für die weitere Öffentlichkeit auf dem Umweg über die Medien zu präsentieren.

Das hatte für Politik, die gerade hier sehr verletzlich ist, mitunter den Charakter einer lästigen Pression, war aber durchaus erfolgreich. Das zeigt zum Beispiel der Sachverständigenrat deutscher Stiftungen für Integration und Migration, dem ich als Gründungsvorsitzender diese Strategie konzeptionell in die Wiege gelegt habe der heute gern gesehener Gast in mit Migration und Integration befassten Ministerien ist; denn er ist, zusammen mit seinem Forschungsbereich, nicht nur fachlich breit aufgestellt, exzellent sachkundig und unabhängig, sondern kann für Politik in seiner viel beachteten Außenwirkung nötigenfalls auch unangenehm oder sogar gefährlich werden. Dabei gibt es natürlich schwimmende Grenzen: Aus kritischer Politikbegleitung in Distanz zur Politik kann auch politiknahe Beratung werden und umgekehrt.

Was würden Sie, rückblickend betrachtet, in der strategischen Kommunikation zwischen Migrationsforschung und Migrationspolitik heute anders machen?

Bade: Gute Frage. Ich war in der Öffentlichkeitsarbeit ja nicht ganz unerfahren, als ich dieses Terrain betrat; denn ich hatte mein Studium durch Arbeit für eine Frankfurter Public-Relations-Agentur finanziert. Ich wusste also, wie man Ideen öffentlich in Stellung bringt. Aber ich war hier vielleicht nicht konsequent genug: Ich habe, um nur zwei Beispiele zu nennen, einerseits Kontakte zu Sensationsmedien gemieden und andererseits einen an sich sehr öffentlichkeitswirksamen Bereich persönlich immer ausgespart: die sogenannten Talk-Shows. Ich hasse es, vor der Kamera applausorientiert mit Schlagworten und vorgefertigten Pointen zu hantieren. Ich habe entsprechende Einladungen deshalb immer abgelehnt, abgesehen von Ausnahmen wie zum Beispiel der „Phoenix-Runde“, bei der es kein Publikum gab.

Diese Zurückhaltung war, rückblickend betrachtet, vielleicht nicht hilfreich in der Sache. Denn wenn man den Markt der Meinungen erreichen will, muss man auch weniger angenehme Medien einbeziehen. Aber ich bin hier nur bedingt lernfähig und würde mich, wenn ich lebensgeschichtlich die Chance dazu hätte, hier wohl kaum anders verhalten.

Sie haben nicht nur in der Forschung, sondern auch in der öffentlichen Diskussion viele Spuren hinterlassen. Seit 2016 haben Sie sich nach jahrzehntelangem Engagement weitgehend aus der aktuellen Tagesdebatte in den Medien zurückgezogen. Was war der Grund?

Bade: Um gegen erhebliche Widerstände dicke Bretter zu bohren, muss man in Wort und Schrift sehr oft das gleiche sagen. Ich wiederhole mich auf die Dauer ungern. Was ich zu sagen hatte, habe ich oft genug gesagt. Was es darüber hinaus zu sagen gibt, können andere ebenso gut. Deshalb habe ich seit 2016 bei Medienanfragen, von wenigen Ausnahmen abgesehen, immer auf jüngere Kolleginnen und Kollegen verwiesen. Das wird auch so bleiben. Aber Ausnahmen bestätigen die Regel: In meiner MiGAZIN-Kolumne ‚Bades Meinung’ zum Beispiel werde ich mich auch weiterhin gelegentlich zu Wort melden.

Das freut uns, vielen Dank. MiG 5

 

 

 

 

Debatte um Doppelpass. Vererbung der zweiten Staatsangehörigkeit steht infrage

 

Die Debatte um die doppelte Staatsbürgerschaft hält seit dem Verfassungsreferendum in der Türkei an. In Diskussion ist ein sogenannter Generationenschnitt, der die Vererbung der zweiten Staatsangehörigkeit auf wenige Generationen begrenzt. VON Corinna Buschow

 

Seit dem Verfassungsreferendum in der Türkei ist angesichts des Wahlverhaltens der Deutsch-Türken die Debatte um den Doppelpass wieder aufgeflammt. Unionspolitiker stellen erneut die seit 2014 geltende Rechtslage infrage, nach der in Deutschland geborene Kinder von Ausländern in der Regel zwei Pässe behalten dürfen. Konkret diskutiert wird ein neues Modell, das die Vererbung der zweiten Staatsangehörigkeit auf wenige Generationen begrenzen soll.

In Deutschland lebten nach Angaben des Statistischen Bundesamtes 2015 rund 1,7 Millionen Menschen, die neben dem deutschen Pass noch den eines anderen Landes hatten. Bei rund 740.000 Einwohnern war die zweite Staatsangehörigkeit die eines anderen EU-Landes. 246.000 Menschen hatten zusätzlich zum deutschen einen türkischen, 228.000 einen russischen Pass. 555.000 Doppelstaatler sind der Statistik zufolge als Deutsche geboren, haben ihre beiden Pässe also „geerbt“ und keine eigene Einwanderungsgeschichte.

Wer sich in Deutschland einbürgern lassen will, muss nach geltendem Recht seine alte Staatsangehörigkeit aufgeben. Ausnahme sind EU-Bürger und Menschen aus Staaten, die ihre Bürger nicht aus der Staatsangehörigkeit entlassen. In Deutschland geborene Kinder von Ausländern erhalten zwei Pässe. Die frühere Optionspflicht, nach der sie sich als junge Erwachsene für eine Staatsbürgerschaft entscheiden mussten, wurde 2014 weitgehend abgeschafft. In der Regel dürfen sie nun beide Pässe behalten – und wiederum vererben.

CDU-Parteitag gegen Doppelpass

Der CDU-Parteitag im Dezember 2016 sprach sich nun wieder für die Abschaffung dieser Regelung aus. Und auch der Sachverständigenrat deutscher Stiftungen für Integration und Migration kritisierte sie – allerdings aus anderen Gründen. Die Integrationsexperten bemängeln es als widersprüchlich, dass Eingebürgerte, die für den Erhalt des deutschen Passes hohe Hürden zu überwinden haben, ihre alte Staatsangehörigkeit aufgeben müssen, während in Deutschland Geborene sie unter weniger Bedingungen behalten dürfen.

Bereits 2014 schlug der Expertenrat deswegen den sogenannten Generationenschnitt vor, der einerseits auch Eingebürgerten erlauben soll, den ursprünglichen Pass zu behalten. Andererseits soll er das grenzenlose Vererben zweier oder noch mehr Staatsbürgerschaften verhindern, indem Kinder von Ausländern oder Doppelstaatlern nach zwei oder mehr Generationen nicht mehr automatisch den anderen Pass erhalten.

Für das Modell plädieren inzwischen auch Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) und mehrere Parteikollegen. Vor der Bundestagswahl am 24. September, stellte Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) nach dem Parteitag im Dezember klar, solle das Staatsangehörigkeitsrecht aber nicht mehr geändert werden.

Jüngere mehrheitlich für Doppelpass

Einer aktuellen Umfrage zufolge ist eine Mehrheit der Deutschen gegen die Möglichkeit einer doppelten Staatsbürgerschaft: Fast sechs von zehn Bundesbürgern (58 Prozent) lehnen den Doppelpass aktuell ab, wie aus einer am Freitag veröffentlichten ARD-Umfrage hervorgeht. Gut jeder dritte Deutsche (35 Prozent) befürwortet dagegen die doppelte Staatsbürgerschaft. Das Institut Infratest dimap befragte im Auftrag des ARD-„Morgenmagazins“ am Montag und Dienstag 934 Wahlberechtigte.

Am größten ist die Zustimmung zum Doppelpass der Umfrage zufolge unter den Anhänger der Grünen (58 Prozent) und der Linken (55 Prozent). Von den AfD-Anhängern sind dagegen 84 Prozent gegen die doppelte Staatsbürgerschaft, auch Anhänger der Union (68 Prozent) und der FDP (65 Prozent) lehnen den Doppelpass mit großer Mehrheit ab.

Sehr verschieden ist die Haltung zur doppelten Staatsbürgerschaft auch zwischen den Generationen: Von den über 65-jährigen Deutschen sind 73 Prozent gegen den Doppelpass und nur 20 Prozent dafür. Ganz anders denken die 18- bis 34-Jährigen: Von ihnen befürworten 48 Prozent die Möglichkeit einer doppelten Staatsbürgerschaft, dagegen sind 43 Prozent. (epd/mig 21)

 

 

 

 

Grüne präsentieren Vorschlag für Einwanderungsgesetz

 

Aufenthaltserlaubnis schon zur Jobsuche, garantierter Familiennachzug, Wechsel vom Asylstatus zum eingewanderten Facharbeiter möglich: Mit den bisher weitgehendsten Vorschlägen wollen die Grünen die Debatte um ein Einwanderungsgesetz neu entfachen.

Am Dienstag präsentierten die Fraktionsvorsitzende der Grünen im Bundestag, Katrin Göring-Eckardt, und der Abgeordnete Volker Beck dazu in Berlin einen Entwurf für ein Einwanderungsgesetz. Aus dem Aufenthaltsgesetz wollen sie ein „Gesetz zur Förderung der Einwanderung und Integration von Ausländern“ machen. Deutschland sei ein Einwanderungsland und brauche deswegen ein Einwanderungsgesetz, sagte Göring-Eckardt.

Ziel der Grünen sei es, bestehende Regeln unbürokratischer zu machen, zu liberalisieren und zu vereinfachen, erklärte sie. Kernstück des Vorschlags ist die sogenannte Talentkarte. Qualifizierte sollen damit nach Deutschland kommen dürfen. Selbst wenn sie dann noch keinen Job haben, ermöglicht der einjährige Status die Suche danach. Soziale Unterstützung gibt es für die Zeit aber keine. Findet der Karteninhaber nach einem Jahr keine Stelle, die seinen Lebensunterhalt sichert, darf er nicht bleiben. Hat er eine unbefristete Anstellung oder ist erfolgreich selbstständig, bekommt er einen Daueraufenthalt.

Kommission soll über Einwanderung entscheiden

Wie viele Fachleute, mit welchen Qualifikationen und wie guten Deutschkenntnissen nach Deutschland kommen dürfen, soll nach den Plänen der Grünen die Bundesregierung auf Grundlage der Empfehlung einer neu einzurichtenden Kommission entscheiden. Göring-Eckardt und Beck wollten keine Größenordnung der jährlichen Zuwanderung nennen. Beck sagte allerdings, dass er das im SPD-Vorschlag für ein Einwanderungsgesetz genannte Limit von 25.000 im ersten Jahr für zu gering halte.

Die Grünen wollen außerdem mit Verweis auf die Integration erlauben, dass die Familie der Fachkräfte von Anfang an auch ohne den Nachweis von Deutschkenntnissen mit nach Deutschland kommen darf. Zudem wollen sie die Einwanderung für Aus- und Weiterbildung vereinfachen. Die Einbürgerung soll nach ihren Plänen künftig bereits nach fünf statt bislang acht Jahren möglich sein und die Grünen wollen dabei den Doppelpass grundsätzlich erlauben. Auch wenn die Talentkarte mit dem dahinter stehenden Punktesystem dem SPD-Vorschlag zum Einwanderungsgesetz ähnelt, gehen die Grünen damit viel weiter.

Spurwechsel vom Asylstatus zum Aufenthaltstitel

Dazu gehört auch der mögliche sogenannte Spurwechsel vom Asylstatus zum Aufenthalt zum Zweck der Arbeit, den das deutsche Recht bislang ausschließt. Zudem wollen die Grünen die Vorrangprüfung abschaffen, nach der vor der Besetzung einer Stelle mit einem Ausländer zunächst geklärt werden muss, ob nicht ein geeigneter Bewerber aus Deutschland oder einem anderen EU-Land zur Verfügung gestanden hätte.

Ihren Entwurf verstehen die Grünen als Beitrag in der Debatte um ein Einwanderungsgesetz, das auch die SPD fordert, die Union bislang ablehnt. Es könnte ein Thema im Wahlkampf werden. Für die im Sommer ablaufende Wahlperiode ist jedenfalls keine Entscheidung des Gesetzgebers darüber mehr zu erwarten. (epd/mig 5)

 

 

 

Jugendarbeitslosigkeit in Italien: Ein Netzwerk zur beruflichen Bildung

 

Noch vor wenigen Jahren lag die Jugendarbeitslosigkeit in Italien bei 45 Prozent. Auch wenn weitreichende Reformen die Situation seitdem verbessert haben, hat sich im Süden des Landes die Lage kaum entspannt. Ein Projekt des Goethe-Instituts und der Stiftung Mercator soll nun jungen Menschen in Süditalien den Einstieg in das Berufsleben erleichtern.

Um dieses Ziel zu erreichen, bauen das Goethe-Institut, seine italienischen Partner und die Stiftung Mercator ein Bildungsnetzwerk in Apulien und der Basilikata auf, das Schulen, Unternehmen, Institutionen und Jugendarbeit verbindet. Mehr denn je gilt es, die Bereitschaft seitens der Betriebe zu fördern, Jugendliche auszubilden und ein Übergangsmanagement zwischen Schulen und Betrieben aufzubauen. Der Projektsitz in Italien befindet sich in Rom und Bari. Zusätzlich wird in Brüssel eine Koordinierungsstelle aufgebaut, die die Aufgabe hat, Erfahrungen von 20 europäischen regionalen Bildungsnetzwerken auszuwerten und konkrete Handlungsempfehlungen zu erarbeiten. Die Stiftung Mercator hat in ihrer Beiratssitzung für dieses Projekt 1,8 Millionen Euro genehmigt. Das Goethe-Institut, die Regionen Apulien und Basilikata sowie weitere Partner geben zusätzliche 2,2 Millionen Euro dazu.

Hintergrund

Schon seit 2012 engagiert sich das Goethe-Institut mit dem Projekt „Mit Deutsch in den Beruf“ in ganz Südwesteuropa, um den Expertenaustausch zur dualen Ausbildung zu verstärken. In den letzten Jahren hat sich in Italien viel getan: Durch weitreichende Arbeitsmarkt- und Bildungsreformen wurde das italienische Schulsystem reformiert. Ein Wechsel des Lernortes zwischen Schule und Betrieb in den letzten drei Schuljahren ist nun Pflicht. Ein vorgesehenes Betriebspraktikum umfasst in den berufsbildenden Schulen mindestens 400 Stunden, in den Gymnasien mindestens 200 Stunden. Es handelt sich dabei nicht um eine duale Ausbildung nach deutschem Vorbild, sondern eher um ein Programm zur Berufsorientierung. Im Mai 2016 haben die Bildungs- und Arbeitsministerien Italiens und Deutschlands eine gemeinsame Absichtserklärung unterzeichnet, in der es u.a. um Modelle der Berufsorientierung und der Förderung des Einstiegs in den Arbeitsmarkt sowie um die Verbesserung der Berufsausbildung in Schule und Betrieb auf Basis dualer Ansätze geht.

Über die Stiftung Mercator

Die Stiftung Mercator ist eine private, unabhängige Stiftung. Sie strebt mit ihrer Arbeit eine Gesellschaft an, die sich durch Weltoffenheit, Solidarität und Chancengleichheit auszeichnet. Dabei konzentriert sie sich darauf, Europa zu stärken, den Bildungserfolg benachteiligter Kinder und Jugendlicher insbesondere mit Migrationshintergrund zu erhöhen, Qualität und Wirkung kultureller Bildung zu verbessern, Klimaschutz voranzutreiben und Wissenschaft zu fördern. Die Stiftung Mercator steht für die Verbindung von wissenschaftlicher Expertise und praktischer Projekterfahrung. Als eine führende Stiftung in Deutschland ist sie national wie international tätig. Dem Ruhrgebiet, der Heimat der Stifterfamilie und dem Sitz der Stiftung, fühlt sie sich besonders verpflichtet.

Über das Goethe-Institut

Das Goethe-Institut ist das weltweit tätige Kulturinstitut der Bundesrepublik Deutschland. Mit 159 Instituten in 98 Ländern fördert es die Kenntnis der deutschen Sprache im Ausland, pflegt die internationale kulturelle Zusammenarbeit und vermittelt ein aktuelles Deutschlandbild. Durch Kooperationen mit Partnereinrichtungen an zahlreichen weiteren Orten verfügt das Goethe-Institut insgesamt über rund 1.000 Anlaufstellen weltweit.

Weitere Informationen finden Sie unter:  www.stiftung-mercator.de

www.goethe.de, www.goethe.de/italien/deutschundberuf  de.it.press

 

 

 

Ehe nur noch ab 18. Kabinett bringt Verbot von Kinderehen auf den Weg

 

Ehen von Minderjährigen soll es in Deutschland nicht mehr geben. Das Bundeskabinett hat ein entsprechendes Gesetz auf den Weg gebracht. Es argumentiert mit dem Kindeswohl. Verbände sehen das mit der Neuregelung in Einzelfällen aber auch gefährdet.

In Deutschland sollen Ehen von Minderjährigen künftig in aller Regel verboten sein. Das Bundeskabinett beschloss am Mittwoch einen Gesetzentwurf, der vor allem auf im Ausland geschlossene Ehen mit jungen Mädchen zielt. Auch unter 16-Jährige seien betroffen, erklärte Bundesjustizminister Heiko Maas (SPD), aus dessen Haus die Regelung stammt. Ehen so junger Minderjähriger sollen künftig pauschal für nichtig erklärt werden. Bei 16- und 17-Jährigen sollen Familiengerichte die Ehen nach einer Anhörung aufheben, wobei in besonderen Fällen Ausnahmen zugelassen werden. Menschenrechtler und Kinderrechtsorganisationen begrüßten zwar den Entwurf im Grundsatz. Gegen den Plan, Ehen von Kindern ohne Prüfung für nichtig zu erklären, erheben sie aber Einwände.

Eine pauschale Nichtigkeitserklärung habe große Rechtsunsicherheiten zur Folge, erklärte das Deutsche Institut für Menschenrechte. Die Aufhebung auch bei unter 16-Jährigen nach einem Verfahren vor einem Familiengericht hätte den Vorteil, dass Rechte, die sich für Eheleute und die in der Ehe gezeugten Kinder ergeben, bestehen blieben. Das Deutsche Kinderhilfswerk äußerte sich ähnlich und verwies auf Unterhalts- und Erbschaftsansprüche. „Ob die Aufhebung der Ehe dem Kindeswohl dient, kann nur in einem gerichtlichen Verfahren festgestellt werden“, erklärte auch die Rechtspolitikerin der Grünen, Katja Keul.

Auch die Caritas ist skeptisch. Eheschließungen könnten im Ausland vielfältige Ursachen haben. Ein Grund sei beispielsweise Krieg im Herkunftsland, so dass die Ehe verbunden sei mit der Hoffnung auf Schutz und materielle Versorgung der Frauen. Eine Nichtigkeitserklärung könne den Verlust von Sicherheit und Ausgrenzung der betroffenen Frauen bedeuten. Der Unabhängige Missbrauchsbeauftragte Johannes-Wilhelm Rörig sieht dagegen in den Plänen vor allem einen Schutz für Minderjährige: „Ehe darf kein Freibrief sein, um Sex mit Minderjährigen zu rechtfertigen“, sagte er.

Generelle Ehemündigkeit ab 18

Justizminister Maas erklärte, das Wohl der betroffenen Minderjährigen solle im Mittelpunkt stehen. Gleichzeitig betonte er: „Kinder gehören nicht vor das Standesamt und auch nicht an den Traualtar.“

Mit dem Gesetzentwurf wird auch im deutschen Recht das Ehemündigkeitsalter auf 18 Jahre heraufgesetzt. Bislang mögliche Ausnahmen für Jugendliche ab 16 sind dann nicht mehr erlaubt. Die Aufhebung von im jüngeren Alter geschlossenen Ehen soll auch für im Ausland eingegangene Ehen gelten. Zudem sieht Maas ein Verbot für Fälle vor, in denen trotz des Verbots der staatlichen Ehe eine Heirat etwa im Rahmen einer religiösen Zeremonie vollzogen wird. Solche Trauungen sollen mit einem Bußgeld geahndet werden können. Das Gesetz soll nach den Plänen der Koalition noch vor der Sommerpause im Bundestag verabschiedet werden. (epd/mig 6)

 

 

 

NRW. Mehr als sieben Millionen Euro für ehrenamtliches Engagement in der Flüchtlingshilfe

 

Mit dem Landesprogramm KOMM–AN NRW stärkt NRW auch 2017 das freiwillige Hilfeangebot für geflüchtete Menschen

In Nordrhein-Westfalen engagieren sich viele tausend Bürgerinnen und Bürger ehrenamtlich für die Integration und Teilhabe von geflüchteten und neu zugewanderten Menschen. In Flüchtlingsinitiativen, Nachbarschaftsgruppen, Sportvereinen, bei Trägern der freien Wohlfahrtspflege sowie in christlichen, islamischen und jüdischen Gemeinden tragen die Freiwilligen wesentlich zur sozialen Eingliederung der Neuankömmlinge bei. Integrationsminister Rainer Schmeltzer sieht in dem Engagement den Ausdruck der Weltoffenheit und der Bereitschaft der Menschen, sich aktiv für Demokratie einzusetzen: „Bund, Länder und Kommunen haben in den vergangenen drei Jahren viel geleistet, um geflüchtete Menschen angemessen aufzunehmen, unterzubringen und sie erfolgreich zu integrieren. Diese Anstrengungen wären nicht so erfolgreich gewesen, hätten die vielen Freiwilligen vor Ort ihre Tatkraft, ihre Zeit und ihr Wissen nicht eingebracht, damit sich die neu zugewanderten Menschen bei uns orientieren, zurechtfinden und wohlfühlen können. Deshalb werden wir auch in diesem Jahr das erfolgreiche Programm ‚KOMM-AN NRW‘ fortsetzen.“

Das Programm wird seit 2016 vom Integrationsministerium gefördert und über die Kommunalen Integrationszentren der Kreise und kreisfreien Städte koordiniert. Das Land stellt zur Unterstützung des ehrenamtlichen Engagements insgesamt 7,05 Millionen Euro bereit. Die betreffenden 53 Kreise und kreisfreien Städte des Landes erhalten zurzeit die Förderbescheide. Von dort wird das Geld an die Träger beziehungsweise die Initiativen weitergeleitet.

Weitere Informationen finden Sie unter https://www.mais.nrw/komm-nrw   

Nrw 11

 

 

 

Kabinettsbeschluss. Bundesregierung will Kindergeld für viele EU-Ausländer kürzen

 

EU-Ausländer, deren Kinder im Ausland leben, sollen in Zukunft weniger Kindergeld erhalten. Maßstab sollen die jeweiligen Lebenshaltungskosten im Mitgliedsstaat sein. Kritik erntet der Vorstoß beim Deutschen Gewerkschaftsbund und bei den Grünen.

In Deutschland arbeitende EU-Ausländer, deren Kinder in einem EU-Land mit niedrigeren Lebenshaltungskosten leben, sollen nach dem Willen der Bundesregierung weniger Kindergeld erhalten. Das Bundeskabinett beschloss am Mittwoch ein Eckpunkte-Papier, nach dem die Höhe des Kindergelds an die Lebenshaltungskosten des EU-Wohnsitzes des Kindes angepasst werden soll.

Regierungssprecher Steffen Seibert betonte nach der Kabinettssitzung, die Bundesregierung bekenne sich zur Personenfreizügigkeit als einem der Grundpfeiler der EU. Die konkrete Ausgestaltung dieser Freizügigkeit müsse jedoch „aktuellen Entwicklungen und tatsächlichen Umständen“ angepasst werden.

Wenn die Höhe des Kindergeldes und die Lebenshaltungskosten im EU-Mitgliedsstaat, in dem das Kind wohnt, nicht zusammenpassten, könne dies zu Ungleichgewichten führen, sagte Seibert. Um das Vorhaben umzusetzen, sei allerdings eine EU-rechtliche Grundlage nötig. Die Bundesregierung fordere deshalb die EU-Kommission auf, einen entsprechenden Vorschlag vorzulegen.

DGB: Kürzung folgt Vorurteilen

Heftige Kritik kam vom Deutschen Gewerkschaftsbund (DGB). Der Ansatz folge „Vorurteilen gegenüber hier lebenden ausländischen Mitbürgern“, erklärte DGB-Vorstandsmitglied Stefan Körzell. Die Regierungspläne stünden im Widerspruch zur Arbeitnehmerfreizügigkeit der EU.

Nach Auffassung der Grünen-Familienexpertin Franziska Brantner würde die Bundesregierung mir ihren Plänen Menschen unter anderem aus Polen, Rumänien und Tschechien diskriminieren, die in Deutschland Steuern zahlen. Dies sei ein „Zeichen der Abschottung“, kritisierte sie. (epd/mig 14)

 

 

 

 

Islamgesetz. Staatsrechtler Di Fabio: „Sonderregelungen sind immer ein Problem“

 

Das von Unionspolitikern geforderte Islamgesetz erntet beim ehemaligen Verfassungsrichter Di Fabio Kritik. Sonderregelungen für eine Religionsgemeinschaft seien immer problematisch.

Der Staatsrechtler und ehemalige Verfassungsrichter Udo Di Fabio hat sich gegen ein Islamgesetz gestellt. „Das Grundgesetz verpflichtet den Staat zu religiöser und auch weltanschaulicher Neutralität“, sagte Di Fabio der Tageszeitung Die Welt. Deshalb seien „Sonderregelungen für eine Religionsgemeinschaft immer ein Problem.“ Das deutsche Religionsverfassungsrecht gelte auch für den Islam, sagte der Professor für Öffentliches Recht an der Universität Bonn.

Vor allem Politiker aus der Union hatten ein eigenes Gesetz über Regeln für Muslime in Deutschland gefordert, das unter anderem Regeln für die Ausbildung von Imamen enthalten soll. Andere prominente Christdemokraten wie NRW-Parteichef Armin Laschet äußerten sich skeptisch. Ablehnung kam ebenfalls aus der SPD und von den Grünen. Die Bundesregierung stellte bereits klar, dass sie keinen Anlass für ein eigenes Islamgesetz sehe.

„Islamische Gemeinden können öffentlich-rechtlichen Status erringen, wie solche des christlichen oder jüdischen Glaubens. Sie können Zuschüsse bekommen, wenn sie Kindereinrichtungen oder Schulen betreiben, dürfen Religionsunterricht an öffentlichen Schulen anbieten“, so Di Fabio. Das sei eine weit ausgestreckte Hand des neutralen Staates. Gleichzeitig warnte er: „Die Lenkung muslimischer Gemeinden durch fremde Regierungen passt allerdings nicht in diese Welt.“

(dip 11)

 

 

 

Sprachbarrieren & Kulturschocks: Nährstoffmangel bei Schwangeren und Müttern in Flüchtlingsheimen

 

Masterarbeiten der Universität Hohenheim analysieren Gesundheit, Nährstoffversorgung und Zugänge zu Lebensmitteln von Flüchtlingen

Obwohl es in Deutschland nicht an einer Vielfalt an Lebensmitteln aus aller Welt fehlt, weisen vor allem schwangere Frauen und junge Mütter in Gemeinschaftsunterkünften für Asylsuchende Mangelerscheinungen auf. Der Grund dafür sind neben den sprachlichen Barrieren die ungewohnte Präsentation der Speisen, sowie das fehlende Wissen, wo spezielle Nahrungsmittel wie beispielsweise Hal?l-Fleisch zu finden ist. Drei Studentinnen der Unversität Hohenheim im Masterkursprogramm Environmental Protection and Agricultural Food Production und Molekulare Ernährungswissenschaft haben Flüchtlinge aus Syrien, Afghanistan, Iran, Irak, Pakistan, Nigeria, Eritrea und Gambia zu ihrer Ernährungslage befragt. Die Arbeiten entstanden in Zusammenarbeit mit dem Food Security Center der Universität Hohenheim, dem Institut für Biologische Chemie und Ernährungswissenschaft und der Caritas Stuttgart. Die Caritas will die Ergebnisse für Verbesserungen in den Gemeinschaftsunterkünften nutzen.

Bis zu 90 Tage sind Flüchtlinge aus Krisengebieten als Familie oder in kleineren Gruppen unterwegs. Während dieser Zeit ist die Nahrung wenig abwechslungsreich: Dosenfisch, Biskuits, Brot und Trockenfrüchte. Hauptsache haltbar, auf Nährstoffe wird nicht geachtet. Auch der Mangel an Wasser macht den Betroffenen zu schaffen, wird sogar noch als ein größeres Problem wahrgenommen als Nahrungsmangel.

In enger Zusammenarbeit mit der Caritas Stuttgart haben zwei Studentinnen im letzten Jahr von April bis Anfang Juni 96 Flüchtlinge nach ihrem Ernährungsverhalten befragt, darunter zwei Drittel Frauen und ein Drittel Männer. Untersucht wurde hierbei die Gesundheit, Nährstoffversorgung, Zugänge zu Lebensmitteln und der BMI (Body-Mass-Index).

Das Ergebnis: Vor allem der Konsum von Fleisch und Fisch, aber auch von traditionellen alltäglichen Lebensmittel wie Linsen und Bohnen ist im Vergleich zum Herkunftsland deutlich zurückgegangen.

 

Appetitlosigkeit, Sprachbarrieren und unbekannte Lebensmittel

„Die befragten Flüchtlinge berichteten von einer Appetitlosigkeit nach der Flucht, die auch nach der Ankunft in Deutschland lange vorherrscht“, sagt Privatdozentin Dr. Veronika Scherbaum, Wissenschaftliche Mitarbeiterin im Fachgebiet Biologische Chemie und Ernährungswissenschaft der Universität Hohenheim und Betreuerin der beiden Master-Arbeiten. „Hier wird das erlebte Trauma durch Kriege nochmals deutlich, dass durch die Gefahren während der Flucht verstärkt werden kann. Aber auch sprachliche Hürden machen den Flüchtlingen in der Anfangszeit zu schaffen“.

Die Probanden haben außerdem angegeben, dass die Wege zwischen den Sammelunterkünften und dem nächstgelegenen preiswerten Supermarkt oft weit sind, erklärt Dr. Scherbaum. „Vor allem schwangere Frauen und Mütter mit Kleinkindern trauen sich oft nicht, weite Strecken alleine zurück zu legen. Hier spielt Verunsicherung eine große Rolle.“

Auch die Vielfalt an unbekannten Lebensmitteln irritiert einige Flüchtlinge, so die Ernährungswissenschaftlerin weiter. „Es gibt viele verpackte Lebensmittel aber auch Gemüse, welche den Flüchtlingen unbekannt sind wie beispielsweise Mangold oder Lauch. Selbst gefrorene Fische sind ihnen fremd, sie kennen es meist nur frisch von kleinen regionalen Märkten. Oft wissen sie auch nicht, wie es richtig zubereitet werden soll. So fanden sie den selbst zubereiteten, zuvor gefrorenen Fisch nicht schmackhaft und verzichteten lieber ganz darauf.“

Zu kleine Küchen, zu viele Männer

Neben Sprach- und Wissensbarrieren sind es aber auch kulturelle Unterschiede, die sich im Nährstoffmangel bemerkbar machen. „Flüchtlinge aus muslimischen Ländern essen ihr Fleisch nur von geschächteten Tieren, sogenanntes Hal?l-Fleisch“, erklärt Dr. Scherbaum. „Sie kaufen das billigere Fleisch im Supermarkt aus Unsicherheit nicht.“

Auch in der Unterkunft selbst hören die Schwierigkeiten und Gründe für die Mangelernährung nicht sofort auf. „Die Küchen sind nicht sehr groß und bieten kaum Platz, damit alle kochen können. Auch halten sich Frauen während ihrer Schwangerschaft aus kulturellen Gründen nicht gerne darin auf, wenn zu viele oder nur fremde Männer anwesend sind.“

Um also möglichst wenig Zeit in der Küche mit fremden Männern zu verbringen, bereiten viele Frauen einen Großteil der Mahlzeit in ihren Zimmern vor. „Das ist natürlich nicht ideal, da sie in ihren Schlafzimmern keinen Kühlschrank haben und somit Lebensmittel auch leichter verderben können.“

 

Männer essen außer Haus, Mütter bleiben häufiger in ihren Zimmern

Damit binden sich vor allem junge oder werdende Mütter noch mehr an ihr Zimmer, sagt die Ernährungswissenschaftlerin.

„Die Studie zeigt, dass Mütter mit Kindern oder Schwangere in der Anfangszeit kaum ihr Zimmer verlassen. So beauftragen sie häufig die Männer einkaufen zu gehen. Dies führt dazu, dass Männer – auch wenn sie anfangs ebenso mit der Sprache zu kämpfen haben – auch außerhalb der Unterkunft Essen gehen. Ihre Ernährung ist ausgewogener und nahrhafter als die der Frauen, sie sind gesünder, körperlich aktiver und leiden weniger an Übergewicht.“

Einen Zuwachs konnten die Nachwuchswissenschaftler allerdings ebenfalls feststellen. „Die Probanden haben angegeben hier in Stuttgart mehr Früchte zu essen. Es sei besser verfügbar als in ihrem Heimatland.“

 

Bessere Aufklärung für eine gesunde Ernährung

Die Caritas will die Ergebnisse der Masterarbeiten nun nutzen, um die Flüchtlingsunterkünfte und die Eingliederung der Flüchtlinge in die neue Umgebung zu verbessern. Weiter soll auch die Aufklärung stillender Mütter optimiert werden.

„Traditionell geben einige der Flüchtlinge ihren Neugeborenen noch vor dem ersten Anlegen Kuhmilch oder gesüßten Tee. Die wertvolle Vormilch hingegen, das Kolostrum, wird aufgrund ihrer leicht gelblichen Farbe und dickflüssiger Konsistenz als unsauber empfunden und deshalb verworfen. Die Säuglinge erhalten somit nicht den besonderen Schutz dieser ersten Immunisierung. Auch das soll sich zukünftig ändern.“

In 2017 haben qualitative Erhebungen einer Masterstudentin bei Frauen gezeigt, dass die Asylbewerberinnen versuchen, sich hier in Deutschland fast identisch zu ihrem Heimatland zu ernähren. Der Begriff „gesunde Ernährung“ war hingegen unbekannt.

„Viele der Probanden haben hier den Wunsch geäußert, mehr darüber zu erfahren. Auch die Ergebnisse dieser Masterarbeit sollen deshalb zukünftig in die Arbeit der Caritas integriert werden und für eine bessere Aufklärung sorgen.“  UH 12

 

 

 

 

Türkei-Referendum. Deutschtürken fühlen sich ausgegrenzt

 

Nach der Abstimmung zur Verfassungsänderung in der Türkei warnen Experten vor Schuldzuweisungen an Deutschtürken. Die Türkische Gemeinde mahnt mehr Willkommenskultur an. Der Konfliktforscher Andreas Zick empfiehlt politische Bildung für Migranten.

Die Türkische Gemeinde kritisiert Forderungen nach strengeren Regelungen für den Doppelpass. Deutschtürken müssten viel mehr das Gefühl erhalten, zur deutschen Gesellschaft dazuzugehören, sagte der Bundesvorsitzende der Türkischen Gemeinde in Deutschland, Gökay Sofuo?lu. Der Konfliktforscher Andreas Zick mahnte ein Integrationskonzept mit einem politischem Bildungsangebot an. Für eine Mäßigung in der Debatte sprach sich die Chefin des Bundesamtes für Migration und Flüchtlinge, Jutta Cordt, aus.

Die Zustimmung vieler Deutschtürken zur Verfassungsreform in der Türkei ist nach Ansicht von Sofuo?lu auf Defizite bei der Integration zurückzuführen. „Viele Menschen fühlen sich hier ausgegrenzt und diskriminiert“, sagte Sofuo?lu am Mittwoch im WDR-Radio. Sie sähen den türkischen Präsidenten Recep Tayyip Erdo?an als „ihren Kümmerer“, und hätten für ihn gestimmt, ohne sich mit der Verfassungsänderung auseinandergesetzt zu haben.

Forderungen der Union nach strengeren Regelungen zum Doppelpass erteilte Sofuo?lu eine Absage. Die doppelte Staatsbürgerschaft sei kein Hindernis für eine Integration, sondern könne vielmehr Menschen motivieren, sich in Deutschland zu beteiligen, erklärte der Bundesvorsitzende der Türkischen Gemeinde in Deutschland. Entscheidend sei es, Migranten das Gefühl zu vermitteln dazuzugehören, betonte Sofuoglu.

Zick warnt vor Schuldzuweisungen

Der Konfliktforscher Andreas Zick warnte vor Schuldzuweisungen. „Wenn wir jetzt wieder anfangen, den deutsch-türkischen Bürgern vorzuhalten, sie wären für den Präsidenten Recep Tayyip Erdo?an verantwortlich, dann ist das Wasser auf die Mühlen des Opferkultes“, sagte Zick dem Evangelischen Pressedienst. Aus dem Kreislauf von Minderwertigkeit und gegenseitigen Beschuldigungen müsse man heraus. Nötig sei ein Integrationskonzept, zu dem ein politisches Bildungsangebot und der Abbau von Minderwertigkeitsgefühlen gehören.

Wichtig sei nun die Frage, „wie man jene, die für ein autoritäres Regime votiert haben, überzeugen kann, dass die langfristigen Folgen problematisch sind“, sagte Zick, der das Institut für interdisziplinäre Konflikt- und Gewaltforschung an der Universität Bielefeld leitet. Junge deutsch-türkische Menschen hätten in Schulen und Betrieben nur wenig Gelegenheit, sich über die Situation in der Türkei politisch zu bilden, erklärte der Wissenschaftler. In der Debatte sei „viel Patriotismus und aufgeblasener Selbstwert über die Türkei unter Erdo?an dabei“. Die Folgen von autoritären Systemen würden jedoch kaum verstanden.

Bürger zweiter Klasse

Das Abstimmungsverhalten unter türkischen Bürgern in Deutschland sei eine Warnung, die Versäumnisse bei der Integration aufzuarbeiten, mahnte Zick. Bei den älteren deutsch-türkische Bürgern, die früher Gastarbeiter waren, wirke sich aus, dass von ihnen Assimilation gefordert worden sei. Menschen würden sich dann in einer Heimat stärker einrichten, wenn sie sich in der anderen Heimat assimilieren sollten. „Sie haben sich in zwei Welten eingerichtet: Arbeit in Deutschland, politische Teilhabe in der Türkei.“ Bei der jüngeren Generation habe sich das Gefühl eingeschlichen, Bürger zweiter Klasse in Deutschland zu sein.

Wenn die Mehrheit die deutsch-türkischen Bürger in erster Linie als Muslime und erst dann als Bürger mit politischen Interessen sehe, helfe das nur türkischen populistischen Gruppen, warnte Zick. Nötig seien realistischere Angebote für Menschen, die in modernen Welten mehr als eine Identität hätten.

BAMF-Chefin mahnt zur Mäßigung der Debatte

Die Chefin des Bundesamtes für Migration und Flüchtlinge, Jutta Cordt, mahnte eine Mäßigung in der Debatte nach dem Referendum an. Gerade jetzt sollten Deutsche und türkischstämmige Bürger „nicht in Polemik abdriften oder pauschale Urteile übereinander fällen“, sagte Cordt der in Düsseldorf erscheinenden Rheinischen Post.

Der Vize-Präsident des Europäischen Parlaments, Alexander Graf Lambsdorff (FDP), warnte vor einem Abbruch der politischen Beziehungen. Die Türkei bleibe „für Deutschland ein schwieriger Partner, für Europa ein wichtiger Nachbar und für die Nato unser Flugzeugträger im Nahen Osten“, sagte Lambsdorff der Rheinischen Post. Eine radikale Abkehr von der Türkei, wie sie unter anderem von den Grünen gefordert werde, halte er für falsch. Grünen-Chef Cem Özdemir hatte sich für eine Neubewertung der deutsch-türkischen Beziehungen ausgesprochen. Unter dem türkischen Präsidenten Recep Tayyip Erdo?an könne die Türkei kein Mitglied der EU werden.

In dem Referendum über die Einführung eines Präsidialsystems in der Türkei hatten am Sonntag rund 51 Prozent der Wähler mit Ja gestimmt. Unter den türkischen Wählern in Deutschland votierten rund 63 Prozent für die Vorlage, mit der Präsident Erdogan seine Macht ausbauen will. (epd/mig 20)

 

 

 

Zur Bertelsmann-Studie. Kein Abschied von der Willkommenskultur, sondern „Willkommensrealismus“

 

Aus der jüngsten Bertelsmann-Studie über die Willkommenskultur haben Medien überwiegend die zurückgehende Aufnahmebereitschaft hervorgehoben. Dass die Bürger weiterhin und mehrheitlich Flüchtlinge in Deutschland weiter willkommen heißen, ging dabei unter. Von Ulrich Kober

 

 „Willkommenskultur auf der Kippe“, „Willkommenskultur, das war einmal“, „Abschied vom Willkommen“– so kommentieren einige nationale Medien die jüngste Studie der Bertelsmann Stiftung zur Willkommenskultur. Dafür wird vor allem der Befund herangezogen, dass jetzt eine knappe Mehrheit von 54 Prozent gegenüber 40 Prozent der Befragten Anfang 2015 sagt, Deutschland habe die Belastungsgrenzen bei der Aufnahme von Flüchtlingen erreicht. Das greifen vor allem auch internationale Medien auf: „We cannot take in any more refugees, say most Germans“, titelt der Irish Independent und ähnlich die britischen Daily Telegraph, Daily Express oder die türkische Daily Sabah.

Die zurückgehende Aufnahmebereitschaft überrascht allerdings nicht wirklich. Schließlich hat Deutschland seit Januar 2015, als die Frage zur Aufnahmebereitschaft zum ersten Mal gestellt wurde, in den letzten beiden Jahren 1,2 Mio. Asylsuchende und damit die weitaus meisten Flüchtlinge aufgenommen, die nach Europa gekommen sind. Andere Länder in der EU haben sich zurückgehalten.  Auch dieser Kontext ist wichtig, um das Antwortverhalten richtig einzuordnen. Denn 81 Prozent in Deutschland wünschen sich zugleich mehr Fairness bei der Verteilung der Flüchtlinge.

Erstaunlicher als die gedämpfte Bereitschaft, in gleichem Umfang wie 2015/16 Flüchtlinge aufzunehmen, ist vielmehr, dass die Bürger weiter mehrheitlich der Auffassung sind, Einwanderer und Flüchtlinge seien in Deutschland willkommen – sowohl in der Bevölkerung als auch bei den staatlichen Stellen vor Ort in den Kommunen. Von einer Abkehr von der Willkommenskultur kann also – mit Ausnahme der wahrgenommenen Offenheit der Bevölkerung gegenüber Flüchtlingen im Osten –  keine Rede sein.

Im Gegenteil: Die noch junge Willkommenskultur in Deutschland erweist sich als robust, vor allem auch, wenn man weitere – in den Medien kaum rezipierte – Befunde der Umfrage in den Blick nimmt. Willkommenskultur bedeutet eine Haltung der Offenheit gegenüber Migranten, die auf ihre gesellschaftliche Teilhabe zielt. Hier sind die Befragten sehr klar: Teilhabe von Migranten und Flüchtlingen wird ausdrücklich gewünscht. Weniger als ein Viertel betrachtet 2017 wie 2015 Flüchtlinge als „Gäste auf Zeit“, die nicht integriert werden sollten. Dagegen sagen über 80 Prozent 2017 wie 2015, Flüchtlinge sollen zügig arbeiten können.

Als Voraussetzung für das Willkommensein von Einwanderern in Deutschland halten die Befragten Integrationsanstrengungen seitens der Neuankömmlinge für nötig wie Deutschlernen, Anerkennung des Grundgesetzes und Bemühungen um ein gutes Zusammenleben mit Deutschen. Aber es werden auch Barrieren für Integration in der Aufnahmegesellschaft gesehen: Zwei Drittel sind der Ansicht, es herrsche keine Chancengleichheit auf dem Arbeitsmarkt und rund 60 Prozent nehmen Diskriminierung der Migranten aufgrund ihrer Herkunft als Integrationshindernis wahr. Es wird auch anerkannt, dass Migranten in vielen gesellschaftlichen Feldern nicht ausreichend vorkommen: Nur ein Drittel und weniger finden, dass Menschen nichtdeutscher Herkunft angemessen in der Polizei (34 Prozent), in den Kitas als Erzieher (33 Prozent), in den Schulen als Lehrer (30 Prozent) oder in den Ämtern (26 Prozent) vertreten sind. Hier werden deutliche Teilhabedefizite in der Gesellschaft ausgemacht.

In der Zusammenschau dieser Ergebnisse wird bei den Befragten ein Konzept von Integration deutlich, dass nicht einseitig auf Anpassung der Einwanderer setzt, sondern – ganz im Sinne der EU-Grundprinzipien zur Integration von 2004 – als ein dynamischer Prozess des gegenseitigen Entgegenkommens von Eingewanderten und Einheimischen verstanden wird. Das aber ist der Kern von Willkommenskultur: keine „grenzenlose“ Offenheit gegenüber allen, die kommen wollen, sondern die Bereitschaft, den Neuankömmlingen Teilhabe zu ermöglichen.

Willkommenskultur in diesem Sinne ist voraussetzungsreich, sowohl was das Wollen, als auch was das Können angeht – im Blick auf Neuankömmlinge wie Einheimische. Es geht um beidseitigen Integrationswillen und es geht um reale Integrationsmöglichkeiten. Viele Befragte befürchten nach der Aufnahme von so vielen Asylsuchenden in so kurzer Zeit, dass diese Möglichkeiten begrenzt sind. Darin liegt weniger eine Abkehr von der Willkommenskultur, sondern ein „Willkommensrealismus“. Dieser ist notwendig, um in Politik, Verwaltung und Zivilgesellschaft alle Kräfte für Integration und Zusammenhalt zu mobilisieren! MiG 12

 

 

 

NRW. Minister Schmeltzer: Integration gelingt über Bildung und Arbeit

 

Modellprojekt bietet 13 Geflüchteten aus dem Raum Duisburg-Krefeld eine berufliche Perspektive

 

Neben der deutschen Sprache ist die Integration in Arbeit und Ausbildung zentraler Schlüssel für Integration. Ein Duisburger Modellprojekt - in dem Arbeitsverwaltung, Bildungsträger und das Zeitarbeitsunternehmen START NRW zusammenarbeiten - zeigt was möglich ist: 13 junge Geflüchtete bekommen die Chance, eine Berufsausbildung zu machen. Sie werden zu Maschinen- und Anlagenführern sowie Industrie- und Zerspanungsmechanikern ausgebildet.

Arbeits- und Integrationsminister Rainer Schmeltzer gratulierte bei einem Besuch im Bildungszentrum MEK (Bildungszentrum für Metall & Elektro) in Krefeld den Jugendlichen und wünschte ihnen „erfolg- und lehrreiche Azubi-Monate“. Schmeltzer sagte: „Ich bin begeistert davon, wie fleißig und schnell viele Geflüchtete Deutsch lernen und in Betrieben zu unverzichtbaren Arbeitskollegen werden. Ich setze darauf, dass auch in anderen Städten passende Angebote gemacht werden können. Die kreative Zusammenarbeit der Institutionen in dem Modellprojekt ist vorbildlich.“

Im Zuge des Projektes erhalten die 13 Azubis einen unbefristeten

Arbeitsvertrag bei START NRW und werden tariflich entlohnt. Die parallele Ausbildung absolvieren sie beim Bildungszentrum MEK. „Neben der fachlichen Ausbildung werden wir bei den jungen Menschen einen Schwerpunkt auf die Sprachschulung legen“, erklärte MEK-Geschäftsführer Heinz-Friedrich Kammen.

Während ihrer Zeit als Auszubildende können die 13 Azubis praktische Erfahrungen in verschiedenen Betrieben in Duisburg sammeln. Nach der Ausbildung sollen sie über START NRW in Unternehmen eingesetzt und dauerhaft integriert werden. Der Geschäftsführer von START NRW, Wilhelm Oberste-Beulmann, betonte: „START NRW kümmert sich bereits seit 20 Jahren um verschiedene Zielgruppen des Arbeitsmarktes. In Zeiten des Fachkräftemangels ist es eine notwendige Aufgabe, junge Menschen auszubilden und sich auch der Flüchtlingsthematik  zu stellen.“

Das Unternehmen START NRW wurde 1995 durch das Land Nordrhein-Westfalen, den Arbeitgeberverband Stahl, den Nordrhein-Westfälischen Handwerkstag, Gewerkschaften, Wohlfahrtsverbände und kommunale Spitzenverbände gegründet. START NRW verfolgt das Ziel, Arbeitslose – insbesondere Menschen mit Vermittlungshemmnissen – über die Arbeitnehmerüberlassung dauerhaft in den Arbeitsmarkt zu integrieren. Das Zeitarbeitsunternehmen bietet faire Arbeitsbedingungen, setzt auf Qualifizierung der Zeitarbeitnehmerinnen und -nehmer, führt zahlreiche Arbeitsmarktprojekte durch und schafft zusätzliche Ausbildungsplätze durch partnerschaftliche Berufsausbildung. Das Unternehmen ist an 28 Standorten in Nordrhein-Westfalen vertreten. Insgesamt sind bei Start NRW 180 interne und knapp 2.500 Zeitarbeitnehmerinnen und -arbeitnehmer sowie rund 300 Auszubildende beschäftigt.

Die MEK GmbH ist in Krefeld seit 1972 erfolgreich in der Erwachsenenbildung tätig und als Bildungsträger nach AZAV sowie ISO 9001 zertifiziert. Das Bildungszentrum ist für die berufliche Weiterbildung in fünf Qualifizierungszentren sowie für die Verbundausbildung und Umschulungen in Metall- und Elektroberufen zuständig. Das Bildungszentrum besuchen jährlich rund 200 Teilnehmerinnen und Teilnehmer. Pnrw 12

 

 

 

All’Opera: Das Original aus Italien live im Kino

 

Frankfurt am Main  – Mozarts „Die Entführung aus dem Serail“ in der Inszenierung von Giorgio Strehler markiert das große Finale einer atemberaubenden Opernsaison live im Kino. All’Opera und RAI COM zeigen das pompöse Meisterwerk zum Abschluss der Eventreihe am 19. Juni 2017 um 20 Uhr in ausgewählten deutschen und österreichischen Kinos.

 

In Gedenken an Giorgio Strehler

Giorgio Strehler schrieb seine unvergessliche Interpretation von Mozarts Singspiel für die Salzburger Festspiele, deren Aufführung seit 1965 unter der Leitung von Zubin Mehta stattfindet. Seit 1972 legt auch das Ensemble der Mailänder Scala das Meisterwerk regelmäßig neu auf. 

Vor 20 Jahren verstarb der großartige Giorgio Strehler, der seit 1951 legendäre Opern wie „Macbeth“, „Simon Boccanegra“, „Falstaff“, „Die Hochzeit des Figaro“ und „Don Giovanni“ in der Scala auf die Bühne brachte. Zu diesem Anlass bringt die Scala „Die Entführung aus dem Serail“ erneut auf die Bühne und bittet dazu jenen Mann aufs Podium, der bereits bei der allerersten Aufführung dirigierte: Zubin Mehta. Die verwirrende Rolle der Konstanze wird von Lenneke Ruiten gesungen, die 2015 in „Lucio Silla“ groß gefeiert wurde. Der aufstrebende Tenor Mauro Peter verkörpert die Rolle des Belmonte.

 

Erste deutsche Oper mit türkischer Musik

Das berühmte Singspiel in drei Akten von Wolfgang Amadeus Mozart gilt als erste echte deutsche Oper. Als Auftragswerk des Kaisers Joseph II. war sie der Versuch, der italienischen Oper eine eigenständige deutschsprachige Alternative zur Seite zu stellen. Bis dato hatte es vorherrschend Übersetzungen und Adaptionen aus anderen Sprachen und Ländern gegeben. Obwohl „Die Entführung aus dem Serail“ einer unterhaltsamen Türkenoper entspricht, entfaltet das Stück sich als komplexes Werk mit Tiefgang und voller Emotionen. Der einzigartige Klang der sogenannten „Janitscharenmusik“ setzt sich zusammen aus der Verwendung ungewohnter Instrumentenkonstellationen sowie Techniken. 

Mutmaßungen zufolge entstammt der Stoff für diese turbulente Liebesgeschichte Mozarts Privatleben. Seine spätere Schwiegermutter wollte dem damals noch jungen und mittellosen Künstler ihre Tochter Constanze nicht ohne Weiteres zur Frau geben. Die daraus resultierenden Schwierigkeiten für die junge Liebe soll das Musikgenie Kritikern zufolge in dieser Oper verarbeitet haben.

Die Uraufführung dieses ersten von noch vielen folgenden Meisterwerken fand am 16. Juli 1782 mit großem Erfolg in Wien statt.

 

All’Opera – ein außergewöhnliches Erlebnis für alle Opernliebhaber in der Tradition der klassisch-italienischen Kultur

20th Century Fox zeigt im Rahmen der Eventkino-Reihe All’Opera in Kooperation mit RAI COM, dem Weltvertrieb des italienischen TV-Senders RAI, die Meisterwerke der berühmtesten Komponisten LIVE aus dem Mutterland der Oper in ausgewählten deutschen und österreichischen Kinos.

In einem vielseitigen Programm können Kinobesucher die klassisch-italienische Kultur mit jungen Talenten und namhaften Künstlern wie Diana Damrau, Carlos Álvarez und Roberto Bolle erleben. Durch exklusive Hintergrundberichterstattung sowie Interviews mit den Darstellern erhält der Kinobesucher den Eindruck, er befände sich direkt auf oder sogar hinter der Bühne. 

Bei der Aufzeichnung verwendet der italienische Rundfunksender RAI hochmoderne Technik, um die Faszination und Spannung der italienischen Bühnen weltweit auf die große Leinwand zu übertragen. In Deutschland und Österreich bringen 20th Century Fox und RAI COM dieses unvergessliche Kulturerlebnis noch bis Juni 2017 in ausgewählte Kinos.

 

Das weitere Programm von All’Opera in der Saison 2017 auf einen Blick:

„Don Carlo“ von Giuseppe Verdi. Maggio Musicale Fiorentino, Florenz 

Freitag, 05. Mai 2017, 20.00 Uhr (LIVE)

„Die Entführung aus dem Serail“ von Wolfgang Amadeus Mozart

Teatro alla Scala, Mailand, Montag, 19. Juni 2017, 20.00 Uhr (LIVE)

Informationen zum Programm und der Event-Reihe unter http://www.all-opera.com/de. Dip 10